{"filename":"acf72c49-4581-451c-aebb-86012548d1a0.txt","exact_year":1901,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"«oggidì di tutta la nostra cultura non sono rimaste che tre cose: il bacillo, l’anima servile (servilismo) e Israele, ed Israele è la più grande di tutte e tre» 1). Con queste parole amare, o signori, Lagarde chiudeva la sua rassegna del secolo XIX, e finiva quelle pagine piene di critica acerba ed audace, nelle quali, coraggiosamente, aveva scritto come conclusione di tutto un libro: Siamo in decadenza! Decadenza! Questa parola suonava male fra i concerti di ammirazione per il secolo del progresso che se ne andava e fra le invocazioni solennemente profetiche a quello che veniva. I beati spiriti di professione, avvezzi a decantare tutti i giorni le conquiste della moderna civiltà, gridarono all’assurdo, al pessimista. Ci fu però chi seppe loro rispondere che appunto questo loro gridare era un altro sintomo della decadenza: così avevano fatto i sofisti della Grecia, così i retori di Roma, così gli umanisti del secolo XV. Quando la Grecia era già tributaria a Filippo, i sofisti declamavano ancora il progresso; mentre la minaccia dei barbari era vicina al compimento, Simmaco dirigeva all’Imperatore dotti promemoria sulla dea delle vittorie, e quando la vita cattolica si trovava in basso, molto in basso, non fecero i dotti l’apoteosi di Leone X? E se poi i giornali rincorarono ironicamente questi moralisti pettegoli, osservando che la cultura moderna infine non correva pericolo, perché non vi sono più barbari, un coro ancor più forte ribatteva collo storico Niebuhr : «Non c’è bisogno davvero che i barbari scendano d’oltre le frontiere; essi vengono su nel bel mezzo dei popoli presenti». E così, o signori, le voci di Cassandra si fanno più numerose e più forti, mentre anche chi non è solito vedere le cose sotto la corteccia, non ha più il coraggio di protestare che la questione sia stata posta. Evidentemente la diversità del giudizio trova la sua ragione in due diverse concezioni della vita dell’umanità: l’una cristiana, colla creazione, il peccato di origine e la redenzione; l’altra la «scientifica», la quale spiega la storia colla lotta per l’esistenza che lentamente – ma di continuo – va avvicinando l’uomo alla perfezione. La seconda esclude a priori ogni idea di decadenza; la prima fa dipendere il progresso ed il regresso da certe leggi morali generali, le quali sono la quintessenza del cristianesimo. Ora, secondo questi principi cristiani, facciamo anche noi, o signori, questa domanda: la cultura moderna si può dire in decadenza? Qui io rispondo senz’altro affermativamente. Esaminiamo infatti al lume di questa principi, e brevemente, lo stato presente della nostra cultura, di quella che si dice più propriamente moderna. «Dal marcio di nazioni decadute, da religioni intimamente corrotte salga la pura umanità!». Questo superbo desiderio di un radicale del ’48 divenne il programma, la meta delle nostre classi colte. Riflesso del materialismo pratico che rodeva già queste classi sfruttatrici, il materialismo teoretico invase la filosofia, l’arte, la letteratura, tutta una civiltà. Il risorgere delle scienze naturali per Darwin parve segnare la via del secolo rigoglioso d’energie speculative, e la filosofia con rinnovato ardore si lanciò sulle nuove tracce, in cerca dell’«humanitas». Si trattava di ricostruire l’armonia intellettuale e spirituale, che col ripudio del cristianesimo era andata perduta, e della cui mancanza si presentivano le rovine. Assistemmo quindi alla costruzione di una serie di ipotesi, l’una delle quali distruggeva l’altra, e che erano estranee al cristianesimo, e non sempre ostili. Se esaminiamo anzi i risultati di questa scienza, ci si trova tropo spesso una tendenza preconcetta – cosa forse naturale, dati i precedenti. Lo scienziato cioè cerca qualche cosa che sia fuori del cristianesimo ed intorno a questo qualche cosa fabbrica la sua teoria o il suo sistema il quale – fatalmente – riesce un aborto. E tale fu oramai dichiarato l’ultimo tentativo di Haeckel 2) e l’altro che riguarda più specialmente la cultura, di H. Stewart Chamberlain 3). In tal maniera la scienza che si era proposta la ricostruzione dell’unità universale degli spiriti, lavorò più che mai a creare la presente anarchia intellettuale e religiosa. A me pare che di tutto questo lavoro deleterio, compiutosi nei gabinetti dei dotti, siano passate sostanzialmente nella coscienza popolare due correnti: la corrente positivista, la quale esclude dal sensibile ogni causa superiore ed interna e la corrente pessimista, la quale trova la sua ragione nell’ignoramus, messo a conclusione di tutta la critica scientifica fino ad oggi. E sono appunto queste due correnti che innondano e trascinano via la vita nostra e vi imprimono il marchio della decadenza. E invano la prima corrente, la positivista crea in arte il verismo e il naturalismo in letteratura. «Ricacciate nella cerchia umana ed umanizzate tutti gli ideali», non era solo la meta di Cavallotti, ma è una tendenza dell’arte e della letteratura più in voga. Respinti gli ideali cristiani, eminentemente sociali ed educativi, l’arte – e qui parlo dell’arte nel suo significato estetico universale – seguendo l’evoluzione scientifica, è discesa all’ideale del «puro humanum» di lì a quello della «sana sensualità» ed infine a quello che i veristi non si peritarono di chiamare «ideale della porcheria». Di più l’arte, causa l’anarchia intellettuale invadente si è ritirata nel suo tempio vi si è fatto un culto naturale, indipendente dalle leggi morali e si è dichiarata fine a sé stessa, col diritto di spaziare liberamente nel campo della natura sensibile, senza alcun ritegno sovrannaturale. Allora la formola dell’«arte per l’arte» diventò segnale della decadenza. L’arte divenne all’uomo dea o tiranna e non potendo più essere la rappresentazione del vero, fu lo specchio – con poche eccezioni che avremo occasioni di rilevare – dell’anarchia morale della nostra vita paganeggiante. Dovremo quindi meravigliarci, o signori, se uno di questi letterati moderni, Octave Mirbeau , giunse a dire: «Riprovo ogni restrizione governativa ed ogni censura che sono sempre state ridicole. Non so che cosa sia il pudore, che cosa sia la pornografia. Il solo vizio di cui io abbia veramente orrore, perché li contiene tutti, è quello che le persone oneste chiamano la virtù?». Era poi anche logico che quest’arte, così vuota d’energia interiore, diventasse soprattutto un culto della forma. La pittura si seppellì nei petali di fiori strani artistici (secessionismo), la scultura ritrasse finalmente la bella «bestia bionda» e il «primo dei mammiferi» e la letteratura senza un substrato filosofico e sincero, parve una bella donna delicata, la quale, coi piedi nel fango, guarda con gli occhi languidi verso il cielo ove in mancanza dell’«ideale» si è formato un fantasma di bellezza fatto di nuvole e di colori. Tale è l’arte del Verlaine, del Rimbaud e del Mallarmè , tale è l’arte dei superuomini dannunziani, il cui maestro, malgrado delle splendide pagine date alla letteratura, concentra in sé tutti gli elementi di decadenza, fra i quali, prodotto logico della vanità di concetto, fu notata in ultimo anche la degenerazione della forma 4). Questo, signori, un lato della nostra cultura «senza dogma». Ma ho detto che in essa domina anche un’altra corrente pessimista. Il Tierens Geraert ha riassunto il bilancio del pensiero del secolo XIX in queste parole: «Le tristezze contemporanee»; e triste è in vero il colore di una gran parte della nostra coltura. I filosofi avevano sciolto l’enigma di Amleto così: Il non essere è meglio dell’essere. Per la scuola di Hartmann l’ultimo fine morale era ricacciare l’essere nel non essere, ossia il suicidio collettivo. Poi venne Federico Nietzsche, e disse: «Il dolore dell’uomo aumenterà fino ad annichilirlo e darà luogo ad un altro essere impenetrabile alla sofferenza, il superuomo». Fu la filosofia di un pazzo, eppure – terribile sintomo di decadenza – non morì con lui! «Gli uomini sono stanchi di vivere, scrisse il prof. Masaryk , e i nostri poeti intonano loro le nenie funebri» 5) e continua: «l’influenza di Schopenhauer, Hartmann, Nietzsche non si può spiegare che colla debolezza e la stanchezza di un periodo di cultura all’esaurimento». La decadenza, o signori, è dunque completa. Ed è così che il naturalismo e il pessimismo vanno sfibrando il tessuto della nostra cultura, dandole quell’apparenza di caducità e di debolezza, che faceva esclamare al Carducci commemorante il Cavallotti : «Si dice che l’opera teatrale del Cavallotti gli sia premorta; ebbene, o signori, che c’è di vivo da cinquant’anni in qua? Nulla! Che cosa ci sarà di vivo da qui a cinquant’anni? Nulla!». Ma qui ci si affaccia una domanda molto importante: Dove siamo con la decadenza? Abbiamo oltrepassato il punto estremo della decadenza o decaderemo sempre? Ovvero: il domani sarà la continuazione di oggi o la sua rigenerazione? – La risposta dipende da due cose: se cioè nella presente cultura, malgrado la decadenza generale, esistono tuttavia dei sintomi di rinascimento e se altri elementi, vergini delle colpe di oggi, siano condotti ad assumere la rappresentanza della cultura. Chi si pone a studiare le ultime tendenze del pensiero scientifico moderno 6) con esame severo e spassionato, ne trova una la quale più che un fatto del secolo XIX, è una promessa per il XX. Risalendo per le rovine accumulate dalla critica scientifica ed osservando alla fine che cosa sia rimasto nell’ambito stesso della scienza, dopo le prove fallite, vi sorprendiamo una inclinazione, la quale necessariamente mira a ricostruire quell’edifizio di affermazioni che la scienza stessa aveva cercato di distruggere lungo tutta l’età moderna che precede. La filosofia positivista, respingendo il cristianesimo, si era assunto il gravissimo compito di spiegare naturalmente il problema delle origini e quello delle finalità dell’universo, ma fallito – come provò il Brunetière – l’audace tentativo, spinta dall’autocritica, essa si vede ora sparire dinanzi ad uno ad uno quegli ostacoli, che impedivano il suo accostarsi al soprannaturale. In pari tempo la critica storica avanzata, la quale aveva attaccato con tutto l’impeto il cristianesimo dal lato storico, spinto in avanti l’esame dei decadimenti antichi, vi trova dei fatti irreduttibili a fenomeni naturali: Si ha quindi la prova della loro trascendenza, e in tal modo la critica storica viene ad impedire che la filosofia speculativa si converta solo ad una fede vaga e non ad un fatto concreto, il cristianesimo. E non è questo, o signori, un sintomo di rinascimento per la nostra età, la cui decadenza si deve a coloro che in nome della scienza devastarono rumorosamente gli scudi contro la Religione? Ma c’è di più. Sulla fine del secolo noi abbiamo assistito ad una rifioritura meravigliosa di quel sano idealismo, che pareva orami soffocato nella gola stagnante materialista. Nell’anno appunto in cui il Marxismo pareva rovinare sotto i colpi di una critica spietata, un soffio animatore, portante i germi di una futura primavera, passava sulla landa inaridita. Era Francesco Coppée , che sollevava nell’ora di un’infermità, l’ardente inno della fede; era P. Burget, l’acuto scrutatore della psiche parigina, che dichiarava la redenzione doversi aspettare solo dal cristianesimo; era Lemaitre , che proclamava la soluzione di tutte le questioni sociali essere evidentemente nel Vangelo; era Ferdinando Brunetière che dimostrava la necessità di credere; era infine Edoardo Rod che «incominciava a pensare alla cura delle anime». 7). E mentre in Italia «la voce irosa del cantore di Satana si va addolcendo nella trepida invocazione a Maria» , Antonio Fogazzaro si mostra sempre più lo scrittore credente, il cavaliere dello spirito, e il Butti e Matilde Serao accelerano di scritto in scritto la loro evoluzione intellettuale verso gli ideali cristiani. È vero: quest’indirizzo buono non è quello che domina la coltura di oggi; ma chi ci dice o signori, che non sia il vincitore di domani? Non è dunque arrischiata la conclusione: la curva della parabola è già oltrepassata, perché il secolo XIX ci ha lasciato il germe del rinascimento: il crepuscolo in cui ci troviamo non è il crepuscolo della sera, a cui succede l’oscurità della notte, ma il crepuscolo del mattino, annunziatore di una giornata splendida e trionfale. Dicevo però, o signori, che il pronostico di una rinascenza generale è legato ad un’altra condizione necessaria. Difatti, la coltura nostra, non entrerà mai, malgrado i buoni sintomi, in pieno cristianesimo – in cui la rinascenza – finché è rappresentata da elementi anticristiani e decadenti. Bisogna con schiere nuove, irresponsabili delle colpe di oggi e rigogliose di forza intima di fronte all’avvenire, agitino coraggiosamente la bandiera del rinascimento portata in mezzo al campo, ed applichino alla nostra vita intellettuale tutta l’energia riedificatrice, che proviene da ideali e principi immutabili. Perché è chiaro, o signori, che la decadenza della cultura moderna, viene a fondersi nelle cause e nello svolgimento con tutta l’immane decadenza economica e civile della borghesia e col rovinare di quella che si chiamò epoca liberale. Al principio di quest’epoca la borghesia liberale aveva monopolizzato come il capitale così la coltura e, favorita dalla preesistente divisione fra le scienze ecclesiastiche e civili, fece sì che essa venisse via via liberandosi di ogni influenza religiosa. In tal maniera la cultura diventò interprete sempre più fedele – fino a Nietzsche – di quelle classi, le quali si allontanavano con moto sempre più celere dalle idee sociali del Vangelo di amore. Il rimedio vuol essere quindi radicale ed evidentemente far parte di quella che si dice soluzione della questione sociale. Ora, o signori, la Chiesa cattolica assumendosi davanti al mondo l’incarico di portare tale soluzione più avanti che sia possibile, ha comandato implicitamente un generale riavvicinamento dei cattolici alla vita moderna e ha ordinato una rapida mossa di riconquista su tutta la linea. Gli è così che i cattolici sono condotti ora, ai primi passi del secolo XX, ad una riscossa cristiana nel campo della cultura. Solo a questo patto il rinascimento sarà possibile. Non illudiamoci però: Il movimento ascensionale sarà molto lento. La tattica delle ritirata in uso da cinquant’anni in qua, di fronte a quel desiderio di innovazioni, di critica, di ricerca, di libertà che affatica il pensiero moderno – per la quale giornali di cultura, riviste, letteratura amena, manuali di scienze, tutto fu lasciato in mano al liberalismo dominante, 8) ha creato nei cattolici (è inutile il nasconderlo) troppo infiacchimento e troppi pregiudizi. Ed è doloroso il vedere come il pretendere maggior equanimità nel giudizio degli uomini e degli scritti, il domandare che la si rompa una volta coll’accademia e colla rettorica, che si curi di più la forma moderna, venga da troppi cattolici ritenuto come un essere disposti a recedere dai giusti principi di intransigenza. «I cosiddetti circoli cattolici intelligenti, deplora il d.r Ratzinger , predicano di continuo moderazione e assenteismo là dove converrebbe agire personalmente». Ma lasciamo, signori, le querele sopra un periodo che, volere o no, è già chiuso, e più che dire, facciamo, guardando all’avvenire. Rientriamo una volta nella cultura moderna, strappiamo ai nostri avversari quella supremazia, che dà loro tanto prestigio nella lotta contro la Chiesa. E ricominciamo dal popolo: dai giornali, dalle riviste, dalla stampa periodica, a cui tanti cattolici contribuiscono così miserabilmente perché sono così poco moderni. Non trascuriamo nella nostra educazione i sussidi dell’arte le correnti moderne della vita. E soprattutto studiamo, studiamo molto. Io vorrei, o colleghi, che ognuno di noi sentisse il dovere dello studio per due ragioni: l’una per il proprio onore, l’altra per contribuire con tutte le forze a questa riscossa cristiana. Oh! a queste nuove generazioni di cattolici, anche per un lavoro maggiore, non mancheranno davvero ideali affascinanti. Signori! È uscito dal Vaticano come un grande, immenso, fascio di luce di un potente riflettore elettrico: a questa luce nuova noi abbiamo visto grandeggiare fra le tenebre del paganesimo, le ruine di questa vecchia Europa crollante, e per entro le rovine una folla immensa gemere senza ristoro, e pochi gaudenti assidersi al banchetto del piacere. A questa vista siamo balzati su, quasi chiamati da uno squillo di riscossa, ed abbiamo piantato arditamente fra le rovine una grande bandiera bianca, la bandiera delle democrazia cristiana. Su questa bandiera era scritto: Amore e libertà. Ebbene, o signori, queste due parole saranno gli ideali e il contenuto della cultura avvenire. E i cattolici chiamati ora dai nuovi atteggiamenti della Chiesa al faticoso lavoro della ristorazione sociale, avranno nella cultura avvenire gran parte, anzi purché lo vogliano, la parte principale. Il secolo XIX ha lasciato al XX i germi del rinascimento; i migliori degli intellettuali fra i nostri avversari sono fra la «gente che si avvia», per noi si sono aperti nuovi orizzonti: ebbene, o cattolici de secolo XX, siamo uomini dei nostri tempi: alla riscossa. 1) Nun aber bleiben der Bazillus, die Bedientenseele und Israele, diese drei, aber Israel ist der grösste unter ihnen. 2) Cfr. «Haeckelismus und Darwinismus» del d.r Antonio Michelitsch, prof. dell’univeristà di Graz, 1900. 3) Nell’ed. ted: Houston Stewart Chamberlain, «Die Grundlagen des neunzehnten Yahrhunderts», 1899. 4) Un capo ameno si è divertito a numerare le reticenze e i paragoni della Città Morta ed ha trovato che delle prime in quella sola opera ha profuso 693; ha poi numerato quasi altrettanti «come...» di cui 102 solo nel 2° atto. 5) Fra i poeti pessimisti dell’età moderna notiamo: Joung, Byron, Shelley, Poe, Grable, Hölderlin, Heine, Kleist, Lemau, Lenancour, Mussel, Foscolo, Leopardi, Giusti, Carducci, Slovacki, Leramontow, Puschkin, Gogol... 6) Cfr. lo studio di G. Ellero nei fascicoli di maggio e giugno a.c. della Rivista Internazionale. 7) A proposito di rinascenza cfr. la conf. di G. Semeria «Gente che viene, gente che si muove, gente che si avvia». 8) Vedi in proposito il secondo e il terzo volume delle «Battaglie d’oggi», di R. Murri; e «Die Volkswirthschaft in ihren sittlichen Grundlagen», Cap. VII, del d.r G. Ratzinger. "} {"filename":"e1d1b2ef-1c1e-4d2e-9d16-e5b494b6f282.txt","exact_year":1901,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Fatto vero e quasi tragico avvenuto il giorno 30 febbraio 1669 nei Paesi Bassi, esumato con cura e dedicato alle matricole da chi domandole le amava e le ama ancora, altrimenti non si sarebbe... per divertirle. Il domatore L.P. (per la scena manoscritta, diritti riservati). (gf) Goethe ha scritto che per capire un poeta bisogna aver visto il suo paese. Ebbene lo scrittore di queste linee non ha solamente visto il paese del poeta, ma vi abita 10 mesi all’anno, e per di più è anch’egli uno studente universitario, come è od era fino a poco fa, il prefato autore del libretto per opera... buffa. Credo necessaria questa premessa, perché io mi trovo in una posizione difficile. Mentre cioè la mia penna scrive la critica, il pudore mi proibisce di metterne apertamente sotto gli occhi del lettore l’oggetto, per cui alcuno potrebbe credere che io non avessi capito bene. No, io ho capito e posso e devo criticare. Non mi sono impancato a censore severo della moralità altrui, e non ho giudicato secondo la severa morale cristiana, ma solo in base alla legge di natura; e tuttavia, o lettori, dal mio giudizio non è uscita salva nemmeno l’intenzione dell’autore, nemmeno quella che vorrebbe li si lasciasse il verista Emilio Zolà . Se l’autore abbia esumato questo libretto dalle raccolte dei drammi e degli «Schwänke» tedeschi del secolo XVI, o tra il fango dei novellisti della nostra letteratura nei suoi giorni più brutti; o se abbia semplicemente riprodotto le scene dal «vero» presente, io non lo so. So solo che non vi può essere niente di più rozzo, di più triviale, di più disonesto. L’azione, se ce n’è, potrebbe svolgersi per tutte le nove scene in una di quelle chambres separés che la corruzione conosce, se non mancassero le maniere raffinate e il velo ipocrita che la società nostra concede alla passione. Ma il librettista non ha voluto nemmeno il velo, ed ha descritto le cose nella loro sporca nudità come si conviene ad un bordello di terza classe. Io non vi potrei citare neppure una scena senza l’intervento del procuratore di stato, tutt’al più qualche verso fuori contesto e riferendolo all’autore come: Sozzo villan ribaldo. Quale un somaro caldo. Mi era proposto di darvi un’idea del libretto, ma è inutile: non mi riesce. Ho cominciato coi puntini nella dedica e coi puntini dovrei continuare almeno ogni due versi. Al «Fra Bubbone» hanno messo mano il trivio e l’ostetricia con pari ardore: persino i nomi dei personaggi sono un modello in questo riguardo. La religione poi non è trattata meglio della morale. Si ebbe cura che il maiale che si avvoltola nel fango, porti il saio di un frate e sulle sue labbra si bestemmia la preghiera. C’è per esempio una parola del «Padre nostro» che per sé stessa e per il momento in cui vien detta farebbe indignare un turco. Cito uno dei pochissimi versetti citabili, l’ultimo:. L’Amor figliuol tu libera dal male Anche da quel di Francia, ed ora: Vale! E così via un’infamia dopo l’altra, fino alle ultime parole che posso trascrivere: Cala la tela! Sì, cala la tela; ma sapete... davanti a chi? È il colmo dell’ignominia, il sig. L.P. (scusi, bisognerà pur mettere le iniziali messe da lui) aveva dedicato il suo lavoro alle matricole, cioè ai novellini della vita universitaria e prevedendo la loro relativa inesperienza in cose dei Paesi Bassi ovvero sia dei bassi fondi, gli iniziava amorevolmente nei misteri di Venere terrestre con otto note entro il testo. Non bastava; il libretto costava 60 centesimi, e forse tutti non lo avrebbero comprato. Se lo mise in musica e l’...opera andò in scena... nella famosa festa delle matricole! La tela si alzò e si abbassò davanti alla gran maggioranza degli studenti in Vienna, davanti ai novellini, da cui si era spillato denaro per la serata. E a sentire un mio collega, l’esecuzione fu inappuntabile e vera! Questa, o signori, è la festa delle matricole riformata! Mi spiego. Per torre ogni dubbio ai novellini, quando si raccolsero i danari si disse che certe cose delicate quest’anno non occorrerebbero, che si farebbe una riforma. Erano promesse che si facevano anche l’anno scorso, ma quest’anno ci si calcò su. Ci si credette, e la riforma avvenne! Una bella riforma! Eppure, incredibile, o lettori, la riforma ci fu. Un mio collega ha detto: quest’anno era niente; bisognava vedere gli altri anni! Dunque questo libretto, che è il lavoro più pornografico in tutta la nostra letteratura, rappresenta l’ultimo gradino dell’evoluzione verso il progresso! E pensare che l’anno scorso l’Alto Adige, certo in buona fede, rispondeva ad un articolo della Voce in argomento: «Conosciamo troppo bene gli studenti di quell’Ateneo per credere». È doloroso, ma vero! Nessuna nazione è qui rappresentata così male in fatto di moralità come l’italiana. Si lascia d’anno d’anno che si perpetui e si rinnovi questa infamia che ci disonora di fronte ai Cafri. Ad Innsbruck l’anno scorso si ebbe più coraggio, e i matricolini la vinsero. Qui i buoni andarono, perché cedettero; ci rimasero per debolezza di carattere, e l’indomani, orami compromessi, quanti dissero – a chi li domandava – con un sorriso: Ci si divertiva! E intanto su voi riposano tante speranze della patria e della famiglia! Io non voglio dirvi nulla in nome della religione; vi parlo in nome di una morale puramente umana. In nome di questa, in nome del vostro futuro, in nome della dignità accademica ribellatevi una volta a questo giogo. Ricordate a chi si diverte nel fango, che il nostro Poeta ha creato una bolgia anche per loro, dite che non è degno di pronunciare il sacro nome di patria, chi sa stimare in se stesso e negli altri così poco i suoi figli. Rompetela una volta, ed ogni onesto ve ne sarà grato. "} {"filename":"bfd25718-d0e3-4af5-89d1-b91017914afc.txt","exact_year":1902,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Vienna, 20 febbraio. Liberté... fraternité! Come è noto, nel comitato pro questione universitaria, era rappresentata anche l’Unione cattolica; o finché fu in vista l’avversario comune, e la meta parve vicina, regnò anche la concordia, almeno apparentemente. È noto però ancora che prima delle ferie natalizie si era tentato invano di costringere il clericale a ritirarsi; la maggioranza dopo lungo dibattito aveva dato ragione a lui. Ora l’idea ha fatto strada; e prendendo a pretesto (pretesto: è la mia intima persuasione) la scissura avvenuta durante le vacanze, che ognuno sa da chi fu promossa, si chiesero di nuovo per mezzo dello studente baron Altenburgher le mie dimissioni. Il sottoscritto giudicando inutile e senza esito un’ulteriore resistenza, fece pervenire al presidente del comitato il seguente scritto: «Secondo quello che mi riferisce il membro del comitato baron Altenburgher, la gran maggioranza è contraria a che il sottoscritto rappresenti più oltre nel comitato gli studenti della società cattolica. Il sottoscritto, pur protestando di non riconoscere affatto i motivi addotti, e riservandosi ulteriori commenti, rassegna con ciò le sue dimissioni. A. Degasperi» "} {"filename":"6898fa75-18ee-4233-9d1d-92fac5e58148.txt","exact_year":1902,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Ricominciano i lagni sulla lentezza nella pertrattazione del bilancio dello Stato da parte della Camera dei deputati di Vienna. Si trova che i discorsi dei deputati sono troppo lunghi, che il numero degli oratori è troppo grande, e che se si continua così si andrà fino in estate prima di aver messo a posto il bilancio dello Stato. Si accusa particolarmente come la causa di tutto ciò il sistema introdotto dalla Camera stessa di definire il numero massimo degli oratori, distribuendoli ai diversi partiti in proporzione della loro forza numerica; e si rimpiange e si vuole il ritorno alla pratica antica della chiusura della discussione, in forza della quale una semplice proposta bastava «per radiare ed abbattere intere falangi di oratori». Insomma i capi partito della Camera per impedire lo strozzamento della discussione, la prepotenza capricciosa della maggioranza e lasciar libera la parola anche ai gruppi minori che possano far sentire anch’essi i loro lagni nelle discussione del bilancio, avevano introdotto l’assegnamento di un dato numero relativo di oratori a tutti i partiti; ed ora dopo pochi giorni di prova si sospira il ritorno all’antico e si desidera che il vecchio sistema della chiusura della discussione venga tramutato in una vera batteria di mitragliatrici capace di «radiare ed abbattere intere falangi di oratori». E sapete cortesi lettori donde partono codesti acerbi lagni per la troppa libertà di parola concessa ai partiti della Camera e codesti pii desideri di esecuzioni all’ingrosso contro deputati e partiti che per avventura non incontrassero nelle benevolenze dei partiti più grossi? Sapete chi sono codesti zelanti della discussione spiccia? Sono appunto quei partiti che al tempo della famosa ostruzione tedesca decoravano con l’alloro degli eroi quei loro oratori, che più avessero saputo abusare della libertà di parola e della pazienza della Camera; sono quei partiti e quei giornali che celebrarono come il non plus ultra del valore e della valenzia parlamentare il tenere discorsi inconcludenti di dodici ore; sono gli eroi dell’ostruzione più sfacciata e piazzaiuola che si è mai vista al mondo; sono i farisei del moderatismo tedesco liberale; sono le maschere tedesco-nazionali della Deutsch-nationale Correspondenz, sono gli speculatori politici della Neue Freie Presse! Ora costoro hanno fretta, sono sulle spine, sbuffano d’impazienza e vogliono il ghigliottinamento in massa di «intere falangi» di oratori. Ben inteso, che non intendiamo con ciò di negare, che la discussione del bilancio non proceda lenta e che il grande numero degli oratori, che vorranno certamente usare del diritto di parola nella misura concessa ai singoli partiti, non possa dare fastidio al d.r Koerber . Ma intendiamo di osservare semplicemente, come non toccherebbe certamente a coloro che con l’introdurre l’ostruzione hanno impedito per quattro interi anni che la Camera esercitasse il suo più elementare diritto che è quello di controllare l’amministrazione dello Stato, no, non toccherebbe proprio a costoro lo scaldarsi tanto ora, se i partiti, ai quali si turò la bocca per quattro anni, sentono ora il bisogno di sfogarsi alquanto e di esprimere tutta quella lunga serie di lagni, di propositi e di desideri dei loro paesi e dei loro elettori, che in questi ultimi anni di forzato silenzio e di bilanci fissati dal § 14 della Costituzione, si sono accumulati. Meno poi toccherebbe a costoro, che hanno fatto un sì enorme abuso della libertà di parola, il pretendere l’erezione di una ghigliottina a vapore per radiare a capriccio intere «falangi di oratori». I capi club della Camera, per i quali sembra valere più che per Firenze il rimprovero di Dante, che «a mezzo novembre non giunge quel che tu d’ottobre fili», saranno invitati dal presidente per ritornar sui conchiusi già presi sull’ordine ed il numero degli oratori e cercar un temperamento, che lasci sperare una più sollecita discussione del bilancio. Non abbiamo niente a vedere; si faccia pure e si farà. Ma si badi solo, che si rispettino i diritti di tutti, anche dei partiti e dei gruppi più piccoli e si badi colle troppe restrizioni a non rendere illusorio e ridicolo lo stesso diritto e compito della Camera di controllare maturatamente l’amministrazione dello Stato. Le esagerazioni sono dannose in tutti i sensi. Quanto poi agli eroi dell’ostruzione tedesca, farebbero meglio a temperare il loro zelo, che da parte loro riesce semplicemente nauseabondo. "} {"filename":"95d823be-6a4b-4bb8-9b09-c46ad5fe255e.txt","exact_year":1902,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Avete mai pensato al bilancio morale di una grande città, la cui popolazione si conta non più a migliaia, ma a milioni? Ci avete mai pensato, voi specialmente, abitatori dei villaggi, semplici e buoni, ove un delitto, una colpa scoperta danno per anni ed anni l’argomento alle ammonizioni dei padri, ai fervorini dei predicatori, alle chiacchere di tutti? In una grande capitale i delitti si succedono uno dopo l’altro con frequenza spaventevole. Il gran mondo legge giornalmente la rubrica «Tribunali» con maggiore o minor interesse, e poi volta carta e si occupa di «Politica estera». Appena qualche vecchio professore di etica sociale o di criminologia alla fine d’anno tira le somme, pubblica una statistica degli omicidi, dei parricidi, dei suicidi... Qualche altro, leggendola, si prova a risalire alle cause e, a seconda dei gusti o della professione conchiude per la decadenza economica o l’atavismo o l’alcoolismo. E intanto, dietro e sotto a quei peccati grossi che hanno ancora il potere di sollecitare almeno la curiosità morbosa del pubblico, si nasconde tutta una decadenza morale, della quale nessuno più sa far le meraviglie, anzi neppur si accorge. L’operaio che lavora tutta la settimana, la domenica se la spassa tutta in divertimenti, galantuomo se si diverte assieme alla sua famiglia. Il borghese è ancora nipote degli antichi volteriani, i «pratici» della libera morale. Appena qualche nobile, spesso per legge d’inerzia, qualche volta per convinzione nuota contro corrente e mantiene col bastone le tradizioni cristiane degli avi. La politica, la stampa, il teatro, l’arte, la cosiddetta arte di una grande città, risentono dell’immoralità dell’«ambiente». Tutto un mondo, o signori, che vive fuori dall’influenza del Cristianesimo, che ignora affatto. Tale o molto simile era la condizione di Vienna fino circa il ’90. Ed ora? Ora, per quanto certe apparenze non siano mutate, un conoscitore del popolo viennese vi dirà, che nell’anima popolare s’è compita una gran conversione. Sorsero gli apostoli! Quando la vita pubblica, per opera di uomini profondamente religiosi, ripigliò il suo carattere cristiano, i preti uscirono dall’isolamento forzato, parlarono nei pubblici comizi al popolo radunato dei doveri cristiani, della religione degli antichi padri, dei salvatori della civiltà cristiana contro i turchi. E i viennesi applaudirono quasi meravigliati di aver dimenticato tanto e sì a lungo. E chi va ora a Vienna, assiste ad un magnifico rinascimento. Risorgono le antiche maestranze, vengono di nuovo issate le bandiere col nome di Gesù e di S. Giuseppe. Ricordo che piansi quasi di commozione quando, circa due mesi fa, assistei alla sfilata di 4000 ferrovieri, che usciti dalla Chiesa Votiva, passavano dinanzi al Rathaus a salutare Lueger , fieri della nuova bandiera su cui stava scritto sotto l’immagine di S. Giuseppe: «Religione e lavoro». Sarebbe uno studio utilissimo il ricercare i metodi e le fatiche degli uomini egregi che si proposero di convertire un popolo, e che in gran parte vi riuscirono, alla fine del secolo XIX. Ne ricordiamo per ora uno dei mezzi, d’ordine semplicemente religioso. Ce ne dà occasione un discorso, che tenne ai 24 di questo mese il famoso P. Abel , nella chiesa di S. Agostino in Vienna, e che nella essenza qui sotto riportiamo, affinché chi legge vi faccia seguire delle considerazioni pratiche, e della applicazioni locali. Nella Stiria, a poche ore di ferrovia da Vienna, sorge il celebre santuario di Maria Zell , fondato da un duca moravo, e visitato già da Luigi il Grande d’Ungheria († 1382), e poi con crescente frequenza da slavi, magiari, tedeschi. Il gesuita P. Abel, oratore oramai popolarissimo per aver parlato in tante adunanze assieme al Lueger, promosse nell’estate del 1892 il primo pellegrinaggio viennese a Maria Zell, composto di soli uomini. La prima volta era un piccolo gruppo che partiva dietro al zelante padre ma i pellegrinaggi continuarono ogni anno, ed ora i due ultimi si dovettero fare a più riprese perché i treni non bastavano. Se li vedeste ritornare in folla, tutti colla loro coccarda, questi buoni viennesi! Le risa di qualche scapestrato perdono ogni efficacia di fronte a quella coscienza ferma d’aver fatto una buona azione. Vanno al Santuario, pregano in comune e ad alta voce la Madonna per le loro famiglie per la Chiesa, per la Dinastia, per il loro Lueger! Poi il P. Abel tiene loro una conferenza sui loro doveri nella vita privata e pubblica, e i pellegrini ritornano infervorati nei virili propositi. Quest’anno il pellegrinaggio si celebrò con straordinaria frequenza e fu il decimo. Come conclusione il celebre gesuita parlava appunto ai 24, presso a poco così: «Sono presto venticinque anni che io assistetti nel Belgio alle feste pel ventesimoquinto anniversario della fondazione d’una Lega d’uomini. Nel 1853 poco tempo dopo la rivoluzione, un semplice fabbro andò nella Chiesa di Santa Gudula durante l’ottava della festa di San Francesco Saverio, e mentre se ne stava pregando, gli venne all’improvviso un pensiero: Che sarebbe, se fondassimo qui nel Belgio una Lega d’uomini? E il pensiero, una volta affacciatosi alla sua mente, non gli lasciò più requie. Il buon fabbro va dal suo confessore, il P. von Caloen, e glielo manifesta. Ma quegli ride e dice: Come potremo noi in questo paese mettere in piedi una Lega d’uomini? – Eppure, sarà così, rispose il fabbro; lasci fare a me. – Bene, se per Natale condurrete dodici uomini che siano della vostra idea, darò principio all’opera. Così il Padre. Giunge intanto Santo Stefano, e il fabbro conduce i suoi dodici uomini. Il P. von Caloen va col fabbro nell’officina e il fabbro gli dice: Vede, reverendo, oggi, festa di Santo Stefano, naturalmente non si fa fuoco nell’officina: ma se premessimo col piede sul mantice, sfavillerebbe tosto delle scintille. V’è ancora il fuoco della vigilia di Natale, benché sia coperto dalla cenere. Lo stesso, padre mio, succede colla coscienza cattolica. Gli uomini cattolici hanno ancora una coscienza, ma è sepolta sotto la cenere. Basta che venga un po’ di vento e arderà di nuovo. Il P. von Caloen si divertiva a questa eloquenza popolare, e cominciò con quei dodici la Lega d’uomini del Belgio. Nel ’78 la Lega contava 30000 padri di famiglia, 80000 garzoni e giovani e 300000 donne e fanciulle, le quali però non avevano altro compito che di pagare un pochino e di pregare per gli uomini. Era appunto l’anno memorabile in cui un ministro del Belgio, il framassone Humbeck, diceva nella loggia di Anversa: “Il cattolicesimo è un cadavere fetente, basta tirargli una pedata per gettarlo nella fossa”. E appunto dopo il 1878, dopo questa espressione del ministro, cadde il ministero liberale e i cattolici credenti del Belgio vennero al potere, non senza il concorso della ben organizzata Società di S. Francesco Saverio. – Dopo il 1878, proseguiva P. Abel, io andava pensando: Ciò che fu possibile nel Belgio, non sarà possibile in Austria? E sì che il cattolicesimo ha negli austriaci radici ancor più profonde e salde che nei belgi d’allora. Ma non sapevo dove cominciare, mi mancava un piano. Ci ho pensato un pezzo. Quale dovea essere il punto che poteva unire tutti i cattolici? Non seppi trovare altra risposta che: la nostra cara Madonna di Maria Zell. E così il piano fu fatto. Prima Maria Zell doveva diventare il punto ove gli uomini dovevano trovarsi assieme in pellegrinaggio, poi Maria Zell doveva essere la base di un’unione per tutta la vita, di una lega come quella del P. Caloen. – E così sarà; quest’anno siamo al decimo pellegrinaggio, ed è tempo di fondare la Lega. La Lega deve comprendere tutti gli uomini che furono una volta con me o da soli al santuario. Maria Zell fu e sarà per noi non un centro del tourismo austriaco, ma una fonte delle grazie di Maria. Proprio oggi, miei cari amici, ho riveduto in Kalksburg il quadro del grande maestro viennese Führich , dipinto circa 50 anni fa. Il quadro rappresenta nel mezzo la Madre di Dio, che stende il suo manto. Dietro ad essa si addensano fitte nubi, dinanzi alle quali un cotale cavalca uno sbuffante destriero. Il cavaliere ha in capo il berretto frigio, simbolo della falsa libertà. Dietro il focoso cavallo viene sul dorso d’un maiale una sgualdrina. – E la scostumatezza a fianco della falsa libertà. Intendete voi, uomini questo quadro? Libero amore sulla bandiera rossa. E dalla vecchia troia vengono allattati i piccoli maiali. Notate quello che voleva significare il pittore? La gioventù succhia la scostumatezza. Solo una gioventù scostumata offre le reclute per l’esercito rosso. Dall’altra parte della Vergine v’è un altro che getta via la speranza: la disperazione; e un terzo dietro a lui che con un pugnale in mano vuol togliere di vita il disperato; presso a lui un bell’uomo con una faccia da ebreo, che con una mano scrive in un libriccino e coll’altra tiene in mano le redini con cui governa gl’increduli, i disperati, gli assassini: è la stampa. Avete capito il quadro? La morte caccia innanzi a sé l’incredulità, la scostumatezza, la disperazione, l’odio prodotti dalla stampa, e tutti cacciati dalla morte vanno verso la morte. Queste sono le nubi che s’accavalcano dietro la Madonna. E davanti la Madonna stanno in ginocchio il papa e vari santi, e in mezzo sta un araldo colle armi dell’Austria in una mano, quasi dica: Che sarà dell’Austria? Ai suoi fianchi v’è una famiglia borghese e poi due poveri diavoli che guardano fiduciosi alla Madonna, quasi dicessero: “Maria stendi il tuo manto e lascia che sotto esso si raccolgano Stato, Chiesa e famiglia, finché passa il temporale”. Questo dev’essere il pensiero fondamentale anche della Lega di Maria Zell, poichè è ora che l’Austria alzi gli occhi a Maria e Le dica: Stendi il tuo manto.... E così il P. Abel continua svolgendo il programma della nuova lega, riassumendolo infine in sei punti: famiglia cattolica, domenica cattolica, venerdì cattolico, Pasqua cattolica, stampa cattolica, vita pubblica cattolica. Vi par troppo, o lettori? – No, davvero. Ebbene cercate nella borghesia trentina i dodici uomini! Anche da noi c’è molto fuoco sotto la cenere! P. 29 luglio. ALMD. "} {"filename":"5c85c8e2-9988-490b-b2fe-6d1a9a2c203a.txt","exact_year":1902,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Vienna 29 «Voi, l’avvenire e la speranza: sopra di voi il passato non è che un’ombra, il presente sterile e disperato; è l’opera nostra inutile per il tempo, quando non si affidi di essere continuata o coronata da voi» (Hortis, al congresso dell’Innominata.) Ancora una volta, costretti dagli avvenimenti, riprendiamo la parola su argomenti vecchi e tristi. Ma a fatica! Perché sappiamo che gli uomini seri del nostro paese amerebbero meglio vedere i giovani a lavorare più che a dire. Ci diano ancora una volta la parola sugli ultimi... fatti di Innsbruck a rettifica ed a difesa. Gli studenti italiani d’Innsbruck hanno imitato i loro compagni d’idea di Vienna tagliando fuori dall’agitazione universitaria gli studenti dell’Associazione cattolica. Rifacciamo, colla scorta dei fatti, l’analisi di questa secessione. Tutti ricordano ancora gli inni all’unione e alla concordia intonati dalla stampa specialmente anticlericale, quando gli studenti di tutte le fedi marciavano l’uno accanto all’altro ad una rivendicazione comune. Giovava anzi allora, quando altre questioni politiche avevano diviso il paese, appellarsi enfaticamente al buon esempio dato dalla gioventù. Due cose però rendevano qualcuno scettico sul futuro di questa unione. Primieramente il fatto che nell’entusiasmo della lotta non si era ben stabilito chiaro l’accordo su quello che si voleva e fin dove ci si riproponeva di arrivare; in secondo luogo il timore che riguardo ai mezzi non sorgessero delle divergenze di vedute tali da rendere impossibile il lavoro comune. Pareva tanto chiaro lo scopo, così ben fissata la meta: Conquistare un’università nazionale! Eppure anche su ciò, dopo le famose giornate dell’accordo in Vienna si venne ad un aspro dibattito provocato ad arte dagli anticlericali e vinto per allora da noi. Riguardo ai mezzi parve regnare un’idea comune, e benché qui e là avvenissero cose delle quali la minoranza si doleva, essa spinse tuttavia l’amore alla pace fino al punto di tacere. Ad ogni modo gli scettici nelle cause della futura discordia non ebbero ragione. La secessione avvenne tuttavia per un processo lento ma sicuro. Le unioni cattoliche erano sorte su base confessionale, con un concetto generale della vita diverso od opposto a quello degli altri. Gli altri formavano la Società Studenti Trentini . Giacché pro i soci di questa come tali o in nome di essa non si erano ancora dichiarati per uno speciale indirizzo sociale e religioso, avvenne che parecchi delle Unioni cattoliche rimasero per qualche tempo anche soci della Società Studenti Trentini. Ma intanto succedevano gravi rivolgimenti nel nostro paese. Il radicalismo sia nel campo religioso che politico dovette naturalmente intaccare anzitutto i giovani, e ben presto si udì parlare delle «pastoie del dogma» in un’adunanza ufficiale della Società studenti trentini. I due programmi divenivano a poco a poco inconciliabili. In tali condizioni ricomparve sul tavolo la questione universitaria. Ora l’avvicinamento fatto in tale occasione, senza troppo esplicite dichiarazioni, fece a taluno credere possibile che le unioni deponessero le armi o ripiegassero la loro bandiera. Così lungo la campagna, non si ebbero troppi riguardi se questo o quello potesse conciliare colle idee e le direttive dei cattolici e, incoraggiati da un certo atteggiamento remissivo che sembrava naturale a chi voleva sinceramente la concordia, si tentò di compire un avvicinamento impossibile. Ma quando invece nelle «ferie» estive i due indirizzi così opposti vennero ad accentuarsi tanto rumorosamente e con tutta la passione della gioventù quando si vide che i cattolici non volevano essere niente di più né di meno che alleati su di un campo nettamente diviso dagli altri campi, e alleati alla pari, la rottura era decretata. La maniera colla quale si provocò questa rottura ad Innsbruck è abbastanza caratteristica per quei giovani, all’indirizzo dei quali Attilio Hortis ripeterebbe le parole che poniamo in testa! Pare impossibile sia proprio la medesima che al dire di Fiacco «opera alla luce del giorno, lealmente, apertamente, cogli occhi fissi a un sole lucente, l’Ideale, il Progresso» (Popolo N. 718). Mi rincrebbe questa volta più che mai che la dura necessità non m’abbia permesso di essere presente a quella adunanza ove venne tirato in ballo il mio discorso. Ma stando anche alla relazione «officiale» che assomiglia molto a quei resoconti delle sedute di clubs, ove si vuol dimostrare che non è il club che la rompe con questo o quello, ma è proprio Tizio o Caio il cattivo, che l’ha sempre con loro, in quell’adunanza si è recitata dagli anticlericali una vera commedia. Difatti: Atto I Dalbosco dimostra di avere in conto di fidi alleati i clericali, di valutarne la collaborazione, proponendo l’elezione anche di un clericale. E i signori dell’adunanza, i quali tutti, ad eccezione di uno, hanno letto i giornali e quindi conoscono i precedenti, si dichiarano solidali col compagno Dalbosco ed eleggono anche un clericale. Atto II «Una voce chiamò alto i diritti della ragione». Ambrosi e Padovani dichiarano tutto il contrario del comp. Dalbosco, e ciò ancora in base ai precedenti medesimi. Atto III Il comp. Dalbosco va d’accordo coll’Ambrosi e Co., e l’adunanza, sempre in base ai precedenti ed ai giornali – fuor che uno che non li ha letti – si dichiara solidale e d’accordissimo coll’Ambrosi: essere i clericali malfidi e ineleggibili. Segue la catastrofe... In quanto al mio discorso osservo che ci vuole del fegato a farmi dare dei cretini, degli epicurei, e degli egoisti agli studenti anticlericali in genere, mentre io non ho accennato in termini simili che a «quei signorini... ecc.» di cui nessuno non vorrà deplorarne l’esistenza. Ah! se avessi avuto l’ambizione di apparire come un fustigatore delle vergogne altrui, sapete da chi sarei andato a scuola? Da un vostro compagno di fede che sotto lo pseudonimo di Adone Spranfini, ne disse di vere ai suoi tempi! O avrei parlato un pochino di quelle scene di pennalismo, deplorate dal D.r Lorenzoni, se non erro, sul Popolo, un anno fa. E in quanto alla Società Studenti Trentini il mio discorso non conteneva offese o malignità, ma accuso che dal mio punto di vista poteva sollevare.– Ma via, signori, non fate gli offesi, non atteggiatevi a vittima voi, che chiamate noi o i nostri amici «animi infiacchiti, intelligenze snervate e languenti, cui la mente indebolita nega pur la forza di pensare» (Numero Unico)! Del resto, ripeto, ognuno ha diritto nei termini della giustizia, di accentuare le proprie idee, ma come potevate voi accusarci di malafede proprio nella questione universitaria. Il comizio di Natale! Ah! vivaddio! Io che feci le trattative so chi è mancato alla parola data. La protesta per la mia espulsione!? Ma mi pare che quando si piglia un calcio nel sedere, si abbia per lo meno il diritto di protestare! Che la protesta era diretta contro gli studenti di Vienna era chiaro come il sole, dal momento che il calcio era stato dato qui. Del resto si legga il Fede e Lavoro di quei giorni e si troverà scritto – di Vienna. Da tutta la commedia risulta: primo che voi volevate liberarvi senz’altro da quelle carognette (v. Popolo 758) di clericali; secondo che non aveste la lealtà di farlo francamente come a Vienna ma che ricorreste ad un’infelicissima messa in scena; terzo che l’agire con conseguenza non è il vostro forte: dite su un verso e poi all’altro come accadde tempo fa anche colla questione del referendum. Naturalmente queste conclusioni varranno solo per chi coscientemente ha fatto la sua parte. Mi pare impossibile che tutti abbiano fatto tutti i giornali a menoché non limitino la nostra stampa al Popolo. Ed ora marciate pur soli alla conquista, voi, fido esercito irregolare! Ma ricordatevi che vi chiamiamo responsabili della scissura! Liberi dalle carogne, salite l’alto monte «a ritemprarvi nelle sane aure della scienza, libera la mente dalle superstizioni, ripieno il cuore di alti sensi e d’amore verso il popolo» (così fiacco). Vi guidi Battisti , benedica e bene auguri a voi la faccia pia del D.r Silli. Ma ricordatevi, vi ripetiamo col D.r Menestrina che non dovete credere che la questione universitaria pesi tutta sulle vostre spalle, come il paese deve credere che essa non va lasciata tutta a voi (Alto Adige, 199). E a questo paese e ai suoi rappresentanti, quando paia il caso, ci appelleremo noi. Ci appelleremo al popolo in mezzo al quale noi abbiamo spesso parlato e del quale conosciamo i sensi. E intanto rida di noi tra noi, il tedesco che scopre 1) la discordia nel nostro campo. A.D. 1) Un giornale di Vienna portava subito la notizia della scissura. "} {"filename":"a771aad8-bf1a-4691-89d2-d156c0af767d.txt","exact_year":1903,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Vienna, 12 I lavori delle sezioni Sezione politico-sociale. Il deputato Bauchinger riferisce sui Lagerhäuser (magazzini di deposito per lo smercio all’ingrosso dei cereali e dei prodotti agricoli). Per iniziativa della maggioranza cristiano-sociale alla dieta molti sono i Lagerhäuser nell’Austria inferiore. Il congresso riconosce che questi sono l’unica arma in mano dei contadini contro gli speculatori di borsa, fa voti che tutta la Monarchia segua l’esempio dell’Austria inferiore ed eriga nei pressi delle stazioni ferroviarie tali magazzini, che poi si uniscano in consorzi provinciali e questi alla loro volta in una lega generale per tutto l’Impero, la quale sostituisca la borsa dei cereali e renda possibile ai contadini organizzati di provvedere direttamente alle richieste dell’erario e del militare. Il ministero dell’agricoltura viene invitato a costituire una borsa d’informazioni sulle raccolte in vista, tanto dell’interno quanto dell’estero, il quale possa servire alla lega dei magazzini per fissare i prezzi convenienti. La risoluzione, che contiene ancora una lunga serie di voti riguardo alla costituzione interna dei Lagerhäuser è accolta ad unanimità. Al punto «industrie e consorzi industriali» riferisce il d.r Weiskirchner. Il congresso fa voti che alle molte norme e ordinanze che regolano le industrie venga sostituito un unico codice industriale alla portata di tutti e domanda che a questo scopo la commissione industriale alla Camera venga dichiarata permanente. La sezione nutre fiducia che la riforma della amministrazione dello Stato preannunziata dal d.r Körber, rinforzerà l’autonomia dei consorzi industriali, i quali dovranno poter partecipare alla legislazione dell’industria e dei mestieri. La sezione fa voto che nell’appalto dei lavori pubblici i consorzi vengano presi in considerazione come enti economici di pari diritti degli individui, e chiede infine che lo Stato introduca l’assicurazione obbligatoria per le malattie e la vecchiaia. Inoltre il congresso vede con piacere e raccomanda le società per la difesa del clero (Priester-Rechtschutzvereine). Sezione della stampa. Dirige le sessioni il deputato Porzer. Il bibliotecario d.r Stich riferisce sulle biblioteche popolari e si decide di allargare l’attività della Volkslesehalle a tutti i distretti di Vienna mediante filiali. Sulla stampa della capitale e della provincia riferisce il D.r Funder, redattore in capo della Reichspost . Il congresso fa voti che in ogni società cattolica si costituisca una commissione apposita per la stampa, che tutti i cattolici contribuiscano a togliere l’inferiorità materiale della stampa, anche migliorando le paghe dei redattori e assicurando loro una pensione. Sulla relazione del D.r Porzer riguardo al progetto di legge sulla stampa presentato al parlamento si apre una vivissima discussione. Si accettano infine le conclusioni del relatore con qualche emendamento. Il congresso dichiara che il progetto di legge sulla stampa non corrisponde affatto ai bisogni ed ai desideri della popolazione. Si dichiara contrario all’abolizione della competenza delle giurie in questioni d’offese all’onore per la stampa, afferma che le disposizioni del progetto sulle rettifiche formano nient’altro che la protezione legale dei giornali-revolver. In genere il congresso è dell’opinione che con la riforma della legge sulla stampa deve andare di pari passo la riforma del codice penale. Aggiungo qui anche che i giornali cattolici tennero un’adunanza privata in cui fu decisa la fondazione di un’organizzazione professionale dei giornalisti cattolici collo scopo primo di fondare in Vienna un bureau d’informazioni per tutti i giornali cattolici di provincia dell’Austria. Sezione della scuola. Si formulano e si accolgono diverse risoluzioni riguardo allo Schulverein, al consiglio scolastico provinciale, alle paghe dei maestri che vengono dichiarate insufficienti. Interessante è la relazione del professor Kemotter sulle scuole medie. Si richiede con energia dagli insegnanti una condotta morale e religiosa irreprensibile, si domanda che il Ministero chiami all’università anche pedagoghi d’indirizzo cristiano, si raccomandano «la società dei catechisti delle scuole medie» e la sezione pedagogica della Leo-Gesellschaft . Vista l’importanza dei licei femminili per la scuola e per la casa, il congresso raccomanda specialmente alle scuole la fondazione di tali licei. Il prof. Schaurhofer riferisce sulle scuole professionali e industriali. Il congresso fa voti che tutta l’istruzione venga subordinata ad un pensiero fondamentale d’educazione, quale è il religioso e che nelle scuole professionali ed industriali, introduca di nuovo l’insegnamento della religione. Il congresso inoltre decise: la legge dell’impero sulle scuole popolari deve venir cambiata in modo che anche lo Stato debba contribuire con un contingente alle spese. Vita cattolica. Questa sezione prende una serie di risoluzioni contro il movimento «Los von Rom», in favore del «Bonifatiusverein», che ha appunto il compito di combattere la propaganda protestante. Il P. Abel raccomandò specialmente le missioni popolari e l’emissione di una piccola biblioteca di propaganda come quella della Reichpost. Il D.r Ploechl riferisce sulla lotta contro l’immoralità. Raccomanda il boicottaggio contro tutti gli istituti o negozi che peccano in questo senso, e di sostenere la società fondata di recente «Verein zur Bekämpfung der Unsittlichkeit». Altre risoluzioni riguardano la scarsezza delle chiese in Vienna e il duello. Ieri alle 5 pom. il lavoro delle sezioni era finito. Non si può che ammirare la precisione e la regolarità della discussione di tutte le sezioni. Noi non ne abbiamo nemmeno un’idea. Una preparazione accuratissima e un regolamento interno severissimo impediscono la perdita del tempo e il disperdimento delle forze. Alle 7.30, ieri sera, il congresso si chiudeva con una splendida adunanza festiva. Parlarono il P. Boissl sui compiti dei cattolici dell’ora presente e il prof. Waitz sul pontificato di Leone XIII. Alla fine del primo discorso si accetta per acclamazione una risoluzione che stabilisce l’organizzazione di tutte le società cattoliche non politiche in un fascio solo sotto la direzione di un comitato per l’azione cattolica di 5 membri, colle rispettive suddivisioni. Alla fine del secondo, il prof. Waitz propone una risoluzione in favore dell’indipendenza temporale del papa. È accolta fra applausi e grida «viva Leone!» Il congresso inoltre accoglie fra applausi ostentativi una risoluzione in favore degli studenti cattolici universitari. Si sa che gli ultimi avvenimenti avranno larga eco in seno alla rappresentanza municipale e al parlamento. I giornali di tutti i partiti portano ampie reazioni su questo congresso. Un giornale liberale dice che esso è il primo gradino verso la fusione «politica» dei cattolici. – Può essere, ma la scala dev’essere molto lunga! Fortis "} {"filename":"05021cd3-49e5-434b-b7c5-16f58a98c8dc.txt","exact_year":1903,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"II° giorno. La nuova tariffa doganale (FORTIS). Il relatore è il deputato cristiano-sociale Schoiswohl. Descrive l’agitazione dei socialisti contro la nuova tariffa e contro i cristiano-sociali chiamati «Brotwucherer». Se non ci fossero i dazi sui cereali, dice l’oratore, l’Austria verrebbe invasa dall’importazione della Serbia, della Russia e specialmente dell’America. I contadini andrebbero in rovina. Gran parte dei 6 milioni dei lavoratori dei campi si butterebbero all’industria e causerebbero una terribile concorrenza ai 2 milioni di lavoratori industriali. Simili effetti avremmo se si lasciassero cadere i dazi sul ferro. In Eisenberg sono ora occupati 4600 lavoratori. Se si lascia libera l’importazione di macchine alla Germania, Svizzera e al Belgio l’industria austriaca è rovinata. I disoccupati, che ora sono 20000, aumenterebbero. Che cosa giova ai lavoratori che il pane sia a buon mercato, se non hanno lavoro, ossia la possibilità di guadagnarselo a qualunque prezzo pur si sia? L’oratore si dichiara parimenti contro gli agrari estremi. Ai socialisti poi, che ci assalgono per la nostra posizione di fronte alla tariffa, domandiamo: perché ove essi stessi si trovano nella maggioranza (Francia) siano per il protezionismo? Alla discussione prendono parte Bittner che porta degli esempi splendidi di coerenza da parte dei socialisti germanici, Novak, Görner, Kunschak, Fürlinger, Preis (Salisburgo) e Wimmer. Viene votata poi la seguente risoluzione: «Il Congresso prende l’occasione delle trattative della commissione parlamentare daziaria, per dichiarare, in base al proprio programma, che il principio libero-scambista in Austria non solo sarebbe la rovina dell’industria e dell’agricoltura, ma avrebbe anche per effetto la disoccupazione dei lavoratori; d’altra parte però della politica daziaria non si deve abusare a difesa di una sola classe, ma deve essere messa d’accordo anche cogli interessi dei lavoratori». Contro le affermazioni dei socialisti si dichiara che il rincaro dei viveri di consumo dipende principalmente dalle speculazioni frodolenti del mercato. Quando si trattò di votare contro questi abusi (vedi legge del commercio a termine) i socialisti si misero dalla parte degli speculatori, tradendo gli interessi del popolo lavoratore! Assicurazione operaia Riferisce il presidente della lega L. Kunschak. Incomincia accennando al fatto che i primi passi dell’assicurazione operaia vennero provocati in parlamento verso l’80 da alcuni deputati cattolici, che ebbero avversari in ciò i liberali, quei medesimi coi quali ora i presunti amici del popolo fanno causa comune. Ora però è necessaria una riforma. Il progetto è preparato, come annunziò 14 giorni fa nel «consiglio del lavoro» il ministro del commercio, ma le deplorevoli condizioni parlamentari ne impediscono la presentazione. L’oratore presenta una amplissima risoluzione, che è ad un tempo il programma generale della voluta riforma, diviso in 4 punti: 1) assicurazioni per malattie 2) assicurazioni per disgrazie 3) assicurazioni vecchiaia e vedove 4) principi generali. Interessante che si domanda nelle elezioni delle casse ammalati l’introduzione del sistema proporzionale. I deputati della V Curia di tutti i partiti cattolici vengono eccitati ad urgere presso il governo la presentazione del progetto-riforma. L’ultima relazione è quella del consigliere municipale Mender sulla Stampa. Raccomanda la diffusione del programma dei lavoratori cristiano-sociali (Kalender der christl. soc. Arbeiterschaft) e la stampa della lega, specialmente della Christlich-soziale Arbeiterzeitung. Il Congresso raccomanda l’abbonamento obbligatorio per ogni socio tedesco. Serva d’esempio «la Società dei lavoratori cristiano-sociali di Vienna», una delle organizzazioni viennesi più floride, malgrado che l’abbonamento obbligatorio sia stato introdotto. Nella risoluzione è notevole anche il passo ove si chiede che avvisi o annunzi di feste ecc. vengano messi fra gli avvisi pagabili (in quarta pagina). Nella direzione della lega vengono eletti due deputati cristiano-sociali Axmann e Schoiswohl, i rev. Bittner e Schauhofer e delegati di ogni provincia. Il prossimo Congresso si spera un grande aumento della lega, specialmente da parte dell’Austria superiore, ove causa la divisione politica dei cattolici, l’influenza va a rilento. I lavoratori però hanno incominciato e malgrado tutte le difficoltà che si trovano in uno Stato di struttura più che miserabile, arriveranno a creare un’organizzazione più che potente. Abbiamo scritto questa relazione diffusamente, perché crediamo con ciò di fare opera utile anche al nostro movimento. I commenti sono ovvii e i corollari facili. "} {"filename":"1bfc9edb-d289-4221-ad69-f40955b690fc.txt","exact_year":1903,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Appello! Ai colleghi, agli amici, alle società cattoliche Per la sesta volta l’associazione universitaria vi chiama ad uno di quei geniali convegni, che andarono via via col crescere e fiorire delle società accademiche aumentando d’importanza e di solennità per la causa cattolica e il movimento nostro. Anche quest’anno vogliamo confermare pubblicamente i nostri presupposti, fare una rassegna delle nostre file rinforzate in modo mirabile, stringere la mano agli amici e rinnovare il patto che ci stringe alle organizzazioni democratiche cristiane e al popolo cattolico del Trentino. Colleghi ed amici! Quest’anno è la ridente borgata di Caldonazzo, che agli 8 settembre ci farà lieto accoglimento. Nessuno manchi, e la presenza e l’adesione di tutti i cattolici trentini ci rincuori alla lotta per i nostri principi e al lavoro per il popolo trentino! Il programma del convegno che avrà un’impronta speciale di popolarità per l’inaugurazione del «Giovane Trentino», verrà comunicato fra breve. Trento, 20 agosto 1903. Per l’Associazione universitaria cattolica trentina A. DEGASPERI Giovanni Decarli Presidente. Segretario. "} {"filename":"7afaa71a-0e9a-4367-abb3-88625451cb2a.txt","exact_year":1904,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"[...] Altezza Rev.ma, Signore! Signori! Nacque l’azione cattolica trentina non quale pianta esotica posta in terreno non suo, ma spuntò e crebbe sotto il concorso delle forze naturali che dominavano l’età e la sua primavera cadde nell’epoca dello studio e dell’applicazione della Rerum Novarum. Chi può ora avere il vantaggio dello sguardo retrospettivo si meraviglierebbe se non fosse nata. Si era affacciata anche al trentino, una questione molto complessa, terribile nella sua evidenza, e il trentino chiedeva una risposta, senza dilazione. Avevano i cattolici trentini da opporsi all’invasione di un male sociale colle dighe di un’organizzazione loro creata a tale scopo, o dovevano lasciare all’individuo le cure della lotta e della difesa? A chi volle l’organizzazione e la difesa sociale non mancarono né argomenti né armi per spronare i dubbiosi. Era anzitutto l’idea di un sano conservativismo che spingeva all’azione ed a far presto. Conveniva mantenere al Trentino intatto il suo nome e alla Chiesa la cerchia della sua influenza. L’Albero più volte secolare del paese manifestava nei rami e nelle foglie una malattia che infierirebbe presto nelle radici. Il paese doveva venir rigenerato. Ma un paese, aveva scritto il cardinal Manning , si rigenera come un albero non dai rami, ma dalle radici. E le radici sono nelle classi popolari. Così i cattolici organizzati, mettendo mano all’opera di rigenerazione, s’occuparono anzitutto del popolo, del gran popolo lavoratore. Era su questo terreno che la lotta si faceva più aspra, ma era anche qui il campo ove il loro lavoro aveva la più ampia sanzione e più autorevoli esempi. Trovarono sul posto un’altra lega, un’altra forza unita, ed era l’organizzazione dell’irreligione, un nemico vecchio sotto spoglie nuove. Di fronte a questo stato di cose, i cattolici trentini svilupparono un’attività sorprendente, e sorsero società di resistenza, di difesa e di miglioramento, di carattere prevalentemente morale o prevalentemente economico. Ma tutte queste istituzioni non vollero essere, come taluno credette né semplicemente baluardi contro il socialismo e la demagogia, né puramente strumenti, direi così, meccanici, per guadagnare o conservare alla causa cattolica l’individuo. Le organizzazioni cattoliche di qualunque specie, ebbero ed hanno il compito generale di restaurare in Cristo i tessuti sociali, di riformarli in ordine allo spirito di carità e di giustizia e di dimostrare il via di fatto, di fronte a negazioni audaci o a concessioni dubbiose, le energie sociali del cristianesimo. E già qui trovate le ragioni della presenza e dell’azione del clero in quest’opera di rigenerazione, quando si pensi che per la sua parte questo lavoro non è, né altro deve essere, che l’interazione della missione sacerdotale. Se non che i cattolici trentini trovavano ormai la sanzione dall’alto di quel lavoro che i tempi richiedevano e i cattolici d’altri paesi avevano già intrapreso. Illustri vescovi della Germania avevano rivendicato al cristianesimo ed ai ministri della Chiesa il diritto di far intendere la voce, quando si tratta della classi operaie, come l’architetto, secondo la frase di Mons. Ketteler , ha diritto di parlare di un tempio che ha costruito. L’arcivescovo di Perugia, Gioacchino Pecci , nella lettera pastorale del 1877, aveva lamentato i tempi risospinti molti secoli addietro, quando il poeta Giovenale esclamava che a trastullo di pochi viveva il genere umano, ed aveva eccitato i cattolici alla restaurazione e, salito sulla cattedra di Pietro, aveva ricordato agli operai francesi nell’ottobre del 1887 che «la Chiesa, in passato, allorché la sua voce era meglio ascoltata e più obbedita, veniva in aiuto ai lavoratori in modo diverso che non colle elargizioni della carità, che essa aveva creato e incoraggiato quelle grandi istituzioni corporative, che hanno sì potentemente aiutato il progresso della arti e dei mestieri e procurato agli operai stessi una più grande somma di comodità e di benessere; che questa sollecitudine essa l’aveva ispirata intorno ad essa in tutti coloro che godevano un’influenza sociale, in modo che si manifestava negli statuti e nei regolamenti delle città, nelle ordinanze e nelle leggi dei pubblici poteri» ed aveva assicurato che la Chiesa aveva ancora quest’ideale e cercava di realizzarlo. Venivano poi altri documenti più espliciti riguardo ai mezzi da seguire e più imperativi, fino a quell’enciclica che fu sentenza, norma e comando riguardo alle «cose nuove» e alla quale si appellarono e si appelleranno sempre i cattolici d’azione, alla quale risale il presente S. Padre Pio X, quando riordina e rinfranca il movimento cristiano popolare. Tali, o signori, furono gli impulsi, i presidi e gli indirizzi che promossero o accompagnarono l’opera del Trentino cattolico. Era naturale che gli uomini più colti ed illuminati del clero vi facessero parte, sapendo che «per un ecclesiastico, come scriveva il p. Weiss a Decurtins, il dovere più alto, la missione più savia è oggi quella di ricordare al mondo gli antichi principi della giustizia». Signori! Fra questi uomini che non esitarono sulla via da intraprendere e che vi camminarono sopra senza dubitare fu Mons. Celestino Endrici . Tutti ricordano l’opera sua ed era ben doveroso che tra le manifestazioni di gioia che accompagnarono la sua elevazione all’episcopato non mancasse quella delle nostre istituzioni. Esse ebbero il contributo delle sue cognizioni profonde, della sua mente vasta, e ciascuna volle esser qui rappresentata a prestare la sua parte in omaggio, ad esprimere la propria riconoscenza e il proprio attaccamento. E riconoscenza esprimono specialmente i giovani, i quali, se alle singole fasi dell’azione non poterono partecipare ne trassero però ammaestramenti ed entusiasmo di propositi forti. S’unisce qui dunque l’omaggio di due generazioni, e la generazione giovane che sorge ora, guarda con speciale fiducia al nuovo Vescovo che vi spese attorno tante cure. Ed io, o signori, se dovessi parlare in nome di questa generazione novella, di questo Trentino nuovo al quale vanno congiunte tante visioni e tante speranze, direi, che i giovani, venuti su quando il movimento cattolico era già iniziato, altro proposito non hanno che di accelerarlo, sulla scorta dei maggiori e sulle orme già impresse. Direi che essi oramai si sono fatti ragione dell’ora che corre, delle lotte fra scienza e fede, fra democrazia e democrazia, fra civiltà e civiltà e si sono chiesto se non occorresse sacrificare parte delle proprie energie individuali al grande ideale comune, alla riconquista di questo caro paese stretto fra le alpi, alla civiltà cristiano-latina. Eppure essi non si propongono lotte infeconde né divisioni evitabili, ma null’altro desiderano che l’azione cattolica, cresciuta ad albero maestoso, distenda i suoi molteplici rami sul paese tutto, affinché tutti gli uomini di buona volontà trovino conforto e ristoro alla sua ombra. Il programma dei cattolici è conservativo ad un tempo e progressista. Si trattava infatti se il trentino che i nostri avi hanno lasciato adorno di tanti monumenti di cristiana pietà, avesse a mantenere il suo carattere predominantemente cattolico, se a questa catena che ci ricongiunge con tante glorie del Trentino di ieri, dovesse aggiungersi l’anello dell’indomani, o per l’ignavia del nostro tempo dovesse venire interrotta. Ma si trattava anche di servire a questa gran causa antica con tutte le armi nuove, e i cattolici trentini lo fecero mettendosi al loro posto nella corrente dei tempi, seguendo l’esempio dei più avanzati fra i paesi cattolici. Ed era ed è ancora la loro parola d’ordine «il Trentino deve divenire ogni giorno migliore». Migliore anzi tutto in loro stessi, si ché le pietre che devono formare la gran fabbrica siano prima tagliate e compiute, affinché la Chiesa trentina, come il tempio di Salomone, s’innalzi maestosa, «senza che s’oda il rumore del martello». Amici! «l’arco de’ gran guerrieri non si è ancora spezzato né i deboli si sono cinti in robustezza!» L’appello del Vogelsang agli stati che abbracciassero una buona volta il Cristianesimo in tutta la sua portata storica, è rimasto senza eco, e l’opera della rivoluzione va compiendosi nei paesi latini. I confronti sono oltre modo istruttivi. Là ove i cattolici furono per la scuola neutrale di un Lodovico de Besse e per le idee dei giureconsulti cattolici senza una demarcazione netta, infierisce ora il leone che ha trovato la greggia dispersa e senza difesa, ma in Germania ove i cattolici lavorarono per il popolo sta il Centro come torre che non crolla, e lo spirito sociale del cristianesimo ricomincia a manifestarsi «negli statuti e nei regolamenti della città, nelle ordinanze e nelle leggi dei pubblici poteri». Ma in riva al Danubio il popolo organizzato in nome di Cristo fiaccò l’audacia del movimento Los von Rom! E riarmò il cristianesimo, apportatore di giustizia e di carità, e non prestò fede ai suoi nemici. Tali gli ammaestramenti dell’ora che passa, tali i confronti alla luce dei quali i posteri giudicheranno anche noi. E si domanderà se noi, invece di camminare nella luce, ci aggirammo nelle tenebre e se, invece di sorgere di buon mattino al lavoro, pieni di quella carità di Cristo, che cerca anzitutto la giustizia e ne prepara l’avvento, giacemmo inerti nella tiepidezza. Trentini! Ad ognuno di voi il quale cammina lungi dalle nostre vie, noi non rivolgiamo altra esortazione che questa: che sosti un momento ed osservi. Veda il male morale invadere le nostre città, le nostre borgate, le nostre valli; osservi come la miseria sociale spinga i figli di questa patria a rinnegare la madre antica. Osservi e pensi. Pensi alle glorie passate, quanto dolce risuonava l’unione di due nomi: Religione e patria! E volga lo sguardo all’avvenire, a quell’avvenire che egli desidererebbe grande ai nipoti. E poi non prosegua, non faccia un passo, senza avere prima preso una decisione. Sia questa degna del passato, meritevole dell’avvenire, sia una promessa auspicante la vita nuova del Trentino che verrà. "} {"filename":"4d166d51-cded-4327-a31c-fdab8bb7a00b.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Chi studia le relazioni fra la letteratura italiana e quella tedesca trova dei fatti strani, inesplicabili a prima vista, quando non pensi che le due nazioni comunicarono fra di loro quasi sempre per mezzo d’un interprete, la Francia: un interprete forse poco oggettivo. Non è strano, per esempio, che il Klopstock , non abbia conosciuto Dante nemmeno di nome, mentre invece molto prima di Klopstock era celebre in Germania il Marini , che vi aveva fatto scuola? Non è strano che un conte Calebio, il quale in Italia non aveva trovato nemmeno un editore, abbia poi acquistata un’influenza così decisiva nelle contese letterarie fra gli svizzeri e la scuola di Gottsched ? Strano trovano i tedeschi che le scene italiane abbiano ospitato per tanto tempo il Kotzebue e l’Iffland , mentre hanno trascurato il loro più grande poeta drammatico, lo Schiller. Ma stranissima, inesplicabile appare ai critici italiani la fortuna che ebbe in Germania un poeta, il quale nella storia letteraria d’Italia non è che un episodio insignificante e di breve durata, voglio dire di Carlo Gozzi . Non è fuor di luogo parlarne in occasione di un giubileo schilleriano poiché la fortuna del Gozzi in Germania va in gran parte congiunta al nome di Federico Schiller. Fu questo poeta, cui ora i tedeschi festeggiano, uno dei più grandi geni della nazione, che nell’autunno del 1801, nel fulgore della gloria, dopo aver scritto i Masnadieri, Don Carlos, il Wallenstein, si pose con grande cura ed amore a ridurre per il teatro tedesco una fiaba del Gozzi, la Turandot, composta con la massima cura, come egli stesso ebbe a scrivere al Körner . E la fiaba comparve sul teatro di Weimar al 30 gennaio 1802, onomastico della duchessa, giorno sacro nella letteratura tedesca perché vi si rappresentarono le più grandi opere di Wieland , del Goethe e dello Schiller. Il Gozzi fu festeggiatissimo; diciamo il Gozzi, non lo Schiller, perché i cambiamenti della riduzione tedesca non sono essenziali. Ciò accadeva mentre in Italia il conte veneziano era quasi dimenticato ed egli stesso stava per abbandonare completamente le muse, senza un pensiero al mondo che le sue fiabe ch’egli diceva «d’argomento inetto, falso e puerile» gli avessero acquistato oltr’alpe tanta fama. E pure la rappresentazione della Turandot non significa la rinascita della fama del Gozzi. In Germania essa gli era stata assicurata già trent’anni prima, quando il Baretti nella sua opera An Account of the Manners and Customs of Italy lo aveva messo accanto a Shakespeare. La traduzione delle fiabe di uno svizzero, Fr. Au. Werthes nel 1777-79, fu accolta con grande entusiasmo che andò sempre crescendo fino al limitare del secolo XIX. Le riviste letterarie di quel tempo sono piene di elogi per il Gozzi. Per la Berliner Literatur und Theaterzeitung, l’organo più autorevole d’allora, il Gozzi era dopo lo Shakespeare il più grande poeta drammatico. E dire che gli ammiratori del Gozzi in Germania erano uomini che giudicavano spesso del valor letterario a seconda del colore politico dell’autore! Per fortuna non sapevano che il conte Carlo, nei giorni della rivoluzione, formulava la sua fede in queste semplici parole: La religione custodisce la morale e il boia le difende tutt’e due! Le riduzioni per la scena, a cominciare dall’anno 1778, furono numerosissime. A Gotha, a Lipsia, a Vienna e ad Amburgo bastava il nome del Gozzi sugli annunzi teatrali, per fare un pienone. Poi subentrò una pausa, la quale se non fosse comparsa la riduzione dello Schiller, sarebbe stata come il segnale di un nuovo periodo di entusiasmo ed esagerata ammirazione. Il Bouterweck , nella sua storia letteraria, parla dell’attività del Gozzi «come della più nota rivoluzione teatrale», mentre più sotto confessa che i più celebri autori italiani del Trecento in Germania sono pochissimo noti. L’entusiasmo parve divenire delirio, quando s’occuparono del Gozzi i critici della scuola romantica. Chi non riderebbe ora nel leggere un’operetta di Francesco Horn in cui si celebra l’attività del Gozzi come principio di una nuova era, come nuova primavera teatrale? Tant’è! Il grande corifeo della scuola romantica Federico Schlegel proclamò il Guarini e il Gozzi come i più grandi autori drammatici d’Italia e la scuola gli credette per un pezzo! Errori che non si comprenderebbero, se non si sapesse d’altro canto che non più esatte erano le cognizioni che avevano della letteratura tedesca i critici italiani, i quali trascrissero ancora per molto tempo di poi i giudizi strampalati del Bettinelli e del Denina . L’ammirazione dei romantici per il Gozzi è tuttavia in parte spiegabile. Essi vi trovano quella mescolanza del meraviglioso, del comico e del tragico che avevano ammirato in Shakespeare e che era uno dei punti che li divideva dalle vecchie scuole. Il Gozzi ha anche in realtà una certa influenza sulle produzioni della scuola romantica: nei drammi e nelle novelle del Tieck , dell’Hoffmann , del Brentano si riscontrano dei motivi noti ai lettori delle fiabe veneziane. Ma tutto questo sarebbe caduto presto nell’oblio, se il nome di Carlo Gozzi non fosse stato legato alla fama di Federico Schiller. A questa circostanza noi dobbiamo ascrivere che letterati e autori drammatici non perdettero mai di vista il poeta veneziano. L’opera s’impadronì ben presto delle fiabe; la Turandot, per dar solo un esempio, venne ridotta sette volte per la scena musicale; e a pochi sarà forse noto che perfino il grande Wagner mise in musica La donna serpente del Gozzi. Anche il teatro drammatico ricorse spesso alle opere del poeta di Venezia. Lo Streckfuss, il Treischke, il Bauman in Amburgo, il Blum in Berlino, fecero ricomparire sulla scena chi l’una chi l’altra delle fiabe. Nella seconda metà del secolo XIX la critica tedesca mutò consiglio e cadde nell’altra esagerazione, cioè nel disprezzo assoluto del Gozzi, seguendo in ciò gli italiani specialmente il Salfi . Ma il nome dello Schiller salvò sempre il Gozzi dall’oblio: il Grillparzer tentò la riduzione del Corvo nel 1867. I pitocchi fortunati del Gozzi riapparvero sul teatro di Monaco in una poetica riduzione del celebre novelliere vivente, Paolo Heyse . Ed ora non è molto che l’ultimo critico dell’attività drammatica dell’Heyse, il Petzet, giudicava che il Gozzi nella riduzione dell’Heyse meritasse di ricalcare le scene. Qualche dramma del Gozzi poi non mancò mai nei Parnassi teatrali pubblicati in Germania lungo il sec. XIX, e se finalmente si considera che il Gozzi venne di nuovo tradotto anche in questi ultimi anni dal Baudissin e da V. Müller, si può ben conchiudere che pochi altri drammatici italiani potrebbero desiderarsi di più. L’ammirazione degli stranieri, specialmente dei tedeschi, mosse anche gli italiani a cavar fuori il povero Gozzi dal dimenticatoio e gli studi di Ernesto Masi gli hanno fatto giustizia. Anche un eminente letterato tedesco, il prof. Alberto Köster; nei suoi studi sullo Schiller, come drammaturgo (1891), s’imbatté nel Gozzi, al quale dedicò parecchie pagine che riducono il giudi zio sul Gozzi nei suoi giusti limiti. Gli è così che in questi giorni commemorativi accanto ai grandi eroi dei drammi universali di F. Schiller, accanto a Franz Moor, a Fiesco, alla Pulcella d’Orleans, a Guglielmo Tell, a Wallenstein, a Maria Stuarda, a Demetrio, ripassano alla scena della memoria gli umili eroi della commedia dell’arte Tartaglia e Pantalone, Angela e Smeraldina, Truffaldino e Brighella. A.D. "} {"filename":"c23f45d8-7a82-423b-b586-9f63c6b959ac.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"L’altro giorno lessi sulla Neue Freie Presse la notizia che gli studenti italiani presentarono ai deputati italiani un memoriale, in cui dichiaravano, esprimendo l’opinione di tutti (?), di non frequentare il nuovo istituto italiano, qualora non fosse a Trieste, e di ritenere traditore chi vi si inscrivesse. Volli informarmi più da vicino di questo nuovo memoriale, perché mi sembrava di somma importanza il passo fatto dagli studenti, specialmente per il tempo in cui cadde, dovendo, almeno questo sarebbe il desiderio del governo, trattarsi ancor nella presente seduta la questione dell’università italiana. Un mio amico, studente, ebbe la gentilezza di procurarmi il testo esatto, che vi trascrivo: «Il progetto governativo per l’erezione d’una facoltà giuridica a Rovereto è stato avversato – fin dal giorno della sua comparsa – dall’opinione pubblica di tutti gli italiani dell’Austria. Ad onta di ciò il Governo non solo lo ha voluto conservare intatto per conto proprio, ma ha pregiudicato anche il voto del Parlamento, opponendosi in modo assoluto a che per sede dell’istituto si destinasse Trieste. L’approvazione del progetto governativo oltre che di alcun giovamento per la nazionalità e la coltura italiana, e d’utilità al Governo – che, senza migliorare affatto le nostre condizioni, saprebbe farsene bello all’interno ed all’estero – allontanerebbe sempre più la speranza e tarperebbe le ali al movimento per l’università a Trieste. Mossi da tali considerazioni, gli studenti si sono sempre dichiarati recisamente contrari a qualsiasi transazione; ed ora in vista della possibile approvazione del progetto di una facoltà italiana fuori di Trieste, riaffermano il loro pensiero e scongiurano i rappresentanti della nazione al Parlamento di Vienna a fare tutto il possibile, affinché alla caduta della modificazione per Trieste, segua la caduta dell’intero progetto. I sottoscritti studenti dichiarano, che, se il progetto per qualsiasi appoggio venisse approvato, essi non frequenterebbero il nuovo istituto e riterrebbero traditore della causa comune chi si inscrivesse allo stesso». Questo memoriale era firmato da un centinaio di studenti italiani di tutti gli istituti superiori, ma, per quanto mi fu riferito, solo la minoranza era formata dagli studenti in legge. Tutto questo l’avrei tenuto per me, come soddisfazione d’una mia curiosità, se non mi fosse venuto sott’occhio, leggendo un giornale trentino, che tale memoriale fu presentato all’Unione parlamentare italiana dagli studenti Bertagnolli e Dudan a nome di tutti gli studenti italiani. Due cose vorrei osservare a quanti si interessano della questione universitaria. Perché si domandarono le firme per il memoriale a studenti del terzo o quarto anno del politecnico e della facoltà filosofica o medica? Sono forse gli studenti direttamente interessati e che moralmente possono impegnarsi a non frequentare la nuova facoltà giuridica italiana «fuori di Trieste»? Si spera forse che uno studente di medicina, che ha fatto ormai il primo rigoroso, cambi carriera? O forse uno di filosofia o del politecnico, che in tali studi passò due o tre anni, cambierà e si metterà a studiar legge, perché il nuovo istituto italiano è vicino al suo paese natale? Sarebbe una chimera! Non basta. Gli studenti firmatari, hanno essi veramente il diritto di chiamare traditore che si inscrivesse nel nuovo istituto italiano «fuori di Trieste»? Nessuno ha loro dato o può dare tale diritto. Alla stessa stregua, si dovrebbero chiamare traditori moltissimi studenti italiani e specialmente delle coste dell’Adriatico, i quali, quando la parola d’ordine era «tutti a Innsbruck» per motivi economici, didattici o privati, si recavano invece ad altre università; si dovrebbero chiamare traditori tutti quegli studenti che quando ferveva la lotta, anziché scendere anch’essi sul campo, se ne stavano pacificamente ritirati nelle loro case; si dovrebbero chiamare traditori tutti quegli studenti di legge che non si inscrissero, come era normalmente doveroso, alla Facoltà giuridica italiana d’Innsbruck; si dovrebbero chiamare traditori e bollar come tali tutti quegli studenti italiani, che non presero parte all’inaugurazione di tale Facoltà, e che, essendo pur ad Innsbruck, non intervennero alla sua festa battesimale, che terminò poi sì tragicamente; si dovrebbero chiamare traditori tutti quelli che, avendo promesso di venire a Vienna in questo trimestre estivo, si recarono invece ad altre università. Se è vero quanto lessi sul giornale trentino, che gli studenti Bertagnolli e Dudan presentarono tale memoriale a nome di tutti gli studenti italiani, vorrei domandare se avevano veramente il diritto di parlare a nome di tutti, e dico subito che ciò sembra impossibile, essendo gli studenti italiani in questo semestre dispersi in tutte le università austriache ed italiane, col di più che il memoriale è firmato da solo un centinaio, mentre è noto che gli studenti italiani sono circa 600. La mancanza quindi di circa 500 firme mi fa dubitare che detto memoriale non sia stato presentato a tutti gli studenti italiani, anzi che moltissimi ne siano venuti a conoscenza non altrimenti che il gran pubblico, leggendo i giornali. Ebbene; se gli studenti vogliono, ora che la questione si trova in Parlamento, tentare di far prevalere le loro idee, lo dovrebbero far con serietà e con praticità d’intenti, spogliandosi di quel radicalismo del «tutto o niente» che, se risponde al bollore giovanile, è però dannosissimo in una questione così importante e delicata. Se poi vi sono studenti che desiderano di promuovere il boicottaggio della futura Facoltà fuori di Trieste, boicottaggio che a me, lo dico francamente, sembra impossibile, e vogliono propugnare questa loro idea, pensino, ma seriamente, a mezzi più pratici e ai quali non si possono opporre le gravi eccezioni che riducono a ben poco il valore del recente memoriale, tanto più che di parole, ordini del giorno e memoriali si potrebbe ormai comporre un lessico della grossezza di quello del Meyer o del vocabolario della Crusca, con un effetto poco rispondente alla mole dell’opera. "} {"filename":"89ac7e1f-1e5a-4db0-864a-075a0cc041db.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"[...] Parla il d.r Degasperi Respinge anzitutto il tentativo del dr. Stefenelli di menomare l’importanza dei comizi elettorali di Tuenno e di Valfloriana e osserva che i contadini hanno diritto di parlare, perché contribuiscono a mantenere l’università; del resto la maggior parte dei nostri studenti, se non hanno il padre contadino, hanno avuto il nonno. Quanto al fatto che a Tuenno l’ordine del giorno venne accettato ad unanimità senza discussione, esso non può provare altro che gli elettori furono tutti d’accordo, altrimenti la maggior parte dei comizi per l’autonomia non avrebbero avuto nessun valore. Egli venne a malincuore a questo comizio: le predizioni della stampa locale e le idee, oramai fatte pubbliche di alcuni fra i promotori, già dicevano ch’egli si sarebbe trovato di contro a delle persone molto autorevoli di parere avverso in un ambiente predisposto ostilmente. Venne tuttavia per obbedire ad un imperativo della sua coscienza di cittadino, venne, perché dopo aver scritto e parlato durante tutta la lotta universitaria ed averla combattuta da vicino assieme alla giovane generazione, gli pareva che il mancare nel momento in cui pende la decisione, fosse un disertare. E come non mancò ad Innsbruck, quando l’armonia degli intenti collocò accanto l’uno all’altro gli studenti, malgrado tante differenze, nella difesa contro un urto feroce, così non volle mancare oggi, anche se gli fosse avvenuto di parlare contro tanti alleati d’un tempo. Allora come adesso è l’amore alla causa della nostra elevazione nazionale che lo spinge, è la persuasione intima della necessità di un istituto superiore per la nostra coltura. Si dichiara d’accordo coll’energica protesta contro il Governo e specialmente contro quei tedeschi che sono in Austria il concreto dell’astratto: prepotenza, e in questo riguardo non ha nulla da aggiungere alle nobili parole del barone Fiorio . Venendo al nocciolo della questione, dice che si può partire da due punti di vista: punti che si sono fatti anche pubblicamente valere negli ultimi giorni. «O noi consideriamo, egli dice, il miserabile frutto dopo tante cure ottenuto, consideriamo il tozzo di pane buttatoci come a mendichi, mentre noi avevamo sperato, sognato un banchetto, e allora il sangue ci sale al viso e gridiamo colla voce soffocata dalla rabbia in faccia al presunto benefattore che ci deride: No, no, il tuo tozzo lo butto a terra e lo calpesto; salverò la dignità, anche a costo della fame! E questo è il parere di chi grida “Trieste o nulla”. Ma c’è anche un altro punto di vista, e questo s’attaglia secondo me alle nostre condizioni. Noi siamo un popolo stretto da ogni parte da avversari nazionali, che s’annidano sui nostri valichi alpini che scorazzano le nostre valli come padroni, e mentre ai confini passo passo, piede piede, ci tocca difendere la nostra vita nazionale, anche più addentro dobbiamo parare gli assalti diretti contro il palladio della nostra nazionalità. Su questo piede di difesa in cui ci troviamo in questo accanimento continuo ogni arma nuova che ci viene tra mano serve a rintuzzare l’offesa, è provvidenziale. Da questo punto di vista io considero la facoltà che il Governo, o meglio i partiti, sia pure con intenzione non benevola, hanno fatto passare nella commissione. Faremmo insomma, per ritornare al paragone di prima, come il mendico che strappa di mano al signore il tozzo di pane, lo ingozza perché vuole vivere, vivere per continuare nella resistenza e gli grida: Vivo per combatterti, per vincerti definitivamente! Io vedo insomma nella facoltà una forza che aumenta la nostra resistenza nazionale, e per ciò l’accetto per ritorcela contro i donatori che hanno già calcolato sul mio rifiuto. Ma la facoltà, voi obiettate, è bastarda; anzi l’on. dr. Stefenelli ha accentuato appunto questo . Ebbene, se il progetto dovesse passare tale e quale, dovremmo rifiutarlo tutti. Ma già il Governo, credo per bocca del ministro Hartel stesso, ha dichiarato di voler mutare le disposizioni lesive ai nostri sentimenti nazionali; ad ogni modo, se il Governo non manterrà la sua promessa, per il nulla ci sarà sempre tempo d’agitarsi. Ora veniamo alla questione della sede. Il Governo – c’è chi vuole, in seguito a suggerimenti – nella scelta della sede, dopo aver passato sopra al desiderio comune agli italiani, ha inflitto un’altra offesa al nostro paese. Il pericolo dell’atomismo, parlando di popoli e di stati, è passato. Pochi ma uniti, malgrado la geografia ufficiale, nella nostra coscienza di popolo abbiamo creato un paese, il Trentino, e a Trento tutti – parve almeno tutti – demmo le insegne di capitale, e Trento lo fu anche spesso moralmente. Così non parve ai promotori del progetto. Signori, se il Governo vuole erigere la facoltà nel Trentino, lo possa fare solo a Trento, in nome dell’unità nazionale del paese! Ed ora vengo all’ultima obiezione fatta anche oggi che è forse per alcuni più forte di tutte le ragioni; la solidarietà nazionale coi fratelli della Venezia Giulia. Gli è appunto in nome di questo supremo ideale dell’armonico sviluppo nazionale fra tutti gli italiani dell’Austria che io vi domando la votazione per Trento. Non vi paia un paradosso, o signori! La facoltà a Trento dev’essere provvisoria; lo dev’essere per deliberato nostro, lo dev’essere per l’opera dei deputati. Non si tratta che di uno sbarco momentaneo, per salvarci dal sicuro naufragio finché, passata la burrasca, riprenderemo il cammino verso la meta finale, Trieste. Teniamola viva questa povera figlia della sciagura, fino che momenti politici più propizi, costellazioni parlamentari più favorevoli ci rendano possibile darle una stanza più sicura, più conveniente. Signori! gridando “Trieste o nulla” noi ricadiamo dopo tante lotte nel nulla, senza che si veda modo di cavarsene fuori, dicendo “Trento noi evitiamo il nulla, per poi arrivare a Trieste. E i nostri fratelli triestini che in un momento di delusione, che noi condividiamo, s’oppongono ora ad una soluzione provvisoria, saranno poi grati a chi ha salvato loro il germe di cui raccoglieranno più tardi i frutti. Del resto i miei avversari sono in contraddizione. Come si fa ad appellarsi alla solidarietà coi triestini, mentre contemporaneamente si invitano, come sostiene oggi il dr. Stefenelli, i deputati a rompere l’unico vincolo che è il club italiano al Parlamento? Io non sono tenero però del club italiano, anzi se tutto si avesse a ridurre ad una dittatura dei deputati del litorale venga pure la rottura». Il dr. Degasperi conclude dichiarando specioso l’argomento che in Trento non possa risiedere provvisoriamente una commissione di esami, perché danneggerebbe la coltura generale degli studenti, e nega che a Vienna e a Graz gli studenti trentini siano veramente a contatto con le fonti della civiltà tedesca. Finisce dicendo che non vede per ora come si possa ricominciare di nuovo la lotta, e osserva che la politica del «tutto o nulla» nella questione dell’autonomia, ci ha messo al rischio di perdere nazionalmente oltre la valle di Fassa anche quella di Fiemme. Prelegge in ultimo il seguente ordine del giorno: «Il Comizio riafferma essere unanime volere degli italiani che la facoltà giuridica italiana, rispettivamente l’università completa, abbia la sua sede definitiva in Trieste, e invita i deputati a cogliere ogni momento politico opportuno per eseguire la volontà nazionale. Protesta contro le disposizioni lesive ai sentimenti nazionali contenute nel presente abbozzo di legge. Delibera che vista l’impossibilità per il momento di raggiungere la meta ideale e di iniziare una lotta efficace sul terreno accademico e sul terreno parlamentare, ammesso che il Governo come ha promesso ritiri le disposizioni lesive come sopra, venga affidata a Trento la facoltà giuridica, in via provvisoria, e fino a tanto che agli unanimi conati degli italiani riuscirà di ottenere l’erezione definitiva di un’università italiana a Trieste” . "} {"filename":"e4b3042a-fd7a-4eec-8b96-be4e4273c9ee.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"La storia dell’ultima fase Dopo mezzo secolo di lotte, credemmo quasi toccare la meta insperata. Ancora cinque anni fa, ottenere un istituto superiore parve un sogno e il proclamarne il postulato, non più che un ricordare all’egemonia tedesca che il nostro popolo non si rassegnava all’ingiustizia. Poi la lotta incrudì: la prepotenza dei nazionalisti tedeschi la fece rude, fruttifera. Gli studenti del Trentino combatterono e non disperarono un istante, e finalmente riuscirono a scuotere anche la maggioranza degli studenti italiani, gli adriatici, i quali prima s’occupavano della campagna che facevano da soli quei poveri montanari, solo al caffé, tra una partita e l’altra, quando il cianciare di politica concilia la digestione e interrompe gli altri svaghi con uno svago nuovo. La questione si fece largo anche nelle aule parlamentari. Alla formalità delle domande e delle interpellanze, a cui nessuno avrebbe risposto, seguirono proposte energiche, negoziati seri. Il Ministro dell’istruzione dovette tener conto delle osservazioni di quello dell’interno e questi di quelle del Goluchowsky . Tre cose parvero unirsi ad appoggiare il postulato universitario: le rappresaglie di Innsbruck, lo sciovinismo tirolese che chiedeva l’allontanamento delle cattedre parallele e infine la crisi austro-ungarica che, preoccupando il Governo di una questione gravissima, gli faceva parere facile qualunque deviamento della politica finora tenuta, pur di accontentare le popolazioni austriache, per servirsene d’appoggio contro i magiari. Vennero infatti prima le dichiarazioni di principio e poi la presentazione del progetto. Il progetto era del dr. Körber e il Gautsch ne assunse l’eredità. Il Körber, o chi per lui, propose Rovereto come sede di una facoltà giuridica, riparo alle cattedre insbrucchesi messe al bando . Ecco il primo sospetto che venne ad intorbidare le acque limpide (si disse anche: stagnanti) della politica trentina. L’idea di Rovereto era proprio uscita dal capo del Körber? Tant’è, il ministro Hartel ebbe a dichiarare più tardi che a quell’idea non ci teneva, che era pronto anche a proporre Trento. Egli chiedeva solo che la deputazione italiana, vista l’impossibilità di ottenere la facoltà a Trieste, muovesse almeno un dito per Trento. Ricordiamo quella seduta memorabile. Dopo il ministro parlarono i rappresentanti delle altre nazioni, tutti contro Trieste, e uno sloveno chiese agli adriatici: perché dobbiamo credere al «Trieste o nulla», quando un vostro giornale ha fatto recentemente il nome di Capodistria? La risposta noi, come loro, la aspettiamo ancora. L’Unione parlamentare italiana E qui ci permettano i lettori di dare uno sguardo retrospettivo all’attività del club parlamentare, dopo che le redini del Governo passarono in mano del barone Gautsch. Prima ancora che venisse aperta la Camera, gli onorevoli Malfatti e Rizzi furono convocati ad una conferenza dal ministro Gautsch. In essa vennero esposti i noti postulati, compresa l’università. A Parlamento aperto, il Gautsch si fece consegnare un memoriale nel senso di cui sopra, e promise di fare, entro breve tempo, le sue dichiarazioni in proposito. L’Unione italiana tenne la prima seduta al primo di febbraio, per discutere sul memoriale da presentarsi. Fu deciso ad unanimità di chiedere l’università a Trieste. Addì 9 febbraio nuova seduta. Il presidente solleva la questione se, in caso che non si potesse ottenere l’università a Trieste, si debbano continuare le trattative riguardo gli altri petiti del memoriale. Alla questione venne risposto affermativamente, Terza seduta ai 23 febbraio. Si ritornò sulla questione universitaria e questa volta precisamente si discusse intorno al «Trieste o nulla». Trieste o un’altra città del Litorale Fu deciso a voti unanimi dei presenti, che qualora il postulato di Trieste avesse a riuscire, si dovesse accettare un’altra sede provvisoria e precisamente Capodistria. Come si vede, gli adriatici a quel tempo non erano tanto radicali e non credevano che l’università potesse vivere solo a Trieste. I trentini, da parte loro, pur di raggiungere il postulato comune degli italiani, non si appigliavano al «Trieste o nulla» per negare agli adriatici «il poco». Quarta seduta ai 2 d’aprile. Intanto il Gautsch si era ammalato e la risposta al memoriale dell’Unione italiana non veniva. In attesa però di venir chiamati da lui a colloquio per ricevere la risposta al memoriale, si discusse, se, esclusa Trieste, si dovesse senz’altro, in conformità all’ultimo conchiuso, mettere innanzi esplicitamente il nome di Capodistria. E di nuovo, ad unanimità, adriatici e trentini, decisero di sì. Nel medesimo tempo si decise che qualora il Governo continuasse a differire la prima lettura del progetto universitario, si dovesse presentare una proposta d’urgenza, e procurarle lappoggio di altri partiti, mediante una intesa coi loro capi. Che se la proposta d’urgenza in seno alla Camera cadesse, si passasse all’ostruzione. Vi fu chi in questa seduta propose, come protesta contro il Governo, di dare le dimissioni in massa; al che fu giustamente risposto da un deputato che lavora assiduamente al Parlamento, che delle fughe se ne erano fatte abbastanza e che per riuscire ad ottenere qualche cosa è necessario non dimettersi ma frequentare la Camera e lavorare. In questo medesimo incontro un deputato istriano avrebbe accettato in via provvisoria le cattedre italiane di diritto anche molto lontane dalle coste adriatiche e dalle alpi trentine. «Trieste o nulla»! Finalmente ai 13 di maggio fu tenuta la prima lettura del progetto di legge per la Facoltà giuridica italiana, che fu assegnato alla commissione del bilancio. Senonché anche la commissione del bilancio sembrava aver poca voglia di trattare la questione, mentre l’Unione italiana «desiderava unanimemente» che il progetto di legge una buona volta ritornasse alla Camera per la seconda lettura, spinta a ciò anche dalla pubblica opinione che reclamava una soluzione pronta. Il momento decisivo. Il convegno di Cervignano Per decidere la commissione del bilancio a fare il suo dovere, l’Unione italiana tenne ai 20 giugno un’altra seduta. In momento così difficile non erano presenti che dodici deputati. Il presidente barone Malfatti comunicò che anche il Governo desiderava terminare la questione, ma escludeva assolutamente Trieste e tutto il litorale, cosicché bisognava decidere sul da farsi, se cioè respingere tutto o adattarsi a un’altra sede. Gli studenti avevano presentato il noto memoriale per il «Trieste o nulla» che però era ben lontano dall’aver raggiunto l’unanimità; i professori della distrutta facoltà di Wilten pur riaffermandosi per Trieste, consigliavano di accettare provvisoriamente anche una sede diversa. I pareri fra i deputati furono divisi; altri fra i quali due deputati adriatici, opinavano che si dovesse accettare anche una città che non fosse Trieste, altri erano per la politica radicale. Fu in questa occasione che il dr. Conci propose che i rappresentanti dell’Unione in seno alla commissione del bilancio insistessero anzitutto per Trieste; caduta questa, proponessero una altra città del litorale, e infine non venendo nemmeno ciò accettato, si facesse il nome di Trento, come sede preferita dal Trentino, dopo esclusi i paesi adriatici. Forse l’on. dr. Conci pensava con ciò di trovarsi in perfetto accordo coi deputati adriatici e col barone Malfatti, il quale, cosa ormai nota, nel convegno di circa tre anni fa a Cervignano aveva detto ai colleghi di là che come i trentini s’impegnavano per Trieste o per una città adriatica, così non dubitava che essi, quando altro non si fosse potuto raggiungere, avrebbero a suo tempo votato per una città del Trentino. Questa dichiarazione accolse allora il comune assenso. Tuttavia a nulla valse che anche l’on. mons. Delugan appoggiasse la proposta dell’on. Conci, dichiarando che si dovesse accettare una soluzione provvisoria, pur di salvare la facoltà giuridica su suolo italiano. Nella continuazione della seduta del giorno seguente, gli altri deputati decidevano di non proporre che l’unico emendamento di Trieste, il che equivaleva in pratica ad assicurare la riuscita del progetto governativo di Rovereto e fare il gioco di... Körber, mentre Gautsch ed Hartel erano già disposti ad abbandonarlo. E il Raccoglitore che si vanta di conoscere molto bene le cose, ci sa dire che i deputati adriatici, non contenti di avere assicurata la vittoria a Rovereto in seno al club, per timore che il dr. Conci facesse qualche passo presso la commissione in favore di Trento, si rivolsero personalmente – in via reale benché non ufficiale – ai deputati tedeschi per scongiurare il pericolo e persuaderli a votare per Rovereto, come male minore. Ma ecco che a troncare tutto sorge l’opposizione dei partiti tedeschi nazionali che vogliono impedire, oltre la seconda lettura in Parlamento, anche la discussione del progetto nella commissione finanziaria. Fu allora che l’Unione italiana decise di passare all’ostruzione, il che avvenne nella seduta dei 4 di luglio, e toccò all’on. mons. Delugan di eseguire al momento opportuno il conchiuso, leggendo integralmente come segretario della Camera le interpellanze. Visto ciò, Gautsch s’interpose perché si desistesse dall’ostruzione, e la commissione finanziaria trattasse il progetto della Facoltà giuridica. Avuto il consenso dei capi-club, il Presidente della Camera lo comunicò all’Unione che allora sospese l’ostruzione. L’atteggiamento dell’opinione pubblica. Le accuse e i sospetti E qui cominciano le dolenti note . Appena reso pubblico il voto della commissione del bilancio, il sospetto che l’on. Malfatti avesse indossato in certi colloqui la divisa di Podestà di Rovereto invece di quella di presidente del club si fece sentire più insistente. Egli non aveva mai fatto una dichiarazione precisa per sfatare quello che pochissimi suoi amici chiamavano leggenda. Anche ad Innsbruck, in quella sera fatale dei 3 novembre 1904, le sue dichiarazioni erano sembrate ambigue a tutti. Ma c’è di più: se il ministro tacque, non tacque qualche capo sezione, e le dichiarazioni di quest’ultimo, furono tali da togliere ogni dubbio in proposito. Anche sul capo dell’on. Mazorana si addensarono sospetti. Perché caduto l’emendamento di Trieste, egli si affannò a salvare gli esami in italiano a Graz? La pubblica opinione rispose: l’on. Malfatti coll’appoggio degli adriatici si pigliò in realtà Rovereto; gli adriatici, sdegnosi di fare un lungo viaggio per internarsi in una piccola città, si salvarono Graz, e tutti contenti. Il fermento e lo sdegno a Trento furono tali che anche l’Alto Adige, il quale fino allora aveva magnificato il patriottismo di Rovereto e la concordia degli italiani, si dovette decidere a deplorare l’ambiguità dei conchiusi roveretani, a biasimare il Malfatti, a protestare contro il tiro giocato e contro l’offesa fatta a Trento. L’Alto Adige in quei giorni, – nella prima metà di luglio – scriveva così, sotto la pressione dell’opinione pubblica, e in ar monia colle dichiarazioni di persone anche influenti del partito liberale-democratico, le quali colla parola e coll’opera avevano dimostrato essere il principio «Trieste o nulla» una sciocchezza, doversi al nulla preferire Trento. Il bello è che l’Alto Adige giungeva ad attaccare i preti deputati perché non avevano fatto unazione energica contro la politica che aveva condotto alla soluzione di Rovereto, ma si erano lasciati «rimorchiare», conforme diceva lui, dai «laici liberali delle città». Ma poi venne la metamorfosi meravigliosa. A Trieste l’on. Venezian convocò quell’adunanza che doveva far passare ai montanari trentini ogni velleità di disputarsi la Facoltà giuridica. Quello che seguì poi è troppo noto. La politica della menzogna È la politica della menzogna che si inaugurò poi, la quale finì a Riva per mettere gli autori di questa politica in contraddizione e in un grave imbarazzo. Trento protestò a malincuore e a denti chiusi, da Rovereto si aspetta ancora una dichiarazione che escluda ogni dubbio. Intanto, pur di creare un diversivo s’attaccano quei deputati che fino all’ultimo momento mantennero fede a Trieste, per dichiararsi poi per Trento, quando oramai Trieste non aveva più speranza di riuscita. Il Raccoglitore vuole essere l’antesignano in questa campagna dell’incoerenza contro la politica coerente e sana, e afferma, fra l’altro, che mons. Delugan inter pocula abbia una volta rivelato i piani del dr. Conci contro Trieste a favore di Trento. Benché tutti sappiano che le tirate del giornale roveretano sono sfoghi di rabbia per una mossa fallita, ci teniamo a dichiarare che questa asserzione del Raccoglitore è gratuita e falsa. Ed ora, per questa volta, avremmo finito. Gli ebrei del Piccolo dichiarano a priori ridicole le accuse della Voce Cattolica. I signori del Piccolo fingono di non sapere che dietro la Voce Cattolica c’è un partito, ci sono migliaia e migliaia di elettori, montanari sì, ma che anche recentemente hanno dimostrato d’essere stanchi di venir menati a naso da un gruppo di ebrei piovuti a Trieste dalla Galizia e da altri siti. Costoro credono di poter infinocchiare il pubblico e fargli credere che il comizio di Tuenno non fu annunziato a tempo, che a quello di Cembra una notevole minoranza (5 su circa 300!) votò per il «Trieste o nulla», che la Voce Cattolica è l’organo personale del dr. Conci, tutto bubbole buone per i triestini, per cui i nostri paesi sono una specie di Oga Magoga . Ma noi, a parte anche le altre considerazioni, in giorni, in cui il fallimento di una politica della frase e dell’incoerenza è manifesto, e nei quali si cerca di creare la confusione per fare il solito giuoco al pubblico, abbiamo creduto nostro dovere di metter quest’ultimo sull’attenti, almeno perché la bancarotta d’oggi ci serva d’ammaestramento per le lotte dell’indomani. A che valgono tante battaglie, quando l’esito è peggio di una sconfitta? Lo scoraggiamento prende il nostro popolo; questa politica di continua negazione distrugge la nostra coscienza nazionale. Si voleva salvare la dignità e la solidarietà del paese? Ebbene, anzitutto si doveva dire la verità, si doveva andare fino in fondo. Si è detto che a traverso il nulla non si può arrivare a qualche cosa. Si sarebbe anche potuto dire che attraverso una politica equivoca e falsa si arriva alla dissoluzione, alla fine. 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L’Unione parlamentare italiana era un esercito compatto in tempo di pace, ma quando suonava l’ora della battaglia, un esercito senza piani e senza capitano, con diverso nemico sulla fronte, tanto che o si voleva mantenere l’unione e allora non si dava battaglia o si dichiarava la guerra e allora conveniva dividersi, perché il nemico degli uni non era il nemico degli altri, e spesso il primo era in lotta col secondo. A questo, oltre anche all’inettitudine personale di certi rappresentanti, risale certo quello stato d’inerzia deplorato da noi trentini specialmente, e vi risale anche in parte quella mancanza di combattività condannata spesso dall’opinione pubblica. Tuttavia, se vi fu una questione in cui parve dovesse manifestarsi la vantata solidarietà degli italiani, fu dessa il problema universitario, la cui soluzione parvero volere e designare unanimemente e trentini e adriatici. Parve, dicemmo, che la realtà è qui a dimostrare il contrario. Anzitutto si disse unanimemente: Trieste! Poi quando opposizioni fortissime e decisive furono manifeste, tanto i trentini che gli adriatici si occuparono primieramente della essenza più che delle circostanze concomitanti, e dichiararono unanimemente, come abbiamo dimostrato con documenti irrefragabili, di volere salvare le cattedre parallele, anche se la sede non avesse ad essere Trieste, ma un’altra città del litorale o del Trentino. Questa unanimità, se fosse stata sincera, avrebbe portato ottimi frutti, anche dopo la presentazione del progetto di Rovereto. Il Ministro dell’istruzione aveva dichiarato in pieno Parlamento che non s’opporrebbe ad una facoltà con la sede a Trento. Che occasione più bella si poteva trovare per far opera di solidarietà nazionale? Gli adriatici non avevano che a restar fedeli alle loro esplicite dichiarazioni, non avevano che a ricordarsi che unito al nome di Trieste si è sempre pronunciato quello della sorella Trento, per unirsi ai deputati trentini. I trentini erano sempre rimasti fedeli alla consegna, avevano lavorato più di ogni altro per l’ottenimento di un’università; qual cosa più giusta e più naturale che gli adriatici si dichiarassero, dopo caduta Trieste, per Trento? Non fu così: gelosie locali, mene partigiane, debolezza di incoscienti distrussero il bel sogno che poteva divenire realtà, nella cui attuazione avevano sperato tutti, non solo noi, fedeli alla nostra parola di ieri, ma anche coloro che oggi la rinnegano. Lo sappiamo: quei trentini che, dentro di loro, parteggiano per la soluzione da noi vagheggiata e che pure così pubblicamente fanno i «nullisti», si scusano col dire di voler salvare lunione morale del paese. Si vuole dire salvarci da una lotta fratricida fra trentini e roveretani. Ma, messo anche da parte che il pericolo di questa lotta è artificialmente esagerato – un risentimento momentaneo, è naturale, pensare a una lotta diuturna, è fare un’offesa grandissima alla città del Leno – le maggioranze si trovano sempre contro delle minoranze, e nel nostro caso la maggioranza del nostro paese è senza altro per Trento, e per Rovereto v’è tutt’al più una minoranza esigua. Ma havvi una considerazione ancor più grave. Se è vero che l’antagonismo di Rovereto contro Trento è così decisivo da frustrare speranze tanto care oh! allora è vero che il Trentino non esiste, è vero che speriamo invano in un’autonomia nazionale, perché al governo basterebbe provocare una divergenza di sede per mettere noi nella necessità di respingere tutto. O che siamo in grado di ottenere cosa o che siamo condannati all’eterno nulla. Queste le considerazioni che s’aggiunsero ai doveri di coerenza politica per provocare l’uscita dal club italiano degli onorevoli dr. Conci e mons. Delugan. Questo passo essi hanno fatto colla piena coscienza della gravità del momento, ma anche con la certezza del plauso degli elettori e della maggioranza del paese. Il popolo che li ha visti sempre fedeli a lui ed ai suoi ideali ricambierà loro la fedeltà. L’ora che corre è gravida d’avvenimenti per il nostro piccolo paese. L’on. dr. Conci e l’on. mons. Delugan, che combatté per lung’anni sulla breccia di Fassa, non hanno bisogno di difese né di fare appelli roboanti. Ma gli elettori spontaneamente saranno con loro fino all’ottenimento della facoltà provvisoria a Trento. Lieti che le responsabilità siano divise, e che i nostri deputati marcino sulla via maestra, noi non abbiamo che un monito da fare: che il popolo si organizzi compatto nell’Unione politica popolare e che alle agitazioni che verranno si propongano come programma le situazioni chiare e il motto da noi energicamente voluto: «Ognuno per la sua via». "} {"filename":"21fee0c0-69dc-4e37-be69-78f698e69d6c.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"[...] Il terzo oratore della maggioranza è il d.r Degasperi. Rinuncia ad entrare nel vasto argomento e si limita ad alcune osservazioni. Ricorda che a Riva si è voluto sminuire l’importanza del Comizio di Tuenno e Valfloriana , per magnificare quello di Riva. Eppure a Tuenno e Valfloriana c’erano innegabilmente più lettori e gente che paga, di quello che non fosse a Riva e altrove. Crede di dover protestare anche qui che in tempi in cui i liberali vogliono chiamarsi democratici e i socialisti hanno proclamato nel Trentino il regno della democrazia, ci si dimentichi della «scarpa grossa» che è la grande maggioranza del paese e che deve sostenere pesi maggiori di fronte allo Stato e alla Provincia ed ai Comuni (applausi). Purtroppo la popolazione agricola non è ancora politicamente addestrata da por fine a quelle certe pagliacciate di qualche comizio, ove il voto di un garzone o di un commesso di negozio diventava decisivo per la politica del paese. Io sono certo che se si facesse un «referendum» e si domandasse ad ognuno il proprio parere in questione, un’enorme maggioranza si dichiarerebbe contraria al «Trieste o nulla». Un’altra osservazione deve fare a quegli studenti, che come il collega Mezzena a Malè , hanno dichiarati krumiri e traditori gli studenti cattolici, perché hanno il coraggio della coerenza e di un’opinione propria e protesta energicamente contro questi signori i quali pur sanno che gli studenti cattolici, malgrado la freddezza e l’ostilità mostrata loro da gran parte degli studenti liberali, si fecero loro alleati per sostenere un postulato nazionale comune. Colla medesima franchezza e la medesima coscienza, gli studenti cattolici lottarono sempre contro la prepotenza teutonica, protestano e lottano ora contro codesti tranelli dell’opinione pubblica (applausi vivissimi). Venendo alla questione stessa, egli vuole solo ripetere che si tratta di rompere un sistema. Si gridò per lunga serie di anni «tutto o niente» o tutta l’autonomia o niente, o tutti i trams o niente, ed ora ci dobbiamo domandare: Come va colla ferrovia di Fiemme ? Come va perfino col tram Trento- Malè che si dice ancora in pericolo? Nel Trentino si può dire che c’è una serie di avvocati che fanno discorsi e un’altra serie di ingegneri che fanno progetti; ma fatti se ne vedono pochi (applausi vivissimi). Qualcuno dell’opposizione grida: «È il Governo che non ci dà nulla!» Il Governo? Risponde il d.r Degasperi. Sì, il Governo ci tratta male e ha gran parte della colpa. Ma colpa ne ha anche l’indolenza ed il falso sistema dei reggitori del nostro paese. È molto comodo dir sempre: Il Governo ci ha tutta la colpa, il Governo! Mentre lo si grida per scusare e coprire anche le proprie mancanze e così nell’agitazione mantenersi in trono (approvazioni). Egli crede che, perché i comizi siano veramente decisivi e coscienti in una questione come questa, il popolo tutto dovrebbe essere più preparato politicamente. I comizi tuttavia, se fatti sul serio, sono certo l’indice non disprezzabile di una parte, più o meno considerevole, dell’opinione pubblica del paese. Finisce proponendo il seguente Ordine del giorno del d.r Degasperi Considerato che è in via di fatto esclusa la possibilità di ottenere per ora la istituzione della Facoltà giuridica a Trieste; Considerato che è di grande interesse della nazionalità italiana in genere e del Trentino in ispecie, di ottenere un istituto universitario in terra italiana; Considerando che venendo eletta la Facoltà nel Trentino, Trento per la sua posizione, per la sua storia e per la sua importanza, si presta indubbiamente come sede più adatta di quella proposta dal Governo, il comizio pubblico tenuto ai 17 settembre in Fondo, pur associandosi al voto generale degli italiani per una futura università completa a Trieste e presupposto che il Governo mantenga la promessa di ritirare le disposizioni linguistiche lesive i nostri sentimenti nazionali, chiede che la facoltà giuridica italiana venga eretta provvisoriamente a Trento. Il d.r Degasperi propone poi la seguente aggiunta: Il comizio di Fondo, visto il contegno energico e decisivo degli onorevoli deputati Delugan e Conci nel mentre approva la loro linea di condotta, esprime loro un voto di plauso e d’incoraggiamento. Parla il D.r Battisti Sull’ordine del giorno domanda la parola il d.r Battisti. È d’accordo con Degasperi nel negare trattarsi qui di questione di partito. Ci sono clericali che la pensano come i socialisti p. e. l’on. Bazzanella, il quale è per il «Trieste o nulla». Conferma che i contadini hanno diritto di interloquire. Gli pare però che i contadini siano trascurati dai deputati. Non vennero convocati comizi che a Tuenno, a Cembra, a Valfloriana, Riva e Malè. Si sarebbe dovuto fare di più. Chi dice «Trieste o nulla» vuole un’Università seria o niente. Le cattedre a Trento intisicherebbero. Né scolari, né professori possono formarsi. I triestini non verranno tra questi monti dall’Adria lontana. Così il Governo avrà un pretesto per sopprimerle. Rileva che non è solo il professore e il libro che fanno il giovane; dove hanno preso p. es. incentivi alla loro attività pubblica il d.r Lanzerotti e il d.r Degasperi, se non in ambienti grandi? L’Università a Trento sarà il segnale della guerra civile: la coscienza è degenerata; bisogna guarirla dai campanilismi. Mi pare poi di dover accentuare di fronte all’avv. Conci che non i deputati ma gli studenti hanno avuto l’energia di scuotere il governo. Conclude che si lasci da parte la questione di fiducia o sfiducia e che si voti pel «Trieste o nulla». Le parole del Battisti sono spesso interrotte dagli applausi della minoranza. Replica il D.r Degasperi Il d.r Battisti ha affermato che a Trento non si formeranno nemmeno i professori. Constato che i professori si sono dichiarati pronti ad andare a Trento; segno che non vedono in pericolo la loro formazione. Il prof. Menestrina scriveva alcuni anni fa nell’annuario degli studenti trentini le medesime querele sulla poca cultura dei nostri legali venuti da Innsbruck o da Graz e vedeva nella fondazione di un giornale professionale un mezzo per sollevarla. Se si credeva con ciò di riuscire a qualche cosa, non può egli oggi aver fede di conseguire ancor di più con una facoltà a Trento? È vero; il libro ed i professori non sono tutto; ma sono sempre l’essenziale, e non bisogna esagerare l’importanza dell’ambiente. Chi vi dice del resto che gli studenti siano costretti a rimanere tutti gli anni a Trento? Un anno o più potranno frequentare le università maggiori italiane o tedesche. Che coltura offriva infine loro l’ambiente di Innsbruck? Sì, è vero, è una pagnotta, una pagnotta di pane nero, se volete, che ci offre il Governo; ma noi abbiamo fame e dobbiamo mangiarla per continuare la lotta. Riguardo al trasferimento eventuale delle cattedre a Trieste, non si può asserire che sarà impossibile per il futuro; vi furono delle costellazioni parlamentari in cui i deputati italiani diedero il tracollo alla bilancia. È probabile che ritornino. Il contegno stesso che tengono di questi giorni la stampa e i deputati tedeschi, ci dovrebbero persuadere che è far loro un grande favore dichiararsi per il nulla. Sentite come il relatore Starzinsky motivò la preferenza per la sede di Rovereto. Dopo aver ammesso che tutto il resto parla per Trento, egli dice però che a Trento la percentuale della popolazione tedesca è più forte e quindi sono più facili gli attriti. Si nega dunque il carattere nazionale di Trento. E noi dovremo lasciare passare questa offesa con un tanto consenso? Votiamo per Trento anche in protesta contro il Governo ed i deputati avversari. Il d.r Battisti si lagna che si siano tenuti pochi comizi e vuole dare di ciò colpa ai deputati Conci e Delugan. Io gli oppongo che furono appunto questi deputati che si presentarono parecchie volte agli elettori, mentre i «nullisti» hanno taciuto e a Trieste sono fuggiti vergognosamente (applausi vivissimi). Si attaccano i deputati Conci e Delugan che pure furono i soli ad affrontare coraggiosamente l’opinione pubblica; mentre per il Malfatti e il Mazorana ci volle uno studente a proporre il voto di sfiducia e si lasciano in pace gli altri tutti. Il Battisti dice ancora che gli Adriatici non verrebbero qui da una spiaggia tanto lontana. O che dovremo noi fare il medesimo viaggio e assoggettarci alla loro dittatura? Anche l’argomento della guerra civile è una montatura; ma se fosse vero, addio autonomia, addio qualunque altra nuova conquista; al Governo basterebbe provocare una questione di sede, perché noi dovessimo respingere tutto. (Applausi della maggioranza) . [...] "} {"filename":"60dbb324-dbb4-4ff8-812a-353e5cabc87c.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Nel nostro Trentino attraversiamo un momento storico importante. Lo abbiamo detto cento e cento volte; fino ad ora chi da noi faceva nuvolo e sereno erano quattro dottori, quattro avvocati, che quando non avevano da presentarsi al publico della città a farvi qualche bel gesto, a parlarvi del Paese nostro, accoppavano il tempo a giocare a tresette e tarocco nei caffè, criticando negli intermezzi i passanti e le... passanti. Lo abbiamo detto ancora: i nostri politicanti da caffè non furono capaci che di chiacchiere, di promesse, di grandi progetti; in una cosa si distinsero, nel criticare cioè e bollare come traditori della patria quei disgraziati che avessero avuto civile ardire, oltre che di far progetti, di metterli anche in esecuzione. Con la politica del «tutto o nulla» bisogna farla finita; bisognava capire una buona volta che con un Governo come il nostro, con partiti nemici come abbiamo noi, a dir «tutto o nulla» ci restava e ci resterà sempre la seconda parte. Sono più di cinquant’anni che si fa questa politica e che cosa abbiamo? Nulla. L’esperienza dunque ci dice che questa tattica non ci porta frutto. Ci basti aver fatta l’esperienza a spalle nostre, ci basti aver fatto per cinquant’anni la parte dei minchioni e rompiamola una buona volta con questa politica. Ora, come dicemmo, attraversiamo un momento importante. Degli uomini volentorosi, fermi, franchi, hanno alzata la testa, dopo tanti anni di preparazione, e hanno detto forte e chiaro: basta, basta con quella infausta politica, basta, basta; ne abbiamo abbastanza della politica dei signorini che nulla ci rimettono, la andasse anche male. Basta! D’ora in avanti la politica deve farla il popolo, deve dirigere lui le sorti del paese, lui, che è il primo e più interessato a che tutto vada bene! Contadini, capite? Siete voi ora che dovete incominciare una politica nuova dando un calcio a quella del «Trieste o nulla». Siete voi d’ora innanzi chiamati a pronunciare l’ultima parola nei problemi economici e nazionali del nostro Trentino. Vi sentite del caso? Il vostro malumore, le continue recriminazioni con i vecchi politicanti ci dicono che siete stanchi di vedere manomessi i vostri più vitali interessi da certa politica, ci dicono che vedete dinnanzi a voi una via migliore! Fino ad ora si parlò sempre in nome vostro, si fece in nome vostro; e voi? Voi non ne sapete nulla! Voi eravate estranei, lasciati in disparte! Voi vi accontentavate di brontolare contro i trentini che non son capaci che di chiacchiere! – di far baccano, di far pagliacciate – è la vostra frase prediletta, non negatelo! Permettete che ve lo diciamo francamente e schiettamente: un po’ di colpa l’avete anche voi. Sì, l’avete anche voi perché non vi interessavate più che tanto di certe questioni, perché, se non erano cose che strettamente riguardavano il vostro diretto interesse non vi curavate di dire la vostra parola, il vostro parere. Vi sentite dunque del caso di cambiar metodo? Sì? Ebbene seguite chi finora lavorò in vostro vantaggio, per il miglioramento vostro economico, e dategli retta! Siete stanchi della politica del «tutto o nulla»? Ebbene seguite quel drappello di coraggiosi che marcia alla demolizione di queste tendenze; siategli larghi del vostro appoggio, unendovi anche voi alle loro file, combattendo insieme! Svegliatevi una buona volta ed interessatevi delle vitali questioni che si agitano nel nostro Trentino, non limitatevi alle vostre questioni locali. Un modo praticissimo per unirsi alle forze novelle si è quello di iscriversi nella nuova società politica che da voi prende il nome, vogliamo dire l’Unione politica popolare. Con venti centesimi all’anno si è in regola. Naturalmente che, fatti soci, bisogna che siate attivi, e non basta figuriate nei registri. Possibile che non sentiate, o contadini, risvegliarsi in voi un po’ di entusiasmo, un po’ di santa e vigorosa energia per farla finita con chi parlò sempre non autorizzato in vostro nome? Con chi di voi si fece sgabello per gridar più forte, con chi, dopo cinquant’anni di lotta, vi lasciò ancora con un pugno di mosche? Protestate, protestate contro la falsa politica; insorgete, alzate la testa, e prendete voi in mano il movimento in difesa dei vostri sacrosanti diritti! Avanti, lUnione politica popolare vi aspetta. "} {"filename":"8166b2fe-9444-4f9b-ae4a-a5ddd8860596.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"L’Università italiana è sepolta e il parlarne è duro, quanto è triste il ricordare un defunto sul quale si erano poste tante speranze . Ne riparleremo tuttavia, come si fa in un discorso funebre, perché le circostanze che ne provocarono la morte meriterebbero di venire incise nel marmo, a vergogna di molti e ad ammaestramento di tutti. Non ripeteremo gli argomenti antichi, che ci valsero contro il suicidio premeditato e compiuto da chi preferì, per scopi di setta, l’annichilimento ad una vita, che pure è desiderata, ma daremo le conclusioni, risultanti dall’evidenza dei fatti e avvalorate oramai dal verdetto indiscutibile della maggioranza del nostro paese. 1) Va anzitutto tramandato alla storia il fatto che, mentre i trentini desideravano sinceramente un istituto superiore e lottarono senza secondi fini, gli adriatici, o meglio i circoli direttivi di Trieste, detti anche con un vocabolo molto significativo «camorra», si servirono della questione universitaria semplicemente come mezzo di agitazione nazionalista. Ciò fu non solo reso manifesto dal contegno dei radicali di fronte al dilemma «tutto o nulla», ma fu anche confessato dall’on. Hortis, deputato di Trieste, e fu rivelato non solo dal socialista Lavoratore e dall’antisemita Sole, ma anche dall’Indipendente, organo dei liberali radicali, del quale abbiamo riportato per intero l’articolo. Noi siamo ben lontani, diceva l’Indipendente, di tacciare chi agì in tal modo di tradimento; certo però di aver fatto politica equivoca. Ma noi rispondiamo col Lavoratore: «Ma come? Un uomo politico, un capopartito alza il vessillo di un’idea, chiama intorno ad esso le turbe, le infiamma alla lotta, si atteggia egli pure a lottatore per quell’idea e, contemporaneamente, con la fiacchezza che viene dal mancato sentimento, con l’ipocrisia inseparabile da ogni funzione, grava (son parole dell’Indipendente) sui destini della causa con nefasto risultato, fuorvia la questione in modo che non si trovi più sul retto cammino, origina tutto il male che imperversò... e, quest’uomo non sarà, non è un traditore politico? Non ha, esso, coscientemente, trascinato i creduli, ingannato i generosi, condotto allo sbaraglio l’esercito che in lui si era affidato e cui aveva promessa la vittoria?». «Tradimento» fu la parola scappata di bocca all’Alto Adige in uno dei lucidi intervalli del suo acrobatismo politico – tradimento è la designazione che ad un tal contegno dà il popolo trentino. 2) Il quale nella sua maggioranza era contro il principio «Trieste o nulla». Ne fanno fede non solo le adesioni all’Unione politica popolare, le quali, malgrado gli impotenti assalti di avversari che temono la luce, stanno come monumento del genuino volere del popolo, ma ancora il parere noto di moltissime persone competenti, fra cui i professori della facoltà strozzata, e parecchi capi dei radicali, i quali tanto furono per il «qualche cosa», che a Trento e a Rovereto lavorarono mani e piedi per ottenerlo. Rimarrà storico anche l’acrobatismo politico di certa stampa, che in questi ultimi mesi pareva avesse impiantato un teatro di burattini. Tempo fa abbiamo intitolato un articolo «Il fallimento di una politica» ; noi stessi non speravamo che gli avvenimenti ci dessero così presto ragione. L’Unione parlamentare italiana decapitata e mutilata, la Patria di Trieste in agonia, il malcontento e lo scoraggiamento generale, lo scherno dei nostri avversari nazionali sono ora prove più che bastanti per documentare la bancarotta che hanno fatto gli italiani. 3) Dai fatti pertanto e dalle risultanze del momento politico noi ricaviamo un altro corollario più ampio e più comprensivo. La questione universitaria colla sua fine miseranda ha anche dimostrato la falsità di un sistema. Il nullismo fu finora l’unico programma serio in tutti i problemi del nostro paese. I nostri uomini mirarono sempre ad ottenere un ultimo risultato: la negazione di quello che chiedevano. Parve loro d’aver ottenuta la massima delle conquiste politiche, quando potevano persuadere il popolo ancora una volta che il governo è proprio insanabile e che l’unica politica possibile è quella di combatterlo per sistema. Cercare di raggiungere qualche cosa per poi lavorarvi attorno positivamente e creare nel popolo una coscienza nazionale positiva non era consono né ai loro piani né alle loro attitudini. Venne così la politica piazzaiuola e frasaiuola, tanto facile a farsi, quando oltre gli avversari nazionali anche la condotta nostra concorre a provocare grida e proteste. Ebbene i fatti e l’opinione pubblica condannano ora questa politica, e non è la prima volta. Dubitiamo però se nullisti e frasaiuoli ne trarranno le norme conseguenti per una politica avvenire. Certo questo dovrà accadere, se il popolo che paga e lavora farà sentire sempre e prontamente la sua voce. Fra le nostre conclusioni ve n’è quindi anche una che riguarda più strettamente i nostri amici. Le turlupinature della politica frasaiuola sono potute accadere finora, perché la gran massa del popolo non è politicamente colta a sufficienza per buttare nel momento opportuno la spada di Brenno sulla bilancia politica. Organizziamoci dunque politicamente e l’organizzazione porterà al popolo l’istruzione e l’elasticità necessaria. L’ora in cui l’Unione politica popolare trentina si diffonderà e irrobustirà nelle città e nelle valli del paese, sarà anche l’ultima della frasaioleria. "} {"filename":"5a497157-fe60-428f-a295-b6e2650d9c09.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Eravamo nell’agosto del 1904 e si dovevano eleggere due deputati alla Dieta in sostituzione del defunto don Baroldi e del dimissionario Agostini. I conservatori decisero di attenersi al compromesso rinnovato pochi anni prima coi liberali, e si aspettavano che i loro candidati riuscissero senza lotta. Ma certa gente si cura poco dei patti: venuto il dì delle elezioni, ecco spuntare due radicali che si accomodarono nei seggi altrui. Veramente il numero dei voti da essi raggiunto era molto esiguo; uno ne ebbe 38 in tutta la Valsugana, l’altro 63 nel collegio rurale di Rovereto e Riva. Ciononostante l’«Alto Adige» e «Il Popolo» levarono alta la voce a proclamare che la «luce» penetrava ormai nelle valli; che il possesso dei cattolici si dissolveva che al grido di lotta «anticlericale» uscito da Trento rispondeva l’eco del Trentino, e chi più ne ha più ne metta. Come suole avvenire, vi furono non pochi semplicioni che abboccarono all’amo e giurarono sulle parole di quei due giornali; ma il giorno del disinganno non si fece aspettare troppo a lungo. La slealtà dei liberali segnò davvero il termine del compromesso, che essi dichiaravano rotto per impadronirsi di due nuovi collegi, e mantenevano per conservarne degli altri, ceduti loro pacificamente in nome della causa comune, bisognosa di concordia in seno alla Dieta. Ancora il giorno dopo le elezioni accennate, i cattolici trentini uscivano finalmente dall’aspettativa, e, sbarazzato il campo da ogni impedimento, si stringevano tutti nell’«Unione politica popolare del Trentino» . Non andò molto e si presentò l’occasione di far sentire la forza della nuova Società politica, alla quale avevano preparato il terreno le altre organizzazioni civili ed economiche così utili alle nostre vallate e all’intero paese. Una tragica morte aveva reso vacante un seggio, stato sempre in potere dei liberali, e l’Unione popolare decise ben presto di portarvi come candidato il d.r Lanzerotti. Era facile a prevedere che questo nome avrebbe suscitata in modo speciale l’opposizione degli avversari, ma le opere compiute dal giovane candidato e l’unione degli elettori animavano alla lotta. Quale fosse l’esito tutti lo sanno. Un feudo dei liberali passava con stragrande maggioranza di voti in mano ai cattolici e cadeva, come per incanto, la leggenda del radicalismo anticlericale invadente le vallate. Viva il cielo! Oggidì, se valessero qualcosa la logica, la coerenza e qualche altra pubblica virtù, parecchi altri seggi dovrebbero tornare a disposizione dei veri rappresentanti del popolo trentino! Dicemmo che il nome del d.r Lanzerotti avrebbe suscitata a preferenza l’opposizione degli avversari, attaccati in casa loro, quando si vantavano di avere fatta un’irruzione vittoriosa in casa altrui. E le previsioni si avverarono. L’«Alto Adige», non potendo intaccare l’attività instancabile e feconda del nostro candidato, chiamato da lui stesso l’«apostolo dell’Alta Anaunia», ricorse alla solita vile arma degli insulti e delle calunnie, quando il d.r Lanzerotti, giustamente sdegnato, protestò, lo mise in burla con buffonate da circo. Figuratevi! Egli aveva il coraggio di entrare in lizza contro un signore, sconoscito nell’Anaunia, e che finora non ha avuto occasione di dar prova di sé nella vita pubblica, ma che in compenso vantava come titoli al seggio di deputato, l’«amicizia» dell’«Alto Adige», al quale spedì più d’una volta corrispondenze, biasimate anche dai liberali e un’azione di paciere fra Trento e Fiemme iniziata da poco e che non si sa ancora a quali risultati approderà. Perciò si troverà ben naturale che «l’Alto Adige» predicesse fino da sabato al d.r Lanzerotti una solenne trombatura. Alchè concorreva certo un’altra circostanza. Si ricordano i lettori del comizio di Fondo ! Ivi, stando all’«Alto Adige», non si poteva assicurare che i «clericali» avessero avuto la maggioranza e, secondo il «Popolo», essa non avrebbe importato più di dieci voti. Il «Popolo» stampava: «i clericali sconfitti nella loro rocca», e la fatidica frase era ripetuta dai pappagalli di Trieste, dal «Indipendente» e dal «Piccolo» che credono il Trentino fatto a immagine e similitudine delle pitture che se ne approntano in via Dordi e in via della Torre Verde . Il più sconfitto di tutti era naturalmente il d.r Lanzerotti, che presiedeva il comizio. Anche nell’Anaunia, gridava il «Popolo» colle sue solite esagerazioni da commediante, anche nell’Anaunia non ne vogliono sapere di lui. E pensare che i voti contrari al comizio di Fondo erano di forestieri e di gente senza diritto, che però rimase per bene in minoranza! Intanto però i liberali, ingannati da queste fanfaronate e dalla gioconda sicurezza degli irresponsabili scrittori dell’«Alto Adige» giuravano domenica ai caffè che i «clericali» avevano perduta la testa a mettere un candidato nelle borgate e a issarvi la bandiera di battaglia con sopra il nome del d.r Lanzerotti. Nemmeno un voto, asserivano, nemmeno un voto egli piglierà a Cles e a Fondo non si parla poi degli altri luoghi interessati. Ma sì! Gli elettori non sono mica quattro garzoni di calzoleria che con un paio di scarpe sotto il braccio e i calzoni corti vanno nel cortile del Municipio di Trento a votare per il «Tutto o nulla» nella questione dell’autonomia; non sono quattro scioperati che della questione universitaria fanno uno «sport»; non sono degli studenti che girano concionando e votando in tutti i luoghi, come in casa loro; non sono nemmeno dei giurati ai quali una stampa partigiana e un avvocato che tira in ballo la politica fanno girare la testa; no, no! Gli elettori, grazie a Dio, non sono nulla di tutto questo e sono stanchi di venir menati a naso da parolai e nullisti. Questo è il chiaro significato dell’elezione di ieri . Essa dice quanto valgano le fatiche spese a bene del popolo per la sua istruzione, per la sua educazione, per il suo miglioramento economico; essa ci dice quanta sia la forza dell’unione, essa ci dice che anche molti liberali sono stanchi di certa stampa vuota, partigiana, offensiva, che rigettano le dittature, che vogliono fatti e non parole. Non è tuttavia sui falli degli avversari che noi dobbiamo far conto; ma sulla nostra operosità e sulla nostra compattezza. L’«Unione politica popolare del Trentino» che ha inaugurata la sua attività elettorale con questa bella vittoria, deve crescere ogni giorno di soci, di mezzi, di potenza. Questo sia il nostro impegno, specialmente in vista delle elezioni parlamentari dell’anno venturo. Tutte le migliaia dei nostri consenzienti devono dare il nome all’«Unione politica», ed esserne soci coscienti ed attivi. Allora l’avvenire nostro e del paese sarà assicurato! Lavoriamo! "} {"filename":"caad4cde-fb53-47af-a523-533d023ef545.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"In un momento critico, a breve distanza dalla apertura del Parlamento, si radunerà a Vienna il Congresso cattolico . Le agitazioni che si sono successe quasi in ordine concentrico intorno a Vienna e che saranno inevitabilmente per ripetersi nella città stessa creano attorno al congresso un’atmosfera pregna di elettricità, un’inquietudine generale. È come se il soffio innovatore e ribelle che ha riacceso focolai della rivoluzione russa fosse passato anche in Austria. Tanto è vero che per i moti morali non vi sono barriere! La riforma elettorale in cui l’opinione pubblica, a torto o a ragione, vede un cambiamento nella costituzione è ora nella coscienza del popolo un fatto compiuto e tra poco sarà sulla soglia della reale attuazione. Ora che in tale momento si raduni un congresso di tutte le nazionalità dell’Austria, senza che nella mente e nel cuore di tutti non alberghi più o meno o una speranza o una preoccupazione per le cose che nella politica si maturano non è possibile il credere. Ed ecco la difficoltà del momento per un Congresso a cui prendono parte non solo tutte le nazioni ma anche tutte le tendenze dalla più aristocratica e feudale fino ai rappresentanti cristiano-sociali. Noi auguriamo nell’interesse del cattolicismo in questo stato che tutte le difficoltà interiori ed esteriori vengano superate e che i cattolici nella discussione calma di postulati altissimi trovino quella concordia che giù nei meandri della vita quotidiana hanno perduto. Questa era anche la preghiera che tremila viennesi condotti domenica in pellegrinaggio sulla tomba di S. Leopoldo a Klosterneuburg dall’infaticabile apostolo di Vienna, P. Abel, avevano nel cuore e sulle labbra. Il Congresso che si prepara è il quinto. Il quarto venne tenuto a Salisburgo nell’anno 1896. In solennità esso supererà certamente tutti gli altri. I temi da discutersi, come i lettori avranno potuto desumere dal programma già pubblicato sono molti e di grande attualità, i nomi degli oratori e la qualità dei personaggi sono tali da garantire un esito splendido. Oltre gran parte dell’episcopato e i capi del movimento cattolico di tutte le nazionalità vi assisteranno rappresentanti del centro germanico, del Belgio, della Francia e da Roma verrà il P. Passivich la cui venuta i giornali viennesi salutano con grande giubilo. Il congresso dunque riuscirà in ogni modo una dimostrazione solenne e imponente. Esso raggiungerà anche il suo scopo primo che è quello di mettere le basi di un’organizzazione generale dei cattolici. Non possiamo però risparmiare la nostra critica all’accumulamento di adunanze sopra adunanze, le quali non faranno che stancare ed esaurire. Speriamo che la pratica correggerà la teoria del programma. Un’altra cosa che i cattolici si aspettano dall’imminente congresso è la soluzione del problema della stampa. In Austria non esiste un grande giornale quotidiano cattolico. Tutti i congressi antecedenti si sono occupati di tale problema, ma l’attuazione delle risoluzioni venne sempre rimandata ad un altro congresso. Si capì infine che quello che era il sogno di tutti in pratica non poteva attuarsi per circostanze indipendenti dal buon voler dei cattolici. Un grande giornale centrale presuppone l’unione politica almeno fra i cattolici tedeschi. Tutti sanno invece che le correnti che fanno capo al «Vaterland» e alla «Reichspost» divergono più che mai. Questa divergenza è causa della loro debolezza, tanto che i giornali delle provincie come il «Grazer Volksblatt», il «Linzer Volksblatt» ecc. li superano in potenza. Si convenne quindi di lasciar cadere l’idea di un grande giornale e di sostituirvi fino a tempi migliori un ufficio centrale per la corrispondenza, il telegrafo, e il telefono, come esiste già in Germania. È già pronto il piano di finanziazione ed ogni studio preliminare, così che, speriamo, che il prossimo congresso sia in grado di decidere definitivamente. Altri problemi sono l’organizzazione della difesa contro il movimento «Los von Rom», l’organizzazione della gioventù e via dicendo. Mandiamo fin d’ora il nostro augurio e il nostro plauso ai congressisti; sappiamo che tra questi sarà anche S. A. il nostro Principe Vescovo. V’assisteranno anche Mons. Delugan e il d.r. Degasperi e probabilmente qualche altro . "} {"filename":"c6067c2b-b0d1-49ea-8bea-9735bcccc29c.txt","exact_year":1905,"label":0,"year_range":"1901-1905","text":"Lo sciopero che perdura ci impedisce di annunziare e ancora meno d’introdurre quei cambiamenti e quei miglioramenti che andavamo preparando come strenna per i nostri lettori ed abbonati. Ora, rimettendone l’annunzio e l’effettuazione a tempi migliori che auguriamo prossimi, e astenendoci dal tessere panegirici del nostro giornale, ci basti ricordare agli amici ed ai lettori il progresso e della forma e della sostanza ch’esso ha fatto, la diffusione sempre maggiore, il plauso crescente ed incondizionato anche da parte degli avversari. Per assicurarcelo non abbiamo risparmiato né fatiche, né sacrifici; possiamo quindi, colla piena coscienza d’aver fatto il nostro dovere, rivolgerci agli amici ed ai fautori nostri, invitandoli a prestare tutta l’opera loro, affinché il giornale possa procedere per la via incominciata. Il congresso cattolico viennese porta i suoi frutti, e la stampa tedesca annunzia che il clero dell’Austria inferiore e d’altre provincie sè assunto direttamente, parrocchia per parrocchia, la propaganda della buona stampa. Noi non pretendiamo questo, ma ricordiamo agli amici un altro metodo efficacissimo. Ogni associazione di parte nostra dovrebbe tenere in questi giorni una conferenza sulla stampa e la conclusione pratica dovrebbe essere come e dove il giornale quotidiano potrebbe trovare sostenitori ed abbonati. Tale propaganda collettiva aggiungano i nostri amici al lavoro singolo ed alla spicciolata; sul quale anche quest’anno contiamo con raddoppiata fiducia. Chi non è compreso dell’importanza della stampa non è uomo dei giorni nostri e chi pensa a tant’altre imprese, trascurando quest’arma terribile della propaganda delle idee, lavora, come dimostra la triste pratica quotidiana in altri paesi, intorno ad una casa, alla quale verranno meno le fondamenta. "} {"filename":"786bd9a9-fcd1-43cd-8653-a8330b25f6d1.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"«Come deputato al Parlamento a Vienna io prometto che all’idealità della riforma elettorale, dedicherò quanto io posso dell’attività mia, come dichiaro solennemente che il suffragio universale eguale e diretto avrà sempre il mio voto sincero, deciso, assoluto» (L’on. Silli al comizio pro suffragio uguale dei 5 novembre 1905) . «Vi sono talvolta diversità tali di interessi e di bisogni, che la parità di trattamento costituirebbe un danno palese» (Alto Adige n. 9 articolo di fondo) . Quando l’agitazione per il suffragio universale ed eguale prese forme più consistenti, apparvero manifeste, come abbiamo a suo tempo notato, due cose: la prima che la borghesia liberale temeva l’allargamento del suffragio quasi la fine del proprio governo; la seconda che, se localmente, qualche accolta di uomini clericali s’era opposta per l’addietro al suffragio eguale, ciò non poteva essere avvenuto nell’interesse del popolo cristiano né dei partiti cattolici stessi. Infatti, il popolo nella sua maggioranza è cristiano nel senso integrale, e però le elezioni sulla nuova base avrebbero dovuto ridare più schietta e genuina la volontà della maggioranza. La logica di questo ragionamento prevalse infatti anche nella realtà presente. I cattolici si dichiararono quasi dappertutto per il suffragio universale, eguale. I liberali invece, in sul principio furono terrorizzati addirittura e ne fanno fede gli articoli e i discorsi, da noi altra volta citati. Poi venne un cambiamento di scena. I liberali scrissero, parlarono per il suffragio universale ed eguale. Che era avvenuto? Una cosa molto semplice. Il Governo aveva lasciato intravvedere il suo piano. Il Gautsch non intendeva di introdurre il suffragio universale proprio eguale, come credevano gli ingenui, ma il suffragio universale ed eguale... disuguale! Il Governo voleva salvare i privilegi della nazione tedesca; conveniva quindi che a nove milioni si desse una rappresentanza quasi pari a quella di sedici milioni, se non più. A tal fine si ricorse al principio: il voto dev’essere eguale per il singolo elettore entro il proprio collegio, ma i collegi saranno più grandi e più piccoli, a seconda della minore o maggiore importanza storica ed economica delle provincie. Ora le provincie più importanti sono le tedesche; quindi queste avranno collegi elettorali minori e conseguentemente più mandati. Questo trucco non sarebbe però riuscito, se il Governo non si fosse a tal’uopo accaparrato l’appoggio della borghesia liberale e della demagogia socialista, e questo con un secondo capolavoro di geometria elettorale. Il Governo non stabilisce un principio unico per la formazione dei collegi elettorali, ma pianta bottega in ogni provincia e contratta, allo scopo di guadagnare i liberali alla riforma. Ed ecco l’offerta: Volete la distrettuazione continua in base al territorio e al principio puro e semplice: ogni tanti abitanti su di un dato circondario, un deputato, oppure volete delle differenze, dei privilegi, per qualche città, per il vostro partito? – Con una stretta di mano il contratto è bell’e fatto. Il Governo salverà i liberali creando per loro dei collegi privilegiati, ove 25.000 elettori eleggeranno un deputato, mentre per i comuni rurali ce ne vorranno 50.000. E così i liberali di tutte le nazioni chiuderanno un occhio sul trucco, per amore del secondo. Nessuno sognava di pretendere che la Slachta polacca non entrasse nelle intenzioni governative, ché era evidente che i polacchi cercassero di salvare in qualche modo i loro privilegi, ma che gli italiani in Austria, stirpe avvezza al servaggio tedesco, stringessero il patto del tradimento e del privilegio, non l’avremmo aspettato. Che a Trieste, in nome della difesa nazionale, non si abbia riguardo alla campagna slava, ci sarà chi trova spiegabile; ma che gli italiani, sudditi nella contea principesca del Tirolo, si dichiarino per il principio del privilegio, è un’enormità. Eppure ciò è avvenuto. Il dr. de Grabmayr , per salvare la posizione dei tedeschi e contemporaneamente della borghesia liberale, ha proposto al Governo il mantenimento della presente divisione fra collegi rurali e collegi cittadini e la formazione di collegi minori per le città e maggiori per il contado, di modo che mille elettori della città varrebbero tanto che duemila della campagna. E l’Alto Adige aderisce a questo criterio . Perché? Ogni affermazione ha il suo pretesto. Perché, dice il giornale democratico, sotto dettatura del dr. de Grabmayr, il numero degli abitanti delle città è in continuo aumento, mentre in campagna è quasi stazionario. Questo è vero, ma non certo nella misura da giustificare una tale diversità di trattamento. E per ovviarvi basterà unire agli abitanti della città alcuni abitanti del contado, secondo la continuità del territorio, e il rimedio sarà dato. E del resto perché non si potrà fare una nuova distrettuazione ogni dieci o quindici anni, come si fa altrove? Noi auguriamo alla città di Trento prosperità e sviluppo; ma che essa si raddoppi in dieci anni, è ben difficile sperarlo. No, no, il vero motivo della posizione dell’Alto Adige va ricercato nell’attaccamento al potere, nel timore di perderlo. Ah! Voi, uomini nuovi, sorti fra tanto rumore di democrazia, v’attaccate ora ai privilegi che rinfacciaste già ai feudali, ai preti. Voi, per bocca del vostro duce, vi dichiaraste per il suffragio universale ed eguale in modo assoluto, finché credeste si trattasse di parole e di promesse di là da venire; ed ora che la cosa va prendendo consistenza, vi appellate alle differenze di coltura e di forza economica, proprio come la nazione dei privilegi, la nazione tedesca? Voi balbettate che così fan tutti. No signori! Gli czechi per esempio hanno compreso benissimo che i privilegi non vanno che a favore dei tedeschi ed hanno preteso ed ottenuto per la Boemia il principio della continuità del territorio. Ma voi preferite tenervi lontano quello che l’Eco del Baldo chiama «minaccia del suffragio universale», poiché pensate con esso: «Se gli elettori delle borgate si raccolsero nel maggior numero sul nome del candidato clericale (caso Lanzerotti) che cosa si può aspettare dagli elettori dei minori comuni». Che cosa si può aspettare? Nulla, se non l’espressione della volontà del paese che voi sinora avete falsato e che vorreste falsare ancora, mantenendo e creando privilegi. Che cosa potrebbe avvenire? Nulla, se non la condanna della vostra politica bugiarda e camorristica, dei vostri metodi da signorotti, voi che la grande maggioranza agricola, sostegno e forza prima del Trentino abbassate al valore di mezzo uomo, di mezzo cittadino. E dopo ciò, aspettate tranquillamente che l’ambizione di predominio teutonico salvando sé stesso, salvi anche la causa del vostro liberalismo che abbisogna dei puntelli per non cadere. In quanto a noi, non mutiamo sillaba di quanto abbiamo altra volta detto. Nel programma dell’Unione politica popolare sta scritto e stampato che il nostro partito è fautore del suffragio universale ed eguale, senza distinzione. Anzi, tanto grande è il nostro desiderio, che le elezioni riescano veramente l’espressione della volontà del popolo, che chiediamo l’introduzione del voto obbligatorio. Nel caso concreto poi riteniamo che la distrettuazione, ammesso una volta il principio del suffragio uguale, debba farsi senza distinzione alcuna, secondo la continuità del territorio, e ciò vogliamo non per spirito di parte, ché ai deputati cattolici sarebbe più comodo il ritirarsi in collegi sicuri, ma per debito di sincerità politica. Ciò serva di risposta anche al Popolo che cerca di sviare la nostra attenzione su cose secondarie. Dica un po’ il giornale... diciamo, del dr. Battisti, come la pensa riguardo al voto proporzionale che i socialisti vogliono introdotto a Vienna, a Trieste, ecc.? Non sarebbe il caso di imitare Valentino Pittoni , chiedendo il voto proporzionale anche a Trento? Egalité, o postumi figli della Rivoluzione, egalité, o saltimbanchi della democrazia! "} {"filename":"257811fe-decf-412c-9ddf-3de5c3972f9d.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Siamo entrati in primavera: la bella stagione che solleva l’animo alle belle speranze! Ma primavera per molti dei nostri significa anche distacco dalla patria, significa far fagotti per andare altrove a cercar lavoro. Quest’anno però la primavera si presenta sotto un lieto aspetto; c’è un barlume di quella primavera industriale desiderata e annunziata più volte dal d.r Lanzerotti e amici. Si presenta per molti non con lo spauracchio dei fagotti da caricarsi sulle spalle per ramingare in terre straniere in cerca di un quattrino, ma colla promessa di lavoro in patria, colla dolce speranza di poter sfamare la famigliuola restando ad essi uniti. Difatti quest’anno lavoro non manca. Quanto prima si darà principio ai lavori per la tramvia dell’Alta Anaunia promossa dalla Banca Cattolica Trentina. Poi verrranno anche: – col permesso del nostro municipio – i lavori per la tramvia Trento-Malé, i lavori per la centrale sul Sarca: c’è lavoro per il nuovo Seminario, per il nuovo istituto delle Dame di Sion che sorgerà ai Bolgheri al di là del Fersina, per le nuove Caserme dei cacciatori, senza contare di altri lavori che qua e là si iniziano quest’anno in modo insolito. Insomma, è per il nostro paese una primavera speciale: non la squallida, povera, pitocca primavera degli altri anni, che fa gridare ai figli del nostro paese: qui non c’è da guadagnare un becco di un quattrino, se vogliamo vivere, anche quest’anno dobbiamo andarcene via! No, essa si presenta e dice: fermatevi o figli del lavoro, quest’anno c’è occupazione anche per voi! E non è che un bagliore! Ben più forte, più robusta, più ricca, si presenterà in avvenire se si seguiterà con costanza sulla via intrapresa. E allora ognuno sarà figlio devoto di questa madre terra: poiché da essa ognuno sarà sfamato! Che venga presto! fs. "} {"filename":"8988fcd6-fc24-424b-8967-f0d22e8bde5a.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Allorché il nostro giornale assunse il nuovo titolo Il Trentino , le Neue Tiroler Stimmen, prime fra tutti i giornali tedeschi, ne diedero la notizia ai loro lettori e vi aggiunsero i ben parsi commenti. Il nostro foglio rinfoderava la bandiera cattolica ed esponeva la nazionale, anzi una bandiera nazionale sospetta assai di liberalismo. Altro che un mutamento insignificante come noi volevamo far credere! Dato l’allarme le Neue Tiroler Stimmen parvero tacere e seguì il coro degli altri giornali. Fra i liberali tosto levarono la voce le Innsbrucker Nachrichten. Il loro articolo era la seconda edizione di quello delle Stimmen, ampliata e riveduta ad usum dei tedeschi nazionali. A tale scopo si tirava in ballo il Vescovo di Trento, il quale col mutamento del titolo in Trentino, si era smascherato per un irredentista dell’acqua più pura. Le Stimmen, che prima avevano sì leggermente e imprudentemente insinuato l’accusa contro di noi, leggono le calunnie delle Innsbrucker Nachrichten, inorridiscono, giungono le mani, levano gli occhi al cielo ed esclamano: O tempora! O mores!! Quindi si accingono con tutto lo zelo a salvare lautorità vescovile compromessa. All’uopo occorrono informazioni, e perciò non è meraviglia che la risposta delle Stimmen alle Nachrichten abbia impiegato tre giorni a venire. Mercoledì mattina lo scrittore delle Stimmen poté finalmente sedersi con grave sopracciglio al suo tavolo e metter fuori con un sussiego spagnolo il risultato delle sue ricerche. Da «wohlinformierter Seite» egli ha saputo... e che? Nulla in sostanza di più di quello che fu stampato nel primo numero del Trentino cioè che l’indirizzo rimane immutato, che il titolo corrisponde al nome dell’Unione politica popolare del Trentino, sorta con l’approvazione del defunto principe Vescovo , donde segue che non occorreva tirare in mezzo autorità di sorta per giustificare il nuovo passo – che avrebbe dovuto esser fatto già al primo gennaio se non ci fosse stato di mezzo lo sciopero dei tipografi – che non c’era da aspettarsi il can-can dei nostri tutori di là del Brennero, se costoro anziché credere alle parole di galantuomini, non si ostinassero a vedere nel Trentino un grave reato. Dicevamo dunque che per venir a sapere queste gran cose, non occorreva che le Stimmen incomodassero qualche «wohlinformierte Seite». Le sono novità che fin dai 17 marzo si leggevano non solo sulle nostre colonne, ma sui muri delle città, delle borgate e di tutti i comuni del nostro paese. Le Stimmen devono essersi accorte che a metter fuori con aria di tanta importanza quelle novità vecchie con tanto di barba c’era da far ridere il pubblico, benché di solito là fuori degli affari nostri non ne sappiano cicca. Perciò credettero di aggiungere qualche cosa di piccante e questo non più da «wohlinformierter Seite» ma da «unanfechtbarer Quelle». Udite e inorridite! Una sera la nostra redazione viene a sapere che è decisa, è prossima, è imminente la pubblicazione di un foglio liberale moderato, che deve fare la concorrenza all’Alto Adige e chiamarsi il Trentino. Bel titolo, per Bacco. E vederselo portar via forse domani sera, forse a mezzogiorno dai moderati! Ah no, mille volte no! Ehi là disegnatore all’opera col nuovo titolo! Ha già finito? Bene! Intagliatore approntate le lettere! E zoccolo per applicarvele? Ah, ecco anche quello! E lo stereotipista, dovè? È andato a letto? Sciagurato, presto, montate sulla motocicletta, su di un ultramobile, sul diavolo che vi porti e conducetelo qui, magari in camicia! Così, nella grande precipitazione «über Nacht» fu fatto il becco all’oca. Non lo credete? Lo assicurano i supremi inquisitori delle Stimmen, che lo hanno non già dalla prima e confidenzialissima «wohlinformierter Seite», ma addirittura da «unanfechtfbarer Quelle!». Buon Dio, un po’ di calma! È vero che alle volte con questo benedetto mestiere ci tocca farci in quattro per dare ai lettori un giornale che, non facciamo per dire, si presenta proprio bene; ma ve lo giuriamo, per il titolo non ci siamo scalmanati affatto e non abbiamo perduto un solo minuto del dolce sonno, celeste ristoratore pei miseri mortali. No, care gioie, lordine di disegnare il titolo l’abbiamo dato parecchi giorni prima e ci furono portati parecchi modelli. Li abbiamo esaminati e scelto il più bello, poi l’abbiamo fatto intagliare, poi fermare sullo zoccolo, poi tirarne il cartone, poi fonderlo e già la sera prima il titolo aspettava il momento di andare in macchina. Dillo tu o proto, se le cose non stanno così! E la tremarella che uscisse in quattro e quattr’otto il Trentino moderato? Ma sanno tutti che del foglio moderato si è parlato e stampato già da più che un mese e che esso non uscirà ancora per parecchio tempo. Certo che avendo noi scelto a buon diritto quel nome, non ce lo saremmo lasciato togliere; ma per prevenire i moderati, non occorreva tanta fretta. Ce ne rimettiamo al loro testimonio! Fin qui la parte veridica e insieme allegra che sparge la luce dovuta sulle informazioni delle Stimmen. Ora la parte seria. Giacché dovete sapere che ai pretesi fatti notturni le Stimmen fanno seguire i commenti. Esse trovano che noi abbiamo scelto un nome che non è nemmeno un’espressione geografica e per giunta abbiamo fatto una pericolosa concessione all’irredentismo, nemico della Chiesa e dello Stato. Né in ciò ci scusano le provocazioni dei tedeschi nazionali. Un torto non ne giustifica un altro. In ultimo il benevolo nostro tutore innsbruckese ci avverte, certo nel nostro interesse politico e finanziario, che il popolo non vuole saperne del «fantastico» Trentino e che faremo bene a non scivolare sulla china fatale del nazionalismo. Dunque il Trentino non è nemmeno un’espressione geografica? Con quanta disinvoltura si cancella dalla faccia del mondo questa terra italiana che fa capo ad una città, chiamata Trento. Buono che un tratto di penna non basta per mutare la realtà delle cose. E poi vedete; l’esistenza di questa «nebbia» evanescente, di questo «assurdo» palpabile che è il Trentino, fu riconosciuta da labbra molto autorevoli; del Trentino parlano i suoi figli, del Trentino parlò sempre La Voce Cattolica, del Trentino parla il nome dell’Unione politica popolare; e quest’Unione, come dicemmo, fu approvata dal defunto vescovo Valussi di felice memoria; come d’altra parte non dubitiamo punto che certi conservatori tedeschi tengano pronto in tasca un decreto vescovile per impugnare il voto diretto, per mandare a rotoli la riforma elettorale alla Dieta, per sbizzarrirsi contro il suffragio universale, per andare a braccetto con quei cattoliconi di Rohmeder e di Christomannos e per dare il loro nome, il loro prestigio e i loro denari a una società che tenta di germanizzare i nostri popolani, accendendo fra loro lotte nefaste, che intorbidano e pregiudicano perfino le relazioni col clero e la vita religiosa! Ma, ci si risponde, il Trentino ha un sapore liberale. Sì, se lo lasceremo in feudo, a chi se ne arroga il monopolio; no, se ne assumiamo la rappresentanza e la difesa, noi che ne abbiamo il diritto e il dovere, perché siamo la stragrande maggioranza del paese. E vi assicuriamo che di questo Trentino sapremo difendere la fede avita, i diritti nazionali e gli interessi economici, né sarà mai che le avide ugne del pangermanismo oltracotante riescano a strapparcelo di mano, per quanto a capo del Tiroler Volksbund marci il conservatore Wackernell e fra i suoi aderenti si trovino un abate Treuinfels, un professore Mayr, ecc. ai quali dobbiamo energicamente opporci, per quanto il linguaggio delle Stimmen, organo dei conservatori tedeschi, sia per sé atto a indurci in errore e a farci credere che abbiano ricevuto il benedicite di san Cassiano per aiutare l’opera di perturbazione della diocesi di San Vigilio. Egregio dott. Ielhy! Inquisisca e rovisti in casa sua, che ne ha ben donde, e farà maggior frutto che volendo ficcare infelicemente il naso in casa altrui. Spazzi, spazzi nel proprio campo e, se le avanza tempo, dia il segno dell’armi contro di noi e venga a darci i suoi moniti salutari. Per ora, l’eco rinforzata che il suo grido ha avuto nel campo liberale tedesco e nell’Alto Adige di Trento, ci fa proprio pensare che un lavoro di autocritica sarebbe il migliore che l’organo dei conservatori tedeschi potrebbe proporsi, e, quanto agli altri, se abbiamo risposto alle Innsbrucker Nachrichten, una giusta commiserazione ci impedisce di rispondere all’Alto Adige. Il dolore è sacro, e noi rispettiamo il dolore, anche nei nostri avversari. "} {"filename":"0782e0ce-5950-47b4-a77d-78dbaf179b4f.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Tutti sanno ormai di quali elementi peregrini sia impastata la «democrazia» del partito giovane-liberale e, conviene dirlo ad onore del paese, codesta «democrazia» non ha abbagliato nessuno. Forse per questo l’Alto Adige s’era messo da poco in qua a fare il moderato, a suonare la tromba della raccolta, a preparare la ristaurazione. Ma la ristaurazione fallì, perché la nuova dinastia, dai vecchi pretendeva né più né meno che leale sudditanza. A dir vero i liberali di oggi avevano trovato una parola per questa politica d’invasione, la chiamavano «penetrazione». Ma quei birboni di vecchi non seppero risolversi a lasciarsi «penetrare» dai giovani. A nulla giovò la magnanima moderazione degli uomini della Lega Democratica, né le pose solenni e da quaresimalista dell’Alto Adige, il quale smesso di fare il monello, con smorfie dignitose e tenerezze insolite, ora esordì con la predica della concordia e della dilezione, ora, dal podio esteriore della baracca si sfiatò a ripetere: Avanti, signori, avanti! C’è posto per tutti! Fiato sprecato! La gente passava via, ch’era una disperazione a vederla! Chi non si fidava della baracca, malferma in gambe, ai più non andavano a genio i burattini. E così l’Alto Adige, alla vigilia della nascita di un giornale moderato , ha creduto di poter gettare la maschera di Grande di Spagna e di riassumere quella sua di Truffaldino. Chi non ci volesse credere, legga il numero dell’Alto Adige di ieri, e provi a darci torto. Vi riconoscerà tutto il fare monellesco antico, vi ravviserà tutte quelle nobili inclinazioni e tendenze, per le quali si prese a prestito, profanandolo, il nome di democrazia. Indiscutibilmente, mentre i vecchi risollevano la testa, i giovani sentono la necessità di scindere le responsabilità col ritorno risoluto e potente alla democrazia. Verso la vita! Ed ecco un problema di differenziazione: la questione del divorzio. Negli ultimi mesi l’Alto Adige che badava a far politica di raccoglimento, trovò opportuno di non occuparsene . Il movimento divorzista, sorto nel centro dell’Austria e allargatosi poi alle provincie, l’agitazione di protesta inaugurata con una lettera del Papa e con un appello dei Vescovi, le discussioni dei giornali fino in casa nostra, la relazione dell’on. Tschan nella commissione giudiziaria alla Camera, tutto questo per l’Alto Adige non era esistito, come se l’Alto Adige non fosse l’organo di un partito liberale e il portavoce di un deputato. Ma si trattava della «penetrazione» e con simili argomenti in discussione non si penetrava punto. Ma poi, quando fu palese che i vecchi s’incaponiscono a non ringiovanire, l’Alto Adige lasciò cadere certi riguardi e mandò all’assalto un suo teologo in favore del divorzio, facendo quella figura che sapete. Noi l’abbiamo rilevato ed ora l’organo di via Dordi vorrebbe schivare la questione, bagatellizzarla, come uno scolaretto colto in fallo. Codesti eroi del partito giovane, codesti liberali puri e d’azione, in confronto dei vecchi, dottrinari, costoro sorti per tagliare il nodo gordiano della politica trentina, per stabilire la chiara divisione dei partiti, per combattere anzitutto i clericali, fanno il nesci sulle fondamentali questioni di vita religiosa e civile, o, se ne parlano si ricredono subito, per ricorrere alla confusione dei «distinguo» e delle «eccezioni», là ove sarebbe facile e doveroso il dire una parola franca sulla questione di principio. Anche in voi, giovani, dunque la solita ipocrisia, la solita equivocità di programma e d’intenzione. Anche qui la politica dei sottintesi, che vi ha palesato in un’altra questione importante, quella del suffragio universale, per quei commedianti della politica che siete. E dopo tutte queste farse voi pretendereste che vi prende situo sul serio? Voi vi lagnate che non rispondiamo alle vostre proposte, accompagnate sempre da quella tracotanza che usano mantenere i signori, anche se decaduti? E come dovremmo noi rispondere alla vostra domanda, quando è evidente che voi la ponete solo per evitare una risposta? Oh, volete proprio la nostra? Eccovela. Ci domandate che posizione prende il partito clericale di fronte all’invasione tedesca . Il pubblico che legge il nostro giornale lo sa, e lo devono sapere anche quei pochi che giurano in verba Alto Adige, se non altro per gli articoli dei giornali tedeschi diretti contro di noi, che voi con fraterno spirito nazionale, vi siete affrettati di ricopiare. Ma gioverà ripeterlo. Noi intendiamo di combattere l’invasione tedesca con due mezzi: 1) Con l’opporci con le forze morali e con quelle delle nostre organizzazioni a tutti i tentativi di snazionalizzazione, come abbiamo fatto in Fassa, in S. Sebastiano, in Folgaria, a Caldonazzo, in Banale, ecc. 2) Col combattere a spada tratta e con la massima energia la vostra politica negativa frasaiuola e nullista, la quale ci ha ridotto nazionalmente così deboli. In poche parole noi vogliamo anzitutto far opera di democrazia, perché solo attraverso questa e con l’elevazione economica potremo inaugurare una politica positivamente nazionale. E la nostra democrazia non è una parola, avete dovuto ammetterlo anche voi. E non assomiglia punto alla vostra, voi, che nel giornale di ieri avete il coraggio di attaccare una società di poveri segantini in Fiemme , i quali cercano onestamente e legalmente di migliorare le proprie condizioni. Ci vedete anche in questa società che non è niente affatto confessionale, un prodotto della nostra politica? Ebbene sia, segno che la nostra politica è buona, che la nostra democrazia è genuina e che noi ci interessiamo davvero delle classi popolari. A voi la democrazia delle ciarle. Coraggio, segantini, l’Alto Adige vi consiglia la quiete, la dignità e la... difesa nazionale. "} {"filename":"8ecac9e4-ed4a-4e3c-81be-6e9e0f0ae2ff.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"È uscito per il I° maggio un numero unico dell’Avvenire del Lavoratore, che contiene anche un articolo del maestro, ora di moda, l’avv. dr. Piscel, il quale, dopo aver confessato che il partito è in ribasso, si consola col dichiarare che il lavoro di concentrazione, a cui ora attende il partito socialista, darà più da fare ai suoi avversari che il presunto glorioso cammino tenuto fin qui. E infine, esclama il dr. Piscel, se noi non facciamo proprio quei gran progressi, saranno i nostri avversari che lavorano per noi. «Il governo con le asprezze del militarismo e coi dazii affamatori che rincariscono sempre più la vita è involontariamente il più grande fabbricatore di socialisti anche da noi». In quanto alle «classi abbienti» (il dr. Piscel naturalmente non vi appartiene) «sia che continuino a fare con la loro inerzia continua propaganda della necessità del socialismo, sia che sulla via degli investimenti industriali si mettano a gareggiare con la borghesia più intelligente e più sveglia degli altri paesi europei, una cosa è fatale ed è la loro collaborazione a creare quelle condizioni dalle quali scaturisce sempre più numeroso e più forte l’esercito che desidera e prepara l’avvenire socialista». Anche il nostro paese ha un avvenire industriale, il che vuol dire un avvenire socialista. «L’esempio costante di tutti gli altri paesi dove avvenne questo cambiamento dal patriarcale Medioevo alla modernità è la garanzia più sicura che nessuna forza non potrà arrestare anche da noi questa corrente. Ma forse – si obietta il dr. Piscel – l’arresteranno i clericali così potenti nel nostro Trentino, col monopolizzare questo progresso, e ponendo centrali elettriche, industrie, banche, tramvie sotto il famoso timbro del cattolicismo bottegaio di nuovo conio? Per qualche anno tale pericolo durerà certamente, e se la continua di questo passo, non so quanti liberali resteranno fra poco nel Trentino a predicare che anch’essi vogliono fare qualche cosa senza far nulla mai. Ma contro il microbo socialista l’accaparramento clericale a lungo andare farà fiasco, perché appunto egli per paura di noi è quello che meglio ci spiana il cammino nel campo economico, ed anche nel campo morale col principio dell’organizzazione». Mondo cane avete ben compreso? Se non fate niente... lavorate per il socialismo e se lavorate davvero, preparate il socialismo! Ma codesta è una magnifica filosofia della storia, degna di avere a capo scuola un grasso borghese di Napoli. Coraggio, coscienti operai, le casse del partito sono vuote, la crisi delle organizzazioni è in permanenza, il dr. Battisti è in quarantena , il dr. Piscel fa l’avvocato, – non è nulla, coraggio, ché in città i borghesi, sdraiati al caffè sono un argomento potente della necessità del socialismo e nelle valli quÈ pretacci sciamannati che si fanno a quattro per scozzonare e organizzare la gente, sono tutti fatali apostoli del vostro partito. E pensare che c’è qualche ingenuo che v’ha eccitato a combatterli... Lasciateli lavorare, e viva il socialismo e chi ci crede! Mamma mia che buffoni! Nel sullodato numero unico del 1° maggio viene ristampato anche un aforisma del Liebknecht , che dovrebbe rappresentare le ultime conclusioni del dibattito, avvenuto giorni fa fra Piscel e Gasparini alla Camera del Lavoro circa la questione nazionale. Eccovelo, per la storia: «Per noi socialisti non vi ha questioni di nazionalità. Noi non conosciamo che due nazioni; la nazione dei capitalisti, della borghesia, della classe possidente da un lato, e dall’altro la nazione dei proletari, della massa dei diseredati, della classe lavoratrice; e di questa seconda nazione noi socialisti siamo tutti». "} {"filename":"b214210b-fb6b-464e-9a3d-75380cab3aab.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Secondo il progetto di Gautsch il Trentino veniva diviso in otto mandati territorialmente continui, senza distinzione alcuna fra città e vallate. Questo progetto, malgrado l’evidente parzialità a favore della città di Trento, la quale contando assieme al territorio del suo giudizio 36.000 abitanti, ebbe un mandato in confronto a collegi delle vallate di 52.000 abitanti, s’avvicinava tuttavia di gran lunga più che in altri paesi al concetto integrale del suffragio universale eguale. I collegi in massima erano fatti in modo che ogni trentino, foss’egli ricco negoziante o povero contadino, esercitava i suoi diritti politici in modo eguale. Ciò non piacque al partito liberale trentino, in cui ora predominano i radicali, poiché da un suffragio giusto ed eguale essi temono la condanna del loro frasaiolismo e del loro nullismo. Essi desideravano che per i luoghi, ove essi tengono ancora il mestolo in mano, si creassero dei privilegi e, in unepoca in cui il progetto Gautsch non era ancora comparso, si dichiararono per le proposte, dell’on. de Grabmayr, il quale richiedeva un trattamento di favore per i luoghi abitati dalla borghesia liberale tedesca. L’on. de Grabmayr, nobile del grande possesso, voleva dei feudi tedeschi e l’Alto Adige reclamò i medesimi feudi per la borghesia liberale trentina. Ma... c’era un ma. L’on. de Grabmayr si era sempre dichiarato contrario al suffragio eguale, agiva quindi coerentemente ai principii propri; i liberali radicali trentini invece s’erano dichiarati, specialmente per bocca delI’on. Silli, fautori senza sottintesi di un suffragio eguale . Noi allora abbiamo protestato e scoperta la commedia ! E i radicali, dopo aver balbettato delle magre scuse, rimisero dalla vergogna le pive nel sacco. Ed ecco che si pubblica finalmente il progetto Gautsch, secondo il quale i desideri prepotenti dell’Alto Adige restano incompiuti. Che fa allora la stampa radicale? Messa al dubbio o dichiararsi contro il suffragio eguale o di applaudire ad un progetto che, per esser giusto, non doveva corrispondere ai propri interessi, tace e fa come se si trattasse di cosa che non la riguarda. Che cosa fa l’on. Silli? Ai 12 aprile egli tiene una conferenza politica a Trento e si occupa alla lunga e teoricamente del suffragio universale, ma invano nella relazione ufficiale dell’Alto Adige voi cerchereste una parola che riguardi direttamente e in concreto la distrettuazione dei collegi nel Trentino secondo il progetto Gautsch. I signori col tivavano in cuore la segreta speranza che tutto andasse a rotoli e che venisse un altro ministero a salvarli. E il ministero venne. Nessuno sa quello che accadde intanto dietro le quinte e l’Alto Adige e il Popolo, giornali tanto facili altra volta ad invocare la luce, i comizi, la discussione, tacquero. Non si aveva il coraggio di dire quello che si intendeva di fare. Venne il principe Hohenlohe e malgrado che pubblicamente nessuno si fosse opposto alla distrettuazione Gautsch del Trentino, anzi che la maggioranza si dichiarasse in favore di essa, Hohenlohe modificò la distrettuazione e precisamente a favore dei liberali. Meno male, se si fosse seguito qualche principio, come divisione fra popolazione urbana e rurale, oppure divisione tra popolazione industriale e del contado. Ma la distrettuazione Hohenlohe non segue che il principio di creare dei privilegi per i mandatari del partito liberale. Per il Trentino infatti si crearono due collegi cosiddetti urbani di Trento città, e di Rovereto, Ala, Mori, Arco, Riva. I distretti giudiziari invece rispettivi di questa città e borgate vennero tagliati fuori dal nesso territoriale e messi in altri collegi. Che principio s’è seguito? Nessuno, se non quello di creare due feudi sicuri per i liberali. Non si è seguito il principio della divisione netta fra collegi urbani e rurali, perché tutte le altre città e borgate come Levico, Mezzolombardo, Cles, Pergine, Borgo, Tione ecc. vengono lasciate unite ai rispettivi giudizi distrettuali. Non s’è seguito nemmeno il principio di dividere i collegi industriali da quelli del contado, perché Mezzolombardo, Cles, Pergine ecc. sono per lo meno altrettanto industriali di Mori, Arco, ecc.. È evidente quindi che non resta altra ragione che quella di voler ad ogni costo favorire un partito. Questo salvataggio dei mandati liberali è tanto più vergognoso, quando si dia uno sguardo alle cifre. Trento con 24.868 abitanti (compresi tutto il militare e i forestieri) riceve un mandato, mentre il collegio elettorale di Tione, Stenico, Condino e Vezzano conta 47.000 abitanti. Così il collegio di Rovereto, Arco, ecc. (città) consta di 31.565 abitanti, mentre per es. Cavalese, Fassa, Primiero e Strigno sorpassano i 46.000 abitanti! E i confronti potrebbero continuare! A questo modo, contro ogni principio di giustizia e di equità, si sono creati due feudi liberali e la Lega democratica di Trento ha avuto la sua curia privilegiata! E i liberali radicali, così pronti altra volta a protestare contro le ingiustizie dell’«imperiale Governo» ora tacciono. Anzi no, spingono l’impudenza a tanto d’accettare la pagnotta che il Governo offre ai terribili... irredentisti. L’Alto Adige di sabato stampa: «Non possiamo dolerci se non viene preclusa al partito liberale nazionale la possibilità di partecipare anche in futuro alla lotta in difesa dei nostri diritti». Questa dichiarazione vale un Perù e preghiamo i lettori di voler imprimersela bene a mente, poiché l’Alto Adige con essa vi ammette che senza i privilegi regalati loro dal Governo, sarebbe stata preclusa la via ai radicali di conquistare dei mandati, tale è la bancarotta di questo partito di fronte al popolo! In secondo luogo la dichiarazione dell’Alto Adige fa capire che i liberali accettano la pagnotta governativa per amore della... difesa nazionale! Raccomandiamo quest’argomento a tutti quei propagandisti nazionali che si recheranno nelle campagne per combattere il Volksbund. Si presentino i liberali e dicano: Noi, o campagnoli, vi abbiamo decurtati dei vostri diritti civili perché possiate godere d’altro canto la nostra tutela nazionale. Con questi argomenti la democrazia liberale renderà alla causa nazionale i più cospicui servigi. L’Alto Adige annuncia poi che il baron Malfatti intende di presentare nella commissione elettorale delle proposte di modificazione per il collegio dei distretti giudiziari di Rovereto, Trento, Civezzano e per quello dei distretti di Cavalese, Fassa, Primiero e Strigno. Speriamo che le proposte di modificazione al progetto Hohenlohe siano più efficaci di quelle presentate dall’on. baron Malfatti nella questione universitaria. (!) Ciò sarà tanto più facile, in quanto che il baron Malfatti, ha degli amici nell’attuale ministero, tutta brave gente della sinistra tedesca come l’on. Marchet , ministro dell’istruzione e l’onorevole Derschatta. Intanto: evviva il suffragio universale liberale del Trentino! "} {"filename":"a3254eb8-68af-458e-9c92-e1641915d386.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Il francobollo nazionale . Ai 18 maggio 1906 pubblicavamo nel nostro giornale che l’Unione popolare trentina per opporre al francobollo del Tiroler Volksbund qualchecosa di simile aveva deciso di emettere un francobollo nazionale. Notammo allora espressamente che l’Unione popolare intendeva di far opera meramente nazionale fuori dei partiti e che, per quanto l’iniziativa fosse sua, sarebbe stata pronta a disporre del ricavato netto della vendita dei francobolli d’accordo o magari sotto la direzione di un Comitato che eventualmente si costituisse fra i deputati. Per comprendere quest’ultimo accenno, conviene sapere che ancora prima che si raccogliessero i deputati per trattare, secondo la proposta del Trentino, della invasione del Volksbund ed in genere del momento politico presente, si era vagliata l’idea se invece della fusione dei partiti nella Lega Nazionale , fusione che incontrava gravi difficoltà, non fosse più opportuno per il momento costituire un comitato fra i deputati dei due partiti, il quale documentasse di fronte agli avversari nazionali l’unione degli intenti e dei propositi, per quanto riguarda la difesa nazionale, e servisse anche da anello fra le diverse tendenze in casa nostra, quando fosse necessario uno sforzo comune. Quest’idea del «comitato di deputati pro difesa nazionale» venne lanciata anche nel congresso dei deputati trentini, quando si vide che la fusione nella Lega nazionale non incontrava l’appoggio di molti. E precisamente l’idea del comitato venne proposta al congresso da un influente deputato liberale, l’on. Stefenelli Antonio di Riva. Siccome però i deputati dei due partiti dichiararono di dover prima affiatarsi con propri amici politici, rimise la decisione ad una prossima assemblea. In quell’occasione anzi vi fu un deputato dei nostri, il quale disse a chi di dovere che il contegno dell’Alto Adige, il quale cercava di mettere addirittura il coltello alla gola del nostro partito al grido: «o entrate nella L. N. o vi diciamo traditori della patria», non era certo, comunque la si pensasse, il miglior modo di cercare un’intesa. Intanto, come dicemmo, la decisione venne sospesa e nel comunicato per il pubblico non se ne parlò che in termini molto generali. L’Alto Adige però, benché organo responsabile di un partito politico e portavoce diretto d’almeno due deputati, ricominciò la campagna per la sua idea, non accennando neppure ch’era stato proposto un altro mezzo per l’unione nella difesa nazionale. Così, quando uscì la proposta nostra per l’emissione di un francobollo nazionale in opposizione a quello tedesco, si preferì tacere su tutta la linea. Tacere è divenuto da poco in qua il sistema dei «democratici». Tacere quando l’opinione pubblica li accusa di turlupinarla col suffragio universale, tacere quando l’opinione pubblica li accusa di atti inquisitoriali contro la libera fede artistica di un impiegato municipale , tacere quando tutti reclamano luce sulle intenzioni loro circa il tram di Fiemme, tacere quando si criticano le loro imprese comunali, tanto che il silenzioso d.r Erardo Ognibeni ha dovuto oramai cedere ad altri la fama dei suoi silenzi eloquenti. Tacere, ma intanto lavorare nell’ombra e procacciarsi dall’«imperiale» governo il salvataggio dei propri mandati con una distrettuazione artificiosa ed ingiusta, erigere un tribunale di inquisizione contro il prof. Oberziner, tenere ben stretto il progetto di Fiemme e seppellire nel celebre «cassetto democratico» tutti i memoriali che capitassero in proposito... ma via, cosa c’entra tutto questo col francobollo? – Oh nulla, si tratta però d’un sistema e, volevamo dire, che anche questa volta il sistema è stato mantenuto. L’Alto Adige tacque completamente sull’iniziativa nostra; ma si procurò invece che la Lega nazionale ne prendesse una simile ed ora trapela che, in via privata, se ne parlò a Pirano , naturalmente non dai... trentini, veh!, ma dai... dalmati. E la stampa tacque. Intanto che è che non è, tutt’ad un tratto gli egregi scrittori dell’Alto Adige diventano loquaci. Giovedì 21 giugno avevamo pubblicato che il «francobollo nazionale» emesso dall’«Unione popolare» sarebbe presto un fatto compiuto. Apriti cielo! Gli scrittori dell’Alto Adige sono in orgasmo e vi stampano nel numero di giovedì sera come qualmente esista una vecchia, antichissima proposta, quella cioè che la «Lega Nazionale» si faccia editrice di un «francobollo nazionale». «Pare però che le stelle siano state avverse a questa proposta fin dalla nascita, perché è ancora allo stadio di crisalide... povera, malaticcia, abbandonata, e non si risolve a sbocciare». Infine però gli scrittori dell’Alto Adige si consolano perché in loro «è radicata la convinzione che la proposta stessa sia già stata presa tacitamente in considerazione e che verrà ben presto attuata dall’indefesso e laborioso presidente, dal gentil poeta triestino, Riccardo Pitteri»! Quand’ecco – e qui cominciano i disgraziati contrattempi degli egregi colleghi dell’Alto Adige – «avevano appena scritto le succitate brevi righe» (Alto Agide, n. 140) che capita in redazione il fattorino col Trentino, cioè no, colla Voce Cattolica, poiché i lettori devono sapere che per doverosi riguardi noi facciamo un’edizione speciale tutti i giorni, coll’antico titolo, per le redazioni della Bozner Zeitung, del Tiroler Tagblatt, dell’Alto Adige, delle Innsbrucker Nachrichten e delle Stimmen e d’altri giornali di codesta categoria, cui il nome Trentino è un pugno negli occhi . Tant’è, codesto giornalaccio, si chiami come si vuole, portava proprio la notizia che l’«Unione clericale» prossimamente metterà in vendita «il francobollo nazionale». Contrattempi maledetti! «Pare proprio che le stelle ci siano avverse fin dalla nascita». E pensare che quella schifosa di Voce Cattolica proprio oggi non ci doveva capitare in mano prima di scrivere l’articolo. E sì che esce in pieno meriggio e l’Alto Agide al crepuscolo vespertino! Tant’è, concluse l’articolista dell’Alto Agide, e scrisse che il fatto che l’«Unione popolare» emette un francobollo nazionale non è che «una ragione di più perché la “Lega Nazionale” abbia ad affrettare l’esecuzione dell’idea», cioè di quell’antichissima, preistorica che sapete. «Una ragione di più?» si domandarono i lettori dell’Alto Adige quella sera. – Sicuro, interloquì un radicale al caffè Piazza Romana, o che vorreste forse che i clericali possano dire d’averne imberciata una? Piuttosto comperiamo la marca del Volksbund! Ma i contrattempi dell’Alto Adige non sono ancora finiti. Venerdì l’«Unione pol. popolare trentina» mandava a tutti i giornali una circolare in cui si pregavano i rispettivi signori direttori ad appoggiare l’iniziativa del «francobollo nazionale», dal momento che essa era apolitica e si dava la garanzia che l’impresa non verrebbe in alcun modo usata a scopi di partito. – La circolare venne stampata anche sul nostro giornale, il quale uscì alquanto in ritardo, sì che non potè essere in mano dei colleghi dell’Alto Adige che circa le 1.30. La circolare stessa invece venne loro consegnata in mano alle 2.10 minuti. Eppure i signori avevano oramai trovato tempo di scrivere una colonna di roba! Così purtroppo capitò loro addosso un altro contrattempo. Nel N. di venerdì sera dell’Alto Adige infatti si può leggere un articolo intitolato il «francobollo nazionale della Unione clericale» in cui è detto che gli scrittori dell’Alto Adige hanno letto nel Trentino (edizione come sopra) la circolare, che – e lo rilevano – non venne ancora loro recapitata. A questo modo, per questo benedetto contrattempo, l’Alto Adige è «costretto» a sopprimere la circolare e specialmente il seguente passo: «Eventualmente, qualora in corrispondenza alla proposta già fatta, si costituisce dal seno dei partiti un comitato di deputati “pro difesa nazionale” l’Unione disporrà del ricavato della vendita del francobollo, d’accordo con questo comitato». Questa innocente soppressione permette al giornale di via Dordi di dipingere la nostra iniziativa come opera di partito, «come mezzo di propaganda politica, contro la quale – così i nazionalisti dell’Alto Adige – mettiamo bene in guardia i nostri consenzienti». E più sotto: «I liberali che siano convinti dei loro principii non si presenteranno certo ad aiutare la propaganda clericale». Scrissero ed avevano «già passato alla tipografia questo trafiletto» (Alto Adige, n. 141), quando capitò loro in mano la circolare, da cui poterono rilevare che il francobollo è ben riuscito e che costa 2 centesimi... Ed ora il razzo finale. Sabato sera l’Alto Adige si faceva telegrafare da Trieste «La Direzione centrale della “Lega Nazionale” ha deliberato la sollecita emissione di un francobollo nazionale. Per il disegno dello stesso si aprirà un concorso fra gli artisti delle nostre provincie sopra norme stabilite dal circolo Artistico di Trieste». E l’Alto Adige commentava: «Meglio tardi che mai! Noi ci attendiamo che l’azione della “Lega Nazionale” si esplichi sollecitamente anche in questo campo e che l’iniziativa venga senza molto indugio attuata». Crediamo che i commenti siano inutili. Rileviamo: 1) che l’«Unione popolare» intendeva di fare opera esclusivamente apolitica, per opporsi in modo speciale all’invasione del Volksbund e che per questo appunto, rifacendosi ad una proposta di un deputato liberale, era disposta a disporre del ricavato della sua iniziativa d’accordo con questo comitato dei due partiti; 2) che l’Alto Adige, pur sapendo di questo, lo ha sottaciuto, perché voleva assolutamente, per spirito di partito e di monopolio, dare il bando all’iniziativa del francobollo semplicemente perché nostra e perché voleva dare da intendere a chi ci crede che noi nella lotta per la difesa nazionale siamo contrari a qualunque forma d’accordo o d’intesa. Per far credere ciò l’Alto Adige ricorre alle ridicole commedie dei contrattempi e a delle vere canagliate giornalistiche; 3) che il nostro partito è conscio di lavorare e d’aver lavorato per la difesa nazionale con metodi seri ed efficaci e che non ristarrà dal continuare la sua via. Di fronte a questi, l’iniziativa del «francobollo nazionale» non doveva essere che un nuovo mezzo per raccogliere l’obolo di tutti, il quale sarebbe andato a favore della quotidiana lotta in Folgaria, a S. Sebastiano ecc. Il combatterla è opera antinazionale, di setta e rileviamo che i primi nemici della nostra iniziativa furono l’Alto Adige e il Tiroler Tagblatt, che oggi appunto per il francobollo ci attacca violentemente. Ed ora due parole franche all’indirizzo della Direzione della Lega Nazionale (sezione trentina) L’Alto Adige si è comportato in questi giorni come l’organo della Lega Nazionale. Si deve anzi ritenere che la posizione presa da lui non sia diversa da quella della Lega. Ora l’egregio signor Presidente, A. Tambosi, ebbe la compiacenza, ancora all’inizio della sua presidenza, di portarsi anche da noi, come a giornale nazionale, ed in quella occasione espresse l’idea che, se per il momento non fosse possibile riunirsi tutti nella Lega Nazionale, almeno le nostre vie camminassero parallele. Questa idea fu anche la nostra e, ben sapendo di esprimere con ciò l’opinione generale degli amici, aggiungemmo che saremmo ben lieti se, di caso in caso, per occasioni determinate, ci potremmo dare la mano a venire in aiuto ai fratelli nazionalmente in pericolo. Ora chiediamo francamente all’egregio signor Presidente, se i metodi e la campagna recente dell’Alto Adige siano atti a far sì che le parallele restino tali, o se invece non si faccia apposta per farle divenire linee divergenti. Che avverrebbe se il clero e i cattolici delle vallate di fronte ad altre iniziative nazionali che non tangono né diritti né interessi di alcuno seguissero l’esempio dell’Alto Adige? Ci scusi il signor Presidente della franchezza, ma quando ci si attacca a questo modo e si mette in dubbio perfino la nostra buona fede, allora dobbiamo francamente chiedere che si mettano le carte in tavola. Gli altri giornali L’Unione si distingue lodevolmente in onestà dall’Alto Adige e riporta integralmente la circolare dell’«Unione polit. popolare trentina». In quanto al comitato di deputati, l’Unione preferirebbe che il ricavato venisse messo a disposizione della «Lega Nazionale». Forse l’Unione non sa che nell’ultimo congresso di deputati la fusione dei partiti nella «Lega Nazionale» o la costituzione del comitato dei deputati erano due proposte concrete in discussione e che i nostri si dichiararono per quest’ultima. Crediamo del resto che l’«Unione popolare» non avrebbe avuto niente in contrario, se, in via amichevole, si fosse disposto del ricavato, nei singoli casi, anche d’accordo coi signori della «Lega Nazionale»; accordo di cui c’era già il precedente. Ma, come pare, tale discussione diventa inutile. Più franco, più deciso, senza le commedie dell’Alto Adige, si presenta l’Eco del Baldo. Anch’esso sopprime il comitato dei deputati ed aggiunge: «Poichè nella circolare si afferma che ogni preoccupazione d’indole politica è bandita da questa iniziativa come si spiega che il partito clericale volle assumere soltanto per conto suo l’impresa? Questo fatto non può certo rassicurare troppo malgrado le dichiarazioni contrarie e per questo crediamo che faccia bene il partito liberale a curare come cura un’analoga emissione di francobolli per il medesimo scopo e solamente per quello». E così finiscono le dolenti note. I tedeschi dovranno ridere sopra le nostre miserie, delle nostre meschinità, e forse qualcuno sarà tentato di scrivere un nuovo poema della secchia rapita. Ma non saremo noi che vi faremo la figura del conte di Cullagna. "} {"filename":"89952ac4-3e1c-4dd1-8a57-db8c8d13c479.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"I nostri accademici ritornano ora in patria e ricomincia il periodo delle vacanze. Il periodo è fugace quant’altro mai, giova tuttavia ricordare ch’esso fu già, per molti dei nostri, tempo di lavoro e di lotta. Molti preferirono agli ozi dei monti la vita agitata fra la gente, e le conferenze, le adunanze parvero come un soffio nuovo che commovesse l’aria greve dell’estate. Nulla è parso a noi più pernicioso della presunzione giovanile che all’urto prodotto dal contrasto fra la vita universitaria e quella campagnola del proprio paese non sa meditare e adattarsi, ma vuol rompere ed innovare avendo in viso più sogghigno di disprezzo per il tradizionale e il vecchio, che in cuore fermi propositi e idee chiare circa il nuovo e l’avvenire. Nessuno d’altro canto ci è parso d’aver colpito meglio nel segno di colui che ritornato dalle aule universitarie ai solchi dei padri, durante le ferie estive, immedesimandosi al popolo, tenta sulle basi antiche e sicure di erigere qualche cosa di utilmente nuovo e di apportare nuove idee e novelle forme. Lo spirito di presunzione fu cattivo animatore di moltissimi tra i nostri studenti del Trentino: un sapere più formale che intrinseco, la fede perduta, d’altro canto un tal quale idealismo, una fiducia cieca nella coltura moderna li spinse ad un lavoro che fosse politico o semplicemente di coltura, non raggiunse il suo scopo e non fu padre che di delusioni. Così le conferenze, le adunanze lasciarono il tempo che trovarono. Diversamente accade ai giovani, i quali, inspirati a quegli ideali che condivide il Trentino cristiano, avendo già legato il popolo a sé per l’anello della medesima fede, molte idee, molto moto portarono al popolo e fecero opera di vero progresso. Dobbiamo forse ricordare quanta parte del movimento popolare e cristiano furono i nostri studenti accademici e quanti coloro che sono ora alla testa delle nostre organizzazioni s’addestrano fino dagli anni dello studio, durante le ferie, alle battaglie future? A tutta la riscossa popolare i giovani presero parte, accanto al clero, a lato di intelligenti operai e spesso furono essi a trovare nelle grandi adunanze e nei congressi l’espressione più calda e più sincera di quella che poi chiamammo Democrazia cristiana. Oggi molto è raggiunto: un’organizzazione economica rurale, che i forestieri c’invidiano, opere materiali e morali che non passeranno. Ma difficile è mantenere. Le piante, a cui manchi per poco il nutrimento, inaridiscono. Le società economiche senza lo spirito per cui sono sorte, diventano delle botteghe come tant’altre. Infine ora dovrebbe incominciare il vero lavoro per il risorgimento del paese, la creazione delle industrie. Ma quelle specialmente che abbisognano ancora dell’entusiasmo, della parola dei giovani sono le associazioni di coltura popolare, le società operaie, i circoli di lettura. Sono fiori delicati, presto avvizziti se l’acqua vien meno. S’è detto che sono in decadenza. Non è vero, sono assopite. A voi, giovani, provate a mandare loro una voce e si scuoteranno, solleveranno il capo. Più urgente è la necessità di lavorare in questo campo, se si considerano i bisogni del momento e dall’altro lato la mancanza assoluta di una coscienza politica e nazionale fra il popolo. Crearla, ecco il compito d’oggi. Opera difficile, ci hanno opposto alcuni, e per la quale dobbiamo lottare non solo coi nemici fuori casa, ma anche con certi «amici» di casa nostra. Ed è vero, ma o riuscirà anche quest’opera, o vane saranno le altre fatiche. Per i giovani accademici dovrebbe essere un punto d’onore 1’occuparsene. Senza presunzioni, senza voler apparire come propagandisti di una dottrina nuova, ma invece come continuatori del movimento cattolico, i giovani che parleranno al popolo saranno ascoltati. Via da noi il frasaiolismo e il dilettantismo a buon mercato di certi nazionalisti: niente ha reso il popolo più refrattario allo spirito nazionale di tutto questo bagaglio che si usa trascinare seco nelle dimostrazioni, nelle gite e che si tira fuori nei brindisi. E soprattutto non presentiamo né la difesa nazionale né l’opera di elevamento nazionale come qualche cosa di astratto da tutte le altre tendenze, no, non conviene parlare come di cosa a sé, o del momento. Se volete veramente creare una coscienza, dovete andare fino al fondo, dovete presentare al popolo un programma integrale di risorgimento e di rinnovamento e come parte logicamente connesso al resto anche quanto riguarda più specificamente la lingua, la questione nazionale. Dobbiamo dimostrare al popolo che il suo elevamento morale, religioso, economico e di coltura nazionale sono una medesima cosa. Allora avremo dato al popolo anche una coscienza dei suoi diritti politici entro lo Stato. Ma lasciar regnare equivoci è pericoloso, lasciar dubitare che l’elevamento nazionale possa essere qualche cosa di diverso o contrario a quello morale religioso o magari osteggiare quello economico, è come rinunziare per sempre a formare il Trentino, quel Trentino moralmente unito cioè, che non esiste ancora. Vedano i giovani amici di rivolgere la mente e l’opera loro a questa meta. La nostra Unione popolare ha presentato questo programma al popolo e l’ha lanciato quasi per tutte le valli. Spiegarlo, diffonderlo fra le classi popolari è lavorare alla formazione del Trentino, di questa nostra terra, che faremo indipendente dagli avversari solo quando avremo un popolo intelligente, libero e franco. "} {"filename":"700d8fc0-5da5-418b-96c0-ee6847a1fd42.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"L’Alto Adige porta ieri due articoli. Nel primo il signor S., scrivendo a nome del paese quello che gli detta dentro, conclude reclamando nientemeno che le dimissioni dei deputati, compreso l’on. Silli. Nel secondo la redazione polemizza con la signora Voce Cattolica la quale, com’è noto, le viene ogni giorno tra i piedi per quei certi riguardi che ci siamo imposti verso il Rohmeder, il Tiroler Tagblatt, l’Alto Adige, la Bozner e simile genia. Il Trentino, secondo questo articolo, ha confessato completamente il suo procedere egoistico o se non fosse il caso che l’Alto Adige ha una diffusione tale che lo premunisce dalle nostre bugie, il poveraccio rimarrebbe vittima di chi sa quali calunnie! Noi non ci teniamo affatto a seguire e controllare tutte le evoluzioni per cui l’Alto Adige è proceduto durante la campagna per la riforma elettorale: se non fosse la canicola, la commedia del suffragio universale liberale avrebbe certo la sua continuazione. Rileviamo anche che l’Alto Adige continua a falsare il nostro pensiero, ma non ce ne occupiamo d’avvantaggio, tranquilli anche noi per quella tal diffusione immunizzatrice che non abbiamo da invidiare ad altri. Con tali sistemi, bei frutti ne ricaverà il paese! Noi manteniamo in quanto alla storia degli ultimi avvenimenti quanto abbiamo scritto e ripetiamo all’Alto Adige che non ritiriamo un rigo. Questo anche di fronte a quanto l’Alto Adige dice di poter documentare, ossia all’andata dal ministro, alcune ore prima del compromesso già stipulato, andata, a cui noi avevamo già accennato e che anche ieri abbiamo ricordato. Ripetiamo che non possiamo giudicare le intenzioni, ma solo alla stregua dei fatti. Avevamo del resto previsto che l’entrata dell’on. Conci nella commissione avrebbe dato modo all’Alto Adige di rovesciare le responsabilità addosso a chi non le poteva avere. Se l’on. Conci fosse proprio l’egoista che dipingete voi, avrebbe potuto starsene in disparte e lasciare che solo gli artefici del compromesso italo-slavo si addossassero le responsabilità delle odiose conseguenze per il Trentino. Ripetiamo pure che si combatta nel plenum per la faccenda delle oasi: e facciamo voti che gli egregi fratelli adriatici che ora sono generosamente in giubilo per le conquiste fatte (ieri avete letto l’articolo del Piccolo) appoggino la già annunziata proposta di minoranza dell’on. Conci con quel medesimo calore con cui conchiusero quel compromesso che ci mise in una posizione d’inferiorità nelle trattative coi tedeschi. E poi, caro Alto Adige, se hai ancora voglia di cianciare d’egoismo e di particolarismo ti citerò un giornale dei tuoi, l’Eco del Baldo, il quale ha scritto che se poi i mandati trentini saranno 8 invece di 9, cioè uno pretesco di meno, sarà ancor meglio! Questo sì che è sacrificio e spirito nazionale! Eppure l’acqua è tanto limpida per chi non la vuole intorbidare! Noi abbiamo detto, e vi sfidiamo a negarlo: o si trova il mezzo di garantire il ritorno simultaneo del Tirolo e del Trentino alle proposte Gautsch, ossia a 13 mandato tirolesi e 8 trentini, e allora noi non abbiamo nulla in contrario a cedere il nono mandato, oppure non si può garantire questa simultanea riduzione, e allora noi protestiamo che si contratti e si disponga del nono mandato, disarmandoci e ponendoci in un’alea terribile di fronte ai tedeschi. O si voleva forse dare da bere che i tirolesi ridurrebbero i loro mandati o le annunziate pretese dell’Erler, Schraff e Tollinger solo perché i trentini ne avevano contrattato uno cogli sloveni! Ma i giornali democratici, si capisce, la pensavano così: ridurre sì i mandati trentini a 8, ma non ritornare con ciò integralmente alle proposte Gautsch, perché in esse era compresa anche una distrettuazione più giusta e che escludeva i privilegi dei liberali. Ecco quindi il pio desiderio: Numero dei mandati secondo Gautsch (8), ma distrettuazione analoga alla proposta Hohenlohe (i due famosi «collegi urbani»). Il risultato della somma doveva essere un mandato «clericale» o «pretesco», di meno, come dice l’Eco del Baldo. È vero che questi calcoli erano contrari alle dichiarazioni o riserve Malfatti della giornata, ma, si sa, i nostri liberali in paese sanno esserlo più dei loro deputati, almeno a lumi spenti. E dopo tutto questo po’ di roba si passa all’offensiva. Via, la mossa era abile, ma un po’ troppo evidente e le somme le sa tirare anche il «paese», nonostante la sua decantata diffusione. "} {"filename":"8b2ad7d8-e004-45c4-9d2b-b445990947a8.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Ricordate? il Trentino era per loro la terra dei morti. Le sorti del partito liberale venivano dirette ancora dai seguaci dei «patriotti», ma erano roba ammuffita, e li condannavano già ad essere mutati nel famedio cittadino a tenere compagnia a Dordi , Grazioli e Mazzurana . E spuntarono essi quali «piante novelle rinovellate di novella fronda». All’êra dei «patriotti» doveva succedere l’êra dei democratici. Se Piscel e Battisti avevano giurato di far del Trentino tutto un grande bracere rosso, Silli vedeva i trentini assiepati lungo la sua via ed egli la percorreva, seguito, acclamato dai più, schiacciando gli oppositori come scorpioni o rospi che strisciavano sul cammino trionfale. L’inaugurazione di un monumento divenne una rumorosa festa anticlericale , venne decapitato in via telegrafica il club dietale italiano e avanti, incliti figli della patria, si gridava da tutte le file. Ma quando le piante novelle si trapiantarono nel succoso terreno municipale, le fronde ingiallirono. Forse gli uomini dell’êra antica vi avevano lasciato degli umori acri, attossicanti? Nessuno lo seppe mai. Nessuno seppe mai, perché la cruda campagna anticlericale preannunziata, incominciata fosse d’improvviso tronca, nessuno seppe perché la democrazia, protettrice dei giovani sulla via della conquista, si fosse poi dileguata, piano piano, quasi vuoto fantasma, a conquista fatta. Nessuno lo seppe, perché gli affollati comizi di popolo promessi non si convocarono, perché la libera discussione prima invocata s’incominciò a temere, si volle evitare. Nessuno lo seppe, ma tutti gli indovinarono. Indovinarono che sopra gli uomini anticlericali, demagoghi dal gesto vivace, dalla frase fiera, veniva a depositarsi una vernice chiamata vernice del potere. Evidentemente, per i democratici il nemico d’una specie aveva abbandonato troppo presto il campo per poter persuadere i liberali tutti, che i giovani non erano un partito nuovo, ma una filiazione migliore dell’unico ceppo, o l’altro nemico, quello nero s’era messo troppo in allarme per le sfide di guerra lanciate con audacia precoce. Conveniva quindi mutar tattica e costume. L’opportunismo divenne capo-scuola. S’ingiunse all’Alto Adige di frenare i generosi impulsi e di sostituire alle fanfare di guerra le dolci melodie d’Orfeo che attirano ed assopiscono. Lentamente i giovani liberali operarono la ritirata, fecero indietreggiare l’audace drappello fino a porsi in linea col resto delle forze liberali. E perché questi nelle borgate e nelle valli chi per inclinazione chi per opportunità non si sentivano di rappresentare il programma radicale anticlericale, si ordinò anche nel centro di accentuarlo meno, e il comando venne dato immotivato con seguente sospiro. «Il paese non ci segue». L’Alto Adige tuttavia non fu fedele alla consegna, gli inviti alla concordia si alternarono con attacchi di vecchi tagli e anche quella certa moderazione o meglio voluta assenza in questioni religiose non venne sempre mantenuta. Quando poi uscì l’Unione, l’organo della concentrazione dimenticò il suo mascheramento di recente data e mise fuori il muso ferrigno, e quando potè, azzannò i clericali, costretto, balbettò il suo liberalismo circa il divorzio, diede torto al papa e ragione a Clemenceau . Eravamo daccapo. Conveniva ricominciare. Pentirsi, mutar consiglio? Nemmeno per sogno, ma invece cambiar giornale. È uscito il Risveglio, periodico politico-popolare. Di chi era l’organo? Dei democratici? Evidentemente no, perché allora l’avrebbero certo intitolato il Rinsavimento, dei moderati, no, perché l’Unione non lo riconosce. O di chi adunque? Ve lo diremo noi! Il Risveglio è organo dell’Opportunismo e della Paura per le prossime elezioni. Il suo programma infatti è l’unificazione dei liberali e la propaganda popolare «dei buoni principî» a cui esso s’ispira. Ma perché questo programma faccia frutto, è indispensabile che si dimentichi molto: i liberali non democratici, le offese atroci, le impertinenze quotidiane, il popolo a cui è rivolta la propaganda dei «buoni principî», quali siano questi principi e com’abbiano già fruttificato. Il paese deve venir cullato in un dolce sonno, la nenia del risveglio far obliare le fanfare dell’Alto Adige. Signori, via, incominciamo ad essere sinceri almeno nel titolo, e sull’esempio di un nostro grande poeta chiamiamolo non Risveglio ma la «Ninna Nanna del Trentino». Ninna nanna, o stanco paese, il sonno chiuda gli occhi della tua intelligenza poiché v’è chi veglia e per teco spira e lavora. Ninna nanna, o paese cattolico, dormi nella tua tranquilla coscienza religiosa, che nessuno te la verrà a turbare. Ninna nanna, paese dissanguato, ché i liberali provvedono al tuo risorgimento. Ninna nanna, o Trentino lavoratore, dimentica chi combattè le associazioni che ti portarono salute. Ninna nanna, o Trentino agricoltore, uomini nuovi seminano i tuoi campi, ti ottengono l’uguaglianza del voto. Ninna Nanna, sogna il laborioso e quieto vivere dell’agricoltore che solca i campi coll’aratro, mentre spunta il gran sole dei radicali (vedere la testata del Risveglio). Dormi, dimentica; e intanto quei signori ti fanno preparare la camicia che ti soffocherà e ti avvelenerà e grideranno impaziente alla novella margotte: La camicia di Nesso è ancora finita? Presto voglia l’Europa imbavagliare. Ma forse la Deianira democratica ha errato il calcolo e il popolo trentino sarà più astuto d’Ercole. La «Ninna nanna» sarà mormorata invano. Il popolo ricorderà e vi spalancherà gli occhi in viso, o signori! Quel contadino non spingerà sempre l’aratro, ma istruito e chiamato alle urne, lascerà i buoi in mezzo ai campi, e allora l’Ercole trentino sorgerà davvero, ma non sarà l’Ercole che, vinto oramai dal veleno di Nesso, si piega moribondo sulla pira. L’Ercole trentino starà ritto, conscio della sua forza. L’Ercole trentino sarà Ercole colla clava. "} {"filename":"44fb2062-5e98-421b-a70f-2e9a189456ce.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Non pensiamo agli eroi di Plutarco, di Cornelio o di Carlyle , né ai figli della Gloria. Nemmeno agli altri eroi ed alle eroine segnate a lettere d’oro sulle pagine della storia, non agli eroi civili, militari, né a quelli dell’arte o del genio. Alla vigilia d’Ognisanti voi scomparite, o eroi omerici, o Leonida, o Milziade, e voi, eroi fugaci delle guerre, dei rivolgimenti moderni vi inabissate nella vostra polvere. L’heros si spoglia della luce diurna, s’intensifica e s’india. Domani è la festa dei nostri Eroi. Eroi dell’anfiteatro, delle belve, delle crocifissioni, delle torture, eroi dei lenti martiri, della vita consumata dal lavoro sacro ad una convinzione, eroi dell’altare e del sacrificio. Domani suoneranno le campane a distesa per festeggiarvi tutti, o Eroi della religione. E canteremo gloria a Dio d’avervi fatti e chiamati a Lui, d’avere stabilito il vostro esempio. Quanti poverelli disconosciuti, calunniati sono fra voi, quante grame vecchierelle dei nostri villaggi, per le quali i contemporanei ebbero disprezzo, i posteri l’oblio! Domani molti piangeranno su di una tomba. Ma quelli che hanno diritto di avere fiducia, asciughino le lagrime. Cristiano, i tuoi Fratelli Morti sono Eroi e di fronte alla gloria loro scompare e s’inabissa la fama e lo splendore di quaggiù. D. "} {"filename":"1bb176fa-ea50-48e8-985c-f2579fe601bb.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"L’Alto Adige non poteva tacere del «Kanzelparagraph» . Si è fatto aspettare un poco, ma alla fine ha parlato e ha parlato da pari suo. Uditelo. La proposta Stein e Feriancich non è «una eccezione odiosa per il clero», ma impedisce soltanto che il clero usi di «un mezzo di lotta che per la forma e la sostanza è altamente immorale». L’influsso che il sacerdote come tale esercita sulle elezioni è «un privilegio basato sull’immoralità»; è un «barattare i voti con acconti sulla vita eterna». Come un giudice non può nel suo ufficio influire sulla politica, così il sacerdote. Questi, occupandosi delle cose siffatte, diventa «un intrigante disonesto e immorale» e... ma fermiamoci qui, che a voler riportare tutto il florilegio dell’Alto Adige, bisognerebbe dar luogo quasi a tutto il suo articolo. Noi non opporremo a questi sfoghi che una semplice domanda. È vero o non è vero che la politica e i parlamenti si occupano di questioni morali e religiose? È vero o non è vero che essi volentieri entrano in questioni ecclesiastiche ed educative? È vero o non è vero che pretendono disporre dei beni della Chiesa, mettere il naso nella loro amministrazione, mettere il naso sull’insegnamento religioso, riformare o meglio deformare il matrimonio? Ed è vero o non è vero che Cristo ha dato una legge che riguarda la sua Chiesa, il matrimonio, l’educazione, legge che obbliga in coscienza e porta gravi sanzioni? E se è così, come mai si vorrebbe che il ministro di Cristo, appunto in tale qualità, non si occupasse di simili questioni? Se facesse così, sarebbe «canis mutus» e «servus nequam». E qui non è proprio il caso di distinguere fra sacerdoti di vecchio e nuovo stampo, ma solo fra sacerdoti fedeli e traditori del ministero loro affidato. Quando i parlamenti e la politica si occuperanno di questioni meramente civili ed economiche, il clero, come clero, non se ne impiccerà, benché il suo concorso sia di frequente desiderato da quei liberali che poi gli gridano la croce addosso e lo accusano come «invadente» e «intrigante»; ma quando altri si arrogherà di toccare i diritti di Cristo e della Chiesa sulla società, tutti dal papa ai vescovi all’ultimo sacerdote alzeranno la voce e adempiranno il loro stretto dovere, usando dell’ufficio e dei poteri ricevuti per difendere la più giusta, la più santa, la più utile delle cause. Vedasi ciò che ha fatto il mite Pio X coi giacobini francesi; vedasi oggi stesso nel nostro giornale ciò che fanno e inculcano i Vescovi tutti dell’Impero, e si potrà giudicare ciò che devono fare e faranno i sacerdoti finché sarà dovere di coscienza per ogni cristiano e per ogni ministro del santuario di salvaguardare la religione con tutti i suoi beni e di negare il voto a chi li volesse mano mettere. Altro che «privilegi» e «immoralità», come pretende l’Alto Adige, le cui condanne vanno logicamente a stimmatizzare la legge portata e sancita da Cristo! Del resto lo stesso presidente dei ministri dichiarò che il «Kanzelparagraph» sarebbe un’ingiustizia e un’offesa e ormai la sua sorte nel sottocomitato per la riforma elettorale è suggellata. Ecco quanto in proposito ci veniva telegrafato dal Parlamento: Vienna 16, ore 5 pom. Nella sessione del sottocomitato per la riforma elettorale si discusse la legge di protezione per la libertà del voto. Feriancich e Stein difesero la loro proposta diretta contro il clero. Si sviluppò una lunga discussione, alla quale presero parte quasi tutti i membri del sottocomitato. Il socialista d.r Adler e il liberale d.r Löcker si dichiararono contrari, aggiungendo però che questa era la loro opinione personale, esprimendo la quale, non intendevano di legare il voto dei loro colleghi di partito. L’on. d.r Conci dichiara che il «Kanzelparagraph» è una manifesta lesione di diritti garantiti alla Chiesa dalle leggi fondamentali dello Stato. Se questo paragrafo verrà accettato, egli voterà contro la legge della riforma elettorale. Il ministro della giustizia, Klein, a nome del governo prega che non si faccia alcuna aggiunta al progetto di legge e non si voglia caricare l’autorità di un compito così odioso, come quello contenuto nel «Kanzelparagraph». Si viene alla votazione. Il «Kanzelparagraph» viene respinto con otto voti contro tre. Votarono in favore dello stesso i due proponenti Feriancich e Stein e il dep. Choc, czeco radicale. Il d.r Löcker si astenne. Così, per ora, la cosa è finita e l’Alto Adige può imparare qualche cosa, non diciamo dal presidente dei ministri Beck e nemmeno dal ministro della giustizia Klein, esperto giurista e autore della nuova procedura, ma liberale di tre cotte, bensì dallo stesso capo dei socialisti d.r Adler, che si rifiutò di votare per una legge eccezionale contro il clero e in ciò non fece che seguire l’esempio dei socialisti tedeschi, i quali, come noto, sono contrari alle leggi eccezionali introdotte dal Bismarck contro i cattolici della Germania, come i cattolici della Germania furono sempre contrari alle leggi eccezionali dello stesso Bismarck contro i socialisti e col loro voto ne ottennero l’abolizione. Intanto, con tutto il loro forcaiolismo, colle leggi eccezionali, colle multe, cogli arresti, col carcere comminati al clero, questi nostri radicali la pretendono a paladini della «legge comune» e della «libertà»; anzi s’illudono al punto di trovare «appoggio a quella parte del clero che onestamente attende al proprio ministero». Non vi sarà nessun sacerdote e nessuno cattolico che non rigetti sdegnosamente questa proposta o questa speranza dell’Alto Adige, come un’offesa sanguinosa, ma è bene che lo spirito, i principi, gli intenti dei radicali si manifestino sempre più. Cattolici, all’erta e lavorate! "} {"filename":"245c1d38-161a-46b4-8551-35b69ae5f443.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Il Messaggero roveretano di sabato 17 novembre pubblica al posto d’onore un articolo contrassegnato D.r L. S. circa il «Kanzelparagraph» che meriterebbe d’essere riprodotto per intiero. I buoni roveretani, i quali confidavano che il loro giornale sarebbe di tinta moderata, sono ora serviti a dovere, ed è inesplicabile come taluno di sentimenti cattolici possa sopportare simili attacchi per amore del colorito locale. Dell’articolo purtroppo non possiamo dare che la conclusione. Eccola: «Essi (i clericali) dicono: voi eretici concionate il popolo nelle adunanze, noi cristianissimi lo illuminiamo dal pergamo e nel confessionale. Il tempio di Dio (quantunque nel Vangelo ciò non sia scritto) può benissimo, a di lui gloria, trasformarsi in comizio chiuso». Ce lo ha insegnato papa Pio X che a Venezia, lui imperante, nella chiesa di S. Giovanni e Paolo, col lusso di musiche e bandiere, e con abbondanza di fioriti discorsi, inaugurava anni or sono i lavori del Patronato agitatore dell’idea clericale per tutta Italia. Nessuna meraviglia pertanto, i colleghi dell’Alto Adige, ma uniamoci tutti, con ferma fede ed attività di lavoro, per opporci tutti a questo oltracotante clericalismo nel già sfruttato Trentino. Non è ancora maturo il popolo italiano per adoperare la scopa di Francia! Ma educhiamolo almeno che, quando sarà fatto conscio di sé saprà dire la sua sovrana parola». Notino gli amici due cose: l’appello alla solidarietà agli anticlericali d’ogni sorta, e poi il desiderio programmatico contenuto nell’ultimo sospiro ove si deplora che il popolo italiano non sia ancora maturo per inaugurare la lotta colla Chiesa come si fa in Fancia e si propone di educare il popolo, perché diventi degno dei... giacobini francesi! Attenti al bloc , attenti all’educazione dei nostri Clemenceau in sessantaquattresimo! "} {"filename":"bb12155a-2c6a-41fc-b353-c46f24e53a1e.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Olà, giacobini! La vostra conversione è troppo subitanea. Di sotto il cappuccio del frate sguscia fuori un lembo del berretto frigio. Immaginatevi, amici. L’Alto Adige ha acclamato alla separazione fra la Chiesa e lo Stato, se l’è presa colla pastorale dei vescovi austriaci, ha approvato il movimento per il divorzio e la scuola libera e se non ha invocato come il Messaggero la «scopa di Francia», ha tuttavia applaudito alla legge eccezionale proposta per il «Kanzelparagraph» come ad «un episodio del grande conflitto» del Kulturkampf. Un suo collaboratore s’è anzi smarrito nel labirinto (almeno nel suo cervello il labirinto è enorme) delle leggi confessionali, interconfessionali o laiche. Noi abbiamo risposto, abbiamo cercato di difenderci come eravamo buoni, poverini, contro le botte dei cavalieri radicali. Ebbene, lo credereste? Tutto in un colpo l’Alto Adige cambia tono e registro e... si fa frate. Ieri sera non ribatte un ette delle nostre asserzioni, ma, approfittando di un articolo di Romolo Murri stampato nel Corriere della Sera circa il clericalismo, rassicura la gente timorata di Dio e credulona che lo legge, ch’esso, che i giovani radicali non vogliono combattere affatto la religione o il cattolicismo che per loro «è un concetto puramente religioso, estraneo alla politica», ma semplicemente il clericalismo, la «perpetuazione dei privilegi del clero politicante». Ora lasciamo stare l’articolo di don Romolo Murri, il quale è molto confuso, inesatto e qui e là perfettamente errato. Sarà buono che non vi si appoggi nemmeno l’Alto Adige, giacché il Murri dà alla parola clericalismo un significato molto più vasto, di quello che lo voglia far credere l’organo di via Dordi, tanto che chiama «clericali» Giolitti e Fortis , di cui, se non erriamo l’Alto Adige è buon ammiratore. È nota poi la posizione che Romolo Murri col suo gruppo «autonomo» ha assunto di fronte ai cattolici in genere, e a chi come noi lo conosce da tempo tanto privatamente che come uomo pubblico non riuscirà difficile spiegarsi il divenire e la genesi del suo presente pensiero politico e religioso, il quale del resto è non poco in contraddizione con altre sue enunciazioni dette o stampate nelle Battaglie d’Oggi . Ma veniamo alle cose nostre, egregi giacobini in cocolla, che sarà più pratico e più efficace. È vero o non è vero che voi siete avversari e apertamente o occultamente combattete dottrine o istituzioni prettamente religiose della Chiesa cattolica, in riguardo, per esempio, dell’indissolubilità del matrimonio, circa la separazione della Chiesa dallo Stato, circa la scuola confessionale e simili? Dopo gli articoli recenti, dopo tutto il vostro passato, malgrado l’ipocrisia che spesso usate, ciò è tanto evidente, che non avrete l’impudenza di negarlo. In tutte queste tendenze voi vi trovate dalla parte di coloro che vogliono ricacciare la Chiesa da tutte le posizioni, che difficultano la diffusione delle sue dottrine la pratica attuazione delle sue tantissime; per voi il cattolicismo non è che un «concetto» che dite di rispettare, ma la Chiesa cattolica colla sua gerarchia, colle sue istituzioni non è una società umana-divina, il Papa per voi è come per Clemenceau, uno straniero. Noi invece, cattolici militanti, scendiamo in campo nella vita pubblica per difendere la Chiesa e le sue istituzioni dagli attacchi e dalle insidie dei suoi avversari. Queste lotte trattandosi di cose pubbliche, vengono combattute naturalmente nell’ambito della politica. E nel campo della vita pubblica e della politica noi, cattolici militanti, attendiamo quindi a nient’altro che alla difesa degli interessi e dello spirito religioso. Chiamate voi ciò clericalismo? E sia, ma non venite allora a farci viete distinzioni, ad impiantare vecchi sofismi che non valgono più che per anime ipocrite o per quelle mezze coscienze, avvezze ormai a sorpassare alle contraddizioni latenti fra la propria vita domestica e la loro attività pubblica. Questo è il perno della questione, o signori, e di qui non scappate. Tutto il resto è secondario, relativo, transeunte: gli atteggiamenti vari che i cattolici assumono in questioni politiche in senso stretto od economico non sono per gli avversari il clericalismo. E qui sta anche l’errore fondamentale del Murri. Gli anticlericali non combattono in noi solo o precipuamente il relativo della nostra politica che varia secondo i tempi ed i paesi, ma oppugnano l’assoluto che è ovunque legato indissolubilmente colle dottrine della religione cattolica e colla vita della Chiesa. E voi ben lo sapete, giacobini di ieri e di domani, che in certi momenti della vita politica quotidiana, e nessuno vorrà negare che l’ora che corte è uno di questi momenti, chi milita nella vita pubblica non può farlo che in due eserciti o in quello di coloro che si organizzano alla difesa della Chiesa e dei principii, delle istituzioni cristiane, e questi chiamiamo noi cattolici e voi clericali, o in quello di coloro che combattono la Chiesa, i papi, i vescovi e questi sono gli anticlericali di tutte le gradazioni. È, vero, vi sono credenti, che non fanno parte né dell’uno né dell’altro esercito, ma questi o non sono militanti e allora rappresentano gli assenti della vita pubblica o non hanno chiaro nella loro coscienza il presente «grande conflitto», a cui accennava un collaboratore dell’Alto Adige. Ma codeste le son cose che gli amici radicali sanno benissimo e anche recentemente ci hanno detto d’appartenere all’esercito che combatte la Chiesa e le «brutte lettere sinodali» di vescovi, lettere sinodali che non riguardavano affatto la politica in senso stretto, l’economia o la questione nazionale, ma appunto la difesa d’interessi religiosi nella vita pubblica. Però i nostri giacobini hanno paura, hanno paura del popolo, al quale la rude campagna anticlericale non è mai piaciuta, hanno paura del verdetto del popolo trentino, per il quale il cattolicismo è qualche cosa di più che un «concetto». E, ogni qualvolta il loro spirito anticlericale s’è rivelato veramente per quello che é in fretta e in furia si fanno frati, predicatori della religione tutta interna, tutta appartata, tutta da romitaggio. Ebbene, frate ipocrita, frate giacobino, il Trentino cattolico non sa che farne della tua religione messa in cantina, del tuo falso spirito religioso che deve svaporare nella notte e fra quattro pareti, il Trentino vuole che la sua religione si manifesti in privato e in pubblico, nelle scuole, nelle adunanze, nelle associazioni, nello Stato, vuole che la vita domestica e la vita pubblica siano armonicamente dirette da un solo spirito, il quale deve aleggiare nelle cattedrali, e negli istituti, eretti e consacrati dalla laboriosa fede dei nostri padri. "} {"filename":"e2d45d5c-ecc2-49a4-b3e2-4d8396217e5b.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"La classificazione dei partiti riesce oltremodo difficile. È probabile che la divisione in liberali, socialisti, clericali sia ormai invecchiata e superata. I liberali che portano questo nome hanno quasi ciascuno un programma ma diverso, se pur ne hanno. Quale è il loro liberalismo nel campo morale-religioso, nel campo politico sociale e in quello economico? Per la maggior parte d’essi Hobbes, Locke, Spinoza, Rousseau, Smith e Ricardo, che sono i capiscuola del liberalismo nei vari campi, sono tanti Carneade. Pochissimi, e parlo della gente colta, ne conoscono i programmi o le idee. Una delle cause di questo beato empirismo che domina fra i liberali è certo il fatto che tutte le loro vecchie dottrine fecero bancarotta. Che farne di teorie che nell’esperienza sono arrivate agli antipodi della meta voluta? Il liberalismo politico ha condotto all’ultrapotenza dello Stato, quello politico-ecclesiastico al cesaro-papismo o alla separazione della Chiesa dallo Stato che equivale, nell’Europa latina almeno, ad oppressione, il liberalismo economico ha condotto alla schiavitù del capitalismo. I nostri liberali hanno buttato a mare le loro teorie e ricordano ironicamente i tempi «in cui si giurava sulla teoria del libero scambio» o assegnavano allo stato solo «il dovere di guardar passare l’acqua fra le dighe» e paragonano tutto il loro programma teorico alla «città degli uccelli» di Aristofane. (Vedi gli articoli di un vecchio liberale nell’Alto Adige 1898). Perché allora conservate la classificazione antica? Questa è resa difficile anche perché i socialisti da noi sono di nuovo una specialità che ricorda poco il socialismo teorico. Svanite per forza di cose e di quattrini le parole d’ordine contro la borghesia e il capitalismo trentino, che cosa è rimasto della dottrina socialista? Il Popolo è una di quelle scatole di farmacia su cui s’è lasciata la vecchia etichetta, benché si siano mutate le pillole che v’erano dentro. E come il giornale sono gli uomini. Come mantenere anche qui la vecchia classificazione? Ma c’è di più. A Trento è nato anche il liberalismo-socialista o democratico composto degli antichi nomi e come s’è visto poi anche degli antichi andazzi e di una certa dose di postulati assunti dai socialisti, d’un po’ di municipalismo, di legislazione sociale e d’altre coserelle che sono pratiche negazioni del liberalismo dottrinario. La nascita di questo partito strano ha creato per reazione i moderati dei quali non ci occuperemo oggi, perché nella lotta religiosa rappresentano nel momento presente gli assenti. Ma anche i nuovi uomini che figure oscillanti! Come fate, per esempio a stabilire la posizione dei così detti democratici nella questione dell’eguaglianza del voto? Non è possibile se non ammettendo che l’on. Silli abbia a Trento una casacca per la Lega democratica e oltre a Salorno indossi quella dell’Associazione liberale-nazionale. Davvero quindi che se si volesse classificare esattamente il mondo politico trentino si dovrebbe fare come i naturalisti, i quali oltre gli animali, vegetali e minerali ammettono anche i protisti, regno confuso e indefinito in cui vengono messi tutti i bacilli moderni che vengono scoperti od inventati tutti i giorni. Ciò sia detto semplicemente per la chiarezza del paragone, senza volere con ciò prenderci la rivincita del famoso e delicato epiteto di «rospi» applicatoci in un’occasione ancora più famosa. Vengono terzi nella classificazione comune i così detti clericali. Ed eccovi di nuovo un nome sbagliato che non si riferisce a nessun programma e che noi non accettiamo. Che cosa sia il clericalismo nessuno ve lo sa dire, come la nonna non vi saprebbe dire chi sia l’orco o il salvanello. Ma intanto e i nostri avversari e le nonne adoperano la parola e l’immagine per spaventare ed atterrire. Che importa se l’orco non esiste quando la sua immagine serve agli scopi degli avversari? Qualcuno ha tentato di definire il clericalismo il quale sarebbe l’abuso della religione per scopi politici. Questa definizione io accetto volentieri, perché sarà facilmente dimostrabile che i clericali non siamo noi. Sapete chi era un clericale, secondo questa definizione? Era clericale il sommo sacerdote Caifas, il quale abusò della religione per mantenere la sua influenza ed accusò Cristo di ribellione alla religione ebrea ed al popolo romano, confondendo religione e politica a seconda che gli giovava. Ma non siamo clericali noi seguaci di quel Cristo che insegnò: «Date a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio». Era clericale, per venire a tempi più vicini, don Abbondio che per paura di don Rodrigo abusava del suo posto per tradire due poverelli che chiedevano la benedizione della religione al loro matrimonio. Era un clericale don Abbondio che non si ricordava dei superiori che per abusarne. Ma non sono clericali i nostri preti che col coraggio dì fra Cristoforo affrontano le ire dei signorotti, non sono clericali i nostri sacerdoti che anche nella vita pubblica lavorano in un solo spirito coi loro superiori. E osservate la cosa strana; agiscono da clericali quei sacerdoti i quali sono in stretto accordo coi liberali, Caifas strinse alleanza con Pilato e Pilato è il prototipo dei nostri governanti liberali. Don Abbondio agì da clericale quando si piegò alle voglie di don Rodrigo, e don Rodrigo era un liberale di tre cotte, uno di quei signorotti ch’esistono anche da noi, i quali se non mandano in malora un matrimonio hanno però la forza di impedire la formazione di una cooperativa, di una società operaia! L’oratore passa quindi a dimostrare in che consiste invece il cosiddetto clericalismo dei cattolici per concludere che il nostro clericalismo non è che la difesa e la rappresentanza degli interessi religiosi nella vita pubblica. Di fronte a questo nostro programma anche la classificazione dei partiti trentini diventa più facile e più proficua. "} {"filename":"b5c030eb-f5a7-41f4-85df-98a190c2e517.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"I lettori ricorderanno un articolo dell’Alto Adige che era una provocazione e un’intimazione di guerra al «partito clericale» sul campo della difesa nazionale. L’articolo era firmato da «Audax» e pareva venisse dall’altipiano . Vi si diceva fra altro: «È vero che il partito clericale cercò di sfruttare la lotta a suo favore, svisando fatti, arrogando a sé tutta la difesa, ma nella massima parte non fu colpa dei nostri di quassù. A noi, liberali, fece male e schifo nel medesimo tempo tale agire, ma non era giunta l’ora di scendere ancora in campo. Sentivamo il bisogno di rimanere uniti e sacrificammo per l’amore della patria, dimostrandoci così superiori ad essi, le lotte intestine. Sacrificammo ma l’offesa resta scolpita nell’anima nostra, e vinta la battaglia maggiore, non avremo timore a scendere in campo per altri ideali nostri: ed allora ci rivedremo!!» Noi abbiamo espresso la nostra altissima meraviglia circa questa coltellata nella schiena a chi lavora alla difesa nazionale e abbiamo chiesto conto all’Alto Adige di tali offese: 1. Dove e quando il «partito clericale» cercò sfruttare la lotta a suo favore? 2. Quali sono i fatti che vennero svisati? 3. Quale fu l’agire che fece male e schifo ai liberali? 4. Qual è l’offesa che resta scolpita nell’animo dei liberali che verrà vendicata vinta la battaglia maggiore? A queste domande che erano così giuste, così ragionevoli, l’Alto Adige vilmente reagì con una risposta evasiva, dicendo che la persona che aveva mandato l’articoletto «deve saperne qualche cosa» e di non credere che «le persone assennate del partito clericale approvino certi sistemi». Questa risposta lasciava intendere che i responsabili di quei gran diletti, di cui sopra, non fossero, secondo l’Alto Adige, proprio i clericali di quaggiù, benché viceversa l’«Audax» negasse che la colpa fosse precipuamente dei clericali di lassù. Noi, di fronte a questo sgattaiolare, siamo ritornati alla carica ma l’Alto Adige fece il sordo. Nel numero dei 14 dicembre del Trentino comparve una corrispondenza autentica dell’altipiano, ove si andava più innanzi e si domandava dove sono i famosi «liberali» che combattono lassù accanto ai «clericali» e si lasciava capire che lassù si riteneva che gli audaces non fossero che in redazione dell’Alto Adige. In caso contrario li si pregava a metter fuori il loro bravo muso. La corrispondenza ripeteva all’indirizzo dell’Alto Adige le nostre domande, o il tono era ancora più aspro e più perentorio. Ma l’Alto Adige tacque. Ieri sera però gli si snoda la lingua naturalmente come suo uso non per rispondere oggettivamente alle questioni poste ma per attaccare noi e il rev. curato di S. Sebastiano. Si accusa noi d’aver spedito, a scopo di reclamare una protesta contro l’Alto Adige agli amici di lassù perché la sottoscrivessero e si sfida il curato di S. Sebastiano verso il quale il partito liberale ha usato tante deferenze, a firmarla. Il trafiletto è precisamente in consonanza dei soliti metodi d’impudenza e di prepotenza liberalesca che oramai tutti hanno toccato con mano nell’Alto Adige. In quanto alla protesta noi sappiamo benissimo che gli amici di lassù intendevano farla prima che comparisse l’articolo del 14 nel nostro giornale se intendono di pubblicarla anche oggidì, non lo sappiamo. Sappiamo però ad ogni modo che l’iniziativa non è partita da noi, ma da amici di lassù. Ma queste sono cose secondarie, le quali potranno alla più trovare ancora una volta che a S. Sebastiano v’è della gente che giuoca due parti e che, scambiando il soldo della Lega nazionale per lo stipendio della redazione dell’Alto Adige, manda queste informazioni che non potrebbe avere, se avesse una faccia sola. Ma di queste miserie non c’importa un fico secco. L’Alto Adige torna ad equivocare anche sulla sostanza della cosa e si chiede come mai «per un accenno fatto all’agire di quelli di quaggiù si facciano protestare quelli di lassù». Dunque pare che l’Alto Adige mantenga, dopo averle negate, le accuse contro i clericali di quaggiù. Ebbene, facciamola finita. Coloro, fra quelli di quaggiù, che s’occuparono in manifestazioni pubbliche della difesa nazionale sull’altipiano sono il m.r Don Panizza , il d.r A. Degasperi e il sig. Giuseppe Mattei. Sfidiamo quindi l’Alto Adige a concretare e provare le sue accuse contro queste persone. Se non lo fa, ripeteremo: vigliacchi! Vedano tutti i buoni trentini quale contegno ha assunto il giornale radicale, mentre ancora ferve la lotta in Folgaria. L’articolo dell’audax era una coltellata nella schiena ai propri alleati. Ne abbiamo chieste le ragioni, e si è risposto equivocando ed ora con avvocatesca impudenza si ricorda ad uno degli offesi, il curato di S. Sebastiano, che osasse difendere e protestare, gli si ricorderebbe la deferenza usata con lui dal partito liberale. O, chiediamo noi, se qualche liberale ha trattato con deferenza il curato di San Sebastiano, non ha fatto che il suo sacrosanto dovere nazionale, ed è una vergognosa impudenza pretendere in ricambio da lui, che si lasci assieme ai suoi amici di fede, schiaffeggiare dal giornale radicale. Vigliacchi! "} {"filename":"35644b32-4679-4e4b-ba4e-07c38d639c6e.txt","exact_year":1906,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Presto scriveremo 1907. Non aspettatevi una meditazione sulla velocità e l’edacità del tempo o sulla caducità delle cose. Questa sapienza è oramai racchiusa negli antichi proverbi della Scrittura e negli aforismi dei saggi della Grecia. Essi rappresentano il risultato dell’esperienza e questa – la maestra migliore – non è mancata a nessuno di voi e nessuno quindi deve ricorrere ad altri per la materia e il modo di fare l’esame di coscienza sopra l’opera propria. Ma fuori della vostra sfera individuale v’è una sfera più grande, non meno definita, comune a tutti quelli che hanno nella vita religiosa e civile una fede sola, un programma identico e questa sfera nel linguaggio d’uso è detta «partito». È qui che noi, i quali vi siamo sempre stati d’accanto tutto l’anno, ove anzi abbiamo esercitata la funzione di trasmettitori e talvolta d’ispiratori dell’idea che vi mosse e creò l’opera, crediamo d’aver diritto d’assistere, forse il dirigere l’esame sul 1906. E anzitutto rinunziamo alla politica estera, non è vero? Prima perché se n’occupano a dovizia gli altri, poi perché non vi abbiamo proprio niente da riassumere e ancora meno da proporre, se fate eccezione forse per quelle buone promesse che il Trentino s’è portato via dall’esposizione di Milano, circa le quali l’esame è presto fatto: promesse buone, e... il proposito di mantenere l’hanno pur troppo da fare degli altri . Se ne ricorderanno? Per il resto ripieghiamoci un po’ su noi stessi. Il Trentino, ha detto bene un vecchio liberale, ha una dose enorme di presunzione. Ma creda, l’avversario nostro, la colpa non ricade proprio su noi. Non siamo noi che impartiamo o neghiamo tutti i giorni il placet ai discorsi o alla circolare di Tommaso Tittoni , non siamo noi che abbiamo infuso negli animi adulati di facili lettori l’idea falsa e perniciosa che il Trentino sia il perno della Triplice, che l’Italia si sommuova tutta per il più piccolo incidente al di qua delle barriere, né abbiamo creato noi la boria trentina, figlia dell’ignoranza e dell’adulazione, madre del nullismo, della politica a frasi audaci, alle quali seguono poverissimi i fatti. No, era nostro proposito primo di educare per quanto sta in noi il Trentino ad un orgoglio dignitoso che non sappia di braverie, ma conti in quella situazione vera, colla forza degli avversari, colla debolezza nostra. E anche quest’anno la nostra voce ammonitrice non è mancata mai, la creazione di una coscienza nazionale positiva fu la nostra meta luminosa. È nato il Volksbund e voi, amici, foste i primi fra i difensori. Abbiamo riconosciuto nella lotta il nostro tallone d’Achille. Nelle nostre regioni migratorie il Volksbund per penetrarvi tentava una cosa utile, l’insegnamento del tedesco; combattere questo, se non doveva servire che ad aiuto a emigranti, sarebbe stata follia. Tale punto di vista, contrastato prima, venne accettato anche da chi in tale campo materialmente può fare più di noi. E oggi, sul finire dell’anno, mandiamo a tutti un plauso cordiale a chi difende sulla breccia l’integrità nazionale del Trentino – ed esprimiamo l’augurio – che la difesa non rallenterà mai né per l’ingrossare dell’inimico, né per le forze nostrane venute meno. In questa difesa sembrò essere l’opera comune essere senza diffidenze e senza sospetti, ma chi non ha visto recentemente con quanta leggerezza in nome di un partito e di principi che dividono vengano lanciate accuse, minacce, intimazioni? Non sono questi che sintomi del male latente, che un giorno fece stragi e potrebbe rinfierire domani. Intendiamoci bene. Noi non apparteniamo a quei sognatori che vorrebbero che altra divisione non sussistesse nella politica trentina che quella creata dal punto di vista nazionale. No, è ovvio che anche fuori nel pubblico agone si manifesti l’interna divisione che c’è nelle coscienze, credenti o non credenti, o credenti a mezzo, legate solo al passato, o rivolte solo all’avvenire. I rapporti fra religione, Chiesa cattolica, vita pubblica e Stato devono avere anche nella politica i loro «partiti», come li può avere la democrazia. Ma questa divisione deve venir fatta chiara e risultare evidente. Si deve dire con franchezza tutti i punti che ci dividono: è l’equivoco voluto, ostinatamente mantenuto che noi condanniamo. Quei liberali, i quali sulla loro bandiera scrivono anche il loro liberalismo noi combattiamo, ma è una lotta aperta, senza sottintesi, ma dobbiamo chiamare setta coloro i quali vogliono conquistare o mantenere il potere politico al liberalismo, all’anticlericalismo, entrando in lizza solo o precipuamente con bandiera nazionale. Qui esiste la setta, che dinanzi al popolo si presenta con un programma che ne nasconda un altro meno attraente ma per chi lo propugna più essenziale. Anche a te, povero 1906, è toccato vedere le relazioni dei nostri liberali radicali colla democrazia, la famigerata strozzatura del suffragio universale, anche a te, è toccato vedere le loro relazioni coi moti giacobini del continente ed hai sentito invocare la scopa di Francia! Lasci dunque il Trentino, come l’hai trovato, o anno vecchio, ma questo hai contribuito a confermare: paese lontano dai centri esso risente però dei moti che ora scuotono la vecchia Europa e non rimane indifferente alla corrente anticlericale, anticattolica. Di qui la conferma di quanto da tempo e gli amici e noi asseriamo: la necessità nella vita pubblica trentina di un partito il quale assuma la rappresentanza di tutti gli interessi del popolo, ma vi metta a capo quelli religiosi. Come abbiamo corrisposto noi a questa urgenza, quali propositi faremo per l’anno nuovo? "} {"filename":"a3580165-284a-4f0f-bf9a-733375275c0e.txt","exact_year":1907,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Il dr. Ebenhoch, capitano provinciale dell’Austria superiore e membro influente del centro, in un articolo pubblicato sulla Reichspost afferma che compito speciale della nuova camera e specialmente dei partiti cristiani sarà quello di riporre sul tappeto l’assicurazione operaia. Il Belgio e la Germania in fatto di legislazione sociale sono all’avanguardia di tutti gli stati europei. L’Austria, benché abbia in tal riguardo fatto qualche cosa, pure deve prestarsi nell’avvenire molto di più, per poter sostenere l’arringo con quelle due nazioni progredite dove tutto il lavoro compiuto è frutto diretto dell’operosità e dell’appoggio dei cattolici. Le uniche leggi importanti esistenti in Austria nel campo sociale si limitano alla legge sull’assicurazione degli ammalati del 30 marzo 1888 a cui va annessa la novella del 2 aprile 1888 e la legge sull’assicurazione degli operai contro gli infortuni del 1887. Nell’Austria manca affatto la legge sull’assicurazione contro l’invalidità e la vecchiaia che nell’impero germanico fu approvata già nel giugno 1889 e fu poi sostituita nel luglio dell’anno testé decorso con la legge sull’assicurazione degli invalidi. Ma di altre riforme importantissime non esiste da noi neppur l’idea. Nulla difatti si è lavorato per l’assicurazione dei lavoratori rurali, e nulla per l’assicurazione delle vedove, degli orfani e dei senza lavoro. La nuova camera ha dunque dinnanzi a sé un programma vasto e complesso da eseguire e da essa si esigerà assai più, poiché avrà l’impronta di una vera casa del popolo con un carattere prevalentemente agrario. Sarà appunto questa circostanza che costringerà i deputati a battere la via della legislazione sociale. Dal punto di vista agrario si rende assolutamente necessario inanzitutto l’assicurazione dei lavoratori rurali. L’ordinanza per regolare la posizione economica dei famigli è insufficiente per i nostri tempi, pur astraendo dal fatto che solo una parte dei lavoratori rurali è compresa sotto la denominazione di famigli. L’on. Ebenhoch crede che l’assicurazione dei lavoratori rurali sia l’unico mezzo per combattere il sempre crescente inurbamento, che, privando degli elementi più robusti ed adatti l’agricoltura, espone questa a un continuo deperimento. La futura legge dovrà però essere estesa anche a quella parte del ceto agricolo, la quale è ad un tempo padrona e lavoratrice dei propri terreni. La questione agraria formerà per forza di cose uno dei più importanti oggetti di discussione della nuova camera. Essa riguarda la classe più necessaria all’esistenza dello Stato; dal suo benessere dipende la fortuna dell’industria e dell’artigiano. Il risanamento del ceto agricolo deve dunque essere lo scopo precipuo del parlamento futuro. Si dovrà per conseguenza promuovere lo sviluppo dei consorzi, abbandonare le grette vie fiscali e inaugurare una politica ispirata a sensi umanitari. Per levare il rincaro sulla carne si rende necessario di favorire maggiormente l’allevamento del bestiame e mettere a disposizione di esso i pascoli alpini e i territori riservati alla caccia. Soltanto la soluzione di queste questioni potrà distruggere il malcontento e l’esacerbazione delle masse agricole. L’assicurazione dei lavoratori rurali non dovrà però gravare sui possidenti, che non sono in grado di assoggettarsi a tale obbligo. Se l’assicurazione vuole raggiungere il suo scopo, lo Stato dovrà sopportare in parte i pesi. Che cosa non fa e non ha fatto per l’industria? È il suo dovere. Ma anche i contadini potranno esigere che si faccia qualche cosa in loro favore. I trattati di commercio sono conchiusi tutti a loro danno, i moderni mezzi di congiunzione creano loro dei concorrenti invincibili, l’industria strappa loro e rincara la mano d’opera, il commercio intermedio li deruba dei frutti acquistati onestamente col lavoro, le intemperie delle stagioni colpiscono essi in prima linea ecc. Si provveda dunque almeno in parte alle necessità impellenti dell’agricoltura, Ma in pari tempo si dovrà pur attendere allo sviluppo dell’assicurazione operaia. Con l’introduzione del suffragio universale i socialisti sono privi di un potentissimo mezzo d’agitazione. Un altro non meno importante e non meno efficace sarà loro strappato di mano, liberando l’operaio dalla preoccupazione per l’incerto futuro. Una politica avveduta dovrà anche prender dei provvedimenti a favore delle vedove e dei pupilli e dare una soddisfacente soluzione dell’assicurazione dei salari di lavoro. Sull’assicurazione operaia fu parlato, discusso e scritto da insigni economisti, ma pochi tentativi finora furono fatti. E, se il Governo non avrà il coraggio di presentare un relativo progetto dovranno i partiti cristiani riuniti prendersi a cuore la effettuazione della questione. Già uomini capaci di farlo non mancano nel campo conservatore, né in quello cristiano-sociale. L’inaugurazione di una vera politica sociale, oltre che soddisfare ai postulati dei deboli della società, avrà per effetto di porre momentaneamente una tregua alle questioni nazionali. "} {"filename":"3fd501da-b992-4a4d-b488-af1787ca905e.txt","exact_year":1907,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Un cumulo di dichiarazioni e di fatti dimostrano ad evidenza che i liberali tendono con tutta l’anima al fine supremo di laicizzare, cioè scristianizzare completamente famiglia, scuola e società. Questo risulta dalle esplicite parole dei loro giornali; questo dalle loro opere, ed è vana ogni fatica di nascondere in tempo elettorale la verità già troppo palese. Certo sarebbe comodo per essi cavarsela, nell’ora che passa, con una semplice frase di rispetto al sentimento religioso, e poi, trasformandosi, nel programma economico, da libertari in riformatori, andare promettendo che in riguardo ad imposte, e per il sollievo dei contadini e degli operai e per il miglioramento dei comuni disfaranno tutto ciò che hanno fatto in tanti anni i loro antecessori col pretesto della libertà. Così, tirando un velo sul passato, essi girerebbero il paese in veste da mercanti, sopirebbero ogni questione di principio e con un’esca fatta vedere da lontano alletterebbero il pubblico a dar loro il voto. Poi passato il punto, lascia fare a loro a tornare alla «rude campagna anticlericale», dimenticando le promesse da marinaio in tempesta. Giova dunque risalire ai sommi principii, al programma massimo, pur senza dimenticare il programma minimo che gli avversari hanno ricopiato da noi. E per mettere in luce ancor più forte le tendenze dei liberali, ricordiamo quello che essi hanno fatto a Trento e Rovereto. Fu in queste due città che a preferenza mise radici e si sviluppò il socialismo; fu qui dove esso celebrò i suoi trionfi, più di una volta le sue orge. Ma chi diede al socialismo tanta ansia ed ardire? I liberali. A Trento la cosa si spiega più facilmente. C’erano i giovani, i radicali anelanti al potere, che soffiavano nel fuoco socialista e se ne valevano sia per affinità d’idee anticlericali, sia per abbattere i liberali vecchi ed occuparne il posto. A Rovereto invece ci si teneva a fare i moderati; eppure in una città e nell’altra si vide un fenomeno degno di molta attenzione. A Trento i rappresentanti dei cattolici furono cacciati dal civico consiglio comunale e in loro luogo entrarono per compromesso elettorale i socialisti; a Rovereto pure il consiglio cittadino accolse i radicali e socialisti, mentre si tenevano lontani da ogni ingerenza gli aderenti di quel partito che oggi si affanna a tener su il Malfatti e a migliorare Il Messaggero, nella speranza che i liberali abbiano ad accoglierlo nel loro consesso e a costituire alle prossime elezioni comunali il blocco politico amministrativo dell’ordine con programma nazionale moderato. Quanto danno morale abbia recato a Trento e a Rovereto il contegno dei liberali che alzarono ai seggi di consigliere i socialisti, non è chi non sappia e non veda; come si vede e si prova ogni giorno il danno che reca la cosiddetta stampa socialista. Eppure anche questa si sostiene in grazia dei liberali. I socialisti stessi hanno riconosciuto e dichiarato più volte nelle loro questioni col Popolo e col suo direttore, che il loro partito era incapace di sostenere un foglio quotidiano e che per conto degli operai esso sarebbe perito. Al Popolo fu giocoforza appoggiarsi ai liberali-radicali, e questa, secondo gli operai autentici, fu la causa che Il Popolo andò imborghesendosi e perdendo il carattere socialista, tanto da rendere necessaria l’esclusione del dr. Battisti dal partito . Questa è storia di ieri. Oggi, per acquistare un propagandista che scorra le vallate nascondendo il programma massimo e mettendo in mostra il minimo, precisamente come fanno i liberali, oggi si è fabbricata nel campo rosso una pace che molti compagni dichiarano fittizia ed effimera. Ad ogni modo vedete come pur ora, ristabilita, almeno all’esterno, la concordia fra i socialisti, questi non assalgono i liberali e il liberalismo, ma di preferenza e spesso esclusivamente i cattolici nelle conferenze e nella stampa. E questa è sempre sostenuta dai liberali. Senza il loro valido concorso, senza i loro abbonamenti, senza i loro quattrini, essa – per conto degli operai – non potrebbe vivere. Da ciò e dall’esperienza di tutti i paesi, è facile prevedere che ove passa e trionfa il liberalismo, tosto sulle sue orme si introduce, si avanza e si insedia irrimediabilmente il socialismo. Ciò spiega, in parte, la moderazione dei socialisti per i liberali e la guerra accanita che muovono ai cattolici. Ma ciò è ancora un monito gravissimo per le vallate, dove i socialisti e i liberali scorazzano in questi giorni facendo poi sui loro fogli i mutui incensamenti ai rispettivi conferenzieri. Tutto questo lavoro è diretto a distrarre il maggior numero possibile di voti dai candidati dell’Unione politica popolare e raggiungere almeno un ballottaggio, nel quale liberali e socialisti si darebbero la mano, venendo ad accordo per dividersi le nostre spoglie. E se i nostri sonnecchiassero, se, sia pure per pochi voti, perdessero in qualche luogo la campagna, vedreste allora l’onorevole liberale o socialista piantato nelle vallate, e la «rude campagna anticlericale» trasportata fuori delle due maggiori città, e i paesi in confusione e contrasti, e perpetuata in ogni focolare la lotta che affligge i centri. I socialisti da soli non potrebbero giungere a tanto, come da soli, anche a Trento e a Rovereto, se ne starebbero nelle bettole o sulle vie a schiamazzare invano; ma i liberali porgono loro l’aiuto desiderato. Queste non sono fantasie; queste non sono nemmeno rievocazioni; ma la realtà visibile e tangibile che ci circonda è la migliore confutazione di quelle fallaci proteste di rispetto al sentimento religioso della popolazione, che i liberali ostentano a parole nel periodo elettorale. "} {"filename":"b2862a9a-d435-4ce9-addb-ff41ea0900b4.txt","exact_year":1907,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"«L’Alto Adige» ha visto che non giovano più né articoli di frati infinti né bugiarde relazioni sui trionfi dei propri candidati. Nemmeno lo sforzo immane di falsificare l’opinione pubblica, invadendo le vallate di giornali e di proclami, sembra portare gran frutto. «L’Alto Adige» vorrebbe che il popolo dimenticasse: 1. Che coloro i quali sono proposti ora alla rappresentanza politica rappresentano ed incarnano l’indirizzo dei fatti del lavoro sincero, proficuo per le classi popolari, indirizzo non promesso, ma seguito oramai per una lunga serie di anni. 2. Che invece coloro che si presentano a nome del partito liberale, specialmente nelle vallate, ricordano solo col loro nome le molte chiacchiere, le molte frasi propalate, scritte, stampate e la nullità dell’azione compiuta a pro del popolo. 3. Che mentre i cattolici specialmente nelle vallate cercavano di sollevare le popolazioni e lavoravano, sacrificando tempo, fatiche, denari, i liberali dei nostri piccoli centri s’accontentavano delle quotidiane maldicenze nei caffè, e a Trento, soccorsi, spinti anzi dai socialisti, inauguravano la rude campagna anticlericale al grido di: schiacciamo i rospi e abbasso i preti. «L’Alto Adige» e i suoi minori satelliti vorrebbero che il popolo dimenticasse tutto questo, mentre non è molto che un giornale liberale stesso, «L’Unione», rimproverava ai radicali di aver compromesso col loro contegno a Trento i liberali nelle vallate e il partito liberale nazionale in genere. Ma «L’Alto Adige» vorrebbe che il popolo dimenticasse tutto, perché? Perché il suo partito all’ultimo momento ha copiato da vari programmi, ma specialmente da una serie di postulati del partito popolare un cartello programma, ove si promette ogni ben di Dio. Vorrebbe che il popolo dimenticasse perché i liberali disperati d’aver perso il favore della folla, hanno tentato d’aizzare il maestro e il medico contro il prete, di sollevare in ogni vallata, in ogni distretto lo spirito di campanile, perché i liberali hanno proposto qui e là dei candidati che si presentano non come candidati del partito liberale ma come candidati camaleonti. Noi nella propaganda abbiamo cercato di smascherarli, e allora questi eroi hanno fatto oggetto di tutti i principi, di tutte le differenze fra liberalismo e cattolicismo, hanno abbassata, avvilita la loro bandiera, urlarono ovunque. Noi siamo gli uomini del rispetto religioso! Allora fu necessario ricordare, accentuare vieppiù la questione di principio, risalire alla storia ed ai fatti del liberalismo anche di fronte alle questioni religiose o quando i liberali nostrani cominciarono a rinnegare anche i loro maestri e l’essenza del loro sistema, cercammo prove più vicine, rileggemmo quello che l’«Alto Adige» e il «Messaggero» avevano insegnato, quando la campagna elettorale non era ancora aperta e gridammo agli apostati delle loro idee: ecco le vostre dottrine! Di più, perché un candidato liberale ci sfidò a portare dei fatti, dai quali si potesse dedurre checchè sia contro il rispetto al sentimento religioso, anzi l’attaccamento alla religione vantato dai liberali, esumammo un paio d’interpellanze dirette contro il rispetto al sentimento religioso, firmate da Silli e Malfatti, i due rappresentanti liberali al Parlamento. Chi fiatò? Nessuno. «L’Alto Adige» cercò di sminuire quanto aveva insegnato, trattarsi di frasi staccate e così via; delle interpellanze si tacque. Ma uno straordinario soccorso parve d’aver ottenuto l’«Alto Adige» da alcune donne, ragazzi, o altri dimostranti che fossero, che in qualche paese – e furono casi isolati in confronto dei moltissimi luoghi elettorali e comizi – espressero la loro indignazione in forma rusticana contro i signorotti che venivano a portar loro la luce per averne i voti, mentre finora li avevano trascurati, dileggiati dalle porte dei morbidi caffè. Noi non ci abbiamo a che fare con simili metodi, non li abbiamo inaugurati, né approvati, anzi espressamente li abbiamo sconsigliati. Ben gli hanno praticati i radico-socialisti sotto le finestre del «Vaticano trentino» e per le vie della città. Ricordate, o vorreste che si dimenticasse anche questo? Sì, i liberali vorrebbero che si dimenticasse, vorrebbero anzi posare a martiri della luce, della libera propaganda, della propaganda civile. E compiacendosi di codesta posa, ultimo confronto, esagerano gli incidenti accennati , vi deducono un sistema intiero e stampato nell’Alto Adige di iersera: «Al punto al quale è giunta la campagna elettorale, qualunque sia l’esito delle elezioni, dei tre partiti che si contendono il campo, il clericale può dirsi quello ormai moralmente battuto. Candidati (fatti finora qualche rara eccezione) conferenzieri, propagandisti, pubblicisti, urlatori, fischiatori, frombolieri clericali possono ormai essere legati tutti in un fascio: un fascio di gente dalle diverse colture ma dalle identiche vedute piccine, grette e reazionarie, un fascio di gente che pur di raggiungere un successo momentaneo non esitano a rinnegare la verità e la giustizia ed a compromettere colle intemperanze da loro suggerite, favorite e perpetrate, il buon nome del nostro Trentino». Capite? Così sta scritto e noi siamo condannati. Il 14 maggio è proprio inutile, perché il verdetto della nostra sconfitta morale è pronunciato, e irrevocabilmente, per sempre. Discutere? Polemizzare? – Inutile, amici, noi quel cotal fascio di gente gretta e reazionaria! Lavoriamo, che certi liberali hanno d’attorno il delirio elettorale e da questa malattia non si guarisce che ai 15 maggio. Vediamo che la cura sia radicale e «il buon nome del Trentino» per cui teme l’Alto Adige sarà salvo. Che più? Il giornale radicale, ha il triste presentimento che «inaugureremo da noi il regno della ignoranza, dell’oscurantismo, della violenza». Ciò non viene rinfacciato ai socialisti né ai radicaloidi, ma a noi, al nostro partito. Sempre più si delinea quello che abbiamo previsto: liberali e socialisti marciano uniti o paralleli contro di noi. E sia! Forse avremo occasione recentemente di mostrare ai liberali coi fatti quanto falsa sia la loro via e il loro indirizzo tattico anche nella presente campagna. "} {"filename":"a138c7fa-0bad-44c0-aa97-864d3be38e19.txt","exact_year":1907,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Questa volta abbiamo finito davvero, e ai 24 è permessa una breve rassegna generale sulle elezioni nel Trentino. Quattro mesi di propaganda e di agitazione abbiamo dietro di noi, quattro mesi di lavoro febbrile; l’idea del partito popolare trentino è stata predicata in quasi mezzo migliaio di adunanze, e in quasi tutti i paesi fino nei più piccoli è stata issata la nostra bandiera. E a qual cozzo noi abbiamo dovuto resistere, quanti e diversi furono i nostri avversari, quante insidie, quante male arti del molteplice nemico! Ma la nostra organizzazione, la bontà della nostra causa hanno vinto sopra tutti. Ai 14 maggio il popolo trentino coronava le nostre fatiche con un plebiscito magnifico. Enorme la partecipazione degli elettori, quarantamila gli elettori del partito popolare, dodicimila appena tutti i nostri avversari assieme, comprese le città e i centri a noi più refrattari. La vittoria fu schiacciante, le cifre di un’eloquenza fulminea. La stampa liberale e socialista, la quale tutti i giorni raccontava ai creduli lettori di fiaschi nostri e di trionfi libero-socialisti, di fronte a questa solenne smentita dei fatti non seppe come cavarsi d’impiccio. Tacque dapprima, poi inventò l’oscura misteriosa potenza del timbro, del confessionale, qualche magia e alchimia insomma che spiegasse la vittoria, il trionfo del partito popolare, la sconfitta, la disfatta degli avversari. Ma quando passarono in rassegna le posizioni conquistate con enormi maggioranze all’ideale della democrazia cristiana e videro tra esse non solo i piccoli paesi di montagna ma anche quasi tutte le borgate del Trentino e qualche città, avvezzi prima a trattarle come feudo loro, quando lessero dell’indescrivibile entusiasmo col quale i nostri erano accorsi alle urne, del coraggio da essi dimostrato contro i signorotti liberali e dei sacrifizi che tanti elettori compirono per esercitare il loro diritto, tanto che la percentuale dei votanti nelle vallate fu più forte che nelle città, ritennero inutile la spiegazione magica del timbro. Dissero allora che la giornata dei 14 maggio non era ancora la giornata campale, che la vera battaglia si combatterebbe nei due collegi urbani e parlarono in tono sprezzante di quelle borgate di quelle valli che finora avevano formato il tradizionale «paese», monopolio della coscienza liberale. Orrore! Anche nei due collegi cosiddetti urbani, creati apposta per salvarli al partito liberale, forniti d’ingiusti privilegi di fronte agli altri, gli odiati clericali si erano dimostrati altrettanto forti degli altri partiti. A Trento il partito popolare si affermava con 960 voti, a Rovereto il dr. Zanoni riceveva solo una cinquantina di voti di meno del barone Malfatti! E si noti che in questi collegi, ove non si trattava che d’affermarsi, la propaganda era stata esigua a paragone di quella compiuta altrove, ché nel collegio meridionale anzi si decise solo negli ultimi giorni di affermarsi con propria candidatura! Eppure l’affermazione dei 14 maggio fu splendida. Si è dimostrato che anche nei collegi privilegiati fabbricati artificialmente e separati dalla maggioranza del Trentino per scopi di partito, il nostro è tanto forte quanto ciascuno degli altri partiti e che non era poi una pretesa esorbitante, quando opponevamo che la candidatura-protesta Postingher andava messa in uno dei collegi urbani, perché le forze dei partiti si bilanciavano. La constatazione che i «clericali» avevano aperta un’enorme breccia anche nelle città fece perdere completamente l’equilibrio ai nostri avversari di tutte le tinte. I liberali che avevano fatto i frati fino ad ieri e volevano ben distinte le proprie finalità morali da quelle del socialismo rivoluzionario, che avevano anzi attaccato dalle colonne del Messaggero il partito socialista come antireligioso, immorale, internazionale, senza Dio e senza Patria, dimenticarono tutto, buttarono a mare il bagaglio del sentimento religioso, divenuto dopo il 14 inutile ingombro e si ricordarono della rude campagna anticlericale, di Canestrini, di libera scienza in lotta con la fede e per una dimostrazione anticlericale vendettero il loro nazionalismo, la loro dignità di partito e come parte già prima, così ora la grande maggioranza accorsero a Trento alle urne per sostenere l’agente Augusto Avancini , candidato del partito socialista internazionale. I risultati di ieri dicono chiaro: gran parte dei radicali votarono per il socialista. E le cifre non fanno che confermare quanto si poteva dedurre dagli articoli della stampa liberale e dall’aspetto che aveva ieri Trento. Il contegno dei democratici rimarrà come esempio di educazione politica e di coerenza, La «Lega» vota astensione come società, ma non come assieme di individui, i quali di fatti vanno in massa a votare, compresi i capi, compreso il podestà di Trento, dr. Silli! Il 14 maggio aveva salvato al partito liberale forse l’onore, ai 23 i liberali di Trento hanno perduto anche quello. Un disfacimento generale, una fuga dalle proprie bandiere, una dedizione vile! Avessero almeno avuto il coraggio di dirlo, e di manifestarlo! Tutti ieri e socialisti e liberali, e merziani compirono le loro vendette. E noi siamo orgogliosi, superbi, d’aver saputo opporre a quell’accozzaglia di avversari una falange compatta di 200 consenzienti, poiché tali erano i nostri votanti di ieri e minimo fu il numero di coloro, che essendo d’altro partito, volessero contrastare con noi il passo al socialismo. A Rovereto il gioco fu inverso. I socialisti che avevano formalmente votata l’astensione, andarono a votare in massa per il Malfatti, per i «baronali», per quei «grassi borghesi» che il Piscel aveva designato in tutta la campagna elettorale sanguisughe, traditori, affamatori del popolo. E lì oltre che lo spirito anticlericale, dominò il campanilismo più gretto e più schifoso. In nome di questo Il Messaggero di ieri pubblica l’ultimo appello, che starà bene rimandare come documento ai posteri: «I nostri maggiori nemici, e ne abbiamo un esempio nella recente lotta elettorale che oggi ha il suo epilogo, sono i clericali e più specificatamente i clericali di Trento. Questi, in forza della loro politica, sono animati più che tutto dal principio centralizzatore, quello cioè di attrarre a Trento tutto quanto c’è di buono, di utile e di bello nel nostro Trentino. Di fronte a questa politica di assorbimento, sommamente dannosa agli interessi economici di tutto il Trentino meridionale, ogni buon roveretano non solo ma anche tutti gli abitanti del collegio meridionale debbono opporre ogni valido mezzo di resistenza per conservare intatto il loro patrimonio e per raccogliere tutte le forze paesane onde poterlo accrescere in avvenire». Spirito anticlericale, campanilismo e tutte le arti di corruzione e di pressione, come ci fanno fede le lettere dei nostri fiduciari, hanno salvato al barone Malfatti il mandato che pareva suo feudo e che egli deve infine all’aiuto dei socialisti. A proposito si potrebbe forse parodiare ora una strofetta del dr. Piscel: «Gatto rosso, ai tuoi ginocchi Vedi il povero Baron! Deh riguarda a questi allocchi e concedici perdon!». Di fronte a tutto questo noi abbiamo raggiunto 1785 voti : l’affermazione non poteva essere più solenne e ne ringraziamo quanti vi hanno contribuito. Tiriamo pure le somme dunque, o amici, e guardiamo lieti e coraggiosamente in faccia all’avvenire. La bandiera della democrazia cristiana trentina sventola gloriosa in sette collegi: negli altri due che il partito liberale aveva voluto privilegiati come feudi suoi, noi abbiamo fatto una solenne affermazione, e solo la rabbia dei vinti e la dedizione dei propri principii ha assicurato ai rossi un collegio e salvato l’altro al barone Malfatti, frutto di un ibrido connubio. Meglio così; poiché il risultato finale può suonare: non vi sono che due tendenze che si combattono, la cristiana e l’anticristiana. Noi che abbiamo sempre detto e ritenuto per vero, non temiamo l’avvenire. Lo affrontiamo a bandiera spiegata, certi della vittoria! "} {"filename":"7aabeea0-0748-4cb1-ab9e-ff928dad4f9e.txt","exact_year":1907,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"La prima prova del nuovo parlamento popolare è passata e insieme è passata la prima prova del club popolare italiano. Se diamo uno sguardo generale al parlamento, due cose ci colpiscono a preferenza: le questioni nazionali non sono morte né sopite, anzi più vive che mai; le questioni sociali, d’altra parte, si impongono al governo e ai partiti, che attendono ansiosi la sessione autunnale per porvi mano. Prevarranno le questioni sociali sulle questioni nazionali? E fino a quando? Sono due domande alle quali è difficile dare una risposta assoluta. Ma per qualche tempo almeno il parlamento dovrà frenarsi e lavorare in favore dei contadini e degli operai. Troppe sono le promesse fatte nei discorsi elettorali e nel discorso della Corona; una delusione avrebbe effetti fatali. Che cosa fecero i deputati popolari italiani nella nuova Camera? Anzitutto essi tennero conto del programma con cui furono eletti e della nuova condizione di cose. Chi vuole eseguire un programma di partito deve organizzarsi in conformità allo stesso non solo in paese ma anche in parlamento; resta poi libero fra i partiti nazionali il cercare un’unione più larga per difesa di interessi comuni. Così fecero i tedeschi, gli czechi, i polacchi; così gli italiani popolari. Costituirono il club popolare italiano per attuare gradualmente quanto avevano promesso ai loro elettori; stesero la mano agli altri connazionali e al gruppo rumeno, anch’esso di origine latina, per rinforzarsi di fronte al governo e ai gruppi di altre nazioni, per ottenere maggiore rappresentanza nelle commissioni e per sostenere con più vigore interessi comuni. L’unione latina, quanto alla sostanza ebbe esistenza ed effetto; vedremo se con ciò potrà proclamarsene in autunno la formale costituzione. Per quanto riguarda l’azione del club popolare italiano abbiamo ampie prove, quanto essa sia stata seria ed energica. I nostri deputati considerarono davvero il mandato come un sacro dovere da compiere a favore del popolo. Assidui alle sedute e assidui alle votazioni; intenti ai bisogni del paese e alle occasioni per farne intesi il parlamento e il governo. Abbiamo pubblicate, a mano a mano che venivano presentate alla Camera, le loro interpellanze. Dai bisogni intellettuali e nazionali, come l’università italiana, a quelli materiali di tutto il Trentino e di singole sue vallate, nulla di importante fu omesso. I lettori avranno notato lo speciale interessamento dei nostri deputati per la legge sui vini. Alle interpellanze si aggiunsero le proposte di legge, quali per la ferrovia Trento-Tione colla diramazione Sarche-Riva, per quella sulla destra del Novella e per la Malè-Fucine. Pure nel campo generale si avanzarono i nostri rappresentanti con le proposte sulla ferma biennale, l’assicurazione incendi e gl’impianti elettrici. In seno alla commissione più importante, quella del bilancio, fece udire la sua voce lo sperimentato parlamentare d.r Conci, capo del club popolare italiano, perorando i nostri bisogni intellettuali ed economici e perorando con successo aiuti opportuni contro la fillossera. Di ciò e della necessità di soccorsi contro i danni elementari parlò, ascoltato o applaudito, in seno alla Camera l’on. Delugan. Il d.r Gentili riassunse nel suo magnifico discorso tutto il nostro programma, e nella replica all’Erler rilevò la politica contraddittoria dei tedeschi che negano a noi ciò che essi stessi chiedono nella Boemia. Il discorso, a detta anche di onesti e colti avversari, ricorda quello degli antichi nostri parlamentari. Era un pezzo che non si udiva al parlamento una protesta così energica, così sentita, tanto efficace. Notevole è anche che gli italiani popolari, quantunque in pochi, seppero farsi valere, in modo da avere oltre che rappresentanti anche cariche nelle commissioni. Così la commissione delle petizioni è presieduta dall’on. Tonelli, e quella delle ferrovie ha quale segretario l’on. Lanzerotti. Ma il maggiore successo ottenuto dalla deputazione popolare trentina fu l’azione, avviata ancor prima che fosse convocato il parlamento e poi continuata, a favore del Trentino, la quale portò alle dichiarazioni fatte in piena camera dal presidente dei ministri bar. Beck, che il governo si sarebbe preso a cuore il nostro paese; con un largo programma di elevamento economico. Le trattative in proposito, come abbiamo annunziato, non sono ancora chiuse, ad ogni modo possiamo fin d’ora affermare che le vallate trentine dimostrarono assai buon senso e molta maturità politica, affidando il mandato ai candidati dell’Unione politica popolare, che già da anni avevano esplicata una forte attività in favore dei nostri interessi morali, politici ed economici. Da lunga pezza, anzi mai il nostro pese ebbe al parlamento rappresentanti così concordi, così laboriosi e consci dei bisogni nostri e della importanza dell’ufficio assunto a bene del paese. Diamo loro con una politica seria e cosciente il nostro pieno appoggio; allora potremo sperare giorni migliori. Intanto vada a loro il nostro plauso, la nostra riconoscenza. Gli elettori hanno potuto convincersi ch’essi sono uomini da mantenere le loro promesse e rappresentanti abili a disimpegnare il compito assuntosi. In un mese appena di attività parlamentare, mese più di preparazione che di addentrato lavoro, ci hanno dato il più ampio affidamento per l’avvenire. Il Trentino dei 14 maggio si è incamminato sulla retta via; oggi ci sarebbe facile dimostrare nuovamente l’assurdità delle obiezioni e delle accuse avversarie; ma i nostri deputati non hanno bisogno d’apologie, hanno per loro l’argomento degli argomenti, quello dei fatti. Viva il club popolare! "} {"filename":"a2967946-87fc-4b0b-8d7a-340ee25ba039.txt","exact_year":1907,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Ci si comincia a veder chiaro . Tra le mille brutture e oscenità, la più parte inventate di sana pianta, di cui la stampa onesta in nome del pudore, riempie in questi giorni le sue colonne, si trovano anche delle confessioni che sono preziose. Gli anticlericali, ebbri dei risultati ottenuti in questo primo assalto, diventano imprudenti. Entra in scena il partitino radicale, che è solito strofinarsi dappertutto nella vana speranza di essere notato, e che in ogni modo è l’esponente della organizzazione massonica, ed anch’esso non sta più nella pelle. Il segreto sbotta dalla bocca di tutti loro non più guardinghi nell’esaltazione della battaglia turpe: si vuole arrivare alle leggi contro l’istituzione privata. Insomma, si scimmiotta la Francia. Anche là con una campagna premeditata, cogli errori di preti, colla furberia di Delcassé e di Waldeck- Rousseau , si ottenne di impedire ai preti e alle suore di istruire, col duplice scopo di togliere le nuove generazioni agl’insegnamenti della dottrina e della morale cristiana, e di far guadagnare degli stipendi a molti istitutori a spasso. Gl’italiani hanno fin qui resistito alla propaganda anticlericale. Non hanno mai voluto prendere sul serio i settari, che gridavano contro i frati e le suore, salvo poi mandare a scuola da loro i propri figli. Hanno conosciuto benissimo di quanto affarismo fosse impeciata quella Sinistra che riuscì ad andare al potere col 1876 e che riempì in breve l’Italia di scandali finanziari. Per essa venne in uso comune il verbo «mangiare» e lo scredito delle istituzioni parlamentari. La massoneria lavorò a tutt’uomo contro la Chiesa, ma gli scandali che scoppiarono periodicamente in seno alle sue loggie, i tabacchi del Kentucky, le rivelazioni di Imbriani , e tutto il resto resero il suo lavoro meno efficace di quello che la setta sperasse. Oggi, dopo gli ultimi congressi massonici, dopo ristabilitosi il blocco dei partiti popolari, l’assalto vien dato con altro sistema: si tenta di screditare il clero, di aizzare contro di lui l’odio, non più per cause politiche ed economiche, ma colpendolo in ciò che esso ha di più sacro, mostrandolo insidiatore dell’infanzia. Già qualche giornale del «blocco» ha messo fuori il suo bravo disegno di legge: «È proibito ai ministri di un culto e a chiunque abbia pronunciato i voti di una religione e ne veste l’abito di aprire scuole o convitti». Ecco dunque il risultato finale della campagna che si spera di raggiungere con questa valanga di calunnie e di fatti inventati, di pazzie erotiche scritte sotto l’eccitazione spasmodica dell’odio contro la Religione. Per questo s’inventarono porcherie e racconti inverosimili come le messe nere di Varazze. Siamo franchi: per quanto il fatto possa essere deplorevole, non si può escludere, a priori, che in collegi, anche se retti da religiosi, possa avvenire qualche disordine; ma la fantasia sbrigliata dei complici e dei settarii arriva all’incredibile, e spera nella buona fede del popolo, nella sua semplicità, perfino nella sua volgarità, per inoculargli, per mezzo di questi racconti, l’odio contro il prete. Si conosce la natura del Governo che regge oggi l’Italia, il più esautorato che essa abbia avuto. Il giorno in cui le grida assordanti della piazza, le dimostrazioni, intimeranno al Governo di fare delle leggi di persecuzione contro il clero e gli ordini religiosi, il Governo le farà, con grande meraviglia di coloro che gli concedettero ogni appoggio, che non ammisero alcuna riserva contro lui, nella speranza di avere la pace religiosa. Ottenuta la prima legge se ne vorranno delle altre. E, andando di questo passo, potrà avvenire in breve di passare per tutte le fasi per le quali è passata la Francia: e quel poco di resistenza che si opponesse, sarà infranta dalla campagna turpe contro il clero, che gli avrà alienato il popolo. Il socialismo ha fatto del suo meglio per rendere odioso il prete al popolo, calunniandolo e disprezzandolo, ed è innegabile che in certe regioni il clero ha perduto molto terreno tra le masse operaie. Quanto alla borghesia, essa starà col prete e pel prete fino al giorno in cui spererà di sfruttarlo; il giorno in cui non gli servirà più, lo butterà come un limone spremuto. C’è ancora tempo per rimediare a questa catastrofe che è venuta innanzi quasi inosservata da coloro che più avevano l’obbligo di essere vigilanti, e che si cullarono in un appoggio più o meno interessato del Ministero? Noi crediamo di sì, ma è d’uopo che i cattolici italiani oppongano alla rabbia degli avversari la più energica azione. Anzitutto un’azione di difesa. Gli anticlericali che con furore di cannibali fanno oggi la campagna contro il clero sfruttando forse un fatto isolato, sono semplicemente delle canaglie. Il modo stesso con cui scrivono i loro giornali dimostra che sono gente uscita dai postriboli perché ne conoscono il gergo e le abitudini, perché hanno talmente perduto ogni senso morale che si fanno quotidianamente maestri di turpitudini e di nefandità prima inventandole, poi stampandole coi titoloni, sotto pretesto di tutelare l’innocenza! E sono notori, moltissimi di costoro, come habitué dei ritrovi equivoci, come gente che non solo ha pagato e paga continuamente il suo tributo a Venere, ma se ne vanta e della turpitudine non contemplata nel codice ha fatto un sistema nei suoi principi, le sue motivazioni e... i suoi corollari. Ebbene costoro, coll’odio della belva sanguinaria, si avventano a tutto il clero italiano e lo assalgono in quello che esso ha di più sacro, il suo onore, la sua morale, che non è certo quella di questi sciacalli. E i cattolici rimarranno inerti? Leggiamo nei giornali di oggi che si aspetta da Roma una vigorosa protesta: bene, ma anche in tutto il resto d’Italia dovrebbe sorgere la voce d’indignazione di tutti gli onesti i quali dicano basta a questi venditori di fango e di calunnie a cinque centesimi. Ma poi dopo questa prima mossa, che è del momento ed urgente, è necessario pur pensare all’avvenire, provvedendo in modo che simili fatti non possano più ripetersi. Diciamo non possano, perché in ogni altro paese civile che non sia la Francia, e ora sembra purtroppo anche l’Italia, una tale montatura sarebbe impossibile. Manca l’educazione delle grandi masse popolari che sono in preda ai demagoghi; è necessario un lavoro di formazione di coscienze; è necessario guadagnare una altra volta gl’italiani ai sacrifici anche grandi per difendere le proprie idee ed i propri principii, è necessario risvegliare nel cuore dei cattolici italiani la fiamma dell’entusiasmo che fa dimenticare i pericoli delle lotte aperte, senza quartiere per i proprii ideali. "} {"filename":"c5ce5e72-5a62-4c5f-82ed-94bf157f278a.txt","exact_year":1907,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"La storia della cultura umana Migliaia e migliaia d’anni rizzano al cielo le cime loro, le superbe montagne del Tibet: migliaia e migliaia d’anni le squarciano i fulmini, le fendono i ghiacci, le tormentano le bufere e pare quasi che quei giganti sotto l’ira secolare del cielo, stretti, soffocati dalle nubi che eternamente s’accumulano intorno al loro capo, soffrono di un immenso e disperato dolore e piangono da tutti i pori dalle grandi ferite del tempo, per le quali esce l’acqua copiosa, a rivi, a torrenti, a fiumi. E l’acqua continua l’opera di distruzione sulla china, alle falde, alle basi, raccoglie a valle i frammenti, i detriti, il fango strappato alla montagna nella lotta eterna degli elementi, scende il declivio, s’avvia alla pianura e qui distende pacifica il famoso limo della «terra gialla», depone quegli strati uniformi, che sono i più fertili, i più fecondi del mondo. Gli uomini vi seminano, vi fabbricano e benedicono alle acque generose. Nella pianura dell’Hoango nasce il benessere, la ricchezza, la civiltà. Ma lassù il lavoro, la distruzione continua, senza tregua; finché un giorno l’ira del cielo imperversa più forte, i frammenti della montagna precipitano al basso, spinti dal diluviare delle acque e il fiume ove l’ingordigia umana gli rizzò una diga proprio di contro oppure ove la cecità dell’uomo lo volle costringere ad una direzione opposta al naturale andare dell’elemento, abbatte argini ed ostacoli, invade e distrugge la campagna e l’abitato, porta ovunque desolazione e morte... Poi il cielo e i giganti del Tibet si concedono tregua, altri uomini traggono sul limo nuovo, nuovo benessere e nuova vita, finché non risuoni ancora il rombo del tuono e il diluvio susseguente non trovi uomini non ancora ammaestrati dalla storia delle generazioni passate. Così da millennio a millennio, da secolo a secolo. Signore e signori! La storia del fiume giallo e della sua terra è la storia della cultura umana. Anche questa ha la sua evoluzione eterna, il suo fatale andare. Nel corso delle ere più remote, nello svolgersi delle epoche più vicine, in tutte le fasi e i tempi presenti, possiamo figurarci il progresso della cultura come una dispersione dei frammenti di queste masse enormi e rozze ancora, di quella vergine montagna ove stanno accumulate tutte le energie umane: materiale greggio che viene mano mano usato dai popoli nella fattura della civiltà. E anche qui, talvolta sopravvengono dispersioni violente che interrompono la pacifica evoluzione. Sono inondazioni morali che abbattono e distruggono chi vi si pone di contro perché ignaro del limo che le acque travolgono sotto o chi senta di dar direzioni artificiose all’elemento che cammina, com’è natura sua. La coscienza del moto intellettuale Eppure, io credo che agli uomini, anche a noi moderni, niente manchi più facilmente che il concetto di questo eterno evolversi anche della nostra vita intellettuale, niente più riesca difficile che il crearsi una coscienza chiara di questo moto incessante che ne sospinge. E se è difficile essere consapevoli del moto che esiste, quanto più faticoso non dovrà essere lo stabilire le dimensioni della parabola, il conoscere dove siamo, fin dove siamo arrivati! Non è vero, o amici, che noi stessi troppo di frequente parliamo di «tempi nuovi», degli «ultimi orientamenti», dell’oggi, della cultura nostra, senza essere mai penetrati addentro nel midollo delle cose ed esserci chiesti veracemente che cosa in concreto corrisponda alla nostra troppo agevole fraseologia? Ma non è il compito mio questa sera di fissare i termini e il contenuto della nostra fase, riassumendo lo stato attuale della scienza, della letteratura, dell’arte; questo vorrei, però, o cortesi uditori, che il mio dire volesse a confermare: essere giunti noi nello sviluppo della cultura al limitare di un nuovo periodo, dover quindi noi da questa coscienza evolutiva della nostra epoca cavare quegli ammaestramenti che ci facciano non attraversare ciecamente la corrente col pericolo d’esserne travolti ma di rizzarla nei vasti campi, ove il limo del progresso fecondi gli antichi e saldi principi a forme nuove di civiltà. Contrasto fra il vecchio e il nuovo Signore e signori! Ciascuno di voi si sarà per naturale effetto del nostro egoismo che fa del nostro io il centro del tempo e dello spazio che ci circondano – si sarà disegnato un proprio orizzonte al di là del quale è un passato che si propende più a compatire che a studiare, entro il quale è un presente che si adula volentieri e confina con un avvenire, a cui non si pensa. Ma proviamoci un po’ a rompere questo orizzonte: figuratevi che risorgano i nostri padri antichi e camminino per le contrade d’oggi dì. Li meraviglierà anzitutto il progresso meccanico, la macchina a vapore, la macchina elettrica, il telegrafo, il telefono, il fonografo. Ma fino che osservino più addentro la vita sociale. Troveranno anzitutto mutata essenzialmente la nostra vita economica. Mutamenti economici Non la quieta stabilità della mano d’opera nelle piccole ed alacri officine, ma il rumore assordante della grande industria, non l’artigianato laborioso e modesto dei secoli anteriori, ma operai e padroni, con libero contratto di lavoro – forze l’una contro l’altra armate. E vedranno l’antico droghiere, il piccolo negoziante che vendeva di tutto a tutti, a combattere anch’esso la lotta già perduta dall’artigianato contro i grandi negozi specialisti, i bazars, l’unione e la cooperazione dei consumatori e grande sarà la loro meraviglia di non trovare più nemmeno il contadino signore della terra che coltiva, ma soggetto anche egli a tener conto del raccolto di paesi remoti e ai prezzi che il grande mercato, la borsa, detteranno. Ed ecco la loro conclusione: I rapporti economici sono essenzialmente mutati. Trasformazione della vita intellettuale Ebbene, signori, coi rapporti economici si trasformano anche i rapporti nella famiglia, nella società, nello stato. Il cozzo della rivoluzione con quanto era tradizionale ha dato nuove forme politiche agli stati; l’evoluzione economica di oggi ci darà una nuova costruzione della società, la quale del resto è già cominciata. Ma non è tutto, ancora, signore e signori. «Colui che ha studiato la cosa a fondo dice de Saint Bonet sa che dopo il primo impulso dato all’uomo da Dio, l’uomo ha creato il suo suolo, il suolo ha creato il clima; il clima ha creato il sangue; il sangue ha moltiplicato le nazioni e le nazioni hanno innalzato le anime. E quegli che ha passo passo seguito i popoli sa che quando le anime si sono affievolite le nazioni perirono, il sangue ridivenne povero, il clima inabitabile, il suolo ingrato e la rude natura che ci aveva insegnato ad usare delle nostre forze, occupò di nuovo la terra». Dio vi guardi dall’interpretare il mio pensiero, quasi a cessione al materialismo storico. No, non si tratta di una dipendenza assoluta dello spirituale dal materiale, ma di una meravigliosa cooperazione del corpo e dell’anima. Ricordate le tristi regioni d’Italia, funestate dalla malaria? Là l’uomo aveva vita breve e inferma sempre. Si risanò il suolo ed il clima parificato scacciò il linfatismo dalle vene; una fibra più robusta aumentò il volume dei muscoli, allargò i polmoni, rinvigorì la polpa cerebrale. Ma tutto questo si raggiungeva solo mediante l’energia spiegata dall’anima; così essa si sviluppava, si perfezionava nell’uomo in proporzione che egli si formava e perfezionava tutte le cose intorno a sé. Signori, possiamo dunque conchiudere: i tempi nostri sono nuovi... i tempi nostri sono nuovi non per i rivolgimenti economici soltanto, non solo per gli ordinamenti sociali, ma nuovi per le trasformazioni della nostra vita morale ed intellettuale. O padre Dante, se tu scendessi dal tuo piedistallo e muoveresti per entro la città nostra non ti meraviglieresti tanto dei rinnovamenti tecnici e meccanici, né del mutato aspetto delle abitazioni umane, né delle mura abbattute, delle vie, delle piazze allargate fuori verso l’aria, il sole, quasi senza confine. Ma i tuoi occhi profondi penetrerebbero nella mente e nei cuori dell’uomo del secolo ventesimo e tali sarebbero le cose nuove e tanti i mutati aspetti e diverse le forme e misure scoperte dagli occhi tuoi che sdegnoso scoteresti la polvere dai tuoi calzini e ritorneresti lassù, di bronzo, quasi ripetendo: ...E non c’era altra via Che questa, per la quale io mi son messo Meta assoluta, via relativa Ma Dante, o signori, veste il lucco fiorentino, è l’uomo, il grande uomo del Trecento, noi vestiamo più o meno secondo l’ultimo figurino di Parigi e siamo uomini del secolo ventesimo. Altra via è la nostra, benché eguale sia la meta e grave errore sarebbe assumere incondizionatamente dal passato e meta e via. Siamo, ripeto, uomini del secolo ventesimo! Siamo e dobbiamo esserlo: va detto e ripetuto specialmente a noi cristiani che onoriamo l’Alighieri perché ha incluso nelle sue rime divine tutte le credenze nostre, il tesoro delle tradizioni e quanto nell’eterno trasformarsi delle cose sta fermo come sillaba di Dio che non si cancella. Siamo e dobbiamo esserlo: va detto in ispecie a quei cattolici che da una concezione statica della vita traggono la motivazione della loro inerzia: siamo e dobbiamo esserlo, perché solo una concezione dinamica – mi si passi la parola di voga – ci porta a conoscere i nostri tempi ed a muoversi entro il moto loro, verso gli ideali eterni ed immutabili del cattolicismo. O vogliamo noi meritarci il rimprovero di Gesù ai Farisei: «Quando scorgete alzarsi la nube da ponente, dite subito: la pioggia è vicina e così accade. E quando vedete soffiare il vento di mezzodì, voi dite: farà caldo e così avviene. Dissimulatori, voi sapete distinguere l’aspetto del cielo e della terra: come dunque non conoscete i tempi in cui ci troviamo?» Ed ecco, o signore e signori, quello che volevo dirvi oggi, quello stigma di sana modernità che vorrei le mie parole quasi un ferro rovente avessero impresso nella nostra mente, prima di accennare alla funzione del giornale nella vita quotidiana, come suona il tema mio. Dico, accenno soltanto perché non voglio ripetermi, che un anno fa avevo l’onore di parlare diffusamente e con molta ampiezza della stampa e dei suoi compiti alla quale conferenza giacché io mi sento anzitutto propagandista mi rimetto oggi per tutto quello che non abbia oggi valore di effetto immediato. Carattere della nostra fase Non v’ha dubbio, cortesi uditori, per tutto quello che ho detto e avrei potuto aggiungere attingendo all’attenta osservazione delle cose nuove, che oggi siamo giunti – nel flusso continuo della storia – ad un periodo di inondazioni, di piena. I frammenti dell’energie umane si staccano dalla grande massa greggia che la nostra fantasia trasporta lontana, ma che in realtà è dentro di noi, si staccano in una esuberanza mai più vista, perché mai come oggi il cozzo delle idee e delle anfrattuosità della vita sociale fu tanto forte, tanto frequente. La caratteristica del nostro periodo è, e diverrà maggiormente, la grandiosa dispersione di tali frammenti, cioè l’immensa propagazione delle cognizioni, la diffusione della cultura moderna. Come nella vita pubblica e negli ordinamenti politico-sociali si accentua, predomina la democrazia, la quale non è che diffusione di diritti e di doveri politici, così nella vita intellettuale s’impone sempre più la popolarizzazione, la decentralizzazione della cultura fino agli estremi punti della periferia. Funzione della stampa entro la cultura contemporanea Ebbene, signori, quello che è nella democrazia il parlamento, è nella cultura la stampa moderna. Il parlamento è l’organo e la palestra della democrazia, la stampa è l’organo e la palestra per la diffusione della cultura. Quando parlo di stampa, intendo in ispecie la stampa quotidiana, il giornale. Ho tutto il rispetto che si conviene per il libro, il volume; ma chi lo usasse o raccomandasse quale organo della diffusione della cultura si troverebbe di fronte al giornale come s’è trovato il piccolo artigiano di contro alla grande industria di oggidì. La stampa quotidiana anzitutto è il canale per il quale si riversa l’immensa colluvie della moderna cultura, in cui come nei flutti del Hoango sta vita nuova o morte. Non basta; la stampa non è solo un canale, è più ancora, un cribro per il quale la corrente deve assolutamente passare. Ed ora è facile stabilire l’enorme valore del giornale nell’età nostra. Il giornalismo è un parlamento, ossia detta le leggi della nostra vita intellettuale, la stampa è un canale, ossia l’organo che trasmette la moderna cultura, la stampa quotidiana è un cribro che lascia passare dalla vita privata a quella pubblica questo o quello, secondo l’arbitrio suo. Ebbene? È naturale che quanti hanno interesse a indirizzare la corrente ad una meta voluta, è naturale che quanti sentono la forza e la bontà delle proprie convinzioni, è naturale che quanti vogliono dare la diffusione più larga al patrimonio delle proprie idee, tentino l’impadronirsi della chiave dell’avvenire, della stampa quotidiana. È naturale ma l’abbiamo fatto noi, cristiani, noi cattolici? Mentre gli avversari ci hanno preceduto nelle aule parlamentari e in tutte le manifestazioni della democrazia, noi stavamo attoniti a codesto diluviare delle forme e delle cognizioni nuove; mentre gli avversari s’impadronivano della corrente avvenire, noi stavamo ancora inerti nella considerazione del passato. Nel parlamento, nella vita pubblica ci siamo entrati finalmente, a fatica, dopo che gli altri ebbero compiuto il loro esperimento; si può dire altrettanto per la cultura contemporanea? Potenza del giornalismo Il grande giornalismo è in mano dei nostri più accaniti avversari; nella stampa loro, ch’è la più diffusa e la più influente, vengono dettate le leggi della vera cultura, e chi non s’inchina a loro non è ammesso né come scienziato né per uomo colto. Questa stampa, trascina l’opinione pubblica, la gran folla che legge e non riflette, verso la distruzione e la rovina dei campi ubertosi, fecondati dalla civiltà cristiana, questo giornalismo sopprime la notizia che porterebbe onore e gloria ai nostri principi, ai nostri uomini e, cribro fatale, fa passare le calunnie, le menzogne contro la verità di Cristo, della Chiesa, nelle menti dell’impressionabile volgo del secolo XX. Esempi recenti Enorme, fatale è la sua potenza. In Italia propaga una serie di pretesi scandali clericali che vanno dalla falsa monaca di Monza fino alle orribili calunnie contro i salesiani di Varazze . Le notizie vengono smentite colle prove, impossibile a persona onesta il dubitare ancora. Eppure la campagna della stampa fa seguire una campagna di discorsi, comizi, di violenze. Perché? Perché il cribro fatale non lascia passare le prove delle smentite, le condanne dei calunniatori, sì che il gran pubblico è ancora sotto l’ossessione della calunnia lanciata, descritta, diffusa fino alla suggestione. In Austria, dopo il congresso cattolico, la Neue Freie Presse propaga la paura del pericolo clericale alle università; tutti i giornali, tutti i professori, con poche eccezioni, gran parte dei deputati, seguono l’allarme e la riduzione della cosa ai suoi veri termini a nulla approda, perché il cribro fatale non la lascia passare. Che più? Tutta la nuova era è ossessionata da questa stampa: Che è per essa la Chiesa, se non una società per l’oppressione, per i roghi? Che vale contro codesto mostro dagli infiniti tentacoli un volume poderoso, una raccolta di documenti che smentisca il concetto della Chiesa dato, impresso dal giornalismo? Suggestione Il potere del giornale anticlericale è giunto a tanto, che non occorre faccia nemmeno cenno di provare quanto asserisce. Basta una delle solite frasi stereotipate, perché l’effetto voluto segua incontrastato. Gesuitismo, clericalismo, manomorta sono le parole-spauracchi che servono a dirigere la folla dove si vuole; laicizzazione, libera scuola, incameramento sono le parole briccone, che legittimano e contestano per i più lo scristianizzamento, l’ateismo nella scuola, la confisca della proprietà, il ladroneccio. A che giova la pastorale del vescovo, la protesta dei cardinali, l’enciclica del pontefice se questa stampa o le sopprimerà o le storpierà a piacer suo? I cattolici, dopo lunga inerzia nella vita politica, si sono scossi ed hanno i loro deputati al parlamento. Ma che giova il loro discorso se, ignorate dalla stampa, rimarrà sepolto negli archivi parlamentari. Perché i cattolici sono rimasti indietro Riscuotiamoci dunque, o amici della causa cristiana, creiamo una stampa forte, rispettata, che s’imponga. Perché abbiamo dormito finora? Io ritorno logicamente là, donde sono partito. Perché non abbiamo compreso l’evoluzione dei tempi nostri, perché della vita che ci trascorre dinanzi non abbiamo avuto la concezione dinamica e reale. Perché noi cristiani, noi credenti abbiamo formato la grande massa inconscia fra i lettori, gli abbonati di siffatti giornali? Perché non avevamo compreso il compito fatale della stampa, quale organo della cultura contemporanea. Alle signore Ditelo, voi, signore, che avete avuto la compiacenza d’ascoltarmi fino qui; esagero forse la colpa dei cattolici? O non furono proprio le donne, le madri, le spose, le sorelle, le quali lasciarono introdurre o introdussero nelle famiglie certi giornali, solo perché avevano in appendice romanzi sensazionali, racconti interessanti? O non vi siete accorte ancora che per voi, tutrici della famiglia, educatrici delle generazioni venture, è una degradazione d’accontentarsi di un’appendice, mentre il capo, il resto del corpo tutto è avversario dei vostri principi, inocula il veleno nei vostri figli? Donne, siate madri, sorelle, spose del vostro tempo; ponetevi nell’agone della cultura contemporanea, sorreggendo, aiutando una stampa che la conduca alla verità di Cristo. Il nostro dovere, o trentini! Vorrei oggi che qui in questa sala fossero raccolti tutti i trentini, non indegni delle loro tradizioni, fedeli ai principi immutabili del nostro vangelo, fidenti che tali principi dovranno vincere anche nella civiltà avvenire; e vorrei dir loro: Rammentate che i vostri avi difesero, propagarono le loro idee coi mezzi dei loro tempi: voi tale patrimonio l’avete raccolto ed avete il dovere di tramandarlo ai vostri figli; ebbene conservatelo, difendetelo coi mezzi dei nostri tempi; propagate, fortificate la vostra stampa, affinché l’immensità delle novelle energie che sviluppa il cozzo della vita moderna servano ad aumentare la celerità del nostro moto verso il trionfo del vero, del bello e del buono. Oh! Mentre il nemico è così alacre, mentre l’avversario ne precede a gran passi, non ristate, non sostate voi, né impacciate il piede con piccini interessi, con egoistiche ritenutezze. Non considerate il giornale come una impresa o un affare di alcuni, di pochi: è l’impresa di tutti voi che ne professate le idee, il programma. Lo so, il progresso costa fatica, la cooperazione richiede lavoro. Anche nel campo intellettuale domina incontrastata la legge dello sforzo. La prima civiltà è nata dalla lotta dell’uomo contro le difficoltà della natura: il montone, a cui crebbe la lana sul dorso, non progredì, l’uomo che dovette contrastare e cibo e veste a potenze nemiche creò la civiltà: ed era la prima fase. Le lotte per la civiltà avvenire si dovranno combattere non più sul terreno materiale, quanto nel regno dello spirito. Ebbene sia la stampa cattolica nel campo della cultura quello che fu al principio della nostra era la vanga dei Benedettini nei paesi del Nord. Strappi i rovi dell’errore, asciughi le paludi del vizio, prepari i solchi per il seme della nuova civiltà essenzialmente cristiana, pienamente evangelica. Ai tempi, in cui questo seme fiorirà rigoglioso pensava Leone XIII, quando nel 1894 (enciclica Praeclara) scriveva: «Noi vediamo laggiù nel lontano avvenire un novello ordine di cose, e non conosciamo niente di più dolce che la contemplazione degli immensi benefici, che ne saranno il naturale effetto». A tale primavera guardava l’antico la lezione che si legge proprio ora nel veggente della Scrittura, quando, secondo l’Avvento, annunziava: «In quel giorno il germe della radice di Jesse (il Messia) sarà posto quale stendardo davanti ai popoli: a lui le nazioni offriranno le loro preghiere e il suo sepolcro sarà glorioso... La terra è ripiena della cognizione del Signore, come le acque coprono il mare». "} {"filename":"6606827f-50a3-40f2-82ed-87c5e484a395.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Gasparini se ne va, e viene a sostituirlo un certo signor Luigi Tonet di Sagrado (Litorale). Così la serie dei «segretari», dei «propagandisti», degli «agitatori» nuovamente si tramuta e continua. Un operaio che riflettesse all’apparizione fantasmagorica di codesti eroi passeggeri della tribuna, al succedersi disinvolto delle varie e contraddittorie tendenze le quali si trasformano col mutar delle persone, dovrebbe davvero crollare il capo e sentirsi profondamente scettico intorno a quel pasticcio che passa pur sempre sotto il nome di socialismo trentino. E codesto è il socialismo operaio, sindacalista, marxista, internazionale. Ma l’aspetto camaleontico del nostro socialismo è più evidente ancora se lo si considera nei suoi contatti col partito nazionale liberale o, in genere, con la cosiddetta borghesia. Qui sono gli accademici, i rappresentanti del socialismo autoctono che si distingue da quello d’importazione perché è bensì rivoluzionario come quest’ultimo in politica, ma in linea economica, ha tali sfumature d’adiacenza con l’attuale «ordine di cose» e con le «classi possidenti», che nessuno può più rintracciare nella sua pratica quotidiana la lotta del proletariato contro la borghesia e tutto quell’atteggiamento economicamente rivoluzionario che è infine l’essenza del socialismo come l’hanno inteso i fondatori, e dei partiti socialisti quali questi si presentano nei grandi centri d’attività sociale. Comunque, non è l’analisi del socialismo trentino che ci preoccupa. Per noi, rappresentanti non d’interessi locali o egoistici di classe o di un gruppo di persone, e conservatori del passato solo in tanto in quanto nei suoi principii possa essere il fondamento del progresso, rivolti piuttosto all’avvenire, come lavoratori di una vasta riforma sociale, per noi infine il socialismo nostrano, sia nella sua fase momentanea sotto l’influenza «accademica» o quella «sindacalista», rappresenta sempre il nemico che dobbiamo combattere senza tregua, a qualunque costo. Cattolici e democratici dobbiamo combattere il socialismo in nome del cristianesimo e della democrazia della quale il partito socialista è la degenerazione più continua e più concreta. Il socialismo nostrano, qualunque esso sia, ha sempre e dovunque portato l’effetto di demoralizzare le masse, di finalizzarle nell’odio. È, altresì vero però che l’odio se non può essere fonte di lavoro efficace e duraturo come l’amore, produce anche nella sua opera essenzialmente di distruzione un certo lavoro che ha un valore momentaneo positivo. Le organizzazioni operaie socialiste sono sorte, si sgretolano, scompaiono, risorgono in una successione continua. Queste vibrazioni sono sintomi di un organismo malato, ma intanto impediscono l’opera lenta e benefica della ricostituzione. Dopo tanti anni d’esperimento si può concludere che il socialismo trentino ha dato poche organizzazioni operaie, né del suo spirito ha potuto animarle ad una vera vita moralmente e socialmente elevata; ma ha ottenuto però l’effetto negativo d’impedire alla democrazia cristiana di attuare quei disegni di provvidenza sociale che stanno nel suo programma. Ora chi dei nostri vuole avvicinarsi in certi ambienti, a certi gruppi operai trova tanto odio, tante prevenzioni, tanti pregiudizi, che la sua parola non arriva nemmeno agli orecchi a cui è diretta. Dobbiamo noi scoraggiarci per questo? No, davvero. La grande maggioranza del popolo che lavora è con noi e nel nostro pensiero sociale ha attinto l’energia ad opere di cui una sola vale più di tutto il castello di carta della ciarlataneria rossa. No, davvero. Noi continuiamo il lavoro con energico volere su tutti i campi dell’attività sociale. Le opere dei cattolici trentini hanno una voce, e la loro voce sarà più alta che quella dei detrattori. Ma anche sul terreno più difficile per la lotta contro il socialismo, nell’ambiente degli operai di fabbrica, noi abbiamo dato prove di lavoro sociale. Per non parlare delle altre organizzazioni, basta citare la recente associazione dei lavoratori e lavoratrici di tabacco, la quale rappresenta la più forte, la più vigorosa organizzazione professionale trentina, La democrazia cristiana, nonostante la delazione, la calunnia va avanti. Se richiamiamo quindi di tratto in tratto l’attenzione dei nostri sul lavoro socialista, non è perché ci possa servire d’esempio, ma perché ci sproni ancora più all’opera dell’organizzazione operaia. I cattolici trentini lavorano più che gli altri al risorgimento industriale del paese, ma questo è possibile solo se accompagnato dall’elevazione verso un cristianesimo e un «trentinismo», per dir così, integrale dell’operaio, il quale deve vedere in questi uomini non dei nuovi alleati all’esercito internazionale dei «padroni oppressori», ma dei collaboratoti al benessere economico del nostro popolo. Tali operai può creare solo la democrazia cristiana. Diffondiamola, agitiamola quindi quest’idea, o amici. E frattanto, per ridurci al triste stato presente, non si lasci sfuggire la stagione dell’emigrante senza pensarvi e provvedervi. Un ritrovo, un convegno dei nostri paesi d’emigrazione temporanea, dove agli operai venisse raccomandata la nostra stampa e l’eventuale organizzazione nostra nei centri, nei quali trovano il lavoro, impedirebbe che vi trovassero accanto al misero guadagno economico una perdita morale, come purtroppo s’avvera da tempo nei nostri paesi di montagna. Solo in un ferreo, costante, disciplinato lavoro è la possibilità della vittoria. E ancora: chiudere gli occhi, quando essi dovrebbero affrontare le nostre miserie, per quanto parziali, sarebbe pazzia. "} {"filename":"386649e2-1c0b-49d1-b8c7-5a810f538824.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"L’uomo è per sua natura ottimista. I pessimisti, i misantropi, gli ipocondriaci, i misoncisti, gli... idrofobi rappresentano l’eccezione di fronte alla regola, tanto che li chiamiamo «originali» per distinguerli dall’innumere copia conforme. Come gli individui, così i partiti. Niente di più comune che la tendenza a crearsi un avvenire roseo e a disegnarsi un orizzonte regolare con la luce quieta, senza interruzioni violente. In tali momenti l’uomo è di uno spirito oltremodo conciliante e non sa comprendere i cattivi che turbano la quiete dei buoni, ma è propenso a perdonare anche quelli e, se nutre rancore, gli è contro i rigoristi e gli intransigenti. Anche la psiche collettiva del partito – ci si perdoni la fraseologia ormai in voga – ha dei momenti siffatti. E pare allora che tanta combattività sia proprio inutile, che la rigidità dei principi sia passione di parte, che la precisione di linguaggio sia rudezza provocante, e si starebbe quasi per gridare agli intransigenti, ai cavillosi, ai demagoghi...; quando, per nostra ventura, un temporale ci scuote dai sogni rosei e spazza via quell’aria sciroccale che addormenta ed avvelena. Ad Innsbruck, in quella nostra amatissima metropoli, tira la raffica anticlericale. Adunanza segue ad adunanza, scritto a scritto. Gli oratori e gli scrittori trovano un pubblico numeroso, incline agli applausi. Socialisti e liberali, compreso quel gentiluomo del baron Sternbach, assessore giuntale, fanno corona al professor Wahrmund . Perché? Si tratta forse di una campagna di difesa? Si combatte per la libertà della scienza, si protesta contro il clericalismo che minaccia la città? No, la scienza, anche quella senza basi scientifiche, anche la pseudoscienza, è libera in Austria, tanto che il Wahrmund può essere professore di diritto canonico e contemporaneamente combattere con le armi meno scientifiche la Chiesa, di cui insegna la legge. Il «clericalismo», codesto spauracchio di tutti i furbi che lo piantano in mezzo al campo della loro vendemmia e di tutti gli ingenui che ci credono, ad Innsbruck non può farsi vedere. Nessuno lo incontrerà mai nel Bathaus o sulla Mariateresienstrasse, ma nemmeno nelle vie più appartate. Ad Innsbruck regna il liberalismo radicale fuso col sciovinismo teutonico. Non è guerra di difesa, dunque, ma è offensiva, è attacco, e si dà l’assalto al baluardo delle credenze religiose, al potere spirituale della chiesa cattolica contro la quale il Wahrmund ha lanciato le accuse più sanguinose. Ecco il temporale, la bufera scuotitrice per i cattolici tirolesi. Avevano guerra in casa, si disputavano fra loro il vero cattolicesimo, le sane tradizioni tirolesi. E intanto ad Innsbruck nella capitale si cristallizza intorno ad un apostata della Leo Gesellschaft un nucleo di giovani, di professori, di uomini politici, pieni d’odio contro la Chiesa, e il nucleo trascina una folla, influisce su una cittadinanza intiera. Chi sono i vincitori? I cristiano-sociali? Chi sono gli sconfitti? I conservatori? E ancora. Si disse che le questioni religiose andavano messe da parte. L’unione di tutti i tirolesi ci voleva; i nazionalisti accolsero preti a braccia aperte e i preti, i buoni cattolici vi si gettarono con entusiasmo. La lega tirolese era fatta: era il tirolismo il cemento più efficace, gli italiani, i Welsche, erano il nemico. «Il Tirolo ai tirolesi!», e sotto questa bandiera si diede la mano ai tedeschi nazionali, a cattolici come l’Edgardo e il Rohmeder, si permisero se non si applaudirono le incursioni provocatorie di protestanti germanici nei nostri villaggi, né si battè ciglio quando, dal Tiroler Tagblatt, dalle Innsbrucker Nachrichten, in nome del Tiroler Volksbund si insultarono «die welschen Preti». Edgardo doveva essere l’apostolo della dottrina vera, che poteva cacciare e rimettere preti a suo talento, a seconda che favorivano o meno il suo patriottismo. E noi che abbiamo protestato, che ci siamo opposti, venivamo designati come irredentisti, traditori dell’Austria. Il nostro clero che chiedeva ai confratelli di Oltresalorno una tregua di Dio, che almeno s’informassero, venivano respinti, lasciati senza risposta. O non c’era il Meyer, non c’era la stampa liberale d’Innsbruck che li informava? «Tirolo ai Tirolesi!» e con questo grido ci si ricacciava in gola ogni protesta. «Tirolo ai Tirolesi!» sta bene, o alleati dei Weuin, dei Rohn, degli Sternbach ecc. contro di noi. Ma intanto ad Innsbruck regna ed aumenta il suo impero il liberalismo, il teutonismo d’importazione. Ma intanto i vostri alleati celebrano nella capitale un’orgia di idee e di sentimenti che sono tutto fuori che «tirolesismo», tutto fuori che un tributo d’omaggio alle tradizioni dei vostri padri. O non vedete che mentre v’accingete a riconquistare al Tirolo coll’unione agli anticlericali un villaggio di montanari, come San Sebastiano, il Tirolo, il sacro Tirolo, il vostro Tirolo langue e muore nella capitale? Non ravvisate nei beccamorti i vostri alleati? Sì, donate un prete, arricchite una chiesa a una frazione di Terragnolo ; le vostre cattedrali avranno i vetri infranti. Eccovi la bufera... È buono che sia scoppiata, è buona questa imperversante procella, altrimenti l’anno 9 vi avrebbe sorpresi torbidi nel vostro tirolesismo nazionale; forse che l’uragano anticlericale vi rammenta di non essere tradizione hoferiana il portare la discordia in cattolici villaggi italiani valendosi di alleati, che nelle vostre città coltivano, propagano i principi della rovina... Ma ci accorgiamo che la predica diventa un po’ lunga, senza aver parlato ancora ai trentini, ai quali anzitutto volevamo rivolgerci. Il quaresimale continua domani. "} {"filename":"328fd8b8-5ca2-488b-9a0f-1dffbad1a58a.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Distinguiamo: L’intolleranza delle facoltà – Le lotte studentesche – Valore dei simboli e delle insegne – Scene di ferocia e di prepotenza – L’episodio Wahrmund – Sua attività extraprofessionale – L’equiparazione di Wahrmund – Seminatore e talpe – Il carattere dell’opuscolo – La deviazione liberale – La lezione agli anticlericali e ai cattolici Anzitutto non s’è distinto bene. Anche i giornali cattolici hanno talvolta commentato semplicemente un «caso Wahrmund» seguendo così la deviazione liberale. Ma la questione vera fu ed è quella della parificazione di fatto dei cattolici, di chi professa apertamente e socialmente la fede cattolica nelle aule universitarie. È noto per bocca di scrittori acattolici come Huston Chamberlain , che le facoltà austriache con tutti i privilegi di cui sono arricchite, sono divenute uno stato entro lo Stato. Sotto la bandiera della libertà della scienza e dell’indipendenza dell’indagine scientifica, s’agita e vive il liberalismo più smaccato, l’anticlericalismo più aperto. I professori universitari sono i sostenitori più fervidi della stampa liberale, parecchi sono a capo di moti politici, moltissimi apostoli della società venuta dalla massoneria, la famigerata «scuola liberale». Anche al movimento divorzista parecchi professori universitarí presero parte efficacissima, fornendo le armi pseudoscientifiche agli agitatorí contro l’indissolubilità del matrimonio, o usandone essi stessi nei comizi o sulla stampa di partito. Tale attività pubblica, che non si svolge sulla cattedra dell’insegnamento né dentro la calma del gabinetto sperimentale, dovrebbe essere sindacabile non solo dall’opinione altrui, ma anche dallo Stato, il quale è senz’altro obbligato ad impedire che un suo professore, abusi della libertà sua per offendere o ledere quella degli altri. La formula della «libertà d’insegnamento e della scienza» garantisce ad un insegnante che ne è insignito il libero sviluppo del suo lavoro scientifico; ma fuori di quello che, sia nella sostanza, sia nella forma è scienza, e non sta in nesso necessario o naturale col carattere dell’insegnante o dello studioso, la responsabilità dei professori, innanzi all’opinione pubblica e lo stato, è la stessa che hanno tutti i cittadini. Non così pensano i liberali, i quali cacciati per il suffragio popolare dalle trincee legislative, si sono bloccati entro le università che sotto lo stendardo della «libertà scientifica» sono divenute le rocche del liberalismo più intollerante e ostinato. Un professore cattolico non penetra nelle facoltà laiche, qualunque siano i suoi meriti scientifici. I pochissimi che vi si trovano, sono penetrati contro l’opposizione delle facoltà, e per l’energico intervento del ministro dell’istruzione, liberale anche quello s’intende, ma tanto da non poter rendersi responsabile di un’ingiustizia patente. I professori, quando hanno esaurito i mezzi legali, ricorrono alla studentesca, la quale nella sua maggioranza è pronta ad ostruzionare in nome della libertà d’insegnamento le lezioni del malcapitato ultramontano. Tale accetto ebbe, a mo’ d’esempío, come tutti ricordano, il professor Hirn a Vienna. Ma quanti sono quelli che non vi possono entrare affatto? Luigi Pastor informi. A tale intolleranza delle facoltà s’aggiunge l’intolleranza degli studenti. La vita delle associazioni tedesche è, com’è noto, sviluppatissima. La Bursenschaft , la Verbindung sono istituzioni che vanno attraverso tutta la vita. Il berretto accademico, la tracolla con le insegne sociali, il fioretto sono divenuti da lungo tempo simboli, il cui significato non può essere bene inteso che da chi vive entro quell’ambiente. È inutile porre in ridicolo tali costumi e parlare di... «spiedo accademico» come fa l’Alto Adige . Il valore dei singoli è relativo, e va giudicato dal punto di vista di chi li usa. Ebbene, fra le associazioni liberali o tedesche radicali e le cattoliche, la questione del fioretto, del berretto, delle insegne è divenuto questione di vita o di morte. I liberali sostengono che il fioretto non ha diritto di portarlo altro che chi lo adopera ossia solo chi si batte nelle cosidette mensure o duelli studenteschi. Il ministro Hartel , a suo tempo, dopo minuti rilievi, ha però fatto rilevare ufficialmente che il fioretto in Germania oggi e per il passato era semplicemente il simbolo della libertà accademica, e niente più. Come tale viene considerato anche dagli studenti della Germania che, in generale, non fanno del fioretto un monopolio dei duellanti. Ma, si noti ancora, la questione del fioretto non è che la più saliente di tutte le altre analoghe che riguardano le insegne studentesche. I liberali non vogliono concedere nessun diritto corporativo accademico agli studenti cattolici. A questi è negato ogni simbolo di libertà accademica, perché sono «Pfaffenknechte» (schiavi dei preti) ossia perché non sono liberali. L’opposizione liberalesca non è teoretica. In ogni università austriaca si costituisce un comitato direttivo delle associazioni liberali, il quale domina tutta la vita accademica entro l’università. Alle corporazioni cattoliche non viene concesso che quello che piace ai liberali; il rettore è completamente in balia di tale intolleranza; e se i cattolici non si piegano, vengono cacciati a colpi di bastone dall’aula e maltrattati a sangue. Chi non ricorda di tali scenate svoltesi nell’università viennese? Dentro l’università i pochi cattolici fischiati, battuti che finiscono con l’essere buttati fuori come cenci a brandelli, senza che nessuno venga a proteggerli. Chi ha assistito a simili scoppi d’intolleranza comprende che qui si tratta non del simbolo, ma della cosa simboleggiata, qui non si combatte per il berretto o lo «spiedo», ma per l’idea della cultura cristiana, per l’idea dell’unione della scienza con la fede. E la prepotenza di un partito che vuole soffocarne un altro, è l’odio contro il cattolicismo che fa uscire i tristi eroi di tali trionfi nell’inno di sprezzo «Der Papst lebt herrlich in der Welt», inno di gloria sopra un campo sparso di tracolle strappate, di berretti insudiciati e di vetri infranti. Gli ultimi casi sono ancora nella memoria di tutti. A Graz, sull’inizio di questo semestre invernale, il dott. Uhde celebrava la promozione al suo terzo dottorato, quello delle scienze naturali. Si presentò alla promozione con le insegne accademiche di una corporazione cattolica, accompagnato dai suoi compagni di fede e dagli ospiti. Ma la studentesca liberale gli chiude la via alla sala, egli, i suoi compagni, perfino il vecchio suo padre furono fischiati, insultati. E il rettore? Il rettore rispose di non poter far nulla. Un mese dopo a Praga i cattolici venivano brutalmente attaccati, insultati, battuti ed infine rinchiusi in un uditorio, dove rimasero bloccati per quattro ore; il rettore per liberarli dovette venir a trattare cogli studenti radicali!! Contro queste due intolleranze, la cricca delle facoltà e la prepotenza degli studenti, insorse nell’ultimo congresso il dott. Lueger, affermando essere dovere e volontà dei cattolici di conquistare il debito influsso anche nelle università. Si tratta dunque di una lotta per l’equiparazione, per l’eguaglianza, per la libertà. Tanto è vero che nella votazione susseguente alle lunghe discussioni alla Camera, i cattolici votarono tutti per la proposta da loro emendata del prof. Masaryk che riguardava la libertà dell’insegnamento e dell’indagine scientifica nelle università. Senonché la cosa, ricacciata di un canto momentaneamente dalle necessità politiche, doveva risorgere più tardi con nuova veemenza. Già nelle discussioni d’allora era caduto il nome del prof. Wahrmund, professore ordinario della facoltà giuridica di Innsbruck ed insegnante diritto canonico. Wahrmund fu un tempo non lontano membro della «Leogesellschaft», società cattolica scientifica. Nell’88 pubblicò un’operetta sul conclave e l’ius exclusiva dove chiama la Chiesa cattolica «die grösste und ehrwürdigste Institution, die je auf Erden bestanden» (l’istituzione più grande e più degna di venerazione). Nel 1901 tenne dalla cattedra un discorsetto anticlericale che è il primo accenno al suo secondo periodo. L’uomo non era più cattolico; gli studenti lo sentivano e lo rilevavano da qualche frizzo, più tardi da qualche insulto contro la Chiesa cattolica. Ma ben presto uscì fuori nel campo della vita pubblica, divenne per condizioni familiari, seguace devoto del moto divorzista, s’intruppò poi con la società «Scuola libera». La società per la riforma matrimoniale e la «Scuola libera» rappresentano ormai in Austria le due organizzazioni battagliere degli anticristiani; in esse si fondono le correnti socialistiche e «Los von Rom». Ma Wahrmund non fu solo socio, fu protagonista organizzatore di questa lotta contro la Chiesa. Parlò in adunanze popolari contro il cattolicismo e le sue dottrine; e i cattolici si limitarono a rispondere, a reagire, a polemizzare; ma quando in una conferenza, che il celebre padre Fonck dimostrò un plagio dell’Hoensbroech, Haeckel e compagnia, il Wahrmund passò ogni misura, offendendo e schernendo a sangue i cattolici, quando in un comizio il professore espose alla derisione della feccia della capitale tirolese, le loro credenze, le loro istituzioni più sacre, allora protestarono ed insorsero fieramente. E poiché il rappresentante del governo, presente al comizio, non aveva sollevata obbiezione alcuna in nome della legge che condanna chi dileggia una religione riconosciuta dallo Stato, e gli organi universitari e accademici s’erano dimostrati deboli di fronte agli anticlericali e ostili ai cattolici, la protesta fu diretta oltre che contro l’insultatore anche contro chi il dileggio aveva tollerato o favorito. E perché ancora gli studenti cattolici, che pur sono la maggioranza in Innsbruck avevano avuto durante le ultime lotte nuove prove che a loro si negava l’equiparazione sul suolo accademico, la protesta venne diretta anche contro la posizione d’inferiorità a cui si costringevano gli accademici cattolici. Ed ecco che quello che poi falsamente fu detto l’incidente Wahrmund non è che un episodio della lotta universitaria in genere, lotta che i cattolici devono condurre contro l’intolleranza e la prepotenza per l’equiparazíone. Che si trattasse veramente di questa è testimonio principe lo stesso Wahrmund, il quale in una lettera aperta al prof. Mayr e a proposito delle recenti lotte scriveva: «Equiparazione per gli studenti clericali e professori e studenti liberali si può pretendere col medesimo diritto, come si chiederebbe per il seminatore che coltiva un campo e per la schiera delle talpe che lo sommuovono... Mai può venir ammessa l’equiparazione fra potenze che affermano e che negano la vita, costasse pure una lotta fino al coltello». Era la lotta fino all’ultimo dunque che voleva e sapeva di combattere il Wahrmund. Nella sua ultima conferenza «Libera scienza e cattolicismo» i frizzi, gli insulti contro i cattolici abbondarono. Ma il professore non era contento del plauso dei «los von Rom» innsbrucchesi, la ripetè anche a Salisburgo ed il pubblico era sempre quello, socialisti, radicali, pantedeschi. Non gli bastò ancora: la conferenza venne stampata e benché, testimoni auricolari affermino che nella stampa non si ripetono tutte le espressioni blasfeme, che dissero le labbra, contiene tuttavia tali espressioni e tali proposizioni che la procura di Stato ne pronunciò la confisca. La natura dell’opuscolo è caratterizzata abbastanza se si ricorda che perfino il dott. Engert, il prete scomunicato e direttore del Secolo XX pur plaudendo al Wahrmund, fece delle riserve sul contenuto della conferenza, parendogli che l’innsbrucchese fosse andato troppo innanzi, e la Kölniscke Zeitung, giornale protestante e liberale, enumerando gli insulti e gli schermi che il Wahrmund dirige ai misteri e alle credenze più sacre, fatta anche astrazione dal suo giudizio parzialissimo sull’opera della Chiesa, afferma essere naturale che i cattolici si sentano offesi e chiedano allo Stato che protegga il loro onore di fronte agli attacchi di un suo funzionario. Ma qui subentrò la «deviazione liberale». La grande stampa semitica tolse sotto la sua protezione il professore, lo rese da ignoto celebre e levò avanti a lui lo scudo della «libertà della scienza e delle università». In Italia se per l’attività politica di terzi si fosse reclamato a difesa la «libertà d’insegnamento» il buon senso latino avrebbe subito vinto sopra le frasi ipocrite, in Austria la stampa ebraico-massonica levò tale rumore, si dipinse con tali colori il pericolo clericale, che, per poco, l’offensore non apparve offeso, l’insultatore l’oppresso. Sempre la storia dell’agnello e del lupo, di Renzo e di don Abbondio. La deviazione liberale fu favorita da un’inopportuna intervista del Vaterland col Nunzio Apostolico e dal timore che i liberali hanno tutta la ragione d’avere circa le sorti del loro ministro Marchet. Così, all’atto pratico, i cristiano-sociali dovettero accontentarsi di ottenere un teoretico e ufficiale riconoscimento dell’equiparazione studentesca, mentre l’incidente Wahrmund, rimesso ai tribunali è terminato ier l’altro con la conferma della confisca dell’opuscolo. Non è chi ritenga però che la cosa sia esaurita. Si è chiusa momentaneamente la fase parlamentare, ma la questione universitaria risorgerà alla prima occasione, al primo incidente. Il problema dell’equiparazione è insoluto, ma converrà venga una volta risolto. Ne hanno diritto pieno i cattolici, se pur per loro, che sono i più, non vuolsi ammettere una cittadinanza di secondo grado. Il «caso Wahrmund» però è una buona lezione. È una lezione, è vero, per gli anticlericali, come dice La Difesa, ma è una lezione anche per i cattolici, e in doppio senso. Abbiamo imparato – o meglio ci fu rinfrescata la memoria – che in tali questioni l’odio anticlericale non conosce confini di nazione. La stampa czeca, tedesca, italiana si gettò con straordinaria veemenza e unanime accordo contro i cattolici e la Chiesa, e noi trentini, non dobbiamo dimenticare che il corrispondente dell’Alto Adige eccitava a sorpassare le lotte piccine nazionali e ad unirsi con quei liberali tedeschi, che sono e furono gli oppressori del nostro paese. Il caso Wahrmund però insegna anche che il liberalismo in Austria è ancora dominatore. È vero; nel Parlamento non gode più un dominio assoluto, ma è però ancora nella coalizione degli anticlericali tanto forte da impedire che ai cattolici si renda quella giustizia che le leggi fondamentali liberali a loro garantiscono. Nelle università poi, nella stampa fa sentire ancora l’intollerante suo dominio. E di questo dominio è servo anche il ministro dell’istruzione. Perciò i cattolici, prima d’ingaggiare una lotta simile, o quando sono costretti ad ingaggiarla, devono sempre tener d’occhio il raggiungibile, il reale. Questa ci pare politica buona, La tendenza invece di certi feudali di spingere la lotta agli estremi dimostra una non chiara visione della realtà delle cose. L’Austria non è nella sua costituzione e nelle sue leggi uno Stato cattolico ed erra l’autorevole Difesa a portare il caso Wahrmund come esempio ai governanti. Il ministro Marchet ha risposto come risponderebbe un altro ministro liberale in uno Stato qualunque, né il Wahrmund fu punto fatto scendere dalla sua cattedra come suppone il giornale di Venezia. Vero che nella pratica amministrativa i cattolici in Austria raggiungono qualche cosa, ma questo a prezzo che per la nomina dei vescovi e d’altri dignitari ecclesiastici lo Stato metta in pratica quel concordato, che in quanto riguarda i suoi obblighi vuole abolire e a patto, d’altro canto che i cattolici siano politicamente forti ed organizzati, come sono ora nel partito cristianosociale tedesco e negli altri gruppi cattolico-sociali alla Camera. 1) In aggiunta a quanto dicevamo dei giornali va notato che anche il Corriere d’Italia nel suo penultimo numero (in un’«intervista con un ecclesiastico austriaco») ha un’esposizione sufficientemente esatta, quantunque negli ultimi apprezzamenti l’intervistato riveli un ottimismo che se venisse condiviso più in alto non servirebbe ad un’orientazione migliore sulle condizioni religiose reali dell’Austria, ove la religione cattolica è in realtà tutt’altro che una religione di stato! La Difesa di oggi invece narra nientemeno che «i cattolici tirolesi, troncando ogni indugio, scesero dai loro monti armati di nodosi randelli e fecero dinanzi all’università una dimostrazione che avrebbe avuto serie conseguenze se i più concreti affidamenti di riparazione non fossero stati offerti. "} {"filename":"72a01353-320c-45e6-9a90-d95c66507d27.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Sta bene così. Noi non abbiamo mai preteso che il giornale di via Dordi tacesse né tampoco abbiamo avuto l’ingenuità di sperare che questioni di fatto venissero da lui giudicate secondo altri criteri che quelli di un partito il quale siede non per la libera scelta, in platea. Ma protestiamo e protesteremo sempre contro il lazzo ed il sogghigno incivile che si stacca dalle labbra, di chi non critica, ma denigra, non giudica, ma sentenzia per partito preso. Due cose sono accadute: l’azione economica ha preso consistenza e forma concreta, e per il principio della sua attuazione è stato fissato autorevolmente un termine di tempo; è poi stata data una dichiarazione per la ferrovia giudicariese che assicura un concorso tale del governo da garantire la finanziazione dell’impresa. Noi abbiamo affermato che questi due fatti risalgono a lunghe trattative dei deputati popolari e che rappresentano un loro successo. Queste affermazioni hanno per quanto riguarda i fatti un valore assoluto: circa gli apprezzamenti, se è vero che il significato di successo anche nella politica trentina viene determinato dalle condizioni relative della stessa, del suo presente e del suo passato, noi riteniamo che tutti gli spassionati debbono dare ragione a noi e torto marcio all’Alto Adige. Respingiamo l’accusa di affrettati incensatori: È vero, ogni giorno riportiamo sulle ali del telegrafo la cronaca di quanto si fa in parlamento. Ma infine di che si tratta? Di rilevare i fatti. Suonano essi lode all’attività dei nostri rappresentanti? È né più né meno di quello che i deputati hanno promesso agli elettori; ma sta bene che questi li giudichino alla stregua di fatti. Se tale giudizio racchiude implicitamente dei confronti che ad altri devono spiacere, sempre colpa dei fatti, signori! E basti di questo rilievo, il quale, di fronte alle asserzioni in contrario dell’Alto Adige vuole rinconfermare lettera per lettera, sillaba per sillaba quello che abbiamo scritto altra volta. In quanto agli errori di fatto, veda l’Alto Adige per l’uno il trafiletto che pubblichiamo in cronaca, e per l’altro mediti un po’ sulla differenza che corre tra una risoluzione presentata da un deputato nella commissione del bilancio e una proposta immessa dal governo nel bilancio stesso. L’alea è diversa, né è giusto applicare il giudizio che esprimevano sulla sorte di una risoluzione ad una eventuale posta del bilancio. E l’intermezzo polemico per noi sarebbe chiuso. L’Alto Adige ha però nell’articolo di sabato anche un accenno simpatico, l’accenno cioè alla solidarietà nelle questioni economiche, solidarietà che dovrebbe esistere nel paese nostro ed in ispecie di fronte alla solidarietà tedesca. Tale accenno corrisponde certo ad un senso di rimorso per la posizione che ha preso l’Alto Adige in tante vertenze di fronte ad iniziative ed opere che non fossero uscite dalla sua officina. Poichè il foglio liberale ha ben compreso che attaccare i popolari ad ogni loro proposta od iniziativa e volervi vedere subito ambizioni o mire disoneste personali, non può essere un contributo alla solidarietà economica. Per nostro conto vogliamo efficacemente contribuirvi, col non riaprire le vecchie e recenti ferite. Ma dall’Alto Adige questo abbiamo diritto di pretendere, che quando si tratta di acque, si parli di acque; di elettricità, di elettricità, di ferrovie, e di ferrovie; né si denigri subito la persona per tema che l’opera gli rechi onore. Per questo chiediamo, fino a che gli avversari non possono fornire prove in contrario. Via, ci par d’essere discreti, non vogliamo impanicarci ad ammonitori impeccabili, ma nessuno potrà negare che l’Alto Adige n’ha la groppa di sì gravi, che è ben giusto il richiamo alla sua coscienza. Tale contegno di critico sereno ed oggettivo in questioni economiche sarà anche consono alla funzione che l’Alto Adige esercita per il municipio di Trento, il quale ha pure tutto l’interesse di mantenere la solidarietà con le vallate. Che so i liberali preferiscono l’antico gioco: trattare coi deputati, e chiederne l’appoggio, e farli contemporaneamente schernire dai loro fogli hanno a sapere che ogni bel giuoco vuol durare poco e che sarà compito della stampa di educare il pubblico trentino a trovare intollerabili simili incongruenze. "} {"filename":"7f6ecf22-b630-4085-b27a-07bac8ec0571.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"La stampa liberale, fatta eccezione del Messaggero, durante la breve sessione dietale e immediatamente dopo la chiusa, ebbe parole aspre e critiche acerbe contro la deputazione dietale popolare. Di queste non facciamo le meraviglie. I metodi seguiti pertinacemente dai nostri avversari, o meglio da una parte novella di loro, ci hanno convinti che la pace, la concordia, l’armonia è da loro invocata come acquiescenza e transigenza nostra, ma non viene considerata come un riguardo reciproco e un’equazione ragionevole per l’interesse e un ideale comune. Perciò, siano rese grazie al cielo che in noi non è rimasta bricciola di quel senso di compaciscenza, che in certe epoche e in diverse circostanze potè sembrare ai vecchi conservatori generosità nazionale e opportunità politica, ma che oggi evidentemente non sarebbe che ingenuità e minchioneria. Se oggi quindi i partiti anche alla Dieta non depongono le armi, ma stanno agguerriti l’uno accanto all’altro, noi troviamo conseguente che anche i loro giornali abbiano reciprocamente libertà di critica, e benché noi, proprio nell’ultima sessione, abbiamo ritenuto più opportuno l’astenersene non pretendiamo che altri abbia il medesimo senso di opportunità e lo stesso sentimento di responsabilità, di cui può rivantarsi il Trentino. Ma contro una cosa però abbiamo diritto di lagnarci e protestiamo nuovamente. Mentre cioè popolari e liberali trattano per un’unione per quanto limitata a questioni determinate e mentre si conclude un’alleanza, la quale può essere proficua in problemi vitali per il nostro paese, la stampa liberale non solo non assume un atteggiamento analogo a quello dei deputati, benché questi ne siano gli ispiratori, ma passando direttamente all’attacco contro i popolari, li tacciano di tradimento nazionale, di pattuire cogli avversari comuni, svisando completamente i fatti, interpretando in modo assurdo e regolamento e votazione. Accenniamo, si capisce, alla votazione sull’incameramento, lasciando da parte gli altri pettegolezzi, poiché in quanto a questi, sarebbe ridicolo fare una questione politica di ciò che è questione di mera educazione e convenienza. Ora tutti vedono che l’Alto Adige ha presa una posizione perfettamente contraria non solo alla verità dei fatti, ma ad ogni riguardo che impone nelle relazioni dietali un’alleanza dietale; non basta, ma, di contro alle nostre prove e smentite ha avuto la mutria di sostenere il suo attacco. Ora, signori liberali, intendiamoci bene. I popolari non hanno nessunissima intenzione di lasciarsi ripetere il giuoco, che s’è fatto ai conservatori e al d.r Brugnara. Essere contemporaneamente alleati e far dare delle coltellate nella schiena è cosa incompatibile. Sappiamo benissimo che nel partito liberale l’affiatamento non è la caratteristica che lo distingua, sappiamo benissimo perché l’abbiamo udito coi nostri orecchi, che vi sono dei deputati liberali dietali, che intendono seguire una via più logica e più corretta dell’Alto Adige, ma ciò non basta né per la chiarezza delle cose, né alla progredita educazione politica del nostro popolo. Quindi, meglio intendersi prima! O la posizione della stampa in paese è corrispondente a quella dei deputati in Innsbruck, oppure accada francamente, nettamente il viceversa! Noi non abbiamo nulla da temere e sapremo di fronte agli elettori e al popolo trentino assumere quella parte di responsabilità che ci tocca, ben determinando quella che si assumono gli altri rispetto agli interessi comuni. Questo abbiamo scritto per la chiarezza e viste le insistenze del foglio liberale. Sarà anche una prefazione ad una lettera che ci manda persona autorevole e competente e che facciamo seguire: A smentire l’Alto Adige, giunge opportuno l’Eco del Baldo del 30 aprile 1908. Ivi, in corrispondenza da Innsbruck, in data 20 aprile, si legge: «All’ultimo momento i deputati liberali italiani e clericali raggiunsero l’intesa sulla formazione dell’Unione trentina. I due clubs formeranno un’Unione limitatamente alle questioni nazionali e autonomistiche. Le insistenze dei clericali per comprendervi anche la riforma elettorale non ebbero successo. I liberali aderirono a discutere in comune la questione elettorale, ma si riservarono del resto piena libertà». Così un liberale che seguì assai davvicino le trattative conferma che l’esclusione delle questioni elettorali dall’unione trentina fu voluta dai liberali. L’Alto Adige può sapere ora a chi indirizzare le sue prediche. L’Eco del Baldo si trova invece pienamente d’accordo coll’Alto Adige nell’attribuire a un’intesa coi liberali tedeschi il voto dei popolari favorevole all’urgenza della proposta Walther . Contro a ciò sta il fatto che il d.r Gentili, a nome dei popolari, dichiarò che riguardo al merito essi stavano coll’ordine di idee espresso dal d.r Pinalli e dal d.r Schöpfer; né si è mai udito che votar per l’urgenza d’una proposta implichi l’approvazione incondizionata del merito senza modificazioni di sorta. Per andarne convinti, basta guardare a quanto succede di frequente al Parlamento. Appunto perciò il d.r Schöpfer e il d.r Gentili convennero di votare per l’urgenza della proposta Walter e solo per l’urgenza giacché il d.r Schöpfer avrebbe esteso l’incameramento a un complesso di strade da fissarsi. Se poi il d.r Schöpfer cambiò parere, senza avvertirne in quella baraonda i popolari, ciò può riuscire gradito a chi cerca in siffatti pettegolezzi a chi trova conforto in trovarsi negli ultimi scanni o in platea; ma non può offrire e non offre il menomo appiglio a negare la verità e la serietà di una dichiarazione data ufficialmente a nome di un club. Tanto era lungi un accordo coi liberali tedeschi contro gli italiani che, prim’ancora di votare l’urgenza della proposta Walter, i popolari ritirarono l’urgenza della proposta Paolazzi; e se un cronista pigiato dalla loggia, intontito dai frastuoni e avido di beghe non arriva a capir questo tanto, ben dovrebbe capirlo qualche altro che pretende atteggiarsi a controllore. Per controllare occorrono occhi sani e orecchie aperte; mentre la passione vela gli occhi e tura le orecchie! A proposito! L’onorevole corrispondente liberale dell’Eco del Baldo, dopo aver rilevato con compiacenza che «le insistenze dei clericali per comprendere (nell’Unione) anche la riforma elettorale non ebbero successo»; dopo aver attribuito ad ambizioni di partito, anziché alle ragioni programmatiche esposte dal Trentino la formazione d’un apposito club popolare, conchiude: «E quanto alla reclame che i clericali credono di potersi fare alla Dieta, basti osservare che Innsbruck è più vicina che Vienna e che alla Dieta i controllori sono più numerosi e bendisposti che al parlamento. Non credo per tutto ciò che l’Unione trentina possa essere un organismo molto sano 1) ed efficace, tanto più che il confine fra le questioni autonomistiche e nazionali o da altro non è definito né definibile. Basterà se sarà per i tedeschi un monito in favore della solidarietà nazionale di tutti i trentini. Anche questo monito potrà giovare». Ecco: crediamo anche noi che se la stampa liberale terrà la volta ventura il contegno tenuto questa volta, l’Unione trentina sarà organismo poco sano ed efficace. Anzi, andrà in malora, con molta soddisfazione dell’onorevole corrispondente dell’Eco del Baldo, che gode sì vivamente nel vederne ristretta la cerchia d’attività più di quello che i popolari proponevano. Quando i deputati liberali – che limarono sì poco ai loro bei tempi gli scanni di Vienna – approfittassero della vicinanza d’Innsbruck non già per lavorare, ma per esercitare sui popolari il controllo dell’Alto Adige e dell’Eco del Baldo, che, quale più quale meno, capovolgono i fatti, denigrano le intenzioni e trovano il loro compito principale nello sfogare il dispetto e l’ira di parte contro i popolari; quando, diciamo, s’introducesse tale controllo è certo che ogni o qualsiasi Unione andrà a rotoli. Ben altro contegno, signori, ha osato il Trentino e l’oserà anche in avvenire! Non saranno i popolari che renderanno impossibile ogni accordo; ma non saranno nemmeno essi che, dopo i solenni divorzi e felloneschi tradimenti dei radicali col Trentino, avendo un proprio programma da propugnare e da svolgere, verranno a poco fausti pateracchi. E quanto al controllo, controllate pure, giacché siete «numerosi e bendisposti!». Si capisce: i poveri novellini devono adattarsi alla sorveglianza dei superuomini che hanno già fatto miracoli per il paese. Badate però che andando colla testa troppo alta e col naso per aria, non cadiate in qualche fosso. 1) L’Eco del Baldo stampa «vano» ma è un evidente errore di stampa "} {"filename":"27a11e24-2fe1-40d0-86e7-e78b1ca89dcd.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"I patrioti dell’Alto Adige hanno avuto giorni tranquilli. Nulla è valso finora a riscuoterli dalla filosofica calma. Riteneva taluno che la votazione dei socialisti tedeschi in favore delle scuole tedesche di Trento facesse scattare l’anima lagnosa dei patrioti. Era un ingenuo. Non conosceva il potente equilibrio che raggiungono tali anime grandi contrapponendo allo spirito nazionale il senso anticlericale, quel senso che pervade fortunatamente tutto l’essere loro dal cervello fino ai vasi biliari. Essi mantennero la calma, repressero lo sdegno patriottico e, a quel pochino che diedero a vedere, il popolo ammiccava: Via, un po’ di... lealtà si potrebbe andare più facilmente d’accordo! Ah! Se quei socialisti fossero stati «clericali», se quel Conci si fosse chiamato Avancini! Ma allora le due potenze sarebbero fuse e così forti urla nazionali che sulle cantonate sarebbe comparso a caratteri di scatola: Il tradimento clericale! Non fu così, anzi fu viceversa; e i bonzi del patriottismo se ne stettero assisi quieti, quieti. Ma dall’alto del trono loro i Caifassi scrutavano attentissimi i «clericali» e fiutavano l’aria, cercando coll’occhio e colle nari la prova dell’antipatriottismo clericale, che, infallentemente per la salvezza della patria deve essere data almeno ogni quindici giorni. Ed ecco i patrioti fremono, s’agitano, gesticolano, gridano: la psiche socialistoide radicale è ossessionata. O santo Budda quale sacro furore ha pervaso i bonzi. Udite: Il patriottismo della Voce Cattolica, niuno vi ha più che non lo conosca (Alto Adige, 19-20) Ciò «basterebbe da solo a dare la più solenne smentita a quei sentimenti di italianità di cui vi fa comodo talvolta proclamarvi amici patrocinatori» (Alto Adige, idem) E ancora: «Aspetto a che sono nulla le infamità d’un Meyer e d’un Rhomeder» (idem) Oh! Ma insomma cosa è stato? Quei clericalacci di deputati hanno forse fatto quello... che hanno fatto i socialisti alla Camera?... Furono forse gli studenti clericali i quali fecero quello che fanno i liberali, l’alleanza cioè coi pantedeschi nella lotta contro la libertà e l’equiparazione? No, si tratta della «Voce Cattolica», poveraccia, la quale ha commesso infamità (sic!) peggio che il Meyer e il Rohmeder. Orrore! Siete curiosi, non è vero? Ebbene, ve lo diremo, ma comprimete bene il cuore e bagnatevi i polsi, ché non vi colga un malanno. Il delitto è un articolo del nostro giornale. V’è forse scappato? Non era né un articolo di fondo, né di cronaca, non era neppure un redazionale. Un trafiletto di mezza colonna pubblicato nella «Pagina femminile». Ora ricordate, non è vero? Era una maestra che protestava contro la dottoressa Bittanti , la quale aveva visto i docenti della nostra scuola popolare usare metodi di «incritinimento e imbestialimento», e di aver introdotto o compatito nella scuola «un assolutismo cieco e feroce, una dissoluzione psichica e feroce e spesso un’ignoranza gretta e supina». La maestra rispondeva per le rime; perché la signora Bittanti si spacciava per aver portato quassù la redenzione scolastica, la maestra reagiva dicendo: veda come sono certi suoi compaesani qui da noi, e riportava l’esempio di «qualche famiglia di operai regnicoli che non manda i figli a scuola ecc.». Via, forse l’egregia collaboratrice della «Pagina femminile» avrebbe potuto distinguere e limitare il campo delle sue affermazioni. Ma doveva Ella supporre che altri, per scopo di partito esagererebbe e generalizzerebbe la portata delle loro affermazioni in tal modo? Cara signora maestra, Ella fu troppo ingenua; Ella credeva di rintuzzare la baldanza di chi dottoreggiando, offendeva l’onore della nostra scuola, dei nostri docenti, rispose alla pari; e l’Alto Adige che non ha trovato una sillaba in difesa della scuola trentina, accusa ora Lei di mancato patriottismo, di offesa alla nazione e vuole sapere il nome anche, forse per poterle dare un nome nelle scuole municipali. Bravi patrioti! Vorreste ripiantare la forza in Municipio, e iniziare, come altre volte, un processo disciplinare contro chi manifesta un’opinione diversa dalla vostra? Ma no, si consoli la signora maestra, ella è salva. Ai patrioti torna comodo di negare la sua esistenza: quindi i colpevoli i rinnegati, gli autori delle «infamità» rimaniamo noi, sempre noi. I nostri sentimenti d’italianità sono smentiti per sempre, il nostro patriottismo nessuno, nessuno (capite!) più lo riconosce, siamo dichiarati infami, peggio che Meyer e Rohmeder! – Amen, o bonzi del patriottismo, non ci assoggetteremo alla vostra condanna. E prima di tutto assentiamo che nessun labbro giammai ne dica: patriotti. Zelanti esecutori della vostra condanna schiaffeggeremo il primo sciagurato che si peritassse d’attribuire anche a noi quel patriottismo ch’è il vanto vostro, per il quale avete pasciuto la patria di concioni e di fanfare e avete sempre oscillato fra gli istinti ribelli di un nazionalismo mangianuvole e l’opportunismo più gretto verso il governo che in patria ripudiate e a Vienna e ad Innsbruck coerentemente leccate. No, noi patriottismo non ne abbiamo più. Vi preghiamo anzi, se per avventura ne trovaste sperduto in qualche canto una briciola qualunque di conservarla nel museo cittadino che avete deciso di erigere in memoria del giubileo di Sua Maestà il nostro Imperatore. Noi siamo indegni del patriottismo per il quale ai 21 maggio svolazzavano i vostri frack italianissimi tutto in affanno perché a deputato di Trento riuscisse né Tambosi, né Conci, ma il candidato degli internazionali. Ed è vero altresì o bonzi che fu grave impudenza la nostra scrivere sulla prima casa che il forestiero tocca davvicino entrando in città, il nome Trentino . Cambieremo! Trentino sulla nostra casa? Forse perché vi si stampa il giornale più diffuso e più letto nel paese? Sfacciati! Forse che non sono l’Alto Adige e il Popolo tutti e due «i più diffusi del paese»? Forse perché vi ha sede l’unione politica che ha avuto il suffragio di 44 mila elettori? Ma via, allora bisognerebbe disegnare su il timbro e non il Trentino. Vero che in quella benedetta casa ci stanno due banche che rappresentano buona parte della ricchezza e dell’iniziativa del paese, vero che vi è la sede di tutte le organizzazioni economiche; ma che c’entra tutto questo col Trentino? Sarebbe come a dire che i 44 mila clericali erano trentini, che il lavoro fatto da tante organizzazioni fu provvidenziale in riguardo politico sociale e anche nazionale, che l’opera loro è prosperosa e benedetta dal popolo, sarebbe insomma quasi ammettere che i clericali sono buoni trentini, buoni patriotti... il che è assurdo! Dunque giù quel nome e v’apporremo quello giusto: Burg Welfenstein! Rocca degli infami. Ancora una prece, o pontefici della patria, una preghiera che voi certo esaudirete. Nell’esecuzione della vostra sentenza siete rigorosi e ferreamente logici. Non discorrete più della nostra partecipazione o meno alla Lega Nazionale, poichè è chiaro che noi le siamo recisamente avversi, né cercate di addossarci le responsabilità del volksbundismo così di soppiatto come ieri in certe corrispondenze dell’Alto Adige. La verità ditela chiara e franca: i clericali e la voze (stile da bonzo) sono fautori del volksbundismo, germanizzatori, antipatriottardi. La verità è amara, forse una constatazione spaventosa. Il Trentino è una grande macchia d’inchiostro che si è allungata fino dentro Trento, qui e là qualche isolotto patriottico e in mezzo voi, unica luce fra tante tenebre, unico calore fra tanto ghiaccio. Così la patria si sarà fatta piccioletta, ma si salverà il patriottismo degli auto incensi che circondano il vostro tripode, vi nasconderanno non solo la macchiona nera, ma anche le lingue rosseggianti di fuoco che già v’investono... Nessun rumore vi turberà la quiete sovrana, no... nemmeno il tramvai che quella «volksbundista» di Banca Industriale fantastica di progettare e su cui voi avete aperto le fatidiche labbra ad un grazioso sogghigno. Ave! "} {"filename":"4a8cd6ac-fa71-4a9d-90c9-890333dcc64c.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Signor Luogotenente. Le Innsbrucker Nachrichen dei 27 maggio ebbero la bontà di occuparsi della lettera aperta ch’io le diressi per mezzo del Trentino, e con brevi, ma eloquenti parole, mi chiarirono la situazione. «Cosa strana! – esclamano le Innsbrucker Nachrichen – il Trentino si rivolge a un’autorità che, anziché combattere, deve piuttosto appoggiare il Volksbund. O non sa il Trentino che il Volksbund, raccogliendo gli uomini fedeli alla provincia, cura uno degli affari più importanti del Governo?» Queste parole furono per me come un lampo in mezzo alla tempesta. Finalmente capisco, perché Ella permette agli impiegati tedeschi di far parte del Volksbund, e perché il Volksbund può prendersi la libertà di sorpassare impunemente i suoi statuti o di invocarne giudaicamente la lettera per eludere lo spirito delle leggi . Il Volksbund cura gli «affari», anzi gli «affari più importanti del Governo!» Ciò che il Governo tentò inutilmente per lunghi anni, ciò che i tempi più progrediti gli impediscono di fare a visiera aperta e in persona propria: tutto questo il Governo lo fa per mezzo del Volksbund. Quindi gli impiegati possono entrarvi a bandiera spiegata; quindi lo Psenner, amministratore postale superiore, può presiedere il gruppo maschile di Bolzano e salutare pubblicamente in un discorso politico i soci intervenuti al congresso generale del Volksbund. Per contestare l’ingiusto privilegio concesso agli impiegati tedeschi, si va dicendo che lo scopo del Volksbund è altamente «patriottico e dinastico», poiché tende a salvare l’unità della provincia e impedire il primo passo che condurrebbe fatalmente il Trentino in braccio all’Italia. Ridicole gonfiature e vergognose menzogne! Il Vorarlberg, possiede già molto più di quello che domandano i trentini: è rotta per questo l’unità provinciale? I tedeschi della Boemia chiedono l’autonomia: si osa perciò diffamarli e combatterli come irredentisti? E sì che nel loro mezzo vi sono i gruppi numerosi dei pantedeschi e dei tedeschi radicali, che notoriamente avversano l’Austria con la sua dinastia e sospirano la grande Germania legata ai destini degli Hohenzollern! L’unità della provincia e lo spettro dell’irredentismo sono due pretesti, per promuovere sotto l’egida del Governo l’intedeschimento del Trentino. E poi si dice che il Volksbund non ha scopi politici! Dovunque io mi volga e quale che sia il fine della società. Il vero, ch’io asserisco e che troppo spesso gli avversari nei momenti della passione più acuta professarono, o il fittizio, che mettono innanzi, quando vogliono ammantarsi di una parvenza di legalità; sempre e poi sempre il Volksbund si presenta come intento a un’opera eminentemente politica! Signor Luogotenente! Sarebbe Ella disposto a chiudere gli occhi, se gli impiegati italiani fossero membri o capi di una società rivolta ad ottenere l’autonomia del Trentino, fosse pure la semplice autonomia amministrativa? E che farebbe, se questa società tendesse a invadere il territorio tedesco o anche solo a riconquistare gli italiani imbastarditi o a salvare i pericolanti? Che cosa farebbe? La domanda è superflua. Non troverebbe fulmini abbastanza, per incenerire gli sciagurati. E costà fuori guarda e tace? O crede proprio siamo senza fegato o senza cervello? Se Vostra Signoria tace, se tollera che il Volksbund fondi gruppi perfino fuori dell’Impero, se permette che con mille arti disoneste attiri nelle sue file poveri contadini italiani, vergognosamente traditi; se consente che gli impiegati dello Stato concorrano a questa impresa brigantesca e le si mettano a capo; se Ella lascia passare tutto questo cumulo di illegalità, di ingiustizie, di offese, di provocazioni senza fiatare, hanno ragione da vendere le Innsbrucker Nachrichten quando affermano e stampano che il Volksbund fa «gli affari del Governo». E noi, rammemorando giorni lontani ma di cui non sarà mai cancellata la triste memoria dovremo dire: «Fu tempo che, fingendo di farci l’elemosina per sollevare la nostra miseria, ci si imposero le scuole tedesche. Fu tempo che un consigliere aulico di nome italiano vaneggiò di corrompere il carattere del Trentino; e le promesse, le minacce, lo spionaggio dilagarono nella nostra patria, dove essere trentino si dipingeva come un delitto di alto tradimento». Quei tempi sono passati. La feroce persecuzione fallì. Gli eroi che la condussero, sono spariti o il tempo illanguidì la memoria delle loro gesta. Ma se qualche cosa valesse a ridestarla e a ridestare con essa le proteste, le ire, gli sdegni, sarebbe se i trentini dovessero convincersi che l’opera del Volksbund è una manovra del Governo, che lascia perseguitare e insultare dai cittadini della Germania e tirapiedi del Tirolo, i cittadini italiani dell’Austria, con evidente violazione dei supremi diritti che la natura e le leggi accordano ad ogni popolo. Uno per molti PS: Mi permetta, signor Luogotenente, di aggiungere una postilla. Una ragazza di Bolzano, a nome di tutte le scolare di quella città, offerse al signor Wackernell, presidente del Volksbund, un mazzo di fiori. Ricorda, signor Luogotenente, che a Trento fu invece proibito di concedere vacanza agli alunni delle scuole cittadine nell’anniversario dell’inaugurazione del monumento a Dante ? Eppure, dinanzi a quel monumento sta una scritta, molto diversa dalle parole di Walther citate a Bolzano dal signor Wackernell. Parole improntate alla smisurata superbia di quei teutoni che, a somiglianza dei farisei, si stimano superiori a tutti gli uomini. E in quella bella compagnia comparve un cristiano-sociale, un deputato, un prete! Psenner, Wackernell, Rohmeder, Meyer, Steck! Che bel gruppo, non è vero? L’aquila tirolese e l’aquila dell’Impero possono posarvi sopra a tutto loro agio! "} {"filename":"2a18c8cd-8247-435b-be6e-2d8fb7a86c59.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Giacché Lindoro nell’Alto Adige continua a servire i suoi lettori delle menzogne della Neue Freie Presse, sarà buono riferire in esteso alcuni giudizi di liberali insospettati sia intorno all’affare Wahrmund quanto alle lotte fra studenti anticlericali e cattolici. L’ultima seduta del senato, come fu già scritto, si risolse in un’aperta condanna della politica del Marchet . Fiere e calzanti suonarono le accuse del capo della destra; precise e franche furono le dichiarazioni di sinistra; e quel che è più caratteristico nessuno dei molti professori universitari presenti si sentì in caso di difendere il contegno dei colleghi e lo sciopero degli studenti. Marchet tacque e il bar. Beck difese a fatica la sua «via di mezzo» e il metodo dei «compromessi», dichiarandosi «figlio fedele della chiesa cattolica», ma capo di un ministero di coalizione. A noi piace riferire i giudizi degli uomini di sinistra, affinché si veda per contrasto quanto giacobinismo domina in certa gente e in certi giornali di casa nostra, che nel periodo elettorale predicheranno ancora il rispetto al sentimento religioso. Incominciamo con un oratore a noi per altre vie già noto: il d.r Grabmayr, uomo della vecchia scuola liberale. Egli disse che la conferenza del prof. Wahrmund e il libello che ne seguì non hanno da fare né punto né poco con la libera scienza o colla scienza in genere. Si pensi quel che si voglia del problema religioso, questo è certo che tale libro è un insulto e una denigrazione di istituzioni della chiesa cattolica, e contiene un dileggio dei dogmi del Cristianesimo. Non soltanto il cattolico, ma anche ogni cristiano non può leggere la brochure del Wahrmund senza indignazione. Ogni uomo veramente liberale deve biasimare che in tal modo si offenda il rispetto alle opinioni altrui. ... Io conosco il Wahrmund ma devo francamente confessare che io leggendo il suo libretto ho dovuto pensare che un tal signore, almeno per conto mio, non ha la qualificazione per insegnare la libera scienza. Un altro sintomo deplorevole, continua il Grabmayr, è lo spirito d’intolleranza e d’odio che domina nelle nostre università. Come liberale io pongo a capo del mio programma politico: Eguale diritto per tutti. Sarebbe triste se proprio la nostra politica discendenza già nella fresca gioventù disimparasse a rispettare l’opinione degli altri o imparasse addirittura a perseguitarla con l’odio inimico. Similmente s’espresse anche l’altro oratore liberale, l’ex ministro bar. Plener. Bisogna concedere, disse, che il d.r Wahrmund ha peccato contro le prime promesse di una sapiente missione accademica, poiché niente è più facile che tenere fuori dell’università discorsi agitatori nelle forme più violente. E continuando di questo tenore deplorò che in tutta la vertenza sia apparso il triste sintomo dell’indisciplinatezza fra gli studenti. Un altro documento liberale è la lettera del prof. Braf, il quale rifiutò testè la nomina a rettore dell’università di Praga. Il rifiuto si propose di motivare in una lettera, diretta all’attuale rettore e che venne pubblicata anche dai giornali, fatta eccezione naturalmente della Presse colla sua cricca e i suoi tirapiedi. Dopo aver accennato ai disordini studenteschi avvenuti nel 1905 contro le lezioni del prof. Rieger, continua: Allora più d’oggi erano sfoghi brutali di uno spirito che domina già da lungo in una parte considerevole della studentesca e che viene animato anche da altre parti, ove si dovrebbe trovare un giudizio più maturo. Così divenne oramai l’uso di citare i funzionari accademici e colleghi dirigenti l’università per le loro deliberazioni e decisioni formalmente avanti al trono degli studenti. Dimostrazioni ostili vennero organizzate contro coloro, che non vogliono navigare colle correnti momentanee dell’opinione pubblica... Non è più possibile il non vedere che la penetrazione dell’anarchia nella vita universitaria è facilitata dai metodi di debolezza usati finora. Poichè non è la libertà che manca, qui dentro, ma l’ordine, quella virile padronanza di se stessi, senza la quale la libertà accademica si riduce ad una frase. Siccome tale parere non è condiviso da una parte dei suoi colleghi, il prof. Braf conclude dichiarando di non poter accettare la nomina proposta. Ecco tre esempi da aggiungersi a quelli già a suo tempo riferiti della liberalissima Kölnische Zeitung e del dotto protestante d.r Naumann. Negli ultimi tempi anche parte della stampa liberale viennese, l’Allgemeine Wiener Zeitung e la Zeit si fanno coraggio e dicono apertamente il loro parere che non è certo favorevole agli anticlericali. Solo la cricca giudaica semina continuamente l’odio e travisando incessantemente i termini del conflitto tenta giustificare la campagna di violenza inscenata contro i cattolici. È triste che di tale cricca facciano parte anche giornali italiani: il Piccolo troverà nell’atavismo la sua scusa; ma perché il corrispondente del Piccolo possa servire il medesimo piatto anche ai lettori dell’Alto Adige non dovrebbe essere altrettanto spiegabile... Se non si sapesse che l’anticlericalismo anche da noi è lo spettro che più impressiona, il nemico che più si teme. Ad impedirne i temuti progressi non si sdegnano gli abbracci dell’internazionale e si chiude un occhio, anzi tutti e due sopra i peccati della sgualdrina che tresca ora con slavi, ora con tedeschi. Non sono davvero soltanto gli studenti italiani anticlericali di Graz che meritano dai tedeschi la lode d’aver lasciato il nationales Moment. L’elogio dell’anticlericalismo internazionale può venir telegrafato anche a Trento, benché qui nelle ultime vicende universitarie si sia dato quartiere a ragioni d’opportunità le quali militano contro la tattica dei gianizzeri di Graz. "} {"filename":"945f3b69-419c-41b4-b16a-d1640239b4ee.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Nell’ultimo dibattito parlamentare intorno all’affare Wahrmund il deputato Stransky ha affermato perentoriamente: «l’idea cattolica non ha da mettere il becco nelle università». Stransky è tedesco-radicale, l’unico partito che fece causa comune con gli studenti scioperanti e coi professori della «nette Gesellschaft». Una sua confessione aperta formula gli intenti degli anticlericali, per altre ragioni e prove già manifesti. Non si tratta di libertà, o di libero torneo d’idee e di concezioni della vita: gli anticlericali vogliono soffocare nelle università l’idea cattolica, escludendo dalle aule e dalle cattedre i suoi rappresentanti. La lotta dei cattolici vuole la libertà e l’equiparazione delle loro idee. La scorsa settimana in un comizio anticlericale tenuto a Innsbruck e convocato da un’associazione studentesca, il pastore protestante Mahnert, sempre a proposito delle lotte universitarie disse: «La nostra campagna è diretta contro Roma, la quale è contro il popolo tedesco. Noi guardiamo fisso nell’occhio del nemico e lo battiamo coll’unica arma giusta, col movimento “Los Von Rom”... La religione del popolo tedesco può essere solo il liberale protestantesimo». Il socialista Winkler eccitò i presenti ad apostatare dalla Chiesa cattolica, ma di rimanere «senza confessione», e di non farsi protestanti. Il comizio era frequentatissimo. Chi accende e riattizza le lotte confessionali? Chi offende ed attacca? E la meta di tutta la campagna wahrmundiana non apparisce chiarissima? Che certi teutoni sfoghino il doppio odio contro Roma si comprenderà ancora, ma chi spiega il contegno di quei rinnegati del gentil sangue latino che furono gli alleati degli anticlericali tedeschi? Chi spiegherà certa stampa sedicentesi italiana? "} {"filename":"ab52e1d8-0ea5-4f7f-ae58-e3114b17f9bb.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"È oramai fuori di dubbio che il ministero Beck è entrato in una nuova crisi. Prade, attaccato violentemente in parecchi comizi boemi, ha pregato il bar. Beck di proporre il suo pensionamento. Sono appena due mesi che Prade successe al Peschka e questi da poco più era successo al Prade, e già si parla di un nuovo sbarco. I tedeschi liberali, specialmente i boemi, cambiano ministri, come le camicie. La cagione profonda e vera dovrebbe essere la crisi linguistica in cui si dibatte il regno di S. Venceslao; la causa prossima è l’assoluta mancanza di programma fra i liberali tedeschi e la massima mancanza per il contrario di uomini che ambiscono il seggio ministeriale. Appena comparsa la notizia delle dimissioni di Prade, quantunque si presuma quasi con certezza che la crisi non verrà sciolta prima dell’autunno, i candidati vennero su come i funghi. I volfiani ripresentano il Pacher, i radicali boemi il generale d.r Roller, deputato dietale, gli agrari di nuovo il d.r Schreiner o il d.r Damm. Si comincia a dire però che la crisi non si limiterà al ministero nazionale tedesco. Il Marchet, salvato a stento da Beck nell’affare Wahrmund, ferito di fianco nella faccenda della scuola czeca a Vienna, barcolla oramai sul serio e non aspetta che di aver buona compagnia per andarsene. I compagni sarebbero Korytowski e forse anche il Klein. Il ministro delle finanze è venuto ad essere antipatico più di quello che sia permesso d’essere ad un ministro delle finanze e il Klein, tanto perché non è parlamentare, viene sempre messo in combinazione tutte le volte che si tratta di far posto. La stampa viennese s’occupa naturalmente anche dei successori. All’istruzione verrebbe chiamato il conte Stürgh o il Grabmayr, due liberali, ma «antiwahrmundiani» e membri della Camera dei Signori. Sono combinazioni fantastiche, oppone il Reichspost; non conviene dimenticare che i cristiano-sociali sono rappresentati numericamente male nel gabinetto... Così con tali elegiache intonazioni la camera va in vacanze lasciando al bar. Beck il disaggradevole incarico di preparare per l’autunno il pasticcio che piaccia a tutti, o almeno ai più forti. Leggevamo ieri nella Neue Freie Presse una confessione preziosa. Un professore di Innsbruck vi riversa tutto l’animo suo, conturbato al pensiero del «clericalizzamento» (uh! che brutta parola!) dell’università enipontana. Non ha soverchi timori rispetto ai docenti. Le facoltà non proporranno che liberali e i canditati «clericali» sono tanto pochi, che il ministro non potrebbe riuscire a niente nemmeno in tale riguardo. Il Senato comunque veglierà. Maggiori preoccupazioni alberga l’animo del professore liberale se considera la condizione degli studenti. Questi in maggioranza sono ora cattolici: bisogna lavorate con tutte le forze per attirare ad Innsbruck studenti anticlericali. A tal uopo s’è oramai costituito un fondo che deve agevolare ai liberali, le condizioni economiche. I professori stessi hanno aggiunto al lascito del d.r Tschan altre 10 mila corone. «Ella vede – concludeva il professore la sua intervista – il motto di Montecuccoli, che a far la guerra ci voglion denari, denari e poi denari ancora, vale anche per il Kulturkampf». L’intervista è un prezioso documento. Anzitutto si ha la conferma dalle labbra di un complice che le facoltà escludono nelle loro proposte i candidati cattolici e favoriscono i liberali senza riguardo ad abilitazione e dottrina. Gli esempi non sono pochi, basti ricordare che lo storico Pastor, perché credente non fu accolto dalla facoltà filosofica di Vienna. Ci viene poi detto con una franchezza, la quale non lascia nulla a desiderare, che i professori provvedono alla cassa di guerra degli studenti liberali. Che guerra sia codesta, quale razza di cultura, sanno le recenti gazzarre cruente di Graz, Vienna, Innsbruck. E il popolo deve pagare coi suoi sudori codesti «dotti» perché coi grassi stipendi mantengano fra gli studenti un’agitazione che tenta di rendere ai cattolici impossibile l’esistenza! Il Linzer Volksblatt ritorna all’attacco contro la Südmark. Questa ha fondato a St. Egidio nella Stiria una colonia protestante. Anche la scuola è in mano di protestanti. Il famigerato propagandista «los von Rom», il pastore Mahnert visita la scuola tutte le settimane. Il giornale di Linz accusa formalmente la «Südmark» non essere una società nazionale neutra, ma di portare in paesi pacifici la lotta confessionale e di appoggiare la propaganda «los von Rom». Ricordiamolo! La «Südmark» lavora anche da noi e tenta insieme allo «Schulverein» e al «Volksbund» di penetrare nei nostri villaggi. La Federazione delle società operaie cristiane viennesi tiene dai 15 settembre ai 15 ottobre un corso pratico per propagandisti e conferenzieri. Ecco il programma d’insegnamento: Lavoro pratico d’organizzazione. – Storia del movimento operaio austriaco. – Teoria e storia del socialismo. – Teoria e pratica dell’organizzazione di classe. – Le unioni professionali in Germania e in Inghilterra. – Legislazione operaia. Contratto di lavoro. Tariffe collettive, arbitrato, diritto di coalizione. – Capitoli scelti d’economia politica. – La questione agraria. I lavoratori della terra. – Gli artigiani. – Cartelli e trust. – Le abitazioni. – Storia del parlamentarismo e della costituzione austriaca. – Problemi giuridici pratici. – Segretariati del lavoro. – Come si tengono conferenze? – L’organizzazione della gioventù. – Collaborazione alla stampa. – Conferenze apologetiche. A quando qualche cose di simile nel Trentino? Il giovane clero, gli accademici, gli operai intelligenti sentono il bisogno di rivolgere a scopi prossimi della pratica sociale la loro coltura e le loro attitudini; tutti sentiamo che è necessaria una più completa fusione delle idee democratiche cristiane e una revisione dei nostri intenti pratici. Quando ricominciamo davvero? "} {"filename":"ea5bdf6f-0c76-4b96-8267-168f0c8c0ec6.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Domani si raduna a Norimberga il congresso del partito socialista germanico. I congressi della Germania destano sempre grande interesse, poichè l’autocritica vi va compiendo quell’opera di demolizione che oramai da 10 anni sgretola la teorica e la dogmatica del marxismo. I lettori ricorderanno la grande battaglia di Dresda combattuta fra ortodossi e revisionisti, colla vittoria formale dei primi. Il revisionismo continua però il suo fatale andare. E domani riapparirà violentemente la sua rinascita. Il conflitto si manifesta ora però più grave, poiché non si tratta di teorica o di dottrine meramente speculative, si dissente questa volta circa un atteggiamento pratico che ha diretto influsso sulla vita parlamentare. I precedenti sono noti. Nella tattica parlamentare dei socialisti tedeschi è massima che al bilancio si debba dare voto contrario; giacché voto favorevole significherebbe approvazione del militarismo e del marinarismo. Ed a tale massima furono sempre fedeli i socialisti germanici del Reichstag, come anche i socialisti austriaci. Non così invece in alcune Diete. Nella Dieta del Württemberg, ad esempio, dell’Assia, del Baden e della Baviera, più di una volta il gruppo parlamentare socialista ha fatto voto favorevole, trasgressione codesta di cui già si ebbe ad occupare qualche congresso. Ma quest’anno il cattivo giuoco s’è ripetuto in una proporzione inquietante. Non solo i socialisti del Baden, ma anche il forte gruppo bavarese votarono in favore del bilancio. Non basta. Quando la direzione del partito seppe che i socialisti badesi avevano, in una seduta segreta, deciso di votare il bilancio, s’affrettò a telegrafare loro da Berlino, chiedendo quanto fosse di vero in tutto ciò. Ed i socialisti badesi s’affrettarono a rispondere che la seduta era stata segreta; che quindi non potevano dir nulla sulle deliberazioni presevi. Nulla: nemmeno alla direzione del partito? E questa telegrafò di nuovo invitando a farla finita con certe «bambinate». Ma il gruppo parlamentare badese la fece finita a suo modo. Non rispose nemmeno alla nuova ingiunzione della Direzione. Allora scoppiò la bufera. Il Nord si dichiarò per il Sommo Esecutivo ed ebbe per araldo il Vorwärts, il Sud si difese dalle colonne del Leipziger Volkszeitung e della Münchener Post. La polemica si svolse fino ad oggi violentissima non risparmiando neppure il patriarca, il vecchio Bebel. Riassumiamo le argomentazioni. I berlinesi entrarono in lizza coll’apodittico argomento della disciplina: votare per il bilancio è rompere la consegna di Lubecca. I meridionali reagirono prima con argomenti ad hominem: anche il Liebknecht anche Bebel avevano votato per il bilancio della dieta sassone. Nel 1890 e 1892 i compagni votarono in favore, quantunque l’antisocialismo dominasse quantomai le sfere dirigenti. Al 26 gennaio 1882 Bebel tenne una magnifica requisitoria contro l’amministrazione della Sassonia e 4 settimane dopo votava... tutto il bilancio. Anche nel 1900 il bilancio fu votato all’unanimità compresi i voti di quattro socialisti. Ma poi s’approfondirono nel merito della questione e ragionarono: perché dovranno i socialisti respingere il bilancio se prima hanno contribuito all’accettazione di varie proposte, che nel bilancio trovano i mezzi dell’attuazione loro? Il deputato Eisner disse ai 22 agosto in un comizio a Fürth: «Se noi rifiutiamo allo stato tutti i mezzi, allora dovremmo conseguentemente rifiutare anche la nostra collaborazione a legiferare». E l’on. Segitz nella stessa adunanza: «Se i deputati socialisti respingono il bilancio, con ciò respingono anche il salario di tutti gli operai dello stato, tutto il lavoro sociale e ogni progresso». Tali i termini del conflitto che si svolgerà domani nel congresso di Norimberga. Al quale congresso parecchi giornali liberali profetizzano il risultato di scindere il grande partito socialista germanico. La profezia è indice più di cordiale augurio che di particolare perspicacia. Nei congressi socialisti hanno la parola gli uomini politici e i politicanti, ma la base granitica del partito sono le società operaie di mestiere. Per queste la politica è così innestata alla loro forza economica, che di simili discussioni non patiscono più dell’eco lontana. In tali congressi è il socialismo colle sue dottrine, col suo sistema che si sgretola, viene meno, non il partito socialista il quale, fuori di tutte le teorie, trova sempre la sua ragione di essere nel malcontento inasprito degli operai, aizzati alla lotta di classe e nelle prepotenze del capitalismo, imperante specialmente là ove il Cristianesimo ha perduto il suo influsso e sui cuori e sulle leggi sociali. Il congresso ha tuttavia un grande vantaggio anche per noi. La federazione socialista alla camera austriaca si è sempre dibattuta nella logica contraddizione che i bavaresi rinfacciano ai berlinesi. Proporre e votare nelle commissioni delle leggi e poi votare in massa contro il bilancio, che dà allo stato i mezzi di attuare quanto è stato proposto e deliberato, dichiararsi favorevoli ad aumenti di salari e poi negare allo stato i denari necessari, anzi elevare accusa di tradimento contro chi agiva logicamente, è sempre stata l’altalena ridicola, di cui si compiacquero gli onorevoli compagni della camera austriaca. Così la discussione di Norimberga tocca da vicino anche la politica austriaca, ed è per noi soddisfazione non piccola vedere i compagni della terra madre smentire colle nostre argomentazioni la tattica funambolesca dei rossi. Una questione sola sì rincresce non venga proposta a Norimberga: se la logica marxista permetta di votare per l’urgenza di una proposta, rendendo così possibile l’accettazione e poi segnare a dito come traditori quei deputati i quali votano per il merito della proposta. Gli è che nell’acrobatismo parlamentare i socialisti germanici, benché più vecchi, sono già superati dagli austriaci. "} {"filename":"ab49d185-306c-4610-8add-ad765871c3d6.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Improvvisamente si parla di commissioni sanitarie, quarantene, cordoni militari . L’odore acre dei disinfettanti pare emani dai giornali che portano il grido d’allarme. I governanti deliberano provvedimenti straordinari e le navi russe che passarono – è storia di ieri – superbamente la Manica sotto la bandiera di Rosdestwenski, vengono ora arrestate all’imboccatura del Tamigi. Un blocco universale si dichiara contro la Russia e perfino la Francia mette l’alleata in quarantena. Il grande impero di Nicolò è marcio nel cuore e dal centro si diffonde il morbo mortifero come altra volta la vita. Dopo il disastro della guerra, gli orrori della rivoluzione e della fame, dopo la fame il contagio. L’Europa era prima sull’attenti contro le velleità d’espansione e l’incubo dell’influenza politica che dal mare artico tendeva fino al Bosforo; ora che l’orso politico non fa più paura e i colloqui con Islovski sono meno interessanti di quelli con Tittoni, un altro pericolo russo costringe la cosiddetta Europa civile a raddoppiare la vigilanza ai confini. Non è da noi preoccuparci delle previsioni più o meno tranquillanti dei proto-fisici. Il signor Mirman, direttore dell’igiene a Parigi e l’on. Santoliquido hanno dato ai giornalisti preoccupati le migliori assicurazioni; in Inghilterra invece si disse che le precauzioni non sono mai tante. In Austria malgrado si vada annunziando con insistenza che la peste è in Galizia, non si fiata; e in tali casi il tacere è oro. Ma lasciamo i sanitari alle prese col bacillo di Koch e confidiamo pure che all’arte igienica riesca di respingere il morbo asiatico indietro, indietro fino ai suoi focolari endemici fra il Gange e il Bramaputra. Quello che è interessante fin d’ora e che ci affrettiamo a rilevare, quantunque la pressura di questo momento – sono le 11 ant. – sia poco favorevole a constatazioni di psicologia collettiva – è il fenomeno della paura che ha invaso subito codesto nostro beatissimo mondo. La nostra età rifugge quant’altre mai dal dolore e dal male fisico, e anche oggi possiamo constatare che i periodi della storia ove la civiltà ebbe o acquista forme più raffinate sono l’epoche dove più scarsa è la fibra, più manchevole il coraggio, più gigante la paura. Quando il popolo dell’urbe ebbe celebrato il culmine dei suoi trionfi civili nei ludi secolari d’Augusto e la civiltà e il progresso parvero aver raggiunto i limiti dell’umanamente possibile, divenne un popolo pauroso. Quando la magnifica età del rinascimento italiano ebbe toccato il sommo della luminosa parabola, giammai l’orrore di ogni sofferenza, l’angustia del dolore, la paura, la superstizione dei fenomeni tristi celebrarono orgia più grande. Pare si debba concludere che l’estremo sforzo ai progressi della vita materiale, la febbre della ricerca, la raffinatezza della vita intellettuale producano tratto tratto, un esaurimento morale, che fa esulare dall’animo degli uomini lo spirito del sacrificio, l’eroismo e il vero concetto della vita umana ch’è milizia sopra la terra. Ed ora immaginatevi per un momento che il colera venga davvero e ripeta la sua visita agli stati europei. Pensate che i batteri del contagio penetrino dalle lande russe nelle nostre officine di moderna cultura, e che l’epidemia scoppi improvvisa, terribile fra il frastuono dei congressi inneggianti al progresso, fra i dibattiti dei partiti, fra l’affannosa corsa agli ideali, la ricerca furiosa dell’oro e del piacere, e interrompa bruscamente codesta autoesaltazione eterna dell’uomo, avvicinandolo di botto al male, alla morte... Anche le nazioni come gli individui hanno bisogno che tratto tratto ci sia qualcuno il quale intoni loro il Mementomo ... La comparsa di tali situazioni significò talvolta nella storia, il rinnovamento delle energie morali di un popolo, e fece muter rotta alla civiltà. Oh! insomma – interromperà taluno – che vuoi concludere tu pure che la peste è una fortuna... No, le conclusioni se le tiri il lettore, a modo suo. Ma con ciò si è voluto fare solo una constatazione: accennare il secondo effetto che ha oramai il grido d’allarme «viene il colera»: la riflessione. La frenesia della nostra cultura che precipita innanzi all’impazzata, ha una sosta, una breve sosta, tanto che basti per ricordare la poca consistenza di codesta grande ridda di coltura, di progresso, di civiltà, di formole e d’ideali, e come uno straordinario avvenimento che l’uomo non produsse né può modificare alteri e muti o spenga quella vita di parossistica coltura che gli uomini vantano loro creazione, sì che possa venir ripetuto: Illi motus animorum atque haec certamina tanta Pulveris exigui, ictu compressa quiescunt. "} {"filename":"90c5e72e-2c64-4036-b8bc-a660a54400e0.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Per un momento lasciamo la politica d’oggi. Non temete, non discorreremo nemmeno di quella di ieri né della sua storia. A noi ripugna in tali occasioni di dare in pasto ai benevoli lettori un cosidetto «sguardo di storia patria» come s’offre a chi ne vuole o a chi ne farebbe a meno nelle accademie e in parecchi giornali di questi giorni. La storia vera ci ha da fare con tali specchietti, come la biografia di un uomo celebre col suo necrologio. D’altro canto non presumiamo d’assiderci arbitri fra due secoli né d’applicare ad un’epoca complessa e difficilissima il semplice metro della nostra critica e ci manca l’animo di abbracciare con l’occhio ancora infiammato delle battaglie d’oggi tutta l’ampiezza di un periodo storico che va da Metternich e il conte Latour fino al «principe rosso» e al baron Beck. Anche codesta precipitata filosofia della storia non sarebbe che rettorica. E noi rifiutiamo il nostro contributo e alla rettorica degli elogiatori e a quella dei detrattori. No, un momento di tregua. Non pensiamo a Francesco Giuseppe come apparirà allo storico dalla immensa collezione di atti che portano la sua firma, volgiamo invece il pensiero al lato umano. Il giardiniere canuto, il quale passeggia, reggendosi a fatica, sotto gli alberi ampi e robusti ch’egli da giovanetto ha piantato e poi su e su coltivato con amorosa cura, ha diritto di rallegrarsi dell’opera sua; e noi, passando, gli facciamo di cappello, compresi del profondo senso di rispetto che infonde una lunga età faticosa, un lavoro assiduo e tenace, l’emanazione pratica di quello che si dice il sentimento del dovere. Sostituite al giardiniere un uomo di Stato, un re che regna e governa: il suo giardino è un variopinto campo d’uomini, la sua opera un cumulo di lavoro sociale che promuove e produce in moltissimi altri immenso e molteplice lavoro. La storia non potrà negare a Francesco Giuseppe la sottomissione costante della sua persona a quello che gli apparve il proprio dovere, l’abnegazione della propria personalità di fronte alla causa che ritenne grande e da seguirsi. E su quest’uomo passarono gioie e sconfitte e disastri; e le onde della sfortuna s’accavallarono, ingigantirono, sì che il naufragio parve imminente, inevitabile. Ed egli non venne meno; quasi solo in certi momenti mantenne quel sereno ottimismo che seppe infondere anche nei suoi collaboratori e addurli sempre a nuove prove per sciogliere il grave problema che travaglia lo stato plurinazionale, il problema delle ragioni e della forma della sua esistenza. Uno dopo l’altro da Bach a Beck gli passarono dinnanzi questi uomini; vennero su con fede, e disparvero, spezzati dalla bufera che non seppero calmare. Egli solo rimase a ritentare per la millesima volta la prova, prolungando quasi la vita oltre i confini, oltre le colonne erculee della natura. Ma forse lo confortarono all’opera pubblica le gioie domestiche? Sì grande, sì orribile fu la tragedia che ne piansero non i cortigiani e i suoi fedeli, ma la musa della rivoluzione italiana . In quei giorni Francesco Giuseppe scriveva un proclama ai cittadini del suo Stato, ove affermava di non venir meno e di sentirsi sorretto dalla fiducia in Dio e dall’amore de’ suoi popoli. La sua educazione, le tradizioni, in buona parte i suoi consiglieri parvero tenerlo rivolto al passato, senza transazioni coll’avvenire. I disastri, le sventure, il vuoto creatogli d’attorno avrebbero forse psicologicamente spiegato com’egli invecchiando s’avvinghiasse disperatamente al passato quale un naufrago che non ritenta le onde nemiche. Ma questo non avvenne: egli ritornò a battersi coi marosi e non nuotò contro la corrente delle moderne conquiste, non chiuse gli occhi alla realtà dell’oggi, alle possibilità dell’avvenire, e vecchio, quasi ottuagenario, quest’uomo, educato nell’êra di Metternich, si fa paladino del suffragio universale costringendo i partiti restii ad adattarsi ai tempi. L’influsso suo personale fu così efficace, che i socialisti, credettero di dover sospendere i loro dogmi e comparvero alla corte ove Francesco Giuseppe inaugurava la nuova era parlando di eguaglianza politica e di equiparazione delle nazioni. E testè l’Arbeiterzeitung rilevava l’appello rivolto dall’Imperatore alla nobiltà di ringiovanirsi e di collaborare all’auto-educazione politica del popolo. Otterrà ragione quest’ottimismo? Ai posteri l’ardua sentenza. Noi oggi ci limitiamo a rilevare come dopo tutto questo, non è meraviglia che Francesco Giuseppe abbia superato almeno per quanto riguarda la sua persona, la crisi del patriottismo, la trasformazione cioè del patriottismo dinastico-militare nel patriottismo nazionale e civile. Anche là ove della patria si ha un concetto più moderno e razionale, gli uomini chinano la fronte con rispetto, pensando a tanta età grave di lavoro e di tali eventi, e a tanta mirabile fiduciosa costanza. E noi, cristiani, vergini di servo encomio e di cordardo oltraggio, eleviamo oggi colla Chiesa all’Onnipotente una libera preghiera, dando al patriotismo non i tributi dell’orpello di dimostrazioni, ma l’eterno contenuto del richiamo alla Provvidenza e alla Misericordia di Dio. "} {"filename":"e5892598-04cb-4331-bfb1-95d1047831c8.txt","exact_year":1908,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"I nostri socialisti-nazionalisti-garibaldini-mazziniani... e spazio bianco per eventuali aggiunte, fanno volentieri il gioco di... salvare la patria, appoggiandosi, secondo le occasioni e le opportunità, ora ad Adler e ora a Bissolati – e riservandosi poi per le giornate morte, quando il foglio passa inosservato, le frasi sprezzanti contro le patrie, gli inni all’internazionale, le invettive contro il militarismo e l’imperialismo, gli sdilinquamenti per la pace universale ad uso e consumo del piccolo ingenuo pubblico non borghese. Noi abbiamo avuto molte volte il piacere di rilevare e documentare queste graziose capriole del Popolo e compagnia, e davvero, dobbiamo confessare, che le fa con molta disinvoltura. L’equilibrismo che è un così prezioso ferro del mestiere nella loro altalena nazionale – impara un’arte e mettila da parte, dice il vecchio proverbio – serve poi anche per spiegare le relazioni, tanto misteriose per i profani dei signori socialisti con il governo. Votate pro, votate contro, squagliarsi al momento critico, trovare equo e giusto anzi necessario quello che tre giorni fa s’è detto tradimento, canagliata borghese ecc., sono tanti bussolotti che i nostri rossi gianizzeri dell’Impero sanno maneggiare con meravigliosa abilità, così da meritarsi persino l’ammirazione degli uomini al governo, che ne fanno tesoro. E sta bene. I borghesi non possono che rallegrarsene perché così i socialisti, perduta quella brutta apparenza di spettro catastrofico, e lasciato da parte il bau-bau degli spaventapasseri sono diventati le colonne dell’ordine. I famosi croati che, secondo il luogo comune della retorica tradizionale, sostenevano l’ordine colle baionette, possono andare in pensione, poveri diavoli! È ben vero che costavano poco mentre gli onorevoli socialisti si pagano a 20 corone il giorno ma in compenso questi sono più eleganti e sono più... accostabili e non mandano quell’odore di sego che tanto dispiaceva a Beppe Giusti . Resta a vedere se i colleghi dell’internazionale saranno contenti. Non parrebbe. Ieri infatti l’Avanti (organo ufficiale ecc.) pubblicava al posto d’onore parte d’un articolo di Nap. Colaianni , nel quale dopo aver ricordata la stamburata, con la quale i socialisti italo-austriaci si fecero banditori della pace tra i due stati, e l’attitudine dei triestini, i quali –duce Pittoni – presero così sul serio l’impegno «d’autorizzare l’accusa di austrofilismo soverchio, se non dell’essere agli ordini del Luogotenente imperiale di Trieste, come un sindacalista italiano gli rimproverò», dopo aver ricordato questo, soggiunse: «Tennero l’impegno i socialisti austro-ungarici? All’indomani della brutale aggressione di cui furono vittime gli studenti italiani nell’università di Vienna , Leonida Bissolati li richiamò alla reciprocità e all’osservanza dei patti. (I socialisti austro-ungarici alla prova, Avanti del 25 novembre) e il direttore dell’Avanti ha tentato di far credere che i compagni al di là dell’Isonzo li abbiano mantenuti facendosi forte delle dichiarazioni di Pittoni nelle delegazioni, di Pernerstofer, di Adler e di altri nel Reichsrath. La verità è alquanto diversa. L’animo dei socialisti austriaci, se non di quelli irredenti di Trieste e dell’Istria, si è rivelato nel linguaggio vergognoso dell’Arbeiter Zeitung – organo ufficiale del socialismo austriaco – contro gli studenti italiani: si è rivelato nella ribellione contro la protesta affacciatasi nel Parlamento italiano e caldeggiata specialmente dall’Avanti di considerare la questione dell’università italiana di competenza indiretta, se non diretta, della politica estera. Essi, perciò, hanno sinanco meritato i rimproveri di Bebel: rimproveri che saranno più acerbi dopo il salvataggio operato dal Ministero, come se fossero un gruppo di ascari italiani. Bissolati chiamò i socialisti austriaci alla prova; e la prova è fallita». Le parole sono energiche e l’epiteto ascari addirittura sanguinoso per chi sappia chi sono gli ascari alla Camera italiana. E l’Avanti che pur cerca delle giustificazioni per i suoi consenzienti austriaci, su questo punto non dice parola. Gli è che in Italia i socialisti non sono ancora arrivati a quel grado di evoluzione a cui ha portati i colleghi dell’Impero. Nella mentalità italiana coloro che dopo aver manifestata in cento modi la loro convinzione contraria al programma del governo, dopo aver combattuto a bombe di carta, al punto critico lo salvano, si chiamano ascari. Noi, l’abbiamo detto in principio, siamo più indulgenti e comprendiamo benissimo le dolorose contraddizioni in cui uno può trovarsi nella lotta per la vita. E il primum vivere, deinde philosophare vale anche per i socialisti. Soltanto ci piacerebbe, che filosofassero di meno, quando hanno provveduto ai casi loro, diremo così, di... stomaco. E che non ci venissero in campo con tante belle teorie, e con pose da grandi uomini, che inflessibili e fieri fanno tremare i governi. Se i liberali ebbero molte volte in passato il coraggio di don Chisciotte e combatterono le storiche battaglie, essi hanno quello... di Sancio Panza. "} {"filename":"0d0d7c06-4ac0-429f-a87e-b09810c5d2b0.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Sul ponte dei sospiri INNSBRUCK, 14. V’è già noto: l’avito palazzo della principesca contea, su cui si muove con stanchezza la vecchia bandiera tirolese non bastava ai tempi nuovi, e la Giunta comperava il palazzo Thurn-Taxis che sorge accanto, un palazzone, immenso, colle volte smisurate, le porte fuori dei gangheri, le sale tristemente vuote, ove sbadigliano agli scarsi inquilini figure allegoriche che si annoiano sulle pareti. In questo palazzo si radunano gli italiani, mentre nella vecchia, nella vera sede signoreggiano i tirolesi. I due palazzi sono congiunti da un ponte chiuso da vetrate, cosicché chi passa da un palazzo all’altro ha il comodo di godere in un minuto tutte e tre le temperature medie del continente europeo. Oggi ho chiamato questo ponte «il ponte dei sospiri». Influenti deputati di ambi i palazzi mi hanno assicurato che il nome calza a pennello. Infatti ho visto passare il triste ponte uomini pensosi e stanchi ed ho sentito alitare il sospiro di chi pena sotto un peso grave ed ho sorpreso anche lo sbuffare di qualche anima meno prudente meno diplomatica. Si trattava, e, mentre scrivo, si tratta ancora tra italiani e tedeschi. V’ho detto ieri: è rinato il pensiero del definitivo, si vuole ritentare la prova; ma col definitivo sono risorte le difficoltà che l’avevano fatto tramontare, e, prima di tutto, si riaffaccia il problema della ripartizione delle spese. Italiani e tedeschi si trovano di fronte, e in mezzo a loro sta l’abisso secolare d’un’autonomia pertinacemente negata e di un’unità che non vuole i sacrifizi della voluta centralizzazione. Sul ponte dei sospiri si cercò oggi tutto il giorno, si cerca ancora la possibilità d’un’intesa. E i deputati nostri che stamane sospirarono a lungo quasi ad ogni posta della finanziazione del provvisorio, lottando tra il dovere di migliorare le condizioni dei maestri e il sacrificio richiesto dai nuovi balzelli, i deputati popolari, che conoscono le lagrime del popolo e i doveri della giustizia distributiva, ritentarono questa sera assieme ai liberali l’aspro sentiero del definitivo. E qualche ambasciatore è passato sul ponte dei sospiri. C’è speranza per la palingenesi magistrale? Non lo so ancora, non lo sanno nemmeno i deputati. Si fanno conti e calcoli, si tirano somme, si presentano proposte e contro proposte e... si passa il triste ponte. Codesta legge magistrale è il frutto dei peccati de’ nostri padri. Una lunga crisi dietale, un’amministrazione senza viste larghe ci hanno condotti a dover arrischiare un salto che quasi supera le nostre forze, là dove, procedendo per gradi, si sarebbe raggiunta l’altra sponda senza troppa tensione. Le Stimmen hanno recentemente protestato, perché abbiamo scritto di «provincia in bancarotta». O non è la bancarotta codesta, quando non si possono trovare i denari per pagare chi se li guadagna? Che importa se i bilanci dimostrano il pareggio? Oggi i conservatori si sono assunti l’incarico dell’opposizione per l’opposizione, di salvare l’unità della provincia dalle concessioni autonomistiche dei cristiano-sociali e l’autonomia del fiscalismo dalle tendenze unitarie degli italiani. E la loro è una parte facile, politicamente spiegabile, moralmente poco nobile. Ma nessuno li libererà dall’accusa di corresponsabilità di un simile stato di cose, poiché l’oggi è figlio dell’ieri, e le domande che insorgono tempestosamente oggi si sarebbero potute soddisfare con maggiore facilità ieri. Intanto il momento decisivo si avvicina, e il salto converrà arrischiarlo. Dopo... nessuno sarà contento o grato. Non i deputati che a gran fatica e con una stretta al cuore devono piegare il collo e dare l’assenso ad imposte che paiono gravose e odiose; ma che pur non possono ribellarsi, giacché, tolta una pietra, crolla tutta la casa della finanziazione con dentro la legge magistrale; non i contribuenti, perché pagano di scarsella; non... forse nemmeno parte dei maestri, i quali nelle ultime risoluzioni, dettate dai signori della centrale, hanno mostrato di riconoscere così poco il buon volere dei rappresentanti e le difficoltà enormi che a tale buon volere oppongono le condizioni economiche della provincia, il dissidio nazionale trentino-tirolese e lo stato critico di una dieta rimessasi a lavorare dopo quasi un lustro di opere incompiute e di desideri insoddisfatti. Anche a questa parte dei maestri noi auguriamo tuttavia di cuore un miglioramento. I deputati, provvedendo ai maestri, sanno di non cedere a istanze o minacce di una classe, ma di provvedere al miglioramento della scuola o dell’istruzione del popolo. Questo avrà tanto più diritto di pretendere una sana educazione dei suoi figli, quanto più potrà richiamarsi alla coscienza d’aver fatto finanziariamente tutto il proprio dovere. E passa un altro il «ponte dei sospiri». – Scusi, s’è deciso? – Nulla ancora. La matassa è arruffata. Le trattative continueranno tutta la sera. – E così aspettiamo l’indomani. Alle 10 si radunano italiani e tedeschi, e avremo, si spera la soluzione. Il telefono vi comunicherà quello che la veglia lunga e la giornata politica protratta entro il cuor della notte avrà tramandato di certo all’indomani. "} {"filename":"71b7547e-7ad1-4cf1-a9ab-7f70bfb28728.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Anche la società umana patisce scosse subitanee che ne rivelano lo spirito, quasi sovvolgendolo, discoprendolo fuori di quella crosta uniforme che si costituisce per l’eliminazione dei contrari o per riguardi opportunistici nella vita sociale quotidiana. Quando accadono queste scosse psichiche, se la nostra mente fungerà rispetto a loro come un sismografo spirituale, avvertiremo la nota fondamentale di questa grande anima dell’umanità e nella nostra mente verrà tracciata quella che si dice la segnatura dei tempi. Ricordate: la catastrofe del mezzodì arrestò per un istante gli sconfinati ardimenti umani e al superuomo moderno che ritrova in sé la fonte di ogni diritto e di ogni progresso affacciò il misterioso problema delle forze naturali in tutta la sua profondità, e l’infinita prevalenza di un Ente fuori, al di sopra di lui. Le immani rovine parlavano pure un linguaggio monitorio a noi, come parlavano un linguaggio di pietà per i colpiti. Ma quasi obbedendo ad un universale istinto, la società laica, il gran mondo si affrettò a soffocare nel materiale soccorso dei fratelli la voce diretta pure anche a lui e coll’obolo di cinque lire, con un bazar filantropico o un ballo di beneficenza si pagò lo scotto, ritenendo d’aversi così comperato anche il diritto dell’irriflessione e l’esecuzione dalle conseguenze morali che questa grande scossa doveva portare. E lo stato, il grande polipo che assorbe tutte le energie pubbliche, la burocrazia, codesto apparato sterilizzatore di ogni pensiero elevato concentrò in sé il benefizio, la famiglia, l’educazione, e il gran mondo ne fu contento, soddisfatto e mise il cuore in pace. Che s’aveva a fare di più? I superstiti sono ricoverati in ogni parte d’Italia, e nei luoghi della sventura si può disporre a sufficienza di calce e d’acido fenico. Altri pensieri? – Non molti. Qualche giornale magnificò la solidarietà umana, l’intensificata fratellanza della razza, e l’Uomo si disse assurto a maggiore grandezza tra le cose schiantate dai tristi fulmini del Geova dei sacerdoti. In conclusione il nostro sismografo spirituale segnala un’enorme diminuzione dell’influsso cristiano sulle attività pubbliche, e l’assenza del pensiero cristiano nella psiche di codesta società moderna, egoista anche quando dona, scettica anche quando piange. Così laggiù si ricostruiscono le case, ma non si rialzano le anime, come la catastrofe ha schiantato la città, ma non ha curvata la superbia umana. A poche settimane di distanza la vantata fratellanza umana è sciolta in mezzo a concerti di guerra, ancora una volta si ripete che il progresso civile, la gloria nazionale richiedono un’ecatombe di fratelli, perché l’Umanità, sola arbitra dei suoi destini, vuole celebrare un altro dei suoi trionfi, passando a guado torrenti di sangue. È vero, la società ne è scossa. I diplomatici fanno l’agro chilo del vicario di provvisione per impedire lo scoppio fatale, per salvare l’onore dei contendenti. Ma badate, mettete in funzione il vostro sismografo. Anche qui non è la forza del cristianesimo che avvertite, non è l’allarme dell’anima cristiana che risuona. Il calcolo freddo dell’interesse, l’egoismo della superbia offesa o che offende, l’aritmetica delle baionette, dei cannoni e delle bombe, ecco quello che causerà o rimuoverà la guerra, nient’altro. Gli spasimi irenici della baronessa Suttner , i bei discorsi di Teodoro Moneta , il terribile appello di Leone Tolstoi, oh! come sono sfumati in codesta atmosfera di ghiaccio! Da cinquant’anni la società europea non conobbe che la guerra coloniale, la guerra lontana. In codesto mezzo secolo scorre l’età delle incruente battaglie sociali, si matura l’epoca delle grandi organizzazioni del capitale e del lavoro. La pace divenne industriosa e ricostruttrice, il progresso meccanico e fisico fu enorme. L’uomo si sentì creatore e parve tentare con ogni mezzo di spazzar via tutto quello che gli ricorda, lo obbliga a ricordare che è creato. Ma esaminatene – quando sopravvengono queste scosse – l’anima. L’egoismo nazionale o di classe è quanto vive dentro l’involucro dello Stato nuovo e dell’organizzazione moderna. I lettori ci tengano per scusati: non vogliamo rubare il mestiere ai quaresimalisti, ma non sia loro sgradito che noi li abbiamo condotti a riflettere un istante solo sullo spirito motore delle cose, di chi giorno per giorno dobbiamo scrivere la cronaca. E vedano per conto loro di tirare la conclusione. A noi pare che gli avvenimenti sociali odierni siano una prova novella della necessità che il pensiero cristiano riconquisti il suo posto nelle attività pubbliche e che oggi si debbano riaffermare quei propositi di riforma cristiana della società che da mezzo secolo vennero formulati e propugnati, suscitarono entusiasmo e promossero opere grandi, divennero mondiali quand’ebbero per banditore un pontefice di genio, ma ora pare vadano sperdendosi in mezzo alle quotidiane transizioni, alle volgarità di un interesse regionale, agli egoismi della politica estera, cessando d’essere la forza viva che riconduce la società a Cristo attraverso la sua elevazione economica. "} {"filename":"753646cc-bc89-494f-9720-5906d01065ba.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"La domenica portò la pace; il lunedì squarciò da sommo ad imo il velo che copriva le cause della guerra. In quel giorno due uomini parlavano quasi contemporaneamente da due tribune, alle quali si appuntavano gli sguardi non solo di due nazioni e di due Stati, ma dell’Europa intera. Il principe Bülow al Reichstag di Berlino esponeva la parte avuta dalla Germania negli avvenimenti che per sei mesi tennero sospesi i popoli tra la pace e la guerra; sir Grey , nella Camera dei Comuni di Londra, dipingeva a nere tinte la grande lotta per il dominio sui mari fra l’Inghilterra e la Germania e designava i due casi d’inevitabile guerra: primo se l’Inghilterra tentava d’isolare la Germania; secondo, se la Germania tentasse di isolare l’Inghilterra. Purtroppo, si deve dire che i tentativi vi furono e non erano infondate le ansie di una conflagrazione europea. Nessuno più crede che l’annessione della Bosnia-Erzegovina sia stata la vera causa delle complicazioni che l’Europa sia stata minacciata sul serio dalla Serbia e dalla Russia. No, fu l’Inghilterra, nota da lungo per la sua assoluta mancanza di scrupoli, che colse l’occasione per aizzare la Turchia, per inscenare il boicottaggio, per animare la Russia, affranta dalle sconfitte esterne e dalle interne rivoluzioni, per lanciare alle calcagna dell’Austria-Ungheria la Serbia, che lasciata a sé, mai sarebbesi sognata, nella sua piccolezza, di sollevare una questione con qualsiasi Potenza. Tutto ciò fu opera dell’Inghilterra che, anche quando la Russia credette bene di cedere alle minacce della Germania e ritirarsi dal campo, continuò per suo conto nel gioco pericoloso, trascinando seco la Francia. E lo scopo? Ha un bel protestare sir Grey, ma fino i ciechi vedono che la lotta fu tutta un esperimento di forza fra la Triplice Intesa da una parte e le Potenze centrali dell’Europa dall’altra. Raffreddatesi le relazioni dell’Italia con la Triplice, l’Inghilterra tentò d’isolare la Germania, coinvolgendola nei danni del boicottaggio turco e costringendola ad abbandonare l’Austria-Ungheria o subire le disastrose conseguenze di una conflagrazione generale. Il caso di guerra era dato: fu solo dovuto alle miserabili condizioni dell’impero russo e alle baionette germaniche, se essa non scoppiò. Ma anche la Germania rivaleggia con l’Inghilterra a trarre a sé l’egemonia sul continente. Questo è l’incubo che tormenta da anni John Bull e non gli lascia pace. Nella mente accesa esso vede ormai in mare 33 Intrepidi tedeschi , la più grande flotta che il mondo avrebbe mai visto, come ebbe ad esprimersi nella Camera dei Comuni sir Grey. La Germania dice che non è vero: ne avrà solo dieci in tre anni. L’Inghilterra però non si contenta di tale dichiarazione: essa vorrebbe che la Germania si obbligasse a mantenere sempre fra la sua flotta e quella inglese la differenza che sussiste al presente, ossia, in altre parole, vorrebbe assicurato per sé e non contrastato da nessuno il dominio sui mari, Bülow risponde che la Germania non nutre affatto sentimenti ostili contro altre potenze, ma deve difendere le sue coste e provvedere ai suoi commerci, né consentirà giammai di prender dettami o soffrire restrizioni da chicchessia circa il modo di provvedere ai suoi vitali interessi. Viene da sé che con tali dichiarazioni da una parte e dall’altra il dissidio è sempre acuto, la piaga sempre aperta, il pericolo più o meno lontano, per la pace permanente. Se non si troverà una via d’intesa, quel giorno che le Potenze si sentissero così forti da poter scendere in campo per tentare il supremo duello, quel dì da un accidente qualsiasi, reale o creato e gonfiato a bella posta, si svilupperà un disastroso incendio come forse non fu mai visto l’eguale. Non c’è che dire: si vede che andiamo sempre avanti e la civiltà fa grandi passi. Verrebbe voglia di ripetere ai progressisti col poeta del pessimismo: «Qui mira e qui ti specchia, se col superbo e sciocco» , ma a noi forse non si perdonerebbe ciò che si ammira e si esalta in uno dei tanti uomini, contrari od ostili al cristianesimo, che solo potrebbe essere arra di giustizia e fratellanza, senza le quali troppo di frequente gli stessi materiali progressi sono fonte di sventure e di lagrime. Per intanto, consoliamoci che la pelle è serbata per un’altra volta, che il salasso alle tasche non è degenerato in dissanguamento. Si è evitata una guerra non solo, ma con la vittoria diplomatica raggiunta, il credito delle finanze è così salito da riparare, almeno in parte, i ribassi cagionati negli ultimi anni dalle lotte e dalle confusioni interne che nocquero gravemente al prestigio e agli interessi generali. E noi, come italiani, possiamo anche rallegrarci che l’Italia non fu involta nel penoso scacco subìto dall’Inghilterra e dalla Francia, anzi ebbe la precedenza sugli altri Stati nel proporre quella soluzione cui per amore o per forza, si dovette finalmente venire. Coloro che lo scorso inverno attaccarono a fondo il Tittoni, ora, dinanzi alla prova dei fatti, dovranno concedere che la sua politica fu più felice di quella che essi avrebbero preferito. Questo tacito riconoscimento sembra rispecchiarsi nelle accoglienze provate dalle recenti dichiarazioni del Tittoni a Montecitorio, accoglienze tanto diverse da quelle di pochi mesi fa. Dalle migliorate relazioni tra l’Italia e l’Austria, possano sentire benefici effetti anche gli italiani che abitano e svolgono la loro attività al di qua del confine! "} {"filename":"1642d78d-735a-4bd4-ba36-412fe513e584.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"...è quella in cui si trova il principe di Bülow. Da qualche mese egli governa senza avere una maggioranza. Tutti lo sanno, egli stesso lo deve riconoscere eppure non sa decidersi a tagliare il nodo gordiano, o sciogliendo la Camera o andandosene lui. È vero tuttavia, anche, che la Germania va avanti benissimo ugualmente, quantunque il suo parlamento funzioni male; ma questo non dimostra se non che le istituzioni parlamentari sono meno necessarie di quel che si creda ai popoli, e non già che non debbano procedere secondo le norme che le consuetudini fin ab antiquo hanno stabilito. E secondo queste consuetudini il cancelliere dovrebbe presentare a Sua Maestà, il suo padrone o la lettera di dimissione o il decreto che indice le elezioni. Ma probabilmente Bülow, che è uomo navigato, pensa che l’una e l’altra delle due vie condurrebbe alla stessa meta, a mandare cioè lui a godere gli ozi della villa che ha a Roma, e siccome a quel che pare non sente alcun bisogno della villeggiatura preferisce barcamenarsi alla meglio. Come tutti gli uomini intelligenti non perde mai la speranza di rialzare le proprie azioni politiche. È un campo questo in cui l’impossibile non esiste. Se il blocco oggi è spezzato, non vuol dire che domani non risorga. Dopo tutto non sarebbe che un altro episodio della storia di questi due anni, dopo che il Centro fu escluso dalla maggioranza: continuo avvicendarsi di discordie e rattoppamementi, di abbandoni e di riprese. Questa volta però sembra che il lavoro di rappezzo di Bernardo I non sia così facile. Sulla questione dei 500 milioni di nuove imposte, i conservatori si sono incocciati come possono farlo soltanto dei bravi tedeschi e per giunta dei conservatori. La uscita rumorosa dei nazionali liberali dalla commissione finanziaria non fu che un temporale estivo il quale rinfresca l’atmosfera. I conservatori guardarono loro dietro, constatarono che si stava un po’ più larghi e più liberi intorno al tavolo delle discussioni e... continuarono a deliberare. Caricarono circa 200 milioni sul possesso, gli altri 300 sull’industria e il commercio. Si dice che l’ostinazione dei conservatori dipenda appunto dal volere essi difendere ad ogni costo il possesso, di cui sono i più genuini rappresentanti contro le soverchie pretese dell’industria che ha più specialmente per sé i liberali. Ma invece v’è chi assicura che sotto tutto questo dissidio finanziario vi sia un armeggio politico. Una lezione cioè in piena regola al cancelliere. Il quale – affermano autorevoli parlamentari di quel partito – stanco di dover accendere una candela al diavolo e una a S. Antonio, stava macchinando come potesse buttarsi del tutto al diavolo. Governo di sinistra con spiccata tendenza liberale, che doveva essere inaugurato da una significativa manifestazione del Kaiser. È vero? non è vero? Il vero è che tutti i conservatori si trovano ad un tratto d’accordo a votare contro le idee di Bernardo creduto traditore. In modo che questi è tutt’altro che contento dei suoi uomini. Se vogliamo credere alla Neue Freie Presse la quale assicura di avere amorosamente e fedelmente raccolto un suo sfogo, egli sarebbe anzi molto allarmato della brutta piega che prendono le cose. E difatti la discordia in famiglia è sempre stata causa di ruina. Tanto per stare in carattere Bülow riprova il giochetto che gli è finora sempre riuscito, quello delle minacce, un po’ a destra, un po’ a sinistra. Ai liberali ricorda che una riforma finanziaria la quale venisse compiuta contro di essi significherebbe la loro esclusione dalla vita pubblica per un tempo incalcolabile. Via, siano buoni, si arrendano un po’ ai conservatori, pur di salvare l’onore dell’armi. Il lasciarsi trascinare dalle correnti radicali ha sempre notevolmente diminuita la loro forza alla Camera e nel paese. Non sappiamo se i liberali nazionali, ai quali specialmente è diretto il predicozzo si lascieranno convertire. Bülow sembrava sperarlo perché contemporaneamente fa annunziare che tiene in serbo per i conservatori se saranno troppo duri e irreconciliabili un buon castigo. Il sistema pedagogico tedesco, come si vede, è ancora in fiore. Dalla casa paterna ove l’austero genitore educa a suon di nerbate i figliuoli, e dalla scuola elementare è salito su fino alla Camera nazionale e Bülow elegante, caustico e spiritoso dominatore dei popoli si prepara a trasformarsi nel classico pedagogo colla ferula alzata. Purché i ragazzi non siano troppo caparbi... "} {"filename":"e53a39f0-d91f-42c9-8cf2-130f421dd437.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Il giornale socialista commenta il comunicato dei deputati italiani, pubblicato ieri anche dal Trentino , nel trafiletto seguente: «È permesso un commento a quest’ordine del giorno? Noi non possiamo definirlo se non come un atto di gente ingenua. Ci par di sentire Arlecchino a dire: sento rumore!, mentre le legnate piovevano sulle sue spalle. Ma Arlecchino finì col vedere chi era il suo bastonatore. I buoni deputati italiani (ci spiace doverli mettere tutti in un fascio, amici e avversari) non hanno neppure mostrato di accorgersi che il grande nostro bastonatore è il signor Governo. Il quale Governo non ha menomamente curato che la sua maggioranza si trovasse in numero per discutere in una commissione il progetto della Facoltà; come nulla ha fatto per scindere la questione universitaria dalle altre con cui la si volle aggrovigliata. Il Governo si è semplicemente servito delle solite escandescenze sciovinistiche per pigliarci in giro e negarci ogni nostro buon diritto nazionale. È stata turpe commedia. Null’altro. Dopo tutto questo i buoni deputati italiani non solo hanno constatato di averle pigliate ed hanno ammesso (arcibuoni!) la buona fede del Governo e della maggioranza, ma (tre volte buoni!!), hanno voluto finire il loro ordine del giorno col chieder scusa alla maggioranza per patti con gli slavi e col protestare di non aver voluto far male a nessuno! Oh, gli ingenui! Questo non è un ordine del giorno. È un ordine della notte. Il sonno deve aver preso tutti quei bravi signori – rossi, neri e grigi – che ci fanno la figura di ragazzotti piagnucolosi. Un po’ meno di fiaccona e di ingenuità noi ci aspettavamo, dopo il triste epilogo, almeno dai socialisti italiani, cui spetta il giusto vanto di aver avuto fedeli alla causa nostra – dal principio alla fine – tutti gli ottantotto deputati del partito!» . Decisamente la modestia è una virtù cardinale dei giornalisti rossi. Loro, stando al tavolino redazionale, conoscono per filo e per segno tutti i retroscena parlamentari e la parte di colpa o di merito che spetta a questo o a quel partito, all’uno o all’altro ministro. Ed elevandosi collo sguardo dell’aquila sopra la mediocrità dei deputati, gridano, compassionandoli: oh, ingenui! Per avventura fra questi deputati sono anche gli onorevoli socialisti, per la qual ragione questa volta se la cavano colla patente dell’ingenuità. Ma guai se i «borghesi» avessero fatto parte per se stessi. Il medesimo ordine del giorno si sarebbe proclamato parto dell’imbecillità borghese e della fellonia nazionale dei clericali. E tuttavia, malgrado il nuovo ritardo, bisogna pur convenire che le prospettive per la facoltà a Trieste sono di gran lunga migliorate, e che tale miglioramento avvenne in buona parte per considerazioni parlamentari, dipese cioè dalla tattica e dall’attività del manipolo dei deputati italiani. Abbiamo anzi sentito confermare tutto questo da un autorevole deputato della maggioranza nella commissione del bilancio. La competenza dello scrittore del Popolo a sentenziare con tanta sicumera appare infine indiscutibile, quando si constati che non ha nemmeno inteso l’ordine del giorno. Questo parla infatti di «attacchi contro la deputazione per le trattative avviate cogli slavi meridionali». Il Popolo interpreta le spiegazioni che seguono come scuse dei deputati italiani verso la maggioranza tedesca. E dire invece che tutto il periodo riguarda piuttosto le critiche mosse ai deputati da parte adriatica, dunque da italiani! Ma il Popolo dopo le elezioni triestine, di cose adriatiche non si occupa volentieri. L’ombra di Valentino Pittoni col suo servidore Augusto Avancini giganteggia fra il Quarnaro e le Alpi trentine, sì che i nostri socialisti accademici distolgono lo sguardo dai tristi luoghi, ove il socialismo fiorisce nel suo terreno, né è trapiantato come erba esotica nel vivaio nazionalista. "} {"filename":"2b4d5890-5baf-4862-a8b1-47e734ba26c5.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Abbiamo ragione di ritenere che il popolo trentino più ancora che dal contegno del governo debba sentirsi colpito dalla coltellata nella schiena vibrata dagli «amici» di casa. La condotta vergognosa di codesti felloni rimarrà una piaga profonda che regnerà cancrena, anche quando riuscisse di vincere il nemico che ci ha attaccato di fronte. Gli organi del governo fanno sapere che i ministeri della guerra e dell’interno non vogliono lasciare in mano dei trentini l’esercizio della costruenda ferrovia giudicariese, per diffidenze militari e poliziesche, e la stampa anticlericale si mette dalla parte dello Stato insinuando, dopo una breve formula di protesta fatta per pudore, che la colpa non è del governo, ma dei clericali i quali hanno compromesso le iniziative trentine nella costruzione della Dermulo-Mendola e dato motivo o pretesto al governo di porre il suo veto. Il ragionamento manca di ogni base, perché viceversa il governo è disposto a conceder la costruzione agli enti trentini, ma è l’esercizio, la forza viva ed attuale insomma dell’impresa ferroviaria, che vuole nelle mani sue perché dei trentini non si fida e non vuole che a Trento sorga un’amministrazione autonoma italiana. Ma che importa? La calunnia viene lanciata con fenomenale spudoratezza, e il governo trova nel cieco odio di partito un alleato forse impreveduto. L’Alto Adige , cercando di scusare il suo attacco, dice nella fiacca replica di ieri sera all’articolo dell’on. Gentili che il partito clericale non può pretendere l’appoggio degli altri partiti di fronte al contegno del governo. Ci pensi il partito clericale a cavarsela. Sta bene; ma avvertiamo l’Alto Adige che noi per conto nostro non abbiamo né preteso né chiesto il loro aiuto. Per conto nostro non avremmo preteso niente di più di quello che domandava Eugenio di Savoia nella sua preghiera al Dio degli eserciti, alla vigilia della battaglia del Danubio: Ti prego solo di non aiutare i turchi, al resto ci penso io. Ma voi siete venuti in soccorso dei Turchi, coll’aggravante che nessuno v’ha pregato di farlo, ma siete passati al campo nemico, spinti dall’odio di parte. Al di sopra di noi c’è però la causa del risorgimento economico e dell’italianità della nostra terra; e dal punto di vista degli interessi e della dignità della patria lasciamo giudicare ad ogni galantuomo come si debba classificare il contegno vostro. Sappiamo anzi che parecchi autorevoli liberali hanno respinto ogni solidarietà colla vostra condotta: è il solito equivoco che permette ai vostri uomini ed ai vostri enti pubblici di ricorrere ai servizi di quei deputati che poi chiamate traditori della patria, di riconoscere in colloqui privati e nella pratica condotta l’opportunità di quella politica che poi chiamate servile, di fare appello alla solidarietà di tutti e di combattere fianco a fianco, per poi dar coltellate nella schiena. Ma, badate, codesta tattica doppia e fellonesca finirà col rovinavi e quel che è peggio, recherà danni irreparabili al paese. Un bell’incoraggiamento voi date a chi in Fiemme, anche del partito vostro, lavora per la soluzione della questione tranviaria. Fate pure appello «ai fattori competenti» e poi date coltellate nella schiena a coloro che affaticano per compiere anche la parte vostra che non voi potete fare, perché avete perduto il credito. Screditate anche noi, calunniateci, pur di dir male delle nostre imprese. Credete di giovare al vostro partito ed invece danneggiate il paese e la città da voi amministrata. In quanto alla Dermulo-Mendola non ripeteremo inutilmente le nostre asserzioni. Aggiungiamo anche che anche qui voi fate da giannizzeri al governo. Un esempio. La notizia falsa comparsa nell’Alto Adige che sulla Dermulo-Mendola era bruciato un motore ha fatto il giro di Vienna col risultato che vennero ordinati per telegrafo dei rilievi. La notizia potè venire smentita, ma intanto eccovi un nuovo pretesto per i ritardi della burocrazia. Voi proclamate che è vostro dovere anzi di carità di patria il discoprire le piaghe altrui. Sta bene. E le vostre piaghe è carità di patria nasconderle? Sui lavori della centrale sul Sarca non è proprio accaduto nulla? Voi che avete controllato così bene i «sorpassi» della Dermulo-Mendola non sapete nulla dei sorpassi della centrale sul Sarca? Non è molto che un nostro amico seppe per bocca di un influentissimo caposezione al ministero delle ferrovie che lo stesso ministero tiene in serbo una petizione contro il Municipio di Trento di un 300 mila corone per la ritardata fornitura della forza. Abbiamo noi creduto «carità di patria» di propagare la cosa ai quattro venti, di attaccare il municipio, appoggiando il governo? No, abbiamo taciuto e abbiamo augurato che la minaccia del signor caposezione sia una minaccia e niente altro. Ad ogni modo abbiamo creduto nostro dovere di non lanciare notizie allarmanti, ma di aspettare la chiara soluzione delle cose, per assodare le responsabilità. Sì, ma noi siamo i governativi e i nemici della patria; loro sono gli indipendenti e i fieri nemici di ogni influsso straniero. Trentini! Facciamo largo a questo grande partito liberale nazionale che è ben degno di dirigere le sorti della patria. "} {"filename":"1b0963aa-a408-4a68-a793-db085702a066.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Il colonnello degli Honvéd Fabritius è morto ieri, ed è morto a tempo. Tre anni fa, per ordine del commissario regio fece circondare il parlamento ungherese da un reggimento di soldati, poi entrò colla mano sulla sciabola e, facendo sonare i lunghi sproni nella sacra aula costituzionale, ne cacciò i deputati come i mercanti nel tempio. Erano i tempi di Feierwary, del pugno di ferro, dell’ex-lex. Con immenso entusiasmo e con solenni propiziazioni sull’altare della patria incominciò poi l’era della restaurazione nazionale. Il figlio di Luigi Kossut strinse la mano al re e ne divenne ministro. Quando il suo equipaggio scivolò via leggero riportando Kossut dalla Corte all’Hotel Sacher parve che portasse con sé un doloroso periodo di storia e l’andasse a seppellire nel grande cimitero della pacificazione ove gli Asburgo sotterrano le vittime del fatale andare della loro Monarchia. Ma nella clausola di pace era rimasto oscuro un punto, che s’era insinuato, quasi fosse formula più che sostanza. I mediatori del contratto ritennero di non doverlo troppo accentuare, i contraenti rimasero liberi di interpretarne il valore e la forza. Eppure questo punto era il più decisivo, il perno su cui tutto il resto doveva moversi. Il re aveva detto alla coalizione: vi diamo il potere, a tutti, anche al partito del quarantotto, ma voi d’altro canto dovete impegnarvi ad introdurre entro due anni il suffragio universale. Appony e Kossut accettarono tutto a prezzo di un portafoglio e passarono sopra alla condizione del patto, sperando che il re cederebbe o che si troverebbe modo di farlo cedere. Del resto la cosa non parve tanto pericolosa. Andrassy si assumeva l’incarico di conciliare il vecchio col nuovo e di fabbricare una riforma elettorale che salvasse la potenza della nazione magiara. Il re cedette e diede la sanzione preventiva al voto plurimo. Ma d’un tratto scoppiò la discordia nel campo di Agramante. Kossut era d’accordo con Andrassy, ma Just no, e Just oltre che presidente della Camera è persona influentissima del partito quarantottesco. A lungo le due forze opposte combatterono una sorda battaglia, finché divenne rumorosa, pubblica. Il gruppo di Just, deciso di non accogliere la riforma elettorale di Andrassy, sollevò un postulato nuovo non contenuto nel patto: la banca indipendente. A Vienna si tergiversò, si rimise la cosa all’assenso dell’Austria, com’era giusto, e Bilinski e Weisskirchner dissero assolutamente: no! La crisi venne trascinata durante le vacanze estive. Il re ricordava alla coalizione il patto. Perché non introduceva il suffragio universale, almeno col voto plurimo, se aveva pur preso formale impegno? Wekerle venne con nuove proposte e spacciò per panacea universale il pagamento in contanti. Si seppe subito che a Vienna per riguardo al credito austriaco, sarebbe mancato l’assenso. Tuttavia i potenti magiari non intendevano abbandonare senz’altro il potere. Wekerle, l’astuto ed industre Ulisse, immaginava nuovi ordigni e nuove formule di salvezza. Ma Just incalzava e domenica in un banchetto pronunciava il quos ego: o banca indipendente o lotta a coltello. E domenica Francesco Kossut sentì vacillarsi sotto la sedia. Sicchè, quasi riscotendosi dal lungo sonno dell’ufficiosità pronunziò ad Arad un discorso in cui rinnovò il giuramento di fedeltà «ai grandi ideali del padre». Strano gioco della fortuna! Un ministro di Francesco Giuseppe proclama fedeltà all’idea di colui che nel ’48 dichiarava decaduta la dinastia d’Absburgo e seppelliva ad Orsova la corona di S. Stefano, prima di prendere la via dell’esilio. È difficile, fuori dell’Ungheria, giudicare imparzialmente uomini e cose di codesto teatro politico. Un libro comparso su Francesco Kossut lo dipinge come un avventuriero senza coscienza e senza genio, il quale divora più che non consumi il patrimonio morale ereditato dal grande ribelle. Ma questo è certo, che codesto ministro e rivoluzionario, consigliere intimo del re e capo di un partito antiasburghese diventa l’indice più preciso di una situazione impossibile, la satira più feroce del dualismo. L’ottuagenario nella Hofburg sente picchiare alla porta il secolo nuovo, un altro periodo storico e, come accade alla vigilia di grandi rivolgimenti, esita a dire: Avanti! C’è fuori la democrazia che scuote ma può anche rinnovare l’assetto del vecchio impero. C’è fuori il sentimento dell’eguaglianza politica che si propaga anche nelle regioni del Tibisco dei Carpazi, sono i rumeni, gli slovacchi, i transilvani ed altri popoli ignoranti che alzano la testa dal lungo servaggio. Di fronte a che le lotte colla nobiltà magiara scompaiono nell’oblio della storia, l’orizzonte si allarga, più ampio delle tempeste ma più aperto anche ai raggi del sole. Ma come si giunge all’altra sponda? Risorgerà il colonnello Fabritius o l’evoluzione sarà pacifica e lenta? Ecco perché si esita, perché la storia, per dir così, stagna nel pantano di questa crisi, la cui soluzione definitiva segnerà la data di una nuova epoca storica. "} {"filename":"4867389e-51af-405f-9674-f7429b191449.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Intorno al carattere ed alle tendenze della Südmark si accumulano da parecchi mesi oramai prove indiscutibili. La fondazione della Ostmark, società cristiano-sociale, che dichiara di voler limitarsi alla difesa del proprio possesso nazionale, astenendosi da invasioni e sopercherie, ha provocato una polemica, durante la quale i cristiano-sociali pubblicano documenti contro la Südmark, comprovandone le tendenze settarie e politiche. Di tali documenti e di tale campagna ci siamo occupati parecchie volte, fin da quando il giornale cattolico di Graz, accusava la Südmark di promuovere il proselitismo luterano. Il nostro interessamento diretto a questa politica è spiegabilissimo. Viviamo in un territorio, al quale i germanizzatori rivolgono le più sollecite cure, sognando per un anacronistico romanticismo misto alla moderna megalomania teutonica, una riconquista od una conquista di terre, di uomini e di anime. Codesti germanizzatori hanno l’appoggio di tutte le «società nazionali» compresa la Südmark, hanno cercato e riescono anzi a centralizzare ed uniformare l’azione di tutte e quattro, come fossero dirette da una mente sola e spinte dallo stesso impulso. Sono gli stessi uomini, gli stessi danari, gli stessi metodi che si manifestano nel Trentino; nessuno può dubitare che si tratta anche delle medesime tendenze. E benché il Tiroler Volksbund nella sua attività interiore sia più cauto della Südmark non si potrà mai contestare la debolezza e la connivenza di quei cristiano-sociali tirolesi che appoggiano la società rohmederiana, rendono possibile che al di fuori, nella nostra regione cioè, il Volksbund abbia sviluppato e, benché in misura decrescente sviluppi ancora quell’azione perniciosa ed immorale che i cristiano-sociali d’altre regioni rinfacciano alla Südmark. I tirolesi sembrano un po’ tardi a comprendere il nesso delle cose e gli avversari di ogni equità e conciliazione nazionale fanno ogni sforzo perché la verità non si apra la via. Ma la via, non dubitiamo, presto o tardi sarà sgombrata. Ci provvede la resistenza nazionale nostra che non verrà mai meno, ci provvede la crescente educazione nazionale del popolo, che pare troppo lenta a chi ha fretta o giudica da certe manifestazioni momentanee, ma che pure progredisce per chi considera il lontano punto di partenza e la pressione in senso contrario di una situazione economica difficile. Ci provvede e ci provvederà anzitutto l’energia di una politica democratico-nazionale, realistica tanto da non perdere mai di vista che la «patria» è anzitutto non un ideale astratto o vagamente lontano, ma il popolo che ci sta attorno coi suoi interessi, colle sue virtù e colle sue debolezze; e d’altra parte idealistica tanto, da non accettare mai un contrasto fra l’interesse economico e un deterioramento morale, nell’intima convinzione che senza l’accordo dei due ogni progresso vero è escluso. Questa politica è la nostra, è quella del partito popolare. I nostri deputati non hanno mai lasciato in dubbio né il governo né i partiti tirolesi che nessuna concessione economica basterebbe a farci transigere nella difesa nazionale; e il nostro contegno meno chiassoso ma più inflessibile ha infuso nei circoli tedeschi la convinzione che il nuovo partito venuto alla Dieta è più democratico ma non meno italiano degli altri. Dopo questo preambolo che ci ha condotti, più lontano di quello che promettesse l’argomento, continuiamo la raccolta dei documenti contro i germanizzatori. Il voralberghese on. Loser, uno dei più vecchi deputati cristiano-sociali tenne nella Dieta di Bregenz un discorso contro la Südmark. Egli asserì e dimostrò che quest’associazione non è semplicemente nazionale ma anche politica e antireligiosa. Il propagandista della Südmark disse una volta nel Vorarlberg che l’opera Südmark era diretta non solo contro gli avversari nazionali, ma anche contro il clericalismo, nemico del popolo e che conveniva strappare le donne e le ragazze alle società religiose e cattoliche per addurle invece al lavoro della Südmark. Il Tiroler Tagblatt riferendo intorno al viaggio del suaccennato propagandista, diceva che nel Vorarlberg il nemico nazionale non è proprio alle porte, ma il più grande nemico, continuava, che la Südmark deve combattere sono i frati e le monache! E che cosa pensa la Südmark del Natale, delle loro feste di Natale, che presso di noi gli ipocriti propagandisti spacciano per manifestazione di pietà religiosa? Risponde il deputato: L’oratore ufficiale di una tale festa ha detto una volta ad Innsbruck: Natale è una festa tedesca e Cristo non c’entra per niente. Ma c’è dell’altro. Nel calendario pubblicato dalla società non solo vengono disprezzati i preti cattolici e levati a cielo invece i pastori protestanti, ma in quello di due anni fa si oltraggia in maniera infame il sacramento della confessione. «Così del calendario della Südmark – conclude il deputato tedesco, – un libro che va nelle mani delle famiglie e viene letto con predilezione anche da fanciulli si abusa per attaccare perfidamente la Chiesa cattolica, la sua dottrina ed i suoi istituti e per fare aperta propaganda di protestantesimo». "} {"filename":"224c0a4c-8ce0-4aaf-b2a1-ce76005c9748.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"I commenti per ogni persona che si rispetti non sono davvero necessari. Come caratterizzare un avvocato che pur passa per moderatore del partito, il quale otto giorni dopo la fucilazione dell’anarchico spagnuolo, falsa completamente gli avvenimenti ed il loro significato, e non tiene conto delle rettifiche di fatto che tutta la grande stampa d’Europa, passata la scalmana dei primi giorni, si sentì in dovere di pubblicare? Con gente simile sarebbe perfettamente inutile tentare una discussione che debba ricostruire esattamente il fatto storico. E vi meravigliate ancora se nei comizi si ripopolano a centinaia le calunnie contro la Chiesa ed il cristianesimo, calunnie ripetutamente addimostrate tali colla testimonianza dei fatti? Non è ingenuità pretendere si dica la verità su Galilei o Giordano Bruno, quando si falsa sfacciatamente anche la storia di ieri e di oggi? L’apoteosi di Ferrer accrescerà malgrado tutto il bagaglio dei propagandisti rossi e il perché è chiaro, l’ha detto apertamente ieri uno degli oratori. Si vuole sfruttare il cadavere di un condannato da un consiglio di guerra in una fortezza spagnola per accrescere l’odio contro i difensori della religione positiva, chiamata impostura e superstizione e per combattere quelle organizzazioni che coll’opera loro, beneficando il popolo, sbarrano la via ai sanculotti. Per questo sfruttano il cadavere di un uomo condannato per partecipazione a sollevazioni anarchiche, contando sul senso umano di pietà che stringe gli uditori ai quali non vengono ricordati altri omicidi, altre violenze, altre enormezze di cui fu autrice l’anarchia spagnuola. Il demagogo roveretano ha invece dipinto a colori di sangue le dimostrazioni antisocialiste di Civezzano (in illo tempore), di Fondo e di Fassa e l’imbrattamento del busto canestriniano. Povero Antonio, quanti sforzi per coonestare la tua passione catilinaria! Una dimostrazione contro il Costanzi in cui non si usò violenza alcuna, una chiassata di Fondo che non ebbe serie conseguenze, due o tre fassani che bastonano un conferenziere, perché offesi a sangue da un suo collega, ecco i gravi fatti che sai opporre al popolo trentino in 10 anni di invettive e di insulti socialisti! E chi l’ha detto che gli imbrattatori di Canestrini siano stati nostri partigiani? Casi recenti fanno dubitare del contrario. Comunque, gli è con tali episodi di violenza locale da noi condannati espressamente che vorresti far dimenticare le violenze quotidiane dei rossi, la vigliaccheria degli schiaffeggiatori alla Battisti, alla Flor, alla Frassoni, le minacce della Camera del lavoro, gli imbrattamenti delle case altrui, e, fuor di qui, le violenze, gli incendi, le uccisioni commesse nelle dimostrazioni socialiste? Vana fatica di mitingai! Il pubblico non dimentica che voi santificate quotidianamente la violenza, che predicate la rivoluzione ed inneggiate al regicidio. E l’ordine del giorno è un capolavoro di malafede e di violenza giacobina. L’accenno al Concilio di Trento è veramente meraviglioso. Con tali commentatori i padri del Concilio sono fritti. Risulta chiaro almeno che si tenta far responsabile della testa di Ferrer la dottrina dela Chiesa e che contro di questa si vuol combattere. Ricordiamolo, perché domani in un paesello di campagna lo smentiranno. Infine il signor Cesare Berti , del circolo «Giordano Bruno» a Mezolombardo, propose all’«eletta parte della cittadinanza» (che non c’era) una denuncia ed una minaccia contro di noi. Ed ecco la nostra risposta: Smascherando le ipocrisie e le falsità del locale partito socialista, siamo convinti di far opera civile e benefica per la classe lavoratrice. Non provochiamo né insultiamo, ma diciamo sul muso a tutti i turlupinatori dell’opinione pubblica le loro vergogne. Sappiamo che vi brucia di non poter rappresentare la commedia indisturbati: ma ci vorrà pazienza, poiché nonostante le vostre minacce intendiamo di compiere sempre e dovunque il nostro dovere. Constatiamo intanto ancora una volta che i cameristi minacciano di usare contro di noi la violenza e che a noi tali minacce non fanno né freddo né caldo. Persevereremo nella nostra campagna con risolutezza, senza abbassarci mai a quei metodi personalmente ingiuriosi che guadagnarono anche recentemente parecchie condanne agli scrittori socialisti. "} {"filename":"e0b2845e-ae14-4e14-89f0-4fb3ca10fb05.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Il m. rev. don Giovanni Corsini, lasciando dopo molti anni l’ufficio di rettore dell’Istituto magistrale femminile di Trento, dedica questo suo lavoro come egli stesso dichiara – con squisita modestia – alle «egregie giovani maestre» che ebbe quali discepole perché in esso possano trovare un aiuto, un alleviamento delle loro fatiche. È un lavoro, come si può osservare anche a prima vista opportunissimo, che sarà senza dubbio di grande giovamento non solo ai maestri ma a tutte le persone colte. Lodevolissima è specialmente la scelta accurata e sapiente, condotta con criteri di pratica utilità dei vocaboli. Una cosa nuova e che accresce il pregio del prontuario è l’esatta corrispondenza italiana di molti vocaboli di uccelli, pesci, piante che non di rado mettono in imbarazzo anche persone d’eletta coltura. La spiegazione di tutte le parole è fatta poi accuratamente con termini precisi ed utilissimi raffronti, la pronuncia è indicata con segni ed accenti semplici ed opportuni. L’autore s’è servito nella compilazione della sua opera dei migliori lessici italiani e dei pochi lavori trentini in materia. A questo lavoro diligente ed utilissimo che costituisce un contributo tutt’altro che trascurabile alla lessicologia trentina, auguriamo la meritata pronta ed ampia diffusione. A.D. "} {"filename":"6ee76a6a-04ad-4ab6-90d2-e5b0bfb0a96d.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Di violare la legge può avvenire a tutti per una causa o per l’altra, può avvenire a tanti poveri diavoli che non la conoscono e che vengono tuttavia condannati in forza del paragrafo 3 che non ammette come scusa l’ignoranza della legge, e può avvenire ai giudici che la conoscono e tuttavia la interpretano come non va. A questa, non diremo inaspettatta ma spiacevole conclusione siamo dovuti arrivare stamane, quando ebbimo letto una certa sentenza della Suprema Corte di Giustizia che ci riguarda un po’ da vicino. Ci sarà forse qualcuno che ricordi ancora quel tal Mussolini, che fu qui nella passata estate, e che ci onorava della sua speciale amicizia riserbandoci quasi quotidianamente le più espressive frasi del suo ben fornito vocabolario di socialista anarchico. Un bel giorno a costui saltò il ghiribizzo di fare un’intimidazione al nostro collega sac. Chelodi , il quale aveva creduto di rilevare una circostanza di fatto riguardo alla candidezza della sua fedina penale, e gli scagliò contro queste graziose parole: «Se poi non avrete il pudore di una rettifica, io mi prometto e vi prometto, che prima di andarmene da Trento lascerò sulla vostra chierica il segno non facilmente delebile delle mie mani». Naturalmente il nostro collega, per così poco, non perdette il suo abituale buonumore, e mentre Mussolini gli lasciava tempo cinque giorni, ancora il dì seguente rispondeva prendendolo in giro per la sua spavalderia alla D’Artagnan. E a onor del vero bisogna pur anco aggiungere che, o l’amico romagnolo fosse meno feroce nell’animo che nelle parole, o avesse una maggior paura del codice penale che non volesse far credere colle sue vanterie, o ritenesse anche questa sua promessa, come tutte l’altre che gabellano ai gonzi i socialisti, fatto è che, quantunque più volte abbia incontrato il collega nostro, se n’andò tuttavia da Trento senza lasciargli sulla chierica quel tal segno di cui sopra, e senza nemmeno tentare una sì eroica impresa. Era però opportuno dargli una lezioncina, e a tale scopo venne sporta contro di lui querela per lesione d’onore mediante minacce. Il paragrafo da applicarsi era il 496 del Codice penale, nel quale è detto «chi pubblicamente ed in presenza di più persone reca ad alcuno un’offesa reale... oppure ad alta voce e per essere inteso gli minaccia maltrattamenti si fa reo di contravvenzione». Si presentava la elegante questione giuridica se le minacce lanciate a mezzo della voce alta e diffusa della stampa potessero essere eguagliate a quelle considerate dal paragrafo di legge, il quale materialmente sembrerebbe ristretto alle minacce vocali. L’egregio avvocato Lutteri, che ha qualche pratica di codici e di tribunali, ne era profondamente convinto e questa tesi fu anche prospettata nell’atto d’accusa e poi abilmente svolta al dibattimento di prima istanza. Nel quale Mussolini cercò di scansarsi adducendo che la minaccia era soltanto condizionata, ed il sig. giudice distrett. – come è noto – lo assolse; e la motivazione fu in sostanza questa: che non poteva con tranquilla coscienza condannare non essendo il caso concreto nella legge espressamente contemplato. Ancora quel giorno noi annunciammo che trattandosi di una questione giuridica assai interessante ed anche importante per la moralità giornalistica noi avremo interposto ricorso. La causa venne portata dinanzi al Tribunale in appello. Anche qui Mussolini venne assolto per i medesimi motivi, ai quali i nuovi giudici vollero aggiungere anche questa semplice considerazione «che nel capitolo del nostro codice penale dove si tratta della materia delle offese all’onore è ovunque fatto cenno e c’è la sanzione penale di quelle offese che si fanno bensì a mezzo della stampa, ma sono di specie diversa da quella che il querelante privato vorrebbe riscontrare nella minaccia dell’accusato: se dunque il legislatore nel parag. 496 non accenna espressamente ad un modo di minacciare quale sarebbe quello dell’accusato, vuol dire che non era sua intenzione di far cadere sotto la sanzione del detto paragrafo 496 l’azione denunciata». La quale considerazione è tanto giuridica che noi profani – lo confessiamo candidamente – non riuscimmo a comprenderla. Il Mussolini invece ne fu così soddisfatto che subito dopo cominciò la serie dei suoi articoli più violenti contro di noi. E noi invece, quantunque abbiamo un grande concetto e una corrispondente stima dei lumi dei giudici, non eravamo ancora convinti sull’interpretazione di quel benedetto § 496. C’è a Vienna un supremo tribunale, la Cassazione, fino ad esso si spinse la nostra indiscreta curiosità di giornalisti. Ed ecco quello che ci si risponde di colà. In nome di Sua Maestà l’Imperatore! L’i. r. Corte suprema di giustizia e cassazione deliberandosi il gravame di nullità dalla i. r. Procura generale interposto a tutela della legge contro la sentenza 14 giugno 1909 dell’imp. R. giudizio distrettuale in Trento, e la sentenza 30 luglio 1909 dell’i. r. Tribunale circolare di Trento, quale giudizio d’appello, con cui Benito Mussolini fu assolto da un’accusa contro di lui mossa dal querelante privato Don Giovanni Chelodi, per contravvenzione al § 496 C. p.; in esito al pubblico dibattimento tenuto oggi 19 ottobre 1909, sotto la presidenza dell’i. r. Presidente di senato Barone de Prandau, coll’intervento degli i. r. Consiglieri aulici Münnich, Fangor, Marconi e D.r Spath, quali giudici, e dell’i. r. giudice distrettuale Witoscynski, quale protocollista; sentita la relazione dell’i. r. Consigliere aulico D.r Spath, referente e le deduzioni dell’i. r. avvocato generale Okretic, quale rappresentante dell’i. r. Procura generale, Ha giudicato: Mediante la sentenza 14 giugno 1909 dell’i. r. giudizio distrettuale di Trento e mediante la sentenza 30 luglio 1909 dell’i. r. Tribunale circolare in Trento, quale giudizio d’appello, con le quali Benito Mussolini fu assolto dall’accusa contro di lui portata dal querelante privato don Giovanni Chelodi, per contravvenzione al § 496 C. p. è stata violata la legge. (Segue la motivazione. Si espongono i fatti che noi omettiamo per non ripeterci. E poi continua): Don Chelodi sporse per queste parole querela contro Benito Mussolini, per lesione d’onore. Tutti e due i giudici inferiori opinarono, che le suddette parole contengano una minaccia di maltrattamenti e che l’ingiuria è stata lanciata in pubblico, mandarono però ciò non per tanto assolto l’accusato, poiché il § 496 C.p. presuppone, che la minaccia avvenga «ad alta voce e per essere intesi», e ciò (opinarono) non si verifichi nel caso di una pubblicazione, sia pure più efficace mediante la stampa, mentre non è dall’articolo quarto della patente di promulgazione al Codice penale ammessa una interpretazione estensiva della legge in via di analogia, né si può ricorrere alla «ratio legis» dal momento che, come nel caso concreto, la rigida casuistica del nostro codice penale stabilisce amminicoli formalistici per ogni specie di contravvenzioni, i quali limitano od ostacolano completamente il riguardo dovuto all’estremo principale della specie del reato – qui la pubblicità sotto ogni suo aspetto. – Per il giudizio d’appello servì inoltre di norma la considerazione, che quelle lesione dell’onore che possono essere commesse mediante stampato, sono nel codice penale espressamente indicate e che non era intenzione del legislatore di far cadere sotto una sanzione penale le minacce, espresse mediante stampati, non avendo assunto nel § 496 C. p. una relativa disposizione. Senonchè la erroneità di questa interpretazione della legge balza tosto agli occhi. È ben vero che il § 496 C. p. dichiara punibile «la minaccia di maltrattamenti» solamente nel caso che non sia stata proferita «ad alta voce e per essere inteso». Con ciò sono escluse quelle minacce che possono essere sentite unicamente dal minacciato. Ma non è giusto d’interpretare le parole della legge nel senso che debbasi assolutamente trattare di minaccie, che si possano sentire coll’udito. La legge vuole nel § 496 C. p. appunto come nell’«oltraggiare con nomi ingiuriosi», così anche nel «minacciare maltrattamenti» descrivere unicamente la forma verbale dell’offesa, senza con ciò escludere che essa possa essere commessa altresì mediante la stampa. In questo caso in luogo del sentire coll’udito subentra appunto la generica possibilità che i lettori del periodico la vengano a sapere. Sarebbe però un controsenso non supponibile nella legge, se una minaccia verbale, che può essere udita solo da poche persone, fosse punibile e non lo fosse, invece una eguale minaccia resa accessibile mediante la stampa ad una illimitata pubblicità. Laonde è corrispondente ad una corrispondente interpretazione della legge il ritenere, che colle parole «ad alta voce e per essere sentito», s’abbia voluto unicamente delineare la minima misura del grado di percepibilità dalla legge richiesto, onde ritenere la minaccia di maltrattamenti ancora punibile senza però volere con ciò escludere la punibilità della molto più ampia diffusione della minaccia mediante stampati. In realtà emerge dai §§ 489 e 491 C. p. in modo indubbio, che «opere stampate» e «libelli famosi» si appalesano solamente quale specie qualificata di diffusione di offese che possono essere fatte anche a voce. Che il § 496 C. p. non faccia alcun cenno che il reato possa essere commesso mediante la stampa, non è di rilevanza. Non si è messo mai in dubbio la possibilità di «insulti» mediante stampati; ed anche il § 493 C. p. dichiara espressamente, che le offese previste dai §§ 487 e 488 C. p. possono essere recate mediante stampati, comunque in tutti e due questi passi di legge la figura del reato sia tracciata senza accenno a questo modo di commetterlo. Che il § 496 C. p. non venga enumerato dal § 493 C. p. ha solo per effetto, che la figura di reato in quello contemplato, rimangano pur sempre contravvenzioni anche qualora siano state commesse mediante stampati. Era quindi mestiere accogliere in base ai §§ 292 e 479 R. p. p. il gravame di nullità dalla I. R. Procura generale interposto di conformità al § 33 R. p. p. e giudicare come è esposto nel dispositivo. L’I. R. CORTE SUPREMA DI GIUSTIZIA E DI CASSAZIONE Vienna, 19 ottobre 1909. PRANDAU m. p. Questa sentenza viennese – della quale conoscevamo il dispositivo già nel passato ottobre, ma che ci venne comunicata nel testo completo soltanto oggi – è tanto chiara ed eloquente che non crediamo necessario aggiungervi dei commenti. Solo ci permettiamo di osservare che anche questa, e più e meglio che la decisione viennese di cui abbiamo scritto ieri, avrà un valore come precedente. A noi importa ben poco, ma certi giornalisti che talvolta usano come argomenti polemici di straordinaria efficacia le minacce potranno prendere visione di questo § 496, il quale dopo l’interpretazione datane dalla suprema corte di giustizia potrebbe verosimilmente riuscire più concludente in certi casi anche ai giudici, e permettere loro di pronunciare con tranquilla coscienza qualche sentenza di condanna. Il Mussolini se l’è cavata e nessuno oggi gli correrà dietro a intimargli la nuova sentenza, egli del resto ha riconosciuto ripetutamente quando era tra noi di aver trovato una giustizia che non gli spiaceva e dei giudici buoni, sarebbe dunque inopportuno togliergli questi ottimi ricordi. Ma non sarà male però constatare che in tutti i processi che ebbe egli fu condannato, e che in quello unico in cui fu assolto, – e se ne teneva – fu violata la legge. Il che, a dir vero, è umano. "} {"filename":"e0771701-cc93-42f5-b30f-486f706cfaa4.txt","exact_year":1909,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"I. Comunicazioni del Vicepodestà [...] Il D.r Degasperi prende la parola per avere delle spiegazioni circa la posizione dei dimissionari . Secondo il paragrafo 17 dello statuto , se non si ammette giustificata la dimissione, essi possono venir colpiti da una multa fino a 100 fiorini e perdono il diritto attivo e passivo d’elezione tanto per le elezioni suppletorie del corrente anno quanto per quelle di tutto il prossimo periodo elettorale. Chiede se si applicherà questa conseguenza o se il Vicepodestà ritiene che il Consiglio possa dispensare secondo l’altro capoverso del paragrafo 17 cioè «per motivi degni di speciale riguardo» dall’accettazione delle elezioni e quindi dalle conseguenze. Subordinatamente chiede se nel primo caso il Vicepodestà e la giunta intendono di passare alle nuove elezioni. [...] Il D.r Degasperi domanda se non si possano indire nuove elezioni basandosi sulle disposizioni del paragrafo 17 del regolamento elettorale, avendo i signori dimissionari rifiutata l’elezione entro otto giorni dalla partecipazione all’elezione stessa. [...] Il D.r Degasperi osserva che voleva solo fosse constatata la posizione giuridica dei cinque dimissionari, senza fare una proposta. [...] II. Protesta contro la progettata introduzione d’una imposta erariale sul vino [...] Il D.r Degasperi si dice lieto che il Consiglio comunale riprenda la sua attività incominciando col protestare contro l’aumento d’imposte ed esprime anzi la fiducia che tale senso d’orrore contro nuove tasse domini in Consiglio anche quando si tratterà d’imposte comunali e del già annunziato rimaneggiamento delle tasse comunali. Non va dimenticato che la tassa sul vino privato venne introdotta anche in parecchi comuni p.e. recentemente nel Litorale e v’era, a quanto ha sentito, l’intenzione d’introdurla anche a Trento. In quanto all’urgenza, osserva ch’essa è a posto, poiché egli è informato telegraficamente da Vienna che proprio stamane il ministro delle finanze Bilinski , rispondendo a rappresentanti di viticultori, disse che un progetto formale sarebbe pronto in due settimane e verrebbe anche presentato. Però fino ad oggi non si ha che un cenno generale a tale imposta nell’esposizione del piano finanziario del Bilinski. Nel merito osserva che al presente la vendita del vino in quantità minori di 56 litri è colpita da un’imposta in ragione di cor. 5 e 94 cent. per ettolitro; la vendita invece sopra i 56 litri è libera da imposta. Secondo poi il progetto Bilinski quind’innanzi tutta e sola la vendita sì al minuto che all’ingrosso verrebbe colpita da un’imposta di 4 cor. per ettolitro, restando libero d’imposta il vino consumato direttamente dai produttori. In riguardo non si può negare all’imposta, come è ideata, una tendenza di giustizia distributiva, perché mentre finora venivano colpiti solo quelli che bevevano il vino al minuto, di qui innanzi pagherebbero la tassa anche coloro che comprano il vino all’ingrosso. Siccome però la conclusione finale è un aggravio generale e maggiore sul vino e Trento è centro di una regione vinicola, la protesta è a posto ed è da augurarsi sia efficace. Voterà quindi a favore. [...] V. Approvazione delle addizionali e tasse comunali pel 1910 [...] Il D.r Degasperi muove innanzitutto un appunto in linea formale. In base al § 27 del regolamento interno relazioni di speciale importanza vengono stampate e distribuite prima ai Consiglieri . Gli sembra che tale capoverso si debba applicare ad una relazione sulle tasse ed addizionali del Comune. In merito osserva che le tasse e le addizionali costituiscono in gran parte un preventivo delle entrate e che quindi bisognerebbe loro opporre un preventivo del fabbisogno e delle spese. Il § 35 dello statuto prescrive che entro l’ottobre di ogni anno il Magistrato presenti il preventivo, che deve venir sottoposto nella seconda decade di novembre al Consiglio. Quest’anno non venne presentato il preventivo, ma si sarebbe potuto approntare almeno un provvisorio . Siccome poi le tasse di cui ora è parola sono salite e non vi è aggiunto il preventivo, si limita a queste osservazioni rimandando una discussione del sistema tributario del Comune a quando verrà fatto il rimaneggiamento che è stato riconosciuto necessario, e verrà presentato il preventivo per il 1910. [...] Il Dr. Degasperi osserva che non vuole muovere obiezioni quanto alle intenzioni del Podestà, benché le elezioni si sarebbero potute far prima ; ma non è questo il perno della questione; piuttosto quello che il provvisorio del fabbisogno che deve pure aver sott’occhio la Giunta, venisse sottoposto anche al giudizio dei Consiglieri. [...] VIII. Assegno del contributo per lo spettacolo d’opera [...] Il Cons. Dr. Degasperi osserva al Cons. Alberti che non gli sembra a luogo il confronto del caso in parola con la votazione d’uno sgravio d’imposta fatto da un proprietario di casa anche a proprio vantaggio, trattandosi di incasso maggiore o minore del Comune, mentre nel caso del teatro si tratta di un incasso privato . [...] X. Interpellanza del cav. Francesco Gerloni sulla elettrovia Trento- Malè [...] Il D.r Degasperi non sa svestirsi in questo momento del suo carattere di professionista, rilevando che il memoriale conferma in sostanza i lagni pubblicati sulla stampa. È lieto in proposito che nel memoriale si faccia cenno alla necessità di buoni rapporti col pubblico e si rilevi che bisogna tener maggior conto della stampa, della quale pur troppo finora non si è occupati che per dirne male o per mandare rettifiche talvolta anche ridicole. Vorrebbe poi raccomandato ai fattori competenti che ad adunanze come quella che compilò il memoriale invitassero tutti gli interessati. In quest’occasione, per esempio, si è omesso d’invitare il deputato della Val di Non e di Sole e la direzione della Dermulo-Mendola , che pure dal migliore o peggiore esercizio della Trento-Malè può avere grandi vantaggi o danni. [...] "} {"filename":"2fc9da0c-c3f7-466a-ac56-a0af8a29748a.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Il Popolo assume delle pose messianiche, quando parla dei maestri. È la borghesia egoista ed avara che non vuol pagare gli educatori del popolo, è il clericalismo che ostacola i progressi della scuola: gretteria e reazione le quali si congiunsero l’anno scorso alla Dieta per «turlupinare» i pionieri della civiltà. Non siamo che noi, i quali possano salvarvi, grida il Popolo. Siete malcontenti, torteggiati? Ebbene, unitevi alle schiere ribelli dei lavoratori, imparate da questi la tattica di guerra, abbracciatene i metodi e condividetene le speranze. I maestri nella grande maggioranza hanno riscosso il capo alle nuove teorie né hanno creduto buon partito di affidare la rappresentanza degli interessi della scuola a quel giornale che fu l’educatore pessimo della nostra generazione. Taluno però, se non lo spirito attinse tutto quel frasario retorico e virulento, tutta quella visione estremamente soggettiva ed egoista che infonde nel partito socialista la lotta di classe. E in qualche articolo scritto o firmato da un «maestro» si lessero insulti contro i rappresentanti rurali, classificati per gente senza testa e senza cuore, poiché in loro si riflettevano più che negli altri le preoccupazioni dei contadini. Si diede dei falsari e degli ipocriti ad altri che, pur avendo impegnato il buon volere, non fu in gradi di votare l’anno scorso la legge magistrale, e pur oggi leggiamo nel Popolo che la triste ed ostruzionistica finale dell’anno scorso in cui si trattava di salvare molti nostri comuni dalla totale rovina economica fu «una farsa indegna» giuocata da tutti i partiti. Ora noi vogliamo concedere molto al disinganno patito dai maestri ed all’inacerbimento causato dalla repentina protrazione della riforma, concediamo anche tutte le attenuanti del bisogno veramente urgente e di certe sobillazioni interessate, ma tutto ciò non vale a giustificare un linguaggio che è un’offesa gratuita diretta contro chi meno se la merita. Questo venne opposto anche recentemente ai rappresentanti ufficiali dei maestri, che risposero trattarsi di fatti singoli e manifestazioni individuali con cui i maestri non assumevano nessun legame di solidarietà. E sta bene, ma per i maestri tali asserzioni fu buona cosa ripetere o comprovare coi fatti pubblicamente, affinché non paia che la classe magistrale conceda la sua rappresentanza nell’ambito della discussione pubblica proprio ai meno retti ed ai meno equilibrati. Poiché è inutile la rettorica di frasi fatte e ricantate su tutti i toni e più che inutile è dannosa alla classe stessa la denigrazione delle persone alle quali nel medesimo tempo si vuol raccomandata la propria sorte. Si crede forse di facilitare il compito ai deputati aumentandone le difficoltà e di promuovere la soluzione del problema intorbidandolo con passioni di partito e attacchi faziosi? La cosa è pur così terribilmente semplice e chiara. L’anno scorso la riforma è naufragata perché i tedeschi volevano addossare ai nostri comuni ed al distretto scolastico un peso che non potevano assolutamente sopportare. Il votare tali pesi sarebbe stato un suicidio non per i deputati o per i partiti compromessi – che sarebbe ancor poco – ma per il nostro povero paese. E c’è chi tutto ciò classifica una «turlupinatura»? I maestri stessi nella grande maggioranza non avrebbero voluto sancita una legge che attirasse su loro tanta odiosità. Ora si sa ed è trapelato in pubblico che le cose si mettono al meglio? Vorrà dire che c’è fondata speranza che intorno al coprimento delle spese i partiti o meglio i rappresentanti degli opposti interessi troveranno una via di mezzo che non presenti le difficoltà insormontabili dell’anno scorso. Qui è il perno, qui il nodo gordiano che bisogna tagliare. Il bilancio provinciale è composto di pochissime rubriche ed è limpidissimo. Si fa presto a vedere dove va ricercato il nuovo cespite di entrata. Qui non c’è da risparmiare né su cannoni, né di economizzare su grandi amministrazioni pubbliche. Infine non va dimenticato che anche questa legge dovrà essere frutto di un compromesso di tutti i partiti o almeno della maggioranza di loro. Siamo in Austria e precisamente in Tirolo, con alle spalle una serie di lotte complesse. Non basta dunque il riconoscimento teoretico del bisogno dei maestri e della giustizia di migliorare le condizioni loro, ma bisogna volere anche i mezzi, sopportare anche i sacrifici, affrontare anche l’impopolarità quando giovi alla causa giusta. Ed è ciò che fanno o stanno facendo i deputati nostri. Noi auguriamo ai loro sforzi ottimo successo. Noi confidiamo che la Dieta questa volta scioglierà l’urgente problema, noi lo desideriamo di cuore, prima perché venga resa giustizia ad una classe benemerita, poi perché la Dieta superata tale vertenza, possa dedicarsi ad altre riforme in favore delle classi rurali e popolari in genere. Ma che ti fanno invece i socialisti? Parlano spesso degli alti meriti della classe o, come si dice pessimamente, della casta magistrale, sono generosi di riconoscimenti e di adulazioni, ma poi... tengono pronti reali o ipotetici battaglioni operai contro qualunque tassa che la «borghesia» osasse imporre per cavarne le spese della legge magistrale. L’anno scorso i socialisti assieme agli osti furono i più violenti oppositori della tassa sulla birra e si deve all’opera loro se i partiti tedeschi trovarono aumentati gli ostacoli contro la riforma. Quest’anno agiscono forse meglio? L’on. Abram è «amico sincero degli educatori», dice il Popolo di oggi. Prendetelo a modello, o borghesucci impenitenti! Ebbene, codesto signor Abram ha convocato ad Innsbruck per martedì sera una serie di comizi per combattere la tassa sulla birra. Si vuole impedire che i deputati dietali compiano un tale delitto... popolare! Si vuole che i deputati si raccolgano mercoledì sotto l’impressione di una rombante protesta... Ma dove prenderli i danari allora, o «amici degli educatori»? Non vi risponderanno cicca, oppure col braccio levato in atto di sfida accenneranno ai tesori dei capitalisti e dei conventi. Eccovi i salvatori, dunque, maestri socialistoidi; e se vi piace, tenete pure fisso lo sguardo supplichevole sulle labbra loro. Ma d’una cosa vi preghiamo: se ai socialisti ed al Popolo voi date la fiducia, serbate anche per loro i consigli e gli eccitamenti. Noi per conto nostro dobbiamo ritenere che si possa far a meno di consigli che vengano da chi ci insulta, né si debba dar gran peso a proposte che vengano fatte dagli uomini medesimi che s’incaricano di lasciarle attuare. Di tale parere sono anche la grande maggioranza dei maestri ai quali siamo lieti non si possano rinfacciare certe intemperanze e certe incongruenze, che danneggiano la causa loro e quella della scuola. "} {"filename":"7470a7ea-827d-4e99-b3f6-c7066fe12471.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Abbiamo dinanzi il numero giubilare della Kölnische Volkszeitung, la quale celebra in questi giorni il suo cinquantesimo anno di vita. Da queste pagine festive quanti ricordi, quanti moniti s’impongono alla nostra mente! Il giornale renano ebbe un’infanzia sfortunata: il Governo lo perseguitava e gli amici erano avari delle loro cure. Venne poi la lotta epica del Kulturkampf, durante la quale la stampa, in specie il giornale di Colonia, rese servizi incalcolabili alla causa cattolica e alla Chiesa. E tali servigi non furono solo indiretti. L’arcivescovo Paolo Melcher durante l’esilio seppe per esempio servirsi dell’organizzazione della Kölnische per dirigere dal bando e segretamente la diocesi vedovata. La bufera della lotta per la libertà religiosa ebbe però, come tutti sanno, effetti meravigliosi. Ad un grande risveglio morale si accompagnò un vivo interessamento per la vita pubblica, ed in quei giorni si fuse il nobile metallo, di cui doveva poi formarsi la torre del Centro germanico. Allora il giornale – ottenuta la pace religiosa – si propose un altro compito: quello di addestrare i cattolici alle questioni sociali ed alla politica. Alla Kölnische Volkszeitung i giornali cattolici di tutto il mondo debbono riconoscere il merito di aver trasformato il giornale cattolico da foglio religioso-polemico in organo degli interessi pubblici. Eppure quante avversioni, quante diffidenze incontrò dapprima un tale esperimento! I cattolici erano sotto l’impressione delle magnifiche polemiche di Luigi Veuillot e avvezzi troppo alla tattica difensiva per uscir fuori all’aperto e contrastare agli avversari la rappresentanza dei pubblici interessi. Ammiravano i magnifici baluardi dell’Università e non comprendevano che fuori, nel grande campo aperto della vita pubblica, si guardava a quel baluardo come ad un castello medioevale contro cui non mette conto di combattere con armi moderne. La Kölnische Volkszeitung ebbe il coraggio di affrontare le opposizioni e creò il tipo del giornale cattolico moderno, il quale non si limita alla polemica di difesa religiosa o sociale, ma crea insegnamenti e fatti, coltiva tendenze, prende iniziative che divengono solo indirettamente anche un argomento di difesa religiosa. È, il metodo positivo ed esperimentale di fronte a quello negativo e aprioristico. Vero che nemmeno oggidì tutti i cattolici accettano la nuova tattica, come è vero che in Germania parecchi negano ancora il proprio assenso all’interconfessionalità ed alla politicità del Centro. Ma la storia degli ultimi cinquant’anni dà loro torto: in Francia il metodo del grande Veuillot ha contribuito a creare attorno ai cattolici quell’isolamento che assomiglia ad una morte civile; in Germania invece i principii cattolici e la libertà religiosa riconquistano i propri diritti, perché la vita pubblica è agitata dalle idee sociali di chi li propugna ed il progresso umano deve gran parte del suo cammino a chi ne proclama l’impulso divino. Ed a noi alle porte d’Italia ove le due tattiche e i due metodi hanno entrambi seguaci accaniti, piace di ricordare con affetto di modesti scolari l’esempio del maestro lontano. Con ciò non plaudiamo senza riserve all’attività semisecolare del foglio renano, il quale, come è noto, sostenne tre anni fa una polemica poco felice intorno al riformismo cattolico. Ma fu un episodio incidentale che non può turbarci la chiara visione di quello che divenne per i cattolici il giornale edito dal Bachem. Il quale – vedete caso! – in questo suo scritto giubilare si lagna di non trovare in tutti i lettori quella corrispondenza e quella riconoscenza che merita il suo giornale. Ci sono troppi cattolici ancora – lamenta – che non sanno che cosa voglia dire l’imporsi come meta sovrana di battere la concorrenza della stampa avversaria, di crescere col suo crescere, di opporre innovazione ad innovazione, di abbracciare tutte le attività, tutte le idee e tutte le iniziative che questo mondo nervoso e precipitevole fa passare innanzi all’uomo della penna come in un cinematografo gigantesco. Vi sono dei lettori che non sanno uscire dal loro guscio di noce, che non elevano la propria mente ad abbracciare i compiti generali della stampa cattolica; vi sono degli ingenerosi che criticano troppo e lavorano troppo poco e dimenticano che il giornalista è uomo di vita pubblica e nuota nel gran mare, colpito ai fianchi e al petto dai marosi, spesso sovraccarico di altre molteplici cure che lo distraggono, lo prostrano, lo assillano, negandogli quella beata tranquillità di spirito che i critici godono nella loro intangibilità di principii e perfetta ortodossia di metodi. Così e altre simili della Kölnische Volkszeitung. Ma non è vero che tutto il mondo è paese? Noi invero (poiché converrà pur finire con una perorazione pro domo) non abbiamo motivo di sollevare troppe recriminazioni quando consideriamo il risveglio degli ultimi anni e l’aumentata cognizione del valore della stampa, ma non abbiamo nemmeno motivo di dar tregua ad alcuno. Ricordiamo altri esempi. Proprio in questi giorni l’associazione piana per la stampa chiude il suo bilancio con 117.500 soci. Il Tirolo solo e più specialmente il Tirolo del nord ha raccolto quest’anno 27.000 corone di contributi per la stampa. Noi non abbiamo chiesto nulla di simile, non abbiamo pretesa la fondazione di una società di tal genere, ma abbiamo invitato gli amici a far largo con tutte le forze alla nostra stampa, a diffonderla, ad appoggiarla ed a servirla. Ed oggi, all’aprirsi di una nuova stagione, rinnoviamo l’invito e la preghiera, alla quale in questi giorni in cui si festeggia il giubileo di quel giornale-tipo si aggiunge il richiamo dell’autorevole esperienza di cinquant’anni di storia. "} {"filename":"f8a7ce49-4236-404a-af98-23244f6f6108.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Guardando tristemente alla neve che minaccia riseppellire il verde recente del paesaggio e risentendo nelle ossa macerate dalla faticosa giornata invernale tutte le insidie di questo troppo lungo trapasso di stagione, stavamo quasi per concludere che della primavera nulla rimane se non l’indicazione ufficiale del calendario; divenuto anche questo una menzogna convenzionale, come tante altre... quando non sappiamo quale idea pietosa ci sospinse sotto gli occhi un trafiletto dell’Alto Adige, venuto dall’«altipiano» e intitolato «primavera» . L’articoluccio descrive prima il ritorno della «dolce primavera» con tali accenti e tanto entusiasmo da farci presupporre assai bene degli studi classici dell’autore, il quale visto che fuori si ostinava a nevicare e che la neve non faceva per l’argomento, si risolvette a parafrasare senz’altro le canzonette dell’Arcadia Tornasti, o Primavera, e l’erba verde e i fiori e i giovanili amori tornarono con te. Ma l’introduzione non conta, non è vero? È la morale che conta, ed eccovi la morale, a cui arriva attraverso i prati fioriti della sua fantasia lo scrittore dell’altipiano: «Questo soffio [si tratta dei prelodati zeffiri primaverili – n.d.r.] questo soffio però non porta troppe consolazioni ai clericali, che veggon di anno in anno il popolo svegliarsi, scuotere il giogo, e proclamare: siamo capaci di reggerci da noi, non abbiamo necessità per i nostri affari mondani di avvocati non chiamati; lasciateci liberi!» «Così le cooperative, arma forte in mano del clero, non solo economicamente ma anche politicamente si ribellano. San Sebastiano fu il primo e fece il passo più forte di emancipazione. Ora quella Cooperativa intisichisce fra le poche forze di pochi testardi. Nosellari quanto prima pare voglia imitarlo, istituendo anche colà un negozio indipendente, che non farà certo meno affari che la cooperativa. Così, nella altre frazioni e nel capoluogo, molti dei nostri consenzienti stanno alla testa delle casse rurali e nelle cooperative. Si dice che perfino nella rocca di Carbonare si voglian fare delle innovazioni, che segnan marina torbida». E fermiamoci qui, se vi piace. I due periodi sono degni della nostra considerazione, non per la persona che li ha scritti, e per gli avvenimenti locali, a cui accennano, ma per il carattere più generale che assumono certe affermazioni. Poiché non v’ha dubbio: codesta primavera anticlericale è il sospiro di molti nostri avversari politici, codesta ristaurazione dei bei tempi antichi è il sogno specie di quegli oligarchi montanari ai quali l’organizzazione cooperativa ha tolto di mano l’arma più potente del dominio e dell’arbitrio. Ora la nuova solidarietà economica che i consumatori hanno accolto come una liberazione costoro la chiamano giogo e l’opera ausiliatrice del clero, perch’esso non lucra né briga per interesse suo, la dicono «soperchieria d’intrusi». E mentre da un lato celebrano ed invocano «i negozi indipendenti» e confidano nell’opera demolitrice del pizzicagnolo, dall’altra vantano che delle cooperative o delle casse rurali sono passate nelle mani di consenzienti. Che spirito cooperativo dovrà animare costoro, se consentono davvero a siffatte intenzioni! Negozianti o cooperatori non sono che due spoglie per lo stesso uomo: l’anticlericale. E costui agogna il disgregamento, desidera la zizzania. Che importa se con ciò si distruggono l’esigue speranze che si possono nutrire di avvezzare anche i villici più retrivi alla vita sociale, di unirli tutti in una compagine salda sulla quale s’alzi il nuovo edificio economico del nostro paese? L’anticlericale non pensa né a fare né a rifare, pensa a demolire. È il verme che rode e corrode e tarla e nel tarlo si consuma. Noi domandiamo ai nostri amici, dispersi in tutti i paesi: non ne sentite lo scricchiolio, non ne avvertite il lavoro sordo e rabbioso? Badate di non accorgervene troppo tardi, badate di non cullarvi in una sicurezza o in una noncuranza che nessuna ragione giustifica. La cooperazione è così gran bella cosa che merita d’essere sostenuta anche se considerata semplicemente quale istituzione sociale, ma nel trentino fu ed è qualche cosa di più: una franchigia ed una garanzia di libertà per ogni attività pubblica del consumatore o del creditore. Al clero poi in modo speciale non tocca a noi ricordare in proposito quale sia il suo dovere. Autoritativamente furono affermate la ragioni del suo concorso a tale opera e stabiliti anche i termini entro i quali si deve svolgere. Una di queste ragioni è ovvia e dello stesso ordine di quelle che muovono clero e laici, fedeli della chiesa, all’attività sociale in genere. Si vuole cioè sbarrare il cammino alle dottrine ed alle pratiche anticristiane e demoralizzatrici del socialismo. Oggi tale compito s’impone più che mai. Ognuno deve oramai fare la triste constatazione che a resistere ed a combattere contro questo male siamo rimasti quasi soli in campo. Il liberalismo, com’era concepito da noi, conteneva senza dubbio degli elementi conservativi, fatti un po’ di logica, un po’ d’interesse di partito ed un po’ d’idealismo nazionale. Molti potevano forse sperare che questi elementi riuscissero a rendere impermeabili certi istituti sociali. Ma dopo dieci anni diteci: dove ha resistito il conservatorismo liberale alla penetrazione socialista? Se eccettuate i corpi legislativi, amministrativi o professionali, dove il sistema elettorale servì da diga naturale, il virus rosso fu iniettato quasi dappertutto. Tolta Rovereto, dove tratto tratto si trova anche il coraggio di respingere il socialismo in nome di principii o di un programma, dove si ebbe una resistenza che non fosse ispirata all’interesse del momento? Dei conservatori molti invecchiarono, alcuni si trovarono fuori dell’arringo per disorientazione o per debolezza, gli altri sotto la bandiera del radicalismo passarono sopra a tutte le ragioni morali ed economiche che pur dal programma di un Mazzini si levano su contro i socialisti e badarono ad intendersela, riservando per sé certi steccati chiusi del potere pubblico, lasciando tutto il resto ai rossi, coi quali amarono spesso confondersi sotto la comune bandiera dell’anticlericalismo. Italianità, difesa nazionale? Sentite come vi risponde l’articolista dell’altipiano e – badate – non risponde per conto suo, ma di tutti i «buoni»: «È vero che s’è formato un partito di tinta rossa internazionale. Ma per noi, se saranno rossi alla Piscel o alla Battisti, mi pare sia qualcosa di meglio che la coscienza positiva. Da questo socialismo al sentir nazionale il passo è assai breve, e non andrà molto che, a parer mio, ne vedremo gli effetti. È questo il voto che assieme all’olezzo dei fiori, si spande via per l’aria dal core di tutti i buoni di quassù». Tutti i buoni dunque. Non c’è da illudersi, ed è notevole che il voto «si spanda» proprio da quell’altipiano, dove ai cattolici, al clero soprattutto, si fece appello per la difesa nazionale. Ora vengono i socialisti? Ben vengano, valgono meglio degli altri già sfruttati, pensano i buoni. Ed eccovi la linea sulla quale oscilla il partito liberale o la parte di esso che si agita e vive, ecco perché i cattolici sentono la necessità di provvedere alla difesa degli interessi morali e sociali del paese con organizzazioni proprie, ecco anche perché essi non hanno mai potuto smettere le diffidenze o lasciar cadere le riserve, anche quando in apparenza sembrerebbe più generoso il trascurarle. "} {"filename":"667cd26a-975e-47a3-a2c2-36e9116fb673.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"L’assalto dell’anticlericalismo spagnolo contro la Chiesa continua con veemenza. L’avvenire prossimo si presenta oscuro. Canalejas si lascia trascinare dagli elementi più radicali e rivoluzionari. Il discorso che fece ieri il socialista Iglesias alla Camera, e che stupì tutto il paese per la sua violenza, mostra dove vorrebbero giungere costoro. La parte più sana del paese è allarmatissima. La stampa fa dei commenti acri e prevede rovine sempre peggiori. La Lectura Dominical, la più importante rivista settimanale di Madrid (conta quarantamila abbonati) giudica severamente il contegno del governo, accusandolo di incoerenza. Dopo aver tratteggiato lo stato della questione, che chiama nuovo ingiusto inconveniente e antipatriottico conato di persecuzione del signor Canalejas, giudica che la condotta del Governo in questa faccenda non può essere né più scorretta né più assurda. Scorretta, cioè contraria alle norme della correttezza diplomatica, per aver turbato lo statu quo in materie che formano oggetto di trattative in corso; assurda perché mostra di essere sorpreso dalle giuste proteste della S. Sede, che sono state logicamente motivate dalla sua condotta. E soggiunge: Il Governo teneva due vie da seguire: o quella della tradizione spagnola di concordare cioè con la S. Sede tutti gli affari misti, di cui credeva opportuno occuparsi; ovvero quella giacobina di legiferare tanto nello spirituale quanto nel temporale da sé solo. La prima via sarebbe stata giusta, la seconda iniqua; ma tutte due avrebbero risposto ad una dottrina, ed avrebbero almeno rappresentato un procedimento leale. Invece il governo ha cercato seguire una via doppia: la cattolica o spagnola, e la cesarista o giacobina. Proclamare ad alta voce che crede di poter disporre come più gli piace sul temporale e l’eterno; minacciare pubblicamente che se la S. Sede non consente in ciò che pretende, egli basterà a sé stesso per fare ciò che gli piace per suo conto e rischio; porre in pratica questa teoria col Decreto Reale, e nel contempo negoziare con Sua Santità per conseguire la riduzione degli Ordini Religiosi. In queste condizioni non è realmente un patto che si propone, ma si cerca di imporre alla S. Sede che essa stessa sacrifichi gli Ordini Religiosi in Ispagna, ovvero che essa interponga la sua autorità per frenare i cattolici spagnuoli nella difesa che possono fare degli Istituti Religiosi. Supponiamo che la S. Sede continui le trattative e che si giunga ad un accordo per cui sia ridotto il numero degli Ordini religiosi. Certamente il Papa non consentirebbe in ciò pel desiderio di ridurre i detti Ordini, ma per conservare quelli che rimarranno. Quali garanzie però avrebb’egli per ritenere che il Governo rispetterà codesto patto nella parte favorevole alla Chiesa? Allora il Governo metterà fuori l’altra sua teoria, della sovranità dello Stato e della sua intangibilità, e – in virtù di essa – ora con una legge sulle associazioni, ora con un Decreto reale renderà nullo di fatto l’accordo. È serio ciò? L’articolista prosegue rilevando che al Governo non importa il maggiore o minor numero degli Ordini Religiosi, ma col combatterli egli intende rimuovere un grande ostacolo alla scristianizzazione della Spagna. L’assurdo del contegno governativo è che nei suoi propositi settari intende associarsi la S. Sede. «Se il signor Canalejas crede che le sue idee o compromessi politici o settari lo obbligano ad agire in tal modo; ma che allora lo faccia da solo: qui siamo noi cattolici spagnuoli decisi ad impedirglielo per quanto possiamo». L’Osservatore Romano, a sua volta, così commenta il violento discorso di Iglesias: «Il sommario resoconto del grave incidente sollevato dalle parole inqualificabili del deputato Iglesias è talmente eloquente per sé stesso da render superflua qualsiasi parola di commento. Non possiamo tuttavia lasciare senza una breve notizia il rimprovero mosso dal presidente del Consiglio al deputato socialista rinfacciandogli di aver tenuto discorsi analoghi a quello di ieri, anche fuori dal Parlamento. Il signor Canalejas conosceva dunque bene chi si fosse e quanto valesse il deputato Iglesias, quali fossero le sue idee e le sue tendenze, quale il radicalismo delle sue aspirazioni e la rettitudine della sua coscienza, anche prima che egli pronunziasse quelle parole che hanno giustificatamene sollevato l’indignazione di tutta la Camera. Come va dunque che egli consigliere della Corona e capo del Governo non ha sdegnato, non ha avuto ribrezzo di mostrarsi pubblicamente a braccetto con lui e con i suoi degni compagni, quasi che andasse con essi perfettamente d’accordo e dividesse le loro idee e le loro aspirazioni? E dopo ciò è lecito domandare dove si intende arrivare con questa condotta e in quale abisso si intenda condurre la Spagna. Il dubbio del resto non è più possibile dopo che si è visto lo stesso Governo presentare alla Camera un progetto di legge per l’abolizione del giuramento, facendo così quello che non si era mai pensato di fare anche durante il periodo rivoluzionario, ciò che non si è fatto e non si fa negli stessi Stati di cui ora si cerca di imitare le funeste imprese giacobine. Né potrebbe essere diversamente! La guerra contro la Chiesa e la religione non può mai andare disgiunta dall’eccitamento all’anarchia ed al delitto; ogni offesa arrecata all’altare nasconde sempre e dovunque un’insidia contro il trono e contro il principio d’autorità». "} {"filename":"01f29c1e-0a85-4b34-836f-b2f5df758dc2.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Ho letto l’ufficiosissimo articoletto dell’Alto Adige di mercoledì e una cosa sopra tutto mi ha colpito: il giudizio sul partito liberale, scolpito in tre eloquenti parole: scisso, apatico, inerte. Come vi pare? È come un mane, thecel, phares . Mane: ho contato i tuoi giorni e son finiti; thecel: ti ho pesato e trovato mancante; phares: ho diviso il tuo regno e l’ho dato ad altri. A dir vero sorprende un po’ che l’Alto Adige pronunci una sentenza di condanna così severa, dopoché nei giorni scorsi uscì baldanzoso in giostra, come se volesse spargere intorno a sé il terreno di cadaveri: cadaveri di clericali trentini, cadaveri di clericali spagnoli, cadaveri di clericali d’ogni razza e d’ogni nazione. Si sarebbe detto esservi in lui solo e nel seguito forza, coraggio e vittoria; ed ora eccolo lì Don Chisciotte col capo penzoloni, tutto confuso e avvilito. Il partito liberale, di cui egli voleva celebrare le gesta, di cui vantava i meriti e la vitalità, è scisso, apatico, inerte. Tutto fu una commedia, un carnevale; al cessare della rappresentazione, al cader del sipario la realtà si presenta come una quaresima magra stecchita. Il partito liberale è scisso, l’Alto Adige però non dice che fu lui, coi suoi sistemi, a scinderlo. Volle far vedere come intendesse, nel nostro cantuccio di terra, la «libera Chiesa in libero Stato» e avvicinò da sé le persone più sagge e più posate. Parlò di rospi da schiacciare, inaugurò con aria provocatoria dei busti; quando furono sporcati – ed oggi ognuno sa in che campo vivano le squadre degli untori notturni – gridò allo sfregio e proclamò la riscossa; salì infine al potere calpestando i suoi stessi consenzienti che non si sentivano di seguirne gli eccessi; promise l’era novella; ed ora si lamenta che è solo e che il partito è scisso. Non solo scisso, ma apatico e inerte. E anche questo è un merito speciale del giornale di Via Dordi. O non fu desso ch’ebbe sempre la massima cura di nutrire il partito liberale, predicando del resto il nullismo? O non fu desso che in tal modo ridusse il paese in quel florido stato che faceva temere fino della sorte nazionale di un popolo immiserito? Non fu desso che, quando altri prese in mano la pubblica cosa e le diede ben altro indirizzo, continuò a metter pali fra le ruote, criticando, travisando, calunniando? Ed ora piange. Lacrime di coccodrillo! Non rilevaste voi ieri che vuol rimediare alla scissura e ricostituire l’unità del partito sulla «base granitica» dell’anticlericalismo? Vestigia terrent. Ma ci vuol mettere anche un fiero programma nazionale. Alla buon’ora! Speriamo che non frutti eroi dell’anilina e dai prestiti forzosi. Del resto, qualche cosa ha fatto anche il partito dell’Alto Adige. È stato unito, forte, laborioso nell’indebitare la città di Trento e nel conquistarle il primato del rincaro. Pane, carne, acqua, quartieri, tutto è messo a duro contributo. Manca il vino, ma pare che si pensi anche a questo. I contribuenti possono però consolarsi colle tirate dell’Alto Adige contro gli agrari tedeschi e cechi. Già, quelli sono lontani e mentre Pantalone rivolge l’occhio attonito all’ultimo orizzonte, è più facile pulirgli le tasche senza che si accorga e strepiti. Quando si scuoterà, se non avrà quattrini, gli serviranno di pasto i frati e le monache di Spagna, e come zuccherino potrà pappolarsi tutto intero il Vaticano. Con questa scorpacciata si rimedieranno tutti i mali: si rinnoverà l’unità, l’entusiasmo e lo zelo e l’Alto Adige potrà marciare a capo di un esercito disciplinato e vigoroso alla restaurazione politico-economica-sociale dell’intero paese, sull’esempio del suo centro e della sua capitale. "} {"filename":"b8d2a99c-aebd-4e3b-8fad-b584f3b9215d.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Le lotte domestiche fra i socialisti trentini hanno portato il loro frutto : l’on. Avancini ha deposta la carica di deputato, la Commissione esecutiva politica del partito accolse le dimissioni e Trento è senza rappresentante alla Camera di Vienna. In una lettera diretta «Alla classe lavoratrice ed ai miei elettori» l’Avancini annunzia e dà le ragioni del suo atto. La sua posizione, egli dice, era divenuta «insostenibile». E perché? «Perché, da alcuni mesi a questa parte i rapporti delle organizzazioni, istituzioni ed organi esecutivi nostri, fra loro e con me, non meno che le vedute e le pratiche amministrative ora prevalenti in quegli enti e altresì, infine, l’indirizzo politico, economico e polemico dell’Avvenire del Lavoratore, organo ufficiale del partito, divergono affatto dalle direttive, la cui promessa mi determinò a suo tempo ad accettare la candidatura offertami dal partito. Ho tentata la discussione, esaurendo tutti gli argomenti ed espedienti leciti, fino a rasentare la lotta personale... Stimo ozioso d’enumerare una serie di prove di divergenze, di cui hanno nozione tutti coloro che – consenzienti o meno coll’indirizzo e coi metodi ch’io deploro – condivisero sinora meco le responsabilità del nostro movimento, imperniato prevalentemente sulle organizzazioni di classe. Tali prove impongono la constatazione del subentrato radicale distacco di intendimenti fra la buona parte degli attuali dirigenti della classe operaia di Trento ed il suo rappresentante, ed a questo incombe quindi, se altri a tempo debito non lo fa, di non frapporre indugio e mettere in evidenza l’incompatibilità del rapporto per trarne le conseguenze». In altre parole: Avancini non è più d’accordo con l’Avvenire del Lavoratore, colla Camera del Lavoro e col rispettivo segretariato; quindi dopo lunghi e inutili tentativi di conciliazione, ha sbarazzato il campo e deposto il mandato. Il Popolo, esprimendo il suo dispiacere per l’avvenuto, ha una frase che designa più da vicino la natura del dissidio. Essa dice: «Innegabilmente, in buona parte dei dirigenti di questa classe (operaia, organizzata nella Camera del Lavoro) prevale oggi un indirizzo non consono a quello del deputato Avancini, un indirizzo che diverge dai metodi e dai criteri del socialismo e si ispira al sindacalismo. Di qui la impossibilità di una valida cooperazione...». Curioso, non è vero? Questo fenomeno del deputato della città di Trento, proclamato dal popolo, appoggiato – per anticlericalismo settario – dall’Alto Adige, ed oggi messo alla porta dalla Camera del Lavoro, sovvenzionata dal municipio della città. Il fatto può dare e darà origine alle più svariate considerazioni e ai più opposti commenti. Pensate: una non troppo rispettata associazione operaia e un giornaletto settimanale che lotta colla fame e colla morte, i quali decidono del mandato politico di Trento; un’istituzione, aiutata dal Municipio coi soldi di tutti i contribuenti, che si fa focolare di sindacalismo; un cosiddetto giornale socialista quotidiano che pretese un tempo di comandare al Trentino ed oggi deve abbassare le vele dinanzi al Barni, ultimo venuto dopo altri ed altri che istillarono negli operai i sentimenti più ribelli e più disperati; Il Popolo che insegna anche oggi ai liberali il metodo di adulterare la rappresentanza proporzionale, per mantenere il dominio di parte e nello stesso tempo vede sfuggire al suo amico Avancini un mandato che costò tanti sudori; i cosiddetti democratici che volentieri civettano con i socialisti ed oggi sono forse tentati di godere che il sussidio municipale abbia contribuito a redimere Trento da un rappresentante di cui essi stessi – passata l’orgia dei 24 maggio 1907 – andavano tutt’altro che superbi... Non si sa che cosa prevalga: se la tragedia o la commedia in tutto questo pasticcio, dove una sola è la logica degli avvicinamenti, dei connubi, delle corna, dei divorzi, dei riavvicinamenti, degli intrighi, e di tutte le loro contraddizioni e vergogne: lo spirito anticlericale che accomuna quanti avversano il popolo cattolico trentino che ben più vantaggiosamente e ben più decorosamente di Trento seppe provvedere alla sua rappresentanza nei pubblici corpi legislativi! Ma gioverà conoscere un po’ più da vicino questo partito «sindacalista» che rovesciò l’Avancini, e che spinse gli operai ad un acceso socialismo, mentre Il Popolo ogni dì più s’imborghesiva. Ecco qui uno spicilegio degli ultimi numeri dell’Avvenire del Lavoratore, l’organo autentico della Camera del Lavoro degli operai ad essa ascritti. Nel numero del 16 giugno esso recava un articolo di fondo intitolato «L’università italiana» . Eccone i punti principali, cui altra volta facemmo cenno: «Ma ce la portino dove vogliono: a Pelagosa, ad Aquileia, a Trieste, a Trento, all’inferno...! La questione universitaria è questione di ciarle. Quale utile può dare l’università italiana, prima che altre e ben più importanti conquiste civili siano compiute?... Senza incertezze: nessuno! Perciò per quanto la si gonfi e la si esalti, la questione universitaria è e resterà per noi una questione ciarlatanesca fatta ad uso e consumo dei partiti nazionalisti e clericali ed anche socialisti, che impotenti a portate sul terreno con forza e vigoria la questione delle autonomie nazionali – certo per paura – vi rifuggono portando a gran colpi di grancassa una questione di piccolissimo valore che avrà l’utile di accontentare chi aspetta e di lasciare correre sotto i ponti la molta acqua di Lete e con essa la supina bestiale rassegnazione di un popolo». E nel numero dei 30 giugno, ritornando sull’argomento, in un dialogo fra Bepi e Toni , accusava i socialisti che «i s’à assadi tirar intorno anca lori come i altri»; diceva che i deputati hanno l’unica occupazione «de far le so brave partidote a briscola» e proseguiva: «Toni e l’Avancini? Beppi l’Avancini... al fa el quart col l’altra compagnia del Pitoni, el Scabar e l’Oliva. Toni – E allora? Beppi – Allora – te sarà do zoghi empiantadi... Oste! porteghe lì da bever a quei matei! Toni Te gai voia de scherzar! Beppi Se scherzén noi altri, loro i fa dal bon; te saludo che gò da nar! Toni – Ciao». Non c’è male, ah! Il giornale della Camera del Lavoro trattava per bene il deputato di Trento e finì col metterlo alla porta. Ai 7 luglio , sempre sullo stesso argomento, accusava il partito socialista di essere «diventato per buona parte legalitario quando non è monarchico come quello di Ferri o imperial-reale come quello di Pernerstorfer»; per la qual cosa «bisogna ribellarsi a questa sua corruzione crescente»; e replicando a un tale firmato Uno che prometteva uscirebbero dalla facoltà giuridica anche dei giovani socialisti, diceva chiaro e tondo: «Lasci stare i cervelli da sbocciare il mio Uno ché di borghesi siam già stufi. Se ci saranno, ci saranno, se non ci saranno ne faremo senza. Il proletario ha già troppi pastori per doversene creare degli altri e... se per altro non dovesse ripudiare l’Università, solo per questo dovrebbe ripudiarla. E socialismo non deve essere opera di transfuga della borghesia, deve essere opera operaia e questa è la questione di principio capitale. L’opportunismo trae Uno a desiderare i prodotti universitari, l’esperienza trae noi a respingerli ed i principii del socialismo soprattutto ce lo impongono». Ai 21 luglio – dopo aggiornata la Camera – l’Avvenire dava la berta ai deputati socialisti per il proclama da loro pubblicato e nel quale davano ai deputati ostruzionisti e borghesi la colpa della sospesa attività parlamentare. «I socialisti – diceva l’articolo – dovrebbero prendere un atteggiamento... perfettamente socialistico-rivoluzionario...; la loro forza è fuori del parlamento, la forza sta nel proletariato» . Contemporaneamente il foglio settimanale della sussidiata Camera del Lavoro, spargeva lacrime su Liabeufe, sul Bresci , e in occasione del processo Colpi , rinfacciando all’Alto Adige di non prendersi cura di quello che fu l’onore prima ed è oggi la lordura del partito liberale, difendeva invece il Berti e la professione di anarchico internazionalista. L’Avvenire lamentava ancora che la «degenerazione socialista è diventata abitudine» e reclamava la più ampia libertà contro i suoi avversari che – a quanto si capisce – lo accusavano a Vienna di sorpassare certi limiti. Andate a farvi frati! egli ringhiava. A Vienna però sembra che il sindacalismo dell’Avvenire fosse trovato troppo feroce e i signori di là fuori pensarono a rimediarvi colla cura della fame. Fu stabilito che due organizzazioni professionali mandassero i loro «comunicati» e i loro contributi non più all’Avvenire ma ad altro giornale socialista e con ciò l’Avvenire – come riferimmo lunedì – fu ridotto a gridare: Salviamoci! Il Barni si vede assottigliata la paga e con ciò non è ancora assicurata l’esistenza dell’Avvenire. Ma viene il contraccolpo. Dopo lunga lotta, in cui in brevi accenni dell’Avvenire si capì solo che l’Avancini era messo in scacco dal Barni, oggi l’Avancini dà le dimissioni e Trento è senza deputato nel momento in cui è sul tappeto una delle più gravi questioni nazionali. L’Avvenire dei 4 agosto, lagnandosi delle restrizioni che gli si volevano imporre, annunziava: «questa libertà ci teniamo pronti a difenderla con tutti i mezzi, quando la settaria intolleranza socialista volesse colpirci! Avvertimento a chi si deve!» . E tenne parola e compì la sua vendetta. La biscia ha morso il ciarlatano. Quali che siano i sentimenti con cui le varie parti accoglieranno le dimissioni dell’Avancini, una cosa rimane ed è questa: Sotto l’egida del socialismo, col favore dei democratici e cogli aiuti pecuniari del municipio, s’è installato in Trento un nido di rivoluzionari che perfino ai socialisti sembrano troppo avanzati o almeno troppo imprudenti. L’elezione del deputato socialista nel 1907 e le sue dimissioni di oggi sono due macchie che disonorano quel partito che pretese di assumersi le redini e il governo della capitale del Trentino. "} {"filename":"7b1fe3c6-10bb-42c5-8ec7-efb2edf6388c.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"I dominatori ci vedono oramai spuntare alla svolta di via Bellenzani. Serra, serra! Urla l’Alto Adige. E tutti gli agitatoti del grande partito radicale corrono ad appuntellare i battenti municipali. Guai se c’entrassero i «clericali». Fuori! fuori, via la canaglia! E perché stiamo giù a protestare e gridiamo che vogliamo il nostro buon diritto, ci lanciano impertinenze, fanno i versacci ed infine ci rovesciano addosso una sassaiola. Sassi ai clericali, botte al «gregge cattolico» (vedi Alto Adige di ieri sera). Ma perché, potrebbero chiedere gli ingenui? Che ragione c’è di trattare a questo modo? Intanto a vedere codesta folla o «gregge» che la vogliate gentilmente chiamare, non la si direbbe una quantità trascurabile. Nell’elezione del deputato di Trento erano un migliaio, più di tutto il vostro partito assieme. Ora, come pretendete di governare voi la città, a talento vostro, e gli altri che si lascino governare o sgovernare secondo che capita? Tutta questa gente compra la luce ed il calore, al prezzo stabilito dal partito liberale-democratico, e deve adattarsi in silenzio, e non può nemmeno far sentire le sue ragioni là dove se ne può tener conto. Il partito radicale monopolizzatore dei servizi pubblici detta il prezzo del mercato, gli altri devono chinare il capo, pagare e star zitti, anche se i servizi municipali di Trento sono fra i carissimi che si trovino e in Austria e in Italia. Paga popolo! Il partito radicale, ossia il «partito dei meno», ci stabilisce anche il prezzo dell’acqua, e gli altri debbono berla, come viene, e dobbiamo pagarla al prezzo stabilito da lor signori senza poter controllar quanto costi di fatto al Municipio, quanti denari ricavi, e se sia proprio vero che la regia dell’acquedotto è costata ventimila corone di spese generali. Bevi, «gregge cattolico», e buon pro ti faccia! Ah, non t’accomoda, non ti va tutto questo; osi rumoreggiare, protestare? Ebbene, i puntelli alle porte e giù sassate alla canaglia! Suffragio universale, riforma proporzionale? Sfacciati! Chiudete loro sul muso i battenti dei privilegi elettorali, tenete sodo al sistema elettorale-catenaccio, e si arrangino di fuori! Al vedere tutto codesto armeggio, a sentire enorme fracasso, qualche altro ingenuo che venisse dalla Patagonia, potrebbe forse chiedere se codesti «clericali» che si vuol condannare a fare da Iloti, siano in arretrato colle tasse o godano speciali favori. Ma dovrebbe venire proprio dalla Patagonia, perché invece qui e nei paesi finitimi tutti sanno che i cittadini di Trento pagano le tasse più alte di tutte le altre città, tutti sanno che i popolari, proprio loro hanno costituito in città diversi istituti che versano alle casse municipali fior di quattrini; anche i «clericali» pagano il 250% sull’imposta fondiaria che rende 30.000 corone, il 250% sull’industria da cui si ricavano 63.000 corone, il 300% sull’imprese pubbliche che ha un gettito di 125.000 corone, anche i clericali pagano il 30% per casatico che rende 167.000 corone, il 100% sul dazio consumo vino con 25.000 corone. Anche il «gregge cattolico» infine consuma quel pane da cui il Municipio ossia il partito liberale radicale prese 215.000 corone annue, ed anche i clericali infine mangiano quella carne sulla quale l’amministrazione municipale si prende la tangente di 72.000 corone! Ma forse, obietterà ancora l’ingenuo – e qui incominciamo a credere che oltre che dalla Patagonia venga anche dall’Alto Adige – ora in Municipio non c’è niente di nuovo, le cose hanno preso il loro assetto definitivo: si tratta di tirare innanzi la carretta alla buona come facevano i vostri buoni padri e tutti contenti! Bravo! e fingete di non sapere che il Municipio ha in corso lavori per parecchie centinaia di migliaia di lire, che non si vede chiaro ancora nell’impianto elettrico, che deve ammortizzare 14 milioni di debiti e che incombe ai cittadini la tassa sui quartieri oltre 70.000 corone almeno; la quale tassa non è ancora introdotta solo perché le autorità di sorveglianza condividono le preoccupazioni della minoranza. Ah codesta minoranza, demagoga, ipocrita, commediante! grida l’Alto Adige. Ricordate il perché? Perché queste tre persone sole e nuove al meccanismo municipale, hanno osato prendere il toro per le corna, perché, a differenza di molti altri consiglieri hanno studiato il bilancio preventivo posta per posta, compulsata cifra a cifra ed hanno chiesto il cur, quomodo, quando. Perché non si sono limitati a gridare «abbasso le tasse» ed a dire «arrangiatevi» ma hanno proposto dei criteri e delle modificazioni, applicando le quali si potevano evitare le tasse odiose e antidemocratiche o protrarre almeno, per guadagnar tempo ed intanto provvedere ad altri modi di finanziare le spese, le quali, bene o male sono un fatto compiuto. E le ragioni della minoranza erano tanto serie e tanto fondate (ricordatelo signori dell’Alto Adige) che la Giunta stessa delle «preventivate necessità» secondo voi, lasciò cadere 67.000 corone che in ventiquattr’ore parvero meno «indispensabilmente necessarie», e che l’oratore della maggioranza ammise in pieno consiglio non sussistere in vero la necessità, ma la convenienza per la presente o futura elasticità del bilancio. E qui, fra parentesi, prendete a cognizione, signori dell’Alto Adige come il medesimo oratore della maggioranza dichiarò che molte proposte della minoranza sarebbero state accolte, se fossero state presentate prima, prima cioè che la maggioranza lavorasse per partito preso. Questa è storia che per fortuna non potete né smentire né storpiare. Ne è testimone buona parte della cittadinanza. Voi gridate oggi: Accorri uomo, ed intimate a tutti i «liberali sinceri» di mettersi sull’attenti: «Si prestino dunque i nostri a parare il colpo: ed i liberali sinceri si ricordino, che caduta una volta in mano dei clericali la città di Trento, ben difficilmente il nostro partito potrà in seguito risollevare il capo» (Alto Adige, 29-30 settembre 1910). Ma forse per i minori danni del liberalismo e per forza della sincerità ci saranno a Trento dei cittadini i quali pensano che l’amministrazione di Trento non può essere questione di monopolio politico, forse riterranno che accanto a ventisei di un solo colore che siedono già in Municipio, non sarà male che siedano anche quattro persone, le quali hanno il sacrosanto diritto di difendere e propugnare gli interessi di un terzo dei cittadini esclusi ora per le ingiuste barriere del voto, e ci sarà forse chi anche osi ritenere come la Lega democratica non ha proprio attuato luminosamente il suo programma, da meritare l’assoluto e incontrollato dominio anche per l’avvenire. Comunque, noi entriamo tranquillamente nella lotta senza titubanze e senza illusioni, come chi va a compiere un dovere né facile, né gradito. Quello che importa è che la nostra scheda uscendo dall’urna diventi protesta contro l’ingiusto e l’ingiustificato assoluto dominio di un partito nell’amministrare coi danari di tutti, protesta contro i sistemi stessi d’amministrazione, affermazione e monito che fuori delle mura cinesi della Lega democratica c’è una folla che vede, nota e giudica e – oggi o domani – saprà conquistare i propri diritti. Al grido di «fuori i clericali», noi opponiamo il motto: «Equità e giustizia per tutti!». "} {"filename":"eab2ff4f-c97f-4f7c-b29f-91d41342343e.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Il successo di ieri fu soprattutto un atto di ribellione . Da mezzo secolo un partito politico governa la città con criteri ed uomini suoi. Municipale e liberale divennero due sinonimi e due concetti congruenti, tanto che non può recare meraviglia se qualche impiegato del Comune si credette ai servigi del partito liberale e qualche guardia si avvezzò a considerare i corifei liberali come «i signori superiori», tout court. Quando la Lega Democratica, scuotendosi d’attorno i moderati ed i vecchi, inaugurò il regime «dei giovani liberali» avviando il Comune sulla via larga delle municipalizzazioni, ebbe fra le prime preoccupazioni non di attirare nella sfera comunale la collaborazione di tutti, ma di rizzare in Municipio nuove casematte, di appuntare più grossi cannoni per renderlo rocca inespugnabile del loro dominio politico e d’interessi. Il nemico era il «clericalismo» e, per tenerlo alla larga, si chiamarono nella rocca i giannizzeri del socialismo borghese i quali poterono sembrare, e furono per i democratici, i migliori arnesi di dominio, perché le frasi roboanti della loro demagogia nascondevano così bene la miseria della democrazia radicale e l’anticlericalismo distoglieva la cittadinanza dall’osservare, discutere e controllare gli affari del Comune. Dall’alto di questa rocca i democratici dominarono senza contrasti, molestati appena da qualche scaramuccia che veniva respinta colle solite armi: anticlericalismo e accusa di mancante nazionalismo. E tanta era la loro iattanza, che colsero ogni occasione di farci sentire il loro governo, imponendoci continue umiliazioni, trattandoci da cittadini di secondo grado, preferendoci a qualunque marmaglia. Noi eravamo i nemici che conveniva schiacciare ad ogni costo; e poco valse richiamarsi al civis tridentinus sum. Eravamo «clericali», e tanto basta. Loro gli ottimati dell’urbe, noi, come scrisse già l’Alto Adige, i villani inurbati. Vi furono invero negli ultimi tempi uomini, seguaci della idea liberale, che per accortezza o per equanimità, abbandonarono e non seguirono sempre le vie della prepotenza. Così in certe occasioni si disse almeno, ma non si attuò qualche concetto di pace. Recentemente poi, alcuni signori del primo corpo, preoccupati dell’incontrollata ed indiscussa gestione comunale, e ritenendo doverosa e proficua una rappresentanza delle minoranze, raccolsero i loro voti su nostri candidati. Questi uomini agivano non solo equamente, ma anche prudentemente, togliendo così per conto loro e nel loro ambito elettorale il veleno che inacerbiva la lotta e ci spingeva all’opposizione. Non l’avessero mai fatto! Un’ondata di rimproveri e d’ingiurie li avvolse: furono bollati come traditori del partito e d’un tratto da nazionalissimi, si ribattezzarono per governativi. Alcuni signori vennero costretti a dimettersi, l’intolleranza e la prepotenza vinsero su ogni giusta considerazione. L’Alto Adige che si era dichiarato sulle generali per la rappresentanza proporzionale, tuonò contro chi, almeno parzialmente, la volle attuare e predisse che infine dei tre popolari non si avrebbe paura. Invero, venuta la discussione sul preventivo comunale, non giovò alla minoranza né lo studio, né la validità delle prove, né gli argomenti delle cifre. Le nostre proposte vennero seppellite ad una ad una senza discussione al cenno di chi sapeva di avere una maggioranza sicura ed ultrapotente. La democrazia si muoveva dal basso in alto come una gualchiera per dirci semplicemente: le vostre ragioni saranno buone, ma noi siamo la maggioranza ed abbiamo deciso diversamente. I giannizzeri del Popolo sghignazzavano per la contentezza. Non bastava! Il consiglio comunale decideva ad unanimità che si compilasse un progetto di riforma elettorale, secondo i criteri della rappresentanza proporzionale. Ma poi il partito s’impose e comandò diversamente, e ci si disse chiaro che si voleva una riforma che salvasse ad ogni modo una maggioranza sicura. Il peggio venne però a campagna elettorale aperta. Vi entrammo senza entusiasmo e troppe speranze, ed era in noi da principio la titubanza di chi sa di non poter combattere in campo aperto spiegando tutte le forze, ma di dover attaccare il nemico dentro la cinta delle sue mura, lasciando fuori la maggior parte dei nostri. Ma l’intolleranza, la prepotenza degli avversari ci spinse alla lotta e creò per reazione l’entusiasmo; quando vedemmo il partito nazionale-liberale contenderci tutti i mandati, in tutti i corpi fino ad uno, quando vedemmo persone moderate alle quali altra volta per il progresso della città abbiamo offerto il nostro appoggio, unirsi a chi ci negava il nostro buon diritto, allora ci sentimmo soli, ma nella solitudine la nostra causa ingigantiva: la lotta era per l’equità e per i diritti di tutti contro l’ingiustizia ed il monopolio di un partito. L’Alto Adige scherniva dall’alto del castellaccio ed ai nostri artigiani, agli operai, ai piccoli industriali, ai contadini che aspettano da anni una loro rappresentanza in Comune, si rispondeva semplicemente: austriacanti, antinazionali, clericali; fuori, fuori, voi non siete cittadini; per voi non c’è che il diritto di pagare. Il diritto di possedere il Municipio e di sfruttare la patria come un poderetto è monopolio intangibile degli aderenti del partito nazionale-liberale. Questo scherno l’abbiamo sentito fino in fondo all’anima; dopo tali provocazioni non vi furono più titubanze, e ieri la battaglia s’impegnò con entusiasmo. E vincemmo nonostante le barriere del voto e tutte le schermaglie del presidio della cittadella coi suoi capitani e colle sue guardie, nonostante corressero ai ripari i liberali di tutte le gradazioni, nonostante il soccorso dei socialisti borghesi. Non valse all’Alto Adige il solito argomento che da dieci anni ripete come fanfara di guerra, una poesiuzza non sappiamo di chi, pubblicata su di un settimanale, non valsero le solite squalificazioni in patriottismo. La breccia è aperta. Ed ora che faremo? Né più né meno di quanto abbiamo proclamato in tutta la campagna: rappresentare equamente gli interessi di tutti e propugnare una riforma elettorale equa, proporzionata agli interessi ed alle energie buone e fattive della città. Ecco le nostre velleità di conquista e di dominio. Vogliamo sperare che almeno in tale riguardo la lezione serva anche ai signori municipali. Ora che il principio di maggioranza si è vendicato così terribilmente di loro, comprenderanno più facilmente l’equità della proporzionale. La vittoria conferma la verità di quanto abbiamo affermato al principio della nostra campagna per la riforma elettorale. La rappresentanza proporzionale, o dominatori, s’impone anche ai liberali, e verrà o con voi o contro di voi! "} {"filename":"b3d949de-3f48-466d-90b1-e5bfa2ae32c4.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"«Gli elettori hanno però oggi in mano argomenti che provano loro quanto valore abbiano i fuochi di paglia dei clericali, i quali hanno aggiunto un nuovo anno ai parecchi che già conta la loro proposta d’un migliore e più moderno regolamento elettorale (provinciale)». (Alto Adige, 16-17 nov 1910). Con queste parole l’Alto Adige riassumeva giorni fa il suo pensiero e accusava i cristiano sociali tedeschi e i popolari italiani di avere nuovamente frustrata la riforma del regolamento elettorale della Provincia. Con quanta ragione, può giudicarlo chiunque lesse il discorso sul bilancio dell’on. Gentilini, il quale – senza trovare contraddizione – espose le cose come veramente stanno; e tale giudizio non potrà che venire confermato dalle relazioni apparse a suo tempo nella stampa sulle sedute della commissione per la riforma elettorale. La riforma elettorale nell’ultima sessione dietale Ma l’Alto Adige specula sulla corta memoria dei suoi lettori e ha grande fiducia nel gioco dei bussolotti. Per quanto i conti siano sbagliati, non sarà male cogliere l’occasione di mettere un’altra volta in luce la questione e mostrare al pubblico donde vengano gli impedimenti. La commissione elettorale nelle sedute dell’ultima tornata dietale decise che fossero ridotti alla metà i mandati del grande possesso ecclesiastico e del grande possesso fondiario, che fosse abolita la curia del censo e che in suo luogo subentrasse una curia popolare nella quale dovevano avere diritto di voto tutti i censiti e tutti quelli che, pur non pagando alcuna imposta diretta vantassero la dimora di tre anni in un comune della provincia. Qui fu dove scoppiarono le difficoltà . Dapprincipio i rappresentanti dei tedeschi nazionali e dei conservatori avevano dichiarato di essere, per conto loro, d’accordo coll’abolizione della curia del censo e coll’introduzione di una nuova curia popolare; solo riguardo alla dimora il mandatario dei tedeschi nazionali, il d.r Wenin, vicepodestà di Innsbruck, dichiarò, insieme cogli italiani, di volere un termine più breve. Il voto fu però soltanto personale. Il d.r Wenin, l’ab. Zeicher, e il de Pretz si riservarono di interrogare in proposito i loro clubs e di dare in seguito la risposta definitiva. La discussione e la deliberazione dei clubs mutò improvvisamente e radicalmente scena. Mentre ai 14 ottobre tedeschi conservatori e tedeschi nazionali avevano rilevato i lati buoni della proposta accennata e vi avevano data la loro adesione, ai 18 dello stesso mese, dopo essersi affiliati coi loro colleghi, la fecero a brani e la respinsero con raccapriccio ed orrore. Ai tedeschi conservatori e nazionali si aggiunge il rappresentante dei liberali italiani, d.r Stefenelli, che dichiarò non poter egli acconsentire all’abolizione dei privilegi del censo, non venendo aboliti anche quelli del gran possesso . Egli aggiunse però dell’altro, riuscendo così a trovarsi in perfetta armonia col blocco tedesco conservatore liberale e rivelando il vero motivo dell’opposizione alla curia popolare, come già avevano manifestato Zeicher e Wenin. I liberali confessano di essere minoranza anche nella città Quale è desso? È detto in poche parole. Non si vuole che nei luoghi più grossi i cosiddetti rappresentanti del censo e della cultura vengano sopraffatti dai non censiti. In modo speciale i liberali tedeschi, che di ciò non fecero alcun mistero, non vogliono perdere la rappresentanza di Innsbruck alla Dieta, come già l’hanno perduta al Parlamento; e temono che, quand’anche il diritto di voto venga limitato per i non censiti a quelli soltanto che dimorano in un comune almeno da tre anni, tuttavia ciò basti per mettere i liberali delle città in minoranza ed escluderli dall’assemblea provinciale. A tanto siamo giunti dopo tante pretese e dopo tanta boria dei liberali che intendono – a Innsbruck e altrove – di spadroneggiare, nei municipi maggiori! Siamo giunti al punto ch’essi stessi confessano di essere una minoranza che si mantiene al potere con vecchi e ristretti sistemi elettorali, ultimo scudo, estrema risorsa rimasta contro l’incalzante onda popolare; e confessano di essere una minoranza non solo di fronte a tutta la massa dei cittadini, ma perfino di fronte al numero che rimane dopo aver escluso dal voto tutti quanti non risiedono nel comune almeno da tre anni! Non è vero che questi boriosi signorotti, avvezzi a sputare sentenze e calpestare dalle colonne del loro foglio tutti quei poveri mortali che non la pensano a modo loro; non è vero che questi boriosi signorotti potrebbero disporsi più modestamente e riconoscere che è passato il tempo che Berta filava? Ma tant’è: essi non sanno rassegnarsi a riconoscere che il mondo va innanzi; non sanno rassegnarsi a credere che oggi giorno non si può più parlare a nome del popolo nel momento stesso in cui si esclude il popolo dal diritto di voto o lo si considera come qualcosa di inferiore e trascurabile. Benché da ricchi despoti siano diventati poveri pezzenti, tuttavia hanno tutta l’alterigia del mendicante spagnuolo che chiede l’elemosina col sussiego e la posa di chi pretende il suo... Quando si dice le illusioni ottiche!... Non si voleva però creare un casus belli che avrebbe mandata la riforma a rotoli; e quindi – visto che il suffragio liberale è la morte dei liberali, i quali solo per figura retorica parlano a nome del popolo e del paese – si avanzò da parte dei cristiano sociali, l’idea di creare nelle città una curia privilegiata del censo, composta dagli elettori del primo e secondo corpo comunale, oppure d’introdurre nelle curie popolari cittadine la rappresentanza proporzionale. L’appetito dei liberali: città e campagna Ma anche con ciò i liberali non si dichiararono contenti. Essi non volevano una rappresentanza proporzionale; volevano il privilegio, e si richiamavano, a tale scopo, alle grosse imposte che pagano le città allo Stato e alla Provincia. Sempre democratici, non è vero? questi signori! I cristiano sociali rispondevano: che gran parte delle imposte che figurano a nome della città, sono pagate dalle ferrovie, dalle banche e dalle casse di risparmio che ivi hanno la sede. Or non è vero che i cittadini non sono né in tutto, né nella massima parte i cittadini? E non è vero che i depositi delle casse di risparmio provengono per grandi importi dalla campagna, mentre invece gli utili netti affluiscono alle casse municipali? E non è vero che le banche hanno nella campagna una fortissima clientela? Perché la sede delle ferrovie e degli istituti di credito è nelle città, non vuol già dire che i loro affari provengano né esclusivamente né prevalentemente dalle stesse; ed è anche per quella parte di operazioni che tocca ai cittadini in ragione del commercio e dell’industria per le imposte che commercio e industria versano alle casse pubbliche, c’è ancor molto da discorrere. E infatti è ben vero che secondo il podestà di Innsbruck (grosso negoziante di panni e proprietario d’un albergo) i contadini non sono consumatori, ma soltanto produttori; è ben vero che secondo lo stesso podestà, i contadini pesano sulle città e sulla provincia come un passivo; ma altro sono le chiacchiere dei liberali, tronfi di se stessi, altro sono i fatti positivi e reali. Giacché se i contadini e in genere la campagna non dovessero ritirare dai centri tanti cibi, tante stoffe e tanti strumenti di lavoro, come vivrebbero i grossisti nelle città? Disse molto bene alla Dieta un contadino tedesco, rispondendo all’on. Greil: «Signor podestà, che farebbe il negoziante di panni senza la clientela campagnola?». E il Greil intese bene la lezione e nella palinodia che cantò ventiquattr’ore dopo ch’era uscito in battaglia coll’aria di ammazzasette e fracassamondo, mitigò, non senza impaccio, la sue fanfaronate. E a ragione, poiché se la campagna è il più forte cliente ordinario delle città, essa con ciò viene a pagare una bella proporzione delle imposte cittadine, essendo risaputo anche dai sordi e dai ciechi che il commercio e l’industria riversano le loro tasse sugli avventori, rincarendo i prezzi: cosa che l’agricoltura ben di rado è in grado d’imitare. Che se le città si appellano ai guadagni che ritraggono dal concorso dei forestieri dall’estero, questo, come dice il nome, è un provento che capita precisamente dal di fuori e che viene loro procurato dalle attrattive della campagna, giacché non pare che le cime incantevoli, le folte boscaglie, le cascate meravigliose, le nevi perpetue alberghino nella cinta delle città. C’è dunque da fare una bella tara ai colleghi, anzi a se stessi, poiché naturalmente l’elogio delle città in loro bocca finisce sempre così: «Noi siamo il fior fiore di questi luoghi fortunati; noi il censo, noi la coltura, noi il progresso: dunque tocca a noi un privilegio nel regolamento elettorale»! Nella pretesa di questo privilegio – designato più volte da loro stessi con tale nome nudo e crudo – i tedeschi liberali si incocciarono tanto da chiedere per le città e per il loro partito un aumento considerevole di voti; tanto in senso assoluto quanto in senso relativo. L’arenamento della riforma. I socialisti tedeschi contro i tedeschi nazionali E qui fu dove arenarono le sedute per la riforma elettorale. Già da parecchi giorni la questione fra cristiano sociali e tedeschi liberali formava l’oggetto principale dei discorsi nei corridoi e nei privati convegni e teneva sottosopra gli animi e produceva l’ostruzione dei tedeschi liberali nella commissione del bilancio. L’on Gentili, affiatatosi colle parti interessate, credette bene di porre fine a tale stato di cose, invitando la commissione elettorale ad affrontare apertamente la questione. Allora i tedeschi liberali chiesero che si lasciasse tempo ai partiti per intendersi, e così fu fatto, sospendendo le sedute della commissione. Il risultato delle trattative fu che i partiti si allontanarono ancor più. I tedeschi liberali chiesero in iscritto un numero esorbitante di rappresentanti delle città, tanto da ridurre i rappresentanti della campagna a un valore minore del presente; i cristiano sociali risposero in piena Dieta che la campagna non solo non rinunzia ad avere la metà dei mandati dietali come al presente, ma che vuole migliorare la sua posizione, acquistando le metà più due; e così fallì un’altra volta il tentativo della riforma elettorale provinciale. I cristiano sociali – forti nell’aver sostenuto un suffragio popolare contro il privilegio – convocarono a Innsbruck un grande comizio pubblico, al quale intervennero numerosi anche i socialisti, e l’effetto fu che questi dichiararono che la prossima volta non avrebbero più fatta la dimostrazione per la riforma elettorale dinanzi al palazzo della Dieta, ma un poco più in giù, dinanzi al Municipio, dove comandano i liberali tedeschi in grazia d’uno statuto che affida l’amministrazione cittadina a chi raggiunge nei tre corpi comunali la semplice maggioranza relativa. Come si vede, lo scoglio della riforma elettorale provinciale, è la lotta fra le città e la campagna, lotta che nei tedeschi ha raggiunto un’acutezza da noi affatto sconosciuta. La lotta fu rinfocolata dal Greil col suo discorso sul bilancio; discorso nel quale il rappresentante e podestà di Innsbruck trattò la campagna da sfruttatrice delle città e la accusò di gravare sul bilancio, mangiandosi le entrate che vengono dalle città. Prescindendo dalla falsità e irragionevolezza di tali accuse, esse non contribuirono certo a pacificare gli animi. I rappresentanti dei comuni rurali tedeschi si dimostrarono irritatissimi delle spavalderie e delle offese del podestà di Innsbruck e non le dimenticheranno facilmente. La questione del Trentino. Il gioco dei liberali italiani Per ciò che riguarda il Trentino, le cose stanno diversamente. L’on. Bertolini, nel discorso sul bilancio, rilevò che non sarà impresa difficile l’accordo fra città e campagne nel nostro paese; e da ciò non vi è che da prendere grata notizia. Egli trasse però argomento dalle difficoltà della riforma elettorale provinciale, per giustificare il ritardo della riforma elettorale nelle città. La Dieta, egli disse, è come una madre: le città sono come i figliuoli e non sta bene che i figliuoli vogliano precedere la madre e andarle innanzi. «Quanta modestia!» interruppe un deputato popolare. Stando alle dichiarazioni dell’on. Bertolini i cittadini di Trento dovrebbero dunque aspettare un bel po’, prima di salutare un regolamento elettorale che riduca i privilegi della minoranza liberale e dia il voto a chi finora non ha altro diritto che di pagare imposte esorbitanti. I cittadini di Trento, sì aspramente e provocatamente torteggiati, dovrebbero aspettare che finisca la lotta tra i tedeschi nazionali e i cristianosociali, prima di veder riconosciuto il diritto ad amministrare i loro denari e la loro città. Stridente ingiustizia! L’ingiustizia diventa tanto più stridente, inquantoché il regolamento elettorale provinciale assicura anche adesso una rappresentanza nella Dieta alle minoranze liberali che – benché minoranze – governano e sgovernano i municipi; mentre i regolamenti elettorali delle città con proprio statuto non assicurano alle cosidette minoranze – che sono tali solo per le restrizioni del diritto di voto – nessuna rappresentanza. Ma così la va in questo basso mondo. Dove sono legalmente e realmente la minoranza, i liberali strepitano per avere un maggior numero di mandati; dove sono legalmente – cioè secondo l’ingiusta legge presente – ma non realmente la maggioranza puntellata da antiquati ed odiosi privilegi, ivi i liberali non vogliono cedere e approfittano delle beghe fra tedeschi per negare il voto e il mandato ai loro connazionali. Tutto ciò per amore alla patria terra e ai loro fratelli, che desiderano stretti in un fascio a promuovere il bene comune! Non è vero? E all’ingiustizia si aggiunge magari la calunnia e lo scherno, accusando gli altri del proprio giuoco, cioè di un doppio peso e di una doppia misura! Eh; se il pubblico fosse ancora così minchione! "} {"filename":"599b1a4d-f068-480c-aa55-d1f17b2f27d1.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Intorno all’affare Colpi è nata subito la leggenda. Giornali amici ed avversari contribuirono fin sull’inizio a creare gli errori di prospettiva che divennero poi per varie circostanze sempre più gravi e decisivi. Ad incominciare da un grande giornale di Milano che stampava essere il Colpi «uno degli elementi più attivi e vivaci del partito nazionale liberale» fino alla requisitoria del pubblico ministero viennese, che proclamava di tirare i suoi colpi contro un organizzatore di varie cospirazioni e di pericolosi moti rivoluzionari è tutto un succedersi di linee, d’ombre e di luci che ingigantiscono la figura del delinquente e gli danno delle proporzioni fantastiche. E come le linee che si perdono nell’ombra creano al riguardante un’immagine indefinitamente più grande della realtà, così il romanzesco mistero che avvolse gli atti delle autorità inquirenti aumentò ancora più la distanza che passava tra la modesta realtà ed il concetto che di essa potevano o dovevano farsi i meno iniziati. Il pensionamento di un generale e di un colonnello a Trento, le gravi preoccupazioni espresse da uomini politici perfino dal presidente dei ministri sembravano fatti sufficienti per giustificare questa errata visione delle cose. Non è però del carattere e della gravità del delitto, per il quale venne condannato il Colpi che intendiamo occuparci: ci mancherebbero i più sicuri elementi di giudizio, sui quali si svolse il processo a porte chiuse. C’interessa piuttosto lo sfondo politico innanzi al quale si muovono ed agiscono accusati ed accusatori. Esso venne determinato con una parola assai semplice e per i semplicisti parve avere davvero valore di determinazione: l’irredentismo. In realtà però questa parola non precisa niente e non offrì nemmeno ai contraddittori una base meno incerta di discussione. Abbiamo invece ancora una volta dovuto sentirci ripetere che qualche funzionario dello stato classifica per irredentismo ogni sentimento e movimento nazionale ed elenca nella rubrica dei «moti irredentistici» tutte le manifestazioni di carattere nazionale o di malcontento contro singoli fatti o l’intero sistema di governo. E nei rapporti ufficiali si citò il giudizio punto equo e punto austriaco delle Innsbrucker Nachrichten quasi che l’arrabbiato giornale enipontano nelle sue invettive contro gli italiani esercitasse la provvida funzione di difensore dello stato. Così dai profondi studi di psicologia collettiva di un commissario di polizia e dalle affermazioni apodittiche di militari che vennero tratti dalle loro casematte a sentenziare sull’organismo civile e politico potremmo attingere un’altra volta la triste convinzione che proprio in quei circoli nei quali è pretesa più recisa la lealtà e l’«attaccamento» è vivissimo ancora il sospetto contro tutti gl’italiani ed è radicata quella diffidenza che crea l’eterno disagio e il naturale antagonismo in cui ci troviamo. Eppure non sarà forse opera vana il tentare ancora una volta di stabilire i termini della realtà. Noi neghiamo anzitutto che esista nel nostro paese un movimento irredentista. Non solo; ma si può anche escludere che esista una tendenza determinata e voluta per creare tale movimento. Vogliamo con ciò negare tout court l’esistenza dell’irredentismo, come s’è fatto altrove? No, niente affatto. L’irredentismo esiste, ma non esiste né azione né movimento irredentista che possano sul serio meritare tale nome. L’irredentismo è piuttosto uno stato d’animo, del quale è elemento precipuo il senso di reazione contro quegli atti che si compiono dallo stato o da terzi per sopprimere o ritardare il naturale sviluppo nazionale degli italiani. In questo stato d’animo non si trova in origine una tendenza separatista coscientemente determinata e voluta, ma nasce e ingagliardisce un impulso centrifugale che trova la sua ragione in un’azione contraria dal di fuori. Ci sarà forse qualcuno che di tale reazione si gode, ma lo stato non ha diritto di lagnarsene fino che esso stesso si prevale nell’equivoco per combattere quel nazionalismo che in uno stato plurinazionale non deve trovare opposizioni, ma almeno libertà. E qui conviene affermare di nuovo che la società politica non ha alcun diritto di sospettare o d’impedire i rapporti ed i legami nazionali fra gl’italiani al di qua e al di là del confine, fino a tanto che essi non riguardano l’assetto politico stesso. E sarebbe tempo che si comprendesse come tra i membri di una stessa nazione esiste un vincolo più stretto degli altri rapporti d’interessi, vincolo che gli antichi dissero bellamente amor sanguinis. Le manifestazioni di siffatta solidarietà nazionale non vanno messe nell’oramai celebre fascicolo dell’irredentismo. Del pari tutta l’azione per la difesa e per lo sviluppo nazionale interno derivano da quel sano nazionalismo che poggia sul diritto famigliare riconosciuto dalle leggi fondamentali dello stato. Alcuni uomini di governo hanno anzi compreso che lo stato riesce a togliere al nazionalismo il carattere d’opposizione, quando gli accordi libero sviluppo sul quel campo, nel quale non è necessariamente in antagonismo cogli interessi del nesso politico. Il lungo maneggio che procedette il processo Colpi e parallelamente ad esso il dibattimento di Graz furono, in quanto ebbero carattere politico, un tentativo dei più zelanti e dei più vigili funzionari dello stato di dimostrare che i loro colleghi meno intolleranti e più equi avevano gli occhi chiusi alla realtà e coltivavano in seno la serpe come Luigi XVI accoglieva nei suoi salotti la rivoluzione. Conveniva ritornare alla repressione energica, ai metodi spicciativi per salvare il nesso dello stato in pericolo tanto per le cospirazioni degli irredentisti quanto per la dabbenaggine di una parte dei funzionari governativi. È da credersi ora che nessuno dubiti del fallimento di un tale tentativo. Le autorità militari potranno avere la soddisfazione d’aver condannato e reso più improbabile lo spionaggio. Ma in quanto ai moti politici, i due processi li convinceranno forse degli errori di prospettiva che si commettono quando si è avvezzi a osservare l’ambiente sociale attraverso l’alzo del cannone. E potranno per il contrario aver ragione quegli uomini di governo che durante quest’anno si sentirono indotti essi stessi a dubitare della bontà del metodo profilattico col quale vennero invitati a guarire l’inquietudine politica che ci travaglia. Quali ammaestramenti poi ne sappia trarre la stampa tedesca, la quale lo scorso anno soffiò nel fuoco e consigliò il bisturi del Volksbund per la cancrena irredentista, non sappiamo né osiamo sperare. In quanto a noi, venga o no la resipiscenza statale, trionfino o meno nel sistema di governo gli spiriti equi, rimaniamo fermi al nostro concetto del problema nazionale, com’esso si presenta alla nuda realtà del momento politico. La nostra generazione ha il compito di difendere i confini della nazione contro nemici potentissimi sleali, insidiosi e quello ancora più poderoso di sviluppare all’interno la nazione di contro allo stato conquistandole le funzioni organiche e sociali che sono indispensabili per la sua libertà e per la sua autonomia. In questa lotta è necessaria anzitutto l’unione morale e di fatto di tutto il nostro popolo, ed ecco l’altro dovere che nasce per le classi colte: attrarre le masse popolari nell’orbita di un sano ed efficace nazionalismo. Ma per riuscire a questo, a sua volta, è indispensabile che il nazionalismo diventi ispiratore ed informatore della nostra vita economica e che il popolo lo veda affratellarsi coi suoi progressi e colla democrazia. Problemi questi urgenti nella realtà della nostra vita pubblica, ai quali non possiamo che accennare rapidamente; ma il cenno basta per dimostrare come alla gioventù s’imponga oggi il dovere di educarsi e consacrarsi a questa lotta e a questo lavoro, attingendo i criteri e i metodi della sua operosità non ad un facile dilettantismo politico o ad un ancor più facile sentimentalismo, ma derivandoli dalle condizioni di fatto e dai compiti che sull’inizio del secolo ventesimo c’impone la storia. Questa via non è invero seminata di rose e su tale marcia le solite armi della retorica rifiutano il loro servizio; conviene anzi spesso sacrificare tutto l’apparato esteriore che forma la gloire delle battaglie. Non importa, facciamo costantemente giorno per giorno il nostro dovere, aggiungendo ciascuno la nostra pietra nella costruzione della nostra casa nazionale; i posteri comprenderanno i nostri sforzi e godranno della forza che sa dare un popolo nazionalmente migliore e materialmente rinvigorito. "} {"filename":"f3190dd6-f6f6-4fe1-90bd-9553a2790cff.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"V. Ricorsi [...] Dr. Degasperi: Dal momento che l’Ufficio sanitario non fu interpellato, il Consiglio comunale non può farsi un’idea precisa della cosa. Sarebbe meglio perciò passare il reclamo all’ufficio, affinché faccia una relazione e proposta al consiglio . [...] Il D.r Degasperi fa formale proposta, perché l’atto venga sottoposto all’esame dell’Ufficio sanitario. [...] Degasperi: Qualora la Giunta accolga il criterio generale di passare gli oggetti di discussione agli Uffici, è disposto a ritirare la sospensiva. [...] Il D.r Degasperi crede abbastanza fondata la motivazione del ricorrente . Non c’è pericolo del resto che altri proprietari di case si mettano a costruirsi dei pozzi. In questo caso converrebbe tener conto delle spese incontrate dal ricorrente per la fornitura d’acqua potabile. Tanto più si dovrebbe cercare di accogliere il ricorso, in quanto che la tassa verrebbe poi a ricadere sugl’inquilini. "} {"filename":"65c19207-15b6-4068-8c9c-83eaf206951c.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"IV. Istituzione d’una classe sussidiaria per scolari di tardo sviluppo intellettuale [...] Il Dr. Degasperi nella convinzione che la direzione della scuola, rispettivamente il Consiglio scolastico civico, troveranno il mezzo di regolare l’ammissione a questa scuola degli immaturi e che ad ogni modo l’esperimento meriti di esser fatto, dichiara che voterà in favore della proposta della Giunta . [...] XVI. Affittanza dell’ex Seminario a scopi militari [...] Il Cons. Degasperi, se l’ora non fosse troppo tarda, vorrebbe fare una piccola escursione di storia patria, per ricordare come a proposito di questo palazzo vennero fatti gli interessi di Trento. La Banca Cattolica aveva fatta un’offerta di acquisto, che venne anche accettata dalla Giunta, ma respinta dal Consiglio. La Banca Cattolica, oltre che liberare il Municipio da ogni nuova investizione, avrebbe abbattuto le casupole lungo la Via Dal Pozzo, che sarebbe stata convenientemente allargata e sistemata, avrebbe costruito una lunga serie di bei negozi, rimesso a nuovo il marciapiede, ecc. Crede che in tal modo si sarebbero curati gli interessi economici e morali della città meglio che col trasformare quel bell’edificio in una caserma . [...] "} {"filename":"b07d969a-1b33-4c70-9cc3-b8f79c9cf720.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"[...] DEGASPERI: Dal momento che Lei ha riassunto le ragioni in favore, converrà riaprire la discussione per sentire le ragioni contrarie esprimendo anche la speranza che in queste ventiquattro ore qualche consigliere abbia potuto migliorare la propria opinione. [...] DEGASPERI: ritiene che l’eccitazione del sig. Scotoni e dei consiglieri non abbia ragione d’esistere ; nota che fu una sola persona quella che diede secondo il suo temperamento vivace, espressione ai sentimenti che il pubblico nutre di fronte alla proposta della Giunta. Non ritiene che sia il caso di escludere definitivamente il pubblico, e calmate un po’ le onde conviene rimetterlo. Spera che il cons. Scotoni non abbia voluto insinuare che la dimostrazione è stata preparata dalla minoranza. Questa ha dimostrato di aver saputo opporsi colla forza delle cifre e dei ragionamenti. [...] DEGASPERI (interrompendo) in caso l’avremmo fatta meglio . "} {"filename":"8d92b24a-140a-4600-b3a3-b7bd79050d27.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"I. Proposta del Cons. D.r Alcide Degasperi per la riforma del regolamento elettorale [...] Il Cons. D.r Degasperi, chiesta ed ottenuta la parola per una proposta d’urgenza dice: Prima di compiere l’atto grave e solenne che è la ricostituzione del potere esecutivo e rappresentativo del consiglio cittadino, mi si permetta di presentare agli egregi colleghi una proposta, la quale né agli elettori concittadini, né agli eligendi lasci alcun dubbio sui nostri propositi. Il signor Podestà nella seduta dei 6 settembre, avendo dinnanzi le elezioni suppletorie, testé avvenute, dichiarava compito prossimo del Consiglio, la votazione della riforma elettorale, per stabilire la quale le elezioni indette avrebbero a proposito completato il Consiglio . Ora sul significato del recente suffragio non è lecito porre dei dubbi. I quattro colleghi del III corpo raccolsero la maggioranza dei voti, dopo aver spiegata in campo aperto la bandiera della rappresentanza proporzionale, i due colleghi del II s’impegnarono in una pubblica circolare di propugnare la rappresentanza proporzionale in tutti i corpi, né al risultato di queste due votazioni si oppose il voto della maggioranza elettrice del primo corpo, la quale conseguente ad un altro voto, intese si facesse qui opera equanime e giusta verso tutti i partiti. È buon auspicio per il prossimo avvenire di questo Consiglio, se pure a taluno non verrà meno la logica conseguenza ai propri deliberati, che il significato più chiaro e meno discutibile delle elezioni suppletorie non contraddica alla unanime risoluzione che abbiamo votato dopo la discussione del preventivo pel 1910 . In quella memorabile seduta il Consiglio, dietro proposta della minoranza nominava una apposita commissione coll’incarico preciso di preparare e presentare un progetto di riforma elettorale coi criteri della rappresentanza proporzionale. La voce degli elettori, testé invocata, non fa quindi che infondere maggiore vigore alla deliberazione unanime del Consiglio. Poiché tuttavia, durante la campagna elettorale, in pubbliche adunanze e nella stampa, si sono propalate intorno allo stato della questione notizie erronee e si sono rivolti attacchi ingiustificati alla mia persona, mi sia lecito accennare brevissimamente alla reale condizione delle cose. In questa è anche la motivazione dell’urgenza. Durante l’ultima sessione dietale la commissione comunale era chiamata a deliberare intorno al progetto di riforma, votato dal Consiglio cittadino dieci anni fa cioè ai 17 dicembre 1900, e presentato per l’approvazione definitiva due anni dopo, avendo subito delle modificazioni richieste dal governo. Questo progetto stabilisce: 1) l’allargamento del diritto di voto a tutti i cittadini, che abbiano compiuto 24 anni di età, abbiano l’incolato a Trento e vi dimorino da tre anni, 2) le donne mantengono il diritto di votare per procura, 3) gli elettori vengono divisi in quattro corpi: nel I vota chi paga 200 cor. d’imposta diretta, nel II chi ne paga almeno 50, nel terzo chi deve pagare almeno 5 corone, nel IV tutti gli altri. I tre primi corpi eleggono 10 consiglieri ciascuno, il quarto sei rappresentanti. Secondo le previsioni del 1900 la riforma, avrebbe avuto l’effetto di allargare gli elettori del I a 240, del II a 580, del III a 1250 e del IV a questi più 2500. La maggioranza della commissione dietale incaricava l’egregio collega avv. D.r Cappelletti di riferire in pleno, sulle modificazioni da introdursi, avuto riguardo all’origine della riforma ed ai progressi succedutisi in materia elettorale. In seguito agli studi fatti si proponeva alla Dieta di ritornare il progetto al Municipio, perché vi introducesse la rappresentanza proporzionale, una migliore ripartizione dei corpi ed il diritto personale alle donne elettrici. Tale relazione era all’ordine del giorno della Dieta ai 17 febbraio 1900. Né v’ha dubbio, ch’essa in merito era fondata. Infatti la riforma del 1900 era nata dalle riforme del suffragio politico del 1896 , e, se leggiamo la dichiarazione data in proposito nel novembre 1898 da Antonio Tambosi , allora podestà, e la lunga relazione che precede il progetto del 1900, avvertiremo sempre la cura di attenersi ai limiti che allora al suffragio politico aveva segnato il conte Badeni ; ed il governo stesso, imponendo altre restrizioni, impediva che si oltrepassassero. Ora per l’avvenuta radicale mutazione del suffragio politico tali limiti sono caduti, non rimanendo per normativo che l’art. XI della legge 5 marzo 1862 il quale stabilisce: «La legge provinciale regola la formazione della rappresentanza comunale a mezzo di un regolamento elettorale, avuto l’opportuno riguardo alla sicurezza degli interessi dei maggiori censiti» . Questo articolo è così ampio e indefinito che la sua interpretazione varia secondo i tempi, ed è certo che dopo l’introduzione del suffragio universale, esso viene inteso in senso più largo anche dal governo. Nel 1900 poi nessuno pensava a concedere il voto personale alle donne elettrici, per quanto tutti deplorassero il sistema delle procure, per gli abusi che può recare. Oggi, dopoché anche in Austria molti Municipii ebbero introdotto per le donne il voto personale, è naturalissimo che a siffatta riforma si pensi anche a Trento. Infine viviamo nell’epoca in cui la rappresentanza proporzionale è dappertutto all’ordine del giorno . Era naturale che vi si pensasse anzitutto a proposito delle elezioni amministrative, perché avendosi qui lo scrutinio di lista, appariva più manifesta un’ingiustizia, che non può essere mitigata né dal collegio uninominale né dalle variazioni della distrettuazione. Molte città seguirono anche nello Stato in cui viviamo l’esempio dell’estero, introducendo la rappresentanza proporzionale. A Trento tale sistema pare indicatissimo per la speciale situazione dei partiti e per le necessità del momento economico. Alla vigilia della deliberazione però, intervenuto un accordo fra maggioranza e minoranza, si decise di levare dall’ordine del giorno la relazione Cappelletti, nella sicura convinzione che i rispettivi comuni avrebbero riformati i loro progetti prima della prossima sessione dietale. In tale occasione i deputati popolari s’impegnarono a nome nostro che avremo presentato in Consiglio la relativa proposta ed elaborato eventualmente anche il progetto della rappresentanza proporzionale. La prima proposta venne fatta, ma il compilare un progetto è tempo sprecato, quando la maggioranza della commissione non sia d’accordo sui capisaldi su cui la riforma deve basarsi. È appunto questo che non è ancora avvenuto nella commissione. Quando ciò avvenga, siamo pronti a mantenere la nostra parola. La cosa ora è urgente. La Dieta si è già inoltrata nella discussione della riforma per i comuni non autonomi e nella prossima sessione dietale, cioè nel dicembre o gennaio, si delibererà in genere intorno a molte riforme elettorali: È necessario che almeno per quel termine anche Trento possa sottoporre per l’approvazione il nuovo progetto. Faccio perciò la seguente proposta d’urgenza: «Il consiglio, richiamandosi al suo unanime deliberato dei 23 aprile 1910 , incarica la già eletta commissione di presentare il progetto al più tardi entro il dicembre dell’anno in corso». Avuto infine riguardo alle mutate proporzioni della minoranza propongo che la commissione venga aumentata da 5 a 7 membri, togliendo uno dei nuovi dalla minoranza. Questa proposta, oltre che il significato immediato, vuol anche dimostrare la nostra ferma volontà di cooperare qui colla maggioranza affinché il Comune faccia da sé, non invochi la eteronomia, non chiami in sua tutela il Governo. [...] Il Cons. D.r Alcide Degasperi osserva replicando . Il signor Vicepodestà ha creduto bene di entrare nel merito delle cose discusse nella commissione, ciò che egli si era astenuto di fare; ora deve reagire. La proposta a cui precedentemente aveva accennato l’on. D.r Bertolini era di dividere gli elettori in due corpi; assegnare al primo corpo 20 mandati, al secondo 16; nel primo si sarebbe eletto a maggioranza, nel secondo colla proporzionale. Questa mescolanza aumenterebbe ancora più il principio assolutista della maggioranza, perché un partito si prenderebbe i 20 consiglieri del primo corpo, magari per pochi voti, e nel secondo strapperebbe ancora alla minoranza una parte di rappresentanti in forza della proporzionale. Il fatto poi che il signor Vicepodestà ritiene che il Consiglio in riguardo alla rappresentanza proporzionale debba smentire oggi il conchiuso preso pochi mesi fa, dimostra con maggior chiarezza la necessità di questa discussione. Anche la minoranza ha diritto di sapere senza equivoci se ed entro quanti mesi la maggioranza usi cambiare opinione. All’obiezione in merito risponde: Si potrebbe parlare di impossibilità di raggiungere colla rappresentanza proporzionale una maggioranza se avessimo preteso che alla base della riforma si ponesse semplicemente il numero, ma se si tiene conto anche del censo, non si viene con ciò a domandare la decapitazione del partito liberale, ma gli si concede una base assai favorevole. Del resto chi dice che sia necessario che in Comune governi in maggioranza un partito? Ben potrà governare una coalizione di diversi partiti oppure l’unione delle forze migliori: ciò avviene difatti in molte città dell’Italia e altrove. Prega in omaggio alla coerenza che il Consiglio voti l’urgenza della sua proposta . [...] Il Cons. Degasperi chiede ancora la parola per una rettifica di fatto: ai 23 aprile non si trattava né di voti platonici né di voti equivoci capaci di varie interpretazioni. Egli, come proponente, motivò la proposta molto chiaramente e nessuno fece in riguardo obiezioni. Tutti accettarono che la riforma deve esser fatta in base ai criteri della rappresentanza proporzionale. Oggi non si tratta quindi di interpretare, ma di confermare o di rimangiare una decisione solennemente ed unanimemente presa. Il Vicepodestà D.r Bertolini osserva che la rappresentanza proporzionale ha appunto lo scopo di togliere l’effetto che deplorava l’oratore, cioè che si facciano l’elezioni in base a criteri politici e non amministrativi, ed è accaduto dappertutto che un po’ alla volta, per la forza della rappresentanza proporzionale, si è raggiunta nei municipi la coalizione delle forze migliori in senso amministrativo. [...] II. Nomina del Podestà [...] Il Cons. D.r Alcide Degasperi osserva che il contegno della maggioranza è illogico e ridicolo . Le dimissioni della Giunta vennero date, come dichiarò nell’ultima seduta il Podestà, semplicemente per correttezza amministrativa, cioè in adesione alle dimissioni già preannunziate per motivi personali dal dott. Silli . Non si fece allusione di sorta alle elezioni suppletorie. È chiaro che oggi si compie questa burla non per questioni di dignità, ma perché si vuole buttar fuori da quest’aula la minoranza. Si preferisce, piuttosto che collaborare con essa, dare in mano il Municipio al Governo. Questo gioco vuol dire anche che la maggioranza, la quale contro tutte le nostre proposte, negando qualunque emendamento, votò il preventivo e le nuove tasse, e diede l’impronta per un lungo periodo alle finanze cittadine, ora non è più in grado o non vuole governare più col proprio programma; vuol dire ancora che non si vuole attuare il conchiuso unanime del comune sulla rappresentanza proporzionale. Soprattutto si vuole lanciare una sfida alla minoranza rendendole impossibile l’esercizio del mandato affidatole dagli elettori. Tale sfida, benché a malincuore, viene accettata dal partito popolare. [...] "} {"filename":"ebb05fcf-9662-4ad8-9d6c-32b248144027.txt","exact_year":1910,"label":0,"year_range":"1906-1910","text":"Oggetto unico: Nomina del Podestà . [...] Il D.r Degasperi parla ancora delle trattative, dicendo che la maggioranza deve collaborare o dimettersi. Il metodo scelto non è che un sistema per impedire colla violenza alla minoranza di rimanere in Consiglio. Ripete che essendo stato detto dal giornale, che in molti casi è l’interprete della maggioranza, come essa sarebbe rimasta in condizioni di inferiorità, si fecero le note proposte che meritavano una risposta. Con ciò la minoranza ha dato prova di spirito conciliativo. Ricorda come nelle ultime elezioni generali siasi detto che in Consiglio non si devono fare questioni politiche, e conclude osservando che la mancata discussione del consuntivo impedirà nelle prossime elezioni di esporre chiaramente la situazione finanziaria del Comune e di presentare un programma netto e preciso. [...] "} {"filename":"a61b99bf-57a2-4371-a9fa-ddb9d4342cba.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Siamo a nuove canagliate, ed è bene che succedano; così manca ogni scusa e tutti se vogliono possono aprire gli occhi. Il Trentino riferì brevemente sull’adunanza tenuta giorni or sono a Vienna dai gruppi del «Volksbund» piantati in questa città. All’adunanza parteciparono anche altre società come la Südmark, e gli oratori principali furono il famigerato Meyer e il deputato Wastian. Che cosa disse il Meyer? Lo riferiscono con una certa ampiezza le Innsbrucker Nachrichten! di ieri. Cominciò col ricordare gli scopi del «Volksbund» che riassunse in queste parole: «mantenere l’unità nella provincia e promuovere il sentimento nazionale della popolazione tedesca del Tirolo». E vi sono italiani che fanno parte del «Volksbund»? Tocca forse a noi di fare i paladini dell’unità provinciale? E che cosa domandiamo noi altro nel Tirolo, se non ciò che domandano i tedeschi nella Boemia? Il Meyer e il Wastian non solo non oseranno opporsi all’autonomia dei tedeschi nel regno di San Venceslao, ma anzi ne sono caldi fautori: e tutti sanno che appunto per costringere i cechi a cedere, i tedeschi già da anni ostruiscono la Dieta di Praga, ciò che provoca l’ostruzione degli slavi a Vienna e cagiona per tal modo i gravissimi danni che vengono a tutte le nazioni dell’Impero dalla paralisi che colpisce il Parlamento. Ma i tedeschi nazionali che per ottenere l’autonomia nella Boemia, non si peritano di provocare tante sciagure su quel regno e su tutta la Monarchia; i tedeschi nazionali che mostrano di frequente il loro dispetto contro il Governo e lo Stato, guardano al di là dei confini settentrionali, cantando la «Wacht am Rhein»; i tedeschi nazionali non vogliono concedere agli italiani ciò che essi stessi pretendono dai cechi. Gli italiani non devono aver diritto ad amministrarsi da sé, e se lo chiedono, tutti i tedeschi devono riunirsi, senza distinzione di partito, a combatterli; e la prima arma che si vibra contro di loro è la delazione, è l’accusa d’irredentismo. Anche nell’adunanza di Vienna – giusta la relazione delle Innsbrucker Nachrichten – il Meyer accusò gli impiegati giudiziari italiani di essere in gran parte irredentisti; lui che cambiò religione, donna e sovrano; facendosi da cattolico protestante, passando ad altre nozze vivente la prima moglie e rinunciando alla cittadinanza austriaca per procurarsi la prussiana. Degno invero del mestiere di spia, questo nobile paladino del nazionalismo tedesco nel secolo ventesimo! Il secondo scopo del «Volksbund», a detta del Meyer, è di rinforzare il sentimento nazionale dei tedeschi. Che fa adunque il «Volksbund» in Tesino? Che fa a San Cristoforo? Che fa in Lavarone? Che fa in Folgaria? Che fa a Roverè della Luna? Forse che questi sono paesi tedeschi? Lo stesso Meyer non si azzarda di affermarlo e infatti sempre secondo il giornale innsbrucchese a lui devoto, egli a Vienna menò vanto che il «Volksbund», colla sua estesa rete di gruppi locali, seppe creare nelle parti italiane della provincia «dei centri di azione per la popolazione di sentimenti tirolesi e tedeschi o tedescofili». Capiscono i volksbundisti trentini che il rinnegato Meyer li riconosce italiani di origine e favella e trionfa di poterli designare come rinnegati? Chi, con maggiore conoscenza e autorità del Meyer, potrà dichiarare e confermare l’opera germanizzatrice del «Volksbund»? Se mai, vale bene in questo caso l’habemus confitentem reum. Ma il Meyer non è contento delle sue metamorfosi e di quelle che fa subire ai suoi abbindolati. Egli è andato a Vienna a compire un altro atto di valore: ad agitare la Facoltà italiana. Questa Facoltà la possedevamo e ci fu tolta dalla violenza delle orde barbariche; questa Facoltà ci viene riconosciuta dal Governo, per la sua restituzione hanno promesso di adoperarsi quasi tutti i partiti tedeschi che del resto non lo fanno senza proprio vantaggio; e in un momento così delicato il Meyer va a Vienna a diffamarla come dannosa ai tedeschi e come una fucina di fedifraghi. Il Vaterland chiede se non hanno altro da fare il «Volksbund» e il Meyer che di portare anche fuori del Tirolo la loro nefasta agitazione. Il Tiroler Anzeiger è pure spiacevolmente sorpreso del triste fatto e la direzione del «Volksbund» si affretta a fare delle scuse. Naturalmente, queste non vengono pubblicate dalle Innsbrucker Nachrichten, che anzi – come vedremo – nuovamente si godono a soffiare nel fuoco; è l’Anzeiger che reca la stentata e misera giustificazione, Il presidente del «Volksbund» dice che questa società non decise mai né promosse proteste contro la Facoltà giuridica italiana, ma si limitò a promuovere uno scambio di idee sugli effetti nazionali della stessa e sul modo di difendersene. E siccome né il Meyer né il Wastian andarono più in là di questi confini e non discussero il progetto di legge sulla Facoltà, né protestarono contro di essa, ma la considerarono semplicemente sotto l’oggetto nazionale, così tutto è in piena regola... Non lo credete anche voi? Una società lavora per intedescarci ma ciò è in piena regola. Non è essa fatta apposta? Essa promuove adunanze in cui si dicono corna della Facoltà, ma anche questo è in piena regola. Non è compito del «Volksbund» e del Meyer turbare la pace, anche quando tedeschi e Governo ne avrebbero bisogno nel loro stesso interesse? Ma la pazienza ha dei limiti. È ora di farla finita con un rinnegato che si fece suddito estero e continua a immischiarsi nella politica interna, per intorbidare le acque e pescare nel torbido. Fra il resto il Meyer ha confessato che il «Volksbund» crea «centri di cristallizzazione nelle parti italiane della provincia»; e che scopo del «Volksbund» è di rafforzare la coscienza nazionale tedesca. Più chiaro di così non si può parlare. Si vuol permettere che questo forestiero, seminatore di zizzania, continui la sua sporca impresa? Che vada anche a Vienna ad attizzare odi ed avversioni? Che agiti contro la Facoltà? Che sfoghi il suo maltalento contro impiegati dello Stato? Che parli di invasione di italiani nei pubblici uffici, mentre è noto che se vi è invasione, essa è dei tedeschi negli uffici nostri? Che il Meyer sia un pazzo o un briccone, poco importa; in un caso o nell’altro la sua agitazione e quella del «Volksbund» devono cessare, se non si vuole andare incontro a tristi conseguenze. Se lo tengano a mente tanto i tedeschi, quanto le autorità. Questo monito – chiaro e preciso – è tanto più a posto, perché, probabilmente dalla stessa fonte dell’agitatore estero, l’Alldeutsche Korrespondenz viene a sapere, e le Innsbrucker Nachrichten riportano, che «nei circoli politici del Tirolo e specialmente di Innsbruck si manifesta grande malcontento contro le trattative pendenti fra alcuni deputati cristiano-sociali e italiani e aventi per iscopo un compromesso, giusta il quale il Volksbund e le società tedesche dovrebbero restringere la loro azione al territorio sopra Salorno, mentre gli italiani si obbligherebbero a non avanzarsi più oltre nella cerchia d’interesse dei tedeschi». La Alldeutsche Korrespondenz, da cui si affrettano a copiare le Innsbrucker Nachrichten è tutta spaventata perché con ciò si riconoscerebbe l’autonomia e si andrebbe forse incontro alla provincia del Trentino! Unico suo conforto è che contro di esse, come pure contro il crescente influsso degli italiani alla Giunta e presso la Luogotenenza, si terranno quanto prima adunanze di protesta a Innsbruck e altrove. Noi non sappiamo di trattative né di compromessi fra deputati cristianosociali e italiani; ma invece vediamo chiara un’altra cosa; che, sotto il pretesto di combattere l’autonomia, si vuole intedescare il Trentino, al quale non si può fare a meno di riconoscere il carattere italiano. Se così non fosse, non si avrebbe paura che al Trentino, in pace come è e come si trova, si venga con ciò stesso a riconoscergli un proprio carattere e una speciale indipendenza! Ma ormai Meyer, Wastian e compagnia sembrano tenersi troppo sicuri del fatto loro e non si curano più di coprire l’azione germanizzatrice cui si sono dedicati. Anche nel numero di dicembre del Bollettino della Südmark, di cui il Wastian è presidente, si parla nientemeno che della «opera di germanizzazione nella Valsugana». Tanto meglio! Forse i signori si pentiranno di essersi creduti troppo forti e di essere diventati troppo impronti. Vedranno che c’è dell’osso da rodere, e che anche i tedeschi della Boemia – e il Gross è uno dei loro capi – faranno forse capire a chi ne ha bisogno che non tocca ai loro connazionali seccare gli italiani, né invadere il loro territorio, né alzare la bandiera antiautonomista. "} {"filename":"3620efd5-f4f9-465c-b324-3781f976784e.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Abbiamo affermato nel Consiglio, in contraddittorio coll’ex maggioranza democratica, e sulla stampa, polemizzando coll’Alto Adige, che per i consiglieri della maggioranza dopo il risultato delle ultime elezioni suppletorie, non vi erano che due vie da percorrere: o tener conto della opinione della maggioranza degli elettori, e quindi collaborare colla minoranza in modo particolare per l’attuazione della riforma elettorale, o dimettere il proprio mandato, sottoponendo di nuovo l’azione, le idee ed il programma proprio alla prova del suffragio . Fuori di questa via non v’era una uscita, dignitosa, corretta, leale. Il rifiutare semplicemente di esercitare le funzioni del proprio mandato, pur mantenendolo, l’impedire alla minoranza l’esercizio del proprio, ostruzionando l’attività del Consiglio, il provocare l’intervento del Governo innsbruckese, equivaleva non solo a compiere un’azione politica che altra volta gli stessi che la fecero chiamarono indegna, ma anche ad usare violenza contro la minoranza e gli elettori che l’avevano mandata in Comune. Questo abbiamo affermato a chiare note, e con quella crudezza di linguaggio ch’era provocata dal contegno insidioso e sleale dei nostri avversari. La nostra affermazione rimane dimostrata dall’evidenza dei fatti, dal corso di tutta la crisi, dalle impacciate dichiarazioni stesse della maggioranza discorde, membri cospicui della quale non condivisero affatto i criteri da essa seguiti e da noi combattuti. L’Alto Adige invero non è ancora persuaso; né noi abbiamo avuto per un momento solo l’ingenuità di attendercelo. Credevamo tuttavia che il diuturno raccoglimento che precedette la concentrazione liberale e il relativo sondaggio dell’opinione pubblica avessero informato «L’Alto Adige» di quella che, in tale proposito, è voce comune, consigliandoli di non riesumare certe pagine ingloriose del suo partito. Noi stessi col nostro lungo silenzio che rasentò il disinteressamento, gli demmo agio di calcare piano piano l’incomodo passato nel sepolcreto dell’oblio, e d’inaugurare la vita nuova. Il contegno dell’ex-maggioranza Non lo volle e, quale avvisaglia della campagna elettorale, muove ora all’attacco contro di noi, pigliando l’abbrivio dal contegno dell’ex maggioranza democratica: Voi – dice – quando accusate la maggioranza di provocare lo scioglimento, per scuotersi di dosso la minoranza, ne avete falsati gli intendimenti. Davvero? Ma in tal caso dovrebbero esser venute meno le regole della logica; poiché, secondo queste, noi abbiamo ragionato così: la maggioranza vuole lo scioglimento a) o perché colle dimissioni teme di trovarsi nelle nuove elezioni in posizione inferiore a quella della minoranza; b) o perché innanzi tutto tende a buttar fuori la minoranza. Per tutte le altre ipotesi servivano benissimo le dimissioni. Noi inclinavamo a ritener vera la seconda parte del dilemma, perché era fresco ancora l’accanimento, con cui e stampa ed organizzazioni avevano contrastato l’entrata di cinque membri della minoranza, pur possedendo di già una maggioranza numerosa di governo, e ci risuonava ancor nell’orecchio il grido: «fuori i clericali!», che fu la parola d’ordine della lotta. Ricordavamo ancora come i moderati, i quali avevano ceduto tre posti ai nostri, fossero stati tacciati di tradimento ed avevamo dinnanzi il modo insidioso col quale la maggioranza trattava la minoranza. Tuttavia, quando «L’Alto Adige» ebbe un accenno alla posizione d’inferiorità in cui si troverebbero i liberali nella nuova elezione, qualora si dimettessero, rimanendo in carica la minoranza, tentammo un ultimo espediente e proponemmo formalmente alla maggioranza che di essa e della minoranza si dimettessero un numero di eguale proporzione, incaricando i rimanenti ad indire subito le elezioni suppletorie e ad evitare così la tutela governativa. Parve dapprima che tale proposta lasciasse la maggioranza indecisa; qualche membro di essa anzi si dichiarò apertamente favorevole, ma poi seppimo indirettamente (ed anche queste maniere sono caratteristiche) che essa persisteva nell’ostruzione passiva. Che ci rimaneva dunque se non confermarci nell’opinione che quello che si voleva anzitutto era l’espulsione della minoranza? Ma ora – c’interrompe qui «L’Alto Adige» – i fatti posteriori sono venuti a dimostrare che le intenzioni che voi ascrivevate alla maggioranza erano false. E questi fatti sarebbero che il partito nazionale liberale ha deciso di presentarsi nelle prossime elezioni generali con una lista ridotta, cioè con nove nomi per corpo, lasciandone complessivamente nove alle minoranze. Ognuno vede però che da questo fatto posteriore, che per il momento non discutiamo, non si può indurre all’intenzione che animò i signori nel provocare lo scioglimento. Ma c’è di più: i termini non sono gli stessi. Nello scioglimento si trattava della maggioranza democratica, nelle prossime candidature si tratta invece del partito nazionale liberale, cioè della fusione delle due frazioni, l’una delle quali aveva di già attuato per suo conto il principio delle minoranze e per questo era stata appunto biasimata dall’altra. Nel partito nazionale liberale concentrato prevarrebbe dunque il criterio dei moderati, il quale, suffragato dall’imperioso verdetto dell’opinione pubblica, s’è imposto anche agli altri. Dunque niente smentite né noi sentiamo il bisogno di correggere le nostre affermazioni passate. In quanto al fatto presente, ecco il nostro parere e le nostre impressioni. L’idea e la proposta Abbiamo letto e riferito sulla fede dell’«Alto Adige» che il partito liberale nazionale nella sua riunione dei 3 gennaio, fra le altre cose, applaudì «all’idea che le minoranze abbiano un’equa rappresentanza». Corse poi voce in città che nella stessa riunione un ex consigliere comunale abbia però soggiunto che il partito liberale dovrebbe riservarsi un certo diritto di placet fra i nomi che le minoranze potrebbero candidare. La proposta non ebbe seguito, ma serve a caratterizzare una sottocorrente del partito a noi ben nota. Si riferì ancora che un altro corifeo, decantata la pace intervenuta tra le frazioni liberali, avesse esclamato che ora non restava se non il nemico comune da combattere, cioè il clericalismo. Tale uscita indusse un signore di parte moderata a ritirare la sua parola di far parte al comitato. L’accenno anticlericale ebbe nella veste ufficiosa de «L’Alto Adige» questa forma: che la concentrazione di tutti i liberali si faceva per affermare la propria idea di partito «di fronte all’avanzata di opposti concetti». Con tutto ciò noi conserviamo il nostro riserbo, osservando solo che non si sapeva su qual base venisse commisurata l’equa rappresentanza delle minoranze. E il I corpo? Si venne intanto a sapere che un gruppo di signori moderati elettori del primo corpo plaudente all’idea dell’equa rappresentanza delle minoranze avesse con formale conchiuso invitato il comitato elettorale del partito a mettersi in relazione con i popolari per intendersi sulla reciprocità e sulle modalità da seguirsi nell’attuazione della rappresentanza delle minoranze. Aspettavamo ancora l’esito di quest’invito formale, quando una bella sera «L’Alto Adige» pubblicò il seguente trafiletto: «Il comitato del partito nazionale liberale ha deliberato definitivamente di presentare per le prossime elezioni comunali una lista di nove nomi per ogni corpo elettorale, lasciando, in omaggio al principio delle minoranze, liberi gli altri tre posti per i rappresentanti degli altri partiti». In esso abbiamo notato subito due cose: primo che non si parla affatto di equa rappresentanza delle minoranze; secondo, che si annunciava una lista liberale di nove nomi per ogni corpo mentre correva e corre pure insistente la voce che il medesimo gruppo moderato non abbia preso per il primo corpo un impegno tale, né simile, anzi che si sia riservata piena libertà di azione, cui intenderebbe di determinare solo dopo compiuto l’atto elettorale negli altri due corpi. La notizia quindi non poteva apparire né definita né esatta. Che fare? Aspettammo ancora in silenzio. A questo punto interviene «L’Alto Adige» il quale ci intima: Noi abbiamo parlato chiaro, perché non fate anche voi le vostre dichiarazioni? Forse che voi, propugnatori della R.P. , volete rendervi colpevoli di quell’ingiustizia che volevate attribuire agli altri, non attuando in pratica il principio delle minoranze? Dov’è la proporzionale? Abbiamo scritto ieri che questa domanda è molto strana. Infatti essa presuppone dichiarazioni impegnative e garanzie del partito nazionale liberale ch’esso non contesterà agli altri partiti, né nella prima elezione né all’eventuale ballottaggio, tre mandati per ogni corpo. E questa promessa, come abbiamo visto, non sussiste. Tanto meno, in quanto da parte socialista venne detto e stampato, senza patir smentita, che prima o poi, si avrebbe una coalizione libero-socialista. In secondo luogo essa si richiama al principio della rappresentanza proporzionale quasi che il partito nazionale liberale, proponendo liste di nove candidati avesse soddisfatto a tale principio. Eppure è evidente ch’esso non trova nella proposta del comitato elettorale liberale alcuna applicazione. Perché precisamente tre, o non due, non quattro, o non cinque? Su quale base il comitato liberale ha potuto ritenere che le eventuali minoranze popolari, socialiste o di altri gruppi economici o professionali venissero in equa proporzione rappresentate, quando fossero loro rilasciati tre, sei o nove posti? Dopo queste constatazioni, «L’Alto Adige» può vedere che la situazione, come la presenta il partito nazionale liberale, è ben lungi dal dimostrare quella chiarezza e quella sincerità, che potrebbero richiedere da parte nostra un’esposizione completa e definita del pensiero e della tattica che seguiremo. Lungi dalla lebbra! Anche la maniera completamente egocentrica che il comitato elettorale liberale volle far sua e l’intenzione evidente di rifuggire da qualsiasi contatto con noi come dai lebbrosi ci dispensano a dovizia da ogni riguardo che non potrebbe essere se non reciproco. Tuttavia per racconsolare subito «L’Alto Adige» e allontanargli lo spettro di una vittoria ch’egli più fortemente teme di quello che noi fortemente speriamo, gli vogliamo dire con semplicità e con brevità come stanno le cose nostre. Che cosa faremo noi? I fiduciari del partito popolare verranno convocati nei prossimi giorni per determinare la tattica da seguirsi nelle prossime elezioni. Non esiste dunque nessun conchiuso e nessuna decisione definitiva, cosa che «L’Alto Adige» non troverà strana, quando pensi che le elezioni comunali non sono per noi questione di partito, le quali ci possono consigliare la concentrazione, la liquidazione o il bucato, che, a quanto si dice, fecero e stanno facendo i liberali. Fin d’ora però siamo d’avviso che il partito popolare terrà fermo al principio della rappresentanza proporzionale e che non assumerà un contegno che sia o possa venire messo in contraddizione con tale programma. Principio che seguiremo tanto più volentieri, quanto è radicata la nostra convinzione, riaffermata altre volte, che la presente situazione del comune di Trento richiede non il monopolio di un partito, ma la collaborazione di tutte le forze sane, le quali siano in grado di risollevare la città da quella gora, in cui l’ha trascinata un’amministrazione disastrosa. "} {"filename":"6efed25b-57cb-4034-962f-6cd314553b8d.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Il convocatore Andreotti , come abbiamo riferito, riassunse le fasi della questione dal 1909 in qua, quando tre consiglieri popolari costituirono una minoranza per opera dei moderati del primo corpo. I popolari avevano allora iniziata la campagna per la proporzionale e fu per coerenza a questo principio ch’essi accettarono la candidatura del primo corpo. A tale linea di condotta si mantennero poi sempre e rigidamente coerenti, sia nella loro opposizione in Municipio, sia nell’ultima campagna elettorale. Di fronte all’avanzata di tali concetti, i radicali non volevano dare né concedere battaglia, dopo la sconfitta sofferta nel terzo corpo, sciolsero le loro file e cercarono appoggio e corresponsabilità nella concentrazione. Eletto a presidente T. Pallaveri, questi dichiara di dover annunziare con dispiacere che la relazione sul bilancio devesi rimettere ad un’altra volta, causa l’indisposizione dell’oratore designato, onorevole Cappelletti. Han qui la parola il dr. Degasperi, il quale per riuscire più intuitivo ricorre alle proiezioni divise in due serie; stato finanziario di Trento e R. P. L’Alto Adige di ieri sera trova ch’erano roba da piazza Fiera. Probabilmente egli preferiva che si continuasse il metodo di tacere e di pelare i cittadini senza tante discussioni. O che la verità proiettata vi dà fastidio? «L’Alto Adige» ha visto anche tra i presenti «numerose guardie di polizia in borghese». Parola d’onore, noi non l’abbiamo viste. Ma se c’erano, saranno venute per imparare a sentire, non certo per tener ben lontani i cittadini dal Consiglio comunale. A tali scopi le chiamiamo non noi, ma i liberali nazionali, magari democratici! Dopo questa parentesi riferiamo buona parte del discorso Degasperi, in alcuni brani sunteggiando, per brevità, altri riproducendo nella vivacità disadorna in cui furono pronunciati e stenografati: L’oratore s’introduce con un breve cenno al passato Consiglio. Nessun desiderio, o nessuna ambizione personale, può spingere la minoranza a ripresentarsi, Egli ed i suoi colleghi, guardano piuttosto indietro: ...come quei che con lena affannata uscito fuor del pelago a la riva, si volge a l’acqua perigliosa e guata . (Ilarità) Poi continua: «Ho il dovere di esporre per incarico del Comitato ai signori invitati quale sarà la nostra tattica di fronte alle prossime elezioni. Confesso che poche volte mi sono trovato in una situazione così difficile, poche volte fu così scabroso trovare la via esatta o la classificazione precisa degli avversari». La concentrazione di partito Poiché con chi verremo domani in lotta? Ho dinnanzi la pubblicazione fatta nel nostro giornale della lista dei candidati del partito liberale , con chi discuteremo in Municipio? A chi ci troveremo di fronte? Dove passeremo all’offesa o su qual lato dovremo difenderci? Forse cogli ultimi avanzi della Lega democratica, oppure con coloro che li attaccarono, coi loro critici ed avversari che ora, dopo averli combattuti aspramente, siedono accanto o marciano a braccetto contro di noi? Ce la prenderemo forse col dr. Bertolini, capo di quella Lega democratica che secondo la frase dell’Alto Adige, non molti anni fa fece prender cappello alla moderateria trentina, oppure al conte Manci, rappresentante della stessa moderateria, che, andatosene allora, ritorna oggi e fa la concentrazione contro di noi? Ce la prenderemo forse coi radico-socialisti, coi socialistoidi come li abbiamo chiamati a suo tempo nel periodo del loro fiore, che all’inizio dell’era democratica nel 1904 s’auguravano dalle colonne del Popolo che: a Trento invece di guglie di chiese e di campanili si vedessero fumaioli e camini di fabbriche, che poi, assieme coi rossi, inaugurarono la rude campagna anticlericale, promettendo di purgare le vie di Trento dai nomi dei santi, o ce la prenderemo invece con quelli altri che allora stavano fuori e con un programma contrario si unirono coi cattolici combattendo con loro nelle elezioni del 1907? Con chi dobbiamo discutere, con chi dobbiamo lottare?. L’oratore rileva altre contraddizioni di principio fra i candidati della concentrazione e continua: Forse queste persone però sono in tali contraddizioni fra loro, e su d’un campo lontano dalle discussioni che nascevano in Municipio, lontano dalla amministrazione cittadina, forse hanno un programma chiaro, stabilito, coerente con tutta la loro condotta in quanto riguarda l’amministrazione; e basterebbe?. Babele amministrativa Ma ecco venirci incontro l’ala dei vecchi moderati col conte Manci, il quale non voleva saperne della centrale sul Sarca, e quando diede le dimissioni, lo fece, dichiarando di dover andarsene anche perché nutriva troppe preoccupazioni per la finanziazione della centrale del Sarca. E accanto al conte Manci, alla sua destra, ci sono gli altri, i quali viceversa a quei tempi rispondevano con sussiego che alla finanziazione e a pagare i debiti ci penserebbero loro. E adesso loro, cioè i radicali ci hanno pensato, ci hanno provveduto o viceversa il conte Manci e la sua ala non nutrono più le vecchie preoccupazioni per la finanziazione della centrale sul Sarca? Con chi dobbiamo discutere: con quelli che vollero e fecero i debiti o con quelli che non li volevano, se adesso sono tutti d’accordo e vengono insieme a battaglia contro di noi? (forti applausi). Vedete che anche su questo campo la classifica non è possibile. Da una parte vedo Vittorio Zippel che, quale presidente della commissione del bilancio, nell’ultimo consiglio comunale propone l’aumento delle addizionali e l’introduzione del locativo per importo complessivo di 135.000 corone, aumento, che, dopo un maturo esame di due mesi, si era trovato assolutamente necessario malgrado le opposizioni della minoranza, e dall’altra vedo nella lista quali candidati persone che protestavano altamente nei caffè, fuori del Municipio, che quelle imposte erano troppe e che la minoranza aveva ragione. Con chi discuteremo, nella campagna, con quelli che le volevano o con quelli che non le volevano? Dobbiamo credere a quelli che vanno in Municipio per riproporle o a quelli che dicevano di non volerle e forse non le vorranno ancora? Ci sono nella lista di quelli che inaugurarono l’era democratica dicendo che si possono e si debbono investire danari in industrie, che non si deve badare ad economie grette e piccine e d’altra parte vi ricompaiono persone le quali furono proclamate i maestri dell’economia e della grettezza. Con qual sistema avremo da fare? C’è dentro ancora certa gente la quale due anni fa accusava i moderati del primo corpo di tradire il partito nazionale liberale e di esser rimasti solo per energia nell’associazione nazionale liberale. Viceversa poi ve ne sono altri i quali approvavano questo contegno. Ma la seguente contraddizione è ancora più caratteristica. Dignità nazionale Nella concentrazione si vedono uomini i quali provocarono a qualunque costo lo scioglimento del Consiglio e la venuta del commissario governativo, mentre ve ne sono altri che nel penultimo Consiglio dicevano indegno di ogni cittadino non solo accettare la nomina di commissario governativo, ma nemmeno dignitoso di prendere una qualsiasi partecipazione all’opera del commissario governativo. Le testuali si leggono in un protocollo del 21 dicembre 1903. Ironia della sorte: questo protocollo in cui si proclamava indegno d’ogni cittadino accettare la carica di commissario o diventare suoi collaboratori, è firmato dal conte Manci, e firmato dal dr. Stefenelli Giuseppe, direttore dell’Alto Adige, il quale volle questa volta lo scioglimento e quindi il commissario governativo e (tragica ironia della sorte imposta ad un uomo dai suoi) è firmato dal signor... commissario governativo, il dr. Silli! (Applausi e battimani). Ci dovremmo quindi chiedere: se tante sono le diversità di linea che si riscontrano nella lista liberale, la quale dichiarava di marciare contro di noi, che cosa è che la unisce? Qual è stato il perché di codesta famosa concentrazione? Perché si è fatta? La concentrazione – si disse nell’adunanza ufficiale del partito liberale nazionale nella Palestra ai 4 gennaio – si fa per sostenere l’idea liberale contro l’avanzata di opposti concetti. Così sonava il testo ufficiale dell’Alto Adige . Ma sappiamo che il dr. Bertolini in realtà disse su per giù: Bisogna unirsi tutti a sostenere l’idea liberale contro il clericalismo perché l’unico nemico che rimane è il clericalismo. Il clericalismo! Il clericalismo! Ma questo è dunque il nemico vecchio. È sempre la stessa preoccupazione, la quale dirige tutte le elezioni comunali, la preoccupazione manifestata fra l’altro nel 1907, quando «L’Alto Adige» consigliava di tenere le polveri asciutte, perché non toccasse la disgrazia che penetrasse un clericale in Municipio. E ancor più addietro risuona sempre il medesimo allarme. Nel 1905, quando abbiamo presentato tre soli candidati (3 su 36!), allora dall’«Alto Adige» risonò il grido: fuori i clericali! E fra i nostri tre candidati c’era la persona del dr. Guido de Gentili , sull’«Alto Adige» si ghignava fingendo orrore: Un prete, un gesuita addirittura! (ilarità) E di lui si metteva in dubbio il sentimento nazionale. Ora io affermo che il comitato elettorale incaricato di presentare le candidature, una cosa deve deplorare sopra tutte, che il dr. Gentili sia sovraoccupato in altri incarichi ben più importanti, affidati a lui dal partito e dagli elettori, e che del resto la sua volontà in riguardo sia così decisa, da non permetterci di presentare questa volta la sua candidatura per il terzo corpo. La faremmo con entusiasmo per dimostrare anche all’L’Alto Adige che dopo l’attività spiegata dal dr. Gentili alla Dieta e al Parlamento, dopo che a lui in buona parte si deve se il prestigio nazionale degli italiani specialmente ad Innsbruck si è risollevato, vorremmo vedere se a Trento non si trovasse una grande maggioranza che desse ragione a quest’uomo, il quale già in quel tempo aveva tanto lavorato per la vita pubblica! (fortissimi applausi e acclamazioni al d.r Gentili). Il clericalismo della minoranza Ma che clericalismo ha fatto la minoranza consigliare per provocare tale concentrazione? Che cosa abbiamo fatto in Municipio?». Qui l’oratore riassume ed illustra le proposte della minoranza, concludendo ch’essa è riuscita a: «1) muovere la discussione sulle finanze comunali, mentre prima, secondo una confessione insospetta del Popolo, ogni discussione era abolita. A Trento c’è un Consiglio comunale in cui prevalgono i poltroni, gli inerti, gli eterni muti. Le discussioni sono state abolite... (Popolo, novembre 1909). 2) ravvivare l’interesse dei cittadini per l’amministrazione pubblica. Prima si addormentarono con paroloni, ora si risvegliano colle cifre. E questo clericalismo? 3) costringere la maggioranza a rivedere e a correggere in buona parte le proposte della Giunta. Si risparmiarono così ai cittadini quasi la metà delle imposte minacciate e si sospese il locativo, perché la minoranza dimostrò che almeno per quell’anno non era stabilito che l’imposta fosse necessaria. È questo clericalismo? Abbiamo anche presentata una proposta perché entro un dato tempo si costituisca una commissione indipendente per l’amministrazione delle imprese municipalizzate. È questo clericalismo? No davvero, perché la proposta venne votata da tutti. Vero però che non s’è fatto nulla. E veniamo al quarto punto. La rappresentanza proporzionale Abbiamo fatto la proposta della rappresentanza proporzionale, abbiamo detto: perché volete andare avanti così con questo vostro statuto del 1888, con tre corpi elettorali, coll’esclusione di molti cittadini dal diritto di voto, in modo che dal 1904 in qua abbiamo in Municipio degli eletti non dalla maggioranza dei cittadini, ma dalla minoranza di essi? Che dico? Non minoranza dei cittadini, ma minoranza degli elettori che hanno il voto, malgrado le restrizioni. Tanto è vero che il massimo dei voti ricevuti dai democratici si ridusse da un massimo di 600 a 415! Nessuno potrà dire che costoro possano rappresentare la maggioranza o governino la città in nome della cittadinanza. Eppure questa minoranza se fosse incaricata di esercitare solo funzioni politiche o di amministrazione ordinaria e di piccolo conto, se avesse semplicemente da godere, pazienza! Ma questa minoranza deve amministrare delle industrie pubbliche, fatte con denari pubblici non solo, ma deve governare con denari pagati per gran parte dalle imposte indirette e quindi da tutti i cittadini; non solo, ma dirige un negozio di produzione e di consumo, nel quale si fissano i prezzi della luce, del gas, dell’acqua. (Bravo, applausi calorosi). Ora tutti hanno interesse in questo negozio, anche quelli che non sono gravati dalle imposte dirette perché tutti pagano per la luce e per il gas e per l’acqua; ed è questa minoranza quella che ne stabilisce la tariffa. La cooperativa A Trento, signori, tutti dobbiamo dipendere da questa bottega perché la luce elettrica non possiamo andare a prenderla dal Dalle Case e l’acqua bisogna comprarla lì. Noi diciamo: di questo negozio facciamo una cooperativa: a tutti coloro che vanno e devono comperare bisogna dare la propria quota, e questa è la scheda elettorale, la quale serve ad eleggere il Consiglio di amministrazione, che stabilisce la tariffa della luce, dell’acqua, del gas. Non solo tutti devono poter amministrare o influire sulla amministrazione del Comune, ma anche tutti in proporzione secondo gli interessi e in ciò sta la questione della rappresentanza proporzionale. Finora ha governato la minoranza non solo perché il voto era restrittivo, ma anche perché domina il principio che uno più la metà degli elettori mandassero in Comune tutti i consiglieri. Cioè secondo il principio di maggioranza un consigliere veniva eletto quando riceveva un voto più della metà dei voti, e un altro non veniva eletto se ne aveva uno meno della metà. Per questo un partito vinceva per pochi voti, l’altro per pochi voti era battuto. Tale principio si potrà discutere quando si trattasse di soli indirizzi politici, ma quando si tratta degli interessi nostri, non deve valere. Non è una maggioranza di partito, che ci occorre, ma una proporzionale rappresentanza degli interessati. Il caso degli esercenti Quindi domandiamo non solo l’allargamento del voto, ma domandiamo la proporzionalità fra i singoli gruppi d’interessi che si presentano. Vedete il caso degli esercenti, fresco di ier l’altro. Gli esercenti si sono riuniti e hanno detto: vogliamo due candidati; per avere i candidati hanno dovuto trattare con un partito politico, il liberale, benché molti non aderiscano ad esso. Gli esercenti soli non possono riuscire e se vogliono i loro seggi sono costretti a schierarsi da una parte o dall’altra. Succede cioè che l’interesse della classe, della professione, che dovrebbe esser rappresentato in Comune, vien messo da parte e il partito politico, il comitato liberale nazionale s’impone. Dove invece vige il sistema proporzionale, basta che gli esercenti presentino la loro lista e riceveranno tanti rappresentanti quanti ne hanno diritto di mandare in Comune. Ho accennato a quest’esempio di ieri per dimostrarvi come anche adesso esistono le differenze di classi, d’interessi che tendono alla rappresentanza amministrativa, ma avviene che gli uomini della politica li assorbono o li soffocano. Lo stesso si tenta di fare cogli impiegati. L’altra volta affermarono la rappresentanza proporzionale dei propri interessi. Ed ora capirete perché questa volta i liberali cercano di soffocare questa tendenza e vi vengono a dire: basta il partito, cioè: bastiamo noi! Ora la rappresentanza proporzionale viene dibattuta, discussa, promossa in molti paesi del mondo, ed è introdotta in moltissime città per le elezioni comunali». L’oratore mostra ed illustra delle proiezioni che vennero usate in Svizzera per la propaganda della rappresentanza proporzionale. E continua: «Questo nostro postulato corrisponde al buon senso, all’equità, alla situazione ed al bene della città. Ma che cosa hanno risposto i liberali o liberoradicali? Furono sempre intransigenti, esclusivisti contro di noi. Basti ricordare le lotte elettorali del passato. Il contegno dei liberali Ma siccome adesso, dopo il voto manifesto del corpo elettorale, dicono ch’essi furono sempre per la rappresentanza delle minoranze e che sono d’accordo che entrino anche gli altri nel Comune e che perciò anche i clericali (figurarsi!) hanno dei diritti, vogliamo leggere un po’ addietro nella raccolta dei giornali e vedere come stampavano, quando non erano ancora in vista le prossime elezioni? Troviamo, per esempio, l’Alto Adige che nell’epoca elettorale, poco prima che gli succedesse la brutta improvvisata della nostra entrata per la finestra “come pipistrelli sperduti”, stampava: “Non c’è proprio alcuna ragione perché si debbano abbandonare le posizioni che si occupano nei comuni alla mercé d’un avversario spregiudicato, e non si deve consegnare ingenuamente anche le chiavi del nostro maggior Comune”. Questo stampavano in risposta ai nostri articoli nei quali domandavamo la rappresentanza della minoranza. Noi domandavamo la chiave per entrare in pochi e ci rispondevano col catenaccio. Più tardi aggiunsero: “Forse ve la daremo la rappresentanza proporzionale nel Comune, ma fate il piacere, incominciate prima voi nel Parlamento o nella Dieta!” Ora in primo luogo è cosa curiosa che vengano a domandare a noi la rappresentanza proporzionale al Parlamento; sarebbe lo stesso come dire: Fate il piacere, onorevoli Conci, Gentili, Paolazzi e voi altri che siete dieci in tutto, andate dai polacchi, dagli czechi, dai tedeschi e da tante generazioni, che son là fuori, conveniteli tutti che bisogna introdurre la rappresentanza proporzionale e quando ci sarete riusciti, allora, forse, vi daremo la rappresentanza proporzionale a Trento. Loro possono darla, se vogliono, noi non lo possiamo nemmeno se vogliamo. Le condizioni sono dunque dispari. Ma c’è di più. Il possesso liberale Essi l’hanno già una specie di proporzionale. (La macchina proietta la carta elettorale del Trentino). Noi abbiamo nel Trentino nove collegi elettorali per le elezioni politiche. Se tutti formassero un sol corpo, come sarà ai 6 per le elezioni comunali, che cosa succede? Quel partito il quale riceve un voto più che la maggioranza assoluta dei voti, conquista tutti nove i mandati. Noi nel partito popolare abbiamo avuto un 40.000 voti su circa 59.000 e dovremmo quindi avere in mano tutti i mandati trentini. Li abbiamo? No: perché? Perché il Trentino è suddiviso in nove corpi elettorali e tale distrettuazione crea una rappresentanza delle minoranze (seguendo sulla carta il collegio delle città meridionali). Osservate che lungo giro vizioso hanno compiuto i liberali di Rovereto: sono andati a cercare i liberali di Mori, di Arco e di Riva e poi giù fino ai confini, ad Ala. Così si è salvato questo collegio per il partito liberale. Si è poi circondato di un muro ideale anche Trento e dissero: A Trento diamo un mandato, quantunque a Trento, badate, secondo l’ultimo censimento, vi fossero la metà abitanti di quelli che formavano un collegio di campagna, cosicché si può dire che per far riuscire un candidato agli anticlericali di Trento, hanno dovuto prendere un cittadino e farlo pesare sulla bilancia più che il doppio di due candidati di Pergine o Vezzano! Con tali metodi artificiosi hanno salvato agli anticlericali la rappresentanza e create delle eccezioni al principio maggioritario. Orbene, noi non pretendiamo che a Trento ci facciate valere per due liberali, ma vogliamo che diate in proporzione, secondo quello che pesiamo. Non parliamo poi della Dieta! Alla Dieta i nostri avversari godono privilegi! A Trento, per esempio con circa 500 voti eleggono due deputati. Abbiamo insomma tutto il diritto di chiedere: Non dateci i privilegi che avete voi, ma domandiamo giustizia non per noi soli, ma per tutti i partiti e tutti gli interessi. (Applausi vivissimi). Il voto femminile Abbiamo domandato che si introducesse il voto femminile diretto perché quella delle procure è una vera miseria morale. Si dice: che volete, che le donne vadano a votare? Che roba spaventosa! Sarebbe una cosa antiestetica! – dicono i liberali che dell’estetica e dell’intellettualità sono i paladini. “Turberebbe non poco la famiglia e le usanze riservate delle donne”. Noi rispondiamo: è meglio che le donne vadano colla loro scheda in un luogo per loro prescelto e gettino questa scheda nella urna elettorale, come fanno per esempio nella Svizzera e nel vicino Vorarlberg, o che si continui la bella pratica che tutti i partiti facciano della donna un oggetto di conquista e d’insidia? (L’oratore mostra a questo punto una proiezione che rappresenta le pratiche dei vaneggiamenti colle procure femminili.) E conclude: combattendo per il voto femminile diretto, noi combattiamo per una causa di libertà e di democrazia. Signori democratici liberali, c’è in tutto questo del clericalismo? Proporzionale sproporzionata Ai 25 aprile 1910 abbiamo presentato una proposta, che si elegga una commissione con l’incarico di compilare un progetto di riforma elettorale con criteri della rappresentanza proporzionale . Questa commissione viene eletta, e con grande meraviglia mia la proposta ebbe l’approvazione autorevole dell’on. Bertolini ed il voto di tutti quanti i suoi colleghi. So che quella sera ho detto al dr. Cappelletti: Basta, mi pare che la fortuna sia troppa! Difatti la commissione è stata eletta, ma... non ha fatto niente. Parecchi mesi dopo faceva capolino l’idea di sciogliere il Consiglio comunale ed allora, per precauzione, presentai la mozione, che si rinforzasse la commissione elettorale, essendo entrati in Comune nuovi membri. Non l’avessi mai fatto! Balzò in piedi il dr. Bertolini e dichiarò che la cosa non era urgente, che d’altro canto per la proporzionale intendeva questa e non quell’altra cosa, che intendeva insomma una proporzionale senza proporzione, ossia una sproporzionata proporzionale. Qui ci volle della malafede! (Applausi). Insistiamo Noi però insistiamo anche oggidì. La nostra volontà è chiarissima. Noi crediamo che sia utile, anzi sia necessario per il Comune di Trento, data la speciale posizione della città e per i motivi già adottati, d’introdurre la proporzionale, che è regola di giustizia, la quale darà a noi e ai singoli interessati quel che loro perviene. Questo lo vogliamo in nome della giustizia e dell’equità stessa. Quelli che sono per noi, votino per noi, quelli che non sono d’accordo con tale programma votino per gli altri. Ma non vengano fuori con equivoci. E gli equivoci, signori, i liberali li hanno cercati, per impedire che si metta netta la questione della proporzionale. Essi hanno detto: “Noi presentiamo una lista di nove candidati per ogni corpo. Quindi ci avete posto anche voi. Ma che cosa succede? Supponete che il loro partito conquisti nove seggi. E gli altri tre? Questi tre devono venire discussi e contrastati una seconda volta in ballottaggio. Siete poi sicuri che la seconda volta gli avversari non vadano a votare e facciano spuntare quegli che più accomodano a loro e non a noi? Ci hanno già fatto intravedere che alla maggioranza riservano un certo diritto di placet?”. Il voto limitato Ma a parte anche la precarietà del metodo che si propone di seguire questa volta, noi non vogliamo nemmeno che si stabilisca per legge un simile sistema che duri nell’avvenire. Esso è quello che si dice del voto limitato. Nei comuni italiani ogni elettore può votare per soli quattro quinti dei seggi da occuparsi, in modo che un quinto rimane alla lista che resta in minoranza. Tale sistema, che viene deplorato da tutti i partiti là dove esso è da lungo trafficato non accetteremo mai come surrogato della proporzionale: 1. Perché il voto limitato non sempre assicura alla minoranza una rappresentanza propria potendo accadere che un partito forte competa per la maggioranza ed anche la minoranza. A Trento c’è il pericolo di una coalizione radico-socialista fatta in odio a noi. 2. Perché in ogni modo non si tratta di una rappresentanza proporzionata. Se vi sono in lotta due partiti soli, la minoranza può riuscire tanto con otto, quanto con ottocento voti. 3. Se vi sono poi più di due partiti o gruppi d’interessi, come sarà il caso a Trento, con tale sistema, oltre la maggioranza, potrà ottenere dei seggi solo un secondo partito. Il terzo o il quarto rimarranno fuori». L’eredità democratica A questo punto il dr. Degasperi si chiede quale fosse il contegno della maggioranza di fronte all’esplicito voto del terzo corpo per la rappresentanza proporzionale e viene a discorrere dello scioglimento e della concentrazione, in quanto questa è conversione verso destra, possiamo rallegrarcene; perché è una prova che il buon senso trentino si ribella agli esperimenti di giacobinismo. D’altra parte conviene rilevare che quei moderati i quali rientrano a braccetto dei radicali in Consiglio assumono la corresponsabilità dell’amministrazione e l’eredità democratica senza beneficio dell’inventario. Bertolini nell’adunanza della Palestra ha appunto parlato di dare alla amministrazione cittadina una base più larga (e non diversa) entro il proprio partito. Esaminiamo un po’ quest’eredità. L’oratore rievoca il programma dei socialisti e dei democratici fra il 1902 ed il 1904. Innanzi alla cittadinanza si faceva passare la lente delle illusioni. Ridurremo le tasse – scrisse il Popolo – e specialmente la tassa sul pane. E nel novembre 1902, quando si ebbe in Consiglio il voto per la Centrale sul Sarca, II Popolo stampò un ditirambo sull’avvenire e sul progresso di Trento. La riduzione del pane Ma come rispose la realtà alle speranze e alle promesse? Tolta via la lente delle illusioni, i fatti smentirono crudamente gli eroi. (La proiezione mostra l’aumento della tassa sul pane ed il relativo rimpicciolimento del pane stesso). «Cosicché conclude applaudito l’oratore – invece della riduzione della tassa sul pane abbiamo avuto una riduzione del pane su cui è aumentata la tassa». Da tale incubo bisogna liberarsi, bisogna risollevare Trento al posto eminente che le compete. Volete voi affidare tale compito al solo partito politico che fece così bella prova di sé o non ritenere piuttosto che sia necessario uno sforzo combinato di tutte le energie? Un’altra proiezione mostra le entrate progressive dell’addizionale sul casatico, l’ultima un quadro riassuntivo in cui si vedono le imprese municipalizzate ed i 16 milioni di debiti che gravano sulle spalle dei cittadini. Per l’amministrazione non per il partito I modico-radico-liberali hanno voluta la concentrazione del loro partito politico contro di noi, noi invece non cerchiamo trionfi o conquiste per il nostro partito, ma la concentrazione dei vari interessi e delle diverse energie per sanare l’amministrazione cittadina. Ma per ottenere ciò è necessario che il Consiglio abbia un assetto stabile, che vi regni un certo equilibrio di forze, perché non le tendenze di partito disturbino o dirigano le sue movenze, come accadde anche recentemente, ma il bene della città sia l’unica mira. Ciò si ottiene colla rappresentanza proporzionale. Per questo il voto che chiediamo agli elettori non è un assenso al nostro partito, ma al nostro programma amministrativo con a capo la riforma elettorale. Siamo invero certissimi del voto della maggioranza dei cittadini, ma se l’attuale sistema dell’88 potrà nel prossimo marzo venir sfruttato ancora una volta per scopi politici, non importa. Sarà per un’altra volta. Noi vinciamo o cadiamo colla nostra bandiera, senza equivoci e senza secondi fini. Abbiamo fiducia che il buon senso trentino finirà col superare l’egoismo delle fazioni politiche. L’oratore termina ricordando una parabola del Mickievicz : «Una donna era caduta in letargia, e suo figlio chiamò i medici. Uno disse: “Io la curerei secondo il metodo di Brown”. Ma gli altri risposero: “È un metodo cattivo. La donna resti in letargia e muoia, piuttosto che essere curata secondo il Brown”. Allora il figlio disse: “Curatela in un modo o nell’altro, purché guarisca”. Ma i medici non volevano mettersi d’accordo né cedere uno all’altro il figlio allora per dolore e disperazione, gridò: “Oh, madre mia!”. E la madre alla voce del suo figliolo, si svegliò e fu sanata. La donna è la nostra alma città che giace prostrata e languente. L’hanno voluta curare coll’anticlericalismo, poi colla democrazia politica, poi col radicalismo, ora colla concentrazione liberale. Ma sono medicine sbagliate. Bisogna che il popolo levi alta la voce del suo buon senso, ed allora l’augusta donna si riscuote, si risolleva e scaccia tutti i medici. Questa parola del buon senso noi la invochiamo dai nostri lettori il dì dei 6 marzo» (Grandi applausi). "} {"filename":"23c3922d-090c-491d-9bac-e438f50808a3.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"«per far luogo a un partito aggressivo e invadente, mirante alla conquista di tutte le pubbliche cariche con una fame insaziabile che ben meriterebbe il monito che Filippo di Macedonia faceva al figlio Alessandro: “Cercati un altro regno perché il mio lo troverai troppo piccolo”». (Avv. Peratoner, proclamando i candidati della concentrazione nell’adunanza dei 24 febbraio) . Persona gentile, moderata, vissuta nel sapiente equilibrio di un’assenza prudenziale ha levata la voce per classificarci aggressivi ed ingordi di tutte le cariche pubbliche, chiamando a raccolta tutte le forze liberali per contendere la marcia a codesta lupa che cala dai monti ad ingoiare la città. ed ha natura sì malvagia e ria, che mai non empie la bramosa voglia, e dopo il pasto ha più fame che pria . L’oratore, dopo aver toccato questo pensiero ed aver suscitata nella fantasia un’immagine del nostro partito certo poco dissimile da quella costruita dai versi danteschi, chiuse inneggiando alla nobiltà ed alla cortesia delle forme dentro le quali si muove e propone di muoversi il partito liberale. E qui sarebbe a proposito di chiedere al signor avvocato se, durante la sua assenza abbia mai considerato il contegno dei suoi commilitoni di oggi o del giornale che ne è l’organo dal punto di vista della cortesia delle forme. Ma ci si potrebbe rispondere, come altre volte sebbene a torto, che badassimo ai fatti nostri. Parliamo dunque di questi. Signor oratore! La cortesia delle forme e l’umanità della parola sono bellissime cose, le quali addolciscono i pubblici travagli come l’oppio assopisce il dolore. Ma una cosa rimane ancora più bella sopra tutte le altre, e questa è la verità. E la verità è contraria alle sue parole, tanto contraria che anche la cortesia della forma, se a qualcuno venisse di fatto di trovarla in una classifica così ingiusta, non potrebbe diminuire il contrasto. Aggressivi, invadenti? Aggressivi, invadenti, insaziabili? Vediamo. Per lunghi anni abbiamo assistito, quasi inerti, al governo liberale nella amministrazione del comune. Poi una volta siamo corsi in appoggio del partito moderato (Brugnara, Peratoner, Manci ed il loro seguito) per impedire il dominio assoluto della democrazia radicale alleata coi socialisti. Signor avvocato, quando sostenevamo gli amici suoi eravamo aggressivi, invadenti, insaziabili? Un’altra volta, e fu per poco, ci riscuotemmo dal nostro assenteismo, e chiedemmo al corpo elettorale tre rappresentanti su trentasei (3 su 36, avvocato!) e si urlò: Indietro, preti, gesuiti! Fuori i clericali! Eravamo allora insaziabili, invadenti? Poi pazientammo ancora per lungo tempo. Infine ci scappò la pazienza. Quando abbiamo visto che il partito liberale fa delle cose municipali un monopolio di partito, amministra i milioni pagati dai cittadini come fossero denari suoi, abolendo ogni controllo di discussione pubblica, quando abbiamo sentito che per pagare i debiti ammontanti a 16 milioni, si stanno fucinando alla chetichella nuove e gravosissime tasse, allora spinti dall’opinione pubblica, ci siamo ribellati a codesto sistema, a codeste ingiustizie! Allora, abbiamo esaminato come mai codesto colosso liberale potesse governare a suo talento, ed abbiamo trovato che è un gigante dai piedi di creta. Esso sta in piedi perché sorretto da privilegi ingiusti. La maggioranza dei cittadini gli è avversa, ma egli se ne ride, perché non dipende dalla maggioranza. Una minoranza governa perché ha avuto il suffragio di 400 o 500 cittadini. Allora, vede, avvocato, avremmo potuto e forse dovuto gridare: Abbasso tutti i privilegi! Avremmo anche potuto, profittando dell’opinione popolare, ingaggiare la lotta al grido di: abbasso le tasse! Sarebbe stata un’invasione facile, un’irruzione sicura! A ciascuno il suo Ma noi abbiamo preferito chiedere semplicemente la proporzionale: Date a ciascuno il suo, abbiamo aggiunto; né più né meno. Propugnando la proporzionale possiamo noi contemporaneamente aspirare alla conquista di tutte le pubbliche cariche? Il nostro postulato venne ritenuto equo anche da alcuni suoi consenzienti, egregio avvocato, che ci vennero ad offrire una parte equa dei mandati di cui disponevamo. Accettammo. Eravamo 3 su 36, signore! Miravamo forse alla conquista di tutte le cariche? Nel Consiglio abbiamo propugnato l’allargamento di voto, la rappresentanza proporzionale degli interessi. Abbiamo noi cercato il dominio del nostro partito? È questo, onorevole signore, il regno di Alessandro che prepariamo per saziare le nostre brame? Vennero le elezioni suppletorie del novembre 1910. Si trattava di 7 seggi, quattro nel terzo, due nel secondo, uno nel primo corpo. Era il momento della conquista, dell’invasione, non è vero? Le ultime elezioni Eppure tant’era l’ardore del nostro assalto, che alla vigilia, il 30 settembre, scrivevamo: «Comunque, noi entriamo tranquillamente nella lotta senza titubanze e senza illusioni, come chi va a compiere un dovere né facile, né gradito». «Quello che importa è che la nostra scheda uscendo dall’urna diventi protesta contro l’ingiusto e l’ingiustificato assoluto dominio di un partito...» . Vincemmo nel terzo corpo . Ed allora avremmo potuto dire ai maggioritari. Il principio di maggioranza si è vendicato di voi, ora ne faremo noi l’uso istesso che voi faceste contro la maggioranza dei cittadini. Il regno di Alessandro si avvicinava. Vi siamo marciati incontro? Niente affatto. Il giorno dopo la vittoria abbiamo scritto: «Ed ora che faremo? Né più né meno di quanto abbiamo proclamato in tutta la campagna: rappresentare equamente gli interessi di tutti e propugnare una riforma elettorale equa, proporzionata agli interessi ed alle energie buone e fattive della città» . Di questo senso di equità e di disinteresse demmo prova subito, votando nel secondo corpo compatti per due impiegati, non militanti nel nostro partito, e nel primo per un liberale-moderato, perché questi erano vicini al nostro programma di riforme. In Municipio tenemmo parola. Urgemmo che venisse votata la riforma proporzionale, richiamandoci anche al voto dei corpi elettorali. Si era provocato un voto degli elettori e questi avevano risposto chiaro: vogliamo la proporzionale. Il «governo» Ma «L’Alto Adige» che aveva prima delle elezioni parlato con rispetto e con speranza del suffragio popolare del III corpo, quando la maggioranza si pronunciò contro di lui, la chiamò «governo». Era il governo che aveva vinto, non il popolo del III corpo. I cittadini, gli operai, i contadini che avevano votato per il nostro programma diventavano d’un tratto «il governo». Era questa una manovra per non riconoscere il significato del voto. Anche nel Consiglio si fece lo stesso giuoco. Al 23 aprile esso aveva raccolta la proposta Degasperi in favore della proporzionale, ma ora l’on. Bertolini, dopo le elezioni, dichiarava che quello era un voto platonico e si rimangiava il conchiuso. Tuttavia noi abbiamo fatto ogni sforzo perché il Consiglio compisse il suo dovere. C’era la tassa sui quartieri pendente dall’alto come la spada di Damocle, c’era il consuntivo del 1909 da discutere, c’erano le linee della futura amministrazione da fissare... Ma la maggioranza volle cavarsi d’impaccio, sottrarsi alle responsabilità che le incombevano, farsi beffe del voto degli elettori, il quale imponeva loro di lavorare o dimettersi. Venne perché lo vollero l’interregno governativo. Frattanto i liberali compievano la concentrazione. Buon numero dei cessati consiglieri venivano liquidati, si cercarono nomi non compromessi nell’ultima amministrazione e che sembrassero in grado di rappezzare le malefatte. Si era anche detto che bisognava metterci d’accordo per le modalità e la reciprocità delle minoranze. Un gruppo di liberali-moderati ne scrisse anzi al comitato liberale, ma questo fece il sordo. Finse anzi in un comunicato dell’Alto Adige d’ignorare che per il I corpo i moderati si erano riservata completa libertà d’azione. Così siamo venuti alla battaglia di lunedì. L’hanno voluta Noi non l’abbiamo voluta, non perché la temessimo, ma perché tutta la campagna elettorale non fece che peggiorare le sorti dell’amministrazione cittadina. Perché l’hanno voluta? Ve lo dico chiaro: per la concentrazione del loro partito, per l’idea politica. Se almeno si fossero raccolti fra loro ed avessero assunto un programma chiaro, preciso di riforme amministrative, questo programma avrebbe forse fatto passare di contrabbando anche l’idea di partito. Ma no, proposte amministrative chiare non potevano né vollero farle, perché hanno lasciato il lavoro a mezzo e per quanto riguarda la pubblica discussione, non è ancora accertato come stiamo di finanze. Si limitarono quindi a frasi generali, facendo intravedere nuovi pesi, accennando ai lavatoi pubblici ed al regolamento edilizio, robe che hanno promesso altre volte e non hanno fatto. In quanto alla riforma elettorale, chi ci capisce chiaro? Continua l’equivoco. Ma noi non lo vogliamo, e lo sapremo rompere. Noi diciamo: Signori liberali, se volete avere una forza politicamente, rinvigorite le vostre organizzazioni, fate sacrifizi, siate disinteressati, fate qualche sforzo per i vostri ideali politici e createvi i vostri baluardi e le vostre fortezze. Ma non pretendete di fare del Comune di tutti un fortilizio del vostro partito politico, non pretendete che gli elettori, pei quali avete amministrato così male, vi diano mandato di fiducia, semplicemente perché vi siete degnati di concentrarvi, dopo esservi presi per i capelli fino ad ieri. L’influsso del partito politico L’influsso direttivo della politica sull’amministrazione di Trento fu la causa del disastro. Per una ragione politica si provocò la ritirata dei moderati; per ragioni politiche si tennero lontani buoni amministratori e si diede il governo della città ad un consesso come l’ex maggioranza. E si potrà pensare ad un miglioramento, continuando lo stesso sistema? Invero la concentrazione spera sull’attuale regolamento di voto, che le salvi ancora la maggioranza. E potrà accadere. Ma non per questo noi cediamo d’un punto sul nostro programma: Allargamento del voto, rappresentanza proporzionale degli interessi, voto personale e diretto alle donne elettrici. I nostri candidati vinceranno o cadranno con questo programma! L’oca e i voti platonici «Noi comprendiamo benissimo – scriveva “L’Alto Adige” nell’ottobre del 1910 – che dopo tutto lo sforzo sostenuto per ottenere una “grande vittoria” elettorale possa spiacere al Trentino e ai suoi amici di dover ricominciare da capo; proprio come toccava a noi fanciulletti (beati i dì dell’innocenza!) quando ci si trastullava al nobile giuoco dell’oca» . E ce ne dispiace davvero, perché a Trento, per il bene della città, c’è dell’altro da fare che continuamente venire alle mani. Ma, poiché gli avversari l’hanno voluta, vedano gli amici e quanti aderiscono al nostro programma amministrativo di provare con la scheda in mano che quando nelle ultime elezioni si andava alle urne non s’intendeva di trastullarsi all’oca e che il voto degli elettori non ha da essere platonico come quello dei consiglieri. L’oratore della concentrazione, per spronare i suoi, si è richiamato alla testimonianza del Trentino che guarda a Trento. Noi crediamo che il Trentino sarà lieto se lunedì vincerà il buon senso dei cittadini e quel principio che solo praticamente darà il diritto alla città di dirsi la capitale del paese. Perché, signor avvocato, non è il regno di Alessandro quello a cui aspiriamo, ma è il regno del popolo trentino. "} {"filename":"1a72657c-fda9-4ea4-8ee3-4b3642d95a34.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"«L’Alto Adige» scrive che il partitone deve aver fatta la rassegna delle sue forze ed essersi convinto di avere la vittoria in pugno. Noi invero non lo diciamo, ma «L’Alto Adige» lo deduce dal nostro stato d’animo. I colleghi sono divenuti psicologhi e veggenti e siedono sul tripode come la Pizia di Delfi. Noi, senza sedere tanto in alto, potremmo con maggiore facilità analizzare le speranze dei liberali. Delle ultime elezioni suppletorie hanno detto che si trattava di una scaramuccia; poi hanno lavorato per tre mesi alla concentrazione di tutte le loro forze per darci battaglia campale. E tanta è la loro certezza di riuscire che nel III corpo hanno posto in prima fila il conte Manci, al quale si predice nel prossimo Consiglio una posizione speciale, l’on. De Bertolini, capo della Democratica e comandante di quell’ala più intransigente che vuole opporsi all’avanzata del clericalismo e il Zippel che assieme al Bertolini rappresenta le più dirette responsabilità dell’ultimo preventivo comunale. Il Partito liberale-nazionale ha comunque lanciato una sfida formale e precisa agli elettori del III corpo. Avevano questi coll’ultimo voto dato un biasimo evidente al contegno della maggioranza nella discussione del preventivo per il 1910 colla sua famosa elasticità del bilancio e la necessità delle nuove tasse. E i liberali dopo essere sfuggiti alle conseguenze dirette di tale voto, mediante lo scioglimento del Consiglio, presentano agli elettori del III corpo l’uomo che diresse questa maggioranza e le guadagnò una facile vittoria sulle proposte della minoranza. E accanto a lui compare il relatore della commissione del bilancio, che nella sua maggioranza, accolse le proposte della Giunta. Inoltre nell’ultima andata alle urne il III corpo, nella sua maggioranza, si dichiarò per la proporzionale; ed i liberali chiedono questa volta il voto per il capo di quel Consiglio che squalificò perfino un ordine del giorno sulla rappresentanza proporzionale da esso accolto, dicendolo più che un serio proposito una velleità platonica. I nostri avversari devono essere quindi molto sicuri e certi dei propri destini, se sfidano così apertamente il verdetto delle elezioni cittadine. Pare anche ch’essi contino sull’aiuto delle combinazioni eterogenee. Ieri veniva distribuita una lista con dieci nomi, nove ufficialmente liberali, il decimo Fausto Pasini. Oggi fa il giro un’altra lista. Porta in testa i nove candidati ufficiali più in basso Fausto Pasini, più sotto ancora due linee punteggiate sulle quali, per completare la scheda, si devono scrivere evidentemente i due nomi dei socialisti Avancini e Battisti. Gli è perciò che i due socialisti hanno lasciato cadere del loro programma la proporzionale, accontentandosi di una dichiarazione vaga ed approssimativa come la desideravano i «borghesi». Di fronte a queste manovre, e con tale ordine di battaglia spiegato innanzi a noi, non abbiamo che poche parole da dire. Amiamo le posizioni nette e le vie diritte. Dopo animata e convincente discussione si è deciso che nel terzo corpo si presentino 9 candidati, né uno di più, né uno di meno. Raccomandiamo quindi agli amici di votare compatti per la lista pubblicata dal Comitato popolare. Non importa vincere o perdere, importa che diamo una prova di disciplina, d’entusiasmo, di profonda convinzione. Tutti quelli che ci daranno il voto, lo diano per convinzione, per assenso al nostro programma. Noi attendiamo che lunedì non uno manchi alle urne o voti per pressioni o per riguardi personali. I nostri avversari stessi non sanno opporre delle sode ragioni alle nostre critiche, ai nostri criteri, al nostro programma. Per questo si rifugiano sul campo politico e di partito. Ma nel Municipio di Trento si può fare una sola politica, ed è la politica nazionale. In realtà questa non è una politica di un partito qualsiasi, è il programma di ogni buon italiano, la volontà di ogni cittadino onesto. Fra i cittadini di Trento in riguardo non vi può essere differenza che di metodi e di modi. Chi ripete solo a se stesso od al suo partito il sentimento ed il volere nazionale, fa opera di setta, riprovando tra i cattivi cittadini la maggioranza della città. Elettori, protestate colla scheda in mano contro codesta superba rivendicazione di partito che si risolve in un ostracismo dei più. Anche molti liberali condividono in riguardo il nostro pensiero. Ricordiamo che l’Unione, organo dei moderati, scriveva: «Si può concepire una politica nazionale affidata ad un solo partito?». «E noi comunque biasimiamo codesta quotidiana polemica contro l’onestà e la lealtà delle dichiarazioni dei clericali sulla questione nazionale, codesta piccina e pettegola recriminazione, che rende poi difficile per non dire impossibile il comune combattimento nel giorno di battaglia e snerva le forze comuni». Elettori, scrivete sulla vostra scheda i seguenti nomi: III CORPO Giulio Andreotti, impiegato. Avv. D.r Giuseppe Cappelletti. Dottor Aldice Degasperi. Giuseppe Maria Ferrari, negoziante. Pietro Maccani, industriale. Tullio Pallaveri, capo contabile. Bonfilio Paolazzi, deputato. Quirino Pergher, ferroviere. Giuseppe Prada di Giuseppe, industriale (1334) . "} {"filename":"db014858-bbd8-4fa9-9764-13b31ff7ac30.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Il metodo socialista – La commedia contro il rincaro dei viveri – L’aumento del contingente e i compensi ottenuti – Il dazio sui grani. Il Popolo, non avendo voglia di narrare ciò che fece e non fece il defunto Avancini, cerca di stornare l’attenzione del pubblico, occupandosi di ciò che fecero e non fecero i deputati popolari e liberali . Di questi ultimi non tocca a noi parlare in tale occasione, quanto ai primi la risposta non ci torna difficile. Premettiamo che la tattica dei socialisti al parlamento è la seguente. Continuano a fare proposte ordinarie e d’urgenza al solo scopo di agitazione; sono pronti a distribuire danaro a destra e a sinistra ma si rifiutano di dire e fissare donde si prenderanno le entrate necessarie per fare distribuzioni; gridano contro il bilancio dello stato e la leva delle reclute, ma si eclissano quando la loro presenza e il loro voto in contrario, farebbe cadere il bilancio e la leva colla conseguenza ovvia e recentemente confermata dall’esperienza che, mancandogli il voto della Camera, il Governo manda a casa i deputati e fa quello che vuole col § 14 . Ciò posto veniamo ai singoli casi. La Camera – dice il Popolo – respinse l’urgenza di una proposta dei socialisti contro il trasferimento di due impiegati che avevano candidato nelle elezioni del 1907 e così pure respinse l’urgenza di un’altra proposta in favore di una legge di protezione degli impiegati. Oh, abilissimi bussolottieri! Come sapete cambiare le cose! La Camera respinse l’urgenza della prima proposta, perché quegli impiegati erano stati traslocati non già per avere comandato nelle elezioni, ma per gravi infrazioni disciplinari che non vengono tollerate in nessun Stato, meno che meno nella Francia dove, in casi simili, il Governo radicale-socialista di Briand e consorti procedette con ben maggior rigore. Quanto alla legge di protezione degli impiegati, tanto è falso che la Camera abbia votato contro, che anzi chiese a unanimità e ottenne la presentazione di legge per l’avanzamento automatico con tutti i suoi annessi e connessi. E una! La Camera – dice ancora il Popolo – respinse la proposta d’urgenza dei socialisti diretta contro il rincaro dei viveri. Quante bugie in sì poche parole. Interroghiamo gli atti parlamentari. Faceva freddo. Era l’inverno 1907. Il carbone per merito dei milionari ebrei, era diventato un lusso, i poveri non potevano riscaldarsi. Un deputato borghese, Kraus, fece una proposta molto radicale contro il rincaro del carbone, toccando vivamente gli interessi dei capitalisti. Il capo dei socialisti, d.r Adler, chiamò la proposta Kraus «carta straccia». Messa la proposta ai voti, al primo punto i socialisti rimangono seduti, perché loro non votano «carta straccia» e non fanno commedie, ma tutto il resto della Camera s’alza in piedi; al secondo punto i socialisti, già alquanto impressionati e impauriti, parte s’alzano e parte rimangono seduti, mentre la Camera ride dell’esilarante spettacolo; al terzo punto tutti i compagni sono convertiti e votano unanimi anche loro per la «carta straccia»! Un’altro borghese, Klofac , fa poi un’altra proposta contro il rincaro dei viveri. Il momento è molto mal scelto. La Camera deve approvare entro un termine fisso il compromesso austro-ungarico, a scanso di gravi danni economici e dello scioglimento. Ma Klofac sta duro e mantiene l’urgenza della sua proposta. In questa penosa condizione di cose, il socialista Schrammel, sdegnato, si scaglia contro il Klofac, ne bolla la proposta come «demagogica e inopportuna» e conchiude: «Vi rendo attenti che noi crediamo la cosa di cui si tratta, troppo importante, perché veniamo qui adesso a sorprendervi con tali proposte d’urgenza; a tempo opportuno e quando vi sarà la possibilità di fare anche in Austria qualche cosa, ci riserviamo di presentare noi una proposta ben ragionata». (Protocollo stenografico, col. 2902). Orbene, che successe? Pochi giorni dopo, essendo del tutto immutata, anzi peggiorata, per le cresciute strettezze del tempo, la situazione, lo stesso Schrammel presenta una sua proposta sul medesimo oggetto del Klofac. Ah, la sincerità e la coerenza! Infine i socialisti, dopo parecchi giorni di discussione, riconoscono che certe questioni non si possono decidere al momento e se la cavano dicendo che avevano fatta la proposta per sentire come la pensava il nuovo ministro dell’agricoltura. Altro che la cura e la sollecitudine contro il rincaro! Mentre i socialisti, a udirli loro – si facevano in quattro con questa commedia per salvare... il popolo, Avancini era a casa! Oh, perché non trovarsi a Vienna sul campo della gloria a strappare la povera gente dalla morte per fame? Invece i popolari erano al loro posto, e – contrariamente alle bugie del Popolo votarono – su proposta del cristiano sociale Fink – per l’assegno della questione ad apposito comitato che propose poi i provvedimenti di parecchi milioni per la costruzione di piccoli quartieri e raccomandò l’importazione della carne argentina, cose che la Camera votò ed approvò. Veniamo alla terza. Popolari e liberali – dice il Popolo – votarono per l’aumento dei bersaglieri (alla provincia ne toccano 180). Tace però di tutte le controconcessioni ottenute: 3½ milioni all’anno di sussidi per le famiglie dei riservisti, 3 settimane di permesso al tempo del raccolto, 3058 esenzioni (nella sola provincia) dalle ultime manovre di 4 settimane e 500 esenzioni in più fissate per legge dopo il primo anno di servizio. E tace ancora che la proposta passò per soli tre voti di maggioranza, e che 12 socialisti, fra i quali Avancini, non comparvero a votare. Se la proposta era dannosa, perché quei 12 apostoli si eclissarono? Bastavano 3 voti di più in contrario per farla cadere! Tutti furono convinti che neanche i socialisti si sentivano il fegato di opporsi alla proposta; non volendo però addirittura votarla, si assentarono perché passasse e per gridare poi, ciò nonostante, contro i borghesi. Che belle commedie! Popolari e liberali votarono contro la riduzione della tassa dello zucchero. Ecco un’altra bomba! Tutta la Camera, dicesi tutta, a eccezione dello Steinwender – buon amico dei socialisti e eletto col loro appoggio – votò per la riduzione di 16 milioni all’anno sulla tassa dello zucchero, introdotta a suo tempo col famoso §14; ma la Camera dei Signori si rifiutò di approvare la deliberazione dei deputati. Questo è tutto. E quattro! Liberali e clericali, votarono contro l’urgenza della sospensione del dazio sul grano. Nuova trovata da Don Basilio! Gli italiani votarono per la sospensione del dazio nella commissione economica e pretendevano che quel voto – che già trovavasi all’ordine del giorno – venisse formalmente discusso alla Camera e da essa confermato. I socialisti, invece, per farsi belli del sole di luglio, con un trucco poco felice proposero uguale risoluzione nella votazione del bilancio, pensando in tal modo di prevenire i borghesi e dar loro dei punti. La Camera rispose però loro coppe! E insistette che la proposta di sospensione del dazio grani già approvata dalla commissione economica e messa all’ordine del giorno della seduta plenaria venisse trattata in piena regola. Del resto giova notare che tale proposta non ha altro valore che di una dimostrazione contro l’Ungheria, senza il cui consenso non è possibile né una riduzione né l’abolizione. Dobbiamo continuare? No, no! Ci pare che basti per mettere in evidenza le panzane e le arti calunniatorie di quei cari socialisti! "} {"filename":"244c27b2-d014-4598-a02c-5036af9776d8.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Compiono oggi vent’anni dal giorno memorando in cui l’immortale Leone XIII pubblicava l’enciclica Rerum Novarum, colla quale richiamava sapientemente e paternamente l’attenzione del mondo intero sulle condizioni economiche e morali delle classi popolari, e con autorevole parola incitava quanti hanno senso di carità e di giustizia ad interessarsi vivamente ed efficacemente delle sorti del proletariato. Sarebbe ingiustizia negare che la parola del grande Pontefice non abbia avuto un’eco larga ed efficace in tutto il mondo; poiché specialmente da allora si constatò una vera rifioritura di istituzioni economico-sociali d’ogni maniera, destinate appunto a migliorare la condizione non solo morale ma anche materiale delle classi lavoratrici. Solo pochi giorni fa l’on. Longinotti , nel suo poderoso discorso poteva annunciare in Parlamento che nel Regno, dai dati desunti dalla inchiesta dell’ufficio del Lavoro, dati per varie ragioni inferiori al vero, esistono attualmente 368 leghe di lavoro cattoliche con oltre 100.000 iscritti; 1790 società operaie cattoliche di mutuo soccorso; 1737 tra cooperative agricole di varia natura, cooperative di produzione, di lavoro e di consumo; 102 banche ad ispirazione cattolica; 1611 casse rurali e popolari cattoliche. In complesso dunque, restringendoci al Regno, sono ben 5608 autentiche istituzioni economiche esistenti per merito ed opera dei cattolici, le quali stanno a provare come la Chiesa abbia veramente a cuore le classi proletarie, e rispondono eloquentemente a tutte le calunnie avversarie, a tutte le male arti di coloro, che poco o nulla lavorando per il vero bene del popolo, lavorano altrettanto a rendere invisi nel popolo stesso il Papato e la Chiesa. Anche i cattolici trentini oggi possono affermare a fronte alta di aver compiuto il loro dovere di fronte ai bisogni del popolo nostro. Sì, nel campo della coltura popolare, come in quello dell’organizzazione economica e sociale, i cattolici trentini hanno spiegato una attività che è presa a modello da consenzienti ed avversari di altri paesi. È dunque non solo ragionevole, ma doveroso anche che venga commemorato il solenne anniversario della pubblicazione della Rerum Novarum e che di essa si facciano conoscere ed apprezzare l’alto significato e i benefici effetti. Ma non bisogna credere che l’enciclica Rerum Novarum, nella mente e nel cuore del Pontefice che l’ebbe dettata, fosse destinata soltanto o principalmente a suscitare dovunque istituzioni economiche a favore del popolo: essa ebbe di mira soprattutto di ristabilire il doveroso equilibrio nei rapporti tra le varie classi sociali, onde prima ancora che di libere istituzioni dovute alla attività personale o collettiva dei cattolici, l’enciclica memoranda parla sapientemente di carità generosa non solo, ma anche di rigorosa giustizia, di diritti e di doveri sociali, che quanto sono gravi altrettanto sono sacri per i padroni non meno per gli operai. Cosicché l’immortale enciclica non deve essere ritenuta un semplice manuale, per quanto autorevole, di organizzazione sociale cattolica, ma deve essere riguardata e venerata come un vero e proprio codice di giustizia sociale, tanto più autorevole, in quanto si basa come su granitico fondamento, sui dettati ineccepibili del Vangelo. In Francia, in Belgio, ed in altri paesi civili la Rerum Novarum viene oggi commemorata con un entusiasmo che crescit eundo. Sembra che in momenti in cui assistiamo al naufragio di scuole, di dottrine che ancora qualche anno fa si bandivano come munite del sigillo dell’eternità e che oggi sono relegate modestamente in soffitta, i cattolici trovino una gioia particolare a mostrare intatta la loro carta, la Rerum Novarum. Essa significa riformismo nell’organizzazione sindacale, ed è precisamente questo movimento che trionfa. Ketteler vince su Carlo Marx, la Rerum Novarum trionfa sul Capitale. "} {"filename":"de65e784-f0e9-4956-88eb-427a9ef64eb4.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"I giornali innsbruckesi riferiscono largamente attorno al congresso generale del Volksbund, di cui ieri abbiamo data una speciale relazione . L’intonazione è però, come sempre, alquanto diversa. Le Innsbrucker Nachrichten radicaleggiano senza sottintesi, il cristianosociale Tiroler Anzeiger ci tiene invece ad accentuare ripetutamente di non essere il Volksbund un’associazione di guerra contro i fratelli italiani, ma un baluardo contro l’irredentismo manifesto o nascosto, la cui esistenza sfugge al Governo!!? Di fronte a che basti constatare che un oratore ufficiale del congresso ha detto scopo precipuo del Volksbund la conquista o la riconquista delle terre una volta tedesche, ossia come vediamo nella pratica la germanizzazione di terre italiane. Dopo quanto è accaduto, il parlare di un’associazione difensiva è ignoranza supina o feroce ironia. Un altro foglio cristiano-sociale di Bolzano, il Tiroler, aveva recentissimamente attaccato il Volksbund per la sua dimistichezza colla Südmark, politicante e protestizzante. A Bolzano si vede forse più chiaro che altrove. Ma il congresso di Egna ad unanimità respinse tali accuse affermando che il Volksbund è in tale riguardo immacolato, e che dalla Südmark o dalle associazioni simili prende i denari, ma non i principi. Alla protesta contro il foglio cristiano sociale partecipò anche il parroco Steck, deputato del suo partito. Nessuna meraviglia quindi che l’Anzeiger, arrivato oggi, si diffonda in scuse, e pianti in asso suo fratello minore affermando che il Volksbund è apolitico e insospettabile. La condotta della stampa cristiano sociale manca in tal riguardo di coerenza e, diciamolo pure, anche di dignità. Oltre a ciò il congresso fu un pochino antigovernativo. La maggior parte degli oratori ebbero attacchi o punture contro la Luogotenenza e la Giunta. Ed è comicissimo il leggere come anche Anzeiger riferisce, senza battere ciglio, le proteste degli oratori, compreso il parroco Steck, contro il sistema italianofilo che domina attualmente nella Giunta e contro l’ultrapotenza del vicecapitano d.r Conci (?!) quasi che in Giunta non avessero la maggioranza i cristiano sociali assieme ai liberali tedeschi! Se l’attaccare l’attuale indirizzo della Luogotenenza e della Giunta, non è far politica, che cosa rimane ancor altro da fare alle società politiche? Si è votato anche un ordine del giorno nel quale si invitano tutti i deputati tedeschi a far mutar rotta alle autorità provinciali? Non è politica questa? Certissimamente. Solo che è politica cosciente per i radicali alla Meyer e alla Schuhmeier , ma è invece politica stolida per chi tiene i propri rappresentanti nella giunta provinciale. Il clou della protesta contro le autorità provinciali è cristallizzato in un ordine del giorno, nel quale si afferma che la domanda per l’approvazione della scuola privata di Folgaria si trascina senza evasione fin dal 1909. Lo stesso avverrebbe di un ricorso contro la sospensione dei corsi tedeschi a Castel Tesino. Il congresso vede in tali ritardi un arbitrio amministrativo, contro il quale protesta fieramente richiamandosi al § 70 della legge scolastica dell’Impero. Non vi chiediamo, però, signori tirolesi, se accanto alla legge scolastica non ve n’è un’altra tra le fondamentali e tra le superiori, quella cioè che riconosce parità di diritto a tutte le nazioni né vi domandiamo quale principio, quale paragrafo di legge vi autorizza ad entrare come ladri nel nostro possesso nazionale, a portare la discordia e la lotta non sempre incruenta nei nostri paesi. E di contro alle vostre proteste ripetiamo colla convinzione del buon diritto che ricorreremo ad ogni mezzo lecito per impedire le vostre ladrerie nazionali e che il Volksbund potrà qui e là fare la sua comparsa tra la fungaia dell’ignoranza, ma fino a che ci saranno trentini degni di questo nome, non passerà né oggi né mai! In quanto alle proteste, siamo noi che dobbiamo protestare, non voi! L’orchestra militare di Trento, quantunque sia proibito alle bande militari di partecipare a feste nazionali, suonò al ritrovo della vigilia. Noi protestiamo contro codeste intromissioni dell’i.r. esercito. L’anno scorso i deputati ebbero dal ministro l’assicurazione che simili casi non si ripeterebbero. L’autorità militare di Trento s’infischia delle dichiarazioni ministeriali? E non le importa che il suo contegno suoni offesa alla popolazione italiana di tutti i partiti? I nostri deputati ripeteranno la protesta in forma più energica. In generale è ora che si sappia se nel nostro paese, di fronte al Volksbund, abbiamo due governi, quello delle autorità civili che almeno devono tener conto dei deputati, e quello militare che se n’infischia. Accadde ancora ieri l’altro che persone del comitato organizzatore perseguitassero e facessero perseguitare un nostro collaboratore, riconosciuto come tale, perché prendeva degli appunti. Gli si diede la caccia con la prepotenza e la forza del numero. Ecco la scuola di vigliaccheria e d’odio che porta dovunque il Volksbund. A Egna gli albergatori speculano sugli italiani che dimorano nei dintorni e che passano in ogni modo numerosissimi per raggiungere Fiemme e Fassa. Finora non si ebbero conflitti, ma il Volksbund li ha provocati e ne potrà provocare ancora. Che cosa avverrebbe se gli italiani rispondessero per le rime alle sassate e agli insulti di Sauwelsch e welscher Schuft? Badino gli Holzknechte e compagnia che seminano vento e tempesta. "} {"filename":"059319f3-73fd-488f-8b6e-2e8a422f406e.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Il partito liberale ha completata la lista dei propri candidati. Al professor Onestinghel ed al bar. Malfatti si aggiungono il bar. Tito Ciani-Bassetti per il collegio di Trento-Sarca-Fersina, il maestro Vanzetta di Cavalese per Fiemme, Fassa, Primiero, Civezzano, il Cavalier Vittorio de Stanchina per l’Anaunia e l’avvocato Stefenelli per le Giudicarie. Negli altri collegi – se dobbiamo credere al Popolo – i liberali non seppero trovare dei candidati. Come abbiamo previsto il partito popolare è ingaggiato su tutta la linea e si trova contro a tutti gli altri partiti. I socialisti battono la campagna, attaccando dappertutto gli odiati «clericali» e risparmiando quant’è possibile i liberali. Questi – in campagna – volentieri fingono di dimenticare la figura barbina fatta a Vienna dal primo rappresentante del socialismo trentino al Parlamento. Marciano anzi in una formazione quasi parallela, posando a fieri oppositori del governo ed attaccano i «clericali» come governativi e militaristi. Il sommo dell’impudenza ha toccato in tal riguardo l’avv. Antonio Stefenelli in Arco, parlando in appoggio della candidatura Malfatti. Asserì, mentendo, che i popolari tanto al Parlamento che alla Dieta che alle Delegazioni hanno votato toties quoties per le spese militari e viceversa si fece bello dei lavori dietali, quasi che vi ci avesse condotti non la tattica e il volere dei popolari, ma il programma del partito liberale. Eppure se c’è nel Trentino un deputato il quale da anni ed anni ha raccolto le briciole governative è il bar. Malfatti e nessuno meno di lui può reclamare il diritto di posare ad eroe di opposizione. Egli stesso ha avuto anche la sincerità di dichiararlo nella sua prima conferenza, ma i suoi trabanti vogliono fare i bravacci ad ogni costo. La solita faccia di Giano del nostro liberalismo del resto: in casa pistolotti, dimostrazioni e tutto l’acrobatismo politico dell’opposizione chiassosa ed infeconda. Ma fuori, di fronte al governo, il partito liberale manda le persone serie ed ammodo, le quali sanno magari criticare il radicalismo piazzaiuolo che in casa fa della politica uno sport di lillipuziani, e le quali badano sopratutto a contrattare giorno per giorno il loro voto, strappando qualche benefizio per la loro città ed il loro collegio. Altro che opposizione! Ricordiamo di aver sentito che il 1907 una alta persona di governo avrebbe deplorato assai che il Malfatti non fosse riuscito eletto! La stessa faccia di Giano per la Dieta. «L’Alto Adige» dice chiaro e tondo che vorrebbe l’ostruzione. Accusa anzi i popolari di lasciar cadere per vantaggi economici la causa ideale dell’autonomia e vuole che ogni reponsabilità del lavoro dietale ricada sui popolari. Questo punto di vista non impedisce però ai suoi deputati di menar vanto dei risultati ottenuti sovratutto dai popolari alla dieta. Ora è tempo che tale politica doppia venga smascherata. I liberali ci attaccano su tutta la linea. Rispondiamo ai loro attacchi con un contrattacco generale. Nei collegi rurali essi domandano agli elettori il voto contro il partito popolare: incarichiamoci noi nelle città di acclamare i successi delle loro amministrazioni e di confrontare coi mirabolanti programmi, le miserie della realtà liberalesca. L’astenersi, il rimanere inerti quando i liberali ci attaccano su tutta la linea e quando, come nel collegio meridionale, cercano di confondere le coscienze degli elettori, è viltà e errore gravissimo. Invitiamo quindi i fiduciari dei due collegi urbani a radunarsi quanto prima ad incominciare con vigore la campagna. Il partito popolare può presentarsi a fronte alta fiero del proprio programma, superbo del proprio lavoro. Quanto ai collegi rurali, una cosa sola sperano gli avversari: non che la maggioranza degli elettori dia loro ragione, ma che, per l’urgenza dei lavori agricoli, per l’emigrazione temporanea, per la fiacca naturale che doveva coglierci dopo lo scioglimento della Camera, buona parte non eserciti il proprio diritto di voto. Ma noi confidiamo sullo spirito di sacrificio e sull’educazione politica del popolo, il quale non è più la massa ignorante che fece per tanti anni il comodaccio di certi signori. Gli amici non manchino ad aiutare con tutta l’energia la nostra opera di propaganda. "} {"filename":"d63ea17f-b8ff-4425-85b9-765393b67fa5.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"La giornata di ieri ci ha recata la vittoria nel collegio di Val Lagarina, dove ai 13 era stata sospesa. Il partito popolare mantiene quindi nel Trentino la sua posizione predominante. Non dobbiamo nascondere tuttavia che la vittoria di ieri ci venne contrastata con uno sforzo supremo. Abbiamo dovuto combattere una battaglia insolita, quasi alla cieca, senza poter distinguere chiaramente se avevamo a lato amici o avversari. Le Lega batteva la campagna col nostro programma e fino ad ieri i suoi improvvisati oratori asserivano che, a battaglia finita con un’eventuale vittoria del loro candidato, farebbero subito la pace coi popolari. Ma intanto, dicevamo, conviene eleggere «quello di Isera» e non «quello di Trento» . Nel campanilismo i leghisti trovarono un eccellente alleato per i ballottaggi, alleato che aumentò di potenza, quando fu rinvigorito dall’anticlericalismo dei liberali e dei socialisti. Perché di ciò non v’ha dubbio: ieri gli anticlericali d’ogni tinta concentrarono i loro voti sul controcandidato, riuscendo a dargli quei 2000 voti, che nel 1907 si affermarono sul Postingher . Detto questo non conviene dimenticare però che la forza prima dei nostri avversari fu l’organizzazione stessa della Lega. Presentatasi prima col consenso o, talvolta almeno, colla tolleranza benevola dei nostri, si diffuse e allargò sotto i nostri occhi senza che per la maggior parte si fosse in chiaro sul suo valore reale e sulle sue finalità. Quando l’alleanza con certi elementi aprì gli occhi a tutti era troppo tardi: la gente era ormai fanatizzata, tanto che il ragionare si addimostrò impossibile. In tempo di elezioni è difficile convertire chicchessia, ma più difficile ancora è convincere un contadino che abbia ormai abbracciata un’idea, per quanto sia assurda e falsa. Perfino le attitudini del candidato non avevano di fronte a questi ostinati alcun valore. Se l’Adami (rispondevano) non saprà fare, vuol dire che in 6 anni imparerà, e la prossima volta potrà presentarsi come il candidato più idoneo. E fra quelli che ragionavano così c’erano moltissimi soci delle nostre organizzazioni economiche, compresi numerosi membri direttivi! È dunque una seria lezione che gli amici lagarini e noi tutti dobbiamo ricavare dal suffragio del giugno 1911; e noi vogliamo sperare che essa giovi. Dei ballottaggi urbani il più interessante è quello del collegio meridionale. Il barone Malfatti mantiene il collegio per soli 70 voti di maggioranza . I fiduciari e la direzione del partito popolare avevano proclamata l’astensione, che venne pubblicata su manifesti. Se facciamo il confronto tra il numero degli iscritti e quello dei votanti, possiamo concludere che l’astensione fu in buona parte osservata. Votarono invece per i socialisti tutti gli aderenti della Lega, in compenso dell’aiuto ricevuto in Val Lagarina dagli aderenti di Silvio Flor; e per loro si lasciarono indurre a dare il voto anche parecchi contadini che, per la deficienza dell’organizzazione nostra, diventano facile preda del primo venuto. In tal riguardo dobbiamo espressamente notare che se non avessimo proclamata con franchezza e senza equivoci l’astensione a Mori, gran parte dei nostri aderenti non avrebbero certo votato per i liberali, stomacati com’erano dai sistemi di corruzione usati dai loro galoppini nel primo scrutinio. La vittoria del Malfatti appare quindi tutt’altro che una grande vittoria del liberalismo; essa è appena un salvataggio fatto con ogni sforzo all’ultima ora, e riuscito non per il liberalismo, ma per le aderenze personali del barone Malfatti. Ne sapranno cavare i liberali i dovuti insegnamenti? Dubitiamo assai. La campagna violenta che hanno fatto contro i clericali ci fa ritenere che anche nel collegio meridionale andiamo incontro alla situazione di Trento. Qui nulla di nuovo, ma il solito spettacolo nauseante della prostituzione liberalesca. La direzione del partito non ha avuto il coraggio di proclamare l’astensione nemmeno dopo le staffilate del Popolo; dichiarò invece di disinteressarsi. La formula era identica a quella usata dal Comitato liberale per le elezioni. L’ala radicale del Partito liberale accorse alle urne a dare il voto a colui che fino a ieri aveva staffilato a sangue la borghesia liberale. L’elezione di ieri chiude così degnamente la miserabile campagna del liberalismo nostrano. L’anticlericalismo a tutti i costi, il servilismo di fronte ai socialisti saranno la sua morte. Imponentissima fu invece l’affermazione dei nostri. Anche il ballottaggio segna per noi un consolante progresso sul 1907, mentre per i socialisti e radicali assieme segna un regresso. Coraggio, amici, non abbandoniamo mai la via della dignità, della coerenza, della verità francamente professata. Attorno a noi si aggiungono sempre nuovi aderenti, e non è lontano il giorno in cui il buon senso e lo spirito cristiano di Trento vinceranno definitivamente. Dei ballottaggi ci manca il tempo di parlare diffusamente. I popolari italiani ritornano alla Camera nella forza che avevano prima, essendo ieri riuscito in ballottaggio anche lo Spadaro; i socialisti italiani invece di quattro, saranno tre; i liberali sei, guadagnando un mandato a Trieste, perduto dal socialista Scabar. Gli italiani avranno però alla Camera una posizione peggiore perché si troveranno di fronte agli arrabbiati nazionalisti tedeschi Erler, Kofler e Kinz in mezzo alla federazione tedesco-nazionale cresciuta di potenza. I cattolici poi devono armare fin d’ora. A Vienna soccombettero i capi dei cristiano-sociali e vinsero invece parecchi candidati della massoneria giudaica e i più autentici rappresentanti del movimento antireligioso! "} {"filename":"337a0af1-6769-4956-8ccb-c67cd265c216.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"In parecchi collegi elettorali il socialismo ha aumentati i suoi voti. Parte vanno messi a conto dei liberali che, per anticlericalismo votarono in favore del candidato socialista, parte tuttavia rappresentano un vero acquisto del partito internazionale. Per convinzione? Per maturato ragionamento? In forza di una mutata coscienza politica? Chi conosce il paesello dove vennero raccolti i voti e gli elettori che li lasciarono cadere nell’urna, vi risponderà senz’altro di no. Oh, perché allora? Ma – aggiungeranno – ci è capitato in paese il tal conferenziere e con quattro frasi tribunizie li ha ammaliati. Ecco una spiegazione che dovrebbe farci arrossire. Può dunque accadere nel proprio paese, nonostante la tanto ammirata organizzazione cattolica, nonostante l’attività efficace ed instancabile del partito popolare, e per il contrario, malgrado la vacuità e la negatività del partito socialista, che la propaganda tumultuaria dell’ultima ora sorprenda e trascini gli elettori ad un atto ch’è in perfetta contraddizione con tutta la loro psicologia e pratica consuetudinaria? Certe votazioni rosse del 1911 rischiarano improvvisamente la situazione come lampi che precedono il temporale. Non illudiamoci! Non illudetevi nemmeno voi, amici, che abitate nella quiete remota di un villaggio di montagna; se non facciamo nulla per impedirlo, il temporale, in una misura o nell’altra ci sorprenderà, abbattendoci. Quest’anno una semplice concione di venti minuti vi ha fatto perdere una trentina di voti. Che cosa sarà, quando la forza di propaganda del partito socialista sarà aumentata o quando vi penetrerà entro le mura sotto falso nome? Il Trentino ha dovuto ripetere questo monito anche dopo il maggio del 1907. Non con troppo frutto. È facile riversarne la colpa sulla centrale dell’Unione popolare; ma giova poco. È ben vero che la direzione non ha potuto completare i quadri dell’organizzazione, è ben vero che noi, ridotti a due o tre persone, sovraccariche di lavoro, non abbiamo potuto soddisfare a tutte le esigenze della propaganda, ma è vero sopratutto quello che abbiamo affermato nel 1907, che cioè ogni organizzazione politica senza il lavoro locale di preparazione e di educazione alla vita pubblica, manca di base duratura. E di questo lavoro locale se n’è fatto molto? Dobbiamo rispondere colla certezza di non poter essere smentiti che in molti paesi non s’è fatto niente, in moltissimi troppo poco. Le eccezioni sono sulla bocca di tutti. Gli è che per tale riguardo siamo ancora troppo pochi democratici. Non basta l’azione per il popolo, è necessario l’educazione e l’azione del popolo. Non discutiamo qui teoricamente se il principio conservativo sia migliore del democratico o meno. Il suffragio universale rende inutili quelle discussioni teoriche. La realtà è che il presente regolamento elettorale concede il voto a tutti, in misura eguale, che tale sistema trae con sé la propaganda e l’agitazione elettorale di tutti i partiti e che quindi tutti gli elettori, presto o tardi, per la viva voce o per la stampa devono venire a contatto con tutta questa propaganda, con tutte queste idee. È quindi assolutamente indispensabile preparare le coscienze, rendendole forti e resistenti alla marcia elettorale che nel momento decisivo rigurgiterà intorno ad esse. La preparazione si fa diffondendo la nostra stampa, rianimando le nostre società operaie, costituendo circoli, curando la parte morale delle istituzioni economiche. Il male va combattuto con una cura preventiva. Quante volte non l’abbiamo ripetuto anche dopo il 1907. Eppure è accaduto anche durante la recente campagna che si sono fatte o chieste conferenze solo dopo la propaganda socialista! Avvertano bene tutti coloro cui sta a cuore la nostra causa. Da questo posto siamo in grado di giudicare la situazione generale senza pessimismo, ma anche senza illusioni. Ebbene noi dobbiamo affermare che senza un nuovo sforzo di azione cattolica, senza uno slancio rinnovato di democrazia, senza maggiore comprensione dei tempi che corrono, i cattolici trentini perderanno ben presto le posizioni che gli avversari loro invidiano. La sorte dei cristiano-sociali viennesi e dei cattolici slavi della Boemia ci serva d’esempio. Noi, per quella moderna concezione del giornalismo cattolico che ci ha sempre guidati, non mancheremo al nostro dovere; la direzione dell’Unione popolare manterrà la sua parola, ma non si dimentichi che senza il lavoro di preparazione locale, innalzeremo una costruzione sulla sabbia. Né ci venga taluno a rispondere che «quelli di Trento» ci pensino loro, che a loro tocca, e così via. Noi concepiamo e dobbiamo concepire le lotte pubbliche come battaglie per il pensiero cristiano; per questo e per non altre ragioni combattiamo sotto quella bandiera che dev’essere l’insegna di tutti i cattolici trentini. Il richiamo del nostro dovere non può servire quindi di attenuante per i mancamenti altrui, quando la fonte dalla quale scaturiscono gli obblighi degli uni e degli altri, è la nostra comune sorgente di vita. "} {"filename":"5d077b72-e931-4047-a873-e3b51c8b4335.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Vienna, 25 È il grido dei liberali e dei socialisti durante le elezioni. A elezioni finite la scena si cambia e sul tavolo dei deputati piovono le proposte di legge contro la religione. Fra il mazzo di stampati distribuiti stamane, ne troviamo due. Prendiamone nota e vogliano prenderne nota anche gli amici, per gettarle in viso agli oratori rossi un’altra volta che saranno chiamati alle urne. Ecco qui l’allegato 47 del protocollo stenografico. Esso ci dà il testo di una proposta dei deputati socialisti Seitz , Glöckel , Reise e consorti, presentata alla camera nella seduta dei 21 luglio 1911 e diretta a ottenere l’abolizione del Regolamento scolastico e didattico per le scuole popolari e civiche approvato dal ministero del culto e dell’istruzione in data 29 settembre 1905 e pubblicato nel bollettino delle leggi dell’Impero n.159 dei 15 ottobre dello stesso anno. La proposta del Seitz e compagni si oppone specialmente ai §§ 10 e 63 del Regolamento che fissano l’obbligo degli scolari di intervenire agli esercizi religiosi e cerca di dimostrare che con ciò viene offesa la legge fondamentale dello Stato dei 21 dicembre 1868. Essa combatte pure il § 2 e 112 dello stesso Regolamento che, in certi casi, riconosce alle Autorità scolastiche provinciali il diritto di richiedere che un maestro appartenga a una determinata confessione religiosa. Seitz e compagnia bella vogliono che i ragazzi cattolici possano venire affidati a maestri ebrei, protestanti, apostati... Perciò essi propongono che il Regolamento venga abolito e ne venga emanato un altro «che corrisponda ai moderni principi educativi e didattici». Che razza di «principi moderni» siano quelli che sopprimono gli esercizi religiosi e mettono la gioventù cattolica in mano a maestri che ne rifiutano o ne combattono le convinzioni più sacre, è facile immaginarselo. Ma che vi pare, lettori? In tutto ciò, c’entra o non c’entra la religione? Eppure «L’Alto Adige» assicurava che era una menzogna e un abuso dei «clericali» affermare che il Parlamento si occupi di tali questioni. E il deputato della città di Trento ripeteva nelle sue concioni che per la religione i deputati cattolici nel cessato Parlamento non avevano versato una goccia di sangue, né una goccia di sudore. Quanta sincerità! Quanta franchezza! Un’altra proposta che merita attenzione è quella dei deputati socialisti Wutschel, Leuthner e compagni, presentata nella medesima seduta dei 21 luglio. Essa chiede che vengano abolite le disposizioni del § 122 del Codice penale che colpiscono chi cerca di diffondere l’ateismo. In origine – dice la proposta – quelle disposizioni penali colpivano anche chi avesse discusso dottrine eretiche, ma quel passo fu abolito dalle leggi confessionali e precisamente dall’articolo 7 della legge dei 25 maggio 1868 (Bollettino delle leggi imp. n. 49). Rimasero invece le pene per gli apostoli della negazione di Dio, ma è ora che spariscano anche queste come dimostra il seguente caso. Ai 19 e ai 25 dicembre 1908 Angelica Balanoff (se la ricordano i trentini? ) tenne due conferenze sulla rivoluzione russa in una società di coltura dei socialisti triestini. La Procura di Stato scoperse in quelle conferenze il delitto di diffusione dell’ateismo e sporse querela. Il Tribunale di Trieste fece il processo all’accusata, ma il processo finì coll’assoluzione pronunziata ai 2 aprile 1909. La corte trovò che per incorrere nelle pene stabilite dal § 112 del Codice penale non basta proclamare l’ateismo e che del resto il pubblico che assisteva non poteva venir traviato, perché era composto di operai socialisti che già di per sé non credono in Dio. La Procura interpose ricorso, rilevando che non tutti i socialisti sono atei; e la corte di Cassazione ai 2 dicembre 1909 cancellò infatti la sentenza del Tribunale e condannò la Balanoff a tre mesi di carcere, osservando che per soggiacere al § 112 del Codice penale non è necessario spiegare uno zelo speciale nel diffondere l’ateismo, come potrebbe far credere l’inesatta traduzione italiana del Codice. Esposte tutte queste cose, i deputati Wutschel, Leuthner e compagni propongono che il § 112, lettera d venga espunta dal Codice penale. Anche qui è il caso di ripetere: c’entra o non c’entra colla professione o colla negazione dell’esistenza di Dio la questione religiosa? Altro che semplici discussioni di pane, carne, pigioni, imposte eccetera, eccetera! Fin dai primi momenti, i socialisti mettono sul tappeto proposte che toccano la scuola, la gioventù e i principi fondamentali dell’uomo e della società. Né crediate che la filza delle proposte sia finita. Mano mano che anche le altre verranno stampate e distribuite, ci occuperemo anche di quelle. "} {"filename":"efad3c93-cbbe-4453-bc50-2c22a00d3887.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Vienna, 28 La Neue Freie Presse di stamane scrive: Nei circoli tedeschi del Tirolo destò non piccolo stupore il fatto che il vescovo di Trento Mons. Endrici telegrafò all’associazione studenti in Levico, rivolgendosi con aspre parole contro il Volksbund. Ora si viene a sapere che il cardinal Katschtaler ha diretta una circolare al clero nella quale si richiede che questo si tenga lontano dal Volksbund. I vescovi Endrici e Altenweisel o avrebbero data l’adesione a tale circolare. Una parte considerevole del clero non sarebbe d’accordo con tali disposizioni vescovili e non vuole essere impedita nell’esercizio dei proprio doveri nazionali. Il contegno dei vescovi tirolesi è tanto più notevole, dopoché l’appello per la costituzione del Volksbund venne a suo tempo firmato non solo da liberali e radicali, ma anche da cristiano-sociali e conservatori. Nella assemblea costitutiva fu accentuato espressamente che la nuova società propugnerà la difesa contro le tendenze irredentiste della Lega Nazionale. Nella stessa assemblea l’on. parroco Steck a nome dei cristiano-sociali e il prof. Mayr a nome dei conservatori salutarono la costituzione della nuova società di difesa contro l’avanzata degli italiani. Tanto più strano sembra quindi che l’episcopato tirolese dopo sei anni di vita nella società, la dichiari incompatibile con le tendenze internazionali e conciliatrici della Chiesa cattolica. Bolzano, 27 La società popolare tedesca (l’organizzazione politica dei tedeschi radicali) dichiara in un ordine del giorno che il Volksbund è una società patriottica alla quale appartengono anche italiani fedeli alla provincia. Il P. Vescovo non dovrebbe lasciarsi influenzare dagli irredentisti e in questioni nazionali astenersi da qualunque manifestazione. Viene infine domandata la separazione della parte tedesca dalla diocesi trentina. Abbiamo seguito attentamente le mosse di certa stampa dopo la pubblicazione del telegramma del nostro P. Vescovo . Il segnale venne dato da Monaco al quale rispose subito l’allarme di Bolzano. Ora rientrano in campo i giornali innsbruckesi e la batteria più potente la Freie Presse. Il metodo è sempre lo stesso. Essi fingono anzitutto una grande sorpresa, come se il nostro P. Vescovo non avesse espresso ripetutamente ed in forma assai precisa il suo pensiero circa l’opera del Volksbund nel nostro paese e come se perciò non gli fossero venuti appunto da parte dei sorpresi d’oggi degli attacchi violenti. In secondo luogo spostano – com’hanno sempre fatto – la questione. Non discutono mai l’azione germanizzatrice e corruttrice che il Volksbund e società consimili esercitano per mezzo dei loro emissari nel nostro paese, ma fingono d’essere puramente una società difensiva e patriottica, tutta raccolta in se stessa, per il culto di quegli ideali e la preservazione della propria integrità nazionale. Noi affermiamo che l’attività del Volksbund nel nostro paese perturba la pace religiosa nazionale e reca grave danno alla gioventù ed essi vi risponderanno che gli statuti sono buoni e che l’azione del Volksbund nel Tirolo è semplicemente patriottica. Non si discute il Volksbund com’è da noi in carne ed ossa, ma alle nostre accuse si oppone il Volksbund teorico dello statuto oppure il Volksbund, come vive nella coscienza degli ingenui aderenti di un gruppo montano. La ragione è molto semplice. Nel Volksbund stesso ci sono troppi ancora che non approvano una politica d’invasione e di germanizzazione; la discussione aperta su tale base può quindi diventare pericolosa per la stessa compagine interna della società. Gli inspiratori girano quindi la posizione, constatano che il Volksbund in Tirolo è composto di buoni patrioti e che quindi coloro che lo osteggiano non possono essere che irredentisti della più bell’acqua. Così il primo allarme delle Münchener Nachrichten annunzia che il vescovo di Trento s’è messo senz’altro dalla parte degli irredentisti. È caratteristico che l’accusa sia partita da Monaco poiché è là che si ha la maggior evidenza delle tendenze extrastatali che hanno creato il Volksbund ed in specie la sua azione nel Trentino. Della cosa s’impadronisce poi anche l’interesse politico dei partiti anticlericali. Poiché una manifestazione del P. Vescovo di Trento riguardante l’azione del Volksbund in Trentino, sarebbe troppo poco per una campagna in grande stile, vi si mette in relazione una circolare dell’intero episcopato tirolese, di cui noi ignoriamo l’esistenza e che ad ogni modo non suonerebbe certo condanna dei giusti sentimenti nazionali, quasi che ordinato amore alla propria nazione sia in contraddizione coi «principi internazionali» del cattolicesimo! Il giuoco degli anticlericali è evidente come è chiaro il tentativo di aizzare il clero contro l’episcopato. Carina poi è la rappresaglia richiesta dai tedeschi radicali di Bolzano e l’intimazione di tacersene. Che prima di esprimere il proprio parere sull’azione del Volksbund si debba chiedere permesso o consiglio agli ispiratori del Volksbund, via codesta è troppo... volksbundista. "} {"filename":"e17a277e-2790-40c9-8750-e5ded1b2a5f1.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Siamo saliti, recentemente, sul Kahlemberg alla cappella di Giovanni Sobieski . Dall’alto abbiamo voluto ammirare le ultime appendici alpine e la pianura danubiana. È una delle scene più belle del mondo. Ma oggi, che ci interessano le cose e gli aspetti della natura? Pensavamo agli uomini e alle grandi ironie della storia. Qui lampeggiarono le spade dei cristiani, sguainate per la liberazione di Vienna. Laggiù, sull’ampia pendice che si estende alla mia destra, il campo interminabile delle tende mussulmane; e sull’ultimo promontorio il padiglione di Kara Mustafa, circondato dai bulok, guardie del sultano e della bandiera del profeta. La storia vi ricorda gli orrori dell’assedio di Vienna, l’oltracotanza della Mezzaluna, infine la strepitosa vittoria del principe polacco. L’odio al turco cova ancora nel cuore del popolo viennese e traspira dai più noti proverbi del gergo. Tuttavia i negrieri della Borsa, i bulok della stampa hanno tentato di tramutare l’odio in amore. Poveri turchi condotti al macello come agnelli, sotto le mura di Tripoli! Povere donne del deserto alle quali gli invasori hanno trucidato i fedeli mariti, a tradimento. Poveri beduini gentiluomini, ai quali i nemici ladroni hanno confiscato i poteri, onestamente ereditati dagli avi! Invettive, sarcasmo ed ingiurie contro i loro nemici, che rinnegano le leggi della civiltà! Un momento, viennesi; sapete chi sono i nemici, contro i quali voi dovreste scaricare le vostre catapulte di sdegno e di morale condanna? Non temete, non vi parliamo della Triplice né dei patti d’oggi. Dopo certi avvenimenti, si sa che i patti moderni, stretti fra cristiani, non hanno molta consistenza. Vi ricordiamo la vostra storia, le grandi gesta del passato, le alleanze trionfali dei vostri nonni. Quando Solimano II invase l’Ungheria chi mosse in aiuto contro i turchi? Gli italiani. A Belgrado, nel 1456, i turchi stavano per soverchiare i principi coalizzati. D’un tratto comparve agli avamposti un’alta figura di frate, col crocefisso in mano. I cristiani, dietro a lui, corsero all’assalto e la Mezzaluna che già si vedeva sorgere sull’Impero danubiano, tramontò. Il nome di quel frate? San Giovanni da Capistrano. E non ricordate ancora nelle vostre cronache le infocate parole di Marco d’Aviano? Quando sopra Vienna s’agitava ormai minacciosa la scimitarra del profeta, furono vostri alleati i veneti, i quali sotto il comando vittorioso di Francesco Morosini attaccarono i turchi alle spalle. Più tardi quando la Monarchia d’Asburgo pareva dovesse soccombere un’altra volta, chi fiaccò definitivamente l’oltracotanza mussulmana? Il genio ed il valore italiano. Eugenio di Savoia, com’è noto, usava firmarsi così: Eugenio von Savoie. Gli si chiese perché. Rispose: Perché ho il cuore d’italiano contro i nemici, di francese per il mio sovrano, di tedesco per gli amici. È bene che l’abatino di Soissons sia morto da un pezzo. Poiché se fosse vivo e leggesse la stampa tedesca, cambierebbe senza dubbio la sua firma. Il von almeno scomparirebbe di certo, perché oltre che l’amicizia, è scomparsa anche la più doverosa riconoscenza verso i meriti secolari la nazione ed il nome italiano. Quando i lettori trovano che i giornali vogliono sapere quando e dove e perché ed a che scopo è partita la flotta, ricordino che già nell’anno 886 l’imperatore Leone VI nelle sue Istituzioni militari inseriva a proposito il seguente capitolo: «Quando una flotta mettesi in mare, nessuno sappia dov’è diretta né per qual cammino. Si scriveranno gli ordini in una lettera suggellata che si darà al capo, prescrivendogli di non aprirla che in alto mare a data distanza e vi troverà le sue istruzioni senza che i nemici possano essere istruiti». E badate, quando l’arte della guerra fissava questo canone, non c’era né telegrafo, né telefono, né la macchina da stampare! Leggendo le vittoriose notizie della stampa mussulmana e delle luminarie che si sono fatte a Stambul per una battaglia vinta che non fu vinta, abbiamo ricordato la strana disserzione scritta da un illustre scrittore francese del secolo scorso in argomento. Un giorno – scrive nel punto più interessante – domandavo ad un generale: «Che cos’è una battaglia vinta?» ed egli dopo un istante di silenzio rispose: «Io nol so»; poi taciuto ancora alquanto: «È una battaglia, che il nemico crede di aver perduta». Nulla di più vero. Un uomo che si batte con un altro è vinto quando è ucciso o prostrato, e l’altro in piedi. Non così di due eserciti; l’uno non può essere ucciso finché l’altro sta: le forze si bilanciano come i morti, e massime dopo che l’invenzione della polvere pose maggior eguaglianza nei mezzi di distruzione, una battaglia non si perde materialmente, cioè per esservi più morti da un lato che dall’altro. Onde Federico II che ben se ne intendeva, disse: «Vincere è andare innanzi». Ma chi è che va innanzi? Quello, di cui la coscienza ed il contegno fan dare indietro l’altro. È un momento decisivo che sfugge affatto alla riflessione, dove il numero non ha a che fare. L’opinione è tanto potente alla guerra, che da essa dipende il cambiar la natura dell’avvenimento stesso, e dargli due nomi diversi per puro suo talento. Un generale gettasi tra due corpi nemici e scrive alla sua Corte: «Io l’ho tagliato fuori; è perduto». Il nemico scrive alla sua: «Egli s’è messo tra due fuochi; è perduto». Quale dei due s’ingannò? Quello che si lasciò sorprendere dalla «fredda idea». Supponendo uguali le circostanze, e massime il numero, mostratemi fra le due posizioni una differenza che non sia puramente morale. Il termine di «circuire il nemico» è una di quelle espressioni che l’opinione volta alla guerra, come essa l’intende. La Spartana, al figlio che lagnavasi della spada troppo corta, rispose: «Avanza d’un passo»; ma se il garzone avesse potuto farsele intendere dal campo e dire a sua madre: «Io sono girato», essa gli avrebbe risposto: «Girati». È l’immaginazione che perde le battaglie. Evidentemente i turchi hanno creduto sia vero anche il contrario ed hanno voluto dimostrare che l’immaginazione è anche quella che le vince. "} {"filename":"85e4aa0b-ece7-40a0-8aca-b721f70eeb41.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Vienna, 12 Nella sala, dove sto scrivendo, giungono le note della Wacht am Rhein che risuonano forti e piene nella piazza municipale. Ogni strofa è seguita da gride ripetute e beoanti di Heil! Sono i variopinti elettori del Pollauf che escono dalla conferenza della Volkshalle dove si sono scaldati contro la facoltà giuridica italiana ed ora attestano il loro tedeschismo col canto dell’inno germanico. Belle colonne dello stato, non è vero? Ma ormai siamo avvezzi a tali dimostrazioni e ab assuetis non fit passio. Solo si potrebbe desiderare che i coristi della Wacht am Rhein e del «Deutschland, Deutschland über alles» non si scagliassero ipocritamente contro le altre nazionalità che intonassero altre canzoni. Però il d.r Pollauf ha portato delle note nuove in aggiunta alle vecchie melodie. Non dico della sua concione d’oggi. Passando dinnanzi al municipio poco prima della conferenza, vidi traverso le grandi finestre la sala affollata e fuori, sotto le arcate e sulla gradinata, molta gioventù e molti studenti che, anche a chi l’avesse avuta, avrebbero fatta passare ogni velleità di porre il piede là dentro, specialmente dopo le prove di gentilezza che gli eroi del più acceso nazionalismo tedesco diedero testè in piena Camera. Non è dunque ai discorsi di oggi che posso riferirmi. Invece mi tornano alla mente le espettorazioni del d.r Pollauf nella seduta dei 25 ottobre . Non avendo potuta prendere la parola nella discussione sulla Facoltà, egli si sfogò in una cosiddetta «rettifica di fatto»; ed oh, quali belle novità si poterono udire in quella occasione! Credo ch’esse siano davvero risuonate la prima volta agli orecchi degli attoniti uditori. «Non parlino gli italiani di una restitutio in integrum» gridava il d.r Pollauf «perché altrimenti potrebbe formarsi su questi banchi un partito tedesco per chiedere una restitutio in integrum radicale, voglio dire il ripristinamento dello stato di cose anteriore al 1866» (Parecchi tedeschi: Bene! Bravo! D.r Degasperi: Provate!). E il d.r Pollauf continuando e rispondendo: «Prego, non avete che a portare un po’ di pazienza; dandosi il caso noi applicheremo senz’altro questa teoria della rivendicazione». Le parole del Pollauf stanno registrate nel protocollo stenografico a pagina 1181 seconda colonna. Esse manifestano tutto il modo di pensare di questi novelli rappresentanti di Vienna, eletti dalla coalizione ebreo-liberalesocialista dei 20 giugno, e non sono che uno dei tanti ritornelli con i quali i candidati e agitatori scaldarono la testa ai buoni cittadini e si collegarono per salvare la patria dal tradimento nazionale dei cristiano sociali. La Facoltà italiana è per quei signori una tale provocazione da costituire un casus belli, e la risposta alla sua riapertura non può essere altro che la dichiarazione di guerra all’Italia e la riconquista del Lombardo-Veneto! Uomini di tale indirizzo e di tale fatta sono parecchi che colle nuove elezioni entrarono nel Parlamento, e a togliere ogni dubbio che l’uscita del Pollauf sia stata un colpo di testa momentaneo, sento, da un buon amico, or ora sopraggiunto, che le stesse cose furono ripetute da lui nella conferenza d’oggi, in mezzo alle approvazioni e agli applausi della folla. Non mancano anzi le grida che assegnavano Tripoli a sede della Facoltà, e la sala echeggiò di abbasso ed onta all’Italia, ma anche contro la persona stessa dell’Imperatore, contro la casa d’Asburgo e contro i matrimoni di Francesco Ferdinando e di Carlo Francesco Ferdinando contratti con principesse non tedesche, eruppero tali dimostrazioni che dimostrarono la mancanza di ogni sentimento umano. A tutto ciò fu posta la corona con ostentativi evviva agli Hohenzollern (Vedi anche i nostri telegrammi di lunedì. N.d.R.). Parecchi studenti italiani che s’erano arrischiati di penetrare colà, furono cacciati con urti e spintoni alla porta. Un bel preludio alla discussione parlamentare e all’apertura della Facoltà nel centro dell’Impero poliglotta! Già il Wedra che oggi parlò insieme col Pollauf, minacciò in piena Camera, che se la Facoltà venisse collocata a Vienna, la popolazione scenderebbe in piazza a farne mano bassa, e chi conosce la ferocia di certi strati sociali e i continui aizzamenti di chi sa spingere gli altri all’assalto, standosene al sicuro, non può fare che tristi pronostici. Dichiarare la guerra e riconquistare le terre perdute, non è impresa da Pollauf; ma demolire un pubblico istituto non è così difficile. Già i socialisti ai 17 settembre diedero l’esempio: colla vandalica devastazione di scuole popolari che ci hanno da fare ben poco col rincaro; e oggi Vienna purtroppo è minata dall’agitazione dei nazionalisti e degli internazionali più scalmanati che, gli uni per un verso, gli altri per l’altro, fanno temere dell’ordine e della tranquillità. Non sarebbe bene che il governo – come corre voce – pensasse sul serio a un’altra sede? O vuole assumersi la responsabilità di nuovi disordini? Gli italiani non hanno mancato di richiamare l’attenzione sull’oscuro avvenire e non saranno essi che dovranno battersi il petto. Tanto per risalire ancora alla radice e ritrovare con cifre un fatto che lo merita, vediamo un po’ come il Wedra e il Pollauf riuscirono eletti. Wedra era il controcandidato del Gessmann. Questi al primo scrutinio ebbe 3032 voti, Wedra 2433, i socialisti 1085. Nel ballottaggio i socialisti concentrarono le loro schede sul Wedra che riuscì vincitore con 3477 voti e 339 di maggioranza. Il Wedra è accusato di tenere una viva corrispondenza ceca per smerciare i suoi vini. Peccato capitale, se fosse di color nero; ma è liberale e basta. Ora ch’è entrato nella camera, l’Arbeiterzeitung che diede ai cari compagni l’ordine di eleggerlo, trova che la sua nullità è pari al rimbombo della sua voce stentorea che riempie la sala del Parlamento e che sopraffaceva la voce del Gessmann dei cristiano sociali nei contraddittori elettorali. Il Pollauf, praticante d’avvocatura, è deputato del distretto di Währing e sbalzò di seggio il cristiano sociale Tomola, direttore scolastico. Anche lui riuscì in ballottaggio con soli 119 voti di maggioranza e deve la vittoria ai socialisti, che, d’accordo con la Neue Freie Presse e per odio a tutto ciò che sa di cristiano, regalarono alla nuova Camera una serie di scalmanati contro i quali adesso gridano invano la croce. Purtroppo alla riuscita del Pollauf contribuirono altresì le discordie dei cristiano sociali nel loro campo. Se avessero avuto un solo candidato, avvrebbero vinto di primo colpo con 4258 voti contro i seguaci del Pollauf, contro i socialisti, i progressisti e i cechi. Invece una frazione minuscola portò una candidatura propria che tolse a Tomola 323 voti. Tanto bastò per farlo andare in ballottaggio, e in questo gli avversari, riunendo le file e facendo uno sforzo supremo, la spuntarono. Che tristi esperienze e che severe lezioni! "} {"filename":"d620fac2-a87e-4b9d-a30f-fe40873e6467.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Ci scrivono da Fiemme: Dal Trentino abbiamo appreso che si discorre di una prossima sessione dietale e che in proposito il vicecapitano della Provincia e il presidente del club popolare ebbero tempo fa una conferenza a Vienna col Luogotenente. La sessione della Dieta è vivamente desiderata dai Fiemmazzi che ne attendono delle decisioni di somma importanza per la valle. Tutti conoscono quali siano le principali questioni che ci travagliano e che tante volte attrassero a sé l’attenzione di tutto il Trentino: la questione della Comunità generale e della tramvia. Della prima oggi non parlo; mi limiterò invece alla seconda che, aprendosi i battenti del palazzo provinciale ai nostri rappresentanti, diventa di attualità. A dir vero, l’attualità dura da un pezzo, anzi un po’ troppo. La questione conta già alcuni lustri e ha un bel paio di baffi che dovrebbero incutere rispetto. Non riferirò qui la storia, formata dal lungo contrasto fra due progetti rivali che non ebbero mai altro successo se non quello di eliminarsi a vicenda e di lasciare in condizioni indegne una valle ricca, popolosa, coronata di selve, cercata e trasversata da torme di forestieri. L’unico progresso regalatoci dai nuovi tempi, furono le automobili che ci portarono molta polvere, molto puzzo, aumento di spese per la strada e diminuzione di fermate negli alberghi. Quando Dio volle, per le cure e per gli sforzi dei deputati popolari, i due rivali si diedero il bacio di pace e anziché contendersi il passo, decisero di vivere in comune accordo. Dopo parecchie sedute, alle quali intervennero i deputati italiani e tedeschi di tutti i partiti, rappresentanti della Comunità generale di Trento e di Bolzano, fu stipulato in quest’ultima città il compromesso che ne prende il nome. Era l’estate del 1909, e la Comunità, approvando in pieno consesso il nuovo patto, si impegnava di promuoverne l’esecuzione, assicurando il versamento di un milione e mezzo di corone . Il Governo centrale, a quanto si seppe, si mostrò soddisfatto del compromesso, pure riservandosi di rivedere le due tracce, di rilevarne il costo e dire poi l’ultima parola. Venne la Dieta del 1909-10, ma di ferrovie non si parlò: essa fu tutta occupata dalla questione magistrale. Della questione di Fiemme non si occupò che la stampa, che riferì della guerra mossa al compromesso dai conservatori e assecondata dai tedeschi nazionali. Alla fine del 1910 nuova tornata dietale. Qui si attendeva senz’altro che la ferrovia di Fiemme venisse discussa e ratificato per conto della Provincia il compromesso di Bolzano. Non ne fu nulla. Mancavano, così ci disse qualche tedesco, i denari; da parte italiana seppimo invece che la vera difficoltà era da cercarsi nelle opposizioni dei due partiti suaccennati che, come avevano fatto nella questione magistrale, così nella questione nostra minacciavano i cristiano sociali, se avessero osato mantenere la parola data. Non volendo i tedeschi trattare della nostra ferrovia dovettero almeno rassegnarsi a vedere anche tutte le altre coperte dal più profondo silenzio. L’anno che ora va morendo, passò senza Dieta. Solo adesso si parla di una breve sessione alla fine di dicembre, che verrà ripresa e continuata a lungo nel gennaio e nel febbraio del 1912. I tedeschi – come già si è potuto sapere quassù da qualche loro pezzo grosso, che dobbiamo supporre bene informato e molto addentro nelle segrete cose – vogliono e debbono approfittare dell’occasione per mettere sul tappeto il loro progetto ferroviario. È il trionfo del digiuno; e con ciò, non ne dubitiamo, dopo poco più di due anni che la Comunità ha fatto il dover suo, anche la Dieta potrà compiere il proprio. I rappresentanti di Fiemme, anzi, tutti fino ad uno, i deputati italiani di qualsiasi indirizzo e di qualsiasi regione, ricorderanno che nel Trentino vi è ancora una valle, per molte e molte ragioni importantissima, che da anni ed anni chiede in vano la congiunzione ferroviaria che le spetta e per la quale si dichiarò pronta a sopportare ingenti spese. Essi ricorderanno che si è raggiunti a un compromesso al quale fu assicurata per lo meno la maggioranza e che dovrebbe finalmente venire ratificato. È per essi un impegno d’onore che non venga deliberata nessuna costruzione ferroviaria, se prima non si pensa a noi, nutriti finora solo di lotte, privazioni e speranze, e che pur oggi dobbiamo battere i piedi o percorrere con mezzi meno comodi e più costosi il superbo stradone da tutti usato ma aperto e mantenuto coi nostri danari. Nessuno – non solo fra gli italiani ma nemmeno fra i tedeschi – deve ignorarci, intralciarci o precederci. La Dieta deve pensare, dopo tanti indugi, alla valle di Fiemme e compiere ciò che è semplicemente il suo dovere! "} {"filename":"36a31c84-37ad-4d44-bf85-48ed5a9c1ae6.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Abbiamo ora sott’occhio tutta la trama dei calunniatori e dei falsari. Le Innsbrucker Nachrichten distendono in una colonna e mezzo quello che la Presse di ieri riferiva in un breve telegramma. Le Nachrichten annunziano nel tono delle rivelazioni importanti che l’ordinariato della diocesi di Trento ha diretto ai parroci italiani una circolare confidenziale intorno all’attività del Tiroler Volksbund. Le Nachrichten pubblicano anche il testo della circolare, ed è bene, perché dal testo della stessa per ogni uomo onesto risulta con documentata chiarezza che si tratta di un’inchiesta che l’autorità diocesana ha inteso avviare presso i propri organi e nella sua sfera d’azione nell’interesse della verità e degli scopi altissimi che l’autorità stessa nella sua provvidenza pastorale ha il dovere di perseguire. Il questionario domanda se nella rispettiva cura esista un gruppo del Volksbund e come religiosamente ed in relazione col curatore d’anime si comporti, in qual modo il gruppo sia stato fondato, se faccia agitazione per scuole di altra nazionalità e se mostri tendenze protestanti. Il questionario stesso si fa cura di avvertire che non si limitino ad osservazioni generiche, ma si precisino eventuali risultanze concrete. Nell’accompagnatoria poi viene fissato che l’inchiesta ha lo scopo di assodare gli eventuali danni o pericoli che il Volksbund recasse alla pace religiosa e nazionale ed il rispettivo curatore di anime viene incaricato di fare esatti rilievi, oggettivamente, sine ira et studio, raccomanda la circolare. Ogni persona equa dovrà concedere che si tratta di un’inchiesta in favore della verità. Se gli agitatori del Volksbund nel nostro paese non si sentono gravata la coscienza, perché tante inquietudini, perché tanta rabbia? Oltre a ciò il testo stesso della circolare è la più bella prova che si tratta di un atto che si mantiene entro la sfera e le attribuzioni dell’autorità ecclesiastica, e non di un’azione politica. Del resto non afferma il Volksbund stesso di non occuparsi affatto di politica, ma solo di problemi di cultura e di nazionalità? Ebbene, vediamo che cosa hanno saputo fare gli ispiratori del Volksbund di codesto innocente foglio richiesta, capitato nelle loro mani per qualche disguido postale o per chissà quale inavvertenza. Due cose: prima ne derivarono una delazione politica in tutta regola, invitando il Governo ad intervenire contro mons. Endrici il quale, essendo Vescovo di Trento e di Bolzano, s’è posto dalla parte dei Landeszerreisser, degli sbranatori del Tirolo, aiutando così il movimento irredentista. «Il Vescovo di Trento – dice il foglio enipontano – invece di ricavare dalle dimostrazioni di Bolzano l’ammaestramento che la dignità della sua posizione è già in pericolo, ha invece mosso un altro passo gravissimo contro i difensori dell’unità provinciale.» I germanizzatori sfuggono dunque la discussione sul loro terreno per ingannare ancora una volta, se è possibile, il popolo del Tirolo. Essi tentano di organizzare per i loro scopi Governo e tirolesi, senza distinzione di parte sotto la bandiera dell’unità politica, per nascondere che il Volksbund è combattuto sopra ogni altra cosa e, nei riguardi pastorali, solamente in quanto la sua azione s’è dimostrata perniciosa alla pace religiosa ed alla causa dell’equità nazionale. Vano tentativo, speriamo ormai. La breccia s’allarga sempre più, la verità è in marcia! I falsari l’hanno forse intravisto e perciò credettero necessario ricorrere ad un altro trucco. Inventarono e propalarono ai quattro venti che parte del clero trentino «quello di sentimenti tirolesi» si ribellò al Vescovo ed incaricò la stampa ebraico-liberale di farsi banditrice della loro protesta. La Presse parla di una conferenza avuta da alcuni parroci, le Nachrichten narrano già di parecchie conferenze! (Mehrfach vertrauliche Zusammenkünfte). In codesti segreti conciliaboli i parroci italiani avrebbero votato un ordine del giorno che pare proprio detto da quel nostro buon conoscente che è il dr. Rohmeder. I sullodati parroci deplorano vivissimamente che il loro Vescovo si sia mischiato in cose politiche, provocando una crisi pericolosa fra il clero stesso, si vergognano di dover fare lo spionaggio contro il Volksbund, società patriottica, rifiutano perciò obbedire, rispondendo al questionario, ma per tema del terribile terrorismo che domina, si limitano a confidare ad un giornalista codesti loro sentimenti (unter Diskretion) «affinché venga richiamata l’attenzione del Governo e influisca sul Vescovo». Il falso è davvero così goffo che è meraviglia ci sia un giornale qualsiasi che si presti a tali invenzioni. Ma evidentemente qui abbiamo da fare con una banda organizzata di calunniatori che non sanno perdonare al nostro Vescovo la sua pastorale franchezza e vogliono vendicarsi con tutti i mezzi. Agli insulti di Bolzano è seguita l’invenzione delle cinquemila corone per Tripoli. Ora l’energica attitudine assunta da tutto il clero ed il popolo diocesano, pienamente solidale col Vescovo ha avuto l’effetto del drappo rosso sul toro infuriato. I falsari sono ricorsi ad un’altra menzogna, inventando cosa, personaggi e circostanze, nella convinzione che, anche dopo una postuma smentita, qualche cosa resterà. Per conto nostro infatti qualche cosa rimane davvero. Rimane anzitutto raffermato in tutto il nostro clero ed il nostro popolo l’attaccamento invincibile al nostro principe Vescovo, padre ed apostolo della verità e della giustizia, e rimane d’altro canto rassodata la convinzione che nei nostri paesi trentini Volksbund est delendum! Fuori di noi non sappiamo con altrettanta sicurezza che cosa rimanga. Ma certo abbiamo ormai ragione di confidare che gli indegni sistemi dei detrattori del nostro Vescovo persuadano sempre più i cattolici e la gente onesta tirolese dell’equità delle mire a cui i fanatici germanizzatori ormai tendono e che i buoni isolino costoro nella loro perversità morale e sociale. In quanto al Governo, le nostre speranze devono essere limitate. È in grado d’imparare dagli avvenimenti qualche cosa di più che non sia una malevola passività per gli italiani? Acquisterà la forza di sentire una convinzione propria ed il coraggio di dimostrarla? Se non erriamo, si tratta di sudditi austriaci e non dei Manciù, o signori del Governo enipontano. Che cosa vi scuoterà dal vostro sonno buddista? O forse sentite la tentazione di credere ai parroci di lingua italiana e cuore tirolese, fabbricati dalla fantasia bolzanina? Voi sapete la nostra risposta: Non noi, tutto il Trentino si solleverebbe, come un sol uomo. "} {"filename":"0caca88e-4a64-4146-b3d6-27b6a5eddd02.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"I. Comunicazioni riguardo alla decisione luogotenenziale 19 agosto a.c. N. 1644\/23 [...] Il D.r Degasperi dichiara che la minoranza popolare è d’accordo di protestare contro l’intervento d’ufficio della Luogotenenza ad invalidare l’elezione dei quattro Consiglieri e di protestare ancora contro il ritardo di questo intervento, che ha prolungato la posizione anormale dell’amministrazione cittadina. Per questo la minoranza popolare ha aderito alla protesta formulata dalla maggioranza, mantenendosi con ciò ossequente allo stesso principio che la minoranza propugnò nel 1910 di fronte alla maggioranza e negli ultimi tempi assieme colla maggioranza contro il governo. La minoranza è invece contraria a prendere la via del ricorso contro il Ministero, perché è opinione comune, espressa anche dal giornale della maggioranza, che il ricorso non avrà l’esito sperato, ma avrà invece l’effetto di prolungare a Trento l’amministrazione governativa e rimandare per lungo periodo ancora la costituzione del Consiglio. Noi dovremmo perciò, egli dice, votare contro l’interposizione del ricorso per parte del Consiglio comunale; siccome però allo stesso ricorso s’associano i quattro colleghi colpiti dalla decisione luogotenenziale, la minoranza su questo punto si asterrà dalla votazione. È necessario però, per la nostra dignità e per debito di franchezza, che qui ci richiamiamo ad una premessa generale. La maggioranza ha espresso di fronte a noi il desiderio di avere una votazione unanime, e noi, riguardo alla protesta contro il governo, abbiamo dato il nostro assenso. Anche nell’adunanza confidenziale dei 27 giugno a.c. i rappresentanti di tutti tre i partiti compilarono d’accordo un ordine del giorno contro il contegno del governo e di approvazione alla Giunta, che rifiutava di collaborare coll’amministratore ufficioso, il defunto D.r Silli . Più tardi l’oratore venne pregato dal D.r Silli di intervenire presso il governo per ottenere la sollecita evasione della vertenza e impedire che si togliessero a Trento le attribuzioni delegate . A tale invito egli ha corrisposto associandosi coll’on. Conci nell’azione presso il governo centrale. Quando poi si seppe che ciò malgrado il Consiglio dei ministri decideva la sospensione delle attribuzioni delegate, la nostra stampa diede l’allarme, prese una energica posizione contro la minaccia, riuscendo ad arrestarne il corso. Ultimamente il sig. Vicepodestà invitò, assieme alla Giunta anche i rappresentanti dei diversi partiti ad un convegno, nel quale furono tutti d’accordo nel votare un ordine del giorno contro le tergiversazioni e contro le minacce dell’autorità governativa e l’oratore stesso in quell’occasione propose di fare la protesta. Dopo ciò gli toccava di assistere da lontano agli attacchi della stampa contro di lui e i suoi amici politici e di leggere che prima si insinuava e poi si diceva chiaro che tutto il contegno del governo era ispirato dai clericali e che tutto si riduceva ad un intrigo del loro partito per dominare nel Consiglio comunale. Ora crede che i colleghi della maggioranza, i quali vennero a contatto coi delegati del suo partito nelle ultime adunanze confidenziali, non potranno certo rinfacciargli mancanza di franchezza e hanno potuto costatare che il suo partito ha agito apertamente e logicamente. Egli protesta quindi con tutta l’energia contro le accuse di coloro, che senza una prova al mondo e contrariamente ai fatti evidenti, accusano il suo partito d’aver giocato una parte doppia. Il governo è il nemico più grande della città di Trento. Ma non facciamo commedie. Se la maggioranza condivide il parere del giornale del suo partito riguardo all’opera dei popolari, lo dica apertamente: la minoranza popolare saprà allora regolare il suo contegno. Gli si rinfaccia la sua opinione riguardo all’interpretazione del § 17 dello statuto. Ma egli osserva semplicemente che tale interpretazione egli la apprese proprio qui in Consiglio e dalla bocca dell’on. Vicepodestà D.r Bertolini quando si discutevano le dimissioni di quei 4 Consiglieri. Qualunque possa essere l’interpretazione del § 17, la minoranza popolare diede il proprio voto alla convalidazione dell’elezione dei 4 Consiglieri ed ha protestato e protesta energicamente contro l’intervento della Luogotenenza e del Ministero. Ma quello che importa soprattutto nel momento attuale è ricostituire il Consiglio, primo chiamato a tutelare l’interesse del Comune e a tenerne alta la dignità, salvaguardandone l’autonomia. [...] Il D.r Degasperi riprende la parola per protestare contro le affermazioni del D.r Battisti . I popolari hanno agito di conserva ed in accordo con la maggioranza contro il Governo e non da amici di quest’ultimo. Sa bene che nella stampa si è cercato, falsando in tal modo la posizione, di preparare una nuova campagna elettorale, ma in proposito non occorrono tante agitazioni. I popolari non temono nuove elezioni, ma non ci tengono ad occupare i loro posti. Potranno anzi eventualmente vedere dal di fuori come la maggioranza adempirà agli impegni presi. Per dirli amici del Governo in questa vertenza converrebbe avessero agito come hanno agito a Trieste l’on. Pittoni e i suoi colleghi socialisti. Egli e i suoi non hanno nulla contro il conte Manci : egli è pronto anzi a dargli nuovamente il suo voto in segno di protesta contro il governo. [...] D.r Degasperi: Non ce la avete mai domandata! [...] Il D.r Degasperi osserva che è stato attaccato come Consigliere comunale e quindi ha diritto di difendersi in Consiglio. [...] Il D.r Degasperi osserva che di fronte all’appello del sig. Tambosi deve richiamarsi alle ragioni sovraesposte. Nell’appello dell’ex-Podestà vibra un’intonazione alla concordia, che sarebbe stato desiderabile avesse risonato anche nei giorni precedenti per parte di altri organi della maggioranza. È vero che tutti i Consiglieri senza distinzione di partito, hanno l’eguale mandato di promuovere gli interessi della città, ma è anche vero che nel Consiglio il partito liberale ha voluto costituirsi a governo di maggioranza con la propria Giunta e che quindi le responsabilità sono divise. [...] "} {"filename":"6cb6c550-b2e2-4f4d-bf05-e793ad803c07.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Nella notte tra il 3 e il 4 luglio un terribile temporale con grandine si riversò sulla zona dei comuni di Tonadico, Transacqua e Fiera di Primiero. Il raccolto venne danneggiato e in parte distrutto. Secondo le informazioni dei comuni il danno per Tonadico ammonta a 40.000 corone, per Fiera a 3000 corone, a Transacqua è molto consistente e riguarda tanto l’agricoltura in senso stretto quanto anche l’allevamento. La gravità del danno e la povertà delle famiglie colpite rendono necessario e urgente un aiuto dalle risorse statali. Poniamo quindi la seguente proposta d’urgenza: Voglia l’eccelsa Camera deliberare: «L’eccelso governo viene invitato a concedere ai danneggiati di Tonadico, Fiera e Transacqua (Primiero) una consistente sovvenzione dai fondi per i casi di emergenza». Si tratti la proposta secondo il § 42 del Regolamento . "} {"filename":"d2d93e96-8590-4ca1-8fe6-2010c0bcff51.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Il 22 agosto i comuni di Canazei e Campitello in Val di Fassa, capitanato distrettuale di Cavalese, vennero colpiti per la seconda volta quest’anno dalla grandine. I rilievi approdarono per Campitello a un danno di circa 10.000 corone, per Canazei di circa 16.000 corone. Se però si considerasse il danno proporzionalmente, lo si dovrebbe esprimere in cifre molto più alte, dato che in particolare a Canazei andarono persi circa dal 60 al 90 per cento del raccolto. L’intervento statale è tanto più necessario in quanto proprio la stessa popolazione è stata danneggiata anche dall’epidemia di afta epizootica. Voglia quindi l’eccelsa Camera deliberare: «1. Ai comuni di Canazei e Campitello, capitanato distrettuale di Cavalese, viene concessa un adeguato sussidio dai fondi per i casi di emergenza. 2. Questa proposta viene trattata secondo il § 42 del Regolamento ». "} {"filename":"74aeaedc-d93e-4ac6-b937-953b51928302.txt","exact_year":1911,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Permettetemi che cominci da quell’argomento su cui si è soffermato il primo contradditore nel corso del suo discorso, cioè dall’argomento della politica estera. Gli oppositori della facoltà speculano infatti sul malumore momentaneo che dilaga tra loro a causa di Tripoli. Stranamente nella loro psicologia vi è un singolare nesso tra la nostra facoltà e il Regno osmanico. Quando due anni fa l’Austria si trovava in condizioni di guerra con la Sublime porta, qualcuno ha consigliato questa facoltà come regalo d’occasione per l’Italia. I partiti avversari allora però respinsero con indignazione la pretesa che considerazioni di politica estera dovessero esercitare un’influenza su una questione strettamente interna . Eppure, signori miei, anche ora viene ricostruito un certo nesso tra le siluranti del duca degli Abruzzi e la facoltà di giurisprudenza. Desideriamo perciò ricordare a questi partiti la loro indignazione e esortiamo la Camera a trattare la nostra questione non dal punto di vista turco ma da quello austriaco. [Ilarità – applausi]. Constato che proprio dal punto di vista austriaco questa facoltà è diventata una necessità, un imperativo categorico. Innanzitutto è indegno per lo Stato austriaco che una parte dei suoi studenti sia costretta a recarsi all’estero per studiare. In secondo luogo non può protrarsi in eterno proprio in Austria un tale stato d’emergenza nel quale i docenti vengono pagati affinché non insegnino e gli studenti e i candidati debbono andare da un posto all’altro come chierici vaganti medioevali, perché il governo non è in grado di dare loro l’indirizzo di dove possono ascoltare i loro professori. Credete voi forse che aumenti il prestigio dell’Austria se tali professori si recano all’estero e si devono presentare alle associazioni scientifiche come imperialregi docenti della facoltà giuridica «in partibus infidelium»? [Ilarità]. Oppure − visto che si è tirato in ballo l’irredentismo – credete che questo entrare, uscire e vagare degli studenti rafforzi in loro il senso di appartenenza allo Stato austriaco? Si è detto che questa facoltà servirebbe a formare la classe intellettuale irredentista. Al contrario, signori miei, non la facoltà, ma la questione della facoltà crea e acuisce l’amarezza nella nostra gioventù. Se si offende il loro senso di giustizia, se si respinge la loro giustificata richiesta esistono movimenti centrifughi da parte dello Stato e movimenti centrifughi creano appunto fenomeni centrifughi. Se però si vuole forse dire che tale facoltà sarebbe soltanto l’accademia militare della nostra borghesia, allora alla base di questa affermazione sta un’enorme ignoranza delle nostre condizioni. È vero esattamente il contrario. I figli della nostra borghesia possiedono anche ora i mezzi per dedicarsi ad altri studi, o a Roma, Firenze, Lipsia oppure a Berlino. La facoltà invece dovrebbe offrire la possibilità anche ai figli dei contadini di studiare senza troppa spesa e comodamente a casa propria. Chi è dunque contro la facoltà, non è contro la cosiddetta Irredenta , ma pecca contro i figli di un popolo che secondo un noto detto del nostro stesso imperatore - riportato ultimamente anche nelle «Innsbrucker Nachrichten» – è di idee molto più austriache di quanto si possa credere. Certo, signori miei, dobbiamo però intenderci su questo concetto di irredentismo. Il concetto universale di irredentismo storicamente motivato non è altro che un corollario del principio nazionalistico che ammette soltanto Stati nazionali modellati in modo unitario. Ma l’irredentismo, al quale ha alluso il Dr. Erler , è il sentimento di una comunanza culturale e intellettuale con la nostra nazione italiana, l’entusiasmo per la nostra storia e per il nostro carattere nazionale. Sono un tale sentimento e una tale consapevolezza che ci ispirano la forza per difenderci unguibus et rostris contro ogni tentativo di violare il nostro stato patrimoniale nazionale e il nostro diritto alla realizzazione nazionale. [Il deputato Malik : se noi facciamo qualche cosa del genere ci trattano da alti traditori!]. Anche noi veniamo indicati come alti traditori. Eccelsa Camera! Tra i popoli che sono qui rappresentati alla Camera c’è n’è anche uno solo che consideri questa attività nazionale come in conflitto con le leggi fondamentali dello Stato o con la comunità politica? Vi metto in guardia dal giudicare le aspirazioni degli italiani in Austria attraverso gli occhiali di Innsbruck del deputato Erler. [È così]. Perché sono gli occhiali di una politica miope che confisca l’idea austriaca dello Stato per la sua limitatezza, compromettendolo molto di più del presunto irredentismo. [Assenso]. Il deputato di Innsbruck ha cercato di giustificare il suo atteggiamento contrario sostenendo che gli italiani sono soltanto un piccolo frammento di popolo con una cultura di gran lunga al di sotto della media. Ora, qui non voglio parlare del nostro livello culturale in genere e tanto meno voglio fare confronti. Poiché se noi stessimo veramente al di sotto della media culturale dei nostri fratelli nel Regno, come ha detto il deputato Erler, in tal caso l’Austria ha ancor più il dovere di provvedere affinché l’appartenenza al suo ambito politico non rappresenti un elemento di inferiorità morale per i suoi cittadini; ma se l’affermazione del deputato Erler non è esatta, grazie alla nostra cultura abbiamo il diritto di avere un istituto superiore di istruzione. [Applausi] Almeno non dovete dimenticare che il traduttore di Goethe e di Schiller era un trentino e che i letterati tridentini e triestini all’epoca del Romanticismo hanno fatto da tramite tra la letteratura italiana e quella tedesca; che del nostro «frammento di popolo» fanno parte Borsieri , Prati , Rosmini , Dal Pozzo , Barbacovi , Martini e molti altri nomi noti, e nell’ultimo periodo anche il famoso filologo Ascoli e un certo Giovanni Segantini , la cui gloria potrebbe anche avere superato il Brennero . Non posso però lasciare passare senza rettifica un’altra affermazione infondata del deputato Erler. Egli ha detto che fra di noi vi sono particolarmente molti analfabeti e che noi dovremmo dapprima iniziare con l’avere scuole elementari. Dimostrerò subito che il deputato di Innsbruck è male informato anche in questo punto. Secondo il censimento del 1900 in un solo distretto (Primiero) avevamo una percentuale di 10,21 analfabeti, mentre perfino la Bassa Austria registrava due distretti con questa percentuale. Che questa percentuale sia da ascriversi solo alle classi d’età più avanzata, è cosa ovvia per un conoscitore delle condizioni locali. Se noi invece prendiamo in considerazione innanzi tutto quella parte della popolazione maschile che potrebbe eventualmente frequentare la facoltà, cioè coloro che sono nati tra gli anni 1890-1900, allora troviamo che nel Tirolo tedesco su 51.234 nati nel 1900, 34.032 non sapevano né leggere né scrivere e nel Trentino su 45.591 non sapevano né leggere né scrivere 30.129, vale a dire in entrambe le parti della regione e nella stessa proporzione solo coloro che non avevano ancora raggiunto l’età dell’obbligo scolastico. E sapete quanti maschi fra coloro che sono nati tra il 1880-1889 erano analfabeti nel 1900? Nel Tirolo italiano 597 e nel Tirolo tedesco 349, cioè tra gli italiani vi erano solo 248 analfabeti in più di quanti ce ne fossero nel Tirolo tedesco. E per questo plus di 248 persone anziane gli altri dovrebbero possedere un’università completa e noi nemmeno il diritto ad una misera facoltà? [Applausi] Da allora le condizioni sono molto migliorate. Secondo l’ultima statistica la percentuale dei nostri analfabeti è un po’ al disotto del 6%, mentre quella del Tirolo tedesco è qualcosa di più del 5%. Nel 1908 vi erano nel Tirolo 1.283 scuole elementari, di cui 473 italiane, 799 tedesche e 11 miste. Le scuole italiane erano frequentate da 61.017 allievi e quelle tedesche da 81.894. Rispetto ai 142.911 frequentanti le scuole elementari ve ne furono soltanto 61 che si sottrassero all’insegnamento e che perciò vengono considerati analfabeti. Ora, ammettiamo per un momento che questi 61 bambini analfabeti siano tutti italiani. Questa condizione reale, che ho descritto secondo dati ufficiali, dà veramente al signor deputato Erler il diritto di fantasticare di «oltremodo molti analfabeti» e di parlare di un’istruzione primaria ancora da iniziare? Vorrei poi dare al signor deputato Erler il consiglio, di non scartabellare troppo fra le statistiche, poiché gli potrebbe accadere di trovare che la città di Innsbruck, centro culturale con una università completa, abbia una percentuale di analfabeti maggiore che non un nostro distretto rurale. Così, ad esempio, Innsbruck secondo il censimento del 1900 aveva una percentuale di 2,34% analfabeti, mentre il distretto di Cles ne aveva una di solo 1,72%. [Senti! Senti!] La seconda ragione, per cui si dovrebbe essere contro l’istituzione della nostra facoltà, è che noi siamo poveri; in altre parole il deputato Erler ha detto veramente che noi paghiamo troppe poche tasse. E questo è vero, la nostra regione, il Trentino, paga meno tasse in proporzione al numero della sua popolazione. Ma non i nostri abitanti della campagna. Poiché i nostri operai debbono emigrare e pagare le loro pesanti tasse sui consumi nel Vorarlberg, nel Tirolo tedesco, oppure in Germania, cosa che tra l’altro non è sempre stata così, come già ha osservato il Dr. Gentili in un’interruzione . Prima dello spostamento del confine politico avevamo una fiorente industria serica e altre fabbriche della piccola industria che ora in seguito alle barriere doganali hanno dovuto limitare o sospendere l’attività . Dovremmo quindi venire puniti per il fatto che senza nostra colpa siamo diventati un territorio di confine e siamo separati dal nostro naturale mercato, oppure perché siamo diventati una regione di fortezze militari, dove punti di vista militari paralizzano e rendono impossibili ogni sana politica di produzione, come ho cercato di dimostrare alcuni giorni fa a questa Camera? Ma quello che Lei sta qui facendo è puro allevamento di irredentisti, signor deputato Erler! Ma vengo all’argomento principale, sul quale si sono basati tutti gli oratori [contrari]. La facoltà italiana di giurisprudenza, si dice, sarebbe una pericolosa fabbrica di funzionari, che farebbe aumentare ancora di più la già eccessiva produzione di funzionari italiani e avrebbe come conseguenza una inondazione di burocrati italiani nel territorio tedesco. Vorrei ora dimostrare sulla base delle statistiche che tali preoccupazioni sono prive di fondamento. Effettivamente oggigiorno il numero dei giuristi italiani rispetto ai burocrati tedeschi non raggiunge nemmeno quel numero che ci spetterebbe secondo la percentuale tra popolazione e popolazione. In tutto il paese abbiamo infatti presso le autorità politiche 115 giuristi, di cui soltanto 27 italiani; nei tribunali vi sono 330 giuristi, di cui 146 italiani; nelle ferrovie statali 43 giuristi tra i quali nessun italiano; negli uffici finanziari 120 giuristi, di cui 39 italiani; nell’amministrazione delle poste 30 giuristi, di cui 5 italiani; nell’ispettorato del lavoro 2 giuristi, di cui 1 italiano; nella direzione forestale e del demanio 4 giuristi, di cui 1 italiano; nella direzione mineraria 1 giurista, nessun italiano; nell’amministrazione finanziaria 11 giuristi, di cui uno solo italiano; complessivamente 656 funzionari giuristi, tra i quali solo 220 sono italiani. [Senti! Senti!] Ci va ancora peggio nell’impiego pubblico, compresi gli statali in genere. Secondo la statistica del 1909 rispetto al suddetto numero indice siamo in arretrato di 43 impiegati nell’amministrazione statale, di 47 impiegati presso le autorità politiche, di 38 presso quelle finanziarie, di 65 presso le poste, in tutto di 193 impiegati. Nel rilevare tutto ciò va sottolineato che i burocrati italiani appartengono non alle classi impiegatizie superiori, bensì a quelle inferiori. Al tribunale provinciale superiore di Innsbruck il presidente è tedesco, il suo sostituto è anch’egli tedesco e dei sette consiglieri solo 2 sono italiani. Sono cifre, signori, che dimostrano che il presunto pericolo di inondazione italiana è soltanto un fantasma, che si tira in ballo volentieri e troppo spesso per spaventare la gente superficiale. In tutto ciò il deputato Dr. Erler ha dimenticato che il Trentino è solo una parte del «campo di smercio» della temuta fabbrica di burocrati e che quest’ultima deve occuparsi anche della produzione per Trieste, Gorizia e il litorale. Gli italiani non devono perciò per il momento temere la nascita di un proletariato intellettuale, naturalmente solo a condizione che i nostri amici di Innsbruck non vogliano regolare lo smercio della produzione con i loro cartelli nazionali. Eccelsa Camera! La deputazione italiana ha finora perseguito la politica della spassionata perseveranza. I nostri deputati non solo si sono opposti a ogni politica emotiva, ma si sono assunti da dieci anni a questa parte l’ingrato ruolo di frenare la massa del loro popolo e la gioventù universitaria. Di ministero in ministero, di parlamento in parlamento il nostro partito ha trascinato faticosamente le sue speranze, e questo anche quando altri disperavano e attaccavano la sua prudenza come un sintomo di debolezza. Il 15 febbraio 1911 sembravamo arrivati alla nostra meta provvisoria, poiché quel giorno la maggioranza della commissione per il bilancio approvava il disegno di legge governativo . La nuova Camera dei deputati si è così assunta dalla precedente l’impegno di completarne l’opera. Noi esprimiamo qui la ferma speranza che questo impegno venga mantenuto. In ogni modo siamo fermamente decisi a superare questa condizione crepuscolare tra timore e speranza. [Applausi] Noi ci appelliamo vivamente a tutti i partiti perché abbiano il coraggio e la schiettezza di prendere una chiara posizione e di dire un preciso «sì» oppure «no». Non sappiamo che farcene di un «no» affermativo e un «sì» negativo. [Assenso] So che vi sono alcuni che dal punto di vista obiettivo e personale direbbero volentieri di sì, ma che per ragioni politiche, cioè per debolezza di volontà, diranno di no. Vorrei però mettere in guardia, perché chi è debole di volontà è anche debole di discernimento. Chi va tra i becchini della facoltà per levarsi di torno la questione di questa facoltà una volta per sempre, si inganna enormemente, poiché dalla tomba di questa facoltà sorgerà di nuovo la questione. dell’università italiana, non artificiosamente evocata dai politici, ma bensì fatta accettare per forza a Voi e a noi tutti dal risvegliato bisogno di cultura del nostro popolo. [Applausi] Proprio quei partiti, dunque, che respingono la disputa nazionale come un fine a sé stesso e che aspirano a una riforma economica generale, debbono aprirci la strada verso la cooperazione sociale tramite la soluzione della vecchia e urgente questione. "} {"filename":"12d37424-f0d2-443c-b863-9d7ed4a16951.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Eravamo per nostro conto dell’opinione che, possibilmente, si fossero evitate ulteriori manifestazioni circa la questione fiemmese fino a che la situazione fosse completamente chiarita. Questo desiderio era stato espresso anche dai tedeschi favorevoli all’accordo. Ma gli avversari ad ogni costo del progetto hanno già da alcuni giorni dato l’allarme, e in data del 3 si riconvocò a Egna l’adunanza di quelli «stessi interessati» che già nel 1909 avevano dichiarato guerra ad oltranza al compromesso ed avevano provocata la protesta di più di trecento comuni tirolesi. Convocatore dell’adunanza fu il signor Quinz di Egna, tedesco nazionale e noto volksbunidsta, e v’intervennero i delegati e i deputati rurali della regione limitrofa ad Egna fino a Merano. In verità si potrebbe chiedere con qual diritto codesti signori, supponiamo il capocomune di Caldaro o di Termeno, entrambi vicepresidenti dell’adunanza, vogliano posare ad «interessati» nella questione che interessa Fiemme, Cembra, Trento e, se si vuole, Bolzano. Il peggio è che costoro si rivelano per interessati a rovescio, cioè si arrogano un veto che è semplicemente goffo e provocante. L’adunanza di Egna infatti non solo protestò contro l’eventuale votazione del contributo dietale per la ferrovia di Fiemme, ciò che avrebbe ancora un senso, trattandosi di danari della provincia, ma protestò sopratutto contro quella qualunque disposizione che potesse esistere da parte del governo centrale di sovvenire il compromesso col contributo delle casse dello stato. Codesta protesta contro danari che al postutto verrebbero dalle casse centrali in provincia, sarebbe addirittura incomprensibile se i protestanti stessi non ci discoprissero più inanzi la segreta leva delle loro mosse. Essi dichiararono infatti nell’ulteriore fissazione dell’ordine del giorno che prima della costruzione di qualunque linea fiemmese, vogliono la costruzione dell’intera ferrovia della Val Venosta e delle altre due linee che congiungerebbero la Venosta colla Svizzera, per la valle dell’Inn e il passo della Bufalona! È chiaro che cosa voglia dire codesta posposizione. Siccome della ferrovia venostana nel prossimo progetto governativo sarà contenuta solo una parte, rimanendo da costruirne un tratto ancora notevolissimo, ricco di difficoltà tecniche e sorprese finanziarie, già la posposizione all’intiera venostana significa per la tramvia di Fiemme un ritardo di chissà quanti anni. Ma di questo non sono ancora abbastanza soddisfatti i congressisti di Egna. Essi vogliono prima della ferrovia fiemmese anche la costruzione delle due linee che dovrebbero congiungere la Venosta colla Svizzera, linee che si trovano appena nel primo stadio della discussione pubblica. La posposizione a queste linee – supposto anche che tutto il Tirolo fosse in tale programma d’accordo – significa non solo la posposizione della tramvia fiemmese ma la sua sepoltura. Dal convegno di Egna risulta quindi con invidiabile chiarezza che una parte dell’opposizione tedesca non è diretta semplicemente contro il compromesso di Bolzano, ma contro la ferrovia fiemmese in genere. Sono mescolati in quest’opposizione gli interessi di coloro per i quali la tramvia distruggerebbe i favori dello stato presente, gli interessi politici dei conservatori che già durante la campagna elettorale giocarono la questione della Venosta contro i cristiano-sociali ed infine i livori nazionali dei nostri odiatori ad oltranza. È riuscito così a codesta ibrida mescolanza di rinfocolare già nel 1909 una opposizione che poteva fregiarsi dell’adesione di centinaia di comuni ed oggi si ripete il tentativo di rendere difficile ai compiacenti di Bolzano, in modo speciale ai cristiano-sociali, il mantenimento della loro parola. Ma dove quest’insana opposizione può riuscire pericolosa non è sullo stretto terreno del compromesso, il quale potrà anche ottenere la sanzione della Dieta, ma di fronte al governo centrale, il quale del compromesso dovrebbe pagare in gran parte le spese. Il governo che ricorre già di per sé a tutti i pretesti per non assumere un impegno che gli costa parecchi milioni, sarà ben lieto di trovare alleati nel Tirolo stesso che indeboliscono i propugnatori del compromesso. Ed in questi momenti la posizione contraria ha doppia forza, in quanto che la pressione favorevole, dopo le ultime elezioni è diminuita. Gli italiani non sono più creduti necessari alla maggioranza e i cristiano-sociali sono scemati di numero e di valore, mentre partito centrale di governo è divenuta la federazione tedesca nazionale, nel cui nesso – come s’è visto nella questione universitaria – i due neoeletti radicali tirolesi possono raggiungere un influsso decisivo. Favoriti da tali mutate circostanze politiche, intervenute dopo le elezioni del giugno, i nemici della ferrovia fiemmese sperano d’impedirne l’attuazione. Ed essi tentano naturalmente sopratutto di non impedire la votazione in dieta del compromesso, com’era stato pattuito a Bolzano, quanto piuttosto di impedire che il governo dia il suo notevole contributo per l’esecuzione di tale compromesso. Il prossimo periodo porterà completa luce intorno agli intendimenti del governo, il quale avrà presto tra mano i dati precisi tecnici e finanziari di una revisione di massima, ordinata di recente. In ogni caso confidiamo che tutti gli interessati procederanno colla concordia e coll’energia che finora accompagnarono le trattative e che anche gli elettori degli altri collegi non direttamente interessati terranno conto dell’eccezionale importanza di questo problema. Sappiamo che prossimamente si raduneranno i delegati dei deputati dietali per prendere posizione di fronte alla protesta di Egna. Ci si comunica che il Municipio di Trento, la Comunità generale ed il comitato di Cembra telegraferanno al luogotenente ed a Vienna per accentuare ancora una volta la solidarietà di tutti per il compromesso. La direzione dell’Unione politica popolare, raccolta ieri ad una seduta straordinaria ha votato il seguente ordine del giorno: Il partito popolare trentino, preso atto della convocazione della dieta, attende ed esige dai deputati dietali di ambo le nazionalità il pieno mantenimento del solenne impegno preso dai partiti sotto il patronato di S.E. il Luogotenente per il compromesso ferroviario fiemmese; insiste con tutta l’energia perché il governo centrale, coerentemente alle antecedenti favorevoli dimostrazioni di massima, attui, anche per parte sua, col suo intervento finanziario il compromesso e che comunichi in riguardo le sue decisioni, a tempo debito; protesta fieramente contro l’adunanza dei pochi interessati di Egna la quale, posponendo la soluzione tramviaria fiemmese all’esecuzione dell’intiera ferrovia della Val Venosta, colle diramazioni per la Svizzera, tenta di rimandare a tempo lontanissimo l’urgente esecuzione di una tramvia che due valli coll’appoggio del paese intero reclamano invano da tanti anni. "} {"filename":"bd373b82-6d1c-4ba8-8e17-7afe225f188c.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"In teoria, nessun contrasto maggiore che fra il movimento socialista e l’azione della borghesia; nella pratica quotidiana, nessun’alleanza più ricercata, più verosimile, più frequente che fra il partito socialista e la borghesia liberale. Il programma del partito socialista è rivoluzionario, la sua azione spesso di connivenza coll’odierno andare della società civile. Sappiamo le ragioni di tali alleanze ed affratellamenti e le abbiamo altra volta commentate e discusse. Oggi ci limitiamo a rilevare l’assiduità e la continuità di codesto fenomeno politico per giungere ad un’altra conclusione. Esso ha creato nella borghesia una corrente, mista d’interesse e d’illusioni, la corrente dei socialistoidi, che in qualche paese ha trascinato con sé gran parte delle fazioni liberali e, dappertutto, ha almeno influito sull’atteggiamento elettorale del liberalismo. Lasciamo stare le ragioni molto umane che sulle relazioni rosso-bleu possono aver influito per forza del danaro, della solidarietà massonica o di razza, e vediamo piuttosto la parte che vi giuocano le illusioni della borghesia. La recente campagna elettorale in Germania è forse uno degli episodi più caratteristici del fenomeno. L’alleanza fu perfetta e lunga . Il patto dell’urna non doveva essere che una prolusione al compromesso parlamentare di una maggioranza di sinistra. Evidentemente le frazioni liberali s’illudevano che in Germania fosse possibile il governo di una coalizione libero-socialista. Invano cattolici e conservatori ricordavano durante la campagna l’abisso che secondo la dottrina socialista, s’apre fra liberali e rossi. La grande stampa progressista rispondeva con un sorriso sprezzante. Cose passate, dottrine sepolte. Messi al punto, i socialisti rinnegheranno anche la repubblica! Con siffatte illusioni si venne ai voti ed alla ricostituzione della Camera. Ma qui incominciarono le dolenti note. Chi ha seguito nelle nostre relazioni telegrafiche le trattative, i bisticci, le miserie dell’elezione presidenziale germanica avrà notato come tutti quei gran geni parlamentari di sinistra si annegarono in un bicchier d’acqua. L’accordo fallì quantunque i socialisti stessi tentassero di giuocare sull’equivoco, di strisciare attorno alle difficoltà nascondendole. Esse apparvero però insormontabili quando la questione venne posta in modo che i socialisti, sia pure in una semplice cerimonia, avrebbero dovuto riconoscere la Monarchia. Ricordate? Lo stesso episodio si è avuto a Montecitorio per quella cotal avversione dell’on. Bissolati a portare la tuba e la redingote. Ed oggi tocca proprio all’on. Giolitti che aveva creduto di ricacciare il vecchio Marx in soffitta, di assistere al reciso distacco dei socialisti da tutto il blocco dei rappresentanti la nazione italiana. A Montecitorio, sotto l’impressionante dimostrazione della Camera, una parte dei socialisti cedette allo scatto del sentimento e fu travolta dall’ondata d’entusiasmo, ma solo una parte; e ad ogni modo, il giorno dopo furono tutti d’accordo nel voto contro l’impresa tripolina. La stampa socialista che in questi ultimi giorni ha intensificati gli attacchi e le invettive, continuerà anche domani la sua propaganda. Ne è preludio intanto l’Avanti che nel numero di ieri così scrive della grande dimostrazione parlamentare: «Una borghesia come quella d’Italia, priva di fibra e di preparazione morale; una borghesia che si è esaltata e ubbriacata, perdendo ogni austerità e ogni fierezza, in un nazionalismo altrettanto rumoroso e ingenuamente guascone contro la piccola Turchia quanto umile e rassegnato verso le ostilità delle nazioni più forti, non può vivere che di queste galvanizzazioni». «La retorica inaugurale di Montecitorio e più la retorica dei commenti non costituiscono che un altro umiliante spettacolo di pochezza morale». Che è accaduto dunque? Non era proprio vero che Marx era finito in soffitta? No, non era vero. In Italia c’è voluta la guerra per smentire la politica di Giolitti, in Germania è bastato un gesto di Guglielmo, in Austria fu la discussione sul rincaro. Cosicché quei liberali che disinteressatamente s’illusero (ahi, come sono pochi!) hanno oggi argomento di rifarsi una cognizione più esatta del momento sociale. E dovranno concludere che può benissimo accadere che la scuola socialista muti nomi e dottrine, che certi dogmi vengano riveduti o rinnegati, ma che tutto ciò non rappresenta l’essenziale nelle relazioni fra il partito socialista e la borghesia. L’essenziale sta invece nella lotta di classe. Fino a tanto che questa viene predicata e nei moti operai attuata, fino a tanto che essa viene propugnata col richiamo alla concezione materialistica della storia e della vita, l’abisso rimane spalancato. I tentativi di combinazioni parlamentari, di connubi elettorali, di pasticci comunali, anche se riusciti per considerazioni d’interesse momentaneo, non varranno a varcarlo o a restringerlo. Verrà il momento decisivo in cui ogni finzione sarà inutile e le combinazioni posticce si sfasceranno sotto i colpi del proletariato educato alla lotta di classe. Bissolati tenterà invano di stendere un velo di poesia e sentimentalità sopra il rude concetto socialista, in rigido contrasto colla psiche nazionale. Gli operai raccolti nei comizi, i giornali rossi ed i deputati che ne esprimono più direttamente il pensiero concepiranno l’impresa tripolina come una speculazione della classe borghese, come una conquista di classe. E l’Avanti della memorabile seduta dirà che fu «una grande parata coreografica del nazionalismo» nel cui sfondo primeggiavano «gli eroi del Banco di Roma» . C’è dunque, per dirla con Dante, una contradizion che nol consente. Certo ch’essa non è sempre sentita, anzi buona parte della borghesia, per interesse o per deficiente educazione sociale, non vuole sentirla ad ogni costo. A Trento, per esempio, tanto per dare uno sguardo anche al nostro microcosmo politico, parecchi signori liberali hanno sbarrato tanto d’occhi quando la minoranza socialista ha dichiarato in Municipio di non poter votare il bilancio per ragione di principio. Quale principio? si sono chiesti meravigliando. Quale? Ma sempre quello stesso, signori miei. Il principio della lotta di classe che impedisce i rappresentanti del proletariato di dare il voto a un bilancio borghese. In quel momento qualcuno s’è forse messo il capo tra le mani ed ha tentato un piccolo esame di coscienza. Come si spiega allora la collaborazione elettorale libero-socialista, quando nel comune interesse essa abbia per effetto la lotta di classe? Come si spiega il fenomeno dei socialistoidi che stabiliscono la costellazione parlamentare e fanno il deputato? E forse dopo l’esame sarà venuta a queste ed altrettali domande una logica risposta. Ma sarà stata una resipiscenza breve. Il liberalismo nostrano vive nell’equivoco. Per uscirne dovrebbe fare uno sforzo erculeo. E questo sforzo è contrario alle sue tradizioni, al suo comodo ed ai suoi interessi. "} {"filename":"212cb951-114c-40d7-8c69-89b8f50c1c55.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"(Compagni dei burattini «Città di Bolzano»). Il D.r Willi v. Walther, rappresentante nella Dieta della città di Bolzano, ha pronunciato in un’adunanza elettorale di 44 persone un’ardente filippica contro i cristiano-sociali accusandoli d’aver mancato nella questione di Fiemme di coerenza e d’aver avuto un contegno indeciso, in recisa contradizione coi sentimenti di un galantuomo tedesco. Ci siamo permessi altra volta d’illustrare il funambolismo dei bolzanini ed in modo particolare del loro deputato dietale nella questione fiemmese, e ci è anche riuscito di cogliere il signor Walther nelle più gravi contradizioni. Ma ieri quella faccia di galantuomo si piglia il resto del Carlino in un lungo articolo di quasi 9 colonne, scritto e firmato dall’on. Schöpfer e pubblicato dai due fogli cristiano-sociali Tiroler e Anzeiger. Al corifeo cristiano-sociale è finalmente scappata la pazienza e giacchè il Walther ha avuto la tolla di rinfacciare incoerenza e mancanza di galantomenismo ad altri, l’on. Schöpfer, il quale oltre di una buona memoria dispone di assicurati punti stenografici s’è dato cura d’illustrare tutte le fasi del compromesso bolzanino fissando le varie vesti del camaleontismo tedesco-liberale e in specie, dell’on. Willi. Noi non tradurremo tutta codesta storia documentata chè non sarebbe facile impresa, ma sulla scorta del prof. Schöpfer, riassumeremo le singole fasi, tanto da stabilire l’evoluzioni più notevoli di un arlecchino politico che, a sipario calato, s’è permesso di pronunciare l’epilogo in tono d’Aristarco. ATTO I Agosto 1909. Sala municipale di Bolzano. Sotto la presidenza del luogotenente, presenti deputati italiani e tedeschi, i rappresentanti di Trento e di Bolzano, si conchiude il compromesso fiemmese. Il D.r Willi, quale deputato di Bolzano e segretario della camera di commercio vi aderisce espressamente, aggiungendo solo la riserva ch’egli preferirebbe che la linea di S. Lugano partisse non da Egna, ma da Ora. ATTO II Il sottocomitato eletto nella prima propone ad una seconda adunanza plenaria nel Municipio di Bolzano il noto piano di finanziazione della ferrovia del compromesso. In questa seconda adunanza l’on. Willi ha già mutato parere e cerca di indebolire con reticenze l’impegno preso. Il podestà D.r Perathoner, il quale ha subodorato che il Walther tenterebbe di rinnegare la parola data, non interviene alla seduta e si richiude al primo piano del suo Municipio. Evidentemente non vuole partecipare a una così fatta dimostrazione di fides graeca. Nella stessa sessione, il collega dell’on. Walther, il D.r Christomannos , ora defunto, avanzò la seguente proposta: si costruissero per ora due linee, cioè quella di S. Lugano da una parte e dall’altra una linea di Val di Cembra che andasse da Lavis fino a Grumes, aggiungendo che in un tempo posteriore si potrebbe aggiungere la continuazione da Grumes fino a Cavalese. Il D.r Willi non sollevò alcuna eccezione contro la proposta del suo consenziente. ATTO III Il podestà di Bolzano, assieme a quello di Trento, consegna all’imperatore una supplica maiestatica, nella quale si chiede l’aiuto dello Stato per la pacifica opera del compromesso fiemmese. Nello stesso tempo la Camera di Commercio di Bolzano fa voti che il compromesso venga eseguito, perché così verranno aperte al commercio due fertili regioni. Segretario della Camera di Commercio è... l’on. D.r Willi v. Walther! Intermezzo Nell’intermezzo la figura del Walther appare e scompare dietro le ditte ufficiali: camera di commercio, municipio di Bolzano, concorso forestieri. Ma certo è ch’egli seppe della proposta sussurrata dal D.r Christomannos negli orecchi degli italiani: appoggiateci nella ferrovia della Bufalora e noi appoggeremo con tutte le forze il compromesso fiemmese. La ferrovia della Bufalora (congiunzione della Venosta colla Svizzera) è un punto di contesa fra i tedeschi stessi, parte dei quali vorrebbero la congiunzione dell’Engadina. I bolzanini erano pronti insomma a tradire parte dei propri connazionali, quando gli italiani li avessero aiutati. Durante quest’intermezzo la camera di commercio di Bolzano, di cui Willi è segretario, manda alla Comunità generale le note lettere nelle quali tenta di distorre i fiemmazzi dal compromesso. Il prof. Schöpfer, se crede, troverà quest’altra evoluzione proteistica del bolzanino, documentata nella raccolta del nostro giornale. ATTO IV Dicembre 1911. Sale del Parlamento. Sono convocate le note conferenze italo-tedesche presenti, oltre i deputati, Tambosi, Perathoner e Kerschbaumer, presidente della Camera di commercio. Ad unanimità, compreso l’on. Walther, si decide di presentare al governo la proposta di costruire per ora la ferrovia di S. Lugano e di Lavis-Grumes e di fissare per legge la continuazione da Grumes a Cavalese entro cinque anni. La proposta venne propugnata innanzi al presidente dei ministri ed al ministro delle ferrovie da un comitato misto, al quale partecipò anche l’on. Walther. Questi prese anzi parola, aderì ai due oratori precedenti Schraffl e Gentili, aggiungendo: «Noi saluteremmo con piacere che con una soluzione corrispondente fosse sciolta la questione nel senso che venissero costruite entrambe le congiunzioni». Così Walther si poneva di nuovo sul terreno del compromesso, dopo averlo parecchie volte rinnegato. Egli era non soltanto per l’immediata costruzione della Lavis-Grumes, ma anche perché nella legge venisse assicurata la continuazione fino a Cavalese. ATTO V Dieta tirolese. Il governo in una nota alla luogotenenza dichiara che il compromesso per riguardi fiinanziari viene respinto. Allora nella conferenza dei capigruppi viene presentata la proposta che frattanto la provincia per conto suo sovvenzioni la linea di Egna e dell’Avisiana il tratto Lavis-Cembra. La proposta era stata dichiarata discutibile, quando i rappresentanti della minoranza liberale-conservatrice aggiunsero la pretesa che qualora la ferrovia avisiana dovesse in qualunque tempo venir continuata, ciò potesse accadere solo se lo stato si obbligasse ad assumere al valore nominale tutte le azioni investite nella linea di S. Lugano. Questa clausola (conclude anche il Schöpfer) non poteva avere altro scopo che quello di rendere impossibile qualunque accordo sulla ferrovia di Fiemme. Era chiaro che un impegno simile il governo non l’avrebbe mai potuto assumere. Dopo tutte codeste evoluzioni il deputato arlecchino dichiara nel recente comizio elettorale dei 44 che «ognuno il quale ha un po’ di sale in testa doveva già fin dapprincipio capire che il governo non costruirà mai due linee che non rendono» ed ha la mutria di rinfacciare ai cristiano-sociali un contegno vacillante. Non solo, aggiungiamo noi, ma ha anche il fegato di apostrofare di nuovo i fiemmazzi e di offrire loro il suo appoggio e la sua alleanza! Ma i fiemmesi hanno già risposto che per loro la questione del tram è troppo seria per compromettarla di nuovo col farne il canovaccio di una rappresentazione della compagnia marionette «città di Bolzano». "} {"filename":"e999d7c5-39b0-4f26-aa4b-10387e731161.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Vienna, 10. Sopra Vienna la solita nebbia greve e fumosa, sulle vie il solito vischio di fanghiglia. Non un raggio di sole, non un lembo d’azzurro. Tutto apparisce eguale ed incolore, tutto si scioglie. Nel parco innanzi al palazzo municipale hanno piantata una torretta, perché oltre le ore indichi anche i punti cardinali. Ed è provvidenza sapiente. Perché in questo deserto popolatissimo, come ci orienteremmo altrimenti nello spazio e nel tempo? Così è fuori, così è qui dentro. Nella costituente francese di fronte alla palude c’era la montagna. Qui tutto stagna, tutto è palude. L’aula è semideserta. Sul banco dei ministri un generale rappresenta tra uno sbadiglio e l’altro la difesa del paese, gettando tratto tratto un’occhiata di desiderio ai colleghi di gabinetto che vanno e vengono dal ristorante per interrompere la loro consegna con un’occupazione utile. Nei settori un piccolo gruppo di fedeli circonda il deputato che recita per gli stenografi un suo soliloquio lamentoso. Poco fa in un altro settore si è sgravato delle stesse analogie geremiache un dalmato che ha descritto come, secondo lui, converrebbe rifar l’Austria- Ungheria. Dopo si è alzato un ruteno per domandarsi se i suoi connazionali non starebbero meglio in Russia, or ora un boemo agrario sussurra negli orecchi di alcuni pietosi i postulati del suo collegio che nessuno sa dove sia, tranne i suoi più prossimi amici di casa. E si continua così tutto il giorno. Questa si chiama «discussione parlamentare» ed i deputati parlano di «eccelsa camera» ed i giornalisti scrivono, telegrafano, telefonano «i lavori del parlamento». Ah, se le parole ci fossero per esprimere il pensiero non si dovrebbe codesto vuoto noioso chiamarlo eccelsa palude, nella quale i ranocchi gracidano ognuno per conto suo, come fuori di loro il mondo non esistesse? Tratto tratto ricompare sul podio il presidente del consiglio . È una figura alta ed asciutta che non dice assolutamente niente. Non battere di ciglia, non una contrazione della pelle tradisce il suo pensiero. Solo talvolta, quando dalla palude si leva un grido più forte egli alza lentissimamente la sua fronte di sfinge e pare voler dire: ah, se le rane avessero i denti?! Il parlamento stagna dunque. Perché? Favorite un momento nei corridoi. Eccovi in un angolo semioscuro due o tre volpi polacche che stanno ragionando con alcuni lupi del Nationalverband. Più in giù sdraiati su di un sofa di cuoio nero due vecchi capoccia discorrono a monosillabi ed a punti sospensivi, dall’altra parte il ministro delle finanze tiene un sermoncino ad un gruppetto di galiziani, dall’altra ancora Hochenburger dalla facciona obliqua e sbarbata fa delle confidenze alla barba veneranda del D.r Gross. Ed intorno a codesti punti fissi è un girare o un ronzare di onorevoli minori, che aspettano, beccano e passano tra loro l’imbeccata. Questa, o lettore ingenuo, è la grande politica, qui si discutono, si compromettono o si decidono le sorti del nostro mondo statale. Gli è in codesti chiaro scuri parlamentari che si lavora per l’equilibrio, che si sommano le forze per trovare la risultante, che si pesano i voti per contrattarli. Si tratta oggi di mettere d’accordo polacchi e tedeschi nazionali per il progetto delle leggi idrauliche e sulla votazione della proposta Kröner. Fino che fuori non sarà raggiunto l’accordo, dentro i ranocchi hanno consegna di cantare. Ma raggiunto quello un’ondata riscuoterà le acque della palude, tutte le sonerie chiameranno a raccolta, la «discussione» verrà chiusa, e si passerà ad altro. Chiusa, ma che ci sarà ancora qualche cosa da dire, se non sarà esaurita? Ah, sì, che importa tutto questo? In tutte le altre case di questo mondo i corridoi sono fatti per le camere, qui è la camera che è fatta per i corridoi. Anche noi italiani avremmo qualche cosa da dire, anche noi vorremmo gettare il nostro grido di esasperazione. Ma se la sorte sarà malevole, non ci lasceranno nemmeno la magra consolazione di poter dire le nostre ragioni. Il metodo di stabilire gli oratori è caratteristico. Gettate il vostro povero nome in mezzo ad altri cento altri nomi tedeschi, croati, polacchi, sloveni, czechi, ruteni, serbi, rumeni... Poi l’urna fatta a mo’ di ruote si gira, e chi n’esce n’esce. Uscite dopo il decimo o il dodicesimo, e con ogni probabilità non potrete parlare, perché, per volere della maggioranza, la discussione verrà chiusa. Codesta ruota fatale m’è parsa sovente la ruota della fortuna degli italiani. Non perché accoglie od esclude la batracomachia parlamentare, ma perché simbolizza così bene la sorte dei nostri rappresentanti sballottati in mezzo alle nazioni che arraffano tra loro il meglio e ricacciano gli altri nella penombra dei diseredati. Ai quali in queste settimane paludose non rimane se non ritirarsi nel proprio club e nelle commissioni, tentando e ritentando di raggiungere coll’azione individuale quei risultati che la collettività parlamentare nega loro di propugnare. Ovvero li incontrerete da mane a sera sulle scale dei ministeri in cerca del Ministerialat X, dell’Hofrat Y, del Sektionchef Z, ridotti a sollecitare il tal atto, o a esumare dalla loro necropoli di polvere le tali vertenze, i tali discorsi. I deputati si fanno quindi gli untori della macchina. Se malgrado quest’olio parlamentare, essa si muove così lenta, così pesante, che cosa avverrebbe se fosse abbandonata alle ruggini della burocrazia? Una volta i mercanti del nostro paese andavano a prendere il sale alla salina di Hall, con carri pesanti trainati dai buoi. Arrivavano così quindici o venti giorni dopo, e frattanto accadeva spesso che il sale mancasse. Ora le cose sono radicalmente mutate; la meccanica ha divorato lo spazio. Ma tale mutamento è avvenuto soltanto nella vita economica. Nell’amministrazione dello stato i progressi dell’arte tecnica non trovano applicazione. La nostra burocrazia va ancor oggi cercando il sale coi buoi. "} {"filename":"798a0632-a6a8-42f1-81ca-7bf42c2fdbac.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Il D.r Degasperi , accolto da un’ovazione di simpatia, porta il saluto del club popolare, in modo speciale dell’on. Tonelli, assente e dell’on. G. De Carli che assiste al comizio. Esprime la sua soddisfazione per l’importante assemblea. Dapprincipio c’era fra i nostri un po’ di titubanza. Gli urloni in giugno ci avevano colti un po’ di sorpresa. Ma è bastato che noi alzassimo di nuovo la vecchia bandiera perché la massa dei contadini accorresse a difenderla con entusiasmo (grandi applausi). Passando a dire della attività parlamentare, afferma che per tre quarti essa fu dai popolari dedicata ai contadini. Se c’è dei signori leghisti , che vanno promettendo mari e monti, converrebbe forse tentare l’esperimento. Quando entrerà nel parlamento uno dei loro basterebbe che si facesse l’esperimento. Più alto che arrampica la scimmia, più ci si vede la coda (applausi). Che cosa sono costoro se non scimmie del nostro mondo politico? Ascoltateli nella loro propaganda. Quello che dicono di buono l’hanno copiato da noi e per il resto imitano i socialisti. Per costoro non ci sarà via di mezzo: o avvicinarsi al movimento popolare o diventare socialisti. Il D.r Battisti a Trento ha detto che li aspetta su questa via. Ed ha pienamente ragione. Il congresso di Trento ha dimostrato che ormai la distanza è minima. Il deputato socialista ha avuto i loro applausi e l’applauso dei socialisti. Anche la stampa liberale dimenticando che l’organo della Lega ha schernito i postulati nazionali dell’università e dell’autonomia, ed ultimamente ha propugnato scuole tedesche, espresse la sua consolazione per il congresso di Trento. Tutti gli anticlericali si trovano a braccetto. Questo dimostra che i capi leghisti non sanno quello che si fanno o vogliono condurre i loro adepti in una corrente avversa ai loro interessi e alle loro idee. Due votazioni al parlamento sono caratteristiche; quella sul rincaro della carne e quella sul divorzio. Il deputato socialista si schierò come tutti i suoi dalla parte della classe dei consumatori senza riguardo per i contadini e per gli allevatori del bestiame, anzi votando contro tutti i rappresentanti agrari. Se fossero state accolte le proposte socialiste avremmo la libera ed illimitata concorrenza della carne estera contro l’allevamento interno, avremmo i confini aperti ad ogni sorta d’epizoozie. Ed i nostri rappresentanti dei contadini genuini fraternizzano coi nemici della classe agricola? (applausi). Venendo alla votazione pel divorzio e spiegandone il significato si domanda se in tal riguardo i leghisti di Trento hanno fatto qualche riserva di fronte al contegno dei loro alleati o hanno mosso loro dei rimproveri. Nessuno ha zittito. Dobbiamo dire che i leghisti hanno il rispetto umano di propugnare le proprie convinzioni o forse che chi tace conferma? (applausi) Il congresso di Trento si è soltanto sfogato contro i popolari. Perché? Ammettiamo che anche in noi ci sia qualche mancanza, che anche il nostro partito non le abbia proprio indovinate tutte, ma tutti anche gli avversari dovranno pure ammettere che il grande lavoro fatto finora per educare, organizzare, sollevare economicamente e moralmente la classe dei contadini fu opera dei popolari. Perché allora centrare tutti gli attacchi contro di noi e risparmiare gli elogi per coloro che dei contadini non si sono entrati che per sfruttarli o ne combattono gli interessi? (grandi applausi). Qui c’è della malafede e dell’anticlericalismo (applausi). L’oratore conclude col promettere a nome dei deputati di tener sempre presente che la maggioranza degli elettori è costituita dai contadini, ma mette in guardia i contadini dal riporre troppe speranze nell’attuale parlamento che vive stentatamente. La fiducia prima va posta sulle nostre braccia, sul lavoro delle nostre organizzazioni e delle società popolari nel nostro paese. Termina applauditissimo. "} {"filename":"dbb70377-1217-4f72-b6b2-bbfa2e7eae63.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Abbiamo tra le mani una lettera pubblicata per le stampe dal signor Francesco Moroder, già podestà di San Udalrico in Gardena , la quale assume per noi un’importanza di attualità, in quanto che interpreta i sentimenti dei gardenérí ed espone l’atteggiamento preso dalla popolazione di Gardena di fronte all’azione germanizzatrice dei tedeschi. Da tutto il documento appare che anche in quella valle si cercò di gettare la fiaccola della discordia da questa gente, la quale non conosce e non rispetta il diritto e l’affetto che ogni nazione porta alla propria lingua, ma si guida secondo l’istinto di prepotenza. La lettera ha un duplice scopo: uno è quello di discolpare i gardenéri dall’accusa mossa loro dai germanizzatori – le solite armi che usano per compiere impunemente il furto della lingua altrui – che cioè i gardenéri siano avversi ai tedeschi ed amici degli italiani; l’altro è quello di innamorare i gardenéri al proprio idioma, antico quanto l’italiano, il francese e lo spagnolo, e di ricordar loro ancora una volta il dovere di conservarlo intatto come retaggio prezioso lasciato loro dagli avi ed oggetto di indiscutibile utilità per tutti. Dopo di aver scalzata nel primo punto la accusa di cui sopra, con prove numerose ed anche troppo evidenti per noi italiani, il signor Moroder passa al compito principale della sua lettera, di inculcare cioè ai suoi connazionali la necessità di lottare ad oltranza contro le tendenze di germanizzazione ed invocando in questa lotta l’unione e la concordia di tutti. Assai interessante è l’argomento relativo all’assoluta necessità, che l’istruzione religiosa e l’educazione dei fanciulli si faccia nella lingua materna. «Qualora sì volesse obiettare», dice il signor Moroder, «che l’istruzione religiosa nella scuola, la dottrina cristiana in chiesa, le Sacre funzioni e tre quarti delle prediche si fanno in lingua italiana, io rispondo che ciò fu sempre praticato e così doveva essere e certamente dovrà restare ancora per l’avvenire perché è vero, che deve essere assicurata e conservata l’intelligenza indispensabile per le cose religiose e che deve tenersi calcolo del sentimento profondamente religioso dei gardenéri. Le prime nozioni religiose si devono insegnare assai per tempo ai bambini ancor piccoli in lingua ladina perché a quell’età non conoscono che lingua materna; corrispondentemente a questo principio è naturale che, sviluppandosi poi maggiormente l’intelligenza dei bambini, si adoperi il catechismo italiano come libro di testo, e ciò per la somiglianza delle due lingue; ed è per questo motivo, che non si può usare che la lingua italiana nella dottrina cristiana e nella maggior parte delle prediche per gli adulti, rispettivamente per il popolo. Il voler introdurre l’insegnamento religioso in tedesco per i fanciulli, sarebbe un controsenso, perché non lo intenderebbero; la religione è cosa del cuore e del sentimento, non è una scienza, che si può apprendere, quando si è già cresciuti, quando cioè sviluppandosi sempre più le forze della mente si può appropriarsela convenientemente; i principii fondamentali della religione, che è indispensabile per rendere l’uomo un membro utile alla società, devono essere inoculati e posti nel cuore del fanciullo ancora prima che sia capace di apprendere ed imparare nella scuola tutti gli altri oggetti d’insegnamento e perciò l’istruzione religiosa deve e può farsi per i fanciulli solo nella lingua materna, e mano mano che i fanciulli crescono in età ed intelligenza deve continuarsi in quella lingua che somiglia maggiormente alla nostra lingua materna, e che è, facilmente intelliggibíle, cioè l’italiano». «È poi cosa assai naturale, che il vero gardenére sia impegnato per conservazione della sua lingua materna e sostenga con insistenza e tenacia la necessità di conservarla, perché essa sa bene apprezzare i vantaggi che gliene derivano, mentre l’opposto, cioè la tendenza alla germanizzazione sarebbe una cosa affatto contro natura. Considerando infatti giustamente le condizioni commerciali dei gardenéri, ciò non potrebbe certo chiamarsi un progresso desiderabile, perché distruggerebbe ed annienterebbe i vantaggi considerevoli derivanti dall’idioma parlato in Gardena ed infliggerebbe al popolo di questa valle un danno incalcolabile. Perciò la germanizzazione sarebbe per i gardenéri piuttosto un regresso ed una disgrazia nazionale. La lingua materna ladina, che data l’inclinazione e forza di volontà del gardenére lo abilita in modo speciale ad imparare con facilità e ad appropriarsi altre lingue, è un tesoro che non gli può essere tolto o limitato in nessun modo. I gardenéri, finita la prima educazione, potranno utilmente imparare altre lingue, fra cui la lingua tedesca, ma devono opporsi risolutamente alla germanizzazione, come quella che mette in pericolo la loro esistenza nazionale; contro un tale tentativo devono difendersi con forze unite ed usando anche mezzi estremi; e certamente arriderà la vittoria al noto buon senso, alla tenacia e alla fermezza di carattere dei gardenéri. Ognuno ha il dovere di considerare la lingua materna come un tesoro, anzi come una cosa sacra e perciò devo impegnarsi con tutte le forze per la sua conservazione! Ognuno è attaccato alla sua nazionalità, e chi non la apprezza e difende, chi aderisce ed aspira a ciò che mette in pericolo la sua nazionalità, costui commette per insipienza una fellonia deplorevole, oppure manca affatto della più naturale e della più nobile delle virtù civili: l’amore al proprio paese, il patriottismo!». Confermando indi le ammonizioni contenute in altre lettere aperte dirette ai suoi convalligiani, l’ex podestà di San Udalrico esprime il vivo desiderio che essi vogliano persuadersi della verità di quanto afferma, avanti che si debba dire: troppo tardi! Di fronte poi agli attacchi mossi dai tedeschi residenti in Gardena e tendenti a denigrare quel popolo o per insipienza o per invidia il signor Moroder rileva con molta franchezza, che i successi ottenuti da questo piccolo popolo, dovrebbero anzi assicurargli l’universale ammirazione ed essergli difesa contro attacchi ingiustificati. Mercé infatti la sua laboriosità eccezionale ed i suoi buoni costumi, conseguenza pratica d’una fede viva e di una profonda religiosità, congiunta a tatto pratico e ad un ingenito talento commerciale, esso ha potuto sviluppare un’attività nel campo dell’industria, che può servire come modello agli altri popoli e deve meritargli il plauso di tutto il mondo. Da questa lettera del signor Moroder appare evidente che esiste un parallelismo di lotta tra quella che deve sostenere il popolo di Gardena e la lotta che si combatte nelle nostre valli. Molti dei nostri paesi sono infatti continuamente molestati da un’invasione ingiusta del Tiroler Volksbund, che tenta di portarvi la germanizzazione, abusando dell’arma del patriottismo, bollando del nomignolo di irredentisti tutti quelli che si oppongono alle sue losche mire e cercando di ingannate subdolamente la buona fede dei nostri contadini col ripeter loro su tutti i toni, che per vivere e respirare economicamente è necessario subire la germanizzazione e rinunciate alla propria lingua. La lettera dell’ex podestà di San Udalrico dimostra chiaramente come siano ingannatrici e false queste arti, in quanto che la Valle di Gardena ha la coscienza di sostenere e tutelare i propri interessi materiali ed economici – e qui si noti, che i gardenéri hanno quasi tutti i loro interessi in relazione con i tedeschi senza rinunciare menomamente alla propria lingua ed al proprio sentimento nazionale. Valga l’esempio nobile di questo pugno di popolo, perduto in mezzo alle valli tedesche, ad illuminare e persuadere quei pochi tra i nostri valligiani che favoriscono le mire inique di germanizzazione del Volksbund sotto il pretesto di migliorare le proprie condizioni, dichiarandosi pronti a sacrificare i più sacri ed i più nobili tesori, lingua, patria, educazione. "} {"filename":"8fdd8266-7fb4-46d6-a49a-ec86aa965f49.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"«Ma il contadino oggi non è con noi. Vi è sul paese uno sbatter d’ali di vampiri neri. E si dicono “i popolari” perché si sono fatti padroni del popolo inerme... Giriamo il nostro paese, parliamo al popolo, apriamogli gli occhi ch’ei veda». Il Presidente della «Studenti trentini», vedi Trentino n. 212 . Non conosciamo il giovanotto né di persona, né di fama e poco monta. Quando scompone le labbra adolescenti ad un sorriso presuntuoso e beffardo, quando fa gorgogliare dalla sua strozza l’ingiuriosa sentenza o lancia nell’aula compiacente l’invettiva banale, egli è in posa e quando è in posa, l’individuo scompare per dar luogo alla figura rappresentativa, al tipo della sua specie. Figura triste e tipo compassionevole. Hanno vent’anni, e rispetto all’era cristiana parlano della «secolare ignoranza dei pulpiti». Sono appena usciti di ginnasio e si propongono di rinnovare il popolo colla storia patria, col diritto e colla scienza. Hanno appena messo il piede fuori di casa, e già giudicano e mandano le classi sociali del loro paese: il popolo civilmente e moralmente schiavo, i popolari menzogneri ed ipocriti, ed i preti vampiri neri. E poichè sentono il fioco lume della loro psiche giovanile crepitare in fugaci scintille, scambiando per esuberanza quello ch’è mancante alimento, si scuotono di dosso il moggio di una modestia più che doverosa e più che prudente, credendo con tale sfolgorio di poter largheggiare di luce con tutti e rischiarare ogni angolo del paese oscuro. Dirà taluno: ebbene, perché ve n’occupate? Sono fuochi d’artifizio della rettorica in uso. Dopo il razzo il colpo, e dopo il colpo, come dopo il congresso, il mondo ritorna nei suoi rapporti costanti di luce e di colori. E noi vorremmo starci paghi di questa conclusione, se il fenomeno non si ripetesse ormai da troppi anni, e se simili manifestazioni annuali non fossero il sintomo di uno stato d’animo che perdura d’una condizione di cose permanente. La verità è che buona parte della nostra studentesca manifesta una singolare impreparazione a qualsiasi forma della vita pubblica, pur avendo la presunzione di vivervi una parte non secondaria. Studiate le loro manifestazioni, da una quindicina di anni, e troverete che dopo un certo lodevole sforzo in sul principio, specie nell’ultimo periodo si passano dall’uno all’altro colle cariche anche il fonografo della stessa rettorica, della stessa superficialità di giudizio, dell’identica tronfiaggine di concetti imparaticci. Ma occorreva proprio organizzarsi in una associazione accademica per ripetere quei giudizi apodittici sul cristianesimo e sull’opera della Chiesa che trincia con gesti più espressivi ogni buon segretario della Camera del Lavoro, il quale impari a mente l’Asino di Guido Podrecca? C’era bisogno di un congresso universitario per lanciare in faccia ad una classe intera l’epiteto ornante di «vampiri» quando lo fanno gli scamiciati d’ogni tinta anticlericale ogniqualvolta nelle bettole o nei trivi avviene loro di sparlare de’ preti? E per dir menzogneri ed ipocriti ai popolari, c’era bisogno che le speranze della patria si raccogliessero in solenne assemblea e facessero una rivista intellettuale delle nostre condizioni pubbliche quando lo si può leggere tutti i giorni sui settimanali rossi e sulla stampa radicale? Dunque voi, futuri «maestri di nostra gente» più di ogni gazzettiere anticlericale? Dunque voi, futuri giudici, professori, medici, amministratori del nostro popolo, non ne studiate la vita, le tendenze, non ne giudicate l’opera e le aspirazioni che sulle colonne così serene, così oggettive di certe effemeridi? Eccola qua, la vostra fiera ribellione al passato, la vostra indipendenza dello spirito: se parlate, un fonografo con cilindri sdruciti, se vi mostrate, un cliché alto un centimetro, se fate citazioni, un testo ingommato di ritagli redazionali. Appena dichiarati maturi ad uno studio sul serio e con metodo, v’adulano, v’esaltano, vi gonfiano per tirarvi a sé, e così andate attorno come palloni gonfiati e credete d’essere dichiarati maturi per aver saputo abbastanza. Viene da sé che vi tirano subito a far politica; e voi che non conoscete ancora la vita, che faticate a disporre degli affari vostri, sentenziate subito degli affari del paese, quasiché, se la vita privata è studio, cura e fatica, la vita sociale sia uno sport, un campo sperimentale per ragazzi. Eppure voi, che dovreste uscire dal ginnasio coll’idealismo di Platone, potreste essere fortunati a destare invidia nei vostri maggiori. Voi potreste ribellarvi alle categorie in cui s’è voluto suddividere per forza la nostra generazione: clericali reazionari, liberali progressisti, socialisti rivoluzionari. Voi potreste rifiutarvi d’entrare in codesti canali, creati dalle menti e circostanze d’altri tempi e impostici, secondo noi come strano anacronismo, anche oggidì. Voi potreste e dovreste riservarvi di studiare i dati di fatto, la realtà della nostra vita sociale nella sua struttura morale ed economica. Ma accade invece, per un doppio fenomeno di presunzione che gli studenti, affrettando l’abbandono di ogni pregiudiziale – specie di quelle incomode – nel campo delle credenze, assorbano tutte quelle ch’esistono di un dato indirizzo sul terreno dei fatti. Eppure la mano al cuore, giovanotti, e diteci, se prima di sedere a giudizio, non vi avrebbe giovato studiare coi vostri occhi gli atti e impratichirvi un pochino anche nella procedura. Se prima di parlare d’ignoranza secolare dei pulpiti, non v’avrebbe giovato studiare se non i teologi, i Santi Padri, la storia della Chiesa di cui siete figli, almeno quei piccoli uomini che si chiamarono Dante, Galilei, Manzoni, tutta gente che al pulpito e al vangelo da esso predicato ci teneva molto, a quanto pare. Voi avete classificato le omelie domenicali come «prediche politico-commerciali». Ne avete sentite molte, prima di darne una sintesi così indovinata? Voi avete visto il popolo agricoltore, chino sulla terra, schiavo dei pregiudizi. Avete provato ad avvicinarlo, ad attaccar discorso, a studiarne la psiche? Siete entrati nei suoi villaggi a studiarne la vita morale ed economica, avete partecipato alla sua vita sociale nelle organizzazioni? Vampiri, aveva gridato ai cattolici, ai preti! Vampiri, perché lo hanno liberato dagli usurai, vampiri perché gli hanno insegnato ad associarsi per vivere a più buon prezzo, vampiri perché gli hanno dato in mano le armi della civiltà moderna, l’organizzazione professionale, il consorzio degli interessi e la stampa! Vampirio, gridate voi indistintamente al povero prete che fa per anni interi gratuitamente il contabile, il segretario d’una cassa rurale, purchè una qualche parte di utili venga devoluta per comperare libri, giornali e mantenere un circolo o altra forma di società di coltura. Vampiri di un popolo inerme chiamate voi coloro che lo hanno organizzato politicamente nella forma più democratica che conosca il nostro paese, spodestando le piccole camorre semi-intellettuali. Vampiri... E con questi pregiudizi voi vi proponete di girare il nostro paese, e con queste idee di evangelizzare il popolo. ... «Apriamogli gli occhi ch’ei veda»... Veder che cosa? Come i giovani d’oggi lo giudicano, come lo studiano, come si preparano a governare la patria? Fate male, ragazzi, lasciatelo nella sua illusione e ch’ei non veda! "} {"filename":"929dd64b-6fac-44c0-9465-2340fac84d64.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Vienna, 10. Alle Delegazioni di quest’anno s’è dimostrato, come forse mai, che il mondo politico internazionale si evolve con tale celerità da sorpassare qualunque previsione e da sorprendere gli uomini più accorti ed avveduti. Pochi mesi fa la guerra d’Italia e le sue conseguenze, l’invidia, la gelosia, il sospetto verso l’alleata. Gli italiani erano descritti come i briganti della politica europea: malgrado l’alleanza, nonostane l’amicizia bisognava premunirsi contro un possibile colpo di mano. Le Delegazioni, l’amministrazione militare, l’opinione pubblica guardavano verso il mezzogiorno, poichè dalla penisola italica venivano le apprensioni per il prossimo futuro. Quanta veemenza allora nel maledire codesta nazione irrequieta, quanta insistenza nel chiedere ancora cannoni e ancora navi! A nord si credeva d’essere completamente tranquilli e certa stampa e certa diplomazia avevano l’occhiolino alla Russia, che veniva invitata a prendere il posto dell’Italia malfida e, domani, forse nemica. Oggi la situazione è semplicemente capovolta. Si fanno i complimenti alla nazione italiana, non si dubita della rinnovazione della Triplice, si dichiara il proprio compiacimento perché l’Italia ha vinto, e poichè ha vinto le si manda a dire per bocca del marchese Baequehem che l’Austria ha appoggiato sempre presso la Turchia le aspirazioni italiane in Tripolitania. Viceversa la Russia sostituisce l’Italia nelle diffidenze, nei sospetti, nelle apprensioni. Vero che con l’orso grigio si è più parchi d’espressioni, più prudenti nel formulare accuse. La Russia infatti è ben altra cosa che l’Italia, e d’altro canto, ha in Austria ben altri amici che non siano i montanari trentini e i merciaioli di Trieste. Quando nelle delegazioni è risuonata la calda parola del dott. Kramarz, il quale difendeva la Russia, gettando il sospetto sul genero di Re Nicola, tutti gli Slavi del nord e del sud applaudivano vivamente. Il rumore fu tale che pareva venisse da una maggioranza. Dietro al Kramarz però sedevano alcuni vecchi volponi del Senato e crollavano il capo con atti molto espressivi d’incredulità e il conte Berchtold, sdraiato anche lui democraticamente fra i banchi dei delegati, opponeva all’eloquente difesa dell’oratore slavo un sorriso di scettica finezza. Nei «circoli competenti» si dubita e dunque si teme. I diplomatici sono meno circospetti, ma i militari sono più franchi e più decisi. E si vogliono nuovi milioni che siano un premio d’assicurazione contro nuovi pericoli. Sta bene che il ministro degli esteri affermi con incontrastabile sicurezza che i nuovi milioni non devono servire che a ripulire i cannoni vecchi e a mettere qualche antenna alle navi che ci sono. Ma queste sono parole per l’estero; per i delegati dell’interno si usa un altro linguaggio. Così oggi l’Austria ha mutato posizione, facendo una concessione a sinistra e guardando ad oriente ma senza una certa piega verso il nord. Che sarà? che cosa ci porterà l’indomani? Non crediate che ove si governa e ove si fucina la cosi detta politica europea si sappia molto di più di quello che è noto al gran pubblico. La diplomazia è stata colta completamente alla sprovvista. «No, non deve meravigliarsene mi diceva recentemente un console generale austriaco capitato in questi giorni da una città balcanica e che mi sedeva accanto in uno sfarzoso salone di Ballplatz. Bisogna persuadersi che il conte Berchtold in confronto del resto dell’intera Europa ebbe molta intuizione quando fece la nota proposta. I popoli balcanici credono l’Austria-Ungheria troppo amica dello status quo per lasciar trapelare alcunchè delle loro intenzioni di mutarlo». E come fu ieri, così oggi e così sarà domani. I delegati cercano di strappare nella conversazione col conte Berchtold qualche cosa di più di quello che traspare dalle sue dichiarazioni ufficiali; ma egli rimane sempre molto cortese, ma sempre più enigmatico. Si è giunti così alla conclusione che dietro quel sorriso di uomo certamente abile non vi sia gran cosa, come non ve n’è dietro il così detto concerto europeo. La verità è che la diplomazia europea è stata gettata in un canto come un terzo incomodo, e che i piccoli stati balcanici si sono completamente emancipati da una protezione che li soffocava. È venuta l’ora anche per i Balcani che il principio dell’indipendenza nazionale viene e mette in scompiglio la politica delle cancellerie, come un tempo è accaduto nella penisola italica, e quest’insurrezione è così imponente, così violenta, che trascina con sé anche gli amici di coloro che per vecchia abitudine si erano irrigiditi nelle vecchie formule dello status quo e dell’equilibrio inventate dall’egoismo e dalle gelosie europee. Infine, quale stato ha diritto di sorgere ad ammonire, a trattenere, ad impedire? ed in nome di quale morale? Lo status quo è una formula che ogni potenza applica in difesa della Turchia quando si è snaturata per proprio conto ai suoi danni. La Francia e l’Inghilterra opposero lo status quo all’annessione della Bosnia, quando già avevano Tunisi e l’Egitto, l’Austria-Ungheria voleva sconsigliare amorevolmente l’Italia, quando ebbe la Bosnia; e l’Italia?... Ditemi, non è curiosa la figura di quegli ambasciatori italiani che a Cettigne, a Sofia, a Belgrado e ad Atene raccomandano la calma, la pace? Si diceva oggi in un circolo di «ben informati» che nel trattato di Ouchy sarà stabilita la restituzione delle isole greche dell’Arcipelago alla Turchia. Quando arriverà questa mia, il telegrafo vi avrà forse rivelato, se codesti signori erano informati proprio bene. Nel qual caso non converrebbe conchiudere che proprio la pace italo-turca rende più spiegabile la guerra turco-greca? "} {"filename":"4bf75b87-9c92-406b-9e9c-b8076a891e97.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Pest, 11 novembre In una fastosa sala del Parlamento mi ha colpito un grande quadro che rappresentava l’esercito di Attila in cielo il quale ritorna trionfante verso l’Asia. È l’epopea eroica degli Unni e la leggenda nazionale del popolo che ci alberga. Guardandolo, ho sentito entro di me l’impressione di chi arriva allo spartiacque di un mondo sconosciuto, e istintivamente ritornai indietro per il corso della nostra storia, cercando un nesso, un avvicinamento, un’analogia; ma alla fine mi ritrovai innanzi a quel quadro più straniero di prima. Mi parve allora di misurare fino in fondo l’abisso che ci separa, più grande che il mare fra noi e gli australiani, più immenso dell’oceano. No, non c’è proprio nulla che ci avvicini e ci congiunga, nulla di comune. Ma ecco che quest’ultima parola ha come ridestata la mia coscienza immersa nel passato e la realtà mi sussurra nell’orecchio, con fine sarcasmo, che i delegati sono raccolti qui proprio per rappresentare gli affari comuni della monarchia austro-ungarica di fronte al mondo. Gli affari comuni. La dizione ufficiale è esatta e corrisponde al suo significato. Non di aspirazioni, non di ideali, non di pensiero, elaborato dalle loro storie diverse e lontane, è fatta questa comunanza, ma di relazioni civili, militari ed economiche, create, volute o imposte nella moderna rifusione di questo complesso statale. A rappresentare tale comunanza si arriva più per la via dell’eliminazione che della sintesi. Per questo forse la politica delle delegazioni è la più realistica, direi quasi la più matematica che si faccia. Qui c’è posto in realtà solo per le risultanti. Mi sono chiesto se anche noi italiani, piccolo frammento del grande mosaico, ci muoviamo su una risultante o non piuttosto su linee parallele o divergenti. Ed ho risposto che, in ogni caso, se vogliamo fare quel zinzino di politica estera che corrisponde agli interessi dei nostri paesi di confine e alla nostra posizione nazionale, dobbiamo camminare sulla risultante dell’odierna realtà. Quale sia, mi pare non possa mettersi in dubbio. Lo Stato in cui viviamo e la Nazione alla quale apparteniamo sono alleate e, affermasi, lo saranno senza fallo anche nel prossimo avvenire. Orbene, noi abbiamo interesse che questa alleanza sia piena, cordiale, sincera, che cessi da una parte e dall’altra la politica a zig zig, poiché solo un’alleanza sicura ed un atteggiamento corrispondente può rendere la nostra situazione politica più tollerabile, la nostra Nazione più rispettata. Su questa risultante appunto, intendeva camminare il delegato del Trentino, nell’ultima e nella presente delegazione, quando parlò delle relazioni italo-austriache e quando insistette nel concetto dell’entente cordiale. La voce del nostro paese fu modesta, pari alle sue forze, ma tanto più sincera perché la sua politica estera era in realtà anche ottima politica interna. Io sono convinto che, nell’interesse del popolo e della nostra vita nazionale, non solo noi conseguentemente e tenacemente, ma anche i nostri maggiori, nell’interesse dello Stato, ma anche gli ufficiosi d’Italia, nell’interesse della Nazione, devono insistere su questa via. Invero sul pronto raggiungimento della meta non conviene farsi illusioni. Bisogna scorgersi e parlarsi a cenno dal di qua al di là dell’abisso, nel quale non Attila solo, ma tutti gli eserciti dei Nibelunghi sono discesi per allargarlo e fiumane di popolo colle spade rosse di sangue latino; e dal fondo pare lampeggi ancora talvolta il metallo dell’odio antico. Eppure bisogna scorgersi, bisogna parlarsi, bisogna intendersi e proprio noi italiani dell’Austria dovremmo essere messi in grado di levare più forte la voce. "} {"filename":"2892ce19-d909-41f1-82b5-04c667a4d76f.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"[...] La relazione Degasperi L’on. Degasperi ricorda di aver ricevuto l’incarico di elaborare un regolamento interno già nell’estate. Per varie circostanze non si potè venire alla discussione prima d’ora. Egli ha spedito l’abbozzo a diversi amici, i quali scrissero anche il loro parere. Si ebbe poi una lunga discussione in seno alla direzione, cosicché le proposte che presenta oggi tengono conto dei risultati dell’inchiesta e sono alquanto diverse dal primo abbozzo. Si dovette scegliere un doppio compito, quello di dare all’Unione un’organizzazione suppletoria allo schema stabile che è previsto e concesso dalla legge di votazione, e quello di prevedere un procedimento regolare per la designazione dei candidati. Il relatore spiega qui in dettaglio la prima parte della proposta concludendo che in tal modo si poggia la base del partito sulle larghe spalle del popolo, affidando ad esso il suo avvenire. Passando al secondo capitolo descrive il procedimento per le candidature seguito dai cristiano-sociali a Vienna e nell’Austria inferiore, dal Centro in Baviera e dalla società elettorale belga, concludendo che le nostre proposte sono molto più democratiche e più moderne. La cosa più semplice e naturale sarebbe stata quella di affidare all’unione popolare, cioè ai suoi soci, ai suoi fiduciari locali e distrettuali ed alla sua direzione la designazione e proclamazione dei candidati. Questo dev’essere anche l’ideale a cui si deve tendere. Ma, poichè fino ad oggi l’Unione popolare non ha ancora fatto sufficienti progressi, da poter dappertutto adempiere il suo incarico, si dovette frattanto pensare ad allargare la cerchia dei fiduciari fuori dell’organizzazione permanente dell’Unione popolare. Si diede quindi un’influenza ai presidenti delle organizzazioni locali che seguono le nostre idee, ed altre persone, designate dalla loro posizione stessa, raggiugendo così una rappresentanza più completa, di cui una qualche categoria esiste certo in ogni più piccolo comune, ma che lascia in ogni modo un influsso decisivo all’Unione popolare. Insiste sulla necessità che chi possiede il maggior influsso siano in ogni caso i soci fedeli all’Unione popolare e afferma che questa disposizione darà un grande impulso per la diffusione della società. In quanto alla proclamazione dei candidati il regolamento prevede che di regola verranno proclamati i candidati indicati dalle adunanze dei fiduciari e che l’eccezione rarissima è circondata da parecchie cautele, essendo necessario il consenso della maggioranza dei fiduciari distrettuali. Non vi può essere quindi alcun timore che a questa valvola di sicurezza si ricorra se non in casi rarissimi e d’interesse generale. Provvisoriamente, poi, convinti della necessità d’organizzarsi subito, è previsto un mandato straordinario per la direzione, in tanto in quanto non provvedano i soci. La relazione esauriente e chiara venne molto applaudita. Regolamento interno L’Unione popolare spiega la propria attività per mezzo degli organi seguenti e colle seguenti norme: a) alle sedute della Direzione, che secondo lo statuto e le esigenze della legge consta di 10 membri, possono partecipare con voto consultivo i deputati parlamentari e dietali in funzione, il direttore p.t. del Trentino, il direttore p.t. della Squilla; b) I fiduciari distrettuali, uno per ogni distretto giudiziario dei collegi elettorali parlamentari rurali, cioè 26 più 4 delegati dalla direzione della «società popolare» in Trento, più 5 fiduciari del collegio urbano meridionale, uno per ogni luogo elettorale, totale 35 fiduciari distrettuali; c) Fiduciari locali, cioè uno per ogni luogo elettorale o frazione di esso in cui si trovi un nucleo locale dell’Unione popolare. I fiduciari distrettuali rimangono in carica tre anni e vengono eletti a maggioranza assoluta di voti dai fiduciari locali dei luoghi elettorali del distretto. Per il collegio di Trento essi vengono designati dalla presidenza della «Società popolare», per il collegio urbano meridionale, frattanto, dai soci dell’Unione politica raccolti nei singoli luoghi elettorali. Qualora un fiduciario distrettuale per qualsiasi ragione venisse a mancare durante il suo periodo di funzione, la Direzione centrale potrà nominare un sostituto in quanto e fino a che non venga designato dai fiduciari locali. Il fiduciario distrettuale deve tenere un registro dei fiduciari locali del distretto, sorvegliare l’attività e provvedere assieme alla Direzione alla diffusione della Società. La Direzione convoca i fiduciari distrettuali una sola volta a più riprese in singole regioni almeno una volta all’anno. I fiduciari locali, per quanto riguarda l’iscrizione dei soci, la riscossione delle tasse, ecc. stanno in rapporto diretto colla Direzione. Essi vengono eletti per un triennio dai soci del gruppo (sotto questo nome non si intende naturalmente una società filiale costituita, ma il complesso dei soci di un dato luogo) dell’Unione politica a maggioranza assoluta di voti. Qualora alcuno di essi venisse a mancare durante il periodo di funzione, provvederà alla sua sostituzione interinale il fiduciario distrettuale. Designazione dei candidati 1. in seguito ad avviso dato dalla Presidenza dell’Unione popolare ed entro un termine da essa prescritto, i soci di ciascun luogo elettorale si raccolgono in adunanza privata ed eleggono in maggioranza assoluta i loro delegati per la designazione delle candidature. Si potrà eleggere al massimo un delegato ogni 30 soci. Frazioni di questa cifra oltre la metà si calcolano come un intero, se pari o inferiori alla metà si trascurano. In caso di contestazioni decide inappellabilmente la Direzione. Il fiduciario locale comunicherà subito al fiduciario distrettuale l’esito delle elezioni. 2. Compiute queste elezioni, il fiduciario distrettuale, previo accordo con la Direzione, convoca l’Adunanza confidenziale del distretto per la designazione del candidato. A questa adunanza verranno invitati: a) i fiduciari locali dell’Unione popolare del distretto, che rappresentino un luogo elettorale b) per mezzo dei fiduciari locali i delegati eletti come ad 1) c) le seguenti persone di fiducia, in quanto non siano ormai comprese nelle prime categorie ed in quanto siano soci dell’Unione Politica almeno da tre mesi prima della convocazione. I. I presidenti ed in loro mancanza i vicepresidenti delle società do coltura (Soc. Operaie Cattoliche, circoli di lettura, Alleanze, unioni professionali e società con simili scopi (escluse le giovanili e femminili) e delle società economico-sociali, consorzi cooperativi, leghe ecc.) di ciascun luogo elettorale, in quanto aderiscano al partito popolare e come tali siano state riconosciute dal fiduciario distrettuale e dalla Direzione, che ne compileranno previamente apposito elenco. II. Il curatore d’anime locale e il capocomune. Hanno inoltre diritto di intervenire uno o più delegati della direzione con voto consultivo. 2. L’adunanza confidenziale del distretto è presieduta dal fiduciario distrettuale. Sulle proposte fatte si vota per alzata e seduta o, se la maggioranza degli intervenuti lo desidera, con scrutinio segreto. Sulla discussione e sull’esito della votazione il presidente fa scrivere un protocollo che firmato da due persone designate dall’assemblea e dal presidente, va mandato subito alla Direzione centrale. Le deliberazioni hanno carattere confidenziale ed il presidente, prima di chiudere la seduta, dovrà ricordarlo espressamente. 3. La Direzione convoca poi l’adunanza definitiva per la dsignazione e proclamazione dei candidati sulla base dei risultati ottenuti nelle adunanze confidenziali. A questa verranno invitati, oltre i membri della Direzione a) i fiduciari distrettuali dell’Unione popolare, con voto deliberativo; b) i deputati popolari in carica, il direttore p.t. del Trentino, il direttore p.t. della Squilla, con voto consultivo. Su proposta di un terzo dei presenti la votazione si dovrà fare per scheda, altrimenti è libera. Le deliberazioni sono valide, qualsiasi sia il numero dei presenti e vengono prese a maggioranza assoluta di voti. Non raggiungendosi la maggioranza assoluta per la designazione di un candidato si procederà alla votazione ristretta. Nel caso però che sia seguita una chiara designazione di un candidato nelle adunanze distrettuali, non potrà venir proclamata una candidatura diversa, se non qualora essa venga deliberata con almeno due terzi di voti e, possibilmente dopo aver preso nuovo contatto con i fiduciari del collegio. In caso di ballottaggio, sono chiamati a stabilire l’atteggiamento del partito la Direzione ed i fiduciari distrettuali dei rispettivi distretti. Seguita la proclamazione, essa è inappellabile ed obbligatoria per tutti gli aderenti al partito. Disposizioni transitorie Il presente regolamento entra in vigore quando l’avrà votato l’assemblea generale dell’Unione politica popolare con la maggioranza dei due terzi. Modificazioni non possono introdursi che con la stessa maggioranza. I fiduciari locali dovranno procedere entro dicembre alla nomina dei fiduciari distrettuali. Se entro il dicembre non viene data notizia alla Direzione dell’avvenuta elezione, è autorizzata la Direzione stessa a procedere alla nomina provvisoria dei fiduciari distrettuali. La direzione è autorizzata a passare anche subito a tale nomina in quei distretti dove non esistessero gruppi locali dell’Unione politica. Per quei luoghi elettorali, in cui non esistono ancora fiduciari locali, la Direzione è autorizzata a nominarli, previo accordo col fiduciario distrettuale. Esempio: Per dare un’idea della costituzione di un’adunanza confidenziale distrettuale per la designazione dei candidati si è fatto un calcolo approssimativo degli effetti che avrebbe l’applicazione del regolamento in parecchi distretti. Nel distretto di Pergine per esempio supposto che diventino soci dell’Unione Popolare il 50% degli elettori popolari del giugno 1911, che ogni luogo elettorale abbia il fiduciario locale, che tutte le società economico-sociali si possano riconoscere come aderenti al partito ed in un fine che almeno la metà dei capicomune sia socia dell’Unione politica, l’adunanza consterebbe di circa 100 membri: nel distretto di Tione sarebbero circa 120, in quello di Vezzano 123. "} {"filename":"14f7792f-d5a9-41c5-9c57-d9b37297a129.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Il Popolo di martedì e quello di stamane falsano i fatti, le cifre ed il naturale significato di una votazione alla Camera per concludere che i deputati popolari e liberali sono governativi, militaristi e antidemocratici. Si tratta della legge sulle prestazioni militari in caso di guerra, recentemente votata alla Camera e della quale il Popolo afferma che trovò l’opposizione dei soli socialisti e l’appoggio degli altri partiti, «fra i quali vanno annoverati o per il voto dato o per il semplice assenteismo i partiti liberale e clericale del nostro paese» (Popolo di stamane). In particolare Il Popolo di martedì afferma che; «I clericali nella votazione articolata furono nelle questioni più importanti favorevoli al governo: nelle secondarie votarono qualche volta contro ed una volta si assentarono, allorchè si trattava di accettare il par. 6 della legge, secondo il quale gli operai appartenenti a officine, industrie, servizi trasporti, ecc., adibiti a prestazioni di guerra, sono obbligati a rimanere al loro posto, sotto gli ordini militari, finché dura pel padrone l’obbligo delle prestazioni». Per la terza lettura infine il nota che i «clericali» si astennero dal voto e che con ciò contribuirono in modo decisivo all’accettazione della legge perché, occorrendo la maggioranza di due terzi dei presenti ed avendo di fatto votato in favore 250 e contro 116 deputati, se i popolari si fossero aggiunto agli oppositori, la legge sarebbe caduta. «I vostri 12 voti – scrive Il Popolo di martedì, rivolgendosi ai popolari – avrebbero bastato per darle il tracollo». Abbiamo già detto che il Popolo in tali affermazioni falsa i fatti, le cifre ed il significato di una votazione. Lo dimostriamo in poche parole, limitandoci a quanto riguarda i deputati del nostro partito. 1. Il Popolo afferma il falso, quando dice che i popolari votarono in favore dei capisaldi della legge e votarono coll’opposizione solo su articoli secondari. I popolari infatti votarono coll’opposizione e contro il governo sull’estensione della legge, votando ch’essa possa venir applicata soltanto in tempo di guerra, a guerra dichiarata, e non imminendo il pericolo di guerra. La differenza è notevole, perché si tratta di escludere che la legge potesse venir applicata, anche quando non ce ne fosse motivo, sotto pretesto che la dittatura militare diventava necessaria in vista di un ipotetico pericolo di guerra. I popolari votarono ancora coll’opposizione e contro il governo, quando si trattava di stabilire chi potesse venir assoggettato alla legge eccezionale. L’opposizione chiedeva che i cittadini fossero obbligati alle prestazioni militari al massimo fino a 45 anni e solo entro il comune di dimora. Il governo invece volle e la maggioranza votò che non ci fosse alcun limite di luogo per l’obbligo alle prestazioni militari. Anche qui la differenza è capitale, perché mentre il progetto governativo aumenta di molto le persone sottoposte alla sfera militare e le obbliga a prestare la propria opera in tutto lo stato, la proposta dell’opposizione riduceva la legge eccezionale ad effetti non molto maggiori di quelli attualmente imposti dalla legge sulla leva in massa. La questione più dibattuta fu quella riguardante la giurisdizione militare, cioè se gli obbligati alle prestazioni militari dovessero venir sottoposti ai tribunali militari o ai giudici civili. Ognuno comprende che la questione è di capitale importanza. Ebbene anche qui i popolari italiani votarono coll’opposizione e contro il governo, in votazione nominale. Passata la legge i popolari tentarono limitarne gli effetti e rendere possibile un prossimo miglioramento, votando che la legge avesse vigore provvisorio solo per un anno. Anche qui per volere del governo e della maggioranza la proposta cadde. Come ognuno vede in queste votazioni, cui abbiamo accennato, si trattava proprio dei cardini della legge attorno alla quale si mosse la discussione nella commissione e si svolse il più vivace dibattito nella Camera e sui quali appunto i socialisti concentrarono la loro opposizione e il governo la sua resistenza. Affermare quindi che si trattava di punti secondari è ignoranza o malafede: se le proposte per le quali votarono i popolari fossero state accolte, la legge in Parlamento sarebbe caduta o, in ogni caso, sarebbe stata modificata radicalmente. Il Popolo ha quindi affermato il falso. 2. Un’insigne ignoranza dimostra poi il foglio socialista riguardo alle cifre. Esso scrive che in terza lettura la legge venne accolta con voti 250 contro 116, che quindi, occorrendo la maggioranza di due terzi, se i 12 popolari non si fossero astenuti ed avessero votato contro, la legge sarebbe caduta. Ci permettiamo intanto, d’insegnare al Popolo che i popolari alla Camera sono 10 e non 12 e che, di fatto, essendo assente l’on. Spadaro per dolorose circostanze di famiglia, in quest’occasione erano in nove. I presenti sarebbero quindi stati, secondo la sua ipotesi, 250+116+9=375. Due terzi di 375 sono 250 e quindi se anche i nove popolari si fossero aggiunti ai 116 restava sempre la maggioranza di due terzi favorevole. Sa invece il Popolo che cosa sarebbe stato necessario per far cadere – sempre supposta la maggioranza dei due terzi – la legge! Ce lo diremo noi: che avessero votato tutti i socialisti, nei banchi dei quali si notava invece qualche lacuna. Ma il bello viene adesso. Non è nemmeno vero che occorresse per l’accettazione della legge la maggioranza dei due terzi. Anzitutto non occorreva certo per la terza lettura, perché anche in estate nella votazione della riforma militare prevalse l’opinione che in terza lettura, in ogni caso, bastasse la maggioranza semplice. E notate che nella votazione di quella legge si era invece ritenuta necessaria la maggioranza dei 2\/3 nella discussione articolata. La votazione decisiva è quella sui singoli articoli, cioè la seconda lettura, la votazione in blocco, invece, cioè la terza, non ha più che un valore formale. Ma nel nostro caso venne dichiarato che la maggioranza dei due terzi non occorreva né in terza né in seconda lettura. Quindi tutti i calcoli e le conclusioni del Popolo sono fabbricate su una base falsa. È solo meraviglia che il Popolo si dimostri così ignorante dei rapporti e della tecnica parlamentare sovratutto dopo che circa la necessità della maggioranza dei due terzi s’ebbe una discussione nella commissione ed una decisione contraria del Presidente nel pleno, decisione, che i socialisti si accontentarono di prendere a notizia, senza fare appello alla Camera. Resta quindi chiaro e dimostrato che nei punti più importanti e nella votazione decisiva per il contenuto della legge i popolari votarono contro la proposta del governo. 3. Il Popolo muove però ai nostri deputati ancora il rimprovero d’essersi astenuti dalla votazione del § 6 il quale impone agli operai industriali di rimanere, in caso dell’applicazione della legge, nei rapporti di servizio in cui si trovarono prima. Il § impedisce che gli operai – durante il periodo eccezionale – possono abbandonare il lavoro. Ora i popolari si trovavano nel dilemma o di votare in favore dell’articolo, dichiarandosi per un provvedimento assai duro oppure in favore della proposta socialista che statuiva in realtà un privilegio per gli operai di fronte ai contadini, che, in base al § 4, oramai accettato, avrebbero dovuto soffrire i rigori della legge. E perciò non potendo scegliere altrimenti, si astennero. E questa è l’attitudine dei popolari contro le «masse operaie»! Circa la votazione in terza lettura, abbiamo visto ch’essa non ha più che un valore formale. Sul merito, sul contenuto della legge è stato già votato e deciso nella votazione articolata in seconda lettura. Nel caso particolare poi l’esito della votazione della seconda lettura, chiusa il giovedì sera, aveva dimostrato che oramai esisteva una maggioranza sicura per le proposte del governo. Il giorno dopo, quindi, il venerdì mattina, la votazione in blocco non poteva modificare più niente e prendeva piuttosto significato politico. I popolari, perciò, in vista di certe questioni pendenti nella Provincia, decisero di non accomunarsi in un atto dimostrativo coi socialisti e coi czechi radicali, e si astennero. È chiarissimo quindi che da tale astensione non si può derivare alcuna conclusione riguardante la legge stessa, come di fatto non ebbe in tal riguardo il minimo influsso. Ma il Popolo non bada tanto per il sottile. Si ricordi però che la sua impudenza non rimarrà senza controllo. E se continua a fabbricare il suo atto d’accusa su testimonianze false e conclusioni errate, noi passeremo ad esaminare la posizione dei socialisti. Gli ricorderemo che questo grande partito aveva nella commissione della giustizia ove si preparò la legge tre rappresentanti; di cui uno il d.r Liebermann si astenne dal fare opposizione ai primi §§ della legge ed al voto su essi, dichiarando d’essere in principio d’accordo colla legge, ma di volere solo modificare e il genere e il modo delle prestazioni militari. Gli ricorderemo però che questo socialista, quando qualche altro compagno gli mosse osservazioni, scrisse ch’evidentemente gli altri due colleghi di partito avevano votato contro, non per ragioni di principio, ma per ragioni politiche. Certo che codesto Liebermann è del club socialista polacco e non appartiene a quei compagni che, votano o non votano, come comanda la bacchetta dei bonzi viennesi. E poi non basterà, faremo ancora questa semplice domanda: Perché voi che siete in tanti, un partito che ha quasi 90 deputati, non avete impedito che la legge nefanda divenisse legge? Perché non siete ricorsi a qualche mezzo energico? Ve lo diremo noi il perché. Perché il partito socialista sapeva come tutti gli altri, che la legge, se non l’avesse votata il Parlamento, sarebbe entrata in vigore col §14 e perciò evitò un’opposizione radicale, ma si limitò a far quel tanto di commedia che poteva dargli il pretesto di attaccare gli altri partiti, compresi gli italiani che si sono dimostrati indipendenti dal governo, ma anche dalla demagogia dei Seitz, Adler e compagnia. "} {"filename":"257c2f36-0338-41c4-8673-82ab25313165.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"II. Nomine a) Commissione per la riforma del Regolamento elettorale comunale [...] Il Cons. D.r Alcide Degasperi chiede al Podestà che voglia far parte della Commissione sia per la sua nota competenza in affari elettorali, sia per il suo spirito conciliativo fra i singoli partiti . [...] g) Direzione della Biblioteca e Museo comunali [...] Il Cons. D.r Alcide Degasperi, constatato l’esito complessivo delle nomine fatte e rilevato come non sia stato tenuto conto dalla maggioranza delle modeste proposte avanzate dal partito popolare, che cioè fossero eletti due membri della minoranza popolare in seno al Consiglio congregazionale in luogo di uno, ed almeno un membro in seno alla Commissione direttrice della Cassa di Risparmio, dichiara anche a nome del collega avv. D.r Giuseppe Cappelletti, che i Consiglieri di parte popolare rinunciano a far parte delle Commissioni, nelle quali furono nominati. [...] "} {"filename":"09ffc617-5209-4118-9e37-c8acf877fcb5.txt","exact_year":1912,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"III. Dimissioni dei Consiglieri comunali Dr. Cesare Battisti e Giuseppe Urbani [...] Il Cons. D.r Degasperi, in rappresentanza del partito popolare, osserva che se si dovesse considerare la questione dal punto di vista di principio il suo partito dovrebbe dare il voto per l’accettazione delle dimissioni, perché il regolamento elettorale non è fatto per costringere a forza a partecipare all’Amministrazione del Comune chi in antecedenza dichiara di non volersi assoggettare, ma i noti precedenti elettorali fanno invece considerare la cosa come una questione fra il partito liberale e quello socialista e quindi il partito popolare si astiene dalla votazione. [...] IV. Dimissioni del Podestà [...] Il Cons. D.r Alcide Degasperi si associa a nome della minoranza popolare a tale proposta. I popolari voteranno contro l’accettazione delle dimissioni per le ragioni stesse che li hanno mossi a dare il voto la prima volta al podestà, tanto più che la maggioranza mantiene il carattere, che alla candidatura Tambosi fu dato per principio. È logico del resto che il compromesso, il quale vale per tutti i partiti che lo sottoscrissero, si rifletta soprattutto nella continuità dell’amministrazione. [...] "} {"filename":"e6d85b83-0aff-482d-ba42-fcd9479c3cc2.txt","exact_year":1913,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"C’è, accanto alla guerra, un affare balcanico. Si è incominciato con la crociata e si minaccia di terminare con una petizione per mancato pagamento. Nello sfondo del cielo sanguigno, invece di Santa Sofia, appare la sinagoga dei creditori. Questa guerra proclamata contro la barbarie, intrapresa per la civiltà cristiana, condotta con lo slancio di vergini nazioni che vogliono scuotere un antico servaggio, appariva soprattutto come un grande sforzo d’idealismo, come un sacrifizio di eroi. Le canzoni del re montenegrino, i poemi guerreschi del «campo dei merli», il secolare tiglio innanzi a Santa Sofia che aspetta di rinverdire quando sarà scacciato il Turco, e d’altra parte il tragico sforzo di un popolo che non vuol morire, gli ultimi sussulti di una gran forza che si spegne: ecco i suoni e le immagini che arrivano al nostro animo di spettatori, e traverso i quali noi assistevamo alla grande tragedia. Quando venne in scena, l’Europa fece sul principio la parte del coro dell’arte drammatica greca: espresse commossa i sensi del pubblico e cavò la morale. Che capocomico quel Poincaré, sempre in moto, sempre in gesticolazione per dire che si risparmiasse il sangue, che si rifacesse la pace, che si ristabilissero i benefici della civiltà! Ed ora, dopo tanta poesia, dopo tanta prosa, in mezzo al pianto della tragedia, ci vengono a dire che il pascià autorevole, un gran visir corre in Europa a trattare i preliminari di pace sulla base della... ferrovia di Bagdad o del monopolio tabacchi? Basta, c’è da temere che questa guerra più che dell’Impero ottomano sia la disfatta dell’idealismo e riveli con una prova pagata troppo cara l’enormità di codesta ondata materialistica la quale tutto travolge, popoli e re, dispotiche autocrazie e democrazie repubblicane. Che cosa v’è infatti di più ripugnante di quei negoziati che si stanno facendo a Costantinopoli? A Bulair, ad Adrianopoli, a Scutari, a Giannina le giovani vite si sacrificano a migliaia col nome di patria sul labbro e laggiù un piccolo gruppo di finanzieri, cinque o sei uomini della Banca ottomana, della Banca tedesca o della National Bank of Turkey si contendono l’onore ed il merito di continuare la guerra. Perché è precisamente l’Europa che continua e vuole la guerra. La Turchia, senza i denari europei non potrebbe state in armi per una settimana. Se domani i Rotschild, i Bleichröder o il direttore del Council of Foreign Bondholders (società che controlla anche i prestiti turchi) telegrafassero ai loro rappresentanti di Costantinopoli: chiudete le casse; la guerra sarebbe finita, un torrente di sangue non sarebbe inutilmente sparso e gli alleati avrebbero raggiunta la loro meta senza tanta rovina. Ma no: mentre nei Parlamenti e nella stampa l’Europa pare sentimentalmente preoccupata dalla guerra balcanica, a Costantinopoli tratta freddamente l’affare balcanico. I finanzieri sono previdenti. Che importa se i Turchi verranno massacrati tutti? Tanto meglio; la Turchia rimane, ed è a Costantinopoli e nell’Asia Minore ormai che bisogna metter radici e rinforzare le proprie influenze. Fino a poco fa, i banchieri parigini erano onnipotenti. Nell’amministrazione internazionale del debito pubblico turco «Administration de la dette publique ottomane», gli ebrei parigini erano in preponderanza, ed eccovi «la politica orientale francese» sotto il vecchio sultano. Il primo ministero giovane turco cercò di liberarsene trattando un prestito con sir Ernest Cassel, fondatore dell’inglese National Bank, ma fu poi costretto ben presto a ritornare sotto il giogo francese. Il tentativo fu rinnovato nel 1911 con un gruppo austro-tedesco, rappresentato dalla Deutsche Bank, ma l’affare venne interrotto dalla guerra tripolina, durante la quale la Dette publique tornò a dominare. L’interesse di quest’ultima è evidente. Essa rappresenta un credito di circa tre miliardi e deve vigilare che vengano pagati puntualmente gli interessi. Se le entrate dello Stato vengono ipotecate da altri creditori, è in pericolo il credito vecchio. Tutto questo è verissimo, ma è di una verità più apparente che reale. Gli amministratori del debito pubblico sanno che nei rapporti dei turchi di fronte ai creditori dovranno subentrare gli alleati, quindi il credito vecchio verrà assicurato, come è accaduto per la Libia. Di tutto questo ha dovuto occuparsi preventivamente la conferenza degli ambasciatori a Londra. La causa vera dei rigori della Dette publique non è ipotecaria ma politica. Non si tratta di garantire il passato, ma di speculare sull’avvenire. E sopra il ghigno dell’ebreo ricompare il pennacchio di Poincaré, rappresentante oltre che l’influsso francese, anche i mutui accordi delle potenze dell’entente, le quali hanno diviso fra loro la «sfera d’influsso» nella Turchia asiatica. La Turchia è morta, viva la Turchia, gridano gli speculatori dell’avvenire. Per questo la Dette publique farà ogni sforzo per impedire che i giovani turchi risorti s’ingaggino in nuovi affari con la finanza tedesca. La parola d’ordine sarebbe quindi: niente denari! Ma i giovani turchi ne adoperano, ne vogliono a qualunque costo, ed allora la gara si acuisce in senso positivo. Il capitale francese incomincia a trattare, e mentre esso fa dipendere le sue offerte dalla rinnovazione del monopolio tabacchi, i tedeschi domandano la concessione di una ferrovia urbana o – a quanto traspare – trattano per nuovi patti riguardanti la ferrovia di Bagdad, impresa che diventa ormai un’ipoteca tedesca sulla Turchia asiatica. Così la guerra balcanica s’è dovuta e potuta riprendere, perché si possa preparare il futuro conflitto dell’Anatolia, e codesta Europa del progresso, della civiltà, della democrazia, sacrifica centinaia e migliaia di vite al tesoro del re di Pergamo, come qualunque mostro, che fu sul trono dei Cesari romani. La plutocrazia europea celebra le sue orge nel sangue e nella barbarie. E intanto la grande stampa, che è al suo servizio inganna la opinione pubblica, la imbeve di orgoglio nazionale, di patriottismo bellicoso, d’idealismo umanitario, per impedire la ribellione dei cervelli sani e delle coscienze oneste. Nella teca dei documenti notevoli di tal genere abbiamo messo questa settimana un articolo di Carlo Morawitz, presidente dell’Anglo-oesterreichische Bank, comparso nell’Economist della Neue Freie Presse. L’articolo è nella prima parte un’apologia dell’Impero ottomano, assalito a tradimento dagli alleati e qui le parole giustizia, equità, retto sentire, coscienza, tornano ogni periodo. Nella seconda parte invece, che è la sostanziale, si insiste perché, comunque, i diritti dei creditori europei vengano salvaguardati «in der peinlichsten Weise». E qui si rivela l’unica preoccupazione vera rimasta ancora all’Europa. La guerra si faccia ed ognuno seppellisca i suoi morti, ma quello che importa soprattutto è che quando ne saranno ammazzati tanti e tanti, da dover cedere, la Turchia non debba pagare indennità di guerra. Questo poi no! Il resto passi, l’Europa può liberarsi con quattro frasi sentimentali. Ma che gli alleati pretendano anche denari, no assolutamente, per quanto enormi siano i loro sacrifici. Cosa possono essere questi in confronto del danno che subirebbero i banchieri creditori, se gli alleati, imponendo un’indennità, ricacciassero in seconda linea l’ipoteca dell’Europa? "} {"filename":"a168395d-2e8a-40f0-8ad5-9a70491e576e.txt","exact_year":1913,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"C’è a Budapest una greve atmosfera corrotta e corruttibile che sentite al primo respiro. Il nome inventato da Lueger per i suoi dominatori, che poteva d’altronde urtarvi come un’ingiuria, qui lo sentite come una verità. I giudeo-magiari, padroni sempre delle banche, delle amministrazioni, delle industrie, dei teatri, della vita sociale, tengono oggi anche formalmente il governo della cosa pubblica. Ai conti, ai palatini è successa l’era della plutocrazia. Così gli uomini di borsa hanno trasferiti nella politica i criteri ch’essi applicano al commercio ed alla morale. Recentemente hanno eletto a borgomastro l’ebreo Heltai, un uomo che nello scorso autunno invitava nei suoi saloni i delegati austro-ungheresi per rassodare inter pocula i vincoli tra i due stati della monarchia . Ebbene, costui, prima di accettare l’onorifica carica di primo cittadino, volle che gli si assicurassero parecchi posti decorativi e lucrativi, i quali gli dessero il mezzo di arrotondare lo stipendio di borgomastro da 30.000 cor. a 80.000. La convenzione si fece in pubblico, senza segreti e senza pudore. La gente non trovò da ridire e il consiglio sanzionò il mercato col suo voto di fiducia. L’ambiente è così e tale è l’atmosfera che vi si respira. Più grave è il caso Lukacs . Un presidente dei ministri il quale viene accusato d’aver ricevuto da una banca, concludendo con essa degli affari in qualità di ministro delle finanze, la provvigione di quasi 5 milioni per la cassa elettorale del suo partito – quest’uomo rimane tuttavia presidente, e i giornali, nella loro maggioranza, dicono: Ecchè? Non fate gl’ingenui. È forse una novità che ogni partito abbia la sua cassa elettorale? Notate che i milioni servirono per comprar voti e per creare il partito Khuen-Lukacs-Tisza , il cosiddetto partito del lavoro, il quale da mesi delibera e governa senza discussione e senza controllo. In altri paesi l’opinione pubblica sarebbe insorta, a Budapest c’è una maggioranza che difende e giustifica apertamente la convenzione. O se v’è chi ha rossore di farlo, per lo meno dichiara essere opportuno il silenzio, per non compromettere all’estero il buon nome della patria. In tribunale poi s’è deciso e sentenziato che simili fatti non si prestano a giudicare l’onorabilità o meno di una persona, che si tratta solo di una vertenza politica sulla quale si può discutere in parlamento ma non innanzi ai giudici. Anche Temi dunque è corrotta dall’atmosfera che respira. Orbene, questa tolleranza, questo tacito o aperto consenso, questa connivenza è un sintomo ben più grave che l’atto stesso del Lukacs. Ora, se l’Ungheria fosse uno stato balcanico o la Danimarca, la considerazione di tanto marcio potrebb’essere semplicemente platonica. Ma l’Ungheria è parte integrale della Monarchia in cui viviamo e senza il suo intervento nessuna legge di grande importanza può venir fatta. Accade anzi spesso che delle leggi vengano votate in Austria solo perché in Ungheria furono già accolte anticipatamente, com’è avvenuto ad esempio delle recenti leggi militari . Anche noi dunque siamo in parte governati dalla camorra che il Lukacs s’è creato d’attorno a furia di brogli e corruzioni. E pensare che certi nostri Catoni di tedescheria menano tanto rumore per il più piccolo scandalo che scoppi nei paesi latini. Pensare che pochi giorni fa la stampa tedesca riesumava con voluttà le ruberie dell’on. Nasi o s’affrettava alle più larghe induzioni in seguito all’inchiesta sul palazzo di giustizia. Certo che nei paesi latini, e qui pensiamo anzitutto alla Francia ed all’Italia, il capitalismo incuneato nella politica celebra i suoi fasti, ma è anche vero che in questi paesi la stessa morbosità con cui si strazia in pubblico lo scandalo è segno che s’impone ancora la reazione degli onesti e l’incorrotto criterio della pubblica opinione. Qui invece il fango sale alla gola e pare che nessuno si accorga o ci si gavazzi dentro come in un elemento naturale. Poichè non bisogna credere che l’opposizione ungherese, la quale gioca contro il Lukacs questo estremo tiro politico, entri in lotta con un vessillo immacolato. Basta ricordare il caso Polony ed accennare a Francesco Kossut, uno dei più noti panamisti del regno di S. Stefano. No, qui la pianta della corruzione è indigena ed alligna dappertutto, nei castelli dei magnati, come nei saloni dell’aristocrazia nuova, e s’avviticchia attorno agli uomini della finanza e della politica, impeciandoli dello stesso vischio e avvincendo sempre più le energie della nazione. Le soffocherà anche, se al popolo che lavora nell’officina e nella puszla, non si daranno coll’allargamento del suffragio le armi per liberarla. "} {"filename":"2da489b1-f747-4a71-9b31-fb5c64bc306d.txt","exact_year":1913,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Vienna, 26 Mentre fisso sulla carta questi brevi appunti i lettori del Trentino saranno ormai informati sulla piega migliore che hanno preso gli avvenimenti. L’atmosfera s’era fatta talmente pesante che non era possibile sopportarla più oltre. La soluzione della terribile crisi si imponeva. Mai come entro lo spazio di questi pochi mesi la pace armata ha celebrato le sue orge. Domandatelo a migliaia e migliaia di famiglie che si videro strappati i figli e i giovani sposi per essere trasportati sui lontani confini ove o minaccia l’invasione straniera o donde doveva partire la squilla di guerra contro lo stato confinante. Domandatelo a quella lunga schiera di commercianti e di industriali che dalle vie interrotte e dalla continua minaccia di un conflitto armato si videro, rovinati i commerci, paralizzate le industrie o perfino si trovarono indotti a far aprire il concorso sui miseri avanzi del loro naufragio. Domandatelo a quelle migliaia e migliaia di lavoratori a cui dalla crisi industriale derivò la disoccupazione e la fame. E – notate bene – questi sono i disagi diremo così palpabili e controllabili dalla cronaca quotidiana della crisi. Che se si potesse interrogare il gazofilacio del ministero della guerra e quello del ministero delle finanze il quadro del disastro economico riuscirebbe certo più sconfortante. Non è quindi a meravigliarsi se da tutti i petti si sprigionò un profondo sospiro di compiacenza – certo sincera – quando il conte Stürgkh nel pomeriggio di ieri, rispondendo ad una deputazione di tedeschi della Boemia, la quale richiamava l’attenzione del governo sulle conseguenze finanziarie della crisi politica e pregava il presidente del Consiglio di voler fornire con una dichiarazione ufficiale al pubblico le necessarie spiegazioni sull’andamento delle cose, diede la seguente risposta ufficiale: «Esiste la fondata speranza che in un divenire non lontano cessi la tensione odierna». E la risposta rassicurante tornò più gradita inquantoché tutti i tentativi fatti per lo innanzi allo scopo di far parlare il governo riuscirono completamente infruttuosi: il conte Stürgkh si mantenne talmente abbottonato che riuscì sempre impossibile sapere alcunché in questa materia. Le previsioni ottimistiche del conte Stürgkh trovano maggior credito inquantoché esse sono condivise o meglio assicurate dall’ufficio degli esteri. Il Fremdenblatt di oggi infatti – giornale che come tutti sanno è organo del ministero degli esteri – constata che la crisi balcanica perdura ormai da oltre quattro mesi ed osserva che negli ultimi giorni è avvenuto un miglioramento nella situazione internazionale. Il giornale rileva a tale proposito le dichiarazioni del presidente del Consiglio russo ad un pubblicista austriaco, nonché la risposta data ieri dal presidente del Consiglio austriaco ai delegati dell’industria della Boemia settentrionale, e dice che le dichiarazioni provenienti da parte così autorevole non mancheranno certamente di produrre i loro effetti. Esse completeranno e consolideranno la tendenza pacifica creata dai continui sforzi delle grandi Potenze per il mantenimento della pace europea e l’assidua attività degli uomini di stato della Monarchia austro-ungarica ad appianare tutti gli antagonismi e chiarire tutte le controversie per quanto era compatibile con la protezione dei più importanti interessi. È vero che i due presidenti dei ministri non hanno potuto ancora pronunciarsi sulla sostanza concreta di un qualche accordo, e che hanno dovuto limitarsi a rilevare il miglioramento delle relazioni e la fondata speranza di una soluzione pacifica. Infatti la soluzione sia dell’antagonismo fra i belligeranti sia della vertenza bulgaro-rumena non è purtroppo ancora avvenuta e, a questo importante problema non ancora risolto, si aggiunge la questione albanese. Un’intesa circa la delimitazione dello Stato indipendente dell’Albania non è stata finora raggiunta. Al contrario, in tale questione si manifestano considerevoli divergenze di opinioni. L’appianamento di tale antagonismo incontra gravi difficoltà perché la Monarchia austro-ungarica ha già dimostrato sufficiente condiscendenza, tanto in questa questione, quanto in tutti gli altri problemi nei quali è interessata e bisogna tenere presente questo stato di cose per avere la giusta impressione dell’attuale situazione internazionale. Ma bisogna anche tener conto della volontà di pace che si è manifestata nelle dichiarazioni dei presidenti del ministero dell’Austria-Ungheria e della Russia. Essa produrrà un effetto tranquillizzante e lascerà scorgere la speranza che la grande crisi attuale passerà senza ulteriori gravi complicazioni. Così, in sostanza, il Fremdenblatt. In tono egualmente ottimistico parlano anche la Reichspost e la Neue Freie Presse. E giova sperare davvero che la crisi immane si risolva una buona volta. L’ultima parola non è ancora detta, è vero, molte questioni spinose stanno ancora aperte, ma è vero che anche il ghiaccio è rotto e che sopra l’abisso è gettato un ponte di passaggio. "} {"filename":"d8d10ab3-c8f4-46e4-9056-d09b1ca1aa73.txt","exact_year":1913,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Vienna, 2 sera Questa sera spira in Budapest l’aria della Comune e Stefano Tisza deve rivivere in sé qualche cosa delle vigilie angosciose di Adolfo Thiers . È vero, la sua situazione è più favorevole, perché non si poggia sulla dubbia fedeltà della guardia nazionale, ma sui battaglioni degli honweds e sulle mitragliatrici dell’esercito comune. I socialisti hanno pubblicato anche questa volta il solito manifesto ai soldati, perché non facciano fuoco sui fratelli: ma il governo ha provveduto che tale fratellanza non esista e che i dimostranti si trovino di fronte alla cieca obbedienza degli slovachi ed alle armi dei croati e dei bosniaci, i quali vedono negli abitanti di Budapest non i compagni ma i dominatori. L’ora è tuttavia molto seria ed ansiosa l’attesa. Tisza e Lukacs non sono dei sentimentali e da mesi affrontano le ire, gli odi, gli attentati dei loro avversari con una tenacia e con un’audacia che altri uomini di stato in situazioni consimili si sono augurati invano. È probabile quindi che oramai, messi su questa via, non indietreggeranno a nessun costo. Non saranno frasi quindi quelle del manifesto del prefetto di polizia il quale avverte che al primo assembramento dopo uno squillo si farà fuoco. Tutto è previsto, come alla vigilia di una grande battaglia. Da una settimana si sono visti entrare in città da tutte le parti, fanteria, artiglieria e gendarmi a cavallo. Si annunzia pubblicamente che la città è divisa in sei quartieri di guerra, che al tal crocevia sarà postato il tal battaglione e sulla tal piazza verranno puntate le mitragliatrici. Si sa anche dove prenderanno stanza le ambulanze e s’è fatto un certo preventivo per i letti occorrenti negli ospedali: le carceri poi sono state votate, perché ci sia posto per i nuovi inquilini. Si assicura che la forza armata a disposizione del governo conti 60.000 uomini, due corpi d’esercito accampati nella capitale, coi loro forni, colle loro cucine, coi pionieri e con la croce rossa. Ci si prepara dunque come alla guerra civile facendo tesoro di tutte le esperienze, raccolte e commentate dagli annali di polizia in un secolo di torbidi e di moti rivoluzionari. In questo riguardo il piano di Stefano Tisza sarà di un esempio pratico e completo di quella che si dice la politica della mano di ferro spinta fino alle ultime conseguenze. Dall’altra parte i preparativi non sono meno grandi e meno completi. I 75.000 lavoratori organizzati di Budapest hanno accumulato da mesi i loro risparmi nella cassa di guerra che si dice superi ormai i due milioni; ma la cassa è stata naturalmente messa al sicuro, qui a Vienna, donde un compagno verrà a portare i contanti, quando la direzione dello sciopero vorrà e quanti vorrà. La direzione ha anche previsto il proprio arresto e ne ha fatto eleggere segretamente altre quattro, le quali subentrerebbero successivamente, quando le precedenti scomparissero nelle prigioni. Il giornale del partito che sarà l’unico foglio, il quale potrà uscire, ha in pronto oltre la redazione solita, altre due di riserva. Lo sciopero scoppierà, quando verrà dato il segnale, ma che cosa significherà in tale caso lo scoppio. Sarà la rivolta sanguinosa, le barricate, o la semplice astensione dal lavoro! Nessuno lo può dire per certo, ma non v’è dubbio che il linguaggio della stampa e dei manifesti socialisti redatti in uno stile prettamente rivoluzionario e la dichiarazione fatta dai capi innanzi al prefetto di polizia di non poter assumere alcuna responsabilità sono dei sintomi assai gravi. I direttori dello sciopero hanno però anche aggiunto che si tratterà di sola astensione dal lavoro. Vogliono prendere la città per fame, non all’arma bianca. Ma chi garantirà la pace, dopo una dichiarazione di guerra fatta con tanta veemenza. I cittadini, a buon conto, hanno badato a riempire le dispense. Il governo ha abolito per oggi il riposo festivo dei negozi, ed essi vengono presi d’assalto. Il pane, la carne, le uova hanno subito un notevole rialzo dei prezzi. Anche le candele sono un genere rincarato. Si teme lo sciopero dei gasisti e degli elettricisti: e perfino lassù a Buda nel palazzo della Corte gli operai stanno adattando ai candelabri le candele di stearina. Domani la luce può cessare ed allora torneremo ai moccoli medioevali, scomparendo come per incanto il bagliore dei cristalli e delle armi dorate, il luccichio dei trabanti, e lo sfolgorio delle livree fregiate d’argento e di rubini. Ci ritroviamo così nella penombra della resipiscienza e della meditazione. È forse l’ora in cui anche il fiero calvinista poggia il gomito sul tavolo e sulla mano la testa pensosa. L’energia, il coraggio, la forza indomabile di quest’uomo potè senza dubbio incutere in qualche momento il più profondo rispetto. C’è in Stefano Tisza la tempra bismarkiana, la fede dell’uomo forte, la volontà del tiranno buono, come talvolta, invocarono i greci nella democrazia decadente. Ma oggi che difende il dominio magiaro sulla maggioranza delle altre nazioni e che vuole circondarlo del presidio di un sistema elettorale odiosissimo, oggi che fa puntare i cannoni contro chi protesta e domanda meno ingiustizie, noi sentiamo che fra noi e lui c’è un abisso e che la sua energia non è se non l’otracotante ferocia che gli lasciarono nel sangue quei suoi antenati vestiti di pelle di tigre e masticatori di carne cruda. Lo sente egli questo vuoto che va creandosi attorno al mondo civile e non prevede che la sua oasi asiatica che vuole ricostituire non potrà resistere a lungo alle «infiltrazioni» europee! Non si accorge che il suo conservatorismo estremo spinge tutti perfino i cattolici in braccio al radicalismo politico! Pare invero che non veda, non senta, non avverta. Egli si crede il Messia della rigenerazione ungherese, l’uomo provvidenziale della storia. E ripensando la via percorsa, crede forse in quest’ora che sia un momento decisivo in cui convenga più che mai perseverare ed insistere con uno sforzo supremo. Intorno a lui si giuoca l’egemonia e l’avvenire della nazione. Con questa fede attende ed ascolta i rumori della strada. Per lui non c’è Versailles: il destino è qui e si decide in questo momento. "} {"filename":"d20bac39-1ddb-48e1-9f59-b92a3c9a626c.txt","exact_year":1913,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"La linea Lavis-Cembra è lunga 13,5 km e costa secondo il preventivo del progettante Fogowitz 3.501.000 corone, e secondo i calcoli riveduti del Ministero delle ferrovie 4 milioni, essendo la parte più difficile e più costosa dell’avisiana. La linea Lavis-Grumes è lunga 23,6 km e costa secondo il preventivo Fogowitz 3.130.000, ossia 217.000 il chilometro. Ammettiamo per precauzione che una revisione dei calcoli del progettante renda necessario anche qui un aumento del preventivo e, per star alti, supponiamo che la Lavis-Grumes costi una cifra tonda 6 milioni. In questo pessimo dei casi dunque il tratto Cembra-Grumes di circa 10 km costerebbe 2 milioni. Stabilite queste cifre, s’impone anzitutto una considerazione d’ordine generale. Già nel luglio del 1912 nella conferenza al Ministero delle ferrovie il Podestà di Trento , visto che il Governo negava assolutamente i denari per costruire intiere le due linee del compromesso Egna-Moena e Lavis-Cavalese e dichiarava di voler costruire la Egna-Predazzo e la Lavis-Cembra, insistette perché di fronte ai 45 km della Predazzo, della linea avisiana se ne costruissero almeno 23,6 km, cioè il tratto Lavis-Grumes. Tali insistenze incontrarono purtroppo un perentorio rifiuto. È noto però che Trento ritornò poco dopo sulla stessa domanda e che deputati e rappresentanti della città fecero capire al luogotenente baron Spiegelfeld che se Trento ottenesse la Lavis-Grumes avrebbe trovata la combinazione ancora tollerabile. Eravamo dunque tutti sul terreno dell’esecuzione parziale del compromesso: la differenza fra quello che il governo concedeva e che i popolari consigliavano di accettare e quello che Trento chiedeva era di 10 km. Come venne ormai pubblicato e documentato, nel corso delle trattative i nostri deputati appoggiarono la domanda di Trento, appoggio che si trasformò in pressione fortissima, quando il partito popolare pose il dilemma: o la Lavis-Grumes o via il luogotenente. Ma anche queste trattative ebbero per quanto riguarda la ferrovia esito negativo, perché il Governo dopo una lunga crisi di parecchi mesi preferì dimettere il barone Spiegelfeld. La domanda quindi dei rappresentanti di Trento per un minimum Lavis- Grumes, come una specie di compensazione di fronte alla Egna-Predazzo, l’esaudimento della quale, come disse il podestà nella penultima seduta municipale avrebbe ancora accontentata la città, venne purtroppo respinta. Ora badate a quello che avviene di questi giorni. Perché i popolari, messi innanzi alla triste necessità di scegliere fra la combinazione Lavis-Cembra ed Egna-Predazzo ovvero rischiar tutto, consigliarono di accettar la combinazione come la meno peggio, vennero accusati d’aver tradito il paese, distaccata la valle di Fiemme dal Trentino, e data in braccio la stessa valle ai germanizzatori. Perché? Perché nella combinazione è compresa la Egna-Predazzo? Ma forse che nella combinazione colla Lavis-Grumes, che i liberali avrebbero accettata, non ci sarebbe stata anche la Egna-Predazzo colle stessissime conseguenze? O forse i 10 km circa in più da Cembra a Grumes avrebbero tolto alla linea di Egna tutti gli effetti disastrosi che le vengono attribuiti, cioè il distacco e la perdita nazionale di Fiemme? A ragione quindi il D.r Degasperi riassumeva la fenomenale logica di questi giorni nella formola: Per i libero-socialisti Egna-Predazzo e Lavis-Cembra+10 km sarebbe stato un trionfo, per i popolari invece Egna-Predazzo+Lavis Grumes–10 km diventa il tradimento del paese. Ebbene, sapete che? Noi abbandoniamo codesta vostra logica ispirata alla passione ed all’odio di parte al giudizio di ogni mente equilibrata e ci rimettiamo tranquillamente al tribunale della storia. Ma se sono codesti 10 km che ci dividono, se è la costruzione di essi che può scongiurare tanti pericoli, ebbene uniamoci per costruirli! La Lavis-Grumes sarebbe costata 6 milioni; per il nostro «tradimento» ne risparmiano 4; rimangono 2. Se il proletario deputato di Trento faceva non è molto in Municipio appello alle casse borghesi per finanziare l’intiera avisiana che sarebbe costata fino a Cavalese oltre 10 milioni, se Trento era disposta a versare per lo stesso scopo 1 milione e mezzo, se altro mezzo milione si diceva pronto in Cembra, perché non sarà possibile finanziare fin d’ora il tratto di linea Cembra-Grumes che costerà al massimo 2 milioni? Noi che scriviamo siamo pronti a versare la quota a fondo perduto, che corrisponde alle nostre possibilità economiche ed alle nostre entrate, a condizione che i Pedrotti, i Manci, i Viesi, gli Scotoni e tutti gli altri che di questi giorni sacrificarono sull’altare della patria tanta rettorica facciano altrettanto ed in proporzione. In Germania s’è deliberato recentemente di levare su tutte le sostanze e le rendite un dato percento, una volta tanto, onde coprire le enormi spese militari. Perché nel Trentino, o almeno a Trento non si potrebbe fare lo stesso, imponendosi una volta tanto una tassa volontaria, proporzionata alle rendite ed alle sostanze per compiere un’impresa, la cui mancanza è proclamata un disastro nazionale? "} {"filename":"fb18b953-af06-4772-95f8-3b7fe053c596.txt","exact_year":1913,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Quello che parve un bel sogno, sbocciato nella mente di un giovane sempre ricco d’ardite e geniali iniziative per l’esempio dei fratelli universitari del Regno, che a Bassano, a 1000 m sopra Brissago, nella regione delle capre, s’erano, l’anno scorso raccolti a rinfrescare le loro anime in un bagno di spirituale letizia, è oramai, grazie a Dio, sia pure tra le incertezze e le deficienze inevitabili in un primo tentativo di cosa affatto nuova e difficile, un fatto compiuto anche per noi qui nel Trentino. Chi sa quanti, sentendo parlare di una settimana religioso-sociale, saranno corsi col pensiero, se non proprio ai digiuni ed ai cilici (come insinuava birichinamente quell’anima allegra della nostra buona mamma Mons. Pini) ad una lunga e opprimente successione di pratiche religiose e di noiose e interminabili predicozzi con contorno di facce scure e pensose e di misteriosi silenzi. Stiam freschi! Basterebbe domandarlo ai compagni di viaggio di quell’allegra e rumorosa brigata di giovani maestri, studenti, impiegati, che il tram della sera di giovedì scorso portava su verso la bella Anaunia dagli ampi pianori verdi che salgono dolcemente verso gli scuri pendii boscosi e le brulle falde e le bianche cime degli eterni ghiacciai basterebbe domandarlo alle conscie pareti della magnifica villa dei Bertoniani a Malosco, che, pure in questo momento, risuonano delle loro più che omeriche risate e dei loro goliardici canti, basterebbe domandarlo a chi apparecchia e sparecchia le mense ed ha modo di constatare de visu le formidabili stragi della guerra che si combatte con le armi della forchetta e del coltello, basterebbe domandarlo infine ai pini e agli abeti che tante e tante volte nella loro austerità cenobitica, dovettero crollare il capo come san fare i vecchi che non intendono più le bizzarrie dei giovani ed hanno ormai dimenticato d’esserlo stati pur essi un tempo! Non rigore di regolamenti, non severità di disciplina dunque, ma il lieto convegno di amici che salgono dove il rumore della vita tumultuosa e affaticata non giunge a scrutare in serene meditazioni l’interno del proprio spirito e le relazioni di questo con Dio, a rinnovare le fresche polle della loro vita spirituale, a sollevare la propria mente sopra le angustie del passeggero e contingente nella considerazione di problemi più larghi e più alti, a ritemprare e rinvigorire, con severità di propositi e fermezza di convinzioni, la propria volontà di bene. Monsignor Pini, che è il direttore spirituale degli esercizi (e, ma fra parentesi questo, il direttore spirituale... è la vittima prima e maggiore delle scorribande goliardiche), con quel calore di sentimento, che gli ha procurato dai giovani il nome, più di ogni altro dolce, di mamma e quell’esperienza dei bisogni e dei difetti del loro cuore, che gli proviene dai lunghi anni vissuti in mezzo a loro, conforta i primi semainiers di Malosco la mattina, dopo la S. Messa e la sera, dopo il Rosario, con indovinati ed opportuni commenti ed episodi evangelici, a scuotere dal loro cuore la polvere, che per caso vi si fosse depositata, a ricercare le vie serene del Signore, purificandosi ed elevandosi ed acquistando coscienza sempre più viva e più profonda dei propri doveri individuali e sociali e della soavità del giogo di Dio. L’onor. Dott. Degasperi, in amichevoli conversazioni profonde di concetto e dense di dottrina con perfetta serenità ed oggettività di giudizio li guidò sin qui, giorno per giorno, a considerar quello che potremmo dire il momento presente dei problemi economici e sociali. Dopo aver prospettato, in una breve introduzione, le scuole classiche, cattolica, liberale e socialista, quali furono nelle loro prime affermazioni, e dopo aver brevemente accennato a quali mutazioni siano esse andate incontro nella loro attuazione pratica, i partiti, e alla loro stessa intrinseca evoluzione, venne a determinare il ristagno presente nell’interessamento un tempo vivissimo e universale per questi problemi e ricercandone la causa del prevalere di altri bisogni più profondi e impellenti, per il momento, quale soprattutto la necessità di pensare ad ovviare alle minacce dirette alla tranquillità ed alla sicurezza della stessa vita sociale dai pericoli (sempre imminenti, realmente o almeno creduti tali) della guerra. Quindi sia pure suntariamente come è richiesto dalla brevità del tempo disponibile ma con una ricchezza di materiale ammirabile (se si pensa quanto poco si sia scritto in argomento) espose un suo studio particolareggiato della guerra (e con essa del militarismo) come fenomeno economico sociale rilevandone sul fondamento di dati di fatto e statistici, le due faccie il fenomeno di distruzione e di ricostruzione. Nella quarta lezione espose le idee dall’un lato di quelli che vogliono vedere nella guerra un fattore di progresso economico e sociale (e accennò quindi alle manifestazioni più interessanti, in questo momento, di tale indirizzo, quali il nazionalismo e l’imperialismo) dall’altro di quelli che con l’inglese Norman Angell negano che, nelle attuali condizioni economiche e politiche dell’Europa, la guerra fra popoli civili possa mai essere, sia pure per il popolo vincitore, un mezzo di progresso economico, di arricchimento e distruggono quindi la formola che per i nostri diplomatici è tuttora di indiscutibile valore, della forza militare, cioè e più precisamente della flotta protettrice e sostenitrice della marina mercantile, aforisma al quale appoggiano ogni nuova richiesta di argomenti. Nelle prossime lezioni dello stesso sentiremo quale sia il pensiero della Chiesa di fronte a questi problemi e quale sarebbe l’atteggiamento che noi cattolici dovremmo assumere in proposito per corrispondere pienamente al nostro dovere di cristiani e di uomini moderni sinceramente e profondamente consapevoli del nostro dovere sociale. Questa mattina il prof. Oscar Ulm tenne una gustosissima lezione, oltremodo pratica ed opportuna, condita qua e là di saporitissima arguzia sulla parte che negli studi dei giovani spetta alla storia se deve veramente essere maestra di vita; suggerì importantissime notizie bibliografiche per un’informazione apologetica pronta e sicura sui punti, non diremo controversi, ma più frequentemente, e quanto spesso, ahimè, più banalmente, discussi. Domani, il nostro padre Emilio Chiocchetti, ormai illustre anche fuori del suo paese, per le molte pubblicazioni nel campo della filosofia, dirà a noi della necessità dello studio anche di questa. È in questo modo passeranno rapide (troppo!) queste giornate veramente preziose. Possano esse almeno portare alcuna luce tra noi. La sera del nostro arrivo, dall’alto di un terrazzino della villa guardavamo alla bellissima vallata dove i molti piccoli paesi sparsi segnavano brevi linee luminose nel buio profondo che era tutto attorno a loro. Sopra, il cielo chiazzato da larghe nubi scure, lasciava appena trasparire qualche stella solitaria qua e là. Oggi un sole fulgidissimo sfolgora nella serena chiarità del cielo e al basso, nella quiete raccolta dell’aria, cantano, chiamano e si rispondono le voci d’oro e d’argento delle campane degli innumerevoli villaggi, che inneggiano a Cristo Signore e al giorno a lui consacrato. Che possa essere così per noi e per i nostri fratelli, in tutto e sempre così. Malosco, 27 luglio 1913 Il Cronicaio I giovani del Comitato ordinatore della settimana, i quali avevano diretto una lettera d’ossequio a mons. Vescovo, ebbero il conforto di riceverne da Sua Altezza un’affettuosa lettera d’approvazione e d’incoraggiamento. Monsignore benedice di cuore e raccomanda a Dio gli sforzi dei promotori, dicendosi lieto d’aiutare la bella iniziativa e congratulandosi con quelle persone che vi prestano l’opera loro. La lettera, letta in adunanza, destò il più schietto entusiasmo. Un telegramma di saluto e d’augurio fu spedito ai giovani raccolti dall’on. de Gentili, presidente del Comitato diocesano anche a nome degli on. Conci e Tonelli. "} {"filename":"e4c2fba4-c0a5-4b31-ab02-a087ef2423b5.txt","exact_year":1913,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Ai 31 gennaio 1912 la rappresentanza civica di Rovereto votava una proposta di riforma elettorale che si può classificare come sistema della rappresentanza proporzionale, ma con premi alla maggioranza . L’essenza di questo sistema è formulato nel § 35 della proposta che suona: «In tutti quattro i corpi elettorali l’assegnamento di mandati verrà fatto col sistema della rappresentanza proporzionale, ...però soltanto sopra dei nove posti a disposizione; gli ulteriori due posti per corpo si assegneranno invece come premio alle liste di quell’unico partito, che avrà ottenuto la maggioranza relativa dei seggi nella somma di tutti quattro i corpi. Se il partito di maggioranza non avrà però candidati in tutti i corpi, va da sé che cadrà l’assegnamento del premio per quei corpi nei quali non sarà stata posta candidatura, e in tal caso tutti i mandati di detti corpi saranno assegnati alla base della proporzionale pura e semplice. Se due liste avranno tenuto in maggioranza parità di voti, decide la sorte a quale spetta il premio di maggioranza». Questo sistema era già stato reso pubblico antecedentemente in un’adunanza della società liberale nazionale roveretana, nella riunione tenuta da quest’associazione all’Hotel Rovereto ai 16 gennaio 1912. Tre giorni dopo noi abbiamo preso la parola per rilevare che il cosiddetto premio della maggioranza non solo cozzava colle leggi dell’equità, ma che le disposizioni introdotte per raggiungere tale premio apparivano e giuridicamente e tecnicamente inammissibili. Il nostro articolo si diffondeva poi a dimostrare questa inammissibilità e concludeva colle precise: «Noi non abbiamo tempo di escogitare, né modo di sapere per quali recondite ragioni d’interesse locale si sono introdotte queste complicazioni ulteriori, ma prima d’ogni altra, vorremo farci la domanda se i proponenti hanno pensato sul serio a volere un progetto che venga anche sottoposto dal Ministero dell’interno alla sanzione sovrana e se, per questo, abbiano provveduto che la proposta non contenga contraddizioni alle disposizioni vigenti, alla pratica in materia elettorale a certi criteri di massima sempre seguiti. Il nostro modesto parere è che su questa pregiudiziale si sia passati con sicura leggerezza come quelli che nel naufragio della riforma non hanno nulla da perdere». A Rovereto però le nostre obiezioni non trovarono grazia; la rappresentanza civica votò il progetto, modificando i principi approvati dalla società liberale nazionale, e l’abbozzo del nuovo regolamento venne presentato alla Dieta. Di qui, come è divenuto uso, il progetto venne sottoposto al Ministero per sentirne il parere. Una volta il Ministero dell’interno si rifiutava di dare in iscritto ed in termini formali il suo parere, non volendo precorrere al solito procedimento costituzionale, il quale prevede che prima la Dieta deliberi e poi appena che il Ministero sottoponga o meno alla firma dell’Imperatore la deliberazione dietale. Ma ora, per andare più alle spicce, è invalso il sistema che il Ministero comunica la sua opinione in termini abbastanza precisi, sempre però riservandosi ulteriori dichiarazioni di fronte alla Dieta e la decisione formale a deliberato preso e non esprimendosi in termini perentori sul petito se proporrà o meno la sanzione. Quest’ultimo ha concluso che bisogna quindi derivarla dall’entità stessa delle obiezioni che il Ministero fa al progetto nella sua esternazione preliminare. Ciò premesso, esaminiamo un po’ l’opinione del Ministero sulla riforma deliberata a Rovereto. Essa è contenuta nel decreto spedito dalla Luogotenenza alla Giunta provinciale ai 14 ottobre e da questa comunicato al Municipio roveretano. Nella prima parte si incontrano molte obiezioni a diversi §§ dal § 1 al § 35, ma esse non appaiano di tale entità, né sono fatte in tal maniera che si debba vedervi un impedimento alla sanzione, se si toglie forse l’osservazione al p. 2 del § 2, a proposito del quale si richiede espressamente che venga riconosciuto il diritto elettorale a tutte le guardie di finanza, ecc. Anche l’osservazione ai §§ che seguono il § 37 sono di tal fatta che ne può tener conto la commissione dietale senza portare modificazioni radicali al progetto, quale fu votato a Rovereto. Ma le dichiarazioni ministeriali circa il § 35 ed in parte anche circa il § 36 sono di tal natura da scuotere le basi del progetto. Infatti esse suonano: «In linea materiale si affacciano contro l’elaborazione di queste disposizioni, in quanto esse non tengono conto di quelle liste che non raccolgono almeno il 15% dei voti dati in un corpo elettorale le stesse preoccupazioni (Bedenken) che vennero sollevate contro il progetto della riforma elettorale di Trento. Ma queste apprensioni vengono anche maggiormente aggravate dal previsto favoreggiamento del partito relativamente più forte con l’assegno ai mandati quale premio. Col riguardo alle disposizioni intorno ai mandati di premio, si dovrebbe supporre che ogni partito ponesse candidati in ogni corpo elettorale; ma allora potrebbe anche accadere che un partito, il quale effettivamente non rappresenti che una, per quanto compatta minoranza degli elettori, giunga a possedere la maggioranza assoluta nel Consiglio comunale. Esempio: il partito A ottiene 11 mandati; i due partiti B e C, politicamente o economicamente affini, ottengono 8 mandati per ciascuno: il mandato restante tocca al partito D. In conseguenza al partito A, che ha ottenuto solo 11 mandati, dovrebbero essere assegnati in premio altri 8 mandati, benché i due partiti affini B e C abbiano conquistato complessivamente 16 mandati. S’aggiunga ancora che il partito A potrebbe in certi casi ottenere i suoi mandati con un numero di voti molto limitato, se in singoli corpi dovessero essere eliminate le liste che non avessero raggiunto il 15% dei suffragi. Così, in caso di grande frazionamento, potrebbero eventualmente essere eliminate parecchie liste; mentre una lista che raccogliesse appena il 15 o il 16% dei voti potrebbe ottenere due mandati e forse anche un terzo mandato di residuo. Se poi questa lista coi suoi successi in altri corpi, conquistasse relativamente il maggior numero dei 28 mandati, allora toccherebbero a questo partito anche i mandati di premio, di modo che dei mandati del primo corpo esso ne occuperebbe quattro o cinque, mentre un’altra lista con numero di suffragi quasi uguale, rimarrebbe completamente esclusa. Potrebbe altresì darsi il caso, che ad un partito, in un corpo, non avendo raccolto non solo il 15% dei voti, ma nemmeno il quoziente elettorale (Wahlzahl) – vale a dire il 13% – toccassero i due mandati di premio di questo corpo, per il fatto che esso è riuscito a conquistare negli altri corpi il maggior numero di mandati, mentre un altro partito con quasi il 15% dei voti rimarrebbe totalmente escluso. Una costruzione, la quale può portare a simili risultati (in direktem Widerspruche) sta in diretta contradizione coll’idea della proporzionale e del sistema dei corpi elettorali. La maggioranza relativa di tutti i seggi è qualche cosa di affatto casuale e non può essere onorata con un premio di quasi un quarto di tutti i mandati, e eventualmente persino con mandati di corpi, nei quali il partito rispettivo, non aveva conquistato nell’elezione nemmeno un sol mandato. Del resto all’attuazione di questo sistema dovrebbero in pratica opporsi difficoltà già per la ragione, che le candidature elettorali ai sensi del § 2 devono venir presentate per i singoli corpi separatamente e non sempre sarà indubbiamente accertato quali liste debbano riguardarsi come appartenenti allo stesso gruppo (die Zusammengehörigkeit)». Fin qui il Ministero. Ora noi sottoponiamo al libero giudizio di ogni consigliere comunale e di ogni cittadino di Rovereto la questione, se queste gravi dichiarazioni ministeriali preannunzino il rifiuto della sanzione o meno. Noi non abbiamo alcuna informazione particolare in riguardo e nessuno dei nostri deputati né prima né dopo il decreto ministeriale ha avuto occasione di conferire coi fattori competenti del Ministero intorno alla riforma roveretana. Ma crediamo anche che nessun altro possa basarsi su speciali confidenze ed aver ragione fondata di ritenere che la sanzione verrà concessa. Per il contrario invece il linguaggio del decreto ci pare non lasci alcun dubbio sul fatto che il Ministero si esprime del tutto negativamente e non attorno a circostanze secondarie, ma sulla creazione dei premi per la maggioranza relativa, ossia su uno dei capisaldi del progetto roveretano. Delle disposizioni, introdotte per l’assegno dei premi è detto ch’esse sono in piena contraddizione col principio della rappresentanza proporzionale e colla suddivisione degli elettori in corpi elettorali, l’uno dall’altro indipendenti. È sbagliata dunque tutta la costruzione del sistema. Se questo non equivalga a dire che il Ministero ha respinto la proposta di Rovereto lasciamo giudicare ai lettori. Eppure, quando il Trentino, chiusa la sessione dietale, ne diede per il primo la notizia, un collaboratore roveretano dell’Alto Adige andò su tutte le furie e sostenne che le modificazioni richieste dal Ministero erano semplicemente «formali e stilistiche». Veramente il mezzo migliore di smentirci sarebbe stato quello di pubblicare il decreto stesso del Ministero. Non lo si è voluto fare e così è toccato a noi di andare a scovarlo e di metterlo alla luce. Ciò è durato parecchio e frattanto abbiamo voluto sospendere la pubblicazione della risposta del nostro collaboratore roveretano all’articolo dell’Alto Adige dei 31 ottobre , e vi diamo corso soltanto oggi. Ciò valga a dimostrare che non agiamo per partito preso, ma con tutta oggettività. La logica delle cose ci è parso consigliasse senz’altro una nuova trattazione della riforma in seno alla civica rappresentanza di Rovereto. Poiché non c’è dubbio che la Dieta ha diritto d’introdurre nel progetto quelle modificazioni che si ritenessero necessarie perché il progetto venga anche sanzionato; e infatti anche l’ultima Dieta ha modificate certe disposizioni del progetto di Trento. Ma, come i lettori hanno già avvertito, la differenza dei due casi è notevole. Per Rovereto le modificazioni richieste sono di carattere essenziale, cosicché appare desiderabile che prima della Dieta se ne occupi ancora, nella propria sfera autonoma, la città di Rovereto. Come ognuno può constatare, questo desiderio è del tutto disinteressato, perché il nostro partito a Rovereto è rappresentato da forze esigue, mentre in Dieta può far valere con migliori prospettive le sue ragioni. Inoltre il desiderio che abbiamo espresso, significava pure un atto di fiducia nel senso di equità e di equilibrio politico che in parecchie occasioni ha distinto i liberali roveretani dai loro consenzienti di altre città e paesi. Non avevamo quindi ragione di stupire, quando il collaboratore dell’Alto Adige, nell’articolo succitato, ci attribuiva il proposito di svisare la verità per loschi intendimenti di partito? P.S. – Quando venivano scritte queste linee, l’autore non conosceva ancora l’incidente sollevato dall’avv. Piscel nel Consiglio comunale di Rovereto. Dalla discussione improvvisata si dovrebbe dedurre che la maggioranza liberale rinunzia al proprio diritto di proporre in seno al Consiglio stesso le modificazioni necessarie, rimettendosi alle deliberazioni della Dieta d’Innsbruck. Noi invece non abbiamo alcuna ragione di modificare il parere più sopra espresso. In ogni caso di fronte alle responsabilità dell’avvenire: Dixi et servavi animam meam! "} {"filename":"494ff388-c9e7-4a08-9448-4ecc2b1084bf.txt","exact_year":1913,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Il Trentino lo ha già toccato, ma è così importante che bisogna tornarvi sopra. Nel suo discorso dei 6 novembre l’on. d.r Battisti , giusta l’edizione italiana ad uso dei delfini di Trento, diceva: «Ma indegnissima... l’amministrazione del Tirolo di avere aiuti dallo Stato, perché essa li spende nel modo più vergognoso, più antidemocratico, meno onesto». Nell’edizione tedesca, ad uso dei delfini di Vienna si legge invece così: «Die Landesverwaltung Tirols verdient am wenigsten die Unterstutzung seitens des Staates, da die ganzen Ausgabeposten von einem schadlichen, antidemokratischen Geist inspiriert sind». Che tradotto suona: «L’amministrazione provinciale del Tirolo merita meno di tutte una sovvenzione da parte dello Stato, perché tutte le poste di uscita sono animate da uno spirito vituperoso, antidemocratico». Messo improvvisamente a muro, l’onorevole dottore dovette, ringhiando e sbuffando, riconoscere la differenza delle due versioni, e sottoporsi alla grave fatica di giustificare le varianti. Fra il resto bisognava provare che «tutte le poste di uscita (del bilancio provinciale) sono animate da uno spirito vituperoso, antidemocratico». Ed ecco la prova: «Dio degli dei!... si può affermare che anche prese nel loro complesso non vi è alcuna delle partite del bilancio tirolese che non sia inquinata di confessionalismo» (Popolo, n. 4055 dei 24 nov. 1913). E prosegue affermando come ciò si avvera «anche» per «i denari che per forza di cose si spendono per cose utili come la scuola». Tutto dunque nel bilancio provinciale, amministrazione, case di correzione, ospedali, manicomii, scuole, istituzioni agrarie, strade, acque, acquartieramenti, imposte, tasse, debiti e crediti, valori e conti correnti, tutto, almeno «nel complesso» è «inquinato dal confessionalismo», e perciò stesso «animato da uno spirito vituperoso e antidemocratico». Forse mai, o certo rare volte, l’onorevole deputato di Trento e il suo organo, nella foga dell’improperio nell’impiccio delle situazioni doppie, si lasciarono scappare di bocca affermazioni, che rivelano in modo sì crudo e ributtante i più reconditi pensieri. Il «confessionalismo»! Tutti sanno che cosa sia e in che consista! Esso sta nel volere che anche la pubblica attività e le pubbliche istituzioni siano inspirate ai principii cristiani e ne portino l’impronta. Ebbene, questo, per il deputato socialista di Trento, è un inquinamento, un vitupero, un’opposizione alla democrazia. Lo spirito cristiano, secondo lui, non deve avere nulla da fare, nonché con questioni di natura economica, ma nemmeno cogli istituti d’istruzione e di educazione. Se vi penetra, è un intruso; li inquina e li guasta. A conferma di sì bei criteri, pochi giorni dopo, ai 28 nov., il Popolo, interloquendo nella polemica delle Congregazioni mariane e pigliando per le orecchie l’Alto Adige che, per trovare maggior credenza, faceva, in quell’occasione l’io frate, diceva: «È... chiaro e stabilito dunque che per il liberalismo Trentino l’insegnamento non deve essere laico, la scuola deve essere confessionale... E allora che ombra può far loro (ai liberali) una pia associazione? Francamente, su queste basi la lotta contro l’associazione religiosa (la Congregazione Mariana) abbandona completamente il campo ideale e si pone sul terreno delle più miserevoli e grette convenienze e del più vergognoso tornaconto». Il linguaggio è chiaro; più chiaro assai di quello usato dall’on. deputato di Trento in qualsiasi edizione del suo discorso e nei commenti ufficiali allo stesso. Esso si avvantaggia in modo speciale, perché dice chiaro e tondo il fatto loro ai liberali e ne rileva le flagranti contraddizioni. Vero è che le parole citate non solo dell’onorevole deputato di Trento, ma della signora E. B.B. , la quale, non avendo un mandato politico, può sciogliere più speditamente la favella e stampare di botto sul giornale certe verità che non devono tornar gradite ai signori liberali. Questi saranno certo restati di stucco a vedersi trattati sì diversamente alla distanza di pochi giorni dall’uno e dall’altra. Lunedì il Popolo dichiara che l’inquinamento, il vitupero, lo spirito antidemocratico di «tutte le poste» del bilancio provinciale, non escluse le scolastiche, sta nel confessionalismo: ma si affretta ad aggiungere che i liberali non chiesero mai «elemosine per istituzioni confessionali» bensì soltanto per «istituzioni di pubblica e generale utilità». Il venerdì seguente lo stesso Popolo, in un articolo di fondo accusa invece i liberali di essere, almeno nella scuola, fautori del «confessionalismo» e li rampogna di attaccare le Congregazioni mariane con una polemica che in tal modo «abbandona completamente il campo ideale e si pone sul terreno delle più miserevoli e grette convenienze e del più vergognoso tornaconto». Quid est veritas? Qual è la verità? Ecco il nostro modesto parere: L’Alto Adige non è certo tenero col «confessionalismo» in nessun campo. Si intende che, per opportunità, in certi momenti e in certe polemiche, distinguendo fra confessionalismo e cristianesimo, fra clericalismo e religione, si dichiara per questa e si avvolge nella coccolla. Io frate s’è assicurata eterna fama. Naturalmente, l’Alto Adige, non è lo stesso che i deputati liberali. Questi, per esempio possono votare una riforma elettorale per la quale l’Alto Adige li tartassa senza pietà. Possono anche mettere inanzi e accettare una proposta ferroviaria – p. es. quella per Cembra e Fiemme – che l’Alto Adige, approfittando del fatto che non vien tosto votata, li costringe a rimangiarsi e a qualificare come inaccettabile, disastrosa, vituperevole e chi più ne ha, più ne metta. I deputati liberali, infine, possono, anche approvare in Dieta disposizioni in favore dell’istruzione religiosa o proposte di qualche popolare che batte a quattrini per quella che l’Alto Adige chiama elegantemente la «beghineria». In tal caso l’Alto Adige, post factum e quando non si può più rimediarvi, tace di quanto hanno fatto i suoi deputati e si limita a gridar contro le sovvenzioni, come se non ne domandassero e non ne pigliassero tutti, o come se quelle alcune migliaia di corone fossero il cancro di un bilancio di dodici milioni. Il Popolo di solito fa altrettanto; ma qualche volta, per non perdere l’indispensabile favore dei liberali, gli tocca scendere più basso dell’Alto Adige e leccare umilmente le scarpe ai deputati borghesi, dichiarando che non si sono mai compromessi colle sovvenzioni per la «beghineria». Capita poi, come dicevamo più sopra, che l’Alto Adige deve staccare dal chiodo la tonaca e mettersi a fare il quaresimalista. Allora egli dice che la Chiesa e la religione «vanno rispettate, sopratutto dai giovani»; che «i professori non devono solo insegnare, ma educare: appunto per questo accanto ai professori s’è messo anche un sacerdote». E allora il Popolo si ringalluzzisce e prende la rivincita; quanto più si è umiliato per ottenere perdono di certe scappate viennesi e per assicurarsi anche in avvenire la copia dei favori, tanto più alza il capo e la cresta, facendo ai liberali e al loro organo la predica che sono inconseguenti, che sono confessionalisti, che si distinguono dai «clericali» solo per mancanza di logica, che la loro lotta è condotta per «un vergognoso tornaconto». Così ha fatto or ora la signora E.B.B. per cui bocca risuona finalmente sul Popolo e risuona ancor più cruda l’invettiva lanciata a Vienna dall’on. deputato di Trento; pare che la sentenza della signora E. B. B., richiami quella, restata finora nei protocolli parlamentari, e che suona: «La Dieta tirolese non può essere qualificata che come una banda del Dio Prendi, banda guidata da vescovi e prelati. La parola d’ordine è: Piglia tu che piglio anch’io! E tutti prendono: tedeschi e italiani, clericali e liberali». (Protocollo stenografico – qui è impossibile citare un qualsiasi numero del Popolo – pag. 8402, prima colonna). I deputati liberali – dirà qualcuno – che fanno in tutta questa baraonda? S’ingegnano. Chiedono e votano sovvenzioni, ma, in qualche discorsetto o in qualche relazione, se ne procurano ampia assoluzione col biasimare questa piaga delle finanze provinciali; propongono e accettano la Lavis-Cembra e poi gridano contro il tradimento nazionale; si accingono all’ostruzione e approvano una riforma antiostruzionista del regolamento interno. Così salvano capra e cavoli e rimangono saldi sul seggio ad ogni caracollar della nave, battuta soavemente dalle onde radico-socialiste. "} {"filename":"674c3ae7-dc9b-4bfa-8acc-942b6f96dada.txt","exact_year":1914,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"[...] L’On. D.r Degasperi L’on. Degasperi, a nome del Comitato Diocesano, come società centrale delle nostre associazioni apolitiche, esprime il plauso agli interventi, il ringraziamento e l’ammirazione ai membri attivissimi alla Presidenza ai propagandisti, ai capi gruppo. Oggi avrebbe voluto dire parole di concordia; ma gli è capitato in mano incidentalmente il Contadino e ha dovuto leggere che questo giornale ha avuto fino la tolla di muovere rimprovero ai popolari, perché la Dieta non ha lavorato. I liberali fanno ostruzione ed impediscono che si votino le proposte popolari per le strade, per gli acquedotti, per i palazzi scolastici, per i caseifici, per i maestri, e chi ne ha colpa? Non gli ostruzionisti, ma i popolari che volevano lavorare! È un esempio dei mille che caratterizza l’imparzialità di codesto settimanale. I popolari fanno tutto male e con cattive intenzioni. Contro gli altri partiti non sollevano proteste, né contro la tattica liberale, che non rappresentò certo gl’interessi rurali, né contro i socialisti, per quanto spesse volte abbiano votato in senso contrario agli interessi e al sentire dei contadini. Tutto l’attacco, tutta la rabbia è contro i popolari, contro le loro istituzioni! Possibile che noi non abbiamo fatto niente di bene e che gli altri non facciano nulla di male? E qui l’oratore riepilogando la politica dietale dal periodo dell’astensione in qua dimostra che chi ha chiamato i contadini ad occuparsi di politica, chi ha rotto il giogo di pochi ed ha aperto la strada alla democrazia rurale furono i popolari, i quali insegnarono ai contadini ad organizzarsi economicamente e poi politicamente. A questo movimento d’emancipazione e scisma creato dall’iseriani cozza di fianco. Malgrado tutte le frasi di libertà e indipendenza, la politica raccomandata dal Contadino (vedere la questione di Fiemme come non unico esempio) è quella vecchia dei signori. Il partito popolare sopporterà l’urto più agevolmente di quello che non sperano gli avversari. Ci rincresce di dover combattere su tre lati; ma anche se i leghisti ci attaccano alle spalle, so che voi saprete battervi da valorosi. Per che cosa combattiamo noi? Non per un mandato più o meno; che se non fosse questione che di mandati, dal nostro canto facile sarebbe l’intesa. Ma è questione di principio. I leghisti, voglia o non voglia, sono gli anticlericali della campagna che vi trasportano l’anticlericalismo cittadino, e come gli anticlericali lo furono in città, così nella campagna i leghisti sono i precursori del socialismo. Esiste quindi un pericolo evidente di carattere sociale e anche d’ordine religioso. Qualcuno non lo vede, qualcuno sarà in buona fede, ma anche il socialismo è incominciato a Trento colle citazioni di S. Paolo. Bisogna quindi che ci battiamo con tutta la forza per la difesa dei nostri principi. L’oratore accenna infine all’aspra campagna personale che si fa contro tutti i capi del movimento nel «Contadino». È un continuo tentativo d’intimidazione e di demolizione. Ma quando abbiamo preteso, chiamandovi cattolici nella vita pubblica di presentare le nostre persone come modelli da imitare? In chiesa recentemente abbiamo cantato il Miserere. Vengano i signori leghisti, e noi siamo pronti a rimetterci in ginocchio assieme a dire Miserere di noi o signore, secondo la tua grande misericordia. Ma quando si rialzeranno chi darà loro il diritto di coprirci di contumelie e di accuse? Chi siete voi che volete coprirci di pietre? Discutiamo di principi non di persone. L’oratore termina con un caldo inno alla democrazia cristiana e al rinnovato sforzo che tutti compiamo per la sua vittoria. Un uragano d’applausi scoppia nella grande assemblea. "} {"filename":"58a2b611-e6c7-4d23-a5f6-e7d7002a1e52.txt","exact_year":1914,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Entrano in campo non colla bandiera spiegata ma scivolano nell’ombra di compromessi equivoci, truccati da campanilisti, da indipendenti, da neutri. Attenti a codeste figure grigie! In mezzo a loro si fanno largo i transfughi di tutti partiti sotto la veste arlecchinesca del leghismo. Amici! Guardateli in faccia. Strappate loro la maschera. È il vecchio anticlericalismo che ritorna sotto spoglie mentite. Sono gli avversari che abbiamo sconfitto nel maggio del 1907 e nel 1911. Ebbene, questa volta bisogna dare loro una solenne lezione di sincerità politica innanzi all’intiero paese! Riscuotetevi tutti, sospendete i vostri lavori, andate a votare! Dite colla vostra scheda che il popolo trentino non vuole né disertori, né corsari della politica; che il popolo sente la necessità d’essere unito in uno sforzo comune di pensiero e di progresso. Dite che, malgrado le calunnie, i sospetti, le intimidazioni, voi tenete fede al nostro programma e rinnovate il mandato a chi non è venuto meno. Amici! Elettori! In mezzo alle file vacillanti degli avversari, sopra tutte le diserzioni dei programmi, sopra il trasformismo ed il mercantilismo delle idee noi piantiamo la nostra vecchia bandiera, che ci ha sempre condotti alla vittoria. Lassù oggi come ieri come domani sta scritto: Cattolici! italiani! democratici! "} {"filename":"b64ffe64-a187-4783-8fd4-d1fa7f7e50aa.txt","exact_year":1914,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Lunedì il popolo trentino è chiamato a dire la sua parola nella curia generale. Nella maggior parte dei collegi deciderà fra gli uomini del partito popolare e la coalizione anticlericale. Attendiamo questa parola con tranquilla fiducia, fidando sulla bontà dei nostri principi, sulla grandezza del lavoro compiuto, sull’esperimentato valore dei nostri candidati. Ma se può giungere a tutti ancora quest’ultimo appello, è per dire: faccia ciascuno nel suo collegio, nel suo paese tutto intiero il proprio dovere! Che lunedì sera non ci sia da deplorare nessuna diserzione, nessun tentennamento, nessuna debolezza! A tutti è imposta dalla maturata coscienza politica per il bene del nostro paese, la lotta ed il combattimento attorno alla nostra gloriosa bandiera! "} {"filename":"79115f96-c1fe-476c-afa3-a59506336a84.txt","exact_year":1914,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Quando il socialismo incominciò a diffondersi nel nostro paese, quando le sue violenze retoriche parvero trascinare molti, che pur non ne abbracciavano le dottrine, dalle colonne di questo giornale è partito più volte l’allarme. I quietisti però tra i buoni ci accusarono di esagerazione. Sarà, dicevano codesti saggi, sarà vero che in Francia, in Germania, in Italia, a Vienna il socialismo è movimento anticristiano, ma qui da noi è piuttosto una corrente superficiale, che non sconvolge né tocca l’intimo della coscienza popolare. Quanti in un breve giro d’anni avranno avuto occasione di ricredersi! Chi ha osservata la vita delle nostre classi operaie, se ha applicati i criteri che vanno, per giudicare un fenomeno collettivo, ha senza dubbio notato che lo scristianizzamento va di pari passo colla propaganda del socialismo. Del resto c’è qualcuno che s’è mai preso il disturbo di studiare la raccolta dei vari settimanali socialisti che in questi 15 anni hanno formato il pane spirituale degli operai? Anche non tenendo conto dei moltissimi numeri che vennero confiscati per oltraggio alla religione, si dovrà strabigliare innanzi a tutta codesta opera di corrosione e di demolizione dei più sani principi. Talvolta, a sbalzi noi abbiamo riprodotto qualche passo, qualche brano per documentare l’indirizzo di codesta stampa. Eppure il credereste? Ci sono state delle buone persone che l’hanno insistentemente sconsigliato, affinché non ne patissero scandalo i timorati. Ma in verità noi chiediamo: C’è o non c’è bisogno che noi abbiamo sempre vivo ed acuto il senso della realtà, qualunque essa sia e sovrattutto che non copriamo le piaghe del nostro paese con veli di una pietà menzognera? Quante volte non abbiamo sentito degli oratori citare con enfasi parole di offesa alla nostra fede, per provocare un senso di giusta reazione nell’animo degli uditori, ma abbiamo notato con meraviglia che erano citazioni d’altri paesi e di gente esotica! Antisocialismo d’importazione che era giuocoforza suscitare dapprincipio. Ma ora prendete in mano per esempio l’Avvenire del lavoratore, seguitene la pagina settimanale di «filosofia minima» e avrete una documentazione del materialismo e dell’ateismo socialista più efficace che tutte le citazioni di Engels o della Balabanoff . Meglio o peggio serviti sarete ancora se ricorrete al quindicinale sindacalista la Camera del lavoro. È in questi periodici che si rivela il pensiero vero del socialismo e che la sua propaganda si manifesta più efficace. Sono codesti gli organi dell’idea e gli educatori della coscienza socialista. Il Popolo è sovratutto giornale d’informazioni politiche ed è fatto in specie perché possa venir digerito dai borghesi. Ma codesti organi settimanali furono sempre i propulsori del progresso socialista nella coscienza popolare e i banditori delle organizzazioni. Le vittorie politiche del socialismo non sono che un corollario del lavoro di organizzazione e di pensiero. Ed è su questo che abbiamo sempre richiamata l’attenzione dei nostri amici. I cattolici trentini non devono fare come i borghesi liberali. Costoro si sono lasciati lusingare dal temperamento nazionalista di qualche intellettuale socialista e dalle simpatie di cronaca del giornale politico che porta nella testata l’epiteto di «socialista», ma non hanno avvertito che frattanto la massa operaia veniva educata ai principi internazionalisti dalla stampa sua, che legge. E mentre si sdegnano contro Pittoni, penano a differenziarsi dai suoi colleghi trentini. Eppure il movimento è sostanzialmente identico e le differenze sono accidentali. I cattolici, per conto loro non vogliono certo meritare il rimprovero di non aver saputo valutare la realtà della nostra vita sociale e politica. Noi abbiamo la ferma convinzione che il Trentino ed in modo particolare i centri in cui la vita sociale ha assunto forme economiche più moderne non possono venir mantenuti o riguadagnati al pensiero cristiano senza uno sforzo intenso, senza un’attenzione viva, senza un’applicazione organizzata con tutti i mezzi moderni di propaganda e di vita collettiva. Noi non parliamo qui né di elezioni né di politica, parliamo dell’indirizzo sociale e della concezione della vita. Vorremmo anzi che le elezioni si considerassero, come un sintomo più che come uno scopo e che in modo speciale nei giovani, quasi uccidendo in loro come desiderava l’Ozanam lo spirito politico mediante lo spirito sociale, si maturasse, al di là di ogni manifestazione politica, la coscienza di un grande dovere da compiere per salvare i destini del nostro paese. «È vero, il popolo francese è il più schiettamente volteriano, il più allegramente materialista, fra tutti i popoli d’Europa, ma è sempre l’antesignano dei nuovi tempi. La chiesa non può illudersi di riuscire sempre vittoriosamente a comprimere le moderne tendenze dello spirito ed a tener incatenato il progresso al passato. Per la via del popolo francese, si slancieranno, a dispetto di tutti gli anatemi e di tutti gli scongiuri del papato, le nuove generazioni in tutte le nazioni civili». (Avvenire del lavoratore, commentando le elezioni francesi) "} {"filename":"e96cebb7-ffa4-4285-ade9-19d40403ae81.txt","exact_year":1914,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Siamo dunque alla vigilia , e quasi non parrebbe di esserlo! Nessun rumore d’armi che annunzi la grande battaglia, né la scarsa polemica che s’è fatta, per quanto non siano mancati i tentativi di biliosi passatisti, ha potuto crearci attorno l’acre atmosfera delle vecchie fazioni. Perché? Una delle ragioni va cercata senza dubbio nel nuovo sistema elettorale. I partiti non combattono più per l’assoluto dominio, non tendono più le loro forze per l’ostracismo degli avversari. Si sa in antecedenza che tutti o quasi tutti i partiti riusciranno a spuntare con un certo numero di candidati. La lotta avvicina quindi più alla gara che alla mischia. I partiti sentono il bisogno più che di attaccare gli avversari, di svolger entro loro stessi un lavoro di preparazione, di disciplina e di allenamento. E non è questo già un ottimo effetto della proporzionale? Le lotte per il comune di Trento sono di così recente memoria che non abbiamo bisogno di descriverle ancora una volta per rinnovarne nell’animo l’amarezza ed il disgusto. Confrontiamole colla campagna elettorale odierna e concludiamo pure che avevamo ragione, quando già nel 1909 sostenevamo che la R.P. ci avrebbe condotti, mano mano che la sua applicazione divenisse più cosciente e sincera, ad un ambiente più sereno e ad una concezione più oggettiva dei problemi amministrativi. In verità non vogliamo però in tal riguardo illuderci esagerando i sintomi o dimostrandoci troppo dottrinari nell’indicazione delle cause. Sappiamo che la fiacca di questa volta ha origine anche nella novità della cosa. La cittadinanza è sempre stata avvezza a combattere per l’amministrazione dell’uno o dell’altro partito, per l’amministrazione liberale o popolare o socialista e fatica ora ad orientare la propria mentalità verso altre combinazioni. I più si trovano innanzi all’indeterminato, all’ignoto. Di qui un certo stupore, una certa titubanza che si riflette nell’atteggiamento elettorale. Ma oltre queste ragioni naturali ci assicurano che dietro la fiacca odierna si nasconde anche la tendenza catastrofica di chi vorrebbe vedere la R. P. fallire già nel suo primo esperimento. Si va dicendo che sarà impossibile costituire un’amministrazione vitale e che, tant’è, bisognerà finire col commissario governativo e, conseguentemente, col riformare di nuovo il regolamento elettorale in modo da assicurare la maggioranza e la amministrazione ad un partito politico. Ora ai signori catastrofici sottoponiamo queste brevi considerazioni. Secondo noi (e siamo facili profeti) i catastrofici arriveranno, se mai, non alla catastrofe della R. P. ma a quella del loro partito. La proporzionale è stata accolta ad unanimità da tutti i partiti, dopo mesi e mesi di discussione, in cui si sono esaminate tutte le eventualità, tutte le conseguenze. In modo particolare nessuno era in dubbio che la R. P. avrebbe resa impossibile o certo improbabile l’amministrazione di un solo partito politico. In molte città si è stabilito per regolamento che oltre dei consiglieri anche gli assessori venissero eletti colla proporzionale. A Trento i propugnatori della R. P. non hanno voluto insistere su ciò, per non aumentare le obiezioni che si opponevano alla proporzionale in genere. Ma non v’ha dubbio che la conseguenza più logica è più naturale della R. P. sarebbe che i gruppi di ogni lista rappresentata concorressero anche alla costituzione della Giunta. La proporzionale porta dei diritti, ma anche dei nuovi doveri. Troveremo perciò naturale che anzitutto si facesse appello a tutte le liste per una combinazione proporzionale del potere esecutivo. Chi non sa del resto che una tale combinazione corrisponderebbe anche alle ragioni d’esistenza del partito liberale, avvezzo a cercarle più che nel proprio consolidamento interiore, nei rapporti cogli altri partiti e più che mai col partito socialista? Anche per questo quindi riteniamo che tale passo sarà tra i primi che verranno tentati. Non riuscirà? E allora rimarrà da tentare la combinazione se non di tre o quattro, almeno di due liste. Ed eccoci al buio. Il partito socialista ha presentato un programma che non esclude la sua andata al governo. Con quelle proposizioni elastiche si può benissimo mettere assieme un programma minimo che può essere svolto ed attuato assieme a quello d’un altro partito. Una combinazione, la quale avesse per base un dato riordinamento del sistema tributario, che è e sarà la questione più grossa, può facilmente essere costituita col concorso del partito socialista. In Italia, in Francia, nel Belgio, in Svizzera gli esempi si contano a centinaia. Che se il partito socialista rifiutasse assolutamente il suo concorso ad un lavoro positivo e si sottraesse così al suo dovere, si presenteranno altre combinazioni di carattere perfettamente apolitico, come a Milano, a Venezia, a Napoli. In somma le vie che stanno aperte sono parecchie, quando si tenda sul serio al progresso ed al bene della città. Solo il pregiudizio o l’egoismo di fazione può chiuderle o renderle inaccessibili. In tal caso può essere che si arrivi a dare in mano al rappresentante dell’autorità tutoria il pupillo abbandonato. Arriveremo quindi alla catastrofe, ma sarà la catastrofe di quei partiti che ne avranno la responsabilità. Non sarà dimostrata l’inapplicabilità della R.P. ma l’incapacità dei catastrofici ad elevarsi ad un concetto sereno e generoso del proprio dovere. Gli elettori, siamo certi, ne farebbero giustizia. Ma anche se, per l’impossibile ciò non avvenisse, credono i catastrofici d’arrivare comunque sia a distruggere la R.P.? Il principio è giusto e trionferà anche dei primi ostacoli. Le riforme non si fanno all’indietro. Se mai v’è una rettifica da fare, è quella di rendere integrale l’applicazione della R.P., distruggendo o diminuendo i 4 corpi elettorali, costruzione vecchia, la quale è stata mantenuta dal partito liberale. Non c’è dunque via di scampo. La R.P. eserciterà inesorabilmente, presto o tardi, la sua funzione di sano rinnovamento della nostra vita amministrativa. Opporvisi con una resistenza più o meno passiva è speculazione sbagliata. In quanto a noi, tutte le volte che abbiamo parlato e tutte le volte durante la Campagna che abbiamo taciuto sapevamo benissimo ove bisognava e conveniva arrivare. Sicuri, consapevoli di far del bene alla città, andremo quindi alle urne col vecchio entusiasmo. Quando dominava il principio di maggioranza, insorgemmo per la proporzionale, oggi che la proporzionale è introdotta andiamo alle urne perché il principio di giustizia su cui essa poggia, penetri e informi anche tutta l’amministrazione cittadina. "} {"filename":"32e0ddf1-2ed4-4c35-8744-5259c958996e.txt","exact_year":1914,"label":0,"year_range":"1911-1915","text":"Ho domandato la parola per una breve dichiarazione . Anzitutto noi consideriamo il passaggio del progetto di legge alla commissione semplicemente come un atto formale. Quindi non ci opporremo acchè lo stesso progetto passi alla commissione e vi venga trattato e discusso, lasciando però completamente impregiudicato il nostro atteggiamento tanto nella commissione come nel pleno di fronte al merito o alla sostanza della proposta stessa. Nel momento però in cui si presenta alla Camera un progetto militare, sento il dovere di rilevare il disagio politico ed economico in cui l’amministrazione militare di giorno in giorno e sempre più va ricacciando il nostro paese. Noi sappiamo che la nostra cerca delle Alpi è ritenuto come un baluardo necessario per la difesa dello Stato e ci è gioco forza tener conto di questa circostanza. Ma dobbiamo rilevare che oltre le montagne da noi vi sono anche gli uomini che le abitano, e non va lo stesso piccone il quale abbatte le nostre montagne per costruire fortificazioni, recida anche le arterie della vita economica nel nostro paese. E qui parlo delle arterie della vita collettiva, sorpassando in questo modo in questo momento a quelle molteplici puntura che vengono inflitte sulla nostra nervatura, per cosi dire, politico-nazionale e che noi siamo ormai avvezzi a sopportare lamentandoci sommessamente, e che solo quando assumono la gravità sintomatica dei fatti, per esempio di Mezzocorona, strappano una reazione più forte e un grido di dolore. Ma ben più grave di queste punture è il fatto economico come conseguenza dell’azione militare. Quando consideriamo che grandi estensioni di prati, di boschi e pascoli vanno scomparendo e vengono sottratti alla nostra economia agricola, che terreni vengono deprezzati per l’estensione dei raggi fortificatori, e che per gli stessi viene ostacolato lo sviluppo edilizio di molti paesi, e che certe strade costruite e mantenute a carico dei comuni, come per esempio la strada di Folgaria, vengono guastate e ridotte in pessime condizioni dal passaggio dei trasporti militari, che il concorso dei forestieri viene in tutti i modi ostacolato, ci domandiamo per quanto tempo ancora, se si continua così, il nostro popolo troverà nel paese dei suoi padri le condizioni necessarie per la sua esistenza economica. E qui accenno a mo’ d’esempio a un solo caso tipico che riguarda il mio collegio, alla strada della Cortela. I vecchi membri della Dieta ricordano di aver votato per questa strade un contributo provinciale e sanno anche che è assicurato il contributo dello Stato. Ciò malgrado, nonostante mille insistenze, malgrado tante suppliche dei comuni, la strada della Cortela non si può costruire, perché il militare mette un incomprensibile veto alla sua costruzione. E osservo che qui si tratta di una strada la quale potrebbe aumentare almeno di 10 Cor. per metro cubo il prezzo stesso dei legnami, facilitarne l’esportazione; in ogni caso faciliterebbe l’importazione e diminuirebbe il prezzo dei cereali e dei generi di consumo. Il mantenere questo veto, quando tutti gli altri fattori dello Stato hanno ormai assicurato la costruzione e la finanziazione, vuol dire sottrarre di anno in anno migliaia e migliaia di corone a un povero comune, all’intera vallata. Simili casi sono certo tipici per la posizione e l’atteggiamento che prende l’autorità militare di fronte alle nostre questioni. Accenno ancora di passaggio alla grave questione delle acidule di Peio, un luogo di cura che portava e avrebbe potuto portare tanti vantaggi economici a un intera vallata, a un intero paese e che invece deve soccombere, e senza dubbio finirà colla morte in causa dell’invasione del potere militare. Accenno ancora a Lavarone, a Folgaria, che in questo riguardo soffrono le stesse conseguenze. Lo so, ci si risponde, che tutto ciò in fin dei conti non è che una conseguenza logica della posizione geografica del nostro paese. Lo Stato ha bisogno delle nostre montagne per difendersi, dei nostri sbocchi per premunirsi, delle nostre strade per portarsi sulle difese. E sta bene. Se così ha da essere, sia; noi non abbiamo la possibilità di decidere fra il sì e il no. Ma in questo caso, o signori, lo Stato ha il dovere di compensarci, di tener conto di questi speciali danni che ci vengono dall’esser messi in tale posizione che le nostre montagne abbiano un grande valore difensivo per lo Stato. E se un ex-ministro, il presidente dei ministri il barone Beck, ha detto recentemente alle Delegazioni che i pesi militari possono venir sopportati in genere dalle popolazioni dello Stato solo se lo Stato fa contemporaneamente una grande politica di investizioni, solo se lo Stato promuove lavori pubblici, tale argomento vale ben più a ragione per noi, per le nostre condizioni particolari, dove questi pesi militari, come ho accennato prima, hanno una gravità che supera quella di qualunque altro paese. Lo Stato dovrebbe almeno assumere a suo carico le strade che usa per scopi generali dello Stato, dovrebbe promuovere il concorso [dei] forestieri, almeno là ove questo non è in contraddizione colle sue tendenze di difesa. Lo Stato dovrebbe sviluppare la rete ferroviaria, perché almeno il commercio e l’industria sostituiscano i cespiti sottratti dall’occupazione militare all’agricoltura. Ma che avviene qui invece? Il nostro valligiano che sospira la costruzione della sua strada da lunga tempo e che l’ha vista cominciare ad un paese ma non la vede arrivare al suo, vede contemporaneamente che le strade militari, come serpenti giganteschi, sorgono da un paese all’altro, e valicano le più alte montagne. Le strade borghesi, invece le strade per il nostro paese, vengono incominciate; poi si smette di lavorare e si dice: non ci sono più denari. Questo argomento potrebbe valere in altri paesi, ma da noi non attacca. Come, dicono gli abitanti del paese di confine, non si ha denari? Guardate là denari se ce ne sono, per costruire le strade militari. Tale contrasto di cose è così forte che crea quindi una posizione particolare ai rappresentanti di questo paese. Le ferrovie per le quali noi abbiamo fatto tanti sforzi di contributi e di lavoro, politico e parlamentare non sono ancora fatte, anzi non ne è ancora assicurata la finanziazione, perché il Parlamento non lavora. Così, ché noi dunque abbiamo da soffrire non solo le conseguenze della posizione speciale, in cui ci troviamo riguarda la difesa dello Stato, ma soffriamo anche le conseguenze del sistema che segue lo Stato di fronte a certi conflitti nazionali e alla cosiddetta «cura della fame» che l’attuale governo dice di applicare di fronte ai partiti boemi, ma che in realtà viene applicata molto bene anche di fronte ai nostri elettori. Ai nostri lagni di contro al militare, aggiungiamo quindi anche una protesta contro l’infecondità e la perniciosità dell’assolutismo e la domanda energica, la quale prego venga sentita e trasmessa dai presenti rappresentanti del Governo a Vienna, che noi vogliamo che ci venga ridonata la tribuna parlamentare, la quale se poco ci può dare, però ha sempre notevole importanza specialmente per quei popoli che abitano ai confini della Monarchia e non hanno altro mezzo mediante la burocrazia di farsi valere . Alla protesta dunque, in linea generale contro i danni del militare aggiungo la protesta contro l’assolutismo e do espressione alle nostre insistenze perché il Parlamento venga riconvocato e possano venir trattate le leggi economiche che interessano il nostro paese. [Battimani]. "} {"filename":"91bc4a8b-f1e1-4d93-98f3-05e819ca77a1.txt","exact_year":1916,"label":0,"year_range":"1916-1920","text":"Nella seduta del Comitato del 31 maggio u. s. il discorso cadde anche su una relazione privata sul campo profughi di Braunau am Inn, nella quale si affermava che nel campo regnava la più grave immoralità, cosicché un numero estremamente grande di ragazze sotto i sedici anni furono ingravidate e molte delle stesse sono contagiate con malattie veneree; inoltre che la mortalità ammontava mediamente a cinque persone al giorno, fatto questo che sarebbe da ricondurre al cibo preparato male. Di fronte a queste gravi accuse sono lieto di poter constatare che i rilevamenti che furono eseguiti durante la mia presenza nel campo dal 2 al 3 giugno hanno prodotto con sicurezza matematica: 1) che le asserzioni di immoralità dominante è una calunnia infondata, 2) che le indicazioni sulla proporzione di mortalità sono errate e che la questione alimentare messa casualmente in rapporto con essa, almeno per quel che riguarda il passato, viene valutata con pessimismo esagerato. A. 1) Moralità Secondo l’allegata tabella (vedi allegato A) nel campo di Braunau dalla sua apertura sino all’1 giugno 1915 sono nati sessantatre bambini, di cui solo 5 illegittimi, i quali però, poiché l’apertura avvenne nel dicembre 1915, non vanno scritti sul conto passivo della vita del campo. Inoltre si trovano nel reparto maternità dell’ospedale del campo 4 ragazze incinta, di cui di nuovo solo una parte deve la propria gravidanza al periodo nel campo. Per quel che riguarda le malattie veneree, sono noti in tutto solo cinque casi, di cui quattro in ragazze e uno in una donna sposata. Si trattava però di forme più leggere. È significativo che tra i malati non compariva alcun uomo e del tutto tranquillizzante è la circostanza che la causa di questo traviamento non è da cercarsi nella vita dei profughi, poiché le ragazze in questione in patria condussero una vita sconsiderata; ma accade anche che ragazze e donne che in patria si sono comportate sventatamente, qui nel campo siano dedite a una severa concezione della vita. In generale desidero ancora aggiungere che i medici, in particolare il medico delle baracche, dr. Largaiolli, sulle condizioni della costumanza nel campo hanno consegnato la perizia più favorevole. L’ispettore del campo e l’ispettore di polizia che avevano in precedenza raccolto ricche esperienze in posizioni simili a Rovereto e a Arco spiegano che la moralità nel campo è più elevata che nelle piccole città natali. Decisiva mi sembra però la spiegazione del capo della cura d’anime nel campo profughi, il prelato infulato monsignor V. Parteli di Rovereto il quale riassunse l’opinione del clero del lager nelle seguenti parole: Tutte le osservazione del clero, tutti gli indizi della vita religiosa indicano che le condizioni della moralità nel campo prese in assoluto possono essere definite buone. Se però le si osserva da un punto di vista relativo, cioè in rapporto ai costumi dominanti a Braunau e dintorni e alla luce del regresso generalmente percepito in seguito alla guerra, in tal caso le condizioni nel campo di Braunau possono venire definite non solo buone, ma eccellenti. Infine desidero mettere ancora in rilievo che una lunga discussione delle norme disciplinari e di polizia che la direzione del campo ha ordinato a questo riguardo, ha rafforzato in me l’impressione avuta già in precedenza, che l’imperial-regia direzione con totale serietà e con il più grande senso di responsabilità in pieno accordo con il curato sorvegli e segua la parte morale della vita nel Lager. 2) Mortalità e alimentazione Le Tabelle b) e c) allegate dimostrano che la moralità rimane molto più indietro rispetto al numero medio indicato nella relazione appena nominata. In sei mesi sono complessivamente morte 178 persone e non 900 come risulterebbe dal numero medio sopra citato. Le conclusioni in relazione all’alimentazione nella misura indicata non sono quindi plausibili. Tuttavia non si può rifiutare di vedere il dato di fatto che nella quota di mortalità è subentrata una piccola ma tuttavia percettibile progressione. Questo vale in particolare per gli anziani e per i bambini (elenco 2). I medici riconducono questo fatto alla circostanza che l’alimentazione, per mancanza dell’abituale varietà e in particolare per mancanza cibi solidi, porta gradualmente le persone più anziane e malate a uno stato di debolezza e di sottonutrimento. La crescente mortalità tra i bambini va ricondotta ugualmente a una diminuita alimentazione della madre. Certamente questo fenomeno non è limitato solo al campo profughi, ma è purtroppo un sintomo generale delle condizioni economiche. Rimane però il dovere dei fattori pubblici, ai quali è direttamente affidato il destino dei profughi, di combattere con tutti i mezzi possibili questi sintomi. Tra questi mezzi possibili mi permetterei per il momento di proporre quanto segue: a) che la fornitura della farina da polenta o almeno di una certa quantità di farina da polenta venga messo a disposizione dei campi, secondo la nostra proposta del:::. b) che donne incinte nell’ultimo periodo della gravidanza ricevano anche a Braunau, come già succede a Wagna, l’alimentazione dell’ospedale. B. Approvvigionamento e cose generali Lo scrivente delegato del comitato ebbe durante la sua visita occasione di prendere parte a riunioni che hanno avuto luogo tra il direttore del campo, il segretario delle Finanze Postel, con il presidente e i referenti della luogotenenza imperial-regia di Linz. La imperial-regia luogotenenza ha dovuto di nuovo intervenire con il diritto di requisizione di grassi, poiché la società che rifornisce di viveri non era stata in grado di rifornirli al campo. Così si moltiplicano i casi nei quali la società fallisce e lo Stato deve intervenire direttamente, e così noi guidiamo necessariamente verso quell’amministrazione statale in proprio, per la quale il comitato si era già pronunciato all’inizio. Nelle menzionate riunioni venne anche proposto, ovvero deciso, la stesura di un programma di adattamento e di ricostruzione per l’inverno. In patria parte domani un nuovo trasporto di 98 profughi, che appartengono al distretto di Riva (alcuni di Pietramurata). Elenco dei bambini nati nel campo profughi dall’apertura sino all’1 giugno 1916. Uomini Donne In totale I. bambini legittimi 27 31 58 II. bambini illegittimi 3 2 5 Somma: 30 33 63 Braunau a\/Inn, 2 giugno 1916 Elenco dei casi di morte avvenuti nel campo profughi di Braunau am Inn sino all’1 giugno 1916. Al mese Uomini Donne Bambini In totale dicembre 1915 4 4 5 13 gennaio 1916 4 6 12 22 Febbraio 9 8 13 30 Marzo 6 7 16 28 Aprile 11 16 13 40 Maggio 13 10 22 45 Somma 46 51 81 178 Braunau am Inn, 2.giugno 1916. Dr. Bresciani m\/p. Elenco di casi di decesso avvenuti nel campo profughi di Braunau a\/Inn dall’inizio fino all’1 giugno 1916 Casa di cura o baraccopoli Uomini Donne Bambini In totale I. ospedale del lager 25 29 32 86 II. casa di cura – malattie infettive III. baraccopoli 21 22 46 89 Somma 46 51 81 178 Braunau am Inn, 2. Juni 1915 "} {"filename":"fd9abd42-adac-4f74-a92f-36a2c5c26a15.txt","exact_year":1916,"label":0,"year_range":"1916-1920","text":"Contrasti di luce e di ombre Quando il treno sboccò nella valle della Berounka , la mia giornata era quasi al suo fine. L’eterna lamentela della povera gente mi risonava sempre agli orecchi, penetrava nel mio cervello, invadeva il mio spirito, così che la sentivo oramai non più come venisse dal di fuori, ma come fosse una voce interiore che sorgesse dall’intimo della mia coscienza e ripetesse in nome di una folla sperduta il lamento, il singulto, il sospiro dei profughi. Paesaggi incantevoli apparivano e scomparivano dietro il treno in corsa, innumerevoli ciminiere sfilavano come termini miliari del progresso umano, finché la valle, costretta fra due bastioni calcarei, si trasformava in un canale, nel cui fondo scorreva lenta e solenne la Berounka, calcata da qualche zattera di carbone e traversata da qualche mandra di oche le quali, all’avvicinarsi del treno, riguadagnavano l’altra riva: ma io vedevo tutto questo come in sogno, come non fosse reale, mentre la «voce interiore» vinceva su tutto il mondo di fuori e investiva tutto il mio spirito del suo lamento. Nemmeno la vista del castello di Karluw Tyn (Karlstein) che era apparso nello sfondo d’una piccola convalle, come un minuscolo fantasma del medio evo, valse a distrarmi, ed invano la mia fantasia tentava di fare il corso dei secoli e imaginare i tesori della corona germanica che dovevano brillare là dentro e le altre pietre preziose che scintillavano lassù, nella gran mole, entro la cappella della Croce. La voce imperiosa della mia coscienza ricacciava indietro la fantasia e la forzava ad ascoltare il gemito dell’ora presente. Fui vinto allora come da un potente desiderio nostalgico di ritornare tra la nostra gente, mi parve che la distrazione che m’ero promesso per la sera coll’ascoltare a Praga la «sinfonia delle Alpi» di Riccardo Strauss fosse un sacrilegio, e risolsi d’interrompere il viaggio, finire la giornata tra i profughi come l’avevo incominciata e riprendere per il ritorno l’ultimo treno della notte. Nella valle della Berounka Discesi dunque alla prossima stazione, che già imbruniva, la Berounka, la campagna, la cittadina che dovevo traversare, tutto era noiosamente grigio. Sul ponte di pietra un veterano d’altre guerre, puntellato sulle grucce contro il parapetto, girava col braccio sinistro la manovella d’un organetto e mostrava ravvolto in un cencio il moncherino del destro, quasi chiamasse a tenzone, innanzi alla carità del passeggero, stimmate d’una ferita e d’un merito antico coll’aspetto quotidiano dei segni di gloria e di dolore, portati dalla guerra nuova. Sull’altro parapetto, nel mezzo – come su tutti i ponti boemi d’una certa epoca – un Nepomuceno s’inclinava di fianco verso le acque, mentre una lampada rossa gli proiettava in viso una luce incerta, mostrando anche nella notte la sua faccia dolorosa. Duecento passi più in là, al cominciare dell’abitato, mi accolse un vecchio arco gotico, che s’apriva in una torre massiccia e nera con certe decorazioni di visi feroci d’hussiti e lanzichenecchi e mi passò innanzi per una via stretta e fonda, ove sbadigliavano dei fanali a poca pressione e due file di case irregolari, capricciose, ora a tetto aguzzo, ora a terrazza, ora un misto di tutti e due assieme, ora con balconi appuntiti come rostri di nave che sporgevano fuori sopra il mio capo come il naso di un mostro insidioso o come il becco di una bestia griffagna che attenda; e quando, per un terrore istintivo affrettavo il passo di traverso verso l’altro lato, eccomi dinanzi ad un portico basso e largo, che pareva le fauci spalancate di un mostro, nel cui fondo qualche cosa si moveva e da cui ogni momento poteva uscire un urlo feroce. Finalmente la via s’allarga e si fa piazza. In alto, su di una colonna, Maria col Figlio bambino sorride d’infinito amore, ed è come tramani da Lei una forza pacificatrice che scenda su quei visi pallidi e duri, in cui, quando passano sotto il fanale sorprendo ancora un’espressione simile a quella dei medaglioni hussitici sulla torre massiccia e nera. L’«asen del Gonela»… – Uprchlicky italski? chiedo ad uno, levandomi il cappello. Egli mi risponde con molte parole che non capisco ed alcuni segni che bastano per orientarmi. I nostri «uprchlicky» stanno al di là della città, al di là d’un altro ponte, un chilometro più in là ancora. Mi rimisi in cammino studiando il passo, ma dubito ancor oggi se vi sarei arrivato, senza la fortuna d’un incontro. Al di là del ponte, al margine destro della strada incominciava un bosco, uno di quei boschi che s’incontrano spesso in Boemia, così ben lisciati, ravviati, pettinati e così ben in squadra che se un giorno si mettessero in marcia, nessuno farebbe le meraviglie di Macbeth, quando sul suo castello vide muoversi la selva di Ronsdale. Uscivano proprio in quel momento da quel bosco due ragazzotti in sui tredici anni, trascinando per le radici disseccate un gran ceppo, tutto buchi, nodi e fessure con qualche sasso bianco conficcato entro la ventraglia screpolante. Ih! Eh! Uh! gridava il primo ragazzo arrivato già sulla strada. «Ah! l’è come l’asen del Gonela» , esclamava l’altro, dando l’ultimo spintone al ceppo che venne a rotolare ai miei piedi. Voi pensate già che l’aver citato «l’asen del Gonela» può far le veci di ogni presentazione; e così arrivai in pochi minuti, camminando dietro il ceppo che mi guardava con quei suoi occhi di sasso bianco, al quartier generale dei profughi. In circolo coi profughi Qui l’aspetto e l’accento usato. Era l’ora della cena. Pregai di non interrompere, e mi fecero così tra un boccone e l’altro il racconto delle loro miserie. Ora andava meglio; i pagliericci e le coperte erano venute, i vestiti si attendevano per la settimana ventura. Anche qui un professore di religione che aveva studiato a Roma, serviva d’interprete tra i bisogni dei nostri e il buon volere del Capitano distrettuale. Quand’ebbi terminato di fare gli appunti e chiuso il protocollo dei desideri, i profughi avevano finito di trangugiare la loro cena e vennero a sdraiarsi sui pagliericci più vicini a me, a cui, per onore, s’era ceduta l’unica scranna del quartiere. Dalla tavola di mezzo veniva la luce scialba d’una candela semi morente, ma una striscia rossa d’un chiarore più forte usciva dal focolare in ferro (su cui bolliva, dono dei profughi all’ospite patriota, il caffè nero), passava sopra il ceppo, intorno al quale frugavano due bambini e s’allargava ai piedi del pagliericcio a me più vicino. Tutti mi stavano a guardare e facevano mille domande e sollevavano mille questioni; se fosse vero che il paese di L. è bruciato, come avevano scritto gli uomini dalle trincee, se fosse vero che l’Italia vuole la pace, come ha scritto un giovanotto di Rovereto che fa il cameriere a Vienna, se fosse vero che in primavera si va a casa per coltivare i campi, come aveva saputo dire un soldato venuto in permesso da Innsbruck. Povera gente; mi par di vederli ancora tutti, ad uno ad uno. Donne 16, ragazzi 5, bambini 8, uomini 10, di cui 6 invalidi, segna il mio registro. Ma cosa valgono queste cifre? Ogni viso che mi sta dinnanzi ha una lunga storia, una storia diversa, perché qui per un caso bizzarro si sono incontrate persone di Val Gresta, di Valsugana, di Lavis, di Trento e di Rovereto. Qualcuno è arrivato in questa stanza, passando per Salisburgo, qualche altro dopo una lunga odissea nel campo di Leibnitz, qualche altro ancora dopo mesi di lavoro sulle trincee e gl’invalidi infine dopo aver attraversata l’Ungheria, la Polonia o la penisola balcanica. Come dei pezzi di carta (pagine lacerate dal libro della vita), spinti dal capriccio del vento che sorge improvviso non si sa donde e si muove in giro non si sa dove, fogli leggeri che vengono sbattuti al suolo e sui muri del cortile, in un vortice, senza volontà e senza resistenza, finché, cessato il vento, si trovano riuniti nel canto più oscuro e riparato. Chiaro di luna Tra breve andrebbero a letto e spegnerebbero il lume, perché le candele costano un occhio della testa. L’«andare a letto» è cosa del resto così poco cerimoniosa! Slegarsi le scarpe, cavarsi la giacca e poi abbandonarsi di peso sul sacco di paglia, è presto fatto. Ogni sera – mi dicono – è lo stesso lamento. Una sposa ricorda immancabilmente le sue 30 paia di lenzuola di bucato avute in dote e che ora riposano in fondo ad un cassettone, o chi sa dove? Un vecchio buffone rompe per l’ultima volta il silenzio che precede immediatamente il sonno con quest’uscita: e sovratutto mi raccomando di tener nette le lenzuola! Poi ancora qualche botta e risposta, qualche zittio, lo strillo fuori programma di un tenero bambino, che la mamma appaga subito, offrendogli il seno, poi silenzio. Nel quartiere dei profughi è notte profonda alle nove e l’oscurità è rotta solo da qualche guizzo rossastro della fiamma del focolare, che rivela ancora qua una casseruola, là un cucchiaione appeso al muro, in un canto un pezzo di polenta riservata per la colazione dell’indomani ed oggi, fra le legne, quella testa bizzarra del ceppo, che pare un polipo con gli occhiacci bianchi e cento tentacoli vischiosi. Quando, come oggi, entra la luna, la scena è ancora più fantastica. In alto, longitudinalmente, le donne hanno tirato una corda, su cui pendono le camicie e le mutande ad asciugare. – Sarebbe meglio fuori, e di giorno, penserete voi.– Sicuro, ma di giorno bisogna pure averle indosso. Ora, quando la luna entra per la finestra, proietta sul muro di rimpetto gli spettri di quei poveri indumenti umani, li commuove e dà loro vita propria. Il profugo sdraiato sul pagliericcio fatica a prender sonno, perché fa freddo, lo stomaco è leggero e le ossa sono indolenzite. Rimane così a lungo con gli occhi sbarrati innanzi a quelle ombre appiccate in aria, ad ognuna delle quali sa attribuire un nome ed una storia. I loro sogni Tutti i profughi sognano ed hanno migliaia di sogni da raccontarmi. Sognano, occorre dirlo?, sognano la patria. Questa qui, dice la sua mamma, presentandomi una fanciulletta sui 12 anni, va tutte le notti a pascolo – colla sua capra. «Boda, boda, boda!» grida nella notte la bambina, mettendo fuori il braccio nelle tenebre come ad offrire il sale alla sua bestiola. E le pare d’essere al suo paese, verso il crepuscolo, quando spunta sulla piazza la gran mandra di capre, con in mezzo il becco maestoso che imperversa a destra ed a sinistra, e dietro il capraio il quale accompagna col corno quel concerto babelico di centinaia di campanelli. Allora la fanciulla attende ad un noto svolto della via e, protende la mano, «boda, boda», grida e la capretta di mezzo alla mandra risponde con un belato al richiamo conoscente. Un altro, il vecchio buffone delle lenzuola, è meno sentimentale. Ogni sera, avanti prendere il sonno, corre col pensiero alla patria lontana, al suo paesello della Val d’Adige, alla sua casa abbandonata provvista d’ogni ben di Dio ed in essa, ad un cantuccio riservato della sua cantina, ove conservava con estrema gelosia un botticello di quel miracoloso, il gotto per gli amici intimi e per i casi straordinari. A nessuno della famiglia aveva mai permesso d’entrare laggiù e nessuno vi era penetrato se non con lui, quando al lume della lanterna e colla pignatella in mano si doveva festeggiare la conclusione d’un affare buono o avviarne un altro della stessa specie. Allorché capitò l’ordine di partire, il nostro uomo era corso in cantina, aveva raccolte attorno al caratello prezioso alcune bottiglie “specialità” e poi aveva tirato su a calce ed a mattoni una parete che dividesse quel sacrario dal resto del mondo. Così se n’era venuto via col cuore abbastanza in pace. Ma negli ultimi giorni giungevano in Boemia certe voci inquietanti, che non lasciavano pigliar il sonno al legittimo e geloso proprietario. Ed ecco che quando tutti tacciono ed egli rinchiude gli occhi, vede con infinita chiarezza, come se potesse toccarlo, il botticello venerando troneggiare sulle «piane» con intorno quelle tal bottiglie che gli fanno corona; ma poi nell’ombra s’avanzano delle figure ignote che tastano col piccone i muri e, incontrata la cedevole mattonata, la squarciano d’un colpo, gettano un grido di sodisfazione, agguantano e stappano le bottiglie, poi mettono le loro manacce addosso al sacro ordigno, vi fanno cigolar dentro il trapano, finché il prezioso liquore zampilla nella pignatella e quando questa è piena, in tutti i vasi della cantina che vengono loro sotto mano e quando sono pieni anche questi, che il vino spruzzi e s’effonda per ogni dove; e il povero profugo suda tutto a veder quello scempio e vorrebbe tendere il dito per arrestare quel zampillo, che ora gli par vino, ora come il suo sangue che gli esca dalle vene e gli consumi la vita. Intanto quelle faccie, arrossate per il vino e per il riflesso delle torcie sghignazzano e bevono, bevono e sghignazzano e toccano i bicchieri strizzando l’occhio, come per dire: evviva il signor padrone che dorme sulla paglia in Boemia! Ah, canaglia! urla allora il profugo, e l’urlo che gli esce finalmente dalla strozza, lo sveglia di soprassalto. Un visionario per eccellenza Ma il visionario per eccellenza, il sognatore perpetuo della compagnia è un giovanotto pallido e dimagrito, coi muscoli del viso come corrosi dalla fatica ed i nervi tesi da uno spasimo che non dà tregua. Era di professione tipografo; partì coi primi reggimenti, fu della partita a Krasnik, al San, sui Carpazi, finché una sciabolata di un cosacco, durante una ricognizione, lo abbatté come morto sull’orlo di un bosco. Dopo una lunga convalescenza in un ospitale ungherese, venne dichiarato invalido e poté raggiungere una sua sorella, tra i profughi. Qui, durante il giorno i lineamenti del suo viso vanno ricomponendosi in un’espressione relativamente tranquilla ed i suoi occhi azzurri riguadagnano uno sguardo quieto e sicuro. Ma la sera pare tutto un altro! (racconta il suo vicino). Dorme cogli occhi aperti, allargando smisuratamente le pupille e fissando inorridito tutte quelle ombre appiccate nel vuoto, che gli dicono e ripetono inesorabilmente: Siamo noi, siamo i cosacchi, ti prendiamo, sei nostro! Un urlo esce dalla sua strozza. Allora i suoi camerati gli dicono delle parole di conforto per calmarlo. Voltati sul fianco, Oreste, gli grida dal fondo dello stanzone sua sorella! E Oreste si volta e tende tutte le sue forze per costringere la sua fantasia a veder quadri più sereni. Pensa alla sua vita di tipografo quando sedeva alla linotype, e con rapida mano calcando sulla tastiera faceva cadere per i canali di vetro le matrici ad una ad una e ne formava parole e righe di piombo; ma a poco a poco le lettere che gli stanno davanti sul leggìo verde si scompongono, si contorcono, ingrandiscono enormemente, assumono un aspetto minaccioso e fanno una smorfia feroce… I cosacchi, sempre loro! Una sera che proprio non aveva requie, una vicina gli mandò il suo bambino a tenergli compagnia, un bambino di tre anni, paffutello, roseo, ricciuto, e vivacissimo. Il bambino gli aveva gettato le braccia al collo, aveva posato la sua testina bionda sulla sua spalla destra e poi, voltandosi verso chi l’aveva mandato, le domandava a mezza voce: Così, va bene, mamma? Oreste aveva giocato con lui, poi s’erano addormentati tutti e due quasi contemporaneamente. E i suoi sogni furono dolci. Gli pareva di viaggiare in un treno che filava verso sud. Il carrozzone era chiuso da tutti i lati, ma in alto e sui due fianchi delle feritoie trasversali lasciavano penetrare l’aria umida della notte. Nel carrozzone altri venti profughi giacevano sdraiati e semiseduti in preda al sonno, ma di tutta quella massa vivente s’indovina appena qualche lineamento più pronunciato. Il treno filava sempre verso sud: boschi, praterie, acque scroscianti. Ad un tratto la cultura del suolo si cambia, appaiono le colline come rivestite a scacchi: è la vite! Oreste si stringe avidamente alla parete sinistra del carrozzone e guarda ad oriente. Già nasce l’alba fra le cime del Catinaccio e nel cielo bianchissimo si distingue l’orlo azzurrognolo delle Dolomiti, mentre di contro, sulle cime del Roen, si spengono lentamente le ultime stelle. È il ritorno, è la patria! Il cuore batte con violenza, egli sente montare il sangue alla testa e venir sulle labbra un bisogno irresistibile di gridare e svegliar tutti perché sorgano a salutare la terra natale; ma in questo momento il bambino biondo s’arrampica sul suo corpo stremito e tremante di commozione, gli getta le braccia al collo e gli chiude la bocca con un bacio… Così, proprio come adesso, nella valle della Berounka, entro il quartiere dei profughi, sul saccone di paglia. Il sorriso dell’innocenza Quand’ebbero finito il racconto dei loro sogni, nel focolare crepitava l’ultimo tizzone ed il lucignolo della bugia s’agitava penosamente. Uomini ed ombre si confondevano oramai in un’ultima lotta colle tenebre della notte. M’alzai per dire addio e già mi venivano sulle labbra le considerazioni ch’erano maturate durante la serata nel mio spirito: bisogna farsi coraggio, lottare contro le avversità e non disperare della provvidenza; farsi in uno sforzo quotidiano l’animo d’acciaio, per ritrovare più tardi in se stessi la forza di ricostruire un mondo migliore. A che avrebbe giovato questa gran guerra se avesse rivelato in noi della debolezza e della viltà? Guardiamo a questi nostri bambini. Essi saranno migliori di noi, se potranno ricordare con quanta dignità e con quanta forza abbiamo resistito a tanta sventura. Ma invece di pronunciar queste parole, mi chinai verso il bambino paffutello e roseo che mi stava a guardare, sorridendo, lo levai in alto sopra i profughi che mi circondavano per congedarsi e risposi al saluto di tutti, baciandolo colle labbra tremanti sui suoi riccioli biondi. "} {"filename":"b06371fe-bd0d-4059-b957-47979cd043ab.txt","exact_year":1918,"label":0,"year_range":"1916-1920","text":"Ogni qual volta durante questa guerra mi sono alzato in piedi in questa Camera come rappresentante del Trentino, ho sentito nel mio animo la voce ammonitrice della coscienza che mi gridava: Come puoi, prendendo la parola dalla tribuna parlamentare, fare credere a te stesso di essere un libero rappresentante di un libero popolo, mentre in realtà il tuo popolo vive in schiavitù politica e tu stesso a mala pena godi degli elementari diritti di cittadino? Soprattutto come puoi partecipare a questa discussione delle popolazioni austriache sulla guerra e sulla pace e sul loro futuro destino politiconazionale, senza esporti al rischio che ciò che tu dici venga sentito soltanto come l’espressione avvilita e opportunistica di una situazione di costrizione e, dall’altro lato, che ciò che tu non dici venga interpretato come mancanza di una precisa idea sull’avvenire nazionale del tuo popolo? In realtà, signori miei, questo dibattito parte da un falso presupposto, cioè che si possa condurre una discussione sul dilemma libertà politica o tirannia, mentre la prima è tenuta in catene dalla seconda. Questo falso presupposto è stato alimentato dal presidente del Consiglio dei ministri , quando egli ci ha attirati a discutere sul diritto di autodeterminazione dei popoli, come se questo principio per il governo stesse veramente in discussione, come se la oligarchia militare fosse in disarmo e l’autocrazia attendesse soltanto i risultati concreti delle nostre consultazioni, per poi dimettersi subito. Ognuno sa però che così non è. Per i signori al banco del governo il diritto all’autodeterminazione rappresenta tutt’al più una libertà relativa che si adegua alla momentanea situazione con la riserva dell’assolutismo; per il potere realmente governante, ma al di fuori del Parlamento, il diritto all’autodeterminazione è soltanto un cattivo slogan dell’Intesa, contro il quale bisogna combattere con tutte le armi della «vecchia tradizione austriaca». Un esempio tipico addirittura classico di questa doppiezza, di questo metodo ipocrita è dato proprio da come è stata trattata la questione tridentina immediatamente prima e dopo lo scoppio della guerra. Tempo dopo è stato reso noto a tutti con la pubblicazione del Libro rosso austro-ungarico che il governo austro-ungarico nell’inverno e nella primavera 1915 aveva condotto lunghe trattative con l’Italia sulla questione delle compensazioni secondo l’articolo VII del trattato della Triplice Alleanza e che alla fine da parte del conte Buriàn fu avanzata anche una formale offerta che riguardava soprattutto il nostro paese . Ebbene, il Trentino, «les districts qui forment ce qui s’appelle communément le Trentino», come scrive il conte Buriàn in una sua nota, fu esplicitamente o implicitamente in primo piano delle trattative per almeno quattro mesi. In tutto questo tempo è venute in mente al governo comune o a quello austriaco, almeno quando si trattava di definire l’estensione e il momento preciso della cessione, che questi «districts» erano abitati anche da uomini e che questi uomini avevano eletto dei deputati? Sorrido ancora quando penso a quel giornalista americano − credo che appartenesse a un gruppo di testate favorevole alle potenze centrali −, il quale nel periodo critico venne a Trento e mi domandò quali dichiarazioni avremmo fatto noi deputati della regione al governo su tale questione. Quando io risposi che non sapevamo nulla e che non dovevamo sapere nulla, la cosa parve a lui talmente paradossale, talmente inconcepibile che non riusciva a riprendersi dallo stupore. Due epoche, due mondi si fronteggiavano. Ma che cosa avrebbe potuto dire quell’americano se fosse venuto a sapere che alcuni deputati erano sì stati informati, ma non i rappresentanti della popolazione in questione, del cui destino si stava trattando , bensì i rappresentanti della nazione dominante, i quali dovevano poi esprimere la loro opinione sul futuro della nazione dominata. E come si sarebbe egli meravigliato se avesse saputo che, oltre a questi riguardi per la suscettibilità del dominio straniero, ebbe un suo ruolo anche la preoccupazione che − come risulta dal Libro verde italiano − il principe Bülow espresse al ministro Sonnino che Sua Maestà l’imperatore d’Austria avrebbe potuto perdere il titolo di conte del Tirolo? [Ilarità] Tutte queste erano piccolezze in confronto a ciò che doveva accadere dopo la rottura con l’Italia. Allora sì che abbiamo veramente visto la più coerente applicazione del diritto alla autodeterminazione nazionale! Deputati che avrebbero dovuto avere un ruolo del tutto passivo vennero mandati permanentemente in esilio, i rappresentanti della classe intellettuale, innanzi tutto il vescovo principe, vennero arrestati ed internati. Centinaia di insegnanti e di funzionari pubblici furono sospesi e processati, si presero ostaggi, e entrò in azione una tale dittatura militare come nessuna provincia italiana aveva conosciuto, neanche ai giorni dell’Haynau. A questo proposito non voglio ripetere cose che già sono state dette. Le forze militari vi attuarono sistematicamente un preciso programma. Il programma era il seguente: eliminazione dell’elemento italiano. I metodi erano militari, il programma era però di lunga data; è il programma dell’orientamento radicale tedesco del popolo tirolese. Noi lo conosciamo già da prima e finché eravamo in piedi lo combattemmo con le nostre forze congiunte, impedendo che fosse applicato in pieno. Ma ora che siamo stati abbattuti dal pugno militare, ci risuonò nuovamente nelle orecchie come un ululato di guerra dai boschi di Teutoburgo. «Diventare tedeschi o sparire» si diceva al congresso di Vipiteno in occasione della fondazione del Tiroler Volksbund, «Nessuna autonomia, nessuna amministrazione autonoma, nemmeno la più moderata, ma servi in eterno», ci è stato gridato nella dichiarazione costituzionale dei partiti della Dieta tirolese. Eppure, signori miei, considerate questo: questi italiani, contro i quali si scatenò l’ira persecutoria, erano pure italiani austriaci, dai quali Macchio era stato incaricato di dichiarare a Roma «que le Gouvernement Impérial Royal veillera tout particulièrement à la sauvegarde de leurs intérêts nationaux». Questa popolazione, alla quale viene imposta adesso con mano violenta la scuola elementare tedesca, è pur sempre la stessa alla quale il barone Macchio aveva promesso quell’università italiana, per la quale il barone Hussarek stesso era preoccupato di trovare una degna sede a Vienna durante le trattative con l’Italia. Questi soldati di lingua italiana che vengono ora vilipesi, maltrattati, degradati e messi in compagnie disciplinari sono pur sempre gli stessi dei quali Buriàn aveva detto al duca di Avarna , il 15 marzo: «ils se battent vaillement pour l’intégrité de la Monarchie». Perché questo brusco cambiamento? Non ci è dovuta nemmeno una risposta formale. Dalle redazioni tirolesi ci è stato gridato: «Ora non dobbiamo più avere nessun riguardo per l’Italia!». Non so se i politici di Innsbruck abbiano riconosciuto il significato di questo monito. Esso non voleva dire però nulla di meno di quanto segue: voi italiani in Austria siete come tali messi al bando, un piccolo frammento di popolo che è condannato a sparire sotto la pressione della nazione più forte. Tutto quello che noi vi abbiamo dato, tutto quello che vi abbiamo promesso lo è stato solo in considerazione della vostra nazione unita in uno Stato potente. Con riguardo all’Italia voi potete raggiungere qualcosa, senza l’Italia per voi non esiste alcun diritto nazionale, nessuno sviluppo politico. Questa è, Eccellenza, applicata alla nostra situazione, il vero insegnamento che il governo lascia dedurre dalla sua politica e dalle sue azioni, con una logica dal suo punto di vista sorprendente. E se noi dovessimo distaccarci da questa unione statale, allora il governo e i partiti tedeschi dovrebbero chiedere alla loro coscienza se non hanno fatto tutto il possibile per renderci più facile questo passo. Se non vi fossero altre ragioni, sarebbe questa politica stessa che si sarebbe incaricata di assegnarci nelle grandi questioni decisive per il destino del nostro popolo il posto di osservatori impotenti. E così sarebbe nella logica della mera situazione politica che noi rinunciassimo in maniera assoluta a comparire in questa sede. Ma non si tratta soltanto dei diritti politici del nostro popolo; questa guerra dalla durata terribilmente lunga ha messo in dubbio anche l’esistenza del nostro popolo. Noi dobbiamo adoperarci per salvare il nostro popolo, facendogli superare questa crisi esistenziale; e allora voglio tentare di rivolgere a coloro che hanno in mano il potere un ultimo appello. Signori miei! Dei circa 350.000 trentini che attualmente vivono entro i confini austriaci, circa 300.000 si trovano nella linea del fuoco o immediatamente dietro il fronte; i rimanenti vivono in comuni stranieri o in baracche nelle retrovie. Conosco le loro condizioni, ho fatto loro visita in Valsugana dove, con enormi sacrifici personali e mettendo a rischio la loro stessa vita, tentano di liberare il terreno rimasto incolto per tre anni dalle erbacce e dal materiale bellico residuo. So che in Vallagarina conducono una misera esistenza nelle cantine, so che nella zona di Trento debbono coltivare i loro campi con il fucile in spalla per difendere i prodotti dalle rapine dei soldati, so che nelle Giudicarie e a Primeiro la fama è un’ospite fissa di ogni focolare domestico, so che in tutte le altre zone, oltre a tutte le altre conseguenze della guerra, grava direttamente il peso immane di due armate che rubano in parte i magri prodotti dei campi (in un comune della Val di Fiemme fino al 40% della raccolta di patate), o fanno orrendamente salire i prezzi attraverso in contrabbando e il baratto, contendo i viveri alla popolazione civile. Una parte minore di questa gente vive nelle zone interne e colà vi sono distretti nei quali la questione esistenziale non è molto evidente, ma in molti altri ho constatare con orrore che bambini e vecchi muoiono in progressione spaventosa, che fiorenti ragazze in gran numero portano nel loro petto il germe della morte e che le altre per il pane quotidiano debbono addirittura combattere con la popolazione locale Questo è oggi il popolo trentino. Non più un popolo, ma la rovina di un popolo, membra sparse di un organismo in agonia. Mi rivolgo ai signori del governo e grido loro: «Ecce homo!» Guardate in che condizioni si trova oggi il tanto discusso Trentino, guardate voi tirolesi tedeschi come appare in realtà il tanto odiato Welschtirol; guardate voi burocrati della persecuzione come i tanto sospettati irredentisti si possono dare daffare; guardate infine dittatori militari come il paese è ormai dissanguato e rispondetemi apertamente e schiettamente: ha ancora senso cacciare come cani arrabbiati questi esseri umani così tormentati dalle preoccupazioni della pura esistenza, perseguitare questi affamati con evacuazioni politiche e esili, con processi pazzeschi, vessarli con ogni sorta di violente misure poliziesche e militari? Mi appello non soltanto al vostro cuore dal punto di vista dell’umanità, mi appello anche alla vostra ragionevolezza e dico con la massima schiettezza: se il Trentino apparterrà all’uno o all’altro Stato ormai questo lo decideranno le armi. Noi «non combattenti» non potremo esercitare alcuna influenza su tale questione, e ciò che a tal riguardo fermenta nel cervello di un trentino è almeno sino alla conclusione della pace totalmente irrilevante. Perché gli organi di governo esauriscono i loro scarsi talenti e sprecano il loro tempo nella più esatta vivisezione della psiche trentina, perché ricercano ovunque sentimenti infidi e traditori; perché continuare ancora a gettare uomini in prigione, a tenerli lontani dalle proprie case a languire? A che cosa serve tutto ciò? Se avremo presto la pace, allora si deciderà a chi andrà questa regione. Se verrà ceduta all’Italia, temono forse i signori persecutori che non avranno fatto abbastanza in questo campo per meritarsi una lapide di ferro alla memoria? E se tutto dovesse rimanere come nel passato, credono forse che in seguito non avranno la forza di spazzare via con la scopa di ferro tutto ciò che a loro non aggrada? In questo momento però la fame e la comune umana miseria dovrebbero imporre anche a colui che odia più selvaggiamente una specie di «tregua Dei». Debbo tuttavia anche riconoscere che nelle lontane regioni della monarchia, lì dove i trentini si presentano come profughi, non soltanto nei distretti slavi, ma anche in quelli nazionali tedeschi dell’Egerland, si sono spesso fatti valere anche presso gli organi di governo solo punti di vista umani. Era però sufficiente che la Cancelleria provinciale di Innsbruck − così io chiamo la luogotenenza − in seguito ad un qualsiasi avvenimento e con qualsiasi pretesto mettesse bocca in una questione di profughi in Boemia, Moravia oppure nella bassa Austria, per farci sentire la rude e crudele mano delle beneamate autorità patrie. I nostri insegnanti debbono languire come profughi chissà dove, mentre i figli dei profughi senza scuola si inselvatichiscono da tre anni, perché la Cancelleria di Innsbruck si è opposta all’assunzione di questi insegnanti. Se fuori le cose stanno così, si può ben immaginare in che modo sentiamo questa morsa nel paese stesso. La Cancelleria di Innsbruck, dove i legami tra l’arbitrio militare, le tendenze nazionali tedesche germanizzatrici e la limitata miopia politica tirolese si sono intrecciati in un costante filo conduttore politico, questa Cancelleria di Innsbruck dovrebbe una volta fermarsi davanti alla nostra miseria e smettere di intervenire chirurgicamente su mezzi cadaveri. Che smettano di spingere alla carestia, con i loro figli, poveri insegnanti elementari che hanno dedicato tutta la loro vita per una somma irrisoria alla nostra gioventù, che smettano di impedire il ritorno in patria degli esiliati, che smettano di sovraccaricare i capitani provinciali con i loro decreti presidenziali su controlli politici e su misure repressive, mentre fuori nell’anticamera la popolazione affamata grida per avere pane! Ma ha tutto ciò politicamente un senso? Osservato da un punto di vista sociale non è un delitto contro l’umanità che proprio nel momento della più grave miseria, che reclama una riunione di tutte le forze, le classi dirigenti che un tempo costituivano la spina dorsale della nostra società, siano sistematicamente tenute lontane da ogni attività sociale e caritativa? Parlerei volentieri in questo contesto di un processo militare di massa che pende sul paese ormai da dieci mesi, senza in realtà essere portato a termine e che, secondo informazioni sicure, minaccia di diventare uno dei più grossi scandali della giustizia militare . Oggi non lo faccio ancora, perché dubito della ragionevolezza e della lungimiranza di coloro che hanno intentato questo processo e temo per le persone colpite quanto potrebbe loro derivare dal senso di giustizia di costoro. Se mi dovessi sbagliare, se fra loro vi fossero uomini di cuore e di mente, i quali avessero il coraggio di compiere un’opera di giustizia, allora anche questo mio breve appello non sarebbe stato vano. Ma anche Sua Eccellenza, il presidente del Consiglio dei ministri, avrebbe personalmente occasione di compiere un atto di riparazione. Fu lui che come ministro dell’Istruzione si incaricò di coprire col manto della ipocrisia giuridica un atto arbitrario del potere militare nei confronti del vescovo principe di Trento. Come complice egli conosce il caso nei dettagli. Egli sa che il vescovo principe ha insegnato soltanto: «Date a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio!». Una formula evangelica, signori miei, alla quale sono ricorsi come a un’ancora di salvezza gli insegnanti di religione nel periodo dei sovvertimenti politici, dalla rivoluzione americana fino ai giorni nostri, ogni qualvolta che i potenti esigevano dai popoli anche ciò che Dio ha riservato all’uomo libero. Eccellenza, questo è il Vostro peccato personale. Voi potete ancora pentirvi in articulo mortis e, per quanto è ancora possibile, riparare secondo tutte le regole del diritto canonico. Eccelsa Camera! Mi affretto a concludere. Forse il mio appello sarà inutile, forse si perderà in questa atmosfera di odio e di incomprensione. Se penso che noi stessi, che siamo chiamati a difendere la sorte del nostro popolo, noi deputati, siamo oggetto di quella stessa persecuzione che volevamo sapere di tenere lontana dalla nostra gente; se penso che poco tempo fa due capitani provinciali sono stati incaricati a mobilitare − invano − gli elettori contro il deputato Conci, mentre gli si voleva vietare ogni contatto con la patria negandogli il lasciapassare − una cosa simile è accaduta anche a me durante le ferie −, allora dubito molto che si dia ascolto alle mie parole . Ciò nonostante ho tentato, perché mi sembrava che fosse giunto il momento psicologico, in cui gli uomini, anche i più peccatori, sentono il bisogno di compiere un atto − come diceva il presidente del Consiglio − di riconciliazione. Forse, ho pensato, si avvicina il giorno in cui ci potremo nuovamente ricordare una iscrizione, ora sparita, sul nostro monumento a Dante. Questa iscrizione ha una piccola storia molto significativa per il momento che abbiamo attraversato, Quando scoppiò la guerra con l’Italia, l’esercito che entrò a Trento si trovava nello stato d’animo dei legionari di Mummio alla conquista di Corinto. [Ilarità]. Tutti i monumenti di poeti e artisti italiani dovevano sparire durante la notte; solo al grande e meraviglioso monumento a Dante non si osò avvicinarsi. Per molto tempo però si lavorò attorno a esso, e si videro molti scalpellini in uniforme militare che vi battevano intorno per settimane e settimane. Quando si allontanarono tutte le iscrizioni erano state cancellate, come era stato ordinato. Una di queste diceva: «Inchiniamoci italiani. Inchinatevi. stranieri. Deh, rialziamoci. affratellati nella giustizia». Vi prego di ascoltare come fosse innocente questa scritta: «Inchiniamoci italiani! Inchinatevi stranieri!E alziamoci affratellati nella giustizia!» Si è potuto cancellare questa scritta dal marmo del monumento a Dante, ma non dal nostro cuore. Oggi speriamo più che mai che il grande giorno della fratellanza dell’umanità fondata sulla giustizia non sia lontano. Abbiamo fiducia che noi − dato che abbiamo già citato Dante − «da questo inferno di orrore e di tormento» finalmente risorgeremo per approdare come il nostro divino poeta sull’isola della luce, davanti al mare aperto, sul quale si avvicinano gli spiriti cantando in coro: In exitu Israel de Agillo. Con quanto di quel salmo è poscia serillo! [Vivace applauso e battimani]. "} {"filename":"79f39b06-acfc-459a-b446-3c2dfdb31c38.txt","exact_year":1918,"label":0,"year_range":"1916-1920","text":"Riceviamo: Ritornavo dalla Boemia col cuore pieno di angoscia per aver contemplato da vicino l’immensità della sciagura che incalza ormai la nostra povera gente, quando mi raggiunse la notizia della fine di Oscar Ulm. Mi raccontarono com’era vissuto negli ultimi mesi, come morì a poco a poco, non tentando nemmeno di resistere alla distruzione, finché si spense solo, in un ospedale pubblico. Un suo autorevole amico arrivò appena in tempo sul cimitero ad impedire che la salma scomparisse ignorata in una fossa comune. E allora, come un folle grido mi si sprigionò dal petto, e dicevo al suo spettro che mi si parava dinanzi colle carni distrutte: Perché non ci hai scritto, perché non ti sei ricordato dei tuoi amici trentini, perché non ci hai fatto dire una sola parola che t’avrebbe salvato alla tua famiglia ed al tuo paese? Perché? È una domanda superflua ed irriverente per chi lo ha conosciuto, cosicché, a maggior riflesso, me ne vergogno. Oscar Ulm era un uomo che non s’era occupato mai della sua persona. Teneva la testa in alto fra i sogni dell’arte e le disquisizioni scientifiche e per il resto s’abbandonava a quello che decidevano gli altri uomini: e questa volta gli altri uomini fanno la guerra, la quale gli tolse prima il sostegno della moglie e le carezze delle sue bambine, poi lo strappò dal giornale che amava come una seconda famiglia per gettarlo in una caserma e di lì, ormai infiacchito e sperduto, lo lasciò andare alla deriva. In quest’ultimo periodo, oltre che il vestito aveva anche l’animo a brandelli, né l’aiuto offertogli dagli amici di laggiù, né la prospettiva di ricoverarsi presto tra le mura paterne valsero a confortare il suo spirito ormai affranto. Era un naufrago su di un’isola remota che non guarda nemmeno più all’orizzonte, perché ormai dispera di vedervi spuntare la nave della salvezza. Negli ultimi giorni barcollò ancora tra le mura di Gorizia anch’egli, dentro e fuori, tutto una rovina come la città dei suoi padri; poi scomparve. Al di là di questi ultimi mesi oscuri, rifacendo a ritroso il cammino di pochissimi anni, la nostra memoria si ricrea ancora dell’immagine luminosa di quell’Oscar Ulm che tutti amavamo per la squisita nobiltà d’animo e per la distinta [...] per la vastità della sua cultura letteraria ed artistica cui una naturale modestia poteva velare ma non nascondere. Il «Trentino» (o suono remoto di un nome che ricompare solo nei necrologi!) è orgoglioso d’averlo avuto quale collaboratore e se potesse lanciare ancora dalla nostra vecchia duplex, che conobbe le nostre comuni impazienze, le sue migliaia di copie, vi celebrerebbe Oscar Ulm come un ideale cavaliere della penna e della parola. Invece raccogli tu, caro Bollettino, questo tronco lamento, e trasmettilo ai profughi ed agli esiliati. Anche Colui, di cui piangiamo la morte, era profugo e, prima d’abbandonare il nostro paese, diede la sua opera assidua al Segretariato nella sede di Mezzolombardo. Del resto so bene che per destare la commiserazione oggi meno che mai abbiamo bisogno di giornali e di discorsi funebri e che proprio quando ci mancano gli organi d’una vita morale collettiva, il senso di reciprocanza nel dolore e nella gioia è divenuto in noi tutti più forte, quasi per una reazione dello spirito al difetto della materia. Il «Trentino» non l’ha potuto dire a nessuno, ma io sento che migliaia dei nostri fedeli lettori hanno pensato con gratitudine al suo redattore scomparso ed hanno confidato a Dio nostro Padre comune, il segreto della loro pena ed hanno rinnovato in un atto di fede e di speranza in Lui la solidarietà, di cui, finché poté, il giornale fu porta bandiera (a. d.) B. Relazioni del delegato De Gasperi "} {"filename":"2086974e-ff4d-470e-9ba3-dbdc10e4d7ae.txt","exact_year":1918,"label":0,"year_range":"1916-1920","text":"I sottoscritti si sono costituiti in comitato provvisorio per la pubblicazione del nuovo «Trentino» e ne hanno affidata la redazione al dott. Alcide Degasperi. Trattasi ora d’un periodo transitorio durante il quale ci riserviamo di far appello ai vecchi ed ai nuovi amici, a quanti hanno fede nel nostro programma, collo scopo di porre il giornale in uno stabile assetto finanziario. Frattanto urge in questo momento dare espressione ai sentimenti del paese. Ciò avverrà, salvaguardando quell’unità di spiriti che le persecuzioni e le aspirazioni comuni a tutti i trentini hanno ricostituito fuori di ogni competizione di parte. Possa il nuovo «Trentino» anche nel periodo di transizione, in cui l’insufficienza dei mezzi tecnici non ne permette il desiderabile sviluppo, penetrando fin nei più remoti paeselli delle vallate trentine, contribuire a far giustamente apprezzare il grande beneficio che la Provvidenza ci ha largito unendoci per il valore dell’ esercito italiano, alla Madre Patria e a ridestare tutte l’energie del nostro popolo che diedero in passato tanta prova di sé e che con moltiplicato ardore devono concorrere al benessere ed alla grandezza della Nazione. Trento, 22 novembre 1918. Avv. Enrico Conci, Dott. Alcide Degasperi Avv. Rodolfo Grandi, Dott. Guido de Gentili , Dott. Emanuele Caneppele. Alla vigilia della guerra, abbiamo spezzata la penna e sospeso il giornale perché la censura austriaca esigeva da noi silenzi, ammissioni, dichiarazioni, contro le quali la voce della natura insorgeva dal profondo della nostra coscienza. Oggi che la patria è redenta e riconquistata la libertà, proviamo, nell’atto stesso che un tempo ci fu famigliare, di rivolgere al pubblico trentino la nostra parola, gli effetti di codesta triennale paralisi, in cui ci ha piombati la feroce tirannia degli oppressori, ed a fatica troviamo le parole per dar espressione ai sentimenti ed ai pensieri che c’incalzano. In certe grandi ore della storia non vi sono che gli inni ed i salmi che possano dar sfogo adeguato agli animi agitati e come il popolo italiano da S. Giusto all’Ara coeli, dalla basilica di S. Vigilio alla cattedrale di Pisa, s’è raccolto a cantare il classico inno di ringraziamento, così noi trentini in particolare, dovremmo trovare una degna parafrasi dell’ antico «In exitu Israel de Aegipto, domus Jacob de populo barbaro» per cantare il salmo della nostra liberazione. A quali imprecazioni non ci darebbe diritto l’iniquo servaggio che ha macerato i nostri corpi ed ha torturato le nostre anime fino a ieri; quale parola di vendetta potrebbe apparire eccessiva, quando ripensiamo a codesto bel paese che avevano costruito i nostri padri e noi con uno sforzo di secoli, ora rovinato e distrutto, alle migliaia di figli di nostra gente sacrificati ad una tirannide sanguinaria sui campi della Galizia o sui Carpazi, alle migliaia di deportati o carcerati che lasciarono la vita o la salute o ogni loro bene, dispersi e cacciati come schiavi in tutta l’Europa centrale; quale grido d’indignazione potrebbe superare l’urlo unanime di questo popolo quando gli compaiono innanzi, anche nell’alba radiosa della vittoria, le venerate ombre dei suoi martiri, costretti dalla tirannide a scegliere tra la morte o una vita di servaggio ? E chi, chi mai ci potrebbe condannare, se oggi dopo quattro anni di terrore, liberati infine dalla minaccia della forca o della morte per fame, insorgessimo con un altissimo grido di maledizione per i persecutori, per tutti gli strumenti di un potere iniquo, che paese per paese, casa per casa, persona per persona ci sottoposero ad una lenta vivisezione, frugando nei nostri visceri, fin quando eravamo oramai semicadaveri; chi potrebbe trovare a ridire, se oggi che il vittorioso esercito italiano presidia la capitale enipontana, ricordassimo che molti dei nostri oppressori, molti che fino a ieri ci avevano preannunziato per l’avvenire un servaggio ancora più duro, sono ora ancora qua vicini a noi, ma non più vicini quali oltracotanti dominatori, ma vicini, su cui l’Italia trionfatrice può stendere il suo vindice braccio? Ebbene questa parola di vendetta, questa maledizione non uscirà dalle nostre labbra. Fino che l’Austria fu in piedi, fino che il popolo tedesco ebbro di vittorie metteva la scure all’albero della nostra esistenza, i rappresentanti del Trentino per quanto lo concesse la debolezza del numero e la terribile angustia dei mezzi, tennero testa all’immensa valanga che si rovesciava sul loro paese e gridarono in faccia ai potenti la protesta d’un popolo inerme; e chi rileggerà i protocolli del parlamento troverà ch’essi salvaguardarono almeno, se più non raggiunsero, la fiera dignità della gente trentina . Ma oggi che l’Austria è annientata per forza dell’esercito italiano, del nostro esercito nazionale, oggi che gl’ingiusti dominatori sono colpiti dalla folgore e il popolo tedesco è precipitato dal trono della sua superbia, sentiamo che la Somma Giustizia, la Giustizia di Dio s’è preso incarico delle nostre vendette e che in quest’ora solenne della storia, innanzi al Supremo Tribunale ripassano incurvati per sentire la condanna non solo gli anni dei nostri tormenti, ma i secoli tutti, in cui tante generazioni nostre gemettero sotto la dominazione straniera e sospirarono invano la libertà. In faccia a questo spettacolo, le nostre labbra invece che alla maledizione si aprono a ringraziare la Provvidenza ed a benedire coloro che ne furono i fortunati strumenti. Benedetti anzitutto questi prodi soldati d’Italia che col loro braccio vittorioso hanno scacciato lo straniero e ci hanno ridato la vita. O soldati d’Italia, se non v’abbiamo accolto come avreste meritato, se forse in qualche paesello di montagna vi parve di non trovare quel delirio di gioia che a buon diritto v’attendevate, non badate alle apparenze. Siamo montanari, asciutti per natura, e la secolare oppressione ci ha resi meno pronti all’entusiasmo ed alla gioia; ma il cuore palpita di riconoscenza per voi, e se scrivete alle vostre madri, o alle vostre sorelle, laggiù nelle varie provincie d’Italia, potete ben dir loro, senza tema di smentite, che tutti nel Trentino – fino alla più umile popolana –, apprezziamo il vostro sacrificio e vi rendiamo le più vive grazie con tutta l’anima. Scrivetelo, ditelo, che tutta la nazione lo sappia, non a traverso telegrammi ufficiali, ma per la vostra calda e viva testimonianza personale, che gli operai, i contadini, i preti, i ricchi ed i poveri, tutti i trentini comprendono e valutano lo sforzo che ha fatto la nazione per riunirli a sé e che questi nuovi fratelli liberati si propongono e giurano di essere riconoscenti verso la madre patria, col dedicare tutte le loro energie alla sua grandezza. Le alpi trentine furono per tanti secoli la porta d’Italia che il barbaro teneva socchiusa per poter irrompere a suo talento. L’esercito italiano l’ha ora chiusa per sempre, e noi, figli di questi monti, ci proponiamo d’essere moralmente e socialmente i «milites confinari» della nuova e più grande Italia. Questa sarà la nostra opera di gratitudine, il nostro fattivo ringraziamento. Benedetti in particolare i figli di questa terra che le consacrarono, al di qua e al di là della fronte, vita, energia, averi. Per tre anni, ramingando da un campo di concentramento all’altro e camminando in paesi stranieri alla ricerca dei deportati che la bufera aveva gettato su tutte le rive più lontane; o entrando negli ospedali e nelle baracche militari, o assistendo dai posti di ristoro al passaggio dei treni che andavano alle fronti; visitando gli ergastoli ove dei nostri fratelli scontavano peccati di pensiero contro l’ingiustizia, o vagando tra le rovine dei nostri bei borghi messi al sacco, chi scrive (come altri più benemeriti di lui) ebbe occasione di accumulare nel suo animo forzatamente muto tutta l’immensa sciagura che aveva colpito il nostro popolo . Ma accanto a questo dolore che faceva morire, un altro sentimento andava via via crescendo e rinforzandosi, ed era un senso di soddisfazione e di viva speranza, il sentimento che sotto i colpi di tanta sventura veniva ricostituendosi l’unità morale del popolo trentino; la certezza che la nostra psiche uscirebbe dalla dura prova come rifusa e ritemprata, che una nuova fratellanza nasceva e s’imponeva a tutti. Così quando il Vescovo fu incarcerato e poi bandito ad Heiligenkreuz, tutti sentirono ch’egli personificava la resistenza del paese contro le insidie dei dominatori, e Santacroce divenne luogo di pellegrinaggio, e chi dei molti che s’incontrarono sulla strada di Baden si chiese mai da qual partito, da qual classe venisse? Così quando più tardi s’innalzò il patibolo per Cesare Battisti , tutti sentirono ch’egli nell’atto di compiere l’estremo sacrificio, impersonava l’eroismo del Trentino in lotta per la libertà e chi mai in quelle ore di lutto per tutti gl’italiani ricordò le violente diatribe d’un tempo? Gli è che il nostro popolo, durante la guerra si è levato su con uno sforzo collettivo di energia morale, sorpassando le antiche barriere. I dissensi di idee, la diversità di interessi rimangono, ma al di fuori di tutto questo, tutti ci siamo elevati nell’aspirazione vivissima della giustizia e della libertà. Non abbiamo potuto seguire con la stessa attenzione il progressivo atteggiamento degli spiriti nelle varie fasi della guerra fra quei trentini ch’erano al di là dell’antica fronte; ma in questi ultimi tempi abbiamo potuto notare che l’auspicata fusione morale s’era compiuta anche tra loro. Ebbene, c’è bisogno in questo momento di affermare quale sia il nostro preciso dovere riguardo a questo preziosissimo retaggio, consacrato da tanto sangue e tanto sacrificio? Mantenere il nostro popolo, anche nei giorni di pace e di gioia, all’altezza a cui lo ha elevato la sventura; ecco quanto reclamano da noi i martiri, i morti, le vittime di questa guerra, ecco quanto chiede da noi la nazione in compenso dei sacrifici compiuti. A questo nobilissimo fine sia consacrata anche l’umile opera nostra! "} {"filename":"9264ab0a-5158-444e-9dfb-2704f6bc56b9.txt","exact_year":1918,"label":0,"year_range":"1916-1920","text":"Da oltre un mese è sospesa nel Trentino ogni amministrazione provinciale. La attività della giunta provinciale tirolese comprendeva a suo tempo la gestione degli enti provinciali – per il Trentino il manicomio di Pergine, Istituto di S. Ilario, la scuola agraria di San Michele, quella di Malè, le società di assicurazione incendi e di assicurazione del bestiame – la sorveglianza sui comuni, e la decisione in seconda ed ultima istanza sui ricorsi contro le decisioni delle rappresentanze comunali, infine la riscossione delle entrate e il pagamento delle spese provinciali (interessi del debito, impiegati, maestri, diete, giunte, costruzioni e riparazioni stradali, idrauliche e cosi via) . La giunta provinciale aveva una determinata ingerenza anche nel consiglio provinciale d’agricoltura, nominandone il vicepresidente e controllandone la gestione per la quale essa somministrava la maggior parte dei fondi; e analoga ingerenza aveva nel consiglio scolastico provinciale . Allo scoppio della guerra fra Italia e Austria alla giunta provinciale di Innsbruck erano stati tolti due assessori italiani confinati a Linz e gli stessi vennero anche, cessato il loro confinamento, impediti di riassumere la loro attività, venendo anzi, come è noto, destituito dall’Imperatore il vicecapitano Dott. Conci: per cui la giunta provinciale rimase monca pur continuando in qualche modo le proprie funzioni. In seguito all’armistizio cessava però naturalmente ogni ingerenza della giunta provinciale innsbruckese negli interessi della popolazione trentina; e non essendo stato sostituito finora alla giunta provinciale alcun organo con eguali o simili attribuzioni, tutta la amministrazione provinciale rimase in sospeso. È tuttavia cosa molto urgente che venga preso un qualche provvedimento per ripristinare la gestione provinciale. Questo è necessario per la sorveglianza dei comuni, molti dei quali – in ispecie nei territori più danneggiati dalla guerra – si trovano, come è noto, in tristissime condizioni ed hanno assoluto bisogno di una autorità superiore autonoma che possa loro procurare la occorrente assistenza tecnica e cerchi di aiutarli a provvedersi degli indispensabili mezzi finanziari. È cosa molto importante ed urgente di riattivare le scuole agrarie per assicurare agli agricoltori quelle nozioni che valgano a riparare i gravissimi danni derivati alle nostre campagne dalla guerra; come pure di riparare quelle opere pubbliche, in ispecie strade ed acquedotti che vennero danneggiate. Devono venir riordinate le finanze provinciali per riassumere quei pubblici servizi ai quali provvedeva in addietro la giunta provinciale, manicomio, pagamento dei docenti ecc. Compito urgentissimo è poi quello di preparare le basi per la divisione dei fondi fra la nuova provincia trentina e la vecchia provincia tirolese. La ricostituita amministrazione provinciale potrebbe assistere i comuni anche nelle misure, pure molto urgenti, per il rilievo dei danni di guerra, dei quali spetta ai danneggiati l’indennizzo e le tracce dei quali potrebbero col ritardo scomparire o per lo meno diventare molto più difficili a constatarsi. Resta frattanto affatto inoperosa una schiera di impiegati provinciali legali, tecnici, contabili e d’ordine che sarebbero certo in grado di prestare dei servizi preziosi. È fuori di dubbio che il ritardo può recare pregiudizi non lievi; ci ripromettiamo quindi che vengano presi gli opportuni provvedimenti perché con tutta sollecitudine sia ripristinata la amministrazione provinciale; tanto più che sappiamo essere stata nei circoli competenti e in particolare da parte di eminenti membri del gabinetto, riconosciuta la importanza del funzionamento di tale organismo. "} {"filename":"872e16a4-7e07-4042-ace4-a13efe8161bf.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Giudicare ora con rigore di atti di debolezza e sommissione compiuti durante la guerra e condannare i pavidi autori all’ostracismo civile equivale ad attenuare la colpa dell’oppressore per aggravare la colpa dell’oppresso. Non è equo, non è storicamente vero di ricostruire ora, a libertà conquistata, l’ambiente politico-morale del Trentino durante la guerra come se esso fosse stato difficile sì, ma tollerabile; come se per affrontarlo fosse bastato un tantino di coraggio od una maggior dose di dignità civile; come se fosse stato facile salvare questa dignità tenendosi sdegnosamente o almeno silenziosamente in disparte; come se per la polizia oltre i peccati attuali non fossero esistiti anche quelli d’omissione. Non dimentichiamo che il terrorismo della polizia austriaca s’imponeva sempre colla minaccia della morte. Le perquisizioni che provocavano per un nonnulla gli arresti, il carcere lunghissimo che faceva temere la morte per fame, quando anche si evitasse la forca, non rappresentano che una parte degli strumenti terroristici di cui disponeva larghissimamente il governo austriaco. Ce n’erano degli altri meno in vista, ma non meno atroci. Mandare in prima linea a farsi ammazzare, cacciare nelle compagnie di disciplina, anche se malati di cuore o per altri difetti fisici già facili a soccombere, rinserrare in un baraccamento anche se nevrastenici in uno stadio avanzato, internare in un paesello, anche se infetto di epidemie, strappare alle famiglie o al cuore d’una donna ammalata un soccorritore indispensabile, tutti questi erano metodi dello stesso terrorismo, erano come bui e tortuosi corridoi in cui la vittima doveva incamminarsi, vedendo in fondo apparire ed approssimarsi lo spettro della morte. Aggiungete la suggestione d’una potenza che pareva senza limiti e lo spettacolo d’una ferocia che non conosceva leggi, e forse vi riuscirà di ricostruire quell’atmosfera trentina del 16, 17 e parte del 1918 in cui il fratello sospettava del fratello e l’amico incontrandoti sulle vie ti salutava appena cogli occhi. Si temeva dunque e dappertutto per la propria vita. I trentini si sentivano già condannati a morte, e ricorrevano tutti i giorni a nuovi sotterfugi per differire o evitare l’esecuzione della condanna. Così era la psiche dell’ora. Ebbene giustizia vuole che sentenziando ora di atti politici compiuti in tale epoca nera si premetta che il terrorismo sparso negli animi aveva ridotto al minimo il libero arbitrio e quindi la responsabilità. Giustizia vuole che si ricordi che le «vittime del terrorismo» non vanno giudicate come i delinquenti normali. Giustizia vuole che la condanna si rivolga anzitutto e sovratutto contro il terrorismo oppressore: supporne con troppa facilità dei complici fra coloro che ne furono le vittime, è diminuire la responsabilità della dominazione austriaca. La verità è che chi (essendo durante la vita sua un galantuomo) vi soccombette in qualche forma che pur essendo riprovevole non lese la giustizia del prossimo, va giudicato come vittima e chi vi resistette sempre, come eroe. Non attenuate la colpa degli oppressori e non menomate i meriti degli eroi! Ma anche coloro ai quali il pericolo della morte non si affacciava così davvicino, a quante pressioni, a quante suggestioni, a quante paure vennero sottoposti! Funzionari educati ad una vita del dovere e forse anche di ossequio esagerato, lavorarono tre anni colla spada di Damocle sopra la testa, spada che voleva dire: sospensione, pensionamento, trasloco; una carriera tante volte sognata, infranta, una famiglia ridotta al lumicino ed altre temute conseguenze per i figlioli. Non c’era da scherzare, i padroni erano inesorabili. Proprio oggi ci è capitato sul tavolo un decreto mandato alla maestra Ottilia Cattani di Termon in cui è detto che il consiglio scolastico provinciale non è in grado d’accordarle il legale aumento degli emolumenti, perché oltre che essere socia della Lega Nazionale , «s’era rifiutata di prestar servizio alla raccolta dei metalli per uso di guerra!». Ed ora giudicate con rigore tutti quei maestri che si sono prestati alla raccolta, dichiarate indegno un povero sindaco di campagna che lasciato solo alle prese con un gendarme in un villaggio irto di baionette e circondato da cannoni mette il timbro su di una dichiarazione qualsiasi… Giudicare così sarebbe o negare la ferocia e l’inesorabilità dell’oppressione o pretendere che gli oppressi fossero tutti degli eroi. Ma la verità è che i trentini, non furono né tutti angeli né tutti demoni, né tutti eroi né tutti vigliacchi, furono semplicemente degli uomini. E forse che di ciò abbiamo d’arrossire di fronte ai fratelli d’Italia? In Italia moltissimi furono gli eroi, ma su molti si dovette stendere il velo dell’amnistia politica e militare. Forse che le nostre sofferenze sono meno grandi da non ottenerci, da chi è chiamato a giudicarci complessivamente, il compatimento e la riabilitazione per quanti furono deboli; forse che le prestazioni eroiche dei nostri volontari, dei nostri martiri, dei nostri soldati in genere sono meno preziose, da non ottenere, per equa legge del compenso e di solidarietà trentina, l’amnistia per quanti furono, anche moralmente, le vittime della dominazione austriaca? "} {"filename":"5433d642-6085-4319-8613-a4b13cdfa0f1.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Come è risaputo, il Governo dell’Austria tedesca, per riordinare se mai possibile le finanze dello Stato, ha deliberata la falcidia dei patrimoni dei cittadini. Per preparare questo non facile compito sono già state pubblicate in passato delle ordinanze, le quali tendevano allo scopo di accertare il patrimonio e di impedirne l’esodo. Verso la metà d’aprile è stata pubblicata una terza ordinanza, la quale riassume le precedenti e vi si sostituisce. Questa ordinanza tende anche a stabilire la cosiddetta «nostrificazione» del debito pubblico del vecchio Stato, cioè a determinare quella parte di esso, che dovrà essere assunta dall’Austria tedesca. Il governo austro-tedesco infatti, seguendo l’esempio di quello czeco-slovaco, non intende di assumere che una parte del debito del vecchio Stato ed in mancanza di un relativo accordo cogli ex-consorti, ricorre al censimento di quanto è posseduto dai suoi cittadini, rimandando i creditori per il resto alla massa comune del vecchio Stato, che per disgrazia dei creditori sembra voler dichiarare il fallimento, se le potenze dell’intesa non useranno di mezzi più energici verso gli antichi consorti. L’ordinanza in parola consta di 27 paragrafiil cui contenuto per quanto ci può interessare vuole qui essere brevemente riassunto. Per fare il censimento del patrimonio dei propri sudditi l’ordinanza stabilisce l’obbligo di denunzia. Questo è diverso a seconda si tratti di patrimonio esistente entro i confini dell’Austria tedesca o fuori degli stessi. Mentre infatti per il patrimonio esistente all’interno, in quanto forma oggetto della detta ordinanza, l’obbligo di denunzia è imposto a tutti, sieno essi cittadini austro-tedeschi od esteri, abitino entro o fuori dell’Austria tedesca: a denunziare invece il patrimonio esistente all’estero sono tenuti solo i cittadini dell’Austria tedesca. L’obbligo di denunzia si riferisce agli effetti pubblici senza riguardo se sieno titoli dello stato od industriali, ai crediti in conto corrente verso istituti bancari, ai depositi di risparmio verso libretto o simili ricevute, al contenuto dei «safes» (cassette di sicurezza), al possesso di monete d’oro e d’argento, banconote interne ed estere, metalli, mobili, cambiali, chèques, assegni sull’estero, ed oggetti di lusso. La denunzia deve essere fatta dal proprietario o suo procuratore, non dal debitore (banca). La denunzia prende per base lo stato del 13 marzo 1919 e deve essere fatta entro il 30 maggio 1919 agli uffici del censo dell’Austria tedesca competenti per ragioni di territorio. Esclusi dall’obbligo di denunzia sono soltanto sottoscrizioni di prestito di guerra, se i titoli si trovano in deposito presso una banca dell’Austria tedesca e non importano più di 1000 Corone di nominale; biglietti della lotteria di classi che non superino le 40 Cor., libretti di rendita della cassa di risparmio postale fino a 2000 Cor. nominali, credito del conto clearing della cassa di risparmio postale fino a 1000 Cor., depositi a risparmio fino a Cor. 1000, numerario in banconote fino a Cor. 5000. Per quanto riguarda poi i titoli di debito pubblico emessi dal cessato Stato austro-ungarico (rendite-prestito di guerra, buoni del tesoro) comprese le obbligazioni ferroviarie assunte in pagamento, oltre all’obbligo di denunzia sopra menzionato, esiste quello di consegnarle ad un istituto di credito dell’Austria tedesca, quando già non vi si trovino. Anche quest’obbligo incombe tanto agli esteri, che agli austro-tedeschi quando i titoli si trovino entro l’Austria-tedesca. La consegna deve seguire entro il 15 maggio. A datare dal 31 maggio 1919 l’amministrazione dello Stato austro-tedesco non onorerà né titoli, né «coupons» che riflettano titoli non depositati presso le banche e non denunziati. Riguardo al prestito di guerra la denunzia deve contenere l’indicazione in qual modo il denunziante siane pervenuto in possesso e se l’acquisto sia seguito dopo il 1 di novembre 1918. Le carte di valore denunziate, senza riguardo se trattisi di titoli dello stato o meno, vengono contrassegnate per il controllo. Per i titoli di debito pubblico dell’ex Stato austriaco, che appartengono ad esteri, e come tali vengono naturalmente considerati anche i trentini, il contrassegno di controllo resta per ora sospeso e sono riservate al riguardo nuove disposizioni. Anche il prestito di guerra che sia stato acquistato dai cittadini austro-tedeschi verso il 1. novembre 1918 resta per ora escluso dal contrassegno. La tradizione di carte di valore che non segua allo scopo del controllo è proibita; fino al 15 maggio a. c. è però permesso, previa denunzia, di portare dette carte all’estero purché non sieno state ancora contrassegnate per il controllo. Dopo il 15 maggio non è ammessa tradizione di titoli, che non portino il segno di controllo e non sieno stati denunziati e solo per questi si consegnano nuovi fogli di coupons e si onorano i «coupons» che vengono mano mano a scadere. Indipendentemente da ciò, dai conti-correnti, depositi a risparmio e simili, esclusi quelli fino alle corone 1000, non può essere prelevata che la metà (l’altra sembra deva rimanere riservata al fisco per la falcidia sui patrimoni). Eccezioni vengono accordate di volta in volta dalle autorità d’imposta, previa verifica. Disposizioni speciali dell’ordinanza si riferiscono al contenuto delle cassette di sicurezza presso le banche (safes). Il possesso di oggetti cosiddetti di lusso, gioielli, oro, argento ed oggetti artistici formano uno speciale oggetto di denunzia, quando sieno depositati nelle cassette di sicurezza. L’ordinanza che, per facilitarsi il compito, contiene anche una larga amnistia di anteriori occultazioni, concede ampi poteri al segretario di stato delle finanze, il quale in singoli casi può decampare dalle prescrizioni dell’ordinanza. Giova però sperare, che il nostro governo, a tutela dell’interesse nostro e degli altri suoi sudditi, che sono creditori dell’Austria prenderà in tempo opportune disposizioni affinché il singolo, il quale altrimenti, attese le difficoltà di comunicazione e di corrispondenza, assai difficilmente potrebbe provvedere da sé, non abbia a soffrire un danno ingiustificato. Confidiamo sovratutto che la commissione di liquidazione in Vienna abbia già rivolta la sua attenzione agli effetti dell’ordinanza ed abbia formulate le debite proposte. In Boemia Nella repubblica boema l’ordinanza analoga per il censimento delle sostanze e dei valori mobili è stata emanata il 18 aprile. Ultimo termine per la denuncia è il 31 giugno. Ma in Boemia la denuncia può venir fatta oltre che dal proprietario o dal procuratore, se questi sono assenti, e trattisi di depositi alle banche, anche dal debitore, cioè dalla banca stessa. La commissione parlamentare per la riforma agraria ha posto termine recentemente ad infiniti dibattiti sulla stampa col deliberare con 16 voti contro 12 del blocco socialista (socialdemocratici e socialisti nazionali) che il grande possesso agrario, il quale per deliberazione anteriore, in quanto superi 500 ettari deve venir espropriato, ottenga per l’espropriazione un risarcimento. Così il principio dell’incameramento senza rifusione è caduto tanto a Vienna quanto a Praga. A Vienna s’è fatto però di questi giorni uno strappo alla regola. Il ministero austro-tedesco ha presentato alla Camera un progetto d’incamerare castelli, palazzi ed altri immobili di lusso allo scopo di farne degli stabilimenti di cura, dei ricoveri o dei sanatori per le vittime della guerra. Ai proprietari non viene pagato alcun indennizzo. Il progetto è assai discusso, ed incontra forti opposizioni di principio, perché con esso viene abbandonato per la prima volta il giusto criterio mantenuto finora anche in tutte le leggi di socializzazione, che lo Stato ha bensì il diritto d’intervenire per regolare l’uso della proprietà e per assicurarlo a scopi di benessere pubblico, ma non per sopprimer violentemente la proprietà stessa. "} {"filename":"bdf7409e-95c4-41f9-b743-8da747725fb5.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Leggiamo nel «Temps» , giunto oggi, che la stampa italiana si dimostra oltremodo soddisfatta del trattato di Versailles, perché vi trova riaffermato il principio del fronte unico economico, giacché al capitolo «riparazioni» si tiene conto anche dell’Italia, la quale nutriva in tale riguardo gravi preoccupazioni trovandosi essa di fronte ad un nemico, spezzettatosi in sei piccoli stati. In verità di tale soddisfazione noi non abbiamo visto traccia nella stampa nazionale, se si toglie qualche rilievo per la partecipazione dell’Italia alle forniture del carbone. Il principio è bensì espresso con sufficiente chiarezza, ma la mancanza di qualsiasi chiave nella ripartizione, la quale è rimessa in fondo al periodico benvolere degli alleati, è tutt’altro che rassicurante. Ma supponiamo pure che una chiave sia stata oramai stabilita e che venga resa nota solo più tardi: è chiaro tuttavia che non si può trattare se non di un parziale acconto. Per nulla il ministro Crespi non ha intonato quel significante preludio che a pagare l’indennità austro-ungarica, secondo l’Italia, devono venir obbligati tutti gli stati successori della vecchia monarchia. Ciò vuol dire che l’ora della resa di conto per l’Italia viene appena nel momento in cui i delegati austriaci arrivano a Saint Germain. Vi giungono appunto oggi per cui non sarà fuor di luogo di accennare qui fuggevolmente alla lista delle riparazioni che riguardano in particolare il nostro paese. Anzi tutto gli abitanti delle terre redente hanno un cumulo di crediti legali da far valere in confronto della massa austro-ungarica: e sono i crediti derivati da requisizioni non pagate, da forniture o mano d’opera prestate all’erario civile o militare, non liquidate, da sussidi o indennizzi dovuti per le leggi sul sussidio ai richiamati, per la legge profughi ed internati e per la legge sulle prestazioni militari . Di questi crediti molti sono accertati, molti altri in via di accertamento. Contrariamente a quanto hanno fatto le altre nazioni dell’Austria- Ungheria, gl’italiani non hanno presentato ancora la specifica dei loro crediti alla commissione centrale liquidatrice di Vienna, poiché il comitato di tutela, costituitosi a Vienna, ebbe, fino agli ultimi giorni, l’istruzione di mantenere un atteggiamento di riserva giacché gl’italiani redenti non appartengono ad uno Stato successore, ma ad uno Stato vincitore della monarchia asburghese, la quale è tenuta ad indennizzare l’Italia. Converrà quindi che questi crediti compaiano conglobati nel capitolo «riparazioni» ed a questo scopo statistico è stata appunto provocata la denuncia fatta in gennaio e febbraio. La posta più grossa sarà però rappresentata dai danni di guerra, il cui risarcimento viene calcolato non in base ad una legge austriaca, di cui, com’è noto, esisteva appena un progetto dell’apposita commissione parlamentare, ma nella misura prevista dal decreto-legge italiano che ha valore anche per le terre redente. Seguono le ripartizioni dovute per il riscatto dei prestiti di guerra austriaci, in tanto in quanto si possa ammettere che si trattò di prestiti forzosi e quelle già annunziate dal decreto sul cambio della corona per l’importo in più che il tesoro italiano dovette sborsare sopra il corso del mercato e che vorrà ulteriormente sborsare per onorare gli affidavit . Così tenendo conto anche del passivo patrimoniale di liquidazione che dovrebbe venir riversato sull’Austria-Ungheria (obbligazioni ed azioni ferroviarie, debiti provinciali ecc.) e delle spese d’armistizio (pagamento di sussidi e pensioni anticipate dall’Italia), già il Trentino solo dovrebbe comparire nel capitolo «riparazioni» con alcuni miliardi. Metteteci accanto le altre nuove provincie, aggiungeteci le terre liberate e applicate anche all’Italia il beneficio concesso agli altri alleati di aver rifuse le spese per il sussidio ai richiamati e per le pensioni militari e potrete farvi un’idea approssimativa di quello che saranno, sulla falsariga del trattato di Versailles, le richieste dell’Italia. Ora questa lista verrà presentata oggi al Dr. Renner , Lammasch, Schumacher e compagni, appena arrivati a Saint Germain? È facile prevedere la risposta dei rappresentanti la repubblichetta austrotedesca. Essi contesteranno semplicemente il debito e il titolo del debito. Il Renner dirà che la repubblica non è mai stata in guerra coll’Italia e che all’atto stesso della sua nascita ha ripudiato qualsiasi parentela colla vecchia Austria. Il Schumacher (caro quel consigliere aulico passato nel giro di pochi mesi dall’imperialismo del congresso di Sterzing al vilsonianismo più disinteressato!) aggiungerà che il Tirolo è ancora più repubblicano e più anti-austriaco del governo viennese. È vero che se ci fosse di mezzo soltanto codest’alibi dei responsabili della guerra, pochi rilievi storici basterebbero a sventarlo. Ma sventuratamente più forte delle sofistiche argomentazioni dei tedeschi è la realtà: erede o no del vecchio impero, questo è certo che il nuovo Stato tedesco con 7 milioni di abitanti non è in grado di pagare i debiti e le riparazioni dovute dall’Austria- Ungheria. Converrà quindi addivenire per forza alla formola Crespi: tutti gli stati successori sono obbligati a garantire colle loro rendite e coi loro patrimonio il pagamento delle riparazioni dovute all’Italia. Su tutti questi stati dev’essere concessa all’Italia un’ipoteca di primo rango, analoga a quella imposta alla Germania. Sarà possibile un accordo tra gli alleati per questo principio, specie in confronto della Boemia e della Polonia? Se ciò sarà raggiungibile è certo che potrà avvenire solo a condizione che per qualcuno degli stati successori il principio non rappresenti che un’affermazione teoretica. E dato che il principio dell’ipoteca comune venga accolto, per l’esecuzione potrà l’Italia ricorrere all’accettazione di boni, com’è previsto per la Germania, pagabili in rate periodiche da prestabilirsi? Il caso qui è ben diverso ed anche il meccanismo per l’esecuzione dovrà essere molto più complicato. Si tratta di un’ipoteca la quale è imposta su rendite di stati non ancora regolarmente costituiti e su di una massa patrimoniale comune, di cui non s’è potuta fare ancora la valutazione (in Austria a differenza dell’Italia non esisteva un bilancio patrimoniale) e molto meno una ripartizione con criteri accetti a tutti gli interessati. L’Italia dovrà quindi, come abbiamo accennato ieri, intervenire ufficialmente e con mano forte nella liquidazione dell’Austria-Ungheria. Frattanto sarà necessario che per tutti i crediti delle terre redente in confronto della massa austro-ungarica venga nominata una commissione la quale giudichi e liquidi inappellabilmente. Se fossimo rimessi coi nostri crediti legali alle commissioni internazionali di Vienna, la «riparazione» seguirebbe appena quando il torto sarebbe irreparabile. "} {"filename":"9a73561d-c466-41a1-9a7a-0572c19cda5d.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Un telegramma odierno annunzia che i quadrumviri si occupano finalmente delle clausole finanziarie riguardanti il trattato coll’Austria-Ungheria e che verranno in proposito sentite le delegazioni degli stati successori, gli czeco-slovacchi, i polacchi, i ruteni, gli jugoslavi… Ci siamo dunque! Incomincia la interessante sfilata di popoli austriaci innanzi al tribunale che deve fissarne le responsabilità e graduare con ciò anche le riparazioni, alle quali saranno tenuti. Per la conoscenza che abbiamo dei nostri nemici e dei nostri amici di ieri possiamo anche immaginarci il contradittorio che si svolgerà in queste udienze decisive. I successori, la Boemia in testa, negheranno la successione. E Kramarz sovrattutto farà quest’obiezione imbarazzante: Come mai io potei sedere al banco dei vincitori e dei giudici quando si trattava d’imporre il trattato alla Germania ed oggi, che si tratta della sua alleata, l’Austria-Ungheria, io devo trovarmi fra gli accusati ed i debitori? È facile pensare che cosa aggiungeranno i delegati della Galizia (polacchi e ruteni) e gli jugoslavi. Tutti negheranno d’aver voluta la guerra e d’averla combattuta nell’interesse della monarchia absburghese e si vorranno dimenticare gli entusiasmi dei polacchi che mandarono le loro legioni contro la Russia e fino all’ultimo momento stettero fedeli alla politica dei centrali, la ferocia antiitaliana degli sloveni (l’attuale loro ambasciatore a Vienna Pogacnik era capo d’un corpo nazionale) e la politica di prima maniera degli czechi stessi i quali nei due primi anni della guerra s’ispiravano ad un federalismo sotto lo scettro degli Absburgo, non alla demolizione della monarchia, tanto che ancora nel maggio 1917 Stanek , capo del club czeco, su invito dei ministro Czernin , pubblicava una dichiarazione di protesta contro il programma che l’Intesa aveva trasmesso a Wilson e di irremovibile fedeltà agli Absburgo . Obietteranno qui i popoli successori che il loro atteggiamento durante la guerra era forzato e doveva subire pressioni che sembravano onnipotenti. E noi, che ci trovavamo nell’identica situazione, siamo dispostissimi ad accettare questa spiegazione, ma non a titolo di esimere gli slavi da ogni responsabilità giuridica. Moralmente la situazione degli slavi è assai diversa da quella dei tedeschi e fra gli slavi stessi assai diversa è la graduatoria, ma giuridicamente questi popoli devono assumere anche il passivo di quelle eredità del cui attivo si sono impadroniti, e del passivo la posta privilegiata che ha la precedenza su tutte è quella del pagamento delle riparazioni. Abbiamo esposto un’altra volta in un articolo riprodotto anche in parecchi altri giornali, che cosa in concreto vorremmo garantito ai creditori in questa posta. Oggi non vogliamo accennare che alla questione di massima, per esprimere la fiducia che i nostri plenipotenziari sappiano far valere in questo momento non meno grave forse di quello in cui si decidono questioni territoriali, gl’interessi della popolazione italiana. In verità ricordando come nei vecchi trattati il lato economico fu sempre il punto debole dei negoziatori italiani e colle conseguenze ancora in corpo di quell’armistizio di villa Giusti il quale con grave nostro danno ha trascurato completamente le clausole finanziarie; infine per un presentimento (non campato in aria!) che i negoziatori italiani abbiano negletta la preparazione sistematica e profonda del problema della liquidazione austro-ungarica, la nostra fede in essi è più un’ottimistica anticipazione che il frutto di un maturato convincimento. Per fortuna sembra che in questo punto gl’interessi italiani collimino colla nota tesi francese. Infatti il «Temps», giunto oggi, reca un articolo col motto «utilisons l’Autriche», il quale nella sua tendenza generale è condannabile, ma in certe sue conclusioni è accettabilissimo . La tesi generale dell’organo di Pichon è la solita: impedire che l’Austria tedesca, la «nouvelle Autriche», come la chiamano con una certa intonazione augurale i francesi, si unisca alla Germania, sfruttarla, anzi, come esempio per ottenere una disgregazione degli stati federali germanici. Infatti, dice il «Temps», se tratteremo bene l’Austria e dimostreremo che questo staterello di 6 milioni può risorgere materialmente ed avere assicurato un avvenire, anche la Baviera, la Sassonia, il Baden e Hannover si sentiranno indotti a far da sé, a concludere una pace separata cogli alleati e a piantare la Prussia. Contro questa tesi d’ordine generale che, per quanti conoscono davvicino i tedeschi e i paesi austriaci, sembra addirittura puerile ed è un sintomo della senilità della politica francese, non è qui il luogo di polemizzare. Anche su questo terreno c’è però un tratto di cammino che si può fare assieme benché la meta sia diversa. Il «Temps», infatti, continuando la sua argomentazione, conclude che per «salvare l’Austria novella» bisogna che gli alleati prendano due risoluzioni ardite: l’una di obbligare tutti gli stati successori ad assumere una quota parte dei debiti di guerra (70 miliardi all’incirca), che potrebb’essere quella parte la quale è stata sottoscritta dagli abitanti dei rispettivi territori; l’altra che gli alleati prendano essi stessi in mano il controllo delle finanze austriache, controllo che non deve limitarsi all’approvvigionamento, ma al promovimento delle industrie e dell’esportazione. A queste conclusioni ci pare di poter sostanzialmente aderire; ma non in ordine alla machiavellica politica francese del «divide et impera», bensì, come abbiamo accennato, per garantire all’Italia ed alle sue popolazioni danneggiate le sacrosante riparazioni che devono avere. Cosicché con riguardo a questo nostro diritto le «ardite risoluzioni» invocate dal «Temps» vanno formulate così: 1. gli alleati devono esigere in via di massima e pur ammettendo delle attenuazioni, forse anche delle esenzioni, che il debito pubblico dell’Austria- Ungheria, compreso il prestito di guerra, venga assunto da tutti gli stati successori; 2. gli alleati devono prendere in mano la liquidazione finanziaria dell’Austria-Ungheria, cioè tanto della ripartizione interna, quanto della liquidazione verso terzi. Non quindi un semplice controllo delle finanze austrotedesche, ma un controllo di tutta la sostanza patrimoniale dell’Austria- Ungheria, ovunque si trovi, siano i beni demaniali del Tirolo, siano le saline della Galizia, i petroli della Ucraina, o i carboni della Czeco-Slovacchia; perché questo patrimonio assieme alle ferrovie ed a poche altre sussistenze è l’unica ipoteca, sulla quale possano venir in qualche misura assicurate le riparazioni. Ciò non toglie che l’Italia possa essere d’accordo anche con tutti quei provvedimenti che servono a finanziare il creditore più forte, cioè l’Austria tedesca. È umano, è ragionevole e sta nel nostro interesse. S’è fatto anche colla Germania, alla quale viene permesso di pagare il suo approvvigionamento con una quota parte della prima retta della indennità dei 20 miliardi. Comunque, speriamo che i nostri negoziatori vorranno approfittare di questa tendenza della Francia; che se la Francia, dal canto suo, volesse servirsi dell’attrattiva di garantire le riparazioni, dovute all’Italia, per guadagnare quest’ultima ad una politica di ricostruzione austriaca, la risposta è agevole, perché la liquidazione non ha da far nulla coll’assetto territoriale e politico, o in ogni caso, non esiste fra l’una e l’altra un nesso logico necessario. Non spetta a noi di fare proposte concrete (speriamo che l’abbiano studiate!), ma, tanto per accennare in via illustrativa, quale necessità verrebbe di ricostruire sotto altre forme l’antico Stato danubiano dalla semplice esistenza di un istituto ipotecario comune che, sotto il controllo degli alleati, dovesse fare il servizio del debito pubblico dell’Austria-Ungheria? "} {"filename":"3518e825-d58d-4022-a492-e87756aa4d6a.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Roma, 4. Con decreto luogotenenziale in corso di pubblicazione , si provvede organicamente per il graduale passaggio dallo stato attuale a quello di definitiva annessione dei territori occupati oltre l’antico confine del regno. Viene istituito al centro, alla diretta dipendenza del presidente del Consiglio dei Ministri, un ufficio speciale per l’esercizio dei poteri spettanti al governo nell’amministrazione generale di quei territori, e con l’incarico di preparare, in accordo coi singoli ministeri, i provvedimenti di transizione dal vecchio al nuovo regime, coordinando e integrando, anche dopo l’annessione, l’opera delle varie amministrazioni, con particolare riguardo alla condizione di fatto ed alla legislazione delle nuove provincie. Presso l’ufficio centrale è costituita una commissione consultiva composta prevalentemente di rappresentanti locali, che si ripartirà per gli argomenti particolari in due sezioni regionali – adriatica e tridentina – e in comitati speciali per ragioni di materia. È assicurato così all’opera del governo un prezioso contributo di iniziative e di conoscenze, e si risponde insieme al desiderio delle popolazioni interessate. Alla periferia si prevede la sostituzione dei governatori militari con commissari straordinari civili, dotati di poteri adeguati alla situazione, in diretta comunicazione col governo centrale, con precisa delimitazione di competenza di fronte ai comandi delle truppe di occupazione. Con tali provvedimenti il governo si avvia a risolvere sollecitamente e razionalmente i problemi complessi e delicati che in ogni campo s’impongono nelle terre redente e toccano nella stessa misura l’interesse delle nuove provincie e l’interesse generale della nazione. Già da qualche tempo avevamo udito che il Governo preparava quanto oggi si annunzia di prossima attuazione. Il decreto relativo e il pensiero che lo ispira, datano già da Orlando: Nitti li accetta e li applica. È da rallegrarsi che – eliminato il Segretariato generale per gli affari civili presso il Comando supremo – il nostro paese, al pari delle altre terre occupate, riceva una amministrazione civile, e che questa stia alle dirette dipendenze del presidente dei ministri. In questo modo si può sperare che – concentrate, a quanto sembra, le attribuzioni dei vari ministeri in un solo ufficio – si prendano con maggior sollecitudine e migliore armonia le urgenti disposizioni che tanti anni di distruzione altamente richiedono. Ma non del pari può riuscire gradito che a questo ufficio governativo sia riservato il determinare e decidere in qual forma debba avvenire il passaggio dalla vecchia alla nuova amministrazione, che cosa si debba conservare, che cosa trasformare, che cosa, eventualmente, abolire. È vero: accanto all’ufficio si creano, a tal uopo, due Consulte, una per le regioni adriatiche, l’altra per la regione trentina, e l’una e l’altra si suddividono varie sezioni, che devono studiare le singole materie. Ma in primo luogo bisogna notare che si tratta appunto di semplici Consulte, cioè istituzioni che hanno semplicemente da dare un parere, e non da concorrere in modo più efficace alla determinazione. In queste Consulte, poi, i rappresentanti adriatici e trentini hanno bensì la prevalenza, ma non ne sono i soli membri. Ci rincresce che l’on. Nitti, il quale intende mostrarsi così amico delle forme libere e democratiche, accetti quest’eredità del suo antecessore. Egli vuol porre un termine nel Regno ai decreti luogotenenziali, vuol rimettere il Parlamento in tutte le sue funzioni, ha abolita la censura, ha mitigati gli internamenti. Perché non applica criteri somiglianti per le terre italiane, oggi occupate, ma che domani saranno annesse? Perché non chiamarle – non solo a dare pareri – ma ad essere parte determinante delle loro sorti? Non sanno esse eleggere i loro rappresentanti? E non hanno richiesto, per mezzo delle persone che certo ne interpretano i genuini sentimenti, di essere un elemento fattivo – non semplicemente consultivo – del loro avvenire? E non sono esse animate dal più serio proposito e dal più vivo desiderio di rialzare le loro sorti e concorrere alla grandezza della nazione? Il voto della Consulta trentina, che trovò tanto consenso e tanto plauso nella pubblica opinione e nella stampa, parla chiaro in proposito e domanda che si prepari l’avvenire del Trentino: 1. Indicendo le elezioni sulla base del suffragio universale eguale e proporzionale, con voto esteso anche alle donne, per la nomina di un Consiglio provinciale avente attribuzioni di Dieta, che formi una Giunta colle competenze e colla sfera d’azione garantite dalle vigenti leggi; 2. Demandando al Consiglio provinciale la preparazione, d’accordo col Governo, del passaggio e dell’adattamento della legislazione e dell’amministrazione in vigore alla legislazione e all’amministrazione italiana in tutto quell’ambito che era finora di spettanza della legislazione provinciale e per tutti quegli istituti e quelli organismi amministrativi che dipendevano dalla Dieta o stavano in nesso coll’amministrazione provinciale e comunale. E crede l’on. Nitti che, di fronte a un voto sì esplicito, si possa accontentare il Trentino, riconoscendogli «un prezioso contributo di iniziative e conoscenze»? E crede che, col suo decreto, si sia corrisposto «al desiderio della popolazione interessata»? Il primo è un complimento, e di complimenti è difficile oggi satollarsi; il secondo è in aperto conflitto colla realtà, e se potranno crederlo quei cittadini e quei giornali che non conoscono le cose nostre, qui, nel Trentino, dovremo invece dolerci che coll’elogio al nostro «prezioso contributo», si voglia farci trangugiare la pillola di far passare come nostro desiderio, ciò che appunto volevamo scongiurato. E neanche dei «commissari straordinari civili, dotati di poteri adeguati alla situazione, in diretta comunicazione col Governo centrale» possiamo essere troppo soddisfatti. Anche in questo riguardo, se nuova luce non viene a rischiarare la situazione, restiamo semplicemente degli amministrati e tutelati e, nonostante i complimenti al nostro «prezioso contributo di iniziative e conoscenze», non riacquistiamo la libertà di provvedere, almeno nell’ambito dell’amministrazione comunale e provinciale, ai nostri bisogni. L’autonomia dei comuni e della provincia ha già subito, in via di fatto, delle gravi e molteplici ferite. Saranno riparate? Il congresso dei sindaci e la Consulta trentina l’hanno chiesto ad alta voce. Si ascolteranno? Sarebbe tempo ed ora. Ad ogni modo sta nel popolo trentino, in mezzo alle varie vicende, di raccogliere e fare valere tutte le sue energie, per far sì che il periodo di transizione e il trapasso al nuovo assetto amministrativo non abbiano a pregiudicare quelle autonomie, alle quali aspirano oggi tutte le più sane forze d’Italia; e noi confidiamo che il popolo, compatto e risoluto, saprà infine prevalere per il bene suo proprio e per il bene comune. "} {"filename":"570e66b4-5d67-4809-ae2e-f5b6fe1e5315.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Roma, 7 sera. «È uscito il decreto luogotenenziale n. 1081, che istituisce presso la presidenza del Consiglio dei ministri un ufficio centrale per le province redente . Il capo ufficio è nominato dal presidente del Consiglio. L’ufficio centrale esercita i poteri spettanti al governo nell’amministrazione generale dei territori oltre l’antico confine del regno. Spetta all’ufficio centrale curare i rapporti col comando supremo e coi singoli ministeri per quanto riguarda le competenze del governo nell’amministrazione civile dei territori occupati durante l’armistizio e di regolare dopo l’annessione il graduale passaggio dei servizi civili ai rispettivi ministeri, provvedendo all’esercizio dei poteri prima attribuiti al comando supremo fino alla consegna ai ministeri competenti e di predisporre colla cooperazione dei ministeri i provvedimenti relativi alla sistemazione politico-amministrativa delle nuove provincie e alla loro sistemazione economica e al passaggio dall’armistizio all’annessione; coordinare dopo l’annessione e la pace l’attività dei ministri perché sia assicurata un’uniformità di criteri e sia tenuto conto nei singoli provvedimenti delle particolari condizioni legislative, amministrative economiche sociali delle provincie nuove. Presso l’ufficio è costituita una commissione consultiva a cui potranno essere sottoposti dall’ufficio o dai ministeri prima della promulgazione i provvedimenti di massima relativi alle nuove provincie. Alla commissione spetterà di emettere voti, di presentare proposte. Il presidente del Consiglio nomina i membri della commissione consultiva e la presiede coadiuvato dal ministero del tesoro membro di diritto della commissione. La commissione è composta di due sezioni, di un presidente e di un vicepresidente nominati dal presidente del Consiglio. La commissione è convocata in adunanze plenarie, in riunioni di sezione trentina e adriatica e in comitati speciali per ragione di materia. Le convocazioni plenarie seguono in Roma, delle sezioni anche nelle regioni. Il comando supremo e i ministeri sono invitati ad inviare propri rappresentanti ad adunanze di lor competenza. Le funzioni di governatori sono affidate a commissari straordinari di nomina per decreto reale il quale stabiliva anche la loro circoscrizione territoriale senza pregiudizio della delimitazione definitiva delle provincie. Il presente decreto entra in vigore oggi». Uno degli ultimi decreti luogotenenziali provvede all’assetto amministrativo delle terre redente. Il testo del decreto è così vago che è inutile occuparsi della praticità della nuova organizzazione e della delimitazione o confusione delle competenze che ne dovrà risultare. La pratica in tal riguardo sarà tutto. Notiamo intanto che fino a pace conclusa l’autorità del comando supremo come ultima istanza, in base alle clausole dell’armistizio, rimane in vigore e che tutto dipenderà dalla pratica se quest’autorità sarà formale o reale; se avremo cioè oltre l’ufficio di Roma anche quello di Padova. Grave ci pare l’articolo che stabilisce i compiti dell’ufficio dopo la pace, in quantoché si ammette con ciò che anche il corpo consultivo vivrà anche a pace conclusa, come rappresentanza delle terre redente. È questa una previsione sommamente offensiva per i nuovi cittadini d’Italia, i quali, nel momento che diventano italiani, hanno diritto essi stessi di farsi sentire mediante rappresentanti eletti, sia alla Camera quanto nella rappresentanza provinciale che in quelle comunali. Noi siamo stati dolorosamente sorpresi da questo decreto ma non dubitiamo un momento ch’esso, in quella parte ch’è d’ostacolo all’applicazione integrale del principio costituzionale nel nostro paese e sembra ignorare che in tali momenti vi sono anche le masse le quali hanno da dire la loro parola, verrà spazzato via dalla volontà popolare. A direttore d’ufficio è nominato il commendator Salata , già redattore del «Piccolo» e assessore provinciale dell’Istria, il quale durante la guerra divenne funzionario del comando supremo e passò poi a Parigi, come uno dei segretari dell’on. Orlando. In Istria il Salata era uno dei capi più apprezzati del partito liberale. Il «Lavoratore» di Trieste, sospettando ch’egli venisse mandato colà quale commissario straordinario lo attaccava giorni fa in modo estremamente violento. "} {"filename":"94e9d28b-89a5-4755-86ce-3165e4aa4cbc.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Mentre questo numero del «Trentino» si stampa, i diplomatici delle potenze belligeranti firmano a San Germano il trattato che sancisce ufficialmente la scomparsa dalla storia della vecchia Austria absburghese . Da pochi minuti, se la cerimonia si è svolta secondo il programma preannunziato, le nostre terre, che già si chiamavano austriache, sono uscite anche nei rispetti del diritto internazionale dal nesso della frantumata e non lacrimata monarchia austro-ungarica e sono entrate a far parte del regno d’Italia. Ma se l’evento storico è tale che, al ripensarlo, agita ancora potentemente l’animo nostro e vi suscita una frenesia gioiosa di affetti e di sentimenti, l’atto formale della firma, quantunque compiuto con tutta la solennità di cerimoniale suggerita dalle regole del protocollo diplomatico, non ci commuove né ci infiamma di entusiasmo. Il trattato di San Germano, per quanto riguarda la riunione del popolo nostro al grande amplesso della nazione, è un necessario, ma freddo e inerte documento curialesco di cui hanno bisogno gli avvocati e i negoziatori di affari per precisare i limiti dei rispettivi diritti e assicurare determinate garanzie, ma al sentimento palpitante della gente redenta non dice nulla. È come l’atto di morte che il medico incaricato stende davanti a un cadavere, per costatarne, per le ragioni della legge, il decesso; atto che nulla aggiunge alla morte già avvenuta. Ed è, per noi, il certificato di nascita che l’impiegato di stato civile rilascia quando la nascita della nuova creatura ha già da tempo rallegrato la madre e i parenti, mentre la certificazione legale non può aggiungere nulla né all’esistenza vitale del nato né al sentimento dei famigliari. Non oggi per noi nasce la libertà, nella compassata freddezza di una cerimonia che sotto le levigate maniere nasconde forse il germe di nuovi conflitti e i propositi perenni della vendetta, ma la sua nascita era preannunziata il 25 ottobre 1918 quando l’on. Conci al parlamento di Vienna dichiarava il distacco potenziale delle nostre terre dalla servitù austriaca e s’effettuava meravigliosamente in un fervido prorompere di entusiasmo, il 3 novembre, quando sulle torri di Trento liberata, l’esercito trionfante issava la bandiera tricolore d’Italia. Da quel giorno la nostra italianità, che nell’epoca della dominazione straniera era solo un fremito ardente dell’anima e un’aspirazione verso un avvenire ideale, diventava realtà materiale e valore effettivo. Da quel giorno ci siamo sentiti italiani nella pienezza di tutti i diritti, concittadini veri ed uguali di tutti i cittadini d’Italia, di fronte alla nazione e di fronte al governo, anche se il governo attaccato ai formalismi della sua burocrazia e alla finzione diplomatica dell’annessione non avvenuta, si mostrava ripugnante a riconoscerci per tali, e tra i vecchi cittadini e i nuovi stabiliva limitazioni odiose di diritti e di libertà. Per questo la firma della pace con l’Austria non aggiunge nessun nuovo elemento a quello che è lo stato della nostra coscienza civile; la annessione ufficiale che è la naturale conseguenza della pace firmata, non porta, per il lato del sentimento, nessunissima modificazione allo stato di fatto in cui, già da dieci mesi, ci troviamo. Avremo quindi in tutte le nostre città e borgate le vie e le piazze che si denomineranno gloriosamente dal 3 novembre. Ma la Via 10 settembre non l’avremo sicuramente. Stabilito questo, l’importanza del trattato che oggi ottiene la firma dei plenipotenziari a San Germano, se lo consideriamo particolarmente per ciò che riguarda il Trentino, sta in gran parte nelle norme che esso contiene per garantire al nostro paese da parte dell’Austria quegli interessi e quei diritti che devono essere salvaguardati per assicurare il suo avvenire. Si tratta di importantissime disposizioni di carattere commerciale, doganale, industriale. Si tratta dei risarcimenti di danni e della liquidazione di interessi di cittadini redenti in territorio nemico, che, tutti sommati, ammontano a somme ingentissime. Il nostro giornale s’è occupato ripetutamente di questi interessi e ha raccomandato alle autorità competenti la massima cura e sollecitudine per i medesimi, additando anche le vie pratiche per raggiungere le soluzioni migliori. Avremo poi occasione di esaminare praticamente quali disposizioni contiene il trattato a nostro favore e quanto, malgrado le sollecitazioni, non è stato raggiunto. Per oggi ci sia lecito esprimere l’augurio che, caduta alfine ogni separazione formale fra le vecchie e le nuove provincie del Regno, e tolta ogni ragione alla finzione diplomatica fin qui ostinatamente sostenuta, quando poteva essere un comodo pretesto d’inerzia o di… peggio, il governo provveda con criterio sano e avveduto alla sistemazione politica e amministrativa delle terre redente ispirandosi a una retta visione dei bisogni del paese e all’illimitato rispetto per tutte le legittime libertà. Questo è il compito grave e urgente. A parte le considerazioni d’indole locale, la cerimonia d’oggi non suscita pensieri molto allegri. La pace che si firma è una pace che si puntella sull’arbitrio del vincitore e sulla debolezza dei vinti. Nessuna illusione la può far passare per una pace di giustizia. E lascia dietro a sé uno strascico di odi, di ambizioni insoddisfatte, di rancori mai repressi. L’Italia vi vede riconosciuta bensì la linea di confine sulle Alpi quale essa l’aveva chiesta. Ma la delimitazione del suo territorio verso gli Slavi rimane ancora sospesa. E Fiume, la cui italianità invoca quotidianamente la giustizia di quell’autodecisione che fu solo vana lusinga sul cartello delle promesse lanciate ai popoli combattenti, si sente ripetere ogni giorno la ripulsa crudele di congiunzione alla madre. "} {"filename":"60d3e25a-021d-44d7-806c-9cb66af5088e.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"L’evacuazione Si sapeva a Trento nel maggio 1915 che la città perché dichiarata «Fortezza», in base al piano di guerra contro l’Italia avrebbe dovuto venire «evacuata», ma non si prevedeva l’ampiezza del provvedimento che sarebbe stato preso dal Comando militare e si ignorava poi affatto che l’«evacuazione» dovesse estendersi a quasi tutti i paesi a mezzogiorno e a oriente di Trento, ossia a quasi un terzo del Trentino . Alla vigilia della Pentecoste si venne a sapere in città, con generale sbigottimento, che alla Stazione, la quale era occupata militarmente e chiusa al pubblico, passavano a ogni ora treni di profughi provenienti dal Trentino meridionale. Le autorità borghesi rimaste in città, facendosi interpreti dell’ansia di tutti, offrirono l’opera loro per regolare e rendere meno disastrosa questa valanga migratoria e per deliberazione dell’amministrazione di Trento il vicepodestà, avv. Menestrina , e chi scrive, venivano incaricati di portarsi a Salisburgo dove, a quanto riferivano gli organi militari, si faceva lo «smistamento» (era il termine, che si applicava a questo materiale umano) dei profughi, per assegnarli alle varie province interne dell’Austria. I due delegati però arrivarono soltanto fino ad Innsbruck, ove la sera del 24 furono accolti freddissimamente dal luogotenente conte Toggenburg , che consigliò loro di non proseguire e all’avv. Menestrina comunicò anzi la notizia dello scioglimento del Consiglio comunale di Trento e quindi il suo richiamo al servizio militare. Il Toggenburg, di solito cortesissimo, si dimostrò in quell’incontro di una strana rudezza. Evidentemente egli conosceva già la notizia della dichiarazione di guerra dell’Italia, che un’ora dopo provocava nella capitale d’Innsbruck uno scoppio d’ira e di imprecazioni. I due delegati compresero che non c’era più nulla da fare e ripassarono il Brennero. D’allora in poi i treni si susseguirono con un crescendo spaventoso e nessuno poteva accompagnare i profughi, eccetto i sacerdoti delle singole località evacuate. Il viaggio fu disastroso: a Bolzano i treni venivano arrestati e se ne tiravan fuori tutti gli uomini dai 14 anni in su, che venivano strappati fra strilli, pianti e proteste alle loro famiglie e mandati al fronte, a lavorare nelle trincee. A Salisburgo, in attesa che la famosa Commissione di perlustrazione assolvesse il suo compito di assegnare agli arrivati una dimora nelle Provincie interne dell’Austria, i profughi dovettero passare notti terribili all’aperto o in una luridissima tettoia di mattoni. Il disordine era spaventoso, lo smistamento dei treni avveniva in modo che i profughi dello stesso paese si trovavano divisi, anzi i membri della stessa famiglia venivano trasportati in Provincie diverse, così che per tre e quattro mesi durò l’affannosa ricerca delle famiglie, alcune delle quali non si ritrovarono assieme che molto più tardi. Così furono cacciati i profughi trentini e gli italiani in genere nelle provincie interne della monarchia: 1405 in Boemia, 19.717 in Moravia, 12.956 nell’Austria inferiore, 12.317 nell’Austria superiore, 20.000 in Stiria, 2000 nel Salisburghese e alcune migliaia in 13 comitati dell’Ungheria. A questa massa di «evacuati», internati coi trasporti ufficiali, molti altri seguirono a proprie spese, per evitare le sevizie dell’autorità militare o prevenire il trasporto forzoso; se ne aggiunsero così circa 6000 nelle vallate settentrionali del Trentino, 7500 nelle regioni tedesche del Tirolo e 30.000 circa, frammisti agli sloveni, nella Carniola. Il Governo non si fidava dei profughi, voleva tener assolutamente libera la zona delle retrovie e perciò negava qualsiasi sussidio a chi voleva rimanervi. Appena nel 1917 si ottenne l’estensione del pagamento del sussidio a quelle migliaia di profughi ch’erano rimasti nelle retrovie, così che in quest’epoca molti che prima avevano per orgoglio respinto il sussidio governativo, esauriti i loro risparmi o il capitale portato seco nell’esilio, furono costretti dalla fame a ricorrervi. Il numero dei sussidiati, che nell’aprile del 1917 era di 86.491, si mantenne nel luglio 1917 a 83.938; nonostante i numerosi rimpatri che avvenivano nel Litorale, crebbe poi nel settembre a 99.871, nell’ottobre a 104.842, nel novembre a 108.140, nel dicembre a 114.383 e nel febbraio 1918 a 114.515. Il sussidio era fissato da principio in 80 cent, per adulti e 60 cent, per bambini, venne poi eguagliato a 90 cent, per persona e poco dopo a 1 Cor. al giorno. A ogni profugo che domandava il sussidio veniva assegnato d’ufficio il Comune di dimora; trasferimenti da un Comune all’altro venivano concessi solo in casi del tutto eccezionali, e fu questa una delle cause per cui i membri d’una stessa famiglia una volta disgiunti poterono riunirsi solo dopo parecchi mesi e forse avrebbero dovuto attendere ancor più, se i profughi italiani, per una sana particolarità del loro carattere nazionale, non avessero cercato tutti i mezzi di eludere le norme governative ed approfittare della disorganizzazione che regnava in tutti i servizi. Talora però il tentativo di abbandonare un Comune per trasferirsi in un altro portò loro gravi conseguenze; il Governo negò in tal caso il sussidio per parecchi mesi; cedendo alla fine solo dopo ripetuto intervento dei Comitati per i profughi o rinnovando l’assegno solo a condizione che il profugo rifacesse il suo cammino e ritornasse alla primitiva dimora. Il linguaggio ufficiale per distinguerli dagli internati politici di Katzenau o di altri accampamenti del genere, li chiamava Flüchtlinge (profughi), ma in realtà erano anch’essi, internati, per quanto d’una categoria meno rigida; e n’è prova la circolare segreta del capitano distrettuale di Lilienfeld, pubblicata al Parlamento dai deputati italiani, nella quale si avvertivano i sindaci del distretto che i profughi italiani erano tutti gente sospetta e che quindi conveniva tenerli d’occhio ed impedir loro di muoversi liberamente da un paese all’altro. Ciò non bastava all’oculata polizia austriaca e all’autorità militare, la quale diede ordine che si costruissero dei grandi baraccamenti e che i profughi vi venissero rinchiusi. Nessun argomento di carattere economico e sociale valse a distogliere il Governo da questo insano progetto e benché l’aggravarsi delle condizioni d’approvvigionamento nelle grandi città parlasse già chiaro contro qualsiasi nuovo agglomeramento di persone e consigliasse di tenere i profughi dispersi per la campagna, accanto ai produttori agricoli, nell’autunno e nell’inverno del 1915 e nel 1916 il Governo aveva condotto a termine gli accampamenti di Leibnitz, Mitterndorf, Pottendorf e Braunau e vi rinchiuse buona parte dei profughi. Solo la impossibilità tecnica e più tardi il sopravvenire dell’era parlamentare impedirono che questa azione di concentramento negli accampamenti fosse completa. Nei baraccamenti i profughi vivevano totalmente segregati dal mondo civile. Non si poteva entrare in un accampamento senza uno speciale permesso del Ministero degli Interni e i deputati stessi dovevano di volta in volta chiedere tale concessione per una fugace visita ai loro connazionali. Triste fama in tale riguardo aveva specialmente l’accampamento di Mitterndorf, ove per evitare che i profughi uscissero dal campo e si recassero alla vicina capitale a chiedere soccorso al Comitato profughi, fu proibito alla stazione ferroviaria di distribuire loro i biglietti, fu introdotta una particolare e severa censura delle lettere oltre la censura generale, censura che sequestrava le lettere dei profughi dirette ai deputati o al Comitato di soccorso in Vienna e le mandava all’autorità militare, la quale puniva tali reati con riduzione di cibo, con più severe misure di internamento e nei casi più gravi con trasloco in appositi campi di disciplina, come quello di Enzensdorf presso Vienna, ove la vita era ancor più tormentata e l’amministrazione completamente in mano di soldatacci. In complesso si può affermare senza tema di smentite che il trattamento dei profughi in questo periodo fu pessimo. Le circolari ufficiali del Governo raccomandavano buon trattamento, ma è evidente che accanto ad esse esistevano le circolari segrete, le quali accentuavano soprattutto la necessita di sorvegliare questi cittadini malfidi dell’Austria poliglotta e che queste seconde avevano sul contegno delle autorità locali maggior influsso delle prime. Una sventura fu anche che i profughi del Mezzogiorno erano stati preceduti dai settecentomila profughi della Galizia, la maggior parte dei quali e per i loro costumi e per le loro qualità negative di nazione e di razza (ebrei galiziani) erano cordialmente antipatici alle popolazioni. Così la parola «profugo» era divenuta sinonimo di uomo sporco, pigro, inerte, speculatore, strozzino; solo lentamente e col passar dei mesi gli italiani riuscirono a sgombrare il terreno da questi pregiudizi e creare attorno a sé una fama migliore, tanto che in ultimo vi furono dei Comuni i quali pregavano le autorità d’assegnar loro invece che cento profughi galiziani duecento ed anche più italiani. Le provvidenze per i profughi Fino alla riapertura del Parlamento i profughi erano completamente in balia delle autorità politiche distrettuali, le quali potevano disporre in loro riguardo senz’alcun freno né di legge né di superiori e senz’alcuna direttiva precisa delle autorità centrali. Fu appena nel maggio 1917 che, riaperto il Parlamento, i deputati italiani presentarono una proposta tendente a ottenere che la posizione dei profughi e i loro diritti di fronte allo Stato venissero regolati per legge. Ai 12 giugno in base alla stessa proposta il Parlamento deliberava di nominare un Comitato parlamentare dei profughi. Questo Comitato riuscì costituito in maggioranza di deputati favorevoli ai profughi italiani, perché rappresentante in genere le nazioni colpite dall’evacuazione, come i polacchi, i ruteni, i rumeni, gli ebrei e gli sloveni; fu perciò che nella Commissione si riuscì a votare un progetto di legge il quale garantiva l’emancipazione civile dei profughi. Il profugo aveva diritto a una sovvenzione e se ne precisava l’ammontare, aveva libertà di dimora potendo scegliere fra un baraccamento o una libera colonia; gli accampamenti dovevano venir organizzati in modo da concedere ai profughi una rappresentanza, se non eguale almeno analoga a quella dei nostri Comuni: in fine la legge riparava un grave torto fatto finora ai profughi, cioè stabiliva ch’essi, in quanto avessero diritto al sussidio militare, lo dovessero percepire anche se contemporaneamente erano sussidiati quali profughi. Nella discussione alla Camera chi scrive fu l’oratore generale ; egli rilevava che l’errore fondamentale dell’azione svolta fin allora – e più che errore si sarebbe dovuto dire delitto – consisteva nel fatto che i profughi anche nei luoghi di nuova residenza, pur non essendo internati, venivano accompagnati e perseguitati dallo stesso spirito che ne aveva causata l’evacuazione. «Si può affermare, dicevo, che almeno settanta per cento degli evacuati vennero esiliati per ragioni politiche: di qui il sistema orribile delle evacuazioni, sistema il quale venne esacerbato dalla circostanza che l’autorità impedì a forza che qualsiasi membro della società colta prestasse la propria opera per attenuare il disastro, internando, confinando, esiliando le persone direttive del paese. Il Governo creò attorno ai profughi l’isolamento, e noi pensiamo con angoscia a quello che sarebbe avvenuto, se i nostri sacerdoti, seguendo l’indirizzo del loro Vescovo, non si fossero gettati nei treni che partivano e non avessero condiviso cogli evacuati le sofferenze della vita e le terribili angustie dei primi giorni dell’esilio, in cui le autorità anche se ne avessero avuto la volontà, erano impotenti a metter ordine». Questo stesso spirito di persecuzione politica creò i campi di concentrazione. Già nell’estate del 1915 l’oratore e i suoi colleghi, resero attento il Governo dell’errore economico che si commetteva promovendo dei grandi concentramenti di consumatori proprio nel momento che tutti gli articoli di consumo avevano la tendenza contraria alla concentrazione. Ma si rispondeva che «altri motivi imponevano gli accampamenti». Questi altri motivi erano il sospetto e la persecuzione politica, per cui gli accampamenti non divennero concentrazioni di uomini liberi, ma «luoghi ove non eravi che un comandante e dei comandati, senza che per questi vi fosse alcuna possibilità di ricorrere all’autorità superiore». E qui ricordavo che fin negli ultimi tempi il Governo aveva proibito la costituzione di Comitati di beneficenza e di consulenza fra i profughi e che se qualcuno negli accampamenti, prete o maestro che fosse, s’azzardò a levare la voce, venne improvvisamente allontanato e confinato altrove. Per la stessa ragione si ebbe la massima cura di tener lontani dagli accampamenti i deputati e i rappresentanti legali. Un membro della Giunta tirolese dovette aspettare a Vienna due giorni prima di ottenere il permesso di visitare l’accampamento di Mitterndorf. «La legge, conclusi, vuole restituire ai profughi il loro diritto di cittadini, creare loro una difesa contro i soprusi dell’arbitrio e dell’assolutismo». Il progetto venne accolto dalla Camera, ma il Governo dichiarò di opporsi e fece valere la sua opposizione nel Senato, che rimandò il progetto alla Camera con alcune modificazioni. E qui, finalmente, dopo lunghe e nuove insistenze, la legge veniva nella sua parte sostanziale approvata il 30 novembre 1917 ed entrò in vigore il 1° gennaio 1918, portando un miglioramento notevole, e solo ad essa si deve se i profughi poterono sopportare senza soccombere l’ultimo anno del loro esilio che per l’inasprirsi della crisi economica fu tuttavia il più duro, perché li costrinse ad una lotta cotidiana colla fame. L’opera d’assistenza Come abbiamo accennato, l’opera d’assistenza, nei primi mesi, che furono i più terribili, gravò tutta sulle spalle dei sacerdoti, che spontaneamente in quest’epoca condivisero coi profughi lo stesso giaciglio e lo stesso cibo, le stesse sofferenze e le stesse ansie, furono i loro patrocinatori, i loro interpreti, i loro consulenti, i loro segretari. Quanto fosse faticoso il compito loro si può dedurre dalla statistica, la quale riferisce che nel 1918 in Boemia si avevano 731 colonie con 16.390 profughi, i quali tutti erano affidati alla cura di 33 sacerdoti trentini, in Moravia si avevano 772 colonie con 18.622 profughi affidati a 31 sacerdoti. Certe colonie distavano dalla sede del prete più di otto ore a piedi e fino a tre ore in ferrovia, così che questi curati di campagna avvezzi a non uscir mai dal ristretto orizzonte del loro paesello, si videro d’un tratto ricondotti ai sistemi apostolici dei primi tempi, costretti a girare tutte le settimane di paese in paese a distribuire conforti, a raccogliere lagni, a trasmettere petizioni. E chi ha assistito al giungere di uno di questi preti profughi nei paeselli della Boemia e li ha visti capitare innanzi alla chiesa per lo più chiusa d’un villaggio czeco o tedesco, affiggervi un piccolo biglietto in italiano che convocava i profughi, e li ha visti poi dopo poche ore circondati da uno stuolo dei nostri, accorsi da un raggio di parecchi chilometri, salutati ed applauditi, come i messi della patria lontana, non può pensare a queste scene senza un sentimento di profonda commozione. Alcuni di questi preti, che ebbero la lingua troppo tagliente e non seppero trattenere lo sdegno per certe vessazioni, vennero internati o condannati, e la maggior parte nei rapporti dei capitani distrettuali erano descritti come sobillatori dei profughi, i quali, lasciati a sé, sarebbero stati «buona gente». Due morirono sulla breccia, in esilio. Più tardi anche il Governo s’accorse dell’opera preziosa e disinteressata di questi curatori dei profughi – «Flüchtlingseelsorger» era il nome che in terra d’esilio eguagliava tutti e decani e parroci e professori del Collegio vescovile e cappellani – e concesso loro un’aggiunta, oltre la congrua, perché potessero pagarsi le spese di viaggio, non senza tenerli però in attenta sorveglianza e soggezione, colla minaccia ripetutamente espressa di levarli di mezzo dai loro parrocchiani e di trasportarli in un accampamento. Accanto ai preti meritano speciale menzione non pochi maestri e maestre, che divennero loro collaboratori e segretari nei Comitati locali, costituiti per ordine del Governo. Alla fine del 1917 erano state erette per i profughi 140 scuole italiane con 16.000 scolari delle quali 48 in Boemia, 64 in Moravia, 6 a Salisburgo, 12 nella Stiria e le altre nell’Austria Superiore e Inferiore. Erano questi comitati una figliazione del Comitato centrale di Vienna, presieduto dal barone Beck , già presidente del Consiglio dei Ministri, Comitato che per le persone che lo dirigevano e per la gelosa cura del Governo, fu nel primo periodo un semplice ufficio di consulenza, il quale si limitava a trasmettere nelle forme più ossequiose i lagni dei profughi e a scusare dinanzi a questi tutte le mancanze dei provvedimenti governativi. Chiunque però volle in quel tempo prestare l’opera sua per i nostri esiliati dovette adattarsi a lavorare d’accordo con tale Comitato, ché il Governo escluse qualsiasi altro centro d’azione e concedette il permesso di visitare le colonie e gli accampamenti solo a coloro che ne erano legittimati dal Comitato stesso. Fu tuttavia opera buona quella di aver superate le antipatie che poteva destare un simile Comitato per dedicarsi a una pratica azione di soccorso. Lentamente anche i rappresentanti italiani ottennero di farsi valere, prima in un territorio determinato, che venne loro assegnato per l’ispezione, poi nel Comitato stesso, nello studio e nell’elaborazione di quelle proposte, che dovevano poi servire a creare mediante la legislazione la charta dei diritti dei profughi. Si deve senza dubbio ai delegati del Comitato se l’amministrazione degli accampamenti, ch’era prima affidata a società di speculatori, passò in regìa dello Stato col controllo dei profughi; se nell’accampamento di Mittterndorf, nel quale da principio soccombettero tanti bambini, vennero istituiti ospedali e ricoveri per gli infermi, ricreatori ed asili per i bambini e vennero istituite quelle industrie che diedero lavoro ai profughi; si deve a loro se vennero ottenuti miglioramenti nella costruzione delle baracche, nella distribuzione dei vestiti, e se in genere negli accampamenti a poco a poco il personale tedesco o ungherese venne sostituito da personale italiano. Popolare divenne soprattutto tra i profughi l’opera del «Segretariato Richiamati», costituito prima a Vienna come sezione del Segretariato fondato a Trento sotto lo stesso nome dell’Associazione universitaria cattolica trentina e trasferitosi poi negli uffici del Comitato stesso. Questo Segretariato, che divenne il centro di consulenza e di protezione per tutti i profughi italiani, pubblicava settimanalmente il «Bollettino dei profughi» , che fu in questo periodo tristissimo della nostra storia l’unico giornale, che pur dovendosi astenere da qualsiasi apprezzamento d’indole politica e dovendo uscire sotto l’oculata sorveglianza della Cancelleria d’Innsbruck era e si mantenne per i nostri profughi l’organo dell’antica solidarietà che li stringeva alla patria trentina. Al miglioramento delle condizioni dei profughi poté contribuire inoltre in maniera decisiva la propaganda fatta dai deputati intorno alla loro sorte. Basti ricordare qui ad esempio il caso di Wagna , ove l’uccisione d’un bambino goriziano per parte di un gendarme del campo provocò un’inchiesta e un vivace dibattito parlamentare, alla fine del quale i nostri deputati ottennero dal Parlamento che venisse sancita la norma, che gli accampamenti dovessero venir amministrati da impiegati di nazionalità italiana. Giustizia vuole che si ammetta che anche nel Ministero degli Interni – Dipartimento profughi – dal 1917 in poi entrò un nuovo spirito, il quale in parecchie occasioni collaborò volonterosamente col Parlamento, per riparare ove ancora si potesse, le gravi ingiustizie commesse sotto la pressione dell’autorità militare nel primo periodo. Ma era troppo tardi. Il peggioramento generale delle condizioni economiche rendeva vano ogni benevolo conato di qualche burocratico di cuore e di testa che vedendo avvicinarsi la catastrofe tentava con tutte le forze di arginarla. Nonostante gli sforzi dei Comitati per i profughi e delle amministrazioni degli accampamenti, la macchina ormai non agiva più: gli ordini dati da Vienna non trovavano né orecchi che li ascoltassero né braccia che li volessero eseguire. Innanzi allo spettro della fame anche quelle nazioni, come i czechi, che s’erano dimostrate più benevole ai nostri, si stringevano in un pauroso egoismo e i poveri esiliati tremavano già al pensiero del prossimo inverno; quando sonò anche per loro colla vittoria delle armi italiane lo squillo della liberazione. Lo spirito di rivolta invase anche gli accampamenti tenuti fin allora in soggezione dalla paura e dalla fame. Nell’accampamento di Braunau nell’Austria Superiore si costituiva un «Comitato nazionale», il quale avocava a sé l’amministrazione della città di legno e issava sulla baracca della Direzione il tricolore, al grido di «Viva l’Italia!». Il giorno dopo entrava nell’accampamento il comandante di un altro campo per i prigionieri di guerra, che si trovava a poca distanza, il colonnello Giuseppe Locurcio, accompagnato da una Commissione d’ufficiali italiani e annunziava alla presenza delle autorità politiche di assumere sotto la sua tutela i suoi concittadini redenti. Nessuno può descrivere le scene commoventi che si svolsero allora fra i soldati italiani, prigionieri essi stessi fino ieri, che venivano a liberare i profughi dal dominio straniero. D’allora in poi un ufficiale italiano si piantò, con un proprio distaccamento, nel campo e quanto avvenne a Braunau si ripeté più tardi negli altri accampamenti. Per incarico del Comando Supremo alla fine di novembre si recava in Austria una Commissione, allo scopo di regolare il rimpatrio dei profughi, garantito dall’armistizio di Villa Giusti, sotto la presidenza del colonnello di Stato Maggiore Invernizio, accompagnato dall’on. Malfatti e dallo scrivente. Passarono ancora lunghe settimane prima che il rimpatrio potesse essere compiuto: le difficoltà enormi dei trasporti e il disgregamento della Monarchia in piccoli Stati in lotta tra loro, ritardò quel ritorno che tutti, profughi, rimpatriati e Governo nazionale, avrebbero desiderato fosse stato rapidissimo. Ma già dopo la battaglia di Vittorio Veneto tutti i profughi, anche i più lontani, cominciavano a sentire sopra di sé la mano tutrice della Grande Patria vittoriosa, la quale mediante le missioni militari scaglionate sulle linee principali da Innsbruck fino in Polonia o indirettamente attraverso l’alleanza e la soggezione dei nuovi Stati, recava ai profughi largo aiuto materiale e altissimo conforto morale. Alcide Degasperi. "} {"filename":"31bcdf11-e4b0-497b-b23b-64862e18b80f.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Abbiamo ripetutamente richiamato all’attenzione del governo quanto sia grave la situazione delle terre devastate nell’imminenza della stagione invernale. Abbiamo sollecitato i provvedimenti la cui necessità e urgenza non ammette discussione in proposito. Ma le nefaste consuetudini della burocrazia ministeriale, forte della sua insensibilità cadaverica per tutto quanto vive, soffre, grida e protesta, non permettono che una azione energica e veramente adeguata alla grandezza del bisogno venga intrapresa. Siamo sempre nello stadio delle commissioni, degli studi, delle statistiche, delle assicurazioni, delle promesse. Una sicura comprensione dello stato attuale delle cose e dei pericoli gravissimi materiali e morali che esso racchiude, non pare che sia pervenuta ancora alla coscienza delle sfere dirigenti. Anche le visite dell’on. Credaro sui luoghi più colpiti dalla guerra, se pure sono riuscite simpatiche e hanno fatto nascere vive speranze, non hanno prodotti fin ora, nemmeno in piccola parte, quei frutti che se ne potevano aspettare. Il popolo che è costretto a vivere in condizioni di vita che si lusingava sarebbero cessate appena la pace fosse sopraggiunta, non arriva a capire, e tanto meno a giustificare, le lentezze sistematiche in affari che richiedono sollecitudine estrema, gli aiuti inadeguati e insufficienti che rappresentano quasi la goccia d’acqua versata sopra un incendio, le parole, per quanto benevole e bene intenzionate, quando non sono in giusta misura accompagnate dai fatti. Parte della stampa del Regno (purtroppo non la più diffusa né la più autorevole) si è fatta eco assai opportunamente delle terribili condizioni in cui si trovano le nostre terre infelici. Specialmente l’invocazione assidua, energica e documentata del prof. Brentari nella Perseveranza e nell’Arena merita la più ampia approvazione come meriterebbe di giungere una buona volta fino alle orecchie, al cervello e al cuore dei ministri che hanno la responsabilità del governo. Anche nella Perseveranza di ieri, leggiamo in argomento questo trafiletto che riproduciamo per intero: «Il nostro giornale si è ampiamente occupato delle non liete condizioni in cui si trova la Valsugana, le ha anche di recente messe a nudo il nostro corrispondente O. B. in una lunga lettera. Eppure sebbene esse siano ben note purtroppo, al governo centrale, i provvedimenti per togliere dallo stato miserevole in cui si trovano la Valsugana e il Roveretano, non sono ancora attuati. Magro conforto alle popolazioni è il sapere che si stanno facendo degli studi, e che prossimamente essi saranno compiuti. Si sa a cosa finiscono, spesse volte, questi studi, condotti fra lungaggini deplorevoli; essi passano a commissioni che li rivedono e li completano corredandoli di altri desiderata, che vorrebbero mostrare tutto il buon volere dei commissari, ma appunto perciò le cose non vanno avanti. Occorre l’esame del Ministero del Tesoro per i fondi, e prima che siano stanziati, ci vuole ancora del tempo. Non è, intanto, consolante la lunga attesa. L’iniziativa privata, generosa nei finanziamenti, va assottigliandosi sempre più, perché, se si riconosce che il governo non può far tutto, deve, per lo meno, far qualche cosa, e dare per primo il buon esempio. E la miseria, e la necessità di soccorrere i molteplici bisogni di queste terre devastate dalla guerra si acuiscono ogni giorno più. Ultimamente si era parlato di fare una lotteria, invocando l’applicazione d’una legge eccezionale, quella del 1911, ma pare a molti una misura non consona alle tristissime conseguenze della guerra che le due regioni subiscono dolorosamente, silenziosamente. La questione ha in sé aspetti commoventi e delicati: di umiltà e di patriottismo. Il ministro delle Finanze non dovrebbe più lasciar indugiare provvedimenti e aiuti. Il ministro del Tesoro, on. Tedesco, non lesinerà certo i mezzi di soccorso in un momento in cui si leva più fiducioso lo sguardo delle tribolate popolazioni alla Patria comune». L’appello è chiaro e forte, per quanto sia cortese. Sarà ascoltato? L’idea di provvedere ai bisogni delle terre nostre devastate per mezzo dei proventi di una grande lotteria è stata sostenuta da varie parti e ne abbiamo dato notizia anche noi. Non conoscendo il programma della medesima e le basi su cui dovrebbe avvenire non siamo in grado di dare un giudizio in merito. Ma, sinceramente, che uno Stato come l’Italia, il quale anche nella situazione presente gode largo credito nel mondo e nelle sue risorse stabili può trovare dei mezzi sicuri per raggiungere l’equilibrio del suo bilancio, deva ricorrere per uno scopo così importante, alla fortuna più o meno incerta di una lotteria, non ci pare il modo migliore per la dignità nazionale. Si faccia, sì, la lotteria. Ma non si facciano dipendere esclusivamente dall’esito della medesima le sorti delle nuove regioni d’Italia, che hanno diritto a tutto l’appoggio diretto, largo e normale del governo e dello Stato. "} {"filename":"b41e9cd2-8a2e-45b9-9b06-db881bbf1ccb.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Il Tiroler di Bolzano dà particolare rilievo alle dichiarazioni fatte dal ministro degli esteri sulla politica italiana nell’Alto Adige e le commenta diffusamente . Le dichiarazioni di Tittoni – scrive l’organo popolare tedesco di Bolzano – hanno un grande valore perché sono una nuova arma in nostra mano contro disposizioni d’impiegati subalterni, le quali stanno in stridente contrasto colla politica proclamata da Tittoni. «Le dichiarazioni del ministro degli esteri, aggiunge il Tiroler, sono anzi un segnale per i partiti tedeschi del Tirolo meridionale ch’essi devono mobilitare contro la politica dei nazionalisti e dei fanatici del Trentino e protestare contro ordinamenti che offendevano profondamente la lingua tedesca, la scuola tedesca e tutta la coscienza tedesca». Tittoni, continua il giornale, ha colpito nel segno: «molto dipenderà dal modo con cui i tedeschi verranno trattati. Se il governo italiano viene loro incontro in tutti i loro postulati e soddisfa i loro legittimi desideri riguardo alla scuola, la religione, il diritto, gli usi ed i costumi, se concede loro una completa autonomia e conserva tutti gli impiegati dello Stato, esso troverà forse meno difficoltà qui che nel Trentino e nell’Italia». Questo linguaggio, come si vede, non lascia nulla a desiderare per quanto riguarda la chiarezza e la precisione. Si sente una lingua appena disciolta dagl’impacci della censura. Di fronte a che, poiché il Tiroler tira in causa anche il Trentino, cercando di costruire, senza distinguere più esattamente, una contraddizione profonda fra la politica consigliata dal Trentino e quella proclamata da Tittoni, ci teniamo a dichiarare brevemente questo. Noi aderiamo completamente alle idee enunciate da Tittoni alla Camera, e per aderirvi non abbiamo atteso le conclusioni di S. Germain. Ogni qual volta fummo richiesti, rispondemmo consigliando una politica equa, diritta, rispettosa delle autonomie locali e del carattere nazionale. Per quanto le ferite inferteci dai tedeschi della vecchia provincia fossero recenti e più che naturale fosse in noi il ricordo degli antichi torti ed il risentimento per le offese sofferte, noi non abbiamo mai lasciato influire il nostro giudizio sulla politica da seguirsi in avvenire dai ricordi del passato. O meglio dal passato noi vogliamo trarre quest’unico ammaestramento: che una nazione si può guadagnare solo colla libertà e col ragionamento, non con altri mezzi. Se i nostri consigli furono seguiti nell’Alto Adige durante il periodo di armistizio, non possiamo affermare con cognizione di causa perché in questo frattempo dovemmo provvedere ai casi nostri, i quali non stavano così sicuri da poter concederci il lusso di pensare ai casi altrui. Ma se sono vere le informazioni affrettate che abbiamo potuto procurarci, le quali combinano colle notizie mandate da lassù alla grande stampa italiana, si deve ammettere che, tolti qui e lì singoli casi, il governo militare fu di fronte all’Alto Adige lo stesso governo che si praticò in confronto del Trentino, con tutte le sue virtù e con tutti i suoi difetti. Ce ne fa fede anche l’elenco concreto dei gravami che fa seguire il Tiroler stesso. Il giornale infatti scrive a questo punto: «Le misure degli organi governativi italiani hanno mostrato che non s’intende punto di venir incontro ai tedeschi. A nessun impiegato tedesco si è dato ancora alcun posto definitivo, si sono allontanati dei professori senza comunicarne i motivi, rifiutati posti ai maestri perché contro di loro s’erano raffazzonate dal regime poliziesco del militarismo italiano coll’aiuto di mangiatedeschi italiani delle accuse calunniose». Noi leggiamo meravigliati e ci domandiamo: è tutto qui? E voi vedete in tutto ciò un sistema «antitedesco», e levate le più alte strida? A parte la nomina definitiva degli impiegati che non s’è fatta ancora in nessun luogo (l’annessione non è ancora proclamata), non sa il Tiroler che professori e maestri sospesi colla stessa procedura lamentata da lui ve ne sono anche nel Trentino? E non sa il Tiroler che nel Trentino si sono sciolte più di un quarto delle rappresentanze comunali mentre nell’Alto Adige, se siamo ben informati, ogni comune poté governarsi come prima; e che da noi si ebbero più internamenti che nella parte tedesca o nella zona mista? È quindi esagerato ed ingiusto parlare di politica d’oppressione contro i tedeschi, politica che sarebbe consigliata dai Trentini. Diciamolo francamente: in molti circoli del Trentino c’è la sensazione che i tedeschi in confronto degl’italiani, siano trattati con particolari riguardi. Il Tiroler tocca ancora della questione scolastica. Si tratta di provvedimenti in corso, di cui non conosciamo esattamente la portata, per cui ci riserviamo di parlarne a miglior agio. Dalle misure prese finora, il Tiroler trae intanto la ragione di attaccare gli ispettori Papaleoni e Giovanazzi e domandarne l’allontanamento. E conclude: «Bisogna introdurre un altro metodo di governo. Se i postulati dei tedeschi verranno soddisfatti ed essi verranno trattati in modo veramente liberale, il governo italiano non avrà qui grandi difficoltà. Si verrà invece ad attriti ed a sollevazioni, se la popolazione tedesca si vedrà lesa nei propri diritti e nella propria coscienza nazionale». Ebbene che dobbiamo dir noi, dal nostro punto di vista, al cospetto di queste intimazioni? Poche parole. Noi desideriamo vivamente che la lotta nazionale finisca. Noi abbiamo bisogno di pace e lavoro. Per questo e per ragioni di equità che noi vogliamo applicate dall’Italia anche in confronto di chi fu complice della nostra antica oppressione, domandiamo che con una separazione amministrativa gli attriti vengano diminuiti al minimo. Entro questi confini venga data alle popolazioni la massima autonomia. Noi non intendiamo affatto che nell’Alto Adige sia fatta una politica trentina. Vi si faccia una politica italiana di larghezza, di civiltà, di giustizia. Ma domandiamo anche che vi si faccia una politica di principi e di coerenza. Non bisogna che oggi qualche impiegato si permetta un atto che dai tedeschi viene interpretato come un’offesa e che poi di fronte alle proteste, il governo soffra un’umiliazione. Ci vuole una politica diritta che non si lasci fuorviare dai fanatici o dagl’idealisti ma che non si lasci nemmeno intimidire dalle minacce tedesche. Noi conosciamo i nostri vecchi amici di casa e possiamo dare dei consigli, anche se non ci vengono richiesti. Il maltrattarli sarebbe ingiusto; ma la politica più nefasta sarebbe quella di trattarli senza coerenza. "} {"filename":"e92ff78d-3b4a-4c33-aa97-360d2724f51a.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"[…] Relazione dell’on. De Gasperi per il Comitato provvisorio Amici miei, permettete ch’io incominci, salutandovi con tutta l’effusione dell’anima. Ci rivediamo dopo cinque anni ad una prima assemblea politica in questa sala Manzoni. Un uragano si è rovesciato sopra di noi che pareva schiantarci; orrori di sangue e di fame hanno devastato il verde Trentino, sì che pareva dovesse diventare un deserto; un immenso pugno di ferro si è abbattuto come un maglio sulle nostre associazioni, schiacciando e disperdendo ogni segno di vita e la corruzione è entrata colla fame nel più remoto abituro. Oh, quante volte nelle ore oscure del lungo esilio un’immensa angoscia ci piombò sull’anima al pensiero che l’opera di tanti anni di entusiasmo e di azione intensa sarebbe forse crollata e che dovevamo assistere impotenti a tanta rovina. Quante volte sovratutto abbiamo temuto di perdere l’anima di questo popolo, la sua anima onesta di lavoratore tenace e di cittadino cosciente. Abbiamo temuto, disperato mai! Ed eccovi qui, vecchi amici, a confermare di persona le nostre speranze. Usciti fuori appena di sotto alle rovine, aggrappativi testé alla riva, dopo l’immane naufragio, arrampicativi appena per il buratto infernale fin su a riveder le stelle, io vi saluto in quest’alba di un mondo nuovo, voi che, lasciate alle spalle le cure di un pauroso egoismo, vi ritrovate a riaffermare i diritti del popolo trentino e a propugnare gl’interessi collettivi del vostro paese (applausi). Molti dei nostri amici sono caduti; sorgiamo in piedi, in segno di pietà (l’assemblea assorge). L’oratore continua: Ma in piedi, amici, voi siete anche per affermare che la vostra volontà dopo tanto schianto, non è spezzata, che il vostro spirito, dopo tanto veleno, non è inquinato, che la vecchia quercia del popolo trentino ha perduta qualche fronda sì, forse qualche ramo, ma il tronco e le radici hanno resistito e tornano a metter foglie e fiori (applausi). Fra voi vedo anche amici giovani, che non conoscono le battaglie di ieri, ma si preparano con entusiasmo a quelle di domani. A loro uno speciale saluto. Il nostro partito non è recinto chiuso e porta nel suo programma i germi di una perenne giovinezza. Chi ama il nostro popolo, chi condivide ed apprezza i suoi ideali, sia il benvenuto, da qualunque parte esso venga. È il momento grave in cui tutte le forze sane devono trovarsi a bordo; solo la zavorra dell’egoismo, dell’interesse personale, delle ambizioni vili getteremo inesorabilmente nel mare! (approvazioni). 183 sezioni - 13340 tessere! Ed ora permettetemi poche parole di relazione sull’attività del comitato provvisorio. Esso venne nominato in Trento da un’adunanza di amici subito dopo il congresso del Partito popolare italiano in Bologna ed ebbe l’incarico di costituire in tutta la regione le sezioni su questa base; premessa d’adesione dei soci alle linee programmatiche generali del Partito popolare italiano, le sezioni si convocherebbero poi in un’assemblea costitutiva regionale, per deliberare sui rapporti organici che le unirebbero al partito nazionale, e per votare i criteri direttivi del partito di fronte ai problemi specifici del Trentino. Le due circolari del comitato trovarono buon terreno; sono 183 le sezioni formalmente costituite, oltre i comitati provvisori della zona devastata, per la quale ragionevolmente dovevamo fare una eccezione. Le tessere vendute sono 13340. Le basi dell’organizzazione sono quindi gettate, esse si assidono sulle larghe spalle delle masse popolari. Ora non ci resta che segnare chiaramente la nostra via. Abbiamo creduto superfluo esporre organicamente in parecchie relazioni il nostro programma. Nelle sue linee generali esso non può essere che quello già noto e formulato dal Partito popolare italiano, al quale vi proponiamo d’aderire e per quanto riguarda gl’interessi particolari della nostra terra, i problemi ed il nostro atteggiamento di fronte ad essi vennero discussi e precisati in altre adunanze, cosicché ci è parso sufficiente sottoporre alla vostra discussione ed alle vostre deliberazioni le conclusioni formulate nei brevi ordini del giorno che vi stanno dinnanzi. La libertà Mi limiterò quindi ad accompagnarli di alcune osservazioni introduttive. Durante il periodo più acuto della nostra oppressione politica, cioè durante la guerra, la nostra aspirazione più profonda era quella della libertà nel senso più integrale della parola. Noi non pensavamo allora solo alla libertà personale, alla sicurezza dei nostri diritti civili (Habeas corpus), ma anche alla libertà politica, cioè alla garanzia del nostro diritto come cittadini di partecipare al governo del nostro paese. Per noi il ricongiungimento alla nostra nazione e l’avvento della democrazia erano due fatti paralleli, che si fondevano e s’integravano in una sola aspirazione, ciò che tentai d’esprimere forse imperfettamente in un discorso alla Camera austriaca ancora il 4 ottobre 1917 quando, nonostante i tristi segni di quel periodo – eravamo a poche settimane da Caporetto – gridavamo in faccia agli oppressori che trionfavano, la nostra indomita speranza nella vittoria della «democrazia nazionale». Era naturale quindi che nel novembre 1918 la liberazione venisse da noi intesa non semplicemente come la cessazione dei limiti imposti violentemente alla nostra libertà personale, ma anche come inizio della liberazione di tutte le energie popolari dagli ostacoli che impedivano al popolo di partecipare al governo della sua patria e di determinare i propri destini (applausi). Il sistema di governo Fu qui che il lungo dominio militare, la mancanza di ogni possibilità di convocare il popolo durante il periodo d’armistizio e la forzata assenza di qualsiasi suo rappresentante dai corpi rappresentativi ci fecero soffrire la prima delusione. Un disagio innegabile pervase i nostri spiriti, disagio che non poteva maturare le nostre convinzioni circa il fatto lietissimo del nostro ricongiungimento alla patria, ma che doveva attenuare l’entusiasmo e l’esaltazione che questo aveva naturalmente provocato. Come alimentare quest’entusiasmo, quando a smorzarlo bastava il decreto di scioglimento manu militari di centinaia di nostre rappresentanze comunali, l’indugio che, nonostante reiterate insistenze, si poneva a ricostituire la nostra amministrazione autonoma provinciale, l’indifferenza, se non l’ostilità evidente, con cui fu circondato un nostro corpo consultivo provvisorio – la Consulta trentina – a cui s’era pur voluto dettare lo statuto, gli ostacoli che s’incontrarono, quando si tentò di avere in seno alla «conferenza dei delegati» a Vienna e nella delegazione per la pace a Parigi una rappresentanza dei nostri interessi nella liquidazione della monarchia austro-ungarica e della conclusione della pace? Come non reagire e non protestare quando alla nostra affermazione delle autonomie locali si oppose una burocrazia accentratrice o livellatrice, talvolta attenuata, ma talvolta anche inasprita dalla collaborazione di trentini che, vuoi per malinteso idealismo patriottico, vuoi per ambizione di dominio e con una certa tendenza alla rappresaglia, dedicarono la loro collaborazione a questo sistema di governo che, malgrado il buon volere di parecchi e le cortesie di molti, fu spesso sistema coloniale e quasi sempre antidemocratico? (grandi applausi) Di fronte a questo sistema, che oggi ancora è troppo poco attenuato, il paese non aveva che due alternative: o lasciarsi andare alla deriva, rassegnandosi alla parte passiva degli eterni brontoloni, o reclamare altamente i diritti della democrazia, concretandoli in due postulati fondamentali: l’assetto definitivo della nostra amministrazione può essere attuato solo col concorso dei rappresentanti eletti dal popolo e le nostre autonomie del comune e della provincia devono essere quanto prima reintegrate in tutta la loro essenza. Il vecchio programma della Democrazia cristiana Le forze attive del paese si concentrarono, dopo qualche indugio, intorno a questa bandiera che noi avevamo issato per i primi. Solo qualcuno fece lo scandolizzato, accusandoci con una parola sciocca – austriacantismo – di volere quasi una specie di restaurazione legittimista; qualche altro, specie tra i giornalisti delle vecchie provincie d’Italia, giudicando poco favorevole per noi la congiuntura elettorale, pur approvando, esprimeva le meraviglie che fossimo proprio noi a chiedere l’appello al popolo e il rinnovamento degli istituti democratici locali. Gli uni e gli altri ignorano, pare, il nostro programma politico che non è di oggi né di ieri. La democrazia cristiana è sempre stata avversaria dell’unità meccanica degli stati moderni, di questi artefatti colossi politici, in cui non esistono che milioni di atomi di fronte ad un governo centrale e ad una rigida uniformità amministrativa; unità meccaniche, diceva il nostro grande maestro, Giuseppe Toniolo «di continuo minacciate da pletora al capo e da paralisi agli arti», ed ha sempre propugnato invece «gli stati come unità organiche, cioè stati risultanti dal coordinamento di vari circoli concentrici di vita autonoma comunale, provinciale, regionale in una vasta unità nazionale politica». È assurdo che si tenti di creare qui un contrasto fra trentinismo e italianismo. Lo Stato è come un organismo umano e trae la sua vitalità dalle sue cellule elementari. Provvediamo a che queste cellule siano sane, e si riempiano di energia animatrice, ed avremo dato il più cospicuo tributo ai progressi della nazione. Attingiamo anche qui del resto alle fonti più pure della nostra storia. Le nostre vicinie, i nostri municipi, le nostre comunità, che cosa furono se non i gangli più vivi e resistenti del nostro organismo di fronte alla prepotenza assorbente del dominio straniero e questi gangli a che cosa ci ricongiungono se non alle fulgide tradizioni dei comuni italiani che irradiarono tanta civiltà nel mondo ? (applausi fragorosi) Non abbiate quindi paura, voi che vi chiamate progressisti e siete pur così pudibondi conservatori, in un momento in cui altri parla di costituente e altri ancora organizza un supremo sforzo per conquistare la dittatura, di proclamare alto il diritto alle nostre libertà e di rivendicare le nostre autonomie. Non ci parlate semplicemente di decentramento amministrativo, cosa desiderabilissima anche questa, ma cosa vale un decentramento delle istanze burocratiche, se non vi è unito un proprio e fondamentale decentramento dei poteri? Per concludere: nessuna meraviglia perciò che i popolari abbiano issato per i primi, in quest’ora storica per il nostro paese, la bandiera delle rivendicazioni democratiche: era nel loro programma, e solo ci è grande conforto che questo corrisponda così bene all’esigenze psicologiche e agl’interessi più urgenti del nostro paese a questa svolta della sua storia. Aggiungeremo di più. Poiché il programma autonomista, sostanziato di postulati concreti, lanciato in mezzo alla nazione, ove, come abbiamo visto, raccoglie il suffragio delle energie più sane e capaci di rinnovare l’Italia, è programma di dignità e di fierezza, esso contiene anche una forza educativa del costume politico. Solo se salverà le sue autonomie, il Trentino e i trentini avranno politicamente una personalità propria e poiché saranno forti di una maggiore libertà e di una maggiore sicurezza dei loro diritti potranno dimostrare agli altri con qual virtù si possa servire la patria, quando si è forti di una forza propria (applausi). Rifacciamoci ora di nuovo al momento della nostra liberazione politica. Con quale ansia, amici miei, abbiamo atteso la grande giornata! Quando venne finalmente, le aspre lotte per la nostra esistenza nazionale, il diuturno contrasto per dimostrare la legittimità delle nostre aspirazioni, avevano inciso nelle nostre menti un concetto altissimo di quello ch’è per l’individuo la nazione e di quanto dovesse valutarsi per noi il ricongiungimento colla madre patria. Il fatto che s’invocava non era il cambiamento di dogana, il mutamento di governo: era a traverso l’unione politica, l’unione morale colla nostra nazione. Quest’unione morale abbiamo quindi esaltato perché ci chiama ad un sentimento comune di grandezza, ci fa partecipi di un patrimonio glorioso del passato, ci associa alle conquiste civili dell’avvenire e, facendo di ciascuno di noi un figlio della grande nazione italiana, irradia su noi una luce nuova che eleva il nostro spirito e moltiplica i nostri impulsi di progresso. Nessun pericolo quindi per noi di svalutare l’opera di unificazione nazionale. Superiorità della coscienza morale Il nostro concetto della vita ci preserva però anche dal pericolo inverso, dal fare cioè, come gli antichi, della patria o della nazione un idolo dispotico, sul cui altare si debba immolare qualsiasi altro amore. Ricordo una citazione del Guizot : «Le società umane nascono, vivono e muoiono sulla terra; qui si compiono i loro destini. Ma esse non contengono affatto l’uomo tutto intero. Dopo ch’egli si è ingaggiato alla società, gli resta ancora la parte più nobile di se stesso, queste alte facoltà per le quali egli si eleva a Dio, ad una vita futura, a dei beni sconosciuti in un mondo invisibile. Noi persone individuali abbiamo un altro destino che gli stati». Amici, scusate la lunga citazione. Ma innanzi a quello che avviene intorno a noi, è necessario risalire ai principi. Abbiamo oltrepassata la frontiera di un mondo ch’è scomparso negli abissi dei secoli e abbiamo messo il piede trepidanti in una nuova società politica. Ma l’una e l’altra società compiono quaggiù i loro destini. I nostri invece sono superiori ad entrambi. Per questo nella nostra anima abbiamo portato con noi dalla società umana che ci si è sfasciata attorno alla società nuova che ci ha accolto, un certo corredo di diritti naturali e di concetti superiori che regnano nella cittadella della nostra coscienza. Uno dei più cospicui di questi diritti è quello di professare e far insegnare liberamente la fede dei nostri padri. Ché si parla di austriacantismo, quando reclamiamo per i padri di famiglia il diritto di far insegnare il catechismo ai loro figlioli? Questo diritto era scritto nella nostra coscienza dalla natura prima che Austria o Italia fossero, al di sopra e al di fuori di ogni società umana (applausi). Ché ci accusate di tiepido amor patrio, quando reclamiamo per i tedeschi la stessa equità che abbiamo domandato per noi? È questo un sentimento di giustizia che sta in fondo della nostra coscienza e che vi soffoca ogni velleità di rappresaglia per i torti subiti. Ché ci denunciate di scarso civismo, quando protestiamo contro la Sardegna, come avevamo protestato contro Katzenau, o quando deprechiamo ogni eccesso del militarismo ovunque si trovi ? La protesta s’inspira ad una concezione superiore del diritto naturale e primordiale dell’individuo di fronte a quella qualsiasi società umana che lo circonda (applausi). Vedano quindi i nostri avversari, se vogliono comprendere la nostra politica, di non scordare che al di sopra di essa noi poniamo le leggi immutabili della natura e della morale. E vediamo noi amici di non dimenticare mai che siamo entrati nella vita nazionale con questo patrimonio perenne di verità, di diritti e di principi, con questa coscienza morale che va tenuta ben in alto al di sopra del cammino dei partiti perch’essa è la lucerna che rischiara loro la via. Sovra tutto in questo momento. Questa fiaccola bisogna agitare sovratutto in questo momento, in cui lo spettacolo dell’immensa violenza patita, degli orrori e disordini del militarismo a cui hanno assistito, minaccia di travolgere il senso morale delle nostre buone popolazioni. A questo s’aggiunge l’attiva propaganda socialista. L’atteggiamento dei socialisti Ci saremmo attesi dai socialisti un diverso atteggiamento. Da una parte i loro capi più autorevoli avevano prima e durante la guerra preso tale posizione da sembrare escluso che i loro adepti potessero poi atteggiarsi a bolscevichi ed entusiasmarsi per la terza internazionale, dall’altra parte i sindacati di mestiere che inquadravano le forze principali del partito, erano prima affigliate alle centrali dell’Austria, ove il massimalismo comunista venne contenuto dai socialisti della scuola classica entro limiti assai ristretti. Quali ragioni particolari potevano proprio spingere i socialisti delle terre redente a prendere altra via da quella seguita dalla maggior parte dei loro compagni dell’Intesa, dell’Austria e della Germania? Eppure in un paese, appena ricongiunto alla propria nazione, sentirono il bisogno di negare nella forma più recisa ogni e qualsiasi nazionalismo, proclamando l’apoteosi di Lenin, che, se fossimo in Russia, avrebbe fatto fucilare il pur loro Battisti e i compagni che si batterono con lui, ed oggi, riconfermati dal voto di Bologna , i nuovi propagandisti del partito vi predicano ovunque la conquista violenta del potere politico, la dittatura proletaria, la guerra civile. Sappiamo che queste torve teorie e questi principi sanguigni, per ragioni a cui abbiamo altra volta accennato, trovano in parte notevole del nostro popolo buon terreno. Questo fatto è inutile negare, bisogna ammettere, anche se dispiaccia. Noi avremmo certo preferito che i socialisti nostrani, seguendo l’esempio dei socialisti dell’Alsazia-Lorena, avessero collaborato in questo grave momento al rinnovamento economico democratico del paese, trovando nel riavvicinamento dei nostri programmi, in quanto riguarda le rivendicazioni politico-sociali immediate, la possibilità di procedere in una azione molto utile al popolo e per un lungo tratto parallelamente, come avviene oltre che in Austria e in Germania, nel Belgio. Ma i socialisti nostrani della nuova maniera, trovarono più facile e più redditizia la propaganda per la conquista violenta della dittatura politica che per la rivendicazione delle nostre libertà locali; entusiasmano più agevolmente col comunismo e coi soviet che con qualsiasi riforma sociale di pratica attualità; ottengono più facili trionfinel tuonare spietatamente contro tutte le guerre piuttosto che nel propugnare provvedimenti per rimediare alle conseguenze della guerra guerreggiata in paese (applausi prolungati). Di fronte a questa propaganda massimalista, l’unico argine di resistenza è il partito popolare. A noi tocca fronteggiare questa propaganda che dilaga, con uno sforzo più intenso di organizzazione ed una diffusione più viva delle nostre idee. Il compito è aspro, tanto più che ai nostri fianchi abbiamo altri partiti minori, che, incapaci essi stessi di un programma di ricostruzione sociale, si cacciano di traverso nelle nostre file per sgominare la nostra compagine, e racimolare aderenti fra i nostri disertori. Ma questo sforzo va fatto, a costo di qualsiasi sacrificio. Non è questo il momento di risparmiarci (approvazioni). Una nuova forza è venuta del resto ad alimentare l’attrazione della nostra propaganda, ed è il senso di solidarietà con milioni di fratelli della stessa fede che combattono per il trionfo degli stessi ideali entro la nazione. Ecco cosa vuol dire, amici miei, avere finalmente una patria. Fede nell’avvenire e nella missione d’Italia Amici, nessuno si lasci trascinare dalla reazione ad un nazionalismo che, cessata l’esaltazione momentanea del sentimento, appare vuoto d’ogni sostanza, e molto meno dall’opposizione che suscitano certe misure del governo, a svalutare il concetto di patria e della coscienza nazionale. Per i cattolici italiani la coscienza nazionale si fonda sull’idea che l’Italia ha una propria missione provvidenziale nel mondo. È sempre stata questa grande idea unificatrice di una propria missione in ordine ai fini spirituali dell’incivilimento, che ha fatto grande moralmente una nazione. Ebbene è a quest’idea che potremo anche noi, ricongiunti finalmente alla patria, accendere il nostro entusiasmo, ricavare nuovo impulso all’operosità ed ai sacrifici comuni. L’idea è che l’Italia ha la missione universale d’irradiare fuori dei suoi confini nazionali, la luce di quel diritto, di quelle verità, di quelle tradizioni, le quali alimentano e perpetuano la civiltà del mondo. Erede di Roma antica, e delle gloriose società comunali del Medio Evo come Milano, Firenze, Venezia; patria di Dante, di Tomaso d’Aquino, di Francesco d’Assisi, culla quindi della filosofia perenne, dell’epopea universale e della democrazia cristiana, ma sovratutto sede del pontificato romano che trasmise al mondo la civiltà latina e dirige nell’universo la Chiesa di Cristo, la nazione italiana ha nel consorzio civile una funzione eminentemente spiritualizzatrice, quella di farvi prevalere cioè il diritto sulla forza, la giustizia sull’opportunismo, il valore civile dei popoli sulla loro forza culturale ed economica (grandi applausi). È perché abbiamo fede in questa missione, in questo destino segnato così evidentemente nella storia dal dito di Dio, che dobbiamo aver fede – al di là di ogni fenomeno che ci urti presentemente – nel popolo italiano, fede nel suo avvenire, fede nella missione che la nazione nostra eserciterà in Europa e nel mondo, per la sua rinnovazione sulle basi della fratellanza, del diritto, della giustizia (acclamazioni). Il relatore prelegge e spiega gli ordini del giorno che il Comitato provvisorio raccomanda all’assemblea, la quale sottolinea spesso con approvazioni ed applausi. Ecco il testo: ADESIONE AL PARTITO POPOLARE ITALIANO E AL SUO PROGRAMMA GENERALE. L’assemblea delibera: [adesione] al partito popolare italiano, di cui accetta il programma e lo statuto. Entrando oggi nella vita politica nazionale con fede vivissima nella missione che la Provvidenza ha affidato all’Italia, mandiamo il nostro fervido saluto ai fratelli che dalle Alpi alla Sicilia, dall’uno all’altro mare, lavorano e combattono per il rinnovamento cristiano e democratico della nazione, e per il trionfo della giustizia sociale nel mondo. camente riconosciute, colla cooperazione e col libero sviluppo della piccola proprietà rurale ed industriale, favorita questa in modo particolare nella legislazione tributaria. ISPIRAZIONE CRISTIANA. Con tutti i fratelli d’Italia della stessa fede noi affermiamo però che questa radicale trasformazione della costituzione sociale può compiersi solo se s’inspirerà ai principi di giustizia e di fratellanza cristiana. La nostra fede nel rinnovamento della nazione è fede nei principi innovatori del cristianesimo. Difendere quindi la libertà di professare e d’insegnare questa dottrina e salvare la coscienza cristiana del popolo diventa un caposaldo necessario del nostro programma politico. Per la pace contro il militarismo. E, anche al di là dei confini della nazione, solo il principio cristiano della fratellanza umana, ci dà fiducia che si elabori in Europa un assetto di giustizia, che, eliminando il nefasto influsso dell’imperialismo capitalista, la società delle nazioni si trasformi in un’alleanza di tutte le razze umane, che il disarmo universale ponga fine al militarismo ed alle guerre. Noi affermiamo che i partiti i quali s’ispirano al cristianesimo, hanno ora il grande dovere di mettersi alla testa del movimento pacifista internazionale e reclamino in questo senso dai nostri futuri rappresentanti un’azione risoluta e tenace. AUTONOMIE LOCALI. Con particolare entusiasmo accolgono i trentini la parola d’ordine del Partito popolare italiano contro la burocrazia centralizzatrice e in favore delle autonomie locali. Noi riaffermiamo la nostra recisa ed irremovibile volontà di voler ricostituire le nostre autonomie locali: la rappresentanza provinciale coi poteri della cessata Dieta, la Giunta amministrativa elettiva ed autonoma, i Comuni liberi da ogni ingerenza amministrativa dello Stato e soggetti solo all’autorità autonoma, e ricostituiti infine tutti quegli organismi ed istituti ch’erano dovuti alla legislazione provinciale. In quest’integrale ricostituzione sta la garanzia del nostro sviluppo democratico e l’unico mezzo di arginare il burocratismo che soffoca e dissolve. indipendente da ogni partito politico, protestando contro il partito socialista che abusa delle organizzazioni professionali, costringendole, in contraddizione coll’asserita neutralità, a servire la sua azione politica. 2. L’assemblea plaude al risorgimento della vasta e magnifica organizzazione cooperativa del credito, del consumo, della produzione e del lavoro, vanto incontrastato della nostra regione, e reclama dal governo e dai pubblici fattori il più ampio appoggio alla cooperazione e alle sue iniziative. POSTULATI PARTICOLARI-RAPPRESENTANZA PROVINCIALE. Rappresentanza provinciale 1. La rappresentanza provinciale dev’essere ricostituita entro il più breve termine possibile e in modo che alla parte tedesca venga concessa un’amministrazione separata. S’introduca subito per decreto reale un nuovo sistema elettorale attribuendo il diritto di voto agli uomini ed alle donne dai 21 anni in su e applicando lo scrutinio di lista colla proporzionale e s’indicano in base a tale regolamento le elezioni. UNA COMMISSIONE PER L’ESECUZIONE DEL TRATTATO DI PACE. 2. Deplorando che nel trattato di S. Germain gravi e vitali interessi economici e finanziari della regione siano stati trascurati e che in genere nella liquidazione della Monarchia a.u., il Governo abbia mancato di avvedutezza e di energia, l’assemblea domanda che venga subito istituita col concorso delle associazioni economiche della regione una commissione composta di fiduciari del paese che d’accordo coi rappresentanti delle altre terre redente provveda nell’esecuzione del trattato a salvaguardare i nostri interessi ed a prepararne una migliore difesa in occasione della stipulazione delle nuove convenzioni commerciali. RICOSTRUZIONE. 3. L’assemblea protesta vivamente contro la ritardata applicazione della legge sul risarcimento dei danni di guerra e quindi dell’opera di ricostruzione: domanda che venga decisa subito per decreto reale l’entrata in vigore della legge anche per le terre annesse e venga istituito un organismo analogo al Comitato governativo di Treviso. L’assemblea richiama l’attenzione del Governo sui tentativi di speculazione, perpetrati nella zona devastata e reclama che si favoriscano i consorzi di costruzione e le cooperative di lavoro. maestri della Tommaseo, assicurandoli che il popolo sarà grato a coloro che in momenti difficili ne affermano i supremi interessi morali. RISTABILIRE IL DIRITTO COMUNE. 5. Il partito popolare domanda la cessazione di qualsiasi misura eccezionale di guerra e di polizia, il pieno ristabilimento del diritto comune, l’amnistia per le condanne politiche e la revisione dinanzi ai tribunali civili delle sentenze o condanne o delle motivazioni dei tribunali militari o degli organi esecutivi, il diritto ai perseguitati politici di chiedere l’indennizzo per ogni danno ingiustificato. "} {"filename":"b02c3bd4-11e5-4a0b-a72f-496d30eeddf7.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Roma, 27. Fu qui di questi giorni l’on. Degasperi il quale presentò al presidente del Consiglio gli ordini del giorno votati dall’assemblea costitutiva del partito popolare. Egli fece rilevare all’on. Nitti che la «paralisi costituzionale» della regione trentina diventa sempre più intollerabile e pericolosa. I trentini si attendevano di poter essere convocati alle urne il 16 novembre insieme a tutte le altre provincie italiane. Il silenzio che è seguito alle anteriori promesse governative ha già fatto comprendere che questo termine è oramai lasciato cadere. L’assemblea del partito popolare è stata però unanime nell’esprimere la volontà del popolo che entro breve tempo esso debba convocarsi ad eleggere i propri rappresentanti. Di provvisori, d’incarichi speciali affidati solo dall’alto, di un’amministrazione piantata ancora sui trampoli del comando supremo i trentini, che sono democratici sul serio, sono stufi . Se quindi il Governo non intende convocarli presto per le elezioni politiche, essi svolgeranno una vasta azione di propaganda per le elezioni di una rappresentanza provinciale, nella fiducia che la nazione comprenderà come nel momento di riunirsi al proprio Stato nazionale e di liquidare tutti i vincoli economici e sociali d’un secolare passato non è possibile che i cittadini delle terre redente siano semplicemente degli «amministrati». Il Governo italiano s’è impegnato di non introdurre in definitiva il nuovo assetto amministrativo del paese, senza il concorso di rappresentanti eletti dalla nazione stessa. Ciò è naturalissimo e simile impegno venne preso e mantenuto anche dalla Francia in confronto dell’Alsazia-Lorena. Ma gli alsaziani e lorenesi andranno ora alle urne. In ogni territorio d’Europa che ha mutato governo si sono già avute le elezioni e si avranno presto anche nelle zone contrastate soggette a plebiscito. Perché le terre italiane dovranno rimanere le ultime? L’on. Nitti dichiarò che il Governo è consapevole dell’impegno preso di far quanto prima le elezioni; il termine del 16 dovette essere lasciato cadere per la questione del confine orientale; egli ritiene però che prima che il parlamento italiano venga riconvocato, la questione potrà essere matura in modo che si possa provvedere alle elezioni. Il governo è favorevole alle autonomie locali e provinciali; ritiene però che la loro stabile ricostituzione debba avvenire col concorso del parlamento nazionale, di cui facciano parte i rappresentanti delle nuove provincie. Quindi la procedura più logica è che si debba provvedere prima alle elezioni politiche, poi ai nuovi regolamenti ed alle elezioni amministrative. Il Governo farà ogni sforzo per sollecitarle e darà intanto ordine che si affrettino tutti i preparativi tecnici. L’on. Degasperi ribattè che le dichiarazioni del governo rendevano ancora più urgente la convocazione dei comizi elettorali per il parlamento nazionale perché solo con tali elezioni si potrebbe, secondo il piano del governo, provvedere poi alla ricostituzione della rappresentanza provinciale e quindi alla nomina della Giunta autonoma e al rinnovamento delle rappresentanze comunali. Il nostro deputato faceva poi osservare come la situazione giuridico-diplomatica delle nuove terre sia caotica. Si dice che non vi si possono indire elezioni per la Camera dei deputati, ma vi abbiamo già in realtà tre membri dell’altro ramo del parlamento, i senatori Hortis , Valerio e Zippel . Si allega che il trattato non è ancora in vigore. Di fatti esso manca ancora della formale ratifica da parte di altre due potenze ma, mentre il trattato prevede che lo stato di guerra cesserebbe solo colla sua entrata in vigore e che solo con tale ratifica le Potenze alleate entrerebbero in relazioni officiali con l’Austria, di fatto, precedendo ogni formale ratifica, l’Italia ha ripreso solennemente i rapporti officiali con l’Austria, colla nomina del nostro ambasciatore a Vienna. L’Austria, ratificando il trattato di S. Germain, ha accolto anche il suo articolo 36 per il quale «essa rinuncia, per quanto la concerne, a favore dell’Italia ad ogni diritto e titolo sui territori dell’antica Monarchia austro-ungarica situati al di là delle proprie frontiere come sono determinate all’articolo 27»; non siamo più quindi anche in base al diritto internazionale cittadini austriaci; ma fino che non è proclamata l’annessione, non siamo nemmeno cittadini italiani e per poco che continui tale situazione noi resteremo in Europa gli unici cittadini, che pur non essendo destinati ad uno Stato cuscinetto, saremo ancora sotto la giurisdizione formale del Consiglio supremo di Parigi. L’on. Nitti convenne nell’intollerabilità di tale situazione formale e assicurò che il Governo si varrebbe anche della volontà dei redenti per affrettare la soluzione formale definitiva, ch’egli ritenne del resto non potersi protrarre più a lungo. In relazione al trattato l’on. Degasperi ripetè che il Trentino rimase assai deluso delle sue clausole economiche e finanziarie, che non proteggono sufficentemente gl’interessi della regione. L’assemblea del partito ha chiesto quindi che si nomini almeno ora una commissione che provveda a salvaguardare i nostri interessi nell’esecuzione del trattato e nella preparazione delle convenzioni commerciali. L’on. Nitti rispose che il Governo verrà incontro a questo postulato, affidando all’ufficio centrale per le terre redente l’istituzione di un organismo apposito con diramazioni a Trento e Trieste, il quale sarà in stretto rapporto colla commissione interalleata delle riparazioni. L’on. Degasperi espose poi ed illustrò gli altri ordini del giorno, su cui poi in dettagli s’intrattenne col comm. Salata, direttore dell’ufficio centrale: urgenza dell’applicazione della legge sui danni di guerra, per la ricostruzione della zona devastata, regolazione della valuta, diritti acquisiti dei funzionari. Per l’applicazione della legge sulla rifusione danni venne promesso – e non per la prima volta – di varare quanto prima lo speciale organico necessario per le nuove provincie; la regolazione della valuta dev’essere purtroppo già avvenuta ed il rispettivo decreto è già alla firma. Non si può affermare ch’essa sodisferà le giuste aspettative del paese. Per i funzionari sono in gestazione delle norme che dovrebbero salvare tutti o quasi tutti i diritti acquisiti. L’on. Degasperi si occupò in modo particolare dei ferrovieri presentando al rispettivo ministero un memoriale, a cui fu promesso sollecito e favorevole riscontro. Queste le informazioni generali che potei avere dal vostro direttore, il quale discorrendo d’altri retroscena concludeva che nel suo ripetuto pellegrinaggio agli uffici si persuadeva sempre più che l’elezione dei deputati si faceva sempre più urgente non solo per il concorso che deve dare la legislazione all’assetto definitivo delle nuove provincie, ma anche per fornire all’amministrazione quei propulsori, senza dei quali la macchina, avvezza ad andare così, si muove a fatica e si arrugginisce. "} {"filename":"0c4832f3-935a-4fea-b426-734cd72868b1.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Merano, 30. […] L’on. Degasperi esordisce dichiarando che, data la situazione speciale di Merano, non intende farvi un’esposizione polemica del programma popolare, ma accennare ad alcuni punti, su cui potrà essere meno pronunciato il dissenso. Non intende occuparsi ex professo della questione dell’Alto Adige né fissare il nostro atteggiamento di fronte ai tedeschi, ma non può non rilevare che, da quando egli ed i suoi amici venivano a parlare ai lavoratori italiani di Merano ad oggi, la situazione politica è radicalmente mutata ed egli può parlare questa sera in un comizio indetto dalla sezione più settentrionale del Partito popolare italiano. Nessuna intenzione aggressiva lo muove, anzi, poiché a Merano regnò quasi sempre una pacifica convivenza fra italiani e tedeschi, non sarà fuori di luogo che vengano rivolte proprio da qui ai tedeschi alcune parole che contribuiscono ad una spiegazione leale. Una parola ai tedeschi Noi trentini, dice l’oratore, comprendiamo la situazione dei tedeschi e ci spieghiamo fino ad un certo punto il loro stato d’animo. Appartenendo ad una razza che ha meditato l’impero sul mondo, avvezzi in Austria e in Tirolo in particolare ad esercitare un’egemonia secolare sulle altre nazioni, dopo una guerra, piena di sacrifizi, sostenuta per il loro sogno d’orgoglio, il ritrovarsi ora staccati dal resto della loro nazione, avvilita e depressa, ed inclusi in un altro Stato nazionale, infonde nel loro spirito un senso di delusione amarissima. Ma se comprendiamo questo, non possiamo tuttavia giustificare il linguaggio che ha assunto la loro stampa in questo ultimo periodo, specie quella dei cattolici. Essi ci dicono che faranno sempre appello al nostro ideale di giustizia cristiana e ci opporranno la forza dei nostri principi. Non abbiamo difficoltà ad ammettere che la pace di Parigi non ha raggiunto l’ideale che l’umanità s’era proposto. Ammettiamo che, essendosi abbandonato il criterio assoluto dell’autodecisione e del principio nazionale, l’Italia, seguendo l’esempio delle nostre nazioni, si è adattata ad una soluzione di compromesso, in cui è commisto anche il criterio della difesa strategica. Noi trentini, che abbiamo invocato alla Camera austriaca il principio dell’autodecisione, non lo smentiamo di fronte a nessuno, per quanto converrà pur ammettere che una sua rigida applicazione per ogni lembo di territorio, per ogni città, per ogni villaggio, senza tener conto d’altri punti di vista, potrebbe condurre in pratica all’assurdo. Ma dovevamo noi nel momento in cui si rivelava che tutte le nazioni nel consesso di Parigi ricorrevano in misura ben maggiore a questo criterio di difesa strategica, con l’animo ancora atterrito per il pericolo corso esigere – anche se fosse stato in nostro potere – che proprio l’Italia, la quale si atteneva ad esso in una misura ben più trascurabile, vi rinunziasse? Proprio l’Italia che per secoli fu teatro delle invasioni dei popoli nordici, in causa anche della debolezza dei propri confini? Dal nostro punto di vista, quando alcuni di noi furono richiesti del loro parere personale, era doveroso ci limitassimo a dire che la questione della frontiera settentrionale era questione che andava risolta dai rappresentanti gl’interessi di tutta la nazione e dal punto di vista di questo legittimo interesse generale, non con riguardo alle nostre esperienze locali, le quali ci hanno permesso tuttavia di aggiungere: in ogni caso meno tedeschi ch’è possibile. Siamo qui dunque sul terreno delle relatività umane e ci basti a dire che l’Italia è più vicina alla soluzione ideale di qualsiasi altro Stato europeo. Confrontino del resto i tedeschi il loro atteggiamento col nostro. L’oratore ricorda qui, per non andar più indietro, i postulati del congresso di Sterzing del maggio 1918 . A questo congresso i rappresentanti dei partiti tirolesi domandarono ad unanimità l’annessione all’Austria dell’altipiano dei 7 e 13 comuni, della valle superiore dell’Adda e dell’Oglio, di gran parte della provincia di Venezia e di Udine. Essi proclamavano l’indissolubilità e l’unità del Tirolo da Kufstein fino alla chiusa di Verona, ed il reciso diniego di ogni autonomia «del terzo meridionale della provincia, il cosiddetto Tirolo meridionale»; incameramento delle sostanze dei fuorusciti; vescovo e seminario tedesco e «completa trasformazione della scuola nel Tirolo italiano introducendo il tedesco, come oggetto obbligatorio». L’oratore vuol ricordare questo non per consigliare rappresaglie, ma appunto per dimostrare che la stampa tedesca avrebbe oggi il dovere di essere più modesta. Quando i tedeschi hanno chiesto l’autonomia, la maggioranza dei trentini ha risposto che non intende opporsi a che i tedeschi sul terreno delle autonomie locali, che i trentini reclamano anche per sé, abbiano un’amministrazione separata. I trentini non hanno mai consigliato una politica repressiva e mentre durante la guerra i tirolesi inveirono contro i nostri deputati confinati – basti ricordare l’on. Conci tenuto lontano dalla Giunta e costretto ad abbandonare perfino il convegno d’Innsbruck ove si dovevano discutere provvedimenti contro la fame – questi stessi deputati non ebbero difficoltà ad intervenire in favore di un deputato dietale, tirolese. Questo il contegno nostro, conclude l’oratore, che ci dà diritto di deplorare il contegno di certa stampa. Certo che noi non potremo mai permettere che agl’italiani dell’Alto Adige venga ostacolato il loro libero sviluppo, in nome di una dottrina di Monroe che si vuole applicata a tutto il territorio sopra Salorno. Infine un’enorme differenza – rileva il dr. Degasperi – esiste ancora in favore dei tedeschi al confronto di quella ch’era la situazione nostra rispetto allo Stato. Noi eravamo in Austria sudditi, essi in Italia sono cittadini. Sopra noi regnava l’inquisizione del pensiero, ché non ci era lecito esprimere nemmeno la nostra simpatia verso la nostra nazione e ci si educava all’ipocrisia, esigendo da noi dichiarazioni di patriottismo. I tedeschi, invece, hanno potuto liberamente proclamarsi repubblicani, criticare nei loro giornali il trattato di S. Germain, proclamare le loro riserve e proteste di diritto statale. Ai tedeschi resta libero di usare di tutte le armi della libertà politica e della democrazia; e se quest’uso non è pieno in questo periodo di transizione, come non è nemmeno per i trentini, presto verrà il tempo in cui potranno eleggere i loro rappresentanti. Si mettano francamente e apertamente su questo terreno, lascino le diatribe infeconde e nel pieno esercizio delle libertà politiche impareranno ad apprezzare le garanzie civili che offre lo Stato italiano e ad amare l’Italia, che non conoscono ancora. Questo in sunto quanto espose in forma piana e senza pretese nella prima parte della sua conferenza l’on. Degasperi. Movimento operaio, socialismo e democrazia cristiana Nella seconda, egli ricorda che gli amici che lo hanno invitato a parlare sono gli stessi che a Merano hanno da anni potuto sostenere un modesto ma valoroso gruppo di unioni professionali cristiane. Questi sindacati hanno saputo combattere delle lotte in difesa degl’interessi operai, talvolta anche assieme ai socialisti. Ciò gli dà occasione di accennare rapidamente all’attuale momento politico, quale è caratterizzato dall’affacciarsi alla vita politica in forma imponente del movimento operaio. Non è vero, come vanno affermando i propagandisti del socialismo, che movimento operaio e partito socialista siano la stessa cosa. Fin dall’inizio dell’epoca nuova si distinsero accanto a Saint Simon e Louis Blanc , Lammenais , Lacordaire e Montalembert , accanto a Marx e Lassalle , Ketteler e Kolping . Due scuole, due teorie e due organizzazioni si divisero il campo in tutte le nazioni latine. Nei paesi anglosassoni, in Inghilterra, in America, in Australia le più grandi organizzazioni operaie sono fuori del socialismo. Questo fatto, che inutilmente si vuol negare, fa riflettere. Ciò vuol dire che la differenziazione non è causata dal non volere le organizzazioni non socialiste rappresentare l’interesse immediato ed il progresso indefinito della classe lavoratrice, ma è motivata dall’idea del materialismo storico, a cui il socialismo educa le organizzazioni sue. Chi non accetta tali principi non può essere socialista cosciente, per quanto sia caldo fautore della classe operaia. Collaborazione democratica o dittatura rivoluzionaria La guerra ha reso ancora più evidente che sul terreno delle pratiche conquiste, anche di carattere politico, è possibile una collaborazione fra i rappresentanti dell’uno e dell’altro indirizzo e di queste e di quelle organizzazioni. In Austria, in Germania, nel Belgio i cristiano-sociali in questi due ultimi paesi, anche altri partiti democratici accettano di collaborare coi socialisti nell’amministrazione dello Stato per trasformare il regime capitalistico; ma tale concorso è possibile solo perché i socialisti abbandonano la concezione marxistica della storia, o per lo meno sospendono il loro giudizio in riguardo. Si vedrà ora se anche in Italia finirà col prevalere tale indirizzo. L’oratore crede che ciò avverrà non tanto per volontà degli uomini quanto perché le cose ve li costringeranno. Intanto però i socialisti italiani, e con loro i compagni nostrani, si entusiasmano per i soviet e per la dittatura del proletariato. Essi sono ammiratori sconfinati del regime di Lenin e di quello tentato a Budapest da Bela Kun. L’oratore non vuole occuparsi di quello che sia avvenuto di fatto in questi due paesi. Le notizie sono così contraddittorie, che avrebbero dovuto consigliare ai nostri socialisti un certo riserbo. Tornata la pace e la libertà dei commerci, ci sarà la possibilità di studiare serenamente che cosa abbia portato l’esperimento comunista in Russia. Se ci sarà vero progresso, chi potrà negarlo o impedire che si attui in altri paesi? Ma intanto quello che certamente non si può accettare è il sistema generale che si è voluto colà introdurre, cioè l’espropriazione violenta mediante la dittatura politica e militarista del governo dei soviet. Il sistema ha portato alla guerra civile. Abbiamo bisogno in Italia di una altra guerra, più sanguinosa e più crudele, perché fratricida? Ha bisogno il nostro paese semidevastato che l’Italia, a cui è appena congiunta, si lanci nel caos dell’esperimento comunista, mentre c’è tanta urgenza che si riprenda il lavoro, si riordinino le finanze, si aumenti la produzione, affinché noi stessi possiamo uscire dalla crisi in cui ci ha lasciato il conflitto mondiale? Un nuovo organo rappresentativo L’oratore s’augura che il buon senso italiano finisca col prevalere e che i socialisti stessi siano indotti nell’interesse della classe operaia a preferire «al colpo di stato» il legale esercizio del loro aumentato potere politico per iniziare la trasformazione del presente ordine economico-sociale. L’organo di questa trasformazione dev’essere non il soviet di dittatori, circondati dalle guardie rosse, ma la rappresentanza delle classi organizzate, costituita in consiglio del lavoro, con poteri ampi, ma ben delimitati, accanto al Parlamento. È questo un punto del programma del partito popolare. Il consiglio, che avrà anche alle sue dipendenze i consigli locali, dovrà avere poteri regolamentari non solo per l’applicazione ed attuazione di leggi sociali, ma anche per legiferare nella particolare attuazione di principi direttivi fissati dal Parlamento. Con questo organo, quello che si tenta in Germania ed in Austria riguardo ai consigli d’esercizio delle industrie, si potrà attuare in Italia. Toccherà alla Camera di elaborare un progetto concreto, ma chi non vede che questa è la via per giungere, a far prevalere nella vita politica e quindi anche in quella economica l’influsso del lavoro su quello del capitale, senza scosse violente? Certo che qui non si vuole la dittatura né della classe degli operai dell’industria, né dei contadini, né dei lavoratori dell’artigianato e dell’impiego, ma l’influsso delle classi che lavorano, rappresentate proporzionalmente. La proporzionale dev’essere introdotta anche in queste rappresentanze, come i trentini domanderanno che vengano introdotte nelle casse ammalati, ereditate dall’antico regime. Questo in sunto e con altre parole quanto espose, spesso applaudito, l’on. Degasperi. Il contraddittorio Silvio Flor domanda la parola per i socialisti, parlando per circa una mezz’ora. Replica poi vibratamente l’on. Degasperi, a cui il Flor ribatte nuovamente. Il Degasperi dice infine alcune parole di chiusa. L’uditorio segue con calma e con interesse il dibattito, che si contenne sempre entro forme cortesi. L’adunanza durò così tre ore. Riassumere i termini della discussione mi è difficile, perché il Flor divaga da un argomento all’altro. Rileverò alcuni punti principali, cercando di esprimere fedelmente il concetto degli oratori, pur non potendo ricostruire l’ordine esatto della discussione, che durò più di due ore. Il Flor in complesso apparve in veste di socialista moderato. Dittatura o democrazia I socialisti italiani [dice] non faranno la rivoluzione. Porranno semplicemente le loro condizioni alla borghesia. Se questa non le vorrà accettare, allora scenderanno in piazza e potranno dire agli operai: Ecco che i borghesi in Parlamento non vogliono cedere: bisogna ricorrere ad altri mezzi. La dittatura del proletariato non deve spaventare: la borghesia non esercita la sua dittatura da secoli? In Russia la dittatura di Lenin c’è voluta per abbattere la dittatura dello czar. I bolscevichi avranno dovuto fare delle vittime, ma quanti milioni non ha ammazzato lo czar? Il Degasperi ebbe facile gioco a replicare: Benché in veste da moderato, il Flor sostiene in realtà il principio della dittatura contro il principio democratico della rappresentanza parlamentare. I deputati socialisti, dice egli, metteranno le loro condizioni: se la borghesia le respinge, scenderanno in piazza. Ciò vuol dire che se la maggioranza della Camera eletta a suffragio universale dai cittadini italiani, non accetta le condizioni della minoranza socialista, essi ricorreranno alla violenza. Ecco il principio con cui non si può andare d’accordo, senza conculcare la libertà e la giustizia sociale. I socialisti, se vogliono attuare il loro programma, devono guadagnarvi l’adesione della maggioranza degli eletti o degli elettori. Altra via legale non esiste. Fuori di essa non c’è che la tirannide. Non è vero che Lenin in Russia sia ricorso alla dittatura per abbattere lo czar. Lo czar era già caduto, la rivoluzione era già fatta pacificamente. Erano al governo socialisti e democratici, ed è contro l’assemblea costituente, rappresentante tutti i cittadini, che Trotzki e Lenin fecero funzionare le mitragliatrici. La guerra Gran parte della sua esposizione il Flor dedica alla guerra. La guerra l’hanno voluta e continuata i borghesi, specialmente i clericali, contro i proletari di tutto il mondo. Voi, dice rivolto ai popolari trentini, eravate la coda dei cristiano-sociali tedeschi a Vienna e del centro germanico che hanno votato la guerra, noi, socialisti italiani, siamo vergini di ogni colpa, quindi possiamo inveire contro la guerra e declinarne ogni responsabilità. Piano, signor Flor, replica l’on. Degasperi, vi nego il diritto d’intrupparvi coi socialisti italiani, per rifarvi una verginità che non avete. Voi, socialisti trentini, prima e durante la guerra, sia come partito politico, sia come movimento politico eravate tutto una cosa col partito socialista internazionale austriaco. I deputati socialisti italiani di Trento e Trieste fecero parte del club socialista in compagnia dei tedeschi anche quando ne uscirono gli slavi. Se mai dei partiti locali trentini qualcuno deve assumere la responsabilità dei club parlamentari austriaci è proprio il vostro, non noi che eravamo costituiti in partito separato dai cristiano-sociali tedeschi. Ma noi ci possiamo rivendicare Federico Adler , soggiunge il Flor, che ammazzò Stürgh ed iniziò la nuova era. L’atto di Federico Adler, replica l’on. Degasperi, fu sconfessato dal vostro organo centrale l’Arbeiterzeitung e dal club parlamentare socialista. E il Flor insiste allora sul contegno del Centro germanico e simili partiti. Questi hanno votato per le spese militari avanti la guerra, quindi l’hanno preparata. Certo, ammette l’on. Degasperi; i cattolici, come altri partiti che ebbero responsabilità dì governo, votarono anche le spese militari, ma senza voler assumere la responsabilità di tutta la loro politica, e senza voler escludere che ci sia stato qualche imperialista cosciente, non è vero che la maggioranza dei deputati votavano tali spese a malincuore e per la preoccupazione che bisognasse armarsi per non essere assaliti dai vicini, già più agguerriti? Non era questa la teoria in voga da tanti secoli nonostante i pacifisti di tutti i partiti, che per voler la pace convenisse preparare la guerra? Del resto qual differenza esiste fra il Centro che vota 300 cannoni prima della guerra e i socialisti germanici che votando i crediti militari e i prestiti di guerra germanici rendono possibile la costruzione di migliaia di cannoni, che serviranno a massacrare il Belgio e a devastare la Francia? Nell’uno e nell’altro caso – la maggior parte in buona fede – credono che ciò sia inevitabile per evitare la guerra o un lungo prolungarsi di essa. Il Flor insiste ancora: non vagate all’estero, parlateci dei socialisti italiani! Degasperi lo accontenta. Cita Bissolati , Battisti. Flor a questo punto s’impenna, dice che i socialisti hanno cacciato dal loro partito tutti i loro consenzienti che hanno sbagliato. È facile a Degasperi dimostrare che per rimaner «vergine» Flor deve cacciar fuori la grande maggioranza dei socialisti d’Europa, ad incominciare dai classici epigoni di Carlo Marx. A questo si arriva quando non si vuol distinguere fra le varie cause del conflitto mondiale, per ridurlo semplicisticamente ad una lotta fra i proletari ed i capitalisti di tutti i paesi. A tal fine non si distingue fra la guerra dell’Austria provocatrice e dell’Italia, tiratavi per i capegli, della Germania aggreditrice e del Belgio che difende la propria esistenza. Si abbandona la realtà storica per fare della demagogia. La questione morale Infine, essendosi toccata nel dibattito la questione scolastica, mentre Flor vuole escluso dalla scuola l’insegnamento del catechismo, Degasperi rileva che in Italia più che mai il popolo ha bisogno di un’educazione morale. Senza un contenuto cristiano, il movimento popolare che si entusiasma per gli esperimenti asiatici di Lenin, minaccia di sboccare in una rinnovata barbarie. Mandiamo l’augurio, conclude l’on. Degasperi, da questo estremo lembo d’Italia che la nostra nazione esca dalla presente crisi rinnovata per un più intenso progresso sociale: Viva l’Italia! La maggioranza conclama questo grido. Un gruppo intona: Viva il socialismo, viva la Russia! "} {"filename":"627967c1-588d-4a7d-ae01-8853908dda62.txt","exact_year":1919,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Caro «Trentino», sabato e ieri, la censura militare ti ha imbiancato, e i buoni trentini, i quali a giusto diritto si aspettano di trovare nelle tue amiche colonne la interpretazione dei loro sentimenti [righe censurate]. Francamente, si sbaglia di grosso. I problemi di guerra, come quelli economici sono, in buona parte, problemi di psicologia – individuale e collettiva – e se chi dirige le operazioni belliche e amministrative non è un discreto psicologo, rischia di fare sciocchezze ad ogni passo. È il caso nostro. Vinta gloriosamente la quarta guerra italiana, e suggellata col sangue dei combattenti e con le lagrime e col martirio degli irredenti l’unità della patria, il Trentino e la Venezia Giulia sono stati politicamente redenti. Che cosa doveva fare la madre per i figli tornati al suo grembo? Aprir loro le braccia, stringerseli al cuore, interrogarli sui loro bisogni, provvedere che nulla loro mancasse; evitare, in altri termini, che la schietta fervida gioia di tutti i cuori fosse anche leggermente amareggiata dalla minima contrarietà, dal più piccolo gesto imprudente. Noi, che nei lunghi anni di servaggio politico e morale, e nel periodo della guerra in modo speciale, avevamo sentito intorno al collo e ai polsi la stretta dei più vari e più laceranti sacrifici, e, per conseguenza, eravamo in grado, nel momento del riscatto, di apprezzar anche esageratamente il valore delle più piccole materne provvidenze, non avremmo chiesto molto alla Patria. Ci sarebbe bastato che la patria, interpretando bene l’animo nostro, riconoscendo legittima la nostra bramosa ansia di vivere e di progredire in libertà e in giustizia, ci avesse accontentati, trattandoci alla stregua di figli maggiorenni, anche e specialmente agli effetti economici-finanziari. Invece?… Invece gli amministratori generali di Roma, non hanno saputo leggerci nell’animo, non hanno saputo interpretare i nostri bisogni reali: si sono dimostrati non cattivi, ma pessimi psicologi. [paragrafo censurato] E c’è di peggio: a un popolo redento, che credeva di potere – finalmente – correre nei fioriti giardini della libertà, a rinnovare l’aria dei suoi polmoni, la censura assegna il temporaneo domicilio in una serra artificialmente calda e sapientemente limitata, dove manca l’ossigeno e le gambe si rattrappiscono nella immobilità. [paragrafo censurato]. Si dice che la speranza sia l’ultima dea: vogliamo crederlo anche noi. [paragrafo censurato]. Pensino i dirigenti, che gli Stati non si amministrano con criteri limitati alla visione e alla considerazione dei vantaggi momentanei dell’amministrazione centrale. Bisogna lavorare oggi per domani; fare qualsiasi ragionevole sacrificio per lo stabile progressivo benessere della nazione, considerata non soltanto nella sua collettività, ma anche nei suoi singoli elementi. Pensino che le persone ragionevoli sanno amare, ed amano, intensamente la patria, [righe censurate]. "} {"filename":"54e7425e-d551-4aba-813a-8c15f01aa132.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Ieri i congressisti della Tommaseo e della Federazione universitaria hanno lasciato la nostra città con un senso di grande soddisfazione, e noi abbiamo dato loro il commiato con un sentimento di legittimo orgoglio . Si rilevava infatti da noi e da loro con pari compiacenza che in tutte queste giornate Trento fu città ospitalissima e oltremodo cortese. Mentre il telegrafo ci segnala quasi quotidianamente da varie altre regioni d’Italia atti di teppismo o di violenta aggressione, è accaduto che a Trento potesse svolgersi per due ore un corteo dimostrativo e si è ripetuto per quattro sere, che frotte di studenti potessero attraversare sul tardi la città col loro chiasso goliardico, senza che avvenisse il minimo incidente. Di quest’ambiente, fatto di rispetto e tolleranza, va dato lode soprattutto allo spirito che informò la cittadinanza. Per il corteo riconosciamo in vero che l’energia dimostrata previamente dall’autorità di P.S. e le ampie misure precauzionali prese dovettero far comprendere anche a qualche fanatico, se ci fosse stato, che la libertà dei cattolici di manifestare pubblicamente i loro sani principi, veniva protetta e difesa contro qualsiasi sopraffazione. Ma l’opera senza dubbio previdente delle autorità sarebbe stata vana, se la naturale disposizione degli animi non l’avesse facilitata, anzi prevenuta. A Trento i maestri e gli studenti trovarono anzitutto la larga schiera degli amici e degli ammiratori, poi una zona grigia di simpatizzanti, di gente che si diceva: cattolici. E sia; ma intanto sono due grandi associazioni nazionali che si sono date convegno a Trento: atto simpatico che merita la nostra riconoscenza. Ci si lagna tanto che laggiù ci conoscano poco; ebbene, viva la «Tommaseo» che ci porta qui 1500 insegnanti di tutte le regioni d’Italia, viva i 4 mila soci dei circoli universitari che mandano a Trento i loro duecento delegati. E poi quest’affermazione così viva, così vibrante di patriottismo schietto come fa bene anche al nostro paese, che in molte altre occasioni ha avuto la sensazione di essere abbandonato o negletto! Vengono in coda gli avversari. In alcune anime piccine era germogliata, dicono, l’idea di provocare in questa occasione dei conflitti sulle pubbliche vie, ma per questi alcuni bastò un monito energico delle autorità di P.S. a tenerli in freno; ma più ancora pensiamo che li abbia trattenuti la convinzione che anche la massa anticlericale non avrebbe trovato gusto a fare la teppa. Questo senso di equilibrio e di tolleranza, che domina anche tra i nostri operai socialisti, quando non vengano sobillati, va lodato e coltivato ed ha diritto, lo diciamo nettamente ai nostri amici di fuori, di leale contraccambio. Così per le convinzioni degli amici, per la simpatia di quella parte che non analizza i programmi, ma ha il senso del bello e del buono e per la disciplina di tolleranza di avversari, sorretta dalla volontà dell’ordine, manifestata in forma non dubbia dall’autorità, Trento apparve ai nostri ospiti delle cento città d’Italia la sorella amica e cortese, qual è di fatto e come l’avevano da lungo tempo sognata. Oh! ma le nostre liete accoglienze ed amorevoli cure come furono compensate a dovizia! Amici e consenzienti del programma della Tommaseo e della FUCI noi abbiamo attinto dalle discussioni e dalle affermazioni dei due congressi nuovo e succoso alimento per la nostra vita di pensiero e in queste assise nazionali i cattolici trentini, forse troppo raccolti in sé stessi, hanno allargato i polmoni aspirando i fiotti più estesi della vita italiana. Ma a tutti, non a noi solo, particolari cultori del loro programma, ma a tutti che hanno il senso della spiritualità e trepidano oggidì per l’avvenire della nazione, i due congressi hanno recato un grande ed irresistibile contributo di fede. L’Italia? Chi non è preoccupato oggi del suo avvenire, quando vede nella sua organizzazione statale o nella sua struttura economica dei sintomi gravissimi di precoce decrepitezza e di dissolvimento? Ma badate, ci hanno ripetuto in questi giorni in un vigoroso linguaggio i due congressi, badate, codeste sono crepe di una casa costruita male; a un verso o all’altro bisogna rifarla. Ma questi difetti architettonici non sono decisivi, lo spirito informatore è buono e chi vi abita dentro ha la capacità e la forza di ricostruire. La vecchia Italia si trasforma: sorge un’Italia nuova: non temete della crisi inevitabile durante il passaggio rinnovatore. Chi trionferà sarà l’idea, lo spirito, la volontà al bene e (ha aggiunto il congresso con una fede irresistibile) la mano di Dio che, per prove inconfutabili, guida oramai di lontano dietro tutte le effimere tele di manovra i destini della nazione italiana. Questa fede è ben qualche cosa di diverso della superstiziosa fidanza dello «stellone» e non ha bisogno di esaltazioni retoriche per farsi degli adepti. Quando voi vedete 1500 maestri, rappresentanti una società di 25 mila insegnanti, affermare la spiritualità della scuola e la necessità di liberarla dei ceppi che l’hanno quasi soffocata e lassù alla Mendola sentire cantare dalle labbra di questi educatori dei bambini d’Italia, solenne, irresistibile: «Noi vogliamo Dio nella nostra scuola»; quando centinaia di giovani universitari di tutte le università discutono con tanto coraggio il problema della moralità pubblica e la loro azione tra le masse operaie, allora questa fede nei destini d’Italia non è una frase, non è un’illusione, è una volontà vittoriosa, un programma sicuro. Ritorneremo forse altra volta sugli ostacoli che possono opporsi a questa trionfale rinnovazione. I congressi non ne hanno evitata la considerazione, ma oggi sia lecito limitarci a rilevare quest’irresistibile atto di fede nell’avvenire d’Italia, che ha emanato dai due congressi e ad augurarci che le vibrazioni che si partirono da tanti cuori e tante labbra si propaghino fino ai nostri paeselli remoti a riscuotere i torpidi, i pessimisti, i facili laudatores temporis acti. Orsù, in alto i cuori e le braccia al lavoro! L’Italia è un paese che si rinnova. Non può essere che le scorie della materia soffochino questo popolo, non può essere sovratutto che il lievito cristiano, commisto di una tradizione millenaria e alimentato da una fonte perenne, non trovi nel sovvolgimento generale degli uomini e delle cose il momento decisivo della sua fermentazione. Noi trentini capitiamo in mezzo, mentre il vecchio mondo crolla e nuova vita fiorisce dalle rovine. Ebbene, via i piagnoni, le prefiche, i pessimisti, avanti gli uomini che hanno un pensiero nella testa ed una fede nel cuore! Speriamo e lavoriamo! "} {"filename":"d58db519-4311-4f01-a106-cec07a4d5052.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Mons. Gentili celebra oggi il venticinquesimo della sua consacrazione e il 1° novembre il venticinquesimo della sua prima messa. Non è il momento di feste giubilari né di dimostrazioni chiassose, dalle quali del resto il nostro autorevole amico rifugge in ogni tempo; per cui i rappresentanti delle nostre opere centrali si limiteranno ad esprimergli in forma privata ed in circolo famigliare i voti che fanno e i sentimenti che in tale occasione li animano. Ma per il direttore di questo giornale una parola in pubblico è doverosa. Il «Nuovo Trentino» è succeduto al «Trentino» ed il «Trentino» nacque e crebbe in una sola notte, in casa della «Voce Cattolica» che lo vestì delle stesse sue carni e dello stesso spirito. Ora la «Voce Cattolica» visse, crebbe e si fece largo per la forza dell’ingegno del dottor Guido de Gentili e dei suoi collaboratori; il «Trentino» s’alimentò ancora a traverso le radici medesime ed il «N. Trentino» risorse dopo la guerra sotto l’impulso e la direzione di un comitato il cui presidente ed amministratore è sempre monsignor Guido de Gentili. Noi abbiamo quindi il diritto e insieme il grato dovere di essere i primi fra i gratulanti, anche perché, presentandoci a lui assieme ai vecchi ed ai nuovi colleghi, gli rechiamo la prova vivente che la sua opera fu feconda di continuatori. C’è stato chi, in un’occasione recente, ha voluto costruire dei fantastici raffronti, per dedurne deviazioni o contrasti. No, si tratta semplicemente di diversità di funzioni in epoche diverse o di varietà di temperamenti. La «Voce Cattolica» creò nella vivacità della polemica e nella rigida predicazione dei principi la base sicura d’ogni azione posteriore; e se il giornale più tardi, seguendo un’evoluzione comune a quasi tutta la stampa nostra, assunse una funzione più marcata di organo politico e di portavoce degli interessi pubblici, ciò fece soltanto perché poté presupporre nel paese e negli amici del nostro movimento in specie una coscienza sicura, alla cui formazione don Gentili colla «Voce» aveva contribuito in modo eminente. A quei principi il «Trentino» tiene fede anche oggi, e nei momenti d’incertezza non ha mancato e non mancherà di richiamarli. Ma di lui, oltre che la linea direttiva, ricordiamo anche con particolare gratitudine la preziosa collaborazione parlamentare. Tutti rammentano le lettere di V.R. da Vienna o da Innsbruck, lettere di tale profondità e visione politica, per le quali il limite d’un giornale di provincia parve spesso troppo angusto. Non intendiamo fare però qui una elencazione, ché incorreremmo certo in gravi peccati di omissione, talmente copioso e prezioso fu il contributo ch’egli, anche dopo che ebbe abbandonata la direzione, diede al nostro giornale. Un’altra parte dell’attività sua va tuttavia rilevata, perché meno nota al pubblico, ed è la sua collaborazione amministrativa. Il giornale deve alla sua tenacia, alle sue disinteressate premure se, economicamente, poté superare tutte le crisi. Questa sua attività si riconnette con quanto egli fece per l’impianto e lo sviluppo dello stabilimento tipografico del Comitato diocesano, stabilimento ch’egli portò a insperati progressi. Pochi sanno forse quanto la vita di queste opere del Comitato diocesano significhi per la vita delle nostre associazioni cattoliche in genere. Basti affermare che quasi tutte le iniziative su questo campo, anche le ultime, trovarono appoggio ed alimento nel comitato, di cui mons. Gentili è benemerito presidente. Dire di lui, in rapporto al nostro giornale, e non parlare della sua opera parlamentare sarebbe opera monca. Ma noi pensiamo ch’essa sia troppo recente ancora, perché abbia bisogno di venir ricordata. Un rilievo tuttavia vogliamo fare, perché ci serva di conforto al cospetto dei problemi d’un prossimo avvenire. L’epoca d’oro della sua politica fu la sua azione dietale. Alla Dieta d’Innsbruck le sue doti eminenti si rilevarono in modo che, con consenso di tutti, fu in tale periodo il capo riconosciuto degli italiani. Chi non ricorda di lui le brillanti polemiche coi Wackernell, coi Greil, coi Treuinfels ? La sua era un’eloquenza, sostanziata di cifre e di dati di fatto. Anche oggi egli passa per uno dei migliori conoscitori del bilancio provinciale. Ond’è che nasce spontaneo l’augurio che la sua mente e la sua energia, destinate ancora ad altri successi nel campo dell’azione pubblica, non manchino sovratutto al nostro paese nello sforzo poderoso ch’esso dovrà fare per ricostruire ed irrobustire la sua autonomia locale. Ma se ci fermassimo a tale augurio, esso potrebbe apparire forse egoista. Allarghiamo invece i nostri voti a tutta l’azione cattolico-sociale che gli sta tanto a cuore, augurandogli che possa guidare col suo impulso tutto il rinnovamento sociale del Trentino nel periodo postbellico, riuscendo a conservargli quell’impronta particolare di cui la nostra provincia mena vanto fra le altre della patria. In quest’ora difficile, in cui l’unione degl’intenti e dell’azione è più che mai necessaria, noi gli promettiamo, per quello che può valere, la collaborazione di tutte le nostre forze, riunite in una disciplina che, pur concedendo libero campo alle iniziative individuali, è imposta dall’identica sostanza delle ragioni che muovono anche l’opera nostra. "} {"filename":"778c8d39-128e-429d-8848-84ef23f97e80.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Venerdì sera, come a conclusione di altre conferenze, ebbe luogo a Roma, a Montecitorio, una riunione alla quale parteciparono il ministro del tesoro, il ministro delle terre liberate, il capo dell’ufficio centrale S. E. Salata, il sen. Conci, l’on. Degasperi, l’avv. Bezzi cons. di stato e il presidente del consorzio dei comuni, conte Crivelli. Si trattava di ottenere dei fondi per l’opera del consorzio dei comuni. Senza voler entrare nel dettaglio della trattativa fino che non ne siano definitive conclusioni, rileviamo fin d’ora che venne annunziato il proposito del governo di sistemare tutta l’azione di rifusione danni in altra maniera. Col nuovo anno cioè da un canto il Tesoro verrà autorizzato a liquidare i danni in rate, il cui ammontare verrà stabilito semestralmente, dall’altro lo Stato cercherà di avere in mano dei mezzi più copiosi, attingendo ad un forte prestito interno già altre volte annunziato. Oltre a ciò il ministro del tesoro, spera che maggiori risparmi sui bilanci degli altri ministeri gli permetteranno nell’anno nuovo di dedicare più grossi importi alla liquidazione dei danni. Ma tutte queste sono direttive o promesse che riguardano il nuovo anno finanziario, e noi le citiamo per inquadrare le nostre richieste e le nostre speranze entro la situazione generale della liquidazione danni di guerra. Oggi per i bisogni più urgenti, si dovette intanto ricorrere ancora al sistema dei ripieghi, chiedendo che almeno per questi due ultimi mesi il Tesoro aumentasse la quota di anticipazione al consorzio dei comuni. Speriamo che l’impegno preso venga anche mantenuto. Accennando a quest’ultima trattativa, temiamo assai che i lettori, frastornati dalla notizie contraddittorie di questi giorni finiscano col non capirci più niente e da certe corrispondenze dei giornali e da certi propositi detti nei comizi, si deve dedurre che anche i danneggiati stessi hanno bisogno d’un orientamento. Distinguiamo bene le tre funzioni del genio civile, del consorzio dei comuni e delle commissioni di liquidazione della finanza. Noi abbiamo una legge per la rifusione dei danni di guerra. Organi esecutivi della legge sono le commissioni di liquidazione. La cosa più semplice sarebbe che le commissioni facessero rapidamente le stime, liquidassero e pagassero in contanti ai danneggiati. Ma nel primo periodo, già le lentezze dell’apparato burocratico avrebbero ritardata la ricostruzione; bisognava pur creare subito i ricoveri più urgenti e, visto che le baracche avrebbero costato oramai altrettanto, costruire addirittura parte delle case. Quest’azione-ricovero iniziata dal genio militare venne continuata dal genio civile sviluppandosi così un rapido e pratico anticipo in natura sulla rifusione danni. Sennonché la ragione principe per cui le liquidazioni si fanno lentamente è perché lo Stato non si sente in grado di rifondere ai danneggiati entro breve tempo un importo grosso che potrà aggirarsi sui 10-12 miliardi. Tanto è vero che proprio nel momento in cui l’apparato burocratico sarebbe in assetto per funzionare, il Governo sta per chiedere al Parlamento l’autorizzazione di pagare in rate anche i danni liquidati. Ora si potrà insistere perché le rate sieno poche e di prossima scadenza, che non si dilatino per dieci anni, come è stabilito in Francia, ma non si può disconoscere che uno Stato il quale volesse liquidare subito e d’un sol colpo i danni di guerra, stampando un 10 miliardi di carta moneta, verrebbe a precipitare in una crisi finanziaria ed economica, le cui conseguenze si sentirebbero a preferenza nella zona ove si dovrebbe far fronte, per la ricostruzione, all’aumento del prezzo dei materiali e della mano d’opera. È giuocoforza prevedere quindi una certa gradualità nelle liquidazioni ai danneggiati e perciò acquistano e mantengono tutto il loro valore le due azioni sussidiarie del genio civile (anticipo in natura) e del consorzio dei comuni (anticipo di denari). L’opera del genio civile sotto il titolo azione ricoveri ricostruisce buona parte delle case, il consorzio dei comuni, anticipando ai privati e specie provvedendo ora, se viene dotato dei fondi nuovi, al bestiame e alla rimessa in coltura del suolo, svolge una pregevole attività di ristaurazione sociale. L’opera del genio civile è prevista, secondo il bilancio, solo fino alla chiusa dell’anno finanziario ed in realtà è stata raccorciata dagli aumenti delle tariffe avvenute durante l’anno; ma è interesse del paese di prolungarla più che è possibile cercando di ottenerle sempre nuovi fondi dalle casse dello Stato, perché oramai si tratta di un organismo agile e redditizio, che ha prodotto e produce. Dobbiamo però prevedere che non può durare oltre un certo termine. Il genio civile esiste per le opere pubbliche, non per quelle private e lo Stato non ha l’impegno di ricostruire le case distrutte, ma solo di rifondere i danni. Forse in molti o pochi mesi il genio dovrà cessare: in quel momento ci vorrà un organismo che continui la costruzione delle opere private cogli anticipi (fino al 100 per 100) del consorzio dei comuni. Bisogna preparare tale organismo, il quale non potrà nascere che da un accordo fra consorzio e cooperative. Il consorzio rappresenta quindi una nuova funzione per l’avvenire, giacché dobbiamo ritenere che le liquidazioni saranno sempre più lente che le anticipazioni del consorzio. Chi non vede che in tale rapporto di anticipi e liquidazione esiste contraddizione e che va creandosi una situazione assurda per lo Stato e dannosa per i privati, in quanto anticipa verso il pagamento degl’interessi i debiti che dovrebbe pagare? Di questa grossa questione dovrà occuparsi tra breve il Parlamento. Ci basti intanto d’aver accennato al nostro punto di vista, sia riguardo al genio, sia riguardo al consorzio, per differenziarci da opinioni espresse in altro senso. In quanto alla presente agitazione una sola parola. Mentre i rappresentanti delle nostre organizzazioni cooperative e del consorzio comuni e altre personalità di vari indirizzi politici lavorarono a Roma, per assicurare l’aumento di fondi e quindi una prolungazione dei lavori, ci sono ora degli agitatori politici che trasformano tutta l’agitazione in una delle solite manifestazioni bolsceviche a base di frasacce rivoluzionarie e di rabbia antipretina. Magnifici questi ricostruttori bolscevichi! Se in Italia scoppierà la rivoluzione che invocano colla conseguente guerra civile, allora sì che si provvederà a ricostruire la zona distrutta! Acclamare al rivoluzionarismo bolscevico nella zona nera equivale ad esaltare il terremoto fra le rovine. Ma la piega che si vuol dare alla agitazione può essere anche un monito alle autorità competenti. Il sistema seguito finora di ritardare fino all’ultimo la concessione dei fondi esaspera i danneggiati e chi lavora, come gli ordini improvvisi o draconiani di sospendere i lavori provocano delle reazioni che possono andare molto al di là di quel segno che forse fu ritenuto come tollerabile o augurabile. Siamo informati che già sabato perveniva da Roma la conferma ufficiale che l’importo di 24 milioni per la continuazione dei lavori durante la stagione invernale era assicurato. Con ciò è confermata ufficialmente la notizia già a noi telegrafata il giorno 13 m. c. dal presidente del consorzio cooperative di lavoro che annunziava la favorevole conclusione delle trattative. "} {"filename":"0c776de8-e21b-439f-9a0a-01d9f619f5a1.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"È doveroso che l’Ufficio centrale per le Nuove Provincie prenda subito una decisione definitiva riguardo alle ex guardie di finanza. Un agente o funzionario dello Stato con 250-300 lire mensili è oggi, a Trento, condannato a morir di fame. C’è poco da discutere. L’U. C. ha anche riconosciuto la necessità di provvedere ed ha preparato già fin dall’agosto un progetto di sistemazione, il quale, aprendo l’adito per la maggior parte delle ex-guardie ad avanzamenti, ne migliora sensibilmente lo stipendio. Non c’è bisogno quindi di andare alla cerca di nuovi milioni o di affaticare il Ministro del Tesoro con gravi richieste. La cosa è fatta, decisa. Ma perché allora non la si annunzia formalmente al personale e non si applicano i miglioramenti? Perché – come appare dalle comunicazioni pubblicate dall’on. Degasperi – manca ancora il visto di un commissariato, quello di Trieste. Lo si è sollecitato, ripetutamente e telegraficamente, ma non viene ancora. Intanto gl’interessati hanno perduto la pazienza e la fiducia. Già, anche la fiducia, perché essi ragionano così, e si capisce che ragionino così: Com’è possibile che un ritardo burocratico debba causare un tale prolungamento delle nostre sofferenze? Che a Roma non abbiano il potere di ottenere un rapporto da un’autorità subalterna? C’è da dubitarne. Evidentemente si vuole tirare innanzi, gabellarci ancora con le chiacchiere. Il ragionamento non corrisponde ai fatti, perché sui propositi dell’U. C. le informazioni sono troppo certe, per dubitarne; ma chi si vorrà meravigliare se in basso, avvezzi a vedere nello Stato una macchina in ordinata funzione e a trovarvi anche la necessaria energia, specie quando si tratta di imprimere nella massa del personale l’orma di una volontà superiore, si è increduli di fronte a questo sterzare della macchina, quando si tratta di accelerare un miglioramento? Hanno perso così la fiducia e la pazienza, e parlano di sciopero. Ma ne parlano forse con voluttà rivoluzionaria e con quella provocante spavalderia socialista che vede nello sciopero una festa trionfale e vi assapora un’umiliazione della borghesia? No, ne parlano con rassegnazione. Sono uomini d’ordine, avvezzi alla disciplina, con una profonda coscienza del dovere. Ricorrendo allo sciopero, si rassegnano a seguire l’andazzo dei tempi, si adattano quasi alla tattica governativa la quale in questo triste dopo-guerra è sembrata voler arrivare a siffatta dottrina: Dare, non vi posso dare, ma posso lasciarmelo strappare. Mettetemi in una situazione, da dover decidermi per forza, e poi mi deciderò. Ebbene l’Ufficio centrale ha il dovere imprescindibile di agire questa volta e di agire, anche senza rispettare tutte le istanze. Esso può deliberare, senza attendere più oltre. Ne ha anzi il dovere, perché il provvedimento che si invoca è giustificato e dall’Ufficio stesso riconosciuto come improrogabile, ne ha il dovere, perché almeno questa volta deve dimostrare che lo Stato è più suscettibile al ragionamento che alla pressione di manifestazioni illegali. Ne ha il dovere, perché il movimento delle ex-guardie trascinerà con sé quello dei funzionari in genere. La «Federazione del pubblico impiego» si è dichiarata solidale,e la solidarietà verrà scontata con un atto formale anche se i nostri impiegati sentono una profonda ripugnanza a interrompere, fosse pur per poche ore, la loro bella tradizione di disciplina e laboriosità. Consideri la cosa con ponderazione il Governo; non faccia getto così facilmente di una tradizione che in altre regioni cercherà invano di ritrovare. E poi si sa come e quando s’incomincia, non si sa come e quando si finirà. La macchia d’olio si allarga. Serpeggia tra i funzionari ex gestioni un profondo malcontento. Gli stipendi sono ora divenuti troppo bassi. Sono ancora quelli dell’anteguerra. Il caroviveri non può riempire la falla. La sistemazione trova enormi difficoltà. I postelegrafonici dovettero battersi nella commissione un mese intiero, senza raggiungere una sodisfazione. Non ne muoviamo rimprovero all’U. C., il quale anzi fu ai nostri delegati di valido aiuto, ma il fatto è che gli impiegati ex gestioni hanno l’impressione di essere rinserrati entro un cerchio di ostilità. Bisogna uscirne, bisogna decidersi. In seguito all’intervento delle organizzazioni dei funzionari, si sono nominate le Commissioni di sistemazione per le varie categorie. Bisogna spicciarsi, bisogna che le commissioni si radunino e che ancor prima di entrare nel labirinto della sistemazione, venga rapidamente provveduto ad un aumento mensile. Del fermo proposito di ciò fare o, in quanto non è di sua competenza di ciò avviare, l’U. C. è chiamato a dar subito prova patente. Dal punto di vista dell’equità, nell’interesse dei principi d’ordine, nell’interesse stesso dell’amministrazione noi facciamo vivo urgente appello perché questa prova venga subito data, incominciando dagli agenti e dai funzionari della ex guardia di finanza. "} {"filename":"9ad1457f-3ef2-47ea-8633-24df48ecb635.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Domenica scorsa, nella chiesa del vecchio seminario, molta gente piangeva. Il congedo dei giovani missionari dalle loro famiglie toccava le fibre più nascoste del cuore. Accanto però ai sentimentali, e tra loro stessi, molti anche meditavano. Quel padre smilzo dal volto ieratico e colla barba a pizzo che, senza posa, e quasi in atto di domandar scusa dava l’addio alla patria, all’Italia, assicurandola che la lasciavano non per diminuito affetto, ma per diffondere tra i barbari la sua civiltà, faceva pensare ed ammirare. È la storia di quasi due mila anni. Lungo tutta quest’epoca i missionari possono venir preceduti nella lotta contro le barbarie, dai mercanti, dai marinai o dai guerrieri, ma è una precedenza che riguarda le contingenze esteriori della vita, non la civiltà stessa. Se dopo i colpi di scure che abbattono la foresta vergine, non viene il missionario a spargere la buona semente, le forme civili importate col commercio o colla conquista, non sopravvivono, la civiltà non alligna. Se al contrario e per risalire indietro, Cartagine avesse albergato entro le sue mura le comunità cristiane, Roma non l’avrebbe potuta cancellare dalla faccia della terra, come Babilonia non potè sopprimere Gerusalemme, perché coltivava in sé la speranza della redenzione cristiana. Cristo, Uomo e Dio, ricongiunge la terra col cielo, sottraendola ai suoi limitati destini, elevando lo spirito ad assoluto signore della materia. Se durante la guerra – e in un momento si fecero in proposito le più tristi profezie – le forme meccaniche della civiltà contemporanea fossero andate distrutte, per ciò, fino a tanto che lo spitito non si offuscava, non si sarebbe perduta la civiltà stessa, giacché essa posa sulla compiuta redenzione del genere umano, sulla coscienza dei fini della società, della sua meta, dei suoi legami colla vita futura. Questa civiltà insomma è essenzialmente cristiana. Qui nella vecchia Europa s’alzano ora dei figli degeneri che la rinnegano, ma essi si grattano invano dalla fronte le stigmate della civiltà cristiana: sono indelebili. Gli elementi della civiltà cristiana costituiscono le stesse premesse come per la pianta il terreno e l’aria: pianta buona o zizzania che sia, lo stesso terreno le nutre, nella stessa aria traspirano. La civiltà cristiana europea ha tuttavia tanta forza da irradiare l’oscurità dei continenti ancora barbari o semibarbari. Anche oggi, dopo il grande conflitto che sembra far crollare tutto il nostro edificio secolare, i missionari riprendono il loro bastone e partono per le terre piè inospitali a continuare il loro lavoro. È l’identico lavoro che si prosegue dai primi apostoli e dai primi martiri in qua e che per le circostanze esteriori si riannoda all’opera di S. Bonifazio, il convertitore della Germania e dei Teutonici in tutto il settentrione, all’attività dei francescani, dei lazzaristi ecc. nelle due Americhe, nelle Indie ed in Cina. Quale altra fede ha chiesto ed ottenuto una tale immensità di sacrifizi, quale altra civiltà si muove per tanto amore e s’irradia di tanta luce? Ci sono dei piccoli uomini per cui la storia non ha prospettiva, i quali si levano nei comizi a gridare che in 20 secoli il Cristianesimo non ha ancora tolte tutte le ingiustizie sociali, che quindi va gettato nei ferravecchi e predicano che farà molto e meglio il socialismo. Noi concederemo di più: noi diremo che il Cristianesimo non è ancora riuscito a conquistare vastissime regioni del mondo; ma che colpa ne ha la luce, se la nebbia che sale su da tutti i miasmi umani, crea sempre nuovi ostacoli ai suoi progressi? Per il cammino della civiltà i secoli sono giorni. Noi vi chiederemo solo se, di contro al Cristianesimo, sapreste indicarci altra dottrina, che abbia tanti martiri oscuri, e tanti predicatori eroici, altra forza morale in Europa o nel mondo che abbia imposto una tale catena di sacrifici, altra fonte di vitalità che, in ogni periodo, ribolla dal terreno, anche dopo le scosse dei più violenti terremoti. E badate bene, per troppo ineguali confronti che vi possano correre alla mente, qui si tratta di sacrificare lunghi anni e la vita non per la conquista di un mandato o della dittatura proletaria ma per un pensiero di disinteressata redenzione spirituale; qui si tratta di un’attività che s’impossessa dell’individuo intiero per renderlo migliore, occupandosi in seconda linea delle condizioni sociali, e occupandosene, per sottoporre ad una disciplina ideale superiore. L’opera è più faticosa e immensamente più benemerita. Nel Paraguay i gesuiti del XVI secolo si preoccupano anche della distribuzione delle terre (leggano la storia di queste meravigliose comunità repubblicane, quegli anticlericalucci che per i gesuiti non hanno che un ignorante disprezzo) ma in mezzo alle quote assegnate alle famiglie dei neofiti ci sarà il campo collettivo, la cosiddetta possessione di Dio, il cui reddito andrà agli orfani, alle vedove, agli ammalati. Per turno si dovranno lavorare, i cittadini della comunità, ma sovratutto quel campo è coltivato da chi per qualunque ragione deve espiare un qualsiasi fallo. Questa fatica che deve essere prestata disinteressatamente e come un sacrificio, può venir chiesta ed ottenuta, solo in nome d’una forza morale superiore, solo in nome di Dio. Non è qui il luogo di discutere perché il comunismo patriarcale del Paraguay, abbia finito col trasformarsi. Diremo solo che, a parte ogni premessa ed ogni possibilità di carattere economico, noi potremmo credere nella liceità d’un esperimento sociale, solo se il suo movente, sia non l’interesse dell’individuo o della classe, ma la subordinazione di tali interessi ad un dovere morale superiore. Ma né nella letteratura né nella storia socialista ci siamo mai incontrati colla «possessione di Dio». Abbiamo letto invece in Bucharin , uno dei più fervidi apostoli del comunismo, che «la credenza in Dio, non è altro che un influsso delle detestate condizioni terrene». "} {"filename":"b84883c5-b763-4a22-8692-a6d6cf156925.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"La politica dei popolari nelle terre redente è una politica regionalista. Una rinascita quindi dell’antico federalismo? No, né federalismo né unitarismo secondo i vecchi concetti, ma una terza costituzione politico-amministrativa che sta in mezzo ai due sistemi. Descriverne innanzi agli occhi dei lettori delle vecchie provincie le linee architettoniche non è facile, perché le parole «decentramento amministrativo» e «autonomie locali» possono significare in tutti i paesi la stessa tendenza, ma in concreto non hanno il medesimo valore. Abbandono quindi il tentativo di una illustrazione sistematica, e dirò invece in concreto quello che vogliamo. Noi vogliamo il mantenimento della Dieta. Che cos’era la Dieta nella costituzione austriaca? Anche qui la definizione non è però facile, perché i diritti e le competenze delle diete regionali in confronto del Parlamento centrale erano in parte diritti consuetudinari, sviluppatisi dalle prerogative strappate al principe feudale dagli stati generali e venuti ammodernandosi poi sotto l’impulso della democrazia che saliva dal basso. Si può dire che la Dieta austriaca era il punto di confluenza fra le guarentigie che il principe aveva concesso ai sudditi e i diritti che i cittadini si erano conquistati nell’epoca costituzionale. Emanazione storica e nuova concezione politica cospiravano a far della Dieta un corpo rappresentativo che proteggeva le libertà locali contro il Parlamento centrale e le Comunità e gli altri enti autonomi contro il dominio della burocrazia. Ne era nata una tale situazione, per la quale anche nella gestione ordinaria il governo del luogotenente imperiale (prefetto) veniva sempre accompagnato, controllato o limitato dall’opera del presidente della Dieta (Capitano provinciale). È in questa necessità di collaborazione, in questa intermittenza fra amministrazione statale e amministrazione autonoma ch’io avviso il pratico valore della costituzione dietale. Ma ognuno comprende che questa è una situazione di fatto che non potrei illustrare, se non a furia di esempi che mi condurrebbero troppo lontano. Accennerò invece alle attribuzioni della rappresentanza regionale, in quanto erano codificate. La rispettiva legge del 1801, modificata ancora nel 1907, stabiliva che la Dieta faceva leggi in tutti «gli affari regionali» e per «affari regionali» s’intendevano: 1) Tutte le disposizioni riguardanti l’agricoltura, i lavori pubblici di carattere locale (arginazioni, strade), le opere pie. 2) Le disposizioni speciali entro limiti segnati dalle leggi del Parlamento riguardanti: affari comunali, affari di culto e istruzione elementare, inquartieramento militare ecc. 3) «Disposizioni (dice la legge) concernenti altri affari relativi alla prosperità e ai bisogni della regione che particolari leggi del Parlamento demanderanno alle Diete». Come ognuno vede il punto 1) non ha bisogno di commenti. Tutta la legislazione agraria spetta alla Dieta. Il punto 2) necessita di qualche illustrazione. La Dieta legifera in materia comunale, ne fissa cioè i regolamenti elettorali e gli statuti e ne tutela l’amministrazione. Il Comune è affatto indipendente dall’autorità statale, la quale ha solo il diritto di ingerirsi in quanto si tratti di far osservare le leggi di pubblica sicurezza. Circa l’istruzione, le linee direttive (obbligatorietà, durata ecc.) sono fissate da una legge del Parlamento, ma il sistema di amministrazione scolastica per le elementari, vale a dire se e come debbansi istituire i consigli scolastici locali e i distrettuali, come debbansi introdurre l’insegnamento religioso ecc. è determinato dalla legislazione dietale. La Dieta ha anche il diritto di mandare nel seno del consiglio scolastico provinciale i suoi rappresentanti che in Tirolo accanto a quelli della Chiesa vi avevano la maggioranza. Il punto 3), com’è evidente è un articolo troppo elastico perch’io ne possa precisare il valore in poche righe. Dirò, per esempio, che alle Diete era demandata anche la legislazione in materia d’organizzazone professionale (consorzi agrari, camera del lavoro ecc.). Quest’articolo forma la scala mobile della costituzione. Quando i deputati di una data regione trovano che un problema, non maturo ancora per una soluzione generale, potrebbe tuttavia venir risolto in casa loro, chiedono al Parlamento che tale oggetto venga rimesso alla Dieta: è la formula dinamica della ripartizione dei poteri fra il centro e la periferia. La Dieta aveva oltre a ciò poteri consultivi. Essa aveva diritto di discutere e dare il suo parere su leggi generali già in vigore e di fare proposte per leggi generali che il Governo avrebbe dovuto presentare in Parlamento. Orbene noi chiediamo la riconvocazione della Dieta a Trento, a Gorizia, a Parendo e a Trieste con tutti i poteri che queste diete esercitavano nel passato. Tale postulato non è specificamente popolare. I popolari sono alla testa, ma lo stesso programma è sostenuto nel Trentino da tutti i partiti, nella Venezia Giulia oltre che da noi anche dai socialisti, i quali nel convegno di ottobre del gruppo parlamentare ne raccomandarono ai loro deputati l’attuazione. Come ci arriveremo, non è qui il luogo di descrivere. Per fortuna abbiamo l’Alsazia Lorena la quale ha la stessa tendenza ed ha già strappato al centralismo francese notevoli concessioni. E siamo ormai sulla via giusta. La legge di annessione del 26 settembre stabilisce infatti che la legislazione italiana possa introdursi nella Venezia Tridentina, solo in quanto si può coordinare colle esistenti autonomie. Quest’articolo ha carattere di patto costituzionale. Il Governo finora vi si è mantenuto fedele, giacchè anche promulgando lo Statuto, il quale pure riserverebbe al solo Parlamento i poteri legislativi, accompagnò lo storico documento con una relazione al Re nella quale si avverte che tale promulgazione non intacca il principio autonomistico e non pregiudica la ripartizione dei poteri legislativi fra Parlamento e Diete. Fra poco le Terre Redente manderanno i loro deputati alla Camera. Essi vi entreranno con fermo e deciso proposito di ottenere la ricostituzione delle Diete. I nuovi cittadini che hanno attraversato un così doloroso calvario pur di arrivare all’unione colla Patria sorgeranno ad attestare che questo regionalismo è un movimento di sane e vitali riforme le quali non toccano l’unità morale e politica dell’Italia. Esso tende solo a sostituire all’unità degli atomi l’unità degli organi; e rientra così nell’alveo comune della politica trasformatrice del Partito popolare italiano. Dott. Alcide Degasperi. "} {"filename":"1ec62636-2b3c-4ced-a7b9-de1d56884d68.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Venerdì ebbe luogo una seduta della direzione regionale alla quale parteciparono 14 membri; due essendosi scusati per malattia. La seduta durò quasi cinque ore, occupandosi degli interessi politico-amministrativi del paese e dell’organizzazione del partito. Il segretario richiama l’attenzione sull’impegno solenne che il gruppo popolare al Parlamento nazionale aveva rinnovato di fronte alla nostra direzione regionale, di voler cioè sostenere con tutte le forze la causa delle nostre istituzioni autonome (dieta, giunta provinciale, comune, scuola) e dà lettura di una serie di lettere in cui molti neoeletti o rieletti deputati promettono di voler urgere perché s’indicano quanto prima le elezioni. Ricorda in proposito l’esplicito o.d.g. del consiglio nazionale, o.d.g. che sarebbe stato presentato anche alla camera, se l’andamento della discussione sul bilancio l’avesse permesso. La riunione mentre accoglie con particolare riconoscenza queste prove di solidarietà, insiste perché direzione centrale del partito e gruppo parlamentare ripetano le urgenze, affinché sia proclamata l’annessione delle nuove provincie e vengano indette le elezioni politiche e quelle amministrative. Fino a quel punto gli aderenti al partito popolare hanno il dovere di contribuire alla reintegrazione ed al mantenimento delle nostre autonomie. Con riflesso al progetto del blocco tedesco, dato alle stampe e presentato al governo , la direzione del partito popolare riconferma il suo punto di vista, secondo il quale il problema autonomistico va trattato non come una questione particolare dei tedeschi entro i confini d’Italia, ma come un problema riflettente l’assetto amministrativo di tutto indistintamente il territorio delle nuove provincie, nella soluzione del quale verrà deciso anche in merito ai postulati tedeschi. Il partito popolare non dubita punto che anche, e specialmente a questo proposito, valga l’impegno assunto dal ministero Nitti, cioè che nulla verrà deciso, prima che le popolazioni interessate siano in grado di esprimere la loro volontà mediante i propri rappresentanti legalmente eletti; e pur augurandosi che frattanto il governo cerchi di chiarire collo studio e colla discussione delle proposte presentate, fino a qual punto esse siano attuabili, domanda che nulla venga concluso e nulla pregiudicato, sia in riguardo alla questione autonomistica in generale, sia con riguardo al fatto che nel territorio tedesco vi sono minoranze italiane da salvaguardare . In occasione dell’emissione del prestito , viene rilevata l’opportunità che la propaganda non assuma un carattere ufficiale e burocratico, ma ch’essa si fondi sovratutto sulla cooperazione delle libere associazioni e sulla forza persuasiva del fatto che il prestito oltre essere un ottimo investimento per il risparmio è un mezzo indispensabile per sollevare le condizioni finanziarie dello stato e con ciò anche per garantire alla nostra regione quei contributi, di cui essa ha tanto bisogno per superare la presente crisi. Si insiste però in argomento che il Tesoro tenti almeno una soluzione provvisoria della questione dei titoli austriaci e ungheresi, dei depositi rimasti al di là della frontiera e dei crediti dei cittadini redenti in confronto della cessata monarchia. Vengono infine discusse altre questioni di ordine interno. Rilevata la necessità che la sottoscrizione per la propaganda continui, si fa nuovo appello alle sezioni perché promuovano il versamento di nuovi contributi. Al membro di direzione on. Mons. Gentili, che di questi giorni ha pubblicata la storia della deputazione trentina a Vienna durante la guerra si manda uno speciale ringraziamento e si raccomanda caldamente la lettura di questo libro, indispensabile per chi vuol conoscere la situazione politica della regione e valutare l’opera dei nostri rappresentanti. "} {"filename":"1dac89a6-c74f-45a7-ac39-5e4ac9e95f82.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"La primavera non è lontana. Durante l’inverno il lavoro di ricostruzione s’è ridotto a minori proporzioni, non arrestato; ma colla buna stagione tutte le braccia saranno pronte, le cooperative di lavoro aumentate di numero, il consorzio dei comuni avrà a disposizione altri 20 milioni per i suoi anticipi ai privati, il genio civile avrà una ventina di milioni per le opere pubbliche. Siamo quindi preparati all’energica ripresa del lavoro di ricostruzione? Eh no, non bisogna illudersi! Essere pronti vorrà dire avere a disposizione almeno i mezzi necessari per condurre a termine i lavori incominciati. Ebbene nel settembre 1919 si calcolava che per finire le case, incominciate dal genio militare, occorrerebbero almeno 63 milioni. Dal settembre in qua il numero degli edifizi incominciati si sono triplicati. Il fabbisogno è aumentato quindi a 200 milioni circa. Notate poi che ve ne sono molte altre ancora, per la ricostruzione delle quali sussiste una specie di contratto fra i proprietari e il genio militare (atto di consenso). Bisogna quindi battere a danari di nuovo, altrimenti in primavera entreremo in crisi. Sta bene che il genio militare cessi e con ciò cessi la rubrica «spese di guerra», ma il genio civile corre il rischio di fare magrissima figura, se i denari a cui i militari potevano attingere come ad un pozzo di S. Patrizio, gli arriveranno scarsamente a goccia a goccia. Ecco il problema che converrà tener d’occhio le prossime settimane. "} {"filename":"3f24aef6-badd-4eed-bfd8-6449b171b48c.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Poiché anche tra noi c’è stato un giornale che, facendo eco al «Corriere della sera», ha voluto vedere nei risultati del recente convegno nazionale del partito socialista, tenuto a Firenze, un cambiamento di rotta del partito ufficiale o almeno un leggero piegamento al rivoluzionarismo massimalista verso un estremismo più… moderato, non sarà male riprodurre dall’«Avanti» di domenica la seguente interpretazione autorizzata che toglie ogni dubbio circa i propositi immediati dei socialisti italiani: «Passando più particolarmente a fissare le necessità venture, dello immediato avvenire, il Consiglio nazionale – nella preoccupazione degli inevitabili avvenimenti che si preparano – ha deliberato di rendere più intensa l’azione del Partito onde avvicinarlo sempre maggiormente alle masse e renderlo sempre più interprete dei loro accresciuti bisogni e, delle loro più ardenti aspirazioni. A questo scopo il Consiglio – dopo aver inteso un elaborato progetto di Bombacci per la costituzione dei Soviety – ha deciso di iniziare una vasta agitazione di propaganda fra le classi lavoratrici, d’intesa colle rappresentanze di classe, onde preparare vivamente gli animi degli operai alle nuove istituzioni e di riconvocarsi fra due mesi onde prendere le definitive deliberazioni per la costituzione dei Consigli degli operai e contadini. Le esperienze – sia pure parziali ed imperfette – che vanno facendosi qua e là di soviety, di consigli di fabbrica, di commissioni interne, di commissari reparto, dicono che l’animo delle folle proletarie va decisamente orientandosi verso queste nuove forme di attività e di lotta, che corrispondono ai tempi e sono nella storia di questi anni di dopo guerra. Il Partito – pure avendo una sua linea direttiva decisamente tracciata – deve necessariamente tenere conto di queste nuove sensazioni e di questi nuovi bisogni e poiché essi non sono contrari alla sua meta, anzi la possono affrettare, deve incoraggiare la creazione di tutti quei nuovi organismi che siano creazioni spontanee ed utili alla lotta di classe, non rinneghino il passato del nostro movimento, si affiatino con quello presente, preparino il futuro. Sezioni socialiste, sindacati di mestiere, cooperative, mutue, amministrazioni comunali, tutto questo insieme ai Consigli operai – organi politici – può giovare la nostra causa, purché tutto sia animato, imbevuto, permeato di ispirito nettamente socialista, del socialismo della lotta di classe, del socialismo internazionalista. Tutto ciò ha detto il Consiglio nazionale di Firenze e lo ha confermato quando ha deliberato intorno alle prossime elezioni amministrative e quando ha riassunto in un ordine del giorno il proprio pensiero in merito alla situazione internazionale. Firenze dunque non è che la conferma di Bologna e non poteva non esserlo. Non vi è alcuna rettifica di tiro, alcun spostamento della nostra linea di condotta politica, neppure nelle sue più piccole sfumature». "} {"filename":"8a086447-5855-4431-82bf-44c685106d33.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Abbiamo visto ieri come il partito socialista italiano progetti l’organizzazione dei consigli degli operai e dei contadini, proponendosi di prendere deliberazioni definitive entro due mesi, «nella preoccupazione degl’inevitabili avvenimenti che si preparano». Si tratta di trapiantare in Italia la «repubblica dei consigli», fondando ogni potere sociale e politico sulle organizzazioni di classe ed escludendo da qualsiasi diritto civile «le classi sfruttatrici», cioè tutti coloro che non si occupano di un lavoro manuale, i proprietari e gli addetti al commercio. Come poi i socialisti intendano costituire i consigli entro gli operai organizzati stessi, si può immaginare, quando si tenga presente l’esempio russo e quello ungherese, ove le rappresentanze dei consigli vennero elette tenendovi lontani colla violenza i rappresentanti del socialismo moderato (menscevichi) e dei social rivoluzionari. Un piccolo saggio delle tendenze che impereranno nella repubblica dei soviets abbiamo già nell’attuale sciopero ferroviario , inscenato anche per escludere da ogni rappresentanza di fronte al governo altre società di ferrovieri che non siano il sindacato rosso. Ma che cosa faranno i consigli? I consigli dovranno sostituire i comuni, le rappresentanze provinciali ed il parlamento, il quale dovrà far luogo al consiglio o soviet centrale, costituito di delegati dei consigli locali e provinciali. Sembra un sogno che in Italia esista davvero un partito organizzato il quale predichi e prepari per conto suo l’abolizione del sistema democratico parlamentare per sostituirvi la dittatura di pochi comitati di salute pubblica. Sembra un sogno che a pochi mesi dalla conquista della proporzionale, principio che vuole appunto raggiungere la più perfetta rappresentanza di tutte le classi in proporzione al numero dei loro aderenti, i socialisti vogliano ritornare indietro, ad un sistema che un grande socialista, il Kautsky , ha definito un tuffo nella asiatica barbarie. Ma non è un sogno. In Italia esiste nella maggioranza del partito socialista questa volontà ed i dirigenti del partito hanno di recente confermato che essa riflette decisioni di prossima attuazione. Perfino nella nostra regione s’incomincia a predicare la dottrina dei soviets e nell’«Internazionale» il teorico del partito trentino, Luca d’Avio , si sforza a persuaderci con professorale ingenuità che il sistema dei soviets può da noi essere introdotto senza tante scosse. Non entriamo per ora a discutere colla sua tesi. A noi basta rilevare che i socialisti, volendo i soviets, non vogliono né autonomie provinciali [Serrati lamentò a Firenze che il «partito è troppo decentratore, mentre tutto dovrebbe essere accentrato per preparare gli organi rivoluzionari»], né parlamento. I deputati socialisti sono alla Camera non per raggiungere colla votazione di qualche legge o l’approvazione di qualche provvedimento una graduale trasformazione della società ed un miglioramento delle condizioni politiche ed economiche, ma allo scopo ben netto di screditare il parlamento, di renderlo incapace di lavorare, tanto che agli operai paia giustificato ed utile il colpo rivoluzionario per abbatterlo e sostituirlo col soviet centrale e colla dittatura del proletariato. Eccovi come un capo massimalista espone nell’«Avanti» di domenica, con logica inappuntabile, il piano di battaglia e la finta della manovra: «La repubblica comunista – premette lo scrittore dell’Avanti – è l’aspirazione generale del proletariato. Essa si attiva nella rivoluzione. Aspettare però che la rivoluzione sorga miracolosamente dalla piazza è come negare ogni valore alle lotte sostenute per la conquista di più numerosi seggi in Parlamento. Tanto valeva essere astensionisti, se l’andata a Montecitorio di 156 deputati socialisti non dovesse contribuire all’abbattimento delle istituzioni parlamentari. Ma questo non lo crediamo. L’azione che il gruppo socialista può compiere a favore della rivoluzione è immensa. Un suo atteggiamento deciso, netto di fronte alle rappresentanze degli altri partiti in Parlamento può seriamente aiutare la azione di piazza. La maggioranza della borghesia in Parlamento oggi è una maggioranza dello Stato poliziesco; una maggioranza vale a dire che si fonda sulla guardia regia, ma non sul paese lavoratore. Ciò che il gruppo parlamentare socialista deve oggi compiere è appunto questo: individuare bene la sua posizione di fronte al resto del Parlamento borghese; dichiarare il fallimento di questo; appellarsi alle classi lavoratrici. Bisogna che in Parlamento si levi il grido: “Basta coi parlamenti borghesi”. Bisogna che la crisi sia davvero crisi di regime e non semplicemente crisi ministeriale o parlamentare. Perché questa lotta si possa ingaggiare con successo, è necessario che essa s’imposti su un terreno inaccessibile appunto agli altri partiti. E qui un breve richiamo alle passate lotte parlamentari». Lo scrittore ricorda a questo punto l’ostruzione parlamentare del gruppo socialista nel 1914, ostruzionismo che Salandra definì allora la distruzione del sistema parlamentare e invoca l’imitazione di quell’esempio. «Se l’ostruzionismo giovò allora – continua l’Avanti – a rafforzare il partito socialista con venti deputati, a maggior ragione esso potrebbe giovare oggi alla causa della rivoluzione, con un così forte nerbo di rappresentanti operai in Parlamento». E quali saranno gli argomenti da lanciare in mezzo alle discussioni della Camera per renderle impossibile un lavoro pratico e proficuo? L’articolista lascia ai deputati mani libere, purché sollevino tante e siffatte questioni che ne nasca la reazione rivoluzionaria. «Si riprenda, egli conclude, la questione della riforma del diritto successorio: si sollevi, se ciò non basta, la questione dell’abolizione del debito pubblico contratto per la guerra; si faccia insomma una azione positiva, concreta per valorizzare la coscienza rivoluzionaria cui è assunto il nostro proletariato. Occorre affrettare la dissoluzione del regime borghese, dando alle classi lavoratrici la visione precisa di ciò che esse sono attualmente e della via che devono seguire per la loro totale emancipazione. Non siamo per il Parlamento, ma vogliamo che questo diventi strumento di rivoluzione. E tale potrà essere, solo se i compagni del gruppo socialista sapranno assolvere al loro compito, come oggi i tempi richiedono». Linguaggio che ci pare abbastanza chiaro e significativo. È al lume di questi sprazzi di luce che converrà vedere ed osservare di qui innanzi l’attività dei deputati socialisti alla Camera. E vadano poi i nostri compagni propagandisti nei comizi a puntare tutta la loro argomentazione su di un voto della Camera! La verità è che i loro deputati non vogliono il Parlamento e che compiono tutte le manovre per impedirgli di lavorare. È la stessa lotta che si è combattuta in Russia da Trotzky e da Lenin contro la costituente. In Russia la debolezza di Kerensky ha perduto la causa della democrazia. Lenin e Trotzky si sono impadroniti del potere escludendo non solo tutti i «borghesi», ma anche i socialisti di destra, e soffocando nel sangue il tentativo dei deputati, eletti a suffragio universale in tutta la Russia, di riconvocarsi in assemblea deliberativa. In Italia i Bombacci e Serrati non hanno ancora in mano le mitragliatrici, e tutta la differenza sta lì: il volere e la meta sono identici. Auguriamoci che la differenza stia anche in questo, che Nitti non è Kerensky. "} {"filename":"23fc316b-f8a6-4567-b4c4-795c310609ad.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Dello sciopero non intendiamo parlare come fatto politico ed in rapporto all’atteggiamento del ministero. È appena il comunicato del governo che aprirà la discussione politica, la quale avrà il suo epilogo in parlamento. Ci sarà allora occasione di chiarire il nostro punto di vista sulla liceità o possibilità degli scioperi per i funzionari dello Stato. Oggi poche parole di rilievo su questo sciopero in particolare. La storia delle trattative dimostra con matematica precisione che i ferrovieri hanno raggiunto con lo sciopero quello ch’era stato concesso prima dello sciopero stesso, e ciò tanto nelle trattative avviate col sindacato ferrovieri, il quale poi proclamò lo sciopero, quanto nelle trattative colle altre associazioni sindacali dei ferrovieri che allo sciopero rimasero contrarie. Alla vigilia dello sciopero erano già risolte favorevolmente le questioni delle otto ore di lavoro, della rappresentanza nel consiglio d’amministrazione, della revisione delle tabelle. Rimanevano due punti su cui Governo e Sindacato non erano d’accordo: il sindacato cioè domandava di essere riconosciuto come il solo rappresentante della classe e quindi come il solo ente chiamato a delegare rappresentanti dei ferrovieri nel consiglio d’amministrazione, e in secondo luogo il sindacato esigeva senz’altro l’impegno di accrescere gli stipendi in modo che n’era calcolato l’aumento in 800 milioni annui. Quando vennero formulate queste pretese, i ferrovieri non appartenenti al sindacato differenziarono ancora più chiaramente la loro posizione e, mentre per il primo postulato protestarono contro la tendenza al monopolio del sindacato, domandando libertà e pari diritto per tutte le associazioni, per il secondo, cioè per gli aumenti, trovarono giusto che il governo rimettesse la cosa al parlamento, il quale se concede aumenti di spese deve anche provvedere ad accrescere l’entrate, a scanso di aggravare sempre più la situazione finanziaria e causare un ulteriore inasprimento dei prezzi dei viveri. Quest’atteggiamento della minoranza dei ferrovieri non venne condiviso dal comitato direttivo del sindacato il quale decise di forzare la mano al governo ed al paese mediante lo sciopero ad oltranza. Fu allora che, essendo noto il colore anarcoide di parecchi membri direttivi del sindacato, si fece largo l’opinione che si trattasse non di sciopero economico, ma d’uno sciopero politico, di un atto cioè d’insurrezione di classe contro lo Stato, atto tanto più deplorevole in quanto avveniva durante una situazione incerta e complicata all’estero. Lo sciopero scoppiò, coll’intento di arrestare tutti i treni, tagliare i nervi dello Stato e costringerlo alla resa. Ma lo sciopero non fu generale. Le associazioni ferrovieri indipendenti dal sindacato si ribellarono ai suoi ordini e col loro aiuto, coll’aiuto degli impiegati e con altre forze provvisorie, il movimento dei treni venne mantenuto, da prima in proporzioni minime, poi sempre crescenti. I direttori del sindacato cercarono allora i contatti col governo, intermediario il massimalista Bombacci. Le conclusioni sono note. Lo sciopero fu inutile. Il sindacato non raggiunse né il monopolio della rappresentanza né gli aumenti di 800 milioni. Esso dovette ammettere anzi che anche le associazioni minori avessero la loro rappresentanza e, circa gli stipendi, le proposte del sindacato vengono rimesse come quelle delle altre associazioni alla deliberazione del parlamento. Cosicché l’«Avanti» stesso , il quale doveva pure gridare ad ogni costo alla vittoria, rileva ch’essa consiste sovratutto nell’aver conquistato per i ferrovieri il diritto allo sciopero, perché gli scioperanti vennero puniti solo colla trattenuta dello stipendio e non col licenziamento, come avrebbe previsto il par. 54 del regolamento disciplinare. Ognuno vede quanto sia illogica questa conclusione, perché altro è l’abolizione di un par., altro la sua non applicazione per ragione d’opportunità in una particolare occasione. Ma di ciò avremo agio di discorrere. Rileviamo frattanto che questo non era affatto lo scopo dello sciopero e che i ferrovieri nella grande maggioranza non avrebbero certo abbandonato il lavoro per essere pronti a ritornarvi alla sola condizione di non essere puniti. Lo sciopero fu quindi per lo meno inutile nel riguardo dei ferrovieri, dannoso nei riguardi dei pubblici interessi ed estremamente pericoloso nei riguardi politici. Per questo anche noi ci siamo dichiarati contrari a questo movimento ed abbiamo applaudito a quei ferrovieri che si ribellarono agli ordini del sindacato. Nel Trentino furono i soci della federazione trentina che si dichiararono contrari allo sciopero . Non sono più di 300, ma rappresentano la maggioranza dei ferrovieri organizzati trentini. Essi trassero con sé molti altri non organizzati, cosicché si deve, oltre che al personale superiore, in buona parte al contegno della federazione trentina se il movimento poté riprendere anche qui con discreta intensità. I loro compagni li gratificano del titolo di «traditori» e di crumiri, ma non vi fu mai accusa più infondata. La federazione venne completamente ignorata durante le trattative prima dello sciopero, nessuno la interpellò, nessuno le chiese qualsiasi impegno. Essa era quindi completamente libera da qualsiasi obbligo di solidarietà. Non solo: ma poiché il sindacato si proponeva colla sua lotta di arrogarsi tutta la rappresentanza dei ferrovieri, trascurando le altre società, la federazione avrebbe compiuto un atto di viltà e di suicidio aderendo allo sciopero. Si noti ancora che il personale trentino appartiene alle cosidette ex gestioni; ha stipendi e ruoli diversi da tutti gli altri ed ha, in confronto anche agli altri, presentato mediante la federazione un memoriale sui propri postulati, alcuni dei quali furono anche accolti ed altri sono in corso. Il Sindacato invece ha incominciato ad accorgersi dei trentini nel momento di proclamare lo sciopero, tanto per tenerli al proprio seguito e se n’è accorto per promettere la compilazione d’un memoriale. Ben diversa sarebbe oggi la situazione se tutto il personale ex gestioni procedesse d’accordo ed avesse colta anche quest’occasione per farsi valere! Infine la maggior parte dei nostri ferrovieri considera lo sciopero come un’arma a doppio taglio, che bisogna impugnare proprio quando non c’è altro mezzo, e di cui non bisogna abusare per scopi politici; e ciò meno che mai in questi tempi, in cui il Trentino ha sovratutto bisogno che qui e in tutta l’Italia cessino le convulsioni rivoluzionarie e riprenda il ritmo normale del lavoro e della produzione. Tali criteri vanno incoraggiati, e poiché lo sciopero ha avuto almeno questo di buono, di salvare la libertà d’organizzazione, facciamo voti che di essa approfittino i trentini per unirsi in un fascio col proposito di far valere i propri interessi nel momento del passaggio alla normale amministrazione. Agli 800 ferrovieri in missione che si trovano qui temiamo che la nostra parola non giunga serena, come vuol essere. Vogliamo tuttavia dirla ed è questa: l’esercito italiano ci ha portato la libertà politica, non voglia il sindacato portarci la dittatura d’un’organizzazione di classe, inspirata a criteri di partito. I trentini hanno abbastanza educazione sociale per comprendere i doveri della solidarietà ed apprezzare il valore dell’organizzazione, ma sono troppo fieri della libertà per adattarsi senza protesta a tentativi di terrorismo, da qualunque parte essi vengano. 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Ma, d’altra parte, per Trento e per il Trentino, al pubblico, né direttamente né a mezzo dei giornali, fino a questo momento – cioè fino a meno di ventiquattr’ore prima del momento in cui si dovrebbero iniziare i pagamenti – nulla è stato disposto. Molti interessati si sono rivolti a noi, per saperne qualcosa. Noi ci siamo messi con tutta coscienzia e buona volontà in cerca di informazioni… Ma, in verità, siamo in grado di dire ben poco. È certo che i detentori di libretti a risparmio sui quali a suo tempo fu segnata la conversione delle corone in lire in ragione del 40 per cento, presentandosi alle banche e alle casse rilasciatarie dei libretti avranno il diritto di farsi segnare l’aumento del 20 per cento di cui hanno diritto. Sembra anche che, da domani, e «per Trento città» si inizieranno i versamenti sugli affidavit liberi in possesso di cittadini e di enti locali, sebbene né ufficialmente né ufficiosamente nulla sia stato comunicato. Ma… e per il resto della regione? Silenzio perfetto! Poiché non è il caso, questa volta, di dare la colpa al solito governo – tanto vero, che sotto lo stesso governo a Trieste si può far rispettare la legge come non la si può far rispettare a Trento – conviene pensare che ci troviamo di fronte ad un’altra negligenza, per dir poco, degli uffici burocratici cui incombe il dovere di dare esecuzione al regio decreto 27 novembre 1919. Non facciamo per oggi commenti. All’ultimo momento, interpellata la locale Delegazione del Tesoro, ci fa sapere che, in conformità del regio decreto 27 novembre 1919, il versamento suppletorio del venti per cento a saldo cambio della valuta austriaca, si incomincerà ad effettuare da domani, 25. In giornata, verranno rese note le disposizioni relative alle modalità dei pagamenti. "} {"filename":"f1f883e0-a227-4159-b15d-1fbdf3aab83c.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Quando il 10 settembre 1919 veniva firmato a Saint Germain en Laye il trattato coll’Austria, abbiamo salutato questo termine come la fine della nostra vita, giuridicamente e politicamente anarchica, e come il principio della nostra piena e fattiva partecipazione alla vita nazionale. Da quel giorno sono trascorsi quasi sette mesi durante i quali abbiamo viste le riconquistate provincie francesi ricongiungersi alla Francia, mandarvi deputati e senatori, rinnovare i propri municipi e dar forma concreta alla progettata rappresentanza provinciale, riaprire il commercio colla Germania, piantare gli uffici di compensazione, iniziare insomma l’applicazione del patto di Versailles, alla cui approvazione l’Italia per parte sua si era affrettata di provvedere per decreto reale. Dopo l’Alsazia-Lorena venne la volta degli altri stati nuovi sorti sulle rovine o sulle disgrazie degli antichi e in quest’ultimo periodo si è iniziata l’applicazione dei trattati anche nei riguardi dei territori in cui venne indetto il plebiscito. Solo l’Italia non può attuare in nessuna parte del territorio occupato la convenzione che glielo aggiudica per diritto internazionale. Ci si obietterà qui che anche altri stati, i quali appariscono come contraenti a S. Germain si trovano rispetto al diritto internazionale nella stessa condizione. E fino ad un certo punto è vero; ma non nel riguardo più importante; ché la Czeco-Slovacchia, la Polonia, la Jugoslavia non hanno atteso il trattato per esercitare i propri diritti sovrani sul loro territorio, diritti ch’essi ripetono dall’autodeterminazione dei popoli e non dal trattato. A Trento, a mò di esempio, l’on. Credaro trae la sua autorità, per quanto mediatamente e per quanto in astrazione, dal comando supremo interalleato, mentre Masaryk era presidente eletto dal popolo, prima che il trattato fosse formulato. Ora è opinione diffusa che tale nostra situazione eccezionale dipenda dall’insoluta questione adriatica, la quale abbia ritardato la ratifica del trattato di Saint Germain; ed anche qualche membro autorevole del governo, rispondendo alle istanze ripetute pervenutegli dalla Venezia Tridentina perché fosse proclamata l’annessione accennò alla questione di Fiume come all’impedimento che rendesse inevitabile il ritardo. Già alla pubblicazione del trattato noi abbiamo però, in contrasto con tale parere, avvertito che, appena ne fosse stata raggiunta la ratifica, la proclamazione della annessione della Venezia Tridentina sarebbe stata non solo possibile, ma giuridicamente e politicamente inevitabile. Infatti l’articolo 36 del trattato, (non 6, come erroneamente fu inteso al telefono sabato), stabilisce nettamente che l’Austria rinunzia in favore dell’Italia a tutti i diritti e titoli concernenti i territori dell’antica monarchia a. u., situati di là delle frontiere dell’Austria come queste sono determinate all’art. 27 N. 2 parte II. Ora l’articolo 27 N. 2 parte II segna i confini della Venezia Tridentina dalla quota 2645 (presso Nauders) fino alla quota 1276 (presso Tarwis). Sono questi precisamente, i nuovi confini d’Italia, verso settentrione ed il territorio fra essi compreso è la Venezia Tridentina che l’Austria in base all’articolo 36 cede in favore dell’Italia. Non v’è dubbio quindi che una volta raggiunta la ratifica del trattato, ottenuta cioè oltre che la firma dell’Italia, già data per decreto reale, anche l’approvazione dell’Inghilterra e della Francia, approvazione necessaria perché il trattato entri in vigore, la Venezia Tridentina può e deve venir annessa all’Italia. Né si opponga che tale annessione per gradi indebolirebbe la posizione diplomatica dell’Italia nelle trattative per l’Adriatico. Ciò potrebbe valere per la Venezia Giulia, se ne annettessimo cioè una parte, lasciando contrastata l’altra, ma il Trentino e l’Alto Adige sono due territori completamente staccati, che già il trattato definisce maturi per l’annessione, mentre nello stesso articolo 36 è detto che la frontiera orientale dell’Italia «sera ultérieurement fixée» e nel capoverso seguente sono previsti altri trattati per completare le annessioni all’Italia. La soluzione adriatica insomma deve essere oggetto d’un trattato supplementare, non invero né coll’Austria né con tutte le potenze contraenti a S. Germain, ma con parte di esse. Nessuna compromissione quindi, nessun indebolimento dal punto di vista dell’Italia, se applicando il trattato, s’incomincerà ad annettere la Venezia Tridentina. Stabilito ciò restava a vedere se gli alleati ritardassero l’approvazione dei loro parlamenti al trattato per proposito preso e se in tal caso l’Italia che era ricorsa al decreto reale per Versailles, non avesse la forza di sollecitare tale approvazione. Ma dal colloquio, avuto venerdì dall’on. Degasperi coi ministri Rossi e Sforza, risulta evidente che il ritardo è dovuto a cause del tutto accidentali. In Francia il trattato è agli uffici, in Inghilterra il governo è disposto, quando il parlamento non se ne sbrighi sollecitamente, a dare la approvazione per decreto reale. Il nostro governo ha già insistito perché il rito delle ratifiche fosse compiuto; e a Roma presso l’ambasciata inglese ed a Parigi per mezzo dell’on. Nitti stesso, l’Italia rinnoverà le sue premure. Il nostro paese ha quindi innanzi la propria via segnata chiaramente. Senza venir meno alla fraternità di sentimenti che ci ricongiunge agli adriatici, noi possiamo e dobbiamo riconfermare con tutta energia il nostro voto che il trattato di S. Germain venga approvato e quindi l’annessione sia un fatto compiuto. È inutile che accenniamo qui ai vantaggi d’ordine politico che ne verrebbero al nostro paese. Si inizierebbe la ripresa della vita costituzionale e s’inaugurerebbe la ricostruzione politico-sociale della regione. È inoltre superfluo rilevare che anche in materia finanziaria, appena coll’approvazione del trattato, potremo uscire da una crisi che ci soffoca. Pensate solo ai crediti coll’Austria ed ai crediti e debiti con terze persone, suddite degli stati ex austriaci. Ma l’approvazione del trattato non riguarda per questo lato soltanto le nuove provincie. Anche i cittadini delle vecchie possono risentirne dei vantaggi, quando finalmente s’inizi la liquidazione internazionale della vecchia monarchia e la commissione delle riparazioni entri in funzione. L’interesse della nostra regione collima con quello dell’Italia intiera. Diamo quindi opera a tutte le nostre risorse ed a tutte le nostre influenze perché il trattato ottenga la ratifica. Le nostre rappresentanze di qualsiasi specie colgano ogni occasione propizia per riaffermare il nostro volere. Esso ha tanto più prospettiva di farsi valere, in quanto anche i dirigenti l’attuale amministrazione provvisoria, con alla testa l’on. Credaro, hanno fatto rilevare al Governo (come si è potuto constatare anche recentemente a Roma) essere assolutamente necessario d’uscire al più presto da questa situazione precaria. "} {"filename":"07044a1b-c6fd-477a-b4b8-7f4983de1f23.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Trento, come Rovereto e Bolzano, è città autonoma, con proprio statuto e proprio regolamento elettorale . Quando abbiamo parlato di mantenere le autonomie locali, non intendevamo soltanto che fosse mantenuta in genere l’indipendenza amministrativa del comune dall’autorità politica e che tutte queste autonomie avessero la loro salvaguardia e la loro corona nell’amministrazione provinciale indipendente dallo Stato. Intendevamo anche che fossero rispettati gli statuti dei nostri maggiori municipi, in tanto in quanto stabiliscono i loro rapporti colla provincia e collo Stato, le loro attribuzioni proprie e delegate e determinano la sfera speciale di competenza dei loro magistrati. In ogni occasione nella quale venne affermato il principio autonomistico, si accennò in un punto speciale alle città con proprio statuto: ricordiamo in particolare i voti del primo congresso dei comuni e l’adesione ottenuta allora dal congresso dell’Associazione dei comuni italiani . Ora una delle prerogative specifiche riservate ai municipi con proprio statuto è quella di fissare da sé il proprio regolamento elettorale. Fu per questa prerogativa che i due nostri maggiori comuni poterono precedere i minori, il cui regolamento venne fissato dalla Dieta, nell’allargamento del suffragio, e fu per essa che la città di Trento poté introdurre ancora nel 1913 (legge provinciale 6 febbraio 1914) lo scrutinio di lista colla rappresentanza proporzionale , esempio che venne ricordato «honoris causa» nella relazione della commissione parlamentare sulla riforma elettorale, presentata la scorsa estate a Montecitorio. Ebbene è chiaro che come intendiamo che sia mantenuta alla Dieta la facoltà di riformare il regolamento elettorale dei comuni in genere, così vogliamo che i comuni con proprio statuto conservino la prerogativa di deliberare sul proprio sistema elettorale. Per conservare un diritto o un privilegio bisogna però saperne usar bene ed a proposito. Ora siamo ad un momento decisivo. Tutti sono d’accordo che la graduazione degli elettori in quattro corpi elettorali non è più sostenibile. Già nel 1913 tutti i partiti dichiararono nel consiglio municipale cittadino che accettavano il mantenimento dei 4 corpi, solo come un’imposizione del governo, il quale, com’è noto, avrebbe negato la sanzione ad una riforma più radicale. Quale cosa più naturale che, caduto il governo austriaco, la nostra rappresentanza si ricordi di poter ora attuare liberamente il suo programma? Noi plaudiamo quindi di cuore all’iniziativa presa dal gruppo popolare dì proporre in consiglio una riforma elettorale che, in quanto a criteri di larghezza, di modernità e di saggezza, ci dia il primato in confronto delle altre città italiane. Ma la proposta riforma non è soltanto da salutarsi per le buone innovazioni che introduce: essa è sovratutto da riguardarsi come l’unico mezzo che abbiamo a disposizione per mantenere una delle principali prerogative delle città autonome. È chiaro infatti che il nuovo consiglio municipale dovrà venir eletto con un nuovo sistema, cioè col suffragio eguale. Ora questo nuovo sistema o viene introdotto dal consiglio cittadino stesso, salvaguardando l’integrità del proprio statuto, o viene imposto dal di fuori per legge o decreto dello stato. Vogliono gli attuali consiglieri di Trento arrivare a quest’ultima conclusione? Speriamo di no. Sarebbe stranissima ironia e pessimo esempio per tutte le rivendicazioni autonomistiche in genere e risulterebbe addirittura paradossale che il sen. Zippel , chiamato a far parte del consiglio dell’associazione dei comuni italiani, perché vi rinforzasse la corrente autonomistica, dovesse presiedere un consiglio che rinnegasse una delle prerogative più caratteristiche della sua autonomia. Riteniamo quindi per certo che tutti i consiglieri comunali vorranno chiudere degnamente il periodo della loro funzione, adattando all’esigenze dei tempi le forme del municipalismo autonomo; la discussione incidentale che s’è fatta a proposito in seno alla rappresentanza di Rovereto ci fa anzi sperare che l’esempio di Trento verrà seguito anche dalla città del Leno. A chi nutrisse ancora qualche dubbio sull’opportunità della riforma, ci permettiamo ricordare che essa è ancora la via più breve e più sicura per arrivare al rinnovamento dei consigli municipali. Infatti, a parte qualsiasi altra considerazione, il governo ha dichiarato (e noi abbiamo chiesto) che notevoli modificazioni delle leggi vigenti non siano introdotte prima che le terre redente non abbiano eletti i propri deputati. Bisogna quindi che venga proclamata prima l’annessione, che vengano fatte le elezioni politiche, poi che venga introdotto il nuovo sistema elettorale comunale e poi appena che si proceda alle elezioni amministrative. Questa via è, come ognun vede, piuttosto lunga. Applicate invece la soluzione – diremo – automatica. Il consiglio municipale vota la riforma. Che difficoltà può avere il governo e di quale tempo ha esso bisogno, per sanzionare, sostituendosi alla Dieta ed alla Corona ad un tempo, con un decreto-legge, in base ai pieni poteri, una deliberazione del municipio di Trento? Nessuna, e le elezioni potrebbero aversi in breve tempo, indipendentemente dall’annessione. Né i più gelosi propugnatori dei diritti dietali avrebbero nulla da obiettare, se per una volta tanto il decreto-legge sostituisce la deliberazione dietale poiché, nel caso delle città con proprio statuto, il principio autonomistico va salvaguardato ov’esso anzitutto risiede, cioè nel libero comune. Trento, infine, si mette così alla testa della ricostituzione delle nostre autonomie locali e prenderebbe l’iniziativa costringendo lo Stato ad occuparsi in concreto di questi statuti locali, che ha proclamato suo programma di mantenere ed aumentare. "} {"filename":"d08ca388-6f13-4f2d-8fbc-dd0b03e77794.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Domenica scorsa, a Rovereto, nella sala maggiore di quella biblioteca popolare, ebbe luogo un congresso convocato dal Fascio per la Rinascita di Rovereto e dei paesi evacuati del suo distretto, presieduto dall’avv. Virginio Vittori. Questi riassunse l’opera finora svolta da Fascio e trattò poi degli indennizzi di guerra, conchiudendo con un ordine del giorno che eccita il governo a sollecitare il funzionamento degli uffici di liquidazione dei danni di guerra, estendendo subito anche alle nostre zone devastate il relativo decretolegge, e a tradurre in fatti la promessa di rendere possibile la sottoscrizione al prestito nazionale con anticipi sui danni di guerra. Il dott. Angelo Pinalli parlò dell’autonomia e dei fondi provinciali, caldeggiando la provincia unica e la riparazione dei fondi della sostanza e degli istituti fra il Tirolo da una parte e il Trentino e l’Alto Adige dall’altra, avuto riguardo alle imposte ed alle proporzioni delle parti condividenti. Venne pure accettata la proposta Bonfanti che invita il governo a provvedere alle elezioni provinciali o almeno a farne i preparativi. L’avv. Piscel , in sostituzione del relatore Defrancesco , trattò dell’approvvigionamento illustrando un ordine del giorno che «afferma la indiscutibile necessità che le requisizioni siano fatte con la massima possibile severità» e si chiede l’aumento delle razioni, specie per coloro che in seguito a lunghe privazioni appaiono più denutriti. In tema di ricostruzioni parlò l’ing. Bar. Salvotti, il cui ordine del giorno, rilevata l’insufficienza di quanto è stato fatto finora dal genio militare e dallo stesso Consorzio della provincia e dei comuni, loda l’iniziativa di un concorso per i tipi di case economiche, sempreché i privati proprietari nella eventuale applicazione dei tipi prescelti, siano lasciati liberi di eseguire i lavori in regia propria o per mezzo d’imprese, introducendo anche delle modificazioni. Poiché la ricostruzione edile non potrà effettuarsi con sane direttive tecniche ed economiche se non per opera dell’iniziativa privata consigliata da tecnici competenti e controllata dalle autorità pubbliche solo per quanto riguarda il pubblico interesse, e poiché a far questo occorrono i mezzi «pecuniari», si fa voti che il governo del re si decida ad applicare al Trentino il decreto-legge 27 marzo 1919 con le facilitazioni concesse per il Veneto. Il segretario della Camera di Commercio, Bercugl, parlò a favore delle industrie colpite, invocando per queste risarcimenti, cessioni di macchine utensili, materie gregge, agevolezze bancarie, ferroviarie, daziarie, esenzioni fiscali, sfruttamento di forze idriche, incremento delle scuole industriali. L’avv. Piscel, sulle condizioni dell’agricoltura, presenta un lungo ordine del giorno che reclama liquidazioni di danni di guerra, o, frattanto, congrue anticipazioni, distribuzione di vacche lattifere, pecore, pollame, conigli, alveari, distribuzione di sementi, barbatelle ed altre piante da vivaio; irrigazione, motoaratura, istruzione e assistenza tecnica. Il dott. Probizer caldeggiò l’istituzione di dispensari antitubercolosi e celtici e la vigilanza sulla pellagra. L’ispettore Ilario Dossi trattò dei problemi scolastici. Notiamo, a questo proposito, che il signor Pompilio Valle affermò la necessità che la scuola sia funzione di Stato, poiché i comuni devastati non possono sostenere la spesa che dovrebbe toccare allo Stato. Sulla emigrazione e sul reimpiego dei risarcimenti, il dottor Bonfanti domanda che siano esonerati dall’obbligo di reimpiego tutti quelli che, avendo le loro case completamente distrutte, si obblighino di trasferirsi come contadini in qualche altra regione d’Italia o nell’Alto Adige; che sia promossa la vendita dei terreni degli espatrianti, provvedendo per quanto è possibile alla commassazione dei fondi; che si acquistino intere tenute nell’Alto Adige e si provveda alla loro parcellazione fra gli espatrianti. Per i provvedimenti zootecnici (relatore il veterinario D.r Soster) si interessa il governo ad effettuare subito il pagamento del bestiame requisito dall’ex governo austriaco, si raccomanda che da parte del governo stesso si provveda al ripopolamento del bestiame, alla ricostruzione delle stalle, dei ricoveri, delle malghe ecc. L’ultima relazione sul credito popolare fatta dal dottor F. Gerosa, chiude con un ordine del giorno col quale si fa voti che il governo voglia designare o addirittura creare una istituzione di credito fondiario-agricolo-industriale, che sia in grado di sovvenire, sia agli agricoltori sia alle cooperative e famiglie rurali sparse in paese, il capitale a buon mercato e a lunga scadenza necessario alla restaurazione economica del Trentino politicamente redento. Abbiamo dovuto limitarci a riassumere da altri giornali, perché la nostra redazione di Rovereto, non essendo stata invitata, non fu presente al convegno. Al qual proposito ci siano permesse due brevi osservazioni. Il «fascio della rinascita» s’è annunziato al pubblico come completamente neutrale; ma ci pare che tale carattere mal si combini col proposito evidente di chiamare sul proscenio solo uomini di un certo colore o di certi colori e di escludere da inviti, associazioni o uomini di colore diverso. Padronissimi gli uomini di quel primo colore o di quella prima gamma di colori di raccogliersi a discutere gl’interessi del paese, e noi non potremmo che applaudire a tale lavoro se esso è fatto sul serio. Ma una delle due: o simili convegni sono diremo così, interpartitali e astraggono realmente dal colore politico, e in tal caso ciò deve venir provato in pratica; ovvero tali convegni, economici o politici che siano si limitano ad una certa categoria di persone, ed allora essi non possono avocare a sé quel carattere di UNIVERSALITÀ, per il quale si sentono di potere e dovere intervenire e magari collaborare ORGANI non va assolutamente; e così – lo diciamo chiaro – non intendiamo di lasciarci trattare, senza dire che, a parte la nostra volontà, non sta nemmeno nell’interesse del paese. Qualche autorità risponderà che non è sempre possibile precisare il carattere o il colore d’un’iniziativa; che i signori d’una certe specie amano l’equivoco e che posano facilmente a soli rappresentanti di un dato interesse pubblico. A ciò rispondiamo che, di qui innanzi, se Lor signori non ci arrivano, li aiuteremo noi nella bisogna, mettendo i punti sugli i. Chiusa la parentesi. Gli argomenti e i voti, come i lettori avvertiranno combinano con quelli votati dal nostro convegno a Rovereto, alcune settimana fa. Nuova è l’idea del D.r Bonfanti di colonizzare l’Alto Adige con abitanti della zona devastata. "} {"filename":"a67b40da-139b-4647-88b8-da00eaa162dd.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"A chi legge in questi giorni i giornali liberali appare più che mai manifesto quale infimo grado di coltura e di maturità politica essi suppongano ancora in Italia. Quello che in tutti i paesi civili del mondo si ritiene come la cosa più naturale, cioè che un partito, invitato a prendere parte al governo, fissi e pubblichi i suoi postulati programmatici, nel nostro paese, dove i ministeri si sono fatti sino ad oggi in base a consorterie e a giuochi di equilibrio, sembra una audacia inaudita. Specialmente i liberali, eterni pasticcioni, sono desolati di questa minaccia di chiarezza, che spunta sull’orizzonte della vita pubblica e stilano sui loro organi le più buffe geremiadi e le più ridicole sentenze. Nulla di più piccino che i loro commenti sulla condotta tenuta dal Partito popolare in occasione della crisi e del rimpasto . Lasciata cadere, per la evidente assurdità, l’accusa di aver opposto un rifiuto all’invito dell’on. Nitti per non essere stati appagati nella fame smodata di portafogli, resta nei detti giornali la sorpresa del vedere i popolari formulare una serie di postulati programmatici e porli come condizione indispensabile alla collaborazione indiretta o eventualmente diretta al governo. Continua così l’equivoco che si era venuto formando nei giorni scorsi, prima ancora che l’on. Nitti, tornando da Roma, iniziasse le trattative per il rimpasto. Si è cioè pensato che i popolari potessero prescindere completamente da questioni di programma; si è forse creduto che nella discussione sul tema della collaborazione quelli i quali tendevano a concludere per la collaborazione intendessero questa nel modo stesso nel quale fu intesa durante la guerra, quando si formavano i cosiddetti «ministeri nazionali». E avviene così che oggi, al sentir dire che i popolari hanno fissato i loro «punti», e cioè che essi pongono delle condizioni, si grida allo scandalo. Ora, tutto ciò è veramente strano. Non uno, a cominciare senza dubbio dall’onorevole Meda, tra coloro che propugnarono la tesi della necessaria collaborazione (tesi accolta in linea di principio, nelle riunioni degli organi del partito) aveva in mente una collaborazione senza garanzie programmatiche, offerta quasi per fare piacere ai liberali. A guerra finita e con cento deputati alla Camera non si poteva pretendere che il problema della partecipazione al governo fosse considerato dal nuovo Partito popolare al modo stesso nel quale lo si era valutato per l’entrata dell’on. Meda nel gabinetto Boselli . Non si capisce davvero, dopo ciò, come si possa cader dalle nuvole o anche mostrarsi scandalizzati perché i popolari han detto che la loro entrata in un ministero o anche soltanto il loro appoggio al nuovo governo sono subordinati alla accettazione di alcune condizioni. Chi, tra i popolari, sosteneva la collaborazione, ammetteva che alle necessità del momento fosse da sacrificare molto di ciò che è nel programma del partito; ma non pensava davvero che tutto fosse da sacrificare, che nessuna, sia pure parziale, garanzia fosse da chiedere. Un partito affermatosi così vigorosamente nella vita politica nazionale, non può, se non a patto di suicidarsi, pensare a salire al potere come una qualunque pattuglietta parlamentare, senza avere la possibilità di svolgervi un’azione efficace e visibile. E se alla formulazione di quel programma minimo fu aggiunto il proposito che si avesse a trattare non di un semplice rimpasto, ma di una crisi generale, ciò fu appunto perché sulla base di quel programma, e nel confronto di quello che gli altri gruppi avessero voluto opporre, si potesse trattare per la formazione di un governo che avesse detta una parola nuova al paese, che avesse dato affidamenti nuovi per la soluzione dei gravi problemi della vita nazionale. "} {"filename":"14da90ab-7cbf-47b7-a99b-8e8291f3fee9.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Riassumiamo telegraficamente. Il giornale a due pagine e l’incalzare degli avvenimenti c’impediscono di indugiarci in trattazioni ampie e in commenti estesi. Il congresso fu una grande manifestazione di forza. Due mila delegati, rappresentanti 180 mila voti, venuti da tutte le regioni d’Italia, nonostante gli scioperi ferroviari, hanno reso testimonianza pubblica della vitalità del nuovo partito. Le discussioni furono vivaci, interrotte spesso da incidenti rumorosi, ma in fondo inspirate ad una seria considerazione dei problemi più vitali della politica italiana, e guidati da una ricerca ansiosa delle soluzioni più giuste e più opportune. Poiché i relatori furono quasi tutti all’altezza del compito e gli oratori riuscirono quasi sempre efficaci e positivi, l’assemblea di Napoli segna un notevole progresso verso la preparazione tecnica, la trattazione oggettiva, la visione realistica. Decisamente la frase, la volata rettorica, il pistolotto sono in decadenza, per quanto non siano ancora superati. Auguriamoci che nel prossimo congresso si costituisca un gruppo di positivisti col proposito di fischiare inesorabilmente tutti quegli oratori che tentano di nascondere la vacuità del loro pensiero dietro le parole di voga, come «prospettare», «valorizzare», «stati d’animo», «sensazione di ambiente». Abbasso i profeti, gl’indovini, gli aruspici, gli ascetici ed i contemplativi della politica. La politica è l’arte del reale e del raggiungibile. La fantasia può aiutare, ma dominare deve il ragionamento. Infine bisogna disfarsi della letteratura. Ci sono ancora troppi «ismi» negli ordini del giorno, troppe astrazioni, troppe formule letterarie. Quando si vuole dare una direttiva bisogna essere più semplici e più lapidari. Napoli segna in tal riguardo un progresso evidente in confronto di Bologna, ma lo stile sobrio e preciso, fatto per il popolo non è ancora raggiunto. Ma un partito popolare che conta sulle masse deve trovarlo. Lasciamo alle «settimane sociali» le disquisizioni ed i larghi consideranda, lasciamo ai congressi cattolici le affermazioni di principio o di sentimento: il congresso del P.P.I. deve occuparsi delle formule politiche, cioè delle realizzazioni concrete. In concreto che cosa ha affermato il congresso? Nella questione della terra ha detto: le terre possono venire espropriate per legge dello Stato, quando risulti che l’espropriazione è utile alla società. L’esproprio viene fatto verso rifusione del prezzo al proprietario. Quali terre debbano venire espropriate va deciso caso per caso, cioè regione per regione. Non si può fare una legge eguale per tutta l’Italia. Sono le rappresentanze regionali, costituite nelle progettale camere agrarie, quelle che decidono sulla legittimità e l’opportunità dell’espropriazione nei casi concreti. Si ha di mira, si capisce, il latifondo. Il caso più evidente, in cui l’utilità sociale legittima senz’altro l’esproprio è quello del latifondo incolto. A che scopo si espropria? Non per sostituire alla proprietà individuale del latifondista la proprietà comune dei contadini, ma per spezzettare il latifondo, cioè per sostituire al grande proprietario molti piccoli proprietari. La meta è la piccola proprietà privata; e in ciò sono tutti d’accordo, e Martini (maggioranza) e Miglioli (minoranza), che si distaccano così entrambi dai socialisti, pur ammettendo che la regola possa soffrire eccezioni là ove la qualità stessa del terreno (coltura estensiva) consigli la conduzione su base cooperativa. Fin qui l’affermazione del congresso fu unanime. Trasformata in formula politica, trasfusa cioè in un progetto di legge, quest’affermazione implica una delle ardite e più radicali soluzioni della questione agraria. Al di là di questo criterio di massima la maggioranza non seguì la minoranza, non perché ci sia stata una contraddizione sostanziale, ma perché il congresso doveva arrestarsi innanzi alle diversità contrastanti delle varie regioni italiane, che non ammettono una soluzione egualitaria. Il secondo grande dibattito versò sulla tattica parlamentare. Noi crediamo che la tattica parlamentare dovrebbe essere riservata ai deputati. Un gruppo di cento deputati deve assumere da sé la responsabilità di votare pro e contro un ministero, di partecipare o meno al governo. C’è stata qui una pregiudiziale equivoca, quella del collaborazionismo (ecco un altro ismo che serve a confondere invece che a chiarire). La questione del collaborazionismo esiste per i socialisti, i quali discutono ancora tra loro se devono svolgere un’azione pratica in parlamento o se, negando il parlamento, devono ricorrere all’azione diretta dei sindacati o della piazza. Ma non può esistere per un partito che stia sulla base della democrazia parlamentare. Per questo partito può sorgere solo la questione se debba si o no lavorare assieme ad altri partiti in un dato momento. Per i socialisti è questione dunque di massima, per i popolari è questione di tattica. E per le questioni di tattica in tutti i paesi costituzionali avviene questo: che il gruppo parlamentare agisce sotto la responsabilità propria ed il partito poi approva o condanna. A Napoli invece il congresso si è sostituito al gruppo. Non discutiamo le ragioni particolari che lo hanno indotto a ciò fare. Ogni regola patisce eccezione. I deputati hanno preferito venire al congresso a cercarvi una direttiva tattica, ch’essi non s’erano saputi dare. Ma siccome le ragioni che determinano la tattica sono ragioni parlamentari, era prevedibile che da un ambiente extra-parlamentare non poteva attendersi il lume che non s’era trovato in parlamento. Così il congresso dovette limitarsi a dire: lavorare assieme agli altri sì, ma partecipare al governo, solo in base ad accordi programmatici; ed inoltre ad aggiungere: coll’attuale ministero Nitti no, perché non ci garantisce la libertà delle nostre organizzazioni. È quest’ultima la questione principe, attorno alla quale si accanirà la lotta nel prossimo periodo della vita pubblica italiana. I socialisti preparano la rivolta e la dittatura dei sindacati operai; per questo vogliono impedire che accanto ai sindacati rossi sorga qualsiasi altra organizzazione, che turbi la preparazione rivoluzionaria o nel momento della scalata al potere si trovi pronta a contrastare ai rossi il dominio assoluto. Perciò i sindacati rossi si vantano d’essere i soli riconosciuti dallo Stato, e di condurre da soli le trattative col governo, escludendo qualsiasi altra organizzazione professionale. Il governo ha finora colla sua debolezza favorito questo trucco e gli industriali poi l’hanno senz’altro subito. Nitti ha promesso di cambiar rotta e di fatti si è ottenuto che a Roma possano trattare tutte le società – vedi, ad esempio, i ferrovieri –: ma i suoi profeti non seguono il suo esempio. I popolari sono decisi di conquistare a qualunque costo la libertà d’organizzazione. Ecco ove sì parrà la tua virtute, o partito popolare italiano. E qui sta anche il perno del cosiddetto «collaborazionismo». E sono proprio i sinistri che dovranno fare su questo terreno pratico il massimo sforzo. Fino a tanto che i socialisti non avranno smessa la loro tendenza all’impero assoluto nell’organizzazione di classe, sarà vano sperare in una collaborazione parlamentare tra popolari e socialisti. Germania e Belgio insegnano. Il migliore discorso «sinistro» vale quindi per i risultati che si propone assai meno dell’istituzione di qualsiasi sindacato che rompa il monopolio socialista. "} {"filename":"bb2e25f9-dda2-4de6-8262-bc5c27cfb023.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Il signor Guttmann, come risulta dagli atti del processo Cristel , ha profetato che in dieci anni banca cattolica e banca cooperativa saranno assorbite dalla banca italiana di sconto. Più che una profezia l’affermazione è un programma d’azione. Il programma non riguarda solamente le banche, il commercio, le imprese industriali, ma si estende anche all’organismo sociale, alle amministrazioni pubbliche e soprattutto allo spirito da cui queste e quelle vanno mosse e governate. Assorbire vuol dire livellare, uniformare, centralizzare. È il Trentino in anima e corpo che, secondo tale programma, deve venir smussato, segato, piallato e inverniciato, fino che sia scomparsa ogni caratteristica della sua individualità storica. Ebbene il programma contrario all’assorbimento si chiama autonomia. Noi ammettiamo fino ad un certo punto l’assimilazione e saremmo stolti se non volessimo concedere che la secolare dominazione straniera ci ha lasciato attorno delle scorie che al contatto con l’aria libera che soffia dal mezzogiorno devono, e con vantaggio, cadere. Ma bisogna mettere in guardia gl’ingenui che per idealismo nazionale si abbandonano negli arti vischiosi del polipo centralizzatore che tende a succhiarli fino all’assorbimento. Principiis obstat! La reazione è sana e doverosa. Talvolta lo sforzo per liberarsi dalla stretta provocherà qualche rude parola, qualche imprecazione. Niente paura: in certe situazioni lo sfogo del temperamento rompe ogni indugio della frase misurata e diplomatica. E che per questo? Guardiamo in fondo alle cose, badiamo alla sostanza. Non lasciamoci impressionare dall’accusa di austriacantismo che viene lanciata con facile impunità per chiudere la bocca ai pusilli e far largo agli sfruttatori del nostro sentimento nazionale. Che ricantino pare codesta nenia funebre questi necrofori della nostra vita politica. L’Austria è morta e l’austriacantismo è sepolto nella necropoli degli Asburgo. Se c’è qualcuno che si diletta a ballare la danza macabra, rievocando gli spiriti che non tornano più, lasciamolo agitare tra lo scricchiolio delle ossa calcinate gli stracci d’un tempo che non ritorna. Che i morti seppelliscano i loro morti: noi guardiamo all’avvenire. Così fanno tutti i popoli per i quali la crisi europea fa da principio d’una vita nuova e di ringiovanimento. I polacchi, i boemi, i jugoslavi si sono forse arrestati a fare il processo al passato? Chi ha ricordato a Bilinski , a Kramarz , a Korosec la politica che fecero come ministri o fiduciari dell’impero absburghese? E nell’Alsazia-Lorena l’accusa di «bochisme» ha giovato forse ai «nuovi venuti» per rinforzare le loro tendenze centraliste e soffocare la reazione regionalista? Questa tattica si dimostrerà quindi inutile anche da noi e i suoi promotori faranno bene a smetterla, specie se provengano da altre provincie che hanno pure una storia la quale al postutto potremo sempre invocare a paragone in nostro favore. Comunque, il compito nostro, di noi trentini, è quello di concentrare la nostra attenzione su quello che dev’essere domani il nostro paese e sul materiale che dobbiamo avere sottomano per la sua ricostruzione. Eccovi in prima linea gli elementi morali: lo spirito di disciplina, l’amore dell’ordine, l’operosità costante, la vigilanza sulla morale pubblica. Queste erano virtù che il nostro popolo possedeva prima della guerra in misura eminente e che può riacquistare nella loro pienezza, se attingerà alle sue tradizioni. Su questo terreno noi invochiamo un’azione intensa di vigilanza e, se avvenga, scusiamo anche l’eccesso della difesa. Di fronte allo spirito di disgregazione che tenta penetrare nelle classi dei funzionari, nelle organizzazioni operaie, nella scuola e nell’amministrazione pubblica noi dobbiamo organizzare la resistenza. E se avverrà che in parecchi casi essa dovrà cozzare coll’opera dei «nuovi venuti», come dicono in Lorena, oh! non ci accusino costoro di vieto regionalismo o addirittura di austriacantismo. Eh! no, non è per l’Austria che noi badiamo a conservare quanto c’è di buono in questo paese, è per l’Italia, è per l’avvenire della nostra nazione. Quella che c’inspira non è una concezione morta ma ci anima la visione d’un’Italia migliore, come l’hanno sognata coloro che sui nostri monti le sacrificarono la vita. Agli elementi morali seguono gli elementi ricostruttivi materiali: gl’istituti autonomi che hanno un proprio organismo vitale, quei corpi amministrativi e legislativi, ove il popolo ha diretta e larga partecipazione, le società di credito, di consumo, di lavoro su principio cooperativo, società che, si chiamino banche o cooperative, sono pur sempre al servizio della regione, anziché servirsene per altri scopi; infine le nostre ricchezze naturali che devono garantire anzitutto il progresso economico nostro. Su questo terreno collaborazione, alleanze, accordi sì, ma assorbimento no. Saremo capaci di tener fermo a tale programma? Noi speriamo di sì, giacché questa è senza dubbio la chiara volontà del popolo trentino. Ma non si può negare che passiamo un momento di trepidazione. Il banchiere Guttmann ha proclamata una politica di assorbimento, ma la cruda enunciazione non ci ha rivelato nulla di nuovo. Da tempo oramai il nostro popolo ha la sensazione che cento forze palesi ed occulte lavorano in base allo stesso programma, sensazione resa più acuta dalla mancata ricostruzione politico-amministrativa della regione. Di qui il disagio ed il malessere che ci travaglia. Il Trentino uscito ieri dall’arena come il gladiatore che, sanguinando, si è riscattata la libertà, si divincola oggi, novello Laocoonte, in mezzo a nuove strette. Ma ripete l’errore dei precursori del Lessing colui il quale creda che quella bocca contratta dallo sforzo emetta un’imprecazione contro la patria. No, giustamente l’on. Cristel ha distinto fra governo e nazione, e per questo da quelle labbra non esce che un grido d’aiuto fiducioso. Il signor Guttmann, s’è visto, avrebbe fatto arrestare anche Laocoonte, ma i giudici l’avrebbero assolto, come hanno assolto l’on. Cristel. Il quale, se nella rude immediatezza del linguaggio non ha cercato una speciale abilitazione alla carriera diplomatica (e quanti lo praticano devono escludere ch’esistano in lui tali ambizioni), può essere orgoglioso d’aver espressa nella formula più pregnante che fosse possibile e più ancora coi fatti che le sorti della nazione stanno ben più alte e ben più sicure di quelle di qualsiasi governo. "} {"filename":"32ca7ac3-28ea-4a5d-9372-5634a043e6cf.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"[…] Il discorso dell’on. Degasperi sulla situazione politica L’on. Degasperi accolto da applausi, esordisce ricordando che il primo pensiero dei trentini, appena ripresa la vita politica, fu quello di affermare che l’assetto definitivo delle nuove provincie non poteva venir stabilito senza il concorso dei trentini stessi e precisamente non prima ch’essi avessero propri rappresentanti elettivi. Questo principio fondamentale ispira l’ordine del giorno della Consulta del giugno 1919 e ritorna insistentemente nella protesta che la Consulta votò contro il fatto che, senza sentire il nostro parere s’era stabilito autocraticamente il sistema provvisorio di governo che doveva sostituire quello militare e che si basava sull’ufficio delle nuove provincie, su i due commissari generali, e su una Consulta centrale con due sezioni, nominata dal Governo. La direttiva Il partito popolare ebbe su questo terreno una direttiva logica e costante, purtroppo non sempre mantenuta da altri partiti. Ricorda in proposito l’ordine del giorno votato dal congresso di Bologna al 16 giugno e presentato dall’on. Gentili, la risoluzione di due nostri comizi convocati a Trento prima e dopo la nomina del commissario generale. L’on. Nitti parve voler tener conto di questo punto di vista, quando il partito popolare italiano, facendosi eco delle nostre proteste, chiedeva al presidente del consiglio un formale impegno sulla direttiva del governo. Allora l’on. Nitti rispondendo alle precise questioni che gli venivano poste rispose in iscritto al 25 luglio: 1. Il Governo farà ogni sforzo perché le elezioni politiche delle terre redente avvengano contemporaneamente alle elezioni generali e accetterà gli emendamenti relativi che venissero preposti durante la discussione della riforma elettorale. 2. Nel breve periodo fino alle elezioni il Governo assicura il massimo rispetto alle autonomie locali e scolastiche, reintegrandole ove fossero state intaccate durante il regime militare e ciò riguardo anche alle popolazioni tedesche. 3. Il governo accetta pienamente il terzo postulato il quale suonava: Nessun mutamento nel regime degli enti locali può essere introdotto fino a che la rappresentanza elettiva delle terre redente non vi concorra col suo voto. Ancor più il capo del Ministero aderì al nostro punto di vista, emanando il 2 agosto 1919 la nota circolare-programma per i nuovi commissari, la quale tra altro diceva: «Noi vogliamo mostrare ai nostri nuovi concittadini che contro ogni tendenza livellatrice e assorbente, l’Italia intende risolvere sollecitamente e razionalmente i loro problemi, e attuare un organico programma di azione civile, amministrativa ed economica, ma che vuole rispettare le loro leggi e condizioni speciali, i loro usi e le loro tradizioni. Noi vogliamo fare anzi di molti istituti politici e sociali delle nuove terre, e fra questi in ispecie delle autonomie comunali, provinciali, utile studio per le riforme nel Regno; noi vogliamo risparmiare ogni turbamento nelle abitudini e negli interessi, e le popolazioni tanto provate saranno nel loro paese, com’è naturale, preferite in ogni campo della vita nei consigli e negli uffici. Non vogliamo ripetere oggi – le conseguenze ne sarebbero più gravi per le condizioni nazionali e politiche – gli errori del 1866. Evitiamo energicamente le invasioni burocratiche pertinacemente assimilatrici e calmiamo il furore di assimilazione e decomposizione con cui anche ora come allora per opera di piccoli irresponsabili si tenta di invadere le nuove provincie». I fatti L’oratore si chiede quale sia stata invece la pratica del governo al confronto di questo programma e di queste promesse. L’on. Degasperi ricorda ancora che nella seduta della Camera del 9 agosto, trattandosi la riforma elettorale e precisamente l’art. 21 riguardante le nuove provincie, l’on. Nitti, rispondendo agli on. Peano , Cameroni e Morpurgo si impegnò a sentire prima di stabilire le circoscrizioni elettorali, i rappresentanti politici delle popolazioni redente. La praticata fu invece una continua contradizione contro tale direttiva e contro tali impegni. In tutte le questioni più gravi, il parere dei trentini o non fu provocato o fu sorpassato. Ultimo esempio quello recente delle trattative per l’autonomia tedesca. L’oratore e con lui la maggioranza degli amici hanno sempre ritenuto come inevitabile che all’Alto Adige venga concessa una forma di amministrazione separata, ma hanno però sempre sostenuto che tale forma doveva scaturire da trattative comuni, dalle quali essa risaltasse come corollario della soluzione del problema autonomistico delle nuove provincie in genere ed hanno, come s’è visto, sempre insistito che niente doveva ad ogni modo essere tentato o pregiudicato, prima che i rappresentanti eletti non vi potessero concorrere col loro voto. Invece anche recentemente il governo ha pregiudicata la questione provinciale, dopo aver fatte trattative unilaterali coi tedeschi e prima di aver trattato coi trentini. Si può essere partigiani in massima delle due provincie, ma c’è sempre da stabilire il come, il quando ed il tempo ed in ogni caso la questione è troppo seria, perché i partigiani di qualsiasi soluzione non avessero prima il diritto d’esporre ampiamente le ragioni e i pro e i contro. Si può essere per la più ampia conciliazione fra i popoli e per obliare tutto il passato, ma il governo è cattivo psicologo se crede di poter esigere che i trentini si dimentichino fino al punto di lasciarsi trattare come cittadini in seconda al confronto dei Toggenburg e Peratoner . In quest’adunanza, dice l’oratore, sono cadute talvolta delle parole assai forti; ma qual meraviglia se il governo stesso con il suo contengo debole di fronte ai prepotenti, insegna che non tiene conto delle ragioni, ma della forza, con cui vengono sostenute? L’oratore dichiara che per parte sua il partito popolare non ha lasciata passare occasione per non lasciar dubbi intorno ai suoi intendimenti in proposito anche riguardo alla procedura da seguirsi, cercando di guadagnare a questa causa l’appoggio di un forte partito, qual è il popolare italiano e sovrattutto insistendo per le elezioni. Se tutti i partiti avessero fatto altrettanto, non saremmo oggi a questo punto. Il discorso è stato spesso sottolineato da fragorosi applausi. L’assemblea ha votato quindi all’unanimità il seguente ordine del giorno: Il principio democratico, l’autonomia, le elezioni […] "} {"filename":"419b9ecb-1594-4794-be0c-e1635c2c4756.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Gli organi della grassa borghesia sono desolati per la cattiva strada sulla quale si sono messi i socialisti. Fino che facevano dell’anticlericalismo o davano delle legnate ai popolari tutto andava bene, ma adesso minacciano di buttarsi addirittura all’anarchia! Diavolo è un po’ troppo, tanto più che i grandi uomini del partitone, Turati, Treves, Modigliani e compagni, che i giornali ben pensanti hanno sempre lisciati, accarezzati ed esaltati, sembrano aver perduto ogni influsso sulle masse. C’è da disperare. Ma chi ha viscere di padre non perde mai intieramente la fiducia nella conversione del figlio e il liberalismo non può dimenticare di essere stato il legittimo genitore nonché l’amoroso educatore del socialismo. Assistiamo dunque, in questi giorni, all’esilarante e umoristico spettacolo degli scongiuri borghesi ai figlioli prodighi socialisti. Scrive con il singhiozzo nella strozza il Corriere della Sera: «Non solo lo Stato, non solo la borghesia, non solo gli amici dell’ordine devono preoccuparsene; è ora che se ne preoccupi anche il partito socialista, che negli ultimi tempi è diventato complice necessario di questa preparazione d’ambiente, e che deve porsi nettamente il problema della sua posizione rispetto alla anarchia. Vogliono i socialisti il disfacimento non diciamo di un regime sociale – che tale è il loro naturale programma – ma di ogni possibilità di regime? Vogliono la distruzione non di una disciplina statale, ma di ogni forma e possibilità di disciplina? Se così è, cambino nome: si chiamino anarchici; si chiamino nichilisti e rinunzino ad atteggiarsi a costruttori dell’avvenire. Ma se questo non è, è ora che scindano la propria responsabilità e abbandonino gli altri al loro isolamento di distruttori». Dopo il Corriere anche il Secolo piange a calde lagrime sul socialismo che si va miseramente perdendo sulle spire fatali dell’amplesso anarchico. Il foglio radico-riformista non sa capacitarsi del manifesto lanciato ai lavoratori e ai soldati dalla Confederazione del lavoro e dalla direzione del partito: «È la rinunzia della dottrina socialista, è la rinnegazione di quasi trent’anni di vita socialista e la dedizione all’anarchismo individualista. Non è possibile che tutti i socialisti seguano quel branco di fanatici o di opportunisti che li capeggia; e non dovrebbe essere possibile nemmeno che si rassegnino. Non ci pare possibile che l’on. Treves, così fine ed antirivoltoso, desse oggi il segnale dell’applauso ad una chiacchierata, vuota e volgare dell’on. Trozzi . Così è: l’on. Trozzi ha fatto l’apologia dei moti di Ancona ; e l’on. Treves si è rallegrato con lui con entusiasmo e perfino con emozione. L’on. Misiano grida le più turpi bestemmie; e l’on. Modigliani si improvvisa suo avvocato. È opportunismo o degenerazione? Di certo c’è uno smarrimento quasi generale del senso della responsabilità. Si direbbe che tutti si divertano a giocare a mosca cieca. Ma c’è da andare in perdizione. E proprio davvero non ci sarà chi raccolga l’ammonimento severo di Filippo Turati?». Oh anime serafiche che cercano la conversione del peccatore! Ma il peccatore è anche un giustiziere, che nelle mani della Provvidenza è destinato a far scontare i peccati vecchi di certe megere che ora fanno le pinzocchere. Non colle prediche e cogli esorcismi di gente bacata e screditata nell’opinione popolare, per cinquant’anni di prepotenze e di sfruttamento, si caccerà il diavolo che mette in agitazione le masse italiane. Ci vuole qualche cosa di più serio e di più sostanziale, ci vuole l’antidoto al veleno materialista inoculato dalla scuola liberale e fatto sviluppare dall’esempio dell’epicureismo borghese, ci vogliono in una parola i principi cristiani. "} {"filename":"19ae1fba-0b9b-4c12-a3ab-d05a19d66392.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Come s’è visto dalla nostra relazione telefonica di ieri, a Montecitorio nella nomina della connessione per mezzo dei cosidetti uffici (che sono le sezioni in cui si raccolgono appunto i deputati per eleggere i commissari) s’è avuta un’improvvisa levata di scudi anticlericale. Tutti i radicali, i massoni e i massoneggianti della borghesia si sono accordati coi… bolscevichi per l’abolizione dell’indissolubilità del matrimonio e per l’introduzione del divorzio . Con ciò non è detto ancora che il Parlamento abbia approvato il progetto del socialista Marangoni . Si ricorderà che già Zanardelli si era impegnato per il divorzio e che gli uffici della Camera avevano accolta una proposta analoga . La grande ondata di sana reazione che si sollevò da tutta l’opinione pubblica spazzò via il progetto. Così abbiamo fede sarà anche oggi. Ma riservandoci di ritornare sull’argomento limitiamoci oggi ad un’osservazione particolare d’altra indole. In tutti i giornali è comparsa una relazione ufficiosa parlamentare che riassume le ragioni dei divorzisti e degli antidivorzisti. Tra le prime ce n’è una strabiliante. Si dice infatti che negli uffici s’è sostenuta l’indispensabilità del divorzio, fra l’altro «per uniformare la legislazione onde equiparare le popolazioni del Regno con quelle delle Terre redente ove vige l’istituto del divorzio». I giornali, anche i più seri come il Corriere della Sera, riferiscono la frottola senza cenno di rettifica. Un’altra volta, come i lettori ricorderanno, un deputato socialista sostenne alla Camera che nelle nuove provincie esiste già il diritto politico elettorale per le donne. E nessuno fiatò! Interessante è anche la constatazione che il desiderio di uniformare le vecchie provincie alle nuove possa servire di valido argomento a Montecitorio per far passare una proposta di legge. I cattolici faranno bene a ricordarselo. Ci sarebbe parecchio da uniformare, p. e. l’autonomia scolastica, p. e. l’insegnamento catechistico, p. e. la proporzionale amministrativa, p. e. i poteri legislativi alle provincie ecc. ecc. tutte cose ed istituti che nelle terre redente esistono e vigono da vero, mentre… il divorzio esiste solo nella fantasia massonica di certi onorevoli, che approfittando dell’ignoranza generale, spacciano simili bubbole in pieno Parlamento. Ma intanto, figuratevi un pochino con quale cognizione di causa potrebbe legiferare una Camera siffatta intorno alle cose nostre. "} {"filename":"211a03e1-5bc7-44d2-9768-024e958958ff.txt","exact_year":1920,"label":1,"year_range":"1916-1920","text":"Abbiamo rilevato e documentato altra volta come il segretario del sindacato edile Silvio Flor abbia chiesta ed ottenuta dai nostri funzionari governativi una collaborazione così assidua e fedele da permettergli d’imporre il suo famoso contratto edile. Delle clausole sociali di questo abbiamo già parlato; dell’atto di brigantaggio che si compie all’art. 12, imponendo una tassa di centinaia di migliaia a favore del Sindacato rosso, abbiamo discorso alcuni giorni fa, e torneremo a parlare con miglior agio; della clausola che stabilisce una previa assoluzione plenaria per ogni sciopero generale politico «e di solidarietà della classe operaia» non intendiamo rilevare nuovamente l’importanza sintomatica. In verità, leggere oggi questo contratto modello com’è pubblicato nell’Internazionale e vedervi sotto ed in prima linea la firma del commissario civile del rispettivo distretto è cosa che un galantuomo non può fare senza intraprendere la più seria meditazione su codesto sistema irresponsabile di sgoverno. E, ancora i lettori non sanno tutto. Non sanno p. e. che nel distretto di Rovereto il Flor ebbe al suo servizio perfino i reali carabinieri, i quali alla notizia delle trattative in commissariato si recarono personalmente casa per casa, ad avvertire i datori di lavoro che la mattina dopo alle 9 erano chiamati in Commissariato. E sovrattutto i lettori non sanno che questo umile affannarsi dei commissari distrettuali corrispondeva alle istruzioni del commissariato generale che nella sua circolare credenziale per il signor Flor si ricordava bensì di far capire che il commissariato desiderava si raggiungesse l’accordo anche nei distretti, come era avvenuto a Trento, ma si dimenticava di raccomandare che s’invitassero tutti gl’interessati senza distinzione, e che l’autorità si guardasse dal sanzionare certe clausole. Nessuna meraviglia del resto che le autorità distrettuali abbiano prese le istruzioni in senso lato; esse hanno dovuto avere l’impressione che a Trento regnasse perfetto accordo e intima collaborazione fra Governatorato e Sindacato edile. Che cosa devono pensare, infatti i commissari, quando ricevono circolari come queste: «1456\/41 – IV\/1 Oggetto: Orario di lavoro Trento, li 7 giugno 1920 A tutti i Commissari civili e A tutti gli Uffici Edili Distrettuali Essendo venuto a conoscenza che a malgrado delle istruzioni già impartite altre volte in diverse occasioni, vi sono tutt’ora dei cantieri o delle Imprese presso le quali gli operai lavorano oltre le otto ore generalmente addottato, così credo opportuno richiamare su questo fatto l’attenzione del sigg. Commissari civili e degli Ingegneri Edili Distrettuali, perché abbiano ad invigilare che tali disposizioni non siano trasgredite dal dipendente personale. Cogliendo quest’occasione prego pure che facciano opera di persuasione presso i piccoli possidenti del luogo che dedichino tutte le loro attività alle campagne, lasciando che gli altri meno abbienti, possano trovare occupazione stabile nell’opera di rifabbrica. Ed in quest’opera di persuasione un maggior incremento nei lavori di agricoltura ho avuto anche l’adesione del Segretario della Federazione Edilizia. Prego pertanto darmi formale assicurazione in proposito giacché intendo nel modo più assoluto che venga osservato da tutti l’orario delle otto ore di lavoro. Il Comm. Generale Civile: D.r MONTANI m. p.» Notate; la tendenza generale di questa circolare non è biasimevole. Si tratta di ricondurre alla terra quante più forze è possibile e d’altro canto di evitare la disoccupazione agli edili propriamente detti. La cosa però va considerata cum grano salis. I «piccoli possidenti» sono troppo spesso ex possidenti, gente cioè che ha campagna ancora ingombra di reticolati o che la deve lasciare incolta per mancanza di locali per ricoverare le biade. C’è poi in giuoco tutta una serie di ragioni sentimentali, di cui bisogna tener conto. Si tratta in fondo di ricostruire le case proprie ed è naturale che le forze indigene abbiano una preferenza. In ogni caso da chi andava fatta quest’opera di persuasione? Evidentemente dalle cooperative, delle quali «i piccoli possidenti» sono soci. Il signor Prefetto s’è invece accordato col signor Flor ed annunzia con particolare sodisfacimento d’averne guadagnato l’adesione, quasiché Flor provvedendo egoisticamente e solo agl’interessi dei lavoratori edili, da qualunque provincia siano venuti, abbia in mente l’incremento della nostra agricoltura! Flor! E sempre Flor! Chi è questo Flor? deve chiedersi qualche commissario. Evidentemente ce ne devono essere due. Perché non è concepibile che l’autorità si vanti tanto dell’appoggio del Flor né è possibile che il Flor sia così pronto a prestare al Governatorato l’opera sua «per l’incremento dell’agricoltura» e che contemporaneamente lo stesso, identico Flor predichi non più tardi che al giorno di S. Vigilio di quest’anno la propaganda antimilitarista nelle caserme, l’armamento del proletariato, l’organizzazione generale del malcontento, per preparare una vera azione rivoluzionaria? (vedi Internazionale, riprodotta ieri dal N. Trentino). Eh no, quel Silvio Flor, per cui i carabinieri s’affannano a far gente dev’essere un altro. Signor Prefetto, quando lo chiamate a consulto un’altra volta, fatelo fotografare! Bisogna fissare sulla lastra le sue vere sembianze. I commissari politici devono essere al riparo d’ogni equivoco compromettente ed anche i compagni del congresso socialista devono sapere che dal commendator Montani, a promuovere l’agricoltura, non ci va quel Flor che organizza la rivoluzione. Se anche il signor Prefetto poi favorisce di posare con lui, noi ne trarremmo volentieri un cliché per la futura campagna elettorale. "} {"filename":"d6a4ccc5-5a14-42db-81f9-ed4450e2ca64.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Non si può dire davvero che le assise socialiste ci abbiano dato delle sorprese. È avvenuto a Livorno quello che un qualunque osservatore del movimento socialista aveva da sé facilmente previsto. Lo sbloccamento del partito verso sinistra anziché verso destra era risaputo anche prima che il teatro Goldoni aprisse i suoi battenti ai rappresentanti del socialismo italiano. Onde è che un congressista subito dopo la prima seduta ha potuto obbiettivamente constatare che il congresso era chiuso e che incominciava soltanto l’accademia. Nessuna sorpresa dunque per il voto in virtù del quale la compagine del partito è da oggi scissa in due distinti organismi, che annunziano – vedremo se i fatti lo dimostreranno – di voler agire con finalità proprie, con metodi distinti, su un campo da oggi decisamente differenziato. Il voto tutt’al più può avere indicato che, contrariamente alle previsioni, i comunisti cosiddetti «puri» – oh l’ironia delle parole! – portano con sé, almeno numericamente, la buona metà delle forze del vecchio partito. Ma le cifre possono far credere più di quanto esse significhino come aderenza alla realtà. Sembrerebbe a prima vista che l’annoso tronco marxista, sfrondato oggi di una buona metà dei suoi rami e delle sue foglie, abbia ricevuto un colpo mortale di scure che ne minacci la vitalità. Ma in realtà la secessione prevista e risaputa non ha mutato la situazione. Non perché, come si osserva comunemente, dalla parte dei comunisti che si sono ritirati sull’Aventino rimane soltanto la massa bruta mentre il cervello che funziona e che guida è all’attivo della frazione unitaria e centrista. È questo un fattore che ha la sua importanza ma che, trattandosi di un partito di masse non va valutato in senso assoluto. Se così fosse, poiché «l’ente» intellettuale rimane ancora tra i centristi, è chiaro che i 14 mila voti raccolti dalla mozione di Reggio Emilia dovrebbero valere moralmente più della cospicua cifra messa insieme dalle mozioni di Imola e di Firenze. Si potrebbe anche aggiungere che i voti raccolti dai comunisti «puri» rappresentano gli imperativi categorici di un determinato numero di sezioni del partito, che avevano deliberato l’adesione alla tesi comunista, indipendentemente da quel poco di verità e di luce che dal congresso è emerso e che, domani potrà determinare un orientamento in senso opposto di quelle stesse masse che oggi sembrano formare la piattaforma strategica del nuovo partito comunista. Ma, a prescindere da queste considerazioni, sta di fatto che i 58 mila voti dei comunisti non vengono a intaccare sostanzialmente la vitalità del partito, perché con la grande massa degli unitari e dei centristi rimane – è lecito supporlo almeno fino al prossimo congresso della Confederazione del Lavoro – la forza sindacale, val quanto dire una massa viva e vitale che conta assai più di tutti i tesserati del partito. Sarà appunto sul terreno pratico dell’organizzazione che lo scontro tra il confusionarismo anarcoide di Lenin e il gradualismo di Marx sarà decisivo. Perché si ha un bel credere alle affermazioni platoniche fatte dai leninisti a Livorno, che essi in nessun caso spezzeranno l’unità del partito sindacale a danno del proletariato. Il nuovo partito comunista invece cercherà con tutti i mezzi leciti ed illeciti – a Livorno le manciate di denaro gettato contro il palco di Bombacci e dei suoi accoliti e il suo grido di «oro russo» sono stati all’ordine del giorno – di strappare le organizzazioni al socialismo, ubriacandole, se non più con il narcotico asiatico, con i mezzi pratici che Lenin non lesinerà di certo ai suoi tirapiedi italiani. Quel giorno soltanto si potrà parlare di un colpo mortale dato al marxismo. Oggi l’affermazione è prematura. A Livorno il partito socialista non si è sfasciato, anzi, gettando a mare la zavorra rivoluzionaria, si è alleggerito. Questo non significa però che il partito abbia fatto a Livorno un processo di chiarificazione. Tutt’altro. Volendo uscire da un equivoco, quello nel quale il congresso di Bologna col suo voto massimalista lo aveva cacciato, ha incorso nell’equivoco opposto . Si è stroncato è vero il feticcio rivoluzionario, ma i due agglomerati che risultano i vincitori del congresso, gli unitari e i centristi, si sono trovati d’accordo nell’aderire alla terza internazionale che quel feticcio ha creato e messo al mondo. In quale posizione si trova oggi il partito socialista italiano dal momento che non è né vuole essere rivoluzionario, nel senso intero della parola, ma non intende neppure di rinnegare l’internazionale comunista? Con un piede nel bolscevismo asiatico e uno nella social-democrazia occidentale, il socialismo italiano non potrà dire davvero di aver riveduto e corretto le sue posizioni. Il pubblico dei profani si domanda: chi è il trionfatore del congresso? Serrati o Turati? E su quale base è intervenuto l’accordo, dato che esso sia possibile, tra le due opposte concezioni? La disquisizione è bizantina. A Livorno, al di sopra dei due «leader», ha trionfato ancora una volta l’equivoco, che gli «embrassons-nous» e le note dell’Inno dei lavoratori non sono riusciti a mascherare. La realtà, con i suoi insopprimibili bisogni, è fuori del chiuso ambiente del teatro Goldoni. Vedremo all’atto pratico come il rinnovato partito socialista saprà camminare tra le tentazioni delle facili ideologie e le promesse di realizzazioni pratiche. Spogliandosi delle scorie rivoluzionarie, i fedeli di Marx dicono di essere risaliti alle fonti (altri potrebbe dire con più ragione che sono saliti a Canossa) cosicché da Livorno il partito esce con la sua vecchia bandiera spiegata. Ma quale? Ecco il punto sostanziale. Al congresso socialista non sono mancati gli appunti contro il partito popolare. È naturale e non è da dolersene. Il compagno Terracini , quando ha detto che il partito popolare scava il solco per il socialismo e quindi come tale è benemerito, è stato urlatissimo dal congresso, che ha visto nell’affermazione una lode per il partito popolare mentre era soltanto una «boutade» di cattivo gusto. Più sincero invece è stato l’on. Mazzoni quando, bontà sua, ha tenuto a differenziare il nostro programma da quello socialista specialmente sul terreno agrario. L’on. Mazzoni non si è accorto di tessere il migliore elogio per il partito popolare al quale ha riconosciuto una direttiva, mentre non ha saputo trovarne una per il suo socialismo, ondeggiante tra la teoria leninista della terra alla collettività e la pratica che ha dimostrato la fatuità dell’esperimento comunista. Con quale bandiera esce invece da Livorno il partito socialista? È quello che il congresso avrebbe dovuto dire se esso fosse stato realmente un processo di revisione, se almeno questo processo non si fosse arrestato soltanto ad annullare i deliberati di Bologna, ma ci avesse fatto conoscere chiaramente quale è la nuova coscienza che si è maturata in seno al socialismo italiano. Sbollita l’ubbriacatura massimalista, non si può dire davvero che le menti si siano rischiarate. Ci sono ancora le nebbie del confusionismo. Il partito socialista che, anche dopo il verdetto di Livorno, paventa le accuse di destrismo e di centrismo, mostra di aver ancora paura di prendere contatto con la realtà. Il socialismo francese, che ha subito un travaglio analogo ed è venuto ad analoghe scissioni, è uscito dal congresso di Tours facendo suo il motto: Evoluzione e non rivoluzione . Non può dirsi altrettanto dei socialisti italiani che tornano soffocati dalla bardatura rivoluzionaria, che dicono di voler sperare nella realtà al di sopra di «vacuità letterarie» e di falsi dottrinarismi e si ripresentano alle masse coi cliché della rivoluzione mondiale e si ripromettono di contendere il record di velocità al partito comunista. Decidersi. Il dilemma di ieri «con la terza internazionale o fuori» rimane. O con la realtà o fuori di essa. "} {"filename":"36209e72-47ec-413d-849b-53017538a071.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Vieni a vedere la gente quanto s’ama! (Purg. VI, 115). Noi abbiamo spesso ragione di lagnarci del modo con cui la stampa estera esagera le lotte politiche e i disordini in Italia. Spesso, ma non sempre. Se, a mo’ d’esempio, un forestiere avesse visitato di questi giorni Modena o Bologna, come impedirgli di sentirsi trasferito in un ambiente medioevale, quando i fatti e le manifestazioni del giorno favoriscono così mirabilmente la ricostruzione romantica di quei tempi, i quali ci si rinnovano nella memoria al solo rivedere i monumenti da loro lasciati? A Bologna lungo via Indipendenza e nelle piazze e vie principali stanno affissi dei manifesti con questa scritta: «Occhio per occhio, dente per dente». Ovvero: «Verso le belve… nessuna tregua, nessun ritegno». E un altro manifesto fascista termina cosi: «I morti ci hanno lasciato un solo retaggio: LA VENDETTA!». Il forestiere potrebbe credere di primo colpo che si tratti d’innocua violenza verbale, ma se tiene gli occhi aperti, converrà che si disinganni. Eccola là, poderosa ed oscura, la mole di palazzo d’Accursio, donde dai panierini vennero lanciate bombe come confetti, e dove nell’aula consigliare, si presero gli eletti del popolo a revolverate ; e continuando per via d’Azeglio, avvicinandosi ad un edificio circondato da armati, sentirà ancora il puzzo dell’incendio; sono le mura annerite della Camera del lavoro, consunta in una notte di vendetta. Armati e armi poi dappertutto. Prima in camions bene agguerriti – il carroccio a benzina – scorazzavano i fascisti, ora girano i carabinieri e le guardie regie. E accanto ai camions, plotoni di truppa d’ogni colore attraversano le piazze e le vie, per rafforzare l’impressione di un potere vigilante e determinante. Quando vennero ricondotte nella città patria le povere vittime di Modena, Bologna pareva alla vigilia d’un assalto nemico. La forza pubblica aveva occupate le vie percorse dal corteo in tre strati verticalmente; una siepe di truppe in basso, una catena di guardie regie ai balconi e una corona di carabinieri sulle terrazze e sui tetti. Un economista potrebbe chiedersi: «quanto costa allo Stato questa mobilitazione per impedire lo scoppiar della guerra civile?» E, scusate, non sarebbe stato più a buon mercato forse il metodo preventivo? Sarebbe superfluo l’analizzare ora la situazione emiliana per assodare le responsabilità di un metodo di governo; ma si rimane tuttavia colpiti dal fatto che nonostante le fatali conseguenze, a cui esso ha condotto, oggi stesso si continui per la medesima via. Nessuno pensa, per esempio, a censurare o a sopprimere dei manifesti che eccitano alla rappresaglia ed esaltano la vendetta, e la Squilla socialista, la Battaglia nazionalista e l’Assalto fascista possono scrivere e stampare a loro talento. Questa libertà di eccitamento a delinquere crea un ambiente in cui le rivoltelle scattano come mosse da una molla automatica. Si lascia che la molla venga montata e poi, perché non scatti, o perché scatti meno dannosamente ch’é possibile, si fa bivaccare sulle piazze e nelle vie un esercito di armati, non riuscendo tuttavia né a salvaguardare la libertà né a garantire la pelle dei cittadini. L’Alighieri, quando deplora che «l’un l’altro si rode Di quei che un muro ed una fossa serra» grida ad Alberto il tedesco: Guarda come esta fiera è fatta fella, Per non esser corretta dalli sproni . Passeremo noi per reazionari se invochiamo una politica saggia e previdente la quale moderi lo spirito pubblico e garantisca la libertà assicurando l’ordine e la disciplina? E ci diranno retrogradi se al cospetto di queste stragi e di questo sangue fraterno invocheremo un ritorno al problema della coscienza individuale, un richiamo al problema dell’educazione scolastica, un appello al precetto di Cristo: Amatevi l’un l’altro! Quando abbiamo levato in alto lo scudo crociato in difesa della libertà d’insegnamento e della coscienza cristiana, ci hanno gridato: «medioevalisti!». Ma le prove sono là per documentare che il più oscuro medioevo ripiomba tra le mura e sui palazzi delle nostre città, quando viene abbandonato il principio cristiano; anzi, più in là del medioevo, ritorna la barbarie. L’altra sera, a Bologna, innanzi alle bare dei fascisti uccisi dai rossi, camminava, portando la croce, un povero frate che in mezzo a tante armi pareva uno sperduto. E pure tutti gli occhi si fissavano su lui e di lui tutti sussurravano qualche cosa. Era quel frate, di cui il Corriere della sera ricordava il piissimo gesto durante la zuffa di revolverate, impegnatasi sulla bara dello studente Ruini, a Modena . «Degno di rilievo in questa triste giornata, scriveva il giornale di Milano, è il contegno nobilissimo d’un umile frate, che, rimasto quasi isolato nel momento della battaglia presso la bara del povero Ruini, ha sollevato la croce come un invito solenne alla pacificazione, mentre la folla, in preda al panico, si sbandava da ogni parte». Sussurravano delle parole brevi, scambiavano qualche esclamazione, non dicevano di più. E pure era chiaro che pensavano molto più di quello che dicessero. La folla ha la sensazione netta che bisogna mutar rotta, e che la pace, la tregua non si raggiunge con nuove violenze. Non ci può essere che la tregua di Dio. "} {"filename":"3c376007-0af3-4c2c-93d6-78832b3c2829.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"La campagna elettorale più disonesta e piè vischiosa è condotta dal bosettismo. I suoi propagandisti si spargono fin nei villaggi più remoti da ogni coltura politica, e senza l’imbarazzo delle questioni del giorno, predicano questo vangelo semplicista: i contadini devono formare una lega di soli contadini. Quando si saranno messi assieme decideranno poi essi stessi a quale partito si appoggeranno e quale politica faranno. L’importante è che si tratti di contadini autentici, di contadini puri, e che non c’entrino né preti, né avvocati, né dottori. Il resto verrà poi. È questa l’identica tattica, applicata contemporaneamente in Lavarone e in Valsugana per il cosidetto partito dei danneggiati; una tattica contro la quale manovrare non è facile, giacché il viscido contraddittore vi sguscia di mano, ovunque lo pigliate. È buono anche a dirvi: il partito popolare? E perché no? Certo non siamo d’accordo con alcuni capi, ma col partito di per sé, più tardi, potremo forse intenderci. Nello stesso tempo però, sottomano, nelle piccole adunanze private si propalano ogni sorta di menzogne contro il nostro partito. Bosetti sul Contadino alimenta la fucina delle bugie. È raro incontrare una tale mancanza di pudore giornalistico e politico. Si legga, per farsene un’idea, l’attacco scandaloso contro l’on. Conci e l’amministrazione provinciale. L’affare dell’hotel Trento è un mezzo per far denari per il partito popolare… «propagandisti»… «automobile»… «stampa»… «fondo per procurarsi dei voti»… Dopo ciò non crediate che fuori, battendo la campagna, facciano i coraggiosi, si espongano ai rischi dell’attacco. Eh no! Essi si difendono… dalle nostre angherie, dalle nostre calunnie, essi piangono sopra le persecuzioni che, a sentirli, patiscono per causa nostra. Adami è un martire, perché nella campagna elettorale del 1911 gli abbiamo impedito di diventare deputato e, per applicargli tale sofferenza, abbiamo speso, così assicurò egli stesso a S. Lorenzo e in altri luoghi, 36 mila corone. Pelliccia costosa assai! Bosetti? Bosetti è un confessore. Per la purezza della sua fede ha sofferto ogni avversità. Agli avversari di sinistra e di destra egli oppone imperterrito la sua dirittura politica. Fece il patriota e il guerraiolo ed ora nella propaganda leghista si predica contro la guerra in genere e la si dipinge come causa di tutti i mali, da qualunque parte sia venuta, fu socialistoide, fu mazziniano e repubblicano, partecipò a comizi per la scuola laica,chiamò al suo congresso propagandisti repubblicani, firmò manifesti mazziniani, scrisse nel Contadino ch’era necessaria la rivoluzione, che la rivoluzione era l’unico mezzo per conquistare migliori destini, si barcamenò nel cooperativismo come su di un’altalena, finché balzato fuori dai socialisti bolscevichi, divenne antibolscevico, ed ora la sua propaganda ha assunto una tinta riformista e antirivoluzionaria. Una sola nota rimane permanente in lui; ed è come la stigmate della sua fede politica: egli è contadino, contadino puro e autentico, il contadino zappaterra, il contadino che porta seco e ostenta i suoi calli gloriosi, acquisiti non si sa per qual singolarissimo miracolo di S. Patrizio. E su questa prima menzogna il bosettismo fonda tutta la sua dottrina. Siamo in un periodo di costituente. Bisogna adattare le leggi nuove alle cose vecchie, e piegare le leggi vecchie alle cose nuove. Bisogna ricostituire l’autonomia provinciale, creare un nuovo sistema politico-amministrativo, procedere alla liquidazione delle nostre partite col vecchio regime, regolare i nostri rapporti di regione di confine, con abitanti alloglossi. È uno dei momenti più gravi del nostro paese, uno degli incarichi più difficili che possa avere una deputazione. Ebbene che importa? Via i dottori, abbasso gli intellettuali (Bosetti modestamente non si calcola tra loro), contadini e solo contadini ci vogliono. In una conferenza recente, a Vigo Lomaso, abbiamo sentito risponderci da un capoleghista: «A Roma manderemo magari un salame ma s’ingrassi anche lui come si sono ingrassati gli altri». Infine non c’è mai stato bisogno di chiarezza come a questa svolta della storia. Il Trentino viene in contatto con una nuova legislazione, riguardante i rapporti tra Stato e Chiesa, il diritto matrimoniale, l’insegnamento e l’amministrazione scolastica. È doveroso, è necessario che ogni partito, ogni candidato abbia delle idee precise, assuma degli impegni onesti, spieghi francamente una bandiera. I bosettiani sfuggono a tali dilemmi, fanno come il loro capo, quando gli si ricorda il comizio anticlericale del 27 agosto. C’era o non c’era? – Già, c’era, ma fino a un certo punto. E così la lotta che mai come questa potrebbe e dovrebb’essere d’idee viene immiserita ad una guerriglia di persone, la battaglia che dovrebb’essere un onesto combattimento frontale a bandiera spiegata, diventa una serie di agguati a base di trabocchetti e gas asfissianti. Noi abbiamo fede però che il buon senso e la maturità politica dei più vincerà sull’ignoranza o sul pregiudizio di quei nuclei che cadono vittime di una propaganda equivoca. Così avvenne nel 1911, così accadrà nel 1921. No, non è l’organizzazione dei contadini che si combatte. Le leghe, come forti organismi economici sono sorte ovunque e non per opera dei bosettiani; né a queste leghe è impedito d’influire attraverso l’organizzazione politica, anche sul partito. Vecchi capi leghisti hanno ciò riconosciuto anche in occasione della fondazione della nostra lega di Mori ed hanno dichiarato di voler seppellire le antiche inimicizie, per ristabilire la concordia della classe agricola. Ma questa concordia non vuole, chi la spezza per ambizioni personali politiche, ambizioni che non sono coonestate da un programma chiaro, diritto, preciso, ma che si nutrono coll’equivoco e coll’ipocrisia dottrinale. Questa noi dobbiamo combattere senza tregua e fino in fondo, per l’avvenire e per la dignità del nostro paese. "} {"filename":"6f9cddf4-444f-45cc-9578-80de6ce4ce13.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 2. Il segretario politico del P.P.I. ha inviato ai comitati provinciali e alla sezioni dipendenti la seguente circolare: Il Gruppo parlamentare popolare così impostava la questione dopo l’atteggiamento ostile della ottava commissione parlamentare ai disegni di legge sull’esame di stato e sui corsi paralleli: «La Commissione direttiva del Gruppo parlamentare popolare riunita oggi dopo l’intervento del segretario politico del Partito, udita la relazione sul dibattito svoltosi stamane nella Commissione permanente per l’istruzione intorno ai due progetti di Legge Croce sugli esami delle scuole medie e sulla sistemazione dei corsi paralleli, rileva che la decisione presa, a maggioranza, dalla detta Commissione di non consentire il passaggio agli articoli e di rigettare senz’altro i progetti, assume un carattere di eccezionale gravità e viola un punto essenziale del programma del Governo accettato dalla maggioranza della Camera; ritiene necessario, data la portata del fatto, un riesame della situazione parlamentare, che però rinvia a subito dopo la soluzione della questione del prezzo del pane, di altissimo e urgente interesse nazionale». (Comunicato alla stampa dell’11 febbraio 1921). E la Direzione del Partito convocata di urgenza deliberava «di manifestare il suo compiacimento per la linea di condotta seguita dai deputati popolari componenti la Commissione per l’istruzione pubblica e dal direttorio del Gruppo parlamentare popolare nella questione dell’esame di stato il quale dovrà avviare a quella libertà di insegnamento che è uno dei postulati fondamentali del programma del Partito popolare italiano e decideva di intensificare la propaganda perché intorno a sì vitale problema si formi una vera coscienza nazionale che sorregga i popolari nell’aspra battaglia popolare, la quale potrebbe trasformarsi in grande battaglia elettorale, se nella imminente discussione alla Camera dei deputati il Ministero venisse battuto sui progetti Croce, e di indire comizi in tutte le città e di stampare un foglio unico per la libertà di insegnamento» (Comunicato alla stampa 17 febbraio). L’atteggiamento deciso del Partito popolare italiano e una larga discussione e rivalutazione della portata dei progetti presentati dal ministro Croce fatta dalla stampa di ogni colore, han richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica sui problemi scolastici in genere e sulla libertà di insegnamento in modo speciale; ed è stato un bene perché spesso ai problemi spirituali di cultura e di scuola rimane insensibile l’anima delle masse, educate spesso a visioni strettamente materialistiche; e l’elemento dirigente e colto non suole dare importanza ai problemi di tecnica scolastica che nascondono profonde questioni di indirizzo e di cultura, tanto più che pregiudizi e ignoranza circondano da molto tempo i delubri della Minerva Italiana. Per questo molto opportunamente al problema dell’esame di stato (che per sé è un problema di tecnica scolastica, ma che si ispira a due sommi principi: la libertà di insegnamento e la elevazione della cultura nazionale), il Partito popolare italiano ha dato un valore politico; e le fasi recenti della ostilità di una parte del Parlamento hanno portato tale problema alla ribalta dei fatti politici di primo ordine. Come ieri la proporzionale amministrativa, per volontà chiara e decisa del P.P.I., increspò fortemente le acque di Montecitorio, e contro ogni tentativo di sabotamento arrivò in porto; così oggi l’esame di stato viene ad appassionare pro e contro gruppi e frazioni, e la discussione parlamentare fra giorni dovrà segnare una vera affermazione di rinnovamento scolastico in Italia, al quale il Partito popolare italiano vuole e deve contribuire con la forza delle sue idealità spirituali e della sua organizzazione politica. E perché la Nazione tutta affretti, segua a sostenga l’aspro dibattito, nel quale due forze si alleano contro la libertà di insegnamento (anche nella proposta dell’esame di stato quale con le sue manchevolezze è formulata dal ministro Croce): la massoneria e il socialismo; è necessario e urgente che la questione si agiti appassionando il pubblico e le masse, che abituate a sentir parlare di rivendicazioni economiche, debbono essere scosse dalla voce forte e nobile che parli loro delle rivendicazioni dello spirito nella libertà scolastica. "} {"filename":"43522711-c4a9-4694-bc8f-1608e077ebf1.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"[…] I partiti trentini chiamati l’anno scorso a Roma furono unanimi nell’esigere che la Venezia Tridentina venisse divisa in due circoscrizioni, nell’una delle quali dovesse venir aggiunta alla massa compatta italiana non solo la Ladinia, per quanto in parte travagliata di germanesimo, ma anche la parte meridionale dell’ex capitanato di Bolzano, in cui Salorno, Bronzollo, Leives e compatte frazioni del comune di Egna (Laghetti) sulla riva sinistra dell’Adige e alcuni altri paesi, tra cui Vadena, sulla riva destra, appartengono senza dubbio all’italianità. 1 tedeschi svolsero un vivacissimo lavoro di contromina a Roma, sia contro il distacco della Ladinia dall’Alto Adige, sia contro il distacco d’una qualsiasi striscia a nord di Salorno. Ad un certo punto parve che il Governo, per cavarsi d’imbarazzo ricorresse ad una soluzione di continuità storica, ponendo cioè nella circoscrizione di Bolzano tutti i distretti, che prima facevano parte di collegi uninominali tedeschi, vale a dire, non solo Badia e Gardena, ma anche Ampezzo e Livinallongo e tutto il vecchio Süd Tirol. I partiti trentini dovettero argomentare colla massima energia, onde non veder perpetuata in tutta la sua ampiezza la distrettuazione austriaca. E per una parte, nonostante le opposizioni dei tedeschi, vi riuscirono. Ma dolorosamente e per molteplici ragioni, non poterono ottenere soddisfacimento per quanto riguarda i comuni fra Salorno e Bolzano. Tutte le ragioni messe in campo non valsero a smuovere il Governo, il quale credette, nei rapporti nazionali coi tedeschi, di dover attenersi ancora alla vecchia statistica austriaca del 1910, nella quale ai tedeschi della zona mista è attribuita una notevole maggioranza. Contro questo mancato coraggio noi dobbiamo nuovamente protestare. Gl’italiani di tale zona avevano diritto d’essere liberati dalla sovrastruttura tedesca che li circonda e a tale opera di liberazione avrebbe certo contribuito la distrettuazione elettorale. Qui, se governare vuol dire provvedere, è mancata qualsiasi direttiva di governo che guarda all’avvenire; e ciò nonostante che i partiti trentini, non avessero cessato di ammonire e d’insistere. Disgraziatamente l’attuale presidente del Consiglio ignora la vera situazione; e non è stato possibile illuminarlo a tempo. L’opera di persuasione da parte dei trentini è stata anche – e questo è un capitolo per sé – non sempre abile, né sempre rettilinea. Comunque, bisognerà vedere adesso come le minoranze dell’Alto Adige più utilmente potranno partecipare alla lotta elettorale. L’azione per il loro ricupero non è interrotta. Entro il 1921 deve farsi il nuovo censimento in tutte le provincie italiane. Bisogna pensarci fin d’ora. Anche nel numero dei mandati i Trentini soffrono un’illusione. Se ne attendevano otto, invece rimangono 7. Noi avevamo insistito sull’ottavo che, quantunque non intieramente giustificato dalle cifre, sarebbe potuto servire come rappresentante «in partibus» anche delle minoranze dell’Alto Adige. Comunque, la circoscrizione è un fatto provvisorio, né per la zona mista – come rileva anche il comunicato governativo – può recare qualsiasi pregiudizio in ordine alla sistemazione avvenire. Ai Trentini rimane il dovere di mettere in opera ogni energia per prepararla. Circa i ladini noi manifestiamo il nostro soddisfacimento perché ritornino a contatto coi fratelli italiani. Sappiamo che tra noi e loro corrono ancora molti malintesi e che nel passato ebbimo diversa l’educazione e in parte anche il pensiero politico. Proviamo ora ad intenderci. Molti interessi ci legano per un’opera comune, molti ideali reclamano una comune difesa. La battaglia elettorale potrà essere un ponte di avvicinamento gettato sulle divisioni del passato. "} {"filename":"3ea4cc61-4d4f-419e-bb9a-be3a1215a602.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Il manifesto del Deutscher Verband parla un linguaggio chiaro e inesorabile. Lanciare in faccia al governo una protesta solenne (entgegenschleudern), protesta di fuoco contro il delitto della pace di S. Germano (Frevel), plebiscito al cospetto d’Italia e di tutto il mondo (Volksabstimmung). Questo è un linguaggio alquanto diverso da quello misurato e cerimonioso che i delegati del Verband usarono spesso a Roma, tanto che vi seppero guadagnare presso gl’ignari e superficiali politici della capitale la fama di gente alla buona e accomodante. E sopratutto il tono è molto differente da quello usato, quando si trattava di dimostrare che la concessione dell’autonomia, il pagamento del debito di guerra, la favorevole regolazione della valuta avrebbero indotto i tedeschi a far la parte dei buoni figliuoli. I nomi dei candidati corrispondono all’asprezza della parola e al tono della musica. Tolto il Tinzl , homo novus, gli altri tre ricompaiono sulla scena, come ombre del passato. Nicolussi come lo ebbe a battezzare il prete che lo tenne al sacro fonte, o Reut-Nicolussi, come s’ebbe a ribattezzare egli stesso, quando dopo la guerra assunse un «nom de guerre», Nicolussi, membro dell’assemblea nazionale austro-tedesca durante tutto l’armistizio, Nicolussi che ancora dopo il novembre 1918 scriveva protestando che «i nipoti dei Goti ecc. ecc. dovessero essere curvati sotto l’odiato giogo dell’italiano, a cui la fortuna, non il valore conquistò la vittoria», Nicolussi, il quale scrisse che l’Italia «scatenò la guerra per criminosa brama di potere in onta a tutti i trattati», questo Nicolussi è ben chiamato dal suo breve ma significativo passato a lanciare in faccia allo Stato italiano la fiammante protesta dei Südtiroler. Willi Walther, che riesce simpatico almeno per la linea diritta e logica del suo pensiero pangermanista, è l’uomo predestinato da tutta la sua storia a conquistare a Bolzano quell’autonomia e quella preminenza economica ch’egli, commilitone fedele di Guglielmo Greil , ha sempre inesorabilmente contestato e negato a Trento, quando era in potere dei suoi amici, di concederla! Quale persona più atta di lui a perorare in Montecitorio la causa della giustizia distributiva e a dimostrare che i Trentini hanno torto, quando mettono in dubbio il buon diritto dei tedeschi? E il conte Federico Toggenburg! Personalmente un gentiluomo, un politico dai provvedimenti miti e dalle buone maniere. Ma dietro di lui si leva ancora sinistra l’ombra di Toggenburg, governatore, e di Toggenburg, ministro dell’interno durante la guerra. Quanti provvedimenti odiosi contro la popolazione trentina, comandati dall’autorità militare, portano la firma sua di uomo responsabile, quanti decreti d’internamento, che colpirono i nostri uomini migliori, portano il suo nome! Non tentiamo nemmeno di sfogliare questo libro, che i tedeschi riaprono oggi con gesto di sfida e che noi avremmo voluto togliere dai dibattiti politici, per riservarlo agli studi più sereni degli storiografi! Toggenburg! Quale collegio elettorale della repubblica austriaca lo rimanderebbe oggi in Parlamento? Non è la persona qui che prendiamo di mira, sulla cui coscienza e attività pubblica giudicheranno Dio e le generazioni venture, al cui sereno verdetto dovremo rimetterci tutti noi che con varia fortuna passammo a traverso la bufera, ma è l’incarnazione di un passato, è l’ombra dell’ancien régime che turba la nostra considerazione. Questi deputati della circoscrizione di Bolzano compariranno nel parlamento italiano inseparabilmente congiunti coll’ombra del loro passato, e quando si leveranno a protestare, quest’ombra si leverà con loro, come il sarcasmo di Mefisto che rende inefficace il patos di Faust, e quando si leveranno a chiedere, dietro loro s’alzerà l’ombra del passato a ricordare che hanno sempre negato, e quando invocheranno la giustizia nazionale, la pace, l’autodecisione, l’ombra comparirà alle loro spalle, come a dire: prima che ci disarmassero, era dominio, era guerra, era ragione di stato. Ora, a noi trentini, fino a un certo punto tutto ciò potrebbe riuscire indifferente, e potremmo attendere tranquilli come vada a finire questo fatale esperimento che gli alto-atesini intendono arrischiare, male consigliati dal momento psicologico che attraversano. Egoisticamente parlando, potremmo anzi esser lieti che a Montecitorio portino seco tale ingombrante bavaglio. Per disavventura però la cosa riguarda gl’italiani più immediatamente che non si pensi; si riflette su di noi, cioè nella stessa campagna elettorale. Abbiamo accennato altra volta al folle proposito dei tedeschi di portare la loro lista anche nella circoscrizione di Trento. La prima risoluzione venne presa in un’adunanza confidenziale alla Chiusa, subito dopo Pasqua. La decisione venne ora ribadita in un’adunanza di Badia. Il dottor Testor che dirige tale agitazione dallo studio dell’avv. Nicolussi, dichiarò che il tentativo non sarebbe senza speranze. In Anaunia – disse il Testor –, nella valle del Fersina, in Folgaria e forse altrove si potranno raccattare dei voti per una lista che oltre i quattro tedeschi comprenderà tre candidati-protesta ladini, cioè il Testor stesso di Livinallongo, il Kostner di Corvara (ex maggiore dei bersaglieri provinciali) e un Demetz di Gardena. Il tentativo è folle, abbiamo detto altra volta, ed è anche criminoso, perché è destinato a trascinare nella politica di protesta tedesca i ladini, che credono viceversa di aderire semplicemente a un movimento autonomistico che non è in discussione. Sovratutto, abbiamo scritto, che esso è atto ad inasprire inutilmente il conflitto nazionale. La stampa altoatesina ci ha risposto collo scherno. Noi aggiungiamo però oggi ch’esso è anche una sfida ed una provocazione, che il nostro paese, abbia anche la sua sensibilità ridotta da miserabili lotte d’interne fazioni, dovrà sentire profondamente. Ah! Ah! Reut-Nicolussi, Toggenburg, Walther, Herr Major Franz Kostner candidati per il Trentino: sarebbe comica, se non fosse tragica. Tutta la guerra che si ripresenta a chiedere un plauso e una sanatoria, la guerra che hanno scatenata coll’ultimatum alla Serbia, la guerra che hanno combattuta dalla parte dei dominatori e coll’oppressione delle minoranze nazionali, la guerra che hanno voluto prolungare fino alla catastrofe (Carlo si vide tacciato di tradimento dai correligionari del Walther, quando tentò di chiudere la partita), la guerra che ci costò tanti morti nelle paludi galiziane, la guerra che volevano protrarre fino che fosse stato assicurato all’Austria il dominio del Friuli veneto e delle Alpi vicentine, la guerra che, vinta – ricordate il congresso di Sterzing – per consiglio degli stessi partiti che costituiscono il Verband – ci avrebbe portato il più aspro dominio militare e la più radicale germanizzazione. E dire che noi volevamo dimenticare, e non pensarci più, come fosse stato un brutto sogno. Pensare che abbiamo detto: Voi, tedeschi, o ladini o chicchesia tenetevi la vostra idea, noi la nostra. Quello ch’è stato è stato, non pensiamoci più. Guardiamo all’avvenire, cerchiamo un modus vivendi. E spingendo lo sguardo nell’indomani, accarezzavamo la prospettiva d’una collaborazione, se non di cuori, almeno d’interessi. Castelli di carta. Questa zaffata di aria muffa, manda tutto a catafascio e, sulle rovine, sogghignano le ombre del passato. "} {"filename":"281bd516-0348-48e9-9d95-2fe8c675f2eb.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Viene scritto esplicitamente nei commenti di alcuni giornali alle nostre elezioni e trapela anche fra le righe di alcuni altri, come quelli di Luigi Barzini, il rimprovero che nel Trentino si sia fatta politica egoisticamente locale e non si siano messi in campo e dibattuti gl’interessi della nazione. Il nostro orizzonte fu chiuso entro la cerchia dei confini storici della regione. Appena «quando l’isolamento trentino nell’afflusso crescente della vita italiana non sarà più che un ricordo, quando pensieri e coscienze si apriranno qui agli orizzonti profondi di un interesse nazionale – non rivale, non antagonista di quello trentino, ma solidale e comune – quando le elezioni politiche non appariranno più una questione locale, allora l’opinione trentina avrà trovato il suo equilibrio e noi la sentiremo giunta all’altezza dei destini dell’intero Paese». Queste affermazioni sono esagerate e non ci rendono giustizia. I corrispondenti della grande stampa nazionale hanno preso abbaglio, quando hanno scambiato l’angusto teatro in cui s’è svolta la lotta personale intorno ad una candidatura liberale coll’agone politico, in cui si sono dati battaglia i partiti del Trentino e sovratutto hanno commesso un grave errore di prospettiva, quando hanno voluto vedervi un fenomeno di trentinismo al di fuori delle correnti nazionali. Il caso Bertolini fu creato o almeno montato dai fascisti, e il fascismo nel Trentino, per i metodi che usa e per le persone che lo dirigono, è fenomeno d’importazione, il fenomeno anzi più nazionale e meno trentino che sia comparso nella nostra campagna elettorale. Al di fuori di quest’episodio, il nostro teatro politico ebbe gli stessi protagonisti che entrarono in scena a Firenze, a Milano, a Genova, a Napoli: il partito liberale che rivestì per l’occasione i solenni paludamenti del congresso di Roma, il partito socialista, il quale, bolscevico finché fu bolscevico Serrati, indossò per le elezioni la veste meno scarlatta del congresso di Livorno e il partito popolare italiano che seppe coordinare il suo concetto regionalista col postulato nazionale del rinnovamento organico di tutta l’amministrazione statale, chiedendo per se solo quel tanto di particolari istituzioni che gli servono ad adempiere la sua funzione speciale di regione di confine a vantaggio dell’intiera nazione. L’affermazione è dunque esagerata, per non dire sostanzialmente errata. C’è però in questa visione dei nostri colleghi maggiori qualche cosa di vero, e, vorremmo aggiungere, d’inevitabilmente vero. Quando Barzini parla d’isolamento, quando accenna nel suo articolo ad una certa diffidenza che emana dai programmi anche di partiti incontestabilmente italiani, egli dice la verità, ma sbaglia completamente strada, quando per ricercare le cause, si perde nel labirinto secolare della nostra storia locale. Il nostro «isolament» e le sue vere ragioni No, le cause sono più recenti e molto più estranee al nostro microcosmo di quello ch’egli non pensi. Lo aiuteremo, con suo permesso, a scoprirne alcune, che sono a portata di mano. Ci limiteremo, beninteso, a quelle dipendenti da una direttiva politica e da sistemi di governo, giacché se ricordassimo gli scandali del genio militare nella zona devastata, o i soprusi avvenuti nella zona d’occupazione, ci si potrebbe rimandare ad una spiegazione generica delle conseguenze della guerra, che valgono per molte altre regioni d’Italia. Ma sul terreno prettamente politico, che cosa ha fatto il governo nazionale per trarre il Trentino dal suo isolamento, chiamarlo alla collaborazione nazionale, interessarlo almeno alle sue sorti stesse, come nuova provincia ricongiunta alla Madre Patria? Risponderemo con alcuni ricordi di storia freschissima, che non temono contestazione. 1. Quando si concluse l’armistizio di villa Giusti e, ripetendo l’errore delle convenzioni del ’66, si omisero le clausole economiche in favore delle nuove provincie, che pur comparvero alcuni giorni dopo nell’armistizio di Foch , i nostri deputati che le avevano suggerite a tempo vennero tranquillati con l’assicurazione che durante le trattative di pace i delegati della Venezia Tridentina sarebbero stati sentiti e avrebbero potuto influire sulla compilazione del trattato. Ma passarono le settimane e i mesi, nessun trentino venne chiamato a Parigi e dei 381 articoli del trattato di S. Germano, che pur risolvono tutti i nostri rapporti politici, economici, finanziari coll’ex monarchia, neppure una sillaba venne sottoposta al parere di delegati locali. Fu molto se tratto tratto capitò al governo di Trento qualche telegramma sibillino al quale si chiedeva risposta perentoria entro ventiquattro ore. Ciò avveniva mentre a Parigi le altre frazioni della tramontata monarchia danubiana erano rappresentate o confortate dal consiglio di politici che fino all’ottobre 1918 sedevano allo stesso parlamento di Vienna accanto ai deputati italiani delle provincie redente; ciò avveniva mentre i nostri più acerrimi avversari tirolesi, come Schumacher e Mayer collaboravano in missione ufficiale sull’altra sponda alla conclusione del trattato di pace. 2. Chiedemmo allora con particolare insistenza che almeno quella rappresentanza d’interessi che i deputati italiani di tutti i partiti avevano creata a Vienna, nel momento del crollo dell’impero asburgico, in contrapposizione alle rappresentanze delle altre nazioni, venisse messa al servizio della causa nazionale. L’ottenemmo con grande fatica, ma per la diffidenza con cui i nostri fiduciari erano circondati, per l’ingombro dell’apparato militare che si frapponeva fra loro e i nuovi governi delle nazioni austriache o fra loro e la delegazione di Parigi, la loro opera faticosa e tenace approdò a ben poco. Le loro relazioni, le loro mozioni non erano degne di una risposta qualsiasi e i nostri fiduciari dovettero assistere impotenti all’attività alacre e redditizia dei czeco-slovacchi, dei polacchi, dei jugoslavi che di tra le rovine dell’impero crollato arraffarono e portarono a salvamento il meglio ch’era rimasto lasciando a noi la soddisfazione di compilare degli accurati elenchi dei nostri crediti che sono tuttora impagati e forse impagabili. A questo punto non va dimenticato una particolare prova di fiducia allora dimostrataci. Avevamo chiesto all’on. Orlando di poter ripassare subito la nuova frontiera per organizzare il rimpatrio dei nostri cento mila profughi e internati. L’on. Orlando accondiscese e telegrafò; ma passarono dei mesi prima che l’idea si attuasse e quando venne attuata i tre deputati – un liberale, un popolare e un socialista – che parteciparono a quest’opera samaritana vennero inquadrati in una spedizione militare e messi agli ordini di un colonnello di stato maggiore. Non abbiamo dimenticate le cortesie e l’opera fraterna dei nostri soldati, ma non possiamo non ricordare con amarezza l’evidente diffidenza con cui dall’alto si era accolta e poi attuata la proposta dei delegati delle nuove provincie. 3. Né meglio si procedeva intanto nell’interno. Nel Trentino, terra redenta, terra che aveva atteso con passione e accolti con un entusiasmo delirante i liberatori, si scioglievano gran parte delle rappresentanze comunali, mentre i sindaci tedeschi, solo perché risiedevano oltre la linea della Mendola, rimanevano al loro posto. Il presidente del Consiglio ci aveva promesso di far governare la Venezia Tridentina istituendo accanto al governatore militare un corpo consultivo di uomini del paese. Questa Consulta, composta di rappresentanti di tutti i partiti, vivacchiò per alcuni mesi, fece delle proposte, a cui nessuno badava, invocò provvedimenti che nessuno attuava, chiese di venir sentita, e nessuno la sentiva, finché, simulacro di un potere che nessuno le voleva riconoscere, si sciolse protestando. In tutte le misure sociali ed economiche che si presero allora, noi fummo dei governati, ma dei concittadini. Ricordiamo solo il cambio della valuta. A Praga per quest’operazione finanziaria vitalissima si istituì una commissione di ex deputati ed economisti. Nelle Nuove Provincie italiane durammo fatica ad ottenere che negli ultimi momenti venissero sentiti almeno sulla questione di massima dei delegati locali ma le decisioni e i provvedimenti concreti vennero presi autocraticamente dalla burocrazia centrale, con quelle misure incomplete e contraddittorie che tutti sanno, e delle quali ancora soffriamo le conseguenze. Tutto ciò e molt’altro ancora avveniva in una regione – bisogna ricordarlo – in cui tutti i partiti acclamavano alla liberazione, in cui le manifestazioni di giubilo e di fraternità si susseguivano a brevi intervalli quasi senza interruzione. Né si pensi che tale politica di diffidenza fosse giustificata da qualche moto di sdegno o di protesta da parte nostra. Avevamo dei lagni, ma per riguardo specialmente ai vicini, avremmo arrossito di esporli ad alta voce e ci accontentavamo di suggerimenti sommessi ed amichevoli. In quei mesi di sincero e profondo entusiasmo ognuno ebbe il patriottico proposito di non mostrare né la propria sorpresa né il proprio malcontento e, quando una speciale ricorrenza ci chiamava a raccolta, la riconoscenza verso il nostro Esercito, il sentimento di amore alla Patria esplodeva con irreduttibile entusiasmo. 4. Venne il governo civile. L’Ufficio centrale di Roma, i commissariati generali avrebbero dovuto avere una consulta, costituita di uomini delle nuove provincie. Si trattava di persone designate dallo stesso governo, e la nostra popolazione chiedeva invece di poter eleggere i propri rappresentanti. Tuttavia il tentativo serio di costituire una consulta qualsiasi non venne mai fatto. La costituzione provvisoria, decretata da Nitti, rimase sulla carta. Più acuto, più forte si fece allora il nostro grido: Vogliamo le elezioni. Ognuno sa com’esse vennero trascinate da un termine all’altro. Sarebbe ingiustizia negare che il governo civile ci avviò verso forme più democratiche; ma nell’opera di assestamento, specie per quello che riguarda gli impiegati nostrani, la diffidenza ch’era direttiva di governo, si manifestò ad ogni passo nella resistenza della burocrazia dei dicasteri centrali. L’Alto Adige Quello che ferì più profondamente l’anima trentina fu però il modo, con cui si tentò di risolvere la questione provinciale, in rapporto ai tedeschi dell’Alto Adige. I Trentini, fossero o non fossero partigiani della frontiera al Brennero, dichiararono sempre, com’era dovere loro, che quella era questione nazionale da decidersi dai rappresentanti nazionali e che il criterio locale doveva assolutamente venir subordinato al criterio della sicurezza della Patria. Una provincia bilingue non poteva significare per noi, appena liberati dai conflitti linguistici, che un nuovo tormento e un nuovo sacrificio; ma tutti eravamo disposti a sopportarlo a servizio della nazione. Rimaneva inteso però – e ciò fu dichiarato esplicitamente già all’on. Orlando – che i trentini reclamavano il diritto di dire la loro parola, per il momento in cui si trattasse dell’assetto interno, della soluzione della questione amministrativa ed autonomistica. Ciò era tanto più naturale, in quanto la questione delle autonomie locali non riguardava solo i tedeschi, ma in genere tutti gli abitanti delle nuove provincie. Dapprincipio anche gli atesini che non potevano aver dimenticati i precedenti austriaci, trovarono naturale un siffatto atteggiamento. Ma già nei loro primi viaggi a Roma i loro delegati attinsero la convinzione ch’essi avrebbero potuto ottenere una speciale costituzione locale, senza parlare con Trento, anzi saltandola a pie’ pari. A Roma si commisero allora due errori gravissimi, l’uno, di metodo, quello di far ritenere ai tedeschi che essi avrebbero potuto raggiungere i loro postulati in forza di un decreto-legge, a conclusione d’immediate trattative col Governo centrale e l’altro, di sostanza, quello di permettere loro di credere che le concessioni che verrebbero loro fatte sarebbero state non una conseguenza del mantenimento delle autonomie locali in tutte le nuove provincie, autonomie che Nitti, con nostra grande soddisfazione, aveva celebrate in circolari e in discorsi, ma che si sarebbe trattato di concessioni speciali ai tedeschi in forza se non delle clausole formali, certo almeno dello spirito del trattato internazionale di S. Germano. E qui dobbiamo parlar chiaro. Noi non condividiamo la valutazione, oggi in voga, che si fa ora degli uomini ch’ebbero una parte, gerarchicamente almeno, secondaria in questa politica. Il loro contributo potrà essere stato più o meno condeterminante, ma quello che rimane incontestabilmente provato è che gli uomini di Stato italiani, che furono in questo periodo al governo hanno personalmente la responsabilità dell’errore più sostanziale. Non tradiamo più il segreto di nessuno. Il conte Toggenburg che assistette a tutte le trattative di Roma, ha parlato chiaro nel comizio elettorale di Merano. Accennando alle varie dichiarazioni dell’on. Nitti, si è occupato in particolare delle famose dichiarazioni che Luzzatti, ministro del Tesoro e vicepresidente del Consiglio, mentre Nitti era a S. Remo, faceva alla delegazione tedesca, quasi a conclusione delle prime trattative autonomistiche. Il capo del governo italiano, in presenza di Salata e di Credaro, ricordava allora ai tedeschi – e tra questi erano Toggenburg, Perathoner, Nikolussi – ch’egli era stato presidente della commissione parlamentare dei 24 per l’approvazione del trattato di S. Germano e, come tale, aveva inserito nella relazione il passo riguardante l’autonomia dell’Alto Adige; e arrivava al punto di aggiungere, come sua opinione personale, ch’era meglio ch’essi non dovessero mandare deputati al Parlamento di Roma, ma che avessero proprie istituzioni e una propria Dieta politica, rimanendo così a loro agio in Italia, finché avessero potuto ricongiungersi alla loro Nazione. Queste dichiarazioni vennero naturalmente sottaciute nel comunicato che fu dato alla stampa, e i tedeschi non le pubblicarono nei loro giornali per non esporsi ad un’inevitabile smentita ufficiale; ma esse, accanto ad altre dichiarazioni meno esplicite, ma che si potevano tirare alla stessa conclusione, passarono di bocca in bocca nell’Alto Adige e servirono mirabilmente a confermare i tedeschi nell’opinione che la disannessione era affare di anni, che ciò era ammesso anche dai più autorevoli uomini di Stato italiani, e che intanto era raggiungibile un’autonomia politica, quasi come corollario di un trattato internazionale. Nessuno meglio di noi, che abbiamo fatto la campagna elettorale nella zona contrastata, sa con quanta tenacia e con quanta fortuna i tedeschi seppero sfruttare simili parole cadute dalle faconde labbra romane. Ora non ci mancherebbero argomenti per spiegarci gli atteggiamenti dei governanti e di parlamentari in tutta la questione; ma in questo contesto ci serve accennarne ad uno solo, che è quello che ritorna ad ogni punto. Diffidenza di Governo Gli errori della politica atesina sono dovuti in gran parte allo spirito di diffidenza che ha tenuto lontani i politici trentini. Dei trentini – s’ode dire spesso anche negli ambienti parlamentari – non si può servirsi, quando si tratta di questione atesine. Poveretti, hanno sofferto troppo, ricordano troppo la dominazione austriaca e soggiacciono troppo alla tentazione di far ripagare ai tirolesi le loro malefatte. Spieghiamo, giustifichiamo anche il loro risentimento, ma la politica illuminata e liberale dello Stato italiano deve diffidare dei loro consigli. Eccovi di nuovo la diffidenza come direttiva di Governo. E forse per questo, mentre in Alsazia-Lorena Poincaré farà ripetutamente la sua comparsa ufficiale e Clemenceau inaugurerà a Strasburgo, nella capitale delle Nuove Provincie, la campagna elettorale per le elezioni della vittoria, a Trento e a Trieste nessun presidente, nessun ministro verrà a dire la sua parola, se non in una sbiadita e tardiva cerimonia ufficiale e per questo, egregi colleghi della grande stampa, il Trentino si troverà come in un certo isolamento e sentirà alitare attorno a sé una cert’aria di diffidenza, e alla diffidenza risponderà con un senso di penosa perplessità. Oh, ma badate, o giornalisti d’Italia, e rendeteci giustizia nei vostri commenti: questo sentimento ha potuto turbare, ma non scuotere la nostra fede nella Nazione. Di questi risentimenti, di questi torti noi non abbiamo parlato durante la campagna elettorale, per quanto sarebbe stato utile per l’effetto immediato di sfruttarli. A questi argomenti abbiamo accennato allora solo per dire che la ricostituzione delle nostre autonomie locali e quindi una nostra maggiore partecipazione al governo di un paese di frontiera, la chiediamo non come soddisfacimento di un gretto egoismo cantonale, ma come servigio che vogliamo e possiamo rendere a tutta la Nazione. E questi stessi argomenti tocchiamo ora nient’altro che per dimostrare che i nostri pensieri e le nostre coscienze sono aperte già oggi agli orizzonti profondi dell’interesse nazionale e che abbiamo chiara e precisa la visione della solidarietà intima ch’esiste fra interesse locale e interesse nazionale. Abbiamo l’orgoglio di affermare che l’opinione trentina ha già trovato il suo equilibrio e ch’esso è turbato solo dalla preoccupazione che gli alti «destini dell’intero Paese» possano venir compromessi dalla faciloneria di una politica contraddittoria, oscillante tra il frasaiolismo umanitario e l’applicazione della patente austriaca del ’54, fra la tolleranza della prepotenza da una parte e la complicità colla violenza dall’altra. "} {"filename":"8032da0d-db97-4eb2-a09e-6607bb1cf1e3.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Confrontando i discorsi pubblici e l’espressioni private dei deputati fascisti alla Camera con quello che contemporaneamente avviene nel paese, c’è da chiedersi in quali mani veramente sia il movimento fascista e se esso sia oggi ancora diretto dai suoi rappresentanti politici . Mussolini parlò di disarmare le braccia e gli spiriti, l’on. Zaniboni , un ex combattente socialista, trattò coll’on. Giuriati , ex combattente fascista, per la formale conclusione d’una tregua . Tutti i deputati fascisti poi alla Camera ci tennero sempre a dimostrare che il fascismo era movimento di reazione, e che i provocatori sono sempre dall’altra parte. Perfino quando Misiano, terrificato dal lampeggiare delle lucide rivoltelle fasciste, bianco come un panno lavato si lasciò portar fuori da Montecitorio, i fascisti vollero costruire l’alibi di una provocazione immediata lanciando sul banco del presidente del Consiglio la rivoltella, uscita dalle tasche del deputato comunista . Nessuno poi tentò sul serio una qualsiasi giustificazione del sistema della rappresaglia collettiva o delle azioni punitive. Mussolini anzi parve spaventato dal riaffacciarsi di un barbarico medioevo e disse con accento compunto e sincero: Credete voi che i fascisti non vedano che se continuiamo di questo passo, instauriamo la guerra civile e roviniamo l’Italia? Eppure, al considerare quello che si va ripetendo da quindici giorni, bisognerebbe quasi rispondere negativamente o almeno bisognerebbe rispondere così per quello che riguarda una gran parte dei fasci di combattimento. Non parliamo qui delle risse, o degli scontri incidentali, ove non è possibile stabilire i limiti fra l’imprevisto e il premeditato, ma vogliamo dire delle «azioni» preordinate, militarmente organizzate e comandate. Esse continuano ed allargano anzi il campo della loro attività. Dopo i comunisti, i socialisti, dopo i socialisti i popolari e i repubblicani. Non parliamo più di sovversivismo da una parte e di difesa dello spirito patriottico dall’altra. I repubblicani furono in guerra interventisti e combattenti, i popolari a Treviso fecero nei momenti più gravi tutto il loro dovere e l’abbiamo sentito rilevare con parole infuocate a Treviso stessa dai rappresentanti dell’esercito in occasione del grande congresso cooperativo. Nessuna minaccia alle istituzioni che potesse coonestare in qualche modo una reazione violenta. L’amministrazione della città è popolare. Siamo nel centro più notevole delle cooperative bianche. Mesi or sono si ebbe in un moto sindacale qualche piccolo episodio di eccessi, episodio che venne isolato dai nostri stessi organizzatori e che ad ogni modo è remoto. Quale quindi il fomite dell’incendio? L’ignoriamo. Forse una qualche frase del quotidiano «Il Piave», e qualche attacco verbale dei repubblicani? Comunque, ci può essere un qualsiasi peccato verbale – dato e non concesso ch’esista – che possa, non diciamo giustificare, ma spiegare una simile rappresaglia a base d’incendi, distruzioni e massacri? Noi non parliamo qui sotto l’impressione del danno materiale, cagionato alle istituzioni dei nostri amici. Ce ne rammarichiamo e inviamo loro tutta l’espressione della nostra solidarietà di popolari e di veneti; ma ben sappiamo d’altro canto che le persecuzioni violente rinforzano un movimento, non lo fiaccano. Ma, a parte questo, ci chiediamo proprio ove mai con tali metodi si voglia condurre lo Stato italiano. Giacché anche questa volta chi ne scapita maggiormente è lo Stato col suo esercito, coi suoi 70 mila carabinieri, colle sue 30 mila guardie regie, coi suoi prefetti e coi suoi questori. È quest’organismo impotente o connivente? In ogni caso esso minaccia di scomparire dal calcolo delle forze vive ed agenti. Gli effetti si vedranno in non breve volger di tempo nella politica parlamentare. O i governi, basati sul centro e sulle sinistre liberali riusciranno a ripristinare l’ordine e l’impero della legge, superiore a tutti i partiti e più forte di tutte le fazioni, o s’avvicinerà più rapidamente che mai il momento delle gravi decisioni. Il problema sarà allora se il fascismo divenuto movimento politico debba venir costretto ad assumersi direttamente la responsabilità del governo o se gli altri partiti, vengano da destra o da sinistra, non debbano accordarsi per un supremo sforzo di energia che sappia por fine alla guerriglia civile e riappacificare la nazione. "} {"filename":"7e00cb1e-7461-4905-ba59-2f58b0690cb0.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Se avessimo la Dieta ciascun deputato della regione avrebbe in mano il bilancio provinciale. Nel bilancio un capitolo importantissimo era quello dei lavori pubblici. Dei lavori pubblici alcuni supponevano l’iniziativa e il finanziamento nella proporzione maggiore da parte della Provincia, per alcuni altri iniziati o finanziati in prima linea dallo Stato, la Provincia votava un contributo. In ambo i casi il bilancio provinciale dava un’idea completa dei lavori pubblici che erano progettati, finanziati, o già in costruzione. Siccome poi la Dieta poteva prendere l’iniziativa in molti modi, votando cioè un contributo alla condizione che lo Stato facesse altrettanto, o invitando lo Stato ad approntare i progetti o i piani di finanziamento, o deliberando essa stessa di elaborare i progetti, chiunque ne dovess’essere poi il finanziatore, la rappresentanza provinciale aveva in mano «via facti» l’iniziativa in tutti i lavori pubblici della regione. Questo sistema aveva certamente anche i suoi difetti. Non è sempre facile in regime democratico e di discussione contenere gli appetiti campanilistici e le tendenze partigiane, ma conviene ammettere che gli uni e le altre venivano attutite e quasi sempre eliminate in conseguenza della loro stessa molteplicità e contraddittorietà, così che dalla discussione e dalla concorrenza dei desideri opposti nasceva infine quasi sempre equilibrio di oggettività e di equità proporzionata ai bisogni. Che cosa avviene invece in regime burocratico? La burocrazia non è fatta per prendere iniziative o per vigilare all’attuazione di una sintesi equilibrata. La burocrazia riceve impulsi dal di fuori e agisce nel senso della spinta ricevuta. Nei lavori pubblici progettati manca il piano equilibrato che nasce dalla discussione pubblica e potranno venir favoriti quei comuni o quei consorzi di comuni che sono più avveduti, più pronti, più capaci di insistere e di importunare. Per tutto questo, senza voler riferirci a nessun caso particolare né al bilancio di questo o quell’anno, che non conosciamo, vogliamo concludere in tesi generale con nostro «ceterum censeo…». Ci vuole la Dieta, bisogna ricostituire una rappresentanza degl’interessi locali. La meta principale della nostra deputazione è là: bisogna raggiungerla. Comprendiamo le difficoltà. Quali sono le attribuzioni di questa Dieta? Tutte le vecchie; e allora come precisiamo i punti d’intersezione fra la legislazione locale e la legislazione centrale? Ecco il primo quesito. Il secondo suona: come stabiliamo i nostri rapporti di collaborazione sul terreno autonomo coi tedeschi? Ecco una questione subordinata per filo di logica, ma essenziale per il suo contenuto. Noi abbiamo proposto che di tali questioni non venisse ora investita la Camera; la quale ci affogherebbe nell’olla potrida del decentramento, ma una commissione parlamentare degl’interessati rinforzata da altri elementi locali. Speriamo di elaborare fra noi delle proposte rapide e sovratutto di arrivare presto al fatto compiuto. In mezzo alle intricate questioni che potrebbero nascere o che i giuristi potrebbero creare, il fatto compiuto, cioè la Dieta in carne ed ossa, espressione franca e legittima della volontà popolare, avrà effetto rasserenatore. Attendiamo quindi Bonomi all’opera. Un autorevole giornale d’oggi parla dei propositi del Governo. Veda la deputazione trentina di non lasciargli tregua e di non lasciarsi, a sua volta, distrarre da altri problemi, che possano avere risonanza più demagogica, ma minore importanza effettiva. Certo che non è all’influsso immediato delle loro forze singole che si potrà attribuire un risultato soddisfacente. Oggi Bonomi e «Tribuna» parlano di autonomie delle Nuove Provincie, perché un grande partito di governo, come il popolare, se n’è fatto paladino, perché anche nelle trattative per la formazione del nuovo gabinetto le questioni autonomistiche e finanziarie delle terre redente c’entrarono per qualche cosa. Se la loro difesa fosse affidata solo alla sconnessa e contraddittoria deputazione delle Nuove Provincie – pensiamo alla Venezia Giulia – toccherebbe a noi quello che accade alla deputazione sarda. Ma il compito dei nostri deputati, è quello di aggiungere all’azione personale e diretta, quella mediata dei grandi partiti, quello di scuotere l’opinione superficiale per farla discendere al fondo del problema, quello di agitarlo non come una rivendicazione localista e di un regionalismo quasi repellente nei riguardi della Nazione, ma come un problema che ha nella sua soluzione locale, una particolare funzione storica da compiere, proprio al servizio della compagine statale, e nel suo valore sperimentale carattere di riforma amministrativa generale. Facciamo pure le elezioni comunali. Esse sono una necessità tecnica. Ma questo nuovo suffragio confermi la volontà popolare di vederlo presto coronato dal più ampio suffragio amministrativo, che è quello dietale. "} {"filename":"93a97d85-bce6-4031-ae54-7772ce35bd19.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"I vecchi, anche se sono di temperamento ilare e gioviale, hanno talvolta dei momenti di pessimo umore; l’età, la nostalgia della giovinezza sorridente tramontata per sempre, lo svanire lento delle forze sono dispiaceri che amareggiano le anime più dolci. Se poi il vecchio è per natura brontolone, bisbetico, malcontento di sé e degli altri, è facile immaginare i suoi accessi di ira e di furore e le sue invettive contro tutto e contro tutti. A quest’ultima categoria di bisbetici appartiene il Corriere della Sera, il vecchio giornale della plutocrazia commerciale milanese. E quando i suoi periodici accessi di mal umore lo riprendono, si può essere certi che bersaglio dei suoi sfoghi di vecchio brontolone e inacidito sono i popolari, colpevoli di tutte le iniquità e di tutte le inconseguenze. E se ne comprendono le ragioni. Dove sono i bei tempi quando i cattolici non si occupavano di politica e tranquillamente portavano il loro voto ai candidati liberali sostenuti dal Corriere e affidavano agli ebrei e ai massoni la difesa della religione e la tutela degli interessi della Chiesa? Allora tutto procedeva nel migliore dei modi; e l’invadenza clericale non minacciava lo Stato né disturbava la digestione ai pezzi grossi del liberalismo che aveva per esponente il Corriere. E i governi si alternavano al potere scambiando le persone ma restando sempre entro il beato seno del partito dell’ordine e se c’era della camorra, via, si faceva in casa, e non c’era pericolo che alcuno rompesse le uova nel paniere. Allora il Corriere era predicatore ispirato che distribuiva la sapienza politica ed economica agli ascoltatori, numerosi e fedeli, e sulla sua parola si giurava, mentre non si aveva il coraggio di credere al Vangelo. Ora il predicatore predica ancora: oracoleggia giornalmente sulla salvezza d’Italia e del mondo ma sente che gli ascoltatori si squagliano e non gli credono più. La colpa? Tutta dei popolari. Addosso ai popolari, dunque. Essi rovinano il tesoro dello Stato, essi fanno della demagogia in concorrenza coi socialisti, essi – horribile dictu – preparano giorni nefasti alla… religione e alla Chiesa. «Hanno cominciato con un ordine del giorno ad invitare il governo a ridurre da 30 a 20 lire per ettolitro l’imposta sul vino, nonostante il ministro del Tesoro li avesse avvertiti poco prima che il bilancio si trovava in disavanzo per 5 milioni di lire. Che si debbano far debiti per miliardi di lire non conta nulla. Bisogna dimostrare ai propri elettori contadini che si è riusciti nell’intento di non far pagare loro un’imposta giusta, la quale cade su un consumo certo non di prima necessità, che ci si è riusciti meglio dei concorrenti socialisti, e che con un esperimento di forza la clientela rurale popolare, non certo impoveritasi durante la guerra, avrà il vantaggio di tenersi i denari lucrati e far pagare le centinaia di milioni di lire venute a mancare a qualche altra classe, sicuramente più bisognosa dei produttori del vino». Parole testuali. Mentre i veri demagoghi – mettiamo fra questi anche la Libertà – rimproverano ai popolari di non aver sostenuto una riduzione maggiore o addirittura la abolizione della tassa sul vino, ecco l’ordine della plutocrazia milanese che impreca contro i popolari per la ragione opposta. Segno evidente che i popolari hanno agito bene. Infatti solo un demagogo della peggiore risma poteva credere possibile l’abolizione completa della tassa; mentre la riduzione della stessa è una necessità imposta dall’attuale crisi dei vini e dalle condizioni presenti della produzione. Altro tentativo infame dei popolari: l’aumento dello stipendio ai maestri elementari dipendenti dai comuni. Il Corriere ha avuto la mutria di calcolare per questi aumenti un onere annuo di 120 milioni sul bilancio dello Stato; in realtà si tratta solo di cinque milioni. Domandiamo noi se nelle condizioni di oggi di tutti i comuni, caricati di debiti enormi e privi di risorse, era possibile addossare ai comuni stessi gli aumenti per i maestri. O voleva il generoso Corriere che i maestri, unicamente perché addetti ai comuni autonomi, vale a dire ai comuni nei quali la scuola funziona nel modo migliore, restassero in condizioni di inferiorità di fronte agli insegnanti dipendenti direttamente dallo Stato? Ma l’idea antipopolare coonesta, per certa gente, fin le più esose iniquità sociali. Ma dopo aver attentato alla solidità del bilancio italiano, i popolari minacciano addirittura di rivoluzionare le discussioni parlamentari e di violentare la libertà del governo. Basta dire che hanno imposto al governo «l’accettazione dell’impegno di presentare entro il 31 dicembre 1921 un disegno di legge sull’istituzione della regione»! E si domanda compunto il Corriere: «I popolari che in cinque mesi vorrebbero vedere istituita la regione in Italia, si sono mai posti il problema: che cosa è la regione? È ad esempio, il Piemonte od il vecchio ducato d’Aosta? è la Lombardia o la Valtellina? I chiacchieroni, i superficiali rispondono: Piemonte e Lombardia. I veri, autentici regionalisti, quelli che amano i costumi, i dialetti, le virtù e le capacità morali ed economiche della regione che li vide nascere, quelli che sanno realmente che cosa fu la regione in passato, quali sono le sue forze intime e come essa possa collaborare alla prosperità dello Stato, rispondono: Ducato d’Aosta e Valtellina. La contraddizione dimostra che non si può improvvisare e che bisogna discutere a fondo. La regione non si crea dal nulla; bisogna abbia radici nel passato e risponda ai bisogni del momento. Probabilmente ci dovrebbero essere regioni grandissime e regioni piccolissime; e probabilmente ancora, in certe regioni d’Italia la regione è inutile e può benissimo sussistere la provincia. Altrove, e per certi scopi, più che di regioni territoriali si dovrà parlare di regioni o raggruppamenti funzionali. Creare in cinque mesi la regione, in Italia equivarrebbe ad istituire un nuovo organo burocratico intermedio fra Stato e provincia, con una falange innumere di impiegati, aggiunti a quelli che già esistono. Un vero flagello di Dio». I popolari paragonati a… Attila: non è gustosa la trovata? Ora, i signori del Corriere, se scrivono così, rischiano di passare, non solo per settari, quali sono, ma anche per ignoranti. I popolari non sono né sciocchi né superficiali tanto da gettare in piazza un problema gravissimo, senza averne studiata la portata e la eventuale maturità. Sul problema della regione i popolari hanno studi e pubblicazioni che ne dimostrano la serietà e la competenza; hanno persone che non si arrestano alla buccia delle cose, ma ne sviscerano l’anima e l’essenza. E siamo certi che il Corriere stesso, quando l’umor acido del momento si sarà posato, sarà costretto a farne leale constatazione. Ma finché l’umor acido dura, ogni azione dei popolari deve essere una cattiva azione; e quindi giù botte all’impazzata! Ma non siamo ancora al colmo. Il clou della fegatosità del Corriere è dato da un giudizio in merito al progetto di aiutare il clero povero, le cui condizioni di vita sono disastrose. È noto che la politica anticlericale seguita in passato nel Regno ha spogliato gli enti ecclesiastici di gran parte dei loro beni, cosicché moltissimi sacerdoti non percepiscono ora più che la ridicola… elemosina di 125 lire al mese. Avendo lo Stato confiscato i beni ecclesiastici, e assunto per conto proprio l’amministrazione dei rimanenti, è domanda logica e umana che esso intervenga a soccorrere ora la povertà degli spogliati; e naturalmente il partito popolare ha interposto la sua autorità perché i soccorsi vengano finalmente concessi. Il settarismo che fa sempre capolino nelle fazioni liberali, anche se per necessità parlamentari sono costrette a cercare la collaborazione dei popolari, ha ritardato ripetutamente l’attuazione del progetto, rimandandone la discussione al prossimo inverno. Ed ecco che il Corriere gongola per questi rimandi; e trova che male fanno i popolari a chiedere allo Stato l’aiuto per il clero affamato; e atteggiandosi, secondo il solito, a profeta, predice ai cattolici e alla Chiesa le sciagure che il Combismo , già tramontato, ha condotto sulla Francia. Leggere per credere: «La Chiesa è moralmente forte in Italia, perché essa non deve nulla allo Stato ed anzi ha qualche ragione finanziaria di lagnanza contro di esso, per spogliazioni ingiuste sofferte in un passato oramai remoto. Togliete questa forza e voi preparate all’Italia giorni combisti e lotte accanite che ogni anno si ripeteranno in occasione della discussione del fondo pel culto. I socialisti non saranno paghi finché non avranno ottenuto la radiazione dell’ultimo stanziamento di bilancio in favore del clero; e molti liberali li seguiranno. Probabilmente – ci pensi la parte più colta e preveggente del clero – nella mischia andrà travolto, insieme con lo stipendio, anche l’antico patrimonio ecclesiastico. Frattanto, i popolari, per ringraziare i parroci delle campagne, loro grandi elettori, spingono attraverso al parlamento un provvedimento buono per calmare i bisogni più urgenti del clero. Offa elettorale, ed offa pericolosissima sovratutto per coloro a cui è destinata. Si servono così i grandi ideali della religione e si eleva così l’influenza morale del clero sulle popolazioni»? Non è chiaro che la Chiesa può aver fiducia solo nei… liberali? Abbiamo riprodotto qualcuno di questi mirabolanti ragionamenti ai quali il Corriere si abbandona, nell’astio contro la cresciuta autorità del partito popolare, per dimostrare quanto poca serietà e quanto poca onestà animi l’opera politica di un giornale che passa per il più autorevole e il più equilibrato d’Italia. Per molti lettori, specialmente della borghesia discretamente letterata, ciò che si stampa nel Corriere sostituisce normalmente, e la supera, la verità del Vangelo. Gli esempi sopra addotti non basteranno a far ricredere molti, ma gli onesti vedranno che la vantata perfezione tecnica è troppo misero ammanto per la perfidia politica e la disonestà polemica. "} {"filename":"ddb59bb1-9745-426e-9d9b-8dd51ffc505c.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Bolzano, 10. I giornali alto atesini portano una estesissima relazione dell’assemblea dei sindaci dell’Alto Adige tenutasi a Bolzano l’8 settembre per discutere in modo speciale intorno alla questione della leva militare. Erano rappresentati 189 comuni con 247 delegati, mentre i comuni non rappresentati avevano mandato la loro adesione. Erano presenti i deputati Nikolussi, Toggenburg e Tinzl. Diamo una relazione del tutto oggettiva sulla discussione che si svolse intorno all’argomento predetto. Aperta l’assemblea dal convocatore, signor Oberhammer, presidente del «Bauernbund», alla cui iniziativa è dovuto il convegno, viene acclamato presidente il sindaco di Bolzano Perathoner, che cede la parola all’on. Tinzl. Questi espone le trattative condotte col governo in merito al servizio militare degli atesini. Afferma che nelle trattative per l’autonomia nell’aprile 1920, il governo respinse l’idea della creazione di una propria «milizia tirolese». Piuttosto sarebbe stata possibile l’esenzione dal servizio militare per alcuni anni. Venuto al potere Giolitti, rimandò in via di massima la soluzione di tutte le questioni al parlamento, ma «non si mostrò alieno dal pensiero che i nostri postulati nella questione militare fossero in qualche modo realizzabili». Dopo le elezioni, il problema militare fu di nuovo sollevato. Ma Salata diede risposte evasive, atteggiandosi come se la cosa non fosse di attualità. Nemmeno una parola fu detta per avvertire i deputati che qualche provvedimento in proposito era imminente. Salito Bonomi alla presidenza del Consiglio e sparsasi la notizia della prossima estensione della legge militare italiana alle nuove provincie, i deputati tornarono da Salata e da Bonomi, i quali dichiararono che il governo non poteva derogare dalla applicazione della legge, per non scuotere l’autorità dello Stato. Potevano però concedersi certe esenzioni e i deputati furono invitati a fare proposte, sempre inteso però che eventuali eccezioni valessero per tutto il territorio delle nuove provincie. Salata assicurò che la leva era ancora lontana ma subito dopo si ebbe in senato un’interpellanza, rispondendo alla quale l’on. Gasparotto dichiarò che l’estensione della legge militare era imminente. I deputati trentini chiesero una dilazione, che fu rifiutata. I deputati tedeschi ebbero poi un colloquio col ministro della guerra, presente il capo dello Stato Maggiore. Nikolussi reclamò la piena esenzione dal servizio militare, al che Gasparotto rispose che i tedeschi dovevano essere trattati come gli altri cittadini d’Italia. Le reclute tedesche avrebbero prestato il loro servizio nelle grandi città d’Italia e si sarebbero così familiarizzati con la grandezza della nazione italiana. Quando Gasparotto venne nell’Alto Adige assicurò che agevolazioni e esenzioni sarebbero state concesse; ma l’on. Tinzl è del parere che le promesse non siano serie e che servano solo a cullare la opinione pubblica. Si diceva che la leva avverrebbe solo in primavera: pare invece che si farà già in autunno.(?) . Questo è sommariamente il tenore dell’esposizione fatta dall’on. Tinzl. Seguì una serie di oratori, l’uno più violento dell’altro. Il sindaco di Ritten, Pichler, trova un’enormità che l’Italia imponga ai tedeschi il servizio militare. Come potranno i tedeschi, annessi per forza, fornire buoni soldati? «Noi contadini tedeschi non daremo allo Stato italiano nessun soldato che gli possa giovare». Nessun sindaco si presterà alle operazioni di reclutamento. Vuole che il Governo studi la questione ancora una volta e, aggiunge ironicamente, così a fondo come sta studiando la questione dei prestiti di guerra. Il sindaco di Aufhofen nega al governo ogni fiducia e grida: Via le mani dai nostri giovanotti. Quello di Marling, osserva che, introdotta la leva, i giovani tedeschi avranno aperte due vie: o la via dell’esilio verso il Nord o la via del martirio, verso il Sud, dove la «gioventù tedesca verrà rovinata nel corpo e nell’anima». Prevede che per protesta i deputati abbandoneranno Montecitorio e che il governo dovrà mantenere le sue promesse, prima che il grido di disperazione di un popolo torturato si sparga per il mondo. Il bar. Dipauli protesta per l’assenza del rappresentante del Governo. Credaro non ci ha degnati della sua presenza. I giovani tedeschi forniranno carne da cannone per soffocare i disordini nelle grandi città e nelle colonie. «Si vuole assassinare la nostra gioventù per accelerare la snazionalizzazione». Il sindaco di San Bernardo in Passiria rileva che dopo l’occupazione italiana il «Südtirol» è precipitato nella miseria. Ora gli si pianta un pugnale nel cuore. Vestire la divisa italiana e giurare fedeltà al Re d’Italia? Impossibile. Alla fine viene votato all’unanimità un lungo ordine del giorno, in cui si dice, tra l’altro, che: «L’assemblea vede nell’intenzione del Governo italiano di chiamare al servizio militare i giovani tedeschi un enorme e non giustificabile danneggiamento degli interessi nazionali, culturali ed economici del popolo altoatesino come pure di tutti gli interessi statali d’Italia. (!) La pretesa del servizio militare per i tedeschi supera ogni possibilità e contraddice ad ogni sentimento di diritto. L’incorporazione forzata dei tedeschi nello Stato italiano rende impossibile che si chieda a quella popolazione di servire nell’esercito italiano. I deputati sono pregati di sostenere presso il governo il postulato del popolo tedesco per l’esenzione dal servizio militare». L’assemblea si occupò poi di altre questioni, come l’amministrazione provinciale provvisoria, le imposte, la crisi dei legnami, lo «scandalo» della Chiusa ecc. Alcune osservazioni. Notiamo di passaggio che gli oratori dell’assemblea fatta forse eccezione per l’on. Tinzl, svilupparono col loro linguaggio una vera gara di violenza, superando nella diffamazione dello Stato e degli italiani ogni record prima raggiunto. Quando si ha il coraggio di affermare che i giovani tedeschi, servendo nell’esercito italiano, «saranno rovinati nell’anima e nel corpo», non solo si offende lo Stato, ma si calunnia tutta una nazione che per moralità pubblica può dare dei punti ad altri popoli e forse anche ai tedeschi. Oforse che quando l’Austria mandava i giovani trentini nelle caserme di Vienna e di Cracovia, non si trovavano in condizioni di gran lunga peggiori, sotto ogni riguardo, di quelle in cui si troveranno i tedeschi a Milano e a Bologna? E quando il bar. Dipauli, un vecchio fautore dei sistemi di repressione austriaca, insinua che i giovani tedeschi si vogliano ammazzare per accelerare l’italianizzazione, bisogna riconoscere che il fanatismo ha tolto all’oratore e ai suoi applauditori ogni freno di pudore politico. Ma noi domandiamo ai nostri concittadini d’oltre Salorno: Se, sotto l’Austria, noi trentini, chiamati a portar le armi per la Bosnia o per la Galizia, avessimo detto solo la centesima parte di quanto fu gridato all’assemblea dei sindaci, ci sarebbero state galere abbastanza fosche per accoglierci? E i giornali bolzanini del bel tempo antico non avrebbero invocato il boia per reprimere immediatamente la tracotanza dei «Landesverräter»? Invece il governo italiano, che si propone di ammazzare i tedeschi col servizio militare, li lascia dire e urlare impunemente. E non saremo certo noi a invocare le repressioni di tipo austriaco. Ma, per venire al nodo della questione, osserviamo che tutta l’attuale agitazione dei tedeschi contro la leva militare è una campagna di autentica ed insincera demagogia, destinata solo a giustificare i dirigenti del Verband per le illusioni da essi seminate nella popolazione. Noi comprendiamo come per la propaganda irredentistica ogni mezzo sia buono e intendiamo le ragioni per cui i tedeschi non possono, oggi, amare l’Italia. Ma nutrire, allo stato degli atti, nella popolazione la illusoria speranza che le proteste antigovernative possano assicurare ad essa l’esenzione dal servizio militare, è un atto di patente mala fede ed è un pubblico inganno. Infatti dopo le esplicite dichiarazioni del governo, dopo l’atteggiamento di tutti i circoli competenti, l’estensione alle nuove provincie della legge militare italiana è da considerarsi come un fatto matematicamente inevitabile. Solo un politicante in mala fede può far credere che l’agitazione politica, e forse anche un’azione più energica possa mutare la situazione. Politica sterile e atta solo a provocare un rincrudimento della lotta nazionale è dunque quella di cui i sindaci si sono resi corresponsabili. Di fronte al fatto potenzialmente compiuto, la tattica giusta e onesta sarebbe stata quella di influire lealmente sul governo per ottenere quelle agevolazioni ed esenzioni locali che le circostanze avessero suggerito. Su questo campo si mossero i deputati trentini, domandando anzi tutto la esenzione temporanea per la zona devastata, esenzione a cui purtroppo il governo non accede, poi la concessione del servizio ridotto per casi determinati, ed altri favori la cui utilità potrà essere riconosciuta all’atto della chiamata alle armi. Era questo un campo sul quale gli atesini avrebbero potuto trovare una proficua e sincera collaborazione nell’interesse di tutta la popolazione. Invece i politicanti tedeschi chiudendo gli occhi e gli orecchi alla realtà delle cose, inferocendosi nel loro furore antitrentino si chiudono in una stolta isolazione e preferiscono una politica clamorosa e provocatoria sul tipo del più vuoto nazionalismo. E si noti bene che avevano fama di abili politici realistici! Con quale prosopopea e con quale buona fede essi potranno poi presentarsi al governo per chiedere favori, denari, privilegi, è cosa che preferiamo lasciar giudicare ai loro elettori ben pensanti. Noi, che nessuno può accusare di sciovinismo nazionalistico o di odio partigiano contro i tedeschi, abbiamo voluto dire una franca parola per lumeggiare le aberrazioni di una politica che a lungo andare non porterà altro che danno agli stessi tedeschi. (n.d.r.) "} {"filename":"0887a078-b65a-48f5-bbad-b747942f402e.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"I socialisti si sono preoccupati per tempo delle elezioni comunali. In un convegno del passato settembre, che essi chiamano pomposamente «congresso regionale socialista», benché non vi partecipassero che i delegati di 21 sezioni e una dozzina di funzionari del partito, essi hanno anche discussa, deliberata e fissata una direttiva nel seguente ordine del giorno: «Il Congresso, considerato che il risultato delle elezioni politiche, pone il partito nella condizione di lottare per la conquista dei comuni, onde corrispondere alla giusta aspettativa della massa, delibera che il partito scenda compatto in lotta, per la conquista delle maggioranze o minoranze a seconda delle situazioni locali, ed esclusivamente con uomini propri, riconoscendo dover fraterno aiuto alle organizzazioni economiche, seguenti le direttive della lotta di classe e rispettose al patto di alleanza col P. S., laddove non potendo questo scendere in lotta per mancanza di uomini propri, presenteranno esse liste di candidati, e ciò fuori delle responsabilità del partito; impedendo ai propri iscritti di far parte di liste avversarie». Quest’ordine del giorno, come ognun vede, è un mirabile documento di machiavellismo politico. Nel primo capoverso il partito delibera con posa solenne e con irreduttibile fierezza di «scendere compatto in lotta…. e esclusivamente con uomini propri», ma nel secondo capoverso il partito politico s’impegna di appoggiare fraternamente quelle liste che venissero presentate da organismi economici socialisti o alleati ai socialisti, avvertendo però che il Partito come tale non assume responsabilità alcuna, anzi se ne lava bravamente le mani. Nella pratica della nostra regione ognuno capisce che cosa voglia dire codesto buffonesco linguaggio. Il Partito socialista, cioè l’organizzazione politico-elettorale del socialismo, si riduce nel Trentino a poca cosa; le sezioni sono scarse, i soci tesserati in numero assai limitato. Ma invece sono più numerose le camere del lavoro, o le organizzazioni sindacali o le cooperative di lavoro e di consumo. Ebbene, i socialisti nostrani vogliono sfruttare tutti i vantaggi di questo doppio binario, per arrivare senza troppi pericoli alla stessa stazione. Nei pochi comuni nei quali vivono o vegetano le sezioni dell’organizzazione politica dovrà prendersi un atteggiamento intransigente e questo è l’atteggiamento ufficiale del P. S., corrispondente al programma dei socialisti massimalisti unitari ai quali hanno fatta adesione Flor e compagni; nei molti altri comuni, ove mancano gli uomini propri, cioè i tesserati, il Partito – cioè evidentemente il Partito nel suo giornale e nel suo direttorio regionale – darà fraterno aiuto a liste presentate da socialisti tesserati economicamente, ma non politicamente; il che vuol dire che i rossi, quando e dove tornerà loro comodo faranno gl’intransigenti, quando invece riterranno più saggio il camuffarsi sotto la veste economica, che poi, riuscita vittoriosa, verrà considerata come socialista o meno, a seconda della fortuna dell’amministrazione. Intanto non olet! Interessante è rilevare che tale opportunistico o.d.g. venne presentato da quel catoncello intransigente e puro che corrisponde al nome di Consani. Votarono in favore 10 delegati, contro 3, 4 si astennero. L’equilibrismo non ha avuto, si capisce, un successo entusiastico. Dopo il «congresso» comparvero nella Voce del Popolo due articoli del prof. Salvetti ch’erano molto bene intonati alla deliberazione presa e che impostavano la battaglia comunale come una battaglia anticlericale. «È certo – egli scrive – che il punto di battaglia sarà pro o contro il clericalismo nostrano subdolo e invadente». Richiamandosi poi ad uno di questi articoli certo B.V. socialista della Valsugana, inviava il 21 ottobre una sua lettera al giornale socialista col titolo significativo: «Lottare sì…. ma intendiamoci». Per codesto signore il trucco dell’o.d.g. di Consani è ancora insufficente. Ci sono infatti dei paesi, in cui non esiste una sezione del Partito socialista o esiste in miniatura e non esiste nemmeno un’organizzazione economica, ma esistono invece i «socialisteggianti» o «simpatizzanti» in buon numero. In questi paesi presentare una lista propria di socialisti tesserati vorrebbe dire dividersi dai socialisteggianti, a tutto vantaggio dei popolari, conclude il B.V. Non sarebbe meglio invece astenersi come socialisti e votare la lista dei simpatizzanti o alla più includere in questa lista qualche tesserato a farvi il controllo? A tali preoccupazioni e a questa domanda risponde in nota un redattore della Voce in tono di perfetta adesione. Ecco l’istruttivo commentario: «Il compagno B.V. ha fatto bene, portando in discussione la tattica per le prossime elezioni amministrative. L’assicuriamo però che la Federazione regionale socialista, e per essa il Direttorio, si rendono perfettamente conto delle speciali condizioni locali, in cui dovranno svolgersi le dette elezioni. Pertanto il voto del congresso è stato abbastanza esplicito in merito. L’intransigenza sarà applicata là dove le circostanze lo consentono e lo richiedono. Dove la sezione politica è debole o mancante, possono prendere la direzione della lotta locale la seziona sindacale o l’organizzazione economica cooperativa, sia essa di lavoro o di consumo, purché aderenti alle federazioni che sono sulle direttive classiste. Dove manca di parte socialista – ogni organizzazione locale sia politica che sindacale e cooperativa – non si può nemmeno parlare di lotta amministrativa nostra. Ciò non toglie che lì possano sorgere liste di simpatizzanti, o comunque antagoniste ai clericali, che possano dare rigorosa battaglia alle attuali amministrazioni. Soltanto rimanga chiaro – è questo il senso del deliberato del Congresso – che il partito socialista assume in proprio e pieno la responsabilità politica della lotta delle amministrazioni comunali sol là dove le liste saranno formate – sia per la maggioranza che per la minoranza – esclusivamente di tesserati. Alle liste miste o affini il partito come tale rimane ufficialmente estraneo salvo – di caso in caso – farvi indirettamente confluire quanti agiscono o sono nella nostra orbita politica. La soluzione prospettata dall’amico B.V. per il suo paese può essere effettivamente la migliore e può anche ripetersi in parecchi paesi purché – ripetiamo – resti inteso che quelle non saranno amministrazioni socialiste – con la rispettiva politica – bensì elementi di anticlericalismo, da cui possono svilupparsi in seguito orientamenti più precisi e più omogenei». Il commentario non abbisogna di ulteriori spiegazioni. Lotta socialista in pochi comuni, negli altri tutti lotta anticlericale, facendovi confluire tutti gli aderenti e tutti i simpatizzanti socialisti. Non è però che questa parola d’ordine raccolga il favore di tutti i capi socialisti. L’on. Groff è allarmato da codesta smania di «pasticciare» che ha preso i suoi amici e nell’ultimo numero del suo giornale grida: «Per carità, socialisti, non dimenticate il socialismo». Badate a conquistare quel poco che potete e non a far «pasticci e pateracchi». Così ammonisce il Groff, un pochino, a dir vero, contraddicendo alla direttiva del congresso. Ma egli trova ragione del suo allarme specie in un trafiletto del Popolo riformista, il quale constatando «la virata di bordo dei seratiani» intona oramai il veni mecum ai vecchi compagni di fede. Stiamo un po’ a vedere. "} {"filename":"090a0796-2f8b-4f6e-a896-e48ae0fbfe1e.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"A tre anni di distanza dall’annessione delle nuove provincie, possiamo guardare con soddisfazione alla via che abbiamo battuta. Quando sull’inizio, cautamente come comportavano i tempi, e a mano a mano che la ponderazione prevaleva sul sentimento, con crescente risolutezza abbiamo ingaggiata battaglia per difendere l’amministrazione vigente in confronto all’amministrazione, foggiatasi sull’esempio francese dal 70 in qua nel Regno d’Italia, i sentimentali e i frasaiuoli ci accusarono di passatismo, di nostalgie austriacanti e di deficente solidarismo nazionale. Già nei primi tempi però noi potevamo riferire a sostegno della nostra tesi il parere di uomini insospettabili da ogni punto di vista. Già allora potevamo citare, a mò di esempio, la relazione Mortara sul disegno di legge presentato alla Camera il 3 settembre 1919 «per il passaggio dallo stato di guerra a quello di pace», relazione nella quale il sunnominato ministro della giustizia scriveva: «Molte nostre leggi sostanziali e formali reclamano e attendono revisioni e riforme; forse talune di quelle vigenti nelle nuove provincie realizzano già, almeno in parte, quei progressi che per noi sono tuttora allo stato di desideri o di progetti». E la Giunta generale del bilancio riferendo alla Camera sullo stesso disegno di legge rincalzava: «Per le terre redente ricordi il Governo la necessaria prudenza nel sostituire le regole della vita civile, politica, finanziaria, di quei nostri fratelli che un purissimo ideale spinse verso di noi. Questo ideale non deve essere mai oscurato da delusioni e da angherie nascenti da strumenti burocratici inadatti su chi soffriva fino al martirio della privazione della libertà, ma sentiva tutto il beneficio di sistemi finanziari, economici e agricoli che hanno marcato il passo della perfezione, anche nelle incidenze fiscali». In quel tempo anche la dottrina governativa ci veniva in soccorso per combatterne la pratica; e ci basti ad illustrazione ricordare la circolare del presidente del Consiglio, di data 26 luglio 1919, in cui è contenuta la seguente esortazione, rivolta ai Ministri di tutti i dicasteri: «Non vogliamo ripetere oggi – e le conseguenze ne sarebbero più gravi per le difficili condizioni nazionali e politiche – gli errori del 59 e del 66. Evitiamo energicamente, come invano ammoniva nel 66 per la Commissione del Veneto Cesare Correnti “le invasioni burocratiche pertinacemente assimilatrici” e calmiamo “il furore di assimilazione e di decomposizione” con cui anche ora, come allora, per opera di piccoli irresponsabili, si tenta di “invadere le nuove provincie”». La stessa circolare annunziava la istituzione della commissione consultiva presso l’Ufficio centrale per le Nuove Provincie, commissione che avrebbe dovuto essere lo strumento di resistenza contro le deprecate invasioni della burocrazia livellatrice. Purtroppo questa commissione non si volle o non si poté allora istituire; cosicché la resistenza dovette attuarsi a sbalzi, con interventi sussultori e intermittenti, e la nostra vigilanza poco organizzata e quasi sempre in allarme se servì a salvarci dall’inondazione, non riuscì sempre ad impedire l’infiltrazione tenace e continua. Ora finalmente dopo due anni le commissioni consultive stanno per entrare in azione. La commissione centrale si occuperà della legislazione e dell’amministrazione in genere, le due commissioni regionali della legislazione locale e dell’amministrazione autonoma. Ebbene ora più che mai conviene perseverare nella via da noi segnata in questi tre anni di battaglia anticentralista. È inteso che la nostra preoccupazione sovrana dovrà riguardare le autonomie locali e il decentramento dei poteri. Ma bisogna non trascurare anche la questione burocratica e amministrativa nell’organismo statale. Le cosidette assimilazioni giuridiche e le trasformazioni burocratiche devono passare, prima di venir attuate, il filtro delle commissioni consultive. Nessuna debolezza, nessuna sentimentalità su questo terreno. I faciloni della politica, i lisciatori del regime uniforme, gli unitaristi superficiali potranno lanciarci ancora le loro accuse. Sono armi spuntate! Non abbiamo visto noi recentemente un ministro di un importante dicastero tecnico chiamare a Roma uno dei nostri più provetti funzionari, per consultarlo, al lume delle istituzioni del passato regime, sulla riforma burocratica? E qual soccorso più autorevole, quale giudizio più competente potevamo invocare a corroborare la nostra tendenza di quello testè formulato dalla «commissione parlamentare d’inchiesta sull’ordinamento delle amministrazioni di Stato e sulle condizioni del personale»? Questa commissione istituita, come si ricorderà, colla legge 16 marzo 1921 e presieduta dal sen. Cassis, ha pubblicato ora in un primo volume le sue conclusioni generali. Orbene il quarto capitolo riferisce largamente sugli «ordinamenti amministrativi del cessato impero austro-ungarico», rilevando che tali ordinamenti «per la loro innegabile maggiore semplicità, in confronto di quelli italiani, meritano di essere studiati». Per dare una idea – dice la relazione – della maggiore semplicità della organizzazione austriaca rispetto a quella italiana, basterà qui ricordare che l’Amministrazione delle tasse di registro e bollo nei paesi che costituivano il cessato Impero (esclusi i paesi così detti della Corona di Santo Stefano) era affidata, e lo è tuttora negli Stati sorti dal suo sfacelo, ad uffici estendenti la loro attività sopra intere regioni (nel senso italiano) o su importanti parti di esse; basterà dire che questo ramo dell’Amministrazione finanziaria austriaca occupava soltanto circa 2003 funzionari di ruolo e 420 fuori ruolo, compresi quelli dell’Amministrazione centrale; che l’applicazione delle leggi sulle tasse nelle 14 regioni austriache era affidata ai 15 uffici di commisurazione delle tasse ed a 47 direzioni distrettuali di finanza, ossia a soli 59 uffici, e ad un complesso di 449 uffici, aggiungendo i 390 uffici delle imposte, che nei rispettivi distretti funzionavano anche come organi esecutivi degli uffici di commisurazione delle tasse e delle direzioni distrettuali di finanza. Nelle sole antiche provincie del Regno d’Italia invece l’Amministrazione del registro e bollo e delle tasse è ripartita in 1028 uffici ed occupa 4151 funzionari di ruolo (Regio decreto 23 ottobre 1919, n. 2065). E per citare qualche altro esempio, sarà bene far conoscere che la Amministrazione ferroviaria, che sotto il passato regime era attiva nelle nuove provincie, dopo il passaggio alla gestione italiana, da un deficit che ormai si è consolidato in 170 milioni all’anno; che la Direzione compartimentale di Trieste, che comprendeva, oltre alla Venezia Giulia, la Carniola e la Dalmazia, oggi, senza la Carniola e senza la Dalmazia, con un traffico immensamente minore, occupa, secondo alcune indicazioni, il doppio del personale, ed in certi rami il sestuplo. Ed ecco la conclusione che merita di venir fissata e ripetuta a gran voce, fino che i sentimentali o i conformisti l’avranno capita: Questi esempi inducono a considerare se non sia il caso di arrestarsi nella via dell’introduzione dei nostri complicati ordinamenti nelle nuove provincie e di foggiare invece questi su quelli che ivi abbiamo trovato in funzione. Parole sacrosante che i nostri deputati non devono stancarsi di ripetere alla Camera e i nostri capi delle locali amministrazioni potranno sempre invocare in confronto ai «piccoli irresponsabili» della burocrazia centrale. "} {"filename":"ba0d3ea8-c6f6-47af-8cff-f8df96bd3adb.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"I vari argomenti toccati dal Papa nell’allocuzione nel recente concistoro sono tra i più importanti non solo per il loro valore intrinseco spirituale, ma per la riferenza che essi hanno coi più gravi problemi ed importanti avvenimenti della vita civile. Il Papa ha parlato sopra tre punti: a) i rapporti della Santa Sede con gli stati nuovamente sorti o profondamente modificati in seguito alla grande guerra; b) la pacificazione degli animi e i recenti sacri ricordi che hanno potuto concorrere alla sua realizzazione; c) la conferenza di Washington. Sul primo argomento, il pensiero della Santa Sede era già noto; ma non è stato mai affermato in forma così solenne e definitiva. In seguito al crollo degli imperi tedeschi, la composizione statale dell’Europa centrale subì radicali trasformazioni: alcuni stati sorsero di nome; altri, pur ritenendo le antiche denominazioni, subirono tali profonde trasformazioni da potere essere a buon diritto considerati come nuovi. Non appena verificatosi il nuovo assetto, fra gli altri problemi si impose quello delle relazioni con la Chiesa; tanto più che in alcuni di questi Stati la politica ecclesiastica era per tradizione intimamente connessa con la politica generale. Ciò accadde principalmente per gli Stati eredi della monarchia austro-ungarica i quali senz’altro avanzarono la pretesa che i concordati e le concessioni già esistenti sotto il vecchio regime seguitassero ad avere vigore in quelli nuovi che ad esso erano succeduti. Furono immediatamente iniziate conversazioni diplomatiche a questo proposito e la Santa Sede non esitò a esprimere parere opposto. Oggi il Papa ha creduto necessario di tornare sull’argomento con un documento pubblico, probabilmente per evitare di ripetere in via diplomatica le stesse discussioni ogni volta che lo stesso caso si verifichi. L’argomento svolto da Benedetto XV è di una palmare evidenza. Dove c’è un nuovo Stato e dove la personalità morale dei vecchi stati è cambiata, i vecchi accordi sono di per sé decaduti e occorrerà farne di nuovi. Ma quanto è reciso questo punto del pensiero pontificio, altrettanto larga la offerta di nuovi accordi da sostituire a quelli venuti meno. Per questi accordi, una sola condizione mette il Papa: ed è quella che sia salva ed intatta la libertà e la dignità della Chiesa. Una forma più elevata, più adatta ai tempi e più corrispondente ai criteri sociali che oggi definitivamente sono prevalsi non si potrebbe immaginare. E crediamo a buon diritto che i pubblici poteri di ogni paese abbiano molto da apprendere dalla elevatezza di pensiero e di forma che è nell’odierna parola di Benedetto XV. Il secondo argomento svolto nella allocuzione appare logicamente collegato al primo poiché la premura di salvare la libertà e la dignità della Chiesa è preposta dal Papa come una condizione indispensabile al benessere della stessa società civile, benessere al quale potentemente concorre l’armonia fra la libertà religiosa e quella civile. A questo punto la parola del Papa palpita di tutta l’ansietà che è nel cuore dei popoli e descrive con parole altrettanto sobrie quanto efficaci lo stato di agitazione nel quale si trovano i popoli perché «il solenne trattato di pace non è stato suggellato dalla pace degli animi». E per rievocare i motivi spirituali che possono sedare le passioni e innalzare i cuori agli ideali della pace e della vita cristiana, nessuna sintesi poteva riuscire più opportuna come quella che il Papa ha fatto dei grandi avvenimenti cristiani, l’eco dei quali non è spenta ancora; i centenari cioè del terzo ordine francescano, della morte di S. Domenico e del Divino Poeta che in sublimi versi esaltò i due più grandi apostoli dell’età sua. Infine il Papa non ha voluto chiudere la sua allocuzione senza ricordare l’avvenimento intorno al quale è in questi giorni concentrata l’attenzione universale: la conferenza di Washington. Sono appena cinque giorni che Benedetto XV inviava al presidente Harding il noto telegramma augurale per i lavori della conferenza di Washington. L’interesse del Papa per i lavori del congresso di Washington e il suo desiderio che essi riescano utili, hanno ricevuto una nuova ed anche più eloquente conferma nel presente documento pontificio. L’allocuzione non solo contiene il rinnovato plauso alla iniziativa e il voto per il suo successo; ma anche in breve formula il pensiero del Santo Padre sul gravissimo problema del disarmo, pensiero che non vede alcun modo efficace di realizzarlo all’infuori della soppressione del servizio obbligatorio. Oggi il Papa ha detto che si tratta di alleggerire i popoli di un peso divenuto insopportabile. La formula è generale e si può ben riferire a qualunque forma di limitazione degli armamenti. Ma chi non comprende che il desiderio pontificio che vagheggia l’alleggerimento degli uomini dal grave peso, sarebbe completamente soddisfatto soltanto quando la manifestazione più grave e più tangibile per tutti di quel peso, cioè la coscrizione militare, venisse ad essere abolita? Tanto più che soltanto questa ipotesi, a preferenza di ogni altra, renderebbe possibile l’avverarsi dell’altro voto di Benedetto XV; che cioè si rendano sempre più remoti i pericoli di nuove guerre. Poche volte ci sembra che la parola di capo della Chiesa sia stata altrettanto ricca di pensieri riflettenti tutta la dolorosa realtà della vita contemporanea, come in questa allocuzione. Il pontificato romano, una volta ancora, si palesa non come l’istituzione isolata e fuori dei tempi, quale lungamente la vollero dipingere i suoi nemici, ma come la potenza morale che sola sa raccogliere il vero sospiro dei popoli e vivere della loro vita reale e adattare la sua attività alle necessità loro per porgere ad ogni debolezza il sostegno, ad ogni necessità il soccorso. "} {"filename":"a15b0718-dbb7-4467-926e-c7709701c956.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"[Intervento 21 ottobre] Io credo che le forze economiche organizzate – incomincia l’oratore – sboccheranno inevitabilmente nelle rappresentanze politiche e quindi al governo dello Stato. Le forze economiche prevalenti nel giorno sono le organizzazioni economiche del lavoro e i sindacati. Credo quindi che anche in Italia come altrove presto o tardi andremo inevitabilmente ad un governo che non funzionerà esclusivamente ma prevalentemente sotto l’influenza dei sindacati. Ciò io invoco nell’interesse del paese perché, come fu detto ieri, verrà attenuato il dissidio fra il potere politico e il potere sindacale che è latente nella società politica moderna e chiuderà la partita del marxismo acquirendo alla nazione le nuove forze economiche. Credo che ciò sarà utile anche al partito e che il partito si trovi innanzi al dilemma di aver da fare o con la concorrenza aperta di una collaborazione confessata e responsabile o con una cripto-collaborazione socialista che ha in mano consorzi, istituti ed enti amministrativi e mediante influenze parlamentari fruisce di fatto di ogni frutto politico senza averne la responsabilità. Dal nostro punto di vista non vi possono essere che due vie di uscita: o crediamo che riusciremo a convertire al nostro ideale mediante la propaganda individuale e collettiva le masse che sono infeudate dal socialismo, o pure riteniamo che il loro recupero alla unità nazionale sia possibile soltanto attraverso il realismo della responsabilità di governo. È questo che io credo e desidero e perciò ne traggo per il partito questa conseguenza: che noi dovremo preparare tale nuova situazione col fondare questa nostra attività sul criterio della unità e sul criterio del suffragio universale. Signori miei! Se in un certo momento in Prussia malgrado la enorme avversione e le lotte fra socialisti e Centro fu possibile l’accordo sopra la questione scolastica con i socialisti e i democratici liberali, questo fu perché entrambi i due partiti si richiamarono all’unità, al principio della libertà, al diritto dei genitori di stabilire se le scuole dovessero essere per i loro figli o confessionali cattoliche o protestanti o laiche a seconda della loro volontà. Su questa base la collaborazione non dovrebbe formare oggetto di discussione perché il suffragio universale in pieno regime di libertà la indicherebbe: in secondo luogo noi dobbiamo indipendentemente da tutto e da tutti svolgere un’attività parlamentare molto compresa della riforma sociale necessaria, in modo che, quando queste riforme siano compiute, o possano essere un avviamento per un migliore e più radicale rinnovamento giuridico ed economico della nostra nazione o possano costituire l’ambiente nel quale le forze degli altri partiti possono trovarsi convergenti e permettere a noi di camminare per un lungo tratto con qualsiasi forza democratica. Ciò ci porta a due altre considerazioni. La prima è che noi, come partito popolare, abbiamo come tutti gli altri il dovere di promuovere e di favorire l’organizzazione sindacale perché l’avvenire, o amici, sta là. Io non parto dal punto di vista di classe, secondo la terminologia marxista, ma parto soltanto dalla prevalenza di fatto dei sindacati sul potere politico. I movimenti economici e sociali dell’ora attuale significano chiaramente che il segreto della vittoria risiede nell’organizzazione sindacale. (Applausi e vivissime acclamazioni). La seconda considerazione è questa: Noi parliamo tanto di alleanza con l’uno o con l’altro, di riforma parlamentare, di riforma in genere della vita politica. Io penso sia innanzitutto necessario un grande sforzo di disciplina interna e anche di disciplina formale. Non è possibile riformare e riorganizzare il parlamento senza cominciare dal riformare la base del parlamento: i partiti. Cominciamo noi del gruppo popolare a essere più organizzati, più sicuri, più fusi, a non dare mai spettacolo in pubblico di avversari e di dissensi. Ciò facendo riusciremo a imporre nel vicino domani anche ai nostri alleati ed avversari lo stesso sforzo di disciplina. In proposito non vorrei lasciare passare alcune frasi eccessive di alcuni nostri compagni anche di gruppo, riferendosi alla alleanza coi liberali. Non è una visione esatta quella che ci fa condannare la slealtà e l’insolvibilità dei nostri alleati. Lo so anche io: spesso nei sotterfugi parlamentari vi sono avversioni circa la nomina dei presidenti e di membri di commissioni o altro. Sono cose molto spiacevoli, ma non sono cose che possono influire decisamente su una situazione. Guardando la realtà credo che tali spiacevoli, seppure non sempre gravi incidenti, debbono ascriversi alla mancanza di un comitato di maggioranza o di chi si assume veramente la responsabilità di mantenere la parola quando essa è data. Questa è la ragione alla quale si devono imputare in grande parte gli scarsi frutti che la collaborazione ci ha dato. Solo quando queste divergenze verranno eliminate, vi sarà possibile giudicare sul serio se indipendentemente da queste condizioni di fatto la collaborazione può portare utilità o meno. Queste cose possono sembrare in margine alla discussione, ma corrispondono secondo la mia convinzione alla realtà. Dal che non posso prescindere. È necessario che ci avviamo per questa strada e che ci avviamo con la lealtà a quelle che sono le posizioni dello spirito, degli uomini e delle cose. [Intervento 22 ottobre] La deliberazione – dice De Gasperi – che stiamo per prendere è assai grave in sé perché si tratta di dare allo Stato una nuova struttura architettonica e tale ricostruzione dev’essere fatta mutando la soppalcatura e le basi, mantenendo tuttavia intatta la travatura superiore e il tetto; è poi grave per le opposizioni che susciterà, opposizioni che verranno da giuristi, rigidi tutori dello Statuto, per cui ogni potere legislativo è accentrato nel parlamento, da burocratici che opponendosi all’accentramento credono di difendere i propri interessi di classe, e da politici che saranno mossi sinceramente da preoccupazioni unitarie. Avremo inoltre degli alleati compromettenti in quella parte di socialisti che a traverso il comunalismo e il regionalismo tendono alla diminuzione dell’autorità dello Stato. Tuttavia io sono d’avviso che la deliberazione debba venir presa e che, fatta la decisione, convenga andare fino in fondo. Per due ragioni essenziali: la prima che il parlamento, sovraccarico com’è di tutta la materia legislativa anche per il più esiguo interesse locale, senza un alleggerimento non funziona più. Esso si addimostra insufficiente ormai per una legislazione che nei riguardi tecnici, sia legata a particolarità regionali. Pensate un po’alle leggi agrarie. Come pretendere che un deputato delle Alpi legiferi sugli usi civici del Lazio o sulla pesca nel golfo di Napoli? Ciò ricorda quella maestrina siciliana che appena arrivata in un paese di montagna del Trentino, entrata in scuola, dà agli alunni questo tema: «Descrivete il mare in burrasca»! La seconda ragione è la seguente: si scrive molto di decentramento dell’amministrazione statale e la s’invoca a gran voce da tutte le parti. Ma il decentramento della burocrazia statale non sarà raggiungibile senza che avvenga parallelamente un decentramento dei poteri del parlamento. Solo appoggiandosi sui nuovi centri di vita autonoma, è possibile che l’amministrazione statale si sposti dal centro verso la periferia. Senza tale appoggio è impossibile aumentare la responsabilità e i poteri degli organi governativi nelle provincie, e rimarrà sempre decisivo il telefono del ministero dell’interno. A Vigorelli che lo ha chiamato in causa chiede se egli, che pur prevede l’avvento al potere politico dei sindacati, accetti l’idea che il suffragio per le rappresentanze regionali sia suffragio professionale, risponde che questa sua concezione del prossimo sviluppo politico non implica punto l’organizzazione professionale corporativa. Gli interessi sindacali possono organizzarsi in questa maniera, ma anche con altre forme di rappresentanze operaie. Dopo un breve accenno polemico all’on. Miglioli, l’oratore si occupa delle obiezioni di F. Meda, delle quali non misconosce il valore, ma che non può condividere. Egli si preoccupa soprattutto del contrasto che può nascere fra Stato e Regione. Ma la preoccupazione dovrà venir tolta nell’atto stesso della costituzione della Regione, giacchè con tale atto il Parlamento stabilirà per quali materie e per quale territorio esso intende delegare alle Regioni il suo potere legislativo. L’on. Meda vorrebbe dire invece di legislativo: deliberativo, e ciò evidentemente per ragioni di opportunità, affinché non sembri che si voglia attentare alla sovranità dello Stato. Ma la sovranità dello Stato costituzionale consiste nella legge che il Sovrano promulga, sentita la rappresentanza popolare. La sovranità non muta se questa rappresentanza, per gli affari regionali, sarà regionale. Tuttavia, quando rimanga chiaro che una deliberazione del consiglio regionale in quelle date materie, avrà forza di legge, non si opporrebbe per conto suo nemmeno alla dizione di Meda. Rileva infine con piacere che un uomo come l’on. Meda ha posto senz’altro fuori questione le autonomie delle nuove provincie, accettandole senza obiezioni come un fatto compiuto. Ma con ciò Meda ha fatto una grave ammissione anche per le vecchie regioni; giacchè anche le regioni nuove, per poter vivere organicamente, entro lo Stato italiano, debbono coordinarsi, rispettivamente subordinarsi ai poteri del Parlamento nazionale, e l’opera di allacciamento alle leggi fondamentali dev’essere fatta anche per le nuove Provincie. Le commissioni, nominate in questi giorni, sono appunto chiamate a fare tale lavoro e se, facendolo, riusciranno nell’intento, prepareranno magnificamente il terreno al regionalismo delle provincie vecchie. L’oratore ha fede che il compito riuscirà e i redenti saranno lieti di poter con ciò facilitare l’opera di liberazione delle energie locali di tutta l’Italia. «Pagheremo – così conclude l’on. De Gasperi – il debito della liberazione nostra». […] [La discussione al Congresso. La relazione De Gasperi ] Le Tre Venezie – osserva l’on. De Gasperi – sono un’espressione geografica. Nessuna unità politico-amministrativa fra il vecchio Veneto e le provincie nuove e molte differenze di interessi tra le provincie dello stesso Veneto. Si pensi solo ai due porti, Venezia e Trieste. Unica solidarietà evidente quella della zona distrutta che si estende a tutte le provincie venete. La prima sezione ha tuttavia fatto uno sforzo di sintesi, che non si potrà dire essenzialmente mancato. È la prima volta che rappresentanti politici delle tre regioni deliberano assieme su problemi comuni, è anzi la prima volta che i delegati politici delle stesse due nuove regioni, annesse all’Italia, prendono in comune deliberazioni unanimi, attuando così entro il partito popolare una solidarietà sostanziale ben più profonda di quello che fosse il vincolo politico tradizionale espresso dal fatidico binomio di Trento e Trieste. È questo un tentativo di regionalismo in grande stile. Ma non si tratta solo di interessi di una grande regione; si tratta in buona parte anche di interessi nazionali, e perciò è giustificato che se ne parli in un congresso di tutta l’Italia. Il problema dei danni di guerra è infatti il problema delle riparazioni, garantite all’Italia da trattati internazionali. Il Tesoro italiano non funge che da banca di anticipazioni sul credito internazionale dovuto allo Stato italiano. Lo sfruttamento delle forze idrauliche alpine interessa la nuova struttura economica di tutta la Penisola fino all’Appennino, l’avvenire dei due porti adriatici di Venezia e Trieste con gli allacciamenti ferroviari verso l’Europa centrale è congiunto al risorgimento economico della Nazione; le autonomie delle Terre Redente sono il più fecondo esperimento e la prova in atto in favore del decentramento organico di tutto lo Stato. Il congresso nazionale è quindi legittimato a parlarne e chiamato a deliberarne in merito. Il relatore è passato così a fare alcuni rapidi rilievi su ciascun problema enunciato nell’ordine del giorno. Occupandosi della questione dei danni di guerra, riferisce che, presupposto che continui l’azione di anticipo e di liquidazione, si chiede il pagamento dei concordati fino a 10 mila lire, entro brevissimo termine, che continui fino a tutto il 1923 il finanziamento dei bilanci comunali, disposto dal decreto 3 luglio 1919. Si chiede poi in modo speciale la liquidazione degli indennizzi alle opere pie ed ai Comuni, un riguardo particolare alle piccole industrie e un anticipo sui danni mobiliari sofferti dai nostri emigrati sulla loro sostanza in terra nemica. Nella sezione, durante il dibattito provocato dalla relazione dell’on. Roberti si sono sollevate molte altre questioni di dettaglio, di carattere tecnico, onde si è concluso che nei prossimi mesi debba convocarsi per iniziativa del partito un congresso di comuni, cooperative e consorzi per deliberare intorno alle stesse e per creare un ufficio di controllo di tutta l’azione per la liquidazione dei danni. Il relatore ricorda che in Germania l’opera specializzata degli emigranti italiani sarebbe ancora desiderata. Si chiede che il Governo s’interessi e elabori una convenzione. L’on. De Gasperi mette in rilievo che le nuove provincie soffrono di un’altra categoria di danni, quella dei danni finanziari sulla carta moneta e sulle carte di valore. Questa ricchezza che supera certamente il miliardo deve venire, almeno in buona parte, rifatta. Chiede siano trattati con riguardo speciale le casse rurali e le banche cooperative, i depositi di pupilli, i patrimoni comunali e delle opere pie. Sullo sfruttamento delle forze idrauliche riferisce che esso deve essere compiuto a preferenza da enti rappresentanti interessi pubblici, rompendo il monopolio delle signorie elettriche. Sul porto di Venezia ha riferito in sezione l’avv. Donati, su quello di Trieste il dottor Rinaldini. Per Venezia la sezione raccomanda al congresso che si facciano propri i voti del Comune e della Provincia di Venezia relativi ai danni di guerra, alla lotta antimalarica, all’incremento della piccola e della grande bonifica, alla trasformazione edilizia cittadina, e dei mezzi di trasporto interni e delle comunicazioni con la terra ferma, alla restaurazione delle finanze comunali e provinciali. I seguenti sei postulati, riferendosi allo sviluppo del porto di Venezia, sono stati deferiti per lo studio della pratica e la loro definitiva attenzione agli organi direttivi e parlamentari del partito: 1) Trasformazione del Provveditorato del porto in ente amministrativo comunale, integrato dalla rappresentanza diretta dei Sindacati del Lavoro e del Commercio aventi relazioni d’interessi diretti col Partito medesimo. 2) Parità di trattamento al porto di Venezia rispetto ai porti concorrenti (specialmente Trieste, ed in parte anche Genova) sia nei riguardi delle condizioni tariffarie e dei servizi ferroviario-marittimi, sia in quello delle franchigie doganali che venissero eventualmente concesse per certe merci e per certe destinazioni, massime per quella zona intermedia, rispetto a Trieste, che corrisponde approssimativamente alla regione compresa dal Friuli alla Baviera Centrale, ove la concorrenza tra i due porti adriatici è efficace. 3) Miglioramento ed incremento dei servizi ferroviari facenti capo al porto di Venezia dal suo naturale retroterra commerciale, e precisamente dal Veneto occidentale, Trentino, Svizzera orientale e Provincie sudoccidentali della Baviera. 4) Intensificazione delle opere di sistemazione del Po sul tratto Foce Adda-Foce Mincio. 5) Ripristino e miglioramento delle altre vie d’acqua in diramazione dalla dorsale Torino-Milano-Venezia e in diretta affluenza col porto di Venezia. 6) Incremento delle comunicazioni marittime, specialmente conservazione nell’Adriatico e reintegrazione delle flotte mercantili italiana e austriaca, già adibite ai servizi dell’Adriatico, con toccata a Venezia, di tutte le linee da e per l’Adriatico, con particolare riguardo ai traffici tra il porto veneziano e i porti dalmati riguardanti l’importazione diretta dagli Stati balcanici (cemento, legname, carni vive da macello, ecc.) e l’esportazione verso i medesimi Stati dei nostri prodotti nazionali e regionali (canapa, stoffe confezionate, carta, mattoni, vetri di lusso, macinati, ecc.). Per il porto di Trieste, delle cui condizioni di decadimento una descrizione vivace era stata fatta dal Rinaldini, la Sezione è addivenuta alle seguenti conclusioni: rapida costruzione della ferrovia del Predil, riduzione delle tariffe di piazza e dei mgazzini generali, per poter sostenere la concorrenza di Amburgo, sistemi più semplici e più commerciali nel servizio ferroviario e post-telegrafonico, ritorno alla politica tariffaria austriaca da avviarsi in trattative con la Jugoslavia e con l’Austria, inizio dei lavori portuali per i quali sono già stanziati 215 milioni. Passando alla seconda parte della discussione, l’on. De Gasperi chiede al congresso una nuova affermazione per le nostre autonomie, affermazione già inclusa anche da don Sturzo nelle sue proposte sul decentramento. Fino a tanto che non saranno riconosciute le Diete, il Partito deve invigilare, affinché la burocrazia non invada il campo autonomo. L’oratore ha ricordato a questo punto il recente tentativo della Minerva per le scuole medie. Nella prima sezione il dott. Rinaldini aveva criticato specialmente l’amministrazione, giacchè, pur mantenendo lo schema del cessato regime (commissariato generale e luogotenenza o commissariato civile o capitanato), la si era sostanzialmente inquinata mettendo a tali posti della gente che non conosce né la legislazione né il sistema e che non ha nemmeno i titoli legali necessari. Si chiede perciò, che – fino all’attuazione di una riforma burocratica generale ispirata ai principi del decentramento regionale e della più rigorosa scelta del personale da mantenersi in servizio con esclusivo riguardo alla maggiore idoneità tecnica e morale – più che nella forma nella sua sostanza sia mantenuto e rispettivamente reintegrato in tutti i rami dei servizi pubblici il sistema amministrativo-burocratico decentrato, che vigeva sotto il passato regime, e che pertanto, pur usando equo e doveroso riguardo agli avventizi ex combattenti, si adibiscano però ai servizi direttivi e di concetto soltanto funzionari di carriera muniti dei voluti titoli di studio superiori e non ignari delle leggi vigenti nelle terre redente. L’on. De Gasperi giunto così alla fine della sua relazione, per quanto riguarda l’economia e l’amministrazione, dà risalto a due spunti politici, che comparvero nelle conclusioni di Donati, nella sezione, e nel suo ordine del giorno proposto al Congresso. Donati aveva concluso col domandare «la conservazione e lo sviluppo dell’indirizzo conciliante e pacifico della nostra politica estera e commerciale coi popoli dell’altra sponda adriatica, dai quali Venezia può derivare prodotti razionalmente utili e necessari in cambio di prodotti nostri ricercati dagli altri e per noi esuberanti, e presso i quali Venezia stessa può e deve riprendere, col tradizionale commercio economico, quel commercio tutto spirituale che è prodotto dalla sua fulgida civiltà romana e cristiana e merito immortale dei suoi guerrieri, dei suoi statisti, dei suoi santi». E nell’ordine del giorno generale si afferma che «in questa opera di sistemazione (delle Nuove Provincie) deve tenersi conto delle particolari situazioni create dall’esistenza sui confini di minoranza allogena, avendo di mira, per le zone ove l’elemento italiano venne diminuito ad arte da sovrapposizioni del cessato regime, il recupero di tali posizioni perdute; per le altre, ove l’elemento allogeno prevale naturalmente, l’avvicinamento ad esso mediante una politica di riguardo alle sue tradizioni e al suo speciale carattere nazionale». In questi due rapidi accenni è indicato, dice l’on. De Gasperi, il nostro programma politico in confronto delle popolazioni slave e tedesche. Né rinunzie né invasioni violente, ma conciliante fermezza. Ricorda la sua recente polemica sull’Alto Adige. Se ne scrive e parla con troppa faciloneria: il problema è serio e non va risolto con formole vaghe e generiche di bilinguità e di unicità amministrativa. Bisogna distinguere e operare diversamente e gradualmente a seconda delle zone. Il partito popolare non può far opera di sopraffazione né ignorare i diritti naturali dei cittadini d’altra lingua, ma non deve nemmeno sanzionare con un’inerte tolleranza le sopraffazioni perpetuate dal vecchio regime. L’oratore chiude la sua applaudita relazione invocando da questo posto che fu il centro della città realtina, l’esempio della saggezza politica con cui Venezia governò per secoli nella sua «giurisdizione marittima». La relazione dell’on. De Gasperi è stata accolta al Congresso da vivi applausi ed è approvata per acclamazione al grido di «viva Trento e Trieste»! […] V. Ordine del giorno De Gasperi sulla ricostruzione economica delle Tre Venezie e la ricostruzione politico-amministrativa delle nuove Provincie a) Ricostruzione economica delle Tre Venezie Il Congresso prendendo atto delle discussioni e delle conclusioni della I Sezione, dà mandato agli organi esecutivi del partito di far opera energica presso il governo: 1) affinché si continui e s’intensifichi l’azione di pagamento dei danni di guerra e in ispecie: perchè sia stabilita una data fissa la più vicina possibile per il pagamento delle piccole indennità fino a 10 mila lire; perchè venga iniziato il pagamento dei danni di guerra anche per i Comuni e le Provincie e venga prorogato il decreto 3 luglio 1919 fino a tutto il 1923; perché venga provveduto con carattere di precedenza al pagamento dei danni denunziati dalle istituzioni di beneficienza; perché venga svolta una sollecita azione per la ricostituzione dei boschi danneggiati; perchè al fine di affrettare la ricostruzione, non sia interrotto il finanziamento alle cooperative e siano sollecitati i collaudi; perchè vengano continuate le sovvenzioni a favore dei privati per l’acquisto del bestiame, di macchine agricole e di strumenti di lavoro, e per il ripristino degli impianti industriali; perchè là, ove, come nelle nuove provincie, le liquidazioni non si fanno per scarsezza del personale burocratico, venga provveduto all’ingaggio di nuove forze provvisorie. 2) Considerato poi che la disoccupazione si affaccia in modo impressionante, il Congresso delibera di esigere dalla sollecitudine del Governo opportune intese con altri Stati perchè sia favorita almeno una parte della vecchia corrente emigratoria veneta e di chiedere d’altro canto che si inizi una nuova serie di lavori per utili opere pubbliche. 3) Con particolare riguardo alle nuove Provincie, il Congresso reclama inoltre dal Governo l’adempimento degli impegni presi circa le questioni finanziarie, inerenti ai trattati di San Germano e del Trianon, onde rendere possibile ai cittadini redenti almeno la parziale ricostruzione dei loro mezzi di resistenza già falcidiati dal cambio della valuta. 4) Il Congresso infine riconosce essere interesse non solo regionale, ma anche nazionale: che s’intraprenda la costruzione delle grandi centrali elettriche alpine, favorendo a preferenza l’opera consorziata degli enti locali; e che con miglioramenti di traffico, con provvedimenti commerciali e tariffarim si assicuri il risorgimento e l’avvenire dei due grandi porti dell’Adriatico: Venezia e Trieste; e deferisce agli organi esecutivi del Partito lo studio della pratica attuazione di tali postulati. b) Ricostruzione politico-amministrativa delle nuove Provincie Il Congresso delibera d’insistere affinché sia assicurato alle nuove Provincie entro il più breve tempo possibile il pieno ritorno alla vita autonoma locale con la restituzione delle Diete. Fino a tanto che ciò non sia avvenuto gli organi del Partito faranno opera di assidua vigilanza, affinché gli ordinamenti politico-amministrativi, che stanno in rapporto con le autonomie locali, non vengano intaccati dalla mania livellatrice della burocrazia centrale. Il Congresso inoltre fa voti che fino all’attuazione di una generale riforma amministrativa inspirata ai principii di decentramento regionale, anche nei dicasteri dell’amministrazione statale delle nuoce Provincie, venga mantenuto o reintegrato il sistema burocratico decentrato finora vigente. Il Congresso dichiara infine che in quest’opera di sistemazione deve tenersi conto delle particolari situazioni create dall’esistenza sui nostri confini di minoranze allogene, avendo di mira, per le zone ove l’elemento italiano venne diminuito ad arte da sovrapposizioni del cessato rgime, il «ricupero di tali posizioni perdute»; per le altre, ove l’elemento allogeno prevale naturalmente, l’avvicinamento ad esse mediante una politica di riguardo alle sue tradizioni e al suo speciale carattere nazionale. Il Congresso ha votato inoltre la seguente aggiunta: Il Congresso fa voti che il Governo assuma la liquidazione dei danni ai beni mobili sofferti dagli emigrati all’estero per causa della guerra. "} {"filename":"cd648199-6134-49de-ab85-0e842f011f6a.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Il sottoscritto chiede d’interrogare il ministro della guerra, per sapere se non ritiene opportuno e doveroso di concedere con apposito decreto ai migliori elementi fra gli ufficiali di complemento ex-irredenti volontari di guerra di rimanere in servizio attivo permanente con il grado raggiunto durante la stessa; considerando che ad essi non fu applicabile la circolare 677 del 1915 perché allora ancora irredenti e che tali elementi oltre che avere meritato una ricompensa speciale per quanto fecero spontaneamente con grave loro danno, potranno rendere ottimi servigi nel R. esercito. (L’interrogante chiede risposta scritta). De Gasperi "} {"filename":"7a0e2a10-ed62-4693-a996-893ad4e03a52.txt","exact_year":1921,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"ONOREVOLI COLLEGHI! La Commissione parlamentare d’inchiesta sulle gestioni per l’assistenza delle popolazioni e per la ricostruzione delle terre liberate e redente, istituita con la legge 18 luglio 1920, n. 1005, ha domandato le proroga del termine assegnatole per l’esaurimento del proprio mandato. Le ragioni che suffragano la proroga sono state esposte dalla Commissione stessa in una prima relazione annunciata dalla Camera nella seduta del 27 giugno ultimo scorso ed appariscono pienamente fondate. Le indagini da svolgersi nell’ampia e complessa materia, che riflette i servizi di ricostruzione nelle terre liberate e redente nonché l’assistenza ai profughi nelle varie provincie del Regno sono state condotte dalla Commissione con alacrità ed hanno già dato notevoli risultati sia nel senso dell’accertamento delle responsabilità, sia in quello della possibilità di recuperare somme spettanti all’Erario. L’azione svolta dal Genio militare nel Veneto, ed i contratti da esso stipulati, l’opera del Comitato governativo di Treviso e del Commissariato per le riparazioni dei danni di guerra, la liquidazione ed il pagamento dei danni di guerra, le gestioni dei magazzini di materiale per i profughi esistenti in Roma, nel Veneto e in alcune altre provincie, i servizi del pagamento dei sussidi tenuti da vari organi nel centro e nelle varie regioni ove profughi affluirono sono già state oggetto di attente utili ricerche. Si sono già profilati alcuni giudizi di ordine generale sulle varie branche dell’inchiesta: ora il lavoro della commissione tende alla individuazione delle responsabilità, allo studio analitico dei contratti che presentano vizi di forma e di sostanza e quindi possibilità di impugnativa nell’interesse dello Stato, alla revisione ordinata delle singole gestioni. Questa è la fase più importante, perché conclusiva, dei lavori; ed è facile intendere come essa richieda tempo non breve, data l’importanza, la delicatezza e la vastità della materia. La Commissione vostra pertanto è convinta che il termine assegnato dalla legge istitutiva alla inchiesta parlamentare non potesse essere sufficiente, e benché il tempo trascorso sia stato utilmente impiegato occorra proseguire i lavori di indagine e condurli a compimento secondo il piano esposto dalla Commissione d’inchiesta nella sua prima relazione, accordando la domandata proroga fino al 30 giugno 1921. DE GASPERI, relatore. "} {"filename":"d5a989fd-c263-4be3-9c91-9e6b8729e5be.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Avevamo rilevato altra volta la tattica socialista che ostentando una purezza di linea intransigente, di fatto imbroglia il pubblico credulone, appoggiando, ove creda opportuno, un programma opportunista piccolo-borghese, formulato e predicato da capi socialisti, ma, presentato non sotto la ditta del partito socialista, ma sotto quella delle proprie esistenti o non esistenti cooperative di lavoro, sindacati economici, leghe dei contadini. Il trucco è chiarissimo specie nella conca di Primiero, ove, come abbiamo già documentato, sotto la bandiera delle associazioni economiche e nascondendo il proprio programma e il proprio carattere, i socialisti chiedono i voti degli elettori per un programma che favorisce le piccole industrie, il concorso dei forestieri, la viabilità ecc. E giacché fra le società scese in lotta vi erano anche le sezioni primierotte della federazione edilizia, domandavamo che ne pensasse l’on. Flor, segretario del sindacato edile, ma contemporaneamente deputato e collega di quell’on. Groff il quale in nome della dignità del partito predica tutti i giorni l’intransigenza. La risposta era implicita, ma ora nella Voce la troviamo anche espressa nettamente. Vi si legge infatti a proposito della lotta in Primiero: «Per tutto ciò e per dar vita nuova in quel distretto, le organizzazioni operaie-cooperative e dei contadini si sono messe in lotta per la conquista di quei comuni nelle nuove elezioni, stabilendo un programma positivo e di possibile realizzazione purché sia attuato da uomini seri e nuovi che abbiano forza di imporsi verso lo Stato e la Provincia. Il compagno Flor ove parlò svolgendo tale programma portò nuovo entusiasmo e fede e non dubitiamo che la lotta che sta svolgendosi in questi giorni porterà i primierotti a nuova vita spazzando via tutte le tenebre e portando nuova luce e nuove iniziative al distretto: facilitare il concorso forestieri, sviluppo di nuove industrie, lavorazione del legno di cui è tanto ricco il distretto, la costruzione della tranvia Feltre-Primiero-Canale, miglioramento della scuola per una maggiore e migliore istruzione alle future generazioni». Si fanno dunque le elezioni con un programma non socialista. Il deputato socialista svolge tale programma e… se il giuoco riesce a elezioni fatte, i socialisti canteranno vittoria! E forse non avranno torto, perché i loro capi, a questo modo, imbrogliando i creduloni, si saranno impadroniti del mestolo che poi maneggeranno a modo loro. I socialisti di Cavalese, i quali avevano prima chiesto di fare alleanza coi popolari, impediti dall’on. Groff di compiere questo misfatto, sono ora furibondi contro i popolari di colà i quali avrebbero accettate trattative coi liberali. Nella Voce di venerdì si scagliano perciò con ingiurie violente contro i popolari che tradirebbero la causa del popolo. Sentite che stile: «…degni emuli di quel Giuda che vendette Cristo per il denaro così essi porgono Cavalese ai signori che aspettano la preda benché abbiano acqua alle canne che sta per sommergerli; smascheratevi, facce di bronzo! Che il popolo conosca finalmente chi si copre col manto dell’agnello per morderlo poi più impunemente… tipici vigliacchi, cavalieri d’industria, calpestatori di ogni idealità pel vostro comodaccio ed interesse… sepolcri imbiancati… fetente marciume…». «Viva la vostra coerenza viva la vostra sincerità», concludono sarcasticamente i socialisti di Cavalese. Dopo tutta questa roba si dovrebbe ritenere che almeno in Fiemme i socialisti si presenteranno dappertutto con tattica intransigente, sdegnando specialmente il contatto dei signori liberali. Per convincersene, basta leggere la stessa Voce nella colonna seguente. Vi si annunzia in una corrispondenza da Predazzo che colà si è costituita una libera unione di varie correnti economiche della borgata, unione che intende rappresentare tutte le classi, quella dei lavoratori, quella degli esercenti e industriali e quella degli allevatori di bestiame. Il comitato farà designare i candidati comuni dai fiduciari di ciascuna classe. I lavoratori si raduneranno a tale scopo domenica (ieri). È chiaro che qui si tratta di una compattata, di un pasticcio libero-borghese-socialista contro il partito popolare. L’on. Groff. stampando questa bella roba, ha avuto un po’ di vergogna e, volendo lasciar fare, senza però compromettere il partito innanzi ai superiori, ha apposto alla corrispondenza la seguente noterella: «N. d. R. – Diamo corso per debito di ospitalità a questo comunicato che ci viene trasmesso da un liberale, e senza entrare in merito al programma in esso esposto, ci limitiamo a rilevare e ricordare che dal punto di vista del partito socialista le elezioni comunali vengono riguardate come un episodio della lotta di classe. Escluso dunque ogni accordo con partiti o categorie che non entrano nelle nostre direttive. A Predazzo, a quanto ci consta, non esistono organizzazioni nostre; perciò il terreno in questo senso è sgombro». Il terreno è sgombro! Avete capito? A Predazzo Groff e Flor hanno avuti dei buoni voti socialisti ed ha vivacchiato per lungo tempo una camera del lavoro; anzi nel nucleo socialista locale domina quel Demartin che fu ripetutamente candidato ufficiale del partito rosso. Ma all’on. Groff torna a conto far credere che a Predazzo non ci sia nessuno il quale sia tenuto alla disciplina socialista, per poter dichiarare che il terreno è sgombro, cioè che i socialisti di colà possono fare il comodaccio loro, accomunarsi e confondersi con chi meglio loro piaccia, anche coi liberali, anche cogl’industriali, anche con quei signori che i socialisti di Cavalese – a pochi chilometri di distanza – proclamano la peste della valle e la rovina del popolo. Buffoni! «Viva la vostra coerenza, viva la vostra sincerità». "} {"filename":"87295500-050d-4102-9937-62e998fc277e.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Domenica scorsa per cura della Direzione del Partito nazionale fascista, venne convocato a Trieste un convegno dei rappresentanti dei fasci delle Nuove Provincie per stabilire il punto di vista dei fascisti sui problemi che interessano le Nuove Provincie, con particolare riguardo all’Ufficio centrale. Il convegno aveva carattere consultivo, e rimane riservato alla Direzione centrale e al gruppo parlamentare fascista di deliberare sul definitivo atteggiamento del partito. Al convegno assistevano per la Direzione centrale il segretario generale Michele Bianchi e il vicesegretario cap. Starace , per il gruppo parlamentare gli on. De Stefani e Giuriati e per la Venezia Giulia i deputati fascisti: Banelli , Giunta , Albanese e Bilucaglia, i delegati Conforto, Quarantotto e Polese (Trieste), Mrach , Danelon, Petris, Colessi, Petronio, Zucconi, Mancia e R. Rocco (Istria), Graziani e Heiland (Gorizia). Relatore l’on. Giunta di Firenze, eletto a Trieste. L’on. Giunta contro Salata, Credaro e le autonomie Giunta ricorda d’essere andato a Roma col proposito di rovesciare l’Ufficio centrale e l’on. Salata e da notizia di un convegno tenuto fra deputati e senatori della Venezia Giulia per deliberare sulla permanenza o meno dell’Ufficio centrale. «Appena arrivati, riferisce il Giunta, secondo il Popolo di Trieste, pochi giorni dopo la riapertura del Parlamento, il senatore Salata dà le dimissioni da capo delle nuove provincie. Senatori e deputati delle nuove provincie discutono sulla conservazione o meno dell’Ufficio centrale, e sulla permanenza del senatore Salata a capo di questo Ufficio. Io espongo il mio punto di vista e dichiaro che per me l’Ufficio centrale non era altro che un istrumento della burocrazia italiana. Dopo la discussione, siamo venuti alla votazione e l’Ufficio centrale è rimasto ed è rimasto il senatore Salata, con due soli voti contrari: quello mio e quello del senatore Mayer . Il senatore Salata si trovava arbitro della situazione ed ha continuato, purtroppo, nella sua politica. Ricordo perfettamente nei colloqui avuti con Salata di avergli detto: “Io non credo che ella sia in mala fede; solo penso che lei crede di fare del bene e si sbaglia”». Giunta continua accennando alla politica del Governo nell’Alto Adige e ricordando la recente discussione avvenuta in Senato: «Erano – dice – senatori come Giardino , Tamassia , Vitelli , uomini che si potrebbero chiamare i saggi della politica italiana, anche perché siedono degnamente al loro posto in Senato. Questi uomini si sono espressi in una maniera che non ammetteva dubbi: accusavano Credaro, governatore del Trentino, e ne chiedevano l’immadiata espulsione dal suo ufficio. L’accusa di Credaro doveva per riflesso colpire Salata. Noi quindi credevamo che il senatore Credaro fosse destituito o che Salata se ne andasse. Sono situazioni che non permettono altre soluzioni. Invece Credaro è al suo posto e Salata non ha sentito la necessità di andarsene. Si dice che questi è impotente per manovre subdole e oscure ad espellere Credaro da quest’ufficio; e allora un uomo di carattere, di fronte alle accuse della cittadinanza, della stampa e del Parlamento deve sentire il bisogno di dare le dimissioni». Dopo un rapido accenno alle condizioni della Venezia Giulia, nel qual riguardo Salata è accusato di favorire gli Slavi, l’on. Giunta arriva al culmine del suo atto di accusa: «Io so che il senatore Salata in un’intervista concessa tempo fa, non soltanto intende introdurre nelle nuove provincie autonomie di carattere amministrativo, ma egli intende mantenere e creare in queste terre vere e proprie autonomie di carattere legislativo. Ora bisogna andare un po’ piano, e noi, specialmente noi italiani del vecchio regno abbiamo il diritto di salvaguardarci da queste manie, perché si è sofferto di qua non meno che dall’altra parte. Per quanto riguarda la sicurezza della compagine nazionale, pensiamo quanto deve essere pericoloso parlare di autonomie in terre che appena da tre anni sono state conquistate, e che psicologicamente per tradizioni e per leggi non hanno ancora appreso quella che è la vita della madre patria». A questo punto si attacca la discussione che continua per cinque ore. Mrach, segretario dei fasci istriani, attacca a fondo Salata, perché non ha tenuto il debito conto dei fascisti nella costituzione della commissione consultiva e delle Giunte provinciali , ma riguardo alle autonomie dice: «Quanto al problema dell’autonomia vorrei far presente questo fatto: Le autonomie provinciali, siano pur legislative, non possono rappresentare un pericolo per lo Stato in quanto che le mansioni della Giunta si limitano a dar norma sull’indirizzo ai comuni per l’amministrazione e non possono influire politicamente. Ad ogni modo, bisogna tener presente il fatto storico indiscutibile che le istituzioni provinciali autonome sono state il baluardo e il principio dell’italianità: e d’altra parte il governo austriaco tentò di tutto per limitarlo tant’è vero che era limitato alle sanzioni sovrane». Graziani, segretario per la provincia di Gorizia, attribuisce a Salata l’insuccesso elettorale del 15 maggio . Le obiezioni di Dudan L’on. Giuriati, deputato di Venezia, attacca Salata per la sua partecipazione al trattato di Rapallo e per la sistemazione della Dalmazia. Legge anche una lettera di Alessandro Dudan, delegato dalmato il quale si dichiara per la destituzione di Salata in causa della sua opera a Rapallo, ma riguardo all’Ufficio centrale scrive: «2) non altrettanto indiscutibile parmi la proposta della soppressione dell’Ufficio centrale senza un adeguato surrogato sia con commissioni speciali presso ogni ministero, che poi sempre dovrebbero avere un ufficio di coordinamento alla presidenza del Consiglio, o con un Ufficio centrale ridotto. Le ragioni di questi miei dubbi sono: a) il periodo di transizione dall’amministrazione austriaca all’italiana non è ancora finito, né può essere ex abrupto, quando si considera che vi sono nelle nuove provincie generazioni nate e cresciute per 50-60-80 anni nel regime austriaco (non si porti l’esempio francese odierno dell’Alsazia, perché ivi le generazioni più vecchie erano nate e vissute prima del 1870 in regime francese e la Germania aveva lasciato a quel suo Reichsland una speciale autonomia con i vecchi usi); b) è innegabile che è necessario un processo di assimilamento che da qualcuno dev’essere curato, sorvegliato ecc.; c) farci paladini della soppressione anche della buona parte amministrativa del vecchio regime è dar facile giuoco agli avversari di muovere le masse delle nuove provincie contro il Fascismo. 3) La transizione e l’assimilamento “reciproco” da me sopra accennato “non deve” esser confuso con “aspirazioni di autonomie”. Quando verrà il momento auspicato dal collega nostro Massimo Rocca delle autonomie regionali “storiche”, le nuove provincie dovranno esser già bell’e assimilate e far parte integrante per lo meno del “Veneto” dal Brennero alle Dinariche. Ma quest’è musica dell’avvenire!…». Dopo l’attacco a fondo di Giuriati l’on. Banelli, deputato fascista di Trieste, ha tentato una difesa di Salata, rivolgendosi alla Direzione del partito perché faccia un’inchiesta sul serio prima di pronunciarsi. Ritiene che l’Ufficio centrale debba sussistere almeno fino al 30 giugno di quest’anno. Ricorda ch’esso ha funzioni importanti in relazione all’esecuzione dei trattati di pace. Ha quindi la parola l’on. De Stefani, rappresentante la direzione del Gruppo parlamentare fascista. Egli rileva che il convegno non ha portato sull’opera amministrativa dell’on. Salata quella documentazione che sarebbe stata indispensabile per farsi un giudizio completo. Ma c’è un elemento politico importante su cui i fascisti hanno un’opinione già fatta. Questo è dato dalla tendenza autonomista, espressa dal Salata anche in una sua recente intervista al «Resto del Carlino»: I fascisti sono contrari e protestano anche contro le commissioni consultive, le quali sono composte, quasi esclusivamente di redenti. Il Trentino, la Venezia Giulia, l’Alto Adige e Zara – esclama il De Stefani – sono stati conquistati per tutti e tutti abbiamo lo stesso titolo d’intervento in tali questioni. Contro l’Ufficio centrale, le Commissioni consultive e la diversità di amministrazione «Ci sono in esse degli elementi, (ed io parlo a dei fascisti e a patrioti benprovati) del cui patriottismo non possiamo né dobbiamo fidarci, anche se il governo, al quale mi pare che qui si chieda troppo del quale poi ci si fida anche troppo, li ha chiamati a far parte delle commissioni consultive. Per quanto riguarda l’autonomia, io ho una sola osservazione da fare: devo ricordare che nel programma del partito nazionale fascista è assolutamente esclusa ogni autonomia non nel senso di potestà delegata, come hanno i comuni e le provincie italiane, di fare i regolamenti per delegazioni di leggi organiche dello Stato, ma nel senso di capacità di fare vere e proprie leggi indipendenti da leggi organiche che contengano la delegazione di questa potestà». «L’argomento centrale che ho sentito qui presentare in tema di autonomie fu questo: noi dobbiamo conservare quelle autonomie che noi abbiamo ottenuto a prezzo di gran fede e di grande sacrificio dall’Austria e con cui difendemmo la nostra italianità (Mrach protesta). Finché voi dovevate difendervi dall’assorbimento austriaco era necessaria e santa la vostra lotta per l’autonomia: ma ora credo che voi non vogliate difendervi dall’assorbimento italiano e quindi la ragione politica di quelle autonomie viene assolutamente a cessare. Ci sono, è vero, delle leggi vigenti oggi in Austria, migliori di quelle italiane. Ora lo scopo nostro è quello di arrivare attraverso un duplice processo alla unificazione legislativa. Noi non possiamo ammettere che alcuna regione d’Italia sia sotto uno statuto legislativo diverso da quello di altre regioni, non lo possiamo ammettere, come dicevo prima, per una ragione sostanziale politica, in considerazione che c’è un movimento autonomistico oggi nel paese gravemente pericoloso. L’autonomia è un programma sospetto, noi sappiamo quali sono i paladini delle creazioni regionali e delle autonomie legislative nelle vostre provincie. Chi troviamo noi fra questi paladini? Troviamo il partito popolare, quello socialista e comunista e gli slavi e vi chiedo se volete mettervi in tale buona compagnia. E si capisce perché il partito popolare sia autonomista perché gli elementi direttivi del partito popolare vedono le cose da molto lontano e se essi possono costruire delle autonomie regionali, attraverso quelle autonomie possono arrivare a quella forma federale dello Stato italiano che rinverdisca il problema di quelle rivendicazioni temporalistiche che oggi nell’attuale unità non trovano modi di realizzazione (!!!)». «Non può esistere oggi un’autonomia legislativa. Non ci possono essere due statuti giuridici, uno statuto giuridico per i cittadini del vecchio regno e uno statuto per i cittadini delle nuove provincie sia nel campo del diritto privato, sia nel campo del diritto pubblico. È necessaria l’unificazione legislativa ed è sommamente pericoloso che voi liberiate la strada a coloro che sono per i loro postulati internazionalistici, i nemici eterni della nazione». Una voce da Bolzano A questo punto il segretario Bianchi legge un telegramma dei fascisti di Bolzano il quale suona: «Leggi austriache, oggi come ieri, servono a colpire italiani loro diritti, e ad esimere i tirolesi dai loro doveri. Vergognosa farsa opzioni concede col salvacondotto Roma-Trento la cittadinanza ai maggiori nemici denigratori nostri, confermando loro azione passata incitandola per l’avvenire. La lotta non cessa contro impiegati nostri; condizioni delle scuole italiane sono pietose; il censimento è affidato alle autorità tirolesi; da esso appaiono tedeschi gli stessi fascisti! La politica di asservimento e di dedizione di ogni autorità, le accuse pubbliche lanciatesi vicendevolmente e pubblicamente contro i responsabili impongono al convegno fascista di Trieste di pronunciarsi per la lotta senza riserve e per la condanna dell’Ufficio centrale e del Governatorato di Trento. Tale voto risponde al principio fondamentale del partito imponente la lotta contro i parassiti della Nazione; ed esprime sentimento unanimemente espresso dall’Italia tutta». Questo telegramma – riferisce il Popolo – fa molta impressione e Storace s’alza per rincarare la dose. Dopo di lui parlano alcuni altri, attaccando l’amministrazione di Salata, come antinazionale e si finisce col votare il seguente ordine del giorno: L’ordine del giorno «Il Congresso interregionale dei Fasci delle nuove provincie, premesso il proprio giudizio assolutamente sfavorevole all’opera dei senatori Salata e Credaro e alla loro permanenza in carica, si augura che la Direzione del partito e il Gruppo parlamentare fascista propugnino la soppressione dell’Ufficio centrale per le nuove provincie e l’estensione ad esse – nel più breve termine di tempo possibile – della legislazione e degli ordinamenti del regno, ritenendo politicamente pericoloso il sistema della autonomia». Prima di passare alla votazione, Mrach dichiarando di non condividere completamente il giudizio espresso sulle autonomie, propone che l’ordine del giorno venga diviso in due parti; e precisamente una per quanto riguarda l’atteggiamento da prendere in confronto di Salata e Credaro, e l’altra per quanto si riferisce all’autonomia. La proposta è accettata. Si procede quindi alla votazione: la prima parte risulta approvata all’unanimità, nell’altra non si hanno che due voti contrari e un astenuto. Questo convegno non ha bisogno di ulteriori illustrazioni. Esso dimostra l’incompetenza assoluta di quasi tutti gl’interlocutori a trattare delle nostre questioni. La confusione che si è fatta tra i criteri politico-amministrativi dell’attuale capo dell’Ufficio centrale e la funzione dell’Ufficio centrale stesso, tra la politica dell’on. Credaro e la questione autonomistica dell’Alto Adige, fra la politica estera del sen. Salata e le sue tendenze autonomistiche, fra le autonomie delle Nuove Provincie e il regionalismo italiano prova solo che il convegno fascista era del tutto impreparato a discutere e a deliberare su tali problemi. Si è dovuto ammettere che sull’opera del sen. Salata, almeno quale capo dell’Ufficio centrale (ché la sua opera di diplomatico riguarda puramente la sua persona, non l’ufficio) era necessaria un’ulteriore inchiesta e tuttavia si è finito coll’esigerne la destituzione. A Credaro non si fece nemmeno il processo; fu condannato per giudizio statutario. Dell’Ufficio centrale benché sia stata ammessa la necessità di creare una qualche cosa di simile per un periodo di transizione – si chiese l’abolizione pura e semplice. Infine si proclamò politicamente pericoloso il sistema dell’autonomia. Ora noi non crediamo che le persone di governo, prese di mira, possano pericolare per un ordine del giorno il quale in fondo è più innocuo della campagna che dagli stessi circoli viene fatta per mesi e per anni contro di loro; ma quello che ci deve preoccupare in tutta quest’agitazione è lo spirito antiautonomista, e centralista che la pervade. Se questo spirito animasse i soli aderenti dei fasci l’allarme potrebbe essere limitato, ma disgraziatamente esso si combina colle tendenze della burocrazia centralista, la quale ora rialza minacciosamente la testa. Il vero significato della lotta Noi non ci siamo mai illusi sul vero significato della lotta che si è ingaggiata contro l’Ufficio centrale. Non è il criterio politico di un uomo né i difetti e gli errori di un ufficio che si vuol colpire. La botta mira più in fondo. Abbattendo l’Ufficio centrale si vuole scuotere le basi ancora fresche delle commissioni consultive, si vuole limitare l’influsso dei nativi sulla sistemazione delle Nuove Provincie, si vuole uniformare l’amministrazione e la legislazione senza tener conto del buono che dovrebbe permanere, e si vuole distruggere ogni possibilità di ricostituire le nostre autonomie locali. Due preoccupazioni guidano questa mossa, l’una di carattere regionale, la quale teme che le autonomie ritardino l’assimilazione dei tedeschi e degli slavi, l’altra di carattere nazionale, la quale teme che un esperimento autonomistico ben riuscito nelle Nuove Provincie favorisca il decentramento regionale in tutto l’organismo statale italiano. Sarebbe cecità il nascondersi che tali preoccupazioni possono far presa anche su circoli non fascisti. La seconda, quella di carattere generale, è condivisa da tutti i tradizionalisti e centralisti, anche se non tutti condividano coll’on. De Stefani la stupida paura che i popolari pensino al regionalismo come ad una soluzione della questione romana. Essa ci dice che fra le nostre autonomie e il movimento regionalista nel Regno esiste un nesso logico, e che per quanto noi ci sforziamo di tener disgiunti i due problemi, di fatto noi non arriveremo alla ricostituzione delle nostre autonomie, se contemporaneamente nelle vecchie provincie non si rafforzerà il movimento decentratore. Di qui l’importanza capitale del Partito popolare italiano. La prima preoccupazione di carattere regionale deve venir combattuta sovratutto da noi. Siamo noi, redenti, che dobbiamo offrire all’opinione pubblica la garanzia della nostra esperienza e della nostra italianità per convincerla che il sistema autonomistico rappresenta il mezzo migliore per amicarci e quindi per assimilare gli allogeni. Sulla necessità di questa tattica e sulla necessità che tale tattica corrisponda alla realtà non si insisterà mai abbastanza. In Italia senza il favore della pubblica opinione non è possibile nessuna riforma. Per arrivare quindi alla ricostituzione autonomistica, non basta reclamarla con energia o con copia di argomenti; bisogna riuscire a vincere i pregiudizi e a convincere il pubblico del valore nazionale che può avere il nostro assetto amministrativo. Infine ci sia lecita un’altra conclusione. Sull’inizio della campagna elettorale amministrativa il Partito popolare ha proclamata la necessità di dare all’elezioni comunali il significato di un’affermazione autonomistica. Sembrò a taluni superfluo. Il convegno di Trieste li disinganni. Anche nelle Nuove Provincie si porta la lotta contro la tendenza che qui è condivisa da tutti i più importanti partiti politici. Conviene quindi insistere nell’affermare i nostri postulati. Per raggiungerli c’è bisogno di una grande energia e di una grande concordia. "} {"filename":"fbdbf0b4-63b4-4015-b007-3417c38d17ba.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Papa Benedetto Decimoquinto è morto stamattina alle ore 6. Quando Giacomo dei marchesi Della Chiesa entrò in Vaticano per il Conclave forse nessuno al mondo pensò ch’egli non ne sarebbe più uscito. La folla che si accalcava dinanzi alle porte di bronzo donava i suoi sguardi riverenti insieme e curiosi ad altri che non era l’arcivescovo di Bologna dalla piccola statura e l’andatura alquanto claudicante e il viso stampato di magrezza. Perfino il sarto che prepara le tradizionali tre sottane candide, secondo narrano le cronache, non prese affatto in considerazione il cardinale Della Chiesa. E perfino i giornali, ch’è tutto dire. La scarna figura del porporato entrò e scomparve nel Vaticano immenso senza quasi che nessuno se ne accorgesse. Venuta l’ora del Conclave – era il tramonto del 31 agosto 1914 – la sorte assegnò al cardinale di Bologna la stessa cella che undici anni innanzi era toccata al cardinale di Venezia il quale ne usciva papa col nome di Pio X . Tre giorni più tardi Giacomo Della Chiesa ne usciva papa anche egli. Col nome di Benedetto XV. La sua piccola figura magra, tolta tre giorni prima allo sguardo del mondo profano, ricompariva, nel candor delle vesti pontificali, trasfigurata, assunta alle altezze di un simbolo, simbolo arduo e spirituale come la vetta d’un monte che risplenda nella luce dell’alba. Tutto un mondo, il mondo cattolico, era ai suoi piedi, risentendo, nell’entusiasmo che in quel momento era orazione, il fremito della propria vitalità profonda. E su quel mondo, su quell’entusiasmo, su quella orazione Benedetto XV dette la sua prima benedizione. Lontano, nel cielo d’Europa, balenavano le prime vampate della guerra più spaventevole. Mai nessuno forse uscì dal Conclave atteso veramente principe della pace come ne uscì papa Benedetto. Ed egli veramente non lasciò deluso nessuno. Fin dal primo momento, riguardando dall’alto i campi d’Europa orribilmente devastati, egli, il candido pontefice, misurò nel cuore le sconfinate sciagure che segnano il dominio della terra, e il cuore paterno disse: «Io non vorrò altra signoria che quella delle anime; qui la guerra non avrà presa; nello spirito del Cristo è e deve essere la fratellanza di tutti gli umani». Così disse colui che per le nostre povere menti era quasi l’ignoto, e che pure, nella sua evangelica opera di sette anni, doveva abbracciare tutti i popoli, tutti i problemi, tutti i dolori, finendo col raccogliere l’ammirazione fino dei nemici dichiarati della Chiesa; colui che doveva dimostrare, forse come pochi dei suoi antecessori, che veramente attraverso l’opera del papa si dilata il regno di Dio e si preparano al Cristo nuove pacifiche conquiste di anime in tutti i continenti, dove l’urto degli odi umani ha mietute più vittime e ha seminate più rovine. Oggi, mentr’egli giace sul letto di morte, interrotta per sempre quella prodigiosa sua attività che non pareva dovesse aver mai esaurimento, dall’oriente un’alba piena di promesse proietta un raggio di luce nuova sulla sua fronte ormai irreparabilmente reclinata, e l’occidente cerca ansioso dove sostare per trovare quella pace che egli, egli solo seppe additare nei fondamenti del diritto cristiano quando inutilmente si cercava altrove. Uno dei fenomeni più impressionanti di questo dopo guerra è appunto la premura colla quale i popoli tutti, senza distinzione di vincitori e vinti, hanno fatto a gara per avvicinarsi al papato, per assicurarsi il suo favore e chiedere il riconoscimento della loro esistenza e legarsi ad esso mediante trattative e rapporti ufficiali. Indubbiamente in molti casi questa corsa verso Roma fu motivata da ragioni, diremmo così, materiali, dall’interesse nazionale, ma in molti, moltissimi altri questa corsa significò veramente il riconoscimento dell’autorità morale senza confronti che il pontefice esercitava nel mondo. E anche quando il motivo principale fu l’interesse, anche in fondo a questo interesse era lo stesso riconoscimento, perché è troppo chiaro che nessun governo e nessun popolo potrebbero pensare ad amicarsi chi non ha nessun valore nella vita dei popoli. Ma, ammesso anche che gli accordi coi governi abbiano un valore parecchio relativo; ammesso che in molti casi essi non rappresentino che i risultati dei calcoli e dei compromessi della politica militante; c’è sempre qualche cosa che va al di sopra e al di là di tutti i possibili governi e di tutti i possibili parlamenti; ed è il sentimento, è il cuore, è l’anima dei popoli che da sette anni guardava a Roma con un sentimento di fiducia che a nessun altro concesse. A questo sentimento, a questo cuore, e quest’anima ha parlato Benedetto XV, con mille atti e con mille parole fino dal primo istante nel quale i popoli furono chiamati alla prova terribile della guerra, Ed essi sentirono subito che il papa soltanto era in una sfera inaccessibile ai compromessi e alle corruzioni e ch’egli solo poteva essere l’interprete sincero delle loro aspirazioni e dei loro bisogni. Nelle stesse accuse che – in tetre ore di confusione – si rinnovavano qua e là contro il papa, era un implicito riconoscimento che dal papa tutto si poteva aspettare, tutto sperare. In un giorno non lontano, dalla tribuna del Senato francese, un signore di cui non ricordo più il nome, ha lanciata, in tono d’accusa, questa frase; «Il papa appare quando viene l’ora della depressione dei popoli». E sì, è anche vero. Nell’ora della depressione, mentre da una parte gli uni si accaniscono contro gli altri, e dall’altra tutti si raccolgono avidi intorno ai loro materiali interessi, e tacciono, il papa interviene; compare fuori e sopra della mischia, fuori e sopra degli interessi, e parla ai popoli colla voce più alta e più pura che sia loro mai giunta. Non come il più forte che viene a strangolare il più debole; non come l’avvoltoio che si getta sulla carogna, avido di scarnarla; ma come il rivendicatore e l’annunziatore, come colui che nell’oscurità promette la luce, come colui che tra gli urli della morte grida la parola di vita. Ricordate quella tragica ora quando la guerra mondiale pareva avere raggiunto il suo furore massimo, e il Belgio pareva completamente scomparso dalla carta geografica per la ferocia dei tedeschi, e alla Serbia si stava preparando qualcosa di non troppo dissimile da quanto era toccato al Belgio; ricordate la lettera ai popoli in conflitto e ai loro capi – a quelli prima, poi a questi – che papa Benedetto scrisse nel primo anniversario dalla conflagrazione ? «Le nazioni non muoiono, vi era detto. Umiliate e oppresse, portano frementi il giogo loro imposto, preparando la riscossa e trasmettendo di generazione in generazione, un triste retaggio di odio e di vendetta. Depongasi il mutuo proposito di distruzione e si ponderino con serena giustizia i diritti e le giuste aspirazioni dei popoli». Nell’ora della più grande depressione dei popoli era questa la più alta, la più forte, la più solenne proclamazione dei loro diritti. E i popoli se ne mostrarono riconoscenti. Oggi, attorno al letto di morte di papa Benedetto, essi sono raccolti nell’unanimità d’un dolore sincero. È morto il papa dei popoli. È morto colui che benediceva quando tutto era maledizione, che dava pane ai bambini, alle vedove, ai feriti, ai prigionieri quando tutti i popoli, diventati eserciti schierati in campo, si scambiavano fucilate, cannonate, nubi di gas asfissianti. Ed è morto mentre questi popoli di lui avevano ancor tanto di bisogno. "} {"filename":"74b49c61-56da-4414-9f28-080be03552dc.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 22. Nel pomeriggio, sperduti in mezzo ad una folla enorme e cosmopolita che sboccava da tre lati nella piazza di S. Pietro, l’on. Cingolani ed io abbiamo accompagnato don Sturzo nell’andata in Vaticano. Siamo proceduti a stento fino all’obelisco, ove una massa più fitta s’era come accampata a guardare in alto verso quelle due finestre nelle quali questi ultimi giorni e quest’ultime notti si erano fissi tanti sguardi ansiosi. Ma di lì, fino al portone di bronzo, la fiumana faceva ressa così che si poteva procedere solo ad ondate. Tuttavia abbandonandosi al flusso periodico della massa si sarebbe arrivati alla porta fatale relativamente presto se don Sturzo, già riconosciuto e indicato a dito, non fosse stato circondato subito dalle attenzioni, dagli omaggi, dalle strette e dalle… gomitate intenzionalmente amichevoli di centinaia di più o meno ignoti fratelli di tutte le provincie d’Italia. Non fu certo irriverente pensiero il mio se anche durante il pellegrinaggio di lutto per il Sommo Sacerdote, abbozzai, come lo permetteva l’ondeggiare della folla, questo ragionamento: questo sacerdote smilzo e nullappariscente, pur lavorando su di un terreno laico ha riguadagnato alla veste talare un prestigio che nessun’apologia sarebbe valsa a ricondurre alla primiera altezza, dopoché la si era per tanti anni disprezzata e lasciata insultare. O tempora, o mores! Muore il pontefice romano, ministri d’Italia si mescolano fra la folla peregrinante e dolente, e un prete, professore di un seminario siciliano, alunno dell’università gregoriana – lo ricordo perché proprio adesso abbiamo salutato il cardinale Billot – attraversa piazza S. Pietro, assieme alla presidenza del gruppo parlamentare, per deporre ai piedi del Padre estinto l’omaggio di devozione e di fede del più grande partito costituzionale italiano. Noi ci guardiamo attorno in questo anfiteatro in cui i secoli che scomparvero nell’abisso del tempo, sembra si siano dati un ultimo convegno, per lasciarci una loro orma marmorea, e chiniamo il capo, confusi e umiliati per l’inanità degli sforzi umani e la povertà delle nostre costruzioni e previsioni politiche… Automaticamente, quando salivamo la gradinata, il mio pensiero si staccò dalle considerazioni generali e volò alla mia terra natia. Di qui ero passato in un momento decisivo per la nostra regione, nella primavera del 1915, alla vigilia della guerra. Vidi allora il segretario di Stato ed altri prelati, ma chiesi anche un’udienza a Benedetto XV, che allora si diceva ancora il papa nuovo. L’udienza fu lunga e cordialissima . Com’era la natura del mio compito, parlai ed ottenni affettuosa risposta circa interessi religiosi ed ecclesiastici, ma la conversazione che il Sommo Pontefice protrasse con grande affabilità, cadde, com’è naturale, sulla guerra europea e sulle sue vittime. Ora, benché il papa, com’era prevedibile, si esprimesse colla più rigida oggettività e colla maggior precauzione e io stesso comprendessi il dovere di essere discreto al massimo grado, potei ritrarre dal suo dire non solo la chiara convinzione ch’egli soffriva immensamente di non trovar modo di salvare il Belgio, ma, quello che mi toccava più davvicino, che Benedetto XV intravedeva tutta l’angosciosa situazione dei suoi figlioli delle terre allora irredente e che ne comprendeva le naturali aspirazioni. Ero entrato nella biblioteca del papa, accompagnato fino alla porta da un prelato tedesco, ch’era in quel giorno di servizio, e che più tardi doveva acquistare una così sfavorevole fama politica e quel monsignore m’aveva parlato della guerra e della neutralità che ne avevo provato vivo disgusto. Tanto più sollevato uscii dall’udienza del pontefice ove, pur senza che fosse turbata quella riservatezza di linea che s’era imposta la S. Sede, avevo sentite risuonare delle vibrazioni che venivano da un paterno cuore italiano. Quell’udienza mi fu di conforto in tutte le ore tristi che seguirono poi. E quando scoppiò il conflitto fra il governo austriaco e il vescovo di Trento, nessuna pressione che fu messa in atto anche da parte ecclesiastica mi fece mai dubitare del senso di giustizia, dell’intuito e del cuore di Benedetto XV. E chi ha avuta la sorte di frequentare come me l’eroico esule di Heiligenkreuz, sa che le parole di Benedetto XV, arrivate attraverso l’Europa centrale in armi e apparentemente trionfatrice, alimentarono in mons. Endrici quella forza che lo doveva fare l’antesignano e il più illustre rappresentante della resistenza morale del Trentino. Onde salendo l’ampia scalea, su cui in questo momento salgono e scendono i diplomatici o i figli illustri di grandi paesi, io, modesto figlio delle nostre montagne, porto il tributo di riconoscenza di una piccola regione, che, sotto il pontificato di Benedetto XV, ha avuto la fortuna di unificare in un solo affetto la devozione per il vicario di Cristo e l’amplesso della patria italiana. (d) "} {"filename":"2216189c-6377-4b38-abd8-e42ae2cfd58d.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Non è il caso di rifare qui la storia – ormai nota a tutti – delle tristi vicende passate da mons. Endrici durante la guerra e dell’eroico suo contegno di fronte alle lusinghe, alle minacce e alle vessazioni dell’allora imperiale e regio governo di Vienna per cui egli giustamente passerà alla storia col nome glorioso di «Mercier d’Italia» . Ma non sarà inutile, fra i tanti ricordi che, nell’occasione della morte di Benedetto XV, si sono riesumati intorno alla figura del pontefice defunto, richiamare un istante quello dell’ampio appoggio che questo stesso pontefice dette al vescovo di Trento in questi tristi momenti, quando il contegno inqualificabile del governo austriaco era inteso, come si sa – attraverso prima la prigionia di S. Nicolò, poi il trasporto e il processo a Vienna, e da ultimo la relegazione a Heiligenkreuz – a togliere mons. Endrici dalla sede vescovile di S. Vigilio attentando, in una maniera senza precedenti, alla libertà della Chiesa e instaurando, in modo e in misura anche peggiori, i sistemi del tempo famoso di Giuseppe II. Basterà citare due documenti soli. Mons. Endrici, naturalmente, per mezzo del nunzio di Vienna, aveva messo al corrente il papa delle tristi condizioni in cui versava. Altrettanto, ma in ben altra forma, aveva fatto il governo austriaco. Se non che il papa – come aveva sostenuto il vescovo prima che la bufera scoppiasse in tutta la sua tragica pienezza, ancora negli anni di pace in cui, per la nota guerra contro il Volksbund, la posizione di mons. Endrici era già diventata pericolosa – così lo sostenne ora che il momento più terribile della prova era giunto. In data 13 settembre 1916, in risposta alla sua relazione, il vescovo riceveva, a firma del cardinale segretario di Stato Gasparri , la seguente lettera: «Il Santo Padre ha ricevuto l’esposto direttogli dalla S. V. III.ma e Rev. ma il primo dello scorso mese di agosto sulla sua attuale situazione di fronte a codesto I. e R. Governo. Sua Santità è addolorata per le gravi difficoltà a cui Ella è esposta e prega il Signore di volerLa confortare e sostenere nella prova che V.S. attraversa. Desidera intanto l’augusto Pontefice assicurarLa nuovamente del Suo paterno affetto e del Suo vivo interessamento per Lei … Nell’eseguire il venerato incarico affidatomi dal Santo Padre io profitto volentieri dell’occasione per affermarmi con sensi di distinta e sincera stima ecc.». Una lettera ancora più eloquente è questa, scritta di proprio pugno dal Pontefice: «BENEDICTUS PP. XV. Salute e apostolica benedizione. Abbiamo appreso con vivo compiacimento la notizia che il giorno 28 corr. coronerà felicemente il quinto lustro da che Voi, o Venerabile Fratello, offriste la prima volta sul divino altare l’incruento Sacrificio. Questo pio e soave ricordo non può fare a meno di commuovere profondamente il Vostro cuore e di farvi gustare novellamente le ineffabili dolcezze delle primizie sacerdotali. Ma a questo motivo di spirituale letizia altro e non minore verrà ad aggiungervi se Voi, o Venerabile Fratello, volgendo indietro lo sguardo contemplerete cogli occhi della mente la lunga via percorsa santamente, lavorando con infaticabile zelo nella vigna del Signore. Voi la vedrete infatti seminata di consolanti frutti di vita eterna raccolti colla perseverante attività di un alacre e zelante apostolato rivolto interamente alla gloria di Dio e al bene delle anime. A questo duplice riflesso Noi pure, che nella Nostra qualità di Padre comune partecipiamo come alle pene così ai gaudi dei figli Nostri, non possiamo non esultare con Voi di santo giubilo, e, mentre Vi esprimiamo le nostre vive felicitazioni, Ci gode l’animo di confermarvi in questa fausta circostanza i sentimenti della paterna benevolenza di cui meritatamente Vi circondiamo e della quale vogliamo darVi testimonianza impartendovi di tutto cuore, o Venerabile Fratello, l’apostolica benedizione. Dal Vaticano, li 14 ottobre 1916. BENEDICTUS PP. XV.». Nella parola che, direttamente o indirettamente, per mezzo del nunzio a Vienna, gli inviava il Santo Padre, certo il vescovo di Trento trovò uno dei maggiori incoraggiamenti alla sua eroica resistenza per la libertà propria personale e per quella della Chiesa. Le prove di benevolenza del defunto pontefice verso la diocesi tridentina e il suo pastore non sono soltanto qui. Molte, moltissime altre si potrebbero aggiungere se il tempo e lo spazio non mancassero. Ma basteranno queste due come quelle che, appartenendo al periodo forse più torbido che il nostro paese abbia mai attraversato, sono destinate ad essere delle più significative e a lumeggiare meglio l’eroica figura del vescovo di Trento accanto a quella del grande papa defunto. E sono anche destinate, ogni volta che le richiamiamo alla memoria, a farci risentire in petto tutto l’orgoglio di essere nati da questa gloriosa italica terra trentina e d’essere in pari tempo figli devoti della Chiesa di Cristo e del suo augusto Capo. "} {"filename":"4b75273c-f780-4308-83f3-5786c805bc40.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, giovedì grasso. Dicono che oggi sia carnovale, e infatti ritornando a Montecitorio, ho visto qualche maschera scarrozzare sul Corso. Ma qui dentro è giornata di quaresima. Nei corridoi e nella sala dei passi perduti vagano delle ombre stanche e squallide. Portano però tutte la maschera del proprio volto. Rimanendo nello stile della giornata, al curioso lettore di provincia farò qualche presentazione. Cocco-Ortu , detto anche semplicemente Cocco, deputato di Cagliari, ministro di Stato, ottantenne, alto, magro, segaligno, indurito a tutti gl’intrighi e a tutte le crisi, navigatore di lungo corso nel mare parlamentare. Per ogni situazione ha un precedente storico da far valere o un espediente da sfruttare. Parla irrequietamente, sibilando a traverso una dentiera sconnessa parole maligne e interiezioni acide. Cocco è uno dei presidenti delle democrazie riunite, ch’egli dirige col vecchio sistema degli agguati e degl’infingimenti. Sorride quando gli parlate d’idee e di programmi, s’illumina o si oscura quando gli parlate di uomini. Ha fatto la crisi, perché i ministri democratici del ministero Bonomi non gli piacevano e voleva piazzare degli altri. Seguendo l’ispirazione del suo coetaneo Giolitti, vibrato il colpo, non credette alla profondità della ferita e sperò di rimarginarla rapidamente con degli scongiuri verbali. Ora il sardo schizza veleno. Sul volto però porta tuttavia la maschera della disinvoltura e in qualche intermezzo anche la maschera della benevolenza verso gli… alleati popolari. De Vito Roberto , deputato di Teramo, già ministro dei Trasporti con Nitti. 55 anni, barba cappuccinesca, gran compilatore confusionario di decreti e relazioni, secondo presidente delle democrazie (i due gruppi sono riuniti, ma non ancora fusi) e congiurato con Cocco per abbattere Bonomi, o meglio il ministro dei L.L. P.P., di cui attende la successione. Né l’uno né l’altro sono giolittiani ad oltranza, ma assecondano Giolitti per omogeneità di tradizioni parlamentari e per il proposito di fiaccare il partito popolare. Parlano di alleanza, ma intendono servitù sotto un padrone che, come il deputato di Dronero, vuole servirsi dei nuovi alleati per aumentare il potere dei vecchi amici. Pasqualino Vassallo, deputato di Caltanissetta sessantenne, faccia glabra e occhi da camorrista, già ministro delle Poste con Giolitti 20-21; giolittiano, fino ad un certo punto, anzi prontissimo ad abbandonarlo per seguire Orlando. L’importante è di arraffare un portafoglio, indifferente quale, purché gli serva a mantenere quella specie di proconsolato che per disgrazia della Sicilia esercita oramai da parecchie legislature. Fu identificato come il terzo promotore della crisi che vorrebbe ora liquidare comunque, a proprio beneficio. De Nicola, 45 anni, il più brillante, il più energico, il più abile presidente che si possa immaginare. Ma sospinto sulla ribalta della crisi, si chiude nel chiostro d’impenetrabili resistenze. Appena fatto il suo nome, egli ha tolto non solo il contatto telefonico, ma ha tagliato corto con ogni approccio, con ogni avvicinamento di consiglieri e di amici, rifiutandosi di aprire i telegrammi e le lettere. È rimasto l’Amleto di questa crisi che si è avvolta intorno a lui, senza discoprirlo. Quale sarebbe stato il suo programma politico? Certo l’orientamento di sinistra. I suoi metodi? Certo i metodi dell’uomo nuovo che tiene conto della trasformazione portata nella Camera dall’organizzazione dei gruppi. Per questo tutti gli antitradizionalisti lo invocavano. Era l’iconoclasta del vecchio Montecitorio. Ma non volle. Perché? Chi accenna a ragioni personali, chi a quel suo stato nevrotico che talvolta dal banco della presidenza può sembrare energia, ma che forse egli ha la coscienza sia per un uomo di governo una debolezza. È certo però che vi sono anche delle ragioni parlamentari. De Nicola deve essersi detto: Il mio metodo è troppo antigiolittiano per venir tollerato a lungo dal Vecchio. Riuscissi anche oggi, mi silurerebbe domani. Sono giovane, attendiamo tempi più tranquilli. Orlando, 62 anni, capelli bianchi, bel volto sorridente, parlatore sonoro e ornatissimo, professore di diritto costituzionale, con molta erudizione giuridica e nessuna coltura sociale, foggiatore di frasi fatte e improvvisatore alato e sentimentale. In politica è più vecchio di Giolitti, ma più onesto e più sincero di lui. In questa crisi amò la posa del «miles gloriosus». Si ribellò in principio a essere chiamato egli, già presidente del Consiglio, in seconda linea, dopo il giovane napoletano; ma ora accetterebbe anche la successione di terzo grado. Orlando rappresenta lo sbocco più irrazionale della crisi o meglio non significa sbocco, vuol dire imbarazzo, passerella, differimento della battaglia. I giolittiani lo sopporterebbero come il male minore, consolandosi che salverebbe almeno la forma delle tradizioni se non la tradizione degli interessi. Facta di Pinerolo, già ministro della Giustizia con Orlando e ministro delle Finanze nel 1° ministero Giolitti, amico incondizionato del vecchio, ma galantuomo, lontano da ogni camorrismo; figura onesta, ma limitata, senza attitudini direttive. Amico di Giolitti, ma non del giolittismo. Significa una luogotenenza o una conversione? Vice "} {"filename":"0805815c-6b1d-44d6-84c9-efc9e095b6ae.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 20 notte. Oggi seduta d’interpellanze, e perciò calma e poco frequentata. La presiede TOVINI. Il primo degli interpellanti è l’on. MEDA. Egli svolge una sua interpellanza sul servizio giudiziario e sui possibili provvedimenti per ripararvi. Gli risponde il ministro guardasigilli on. LUIGI ROSSI, a cui risponde a sua volta l’interpellante. Segue FLOR che interroga sulla politica governativa nella Venezia Tridentina. Flor discorre per quasi due ore esponendo dei lagni circa la ricostruzione e il risarcimento dei danni, la sistemazione degli impiegati e il trattamento agli invalidi, la introduzione della legge sulla disoccupazione e le ferrovie e le forze idrauliche, le elezioni dietali, le autonomie, l’introduzione del codice civile e… chi più ne ha, più ne metta. Citato a proposito dell’introduzione del codice da Flor, potè l’onor. RO- DOLFO GRANDI intervenire per dichiarazione di fatto personale, sostenendo le ragioni che militano in favore del differimento dell’introduzione del codice. GIUNTA, in dichiarazione per fatto personale, sostiene invece il contrario. DEGASPERI, svolgendo una sua interpellanza al presidente del Consiglio sulla politica del governo nella Venezia Tridentina, dichiara di volersi restringere al solo problema politico-amministrativo, rimettendo la trattazione dei problemi economici alla discussione dei rispettivi bilanci. Sistema sconquassato e palleggiamento di responsabilità Una delle ragioni della deplorata mancanza direttiva nella politica delle nuove provincie è lo sconquassato sistema con cui vengono amministrate e la mancanza di una diretta responsabilità politica degli amministratori. Cita i decreti del luglio e agosto 1920 per dimostrare l’esistenza di questa confusione e l’interferenza tra i poteri dei Commissari e l’Ufficio centrale, d’onde il palleggiamento di responsabilità tra i commissari e la presidenza del Consiglio: dissenso ormai evidente, questo che manifestasi anche in comunicati alla stampa e che danneggia e compromette l’autorità dello Stato. La mancanza di cooperazione tra il centro e la periferia ritarda anche il lavoro di sistemazione delle commissioni consultive e dà la sensazione che il loro parere non abbia effetto. La cosa è aggravata perché i singoli ministri agiscono e emanano decreti senza sentire l’Ufficio centrale e i commissari. In tal riguardo il decreto del 22 luglio rimase lettera morta . Durante la crisi e anteriormente i popolari pensarono di rimediarvi proponendo la nomina di un uomo responsabile di tale politica innanzi al Parlamento e in grado di controllare e coordinare l’opera di sistemazione legislativa assistendo al Consiglio dei ministri. Per gelosia di competenze si riuscì solo a una soluzione parziale e transitoria. L’oratore spera almeno che il governo di fatto terrà parola e attende l’emanazione del decreto dichiarando in proposito di poter parlare a nome di tutti i deputati italiani delle nuove provincie. La convocazione delle diete Circa la convocazione delle diete, urge di riconvocarle, ma conviene prima prepararne lo statuto. Il governo deve avere in tale lavoro la direttiva che oramai non può essere che quella autonomistica consacrata nella legge d’annessione e in altre manifestazioni come nella relazione dell’on. Giolitti al Re per l’emanazione dello statuto in cui riconoscesi il potere legislativo di queste diete, e nel decreto della costituzione delle giunte provinciali in data 31 agosto 1921 . La questione degli impiegati Parlando degli impiegati, l’oratore insiste per l’assimilazione dei funzionari ex regime e per la disagiata residenza facendo appello all’on. Casertano, come al capo dell’amministrazione da cui questi funzionari dipendono, perché voglia unirsi ai deputati e ottenere dal tesoro l’indennità che, non essendo diminuito il caroviveri, non si può abbandonare. Associasi FLOR per la parificazione delle pensioni agli invalidi, riservandosi una trattazione speciale in altra sede. Zona mista e minoranze italiane Avendo infine FLOR accennato al problema dell’Alto Adige con parole di equità per i tedeschi, DEGASPERI dichiara di condividere tale criterio generale, ma afferma che, nella pratica, devono prima esser risolti i problemi pregiudiziali riguardo alla zona mista e alle minoranze italiane in zona tedesca e conclude augurando che questo dibattito fatto di straforo in sede d’interpellanza convinca Camera e governo che la amministrazione delle nuove provincie merita considerazione come problema che deborda in interesse nazionale. CASERTANO premette che non potrà dare una risposta esauriente poiché gli interpellanti hanno sconfinato dall’oggetto delle loro interpellanze. Riconosce tutta la importanza dei problemi sollevati i quali non interessano soltanto le popolazioni delle nuove provincie, ma tutto intero il paese. Afferma però che il governo non ha omesso di rivolgere tutte le sue più affettuose premure a quelle nobili regioni. Ricorda le somme ingenti che lo Stato italiano ha erogate a questo effetto per beneficenza, per la ricostruzione degli abitati e per i risarcimenti di guerra. Per quanto riguarda la sistemazione degli impiegati provenienti dal cessato regime, ne riconosce la gravità, ma ne espone anche la complessità. Da ciò la ragione dell’indugio lamentato. Conferma però che con recente disposizione è stata concessa a quegli impiegati una anticipazione di 1000 lire. Quanto alla loro assimilazione agli altri impiegati statali, essa sarà un fatto compiuto entro il 30 giugno in occasione dell’attuazione della riforma dell’amministrazione dello Stato. Ricorda la legittimità del desiderio di una sollecita convocazione della Dieta provinciale, ma ricorda che queste diete sotto l’Austria, avevano funzioni semi-legislative. Occorreva quindi esaminare il problema con la maggiore ponderazione. Confida però che presto il desiderio degli interpellanti potrà essere soddisfacente, essendo intendimento del governo di attuare per decreto, in virtù dei poteri concessigli dalla legge per la riforma dell’amministrazione, un nuovo ordinamento il quale, sopprimendo molto del controllo statale, meglio rispetti le autonomie locali e possa quindi trovare applicazione anche nelle nuove provincie. Crede che il ministro guardasigilli non mancherà di tenere conto delle osservazioni fatte dagli interpellanti in ordine all’estensione del codice penale e di quello di procedura penale. Assicura che il governo esaminerà, anche col maggior desiderio di soddisfarle, le legittime domande delle popolazioni del Trentino per quanto concerne le opere pubbliche e la utilizzazione delle energie idrauliche. Conclude dichiarando che il governo riconosce che la terra di Battisti ha diritto a tutta la gratitudine degli italiani e che nulla trascurerà per soddisfare a questo dovere. La risposta di Casertano, come vedete, non sempre a tono, è tuttavia benevola nella forma. DEGASPERI ribatte, dichiarando di attendere i fatti. […] "} {"filename":"92f98f67-3f39-40cb-9ca2-0cefe01efda4.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"«Se voi non avete la forza di dare a queste commissioni consultive maggiori funzioni, se non sentite di avere i mezzi finanziari per costituire un vero e proprio Ministero delle nuove Provincie, noi vi domandiamo l’abolizione di quell’organo burocratico, insufficiente, dannoso, che è l’Ufficio centrale, perché le nostre questioni possano essere portate e discusse entro i rispettivi Ministeri direttamente». (Qui il compagno Flor ci sembra andato troppo innanzi. Noi dubitiamo che la distribuzione delle questioni riguardanti le nostre terre, ai rispettivi Ministeri, e la soppressione dell’Ufficio centrale possano affrettare la risoluzione dei problemi. L’Ufficio centrale può avere i suoi difetti, ma son questi che si devono eliminare. – N.d.R.). I periodi in tondo sono parole del discorso Flor, quelli in corsivo formulano l’obiezione della Voce del Popolo. Già questo contrapposto fra i due deputati dello stesso partito rivela la concezione incerta e contraddittoria ch’esiste sulla nostra questione istituzionale presso gli stessi uomini politici che hanno l’incarico di risolverla. Figurarsi il pubblico delle Nuove Provincie o peggio ancora gli uomini politici e l’opinione pubblica delle vecchie! Non sarà fuori di luogo quindi ripetere qui alcune parole di orientamento. Distinguiamo anzitutto i compiti dell’Ufficio centrale. Secondo l’art. 5 del decreto-legge 22 luglio 1920 l’Ufficio centrale ha il compito: 1. di agevolare i rapporti dei commissari generali civili coi singoli Ministeri, 2. di curare il coordinamento nell’opera di carattere legislativo e regolamentare di detti commissari, nelle due regioni Giulia e Tridentina, sia per quanto riguarda l’estensione alle Nuove Provincie, sia per quanto concerne la sistemazione politica, amministrativa ed economica delle Nuove Provincie… 3. di predisporre, sentiti i commissari generali civili o sopra proposte dei medesimi e con la cooperazione dei Ministeri competenti per ragioni di materia, qualora non sia stata direttamente devoluta la relativa trattazione, i provvedimenti che vengono conservati al Governo centrale ecc. 4. di predisporre… il graduale passaggio dei servizi civili nelle Nuove Provincie ai singoli Ministeri, secondo la rispettiva competenza. Da questo articolo risulta che i compiti dell’Ufficio sono di due categorie: d’indole amministrativa ed esecutiva, come dicastero centrale, sia in confronto dei Commissariati, sia dei vari Ministeri; d’indole legislativa per quanto riguarda estensione delle leggi del Regno e la sistemazione politico-amministrativa delle Nuove Provincie. Stando così le cose il dilemma semplicista posto dal Flor non regge. Potrebbe essere che l’Ufficio centrale come dicastero centrale amministrativo non corrispondesse o potesse venir riguardato addirittura come un inutile o dannosa complicazione burocratica, ma anche in tale caso sarebbe grave errore quello di chiederne l’abolizione, giacché permane il compito principale dell’Ufficio che è quello legislativo. Si consideri che per le nostre Provincie vigono le due leggi di annessione le quali autorizzano il Governo ad estendere le leggi del Regno, coordinandole colla nostra legislazione autonoma locale. Ora non è possibile supporre che l’estensione delle leggi avvenga per decreti, preparati nei singoli Ministeri, a seconda della materia, e deliberati a tamburo battente nel Consiglio dei Ministri, senza che vi sia un ufficio speciale, costituito da tecnici delle due legislazioni che ne combini il coordinamento secondo una precisa linea direttiva di governo. Le deviazioni, già deplorevolmente avvenute da questo metodo logico, hanno portato tali effetti che se l’Ufficio centrale non fosse esistito, ognuno avrebbe compresa la necessità di crearlo. Inoltre che ci starebbero a fare le commissioni consultive se non vi fosse un ufficio che ne coordinasse e mettesse in valore l’attività? Sarebbero delle eliche giranti nel vuoto, senza possibilità di trasmettere il loro movimento. Cosicché per concludere questa parte del nostro ragionamento è dimostrato che quand’anche l’Ufficio centrale, amministrativamente parlando, fosse ormai inefficace o dannoso addirittura, si dovrebbe chiederne, con riguardo ai suoi altri compiti più importanti, non la soppressione, ma alla più la trasformazione in puro ufficio legislativo. Ma noi ci siamo chiesti altra volta: è ciò praticamente possibile ed è veramente utile alla nostra causa? Lasciamo stare che ogni ufficio regionale diventa naturalmente il patrono degl’interessi regionali che rappresenta, per cui, i deputati di queste regioni sarebbero sempre chiamati a sostenerlo – vedi l’esempio delle Terre Liberate –, ma a parte questo compito naturale di patronato, è forse utile che tutta la parte amministrativa, regolamentare e d’organizzazione burocratica venga rimessa all’arbitrio dei singoli dicasteri centrali, che non sanno fino a qual punto debbasi tener conto della legislazione locale? Come controllare l’opera di assimilazione burocratica dal punto di vista autonomista, senza che esista un Ufficio col quale sia doveroso prendere previamente contatto o a traverso il quale debbano passare almeno i più importanti provvedimenti, di carattere amministrativo? Vero è che questo compito ha carattere ancora meno determinato e più transitorio dell’altro; ma ci pare evidente che fino a tanto che non sia definita la questione autonomista, il che vuol dire fino a tanto che non sia stabilito in quale forma e in quale misura debbano sussistere la legislazione e l’amministrazione autonoma locale, non è possibile rinunziare nemmeno all’organismo amministrativo dell’Ufficio centrale, anche se esso, per la difficoltà di precisare i compiti fra l’Ufficio e i singoli Ministeri e per il deficiente coordinamento fra il centro e i Commissariati e per altre ragioni, risultasse manchevole e talvolta imbarazzante. Abbiamo riferito altra volta come durante la crisi venne tentato di risolvere la questione: tentativo che non riuscì se non in piccola parte. Ma oggidì non c’è nulla di meglio da fare che riprendere il cammino ove l’abbiamo lasciato. Bisogna cioè valorizzare l’Ufficio centrale come organo di controllo e di coordinamento legislativo, mantenendo tuttavia i contatti amministrativi coi singoli Ministeri, ai quali siano già stati o stiano per venir rimessi gli affari delle nuove Provincie. Per ottener questo dobbiamo insistere affinché il Ministero Facta mantenga la sua parola, chiami nel Consiglio dei Ministri il capo dell’Ufficio centrale e inviti i singoli Ministeri a non emanare decreti riguardanti le Nuove Provincie, senza che passino prima la trafile della Presidenza del Consiglio. Inoltre, poiché tutto ciò non può avere che carattere transeunte, bisogna affrettare l’opera di sistemazione la quale crei gli organi autonomi regionali e ne stabilisca la competenza. Messe una volta in piedi le rappresentanze provinciali (Diete), l’Ufficio centrale e le commissioni consultive avranno esaurito il loro compito principale e l’assimilazione potrà procedere con maggiore sicurezza e rapidità. Il lavoro va fatto su doppio binario. Da un lato le commissioni devono presentare le loro proposte conclusive, dall’altro l’Ufficio centrale deve avere in pronto uno statuto e un regolamento elettorale delle future Diete. È tempo di richiamare Ufficio e commissioni consultive a quella che è la loro principale ragione d’essere. La causa dell’autonomia sta o cade soprattutto per la forza della commissione trentina. Non bisogna dimenticare che nella Venezia Giulia, se Gorizia e l’Istria sono favorevoli, la città di Trieste, detentrice ormai di una larga autonomia comunale e agognatrice sovratutto del porto franco, non nutre soverchi entusiasmi per quello che è il nostro maggiore postulato istituzionale. Proprio di questi giorni l’organo del senatore Mayer – avversario delle rappresentanze autonome e quindi anche dell’Ufficio centrale – canta inni di trionfo, perché nelle discussioni che si svolgono nel comitato costituzionale della Consulta regionale giuliana si sarebbero rivelate delle forti opposizioni anti-autonomistiche. «Sta il fatto – scrive il Piccolo – che il fronte unico – diciamo così per intenderci – autonomistico che dai conservatori intransigenti veniva invocato a riprova della “volontà popolare” è definitivamente rotto. Rimangono irremovibili nelle posizioni conservatrici popolari e socialisti congiunti in strana alleanza d’occasione: gli uni essendo riusciti, attraverso l’abile politica del gruppo parlamentare trentino ad illudere il partito popolare italiano d’aver trovato nell’ordinamento austriaco quella formola decentratrice e autonomistica, di cui i piani a lunga scadenza di don Sturzo hanno bisogno per la realizzazione del neo-guelfismo cattolico di data recente. Gli altri, essendo vincolati mentalmente per lunga abitudine politica e per costanti atteggiamenti polemici all’idea amministrativa austriaca, nella quale tentano di identificare – ma invano – la riforma della pubblica amministrazione invocata e propugnata dal partito socialista italiano. Il programma conservatore è sostenuto, nella sua forma intransigente, esclusivamente da questi due gruppi, pur trovando qua e là isolati consensi anche in altri campi politici». E altrove: «Se le nostre informazioni sono esatte, dei membri del comitato, che hanno partecipato al dibattito, si sarebbero manifestati risolutamente fautori del programma conservatore i clericali Pettarin e Rinaldini e i socialisti Puecher e Inwinkl: contrari, cioè favorevoli alla unificazione, Bennati , Mrach, Asquini , mentre una terza tesi unificatrice con qualche adattamento decentralizzatore tolto dalla legislazione austriaca, sarebbe stata brillantemente sostenuta dall’avv. Ara ». Noi speriamo che queste informazioni siano inesatte, specie per quanto riguarda l’on. Bennati che è autonomista fervente. Comunque sarà opportuno che la Venezia Tridentina non rimanga indietro e che avvalori la sua unanime dichiarazione autonomista, già pubblicata, con proposte più concrete e più documentate. "} {"filename":"3d8c024d-d654-4da7-84d1-ffd5839c90b1.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Da qualche settimana i conflitti delle fazioni si sono rifatti aspri e cruenti e la sovversione di ogni tradizionale rapporto giuridico è diventata la norma d’azione di taluni aggruppamenti politici così che assistiamo all’avvicendarsi della vendetta alla vendetta con un rapporto sempre più adesivo a un metodo predisposto di aperte offensive e di subdoli agguati. Qua il rancore e l’odio contenuti dalla paura, altrove la violazione non dissimulata di ogni libertà; per di più una crescente mobilità delle fazioni che con la forza del numero, con la rigidità dell’inquadramento, con l’uso metodico della violenza, con l’abbondanza delle armi sono giunte a poco a poco a formare dei veri eserciti che si arrogano una specie di diritto di guerra sovrapponendosi e annullando l’autorità dello Stato . Può darsi che ci si contesti questa nostra visione degli avvenimenti o che ci si accusi di esagerazione, e che contestazione e accusa ci vengano dagli stessi rappresentanti del potere centrale, perché quando, ad esempio, il prefetto di Rovigo assiste imperturbabile al costituirsi di un comando militare fascista nel suo capoluogo e informa sugli avvenimenti in quel modo che tutti sanno il ministro dell’Interno, oppure il sottoprefetto di Crema segnala ai suoi superiori che la calma regna nella città affidata al suo presidio quando per una giornata intera bastava non essere fascista per essere bastonato o per veder invaso il domicilio delle proprie organizzazioni, è chiaro che c’è una zona della burocrazia governativa nella quale la insensibilità e la incomprensione sono l’evidente presupposto di un’assenza assoluta di responsabilità: ma poiché dove non è ordine ivi non è possibilità duratura di convivenza civile e dove lo Stato abdica alle proprie funzioni ivi lo Stato è destinato a perire o, quanto meno, ad essere sovvertito, riteniamo legittimo e doveroso ubbidire all’imperativo della nostra coscienza denunziando uno stato di cose che potrà condurre alla rivoluzione, alla dittatura o all’anarchia, ma non può condurre alla restituzione del diritto e della pace sociale. In fondo in Italia, per colpa dei governi liberali, non è mai stato possibile uno Stato liberale. I liberali italiani sono sempre stati i succubi delle minoranze ardite e violente tanto da diventare costantemente i delegati dell’esercizio del potere, e così è avvenuto che invece di giungere all’inquadramento delle minoranze in una sintesi superiore garantita dall’applicazione e dallo sviluppo delle norme giuridiche, le minoranze hanno potuto rimanere con proprio vantaggio e con danno evidente dello Stato ai margini di queste in atteggiamento di aperta opposizione. Un miglioramento di questa situazione è avvenuto quando, attraverso la proporzionale, i popolari hanno portato il loro peso nella vita parlamentare e nel governo: ma ahimé!, i popolari non erano e non sono dei violenti. Essi sono per un indefinito progresso delle forme costituzionali attraverso però una elaborazione maturata nel paese e con la garanzia di una sanzione legislativa: ed ecco il perché la loro pressione sul governo e la loro partecipazione al potere politico non sono così risolutive come molti vorrebbero. Guai, tuttavia, se i nostri amici non avessero una posizione di controllo in seno allo stesso governo. La situazione sarebbe già precipitata verso la dittatura. Allo stato cui sono giunte le cose, ci sembra però necessaria una revisione o, quanto meno, un richiamo fermo e risoluto al cosidetto patto di maggioranza, perché se può essere grande benemerenza verso la patria l’aver evitato il disastro – e questa benemerenza i nostri amici la possono rivendicare con fierezza tranquilla – oggi è necessario un nuovo sforzo perché quello compiuto ieri non rappresenti molto più che un differimento della iattura che si voleva evitare. Si è annunziato che l’on. Facta ha diramato una circolare con la quale vengono proibiti assembramenti e cortei. Ebbene: si esiga che questa circolare non sia una inutile grida. Per quanto tardiva – venuta cioè dopo i concentramenti delle milizie fasciste a Rovigo, a Crema, a Padova e a Bologna e di quelle comuniste a Roma – essa potrebbe essere ancora di qualche utilità. Ma prefetti, questori, comandanti dei carabinieri e delle guardie regie siano diffidati a renderne stretto conto e ci si ricordi che se le parate in forza per le vie delle grandi città sono preoccupanti ancora più che per l’oggi, per il domani, più pericolose e sanguinose sono quelle che si compiono lontano dai centri urbani, nei luoghi ove il contadino è prostrato in un avvilimento angoscioso tra il bastone di una fazione e il disinteresse colpevole dell’autorità di pubblica sicurezza. Occorre che tutto l’organismo cui è affidata la tutela dell’ordine pubblico subisca un attivo controllo in modo da rispondere costantemente alle necessità del momento perché se si vuole che il paese risorga dalle attuali condizioni di passività che rassomigliano dolorosamente ad una paralisi o a un collasso, si deve ristabilire nei cittadini l’ordine e la fecondità della vita sociale. Che se questa fiducia si inaridisce completamente, allora forse qualche fazione potrà cantare vittoria: ma il suo sarà un canto senza echi e senza giocondità. "} {"filename":"bc7eb6ce-686d-4b5f-af06-85b07828329e.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 9. La parola di moderazione detta da D’Annunzio nel messaggio al fascista Finzi non è stata evidentemente raccolta dai deputati dell’estrema destra: o, almeno, non è stata intesa nel suo vero significato che non è di vana retorica ma di comprensione vasta del grave pericolo al quale si espone oggi il paese. Gli incidenti di Montecitorio, più sintomatici che gravi, sono l’espressione di uno stato di animo eccezionalmente preoccupante. I fascisti continuano a spendere la loro azione in mosse caotiche che rendono sempre più imprecisa la specificazione di quelli che siano i loro obbiettivi. La dimostrazione violenta compiuta contro l’estrema sinistra ha avuto veramente – come scopo unico – quello di impedire che alla Camera un comunista facesse una dichiarazione di fede comunista? Noi non lo crediamo o almeno non lo vogliamo ammettere poiché ci sembra assai difficile che Giunta , Arpinati e gli altri non si siano resi conto della effettiva portata del loro gesto. Se il gesto è stato compiuto vuol dire che un secondo fine esso aveva. La dimostrazione anticomunista viene ad essere, in sostanza, una dimostrazione antiparlamentarista. Essa significa diminuzione – di fronte al paese in lotta – di quella atmosfera di superiorità, di elevatezza che l’assemblea legislativa dovrebbe conservare anche attraverso le competizioni dei partiti. Il Parlamento è una delle più squisite guarentigie della libertà civile. Impedire ad un rappresentante di elettori comunisti – i quali hanno come postulato programmatico del loro partito la lotta di classe armata e violenta – di esprimere i concetti che informano le concezioni sociali dei suoi rappresentati, vuol dire nient’altro che mettersi contro la libertà di discussione in Parlamento. Noi, siamo certi, non possiamo anche lontanamente ammettere il concetto della violenza armata intesa come mezzo sociale: anzi, se vogliamo essere esatti, siamo le mille miglia più lontani noi che non i fascisti dalle teorie del partito comunista. Ma poiché siamo dei costituzionalisti a noi sembra legittimo osservare: o voi fascisti il giorno in cui diventerete maggioranza vorrete proibire con decreto legge l’ammissione dei deputati comunisti in parlamento o non potrete mai riuscire a far pronunciare – mettiamo il caso – all’on Graziadei un discorso nazionalista, o popolare, o democratico o anche socialista. L’on. Repossi faceva nel suo discorso una apologia di reato? D’accordo. Ma non è forse tutta la dottrina comunista una apologia di reato? E allora?…Allora, se non vogliamo dire che la dimostrazione fascista sia stato un atto tanto generosamente sentito quanto ingenuo, dobbiamo per forza tornare alla nostra precedente deduzione. Quando Giunta fa l’atto di estrarre la rivoltella e di sparare, quando avviene l’incidente Arpinati, quando si cantano inni per far baccano bisogna senz’altro dire che si vuole sabotare il Parlamento. Esaminiamo i motivi di questa tendenza al sabotaggio dell’assemblea legislativa. I casi – come al solito – sono due: o i fascisti sono degli antiparlamentaristi ed in questa ipotesi non si discute: sarebbe però desiderabile saperlo con chiarezza così come con chiarezza lo sappiamo dei socialisti intransigenti, e dei comunisti. Oppure i fascisti sono dei parlamentaristi, i quali desiderano che la Camera sia sciolta e siano rifatte le elezioni perché – come ha voluto dire l’on. Lupi – essi ritengono che il conflitto tra il Parlamento ed il paese derivi dal fatto che ormai esista una sproporzione tra le forze fasciste nel Parlamento e nel paese; ed in questo secondo caso ci sembra vi sia una contraddizione inestinguibile tra il mezzo ed il fine. Se si ha fiducia nel Parlamento ed anzi ci si augura di venire in molti, il sabotaggio dell’assemblea legislativa rappresenta un non senso poiché è la svalutazione dell’oggetto che si vuole conquistare. Rassomiglia in questa ipotesi l’azione fascista a quella di un alchimista che per ottenere una pietra preziosa si serve di acidi tali da ridurre in polvere la pietra desiderata. La verità è che oggi nel movimento fascista esiste una grande contraddizione. A parte il fatto dell’intervento di D’Annunzio provocato dal deputato Finzi e risoltosi in una condanna del fascismo come è – basta lo stesso discorso del Lupi per darne una prova evidente: «o ci date le elezioni – ha detto in un altro punto del suo discorso l’oratore dell’estrema destra – od i fascisti nulla lasceranno intentato – sono parole testuali – pur di ottenere quello che vogliamo». In altri termini o molte medagliette o il colpo di stato. È la medesima contraddizione che c’è nello stesso deputato Finzi il quale mentre si dava al movimento antiparlamentarista per le ragioni che abbiamo illustrato coi suoi colleghi, rispondeva così a Gabriele D’Annunzio: «Il fascismo che vive solo della passione d’Italia non farà nulla che possa compromettere le future grandi fortune». Non vediamo una grande possibilità di concessione tra le grandi fortune d’Italia e l’impressione che si è potuta avere, per esempio, a Londra, delle minacce di rivoltellate fatte oggi alla Camera dei deputati. L’incidente formalmente è finito. De Nicola ha rivendicato il diritto di tutti i deputati alla libertà di parola. L’on. Facta ha condannato, tra gli applausi della Camera, lo sciopero dei pubblici servizi. Ma ciò non basta a cancellare l’impressione penosa che provocherà all’interno e all’estero la notizia dell’incidente di oggi. Quanto è avvenuto durante il discorso dell’on. Reposssi, stride col tono onesto e volonteroso dell’on. Facta. Il presidente del Consiglio ha riaffermato il proposito di non ammettere transazioni col disordine e con la violenza; ha deplorato il recente sciopero generale e la troppo violenta reazione che l’ha seguito. Ha proclamato il diritto dello Stato, dello Stato soltanto di intervenire escludendo ogni altro intervento. Ha preannunciato provvedimenti anche dolorosi per ristabilire l’impero della legge ed ha con un accenno significativo alluso all’opera dell’esercito provocando una grande manifestazione della Camera. Il successo dell’on. Facta più che alla persona si deve al desiderio della maggioranza del Parlamento – interprete indubbiamente fedele in questo del sentimento del paese – di ristabilire ad ogni costo l’ordine, l’autorità dello Stato, la libertà di tutti i cittadini, desiderio che certamente urterà contro lo spettacolo dato oggi dai fascisti alla Camera. Se la Camera anzi, ci pare giusto osservare, deve dare al paese spettacolo di discordia anziché essere una autorevole forza moderatrice, è preferibile che la Camera si chiuda e si chiuda presto. "} {"filename":"21e0b895-02c1-4033-bc09-a3865b700702.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 13. L’assemblea del Gruppo parlamentare del Partito popolare italiano, riunita il giorno 11 agosto 1922, ha deliberato di inviare la seguente comunicazione al Consiglio nazionale del Partito stesso. Il Gruppo parlamentare popolare sente in questo momento l’opportunità di rivolgere al Partito e per esso al Consiglio nazionale una meditata parola intesa a chiarire la sua opera. A precisare le sue responsabilità, a segnare i suoi propositi nella difficile situazione parlamentare e politica attuale. Entrati nella Camera con la XXV legislatura, ci siamo fin dal principio trovati a sostenere più di qualunque altro aggruppamento politico l’urto violento del Partito socialista; il quale – sebbene per merito del sistema di rappresentanza proporzionale non avesse potuto conquistare la preponderanza assoluta, che, specie nelle regioni dell’Alta e della Media Italia, gli avrebbe dato il sistema maggioritario applicato nelle tristi condizioni del Paese a tutti note – era riuscito ad ottenere una deputazione così numerosa e così fortemente dominata dagli elementi estremisti, da poter tentare l’attuazione del massimalismo più cieco ed audace, cioè la rapida demolizione degli istituti rappresentativi per aprire la via ad una dittatura di classe, che avrebbe dovuto instaurarsi e conservarsi con l’abolizione di ogni diritto non compatibile con il nuovo sognato regime. In quel periodo il Gruppo popolare, non sempre confortato dalle altre organizzazioni costituzionali, anzi troppo spesso contrastato, spiegò un’azione intensa e continua, coi mezzi strettamente legali a lui consentiti dai principi etici costituenti il contenuto spirituale della sua inspirazione cristiana, per attivare e valorizzare l’azione legislativa e per richiamare il governo al compimento dei suoi doveri di fronte alle sopraffazione che il socialismo, nella sua fase aggressiva, compiva quotidianamente con strazio della libertà e della sicurezza dei cittadini e con vilipendio degli istituti cardinali della convivenza civile. Senonché la pressione massimalista divenuta intollerabile doveva ben presto modificare lo stato d’animo del paese e determinare – anche per la inevitabile reazione dei fattori economici, violentati non meno dei fattori morali – due fenomeni l’importanza dei quali non poteva da noi essere, nonché disconosciuta, trascurata nel giuoco delle forze parlamentari. Da un lato infatti si venne accentuando quel movimento di critica interiore nel partito socialista che, dopo aver prodotto in un primo tempo la costituzione autonoma del partito comunista, doveva più tardi approfondirsi sino all’affermazione nel seno del Gruppo parlamentare socialista di una forte, e forse prevalente tendenza alla collaborazione. Dall’altro lato prese consistenza, sino a costituirsi in vero e proprio partito, quel moto di resistenza nazionale, che rifacendosi alla rivendicazione della guerra vittoriosa, assumeva di organizzare la difesa della società contro i conati di distruzione e di infondere negli organi dello Stato uno spirito adeguato alla gravità del pericolo incombente. Il duplice fenomeno fu la causa determinante della fine precoce della XXV legislatura e dell’aprirsi della XXVI – perché le elezioni del 13 maggio 1921 ci richiamano fra l’altro alla relazione del governo sul decreto di scioglimento della Camera – ebbero appunto per iscopo di consentire alle nuove forze apparse nel campo delle contese politiche di inquadrarsi nell’azione parlamentare e di offrire al socialismo l’occasione per maturare nel suo seno quella evoluzione che avrebbe dovuto concretarsi nella formazione di un gruppo legalitario con programma di reale solidarizzazione sociale e nazionale, attraverso il quale si riaffermasse ancora una volta la energia assimilatrice degli istituti costituzionali facenti capo alla monarchia liberale. È pur d’uopo constatare che mentre questo secondo risultato, il quale se si fosse verificato tempestivamente avrebbe potuto imprimere sin dall’inizio un indirizzo nuovo e fecondo alla XXVI legislatura, mancò e tardò tanto che, quando sopravvenne, trovava condizioni non più favorevoli alla sua utilizzazione; invece il moto a carattere di difesa nazionale e di restaurazione conservatrice, aveva assunti sviluppi ed atteggiamenti che eccedevano dai limiti di una efficienza legittima e rovesciando quasi le parti, tramutavano troppo spesso le ritorsioni difensive in vero e proprio esercizio arbitrario di quei poteri che in ogni Stato ordinato e civile non debbono spettare ad altri che agli organi della potestà pubblica legalmente costituita ed operante. La fondamentale diversità delle origini delle finalità del movimento massimalista e di quello che ha preso nome di fascista, ci ha confermato e ci conferma nella resistenza ad ogni tentativo dissolvitore quale fu, fra gli altri, l’ultimo sciopero generale inconsultamente ancora esteso ai pubblici servizi; ma non poteva e non può dar luogo in noi ad una solidarietà che oltrepassi la doverosa opera di difesa dello Stato e della nazione, anzi non poteva e non può esimerci dal mantenere un profondo dissenso di fronte a forme di azione viziate e di evidente eccesso. Aperti alle sensazioni storiche quali scaturiscono dai fatti noi, come riterremmo orrore politico ripudiare i processi di evoluzione e di assorbimento tendenti ad allargare la zona delle forze costituzionali, così non disconosciamo il valore dei processi reattivi, quando non costituiscano offesa alle leggi comuni e non violino i confini della incolpata tutela; siamo ben lontani quindi dall’associarci a chi pretendesse negare al partito fascista la libertà di movenze ardite che rispondano alle sue aspirazioni ed alla funzione che esso ha voluto per sé nel concerto delle forze nazionali; ma non rinunceremo mai a chiedere ed a reclamare che sopra i partiti domini sempre moderatrice conciliatrice fin dove il rispetto della legge lo consenta, ma discriminatrice, ove occorra, l’autorità dello Stato, per modo che a ciascun partito sia conteso l’assumere una influenza nella gestione della pubblica cosa non proporzionata ai consensi liberamente e legalmente espressi dal Paese in condizioni di normale convivenza. All’infuori di questi principi, che il nostro Gruppo ha sempre proclamati nella assemblea legislativa, noi pensiamo che non possa aversi regime di vera libertà, né sicuro e reale progresso; tanto meno pensiamo che in condizioni di turbamento interno sia dato il provvedere a quella restaurazione economica che dovrebbe nel momento attuale essere la maggiore preoccupazione del paese, né di meritare all’estero quel rispetto e quel credito che pure sono condizioni essenziali alla fortuna d’Italia. L’ordine e la legge sono i termini entro i quali le attività politiche debbono essere costrette perché non falliscano al loro fine, che è lo sprigionare dal loro contrasto le energie della vita nazionale. Allorché l’equilibrio di tali attività sia alterato e rotto, ci produce uno stato di crisi sociale, che può momentaneamente trovare il suo sbocco in una crisi ministeriale o parlamentare, ma che deve essere poi curato in radice con ferma saggezza di governo e con l’assicurato impero della giustizia; il quale solo ha virtù di far sentire, desiderare ed accettare le rinunce necessarie per garantire la pubblica pace. Queste le inspirazioni e le direttive della nostra azione di rappresentanti del Partito in seno al Parlamento; questi i criteri a cui è utile sia noto che continueremo ad informare l’opera nostra. "} {"filename":"93fd3af6-b1da-44b6-97d2-c68f068ac382.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"A Roma si stanno studiando e discutendo dal punto di vista tecnico le proposte presentate dal cancelliere della Repubblica austriaca per l’unione monetaria e doganale dell’Italia coll’Austria. La questione, difficilissima dal lato economico finanziario, è di natura sua essenzialmente politica ed involge tanti problemi di carattere internazionale che non basterà la buona volontà dei due Governi direttamente interessati a risolverla. Si dice che basterebbero 160 milioni di lire italiane per acquistare gli 800 miliardi di corone austriache attualmente esistenti, e poiché l’Italia, già ha approvato per l’Austria un credito di 70 milioni, l’operazione finanziaria non sarebbe eccessivamente gravosa. Ma resta a vedere se questa operazione, nuova, almeno nelle sue proporzioni, nella storia della finanza, non produrrà un eccessivo deprezzamento nella lira nostra, aggravando fino all’insopportabile le condizioni di vita del nostro paese. Un economista francese ha detto che l’unione monetaria, estendendo su un territorio assai più vasto l’attuale contingente della carta moneta italiana, corrisponderebbe a una riduzione del medesimo e produrrebbe conseguentemente un rialzo nel valore della lira. Tra gli economisti italiani c’è chi sostiene precisamente l’opposto, non senza seri e solidi argomenti. L’unione doganale aprirebbe più facili mercati ai nostri prodotti agricoli e ad alcune delle nostre industrie, renderebbe anche possibile la tanto desiderata risurrezione del porto di Trieste ed amplierebbe notevolmente il respiro alla nostra economia nazionale, ma aprirebbe anche le porte a parecchie industrie che sono in concorrenza colle nostre. Non è facile il calcolare con precisione il dare e l’avere, bisognerà quindi attendere il giudizio dei tecnici, ai quali toccherà pure risolvere i numerosi e gravissimi problemi che a questo vanno annessi, per la inevitabile revisione ed unificazione delle tariffe doganali e di tutti i rapporti economici della Repubblica austriaca cogli Stati confinanti. Ma le difficoltà maggiori non sono quelle attinenti alla economia ed alla finanza; esse, per il presente e per il futuro, sono quelle che hanno rapporto colla politica. Non ci pare affatto che sia il caso di parlare di speciali simpatie e di particolare fiducia dell’Austria verso l’Italia. Parliamoci chiaro, senza inutili e dannosi sentimentalismi. Quello dell’Austria, nel rivolgersi all’Italia, è un vero e proprio atto di disperazione. L’Austria, giunta sull’orlo della rovina definitiva, senza che, quale è uscita dal trattato di San Germano, non può e non potrà mai vivere. Per vivere deve assolutamente unirsi a qualcuno degli Stati limitrofi ed è disposta a questa unione, qualsiasi possano esserne le condizioni. Avrebbe domandato la unione colla Germania se non sapesse irriducibile l’opposizione della Francia. Si unirebbe volentieri agli ex-Stati della defunta monarchia danubiana se l’Italia lo permettesse. Si rivolge all’Italia perché spera che l’opposizione della Piccola Intesa non sia abbastanza potente per impedire l’attuazione del proprio piano di salvataggio. Di qui una prima fonte di difficoltà di natura, diremo così interna. Non è possibile separare l’economia e la finanza dalla politica. L’unione doganale e monetaria presuppone una concordanza delle grandi direttive politiche dei due paesi. È questa possibile per il presente e per un non troppo lontano avvenire? Sì forse, supponendo una continua subordinazione di Vienna a Roma. Ma chi ci può credere, tra quelli che conoscono la storia e le tendenza della politica europea? E nessuno può oggi prevedere quali sarebbero i pericoli di un sempre possibile conflitto tra il Governo di Roma e quello di Vienna, appena le condizioni economiche della Repubblica austriaca saranno tornate normali. Non è tuttavia il caso di pensare il futuro per scoprire ben più gravi pericoli di carattere esterno. La Piccola Intesa non ha tardato a farci sentire che si opponeva con tutte le forze alla progettata unione. Già si parla di mobilitazione jugoslava alla frontiera austriaca ed i giornali social-comunisti già cominciano ad agitare in Italia lo spauracchio di una nuova guerra, nella quale verrebbe trascinata fatalmente tutta l’Europa. L’Inghilterra non parla e la stampa francese fa parecchie restrizioni mentali nei propri commenti, ma se ricordiamo come venne sepolto il famoso trattato di Londra e la dolorosa storia di Fiume, non possiamo neppure supporre che chi ci ha conteso con tanto accanimento una breve striscia di territorio sulla sponda orientale dell’Adriatico, ci permetta di estendere la nostra influenza fino alle rive del Danubio. È questo un terreno troppo delicato e non conviene fermarsi molto nello scandaglio, ma basteranno questi brevissimi accenni per far comprendere ai lettori gli enormi ostacoli politici che si oppongono alla realizzazione del progetto di unione monetaria e doganale italo-austriaca, che fu accolto con tanta simpatia dalla nostra pubblica opinione. In sostanza la progettata unione offre all’Italia vantaggi economico-finanziari molto problematici e presenta politicamente dei pericoli tutt’altro che insignificanti; sarà quindi molto difficile che giunga in porto, non ostante la innegabile buona volontà del governo italiano di venire in aiuto alla vicina Repubblica. Dobbiamo dunque attenderci che l’Austria precipiti nella rovina completa con tutte quelle tristi conseguenze per l’Europa che è troppo facile prevedere? Purtroppo noi dobbiamo confessare di essere molto pessimisti al riguardo. Non è a Roma ma altrove che si deve cercare la soluzione. L’Italia da molto tempo ormai ha dato prove convincenti di desiderare sinceramente la pace e di essere disposta a fare grandi sacrifici per raggiungere quella pacificazione che è indispensabile perché si possa dare seriamente inizio a quella ricostruzione economica a cui tutti a parole dicono di tendere e che si rende ogni giorno più necessaria per tutti, ma la buona volontà dell’Italia non ha trovato il sussidio dell’indispensabile buona volontà altrui. La Conferenza di Londra ha demandato alla Società delle Nazioni la risoluzione del problema austriaco. Fra pochi giorni si riunirà a Ginevra il Consiglio della Società delle Nazioni e la questione austriaca dovrà venire affrontata in pieno. Gli avvenimenti ci diranno se si tratterà di una nuova accademia o se si farà sul serio. Il passato non ci permette di sperare molto. Oramai le condizioni dell’Austria sono tali che non possono bastare a salvarla delle mezze misure. Occorrono provvedimenti radicali e questi non sono possibili finché le grandi potenze dell’intesa resteranno legate alla lettera e allo spirito del trattato di San Germano. Quello che non hanno saputo vedere i grandi uomini di Stato che compilarono i trattati così detti di pace, lo videro quanti posseggono le più elementari cognizioni di storia e di geografia: l’Austria creata dal trattato di San Germano non può vivere. Anche i grandi uomini di Stato sono persuasi di questa verità incontrovertibile, ma non trovano il coraggio di confessare il proprio errore. Eppure finché non si arriverà alla revisione radicale di quel trattato, non sarà possibile salvare l’Austria ed evitare le rovinose conseguenze di un crollo di quel genere nel centro dell’Europa. Auguriamo che a Ginevra si giunga a questa revisione, ma non facciamoci in proposito soverchie illusioni. "} {"filename":"e3421da5-2dca-4255-a629-9aaf81200278.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Appena aperta, dopo due anni di assolutismo, la Camera austriaca, e fa il 31 maggio 1917, l’on. Degasperi espose in una lunga interpellanza tutti i dolori e le persecuzioni degl’italiani durante la guerra, chiedendo riparazione e punizione per i colpevoli. Il 28 settembre 1917 poi l’on. Degasperi pronunciava un discorso politico soppresso poi in parte dalla censura, in cui denunziava le persecuzioni e le sevizie, concludendo con queste parole : «E questi tirannelli credono, perché tutto si tace, che sia un cimitero. Ma lasciate una volta che lo spirito della libertà soffi sopra queste ossa da morto, ed esse, come una volta innanzi al profeta, si ricomporranno e costituiranno di nuovo uomini vivi e liberi. Ben possiamo quindi dire tranquillamente col grande poeta tedesco: Lasst die Rechnung der Tyrannen anwachsen, bis ein Tag die allgemeine und besondere Schuld auf einmal zahlt! (Lasciate che il conto dei tiranni aumenti, finché un giorno solo paghi di un tratto la colpa generale e quella di ciascuno)». A Trento dominava e terrorizzava il famigerato capo della polizia D.r Muck. Inutile ricordare ai trentini le sevizie e gli orrori fatti patire alla città da codesto commissario. Nessuno ardiva mormorare nemmeno la più piccola protesta. Allora l’on. Conci, nella seduta della Giunta del bilancio, il 22 gennaio 1918, teneva un discorso durante il quale dichiarava: «Anche la pazienza e la longanimità del nostro popolo hanno limiti e a tutta ragione esso può ormai ripetere a quell’uomo il: “Quo usque tandem abuteri patientia nostra?” E forse non è bene per uno Stato di accumulare troppe ire e troppi odi; forse non è bene se molte, se troppe vittime di un sistema di violenza e di arbitrio tramandano quale retaggio ai loro figli e ai loro nipoti il grido di dolore della morente Didone: exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor!». La situazione alla Camera austriaca, nel febbraio 1918, era divenuta pericolosa: si minacciava la chiusura e lo scioglimento, se non si fosse trovata una maggioranza per il bilancio e per le spese di guerra. La minaccia non era vuota di significati, perché lo scioglimento equivaleva alla ripresa delle persecuzioni. L’on. Degasperi dichiarava tuttavia di votare contro, richiamandosi alla politica di oppressione contro gl’Italiani e concludendo così: «Di fronte a tale politica, il negare il proprio voto al bilancio è per i deputati trentini un imperativo categorico. Il dilemma che ci si presenta di votare il bilancio e di esporci alle conseguenze di un regime a par. 14 (l’assolutismo), è doloroso, ma non è un dilemma della logica, bensì della prepotenza. Ora la violenza può toglierci tutto: ma una cosa non può ottenere da noi: la nostra approvazione morale, perché essa vorrebbe dire l’approvazione della politica fatta contro di noi». Contro questo contegno dei deputati trentini, espresso anche in altri discorsi, professava a Trento, il «Risveglio austriaco» , organo della polizia, che chiamava l’atteggiamento protestatario dei deputati una turpe commedia e profetava che «presto verrà il giorno in cui la nazione tradita potrà pronunciare la sua sentenza contro le pratiche e le mene dei sedicenti rappresentanti del popolo». «Sarà – diceva il «Risveglio» – un verdetto di morte civile a carico delle persone che abusarono della fiducia degli elettori per cospirare contro lo Stato a tutto danno del paese e della nazione». Gioiva invece la «Libertà», organo dei fuorusciti trentini che si pubblicava allora a Milano e che il 4 maggio 1918 riassumendo i fatti scriveva fra l’altro: «Lo constatiamo da un magnifico esempio di resistenza patriottica… La poliziottaglia austriaca sputa amaro. Il contegno dei nostri deputati che sono passati apertamente all’opposizione contro il governo e hanno votato contro il bilancio e i crediti di guerra, ha dato terribilmente sui nervi. …L’Austria che capisce il valore politico dell’opposizione irriducibile dei deputati trentini sia per quanto riguarda la sua politica all’interno, sia per le ripercussioni all’estero, cerca di deprezzare e svalutare il significato delle proteste dei rappresentanti popolari del nostro paese…». Nel maggio 1918 i czechi convocarono quelle feste di Praga, presiedute da Kramarz, le quali dovevano più tardi fra reazione e controreazione inaugurare la politica czeca di ribellione. Conci andò a Praga, fu accolto con dimostrazioni straordinarie e parlò sulla piazza di S. Venceslao, augurando il trionfo alla causa della nazione cecoslovacca. È l’augurio d’un perseguitato ai perseguitati, del rappresentante d’una nazione oppressa, gemente ancora sempre sotto gravi compressioni. «Possa il ruggente leone ceco presto accosciarsi tranquillamente, soddisfatto del suo trionfo». Il discorso suscitò nel Tirolo una selva di proteste, tra le quali quella della Giunta provinciale che prese «con indignazione notizia del contegno addimostrato dal signor vicecapitano e assessore di giunta D.r Conci nelle adunanza fellonesche di Praga» ed espresse il suo rammarico «di non poter allontanare dal suo seno un uomo che aveva manifestati in tal modo i suoi sentimenti». La stampa di Vienna rilevava l’importanza del discorso con riferimento all’agitazione che si faceva allora in Italia per un accordo fra le nazioni oppresse e il «Risveglio» attaccava furiosamente, pur esprimendo la speranza che si trattasse d’una opinione personale del Conci. A disingannarlo intervenne l’onor. Degasperi con un’intervista sul «Lavoratore» il quale a nome anche degli altri colleghi dichiarava d’essere solidale con Conci. Nell’intervista il Degasperi diceva: «Ebbene, noi, senza giornali, senza associazioni, privi perfino delle risorse del diritto comune, non reagiamo, e le grida di provocazione di Sterzing risuonano senza eco in un cupo silenzio di cimitero. Ma per questo non hanno da credere che siamo morti, che il nostro spirito sia ormai stordito dalla sciagura, che il nostro popolo non veda, non comprenda e non tiri le sue conclusioni. La parola dell’on. Conci a Praga era il grido di disperazione di un popolo, che avversari potenti minacciano nella sua esistenza». Finalmente il 22 giugno il presidente del Consiglio pubblica un decreto imperiale che dimetteva il Conci da vicepresidente dietale. Per tutta risposta il Conci rimise nella stessa busta che conteneva una letterina di protesta al presidente la croce di commendatore che alcuni anni prima gli era stata conferita, per ragioni della sua carica. La cosa sollevò grande rumore e pareva nell’ambiente d’allora un atto temerario. Riconvocato il 16 luglio il Parlamento Degasperi presentò in argomento un’interpellanza e Conci si levò a parlare circondato dall’applauso di tutta l’opposizione, dai czechi ai polacchi, agli jugoslavi agli italiani che gridavano incessantemente: Viva Conci, abbasso Seidler (il Pres. Del Consiglio). Conci pronunciò allora queste parole: «Dichiaro che in nessun modo siamo disposti a piegarci dinanzi a un qualsiasi appello di Gessler, nemmeno a favore di quel popolo, di cui parlava il poeta nostro quando un secolo addietro scriveva: Quel ch’è padre di tutte le genti, Che non disse al Germano giammai: Va, raccogli, ove arato non hai» . La «Libertà» di Milano, riportando il discorso dell’on. Conci a Praga e la risoluzione votata dai rappresentanti delle varie nazionalità, usciva in queste parole di ammirazione e di plauso: «L’importanza di questo fatto è grandissima. È la prima volta che si mostra a noi il contegno dei nostri fratelli di lassù verso gli slavi e si mostra tale da trarne ragione del più intimo compiacimento, di vero orgoglio. Se queste sono parole di gente che ha tutto da temere, carcere od internamento non esclusi, bisogna ben riconoscere che amor di patria e sete di giustizia siano più vive che mai in essi e che la loro fede è tale da resistere a tutte le baionette dell’Austria, non solo, ma al pericolo ancor maggiore di una lunga attesa, quale è quella che loro incombe, dolorosa e snervante e tanto seminata di sofferenze da sgomentare i più coraggiosi. Quale insegnamento non giunge a noi da questi fratelli, che nel carcere comune porgono la mano ai fratelli di sventura e le speranze confortano a vicenda! E quale ammonizione in questo esempio di forza e di concordia, per coloro che trascurano quest’ultima arma per combattere il comune nemico! Oh, essi saranno ben degni di chiederci conto un giorno delle nostre opere, quando potranno dirci “Noi legati mani e piedi dall’oppressore, abbiamo trovato la forza di scordare le piccole lotte per unirci, per legare le nostre volontà a quelle dei nostri simili pur di salvare le patrie, pur di affrettarne la liberazione. Voi, che eravate liberi in terra libera, dite: che cosa avete fatto?” A questa domanda noi dobbiamo poter rispondere senza arrossire; dobbiamo poter dir loro: “Il vostro esempio l’abbiamo raccolto e seguito. Anche noi abbiamo gettato sul rogo ciò che avevamo di meno buono ed abbiamo ritenuto la cosa migliore, per offrirla a questa nostra Patria nella lotta che voi al di là noi al di qua del morituro confine, condusse ad uno stesso scopo”». (La «Libertà», anno I.o n. 69, 25 maggio 1918). I) Il giornale massonico [la Libertà di Milano] continua la sua campagna di svalutazione trentina, tentando nominatim di far passare per due codini, in ottime relazioni col Governo austriaco, gli on. Conci e Degasperi, i quali comodamente sarebbero rimasti senza molestia a Linz, rispettivamente a Vienna. Del Degasperi, il quale, si noti bene, era confinato, ma cui riuscì solo per la complicità di un impiegato italofilo del ministero dell’Interno di poter visitare e lavorare per i profughi trentini – non stipendiato, signori, ma mangiando scarsamente del suo – si fa avvicinamento colle tendenze e coll’atteggiamento del bar. Mersi. Perciò senza voler dare un quadro dell’attività di tutta la deputazione ch’è già nota (andrebbero sovratutto citati i discorsi politici di Grandi e Gentili) gioveranno qui alcune citazioni e memorie. Raccoglitore "} {"filename":"be735e66-3279-4f1a-aa02-ea522c874b83.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 12 sera. Vi confermo il fonogramma dell’altro ieri in questo senso che ho accertato a fonte sicurissima. I provvedimenti riguardano gli organi politici dello Stato e non toccano gli organismi amministrativi dei comuni e della provincia. Anche degli organi statali (commissariati generali, commissariati civili) vengono cambiati i nomi non le attribuzioni. Esse sono in verità quasi eguali a quelle del Regno, solo che le autorità politiche provinciali delle Nuove Provincie hanno in qualche caso attribuzioni più larghe che le prefetture. Per esempio il commissario o da oggi in poi il prefetto di Trento avrà diritto, come lo ha avuto ieri, di sciogliere un consiglio comunale (è il caso di Bolzano), senza ricorrere al Ministero e al Consiglio di Stato, come invece deve fare qualsiasi prefetto (vedi il caso di Milano). Inoltre i sottoprefetti che sostituiranno i commissari civili potranno ancora prendere delle determinazioni in prima istanza, senza concentrare tutte le pratiche alla prefettura, con grande risparmio di tempo e con maggiore comodità del pubblico. Questo decentramento giurisdizionale delle autorità politiche venne com’è noto caldeggiato per un’applicazione generale anche dalla commissione per la riforma dell’amministrazione dello Stato. A conferma di ciò vi posso assicurare che nel decreto è espressamente detto: 1) che non si vuol creare «nessun pregiudizio per le ulteriori disposizioni concernenti l’estensione della legislazione del Regno ed ogni forma di assetto amministrativo»; 2) che restano ferme le competenze e le circoscrizioni delle sottoprefetture. Vi confermo inoltre che l’Ufficio centrale, soppresso alla data del decreto, avrà un termine fino al 31 dicembre per passare gli affari che gli erano ancora attribuiti ai singoli ministeri. Finora erano passati ai dicasteri centrali gli affari della Agricoltura, delle Terre Liberate, dell’Istruzione, delle Poste, dei Lavori Pubblici. Ora sarà la volta degli altri ministeri. Va rilevato che il ministro Rossi non aveva mai voluto assumere la giustizia per mancanza di personale. Tutti gli affari venivano però sbrigati, quando avevano una certa importanza, d’accordo coi singoli ministeri i quali avevano dei piccoli uffici speciali per le Nuove Provincie Questi uffici speciali verranno ora assorbiti dalle direzioni generali. Le commissioni consultive rimangono fino al termine della loro attività preveduta dalla legge. "} {"filename":"e18cd22c-104c-4ec3-a03d-40d0b662a7a4.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Vi fu un tempo non lontano, in cui il venire dalle Terre Redente aveva il significato di una commendatizia doverosa e, almeno sentimentalmente, definitiva. Vi fu anche un tempo, non più lontano del primo, in cui gl’istituti e le istituzioni particolari delle Nuove Provincie erano oggetto di una globale e non discutibile amministrazione, che in genere si manifestava in queste parole, dette a fior di labbra e così sommessamente che non le potesse intendere nemmeno l’Austria, morta e sepolta. «Già, l’amministrazione imperiale era la prima del mondo. Figliuoli, in questo riguardo avete fatto un cattivo cambio!» Era a noi che, arrossendo, toccava allora rispondere: «Per carità non esagerate. Distinguiamo. C’era del buono e del cattivo. In verità si trattava d’una delle più vecchie amministrazione d’Europa e a furia di esperimenti, aveva creato un sistema dal quale uno Stato giovane potrà imparare qualche cosa. Quindi andate adagio, confrontate, studiate, sperimentate». Interessante è il ricordare che non soltanto nel dopoguerra, ma anche mentre l’Austria era ancora in piedi e si tendevano tutti i nervi della nazione, per la vittoria, nel mezzo dei fuorusciti trentini e giuliani, a Roma in pieno accordo cogli esperti del Regno si elaboravano progetti per speciali statuti di rappresentanza provinciali che, nella loro struttura sostanziale, si sarebbero dovuti mantenere. Non ripetiamoci poi nel citare fatti del dopoguerra. Lasciamo stare l’«Associazione dei comuni italiani» e l’«Unione delle provincie» che, appena ricongiunte Trieste e Trento alla Patria, invocano dal permanere delle istituzioni locali delle Provincie nuove, nuova forza per il loro movimento autonomista; quella si potrà dire tendenza comunalista o regionalista, che si sviluppa in antagonismo all’assorbimento statale; ma che dire della «Commissione per la riforma amministrativa dello Stato», commissione composta di deputati, senatori, consiglieri di Stato e burocratici, i quali tutti, a ragion veduta, finiscono col concludere per l’opportunità di considerare il sistema amministrativo delle Nuove Provincie (decentramento degli organi statali; attribuzione delle sottoprefetture) come un ordinamento, i cui elementi vanno assorbiti, non aboliti? Ora d’un colpo, senza discussioni, senza ragionamenti, in nome di un’italianità più vera e più sentita, una raffica muta improvvisamente la direzione del vento. Si reclama l’unificazione più simmetrica e più meccanica che si possa immaginare, si chiede il conformismo più rigido che si possa pensare. Tutto è male quello che vien dal sistema amministrativo austriaco, tutto è bene quello che cinquant’anni fa è stato introdotto in Italia dalla Francia, attraverso il Piemonte. Giornalisti e politici improvvisati reclamano per tutte le nostre questioni la soluzione più semplicista e più sommaria. Sarà il caso di ricordare che anche in Francia è scoppiata sui giornali una simile bufera contro l’amministrazione dell’Alsazia-Lorena. Ma Barthou nel suo recente discorso rispose che «i pubblicisti possono senza rischio costruire città o legislazioni fantastiche. La vita ha altre esigenze e pericoli. Un uomo di Stato è un uomo d’azione circondato, premuto, e dominato dalla realtà». A proposito di Barthou, avete seguito le analogie istruttive di queste ultime settimane? Si è questi giorni verificata in Francia, rispetto all’Alsazia e Lorena, una situazione singolarmente analoga, salvo che nel risultato finale, a quella che ha indotto il Ministero Facta ai recenti provvedimenti per l’Amministrazione delle Nuove Provincie. Premuto da partiti che, se contano molto a Parigi, non hanno che scarsa risonanza nei territori riannessi, e reclamano la più sollecita assimilazione amministrativa e legislativa senza rendersi conto degli ostacoli che vi si oppongono, il Governo francese aveva già deliberata la soppressione del Commissariato generale che rappresenta l’amministrazione speciale delle provincie recuperate, nonché la cessazione del Consiglio consultivo che fiancheggia il Commissariato nell’opera diuturna di promuovere l’assimilazione «graduale». Secondo voci largamente e rumorosamente diffuse, Barthou, ministro della Giustizia e sovrintendente alle cose d’Alsazia e Lorena, recava in tasca, il 1 corrente, viaggiando verso Strasburgo, i decreti di scioglimento e un discorso a base di quos ergo per imporre il silenzio ai recalcitranti. Ma durante il viaggio e all’arrivo il Guardasigilli fu avvicinato dai parlamentari delle regioni redente. Essi gli hanno espresso la loro dolorosa sorpresa nel vedersi messi in disparte mentre si trattava degli interessi più vitali delle terre ch’essi rappresentano alla Camera ed al Senato. Si sono doluti di non essere tenuti in nessun conto da un Governo di cui appoggiano la politica estera ed interna e che conosce i sacrifici sopportati da loro per la causa francese, l’esperienza recata da essi alla soluzione dei problemi dell’assimilazione. Hanno fatto vedere come l’assimilazione precipitata turbava consuetudini ed interessi, creava lo scompiglio, cozzava contro la realtà. Barthou si arrese all’evidenza. E il suo discorso preannunziato come clangor di trombe che avrebbe fatto crollare i pilastri del regime speciale d’Alsazia e Lorena, se premise che siffatto regime non doveva perpetuarsi né durare più di quanto strettamente necessario, fu però tutto un riconoscimento della necessità di provvidenze transitorie, un omaggio alla sensibilità delle popolazioni, dei cui desideri il Governo ha da tener conto e della cui esperienza ha da giovarsi, un elogio all’attività passata ed avvenire del Commissariato generale e del Consiglio consultivo, una rampogna alle impazienze di coloro – giornalisti compresi – che fabbricano senza proprio rischio castelli in aria e legislazioni intravvedute nei sogni. Parole queste che, in tutta l’Alsazia e Lorena, per voci concordi di giornali ed uomini politici, furono ascoltate con un senso di profondo sollievo. Che cosa si fece invece a Roma? Non c’è bisogno di ricordarlo. A mala pena alcuni deputati delle Nuove Terre arrivarono a calmare il panico, di cui era preso il Governo. A mala pena lo trattennero da guai peggiori. E la burocrazia ritenne che la nuova aria le permettesse di rinnovare le proprie egoistiche resistenze all’assimilazione e all’inquadramento delle nuove forze, tanto che l’inquadramento dei ferrovieri, elaborato da 18 mesi, si è arrestato proprio nel momento della sua maturazione e l’assimilazione degl’impiegati si trascina in mezzo a sempre nuove difficoltà. All’affetto più sentimentale si sostituisce la diffidenza più sospettosa. In un primo momento si credette che tutti i cittadini delle Nuove Provincie, compresi gli Slavi e i Tedeschi, fossero entusiasti della redenzione, ora per il contrario si dà degli austriacanti anche ai patrioti più fervidi. Una svalutazione profonda e radicale si tenta oramai in tutti i campi. "} {"filename":"09ac004c-4e89-4802-9a41-8c36defb580d.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Una circolare recente del Ministro della P. I. on. Gentile ne abrogò un’altra, non di vecchia data, del predecessore onorevole Anile in virtù della quale era dichiarata accettabile per le assenze dalla scuola, nei giorni delle feste religiose non riconosciute dallo Stato, la giustificazione dell’osservanza del precetto ecclesiastico. Si disse che il provvedimento del ministro Gentile fosse ispirato al rispetto, essenziale e formale, della disciplina; ma d’altronde non appariva pregiudicata da disposizioni dell’Autorità superiore, interpretative della legge vigente, la obbedienza dei subordinati. Messa pertanto fuori di discussione la buona intenzione dell’onorevole ministro, la suddetta circolare non fa che aumentare l’urgenza di risolvere un penoso conflitto. Quanto più preme ristabilire la disciplina anche nell’ambiente della scuola, come nell’ambiente delle officine e degli impieghi, tanto più spetta alla autorità civile di non costituire dissidio tra diverse categorie di doveri, e di non dar motivo al cittadino di preferire la tranquillità della propria coscienza religiosa al rischio d’una sanzione, della cui ingiustizia egli non potrebbe non essere costantemente persuaso, per l’inosservanza d’una non indispensabile e contraddittoria legge umana. La questione interessa vivamente i cattolici, le speranze dei quali sono state riaccese dai passi compiuti più volte al riguardo dal Partito popolare, ed ora dalle vivaci ed evidentemente sincere dichiarazione di riverenza verso la Chiesa e verso le nostre secolari tradizioni religiose da parte dei maggiori e migliori esponenti dell’attuale situazione politica nazionale. Vedemmo in questi giorni una lettera diretta a S.E. l’onorevole De Capitani dall’avv. G. Padoan, per interessarlo ad una favorevole soluzione del grave conflitto, e poiché nella lettera sono svolti, in forma semplice, argomenti di logica giuridica e di diritto costituzionale che ci sembrano degni di attenzione, crediamo di far cosa grata ai lettori riproducendola nella sua parte sostanziale. Dice la lettera: «La prossimità della festa di precetto (per la Chiesa cattolica) dell’Immacolata – 8 corrente – richiama l’attenzione alla strana discordia tra la legge religiosa e la civile, in merito ai giorni festivi. Dico strana perché o lo Stato non accetta in materia l’autorità della Chiesa, e non si capisce perché riconosca giorni festivi, oltre le domeniche, altre ricorrenze puramente religiose: Assunzione di Maria, Ognissanti, ecc.; – o la accetta, e allora deve, per logica, accettarla in toto. Un potere civile che fa da Papa scegliendo e prescrivendo le festività religiose è nell’assurdo. Come Ella sa, un concordato tra la S. Sede e il governo piemontese aveva fissati, a tutti gli effetti religiosi e civili i giorni festivi per il Regno di Sardegna; unificata l’Italia, fu estesa alle nuove provincie anche questa parte della legislazione sarda, senza rilevare che nel resto d’Italia le festività religiose riconosciute dagli antichi governi erano più numerose. Donde il conflitto di fatto tra il precetto ecclesiastico e quello civile. Ma i tempi non permettevano di badare a tale assurdità. L’on. Giolitti fece peggio. Quando Pio X ridusse così abbondantemente il numero delle feste di precetto, il Ministero Giolitti si fece delegare dal Parlamento, con apposita leggina, il potere di modificare la tabelle dei giorni festivi, e, naturalmente, volendo fare da Papa, fece da Antipapa. Tagliò giù più abbondantemente ancora. Ora la materia, nel campo religioso, è regolata definitivamente e per tutta la cattolicità, dal nuovo Codice di diritto canonico; in confronto della nostra tabella civile le feste religiose in più sono soltanto quattro: S. Giuseppe (19 marzo) – Corpus Domini – SS. Pietro e Paolo (29 giugno) – Immacolata concezione di Maria (8 dicembre). Dopo le affermazioni solenni del presidente del Consiglio sul valore anche sociale e civile della religione cattolica, dopo dichiarazioni ed atti che dimostrano la volontà di ridar vigore all’articolo primo dello Statuto, sia pure con quella larghezza di criteri che lo sviluppo dello Stato costituzionale consente e richiede, io credo che non dovrebbe sperarsi invano un provvedimento logico il quale senz’altro riconoscesse che sono festivi tutti i giorni che per le leggi della Chiesa cattolica romana sono dichiarati feste di precetto. Si evita la enumerazione, e si evita di parere che si voglia legiferare in materia strettamente di competenza pontificia. La legge Giolitti di cui Le accennai più sopra, è del 19 giugno 1913; essa abilita ancora il Governo a disporre in merito legittimamente e costituzionalmente. Se ciò non fosse, si potrebbe […] (ormai ci si è fatta l’abitudine) con decreto legge. Ella può ben essere certo che tutti i veri cattolici d’Italia Le saranno assai riconoscenti quando sappiano di dovere anche alle Sue particolari premure un così giusto e necessario provvedimento, il quale potrebbe concretarsi nella seguente forma: “Visto l’articolo 1.o dello Statuto del Regno, ritenuto che per regolare agli effetti civili la materia dei giorni festivi, il potere civile in Italia si è sempre ispirato allo Statuto del Regno ed alla giusta considerazione della religione professata dalla immensa maggioranza degli italiani: ritenuto che non compete al potere civile di dichiarare le feste religiose; visto l’articolo unico della legge 10 giugno 1913 num. 630 che autorizza il Governo del Re a introdurre le opportune modificazioni nella tabella dei giorni festivi; ferme le disposizioni vigenti riguardo ai giorni dichiarati festivi per considerazioni diverse da quelle religiose; su proposta ecc. sentito il Consiglio dei Ministri abbiamo decretato e decretiamo: Articolo Unico: Sono festivi agli effetti civili tutti i giorni che dalle leggi della Chiesa cattolica romana sono dichiarati festivi di precetto”». Fin qui la lettera dell’avv. Padoan. Crediamo di poter soggiungere che l’onorevole De Capitani si dà realmente premura di contribuire ad una risoluzione definitiva, che soddisfi , secondo giustizia, le aspirazioni dei cattolici, ma crediamo anche di sapere che stia dinanzi al Governo, per considerazioni di altre opportunità che qui non ci spetta di discutere, anche la proposta di ridurre il numero delle feste civili. Non possiamo a meno di rammentare in proposito che non sono che dieci le feste di precetto le quali possono ricorrere in giorni diversi dalla domenica; e lo Stato ne riconosce sei; oltre a queste, lo Stato ha dichiarato giorno festivo il XX settembre, e ora, crediamo, anche il 4 novembre e il 1.o maggio. Per le scuole pubbliche poi sono inoltre giorni di vacanza i genetliaci del Re, della Regina, della Regina Madre, l’anniversario della morte di Vittorio Emanuele II e forse ancora il 14 marzo. Per le feste religiose la questione è di principio, ed è di libertà di coscienza: si può coartare la coscienza del cittadino in materia regolata dall’Autorità ecclesiastica? E può farlo lo Stato in quanto rispetta l’articolo 1.o della sua costituzione, e già in pratica estende gli effetti civili a determinate festività della Chiesa cattolica? D’altro canto non pare che abbia necessità il potere politico di precorrere quello religioso nel tener conto eventualmente dei bisogni e delle condizioni odierne dell’industria. Già il pontificato di Pio X si dimostrò sollecito e ben prima dello stesso potere civile di simili necessità. Niente esclude che, eventualmente richiamata in proposito la sua attenzione, nuovamente l’autorità religiosa possa modificare il calendario per esempio trasferendo in giorno di domenica talune delle sue feste che attualmente possono cadere in altro giorno della settimana; e ciò tanto più volentieri potrà fare quanto meglio sia dimostrato che la sua potestà sia rispettata; e che il suo campo non sia invaso da un potere, anche se non ostile, semplicemente estraneo. "} {"filename":"812f74ac-59ee-491a-9773-702ca17166f0.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Oggi il Consiglio dei Ministri è riunito per deliberare sull’estensione alle Nuove Provincie della legge comunale e provinciale, ossia dell’ordinamento politico-amministrativo del Regno d’Italia. Perciò quello che scriviamo oggi è già in funzione della storia e non dell’attualità politica. Il nuovo Governo venuto al potere per inaugurare i metodi sommari e sbrigativi e per far ricorso alle formule più semplici e simmetriche ha trovato subito un’alleata naturale nella burocrazia del centro che sfugge a qualsiasi lavoro di comparazione e di differenziazione e trova che il problema è risolto nel modo più comodo quando alle 69 province esistenti se ne aggiungano altre tre o quattro per le quali possano valere le stesse circolari e le stesse istruzioni. Per questa ragione anche la proposta Albanese, accolta dalla maggioranza della Commissione, avrà difficilmente fortuna; per questa ragione le stesse proposte di modificazione, presentate dalla prefettura di Trieste corrono il rischio di venire trascurate. Poiché – ci sia concessa la breve parentesi – conviene sapere che la Prefettura di Trieste invitata come quelle di Trento e di Zara a formulare un progetto di estensione della legge comunale e provinciale, nonostante il breve termine concessole, proponeva la modificazione di una serie di articoli allo «scopo di sveltire e facilitare la finanza e la contabilità dei comuni e delle provincie, nonché di rendere meno gravose e più semplici le funzioni di vigilanza e di tutela» e come «un’utile transazione con le norme assai più semplici qui in vigore, con la pratica improntata a più largo senso di fiducia e responsabilità e con i concetti di larga autonomia a cui si improntavano le amministrazioni locali». Parole queste che per un’indiscrezione, della quale ci accusiamo in colpa, un amico di Trieste ha colto di sfuggita dalla relazione ufficiale della prefettura giuliana e che poniamo qui a sua lode e per dimostrare quanto oggettive e quanto realistiche siano le ragioni di coloro che sono contrari alla livellazione. Aggiungeremo che le modificazioni proposte da Trieste corrispondevano in massima alle modificazioni già accolte nel progetto governativo del già citato comitato interministeriale, per concludere che burocrazia locale, esperta della pratica amministrativa delle N. Provincie, e commissione consultiva nella proposta Albanese si sono trovati sulla stessa linea. Ma – e chiudiamo la non inutile parentesi – abbiamo detto che con ogni probabilità nemmeno tali proposte avranno fortuna. Certo che se una discussione calma e oggettiva, fosse possibile, il governo fascista non sarebbe sordo a queste considerazioni – e ne abbiamo conferma dalle labbra stesse del suo capo –; ma disgraziatamente la nostra questione viene a maturità in un momento in cui l’uniformità delle leggi anche amministrative è invocata come un necessario rafforzamento dell’autorità statale e ogni varietà sembra debolezza; e più disgraziatamente ancora qualsiasi rivalutazione degli enti locali è ritenuta un aumento di potere degli allogeni, e quindi un pericolo politico. In verità noi siamo convinti che anche queste preoccupazioni non hanno la gravità che viene loro attribuita, ma oggi, nel clima politico attuale sarebbe difficile infondere in altri la convinzione che ci viene da una nostra particolare esperienza del convincere fra stirpi diverse. La battaglia è quindi definitivamente perduta? Sì, se l’avessimo impegnata per velleità di misoneismo e legittimismo locale. Sì, se avessimo considerata la questione del nostro assetto amministrativo come appartata dal resto della vita nazionale. Sì, se fosse vero che la nostra campagna si fosse ispirata ad un trentinismo antagonistico all’italianità. Ma noi proclamiamo invece che la battaglia esce oggi dal campo locale per allargarsi al campo nazionale. Gli amici che hanno seguito il nostro giornale sanno che non ci è mai mancata la concezione storica e dinamica del nostro problema e che lo abbiamo vissuto e veduto nei suoi rapporti colla riforma generale dell’amministrazione italiana. I sindaci, i segretari comunali, gli amministratori degli enti locali e i procuratori della Provincia diano tutto il concorso della loro opera e della loro volontà perché la legge – come verrà programmata – trovi anche applicazione; e d’altro canto il prefetto e gli organi dell’autorità statale si prendano ogni cura perché il passaggio dall’uno all’altro sistema avvenga colle minori scosse possibili e col minore disagio del pubblico e delle amministrazioni e non dimentichino che, soggettivamente e oggettivamente, cioè nel fatto e nella convinzioni, i trentini sacrificano sull’altare della legge una maggiore libertà amministrativa e quindi una maggiore partecipazione al governo della cosa pubblica. Ma, inchinatici alla maestà delle comuni leggi patrie, come si conviene ai buoni cittadini da cittadini coscienti delle italiche tradizioni ci rialzeremo subito per riprendere con fede la battaglia. Se il principio del decentramento amministrativo e dell’autonomia locale non ha ottenuto all’atto della sistemazione amministrativa quel successo che pur la legge di annessione gli aveva formalmente garantito, il successo finale tuttavia non potrà mancare e forse è più vicino di quello che non si speri. Gli ordinamenti amministrativi sono in uno stadio di rapida evoluzione. La legge del 15 è già superata dalla riforma, maturata fin quasi alla promulgazione, del 22; l’on. Rocco proclama che essa è indilazionabile e Mario Govi, interprete del presidente del Consiglio dichiara nel Popolo d’Italia che la costituzione va rinnovata sulle basi del decentramento autarchico, fino ai poteri legislativi. Panta rei, è la segnatura dei tempi. I Trentini, gl’Istriani, i Goriziani, si schiereranno coi moltissimi amici della altre Provincie e continueranno la battaglia, fino alla vittoria che oramai, per la fortuna d’Italia, non è lontana. "} {"filename":"65fcebd5-8f3b-4376-87e1-49d41b455918.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Dopo il temporale dell’ottobre, il cielo non si è ancora totalmente rasserenato. La pressione atmosferica è ancora notevole. Sul principio tre minacce si disegnavano oscure nel cielo: 1) L’organizzazione militare ed armata dei fascisti, nazionalisti, combattenti, legionari d’annunziani ed altri ancora diverrebbe (tollerata o riconosciuta) un’istituzione permanente della vita politica italiana, riducendo lo Stato a somiglianza di qualche repubblica sud-americana? 2) Il parlamento, palladio delle libertà civili, verrebbe eliminato per un periodo lungo ovvero sarebbe snaturato da metodi e sistemi elettorali che svaluterebbero in antecedenza ogni mandato? 3) Il fascismo, se inquinato dalla massoneria, non potrebbe avviare la società italiana verso un nuovo periodo di lotte contro la Chiesa e le tradizioni cristiane della Nazione? È lecito oggi rilevare che la prima minaccia va attenuandosi. Pure in mezzo ad oscillazioni e a contraddizioni, si fa sempre più chiaro il proposito del governo di ritornare alla legalità non tollerando squadre armate che non siano al servizio dello Stato. Se Mussolini avrà imboccata la via giusta per uscire dal presente illegalismo, coll’organizzare la milizia per la sicurezza nazionale, dovrà essere provato dall’esperimento che è in atto. Il proposito però è manifesto, e noi non dubitiamo dell’energia chiamata ad attuarlo. In questa categoria vanno messi anche i diversi interventi di Mussolini contro azioni o mobilitazioni fasciste, come a Brescia, a Torino, a Bari, a Verona. È certo che in questi casi più che l’invio di nuovi questori e prefetti ha giovato l’autorità personale del capo del fascismo. E se l’esito non è sempre stato quello che si sarebbe desiderato, è giusto ammettere però che le dichiarazioni e l’atteggiamento del governo furono siffatte che nessun gregario potrebbe in buona fede tentare di scusare le proprie violenze col richiamarsi alla tolleranza o addirittura all’incoraggiamento del governo fascista. Attenuata può dirsi anche la seconda minaccia. La Camera riconvocata in febbraio eserciterà il suo diritto deliberativo in affari assai importanti, quali sono i trattati politici e commerciali cogli Stati esteri. Anche i pessimisti incominciano quindi a credere che il periodo dei pieni poteri va considerato come un periodo straordinario a scopi chirurgici, ma che dopo tale periodo, anche lo Stato fascista, qualunque possano essere le sue riforme istituzionali, sarà uno Stato con costituzione democratica parlamentare e colla garanzia delle libertà statutarie. Rimane oscuro ancora il problema della riforma elettorale. Se questa dovesse farsi per falsare stabilmente i risultati del suffragio universale, si correrebbe il rischio di ritornare al dominio di classi privilegiate. Il problema è: in qual misura e con qual metodo il governo vuole conciliare il mantenimento in via di massima della proporzionale (così suona l’o.d.g. del Consiglio dei ministri) colla creazione di una maggioranza parlamentare? Nel fascismo si sono intrufolati non v’ha dubbio (e lo ammettono gli stessi dirigenti) dei nuclei anticlericali e massonici. Ma finora è in prevalenza la corrente spiritualista, che riconosce il valore nazionale dell’educazione religiosa e del papato. Mussolini è l’antesignano di questa corrente. Molti sollevano dubbi sulla consistenza di tale indirizzo e di siffatte convinzioni, ricordando il passato. Senonché tale indagine, che può essere utile, non ci deve preoccupare in tale momento. Se il proposito viene apertamente proclamato, noi dobbiamo essere lieti ed attendere con speranza ch’esso venga attuato; speranza che è rafforzata dal fatto che la politica di Mussolini s’incontra coll’idealismo di Gentile, il quale ad esprimere un tale programma non ha atteso di essere al governo. Anche qui il cielo non è perfettamente sereno, ma la minaccia è lontana. È naturale […] tale sentimento di fiduciosa […] non possa venirci richi[amato] da tutti i fascisti collo stesso […] e nella stessa misura. E se è falso quello che scrive il Popolo che «i clericali trentini» dipingano en bloc il fascismo «come nemico della religione e della Chiesa», altrettanto assurdo è che lo stesso giornale invochi per i suoi amici e per sé lo stesso salvacondotto della fiducia popolare, quando sono di ieri – e non le sole – predicazioni del Popolo come queste: «Per fare l’unità morale del nostro popolo è necessario distruggere il dominio spirituale del papato» (22-23 sett.). Con ciò non precludiamo a nessuno la via di Damasco: plaudiremo anzi a chiunque la vorrà percorrere. Ma intanto c’è bisogno che le nebbie si levino e si faccia più chiaro. Vogliamo credere, vogliamo sperare che i rumori che ancora si sentono siano il brontolio del temporale che si allontana e fissando lo sguardo verso l’anno nuovo aspettiamo ed auguriamo a noi, ai lettori, all’Italia: più chiarezza, «più luce»! "} {"filename":"69247bcf-5e10-4e03-90d9-9a4455dd093e.txt","exact_year":1922,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"DE GASPERI. Chiedo di parlare. PRESIDENTE: Ne ha facoltà. DE GASPERI. Se non ho male compreso, il Governo avrebbe dichiarato di essere d’accordo, in via di massima, per un aumento dello stanziamento a questo scopo, e si è riservato di fissare la somma… PRESIDENTE. D’accordo con la Commissione finanza e tesoro. DE GASPERI. Credo dunque che voler provocare un voto adesso sarebbe voler anticipare una votazione a puro scopo di manifestazione. Perciò se l’onorevole Matteotti insistesse nel suo ordine del giorno, noi voteremmo contro . Voci all’estrema sinistra. Lo sapevamo! "} {"filename":"a8421b95-4cf1-4ec1-85de-4cea7dc663ff.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Il recente volume di Giuseppe Petrocchi «Collaborazionismo e ricostruzione popolare», n. 3 della «Biblioteca del partito popolare italiano», (L. 8.50 presso la Direzione del Partito) ha un titolo poco favorevole, ma un contenuto molto giovevole alla propaganda. Tratta infatti, colla scorta di ufficiali documentazioni, degli atteggiamenti politici che vollero o dovettero assumere gli organi direttivi del partito soprattutto il gruppo parlamentare nella presente e nella penultima legislatura, da Nitti a Giolitti, da Giolitti a Bonomi, da Bonomi a Facta primo e Facta secondo. Passano qui in rassegna avvenimenti di fresca data e che pur sembrano oramai lontani: l’azione antibolscevica dei popolari nel ’19 e nel ’20, il congresso socialista di Livorno, la battaglia elettorale del 1921, le discussioni sulla collaborazione coi socialisti, lo sciopero generale degli impiegati, il ministero Bonomi, la famosa crisi del febbraio 1922 colla tenace lotta antigiolittiana; l’impostazione del problema scolastico sotto il ministero Facta, il secondo ministero Facta e la caratteristica della critica situazione com’è formulata nel messaggio del Gruppo al Consiglio nazionale, ed infine l’appello per la pace emanato dal Consiglio del partito alla vigilia della marcia su Roma. Il libro vuol dimostrare che i popolari non tendevano ad una prematura e non cautelata collaborazione coi socialisti e che il loro atteggiamento nell’ultima crisi fu in tal riguardo frainteso: e la dimostrazione riesce coll’eloquenza inequivocabile degli atti. Confessiamo tuttavia che avremmo preferito si distinguesse più chiaramente: che cioè i popolari per il loro programma e per le loro origini non possono arrivare a compromissioni col socialismo e che alla Camera non avevano mai dichiarato di credere al prossimo avverarsi di quelle premesse per le quali sarebbe stata tollerabile una collaborazione ad un governo in cui fossero rappresentati anche i socialisti. Filosocialismo alla Camera e nel Paese esistette ben prima che si ponesse in discussione il problema collaborazionistico! Fu anzi la caratteristica degli ultimi governi democratici; la collaborazione con uomini del partito socialista o collo stesso gruppo socialista può invece immaginarsi come attuabile al «di fuori» del socialismo, anzi, tendenzialmente, sulla base dell’antisocialismo o, certamente, sulla base dell’antifilosocialismo. In Austria la collaborazione fu filosocialista, ma in Germania e nel Belgio avvenne al di fuori del socialismo e contribuì di fatto ai progressi dell’antisocialismo. Il collaborazionismo per se stesso non è condannabile, giacché non comporta necessariamente una compromissione e di programma e di attività colle idee o coll’azione del movimento socialista. Se fosse condannabile di per se stesso, come vi avrebbe pensato un antisocialista della tempra di Mussolini il quale ne prospettò la realizzazione in piena Camera? Tutto sta a vedere come, in quali condizioni e con quale rapporto di energie morali e forze numeriche esso possa avvenire. Premesso questo, perché ci dispiacerebbe che il libro apparisse come una excusatio non petita di peccati che non abbiamo commessi, ma anche come un diniego di possibilità che sotto certe condizioni, che allora non si avverarono, «che oggi sono più lontane che mai», ma che tuttavia non sono impensabili, nemmeno in Italia; ci affrettiamo a raccomandare il libro, come un notevole contributo alla storia – e la sua storia è un’apologia – del nostro movimento politico. Il libro del Petrocchi diviene così per molti lati una continuazione del volume di d. Giulio De Rossi («Il partito popolare italiano dalle origini al Congresso di Napoli»), che ogni propagandista e quanti desiderano informarsi della nostra vita politica dovrebbero aver letto e meditato. Non è però che da questi libri si possa ricavare una cognizione approfondita delle idee del partito. A tale scopo gioverà meglio la lettura di Sturzo «Dall’idea al fatto», raccolta dei suoi primi discorsi politici, e degli altri suoi volumetti, «Crisi e rinnovamento dello Stato», la «Riforma tributaria dei comuni», «Parlamento e politica» e di alcune altre brochures, come quella di Anile sulla «riforma scolastica e la libertà d’insegnamento», di Mangano sulla «legge del latifondo» ed altre ancora. È giocoforza però ammettere che la nostra bibliografia è appena agl’inizi. Opuscoli e libri di propaganda come quelli del Rossi «Il partito popolare italiano», di P. Egizi: «i capisaldi del partito popolare italiano», e dello Zaccardi «perché sono popolare» servono assai bene allo scopo modesto per cui furono scritti, ma non riempiono quella lacuna che deploriamo da tempo: una esposizione cioè sistematica e aggiornata, posta in relazione coi postulati concreti del partito e della confederazione bianca, dei caposaldi della dottrina cristianosociale, dalla quale il partito trae il suo alimento e le sue direttive. Se questo libro fosse scritto e letto, certe confusioni non si ripeterebbero, né potrebbe accadere, per esempio, che taluno creda esaurita la funzione del partito, perché nel campo della legislazione qualche suo concreto postulato trova per forza d’altri completo o parziale soddisfacimento, ovvero non potrebbe avvenire che taluno, dimenticando la nostra dottrina, confonda col liberalismo economico la nostra tendenza di voler liberare lo Stato dalle cosidette bardature di guerra o si lusinghi con un nostro ritorno al manchesterianismo, perché oggi più che a distribuire equamente la ricchezza dobbiamo badare a promuovere la produzione. Così una migliore conoscenza delle nostre idee sui diritti e sui limiti delle pubbliche libertà, una più esatta e più documentata definizione del nostro concetto sui rapporti internazionali ci dispenserebbe dalla quotidiana difesa contro chi ci accusa di reazione antidemocratica, gabellando per tale la nostra lotta contro i partiti cosidetti democratici e per supernazionalismo la nostra avversione alle internazionali negatrici della nazione o per internazionalismo la nostra solidarietà coi partiti affini di altri paesi. Oggi più che d’oprare e agitarsi politicamente è tempo di elaborare e fissare il proprio pensiero. C’è nessuno dei deputati e dei propagandisti condannati a vacanze forzate che trovi il tempo di tentare un simile lavoro? Ma scritto il libro, bisogna anche provvedere a stamparlo e a diffonderlo, eventualmente a volgarizzarlo. A noi manca l’organizzazione tecnica e commerciale per la nostra propaganda. Abbiamo bisogno d’uno stabilimento tipografico proprio, adatto allo scopo e d’una propria casa editrice. Ecco un’opera alla quale i popolari d’Italia dovrebbero dedicare i loro sforzi, in quest’ora di raccoglimento. Preparare le macchine per la nostra futura campale battaglia. La fondazione di una società per la stampa popolare sarebbe l’atto di fede più risoluto e più efficace che potrebbe e dovrebbe compiere il prossimo congresso del partito. "} {"filename":"cb83ff6d-3552-47bf-8387-8c8a911f7837.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Chi tenga conto della tendenza di Mussolini, affermata in comunicati ufficiali, di voler regolare i rapporti coi partiti designati oramai come «nazionali» – e sono tutti, esclusi i socialisti e i nittiani – chi consideri il suo ultimo giudizio sull’attività della Camera, chi sappia valutare l’atto del governo fascista che impone a sé e ai fiumani l’approvazione degli accordi della Jugoslavia , non può sfuggire all’impressione che il capo del governo sta attuando una graduale ma sensibile evoluzione verso le forme e lo spirito della costituzione, com’è fissata nello Statuto del regno. Invero questa evoluzione si compie fra attacchi retrospettivi allo Stato liberale, fra richiami nervosi ai diritti della rivoluzione; e lo stile dell’uomo è ancora tale che la sua meta può essere anche oggi in discussione. Ma lo stile è dovuto all’uomo ed è inseparabile dalla sua personalità o è un linguaggio obbligatorio, a cui è tenuto un uomo che ha fatta la rivoluzione, suscitando delle speranze indefinite e creando per le masse un mito politico? Il problema appassiona gli osservatori; ma gli elementi per giudicare sono ancora troppo pochi. Conviene quindi per oggi limitarsi a valutare i fatti e tenersi a questi. E i fatti dicono che la linea del governo si volge verso la normalità della vita costituzionale, non all’incontro di essa. È per questa sensazione e per questa persuasione che bisogna giudicare anche la cooperazione dei popolari. Non è che essi vogliano e possano assumere la corresponsabilità di ogni atto di governo, né che si adagino con programmatica rassegnazione allo stato presente; è che credono di poter aver fiducia nella dinamica, cioè nel divenire della politica fascista. E siccome credono che la loro opera leale e dignitosa, per quanto limitata, di cooperazione possa essere un elemento utile, il quale rinforzi, entro il fascismo, la tendenza di coloro che si muovono verso la restaurazione costituzionale, così danno quest’opera disinteressatamente, sopportando anche, pur cercando di attenuare con tutti gli sforzi, la contraddizione stridente, che, troppo spesso e non per loro colpa, si rivela fra i rapporti che vigono al centro e i conflitti che scoppiano alla periferia. Altre ragioni fortissime gl’incoraggiano su tale via. Lo Stato è in condizioni finanziarie assai gravi. I fascisti si propongono di salvarlo. Se si può, se si è richiesti, non è doveroso aiutarli in tale sforzo immane? L’amministrazione è in disordine. Non si deve cooperare per regolarla? Il paese è vittima di una grande indisciplina morale e organizzativa. Sarebbe logico, patriottico, rifiutare la propria opera per ristaurarla? Ecco come va impostato il problema della cosidetta collaborazione, problema che purtroppo e assertori e negatori arrivano a snaturare, quando la combattono o la sostengono come acquiescenza più o meno opportunistica e come un inerte adattamento per stato di necessità. "} {"filename":"758ca5eb-5a22-47c9-92e8-440c0d550a29.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"In questo momento politico, dedicato all’esaltazione nazionale, ci vengono mossi da parti diverse rimproveri contraddittori. Dicono gli uni che quanti nella vita politica seguono l’ispirazione cristiana, dunque i popolari, sono troppo tiepidi verso la nazione, perché impacciati dalle dottrine e dalle tendenze universalistiche della Chiesa cattolica; dicono gli altri che anche i cattolici sono in fondo degli sciovinisti che, al momento buono, per la storica alleanza della spada e del pastorale, assumono verso altre nazioni e il mondo lo stesso atteggiamento esclusivista di coloro che proclamano la nazione come il bene assoluto superiore ad ogni altro e ad ogni altra legge morale. Non si può negare che molti popolari nell’una o nell’altra contingenza della vita politica abbiano dimostrato di non avere una sicura consapevolezza della propria dottrina, tantoché, specie ove sono minoranza, si confusero con dimostrazioni di carattere nazionalista o internazionalista. Ma queste furono e sono debolezze e deviazioni, limitate nello spazio e nel tempo, né si può affermare che le persone più direttive e la massa che le segue abbiano deflesso da una linea propria. Questa linea, come tutte le linee di mezzo, non è sempre definibile con formule assiomatiche che colpiscano e avvincano siccome avviene delle soluzioni estreme, ma si può dire ch’essa risponde alla concezione organica che ha il cristianesimo della società umana. Secondo tale concetto la nazione è un organo sociale che agisce per il progresso della civiltà cristiana entro la società universale. La nazione che ha la sua base naturale nei caratteri speciali della stirpe, da cui è nata, ma al di là del fatto fisico della razza, essa si eleva a comunanza di sentire, pensare e operare e diventa come la definisce il Toniolo «vincolo di anime in ordine ad uno speciale fine civile». Essa progredisce, si afferma ed acquista maggior coscienza di sé sovratutto colla coscienza di una speciale missione nell’incivilimento . La nazione non è quindi semplicemente la razza, ma un prodotto storico morale, sociale ed economico, che esercita una particolare funzione nel mondo, in rapporto alla civiltà. Per tale funzione e tale meta, che è poi lo scopo finale dell’umanità, la coscienza nazionale, cioè la coscienza della propria dignità e della propria missione, è come il focolare d’innumeri energie che altrimenti andrebbero perdute; ed economicamente parlando la nazione, basandosi sulla solidarietà d’un’idea e d’un interesse comune, solidarietà promossa da leggi comuni e comuni aspirazioni, diventa la più perfetta società economica, sia per promuovere la produzione, come per regolare il consumo. Ecco quindi che la nostra dottrina non solo non nega la nazione, ma le riconosce funzioni integrali entro le quali anzitutto deve addestrarsi l’opera degl’individui; e non accetta il pensiero marxista che le nazioni siano aggregati di sfruttatori per l’oppressione delle masse internazionali, né può quindi aderire all’internazionalismo il quale superando le nazioni quasi fossero prodotti storici di una situazione economica sorpassata tende ad un’organizzazione di classe cosmopolita che abbatta le «patrie dei signori». Logicamente i cattolici-sociali e – politicamente parlando – i popolari riconoscono con ciò il valore altissimo del sentimento nazionale e il culto della grandezza della nazione. Questo sentimento però non è legge a se stesso, ma deve venir regolato da leggi morali superiori. I limiti sono segnati nell’interno e all’esterno della nazione. Vi sono all’interno dei diritti preesistenti, che sono quelli degl’individui e delle famiglie e delle loro libertà, ad assicurare le quali si sono create le cosiddette guarentigie costituzionali; vi sono i diritti della libertà e dell’apostolato della Chiesa; vi sono o vi possono essere i diritti delle altre nazionalità entro lo Stato nazionale. Sono diritti che derivano da un concetto cristiano della giustizia ed altri che, nel corso della storia, furono positivamente formulati dalla Chiesa stessa. I lettori ricordano che nel Trentino quando il nazionalismo pangermanico terrorizzava alcune nostre valli, noi potevamo rievocare che la Chiesa fin dal concilio lateranense del 1215 – all’inizio quindi delle nazioni moderne – aveva affermato il diritto dei genitori di assicurare ai propri figli l’insegnamento del catechismo nella lingua materna. All’esterno l’attività nazionale è regolata dalla funzione stessa che le è affidata nel consorzio umano. Includersi entro i propri confini nazionali, agire come se la nazione fosse una società perfetta e definita in sé stessa, predicare l’odio o il disprezzo delle altre nazioni consociate nella società universale del mondo, equivale al tentativo (vano, per fortuna, ma funesto) di ricostruire la società antica dell’ellenismo e del romanesimo, società che il cristianesimo per le ragioni stesse della civiltà ha definitivamente infranta. In questa coordinazione della nazione ai fini della civiltà e del progresso universale sta quella nostra tendenza che erroneamente gli oltranzisti del nazionalismo hanno voluto definire un mimetismo dell’internazionale socialista. In essa invece si rivela una concezione che nobilita ed esalta sopra tutte le altre la nazione, perché crea la coscienza della particolare missione che ad ogni nazione è riservata nell’ambito della civiltà universale. Ed è caratteristico che il fascismo, quando fu maturo al potere, sentì che l’esaltazione della patria italiana lo avvicinava fatalmente al pontificato romano, perché la missione storica dell’Italia non può essere che la irradiazione nel mondo di cristiano incivilimento, irradiazione che si effonde anzitutto dal capo della Chiesa cattolica o universale. No, non è vero che quest’universalismo intiepidisca o soffochi il sentimento della propria nazione. Non è oggi, né ciò fu mai, fin dalla fondazione del cristianesimo, che ricordiamo con commossa ammirazione il giuramento di S. Paolo il quale fu pure il predicatore della religione universale, il demolitore – com’egli scriveva – della parete fra giudei e gentili, quando, vinto quasi da un irresistibile sentimento nazionale, faceva ai romani quella celebre professione di fede: «Veritatem dico in Christo, non mentior, testimonium mihi, perhibente conscientia mea in Spiritu Sancto, quoniam tristitia mihi magna est et continuus dolor cordi meo. Optabam enim ego ipse anathema esse a Christo pro fratribus meis, qui sunt cognati mei secundum carnem» . "} {"filename":"08cdce71-c27e-4f38-a4c7-1fefe0b94b59.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Ha chiuso a Milano i suoi lavori il consiglio nazionale del partito liberale italiano. Le discussione si svolsero a porte chiuse e per il pubblico non si stamparono che le conclusioni del segretario politico e gli ordini del giorno votati. Quelle e questi si riassumono così: necessità di costituire un proprio gruppo parlamentare con propria fisionomia e autonomia quale organo esecutivo della direzione e sulla base dei principi affermati al congresso di Bologna e riaffermata volontà di appoggiare il governo Mussolini per la ricostruzione morale, economica e finanziaria della Nazione. I confronti con Torino s’impongono. La figura esteriore è diversa: a Milano un convegno ristretto di dirigenti, a Torino un’assemblea di delegati nazionali, a Milano dibattito fra amici sicuri, assente il controllo della stampa, a Torino discussione vivace in presenza di cinquanta redattori, in maggioranza malevoli. Nessuna possibilità quindi per Milano di commentare le conclusioni con interpretazioni di colore e d’ambiente, nessun pericolo che l’«animus» del convegno possa venir invocato per indebolire l’efficacia o correggere il significato degli o.d.g. Ma, al di là di queste ed altre differenze, vi è una parte sostanziale che non contrasta con Torino e sulla quale giova richiamare l’attenzione. Anche a Milano, benché in forma più tenue, si espresse lo stesso pensiero direttivo: appoggiare il governo sì, ma col proposito di rinvigorire l’istituto parlamentare, fiancheggiare il fascismo sì, ma rafforzare la propria fisionomia di partito e ridurre alla disciplina d’un gruppo organizzato tutti i deputati che al partito liberale intendono aderire. Sono, in fondo, le stesse conclusioni di Torino, per quanto rivestite di maggiore cautela. E, si capisce, le cautele non sono mai troppe. Dopoché Mussolini ha ripudiati «gl’immortali principii» e la dottrina politica del liberalismo, dopoché s’è sdegnato dell’urtante richiamo alla «libertà», i liberali correvano un rischio maggiore ancora dei popolari; parlarono quindi in confidenza e a voce sommessa. Ma importa sovratutto come si conclude. E si è concluso appunto – come si è concluso a Torino – per una demarcazione di programma e per la distinzione di forze organizzate. Ora se tali direttive avranno o non avranno un immediato successo politico non è dato prevedere. I maggiori uomini rappresentativi del liberalismo erano assenti, la grande maggioranza dei quattro gruppi liberali ora esistenti alla Camera, non sono impegnati dal convegno di Milano, i ministri liberali – Rossi e De Capitani – non hanno aderito: non si può quindi sapere se la disciplina prevarrà e se il gruppo, dipendente dalla direzione, verrà costituito. A noi giova però finora rilevare come i liberali, dopo tanto irridere al nostro sistema di affermazioni programmatiche e di formazioni disciplinate, dopo tanto vantare il libero individualismo dei propri uomini politici, nelle angustie dell’ora, sentono il bisogno di darsi un programma, una direzione di partito, un segretario politico, un consiglio nazionale, un gruppo parlamentare; e ci piace constatare che il consiglio nazionale e la direzione usciti da un’assemblea costituente di partito tentino di costringere nei ranghi d’una propria disciplina i deputati che devono il mandato alla loro situazione locale. Il mondo cammina; fino a pochi mesi fa non esisteva che uno scandalo nella politica italiana: il potere extraparlamentare, anticostituzionale di D. Sturzo che, a mezzo d’una direzione di partito e d’un consiglio nazionale, pretendeva dirigere i deputati; oggi gli scandali sono parecchi. Ma non intendiamo di riferirci ai più grossi; intendiamo parlare di questo ultimo, meno rumoroso, meno pericoloso, ma, per il campo ove avviene, più caratteristico, cioè del nuovo «ordre de bataille» del partito liberale. "} {"filename":"9748b60d-72ed-4c40-953b-2f7e889953e3.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Trentino in arretrato di cinquant’anni. – Un rilievo di Bissolati e F. Pasini. – Opinioni della stampa tirolese e del governo austriaco. – L’errore dei giudizi sommari retrospettivi. – Come si parlava e si pensava ai tempi della mobilitazione generale nel Trentino. Siamo in arretrato di cinquant’anni, in confronto delle vecchie provincie, e nel Trentino si respira il tanfo di mezzo secolo addietro . Bisogna quindi accelerare il ritmo della nostra trasformazione, spogliarci in fretta delle nostre vesti poco pulite e forzare il nostro chiuso carattere isolano, del quale si compatiscono le origini ma che oramai è troppo duro per venir sopportato più oltre. Cinquant’anni, comprendete; e la nostra situazione equivale – per la lingua, i costumi, le idee – alla situazione verificatasi nelle altre provincie «or è mezzo secolo». Di fronte a quest’antipatica e insultante affermazione verrebbe voglia di chiedere: con quali provincie, di grazia? E statuire i confronti colla lingua, coi costumi, colle idee delle 69 provincie d’Italia, ad una ad una, dalla Sardegna fino al Friuli. Ma i confronti sono odiosi e ci ripugna una schermaglia polemica che pur essendo una difesa, potrebbe venir interpretata come una sminuita valutazione di altre parti d’Italia. Tuttavia ci sia lecito dire che una regione la quale non ha analfabeti, che mantiene la scuola obbligatoria fino ai 14 anni, che nella statistica della delinquenza si trova ultima e che invece viene prima per quello che riguarda la sua cooperazione di credito e di consumo, una tale regione non merita l’accusa di essere in arretrato di cinquant’anni. Ammettiamo che ci manchi la verniciatura formale, di cui altrove si adornarono le pubbliche costumanze negli ultimi lustri; ma la vernice e lo stile si sviluppano da sé nel mutato clima storico, né se questo esistesse, varrebbe il nostro «carattere isolano» a resistervi. Per questo sovratutto non è necessario di svalutare il passato, tutto il passato del nostro Trentino. Bisogna invece inalvearlo nella storia nazionale, della quale esso stesso è parte non ingloriosa. I signori del «Giornale di Trento» fanno la grazia ai trentini di riconoscere che tale patrimonio di benemerenza regionale in confronto alla nazione esiste; ma il rilievo è monco. Forse, tra le moltissime che potremmo fare, gioverà a completarlo questa citazione dal famoso discorso di Leonida Bissolati, tenuto all’Augusteo, durante la guerra : (12 luglio 1918). – «Perché noi dobbiamo esservi [ai Trentini] riconoscenti di aver mantenuto viva la fiaccola della italianità contro le suggestioni perfide dei materiali interessi; vi dobbiamo riconoscenza infinita per avere voi piccolo popolo di una povera provincia, tenuto fermo contro la gigantesca pressione del germanesimo… Serbaste ardente la fiaccola anche quando l’Italia stessa pareva quasi preoccupata di spegnerla». E un’altra citazione viene a proposito, di un trentino questa, ma di un trentino al quale, crediamo, non si possa rimproverare spirito localista, F. Pasini , il quale, come epilogo del «Martirio del Trentino», scrive alla fine della guerra: «Ma io non scrivo per assegnare de’ premi a singoli partiti. Volevo piuttosto rilevare la compattezza morale di questo piccolo Trentino, l’alto significato, non per i trentini soltanto ma per tutti, di un cristiano che, fra popolazioni gelosissimamente attaccate al loro focolare, ha trovato i difensori più tenaci d’un’idea religiosa universale; di un socialista nel quale l’idea della patria ha trovato, in nome dell’umanità, la sua più pura e completa sublimazione». Qui il Pasini, come è chiaro, esalta nello stesso epilogo l’eroismo dei combattenti in C. Battisti, e la forza di resistenza dei trentini all’oppressione politica nella persona del vescovo Endrici. Senonché, giunti al punto di riconoscere al Trentino un passato non inglorioso, voi intendete ridurlo a patrimonio di pochi, escludendone la maggioranza della popolazione che s’è data una rappresentanza politica nel partito popolare. Secondo voi i popolari non hanno partecipato mai alla difesa delle questioni nazionali. Ed ecco che, per odio di parte, voi fate un torto grave alla maggioranza di questa regione e continuate nella vostra opera di svalutazione. Potremo ricordarvi nomi e fatti notissimi e riaffacciare alla vostra considerazione sovratutto il periodo della lotta contro la germa-nizzazione che, nella sua fase acuta, va dal 1905 al 1914. Ma poiché sembra che questa volta facciate credito almeno ai liberali, eccovi un giudizio riassuntivo di un liberale, P. Pedrotti, nel «Trentino dal ’66 al 1914» (vedi il citato «Martirio dei Trentino») : «Infirmare la fede italiana dei clericali trentini durante la loro breve, ma fortunata ascensione, sarebbe errore»; e l’avv. Marzani , completando questo giudizio, con uno sguardo al nostro atteggiamento durante la guerra scrive nello stesso libro: «L’internamento del vescovo, l’atteggiamento alla Camera dei più autorevoli deputati cattolici – gli on. Conci, Degasperi, Gentili e Grandi – il confinamento e il carcere di numerosi sacerdoti diedero lustro al partito cattolico trentino». In quanto al giornale che scriviamo, per istruzione vostra, non abbiamo che a rimandarvi ai giudizi che esprimeva sul nostro conto la stampa austriaca e specie la tirolese. Tra mille, ecco qua come venivamo classificati dalla Tiroler Wehr o Difesa del Tirolo, un periodico bilingue che si distribuiva gratis fra le masse rurali: «Luridi libelli, diretti da gente che puzza di nazionalismo italico, che tradisce l’Impero». Ed erano tempi in cui simili giudizi non rimanevano senza conseguenze. Ma che più? Vi basti ricordare un documento storico del tempo della guerra, d’inequivocabile valore. Nel maggio 1916 il vescovo mons. Endrici, internato ad Heiligenkreuz riceveva dal ministro dell’istruzione e dei culti un atto d’accusa, che doveva motivare la sua revoca e quest’atto di accusa, costituito da 5 capi, al quinto punto suona così: «L’organo ecclesiastico (?) Il Trentino, che si pubblica nella stamperia vescovile (?) e si redige dagli amici intimi del P. Vescovo, ha trascinato tutto il clero nella lotta nazionale. Esso segue evidentemente una corrente antiaustriaca». Queste ed altre documentazioni l’osservatore o il politico imparziale che, per non essere trentino, non può sapere per esperienza propria, può trovare oramai in parecchie pubblicazioni storiche del dopoguerra; né noi sentiremmo il bisogno di rinfrescare la memoria, quando altri non insistesse in affermazioni che sono atte a sminuire la figura morale della nostra provincia. E rinunziamo a ripetere per la centesima volta, che le nostre idee amministrative sugli enti locali, condivise da vaste correnti in tutto il regno, non hanno alcun rapporto col sentimento d’italianità. Piuttosto aggiungiamo ancora un’osservazione di carattere generale. Si parla di abbattere muraglie cinesi, di unificare, di assimilare spiriti e istituzioni. E sta bene. Ma non si dimentichi che per arrivare ad intendersi, bisogna avere comprensione per le situazioni storiche nelle quali i fatti si sono svolti e per la relatività di spazio e di tempo che li ha determinati. L’altro giorno, per esempio, abbiamo sentito da un giovinotto, che pur trovava umanamente giusto l’accenno della sig.ra Battisti agli altri orfani della popolazione trentina, esprimere le più dispettose meraviglie sul numero – ch’egli diceva notevole – dei trentini morti in guerra come combattenti dell’esercito austriaco. Ma come fu possibile? chiedeva sinceramente stupito. Allora noi abbiamo ricordate alcune circostanze di tempo e di luogo che fecero effetto. La grande maggioranza dei caduti, dovettero soccombere nell’estate, nell’autunno 1914 e nell’inverno del 1915, cioè prima ancora che l’Italia entrasse in conflitto e durante il contrastato periodo della neutralità. Le prime classi vennero colte d’improvviso sui campi e nelle officine dalla mobilitazione generale, mentre le dichiarazioni di neutralità dell’on. Di S. Giuliano e il telegramma del re venivano decantati dall’Austria come prove d’amicizia e su tutte le piazze, non esclusa piazza Dante, le musiche militari suonavano gli inni delle «tre potenze alleate». Le notizie che venivano dall’Italia erano fatte apposta per aumentare la confusione. Mussolini allora era ancora all’Avanti! e il 30 luglio parlava al Lirico a Milano intimando: «Voi governanti d’Italia non dovete uscire dalla neutralità, se no vi immobilizzeremo colla forza» e i nazionalisti a Roma si dichiaravano per una partecipazione cogl’imperi centrali, tanto che Forges Davanzati in una seduta del gruppo romano ammoniva contro «quella corrente di sentimentalismo austrofobo, che è il più grave ostacolo alla diffusione nel paese di una chiara ed esatta nozione degl’interessi italiani» e Maffeo Pantaleoni ricordava che «abbiamo degl’impegni con altri paesi, e questi devono essere mantenuti a qualunque costo». Che meraviglia se la gran massa della nostra gente, educata per tanti anni alla politica della triplice, si trovasse nella tradotta e sotto il fuoco dell’artiglieria russa, prima ancora d’aver capito se l’Italia si preparasse o meno alla guerra o con chi! Né poi l’orientamento fu presto e facile ché, né la vita lontana del campo galiziano o carpatico né gl’intervalli di cura o riposo negli spedali di un paese, come il nostro, il quale di fronte all’Italia era tenuto in stato contumaciale, facilitavano le informazioni. Si ricostruisca dunque la situazione reale di quei giorni, la si giudichi cogli elementi d’allora e si vedrà come tanto più mirabile fu lo spirito divinatorio dei pochi, quanto spiegabile il disorientamento dei più. Onde, come sarebbe inesatto il giudizio su qualunque altra provincia del regno, fermandolo a qualche episodio di disfattismo o a qualche periodo di neutralismo, così nel suo divenire, nel suo maturare, nel suo evolversi fino alla sua fisionomia finita va giudicato anche il Trentino, quando se ne vuole fissare l’opera ed il valore entro il risorgimento della nazione, e per l’ultima guerra d’indipendenza. "} {"filename":"1e38c6ef-a6d1-406f-9004-accb0627b89a.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"L’on. Degasperi ha fatto all’Epoca le seguenti dichiarazioni sulla riforma elettorale: Noi abbiamo sostenuto e sosteniamo che il noto o.d.g. del Consiglio dei ministri del 16 nov. sulla riforma elettorale può trovare una pratica attuazione, senza abbandonare nelle sue linee generali il metodo proporzionalistico, senza ricorrere quindi a sistemi maggioritari . Ed abbiamo citato come esempio anche nei colloqui col governo il disegno di legge votato dalla Camera nel 1920 per le elezioni amministrative . Si ricorderà che questo progetto distingue tre casi. Nel primo si suppone che nessuna lista raggiunga i 2\/5 dei voti validi, ed in questo caso si applica la proporzionale pura. Nel secondo si suppone che una lista raggiunga i 2\/5 dei voti validi, e in questo caso le si assegnano 3\/5 dei seggi; i seggi rimanenti vengono ripartiti proporzionalmente fra le minoranze. Nel terzo caso si suppone che una lista abbia raggiunto o superato i 3\/5 dei voti validi, e in tal caso si applica la proporzionale pura a tutte le liste. Trasferiamo ora tale sistema alle elezioni politiche e, praticamente avremo che se una lista raggiunge i 2\/5, cioè il 40 per cento dei voti validi, le verranno assegnati 3\/5 dei seggi, cioè su 535 seggi in totale, 321 seggi; i rimanenti 214 verranno ripartiti proporzionalmente fra le altre liste. Se invece nessuna lista raggiungerà i 2\/5 dei voti o una lista supererà i 3\/5, la proporzionale rigida avrà vigore per tutte le liste. Questo sistema ha il vantaggio: a) di assicurare la maggioranza dei seggi parlamentari e quindi il governo del paese solo ad una lista che raggiunga una cospicua maggioranza relativa del corpo elettorale; b) di garantire automaticamente il ritorno alla proporzionale pura in un momento in cui venisse a mancare nel paese una tale forza prevalente; c) di assicurare ai partiti che non aspirano o non possono aspirare al Governo del paese la possibilità di conquistare con propria distinta fisionomia una congrua rappresentanza. È chiaro però che tale metodo proporzionalistico non è applicabile senza un computo globale di tutti i voti raccolti da ogni lista entro l’intiero corpo elettorale. E qui il metodo più spiccio e più logico sarebbe d’introdurre il collegio unico a tutti gli effetti e per la ripartizione di tutti i seggi. Il gruppo popolare nella sua ultima riunione si è preoccupato tuttavia delle ovvie obiezioni che si muovono contro la radicale ed integrale applicazione del collegio unico ed ha rilevato che il sistema (chiamiamolo così) amministrativo del ’20 è applicabile anche mantenendo le attuali circoscrizioni locali (provinciali o interprovinciali) per alcune particolari funzioni e introducendo il computo nazionale globale per alcune altre. Esemplifichiamo. I partiti presentano le loro liste limitate nelle attuali circoscrizioni, e gli elettori votano (con o senza preferenze, ché è questione a parte) per i candidati della propria circoscrizione presentati in essa dal proprio partito. I voti di ciascuna lista vengono poi comunicati ad un ufficio centrale in Roma, il quale fa il computo totale, constatando se una lista abbia o non abbia raggiunto in tutto il paese i 2\/5 dei voti validi. Se nessuna li ha raggiunti, allora si applica in ciascuna circoscrizione la proporzionale, ciò che avviene anche se una lista ha raggiunti i 3\/5; se invece una lista ha raggiunto i 2\/5, allora l’ufficio delibera che a tale lista vengano assegnati 321 seggi; i rimanenti 214 vengono ripartiti proporzionalmente fra le altre liste. Ma come si stabilisce il quoziente per ripartire i seggi entro ciascuna lista? Si applica un quoziente nazionale o il quoziente locale? La questione è aperta; e l’amico Giavazzi ha già proposto metodi diversi. Ma il più equo, secondo il mio parere, e quello che tiene conto di molte delle obiezioni sarebbe questo: i 321 seggi della lista premiata dovrebbero essere ripartiti secondo un proprio quoziente nazionale, assegnati cioè alle proprie liste circoscrizionali in proporzione dei voti raggiunti dalla lista premiata; in ogni circoscrizione i rimanenti invece 214 dovrebbero essere ripartiti fra le altre liste secondo un quoziente circoscrizionale, ottenuto raffrontando la somma delle cifre elettorali delle liste minoritarie in ciascuna circoscrizione col numero di seggi rimasti disponibili dopo la detrazione avvenuta in favore della lista premiata. Il sistema non è così complicato come apparirebbe a prima vista: del resto esso si propone di tener conto di tutte le obiezioni dei partigiani di un più sicuro avvicinamento degli elettori agli eletti; che se si vuole soddisfare solo alle principali di tali obiezioni, basterà fermarsi ai capisaldi seguenti: a) le circoscrizioni locali rimangono per la presentazione delle candidature e per l’eventuale giuoco delle preferenze; b) lo scrutinio nazionale si fa per la ripartizione dei seggi e per l’eventuale assegnazione del premio alla lista che abbia raggiunta la maggioranza relativa qualificata dei 2\/5. Rimane invero ancora insoddisfatto il desiderio di coloro che vorrebbero ripartire tutti i seggi così che l’attuale stato di possesso delle presenti circoscrizioni rimanga invariato e non avvenga uno spostamento del numero dei seggi da sud a nord o dalla campagna ai centri urbani. Senza escludere che si debba tentare una formula che tenga conto anche di tale desiderio (e già parecchi se ne sono preoccupati), bisogna pur convenire che la perequazione demografica fa capolino in ogni riforma elettorale e che, a lungo, è difficile evitarla. Riassumendo: la proposta venne prospettata al Governo come uno dei metodi i quali soddisfano all’o.d.g. votato dal Consiglio dei ministri del 16 novembre, il quale, si ricordi bene, stabiliva: a) il ritorno al collegio uninominale è escluso; b) il vigente sistema elettorale a base rigidamente proporzionale va riveduto. È noto che tale o.d.g. venne votato dopo un dibattito fra proporzionalisti rigidi, uninominalisti e chi sosteneva la necessità di una revisione del sistema rigido: non era quindi né poteva venir interpretato come un o.d.g. antiproporzionalista e maggioritario. Il sistema nelle sue basi generali s’intendeva venisse mantenuto; si voleva solo introdurre quei temperamenti i quali in particolari condizioni facilitassero la formazione di una maggioranza parlamentare, né più né meno. Ed ecco che noi, convinti oggi come ieri della giustizia della proporzionale e della particolare funzione correttiva e organizzativa del suffragio universale ch’essa è chiamata ad esercitare nel nostro paese, ci dichiariamo disposti a discutere un espediente il quale garantisca all’attuale partito di governo lo sbocco in una sicura maggioranza parlamentare, purchè dimostri – ciò che io allo stato delle cose non metto in dubbio – ch’esso raccolga i suffragi di una parte notevole del paese. Ma questo dev’essere un espediente che agisce solo quando in Italia esista, come oggi, un forte partito nazionale, non un sistema che in ogni tempo e in qualunque condizione politica offenda permanentemente la giustizia rappresentativa, garantendo il governo a qualsiasi futura maggioranza relativa, formatasi magari casualmente e per illogiche combinazioni su una lista qualsiasi. La soluzione prospettata non è forse l’unica, penso fra le altre alla proposta Ambrosini , e certo ogni altra è tanto più accettevole quanto più realizzi la giustizia rappresentativa che è data dalla R[rappresentanza] P[roporzionale]. "} {"filename":"67b8c662-0524-4d97-8d96-c8095752ebdb.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"I. Roma, 6. Ieri vennero presentate alla cancelleria della Camera le conclusioni della commissione dei 18, formulate nelle relazioni di maggioranza e di minoranza, la prima, naturalmente, favorevole in massima al progetto governativo, la seconda contraria . È tempo quindi di riassumere con precisione i termini del conflitto che dalla commissione si riporterà alla Camera. Il progetto governativo divideva l’Italia in 15 circoscrizioni regionali. (La provincia di Trento, assieme alle provincie di Venezia, Treviso, Belluno, Rovigo, Padova, Verona, Vicenza appartiene alla circoscrizione 4.a: Veneto). In ogni circoscrizione veniva designato come ufficio elettorale circoscrizionale una Corte d’appello (per il Veneto la Corte d’appello di Venezia). Entro queste circoscrizioni le elezioni si svolgevano come per il passato, e i risultati delle sezioni venivano raccolti dalla Corte d’appello della circoscrizione; ma essa non procedeva alla ripartizione dei mandati fra le singole liste, in proporzione dei voti raccolti (sistema proporzionale vigente), ma inviava i risultati raccolti alla Corte d’appello di Roma, costituita in ufficio elettorale nazionale, la quale eseguiva tre operazioni: 1. sommava i voti ottenuti dalle singole liste in tutte le circoscrizioni; 2. verificava quale fosse la lista che in tutto il regno avesse raccolto il maggior numero di voti (maggioranza relativa) e a tale lista attribuiva 2\/3 del numero totale dei deputati, cioè 356, e li ripartiva fra le singole circoscrizioni in proporzione dei voti raggiunti da tale lista. (Si cercava cioè il quoziente nazionale della lista di maggioranza dividendo la cifra totale dei voti ottenuti da tale lista per 356 e collocando poi tanti di questi quozienti quanti ce ne stavano in ogni circoscrizione); 3. per ciascuna circoscrizione faceva la somma complessiva dei voti ottenuti da tutte le liste di minoranza; divideva tale somma per il numero dei deputati assegnati alla circoscrizione, diminuito del numero dei seggi già assegnati alla lista di maggioranza e otteneva come risultato il «quoziente di minoranza» della circoscrizione; infine divideva la somma dei voti ottenuti dalle singole liste di minoranza per tale quoziente; e il risultato rappresentava il numero dei seggi da attribuirsi a ciascuna lista di minoranza. Il progetto governativo stabiliva inoltre che in ogni circoscrizione nessuna lista di candidati potesse portare più di 5\/6 dei seggi (lista limitata) e che se la lista prevalente avesse ottenuto tanti voti da oltrepassare, applicando la proporzionale pura, 356 mandati, in tal caso tornerebbe a funzionare la proporzionale pura. Infine ogni lista, per essere ammessa, doveva essere presentata collo stesso contrassegno almeno in due circoscrizioni. Il progetto governativo ammetteva una preferenza. Vediamo ora come la commissione ha modificato il progetto. La commissione ha lasciato intatto l’organismo e la procedura per lo scrutinio (corti d’appello circoscrizionali e computo totale nazionale, solo trasferendo all’Ufficio centrale qualche mansione attribuita agli uffici della circoscrizione), ha mantenuto intatto il modo di ripartire i seggi alle liste di minoranza (quoziente circoscrizionale di minoranza), ma ha cambiato il modo di ripartire i seggi della lista prevalente. Il sistema del governo di ripartirli in proporzione dei voti raggiunti dalla stessa lista in ogni circoscrizione (mediante il quoziente nazionale di maggioranza), aveva naturalmente per conseguenza che in una circoscrizione con una votazione foltissima la lista prevalente poteva collocare tutti i suoi candidati (5\/6 dei seggi) oppure sorpassare addirittura il numero dei candidati concesso, nel qual caso i voti esuberanti venivano trasferiti ad un’altra circoscrizione. Si avevano con ciò due conseguenze: l’una che in ogni circoscrizione la lista prevalente era spinta a conquistare il massimo numero dei voti, perché globalmente poteva superare i 2\/3 (356); l’altra che i risultati delle elezioni di una circoscrizione avrebbero potuto influire troppo direttamente sulla ripartizione dei seggi in un’altra circoscrizione. Sovratutto la prima considerazione fu per la maggioranza della commissione decisiva, ma lo fu, in fondo, per una preoccupazione egoistica. Certi liberali – il «Giornale d’Italia» in testa – i quali vogliono imbarcarsi nell’arca di Noè, venir riassunti cioè nella lista ministeriale, temono che, facendo giuocare le preferenze, i fascisti possano escludere dalla vittoria quei liberali che hanno messi in lista solo per ragioni d’opportunità. Potendo presentare 445 candidati (5\/6), nel caso più probabile che la lista prevalente non raggiunga i 2\/3 dei voti, il numero assicurato dei seggi è di 356; il che vuol dire che 89 candidati non saranno eletti. Queste 89 vittime delle preferenze non potrebbero essere proprio i liberali imbarcati? Ed ecco che nella commissione il gruppetto Salandra incominciò a sollevare le più svariate obiezioni alla cosiddetta «mobilità» della lista di maggioranza, insistendo perché tale lista potesse contenere solo tanti candidati quanti sono i deputati che possono venir eletti, cioè 356 – due terzi! –. Ma allora, come ripartirli in ogni circoscrizione? Si arrivò così a quest’assurdo, di fissare che in ogni circoscrizione due terzi dei seggi fossero riservati alla lista della maggioranza relativa. In poche parole per 2\/3 dei seggi il metodo di ripartizione non è più proporzionalista (col quoziente), ma diviene maggioritario. Subito nella commissione venne fatto rilevare che questa cosiddetta «lista rigida» dei 213 rappresentava una enorme imposizione per quelle circoscrizioni nelle quali la lista «nazionalmente» prevalente avesse raggiunta una scarsa votazione. Può avvenire per esempio che la lista fascista, per i risultati ottenuti nell’Italia centrale, sia dichiarata la lista nazionalmente prevalente e che per questo le debbano venir attribuiti 2\/3 di voti anche nel Veneto, nel Piemonte, in Sicilia, ecc., ove non fu affatto la prevalente. Nella commissione però la maggioranza dei liberali, preoccupata dalla sorte degli 89, superò ogni scrupolo e stabilì per la maggioranza la lista rigida. Ne venne subito per conseguenza che le preferenze (le quali dalla commissione vennero portate al massimo di tre) per la lista di maggioranza non hanno nessuna funzione, tranne quella secondaria di graduare la lista fra i candidati, sicuramente eletti; mentre per le liste di minoranza le preferenze possono ottenere sempre il risultato d’includere o di escludere un candidato dalla lista degli eletti: un altro svantaggio, quindi, a carico delle minoranze. Ma la maggioranza della commissione, composta di uomini che contano di entrare nell’«arca», tirò via anche su questo, e così il progetto della commissione ne è uscito peggiore ancora di quello del governo. Senonché, ad opera compiuta, e a migliore considerazione, sembra che Giolitti, il quale è forse tra coloro che non hanno ancora preso il biglietto per l’«arca», incominci a mettere in dubbio i benefici della lista rigida; segno che conta di farsi una lista propria, tra le minoranze; ed in genere è solo da codesto altissimo e disinteressato punto di vista che bisogna giudicare l’atteggiamento dei democratici liberali: mobilità o immobilità della lista, secondo il punto di vista donde la considerano. Se pensano di volere o dovere starsene fuori, fanno l’elogio della lista mobile; se sono dentro, esaltano la praticità della lista rigida! II. Ci sono anche dei principii, dei criteri di massima, delle esigenze di interessi superiori che debbano ispirare un sistema elettorale? Si dovrebbe rispondere naturalmente di sì. Ma a considerare la maggioranza del Parlamento italiano converrebbe dubitarne. Nel ’19, dunque appena quattr’anni fa, la Camera discusse in commissione e in sedute plenarie, per parecchi mesi del sistema elettorale: furono studiati e vagliati i sistemi di tutti i paesi e la dotta relazione dell’on. Micheli con numerosi allegati raccolse i risultati di tali studi. Alla Camera si discusse per tre settimane: tutte le obiezioni contro la proporzionale furono portate e tutte furono smontate; a rileggere quei discorsi, si finisce col concludere che non c’è più niente da aggiungere né pro, né contro. Interessante è di rilevare che per la proporzionale s’ingaggiarono allora a fondo i rappresentanti della Destra parlamentare, compresi i nazionalisti, e che allora la maggioranza della Camera era antiuninominalista, per la ragione che al collegio uninominale si attribuivano tutte le deficenze del sistema parlamentare. Oggi le stesse deficenze si attribuiscono invece alla proporzionale; ed è naturale che i più audaci accusatori del sistema siano coloro i quali sanno benissimo che la debolezza del Parlamento degli ultimi anni è dovuta non al sistema ma allo spirito intrigante di alcuni uomini, alla reciproca gelosia di alcuni altri e alla mancanza di coraggio per cui certi altri si rifiutarono di usare del potere dello Stato, quando al di fuori ogni legge e ogni autorità erano calpestate dalla guerriglia civile. La sorte ha voluto che a relatore della maggioranza sulla riforma elettorale venisse designato proprio quel Casertano che fu sottosegretario all’Interno col ministero Facta: Casertano che rappresentò al ministero la mancanza di linea, la debolezza, la connivenza di fronte al costituirsi delle squadre armate del fascismo e che colle sue stereotipe ed inconcludenti risposte alle quotidiane interrogazioni giustifica i più severi giudizi sopra l’equivocità di quella sinistra politica, E qual meraviglia che Orlando, Giolitti, De Nicola tendano oggi a riversare sulla proporzionale la colpa di quelle eterne gelosie e tergiversazioni, di quelle astuzie sovrane che resero infinite ed insolute le crisi? Ora la stessa sorte ha voluto che a rispondere a Casertano fosse designato l’on. Bonomi, già capo di un governo di coalizione, il quale cadde – come si ricorderà – proprio per un’insurrezione anticlericale del gruppetto della democrazia sociale, al quale appartiene tra i primi Casertano. E Bonomi – troppo mitemente ancora – risponde nella sua relazione: «La realtà è sempre più complessa delle facili diagnosi. E la realtà dimostra che dopo le prime elezioni proporzionalistiche del 1919, in un’ora perigliosa e difficile per le condizioni interne ed esterne del paese, la Camera poté esprimere, senza alcun travaglio, un governo durato un intero anno, cioè quanto non hanno durato in Francia e in Germania – nell’agitato dopoguerra, che non è comparabile coi periodi tranquilli e normali – le più solide combinazioni. Dopo le seconde elezioni proporzionalistiche del 1921, la maggiore instabilità del governo e le lunghissime crisi ministeriali sono dipese, non tanto dalla composizione numerica dei partiti nella Camera, quanto dal fatto che non solo l’estrema sinistra ha mantenuta la sua costante opposizione ad ogni governo, ma la nuova forza fascista è entrata in Parlamento non per inalvearsi nel regime, ma per preparare di fuori, con la organizzazione delle squadre armate, quella che la relazione ministeriale chiama “la nemesi storica del fascismo distruggitore e restauratore”. La debolezza delle maggioranze parlamentari, dopo le elezioni del 1921, deriva in gran parte dalla irriducibile ostilità delle due forze di estrema sinistra e di estrema destra, e dalle condizioni veramente eccezionali del paese. Detto ciò per ristabilire la verità storica, noi affermiamo che il proposito di creare governi di partito sorretti da grosse maggioranze di partito, è contrario alle più chiare tendenze dell’evoluzione politica. Le tendenze delle società moderne procedono in direzione perfettamente opposta. Il vecchio tipo di un Parlamento diviso in due soli grandi partiti – i tories e i whigs – della vecchia Inghilterra non esiste più in alcuno dei maggiori paesi d’Europa. Con nessun sistema elettorale – sia che si adotti il collegio uninominale, o lo scrutinio di lista maggioritario, o la proporzionale – si potrà impedire la molteplicità di tendenze, di idee, di programmi, che è la caratteristica dell’epoca nostra. Nelle società moderne dove le classi, i ceti, gli interessi e le inclinazioni della coltura e della morale sono in continuo movimento, e dove – agitate ancora dalla grande scossa della guerra – le passioni danno a ciascuna tendenza un netto e crudo risalto, la pretesa di costituire il governo di un solo partito, mettendo tutti gli altri ai margini o all’opposizione, è una assurdità antistorica. La realtà, in tutti i grandi paesi d’Europa (che non pensano certo a maggioranze fittizie), è questa: che il governo deve ormai poggiare sopra una coalizione di partiti, ciascuno dei quali non è mai tanto forte per costituire da solo il governo e per porre sullo stemma dello Stato il nome della propria parte. In Italia il governo di coalizione non comincia con la proporzionale. Esso ha una lunga storia che data da alcuni decenni, e che registra casi, non infrequenti, in cui, per il ritiro di un solo partito della coalizione, il governo si è dimesso pur potendo ancora contare sopra una sufficiente maggioranza. Certamente in questo ultimo e recente periodo il governo di coalizione è degenerato in Italia in governo di combinazione. Aiutando i fattori di cui abbiamo ricordato, e che hanno indebolito all’estremo le maggioranze parlamentari, rendendo indispensabili anche piccoli gruppi irrequieti, abili manovratori hanno composte e scomposte le maggioranze parlamentari aggruppando, in guise diverse, i gruppi e i gruppetti della Camera, spesso sorti non in nome di differenziazioni politiche ma in vista di nuove combinazioni per la agognata conquista del potere. Tutta la piccola agitata storia di Montecitorio in questo ultimo periodo deriva da questa incomprensione del governo di coalizione, e dalla deformazione che l’idea della coalizione ha subito nella pratica parlamentare italiana. Ma l’oscuramento e l’abbassamento di un periodo della nostra vita parlamentare non giustifica un rimedio che è contrario alle più chiare, più evidenti, più incoercibili tendenze del nostro tempo. D’altra parte, il governo di un solo partito, dominatore incontrastato nel Parlamento dove una maggioranza pletorica lo sostiene con la sua organizzazione solida e imbattibile, non è certo l’ideale cui deve tendere un libero reggimento democratico». Fatte le debite eccezioni però, conviene rilevare che solo il Partito popolare difende la proporzionale per ragioni intrinseche, perché cioè tale sistema tra i molti è quello che più s’avvicina alla giustizia rappresentativa e perché organizza e corregge il suffragio universale. Gli stessi socialisti, tolti i gradualisti più sobrii, preferiscono dare alla lotta un carattere politico e libertario, rimanendo poco meno che agnostici di fronte al sistema. Ne viene che la posizione del Centro è quanto mai delicata. I popolari non hanno mai inteso di fare l’opposizione per l’opposizione e comprendono anche che un conflitto fra la Camera e il governo oggidì finirebbe fatalmente colla sconfitta della Camera e con chi sa quali conseguenze nel paese! D’altro canto ci sono delle situazioni nelle quali l’imperativo categorico della coscienza rende impossibile e immorale un adattamento. In verità non mancano le minacce, le pressioni, le preghiere più insistenti e i lettori hanno già fiutato, attraverso le indiscrezioni della stampa, il ricatto che si va compiendo sull’autorità ecclesiastica. Ma i popolari questa volta non potranno attenuare la loro opposizione, se non nel caso che vengano accolte quelle transazioni già comunicate a suo tempo dall’on. Degasperi al presidente del Consiglio. Per loro oramai si tratta di salvare l’onore della bandiera. Ed eccovi, per finire, un altro ravvicinamento strano. Nel ’19 l’on. Riccio terminava il suo applaudito discorso per la proporzionale, ricordando che dovendo essere questa la legge che riuniva in un sol atto elettorale le vecchie e nuove provincie, non gli pareva fuor di luogo ricordare che a Trento fin dal 1910 accanto al liberale Tambosi e al «clericale» Degasperi anche il martire trentino Cesare Battisti aveva promossa l’introduzione della proporzionale nelle elezioni municipali . Credo che la maggioranza della nostra regione veda con piacere che anche in questa contingenza i rappresentanti del Trentino possano farsi portavoce di quella giustizia rappresentativa che, in mezzo agli adattamenti opportunistici dei più, immutabilmente noi crediamo di dover difendere. "} {"filename":"0d8dfcfa-95fb-43f3-ae91-b36b7c80dfe3.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Abbiamo letto il verbale di un colloquio avvenuto fra un sindaco popolare di un grosso comune trentino e i rappresentanti locali del fascio. Erano venuti costoro in missione diplomatica per invitare in termini energicamente cortesi il sindaco e la rappresentanza a dimettersi onde «prevenire un’azione tendente ad ottenere lo scioglimento del Consiglio comunale». Motivazione? La solita. I popolari non godono la fiducia del Governo. Ecco le precise parole: «Oggi gli attuali amministratori possono ottenere ben poco dal Governo: solo il Partito fascista può ottenere tutto. Necessita pertanto la fiducia del Governo fascista o quantomeno lo zampino del Governo fascista». Ed ecco la risposta del sindaco «Il signor sindaco fa rilevare che l’attuale amministrazione ha sempre avuto ed ha esclusivamente lo scopo di provocare nel miglior modo possibile l’interesse del Comune, e che quindi non comprende per qual motivo il Governo debba essere ostile. Egli… nutre una fiducia molto superiore nel Governo fascista in quanto che è convinto che per i principi informatori del P.N.F. stesso, il Governo concede aiuti e sovvenzioni soltanto ai comuni che ne abbiano assolutamente bisogno. Ritiene che il Governo fascista sia superiore e non adotti sistemi di parzialità». Il signor sindaco ha perfettamente ragione, ma avrebbe potuto aggiungere: Vi pare che il programma dell’ottener tutto possa venir messo in armonia col programma ricostruttivo nazionale e coi rigidi provvedimenti di economia dell’on. De Stefani? Ma se si è introdotta la politica della lesina, appunto per arrivare al pareggio del bilancio, se il ministro delle finanze ha imposto anche agli enti locali la soppressione di ogni spesa facoltativa, la riduzione di ogni investitura per lavori pubblici, l’inasprimento dei tributi! Se si è proclamato, e a ragione, che doveva cessare la politica demagogica di promettere e spendere a carico dello Stato, come si può parlare di ottenere tutto? Codesta è demagogia vecchia, in perfetto contrasto col programma del Governo. In quanto allo zampino, il Governo ha in mano le leggi e gli organi politicoamministrativi per tutelare e controllare i comuni. Si vuole una rappresentanza fascista nei Consigli comunali, in paesi nei quali siano giunti uomini nuovi o la minoranza antipopolare ha cambiato nome trasformandosi da socialista o riformista o radicale o liberale in fascista? Non c’è che un mezzo: elezioni suppletive o elezioni generali. Ma per arrivare a ciò non c’è bisogno né di battaglie, né d’imposizioni, né di procurare ai comuni crisi e dissesti. La Libertà informandoci della nomina dell’avv. Stefenelli (vedi in Echi) le attribuisce un particolare significato «se si rifletta che essa giunge all’indomani del crollo di quell’assolutismo popolare che fino a ieri aveva dominato, sarebbe il caso di dire predominato, alla Provincia con quel bell’esito che tutti sanno». Ecco: fatichiamo a capire che significato speciale si debba dare a tal nomina in nesso all’assolutismo popolare e al suo crollo. Pensiamo che l’esperienza, la dirittura e la fierezza dello Stefenelli, in contrasto con certi sistemi di prepotenza e di servilismo, possano giovare a quella povera Cenerentola che per i cultori della statolatria è divenuta la Provincia. Ma, comunque, vogliamo avvertire l’organo liberale che è poco eroico e punto generoso il prendersela ora col partito popolare, quando si accettano senza una protesta, senza un lamento le imposizioni umilianti di un più vero e reale assolutismo di partito. La Giunta provinciale era composta di tre popolari, un liberale, un fascista e due tedeschi: un assolutismo che i liberali potrebbero augurarsi ovunque si troveranno a collaborare coi nuovi alleati. Il partito popolare, pur disponendo della maggioranza assoluta o relativa dei voti, sostenne sempre la rappresentanza proporzionale dei vari partiti e collaborò e collabora tuttora coi liberali, ovunque nell’interesse delle amministrazioni si sia voluto l’accordo. In quanto al bell’esito, siamo sempre pronti a discorrerne e in ogni caso verrà il tempo di riassumere i risultati di un periodo che per gl’istituti creati e per i lavori pubblici eseguiti meriterà un particolare rilievo. Attendiamo la riforma amministrativa, colla fiducia che essa voglia ridare alle Provincie maggiore respiro e quando il popolo sarà chiamato di nuovo a ricostituirle, i risultati del passato si ricongiungeranno col programma avvenire. Per allora auguriamo ai liberali di non aver frustrati con inutili ed ingenui «escamotages» i meriti della loro collaborazione all’amministrazione «crollata», (se il licenziamento dei commissari provinciali popolari nominati dal Governo si definisce crollo, come chiamate il benservito ai consiglieri liberali del Comune eletti dalla cittadinanza di Trento?), perché, badate bene, su migliaia di deliberazioni giuntali sta scritto: deliberato ad unanimità, e solo su alcune poche: a maggioranza! "} {"filename":"8e0bad5f-eb34-4631-b676-adcb8f263608.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Appena si è parlato di elezioni probabili o vicine, si è affacciata naturalmente la questione della libertà di voto. Ci sarà libertà di votare, secondo la propria convinzione? Ci sarà la possibilità di agitare il programma del proprio partito e di fare la propaganda per i propri candidati? Le due questioni, che si assommano in una sola, s’impongono, dati i sistemi oramai in uso per le elezioni amministrative e date le condizioni dello spirito pubblico. Circa la prima si può rispondere che le garanzie formali, giuridiche e organizzative, le quali hanno lo scopo di assicurare la libertà di votare, cioè di compiere l’atto elettorale, sono, per quanto riguarda le disposizioni della nuova legge, aumentate e, conviene credere, sufficienti. Ecco le principali: 1. Le commissioni e uffici elettorali d’ogni specie (comunali, circoscrizionali, nazionali), vengono presiedute e dirette da rappresentanti della magistratura e da suoi fiduciari. Assistono rappresentanti delle diverse liste, cioè dei partiti in lotta. 2. Vengono rilasciati in antecedenza certificati elettorali (leggittimazioni), e ogni elettore ha diritto di ottenere in antecedenza dal pretore una tessera di riconoscimento. 3. Si vota colla «scheda di Stato»: l’elettore cioè riceve dal presidente del seggio una scheda sulla quale sono stampati i simboli di tutti i partiti che hanno presentate delle candidature; ed egli vota ritirandosi nella cabina e segnando colla matita il simbolo del partito che preferisce. Non c’è quindi possibilità di rifilargli nella saccoccia la scheda del proprio partito o di intimidirlo con minacce, né c’è scopo che gli agitatori elettorali lo stringano d’assedio al di fuori del seggio. Questa è senza dubbio la garanzia di libertà più forte che sia stata creata. 4. Il presidente del seggio ha poteri discrezionali sulla forza pubblica per mantenere l’ordine dentro e fuori del locale ove si svolgono le elezioni. Per forza pubblica s’intendono – e la legge lo nota espressamente per escludere ogni altra formazione volontaria – i reali carabinieri. 5. Pene severissime (da tre mesi ad un anno di prigione, da 100 a 5000 lire di multa) sono comminate contro pubblici uffiziali che cerchino d’influire indebitamente sull’esito elettorale e contro chiunque con minacce, con tumulti, invasioni nei locali, attruppamento nelle vie ecc., oltraggi o intimidisca gli elettori ecc. ecc. Le garanzie quindi della legge non mancano. Bisogna perciò ritenere che, se il governo vuole applicarle, non gli manchi modo di assicurare la libertà del voto. Noi riteniamo che tale proposito ci sia, non foss’altro perché non può desiderare che una Camera, la quale in grazie del nuovo sistema sarà almeno per due terzi sua, riesca inficiata nelle sue origini. Diversa è la questione della libertà di propaganda durante la campagna elettorale. Le condizioni dello spirito pubblico sono diverse, a seconda delle provincie; ma in alcune, in forza della comprensione passata e presente, ogni propaganda che non sia fascista è scomparsa da mesi e mesi. Vorrà il governo ristabilire una atmosfera di tolleranza, e se lo vorrà, avrà i mezzi per raggiungere lo scopo? Ecco il quesito che deve porsi il governo e che riguarda sovratutto il partito dominante. I fascisti hanno in mano tutti gli organi dello Stato, dominano quasi per intiero la grande stampa, dispongono di organizzazioni e di fondi pecuniari, ma sovratutto hanno fatto una legge che, purché ottengano la quarta parte dei voti in tutto il regno, assicura loro con un calcolo di privilegio 356 mandati. Vorranno o non vorranno permettere che le minoranze si contendano in libera agitazione politica i rimanenti 179 seggi? O soccomberanno alla tentazione del sistema totalitario, mettendo le mani – attraverso liste affini o ligie – anche sulla quota della minoranza? È da questa premessa, dall’esistenza della volontà del limite, che dipenderà la possibilità non diremo della solita campagna elettorale, ma almeno di una discussione misurata e contenuta. Ora si farà la gran prova. Chi in estate sosteneva la riforma Acerbo diceva che essa almeno servirebbe a garantire una qualche parte dei seggi alle minoranze. Si dimostrerà ora se almeno questa speranza, che a molti deputati suggerì il voto di acquiescenza ad una legge che pur dichiaravano ingiusta, potrà avverarsi. Noi vogliamo augurarcelo per il bene e per l’onore del nostro paese. "} {"filename":"62cae916-bd9c-47a0-93eb-a1fe2b11d1cd.txt","exact_year":1923,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Il sottoscritto chiede d’interrogare il ministro dell’Interno, per sapere su quali argomenti la relazione che accompagna il decreto di scioglimento del Consiglio comunale di Trento (Gazzetta Ufficiale del Regno 238) fondi l’affermazione che i contrasti dei tre gruppi i quali collaboravano nell’Amministrazione cittadina abbiano determinata l’impossibilità del suo funzionamento; mentre è un fatto irrefutabile, rilevato con plauso dallo stesso prefetto e dall’ex-sindaco, ora commissario Regio , che fra i tre gruppi collaboratori era sempre prevalso lo sforzo comune di tener alto il criterio amministrativo, tanto che tutte le determinazioni di qualche importanza vennero prese, come risulta dai verbali, a unanimità di voti. De Gasperi "} {"filename":"98276245-9afd-4ce9-ab65-2b5c5fd65a48.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Le elezioni generali indette pel 6 aprile impongono a tutti i partiti chiarezza di posizioni politiche e precise osservazioni programmatiche. Il nuovo metodo elettorale, che i popolari hanno combattuto e non cesseranno di combattere, mette in condizioni di inferiorità i partiti autonomi di fronte alla lista governativa, che può dirsi eletta prima ancora che venga dato il responso delle urne; ed altera il vero risultato della volontà popolare in modo che la XXVII Legislatura non potrà considerarsi che una parentesi nella vita costituzionale d’Italia dal 1848 ad oggi. Ciò non pertanto, il «Partito popolare italiano» partecipa alle elezioni generali con lista propria nazionale, perché vuole contribuire a fare ritornare la vita pubblica alla sua normalità costituzionale, ed opporsi ad ogni attentato contro l’Istituto parlamentare e contro le libertà politiche dalle Nazione. La posizione di minoranza nella nuova assemblea legislativa darà agli eletti della lista popolare carattere di maggiore autonomia e funzione di controllo; ma non ci esonera, di fronte a noi stessi, né di fronte alla coscienza pubblica dal dovere, comune ad ogni partito, di tendere a rappresentare più efficacemente le correnti che a noi fanno capo e di agitare le nostre idee, perché diventino elementi direttivi di governo. Il nostro programma politico rimane identico oggi come nel 1919, nella sua caratteristica «democratica» e nella sua aspirazione «patriottica» e nella sua visione di solidarietà «internazionale». La bandiera allora spiegata per la libertà, l’insegna allora assunta: «Lo scudo Crociato con il motto Libertas» sono oggi la nostra bandiera e la nostra insegna. La lotta contro lo Stato accentratore e panteista iniziata col primo appello ai «liberi e forti» è la lotta nostra ancora oggi, che si moltiplicano i tentativi di centralizzazione e di intervenzionismo statale che invadono e turbano ogni attività individuale e collettiva. Lo Stato da noi allora invocato «organico e popolare» contempera la sua autorità con la libertà, il suo potere centrale con le autonomie locali, il suo fine sociale con le organizzazioni di classi, il suo compito direttivo e integrativo con le libere iniziative. La sua autorità, da noi sempre sostenuta, è basata sulle libertà civili, sulla legge uguale per tutti e resa effettiva dai consumi morali del Paese. Affinché ritornino l’ordine e la pace nel viver civile, questa autorità vogliamo reintegrare di fronte all’illegalismo e alla violenza, esercitate in nome e sotto l’insegna di partiti. E perché nessuno attenti all’autorità dello Stato, solo l’esercito si deve riconoscere come unica forza militare, dalla quale debbono dipendere le milizie militari volontarie e ogni altre organizzazione armata, e solo il Re loro legittimo Capo. Il nostro sentimento religioso, mentre ci fa lieti di quanto, anche da avversari, anche con altro spirito, viene fatto a vantaggio della Fede cattolica, altrettanto ci fa rigidi contro ogni tentativo di asservimento morale che in nome della religione, cercata a puntello di partiti o di classi, possa essere compiuto a danno dei diritti del popolo e delle libertà della Chiesa. E nell’invocare l’abolizione dei «placet» e degli «exequatur», nel volere autonoma l’amministrazione del Patrimonio Ecclesiastico e una legge che ristabilisca la personalità giuridica delle corporazioni religiose, non domandiamo privilegi per il clero, ma l’abolizione di vincoli che derivano da perniciose lotte fra Stato e Chiesa. La politica estera è da noi intesa in piena rispondenza alla dignità e agli interessi della nostra nazione, politica di espansione pacifica e di commerci, di emigrazione e di valorizzazione coloniale; politica lontana da egoismi nazionalisti e da utopistici internazionalismi di classe; diretta al risanamento europeo, alla maggiore efficienza della Società delle nazioni e alla pacificazione dei popoli. La libertà della scuola, iniziata coll’esame di Stato, deve essere completata; la beneficenza privata e pubblica garantita contro ogni violazione dei suoi scopi morali e religiosi rispetto alla volontà dei testatori; restituita e integrata l’autonomia dei Comuni e delle Province; riconosciuto l’Ente Regione nella Unità Statale. Il risanamento finanziario è da noi voluto senza privilegi e con giusta distribuzione dei tributi a tutte le classi. Noi domandiamo la creazione dei consigli elettivi della economia e del lavoro, alla periferia ed al centro, sulla base della organizzazione di classe riconosciuta e resa libera da coazione politica. L’agricoltura deve essere favorita come la principale fonte di ricchezza nazionale e come mezzo di risorgimento del Mezzogiorno; e la politica doganale deve tendere al regime liberista, limitando la protezione ai fini strettamente fiscali o di carattere transitorio, che non danneggino la produzione e i commerci agricoli. Noi riprendiamo la nostra battaglia per le Camere regionali di Agricoltura, la trasformazione del latifondo e la regolamentazione dei patti agrari. Cinque anni di lavoro e di attività del «Partito popolare italiano» in mezzo a gravi e incessanti difficoltà, hanno temprato molte coscienze ed hanno determinato correnti vive nel pensiero politico del nostro Paese. Il Fascismo ha cercato di assimilare alcuni postulati del «Popolarismo», ma vi ha contraddetto col suo spirito antidemocratico. La esperienza del potere di fronte alla realtà ha fatto tuttavia superare ai dirigenti molti pregiudizi e preconcetti, e la soluzione Adriatica è un effetto di questo senso realistico che si sviluppa; lo sbocco elettorale potrà condurre sulla via della costituzionalità, la sola via che può far ritornare l’Italia alla sua unità morale. Pertanto sentiamo il dovere di ripetere, non solo ai nostri amici, ma anche a coloro che hanno oggi il governo del Paese, che l’Italia non può né deve smentire le sue origini democratiche, e deve mettersi in condizioni di far valutare all’Interno e all’Estero la forza delle supreme leggi morali ed i principi della fraternità cristiana fra gli uomini e fra i popoli. La fiducia del nostro Paese non ci viene meno; perché superati i fenomeni del dopo guerra, vinto l’illegalismo bolscevizzante, rifatta una nuova coscienza politica attraverso debolezze di partiti e tentativi rivoluzionari, l’Italia troverà sicuramente nel regime rappresentativo il mezzo idoneo e legittimo, dell’ordine del progresso. Popolari per il bene d’Italia, invocando ed esigendo libertà di propaganda e di voto, tutti concordi al nostro posto. Roma, 29 gennaio 1924 LA DIREZIONE DEL PARTITO "} {"filename":"8353e52b-6f95-4a1a-a901-07e196feb668.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Entra in lizza per battere contro i popolari, accanto al Lunelli , all’Alfredo Degasperi ed altri, anche l’avv. Alfio Zippel, il quale scrive nel Brennero «sul fascismo e popolarismo» per stabilire l’antitesi della nostra concezione dello Stato contro quella nazionalista. L’argomento è seducente e discorreremmo volentieri di questa differenziazione capitale fra il nostro pensiero politicocostituzionale e quello di Maurras , Enrico Corradini e suoi scolari. Ma basti oggi un cenno al riferimento locale. Il Zippel ci trova eccessivamente regionalisti e ci accusa di aver portato nella politica generale italiana il senso frigido del «piede in casa». Ecco, egregio contraddittore. Fino che i trentini tutti – dai popolari ai liberali e a molti che oggi militano all’insegna del fascio, dal sen. Conci al sen. Zippel, dall’on. Flor all’onor. Degasperi, dal comm. Peterlongo al comm. Defrancesco e al cav. de Bellat – s’opponevano alla totale radiazione delle loro istituzioni autonome locali, qualcuno ignaro dei nostri istituti e dei nostri propositi, poteva sentire il bisogno di allarmarsi per un nostro presunto deficiente unitarismo al quale far risalire la nostra tendenza. Ma oggi gli anacronistici siete voi, che pur reclamate il compito di ricostruire il Trentino nuovo dell’avvenire. Come? Assistiamo ad un fenomeno di centralizzazione inesorabile e voi vi preoccupate di chi ancora conservi nel suo cuore malinconiche e innocue idee di regionalismo? La popolazione viene cacciata da tutte le trincee della vita pubblica, si abolisce il diritto dei comuni, dei padri di famiglia e dei maestri d’influire sull’organismo scolastico, si sopprime ogni diritto elettivo e di controllo, s’impedisce che la popolazione rappresenti i suoi interessi nella provincia e nei comuni maggiori e in via di fatto si sottrae agli enti locali, non diciamo la loro autonomia, ma anche la loro autarchia, si piantano dappertutto, perfino in associazioni economiche, commissari dello Stato, anche chiamati di lontano, perché devono portare lo spirito nuovo; e voi, voi che pur siete in mezzo al popolo nostro, il quale in questo momento senza troppe distrazioni ha sopra tutto ciò un solo parere, voi sentite il senso frigido del piede in casa? Eh no, oggidì, se c’è qualcuno che si sente buttato fuori della propria casa, non è lo Stato, non è la Nazione, ma è il censito comunale, l’elettore provinciale, il cittadino, che deve chiedersi se abbia ancora tutti i diritti politici e civili che ha ereditato da una lunga tradizione locale e che furono consacrati dalla costituzione nazionale. Onde è vano il tentativo di dipingere le nostre masse come pervase di un senso nostalgico del passato. È sepolto en bloc, e sia; ma guardando come voi ad un avvenire tutto italiano, proclamiamo che il monopolismo accentratore e il nazionalismo deificato sono importazioni straniere e che purissima tendenza italica è invece quella di coordinare tutte le energie individuali e locali, fatte libere, in un’unità organica e vivente. "} {"filename":"9225162c-ba20-49f9-bf99-d6b1604c21c0.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Il Brennero, a proposito del nostro articolo contro il decreto sulle associazioni scrive una risposta che dedica al Nuovo Trentino e all’Avanti!. L’abbinamento dovrebb’essere ironico e spaventarci. Invece, creda il Brennero, non ci commuove affatto. Abbiamo combattuto da troppi anni il socialismo e gli abbiamo contrastato il terreno in tempi non facili, nei quali erano socialisti molti di coloro che oggi portano il fascio littorio, perché qualcuno possa dubitare del nostro irrevocabile antisocialismo teorico e pratico. Ma i trentini capiscono molto bene che in certe situazioni determinate a proposito di qualche particolare e concreta questione possono trovarsi d’accordo anche i più acerrimi avversari politici; e ricordano, per esempio, che per l’autonomia del Trentino sotto l’Austria combatterono assieme socialisti, liberali e popolari, che durante la guerra, il Lavoratore di Trieste, socialista ma unico giornale italiano d’opposizione ospitava discorsi ed articoli di deputati popolari contro il Governo. Esempio classico del resto è quello del Centro germanico che si trovò a lato dei socialisti a combattere le leggi reazionarie di Bismarck. Dunque niente paura. Decisivo invece è di vedere se la nostra protesta contro il decreto 24 gennaio è fondata o meno. Il quotidiano fascista dice di no e afferma che la disposizione governativa è profondamente sana nella sua essenza. Essa sarebbe giustificata dai molti abusi che avvengono (e cita il caso della Camera del lavoro di Bolzano, la quale – se non erriamo – è ancora sub iudice e quindi non è discutibile) e dal fatto che i lavoratori sarebbero incapaci di controllare i capi delle loro associazioni, mentre ciò sanno fare gl’industriali, i commercianti, gli agricoltori. Infine l’articolista, fa le meraviglie che proprio noi, il cui programma contiene il postulato del riconoscimento giuridico dei sindacati, non vogliamo capire che il decreto incriminato ci mette proprio su questa strada. Ecco, che siano avvenuti e avvengano abusi non possiamo negare, ma gli abusi si riscontrano non solo nelle associazioni dei lavoratori, ma anche in quelle delle altre classi. In linea generale però ci rifiutiamo di credere che i lavoratori siano una classe così pecorile ed ignorante da esigere l’ingerenza dello Stato, spinta al punto che un prefetto può non solo inquirire, ma a suo arbitrio sciogliere il consiglio amministrativo, nominare un commissario, ordinare la liquidazione del patrimonio sociale. Diciano a suo arbitrio, perché la dizione del decreto: «quando vi siano fondati sospetti d’abuso» ovvero: «quando l’urgenza lo richieda» è troppo elastica per consentire una sufficiente delimitazione. Nessuna legislazione al mondo permette del resto una siffatta ingerenza, e sì che chi ha visitati i sindacati di Gand, di Colonia, di Manchester può farsi un’idea di quello che in libertà abbiano fatto e prodotto i maggiori sindacati d’Europa. Chi non ricorda del resto le grida d’indignazione che si levarono in Italia quando in seguito al crollo della banca di sconto si lanciò l’idea d’istituire anche per le associazioni economiche della borghesia un controllo dell’autorità amministrativa? L’attacco fu allora respinto in nome della libertà e nell’interesse dello sviluppo della vita collettiva. Perché non avranno diritto di protestare anche i lavoratori? Né creda l’articolista di confonderci col riferirsi al riconoscimento giuridico dei sindacati. Esso è senza dubbio un caposaldo del nostro programma, ma prima di tutto fino ad ora il riconoscimento giuridico dei sindacati non c’è e quando venisse, ad una situazione privilegiata sarà lecito contrapporre un controllo particolare, controllo però che non può essere quello dell’autorità politica, ma quello dell’autorità giudiziaria o un apposito organo di giustizia amministrativa. Come? Il legislatore ha voluto che l’amministrazione di un Comune che è un ente pubblico venga sottoposta al controllo della Giunta amministrativa, e voi trovate in regola che l’amministrazione di una qualunque associazione privata, che si proponga il bene materiale e morale dei lavoratori, sia soggetta a così grave ingerenza dell’autorità politica? Per finire, il Brennero ci fa il torto di supporre che la nostra diffidenza verso l’autorità politica ci venga suggerita dalla nostra esperienza di altri tempi. – «Beati i tempi – esclamava –, in cui il Commissariato generale di Trento era divenuto il servile portaordini dell’on. Degasperi!». Eh signori, non toccate il tasto di Perpetua! Alcuni impiegati direttivi del commissariato sono ancora al loro posto in prefettura, altri sono facilmente raggiungibili. Interrogateli pure liberamente, e dovrete concludere di averli calunniati. Né l’on. Degasperi né altro deputato popolare davano ordini da portare, perché non se ne sono mai arrogato il diritto, né se l’avessero osato, avrebbero trovati gli esecutori. C’era allora dell’indipendenza, e nonostante i numerosi interventi nell’interesse degli elettori, e della regione, non sono mai arrivati a dare, nemmeno per approssimazione, quello spettacolo di assedio permanente che si ripetè nei tempi più leggiadri che voi conoscete. Voi ricordate anche le andate del prete di Caltagirone nei ministeri? Ma che cos’era la visita del segretario del partito popolare al confronto della permanenza in sede del segretario fascista? Che cos’era infine l’influsso di tutti i deputati di tutti i partiti – e badate che noi ne abbiamo invocato allora pubblicamente la limitazione – al paragone dell’ingerenza stabile e riconosciuta dei fiduciari fascisti, per i quali Massimo Rocca fuse il termine di sopraprefetti? Non parlate quindi di corda in casa dell’impiccato. Noi siamo contro questo decreto sotto qualsiasi governo, presente e futuro; ma se dovessimo chiedere alla esperienza ragioni contingenti per diffidare, non avremmo certo bisogno di ricorrere al passato, per ritrovarle. "} {"filename":"be506f64-462a-4f0d-9148-a2882178d76e.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Nella prima pagina del Brennero di ieri, sotto un titolo unico, si leggono un articolo polemico del viceprefetto Chiaromonte e il testo del decreto del prefetto Guadagnini: ed è giusto, perché la motivazione del decreto del prefetto non è che il riassunto conclusivo della polemica del viceprefetto. È quindi con riguardo a questi due documenti, visti assieme, che qui si fanno le constatazioni seguenti: 1. La crisi del Consorzio dei comuni ebbe inizio da un attacco del Chiaromonte il quale in una seduta della direzione mosse alcuni appunti all’amministrazione Ferrari: appunti ai quali venne in parte risposto subito, rimettendo un esame definitivo ad un’inchiesta del Consiglio di sorveglianza. Ma il Chiaromonte aveva fretta, e teneva in pronto un ordine del giorno di sfiducia, sul quale però non insistette, quando si accorse che due suoi consenzienti, i quali avevano partecipato finora all’amministrazione Ferrari non lo avrebbero votato, per non demolire se stessi. Tuttavia, volendo finirla ad ogni costo, il Chiaromonte si levò per andarsene e l’ing. Gianferrari, capitato per la prima volta nella Direzione, si associò; e alle dimissioni si aggiunsero anche gli altri due, dichiarando di farlo per solidarietà politica. La direzione decise allora di affidarsi ad un’inchiesta del Consiglio di sorveglianza. Ma i crisaioli ruppero ogni indugio, fecero annunziare nel Brennero la crisi e provocarono la polemica. Fu allora manifesto anche ai ciechi che le critiche erano un pretesto; che non si voleva criticare per correggere e collaborare a rimediare se errori v’erano stati, ma che si voleva abbattere a qualunque costo l’amministrazione, fornendo al prefetto l’agognato pretesto per intervenire. Ricordammo allora le lunghe pressioni fatte sulla presidenza, prima per imporre un impiegato direttivo fascista, poi per portare la crisi nel Consiglio d’amministrazione. Ricordammo che s’era tentato il colpo decisivo, quando si discusse sul carattere di pubblicità o meno dell’ente consorziale e ricordammo che il Chiaromonte s’era già ritirato sotto la tenda, quando la direzione faceva mostra di non voler votare il contributo di 50 mila lire per il comitato fiera di Milano, del quale era presidente finanziario il Chiaromonte stesso. Concludemmo che anche codesta crisi era un episodio e forse il definitivo delle manovre per la scalata del Consorzio dei comuni. Oggi il decreto è venuto ad avvalorare i nostri sospetti. 2. Il Chiaromonte cerca di motivare la scalata coll’affermare che si tratta di un’amministrazione di partito. Sarebbe un bel motivo in ogni caso; ma il peggio è che l’affermazione è falsa. La direzione si costituì nel 1921, dopo il rinnovamento dei consigli comunali, ed essa fu eletta dall’assemblea dei comuni così: quattro popolari, tre liberali, tre socialisti, più il presidente e il consigliere delegato di comune gradimento: il consigliere delegato, un tecnico venuto dall’amministrazione di finanza che non ha mai militato in nessun partito, e il presidente dottor Emilio de Ferrari, filopopolare e circondato dalla stima di tutti. Si aggiunsero poi, in base alla norme statuarie, l’on. Conci, quale capo della Provincia, e l’on. Toffol, quale vicepresidente del Consiglio d’agricoltura. Nell’assemblea che seguì, alle elezioni parziali, venne nominato invece di un socialista, il comm. Larcher, reggente della Federazione fascista. Un membro liberale transitò poi nel fascismo, il cons. Artel abbandonò la regione e il dott. Detassis s’era dimesso recentemente, in protesta contro lo stiracchiamento dei fondi da parte del Governo e visto che per averli bisognava ricorrere a certe vie indirette del nuovo stile. Così era composta l’amministrazione che il decreto del prefetto sembra voglia qualificare come composta di estranei ai comuni, mentre il Vida era sindaco di Cavalese, il Brolo sindaco di Roncegno, Girardi assessore di Riva, il Bertagnoli sindaco di Fondo, l’Artel prosindaco di Riva, il Casotti cons. comunale di Rovereto, e il dott. Detassis, Mattei, Obrelli erano stati scelti dai comuni, perché tecnici oramai della opera di ricostruzione e di finanziamento. 3. Il Chiaromonte pretende che gli riconosciamo il buon proposito di aver rovesciata l’amministrazione, per favorire i danneggiati. La pretesa è leggermente demagogica. Per illustrarla ci basti ricordare la denuncia da lui fatta alla finanza durante la polemica; che in fondo si riduce ad accusare il Consorzio d’aver tentato d’avere dei fondi anticipati ai danneggiati, prima ancora che le pratiche di anticipo fossero burocraticamente perfette. Sarà difficile del resto che il Chiaromonte, per quanto sembri presumere che prima di lui, nel Trentino non si sapesse ove nasce il sole, persuada i trentini che i loro amministratori erano e sono in maggioranza degl’inetti o… peggio. La burocrazia non si attacca né si diminuisce, signor viceprefetto, quando nel Trentino come dappertutto si preferisce che gli enti locali (oh perché si chiamerebbero locali altrimenti?) vengano amministrati da persone del luogo. Né si meravigli il signor presidente della Commissione reale se persone che hanno ideato il Consorzio dei comuni , l’hanno aiutato a sorgere, hanno lavorato con passione e con efficacia per risolvere il grave problema dei danneggiati, non possano leggere che con disgusto periodi come questo: «Vede appena oggi il Nuovo Trentino, che la nostra provincia è in arretrato di un anno in confronto del Veneto nella liquidazione dei danni? E perché non dice di chi è la colpa?» (Chiaromonte nel Brennero di ieri) Come? Che cosa vuole insinuare, signor viceprefetto? Forse che è colpa del Trentino se il decreto luogotenenziale sui danni di guerra venne esteso alle nuove Provincie appena il 18 aprile 1920? Forse che è colpa nostra se la Direzione di finanza, nonostante tutte le sollecitazioni, non venne autorizzata a tempo a costituire gli appositi uffici e ad assumere il personale occorrente? 4. La motivazione iniziale del decreto di scioglimento è che il Consorzio si sarebbe rifiutato di cambiare lo statuto, quando venne introdotta la legge comunale e provinciale. Ciò si scrive e si stampa, pur essendo noto che il Ministero delle finanze si dichiarò per il mantenimento del presente statuto e che tale mantenimento ebbe parere favorevole anche dalla Giunta provinciale amministrativa, già nella scorsa primavera! I commenti sono qui proprio superflui. 5. Il Chiaromonte e l’estensore del decreto ci tengono molto a far rilevare che lo scopo dello scioglimento è quello di «chiamare nella direzione i diretti rappresentanti degli enti consociati, cioè della provincia e dei comuni della zona devastata». Ah, sì? Ma perché allora non si è atteso che venisse convocata l’assemblea generale dei comuni associati, i quali, se prestano la garanzia e corrono il rischio, hanno pur diritto di scegliere gli amministratori? Perché stroncare i propositi della amministrazione presente e rendere impossibile la nomina elettiva? Il perché è troppo chiaro, e nessuna demagogia varrà a ingannare gl’interessati. Il tentativo di svalutare d’un colpo le amministrazioni Crivelli e Ferrari, coi consiglieri designati dai Comuni, è condannato all’insuccesso. I trentini conserveranno a questi uomini la loro riconoscenza o nessuna abilità retorica li indurrà a considerarli, dopo tante opere e tante prove di buona volontà e d’affetto per la loro terra, come degli esterni alle istituzioni nostre. "} {"filename":"eeba9179-fb37-417f-bf00-30ceead83b24.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"L’opinione sincera che tutti a quattr’occhi esprimono e mormorano è questa: così non può continuare! Noi non domandiamo privilegi, ma esigiamo che l’Autorità sia imparziale, di fronte a tutti i cittadini che sono, nella lettera e nello spirito, ossequienti alle leggi. Invece che cosa avviene? Che si va accreditando anche in paesi di montagna, nei quali i costumi politici sono più integri e più semplici, l’opinione che basti inscriversi al fascio, per avere dall’autorità man forte, e rovesciare gli avversari politici o la fazione locale che si vuole abbattere. Fin dall’estate scorsa, quando codesto sistema venne inaugurato, collo scioglimento del Comune di Levico, abbiamo avvertito ch’esso ci porta alla corruzione del costume politico. Codesta specie di fascisti o filofascisti a termine, non hanno infatti assorbito nulla del programma ideale del fascismo. Essi non si pongono al servizio di una convinzione sincera, sempre rispettabile, ma la sfruttano per scopi effimeri ed opportunistici. L’Autorità, appoggiando codesti sfruttatori, non soltanto avvilisce se stessa e perde il suo prestigio, ma inserisce, volente o nolente, il criterio fazioso e camorristico negli enti amministrativi. La nostra campagna ha forse giovato a frenare la violenta crisi comunale che si sarebbe altrimenti estesa a tutti i comuni; ed è merito della fermezza e del carattere della maggioranza dei popolari e di qualche gruppo liberale se il Trentino non subì la sorte TOTALITARIA di parecchie altre provincie. La maggioranza, legalmente eletta, di Levico non venne rimessa al suo posto, ma si dovette dichiarare che le gravi ragioni amministrative, ufficialmente affermate per legittimare la defenestrazione, non esistevano e a Pergine la smentita più recisa delle presunte ragioni amministrative dello scioglimento si ebbe nel fatto che il capo della cessata amministrazione, il sindaco Mauro, venne rieletto come consigliere e assessore della maggioranza nuova. Altre amministrazioni – ricordiamo quelle di Trento, Rovereto, Mezzolombardo, Ala ecc. – attendono la loro riabilitazione dal verdetto del 6 aprile. Si è detto e scritto ch’esse dovevano andarsene, perché non rappresentavano più il pensiero politico dei cittadini. Ora si farà la prova. Ma non si tratta davvero di riabilitazione di corpi rappresentativi e di ripicche di partito. Noi saremmo disposti a tirare un velo sul passato e considerarlo un’aberrazione temporanea, se avessimo qualche garanzia che il sistema non continuasse. Ma invece continua. Ieri era il Consorzio dei comuni che in forza di un decreto che riteniamo anche formalmente illegale, veniva privato della sue rappresentanza elettiva, per insediarvi un viceprefetto che contro di essa aveva iniziata un’acre campagna giornalistica. Si disse allora che conveniva cambiar uomini nell’interesse dei danneggiati. Di fatti gli uomini nuovi si affrettarono ad accollare ai danneggiati mutuatari un aumento di interessi che peserà su di loro come una nuova imposta per 10.15 milioni. Oggi è il piccolo comune di Cavedano che si sente intimare dal cav. Berti lo scioglimento della rappresentanza e si vede insediata dal capo dei sindacati una Consulta, coll’annunzio che al FATTO COMPIUTO seguirà il decreto prefettizio e l’intronizzazione del capo locale di codesto fascismo d’occasione. Così avviene delle Casse ammalati. C’è anche a Mori un gruppo di faziosi i quali vorrebbero punire il sindaco Finotti per il suo intervento alla conferenza Giardini e benché nella Libertà del 30 marzo si scriva chiaro che nessuno ha mai inteso di tacciare il sindaco di anti-italianità, tuttavia c’è chi spera di indurre l’autorità a provvedere alla sua sostituzione. Non possiamo credere ad un simile atto di soperchieria, e molto meno lo comprenderebbe la popolazione di Mori. Ma è caratteristico che tali speranze vengano alimentate. Tutti questi fatti che si susseguono nella vita locale – e ne abbiamo ricordati solo alcuni – fanno esclamare a quanti si preoccupano della sincerità della vita pubblica e dell’autorità della legge: COSÌ NON PUÒ ANDARE AVANTI! COSÌ NON PUÒ CONTINUARE. Ebbene, quello che ognuno dice a quattr’occhi, lo ripeta domenica nella libertà della sua coscienza e nel segreto della cabina. Dica colla scheda in mano, che siamo per la disciplina, per l’ordine, per il Governo forte: che vogliamo grande e rispettata la Nazione; che riconosciamo anche i meriti di tutti, fascisti o non fascisti, che lavorano onestamente per raggiungere questo ideale. Ma dica anche che codesti sono metodi intollerabili, che questa è una via falsa; che se si continua così, si provocherà una reazione peggiore e non si arriverà alla pacificazione. L’on. Mussolini ha promesso nel suo ultimo discorso che il nuovo Parlamento funzionerà. Ebbene, se il Parlamento riavrà forza e autorità, il periodo degli abusi e delle soperchierie dovrò cessare. L’interrogazione, l’interpellanza, il controllo dei deputati, su qualunque settore abbiano posto, avrà l’effetto di richiamare tutti, Autorità e fazioni, al rispetto della legge e della volontà popolare. E dopo le elezioni politiche, verranno le elezioni amministrative. Il Trentino deve proclamare il suo diritto ad avere finalmente il suo Consiglio provinciale; i comuni riavranno la loro rappresentanza elettiva. Certi sindaci e commissari che ora guardano, fra il tremore e la venerazione, solo verso l’alto, devono abituarsi a guardare anche verso il basso e ricordarsi che infine la decisione è riservata al popolo che li deve eleggere o riconfermare. Questa volontà di ricostituzione dell’ordine e di rinnovamento delle istituzioni democratiche bisogna riaffermare domenica, senza odio per nessun partito, senza ostilità preconcetta per nessun governo, ma colla serenità di chi compie un dovere di buon cittadino e di chi si propone col suo monito di giovare alle migliori fortune del popolo italiano. "} {"filename":"11b39f00-0c91-44dd-8d27-b4122bd5a926.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"L’on. Degasperi dirà poche parole riassuntive sulla campagna elettorale. Essa è condotta in un ambiente particolare, creato da uno stato d’animo, che è causato dalla generale pressione politico-amministrativa e dalla struttura stessa del sistema. Rinunzia per ora a precisarne il carattere e ad occuparsi dello stile che gli avversari, in qualche articolo di questi ultimi giorni, hanno usato contro di noi. Lo sottoporremo al giudizio del pubblico in un momento di serenità. Constatiamo tuttavia con piacere che finora incidenti gravi non si ebbero. L’incidente di Cembra , sul quale non è fatta la luce, dev’essere affidato subito all’imparziale sentenza dei giudici. Abbiamo l’intima convinzione che i nostri amici sono senza colpa, e auguriamo che possano provare subito la loro innocenza. Ieri mattina vennero bruciate lungo la via migliaia di copie del nostro settimanale. Abbiamo però assicurazione che l’autorità interverrà di qui innanzi energicamente a proteggere la libertà di stampa. Confidiamo in queste assicurazioni, e commenteremo poi. La campagna avversaria è stata vivacissima. Tutte le correnti del fascismo locale, anche quello del ’19, anche quello del ’21, dando tregua ai propri dissensi, si sono fuse in un blocco contro di noi, trascinando con sé anche parte dei liberali che, fino a poche settimane fa, ci tenevano a distinguere innanzi alla popolazione trentina le proprie responsabilità da quelle del fascismo locale . Nella campagna abbiamo visto fascisti che nel ’19 scrivevano e stampavano: «Noi dichiariamo la guerra, la guerra buona, senza quartiere al prete e a tutte le cose sue», predicare l’ossequio alla religione. Tutti convertiti, tutti mutati nella sincerità del loro spirito? Non giudichiamo gli uomini, non giudichiamo le coscienze. Ma un celebre storico ha scritto che in fondo ad ogni lotta politica si trova sempre un dissenso religioso. Il popolo sente istintivamente che tutta questa lotta contro il Partito popolare non avrebbe rifatta la concordia fra gli elementi più disparati, se non li unisse l’ostilità contro il prete. Si dice che si rivoltano solo contro il prete che fa politica. In realtà però lo si vuole non contenere entro i limiti che la prudenza pastorale consiglia, ma ricacciare completamente ai margini, completamente ai margini della vita pubblica. È bastato nel comizio di Vermiglio che un giovane prete si mostrasse ad applaudire, perché gli gridassero: «Vada in chiesa, non contamini la religione»! Così lo si vorrebbe spogliato dei suoi più essenziali diritti di cittadino che anche nelle recenti istruzioni ecclesiastiche sono espressamente riservati e garantiti. Confidiamo che il clero non si lasci intimidire e difenda con prudenza ma con fermezza la propria posizione d’italiani di pieno diritto. Noi protestiamo contro gl’insulti diretti contro il nostro maestro don Sturzo. (Applausi). Egli ha abbandonato da tempo il posto di segretario del partito, non ha parlato in pubblico per tutta questa campagna elettorale, non ha nessuna ingerenza nella amministrazione dello Stato; perché tanto accanimento da parte di coloro che hanno tutti i poteri? Perché l’insulto e il dileggio che abbiamo visto disegnato in questi giorni sulle nostre vie? Il popolo sente istintivamente che l’avversione è più insistente e più acre, appunto perché si tratta di un prete. Anche per questo il Partito popolare in questa campagna non ha voluto confondere le sue sorti con quelle del partito dominante. Noi non neghiamo i provvedimenti buoni del governo, né abbiamo ragione di non ammettere che molti fascisti siano religiosi, ma sentiamo che nella vasta corrente si sono convogliati elementi, dei quali dobbiamo diffidare. Può darsi che, Dio non voglia, questi elementi cerchino di preparare la lotta anticlericale in Italia. Perciò il Partito popolare deve stare in riserva. Si dice che il Partito popolare intralci con ciò l’esperimento fascista e perciò ci s’invita a spezzare il nostro bastone ed a seguire la corrente. Ma il governo ha già assicurata, in forza del meccanismo elettorale, un’enorme maggioranza, ha la milizia; perché questa corsa sfrenata al sistema totalitario, perché negare la funzione storica e sincera dei partiti? E se l’esperimento fascista non riuscisse? Se cioè esso portasse sì a buone o non cattive novelle di legge, ma non risolvesse coi metodi il compito principale che è quello della pacificazione e della concordia nel paese? Finora questa auspicata meta non è raggiunta e crediamo che colla forza non si raggiungerà. Certi metodi la trasferiscono sempre più lontana. E allora che cosa ci riserva l’avvenire? Non è bene che vi sia un partito d’ordine, il quale distingua nettamente le responsabilità e riaffermi la legge d’amore e la giustizia sociale del cristianesimo? Parlando a quattr’occhi, i più dicono, crollando il capo, che le cose in tal modo non possono continuare. Per ragioni d’ingenuità, d’opportunità, di debolezza finiscono tuttavia coll’approvare ed incoraggiare proprio ciò che vorrebbero biasimare. È così che il voto diventa per costoro un atto d’ipocrisia ed una menzogna convenzionale. Bisogna invece reagire alla seduzione dei tempi. Bisogna non disertare la propria coscienza, bisogna votare con sincerità di spirito e libertà di mente. (Vivissimi applausi). "} {"filename":"801ca0eb-bab2-4418-a9cd-fb549f1901ce.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"I fascisti hanno ereditato dai demo-liberali del dopoguerra un odioso concetto del Partito popolare: ch’esso sia cioè un partito eminentemente utilitarista, avido di posti e di potere, sempre pronto all’arrembaggio, sempre disposto a qualunque adattamento, ed incline ad ogni compromesso, pur di raccattare qualche bricciola del banchetto ministeriale. Contribuì a far nascere tale concetto il fatto incontrovertibile che dal ’19 fino al ’22 i popolari parteciparono a quasi tutti i ministeri. Un osservatore imparziale avrebbe però dovuto chiedersi se la partecipazione dei popolari ai gabinetti presieduti da Nitti, Giolitti, Bonomi e Facta non sia stata imposta da un’alta considerazione patriottica, giacché era notorio che senza i popolari la costituzione di qualsiasi ministero sarebbe stata impossibile e si sarebbe dovuto esaminare ancora se tale collaborazione non sia stata voluta e talvolta addirittura ricattata dai capi di governo, i quali ponevano come condizione imprescindibile alla formazione del ministero la partecipazione dei popolari. La confutazione però più documentata dell’accusa di gretto utilitarismo è data dalle statistiche, le quali dimostrano che i popolari non ebbero mai in nessun ministero il numero e la qualità dei posti che loro spettava, in proporzione delle loro forze parlamentari. Nel primo ministero Nitti un posto di ministro su 15, nel secondo ministero Nitti e in quello Giolitti due soli posti di ministro, mentre i vari gruppi demo-liberali (insieme 175 deputati) ne avevano 9 senza tener calcolo dei ministri senatori, i quali pure erano di marca liberale. Anche nel gabinetto Bonomi, i popolari che costituivano un terzo della maggioranza ministeriale, ebbero solo tre posti su 15, e si ricorda quali difficoltà dovettero superarsi perché uno di questi tre posti fosse il dicastero della giustizia. Se i popolari fossero stati proprio gli sfruttatori della situazione quali si vollero dipingere, si può ritenere che si sarebbero adattati ad una parte così secondaria? La verità è che i demo-liberali, abituati da cinquant’anni a governare da soli l’Italia, mal sopportavano la collaborazione del nuovo partito e, pur dovendo chiedere e talvolta invocare il suo soccorso contro il pericolo bolscevico, ne avrebbero voluto limitare la funzione a quella del servitore incomodo. Ed infatti, appena ebbero l’impressione che la minaccia rivoluzionaria era scomparsa, eccoli a gridare contro i popolari, eccoli inscenare una vergognosa gazzarra di stampa contro don Sturzo, ed eccoli ad accogliere il fascismo come una liberazione. Il nuovo padrone imponeva dei patti durissimi: ma che importa? Piuttosto che il controllo del segretario del P.P.I. si sopportò Michele Bianchi al Viminale, piuttosto che le leghe bianche, si tollerò anche la milizia fascista e mentre si faceva dell’affarismo e della corruzione ben nota in alcuni circoli fascisti della capitale, si continuò ancora ad accreditare la leggenda dell’utilitarismo e del faccenderismo popolare. Mussolini ereditò senza inventarlo tutto codesto bagaglio demo-liberale. Nonostante le apparenze in contrario del suo primo periodo di governo, è lecito concludere che svalutando le ragioni ideali del nostro partito, egli pensò fin da principio di poter legarci al suo carro o disgregarci collo sfruttare il nostro creduto opportunismo utilitario. Donde mai altrimenti la sua violenta insurrezione contro il congresso di Torino se non partendo dalla falsa idea che la minacciata perdita di due portafogli ci avrebbe piegati a rinnegare l’affermazione del nostro programma ideale? Donde mai il suo piano folle di guadagnarci alla riforma elettorale maggioritaria, se non dalla persuasione che i popolari, pur di salvarsi nel listone, avrebbero rinunziato alla battaglia per la proporzionale? Né la nostra resistenza che ci ha costato non solo la perdita di ogni potere al Centro, ma anche il sacrificio dei 1500 comuni e degli 11 consigli provinciali conquistati nelle elezioni amministrative del 1920 valse a fargli confessare il suo errore, ché ancora nel suo primo discorso nella Camera nuova ripeterà ch’eravamo e siamo un’accozzaglia di gente, tenuta assieme solo dal rimpianto dei buoni affari fatti sotto il vecchio regime e dalla speranza di farne ancora dei migliori, e tale ingiurioso concetto non lo abbandonerà nemmeno durante la più profonda crisi, scoppiata dopo l’assassinio, giacché anche di questi giorni aveva fatto correre la voce ch’era disposto a regalare dei portafogli ai popolari, purché abbandonassero l’opposizione. Eppure converrà oramai che i fascisti si abituino ad averci in diversa considerazione. Nonostante l’esempio di molti uomini liberali che rinnegarono il loro liberalismo per godere i vantaggi del nuovo regime e sovratutto per schivarne le vendette, i popolari liberi finalmente dalla preoccupazione che un loro rifiuto porti a quella crisi delle istituzioni che nel dopoguerra fu evitata solo per la loro abnegazione, non si smuoveranno più da una linea diritta ed inflessibile che mira ai supremi interessi del paese ed alle ragioni ideali per cui sono sorti. Ci sono invero anche oggi dei pavidi ammonitori che ci consigliano la resa. Arrenderci perché? Forse che troncando la battaglia, otterremo per la vita politica italiana condizioni migliori? Non ci ammaestra l’esperienza che venti mesi di adattamento, non hanno servito che a diminuire giorno per giorno le risorse della libertà e ad abbattere i presidi della giustizia sociale? Forse che la sopportazione ha salvato, non diciamo l’esercizio dei nostri diritti politici e amministrativi, non diciamo le ragioni dell’equità della pubblica amministrazione, ma le speranze più modeste della pacificazione? No, oggi l’acquietarsi a promesse verbali, mentre la triste realtà non accenna a modificarsi, equivarrebbe a tradire la propria missione politica. I partiti che hanno uno sfondo ideale ed una ragione d’essere che supera l’immediato esercizio del potere, non sono né società di mutuo soccorso, né accademie per la coltura personale: sono sovratutto organizzazioni di combattimento, e quando nei momenti decisivi della vita pubblica, disertano la battaglia, tanto sarebbe che non avessero mai innalzata la loro bandiera. Su questa, ancora nel ’19, abbiamo scritto la parola Libertas: e la minaccia veniva allora dalla demagogia rivoluzionaria di sinistra. Oggi non la minaccia, ma il fatto del regime fascista colla sua forza armata e colla sua pressione governativa, ci pone contro una rivoluzione di destra. Fra queste due rivoluzioni, dalla nostra storica posizione di centro, noi combattiamo, oggi, come allora, per i fondamentali principii d’un ordinamento libero e civile, l’unico che possa garantire tranquillo progresso alla nostra nazione, l’unico che ci dia il diritto di esigere la più rigida disciplina sotto il vigore delle buone leggi, il solo che assicuri intiera cittadinanza e forza acquisitrice alle nostre idee di religione e di patria, il solo ordinamento infine che garantisca continuità ed onore alle istituzioni italiane. Questa battaglia va combattuta sino in fondo, costi quello che vuol costare. I popolari non hanno invero più nulla da difendere di quello che si chiama possesso politico: non ministeri, non provincie, non comuni, non rappresentanze sindacali, ma hanno da difendere qualche cosa di più alto e di più nobile: l’onore della propria bandiera e le ragioni ideali della propria esistenza politica. "} {"filename":"b429239f-c2ee-4c27-bf24-75867d8435da.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 8 sera. Oggi alle ore 10, sotto la presidenza dell’on. Mussolini, si è riunito il Consiglio dei ministri, presenti tutti i membri del gabinetto: Thaon di Revel, Di Giorgio, Federzoni, De Stefani, Oviglio, Casati, Sarrocchi, Nava, Ciano . Fungeva da segretario il ministro Casati. Il presidente ha riferito sulla recente firma del trattato di collaborazione cordiale concluso tra l’Italia e la Cecoslovacchia, trattato che migliora la posizione politica e diplomatica dell’Italia nei paesi dell’Europa centrale e ha quindi prospettati i termini del dissidio anglo-francese circa l’applicazione del progetto di Dawes al quale si limita l’ordine del giorno della conferenza di Londra. Il presidente non ha escluso di partecipare alla conferenza di Londra. Ciò dipenderà dagli eventi e dalla situazione diplomatica che si determinerà nei prossimi giorni . Il ministro dell’Interno on. Federzoni ha riferito ampiamente sulla situazione del paese che rivela uno stato di crescente tensione, soprattutto in talune regioni, tra le masse fasciste e gli elementi sovversivi la cui attività segna una certa ripresa. A determinare e a esasperare tale tensione contribuiscono le polemiche intemperanti e le notizie false o tendenziose con le quali parte della stampa eccita e fuorvia le correnti dell’opinione pubblica. Il Consiglio dei ministri ha discusse tutte le misure necessarie da prendersi, a seconda dei casi, per garantire, attraverso la ferma azione del Governo, la disciplina nazionale. Il Consiglio dei ministri ha quindi approvata all’unanimità l’esecuzione immediata del regolamento dell’editto sulla stampa, regolamento che fu approvato all’unanimità dal precedente Consiglio dei ministri del 12 luglio 1923. Il relativo decreto sarà pubblicato nell’odierna Gazzetta Ufficiale. Il Consiglio dei ministri riprenderà i suoi lavori domani mercoledì alle ore dieci. (Stefani) Il regolamento Ecco il testo del «regolamento» approvato dal Consiglio dei ministri il 12 luglio 1923, come venne trasmesso allora dall’agenzia «Stefani»: 1. Il gerente responsabile di un giornale o di altra pubblicazione periodica, richiesto dagli articoli 36 e 37 dell’editto del 26 marzo 1848 sulla stampa, deve essere o il direttore o uno dei principali redattori ordinari. I senatori e deputati non possono essere gerenti responsabili. Non possono assumere la qualità di gerente o la perdono, se l’abbiamo assunta, coloro i quali siano stati condannati per due volte per reati commessi a mezzo della stampa. Il prefetto della provincia può, con decreto motivato, negare il riconoscimento della qualità di gerente a chi manchi dei requisiti stabiliti dal primo comma del presente articolo o si trovi nelle condizioni indicate dal secondo comma. 2. Il prefetto della provincia ha facoltà, salva l’azione penale ove sia il caso, di diffidare il gerente di un giornale e di una pubblicazione periodica: a) se il giornale o la pubblicazione periodica, con notizie false o tendenziose rechi intralcio all’azione diplomatica del governo nei rapporti con l’estero, o danneggi il credito nazionale all’interno e all’estero, o desti ingiustificato allarme nella popolazione, ovvero in qualsiasi modo turbi l’ordine pubblico; b) se il giornale o la pubblicazione periodica con articoli, commenti, note, titoli, illustrazioni o vignette ecciti a commettere reati e all’odio di classe o alla disobbedienza alle leggi o agli ordini della autorità, o turbi la disciplina degli addetti a un pubblico servizio, o favorisca interessi di stati, enti e privati stranieri a danno degli interessi italiani, ovvero vilipenda la Patria, il Re, la Real famiglia, il Sommo Pontefice, la religione dello Stato, le istituzioni e i poteri dello Stato, o le potenze amiche. La diffida è pronunziata con decreto motivato, udito il parere di una commissione composta di un giudice nominato dal primo presidente e di un sostituto procuratore del Re nominato dal procuratore generale della corte di appello, nonché di un rappresentante della classe giornalistica nominato dalla locale associazione della stampa ove esista. La commissione dura in carica un anno. 3. Il prefetto della provincia, udita la commissione di cui al precedente articolo, ha facoltà, con suo decreto, di dichiarare decaduto il gerente responsabile e di ricusare il riconoscimento di un nuovo gerente del giornale e della pubblicazione periodica il cui gerente e i cui gerenti siano stati per due volte, nello spazio di due anni, condannati a pena ristrettiva della libertà non inferiore a sei mesi per un qualunque reato commesso a mezzo della stampa, ovvero siano stati per due volte nello spazio di un anno diffidati a termine del precedente articolo. Contro il decreto preveduto in questo articolo è ammesso il ricorso al Ministero dell’Interno e, contro il provvedimento del ministro, il ricorso alla quarta sessione del Consiglio di Stato per violazione di legge, incompetenza o eccesso di potere. 4. Il presente decreto avrà effetto dal giorno della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. La libertà di stampa è regolata dall’editto 26 marzo 1848, il quale subì alcune modificazioni di carattere penale colla legge 19 luglio 1894 e di carattere procedurale colla legge del 58 e 77 (costituzione del giurì); e del 1913. Nel 1906 poi, su proposta Sonnino, veniva abolito il sequestro preventivo che l’editto fondamentale prevedeva all’art. 58. Dell’editto del 1848 il cap. I si occupa delle norme generali che regolano la pubblicazione degli stampati, il cap. II commina le pene per chiunque colla stampa avrà provocato a commettere delitti, crimini o contravvenzioni, il capitolo III stabilisce le pene contro chi in pubblicazioni oltraggi la religione dello Stato, gli altri culti e il buon costume, il cap. IV tratta delle offese contro la persona del Re, il cap. V delle offese contro il Senato, la Camera dei deputati ecc., il cap. VI delle diffamazioni e delle ingiurie pubbliche. Il cap. VIII tratta espressamente delle pubblicazioni periodiche (giornali) ed è qui che incontriamo gli art. 36, 37 e 38, ai quali si attacca il regolamento Mussolini. L’art. 36 stabilisce il contenuto che deve avere la denuncia della pubblicazione da farsi presso l’autorità di P. S., l’art. 37 dice semplicemente «Ogni giornale dovrà avere un gerente responsabile». L’art. 38, come il 39, prevedono che cosa debba farsi, in caso di mutazione del gerente. Da questi accenni risulta che anche in Italia la libertà di stampa è regolata da leggi e che i reati commessi per mezzo della stampa sono sottoposti alla sentenza dei magistrati. Che cosa avviene invece col presente regolamento? Sotto la finta veste di emanare un’ordinanza esecutiva dell’editto del 1848, si pubblicano in realtà per decreto delle disposizioni che modificano sostanzialmente ed in senso restrittivo la legge stessa, introducendo il nuovo istituto della diffida fatta dall’autorità politica, e si dà al prefetto il diritto di giudicare e condannare almeno per quanto riguarda l’esistenza del periodico; ossia la regolazione della libertà di stampa viene sottratta alla magistratura politicamente indipendente e sottoposta all’arbitrio del potere esecutivo, cioè del prefetto. Con ciò si lede una delle libertà fondamentali garantite dalla costituzione. Nessun dubbio che codesto regolamento rappresenta un atto reazionario, che può avere conseguenze fatali per tutta la stampa. Si pensi che i prefetti – i prefetti, fascisti agli ordini del ministro dell’interno o, peggio, di qualche «ras» – saranno chiamati domani a giudicare se un giornale «ecciti a commettere reati o all’odio di classe o alla disobbedienza alle leggi o agli ordini delle autorità» ecc., e se ciò sarà riconosciuto, sia pure udito il parere ecc., del quale non è obbligato però a tener conto, il gerente responsabile verrà diffidato. Qualora ci sia motivo di diffidare una seconda volta… alla terza non si arriva, perché il prefetto è autorizzato a dichiarare decaduto il gerente, a ricusare il riconoscimento di qualunque altro e con ciò a rendere impossibile l’uscita, ossia a sopprimere il giornale. Il nuovo decreto preannunziato l’anno scorso sollevò un grande scalpore. Anche i giornali fiancheggiatori – «Giornale d’Italia», «Tribuna», «Mattino» ecc. – protestarono; e Mussolini finì col sospendere la pubblicazione del regolamento. Dopo d’allora gli estremisti del fascismo continuarono ad invocare la repressione della stampa antigovernativa, e si ricorderà in proposito il discorso di Farinacci nell’ultima sessione della Camera. Vedremo ora cosa faranno i grandi giornali del liberalismo, che invano si troveranno in qualche imbarazzo, perché l’odierna decisione venne presa – come rileva la «Stefani» – all’unanimità, cioè anche col voto dei tre ministri liberali Casati, Di Scalea e Sarrocchi. In quanto ai popolari, sono recentissime le dichiarazioni dell’on. Gronchi alla Camera, quando ammoniva il Governo a non incamminarsi sulla pericolosa via della repressione. Noi ammettiamo che la libertà di stampa abbia i suoi limiti, ma a questi freni devono provvedere la legge e il potere della magistratura, non l’arbitrio del potere politico, il quale – come insegna oramai l’esperienza di un secolo – è indotto ad abusare della stampa per gl’interessi della sua fazione. Se la stampa non è libera, non esiste il pubblico controllo e senza controllo uno Stato moderno non regge. Un cattolico fervente e un conservatore illuminato come Chateubriand fu campione tenace della libertà di stampa. Il suo pensiero è riassunto in questa sua affermazione: «Point de gouvernement représentatif sans la liberté de la presse». Il Ministero poi non poteva scegliere peggior momento per applicare la museruola. Qualunque possano essere i suoi propositi, il popolino dirà che si vuole imporre il silenzio a chi va scoprendo gli scandali finanziari e criminali, scoppiati dopo l’eccidio Matteotti; e quest’opinione sarà un’altra battaglia perduta. "} {"filename":"243f717b-403e-446f-a1c6-0ebfb79c0f57.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"L’ufficio stampa del P.P.I. comunica: «Non vogliamo più che si dica che siamo pronti ad uccidere e a morire: ebbene diremo che siamo soltanto pronti a morire per far più grande l’Italia». Questo il nuovo verbo dell’on. Mussolini. Proposito vero di volontà o semplice concessione verbale? La domanda non si pone soltanto per la ben nota altalena cui il duce ci ha abituato, ma proprio per l’esame del testo; in esso infatti l’on. Mussolini non si occupa che del dire… non vogliono si dica… allora diremo… E il fare? Dal dire al fare c’è di mezzo il mare. Il fare sarà illuminato dalla storia. Intanto i semplicisti, i deboli di carattere, gli amanti di quiete hanno un altro narcotico per addormentarsi sui propositi conciliativi dell’onorevole Mussolini. Era questo che egli cercava, e forse questo egli ha ancora una volta ottenuto. Noi abbiamo altre ragioni per credere che certi grossi misfatti di violenza omicida forse non appariranno per qualche tempo sotto il cielo d’Italia e la ragione è che sotto quel «non vogliamo che si dica», si nasconda niente meno che l’Italia intiera. L’insurrezione morale di tutto un popolo come quella magnifica che si è sprigionata dalle fibre cristiane del popolo italiano all’annunzio del delitto Matteotti – è cosa da far impallidire anche i tiranni perché è il grido risoluto di una coscienza che sa di rivendicare i diritti sacri della legge morale, che si appoggi cioè con sicurezza sulla incrollabile onnipotenza di Dio. Comunque per oggi l’ordine del giorno fascista è questo: disposti soltanto a morire per far più grande la patria. Quale ne è la portata? Quando nel buon tempo antico si diceva io sono disposto a morire, si credeva con la promessa di questo massimo sacrificio della vita di aver contemporaneamente promesso senza discussione all’occorrenza anche l’abbandono di tutti gli altri minori beni personali. È tale? Possiamo pensare tale la portata delle parole dell’on. Mussolini? Tutta la sintesi dell’azione fascista in questi due anni di vita è facilmente esprimibile nel dilemma «o con noi o contro di noi»: – o fascista, e allora uomo pieno, investito di tutti i diritti civili, capace di accedere agli alti posti della burocrazia, della finanza, della politica, o non fascista, e allora rigettato, a prezzo di qualunque sopruso e di qualunque violenza, nel pilone degli antinazionali, degli antipatrioti, dei negatori dell’Italia, dei bestemmiatori di Vittorio Veneto. È con questi metodi che si può far diventare grande l’Italia? O non son fatti invece essi proprio per permettere l’ascensione di tutte le schiere deboli, di tutti i violenti versipelle, di tutti i profittatori, degli uomini senza scrupoli, che vogliono arrivare ad ogni costo? Noi non pretendiamo calunniare tutti gli iscritti al Partito fascista, noi sappiamo che in esso ci son anche spiriti sinceramente entusiasti; ma diciamo soltanto che il metodo settario, instaurato dal governo fascista, il metodo dello Stato-partito è nato per determinare automaticamente una selezione a rovescio e trascinare nell’orbita dei dirigenti dello Stato tutti i valori morali inferiori… fino a svelare, dopo due anni appena di vita, l’esistenza di una volgare associazione a delinquere che ha i suoi, fino ad ora presunti, affigliati (vogliamo essere buoni e attendere i risultati del processo) nel direttorio dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio, col sig. Dumini , che non si sa bene chi fosse, ma che aveva la sua stanza… di lavoro al Viminale, in due membri del Direttorio fascista incaricati fra l’altro di compilare la lista dei predestinati rappresentanti del popolo e in chi sa quali altre e alte personalità. Tutto questo evidentemente non può far grande la patria; tutto questo la balcanizza: la riduce al livello di qualche piccolo staterello slavo, che fatica ancora terribilmente per snodarsi dalla barbarie: tutto questo – aggiungiamo – è così visibile, che il fascismo stesso ad ogni svolto di strada sente il bisogno di parlare di una propria epurazione e l’on. Mussolini sente il bisogno di difendere il suo partito dall’accusa generale di povertà di valori intellettuali… quanto a quelli morali non se ne parla in individuo, ma solo in generale per dire che esso vuol sostenere e difendere i valori spirituali della nazione. L’Italia per diventare grande sul serio – per tornare per meglio dire a quella grandezza di disciplina interiore, di civiltà, di moralità, della quale si alimentarono gli innumeri cittadini, che con il loro sacrificio reale, non sbandierato né tesserato, compirono il miracolo di Vittorio Venero – non ha bisogno di nuovi morti; ce ne sono già in ogni campo fin troppi. Nessuno chiederà dunque ai fascisti, perché non occorre, il sacrifizio supremo di morire; e se questo sacrifizio occorresse, nessun cittadino onesto vorrebbe lasciare al fascismo nemmeno un tal monopolio; ma tutti hanno il diritto di chiedergli qualche cosa di più semplice e di più grande ad un tempo: il sacrificio cioè di vivere non per se stessi, ma per la patria; il sacrificio di abbandonare lo spirito monopolizzatore e settario, di non monopolizzare l’alta finanza e l’alta banca, di non imporre taglie per finalità di partito alle innumeri società anonime vigenti nel regno d’Italia, di non introdurre di soppiatto, con concorsi per le cattedre della R. Università, anche il titolo, in prima linea, della tessera fascista, di non dichiarare nemici della patria e perseguibili con mezzi legali e illegali, tutti coloro che, pur cittadini onesti, dissentono però dal fascismo, di non violentare con brogli, con intimidazioni, con violenze la coscienza del popolo mentre esplica il proprio diritto di eleggere i propri rappresentanti. Lo Stato-partito è il massimo dei disordini nella vita civile e da esso tutti gli altri derivano, giacché come ricorda Leone XIII nella enciclica Immortale Dei, sulla costituzione degli Stati: «In nessuna guisa si deve fare che la civile autorità serva agli interessi di uno o di pochi, essendo essa invece stabilita a vantaggio di tutti». Non si tratta dunque di morire eroicamente: si tratta invece di vivere onestamente. È una cosa ben diversa. Ma comprendiamo che a quanti non sono abituati ad una severa disciplina di volontà di fronte ad una legge morale interiore, e sono invece abituati a magnificare la legge nietzchiana del super-uomo, la nostra semplicissima richiesta possa sembrare equivalente alla richiesta di un eroismo anche superiore. Non resta men vero che da esso oggi dipenda esclusivamente la grandezza civile d’Italia. "} {"filename":"57932b1b-8a59-4330-983e-e8cf063aa890.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 9. La ripresa politica, dopo l’intermezzo feriale dell’agosto, avviene in un ambiente poco sereno, che forse domani potrà dirsi addirittura torbido. Domenica prossima si radunano qui a congresso gli arditi fascisti, quell’associazione cioè di arditi che è capitanata dai direttori dell’Impero e della quale fanno parte i rappresentanti più attivi dell’estremismo fascista. Bisogna attendersi parole grosse; ma sono del pari attendibili gli allarmi che corrono circa «cose concrete» che pochi o molti di loro mediterebbero d’intraprendere? Siamo nel campo dell’imprevisto, dell’impulsivo, dell’irrazionale. Il tentativo d’istituire pronostici sulla base di indiscrezioni vi può condurre al grottesco: attendiamo quindi che il temporale passi, e speriamo bene. Ma intanto nei circoli politici e giornalistici romani si sta sull’attenti: e l’allarme dei fiancheggiatori del Giornale d’Italia sarà giunto fino alle vostre montagne. Non bastavano gli arditi; per l’altra domenica che seguirà e non a Roma soltanto, ma in tutta l’Italia vengono di nuovo indette grandi adunate fasciste. A ragione la stampa antigovernativa si chiede per qual motivo e a qual fine si ripeta per l’ennesima volta e a breve distanza questa mobilitazione fascista! Per riaffermare un dominio della piazza e delle assemblee che le opposizioni non possono contestare, perché il governo fascista inibisce loro qualsiasi pubblica manifestazione? Per rigalvanizzare le forze fasciste, delle quali si è pur vantata recentemente la non scemata efficienza? Perché mai il direttorio fascista, che deve pur tener conto dell’opinione dei fiancheggiatori, rischia di urtarli definitivamente, organizzando il nuovo appello alla piazza? Sono queste le domande che s’incalzano come tante nuvole sull’orizzonte politico e lo vanno oscurando. C’è chi risponde che si sta preparando sul serio la seconda ondata, che dovrebbe consistere nel togliere di mezzo alcuni «pallidi politicastri» e sovratutto nel distruggere qualche officina tipografica dell’opposizione, e c’è chi assegna ai suaccennati preparativi una meta ancora più alta. Il vostro corrispondente non crede di accettare ipotesi siffatte. Egli ritiene invece che i convegni e le adunate, gli sfoghi minacciosi dei giornali e il manifesto del fascio romano uscito ieri il quale annunzia senz’altro la ricostituzione delle squadre armate siano fenomeni disordinati dell’irrequietudine che si è impadronita della psiche fascista. Non si vuol dire con ciò che tutte queste manifestazioni non mirino istintivamente al fine comune che è quello di affettare una spregiudicata sicurezza, di riaffermare un dominio che non teme rivali e sovratutto d’intimidire le opposizioni e di ricattare i pacifici cittadini e i supremi fattori dello Stato. Ma queste manifestazioni, più che ordinate dalla volontà, sono prodotte dalle inquietudini della coscienza. E la coscienza è agitata, incalzata, compressa dal… processo. Infatti, riuscito vano il tentativo di contenere la istruttoria entro i limiti del delitto «comune» Matteotti, e d’isolare gli esecutori materiali dal mondo politico e responsabile dei loro alti mandanti, tentatosi inutilmente di intimidire la stampa più intraprendente la quale si era proposta di sgombrare la via alla giustizia e, quando occorresse, di farle animo, il fascismo crede che si faccia oramai quello che Bazzi aveva definito per il primo «il processo al regime», che vengano cioè citati alla sbarra se non tutti, almeno alcuni dei più importanti responsabili di alcuni gravi attentati o delitti. Fino a che punto allora sarà, anche giuridicamente, coinvolto lo stesso governo? I dubbi e le preoccupazioni che accompagnano questa domanda sono molto gravi. Farinacci stesso è intervenuto rumorosamente per annunziare che Cesare Rossi aveva scritto un memoriale di discolpa e di accusa e che questo memoriale sarebbe in mano dell’opposizione. Nei circoli giornalistici si parla anche di un memoriale Filippelli e si racconta che il famoso promemoria di Finzi se non riprodotto, sia stato però riassunto innanzi ai giudici da parecchi testimoni che lo avevano visto o sentito leggere. Noi non siamo in grado di controllare queste notizie. Evidentemente chi più sa fa il morto per ragioni ovvie e i verbali dell’istruttoria sono così poco accessibili che è escluso di poter ricorrere ad essi per il controllo della verità. Tuttavia le notizie più diverse e più sensazionali circolano a mezza voce. Intanto l’inchiesta della stampa si allarga. La perizia (il termine del Popolo), dovrà portare luce nel mistero del ritrovamento, ma intanto sopraggiungono altri indizi che segnalano una vasta premeditazione del delitto, e ricompaiono sulla scena personaggi lontani come le signorine viennesi e il camorrista napoletano . Tutta codesta attività giornalistica è senza dubbio inquietante e molesta e sovratutto chi, coll’allargarsi della macchia, teme di essere chiamato a rispondere innanzi alla giustizia ordinaria di un delitto o di un atto di violenza, assolto o amnistiato oramai col criterio della rivoluzione fascista, deve preoccuparsi che lo «stare colle mani in tasca», come, per tener conto dei fiancheggiatori, aveva comandato Mussolini, non sia un atteggiamento che incoraggi gli avversari di andare fino in fondo e deve chiedersi se non sia meglio menare le mani e rompere questo assedio asfissiante della cosiddetta opinione pubblica, schiacciando d’un colpo le insidie degli incalzanti inquisitori. Ecco – secondo la nostra visione ottimistica – le ragioni psicologiche dell’irritabilità e delle nuove agitazioni fasciste. Senza dubbio c’è chi vi innesta anche un calcolo politico. Se per avventura questi manifesti minacciosi e questi convegni preoccupanti, oltre che oscurare l’orizzonte politico, provocassero anche l’incidente che per «i pacifici» cittadini giustificasse una repressione più sistematica; se per avventura qualche gruppo più impaziente dell’opposizione perdesse la pazienza, credete che ciò non gioverebbe al governo per differire lo scoppio della crisi? Onde non sarà mai raccomandabile abbastanza a tutti i manipoli più attivi della opposizione di mantenersi non solo sul terreno legalitario – ciò che fu nuovamente proclamato nell’ordine del giorno delle Opposizioni –, ma di limitare con ogni regola di prudenza anche le proprie iniziative legali. Non si tratta di coraggio, d’intraprendenza; è invece questione di nervi. Non è questa che si è ingaggiata col fascismo una battaglia da vincersi alla bersagliera, né una spedizione garibaldina, ma una grande complessa diuturna guerra moderna, nella quale vincerà chi avrà i nervi migliori. Nervi forti e fede sicura nelle forze morali. È vero, il processo va per le lunghe e troppe cose ancora devono svolgersi, tra cui il fatto parlamentare, prima che la catarsi finale ci liberi dai pericoli delle ore torbide e passionali. Bisogna però che gli impazienti ricordino la immensità del cammino inattesamente percorso. Chi mai nella scorsa primavera osava sperare in una così generale insurrezione dello spirito antifascista e chi vorrà disconoscere il valore politico altissimo della secessione parlamentare? E il cammino della stampa e dei gruppi fiancheggiatori chi poteva sperarlo così rapido e così decisivo? Gli è che dietro questo rapido processo evolutivo incalza il principio morale. Ebbene chi si pone al suo servizio, non può ricorrere né vorrà ricorrere che a mezzi ammessi dalla legge e dalla morale. Quale fortuna del resto per il nostro paese se una soluzione pacifica, legale, costituzionale, rompesse finalmente la catena delle violenze e delle illegalità e il nuovo governo ricavasse dalla purezza delle sue stesse origini un maggiore titolo per reprimere ogni riscossa dei violenti di destra o di sinistra. A tale fortuna bisogna collaborare con tutte le forze, e ad essa va subordinato ogni risentimento della lunga attesa. "} {"filename":"78288863-d527-47ad-9a49-6c27f31bc3f9.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 8. È certo oramai che nel Consiglio dei ministri di domani sarà momentaneamente risolta la crisi potenziale dei ministri Casati e Sarrocchi. I ministri liberali conserveranno il loro posto . Essi non credono di doversi dimettere, perché ripetono il loro mandato dai parlamentari del gruppo Salandra, i quali a Livorno si affermarono per la collaborazione, pur rimanendo in minoranza. Mussolini, dal canto suo, ha fatto del suo meglio, per render loro agevole tale decisione. Egli ha bensì «respinto energicamente» le conclusioni del Congresso liberale, cercando anche mediante la sua stampa di svalutarlo completamente; ma s’è ben guardato dal tirarne qualsiasi conseguenza pratica. Non solo egli non ha citato innanzi al suo tribunale i due ministri, come aveva fatto nel 1923 per Cavazzoni e compagni, non solo non ha mandato chicchessia a chiedere spiegazioni, come accadde nell’inverno del 1924 all’on. Di Cesarò, ma, agli effetti pratici, ha anche trascurato di valutare il carattere, il colore, il fondo – com’egli scrisse per Torino – del congresso liberale. Ed eccovi una prima considerazione: Quantum mutatus ab illo! Il dittatore dalle mosse risolute, dalle decisioni napoleoniche, dalle sentenze fulminee si è fatto un cauto manovratore parlamentare, un calcolatore di tutte le ragioni tattiche e di opportunità; ed ha preferito la formula equivoca, la soluzione a mezzo. Torino e Livorno, ecco due termini che vi segnano la parabola in discesa della figura dittatoriale mussoliniana. Il gabinetto resta, ma il suo capo n’esce diminuito; perché ognuno comprende com’egli abbia dovuto, abbia voluto, evitare la crisi anche a costo del suo orgoglio, per la semplice ragione che presentiva di non poterne uscire illeso o non uscirne affatto. Si vedrà più tardi come la freccia lanciatagli da Livorno, anche se per il momento si è fatto stagnare il sangue, possa produrre cancrena. È vero, n’escono male anche i due ministri liberali, dei quali il Sarrocchi è tesserato regolarmente nella sezione di Siena; ma ciò, politicamente, ha meno valore. Può avvenire infatti quello che in tali casi avviene nei partiti organizzati, cioè o la secessione della minoranza coi ministri dal Partito liberale, ed è quello cui mira il governo, o la parallela permanenza dei collaborazionisti e degli oppositori entro gli stessi quadri dei partito, ed è quello che, evidentemente, desidera Salandra. In verità ciò sarebbe illogico, equivoco, insincero, assurdo. Ma bisogna pensare che l’inquadramento dei liberali è di fresca data, che molti vi si adattano, accettando la lettera ma non lo spirito della disciplina; ma sovratutto bisogna avvertire che questa illogica ed equivoca situazione verrebbe se mai cercata e tollerata, solo partendo dal presupposto che si tratti di un breve periodo transitorio. Infatti Salandra finora ha taciuto e tacerà fino che, dalli oggi, dalli domani, non lo faranno uscire dalla sua riserva. Quando si pensi tuttavia che egli è presidente del consiglio di amministrazione di quel Giornale d’Italia, che, dopo il delitto Matteotti, s’è volto contro il governo ed ha preparato il congresso di Livorno, bisogna ammettere che il vecchio parlamentare segue cautamente e sornionamente il programma di preparare, senza romperla tuttavia con la maggioranza fascista, la successione. Così la rivoluzione di Livorno dovrebbe essere la piattaforma del futuro governo, quando Mussolini fosse tenuto a cedere il posto. Ma appunto perché si mira alla successione, non si desidera una rottura coi fascisti, la quale renda poi impossibile un ministero fascista-nazionalista-salandrino. Evidentemente in questo calcolo di successione senza rottura, di preparazione al domani, senza distacco dall’oggi, bisogna introdurre un terzo elemento extraparlamentare, il quale dovrebbe agire in modo risolutivo. Non è difficile indovinare quale possa essere nella speranza dei successori questo elemento che potrebbe costringere il ministero a ritirarsi. Inoltre, quando si parla di Salandra, non bisogna dimenticare il polo opposto: Giolitti. Nel congresso di Livorno, il suo luogotenente Soleri ha riportato un successo notevole; il Piemonte ha pesato nella votazione in modo eminente. Potete star certi che nel calcolo di Salandra, l’ipotesi Giolitti, vista e sentita come una minaccia, gioca la sua parte. Comunque, non illudetevi: questa e quella non sono che battute d’aspetto. La crisi procede, ma matura lentamente. Guardiamo piuttosto al di là della limitata scacchiera parlamentare. Il fenomeno più rimarchevole da registrare si è svolto nel paese: ed è questo: che si è proclamato fallito, in un congresso che rappresentava le provincie di tutta l’Italia, il biennale esperimento dei fiancheggiatori liberali. Ciò ha un valore morale e politico che non può essere sminuito. Esso non tarderà ad avere i suoi effetti pratici. In certe province la collaborazione coi fascisti negli enti locali diventerà impossibile e prima ancora che nella compagine ministeriale, la scissione avverrà in tutto l’organismo politico-sociale del paese. Mussolini ha molte risorse e poggia sulla forza armata; ma a lungo, non può resistere senza il consenso dei suoi ex alleati e finanziatori delle classi borghesi. Ecco il fatto politico importante, anche se per il momento la crisetta ministeriale non si apre. L’opposizione cresce, si approfondisce, si allarga. Non bisogna misurarla col metro parlamentare come non è parlamentare tutta la situazione. La catarsi si prepara al di fuori. Essa è cominciata col giorno in cui alla paura è venuto meno il predominio assoluto. Livorno è venuto tardi; e ci vollero l’orrore di un delitto e la campagna coraggiosa dell’opposizione per prepararlo. Tuttavia, bisogna dichiararsi lieti che anche i liberali, dopo tante delusioni, abbiano ascoltata la voce dell’onore e della dignità politica; e noi trentini possiamo essere soddisfatti che alla riscossa abbiano contribuito, con particolare rilievo, i rappresentanti delle terre redente . "} {"filename":"18bac85a-e1ef-43a7-a908-8eba2a891552.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Il primo dovere dei popolari nell’ora presente – ha detto l’oratore – è quello di perseverare nell’opposizione all’attuale sistema di governo. Le ragioni di essa vennero esposte dall’on. Gronchi, fra le più intolleranti interruzioni della maggioranza, ancora nelle prime sedute della nuova Camera: si ripeterono con accento più solenne, pari alla tragicità dell’ora, nel manifesto delle opposizioni e trovarono precisa espressione nelle dichiarazioni fatte dall’oratore a nome della direzione del P. P. I. il 16 luglio, dinanzi ai deputati, ai membri del Consiglio nazionale e ai segretari provinciali del partito. D’allora ad oggi nessun fatto, nessun provvedimento è intervenuto ad attenuarle, molti ad accrescerle. Si può rinunciare a ricordarle particolarmente, perché esse premono tutti i giorni sulla vita pubblica ed incalzano anche i più longanimi, anche i più ottimisti, i quali avevano riposto le loro ultime speranze nel patetico Incipit vita nova, pronunciato, in un momento che parve decisivo, dal capo del governo. Oggi come allora e più di allora vi ha ragione di ripetere le parole con cui in luglio l’oratore intendeva caratterizzare il sistema di governo: «una fazione la quale si è impadronita a mano armata del potere e a mano armata lo difende; una volontà la quale si riserva di usare alternativamente le armi del partito per dominare lo Stato e le forze dello Stato, per conservare la dittatura al partito; che ricatta le persone per bene con la minaccia del peggio per lo Stato e allarga le basi del partito con le clientele delle pubbliche amministrazioni. Questo giuoco di compensazione alternata importa che talvolta parli il duce, talvolta il presidente del Consiglio, con diverso e spesso contraddittorio linguaggio ma sempre col fine di rinsaldare le conquiste del fascismo, tollerando le leggi costituzionali e il sistema parlamentare solo in quanto possano dare l’investitura formale del potere di fatto, ma non come elemento costitutivo e risolutivo». Motivi morali e sociali dell’opposizione Dicevo anche allora che se questo sistema consistesse solo nella dittatura del potere esecutivo centrale, colla eliminazione o colla mortificazione del Parlamento, la nostra opposizione potrebbe avere un carattere meno incalzante; ma poiché esso investe l’intero organismo politico e amministrativo della nazione, fino all’ultimo comune, fino alla più lontana sottoprefettura e fino al sindacato meno importante, poiché intacca tutte le fibre sociali, travolgendo i criteri più comuni della giustizia sociale e della libertà civile, creando, alimentando una febbre di violenza e uno spasimo di odii, che sono la più diffusa epidemia dell’oggi e la più grave minaccia dell’indomani, il nostro atteggiamento non è dettato da preoccupazioni parlamentari o solo dalla difesa pur così legittima e doverosa delle prerogative costituzionali ma è imposto sovrattutto da ragioni di carattere morale e sociale. In verità chi sta a Roma e non sente la voce della provincia ed è portato a giudicare dell’attuale governo sulla scorta delle decisioni del Consiglio dei ministri è tentato di accusarci di esagerazione; ma non lo farete certo voi, esclama l’oratore - che pure appartenete ad una «provincia tranquilla». Anche le «provincie tranquille», quelle cioè funestate da un numero minore di conflitti offrono questo quadro: leggi impudentemente e impunemente violate, crimini non perseguiti dalla giustizia, contadini ed operai che devono abbandonare la terra dei loro padri per farsi emigrati politici, impiegati costretti a tutte le abdicazioni per non perdere un tozzo di pane, lavoratori privati di ogni libertà di associazione e sottoposti al monopolio sindacale più imperativo, cittadini illegalmente spogliati dei loro diritti amministrativi, spesso abusi di funzionari e talvolta corruzione di capi. Ma che cosa è tutto questo al paragone di quanto avviene nelle provincie più agitate? E c’è chi suppone che un partito il quale ha quotidianamente sotto gli occhi un simile panorama e sente giungere a lui innumeri voci di angoscia, di sdegno, di protesta, possa attenuare la sua opposizione, inaugurata quando un orrendo delitto politico non aveva ancora proteso sul regime la sua tragica ombra ed i fiancheggiatori non avevano ancora proclamato fallito il loro esperimento? Se noi, – dice l’oratore –, dopo averla spiegata, lasciassimo cadere la bandiera di combattimento, altra schiera più ardimentosa verrebbe a risollevarla; tanto insostenibile ormai, tanto insopportabile appare il presente stato di cose. I rapporti cogli altri partiti d’opposizione A questo punto l’on. Degasperi spiega i rapporti dei popolari cogli altri partiti di opposizione. Dopo il 27 giugno ci troviamo sulla stessa linea tattica cogli altri partiti di opposizione: gli uni accanto agli altri, non frammisti, né confusi; non vincolati da alcun patto per l’avvenire, ma istintivamente solidali nella difesa dei diritti costituzionali contro la tirannia dello Stato-partito. Fino a tanto che lo scopo non sarà raggiunto e fino a tanto che il metodo legalitario sarà da tutti accettato ed osservato, questa linea difensiva comune va mantenuta. È vero: le differenze di origine, di programma e di finalità fra questi partiti sono essenziali; con leale reciprocanza esse non vengono né attenuate né dissimulate. Senonché sull’Aventino non si discute, non si delibera, non si combatte per la costituzione dello Stato-avvenire; ma si rivendicano i diritti naturali, comuni a tutti gli uomini e la validità delle leggi presenti, garantita a tutti i cittadini. Notate del resto che proprio l’accordo tattico, nonostante così profondi e non dissimulati contrasti, è la prova più decisiva dell’altissimo grado di pressione che aveva raggiunta la situazione politica in Italia e della irrefrenabile forza di resistenza ch’essa aveva suscitato. A fornire questa prova, il Partito popolare contribuisce coll’integrità delle sue forze morali, colla tradizione dei suoi principii legalitari, col suo carattere riformatore e ad un tempo antirivoluzionario; onde è spiegabile come le ire si appuntino proprio contro di esso e come si tenti di spezzare questa linea tattica che, prevalentemente in causa della nostra partecipazione, si potrà difficilmente presentare all’Italia e al mondo come la trincea dei cospiratori contro il presente ordine sociale. Eccovi così fugacemente accennate le cause degli sforzi fatti dagli avversari per staccarci dalle opposizioni ed eccovi nello stesso tempo adombrate le ragioni per cui noi a tali sforzi dobbiamo opporre la fermezza più perseverante. Nessuna aspettazione miracolista Rispondiamo piuttosto a coloro i quali, nonché a diminuire, tendono invece a sopravvalutare le possibilità tattiche dell’opposizione, creando così uno stato di attesa miracolista e di impazienza morbosa, con scadenza a termine fisso. Non bisogna dimenticare che codesta (e ci si perdonino i termini bellicosi, applicati ad un’opposizione inerme) non è battaglia alla bersagliera, ma guerra moderna, che viene vinta da chi ha i nervi più resistenti; né si trascuri che le forze morali che combattono per la nostra parte vanno avanti non a sbalzi, ma per un processo di permeazione. Già esse hanno fatto un enorme cammino. Chi può negare ch’esso è dovuto in buona parte al fatto politico eccezionalissimo della secessione parlamentare, la quale ha riscosso tutto il paese, costringendolo ad affrontare in tutta la loro crudezza i termini estremi del presente conflitto politico? I congressi di queste ferie ne sono una prova. Secondo l’oratore conviene dunque affrontare l’avvenire con fiducia, con fermezza e senza impazienti nervosismi; e bisognerebbe che i popolari ovunque si trovino, sul terreno parlamentare o nei comitati locali, di queste virtù della milizia politica sapessero dare l’esempio. La trasformazione dei partiti italiani Nella seconda parte, l’on. Degasperi si occupa dei compiti interni del P.P.I. in preparazione della fase politica che seguirà al fascismo. Il dopo fascismo non sarà né il 19 né il 20 né il 14. Indietro non si torna. La guerra, il lungo periodo postbellico e il fascismo specie prima della conquista, hanno agito potentemente sulle correnti politiche italiane. Quasi tutti i partiti o movimenti politici subirono trasformazioni notevoli. È la pressione livellatrice dell’attuale regime, la quale impedisce di fissarle e di caratterizzarle. Bisogna attendersi però che in regime di libertà esse si completino e si manifestino più chiaramente. Fin d’ora tuttavia dovremo rivedere le nostre cognizioni e prepararci delle risposte concludenti a delle questioni che già spuntano sull’orizzonte e possono divenire predominanti. Queste per esempio: se il rinvigorito sentimento della dignità nazionale, il senso della disciplina e il concetto della missione ideale dello Stato, congiunti e compromessi dal fascismo colla politica reazionaria, si riconcilieranno in via di fatto coi criteri costituzionali di libertà e di democrazia; e se ne nascerà una nuova corrente politica. Se avrà pratico e largo sviluppo il tentativo di creare un partito neo-liberale il quale, risalendo alle origini, superi il semisecolare contrasto dei gruppi parlamentari liberali e dei suoi uomini più rappresentativi. Se infine la lotta fra le tre tendenze del socialismo porterà alla costituzione di un forte nucleo riformista con larghe e sicure adesioni operaie. Per giudicare di quest’ultima prospettiva gli elementi sono già numerosi: le dichiarazioni dei capi confederali di non voler ricadere nei passati ed espiati errori, la solenne rivendicazione della libertà sindacale, fatta assieme agli operai cattolici, ai quali una volta si negava ostinatamente il diritto di esistenza, le affermazioni dei congressi unitari per il gradualismo e il metodo democratico contro la violenza e la dittatura. Questi sintomi che costituiscono la posizione polemica degli unitari contro i comunisti ed in parte contro i massimalisti, dobbiamo considerarli senza illusioni eccessive, ma anche senza esclusivismi. Sorpassarli vorrebbe dire correre il rischio di trovarsi domani sul terreno delle realizzazioni di fronte a sviluppi e quindi a funzionalità ignorate. Poiché il fascismo, lasciando disgraziatamente sfuggire l’ora della pacificazione, ha perduta l’occasione di disimpegnare i sindacati dai partiti, è da credere che parte notevole degli operai industriali ritorneranno domani nelle organizzazioni socialiste, dalle quali spiritualmente non si sono mai staccati. Di qui l’interesse che il politico deve rivolgere a tale problema, tanto più se ha la convinzione, come noi l’abbiamo, che la questione sociale è presso a riprendere tutta la sua attualità. Risultanti politiche e vita autonoma dei partiti Quest’atteggiamento realistico però, che vale per i tempi e i luoghi nei quali i risultati dei movimenti, svoltisi al di fuori di noi, sono già maturi, non implica, com’è ben chiaro, un tal quale agnosticismo o una minore nostra combattività contro dottrine e movimenti che abbiamo sempre combattuto e dobbiamo combattere. Già in una circolare del luglio scorso la direzione del partito invitava le sezioni tutte a vigilare e ad operare, affinché le caratteristiche del partito venissero nettamente e vigorosamente affermate. Bisogna insistere oggi più che mai su tale direttiva. Dopo la limitazione e, spesso, la cessazione forzata di ogni attività, conviene oggi pensare ad una ripresa generale. Se nel campo organizzativo e delle pubbliche manifestazioni dobbiamo ancora tener conto della pressione governativa, ci rimane però la possibilità di attrezzarci per le battaglie di domani. A ragione l’Avanti! ricordava nelle recenti polemiche che «il moderno movimento democratico cristiano è indubbiamente (per i socialisti) più temibile del vecchio clerico-moderatismo». Per noi trentini che abbiamo opposto all’avanzata del socialismo il baluardo delle nostre organizzazioni, che ci costarono tanti anni di lavoro, non è necessario ricorrere ad esempi lontani. La preparazione e la maturità dei nostri fu tale, che quando la proporzionale amministrativa ci portò alla collaborazione con tutti i partiti, la nostra energia propulsiva non subì attenuazioni. Ma per ricordare esempi illustri di grandi predecessori, pensate a Decurtins che poté senza compromissioni o confusioni convocare il primo congresso internazionale per la legislazione del lavoro, aprendo le porte a tutti i partiti, appunto perché aveva fatto precedere un intenso lavoro di organizzazione e di chiarificazione entro gli operai cattolici svizzeri, o rievocate il fatto eminentemente caratteristico che il più autorevole delegato del Centro il quale assieme al Gröber e al prelato Mausbach fu chiamato in un’ora grave a cercare e concludere un modus vivendi coi socialisti più temperati, alla vigilia della costituzione di Weimar, fu proprio quel canonico Hitze, al quale si deve la legislazione sociale dell’impero germanico, opera che mirava a sottrarre i lavoratori alle seduzioni del socialismo. Non cito questi esempi per farne delle applicazioni a casi concreti che in questo momento non sono oggetto delle mie considerazioni, ma per avvalorare la mia tesi che tanto più i partiti sono attrezzati a sopportare una situazione di fatto che venga imposta dai rapporti di forza sul terreno politico, quanto maggiore è la loro chiarezza e la loro fermezza sul terreno delle dottrine e quanto è più intensa la vitalità del loro programma e della loro azione autonoma. È forse questa una conclusione troppo ovvia, ma io sento il bisogno di dirla, perché si sappia che nel momento in cui esigenze imprescrittibili della vita politica e civile portano i popolari a manifestazioni comuni con uomini e con partiti lontani dalle loro dottrine, essi sentono però nel tempo stesso il dovere di assicurare al loro programma cristiano tutta la virtù intrinseca di attrazione, di assimilazione e di rigenerazione politica e sociale. Lo sforzo del P.P.I. Questo del resto fu lo sforzo tenace e magnifico dell’illustre capo del nostro partito e la finalità dei nostri congressi: soffocare le oscillanti filie di destra e di sinistra sotto l’impronta vigorosa del popolarismo, sicuro del proprio cammino. Noi non verremo meno a questa linea e ci proponiamo di riprendere questo sforzo con tutto il vigore, sia di fronte alle classi operaie come ai ceti medi; onde, indipendentemente da quello che potrà essere la risultante delle forze parlamentari per la formazione dei governi, il partito nel paese, per le sue idee, per la figura politica, per la sua attività sociale, rappresenti per l’Italia quell’elemento di equilibrato progresso e di sano riformismo che in altri Stati rappresentano i partiti d’ispirazione cristiana. L’oratore avverte però che se tutti questi partiti, sorti quasi ovunque per la conquista delle libertà religiose, scolastiche e famigliari entro lo Stato liberale, hanno assunto un carattere democratico, il Partito popolare italiano, sopraggiunto più tardi quando lo Stato moderno era divenuto monopolizzatore anche sul terreno economico sociale, della libertà ha fatto addirittura il fulcro del suo programma, onde, nella presente crisi della libertà, il mettersi dalla parte della reazione equivarrebbe a tradire le ragioni d’esistenza del partito. Difendendo la libertà, i popolari difendono la loro bandiera. Dopo aver ricordato che il carattere democratico del partito è una logica conseguenza del movimento sociale, da cui esso deriva, l’oratore ha terminato con un inno entusiastico alla democrazia cristiana. (Una lunga ovazione ha coronato infine il discorso). "} {"filename":"6b9733ce-d1f8-47ba-a95f-3c317a08226a.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Una speculazione in grande stile è stata inscenata dalla stampa fascista e filofascista intorno ad una frase che sarebbe stata pronunciata dall’on. Degasperi nel suo discorso pronunciato la settimana scorsa a Trento. Il grido di allarme è stato lanciato dal Messaggero e raccolto dai compiacenti giornali fiancheggiatori. Difatti il Messaggero di ier l’altro riferisce alla Giustizia di Milano, la quale aveva riprodotto una parte del discorso pronunciato, come dicemmo, domenica scorsa a Trento, «una parte saliente, dice il Messaggero, che ci era sfuggita e che era, crediamo, sfuggita alla grande maggioranza del popolo italiano, per il fatto che essa non era apparsa nei sunti pubblicati dai vari giornali». Ora il quotidiano del mattino la riproduce «perché le parole del deputato popolare devono essere conosciute in tutta la loro portata» e vi fa seguire una grave insinuazione accusando l’on. Degasperi «di avere accennato a precisi brogli» e di «essere entrato in un campo che esitiamo a qualificare ma che indubbiamente esula e va assai lontano da quello in cui dovrebbe esercitarsi l’opera di coloro che proclamano la necessità di normalizzare il Paese». La cosiddetta «parte saliente» – secondo il testo riprodotto dal Messaggero, sarebbe questa: «Gli italiani disprezzano il Parlamento: bisognava che lo perdessero, perché ne sentissero la necessità. Se gli italiani avessero vissuto la storia di altri popoli, se avessero, per esempio, assistito allo sbocciare delle situazioni verificatesi in Austria, quando dopo due anni di clausura parlamentare e di internamenti, il colpo di rivoltella di Adler contro Stürgk faceva riaprire la Camera, si sarebbero amati di più e avrebbero curato l’organo della propria espressione politica e l’avrebbero difeso dalle umiliazioni e dagli attacchi, …oggi non si troverebbero politicamente in un vicolo di cui non trovano l’uscita». Mala fede a prova metallurgica Il Popolo, così ribatte la maligna insinuazione: Per dimostrare la perfida malafede dell’organo perroniano ci basti rilevare 1. che il Popolo del discorso di Trento ha riferito un larghissimo sunto che si può dire il testo, senza omettere nessun passo saliente; 2. che il Messaggero inserisce nel discorso Degasperi di Trento una corrispondenza che la Giustizia pubblicava da Biella a proposito di una conferenza tenuta dal Degasperi ai popolari di quella città (vedi Popolo di ieri); 3. corrispondenza che non costituisce né il testo né un sunto, ma riferisce, probabilmente a traverso terze persone (poiché la conferenza era tenuta ai tesserati del P.P.I.), in forma indiretta e del tutto approssimativa in pochi periodi il contenuto di una conferenza di un’ora. Quindi niente discorso di Trento; e in quanto a Biella né parte saliente, né parole in tutta loro esatta portata, né comunque, parole pronunciate dall’on. Degasperi. Chiarito questo, più per provare la perfidia del Messaggero che per difendere da sì ridicole accuse l’on. Degasperi, aggiungiamo che, a nostro spassionato avviso, anche il periodo della corrispondenza della Giustizia, riportato dal Messaggero non offre alcun ragionevole pretesto alla sua farisaica indignazione e alle sue ipocrite preoccupazioni per la normalizzazione del paese. Un commento della «Giustizia» La Giustizia rileva la cosa e fa questo commento: Per non perdere l’abitudine la stampa fascista scaglia oggi i suoi fulmini contro il segretario popolare on. Degasperi. L’attacco, identico nella sostanza e quasi nella forma in tutti i giornali fascisti, pare partito dalle alte sfere. Colpa: il resoconto dato dalla Giustizia di un discorso tenuto dall’on. Degasperi, nel quale questi, a proposito della valutazione del Parlamento, accenna ad un fatto storico: l’attentato di Adler contro il ministro Stürgkh. Ira di Dio! Il popolare on. Degasperi ha accennato ad «un preciso bersaglio». Inutile dire che fraternamente il Corriere d’Italia, cattolico-fascista, si è messo della partita ad insinuare l’accusa contro l’on. Degasperi. Quindi dopo aver riferito la risposta del Popolo soggiunge: Ma quanto buon gusto e quanta buona fede hanno questi signori ad attribuire ad uno scavezzacollo come l’onor. Degasperi propositi di quel genere? Il deposito dei pretesti è veramente inesauribile nel campo fascista! Le menzogne del «Popolo d’Italia» Alla malafede del Messaggero si aggiunge quella della stampa fascista. Secondo il Popolo d’Italia, l’on. Degasperi durante la guerra non sarebbe stato né perseguitato, né sospettato e il suo irredentismo non sarebbe stato che postumo. Non è il caso di scomporsi per simili panzane, perché la figura dell’onor. Degasperi venga lontanamente sbiadita. Certo fango e certa accredine non sporcano, né tampoco raggiungono colui che ha testimone indiscussa del suo passato, l’azione costante e disinteressata spesa per il bene pubblico e per la redenzione del suo paese. Comprendiamo invece il motivo di certe manovre che si dicono partire da alte sfere e ci spieghiamo benissimo il machiavellismo dell’organo mussoliniano. Certi uomini, che hanno saputo reggere al giogo austriaco con sicura fermezza e che sanno con pari dirittura soffrire e combattere contro la pressione odierna, non sono comodi per la politica dalle schiene curve e dai facili avalli rappresentati da una tessera o da una divisa. L’on. Degasperi ha sempre avversato questi sistemi e nella integrità della sua vita pubblica non ha esitato a scegliere, ieri come oggi, fra la libertà e la dittatura, fra la giustizia e il favoritismo. Ecco perché oggi, approfittando di una menzogna, come chiaramente è dimostrato dal Popolo, si tenta di inscenare una montatura che ci lascia perfettamente sereni. A sua volta il Popolo, ritornando ieri sull’argomento, così scrive: «Tutti gli ufficiosi di ieri, dall’Idea Nazionale al Corriere d’Italia, hanno seguito il Messaggero nell’attacco contro Degasperi. Evidentemente non si trattava di una malignità originale dell’organo dei fratelli Perrone, ma di una parola d’ordine venuta o da Palazzo Chigi o dal Viminale. Perciò giriamo al mandante la risposta che abbiamo data ieri al Messaggero. Ai servitorelli più o meno sciocchi, il nostro disprezzo. Ai padroni, tre parole soltanto: Siete in malafede! Tanto più che il Popolo d’Italia ha creduto opportuno, per la circostanza, di riservire caldi i cavolacci dell’«austriacantismo» e simili fandonie a lui ben note come tali. Del resto dal miles fluitans in veste di Arlecchino non si accettano lezioni di nessun genere. Orano, per esempio, ha fatta la guerra contro l’Austria dai tavolini del Gambrinus a Firenze… All’attacco al nostro direttore fa un commento anche il Corriere del mattino concludendo con queste parole: «Ma addirittura beceresco e turpe è il linguaggio del Popolo d’Italia di ieri – come e peggio dell’Avanti! di un tempo – dove si parla di “leccapiattini”, si parla di “signor Degasperi” anziché on. Degasperi, si cerca di denegare la sua magnifica figura di combattente per l’italianità mettendola in contrasto con quella del suo maestro il Principe Vescovo Mons. Endrici. Ma l’attacco volgare, che definisce solo la bassezza dell’animo che lo ha dettato, non diminuisce d’un iota la statura morale dell’on. Degasperi, la sua schietta e pura italianità, la sua fierezza e la forza nel combattere l’attuale stato di cose. È l’altezza e il successo di questa battaglia che unicamente esagita l’animo non tranquillo degli avversari». "} {"filename":"1b28de35-99a1-47cf-bc22-6c9932326337.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Il giornale nazionalfascista della sera, a commento dell’ordine del giorno del Consiglio nazionale del Partito popolare, pubblica un trafiletto infarcito delle più impudenti menzogne e improntato alla più lurida prosa ribellistica. Secondo questa, sarebbe «sempre meglio e più ampiamente dimostrato il carattere antinazionale del partito popolare» perché il Consiglio nazionale avrebbe solidarizzato con l’onor. Degasperi del quale nella recente polemica si sarebbe dimostrato che «durante la guerra era dall’altra parte: dalla parte dell’Austria». Più sfacciati e impudenti di così, si muore! È stato ricordato che il Degasperi fu bandito dal Trentino e tenuto sotto sorveglianza perché inscritto nel libro nero del famigerato «Ufficio centrale di vigilanza viennese» (Ueberwachungsamt); è stata documentata ed è sempre documentabile l’attività parlamentare del Degasperi il quale assieme agli altri colleghi non solo votò sempre contro i vari governi e i crediti militari, ma tenne dei discorsi poderosi contro l’oppressione austriaca e ne abbiamo riportato un saggio da un discorso tenuto un mese prima di Caporetto . Abbiamo rilevato che quest’attività è ormai stata caratterizzata già durante la guerra dalle due parti: a Trento dal governo austriaco che fece attaccare violentemente come «traditori della patria austriaca» gli on. Conci, Gentili, Degasperi, ecc., tentando di organizzare un plebiscito contro i deputati; e al di qua del fronte dai fuorusciti trentini i quali diffusero in qualche città d’Italia fra i propri profughi i discorsi dei deputati trentini e nella Libertà, organo che usciva allora a Milano, ed ora a Trento, pubblicarono ed elogiarono quei discorsi. Potremmo citare parecchi di questi giudizi lusinghieri, tanto più notevoli in quanto emanano da avversari del partito popolare. Ci limiteremo al commento della Libertà del 22 dicembre 1917, la quale scriveva: «Le proteste continuate dei deputati clericali trentini lasceranno, non v’è dubbio, il tempo trovato e tutto al più procureranno non poche noie a coloro che le fanno. Ma varranno a mostrare all’Austria l’assoluta irreconciliabilità tra gli italiani oppressi ed i tedeschi oppressori, la fierezza incurvabile dei primi dinanzi alla sfacciata prepotenza, alla feroce e vigliacca ingiustizia degli altri». Potremmo citare altre opinioni in argomento di note personalità irredentiste non popolari e che sono oramai stampate nei libri che s’occupano delle terre redente durante la guerra. Ma l’organo della siderurgia nazionalista finge di non aver letto l’altra e incontrovertibile testimonianza dell’illustre vescovo e patriota di Trento, il quale in una recentissima intervista dichiarava ingiustificata la campagna contro il Degasperi, delle cui benemerenze nazionali egli si rendeva testimone, portando anche prove e documenti, tolti dall’istruttoria del governo imperiale contro il vescovo stesso, e dai quali risulta che il governo accusava il Degasperi d’aver fatto opera diuturna antiaustriaca. Per questa ragione fu persino rigorosamente impedito al vescovo Endrici durante il suo arresto e la sua deportazione di corrispondere comunque con l’on. Degasperi come persona gravemente pericolosa per i suoi noti sentimenti e per la sua aperta propaganda d’italianità. Ma tutto questo per certa gente non conta. E allora raccoglie acrimonie e pettegolezzi di un transfuga di tutte le bandiere che durante la guerra inviava ai giornali articoli per esaltare l’opera dei deputati trentini (non escluso l’on. Degasperi) ed ora scrive sui giornali del governo tutto il contrario, e si affida senza controllo ad un Sottochiesa , sul conto del quale avrebbe potuto chiedere informazioni almeno a molti autorevoli fascisti di Mantova. Questo «cattolico trentino» per i patentati difensori dell’ortodossia cattolica, vale più del vescovo di Trento. Essi elevano persino a prova irrefutabile lo sfogo di un ex carcerato che si lagna di non aver avuto conforto dall’on. Degasperi (come se a quei tempi, specie prima della riconvocazione della Camera, deputati pur essi sospettati e perseguitati avessero potuto far qualcosa di serio per i carcerati, ammesso anche ne avessero avuta notizia), mentre fingono d’ignorare le pressioni che fecero i trentini assieme agli slavi per ottenere l’amnistia, poi concessa dei detenuti politici e la campagna da loro ingaggiata in parlamento per la costituzione della giuria e l’abolizione dei tribunali militari. Sempre sulla scorta delle informazioni del Sottochiesa, si dà credito alla fandonia che un ex popolare trentino, l’ing. Lanzerotti, del quale il Sottochiesa fece per un certo tempo il segretario, sia stato mandato via dal Trentino, in occasione della guerra e perché spintovi dai suoi ex consenzienti che accusavano d’irredentismo; mentre è notorio che il Lanzerotti se ne venne via parecchio tempo prima e per documentabili dissensi amministrativi e finanziari… Ma in fine, si dice, c’è una lettera di Battisti, la quale dovrebbe proprio provare che il «Degasperi durante la guerra era dall’altra parte». Si tratta di una lettera privata che Degasperi non conosce né ha mai conosciuto. Se ne pubblichi il testo autentico e si vedrà di che cosa realmente si tratti e su quali fatti, su quali informazioni si fondi il presunto apprezzamento di Battisti, il quale – si noti bene – benché risalga al dicembre 1914, si vuol fin d’ora spacciare come un giudizio definitivo sull’azione dell’on. Degasperi durante la guerra! Ma si persuadano i libellisti: il diversivo non attacca. Potrà darsi che il pubblico, anche nel momento in cui si rifriggono per la millesima volta le storie e storielle del neutralismo e interventismo, dimentichi che l’attuale capo del governo fin dentro il periodo della neutralità minacciava il sabotaggio insurrezionale se l’Italia fosse uscita in guerra e che Forges Davanzati ancora in quei giorni ammoniva in una riunione di nazionalisti contro «quella corrente di sentimentalismo austrofobo, che è il più grave ostacolo alla diffusione nel Paese di una chiara ed esatta nozione degli interessi italiani»; potrà darsi che il pubblico dimentichi tutto ciò e non avverta certe incompatibilità morali ed acquisite sulle colpe reali o presunte circa la guerra. Ma il pubblico capisce ed avverte certo una cosa che riguarda il presente e cioè che gli organi governativi attaccano l’on. Degasperi perché oggi egli è l’esponente del Partito popolare che mantiene ferma la sua linea d’opposizione al Governo. I Popolari hanno perfettamente capito la manovra ed è perciò che anche in questa occasione ben conoscendo l’infondatezza delle accuse e il chiaro proposito degli avversari, gli hanno confermato attraverso gli organi direttivi i sentimenti di affettuosa e inalterata solidarietà. È dunque l’opposizione che si vuol colpire. Il resto è niente. E tanto meno è sincera l’evocazione della memoria di Battisti dopo che sui giornali dell’Era Nuova, auspice Cesare Rossi, si è persino tentato di insozzarne la memoria mediante l’esibizione di una falsa ricevuta a carico del figlio Luigi, cui non si risparmiarono nemmeno recentemente ingiurie e bastonate. Il pubblico capisce soprattutto che si tenta nel diversivo diretto ad allontanare l’incubo morale che preme sul fascismo dopo il delitto Matteotti nonché il peso delle accuse che l’opinione pubblica in coro imponentissimo leva contro i metodi dell’attuale Governo. La battaglia deve ritornare al suo punto d’origine. Essa è tutta qui e su questo terreno sarà combattuta con rincalzo crescente. È inutile e vano frugare in un passato dal quale nessun rimprovero può essere onestamente mosso alla nostra condotta. Gli italiani non si lasceranno fuorviare da alcun diversivo. Essi guardano all’ora che passa e che esige ormai imperiosamente la resa dei conti. (Dal Popolo) "} {"filename":"c6872372-5323-4811-bacf-187356a1b0bb.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 23. Il calcolo aritmetico, nudo e crudo dà ragione al governo; ma una ragionata valutazione dei voti e soprattutto i discorsi che li hanno motivati, gli danno torto. I voti: bisogna rilevare che hanno votato contro due ex presidenti del Consiglio, come Giolitti e Orlando e parecchi dei più vecchi parlamentari, che furono più volte al governo, come Paratore, Soleri, Pasqualino Vassallo . Di Giolitti la maggioranza ha l’aria di sbrigarsi presto, bollandolo come rappresentante del neutralismo; ma come svalutare Orlando, che fu il presidente della vittoria? Si ricorderà lo sforzo fatto dal governo per accaparrare il deputato di Palermo al listone e come egli fosse definito uno dei pilastri indispensabili alla compagine della maggioranza nel Mezzogiorno. Ora questo pilastro è caduto e con esso crolla tutta la faticosa costruzione del ministerialismo meridionale. Non hanno votalo a favore i rappresentanti ufficiali del combattentismo: e quando si ricordi che il presente gabinetto si è autodefinito il «governo dei combattenti», nessuno potrà saltare a piè pari sopra questa significante manifestazione. Non hanno infine votato per il governo i rappresentanti riconosciuti del partito liberale organizzato; e ognuno sa che dietro a loro e non dietro Salandra si sono schierati i delegati di Livorno. Hanno invece votato a favore i 270-280 fascisti puri, un 30-40 filofascisti, nominati dall’alto e aggiunti ai fascisti nelle varie provincie e il gruppo Salandra. Se si tien conto delle opposizioni assenti, il governo ha avuto una settantina di voti di maggioranza; il che vuol dire, se si considera attentamente, che il governo Mussolini sta o cade, a seconda dell’atteggiamento della destra liberale. La novità più caratteristica è il dispiegamento delle sinistre, in confronto del blocco centrale e della destra. E qui bisogna fare subito una considerazione: se le opposizioni dell’Aventino fossero scese nell’aula ed avessero attaccato in pieno, questo spiegamento delle sinistre, cioè della nuova opposizione, sarebbe stato possibile? I conoscitori dell’ambiente parlamentare vi rispondono unanimemente: no. Infatti da un lato l’eterogenea opposizione dell’Aventino, invece che presentarsi al Paese nella sua figura monolitica antifascista, si sarebbe esposta alla Camera con tutti gli anfratti che logicamente la varieggiano, offrendo buon giuoco al contro attacco; e d’altro canto, segnalando all’assemblea la minaccia dell’estremismo e dell’«Antinazione», sarebbe stato più agevole ancora a Mussolini di raccogliere attorno a sé globalmente la «Nazione». Ma più decisiva è la considerazione che riguarda le motivazioni del voto. Orlando – che ricorda di essere stato il presidente di Vittorio Veneto – nega l’esistenza della nuova era fascista. E pensare che il Duce aveva iniziato il bel costume di datare dall’era fascista! Orlando pone netta la questione costituzionale domandando: in che regime viviamo? Orlando esclama: Ho collaborato come ho potuto, finché ho potuto sperare: ora non spero più. E vota contro. Salandra invece vota in favore, ma dopo un discorso d’opposizione. Egli ha constatato che «è innegabile un movimento di distacco del paese da voi». Ha soggiunto: «È pericoloso prolungare una situazione che è aspramente criticata». Poi ha criticato i commissari prefettizi e i loro sistemi, ha biasimata l’opera delle gerarchie del partito fascista, e senza nominarlo, ha detto a Mussolini di smetterla col linguaggio violento e coi «diritti della rivoluzione», ha dichiarato «indifendibile» il decreto sulla stampa ed ha raccomandato a Mussolini di «dire agli italiani che non si uccide, non si aggredisce, che non s’invadono le case, che non si bastona, non si brucia, che non è possibile disfare quello che si è fatto col lavoro e con la fede… È ora oramai di abbandonare la teoria del delitto politico, anche se è stato commesso per fini nazionali». Postosi infine il quesito di ciò che avverrebbe se noi contribuissimo ad accelerare «la caduta di questo ministero», insinua molto abilmente la possibilità di sostituirlo, quando afferma: «O l’on. Mussolini o un altro, la situazione del nostro paese richiede mente lucida, polso fermo e soprattutto unità di direzione». Rilevato questo, ci pare che il nomignolo di «suocera del ministero» applicato al Salandra, sia proprio indovinato. Siamo ancora in famiglia, ma la parentela è quella della suocera altezzosa e malfida. E che dire del combattente Savelli, il quale invita l’on. Mussolini «a ridare al paese la pace e a non mettere la propria persona attraverso il cammino dell’Italia, se domani fosse necessario mutar capo di governo»? È vero che i combattenti, dopo aver dichiarato di votar contro, finirono coll’astenersi: ma questo è un non infrequente fenomeno dell’aula parlamentare, nella quale è più difficile che non si creda di sottrarsi alle suggestioni del momento. La suggestione finale fu il discorso di Mussolini. Sembrò e fu a parole un vero atto di contrizione. Promise di essere spietato contro i suoi e di mettere loro contro i carabinieri. Nessun illegalismo rimarrà impunito e il regime eccezionale fra breve avrà fine. Se si rilegge attentamente, il discorso non contiene nessun impegno concreto, ma certi cenni, certe ammissioni, l’aria contrita, il tono della musica fu tale che ancora una volta la Camera, la sua Camera gli diede credito. In verità nessuna questione grossa fu affrontata e risolta: la milizia rimane, l’amministrazione della giustizia continua il suo corso, i delitti contro deputati e uomini politici rimangono impuniti e la questione morale resta aperta come una cancrena. Nemmeno per le amministrazioni locali fu data una assicurazione. Tuttavia tutti i sostenitori del regime parlano di discorso normalizzatore e Mussolini ha finito coll’inneggiare all’armoniosa famiglia italiana. Molto armoniosa! Purtroppo bisogna credere che la musica di domani non sarà diversa da quella di oggi. Oramai i violenti, i satrapi, i «magnoni» sono stati creati e lanciati alla conquista di tutti i poteri. Come cambiare questi uomini e come farli smettere in virtù dello stesso organismo che li ha prodotti? Mussolini ha bastonato il bolscevismo, dopo averlo cresciuto; ma oggi non c’è di mezzo un avvenimento come la guerra che giustifichi o provochi una nuova controrivoluzione interna. Nonostante il nostro vivo desiderio – alle armonie non si può più credere. Vedremo tra poco. "} {"filename":"08f915e3-2ab7-43e7-8150-f134c11b8b3b.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Ci sono battaglie che si possono e si devono ritener vinte prima ancora di essere portate a fine. La vittoria assiste coloro che con fede e tenacia indomabili si battono per una causa giusta e santa. Il nostro giornale sente di essere, oggi più che mai, in lotta per una causa giusta e santa, e sta sulla breccia con fede e tenacia. Se si vuole che esso contribuisca più validamente, con preventiva sicurezza di vittoria, al conseguimento dei fini ideali che sono la forza e la bellezza del suo programma, è indispensabile che gli amici – tutti quelli, cioè, che simpatizzano per esso – lo rafforzino subito, a costo di qualunque sacrificio. Mai come in questo momento la parola «dovere» suona piena di alta significazione, per ogni cittadino, a favore del giornale cattolico e popolare. Mai come in questo momento conviene togliere gli indugi, scacciare la pigrizia, affrettarsi a rinnovare l’abbonamento e a procurare al «nuovo Trentino» molti altri abbonamenti nuovi. Il nostro giornale è, senza dubbio, il più diffuso dei quotidiani locali: ma bisogna diffonderlo di più perché tutto il paese lo comprenda e lo apprezzi meglio; perché gli avversari abbiano la netta precisa sensazione che il popolarismo trentino – con l’anima della quasi totalità degli abitanti le nostre vallate e i nostri monti – costituisce un blocco possente, infrangibile, che pesa decisivamente, e sempre più vuol pesare, sulla bilancia della giustizia e della libertà. "} {"filename":"6e76fe06-ba99-44e2-94b1-6871872e2b0f.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Fra otto giorni è Natale. Fra quindici giorni è Capodanno. Il 1924, dunque, se ne va precipitosamente. Che ci prepara, nella vita sociale e politica, il 1925? Non siamo profeti, né a profeti ci vogliamo atteggiare; però abbiamo una previsione sicura: – che, in gran parte, gli eventi sociali e politici, fausti o infausti, subiranno la spinta e la direttiva che loro sarà impressa dalla volontà buona o malvagia degli uomini. Per la prevalenza della buona volontà è necessaria una migliore educazione delle coscienze. Per una migliore educazione delle coscienze è indispensabile la diffusione della stampa onesta, cristiana. È quindi imprescindibile dovere di tutti i trentini liberi e forti, che auspicano nel 1925 il trionfo della giustizia e della libertà nella carità e nell’ordine, di abbonarsi al «nuovo Trentino» e di zelarne la diffusione. Ma senza perder tempo, ché siamo già sulla soglia del 1925. "} {"filename":"7db23e03-85b4-47f5-b61f-4ad3c3c1b241.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Muck era il capo della polizia austriaca a Trento dove, scoppiata la guerra contro l’Italia, era stato inviato con l’incarico di sopprimere col ferro e col fuoco ogni traccia di irredentismo . Il suo accanimento, che non si arrestò nemmeno dinanzi alla sacra persona del vescovo, la sua ferocia furono tali, che il suo nome viene ancora pronunciato nel Trentino con universale esecrazione e la storia ricorderà di lui soprattutto la macabra tregenda che egli inscenò, con un’accozzaglia di sbirri, attorno al triste corteo che conduceva al supplizio Cesare Battisti, ch’egli personalmente insultò e fece sputacchiare. Muck sapeva di aver meritato l’odio degli italiani, come nessun altro funzionario imperiale, tanto che, dopo l’avanzata delle nostre truppe fino ad Innsbruck, non si sentì sicuro nemmeno sul territorio austriaco e riparò in quella zona dell’Ungheria che doveva venire più tardi, in seguito al trattato di San Germano, annessa all’Austria. Ebbene, indovinate un po’ chi tenta oggi di richiamare quest’uomo alla ribalta della storia e rifargli l’onore di testimone della verità? Nientemeno che il giornale del presidente del Consiglio, il quale non si è vergognato di andarlo a scovare a Vienna per mettergli in bocca qualche parola, qualche insinuazione che si potesse sfruttare nella campagna denigratoria che l’organo di Mussolini conduce, con metodi inqualificabili, contro l’on. Degasperi. Sicuro: insigni patrioti del Trentino, come il vescovo di Trento, il senatore Conci, l’on. Gentili, il segretario generale della Lega nazionale, due ex direttori del giornale liberale, avversari politici dell’on. Degasperi, si sono levati a protestare contro la campagna dell’organo mussoliniano e a testimoniare l’italianità dell’on. Degasperi; e allora il giornale fascista si rivolge al campo nemico e cerca tra i persecutori austriaci più ostinati, tra i nemici più feroci e più subdoli di quell’italianità del Trentino, che il Degasperi ha valorosamente e tenacemente difesa, una parola, una frase qualsiasi che, pur sotto altra parvenza, rappresenti la continuazione della feroce opera di Muck contro il Trentino e i suoi rappresentanti. Il rappresentante viennese del Popolo d’Italia dice che il Muck accolse l’intervistatore con «un furbo sorriso d’intelligenza» . Quale spettacolo! Muck ride, Muck sogghigna al vedere che il giornale del presidente del Consiglio italiano si prostituisce fino a lui per chiedergli di testimoniare contro un deputato trentino, e «sorride d’intelligenza» perché lui, il bastonatore austriaco, il fucinatore di tanti «complotti», l’orditore di tanti iniqui processi che costarono ai trentini tante lagrime e tanto sangue, sente di essere in famiglia. In quanto al contenuto dell’intervista, essa è così scema, così inconcludente, e per qualche dettaglio, così antistorica che, pur ammettendo nell’ex commissario di polizia tutta la buona volontà di corrispondere degnamente all’onore che gli vien fatto, è giocoforza dubitare che le sue parole siano state riferite esattamente. Avrebbe detto dunque il Muck che Degasperi era prudente e sapeva destreggiarsi in modo da non dispiacere a nessuno, per cui sarebbe spiegabile che egli durante la guerra «sia stato indisturbato». Alla domanda poi dell’intervistatore perché il Degasperi, «sano e robusto, non sia stato chiamato alle armi nell’imperial-regio esercito», il poliziotto avrebbe risposto: «Degasperi era ritenuto dal governo di Vienna persona indispensabile nel Trentino». E avrebbe aggiunto: «Egli era il braccio destro e il factotum del barone Mersi, persona che godeva dell’illimitata fiducia della polizia e del governo austriaco… poteva quindi contare su di una sicura immunità». A queste affermazioni c’è da rispondere con alcuni fatti incontrovertibili e inconfutabili per i quali abbiamo già pubblicate delle testimonianze indiscutibili, durante la presente polemica e che a ogni modo sono notori nel Trentino e acquisiti alla storia del suo bellico martirio. Il Degasperi fu così poco indisturbato e tanto poco ritenuto «indispensabile nel Trentino» che il governo austriaco gli impedì di rimanere nel Trentino dallo scoppio della guerra con l’Italia fino al ’17, cioè alla riapertura del Parlamento, nella quale epoca tutti i deputati ottennero il permesso di ritornare nei loro collegi: e perfino allora il Degasperi ebbe divieto di visitare quella parte del suo collegio (Primiero) che era stata rioccupata dall’esercito austriaco dopo Caporetto. Egli non venne «chiamato alle armi nell’esercito austriaco» per la semplicissima ragione che era riformato e venne dichiarato tale anche nelle visite fatte durante la guerra perché colpito da artrite. L’affermazione poi che il Degasperi fosse il «braccio destro» del barone Mersi, farà ridere nel Trentino anche i polli, dove è notorio che il Degasperi diresse contro il Mersi due vivacissime campagne elettorali. Vero è che il Muck non poté mettere le mani sul Degasperi perché questi, come abbiamo detto, se ne dovette stare, nel periodo critico, lontano da Trento, cioè dalla giurisdizione del Muck, e perché fallì il tentativo della polizia di trovare delle carte compromettenti contro di lui, cercate invano in due perquisizioni, fatte durante la sua assenza, nel suo ufficio e nel suo domicilio privato. C’è del resto, proprio dello stesso Muck, un documento ufficiale stampato, il quale prova che cosa pensasse allora del Degasperi il capo della polizia di Trento. Il Muck fece stampare a Trento, nel 1917, per uso e norma delle autorità locali e centrali, un libro informativo sulle «società irredentiste del Trentino». Il libro, secondo la prefazione dettata dal «dott. Rodolfo Muck, i. r. commissario di polizia», doveva dimostrare sulla base di documenti ammassati dalla polizia nelle numerose perquisizioni domiciliari fatte a Trento, che le associazioni trentine erano, in fondo, guidate tutte da un solo pensiero, quello del distacco dall’Austria «Los von Oesterreich» come scrive il Muck . Tra queste associazioni, delle quali il Muck condanna l’attività, è descritta, a pagina 70 e seguenti, «l’Associazione cattolica universitaria trentina», la quale viene accusata «d’essersi resa complice dei torbidi irredentistici nel Trentino». Ebbene, dell’Associazione universitaria trentina, presidente e poi ispiratore fu notoriamente l’on. Degasperi. A pagina 87 poi dello stesso prontuario del perfetto poliziotto, si dimostra che «l’Unione politica popolare del Trentino», l’organizzazione politica popolare di cui il Degasperi era segretario, aveva esercitato un influsso perniciosissimo, soffocando ogni sentimento austriaco e risvegliando i sensi di solidarietà con la patria italiana, e tra i capi più autorevoli di tale associazione il Muck (pag. 88, 14.a riga) stigmatizza nominativamente l’on. Degasperi. Questi documenti sono, per ogni uomo onesto, eloquenti e definitivi, ma il Popolo d’Italia si guarderà bene dal prenderne atto, come non prese atto di tutte le altre documentate smentite che vennero opposte alla sua lurida volgare campagna. Il giornale del presidente, colpito in pieno dalla questione morale, che è la questione dei delitti del regime, ricorre a tutte le menzogne più assurde, a tutti i diversivi più disperati e scrive che la «questione morale Degasperi è insopprimibile» e che «egli non può rimanere a un posto direttivo della politica italiana». Goffo e inutile sforzo, perché codesta turpe campagna non servirà che a rinsaldare ancora più tutte le forze popolari attorno al proprio segretario politico, degnissimo rappresentante di quel popolo italiano, il quale oggi ha il sacrosanto diritto di esigere da chi attualmente lo governa il rendiconto delle sue responsabilità politiche e morali. A scansarle, non vi ha giovato il generale De Bono : e meno ancora vi gioverà l’i.r. commissario Rodolfo Muck! "} {"filename":"48e0d545-1f89-4d44-8e4a-d7dc091db1d2.txt","exact_year":1924,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Si è adunata ieri la Direzione regionale del P.P.I. (Comitato provinciale) di Trento. La Direzione ha affrontato il problema della organizzazione e quello della coattiva riduzione dei Comuni. L’organizzazione politica del partito, rimasta sempre salda ed efficiente, nonostante la pressione fascista che impediva la propaganda, viene ripresa con entusiasmo. I convegni di Ala e di Rovereto hanno dimostrato chiaramente che lo spirito della gente trentina è saldo e fermo e che l’idea della democrazia cristiana è oggi più che mai sentita. Questa ripresa è consolante. Bisogna alimentarla con lavoro assiduo e metodico. In febbraio si terrà il Congresso provinciale del partito che dovrà essere una rassegna di forze e di volontà e che al tempo stesso dovrà segnare la nuova tappa, lo sbocco di una situazione per creare una sempre maggiore attività di propaganda e di azione che ci assicuri di un domani più lieto per le sorti della nostra causa politica. Che ciò sia possibile ne fanno fede le prove che ci giungono dagli amici delle vallate, dagli amici veri che mai hanno tergiversato e che sono rimasti saldi nelle loro idee, a costo di soffrire disagio e sacrificio per esse. Lo slancio spontaneo col quale molti consenzienti hanno sottoscritto a sostegno del Popolo di Roma in segno di solidarietà con l’on. Degasperi e di protesta contro la indegna campagna fascista, conferma questa prospettiva. Tutte le valli hanno concorso a questa manifestazione e ciò è veramente consolante. Il paese reagisce e smentisce coi fatti i volgari calunniatori; il risultato raggiunto è per noi una nuova prova della fierezza degli amici nostri e per gli avversari la constatazione palmare della vanità del loro sforzo immondo e diffamatorio. Tutto ciò fu oggetto di larga discussione che partendo dalla situazione locale investì anche quella generale. Fu pure esaminata la recente mossa fascista, circa la riduzione coattiva dei nostri comuni. Riduzione non voluta dagli interessati e ledente il principio della autonomia degli enti locali. A questo riguardo la Direzione del partito tenne ben distinte le unioni volontarie dei piccoli comuni, da quelle che oggi si vorrebbero imporre in regime non di libertà in assenza del Consiglio provinciale non ancora costituito, senza che i singoli comuni dei quali si vorrebbe fare la fusione, abbiano manifestata questa necessità. Si approvò in proposito il contegno tenuto dal Nuovo Trentino in questa circostanza condividendone la campagna e fu quindi votato il seguente ordine del giorno: Contro la coattiva riduzione dei Comuni La Direzione regionale del P.P.I. di Trento, di fronte alla proposta di una riduzione sistematica di comuni presentata dall’on. Barduzzi e di fronte alla risposta del Ministero degli Interni, con la quale si danno affidamenti per l’accoglimento ed effettuazione della stessa; mentre rileva che tale riduzione non è sentita dalle popolazioni, in quanto che il frazionamento della provincia di Trento in piccoli comuni risponde ad esigenze locali (zona montana) e a tradizioni etniche, ravvisa che un simile provvedimento sarebbe fomite di discordia per le immancabili ingiustizie che verrebbero perpetrate sia nei riguardi patrimoniali degli enti interessati, sia nei riguardi sociali, molto più che oggi, in assenza di ogni libertà e in mancanza del Consiglio provinciale, non sarebbero salvaguardate quelle garanzie stabilite dalla legge per la difesa di comuni che si vorrebbero sopprimere; respinge poi le gratuite e offensive asserzioni contenute nella interrogazione Barduzzi, ledenti la capacità ad amministrarsi dei nostri piccoli comuni; e delibera di dare tutto l’appoggio in difesa dei comuni stessi in omaggio alla autonomia comunale consentita anche dalla legge vigente e alla tradizione del popolo trentino che ne fu sempre geloso custode e che sempre ne invocò e seppe ottenerne il rispetto. Per l’on. Degasperi La Direzione poi ha votato un ordine del giorno di solidarietà e plauso per l’on. Degasperi. «La Direzione regionale del P.P.I. di Trento, constatato con vivo compiacimento come con slancio spontaneo di fiera protesta contro una indegna e calunniosa campagna mossa e persistentemente alimentata dal fascismo e dalla sua stampa contro l’on. Degasperi, tutte le Sezioni dipendenti si siano mosse per stringersi compatte e cordialmente solidali intorno al loro valoroso deputato, segretario politico del partito degnamente succeduto al maestro Luigi Sturzo; considerato che la campagna faziosa degli avversari è originata esclusivamente dal fatto che l’on. Degasperi è oggi il condottiero del partito; mentre gli esprime tutto l’attaccamento e tutta la riconoscenza per l’opera intelligente, patriottica e disinteressata sempre svolta per la causa comune della democrazia cristiana e mentre è orgogliosa di attestare contro i cinici detrattori che Alcide Degasperi è un illustre figlio di questa terra, la cui italianità nessuno potrà mai smentire, il cui carattere adamantino resterà sempre la prova migliore della sua dirittura morale e politica, conferma che i popolari trentini traggono da questa lotta sleale e vigliacca degli avversari fascisti nuovo impulso a persistere nella battaglia che dichiarano di proseguire con tutto l’entusiasmo e con tutta la fede per il trionfo della giustizia e della libertà». "} {"filename":"98858857-bdd2-4f55-8b6e-bd804f5ae285.txt","exact_year":1925,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Nei giornali fascisti si pubblicava il bilancio di questi due mesi di controffensiva fascista. Esso è suddiviso in parecchi capitoli; ma qui c’interessa quello della stampa. Dice dunque la relazione fascista su questa partita: «Mesi or sono, fu prospettata la gravità della situazione nella quale si erano venuti a trovare, dopo il delitto Matteotti, il partito, il governo e il regime fascista. Eravamo in quei giorni sotto la pressione più intensa dell’offensiva avversaria nella quale eccellevano Albertini e Donati, Amendola ecc. Fu deciso di abbandonare la difensiva nella quale ci eravamo confinati col solo risultato di perdere ogni giorno terreno, vittime come eravamo di una specie di auto-ricatto di fronte alla cosiddetta “questione morale” sollevata dalle opposizioni. Abbandonare dunque la difensiva e, dopo aver coordinate le forze, prendere immediatamente l’offensiva». Ora – conclude la relazione –: «Sono passati due mesi e possiamo ben dire che anche questa volta i fatti ci hanno dato ragione e la nostra voce ha trovato consenso immediato e pratico in tutta Italia. Abbiamo abbandonata la difensiva per prendere l’offensiva contro la stampa a catena e contro gli uomini dell’opposizione. Al primo scontro, e proprio sul terreno morale, abbiamo decapitato il comandante supremo delle opposizioni, il senatore Luigi Albertini ed il suo capo di stato maggiore Giorgio Schiff-Giorgini ; l’on. Degasperi non potrà mai più pronunziare la parola «Italia». Giolitti e Orlando sono stati costretti a guardarsi nello specchio. L’on. Amendola, da buon teosofo, è stato obbligato a confessarsi da arlecchino che si confessava ridendo. Ed eravamo e siamo, solo alle prime battute». Arrivati a questo punto, i lettori dovranno convenire che il titolo che noi abbiamo preposto al trafiletto s’attaglia allo stile e al tenore del comunicato fascista assai meglio di quello di bilancio appostovi ufficialmente. Al primo scontro infatti gli avversari sono caduti tutti. Ad Albertini d’un taglio netto fu troncata la testa, come a S. Giovanni decollato. Vero che anche morto, fa vivere il «Corriere della Sera». Degasperi è ammutolito; vero che dirige sempre un partito, colla più intima solidarietà dei suoi amici e col plauso di molti avversari onesti; vero che anche nell’ultimo Consiglio nazionale parlò e fece parlare; ma siccome relazione e manifesto vennero sequestrati, si può sempre veridicamente sostenere che è muto, perché non osa parlare. Di Giolitti, Orlando, Amendola messi a guardare il muro, non occorre preoccuparsi. Oramai, dopo lo scontro, vagano nella pubblica opinione come ombre del passato. Tutto questo è vero ed incontestabile, e si potrebbe aggiungere dell’altro: per esempio che i repubblicani sono scomparsi dalla circolazione, dopoché la «Voce» non può più uscire, che i socialisti dopo i sequestri, si sono dileguati come il diavolo davanti agli esorcismi, che i massoni dopo la devastazione della legge si sono fatti frati e i popolari, non potendo più dire la loro opinione, si sono iscritti ai fasci, che i liberali democratici… Ma a che pro catalogare questa serie d’inequivocabili successi, quando è intuitivo, lampante, definitivo il successo maggiore che li assomma tutti, il trionfo cioè sulla pubblica opinione la quale, da due mesi in qua, si è convertita tutta al fascismo? Giunti a tal punto però quasi quasi vorremmo arrischiare una domanda, se non siamo indiscreti. Come mai, dopo una tale vittoria, l’ufficio stampa fascista al bollettino trionfale non aggiunge anche l’annunzio che sarà abolito ogni provvedimento eccezionale contro i giornali della defunta opposizione? Perché, se si continua così, si corre sempre il rischio di far credere che la vittoria del fascismo dipenda dai sequestri e dalle repressioni della P.S. In verità l’onore e la bravura dei nostri colleghi governativi e l’efficacia dei loro metodi polemici rischiano sempre di venir rimessi in discussione fino a tanto che – al momento decisivo – intervengono nella partita gli organi della polizia che li accompagnano nel cimento, come gli dei dell’Olimpo sovrastavano agli eroi d’Omero. Onde noi, pur coi debiti riguardi impostici dalla modestia nostra e dalla forza degli altri, osiamo permetterci un umile ma sincero suggerimento. Non potrebbero i nostri colleghi fascisti, i quali sentono, non v’ha dubbio, l’orgoglio del giornalismo che battaglia e vince colle armi sue, rinunziare alla cooperazione dei prefetti, dei decreti eccezionali e degli articoli 3 ecc. ecc.? In altri tempi non avremmo osato formulare questo suggerimento, perché la censura avrebbe potuto prenderlo per una insinuazione maliziosa, ma oggi che il bilancio fascista elenca tanti morti, la libertà di stampa non potrebbe diventare che la libertà dei vincitori per continuare, dopo «le prime battute», la strage degli oppositori. Il suggerimento quindi, oltre che onesto, è anche redditizio. "} {"filename":"99daa3cb-6bfe-4971-9fcb-0cc7282899bf.txt","exact_year":1925,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Il Trentino è oramai completamente fascistizzato. Il prefetto è fascista, il questore è fascista, il provveditore è fascista e… tutti gli altri sono fascisti. L’amministrazione provinciale è fascista, il consorzio dei comuni è fascista, i municipii più importanti sono fascisti. Le organizzazioni sindacali più notevoli, dai medici ai postelegrafonici e fino alle mammane sono fasciste! Fascisti sono i deputati (quelli che contano), fascisti i membri delle commissioni amministrative, fascista è insomma il potere deliberativo e fascista è il potere esecutivo. Lo spirito nuovo ha pervaso tutti: uomini e istituzioni. La cappa di piombo popolare, che pesava sul paese come una pietra tombale è stata rovesciata; e da due anni oramai la nera dominazione dei clericali appartiene agli obbrobrii della storia. Da due anni la balda gioventù ha preso nelle sue mani robuste l’anima del Trentino e l’ha sottoposta ad un massaggio rigeneratore. Il soffio di nuovi criteri direttivi ha pervaso le amministrazioni pubbliche ed il braccio nerboruto dell’uomo nuovo ha impresso un ritmo vigoroso alla macchina. Oggi si lavora, si respira, si produce, si canta nella gioia della fatica produttiva e nell’entusiastico consenso di un popolo, finalmente libero, che ha lasciato oramai lontana dietro a sé quella triste palude trentina, sulla quale il circolo degli ingegneri fascisti ha fatto funzionare le sue potenti macchine igrovore… Eppure, sognamo o siamo desti? Ieri 5 febbraio 1925, leggemmo in un articolo intitolato: Lo stagno mobile politico, i seguenti periodi: «(r.s.) Garantisco – affermava il mio compagno di tavolo sere or sono, battendo i pugni massicci sul giornale che teneva spiegato davanti – che la situazione politica del Trentino è quanto di più buffo e di strano si possa immaginare. Veda qui i segni chiarissimi e dolorosi del sospetto e delle ostilità di cui ci onora la opinione pubblica italiana, e pensi un po’ se il nostro paese, che a ragione, vanta un passato di lotta e di sacrifici quale poche altre regioni possono vantare, può dignitosamente sottostare in eterno a quest’atteggiamento di simpatie e di affetti, e soffrire in silenzio quest’assenza e questa miseria di partiti e di uomini che lo sappiano valorizzare dentro la grande famiglia della patria riconquistata. Lei, senza dubbio, non ha dimenticati i varii stati d’animo attraverso i quali è passata la nostra popolazione dopo la vittoria, e rammenta lo spettacolo sublime, di irrefrenabile entusiasmo, offerto dal Trentino nei giorni della redenzione, e ricorda la ostilità, sorda ma tenace, dimostrata per Nitti e per Credaro: Lei, ha presente la partecipazione di tutto il paese alle vicende di Fiume, e l’avversione ad ogni esperimento od idea bolscevizzante; Lei infine ha vissuto le grandi ore di fede e di gioia quando Benito Mussolini assurse al potere, e vide la dedizione spontanea e sincera di ognuno al grande movimento rinnovatore, che si annunciava nel fascismo. Furono anni di entusiasmi e d’offerte, di speranze e di vittorie. Ebbene, oggi che Le parlo, di tutto ciò non è rimasto che il ricordo ed il rimpianto, ed il nostro popolo si dibatte sbandato, nel grigiore di una catalessi politica ed economica, che smorza ogni slancio, non solo, ma ci fa apparire e giudicare peggiori assai di quel che non siamo. […] E veniamo, per ultimo, a parlare del fascismo, che già come le dicevo, inquadrò e si vide fiancheggiare da tutti i cittadini quasi senza distinzione. Anch’esso versa oggi in uno stato di crisi, originata da piccoli malintesi, da frequenti insufficienze, e da inopportuni atteggiamenti. Nulla di tragico, né di irreparabile; qualche bastonatura immeritata, qualche imposizione superflua, qualche problema trascurato; ma, quel che è peggio, un inizio di pubblico dissidio, fra partiti e sindacati, un’assenza di contatti fra deputati ed elettori, una stampa primitiva e semiclandestina. Ora, questi difetti, dei quali ogni partito può soffrire senza scapitarne, qualora provveda sollecitamente ad eliminarli, creano naturalmente un’atmosfera di incertezza e di esitazione intorno al fascismo, e lascia credere che simile situazione si ripeta spesso anche nelle altre provincie d’Italia. […] […] Azioni possibili? Programmi da svolgere? No, nessuno: né le belle frasi, né le gaie cerimonie, né le allettanti promesse, né il piombo di riserva, né la corda, né il sapone, possono mutare questo stato di animo, e solo lentamente interessando via via le singole persone ai problemi locali, e facilitando la loro azione per lo scioglimento di essi, si riuscirà a trarre il paese dalla apatia sconsolata in cui vive politicamente. La sognammo tanto questa Italia, nei tempi del martirio, e la coronammo di tante bellezze, che oggi il contatto con la realtà quotidiana, ci delude un po’, ma restano accanto alle debolezze, le virtù immortali della razza, la passione profonda, il buon senso, la tranquillità, l’acutezza psicologica, ché se presto saranno completate dalla ponderazione che viene dalla maturità e dalla disciplina che nasce dalla convinzione, ci daranno certo la felicità orgogliosa, di vedere sbocciare il polline sano e vigoroso della nuova patria italiana, non solo una e completa dentro i confini, ma anche salda e grande in ogni suo singolo cittadino». Piano, signor Vicequestore! Giù le forbici! Questi ed altri interessanti periodi si leggono nel Popolo d’Italia uscito ieri a Milano, n. 31 pag. Va, e noi li abbiamo fedelmente riprodotti. Lasci quindi passare e si limiti a manifestare il suo stupore. Oh! in questo siamo d’accordo anche noi, vede. Dopo tre anni di dominazione fascista, il popolo trentino «si dibatte sbandato nel grigiore di una catalessi politica ed economica», dopo tre anni, apatia sconsolata, dopo tre anni che sono comparsi gli uomini nuovi, si può parlare di assenza e miseria di partiti e di uomini! […] Ma chi è quell’iconoclasta che con mano sacrilega osa squarciare il roseo velo, dietro il quale noi, miserabili fuorusciti dell’era nuova, ci potevamo almeno godere il nostro bel sogno d’una notte d’estate! "} {"filename":"9634588f-c018-4802-bc5b-42b4aef696ad.txt","exact_year":1925,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"L’opposizione del Partito popolare al fascismo e all’attuale governo non si fonda su di un calcolo opportunistico riguardante il futuro né su risentimenti riguardanti il passato. Né calcoli opportunistici né risentimenti Non è vero, come si volle affermare di recente, che i popolari si lascino guidare dal proposito di ottenere col loro attuale atteggiamento una specie di contro-assicurazione contro l’anticlericalismo di domani, come è falso che li spinga il rancore per i torti e le violenze subite. Il calcolo e il risentimento giustificherebbero l’opposizione, ma non la spiegherebbero forse nella sua profondità e nella sua lunghezza. Non è nemmeno vero che ci manchi la serenità di valutare oggettivamente i provvedimenti del governo fascista, di alcuni dei quali fin da Torino abbiamo ammesso la bontà o la discutibilità; e di fronte ai quali in ogni caso già l’esperienza ha insegnato come una collaborazione di critica e di controllo potrebbe ottenere modificazioni e adattamenti. Anche l’antitesi dei principii non potrebbe venir invocata come ragione definitiva del nostro atteggiamento politico. Certo il popolarismo s’inspira alla legge evangelica della fraternità e della giustizia sociale, mentre il nazional fascismo si fonda sulla legge della forza; certo l’ideale pagano della nazione deificata contrasta col concetto cristiano della personalità umana. Ma questa innegabile antitesi può venir rinfacciata a chi spiritualmente, politicamente e organicamente si confonda col fascismo, non a chi, salvaguardando la propria fisionomia, collaborasse col governo fascista e molto meno a chi esercitasse in suo confronto una funzione critica. La solita distinzione fra tesi e ipotesi che fu invocata ieri in confronto del liberalismo e che vale oggi di fronte al socialismo, non può venir negata rispetto al fascismo. Un contrasto insuperabile Ma la ragione fondamentale della nostra opposizione sta nel sistema di governo attuato e coerentemente sviluppato dal fascismo. Il partito dominante governa contro il sistema rappresentativo, rinnegando in via di fatto il metodo democratico costituzionale e sostituendovi una dittatura pseudoplebiscitaria fondata sulla milizia di parte. È nella logica ch’esso tenda alla sostituzione degli organi elettivi con funzionari delegati dal potere esecutivo e ch’esso sia accentratore, antiautonomista, anticomunalista e antiprovincialista e che la spinta dell’idea iniziale lo porti a sopprimere la libertà di associazione e la libertà di stampa che sono corollari indispensabili del sistema rappresentativo. Il contrasto è profondo e insuperabile: sul nostro scudo sta scritto: «Libertas», nell’altro campeggia la «Scure». Ad inasprire il conflitto è intervenuta la cosiddetta questione morale, che è la sovrapposizione dei «diritti della rivoluzione» ai diritti della legge morale codificata. Ma anche se questa si potesse superare e l’esercizio della giustizia penale da una parte e quello della giustizia amministrativa dall’altra, fossero usciti illesi dalla rivoluzione fascista, basterebbe la «questione dello Stato» a spiegare l’odierno atteggiamento dei partiti. La questione dello Stato si è riaffacciata dopo la guerra, quasi in tutti i paesi europei, più incalzante naturalmente nei paesi di nuova formazione, ma preminente anche negli altri, tanto che, a larghi intervalli, ha soverchiata la questione delle classi, cioè la questione sociale che aveva dominato negli ultimi cinquanta anni. Il partito popolare ha lanciato il suo programma ricostruttivo fin dal ’19. È forse un caso che la linea del Partito popolare italiano collimi coll’indirizzo che i partiti d’ispirazione cristiana hanno affermato in tutti i paesi ove esistono? Per la libertà e per la democrazia Nella costituzione di Weimar, nelle assemblee di Praga e di Belgrado, negli statuti della repubblica austriaca, nelle grandi municipalità amministrative da Lubiana a Colonia, ad Anversa si appalesa un indirizzo eguale: istintivamente, logicamente i partiti popolari nel nostro senso della parola, messi di fronte al problema costituzionale, si affermano per la libertà e per la democrazia. È la logica della scuola cattolico-sociale. In verità le apparenze avrebbero forse potuto ingannare. Quando si trova che il corporazionismo fascista ha ereditato le formule di uomini nostri, come il Vogelsang e il De Mun e si ricordi che la rappresentanza dei sindacati nel Parlamento ebbe dei ferventi sostenitori proprio nelle assemblee cattoliche internazionali dell’Unione di Friburgo, si sarebbe tentati di credere che le linee della nostra ricostruzione sociale non dovrebbero passare lontane da quelle del sindacalismo fascista. Ma l’apparente identità riguarda solo le formule. Lo spirito che le anima e l’idea cui devono servire sono diverse: là il popolo in un rinnovato assetto d’eguaglianza giuridica e di fraternità sociale, qui lo Stato hegeliano nell’assolutezza del suo carattere e delle sue finalità. A questo passo l’oratore rileva come appunto la preminenza del problema costituzionale spieghi il fatto che i partiti a sfondo religioso possano trovarsi e si trovino sullo stesso fronte politico coi cosiddetti partiti di sinistra. Lo schieramento avviene però in modo del tutto diverso dal passato. Non si tratta più di blocco nel senso che gli individui si distacchino dal partito d’origine per assumere un colore più incerto e una rappresentanza più comprensiva né si vuol creare forme di transazione così care ai trasformisti di tutte le ore. I caratteri dell’Aventino L’Aventino non produce il socialistoide, il clericaloide, non tende né a gentilonizzare né a massoneggiare. Mentre il fascismo crea il libero-fascista, il clerico-fascista, e il demo-fascista, sgretolando e tentando di dissolvere il partito liberale, il partito popolare e il partito democratico, l’Aventino rispetta i limiti organizzativi e spirituali di ciascun gruppo e al blocco degli individui sostituisce la intesa dei partiti. Codesta non è una compromissione bloccarda vecchio stile, ma un patto federale che corrisponde ad un alto grado dell’evoluzione politica del nostro paese. Organicamente è un sistema di più difficile maneggio, ma moralmente rappresenta senza dubbio un progresso verso la maturità politica. È strano, esclama a questo punto l’oratore, che certi critici i quali hanno assistito impassibili all’imbarco della turba multicolore nell’arca governativa, menino ora tanto farisaico scalpore, perché i popolari, nel combattimento politico imposto dal fascismo, si trovano sulla stessa linea tattica dei socialisti. Qui nessuno ha abbassato la bandiera, nessuno ha mai lasciato supporre che il mutuo patto di tolleranza civile comporti la transigenza nella dottrina o un minor impegno nell’applicarla. Quando i popolari hanno ospitato le opposizioni, non hanno avuto bisogno di tirare un velo sul Crocifisso appeso alle loro sedi; e la figura del Cristo ha dominato sulle assemblee che invocavano la libertà. La libertà di vivere e di battersi per un ideale politico, la libertà di riunirsi e di associarsi per il progresso sociale, la libertà di servire la patria secondo la propria fede, la libertà che, prima che dalle leggi al cittadino, fu garantita all’uomo dal cristianesimo il quale di fronte all’antico cesarismo rivendicò i diritti imperscrittibili della personalità umana. Se questa libertà non verrà riconquistata, la democrazia cristiana fu un sogno della nostra giovinezza che non ha ritorni, la riforma sociale una costruzione tolemaica e l’enciclica che ci parlò delle «Cose nuove» un epitaffio sulla tomba d’un’epoca ormai sepolta. I rischi della lotta L’on. Degasperi dice a questo punto di non ignorare i rischi di questa lotta, alla quale i popolari non possono che parzialmente presiedere coi loro criteri di legalità e di moderazione: doversi quindi tener conto dei suggerimenti della prudenza. Ma qui d’altro canto conviene ricordare una grande parola di Montalembert: «Pour moi, ma conviction est que le plus grand des maux dans une société politique, c’est la peur…». L’adagiarsi spiritualmente e materialmente nel presente stato di cose equivale a divenirne complici. Un partito che rinunzia alla sua funzione politica è condannato alla morte. E bisogna considerare gli effetti della nostra azione su tutti i fronti. L’oratore ricorda quanto scrisse un autorevole giornale della destra socialista, tre giorni fa («Lavoro» di Genova, 31 marzo) in polemica con un giornalista cattolico che voi avete riferito l’altro ieri: «Noi non dobbiamo né possiamo commisurare la nostra attività su quella di organismi sociali non politici. Il partito ha una sfera d’azione particolare e dei doveri speciali. Sarebbe assurdo esigere da uomini che presiedono all’industria, all’economia, alla scuola o al culto quell’attivismo che è invece per il partito un inesorabile dovere civile». Recentemente un giornale fascista, non sappiamo se nei suoi termini esatti, riferiva un giudizio d’un alto prelato dell’America Latina sul partito popolare. Il giudizio non era lusinghiero e sovratutto non corrispondeva ad equità. Nessuna meraviglia in fondo, perché chi sa quali spropositi toccherebbe di dire a noi, se ci mettessimo a parlare del Brasile. Ma l’errore sta nel metodo, e per questo ne facciamo cenno. Che cosa si direbbe se, giudicando con [simili] criteri dell’atteggiamento degli uomini di Chiesa, ci mettessimo a classificarli l’uno come cardinal Federigo, l’altro come don Abbondio, il terzo come fra Cristoforo alla stregua del loro atteggiamento in confronto di … don Rodrigo? Ma anche noi in fondo abbiamo diritto di venir giudicati come partito politico, in ordine alle nostre funzioni politiche; e il giudizio per essere equo deve considerare non il nostro atteggiamento di fronte ad un dato progetto governativo, ma la nostra posizione contro tutto un sistema e per tutto un programma. L’oratore ha finito eccitando a rimanere fedeli al programma del partito popolare, che è partito d’ordine, di legalità e di pacifico e democratico progresso. "} {"filename":"9298d12e-97cf-4a4e-92df-aebdf01e61d5.txt","exact_year":1925,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Chiediamo licenza di scrivere poche righe serene, pacate, pasquali. Nella stampa fascista s’invocano a gran voce nuovi provvedimenti di eccezione contro gli avversari del regime. Il segretario generale del partito domanda «l’istituzione della pena di morte per tutti i carnefici del fascismo», «il domicilio coatto per tutti coloro che sono sospetti di sovversivismo», «il bando per i capi dell’opposizione», «l’immediato arresto dei capi dell’Aventino sotto la imputazione di associazione a delinquere contro i poteri dello Stato». Il «Tevere» chiede al governo «immediati ed energici provvedimenti repressivi. Occorre che vengano una buona volta fissate le singole responsabilità e che i pazzi vengano internati e i delinquenti inviati al domicilio coatto. Solo così quella pace così faticosamente ottenuta dal governo fascista potrà essere tutelata e mantenuta». L’«Idea Nazionale» scrive: «Si tratta di mettere una volta per sempre gli avversari nella condizione di non nuocere. Essi non hanno alcun diritto ad un trattamento diverso. Se si sono avulsi dalla vita nazionale, se hanno dimostrato la più desolante incapacità nel differenziarsi e nell’agire nel campo concreto offrono al mondo l’esempio più tipico di immoralità politica, che cosa ne farebbero della libertà?». E Arnaldo Mussolini fa al capo del governo dalle colonne dell’«Impero» il seguente discorso: «Colpisca dove è necessario colpire, e faccia anche opera di prevenzione. Cerchi negli ambulacri dei più famigerati palazzi i seminatori dell’odio contro la milizia; cerchi nelle redazioni dei giornali i fomentatori di discordie sociali; individui i propalatori di notizie catastrofiche ed infondate e i tessitori di zizzanie. Con questa opera profilattica le mani degli assassini non si armeranno. Ma snidare bisogna dagli antri della perfidia e della calunnia gli animatori dei più foschi fantasmi, gli alfieri delle idee più sbrindellate del satanismo più inumano». «Agisca lo Stato – continua in un altro articolo l’«Impero» di ieri – e non perda questa preziosa occasione per liberare per sempre l’Italia dai pericoli che la minacciano. Vi sono dei responsabili in alto. Li conosciamo, li conoscete on. Mussolini. Colpite senza pietà: lì è il marcio. Non il solo straccione sovversivo, armato di pugnale o di rivoltella, è colpevole; molto più colpevoli e molto più castigabili sono i grossi papaveri che troneggiano dall’alto delle loro banche, delle loro loggie, delle loro redazioni. Nessuna indulgenza per i colletti teosofici e per le borse ingrossate sui fallimenti familiari! Nessuna indulgenza per chi da due anni e mezzo con una mano va vigliaccamente diffamando e disonorando l’Italia sui libelli venduti allo straniero e con l’altra va armando l’odio bestiale della teppa sanguinaria». Questo coro dei giornali ufficiosi e semi-ufficiosi non è casuale: può divenire un preludio; ed è chiaro che si vuol spingere il governo a cogliere l’occasione degli ultimi deplorevolissimi delitti, dei quali questa volta furono vittime i fascisti , per stroncare definitivamente – come venne annunziato il 3 gennaio – la opposizione aventiniana. Ricostruire una qualsiasi relazione fra le recenti adunanze private convocate dai partiti d’opposizione in alcune città e i quattro criminosi fatti di sangue accaduti in tutt’altre località e per opera di comunisti, è impresa quanto mai azzardata. Essa si tenta tuttavia con un’insistenza che rimarrebbe inesplicabile, se il tentativo non seguisse immediatamente uno scoppio d’irritazione, propagatosi nella stampa fascista, all’annuncio delle poche e contrastate riunioni sulla libertà di stampa. È questo modesto segno di vitalità dato dopo un lungo silenzio delle opposizioni che ha indignato i fascisti. Ed è proprio questo il fenomeno più impressionante della situazione politica, che ne rivela la permanente gravità. Basta dunque che gli oppositori si raccolgano in alcune città in modeste riunioni, perché il partito al governo senta il bisogno di reagire con nuovi mezzi repressivi. Non è che le riunioni possano venir sospettate di ordir congiure, perché di quanto fu detto e deliberato si tentò d’informare il pubblico a mezzo dei giornali; non è che esse abbiano provocato il temuto perturbamento dell’ordine pubblico, perché in via di fatto né i discorsi furono diffusi, né gli ordini del giorno divennero noti, perché i giornali furono sequestrati. Ciò malgrado eccovi lo scoppio d’indignazione e il grido d’allarme. Questo fenomeno è caratteristico per la psicologia del momento politico. A tre anni dalla marcia su Roma, dopo un triennio di assoluto dominio fascista, non abbiamo dunque ancora raggiunto quel tanto di tolleranza civile ch’è indispensabile perché un’opposizione costituzionale e legalitaria possa muoversi ed agire, senza pericolo di venir scambiata per sedizione. Bisogna tener conto di questo stato d’animo. Ne devono tener conto i facili critici, troppo corrivi a biasimare la cosidetta infeconda inerzia dell’Aventino, ne devono tener conto anche coloro che consigliano la discesa dell’Aventino nell’aula, dipingendo come agevole e pacifica impresa l’opposizione parlamentare. Tenerne conto, non è giustificarlo e non è nemmeno spiegarlo; ché anzi, in quanto a spiegare il fenomeno, se ci fosse lecito d’esprimere il nostro pensiero, la spiegazione non ci riuscirebbe difficile. È appunto per questa spiegazione che guardiamo serenamente all’avvenire. Avversari dichiarati e leali dell’attuale sistema di governo, non abbiamo da rimproverarci né un gesto né una parola che siano al di fuori della legge, onde noi non chiediamo d’esser deferiti al solenne tribunale della storia, ma ci sottomettiamo modestamente alla più severa applicazione del codice comune. E di fronte al coro dei potenti che invocano misure d’eccezione contro i deboli, noi sentiamo di poter fare sicuro affidamento sull’invincibile sentimento della giustizia, che ha finito sempre col trionfare nel cuore dei popoli e nel destino dei governi. "} {"filename":"f6e9c33a-51c7-49fe-abf8-f301f0178111.txt","exact_year":1925,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"I lettori hanno visto che il censore si ostina ad interdirci la disputa quotidiana. Rifugiamoci quindi ancora una volta sotto i sicuri padiglioni della storia. Il recente volume del Vercesi merita un esame approfondito che ci riserviamo di fare a miglior agio. Il Vercesi, che per la sua anteriore conoscenza dei paesi in conflitto e per gl’incarichi avuti durante la guerra rimane uno dei giornalisti meglio informati sulle vicende politiche e diplomatiche della grande tragedia europea, descrive in questo volume la azione universalistica e pacificatrice del Papato, collocandosi in un punto di vista cattolico ed italiano e arrivando colla stessa visuale a delle conclusioni che richiedono un particolare rilievo. Ma parlando dell’azione del Papato egli viene naturalmente a discorrere dell’opera dei cattolici nei vari paesi belligeranti, onde incontriamo nel volume elementi notevoli che potrebbero servire a costruire quel libro sulla «guerra europea e il cattolicismo» che dovrebb’essere l’opera fondamentale per il movimento cattolico internazionale della nuova generazione. E anche di questo avremo occasione di riparlare. Oggi, a questo posto, oltre che dare l’annuncio del libro che va raccomandato agli studiosi ci limitiamo a profittarne per alcune spigolature che interessano più davvicino la nostra regione. Vercesi, che allo scoppio della guerra si trovava a Vienna, ricorda che ai primi d’agosto 1914, nei pubblici ritrovi e al «Volksgarten», venivano suonati ogni sera l’inno d’Italia e l’inno di Garibaldi in mezzo a un subisso d’applausi. Davanti al palazzo dell’ambasciata italiana avvenivano frequenti manifestazioni al grido di «viva l’Italia, viva la triplice!». Un comunicato ufficiale del Korrespondenzbureau s’era affrettato ad annunziare che l’ambasciatore nostro duca d’Avarna aveva fatta visita al conte Berchtold per significargli a viva voce che l’Italia avrebbe «compito i suoi doveri d’alleata». I lettori ricordano che codesta fu la mise en scène di tutte le città di provincia, Trento compresa; e che queste manifestazioni sorpresero dapprincipio la buona fede di molta gente e servirono poi per preparare il terreno alla menzogna del «tradimento», menzogna allora favorita dall’ignoranza pressoché generale dell’art. VII del trattato di alleanza. Senonché a Vienna e altrove gl’inni di giubilo cessarono presto. All’annuncio della neutralità un deputato cristiano-sociale dice al Vercesi: Dunque ci pugnalate nella schiena? – No, vi lasciamo fare, risponde il Vercesi. Al che il deputato austriaco ribadisce: – A guerra finita, pagherete caro il tradimento! Questa minaccia fece allora comprendere all’italiano che la neutralità conteneva germinalmente la dichiarazione di guerra. Prima che ciò avvenisse passano però dieci mesi, e durante questo periodo, occupandosi dell’azione del Vaticano e dei cattolici, al nostro autore avviene ancora di parlare spesso delle terre redente. Il più agile, il più fecondo, il più spregiudicato degli ambasciatori a Roma fu il deputato del centro Erzberger. Nel febbraio 1915 egli inviava al cancelliere germanico un lungo rapporto nel quale concludeva che «l’Italia sarà fatalmente trascinata nella guerra se non interviene presto un’intesa coll’Austria. L’assoluta neutralità dell’Italia senza concessioni da parte dell’Austria non può essere mantenuta colla miglior volontà del governo»; e fra i molti suggerimenti di Erzberger è anche quello di far intervenire il Vaticano a Vienna per strappare delle concessioni all’Italia. Egli stesso cercò allora di indurre Gessmann e Lichtenstein a far pressioni in tale senso sul governo austriaco. Ma non se ne fece nulla. Più tardi ai primi di maggio, dopo aver visto Sonnino, telegrafava a Bethmann-Hollweg di forzare assolutamente la mano all’Austria, altrimenti sarebbe troppo tardi. Ma appena il 10 maggio gli riesce di far firmare da Macchio, ambasciatore austriaco, la nota offerta che fu comunicata anche a Giolittti, nella quale si parlava di cedere all’Italia: «Tutto il Tirolo che è di nazionalità italiana», tutta la riva occidentale dell’Isonzo, Trieste città libera ecc. ecc. Ma la guerra ormai era inevitabile; ed ecco che l’Erzberger diventa un propagandista della nuova campagna temporalistica; ritornando alla sua idea che l’Austria avrebbe dovuto cedere al papa Trento e il Trentino, che il papa avrebbe a sua volta passato all’Italia, verso congrua modificazione della legge sulle guarentigie. Veramente, scoppiata la guerra la proposta si modifica e mentre il Re di Spagna offriva l’Escurial, Erzberger voleva indurre l’imperatore Carlo a offrire prima Trento, poi Bressanone, infine il principato di Lichtenstein. Ma il card. Gasparri dichiarava che la Santa Sede attende la fine del dissidio non dalle armi straniere, ma dalla saggezza del popolo italiano. Dopo la questione romana si cercò di sfruttare la questione religiosa in genere. Vercesi ricorda la propaganda fatta all’estero, in Francia e in Spagna e presso il mondo ecclesiastico in favore dell’«Austria Cattolica» e ricorda in proposito la lettera dell’episcopato austriaco. Ma a queste affermazioni contrappone le manifestazioni e la sorte di due vescovi, del Mahnic , jugoslavo, vescovo di Veglia, e di mons. Endrici, vescovo di Trento. «Monsignor Endrici – scrive il Vercesi – si ribellò al concetto “austriaco” del vescovo, e preferì la prigionia e ogni sorta di vessazioni a tutte le offerte di Vienna subordinate al rinnegamento de’ suoi doveri di vescovo e di italiano. Il giovane imperatore Carlo lo avrebbe colmato di doni se avesse rinunciato alla sede di S. Vigilio. Il vescovo fu incrollabile. Rimase sul Calvario per anni ed anni senza avere nemmeno l’aureola che circondò invece subito la fronte del card. Mercier . Gravi pubblicazioni hanno messo in evidenza il suo atteggiamento nobile e dignitoso di fronte al comando militare, alla polizia, ai poteri politici e soprattutto al ministro Hussarek , il cui carteggio con mons. Endrici è uno splendido documento che mette a nudo il gioseffismo austriaco e la fermezza del vescovo italiano. Il vescovo di Trento, durante la bufera, fu il Mercier italiano, e se noi avessimo avuto una propaganda pari all’altezza della causa, avremmo potuto assestare colpi anche più poderosi al nemico ereditario, che voleva darsi l’aureola di difensore della fede nell’atto in cui la conculcava opprimendo i pastori che non volevano dissociare l’idea religiosa dall’idea nazionale». "} {"filename":"09bb66eb-5116-4079-b493-f95e504bb96f.txt","exact_year":1925,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 8 notte. A conclusione dei lavori di questi giorni della direzione del P.P.I. e del direttorio del gruppo parlamentare è stato diramato quest’ordine del giorno: «La direzione del P.P.I. e il direttorio del gruppo parlamentare, con riferimento alle recenti polemiche sui rapporti dei popolari con gli altri partiti, invitano i giornali aderenti e gli amici a non insistere nella discussione intorno alle ipotesi elettorali e ai vari atteggiamenti che potrebbe assumere il P. P. I. in confronto delle altre forze politiche, e ciò in considerazione 1) che la pregiudiziale assoluta a cui deve essere subordinato ogni atteggiamento circa eventuali elezioni riguarda le condizioni della libertà nelle quali l’atto elettorale dovrà compiersi e dalle quali dipenderà se e in qual modo il partito vi potrà partecipare; 2) che il P.P.I., esercitando, nella sfera della propria responsabilità, sul terreno parlamentare-politico, le funzioni che gli spettano naturalmente, dovrà mantener fede all’ispirazione cristiana del suo programma salvaguardando nei fatti e nelle coscienze la purezza dei principii e l’integrità della dottrina. Alla vigilia della commemorazione della Rerum Novarum la direzione invita i popolari d’Italia ad affermare nelle forme consentite dai tempi la irreducibile fede nel programma della democrazia cristiana che sola può recare al popolo italiano un’era di pace, di serenità e di giustizia». "} {"filename":"6d79ab50-d00a-430c-b432-d77e1133a0f0.txt","exact_year":1925,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Quando Luigi Napoleone introdusse la legge repressiva contro la stampa che comminava la soppressione dei giornali dopo due diffide, Luigi Veuillot, il grande polemista cattolico che vedeva in Napoleone il piccolo un secondo Carlo Magno, plaudì dalle colonne dell’Univers alla legge, affermando che i giornali onesti non avevano nulla da temere e i cattivi era meglio fossero tenuti in freno e condannati a morire. Veuillot insistette in queta sua concezione politica anche quando il gruppo più intellettualista dei cattolici francesi, con a capo Montalembert e Lacordaire, iniziò la campagna per la libertà; ed è interessante ricordare che l’illustre scrittore colse anche l’occasione di una udienza concessagli da Napoleone III, per scongiurare l’imperatore a resistere ad ogni velleità costituzionale e per consigliargli di sopprimere il Siècle, giornale della borghesia radicale e volterriana. Napoleone ascoltò deferentemente e parve dargli ragione; ma pochi mesi dopo il giornale diffidato e infine soppresso non si chiamava il Siècle, ma era proprio l’Univers, soffocato dalla censura imperiale, perché aveva avuto il lodevole coraggio di pubblicare una allocuzione pontificia, contraria alla politica francese. Un altro ricordo storico. Il 20 maggio 1878, in seguito all’attentato di un socialista contro l’imperatore, Bismarck presentava al Reichstag un disegno di legge «contro gli eccessi della social-democrazia», detta poi più brevemente legge antisocialista. Si trattava di autorizzare la polizia a proibire la diffusione di stampati e a sciogliere comizi, qualora fosse provato che stampati e comizi «perseguissero gli scopi del socialismo». Abbiamo riletto di recente i verbali della discussione svoltasi su tale progetto-legge al Reichstag del 22 al 24 maggio 1878. Nei discorsi dei conservatori protestanti, dei liberali nazionalisti e dei liberali progressisti si trovano già affermati in contraddittorio tutti gli argomenti pro e contro il socialismo. L’assemblea era in grande maggioranza antisocialista e non s’illudeva punto sulla gravità del pericolo e sulla perniciosità della demagogia rossa. La maggior parte degli oratori si preoccupava anche sinceramente del carattere antireligioso di tale propaganda. Il ministro degli Interni, al quale Bismarck affidava il patrocinio del progetto, aveva anzi rilevato con evidente abilità tattica, che la lotta antisocialista s’ingaggiava più in favore delle Chiese che dello Stato. Come avrebbero potuto i rappresentanti degli elettori credenti respingere il disegno di legge? Eppure il Centro cattolico votò contro. Dei suoi oratori il primo, Jörg , si preoccupa di disarmare le obiezioni dei «patriotti» che domani accuseranno il Centro di non voler difendere la maestà dell’imperatore e la sicurezza dello Stato, ma il secondo, Windthorst in persona, va dritto, com’è suo uso, ai principii ed espone con rude franchezza i criteri pratici che i cattolici dovranno ormai seguire nella vita costituzionale. Egli trova anzitutto che il disegno di legge colpisce non l’attività di un partito e dei suoi affiliati, ma una tendenza e respinge ogni provvedimento diretto a colpire una tendenza, giacché, egli dice, se in uno Stato s’incomincia a perseguitare col diritto criminale e di polizia le tendenze che si fanno valere solo nella pubblica discussione, quale partito sarebbe mai sicuro? Logicamente si dovrebbe così arrivare ad escludere i socialisti dal diritto elettorale attivo e passivo. È questo un corollario che un oratore di destra durante il dibattito ha dichiarato accettabile. Ma questo è orrendo – etwas ganz horrendes! – replica il grande oratore cattolico. «Ciò significherebbe instaurare la dittatura della maggioranza parlamentare sulle minoranze, e in una misura che in un tal paese non si potrebbe più vivere». Windthorst respinge la legge anche perché si tratta di legge eccezionale. «II far delle leggi per singoli casi, contro singole categorie di cittadini è la cosa più orribile che si possa pensare d’una assemblea legislativa». E infine eccolo affrontare in pieno la questione nel suo nocciolo dottrinale. Il socialismo, egli dice, si fonda tutto sul concetto di uno Stato onnipotente, fonte di ogni diritto, che tutto può fare e disfare. Se lo Stato è onnipotente – dicono i socialisti – noi ce ne impadroniremo e regoleremo a nostro modo la società. Se si vuole combattere efficacemente il socialismo, conclude il capo del Centro, bisogna, prima di ogni altra cosa, lasciar cadere l’idea dello Stato onnipotente, non insistere ch’esso possa tutto modellare coi paragrafi e colla polizia ed incominciare noi a riconoscere che vi sono diritti e istituti che hanno base fuori dello Stato, che vi sono diritti i quali sono anteriori allo Stato: che lo Stato non è la sola fonte del diritto, ch’esso invece è qua per proteggere i diritti preesistenti, non per modificarli a capriccio o secondo l’opportunità. Così il Centro votò contro. La legge cadde questa volta, ma venne ripresentata alcuni mesi dopo nel nuovo Reichstag, quando un secondo attentato aveva suscitato nuovo vento di reazione. Ma anche questa volta il Centro negò la sua approvazione. Fu d’allora, ci diceva tre anni fa l’on. Pietro Spahn il capo del Centro prussiano, morto recentemente a Berlino, che i socialisti incominciarono a comprendere come i cattolici del Centro difendevano sul serio il diritto comune e per questo come già allora furono per l’abolizione della legge contro i gesuiti, si trovarono più tardi disposti ben meglio dei conservatori a votare il «modus vivendi» scolastico e religioso ch’è fissato nella costituzione di Weimar. Veuillot, Windthorst, due grandi cattolici, entrambi campioni devotissimi della stessa causa. Due metodi, due concezioni politiche diverse. L’uno era rivolto al passato, l’altro guardava all’avvenire. Li studino i cattolici dell’età presente: historia magistra vitae! "} {"filename":"4453d3ea-dd16-43aa-89ec-2d72b5e90cd2.txt","exact_year":1925,"label":1,"year_range":"1921-1925","text":"Roma, 27 notte. Stasera il Giornale d’Italia pubblica una lunghissima lettera dell’on. Degasperi in risposta al Secolo circa il colloquio che il deputato trentino ebbe a Roma nel 1914 col bar. Macchio , ambasciatore d’Austria . L’on. Degasperi afferma, tra l’altro, che nel libro di Conrad appare che il capo di stato maggiore austriaco prevedeva che l’Italia sarebbe uscita dalla neutralità e si preparava a prevenire questo fatto. A Macchio interessava far sapere che in Italia non c’era questo pericolo. L’on. Degasperi ricorda che recentemente apparve sulla Rassegna Nazionale una versione esatta sul colloquio in base a comunicazioni che Ernesto Vercesi poté avere la sera del colloquio stesso. Ricorda poi che sul terreno politico le sue risposte furono riservatissime e monosillabiche; e se il bar. Macchio le interpretò come convenienti alla sua visione politica, lo fece nel suo interesse. Ricorda ancora l’onor. Degasperi tutta la sua attività, specialmente durante la guerra, richiamandosi a quanto fu pubblicato durante la recente polemica. Ricorda che nella istruttoria contro il P. Vescovo di Trento c’è un documento «ufficiale», di cui onestamente non si può non tener conto nel quale si segnala come «rovinosa e letale per il pensiero austriaco l’opera dell’onor. Degasperi nel Trentino». Ricorda ancora che il vicegovernatore di Trento scriveva in una lettera: «L’on. Degasperi mi viene sempre segnalato come irredentista e mi si raccomanda di vigilarlo». "} {"filename":"70cfbc4a-91ee-466b-8a32-74877cf280b9.txt","exact_year":1930,"label":2,"year_range":"1926-1930","text":"In occasione delle «beatificazioni» recenti dei martiri inglesi , due obiezioni si sono riaffacciate nella stampa acattolica e hanno fatto capolino anche in qualche giornale, scritto per lettori cattolici. La prima è che nella storia delle persecuzioni inglesi ai «martiri» cattolici si possono opporre i «martiri» protestanti, e che tanto gli uni come gli altri sono vittime della stessa intolleranza e violenza. La seconda obiezione è quella di carattere più comune e più insidioso, perché sostiene con tutti gli argomenti già usati dai persecutori, che i cattolici periti sul patibolo del Tyburn , vanno considerati come vittime politiche e non come martiri della fede. Riguardo alla prima sarebbe naturalmente inutile discutere con chi non volesse esaminare e giudicare gli avvenimenti con senso storicamente oggettivo, ma guardasse i fatti da un punto di vista retrospettivo, quale è quello ch’è sorto ed è divenuto patrimonio comune della coscienza moderna. Se ci trasferiamo invece nella mentalità giuridica, morale e politica dell’epoca di cui si tratta, l’obiezione si può subito oppugnare vittoriosamente. Quando i Protestanti parlano di martiri, condotti a morte dai Cattolici, intendono ricordare i 280, o, secondo altri, 200 protestanti che attorno al Crammer , il quale ne fu il campione più in vista, subirono il patibolo sotto Maria la Cattolica (1553-1558) . E qui intanto conviene premettere che i Cattolici inglesi contemporanei non hanno mai approvato in pieno e senza riserve la condotta della Regina. È anzi storicamente documentato che il gesuita Alfonso de Castro , confessore di Filippo di Spagna, consorte della Regina, biasimò apertamente come eccessivo il rigore usato contro i protestanti. Si può anche aggiungere che la maggior parte dei giustiziati erano gente di un livello morale assai basso. Ma il punto fondamentale da rilevare è che questi protestanti vennero condannati in base ad antichissime leggi costituzionali del Regno che, accogliendo in sé anche la legislazione contro gli eretici, intendevano difendere l’unità morale e politica dell’Inghilterra. Erano costoro, come scrisse quattr’anni fa il cardinal Bourne , i bolscevichi del tempo che rappresentavano il sovversivismo religioso e sociale. Maria Tudor, per condannarli, non fece che lasciar agire la macchina legale, riconosciuta da tutti come necessaria per la difesa della società. Si aggiunga che quei protestanti si agitavano anche per mutare la successione al trono. A ragione quindi uno storico anglicano moderno ammette che i due terzi delle vittime di Maria la Cattolica sarebbero perite sul patibolo, anche se fosse sopravvissuto Edoardo VI . Tutt’altra invece è la situazione giuridica e morale dei martiri cattolici. Qui si tratta di uomini, i quali rappresentano il più genuino conservativismo inglese, che rimangono fedeli ed ossequienti alle leggi fondamentali dello Stato e che, come uno dei più illustri fra loro, Tommaso Moro, si richiamano nella loro difesa alla Magna charta libertatum , che garantiva anche i diritti e le libertà della Chiesa. Tanto è vero che per colpire questi uomini dell’ordine si dovettero creare apposta delle leggi eccezionali, le quali contrastavano ad atti che da un millennio costituivano parte essenziale della religione degl’Inglesi. E si noti che ancora nel bel mezzo della persecuzione i Cattolici rappresentavano sempre la maggioranza del popolo inglese. Infine il confronto non regge nemmeno per l’estensione e la profondità delle persecuzioni e il numero delle vittime. A buon diritto già nel 1580 scriveva il Campion al generale dei Gesuiti: «… Dei loro “martiri” tacciono ora, poiché noi li superiamo e per la causa per cui soffriamo e per il numero e per la nobiltà della condizione e per l’estimazione pubblica che godiamo. Ad alcuni apostati e ciabattini possiamo opporre vescovi, principi, cavalieri, la nobiltà più antica, la scienza più illuminata …» Si sono fatti diversi calcoli sul numero delle vittime cattoliche durante la persecuzione inglese che si protrasse, sia pure con interruzioni, per un secolo e mezzo, e le cifre sono risultate naturalmente diverse a seconda che vi s’includano in tutto o in parte i morti delle repressioni armate e le migliaia d’Irlandesi, massacrati sotto il Cromwell . Ma anche senza precisare una cifra, rimane acquisito alla storia che il numero delle vittime dell’Anglicanesimo regio supera di decine di migliaia quelle dei regimi cattolici dell’Europa intiera sommate assieme, anche se fra quest’ultime si voglia tener conto degli Ugonotti caduti nella notte di San Bartolomeo , i quali però non furono vittime di persecuzioni legali, ma delle passioni popolari. La storia imparziale è quindi costretta a far giustizia del contrapposto artificioso creato fra la «bloody Mary» e la «good Queen Bess» (Maria la sanguinaria e Elisabetta la buona) e l’elevazione agli onori degli altari di tante vittime dello scisma inglese ricorderà agli apologisti del Cattolicismo che alle accuse d’intolleranza lanciate contro la Chiesa, dall’enciclopedismo in qua, si può e si deve opporre questa lotta secolare per la libertà di coscienza che i nostri confratelli inglesi sostennero con tanta gloria e a prezzo di tanto sangue. Alla seconda obiezione si può rispondere con una questione di diritto e una di fatto. Non v’ha dubbio anzitutto che tutti i teologi e i canonisti del tempo attribuivano al Papa il diritto di deporre i principi in forza della pienezza dell’autorità apostolica. Per l’Inghilterra in particolare si aggiungeva il rapporto di vassallaggio in confronto alla Santa Sede, cosicché Pio V nella sua bolla di scomunica contro Elisabetta non esitava a dichiararla «decaduta da ogni presuntivo diritto al Regno e in genere a ogni dominio, dignità e rango» e a «svincolare per sempre tutti i nobili, i sudditi e popoli… e tutti gli altri che le giurarono fedeltà, da tale giuramento e da ogni obbedienza e dovere». Ne risulta che ogni cattolico che si fosse rifiutato d’obbedire alla Regina anche in cose meramente politiche, avrebbe agito secondo la coscienza giuridica dei tempi. Una resistenza passiva bene organizzata della enorme maggioranza della popolazione contro i soprusi e gli atti di tirannia avrebbe forse salvato la Chiesa cattolica inglese. Comunque gli ultimi a scandalizzarsene dovrebbero essere gli odierni anglicani. Non esiste presso di loro ancora ai giorni nostri una Costituzione che impone al Re di essere protestante? Non esiste cioè, secondo il diritto costituzionale inglese, un patto fra il popolo e il Re, per il quale il Re non può abbandonare la religione anglicana, a scanso di perdere il trono? Rapporti analoghi esistevano anche ai tempi di Elisabetta, solo che, il patto costituzionale riguardava allora la Chiesa cattolica. In qual modo si procederebbe oggidì in caso di rottura del patto, che è pur sempre vivo, come dimostrarono in tempi recenti le minacce dei Protestanti dell’Ulster , non sappiamo, perché la procedura non è prevista. Ma nel seicento la procedura era chiarissima. Chi doveva dichiarare se la Regina aveva abbandonata o meno la Chiesa cattolica se non il capo universale della stessa Chiesa, il Papa? Una volta fatto questo, mediante la scomunica, lo svincolamento da ogni obbligo d’obbedienza e di fedeltà non era che la sua logica conseguenza. Ciononostante il fatto storico incontestabile è che i Cattolici inglesi non rinnegarono politicamente la regina Elisabetta. Pur avendo chiara coscienza del loro buon diritto, preferirono concentrare la loro resistenza nei soli caposaldi religiosi. Era generale opinione fra loro che la bufera passerebbe senza lasciare danni irreparabili. Molti per un certo tempo sperarono nell’avvento di Maria Stuarda, molti altri, servendo con fedeltà la Regina in guerra e in pace, confidarono di renderla propizia al Cattolicismo. Così si spiega che i Cattolici inglesi si arruolarono nell’esercito di Elisabetta e che il capo della flotta vincitrice della grande Armada di Filippo II, Sir Howard , era cattolico. Lo stesso C. Campion, nel suo processo, dichiarò d’aver consigliato al cardinale di Santa Cecilia di voler ottenere l’attenuazione della bolla nel senso di ammettere il riconoscimento di Elisabetta; ciò che in via di fatto venne anche ottenuto. Così l’accusa di fellonia e di alto tradimento lanciato durante la persecuzione contro i Cattolici non fu che un trucco per nascondere dietro formole politiche le mire settarie e l’odio antipapale. I martiri inglesi sono dunque martiri della libertà di coscienza. Invano i Protestanti cercano liberarsi da codesti luminosi testimoni della loro intolleranza religiosa, che ora sorgono a nuova gloria. I Cattolici, spinti da un secolo sulle difese, dagli attacchi dell’enciclopedia e del liberalismo anticlericale, possono oggi passare all’attacco alla loro volta. Quando nel 1634 una piccola schiera di cattolici inglesi, al comando di Sir Calvert, divenuto poi Lord Baltimore , approdavano nella Virginia per cercarvi, oltre la terra, la libertà di vivere secondo la religione dei padri, e fondarono la colonia del Maryland, colonia-madre degli Stati Uniti, essi portavano in cuore l’esempio dei martiri e nella mente il monito di tante lotte per la libertà della fede. È all’opera loro che la grande Repubblica deve il merito d’aver resistito allo spirito d’intolleranza e alle velleità persecutorie del puritanesimo anglo-americano. "} {"filename":"50992a7a-f351-44d9-be34-98db0e4fe9a3.txt","exact_year":1930,"label":2,"year_range":"1926-1930","text":"Dal Protestantesimo al Cattolicismo La crisi che logora il Protestantesimo ha determinato una più realistica, spassionata, visione della Chiesa cattolica e sopra tutto del Papato, il quale impersonandone e difendendone le caratteristiche in faccia ai nemici numerosi d’ogni tempo, è divenuto logicamente il vivo bersaglio della varia e spesso ardente opposizione. Lo scempio della fede perpetrato dal criticismo nelle sezioni del Protestantesimo ha isolato e dato più netto risalto alla fedeltà, dalla Chiesa di Roma conservata a tutti i valori soprannaturali della religione cristiana e all’arricchimento d’esperienze attraverso i suoi santi, artisti e pensatori. Col dissiparsi dei pregiudizi, sul fondo di religiosità naturale, rinasce il rispetto al Cattolicismo, e dal rispetto rampolla talvolta la conversione. «Nel sistema cattolico – scrive uno studioso protestante (I) – si riscontrano molti pratici vantaggi. Esso offre una parola definita in tutte le materie controverse, di dottrina e di morale. Quale sistema autoritativo è facilmente compreso, semplice, opportuno, efficace… La sua uniformità, la sua pressoché universale presenza, la dignità e varietà dei riti, lo sviluppo e la potenza delle istituzioni d’assistenza, la sua perfezione organizzativa, conferiscono immensamente al fascino che esercita sulle masse. I suoi ideali di santità e abnegazione sono insuperati; le iniziative missionarie vaste e feconde; la storia imponente. È di gran lunga la più grande delle famiglie cristiane». Naturalmente, per lui, il Cattolicismo è una sezione ed è posta nello stesso piano delle denominazioni acattoliche. Ma a costoro non risparmia sarcasmi e biasimi, che rendono più prezioso quest’altro riconoscimento: «Vi sono molti fattori nel Cattolicismo Romano che lo rendono una religione desiderabilissima. Uno, per esempio, è la liturgia, la quale nella Chiesa Romana à bella, simbolica, drammatica, ricca di colore e di significato, santificata dalle età, supremamente semplice e dignitosa. Solo occhi intorbidati da pregiudizi potrebbero lesinarle l’ammirazione, e solo la prassi senza gusto e nettezza di sacerdoti trasandati potrebbe sfigurarla; mentre il culto protestante, nel migliore dei casi, è frigido, incolore, stupido, senza ispirazione. Come si può supporre, in una età in cui anche la costruzione delle automobili vuol rispondere a esigenze d’estetica, che il popolo si appaghi di star seduto per un’ora o più dinanzi alle insulse canne d’un organo e a tre impossibili poltrone e a un’enorme Bibbia aperta su un comune leggio, mentre un Tizio in frak racconta al Signore gli avvenimenti della settimana e recita un sermone? Eppure è questo il non plus ultra della liturgia protestante. E la differenza è tutta a favore del Cattolicismo Romano». Dopo siffatte ammissioni, egli chiede a Roma un atteggiamento di libertà nella discussione delle dottrine; un atteggiamento il quale, se applicato a dibattiti sodali, storici, filosofici, e persino teologali, già sussiste, come dimostrano stampa, congressi, scuole; mentre, se applicato ai dogmi, significherebbe esporsi alle lacerazioni di quel Protestantesimo, del quale egli deplora il fallimento. Di fronte all’insuccesso di Losanna, assume un contegno di sfiduciata rassegnazione; e fa una proposta: «Negli Stati Uniti vivacchiano 167 varietà di Protestantesimo registrate e almeno altre 40 non elencate; discordi e pettegole e comiche persino, come quelle dei Six Principle Baptists, dei Duck river Baptists, dei Pilgrim Holiness Brethren, dei Zarephath, degli Holy Rollers, con una vescovessa (!), dei Pillars of Fire (L’Autore dimentica i… Maccabei); orbene, dal momento che il loro spettacolo è repugnante e le loro distensioni sono sceme, e il danno alla religione è immenso, intervenga lo Stato a unificarle, con un Decreto-legge, in una Chiesa nazionale: la Chiesa degli Stati Uniti». Cioè, propone una soluzione protestante; quella medesima di cui depreca le conseguenze; quella che rimette la spiritualità cristiana alle cure dei business men del Congresso, da chiamarsi a legiferare di dogma e di trusts, di tasse e di sacramenti, conglobalmente. Missioni protestanti Ho letto di questi giorni l’History of Christian Missions in China di M.K.S. Latourette , opera che mi era stata raccomandata come quella di un protestante veramente dotto ed onesto. Si tratta infatti di un grosso manuale pieno di notizie che difficilmente si trovano altrove in una sintesi così completa, e di un libro che, nonostante la sua tendenza e i non pochi errori in materia di fede, riesce molto istruttivo. Quest’opera risponde sopratutto alla domanda che noi Cattolici ci facciamo frequentemente. Qual’è lo spirito dell’attività missionaria protestante e quale ne sono gli effetti sui popoli che la subiscono? La storia della Cina ci offre un esempio di un valore definitivo. Il primo predicatore protestante, Roberto Morrison , entrò in Cina, per la via d’America, nel 1807. Ma in questo periodo gli effetti furono scarsissimi. In 25 anni il Morrison e i colleghi che lo seguirono battezzarono… 10 indigeni. Tuttavia prepararono le basi per l’azione futura. Nel 1808 venne fondato a Malacca il collegio anglo-cinese, che portò poi il nome del Morrison e che divenne il vivaio di molte altre scuole protestanti. Ma anche qui i neofiti cristiani furono pochissimi. In cinquant’anni ne uscirono appena una cinquantina. Accanto però al collegio s’era aperta una stamperia che pubblicava la traduzione cinese della Bibbia, un periodico inglese e uno cinese . Ora viene l’epoca in cui arrivano rinforzi da varie parti; dalla scuola missionaria di Berlino, dalla società missionaria neerlandese, ma sovrattutto dall’American Board of Commissioners for foreign Missions, che nel 1832fonda a Canton un giornale, vissuto fino al 1851, e nel 1834 invia una missione medica che apre nella stessa città un ospedale . Da questo momento le iniziative, facendo leva a Canton, si succedono rapidamente: sono opere scolastiche o di beneficenza sostenute con grande spesa. Si bada sopratutto a stampare libri ed opuscoli che vengono poi introdotti di contrabbando nell’Impero celeste. Tuttavia le misure profilattiche governative e le difficoltà naturali bastarono per rendere questa propaganda, dal punto di vista della conversione, quasi del tutto inefficace. I cattolici convertivano il basso popolo o i mandarini; i protestanti invece educarono nelle loro scuole gli uomini del commercio e degli affari, i quali mandavano i figliuoli nei loro collegi, per apprendere le lingue. Qui le cognizioni pratiche, la coltura occidentale divennero, più o meno sensibilmente, la cosa più importante; la religione cristiana vi veniva insegnata, ma come qualche cosa di parallelo, anzi spesso di subordinato. Ed eccovi i Cinesi assorbire a poco a poco il razionalismo della mentalità anglo-sassone, alla quale del resto erano mirabilmente preparati dalle dottrine di Confucio; eccoli partire per le università inglesi ed americane, donde ritorneranno medici, avvocati, ingegneri, tutto fuor che cristiani nel senso più vero della parola. Quello che attrae questi giovani non è la parte positiva delle credenze protestanti, il messaggio evangelico, la morale di Gesù, ma la parte critica e demolitrice applicata alle tradizioni cinesi. Ritornati in patria combatteranno le dottrine e le costumanze della Cina non in nome dell’evangelo, ma in nome della ragione, e invocando le libertà fondamentali, creeranno il diritto rivoluzionario. Il Latourette ammette senz’ambagi, che la propaganda protestante ha contribuito efficacemente alla rivoluzione dinastica del 1911 e a quella nazionalista del dopoguerra. Sun-Yat-sen, il fondatore della Repubblica, l’autore del sistema del triplice demismo, viene dalle scuole protestanti, come per esse è passato anche il cosiddetto generale cristiano Feng . È forse esagerato il dire che la propaganda protestante sta alla rivoluzione cinese come l’enciclopedia a quella di Francia? Non vogliamo con ciò giudicare in blocco il rivolgimento della Cina. Come tutte le bufere, porterà anch’esso i suoi benefici. Ma il razionalismo protestante che ha servito così bene per demolire il passato, potrà offrire gli elementi di una salda ricostruzione dell’avvenire? Il demismo di Sun-Yat-sen termina nel fantastico e nell’irrealizzabile, il generale Feng è più comunista che cinese. Il Governo di Nanchino per trovare un sostegno morale, ha dovuto raccomandare di nuovo alle scuole le dottrine tradizionali di Confucio. Il pensiero protestante esagera il valore delle istituzioni e si lascia sfuggire le masse. Quando tutto vacilla, esso non offre alcuna pietra sicura qual’è l’autorità per edificarvi sopra un edificio stabile! I H. PARRISH, Harper’s Magazine, Nov. 1927: «The Chimera of Church Unity». "} {"filename":"4dd4489d-80c2-4e11-9f43-7c19cb5777e0.txt","exact_year":1931,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"I. Anche nella lotta per la preservazione della fede la strategia consigliabile è spesso l’offensiva. I cittadini di Roma all’insidia dell’eresia che tenta penetrare fin dentro le loro famiglie, alle ondate di miscredenza che sbattono contro le loro mura devono opporre anche oggi, come per il passato, non la sola trepida cura difensiva di chi, rivolgendosi su se stesso, altro non vede che il suo patrimonio, ma, alzando lo sguardo ad un più vasto orizzonte, devono alimentare nel loro animo quello spirito generoso, quell’ardito ottimismo che nella vita millennaria della Chiesa infiammò i loro padri per le universali conquiste. Ricorda uno scrittore protestante recente che i romani del secolo XVI sapevano consolarsi dello scisma germanico pensando alle conquiste grandiose che la Chiesa cattolica celebrava nello stesso periodo oltre l’Atlantico. La posta di Allemagna non portava allora che tristi notizie: la ribellione di Lutero, l’apostasia di principi e popoli, la perdita di città e diocesi intiere. Ma i romani s’indugiavano ancora col pensiero a quel mattino della primavera 1515, quando avevano visto muoversi sul ponte S. Angelo verso il Vaticano un corteo fantastico «di muli coperti di broccato, di dondolanti dromedari, di elefanti che portavano sul dorso sibilanti pantere, seguito da una brillante cavalcatura di nobili in pompa magna, in mezzo ai quali si avanzava coi piedi in staffe d’oro massiccio l’ambasciatore del re del Portogallo». Erano i conquistatori d’un mondo or ora scoperto che venivano a deporre ai piedi del Papa gli omaggi di nuovi milioni di fedeli. Le perdite erano più che compensate. La Chiesa subiva degli scacchi sul fronte settentrionale, ma al di là dei mari Colombo, Vasco di Gama, Ferdinando Cortes approdavano alle terre dell’India e dell’America colle vele segnate di grandi croci e con loro e dopo di loro centinaia e centinaia di ardenti missionari, sbarcavano nel nuovo mondo. D’allora in poi non vi fu colà inesplorato corso di fiume che questi «cavalieri erranti di Cristo» non risalissero, deserto impervio che non attraversassero, montagne inaccessibili che non valicassero. A Roma le notizie giungevano tardi, incerte e vaghe. Missionari, partenti per una destinazione, venivano ritrovati due, tre, cinque anni dopo ad un altro capo del mondo. La fantasia popolare, mal sorretta dalle deficienti cognizioni geografiche, confondeva il Mikado col gran Mogol e Goa con Macao . Ma la coscienza della grandiosa impresa era chiara. L’animo si riempiva di fierezza a pensare che questa Chiesa, della quale Lutero aveva creduto di vedere l’ultimo Papa, portava trionfante la croce di Cristo fino agli estremi limiti del globo. Certo l’Europa era in fiamme: bisognava combattere collo scisma in Inghilterra, con gli ugonotti in Francia, coi luterani e coi calvinisti in tutti i paesi del Danubio, del Reno e del Baltico. L’eresia s’insinuava anche in Italia: il Papa doveva intervenire a Lucca e a Venezia. Però questi Papi non facevano la politica di casa, non si tappavano in Vaticano, ma ricacciati sulla difensiva in una parte dell’Europa, prendevano arditamente la offensiva in tutto il resto del mondo. Com’era meraviglioso lo spirito di questi frati che in Europa si battevano durante la controriforma, villaggio per villaggio, casa per casa, che in Inghilterra venivano trascinati alla berlina come felloni, in Svezia scacciati come ladri, in Boemia banditi come apostoli d’iniquità, e tuttavia nello stesso tempo organizzavano spedizioni nelle Indie, nel Giappone, in Cina, nella Tartaria. II. Un giorno il Saverio incontra in India un profugo giapponese di nome Angero che gli racconta cose meravigliose del mondo orientale. «Secondo le sue informazioni – scrive il Saverio in Europa – il Giappone, la Cina e la Tartaria seguono una legge religiosa comune, che s’insegna in una città di nome Cinquinquo». Evidentemente, pensa il santo, Cinquinquo dev’essere una specie di Roma asiatica. Bisogna arrivarci a qualunque costo. «Là ci troveremo di contro a uomini dotti, ma la verità di Cristo ci porterà alla vittoria». Cinquinquo, è il sogno di Saverio che egli realizzerà a prezzo di stenti inenarrabili, anche se il fantastico Cinquinquo durante il viaggio si trasformerà nella residenza imperiale giapponese di Miako . E ben presto i romani sapranno che il Saverio, dopo aver attraversato montagne e pianure per 800 chilometri, è giunto alla residenza del Gran Voo, e gli ha consegnato la pergamena colla lettera del Papa, «il signore che da Roma governa la cristianità». E dopo di lui, quale coorte di conquistatori! Le più audaci speranze alimentavano la fede dei romani. «In dieci anni – scriveva il P. Organtino a Roma nel 1570 – il Giappone sarà tutto cristiano». Il secolo XVI doveva smentire tali speranze. Ma che importa? Dietro le prime file che soccombevano, rincalzavano le seconde. Un italiano, nipote del card. Bellarmino, il padre Roberto de Nobili si famigliarizza col sanscrito e colla letteratura indiana e tenta la conquista morale dell’India, in veste di bràmane; e un altro italiano, il padre Ricci di Macerata , si fa mandarino per penetrare nell’inaccessibile impero di mezzo! E con lui s’inizia quel romantico assedio della Cina che rimane uno dei capitoli più meravigliosi della storia umana. A Parigi si conserva ancora l’originale della famosa lettera dell’imperatore Kang-Ki (una specie di Carlo Magno cinese) che scriveva al Papa, per chiedergli la mano d’una delle sue nipoti. «A te, benedetto fra tutti i papi, benedetto e grande imperatore di tutti i papi e delle chiese cristiane, signore dei re d’Europa e amico di Dio» – così suona l’apostrofe. E la domanda è così motivata: «Il vostro popolo romano fu riguardato sempre come il primogenitore di donne valorose, caste e insuperabili…». Daniello Bartoli racconterà poi agli italiani la realtà romanzesca di quelle missioni, concludendo: … «La Cina non è paese da farvi rumori, molto meno schiamazzi di spirito … In tal maniera sono proceduti i Padri della Compagnia nella fondazione della Chiesa cinese; acquistando, in quanto sinora si è fatto, alla fede cristiana quel regno con tal destrezza ch’egli si trovi preso, prima d’accorgersi che nostra intenzione fosse di prenderlo…». A vero dire il cielo d’Europa era sempre oscuro e minaccioso. La battaglia del Monte Bianco, che i romani festeggeranno col dedicare la chiesa di via XX Settembre alla Madonna della Vittoria, squarcia per un momento la minacciosa oscurità del cielo, ma nel 1648 la guerra dei Trent’anni finisce, come scriveva il card. Chigi, poi Alessandro VII , con una «pace infame che rendeva definitiva la perdita per la Chiesa cattolica di due arcivescovadi, 13 vescovadi, 6 abazie e scindeva stabilmente la Germania in due parti, l’una all’altra nemiche». III. Guai se in questo momento la Chiesa di Roma avesse subito un’involuzione di pusillanimità. È tutto un sistema che crolla in Europa: il Sacro romano impero, protettore della Chiesa, si dilegua nelle ombre della storia, la Spagna prepotente, ma cattolica, inizia la rapida parabola della decadenza, Richelieu e Mazzarino spingono sulla vetta delle sue autocratiche ascensioni la monarchia, la quale precipiterà poi nel baratro della rivoluzione. L’Inghilterra e l’Olanda, ribelli alla Chiesa, si apprestano a colonizzare il mondo, mentre l’Irlanda cattolica è schiacciata dal tallone insanguinato di Cromwell. Ma Roma non teme, non si smarrisce. La tranquilla certezza che inspira il Papato colpisce i viaggiatori di quel tempo. Una serie d’illustri protestanti tornano all’antica Chiesa; dopo un viaggio in Italia e a Roma. Il principe Giovanni Federico di Braunschweig scrive da Roma ai suoi fratelli d’essersi convertito sotto l’impressione di quest’imperturbabile unità. È alla vigilia della pace di Vestfalia che il Generale dei Francescani, per corrispondere all’invito di Propaganda , manda una circolare ai suoi frati perché riprendano le missioni dell’Asia centrale e «i Frati Minori rifacciano il giro dell’orbe, girum perficiant orbis!». È in quest’epoca che sorge e fiorisce il Collegio Urbano de Propaganda Fede , il quale doveva essere l’università dei popoli barbari, chiamati a collaborare in Roma all’opera d’incivilimento. I romani che ancor oggi vedono passare per le loro vie i giovani chierici colla cintura rossa ai fianchi pensano mai di quanta fiamma è ormai simbolo quella fascia vermiglia, quanto sangue di martiri essa ricordi, quale eterna primavera essa prometta alla Chiesa? Come non stupire di questa vitalità incontenibile per la quale la Chiesa romana, mentre è battuta in breccia in tutti i paesi d’Europa, fonda e sviluppa il suo grande ministero degli esteri, la Propaganda? La battaglia continua, l’offensiva si allarga quanto è vasto il mondo, e in questi ultimi anni la ripresa è generale. Sotto l’impulso dei due ultimi Papi le missioni cattoliche hanno fatto un gran balzo in avanti: dal 1922 al 1929 su di un totale di 435 i territori di missione sono aumentati di 78. Roma riorganizza i suoi sforzi, concentra i suoi mezzi, ammoderna il suo attrezzamento. I suoi delegati si dividono l’Africa e la Cina. Il papato studia coi governi coloniali il problema delle scuole, cerca di collaborare coi colonizzatori, ma vuole l’indipendenza dei missionari da ogni nazionalismo ed imperialismo coloniale. La Chiesa romana deve apparire come Chiesa universale, supernazionale. Alle difficoltà antiche se ne aggiungono di nuove. Quanti problemi nella Cina rivoluzionaria e repubblicana! Com’è delicata la posizione dell’India di Gandhi, quant’è difficile la questione delle razze del Sud Africa, com’è cresciuta la concorrenza terribile dell’Islam sul continente africano! Ma i missionari rinnovano gli sforzi e l’ardimento. I salesiani della Terra del Fuoco filano da una stazione all’altra con un’auto-cappella, i gesuiti nell’Alaska vanno a dir Messa in aeroplano, mons. Turqueil, O. M. J., in visita a Montreal, parla per radio ai suoi fedeli della baia d’Hudson. A Pechino sorge un’università benedettina, il cui edificio è uno dei più celebrati monumenti dell’arte moderna cinese; in mezzo alle foreste vergini della Papuasia spuntano monasteri di suore indigene, che hanno ancora nelle vene il sangue degli antropofaghi, ma nel petto il desiderio della perfezione cristiana. Ovunque vescovi, sacerdoti, monaci e monache di colore. IV. Ormai non bisogna più avere delle missioni una idea infantile. L’Africa è attraversata da ferrovie e automobili; in tutte le regioni impera il cosidetto governo civile. Nell’Africa inglese si parla d’introdurre… l’istruzione elementare obbligatoria. I negri abbandonano i villaggi in cerca della piantagione, della miniera, dell’industria! Al problema delle razze si sovrappone quello delle classi. Come lavorano in mezzo a questa rapida trasformazione i ministri della Chiesa cattolica? Come affronta la complicata situazione il papato di Roma? Eccovi un mondo nuovo di un grandioso interesse. Rifugiatevi qui col vostro pensiero, o cattolici della vecchia Europa, quando vi prende la nausea per quello che vedete dappresso o quando sentite infiacchire, sotto i colpi della delusione, l’antica fede. Come non ammirare quel che avviene tra gli operai cattolici del Sud Africa, ove si organizzano i sindacati cristiani? Si legga il libro che ha scritto il padre Paschal d’Elia sul sistema politico, sociale ed economico del profeta della repubblica cinese Suen Wen . Quale giustificazione e apologia dei documenti pontifici, il veder citare la Rerum Novarum o la lettera ai francesi sul ralliément a proposito del triplice demismo del riformatore cinese! La Chiesa cattolica è veramente universale e superiore alle contingenze della storia. I romani d’oggi non vedranno così facilmente snodarsi per il ponte S. Angelo e dentro i Borghi i cortei esotici colle spoglie opime delle conquiste cristiane; ma c’è di meglio. In grazia di Pio XI i ricordi più gloriosi, i trofei più celebrati sono raccolti ed esposti nel Museo missionario etnologico del Laterano. I romani dovrebbero visitare più frequentemente quelle sale: è là che sentiranno ed assaporeranno l’orgoglio di essere cittadini della metropoli cristiana e, vedendo ovunque stampata l’orma della pacifica conquista, proveranno tutta la fierezza della loro fede! Il Museo è anche etnologico, perché ci dà un quadro di tutte le civiltà umane, dalle primitive alle più progredite. Oggi l’opera missionaria è anche una scienza, la missiologia, che ha come scienza ausiliare l’etnologia, la sociologia comparata, la cartografia, la linguistica, la medicina (I). Ricordate la sezione medica dell’esposizione missionaria? Ad un profano poté sembrare un accessorio decorativo. Invece ora abbiamo in tutte le nazioni un’attrezzatura medica per le missioni, appositi istituti, corsi scientifici, organizzazioni e riviste (II). Nel Museo potete anche farvi un’idea adeguata delle «opere missionarie», delle forze cattoliche cioè organizzate in Europa e in America per appoggiare e coadiuvare l’azione missionaria: le Opere pontificie per la propagazione della fede, per la S. Infanzia, di S. Pietro Apostolo, che raccolgono ogni anno molti milioni; le unioni missionarie per il clero, le cattedre e le riviste scientifiche. Dall’ansia di quest’immane lavoro sorge asiatico di Lione, in Gallia, verso il 170, dicesta vecchia Roma, ove si è abituati a prevedere e progettare per secoli, si fucinano le armi spirituali per vincere nella mischia universale dei popoli. E noi che abbiamo la ventura di star vicini a questa fonte solare di calore e di luce lasceremo che anime frigide si raggelino nelle nebbie dell’eresia e della miscredenza? I La rivista scientifica italiana, che esce a Roma ogni trimestre dal novembre 1929 è il Pensiero missionario, periodico notevolissimo per la sua collaborazione cosmopolita, per la ricchezza del suo materiale, per l’esattezza e l’universalità delle sue cronache. "} {"filename":"8fa22ae3-32f6-4683-becd-009203a7f738.txt","exact_year":1931,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Ketteler, vescovo di Magonza dal 1850, Mermillod, vescovo o, più esattamente, vicario apostolico a Ginevra nel 1864, Manning, dopo il 1865 arcivescovo di Westminster, non appartengono propriamente a quella che chiameremo epoca sociale, che incomincia appena verso il 1880 . Tutti e tre, anche i due ultimi i quali pur vissero ed agirono fino alla pubblicazione della Rerum novarum, vanno attribuiti piuttosto all’epoca del Kulturkampf. Il vescovo di Magonza dedicò vent’anni della sua infaticabile attività pastorale alla ricostruzione della sua diocesi, la quale in seguito al giuseppinismo del governo granducale dell’Assia e all’eccessiva adattabilità dei due vescovi antecedenti, era ridotta ad uno stato miserevole: tutta l’amministrazione dei beni ecclesiastici e le nomine del clero in mano del governo, gli ordini religiosi soppressi, le comunicazioni con Roma sottoposte al placet, il seminario magontino ridotto ad un corso annuale. Ketteler, il quale nel 1848 era stato eletto al Parlamento di Francoforte e in S. Paolo aveva seduto a sinistra, aveva già dimostrato, sia colla sua attività di deputato entro il «Katholischer Klub», sia come oratore nel congresso cattolico di Magonza, riunito nello stesso anno, che il compito dei cattolici non doveva essere quello della reazione, ma quello di utilizzare il movimento libertario per riconquistare anche alla Chiesa cattolica in Germania la sua libertà. Divenuto due anni dopo vescovo nella sede di S. Bonifacio, Ketteler dedicò tutta le energie del suo carattere combattivo e tutte le risorse della sua abilità organizzativa nel riconquistare alla Chiesa la sua autonomia, nel ricostituire il seminario e gli ordini religiosi, nel fondare ed accrescere le opere di carità e di beneficenza. Le convenzioni col governo d’Assia e i relativi negoziati con Roma, più tardi le discussioni sull’ineffabilità dottrinale del papa e la partecipazione al Concilio ed infine gli inizi del Kulturkampf germanico riempiono gran parte della sua vita episcopale, come la questione della libertà della Chiesa di fronte allo Stato giuseppinista preoccupa gran parte della sua attività di scrittore. Anche il vescovo di Hebron, vicario apostolico a Ginevra, ebbe da lottare sovrattutto per la libertà della Chiesa. Nel Concilio vaticano era stato col Manning uno dei più attivi ed efficaci propugnatori dell’infallibilità. Ora sul lago Lemano si volle imitare la legislazione tedesca del maggio: Carteret, capo del governo radicale, si mise a scimmiottare Bismarck. Le leggi ginevrine del ’73 si proponevano di disgregare la Chiesa cattolica, prendendo a pretesto il nuovo dogma proclamato nel Concilio vaticano, il quale avrebbe autorizzato il potere civile a riorganizzare i fedeli contro la tirannia romana; perciò i curati dovevano venir eletti direttamente dal popolo, le parrocchie essere dirette da un comitato laico, gli ordini proibiti. Lo stesso Pressensé, protestante, dalle colonne della Revue desdeux Mondes, qualificava i partigiani del Carteret come «fanatiques vulgaires, singes grotesques et malfaisants da la persécution allemande». Il vescovo resistette, ma un bel giorno, nel 1873, Mermillod venne arrestato e condotto in carrozza al vicino confine. Risiedette esule a Ferney fino al 1880 e dopo d’allora per altri tre anni a Moulhouse, sempre vicino alla sua piccola diocesi, per la quale organizzava soccorsi e dalla quale sacerdoti e fedeli accorrevano a lui, per avere direttive e conforti. In questi dieci anni d’esilio Mermillod, che già prima d’esser fatto vescovo s’era acquistata fama di grande predicatore, tanto da essere paragonato in Francia al P. Ventura, venne chiamato spesso a tenere delle conferenze nelle più diverse città d’Europa e alcune volte venne utilizzato anche dalla Santa Sede per missioni speciali. Visitando nel 1881, per incarico di Leone XIII, le chiese cattoliche scandinave, tenne una conferenza a Stoccolma, ascoltato deferentemente anche dai protestanti e nello stesso anno, incaricato di consacrare il vescovo di Strasburgo, vi ebbe cordiali accoglienze dal governatore, parente di Bismarck. «Indicate queste idee in poche e sobrie linee: saranno utili per il nostro consiglio federale che guarda a Berlino», così scrive il vescovo esule a Mons. Jeantet, redattore del Courrier de Genève, giornale che aveva fondato egli stesso nel 1868. Finalmente nel 1883 Leone crede bene di chiudere il Kulturkumpf ginevrino, abolendo il vicariato di Ginevra e nominando Mermillod vescovo di Losanna e Ginevra, con sede a Friburgo. È un accomodamento diplomatico, che fa parte del gran piano di pacificazione di Leone XIII che viene accolto dall’esule colle lagrime agli occhi, ma con grande sentimento di conciliazione. Nel 1884 dichiara a Jeantet, a Friburgo: «Dite sovrattutto che non ho mai chiesto a Ginevra, che la libertà; ho creduto al liberalismo dei ginevrini, miei compatrioti, e spero che avrò un giorno questa gioia di vedere la libertà religiosa compresa a Ginevra…». Nell’estate del 1870, chiuso il Concilio e scoppiata la guerra francoprussiana, durante il viaggio di ritorno aveva sostato a Ginevra in casa di Mermillod anche Henry Edward Manning, un altro grande propugnatore al concilio del dogma dell’infallibilità. Aveva allora già 65 anni, s’era convertito nel 1851, dopo quasi vent’anni di sacerdozio anglicano, risalendo poi i gradini della carriera ecclesiastica fino a diventare il capo dalla Chiesa cattolica inglese. Questa era stata riconosciuta nella sua normale gerarchia, appena nel 1851. Ma bisognava ricostituire anche la dignità, il prestigio, la posizione ufficiale di fronte alla società inglese, ostile o indifferente, accrescere od erigere istituti educativi, che potessero stare a pari dei progrediti centri di cultura protestante, provvedere con grandi e molteplici opere alle classi povere, specie agl’irlandesi: tutto questo fu l’opera ricostruttiva del Manning. Nello stesso tempo conveniva svolgere un’assidua attività apostolica di fronte alla nazione piena di pregiudizi ed in parte d’odio, e a tal fine sono dedicate numerose opere di indole religiosa ed ecclesiastica. Di carattere più generico erano stati il suo volume intitolato L’Inghilterra e il cristianesimo (1865), ed alcuni altri numerosi saggi e studi che troviamo raccolti nelle miscellanee. Ora, tornando a Londra, dovrà subito riprendere la penna, per difendere l’opera del concilio e scriverà una polemica contro il cesarismo, attaccando Bismarck. Nel 1874 Gladstone profitterà del suo ritiro dalla politica attiva per attaccare i decreti vaticani, quasi che rendessero impossibile la lealtà civile. E Manning risponde al vecchio amico con un libro dallo stesso titolo: The Vatican Decrees in their Bearing on Civil Allegiance (London, 1875). Fino all’anno ’80 contiamo oltre tre opere polemiche sullo stesso argomento. Poi lo afferrano i problemi dell’educazione, intorno alla quale la sua trattazione più importante è quella dal 1888: National Education. Nessuno dunque di questi grandi vescovi fu, per i suoi studi o per la sua inclinazione, sociologo o economista, nessuno dei tre fu in gioventù organizzatore operaio e nel periodo più fervido della loro attività la preoccupazione maggiore, la cura più assillante fu la libertà della Chiesa, menomata o minacciata dal liberalismo anticlericale. Le loro pubblicazioni sociali, messe in confronto colla immensa letteratura economico-sociale del sec. XIX, scompaiono addirittura. Ma tale circostanza non fa che accrescere il valore del loro atteggiamento. Qual meraviglia se un sacerdote cattolico, dedicatosi a speciali studi od organizzazioni, fosse riuscito verso il 1860 o ’70 con un libro di economia politica che avesse fatto epoca? Ovvero potrebbe sembrare un avvenimento eccezionale che un politico, un organizzatore, specializzato in sindacalismo operaio, avesse tenuto nel 1869 la conferenza di Liebfrauen? Quale importanza caratteristica ha invece il poter dimostrare che tre vescovi della cattolicità, accorsi sulla breccia a difendere la libertà della Chiesa, impegnati a ricostruire sulle rovine, in posizioni ove più vengono a sbattere le ondate della vita moderna – la regione industriale del Reno, le sponde del lago Ibernano, la rive del Tamigi – non si chiudono entro le trincee, ma escono incontro alle masse popolari che si avanzano alla conquista dell’avvenire? E quale valore apologetico appunto non assume questo atteggiamento, tipico, ma non isolato (I), quando si possa affermare per tutti, come Francesco de Pressensé rilevava per il Manning, che la via regia per la quale questi precursori d’un grande movimento andarono incontro all’umanità moderna, offrendole il solo rimedio efficace, cioè l’evangelo eterno, fu appunto il loro ultramontanismo, il loro Cattolicismo vigoroso e assoluto? Non è questo, dice l’illustre scrittore, il Cattolicismo mitigato, sdolcinato, rivisto o corretto ad usum Delphini, ridotto alla sonora inanità del Genio del Cristianesimo pronto a tutte le transazioni collo Stato e colla ragione, è il Cattolicismo dei grandi papi e dei grandi monaci, il Cattolicismo dell’unità, dell’autorità, dell’infallibilità!… Per Fides specialmente non sarà anche fuor di luogo rilevare che i tre campioni del movimento sociale cristiano, accanto alla più netta ortodossia dei principi, praticarono di fronte ai protestanti la più larga tolleranza civile. L’esempio più caratteristico è forse quello del vescovo di Magonza. Di fronte alla minacciosa avanzata del socialismo Ketteler fa appello alla comune fede in Cristo Redentore e invita e scongiura i protestanti credenti ad unirsi per difendere i diritti della coscienza religiosa e dell’ordine. Quando di contro alla minaccia del Kulturkampf si fa con altri promotore del partito del centro, mons. Ketteler insiste perch’esso non abbia carattere confessionale, perché sia aperto cioè anche a quei protestanti che ne accettassero il programma di difesa religiosa. Fece anzi di più, quando, dopo breve permanenza al Parlamento, depose il mandato, il vescovo di Magonza raccomandò ai suoi elettori e fece eleggere un candidato protestante!… Qual prova più eloquente per dimostrare che se i protestanti avessero veramente voluto difendere la sacra eredità del Cristo, di fronte alla montante marea del razionalismo e del materialismo avrebbero trovato i cattolici colle braccia aperte? Purtroppo l’antico odio settario prevalse su ogni considerazione religiosa. I protestanti in grande maggioranza appoggiarono il Kulturkampf e lasciarono che per la larga breccia, aperta dall’odio antiromano, passassero anche le falangi demolitrici del movimento marxista. I PRESSENSÉ, La Cardinal Manning, pp. 245 ss. "} {"filename":"1f31fcd8-0b81-4c2c-a17f-4aa76caee27a.txt","exact_year":1931,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Renato Fülöp-Miller è nato nel 1891 a Caransebs in Transilvania da padre discendente da una famiglia di immigrati alsaziani e protestanti e da una madre jugoslava di religione ortodossa. Giornalista a Vienna ed a Budapest, ebbe occasione di occuparsi sovratutto del mondo russo: il suo Rasputin, il suo Pro e contro il bolscevismo, sono noti anche in Italia . Nei circoli letterari era conosciuto già prima per le sue edizioni annotate e commentate di Tolstoi, di Cecov e di Dostojewsky. Negli ultimissimi anni, lanciatosi come autore alla moda i cui libri vengono tradotti in tutte le lingue, scrisse anche su «Gandhi», e sul Cinematografo americano. Ma il punto di partenza e di raffronto è quasi sempre il suo mondo slavo ortodosso. Il suo «Gandhi» è un «Anti-Lenin»; e del teatro americano scrive solo dopo aver parlato di quello russo. Come mai invece, con tali origini e tali precedenti, gli è capitato di scrivere un grosso volume sul «gesuitismo»? (I). L’occasione, a quanto narra egli stesso, fu un raffronto tra bolscevichi e gesuiti, inserito nel suo libro sul bolscevismo. I critici cattolici tedeschi reagirono con forti parole, e tale reazione indusse il Miller ad affrontare in pieno il problema del «gesuitismo». Bisogna anche supporre che l’argomento abbia avvinto il suo interesse da quando, studiando e pubblicando le postume del Dostojewsky, s’incontrò nella leggenda del Grande Inquisitore, inserita dal celebre romanziere russo nei suoi «Fratelli Karamàzov». Questa leggenda tende a dimostrare che il gesuitismo è «quello spirito di adattamento ai fini di questo mondo che, impadronitosi del cattolicismo, lo allontana dagl’ideali sublimi del Cristo». Ma nella discussione che nasce fra i fratelli Karamàzov Alioscia, il più «ortodosso» afferma che i Gesuiti sono semplicemente «l’esercito romano del futuro regno universale terrestre coll’imperatore, il romano pontefice sul trono», mentre Ivan, il fratello maggiore non crede, che «gl’inquisitori e i gesuiti avrebbero dovuto collegarsi esclusivamente in vista dei volgari beni terrestri». Di qui la trama della sua leggenda che il Miller definirà poi «il tentativo più onesto che abbia compiuto un artista, nemico dichiarato del cattolicismo, per comprendere ed affermare il segreto dei Gesuiti». Ed in verità leggendo ora il libro del Miller si ha l’impressione ch’egli abbia pensata e iniziata la sua opera col proposito di documentare con la storia la tesi anticattolica del Dostojewsky, ma che, a mano a mano che procedevano i suoi studi e le sue indagini, se ne sia sempre più discostato fino ad arrivare a delle conclusioni apologetiche. Solo così si spiegano certe incongruenze e certe contraddizioni che s’incontrano in quasi tutti i capitoli e che risaltano specialmente nell’edizione tedesca . Il libro è impostato come se il «gesuitismo» sia organizzativamente e dottrinalmente una categoria a parte entro il cattolicismo, mentre nel corso della stessa opera è frequente la dimostrazione che i Gesuiti sono stati, e sono nient’altro che i servitori più fedeli del Papato e della Chiesa cattolica. Ma intanto da quella falsa premessa deriva una sopravalutazione dell’opera dei Gesuiti in confronto dell’attività della Chiesa in genere e degli altri Ordini in particolare, cosicché la prospettiva generale del libro risulta viziata. In secondo luogo l’imperfetta conoscenza del mondo cattolico e l’incapacità quasi congenita in un razionalista di comprendere e valutare il «fatto religioso», l’atto di fede, l’opera della Grazia nuociono alla chiarezza e alla verità storica dell’esposizione: il S. Ignazio del Miller rimane un mistero, poiché i suoi sforzi di farne semplicemente un «cavaliere errante della fede» appaiono subito insufficienti, come rimane inesplicabile la conversione del Saverio e quella del Fabro , attribuita dall’A. agli umani accorgimenti d’Ignazio. Dopo ciò non ci meraviglieremmo di altri errori nei quali il Miller incorre, come quello di ammettere come dimostrato che Giansenio nel suo libro famoso abbia realmente riassunto il genuino pensiero di S. Agostino, o come quello di confondere, a proposito di Descartes, il dubbio sistematico col dubbio metodico o di considerare come futili passatempi le dispute intorno alla grazia, trattando anche le decisioni romane in materia colla sprezzante superiorità del relativista moderno; e quindi antistoricamente. Anche se il XV volume della Storia del Pastor uscì forse troppo tardi , perché il Miller lo potesse utilizzare, non gli mancavano certo altre fonti per giudicare più storicamente delle congregazioni romane. Ma l’effetto più grave della mancanza di fede nell’A. si vede nella sconcertante conclusione del libro. Qual’è «il segreto della potenza dei Gesuiti?». Alla fine del I cap. sembra che il Miller lo intravveda quando scrive: «È appunto in quest’unità interiore dell’Ordine che sarà lecito ravvisare, più che altrove, il segreto di quella potenza di cui una volta i Gesuiti disposero e parzialmente dispongono». Ma questo rimane un barlume, che non riesce ad illuminare il resto dell’opera, ove le gesta della Compagnia, magnificate ed ammirate rimangono senza spiegazione plausibile. Alla fine si conclude col chiedere alla scienza moderna tolleranza anche per la concezione cattolico-gesuitica collo stesso spirito di relatività, col quale, dopo Einstein, si ammettono come equivalenti il sistema eliocentrico e quello geocentrico. E pure tra la copiosa bibliografia gesuitica che l’A. ha consultato, non deve essere mancato quello studio del P. Lippert: Zur Psychologie des Jesuitenordens ,nel quale il dotto padre gesuita scrive: «Il pensiero centrale dell’Ordine è Cristo come fondatore del regno di Dio, come conquistatore del mondo, come campione che lavora, combatte e soffre per la gloria e la volontà del Padre… Il mondo interiore del gesuita è costruito centralisticamente. Esso ha un centro pronunciatissimo, un centro di gravità d’importanza così decisiva e così unica che la sua forza domina in modo assoluto su tutti i punti in cui s’intersecano le inclinazioni psichiche e gl’interessi. Questo centro psicologico è il pensiero di Cristo, è l’amore di Cristo». Questo centro…, ecco il segreto dei Gesuiti e, in genere, il segreto della Chiesa cattolica. Chi non lo comprende, vagherà nel fantastico, nell’antistorico, come ha fatto anche il Dostojewsky. Il libro del Fülöp-Miller tuttavia, nonostante queste ed altre riserve, quando comparve due anni fa in Germania, ebbe fra i cattolici una buona stampa. Esso veniva infatti assai a proposito, a poca distanza da una pubblicazione del Ludendorff con un titolo assai simile: Il mistero della potenza gesuistica e la sua fine . Il vecchio generale vi aveva condensato tutto il suo odio antiromano, aveva inverniciate e ritinte tutte le vecchie insegne antigesuitiche, rifritte e ripresentate le fiabe rancide dell’antigesuitismo cattolico e protestante, valendosi specialmente delle pubblicazioni dell’Hoensbroech, un famigerato ex-gesuita, autore di una enciclopedia contro l’Ordine . Di fronte a questa rinnovata campagna, che per i legami del Ludendorff col movimento nazionalista, poteva divenire pericolosa, in una nazione che fino alla guerra aveva messo al bando i Gesuiti da gran parte dei suoi confini, come non rallegrarsi del libro di un altro protestante, quale il Miller, il quale è animato da un’evidente buona fede e che si sforza di rendere giustizia alla tanta calunniata e misconosciuta Compagnia? Il Miller, come avverte egli stesso nella prefazione all’edizione tedesca, ha consultato quasi un migliaio di opere di nemici e di amici dei Gesuiti, è stato a Roma, a Madrid, a Manresa , a Loiola, ha cercato di penetrare quello che ai profani sembra un mistero: nel suo libro poi ha cominciato dalle fonti esponendo il contenuto degli Esercizi e delle Costituzioni, ed ha seguito la Compagnia nella storia, aprendo onestamente il suo animo all’ammirazione, quando i fatti la imponevano e facendo giustizia di tutti gli enormi pregiudizi che nell’animo degli acattolici e degli anticlericali i secoli hanno accumulato. In questi circoli noi dobbiamo augurarci che il libro trovi lettori anche in Italia. È vero che sui Gesuiti possediamo in Italia opere più serie e più profonde, è vero che l’epopea pittoresca della Compagnia nel suo periodo più avventuroso ha trovato nel Bartoli un narratore che i moderni scrittori di storia romanzata non potranno mai raggiungere, ma è anche vero che queste opere sono poco lette e che ai circoli suddescritti possono sembrare più garantite le indagini e le affermazioni di un acattolico spregiudicato. Ebbene leggano costoro quello che il Miller scrive attorno al libro degli Esercizi, «uno dei libri che hanno deciso delle sorti del genere umano» o ciò ch’egli conclude attorno alle Costituzioni che, a suo avviso, rappresentano «una sapiente combinazione di disciplina severa e d’iniziativa individuale». Il capitolo sulle lotte col giansenismo, scritto con un brio indiavolato, benché tratti in parte di materia astrusa, riesce a dimostrare – nonostante l’evidente influsso del Saint-Beuve – che i Gesuiti furono i difensori della libera volontà e dignità umana contro i luterani e i calvinisti, i quali rinnegano la «prostituta ragione» o si credono oggetto della più inesorabile e cieca predestinazione. La stessa tanto calunniata casistica morale dei Gesuiti trova in un altro capitolo una valutazione storica serena. La parte quinta intitolata «dietro mille maschere» – titolo che parrebbe annunziare un libello – è invece tutta una narrazione epica dell’attività dei Gesuiti in Europa e nelle Missioni. Quanti italiani che ignoreranno i Commentari del P. Ricci , leggeranno qui le meravigliose vicende del Dottor Li e dei suoi compagni! In questi capitoli l’A. ha avuto campo di profondere tutta la tavolozza dei suoi colori e di spiegare tutta l’abilità e la virtuosità dello scrittore di giornali. Non si creda che a tali abilità accenniamo con disprezzo. A ragione il Pensiero Missionario citava il Fülöp-Miller come esempio di stile a chi volesse destare nel gran pubblico l’interesse per le missioni. Egli è innegabilmente un grande assimilatore, che arriva ad impadronirsi con rapidità degli elementi più disparati, non esclusi i teologici e gli speculativi, e riesce a presentarli al pubblico in una forma brillante e avvincente. Quando mai uno scrittore cattolico s’è preso cura di viaggiare mezza Europa, per raccogliere 228 illustrazioni, 116 delle quali – e le migliori – sono rimaste anche nell’edizione italiana? Avremmo davvero gran torto di trascurare simili «accessori» che sono oggidì una parte sostanziale del successo dei libri! Sulla storia dei Gesuiti in Europa, come la ricostruisce il nostro A., ci sarebbero naturalmente parecchie osservazioni da fare. Ma rallegriamoci di una conclusione che emerge su tutte. La descrizione che ci dà l’A. della Corte di Luigi XV e del contegno dei confessori gesuiti di fronte alla Pompadour è la più bella apologia che si possa fare dell’Ordine. Dunque codesti «padri» che il mondo descriveva come lassisti e pronti a qualunque concessione, pur di fare gl’interessi della Compagnia, preferirono di perderla, piuttosto che transigere di fronte all’adulterio regale! In mezzo ad un mondo di servi il povero P. Perusseau è l’unico che non si piega dinnanzi alla favorita e questa se ne vendica, spingendo il re nel momento decisivo a lasciar cadere la Compagnia. Il Miller ricorda il memoriale inviato dalla Pompadour al Cardinal de Bernis : noi rileggendo in questi giorni l’epistolario della sciagurata donna abbiamo trovato fra altro la seguente lettera che ci pare troppo caratteristica, per defraudarne i lettori, in questo contesto. È diretta all’arcivescovo di Parigi ed è scritta da Versailles nel 1762. Essa dice: «…Pour vos Jesuites, il faut les abandonner à la justice des Parlements. Un homme qui les connoit bien, me disoit hier qu’ils n’ont jamais rien fait de bon que d’apporter le quinquina du Pérou et que leur société a étè le fléau des Rois et des Etats qui les ont soufferts. Il me seroit impossible de les servir; mais quand même je le pourrois, je ne le voudrois pas: je vous le dis tout net. Il paroit qu’ils ont mérité d’être détruits et bien, qu’on les détruise. Je vous prie donc Monseigneur, de ne me plus parler de cette affaire et de laisser le Roi en paix: souvenez-vous que vous êtes sujet, avant d’être evêque. Cependant vous êtes aussi mon Pasteur et je vous demande votre sainte bénédiction. «S. P. - Je reçois dans ce moment un gros paquet de lettres. Ce sont des evêques qui me prient d’employer mon credit en faveur de la Société. Je vois par là, qu’il y a dans le royaume une ligne presque générale du clergé pour la sauver tandis que presque tous les seculiers s’unissent pour la perdre, et cela avec raison. Je vais prier aussi ces evêques de me laisser tranquille et de me donner leur bénédiction». Non è una gloria d’aver attizzato tali odi e meritate queste avversioni? Più scarno e meno colorito è riuscito il capitolo sulla Compagnia nell’epoca recente. È il periodo in cui le grandi azioni politiche mancano perché la causa religiosa non è più legata alla sorte e alla volontà dei principi. I Gesuiti si volgono alle masse, si dedicano all’apologetica per mezzo della stampa, ma sovratutto si concentrano nell’opera della penetrazione religiosa. Su questo campo l’arte dell’A. viene meno «per la contraddizion che nol consente». Tuttavia un ultimo capitolo, quello sui meriti dei Gesuiti verso la civiltà, contiene ancora delle pagine magistrali. Kepler e Galilei, Pascal e Leibnitz, Voltaire e gli enciclopedisti, Lamartine e Schopenhauer, vengono citati a deporre sui Gesuiti, quali scienziati, scrittori, educatori. Una serie di nomi più o meno famosi di tutte le nazioni, una schiera di volti più o meno noti vi sfilano dinnanzi: poi viene la sentenza. Che importa che alla fine l’A. si schermisca dietro una conclusione relativista? I lettori hanno già avuto modo di farsi un giudizio da sé, e questo non può essere che favorevole. Questo libro, tradotto in tutte le lingue, e che alla sua comparsa suscitò pure il plauso di uomini come Maeterlinck e il Mann , rappresenta per l’anticlericalismo vecchio stile una battaglia perduta. Una parola ancora sulla versione italiana. L’editore ha voluto sveltire in qualche punto l’originale tedesco, riducendo o tralasciando certe escursioni teologico-filosofiche, le quali, mentre rappresentano i punti più deboli dell’opera, l’appesantiscono per il pubblico italiano, in modo indigeribile. Così, per esempio, nella versione italiana, l’errato concetto che il Fülöp-Miller ha della «contemplazione», ch’egli considera equivalente a «estasi» e «perfezione» risalta meno e quasi scompare. Nella parte storico-narrativa poi il traduttore, come avverte una nota in fine del libro, ha arricchito l’edizione italiana di nomi e di fatti che riguardano l’Italia e che nell’originale non erano contemplati. Ciò avviene specialmente nei capitoli sul teatro, sull’arte e sull’attività scientifica dei Gesuiti. Forse accanto al Boscovich non conveniva dimenticare il P. Secchi . Anche qualche errore di nomi o di dati storici, segnalati dalla critica tedesca, subito dopo la comparsa, troviamo corretti nell’edizione italiana. A p. 164 però è rimasto per svista evidente, un Francesco de Liguori, che altrove è detto giustamente Alfonso . Anche a p. 322, ove si parla di Giovanni il Piccolo, si sarebbe dovuto correggere nel senso che non si trattava d’un padre gesuita, ma di un fratello laico. Un errore di distrazione è quello di p. 161 ove è detto: «nessuno ne ha meno colpa del filosofo di Stagira», mentre dal contesto risulta che si dovrebbe essere: «nessuno ne ha più colpa…». Anche a pag. 357 invece di monaci bisogna leggere: monarchi. Tolte queste mende, la versione corre in uno stile attraente e piacevole. Il traduttore è ricorso per le citazioni all’edizioni italiane più recenti tanto degli autori gesuitici come degli altri, ed ha inserito qui e là qualche breve e caratteristica proposizione del Bartoli; cosicché il libro acquista un sapore meno esotico e più famigliare. Le illustrazioni più belle dell’edizione tedesca compaiono anche in quella italiana: alcune anzi sono tipograficamente meglio riuscite. Per questo lato perciò ed in genere l’edizione merita ogni elogio. I RENATO FÜLÖP-MILLER, Il segreto della potenza dei Gesuiti, Milano, Mondadori, 1931. "} {"filename":"f41bac0b-4ac7-4b83-a219-2ea486526efd.txt","exact_year":1932,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"L’impostazione filosofica nettamente anticattolica dell’opera del Croce – I cattolici del secolo XIX di fronte al problema della libertà politica: Balbo, Tommaseo, Cantú, Rosmini, Manzoni, Capponi, Gioberti, Ventura, Montalembert, Lacordaire, Ozanam, O’ Connell, P. Gratry, ecc. – Gli eccessi del liberalismo anticlericale e giacobino. Il Kulturkampf – La fedeltà alle libertà costituzionali dei cattolici belgi e tedeschi – Domande a Croce L’impostazione filosofica e il carattere nettamente anticattolico del libro hanno trovato già confutazioni serrate o repliche brillanti, che devo supporre ormai conosciute . Dirò solo a questo proposito che leggendo i primi due capitoli sulla «religione della libertà» e sulle «fedi religiose opposte», ho pensato con invidia alla serenità analitica e alla realistica oggettività di un James Bryce sulle sue Modern Democracies . Nei due libri l’argomento è simile, se non identico, ma lo spirito indagatore dell’anglo-sassone studia in tutto il mondo civile la storia delle libertà concrete e reali, della libertà civile, della libertà religiosa, della libertà politica, giungendo con tal metodo a delle conclusioni sull’avvenire della democrazia che devono trovare il consenso di tutti gli equanimi, a qualunque scuola appartengano . Il Croce invece, elevando la libertà come un idolo sull’altare del suo tempio filosofico, ha gridato anatema contro tutti coloro che in questo tempio non entrano e dalla cattedra della sua chiesuola ha pronunciato giudizi di scarsa comprensione e lanciato invettive, che – per un maestro d’estetica sovrattutto – sono di gusto assai discutibile. Hanno diritto di dolersene specialmente i cattolici che di Benedetto Croce non negano i meriti nella lotta contro il positivismo materialista e contro il sensualismo dannunziano e, malgrado l’incolmabile abisso fra la sua e la loro filosofia, sono pronti a riconoscere che questo letterato e filosofo emerge sopra molti altri letterati e filosofi per un più vivo e consapevole senso di responsabilità civile che lo fa apostolo fiero e disinteressato della sua idea. Avviene così che lo scrittore italiano – che ha cercato nel pensiero germanico la base speculativa e storica del suo edificio di libertà – non veda nel cattolicismo ed in ogni credenza trascendentale che una fede opposta alla religione della libertà, mentre l’acattolico anglo-sassone, grande studioso di cose latine, nella serenità d’una più ampia visione dei fatti storici, polemizzando con Voltaire, il quale aveva attaccata la Chiesa come nemica della libertà e con Rousseau che l’aveva combattuta come antisociale perché orientatrice delle speranze umane verso l’altra vita, scriva queste magnifiche parole: «Se noi studiamo non tanto la sua azione diretta sui fatti della storia presente quanto sulle idee-madri che essi contengono e che investirono il corso degli avvenimenti, non potremo contestare la sua influenza, soprattutto da due punti di vista. Essa trasfuse nella coscienza umana il concetto di una libertà spirituale che non esitò a sfidare la costrizione fisica… Essa creò un sentimento d’uguaglianza fra gli uomini e questo sentimento mise un freno all’idolatria degradante immaginata dai despoti asiatici… Né Voltaire, né Rousseau seppero vedere che la fede nell’immortalità, rivelata dal Vangelo, può esaltare i più nobili moventi dell’uomo e dare un nuovo valore, una forza novella a ogni travaglio cui si sottomette l’Umanità di quaggiú…». Se il Croce avesse condiviso tale giudizio generale sull’azione del cattolicismo nella storia umana, ben diversa o più equanime sarebbe stata anche da parte sua la valutazione dei particolari atteggiamenti assunti dalla Chiesa durante il secolo XIX. Egli non ne avrebbe snaturata la figura e rimpicciolita l’opera con l’esagerare sproporzionatamente l’importanza della sua azione politico-diplomatica, la quale, comunque si voglia giudicare, rappresenta sempre una funzione secondaria accanto alla sua missione spirituale, e sociale nel mondo, né avrebbe attribuita un’importanza universale e sintomatica ad atteggiamenti politici del Papa-Re, legittimati da preoccupazioni contingenti («quando si è stati scottati dall’acqua calda, si ha paura anche di quella fredda», diceva Pio IX al Pasolini ). In generale quando si tratta della posizione della Chiesa rispetto e di fronte al potere civile, è sempre difficile dire fino a qual punto essa consenta per convinzione e da qual punto essa comincia a tacere per timore del peggio. Pio VI e Giuseppe II, rinchiusi fra quattro pareti nella Hofburg , discutevano nel più aspro dissenso, ma nel pomeriggio facevano la passeggiata al Prater, nello stesso equipaggio. Il grosso pubblico credette allora ad una schietta alleanza fra il trono e l’altare, ed è questa credenza che Giuseppe II voleva far nascere. Appena più tardi gli storici ci dimostrarono per quali ragioni nobilissime e attraverso quali gradi di pazienza e adattamento Pio VI si lasciò condurre in carrozza a quel modo. Uno storico del secolo XIX, meno ostile, avrebbe potuto spiegare nella stessa maniera alcune situazioni politiche analoghe. Ma soprattutto egli avrebbe allargato il suo esame dei fatti, e come s’era fatta distinzione per i liberali, così anche per i cattolici avrebbe voluto vedere, a parte a parte, come essi si comportassero nell’epoca moderna di fronte alle libertà essenziali della vita, quali sono le libertà della persona, dei beni, della famiglia, del comune, delle associazioni e di quella libertà politica, che, nel mondo odierno, può venire considerata come indispensabile garanzia di tutte le altre. I cattolici del secolo XIX infatti, di fronte al movimento per la libertà politica si divisero in correnti varie che possono venire riportate a due principali, quella reazionaria e quella progressista o come bisognerebbe dir meglio, giudicando dal loro punto di vista, a quella del pessimismo e a quella dell’ottimismo. Non c’è forse miglior modo di personificare quest’antitesi che ricordare da una parte Donoso Cortes e dall’altra Carlo di Montalembert, come essi parlavano, scrivevano ed agivano sulla scena politica del 1848 o negli anni che immediatamente precedettero e seguirono le rivoluzioni di tale data. Donoso Cortes di Valdegamas, deputato liberale fin dal 1838, si converte alla reazione, in seguito al Kulturkampf della sinistra spagnuola ed alla forzata abdicazione di Maria Cristina che egli segue in esilio . Quando ritorna in patria dopo la rivoluzione, tiene alle Cortes quel discorso sulla dittatura al quale si ricorre ancor oggi, quando si vuol giustificarla: tanto è vero che esso venne per l’ennesima volta ripubblicato a Monaco nel 1920 allora che, per reazione alla dittatura rossa, c’era chi voleva patrocinarne una bianca. Cortes appare in quel discorso come profeta di sventura e al Cortina , capo dei liberali, il quale aveva nel dibattito inneggiato agli immancabili progressi umani, rivolge la seguente apostrofe: «Il fondamento di tutti i vostri errori consiste nel non sapere in quale direzione si muovano la civiltà e il mondo. Voi credete che la civiltà e il mondo vadano avanti, mentre per lo contrario tornano indietro. Il mondo cammina verso la costituzione del dispotismo più gigantesco e assoluto che sia mai esistito a memoria d’uomo… I governi costituzionali non sono che scheletri, ombre; non si può scegliere fra libertà e dittatura, ma fra dittatura dall’alto, della spada, e quella dal basso, dell’insurrezione, del pugnale». Questa necessità politica è, secondo il Cortes, una conseguenza fatale della decadenza religiosa. Non vi sono che due forze capaci di reggere l’uomo: una interna, la religiosa, l’altra esterna, la politica. Più s’abbassa il termometro religioso, più s’innalza quello politico, più aumenta cioè sull’individuo la pressione politica, fino alla tirannia. La stessa visione apocalittica ricompare nel breve carteggio col Montalembert : in una lettera egli afferma che col volgere degli anni il trionfo della miscredenza contro la civiltà cristiana sarà inevitabile . Nessuno aiuterà. «Gli angeli non discesero quando fu messo in croce Cristo. Perché discenderebbero oggi, quando la nostra coscienza ci grida che in questa tragedia nessuno merita il loro intervento, né coloro che debbono essere le vittime, né coloro che faranno da carnefici?». Ed altrove, sempre nello stesso carteggio, il Cortes finisce addirittura con una tetra citazione apocalittica. Le società sono votate alla morte. Et est datum illi (cioè alla bestia, incarnazione del male), bellum facere cum sanctis et vincere eos. Con tali sentimenti si può pensare come egli assistesse alla palinodia napoleonica e quali argomenti sostenesse nella Revue de deux mondes del 1852 in polemica con Alberto di Broglie , il quale gli aveva rimproverato di spingere i cattolici ad odiare il parlamentarismo e lo Stato moderno, per esaltare l’assolutismo e il medio evo. A quest’epoca però il Cortes, nonostante il plauso di qualche rivista nostrana, la quale tuttavia si riferiva più alle sue dottrine filosofico-sociali che ai suoi atteggiamenti politici, e di Luigi Veuillot che ne sfruttava gli argomenti in appoggio dell’impero, era piuttosto isolato. Persino in Germania si levò a contraddirlo il Buss , uno dei rappresentanti cattolici al parlamento di Francoforte, scrivendo un opuscolo contro la dittatura. Non c’è poi bisogno di ricordare quale fosse il pensiero dei neo-guelfi italiani, i quali rappresentano in quest’epoca il piú candido ottimismo. Risponde probabilmente al Cortes Cesare Balbo quando scrive: «Di qui alcuni traggono conseguenze catastrofiche che la società umana è giunta al fine suo, ad una nuova barbarie. È vero che la civiltà progrediente necessita maggiore azione governativa ed è non meno vero che la medesima progrediente civiltà necessita maggior libertà nei governati. Ma non è vero che la maggiore azione governativa non possa stare con le maggior libertà. Accrescete le due insieme sempre proporzionatamente, ed avrete bell’e sciolto il problema». «L’assolutismo è forma impossibile, non solamente in Italia, ma presso tutte quelle nazioni civili che hanno assaggiata la libertà politica. La quale si riduce insomma a ciò: d’essere consultati tutti o il maggior numero possibile e consultati necessariamente, obbligatoriamente sui pubblici interessi». Già nelle «Speranze d’Italia» il Balbo si era rivolto contro la tendenza che gli amici del cattolicismo parevano accettare dai suoi nemici, quella cioè di far risalire tutto il movimento di libertà alla riforma protestante. «La ragione non aveva bisogno di emancipazione dopo Dante, Tomaso, Machiavelli. La libertà e la licenza non erano figliate dalla libertà e licenza di coscienza, già vecchie come erano di quattro secoli nei comuni italiani…». E altrove (nella sua «Monarchia rappresentativa» ) egli dimostra «che i governi rappresentativi non sono una nuova invenzione, ma una qualità di governi sorti a poco a poco per necessità dalla condizione della civiltà progrediti, una qualità di governi necessaria dunque a noi e a posteri nostri, finché starà e progredirà la nostra civiltà. Fu svolgimento della natura umana conformata dal Creatore, non solamente a qualsiasi civiltà, ma ad una progrediente libertà». Punto di vista questo che è affermato anche da Pio IX nell’introduzione alla Costituzione del 1848, là ove egli si richiama al fatto che «ebbero in antico i nostri Comuni il privilegio di governarsi ciascuno con leggi scelte dai loro medesimi sotto la sanzione sovrana». Come quello del Balbo del resto sarebbe facile documentare l’atteggiamento di tutti i cattolici che in quell’epoca ebbero qualche fama di scrittori o di politici, dal Tommaseo al Cantú , dal Rosmini al Manzoni , dal Capponi e Gioberti al Ventura . Il Manzoni non condivide l’opinione di coloro che identificano la «Rivoluzione» col «Male». «La rivoluzione – scrive al Rosmini, il quale consente – ha pure avuto anche una tendenza di riforma giusta e legale… cosicché la parola rivoluzione non può con giustizia essere usata in senso assolutamente cattivo». E nella «Morale cattolica» osserva che «alcune idee di Voltaire sull’amministrazione, alcuni principii della politica di Montesquieu e alcune censure delle massime correnti sull’educazione in Rousseau sono di tale evidenza che hanno trionfato ed avrebbero meritato di essere esplicitamente accolte anche dai cattolici». E come era ammirato l’atteggiamento degli italiani dai cattolici degli altri paesi! Quel magnifico Ozanam che il Croce cita con evidente scarsa simpatia e poca comprensione, alla vista del movimento italiano scriveva all’amico Foisset : «Passons aux Barbares!.. Passer de Bysance aux Barbares c’est passer du camp des hommes d’état et des rois asservis à leurs intérêts égoïstes et dynastiques, qui ont fait les traités de 1815, les Talleyrand, les Metternich, aux intérêts nationaux et populaires». Fu Ozanam che dall’alto della sua cattedra lanciò un appello per mandar soccorsi finanziari a Venezia assediata, appello che gli valse un pubblico ringraziamento di Daniele Manin e fu lo stesso Ozanam che scrisse al nostro Tommaseo: «Les redacteurs de l’Ere Nouvelle ont pu manquer d’amour pour la justice, pour le pauvre peuple, pour votre belle Italie et pour ses glorieux defenseurs». Ma il Croce, che non ebbe un ricordo per quell’eroe del cattolicismo e della libertà che fu O’Connell , suscitatore d’entusiasmi e di imitatori in Europa e in America, dimenticò nella penna, pur citando meno illustri liberali, anche il nome del Lacordaire : il quale è pure una figura degna di storia, come uno dei più schietti rappresentanti dell’ottimismo cattolico di fronte alla libertà. Quel Lacordaire che nei tempi del basso impero, scriveva come per testamento all’amico Montalembert: «Ma checché accada nel tempo nostro, l’avvenire si leverà sulla nostra tomba. Esso ci troverà puri di tradimento, di defezione, di adulazione del successo e costanti nella nostra speranza di un regime politico, religioso, degno del cristianesimo di cui siamo figli!». Anche sul Montalembert il Croce sorvola: sarebbe stato infatti assai pericoloso alla sua tesi l’indugiarsi su questo campione europeo del cattolicesimo, su quest’uomo che, per sua stessa dichiarazione, era cattolico e liberale, come era il Manzoni e come erano tanti altri, i quali si rifiuterebbero di accettare un epiteto ibrido che li dovesse qualificare, come cattolici modernisti o come liberali per accidente. Campione di tutte le minoranze oppresse, in Italia, in Svizzera, in Polonia, in Irlanda, protettore dei profughi politici a Parigi, fra i quali il Confalonieri , ammiratore e discepolo delle libertà politiche inglesi (v. il suo «Avvenire politico dell’Inghilterra»), propugnatore della libertà d’insegnamento, ma anche di tutte le altre libertà, come metodo di governo adeguato alla vita moderna, egli lanciava a Malines il suo credo nell’avvenire riassumendo il suo pensiero nella celebre frase: «Del passato i cattolici non hanno nulla da rimpiangere e dall’avvenire tutto da sperare». Ottimismo eccessivo certamente, amplificazione rettorica che non regge alla critica della storia, ma essa va considerata soprattutto come programma di azione, il quale apriva l’anima alle speranze più ardite. Quest’uomo finiva in silenzio; ma nei brevi intervalli di questo periodo, nei quali parlò, le poche pagine superarono in efficacia i volumi della sua eloquenza parlamentare del ventennio antecedente. «Les intérêts catholiques au XIX siècle» sono un breviario che merita venir riletto da ogni generazione. Perseguitato, processato, abbandonato da molti suoi antichi ammiratori, volti ora al culto del cesarismo trionfante, egli morì, cavaliere senza macchia e senza paura. Negli ultimi anni egli aveva introdotto nell’Accademia P. Gratry , un altro rappresentante di quell’ottimismo cattolico, suscitato dalle speranze dell’Europa contemporanea. A rileggere ora certe sue pagine si comprende come il Balbo avesse preposto alle «Speranze d’Italia» i versi della Gerusalemme: Già l’aura messaggera era ridesta ad annunziar che se ne vien l’aurora Ci si permettano tre sole citazioni: «Da due secoli in qua, principalmente, c’è un insieme di progresso, uno sviluppo nuovo nel regno di Dio, che si sforza di impadronirsi della terra… e questo seme, più visibile agli occhi nostri da un secolo in qua, chi lo minaccia se non la violenza? Prima, la violenza dispersa della folla, poi la violenza concentrata in mano ai cesari… E il cammino verso il progresso sarà ripreso il giorno stesso in cui le nazioni europee avranno incominciato a capire che la violenza non è forza, ma ostacolo e che la forza è giustizia, verità, libertà, dolcezza e pace… Il combattere per Cristo è un combattere per la giustizia, la verità, la libertà, incarnate, realmente presenti, attualmente vive e incamminate per occupare il globo». Irenismo ingenuo, idealismo inadeguato alla realtà? Qui non ci appartiene di esaminare e criticare al paragone dei fatti; qui vale affermare di fronte a chi vorrebbe rovesciare sui cattolici la colpa degli insuccessi liberali, immaginando un cattolicismo in eterno agguato contro la libertà politica, che essa invece trovò fra i cattolici più eletti degli alleati ottimisti ed entusiastici! È vero: furono tra loro anche pessimisti inguaribili ed apocalittici ovvero opportunisti che per ragioni meno nobili o anche per abulia di letterati o miopia d’ingenui, rimasero e rientrarono nelle trincee della reazione. Certo, ma in questa retrocessione furono quasi sempre preceduti dai rappresentanti di quella borghesia liberale che nel secolo XIX formò l’ossatura di ogni regime. Il Giusti non fa soltanto la satira dei clericali e se il Croce, nonostante tutte le trasformazioni opportunistiche dei liberali, si crede in diritto di portare in alto sulle sue filosofiche spalle la statua illesa della libertà, con qual diritto vuol egli dedurre dall’atteggiamento di alcuni o di molti uomini cattolici una generale antitesi fra libertà politica e cattolicismo? Ma sopratutto non bisogna dimenticare gli eccessi del liberalismo, di fronte ai quali la reazione si dimostrò fatale ed inevitabile. «Sapete voi – esclamava già il Montalembert nell’assemblea legislativa del 1849, rivolto ai radicali – sapete voi qual’è al cospetto del mondo il maggiore di tutti i vostri delitti? Esso non è solo il sangue innocente che avete versato…, non è solo d’aver seminato a piene mani la rovina dell’Europa intera, per quanto esso sia il maggior argomento contro le vostre dottrine; no, ma è d’aver disincantato il mondo dalla libertà. È d’avere in qualche maniera disorientato il mondo! È d’aver risospinto verso le sue scaturigini il torrente degli umani destini…». Non s’era in Francia ripetuto, nel ’48, quello che era avvenuto in tutta l’Europa, dopo la rivoluzione francese? Il Croce la ignora completamente, e pur la figura luminosa di Pio VII sta là, sul fastigio di due secoli, a dimostrare due cose: primo, che la Chiesa non si oppone alle idee generose quando si presentano in figura onesta sull’orizzonte dell’umanità; secondo che è della sua natura e della sua missione l’imporre dei limiti agli eccessi del potere civile. È perfettamente antistorico l’immaginare che la rivoluzione francese, durante le sue diverse fasi, sia stata dagli uomini di chiesa respinta in blocco e in radice, senza alcuna distinzione fra il lievito buono e quello malvagio che fermentavano insieme in quel movimento complesso ed universale. A prova di ciò basta leggere ad esempio, per restare in casa nostra, le pastorali pubblicate dai vescovi italiani, al propagarsi del movimento repubblicano in Italia; e tra esse piú particolarmente «l’omelia del cittadino Cardinal Chiaramonti… detta nel giorno del SS. Natale l’anno 1797» . L’omelia del vescovo di Imola era una risposta ai rappresentanti per l’Emilia della Repubblica cisalpina i quali lo avevano invitato a far conoscere ai fedeli che lo «spirito del Vangelo è fondato sulle massime della libertà e della fratellanza e niente in opposizione alla democrazia». E infatti nel suo discorso il card. Chiaramonti dichiara: «La forma di governo democratico adottato fra noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, né ripugna al Vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù che non s’imparano che alla scuola di Cristo; le quali se saranno da voi religiosamente praticate formeranno la vostra felicità, la gloria, e lo splendore della vostra repubblica…». Ma ben più che queste verbali dichiarazioni giovarono alla causa della libertà le inermi proteste ch’egli oppose più tardi, all’uomo fatale, a cui nessun’altra forza in Europa aveva osato resistere. Pio VII innanzi a Napoleone: ecco lo spettacolo su cui si alza il sipario del secolo XIX. Il Croce l’ha lasciato nell’ombra come ha ignorato, dopo, uomini e fatti che non si convenivano alla sua pregiudiziale per concentrare invece tutti i coloriti più vivaci della sua critica sui periodi di reazione! Ma sarebbe davvero mettersi fuori di ogni logica umana il pretendere che i cattolici mantenessero il primiero ottimismo quando i liberali, permeati a poco a poco dell’anticlericalismo che montava e del giacobinismo che ritornava, passarono all’aggressione e all’oppressione. I fatti del Kulturkampf dei vari paesi sono troppo eloquenti. Nessuna possibilità di confondere in buona fede l’abolizione di forme o d’istituti superati o non essenziali con le soppressioni, con gli incameramenti; nessuna possibilità di far passare per diritto comune le misure eccezionali contro una classe o contro i credenti di una data fede. Qui è il liberalismo, sia pure incalzato da nuovi radicalismi, che è passato all’attacco ed ha invaso il terreno delle libertà altrui. Nessuna costruzione filosofica, nessuna abilità dialettica vale a superare questa chiara demarcazione nella storia del movimento liberale. Con ciò non s’intende concedere che i cattolici in Europa siano passati in pratica ad una politica di reazione. I fatti autorizzano ad affermare il contrario. Se il Croce non avesse accantonato con troppo facile disinvoltura il Belgio, piccolo territorio è vero, ma paese grande come campo esperimentale e vivaio d’Europa, egli avrebbe trovato nella libera costituzione e nella storia politica di quello un esempio di ciò che fu l’atteggiamento pratico dei cattolici di fronte alle libertà politiche, là ove essi poterono esercitare un influsso ed imprimere una direttiva. Nulla di più interessante che leggere i verbali del Congresso costituente, ove su duecento rappresentanti centoquaranta sono cattolici o conservatori, e dove come cattolici e liberali puri a la Nothomb si trovino d’accordo contro il gruppetto radicale che vorrebbe che «il potere civile primeggiasse sopra lo spirituale perché rappresenta l’interesse di tutti». Ne esce quello statuto sulle libertà e sui diritti belgi, che servì poi di modello a tanti altri, fino a quello di Weimar. A questo statuto i cattolici al governo rimasero fedeli, senza lederlo mai. Quando dopo il ’70 ricominciò a soffiare la tramontana giacobina, si insorse da due parti contro la costituzione libera: e da entrambe le parti, cioè dai liberali anticlericali e dal cosiddetto gruppo ultranzista si mirò a porre in imbarazzo i cattolici costituzionalisti, dipingendoli come fautori delle dottrine liberali. «La questione è di sapere – esclamava il radicale Bara verso i cattolici nella seduta del 10 febbraio 1872 – se voi considerate la libertà di coscienza, di culto, della stampa come appartenenti ai diritti naturali dell’uomo o meno». Al che risponde subito il Dumortier : «Noi li consideriamo come appartenenti ai diritti dei Belgi, iscritti nella costituzione». Pochi anni dopo l’Univers, appoggiando la campagna del Bien publique di Gand, scriveva che la destra parlamentare belga rappresentava la politica del cattolicismo liberale, un sistema di compromessi con l’errore e di accomodamenti col male, che bisognava finalmente stroncare. Le memorie recenti del Woeste hanno rivelato che il movimento dovette esser preso molto sul serio e che la Destra, preoccupata, mandò anche un memoriale a Roma. Chi ha seguito questa campagna di stampa di tribuna parlamentare troverà fuor di luogo il ridicolo che il Croce getta su la distinzione fra tesi ed ipotesi, quasicché in tutta la storia del mondo non vi sia distinzione fra l’ideale e il possibile, fra l’assoluto e il condizionato, tra il principio astratto e la realizzazione concreta. Ma a chi afferma il progresso umano attuabile solo in regime libero, che cosa può importare che tale libertà sia garantita da un patto politico, piuttosto che da una dottrina, quando il patto politico venga dai cattolici concluso coll’onesta convinzione ch’esso rappresenti il meglio che si possa fare nella realtà della società contemporanea? Né la Chiesa ha mai condannata tale linea di condotta. Invitato una volta ad uscire dalla sua riserva appunto, per la campagna inscenata nel Belgio, Leone XIII, come ricorda il card. Ferrata nelle sue Memorie (III, 62), dichiarava al rappresentante diplomatico di disapprovare gli attacchi contro la Costituzione ed aggiungeva: «I cattolici devono rispettare le leggi del loro paese e lo devono soprattutto quando queste leggi, come la legge fondamentale, sono favorevoli alla Chiesa. La vostra Costituzione è un contratto, un patto lealmente consentito da tutti; tutti sono obbligati a mantenerla e a difenderla. Del resto il Papa e i cattolici hanno in Belgio delle libertà e dei diritti importanti… Nomino direttamente i vescovi e governo la Chiesa in Belgio senza impacci». Questa fedeltà alla Costituzione fu anche una delle più ferme direttive dei cattolici tedeschi. Anche qui, benché in numero minore e adeguati al diverso clima, non mancano i campioni della libertà. Né l’Haller né il Gentz ebbero tra i politici del Centro discepoli di qualche valore: antesignano di essi fu invece Guido Goerres, il quale nel «Deutschland und die Revolution» s’era rivolto contro i governi reazionari ed ai principi radunati a Verona aveva ricordate le loro promesse costituzionali. Come mai il Croce vuol mettere il Goerres fra i reazionari? Forse perché nel suo «Athanasius» combatté vigorosamente il concetto hegeliano dell’onnipotenza statale? Del Ketteler basterà ricordare che nel ’48, eletto nel parlamento di Francoforte, andò a sedere a sinistra. Augusto Reichensperger lavorò con tanto zelo a Francoforte e due anni a Berlino, per far inserire nella Costituzione gli articoli sui «Diritti dei tedeschi» rispettivamente dei prussiani, che era divenuto di moda parlare di una «Charta Reichensperger». Windthorst che, quale ministro dello Hannover aveva difeso la Costituzione a tipo inglese contro la reazione abilmente suscitata dalla Prussia, entrò nel 1867 nell’assemblea federale col programma: «Sviluppo della Costituzione in senso liberale costituzionale, responsabilità dei ministri, corte suprema, libertà di stampa, di riunione, ecc.»: e a tale programma rimase fedele sempre, anche come capo del Centro contro Bismarck, anche quando ne traevano vantaggio i socialisti, anche se dopo il voltafaccia dei liberali-nazionali, ripudiò l’epiteto di liberal per vantarsi tuttavia Freiheitlich. L’atteggiamento del Centro d’anteguerra nel propugnare il suo Tolleranzantrag, la sua preziosa ed attiva collaborazione allo statuto della Repubblica, la linea seguita in mezzo ai due partiti estremi fino al giorno d’oggi non costituiscono che una logica conseguenza del suo programma fondamentale: linea-programma che servirono di esempio ai politici cattolici di tutti gli altri paesi. E anche in Francia i tentativi leoniani del ralliement, la creazione dell’Action libérale populaire di De Mun e Piou, non rappresentano diversi gradi dello stesso sforzo che tende ad avviare i cattolici alla pratica costituzionale sul terreno della libertà? Ma il più grave errore di visuale è quello che il Croce commette quando, arrivato all’ultimo periodo del sec. XIX, dipinge come reazione anche l’atteggiamento dei cattolici sociali o democratici cristiani, ispiratisi a quell’enciclica che il Croce non si perita di chiamare la «famigerata» Rerum Novarum. E pure questo fu un movimento che si svolse secondo quello che egli chiama il gioco della libertà e che, nell’intento di preservare la società da scosse rivoluzionarie o esperimenti bolscevichi, mirò a difendere le libertà politiche e gli ordinamenti democratici contro ritorni assolutistici di classi e di partiti. La sociologia cristiana, che sviluppò e codificò le dottrine di tale movimento, cercò sovratutto di distinguere le funzioni dei diversi poteri e di stabilirne i limiti: e di fronte allo Stato accentratore e alle minacce di dittatura marxista affermò i diritti della persona, della famiglia, delle libere associazioni. Difendendo tali libertà i cattolici sociali potevano richiamarsi direttamente all’insegnamento ufficiale della Chiesa, perchè Leone XIII aveva scritto nella Rerum Novarum: «Non è giusto che il cittadino, che la famiglia siano assorbiti dallo Stato; giusto è invece che si lasci e all’uno e all’altra tanta indipendenza di operare, quanta se ne può, salvo il bene comune e gli altri diritti». «L’uomo – proclama sempre la stessa enciclica – ha i suoi diritti inviolabili prima di entrare a far parte della società. Est homo quam respublica senior!». A ragione del resto fu rilevato che il centro motore di tutta la riforma sociale, per Leone XIII come per la scuola che ne seguì gli insegnamenti, non è lo Stato, ma sono le libere Associazioni, cioè le forze autonome, che derivano la loro origine e la loro funzione dal diritto naturale, anteriore al diritto positivo, qual’è formulato nelle leggi. «Imperocché, – proclama sempre lo stesso documento pontificio – il diritto di unirsi in società l’uomo l’ha da natura, e i diritti naturali lo Stato deve tutelarli non distruggerli». Si badi ancora che il Papa, assumendo questo atteggiamento di libertà, ha coscienza di muoversi nel solco tradizionale della Chiesa, perché altra volta, trattando della costituzione cristiana degli stati, egli esclama con una forza che non mette dubbi: «E non è un fatto consegnato alla storia, che tutte le istituzioni più efficaci a procacciare la pubblica incolumità, le più atte ad allontanare dai popoli il malgoverno e la tirannia, ad impedire la indebita ingerenza dello Stato nell’azione propria del municipio e delle famiglie: le disposizioni meglio valevoli a garantire nei singoli cittadini la dignità, la personalità umana e l’eguaglianza dei diritti, o ebbero origine dalla Chiesa, o furono da lei benedette e protette?». Ma a questo punto sarebbe forse arrivato il momento di prendere in parola Benedetto Croce, il quale in una delle poche pagine veramente liberali del suo libro invita gli altri a ripensare la storia del secolo XIX da un punto diverso anche dal suo, concedendo che «se ciò faranno con animo puro, obbedendo al comando interiore, anch’essi bene prepareranno l’avvenire». Noi vorremmo dunque che codesto «ripensamento» avvenisse col proposito di rispondere a domande come queste: Che cosa ha prodotto nella storia europea il concetto dello Stato propugnato da Hegel, il quale lo concepiva come «lo spirito che si dà la propria realtà nel processo della storia universale?». Quale posto è stato riservato all’individuo, del quale lo stesso filosofo ha detto che esso «ha oggettività, verità ed eticità soltanto in quanto è componente dello Stato?». Che cosa accade della libertà politica quando, come sostiene il Croce nei suoi «Frammenti d’Etica» , lo Stato vuol essere la vera Chiesa… aver cura di anime e non di soli corpi, esercitare per conto suo uffizi della moralità e della cultura? Infine, quali deduzioni si sono tirate – durante il secolo passato – dall’insegnamento di un altro discepolo italiano dello Hegel «non essere la società che la realtà nel volere del suo processo; onde il valore universale s’instaura con l’immanente soppressione dell’elemento particolare?» . Il questionario è talmente appropriato, e così profondamente legittimo, che il Croce stesso vi troverà argomento per un buon esame di coscienza. Quest’esame dovrebbe almeno arrestare il suo braccio, quando sta per lanciare contro i cattolici la prima pietra. 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Nel 1817 giunse a Roma, come suo segretario particolare, Cristiano Bunsen, laureato in teologia protestante e in filologia, giovane di grande intelligenza e di belle speranze, il quale si era guadagnate le simpatie del principe ereditario, il futuro Federico IV, perché anch’egli come lui si proponeva di ridare al Protestantesimo un’unità ecclesiastica e di creare per questa chiesa nazionale prussiana da ricostituirsi una nuova liturgia, la quale accontentasse le aspirazioni dei romantici e arginasse così la corrente delle conversioni al Cattolicismo. Notiamo subito che in religione il Bunsen era assai eclettico. Si poneva al di sopra delle sètte e nella sua vita cambiò spesso di gusto: ora gli piaceva la Chiesa episcopale, ora la riformata, ora questa o quella sètta americana; ma quello che contava per lui sopra ogni cosa era il razionalismo, biblico, nel quale vedeva non a torto l’essenza di un Protestantesimo universale. Ora per tale sognato universalismo protestante gli parve che da Roma potesse partire l’esempio e l’impulso. L’avveramento del sogno cominciò con inizi assai modesti. Promosse il Bunsen per il 9 novembre 1817 una festa commemorativa centenaria della riforma, ma il Niebuhr non ebbe coraggio di farla celebrare nella sede dell’ambasciata, e s’accontentò del suo appartamento privato di via Aracoeli. Senonché ritiratosi il Niebuhr nel 1823, gli successe a dirigere l’ambasciata lo stesso Bunsen, il quale, più libero e, come vedremo, meno prudente istituì sul Campidoglio, in una sala del palazzo Caffarelli, una cappella con culto protestante. Cappelle non cattoliche, come ad esempio quella greco-ortodossa, esistevano anche presso altre ambasciate, ma si trattava di oratori strettamente privati. Il Bunsen invece a mano a mano trasformò la sua in chiesa pubblica, v’istituì accanto una società corale col compito di applicare in pratica il suo nuovo Gesangbuch e v’installò permanentemente un pastore. Più tardi parve che il sogno capitolino dovesse venir stroncato, giacché Chateaubriand, venuto un giorno a visitare palazzo Caffarelli, se n’era innamorato ed aveva proposto al suo governo di comprarlo. Allora il Bunsen mise l’occhio sul palazzo Cambiaso presso il Quirinale, e nel 1829 lo comprò, scrivendo in patria che tale palazzo era molto adatto, perché «conteneva una cappella». Ma quando il pericolo d’una concorrenza francese scomparve, Bunsen propose a Berlino di lasciar andare il Quirinale e di stabilirsi definitivamente sul Campidoglio perché la settennale sede della cappella aveva consacrato agli occhi del mondo questo monte meraviglioso. Ed ecco il Bunsen riprendere la costruzione del suo sogno. Nel 1835 egli compra sul «Monte Caprino», come allora si chiamava questa parte del Campidoglio, la proprietà Morescotti e la trasforma in un ospizio ospedale per protestanti, chiamato la «casa tarpea». L’ospedale in minuscole proporzioni esisteva anche dapprima ed era stato tollerato, fino che ebbe carattere intimo; ma ora che la stampa protestante cominciò a parlare di ricovero pubblico ed annunziò che sugli stessi edifici sorgerebbero anche delle scuole, il governo pontificio intervenne energicamente e il card. segretario di Stato Lambruschini invitò il Bunsen a mettersi d’accordo col governatore di Roma per far riservare ai suoi infermi un posto negli spedali pubblici. A questa data la Segreteria di Stato che aveva lasciato correre pazientemente per riguardo al re di Prussia, cominciò ad allarmarsi sul serio del proselitismo del Bunsen. I giornali protestanti recavano tratto tratto dei trafiletti inneggianti alla conquista del Campidoglio e, riferendosi anche alla comunità protestante in Napoli, vantavano la diffusione del Protestantesimo in Italia. Metternich, per mezzo dell’ambasciatore a Roma Lützow e del nunzio a Vienna, svelava i piani del Bunsen, che si giovava per i suoi scopi anche dell’istituto archeologico tedesco, fondato anch’esso dapprincipio, senza il debito permesso del governo di Roma. Il Lützow considerava il Bunsen come «il missionario del Protestantesimo in Roma e come colui che aveva impedito a più d’un artista venuto dal nord all’eterna città di passare al Cattolicismo»; e il nunzio a Vienna scriveva: «Sa il principe che lo scopo principale che ha il ministro di Prussia nell’essere in detto palazzo (Caffarelli) è di poter dire che si è stabilito il culto protestante sul Campidoglio»; e del Bunsen affermava il Metternich che «sotto il pretesto delle belle arti… fa un proselitismo ben scandaloso nella capitale del mondo cattolico». Di fronte a queste accuse che si elevavano d’ogni parte contro di lui l’ambasciatore prussiano prende le sue precauzioni, la prima delle quali doveva essere quella di assicurarsi per sempre la rocca del Campidoglio. Riesce perciò ad indurre il duca Caffarelli, che ha bisogno di denari, a vendere alla Prussia il suo palazzo: senonché, trattandosi di un fidecommesso di famiglia, è necessario il permesso del governo, il quale naturalmente lo nega. Allora Bunsen combina la vendita di quella parte di cui il duca poteva disporre e si assicura con un contratto tortuoso il diritto di prelazione sul resto e una lunga affittanza. Il papa risponde facendo arrestare il Caffarelli. Ne derivò una lunghissima questione giuridica, che qui non importa di seguire ma che fu risolta appena nel 1895 sotto l’ambasciatore Bülow, con un compromesso. Va rilevato invece che papa Gregorio XVI, messo ormai in allarme dalle imprese del Bunsen, insistette con tutte le forze finché ogni pericolo fosse tolto. L’ospedale venne chiuso e l’istituto archeologico venne più oltre tollerato solo a condizione che ne assumesse il protettorato un cattolico, e questi fu lo stesso Metternich. Ma il colpo più decisivo doveva essere il richiamo del Bunsen. Costui era stato gravemente implicato nell’affare della convenzione di Colonia per i matrimoni misti . Si ricorderà ch’egli sotto Pio VIII aveva trattato a Roma la questione dei matrimoni misti in Prussia, riuscendo ad ottenere come massima concessione il Breve del 25 marzo 1830. Senonché in Berlino di tal risultato non si era contenti e il Bunsen, chiamato colà tanto disse e brigò che indusse l’arcivescovo di Colonia Spiegel ad una convenzione che oltrepassava le concessioni del Breve. La convenzione era segreta; ma fu svelata presto dal vescovo di Treviri , suffraganeo di Colonia, sul letto di morte; e il conflitto divenne pubblico ed acuto quando il successore dello Spiegel, l’arcivescovo Droste, per essersi rifiutato di accettare la convenzione, venne incarcerato. Di tutto questo maneggio il Bunsen era stato uno dei primi macchinatori e tuttavia, tornato a Roma, di fronte alla Segreteria di Stato negò perfino che la convenzione di Colonia esistesse. Questa falsità fece traboccare la bilancia. Il papa si rifiutò di riceverlo più oltre e il governo prussiano dopo molte tergiversazioni dovette finire col richiamare questo strano diplomatico. Tutto ciò è narrato con molti particolari in un libro recente di mons. Bastgen: «Forschungen und Quellen zur Kirchenpolitik Gregors XVI, Paderborn, 1929» , al quale dobbiamo anche molti elementi di questa nostra rievocazione. Il successore del Bunsen, von Buch, si mantenne più riservato e non diede occasione a simili lagnanze. Con ciò il sogno capitolino del Bunsen era diventato un sogno tarpeo. Ma il sognatore non cessò di sognare. Mandato a Londra nel 1840 lanciò l’idea di costituire a Gerusalemme un vescovado anglicano-protestante, colla sua Liturgia; e vi riuscì, e negli ultimi anni della sua vita si vantò d’aver congiunto con un filo ideale Roma e Sion. Trama ben lieve però che doveva presto spezzarsi e scomparire senza traccia nell’abisso delle aberrazioni umane. "} {"filename":"079fcdb7-3807-4c29-b9e4-eb77e5d4ab5b.txt","exact_year":1932,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Camminando per la monumentale «via dell’Impero» in un’ora tranquilla, il pensiero risale il cammino dei secoli e va rappresentandosi i vari periodi, nei quali l’irresistibile suggestione di quelle rovine influì in modo particolare sugli animi e sulla storia degli uomini. Più spontanea e più agevole, perché più nota, si affaccia naturalmente alla memoria l’epoca degli umanisti, la storia del Rinascimento; e risuonano all’orecchio famosi versi del Petrarca; ma poiché nella quiete notturna la perfezione della tecnica moderna ha permesso di proiettare dall’alto del Campidoglio sui Fori una romantica alternativa di luci e di ombre, il nostro pensiero si sofferma all’immagine della Roma settecentesca, quale ci appare dalle «Antichità Romane» e dalle «Vedute di Roma» di Giovan Battista Piranesi , che per gl’incantevoli effetti di luce delle sue incisioni fu detto appunto il Rembrandt delle rovine antiche. Qui non s’intende di rinnovare il ricordo della Roma del Piranesi per raffronti di carattere artistico. Ma la Roma del Piranesi è precisamente la Roma di papa Lambertini , e noi pensiamo alla metà del settecento come ad uno dei periodi storici, nei quali rinasce il culto dell’antico, come a quel periodo anzi che costituisce la premessa indispensabile di tutto il neo-umanesimo fino ai nostri giorni. Quello di Benedetto XIV fu un pontificato tormentoso, pieno di calamità e di guerre; gli eserciti austriaci e spagnoli scorazzavano in lungo ed in largo per lo Stato pontificio, svernandovi a piacimento. Quando salì al trono Benedetto XIV trovò un debito di 56 milioni e un deficit annuo di 200.000 scudi; e malgrado tutte l’economie e tutti gli esperimenti fiscali, del deficit non riuscì mai a liberarsi completamente. Nonostante queste condizioni sfavorevoli, il papa fece miracoli per promuovere le arti e le scienze. È stato spesso ricordato quello ch’egli fece per il progresso dell’università di Roma e di quella di Bologna, sua patria, il grandioso sviluppo della Biblioteca vaticana, per la quale comperò la celebre collezione dei codici ottoboniani , la splendida iniziativa ch’egli prese, per suggerimento di Scipione Maffei , di fondare il museo cristiano, cominciando col comprare la collezione del cardinale Carpegna ed in genere il suo largo mecenatismo verso gli artisti ed i dotti. Ancora quando era arcivescovo d’Ancona aveva scritto che «il miglior servizio che poteva fare alla Santa Sede un cardinale era quello di tirare a Roma molti uomini onesti e dotti, perché il papa non ha né armi né eserciti ed il suo prestigio dev’essere tenuto alto col fare di Roma il modello di tutte le città». A ragione quindi dotti di ogni paese andarono a gara nell’esaltare papa Lambertini, dall’Algarotti al Maupertuis, da Ludovico Muratori al Voltaire . I musei capitolini Ma qui si vuole accennare più particolarmente al suo culto per le cose antiche. Soleva dire che «a Roma le rovine sono ricchezze, basta cercare un poco, e si trovano tesori». Ed egli cercò, scavò, mise le mani su tutto quello che si scopriva, e quanto poté, a costo di qualsiasi sacrificio, raccolse nel museo capitolino. Pochi forse di coloro che oggi visitano le collezioni capitoline hanno un pensiero di gratitudine per papa Lambertini, al quale si devono le statue e i monumenti più preziosi. Fu lui che comprò dal duca Francesco III di Modena le sculture di villa d’Este, fu Benedetto XIV che assicurò al museo la Venere capitolina, il Satiro di Prassitele, l’Amore coll’arco, la Vecchia ubbriaca, le statue dei Bambini col serpente, colla maschera di Sileno e coll’oca, la Vestale e l’Amazone di Sosicle, il Gallo morente, l’Antinoo e l’Arpocrate, il Discobolo, la Flora, ed una serie interminabile di erme e di busti, di sarcofagi e altorilievi, di mosaici e di colonne, senza parlare dei frammenti della pianta urbana e delle statue egiziane colle quali Benedetto XIV fondò a piano terra dello stesso edificio il «museo egizio». Se si prende in mano il catalogo del museo compilato nel 1750 da Ridolfino Venuti , si vede con stupore che il Museo capitolino nei suoi elementi più notevoli era costituito già allora, com’è ai tempi nostri. E il papa, coadiuvato dal cardinal Valenti , volle che il museo servisse di scuola, per cui istituì in una sala apposita sul Campidoglio una scuola dell’arte del nudo e trattò con ogni liberalità gli artisti che venivano a Roma da tutte le parti del mondo. In quei tempi in Campidoglio si sarebbe incontrato quasi giornalmente il Wincklemann , il quale, come ricorda il Pastor, nel 1755 scriveva a Dresda per lodarsi della libertà di studio che godeva a Roma. È in queste sale che il grande tedesco concepì le basi della storia dell’arte e da qui sgorga quella sorgente d’idee neo-umanistiche che avrà per portavoce principale Wolfango Goethe. La custodia del Colosseo Il Lambertini tuttavia non si fermò all’antico, ma nel palazzo di fronte, eresse, quasi per contemperamento, la celebre pinacoteca, oggi ancora ammirata e alla quale procurò più di 200 capolavori, specialmente coll’acquistare la collezione del cardinal Sacchetti che, essendo stato legato a Bologna dal 1626 al 1631, aveva comprato molte opere della scuola bolognese, e quelle del cardinal Pio da Carpi , il quale aveva fatto dei fortunati acquisti a Venezia. Così dall’ammirazione delle antichità pagane si passava alle opere d’arte dell’èra cristiana, poiché questa appunto era sempre stata la direttiva dei pontefici, di far parlare accanto all’antico l’arte del nuovo, perché il pensiero di quello, non poteva essere che una preparazione di questo. Di tale concezione, che trovò la sua maggiore espressione artistica nella Divina Commedia, vediamo qui, camminando sulla via dei Fori, vestigia e prove monumentali: e non fu questo lo stesso pensiero che sotto il pontificato di Benedetto XIV ridiede splendore e vita al Colosseo? In causa del terremoto del 1703 l’immenso edificio era caduto di nuovo in deperimento e poiché era lontano dall’abitato, esso era diventato il ricovero dei malviventi. Il famoso presidente de Brosses , visitandolo nel 1739, lo trovò in condizioni così lagrimevoli che nel suo epistolario consiglia i romani ad abbattere quella metà che stava verso il Celio, ed era la più mal ridotta, ed a concentrare ogni cura nel conservare l’altra metà. Ma Benedetto XIV, che non aveva a disposizione né la polizia né i mezzi tecnici, ai quali potremmo ricorrere noi, pensò di redimere e ad un tempo di salvare il Colosseo, consacrandolo al culto cristiano. Ed ecco che dopo aver rifatto i muri di chiusura, eretti per la prima volta da Clemente X nel 1675 , papa Lambertini volle che nell’interno si erigesse la Via Crucis e che un’apposita confraternita garantisse la continuità del culto. D’allora due volte alla settimana i romani accorsero a centinaia e migliaia nel Colosseo, considerato terreno santificato dal sangue dei martiri, e nell’anno giubilare del 1750 celeberrime e affollatissime furono le prediche che S. Leonardo da Porto Maurizio vi tenne con parola infocata intorno alla passione di quel Cristo che aveva liberato il mondo dagli orribili delitti che nel Colosseo erano stati perpetrati. Un’altra volta il papa mandò il suo segretario di Stato cardinal Guadagni a celebrare nel Colosseo, coll’assistenza di tutta Roma, un solennissimo pontificale. Non dobbiamo noi essenzialmente a questo pensiero cristiano se oggi in fondo alla nuova via imperiale, vediamo giganteggiare ancora l’anfiteatro dei Flavi? Quel Cristianesimo sopravvenuto non era un elemento posticcio; ma un perfezionamento logico e naturale. Il mondo antico, scriveva già mons. Hafner , successore del Ketteler a Magonza, non poteva lasciarci nei suoi monumenti un ideale perfetto dell’umanità. Esso non è che un disegno ad ombre, il quale attende il suo colore e la sua vita da un’immagine superiore. Quest’immagine superiore della perfezione umana è il Figlio di Dio incarnato, immagine prima di ogni creatura, non costruzione dell’umano intelletto, ma verità e vita. "} {"filename":"2ae97996-e645-4a49-b7fc-69dc6d56cd85.txt","exact_year":1933,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Giovanni Kepler era nato a Norimberga nel 1571 da famiglia rigidamente ed attivamente protestante, aveva compiuti gli studi medi nell’ateneo luterano di Maulbronn e s’era laureato, prima che in matematica, in teologia alla facoltà protestante di Tubinga. I professori di Tubinga erano i rappresentanti più severi e più ombrosi dell’ortodossia luterana, i sostenitori più acerbi della cosidetta formola della concordia, di quella professione di fede cioè ch’era stata fissata nel 1580 da una parte per porre termine alle divergenze tra i fedeli di Lutero ed i seguaci di Melantone e dall’altra parte per troncare con un taglio netto ogni contatto del Luteranesimo col Calvinismo. Il giovane Kepler invece mostrava di avere già allora una concezione meno angusta e pensava che la Chiesa di Cristo stesse al di sopra delle sètte e fosse universale, comprendendo perfino quella Chiesa romana, nella quale i luterani, fedeli allo stile del maestro, vedevano l’anticristo e la gran bestia dell’apocalisse. In particolare poi in parecchie dispute e in conversazioni cogli amici, coi quali trattava volentieri siffatte materie, Kepler s’era rifiutato di aderire alla Formula concordiae , per quello che riguardava l’asserita ubiquità del Corpo di Cristo e la fusione delle due Nature e sosteneva invece, fondandosi sulla tradizione patristica, le due Nature distinte in una sola Persona. In ciò quindi Kepler si accostava ai cattolici, mentre per quanto riguardava la presenza del Corpo di Cristo nell’Eucaristia, andava sempre più inclinando verso i calvinisti. I professori di Tubinga lo chiamavano perciò «mezzo papista e mezzo calvinista», e tirarono un sospiro di sollievo quando il fervido ingegno del norimberghese, attratto sempre più dalle scienze matematiche, si dedicò quasi per intiero all’astronomia. Giovanni Kepler infatti nel 1593 accettò il posto di «matematico» presso il ginnasio protestante di Graz e colà prese anche stabile dimora, sposando quattr’anni dopo una nobile stiriana, Barbara Müller. Senonché nel 1596 assunse il governo della cosidetta Austria interiore e quindi anche della Stiria, l’arciduca Ferdinando, il quale risolse di ricattolicizzare i suoi paesi ereditari, richiamandosi al principio imposto dai protestanti nella pace di Augusta (1555): cuius regio, eius religio. Come cioè i principi protestanti, valendosi di questo principio, avevano espulso dai loro paesi le minoranze cattoliche così fece ora anche Ferdinando espellendo da Graz e dalla Stiria i protestanti che nell’ultimo cinquantennio vi erano immigrati o avevano aderito all’eresia. In un primo tempo però Ferdinando fece un’eccezione per il «matematico» e «astrologo» Kepler (egli non era ancora il celebre astromo quale fu celebrato poi); ma nel 1599, probabilmente perché si era saputo che il Kepler s’era frattanto occupato anche di controversie religiose, venne anch’egli assoggettato alla regola comune: misura che doveva parere meno dura perché l’astronomo aveva combinato già coll’imperatore Rodolfo II di recarsi in Boemia a lavorare assieme al celebratissimo matematico Tycho de Brahe . Stette infatti in Boemia fino alla morte di Rodolfo II (1612), ed in questo periodo pubblicò la sua ottica, la sua astronomia nova e iniziò le sue effemeridi . Nel 1612 il Kepler, che rimaneva nello stesso tempo stipendiato dell’imperatore, accettò il posto di matematico all’istituto provinciale di Linz. Linz era allora in mano dei luterani e precisamente di quelli di più rigida osservanza. Il pastore Daniele Hizler, che aveva dei dubbi sul conto del nuovo «matematico» pretese che, prima di salire la cattedra, sottoscrivesse senza riserva la formola della concordia. Ma Kepler era uomo retto e animo profondamente religioso. Ripugnandogli quindi di ricorrere a mezze misure o a scappatoie opportuniste, palesò francamente l’animo suo. In risposta Hizler lo escluse dai sacramenti e lo scomunicò in tutta forma. Invano lo scienziato, divenuto già allora un uomo illustre in tutto il mondo scientifico, ricorse al concistoro di Stoccarda e mise di mezzo tutti i suoi vecchi maestri, scrivendo dei ricorsi eloquenti e delle lettere piene di fervore religioso e dottrina teologica: la scomunica venne confermata ed egli dovette vivere a Linz come eretico vitando fino a che nel 1622 per le vicende della guerra dei Trent’anni la stessa comunità protestante di Linz venne sciolta (I). Uno dei crimini che i teologi luterani non perdonavano a Giovanni Kepler era la sua strenua difesa del sistema copernicano. È risaputo che il canonico di Frauenburg, Niccolò Copernico , dopo aver studiato a Bologna, Ferrara e Padova (1501) s’era ritirato in patria presso lo zio, vescovo di Ermland, al quale serviva di protofisico e di matematico. Fu qui che il Copernico, seguendo le orme recenti del cardinale Niccolò di Cusa († 1464) e del vescovo Giovanni Müller (Regiomontanus) , escogitò il suo sistema solare che espose nel 1543, poco prima di morire, nel suo libretto De revolutionibus orbium coelestium, che dedicò al pontefice Paolo III . Questo libro, che doveva abbattere il sistema tolemaico e aprire nuove vie alla scienza moderna, rimase indisturbato per 70 anni e sotto 13 papi e probabilmente nessuno se ne sarebbe allarmato se in Italia, ai tempi di Galilei, non si fosse voluto portare per forza la polemica sul terreno dell’esegesi biblica. I cattolici, in fondo, memori dell’atteggiamento dei santi Padri e ricordando che S. Tommaso stesso ad una questione simile aveva data la risposta: Videtur tamen mihi contrarium posse tollerari absque fidei periculo , potevano ben assistere serenamente agli ulteriori sviluppi dell’ipotesi copernicana. I luterani invece furono subito addosso al povero canonico di Frauenburg. Lutero lo chiamò senz’altro un pazzo, Melantone lo giudicava uno stravagante ed in genere la scuola di Wittenberg, nella sua gelosa preoccupazione per la Bibbia, lo condannava senza remissione. È naturale quindi che anche il Kepler, il quale, nel suo Prodromus e nelle sue Epitome astronomiae copernicanae si fece del nuovo sistema il più convinto ed efficace banditore, fosse guardato ostilmente dai suoi teologi e pastori. E pensare che una storiografia da strapazzo ha tentato di fare del Kepler una vittima dei… gesuiti! La storia vera dimostra invece che i cattolici trattarono il Kepler con deferenza e con amicizia, offrendogli quell’aiuto ch’egli aveva cercato invano presso i suoi correligionari. Amico costante ed efficace in tutti i frangenti della vita gli fu Herwart von Hehenburg , il cattolico cancelliere del duca bavarese, il quale, quando il Kepler doveva lasciare Graz, lo mise in relazione con Thycho de Brahe e lo raccomandò a parecchi funzionari imperiali di Praga. Buon amico gli si dimostrò anche Ernesto , arcivescovo e principe elettore di Colonia il quale, conosciutolo a Praga, gli lasciò in dono un tubus, regalatogli da Galileo Galilei e fece stampare a sue spese le Dioptrice . Rapporti cordiali ebbero con lui gli abati di Admont e Kremsmünster, il nunzio pontificio alla corte di Graz Porzia e il nunzio di Praga, i quali s’incaricarono talvolta di trasmettere le lettere di Kepler in Italia. Il più curioso è – come notava recentemente anche il Fülöp-Miller nel suo libro sui Gesuiti – che i suoi più validi amici e collaboratori vanno proprio ricercati tra le file di coloro che vengono descritti come i rappresentanti più tipici della reazione. Nel 1600, quando il Kepler fu bandito da Graz, chi intervenne ad invocare ed ottenere per lui notevoli agevolazioni se non il P. Deckers S. I. , matematico all’università stiriana? Un altro Padre, lo Zucchi , gli regalò il primo cannocchiale che possedesse. E quando per l’opposizione dei suoi correligionari, non sapeva più ove stampare le sue famose effemeridi, ecco i Gesuiti offrirgli la loro tipografia d’Ingolstadt. Il P. Ziegler di Magonza raccoglie per il Kepler dati astronomici e per sua intercessione lavorano a tale scopo anche gli altri astronomi della Compagnia in Francia, Italia e Portogallo; il suo carteggio coi padri Curtius, Serarius e Gulden dimostrano quanto attiva e feconda fosse la sua corrispondenza cogli scienziati della Compagnia. Il P. Gulden che dimorava a Vienna ci compare addirittura come il procuratore del Kepler nelle numerose vertenze ch’egli ebbe presso la corte imperiale. Vero è che i Gesuiti, specie i padri Gulden e Curtius tentarono anche d’indurre il Kepler, del quale ammiravano il nobile sentire e la profondità delle convinzioni religiose, a passare il Rubicone e farsi cattolico. Ma le loro lettere lungi dall’essere «ispirate ad arti diaboliche», sono commoventi per l’affetto veramente fraterno che tutte le pervade: Kepler lo sente e lo apprezza, ma le resistenze della sua educazione sono ancora troppo forti in lui. Quando in un viaggio fatto a Ratisbona per presentare le sue rimostranze all’imperatore, lo colse non ancora sessantenne la morte, il pastore che lo confortò moribondo annunziò che il grande astronomo era morto protestante, perché alla domanda per qual mezzo credesse di farsi salvo rispose: Unico Salvatoris nostri Iesu Christi merito; in quo scilicet omne refugium, solatium et salutem suam fundatam esse testari. Risposta che può ben avere anche un senso cattolico e che, comunque, non autorizza certo ad aggregare lo scienziato ai settari che in quel tempo, freschi ancora dello stile di Lutero, imprecavano a Roma come alla moderna Babilonia. I Nel 1920 aveva dovuto una volta accorrere da Linz in patria per salvare la madre, ch’era stata accusata di stregoneria dall’Obervogt di Leonberg. "} {"filename":"f0708d44-8ef0-409a-a8ce-d7d5cad0cd65.txt","exact_year":1933,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"La costituzione delle Landeskirchen protestanti – La lotta liberatrice dei cattolici – «Papa-Re» e «Re-Papi» – Le «chiese» o «società religiose» nella repubblica – La prima unione federativa – La questione della «chiesa», secondo il Dibelius – I cristiani tedeschi e i pastori di Altona – La disgregazione attuale e l’ideale della Reichskirche – Tentativo di concentrazione unitaria autonoma – Si cerca di salvarsi risuscitando i «vescovi» – Critiche e controversie nelle riviste protestanti – Il colpo di Stato e il licenziamento delle gerarchie elette – L’intervento di Hindenburg e il nuovo statuto – Unità formale e politica, non religiosa – Ritorno di Lutero Le vicende del Protestantesimo tedesco meritano tutta la nostra attenzione. Siamo appena agl’inizi di uno sviluppo la cui ampiezza e direttiva non si possono ancora precisare. È utile intanto fissare i termini di questa prima fase. Presupponiamo noto il punto di partenza: Lutero non concepisce nemmeno la separazione della Chiesa dallo Stato, non dico una separazione nel senso moderno, ma nemmeno una distinzione delle due sfere autonome. Per lui il mondo è un’unità, unum corpus christianum, con una testa sola, e questa testa è il principe. Dagli scritti suoi, da quelli di Melantone e dai vari ordinamenti elaborati, poi, nelle conferenze dei teologi ed emanati dai principi risulta che il signore del paese (Landesherr) ha dei diritti non soltanto circa sacra, ma anche iura in sacra e che assomma in sé la pienezza dei poteri episcopali (Summepiskopat). Bisogna aggiungere però che fra i teologi luterani in tutti i secoli la materia fu oggetto di controversia e che si cercò ripetutamente di distinguere fra le prerogative del principe, le quali dovevano riguardare solo gli ordinamenti della Chiesa (Kirchenregiment) e le decisioni in materia dottrinale (Bekenntnis). Ma in via di fatto, fino che i principi furono assoluti, tutto dipese in ultima istanza dal principe e dal suo ministro dei culti. Fu soltanto col prevalere delle idee costituzionali liberali del 1848 che le cose presero lentamente un’altra piega e nelle chiese o sètte luterane cominciò ad introdursi la costituzione sinodale, che fino allora era propria di una minoranza protestante, cioè dei riformati (calvinisti). La lotta stessa ingaggiata prima in Prussia e poi nel Reich dai cattolici per difendere l’autonomia della loro Chiesa portò anche una maggior libertà d’azione ai protestanti. La costituzione prussiana del 1850, emanata sotto l’influsso delle idee liberali, diceva all’art. 15: «La Chiesa evangelica, la Chiesa cattolica come ogni altra società religiosa ordinano e amministrano i loro affari indipendentemente…» e l’art. 18 aboliva il diritto dello Stato a proporre e nominare agli uffici ecclesiastici, salvi i diritti di patronato e titoli speciali. I capi di quella che si chiamava allora «frazione cattolica», cioè i fratelli Reichensperger e Mallinkrodt , insistettero poi nel parlamento prussiano perché tale «libertà religiosa» venisse garantita, e il Centro stesso nel Reich dopo il 1871 ne fece il fulcro di tutta la lotta che si sviluppò poi nel Kulturkampf. E il Centro, aiutato, sorretto e diretto dal Pontificato romano, finì col vincere, benché l’obbligo di denunciare allo Stato le nomine ecclesiastiche, prima di renderle pubbliche (Anzeigepflicht), rimasto nella convenzione di Leone XIII con Bismarck, rappresentasse sempre un pericolo, che non scomparve se non colla Costituzione di Weimar . Le sètte protestanti invece, non potendo disporre di un’autorità suprema indipendente dai principi, sulla quale far leva, finirono coll’accasciarsi di nuovo ai loro piedi! Tanto è vero, come fu scritto altra volta, che il «Papa-Re», cioè un Capo supremo ecclesiastico indipendente dai principi civili, è una necessità per impedire che gli stessi principi si trasformino in altrettanti «Re-Papi»! Una certa costituzionalità tuttavia era nello spirito dei tempi e così l’ordinamento delle sètte luterane della Prussia, quale si sviluppò nel periodo prebellico prevedeva alla base la comunità religiosa col consiglio ecclesiastico locale, un gradino più su la diocesi con un sinodo circolare, più sopra ancora la federazione provinciale col sinodo generale ed infine la Chiesa del paese (Landeskirche) con un sinodo supremo. Il potere, diremo, esecutivo, o meglio il governo della Chiesa era in mano del parroco, del superintendente e del concistoro, il quale ultimo, a seconda della grandezza, si componeva di uno fino a tre superintendenti generali. In cima della piramide stava il Landesherr (summus episcopus). Questa specie di gerarchia era propria dei luterani; i riformati invece non volevano saperne di superintendenti o concistori, ma si fermavano ai pastori, riuniti più o meno in sinodi. Bisogna ancora rilevare che la Chiesa di ogni Stato (Landeskirche) era indipendente e molte differivano l’una dall’altra per l’ordinamento interno non solo; ma anche nel credo. Prima della guerra le Landeskirchen erano 29. Nel 1871 Bismarck tentò di riunirle in un’unica Chiesa evangelica del Reich (Reichskirche), ma non riuscì. Un forte vincolo federativo era andato invece rinsaldandosi tra le sètte della vecchia Prussia, cioè del territorio ch’essa possedeva prima del 1870; e in via di fatto il capo di questa Unione prussiana veniva considerato come un primus inter pares. L’Unione aveva anche introdotto nel 1909 un collegio arbitrale Spruchkollegium che doveva avere l’autorità di deporre un parroco, in caso di differenze dottrinali . In questa situazione si trovava il Protestantesimo tedesco – accanto alle Chiese evangeliche vi sono anche i «Luterani separati» , i «Fratelli boemi» , i «Mennoniti» e i «Battisti» – quando sopravvenne il grande crollo della monarchia e di tutti i principi tedeschi. Allora le «Chiese» si trovarono d’un colpo decapitate, e i governi di sinistra dovettero prendere delle disposizioni transitorie. Il ministero prussiano ad esempio nominò nel 1919 un triunvirato di tre ministri evangelici, coll’incarico di rappresentare la suprema autorità ecclesiastica «fino a tanto che le Chiese stesse avranno creato un loro organo». Negli anni che seguirono le Chiese si diedero una nuova costituzione, che venne sottoposta all’approvazione degli Stati. Così nel 1922 venne emanata la carta costituzionale della «Chiesa evangelica della vecchia Prussia» che servì di modello per le altre . Si accentua in essa il principio dell’autonomia ecclesiastica e con richiamo all’art. 137 dello statuto di Weimar («ogni società religiosa ordina e amministra i suoi affari indipendentemente» ecc.) la suddetta Chiesa della vecchia Prussia viene proclamata corporazione di diritto pubblico. Lo Stato prussiano approvò tale statuto colla legge 8 aprile 1924, la quale però riserva anche i diritti sovrani dello Stato e prevede su altre materie miste un concordato. Sistemazioni parallele si ebbero negli Stati meridionali, nel Württemberg nel 1924, in Baviera e nel Palatinato nel 1924 e 1925: e va rilevato di nuovo che il concordato bavarese colla Chiesa cattolica ebbe la conseguenza di aumentare anche l’autonomia delle Chiese protestanti. Finalmente registriamo anche un fatto unitario: la creazione nel 1922 della «federazione delle Chiese evangeliche tedesche» (Deutscher evangelischer Kirchenbund). Lo statuto di Weimar, rompendo con le tradizioni delle monarchie, dichiarava che niente impediva alle «società religiose» di federarsi o unirsi. Di questa libertà profittarono le varie Chiese per costituire una federazione, inaugurata solennemente nel castello di Wittemberga e firmata da 28 Landeskirchen. Anche qui la costituzione è democratica: alla base un Kirchentag, cioè un’assemblea ecclesiastica di delegati dei sinodi, più su un Kirchenbundesrat (consiglio federale) e in cima un Kirchenausschuss (giunta ecclesiastica), composta di 36 membri eletti, con un presidente d’affari. Quest’organo federativo però che pur riunendo luterani, riformati e uniti in un solo fascio lasciava intatti gli ordinamenti delle singole Chiese e sovratutto non tentava nemmeno di raggiungere l’unità del credo, era ben lungi dal soddisfare il bisogno sempre più sentito della concentrazione e dell’unificazione religiosa . La questione della «Chiesa» domina quindi ancora e sempre le discussioni teologiche protestanti. Il dott. Dibelius , allora superintendente generale del Brandenburgo, tenne a Vienna lo scorso marzo una conferenza in argomento, e noi vogliamo riassumerla, perché risulti manifesto come considerino la situazione le stesse sfere direttive del Luteranesimo. Premesso che la separazione della Chiesa dallo Stato e la generica tendenza verso il principio d’autorità hanno indotto i protestanti a porsi il problema della «Chiesa», il Dibelius distingue tre diverse correnti o tre modi diversi di rispondere a tale questione. Vi è anzitutto la corrente del «nuovo Luteranesimo» (Althaus , Ehlert e altri) per il quale «la Chiesa è una fondazione di Dio sulla terra, essa non è sorta sociologicamente, ma fu creata (Mat., 16); non è dunque un’organizzazione qualunque come la suppone la Costituzione del Reich, ma una forma di comunanza di specie particolare, la quale deriva le sue leggi e la sua costituzione dalla sua fondazione divina. Il suo compito essenziale è di predicare la “parola” e di amministrare i sacramenti; essa deve astenersi da ogni attivismo esteriore e da ogni tendenza a dominare l’opinione pubblica. Quello che vale sovratutto è il ministero, mentre il valore personale e morale di chi lo detiene è secondario – tutti siamo peccatori; quello che importa è che egli predichi veridicamente la dottrina. C’è soltanto una verità e questa si trova nella Chiesa evangelica – tutto il resto è apostasia». Di fronte al nuovo Luteranesimo sta la teologia dialettica (Barth , Gogarten e altri), la quale ha le sue radici nel tipo riformato del Protestantesimo tedesco. Il suo punto di partenza è il concetto che «ciò che è limitato dalla terra non sarà mai in grado di capire ciò che è eternamente infinito». Qui la teologia dialettica si mette recisamente contro il nuovo Luteranesimo: l’idea della Chiesa deve venir combattuta, la superstizione che la Chiesa sia divina deve venire infranta; – la verità è che da una parte vi sono la Chiesa e il mondo, e dall’altra Iddio. La Chiesa ha diritto di esistere solo in tanto in quanto essa annunci l’evangelo (qui sussiste un contatto col nuovo Luteranesimo), – ma con la predica tutto è fatto, né la Chiesa ha il compito di fornire un’etica completa. «La Chiesa è mondo e sta sempre sotto processo». Una terza corrente nel moderno Protestantesimo, alla quale appartiene il Dibelius stesso, vuole anzitutto con un lavoro di carattere storico stabilire che cosa veramente intenda il Nuovo Testamento con la parola Chiesa (Lutero, come è noto, ha evitato il concetto di Chiesa). Essa pensa che nel Vangelo si trova un concetto generico di Chiesa, in modo da dedurre che la Chiesa è rappresentata dalle singole comunità cristiane. Esiste dunque una Chiesa visibile, che vive nelle comunità, fino a tanto che in esse viene predicato l’evangelo. Dopo tale esposizione però, il Dibelius deve concludere che un risultato unitario e convincente non si vede ancora, benché oramai per il Protestantesimo «si tratti di vita o di morte». «Il pericolo di uno Stato totalitario al quale si dovrebbero sottomettere educazione, vita spirituale e religiosa e che non potrebbe tollerare accanto a sé formazioni sociali autonome come la Chiesa, è grande assai e il Protestantesimo (al contrario della Chiesa cattolica forte e sicura) verrà soffocato se non si raccoglierà in una comunità chiusa e vitale». Quando il Dibelius concludeva così oscuramente, vedeva disegnarsi già nel cielo la minaccia dello Stato nazionalsocialista e sentiva appressarsi il grido trionfale dei «cristiani tedeschi» , organizzazione hitleriana sul terreno ecclesiastico, che sotto la guida del parroco castrense Müller aveva già conquistato in autunno quasi un terzo dei posti sinodali nelle Landeskirchen. Questi agitatori erano sovratutto dei politici che volevano costituire una Reichskirche, sotto il supremo episcopato del cancelliere, tornare a quell’unità fra Chiese e Stato, cui aveva pensato anche Lutero, abolire negli ordinamenti ecclesiastici ogni avanzo di parlamentarismo, bandire come antitedesca ogni aspirazione all’autonomia. Ed ecco sorgere contro di loro 21 ecclesiastici di Altona in una specie di pastorale intitolata «Das Wort und Bekenntnis Altonaer Pastoren in der Not und Verwirrung des öffentlichen Lebens» (Parole e confessioni di alcuni pastori di Altona nella crisi e confusione della vita pubblica), datata 11 gennaio . In questo manifesto si afferma il concetto divino della Chiesa, la quale è «una comunità in cui Cristo è veramente presente ed ha la sua organizzazione e che nella sua essenza non può venir determinata o modellata né dallo Stato, né da un partito, né dalla scienza, né da qualsiasi concezione della vita» … «Chi vuole sottoporre la Chiesa nella sua predicazione all’influsso di un potere politico, fa di questo potere politico una religione ostile al Cristianesimo». Questi circoli protestanti tuttavia non si limitano, di fronte all’attacco dei cristiani tedeschi, al punto di vista negativo. Uno dei più conosciuti di loro, Hans Asmussen , collaboratore della circolare di Altona, ma sovratutto autore di un’opera sulla Politica e il Cristianesimo nella quale affronta tutto il problema, pubblica negli stessi giorni un opuscolo intitolato: Reichskirche? , nel quale dando in parte ragione al richiamo unitario dei «cristiani tedeschi», fa questo quadro pessimista del Protestantesimo: «I governi delle Chiese danno ancora sempre l’impressione di tendere al quietismo, il che vuol dire che su per giù ogni pastore tira avanti come può, per conto suo. Ci manca il grande fine concreto, verso il quale noi, pastori, potremmo tendere, sotto una guida comune. Assomigliamo ad un esercito che combatte senza ordini concreti». A questo stato di cose Asmussen si ribella e chiede che i rappresentanti ufficiali della Chiesa proclamino di essere disposti a tener conto del movimento unitario e ad attuare dal di dentro il rivolgimento verso l’unione. Caso contrario si correrà il rischio che la riforma venga imposta dall’esterno, colla forza dello Stato: e ciò sarebbe un disastro. «È pernicioso portare fuochi estranei sull’altare del Signore». Egli pensa però che riforme costituzionali organizzative non bastano e propone invece che un’eletta di teologi affronti il problema del credo comune. Non è qui il caso di discutere la procedura ch’egli propone per arrivare ad una nuova confessio della «Chiesa luterana tedesca»; ma è caratteristico che in quest’opuscolo si parla ripetutamente di «iniziativa episcopale» di «enti direttivi alla maniera dei capitoli delle cattedrali», di «sacerdozio» ecc. Si sente cioè dappertutto nel pensiero e nell’espressione l’aspirazione insopprimibile alla gerarchia e all’unità. Riprendiamo ora il corso degli avvenimenti . Sotto la duplice pressione, interiore ed esteriore, il presidente della federazione evangelica (Kirchenbund), dott. Kapler , annunzia il 25 aprile di essere stato incaricato dalla Giunta di preparare una nuova costituzione ecclesiastica collo scopo di «creare una Chiesa evangelica tedesca sulla base dello stato attuale del credo». A tale scopo egli chiamava al suo fianco un «vescovo luterano», il dott. Mahrarens , e un pastore riformato di Elberfeld. Questo triumvirato avrà pieni poteri. In quello stesso giorno però si annunzia che lo Stato del Mecklemburgo ha sciolto i consigli ecclesiastici ed ha imposto a quella Chiesa un commissario. Il dott. Kapler interviene presso Hitler, il quale sospende il provvedimento; ma nello stesso tempo il cancelliere nomina suo fiduciario per le questioni ecclesiastiche protestanti il parroco Müller, capo dei cristiani tedeschi. Incomincia così un dualismo che non tarderà a portare i suoi frutti. Il triumvirato elabora intanto la nuova costituzione che viene pubblicata il 24 maggio. Si tratta sempre di una concentrazione che non tocca il credo delle singole Chiese e specialmente non supera le differenze sostanziali tra Luteranesimo e Calvinismo. Ma ci si è trovati d’accordo nel creare il posto di vescovo del Reich (Reichsbischof) di confessione luterana con accanto un ministero ecclesiastico e con alcune camere consultive. È un sistema episcopale, temperato dalla presenza nel ministero di qualche pastore riformato. E per chiudere rapidamente la partita lo stesso comunicato annunziava che a Reichsbischof era stato già designato il parroco Federico von Bodelschwingh , direttore di grandi istituti caritativi in Bethel. Questa nomina è caratteristica. Il Bodelschwingh è un uomo che non si è mai occupato di controversie teologiche e nemmeno di studi, cosicché sta al di fuori di tutte le scuole. La dottrina ci separa e l’amore ci unisce, fu detto anche a Stoccolma e a Losanna. La nomina del Bodelschwingh doveva mascherare i conflitti interni e rappresentare l’unità formale, senza sollevare le questioni della fede. Egli venne confermato dai rappresentanti delle Landeskirchen e poi «consacrato» con solennità dal dott. Kapler. Ma la speranza di avere con ciò prevenuto il colpo da parte dello Stato si dimostrò vana. Müller, fiduciario del cancelliere, pubblicò subito che i cristiani tedeschi non accettavano la soluzione. Il povero «vescovo del Reich» trovò dappertutto porte chiuse. Fu ricevuto, è vero, dal ministro degl’interni del Reich, dott. Frick , ma solo per sentirsi dire che lo Stato non approvava la sua nomina. Tuttavia per un primo periodo le misure di riorganizzazione in senso unitario da parte delle vecchie autorità ecclesiastiche continuarono; e il 18 maggio un comunicato annunziava che tutte le Landeskirchen luterane della Germania si erano federate per costituire «il ramo luterano» della futura «Chiesa evangelica tedesca», riservate le competenze delle «singole Chiese». Il direttorio rimaneva costituito di sei rappresentanti e a presidente veniva eletto il dott. Meiser , «Landesbischof» in Monaco. Sembrava quindi che si scegliesse la via di costituire in un primo stadio due blocchi, quello luterano e quello riformato e poi di gettare su questi due pilastri fondamentali il ponte della Reichskirche. Ma si tratta sempre ancora di unità formale, come è dimostrato dalle discussioni degli organi protestanti: Neue Kirchliche Zeitschrift , Christliche Welt e Das evangelische Deutschland . La prima rivista (maggio 1933) sostiene che «in questioni del credo non vi possono essere nella Chiesa dei compromessi» e che alla più si potrà arrivare a due blocchi diversi, non alla fusione tra luterani e riformati. In tal riguardo «noi confessiamo la nostra impotenza, dice l’A., e dobbiamo rimettere la bisogna a Dio stesso». Enrico Weinel invece, antico fautore della Reichskirche, rigetta aspramente nella Christliche Welt un simile dualismo e vuole che si superino le differenze dottrinali coll’unirsi per i compiti caritativi e sociali della vita moderna… «la Provvidenza ci addurrà poi col tempo ad un’unità evangelica tedesca». Così e non altrimenti penserebbero, secondo l’A., anche i cristiani tedeschi, i quali, al di là degli «storici privilegi delle Chiese locali», reclamano lo sviluppo del contenuto dommatico della riforma nel senso di una lotta accanita contro il «mammonismo, il bolscevismo e l’anticristiano pacifismo». Weinel è però contrario all’episcopalismo perché arieggia troppo il Cattolicismo, mentre la Neue Kirchliche Zeitschrift lo accetta, perché simbolo unitario. Caratteristico è che entrambe le riviste citate respingono l’intervento dello Stato, come si era praticato nel Mecklemburgo. «Una nuova sudditanza delle nostre Chiese evangeliche sotto lo Stato sarebbe un disastro», scrive il Weinel. Più grave e più generale ancora la condanna dello statalismo da parte della Neue Kirchliche Zeitschrift: «Se dovesse veramente aver vigore la frase più volte citata: Lo Stato di Adolfo Hitler chiama e la Chiesa deve ascoltare questa chiamata (fu il motto del congresso tedesco-cristiano di Berlino), con ciò si istituirebbe una Chiesa di Stato, quale le Chiese evangeliche non hanno mai avuto nel corso della loro storia, e non esagerava quel giornale che in occasione degli ultimi avvenimenti scrisse che in tal modo si sarebbe giunti alla fine delle Chiese della riforma». Ma nel frattempo i cristiani tedeschi non davano tregua e il 24 giugno si mena il colpo di Stato contro le gerarchie vecchie e nuove del Protestantesimo prussiano. Mentre ancora nello stesso giorno nel Baden il sinodo evangelico nominava anch’esso tra il suono giulivo delle campane il suo primo Landesbischof (elevando a tale dignità il dott. Kühlwein che presiedeva finora col titolo di prelato), il ministro dei culti prussiano nominava con pieni poteri commissario per le Chiese evangeliche un suo funzionario, e costui faceva dimettere il Reichsbischof, licenziava l’intendente generale Dibelius, che in una circolare durante le elezioni aveva affermato che l’essenza del vangelo era l’amore, non l’odio, scioglieva tutti i consigli e i corpi sinodali, e nominava commissari per tutte le Chiese prussiane. Il manifesto che ordina tale rivolgimento s’introduce con questa motivazione: «Dobbiamo a Dio e al suo strumento Adolfo Hitler se si è scongiurato il caos del bolscevismo, solo l’esistenza della nazione rende possibile l’esistenza della Chiesa». I colpiti tentarono di reagire in forma assai sommessa nella vecchia Kreuzzeitung , organo clericale protestante (oh la Kreuzzeitung contro i cattolici, quando approvava i colpi di Bismarck durante il Kulturkampf!) dichiarando che non potevano accettare in coscienza le nomine e ordinando ai fedeli preghiere di espiazione e penitenza. Il deposto «consiglio superiore evangelico» presentò anche formale ricorso al Tribunale dell’impero in Lipsia, giacché la costituzione di Weimar garantisce la libertà delle Chiese. Si fece appello inoltre al Presidente del Reich. E Hindenburg intervenne con una lettera aperta ad Hitler, esprimendo le sue preoccupazioni per la libertà delle Chiese e incitandolo a «comporre le differenze». Il cancelliere promise i suoi buoni uffici. I vecchi conservatori protestanti si mossero. Qualche parroco ebbe il coraggio di reagire contro le autorità commissariali, come avvenne a Schöneberg, ove il pastore Rabenau ebbe il coraggio di dire dal pulpito ai capi nazionalisti presenti, i quali volevano che si festeggiassero i commissari: «Ben sapete che oggidì in mezzo al nostro popolo si usa molta coercizione e gli uomini non si fidano più l’uno dell’altro. Ma la Chiesa deve restare il luogo nel quale gli uomini possano parlarsi fra loro apertamente, senza paure e senza violenze». Anche altre proteste si annunziavano o meglio s’indovinavano fra le righe dei giornali. I protestanti si rifugiarono specialmente nella stampa protestante svizzera. La Zürcher Zeitung recò parecchi loro sfoghi; ed in un articolo del 29 giugno stampava queste memorabili parole: «Il confronto colla Chiesa cattolica s’impone da sé a molti protestanti … essa può continuare tranquillamente ed indisturbata per la via della sua indipendenza e i suoi vescovi nella loro recente pastorale collettiva hanno saputo dire una franca e severa parola anche ai nuovi potentati civili. Il paragone colla Chiesa evangelica è assai avvilente. (Tief bedrückend)». E l’articolo continua deplorando che nelle sfere direttive protestanti non si sia trovato il coraggio di levare la voce in difesa delle libertà ecclesiastiche… Intanto il governo di Hitler elaborava la sua soluzione, ed alla metà di luglio fu approntato un progetto di costituzione della «Chiesa evangelica»: progetto che venne deliberato dal ministero, imposto dunque dallo Stato, salva una formale approvazione dei corpi ecclesiastici, da eleggersi col nuovo sistema. Questo statuto si compone di 12 articoli e in molti punti assomiglia a quello già elaborato dalle autorità ecclesiastiche deposte. Le Chiese dei paesi rimarranno autonome tanto per la dottrina che per le forme di culto, com’erano nel vecchio Kirchenbund. La Chiesa del Reich potrà imporre solo degli ordinamenti amministrativi. Essa regolerà i rapporti fra la Chiesa e lo Stato e si dedicherà sovratutto all’educazione giovanile. A capo starà un Reichsbischof, con un ministero ecclesiastico. Il sinodo si comporrà di 66 membri, di cui 2\/3 saranno eletti dalle Chiese dei paesi e 1\/3 da quella del Reich. A farla breve, poco è mutato per quanto riguarda l’unità interiore ed essenziale del Protestantesimo. Bisognerà vedere però che cosa faranno di tale statuto i tedeschi cristiani rimasti vincitori nelle elezioni che si svolsero, in base al nuovo ordinamento tra il 23 e il 31 luglio. Stavano a fronte la lista del Müller, patrocinata dal governo, e la lista conservativa delle vecchie autorità ecclesiastiche, le quali proclamavano la necessità di una Chiesa libera, superiore ed estranea ai partiti. Com’era prevedibile, i «cristiani-tedeschi» riportarono una vittoria schiacciante. Ora staremo a vedere gli ulteriori sviluppi. Si annunzia che il Reichsbischof verrà eletto l’11 novembre, anniversario luterano . Questo Reichs-Luther-Tag viene presentato dalla clamorosa propaganda nazionalsocialista come l’inizio trionfale d’un nuovo Luteranesimo, galvanizzato dallo hitlerismo. In autunno quindi si riparlerà molto del vecchio Lutero. Bisognerà dunque che ne riparli anche Fides. "} {"filename":"993778f8-6e0c-4e18-b155-e9238cd5d543.txt","exact_year":1933,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"A Ginevra la decisione sul conflitto cino-giapponese pare imminente. Vogliamo richiamare alla memoria i termini del conflitto, almeno per quanto riguarda la Manciuria? Il rapporto presentato a Ginevra dalla commissione d’inchiesta, che dal suo presidente prende il nome di Lytton, è fatto sullo stile di quelle mirabili relazioni inglesi dalle quali i politici del Regno Unito hanno tratto molte volte le norme per governare il mondo; ma vi hanno collaborato uomini di primo piano, appartenenti a varie nazioni e tra essi va qui particolarmente ricordato l’italiano conte Aldovrandi . Se allo studio di questo rapporto, frutto di un’inchiesta di cinque mesi sul teatro della lotta, aggiungiamo la lettura del Journal Officiel della Società delle nazioni, assistendo così al serrato duello oratorio fra il delegato nipponico e quello cinese, il conflitto ci appare nelle sue linee più semplici ed elementari. La Manciuria fu una volta il paese, scarsamente abitato, dei manciu, schiatta conquistatrice che mille anni fa si riversò nella Cina, ove assunse i posti di comando, cominciando dal trono imperiale. Nella Manciuria stessa, dei manciu non rimasero che scarne oasi che rispondono oggi al nome delle città di Kirin e Tsitsikar. Cominciò invece un movimento inverso dal centro della Cina e specie dalle popolatissime provincie confinanti, verso la Manciuria, ove i cinesi, affamati di terre ed in cerca di lavoro, emigrarono a frotte, cosicché oggi su circa 30 milioni di abitanti, 28 milioni – dico 28 – sono cinesi. Nel passato nessuno ha contestato mai al vecchio impero cinese il millenario possesso della Manciuria. Ma verso l’inizio del nostro secolo essa divenne il teatro della guerra russo-giapponese alla fine della quale si pattuì che entrambe le potenze belligeranti dovessero sgombrare la Manciuria il cui possesso venne riconosciuto alla Cina . Il Giappone ereditò soltanto dalla vinta Russia l’affitto per 25 anni della penisola di Liaotung con Port Arthur e certi diritti sulla rete ferroviaria . Durante la guerra mondiale però il Giappone fece un altro colpo maestro. Profittando del momento internazionale buono e dell’indebolimento della compagine cinese, in seguito alla proclamazione della repubblica, esso impose al presidente Yuan-Shi-Kai , pena l’intervento armato, la cosiddetta convenzione dei 21 punti: secondo questa l’affittanza del Liaotung veniva prolungata a 99 anni e per lo stesso periodo veniva prolungata al Giappone la concessione della ferrovia Antoung-Mukden; si riconosceva un diritto di prelazione ai capitalisti giapponesi nella costruzione di tutte le altre linee ferroviarie mancesi, il diritto di opzione agli stessi capitalisti per qualsiasi emissione di prestiti, garantiti dalle dogane; si prometteva che in materia politica, finanziaria ed economica si ricorrerebbe all’aiuto di «consiglieri ed istruttori» all’uopo inviati dal Giappone e si stabiliva che prima di applicare leggi o decreti agli oriundi dal Giappone, si interpellerebbero i rappresentanti consolari di quest’ultimo. S’aggiungano altre clausole che concedevano al Giappone nuovi mezzi per dominare le ferrovie; e poi si avrà un’idea di quel complesso di diritti che il Giappone chiama la sua posizione speciale in Manciuria. Vero è che lo stesso Yuan-Shi-Kai, appena liberato dalla pressione giapponese, dichiarò di ritirare la sua firma, vero è che il governo nazionalista repubblicano, venuto poi, negò alla convenzione dei 21 punti ogni validità, perché non sanzionata dal parlamento. Ciò non di meno essa formò in via di fatto la base politico-giuridica della penetrazione giapponese nella Manciuria durante questi ultimi tempi. Nel trattato di Washington (1922) delle potenze del Pacifico il Giappone riconobbe ancora la sovranità della Cina sulla Manciuria e sino al 1928 il partito allora al potere nell’impero del sole levante si oppose a quella che il partito militare imperialista chiamava «politica positiva» in Manciuria. Ma poco dopo salì al governo appunto tale partito e d’allora in poi il Giappone si affacciò in armi alle porte della Cina, scissa dalle guerre civili. Nella notte del 18 settembre 1931 saltarono in aria alcuni metri di binario della linea ferroviaria presso Mukden. Fu il segnale d’attacco delle truppe giapponesi che, uscendo dalla loro penisola in affitto, occuparono a mano a mano tutte le città più importanti della Manciuria, mentre le deboli truppe regolari cinesi si ritiravano al di qua della grande muraglia. In ogni città i giapponesi fondarono «comitati per l’ordine e per la pace», con un commissario d’affari giapponese, dipendente dal comando supremo. Le minoranze etniche di Kirin e Tsitsikar e tutti i malcontenti vennero mobilitati, il mancese generale Hsi-hia, governatore di Kirin, venne guadagnato alla causa del nuovo Stato manciu e il 18 febbraio si raccolse a Mukden un’assemblea di delegati per proclamare il Manchu-ko. Non ci fu difficoltà a trovare gli uomini necessari a formare un governo provvisorio: «gouvernement de fantoches», affermano i cinesi a Ginevra. Il rapporto Lytton infatti, benché formulato colla massima cautela, dice: «Un gruppo di funzionari giapponesi, civili e militari, in servizio attivo o a riposo … hanno concepito organizzato e realizzato detto movimento … Il regime attuale non potrebbe essere considerato come il risultato di un movimento di indipendenza spontaneo e sincero». I giapponesi avevano in serbo anche un capo per la nuova … repubblica (perché repubblicana è la costituzione provvisoria) nel signor Enrico Pou- Yi , ultimo rampollo della dinastia imperiale cinese decaduta che viveva sotto protettorato giapponese nel settore nipponico di Tientsin. Pou-Yi, uomo pacifico e punto lusingato di tale prospettiva, resistette a lungo, finché dovette cedere alle pressioni e il 9 marzo fu installato a Mukden sul nuovo trono … repubblicano. Costituito lo Stato e stabilita con esso un’alleanza difensiva, non risulta evidente il diritto, anzi l’obbligo del Giappone d’intervenire a scongiurare ogni minaccia? Secondo la nuova costituzione al Manchu-ko appartiene anche la regione semimongolica dello Je-Kol, le cui frontiere distano appena 130 chilometri da Pechino. Ecco perché nei due ultimi mesi abbiamo avuto anche movimenti militari in quest’ultima provincia (occupazione di Sciang-Hai-Kuang). L’aggressione a mano armata, la guerra senza la dichiarazione sembrerebbe dunque un fatto inoppugnabile. Ma il rapporto Lytton ci avverte che la situazione è estremamente complessa. Certo i giapponesi esagerano quando dicono che la Cina repubblicana è in tale dissesto da doversi considerare come un caos più che come uno Stato, munito di tutti i diritti internazionali; certo il boicottaggio antinipponico rappresenta, di fronte al diritto delle genti, un torto della Cina; ma quello che più conta è che, allo stato di fatto, non è più possibile considerare la Manciuria come si considererebbe un’altra provincia di uno Stato qualsiasi, europeo o americano. Leggiamo infatti nello stesso rapporto: «In nessun’altra parte dell’universo, probabilmente, esiste una situazione corrispondente alla situazione della Manciuria; ossia quella di un paese che gode, sul territorio di uno Stato vicino, privilegi economici ed amministrativi così estesi». La commissione quindi a mali straordinari propone straordinari rimedi. Si dovrebbe studiare la creazione di un organismo, che pur salvando la sovranità della Cina, renda possibile una collaborazione nipponica in una misura che sarebbe intollerabile in qualsiasi altro Stato. Questa commissione, per la costituzione di una Manciuria siffatta, dovrebbe essere il risultato dei lavori di Ginevra, se all’ultimo momento il Giappone s’inducesse a cedere. Che se, come appare, il partito militare giapponese mantenesse il sopravvento, la crisi diventerebbe più che mai acuta. Il Giappone abbandonerebbe Ginevra, ma verso una Cina, riconosciuta come ingiustamente aggredita, la Società delle nazioni potrebbe forse rimanere indifferente ed inerte? E che sarebbe del trattato del Pacifico, del disarmo, dell’organizzazione mondiale della pace? Le ironie sulle esitanze dei comitati e sotto comitati di Ginevra sono facili, ma chi vorrà rinfacciare sul serio ai diplomatici internazionali di tardare fino all’ultimo a compiere il gesto che può spalancare le porte sull’abisso? I pompieri di Ginevra sono occupatissimi. Dopo la Manciuria, il Gran Chaco, e dopo il Gran Chaco, il territorio delle Amazzoni. Il nuovo incendio è scoppiato a Leticia. Cercherete invano questo nome nell’atlante del «Touring», perché si tratta d’un piccolo porto fluviale, divenuto oggi la minuscola capitale d’un distretto colombiano, ma che due anni fa, prima cioè che la Colombia vi costruisse alcuni edifici pubblici, era un villaggio di una trentina di case, senza chiesa, senza scuola e senza strade. Leticia venne attribuita alla Colombia nel trattato del 1922 che delimitava le frontiere fra questa repubblica e il Perù, e la rettifica dei confini venne anche, di comune accordo, eseguita e ratificata nel 1930. Senonché nella notte dal 1 al 2 settembre 1932 una spedizione di volontari peruviani passò la nuova frontiera e si impadronì con un colpo di mano di Leticia, scacciandone i pochi rappresentanti del governo colombiano. Si trattava di squadre nazionali, le quali, non accettando la transazione del loro governo, reclamavano che il distretto di Leticia, nel quale vivono alcune centinaia di peruviani, venisse attribuito al Perù. Il governo di questa repubblica si affrettò a far le scuse alla consorella colombiana, dichiarandosi estraneo all’impresa dei propri nazionalisti; ma costoro si sono installati definitivamente nel porto fluviale, hanno sparso mine e scavato trincee, dichiarando di voler difendere fino all’ultimo la propria bandiera. Le nostre esperienze europee ci aiutano a comprendere ed immaginare l’entusiasmo e la tensione dei due popoli. Il governo peruviano, imbarazzato, propone inchieste ed arbitrati di neutri; la Colombia risponde che si tratta d’un affare di polizia interna e che, in casa sua, ristabilirà l’ordine colle proprie forze. Una spedizione colombiana è in marcia per Leticia. Onde impedire lo scontro, il Brasile si è offerto di occupare il porto contrastato con una propria guarnigione, impegnandosi di consegnarlo più tardi alla Colombia. La radio della Società delle nazioni vibra energicamente, affinché tra le due nazioni sorelle non si scavi un solco cruento. "} {"filename":"b858e528-514a-47de-9cd7-ad3ff7bf6dd5.txt","exact_year":1933,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"La rapidità travolgente della crisi americana richiede il primo posto nella cronaca pur così ricca della quindicina internazionale. Nell’estate del 1931 era Hindenburg che inviava al presidente Hoover un appello accorato: ed allora l’America rappresentava pur sempre la speranza indefettibile dell’Europa in crisi. Le banche tedesche non potevano pagare gli interessi sui prestiti contratti in America ed in Inghilterra e lo Stato non poteva pagare le riparazioni. Ebbene, dopo faticosi negoziati, quest’ultime vennero sospese, e poi ridotte quasi a zero, e i crediti si convenne di considerarli «congelati», tanto per non dir chiaro che almeno in loro riguardo, le banche e gli enti che li avevano goduti si trovavano in stato fallimentare. Due mesi dopo, e in gran parte pei debiti congelati in Germania, scoppiava la crisi inglese, meno disastrosa, più rapidamente arginata, ma tuttavia tale da indurre il governo inglese ad abbandonare la base aurea. Ora è la volta degli Stati Uniti… Già l’anno scorso si parlava di crisi americana: molte banche fallivano, altre avevano difficoltà. Intervenne allora Hoover col creare la «Reconstruction Finance Corporation», un organismo di salvataggio per le banche vacillanti. Si tapparono infatti numerose falle, concedendo naturalmente nuovi e più facili crediti. I fallimenti diminuirono, la tesaurizzazione dell’oro cessò e il pubblico americano parve rassicurato. E invece il grave male non era guarito, ma serpeggiava sotterraneo dappertutto. Ecco che un mese fa nel Michigan l’«Union Guardian Trust» dichiara fallimento, confessando di aver investito i denari dei depositanti in prestiti di bonifica e di attrezzamento agli agricoltori, i quali ora, in seguito al crollo dei prezzi, non possono più restituire il capitale e nemmeno pagare gli interessi. Sono dunque crediti congelati. Un fallimento tira l’altro, il pubblico si allarma e corre agli sportelli a ritirare i depositi. Il run assume tali proporzioni che ai primi di marzo già 33 Stati su 48 della federazione americana devono imporre una generale «vacanza bancaria», sospendere cioè per ordine del governo, i pagamenti. Il 6 marzo interviene il governo centrale e Roosevelt , oltre la «vacanza» generale delle banche, impone l’embargo sull’oro. I lettori sanno che embargo significa inizialmente proibizione ad una nave di abbandonare il porto: e qui equivale a proibire qualsiasi esportazione all’estero dell’oro e qualsiasi tesaurizzazione dello stesso prezioso metallo all’interno. Che cosa era avvenuto? Era accaduto che gli americani, valendosi del fatto che nell’America settentrionale esiste la base aurea nel senso più ampio della parola, cioè che ognuno può comperare oro alla pari, erano accorsi in massa a cambiare i loro effetti in oro sonante, per tesaurizzarlo, cioè per conservarlo nella famosa calza di lana. Del pari i creditori o depositanti esteri avevano ritirato o fatto accantonare l’oro, senza dire poi che non saranno mancati gli speculatori. Il risultato fu che la riserva aurea di quelle banche le quali negli Stati Uniti esercitano le stesse funzioni che la nostra banca d’emissione, scemò rapidissimamente. Il percento di copertura aurea in confronto dei biglietti in circolazione era il 15 febbraio ancora del 65%, ma alla vigilia dell’embargo era già del 53,5%. I timori dei depositanti erano infondati? Esagerati forse sì, ma purtroppo non senza fondamento. Un finanziere internazionale competente calcolava pochi giorni fa che i soli crediti agrari congelati presso le banche americane arrivassero a circa 600 miliardi di lire. Gli agricoltori negli anni di artificiosa prosperità, specie nel 1927 e 28, sono ricorsi largamente al credito; ed ora il prezzo della campagna è diminuito del 75%. È venuta meno quindi anche la garanzia. Si aggiungano le perdite delle banche per il ribasso generale dei titoli industriali: e si comprende l’allarme. Così non rimane che lo Stato il quale possa tentare di evitare la catastrofe o almeno di temperarne e graduarne le conseguenze. Ed ecco che tutte le differenze dottrinarie e politiche scompaiono, e il congresso unanime e il Senato con soli sette voti contrari votano giovedì, 9 marzo, una legge di pieni poteri finanziari al presidente, la quale supera perfino le autorizzazioni concesse a Wilson durante la guerra. Nel suo messaggio Roosevelt aveva domandato di poter assumere il controllo su tutte le banche, per poter decidere quali di esse fossero solvibili, perché fondamentalmente sane, e quali «riorganizzabili», e di poter emettere, quando occorresse, una moneta suppletoria senza intaccare il dollaro. «Questa legislazione – diceva Roosevelt – inizierà nuovi rapporti fra banche e popolazione». Nuovi rapporti? Sarà l’economia manovrata e diretta dall’alto nel paese classico della libertà d’iniziativa e di sviluppo! Il testo della legge votata dalle camere precisa che le banche solide si riapriranno subito, le altre verranno riorganizzate da commissari governativi: e contro i dirigenti, che avessero mancato, multe fino ai 10 mila dollari e pene fino a 10 anni! Il presidente è autorizzato a proibire l’esportazione e la tesaurizzazione dell’oro e a regolare i trasferimenti in divise estere. Intanto ancora giovedì sera Roosevelt ha prorogato la «vacanza» e l’«embargo», dichiarando che aveva bisogno ancora di un certo periodo per prendere disposizioni definitive. Ma già si sono riaperte le banche più grosse. La fiducia riprende, come lo dimostra il fatto che i provvedimenti di Roosevelt hanno permesso che il dollaro ritorni in quotazione a oltre 19. Tuttavia ora si affonderà il bisturi nel tumore e si vedrà quanto sia profondo. A Ginevra nell’ultima quindicina si è continuata la partita sulla medesima scacchiera. Più presto che non sembrasse, si riuscì dapprima a votare la risoluzione inglese contro il ricorso alla forza, subordinando questo impegno agli obblighi dei patti di sicurezza, come ad esempio, di quello di Locarno. Questo nuovo impegno generico non soddisfa però la Francia, la quale vuole si chiariscano le seguenti questioni: Che cosa avviene se l’impegno è violato? Come definire l’aggressore e con qual procedura constatare l’aggressione? Il Consiglio della Società deciderà ad unanimità o a maggioranza sul caso di mutua assistenza? Quest’assistenza in quali forme verrà data? Si è dunque prima discusso sul patto di assistenza europeo. Alla fine si sono dichiarati contrari gli Stati revisionisti e qualche altro Stato, come i Paesi Bassi, i quali non intendono aderire ad un patto, a cui non acceda l’Inghilterra. Abbiamo altra volta notato che questa si rifiuta di assumere altri impegni oltre quelli di Locarno. Alla fine il patto di assistenza venne, come principio e in via di massima, accolto dalla maggioranza dei votanti e con molte astensioni: ma questo voto, al quale non aderiscono potenze come l’Italia e la Germania, non ha – si capisce – che un valore formale. Quest’ultime potenze insistono per sapere prima a quali riduzioni sugli effettivi e sui materiali sia disposta la Francia. Ma ecco che, discutendosi degli effettivi e del materiale di guerra, la situazione si capovolge. Qui sono gli Stati come l’Italia e la Germania che insistono perché si venga ad impegni precisi, sia circa il coefficiente di riduzione degli effettivi, sia circa la riduzione dei carri d’assalto e dell’artiglieria pesante. Ma, a proposito degli effettivi, Boncour dichiara che non può far cifre, prima di sapere se e in che misura verrà accettato il patto di assistenza (ossia la sicurezza) e Massigli , quando gli si chiede d’impegnarsi per la riduzione del materiale, conclude nello stesso modo. Siamo dunque sempre nello stesso circolo vizioso. È per spezzare questo circolo che si annuncia l’arrivo a Ginevra di Mac Donald e Simon . Quali saranno le loro proposte? Si parla di tregua quinquennale, di una riduzione modesta, contrappesata dall’istituzione di un controllo societario sugli armamenti, e così via. Comunque tre sintomi confortano a sperare: l’energica iniziativa inglese, la solenne e tempestiva dichiarazione del Gran Consiglio fascista in favore della pace e della collaborazione europea, le dichiarazioni in favore della pace e della Società delle nazioni fatte venerdi alla Camera francese dal ministro degli Esteri, nonostante i discorsi allarmanti che avevano provocato il suo intervento. Le elezioni germaniche del 5 e del 12 marzo hanno dato al partito socialnazionalista una forte preponderanza, non soltanto in confronto dei partiti non governativi, ma anche in confronto dei suoi alleati tedesco-nazionali . I risultati numerici, per il giuoco della proporzionale, permetterebbero di dire che il Centro ha mantenuto i suoi seggi, che i socialdemocratici e anche i comunisti non sono stati ancora ricacciati in posizioni tali da non rappresentare pur sempre una temibile efficienza. Ma al di là delle cifre, già queste favorevolissime ad Hitler, sovrattutto per quanto riguarda gli elettori nuovi, resta il prestigio del successo morale, che ha superato ogni previsione. La coscienza di questo successo ha spinto le masse hitleriane a compiere durante le settimane una serie di «occupazioni» e di «dimostrazioni di forza». Il capo è ora intervenuto con un ordine per rivendicare unicamente allo Stato ogni iniziativa; e dissensi circa la bandiera, rivelatisi anche in una lettera aperta dei tedesco-nazionali a Hitler, vennero composti con un decreto presidenziale, il quale stabilisce che, provvisoriamente, la bandiera nazional-socialista e quella del vecchio impero, vengano issate, l’una accanto all’altra. In questa stessa settimana il governo ha integrato o prevenuto l’azione delle masse col mandare dei commissari a reggere gli Stati federali e i municipi più importanti. I governi locali hanno presentato ricorso al tribunale di Lipsia; nello stesso tempo però si sta provvedendo a costituire i governi normali col concorso delle Diete. In Baviera esistono, come già in Prussia, due governi, quello vecchio e quello commissariale, e si sta ora trattando per far eleggere dalla Dieta il governo definitivo. Disposizioni eccezionali disciplinano ancora la stampa e le riunioni ; e pare che i deputati comunisti vengano esclusi dal Reichstag, dalle Diete e dai Comuni . All’ora in cui scriviamo non si conoscono i propositi del governo circa i poteri da chiedere al Parlamento; quindi ogni previsione sarebbe prematura. Non si sa ancora se e in quanto sia richiesta una maggioranza di due terzi e se in proposito verrà cercata l’adesione del Centro. "} {"filename":"794b9cc6-3ba4-44b0-9bf4-e9225bc38afe.txt","exact_year":1933,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"La Germania, organo di von Papen, stuzzicata dalle critiche della stampa cattolica francese ha risposto che, in fin dei conti, i cattolici francesi non hanno diritto di rimproverare ai cattolici tedeschi l’accettazione del totalitarismo nazionalsocialista, perché anch’essi hanno molte volte sostenuto governi anticlericali e perfino uomini di Stato che avevano partecipato alla persecuzione della Chiesa. I francesi rispondono che altro è appoggiare in un dato momento per ragione del male minore un governo, quale è risultato dalle libere elezioni parlamentari, altro è capitolare en bloc di fronte alle rivendicazioni del «dispotismo totalitario». I cattolici francesi hanno votato per un governo anticlericale ogni volta che il non farlo avrebbe favorita la soluzione peggiore, cioè il bolscevismo e l’anarchia; ma nello stesso tempo non hanno mai mancato di protestare contro la persecuzione e gli atti contrari alla giustizia. Perché, conclude la Croix , non separa la Germania la sua responsabilità dalla politica di persecuzione e dagli atti del presente governo? Questo riassunto della polemica che abbiamo riferito colle parole del Tablet , esigerebbe naturalmente a sua volta di essere completata con altre questioni pregiudiziali ed altre distinzioni. Se è vero che la Germania sostiene il governo hitleriano senza riserve, non è vero che altrettanto si possa dire dei vescovi e dei cattolici in genere. La dichiarazione elettorale del cardinale Bertram ha provocato le proteste di Göring; il comunicato dei vescovi bavaresi non poté comparire in nessun giornale e nel primo discorso dopo il plebiscito il capo del governo di Monaco Siebert si lagnò amaramente, che i vescovi si dichiarassero per il cancelliere solo bedingt, cioè condizionatamente, e che «nella seconda parte riprendessero quello che avevano concesso nella prima». «Vi mancava, aggiunse il ministro, quell’adesione cordiale e senza riserva che il nuovo Stato esige e deve esigere da tutti». D’altro canto è giusto attendere tempi più tranquilli prima di giudicare l’atteggiamento dei cattolici tedeschi. Gli arresti e le condanne recenti, il fatto che venne scovato dal museo della giurisprudenza perfino quel famigerato «Kanzelparagraph» che dai tempi del Kulturkampf nessun giudice tedesco aveva più applicato, la rivendicazione recente fatta dall’arcivescovado di Colonia perché alla stampa quotidiana cattolica venisse lasciato il diritto di vivere, sono sintomi gravi di una situazione, che non ha ancora raggiunto l’equilibrio. In tali condizioni il confronto fra il contegno dei cattolici francesi e quello dei tedeschi corre il rischio di risultare anacronistico. Continua in Francia il malessere costituzionale. Tardieu, difensore del liberalismo classico, conclude la sua campagna sull’Illustration con una carica a fondo contro lo «statismo» ch’egli vede specialmente nel potere dittatoriale dei sindacati, «i quali risuscitano, a vantaggio d’una minoranza di agitatori, le corporzioni del medio evo […] che la nostra rivoluzione aveva logicamente soppresso». Male ancora più grave è, secondo Tardieu, la degenerazione del costume politico. «Per aver misconosciuto questa grande verità che non esiste libertà vera senza autorità; per aver dimenticato la bella massima di Augusto Comte , che per l’uomo libero il più sacro dei diritti è quello di compiere il suo dovere, la Francia corre pericolo di essere dominata dalla forza. Né disciplina spirituale né disciplina morale; non vi è collettività che con siffatto regime possa resistere a lungo». «O riformarsi, o spezzarsi, ecco le due ipotesi per le nostre istituzioni»; e per scegliere fra le due, non è probabile che la Francia disponga d’un lasso di tempo molto lungo: «[…] En ce qui me concerne, mon choix est fait: il faut rétablir l’autorité pour sauver la liberté». Interessante è rilevare come questa critica di un liberale e, in un certo senso, di un conservatore, quasi combaci con quella che della presente situazione francese fa nella sua dichiarazione programmatica il nuovo partito socialista nazionale (Parti socialiste de France) . «Nell’Europa minacciata, proclamano costoro, non vi è posto per nazioni a cui manchi un governo forte, un’energia ad alta tensione». Il governo forte quindi, ma come? Qui Tardieu e i socialisti à la Renaudel divengono in adversas partes. «Costruiremo, dicono i socialisti, un nuovo ordine economico e sociale con la forza rinnovellata dello Stato democratico. Procederemo ad una prima sindacalizzazione della produzione, dello scambio e del credito»: «ossia, ribatterebbe Tardieu, ci vorreste salvare coll’étatisme e coi syndicats dictatoriaux, che risuscitano le corporazioni del medio evo! …». Una posizione intermedia assunsero i démocrates populaires nel loro annuale congresso di Limoges. «La nostra direttiva è – disse il segretario generale Raymond Laurent – di conciliare i due principi egualmente vitali della libertà e dell’autonomia nel quadro d’una democrazia popolare […]. È necessario modificare la Costituzione per dare al governo maggiore stabilità e agli organismi sociali e professionali maggior autorità dentro la nazione. Accanto alle Camere politiche vorremmo istituire delle Camere professionali, con poteri tecnici e normativi per le questioni economiche. Respingiamo tanto la vecchia economia liberale quanto l’economia diretta dallo Stato. L’economia nuova dovrebbe avere per base la professione ed essere organizzata da questa stessa in forza di accordi fra i produttori e gl’intermediari […] Molti partiti vanno ancora alla ricerca di una mistica (parola ora di moda); noi abbiamo la mistica della persona umana». Il rispetto alla persona umana non va confuso coll’individualismo ma esso basta per stabilire che lo Stato è fatto per la persona, e non la persona per lo Stato. A proposito sempre dello Stato, caratteristica per la mentalità inglese a cui è diretta, appare una pastorale dell’arcivescovo di Birmingham , che vediamo riprodotta nell’Universe: «Nessun dubbio – scrive l’illustre presule – che lo Stato guadagnerà più potere e più importanza, quanto maggiore sarà la decadenza della famiglia; e ciò avviene oggidì in Inghiltetra. Ma lo Stato e la società non sono identici […]. Presto o tardi, se la nostra nazione dovrà vivere, gli uomini politici si accorgeranno che lo Stato non può prendere il posto della famiglia né può fare senza di essa». L’entusiasmo e lo spirito di sacrifizio che spinsero i cattolici spagnuoli alla riscossa, la loro meravigliosa J.A.P. (Juventud de Acción Popular) che conta combattenti formidabili e martiri gloriosi, il magnifico auto da fé de las mujeres españolas destano l’ammirazione di quanti credono ancora nella bellezza e nella fecondità delle battaglie ideali. L’ondata non fu superficiale, ma scosse tutta la vita della nazione; tanto che essa coincide con una vigorosa ripresa dell’azione cattolica, e in modo particolare dell’organizzazione sindacale cristiana la quale in vivaci contraddittori coi socialisti va loro strappando il monopolio della rappresentanza operaia. Politicamente parlando tuttavia, la battaglia è appena cominciata. Si svolgerà ora un’azione parlamentare serrata che, per essere condotta a buon fine, esigerà molta dirittura, molta prudenza, grande acume. Per fortuna Gil Robles e gli uomini che lo circondano sembrano di questa tempra. Già il Debate si richiamava il 29 novembre all’insegnamento della Chiesa per respingere il consiglio reazionario della «politique du pire» ch’ebbe effetti così funesti in Francia, e per affermare che gli elettori avevano voluto in primo luogo ordine, pace e lavoro: il che non è raggiungibile senza un buon governo. Bisogna quindi rendere possibile la formazione d’un governo costituzionale, appoggiare cioè un governo di centro, pur senza parteciparvi. Gli amici portino pazienza, scriveva Gil Robles lo stesso giorno in un giornale di Salamanca: no es este el momento des las derechas! Soltanto in caso che la soluzione centrista si dimostrasse assolutamente inattuabile, Gil Robles assumerebbe il potere. La ragione è chiara. La destra sola non ha la maggioranza. Per ottenerla avrebbe bisogno di appoggi centristi ma questi potrebbero venir dati, soltanto a rischio di sollevare la questione del regime che la destra, per mantenersi unita, ha tutte le ragioni di evitare. Si pensa quindi ad un ministero Lerroux, appoggiato dalla destra. L’appoggio verrebbe dato a condizione che le leggi di carattere settario venissero attenuate nella loro applicazione, che dalla legge agraria venissero cassati i criteri sociali – i latifondi da parcellarsi venissero pagati al loro valore di mercato e non al valore catastale e le parcelle assegnate tutte a singoli campagnoli, non anche a comunità agrarie – ed infine che al movimento separatista venisse creato un diversivo in una legge per il decentramento amministrativo. Questo è il saggio ed intelligente programma dell’Acción Popular e, secondo Robles, di tutta la destra. I prossimi giorni ci diranno se il programma verrà accolto anche dall’altra parte o se l’alternativa: repubblica o monarchia, ovvero: sistema parlamentare o regime autoritario, non rendano subito necessario che ciascuno assuma il proprio colore politico. In quanto alla monarchia il capo dell’Acción Popular dichiarò al Petit Parisien che il suo partito, seguendo la direttiva della Chiesa, metteva in seconda linea la questione del regime ed accettava il potere costituito e in quanto al fascismo rispondeva che l’Acción Popular e la CEDA sono fondamentalmente «antiestatistas». La più importante novità legislativa dell’ultima quindicina internazionale è senza dubbio la presentazione in Italia della legge sulle corporazioni. Essa non contiene in verità tutto il piano di ricostruzione corporativa ed è piuttosto una legge che delega determinati poteri al governo. Appena dall’uso che il governo ne farà risulteranno in via di fatto la fisionomia e l’entità della soluzione corporativa italiana. I singoli articoli però contengono già gli elementi costitutivi di tutto l’edificio: 1) Le corporazioni verranno create dallo Stato il quale stabilirà la loro formazione e approverà con particolare decreto le designazioni delle associazioni sindacali in esse rappresentate. Lo Stato nominerà il loro presidente e sanzionerà con speciali decreti le loro deliberazioni; 2) Le corporazioni elaboreranno norme «per il regolamento collettivo dei rapporti economici e per la disciplina unitaria della produzione», ed avranno «la facoltà di stabilire tariffe per le prestazioni ed i servizi economici dei produttori che esplicano la loro attività nel ramo della loro competenza»; 3) La corporazione «dà parere su tutte le questioni che comunque interessano il ramo di attività economica per cui è costituita, ogni qual volta ne sia richiesta dalle pubbliche amministrazioni competenti»; ma il capo del governo può anche stabilire che le pubbliche amministrazioni debbano consultare le corporazioni. Oltre lo Stato, per decreto del capo del governo, potrà intervenire anche il partito, sia nel presiedere le corporazioni, sia nel costituire degli speciali comitati corporativi che il governo può chiamare in vita «per disciplinare l’attività economica riferentesi a determinati prodotti»: sarebbero queste le corporazioni per prodotto delle quali farebbero parte anche le amministrazioni statali e il Partito nazionale fascista. L’argomento rimarrà per lungo tempo all’ordine del giorno, destando l’attenzione del mondo internazionale . "} {"filename":"608a3533-de86-4629-9d92-46cbf9220a01.txt","exact_year":1934,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Non bisogna confondere, come fa qualche giornale, il «movimento della fede tedesca» coll’organizzazione dei «cristiano-tedeschi» . Quest’ultima è, come abbiamo altra volta esposto , l’organizzazione politico-religiosa dei nazionalsocialisti entro le chiese luterane e calviniste, ufficialmente costituite. Il primo invece è un movimento religioso fuori del Cristianesimo, promosso da parecchi gruppi di origine diversa, alcuni dei quali già preesistenti al nazionalsocialismo, e diretto soprattutto da alcuni professori di etnologia e teoria della razza, quali il Bergmann, il Günther, il Wirth e presieduto nella sua federazione ufficiale dal prof. Hauer di Tubinga, transfuga quest’ultimo del luteranesimo. Il Rosenberg , capo dell’ufficio stampa del partito nazionalsocialista, scrittore dell’organo centrale del partito, delegato dal cancelliere a vigilare sull’indirizzo intellettuale e filosofico del popolo tedesco e autore del famigerato libro Mito del secolo XX, non può venir ascritto formalmente a questo movimento, benché, come vedremo, i suoi propagandisti profittino assai delle dottrine del suo libro e si richiamino anzi ad esse, come a fondamento della loro teoria religiosa. Ufficialmente il Rosenberg sembra assumere di fronte al movimento della fede tedesca un atteggiamento di attesa o forse di neutralità benevola, accarezzando la speranza che esso possa contribuire ad attuare il grande ideale politico-religioso del nazional-socialismo, il superamento cioè della scissura «confessionale» del popolo tedesco . In un suo recente discorso il Rosenberg si esprime così: Noi non sappiamo se le tendenze a costituire una Chiesa nazionale tedesca avranno successo o no e comprendiamo e rispettiamo l’opposizione manifestata in riguardo dalle altre confessioni, ma né come movimento, né come Stato riconosciamo il diritto di far passare i capi di queste tendenze, come gente esaltata ed immatura. Questa specie di protettorato morale assunto dal Rosenberg è ben spiegabile, quando si legga il comunicato pubblicato dal «movimento della fede tedesca» il 4 marzo di quest’anno. Il comunicato annuncia che il movimento assumerà di qui innanzi un altro titolo, aggiungendo alle parole: «movimento della fede tedesca» l’epiteto «volkskirchlich», che potremmo tradurre «movimento della chiesa popolare della fede tedesca». Si tratta dunque di costituire una chiesa con tendenze «popolari», cioè nazional-socialiste. Nello stesso comunicato si riassumono anche le linee programmatiche del movimento nei seguenti punti: I. Noi aspiriamo all’unità religiosa di tutti i tedeschi sulla base di una fede tedesca e con la meta: un popolo, uno Stato, una fede! 2. Noi respingiamo dalla nostra fede e dai nostri costumi qualsiasi elemento eterogeneo e professiamo quella rivelazione divina che germoglia dal sangue e dalla terra della nostra comunanza popolare. Noi crediamo nella figliolanza di Dio quale si rivela nelle opere di amore verso i propri connazionali, nella missione divina, quale sta scritta nel cuore tedesco e come venne formulata dai geni intellettuali del popolo tedesco e vive fin dai tempi preistorici nel nostro retaggio. Per una comunanza religiosa del popolo valgono le stesse leggi vitali, come per il nostro Stato: servire il nostro popolo è servire Iddio… Coloro ai quali queste chiare proposizioni dicono troppo poco leggano il capitolo «Chiesa popolare tedesca e scuola» del libro Il mito nel secolo XX di Alfredo Rosenberg . Il libro è dedicato alla «memoria dei due milioni di eroi tedeschi che caddero nella guerra mondiale per una vita tedesca e per un Reich tedesco dell’onore e della libertà, spirito questo al quale il nostro movimento rende un fiero omaggio. Tedeschi di tutte le confessioni, fatevi pionieri ed apostoli della fede tedesca. Nessun dubbio dopo il grande discorso del Reichsleiter Alfredo Rosenberg». Ora l’unica cosa che risulta chiara da questo comunicato è il proposito del movimento d’inserirsi nella grande fiumana del nazionalsocialismo, profittando in modo particolare delle idee di colui che malauguratamente Hitler nominò sorvegliante supremo delle «tendenze spirituali e religioso-filosofiche» del popolo tedesco. Ma in quanto alla dottrina, il comunicato ci lascia al buio più di prima. Tentiamo dunque di vederci meglio volgendoci ad altra fonte, cioè alle «venticinque tesi» che il prof. Bergmann pubblica presso F. Hirt in Breslavia come «Catechismo della religione tedesca» . Proviamo a leggerne le principali. La prima tesi suona: Il tedesco ha la sua propria religione che sgorga come una polla viva dal particolare modo di vedere, di sentire e di pensare della sua propria razza. Noi la chiamiamo religione tedesca o religione popolare tedesca e intendiamo con essa la fede autoctona, propria e caratteristica della stirpe germanica. Non c’è bisogno qui di ricordare col card. Faulhaber che prima del Cristianesimo non esisteva in Germania né un popolo tedesco, il quale era invece diviso in una cinquantina di razze, né una cultura germanica unitaria. Otto Karrer nel suo libro recente La religiosità dell’umanità e il Cristianesimo dimostra con molti documenti che le idee religiose dei germani prima del Cristianesimo, tolte le forme e le espressioni particolari alla loro razza, sono quelle della religione naturale, comune a tutti i popoli contemporanei. Quindi non si può storicamente parlare di una religione legata alla razza germanica ed emanazione di essa. Passiamo alla quarta tesi. Essa suona. «La religione tedesca non ammette dogmi, appunto perché è una religione». E il professor Bergmann spiega che il Cristianesimo coi suoi dogmi non può essere una religione nel vero senso della parola, giacché esso ammette delle dottrine che non corrispondono alla verità e alla ragione. Nella sesta tesi il professore nega ch’esista un qualsiasi legame tra la religione tedesca e il libero pensiero, la propaganda atea e le tendenze dissolvitrici della religione. Qui evidentemente si vogliono mettere le mani avanti per difendersi contro eventuali nazionali-socialisti che volessero ricordare come le stesse idee di razionalismo e religione naturale vennero per un secolo predicate e propugnate dagli «enciclopedisti» e dai razionalisti, ossia dalle correnti liberali e massoniche che il nazionalismo proclama di aver superato per sempre. Del resto lo stesso Bergmann in una conferenza tenuta in Herne cominciò col dichiararsi partigiano della filosofia monistica di Ernesto Haeckel , rivelando, così, l’origine darvinistico evoluzionista delle sue tendenze. Nella seconda parte il catechismo espone la dottrina sul «Dio tedesco». L’ottava tesi infatti dice: Dio è un’idea morale che noi attribuiamo alla forza creatrice della natura, operante nel mondo e nell’uomo. La credenza in un Dio dell’al di là, fuori dell’universo, non è d’origine indo-germanica, ma semitica… Non c’è bisogno di osservare che se Dio è un’idea che noi attribuiamo ad una forza, è come dire che Dio in realtà non esiste. Il catechismo di Bergmann insegna dunque l’ateismo; senza rilevare che la proposizione è falsa anche storicamente, giacché pur nei più antichi documenti ariani si incontra sempre l’idea di un Dio fuori del mondo e sopra il mondo. Nell’ultima parte il catechismo s’occupa della morale tedesca. La morale della religione tedesca – si legge alla quindicesima tesi – respinge ogni credenza nel peccato originale, come pure la dottrina ebraico-cristiana della caduta dell’uomo in seguito al peccato d’origine. Siffatta dottrina è non solo antigermanica e anti-tedesca, ma anche immorale e irreligiosa: chi la insegna minaccia la moralità del popolo. Nello stesso senso suona la tesi seguente: Chi perdona il peccato, lo sanziona. Perdonare il peccato equivale a minare l’etica religiosa e distruggere la morale del popolo. La tesi diciotto proclama: L’uomo religioso tedesco non è schiavo di Dio, ma signore del divino in lui. L’etica tedesca respinge quindi come non tedesca la tendenza di fare dell’uomo un passivo oggetto della grazia. Come risulta da questa breve documentazione, le formule della «religione tedesca» non costituiscono che una rifrittura del più vieto panteismo che si riscontra presso i miscredenti di tutti i popoli. In Germania però esso tenta di rinascere nel movimento nazional-socialista, profittando delle innegabili tendenze anti-cristiane che qui e là si rivelano nei teorici del movimento e che avevano ampiamente giustificate le riserve e le condanne, emanate dai vescovi prima dell’avvento di Hitler al potere. Nemmeno dopo, le condanne di principio vennero ritirate o attenuate; solo che di fronte alle solenni dichiarazioni del Führer che il nazionalismo intendeva rispettare il Cristianesimo positivo, fondarsi anzi sulle due confessioni cristiane, e al fatto eloquentissimo del concordato , i vescovi lasciarono cadere i provvedimenti di censura che avevano preso durante il periodo della conquista hitleriana. Ora però di fronte alle confessate tendenze del «movimento religioso tedesco» e alle affermazioni dei suoi propagandisti, i quali si presentano nello stesso tempo come apostoli del nazional-socialismo e scrivono, come fa anche il Bergmann a pag. 59 del suo catechismo, che l’etica nazional-socialista è assolutamente inconciliabile con quella cristiana, con riguardo anche all’equivoco atteggiamento preso dal Rosenberg, s’impone sempre più un’esplicita dichiarazione dei capi responsabili del socialismo nazionale. Tanto più che Bergmann e compagni svolgono la loro propaganda con lo scopo preciso di ottenere dallo Stato il riconoscimento di corpo morale al loro movimento ossia una posizione analoga a quella che la costituzione di Weimar riconosce al Cattolicismo e al Protestantesimo: il riconoscimento ufficiale dunque della «terza confessione». Qual’è intanto la forza d’irradiazione che il movimento possiede per suo impulso interiore? È difficile dirlo. Il 26 e il 28 gennaio si radunò a Berlino un congresso per discutere il tema «la lotta pagano-religiosa dei nostri giorni». Convocatrice era la società per la preistoria germanica e oratori furono i soliti professori del «movimento tedesco»; con una notevole aggiunta però. Comparve cioè come oratore ufficiale del congresso anche quel dott. Krause, già capo dei cristiano tedeschi di Berlino, il quale, come si ricorderà, venne deposto in seguito ad un suo discorso al palazzo dello Sport . Un altro notevole apporto ebbero i congressisti nello scrittore nazionalista von Leers . Tutti costoro avevano di comune l’ostilità al «Cristianesimo delle chiese», ma quanto a costruzione positiva, le divergenze si rivelarono notevolissime. Il Krause nella sua relazione afferma che bisognava partire dal punto di vista espresso da Federico II, quando disse che ogni tedesco doveva essere libero «di santificarsi a sua façon» . Anche per il Krause del resto il Cristianesimo ha storicamente la colpa di aver spezzata l’unità dell’anima tedesca ed è un «mito nato in un paese straniero». Bisogna dunque creare qualche cosa di nuovo sulla base delle caratteristiche della razza germanica, dato che il Cristianesimo ha fatto fallimento… L’avvenire ci dirà se il terzo Reich ci porterà anche la fede tedesca. A definire questo «artgemaesser Glaube» furono rivolte poi le fatiche degli altri relatori. Gli etnologi e i razzisti invocarono il ritorno al monoteismo primitivo dei popoli germanici descrivendolo in base a induzioni più o meno fantastiche, e infine il Leers in un ampio scorcio di storia comparata delle religioni parve voler affermare che come nel moderno Giappone e nella moderna Turchia si ebbe un aggiornamento del buddismo e dell’islamismo, così in Germania si potrebbe forse riuscire, coll’aiuto del nazional-socialismo, a creare una nuova edizione del Cristianesimo, più adatta ai tempi presenti. Il congresso del gennaio, ch’ebbe piuttosto carattere di ricerca che di controversia, venne seguito con molto interesse, specie dalla gioventù studiosa. I suoi risultati spinsero i promotori a convocarne un altro che ebbe luogo pure a Berlino dal 1 al 4 marzo, in più ampia sede. L’oratore principale fu questa volta l’etnologo prof. Günther . Tra gli uditori molte donne e molte camicie brune. Il Günther, come il Mandel , professore all’università di Kiel, esaltò la superiorità del razzismo germanico sul Cristianesimo, ripeté che il Cristianesimo sarebbe l’espressione razzista della religiosità orientale semitica e affermò che la patria tedesca venne infiacchita dall’aspirazione alla vita ultraterrena, infusa nei cuori dal Cristianesimo. Il Cristianesimo colla sua esaltazione della umiltà, della povertà, dell’universalità e del celibato venne accusato di costituire la negazione dei valori indo-germanici. Si accentuò ripetutamente che la rivoluzione nazionale non sarebbe compiuta, fino a tanto che non fosse attuata la riforma religiosa nel senso delle idee razziste. Lavoriamo per una riforma tedesca che coronerà l’opera della rivoluzione tedesca! Così terminò il prof. Mandel. Questo secondo congresso, il quale si distinse dal primo per una maggiore aggressività contro il Cristianesimo ed in particolare contro la Chiesa cattolica, suscitò molte apprensioni e, nonostante l’attuale situazione della stampa, provocò anche qualche energica protesta. Ci basterà ricordare quanto scrisse il Reichsbote, organo, com’è noto, dei protestanti: Dio come prodotto della ragione umana, è un’invenzione che ben conosciamo dal passato. La conosciamo dai discorsi del «libero pensiero» più aggressivo, contro il quale abbiamo combattuto nei passati decenni. Nei giorni del passato regime lo sentimmo ripetere in mille variazioni, ed ora non si fa che rifriggerlo. Ma la situazione è un’altra. Oggi il libero pensiero s’intitola con orgoglio neo-paganesimo, marcia sotto la bandiera del nuovo Stato, si richiama ad idee nazional-socialiste e aggioga i concetti fondamentali di razza e sangue al carro che dovrà schiacciare sotto le sue ruote l’idea cristiana. "} {"filename":"13945e09-6e76-4533-82c9-eafa7f031dc2.txt","exact_year":1934,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Una storica cappella… calvinista È noto come il magnifico Duca Alfonso II d’Este sposasse il 28 giugno 1528 la Delfina Renata , figlia di Re Francesco I. Orbene nel 1536 la Duchessa Renata, che come tutte le signore italiane del Rinascimento aveva una notevole e varia cultura umanistica, si volle dedicare alla teologia… ma’ scelse per maestro l’eretico Calvino, che ospitò nella corte sotto il nome di Heppeville. Fu in quell’epoca che Renata volle costruire una cappella in castello rivestendola completamente di marmo affinché fosse impossibile appendervi immagini sacre che la religione protestante bandiva assolutamente. Di tale periodo di infiltrazione protestante è anche il famoso «libro da Messa» della duchessa Renata, preziosità nota a tutti i bibliofili. Quando nel 1595 la duchessa morì, in Francia, la cappella di Renata rimase sempre inofficiata. Fu soltanto recentemente, e precisamente lo scorso anno, in occasione della visita delle LL. AA. i Principi di Piemonte che la Cappella venne benedetta e sull’Altare venne posta la Pietra Sacra onde potervi celebrare la santa Messa. In seguito vennero eseguiti notevoli restauri. Venne riaperta la grande porta che mette in comunicazione la cappella con la ex-sala gialla del castello, vennero restaurate le decorazioni. Ora finalmente Sua Ecc. Reverendissima l’arcivescovo Mons. Ruggero Bovelli ha celebrato la santa Messa nella cappella gentilizia del castello estense, per solennizzare la data in cui detta cappella viene definitivamente restituita al culto. La cosa non ha fatto piacere ai molti protestanti nostrani, i quali per l’occorrenza si sono atteggiati a calvinisti. E sì che se tornasse Calvino, starebbero freschi … Il vescovo di Grosseto contro il protestantesimo Anche a Grosseto i protestanti hanno tentato e tentano di fare adepti alle proprie sètte e di togliere dal cuore del popolo la fede cattolica, specialmente nei rioni dove abita la classe operaia, e la miseria si fa maggiormente sentire. Appena S. E. Mons. Vescovo nel 1933 fece il suo ingresso a Grosseto prese subito a cuore la questione, curando lo sviluppo dell’Azione Cattolica e l’erezione di nuove chiese. A Grosseto vi è una parrocchia soltanto, quella della cattedrale. Fuori delle antiche mura medicee si è sviluppata grandemente la nuova Grosseto, ricca di bellissimi villini, magnifici palazzi, eleganti vie alberate da reggere il confronto con le altre città. Soltanto dopo la venuta di S. E. Monsignor Paolo Galeazzi si sono eretti degli oratori pubblici che certo non possono corrispondere allo scopo. Per ovviare e far argine al pericolo protestante occorre l’erezione delle nuove parrocchie. Almeno cinque urgerebbero in Grosseto nuovo. Ma ora già sta per aprirsi un’èra nuova che si saluta con l’entusiasmo dell’animo nostro: la prossima costruzione di una nuova chiesa parrocchiale. Il giorno 11 infatti in una sala del palazzo vescovile, alla presenza di S. E. Mons. Paolo Galeazzi, del vicario generale mons. Dianzani, del prof. cav. can. Antonio Cappelli, del notaio Valentini, dell’ing. Bellucci e dell’avv. Pastorelli fu stipulato un contratto per l’aquisto di una vasta area in via Nazario Sauro per la costruzione della nuova chiesa parrocchiale. È già stato eseguito un elegante progetto degno della nuova Grosseto e sarà atta ai bisogni di tutto il vasto rione nel quale i protestanti tentano maggiormente di far proseliti. «Neanche un protestante» intima l’arcivescovo di Bari Evidentemente i protestanti debbono aver deciso di mandare in villeggiatura i loro «colportori», inviandoli a far propaganda in campagna. Come si vede l’idea è bella e comoda, e unisce l’utile al dolce. Certo è che qualche colportore sta facendo la sua comparsa nei piccoli paesi della diocesi di Bari, cercando di smerciare la solita merce e le solite chiacchiere. «Ci viene segnalata – scrive infatti in una notificazione S. E. Mons. Mimmi , nostro arcivescovo – in alcuni paesi della diocesi la comparsa dei protestanti i quali, abusando della buona fede del popolo, cercano di fare proseliti. Il clero faccia il proprio dovere: preghi, vigili, lavori, e riferisca al vescovo. Se il clero istruirà il popolo colla spiegazione del Vangelo e del Catechismo ai piccoli e ai grandi; se si studierà di dare al divino culto le pie e nobili e, starei per dire, artistiche forme liturgiche; se si adoprerà a costituire le associazioni di Azione Cattolica, che sono associazioni di apostolato religioso, il protestantesimo non passerà. Le rinnovate insidie dei protestanti, stanno a dimostrare, se mai ve ne fosse bisogno, la opportunità del richiamo dell’Episcopato Pugliese il quale anche nella recente Conferenza ha invitato il clero e il popolo cattolico a vegliare perché l’antica fede non abbia da rimanere contaminata dai divulgatori dell’errore. Neanche un solo protestante nei nostri paesi. Questa la nostra parola d’ordine. L’affido allo zelo religioso del mio clero e del mio popolo». Truffaldine in giro Ne dà notizia l’Ordine di Como: Ci segnalano che sono calate da qualche giorno a Como alcune signorine le quali vanno importunando il prossimo con l’offerta della solita merce di contrabbando protestante. Di contrabbando: si tratterebbe, in apparenza, di innocui opuscoli igienici per… curare la salute. Ma già l’indicazione della Casa editrice indica la natura della merce: l’araldo della verità non spaccia, in materia religiosa, che menzogne. La conclusione, poi, dell’opuscolo conferma il giudizio. Merce di contrabbando. Una trentina di pagine per una conclusione che nessuno s’aspetta: la fede è la chiave della salute. Ossia non è necessario fare il bene, basta credere. Veleno protestante, insinuato attraverso norme igieniche. Metodo, conosciuto ormai, di codesti signori che vogliono conquistare l’Italia ai loro errori: sorprendere la buona fede. Non importa se tante volte son sorpresi con le mani nel sacco: continuano imperterriti nella loro opera che se non frutta molti proseliti alle ventitre sètte che agiscono in Italia spendendo moltissimo denaro, getta però in più di un’anima il dubbio, suscita dissensi talora gravi e pericolosi, ingenera indifferentismo. E un’altra birbanteria ci viene segnalata, non sappiamo se compiuta dalle medesime o da altre signorine della stessa risma. Offrono, invece che opuscoli igienici, materiale missionario dicendosi incaricate della propaganda dal Segretariato diocesano delle Missioni od anche dalle Suore canossiane. Menzogna l’una e menzogna l’altra. Né il Segretariato delle Missioni, né, tanto meno, le Suore canossiane hanno dato ad alcuno simili incombenze. Ma la manovra è nota: ciò che ora si tenta con i cattolici di Como, è stato già fatto altrove dove si è osato abusare o della giornata missionaria, o di una solenne manifestazione cattolica e, magari, di una fiera del libro cattolico per lanciare, sempre, merce di contrabbando e raccogliere denaro. Dovere: mettere alla porta, come si farebbe con un appestato, questi truffatori della buona fede siano in calzoni o siano in gonnella. Bruciare i loro libri ed opuscoli se, inconsapevolmente, si sono ricevuti od acquistati. I protestanti in Sicilia Di questi parla Primavera Siciliana da Palermo: Si sono spinte fin nelle abitazioni private, non senza perturbamento della pace e sicurezza domestica alla quale tutti abbiam diritto. Così li abbiam visti sforzarsi diffondere le solite pubblicazioni al Corso Tukory 254, in via F. P. Muratori n. 26, in via Raffaele Pellegrino n. 9, in molte case private di via Piave e via Monfenera, nella via Ponte Ammiraglio n. 253 e quel che più han fatto nuovo centro di irradiazione al corso Pisani presso l’abitazione di una «cappelliera». Né per questo il ben noto Lippolis ha smesso di fermare ed insultare, per istrada egregi uomini di parte nostra, imponendo i soliti libretti da proselitismo, vero unguento per i… gonzi. E l’ex-frate Capone, ogni domenica e qualche altro giorno della settimana, non sa astenersi, nel vicolo Penninello n. 9, dal far risuonare le solite canzoncine di marca esotica per attirare qualche incosciente nella rete. Ed intanto la chiesetta di via Celso, denunziata in passato per evangelica nazionale, proprio in questi giorni, ha preso l’etichetta pentecostale! Ad onor della verità dichiariamo che in tutti quei posti privati, sopra elencati, gli acattolici han ricevuto accoglienza tutt’altro che entusiasta, ma senza dubbio la colpa non è degli assaliti, bensì degli assalitori. E Mondello Lido non è stato preso pure di mira dagli acattolici? Quasi non bastassero i gravi scandali che rendono ogni anno tristamente celebre – nella stagione estiva – quell’incantevole lembo di cielo, ecco spuntarvi la mala pianta del proselitismo acattolico. Mentre scriviamo, nello stabilimento balneare, si aggirano giovanotti e signorine protestanti che, dopo fatta la preghiera in comune, si affaticano a distribuire le solite panzane. E quel che è più, pastori protestanti (autorizzati o no?) penetrano nei villini, cercando diffondere le solite barzellette, e finiscono col mettersi in carattere di succhioni e falsari. Infatti diffondono, a pagamento, numeri della rivista protestantica l’Araldo della Verità nella cui copertina è riprodotto un quadro della Resurrezione di N. S. G. C. ove campeggia, in atteggiamento di supremo dolore, l’immagine della Celeste Madre. I protestanti, negano il culto alla Madonna, la oltraggiano – ma pur di far quattrini ne diffondono l’immagine. E con tattica siffatta si insinuano tra la gente semplice ed ignara dei raggiri del proselitismo acattolico. Nulla diciamo, pel momento della libertà di cui godono gli acattolici in molti paesi dell’isola, anche nella pratica di culti non ammessi dalla legislazione italiana: primo tra tutti il culto pentecostale. "} {"filename":"627c1d82-8670-4167-80f4-021188fc2c39.txt","exact_year":1934,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Occupiamoci di nuovo, dopo tanto tempo, della piccola Austria, campo esperimentale di grandi problemi. Il ministro del lavoro Schmitz ha tracciato in un suo discorso il disegno della ricostruzione corporativa secondo l’ispirazione cristianosociale. Vediamone i capi saldi: 1) Chi deve attuare la riforma? «La collaborazione direttiva dello Stato è necessaria … ma lo Stato deve guardarsi dal considerare e plasmare la riforma dell’ordine sociale secondo un criterio politico unilaterale». «…Per quanto la direzione dello Stato sia indispensabile, noi dobbiamo però rimanere consapevoli della differenza ch’esiste, fra le funzioni dello Stato e quelle della società civile». 2) Il metodo dev’essere evoluzionistico, non rivoluzionario. La via giusta è quella di rinunziare alla simmetria per attenersi allo sviluppo organico dei germi già esistenti. In agricoltura esistono già le camere agrarie provinciali, nell’artigianato i consorzi industriali. Solo nel campo della grande industria bisognerà creare organi nuovi, giacché gli esistenti seguono criteri classisti. Il ministro ha già cominciato ad attuare il suo piano, annunziando la trasformazione in organi corporativi delle camere del lavoro sorte nel 1918. Queste camere sono rappresentanze operaie, elette col sistema proporzionale dalle libere associazioni sindacali. Dovrebbero venir rielette col 1934: saranno invece sostituite provvisoriamente da consulte e da un commissario, nominato dal governo. Durante questo periodo di transizione, coll’aggiungervi le rappresentanze padronali e tecniche, si trasformeranno in organi corporativi. Dalla risposta data dal ministero agli attuali dirigenti delle camere – socialisti – i quali avevano insistito per il carattere elettivo dei nuovi organismi si dovrebbe dedurre ch’essi verranno designati almeno in parte per elezione dai sindacati. La Reichspost del 17 dicembre, commentando , assicura che si tratta di una riforma nuova e di tipo proprio, secondo i criteri della Quadragesimo anno, benché non si debba negare che l’imponente esempio della nuova Italia abbia offerto delle preziose esperienze e dei punti d’appoggio. L’organo cristiano-sociale si preoccupa evidentemente dell’accusa elevata dai giornali di sinistra contro il governo Dollfuss, di plagiare il fascismo; o meglio la Reichspost se ne preoccupa per gli effetti che tale accusa può avere sulla stessa maggioranza governativa. È noto infatti che gli agrari nazionali sono contro l’«austro-fascismo», mentre le Heimwehren anche recentemente riaffermarono le loro tendenze fasciste e la loro avversione ad elementi estranei alla nazione che prevarrebbero entro lo stesso fronte patriottico. Di più il Volksvereinsbote di Linz, organo del Katholischer Volksverein pubblicava recentemente un manifesto per chiedere lo Stato corporativo cattolico e respingere invece la statolatria. Bisogna quindi che la riforma corporativa si muova con prudenza fra tanti scogli! Durante la sessione decembriana della Dieta dell’Austria inferiore – questi parlamentini regionali continuano sempre a funzionare – un deputato contadino polemizzando coi socialisti, e pure appoggiando l’indirizzo autoritario di Dollfuss, riaffermò che i cristiano-sociali sono un partito democratico. Non parlate di dittatura, gridò, rivolto ai rossi, voi che ancora nel vostro programma di Linz invocate la dittatura del proletariato! E concluse coll’esprimere la sua simpatia per quel tipo di democrazia che governa nella Svizzera. Ed ecco i socialdemocratici dell’Arbeiterzeitung cogliere la palla al balzo, quasi che – replica la Reichspost – i necrofori della democrazia non fossero proprio i socialisti! Vero è che in questo momento i rossi sono in uno stato di compunzione. Fino ad ieri trattavano l’encicliche pontificie dall’alto in basso, con una cert’aria di burbanzosa compassione, recentemente invece è uscito a Vienna, presso l’Arbeiterzeitung un opuscolo intitolato «La Chiesa e il nostro tempo» , opuscolo che conclude sempre in favore del marxismo, ma che almeno riconosce l’esistenza di una dottrina sociale cattolica. «Già il fenomeno di quest’istituzione bimillenaria e mondiale – scrive l’autore socialista – già l’immensa importanza spirituale e politica che bisogna riconoscere alla chiesa cattolica nella sua universalità basterebbero per richiamare su questo programmatico documento la massima attenzione; senonché la Quadragesimo anno ha per l’Austria anche un contenuto politico della massima attualità …». Bisogna credere che questo libro venga anche letto, perché alcuni giorni fa un deputato socialista sorgeva dai banchi della Dieta provinciale viennese a difendere il diritto associativo degli operai … basandosi sull’enciclica pontificia Quadragesimo anno, ricordando cioè che anche Pio XI, come Leone XIII, afferma che «l’oggetto naturale di qualsiasi intervenzione della società … è quello di aiutare in maniera supplettiva le membra del corpo sociale, non già di distruggerle ed assorbirle». O tempora, o mores! Un altro discorso di un altro ministro austriaco annunzia la rinascita dell’antisemitismo viennese. Qui le tradizioni antisemitiche, che risalgono ai tempi di Carlo Lueger, si rianimano per effetto della propaganda hitleriana, ma si alimentano sovrattutto del fatto che la disoccupazione della classe intellettuale sta in vivido contrasto colla prevalenza numerica della minoranza ebraica in alcune professioni libere. Il ministro dell’istruzione Czermak si espresse in termini molto moderati e rispettosi per le doti particolari dei semiti, ma concluse col riaffermare l’esistenza di «una questione ebrea» e la necessità d’intervenire, affinché la gioventù non ricorra ad eccessi. Czermak vorrebbe che gli ebrei stessi venissero ad un accordo e, se proprio non si vorrà introdurre dappertutto un «numerus clausus», almeno si convenga di attenersi nell’assegnazione della cariche ad una qualche misura protettiva della maggioranza cristiana. Notevolissimo è che quest’antisemitismo temperato trovò appoggio anche in un rapporto presentato da p. Guglielmo Schmidt all’assemblea dei dirigenti dell’azione cattolica. Il celebre etnologo che nel congresso cattolico del passato settembre parlò così eloquentemente contro il razzismo, vi riafferma ancora una volta l’avversione dei cattolici ad ogni odio di razza; ammette però che «l’egemonia degli ebrei in tutte le istituzioni di coltura non può venir tollerata più oltre; l’eccessiva invasione degli ebrei nelle scuole medie, nelle università, nelle professioni del medico e dell’avvocato non possono più sopportarsi, perché i nostri giovani vogliono trovare un pane e crearsi una famiglia. La gioventù austriaca anch’essa senza posto, vede molte professioni occupate sproporzionatamente dagli ebrei e guarda alle misure radicali del terzo Reich». A tali dichiarazioni il Neues Wiener Tagblatt risponde col citare l’art. 7 della Costituzione la quale stabilisce che «tutti i cittadini sono eguali avanti alla legge» e che «privilegi della nascita, della razza, della classe e della confessione sono esclusi». Anche l’art. 66 del trattato di S. Germano stabilisce che «tutti i cittadini austriaci sono eguali innanzi alla legge, senza differenza di razza, di lingua e di religione» e che «nessuna distinzione di religione, fede o confessione può recare danno a qualsiasi cittadino austriaco, specie nell’accesso ai pubblici impieghi …». La Reichspost replica che qui si tratterebbe proprio di parificare in via di fatto i cristiani agli ebrei: ma il problema giuridico e politico si presenta certo difficile e complicato. Dopo aver assistito alla discussione politica, ingaggiatasi alle Cortes sul programma del ministero Lerroux è forse lecito affermare che i cattolici dell’Azione popolare si sono dichiarati per il regime repubblicano, a condizione ch’esso renda possibile alla Chiesa di svolgere liberamente la sua missione. Il campo era stato sbarazzato dall’articolo «Los católicos y la Republica», pubblicato dal Debate il 15 dicembre. Vi si citavano le direttive di Leone XIII sul ralliement, la dichiarazione del dicembre 1931 e in fine l’enciclica di Pio XI Dilectissima Nobis, in cui si afferma che la Chiesa cattolica non è legata a nessuna forma di governo e salvo i diritti di Dio e della coscienza cristiana, non ha difficoltà a convenirsi colle varie istituzioni civili, tanto monarchiche che repubblicane . «I cattolici pertanto – continua il giornale – non hanno alcuna difficoltà a conformarsi alle istituzioni repubblicane essendo come cittadini e come credenti obbligati a prestare alla vita civile il loro leale concorso (Leone XIII). Senza dubbio ci possono essere, ed in Spagna esistono, dei cattolici che professano opinioni politiche particolari, avverse al regime repubblicano. Ciò è lecito e rispettabile, ma quest’ostilità al regime repubblicano essi non potranno derivare dal loro sentire e pensare di cattolici, né sarebbe permesso di stabilire un’incompatibilità qualsiasi fra i diritti e gl’interessi della Chiesa e la forma repubblicana». È vero, soggiunge il Debate, che si potrebbe obiettare che fu proprio la seconda repubblica spagnuola per conto suo a creare un’incompatibilità colla Chiesa. «Bisogna tuttavia ammettere che non pochi repubblicani – e tra essi alcuni di maggior rilievo – hanno il desiderio sincero di rettificare la politica settaria, gli uni per religiosa convinzione, gli altri perché anelano alla concordia nazionale. È urgente quindi che si dimostri colle parole e coi fatti che nella repubblica spagnuola la Chiesa può vivere una vita degna, nel rispetto dei suoi diritti, e nell’esercizio della sua divina missione». Riassumendo, il Debate dichiara che i cattolici spagnuoli «in quanto tali, non possono avere difficoltà – posto che non l’ha nemmeno il Papa – a conformarsi alle istituzioni repubblicane». Queste dichiarazioni trovarono il plauso dei popolari agrari, mentre sollevarono qualche obiezione del gruppo monarchico tradizionalista. Ma Gil Robles, il quale in un’intervista dell’Heraldo aveva già cercato di sviare la manovra degli antifascisti, dichiarandosi contrario allo statalismo, in nome della personalità umana, profittò della dichiarazione programmatica del Debate per interpretarne dalla tribuna parlamentare il significato politico. Lerroux «s’era presentato come un governo che s’appoggia sulla pubblica opinione interpretata dal Capo dello stato», un governo dunque di minoranza che ha la fiducia del presidente. (Involontariamente si pensa a Brüning e Hindenburg). Il suo scopo fondamentale sarà di «ristabilire la pace sociale, la disciplina morale e il prestigio della legge». Non toccherà l’opera legislativa della Costituente, dunque nemmeno le leggi antiecclesiastiche. Però cercherà di risolvere i problemi d’ordine religioso «con un rispetto eguale per la coscienza di tutti i cittadini». Come? Evidentemente il vecchio Lerroux giuoca di abilità, ma il giuoco non potrà esser lungo. Infatti ecco alzarsi Gil Robles il quale a nome dell’Azione Popolare dichiara che il suo gruppo ammette e rispetta il regime repubblicano. Il trionfo delle destre è stato un plebiscito contro l’opera legislativa della Costituente. Bisogna che il governo tenga conto del responso dell’urna. A questo punto una interruzione di Primo de Rivera , figlio del dittatore, il quale grida che «un governo autoritario è sempre una buona soluzione», scatena le ire della sinistra, la quale copre d’improperi la destra. Fu allora che Gil Robles aggiunse: Se si sbarrerà il cammino alla collaborazione della destra, ritorneremo al popolo a dire che la vita sotto la repubblica è impossibile. Così la situazione è chiarita. I cattolici hanno fatto il primo passo verso la repubblica. Tocca ora al governo di farne un altro per accostarsi alla coscienza religiosa del popolo. Il partito radicale francese, accanto ai suoi filistei che siedono in senato o al governo carichi d’anni e di onori, ha anche i suoi giovani, «les jeunes radicaux». Il loro capo, Jacques Kayser , pur protestando la sua fedeltà alle tavole del partito, ha sostenuto l’altro giorno in un contraddittorio a Parigi che bisogna risolutamente modificare i metodi di governo. Il controllo parlamentare – egli ha affermato – è indispensabile, ma bisogna disimpegnare il governo dall’«aléas quotidiens du Parlement»: l’autorità in alto, la più larga democrazia ai posti di controllo e la tecnicità nei posti creativi. La pastorale natalizia dell’episcopato austriaco è un documento politico di un valore incontestabile . Di fronte ad un governo cattolico, il quale proclama solennemente di voler seguire le direttive pontificie ed ha già dato ampia prova di saper attuare nelle leggi e nelle disposizioni questo suo proposito, i vescovi si sentono autorizzati ad assumerne apertamente le difese tanto più che il nazionalsocialismo, avverso all’Austria, è nello stesso tempo – come dottrina – avverso anche al cattolicismo. Gli errori religiosi del nazionalsocialismo – dicono i vescovi austriaci – vennero condannati a suo tempo dall’episcopato tedesco e questa condanna fu esplicitamente mantenuta, anche dopo il concordato. Il concordato stesso riguarda soltanto i rapporti giuridici fra Stato e Chiesa, ma non implica punto un’approvazione degli errori religiosi del nazionalsocialismo. Tutto il mondo sa del resto quanto siano tesi ancor oggi i rapporti fra Stato e Chiesa in Germania. Dottrinalmente il documento episcopale rimprovera al nazionalsocialismo: il razzismo, il quale dimentica che l’umanità è una sola famiglia; l’antisemitismo radicale, che è un’altra conseguenza dello stesso errore; la tendenza a identificare lo Stato colla società nazionale, escludendo così qualsiasi Stato che non collimi colle frontiere nazionali e la tendenza a porre lo Stato sovra la religione, il che logicamente condurrebbe alle chiese nazionali. "} {"filename":"bc6c9b69-f043-4f6e-8612-11442caf7293.txt","exact_year":1934,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"«La vieille France chrétienne ne pardonne pas à ceux qui ont été trop vite riches. Le fond de mortification que la religion a laissé dans le peuple remue toujours quand un financier apparaît dans le prétoire». Le notizie da Parigi ci facevano ripensare a queste parole, scritte da P. Hamp ai tempi non lontani dello scandalo Oustric . La profonda commozione popolare non è spiegabile, né colle sole risultanze concrete dell’affare Stavinski né colla violenta campagna scandalistica della stampa, né collo sfruttamento che ne hanno fatto i partiti politici: tutto questo ha riaperto ed esacerbato la ferita, ma la piaga era più profonda e più antica. È lo sdegno, l’avversione, l’odio, l’invidia anche, i quali agitano e fanno ribellare l’anima del popolo contro i troppo facili guadagni del mondo borsistico e finanziario: il popolo dei disoccupati o dei salari ridotti, il popolo della borghesia in crisi, che s’è vista recentemente caricata di nuovi balzelli, il popolo degl’impiegati che hanno dovuto sacrificare parte del loro stipendio, il piccolo rentier che è in pena per i suoi titoli; tutto questo popolo è preso da un’indignazione irrefrenabile, quando, in occasione di una nuova campagna scandalistica, gli vengono di nuovo fatti passare in rassegna quelle poche centinaia di privilegiati, che «guadagnano» ancora migliaia e migliaia di lire al giorno «trattando» gli affari a base di tantièmes, provvigioni e soldi di presenza. E poiché questi signori vivono in margine alla politica, cioè si servono in genere anche di uomini politici, per comprare colpevoli silenzi o assicurarsi indulgenze e impunità, la razione popolare colpisce subito i governanti, e «governo ladro!» diventa la parola d’ordine d’una campagna, d’una dimostrazione, d’una sommossa. Inutile entrare con ciò nel merito delle accuse concrete, inutile vedere se colle riforme ideate per proteggere il pubblico risparmio o inibire ai deputati di assumere l’assistenza legale in simili affari, il governo abbia mostrato il serio proposito di migliorare i costumi e se colla commissione d’inchiesta abbia dato prova di voler purgare l’ambiente: la folla oramai è in marcia e per trattenerla ci vorrebbe un fatto enorme, sensazionale, che ne potesse calmare d’incanto l’esasperazione. Daladier l’ha tentato, rimovendo brutalmente tutti i capi dei dicasteri comunque implicati, ma proprio questo fatto energico, questa mossa brusca che doveva rassicurare il pubblico, riuscì a farlo infuriare fino al parossismo. Gli è che oramai sulla fiamma dello scandalo soffiavano a pieni polmoni le fazioni politiche e il governo stesso, pur di raccogliere intorno a sé una maggioranza, aveva imposto in pieno il problema del regime. Anche questa però è una parola che in Francia ha ora un duplice senso. Régime per molti repubblicani moderati vuol dire il sistema di governo degli ultimi due anni, l’alleanza cioè dei radicali coi socialisti. Régime abject è invece per l’Action française il regime repubblicano, in confronto della monarchia. Per farsi un’idea dell’eterogeneo conglomerato che costituiva la folla dei dimostranti nella tragica giornata basterà leggere i vari manifesti della vigilia. L’Action française pubblicava un invito a «dimostrare» contro i ladri, e, riferendosi alla rimozione del prefetto Chiappe , scriveva: «Daladier et Frot , à peine ministres, ont révoqué le gendarme pour donner carrière à l’anarchie socialiste et sauver les voleurs francs-maçons». I combattenti Croix-de-Feu pubblicavano una lettera al presidente della Repubblica in cui accusavano il governo di «coups de force quasi dictatoriaux exécutés sous l’influence socialiste». L’«Union nationale des combattants» – come affermò in un ordine del giorno posteriore – intendeva sfilare disarmata e pacificamente al canto della marsigliese, per protestare contro i vergognosi scandali di ogni giorno e nell’ardente desiderio «de voir cesser cet état de choses infect, de voir jaillir toute la lumière et s’accomplir le geste tant attendu, la dissolution de la Chambre» . Invece l’«Association républicaine des anciens combattants» pur annunciando di partecipare alla dimostrazione, dichiarava che protesterebbe contro Daladier, autore della riduzione delle pensioni, ma anche contro Chiappe, protettore di Stavinski e terminava prendendosela col «fascismo» e coll’«imperialismo». Viceversa ancora l’«Unione dei combattenti e mutilati corsi» intendeva protestare contro l’allontanamento di Chiappe, loro conterraneo. Che dire poi dei socialisti e dei sindacati operai che volevano contendere la piazza agl’«imitatori dei fascisti e hitleriani» per difendere la «democrazia e la libertà»? E dei comunisti che dalle colonne della Humanité invitavano gli aderenti a mettersi «à la tête des masses dans la bataille»? Si aggiunga che accanto a questo schieramento politico, più facilmente individuabile, venivano a collocarsi altre forze non così esattamente designate, ma non meno importanti. La «Confédération générale des contribuables» aveva scritto al presidente della Repubblica per chiedere lo scioglimento della Camera e la trasformazione del Senato in «Alta Corte di giustizia», accusando «i ministri-colpo di stato di voler gettare un velo sanguinoso sui loro atti, invece di perseguire i complici d’un bandito, la cui morte sospetta non arresterà né la verità né la giustizia». E questa confederazione, addestrata alle proteste durante la lotta contro le nuove tasse, non predicava al deserto. Più sereno, più dignitoso e più efficace dev’essere stato un altro documento ricevuto dal presidente della Repubblica, la lettera di tutti i presidenti delle Camere di commercio della Francia, la quale, accentuando gli elementi critici della situazione economica, dichiarava, al di fuori di ogni tendenza politica, che «gl’industriali e i commercianti restano profondamente turbati ed inquieti» e fanno appello al capo dello Stato perché metta fine al grave stato di cose. Ma chi non sa che in Francia l’inquietudine per la situazione estera, dopo l’avvento di Hitler, è in continuo aumento, chi non ha avvertito che H. Berenger in Senato, a nome della commissione degli esteri, dichiarava lo stesso giorno della dimostrazione di aver scritto a Daladier per affermare che, nella presente situazione internazionale, nessuna riduzione degli armamenti era possibile? L’ex ministro Paul Reynaud in una discussione in contraddittorio dell’«Alliance démocratique» a Parigi, proprio il giorno 6 aveva detto: «Regardez le monde: l’Allemagne soutient le Japon dans le conflit qui va sans doute éclater au printemps entre lui et la Russie, afin d’avoir les mains libres contre la Russie. Les progrès de l’hitlérisme en Autriche et en Hongrie sont effrayants et l’on peut dire que nous sommes menacés de voir bientôt s’ouvrir à l’Allemagne la route du Danube vers la mer Noire. Et c’est dans des circonstances aussi tragiques que la France est absente de l’Europe!». Da quest’irrequietudine balzava insopprimibile l’appello all’unione, il postulato di un governo di concentrazione, forte dell’appoggio di tutti i partiti e più forte di loro. Di fronte a questo postulato la minaccia pronunciata alla Camera da Blum di voler ad ogni costo «barrer la route à l’offensive de la réaction fasciste» e la ritorsione di Tardieu, il quale accusava il governo di «fascismo» perché impediva alla Camera di discutere, ricorrendo ad un artificio di procedura, appaiono delle pure schermaglie dialettiche poco convincenti. Anche dopo gli scontri sanguinosi i giornali continuarono la loro giostra polemica; quelli di destra: «le gouvernement de M. Daladier a provoqué hier, à Paris, la guerre civile»; quelli di sinistra: «les bandes fascistes ont organisé des émeutes autour du Palais-Bourbon». L’Oeuvre, l’Ere Nouvelle e la République sostengono che il regime doveva difendersi, l’Humanité oltre che coi «fascisti», se la prende colla «démocratie qui se fascise» e si vanta che «Paris ouvrier a riposté!». Ma la maggioranza sente sovrattutto l’orrore del sangue sparso e reclama la conciliazione. Forse qualche giornalista, veemente catone contro i parlamentari, sentirà ora che anche la stampa colla sua violenza verbale s’è fatta complice della violenza materiale che ha costato tante vite. Si ha ora la sensazione che le vittime del conflitto devono essere cadute per la pace, e la tragicità della situazione debba spingere gli uomini divisi da tanti odi, ad incontrarsi un’altra volta come nel 1926, quando Poincaré ristaurò coll’Unione sacra le finanze nazionali. Un altro ex-presidente è chiamato ad un’opera simile. La voce dei morti – innanzi ai quali, come la Francia, tutto il mondo, s’inchina – risuona d’oltre tomba con l’ultimo appello. E difatti si sono riuniti tutti in comitato di salute pubblica, dal centro destro ai socialisti nazionali: non è né l’unione antimarxista invocata da molti in questi mesi, non è nemmeno un’alleanza con un programma di riforme. Il governo avrà da affrontare subito delle difficoltà serie; benché si debba credere che i socialisti, rassicurati dalla presenza del ministero Marquet e dal fatto che all’interno siede il radicale Sarraut , non tireranno troppo la corda. Subito tuttavia ci si chiede di già come un ministero, in cui siede Tardieu, possa tollerare lo sciopero dei funzionari. E arriveremo alle riforme proposte con tanto vigore da Andrea Tardieu? Recentemente Herriot, a proposito appunto delle innovazioni costituzionali chieste dal capo dei repubblicani moderati, lo accusava di «faire acte de condottiere». Tardieu replicava che, al contrario, «c’est barrer la route au condottiere». E tuttavia, nonostante una così netta diversità di visuale bisognerà pure, che trovino le basi di un accordo, almeno riguardo alla possibilità di sciogliere la Camera. L’Heure de la décision è il titolo del recente volume di Tardieu , nel quale sono raccolti i suoi articoli di battaglia, che abbiamo spesso registrato in queste colonne. Quest’ora forse non è ancora giunta. Ma ci si va avvicinando. Gli elementi che trovano ragionevole di riformare o almeno ritoccare la costituzione del 1873, senza scuoterne le basi, introducendo per il Capo dello Stato il diritto di sciogliere la Camera, su proposta del governo responsabile, e riservando al governo il diritto di proporre le spese, crescono e si rafforzano. Il nuovo capo di governo, un «sinistro» anche lui, secondo la terminologia parlamentare, Gaston Doumergue , disse proprio giorni fa: «Les Constitutions ne sont pas des fétiches. Elles doivent évoluer avec les temps». L’Europa assiste con vivo interesse agli sviluppi della situazione francese, ansiosa di vedere se le necessarie innovazioni potranno essere attuate senza ricorrere a colpi di forza e senza suscitare reazioni violente. Ma al di là di quest’esperimento di regime interno, nel quale si tenta di conciliare il sistema parlamentare colla necessità d’una maggiore stabilità e risolutezza del potere, l’Europa e il mondo guardano sovrattutto alla Francia come eminente fattore della politica internazionale, e si augurano ch’essa torni a dare il suo valido contributo all’opera della riconciliazione specialmente europea. "} {"filename":"39d43e09-2013-4e5f-a35d-22b8d8a323e2.txt","exact_year":1934,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Un primo movimento si ebbe in Austria contro le Diete, cioè contro il regime parlamentare provinciale. La piccola repubblica, com’è noto, ha conservato – anzi accresciuto – il federalismo della cessata monarchia. Nelle vecchie province storiche, Tirolo, Carinzia, Stiria, Salisburgo, nelle due Austrie e nella nuova provincia conquistata dall’Ungheria, il Burgenland, comanda un governatore provinciale elettivo, coadiuvato da una giunta, eletta anch’essa dalla Dieta. Ora questi governi provinciali erano rimasti al loro posto, e le Diete avevano, nelle loro sessioni autunnali e primaverili, continuato a discutere e a deliberare, mentre il Parlamento centrale, in causa delle dimissioni della presidenza, s’era tolto la possibilità di funzionare. La maggioranza delle Diete era cristiano-sociale, ma vi risiedevano anche i rappresentanti degli agrari e dei socialisti. Da tempo le milizie patriottiche del principe Stahremberg (Heimwehren) avevano dichiarato la guerra a questi residui del parlamentarismo, ed ora ai primi di febbraio decidevano di fare una dimostrazione di forza. Infatti la mobilitazione ordinata ai primi di febbraio per far fronte a nuove violenze del nazionalsocialismo, venne rivolta anche contro i regimi provinciali, e ad Innsbruck dapprima e poi nelle altre capitali di provincia, delle deputazioni heimwehriste si presentarono ai governatori, per chiedere l’abolizione di ogni regime parlamentare e democratico, lo scioglimento dei partiti e la costituzione di governi locali, che si basassero sulle formazioni militari. Il movimento tirolese incontrò subito delle opposizioni e subì in conseguenza delle attenuazioni. Dei cristiano-sociali chi si oppose in nome della legalità, chi tentò di arginare e modificare la direzione della corrente inserendovi le milizie proprie e le organizzazioni professionali. Poiché Stahremberg si richiamava al cancelliere e giurava di non voler attuare che il programma di Dollfuss, i cristiano-sociali tirolesi, col governatore Stumpf alla testa, deferirono l’ultima parola allo stesso cancelliere; e mentre le milizie in un comunicato avevano già annunciata la costituzione di una consulta provinciale con larga rappresentanza delle milizie, il giorno dopo si annunziò che la decisione sarebbe venuta appena in seguito ad una conferenza convocata a Vienna da Dollfuss, che in quei giorni si trovava a Budapest. Anche gli altri governatori risposero che si sarebbero attenuti alla costituzione ed avrebbero sottoposte le chieste riforme alla Dieta. Frattanto le organizzazioni di classe, cioè le federazioni dei contadini, i sindacati cristiani, le leghe artigiani levarono anch’esse la loro voce, protestando che lo Stato futuro, promesso dal cancelliere, doveva essere corporativo, che quindi in prima linea doveva farsi posto agli «stati»; e così alle rappresentanze delle Heimwehren si associarono o s’imposero anche i delegati dei contadini, degli operai e del ceto medio. La stampa cristiano-sociale mostrò in quei giorni una direttiva oscillante; quella tirolese accentuava la legalità, la costituzionalità, quella di Linz e di Graz ammetteva che l’impazienza, espressa dalle Heimwehren, era l’impazienza di tutti. Da 11 mesi il Parlamento non si convocava e la promessa riforma incontrava le obiezioni dei legisti e parlamentari, rifugiatisi nei clubs. Vienna e molti altri comuni stavano ancora sempre in mano dei socialisti. Era giusto che per questo periodo transitorio si provvedesse d’autorità. Si arrivò anche a lanciare la notizia – naturalmente poi smentita – che il vescovo di Linz avesse fatti suoi i postulati delle milizie. Il governatore provinciale invece di Salisburgo , in un’assemblea cristiano-sociale metteva in guardia contro la pretesa di sciogliere i partiti: s’era visto – disse – a qual punto tali provvedimenti avevano condotto i cattolici germanici. Il giorno 10 Dollfuss ritornò da Budapest e l’11, domenica, la Reichspost pubblicò una dichiarazione del cancelliere , nella quale questi riconfermava la sua convinzione che «il vecchio parlamentarismo, basato sul dominio dei partiti» aveva fatto il suo tempo e prometteva di accelerate i lavori per sostituirvi la rappresentanza corporativa. Si volgeva poi contro l’ideologia marxista e terminava col raccomandare la disciplina e coll’assicurazione che ove fossero stati necessari dei provvedimenti transitori, il governo l’avrebbe presi di sua propria autorità. Intanto già il venerdì il vice cancelliere Fey aveva emanato un decreto per togliere al sindaco socialista Seitz le cosiddette mansioni delegate di polizia e conferirle ad un apposito commissario del governo. Il decreto era motivato dalla scoperta fatta presso alcuni capi del disciolto Schutzbund (lega difensiva repubblicana) di armi e munizioni. In seguito a tale scoperta il vicecancelliere aveva fatto perquisire le sedi viennesi del partito socialista e ordinato molti arresti. Il governo s’era fatto la convinzione che lo Schutzbund stesse preparando una sollevazione e quindi aveva dato l’ordine generale ai suoi organi di perquisire le sedi socialiste anche di fuori di Vienna nelle città di provincia; e nello stesso tempo aveva mobilitato le forze ausiliari. Il provvedimento contro il borgomastro fu interpretato dai socialisti nel senso ch’esso preludesse allo scioglimento del comune di Vienna; e un episodio dell’ordinata perquisizione, svoltosi a Linz, diede fuoco alle polveri . Speranze in altro senso aveva invece suscitato un discorso del cristianosociale Kunschak nella seduta del consiglio comunale viennese, tenuta nello stesso venerdì. Trattandosi della conversione d’un prestito comunale in dollari, il Kunschak aveva dichiarato che la minoranza cristiano-sociale avrebbe votato in favore ed aveva accennato alla comune avversione contro il nazionalsocialismo. Il borgomastro aveva cercato di dare una grande portata politica alle dichiarazioni di Kunschak, ma il giorno dopo la Reichspost, costretta a prenderne le difese contro gli attacchi heimwehristi, dichiarava ch’era troppo tardi, e che i marxisti non dovevano illudersi. Il partito socialista viennese si vantava di esssere l’unico partito unitario vecchio stile. All’autorità di Federico Adler, l’uccisore del conte Stürgh , e al dogmatismo marxista del dottor Bauer era riuscito di mantenere in un’unica organizzazione la destra relativamente moderata e l’estremismo bolscevico. Tra la I e la III, l’austromarxismo aveva patrocinato una seconda internazionale che senza essere direttamente comunista ne accettava però la finalità della dittatura proletaria. Nel 1918 aveva vinto la corrente parlamentarista e Renner, Seitz e compagni avevano assieme ai cristiano-sociali costituito un governo democratico. Ma ben presto l’ideologia marxista aveva trovato in Adler, in Bauer, in Deutsch dei predicatori fanatici. Il socialismo austriaco, come disse recentemente Gil Robles del socialismo spagnuolo, tenne sempre un piede nel parlamento e un altro sulla barricata. Le sue apologie della costituzione, la sua difesa delle libertà democratiche, la sua protesta contro i metodi della estrema destra venivano tutte svuotate ed inficiate dalla propria predicazione della violenza, dal proprio programma di conquista e dittatura proletaria. C’erano senza dubbio anche i moderati, che in questi ultimi tempi crescevano di numero, ma sopra loro i fanatici tenevano tutte le leve di comando. Ultimamente, rispondendo ad un pubblico appello del cancelliere, avevano dichiarato di essere pronti a collaborare ad una riforma costituzionale, purché la si facesse per vie legali, si mantenesse il suffragio universale e si salvaguardasse la libertà sindacale. Le proposte in fondo erano discutibili; ma come mettersi per questa via con un commilitone che tiene all’asciutto le polveri per farti saltare, quando gli possa tornar meglio? Inoltre anche la collaborazione temporanea esige che dietro il fronte non si conduca una guerra spietata. I socialisti viennesi invece scristianizzavano e fanatizzavano la gioventù e si valevano del potere politico per distruggere la famiglia e soffocare la fede. Una tale opera erosiva aveva reso impossibile anche al democratico Seipel una tregua d’armi. Certo che la vittoria di Dollfuss non sarà definitiva se non quando egli avrà riconquistato gli animi della classe operaia. Il vero corporativismo comincia ora. Cavour diceva che collo stato d’assedio tutti sanno governare; ma il difficile viene poi. I sintomi che ai cristiano-sociali riuscirà di guadagnare una parte degli ex socialisti, sono molti. Il fatto che in Vienna stessa migliaia di organizzati non seguirono la parola d’ordine dello sciopero generale, che i socialisti tutti della Carinzia e del Vorarlberg e la maggior parte dei tirolesi non si mossero, l’annunzio che due capi socialisti carinziani stanno fondando una «federazione operaia indipendente» per accogliervi i socialisti, che abbandonando le teorie di Marx si propongono di collaborare alla riforma corporativa di Dollfuss, danno già ragioni di sperare nell’avvenire. Quello che sovrattutto fa sperare è il contegno cristiano del presidente della Repubblica e del capo del governo. Su proposta del cardinal Innitzer , che in mezzo alla guerra civile lanciò un commovente appello alla pace, la signora Dollfuss ha costituito un comitato per soccorrere gli orfani e i famigliari dei caduti socialisti. Il padre Bichlmair S.J. , il più celebrato oratore del congresso cattolico della scorsa estate, pubblica nella Reichspost un efficacissimo richiamo alla carità cristiana. «Oggi, egli dice, quello che occorre è l’amore cristiano. Ogni durezza non necessaria, ogni rappresaglia, ogni ingiustizia contro i vinti danneggerebbe gli scopi di un governo cristiano, porterebbe nuovi germi di malcontento e di odio. Qui non bisogna semplicemente inquadrare meccanicamente, ma occorre trasformare interiormente, educare un po’ alla volta le masse, rimaste senza capi. La Chiesa ci ha dato l’esempio, perché l’Ordinariato viennese in una sua circolare ha messo in guardia i parroci dall’accogliere in blocco nella Chiesa le migliaia che accorrono oggidì in canonica, sotto la pressione degli avvenimenti, ed ha disposto che la riassunzione debba avvenire soltanto previo un corso d’istruzione religiosa ed un esame… La differenza fra vincitori e vinti dev’essere superata». Lo scrittore accenna qui al lavoro che dovrà fare l’«Azione cattolica», la stampa, la scuola. «Il sangue che venne sparso durante gli ultimi giorni, impegna ogni austriaco a tralasciare tutto ciò che possa provocare nuove scissioni e turbare la gigantesca opera della ricostruzione governativa. Voglia Iddio che questo sangue, versato d’ambe le parti per convinzione, abbia bagnato la terra, solo perché su essa si ricostituisca l’unità del popolo austriaco» . Queste parole sacerdotali sono certo anche le direttive del governo, il quale del resto vi è spinto pure dalla prudenza e dalla necessità politica. Le minacce dei fuorusciti nazionalsocialisti ammoniscono anche le forze governative. Le Heimwehren sembrano disposte a liquidare le loro richieste con una soluzione transitoria legale o legalizzata. Le Diete stesse dichiarerebbero di sciogliersi e di delegare i loro poteri ai capitani provinciali. Questa sarebbe la forma di transizione costituzionale, in attesa della sistematica riforma. "} {"filename":"106aa2b0-0749-4270-8e91-3a5a1ce19774.txt","exact_year":1934,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Von Papen è oratore forbito, elegante e sostanzioso. Da lungo tempo tuttavia la sua arte retorica sembrava doversi esaurire nella difesa della Sarre : problema che, accanto alla personale fiducia del maresciallo, costituisce per Hitler la ragione di conservargli il rango e la dignità di vicecancelliere. L’ultima volta che prese atteggiamento nelle questioni generali fu in Gleiwitz nel gennaio scorso, quando polemizzando colla pastorale natalizia dell’episcopato austriaco, parve assumere, pur contro preoccupazioni e riserve così autorevoli, la difesa dei principi e della condotta del socialnazionalismo. D’allora in poi egli, cattolico e collaboratore del Concordato, dovette assistere silenzioso allo strazio che se ne fece nelle manifestazioni oratorie e nelle pratiche attuazioni; protettore dello Stahlhelm, ne vide i capi sospettati o puniti; rappresentante della destra conservatrice, dovette tollerare che alcuni Unterführer proclamassero che il nemico sta a destra ed annunziassero nuove e più energiche ondate rivoluzionarie. Pare ora che la sua pazienza sia arrivata all’ultimo limite, perché domenica 17 von Papen colse l’occasione dell’assemblea annuale della federazione universitaria di Marburgo , per pronunciare un discorso trasmesso anche per radio, che fece una sensazione enorme. Disgraziatamente è impossibile averne sott’occhio il testo integrale, perché la stampa tedesca ebbe l’ordine di non riprodurlo. I brani tuttavia riferiti dai giornalisti svizzeri ed austriaci sono più che sufficienti per caratterizzare il singolare avvenimento. «Per devozione verso Adolfo Hitler e l’opera sua» il vicecancelliere si sente in dovere di fare alcune precisazioni intorno alla «rivoluzione tedesca». Siccome «la stampa non ha il coraggio di cercare una spiegazione coraggiosa e leale», tenterà di farlo egli stesso, come uomo di Stato, dimostrando così che «il governo è abbastanza forte per sopportare delle critiche decenti e leali». Entrando nel merito egli deplora che «giovani ardenti e rivoluzionari» tendano troppo a sinistra, predichino la lotta contro i conservatori e annunziano periodicamente nuove ondate. La rivoluzione non può essere infinita né meta a se stessa. «Il sistema del partito unico non è giustificato che in quanto sia necessario per assicurare il cambiamento di regime e fino a che entri in funzione la nuova classe dirigente». «L’umanità, la libertà e l’eguaglianza dinanzi ai tribunali non sono espressioni del liberalismo, ma nozioni cristiane e germaniche. Il fondamento degli Stati è la giustizia». Sulla «libertà individuale» egli, secondo il testo pubblicato dalla stampa svizzera, avrebbe insistito colle seguenti parole: «L’applicazione della disciplina militare alla vita collettiva del popolo non deve soffocare le tendenze umane. Ognuno deve disporre di alcune ore, per consacrarle alla famiglia e ai suoi svaghi. Un popolo non può venir unificato col terrore, che deriva sempre da una cattiva coscienza. Contro i discorsi di coloro i quali affermano che l’individuo non conta nulla conviene ricordare la parola del Führer, che la cosa più importante è il valore della persona». Un’altra parte notevole del discorso fu quella relativa alla questione religiosa. Qui von Papen si volge contro il movimento della «fede tedesca», contro la tendenza di coloro che vogliono ricostituire l’unità religiosa della Germania creando una «terza confessione» a sfondo idealistico-pagano, e afferma che la vera unità è data dal cristianesimo. Abbandonandolo, i tedeschi si metterebbero da sé al bando della civiltà occidentale di cui furono tanta parte. Ed ecco la conclusione del discorso, secondo la fonte già citata: «Nessun popolo può restare in uno stato rivoluzionario perpetuo, se vuol rimanere nella storia. Bisogna che un giorno o l’altro il movimento rivoluzionario si arresti e che si organizzi un ordine politico-sociale definitivo e si stabilisca nello Stato una giustizia imparziale. Non si può crear nulla con una dinamica perpetua… La storia si svolge da sé; non occorre incalzarla ogni momento». Alla fine von Papen elevandosi a considerazioni più generali fa appello all’Europa perché si ritrovi in un’opera comune di civiltà e di progresso, a scanso di perdersi definitivamente. Si comprende di primo acchito che il ministro della propaganda Goebbels, il quale aveva tuonato anche in un discorso recente contro i criticastri e i «Miesmacher» , abbia subito interdetto la pubblicazione del discorso e che il Rosenberg nell’organo del partito Völkischer Beobachter pubblichi una risposta che senza nominare il vice-cancelliere, gli nega il diritto di parlare sulla rivoluzione tedesca; ciò dev’essere riserbato a coloro che l’hanno veramente fatta. «È un errore il ritenere che i cosidetti circoli di destra abbiano avuto le stesse mete che i nazionalsocialisti e che solo la tattica sia stata diversa. Lo stato presente del nazionalsocialismo non è uno stadio di transizione, ma costituisce un fenomeno definitivo». A Berlino si sparse già lunedì la voce che von Papen in seguito alla mancata pubblicazione si sarebbe ritirato; ma invece un colloquio con Hitler deve avere evitata la crisi, giacché si annunzia aver lo stesso von Papen in confronto del Führer convenuto che il discorso, pronunciato per un circolo ristretto d’intellettuali, non era adatto alla pubblicazione su larga scala. Ne potrebbero derivare degli equivoci, e quindi lasciamolo nell’oblio, avrebbero concluso d’accordo i due uomini di Stato. I corollari quindi troppo affrettati che ne deducevano alcuni giornali francesi non hanno ragione di essere. Ma è pure innegabile che il dissenso per dirla alla tedesca, è immanente e che presto o tardi dovrà venir risolto. La questione delle idee e i problemi dello spirito finiscono coll’imporsi. Il ministro Goering cercò in questi giorni di bagatellizzare la crisi del protestantesimo tedesco col dire che la nuova chiesa centralizzata non vuol essere che un’organizzazione esteriore, lasciando piena libertà di pensiero nelle questioni teologiche. Ma gli evidenti dissensi religiosi della Germania d’oggi, ci provano appunto che la questione dei principii e dell’unità morale interiore prevale su ogni unità formale. Ed il campo religioso è un esempio per gli altri. Il movimento operaio cattolico nei paesi a partito unico sta adattando il proprio organismo alla situazione di fatto. In Austria, sciolte le Gewerkschaften (sindacati) di colore e creato il sindacato unico di Stato, proibite anche tutte le associazioni politiche, gli operai che erano prima organizzati nei sindacati cristiani e partecipavano al «cristlichsoziale Arbeiterpartei», il quale in via di fatto agiva come sezione operaia del partito cristiano-sociale, si sono ora organizzati in una «federazione operaia cattolica». Vi si rivedono alla testa gli antichi capi, gli onorevoli Kunschak e Spalowsky , e come assistente ecclesiastico generale, mons. Hausleithner . Il programma, disse quest’ultimo nella assemblea costitutiva, rimane quello della Rerum novarum. Gli operai cattolici ne cercano l’applicazione integrale nelle società operaie cattoliche, donde si propongono di portare il loro spirito nel sindacato unico, ogni volta ch’esso sarà chiamato ad esercitare le sue specifiche funzioni. Più complicata e difficile è la situazione in Germania. Una disposizione recente, che corona una serie di altre vessazioni, stabilisce che i soci delle società operaie cattoliche non possano essere nello stesso tempo membri dell’Arbeitsfront ufficiale. Ciò equivarrebbe a sopprimere le organizzazioni cattoliche, perché chi non partecipa all’Arbeitsfront non può far valere i suoi diritti sociali. Ora il vescovo di Münster, conte Gallen , dichiarò in una recente riunione operaia, tenuta ad Essen-Wiengen, che i vescovi radunati in conferenza a Fulda, avevano deciso di difendere le società operaie cattoliche e i Gesellenvereine . Espresse anche la speranza che nei negoziati imminenti che si svolgeranno fra una deputazione episcopale e il ministro degl’interni si riesca ad abolire il deplorato provvedimento, ed incoraggiò i soci a resistere contro le diffide e le minacce. La Destra cattolica belga ha fatto un passo innanzi nell’elaborazione della riforma statale. Dopo le proposte politiche, delle quali abbiamo a loro tempo fatto cenno, la «Fédération des Associations et des Cercles» presenta ora un complesso di riforme amministrative. Trascurando qui il piano di riforma burocratica, pur così notevole perché propone di creare un organo specialissimo per 300 funzionari superiori scelti, ci limiteremo a registrare i suggerimenti di carattere politico-sociale. La Destra cattolica vuole anzitutto la «décharge de l’Etat». Bisogna smobilitare lo Stato. «Nous sommes – proclamano questi cittadini di uno Stato che in confronto a molti altri passa ancora per liberale in economia – nous sommes infiniment plus avancés dans la voie de l’Etatisation qu’on ne pourrait le croire à première vue». Per rimediarvi si propone che lo Stato restituisca all’iniziativa privata parte del suo patrimonio industriale (comunicazioni, poste e telegrafi, miniere ecc.), pur riservandosi, nel pubblico interesse, un diritto di controllo e di veto. La stessa smobilitazione s’invoca sul terreno politico sociale. Lo Stato non deve assumere direttamente né le assicurazioni sociali, né l’organizzazione del credito, né i lavori pubblici, né la scuola. Lo Stato deve vigilare e tenere l’alta direzione, ma ad occuparsene in pieno sono chiamati i corpi intermedi. Si tratta anche di giustizia distributiva. Perché ad esempio si dovranno mantenere coi danari di tutti i contribuenti le scuole superiori che vengono frequentate quasi soltanto dalle famiglie benestanti? In quanto alle assicurazioni «l’idéal est que la prévoyance sociale soit organisée par des institutions corporatives». Per il contrario i riformatori vogliono che sia aumentato il potere di controllo dello Stato, in modo che ogni ente il quale viva anche in modesta parte con mezzi pubblici, debba essere sottoposto ad una rigorosa vigilanza. Le proposte suscitarono più consensi che obiezioni e furono dopo rapida discussione accolte ad unanimità. Il presidente, l’ex ministro Segers , proclamò anzi con una certa solennità che con queste innovazioni e quelle altra volta deliberate «on prépare l’avènement de l’Etat corporatif!» È ben questa un’altra prova che conferma come questo termine di «Stato corporativo» serva oramai ad etichettare le posizioni più diverse e antitetiche. Il più autorevole organo del liberalismo europeo, il «Temps»,asseriva recentemente che corporatisme equivale a étatisme e che «le corporatisme pullule sur le marxisme mort». «C’est le plus grave péril qui menace notre civilisation», scrive altrove Giuseppe Barthélemy . Ed ecco invece i cattolici belgi i quali credono di poter ricorrere al corporativismo per «décongestionner» lo Stato ed aumentare le libertà economiche e sociali dei cittadini. Ciò dimostra che le parole di moda vanno guardate molto dappresso. Oliveira Salazar costruisce sulle rive del Tago un edificio di stile diverso da quello italiano, Dollfuss è corporativista come Hitler, ma fa il contrario di lui; ed ora staremo a vedere a chi assomiglierà Gueorguiev colle sue corporazioni balcaniche. "} {"filename":"037e52f1-9203-4549-9640-cfa22ca343a2.txt","exact_year":1934,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"L’accordo concluso fra le due confederazioni italiane dell’industria per combattere la disoccupazione, consiste in «provvedimenti eccezionali» con riguardo alle «attuali possibilità di lavoro» ed ha, per esplicita disposizione, un carattere provvisorio e sperimentale. Solo quindi ad esperimento compiuto si potrà vedere se la riduzione del lavoro a 5 giorni la settimana colla corrispondente riduzione del salario settimanale, costituisca una misura efficace contro la disoccupazione industriale, valida a compensare gli effetti economici del diminuito salario. Ma l’accordo comprende un altro provvedimento che merita già fin d’ora di venir segnalato ed avrà certo larga eco fra quanti s’interessano di cose sociali. Si tratta della fondazione della «Cassa nazionale d’integrazione per assegni familiari» , cassa alimentata da contributi operai e padronali e dalla quale si concederanno degli assegni supplementari agli operai padri di famiglia. «La Cassa – dice il comunicato ufficiale – sarà amministrata pariteticamente e retta da uno statuto da concordarsi fra le Confederazioni». Dovrebbe trattarsi dunque di un’istituzione veramente corporativa e di carattere autonomo, ed è lecito sperare che gli ulteriori sviluppi non la trasformino poi in un organismo burocratico centralizzato, col pericolo di perdere per via il suo carattere iniziale e corporativo. Felicitiamoci intanto ch’essa abbia vita, perché con ciò l’Italia raggiunge, anzi supera parecchie nazioni, dalle quali finora, in questo particolare riguardo, si distanziava. Dovranno rallegrarsene in modo particolare i cattolico-sociali di tutti i paesi, perché è ben noto che le «alocations sociales» e le «casse di compensazione» (a parte anche la famosa «Caisse de famille», fondata già nel 1891 da Leone Harmel) devono il loro sviluppo post-bellico all’iniziativa ed alla propaganda dei cattolici E. Romanet, direttore degli stabilimenti Regis Goya di Grenoble e L. Deschamps, presidente di tali casse a Rouen. Il movimento si diffuse rapidamente in tutta la Francia e nel Belgio, attenendosi ad un tipo decentrato e volontario, finché nell’uno e nell’altro paese se ne occupò il legislatore per introdurre l’adesione obbligatoria a tali casse, che rimangono però autonome e decentrate. In Francia le casse erano nel 1920 sei, nel 1930 duecentotrentadue con quasi 2 milioni di operai. Ed è di ieri la relazione di Moyersoen all’annuale congresso dei circoli cattolici belgi, dalla quale risulta che nel Belgio durante il 1933 erano affigliate alle casse 96.220 imprese industriali con 1.227.000 operai e 270 milioni di contributi. Queste cifre ci dicono che il provvedimento italiano avrà delle dimensioni finanziarie notevoli, le quali se da una parte ne aumentano l’importanza, dall’altra accrescono la responsabilità di chi è chiamato a scegliere i metodi pratici dell’attuazione. Anche il congresso annuale della Fédération des cercles et associations catholiques del Belgio, inaugurato a Binche il 4 novembre, ha riparlato di riforme e di mondo nuovo. L’oratore dei giovani Jacques Crokaert ha invocato un ringiovanimento della Destra cattolica «… il faudra des équipes nouvelles, intransigeantes et libres, sans attaches avec la finance …». Il presidente ed ex ministro di Stato Segers , presentendo e prevenendo, aveva già invitato i giovani a «prendre le flambeau» ed in un’allocuzione ispirata aveva proclamato la necessità di superare il passato. Che cosa bisognerà sostituirvi? Ed ecco la risposta un po’ vaga del ministro di Stato: «Nous ne voulons pas, n’est-ce pas, qu’il soit, comme en Russie, un asservissement des consciences et des bras? Nous ne voulons pas qu’il soit, comme en Allemagne et même en Italie, car, malgré les miracles opérés par le fascisme le tempérament national y demeure essentiellement différent du nôtre, la dictature d’un seul homme!». «Noi non vogliamo, anzi non vogliamo più che sia una deviazione del sano regime parlamentare, un prodotto falsificato del suffragio universale, consacrante il regno della mediocrità, un regno ove governano i loschi… che si trascini miserevolmente nell’elettoralismo e nella lotta fra i partiti». Il nuovo Stato dovrà organizzarsi in modo che il bene comune domini sugl’interessi particolari, che la collaborazione delle classi risolva i problemi del lavoro, che il potere esecutivo sia rapido, che il potere di controllo sia affidato ai più capaci: «la représentation des compétences au lieu de celles des opinions». Il congresso venne coronato da un discorso del presidente Broqueville. Egli è lieto di vedere come i cattolici siano tutti d’accordo circa le riforme da attuarsi. Il suo governo ha preparato il terreno ristaurando l’ordine nello Stato e nelle amministrazioni pubbliche. E qui accenna ai decreti legge per la sicurezza dello Stato, alla soppressione delle milizie di parte, e continua: «Il governo è fermamente deciso a mantenere l’ordine nel paese, a difendere senza debolezze la legalità. Tutto quello ch’è avvenuto in Europa ha attirato la sua attenzione. Le disposizioni preparate per prevenire, se possibile e per reprimere istantaneamente, se sarà necessario, le manovre dei fautori di torbidi, da qualunque parte essi vengano, sono state riviste con cura meticolosa… L’era delle riforme può cominciare. Esse si attueranno come conviene ad un paese libero, che non ammette nessuna dittatura e molto meno quella della strada». Sulla crisi il vecchio uomo di stato ha una parola ottimista: «La crisi non è un avversario nuovo. È ancora sempre una conseguenza della grande guerra e le difficoltà che ci assalgono non hanno nulla di sorprendente, quando si pensi all’immensità della catastrofe dalla quale tuttavia siamo usciti vittoriosi». In materia di situazione economica era stato ottimista anche il noto economista professor Baudhuin , in una sua relazione molto ascoltata. Facendo il punto, egli aveva detto: «la situazione attuale rimane ancora difficile, ma per due terzi del mondo questa crisi, intensa in senso tecnico, è passata e perfino il periodo di depressione, che segue quello del regresso degli affari, questa fase posteriore alla crisi propriamente detta, è del pari terminato. La maggioranza dei paesi sono nel periodo di ripresa, e qualcuno come il Giappone e l’Africa del Sud si approssimano senz’altro alla prosperità… La situazione migliora senza che i governi v’entrino per nulla; la crisi muore di morte naturale. L’America ha tentato colla N. R. A. di affrettare quest’evoluzione, ma nessun osservatore attento le può attribuire reale efficacia se non quella d’aver sostenuto il morale. La ripresa è avvenuta per l’adattamento dei prezzi e la riduzione dei pesi di ogni specie… e in termine generale, per la svalutazione della moneta». Un collaboratore del Temps ci traccia un ritratto vivace di Gil Robles ch’egli chiama «l’uomo più enigmatico e più discusso della Spagna». Enigmatico, perché i repubblicani moderati vedono in lui un sostegno della repubblica, mentre i monarchici non hanno lasciato cadere in suo riguardo tutte le speranze. Enigmatico, perché mentre i socialisti vedono in lui il battistrada del fascismo, Primo de Rivera lo attacca violentemente come sostenitore del regime parlamentare. Qual è il vero Gil Robles? Il Temps fa uno sforzo meritorio per capire la mentalità di un cattolico-sociale spagnuolo, senza tuttavia arrivare a spiegarlo del tutto. Gil Robles – dice il corrispondente – è sovrattutto cattolico e difende l’avvenire religioso del popolo. Di fronte alla necessità e all’urgenza di debellare l’anticlericalismo e riformare gli articoli anticattolici della Costituzione, la questione della repubblica e della monarchia gli appare secondaria. In via di fatto, poiché la repubblica esiste, i popolari lavoreranno a migliorarla. Del pari Gil Robles è partigiano «d’un governo autoritario che possiede garanzie di stabilità» e vorrebbe che in Parlamento fossero rappresentate anche le autonomie locali (municipi) e sociali (corporazioni), ma non tende alla dittatura, per quanto ammetta che Dollfuss abbia potuto essere un «dittatore necessario». Ma il nocciolo del suo programma ha carattere sociale. Secondo il Temps, egli lo deriva dalla Quadragesimo anno. «È una politica molto avanzata. Comporta un tentativo prudente e graduale di partecipazione agli utili e il controllo operaio, il salario famigliare… La lotta di classe dovrebbe venir superata coll’organizzazione corporativa. Il diritto di sciopero sarà limitato, ma la giustizia sociale sarà imposta a chi sta in alto e a chi sta in basso colla stessa mano di ferro». Il cattolicesimo sociale e nazionalista di Gil Robles, merita di venir studiato, conclude il corrispondente, perché ha già suscitato degli imitatori nell’America latina e perché il partito di Gil Robles è chiamato al primo piano della politica spagnuola. Così gli avvenimenti della politica costringono la grande stampa liberale a parlare di quelle encicliche pontificie, le quali, quando vengono emanate, non vi trovano né ospitalità né commenti. Al congresso dell’Alliance démocratique tenutosi in Arras il 4 novembre, Pietro Flandin, presidente del partito ed allora ministro dei lavori pubblici, aveva tenuto un discorso-programma, del quale, prima che giungesse notizia della sua elevazione, avevamo notati i seguenti passi, come sintesi del liberalismo moderato francese. «Evitiamo le controversie coi partiti vicini. È nostro patrimonio comune la democrazia che suppone il rispetto di due principii, l’ordine e la libertà. L’ordine non consiste soltanto nel garantire la sicurezza materiale dell’individuo, ma anche nell’organizzare la sua sicurezza morale. Si capisce quindi come l’ordine sia la condizione essenziale della libertà dei cittadini. Per assicurare il rispetto di questi due principii il regime di contratto sociale, sotto cui viviamo, suppone l’esistenza di tre poteri indipendenti che devono agire ciascuno nella propria sfera … Non basta la constatazione che l’uno di questi poteri è deficiente, per giustificare il ricorso alla violenza. Ma d’altro canto bisogna trovare subito rimedio a tali deficienze, se si vuole garantirsi contro i fautori di disordini … Il regime non dev’essere messo in pericolo da fazioni che si arrogano il diritto d’interpretare a lor guisa le volontà della nazione. Noi siamo pronti alla difesa repubblicana contro tutte le imprese della rivoluzione o della dittatura…». È necessaria tuttavia anche la riforma dello Stato. E qui l’oratore, pur dichiarandosi disposto a votare i progetti Doumergue, pone per suo conto il maggior peso sulla riforma dell’amministrazione e sui problemi economici. Secondo il Flandin il problema politico s’impone, perché è distrutto l’ordine economico. «Ho denunciato per primo l’abbandono della libertà come fattore essenziale del disordine. In quei tempi l’economia “dirigée” raccoglieva il plauso di molti… Ora che, cariatide ferita, la libertà ha cessato di sostenere l’edifizio dell’economia mondiale e che crollano i templi dell’“économie dirigée”, prendo atto che tutti aderiscono all’ordine economico fondato sulla libertà». Affrettiamoci a registrare questa riviviscenza del liberalismo economico, la quale messa accanto a certe affermazioni del cattolico belga prof. Baudhuin, che citiamo in altra parte di questa rassegna, denotano che nel mondo si è tutt’altro che d’accordo sulla via da seguire per combattere la crisi. Non v’è, secondo il Flandin, altro mezzo di superare le presenti difficoltà e la disoccupazione che «sopprimere le tassazioni, proibire i prezzi d’imperio e lottare implacabilmente contro gli accordi sui prezzi e i monopoli». L’étatisme è la bestia nera dell’uomo chiamato oggi a governare la Francia. Il quale termina il suo discorso con un commosso appello alla gioventù francese. «La gioventù si dispera oggi di non aver nulla a sperare. Essa ci rimprovera di averle mostrato il fine del progresso materiale, ma di costringerla a marciare come una schiava; di averle insegnato l’amore della pace e l’orrore della guerra, ma disarmando la sua volontà; d’aver compromesso la sua fede spirituale, di non incoraggiare il suo eroismo nazionale… Ma in faccia ai 40 milioni di francesi che dirigono un impero di 100 milioni di esseri umani io dico pertanto a questa gioventù: no, tu non arrivi troppo tardi in un mondo troppo vecchio. Tutto non è conquistato e molto fu perduto che bisogna riconquistare. La democrazia non ha ancora prodotto le “élites” che sono necessarie al suo destino, né elevate le masse ad una condizione umana soddisfacente. Bisogna ch’essa riprenda il gusto del rischio e sappia fondare nuove imprese… Il mondo si dibatte oggi non solo in una crisi materiale, ma anche morale. Non ha più fede nelle antiche discipline e si getta all’avventura nelle braccia di coloro che creano nuovi miti … La Francia saprà invece associare la ragione all’intelligenza per ristaurare l’ordine umano…». I lettori non hanno bisogno di suggerimenti per commentare il discorso di questo legittimo discendente di Waldeck-Rousseau, al quale l’Alliance démocratique ama richiamarsi. Vorremmo che lo spazio ci permettesse di aggiungere qui, a raffronto, il mirabile appello alla gioventù francese, scritto da Gilson, per constatare quanto più vero, quanto più profondo sia il criterio di giudizio, di cui dispongono, nella presente crisi, i pensatori cattolici. Ma tant’è, non bisogna illudersi. Il liberalismo, dichiarato morto mille volte, rivive e si riafferma, sia perché in qualche suo lato corrisponde ancora a certe esigenze della società contemporanea, sia perché accarezza le illusioni umane. I principi dell’89 si battono con una vitalità insospettata, e sarebbe stolto il vedere negli attuali rivolgimenti francesi il solo egoismo dei partiti. Le dottrine o i pregiudizi dottrinali vi hanno la loro parte e si è quasi tentati di concludere che la dottrina politica liberale è destinata a sopravvivere a quella socialista. Ma, limitandoci all’economia, appare chiaro che tre diversi programmi si profilano sull’orizzonte europeo: ritorno al principio di libertà, economia regolata dal potere politico, economia organizzata dalle classi e dalle categorie. Fra queste direttive fondamentali molti sono i compromessi, molte le combinazioni, varie le soluzioni intermedie, imposte dalle condizioni di fatto o dipendenti dalla capacità realizzatrice degli uomini. Ma le tre direttive affiorano sempre, perché corrispondono ad ideologie ed esigenze politiche determinate. Dire economia libera o diretta o controllata, solidarista o corporativista è dire meno di nulla, se non vi si aggiunge l’aggettivo fascista, liberale, socialista, democratico, cristiano-sociale; qualifiche che designano il tipo e caratterizzano la volontà ed il metodo con cui si opera. Mussolini, Gil Robles, Broqueville o Schuschnigg aspirano tutti, nonostante le molte affinità che li avvicinano, contro Stalin ed in confronto di Roosevelt e di Flandin, alla giustizia sociale, ma operano secondo un concetto iniziale proprio. Nessuno formula meglio questo pensiero dello stesso Mussolini, quando afferma che «il corporativismo fascista rappresenta il lato sociale della rivoluzione» e ch’esso «è un punto di partenza, non un punto di arrivo. La fase sperimentale – egli continua – sarà più o meno lunga… e circa il rendimento bisognerà contare oltre che sulla efficacia delle cose, sulle indispensabili rettifiche alla mentalità degli uomini e più ancora sulla logica dei principi… della Rivoluzione delle Camicie nere». "} {"filename":"0d1585e9-a1ca-4da1-9672-5935ded2e37d.txt","exact_year":1935,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Le «ligues» francesi, cioè quelle formazioni di stile militare che in italiano si potrebbero tradurre con «fasci di combattimento», ritorneranno tra poco all’ordine del giorno, perché il ministero Flandin dovrà presto decidere se far passare o meno al parlamento il progetto di legge che intende disciplinarle o scioglierle . Il Temps se ne occupa in una lunghissima inchiesta che si protrae da un mese ed ancora dura, estendendola anche ai gruppi giovanili organizzati negli ultimi tempi in seno ai partiti, ma che difficilmente, se si fa eccezione delle formazioni socialiste e comuniste, possono venir considerati alla stessa stregua delle leghe. A proposito di questi gruppi ci limiteremo a ricordare che la «gioventù radicale» , che rappresenta il reclutamento giovanile del partito di Herriot si va, dopo il 6 febbraio 1934, diffondendo e organizzando a spese della «gioventù laica», grossa formazione anticlericale e massonica sorta ai tempi dell’affare Dreyfuss e presieduta ultimamente da quel deputato Bonnaure , che si rivelò il più intimo amico di Stawinsky. Un avvenire promettente sembra avere la «gioventù democratica» che raggruppa i giovani liberali moderati di Flandin. Alla loro destra vediamo la nuova formazione giovanile dei «democratici popolari» e la vecchia della «jeune république» , erede del Sillon di Marc Sagnier e diretta oggi dal deputato della Mayenna Guido Monant. Ma parliamo questa volta delle leghe propriamente dette. I lettori sanno che le principali correnti di pensiero, alle quali queste leghe di destra attinsero le loro ideologie, sono tre: il nazionalismo di Charles Maurras il quale nel suo vecchio libro «Au signe de Flore» (1898) espone delle idee che ritroveremo più tardi nei nazionalismi di tutti i paesi e che in Francia alimentarono sopra tutto l’«Action Française»; il corporativismo del cattolico La Tour du Pin, più vecchio ancora, ma rinato nel dopo guerra nella propaganda di Giorgio Valois e di altri; il sindacalismo, in fine, mistico e rivoluzionario di Giorgio Sorel. Sono questi gli elementi francesi che, rifusi ed integrati da altri elementi d’origine fascista, rientrano in Francia per l’impulso e la suggestione esercitata dalle realizzazioni concrete del regime italiano. Ma è chiaro che, accanto alle correnti di pensiero bisognerebbe, se tale fosse il nostro compito, indicare e descrivere fra le cause la situazione politica ed economica sviluppatasi in Francia dal 1926 in qua. Il fatto è che tutte le leghe presentano, secondo Raymond Millet , queste comuni note caratteristiche: il postulato dell’elevazione della persona umana che gli uni affermano, intendendo con ciò di polemizzare contro il materialismo marxista, gli altri anche contro oligarchie di partiti o accentramento statale; il corporativismo, con varietà di gradazioni da chi vuole le corporazioni semplicemente come organi di conciliazione sociale e di regolamento economico a chi invoca il senato corporativo ed infine a chi aspira al regime corporativo integrale in sostituzione al sistema parlamentare; infine nei metodi un sistema pragmatista che astrae dai programmi, si limita ad alcune idee orientatrici, lasciandosi per il resto guidare dagli avvenimenti. Queste caratteristiche comuni sono però controbilanciate da notevoli differenze che, sulla scorta dell’inchiesta del Temps, cercheremo di registrare. La lega più importante pare debba considerarsi quella delle Croci di fuoco presieduta dal colonnello De la Rocque . Si trattava all’inizio di un raggruppamento di ex combattenti, ma negli ultimi tempi si è aggiunta la categoria dei «volontari nazionali» che sono i giovani, i quali non hanno fatto la guerra, ma vogliono portare ai vecchi combattenti il contributo del loro entusiasmo. Non è possibile sapere il numero esatto né di questa né di altre formazioni analoghe; certo è che dal febbraio dell’anno scorso in qua essa ha fatto notevoli progressi. Più facile è di «inventariare» il suo bagaglio di idee che troviamo raccolte nel libro Service Public pubblicato recentemente dal La Rocque. Un collaboratore della Vie Intellectuelle (10 febbraio), ne parla con un evidente senso di rispetto per l’onesta franchezza dell’autore e rileva sovrattutto che questo libro-manifesto ha un accento di fraternità e di conciliazione che lo distacca nettamente da altri manifesti violenti di Destra. Il nazionalismo dell’autore si mantiene lontano da ogni eccesso razzista e si propone di lavorare per la ricostruzione della pace in Europa. Questo spirito di conciliazione si estende anche al campo economico, nel quale egli vuole la giustizia sociale affidata alla professione organizzata. Il De la Rocque ci tiene a sottolineare il suo lealismo verso la repubblica. «È un gioco facile, egli scrive, di chiamare fascismo e dittatura ogni autorità cosciente delle sue responsabilità. Ma non si troverà né l’uno né l’altro di questi regimi, là ove si ripudia, come fanno oggi tutti i francesi, un culto quasi religioso dello Stato. … non siamo né in Italia né in Germania e sarebbe grave errore di mettere “un corset de fer” al sensibile popolo francese». «Quando le nostre idee prenderanno il potere», proclama il colonnello, la prima misura sarà quella di mettere alla testa di ogni grande ingranaggio dello Stato degli uomini onesti che spezzeranno tutte le inframmettenze parlamentari nei servizi pubblici e spazzeranno moralmente le grandi amministrazioni. Allora solamente verranno tradotte in forma legale le soluzioni scelte, ma oggi è troppo presto per indicare quale sarà la tecnica di queste soluzioni. Non è lontana l’ora, scrive in tono profetico il capo delle Croci di fuoco, in cui i progressi del marxismo e la minaccia di gravi conflitti esterni dimostreranno la impotenza dei partiti politici e dirigeranno i voti e i cuori verso le nostre idee salvatrici. Sta bene, risponde la Vie Intellectuelle, ma l’autore pare non abbia un’idea adeguata del potere e della schiavitù della grande stampa. Come può egli contrappesarne l’influenza non avendo a sua disposizione che un bollettino mensile? La Solidarité Française mandò le sue prime camicie azzurre sui boulevards appena nel 1932. Questa lega appariva una reincarnazione del fascio di François Coty, rapidamente nato e rapidamente scomparso, causando il fallimento di un fabbricante di camicie. Ma la nuova formazione, comandata da un rude tribuno popolare ed ex combattente quale Jean Renaud, dimostra maggiore robustezza e forza di attrattiva fra le classi popolari. Il nostro spirito, ha dichiarato il comandante all’intervistatore del Temps, è rivoluzionario nazionale, ma è anche antirivoluzionario perché siamo gli avversari quotidiani e decisi del fronte comune e della massoneria. Se sarà necessario sopprimeremo con la forza l’«Humanité» e il fronte comune e cacceremo dalla Francia la massoneria. Socialmente il solidarismo francese è corporativista «mais, n’étant ni de droite, ni de gauche, nous ne voulons pas d’un corporatisme de contrainte, mais nous exigeons un corporatisme de liberté». Come metodo preconizza la dittatura conquistata con la forza dei propri aderenti, che il Renaud, non senza suscitare il sorriso incredulo dell’intervistatore, calcola in 250.000. Ma le camicie azzurre non sono monopolio dei solidaristi. Le portano anche i «Francisti» di Marcel Bucard. Bucard fu prima redattore di «l’Ami du peuple» e poi della «Victoire» di Gustavo Hervé. Il movimento nacque nel settembre del 1933 e si vanta di avere attirato a sé numerosi gruppi di comunisti, specie nella Lorena, nella Turenna e in Champagne. Bucard crede di potere contare su 30.000 camicie azzurre, regolarmente iscritte, più un numero molto più forte di aderenti dei due sessi. Il «Francismo» è l’unico dei movimenti similari francesi che si sia fatto rappresentare al recente congresso fascista internazionale di Montreux e che riconosca senza riserve la sua filiazione dal fascismo italiano. Last, not least viene l’Action française e poi la Fédération nationale des camelots du roi . Il suo profeta è Charles Maurras e la sua dottrina, condannata in qualche suo lato essenziale dalla Chiesa, è troppo nota. Ne abbiamo visto i capi sfilare innanzi alla commissione d’inchiesta Stawinsky: il vice ammiraglio Schwerer che comanda la «Lega d’Action Française», lo scultore Maxime Réal del Sarto , grande mutilato di guerra, che dirige i «Camelots du roi» e Maurice Pujo che è il pubblicista più battagliero dell’associazione. La federazione nazionale degli studenti ha per organo una rivista bimestrale «l’Etudiant français». Gli effettivi di queste organizzazioni sono stati calcolati dalla polizia assai bassi, ma pare invece che negli ultimi tempi anche questo movimento registri dei progressi. Contrariamente all’Action Française, la «Gioventù patriottica», presieduta dal deputato parigino Pietro Taittinger , afferma la sua lealtà repubblicana e si richiama ancora alla democrazia. Essa è nata come reazione contro il pericolo comunista nel 1924 e discende in linea diretta dalla vecchia lega di Déroulède . La gioventù patriottica vuole il perfezionamento delle istituzioni repubblicane francesi e la restaurazione di una vera libertà religiosa. Un’altra volta passeremo alla sinistra Ci scusiamo d’insistere anche in questo trafiletto sulla politica francese. Essa è ancora in fermento, e ferve sempre come una caldaia in ebollizione. La discussione alla Camera francese sulle «intese professionali» che abbiamo visto definire come «corporazioni provvisorie» mostra qualche lato interessante. La maggior parte dei sostenitori del progetto, seguendo la direttiva dello stesso governo, prende una via di mezzo fra il liberalismo economico assoluto e il corporativismo integrale. Il liberalismo economico, dichiara il popolare democratico Lerolle , «craque sous la pression des réalités», il che non vuol dire che convenga entrare nella via di una regolamentazione statalista, giacché l’economia diretta non ha dato all’estero, secondo l’oratore, risultati incoraggianti. L’ordine professionale non può essere ricostituito che dagli stessi professionisti a prezzo di una lenta evoluzione. Lo Stato deve dare alle professioni la facoltà e la possibilità di organizzarsi da se stesse, ma non deve creare degli organismi amministrativi che rappresentino la manomissione dello Stato sull’economia nazionale. Il socialista nazionale Montagnon vede invece nel progetto l’inizio di una disciplina nazionale che ci salverà dalla «crisi rivoluzionaria» nella quale si dibatte il «vecchio capitalismo liberale». Egli vuole arrivare alla «syndicalisation généralisée» la quale ci ricorda assai il regime sindacalista che preconizzava Sorel. Anche un altro deputato del centro repubblicano, appartenente dunque ad un gruppo che viene dal liberalismo, trova degli accenti convinti in favore dell’organizzazione professionale. Noi non siamo più liberi di rifiutarla, egli dice. Ovunque si sviluppa la stessa mistica: l’individuo al servizio della collettività; essa è una necessità di fatto e domina il mondo. Wallach invece, deputato di sinistra dell’alto Reno, è favorevole alle intese professionali per il solo periodo della sopraproduzione. Il presidente della commissione parlamentare del commercio, la quale ha esteso l’applicazione delle intese a tutte le branche dell’attività economica, allargando così il progetto governativo, esprime la speranza che l’assemblea affermerà che «se l’epoca del laissez faire èsuperata, quella dello Stato-padrone e dello Stato-gendarme non è ancora venuta». I socialisti ufficiali mandano in lizza due oratori piuttosto divergenti; l’uno dichiara che il progetto in discussione rappresenta «l’abdicazione del capitalismo», l’altro invece crede di trovarsi di fronte all’«ultimo tentativo di riorganizzare il regime capitalista». La conclusione però è eguale per entrambi: «hors du socialisme, il n’y a pas de solution!». Il radicale Jean Zay invoca la collaborazione di tutti i partiti democratici per l’attuazione di questo progetto che definisce uno degli ultimi tentativi fatti nel quadro del regime capitalista. Infine il ministro del commercio Marchandau afferma di non credere che la «vieille doctrine libérale» possa guarire i mali della presente crisi. In ogni caso il governo non vuole lasciar naufragare delle antiche industrie francesi di fronte alla concorrenza estera. Il progetto tenta di conciliare le necessità della disciplina col rispetto della libertà. Esso non ha alcun carattere di corporativismo e si applica solo al periodo della crisi. Il movimento personalista crescit eundo avrà prossimamente anche il suo congresso internazionale a Parigi. Nel Belgio vi si è messo a capo Raymond de Becker del gruppo giovanile cattolico, il cui organo è il quotidiano universitario l’«Avant-garde» di Lovanio. In questo giornale appunto egli pubblica alcune «thèses et propositions», preparate come base di discussione al congresso. Mette conto di riassumerne le principali. «Il personalismo è una concezione generale della vita, il cui centro è l’uomo concepito come l’essere che trova la sua realizzazione nei valori spirituali e religiosi che l’oltrepassano». «Questa concezione della vita nell’organizzazione della società civile attribuisce il primato alla soddisfazione dei bisogni umani e, fra questi, il primato ai suoi bisogni spirituali sopra i bisogni materiali ed economici». «La concezione personalistica della libertà comanda una nozione pluralista dello Stato. Questa si oppone alla nozione liberale, in quanto lo Stato riposa su di una concezione particolare della verità; ma si oppone anche alla nozione totalitaria dello Stato, in quanto lo Stato, secondo tale concetto, non impone colla forza il suo punto di vista, ma permette l’espressione di concezioni di vita che non sono la sua». «Ogni uomo è responsabile del destino dell’umanità e più particolarmente delle comunità ristrette, nelle quali vive. È per questo che l’effettiva partecipazione alla determinazione del governo è un diritto fondamentale, il quale non è che l’espressione della sua autonomia personale». Fino qui, come il lettore ha già avvertito, le formule del Becker riassumono il pensiero di Maritain, di Berdiaeff ed altri. Nelle tesi seguenti il Becker sviluppa lo stesso pensiero nei rapporti fra capitale e lavoro. «Nella misura del possibile – egli scrive alla tesi 11 – il capitale deve coincidere col lavoro. Là ove questi due elementi sono dissociati, come nella produzione industriale, bisogna riunirli sulla base d’un regime di democrazia industriale, essendo bene inteso che questa dovrà essere organica, per non cadere nei difetti della democrazia quantitativa e integrare i valori d’iniziativa e di autorità». Un regime di comproprietà degli strumenti della produzione abolirà il salariato, sostituendovi la figura del lavoratore proprietario; e le forme di produzione nelle quali ancora sussiste l’unità del capitale e del lavoro (artigianato) dovranno venire rinforzate coll’organizzazione cooperativa. La proprietà personale costituisce il fondamento economico dell’autonomia umana e non può in alcun modo diventare strumento di sfruttamento. Il personalismo poi combatte il comunismo specialmente perch’esso non è possibile senza un uso esagerato della costrizione. La società personalista è anche favorevole al corporativismo, ma purché esso si fondi su organi professionali «liberamente costituiti dai lavoratori e non imposti dallo Stato». Infine De Becker preconizza una rivoluzione contro la società borghese e i moderni regimi. Questa rivoluzione personalista vuole l’abolizione del capitalismo in occidente e la spiritualizzazione del regime comunista in Russia. Mezzi violenti dunque? No, altre tesi spiegano poi che si tratta di una rivoluzione delle idee, che un tempo si sarebbe chiamata più propriamente riforma, ma che ora, seguendo la moda, vuol essere anch’essa una rivoluzione. La rivoluzione deve cominciare dalla persona, da se stesso; è un’ascesi. Gli adepti di questa dottrina si riuniranno in comunità, al di fuori dei partiti, ma col proposito d’imbevere delle nuove idee i loro programmi. Queste comunità avranno carattere paficista, subordinando al loro ideale della società futura anche gl’interessi immediati delle patrie. Non occorre essere profeti per prevedere che quest’ultime saranno le tesi più contrastate del prossimo congresso. Complessivamente però: materiale ancora greggio, soggetto a lavorazione, ma che può diventare oggetto d’un nuovo movimento internazionale. "} {"filename":"40effced-36bc-4f46-bedf-589ca20c27da.txt","exact_year":1935,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Ebbe ragione il Debate (che in quest’occasione riaffermò di non essere «oficioso de ningun partido») a dichiarare che la «crisi che si annunciava senza poter impedire l’ingiustizia avrebbe messo in forse l’immediato avvenire della Destra» o ebbero ragione i parlamentari popolari che tirando le ultime e del resto logiche conseguenze d’un loro legittimo atteggiamento, provocarono il crollo del gabinetto di coalizione? In realtà la crisi spagnuola è ancora in sviluppo ed è difficile fare delle previsioni, considerando gli avvenimenti di lontano . Forse l’avvenire non darà torto a Gil Robles; oggi sembrerebbe che il consiglio tattico del Debate sia stato il migliore. Il direttorio della C.E.D.A. ha riconfermato la sua piena fiducia in Gil Robles, questi ha dichiarato che «la dignità del nostro partito è intangibile»; il «Consiglio nazionale della gioventù di Azione popolare» ha pubblicato un manifesto ardente e combattivo che ha tutto il sapore di un ordine di mobilitazione, cosicché sembrerebbe di essere alla vigilia di una campagna elettorale, affrontata con ottimismo e risolutezza. I giornali di destra di tendenza monarchica soffiano nel fuoco. Ma d’altro canto il Debate, che rappresenta le preoccupazioni dei cattolici, pur sostenendo in pieno i postulati della C.E.D.A., la costituzione cioè di un governo di maggioranza, nel quale la destra abbia influsso prevalente, lascia trasparire il desiderio che la crisi si risolva senza sciogliere la Camera e senza l’incognita delle nuove elezioni. Si tratta di sapere se convenga far passare con Lerroux una riforma costituzionale la quale abolisca almeno gli articoli più settari della Costituzione repubblicana, ovvero di affrontare le elezioni colla prospettiva di conquistare una maggioranza e quindi anche la possibilità di riformare lo statuto in misura radicale, ma anche di correre il rischio di vedere rinforzata la sinistra e di assistere al ritorno del socialismo, che già di questi giorni leva la testa. Martinez de Velasco , capo della minoranza agraria, alleata della C.E.D.A., si è già dichiarato contro lo scioglimento delle Cortes e per un accordo coi moderati sulla riforma della Costituzione. I tre gruppi di sinistra, invece, capeggiati da Azaña (Izquierda Republicana), da Sanchez Román (Partido Nacional Republicano) e da Martinez Barrio (Union Republicana) pubblicano un manifesto per proclamarsi avversari della revisione costituzionale. La questione dunque è tutta qui. Le Cortes devono venir convocate il 7 maggio, e poiché finora le trattative riprese fra il presidente del Consiglio ed il Robles non hanno condotto a nessun accordo, dicesi soprattutto perché Zamora non intende affidare la maggioranza dei portafogli alla C.E.D.A. diffidando ancora dello spirito repubblicano d’una parte delle sue forze, la situazione rimane oscura e piena di incognite pericolose. Auguriamoci che le forze di destra rimangano unite e facciano ogni sforzo per liberare la Spagna dal settarismo anticlericale ed impedire il ritorno del socialismo rivoluzionario e corruttore. Il paese che ha sempre tuonato contro l’Indice dei libri proibiti ha introdotto di questi giorni la censura preventiva per tutti i libri di carattere politico. Gli editori dovranno inviare una copia delle pubblicazioni politiche ad un ufficio speciale che sta sotto la direzione di Alfredo Rosenberg. I libri politici dovranno, da qui innanzi, contenere il nulla-osta dell’«Ufficio Centrale Letterario Tedesco». Anche i libri di contenuto non politico potranno venire sottoposti ad apposite «commissioni esaminatrici», le quali vi applicheranno una formula di raccomandazione che avrà valore per tutti i membri del partito e per le biblioteche private e pubbliche, ovvero permetteranno la pubblicazione del libro senza raccomandazione, ovvero, infine, interverranno presso l’Ufficio centrale affinché il libro venga soppresso. È ben chiaro che queste disposizioni finiranno coll’avere l’effetto di una vera censura preventiva, coll’aggravante che, essendo le commissioni esaminatrici costituite di membri del partito, la serenità della censura minaccia di essere ancora più compromessa. Quando la Chiesa cattolica ponendo all’Indice il «Mito del secolo XIX» , intese a mettere in guardia i cattolici contro le dottrine neopagane in esso propugnate, si gridò alla reazione medievale e all’oppressione degli spiriti. Eppure qui non si trattava che di un monito intorno ad idee che riguardano la religione cristiana, la questione della salute dell’anima e la fede nell’al di là, tutte cose che hanno valore assoluto e non contingente. Ora invece si introduce con tutta disinvoltura di un diritto indiscutibile la censura sui libri politici, che s’occupano di questioni di governo, di problemi economicosociali, di questioni insomma che appartengono al campo non dell’assoluto, ma del verosimile e del discutibile. Eppure la passione di partito è tale che si giustifica più facilmente l’uniformità imposta da una idea politica che la unità di fede difesa in nome dell’eterna salvezza. Una notizia poi riprodotta nei giornali in forma ancora imprecisa e che non abbiamo fino ad oggi potuto controllare, costituirebbe un pericolo grave anche per la stampa cattolica periodica. Secondo tale notizia i sacerdoti non potrebbero pubblicare giornali né potrebbero farsene editori gli enti morali o religiosi. Si sa già che l’attuale regime nega il diritto di esistenza ai quotidiani politici cattolici, affermando che il quotidiano dev’essere semplicemente tedesco e nazista. La parola d’ordine è che le distinzioni confessionali, come ogni altra, debbano venir «superate» dal patriottismo. Un altro sintomo significativo è il ritorno di Ludendorff . Egli venne festeggiato nel suo settantesimo anno come il grande capo dello stato maggiore della guerra, e per questo riguardo non ci sarebbe nulla da dire, qualora si osservi che egli colse l’occasione per dichiarare che quando si è fatta una volta la guerra, si sa benissimo ciò che essa significhi e si ha una sola tendenza: quella di essere forse troppo pacifisti. Ma appena pronunciate queste parole di saggezza il generale ricadde nella sua vecchia passione di fare il profeta religioso della nuova Germania. «Io sono anticristiano e pagano, egli disse, e me ne vanto… Che cosa vuole infatti la dottrina cristiana? Secondo le sue stesse parole nell’Evangelo di S. Giovanni: tagliar fuori il singolo uomo dal suo popolo, dalla sua razza e dalla sua nazione; poiché questa dottrina gli promette il paradiso. In tal modo in uno “stato cristiano” non vi può essere unità di popolo… Mia moglie nelle sue pubblicazioni filosofico-religiose ha dimostrato chiaramente che ogni popolo ha una sua propria concezione della divinità e che il cristianesimo è in pieno contrasto colla concezione che hanno della divinità i popoli nordici. Perciò il cristianesimo influisce in senso malsano sopra il patrimonio spirituale della nostra razza… Noi tedeschi siamo in questo momento il popolo che si è più staccato dalla dottrina cristiana, e solo quando il popolo tedesco avrà respinto completamente da sé il cristianesimo, raggiungerà quella coesione unitaria di cui ha bisogno e che sarebbe stata necessaria nei giorni critici del 1918». Libri di questo spirito passeranno impunemente sotto la lente dei censori politici, mentre verrà soppresso un qualsiasi libro che metta in discussione i provvedimenti doganali del ministro d’agricoltura o gli espedienti monetari di Schacht ? Alla fine di maggio è convocata in Vienna una conferenza internazionale, alla quale sono invitati dall’«Unione Popolare Cattolica Austriaca» gli studiosi e politici di tutti i paesi per uno scambio di idee e di esperienze intorno alle vie e i metodi della realizzazione corporativa. «Il pensiero corporativo avviato a realizzazione in Austria e in Portogallo per forza dello Stato secondo le dottrine della Quadragesimo anno, è diventato, dice il manifesto, in diversa forma il principio di rinnovamento sociale anche in Italia e si fa notare sempre più in altri paesi come in Svizzera, Francia, Belgio e Brasile». Il manifesto è firmato dal comitato della «Settimana Sociale 1935» e porta i nomi del cardinale Innitzer , dell’arcivescovo Waitz , del borgomastro Schmitz e del noto sociologo Giovanni Meszner . Il manifesto rileva che il movimento cattolico austriaco, di un paese cioè nel quale fra grandi difficoltà si sono create le basi costituzionali del sistema corporativo, si ritiene abilitato a convocare ad una discussione di idee le persone direttive del cattolicismo dei paesi europei. La conferenza internazionale avrà luogo il 29 e 30 maggio 1935 e sarà seguita dalla «settimana sociale austriaca», dal 31 maggio al 2 giugno, durante la quale si spiegheranno le ragioni e i metodi del corporativismo austriaco. Non si può che plaudire a questa iniziativa che cerca fra tante discussioni e tanto fluttuare di idee di stabilire una linea comune per il corporativismo cristiano. È chiaro però fin d’ora che il convegno potrà essere utile soltanto se distinguerà nettamente fra direttive sociali e contingenti realizzazioni politiche. I principii corporativistici della Quadragesimo anno riguardano l’ordine sociale e non l’ordine politico. Le linee direttive di questa enciclica, come in genere degli insegnamenti pontifici, non si identificano con nessuna forma politica e con nessuna costituzione particolare. Un tempo non pochi cattolici commisero l’errore di scambiare la democrazia cristiana, benedetta da Leone XIII, col sistema politico democratico, per cui furono necessari altri documenti pontifici a rettificare la rotta dei cattolici. Analogo errore si commetterebbe oggidì confondendo le direttive sociali della Quadragesimo anno con qualsiasi sistema politico attuale, si chiami esso parlamentare o autoritario. Mentre sul terreno sociale le direttive della Quadragesimo anno, accostate alla realtà, appaiono sempre più chiare e più efficaci, sul terreno politico ci troviamo ancora in pieno periodo sperimentale. E lo provano le stesse discussioni austriache di questi giorni, provocate da dichiarazioni di uomini di Stato e di enti corporativi. Da parte delle rappresentanze contadine si era affermato che «in uno Stato corporativo possono esercitare influsso politico soltanto le organizzazioni corporative, perché esse sono gli elementi basilari dello Stato». Ma a tale affermazione si oppose subito in un discorso il ministro del lavoro, dichiarando che le organizzazioni corporative potevano influire soltanto sulla direttiva economica, mentre le questioni politico-culturali sono riservate alle comunità culturali e la politica statale spetta alla «direzione autoritaria dello Stato». Senonché ecco un altro oratore in un’altra adunanza sorgere a dire che «il principio autoritario, quale corrisponde alla nuova Costituzione, non significa che qualcuno possa arrogarsi un’autorità nella pienezza del suo potere», ma soltanto che le decisioni vengono prese non a maggioranza da un corpo collegiale come vuole la democrazia, ma da una persona che specie in uno Stato cristiano si può sperare consapevole della sua reponsabilità. Nella polemica è intervenuta anche la Reichspost la quale nelle sue pratiche conclusioni afferma che la direzione politica in Austria deve spettare non agli organismi corporativi, ma al «Fronte patriottico» entro la quale ora si è costituita una «comunanza di lavoro sociale» che dovrebbe continuare l’opera del viceborgomastro Winter. Bisogna ricordare che il Winter aveva avviato una grande azione per riorganizzare gli operai contando specialmente sui profughi del socialismo. Ma l’azione finì col parere pericolosa ed ora, non senza qualche protesta, venne assorbita dal «Fronte patriottico». Caratteristico è d’altro canto che in Austria accanto al sindacato unico esiste sempre sotto la direzione dell’onorevole Kunschak una «Federazione delle società operaie cristiane». Continua qui, sotto diverso nome, il movimento cristiano operaio nato ai tempi della Rerum Novarum. Esso non s’occupa direttamente di patti collettivi e di tutto ciò che è legalmente attribuito al sindacato unico, come non s’occupa nemmeno di politica elettorale. Ma in realtà, come s’è visto dall’ultima riunione convocata recentemente a Vienna, esso continua a rappresentare il patrocinio degl’interessi particolari dei lavoratori e impiegati privati. L’ordine del giorno della riunione riconosce gli sforzi del governo nel combattere la disoccupazione ma si lagna che nell’economia privata troppi siano ancora gli abusi e troppo grande l’inosservanza della legislazione sociale. Infine la riunione invita gli operai e gli impiegati «ad uscire dall’ombra della rassegnazione e del rancore nella luce di una collaborazione fiduciosa e ottimista. La parola d’ordine deve essere: attraverso il libero movimento operaio cristiano, in fedele alleanza col “sindacato unico” e col “fronte patriottico” marciare verso un felice avvenire come cittadini di eguale diritto». Il Kunschak, fatto oggetto in alcuni giornali di sospetti e di attacchi, fu in questa riunione assai festeggiato. Chi ha assistito, del resto, alle conferenze che l’illustre senatore Padre Rutten tenne al Collegio Angelico sulla soluzione cristiana della presente crisi economica, conferenze che riassunsero il pensiero dell’oratore da lui esposto nel suo celebre commento alla Quadragesimo anno , avrà potuto constatare quanto diversa possa essere la concezione politica dei cattolici, pur ritrovandosi tutti sulle linee direttive sociali della Quadragesimo anno. Il capo delle organizzazioni belghe rimane attaccato al sistema parlamentare e dichiara che il parlamento, con tutti i suoi difetti, che egli non dissimula e che vuole corretti, rappresenta ancora la migliore salvaguardia della libertà personale. Egli è avversario tenace della dottrina e della pratica liberale e accetta l’économie dirigée, ma si dichiara contrario alla dittatura economica imposta a parecchi paesi, dalla Russia al Portogallo. Crede che il controllo dello Stato sia di gran lunga preferibile al controllo esercitato fin ora dalle grandi imprese industriali e finanziarie. Vuole la corporazione come base del nuovo ordine sociale, ma intende che la corporazione sia la coronazione dei sindacati liberi. Vuole che la proprietà dell’industriale sia mantenuta rigorosamente, perché il rischio dell’industriale è assai maggiore di quello dell’ingegnere e dell’operaio. Perdendo (egli argomenta), l’industriale perde tutto, mentre gli altri non perdono che la loro capacità di lavoro. Tuttavia il corporativismo sinceramente applicato dovrà avviare l’economia verso la partecipazione operaia. Ed ecco il punto nel quale la Quadragesimo anno va più innanzi degli altri sistemi: essa vuole sproletarizzare la classe operaia. Qui è il vero programma dell’avvenire. Il sistema corporativo all’interno dovrà essere completato da un’intesa internazionale. L’economia europea, ora anarchica, deve diventare anch’essa un’economia concentrata, coordinata, riducendo al minimo la produzione artificiale stimolata dai diversi nazionalismi. La salvezza dell’Europa sta nella unione, negli Stati Uniti di Europa. La nuova economia è quindi strettamente subordinata alla pacificazione politica. Nella seconda conferenza l’oratore ci ha portato un’eco delle apprensioni e delle discussioni sollevate dalla recente crisi finanziaria nel Belgio. La Quadragesimo anno è contro la dittatura economica. Ora la dittatura economica è, in fondo, la dittatura della banca. È necessario il controllo dello Stato, perché siano evitati fallimenti come quelli che causarono la catastrofe dei risparmiatori. Il carattere e la funzione sociale delle banche reclamano il controllo della collettività. L’attuale crisi si deve principalmente attribuire all’anarchia che ha sgovernato nel campo del credito. La Quadragesimo anno reclama il controllo in aiuto del piccolo risparmiatore. Nella conclusione Padre Rutten riprende il motivo specifico dell’enciclica: l’elevazione del proletariato: salario famigliare, assicurazioni, educazione alla capacità professionale, un minimo di sicurezza della vita, ecco ciò che cercano di ottenere le organizzazioni che si ispirano alla dottrina sociale del cattolicesimo. I cristiano-sociali in seguito alla crisi hanno perduto terreno in tutti i paesi del mondo, ma ora, egli dice, è necessario riguadagnarla. E il Padre Gillet , rafforzando questa conclusione, chiudeva il ciclo delle luminose conferenze, dichiarando che per i cattolici sociali tutto resta a fare e rifare. "} {"filename":"f93ff7ab-590a-4f93-aea2-9f34b6243502.txt","exact_year":1935,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Gli sforzi di quel nerboruto manipolo di volonterosi che si raggruppano attorno alla «Pax Romana» meritano un particolare rilievo e conviene felicitarsi coll’OsservatoreRomano, che ha riferito larghissimamente sul congresso di Praga. «Lo scopo principale della Pax Romana – così si esprime il rapporto generale del segretario Rudi Salat – è quello di formare l’élite internazionale cattolica perché gli studenti cattolici possano svolgere la loro missione di apportare cioè alla ricostruzione del mondo gli elementi cristiani, senza i quali il nuovo ordine reale non potrà essere creato. Questa formazione integrale dell’intellettualità cattolica sarà opera delle organizzazioni degli studenti cattolici, le quali devono unirsi per doveri di fraternità cristiana e di solidarietà universale-mondiale. Siamo ben consci della parte che deve avere l’intellettuale cattolico nello Stato, nella Patria. La Pax Romana vuole formare i migliori cittadini ed anzi per suo tramite gli studenti dei diversissimi paesi entrando in relazioni e contatti diretti, hanno la possibilità di facilitare una comprensione più giusta della loro Patria all’estero e di rendersi anche maggiormente conto della mentalità, dei valori spirituali ed intellettuali delle altre nazioni. Su questo campo la Pax Romana deve compiere una missione tutta particolare. Basta pensare alle parole gravi pronunciate in termini così vigorosi dal Santo Padre il 1 aprile 1935, con cui proclamava altamente l’ideale della Pace cristiana. L’attività internazionale svolta finora dalle diversissime istituzioni si limitava semplicemente ai campi politici ed economici, trascurando ogni influsso d’ordine morale, filosofico e religioso. La Pax Romana attira appunto l’attenzione di tutte le federazioni universitarie sugli aspetti religiosi e morali dei problemi internazionali, specialmente agli ideali della giustizia e della carità cristiana. Prima di voler creare un’opera di collaborazione supra-nazionale, occorre organizzare metodicamente dei contatti trans-nazionali e d’assicurare così una conoscenza seria degli altri paesi. In questo modo la Pax Romana diventa una scuola di formazione internazionale, la quale è tanto più capace perché si basa sulle fondamenta solide ed eterne della Chiesa cattolica». Con qual spirito tale cooperazione universale debba essere compiuta disse poi a Praga l’abbé Prevost di Lilla, in un discorso di alta ispirazione. «La pace universale è la vittoria degli uomini sugli elementi del male e del disordine: la pace mondiale non si stabilirà se non attraverso una coalizione del bene. Spetta agli universitari cattolici di preparare il terreno favorevole alla realizzazione di questa pace, spargendo intorno a loro uno spirito universale del bene che dà il vero spirito cattolico: devono farsi avversari di ogni male, anche quando questo male si trovasse presso di loro, e diventare ricercatori e propagatori di ogni bene, anche se questo bene si trovasse presso altri. Questo lavoro presuppone uno sforzo grande di abnegazione di se stessi e perciò devono implorare la forza divina per realizzare questa pace». Certo per quest’opera occorrono giovani forti e di carattere. Il nostro illustre collaboratore p. Martindale , richiesto da Pax Romana di riferire al congresso intorno alle virtù cristiane nel mondo moderno, ha insistito specialmente sulla virtù della fortezza. «Quali virtù richiede il nostro tempo? Come mai vediamo spesso lo Stato invadere un campo che non è suo, sopprimere i diritti dell’individuo e della famiglia, permettere il divorzio, la sterilizzazione, le pratiche contro la concezione e la stessa eutanasia? La prima virtù che richiedono i tempi moderni dallo studente cattolico è la forza, forza per vivere una vita morale in mezzo ad un mondo così viziato e degenerato, forza per conservare la propria personalità nelle circostanze in cui lo Stato gli impone delle forme di pensiero che la sua Fede deve condannare, forza per vivere da cittadino fedele alla Patria senza sacrificare all’assolutismo la sua libertà di coscienza». Notevole è stato di questo raduno anche il lavoro delle sezioni e dei vari segretariati della Pax Romana. Ci si permetterà di concentrare la nostra attenzione soltanto sul segretariato giuridico a nome del quale il vicepresidente della Pax Romana, riferì sulle direttive cattoliche in materia corporativa. Se abbiamo afferrato bene, il Dr. Hackhofer si è attenuto alle conclusioni della settimana sociale francese. «Per effetto dello spirito individualistico – egli ha detto – si è arrivati oggi alla distruzione del vecchio ordinamento sociale così riccamente articolato, restando alla fine solo l’individuo e lo Stato. Questo sviluppo ha portato al fatto che le relazioni, le quali prima potevano essere risolte liberamente dagli individui, oggi vengono regolate sempre più dalla società in modo obbligatorio, dato che l’unica forma della società che è rimasta è rappresentata dallo Stato, il quale viene caricato con nuovi e nuovi compiti sempre più delicati e complicati. L’unica salvezza da questo sviluppo al puro statismo è l’ordinamento corporativo. Realizzare questo ordinamento significa ridare alla società le sue articolazioni naturali che vennero distrutte dall’individuo. I membri naturali del corpo sociale sono i corpi professionali, le corporazioni che si formano mediante l’unione di coloro che appartengono alla stessa professione ed allo stesso mestiere. Non spetta quindi allo Stato di portare gli individui nei singoli corpi professionali. Infine la base formale di ogni ordinamento corporativo di ogni paese è l’ordinamento giuridico. Dato che la cura per l’ordinamento giuridico rappresenta uno dei compiti principali dello Stato, è suo compito di creare le basi per la realizzazione dell’ordinamento giuridico alle esigenze dei tempi moderni». La discussione, alla quale parteciparono rappresentanti della Cecoslovacchia, Francia, Lussemburgo, Austria, Polonia, confermò l’adesione universale a queste direttive, ricavate dalla Quadragesimo anno. Le cose a mezzo sono destinate a fallire o ad esaurirsi entro un ciclo limitato. La vecchia dottrina del Machiavelli ottiene dai fatti contemporanei nuove conferme. Tutte le dittature sorte per assicurare l’unità del potere contro le discordie dei partiti, hanno reagito contro le conquiste liberali. Ma hanno fatto le cose a mezzo. È mancata la rivoluzione degli spiriti, che si ebbe invece in Italia e in Germania e quindi la forza di creare e far funzionare un sistema complessivamente nuovo. In Spagna come altrove si è creduto che bastasse introdurre un qualche ordinamento corporativo per sostituire senz’altro il sistema rappresentativo. Grave illusione, perché si è voluto ignorare che in Italia l’ordinamento corporativo è un inquadramento professionale che agisce per impulso e sotto le direttive del partito, il quale sta all’organizzazione corporativa come l’anima al corpo. È l’idea, l’idea generale, la direttiva politica su cui non può non fondarsi ogni attività che investa la vita di un popolo in qualsiasi forma organizzata: fascismo, nazismo, austrismo o annessionismo, corporativismo cristiano o comunismo, e così via. Alla vigilia del Congresso dei radicali francesi l’ex segretario del partito, il noto storico Alberto Milhaud, pubblica nell’Ère Nouvelle una serie di articoli intorno alla dottrina fondamentale dei radicali. Si sa ch’essi si proclamano gli eredi diretti dei giacobini e che ancora pochi anni fa volevano addirittura ritornare all’assemblea unica e al comitato di salute pubblica. Ora i radicali o buona parte di loro sono divenuti più moderati e taluno comincia a dubitare anche dei dogmi dell’individualismo puro ed assoluto. La realtà dell’organizzazione sindacale li costringe a meditare sul problema dei gruppi sociali. Fra l’individuo e lo Stato non converrà oramai ammettere l’esistenza di collettività intermedie? «Peut-être serait-il opportun – scrive timidamente il Milhaud – d’étudier le problème des limites entre les droits des individus coalisés et de l’Etat. Ce problème est probablement le plus pressant de notre époque». «Opportuno» veramente è troppo poco, e «studiare» è ben un mezzo insufficiente per risolvere il problema più incalzante della nostra epoca. Ma batti e ribatti, la verità si fa strada: i «Droits de l’homme et du citoyen» che il Milhaud proclama sempre «base fondamentale del radicalismo francese» non bastano più; bisogna fissare anche i diritti degli «individui coalizzati», ossia, più giustamente, degli organismi intermedi che esistono secondo natura fra l’individuo e lo Stato. È quello che i cattolici predicano e fanno da tanto tempo! Abbiamo già dato il massimo rilievo alle conclusioni della «Settimana Sociale di Angers» intorno alla corporazione. Di queste conclusioni Louis Deville nella Vie Intellectuelle dice che hanno fatto un’impressione profonda e molto tranquillante. «La dottrina elaborata dalla Settimana Sociale concilia nello stesso tempo la fiducia nella libertà e il nostro desiderio attuale di rinforzare l’autorità… Si era voluto convincerci in questi ultimi anni che i tempi della libertà erano sorpassati e che non bisognava contare su di essa per la riforma sociale di cui sentiamo tutti il bisogno. Senza partito preso, abbiamo seguito col pensiero coloro che ci tenevano siffatto linguaggio: poiché il disordine attuale è evidente e noi non volevamo perdere il beneficio di un nuovo messaggio. Ma colla stessa oggettività, ci conviene riconoscere oggidì che questo nostro imparziale apprendisaggio, questa nostra lunga scorreria al seguito di questi riformatori ci ha ricondotti, più convinti ancora, alle basi solide e permanenti, dalle quali il dubbio metodico ci aveva per un momento staccati: la libertà e la responsabilità dell’uomo di fronte ai suoi compiti sociali e del bene comune, sul quale è fondata ogni autorità. Pare che la Settimana Sociale abbia percorso lo stesso giro riguardo alla dottrina corporativa». Senza partito preso e serenamente la Settimana Sociale ha fatto il suo tour d’horizon intellettuale; e il risultato fu di mettere in luce più viva e più attuale i due dati essenziali dell’ordine sociale tradizionale: la libertà sostenuta dal pensiero del dovere, l’autorità finalizzata dall’idea del bene comune. Mentre scriviamo, ancora è lecito accarezzare la speranza che i bisogni dell’Italia trovino pacifico soddisfacimento e noi tendiamo l’arco del nostro desiderio più ardente verso quella soluzione di giustizia e di equità distributiva, che al di là di ogni procedura formale e oltre che del diritto scritto, tenga conto delle esigenze naturali delle aspirazioni legittime e tenda a stabilire fra le nazioni un equilibrio che oggi non esiste. I cattolici, ciascuno dei quali conosce il proprio dovere e sa compierlo quando la patria chiama, ispirandosi alla visione evangelica della vita, sono gli ultimi a lasciar cadere le speranze di un’umana solidarietà che con sforzi tenaci e tentativi continui di rettifica ed adattamento cerchi l’armonia della sua esistenza. Né alcuno sia sorpreso ch’essi alimentino tali speranze, proprio quando più angosciose si fanno le attese perché esse derivano dal cristianesimo individualmente e socialmente sentito, «cristianesimo che – dice bene I. Giordani nel suo Messaggio sociale di Gesù – tende per gravitazione divina all’unità … e ogni frattura è un ostacolo frapposto al libero fluire delle anime verso l’unica foce che è Dio uno» . "} {"filename":"458bfaee-ea7d-4ed2-82f5-f5ff9e894832.txt","exact_year":1935,"label":2,"year_range":"1931-1935","text":"Facendo un giro d’orizzonte sui popoli e sui governi in quest’Europa, ripresa da tanta febbre di lotte intestine e conflitti esterni, si ha almeno la soddisfazione di constatare che i cattolici politicamente organizzati o partecipanti direttamente al governo o alla formazione dell’opinione nei paesi democratici non si trovano mai all’avanguardia dei movimenti estremi, né si accaniscono per misure di forza; spesso anzi sono elementi attivi ed efficaci in favore della giustizia distributiva e della conciliazione fra le classi e fra le nazioni. Certamente essi non vanno esenti dalle passioni che agitano il proprio paese né sempre sanno liberarsi dalle nebbie che turbano la visione serena dei governi e dei cittadini, ma si può incontestabilmente affermare che l’idea cristiana la quale influisce sulle loro concezioni e sui loro atteggiamenti, agisce come elemento di moderazione e come tendenza alla giustizia. Ciò vale – abbiamo detto – tanto per la politica interna quanto per la politica estera. È pur caratteristico che negli anni del dopo guerra i ministri sociali dei vari paesi furono sacerdoti o cattolici militanti: così il Brauns , il Tchschoffen, mons. Vass., mons. Ernszt , mons. Schrameck , don Pedro Sangro , mons. Seipel , ecc. La stessa presidenza della conferenza internazionale del lavoro venne attribuita a due sacerdoti, Brauns e Nolens . Dal punto di vista sociale ciò significa che nei momenti critici delle lotte di classe i governi hanno affidato volentieri l’arbitrato supremo di tali conflitti a uomini cattolici, manifestando fiducia nella moderazione e nel desiderio di giustizia che dimostravano di nutrire. In Olanda dopo il Nolens assunse questa parte di moderatore l’attuale capo del partito Aalbarsee , e moderatore in più vasto senso è a Praga mons. Schrameck che rappresenta in tutti i ministeri del dopo guerra la tendenza a conciliare le varie frazioni di cattolici colla nuova repubblica. Il congresso recente di Praga ha dimostrato che quest’opera ha avuto non solo l’effetto di riunire gli uomini appartenenti ai diversi partiti cattolici, che assieme hanno avuto 1.600.000 voti, ma, quello che più importa, di valorizzare presso lo Stato la forza dei cattolici, cosicché in Cecoslovacchia ove si marciava verso il conflitto fra Chiesa e Stato, oggi si è concluso coll’aggiornare sine die la separazione, pur prevista dalla costituzione. Nel Belgio, nel momento in cui si trattava di risolvere una crisi psicologica e spirituale che oramai sembrava preparare il trionfo del planismo socialista, è stato un cattolico, il Van Zeeland, che ebbe l’incarico di tentare l’ardito esperimento raggruppando in una stessa coalizione i cattolici delle due osservanze, i liberali e i socialisti. Non vogliamo certo affermare che l’esperimento Van Zeeland sia riuscito; è troppo presto per una conclusione qualsiasi, ma intanto anche questo tentativo dimostra che l’ispirazione cristiana infonde nei cattolici quella tendenza alla oggettività ed alla conciliazione che rende la loro collaborazione indispensabile sovrattutto nei momenti di crisi. E che rappresenta l’apporto cristiano-sociale all’attuale sistema di governo austriaco se non il tentativo di conciliare, come disse ripetutamente Dollfuss, le esigenze di una sana democrazia colle necessità di un regime forte e antidemagogico? Nella Spagna l’azione popolare di Gil Robles rappresenta la conciliazione dei cattolici con la repubblica, la via di mezzo fra il conservativismo monarchico e il presente sistema repubblicano. Ispirandosi alle supreme esigenze della difesa del cattolicismo e dei beni spirituali della nazione, Gil Robles ha dichiarato di voler governare «nell’accettazione leale del regime che il paese si è dato, col proposito però di riformare la costituzione per renderla conciliabile colla coscienza cattolica degli spagnoli». Anche qui un sano realismo, la tendenza a comprendere le esigenze moderne senza intaccare le grandi basi del passato, e il concetto della giustizia sociale, portano i cattolici ad un atteggiamento centrale e costruttivo che li rende moderatori del paese nei momenti di pericolose transizioni. Noi siamo un partito, disse una volta il Robles, fondato sui principi cattolici della giustizia sociale, della carità e della solidarietà cristiana e dobbiamo tradurre nei fatti i principi che noi professiamo. La stessa tendenza di equilibrio e di moderazione riporta mons. Korosec al governo di Jugoslavia. Egli rappresenta un atteggiamento intermedio fra il centralismo serbo e l’autonomismo croato. Molti cattolici non saranno d’accordo con lui, ma non possiamo negare che il suo atteggiamento si ispira ad un concetto di equilibrio che egli crede raggiunto nel decentramento regionale dello Stato unitario jugoslavo. E che dire degli uomini politici cattolici svizzeri quali il Motta , il Musy e l’Etter ? Il Musy essendo nel 1926 presidente della Confederazione, spiegò una volta il nome di conservatori così: «Quello che noi conserviamo sono le istituzioni più democratiche del mondo e socialmente non siamo certo dei conservatori sociali quali possono dirsi i liberali impenitenti». Quanto al Motta è troppo nota la sua attività nella politica interna svizzera e in quella internazionale per far trionfare il principio dell’intesa e della conciliazione. Si dirà che Oliveira Salazar, professore universitario cattolico , faccia una eccezione a tale regola? Sarebbe giudicarlo falsamente. Egli venne bensì chiamato al governo dopo che un colpo di stato militare ebbe instaurata nel Portogallo la dittatura, ma quest’uomo mite non ha nulla del dittatore nel senso che voleva il Sorel. In tutta la sua attività si nota lo sforzo di guadagnare la fiducia del paese con la persuasione e con l’esempio di una eccezionale correttezza morale. Vi sono molti in Portogallo che non accettano il regime autoritario, ma che simpatizzano tuttavia per il Salazar, uomo che a 45 anni gode già di un immenso prestigio morale. Egli ha proclamato che i poteri dello Stato non devono essere arbitrari né onnipotenti, ma «guidati ed imitati dalle leggi della giustizia e della morale cristiana, leggi dunque superiori ai diritti dello Stato, agli interessi generali della nazione e alla persona dei dirigenti». Ecco un programma che indica lo sforzo di temperare e conciliare libertà e autorità, autonomia personale e interesse nazionale. Ecco dunque anche il Salazar su quella aurea via mediana, che è la caratteristica e il merito degli attuali uomini politici cattolici. Che cosa dire dei cattolici germanici da Wirth a Brüning, uomini costretti a vivere attualmente in esilio? Nella politica interna il Centro si è logorato nello sforzo di superare gli estremi e di condurre la nazione per le vie della moderazione e dell’equità. Nella politica estera molti cattolici francesi deplorano oggi di non aver potuto o saputo corrispondere alla loro tendenza di pacifica collaborazione verso tutto il mondo e in particolare verso la Francia. In un periodico francese abbiamo letto recentemente e non senza commozione le seguenti parole del padre domenicano A. Delorme: «Nella politica estera, è certo che, a più riprese, i governi cattolici tedeschi hanno lavorato al consolidamento della pace ed hanno apportato la loro collaborazione a tutti gli organismi capaci di imporla al mondo. Ma anche là essi non furono capiti, né dai loro compatrioti, né da certe altre nazioni. La pace mondiale, tutti lo ripetono – e chi lo sa meglio della Santa Sede? – dipende in gran parte dalle relazioni franco-tedesche. Nulla stabilirà meglio questa pace tanto desiderata di un’intesa leale fra queste due nazioni. Ora che la distanza del tempo meglio permette di scoprire il nesso delle cose, noi possiamo forse renderci conto che l’ultimo cancelliere cattolico ha veramente cercato di stabilire con la Francia rapporti che avessero preparato degli accordi duraturi. Ciò che egli cercava era un incontro su d’un terreno che egli giudicava il solo praticabile: il cattolicesimo. Egli aveva sognato che da una parte e dall’altra ci si sforzerebbe di salvare di comune accordo la civilizzazione cristiana, sotto l’ispirazione, non apertamente sollecitata, ma francamente e profondamente accettata, della Santa Sede. Ma per riuscire egli avrebbe dovuto risalire nel proprio paese tutta una corrente ed egli non poteva farlo se non trovandosi di fronte, dall’altra parte della frontiera, a persone e gruppi che avessero potuto comprenderlo. Egli si lamentava a volte di non averli incontrati. Ebbe delle grandi speranze; così i suoi amici di Germania e di Francia. E un giorno si procedette così avanti, da potersi credere alla vigilia di un definitivo successo, che sarebbe stato forse un trionfo per il cattolicismo. Non è ancora giunta l’ora per dire perché tutto fu spezzato e quale fu la serie di disillusioni che succedettero a questa speranza: «la salita del Calvario» poté dire, senza esagerazione, uno di quelli che hanno meglio seguito e capito questi avvenimenti. Di chi la colpa? Si risponde: delle circostanze. Ciò è troppo facile. Quello che mancò, da una parte e dall’altra, fu la fiducia nell’ideale come costruttore di realtà, è la carità, è lo sforzo di capire: in una parola, è lo spirito cristiano. È passata un’ora che i cattolici francesi non hanno vissuto. La rivedremo noi?». Ciò non vuol dire che la concezione universalistica cristiana diminuisca nell’uomo politico l’interessamento per la sua patria. Lou-Tseng-Tsing ministro degli affari esteri per lunghi anni nella Cina repubblicana, anzi per un anno presidente del consiglio dei ministri, divenuto padre Lou nell’abbazia benedettina di S. Andrea, eleverà dal fondo del suo chiostro la sua voce per far intendere al suo paese vittima dell’invasione, la dottrina cattolica, scrivendo su «l’invasione e l’occupazione della Manciuria, giudicata alla luce della dottrina cattolica cogli scritti del cardinal Mercier ». E confesserà che nulla lo ha più profondamente commosso del celebre messaggio del papa «al grande nobile popolo cinese» nel quale Pio XI dichiarava di avere «piena fiducia che le aspirazioni legittime e i diritti di una nazione, numericamente la più grande della terra, una nazione di cultura antica che ha conosciuto grandezze e splendori, saranno pienamente riconosciuti». È per questo che anche oggidì da questa rubrica internazionale sentiamo di poter esprimere la sicura fiducia che i popoli cattolici di tutti i paesi anche di fronte al presente conflitto sappiano esercitare quell’influsso di equità e di moderazione e rispettare la giustizia, senza mancare alla carità, legge universale del consorzio umano e fondamento della repubblica cristiana. Ciò vale anche per gli scrittori e per gl’intellettuali di tutti i paesi, i quali hanno il sacro dovere di fare uno sforzo di reciproca comprensione. Se di qua converrà sforzarsi di capire le ansie di chi teme il crollo di un sistema collettivo, che dovrebbe impedire l’appello alla forza e le guerre – sistema preconizzato già da Benedetto XV –, di là bisogna cercare di comprendere le esigenze di tutti i popoli in un’equa distribuzione delle risorse terrestri, quale auspicò solennemente Pio XI e invocano oramai gli spiriti più eletti e più antiveggenti del mondo. "} {"filename":"b8d52689-9644-4a0f-803a-6a5b930e108e.txt","exact_year":1936,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Il terzo volume della «Storia dei papi dell’età modernissima» del professor Giuseppe Schmidlin (I) consta di XIX e 350 pagine, mentre il primo che s’iniziava con Pio VII e comprendeva Gregorio XVI contava 708 pagine, e il secondo che trattava di Pio IX e Leone XIII raggiungeva 610 pagine. L’autore ci spiega appunto nella prefazione al volume terzo che questo va considerato come un torso, perché manca il papato di Pio XI che lo Schmidlin aveva già pronto per le stampe, ma che dovette sospendere per desiderio dello stesso Pontefice, il quale, alla domanda rivoltagli dall’autore rispose: «Post mortem lauda, vel… non lauda!». Il presente volume narra dunque la storia del papato di Pio X e di quello di Benedetto XV . Anche leggendo questo volume si rimane ammirati dalla forza di lavoro, della diligenza e della eccezionale ricchezza di informazioni dello Schmidlin; qualità rilevate già da P. Giuseppe Grisar nelle «Stimmen der Zeit» a proposito del primo volume, che egli giudica «opera di straordinaria erudizione e un libro di consultazione unico nel suo genere». Le note sono copiose, i riferimenti molteplici ed esaurienti, i sussidi bibliografici abbondanti e criticamente elaborati. Il metodo, seguito dallo Schmidlin, è notoriamente quello del Pastor, il quale completa la narrazione riguardante i Pontefici con esposizioni particolari di storia ecclesiastica, dedicato a singole nazioni o a speciali attività. Trattandosi dello Schmidlin, nessuno si meraviglierà che i capitoli sulle missioni siano svolti con particolare completezza. Tuttavia vorremmo dire che il metodo dello Schmidlin si avvicina piuttosto al Pastor degli ultimi volumi che a quello incomparabilmente migliore dei primi, il che equivale ad affermare che è più prossimo al mosaico che all’affresco . Era possibile fare altrimenti? Forse no. Forse l’impossibilità nella maggior parte dei casi, di conoscere ed esplorare gli archivi diplomatici e delle cancellerie e di ricostruire così con sicurezza i propositi, le finalità, i sentimenti degli attori del dramma storico escludevano la sintesi viva, reale, definitiva per l’accertamento dei fatti e per l’obiettività del giudizio. Forse la «storia» dello Schmidlin fornisce una nuova conferma del fatto che i contemporanei – nonostante ogni studio ed ingegno – riescono bensì a compilare una ricca e ragionata esposizione dei fatti, ma non a scrivere la storia nel pieno senso della parola. L’autore è consapevole di tali difficoltà e s’industria in tutti i modi a superarle, abbondando nelle informazioni e cedendo la parola alle opinioni più diverse; ma spesso la risultante ch’egli ne tira, sembra piuttosto calcolata in base ad un tal qual criterio di compensazione, che frutto di una conclusione accertata. Ogni volta ch’egli ha attribuito al suo personaggio un lato negativo e criticabile, ecco che a poche righe o pagine di distanza segue un rilievo favorevole: si va avanti a colpi di remo, uno a sinistra, l’altro a destra. Questo metodo persuade meno che mai, quando si tratta di Pio X, la cui «personale e subiettiva santità è fuori questione», ma che nello stesso tempo è accusato di «grave complicità nello sciagurato complotto mondiale» dell’integralismo, per quanto, poco dopo ancora, venga rilevato che l’effetto complessivo dell’enciclica antimodernista fu «potente e salutare». In questa narrazione della rotta antimodernista, del resto molto interessante e in parte anche inedita, si possono constatare due cose: la prima che l’autore nel suo atteggiamento complessivo non viene meno a quel senso ecclesiastico, a quella «Kirchlichkeit», che gli riconosce anche il censore abbastanza severo del Vaterland di Lucerna, la seconda che nei suoi particolari giudizi lo Schmidlin lascia intravedere la passione con la quale egli stesso ha partecipato o seguito le lotte che descrive, onde molti non saranno disposti ad accettarli o a considerarli come definitivi ed imparziali giudizi della storia. Lo stile stesso dell’autore, frequentemente brusco e rude, contribuisce a togliere a certi suoi apprezzamenti la serenità di cui abbisognerebbero per imporsi in nome dell’obbiettività storica. Certo egli si sforza di trovare la verità e null’altro che la verità ed è sempre disposto ad ammirare dietro le debolezze degli uomini, la sapienza della Provvidenza divina; ma quando egli crede che i fatti lo autorizzino a biasimare o svalutare, il suo modo di scrivere manca talvolta di quella misura e di quei riguardi formali che senza nuocere alla verità sono assolutamente doverosi, ove si tratti di persone e di cose, per le quali il pubblico dei lettori nutre speciale venerazione. Queste riserve che vorremmo estendere a parecchie altre valutazioni soggettive dell’Autore, non ci impediscono di riconoscere che anche questo terzo volume contiene dei capitoli veramente preziosi. Ad esempio, la ricostruzione magistrale dell’attività di Benedetto XV durante la guerra, resa eccezionalmente possibile dalla pubblicazione degli atti diplomatici più segreti, riesce, proprio anche per la nota spregiudicatezza dell’Autore, un’inconfutabile apologia del grande e sfortunato Pontefice. Ma, sorpassando i particolari, ci si permetta ancora un’osservazione generica. Allo Schmidlin la storia dei Papi del secolo XIX «si presenta come un alternarsi di sistemi e di contrasti nelle direttive e correnti curiali». Un papa «politico» segue ad un papa «religioso» e viceversa, finché in Pio XI i due sistemi si fondono e si ricostituiscono in unità. Il diverso «sistema» di ogni pontefice è determinato per lo Schmidlin dall’atteggiamento ch’egli assume di fronte alla vita moderna. È veramente storica questa concezione dialettica della storia degli ultimi papi? Essa si fonda innegabilmente su elementi di fatto, ma sono essi essenziali o talmente importanti da incardinarvi sopra tutta la costruzione? È vero, i programmi di governo e i metodi cambiano, ma non muta anche la vita contemporanea, non mutano le esigenze che reclamano diversità di metodo e di provvedimenti? Se ciò è vero per la storia civile, quanto più per la storia dei papi, la quale non si può spiegare con le sole forze sociologiche politiche, umane, ma contiene al centro un elemento che sfugge e che non si misura, perché in intimo nesso col carattere soprannaturale della Chiesa! È ciò del resto che pure lo Schmidlin afferma, quando dice «che la Provvidenza divina domina i destini dei papi e li guida secondo i suoi misteriosi consigli sulle vie già da essa tracciate». Ed è ben lo stesso pensiero espresso da Mons. Ratti nella «Contribuzione alla Storia Eucaristica di Milano» là ove il futuro Pontefice definisce la storia come tessuto vivente dei fatti, tessuto nel quale i pensieri e le azioni degli uomini e di Dio, s’incrociano, si confondono, si attraversano volta a volta sempre con questo effetto finale, di comporre questo meraviglioso piano provvidenziale, dove domina tutta la sovranità divina e si manifesta in tutta l’evidenza l’amore di Dio per gli uomini. Noi siamo grati allo Schmidlin di aver voluto mettere questa citazione in testa al presente volume della sua storia, quasi come una risposta anticipata a chi, sfruttando qualche suo particolare concetto, gli volesse attribuire un pragmatismo inammissibile. I Josef Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, 3. Bd, Papstum und Päpste im XX. Jahrhundert, München, Kösel und Pustet, 1935. "} {"filename":"ac22aff5-3d4c-4d4b-b34f-cb8ebcfab252.txt","exact_year":1936,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"I giudizi della critica specialistica sulla Papstgeschichte di Schmidlin, il cui terzo volume è apparso all’inizio di quest’anno , sono in generale favorevoli, a parte alcune critiche che riguardano prevalentemente l’aspetto formale. Non solo la ricerca di storia della Chiesa di stampo cattolico, ma anche quella protestante apprezzano con parole del più alto riconoscimento questa «prosecuzione della Storia dei Papi di Pastor, elaborata con straordinaria dottrina e diligenza e condotta fin negli aspetti più particolari». Così scrive ad esempio, tra gli altri, la (protestante) Theologische Literaturzeitung di Lipsia e prosegue: «L’opera si distingue per il flusso vivo della narrazione, per il solido impiego di fonti e letteratura e per l’elaborazione storica di punti nodali della storia della Chiesa di rilievo universale». E l’Archiv für katholisches Kirchenrecht di Magonza non esita a scrivere: «Si dovrà riconoscere a Schmidlin, a pieno diritto, un posto di primo piano fra gli storici dei papi viventi». La rivista (protestante) Theologie der Gegenwart di Lipsia sintetizza così il suo giudizio: «Narrare, in questo nostro tempo, la storia del Papato è uno dei compiti più difficili ma anche più degni di lode che uno storico si possa dare. Si deve dire che Schmidlin l’ha assolto in modo splendido, in considerazione anche dei limiti che gli erano posti». Il giudizio più interessante e più lusinghiero sull’opera del nostro dotto compatriota lo porta però l’Osservatore romano del 21 agosto di quest’anno , il che è tanto più rilevante, poiché è l’organo ufficiale del Papato a esprimersi sull’opera nel modo seguente: «Anche nel leggere questo volume, restiamo meravigliati della capacità di lavoro, della diligenza e dell’eccezionale ricchezza d’informazione di Schmidlin: peculiarità già evidenziate da P. Joseph Grisar nelle Stimmen der Zeit riguardo al primo volume, che egli giudicò come “opera di straordinaria erudizione e di straordinaria consultazione”». Le note sono ricchissime, i riferimenti ampi ed esaustivi, la strumentazione bibliografica imponente e discussa criticamente. Il metodo seguito da Schmidlin è notoriamente lo stesso di Pastor , che completa la narrazione sui papi con discussioni specifiche sulla storia della Chiesa delle diverse nazioni o di settori speciali di attività. Nessuno potrà negare che in Schmidlin i capitoli sulle missioni sono trattati con competenza particolare. Comunque vorremmo dire che il metodo di Schmidlin si avvicina al Pastor degli ultimi volumi piuttosto che a quello incomparabilmente migliore dei primi, ciò che equivale a osservare che assomiglia più a un mosaico che a un affresco. Era possibile fare diversamente? Forse no. Forse l’impossibilità di conoscere e indagare, nella maggior parte dei casi, gli archivi diplomatici e di cancelleria, in modo da poter ricostruire con sicurezza le vedute, gli obbiettivi, le intenzioni degli attori del dramma storico, escludeva una sintesi vitale, realistica, definitiva per la certezza dei fatti e l’obiettività del giudizio. Forse la Storia di Schmidlin porta una nuova verifica del fatto che i contemporanei, nonostante tutto lo zelo e lo spirito impegnati, possono certamente comporre una rappresentazione ricca e fondata dei fatti, ma non sono in grado di scrivere una storia nel vero senso del termine. L’Autore è consapevole di queste difficoltà e si preoccupa in ogni modo di superarle, profondendosi in note e dando la parola alle opinioni più diverse, ma spesso i risultati a cui giunge sembrano più tratti in base a un criterio di compensazione che non come frutto di una conclusione sicura. Non appena egli ha attribuito a un protagonista una proprietà negativa e biasimevole, segue poche righe o pagine dopo un giudizio favorevole: si procede a colpi di remo, uno a sinistra e l’altro a destra. Questo metodo è particolarmente poco convincente a proposito di Pio X, la cui «santità personale e soggettiva è fuori questione», ma che allo stesso tempo viene accusato di «grave concorso di colpa nel disgraziato complotto mondiale» dell’integralismo, anche se poi, subito dopo, viene di nuovo sottolineato che l’effetto complessivo dell’Enciclica antimodernista fu «forte e salutare». In questa esposizione della lotta contro il modernismo (del resto molto interessante e in parte anche inedita) si possono stabilire due cose: in primo luogo che l’Autore possiede, nel suo atteggiamento complessivo, il senso ecclesiastico ovvero la «ecclesiasticità» che gli riconosce anche il recensore, piuttosto severo, del Vaterland di Lucerna; secondariamente, che Schmidlin lascia intravvedere, nei suoi giudizi specifici, la passione con cui egli stesso segue le battaglie che descrive, o addirittura vi ha preso parte, ragion per cui molti non saranno pronti ad accettare o a considerare la sua opinione come conclusione definitiva e imparziale della storia. Anche il suo stile, spesso ruvido e brusco, contribuisce a far applicare a qualche sua valutazione quella calma di cui avrebbe bisogno, per farsi accettare in nome dell’oggettività storica. Certo si dà da fare per trovare la verità e tende sempre ad ammirare, dietro le debolezze umane, la saggezza della provvidenza divina; ma quando ritiene che i fatti lo autorizzino al biasimo o alla condanna, la sua scrittura perde talora quella misura e quell’attenzione formale che, senza nuocere alla verità, sono assolutamente doverose, quando si tratta di persone o di questioni, per le quali il pubblico dei lettori nutre particolare venerazione. Queste riserve, che potremmo avanzare su molte altre valutazioni dell’Autore, non c’impediscono di riconoscere che anche questo terzo volume contiene capitoli veramente preziosi. La ricostruzione magistrale dell’efficacia dell’azione di Benedetto XV durante la guerra, ad esempio, che è stata eccezionalmente resa possibile dalla pubblicazione di atti diplomatici segretissimi, diventa infatti – anche a causa della nota spregiudicatezza dell’Autore – un inconfutabile apologia di quel grande e sfortunato Papa. Ma mentre tralasciamo i dettagli, ci sia consentita ancora un’osservazione generale! Per Schmidlin, la storia papale del XIX secolo si presenta «come un cambio di sistemi e contrasti nelle direttive e nelle correnti della Curia». Un papa «politico» fa seguito ad uno «religioso» e viceversa, finché in Pio XI i due sistemi si fondono e si ricostituiscono in uno solo. Il diverso «sistema» di ogni papa è determinato, per Schmidlin, dall’atteggiamento che egli ha verso la vita moderna. Questa visione dialettica della storia degli ultimi papi è realmente storica? Innegabilmente essa si fonda su elementi di fatto, ma questi ultimi sono così importanti ed essenziali da poter sostenere l’intera costruzione? Certo, mutano i programmi di governo e i metodi, ma non cambia pure la vita contemporanea, non cambiano anche le necessità, le quali richiedono una differenziazione delle procedure e delle conseguenti misure? Se ciò è vero per la storia civile, tanto più lo è per la storia dei papi, che non si può spiegare con le forze politico-sociologiche puramente umane ma contiene sempre nel suo punto centrale un elemento fuggevole e incommensurabile, poiché è intimamente collegato col carattere soprannaturale della Chiesa! D’altra parte, è proprio ciò che lo stesso Schmidlin osserva, quando dice che «la divina provvidenza domina la storia dei papi e la guida con i suoi imperscrutabili consigli sui sentieri da lei prefissati». Ed è insieme lo stesso pensiero che ha espresso Mons. Ratti nella sua Contribuzione alla storia eucaristica di Milano, allorchè il futuro papa definisce la storia come «tappeto vivente dei fatti, all’interno dei quali i pensieri e le azioni degli uomini e Dio s’incrociano, si mescolano, s’incontrano da una volta all’altra, sempre con l’effetto finale di costruire questo meraviglioso piano provvidenziale, dove domina per intero la sovranità divina e si manifesta in ogni evidenza l’amore di Dio per gli uomini». Siamo grati a Schmidlin di aver posto questa citazione in cima all’ultimo volume della sua Storia, poiché essa serve da risposta preventiva a chi, facendo cattivo uso del suo particolare punto di vista, gli voglia attribuire un inaccettabile pragmatismo. "} {"filename":"8d640a93-2c77-4798-90f8-ed530de7d5c4.txt","exact_year":1936,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"«Segnalandovi qualche mese fa, l’evoluzione interna del regime sovietico, vi dicevo che se, sotto l’impulso di Stalin, l’U.R.S.S. pareva orientarsi maggiormente verso la democrazia, questo paradosso era dovuto al fatto che i dittatori detestano la rappresentanza popolare, ma amano farsi plebiscitare. Oso dire che all’ora attuale questo pronostico è pienamente confermato. Sopra il regime sovietico è sospesa una spada: dopo la riforma della Costituzione , affrettatamente votata all’indomani dell’attentato contro Kirov , non si cessa di parlare di rinnovo. Secondo certi rumori, la repubblica operaia e paesana avrà presto un Parlamento … Un comunicato ufficiale ha smentito questa notizia: questo comunicato ricordava che i rappresentanti attuali dei Sovieti devono restare in funzione ancora durante due anni circa. E in seguito? Nessuna spiegazione su questo punto. Ciò non vuol dire che alla scadenza del mandato il congresso dei Sovieti non sia rimpiazzato da un altro organismo». Così scrive A. Dimitrieff corrispondente da Mosca della Libre Belgique. Egli vede questa evoluzione in una serie di provvedimenti presi da Stalin per abolire diverse associazioni e istituzioni bolsceviche, tra le quali l’Accademia comunista che era la fucina delle ideologie e delle dottrine bolsceviche, e come tale stava a cuore a tutti gli intellettuali e propagandisti del marxismo. Contemporaneamente nella terminologia ufficiale si tornano ad introdurre titoli, una volta banditi, come ad esempio i titoli universitari e i gradi militari. Si torna a dare al congresso dei Sovieti il titolo di parlamento e ai Sovieti locali quello di consigli municipali. Nello stesso tempo il corrispondente vuol rilevare nell’attuale vita politica russa un certo ritorno al nazionalismo. Mentre fino a poco fa tutti i comunisti stranieri erano considerati nella repubblica rossa cittadini di diritto, ora questo carattere non viene riconosciuto che agl’immigrati naturalizzati. Tali sintomi hanno autorizzato molti russi a sperare in una «normalizzazione» del regime sovietico, cioè nella abolizione dei privilegi monopolistici concessi al partito comunista del quale alcuni sperano addirittura di arrivare allo scioglimento. Le previsioni del corrispondente del giornale cattolico belga non ci paiono fondate su sintomi sufficienti; esse meritano tuttavia di venire registrate. Comunque, tutti questi non sono che elementi di una evoluzione esteriore. Quello che più importa è il problema spirituale; è il problema della libertà religiosa e dell’educazione. Giunge ora da Parigi la notizia che l’Accademia di educazione sociale, presieduta da S. Em. il cardinale Baudrillart , che aveva organizzato un concorso di romanzi sul bolscevismo, ha attribuito il primo premio alla signora Alia Rachmanova , sposata in Austria a Salisburgo, per il suo romanzo intitolato: «Die Fabrik der neuen Menschen». Ora «la fabbrica dei nuovi uomini» in Russia è il lavoro più terribile che venga compiuto dal bolscevismo; e in tal riguardo purtroppo nessuna notizia ci perviene che nei sistemi di educazione antireligiosa e materialista siano intervenute delle attenuazioni. Quale conoscitore del movimento cristiano-sociale non ripensa con sempre vivo interesse ai congressi di Malines tenuti dal 1863 fino al 1909, istituiti sull’esempio delle grandi assemblee cattoliche della Germania e della Svizzera e che per la loro importanza assunsero carattere direttivo per i cattolici di tutto il mondo ? A Malines, oltre i rappresentanti del cattolicesimo militante belga compaiono uomini come Wiseman , Manning e Vaughan . Dalla Germania i capi e i fondatori del centro, dalla Svizzera Mermillod e dall’America il P. Hecker e dalla Francia corrono a questa libera tribuna i più bei nomi del mondo cattolico francese, a cominciare da mons. Dupanloup e dal conte di Montalembert. Senza che i congressi di Malines, o quelli di Liegi, abbiano formalmente un carattere internazionale, essi diventano per naturale impulso delle cose il centro di convegno di tutti i cattolici, preoccupati di trovare una soluzione ai problemi sociali che a mano a mano si ripresentano nel mondo. È quindi con universale interesse che è stata presa notizia del proposito del cardinale Van Roey di convocare a nome dell’episcopato belga un altro congresso generale a Malines. La sua data è stata fissata definitivamente per il 10 settembre 1936. «Una simile manifestazione – scrive il Comitato del Congresso – è maggiormente opportuna in questo momento in cui l’evoluzione delle condizioni materiali della vita, che va precipitando senza posa dopo la guerra, ha turbato molti spiriti. Di fronte al rischio di confusione che corrono le idee morali in seno alle masse, importa che i principi del cristianesimo siano rimessi in luce in maniera estremamente chiara, non solo sul piano spirituale, ma anche nelle loro applicazioni sociali nel senso più vasto della parola. È necessario a questo scopo che formule adatte alle situazioni inaudite che noi viviamo, mostrino l’inesauribile ricchezza, la flessibilità infinita e la perfetta modernità sociale del cattolicesimo. Concepita alla luce degli insegnamenti pontifici più recenti e delle direttive dell’episcopato belga, l’opera originale del Congresso consisterà nel delineare degli orientamenti pratici tenendo accuratamente conto della trasformazione profonda che è sopravvenuta da qualche decina d’anni nelle assise materiali della vita. Il Congresso non mancherà di mettere in luce le esperienze già fatte in diversi campi dai cattolici belgi, senza tuttavia voler fare una specie di rivista e di statistica completa delle loro opere. Non è lo scopo del Congresso di tracciare alle organizzazioni un programma immediato, ma quello invece essenziale e formale di rilevare un certo numero di direttive dottrinali che convengono a tutti i cattolici». Possiamo quindi sperare che il Congresso oltreché una manifestazione di unità dei cattolici belgi possa diventare anche, sull’esempio dei congressi antecedenti, un centro direttivo e un faro di luce anche per i cattolici di altri paesi che assisteranno alle discussioni o leggeranno le conclusioni dei relatori. Che i cattolici belgi passino un momento di pericoloso sbandamento lo prova la stessa campagna elettorale nella quale accanto ad una estrema sinistra di indisciplinato vigore ma piena di idee si agita un’estrema destra la quale, organizzata sotto le insegne di Cristo re, si chiama rexista e riprendendo tutto il vocabolario più vivace di Léon Blois , mette in effervescenza una massa di giovani che a forza di sentirselo urlare negli orecchi ed esagerando alcuni casi deplorevoli crede proprio che il vecchio partito cattolico sia in piena deriva. La propaganda rexista ha frattanto indotto di questi giorni la direzione dell’Union catholique a prendere una misura straordinaria, a stabilire cioè che nessun deputato possa occuparsi di affari e di finanze; misura rigorosa e di carattere veramente eccezionale perché se esagerata potrebbe avere l’effetto di privare il partito della collaborazione preziosa dei tecnici. Vi è inoltre la questione degli armamenti che divide i democratici cristiani e i cattolici fiamminghi da una parte e i cattolici nazionali dall’altra. È però a credere che innanzi alla minaccia esteriore di questi ultimi giorni tutte le difficoltà in tale materia verranno superate dal noto patriottismo belga. Il 15 marzo a Parigi nella chiesa di S. Franceso di Sales, patrono dei giornalisti, celebrerà il primo cinquantennio della sua esistenza la «Corporazione dei pubblici cristiani». Essa è una delle prime corporazioni fondata nel 1886 sotto l’egida de l’Oeuvre des cercles catholiques e per impulso di quel movimento corporativista che fu promosso da La Tour du Pin e Alberto de Mun. Il primo presidente fu il letterato De Marolles, il secondo Vittorio Taunay, il terzo René Bazin e il quarto, dal 1924, Giorgio Goyau. Adattandosi alla legislazione francese la Corporazione si è costituita nel 1895 in sindacato professionale dei giornalisti e degli scrittori e conta oggidì, nella sezione dei giornalisti, 380 membri e in quella degli scrittori 175. Le cifre non sono grosse ma tra i soci si leggono i nomi più belli della letteratura cattolica francese. La Corporazione ha quindi diritto di festeggiare solennemente il proprio giubileo che mette in tanto rilievo l’opera intellettuale d’illuminazione e d’ispirazione cattolica svolta da questa illustre élite di lavoratori della penna. Un recente congresso di economisti, la maggior parte professori di università, tenuto a Parigi, ha discusso sull’autarchia economica per quello che riguarda sovrattutto la produzione delle derrate alimentari e le materie prime. La maggior parte degli economisti si è dichiarata contraria all’autarchia, definita un errore economico perché porta all’eccessivo protezionismo e ad un rincaro straordinario dei prodotti. Il rappresentante della Svizzera ha dichiarato che quest’idea è un principio di morte per le piccole nazioni. Si è constatato anche che tale regime non è praticamente applicabile alla metropoli e alle colonie come si vede dall’impero britannico nel quale l’Australia, il Canada e altri domini si dichiarano contrari a fare dell’impero britannico un tutto indipendente. D’altro canto è vero che l’autarchia sforzando i singoli paesi ad aguzzare l’ingegno per le invenzioni e per le ricerche porta un certo progresso intellettuale. Inoltre non si può negare che dal punto di vista di difesa del paese il regime autarchico ha i suoi vantaggi. Ma anche questi vanno fino a un certo punto perché se l’autarchia impoverisce il paese, lo rende anche debole per la guerra. In generale, ammesse anche queste attenuanti, il convegno, giudicando meramente dal punto di vista economico, si è dichiarato sfavorevolmente. Così gli economisti, dall’arido punto di vista del rendimento. Ma l’autarchia non è un calcolo, è ormai un’idea-forza, una di quelle idee che attraggono i popoli e per la quale essi sono pronti a sopportare anche i più duri sacrifizi. È in questo senso che l’on. Rossoni proclamava recentemente alla Camera italiana: «Non dobbiamo bandire per sempre il criterio di subordinare l’attività produttiva alle materie prime straniere: bisogna fare tutto quel che possiamo in Paese ed equilibrare i costi e i compensi. È bene ricordare che nessuna potenza è possibile senza l’autarchia economica: è questa che noi dobbiamo realizzare, perché solo in tal modo lo spirito eroico del popolo italiano, popolo di produttori e di combattenti, potrà assicurare le fortune della Patria». Alla vigilia della campagna elettorale la Vie Intellectuelle pubblica uno studio intitolato: «Dio è a destra?». Dopo aver domandato scusa di questa espressione e aver notato che contro il pericolo di sinistra non mancano i mentori, l’autore crede che convenga mettere in guardia i cattolici anche contro un’incondizionata adesione alle idee della destra. «Destra e sinistra, come tutti i raggruppamenti umani, e particolarmente le formazioni politiche, vivono su un fondo complesso di errori e di verità. La maggior parte dei cattolici tuttavia, fidandosi troppo dell’ideologia della destra, arrivano a non distinguere bene la dottrina cattolica e talvolta perfino a ripudiarla in nome della prima. Essi si richiamano ad autori vecchi (pensiamo a Bonald, De Maistre, Louis Veuillos , Donoso Cortes, ecc.), il cui pensiero, per quanto in certi tratti sia vigoroso e benefico, non è però esente da paradossi e da affermazioni pericolose. La unione di cattolici, la pace religiosa, l’avvenire del cattolicismo nel nostro paese, rendono opportune le nostre parole di allarme… Non si tratta affatto di stabilire una equivalenza fra la destra e la sinistra, di negare i servizi resi e di constatare i grandi meriti di personalità eminenti. Lo scopo è di prevenire i cattolici contro un culto inconsiderato dell’ideologia di destra presa nel suo assieme e ad invitarli a raddrizzare nell’opinione pubblica l’ideologia della sinistra. Si mostrerà con ciò che la Chiesa essendo per natura al di sopra dei partiti non può venire identificata colla destra né attaccata alle sue fortune». Dopo questa introduzione lo studio procede interessante e verrà completato nel prossimo numero. Ritorneremo sull’argomento. L’arcivescovo di Friburgo monsignor Groeber , ha diretto al ministro dei culti dr. Kerrl, una lettera nella quale rimprovera all’associazione della «gioventù hitleriana» di «scristianizzare i fanciulli». L’arcivescovo dichiara che il recente decreto del ministro il quale stabilisce che i futuri funzionari dello Stato debbono aver fatto parte della «gioventù hitleriana» è un decreto contrario all’art. 13 del Concordato . «Si vuol privare del diritto di servire lo Stato dei cittadini modello, pronti a sacrificare la loro vita per la patria». Questa lettera dell’arcivescovo di Friburgo ha provocato violente proteste da parte del movimento della gioventù hitleriana. «Se l’arcivescovo pretende per i suoi giovani cattolici i posti dello Stato – scrive l’organo della gioventù hitleriana – non potremo noi chiedergli di chiamarci ai posti ecclesiastici?». Confusioni del cesaropapismo! La situazione spagnola è ancora torbida. Le dissensioni del partito socialista minacciano di spezzare la maggioranza governativa. Il settimanale Claridad, organo personale di Largo Caballero, attacca a fondo il riformismo parlamentare di Prieto e di Besteiro . Potrebbe accadere che fra poco Azaña sia obbligato a poggiarsi anche sul centro, il che potrebbe moderare alquanto la sua politica anticlericale. Gil Robles in un’intervista col Daily Telegraph ha smentito decisamente di aver mai avuto l’intenzione di ristabilire la monarchia o la dittatura. «Il mio partito è repubblicano per natura e per fede politica. Nessuno ha diritto di dubitare che noi siamo partigiani della repubblica. Credo che sia nell’interesse della Spagna che noi sosteniamo la repubblica. È anche assurdo ch’io voglia essere un dittatore. Ho sempre agito e continuerò ad agire nella legalità». I suoi avversari, prendendo nota di queste sue osservazioni, lo rimproverano – e ci pare a torto – di non averle fatte durante la campagna elettorale. Un giornalista cattolico di Strasburgo, Oscar de Ferençz, pubblica un libro intitolato «Les Juives et nous chrétiens». Esso è una condanna del feroce antisemitismo che infuria al di là della frontiera e ad un tempo un atto di ottimismo e di fede nella convertibilità delle nazioni. E sta bene! Esso fa onore a chi l’ha scritto e corrisponde all’eterno spirito d’amore che penetra e vivifica il cristianesimo. Ma ora attendiamo un libro scritto da un israelita in difesa dei cattolici perseguitati in Russia e nel Messico. La Francia passa ore di angoscia. Gli antichi e orribili fantasmi della guerra sono evocati innanzi alla fantasia che rivede tanti orrori della storia. Qualcuno sente ribollirsi nel petto le passioni dei vecchi rancori. Forse talaltro è tentato di credere che l’odio tramandato di generazione in generazione sia una fiamma che convenga alimentare per nutrire la resistenza. Ma i giovani annunciano che i cardinali e gli arcivescovi di Francia hanno diretto un appello ai francesi invitando il popolo ad amare Dio e la patria. La legge dell’amore è ancora il vincolo più indissolubile che unisca i cittadini nei momenti più gravi e l’amore della patria è subordinato a quello di Dio che vuol dire anche legge di carità e di giustizia verso tutta la fraternità umana. "} {"filename":"54725bba-413a-4c85-afcb-4487873a3bd2.txt","exact_year":1936,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Il collaborazionismo che essa suscita e favorisce tanto fra le diverse nazionalità di uno stesso Stato quanto fra le nazioni di tutto il mondo è un aspetto dell’Esposizione mondiale della stampa cattolica che va considerato in questa rubrica. I numerosi comitati, costituitisi sotto l’impulso dell’episcopato, sono riusciti ad ottenere non senza ostacoli iniziali, una collaborazione delle diverse nazionalità, che senza il fatidico prestigio di Roma cristiana, non si sarebbe certo raggiunta. Vediamo così il comitato di Praga sotto l’egida della Lega di San Venceslao raggruppare in un solo sforzo l’opera dei cechi, dei tedeschi e degli slovacchi, non escluse le minoranze magiare; vediamo in Romania collaborare sotto una direzione comune romeni dei due riti magiari e tedeschi delle colonie transilvane; in Polonia i polacchi ottenere al comitato di Varsavia la collaborazione di parte della stampa ucraina; in Jugoslavia collaborare per lo stesso scopo croati e sloveni e minoranze nazionali; in Spagna, come in Francia, raggrupparsi intorno allo stesso comitato le più diverse tendenze politiche e sociali. Nel Canada francesi ed inglesi si danno la mano per contribuire alla buona riuscita della loro sezione e nell’elenco dei giornali degli Stati Uniti partecipanti all’Esposizione compaiono accanto alla stampa dominante anglosassone i giornali di tutte le varie immigrazioni europee. Ma lo stesso spirito di collaborazione superò anche la crisi e il malessere spirituale che rende oggidì così difficili i rapporti internazionali. Nella stampa cattolica si incontrano anche giornali che difendono interessi politici e di classe, ma essa ha dimostrato che questi aspetti della sua attività sono accidentali, non sono cioè inerenti alla sua essenza, la quale è rivolta sovrattutto alla difesa dei principi cristiani ed è e deve essere nella sua finalità e nella sua opera «arma veritatis». Durante il tempo dei laboriosi preparativi gli organizzatori dovettero attraversare dei momenti di esitazione e in qualche Stato dovette forse sorgere il problema se la sua partecipazione fosse più o meno possibile o desiderata. Ma l’unico pensiero della comune fratellanza cristiana entro la frontiere della Chiesa cattolica e il grande prestigio del Padre comune valsero sempre a superare tutte le esitazioni e a rispondere vittoriosamente a tutte le obiezioni. Noi potremo giudicare dello sforzo compiuto ad Esposizione inaugurata ed aperta al pubblico . Si potrà lodare o criticare l’organizzazione, si potrà ammirare o biasimare la forma artistica, ma anche i critici più esigenti dovranno ammettere che una siffatta assise mondiale in tempo di crisi internazionale non era possibile che si attuasse se non sotto le ali del papato e per l’immenso prestigio che gode in tutto il mondo la sede di Pietro. Se consideriamo inoltre che nella sala dei «riti orientali» si vedranno accanto alle pubblicazioni di rito greco quelle dei riti alessandrino, antiocheno e caldeo, cioè una stampa che va dagli ucraini della Galizia fino ai malabaresi e malancaresi dell’India orientale; se consideriamo che nelle sale organizzate da «Propaganda Fide» potremo ammirare lo sforzo meraviglioso dei missionari in Asia, in Africa ed in Oceania e vedere la stampa pubblicata in difesa della Chiesa da sacerdoti e laici, dai giornali di Madras, Bombay e Calcutta fino a quelli di Pechino e di Tokyo, possiamo ben concludere che nessuna società, nessuna lega al mondo sarebbe stata in grado oggidì di radunare in una unica aula un coro così vario e così universale. Gli è che quest’aula è dominata dallo spirito di Colui che è venuto per redimire tutto il consorzio umano. Le associazioni giovanili cattoliche di nove paesi, cioè dell’Olanda, della Svizzera, della Gran Bretagna, della Francia, della Spagna, del Portogallo, del Belgio, del Canada, della Cecoslovacchia, hanno pubblicato un messaggio in difesa delle perseguitate società cattoliche giovanili tedesche e in protesta contro la repressione da parte del governo nazista. Esse dichiarano di non voler ingerirsi negli affari interni della Germania, ma affermano che il cattolicismo colla sua essenza universale e le condizioni necessarie della sua divina missione non possono venir considerati «affari interni» di un paese. «O la solidarietà cattolica non potrà più esprimersi lealmente e coraggiosamente, o noi dobbiamo oggi dire a voce alta in faccia al mondo, i sentimenti che commuovono i nostri cuori. La nostra protesta è provocata da fatti incontestabili e incontestati. Delle istituzioni essenzialmente religiose, quali le organizzazioni di Azione Cattolica sono state, in quest’ultimo tempo soprattutto, trattate oltraggiosamente come nemiche della patria. Le autorità civili hanno preso contro di esse misure estremamente gravi che non solamente ostacolano le loro attività, ma rischiano di annientarle a breve scadenza. Per tenerci alle sole organizzazioni dei giovani cattolici, la loro stampa è stata in gran parte soppressa; il loro campo d’azione amputato arbitrariamente, una pressione formidabile esercitata sulle famiglie dei suoi membri, particolarmente sulle famiglie dei funzionari. Recentemente numerosi dirigenti delle associazioni cattoliche della gioventù tedesca, fra i quali l’elemosiniere generale, il presidente generale e il segretario generale, sono stati arrestati e imprigionati . Essi sono minacciati da severe condanne. Il loro reato è di essere stati fedeli all’Azione Cattolica. Le parole di Nostro Signore ci tornano alla mente: “Beati sarete voi allorquando sarete perseguitati, arrestati, condannati per causa mia”. Noi vogliamo che questi testimoni di Cristo sappiano quanta partecipazione noi prendiamo alle loro prove e con quanto cuore noi preghiamo per ottenere loro dal cielo coraggio e assistenza. Possa il nostro messaggio fraterno essere loro un conforto e un segno di speranza». Quando il presidente del Consiglio Azaña espose alla Camera il programma del suo governo, si notarono fra le adesioni condizionate, quelle del gruppo centrista, del gruppo agrario, del gruppo della Lega catalana e perfino una dichiarazione se non di adesione, certo di benevola aspettativa da parte di Gil Robles il quale riconobbe «il profondo amore del presidente del Consiglio per la Spagna» e aggiunse che quando i gruppi estremisti tenteranno l’assalto al governo, Azaña potrà contare sulla C.E.D.A. per sostenerlo. Infatti Azaña ebbe nel suo discorso-programma molte affermazioni ragionevoli. Disse p. es. proponendo una riforma del regolamento, «che bisogna adattare il parlamento alle necessità degli Stati moderni, a scanso di condannarlo all’inefficacia»; insistette sull’equilibrio del bilancio, e quando parlò della riforma agraria, rilevò che bisognava arrivare a trasformare i braccianti in piccoli proprietari. In politica estera riaffermò la fedeltà della Spagna alla Società delle Nazioni, ma aggiunse che non accetterà maggiori obblighi di quelli assunti dalle altre nazioni a Ginevra. Infine in un commosso appello alla calma e alla serenità, ripudiò la dittatura dello Stato e, pur proclamando l’impero della democrazia, affermò di non lasciare che si attenti «alla personalità umana, i cui diritti sono sacri». «Se taluni, egli disse infine, insistono a voler impiegare la violenza, noi saremo contro di loro, chiunque essi siano». Nessuna meraviglia che queste esortazioni abbiano lasciato un po’ freddi i banchi dell’estrema sinistra, mentre ottennero l’adesione dei rappresentanti dell’ordine e delle minoranze. L’aspetto del paese non corrisponde però all’aspetto della Camera. Nel Paese Azaña, cedendo alle pressioni degli estremi, procede a numerosi arresti che colpiscono non solo il partito fascista della falange spagnola, ma anche i partiti delle altre minoranze di destra. Il governo ha proclamato che i recenti disordini debbono attribuirsi ad un «accordo tacito fra la federazione anarchica iberica e la falange spagnola, aggiungendo che il governo conosce l’origine delle loro risorse finanziarie». Ma se questa inverosimile alleanza fosse vera, come mai Azaña ha fatto arrestare i capi e sottocapi falangisti mentre ha poi lasciato in pace gli anarchici? Il governo inoltre con una legge eccezionale che Gil Robles ha qualificato misura dittatoriale, s’è fatto dare il potere di privare della pensione gli ex ufficiali che prendono parte alla vita politica. Azaña ha tentato di giustificare una simile legge-capestro ricordando che in Spagna vi sono circa 21 mila ex ufficiali, parte dei quali hanno partecipato all’insurrezione del 10 agosto 1932 , alcuni altri ai disordini di questi giorni e infine alcuni altri ancora vestiti della loro uniforme avrebbero tentato di spingere contro il governo le forze militari attive. Il fatto è che alla vigilia delle elezioni presidenziali la situazione è così torbida che i partiti di destra e la C.E.D.A. si sono rifiutati di partecipare alla elezione dei commissari, dichiarando che l’atmosfera di diverse provincie non garantiva nessuna libertà di voto. E i piccoli partiti del centro (portelisti, gruppo di Maura e lega catalana), che pur hanno partecipato alle elezioni, hanno trovato ben poca occasione di potersi affermare contro le minacce delle organizzazioni estremiste e contro la censura e le misure straordinarie del governo. E intanto nessuno ancora sa chi verrà eletto presidente. Si parla di Alvaro de Albornoz già ministro della giustizia, che agli occhi di molti incarna la politica anticlericale del regime, ovvero di Casares Quiroga , attuale ministro dell’interno, il quale non è però ben visto dai socialisti ed infine dello stesso Azaña che abbandonerebbe a malincuore il governo per assumere la suprema magistratura. Questa nomina creerebbe ancora un nuovo imbarazzo ed un nuovo pericolo, quello cioè della scelta di un nuovo presidente del Consiglio. I cattolici non possono essere se non molto preoccupati e molto pessimisti sul prossimo futuro. Due rilievi vogliamo fare a proposito della campagna elettorale francese, due rilievi che possono in parte spiegarne l’esito. Anzitutto la tattica dei comunisti. «Noi non desideriamo nemmeno un pollice di territorio straniero, ma non lasceremo toccare nemmeno un pollice del nostro suolo». «Noi combattiamo per l’avvenire del nostro popolo, per la sua grandezza materiale, intellettuale e morale». «Noi vogliamo ristabilire le pensioni degli ex funzionari dello Stato, quelle degli antichi combattenti e delle vittime della guerra, vogliamo venire in aiuto degli artigiani, dei piccoli commercianti e assicurare la rivalutazione dei prodotti agricoli». «Noi siamo risolutamente per la difesa del franco, contro la svalutazione, metodo ipocrita per far pagare i poveri». «Proponiamo un prelevamento sui capitali dei ricchi per ristabilire il bilancio, ma non si tratta affatto di una misura rivoluzionaria, giacché i possidenti non saranno gettati sul lastrico per il fatto che un poco del loro superfluo verrà attribuito ai disgraziati». «Noi ti tendiamo la mano, cattolico, operaio, impiegato, artigiano, contadino, noi che siamo dei laici, perché tu sei nostro fratello e tu, come noi, sei sotto l’incubo delle stesse preoccupazioni». Chi direbbe che questo è il discorso radio-diffuso del segretario del partito comunista Maurizio Thorez? In un altro discorso Renaud Jean, deputato comunista, dichiarava: «I comunisti vogliono dare la terra ai contadini». «Il partito comunista è il partito che lotta per rivalorizzare i prodotti della terra, che vuole stabilire una vera fiscalità democratica, combattendo le imposte, le tasse e le spese di trasporto troppo elevate». «Il partito comunista vuole una politica di largo credito ai medi e piccoli proprietari, vuole la riduzione dei fitti e la riforma della mezzadria». «Noi ci rifiutiamo di classificare da una parte i contadini di sinistra e dall’altra parte i contadini di destra. Tutti sono ugualmente disgraziati. È per questo che noi comunisti difendiamo tutti i contadini, quelli che vanno alla Messa come quelli che non ci vanno, quelli che votano per noi, come quelli che ci votano contro…» . Questo è il linguaggio che centinaia di oratori comunisti hanno ripetuto ai lavoratori e ai contadini francesi, linguaggio così moderato, così allettante che spiega l’adesione ai comunisti di migliaia di persone che aborrirebbero il comunismo come veramente è, tanto nei suoi principi morali come nella sua economia. Comunisti e socialisti hanno inoltre cercato di galvanizzare la lotta descrivendo a vivacissimi colori i regimi autoritari. Secondo Léon Blum le libertà democratiche erano in pericolo per le condiscendenze o i tradimenti dei partiti medi verso l’estrema destra. Bisognava salvare la libertà e con la libertà la pace in Europa, minacciata dal diritto della forza proclamato dalle dittature . Invano i moderati con alla testa il Temps rilevavano che la Francia è bensì un paese attaccato alle istituzioni democratiche, ma non essere nel suo interesse di condurre una politica estera a seconda delle sue simpatie per questo o quel regime. Il blocco popolare è riuscito ad imporre alla mentalità questo ragionamento: Hitler è la dittatura contro il governo libero, Hitler è nello stesso tempo la minaccia della pace europea, quindi tutto ciò che significa difesa delle libertà democratiche concorre anche a combattere la guerra. Contro questa logica semplicistica del blocco popolare, nessuno schieramento unitario logico. Solo la parte più accesa della destra ha opposto un programma radicale in senso nazionalista e una combattività, rivelatasi qui e là fino allo squadrismo. Ma nella larga zona che va dall’estrema destra all’estrema sinistra il disorientamento e l’incertezza erano enormi. Si è ridotti a risolvere il problema caso per caso, ed è ben questa la tattica caratteristica che conduce ai ballottaggi ed è soggetta alla legge del male minore. Anche i cattolici francesi non sfuggono a questa casistica sgretolatrice. In un libro di Pierre Henri Simon intitolato «Les Catholiques, la Politique et l’Argent» , questa casistica elettorale ha trovato il suo moralista. Il prof. Lallement, nel catechismo politico da noi citato l’ultima volta, afferma che bisogna usare il diritto di voto «per il bene comune» e inviare alla Camera deputati «disposti a non votare che provvedimenti in cui siano rispettati i diritti superiori di Dio, di Gesù Cristo e della Chiesa». «Questo, ragiona il Simon, mi proibisce evidentemente di votare per un massone aggressivo e per un avversario manifesto della libertà di coscienza e d’insegnamento. Ma mi pare di comprendere, egli continua, che ciò m’interdice di votare anche per un partigiano di quello che le encicliche chiamano un “nazionalismo smoderato” o per un difensore di quelle iniquità del capitalismo che esse definiscono “violazione dell’ordine”. Il fatto che un tale candidato potrebbe presentarsi sotto un’etichetta cattolica non muterebbe niente alla proibizione: anzi mi farei doppiamente scrupolo di confidare un mandato politico ad un uomo che sarebbe capace non solamente di commettere delle gravi colpe contro il bene comune, ma anche di compromettere il cattolicismo». Così il Simon esamina i diversi casi concludendo talvolta anche per l’astensione, come per esempio, quando ci si trovasse di fronte ad un anticlericale dichiarato e ad un nazionalista-clericale. Questo libro illustra la situazione dei cattolici costretti per mancanza di una propria formazione politica a dosare il loro contributo e a spezzettarlo in un individualismo infecondo. Ma esso dà anche un’idea di quello che deve essere stato l’atteggiamento della gran massa moderata, facile preda delle parole d’ordine che sono lanciate all’ultimo momento nel fervore della campagna elettorale. "} {"filename":"3357d5b9-f514-48b6-8595-fc31efa188cb.txt","exact_year":1936,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Il nazismo si accanisce nella lotta contro le chiese. Hitler scrisse già nel Mein Kampf parole molto sagge intorno ai mancamenti del clero: «Sarebbe ingiusto rendere responsabile la religione o la Chiesa dei mancamenti dei singoli…». Ma chi segue oggidì la campagna che la stampa nazista, sotto la diretta ispirazione di Rosenberg, sviluppa contro il clero cattolico, sfruttando alcuni condannabilissimi casi d’immoralità, ha l’impressione che i processi scandalisti vengano considerati un’ottima occasione per un nuovo attacco frontale contro la Chiesa cattolica. I giornali esagerano, generalizzano, montano l’opinione pubblica, e intanto la lotta contro tutte le forze attive della Chiesa è condotta più serrata e più sistematicamente che mai. Paralizzate le associazioni cattoliche, ora si passa alle scuole che, ad una ad una, vengono spogliate del carattere confessionale; agli istituti caritativi che vengono privati di ogni appoggio e sussidio pubblico, agli ospedali, agli asili, ai ricoveri, donde si scacciano i religiosi e le suore. I Ludendorff, i Miller, il Tamenbergbund, la «Società per la religione tedesca» e la «Centrale per il cattolicismo libero da Roma di Colonia» soffiano nel fuoco e profittano del momento buono per coprire la Chiesa cattolica di calunnie e di obbrobrio. Rosenberg trionfa e Hitler lascia fare. Lo scopo è evidente. Si vuole far capitolare i vescovi, ridurli alla resa. I processi per il contrabbando di divise non sono bastati. Nei circoli governativi si sperò, in verità, che ad un certo punto, concedendo un’amnistia ai condannati per contrabbando si potesse ottenere un cambiamento del Concordato circa l’Azione Cattolica. Ma i vescovi non vollero flettere e la Santa Sede li approvò. Com’è terribile lo Stato accentratore moderno, quando il dovere v’impone di sfidarne le ire! Ai tempi di Bismarck i cattolici si appellavano alle leggi, ricorrevano ai tribunali, si richiamavano all’opinione pubblica, avevano il conforto della coscienza mondiale. Ora l’appello all’estero viene considerato come alto tradimento, tanto che i cattolici tedeschi devono tacere, soffrire e inghiottire amaro, l’opinione pubblica non esiste più, specie per loro che hanno vista sopprimere o «mettere al passo» tutta la stampa cattolica, e le leggi… «Stat pro ratione voluntas!». La pressione economica e sociale è inesorabile. Di questi giorni ci è capitato tra mano un libro che descrive la sorte dei preti romani, confinati o incarcerati da Napoleone, perché non vollero prestare il giuramento. Dei parroci dei dipartimenti del Tevere e del Trasimeno 900 giurarono, 500 no. Dei preti romani furono relegati 700. La questione era parsa a molti disputabile; e quale non si presenta così, quando il prepotente che la impone appare invincibile? Eppure Napoleone, per molteplici cause, non disponeva certo di tutte le leve che tiene in mano un governo di oggi. Resistere oggi è più difficile, e più facile è trovare delle buone ragioni per l’adattamento. Tanto maggiore è la nostra ammirazione per coloro che, per ragioni ideali di coscienza, preferiscono schierarsi coi vinti. Accanto ai dirigenti dell’Azione Cattolica giovanile sono i giornalisti le vittime più illustri. La Neue Pfälzische Landeszeitung venne soppressa perché aveva riprodotto quel passo della lettera episcopale che reclamava le «libertà vitali» delle associazioni cattoliche giovanili: le libertà vitali, garantite dal Concordato del 1933! E con questo giornale del Palatinato molti altri sono caduti; ma non è la carta semplicemente che scompare: sono decine e centinaia di giornalisti che rimangono senza pane, perché in disgrazia di tutti gli uomini al potere e di tutte le istituzioni sociali governative. Ripensando a tante sofferenze, ai guai così numerosi che vengono ad aggiungersi a quelli già ineluttabili della nostra natura, bisogna chiedersi: quando mai comprenderemo che un po’ di tolleranza civile, una certa misura di libertà per le opinioni altrui, rappresenta un bene sociale e nazionale, a cui non si deve attentare nemmeno quando messi in grado di poter attuare un nostro ideale civile, siamo presi dall’ardente proposito d’arrivare alla meta bruciando tutte le tappe? La domanda vale naturalmente anche nel caso, anzi sopra tutto nel caso in cui la buona fede di chi instaura un regime o di chi vuol compiere una trasformazione civile o sociale sia fuori discussione. E questa che, con terminologia bonaria, chiamiamo «un po’ di tolleranza civile» o «una certa misura di libertà per le opinioni altrui» – il «fair play» degl’inglesi – non è per noi, cristiani, un precetto di quella carità che anche nell’attività pubblica deve accompagnare e temperare la giustizia? Tutto ciò sia detto in tesi generale, poiché è troppo ovvio che nei casi in cui le «libertà vitali» sono minacciate, prima della carità, si è in diritto d’invocare la giustizia. Una volta a sparlare delle discussioni parlamentari, dei negoziati pubblici e delle conferenze diplomatiche erano solo i poeti, gli artisti e i letterati ed infine i tecnici: i primi tre per ragioni di estetica, gli ultimi per positivismo scientifico. Ma ora è la gran moda! Tante chiacchiere inconcludenti, che fastidio! Che pena assistere tutti i santi giorni a codesto turbinio di parole, a codesto flusso e riflusso d’opinioni, a codesti dibattiti della diplomazia che ammanniscono delle risoluzioni lubrificanti, a codesto interminabile lancio di formule per salvare il mondo, ma che domani svaporano come bolle di sapone! Non sarebbe preferibile il silenzio e che si presentasse la conclusione bell’è fatta? Certo lo sviluppo della tecnica, rendendoci onnipresenti a quanto avviene nel mondo, facendoci ascoltare tutti i discorsi e partecipare a tutte le ansie e a tutte le vigilie ci ha procurato il tormento nuovo d’una solidarietà nell’inquietudine e nelle preoccupazioni di tutto il genere umano. Certo i contemporanei del Congresso di Vienna trepidarono meno di quanti ascoltano oggidì, alla radio, le discussioni dei moderni convegni internazionali. L’ipertensione dei nervi ci annoia e ci rende insofferenti. Ma non esageriamo. Se i nervi soffrono, isoliamoli! Chiudiamo la radio, buttiamo il giornale! Ma non diciamo spropositi. Sì, il silenzio è buono, ma se non vi si affilano le spade. Il taciturno preoccupa più del parolaio. Una delle più fondate ragioni dell’odierna irrequietudine è appunto la mancanza di una «pubblica opinione» in certi Stati. A torto o a ragione la taciturnità della Russia o della Germania riempie il mondo di sospetti e di trepidazioni. Non è del resto preferibile l’agonistica delle parole a quella delle spade? Anche per la presente situazione internazionale vale quanto scriveva sant’Agostino al legato imperiale Dario: Maioris est gloriae ipsa bella verbo occidere, quam homines ferro; et acquirere vel obtinere pacem pace, non bello! Se i «sinistri» in Spagna non fossero ricorsi nell’ottobre 1934 ad un’insurrezione armata, per impedire la partecipazione dell’Azione popolare al governo, conforme le regole della Costituzione, non si sarebbe avuta la sanguinosa repressione delle Asturie, che diede, a sua volta il fronte popolare odierno coi suoi disordini, colle sue violenze, coi suoi eccidi. Oggi le sinistre sono impegnate nella guerra civile per difendersi contro il «fascismo», ma questo «fascismo» dei generali è a sua volta la reazione armata contro una situazione esasperante di scioperi politici, di dittature rosse locali . I cattolici, fedeli ai loro principi, non partecipano all’insurrezione, e mentre scriviamo, la situazione è ancora troppo oscura per stabilire nettamente le responsabilità. Ma non si sono letti recentemente nel Sol, organo dei repubblicani conservatori di Michele Maura, degli articoli per dimostrare la necessità di una dittatura repubblicana nazionale? Comunque, anche qui maioris est gloriae ipsa bella verbo occidere, quam homines ferro. È meglio un mulino costituzionale che macina come può, anche facendo un chiasso soverchio, e talvolta girando a vuoto, che una serie di conflitti sanguinosi e fratricidi. Povera e grande Spagna, Spagna missionaria e gloria del cristianesimo, antesignana di civiltà, popolo ardente di genio e di bellezza, quando ritroverai la tua quiete, che ti ridarà quell’equilibrio sociale e politico che assicuri la fraterna convivenza di tutti i tuoi figli? Alla camera francese, seduta del 16 luglio 1936, discorso del socialista Vincenzo Auriol , ministro delle finanze. Il ministro, motivando il suo progetto di riformare lo statuto della Banca di Francia, rileva che il consiglio d’amministrazione è finora eletto dai 200 azionisti maggiori, tra i quali si contano 63 società industriali, 21 compagnie d’assicurazione, 13 agenti di cambio, 10 banchieri, grosse società metallurgiche, grandi magazzini, ferrovie e alte personalità finanziarie che costituiscono il vero governo economico oligarchico ed ereditario della Francia. Si tratta d’un dominio intollerabile, esclama il ministro, e puntando l’indice verso un opuscolo che giace sul suo banco, pronuncia le precise parole: «A proposito di un siffatto dominio l’enciclica Quadragesimo anno, che ho qui, dice delle cose molto forti. (Applausi e movimenti diversi. Il ministro legge): Quello che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi ha solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza, dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento…». (Applausi. Interruzioni dell’on. Vallat . Il ministro continua leggendo): «Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni, dominano il credito e padroneggiano i prestiti; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire l’animo dell’economia; sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare. Se – conclude l’Auriol – v’era bisogno ancora d’una relazione motivata, eccovela bell’e fatta!». Un membro del Centro: Viva il papa! Il ministro delle finanze: Spero che voi prolungherete quest’evviva fino alla votazione! Non è il caso qui di esaminare se le parole dell’enciclica potevano venir applicate in pieno alla situazione della Banca di Francia e venir invocate a ragione o a torto per la sua riforma. Importa invece sottolineare che un socialista per colpire dai banchi del governo gli eccessi e gli errori del presente sistema economico non sa trovare di meglio che le parole del Pontefice romano, la cui Chiesa soleva descriversi dai socialisti di ieri come l’alleata degli sfruttatori e della plutocrazia. Del resto, leggendo più avanti nella Quadragesimo anno, l’Auriol avrebbe trovato nelle parole pontificie un appoggio, anche per trattare dei rimedi da proporre. L’enciclica infatti dice: «È necessario che la libera concorrenza, confinata in ragionevoli e giusti limiti, e più ancora la potenza economica siano di fatto soggette all’autorità pubblica, in ciò che concerne l’officio di questa. Infine le istituzioni dei popoli dovranno venir adattando la società tutta quanta alle esigenze del bene comune, cioè a dire alle leggi della giustizia sociale». Che più? Pio XI stesso afferma che il socialismo moderato, avendo lasciato ora dietro di sé gran parte del bagaglio marxista, si è accostato, per quanto riguarda certe riforme pratiche, al programma cristiano-sociale «…potendosi – egli scrive – sostenere, a ragione, esservi certe categorie di beni da riservarsi ai pubblici poteri, quando portano seco una tale preponderanza economica che non si possa lasciare in mano ai privati cittadini senza pericolo del bene comune». L’«evviva al papa» può quindi essere prolungato ben oltre allo scrutinio sulla riforma della Banca di Francia! Vien ben presto il momento però in cui la stessa enciclica, sfuggendo di mano al ministro, potrà venir maneggiata come arma poderosa dai suoi avversari. Sì, il socialismo, proclama il Papa ad un altro capoverso della stessa enciclica, come tutti gli errori, ammette qualche parte di vero, ma «esso si fonda su una dottrina della società umana, tutta propria e discordante dal cristianesimo». Il sistema socialista si basa sul materialismo e poiché sacrifica all’esigenza della produzione i beni più alti dell’uomo, specialmente la libertà, esso porta ad un regime di costrizione insopportabile. Gli antisocialisti francesi che troppo spesso, per combattere il socialismo, ricorrono alle argomentazioni di un liberalismo economico insostenibile, meditino invece l’enciclica e vedano se essa, pur consentendo in parte coi socialisti nella diagnosi dei mali sociali e nei rimedi, non offra ai veri liberali gli argomenti più forti e più efficaci contro il sistema socialista. Ecco il capoverso della Quadragesimo anno che si raccomanda alla loro meditazione : «… il possedere una maggiore abbondanza di ricchezze che possa servire alle comodità della vita, è stimato [dai socialisti] tanto, che gli si debbono posporre i beni più alti dell’uomo, specialmente la libertà, sacrificandoli tutti alle esigenze di una produzione più efficace. Questo pregiudizio dall’ordinamento “socializzato” della produzione portato alla dignità umana, essi credono che sarà largamente compensato dall’abbondanza dei beni che gl’individui ne ritrarranno per poterli applicare alle comodità e alle convenienze della vita, secondo i loro piaceri. La società dunque, qual’è immaginata dal socialismo, non può esistere né concepirsi disgiunta da una costrizione veramente eccessiva, e dall’altra parte resta in balìa di una licenza non meno falsa, perché mancante di una vera autorità sociale, poiché questa non può fondarsi sui vantaggi temporanei e materiali, ma solo può venire da Dio Creatore e fine ultimo di tutte le cose». "} {"filename":"a73e932f-b5d1-4058-a5d1-fc0febf5ee1f.txt","exact_year":1936,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Il Catholic Herald, l’organo democratico inglese che in parecchie altre occasioni assunse di fronte a questioni politico-sociali concrete, un atteggiamento diverso da quello preso dalla stampa cattolica più anziana, come il Tablet , l’Universe e il Catholic Times , si associa questa volta a tutto il resto della stampa cattolica nel sostenere il governo del gen. Franco. In occasione di un dibattito svoltosi sull’argomento nella Camera dei Lordi e nella Camera irlandese, il Catholic Herald riassume le ragioni del suo atteggiamento nei seguenti punti: 1) Le origini precise della guerra potranno venire precisate solo più tardi da imparziali ricerche storiche, ma risulta manifesto «strong evidence exists» che la rivolta militare precedette soltanto di poco un complotto russo preparato per rovesciare il regime, quale era uscito dalle ultime elezioni; 2) La furia antireligiosa dei rossi causò una terribile reazione e elevò la causa nazionalista allo stato di una vera crociata religiosa contro l’ateismo e il materialismo, senza per questo che si neghi che altre ragioni abbiano concorso alla guerra; 3) Ammesso che anche i nazionalisti nella loro indignazione abbiano talvolta ecceduto i limiti della giusta difesa, non vi è possibilità di confronto fra le crudeltà dei rossi e l’inumanità dei bianchi; 4) È vero che le potenze fasciste aiutano come possono i nazionalisti, ma non c’è possibilità di confronto fra questo aiuto e le intime relazioni esistenti fra il governo di Madrid e i Sovieti. Il giornale riferendo largamente la discussione della Camera irlandese conclude che anche in Irlanda tanto l’opposizione come il partito governativo di De Valera stanno con le loro simpatie dalla parte di Franco. Disgraziatamente l’opposizione, avendo proposto il formale riconoscimento del governo di Burgos, urtò nel concetto tradizionale che viene invocato in simili situazioni e dal quale De Valera dichiarò di non volersi discostare, tanto meno che anche il Vaticano non credette prudente precipitare le sue decisioni. «La Germania e l’Italia, disse il presidente del consiglio irlandese, hanno accordato il riconoscimento per motivi politici immediati che li riguardano. Noi non condividiamo la loro dottrina politica, come non crediamo nel comunismo. In tal riguardo sono felice di constatare che anche sui banchi dell’opposizione oggidì (e sembrò che un tempo fosse diversamente) si è del parere che il nostro popolo è attaccato alla forma democratica di governo, la quale di fatto almeno per noi nelle nostre circostanze è una forma migliore che le altre. Sono lieto che in tale argomento come rispetto al comunismo ci sia poca differenza fra il partito di governo e l’opposizione». Il vescovo di Linz ha pubblicato una dichiarazione per affermare che in Austria la Chiesa mantiene di fronte al socialismo nazionale l’atteggiamento formulato dalla pastorale dei vescovi austriaci del 21 dicembre 1933 . Non c’è alcuna ragione, dice il vescovo, per modificare o attenuare come che sia le direttive allora proclamate. Questa dichiarazione è analoga nelle sue grandi linee a un’altra pubblicata recentemente dall’arcivescovo di Salisburgo monsignor Waitz . Essa conferma di fronte a dubbi che potrebbero essere sorti in seguito alla pubblicazione del libro di mons. Hudal Le basi del socialismo nazionale , che l’episcopato austriaco mantiene la stessa opposizione di carattere dottrinale contro lo spirito e le direttive del nazismo. Si ricorderà che il vescovo di Linz nel gennaio del 1933 pubblicò una lettera pastorale intorno al «vero o falso nazionalismo». In questa pastorale egli affermava che il nazionalismo, come è inteso specialmente nel Reich, è divenuto una specie di eresia moderna della quale hanno diritto di occuparsi i rappresentanti della Chiesa. Alla dottrina del nazional-socialismo egli opponeva in questa pastorale quattro verità fondamentali: la prima che l’umanità è una sola famiglia umana entro la quale deve regnare l’amore del prossimo, incompatibile contro ogni odio di razza; la seconda che il vero nazionalismo accettato dalla Chiesa esclude qualsiasi antisemitismo di razza; la terza che la nazione e lo Stato sono due cose diverse e che lo Stato è sopra la nazione; la quarta che sopra ogni nazionalismo sta la religione, la quale non è nazionale, ma soprannaturale e respinge qualsiasi tendenza di Chiesa nazionale. Nella pastorale poi il vescovo dopo aver citato il Mein Kampf di Hitler e il Mito di Rosenberg concludeva con l’affermare che il socialismo nazionale è ammalato di megalomania razzista a base materialistica e infetto di una concezione nazionalistica della religione. «Perciò come Pio XI aveva affermato nella Quadragesimo anno essere impossibile che un buon cattolico sia nello stesso tempo un vero socialista, così è anche impossibile che un buon cattolico sia nello stesso tempo un vero nazional-socialista». Contro questa lettera pastorale insorse allora a Monaco l’abate Sachleiter, il quale sosteneva che tra nazionalismo sociale e il cattolicismo non vi era antitesi sostanziale. Tale voce isolata sollevò un nuvolo di proteste e le formali rimostranze della curia arcivescovile di Monaco, la quale richiamandosi alle ripetute manifestazioni collettive dell’episcopato germanico, si associò alle conclusioni della pastorale di Linz . Il noto sociologo prof. Messner , recensendo nella Monatschrift für Kultur und Politik il ricordato libro di mons. Hudal, muove a quest’ultimo una obbiezione pregiudiziale. Hudal aveva formulato così l’alternativa da presentarsi al nazional-socialismo: «Se il nazional-socialismo è soltanto un problema politico-sociale, non vi è alcuna ragione per i cattolici, non secondi a nessuno nell’amore alla patria, di non essere anche fedeli e incondizionati fautori di questo movimento …; ma se il nazionalsocialismo equivale ad una nuova Weltanschauung elevata a dogma, nella quale molteplici errori del passato appaiono rifusi in un mito affascinante specialmente per la gioventù, in tal caso il tacere e l’aspettare equivarrebbe ad un’adesione e a un rinnegare la fede …». Ora il Messner trova che il dilemma non calza troppo. Perché, ammesso anche che il nazionalsocialismo fosse solo un problema politico-sociale, nemmeno in tal caso sarebbe giusto parlare di «incondizionata» adesione dei cattolici. La Chiesa infatti ha delle riserve da fare, delle condizioni da portare e delle esclusioni da pronunciare anche sul terreno politico-sociale quando si tratti dei principi morali che ispirano un dato movimento. Questa fu la tattica e l’insegnamento della Chiesa in tutto il secolo XIX di fronte al liberalismo, al socialismo, al comunismo e a qualsiasi altro sistema politico-sociale. Pio XI nella Quadragesimo anno ha parlato di questa ecclesiae autoritas in re sociali et aeconomica. Rimarrebbe dunque sempre da esaminare se le dottrine, le direttive, lo spirito e la pratica del nazionalsocialismo corrispondano a quel complesso di insegnamenti politico-sociali che costituirono, specie nella nostra epoca, la cura e la gloria del magistero della Chiesa. Il Messner si diffonde poi ad esaminare l’altra questione, se le obbiezioni che si sono mosse dai cattolici contro il nazionalsocialismo riguardino la sostanza di questo movimento e le sue dottrine o semplici coincidenze momentanee facilmente superabili. E conclude affermando un profondo sostanziale contrasto. Nei regimi a carattere democratico l’organizzazione politica, i governi e i parlamenti non rappresentano che una parte di quegli elementi che bisogna esaminare per fare il punto sulla situazione di un paese. Quest’ovvio pensiero ci torna alla mente leggendo di due riunioni, l’una in Francia, l’altra in Belgio, che non appartengono alla categoria delle manifestazioni ufficiali, ma che hanno tuttavia un grande valore sintomatico. Si tratta per Parigi del banchetto tradizionale offerto dalla Revue des Deux Mondes a 250 uomini politici, diplomatici, militari, scrittori e giornalisti. Alla tavola d’onore si vedevano una dozzina di ambasciatori, quindici membri dell’Accademia di Francia e alcune personalità venute col conte Carton de Viardt da Bruxelles. Era presente tutto il fiorfiore della letteratura e attorno al cardinale Baudrillard si raggruppavano numerosi gli scrittori e giornalisti cattolici. Il discorso più importante fu quello del maresciallo Franchet d’Esperey che proclamò la necessità dell’ordine e dell’autorità. L’ordine, egli disse, dipende dall’autorità e senza l’ordine la libertà mena all’anarchia. L’autorità non è semplicemente comando, ma anche esperienza e continuità. Queste poche idee fondamentali pronunciate con voce metallica e con l’autorità di un generale copertosi di gloria durante la guerra risuonarono come un’eco delle preoccupazioni di questo momento. Un simile convito si radunò a Bruxelles attorno agli editori della valorosa rivista La Cité Chrétienne , Leclercq e Grégoire. Anche qui tra molte personalità della politica e della letteratura brillava un gruppo di ufficiali superiori guidato dal capo di stato maggiore Van den Bergen . Ai brindisi il sig. Grégoire assicurò che il soldato avrà sempre un posto d’onore nella città cristiana. Rispose il generale Van den Bergen, assicurando per parte sua che l’esercito belga è un organismo profondamente costituzionale e pacifico che esclude ogni attività politica (e qui trovò modo di negare che il movimento rexista vi abbia guadagnato molti adepti) e che si raggruppa solo intorno alla sua bandiera ideale che è quella della difesa della patria. Nella Nouvelle Revue de Hongrie leggiamo un notevole articolo di George Pernot , già ministro della giustizia con Laval, e collaboratore, ben conosciuto ai nostri lettori, delle Settimane sociali di Francia. Nell’articolo egli fa la storia del movimento dei cattolici sociali francesi e stabilisce che essi rimangono ancor oggi i partigiani più convinti dell’organizzazione professionale congiunta al libero esercizio del diritto sindacale. A conclusione egli rinnova l’appello del cardinale Liénart per opporre allo spirito rivoluzionario lo spirito di fratellanza e di collaborazione cristiana. Blackfriars, la rivista mensile dei Domenicani inglesi, dedica il Christmas number alla questione della pace e ai problemi internazionali ch’essa comporta. La Vie intellectuelle pubblica nei due ultimi quaderni la relazione presentata in un congresso di Ginevra da E. Mounier, direttore dell’Esprit su «Le point de vue catholique sur la paix». Pax nostra intitola G. Fessard un suo volume di circa 450 pagine (Grasset) nel quale procede ad un magistrale «examen de conscience international» dal punto di vista dei principi cristiani. "} {"filename":"e0d67514-a1e6-4461-a1e4-4e69460ef664.txt","exact_year":1937,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Da quando nel 1934 il parlamento del Granducato di Lussemburgo dovette occuparsi della convalidazione o meno dell’unico e primo deputato comunista , rimase all’ordine del giorno nel Granducato la questione se si dovessero proibire e rispettivamente sciogliere le organizzazioni bolsceviche. Nel ’34 il mandato venne aggiudicato ad un socialista e poi la questione sarebbe rimasta forse a dormire, se frattanto non si fosse annunciato un nuovo partito detto «democratico nazionale» venuto dal seno dei cattolici e, all’apparenza, cugino germano del rexismo belga. Da quel momento anche i liberali e qualche socialista cominciarono ad interessarsi del vecchio progetto di «difesa costituzionale» e così dopo molte discussioni e rettificazioni il 23 aprile scorso veniva votata dalla Dieta con 34 voti contro 19 la legge per la «difesa dell’ordine politico e sociale». Il suo primo articolo è così concepito: «Il partito comunista è disciolto ed è interdetta l’attività delle associazioni o dei gruppi affiliati direttamente ed indirettamente all’internazionale comunista. Saranno egualmente sciolti per decisione del governo tutti quegli altri gruppi o quelle associazioni che sotto qualsiasi nome mirino a cambiare la Costituzione o ad ostacolare il libero funzionamento degli istituti costituzionali, sia con le violenze e le minacce, sia con la formazione di forze armate o paramilitari». Questa legge per venire applicata dovette venire sottoposta anche al «referendum» ed il giorno 6 luglio, contemporaneamente alle elezioni parziali, si ebbe il verdetto popolare. Ora mentre nelle elezioni dei deputati la maggioranza cattolico-liberale riuscì vittoriosa, nel voto invece di «referendum» solo il 47,50 per cento degli elettori si pronunciarono in favore. La legge è quindi annullata e l’attuale ministero dovrà cercare altri metodi per difendere la Costituzione. È interessante riassumere gli argomenti usati nella campagna pro e contro la tesi governativa. La maggioranza cattolico-liberale argomenta semplicemente così: il partito comunista tende a rovesciare con la violenza la Costituzione, quindi è incostituzionale e non può pretendere di usufruire delle libertà garantite dalla Costituzione agli altri gruppi e partiti che si muovono nel quadro della Carta fondamentale. Il peggior nemico della libertà è il disordine che s’appoggia sulla violenza e conduce alla distruzione di tutte le libertà. La libertà in uno Stato organizzato deve sottomettersi all’ordine sociale costituito e coordinarsi con le sue esigenze. La misura che colpisce oggi i comunisti potrà colpire domani un altro movimento di estrema destra, la cui dottrina ed azione tendesse a mutare con la violenza le istituzioni costituzionali. Gli Stati, disse fra l’altro un oratore della maggioranza, non hanno il dovere di garantire costituzionalmente il proprio suicidio. Inoltre sussiste una circostanza particolare riguardante il Lussemburgo, cioè che esso non può contare su grandi forze militari per mantenere l’ordine in caso di torbidi seri. A tale ragionamento i socialisti, e parte dei liberali, opponevano la pregiudiziale che la legge eccezionale lede la Costituzione, crea il delitto d’opinione e di associazione, confonde gli attributi del potere esecutivo con quelli del potere legislativo. Da questa parte si faceva anche agitare lo spauracchio del nazismo al quale tale legge avrebbe aperto la porta. Fu facile al capo del governo Bech di rispondere che anzi la nuova legge mirava alla difesa del regime democratico e che essa garantiva l’indipendenza lussemburghese. Comunque, si vide nella votazione che la paura di aprire le porte all’arbitrio governativo fa recedere od esitare anche persone che nella loro famiglia o nella loro società locale applicherebbero le norme del senso comune. È la stessa diffidenza, lo stesso sospetto che si fanno sentire attualmente nel Belgio e nella Francia contro le ragionevoli proposte di deferire ai magistrati e non ai giurati i delitti di stampa. Nonostante questo scacco lussemburghese, è certo che, politicamente parlando, i comunisti sono in questi ultimi tempi in regresso. Lo hanno dimostrato anche le elezioni olandesi. Mentre i voti cattolici da 1.037.000 nel 1933, sono cresciuti a 1.169.000 e cresciuti sono pure i socialisti-socialdemocratici, i radicali e i democristiani, i comunisti invece che nel 1935 avevano quattro mandati, nel ’37 ne conquistano solamente tre. Vero è che anche il movimento nazionalsocialista che nel 1935 nelle elezioni provinciali aveva riportato quasi 300.000 voti quest’anno non ne raggiunse che 161.000! L’attuale capo del governo Colyn ha commentato il risultato delle elezioni dicendo che il popolo aveva voluto affermare «come la forte autorità dello Stato debba accompagnarsi col mantenimento completo delle nostre libertà radicate nella storia del popolo dei Paesi Bassi». I cattolici con la loro sapiente organizzazione hanno dimostrato un’altra volta di essere il più forte baluardo contro il comunismo e contro ogni estremismo e il Maasbode , il grande giornale dell’Olanda, rileva a ragione che essi hanno seguito compatti la direttiva del loro movimento cattolico-sociale sotto l’ispirazione dell’episcopato. La persecuzione dei cattolici in Germania ha veramente assunto aspetti impressionanti. Da una coraggiosissima predica del vescovo di Münster von Galen si viene a sapere che i giornali ecclesiastici diocesani dovettero venir sospesi, perché il ministero di propaganda esigeva che stampassero un trafiletto sui processi contro il buon costume, che conteneva una denigrazione infondata del clero e della Chiesa. Sarebbe stato, disse il vescovo, una viltà ed un disonore abbassarsi a stampare la notizia come veniva imposta. Al rifiuto, il ministro della propaganda rispose col sopprimere la stampa diocesana. Il bollettino ufficiale della diocesi venne confiscato e proibito per tre mesi perché diffondeva l’enciclica. Con la sola eccezione di tre, tutte le stamperie e società editoriali cattoliche che avevano stampato l’enciclica vennero espropriate dallo Stato, tra le quali anche l’antica stamperia Regensberg. Siccome i cattolici ricorrono a dei ciclostili od a simili apparecchi, pare imminente anche il sequestro di tali macchine. Il vescovo von Galen ricordò poi che da due anni nella sua diocesi sono proibite le società operaie e fu confiscata la loro proprietà. In molti luoghi si cacciarono dagli orfanatrofi_cattolici le suore. Al vescovo stesso si proibì la ispezione dell’insegnamento religioso nelle scuole, e nelle scuole cattoliche della città di Münster vennero introdotti degli insegnanti che erano usciti dalla Chiesa. Intanto dappertutto i processi si moltiplicano, e dobbiamo ancor prendere nota della condanna a sette mesi di prigione del prof. Schmidling , il noto autore della Storia dei Papi, in continuazione di quella del Pastor, e già professore di missionologia a Münster. Egli aveva osato dire, conversando in un treno, che in Germania non vi era più giustizia! Alla persecuzione i cattolici oppongono una grande resistenza morale. Rarissimi sono i casi, come quello del sacerdote prof. Kober, finora docente nelle scuole magistrali di Pasing, sospeso «a divinis» per la sua critica contro l’enciclica e le decisioni dell’episcopato tedesco. Le masse manifestano invece una grande compattezza sfidando derisioni e sospetti, come si vede nelle recenti processioni del Corpus Domini. Alla processione con fiaccole della congregazione mariana di Monaco, tradizionale da più di cent’anni, parteciparono 5600 uomini. La processione del Corpus Domini a Monaco contava 17850 persone. Nonostante mancasse quest’anno tutto l’apparato militare e fossero proibite le bandiere delle associazioni e i «colori degli studenti», la grande massa seguendo il cardinale Faulhaber che portava il Santissimo volle dimostrare che Monaco è sempre una città cattolica. Altro sintomo rilevato in una corrispondenza alla Reichspost: in Berlino la colletta nelle chiese per inviare i fanciulli cattolici alle colonie estive cattoliche fruttò quest’anno dieci volte tanto la somma raccolta l’anno scorso. Ciò vuol dire che i cattolici colgono qualunque occasione per dimostrare che si mantengono fedeli agli antichi ideali. Il 30 maggio il partito popolare conservativo della Svizzera celebrò in Lucerna il 25° anniversario della sua esistenza . I lettori che hanno visitato la bella sala svizzera nell’Esposizione della Stampa ricordano di aver viste rievocate le figure di Giorgio Pithon, di Baumberger , Feigenwinter, Decourtins, cardinal Mermillod ecc. e sanno che il movimento politico cattolico in Svizzera risale ben più addietro, ai primi anni cioè dopo il ‘70, quando il Kulturkampf li costrinse a partecipare in massa alla vita pubblica per difendersi contro gli attacchi dell’anticlericalismo. Tutti ricordano anche il movimento dottrinale e associativo che fece capo a Gaspare Decurtins, all’Unione di Friburgo e in genere al movimento cristiano-sociale . Le attività politiche però non avevano in questo periodo che un’organizzazione cantonale e fu soltanto 25 anni fa che i partiti locali si federarono nel “partito popolare conservativo”. Si disse conservativo invece di cattolico, perchè alcuni partiti cantonali contenevano anche delle frazioni protestanti. L’articolo 1 dello statuto federativo suona infatti: «Il partito conservativo popolare è l’organizzazione dei cattolici della Svizzera e dei loro compagni di pensiero politico di altre confessioni per agire nel campo della politica federale secondo il proprio programma». In questo partito confluiscono due correnti principali: i conservativi che hanno le loro cittadelle nei vecchi cantoni cattolici ed i cristiano-sociali che si trovano nella Svizzera orientale e specialmente nelle grandi città industriali in mezzo ai protestanti ove resistono all’invasione degli estremisti. Come è noto i cattolici hanno due rappresentanti nel consiglio federale, Motta il festeggiato presidente di ques’anno, ed il consigliere Etter . Raimondo De Becker pubblica nella Vie Intellectuelle un interessante articolo sul futuro movimento politico sociale belga che egli augura si sviluppi attorno a Van Zeeland. Il programma di questo movimento è di «consolidare la libertà rafforzando l’autorità» e a tal fine dovrà servire anche la riforma dello Stato che Van Zeeland ha solo annunciato, ma non ancora definitivamente elaborato. Questo programma, come è noto, prevede anche lo sviluppo delle organizzazioni professionali e il controllo sulle industrie monopolizzate e, fino ad un certo punto, sulla stessa organizzazione del credito. Tuttavia, dice ad un certo punto il De Becker, il Belgio «non intende avere una concezione ingenua e idealista della libertà. Un paese non può vivere e le libertà concrete non possono fiorire e svilupparsi che se al governo del paese presiede una concezione determinata del bene comune, una gerarchia determinata di valori. È impossibile di lasciare agire coloro che mettono in causa gli stessi fondamenti della società». Dopo questo accenno diretto contro il comunismo e un pochino anche contro il rexismo, il giovane scrittore conclude: «Noi cattolici belgi conosciamo la nostra responsabilità per quello che riguarda l’avvenire del nostro paese e, per suo mezzo, dell’Europa intiera. Noi crediamo che la partita che è in giuoco ha un significato che sorpassa di gran lunga le nostre frontiere. Essa mette in causa i valori morali cristiani e i valori temporali di ispirazione cristiana… è per questo che noi non domanderemo mai abbastanza ai nostri fratelli nella fede, di Francia e d’altrove, di aiutarci in questa lotta coi loro sacrifici e con le loro preghiere…». Dopo l’appello all’unità del cardinale arcivescovo di Parigi si discute parecchio nella stampa cattolica francese sui modi e sulla misura della possibilità di un fronte cattolico comune. Intanto però le novità che si susseguono rapidamente nella organizzazione della stampa conservatrice non sembrano certo contribuire ad una formazione più omogenea. L’Echo de Paris , giornale che se non può venir qualificato come «cattolico in senso stretto» si dedica però anche alla difesa degli interessi religiosi, ha perduto per ragioni di carattere economico tutto il suo stato maggiore di collaboratori sotto la direzione di Henri Simond. Questi stessi collaboratori, tra i quali vi sono alcuni nomi di scrittori cattolici di certa fama come il Madeleine , il generale Castelnau , Roberto d’Harcourt ed altri, hanno fondato un nuovo giornale, L’Epoque , con lo stesso programma e contando sulla stessa massa di lettori dell’Echo de Paris, il quale dal canto suo ha imbarcato nuovi redattori di estrema destra. Quasi contemporaneamente l’onorevole Le Cour Grandmaison , il deputato cattolico d’origine realista di cui ultimamente abbiamo segnalato il grande successo parlamentare, entra nella redazione del Figaro, diretto da Lucien Romier colla collaborazione di Vladimir D’Ormesson. Aggiungiamo che la democratica cristiana Aube, in una tenace campagna di due mesi, ha ottenuto 10.000 nuovi abbonamenti. Ma sono sforzi isolati di fronte alla stampa avversaria che lavora con metodo e con impulso ordinato ed unitario. L’Humanité ha reso pubblico il suo bilancio dal quale risulta che la tiratura media dell’anno 1934 era di circa 201.000 esemplari quotidiani, mentre nel 1936 ha raggiunto la cifra di 329.022; nel marzo del 1937 le copie quotidiane erano già 422.234. Se si pensa che in quest’ultimo periodo i grandi giornali di informazione come l’Intransigeant e Paris Soir devono lottare col nuovo grande giornale della sera, a sfondo comunista, recentemente fondato, Ce Soir , bisogna deplorare che i progressi nel campo avversario siano ben maggiori e che i cattolici francesi non riescano a trovare nelle necessità della difesa l’unità di uno sforzo che corrisponda veramente al loro rinnovato e altissimo potenziale intellettuale e letterario. Rispondendo all’appello d’un certo numero di spagnoli residenti in Francia, è stato fondato un «Comité français pour la paix civile et religieuse en Espagne» . Sorto da iniziative cattoliche, è aperto non solo ai cattolici, ma anche a coloro le cui credenze, o almeno il loro rispetto, alla libertà di coscienza danno un’importanza particolare alla pace religiosa, elemento essenziale della pace civile. Questo comitato si tiene lontano dai partiti politici. È in tale qualità, e soltanto per contribuire a ciò che può servire alla pacificazione, che si è costituito e che agirà. Esso si propone principalmente, di cooperare fin d’ora, secondo i diversi casi particolari che possono presentarsi, a iniziative per rendere meno inumane le conseguenze della guerra, o di provocare tali iniziative. Si propone pure, al termine delle ostilità, d’appoggiare gli sforzi degli uomini di cuore che vorranno risparmiare rappresaglie alla popolazione. Ma un’altra soluzione dev’essere presa di mira (dice sempre il comunicato alla stampa) ed è quella d’una pace che non sia ottenuta dalla sola forza delle armi, e alla quale potrebbero cooperare gli Stati, offrendo il loro concorso in nome della comunità internazionale… Il comitato ha l’intenzione di mettere allo studio le difficili questioni sollevate da tutti i progetti di questo genere, in particolare da ogni progetto di mediazione che, per rispettare i diritti del popolo spagnolo come per avere una vera efficacia, dovrebbe, in ogni caso, porre il paese nelle condizioni di esprimere e di realizzare liberamente la sua volontà. Il comitato intanto si propone innanzi tutto, secondo le possibilità: a) di aiutare le opere di umanità che possono essere intraprese in un territorio straniero; b) di agire su l’opinione pubblica internazionale lottando contro ogni tendenza che esasperi gli odii sollevati ovunque da questa guerra, applicandosi a suscitare uno stato di spirito favorevole a un’azione pacificatrice; e) di agire eventualmente sui governi degli Stati europei per via parlamentare o attraverso pratiche dirette. In quanto alla pacificazione religiosa, dice l’appello, ciò che importa sovratutto è che in questa opinione internazionale si manifestino delle potenti correnti in favore del rispetto della libertà religiosa e della libertà di coscienza e che vi sia anche resa testimonianza della trascendenza del Cristianesimo di fronte all’ordine temporale e politico . Questo appello è firmato da un consiglio di direzione del comitato, così composto: Mgr. Beaupin , Georges Duhamel , De Fresquet, Daniel Halevy , Louis Le Fur , Jacques Maritain, Louis Massignon , Francois Mauriac, Emmanuel Mounier, Paul Vignaux , Claude Bourdet . "} {"filename":"cd4fdbb2-fb09-4fa6-a0e9-aeed06b7ddd6.txt","exact_year":1937,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Nel corso estivo dell’Università cattolica di Milano la relazione su «idee e movimenti politici del Novecento» venne affidata al prof. Romeo Vuoli, il quale ne dissertò in due conferenze. La seconda di queste precisò così «i nuovi orientamenti politici»: «L’ideologia wilsoniana fu la prima espressione del dopoguerra; e la comunità internazionale effimera che essa creò è la riprova della sua vacuità e del suo sterile sforzo. Dall’urto degli Stati che portò alla guerra è derivato l’urto degli opposti interessi. La lotta dei partiti politici, delle classi sociali, è una proiezione della lotta delle varie nazionalità, determinata da contrastanti ideologie. Alla internazionale marxista è succeduta l’organizzazione comunista; all’imperialismo germanico il nazionalsocialismo. Le superstiti democrazie liberaleggianti, prese tra opposte forze, sono destinate a sparire entro le une o le altre». L’Osservatore Romano per la penna del suo direttore in una sintesi luminosa e documentata delle dottrine politico-sociali dei successori di Pietro, raffrontate alle conclusioni della Conferenza di Oxford, ricorda che Roma ha preceduto su ogni punto «le risoluzioni ecumeniche», come la colonna di fuoco precedeva gli Israeliti. Quanto ci fu di buono e di giusto nel programma wilsoniano non era già stato proclamato da Benedetto XV durante la guerra e le sue invocazioni e proposte, di un’organizzazione pacifica internazionale, non avevano preceduto la nascita della Società delle Nazioni? E l’attuale pontefice non ha ripetutamente invocato la pacifica soluzione dei conflitti e condannata la guerra? Benedetto XV aveva invocato che «alla forza materiale delle armi sottentrasse la forza morale del diritto» e Pio XI di fronte alle pretese dell’estremismo nazionalsocialista il quale vorrebbe che il diritto sia ciò che giova alla nazione non si è richiamato nella lettera Mit brennender Sorge al diritto naturale? «Quel principio staccato dalla legge etica significherebbe, per quanto riguarda la vita internazionale, un eterno stato di guerra fra le nazioni; nella vita nazionale poi misconosce, nel confondere interesse e diritto, il fatto fondamentale che l’uomo, in quanto persona, possiede diritti dati da Dio, che devono essere tutelati da ogni attentato della comunità …». Anche la lettera del cardinal Pacelli al presidente delle Settimane di Francia riafferma la linea aurea della Chiesa, la quale vuole conciliare i diritti della vita individuale colle esigenze della vita sociale, «la libertà e l’autorità, la giusta subordinazione colla conveniente autonomia, il diritto di associazione coll’intervento dell’autorità sociale …». «Non è facile, dice il cardinale, trovare in pratica questa linea mediana e “royale”, ma la Chiesa ci dà in se stessa un magnifico esempio di armonia fra la vita individuale e quella sociale. Mentre rispetta le diverse forme d’organizzazione della società civile … ha nel suo seno i vescovi che governano le diverse parti della Chiesa e, accanto a loro, godono larga autonomia gli ordini religiosi. Essa ha sempre rivendicato e protetto la libertà e la dignità personale ed ha il segreto di suscitare l’iniziativa privata dei suoi fedeli per cooperare al bene comune». Nell’enciclica poi contro il comunismo lo stesso regnante pontefice esalta la dottrina cattolica, la quale «è ugualmente lontana da tutti gli estremi dell’errore come da tutte le esagerazioni dei partiti o sistemi che vi aderiscono» e «si attiene sempre all’equilibrio della verità e della giustizia; lo rivendica nella teoria, lo applica e lo promuove nella pratica, conciliando i diritti e i doveri degli uni con quelli degli altri, come l’autorità con la libertà, la dignità dell’individuo con quella dello Stato …» . È appunto a tali dottrine che si ispirarono recentemente i vescovi belgi, e ulteriormente i vescovi olandesi per tracciare le direttive all’attività pubblica dei cattolici dei loro paesi. Al congresso di Norimberga Alfredo Rosenberg ha attaccato la democrazia e il cattolicismo accusando entrambi di preparare le vie al bolscevismo. La democrazia, egli disse, è oggi senza difesa di fronte al bolscevismo, come era una volta la Santa Alleanza di fronte alla rivoluzione francese. La parola d’ordine: «Né bolscevismo né fascismo», è una formula di persone interiormente disorientate. L’atteggiamento dei democratici di fronte al pericolo bolscevico non è il sintomo di una prudenza superiore, come si vorrebbe far credere, ma una prova di incapacità nel giudicare i problemi attuali. D’altro canto il Rosenberg attaccò uno scrittore cattolico (un prete sposato!) e l’anglicano decano di Canterbury perché, secondo lui, i rappresentanti delle Chiese cristiane mostrerebbero meno paura del marxismo, del liberalismo e della massoneria, per il semplice fatto che non sono avversari capaci di opporre loro delle idee creatrici. Inoltre questi cristiani vogliono bensì uno Stato che li protegga, ma non uno Stato che abbia la sua propria concezione del mondo e che raggruppi attorno a sé tutto un popolo. Essi non combattono il nuovo movimento dal punto di vista cristiano, ma nell’interesse del proprio dominio all’interno della nazione . Continua nella Svizzera la lotta legislativa contro il comunismo inaugurata dal Cantone di Ginevra. La legge cantonale che inibisce l’attività delle organizzazioni comuniste ha trovato l’approvazione della suprema autorità federale la quale ricorda che l’articolo 56 della Costituzione afferma bensì il diritto associativo dei cittadini, in quanto però le associazioni «nel loro fine e nei loro mezzi non siano contrarie al diritto né pericolose allo Stato». Ora, dice il Consiglio federale, ogni turbamento dell’ordine pubblico è pericoloso per lo Stato. Ciò può riguardare tanto le organizzazioni comuniste, come qualsiasi altra organizzazione che risultasse nello stesso modo pericolosa. La legislazione cantonale di Ginevra farà probabilmente scuola, ma è caratteristico che anche scrittori cattolici come possono essere i collaboratori del Vaterland di Lucerna, pur affermando il diritto dello Stato di emanare tali proibizioni, si chiedano se tali misure riescano veramente a sopprimere l’opera dei comunisti. È avvenuto infatti che i rappresentanti eletti di tale partito si siano subito dimessi e si siano iscritti al partito social-democratico. La questione quindi è come sempre un problema di misura e di opportunità e i provvedimenti devono venir studiati nella loro efficacia, ed è su questo terreno che si può andare da un estremo liberalismo ad un estremo autoritarismo, senza riuscire nell’intento. Mentre è chiaro il diritto e in via di massima il dovere dello Stato a difendersi contro la propaganda e l’azione rivoluzionaria, restano da vedere le circostanze di luogo e di tempo che possano consigliare o non consigliare un dato provvedimento. È chiaro però che i pericoli dell’ora inducono le libere democrazie come la Svizzera a non abbandonare alla iniziativa dei privati o delle associazioni intermedie la difesa delle libertà essenziali contro gli attentati del comunismo rivoluzionario. In un recente congresso il dr. Ley , capo del Fronte del lavoro, dopo aver attaccato i dignitari della Chiesa cattolica, e d’aver affermato di non avere qui in terra altra fede che in Adolfo Hitler, che il Signore avrebbe inviato per liberare la Germania dai farisei, aggiunse: «Noi vogliamo abituare il popolo tedesco a ciò che è grande. Gli americani costruiscono dei grattacieli. Noi innalzeremo ad Amburgo un palazzo di 330 metri d’altezza e una sala immensa per i congressi. Né Napoleone né Cesare tentarono qualche cosa di simile». Infatti, dopo la torre di Babele, il tentativo non venne più ripetuto. La situazione della «Chiesa confessionale» subisce un nuovo inasprimento. Finora 34 pastori sono stati allontanati dalla loro parrocchia; 277 hanno ricevuto la proibizione di prendere la parola e 105 si trovano agli arresti. Il comitato centrale però non disarma e ha fatto leggere dal pulpito un nuovo manifesto-protesta nel quale (in seguito alla chiusura dei seminari) si dichiara di non poter tollerare che quelli che debbono essere educati al sacerdozio sieno formati unicamente nelle scuole dello Stato. Si afferma inoltre il diritto di far conoscere il nome di coloro che sono stati scomunicati cioè che non sono più autorizzati a partecipare ai sacramenti. La Chiesa riconosce l’autorità dello Stato, ma non può ubbidirgli quando interviene in un dominio che non è il suo. Dell’inasprimento della lotta è prova ulteriore una pubblicazione di Alfredo Rosenberg , il quale, a giudicare dalle anticipazioni della stampa nazionalsocialista, si abbandona ad attacchi particolarmente violenti. All’Unione interparlamentare per la pace , che quest’anno ha celebrato il suo congresso a Parigi, il cattolico Carton De Wiart fece le seguenti dichiarazioni intorno al regime parlamentare: «La nostra Unione avrebbe tradito il suo titolo stesso se non avesse vegliato alla difesa dei principi del parlamentarismo. È in questo regime, espressione della volontà dei popoli, è attraverso l’associazione di tutti i valori di una nazione per il controllo degli affari pubblici, è attraverso il libero dibattito e contradditorio fra le dottrine e gli interessi che si credono di poter meglio garantire i diritti della persona umana, la possibilità della pace interna ed estera. Ma l’Unione sa che servirebbe assai male questo regime contro la disaffezione e il discredito che lo minacciano se non fortificasse i suoi punti deboli, se non correggesse le imperfezioni e gli abusi, se non si preoccupasse di correggere, di restaurare il sistema nei limiti propri, se non adattasse il funzionamento ed i metodi a tutte l’esigenze del nostro tempo divenute così complesse e così impreviste». Notevole fu anche l’intervento del presidente del congresso, l’ex ministro Mario Roustan . Egli si dimostrò uno dei più illuminati rappresentanti liberali, quando proclamò che prima delle istituzioni bisognava compiere la riforma morale degli individui. «Prima della riforma del parlamentarismo, egli disse, dobbiamo far passare la riforma parlamentare, e prima della riforma collettiva bisogna far passare la riforma individuale». Nel XXIII congresso delle associazioni universitarie cattoliche tenuto recentemente a Firenze, il dr. Vincenzo Arcozzi Masino riferì sul tema «La personalità nella concezione cristiana». «Per quanto riguarda lo Stato – così concluse, secondo l’Osservatore Romano, il relatore – osserviamo che questo, avendo per sé un fine naturale, mentre le persone sono chiamate anche a fini soprannaturali, è nettamente trasceso dalla persona nella vita rivolta a questi fini; che non potendosi concepire lo Stato se non come un complesso ordinato di relazioni personali (le quali si articolano sulle sostanze e non su di una inesistente sostanza statale), neanche dal punto di vista naturale lo Stato non trascende le persone, ma è invece il coordinamento e l’unificazione delle relazioni naturali umane al fine che la vita naturale umana possa raggiungere la sua massima ricchezza e densità. In questo senso sono – come è noto – gli insegnamenti delle encicliche sociali degli ultimi pontefici. Altro importantissimo problema è quello della attuazione della personalità nella storia. Esso ha due sensi: contributo della singola personalità allo sviluppo della storia e attuazione vieppiù completa e larga della vita propriamente personale nella storia. Esaminati questi due aspetti il relatore ha osservato che è dovere della società religiosa, della società politica, delle altre società, delle singole persone di agire per una progressiva eliminazione di quegli elementi individuali che ostacolano tale attuazione, per l’instaurazione di ordinamenti sociali che la favoriscano sempre più». Fra i molti congressi organizzati a Parigi nell’occasione dell’Esposizione, va ricordato quello di politica sociale, promosso dall’«Associazione internazionale per il progresso sociale». Alle discussioni parteciparono rappresentanti di gruppi liberali, socialisti e cattolici. Fra questi si trovavano i sindacalisti cristiani Zirnheld e Tessier , il senatore Champetier de Ribes , mons. Beaupin , Emanuele Mounier , i democratici cristiani belgi, il deputato olandese Serrarens , il sacerdote polacco Wojcicki. L’argomento più calorosamente discusso fu quello della libertà sindacale nelle organizzazioni professionali. Alla discussione parteciparono anche rappresentanti del Fronte del lavoro germanico e dell’organizzazione corporativa austriaca. Il relatore di questa dr. Kühr sostenne che la libertà sindacale è conciliabile col sistema corporativo austriaco, perché secondo tale sistema nessun operaio è obbligato a iscriversi al sindacato unico, benché questo abbia il monopolio della rappresentanza operaia. Egli si applicò anzi a dimostrare che la nuova legge francese del 24 giugno 1936 che creava le commissioni miste come unici organi autorizzati a concludere e modificare i contratti collettivi giunge al medesimo risultato. Infatti in tali commissioni sono rappresentate soltanto «le organizzazioni più rappresentative», e sono esclusi tutti gli altri sindacati di minoranza. Dal punto di vista individualista questo non parrebbe accettabile, ma invece è necessario per l’efficacia del contratto collettivo. Questa relazione suscitò una cortese polemica nella quale la maggior parte dei relatori più che accettare le conclusioni austriache parve voler dar prova di comprensione delle particolari necessità organizzative imposte ora al governo viennese. Importante fu da parte dei cattolici l’intervento di mons. Bruno de Solages rettore dell’Istituto cattolico di Tolosa, e da parte socialista, di Léon Jouhaux capo della Confederazione sindacale socialista, il quale si dichiarò favorevole alla libertà sindacale, provocando le osservazioni del cattolico Zamanski , il quale pur prendendo atto con piacere di tali ammissioni, espresse la sua meraviglia che la pratica della Confederazione del lavoro non si accordasse con le dichiarazioni del suo segretario generale. Infine, con l’astensione dei delegati austriaci, venne votato un ordine del giorno in favore della libertà sindacale, precisando che si doveva riservare ad ogni operaio: I) il diritto di aderire o non aderire ad un sindacato; II) il diritto di creare sindacati differenti; III) il diritto per tutti i sindacati sufficientemente rappresentativi di essere trattati alla pari per quanto riguarda l’invio di delegati negli organismi ufficiali. Altri punti della risoluzione invocano lo sviluppo della conciliazione e dell’arbitrato, sempre colla cooperazione delle organizzazioni sindacali libere. Venne infine riaffermato il diritto di libera associazione come un diritto fondamentale della persona umana. A Parigi pure si radunò il VII congresso internazionale dei sindacati cristiani alla presenza dei rappresentanti di otto paesi e di un delegato dell’Ufficio internazionale del lavoro. Mancava naturalmente quella che era una volta la delegazione più numerosa, cioè la rappresentanza tedesca che aveva fornito fino al 1934 anche il presidente, Bernardo Otte , ora defunto. Un altro capo dei sindacati cristiani tedeschi ora disciolti, l’on. Enrico Imbusch , è stato con recente decreto privato della nazionalità germanica assieme alla sua famiglia. Il congresso ha dovuto protestare contro la maggioranza dei gruppi operai della Conferenza del lavoro che «contrariamente ad ogni spirito di equità e di democrazia, in occasione del rinnovamento delle cariche hanno escluso dal Consiglio di amministrazione dell’Ufficio internazionale del lavoro l’unico rappresentante del sindacalismo cristiano che vi faceva parte». La relazione di Maritain sul «primato dell’umano» conchiude col ricordare che «il lavoro, atto dell’intelligenza e della volontà umana, imposto all’uomo per legge divina, quando è coscienziosamente compiuto, deve permettere il libero sviluppo della personalità umana dal punto di vista individuale e sociale; non vi è nessuna concezione sociale che non sia fondata sulla dignità della personalità umana e sul carattere umano del lavoro». Il congresso chiede che «l’organizzazione corporativa sia realizzata sulla base della libertà sindacale, colla sola riserva dei doveri dei lavoratori verso la nazione»; la libertà sindacale, essenza fondamentale del sindacalismo cristiano, non sarebbe realizzata nel caso di un monopolio legale o di fatto. A presidente della Confederazione internazionale venne eletto il francese Zirnheld; segretario rimane Serrarens, Utrecht. "} {"filename":"ecafab75-1cd2-4daa-a2f8-cc8ba3ba31c8.txt","exact_year":1937,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Mons. Mathieu , vescovo di Dax, pubblicando un articolo sui «cattolici francesi e la stampa», rileva il fenomeno doloroso che gran parte di loro leggono abitualmente la cosiddetta stampa d’informazione neutra o certa stampa cosidetta «ben pensante» e caratterizza queste due categorie di giornali nel modo seguente: «Attenendosi ai fogli che loro sono familiari, i cattolici non sospettano nemmeno che vi sia una vita cattolica, le cui manifestazioni incessanti e potenti dimostrano il suo vigore, che esista una dottrina cattolica la cui forza di adattamento è infinita perché essendo luce eterna è una fiamma che illumina tutti i secoli. Per i giornali neutri il cattolicismo è morto. Essi lo seppelliscono nel silenzio e lasciano credere ai loro lettori che nella realtà della vita come nell’attualità del giornale, la religione non occupi nessuno spazio». Passando all’altra categoria il vescovo continua: «Certi fogli che sortono dalla neutralità ostile e che per questa ragione vengono detti ben pensanti, mescolano la verità e l’errore in una tale promiscuità che uno spirito poco critico non li sa più distinguere. Essi difendono i diritti della proprietà privata il che è legittimo, ma dimenticano di richiamarne i doveri. Essi sono patrioti e certo non a torto, ma il loro patriottismo accetta quasi come una fatalità storica o una necessità biologica la guerra e la preparazione della guerra. Essi si propongono come campioni della moralità, ma certi settimanali che si pretendono difensori dell’ordine sociale pubblicano novelle o romanzi da fare arrossire». Celebrandosi il centenario della città di Sherbrooke, nel Canada, il cardinale Villeneuve , arcivescovo di Québec, tenne un discorso che per i suoi accenni politici ebbe grande risonanza in America e in Inghilterra. Il cardinale esaltò la missione provvidenziale affidata alle due grandi razze del Canada, chiamate a cooperare per la fusione delle civiltà inglese e francese su un terreno ove gli antenati avevano combattuto fra di loro per la supremazia. Dopo aver esaltato il patriottismo, il cardinale ha rilevato che la Chiesa cerca la pace sociale, l’unione delle famiglie e delle classi, ma che, a parte questo, essa rimane indifferente ai regimi politici, sieno essi monarchici o repubblicani. «La Chiesa tratta tanto con un paese democratico che con un paese fascista. Non è vero che io abbia augurato che la nostra provincia divenga una provincia fascista, ma io voglio bensì che essa sia una provincia cristiana. Gli uni la vogliono fascista, gli altri democratica. È affar loro. Quando ho parlato di corporativismo, non ho inteso parlare di Stato corporativo, ma di corporativismo delle professioni e dei mestieri. Voglio dire che la legge deve riconoscere la libertà per i membri di una stessa professione o di una stessa arte di unirsi più strettamente e più efficacemente per la difesa dei propri interessi, interessi degli operai e anche dei padroni. In questa maniera il corporativismo potrà contribuire a risolvere problemi spinosi: ecco ciò che insegna l’enciclica Quadragesimo anno». L’agenzia cattolica K.A.P. di Varsavia ci riferisce sugli argomenti trattati dalla Settimana sociale polacca, o più esattamente dal «Terzo studio cattolico, sezione per la riforma sociale». Alcuni punti dell’ordine del giorno trattarono di problemi propri alla Polonia, ma alcuni altri svolsero la dottrina generale della Chiesa sulla questione sociale. Così il padre Wawrzyn riferì su «Capitale e lavoro», il professor Gorski sui «Limiti della proprietà privata». Lo Stato non può abolire la proprietà privata, perché essa ha la sua fonte nella natura umana e l’uomo è più antico dello Stato. I beni prodigati dal creatore sono però destinati a tutti gli uomini e tutti gli uomini devono avere i mezzi per vivere. Il diritto di proprietà è quindi intangibile, ma lo Stato può stabilire delle norme per disciplinarlo. Il prof. Czuma trattò «La giustizia e l’amore» come basi del sistema sociale cristiano. Il prof. Roszkowski parlò del corporativismo secondo la concezione cattolica, affermando che il sistema corporativo cattolico prevede la libertà di scelta tra le organizzazioni libere e le corporazioni obbligatorie. L’ultima seduta è stata dedicata ad una conferenza del noto sociologo cattolico Piwowarczyk, sul tema: «L’avvenire del pensiero cattolico sociale in Polonia». Al congresso di Norimberga una carta geografica indicava i paesi conquistati dal comunismo: tra questi paesi era compresa anche l’Irlanda. L’organo di De Valera , Irish Press, protesta vivacemente contro questa indicazione, classificandola calunniosa. Come mai, dice il giornale, una nazione così devota alla religione di Cristo, che ha confermato il suo carattere profondamente religioso colla sua Costituzione, la quale garantisce un posto privilegiato alla Chiesa cattolica , riconosciuta come religione di Stato, come mai può essere oggetto di una accusa così mostruosa? A smentirla basti il fatto che nel parlamento non siede nemmeno un deputato che professi il comunismo o un programma similare. Evidentemente questo è un effetto della campagna menata dall’opposizione dopo l’arrivo al potere del partito repubblicano. «Gli irlandesi, dice il giornale, non dovrebbero fornire ai neopagani nazisti alcun pretesto per rappresentare la santa Irlanda come un paese caduto sotto il giogo del bolscevismo». Edoardo Herriot, presidente della Camera francese, ritornato da un viaggio in Austria e in Baviera, scrive un articolo di impressioni nel quale invita i suoi compatrioti a riflettere. «Non parlatemi della miseria, della fame e della debolezza di questo popolo, esclama, riferendosi alla Baviera. Ho visto non solamente una gioventù sana e forte, ma un popolo in pieno lavoro. Ho visto anche molte uniformi, molti soldati. Non posso nascondere che sono ritornato pieno di preoccupazioni … Ci si domanda se i regimi democratici avranno il coraggio di praticare e di imporsi una disciplina che dà a paesi come la Germania una forza così evidente, una forza che non farà che progredire. Dichiaro in particolare con una convinzione profonda e in qualità di vecchio pacifista, che la sorte della pace è legata in buona parte alla sorte del franco … È il valore della nostra volontà e del nostro coraggio. Di ciò sono sicuro ed ho trovato nella stampa austriaca e germanica delle variazioni sui nostri cambi e sulla nostra bilancia commerciale che m’hanno fatto riflettere e che farebbero riflettere i miei compatrioti, se fossero portate alla loro conoscenza. Questa nuova esperienza breve ma diretta ha rafforzato la mia opinione che un popolo libero se vuole conservare la sua libertà e la sua indipendenza, ha bisogno di molta più virtù e di molto più lavoro che un popolo rassegnato ad accettare delle parole d’ordine. Questa verità può sembrare severa e poco gradita, ma io ci credo e quindi la dico». Dall’appello del Comitato nazionale cattolico francese per le accoglienze ai baschi, comitato, come è noto, presieduto dal card. Verdier, dai vescovi di Bordeaux e di Dax e costituito fra altri da Champetier de Ribes, Mauriac, Maritain, Garrigou Lagrange , Gaston Tessier, rileviamo che il Belgio si è dichiarato disposto ad accettare fino a 10.000 bambini baschi e ne ricovera già 2.000 avendo costituito un fondo di 2 milioni; che i cattolici olandesi si dichiarano disposti ad accogliere tanti bambini per quanto sarà necessario e che il Comitato francese mantiene con la spesa di 135.000 franchi al mese un campo di smistamento presso Bordeaux. Poiché i profughi non più in gruppi ma alla spicciolata continuano ad arrivare in Francia, l’appello insiste perché si raccolgano in tutte le chiese nuovi fondi. Nel discorso pronunciato da Roosevelt in occasione del 150° anniversario della Costituzione, dopo una difesa delle democrazie, il presidente dichiara che due sono i gruppi politici in America che possono rappresentare un pericolo per l’avvenire: il primo rappresenta una gente inumana risoluta a restare al potere, mentre l’altro fa prova di temerità volendosene impadronire. L’enorme popolazione degli Stati Uniti comprende che il governo prenda posizione contro questi gruppi. Per mantenere una politica democratica il governo deve dare alla gran massa del popolo i miglioramenti materiali e la sicurezza economica sociale che essa domanda, accordandole un livello di vita giustificato dalle risorse del paese. È solamente raggiungendo questa meta che il governo proverà il valore della democrazia e l’inutilità della dittatura. In un altro punto, Roosevelt precisa i postulati popolari: salari più alti e riduzione della giornata di lavoro, redditi più stabili per gli agricoltori, soppressione degli usi commerciali nocivi agli uomini d’affari, stroncando quella licenza che a torto si chiama libertà per cui un pugno d’uomini si prende una parte maggiore di quello che loro spetta in relazione al resto del mondo. Innanzi alle spoglie mortali di Masaryk , l’attuale presidente della Cecoslovacchia, Edoardo Benes, ha rievocato ed esaltato la filosofia umanitaria del suo antecessore: «Masaryk arriva alla conclusione che dopo la vittoria del Terzo Stato nel corso del secolo XIX e la consolidazione degli Stati nazionali in Europa, un Quarto Stato composto di operai, di agricoltori, di piccoli e medi lavoratori manuali ed intellettuali, rivendica ovunque la sua parte di potere e il suo diritto ad una novella e migliore esistenza … È il passaggio dalla vecchia democrazia borghese a una forma nuova ed a uno stadio più elevato e più profondo della democrazia umanitaria. E Masaryk vede in questa comprensione dell’evoluzione generale e nell’inserzione del nostro popolo e del nostro Stato in questa evoluzione la garanzia avvenire delle nostre attuali libertà e della nostra vittoria. La società europea costituita col retaggio della rivoluzione francese, uscita dal liberalismo di cui ha assorbito la sostanza e che ora abbandona, andrà verso la sinistra fino a nuovi estremismi o ritornerà indietro verso qualche nuova estrema destra? Ritornerà ad una autorità corporativa per vincolare gli istinti anarchici dell’individuo emancipato o persevererà nella ricerca dell’ideale di una uguaglianza assoluta, praticamente irrealizzabile e precipiterà così in un caos sanguinoso, in una catastrofe di tutta la civiltà moderna? È la soluzione di questo problema che denota, a mio avviso, il momento più drammatico dell’evoluzione spirituale di Masaryk. Ma Masaryk ha lo spirito troppo lucido, l’anima troppo alta, troppo energica, per lasciarsi abbattere dalle difficoltà … Oltre che una lezione di forza, la vita è una lezione di pace e di armonia. Come è bello e confortante di vedere questo eroe ritirarsi tranquillo nel momento in cui gravi problemi e conflitti inquietano il mondo, in armonia con se stesso, fiducioso nella Provvidenza, in pieno accordo colla sua fede nell’uomo e nel trionfo finale di esso, nel trionfo della giustizia, del diritto e dell’umanità fra noi in Europa e nel mondo intiero …». Sì, fede nell’uomo ma anche fiducia nella Provvidenza che lo guidi per le vie del bene. È da credere che il vecchio filosofo umanitario nell’annosa esperienza di governo abbia appreso a conoscere la natura dell’uomo meglio che non gl’insegnarono i suoi maestri umanitari. Affrontando i problemi sociali, discutendo con gli uomini agitati dalle passioni politiche e vedendoli in perpetua discordia perché ispirati dall’avidità o dall’ambizione, dalla superbia della vita o dall’odio nazionale, egli si sarà convinto che l’uomo ha bisogno di credere in un Moderatore e Reggitore supremo e lasciarsi guidare da lui. Va ricordato un altissimo dibattito alla Camera austriaca fra il deputato Masaryk e l’on. Drexel, cristiano-sociale . Il Masaryk, pur difendendo la tesi contraria, mostrò già allora di comprendere le ragioni per le quali i cattolici sostenevano l’insegnamento della religione nelle scuole di ogni categoria. La sua opera era l’opposizione del razionalista e del teista, non del fanatico anticlericale. Su questa via il Masaryk fece poi dei progressi notevoli e se il voto ardente dei cattolici, che il vecchio presidente ritornasse alla fede dei suoi avi, non si avverò, è certo tuttavia che nella sua politica egli s’ispirò ad un crescente rispetto e ad un’aumentata considerazione del cattolicismo. «Noi cattolici crediamo, scrive Alfredo Fuchs nel quotidiano cattolico di Praga Lidove Listy, che tutto ciò che è bello e vero, che esprime la grandezza di Dio, è in certo senso anche cattolico, perché universale. In questo senso troviamo nell’opera di Masaryk e nella sua vita molti elementi cattolici. Masaryk è uno dei pensatori dall’opera dei quali emana un’aspirazione verso la conoscenza intima: verso Dio. Non sappiamo che cosa avvenne nella sua anima prima di ridarla a Dio. Ma noi tutti abbiamo ragioni per essergli grati e tutti abbiamo il dovere di pregare per lui». Del pari l’organo cattolico della Moravia, Nasinec,scrive: «Ci ricorderemo di lui specialmente perché durante il tempo della sua presidenza il cattolicismo ha conosciuto nel nostro Stato una nuova fioritura interiore ed esterna. Il 1929 rimane un anno storico, perché Masaryk con la sua personale partecipazione alle feste giubilari millenarie di San Venceslao, manifestò il suo favore al movimento cattolico, che segnava una nuova epoca nella storia del cattolicismo nella Repubblica». Il vecchio presidente deve aver capito che la formula umanitaria, se conteneva alcune direttive di governo feconde, come l’equità verso le nazionalità, la giustizia sociale verso tutte le classi, la tolleranza verso le opinioni legittime, lo spirito di pace verso tutti gli Stati, essa non era sufficiente per cementare spiritualmente le varie razze della nuova patria cecoslovacca e darle ali per l’avvenire. In questo senso l’ideale cattolico, la missione secolare, rinata nella coscienza dei cattolici, di voler essere il ponte fra l’occidente e l’oriente gli dovette apparire come un elemento essenziale e insostituibile. È caratteristico che nel necrologio della Deutsche Presse, organo dei cristiano-sociali tedeschi della Boemia, si ritrovi proprio quel motto, illustrato nella sala cecoslovacca dell’Esposizione della stampa cattolica. Vi si legge infatti: «La sua personalità è riuscita a guadagnarci per lo Stato che egli aveva creato contro la nostra volontà, ma che oggi riconosciamo per nostro Stato e ben di cuore. Vogliamo insieme agli altri popoli che vi abitano terminare a costruirlo nello spirito del suo fondatore, come un ponte che unisca l’occidente all’oriente ed il nord al sud. Dinnanzi alla sua tomba promettiamo di lavorare, incessantemente, per il trionfo della sua grande idea di giustizia». In una lettera collettiva l’episcopato svizzero invita i fedeli ad ascoltare la parola del papa ed in modo particolare ad applicare le direttive che ispirano le encicliche contro il comunismo e Mit brennender Sorge. «Il sommo pontefice chiama il comunismo ateo distruttore della religione, della dignità umana, della vita famigliare e dell’ordine politico e sociale. È un sistema che contiene numerosi errori contro la ragione e la rivelazione. È una dottrina sovversiva che muterebbe l’ordine sociale, distruggendolo. Non rispetta le vere origini, la natura e lo scopo dello Stato come pure i diritti della persona umana, la sua dignità e la sua libertà. Il secondo monito del Santo Padre è: Guardatevi dagli errori di un nazionalismo esagerato. È con una immensa tristezza che il papa vede i mali profondi che il nazionalismo può provocare quando è spinto fuori dei giusti limiti. Anche su questo punto di bruciante attualità il sommo pontefice mette in rilievo la grandezza e la bellezza della dottrina cristiana». I vescovi riferendosi ai passi principali dell’enciclica Mit brennender Sorge riassumono la pura dottrina cattolica che vi è contenuta riguardo alla fede in Dio, in Gesù e alla filiale devozione alla Chiesa e al papa. La lettera raccomanda poi vivamente l’Azione Cattolica. "} {"filename":"7b3562b0-1a0c-4cbc-be93-44d62eb3116b.txt","exact_year":1938,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Il prof. Donat di Leitmeritz pubblica nella Schönere Zukunft un articolo sul cattolicismo nei Sudeti. Nel territorio attualmente appartenente alla Cecoslovacchia, nel 1880 i cattolici erano 80,22% e nel 1930 sono scesi a 78,6%. A tale regresso del cattolicismo i cechi contribuiscono in misura molto più forte dei tedeschi. «Tuttavia il cattolicismo dei tedeschi sudeti non è in generale una professione franca e zelante, ma piuttosto un atteggiamento fondamentale religioso con certe riserve; un cristianesimo che dai tempi di Giuseppe II in qua apparteneva al bon ton, ma che non voleva apparire esagerato né molesto e dal quale la cosidetta intelligenza si distanziava volentieri, senza per questo voler essere irreligiosa. I cattolici tedeschi dei Sudeti non sono passati attraverso al Kulturkampf, che forse avrebbe fatto loro bene, riaffermando ed approfondendo le loro convinzioni, ma l’epoca dei lumi e lo snervante liberalismo produssero in un popolo culturalmente così progredito gravi danni». Nel tempo del dominante liberalismo nessun giornale cattolico esisteva in Boemia che ostacolasse questa specie di ipnosi, finché Ambrogio Opitz ne fondò uno a Warnsdorf, che più tardi, trasferito a Vienna, divenne la Reichspost. Ma in quel tempo imperversavano nei Sudeti gli apostoli del Los von Rom e del pangermanismo. Tuttavia il movimento scismatico, cioè la formale separazione dalla Chiesa cattolica, non fece reali progressi, come dimostrano appunto le statistiche. Il merito va attribuito alla società di S. Bonifacio, alle associazioni cattoliche e ad un ritmo intenso della cura d’anime. Ancora oggi la organizzazione scolastica cattolica, fondata dal vescovo Giuseppe Gross , vigila sugli interessi scolastici cattolici e rilevanti furono i successi dell’Azione cattolica femminile e giovanile. La legislazione cecoslovacca modificando la vecchia legge austriaca ha mantenuto obbligatorio l’insegnamento religioso nelle scuole elementari soltanto per quei scolari che formalmente non chiedano l’esenzione. Ora soltanto il 0,55% degli scolari cattolici tedeschi ha chiesto tale esonero e nelle classi superiori delle scuole medie ove l’insegnamento della religione è facoltativo, soltanto il 5% approfittò della facoltà di rinunziare all’istruzione religiosa. Ha fatto il giro della stampa la notizia della morte dell’ex-borgomastro di Vienna Riccardo Schmitz , avvenuta «in seguito ad una operazione chirurgica» in un campo di concentramento. Una smentita, pubblicata da qualche giornale, non ha carattere ufficiale ed è formulata in modo poco rassicurante. Comunque, rileviamo che in tale occasione parecchi giornali pubblicarono necrologi che dimostrano quanto lo Schmitz fosse stimato ed apprezzato. Merita soprattutto rilievo l’articolo che pubblica Carton de Wiart ne La Libre Belgique: «Vienna, egli scrive, gli deve dal punto di vista amministrativo grandi realizzazioni ottenute con mezzi assai ridotti». Carton de Wiart ricorda d’aver veduto Riccardo Schmitz nel settembre scorso a Parigi, durante la Conferenza interparlamentare: «il suo discorso fu di una grande elevazione morale e civile». Nei momenti critici egli fu un consigliere prudente e un collaboratore leale del cancelliere Schuschnigg. «Coloro che conoscono il borgomastro di Vienna, non hanno creduto un momento solo che egli potesse lasciarsi sedurre dalla paura o dalle promesse né dalla astuzia di una propaganda della quale comprendeva gli ultimi scopi segreti …». «Nel disordine morale della nostra vita internazionale, quando l’impotenza o la avidità degli uni favorisce l’audacia o il cinismo degli altri, è giusto e conveniente che i cattolici belgi salutino con pia emozione e fervente ammirazione la memoria di questo grande e onesto uomo che aveva attinto dalla sua fede religiosa e dal suo patriottismo tutti i principii della sua vita pubblica e privata». Il corrispondente viennese della Liberté di Friburgo dopo aver accennato alle persecuzioni contro ebrei e cristiano-sociali avverte però che le vittime del nuovo regime possono ridursi a poche centinaia di migliaia, mentre gli «ariani austriaci» che sentono ogni giorno vantaggi per il miglioramento economico generale sono più di sei milioni. È innegabile che la vita economica ha preso un altro ritmo. Per esempio la sottoprefettura di San Pölten contava alla fine di aprile 10 mila disoccupati; ora non ne conta più uno, perché tutti sono ingaggiati nella costruzione dell’autostrada che passa per questa città. Altro esempio: i maestri e professori austriaci non erano in grado di trovare posti sufficienti e il ministro dell’istruzione del Reich con un solo tratto di penna procurava il posto nelle provincie nordiche a 1200 di loro. Ancora: il Politecnico di Vienna, un tempo assai celebre, era in decadenza per mancanza di fondi; il Reich ha subito messo a disposizione cinquanta milioni di marchi e si sta costruendo e attrezzando a nuovo. La liquidazione delle fortune ebraiche allarga le prospettive degli affari per gli altri e i posti di avvocati e di medici rimasti vacanti aprono uno sfogo alle carriere. Le tariffe postali vennero abbassate, le tasse sulle automobili e sulle biciclette diminuite: tutti questi elementi economici spiegano come molti siano disposti a rinunciare al romanticismo della vecchia Austria. Si aggiungano gli spettacoli ispirati alla nuova mistica che trascinano la gioventù ed infine la convinzione che l’Anschluss era divenuto una fatalità fissata dal destino nei secoli e che l’esservi arrivati comunque significa per gli austriaci l’approdare in seno alla nazione e a una patria più grande. La Nouvelle Revue Théologique di Lovanio presentando il libro di Legaut su «La Communauté Humaine. Essaix de spiritualité sociale» constata che l’umanità nei popoli e negli individui si sveglia e prende coscienza di sé stessa. Che cosa si deve intendere per questa parola spiritualità? La rivista risponde: «Spiritualità, certo, semplicemente umana e naturale; ma che è appunto umana, che si sforza di far entrare la morale e la legge naturale nel campo immenso che si apre oggidì davanti all’uomo, il campo della vita mondiale, internazionale, totalmente umana. Ahimé! Negli stessi scritti ed articoli dei migliori s’incontrano talvolta delle affermazioni di “realismo”, e dichiarazioni di principio che non mettono in prima linea negli ordini politici ed economici la morale evangelica. E tuttavia questi ordini, perché corrispondono più fortemente a tutto ciò che è l’uomo, dovrebbero subsumersi davantaggio sotto la legge dell’uomo, che è la legge morale». I cattolici del Belgio, che soffrono assai delle loro divisioni politiche, ripongono grandi speranze nel movimento giovanile il quale oltre che nelle organizzazioni d’Azione cattolica si è costituito anche in un «Front catholique des jeunes» col compito di affrontare i problemi politici e influire sull’atteggiamento della vita pubblica. Il Fronte si raccolse recentemente in consiglio generale a Namur e dopo un largo dibattito votò una risoluzione la quale si pronuncia contro ogni tentativo di … «costituire un blocco delle destre, il quale sotto pretesto d’antimarxismo, renderebbe inevitabile e definitiva una rottura delle forze cattoliche, provocherebbe una concentrazione antifascista e comprometterebbe pericolosamente il cattolicismo agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica; stima urgente la riforma del regime parlamentare e di quello economico; reclama l’organizzazione corporativa che, riconducendo il Parlamento alla sua missione essenziale, dovrà essere nell’ordine economico una prima tappa nella trasformazione radicale del regime capitalistico». Altri punti della risoluzione si riferiscono alle questioni linguistiche e alla collaborazione coi giovani fiamminghi. «No, caro signore, il conflitto fra Chiesa e Stato appartiene al passato», dichiarò giorni fa il ministro Chautemps a un corrispondente del cattolico XXe Siècle di Bruxelles. E dopo aver accennato alle accoglienze fatte al cardinale Pacelli, il ministro radicale continuò: «L’unione di tutte le forze nazionali s’impone e il rispetto reciproco delle convinzioni figura tra i principii fondamentali delle democrazie … L’influsso dei cattolici nella vita nazionale francese da un pezzo non è mai stato tanto grande come oggidì. Lo Stato e la Chiesa si sono ritrovati sul terreno d’una larga cooperazione volontaria che porta i suoi frutti. L’influenza della Chiesa aumenterà ancora nell’avvenire. Noi facciamo tutto quello che è umanamente possibile per coltivare e sviluppare i buoni rapporti dei due poteri …». Il corrispondente commenta: «L’anticlericalismo è scomparso in Francia per ragioni puramente politiche. Dai radicali fino ai comunisti i capi hanno riconosciuto il danno che la lotta contro la fede e contro la Chiesa causa alla Francia». Molto commentata è in Francia la elezione suppletoria di Saint-Etienne, nella quale il candidato comunista soccombeva di fronte al candidato democratico popolare che era il segretario di questo partito, Raymond Laurent . È la prima volta che gli elettori antimarxisti fecero blocco su un candidato cattolico il quale durante la campagna elettorale aveva difeso in forma simpatica e con franco coraggio le dottrine sociali e le encicliche pontificie dichiarandosi nettamente contrario alle tendenze estreme tanto di destra che di sinistra. Maurras ha pubblicato che gli elettori di destra avevano votato per il Laurent, nonostante le sue idee democratiche, perché volevano impedire la riuscita di un comunista; ma questa interpretazione negativa e restrittiva pare dettata da spirito di parte, risultando invece per altre testimonianze che la maggioranza degli elettori ha votato per il democratico cristiano e per il programma positivo e ricostruttivo che egli difendeva. I congressi annuali di Pax Romana sono diventati ormai dei raduni internazionali che danno occasione ai giovani dei diversi paesi di stabilire durevoli amicizie e scambiare risultati di studi e di esperienze. Nel ’35 a Praga, nel ‘36 a Vienna, nel ’37 a Parigi, nel ’38 a Bled in Jugoslavia e nel ’39 a Nuova York, ove i partecipanti potranno soggiornare tre settimane a spese degli studenti cattolici americani. Il prossimo congresso del 22 e 23 agosto a Bled sarà consacrato alla discussione dell’argomento: «l’atteggiamento dello studente cattolico in faccia al problema comunista». Il problema verrà affrontato sotto i suoi molteplici aspetti e precisamente: a) il movimento comunista negli ambienti intellettuali, mezzi di controbattere l’influenza comunista nelle università; b) conoscenza e diffusione delle dottrine sociali della Chiesa; applicazione pratica di questa dottrina ai problemi attuali di ordine economico e sociale; c) l’azione sociale dello studente cattolico in mezzo agli operai e apostolato intellettuale tra gli operai comunisti. Le sezioni professionali tratteranno il problema sotto l’aspetto proprio a ciascuno di essi, come: la legislazione comunista nei differenti paesi; il collettivismo nella medicina; la collaborazione degli studenti cattolici con quelli non cattolici nell’azione caritativa ecc. Si annuncia che al congresso oltre agli studenti prenderanno parte professori, studiosi e organizzatori dei movimenti operai e giovanili. Le edizioni della rivista Cité Chrétienne pubblicano una serie di documenti episcopali che definiscono la posizione dell’episcopato cinese di fronte alla guerra . La prefazione è scritta dal monaco benedettino Pietro Celestino Lou , già ministro degli esteri della Cina. Don Lou ricorda che l’invasione della Cina esordì nel 1931 con l’occupazione della Manciuria: allora Ciang-Kai-Shek era occupato a dominare i disordini interni e a combattere il comunismo e non poté quindi organizzare una resistenza nazionale. Già il 30 giugno 1932, i 17 vescovi e ordinari cinesi redigevano una lettera collettiva da inviarsi alla Commissione d’inchiesta della Società delle Nazioni. A proposito del comunismo i vescovi scrivevano già allora: «In una nazione naturalmente così refrattaria al comunismo qual’è la nostra, solo la miseria degli umili e il rancore indignato dei dirigenti possono provocare la reazione della disperazione che sarebbe appunto l’adesione al bolscevismo. E qual’è il fautore dell’una e dell’altra, se non la abbominevole guerra d’invasione?». Don Lou rileva però che nel 1937 il sentimento nazionale e la preparazione dei cinesi hanno molto progredito e che il popolo si è levato in un sol blocco a difendere la terra degli antenati e la esistenza della nazione. Anche in quest’occasione l’episcopato trovò parole giuste per sostenere il patriottismo cinese. Mons. Haouisse , della Compagnia di Gesù, vicario apostolico di Shanghai, dedicò la sua lettera pastorale del 31 luglio 1937 ai doveri civili. Il vescovo di Pechino mons. Yupin dirigeva un appello ai cattolici d’Europa e d’America il 15 dicembre 1937 e il 25 dicembre lo stesso prelato rivolgeva ai diocesani una pastorale sul patriottismo cristiano. È nota poi la campagna da lui ingaggiata durante gli ultimi mesi nelle varie capitali d’Europa. Nel convegno giuridico italo-germanico tenuto a Roma si sono votate delle risoluzioni che saranno certo oggetto di discussione da parte dei competenti. Merita qui rilievo la risoluzione «sul diritto internazionale pubblico», nella quale si accentua che l’essenziale fondamento dell’ordinamento internazionale, è il diritto degli Stati alla propria autarchia e quella per una «definizione legislativa del diritto di proprietà», la quale definizione dovrebbe suonare così: «Il proprietario può usare pienamente della cosa e disporne sotto la sua responsabilità in armonia con gli interessi della comunità quali risultano dall’ordinamento giuridico nazionale dell’economia e del lavoro». Definizione accettabile, purché non intacchi il diritto naturale alla proprietà (il che sembra messo in dubbio da qualche premessa). «Occorre – dice la Quadragesimo anno – guardarsi diligentemente dall’urtare contro un doppio scoglio. Giacché, come negando o affievolendo il carattere sociale e pubblico del diritto di proprietà si cade o si rasenta il cosidetto individualismo, così respingendo o attenuando il carattere privato e individuale del medesimo diritto, necessariamente si precipita nel collettivismo o almeno si sconfina verso le sue teorie» . I resoconti della stampa quotidiana sul congresso dopolavorista di Roma, intitolato «Lavoro e gioia», come l’organo del dopolavorismo tedesco Arbeit und Freude, lasciano appena indovinare l’importanza di qualcuna delle molte relazioni presentate nelle 11 sezioni del mondiale convegno. In parecchie vi hanno fatto capolino i problemi morali. Il prof. Bodrero , ad esempio, parlando sulla elevazione morale del popolo a traverso il Dopolavoro, ha affermato che «le necessità dei tempi richiedono provvidenze sociali che differiscano largamente dalle concezioni del passato. Noi vogliamo che l’O.N.D. si ispiri al concetto classico e latino della humanitas, onde poter consegnare alle generazioni venture un mondo migliore di quello che videro i padri». Il relatore tedesco Hans von Tschammer ha notato che in Germania le società sportive e dopolavoriste riposano sul principio della volontarietà, «perché l’idea dell’obbligo sarebbe opposta alla idea di gioia»; il francese Bonvoisin si è compiaciuto del fatto che il movimento dopolavoristico colloca il lavoro in un quadro di fede. Col restituire al lavoratore il senso della sua libertà umana e della compiacenza nella dignità del lavoro si ottengono le migliori ripercussioni e sulla produzione e sullo spirito e sulla salute del lavoratore». "} {"filename":"8be1f279-d560-4cad-bc9a-76906000d09c.txt","exact_year":1938,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Il ministro di Stato belga Van Cauwelaert , capo della deputazione cattolica fiamminga, pubblicando nella rivista Dietsche Warande en Belfort un commento sulla situazione politica, loda lo Spaak per aver costituito rapidamente il gabinetto senza trattare coi diversi gruppi politici e insiste perché altre modificazioni vengano introdotte nel costume parlamentare. Un ministero appena costituito non dovrebbe chiedere la «fiducia» alla Camera, la quale non l’ha potuto ancora giudicare all’opera. In genere, del voto di fiducia s’è fatto troppo abuso; converrebbe limitarlo a date occasioni importanti. Ma ecco il suo giudizio sui socialisti e sui cattolici belgi. «Spaak ha dietro di sé l’appoggio di un partito numeroso e fortemente organizzato ed è un fatto ch’egli ha sostituito il Vandervelde nella direzione del partito socialista. Questo partito del resto ha detto addio alle concezioni marxiste rivoluzionarie e s’è affermato come partito di governo. Sotto la direzione di Spaak il partito socialista diventa un gruppo politico che tenderà i suoi tentacoli fin dentro il partito liberale e forse anche tra i ranghi cattolici. Se il partito cattolico si vede sfuggire di mano la missione di dirigere il paese, non ha che da prendersela colle sue scissioni intestine e colla fiacchezza dei suoi interventi». Nell’antica città libera di Francoforte sul Meno fino al 1872 non esistevano che scuole confessionali, cioè scuole cattoliche per i cattolici, protestanti per i protestanti, ebree per gli ebrei. Dopo il 1872 il Comune, pur conservando confessionali le antiche scuole, creò delle scuole comunali aperte a tutti. I cattolici però con grandi sacrifici di danaro riuscirono a mantenere le proprie. Ma ecco che dopo l’avvento del nazionalsocialismo cominciarono i guai. Il primo passo fu la proibizione ai sacerdoti d’insegnare il catechismo, il quale insegnamento venne invece affidato ai maestri. Ma ora si teme addirittura il colpo d’ascia, lo stroncamento cioè della scuola confessionale. Il 24 maggio infatti venne indetto in un salone della città un «plebiscito» dei padri di famiglia. I genitori convocati ad uno ad uno trovarono il salone occupato da funzionari del partito nazista, da squadristi in divisa e da «gioventù hitleriana» militarmente inquadrata. Il presidente parlò brevemente in tono concitato, affermando che la scuola comune rappresenta la «solidarietà nazionale» cioè la «comunità di popolo», come si dice nel gergo ufficiale, mentre la scuola cattolica o protestante significa la divisione, la discordia, il disfacimento del popolo. Applausi violenti coronarono ogni periodo. Poi finalmente venne la perorazione: Chi vorrà spezzare l’unità del popolo, chi vorrà tradire la solidarietà della nazione? Coloro che non sono per la comunità del popolo, salgano sul podio, concluse il presidente. Due padri di famiglia, tra un baccano indiavolato, in cui si distinguevano titoli come «eunuchi, traditori» ed altre minacce, ebbero il coraggio di attraversare la sala, montare sul palco e fare, tra i fischi, la seguente dichiarazione: «Noi siamo per la comunità popolare, ma non per la scuola comune. Rimaniamo fedeli alla scuola cattolica». Allora il presidente invitò i due coraggiosi ad abbandonare la sala, e quando sulla porta altri due si associarono ai primi, il presidente fece mettere a verbale che tutti i genitori cattolici, meno quattro, avevano votato per la scuola comune! Il plebiscito era fatto. Riferendosi a siffatti metodi e ad un plebiscito così limpido e libero, il vescovo di Limburgo mons. Hilfrich scrisse una lettera di protesta al ministro dell’educazione nazionale. «Protesto, egli scriveva, contro il rifiuto di lasciare ai genitori il modo di manifestare liberamente e senza pressioni la propria volontà circa la scuola e protesto contro il metodo finora usato. Me ne appello al concordato che garantisce il mantenimento delle scuole confessionali e la facoltà di aprirne delle nuove … I genitori cattolici sono preoccupati e pieni di angoscia per l’educazione religiosa dei loro figli. Essi constatano che i diritti, loro derivanti dalla legge naturale, non sono più protetti dalla legge. Essi temono a ragione che il disprezzo della vera libertà di coscienza metta in pericolo l’educazione cattolica dei loro figliuoli. Ecco ch’essi vengono costretti a inviare i figliuoli alle scuole pubbliche senza la minima garanzia per i loro sentimenti religiosi. … I genitori saranno sempre pronti a inculcare ai loro figli l’amore alla patria, fino al sacrificio della vita. Questo spirito patriottico è meglio ancorato nelle ragioni soprannaturali che in altri motivi di razza e di solidarietà umana …». La franca ed apostolica parola del vescovo verrà naturalmente «archiviata», senza portare momentaneamente alcun effetto. Leggiamo nei giornali belgi il resoconto d’una riunione in contraddittorio di miliziani rossi, tornati dalla Spagna. La riunione di Namur era convocata da trotzkisti, anarchici e disillusi, insomma dall’opposizione rivoluzionaria contro il regime socialista, comunista e radicale che ora domina a Barcellona; nell’uditorio prevalevano i comunisti. I due primi oratori sono miliziani ritornati dal fronte che narrano con semplici parole la loro odissea: ingaggio e belle promesse, la caserma rossa di Perpignano, i resti di preti, religiosi e altri «fascisti» bruciati a Figueras, il fronte, la ferita, le difficoltà del rimpatrio e l’abbandono nella miseria col 60, 80 e 100 per cento d’invalidità. Un terzo miliziano se la prende coi contraddittori preannunziati che sono Chavée e Bourotte e grida loro: «imboscati»! Chavée, che è avvocato, prende la parola e cerca di elevare il tono del dibattito. «Fino ad ora, egli dice, non si è parlato che di noi, ma nulla dell’ideale». «Io sono andato a battermi per un ideale. Costoro invece, se avessero ottenuto del danaro, non avrebbero fiatato. Bisogna congratularsi colla loro sincerità». Sostiene infine che non vi furono delle atrocità nella Spagna governativa. «Sono partito per la Spagna, quando ho visto che gli stranieri massacravano gli spagnuoli». È poi la volta di Oscar Degrève, un anarchico, che attacca di fronte i comunisti, accusandoli di aver ucciso il suo capo, l’anarchico Durutti . Bourotte interrompe: «Siete stati voi ad assassinarlo». Degrève: «Noi? Io ero della polizia segreta, ma non ho un solo delitto sulla coscienza. Noi eravamo degli idealisti ed erano invece i comunisti che massacravano i nostri uomini. Ci mandavano all’assalto con dei bastoni. Poi abbreviavano i tiri di sbarramento per colpirci nella schiena, invece che tirare sul nemico. Ferito gravemente, non fui salvato dal massacro dei comunisti che grazie al console di Francia … La fraternità per i comunisti? Guardate a quello che fanno in Russia e in Spagna, guardate come trattano i loro feriti nel Belgio! Voi rimproverate a costoro d’aver militato per del denaro, ma il vostro crimine è ben maggiore. Voi avete abusato di codesta povera gente e infarcito il cranio di disoccupati e operai ignoranti per mandarli alla morte». Bourotte, capitano reclutatore, dichiara di non voler spendere nemmeno una parola sulla Spagna, ove ancora si combatte; ma citandoli e caratterizzandoli personalmente uno ad uno cerca di dimostrare che codesti «disertori» non hanno combattuto per un ideale, ma per il denaro. Termina con un’esaltazione delle milizie rosse e col grido fatidico: «No pasaran!». Incidentalmente il Bourotte accenna ad un frate francescano presente, il quale domanda la parola e dice: «La teoria marxista è essenzialmente materialista: là non vi è posto per un ideale. I fascisti massacrano? Ma chi ha ucciso 500 francescani in Spagna? Se un uomo laggiù dovette insorgere, fu perché voi, agli ordini di Mosca, avete scalzato ogni autorità, la libertà, l’individuo, la famiglia, la religione, lo Stato … Fino a tanto che voi sopprimerete la religione, voi toglierete ogni freno alle passioni umane. Voi ci tendete la mano ora, ma, pigliato il governo, ci trattereste ben diversamente. Noi invece vogliamo il bene per tutti, anche il vostro, signor Bourotte, perché vi considero un amico e se un giorno voi o i vostri amici mi dovessero uccidere, vi perdonerei in anticipo». «Ecco il vero comunismo» interrompe un astante. Il comizio termina in un chiasso assordante, perché i comunisti non vogliono che riprenda la parola il convocatore. Se fosse veramente possibile di ascoltare quello che si dice nelle retrovie, quante cose non si comprenderebbero meglio e forse, quante altre si accomoderebbero! In seno alla commissione internazionale di Ginevra contro gli stupefacenti è stato amaramente deplorato che l’occupazione della Manciuria, dello Jehol e della parte settentrionale della Cina da parte del Giappone favorisca la diffusione dell’oppio. Il governo di Nanchino era riuscito a sopprimere l’uso dell’oppio, la cui vendita era assolutamente proibita, se non su ricetta medica. Ora invece da lungo tempo oramai la vendita dell’oppio è permessa in Manciuria e nello Jehol e a mano a mano che procedono le truppe giapponesi, ritornano sul mercato anche le droghe perniciose. Il delegato americano confermando in argomento le accuse del rappresentante cinese, riferì, ad esempio, che, secondo le autorità sanitarie di Charbin, nei sette mesi dal gennaio al luglio 1937 di 1793 persone raccolte morte nelle vie della città 1485 erano decedute per l’uso del narcotico. A Moukden le statistiche per il mese di novembre 1937 danno 67 casi mortali dovuti all’uso delle droghe. In ottobre dello stesso anno il consumo dell’oppio fra i giapponesi della Manciuria era talmente aumentato che l’ospedale di Moukden, creato per queste cure, non poteva più accogliere che i giapponesi e doveva rifiutare i malati cinesi. Nella parte della Cina controllata dall’esercito giapponese – ha concluso l’americano – la situazione è grandemente peggiorata. Per rispondere a tali accuse l’ambasciata giapponese a Bruxelles ha diramato ai giornali una comunicazione nella quale dice che il Giappone è anch’esso contrario all’uso dell’oppio, ma sapendo che codesto è un vizio che non si può assolutamente estirpare, invece di ricorrere a proibizioni impossibili ad applicarsi ne frena e regola l’uso, tentando di limitarne gli abusi. Nessuna smentita però fu data finora alle accuse concrete che più sopra abbiamo citato. Lo spirito pacifico della Chiesa ha presieduto alla conclusione della pace del Chaco fra la Bolivia e il Paraguay . A Buenos Ayres, sulla piazza del Congresso, mons. De Andrea ha parlato della carità di Cristo e della fraternità dei popoli a 17 mila operai cattolici e rivolgendosi direttamente ai ministri della Bolivia e del Paraguay che assistevano alla cerimonia, li ha esortati a dimenticare ogni ragione di conflitto e a cancellare tutti gli odi, onde permettere la ristaurazione della pace in tutta l’America. Allora il ministro degli esteri del Paraguay s’è levato per assicurare che aderiva di cuore all’appello episcopale e altrettanto ha fatto il rappresentante della Bolivia. Poi entrambi si sono accostati e si sono stretti la mano fra gli applausi della folla. Dal 25 al 31 luglio si avrà in Rouen la XXX sessione della Settimana sociale francese coll’argomento «Les libertés dans la vie sociale». Ecco alcune delle importantissime lezioni: Crisi attuale delle libertà; la libertà della persona umana; la parte immutabile e variabile nel regime delle libertà; come la dottrina e la vita soprannaturale della Chiesa creino un clima favorevole all’esercizio ordinato delle libertà nella vita sociale; libertà degli Stati e bene comune internazionale; garanzie delle libertà nella città; libertà della Chiesa; libertà famigliari; l’espressione pubblica delle opinioni; regime della stampa; il sindacato libero nella professione organizzata; libertà economica, autarchia, organizzazione. L’anticlericalismo cecoslovacco nell’immediato dopoguerra non ha certo facilitato il cammino alla repubblica. È noto che Masaryk e Benes compresero ben presto il pericolo e non esitarono a provvedervi facendo appello ai cattolici che fornirono in mons. Schramek il ministro dell’unificazione nazionale. Il male tuttavia (e parliamo dal punto di vista unitario) non fu del tutto riparabile. Lo si vede ora nei rapporti cogli slovacchi. Malgrado l’accordo di Pittsburg che prevedeva l’autonomia per gli slovacchi, i loro deputati in maggioranza avevano finito col votare nel 1921 alla Camera di Praga lo statuto unitario della nuova repubblica. Ma quando il governo ceco specialmente sul terreno scolastico cominciò ad attuare un programma di penetrazione massonica, in Slovacchia si organizzò la resistenza sul terreno religioso. Da questa la reazione passò al campo politico galvanizzando l’autonomia del partito popolare di mons. Hlinka. Fu tale minaccia che indusse i dirigenti cechi a mutar tattica in confronto dei cattolici e della Chiesa. Ma troppo tardi, perché nel frattempo l’autonomismo s’era creata una piattaforma propria, alimentata da proprie tendenze. E queste ora – unicuique suum – giungono a stendere la mano a quel henleinismo, ove il sentimento religioso, in nome del quale si insorse, non trova certo le maggiori comprensioni e garanzie. Non pochi fra i lettori di questa rubrica ricorderanno ancora il clima di ottimismo e di fede idealistica in cui viveva il mondo negli ultimi anni prima della guerra europea. L’espressione più immaginosa del senso utopistico, in cui si cullava l’umanità, fu il progetto dello scultore americano Andersen , di costruire una città internazionale, nella quale si raccogliessero in permanenza i rappresentanti più illustri delle scienze, delle arti, delle religioni, degli affari. Araldo di questa «città futura» fu in Francia Paul Adam , il quale in una conferenza tenuta alla Sorbona il 6 dicembre 1913, sotto la presidenza di Emilio Boutroux , illustrò gli scopi della nuovissima fondazione. Vi sono delle epoche, egli disse, in cui l’umanità è sopita, delle altre invece in cui essa ha la febbre creativa del progresso. Dalla rivoluzione francese in qua viviamo in un periodo di grandi invenzioni e progressioni. Un ammiraglio di Annibale, che si fosse assopito ai suoi tempi per risvegliarsi ai tempi di Luigi XIV, avrebbe potuto ancora governare la nave capitana del Re Sole, tanto pochi erano stati i progressi della scienza nei molti secoli scorsi; ma Nelson non sarebbe stato capace di guidare un incrociatore moderno, tante furono le invenzioni meccaniche trovate nei cinquant’anni precedenti. Questo slancio è dovuto ai contatti, agli scambi, alla cooperazione internazionale dei dotti e delle élites; dall’Enciclopedia in qua. Ora, per alimentare un’atmosfera di così alta tensione, bisogna rendere permanente tale cooperazione in una città mondiale. Dalla «torre del progresso», centro di questa città, si lanceranno al mondo i messaggi di pace, di giustizia, di fratellanza, collo scopo di «prolungare più ch’è possibile l’èra creatrice che ci colma di beni spirituali e d’una vita intensa». Il progetto è scomparso nell’abisso della guerra più spaventosa della storia, scoppiata sei mesi dopo! Mancava nel piano di questa progressione umana Iddio, mancava la carità di Cristo. Solo il progresso interiore può fecondare quello meccanico. Nel codice vaticano lat. 1570, che è un Virgilio dell’epoca carolingia, l’ammanuense, il monaco Rahingius, ha lasciato detto nell’epilogo di aver raccolte tutte le forze per scriverlo, nonostante le sue occupazioni, onde consacrarlo «Deo et sancto Petro … per multa curricula temporum propter exercitium degentium puerorum laudemque Dei». Ecco le inesauribili fonti del progresso: il culto di Dio e la carità del prossimo. "} {"filename":"b07cbdf1-c9f3-49bd-b30b-1bbe4584befd.txt","exact_year":1938,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Alla metà di luglio i giornali pubblicavano dieci tesi di «un gruppo di professori italiani sotto l’egida del ministero della cultura popolare» . Queste tesi intendevano formulare «la posizione del fascismo nei confronti dei problemi della razza». Esse si distinguevano nettamente dalle dottrine più conosciute dei razzisti tedeschi: a) nel senso che non contenevano nessuna esaltazione di una «super-razza» in confronto alle razze minori; b) perché ammettevano che le razze attuali sono costituite «da proporzioni diverse di razze differenti» e c) perché respingevano le teorie di marca germanica che ammettono da una parte l’esistenza di una razza mediterranea negroide alla quale parteciperebbe in congrua porzione anche la gente italiana. Le tesi affermano anzi che tali teorie della «comune razza mediterranea», includenti anche popolazioni semitiche e camitiche, sono da considerarsi pericolose e inammissibili. Tuttavia, poiché al punto sette era detto: «è tempo che gli italiani si proclamino nettamente razzisti», perché al punto nove si escludevano dalla razza italiana gli ebrei e perché in generale si dava gran peso all’elemento biologico e all’«antica purezza di sangue», si pensò da molti che questo razzismo, ora solamente formulato e proclamato, fosse effetto del più recente accostamento culturale e spirituale dell’Italia alla Germania. È vero che i professori avevano avuto cura di premettere che «la questione del razzismo in Italia deve essere trattata dal punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose» e che non si intendeva «introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono» ma solo «additare agli italiani un modello fisico e sopratutto psicologico di razza umana» … e «elevare l’italiano ad un ideale di superiore potenza di sé e di maggiore responsabilità». Ma, nonostante tali precauzioni, il fatto stesso che nel problema si rifletteva la vicenda del razzismo tedesco discusso e contrastato in tutto il mondo e autorevolmente condannato per le sue concezioni e le applicazioni non cristiane, la circostanza che la stampa nazionalsocialista accolse tale proclamazione quasi come un proprio successo provocarono inquietudini, pure in quei circoli, nei quali non è letta quella stampa antifascista che cercò di profittare dell’occasione per rovesciare anche sul fascismo italiano le avversioni provocate all’estero dal razzismo di Rosenberg, Stürmer e C. Come abbiamo riferito nell’ultima cronaca, il Santo Padre che già nel suo discorso in difesa dell’Azione Cattolica del 15 luglio aveva voluto accentuare che «cattolico vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico e che purtroppo vi è qualche cosa di assai peggio che una formula e l’altra di razzismo e di nazionalismo, cioè lo spirito che le detta», il 28 luglio, in quei giorni «in cui tanto, troppo, troppo si parlava di razzismo e di nazionalismo in senso separatistico», ricevendo gli alunni del Collegio di Propaganda, il Santo Padre si intratteneva ancora su questa questione. Riportiamo da l’Osservatore Romano i punti più importanti del discorso del Santo Padre : «Dopo tanto parlare, e così a proposito ed a sproposito e per dire proprio spropositi, per accumularli a gara; dopo tanto parlare di queste cose che si conoscono a orecchio e non per intellettiva visione, oggi, secondo la informazione pervenuta al Santo Padre, c’è stato qualcuno, ed è a ritenere con ottima intenzione ed in fondo dicendo il vero, il quale ha notato che cattolico vuol dire universale – lo ha già detto e ripetuto anche il Papa e in quello stesso ambiente – cattolico vuol dire universale, non razzistico, non nazionalistico, nel senso separatistico di questi due attributi …». «Ma poi c’è qualche altro che ha affermato, credendo di prendere la palla al balzo, che allora fra l’Azione Cattolica e il Partito Fascista esiste una divergenza dottrinale insanabile. Grandi parole, ma sciocche parole: perché innanzi tutto è strano l’andare a domandare qualche cosa di speciale all’Azione Cattolica, come se l’Azione Cattolica fosse qualche cosa a sé stante e avesse anzi una dottrina, un credo a sé. L’Azione Cattolica è nella Chiesa, nella Chiesa cattolica; è – il papa osava dire – la Chiesa cattolica, perché l’Azione Cattolica – come Egli aveva prima spiegato – è la vita cattolica, è la Chiesa; ed è la Chiesa cattolica che ha il mandato nel mondo di fare la vita cattolica …». «L’Azione Cattolica, come la Chiesa cattolica, è cattolica, vuole essere cattolica, vale a dire universale: la parola cattolico non ha altra versione possibile. Una cosa spesso si dimentica: che con la universalità c’è l’essenza, parte dell’essenza della Chiesa cattolica …». «Si dimentica che il genere umano, tutto il genere umano, è una sola, grande, universale razza umana. L’espressione genere umano denota appunto la razza umana, per quanto qualche scrittore pensi che questa ultima espressione sia poco simpatica …» . «Ci si può quindi chiedere come mai, disgraziatamente, l’Italia abbia avuto bisogno di andare ad imitare la Germania. Qui il Santo Padre apriva sorridendo una parentesi rilevando come qualcuno – e ciò s’era per altri casi già verificato – avrebbe potuto accusare lui di pregiudizio perché, si sa, il papa è figlio di milanesi, gli uomini delle cinque giornate che hanno cacciato i tedeschi. No, non è per questo, ma è perché i latini non dicevano razza, né qualche cosa di simile. I nostri vecchi italiani hanno altre parole più belle, più simpatiche: gens italica, italica stirps, Japeti gens. Al Santo Padre sembrano parole queste più civili, meno barbariche. Bisogna chiamare le cose con il loro nome, se non si vuole incorrere in gravi pericoli, in quello, tra gli altri, di perdere anche proprio il nome, anche la nozione delle cose, come già rilevava un grande storico latino, Tacito, il quale vedeva in questo uno dei più gravi segni di decadenza morale e così ne scriveva: vera etiam rerum perdidimus nomina». «Tutto ciò – continuava l’augusto pontefice – per concludere che con la Chiesa bisogna prendersela, non con l’Azione Cattolica: altrimenti si tratta di una ipocrisia che forse copre l’insidia di chi vorrebbe colpire l’Azione Cattolica senza colpire la Chiesa. No, non si può: chi colpisce l’Azione Cattolica colpisce la Chiesa, perché colpisce la vita cattolica: è quindi facile l’identificazione: chi colpisce l’Azione Cattolica colpisce il papa. È verissimo. E allora il papa dice: badate bene: io vi raccomando di non colpire l’Azione Cattolica; ve lo raccomando, ve ne prego per il vostro bene, perché chi colpisce l’Azione Cattolica colpisce il papa, e chi colpisce il papa muore. “Qui mange du pape en meurt”. È una verità e la storia dimostra una tale verità …» . Una nota ufficiosa del cinque agosto precisò le mète del «razzismo italiano», mète che si riferiscono in modo preminente ai problemi coloniali, per la soluzione dei quali, dice il comunicato, non bastano le leggi, ma «occorre anche un forte sentimento, un forte orgoglio, una chiara onnipresente coscienza di razza». Riguardo agli ebrei in Italia, il comunicato dice che «discriminare non significa perseguitare» e «che il governo fascista non ha nessun piano persecutorio contro gli ebrei». Si penserebbe soltanto ad una specie di «numerus clausus». Rebus sic stantibus, ci si deve augurare che il razzismo italiano si attui in provvedimenti concreti di difesa e di valorizzazione della nazione, e che nella propaganda e nella formazione della gioventù si eviti di cadere nel determinismo vitalista, passerella filosofica che riconduce al materialismo; ed è da credere che l’elemento universalista contenuto nel fascismo può nutrirsi delle vive tradizioni della Roma cristiana che gli offrono il modo di conciliare, è il caso di dire, «romanamente» la fierezza del popolo con la sua gentile umanità. I relatori della «Settimana sociale di Rouen» hanno riassunto le loro conclusioni in una mozione collettiva che dice: «La vita sociale è teatro di lotte incessanti, nelle quali è in giuoco la libertà. Si è visto come la società debba, a mezzo delle leggi, cooperare a liberare gli spiriti; come l’autorità, dalla famiglia allo Stato, debba coordinare ogni cosa per garantire la stessa libertà nell’insegnamento, nella stampa, nell’associazione, nella professione, nella proprietà, nel lavoro, nel divertimento. Senza un ordine la libertà sarebbe anarchia, senza libertà l’ordine sarebbe dittatura e servitù». Qualcuno può meravigliarsi che i cattolici francesi abbiano scelto per argomento della loro «Settimana» la difesa delle libertà. I successori di Alberto de Mun e di La Tour du Pin, che nell’anno centenario della Rivoluzione, 1889, proclamarono la Controrivoluzione e la guerra agli «immortali principii», per una strana inversione, si sarebbero ora fatti difensori dei principii liberali celebrati dalla rivoluzione francese; e d’altro canto era proprio questo il momento di preoccuparsi delle libertà e della persona umana quando l’economia controllata e la monopolizzazione di ogni attività sociale e individuale sembrano un fenomeno inevitabile del progresso dei tempi? Rassicuratevi, risponde il presidente della Settimana sociale Eugenio Dutoit , noi respingiamo come per il passato la massima del liberalismo, per la quale, secondo la formula della Rivoluzione, «l’esercizio dei diritti naturali di ogni uomo non ha altri limiti che quello di assicurare agli altri membri della società il godimento di questi diritti» . A questa celebre definizione manca la nozione del «bene comune», che è una nozione-chiave, senza la quale la socialità umana non è possibile. Per questo la prima lezione della Settimana si occupò de «le libertà e del bene comune», per accentuare su qual base e con quali metodi noi intendiamo organizzare, ordinare e fecondare le libertà richieste dal diritto naturale. Tuttavia bisogna ben precisare il concetto di bene comune. «Avviene, dice il Dutoit, che talvolta si confonda il bene comune con un ideale il quale soddisfa gli istinti e la fantasia e che ha un contenuto falso. In un paese è un contenuto razzista in un altro è un contenuto imperialista, cosicché “bene comune” dovrebbe tradursi con “dominio e spirito di conquista”. In tal senso subordinare il regime delle libertà al “bene comune” non vorrebbe dire altro che asservire le libertà personali e assorbire la gente umana per mezzo della comunità, qualunque nome essa porti. Per definire giustamente il bene comune, bisogna partire dall’idea trascendente della persona umana, per cui il bene comune non ha valore nella società umana se non lo si riferisce alle persone, elementi pensanti e operanti nella società. Il bene comune dunque ha per fine la liberazione sempre necessaria e l’affrancamento sempre difficile di persone umane chiamate dalla loro spiritualità a perseguire spontaneamente un fine trascendente. La cultura delle libertà è per prima affidata alla famiglia, poi alla scuola che è una società in miniatura, poi ai movimenti organizzati della gioventù per mezzo dei quali gli adolescenti partecipano attivamente alla vita di un organismo nel quale entrano liberamente e nel quale esercitano le loro facoltà in condizioni di ampia spontaneità. Le libertà son poi coltivate dalla civitas nella quale si equilibrano con la disciplina sociale, infine son coltivate dalla Chiesa per mezzo dell’educazione alla vita cristiana; anzi è proprio in questa pienezza del senso cristiano della vita che l’uomo trova il segreto d’esercitare rettamente le sue libertà. Dunque l’educazione delle libertà richiede un clima morale e sociale appropriato. Il dovere delle classi cristiane è in questo campo particolarmente urgente: esse salveranno le libertà esercitandole in maniera cristiana, con spirito di misura, di temperanza, di giustizia sociale, nella linea del Vangelo e della tradizione cattolica, sulla guida degli insegnamenti pontifici». Per questo la Settimana sociale ha analizzato i mezzi e i modi di garantire le libertà nella famiglia, nella professione, nelle società intermedie e nello Stato. Queste singole relazioni meritano di venire studiate attentamente negli «Atti» della Settimana sociale dei quali non mancheremo di segnalare la pubblicazione . Nel Belgio il rexismo, profittando della disorganizzazione parlamentare, dell’antagonismo fra valloni e fiamminghi e della poca compattezza dei cattolici, resiste ai rovesci elettorali e lentamente si consolida. Degrelle è divenuto nelle sue affermazioni più prudente, più scaltro, più opportunista. Nel recente congresso nazionale rexista tenuto a Lombeek egli dichiara: «Noi non vogliamo un regime che schiacci la personalità umana; noi non vogliamo dei massacri come in Spagna, ma intendiamo guadagnare gli uomini, uno a uno, colla persuasione. Noi sappiamo che il nostro popolo è impastato di cristianesimo e lo Stato rexista non imporrà una religione. A differenza di certi regimi stranieri, noi diciamo che lo Stato non è il fine definitivo dell’uomo e non imporremo una fede esclusiva in determinate dottrine politiche e sociali, poiché noi ci rendiamo conto che questo secolo non si salverà se non nella misura nella quale si fonderanno nelle folle preoccupazioni morali e spirituali». Questo rexismo attenuato e ambientato per quanto riguarda la parte costruttiva, rimane però ferocemente avversario del regime attuale e si vale delle critiche più o meno fondate contro il governo e il parlamento per proclamare l’abolizione del sistema rappresentativo. Queste critiche rivolte oltre che contro gli uomini al potere anche contro le amministrazioni bancarie cooperative e corporative cattoliche e socialiste, le quali, come è noto, durante le crisi del dopoguerra dovettero superare situazioni difficili mettendo anche a prova non sempre vittoriosa la probità degli amministratori, trovano buon terreno in una parte del pubblico belga. Significativo è che, nonostante la legge che proibisce le uniformi private, a Lombeek Degrelle passò in rassegna alcune centinaia di guardie rexiste in uniforme. La gendarmeria si limitò a prendere nota dei contravventori. Un altro paese nel quale il movimento di estrema destra sembra in aumento è l’Ungheria. Molti hanno paragonato Imredy a Brüning profetando che anche a Budapest il cattolico riformatore moderato e arbitro fra le diverse correnti finirà con l’essere sommerso da un movimento nazionalista. Finora le varie correnti di destra non hanno saputo compiere la loro fusione per la gelosia dei capi e per la mancanza di un leader energico. Anzi il conte Fesztetics, capo di una di queste correnti, dovette ritirarsi per non aver voluto escludere totalmente gli ebrei dalle sue terre. In cambio però il fronte nazional-socialista cristiano ha ottenuto recentemente l’adesione di nove deputati che hanno abbandonato il partito cristiano e quello dei piccoli agricoltori indipendenti. Gli attacchi contro gli uomini al governo sono sempre più forti. Poiché la nuova legge del numero chiuso contro gli ebrei non soddisfa il radicalismo dei nazionalisti, si minaccia Imredy di fargli fare la fine di Schuschnigg «questo venduto agli ebrei e ai comunisti», come scrive l’organo del fronte nazione. Anche qui il nazionalsocialismo trova un terreno favorevolissimo nelle rivendicazioni nazionali e nell’orgoglio mortificato dalle condizioni di pace imposte al popolo ungherese. Tutti gli ungheresi, come è noto, tendono alla revisione dei trattati e i più moderati s’arrestano ad una revisione delle frontiere che non si presenta possibile senza mettere in forse l’esistenza degli Stati confinanti. Ma i più radicali pensano alla riconquista di tutti o di gran parte dei territori perduti e predicano che la distruzione della Cecoslovacchia e l’alleanza con la Germania possono rendere realizzabili tali speranze. Si aggiunga che la questione agraria si fa sempre più urgente. Il proletariato agricolo domanda la divisione delle terre dei grandi. Questi rispondono che non esistono terre sufficienti per tutti e che la soluzione sta nella coltivazione meccanica e modernizzata delle grandi tenute, la quale sola può aumentare la produzione del suolo e introdurre nuovi generi di coltura. Sul terreno agrario si sono introdotte alcune riforme, c’è il piano Darany e Imredy, uomo esperto di finanze e di economia, è stato appunto chiamato per l’attuazione di tali riforme agricole. Bisogna proprio augurargli che non gli accada quello che avvenne a Brüning, quando questi si accinse sul serio ad attuare la riforma agraria nella Prussia orientale. "} {"filename":"ed051ffa-4350-4c32-9370-4ddb42f01a39.txt","exact_year":1939,"label":2,"year_range":"1936-1940","text":"Le direttive di Pio XI per l’Azione Cattolica – Il conflitto con il regime fascista – La fortuna della Quadragesimo Anno – Sue diverse interpretazioni Quando Pio XI pubblicò nel dicembre 1922 la sua enciclica programma Ubi Arcano Dei, parve che egli volgesse sovrattutto la sua attenzione al patrimonio di cure e di direttive ereditate da Benedetto XV; cosicché l’enciclica esamina in prima linea i problemi internazionali, le cause delle guerre e le origini morali dei dissidi che straziavano l’umanità. Unde bella et lites in vobis? chiedeva il nuovo pontefice con San Giacomo ; e guardando ai nuovi Stati costruiti nel dopoguerra, li definiva come Agostino «fragili e splendidi edifici di vetro», e raccomandava la santità dei trattati e proclamava la fierezza della personalità umana e disapprovava il nazionalismo immoderato. Tuttavia, già allora in questa sua prima enciclica egli non dimentica l’Azione Cattolica, cioè, come Egli dice, «quel complesso di organizzazioni, d’istituti, di opere che vengono sotto la denominazione di Azione cattolica, dai nostri prossimi antecessori con tante cure e così provvidamente suscitata… e disciplinata, secondo il rapido svolgersi e succedersi delle diverse situazioni sociali. Tutte queste forme ed opere di bene – Egli continuava – devono non solamente mantenersi, ma anche rafforzarsi e svilupparsi sempre più» . Con ciò il nuovo Pontefice smentiva le voci corse che egli non nutrisse soverchie simpatie per quelle forme concrete di attività cattoliche che avevano suscitato e promosso i suoi antecessori e specialmente Leone XIII. Questo programma di ripresa associativa Egli cercò di attuare come gli permetteva lo svolgersi della situazione in Italia, ove il crollo del movimento sindacale cristiano e la perdita del carattere confessionale da parte di molti istituti cooperativi, diretti una volta dalla Sezione economico-sociale dell’Azione Cattolica, rendevano necessaria la creazione di nuove forme e l’adozione di nuovi adattamenti e una politica di contrazione . Sorse così presso la centrale dell’Azione Cattolica l’Istituto di Attività Sociali con carattere meramente consultivo ed assistenziale . In questo periodo Pio XI in parecchi discorsi e lettere precisa il contenuto dell’Azione Cattolica, distinguendola nettamente dall’azione politica e includendovi solo come attività ausiliare l’azione economico-sociale. Egli non manca però di rivendicare il diritto di assistenza alle «società intermedie», che hanno una funzione naturale fra gli individui e lo Stato, e nell’allocuzione natalizia del 1925 Egli afferma: «Vi sono libertà che la Chiesa cattolica non può fare a meno di difendere e reclamare, essendo Essa e per dottrina e per costituzione tanto aliena dall’anarchia, alla quale liberalismo e socialismo da Essa condannati indeprecabilmente conducono, quanto da ogni concezione politica che facendo la società e lo Stato fine a se stessi, è facilmente, per non dire fatalmente, portata a sacrificare ed assorbire i diritti individuali e particolari…». Un anno dopo, il 20 dicembre 1926, in un’allocuzione concistoriale Pio XI ripete: «Sembra che un’altra volta si riveli e si pronunci una concezione dello Stato che non può essere la concezione cattolica, mentre fa dello Stato il fine del cittadino, dell’uomo un mezzo, tutto in questo monopolizzando ed assorbendo». Tuttavia il Papa esprimeva la Sua speranza e la Sua fiducia nell’avvenire e, di fatto, i Patti Lateranensi e la conciliazione fra lo Stato e la Chiesa venivano a confermare a poca distanza di tempo queste speranze ottimiste . L’articolo 43 del Concordato confermava che «Lo Stato italiano riconosce le organizzazioni dipendenti dall’Azione Cattolica Italiana, in quanto esse, siccome la S. Sede ha disposto, svolgano la loro attività al di fuori di ogni partito politico e sotto l’immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa per la diffusione e l’attuazione dei princìpi cattolici». Già in altri strumenti diplomatici, come nel concordato con la Lituania, il Papa aveva ottenuto che «lo Stato accordasse piena libertà di organizzazione e di funzionamento all’Azione Cattolica». Ma fu specialmente nella primavera del 1931, in occasione del 40° anniversario della Rerum Novarum, che Pio XI proclamò innanzi al mondo che la Chiesa in mezzo alla crisi della società e ai disastri economici da essa prodotti, aveva ancora delle direttive sociali da confermare e da sviluppare e una dottrina capace di ispirare e dirigere la costituzione di un ordine nuovo. Per invito di un comitato romano si videro allora convenire a Roma i rappresentanti di quelle associazioni cristiane che erano sorte per impulso della Rerum Novarum o che da essa avevano tratto alimento . Le celebrazioni commemorative vennero iniziate in Laterano presso la statua dell’operaio dedicata a Leone XIII con un discorso di Mons. Pizzardo , assistente ecclesiastico dell’Associazione Cattolica Italiana, il quale fece rilevare che già nell’enciclica Ubi Arcano Dei e nell’allocuzione 18 novembre 1924 Pio XI aveva dimostrato il Suo più vivo interessamento per la questione sociale. Nel pomeriggio le delegazioni straniere e un forte gruppo di organizzati italiani si raccoglievano nel cortile della Cancelleria alla presenza di parecchi cardinali, e i rappresentanti dei vari paesi celebrarono in vari discorsi l’anniversario della Rerum Novarum. Per l’Argentina parlò il P. Vincenzo Fernandez, per l’Austria Mons. Hausleitner, per il Belgio l’ex-ministro Heyman , presidente dei sindacati cristiani, per il Canada Osias Fillion della «Confederazione dei lavoratori canadesi», per la Cecoslovacchia il dott. Yan Ruckel, per la Germania Mons. Walterbach, presidente della confederazione che riuniva tremila società operaie cattoliche. L’avvocato Colombo per l’Azione Cattolica Italiana tenendo conto della situazione giudirica e di fatto, creata dalla legislazione corporativa fascista, disse che «dopo l’inquadramento nello Stato delle forze organizzative dei datori di lavoro e dei lavoratori, l’Azione Cattolica posti in rilievo i princìpi leoniani, e ciò che di questi si rifletteva nella Carta del lavoro italiana , provvedeva a che i propri aderenti, si adoperassero nel nuovo ordinamento a fomentare e tutelare gli interessi religiosi e morali, perché anche nel campo del lavoro, tali interessi sono spesso preminenti: e perciò stabiliva che in seno all’Azione Cattolica stessa, in apposite sezioni, si studiassero le necessità ed i doveri religiosi e morali delle diverse categorie di lavoro nonché le vie per un più ampio apostolato cristiano: tutto sotto la direzione di un organismo specializzato, l’Istituto Cattolico di Attività Sociale». Per l’Inghilterra il rappresentante della Catholic Social Guild celebrò il Cardinal Manning come uno dei precursori della Rerum Novarum; il rappresentante dell’Olanda, l’ex-ministro del Lavoro Aalbersee , mise in rilievo la legislazione sociale promossa e attuata dai Mons. Shaepman e Nolens sotto l’ispirazione della grande enciclica. Per l’Ungheria parlò il ministro Ernst, per gli Stati Uniti Mons. O’Hara vescovo di Great Falls, presidente del dipartimento sociale della C. W. C. Infine portarono il saluto delle organizzazioni operaie cristiane i delegati della Polonia, il vescovo di Valenza e Mons. Besson per la Svizzera. L’ufficio Internazionale del Lavoro aveva mandato un messaggio pieno di simpatia. Il sabato 16 maggio tutte le associazioni con centinaia di bandiere si erano raccolte nel Cortile di S. Damaso ove Pio XI in presenza di 19 cardinali, di 40 arcivescovi e vescovi preannunziò la nuova enciclica Quadragesimo Anno di imminente pubblicazione e proclamò lo scopo della commemorazione. «Rievocare – Egli disse – quelle sacre parole e quelle bandiere, ci sembra un atto di giustizia, vogliam dire di onore troppo giustamente dovuto alla grande nobilissima schiera di quei magni spiriti che di quelle parole si fecero il programma di tutta la vita e che sotto quelle bandiere militarono con tanta fermezza di fede e con tanto ardore di azione: esempio raccolto ed imitato dai successori che oggi siete voi, miei carissimi figli». Il S. Padre dava poi in tre lingue il sunto dell’enciclica che si sarebbe pubblicata tra pochi giorni. Il solo sunto fece subito grande impressione, perché si comprese che non si trattava semplicemente di un aggiornamento delle direttive leoniane, ma anche di un ulteriore sviluppo delle dottrine contenute nella Rerum Novarum. In quelle stesse giornate il Papa ricevette singolarmente i gruppi nazionali presenti a Roma. Ai belgi dichiarò che la loro visita lo faceva ripensare «alle loro belle e possenti organizzazioni, alle basi delle quali stava una collaborazione così armoniosa del lavoro, del capitale, dell’intelligenza». Parole di plauso e di incoraggiamento ebbe il Papa anche per i tedeschi guidati dall’on. Joos e dal dott. Otte presidente dei sindacati cristiani. Con soddisfazione Egli salutò tra i francesi Eugenio Duthoit presidente delle Settimane Sociali; gli scrittori dell’Action Populaire, Leon Harmel junior e Gaston Tessier dei sindacati cristiani. In confronto dei polacchi il S. Padre rilevò in modo particolare il pericolo del comunismo e di fronte alle rappresentanze cattoliche italiane, specie in una udienza concessa agli universitari il 18 maggio, il Papa insistette sulla necessità di denunciargli con franchezza tutte le ostilità incontrate dalle società cattoliche, ricordando che Egli altra volta a proposito di circoli cattolici e delle cooperative della Brianza, era intervenuto per rifondere loro tutti i danni patiti. È ben noto che in seguito ad una circolare, inviata dalla Federazione della Gioventù Cattolica di Roma, per la costituzione di sezioni professionali, nella quale si parlava di assistenza ai soci, si era avuto in qualche giornale fascista una eco vivace della preoccupazione che l’Azione Cattolica volesse occuparsi non solo dell’assistenza morale, ma anche dell’assistenza in genere ai giovani lavoratori. L’erronea interpretazione del discorso di un alto prelato tenuto in occasione delle giornate commemorative del maggio, il quale aveva citata come esempio la forza organizzativa dei cattolici bavaresi, diede pretesto a nuovi attacchi giornalistici. Benché il presidente protempore dell’Azione Cattolica Italiana, comm. Ciriaci , nell’assemblea generale appunto del 15 maggio, richiamandosi ad una dichiarazione del Partito Nazionale Fascista del 30 marzo 1930, avesse rilevato che i rapporti dell’Azione Cattolica di fronte alle opere del regime erano ben definiti e «che nessuna incompatibilità può essere determinata per contemporanea partecipazione all’Azione Cattolica ed al P.N.F. ed alle opere del regime», apparve subito che la questione non era ancora chiarita e che esistevano dei grossi malintesi. Nella polemica erano già intervenuti da una parte il segretario del partito Giuriati col suo discorso alla Scala di Milano, dall’altra il S. Padre con una lettera al Cardinale Schuster che si richiamava all’art. 43 del Concordato. Ma dopo la commemorazione della Rerum Novarum, la polemica s’inasprì e fu accompagnata da atti e conflitti che l’«Osservatore Romano» cominciò a registrare dal 28 maggio in poi. Il 1° giugno l’Agenzia Stefani pubblicava un comunicato annunciando «che l’ordine di scioglimento di tutte le associazioni giovanili, non direttamente dipendenti dal P.N.F. era stato dappertutto eseguito senza incidenti». Pio XI reagì con vivaci proteste e incalzanti discorsi. Disposizioni più gravi furono prese il 31 maggio in una riunione straordinaria di cardinali di curia, le quali fra l’altro sospendavano le processioni solenni. Ed ecco il 29 giugno 1930 comparire l’enciclica non abbiamo bisogno apparsa contemporaneamente in varie capitali del mondo, nell’«Osservatore Romano», il 25 luglio. Il Papa vi riassume tutta la polemica, protesta che l’Azione Cattolica è assolutamente al di fuori ed al di sopra di ogni partito politico, riafferma i diritti della Chiesa nell’educazione dei giovani, dichiara che «una concezione politica la quale attribuisce allo Stato interamente ed unicamente la cura delle loro generazioni, dalla prima età fino all’età adulta, non è conciliabile con la dottrina cattolica, né coi diritti naturali della famiglia». Il Papa conclude dicendo di non aver voluto condannare né un partito né un regime come tale, ma solo ciò che nel programma e nell’azione ci fosse di inconciliabile col cattolicismo . È noto che l’enciclica fece grande sensazione all’interno e all’estero e che subito in Italia da una parte e dall’altra si misero di mezzo dei conciliatori, per diminuire gli attriti e condurre gradatamente ad un compromesso. Esso venne infatti concluso il 2 settembre 1931 con una convenzione la quale si può considerare come un’aggiunta interpretativa dell’art. 43 del Concordato. La convenzione dichiara «che l’Azione Cattolica Italiana è essenzialmente diocesana e dipende direttamente dai vescovi i quali ne scelgono i dirigenti ecclesiastici e laici. Non potranno esser scelti a dirigenti coloro che appartennero a partiti avversi al regime. Conformemente ai suoi fini di ordine religioso-soprannaturale l’Azione Cattolica non si occupa affatto di politica e nelle sue forme esteriori organizzative si astiene da tutto quanto è proprio e tradizionale dei partiti politici. L’Azione Cattolica non ha nel suo programma la costituzione di associazioni professionali e non si propone compiti di ordine sindacale. Le sue sezioni professionali sono formate ai fini esclusivamente spirituali e si propongono inoltre di contribuire acché il sindacato, giuridicamente costituito, risponda sempre meglio al principio di collaborazione tra le classi ed alle finalità sociali e nazionali che in paese cattolico lo Stato coll’attuale ordinamento si propone di raggiungere. I Circoli giovanili si asterranno dallo svolgimento di qualsiasi attività di tipo atletico e sportivo, limitandosi a trattenimenti d’indole ricreativa con finalità religiosa». In seguito a tale convenzione le associazioni giovanili venivano ricostituite e l’Azione Cattolica Italiana, sottoposta ad un nuovo ordinamento decentrato, potè riprendere la sua attività nei limiti della convenzione circoscritti e lealmente mantenuti. Nell’allocuzione natalizia dello stesso anno, il Papa accanto «alle amarezze di quel periodo» ricordò la mondiale manifestazione di solidarietà che la sua enciclica aveva suscitato in favore dell’Azione Cattolica. Intanto i rapporti fra Chiesa e Stato in Italia erano ridivenuti fiduciosi e, a confermarlo solennemente, l’11 febbraio 1932 il Capo del governo italiano s’incontrava in Vaticano col Pontefice. L’enciclica Quadragesimo Anno venne commentata e volgarizzata nelle più diverse nazioni. Ricordiamo il commento del P. Rutten nella sua magnifica Doctrine sociale de l’Église , l’edizione annotata dal P. Gundlach , il commento del P. Oswald Nell-Breuning , lo studio di Otto Schilling sulla morale economica secondo le linee direttive della Q.A., Monaco 1933 , lo studio ancora di Enrico Getzeny sul Capitalismo e socialismo alla luce delle nuove encicliche, 1932 (Pustet) , il commento del canadese G. Archambault (Montreal 1932) , l’edizione di P. Husslein The Christian Social Manifesto (New York) , il voluminoso commentario dell’olandese P. Cassiano Hentzen . In Francia se ne occuparono diffusamente le Settimane Sociali e parecchie pubblicazioni come Mainien Charl La Doctrine Sociale de l’Eglise ; in Austria la prima Settimana Sociale del dopoguerra venne dedicata alla Q.A. (Vienna 1935), mentre già prima la volgarizzazione della stessa enciclica era stata il compito dell’annuale tornata del Volksbund del 1931; in Italia venne pubblicata un’edizione nel testo latino e nella traduzione italiana, con numerosi riferimenti, dall’Università Cattolica di Milano . Uomini di stato cattolici come Dollfuss e Van Zeeland esaltarono i suoi insegnamenti, ma anche protestanti ed uomini di fede politica avversa ebbero parole di riconoscimento e di ammirazione. Basterà ricordare Roosevelt , i ministri socialisti Blum e Auriol e il radicale Campinchi . Come era naturale, dell’enciclica s’impadronirono anche le varie tendenze politiche dei cattolici. In Austria taluni scendendo dalle direttive generali ad applicazioni particolari che l’enciclica non contempla, fecero risalire ad essa lo speciale regime corporativo autoritario del nuovo Stato austriaco ; a tale accaparramento per un dato regime s’opposero i sindacalisti cristiani del Belgio, della Francia e dell’Olanda pur riconoscendo ogni valore alle ardite riforme dei cristiano-sociali viennesi; per altri commentatori poi l’enciclica aveva approvato incondizionatamente il corporativismo fascista, per altri ancora – vedere ad esempio il Nell-Breuning – l’aveva nettamente respinto. Le discussioni nelle assemblee e nelle riviste furono frequenti ed assai vive; alla fine ne risultò il seguente chiarimento. L’enciclica, parlando della restaurazione dell’ordine sociale (societatis ordo instaurandus), non disegna nessun piano concreto e tecnico di ricostruzione, ma conferma o stabilisce alcune direttive di principio. In primo luogo viene rivendicato il così detto principio della sussidiarietà, cioè che lo Stato debba «aiutare in maniera suppletiva le membra del corpo sociale, non già distruggerle ed assorbirle» . «Siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e con l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto ripetere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare… Si persuadano dunque fermamente gli uomini di governo che quanto più perfettamente sarà mantenuto l’ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione supplettiva dell’attività sociale, tanto più forte riuscirà l’autorità e la potenza sociale». La politica sociale dovrà promuovere la ricostituzione delle professioni; queste professioni che in latino sono dette ordines, i tedeschi traducono con Berufstände, i francesi corps professionels, gli inglesi ranks o vocation groups, vengono contrapposte alla classe ossia alla suddivisione causata dal mercato del lavoro a seconda dell’offerta e della domanda. La lotta di classe deve essere abolita e perciò le professioni costituite in modo che gli uomini vi aderiscano non secondo l’ufficio che hanno sul mercato del lavoro, ma secondo la professione che esercitano. Gli organismi professionali dunque, o, potremo già dire, le corporazioni devono raggruppare le persone non in tanto in quanto sono datori di lavoro o prestatori d’opera, ma semplicemente in quanto partecipano allo stesso ramo di produzione. Si formeranno così – insegna l’enciclica – delle «corporazioni con diritto loro proprio, corporazioni se non essenziali alla società civile, almeno naturali», come, precisa l’enciclica, «avviene per impulso di natura che quanti si trovano congiunti per vicinanza di luogo si uniscano a formare i municipii» . È chiaro che qui senza entrare in particolari tecnici si vagheggia, almeno come ultima méta, la costituzione di corporazioni a carattere autonomo, come sono i comuni in confronto allo Stato. Tuttavia la Q. A. ci tiene a riaffermare che, come insegnò già Leone XIII per il regime politico, la Chiesa lascia «libera la scelta di quella forma che meglio aggrada, purché si provveda alla giustizia e alle esigenze del bene comune». L’enciclica non s’identifica quindi con nessuna forma di Stato corporativo e fa astrazione dai vari regimi politici. Continuando però il paragone colle autonomie comunali, l’enciclica dice che come gli abitanti dello stesso municipio usano associarsi per fini svariatissimi, e a tali associazioni ognuno è libero di dare o non dare il suo nome, così quelli che appartengono alla stessa professione potranno unirsi in associazioni libere. Sono queste le società culturali, di assistenza, di formazione, di divertimento, ecc. che possono sussistere accanto alle corporazioni di diritto pubblico. E Pio XI riafferma che «l’uomo ha libertà non solo di formare queste associazioni che sono di ordine e diritto privato, ma anche di introdurre quell’ordinamento e quelle leggi che si giudichino le meglio conducenti al fine». Accanto a tali rivendicazioni di autonomia si afferma però anche la necessità che la libera concorrenza, «quantunque sia cosa equa certamente e utile se contenuta in limiti ben determinati» non può essere per nessun conto il «timone dell’economia», il principio direttivo della quale invece, che non può essere affidato all’odierna oligarchia economica sostituitasi alla libera concorrenza, deve essere la giustizia e la carità. Ora a rivendicare e garantire la giustizia attenderà l’autorità pubblica, cioè lo Stato. Anzi, giacché le varie nazioni «nel campo economico stanno in mutua dipendenza e debbono aiutarsi a vicenda», bisognerà promuovere «una felice cooperazione di economia internazionale». Segue a questo punto un particolare accenno all’organizzazione sindacale e corporativa italiana, e qui i commentatori mettendo l’accento chi sulle approvazioni del Papa, chi sulle riserve ch’Egli fa, hanno voluto o identificare le corporazioni italiane col concetto generico che della corporazione mostra d’avere l’enciclica, ovvero vedervi segnalato un contrasto essenziale. Rileggendo serenamente questo brano, si vede che esso non è se non ciò che Pio XI stesso affermava in un discorso del 30 maggio 1931, cioè «un cenno di benevola attenzione agli ordinamenti sindacali e corporativi italiani». Il sistema corporativo italiano era allora in via d’attuazione; il S. Padre dopo aver messo in rilievo «i vantaggi dell’ordinamento», cioè «la pacifica collaborazione delle classi, la repressione dei conati socialistici, l’azione moderatrice d’una speciale magistratura», aggiungeva tuttavia: «non mancare chi teme che lo Stato si sostituisca alle libere attività, invece di limitarsi alla necessaria e sufficiente assistenza ed aiuto… e, di fronte a tali preoccupazioni, richiamava i princìpi generali più sopra ricordati e riaffermati» . Ma l’enciclica non si è limitata a dare alcune magistrali direttive per la «restaurazione dell’ordine sociale». Importante essa è per una notevole progressione, in confronto della R.N. nella questione del salario, poiché Pio XI, superando antiche discussioni e accogliendo la dottrina del Pottier, stabilisce che la mercede debba bastare non solo al sostentamento dell’operaio, ma anche a quello della famiglia; e aggiunge queste gravi parole: «Che se nelle presenti circostanze della società ciò non sempre si potrà fare, la giustizia sociale richiede che s’introducano quanto prima delle mutazioni che assicurino ad ogni operaio adulto siffatti salari». Egli riafferma inoltre che bisogna concentrare tutti gli sforzi per la redemptio proletariorum, cioè per la liberazione del proletariato dalla servitù economica, bisogna tendere cioè, «temperando il contratto d’opera col contratto di società», (vale a dire introducendo varie forme di cooperazione e compartecipazione), a superare il proletariato, ossia alla «sproletarizzazione». La «Entproletarisierung» dei nazionalsocialisti non è dunque un programma nuovo. Si aggiunga che l’Enciclica contiene sulla presente situazione economica una critica così spietata, da indurre le classi sociali dirigenti ad un fecondo esame di coscienza. Celebre è il passo, citato anche alla Camera francese, sul costituirsi di un potentatus finanziario: «Quello che ferisce agli occhi è che ai nostri tempi non vi ha solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni, dominano il credito e padroneggiano i prestiti; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare» . Infine l’enciclica si rivolge naturalmente contro il socialismo, sottoponendolo ad una critica vigorosa e minuziosa, tanto se si tratta delle forme più temperate del socialismo, come delle forme più radicali, fino al comunismo bolscevico. Su quest’argomento in particolare, dopo aver dato l’allarme in parecchi altri discorsi, Pio XI doveva ritornare con quel documento specialissimo e tempestivo che fu l’enciclica Divini Redemptoris diretta contro il «comunismo ateo» ed emanata nel marzo 1937 mentre infieriva in Spagna la guerra civile ed il nazionalsocialismo in Germania (contro i cui eccessi dottrinali e pratici si pubblicava negli stessi giorni un’altra enciclica ) si attribuiva il vanto di aver osteggiato e debellato con la forza dei suoi metodi, il bolscevismo. La prima parte di questo documento espone e confuta le dottrine del comunismo e ne segnala le pratiche e disastrose conseguenze; la seconda al comunismo oppone la luminosa dottrina della Chiesa; nella terza si tratta dei rimedi, e mezzi. Questa parte ricostruttiva viene spesso trascurata dalla stampa anticomunista, ragione per cui essa va qui ricordata con maggiore rilievo. Dopo aver affermato «che non si può tentare di esimersi dai grandi doveri imposti dalla giustizia con piccoli doni di misericordia», il Papa rivolge un appello speciale ai datori di lavoro (capp. 51 e 52). «Perciò ci rivolgiamo in modo particolare a voi, padroni e industriali cristiani, il cui compito è spesso tanto difficile perché voi portate la pesante eredità degli errori di un regime economico iniquo che ha esercitato il suo rovinoso influsso durante più generazioni; siate voi stessi memori della vostra responsabilità. È purtroppo vero che il modo di agire di certi ambienti cattolici ha contribuito a scuotere la fiducia dei lavoratori nella religione di Gesù Cristo. Essi non volevano capire che la carità cristiana esige il riconoscimento di certi diritti che sono dovuti all’operaio e che la Chiesa gli ha esplicitamente riconosciuti. Come è da giudicarsi l’operato di quei padroni cattolici, i quali in qualche luogo sono riusciti ad impedire la lettura della nostra enciclica Quadragesimo Anno, nelle loro Chiese patronali? o di quegli industriali cattolici che si sono mostrati fino ad oggi gli avversari di un movimento operaio da noi stessi raccomandato? E non è da deplorare che il diritto di proprietà, riconosciuto dalla Chiesa sia stato talvolta usato per defraudare l’operaio del suo giusto salario e dei suoi diritti sociali?». E qui l’autore dell’enciclica tocca il punto fondamentale che distingue la dottrina cristiana dalla concezione liberale dell’economia, poiché Egli afferma che vi sono altri diritti ed altri doveri al di fuori di quelli fissati nel contratto di lavoro. «Difatti – continua la Divini Redemptoris –, oltre la giustizia commutativa vi è pure la giustizia sociale che impone anch’essa dei doveri a cui non si possono sottrarre né i padroni né gli operai. Ed è appunto proprio della giustizia sociale l’esigere dai singoli tutto ciò che è necessario al bene comune. Ma come nell’organismo vivente non viene provvisto al tutto, se non si dà alle singole parti ed alle singole membra tutto ciò di cui esse abbisognano per esercitare le loro funzioni, così non si può provvedere all’organismo sociale e al bene di tutta la società se non si dà alle singole parti ed ai singoli membri, cioè a uomini dotati della dignità di persone, tutto quello che devono avere per le loro funzioni sociali… Ma non si può dire di avere soddisfatto alla giustizia sociale, se gli operai non hanno assicurato il proprio sostentamento e quello delle proprie famiglie con un salario proporzionato a questo fine; se non si facilita loro l’occasione di acquistare qualche modesta fortuna, prevenendo così la piaga del pauperismo universale; se non si prendono provvedimenti a loro vantaggio, con assicurazioni pubbliche e private, per il tempo della loro vecchiaia, della malattia o della disoccupazione. In una parola, per ripetere quello che abbiamo detto nella nostra enciclica Quadragesimo Anno: allora l’economia sociale veramente sussisterà ed otterrà i suoi fini, quando a tutti e singoli soci saranno somministrati tutti i beni che si possono apprestare con le forze e i sussidi della natura, con l’arte tecnica, con la costituzione sociale del fatto economico; i quali beni debbono essere tanti quanti sono necessari sia a soddisfare i bisogni ed alle oneste comodità, sia a promuovere gli uomini a quella più felice condizione di vita che, quando la cosa si faccia prudentemente, non solo non è d’ostacolo alla virtù, ma grandemente la favorisce» . Questo magnifico squarcio, che basterebbe da solo a confutare le accuse spesso elevate contro la Chiesa, quasi che essa non sapesse predicare che la supina rassegnazione al sistema economico presente, e che nel vigoroso linguaggio tenuto a chi è provveduto di beni materiali arieggia a certe antiche omelie dei Santi Padri, dovrebbe venir ristampato in ogni opportuna occasione dai giornali cattolici, affinché diventi uno degli alimenti ordinari della nostra vita d’apostolato sociale. Si badi bene, non si tratta qui di un appello rivolto semplicemente ai singoli o solo alla categoria padronale, poiché nel capitolo seguente Pio XI continua: «Se poi, come avviene sempre più frequentemente nel salariato, la giustizia non può esser osservata dai singoli, se non a patto che tutti si accordino a praticarla insieme mediante istituzioni che uniscano tra loro i datori di lavoro, per evitare tra essi una concorrenza incompatibile con la giustizia dovuta ai lavoratori, il dovere degli impresari e dei padroni è di sostenere e di promuovere queste istituzioni necessarie, che diventano il mezzo normale per poter adempiere i doveri di giustizia. Ma anche i lavoratori si ricordino dei loro obblighi di carità e di giustizia verso i datori di lavoro, e siano persuasi che con questo salvaguarderanno meglio anche i propri interessi» . Invitati così padroni ed operai ad organizzarsi, l’enciclica in un altro capitoletto ancora afferma che non si può «far regnare nelle relazioni economicosociali la mutua collaborazione della giustizia e della carità se non per mezzo di un corpo di istituzioni professionali e interprofessionali su basi solidamente cristiane, collegate tra loro e formanti sotto forme diverse e adattate ai luoghi e circostanze, quello che si diceva la corporazione» . Ecco dunque riaffermato tutto il programma di restaurazione dell’ordine sociale già esposto nella Q. A. È necessario, dice ad essi nella Divini Redemptoris, di «promuovere lo studio dei problemi sociali alla luce della dottrina della Chiesa e diffonderne gl’insegnamenti… perché i cattolici, illuminati da tale studio, inclinino le volontà a seguirla e ad applicarla come norma del retto vivere, per l’adempimento coscienzioso dei molteplici doveri sociali, opponendosi così a quella incoerenza e discontinuità nella vita cristiana da noi varie volte lamentata, per cui taluni, mentre sono apparentemente fedeli all’adempimento dei loro doveri religiosi, nel campo poi del lavoro e dell’industria o della professione o dell’impiego, per un deplorevole sdoppiamento di coscienza conducono una vita troppo disforme dalle norme della giustizia e dalla carità cristiana, procurando in tal modo grave scandalo ai deboli e offrendo ai cattivi facile pretesto di screditare la Chiesa stessa» . La cultura sociale è dunque anzitutto necessaria per il «retto vivere» dei cattolici nella società e per ragioni di pratica apologetica in confronto degli avversari della Chiesa. Ma essa è sovratutto indispensabile all’opera di apostolato, ossia all’essenza stessa dell’Azione Cattolica. Fu detto però che Pio XI, a differenza di Leone XIII, più che un suscitatore e una guida del movimento cattolico sociale, apparve piuttosto come un maestro e un teorizzatore. Ma l’obiezione ha un fondamento apparente; cioè, è ben vero che Leone XIII ebbe più frequenti contatti col movimento, al quale diede un impulso quasi quotidiano, ma ciò va attribuito alla differenza dei tempi e della situazione politico-sociale. Non è qui il luogo di esaminare in maggiori particolari tale osservazione critica; ci basti affermare che anche Pio XI ha sempre mirato a promuovere la scuola cattolico-sociale e l’azione riformatrice dei cattolici. Gli appelli più fervidi e più fiduciosi dei suoi documenti sociali sono sempre riservati ai cattolici militanti. Come in altre età della storia, dice Pio XI nella Q. A., «per ricondurre a Cristo le classi diverse di uomini che l’hanno rinnegato, è necessario anzitutto scegliere nel loro seno e formare ausiliari della Chiesa che… sappiano parlare ai loro cuori con sensi di fraterno amore. I primi ed immediati apostoli degli operai devono essere operai, degli industriali e commercianti gl’industriali e commercianti stessi…» . La formazione di tali apostoli spetta al clero. Per questo la Q. A. rinnova gl’incitamenti e le approvazioni di Leone XIII in favore delle società operaie cattoliche, per questo si ringraziano e s’incoraggiano in modo speciale «gli ascritti all’Azione Cattolica, i quali con particolare studio si occupano con Noi della questione sociale, in quanto questa spetta e compete alla Chiesa per la sua stessa divina istituzione» (Q. A) . Ma una scuola cristiano-sociale e un’attività specifica dei cattolici sono motivate anche dal fatto che solo la loro dottrina, integralmente studiata ed applicata, può portare alla restaurazione. La riforma delle istituzioni, l’osservanza della giustizia commutativa non bastano. «La sola giustizia potrà ben togliere di mezzo le cause dei conflitti sociali, non già unire i cuori e stringere insieme le volontà…» (Q. A.) . Questo indispensabile legame non può essere che la Charitas, la legge dell’amore di Cristo, che ci rende tutti figlioli di una stessa paternità divina. Questo divino precetto, aggiunge la Divini Redemptoris, è «la preziosa tessera di riconoscimento lasciata da Cristo ai suoi veri discepoli» . «…Una divina forza rigeneratrice si trova in questo precetto nuovo (come Gesù lo chiamava) di carità cristiana, la cui fedele osservanza infonderà nei cuori un’interna pace sconosciuta al mondo e rimedierà efficacemente ai mali che travagliano l’umanità» (D.R. 48). "} {"filename":"0fff2a54-3e5c-42b8-af87-3d1b2438f5fc.txt","exact_year":1943,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Non è questo il momento di lanciare programmi di parte, il che sarebbe impari al carattere di quest’ora solenne che reclama l’unità di tutti gli italiani, Pensiamo tuttavia che queste idee ricostruttive, ispirate alle tradizioni della Democrazia Cristiana, ma rivolte a una cerchia più ampia e più varia, debbono fermentare già ora nel travaglio dell’aspra vigilia, affinché nel tempo della ricostruzione possano diventare le idee-forza che animeranno la volontà libera del popolo italiano. Premessa indispensabile La libertà politica. II regime di violenza ha investito così a fondo le stesse basi costitutive dello Stato da rendere necessaria la sua ricostruzione con nuove leggi fondamentali. Il popolo italiano sarà chiamato a deliberare. Pur rimettendo al suo voto ogni concreta riforma istituzionale, sin d’ora si può affermare essere profonda negli animi di tutti la convinzione che indispensabile premessa e necessario presidio dei diritti inviolabili della persona umana e di ogni libertà civile è la libertà politica. Regime democratico La libertà politica sarà quindi il segno di distinzione del regime democratico; così come il rispetto del metodo della libertà sarà il segno di riconoscimento e l’impegno d’onore di tutti gli uomini veramente liberi. Una democrazia rappresentativa, espressa dal suffragio universale, fondata sulla eguaglianza dei diritti e dei doveri e animata dallo spirito di fraternità, che è fermento vitale della civiltà cristiana: questo deve essere il regime di domani. Nella netta distinzione dei poteri dello Stato – efficace garanzia della libertà politica – il primato spetterà al Parlamento, come la più alta rappresentanza dei supremi interessi della comunità nazionale, e soltanto il Parlamento potrà decidere la guerra e la pace. Accanto all’Assemblea espressa dal suffragio universale, dovrà crearsi un’Assemblea nazionale degli interessi organizzati, fondata prevalentemente sulla rappresentanza eletta dalle organizzazioni professionali costituite nelle regioni. Sarà assicurata la stabilità del Governo, l’autorità e la forza dell’Esecutivo, l’indipendenza della Magistratura. Il controllo sulle fonti finanziarie degli organi di pubblica opinione darà alla stampa maggiore indipendenza e più acuto senso di responsabilità. Corte suprema di garanzia Una Corte suprema di garanzia dovrà tutelare lo spirito e la lettera della Costituzione, difendendola dagli abusi dei pubblici poteri e dagli attentati dei partiti. Creazione delle regioni La più efficace garanzia organica della libertà sarà data dalla costituzione delle regioni come enti autonomi, rappresentativi e amministrativi degli interessi professionali e locali e come mezzi normali di decentramento dell’attività statale. Dal libero sviluppo delle energie regionali e dalla collaborazione tra queste rappresentanze elettive e gli organi statali risulterà rinsaldata la stessa unità nazionale. Nell’ambito dell’autonomia regionale troveranno adeguata soluzione i problemi specifici del Mezzogiorno e delle Isole. Il corpo rappresentativo della regione si fonderà prevalentemente sull’organizzazione professionale; mentre per quello del Comune, restituito a libertà, sarà elemento prevalente il voto dei capi di famiglia. Valori morali e libertà delle coscienze Consapevoli che un libero regime sarà saldo solo se fondato sui valori morali, lo Stato democratico tutelerà la moralità, proteggerà la integrità della famiglia e coadiuverà i genitori nella loro missione di educare cristianamente le nuove generazioni. Questa stessa nostra tremenda esperienza conferma che solo lo spirito di fraternità portato e alimentato dal Vangelo può salvare i popoli dalla catastrofe a cui li conducono i miti totalitari. È quindi particolare interesse della democrazia che tale lievito cristiano fermenti in tutta la vita sociale, che la missione spirituale della Chiesa cattolica si svolga in piena libertà, e che la voce del Romano Pontefice, levatasi così spesso in difesa della dignità umana, possa risuonare liberamente in Italia e nel mondo. Contro ogni intolleranza di razza e di religione, il regime democratico serberà il più riguardoso rispetto per la libertà delle coscienze. È in nome di essa, oltreché per le tradizioni del popolo italiano, che lo Stato riconosce efficacia giuridica al matrimonio religioso e assicura la libertà della scuola che può essere mortificante strumento di partito. La giustizia sociale Oggi, in mezzo a tante rovine, si impone ineluttabile il pensiero che dovendosi ricostruire un mondo nuovo, il massimo sforzo sociale debba essere diretto ad assicurare a tutti non solo il pane e il lavoro, ma altresì l’accesso alla proprietà. Bandito per sempre, utilizzando tutte le forze sociali e le risorse economiche disponibili, lo spettro della disoccupazione, estese le assicurazioni sociali, semplificato il loro organismo e decentrata la loro gestione che va affidata alle categorie interessate, la meta che si deve raggiungere è la soppressione del proletariato. A tal fine importanti riforme si imporranno nell’industria, nell’agricoltura, nel regime tributario. a) Nell’industria – Sarà attuata la partecipazione con titolo giuridico dei lavoratori agli utili, alla gestione e al capitale dell’impresa. Le forme concrete di questa partecipazione e cooperazione dovranno essere realizzate salvaguardandosi la necessaria unità direttiva dell’Azienda e riducendo rischi e sperequazioni fra le varie categorie degli operai con provvedimenti di solidarietà e di compensazione. Oltre queste misure di accesso alla proprietà aziendale, altri provvedimenti dovranno essere presi con la finalità di deproletarizzare la classe operaia, assicurando tra l’altro alla famiglia operaia la casa e garantendo agli operai la possibilità di avviare i loro figli meritevoli agli studi medi e superiori, affinché i migliori fra di loro diventino i dirigenti industriali di domani. Questa politica sociale diretta a dare al lavoro l’adeguato riconoscimento è in piena rispondenza con la politica economica richiesta dalla particolare condizione del nostro paese che – povero di risorse naturali – deve contare sul massimo sforzo produttivo della classe operaia, congiunto allo spirito creativo dei tecnici ed alla iniziativa degli imprenditori. Tale politica è in armonia con lo stato presente del nostro sviluppo industriale. Le statistiche ci indicano invero che in Italia l’artigianato, la media e la piccola industria prevalgono ancora sulla grande industria a carattere essenzialmente capitalistico e spesso monopolistico. È quindi criterio di sano realismo promuovere e rinforzare questa struttura economica, della quale l’iniziativa privata ed il libero mercato costituiscono gli elementi propulsori, Ma poiché anche per la libertà economica valgono i limiti dettati dall’etica e dall’interesse pubblico, lo Stato dovrà eliminare quelle concentrazioni industriali e finanziarie che sono creazioni artificiose dell’imperialismo economico; e modificare le leggi che hanno favorito fin qui l’accentramento in poche mani dei mezzi di produzione e della ricchezza. Esso tenderà inoltre alla demolizione dei monopoli che non siano per forza di cose e per ragioni tecniche veramente inevitabili, e, a quelli che risulteranno tali, imporrà il pubblico controllo; o, se più convenga – e salva una giusta indennità – li sottrarrà alla proprietà privata, sottoponendoli preferibilmente a gestione associata; e questo non come un avviamento al sistema collettivista nei cui benefici economici non crediamo e che consideriamo lesivo della libertà, ma come misura di difesa contro il costituirsi e il permanere di un feudalismo industriale e finanziario che consideriamo ugualmente pericoloso per un popolo libero. In un ordinamento bancario meglio rispondente alle esigenze della economia nazionale dovranno avere particolare rilievo gli istituti di credito specializzato e le banche regionali per l’incremento dell’agricoltura e dell’industria locali. Questa politica economica sarà possibile senza improvvisazioni rivoluzionarie, date le condizioni attuali nel campo industriale, finanziario e bancario e l’esistenza di taluni Istituti che, creati con spirito e scopo di dominio politico, potranno, opportunamente modificati, essere indirizzati a realizzare una migliore distribuzione della ricchezza e ad impedire il concentramento in poche mani. b) Nell’agricoltura – Una prima meta s’impone: la graduale trasformazione dei braccianti in mezzadri e proprietari, ovvero, quando ragioni tecniche lo esigano, in associati alla gestione di imprese agricole a tipo industriale. Salvi necessari riguardi alla produttività e alle esigenze della conduzione, bisognerà quindi promuovere il riscatto delle terre da parte dei contadini con una riforma terriera che limiti la proprietà fondiaria per consentire la costituzione di una classe sana di piccoli proprietari indipendenti. L’attuazione di tale riforma, con i criteri più appropriati ai luoghi, alle condizioni e qualità dei terreni e agli aspetti produttivi, sarà uno dei compiti fondamentali delle rappresentanze regionali. Sarà assicurato in ogni caso ai lavoratori agricoli il diritto di prelazione con facilitazioni fiscali e finanziarie per l’acquisto e la conduzione diretta dei fondi. Nel complesso quadro delle riforme agrarie la colonizzazione del latifondo dovrà trovare finalmente effettiva attuazione. c) Nel regime tributario – Una migliore distribuzione della ricchezza dovrà essere favorita anche da una riforma del sistema fiscale. Unificate le imposte e semplificato il sistema di accertamento, il criterio della progressività, coll’esenzione delle quote minime, costituirà il perno fondamentale del sistema tributario, e uno dei mezzi per impedire la esorbitante concentrazione della ricchezza. Altro mezzo per fornire l’accesso dei lavoratori alla proprietà dovrà trovarsi in una riforma del diritto di successione, chiamando, in determinati casi, i lavoratori a concorrere alla eredità delle imprese e delle terre fecondate dal loro lavoro. Riforme, queste, che dovranno essere precedute da provvedimenti di emergenza, quale l’incameramento dei sopraprofitti della guerra e del regime fascista, e accompagnate da provvedimenti che dovranno tenere nella doverosa giusta considerazione la consistenza delle classi medie, i risparmi, frutto del lavoro e della previdenza, e le dotazioni delle istituzioni di utilità sociale. Rappresentanza professionale degli interessi e democrazia economica Siamo contro il ritorno ai metodi della lotta di classe, ma anche contro l’attuale macchinoso sistema di burocrazia corporativa che sfrutta, a scopo di dominio politico, l’idea democratico-cristiana della libera collaborazione organica di tutti i fattori della produzione. Garantita anche nel campo sindacale ampia libertà d’associazione, alcune funzioni essenziali, quali la conclusione e la tutela dei contratti collettivi e la soluzione dei conflitti del lavoro mediante l’arbitrato obbligatorio, saranno riservate a organizzazioni professionali di diritto pubblico, comprendenti, per iscrizione d’ufficio, tutti gli appartenenti alla categoria, i quali eleggeranno col sistema proporzionale i loro organi direttivi. Oltre a questo compito interno, specificatamente sindacale, le professioni organizzate saranno chiamate a una funzione più vasta, a costituire cioè, sotto l’alta vigilanza dello Stato, lo strumento di proporzione e direzione della nuova economia e a tale scopo, raggruppate in grandi unità, saranno – come si è già detto – la base delle rappresentanze degli interessi e nomineranno loro rappresentanti nelle regioni e, a mezzo di essi, nella seconda Assemblea nazionale. In questo sistema di suffragio economico, integrativo del suffragio politico, sarà garantita una adeguata rappresentanza alle categorie dei tecnici e delle libere professioni e una rappresentanza speciale ai consumatori. Ricostruzione dell’ordine internazionale secondo giustizia Ogni piano d’interno rinnovamento si ridurrebbe però a vana utopia se la pace futura si basasse su un diktat e non su principi di ricostruzione secondo giustizia. Autorevoli voci e quella augusta del Sommo Pontefice ne hanno indicato i principi. Una «Dichiarazione dei diritti e dei doveri delle Nazioni» dovrà conciliare nazione e umanità, libertà e solidarietà internazionale. Il principio dell’autodecisione sarà riconosciuto a tutti i popoli, ma essi dovranno accettare limitazioni della loro sovranità statale in favore d’una più vasta solidarietà fra i popoli liberi. Dovranno quindi essere promossi organismi confederali con legami continentali e intercontinentali. Le società nazionali rinunzieranno a farsi giustizia da sé ed accetteranno una giurisdizione avente mezzi sufficienti per risolvere pacificamente i conflitti inevitabili. La nuova Comunità internazionale La Società delle Nazioni è fallita per inadeguatezza d’istituzioni e di mezzi. Per non ripetere tale esperienza, la nuova Comunità dovrà avere compiti più precisi, mezzi più efficaci ed una struttura più adeguata alla realtà. Fondata su un corpo deliberante, costituito da delegazioni governative e da rappresentanze popolari più dirette, essa avrà nel Consiglio il suo organo esecutivo e il suo organo giudiziario nella Corte di Giustizia internazionale. Sue funzioni politico-giuridiche – La nuova Comunità dovrà procedere al disarmo progressivo e controllato sia dei vinti che dei vincitori e attuare l’arbitrato obbligatorio, valendosi, per applicare e far rispettare le decisioni internazionali, anche di quegli elementi militari che nei vari paesi, oltre le forze di polizia, potranno sopravvivere a scopo di difesa. Sua funzione inderogabile sarà anche quella di rivedere i trattati ingiusti ed inapplicabili e promuovere modificazioni. Rientrerà altresì nei suoi compiti la codificazione del diritto internazionale ed il coordinamento dei singoli diritti nazionali con tendenza ad allargare il concetto di cittadinanza. Funzioni politico-economiche della Comunità internazionale – Bisogna affermare che, per eliminare le nefaste rivalità fra le potenze colonizzatrici, s’impone il trasferimento dei territori di natura strettamente coloniale alla Comunità internazionale, la quale, stabilito il principio della porta aperta, disciplinerà il libero accesso alle colonie, avendo di mira il progresso morale e l’autogoverno dei popoli di colore. Per assicurare poi a tutti i popoli le condizioni indispensabili di esistenza, è necessario garantir loro un’equa ripartizione delle materie prime, sopprimendo i privilegi e favorendo gli acquisti da parte delle Nazioni meno abbienti; stabilire la libertà di un’emigrazione, disciplinata non solo da trattati, ma anche dalla legislazione internazionale del lavoro; accordare a ogni popolo la libertà delle vie internazionali di comunicazione e, eliminando gradualmente le autarchie e i protezionismi, tendere ad una sempre più larga attuazione del libero scambio. Un organismo finanziario, promosso dalla Comunità internazionale, potrà avere la funzione di agevolare la stabilizzazione delle monete, la disciplina del movimento internazionale dei capitali e la cooperazione fra gli istituti bancari. La posizione dell’Italia II popolo italiano, al quale, come è stato da ogni parte solennemente ammesso, non sono imputabili guerre di conquista, attende pieno riconoscimento della sua indipendenza e integrità nazionale, e nella Comunità internazionale reclamerà il posto dignitoso che gli è dovuto per la sua civiltà, per il suo contributo al progresso umano e per la laboriosità dei suoi figli. Le esigenze di vita del popolo italiano e la necessità di soddisfare con risorse naturali ai bisogni del suo eccedente potenziale di lavoro, richiedono che esso possa: accedere alle materie prime a parità di condizioni con gli altri popoli, avere il suo posto nel popolamento e nella messa in valore dei territori coloniali, emigrare in dignitosa libertà e sviluppare senza arbitrari ostacoli i suoi traffici nel mondo. Così l’Italia, superata la crisi del suo libero reggimento, ed in tal modo riacquistando nuova dignità spirituale e politica, collaborando lealmente nella Comunità europea, potrà riprendere la sua secolare funzione civilizzatrice. "} {"filename":"5984a9d7-e036-4e55-a63c-e0c1159ef83b.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"In attesa dell’approvazione dello Statuto del partito e per meglio disciplinare l’azione dei singoli, si comunicano alcune norme di carattere generale approvate dalla Giunta esecutiva ed a cui dovranno attenersi i comitati e i delegati provvisori. 1. Il partito ha sede in Roma, Piazza del Gesù n. 46, ed è costituito da sezioni comunali alle quali saranno iscritti i soci. Ogni sezione rappresenta il numero dei soci. Le sezioni sono comunali e sono composte da non meno di cinque soci. Ove non esiste una sezione sarà nominato un corrispondente. Alla sezione di un comune possono iscrivere anche quelli di comuni vicini, finché non venga costituita la sezione comunale. Possono essere costituite sottosezioni rionali o frazionali. 2. La sezione ha una giunta esecutiva non inferiore a tre membri, fra i quali un presidente ed un segretario. L’assemblea fissa il numero dei componenti e le rispettive cariche. L’accettazione dei soci è fatta dalla giunta della sezione. La giunta delibera anche sulla esclusione dei soci. 3. In via transitoria e fino alla costituzione della sezione funzionerà un comitato promotore o un incaricato nominato direttamente dalla giunta esecutiva o dalla commissione provinciale provvisoria all’uopo delegata. 4. In ogni capoluogo di provincia avrà sede il comitato provinciale del partito nominato dai rappresentanti delle sezioni comunali della provincia. Il comitato provinciale promuove la costituzione delle sezioni comunali ove non esistano, e nomina i corrispondenti comunali ove non sia possibile costituire le sezioni stesse. 5. In via transitoria e fino a due mesi dopo il congresso funzioneranno le commissioni e il comitato provinciale provvisorio. 6. Un regolamento approvato dalla direzione del partito stabilirà le norme dettagliate della costituzione, dei compiti e dei rapporti delle sezioni comunali e dei comitati provinciali. 7. La quota di iscrizione dei soci è fissata in lire 20, di cui 8 spetteranno alla sezione, 4 al comitato provinciale e 8 alla Direzione centrale. 8. Tutti coloro che si sono resi promotori della costituzione di sezioni o di comitati provinciali sono tenuti a comunicare immediatamente il loro indirizzo alla Giunta esecutiva del partito con una relazione sul numero dei soci, sulla composizione della direzione e sulla situazione amministrativa, sindacale e politica locale. Iscrizione dei soci Possono essere iscritti al partito coloro che ne accettano le idee ricostruttive e la disciplina ed hanno compiuto 17 anni. Possono essere iscritte anche le donne. Per quanto riguarda gli scritti dell’ex partito fascista se, in via generale, l’appartenenza al partito deve essere considerata come motivo assoluto di esclusione, dovrà essere cura delle direzioni locali vagliare l’attività svolta dai singoli durante la dittatura. Saranno senz’altro respinti, oltre i fascisti repubblicani, tutti gli ex fascisti che hanno notoriamente dei conti da rendere alla giustizia per l’attività politica da essi svolta ed i profittatori di ogni sorta. Occorre tenere presente che uno dei compiti fondamentali del nostro partito è la moralizzazione del costume politico. Ogni manifestazione, quindi, in contrasto con questa essenziale funzione dovrà essere nettamente combattuta. Al fine di evitare inganni ed errori, nella domanda di ammissione gli interessati dovranno dichiarare se sono stati iscritti al Pnf, la data di iscrizione e quali cariche essi abbiano occupato in detto partito e nelle organizzazioni dipendenti (milizia, Gli, sindacati). Gruppi giovanili Il partito che guarda i giovani come i più ardenti e generosi assertori del suo programma ed alla garanzia migliore del suo avvenire non può disinteressarsi della loro formazione politica e deve favorire opportunamente da loro attività. A questo scopo si invitano le sezioni del partito a costruire nel loro seno, a richiesta di almeno cinque giovani aderenti, gruppi giovanili di studio e di propaganda. Distintivi e materiali di propaganda In molte parti lo scudo crociato col motto «Libertas» è stato spontaneamente assunto dai nostri aderenti come emblema del partito. Assecondando tale moto spontaneo si è provveduto a coniare i distintivi che sono a disposizione delle sezioni al prezzo di lire dieci ciascuno. Il distintivo potrà essere consegnato soltanto ai soci iscritti e in regola con il pagamento della quota e con gli obblighi statutari ed è vietata la riproduzione. Presso la sede del partito trovansi anche opuscoli, striscioni e d’altro materiale di propaganda. Stampa Il giornale «Il Popolo» il cui nome fu già segnacolo di libertà è l’organo ufficiale del partito. È dovere di tutti gli scritti curarne la diffusione. Le difficoltà delle comunicazioni e la deficiente assegnazione di carta impediscono di far giungere ovunque e in numero sufficiente di copie il giornale. Sarà cura degli amici di approfittare di ogni mezzo, anche di fortuna, per curare il ritiro delle copie presso l’amministrazione e la loro diffusione. In materia di stampa il programma minimo da raggiungere tempestivamente dovrà essere un settimanale per ogni provincia. I comitati provinciali prenderanno contatto con le sezioni per organizzare al più presto la pubblicazione del settimanale. Copia del giornale dovrà essere mandata alla Direzione del partito e a quella del «Popolo». Rappresentanza negli enti locali Particolare attenzione deve essere dedicata alla costituzione delle amministrazioni pubbliche sì da assicurare la dovuta rappresentanza del nostro partito. L’esistenza del Comitato di liberazione nazionale, come non esclude la partecipazione alla vita degli enti locali di altre correnti politiche operanti nei centri cittadini, così non impone che debba essere attribuita una rappresentanza ai partiti del Comitato di liberazione nazionale che non abbiano una base locale. A meno che non si tratti di persone di riconosciuta probità e competenza e bene accette alla popolazione locale, il partito deve tendere con una adeguata azione presso le autorità, a realizzare, per quanto è possibile, una rappresentanza proporzionale negli uffici pubblici. Eventuali casi di violenza dovranno essere tempestivamente notificati alla Giunta esecutiva per l’azione che essa possa svolgere presso i pubblici poteri. Movimento sindacale In attesa che siano date istruzioni per l’attuazione dei nuovi ordinamenti previsti dal «patto di unità sindacale» si rende necessario sviluppare un intenso lavoro di reclutamento tra i lavoratori (contadini, operai, artigiani, impiegati) aderenti alla Democrazia cristiana. Mentre le iscrizioni saranno regolarmente trasmesse alle sezioni comunali del partito presso l’ufficio sindacale si compileranno i ruoli di categoria e di azienda così da potere, in qualsiasi momento, valutare l’efficienza dei nostri quadri sindacali. Ciascun gruppo di azienda si eleggerà un segretario con funzioni organizzative e di propaganda. Movimento cooperativo Il risorgere di un sano movimento cooperativistico ispirato ai principi della scuola cristiana sociale è seguito con il più vivo interessamento dal partito. Mentre la cooperazione agricola, di produzione e lavoro ed edilizia tende ad essere uno degli strumenti per la «sproletarizzazione» degli operai e dei contadini e ad assicurare possibilmente a tutti la casa e lo spazio vitale per la famiglia, la cooperazione di consumo tende a far riprendere ai consumatori la loro funzione di controllo sui prezzi, sui generi alimentari e sulla loro distribuzione. Si raccomanda a tutte le sezioni di promuovere rapidamente la costituzione di cooperative rispondenti alle esigenze locali: presso la sede centrale esiste apposito ufficio a disposizione delle sezioni stesse per tutte le informazioni necessarie e per coordinare le attività locali. "} {"filename":"5eeaae34-5e33-4c28-9ebe-910de6ff6da6.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"È sembrato a tutti che la risposta data dalla nostra Giunta esecutiva al discorso di Togliatti sia stata chiara, onesta e, per quanto lo permette lo stadio iniziale della pubblica discussione, precisa . Abbiamo, innanzi tutto, messo fuori causa il presente patto di governo che ci lega all’attuale ministero Bonomi. Per nostro conto non crediamo affatto che il Togliatti mirasse a metterlo, come che sia, in discussione, ma, siccome il giornale di un altro partito governativo vi ha potuto sottintendere anche un siffatto proposito, la nostra Giunta ha precisato che il primo dovere di questa ora difficile è di sostenere e potenziare il ministero democratico-nazionale quale è uscito dal lungo travaglio della liberazione. Nessuno può sospettarci di dare tale appoggio per interesse di partito: la congiuntura politica ed il nostro senso di moderazione ebbero per effetto che alla proporzione delle forze reali nel paese si tenne conto in misura assai relativa e non certo da imporre alla Democrazia cristiana obbligazioni proprie e particolari. Ma l’obbligo sta non soltanto nel formale impegno da noi preso, ma soprattutto nella nostra convinzione che questo governo creato attraverso tante difficoltà e con una procedura così straordinaria e laboriosa è un governo di guerra e di emergenza, che ha veramente bisogno del concorso di tutte le forze ricostruttive, dell’indulgente incoraggiamento di tutti gli italiani per non fallire al suo compito così eccezionalmente complesso e duro. In nome di questi più recenti e per ora supremi interessi del paese noi insistiamo anche nella tregua dei partiti, almeno di quei partiti che dovrebbero sentirsi governativi, perché hanno assunto formali impegni e personali responsabilità di governo. La tregua comporta non solo l’accantonamento della questione istituzionale, come suona il formale impegno reciproco preso fra i rappresentanti dei partiti e in due solenni occasioni anche in confronto degli alleati, impegno che ne differisce la decisione ad una consultazione popolare dopo la guerra; ma la tregua deve, evidentemente, comportare anche che il governo e i partiti governativi si muovano sullo stesso binario almeno fino alla convocazione dei comizi popolari. Sembrerebbe, invece, almeno a leggere certi articoli dell’Avanti, che il partito socialista si riserbi il diritto di procedere su di un binario doppio. Da un lato il governo, del quale fanno parte, procederebbe alla ricostruzione dello Stato nominando i prefetti e gli organi provvisori che presiedono alle regioni, alle province ed ai comuni, e preparando come è ormai nell’ardente e legittimo voto delle province uscite da parecchi mesi dalla zona di guerra, le elezioni amministrative, in base al suffragio universale; dall’altro l’Avanti provvederebbe a «stimolare ogni possibile iniziativa di autogoverno dal basso, dalle commissioni interne che debbono divenire degli organismi politici… alle commissioni di controllo popolare che sono sorte e devono svilupparsi in tutte le amministrazioni, non solo ai fini della epurazione, ma per sventare tempestivamente qualsiasi ritorno offensivo della reazione». «Ciò ripropone, continua l’Avanti, lo eterno problema del potere e delle forze sociali». Evidentemente, aggiungiamo noi, lo ripropone, anzi se questo abbozzato sistema di autogoverno si sviluppasse nelle sue logiche dimensioni, diremo che esso impone un rovesciamento delle nostre forme rappresentative, crea un governo parallelo a quello democratico e anticipa, secondo l’ideale di Nenni, il futuro regime dei Consigli. Ora non intendiamo entrare in merito e vagliare quali vitali forze nuove possano in un futuro regime riuscire accettabili e attuabili. Noi siamo degli ammiratori incondizionati del passato: tutto si può rinnovare. Ma ogni cosa a suo tempo e luogo. Se davvero si volesse tentare di farlo oggi, sarebbe come se il partito socialista pretendesse di correre su due binari: su uno la macchina sarebbe guidata dal sottosegretariato agli Interni, e sull’altro muoverebbe alla conquista di nuovi spazi Pietro Nenni. È con questa visione negli occhi che il direttore dell’Avanti giudica la proposta Togliatti e quasi per dissimulare che egli finisce col dire no, accusa noi di rispondere: sì . Noi abbiamo risposto che siamo disposti alla più franca collaborazione con le forze vive del paese, quindi anche dei comunisti, ma naturalmente a certe ben chiare condizioni che a tempo e luogo dovranno definirsi e si chiamano soprattutto libertà. L’Avanti, invece, di fronte al suggerimento del capo comunista si rifugia nella cosiddetta «concentrazione delle sinistre» (socialisti, comunisti, partito di azione), combinazione che già portò, come è noto, il Comitato di liberazione nazionale alla crisi della presidenza e che ci si era fatto ritenere non dovesse più risorgere, dopo che il governo di concentrazione avesse preso in mano i destini del paese. Ce ne spaventiamo? Affatto: ma pensando all’ora grave, alle angustie del paese, alle terribili lezioni della dittatura e della guerra, noi ci sorprendiamo che la storia, maestra della vita, alla nostra vita politica insegni così poco. "} {"filename":"977622a6-797c-415b-a30e-c083d41c01ff.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Scusami la fretta, ma la tua risposta esige una replica. Tu mi rispondi che «l’aver rinunziato a rinviare la soluzione del problema istituzionale non vuol dire rinunziare ad avere su di esso un’opinione». Io ti replico: No, certamente; e i democratici cristiani partecipanti all’assemblea romana hanno infatti, individualmente, o manifestato di averla, ovvero, astenendosi da qualsiasi manifestazione, di considerarla una questione subordinata a pregiudiziali non ancora sufficientemente chiarite, ovvero infine hanno giudicato più democratico, più serio, più dignitoso per il nostro Paese, più corrispondente alla nostra posizione nel Governo di dichiararsi solo in un momento in cui non in un comizio a Roma, ma migliaia di comizi elettorali in tutta Italia, saranno chiamati e votare e decidere. Non si tratta dunque di aver maturata o meno un’opinione personale; si tratta di impegnare ora, a Roma, o non impegnare tutto un Partito, cioè tutta la Democrazia cristiana per l’una o per l’altra forma dello Stato, rendendo così completamente superfluo e irrisorio quell’appello al popolo che gli Alleati e i Partiti hanno pur solennemente promesso e proclamato. Non ho invece affatto taciuto il nostro giudizio sul ventennale atteggiamento della monarchia, tanto che ho fissato con una testimonianza personale le responsabilità più gravi del monarca in un momento storico decisivo. Ho ricordato, poi, la nostra proposta per il referendum, non per metterla in contrasto con la costituente che abbiamo accettato e che è chiamata a deliberare sulla nuova costituzione e quindi anche sulla nuova forma dello Stato, ma in primo luogo come nostra affermazione programmatica che siamo orgogliosi di aver fatto; secondo per ricordare che il referendum potrebbe essere sempre, anche accanto alla costituente, un mezzo per dare la più ampia soddisfazione al diritto del popolo italiano di decidere dei propri destini secondo la solenne formula della Carta Atlantica, di Mosca, di Teheran e di Londra. Ma il popolo italiano, osservi tu, non è maturo per il referendum. Se il popolo italiano non è maturo per il referendum – rispondo io – su una singola questione, come sarà preparato a eleggere una costituente che deve risolvere tutti i nostri problemi fondamentali? Tu dici: non si tratta di rispondere «Repubblica» o «Monarchia» con un sì o con un no: ma: quale Repubblica? E non vedi che ripeti proprio l’argomentazione che usavo io nel comizio, in confronto di quei miei amici semplicisti che credono di aver risolto tutto gridando «Viva la Repubblica»? Per tuo conto, da bravo socialista, completi così: «Per noi una Repubblica ha profondo carattere popolare e socialista, che avrà nei consigli degli operai, dei contadini, delle professioni liberali, dei mestieri, delle arti uno dei suoi strumenti capillari di legame col popolo». Detto questo, ti rifiuti di decidere fra Comune e Consiglio. «Con tante cose urgenti da dibattere (aggiungi), davvero non ci sentiamo di approfondire la discussione». Dunque anche tu: Ni, povero Nenni! E che stiamo ad affermare noi da mesi se non la precedenza assoluta delle cose urgenti e d’emergenza sulle questioni istituzionali, la necessità di concentrare i nostri sforzi finché la guerra e la rovina dura, nella guerra e nella ricostruzione e di rimandare a loro tempo le questioni istituzionali e costituzionali delle quali, ognuno lo dovrà ammettere, l’alternativa di Comune o Consiglio è per lo meno altrettanto grave di quella circa il Capo dello Stato! In quanto a Piero Gobetti (onore alla sua memoria), non ricordo il suo giudizio sulla Democrazia cristiana d’allora. Ricordo che Gobetti negli anni della battaglia antifascista fu nostro valoroso alleato e dimostrò piena fiducia nel nostro amore per la libertà. Se Neni volesse ricadere (e speriamo di no) nell’antico gusto di parlare di reazione anticlericale, bisognerà che ricorra ad altri testi. Infine il capo del Partito socialista rivolge un appello ai cattolici che non la pensano come De Gasperi, con le seguenti parole: «Intensificando la loro azione essi possono rendere un grande servigio alla nascente Democrazia che sarà Repubblicana o Socialista o non sarà». Speriamo che non vi sia nessun democratico cristiano consapevole che non rifletta su queste parole. Bisogna respingere il dilemma come è formulato, ma bisogna considerarlo bene e, in nome della libertà e dell’avvenire del nostro Paese, averne paura. Alcide De Gasperi "} {"filename":"ac70a4cb-718c-4367-af47-a3b3fe0b4795.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Cooperativismo e sindacalismo. Il movimento cooperativistico. Il sorgere di un movimento cooperativistico, ispirato ai principi della scuola sociale cristiana, è seguito dal partito con il più vivo interesse. Il partito vede nella cooperazione lo strumento più efficace per una profonda e pacifica trasformazione della traballante economia capitalistica verso una economia fondata sulla solidarietà delle categorie lavoratrici e sulla sempre più ampia partecipazione del lavoro alla proprietà di produzione. Sarà cura per tanto delle sezioni e dei comitati provinciali promuovere rapidamente la costituzione di cooperative di produzione e lavoro, specie agricole, artigiane ed edilizie. Dovrà favorirsi, altresì, la costituzione di cooperative di consumo per far riprendere ai consumatori la loro funzione di controllo sui prezzi, sui generi alimentari e la loro distribuzione, funzione tanto necessaria specie in questi difficili momenti. Il movimento sindacale. Il partito, nell’intento di realizzare l’unità delle classi lavoratrici, naturale elemento di forza per le giuste loro rivendicazioni, ha favorito la stipulazione del «patto di unità sindacale» con quelle correnti che tradizionalmente si sono occupate dell’organizzazione delle classi operaie. Alla base del patto è l’impegno per il rispetto più rigoroso della coscienza morale e religiosa dei lavoratori; l’apoliticità degli organismi sindacali, nel senso che essi non debbono essere usati come mezzo di accaparramento politico; nonché il rispetto del metodo della libertà e della rappresentanza delle minoranze. Il patto, di natura provvisoria, potrà diventare definitivo, e noi dobbiamo auspicarlo sinceramente, solo se ed in quanto le condizioni suddette saranno rispettate e se, di comune accordo, con lo stesso spirito amichevole che ha presieduto le trattative per la stipulazione del patto, saranno risolte alcune questioni fondamentali rimaste insolute; specie per quanto riguarda il riconoscimento giuridico e l’inquadramento di tutte le categorie lavoratrici. In proposito occorre tenere presente: 1. che noi tendiamo decisamente al riconoscimento giuridico del sindacato di categoria, con la iscrizione d’ufficio di tutti gli esercenti della medesima professione; in altri termini che il sindacato liberamente organizzato diventi ciò che è il comune per il cittadino; 2. che l’organizzazione dei lavoratori non si limiti ai semplici salariati, ma comprenda tutti i lavoratori siano essi dirigenti, tecnici o lavoratori manuali; gli artigiani; e, nel settore agricolo, i piccoli proprietari e affittuari, coltivatori diretti, mezzadri, coloni ecc. In quanto alle Camere confederali del lavoro ed alla Confederazione generale italiana del lavoro esse dovrebbero avere prevalentemente funzioni di collegamento dei sindacati locali o nazionali di categoria. L’unità sindacale. L’unità sindacale non comprende le organizzazioni di lavoratori di carattere non sindacale come: le società cooperative, le mutue, ecc., e fa espressamente salvo il diritto della costituzione di associazioni professionali libere per la formazione e la tutela morale, religiosa dei lavoratori e per l’adempimento di tutti gli altri compiti che non siano di competenza dei sindacati giuridicamente riconosciuti. Da ciò ha conseguenza che la costituzione del sindacato unico di categoria ed il collegamento con la Camera confederale del lavoro non comporta lo scioglimento delle unioni professionali e simili già costituite, ma solo la rinunzia ad occuparsi di questioni strettamente sindacali; mentre esse continueranno a sussistere come associazioni libere per i compiti sopraccennati. Circa l’ulteriore svolgimento ed inquadramento delle associazioni libere saranno date presto ulteriori e più dettagliate istruzioni. E pertanto, nei centri ove esistessero più sindacati di una medesima categoria, sarà cura dei dirigenti prendere contatto per la costituzione di un unico sindacato, assicurandosi non solo il rispetto delle condizioni generali previste per la unità, ma altresì la debita rappresentanza degli organi direttivi. Nei centri ove non esistessero sindacati di categoria sarà dovere dei dirigenti di rendersene promotori senza attendere che sia l’organizzazione comunista o socialista a farlo, salvo poi a noi di aderire. Cure particolari dovranno essere dedicate alla costituzione di sindacati artigiani, piccoli proprietari ed affittuari, coltivatori diretti, mezzadri, coloni e compartecipi in genere. È dovere, poi, di tutte le sezioni e dei comitati provinciali di intervenire per le violazioni del «patto di unità sindacale» e di segnalare a questa segreteria eventuali deviazioni o sopraffazioni. Come gli organi centrali del partito si sforzano di promuovere e favorire sul piano nazionale e legislativo la realizzazione delle giuste rivendicazioni delle classi lavoratrici, così tutti i comitati provinciali e le sezioni del partito dovranno dare tutto il loro appoggio alle giuste rivendicazioni che venissero mosse localmente dalle organizzazioni sindacali. "} {"filename":"ffea4e66-ab22-4206-a776-b9d55039c145.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Il segretario politico del partito parla di una lettera che dichiara di aver ricevuto ieri a tarda sera dal ministro Togliatti . Egli legge, poi, tale lettera di saluto e di auguri al Consiglio nazionale della D.C. e il nuovo invito al nostro Partito a collaborare con i comunisti stringendo anche accordi politici. Mette in guardia il Consiglio su queste profferte comuniste, ponendo in rilievo che la delicatezza e la fluidità della situazione politica e certi atteggiamenti di intolleranza settaria (come i recenti comizi nel Lazio nei quali i comunisti impedirono ai nostri di parlare) richiedono un loro esame ponderato ed una cauta risposta. [Prendevano la parola i vari consiglieri, chiamati ad intervenire sulla mozione politica e sulla relazione organizzativa di Scelba. Veniva così sollevato, da Traina, il problema della predisposizione delle misure necessarie per lo svolgimento delle elezioni amministrative, a suo parere da procrastinare fino al momento della definizione delle posizioni dei comuni e delle province rispetto all’aggiornamento delle liste elettorali]. Ricorda che noi siamo stati i primi a chiedere le elezioni amministrative. Oggi anche i socialisti e i comunisti le chiedono perché pensano di ricavarne un rapido successo. C’è un progetto secondo il quale bisognerebbe preparare le liste elettorali in base ad una legge del 1919, legge però in cui non è contemplato il voto alle donne . Sono state prese disposizioni tecniche per la preparazione delle liste elettorali. E, a quanto risulta, verrà dagli organi competenti del Governo diramata in proposito una circolare che ribadisce appunto i criteri della legge del 1919, considerando anche la probabilità della concessione del voto alle donne. Dichiara che per le elezioni amministrative, ad evitare pericolose speculazioni politiche, sarà bene patrocinare un criterio di gradualità. [Seguivano le altre relazioni in cui i consiglieri affrontavano i differenti temi introdotti nelle relazioni iniziali: le questioni organizzative della periferia, l’immagine della Dc nel Paese, le reazioni del corpo sociale all’epurazione, la formazione dei quadri più giovani, i commenti alla lettera di Togliatti letta da De Gasperi in apertura di seduta, l’unità sindacale, il rapporto con i comunisti e i socialisti, la soluzione della questione istituzionale. Su quest’ultimo punto cominciavano a delinearsi all’interno del partito le tre posizioni che poi avrebbero portato alla scelta di non pronunciarsi orientando l’elettorato rispetto ad una precisa scelta vincolante]. Fa nuove dichiarazioni per ammonire che non bisogna lasciarsi trascinare verso formule e atteggiamenti estremisti. Richiama tutti a considerare l’esigenza dell’unità del Partito . […] Insiste nelle sue esortazioni, facendo presente anche le esigenze attuali della collaborazione fra i partiti governativi . […] Fa innanzitutto appello alla discrezione su quanto si discute per ovvi motivi inerenti soprattutto all’esigenza di una valutazione unitaria del nostro partito, nell’attuale situazione politica italiana. Dopo aver ricordato che vi sono due propose collaborazionistiche – una dei socialisti con la pregiudiziale decisamente repubblicana e una più semplice di Togliatti con più lieve accenno alla pregiudiziale stessa – ribadisce che l’atteggiamento comunista ci impone una valutazione prudente e ponderata, poiché non è chiaro nella teoria e soprattutto nella pratica. [La seduta veniva sospesa e ripresa il giorno seguente alle ore 9.00 . All’inizio dei lavori Pastore avanzava la richiesta di migliorare la struttura organizzativa del partito, anche potenziando l’attività della Direzione. Piccioni aveva parlato, a questo proposito, di procedere ad una sorta di «aziendalizzazione»]. Osserva che tutti si rendono conto della necessità dei mezzi. Noi potremo trovare i mezzi facilmente ma dobbiamo e vogliamo ricorrere a fonti pure e ciò limita la nostra libertà di azione. Tuttavia dice che la situazione nostra non è eccessivamente pessimistica sotto questo riguardo e non ci manca, grazie a Dio, l’indispensabile per la nostra vita organizzativa, almeno per i più importanti bisogni attuali. […] Ringrazia per la benevolenza delle critiche rivolte alla organizzazione della direzione, critiche che peraltro sono giustificatissime. L’insufficienza organizzativa lamentata è però soprattutto dipesa dalle circostanze. Nota che il reggimento attuale della Direzione, con il segretario politico, e non già con il presidente come qualcuno avrebbe voluto, è quello che ancora corrisponde meglio alla tradizione e ai desideri delle masse italiane. Parla poi dei delegati speciali che debbono affiancare la Direzione, formando un Comitato tecnico organizzativo e conferma che si procederà alla creazione di un corpo di ispettori regionali ai fini del migliore collegamento fra la Direzione centrale e i Comitati provinciali. Sarà inoltre creata una scuola propagandisti per la quale Scelba ha già da tempo avanzato precise proposte. Comunica che Aldisio, non appena nominato Alto Commissario per la Sicilia, ha messo a disposizione il suo posto nella Direzione del Partito, considerando che i suoi importanti impegni non gli consentono di essere sempre presente alle riunioni della Direzione – ed è certo che egli continuerà a dare ogni possibile collaborazione –; propone che se ne accettino le dimissioni e che si elegga per il posto vacante l’on.le Rodinò . La proposta è approvata da una generale acclamazione Accenna poi all’episodio di Napoli che portò ad un contrasto con gli elementi dell’ala sinistra del Partito e si dice lieto di dichiarare che per la prova di comprensione di disciplina e di attaccamento al Partito che gli hanno dato gli elementi stessi, il contrasto è stato superato subito. Ritiene utile includere nella direzione un rappresentante dell’ala sinistra e propone che questo sia l’avv. Fuschini , uomo di cui tutti ammirano la fede, l’alta preparazione politica e culturale ed il senso di responsabilità. La proposta è approvata fra vivi applausi come è approvata, fra vivi applausi, la proposta di nomina dell’avv. Piccioni che ha partecipato ai lavori del Consiglio, a consigliere nazionale. [Micheli interveniva chiedendo la nomina di un altro vice segretario nella persona di Pietro Campilli] Elegio l’opera di Campili ma fa notare che non è possibile ai termini dello Statuto nominare un altro Vice Segretario del Partito. Comunque, di fatto, Campilli sarà e rimarrà tra i suoi più preziosi collaboratori, dirigendo, come ha fatto sinora così brillantemente, l’opera delle Commissioni tecniche, presso la Direzione del Partito. Comunica poi due lettere di don Luigi Sturzo dichiarando che il grande esule si appresta a lasciare l’America per trasferirsi in Inghilterra da dove, egli spera, che presto possa ritornare tra noi in Italia. Una delle lettere così conclude: «In cima ai miei pensieri, dopo Dio, stanno l’Italia e la Democrazia Cristiana» (grandissime acclamazioni) . "} {"filename":"645de7c3-ecda-403d-8fd9-7e32327a0b06.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"e ai lavoratori del Nord e con lo stesso titolo in De Gasperi 1990a, pp. 111-114. Con data 26 settembre 1944 e con il titolo Intervista alla radio alleata rivolta alla popolazione del Nord d’Italia è presente in AADG, Interviste, 1: dattiloscritto con correzioni autografe e una sintesi in inglese. Poiché questa mia voce potrà, spero, valicare l’Appennino ed arrivare fino alle mie Alpi trentine ed altoatesine, è anzitutto al fratelli del settentrione, specie a quelli che combattono sui nostri monti e ben presto sboccheranno vittoriosi nella pianura, che va il mio accorato e fiducioso saluto. Giovani trentini, militi confinari di tutta la storia dell’italianità, io so e vi vedo nelle vostre trincee montane, pronti alla ultima offensiva contro l’antico nemico e voi, forti alpigiani delle Dolomiti altoatesine, immagino come dominate i passi e sbarrerete le valli che i tedeschi dovranno ancora una volta risalire. Tra i combattenti, fra i caduti, fra i perseguitati la Democrazia cristiana è nobilmente rappresentata. Essi costituiscono la nostra gloria ed il pegno di un avvenire migliore. Ma il mio pensiero in questo momento si volge anche a tutte le larghe masse dei lavoratori e dei ceti medi nelle città e nelle campagne, dal mare di Genova alle Alpi valdostane, dalle mie Dolomiti al mare di Fiume. Forse essi hanno da attraversare ancora le giornate più aspre, e dopo la prova del fuoco, del sangue, delle distruzioni, si sentiranno come schiacciati dall’immenso problema del rimettere ordine, di fare giustizia in una lotta fratricida, di ricostituire la vita civile ed economica. La crisi, nonostante il generoso aiuto degli Alleati, sarà complessa e profonda. Invito alla concordia Nuovo appello sarà fatto ai vostri nervi, o amici settentrionali, all’equilibrio della vostra mente, alla saldezza del vostro cuore. In America, come radiotrasmette Don Sturzo – al quale va la gratitudine di tutti gli italiani per la preziosa opera che egli svolge – certa stampa ha creato l’opinione che la liberazione dell’Italia del Nord significhi la instaurazione di un governo rivoluzionarlo di parte. Io ho maggior fiducia nel vostro civismo e nel vostro senso della realtà. Credo invece che per parecchi mesi ancora sentirete tutti l’esigenza suprema di un governo democratico ricostruttivo e di emergenza e che la stessa vostra fraternità di armi e la vostra maggiore solidità organizzativa vi porteranno a reclamare che tale cooperazione, al governo e fuori, sia sincera, più fattiva, più completa. La pluralità dei partiti in Italia Certo essa esige che i partiti subordinino la loro propaganda alle necessità del paese, che rimandino ad altro tempo le rivendicazioni massime del loro programma particolare, che non pretendano di mettere le mani, a loro esclusivo vantaggio, su quel poco di organismo statale che si può ancora ricostruire perché esso deve essere democratico, cioè la casa di tutti i cittadini e di tutti gli italiani degni di questo nome. Ho visto che qualche giornale americano afferma che i nostri partiti sono troppi, per far fungere una democrazia. Certo in America il sistema dei due partiti è facilitato dal federalismo, dalle autonomie locali, da un concetto approfondito ed applicato delle libertà personali; ed in Inghilterra, ove esiste un solo deputato comunista e il laburismo ha assorbito il socialismo, subordinandolo alla organizzazione sindacale, la politica di coalizione è meno complicata. Ma la vita politica italiana subisce le sue particolari condizioni storiche che non può cancellare d’un colpo: tra le quali l’essere esistito in Italia un socialismo che nel suo fiorire si affacciò come movimento razionalista, materialista, e quindi anticristiano, e poi un comunismo che trasferì anche nel nostro Paese il suo patrimonio di dottrine marxiste e metodi leninisti. Molti socialisti d’oggi hanno fatto del cammino verso una più adeguata considerazione della realtà spirituale e della libertà, ciò che li potrà avviare alla democrazia; i capi comunisti proclamano rispetto alla religione ed alla Chiesa Cattolica e il loro programma contingente intitolano «democrazia progressiva». Rimane però sempre che noi in Italia non abbiamo da fare, come in Inghilterra, con un Partito laburista, il quale – come mi diceva recentemente un suo «leader» – benché non professi il cristianesimo, tuttavia lo suppone; ma con dei movimenti dottrinalmente ispirati a concezioni della vita in contrasto con l’idea cristiana o al di fuori di essa: e ciò rende meno agevole la costruzione di ponti e passerelle, per le quali assicurare una collaborazione politica. Averle tuttavia superate queste difficoltà e gettati i ponti, potrà essere attribuito a merito degli uomini politici italiani, se l’esito corrisponderà alle speranze; e comunque, poiché l’esperimento è una necessità di salute pubblica, ci darà almeno il diritto di essere giudicati con indulgenza e comprensione, anche in quei paesi anglosassoni ove tali contrasti ideologici non furono mai acuti. Non dittature ma libertà La mia impressione è che la maggioranza del popolo italiano, pur accogliendo o invocando un rinnovamento sostanziale della struttura economicosociale, non vuole andare né al «sistema» comunista né al «sistema» socialista. Inoltre mi pare chiaro che l’Italia non vuole nuove dittature né politiche, né economiche; vuole libertà, concrete libertà della famiglia, della scuola, del comune, della regione, del sindacato, della proprietà, della professione, della vita spirituale ed economica; oggi il popolo italiano vuole innanzi tutto «vivere, rivivere, rifarsi, risalire dallo abisso in cui è caduto»: l’unione dei partiti deve essere mantenuta appunto per aiutare il popolo a rimettersi in piedi ed a tale scopo supremo bisogna subordinare tutto, e propaganda e stampa e agitazione politica; ché se i partiti giocassero semplicemente a sopraffarsi, farebbero un gioco miserabile sul corpo mutilato ed esangue della patria. Ciò non deve avvenire e non avverrà! Per parte loro i democratici cristiani intendono servire il paese ed il popolo italiano, affinché esso risorga, si disciplini e, dalle isole al suoi mari, ridiventi uno. "} {"filename":"b53c0ea9-2ada-4ff7-8fed-ea3a821f2ff7.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Riprendendo la frase dell’Avanti «mettiamo da parte le questioni di dettaglio». Una telefonata di persona arrivata testè da New York, ci ha informato appena ieri che noi avremmo dovuto avere in mano, almeno nello stesso giorno, l’Avanti e una copia dell’edizione italiana del libro di Sturzo fatta stampare da Einaudi a New York. Il ritardo della consegna, dovuto ad una indisposizione del messo cortese che ci ha fatto credere che le varianti pubblicate dall’Avanti fossero da attribuirsi a difetto di traduzione dal testo inglese; né in verità potevamo immaginare qualcosa di diverso . Prendiamo atto, invece, che si trattava veramente di una edizione italiana, arrivata fresca di inchiostro dall’America, come affermava il direttore del giornale socialista. Ciò non annulla, naturalmente, le nostre osservazioni sulla data in cui il libro venne scritto, né modifica la nostra affermazione, basata su una lettera dello stesso Sturzo, che libro non può essere invocato né utilizzato come un intervento contro l’atteggiamento politico del partito democratico cristiano dopo la costituzione del ministero Bonomi. Lo conferma del resto lo stesso Pacciardi nella Voce Repubblicana di ieri sera, la quale dopo aver parlato della lettera di Sturzo aggiungeva: «è vero che dopo l’instaurazione del secondo governo Badoglio, don Sturzo non ha più fatto manifestazioni repubblicane ed ha seguito la politica ufficiale del partito. E se ne è sempre scusato dicendo che i suoi amici in Italia hanno responsabilità politiche che lui non ha e non intende di avere» . Prendiamo anche atto delle buone intenzioni di Nenni di non «voler porre in un pericolo la solidarietà ministeriale» ma solo di assolvere «una funzione di stimolo e di critica costruttiva». Ammettiamo anche che questa volta egli si è sforzato di rettificare il tiro, di moderare il passo, di temperare quel linguaggio ch’egli vantava maratiano, assumendo specialmente nelle repliche il tono di un buon figliolo. Ma, a parte le buone intenzioni e la migliorata classifica, torniamo a dire e ad affermare che il suo metodo di affrontare la questione di governo e il modo agitatorio di sfruttarla innanzi all’opinione pubblica non corrisponde allo spirito di un ministero, che oltre i ministri normali, comprende un consiglio di sette ministri senza portafoglio, rappresentanti i sei partiti, con lo scopo precipuo di comporre differenze, di elaborare direttive, di preparare ulteriori sviluppi. Non lo mette in pericolo? Forse che sì, forse che no; ma certo lo indebolisce. Fu specialmente la sua polemica, accanto ad altre agitazioni, che alla fine di settembre indusse il presidente Bonomi a mettere la questione di fiducia, perché ormai tutta la stampa neutra avversa e straniera parlava di crisi; ed oggi, i giornali come il Tempo e l’Italia nuova la fiutano di nuovo. Ed è fatale che quando in giornali che lo dovrebbero appoggiare, non si leggono che critiche e piani per l’avvenire senza che si affermi con altrettanto calore le ragioni che giustificano e rendono necessaria la pesante coalizione, il governo nella opinione pubblica e nelle masse perda terreno e apparisca come una passerella effimera e vacillante. Intendiamoci: noi non siamo i difensori di ufficio del ministero Bonomi, né ci mancherebbero i motivi e gli argomenti per dissociarsi pubblicamente dalla responsabilità più diretta di alcuni ministri. E forse ne guadagnerebbe la nostra propaganda perché potremmo dalle deficienze attuali infierire su uomini e programmi dell’indomani. Ma ne guadagnerebbe il paese che ha bisogno di solidarietà e di tregua per risolvere i problemi più acuti della guerra e della ricostruzione? A chi irride ai nostri scrupoli eccessivi e al nostro rifiuto di partecipare ad una politica agitatoria in questo momento rispondiamo con il senso di responsabilità che ci viene imposto dal sapere quale sia il fermento che agita oggi il paese. Qui sta il perno della situazione. La guerra non è cominciata, l’inverno è alle porte e il popolo invoca e reclama un governo forte capace di agire, d’accordo con gli alleati. A proposito di questi ultimi, l’Avanti dice che abbiamo fede nella solidarietà dei popoli. In questa solidarietà riponiamo anzitutto le nostre speranze per l’avvenire, ma sappiamo che la psicologia delle popolazioni americana ed inglese è molto complessa e delicata. Informazioni di amici e conoscitori e la lettura della stampa anglo americana ci confermano in questa persuasione. La nostra, quindi, non è paura, ma fondato timore. Contro una seconda nostra paura, quella di «ributtare persone rispettabili nella reazione», Nenni ci consiglia di usare l’argomento che la Repubblica significa pace interna, pacifica convivenza sociale. Rispondiamo che l’Avanti in tale materia potrà riuscire più utile di noi. Cerchi argomenti e prove per dimostrare che né socialisti né comunisti pensano più alla dittatura del proletariato, all’abolizione o alla riduzione del minimo della proprietà personale, alla socializzazione di tutti i mezzi di produzione, al socialismo e al comunismo, insomma, nella loro classica interezza; tranquillizzi quelle persone in buona fede circa la libertà personale, comunale, regionale, associativa e istituzionale e dia garanzie per la libertà spirituale e il rispetto dei suoi valori. Dimostri con il suo atteggiamento e con il suo insegnamento che i principi di ordine e autorità trovano in un governo del popolo la loro migliore e più equilibrata applicazione … e la paura sarà vinta! In quanto alla terza paura, non abbiamo avuto né abbiamo bisogno degli appelli socialisti per superarla. Il nostro programma passato e presente, le decisioni del nostro Consiglio nazionale per la riforma terriera, le nostre risoluzioni per la riforma sociale e sindacale (si ricordi tra l’altro il recente discorso del ministro del lavoro a Roma) ci esimono dall’accettare condizioni o ammonizioni a riguardo. Certo abbiamo le nostre idee, i nostri limiti. Quando ci chiedete la socializzazione coi consigli di fabbrica (cosa per cui Stalin vi mette in guardia) abbiamo delle riserve, gli emendamenti da presentare; quando ponete a condizione della riforma terriera una gestione collettiva delle terre noi chiediamo di distinguere e di non dimenticare che la nostra meta ove tecnicamente è possibile, è quella di costituire e aumentare la piccola proprietà. Precisato questo, le riforme anche le più ardite, anche le più profonde non ci fanno paura; ci fa paura solo l’impreparazione, la convulsione dei politici e delle masse inesperte, perché queste possono mettere in gioco non solo le riforme e quindi il progresso delle classi popolari, ma anche la libertà di tutti, la libertà che può andare perduta per un ritorno della reazione o per uno sviamento o per un nuovo smarrimento del popolo italiano. E nulla ci è più caro della libertà per poter rivivere, lavorare, produrre, ridivenire ancora un popolo che rispetta se stesso e si fa rispettare dagli altri. "} {"filename":"276bc153-8d9d-4169-bf68-5e5d57996aa9.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Intervistato dalla Reuter il Ministro De Gasperi, il quale appare uno dei più giovanili fra i capi politici italiani, benché sia stato già prima dell’altra guerra membro del Parlamento austro-ungarico, dove rappresentava il collegio elettorale di Trento , ha dichiarato che la frase «crisi di Governo» non si presta bene a definire l’attuale fase politica la quale è piuttosto fase di dissesto e di disagio tra i partiti al Governo. De Gasperi ha espresso il desiderio che l’estero giudichi questi avvenimenti con indulgenza: «I socialisti e i comunisti sono presenti al Governo per la prima volta nella nostra storia. Fino ad oggi essi sono stati sempre all’opposizione contro tutti i governi, e sono ancora oggi tentati di seguire il modello del loro passato» . Il Ministro ha detto che, poiché riteneva impossibile che certi manifesti, che si fanno risalire ai comunisti, provengano veramente dal partito di Togliatti , egli deve concludere che sia all’opera una quinta colonna per divulgare una simile letteratura. «Il partito Democratico Cristiano – ha dichiarato il Ministro – sente profondamente la necessità di sostenere l’autorità dello Stato e che è dovere di tutti accollarsi la propria parte di responsabilità. Il nostro disastro nazionale è grande; vi è un gran fermento che non è affatto necessario aggravare con un linguaggio eccitante: eventuali proteste dei partiti al Governo debbono essere fatte a mezzo dei loro Ministri in seno al Gabinetto e non esplodere attraverso la stampa». Il Ministro De Gasperi ha qui accennato al caso dell’Alto Commissario Scoccimarro , comunista, il quale dalle colonne dell’Avanti ha accusato alcuni Ministri di sabotare l’epurazione. Dopo aver messo in particolare rilievo l’attaccamento del suo partito al principio della libertà garantita dalla legge, S.E. De Gasperi ha detto: «Noi siamo preoccupatissimi ogni qual volta sentiamo inneggiare alla violenza e insultare la legge. Certi ricordi ci spaventano. È vero che il fascismo fu un movimento reazionario sostenuto dai profittatori della guerra scorsa, ma questa non è tutta la verità: il fascismo sfruttò anche le apprensioni di un popolo amante dell’ordine che guardava atterrito allo spettacolo di caos e di anarchia del 19». Interrogato se l’attuale momento sia paragonabile a quel periodo, De Gasperi ha risposto: «Gli avvenimenti attuali non sono paragonabili a ciò che accadde in quel sinistro periodo, ma molti temono che il seme delle frasi torbide possa germogliare la sovversione più tardi o non appena le Potenze occupanti avranno lasciato l’Italia. Il pubblico è turbato da fantasmi: alcuni temono un pronunciamento militare del tipo spagnolo, mentre altri tremano al pensiero di una dittatura rossa. Il mio parere è che non vi può essere alcuna prospettiva che il piccolo esercito italiano, ora sotto il controllo alleato, possa organizzare pronunciamenti tanto più che il Luogotenente del Regno trascorre una vita protocollare, interrotta soltanto da qualche intervista alla stampa che non gli reca giovamento. I partiti dell’estrema sinistra, d’altro canto, occupano un posto di osservazione in seno al governo, e perfino in seno all’amministrazione militare. Né d’altra parte ritengo probabile che si verifichino tentativi di impadronirsi del potere secondo la ricetta trotskista; più probabile è che lo sforzo sia diretto a conquistare il potere attraverso le forme democratiche. Il compito del nostro partito è di difendere la democrazia amante della libertà e procurare che il popolo italiano si liberi del veleno totalitario di qualsiasi colore esso possa essere». Il Ministro De Gasperi ha escluso tuttavia qualsiasi intenzione da parte sua di prendere posizione con un programma puramente anticomunista mettendo in rilievo che il suo partito intende arrivare molto più in là in materia di riforme sociali che non il partito popolare nello scorso dopoguerra. Per esempio, esso sostiene oggi lo spezzettamento di certe tenute coltivate, oltre quello di latifondi incolti. «Secondo l’idea socialista, il collettivismo deve essere la regola e la proprietà privata l’eccezione. Noi invece sosteniamo l’inverso; in pratica forse la differenza può non essere così grande come si crede. Riassumendo, noi siamo un partito di centro inteso a mantenere la coalizione dei partiti nel quadro della democrazia; condizione essenziale per raggiungere questo è che sia garantito il sistema della libertà». "} {"filename":"9bc4ee9a-23fc-4dfb-a5f3-fbda79607178.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Mette in chiaro anzitutto la circostanza di fatto, che il nostro messaggero inviato a Napoli-Bari portò come istruzione l’odg votato dalla Democrazia cristiana il 16 dicembre con relativo commento, uscito poi nel Popolo ; odg e commento di cui il delegato soc[ialista] ha già ammesso che stavano entro il margine della interpretazione lecita; né l’uno né l’altro possono quindi essere invocati per giustificare l’atteggiamento socialista. Ciò premesso, bisogna pure ammettere che la questione interpretativa dell’odg 16 ottobre è già stata superata dal P[artito] s[ocialista] stesso. Qualsiasi sia infatti il significato della formula «tutti i poteri», è incontrastato che essa supponeva una, come diceva l’Unità sul numero 28, «dignitosa transazione» col re . Ora, come si concilia con tale transazione il linguaggio dell’apostrofato Avanti che già il 30 dicembre scrive: «la monarchia è oggi in Italia un oggetto di scandalo e di divisione e deve sparire e sparirà […] colle buone o colle cattive» ? E, polemizzando con Croce: «La Costituente sarà a suo tempo invitata ad ordinare l’arresto di V[ittorio] E[manule]»? Nello stesso giornale poi si lancia un appello alle masse popolari meridionali: «Tempo è che parli il popolo di Napoli, Bari, Palermo, senza attendere la liberazione di Roma … creando un governo capace di scuotere le latenti energie del paese». Come si concilia questo appello coll’odg 16 ottobre per il governo straordinario di Roma ? Come si concilia soprattutto la proposta fatta al congresso di Bari dai tre partiti il 28 gennaio per un’assemblea-convenzione e per mettere il re in stato d’accusa? Socialisti: Non è stata ispirata da noi. Ne prendo atto, ma voi vi siete poi identificati nel vostro odg con essa. Intanto a Bari non s’è fatto il governo e invece avviene lo sbarco a Nettuno. Ecco allora l’Avanti trasferire qui le sue speranze e (n. 7 febbraio) dopo aver imprecato alla monarchia «stillante tradimento» fare appello al popolo di Roma: «Il popolo di Roma sa che questo ostacolo (la monarchia) deve essere scartato e lo scarterà … le armi sono già pronte, gli animi son preparati, l’ora di Roma sta per scoccare». E nel numero seguente (14 febbraio) s’insiste sull’«azione di massa» e si auspica la «grande battaglia, avente per solo e vero protagonista il popolo», siamo ben lontani dal clima della transazione e della soluzione evolutiva! Come poteva l’Avanti nello stesso numero fare lo scandalizzato per commenti altrui? Anche nel numero seguente (26 febbraio) si legge: «Il problema del potere si porrà dal momento – ormai prossimo – in cui le circostanze militari permetteranno al popolo romano di intervenire autonomamente nella lotta» . E qui per la prima volta si avvenne ad un dileguarsi quasi anche della visione della costituente, perché verrebbe differito fino a pace conclusa e allo sgombero degli anglo-americani perché, afferma l’Avanti, «non possiamo risolvere il problema istituzionale in Italia sotto la protezione, la tutela e la minaccia di baionette straniere anche se amiche, e questa volontà (del popolo) non potrà esprimersi prima che il Paese sia liberato» . Mentre l’odg del 16 ott. puntava sulla costituente «al cessare delle ostilità» qui nell’Avanti e anche in un odg del comitato di Milano la costituente perde l’attrattiva della vicinanza e viene delegata a più tardi. E con una nota parafrasi di Trotzky e anche di Mussolini («Tutto il potere al fascismo») l’Avanti lancia la parola «tutti i poteri al Cln» . In questa vicenda dal 16 ott. ad oggi il metodo rivoluzionario guadagna nella propaganda socialista sempre più terreno contro il procedimento democratico ed evolutivo, onde il presidente è in pieno diritto di rilevare tale contrasto. Non temo la parola rivoluzione, ne ho piuttosto fastidio dopo vent’anni che il fascismo, richiamandosi al diritto della rivoluzione, ha commesso tante soperchierie e violato i diritti dei cittadini, ad ogni modo la vera rivoluzione è la costituente. In quanto al gesto insurrezionale, al putsch sarà permesso di ricordare ai socialisti la tesi di Lenin «non giuocate mai con l’insurrezione e quando si comincia andate fino in fondo»? Volete fare la marcia in Roma amministrata dall’Amgot ? O una marcia da Roma in un paese occupato dagli anglosassoni? Comprometterete la causa comune; tanto più che non avete cura di evitare sospetti e in un commento al discorso Smuts (Avanti, 30 dicembre 1943) schernite i borghesi che ripongono tutte le speranze negli anglosassoni, mentre gli operai sapranno tuttavia trovare la strada della solidarietà socialista e i vostri amici del mezzogiorno tentano di fare lo sciopero simbolico contro Churchill. Ma dove cercherete voi appoggio, in Tito, nella Jugoslavia, contro la quale dovremo difendere palmo a palmo il nostro territorio in Adriatico? Comunque di tali errori non vogliamo essere corresponsabili; né lo deve essere il Cln. I d.c. sono per la soluzione democratica, perché sanno che il popolo vuole la libertà, cioè essere padrone in casa sua e ciò gli può venir garantito in via pacifica con la costituente, ove il rinnovamento deve venire dalle forze interne di autodisciplina e di autogoverno. Tuttavia conclude per l’unità del comitato, perché il Cln ha più vasti compiti che quelli eventuali d’una formazione di governo ed è divenuto l’espressione di una speranza e un travaglio comune …: la guerra, la ricostruzione, la costituente. Del resto chi sa che le sorprese degli avvenimenti non ci costringano a collaborare anche al governo, nonostante la diversità del metodo? Noi lo auspichiamo, purché siano ben chiare le responsabilità. "} {"filename":"e5151fbd-0b09-4e5c-b081-dbee180bfff3.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"N[enni] è stato assai sensibile alle interpretazioni dell’odg del 16 ott. E alle manifestazioni del P[artito] L[iberale] e del P[artito] D[emocratico] C[ristiano]. Noi siamo stati assai indulgenti alle interpretazioni e alle manifestazioni del P[artito] S[ocialista]. Personalmente ho sempre considerato infelice la formulazione dell’odg del 16 ottobre. Ma una cosa è sempre stata certa, per tutti: che avremmo dovuto fare un negoziato, una transazione con il re. Invece l’Avanti ha adottato un linguaggio che ripugna all’idea di una transazione. Quindi cita numerosi brani dell’Avanti successivi al 16 ottobre con i quali si attacca aspramente la monarchia. Quindi continua: «Lo stesso P[artito] S[ocialista] ha oltrepassato e superato l’odg del 16 ottobre con le proposte da esso avanzate al Congresso di Bari: di comitato sedente in permanenza, di incriminazione del re ecc…». […] Ora è chiaro che se fosse riuscito il colpo di fare la Convenzione a Bari, ecco che il Cln non avrebbe più potuto fare la transazione prevista con l’odg del 16 ottobre. Quindi siete stati voi stessi a sorpassare quell’ordine del giorno. Poi, dopo lo sbarco a Nettuno, gli articoli sono diventati ancora più violenti contro la monarchia. Cita brani di articoli dell’Avanti. Passa quindi ad analizzare l’odg del P[artito] S[ocialista] e rileva che è difficile distinguere in esso la parte in cui si indica una posizione propria del P[artito] S[ocialista] e la parte in cui si indica la posizione in cui il P[artito] S[ocialista] vuol portare il Cln: e cita ad esempio quella parte dell’odg del P[artito] S[ocialista] in cui si dice che la lotta odierna è lotta per la repubblica e per il socialismo. Cita quindi altri successivi articoli dell’Avanti, dove si avanza la formula: tutti i poteri al Cln e rileva che si tratta di formula di evidente carattere rivoluzionario, che ricorda quelle analoghe già usate da Trotzky, da Mussolini, a fini rivoluzionari; e rileva che anch’essa oltrepassa l’odg del 16 ottobre. Cita quindi un altro articolo dell’Avanti da cui sembrerebbe che, nel pensiero del P[artito] S[ocialista], la Costituente non sia un obiettivo che importi raggiungere al più presto possibile, ma che esso debba aver luogo dopo che l’ultimo soldato straniero abbia lasciato il nostro paese. E continua: «La mia impressione è quindi come se voi aveste a un certo momento perso fiducia nella formazione del governo come lo si pensava il 16 ottobre: e che preferiate, attendiate, un governo che sorga con un crisma rivoluzionario. È il dilemma che ha indicato il Presidente. O si vuole che il governo sorga con il crisma della legalità ed allora non si può che accettare l’investitura regia, o la si rifiuta ed allora il governo non può sorgere che da un’investitura rivoluzionaria. Ora, noi non abbiamo paura della Rivoluzione: ma, ve lo dico francamente, è una parola che ci infastidisce dopo aver sentito per tanti anni parlare di “rivoluzione” fascista, e dopo aver sentito giustificare tutti i misfatti del fascismo in nome della “rivoluzione”. Non temiamo la rivoluzione: ma quel che noi vogliamo non è la rivoluzione, è la Libertà. E qui qualcosa ci divide nel metodo. Noi vogliamo salvare il metodo della democrazia; voi parlate di democrazia, ma tenete in riserva il colpo di mano. E allora o ogni partito deve imporsi dei freni per lavorare insieme, oppure – poiché questo non si è fatto – dobbiamo constatare apertamente di non essere in accordo su questi problemi. Comunque, credete possibile un atto rivoluzionario in una città sottoposta all’“Amgot”, e contro un governo che è mancipio degli alleati? E diciamo pure che voi vi siete resi sospetti al governo inglese. Questo vale per chi ha proclamato lo sciopero di polemica contro Churchill, e per chi ha scritto in un giornale: “la borghesia italiana aspetta gli inglesi per salvarsi”, e per chi ha avuto l’idea di far venire a Napoli, per partecipare al comizio, un rappresentante di Tito. Non sembra dunque che vi siano le possibilità obiettive per la rivoluzione. E allora, se la rivoluzione non è possibile, perché tentarla? Perché parlarne? Lenin disse che non si può giocare con l’insurrezione; e che quando la si comincia bisogna andare fino in fondo. In realtà l’esigenza fondamentale del nostro paese è che si torni alla democrazia, che si chiuda il ciclo di rivoluzioni e di controrivoluzioni: anche le più ardite riforme sociali possono farsi senza la rivoluzione. Certo, anch’io sarei per la rivoluzione: ma solo il giorno in cui mi vedessi chiusa ogni altra via; solo il giorno in cui mi fosse negata la Costituente». E conclude: «Dunque prendo atto che queste differenze fra noi esistono; ma che in tutti noi, ed anche in N[enni], vi è la comune coscienza che non possiamo spingerle fino a distruggere la nostra unità. E soprattutto che è inutile farlo prima del tempo. Le scissioni si imporranno da sé quando saranno necessarie. Quindi la mia conclusione è: non sciogliamo il Comitato, ma prendiamo atto delle dichiarazioni del Presidente e degli altri, e continuiamo l’opera per la quale il Paese guarda a questo Comitato». […] Anch’io ritengo necessario un nuovo odg . […] Non si può non prendere atto delle nostre divergenze. [Nel corso del dibattito, Nenni aveva presentato una propria bozza di ordine del giorno nella quale, tra le altre cose si leggeva: «con esclusione degli istituti e degli interessi e degli uomini corresponsabili del fascismo» ]. Dichiarano [De Gasperi e Ruini] di non poter accettare la parola «istituti» . "} {"filename":"889c89fd-8071-48a9-9655-54c9266b46c4.txt","exact_year":1944,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"[Sia Togliatti che Brosio avevano rivolto un appello a tutti i partiti per appoggiare il governo Bonomi ad evitare la crisi, soprattutto al Partito socialista e al Partito d’azione]. Non ha molto da dire perché la posizione dei democratici cristiani è stata quanto mai chiara. [Nenni chiedeva a De Gasperi di chiarire la sua posizione nei confronti di un governo a tre, con l’esclusione di socialcomunisti e del Partito d’azione]. In politica non si va avanti per ipotesi. Ormai su Bonomi c’è l’adesione di quattro partiti ed è inutile pensare più all’ipotesi di tre. [Nenni replicava che l’adesione di Togliatti aveva di fatto seguito la disponibilità dei democristiani ad andare ad un governo a tre]. Questi sono affari di Togliatti. [Nenni e Lussu dichiaravano di essere disposti ad accettare qualsiasi uomo purché non si trattasse di Bonomi. Avanzavano così l’ipotesi della candidatura di De Gasperi o di Ruini]. Risponde per quanto riguarda il suo nome. Sino a che Bonomi ha la possibilità di condurre avanti l’incarico, lui non consentirà mai che venga messa in discussione la sua candidatura. [Nenni affermava che se gli altri partiti fossero stati disposti a sfiduciare Bonomi, lui lo avrebbe fatto]. No: riconosce le debolezze e le insufficienze del governo passato ma né lui né il proprio partito hanno mai fatto discussione sulla persona del presidente. Bonomi ha forse fatto l’errore formale dell’apertura della crisi; ma egli credeva di avere immediato l’incarico e che quindi non sarebbe stato possibile di riaprire in questa circostanza la discussione sui problemi istituzionali. E come potrebbe ritirare l’appoggio a Bonomi ora che questi è sostenuto anche da un altro partito e cioè da quello comunista? [Togliatti riconosceva che non era mai esistita una maggioranza contro Bonomi e sosteneva l’inopportunità di sollevare nuovamente la questione istituzionale, rivolgendosi a Lussu e Nenni]. È persuaso che un governo insieme ai socialisti sarebbe augurabile; ma un governo in cui sono rappresentate le tre grandi correnti: liberale, democratica cristiana e comunista, rappresenta una situazione di equilibrio migliore di quella del governo a sei. Noi daremo la prova che le vostre prevenzioni (rivolto a Nenni e Lussu) erano errate e tra qualche settimana voi dovrete lealmente riconoscerlo . "} {"filename":"78eff468-7686-47b2-87aa-b3fb55fd4dec.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Ho anzitutto l’obbligo di ringraziare l’onorevole Presidente di quest’Assemblea consultiva e il signor Presidente del Consiglio per l’autorevole appoggio morale che essi da questi banchi vollero dare alla mia missione a Londra. Essi si fecero veramente interpreti di un paese pieno di apprensioni e di ansie per il suo avvenire, di un paese ben consapevole delle responsabilità che dovevamo affrontare e delle difficoltà che colpe e risentimenti di un passato non nostro accumulavano contro di noi. In verità, non vi è stato forse mai, nella storia d’Italia, ministro degli esteri che in una conferenza mondiale potesse contare così poco sulle risorse della manovra o dell’abilità diplomatica o sugli argomenti della forza o della concorrenza internazionale. Vi erano due soli argomenti che potevano dar forza al nostro discorso: l’uno che eravamo pronti a fare dei sacrifici per arrivare a un compromesso con la Jugoslavia su basi quanto più possibile giuste ed oggettive, l’altro che eravamo fermamente decisi a non accettare soluzioni che nessun Governo democratico in Italia avrebbe potuto firmare. (Vivissimi applausi). Ho detto questo innanzi agli Alleati con tutta schiettezza e verità dichiarando che sapevamo d’infliggere con ciò involontariamente ai nostri fratelli italiani che restassero al di là della nuova frontiera una dolorosa ferita, ma che assumevamo tuttavia questa pesante responsabilità purché Fiume potesse riprendere la sua storica autonomia e Zara e altre minoranze avessero uno statuto di garanzie scolastiche, linguistiche e amministrative, quali noi intendiamo assicurare alle minoranze slave che rimanessero entro il nostro confine. Voi avete notizia della decisione di massima del Consiglio dei Cinque: i sostituti sono incaricati di ricercare, anche con investigazioni sul luogo, una linea di frontiera che segua come criterio principale la linea linguistica e inoltre di organizzare a Trieste un regime del porto che abbia tutte le garanzie di un porto aperto a tutto il commercio internazionale. Con ciò noi crediamo che siano stati fissati dei criteri che assicurano tutte le nostre esigenze vitali, cioè italianità di Gorizia e Trieste e degli altri centri abitati italiani, senza trascurare particolari esigenze economiche che furono enunciate non solo nel mio discorso in Consiglio e nei memorandum della Delegazione, ma furono anche, a quanto ci consta, oggetto di considerazione e comprensione nei dibattiti che precedettero la decisione. Che il porto di Trieste venga posto sotto controllo di tutti gli Stati interessati, era un postulato che io stesso avevo previsto, quando avevo parlato di franchigie e cooperazione internazionale nell’amministrazione del porto, a condizione però che si elimini ogni concorrenza perniciosa fra Trieste e Fiume e si stabilisca un controllo sulla rete ferroviaria dello hinterland. In quanto alla linea etnica gli americani dovrebbero avere negli archivi dello State Department i dati statistici raccolti nel 1918-19 dal maggiore Johnson per ordine di Wilson e che servirono appunto a tracciare la cosiddetta linea Wilson : queste statistiche ed altre nuove più recenti potranno appoggiare le ricerche locali. Ho fatto appello nello stesso Consiglio e ho insistito con i ministri degli Alleati perché tali investigazioni si potessero fare in un clima di libertà e di mutua tolleranza fra le due nazioni e ho chiesto che la commissione da inviare sul luogo avesse anche l’incarico di intervenire perché si applicasse nella sua integrità l’accordo Alexander-Tito , si eseguissero i rimpatri previsti e venissero eliminate le disastrose conseguenze economiche della linea provvisoria di occupazione, che spezza in due un complesso economico-industriale, causando disoccupazione e miserie. Da questo banco io rinnovo questo appello e lo rivolgo anche agli jugoslavi nella speranza che siffatta collaborazione di carattere sociale-umanitario sia come un’introduzione a quella cooperazione internazionale che i due popoli dovranno svolgere nel quadro della democrazia e della pace adriatica. (Vivi applausi). La questione delle colonie è stata rimessa ai sostituti con la direttiva di porre per base un progetto americano (di cui non s’è pubblicato il testo) e di prendere in considerazione le vedute espresse dalle altre delegazioni. Ho fatto rilevare nel colloquio con Byrnes che a noi si era offerto il modo di dire il nostro parere e il Segretario di Stato mi rispose che potevamo fare le nostre osservazioni in iscritto. Lo abbiamo fatto e lo faremo in tutto questo periodo che ci separa dalle decisioni finali. Il ministro Bidault ha dichiarato apertamente nella stampa di non trovar giusto che ci si privi di tutte le nostre colonie e sappiamo che molti altri Stati delle Nazioni Unite sono di questo parere. Per noi il problema coloniale non è una questione imperiale, ma un problema di carattere sociale. (Approvazioni). Cinquant’anni di lavoro e di larghi investimenti non debbono andar perduti per i progressi del mondo; i 120.000 italiani della Libia, i 77.000 italiani dell’Eritrea non erano amministratori del lavoro altrui, almeno nella grande maggioranza, ma organizzatori del proprio lavoro. Certo il popolo italiano, ricco delle sue braccia numerose, ha bisogno di altri sbocchi per la sua emigrazione, e li ha cercati e li cercherà nuovamente nel nuovo sforzo di ricostruzione del mondo. Ma è saggio organizzare la vita coloniale in Africa in modo da escluderne il popolo italiano o da rendergli più difficile il suo compito proprio nel momento in cui, per la corrente democratica che lo pervade, è il più disposto a preparare l’autogoverno coloniale? Noi siamo per voi, mi diceva recentemente il principe Karamanlis di Tripoli, perché sappiamo che, quando sarà venuto il momento, voi italiani sarete i meglio disposti per aiutarci a costituire un regime libero. Un ricordo particolare alla mia simpatica sosta in Francia. Nel colloquio con il generale de Gaulle ho sentito la volontà di quel grande paese di fare una politica universalista e in particolare di amichevole collaborazione con noi. Ho fiducia che tale volontà reciproca ci farà superare le difficoltà di dettaglio che si presentassero e che il lavoro italiano sarà il vincolo più efficace della nostra amicizia. (Vive approvazioni). Devo anche constatare con piacere che le dicerie interessate che dipingevano la Francia come nostra antagonista circa il Brennero non hanno alcun reale fondamento. (Vivissimi applausi). Amici, la via che dobbiamo seguire per giungere alla pace è ancora dura e piena di pericoli. Non ci facciamo illusioni, ma nemmeno ci lasceremo scoraggiare. Per usare un paragone di vecchio alpinista, ho l’impressione di aver passato con grande tensione di energia e di muscoli il primo cammino; ma ce ne sono due o tre altri, prima di giungere alla cima. Io credo, fermamente credo che ci arriveremo, se pur non si spezza la corda a cui siamo aggrappati, e questa è la corda della forza e della concordia del popolo italiano. (Vivissimi, prolungati applausi). Ho sentito in questi giorni, trovandomi in mezzo al mondo internazionale, che questa sola è la nostra forza: la forza del lavoro e della cultura italiana, associate nella consapevolezza della nostra particolare civiltà. Questo ho avvertito, tanto trovandomi nel salotto intellettuale di Londra, come in un campo di concentramento di prigionieri italiani che chiedono disperatamente di ritornare, come nello sforzo solidale dei miei collaboratori nelle varie ambasciate. Questo vogliamo affermare anche qui con un atto di fede, di risolutezza, di volontà. Permettete infine che, in un momento in cui riprende la minaccia delle gelosie e delle avidità internazionali, questa povera ma sinceramente democratica Italia, elevandosi nella sfera dell’ideale, ricordi che tutti si sono impegnati a rinunziare a ingrandimenti territoriali, e ripeta, con richiamo al testamento di Roosevelt – e vorrei che la mia voce giungesse al di là dell’oceano – questa affermazione solenne: l’Italia riconosce che una pace giusta e feconda può essere fondata soltanto sui principi e sugli scopi per la realizzazione dei quali le Nazioni Unite hanno combattuto la guerra; ed in particolare sul rispetto del diritto internazionale, sulla fede nella dignità, nel valore e nei diritti della persona umana, e sull’aspirazione a che siano assicurate presso tutte le nazioni le libertà umane essenziali, cioè la libertà di parola, la libertà di religione, la libertà dal bisogno che garantisca una vita sana e pacifica agli abitanti di ogni paese, in ogni parte del mondo, e la libertà dal timore di ogni atto di aggressione da parte di qualsiasi paese contro qualsiasi altro. Le quattro libertà! Questa – ha detto Roosevelt nel momento di proclamarle – non è la visione di una utopia lontana. Facciamo che nessuno ne possa dubitare! (Vivissimi, generali, prolungati applausi – Moltissime congratulazioni). "} {"filename":"1bf3e84e-b684-4ee0-8b47-4e9866acd1dd.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"De Gasperi chiede che sia ufficialmente comunicato all’on. Grandi una deplorazione per aver messo il partito nella condizione di non poter discutere preventivamente la bozza di Statuto confederale che egli ritiene assolutamente pernicioso per la nostra organizzazione, dato il carattere centralista di tutta la struttura statutaria . Ritiene opportuno che la organizzazione della Federazione dei coltivatori diretti sia mantenuta, in attesa che siano chiariti i rapporti tra federazione e Cgil. "} {"filename":"9ead9adf-93ee-4e46-af41-ee7394968977.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"L’opera del governo per la liberazione A conclusione dei lavori del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana, il segretario politico on. De Gasperi ha pronunciato un importante discorso. Parlando anzitutto dell’azione del governo, De Gasperi ha detto che occorre far giustizia a tante critiche superficiali ed avventate. Non si può disconoscere che il governo ha fatto e fa un lavoro serio, coraggioso, affrontando con misure radicali i pericoli della difficilissima situazione economica e finanziaria: si pensi allo sforzo intrapreso per il risanamento del bilancio, deliberando miliardi di tasse e contributi, riducendo al suo costo effettivo il prezzo del pane, misura che in altri tempi provocò la caduta di un ministero e lo scioglimento della camera, e preparando misure incisive per arrestare la svalutazione della moneta. D’altro canto, dopo faticose trattative coi delegati degli interessati e coll’assistenza della confederazione del lavoro (qui l’oratore apre una parentesi per ringraziare l’on. Di Vittorio e la sua cooperazione mentre Grandi stesso il giorno prima aveva a nome della confederazione espresso il suo riconoscimento e gratitudine ai ministri) si è riusciti a superare senza scosse le agitazioni per gli aumenti salariali, e degli stipendi. De Gasperi a questo punto ha fatto un esplicito accenno all’attività che il presidente del Consiglio dedica infaticabilmente alla rinascita del paese, e all’opera particolare degli on. Soleri e Gronchi svolta nelle trattative sugli stipendi e sui salari. Questo «governo di ordinaria amministrazione» (come viene definito dalle opposizioni) oltre ai provvedimenti finanziari, ha dato opera alla preparazione della Consulta e delle elezioni amministrative e ha concesso alle donne il diritto di voto riuscendo a fare quella riforma che non avevano potuto concludere i numerosi dibattiti dei parlamentari prefascisti. De Gasperi ha insistito sulla importanza di quest’ultimo risultato raccomandando al consiglio di lavorare intensamente per far comprendere alle donne l’importanza del diritto loro riconosciuto. Dopo aver parlato dell’epurazione che, almeno per quello che concerne i funzionari più alti ha avuto notevole applicazione, De Gasperi ricorda i numerosi uffici e le varie commissioni che vi partecipano concludendo che se nell’Italia liberata scarseggiano le sanzioni che saranno inevitabili, del nord sono infondate le affermazioni ch’esista un sistematico e voluto sabotaggio dell’applicazione della legge, come si è insinuato all’estero, e che i seguaci di Mussolini siano addirittura trincerati nell’alta burocrazia per organizzare tale sabotaggio ottenendo l’appoggio di «bande armate fasciste». Passando alle prospettive del prossimo avvenire, l’oratore dice che avvicinandosi il giorno della liberazione totale crescono le speranze e ad un tempo le preoccupazioni sulla nostra evoluzione politica interna. La strategia dei comunisti Non vi è dubbio che nel triangolo Milano-Torino-Genova, ove esiste un’inflazione del proletariato industriale accresciutosi durante la guerra da nuove reclute venute dai campi e non diminuite, come le classi rurali, dai richiami militari sono concentrati degli elementi attivisti che potranno influire notevolmente sulla piega degli avvenimenti politici. Qui e in tutta l’Italia settentrionale la corrente comune a tutti gli italiani antinazisti e antifascisti si muove verso la libertà politica e lo Stato democratico. Qui si battono liberali e socialisti, di centro e di estrema uniti nel proposito di riconquistarsi, e per sempre, la libertà del metodo democratico. E siamo ben orgogliosi di aver potuto constatare per notizie sicure portateci anche recentemente, che gli uomini e le donne del nostro pensiero non sono secondi a nessuno nel combattimento, nella sopportazione e soprattutto negli atti più generosi di fraterna solidarietà. Oppressi da una dittatura sanguinaria, perseguitati da un nemico inesorabile, essi resistono nella speranza di costruire per se stessi e per i loro figli una nuova Italia, nella quale siano garantite ad ognuno le libertà essenziali e sia creato un organismo statale che escluda per sempre il ritorno dell’oppressione politica, economica e sociale. Ma domani, cessata la guerra, ritornata la sicurezza, resteremo tutti fedeli a questo principio di democrazia? E c’è veramente l’accordo ben chiaro e definito sul metodo e sul criterio fondamentale per costruire il nuovo Stato? Coloro che sono cresciuti alla scuola del marxismo, che prevede la conquista proletaria e la dittatura di classe, hanno tutti accettato la nuova tattica democratica? L’Avanti! in una recente polemica si è rifiutato di dichiararsi esplicitamente contro la guerra civile e un altro partito, pure al di fuori del marxismo, in occasione della giornata del soldato e del partigiano l’ha addirittura proclamata e invocata. Un odg del Partito socialista di Milano, che pure ama talvolta scostarsi dal comunismo in nome dei metodi democratici, non nasconde che aderendo per ora «alla politica del Cln non intende perciò di sospendere la azione di classe che ha il compito di promuovere e di guidare fino alla distruzione del sistema economico su cui si fonda il dominio di classe della borghesia» (Avanti!, 7 febbraio) . E qui si identifica Stato borghese con Stato liberale e demofascista. In siffatte manifestazioni programmatiche si cercherà invano l’assicurazione tranquillizzante che le mete vicine o lontane dovranno essere cercate e raggiunte solo col metodo pacifico della consultazione popolare e delle decisioni dei corpi democratici elettivi. Si parla ovunque di moto a sinistra e democrazia; al di là delle frasi fatte e delle proclamazioni sonore i democratici cristiani devono indagare come siano considerate e garantite quelle che si possono definire le certezze essenziali della nostra civiltà cristiana ed occidentale: la dignità della persona e il libero sviluppo della sua azione, lo spazio vitale della famiglia, le autonomie delle varie società intermedie che svolgono la loro azione sul libero terreno che intercorre fra l’individuo e lo Stato, le organiche e articolate libertà degli enti locali e regionali, il metodo democratico attuato nelle consultazioni popolari e nei corpi rappresentativi ed infine un rispetto per un clima di spiritualità che conservando e alimentando le leggi della coscienza morale conservi e alimenti l’anima delle istituzioni preservandole dalla corruzione. Il programma della Dc Ecco, osserva l’oratore, perché nel nostro programma e nelle nostre preoccupazioni i problemi dello spirito e della morale hanno un posto assolutamente discriminante. Noi potremmo collaborare con filosofi idealisti o materialisti nelle pratiche soluzioni di molti problemi sociali; noi potremmo camminare per lungo tratto verso le più audaci riforme coi socialcomunisti, ma in nessuna misura potremmo confonderci con ideologie e concezioni della vita che combattono il cristianesimo o astraggano da esso; e nella concezione generale della politica e della vita sociale rimarrà sempre tra noi e gli altri la discriminante che da un secolo divide il positivismo dallo spiritualismo e il marxismo dalle dottrine cristiano-sociali. I democratici cristiani hanno il dovere di non falsificare e dissimulare i loro connotati e di non portare nelle menti ignare confusione dei principii. Bisogna essere onesti, coraggiosi e fieri delle proprie convinzioni. È vero, l’ora tragica che attraversiamo impone ai democratici cristiani come agli altri il dovere di accentuare i motivi che li uniscono, e a tale linea di condotta che abbiamo seguito durante tutta la guerra dovremo rimanere fedeli per lungo tempo ancora, tuttavia sarebbe cecità colpevole il non vedere che nei momenti delle grandi decisioni sono sempre le idee essenziali che guidano più o meno consapevolmente le sorti dei popoli. La propaganda del partito deve tener conto di queste due esigenze: l’una dettata dalle contingenze della realtà politica, l’altra dalle doverose preoccupazioni della nostra politica. Qualche cosa il segretario politico osserva sul nostro stile. Durante il periodo delle cospirazioni e più ancora là ove i nostri combattono ancora contro i tirannici dominatori, la Democrazia cristiana ha preso veste, gesto e anima di combattimento. Bisogna che questo stile più duro, più deciso, proprio di chi è esposto al sacrificio, permanga anche al di là del periodo clandestino e della guerriglia. Si fa un gran parlare dei mezzi finanziari di cui dispongono le organizzazioni di altri partiti. Inutile indagare se e quanto ciò sia vero o non vero, ma è certo vero che alcuni partiti estremi possono servire ai democratici cristiani di esempio per la loro combattività, per lo spirito di abnegazione che li anima e per l’assoluta disciplina che li lega. Se si presume di concorrere con questa gente mantenendo i metodi di pavidità che furono propri di certi ambienti borghesi-clericali d’un tempo, si rimarrà ben presto in coda e si morderà certamente la polvere. Come si è combattuto ieri, così bisognerà battersi domani: colla forza della disciplina, colla fermezza delle convinzioni, colla volontà inesorabile di raggiungere la meta. E purtroppo tra coloro che peccano di settarismo e di indisciplina vi sono anche alcuni giovanissimi che si dicono mossi dal desiderio di colpire ciò che esiste soltanto nella loro fantasia. «Abbiamo finora sopportato – dice De Gasperi – considerando questi come mali passeggeri e come residuo di malcostume politico; ma è giunto il tempo di recidere senza esitazione questa mala pianta che si avviticchia intorno all’albero maestoso della Democrazia cristiana. Io vi chiedo la facoltà di prendere le disposizioni più spicciative perché le male piante non deturpino la bellezza del nostro sforzo». L’assemblea applaude unanime a quest’importanza preminente della disciplina in un momento così anormale, e l’oratore conclude invitando i membri del consiglio e tutti gli iscritti al partito ad avere e dimostrare un grande spirito di sacrificio, condizione indispensabile per vincere la nostra battaglia. "} {"filename":"f98806fe-0be9-4933-87e4-f8c75a4bdfec.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Il segretario politico De Gasperi riferisce sulle impressioni ed i risultati del suo recente viaggio in Alta Italia . Rileva che, anzitutto, preoccupato delle questioni confinarie, aveva visitato l’Alto Adige, il Friuli e mantenuto costanti rapporti e trattative con delegazioni provenienti dalla Valle d’Aosta e dalla zona toccata dalle operazioni francesi. Egli aveva potuto così constatare sul luogo la complessità dei problemi sorti lungo i nostri territori contestati. Ad Udine ebbe dai numerosi profughi rifugiatisi in quella città ed in altri centri al di qua dell’Isonzo, la conferma del terrore che aveva invaso le terre adriatiche e della crudezza dei provvedimenti presi dalle truppe e dai partigiani jugoslavi. Grandi movimenti militari verso queste frontiere indicavano anche visualmente come la regione ad oriente ed a nord di Trieste e fin dentro le vecchie province austriache si trovasse in situazione fluida. A Bolzano la situazione appariva più complicata di quanto si immaginasse, soprattutto per il disorientamento psicologico e politico della popolazione di origine tedesca, alla quale si andava dicendo che l’Italia aveva già rinunciato a quelle terre e che si sarebbe avuta una occupazione militare diversa da quella degli alleati anglo-americani. È caratteristico che, prima ancora che arrivassero le truppe americane, l’ex prefetto di Bolzano, l’on. Tinzl , facesse le consegne della cassa della sua amministrazione ad un capitano Clairval che, assieme ad un altro tenente dell’Ufficio informazioni francese, veniva considerato in Bolzano «missione francese» . Molti elementi di lingua tedesca che erano stati perseguitati dai nazisti ed erano, come gli italiani, vittime della guerra hitleriana, sono disposti amichevolmente verso l’Italia e non attendono che l’affermazione della sua rinnovata forza democratica; ma è necessario che, dopo sì lungo tempo di errori e di dimenticanze, l’Italia vi sia presente come rappresentante di civiltà, di giustizia e di equiparazione nazionale, cancellando un passato di dominazione totalitaria. Il problema degli optanti è anch’esso non facile a risolvere con un solo tratto di penna; bisogna sottoporlo ad una revisione accurata per distinguere quelli che furono oggetto di irresistibile coazione da quelli che scelsero liberamente la via della Germania. La terza questione in rapporto all’occupazione francese, a parte le pretese inofficiali di rettifiche e raggiustamenti di frontiera, si chiama questione della Val d’Aosta. La Val d’Aosta è non solo una Valle ove l’elemento francese è urtato in seguito al trattamento usato dal regime fascista e, atterrito dagli effetti della centralizzazione dello Stato totalitario, aspira ad una vasta autonomia regionale, ma è anche una valle ove gli stabilimenti della Ansaldo Cogne rappresentano degli investimenti che si aggirano sul miliardo e dove, accanto alle miniere, esistono potenti impianti idroelettrici e altre acque ancora utilizzabili, senza parlare delle officine siderurgiche e delle miniere di antracite. È un problema quindi anche di carattere economico. Il Comitato di liberazione nazionale Alta Italia ha accolto, in via di massima, un postulato di autonomia regionale presentato dai valdostani, e il ministro De Gasperi ha avuto l’incarico, da parte di questi, di presentare tale postulato anche al Governo nazionale, che dovrà occuparsene immediatamente. «Ma è chiaro, riferisce il ministro, che quando dopo un simile giro confinario sono arrivato a Milano, avevo la convinzione che ora più che mai convenisse sopire i conflitti fra i partiti e avere una coscienza unitaria dei problemi e delle insidie che minacciano l’unità nazionale». Con la migliore volontà del mondo di riparare i torti passati e accedere a giuste aspirazioni, l’Italia deve insistere e mostrarsi forte di fronte agli Alleati perché gli sia lasciato libero l’accesso ad accordi diretti quando di quà e di là delle frontiere la ricostruzione interna sarà ben chiara e definita. L’on. De Gasperi riferisce poi sopra l’attività e la organizzazione degli amici di partito. La grandezza e la potenza del contributo dato dai democratici cristiani all’opera di sabotaggio e di difesa nazionale è stata notevolissima, e si può dire che i circoli cattolici hanno costituito la «croce rossa» di gran parte dell’azione partigiana; senza di queste forze ausiliarie la resistenza sarebbe probabilmente stata impossibile o assai ridotta. Dopo avere accennato ad alcuni episodi di estrema bellezza e ad alcune vittime gloriose, il ministro dichiara di avere trovato uno spirito di decisione e di affermazione in tutte le zone dell’Alta Italia. Tutti gli amici vogliono tendere a forme di larghissimi rinnovamenti sia nel campo politico che in quello sociale, ma essi sono tutti compresi della necessità di concentrare per ora l’attenzione sui problemi di emergenza per creare le condizioni indispensabili alla ripresa delle industrie e dell’agricoltura e creare le condizioni dell’ordine necessario allo sviluppo di un libero movimento democratico. Fra i quadri più attivi dei nostri amici la tendenza repubblicana è assai forte, ma tutti sono d’accordo che essa va posta nel momento opportuno e risolta con metodo democratico. Nonostante la difficoltà di comprensione fra nord e sud, la tendenza generale si è rivelata la stessa, la Democrazia cristiana è sbocciata come un fiore preparato dalla stessa linfa vitale e il senso dell’unità e della disciplina si è manifestato vigoroso nella considerazione e nel plauso che da amici di tutte le regioni è stato espresso alle idee programmatiche e direttive manifestate dal Segretario politico in una riunione di fiduciari tenuta nella magnifica sede del partito a Milano. Ove c’è stata la possibilità di spiegare reciprocamente le proprie obiezioni, è stato facile anche raggiungere un riconoscimento per il lavoro fatto dai governi di Roma; in generale però questa mutua comprensione è difficoltata dalla mancanza delle notizie, dalla insufficienza e debolezza della stazione radio di Roma, dalla passionalità con cui i problemi sono affrontati. Il governo militare alleato non ha una posizione facile. Mentre da un lato deve provvedere all’enorme afflusso di prigionieri e di reduci e di deportati e dall’altro marciare verso le zone fluide, esso sente incombere sopra di sé la gravezza del problema economico, perché il nazi-fascismo se non ha distrutto materialmente le macchine e le imprese, ne ha però sconquassato totalmente l’organizzazione, e ci ha lasciati senza il carbone nero che è indispensabile integrazione del carbone bianco delle nostre acque. Bisogna tenere conto di tutto ciò e se l’autorità militare chiede la tranquillità politica per un breve periodo, non bisogna fargliene colpa perché è nell’interesse del paese che ciò sia. Era naturale che il passaggio dal potere provvisorio dei Comitati di liberazione nazionale agli organi militari fosse difficile, nonostante che esso fosse per convinzione da ambo le parti preveduto. Nei Comitati di liberazione vi sono uomini che hanno alto merito per il lungo sacrificio sopportato, per l’opera militare sociale e cospiratrice attuata; essi hanno il giusto sentimento e legittimo orgoglio di avere cooperato alla liberazione del loro paese, e si sentono in grado di curarne anche le sorti economiche e politiche. Tuttavia i compiti del governo militare, che sono passeggeri e di breve durata, corrispondono alle finalità della guerra: aiutare negli approvvigionamenti e nelle materie prime, rimettere ordine, almeno provvisoriamente, nella gestione delle imprese per evitare la fame e la speculazione, ridare legalità alla giustizia ed all’amministrazione. Bisogna che in pratica si trovi modo di stabilire una collaborazione fra militari e comitati, e ciò in moltissime questioni è già avvenuto, così che il ministro stesso ebbe in proposito delle consolanti dichiarazioni da parte dei rappresentanti anglo-americani. Rimane ancora che in qualche città ed in qualche zona di campagna gli eccidi e le rappresaglie incontrollate continuano, che i problemi di gestione non sono ancora risolti, che l’organismo amministrativo lotta con grande difficoltà. I nostri amici si sono lamentati che le responsabilità amministrative e politiche non siano state equamente distribuite, che esiste innegabile un tentativo di accaparrare per certi partiti politici i posti chiave e di importanza; tutto ciò crea una irrequietudine che deve venire superata. Si aggiunga che il disarmo procede lentamente. Generale però è in Alta Italia la convinzione che convenga coltivare le intese e la comprensione con gli Alleati. "} {"filename":"dfe484f4-a6c2-43f9-9d4b-160af2c4f258.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"L’incontro tra generazioni, la forza rinnovatrice dei giovani, il richiamo al sacrificio, la fede nel contributo delle forze più nuove, l’avvenire del paese, la Democrazia cristiana partito della libertà, la bandiera del cristianesimo. L’ispirazione cristiana della vita, negli individui, nella ricostruzione della società e della nazione Così lunga è la mia vita politica e pubblica, che non so più immaginarmi quali sentimenti io avessi quando ero nella vostra felice situazione odierna, cioè nell’età giovanile. È così lontano questo periodo, che io non so se posso ripercorrere il cammino compiuto ed avvicinarmi ancora al vostro spirito. Non lo so, sopratutto in questo momento. Mi trovo a trattare una crisi politica in cui le ambizioni dei partiti, le concorrenze personali, le differenze ideologiche, le difficoltà oggettive, sembrano insuperabili; in cui l’ingegno, la esperienza, le varie proposte affinate dagli esperimenti passati sembrano non essere sufficienti a trovare una soluzione di collaborazione, di pacificazione di tutte le forze in contrasto. Evidentemente noi siamo troppo vecchi. Noi non sappiamo attingere ad una forza ringiovanitrice, a una forza rinvigoritrice, a una forza che superi le obiezioni quotidiane. Io sento il bisogno innanzi a voi di fare questa confessione e quasi di domandarvene scusa. Eppure mi pare di essermi lasciato guidare in tutta la vita solo da questo sentimento: fare quello che vuole la coscienza sempre giovine, eterna, di questa nazione; fare quello che è necessario per questo popolo che, attraverso tante prove, riprende sempre il suo cammino tra l’ammirazione di altri popoli che non hanno la stessa nostra vitalità. Eppure mi pare di essermi ispirato sopratutto a questo pensiero fondamentale che credo viva nella vostra coscienza. Non c’è altra meta che meriti il nostro sacrificio quotidiano, non c’è altra bandiera che meriti la nostra continua battaglia, non c’è altra battaglia che quella dell’ispirazione cristiana della vita, non solo negli individui, ma nella ricostituzione della società e della nazione. Mi pare di essermi attenuto fedelmente a questo programma. Eppure sento che questo non basta, sento che abbiamo bisogno accanto alle convinzioni nate dalla esperienza, di un entusiasmo che trasbordi, che sia più forte, che ci trascini; abbiamo bisogno di un sentimento che ci renda possibile quell’ultimo balzo necessario al di là del razionale, il sentimento della fede che viene soltanto dal vigore giovanile. Ora io sento che, venendo qui da voi, ho bisogno anche di venire a chiedere soccorso: soccorso alla vostra fede, soccorso al vostro animo giovanile, soccorso al vostro entusiasmo, al sereno ottimismo dei vostri vent’anni, perché possiamo superare le difficoltà dei conflitti di rapporti fra partiti, dei contrasti oggettivi, delle proporzioni di forze e rappresentanze. Bisogna che noi, rappresentanti della Democrazia cristiana, sentiamo che non siamo né isolati né tagliati dalla catena grande delle forze che si sono ricongiunte a noi; e dobbiamo sentirci risospinti con ottimismo ad assumere le responsabilità della battaglia quando la battaglia ci venga imposta. Io sono pronto ad accettare questa lezione, questo vostro suggerimento, questo sentimento che immagino nel vostro animo, o giovani che venite da tutta Italia e vi siete adunati per rappresentare le organizzazioni giovanili. Io vi dico: giovani che rappresentate le speranze di questo paese dopo l’immenso disastro, dateci la forza, dateci il coraggio, dateci la fede giovanile, che non si può arrestare innanzi alle difficoltà quotidiane. Lo so, qualunque cosa avvenga voi terrete fede alla Democrazia cristiana, a questo principio che ci anima in tutte le nostre attività: lo so, e questa coscienza mi fa portare i pesi gravissimi dell’ora, e mi fa non disperare dell’Italia. Qualunque cosa avvenga, crisi risolta a sinistra o a destra, con un uomo o con l’altro, io so che l’avvenire del paese è sicuro perché sta sulle vostre spalle, sta nella vostra coscienza, perché dopo l’esperimento fatto, bene o male, comunque riuscirà nella forma pratica e politica, la corrente della Democrazia cristiana si farà fiumana e trascinerà la gioventù verso quel rinnovamento d’Italia che non è rinnovamento in base alla intolleranza o a principii che vogliono dettare ad altri partiti norme che non intendano seguire, ma è fondato sopratutto sulla libertà. Il partito della libertà Amici miei, questa parola «Libertas» che è stata incisa sul nostro scudo da un uomo di cui speriamo prossimo il ritorno, questa parola non è un motto lanciato semplicemente come uno «slogan» nella campagna politica: è l’essenza della nostra battaglia. Noi vogliamo essere il partito sopratutto della libertà: la libertà per noi, la libertà per la nostra coscienza, per la nostra dignità, per la nostra attività pubblica e privata, ma della libertà anche per gli altri: la libertà del popolo italiano nei rapporti internazionali, ma sopratutto nei rapporti interni. Deve essere assolutamente escluso che si ritorni a tentativi antiliberali e questa è la ragione fondamentale della nostra preoccupazione e dei propositi che noi formuliamo. Non che noi come partito vogliamo imporci agli altri partiti: è che vogliamo impedire che si impongano nuove dittature, che si imponga di nuovo attraverso le violenze una rappresentanza della minoranza che guidi il nostro popolo. Vogliamo impedire che attraverso macchinazioni di parte o suggestioni di folle irresponsabili si possa imporre al popolo italiano, che ha il diritto di ricorrere all’arma della scheda e d’affermarsi liberamente, che si possano imporre delle soluzioni che non sono le sue. Ecco che mi pare di avere accolto in questo momento relativamente tragico della nostra situazione politica, il voto dei vostri cuori. Io vi sono profondamente grato per l’incoraggiamento che mi viene dalla vostra presenza e l’ammaestramento che mi viene dai vostri lavori che cominciano questa sera e che continueranno nei giorni prossimi: cioè fede nella libertà, fede nelle tradizioni cristiane del nostro popolo, fede nella gioventù dell’Italia e nella potenza politica dello scudo crociato. "} {"filename":"a6c4e963-1e15-4d60-8b87-bf89b2480052.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Agli amici del Nord Ho colto l’occasione di questa nostra riunione anzitutto perché avevo bisogno di assumere informazioni sullo stato d’animo, sui propositi, sulle direttive degli amici del Nord. Sono venuto quindi in prima linea ad ascoltare. In secondo luogo volevo cogliere l’occasione di riferire intorno a responsabilità che non sono sottoposte direttamente al vostro voto, momentaneamente, ma sono sottoposte innegabilmente al vostro assenso o dissenso politico e morale e quindi per me obbligante. Difatti nella mia sensazione che questa specie di rendiconto fosse necessario non mi sono sbagliato; alcuni amici, ieri, si sono incaricati di mandarmelo a dire in forme molto esplicite. Mi è stato mandato anche un memoriale nel quale sono espresse le delusioni provate in seguito alla recente crisi di governo; ad un certo punto dice anche che i vecchi non hanno da fare altro che cedere il posto ai giovani. Ed io di questo linguaggio non solo non mi meraviglio ma sono grato perché riconosco che se mai taluno può dirle queste parole franche, si tratta proprio di coloro che hanno dato prova di sapersi sacrificare per la causa del partito. Ai partigiani Ecco cosa vorrei dire sostanzialmente agli amici partigiani: avete ragione, ma sbagliate quando pensate che una crisi e la costituzione di un governo provvisorio che non è né può essere altro che una passerella per altre decisioni molto più gravi, ci porti veramente ad una situazione tale da far disperare, se questa decisione possa essere avvenuta in senso meno favorevole al nostro partito. Bisogna guardare in faccia alle cose come sono. In sostanza era necessario costruire una passerella colla costituzione di un Ministero che deve preparare o che si propone di preparare le elezioni tenendo conto della consultazione popolare. Il decisivo verrà domani e se vi prudono le mani, avete la forza giovanile di venire al cimento? Ecco il domani della vostra conquista. Che importa se ad un governo vi sia un uomo o un altro quando vi è la garanzia di assicurarci la libertà del voto? Che importa? Il resto dipende da voi, dipende da noi, dipende da quello che faremo, dalla nostra capacità organizzativa. Il problema organizzativo del partito Il problema organizzativo non dovete proporlo per domani, dovete risolverlo oggi, subito. Amici miei, io sono del settentrione, ho combattuto le prime lotte del Partito popolare nel Nord, e sono stato nominato presidente del primo congresso di Bologna . Io vi dico che basta che il Nord si organizzi e si muova per farsi sentire. Dite che per il congresso di ottobre non avete tempo sufficiente per preparare un’organizzazione. Avete fatto una insurrezione, avete lottato con ben altre difficoltà, e sarà quindi possibile costituire abbastanza presto le sezioni. Ritengo che sarà possibile; se non lo fosse, dopo è troppo tardi; bisogna farlo adesso, nel periodo estivo. Sostengo che l’essenziale è che le sezioni siano messe in piedi; bisogna passare al tesseramento con le forme più agili possibili. Noi siamo in tempo di guerra e la guerra grossa verrà domani. Solo se nell’animo di tutti è penetrata la convinzione che si tratta veramente di una battaglia, di una estensione e di una profondità enormi, una battaglia che non c’è mai stata forse nella storia del popolo italiano, essa si potrà affrontare con la speranza di vittoria. La democrazia deve organizzarsi in modo perfetto perché si tratterà, amici, come già ho detto, di una battaglia grossa: saranno venticinque milioni di elettori ed elettrici che verranno chiamati a votare in Italia. Solo a Roma vi sono 930 mila iscritti nelle liste elettorali. Mai si era visto in precedenza una cosa simile, mai uno schieramento così forte, e guai a noi se a questo appello le così dette masse grigie, pigre, le masse lente, non si muoveranno e guai a noi se non avremo avuto la forza di organizzare e spingere veramente avanti la nostra gente a dire la loro parola. Io vorrei ricordarvi però prima (mi sono addentrato in quella che doveva essere la conclusione del discorso) che non voglio sottrarmi all’obbligo di riferirvi sulla crisi, non per tentare una giustificazione e nemmeno per esaltarne i risultati, ma piuttosto per attingere degli insegnamenti. Il «Vento del Nord» e la crisi di governo di metà giugno 1945 Vi ricorderete, amici del Nord, che la campagna per il «Vento del Nord» è cominciata nel Sud parecchio tempo prima che il vento del Nord potesse soffiare da questa parte. È cominciata con questa tesi: nel Nord sono le masse popolari, e precisamente le masse di sinistra, quelle masse cioè che fanno il lavoro più rischioso e portano il peso del sacrificio e della battaglia della insurrezione; per questo domani al governo debbono andare partiti che queste masse rappresentano, cioè il Partito socialista e il Partito comunista. Questa è stata la prima impostazione; e noi rispondemmo col richiamo all’opera vostra. E allora si è cambiato argomento; si è detto non si tratta di rappresentare i combattenti, i partigiani, quelli che hanno fatto il loro dovere (tutti abbiamo fatto il nostro dovere), si tratta invece di rappresentare le forze operaie e sindacali, organizzate nelle grandi fabbriche le quali hanno il merito di avere salvato le fabbriche stesse dalla distruzione e domani avranno la voce principale nella soluzione dei problemi politico-sociali. In questa seconda fase tattica noi abbiamo risposto affermando che questo riguardava i problemi sociali e sopratutto il programma sociale del governo e delle persone che lo debbono attuare; ma che non era più un problema politico in senso stretto. Fu così che nel secondo periodo si è sostituita la formula delle masse proletarie e socialcomuniste a quella delle forze combattenti partigiane. Questa tesi ha dominato per tre quarti lo svolgimento della crisi; ed è soltanto nell’ultimo momento che attraverso la candidatura Parri si è ritornati alla rappresentanza partigiana. Qui vorrei rilevare che il fatto principale di questa crisi e il più caratteristico fu la indissolubile, la indiscussa solidarietà tattica e sostanziale tra socialisti e comunisti. L’alleanza socialcomunista ha agito e operato in due maniere: quando venne posta la candidatura Nenni alla presidenza si accennò che i socialcomunisti sono tutt’uno e quindi a loro spettava la direzione politica; quando invece si discuteva sulla assegnazione dei vari dicasteri, socialisti e comunisti si presentavano come due e bisognava quindi dividere ed assegnare i mandati, tre ai socialisti, tre ai comunisti. Solidarietà socialcomunista Quando una volta obiettai a Togliatti: Ma siete due o uno? Togliatti che sa di letteratura mi rispose ricordandomi la frase dantesca «ed eran due in uno e uno in due». Sono andato a controllare la citazione. Si tratta di Bertrando De Born che appare a Dante col capo tronco che egli stesso tiene per le chiome e se lo porta innanzi a guisa di lanterna: e ‘l capo tronco tenea per le chiome, di sé facea a se stesso lucerna, ed eran due in uno e uno in due: com’esser può, quei sa che sì governa, (Inferno, XXVIII). Ho rivisto l’illustrazione impressionante del Dorè e vi ho fatto sopra delle meditazioni. «Com’esser può» anche oggi lo sa solo il Cielo; ma sarebbe decisivo anche sapere: la lucerna a chi fa luce? a Nenni o a Togliatti? Come sono lontani i tempi in cui si diceva che il governo migliore sarebbe stato quello rappresentato dai tre partiti di massa, associati nell’unità sindacale. In questa crisi si è arrivati a questo punto: che a proposito del sottosegretario del lavoro, nella ripartizione dei posti, abbiamo visto un socialista appoggiare la Democrazia radicale, inesistente nel Nord, per tenere lontani i democratici cristiani. Il Partito comunista al penultimo giorno della crisi ha tentato di contestarci il sottosegretariato all’interno prima concessoci solennemente in cambio della mia vice-presidenza. Noi eravamo stati ben più larghi. Se abbiamo creduto, e l’abbiamo creduto sul serio, per ragioni di carattere estero e interno, che non fosse opportuno per il nostro paese d’avere in questo momento Nenni alla presidenza, abbiamo però riconosciuto che c’erano ragioni che indicavano il Partito socialista sia per risolvere i problemi sociali, sia come preparatore della Costituente e sia per la direzione dell’epurazione. La nostra proposta è stata oggettiva, di transazione onesta, della quale mi posso compiacere per le mie responsabilità personali che non sia stata accettata, ma non mi pento che sia stata fatta. L’anticlericalismo Durante la crisi oltre a questa solidarietà socialcomunista contro di noi, c’è stato un altro episodio che merita la nostra più viva attenzione; ad un certo punto quando noi eravamo tutti preoccupati a contenderci le posizioni di carattere economico e politico, è suonato di lontano un allarme: un certo campanello al quale non si pensava più, il campanello anticlericale. Noi pel ministero dell’Istruzione che era affidato ad un liberale che si era dimostrato nelle questioni religiose uomo molto temperato, non avevamo posto né candidatura né condizioni. Ad un certo momento però, in cui apparve la possibilità che anche i democratici cristiani si insediassero all’Istruzione, saltarono fuori due candidature: una socialista e l’altra liberale. Si è cercato con ogni mezzo di escludere i democratici cristiani e i discorsi che si fecero in quell’occasione, ci hanno fatto capire che nonostante l’opera grandiosa svolta anche da uomini di chiesa durante la guerra civile e durante la guerra contro i tedeschi, ancora il vecchio anticlericalismo, il sospetto contro i preti faceva capolino e tentava di sbarrarci la strada. Questo campanello d’allarme deve risuonare in tutti i vostri orecchi e non deve lasciarvi addormentare in una situazione che in realtà non è ancora chiarita e rimane preoccupante. Quando si deve sentire ancora adesso nei corridoi della Camera qualche persona autorevolissima esclamare: no, i preti no!, quasi un eco del «No popery» dei vecchi consevatori inglesi duri a morire, quando vediamo anche parte dei partiti popolari condividere tali pregiudizi, sì che a Togliatti sembra di fare il massimo sforzo nel concedere ai credenti la tessera nel suo partito, allora dobbiamo ricordare che la Costituente non va pensata come un’assemblea parlamentare la quale discuta e decida solo sulla forma dello Stato, ma come un’assise la quale delibera su tutto lo Statuto fondamentale, cioè non solo sulla forma dello Stato, sulle prerogative del Parlamento o sulla ripartizione delle competenze fra parlamento centrale e rappresentanze regionali, ma vi si dovranno affrontare tutti i problemi basilari dello Stato e della struttura della società morale, civile ed economica italiana. I compiti della Costituente Si tratta in primo luogo di stabilire i diritti dei cittadini italiani, «i diritti degli italiani». I diritti degli italiani si stabiliscono non solo in confronto all’una o all’altra forma dello Stato, ma si stabiliscono in confronto dello Stato stesso e della collettività. Si tratta dei diritti e dei doveri dei cittadini italiani e ogni grande formazione democratica e libera è nata proprio dai «diritti degli uomini» come in Francia e dai «diritti dei cittadini» come in America. Così noi dovremo fare uno Statuto che stabilisca i diritti degli italiani. Dovremo inoltre legiferare sulla vita sociale e della famiglia (quindi sul matrimonio) sulle associazioni libere intermedie fra Stato e individuo; e questo sarà un altro capitolo fondamentale del nuovo Statuto dello Stato democratico. Poi non potremo ignorare né la storia né la realtà del cristianesimo in cui respiriamo e ci moviamo; si tratterà allora di un altro capitolo in cui bisognerà parlare di religione e della libertà delle coscienze. E un altro capitolo ancora tratterà della scuola pubblica e privata. Non ci voleva il campanello d’allarme per ricordarci l’importanza del problema educativo, ma poiché c’è stato, è bene affermare che lo stato della preparazione psicologica italiana circa il problema morale ed educativo non è tranquillizzante su tutti i fronti. Noi domandiamo delle garanzie sulla base della libertà per tutti. Non domandiamo privilegi, ma domandiamo anche che non si spezzi la catena gloriosa della storia dei nostri secoli. Quando Togliatti si fa il merito di non sollevare la questione religiosa, sbaglia, perché non si può reclamare un merito, mentre si fa il proprio tornaconto. Invano ho chiesto alla lealtà dei marxisti di dichiararci nettamente quale è la parte del loro bagaglio ideologico anticristiano a cui intendevano rinunciare. Non una riga, né degli scritti di Lenin, né di Carlo Marx, né di Stalin stesso è stata ripudiata. Si riservano di decidere mano a mano che la repubblica diverrà progressiva. Ma quando si tratterà di gettare le fondamenta dello Stato democratico, questo mutismo non può essere sufficiente. Infine (last not least) nella Costituente dovremo parlare della vita e struttura economica. Proprietà, sua funzione, suoi limiti, iniziativa privata e controllo pubblico, nuove garanzie politiche e sociali per i contadini, gli operai, il ceto medio, questione della terra, ordinamento del lavoro. Invano certi reazionari tenteranno di sabotare queste riforme ricoverandosi dietro un loro troppo recente entusiasmo per la forma repubblicana dello Stato. Poiché ci si richiama sempre alla storia francese, noi diciamo: secondo le nostre concezioni, niente clubismo, niente giacobinismo, noi vogliamo la democrazia sul serio e incominciamo come la rivoluzione francese ha cominciato, cioè rifaremo la grande inchiesta popolare dei «cahiers». I compiti del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana Il compito che ci proponiamo nell’imminente convocazione del Consiglio nazionale è d’impostare per i nostri aderenti una grande inchiesta su tutti i vari problemi sia di forma che di sostanza che si devono risolvere alla Costituente; inchiesta che formulata dai nostri migliori collaboratori sarà fatta presso tutte le sezioni, e le proposte e conclusioni di esse saranno poi presentate al nostro Congresso che costituirà così i nostri «Stati generali». La libertà del popolo italiano Noi siamo preoccupati sopratutto di una cosa; l’abbiamo detto e lo diciamo in ogni occasione, e bisogna che la ripetiamo sempre: noi siamo preoccupati sopratutto di salvare nel futuro Stato democratico la libertà organica del popolo italiano. Noi temiamo una cosa: di perderla un’altra volta. E se bastassero le garanzie personali, ove andremo a trovarle? Nenni è certo per la libertà, ma le origini di sinistra non garantiscono di per sé l’evoluzione delle cose. Dalla sinistra sono partite le due principali rivoluzioni reazionarie degli ultimi vent’anni. Pertini, che è un’anima fervida e sincera, è venuto a Roma ed ha detto in un comizio: «Dobbiamo fare della Costituente la piattaforma della rivoluzione italiana per gettare le basi della futura società socialista». Ma noi invece desideriamo il metodo permanente della democrazia, che è l’antirivoluzione. Che cosa sarà di qui a ottobre, quando l’atmosfera di ebollizione di questa caldaia che è l’Italia sarà ancora salita; quando avremo fatalmente non del tutto superata la crisi della disoccupazione, quando i nostri che ritornano deportati o prigionieri – e già bussano alle porte d’Italia – irromperanno sul territorio metropolitano della patria? Voi dell’Alta Italia vi siete lamentati di non essere stati compresi abbastanza dal governo precedente. Figuratevi che cosa penseranno di noi quelli che rientrano dai paesi lontani! Domani saranno forze forse centrifughe, saranno forze ribelli a cui bisognerà rivolgerci con pazienza e con l’animo aperto tenendo conto dei sacrifici da loro fatti. E toccherà specialmente a noi avvicinarci a questa materia esplosiva e fare opera di lenimento, opera di giustizia e di equità. Che immenso lavoro da compiere! I giovani, che possono buttarsi nei comizi, andranno incontro a questi nostri fratelli per guadagnarne l’animo, per non perderli. Gli anziani li sorreggeranno nelle loro famiglie e nelle loro aziende. Compito immenso! Ma che vanto, anche per gli anziani di spendere gli ultimi anni della vita in una grande battaglia per una grande meta: per salvare il popolo italiano. La Democrazia cristiana il maggior partito italiano Dunque prima conclusione della crisi stessa: collaborazione col Cln sì, ma dignitosa e fiera, come di coloro che sanno che in potenza sono senza dubbio il maggiore partito italiano. Io ho questa consapevolezza, e vorrei che voi tutti l’aveste; noi siamo senza dubbio il partito della maggioranza relativa in Italia, ad una condizione, che vogliamo veramente esserlo, che abbiamo la forza del sacrificio, e diamo l’esempio di sopportare qualsiasi lotta pur di arrivare a salvare l’avvenire del popolo. Dico a voi, partigiani, che non è vero che la battaglia si è perduta perché certe questioni personali durante la recente crisi non sono state risolte in nostro favore. Questioni del momento; la battaglia invece è quella che si prepara adesso e che verrà, e voi dovete essere presenti ed agire come la guardia pacifica della libertà. Ve ne rivolgo formale appello: non disperdetevi, non venite meno alla solidarietà fra voi che è solidarietà non soltanto di ricordi ma può anche essere garanzia di opera pacifica e vigorosa in difesa della libertà. Il governo Parri Qualche cosa che riguarda il governo Parri. Io conoscevo poco l’attuale presidente, ma ne avevo sentito parlare come di uomo di alta dignità morale e sapevo che aveva molto sofferto e combattuto per la causa del nostro riscatto. Ho sentito il dovere di aiutarlo come potevo in questa soluzione della crisi. E se vi pare che in qualche momento io sia stato debole ed abbia rinunciato a qualche posizione di prestigio, mettetemelo in conto, non di una debolezza di carattere, come potete pensare, oppure dipendente dalla mia età, ma mettetemelo in conto invece, del rispetto e della devozione che dovevo avere per l’uomo che impersona la stessa opera svolta da voi partigiani. Però vi dico subito che accanto a questa si fecero valere altre ragioni oggettive. Nei giornali è facile discutere di politica, ma al tavolo verde i problemi diventano concreti. Il problema prossimo è quello di salvare la moneta, il secondo, ed è connesso con questo, salvarci dalla disoccupazione o almeno attenuarla. Quindi crediti internazionali, crediti specialmente da parte delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda la politica estera, il momento è venuto in cui l’armistizio deve cadere, momento in cui deve giustamente essere sostituito qualcosa a questo armistizio prima ancora della grande pace universale. E le prossime settimane decideranno come sarà fatto questo strumento di cooperazione e solidarietà internazionale. Devo però dire infine che, nonostante le considerazioni che ci hanno fatto sostenere il governo Parri, v’è una condizione sulla quale non potremmo transigere. Questa condizione qual’è? Forse la difesa della Democrazia cristiana? No, ci difendiamo da noi. Forse i privilegi nostri? No, non ne chiediamo. Ma chiediamo ordine e libertà di poter votare e poter agire senza sopraffazioni e senza violenze. E quando io durante la crisi proprio a Milano, ho ricordato non essere esatto che la crisi era stata posta solo dal «fatto» Nord, perché c’era stato anche un «fatto» Sud, pensavo proprio ai disordini dei pseudo partigiani della Calabria. La forza contro i provocatori E oggi, appena costituito il ministero nuovo, si ricomincia. Si è ricorsi al sistema dei ministri pompieri che tengono discorsi benevoli e fanno concessioni. Metodo terapeutico preventivo che lodiamo e alla cui riuscita intendiamo concorrere; ma gli appelli alla ragione si possono usare soltanto con uomini ragionevoli e onesti. Quando si sarà fatto tutto il possibile per venire incontro alla povera gente, bisognerà ricordarsi anche che nelle folle affamate si intruppano pure provocatori e delinquenti. Di fronte a loro l’autorità dello Stato democratico va vigorosamente affermata; né noi potremo dividere la responsabilità di una politica diversa. Lo spirito è la nostra forza Nella dichiarazione programmatica di governo abbiamo chiesto la fine dell’armistizio e l’unificazione amministrativa di tutta l’Italia. Ciò è nell’evoluzione delle cose; ma con ciò non desideriamo e molto meno chiediamo che gli alleati ci abbandonino al nostro destino, quasi che potessimo far facile gettito di una solidarietà che ci è tanto preziosa. E qui non penso solo alla cooperazione economica finanziaria, la cui necessità è ovvia, ma anche alla cooperazione politico-morale. Abbiamo fatto la guerra insieme per la libertà e troviamo giusto che siamo solidali anche nella costruzione della pace, per la libertà e nella libertà. A che pro i nostri morti e i loro, se nei paesi, vittime da tanto tempo delle tirannidi, si sviluppassero di nuovo i germi di altri regimi fondati sulla violenza e non vi si creassero le garanzie per i regimi liberi; e a che pro la guerra se le frontiere saranno ingiuste e premesse di nuovi conflitti? Libertà democratica interna e libertà del consesso dei popoli sono aspetti di uno stesso problema che noi logicamente non possiamo pretendere di dissociare. Evidentemente la battaglia frontale che dovremo sostenere esigerà tutte le nostre energie e il rinvigorimento dei nostri quadri organizzativi ma non dimentichiamo che è anzitutto lo spirito che dà la forza, e lo spirito è la nostra tradizione. Non ditemi conservatore, perché io vi rispondo: sì sono conservatore, quando si tratta di conservare le principali libertà della vita pubblica e sopratutto le libertà religiose; sono conservatore, perché perderle vorrebbe dire perdere le ragioni stesse dell’esistenza. "} {"filename":"2e2d43f7-79f4-40d7-8a4b-2e66e27d8629.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"L’organizzazione democratica del partito Cari amici, il convegno è nato da una esigenza organizzativa. È sembrata ottima occasione per incontrarci con i segretari provinciali di tutta l’Italia e scambiare con loro esperienze, consigli, e informazioni la riunione del Consiglio nazionale per la prima volta dopo la liberazione dell’Alta Italia, e con la partecipazione dei delegati di tutte le regioni del Nord. Non si tratta di un freddo esame dell’opera di chi dirige il partito; siamo noi i primi a sentire la insufficienza delle nostre forze per i compiti gravi che incombono. Oggi dobbiamo porci di fronte alle esigenze di una struttura organizzativa «industrializzata», non si può vincere con armi e con mezzi anacronistici. E dobbiamo sentire che chi deciderà delle sorti del domani non è il milione di «iscritti» al partito; c’è da conquistare tutta la massa degli «altri», delle donne specialmente, il cui contributo politico è di estrema importanza e che, per la sua relativa novità, non trova adeguato credito o considerazione da parte di tutti. Se non conquistiamo queste larghe masse di popolo, o le abbandoniamo ad altri, o le lasciamo nell’«astensionismo», pericolo quanto mai grave ed urgente. Noi vogliamo essere nei fatti un partito «democratico», in cui le decisioni non sono prese da conventicole ma da tutta la massa degli iscritti. La Costituente Accanto al lato più strettamente organizzativo dei nostri problemi, nel convegno attuale verrà toccato – con discussione estesa a tutti gli aspetti – quello politico del metodo e del programma del partito. Innanzi tutto nei confronti della Costituente. Qui bisogna dir chiaro che la Costituente vuol dire non solo repubblica o monarchia, ma struttura politica ed economica dello Stato in tutta la sua ampiezza. La Costituzione che dovrà essere preparata sarà un elaborato non di un piccolo gruppo come quello del 1848 , ma l’espressione deliberativa delle assemblee popolari. Il convegno non è però il congresso, né potrebbe sostituirlo senza deflettere dal metodo democratico che abbiamo adottato: le discussioni, volutamente approfondite e specifiche, serviranno quindi di preparazione e di orientamento per il congresso stesso, nella quale il partito prenderà, dopo la più ampia consultazione delle sezioni, le sue decisioni sovrane ed impegnative per tutti. Ci sono nell’aria sintomi di una volontà rivoluzionaria. E sembra che nella Consulta nazionale si voglia fare il tentativo di dichiarare improvvisamente l’instaurazione di un nuovo Stato (velleità nutrite proprio da chi ha la cura di preparare la Costituente) e che si cerchi di cogliere un momento di maggiore fermentazione politica per travolgere i metodi democratici di rinnovamento. Pacificazione e disarmo A Milano, negli impegni tra i partiti che precedettero la costituzione del governo, si fissarono tra i punti programmatici la pacificazione e il disarmo . Purtroppo il problema resta ancora attualissimo e in diverse zone insoluto. È pazzesco pensare alle elezioni là ove domina l’uso della violenza e del mitra. Per realizzare questa pacificazione, la Democrazia cristiana è pronta sia a pattuire accordi con gli altri partiti, sia a sostenere il rinforzo degli organismi statali di tutela della libertà. Se non si riuscisse in questo scopo le elezioni sarebbero un trucco e la Costituente una immensa truffa ai danni del popolo italiano. Alcuni giustificano le attuali condizioni di emergenza con l’osservare che siamo al domani della guerra e che è quindi naturale che si trovino in circolazione molte armi. Ma su questo punto noi non intendiamo transigere in modo assoluto. Il popolo che quà o là comincia ad essere stanco dei partiti e a dimostrare una «atarassia» dilagantesi, non aderirà mai a sistemi politici dettati con colpi di forza. Si vuole anche porre oggi di nuovo in discussione un punto che a Milano fu concordato: l’effettuazione delle elezioni amministrative. In quelle zone – e sono molte nell’Italia centro-meridionale, dove è già compiuta la preparazione materiale – la consultazione amministrativa, anche se verrà fatta con un colorito parzialmente politico, rappresenterà un esperimento importantissimo negli sviluppi della ripresa democratica, se verrà adottata la formula della «proporzionale pura» che è la più idonea per attutire la violenza della lotta e che meglio risponde alle diverse modalità della consultazione. Ambiguità del Fronte popolare Nenni, ereditando una formula del Fronte popolare, ripete spesso: «politique d’abord». Strane parole oggi in cui accanto alle attività politiche occorre far fronte allo spettro della disoccupazione e della fame. Nell’azione governativa ci rendiamo quotidianamente conto di questo, e sentiamo che se lo Stato non riuscirà ad intervenire con energici provvedimenti finanziari la nazione andrà al fallimento; e lavoriamo per sostenere il bilancio con l’avocazione dei profitti di regime, una vigile politica monetaria, un sistema idoneo di tassazione, la ricerca di un credito internazionale. Senza le basi di una minima possibilità di vita economico-sociale sarebbe assurdo pensare ai problemi esclusivamente politici. Riguardo alla politica estera, della quale De Gasperi si riserva di parlare nel suo discorso conclusivo del convegno, accenna fin da ora al fatto che essa si svolge, come tutte le cose nel governo di coalizione, in modo necessariamente non sempre lineare ed uniforme. Gran parte degli italiani, forse a motivo di contingenti atti di simpatia e interpretazione estensiva di promesse e di aiuti, si culla nella speranza di una pace per noi poco dura. Purtroppo c’è invece il pericolo, che non sappiamo se riusciremo a superare, nonostante vi lavoriamo da mesi, che la pace acquisti per noi un carattere «punitivo». È una nota di pessimismo che per altro è doveroso fare: si delinea all’orizzonte una sistemazione internazionale basata non sulla collaborazione tra i popoli ma sul dominio dei popoli grandi sui piccoli e, in particolare, su quelli che sono stati loro per qualche tempo nemici. De Gasperi accenna a critiche apparse nel giornale dei comunisti alla politica nei confronti della Russia, che si vorrebbe passare come ostile o almeno poco sincera. Questo è falso perché si fa ogni sforzo per impostare anche i rapporti con la Russia a spirito di amicizia e di collaborazione. Ed è delittuoso appellarsi ai contadini della Valle Padana perché «buttino nell’immondezzaio» questi nemici, la Russia, quando invece una tale inimicizia non corrisponde affatto a verità. Anche nella politica interna si dovrebbe oggi essere pessimisti, se non ci fosse la fiducia nelle nostre forze temprate alla lotta durissima della liberazione, nella gioventù venuta nelle nostre file, nelle masse popolari che ci guardano con speranza. Al fondo della nostra azione c’è quel «bagaglio ideologico» che altri possono irridere o ripudiare, ma che per noi rappresenta il vero motivo di forza. Qualunque riforma avvenga, e noi siamo per riforme decise e radicali nel campo economico e sociale, sarà tanto più forte il bisogno della conservazione dei valori cristiani, delle forze morali. In una società in cui sia estesa la socializzazione, diffuso il controllo delle masse popolari (o dei loro delegati) su tutta la società, la missione di tutelare l’integrità del patrimonio spirituale cristiano renderà quanto mai necessaria la nostra funzione. Noi intendiamo, interpretando le aspirazioni popolari di questa tormentata liquidazione di un periodo di disastri e guerre, condurre un’azione politica non soltanto per il popolo ma anche con il popolo. Su questa strada è la sicurezza della libertà . "} {"filename":"673512de-3c03-46fc-a8e2-19532988f408.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"De Gasperi fa una relazione sull’Alto Adige: dopo la nomina di un tirolese a ministro degli Affari esteri austriaco , la situazione si è aggravata; si è formata la convinzione all’interno del paese che si vada verso l’annessione dell’Alto Adige all’Austria. I giornali locali hanno assunto un atteggiamento provocatorio e sono capeggiati da un titolare che fu capo dell’ufficio razziale di Berlino. Affrontando, poi, la questione della crisi, Nenni chiede la convocazione della Consulta nazionale . "} {"filename":"1f8e3f76-77d9-4b99-810e-366d27409c76.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"a) qualche dato personale del Ministro b) quanto rimproverate e quanto apprezzate dell’opera Alleata in Italia: quale aiuto desidererebbero ancora da loro? c) problema istituzionale d) colonie e) scissioni nella Democrazia Cristiana f) dimissioni g) quali sono le forze attuali e le forze prevedibili del Partito h) il vostro partito non prevede dimostrazioni o comizi i) sblocco affitti l) danni di guerra m) quale è il vostro pensiero sulla possibilità di un’azione di ritorsione contro la deportazione di civili in Germania. b) quanto rimproverate e quanto apprezzate dell’opera Alleata in Italia: quale aiuto desidererebbero ancora da loro? L’opera degli Alleati in Italia, dopo la liberazione, è stata grandiosa e complessa, e sarebbe difficile, in breve spazio, analizzarla in tutti i suoi dettagli. Di critica al loro operato se ne è fatta molta, sia nella nostra stampa, sia nella libera espressione dell’opinione pubblica delle stesse Nazioni Unite. Occorre però tenere presenti le circostanze in cui ci troviamo, e riconoscere le difficoltà della situazione, gli oneri imposti dall’esistenza di tanti fronti e dei vari scacchieri di guerra, la poca familiarità con problemi nuovi e complicati come possono essere quelli di una nazione oppressa da 20 anni di mal governo e affranta da cinque anni di una guerra quinquennale perduta. Ciononostante, oltre ai notevoli aiuti reali apportati, ci sentiamo lieti ogni qualvolta possiamo riconoscere la buona volontà di venirci incontro e di restituire la vita ad un popolo che desidera essere rielevato alla dignità di una genuina libertà democratica. c) problema istituzionale Il problema istituzionale è attualmente uno dei più dibattuti tra i partiti e in seno ad alcuni di essi; un Partito veramente democratico, che esprima la volontà di tutti i suoi aderenti, non può, senza averne sentito il parere, professarsi di una tendenza piuttosto che di un’altra. Ci siamo impegnati a non pronunciarci su questo problema; né potremmo in coscienza farlo prima di conoscere il desiderio di tutto il parl.; è esso che deve decidere, e nessuna decisione «dall’alto» può sostituire la sua. d) colonie e) scissioni nella Democrazia Cristiana Vi sono, è vero, correnti diverse entro la Democrazia Cristiana, come del resto in tutti i grandi partiti dei paesi liberi, che rifuggono dai vari «slogan» che sostengono l’infallibilità di un qualsiasi capo o la cieca obbedienza. Le nostre masse però sono unite nell’ideale, cioè nella sostanza; è soltanto nell’«accidente», come dicono i filosofi, che vi sono diverse forme interpretative e diversi progetti di pratica attuazione. f) dimissioni Non ve ne dovrebbero essere, purché il Governo continui ad essere efficace e vigoroso; che segua cioè la direttiva democratica, che vuol dire libertà per tutti dinanzi alla maestà della legge. g) quali sono le forze attuali e le forze prevedibili del partito Siamo partito di massa, e le grandi masse sono difficili a contarsi senza incorrere in inesattezze, particolarmente quando, come in Italia, buona parte del numero è ancora al di là delle linee. Abbiamo comunque ragioni di credere che specialmente nel Veneto e nel Trentino, nella campagna lombarda e nel Piemonte siamo assai forti. g) il vostro partito non prevede dimostrazioni o comizi? Non è detto che anche noi non possiamo un giorno indire qualche grandiosa dimostrazione di popolo. Nelle attuali circostanze, però, non si è ancora ritenuto opportuno organizzare riunioni che abbiano carattere di comizio, e per diverse ragioni. Infatti i nostri ideali e i nostri programmi sono conosciuti e vengono continuamente presentati al pubblico nelle nostre dichiarazioni e nella nostra stampa; non occorre quindi adunare la popolazione per annunciargliele rumorosamente. Non riteniamo poi di dover creare sensazioni emotive in un popolo libero e democratico e nemmeno di fare impressione o paura a delle minoranze avversarie ma sempre degne di rispetto. E infine sentiamo che il popolo italiano è un po’ stanco di quelle «adunate» che ha conosciuto in tanti anni, chiassose e vuote di contenuto; esso desidera lavorare in pace e rinunziare per un lasso, speriamo assai lungo, di tempo a quello che è pura esteriorità e che è sempre suscettibile di degenerare in una facile e superficiale demagogia. Particolarmente ora poi è dovere di ognuno facilitare il compito del Governo di evitare tutto ciò che possa comportare turbamento morale e materiale, pericoloso – come agli inizi di qualsiasi vita – anche a quello della nuova Italia democratica. h) sblocco affitti i) danni di guerra l) quale è il vostro pensiero sulla possibilità di un’azione di ritorsione contro la deportazione di civili in Germania La rappresaglia deve servire a qualche cosa: piegare cioè l’avversario a più miti consigli e ad operare forme più umane di lotta: Alle barbarie quindi non è giusto rispondere con altre barbarie, se queste «a priori» debbono rimanere sterili. D’altra parte il numero dei civili tedeschi in Italia è forse troppo esiguo per poter intraprendere misure di ritorsione adeguate all’enorme danno recato dai tedeschi contro le nostre famiglie. Alcuni di essi poi possono essere stati sempre antinazisti e dovremmo subito tenere presente questa discriminazione per non colpire ingiustamente. "} {"filename":"679883f5-f511-4722-8059-8f0e23ed23fb.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Alla vigilia di avvenimenti militari decisivi, il governo italiano chiede ai capi delle Nazioni Unite che oggi discutono le sorti della nuova Europa, di voler riesaminare la durissima situazione fatta all’Italia nel settembre 1943. Mentre sta facendo un vivissimo appello a tutte le classi del popolo per uno sforzo supremo di cooperazione cogli Alleati al fronte, nelle retrovie e nella guerriglia, il governo sente il dovere di riaffermare che l’equivoca situazione della cobelligeranza, gl’impedisce di suscitare e alimentare nella nazione quelle energie d’alta temperie morale che derivano dalla coscienza di un sacrificio dignitosamente e liberamente compiuto. È quindi anche nell’interesse della causa comune che chiediamo si sostituiscano alle soluzioni autoritarie e alle formule di tutela e di controllo previste dall’armistizio, soluzioni nuove di fiduciosa e dignitosa associazione con le Potenze Alleate. Per le stesse ragioni il governo italiano rivolge un ardente appello alle Nazioni amiche affinché la sua popolazione, che ha indicibilmente sofferto e che tuttora indicibilmente soffre, sia posta in grado si sopperire, soprattutto in materia di alimentazione e di trasporti, almeno alle più elementari necessità di esistenza e di vita; siano soppressi quegli oneri finanziari che un’interpretazione troppo lata dell’armistizio fa gravare da 15 mesi su risorse già stremate e su un paese sconvolto e distrutto e sono di grandissimo ostacolo ad ogni possibilità di deflazione monetaria e di ricostruzione; il mezzo milione di soldati italiani in mano alleata possano non come prigionieri di guerra ma come uomini liberi partecipare direttamente, sul fronte e nelle officine, a quella lotta per un nuovo mondo verso il quale tutto il popolo italiano volge l’animo e la volontà. In Italia popolo e governo procedono verso un regime di libera, ordinata e stabile democrazia. Il governo sente tuttavia che se dovesse ripresentarsi dinanzi alle sue regioni più dense ed operose, che saranno prossimamente liberate, sotto la minaccia dell’inflazione e della fame ed in una situazione umiliante per colpe non sue, difficilmente riuscirebbe a spegnere i fermenti di irrequietudine e di sconforto e a far rinascere nel territorio tuttora oppresso e tormentato dai tedeschi e fascisti quelle energie ricostruttive che sono indispensabili per raggiungere la meta segnataci anche dalle Nazioni Unite, cioè la ricostituzione di una nuova Italia nello spirito di liberi ordinamenti democratici e di un’operosa concordia. Queste considerazioni di guerra e di pace il governo italiano affida all’umana e generosa saggezza dei capi delle Nazioni Unite, nella sicura speranza che il suo appello sia accolto con lo stesso spirito di assoluta lealtà ed amicizia con cui è stato dettato; e affinché gli sforzi dei valorosi eserciti alleati diano frutti adeguati al loro sacrificio e le speranze degl’italiani insorti contro l’oppressione non vadano deluse. Allegato 1. A Charles Le accludo il testo di un messaggio che ho pregato la Commissione alleata di voler trasmettere oggi al primo ministro Churchill. È, credo, superfluo che io illustri all’E.V. i motivi che ci hanno indotto a redigerlo. Voglio dirle soltanto, e lei sa con quale animo e con quale convinzione io parli, che è questo il periodo in cui noi sentiamo maggiormente la necessità che da parte britannica si faccia nei nostri confronti una politica veramente e coraggiosamente costruttiva. Mentre si profila la possibilità del ritiro dei tedeschi dall’Italia settentrionale, noi riteniamo cioè necessario che un parallelo e contemporaneo gesto di buona volontà sia compiuto dalla Gran Bretagna verso l’Italia. Non solo il prestigio dell’Inghilterra ne uscirebbe enormemente rafforzato, ma l’autorità del governo italiano ne sarebbe moltiplicata. Il governo sarebbe cioè posto in grado di affrontare con sicurezza e comunque con animo e spirito adeguati, quelle incognite che sono certamente connesse con la liberazione di tutto il territorio nazionale. Assicurazioni che ci venissero date sull’avvenire del paese, e sulle concrete possibilità che l’Italia sia in qualche modo portata a partecipare alla ricostruzione e alla rinascita dell’Europa verrebbero ad acquietare e rasserenare larghi strati della nostra opinione che vi troverebbe motivo per insistere in un’evoluzione ordinata e democraticamente libera della nostra vita nazionale. Conto, signor ambasciatore, sulla sua amichevole comprensione delle cose nostre perché ella voglia accompagnare il nostro messaggio del suo benevolo ed autorevole commento. Allegato 2. A Kirk Le accludo copia del telegramma che ho pregato stamane la Commissione alleata di far pervenire al presidente Roosevelt . Nel momento in cui la guerra entra nella sua fase decisiva ci è sembrato necessario che al Convegno dei tre fosse sentita anche la voce dell’Italia. Da qui la ragione del nostro messaggio. Ella sa, signor ambasciatore, con quale profonda sincerità il governo italiano persegua una politica di amicizia e di stretta collaborazione con gli Stati Uniti e con quale fiducia il nostro popolo guardi verso il presidente Roosevelt e ne segua i nobili sforzi intesi ad assistere l’Italia sul faticoso cammino della sua rinascita democratica, ad avviare l’Europa verso una sistemazione accettabile per tutti, ad impedire che nuovi germi e focolai di disordini e di guerre possano ostacolarne e comprometterne la necessaria ricostruzione. Non dubito per questo ch’ella vorrà appoggiare, con la sua autorità, le nostre parole e di ciò le sono molto e vivamente riconoscente. "} {"filename":"a7626558-c1f2-43c6-87d3-fdf570748547.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"(Per Washington) Telegrammi di codesta ambasciata n. 136, 141 e 144 dei 1° e 2 corrente e telegramma di questo ministero n. 213 del 29 corr. (Per Londra) Telegrammi di questo ministero n. 3194 del 9 corr. e n. 228 del 29 corr. Si è provveduto ad esaminare attentamente quanto comunicato dall’ambasciatore a Washington coi telegrammi citati in riferimento e, per quell’azione che le riuscisse possibile di svolgere, in relazione ai noti progetti di pace con l’Italia, si ha il pregio di esporle le considerazioni che seguono: 1) Nella nostra politica estera tradizionale dal Risorgimento in poi, abbiamo sempre considerato le nostre colonie e la nostra attività coloniale non come una causa di attriti, anzi al contrario come un terreno di collaborazione amichevole con la Gran Bretagna e con le Potenze occidentali in genere. Siamo andati a Massaua nel 1885, per suggerimento di Londra; siamo andati in Somalia per sventare i tentativi germanici di affermarsi colà; siamo andati in Libia mediante gli accordi con la Gran Bretagna e la Francia che segnarono, nel 1901-1904, l’inizio della nostra adesione all’Entente primadell’altra guerra mondiale (vedi telespresso n. Segr. Pol. 541 e studio allegato). A tale politica noi siamo fermamente decisi di tornare; e perciò siamo intanto sinceramente desiderosi che la questione attuale delle nostre colonie sia oggetto, possibilmente, di un ampio e amichevole esame e ciò sarà tanto meglio se fatto d’intesa e col benevolo appoggio dei governi di Londra e Washington. 2) Nell’esame della questione delle colonie italiane bisogna anzitutto tener presente che, per noi, le colonie sono particolarmente valutate in relazione alla nostra emigrazione, tanto più che l’Italia non solo non può assorbire i molti italiani stabiliti nell’ultimo cinquantennio nei suoi territori coloniali, ma deve anzi attendere nel dopoguerra a potenziare al massimo grado la sua emigrazione. Si aggiunga che l’emigrazione italiana nelle nostre colonie è il risultato di parecchi decenni di sacrifici finanziari e di lavoro svolti in condizioni di ambiente fisico spesso assai sfavorevoli. 3) Le nostre colonie non sono costruzioni politiche recenti che sia facile diversamente rimaneggiare. S’intende che la soluzione da noi auspicata sarebbe il ripristino della nostra sovranità sulle colonie nei limiti dello status quo anteriore alla guerra etiopica. Se tuttavia l’eventuale negoziato cui vivamente ci auguriamo di giungere, avesse bisogno di elementi di souplesse, parrebbe conveniente ricercarli piuttosto nella «intensità» della nostra sovranità sulle colonie anziché nei limiti territoriali di queste. In altri termini, se ci venissero fatte difficoltà contro il ripristino dello status quo sarebbe preferibile per noi accettare per qualcuna delle nostre colonie o per determinate regioni di esse il trusteeship, anziché addivenire a cessioni territoriali. 4) La Libia non è soltanto un problema africano. Uno spostamento della sovranità a nostro danno in quei territori implicherebbe una modifica dell’equilibrio del Mediterraneo: ciò che non può essere indifferente per nessuno. Noi, beninteso, teniamo (e in maniera fondamentale) alla Libia, che, come è noto, è, per leggi vigenti, parte del territorio nazionale, divisa in provincie come il rimanente dell’Italia peninsulare. Essa era abitata nel 1939 da 118.718 italiani su di un totale di 800 mila abitanti, percentuale altissima se si tiene conto che il resto della popolazione è composto di genti assai diverse: arabi, berberi, ebrei indigeni, negri sudanesi, ecc. La Libia ha svolto, nel complesso dell’emigrazione italiana nel bacino del Mediterraneo una sua particolare funzione in quanto, mentre nel 1911 gli italiani di Libia costituivano la più piccola comunità italiana nei territori dell’Africa e del Levante, oggi essi rappresentano la più numerosa comunità di connazionali in quei territori. Della Libia, la parte che più si presta alla colonizzazione è quella orientale, come è provato dal fatto che nella sola Cirenaica erano stabiliti 65 mila italiani. Una documentazione sulla colonizzazione della Cirenaica è stata inviata a codesta ambasciata (vedi telespresso n. Segr. Pol. 74\/C. del 27 gennaio u.s.), ed è anche in possesso del Dipartimento di Stato che l’aveva richiesta. Da parte britannica, dopo quanto avvenuto negli anni scorsi, si vede con una certa diffidenza la nostra presenza in Cirenaica; da ciò la tendenza inglese ad estrometterci attraverso concessioni all’Egitto ed ai Senussi , concessioni che, anche indipendentemente dal danno che ce ne deriva, provocherebbero il rapido declino di una regione da noi già avviata verso un effettivo progresso economico e civile. Per quanto si riferisce ai Senussi è da chiarire che essi non sono un gruppo di popolazioni, ma una confraternita religiosa mussulmana (non da tutti ritenuta ortodossa), che ha la sua sede nelle oasi del deserto libico tra l’Egitto, la Cirenaica e il Sahara francese. Essi hanno un lungo passato di lotte e di accordi, successivamente con francesi, inglesi ed italiani. La questione senussita era stata risolta dall’Italia nello spirito più largo nel 1920 con il noto accordo che attribuiva ai Senussi l’amministrazione delle oasi del deserto libico nelle quali la confraternita ha le sue sedi. Questo accordo non ha poi funzionato, anche per le discordie interne degli stessi Senussi. Comunque, poiché, come si è accennato, l’atteggiamento inglese sembra dettato soprattutto da considerazioni di ordine strategico, converrebbe ricercare se alla questione non potrebbe essere data una soluzione che tenga soprattutto conto di tali apprensioni: a parte il fatto che nella nuova organizzazione per la sicurezza dovrebbe risultare sensibilmente ridotta la possibilità di aggressione, l’Italia non sarebbe aliena dal dare ulteriori garanzie locali. Queste garanzie locali potrebbero essere concordate riprendendo l’antica partizione geografica della Libia in Tripolitania, Cirenaica e Marmarica e dando alla Marmarica (che si differenzia per aspetto fisico e per l’importanza del suo Porto di Tobruk dal finitimo altipiano cirenaico) un particolare regime internazionalmente concordato che potrebbe anche estendersi ai cosidetti luoghi santi senussiti. La proposta non dovrebbe trovare sfavorevole accoglimento: il porto di Tobruk è forse destinato ad aumentare d’importanza in seguito al nuovo regime che sarà stabilito per gli Stretti. In tal modo l’altopiano Cirenaico che è essenziale per la colonizzazione italiana resterebbe all’Italia come campo aperto alla nostra emigrazione, mentre tra la Cirenaica e l’Egitto verrebbe costituito un territorio comprendente la zona costiera di interesse militare e quella interna delle sedi senussite. 5) L’Eritrea è talmente legata alla storia dell’Italia per eventi tristi e lieti che la Nazione italiana sentirebbe duramente un sacrificio di quella colonia. E tanto più grave ciò sarebbe se i sacrifici dovessero esserci imposti in favore dell’Etiopia e cioè non soltanto come durissima umiliazione nostra, ma anche con sicuro danno del territorio così sacrificato che sarebbe destinato a sicuro decadimento, dopo un cinquantennio di nostra opera civilizzatrice (vi sono 72 mila italiani su 600 mila abitanti). Tale umiliazione sarebbe poi anche immeritata se si tiene conto di quel che noi abbiamo fatto e speso in Eritrea per dotarla di una attrezzatura moderna, che può anche essere ulteriormente ampliata con sicuro vantaggio per lo sviluppo economico di quella parte dell’Africa. 6) Per quanto si riferisce allo «sbocco al mare» a favore dell’Etiopia, cui si è ventilata l’idea di cedere Assab , è da tener presente che l’Etiopia è un paese di montanari che in nessun periodo della sua storia, almeno dal Medioevo in poi, ha avuto un proprio sbocco al mare. La zona costiera del Mar Rosso è abitata da popolazioni che non sono abissine, ma somale e dancale differenti dagli abissini per religione (mussulmana), lingua, razza. La questione dello sbocco al mare dell’Etiopia se intesa come cessione territoriale, implicherebbe quindi, oltre tutto, la soggezione a quello Stato africano di popolazioni che non ne hanno mai fatto parte. D’altra parte vi sono molti paesi che non hanno un proprio sbocco al mare pur avendo un commercio estero assai superiore a quello dell’Etiopia. Se invece lo sbocco al mare va inteso dal punto di vista economico, ricordiamo che l’Italia è il solo Stato confinante con l’Etiopia che sin dal 1928 le ha concesso, a seguito del trattato di amicizia, una zona franca nel porto di Assab. Tale trattato prevedeva la costruzione di una camionabile da Assab a Dessié, camionabile che abbiamo costruito tra il 1936 ed il 1940. Siamo pronti ad offrire ad Assab le più larghe facilitazioni all’Etiopia. 7) La Somalia italiana, colonia di carattere tropicale, ha comparativamente assai più progredito civilmente che le finitime regioni abitate egualmente da somali e soggette alla sovranità di altri Stati. Se tuttavia si intendesse costituire, come fatto cenno nel telegramma dell’ambasciatore Tarchiani, un gruppo di trusteeships dei territori somali: Somalia britannica, Somalia francese, Ogaden etiopico, Somalia italiana compreso l’oltre Giuba che è abitato da popolazioni somale, noi saremmo anche disposti ad accettare tale trusteeship per il territorio attualmente di nostra pertinenza e a collaborare cordialmente in tale campo. Naturalmente premessa indispensabile a far valere il nostro punto di vista e le nostre ragioni, e quindi primo risultato che dobbiamo cercare di ottenere, è che la questione non venga decisa al di fuori di noi, ma con noi amichevolmente esaminata. Per quanto si riferisce alla nostra opera di valorizzazione coloniale si richiama ad ogni buon fine l’allegato al telespresso n. Segr. Pol. 300\/C. (per Londra) e Segr. Pol. 272 (per Washington) di cui si fa riserva di trasmettere quanto prima vari esemplari in lingua inglese. "} {"filename":"811b18ef-89c2-4e14-8b60-a7bf72ef1a2f.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Il Giornale alleato di Trieste, alla data del 12 agosto ha riportato la notizia che, alla conferenza stampa del colonnello Bowman , capo dell’amministrazione militare alleata in quella regione, sarebbe stata posta una domanda se il governo militare alleato intendesse autorizzare il ritorno nella Venezia Giulia di «circa 70 mila» sloveni colà residenti prima dell’avvento del fascismo e che avevano successivamente dovuto lasciare il paese rifugiandosi in Jugoslavia per motivi politici. Rispondendo all’interpellante, il maggiore J.W. Ballew avrebbe dichiarato che il governo militare alleato «non ha posto nessuna limitazione al numero di coloro che ritornano ai loro domicili nella Venezia Giulia». Non le nascondo che le dichiarazioni sopra riportate mi hanno lasciato alquanto perplesso. Ho anzitutto motivo di ritenere assolutamente esagerato calcolare a 70 mila il numero degli sloveni che, durante il regime fascista avrebbero dovuto emigrare dalla Venezia Giulia per motivi politici. Se è vero che una emigrazione politica ci fu, essa ebbe proporzioni infinitamente più modeste e la maggior parte degli altri sloveni che si allontanarono da quei territori lo fecero liberamente per motivi di tutt’altro genere, connessi alla loro professione od ai loro personali interessi. Stabilire in maniera inequivoca che gli sloveni emigrati durante il regime fascista siano gli stessi i quali oggi manifestano l’intenzione di ritornare nella Venezia Giulia mi sembra cosa assai difficile. D’altra parte non posso non prospettarle la necessità che i controlli e le indagini più accurate vengano compiuti sul buon diritto degli sloveni che, a quanto mi risulta, quotidianamente vengono portati a Trieste a mezzo di camion jugoslavi, a riprendere domicilio legale nella città. Non dubito che ella vorrà concordare con me sulla opportunità di evitare che nel delicato momento attuale si verifichino nella Venezia Giulia dei movimenti di popolazioni che hanno tutte le caratteristiche di una immigrazione a scopi prettamente politici organizzata da coloro i quali possono avere interesse a compromettere gravemente, in maniera artificiosa, l’attuale e naturale equilibro della popolazione di quelle regioni. Le sarei molto grato, caro ammiraglio, se ella vorrà cortesemente disporre gli accertamenti del caso dandomi a suo tempo notizie. "} {"filename":"c1e0622a-40fe-4233-9088-958ac3822b52.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Signor Presidente, signori Ministri, Vi ringrazio d’aver dato occasione al rappresentante dell’Italia democratica di prendere la parola. Ne userò brevissimamente. Lo farò in tutta schiettezza, evitando la tattica tradizionale di proporre delle tesi massime per arretrare poi su quelle possibili, ma indicherò chiaramente quali sono i sacrifici che possiamo e dobbiamo fare in nome della solidarietà europea e della ricostruzione di un mondo più giusto, onde risulti d’altra parte quali sono le soluzioni che nessun governo democratico in Italia potrebbe fare proprie. Noi abbiamo di mira sopratutto il ristabilimento della vecchia amicizia con la Jugoslavia, spezzata dall’aggressione fascista che noi democratici antifascisti abbiamo deplorato e condannato. Nella guerra mondiale 1914-18 l’Italia, sacrificando 600.000 morti, non solo liberò Trento e Trieste, ma contribuì anche in modo decisivo alla liberazione degli altri popoli oppressi e il popolo italiano si onora di essere stato fra gli autori della indipendenza dei serbo-croato-sloveni. Nello stesso spirito che ci animava in quei giorni mi trovo oggi di fronte a voi. La frontiera fra i due Stati venne fissata di libero e comune accordo fra italiani e iugoslavi nel Trattato di Rapallo e ratificata dai due Parlamenti democratici di Roma e di Belgrado. Se la democrazia italiana avesse potuto applicare i principi che l’avevano ispirata, una serie di garanzie linguistiche e di autonomie regionali avrebbe dato alle minoranze etniche la sicurezza della propria vita nazionale. Ma un’ondata di reazione nazionalistica si rovesciò sulla democrazia e dalla passione di Fiume nacque il fascismo, che con la violenza e con il terrore conquistò il potere, accampandosi in tutte le regioni d’Italia. Gli jugoslavi lamentano a ragione l’oppressione delle loro minoranze nella Venezia Giulia e reclamano vendetta per l’incendio del Narodni Dom a Trieste. Hanno ragione. Noi possiamo comprendere le offese che essi denunciano perché le abbiamo condivise. Anche il mio giornale a Trento venne incendiato e devastato, anch’io finii in carcere. Come tanti antifascisti italiani e slavi, dentro e fuori d’Italia, migliaia di democratici senza distinzione di nazionalità dovettero vivere come esuli. Noi non dissimuliamo certo le responsabilità decisive che l’Italia ha assunto nella determinazione dell’ultimo conflitto, ma il popolo italiano ha fatto tutto quanto stava in lui per capovolgere la situazione determinata dal dittatore. A loro volta gli jugoslavi possono rendersi conto di quale fosse la nostra situazione. Anche essi, sotto Nedic e Pavelic , hanno provato che cosa significhi una implacabile dittatura. Poi, sotto l’impulso delle vittorie alleate cominciò su entrambi i fronti la partecipazione alla guerra insurrezionale contro i tedeschi. La rivolta italiana del 25 luglio e l’armistizio dell’8 settembre resero possibile che in certe zone balcaniche i nostri soldati fornissero armi e si unissero in forti unità alle bande partigiane slave e balcaniche. Qual pegno più forte per lavare col sangue sparso in comune le antiche offese e rinnovare l’amicizia delle due democrazie? Perché invece, nel momento della vittoria comune, venne accampato il diritto del primo occupante e migliaia di italiani vennero deportati dal nostro suolo e internati nei campi della Jugoslavia? La convenzione Alexander-Tito ne prevede il rimpatrio, ma per il numero maggiore le madri italiane sono ancora in angoscia e macabri fantasmi si frappongono in mezzo agli uomini di buona volontà. Mettiamoci d’accordo per rasserenare l’atmosfera in cui dobbiamo vivere, bandiamo i fantasmi, ridoniamoci la tranquillità, evitiamo le reciproche accuse, sottoponendo ad una autorità internazionale il controllo sulla verità dei fatti ed il giudizio sulle offese e atrocità presenti e passate. L’Italia democratica vuol fare ogni sforzo per contribuire ad una soluzione equa. Essa potrebbe richiamarsi al Trattato di Rapallo liberamente convenuto fra i due popoli nell’era pre-fascista, il quale stabilisce la presente frontiera e garantisce l’autonomia di Fiume, come «corpus separatum». Ma l’Italia è disposta a transigere. La linea ideale etnica non esiste: sventuratamente è ormai costume europeo che nelle zone miste si contestino da una parte e dall’altra tutte le statistiche. Ho in proposito una personale esperienza. Nei moltissimi dibattiti del Reichstag austriaco, ove rappresentavo Trento irredenta, l’argomento delle statistiche era il più frequente, ma anche il meno accettato dalle due parti e quindi il meno risolutivo. Ciò avveniva non solo fra tedeschi e cechi, fra polacchi e ucraini, fra tedeschi e magiari, ma anche proprio fra i deputati italiani e slavi del litorale adriatico. Non è che la maggioranza italiana (secondo i più verosimili calcoli 550.000 italiani contro 400.000 slavi) della Venezia Giulia abbia da temere dalle statistiche e noi ci riserviamo di fornire tutti i dati tecnici necessari in appoggio alla nostra tesi, o a contestazione dell’altrui. Qui mi limito a dichiarare che il governo democratico italiano è d’accordo che si tenti di ricongiungere al territorio slavo quanti più nuclei slavi sia possibile ad oriente dell’attuale frontiera però entro i limiti indispensabili alla vitalità di Trieste e delle altre città italiane e che ciò non implichi la disintegrazione economica della regione. Non possiamo tagliare le città dal loro contado agricolo, né dai loro acquedotti né dalle loro comunicazioni che raccordano Pola a Trieste. Noi siamo pronti a riconoscere entro i limiti del possibile i diritti e gli interessi jugoslavi, ma non sarebbe equo che le miniere dell’Arsa che potrebbero rendere all’Italia l’80% della produzione nazionale di carbone, le vengano tolte né che le miniere di bauxite, unica materia prima autarchica in Italia, vengano sottratte all’alimentazione delle nostre fabbriche di alluminio, mentre la Jugoslavia, notoriamente esportatrice di carbone e bauxite, possiede 19 miniere di antracite, 202 di carbone e lignite ed 82 di bauxite. Noi consideriamo che una frontiera che prenda per base la linea Wilson potrebbe costituire una onesta linea di demarcazione fra i due Paesi. È questa una linea la cui concezione è nata a Londra e si è sviluppata nelle discussioni amichevoli fra emigrati jugoslavi e democratici italiani durante l’altra guerra. Concretata dopo una lunga serie di studi fondati su un criterio di assoluta imparzialità, essa ebbe poi l’appoggio illuminato di Wilson che la fece sua. Essa presuppone naturalmente una reciproca legislazione e garanzia delle minoranze, al di qua e al di là, e suppone che Fiume, porto a disposizione del retroterra jugoslavo, riprenda l’antico suo statuto autonomo, il quale garantisca il suo carattere nazionale, suppone anche che una rinnovata amicizia italo-jugoslava consacrata nei patti internazionali tuteli l’italianità di Zara e delle altre minoranze. Signori Ministri dichiarandoci pronti a questi sacrifici noi sappiamo di deludere l’attesa di molti italiani e di infliggere contro la nostra volontà una dolorosa ferita ai nostri confratelli che vivono nelle zone da cui verremmo a separarci: assumiamo tuttavia questa pesante responsabilità per contribuire alla pacificazione dell’Adriatico la quale in questa guisa, con eventuali delimitazioni e con l’indipendenza dell’Albania potrà ritenersi assicurata. Resta la funzione continentale anzi internazionale del porto di Trieste. Noi siamo favorevoli all’internazionalizzazione del porto di Trieste nel senso di ammettere una franchigia doganale completa del porto, integrata da una serie di altre concessioni a favore degli Stati del retroterra e consentendo sopratutto agli importatori la trasformazione delle merci grezze in prodotti semi-lavorati o finiti. La struttura e l’ampiezza di questo carattere di emporio internazionale dovrà essere esattamente valutata dai tecnici, rimanendo però fin d’ora stabilito che tale cooperazione internazionale dovrà eliminare ogni concorrenza tra Trieste e Fiume ed andar congiunta con una collaborazione ferroviaria, affidata ai Paesi dell’hinterland e alla compagnia delle ferrovie Danubio-Sava-Adriatico. Prima di concludere ho il dovere però di invocare misure di emergenza per rimediare agli effetti economico-sociali della linea Morgan. Spezzando in due un complesso economico-industriale, essa non solo non permette all’Italia di venire in aiuto ai 200.000 italiani (compresa Fiume e Zara) che si trovano al di là della linea in condizioni materiali e alimentari estremamente difficili, ma impedisce di riattivare le industrie tuttora vitalmente connesse coll’organizzazione economica italiana. La disoccupazione e le sofferenze hanno assunto carattere allarmante; occorre un intervento rapido e decisivo su una questione che prima di essere italiana, è umana! "} {"filename":"b603823a-b2d5-4e19-87de-b5adfb390cb8.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"(Per Washington) Telegrammi di questo ministero n. 453 e 563. (Per Mosca e Parigi) Telegramma di questo ministero n. 6819. (Per Londra) Telegramma di codesta ambasciata n. 624 del 22 settembre e telegramma di questo ministero n. 490. (Per Rio de Janeiro) Telespresso di questo ministero n. 965\/C. del 22 ottobre. Come noto, nel corso del colloquio avuto a Londra col segretario di Stato Byrnes, accennando alla questione delle colonie italiane, ebbi ad osservare che, mentre per la questione della frontiera orientale al governo italiano era stata riconosciuta la facoltà di esprimere il proprio punto di vista, nulla di consimile era stato previsto per quanto si riferiva al problema delle colonie italiane prefasciste che la Conferenza dei Cinque ministri degli Affari Esteri si proponeva di esaminare. Il ministro Byrnes rispose che avremmo potuto esporre il nostro punto di vista in argomento per iscritto. In conseguenza, gli esperti italiani a Londra hanno redatto il «memorandum», di cui si allega copia che l’ambasciatore Carandini è stato autorizzato a consegnare alla segreteria della Conferenza. Il «memorandum» di cui trattasi espone in maniera schematica e sopratutto sulla scorta di elementi di carattere tecnico, il nostro punto di vista sui vari aspetti della questione e la nostra aspirazione a veder conservate, in un modo o nell’altro, all’Italia, le colonie prefasciste che furono a suo tempo legittimamente acquisite in base ad accordi internazionali liberamente negoziati, e che il popolo italiano ha valorizzato e trasformato col suo pacifico ed apprezzato lavoro. La S.V. vorrà consegnare copia del «memorandum» anche a codesto governo, illustrandone il contenuto eventualmente anche con gli elementi di dettaglio esposti nelle documentazioni già inviatele, ed esprimendo la fiducia che le argomentazioni in esso svolte troveranno attenta considerazione e comprensivo apprezzamento presso codesto governo e che esso vorrà tenerne conto quando il problema verrà nuovamente preso in esame dalla Conferenza di Londra. Tali argomentazioni, come si è già accennato, hanno carattere prevalentemente tecnico e mirano a porre in luce sopratutto la storia delle nostre colonie come tali, le loro caratteristiche etniche ed economiche, il lavoro da noi compiuto, le difficoltà di una amministrazione collettiva, il miglior indirizzo da seguire, secondo noi, per il loro ulteriore sviluppo. Vi sono però altri aspetti della questione, la trattazione dei quali non ha potuto trovare posto nel «memorandum», dati i limiti e la natura di esso, e che tuttavia la S.V. vorrà tenere presenti. In primo luogo la funzione delle colonie italiane, nell’equilibrio politico del Mediterraneo e del Mar Rosso. L’equilibrio del Mediterraneo, che sta particolarmente a cuore a tutti i paesi aventi interessi in questo mare, e naturalmente anche all’Italia che vi è racchiusa, è stato faticosamente raggiunto nel periodo compreso tra la fine del secolo scorso e il principio di questo secolo, attraverso una serie di accordi diplomatici a carattere bilaterale e plurimo che, contemperando e conciliando diversi e talora convergenti interessi, avevano finito per trovare una formula di intesa generale da cui era scaturita l’attuale sistemazione, venuta via via consolidandosi attraverso un trentennio e più di esperienza. L’attuale assetto politico del nord Africa è tale da assicurare una pacifica collaborazione fra tutte le Nazioni mediterranee e specialmente interessate nel Mediterraneo. Il voler mutare tale statu quo – e quanto è avvenuto a Londra nella prima fase della Conferenza sembra confermare tale timore – solleva problemi e aspre incognite che nello stesso interesse della pace sembra convenga a tutti di evitare. Analoghe considerazioni possono farsi per quanto si riferisce al mar Rosso e all’Africa Orientale, dove, sin dagli inizi la costituzione di quelle due colonie italiane, del resto modeste, venne concepita e favorita dalle Potenze come un elemento di stabilità e di equilibrio, nell’assetto di quel delicato settore. Le responsabilità dell’Italia nel campo coloniale creano inoltre fra di essa e le altre Potenze che hanno in Africa analoghi compiti e responsabilità, specie con la Gran Bretagna e la Francia, una concomitanza di situazioni che non può non risolversi in una garanzia di solidarietà e collaborazione nella tutela dei comuni interessi e nel consolidamento della pace. Sia in Mediterraneo che in mar Rosso la presenza dell’Italia adempie quindi – e tanto più può adempiere nelle presenti nostre condizioni – ad una funzione di equilibrio e di stabilità tali da evitare il sorgere di nuovi contrasti di cui sono già apparsi palesi i sintomi non appena affiorano i primi progetti di mutamenti dell’attuale statu quo. In secondo luogo il nostro problema demografico. La questione dell’emigrazione è, come ben noto, uno dei maggiori problemi nostri, la cui soluzione si imporrà tosto o tardi all’attenzione, non solo del governo italiano, che sin da ora lo ha presente in tutti i suoi diversi aspetti, ma anche alla stessa attenzione internazionale. Molti Paesi, specialmente sudamericani, ci hanno già fatto conoscere il loro desiderio di accogliere emigranti italiani, ma è evidente che tale possibilità, subordinata come è alla stipulazione di convenienti accordi, alle effettive condizioni di ricezione e impiego da parte dei vari Paesi e, sopratutto, ai mezzi di trasporto transoceanici, non può considerarsi di facile né di rapida attuazione. E d’altra parte, tali aperture hanno sino ad ora avuto semplicemente carattere generico e vago, mentre la politica immigratoria adottata da vari decenni dagli Stati verso i quali si avviavano a preferenza i nostri emigranti, ci induce a non nutrire, per ora almeno, soverchie illusioni al riguardo. Sta per contro il fatto che migliaia di italiani vengono espulsi, o minacciati di espulsione da vari paesi come la Grecia, la Tunisia, l’Etiopia e altre migliaia, in conseguenza delle misure fiscali adottate nei loro confronti, saranno forse costretti ad abbandonare i paesi nei quali si erano stabiliti. In tale situazione, le nostre colonie, come è già accennato nel «memorandum», rappresentano pur sempre un campo di assorbimento nel quale, sia pure a prezzo di duro lavoro, molti italiani potranno ricostruire la loro vita. È interessante a tale proposito rilevare come indagini recentemente compiute abbiano dimostrato che successivamente all’acquisizione della Libia (1911) l’emigrazione italiana, prima diretta negli altri Paesi mediterranei, è stata quasi esclusivamente assorbita dalla Tripolitania e dalla Cirenaica a tal punto che la collettività italiana della Libia, la quale nel 1911 era numericamente la più esigua fra le collettività italiane nel Nord Africa e nel Medio Oriente, è ora la più numerosa (anche se paragonata a quelle pure notevoli d’Egitto e di Tunisia) mentre tutte le altre comunità italiane negli stessi Paesi sono rimaste, da quell’epoca, pressoché stazionarie. V’è infine un aspetto più propriamente d’ordine morale che pur conviene non trascurare. L’esperimento di una amministrazione internazionale collettiva non è stato ancora mai tentato e verrebbe per la prima e forse unica volta adottato per le nostre colonie le quali, oltre ad essere per la loro povertà le meno adatte ad esperienze del genere, sono state sino ad ora bene amministrate dall’Italia e valorizzate dal lavoro italiano in condizioni che hanno in più di una occasione suscitato riconoscimenti ed elogi da parte di competenti di ogni paese. Si aggiunga che, a parte una relativamente rada popolazione indigena, le nostre colonie sono abitate da migliaia di italiani e che toccherebbe in realtà a questi ultimi di sottostare ad una amministrazione straniera o internazionale; si aggiunga anche che nessun provvedimento del genere è previsto per territori coloniali dove simili esperimenti potrebbero avere – per le particolari condizioni locali – risultati assai più probanti, né per altri territori nei quali, pure in migliori condizioni di ambiente, nulla è stato fatto, o assai poco, dai paesi che li hanno sinora amministrati e che continueranno ad amministrarli, né infine in paesi che, assai più progrediti delle nostre colonie, da tempo reclamano e attendono l’indipendenza. In tali condizioni una qualunque soluzione che sottraesse definitivamente all’Italia e agli italiani le loro vecchie colonie, sarebbe risentita dalla Nazione come un atto non ispirato a criteri di giustizia e di equità e apparirebbe piuttosto dettato da criteri punitivi o vendicativi ai quali concordemente gli alleati hanno a più riprese dichiarato di non volersi attenere nei nostri confronti. Confidiamo pertanto che, nelle more delle decisioni avvenire, i governi interessati vorranno considerare la questione con spirito di favorevole comprensione verso il nostro paese e consentirgli di continuare in Africa quell’opera di civilizzazione che nel futuro ancor più che nel passato dovrebbe unire in una politica di solidale ed effettiva collaborazione i popoli colonizzatori. "} {"filename":"873efd36-a274-49a5-b400-f3e1bf8974ec.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Dando seguito alla mia lettera del 25 ottobre, n. 3\/1881, faccio nuovamente riferimento alla sua lettera n. 591\/156\/EC, datata 12 ottobre relativa alle attività jugoslave nella Venezia Giulia . Cercherò di rispondere ai vari punti che lei ha affrontato, nello stesso ordine in cui li ha esposti nella sua lettera: a) concordo sul fatto che il termine «plebiscito» non è strettamente corretto. Questo, però, è come viene descritto dai suoi promotori, ed è un fatto che c’è una campagna organizzata molto attiva con lo scopo di ottenere firme e altre forme di consenso, più o meno volontario e più o meno sincero, con l’obiettivo di presentare un presunto «plebiscito» a favore dell’annessione di quei territori alla Jugoslavia. Tecnicamente, lo ammetto, non è la stessa cosa, ma l’obiettivo è ovviamente lo stesso, cioè di costruire un argomento inteso ad influenzare artificialmente una decisione relativa alla futura assegnazione della regione in questione. Il problema di fornire prove dirette che questa campagna viene organizzata dalle «autorità jugoslave» sollecita la questione di cosa si intenda come prove dirette. Come noi italiani sappiamo troppo bene dalla recente esperienza personale, è davvero molto difficile, per non dire impossibile, in qualsiasi regime totalitario – quale è indubbiamente quello esistente ora in Jugoslavia – tracciare una linea fra iniziativa governativa o ispirata dal governo, e iniziativa puramente individuale. Inoltre è un fatto che questa iniziativa è portata avanti lungo le stesse linee e con gli stessi metodi nei territori sotto controllo jugoslavo e in quelli sotto controllo alleato, e sono quindi ovviamente parte di uno schema generale e ben organizzato. Ed è molto difficile credere che questo schema possa essere portato avanti nel settore sotto controllo jugoslavo, senza godere di ben più che la tolleranza delle autorità jugoslave. b) Quanto appena detto, già copre in parte il sunto che lei ha affrontato alla lettera (b). Come evidenziato nella mia lettera del 25 ottobre, è praticamente impossibile raccogliere piene e dettagliate prove documentarie di eventi che hanno luogo in territori dove non c’è assolutamente possibilità di esercitare controllo diretto o di agire immediatamente. Come lei sa, il governo italiano ha già suggerito ripetutamente che un corpo alleato o neutrale, indipendente e imparziale, indaghi sulla situazione creata alle persone di nazionalità italiana nella sezione della Venezia Giulia controllata dagli jugoslavi. Oggi ancora una volta voglio avanzare questo suggerimento, e le sarei grato se lei lo potesse inoltrare a chi di competenza. Ma a parte questo, credo che l’inatteso ritardo nel definire la sistemazione finale richieda ancora di più che i governi alleati siano rappresentati, almeno in forma di osservatori, nell’amministrazione dei territori contesi che infatti, come ricorderà, gli alleati avevano deciso di mantenere sotto il loro controllo diretto fino alla decisione finale. c) e d) È ovvio, come lei nota alla lettera (c), che non vi è alcuna ragione per impedire che in un regime democratico chiunque possa far circolare qualsiasi petizione gradisca, purché senza violenza o costrizione. Incidentalmente, faccio notare che è almeno dubbio che una simile pubblica sollecitazione in favore dell’Italia sarebbe ammessa nell’area controllata dalla Jugoslavia – ma, d’altro canto, non dubito che nel caso di campagne portate avanti dagli slavi, vi siano violenza e costrizione. Anche qui, desidero enfatizzare che è molto difficile raccogliere prove documentali esaustive, particolarmente per le autorità italiane che non esercitano controllo localmente. Noto che lei fa riferimento alla mancanza di iniziativa da parte della popolazione locale nel denunciare casi di tal genere. La principale spiegazione è ovvia: la gente vive nella paura quotidiana proprio della violenza che non osa denunciare, e delle conseguenze che venire troppo allo scoperto potrebbe comportare per loro, nell’incerta futura sistemazione di quei territori. Sono certo che molti di questi svantaggi potrebbero essere superati se le autorità alleate trovassero modo di acconsentire ai suggerimenti già proposti, cioè di autorizzare l’invio di qualche osservatore italiano responsabile, che potrebbe dare un aiuto considerevole nei contatti con la popolazione locale e informare gli ufficiali locali del GMA di molte circostanze che altrimenti sfuggirebbero alla loro attenzione. Le sarei davvero grato se fosse così cortese da trasmettere questo suggerimento alle autorità appropriate. Mi lasci concludere, caro Ammiraglio Stone, che è lungi dalle intenzioni del governo italiano esacerbare la situazione locale e gettare nuova benzina sui contrasti molto seri provocati dall’occupazione jugoslava della regione. È nostro dovere, tuttavia, difendere, accanto al supremo interesse dell’Italia, anche gli interessi di quella parte della popolazione – e sono la maggioranza – che ancora guarda all’Italia come al proprio paese e che chiede solo di avere l’opportunità di esprimere liberamente e senza paura questo suo sentimento. P.S. Vorrei aggiungere che l’obiettivo di fare campagna per le firme da parte di agenti jugoslavi nella Venezia Giulia e indirettamente, da parte della autorità da cui tale attività è assistita e favorita, sono anche provate da due passaggi della dichiarazione resa dal sig. Eduard Kardelj il 12 settembre 1945 di fronte al Consiglio dei ministri degli esteri. Cioè: «Il governo jugoslavo riceve in continuazione petizioni dalla Marca Giuliana firmate sia da jugoslavi sia da italiani che richiedono che la Marca Giuliana diventi una parte della Jugoslavia. Sulle petizioni finora giunte al governo jugoslavo – e la delegazione ha con sé queste petizioni – sono apposte 346.486 firme che rappresentano il 53% della popolazione adulta della Marca Giuliana». Non è necessario aggiungere che, anche dal più semplice calcolo statistico, i dati citati dal vice Primo ministro jugoslavo sono semplicemente non credibili. "} {"filename":"fe2795ad-21c8-44ef-8926-9cc42c025c8b.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Ho letto le relazioni Strobel : allarmanti, perché esatte. Chiedo di vedere anche gli allegati. Mi pare che se ne deve cavare un sunto da inviare alla presidenza, colla proposta di provvedere al prefetto. Un’altra lettera va mandata all’A.C. rilevando chi sta alla redazione del Dolomiten, problema dei cittadini germanici ecc. Un terzo rapporto riguardante interventi francesi conviene mandare a Parigi. Ho vivo interesse che si faccia presto. Avvertire ministero Guerra circa Folgore e sostituzione. "} {"filename":"ca0389e7-5971-4fe4-b911-c5259323c2e3.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Ritengo utile segnalarti l’unito appunto relativo ad alcuni scambi di vedute intervenuti a Londra lo scorso settembre tra i nostri esperti ed il Research Department del Foreign Office, sulla questione del futuro nuovo confine italo-jugoslavo. Premetto che il suddetto Research Department, pur essendo associato al Ministero degli Esteri britannico non elabora, e tanto meno provoca, direttive politiche, ma si limita a preparare il materiale tecnico e documentario che interessa gli uffici politici veri e propri. Esso tuttavia in certo modo e almeno in parte riflette le direttive lungo le quali si va orientando il pensiero degli organi responsabili, e per ciò stesso il suo punto di vista è certamente indicativo. Come rileverai, da parte degli esperti inglesi – per quel che vale la loro opinione – si è molto lontani dal pensare ad una soluzione sulla base della linea Wilson. E ciò non tanto, forse, perché gli inglesi siano contrari in principio ad una soluzione a noi più favorevole, ma perché è sempre attivo e presente nel loro animo l’acceso timore delle complicazioni che potrebbero sorgere se non si trova il mezzo di contentare in qualche modo gli jugoslavi sì da indurli ad accettare senza troppe grandi difficoltà quel qualsiasi compromesso che i «cinque» (o «quattro» che siano) riusciranno ad elaborare. Tenendo anche presente l’atteggiamento sovietico, essi tendono dunque, in sostanza, ad interpretare la risoluzione del 19 settembre in senso restrittivo. In queste circostanze l’unica cosa che, anche dalle conversazioni con gli esperti inglesi, sembrerebbe potersi considerare ormai acquisita, è il mantenimento della nostra sovranità su Trieste. Per il rimanente, la formula da essi adottata, è la seguente: la nuova linea di frontiera non dovrà lasciare in territorio italiano un numero di slavi maggiore di quello degli italiani lasciato in territorio jugoslavo. Né, è stato osservato cortesemente ma significativamente, l’Italia, che ha aggredito gli slavi ed ha perso la guerra, potrebbe pretendere di più e di meglio. A prescindere da altre considerazioni, la linea di frontiera che deriverebbe da una stretta applicazione di questo principio, è decisamente incongrua e comunque molto lontana dalle nostre esigenze. In quale misura ed in quale direzione potrà essere modificata? Sempre secondo gli esperti inglesi, sarebbe illusione da parte nostra contare ancora sull’atteggiamento originariamente sostenuto dagli americani (a favore cioè di una linea Wilson migliorata a nostro vantaggio verso l’Arsa), dato che essi stessi, accettando la risoluzione del 19 settembre, hanno implicitamente rinunciato almeno a molta parte di quelle considerazioni geografiche, economiche, storiche, culturali (e forse anche strategiche) che al di sopra di quelle puramente etniche, giustificavano la linea Wilson. Mi rendo conto che questo argomento non è senza un parziale fondamento, ma ritengo che sia legittimo interpretare i termini della risoluzione stessa, a differenza di quanto fanno gli inglesi, come criterio prevalente e comunque non esclusivo, e sopratutto non matematico: un criterio, cioè, che va pure contemperato con quelle altre esigenze, cui testè ho fatto cenno e che evidentemente gli americani hanno avuto presenti, e che stento a credere essi abbiano completamente e definitivamente scartato. Su questo punto sarebbe comunque utile che tu sondassi e accertassi il pensiero dello State Department. Naturalmente con discrezione e senza compromettere quello che è stato, e rimane, il nostro punto di vista quale fu precisato nella mia lettera a Byrnes del 22 agosto, nelle mie dichiarazioni a Londra e nel nostro memorandum. Ma se anche dovessimo indurci a modificarlo in qualche particolare, o, meglio, se le circostanze dovessero costringerci a qualche parziale modificazione in via di compromesso, è superfluo io ti dica quanto e come ci sarebbe utile sapere con precisione sino a che punto possiamo contare sull’appoggio efficace di codesto governo. Tu sai quale è il mio pensiero. Noi siamo pronti, ed anzi vivamente desiderosi di raggiungere, anche attraverso dolorosi sacrifici, una soluzione duratura del nostro problema orientale. Ma potrebbe essere duratura una soluzione che lasci uno strascico inestricabile di complicazioni, oltre che psicologiche, di ogni possibile natura? Una frontiera, anche in una auspicata era di pace universale e permanente deve seguire un qualche criterio logicamente giustificabile. Quella puramente ed esclusivamente etnica, nel caso in esame, non lo sarebbe di certo. Di proposito, nella presentazione del nostro punto di vista, si è evitato di sottolineare le considerazioni di carattere militare ed in questo mi rendo conto di essermi assunto, nei riguardi dei competenti, e del giudizio dell’opinione pubblica avvenire, una ingrata responsabilità. Ma un tracciato che ci privasse del bastione della Bainsizza e dell’alta Valle Isontina, ci priverebbe letteralmente del portone di casa, e sarebbe crudele ed illogico condizionarcene la conservazione al sacrificio delle nostre italianissime città istriane. Qui non si tratta di «strategia», nel senso militaristico e aggressivo della parola, ma di vera e propria legittima difesa. Osservo d’altra parte che, mentre a noi non sembra concesso in questo momento invocare sia pur l’ombra di simili considerazioni (che non hanno purtroppo un semplice valore contingente) esse sono invece onnipresenti in tutta la politica che gli alleati vanno svolgendo, ed anzi dagli stessi sono esplicitamente invocate contro di noi a Tripoli, per la Cirenaica, il Dodecaneso, il Mar Rosso. E come pretendere poi in nome della democrazia, che popolazioni italianissime di un’Italia nuovamente e decisamente democratica, debbano passare sotto un regime che gli inglesi e gli americani per i primi stentano a riconoscere come, sia pure approssimativamente, rappresentativo e democratico? So che da parte americana era stato riconosciuto appieno il valore delle nostre argomentazioni per la conservazione del bacino dell’Arsa. Può essere non senza utilità far presente come la sicura rovina cui sarebbero destinate quelle riserve minerarie nel quadro dell’economia jugoslava, è già palese nel loro attuale stato di totale abbandono. Da parte di autorevoli organi britannici è stato messo in non cale, anzi rilevato con incomprensibile meraviglia, il riferimento contenuto nel nostro memorandum alla necessità che il problema giuliano venga inquadrato nel problema generale della futura sistemazione adriatica. Perché? Mi occorre appena ricordare come lo stesso Wilson riconobbe per primo la connessione chiara e stretta dei due problemi. Nella mia già citata lettera a Byrnes, e successivamente a Londra , ho tenuto a sottolineare come, abbandonando la tradizionale tattica di creare delle basi massime dalle quali arretrare poi su altre basi possibili, il governo italiano preferiva senz’altro riconoscere francamente i sacrifici che riteneva di dover fare. Ora questa onesta innovazione sugli abusati sistemi di mercanteggio levantino dovrebbe esser apprezzata in tutto il suo giusto valore morale sopratutto da un popolo come quello americano. A Londra, del resto, ho anche precisato al riguardo come, nel prendere l’iniziativa di porre apertamente le carte in tavola, intendevo implicitamente far risultare quali sono «le soluzioni che nessun governo democratico in Italia potrebbe far proprie». È bene che tu sappia che questa precisazione fu voluta dallo stesso presidente Parri, ed io la riconfermo pienamente oggi. Merita rilevare in proposito che mentre da un lato si sono moltiplicate negli ultimi tempi le critiche abbastanza vivaci a quello che in molti settori dell’opinione pubblica italiana è stato considerato un affrettato e pericoloso rinunciatarismo nei confronti della frontiera di Rapallo, dall’altro lato lo stesso vice presidente Nenni, parlando a Bari nella sua qualità di segretario di uno dei nostri maggiori partiti di massa, ha insistito nel concetto della linea Wilson. La linea Wilson rimane infatti, nell’opinione ponderata del governo italiano, l’unica base equa e razionale per una soluzione del problema delle nostre frontiere orientali. Sono queste soltanto alcune delle considerazioni più importanti che ti prego di lumeggiare, come meglio riterrai opportuno, nei tuoi contatti costà. Il problema italo-jugoslavo, come io stesso ho potuto personalmente constatare a Londra, per essere appena uno dei tantissimi che gli alleati debbono affrontare in questo momento, e per di più connesso a molti più vasti problemi di convivenza tende a essere posto in seconda linea, nella categoria di quelli per i quali, pur di raggiungere una soluzione, ogni soluzione è buona. Ora è da parte nostra necessario reagire con ogni mezzo contro questa tendenza richiamando in pari tempo l’attenzione di coloro che si dichiarano, e che noi riteniamo, sinceramente amici, sulla situazione veramente tragica in cui versano quelle nostre popolazioni completamente abbandonate all’arbitrio e alle violenze di Tito. Confido nella tua azione, e ti sarò grato se vorrai raccogliere e comunicarmi tutti i possibili elementi di giudizio sull’atteggiamento ed i concreti intendimenti americani e ogni utile suggerimento circa la linea di azione che potrebbe essere più proficuamente seguita da parte nostra per tentare di assicurarci ogni possibile appoggio di codesto governo. "} {"filename":"e511517b-0b45-44b7-9d75-16adbdfd5b2d.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Riferimento rapporto di codesta ambasciata 1047\/482 del 13 novembre scorso. Come è stato indicato nel telespresso di questo ministero n. 44\/26194\/C del 10 novembre u.s. il governo italiano non ha ricevuto finora nessuna comunicazione ufficiale in merito alla questione delle riparazioni né ha iniziato conversazioni al riguardo. Gli ambasciatori a Londra e Washington, nei loro normali contatti con le personalità politiche delle rispettive capitali, hanno sempre insistito sul concetto che l’Italia, per le disastrose condizioni della sua economia e per l’apporto dato alla guerra contro la Germania e il Giappone nei ventidue mesi della sua cobelligeranza, non è in grado di pagare riparazioni di sorta. L’opinione prevalente negli ambienti americani è sembrata essere questa: che il governo degli Stati Uniti debba non soltanto astenersi dal chiedere all’Italia riparazioni vere e proprie, ma anche influire sugli altri Governi affinché non ne chiedano neppure essi. Tuttavia, qualche settimana fa, da notizie di stampa, da dichiarazioni pubbliche di uomini politici responsabili e da comunicazioni ufficiose, è risultato esistere un progetto in base al quale il Trattato di pace autorizzerebbe: 1) ciascuna delle Nazioni Unite ad incamerare i beni italiani esistenti nella sua giurisdizione, fino a concorrenza dei danni da essa subiti; 2) le «quattro Potenze» ad incamerare gli impianti delle industrie belliche italiane non convertibili in industrie di pace. Contro questo progetto il governo italiano ha preso posizione con la Nota verbale del 5 novembre . A questa non è finora pervenuta risposta da nessuno dei destinatari. Tuttavia gli ambasciatori a Londra e a Washington hanno concordemente riferito che in quegli ambienti responsabili si tende a minimizzare la portata pratica che verrebbe data alle eventuali clausole del Trattato di pace conformi al progetto americano. Frattanto si sono registrate le notizie sovietiche sulla richiesta di 300 milioni di dollari, le dichiarazioni del consultore Longo e le precisazioni della Tass. Ciò premesso per quanto riguarda lo stato attuale della questione, si fa presente quanto segue in merito ai possibili sviluppi della medesima ed all’atteggiamento del governo italiano. La riluttanza americana ad imporre all’Italia riparazioni del genere di quelle imposte alla Germania dopo l’altra guerra è spiegabile con la perfetta conoscenza che le autorità di Washington hanno della nostra situazione economica e del fatto che, qualora fossimo sottoposti a nuovi oneri, questi verrebbero in pratica a ricadere sui paesi che si sono assunti il compito di aiutarci, e, cioè, in definitiva, sugli Stati Uniti. È quindi prevedibile che il governo americano manterrà inalterato il suo punto di vista. Non è escluso, viceversa, che possano esserci imposte le obbligazioni previste dal progetto di cui sopra. È però nostra intenzione sostenere la tesi esposta nella nota del 5 novembre, la quale appare fondata tanto dal punto di vista giuridico quanto da quello politico ed economico. Circa le dichiarazioni del consultore Longo esse possono essere valutate in due modi distinti. La cifra di 200 miliardi di lire, da lui indicata come quella delle prestazioni già di fatto pagate agli anglo-americani, corrisponde grosso modo al contributo che l’Italia ha dato alla causa comune. Anzi, come è stato da noi fatto rilevare in sede opportuna, essa deve, sotto questo aspetto, ritenersi inferiore alla realtà. È difficile, per non dire impossibile, effettuare un calcolo esatto dei rapporti di credito e debito con gli alleati. Ostano a tal fine difficoltà tecniche generali, dipendenti tanto dalla imperfetta rilevazione dei dati quanto dai variabili criteri di valutazione. Tuttavia, in base ai calcoli effettuati finora, si è giunti alle conclusioni seguenti. Le vere e proprie prestazioni delle amministrazioni dello Stato debitamente contabilizzate ammontavano al 30 settembre u.s. ad oltre ventuno miliardi di lire di credito, di cui quasi sette per il Ministero della guerra, oltre otto per il Ministero della marina, oltre uno e mezzo per il Ministero dell’aeronautica, oltre uno e mezzo per le Ferrovie dello Stato. A fronte di tale credito stavano meno di due miliardi di debito. Assai meno attendibili sono le cifre relative ai crediti e debiti presunti. Queste davano, alla stessa data, un credito di circa 192 miliardi e un debito di circa 33 miliardi. Le principali voci di credito erano am-lire, circa 86 miliardi; noleggio navi, circa 4 miliardi; requisizione edifici, circa 20 miliardi; trasporti, circa 15 miliardi. Le voci di debito comprendevano quasi esclusivamente viveri e medicinali forniti alle truppe e alla popolazione civile. A queste cifre occorrerebbe aggiungere un’altra categoria di crediti; quella costituita dalla valutazione economica dello sforzo bellico italiano, la quale certamente corrisponde a diverse decine di miliardi. La valorizzazione di queste cifre dal punto di vista politico è cura costante del governo italiano. Peraltro è da tener presente che esse, pur documentando il grave peso imposto al nostro paese dall’occupazione alleata, non possono ritenersi assimilati a vere e proprie riparazioni. Ne consegue che, qualora le dichiarazioni del consultore Longo fossero interpretate in questo secondo senso, esse dovrebbero dirsi infondate. La tesi sovietica appare insostenibile anche per un altro importante motivo. Le prestazioni dell’Italia sono state direttamente godute dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna perché il nostro paese si trovava compreso nel settore di operazioni ad essi assegnato. Tuttavia dette operazioni costituiscono un contributo alla guerra delle Nazioni Unite, di cui tutti hanno beneficiato. A riprova, basta ricordare che per molti mesi l’Italia è stata non soltanto una zona di combattimento contro le forze germaniche dislocate nella penisola, ma anche una base per operazioni, sopratutto aeree, nei Balcani e nell’Adriatico. Inoltre occorre tener presente che il governo italiano ha sempre sostenuto che tutte le sue prestazioni debbono avere una contropartita ed ha, al riguardo, ottenuto soddisfazione su punti importanti, ad es. con l’accreditamento in dollari del controvalore delle am-lire corrispondenti alla paga delle truppe americane. Infine non si può non tener conto degli aiuti che, in varie forme, ci vengono forniti dalla Gran Bretagna e dagli Stati Uniti. In proposito basta accennare al fatto che una larga parte del piano di importazioni per il 1946 sarà presumibilmente finanziato dall’U.N.R.R.A. (la quale a sua volta è finanziata quasi esclusivamente dal governo americano) e che per la rimanente parte si dovrà far ricorso a crediti americani. Sta di fatto, insomma, che la ripresa delle attività produttive italiane e perfino il semplice sostentamento della popolazione dipendono interamente dall’appoggio anglo-sassone. Ne consegue che qualunque tentativo di accordo con l’URSS, che non tenesse conto di questa esigenza, avrebbe immediate ripercussioni economiche disastrose e probabilmente anche ripercussioni politiche gravi. Per tutti questi motivi non si ritiene che, allo stato attuale delle cose, convenga al governo italiano recedere dall’atteggiamento negativo fin qui assunto in materia di riparazioni. "} {"filename":"82927708-589f-4448-810f-6bdafe7e2dfc.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Vi ringrazio di essere intervenuti. Cercherò di parlare adagio e chiaro e se qualcuno avrà bisogno di spiegazioni e di traduzioni l’amico Montanari è a disposizione soprattutto per la lingua inglese e americana. Vi ringrazio di essere intervenuti; avevo il vivo desiderio fin dal primo momento di riprendere, anzi di prendere i contatti diretti con i rappresentanti della stampa. Non so in quale forma ma questi contatti dovranno diventare periodici o fissi. Vedremo insieme se io trovo il tempo necessario, l’opportunità di farle spesso queste conferenze, sarò lietissimo. In ogni modo terrò conto del vostro desiderio oltre che della esigenza che viene dalla necessità di sostituire un contatto diretto alla mancanza di un Parlamento e alla mancanza di altri contatti con l’opinione pubblica, specialmente per quello che riguarda la stampa estera. Io mi riservo di vedere i miei amici e colleghi d’Italia e poi forse d’istruire incontri periodici tutti insieme o separatamente come meglio sembrerà. In qualche caso è il Ministro degli Affari Esteri che parla e forse è più interessante avere direttamente contatti con i rappresentanti della stampa estera; in qualche altro sono i problemi generali di politica interna i quali possono avere sino ad un certo punto interesse per la stampa estera. Voi permettete che io vi rivolga la parola come colleghi, vi dirò che una delle sofferenze di questa crisi e del dopo-crisi è stata questa di vedere sospettato il mio carattere di giornalista liberale cioè che pone a base della sua attività la libertà di stampa. Qualcuno mi ha detto: non basta dichiararlo bisogna farlo. Ebbene, egregi colleghi, poiché sono stato giornalista senza presumere molto di me vi darò qualche connotato della mia persona come giornalista. Sono stato internato, la prima volta, in Austria perché come direttore di un giornale di Trento, «Il Trentino», mi sono rifiutato, badate bene in tempo di guerra, di pubblicare il comunicato dello esercito austriaco nel momento in cui questo esercito entrava in conflitto diretto con l’esercito italiano. Badate che allora ero ufficialmente cittadino austriaco poiché ero di Trento e Trento dai tempi antichi della Confederazione germanica apparteneva appunto all’Austria. Io mi sono rifiutato di farlo e con le mie mani ho scomposto l’ultimo numero del giornale alla vigilia della dichiarazione di guerra all’Italia: 24 maggio. Se volete controllare, controllate pure, troverete che il giorno 25 «Il Trentino» non è uscito; era già composto quando mi si è imposto dalla polizia austriaca di pubblicare non dico degli elogi ma semplicemente il comunicato dell’esercito austriaco, comunicato che naturalmente era tutto inteso ad avversione ed urto contro l’Italia che in quel momento era entrata in guerra al lato degli alleati. Io ho scomposto questo giornale. Sono partito e ciò non mi ha evitato di venire confinato in Austria, nel centro della Monarchia, abbandonando completamente il mio posto, il mio giornale ed il mio paese in cui ero anche deputato. Questo è il primo connotato per la libertà di stampa ed è, lo confesso, la fierezza di un giornalista. Il secondo è che il mio giornale nel 1926 veniva incendiato dai fascisti. La prima tipografia, sempre a Trento – perché ce n’erano due di tipografie, una dove si lavorava per altri giornali ed una per il quotidiano «Il Trentino» – veniva incendiata ed ho dovuto assistere impassibile all’incendio, al falò della raccolta dei giornali e di tutta la documentazione che avevo accumulato per tanti anni. Ho dovuto assistere impassibile a questo incendio, mentre d’altro canto, poco dopo dovevo lanciarmi nell’altra casa dove c’era la tipografia, perché al piano di sopra c’era la mia famiglia. Io stesso sono entrato ed ho cercato di salvare il salvabile, mentre i fascisti con grandi stanghe di ferro cercavano di distruggere le composizioni e le macchine tipografiche. Vi ho detto il secondo connotato per la libertà di stampa. A malapena ho potuto salvarmi e solo il mio disperato coraggio è riuscito ad impedire che la folla invadente e violenta entrasse nell’abitazione dove stavano le mie tenere bambine nel piano superiore della casa dove c’era la tipografia. A Roma ero segretario del Partito popolare dopo che Don Sturzo aveva dovuto abbandonare il posto. In quel tempo dovetti subire un’altra violazione della libertà di stampa: la distruzione del «Popolo» e la soffocazione del settimanale «La Libertà» che, dopo il Popolo rappresentava l’opinione del mio partito. Ricordatevi giornalisti amici ed anche avversari che questa storia non sapete che noi abbiamo perduto la battaglia contro il fascismo agli inizi per parecchie cause ma una forse e principale fu quella che avevamo fede assoluta nella libertà di stampa. Io mi ricordo che i miei colleghi dell’Aventino chiedendo a me più esperto di altro paese in cui si erano sviluppati gli avvenimenti durante la guerra e cioè l’Austria e Vienna, chiedevano a me: credi tu che in Italia sia possibile governare senza libertà di stampa? Io rispondevo di no e ne ero tanto convinto che dicevo: lasciateli fare perché fra non molto il popolo rovescierà questa gente che nega la libertà di stampa. Ora questa nostra fede cieca e assoluta nella libertà di stampa ci ha traditi: Se avessimo veramente creduto che il popolo italiano si lasciasse strappare senza violenza e senza resistenza alcuna la libertà di stampa, noi probabilmente non avremmo agito come agiamo. Abbiamo agito così in buona fede tanto eravamo convinti che non fosse possibile nel 1925\/26 governare senza libertà di stampa. Ricordate bene che se taluno di voi che è rimasto in qualche altro paese come osservatore del fascismo e dell’avvento del fascismo avesse analizzato la situazione in Italia avrebbe avuto sicuramente anche egli questa illusione che fosse impossibile governare un popolo modernamente senza libertà di stampa. Questa nostra fede cieca in una conquista ormai definitiva in realtà è stata la nostra debolezza ma non il nostro difetto e mancanza di convinzione. Volete un altro connotato della mia vita come giornalista? Vi dirò che sono finito in prigione e che poi uscitone a stento dopo 16 mesi, interrompendo una condanna che mi avrebbe portato a due anni e mezzo, io sono vissuto a fare il traduttore, senza il mio nome, incognito, bandito ormai da qualsiasi possibilità; nessun giornale, nessun editore osava mettere il mio nome e solo editori, a cui penso con riconoscenza e gratitudine, con pseudonimi mi hanno reso possibile la vita e solo ad un certo momento rifugiatomi nella storia e nel passato occupandomi di incunaboli invece che di giornali, ho potuto salvare la mia esistenza fisica e la mia dignità morale. Amici miei, vi ho forse raccontato tutto questo per vantare la mia vita? No! Io non ho fatto nulla di più di quello che era il mio dovere. E non è per vantarmi che ricordo queste cose, ma per dirvi: badate che chi vi parla ha pagato la sua parte, per la libertà di stampa, non dubitate della sua parola. Io vi ripeto oggi: sono intimamente persuaso che nessuno Stato moderno può vivere governato senza la libertà di critica, libertà di controllo della opinione pubblica e, quindi, senza la libera funzione della stampa. E questo vale per gli articoli, per i commenti e, persino, per la satira. Lo ho ripetuto in quest’ultima crisi; ho chiesto a voi colleghi la sincera collaborazione, ve l’ho chiesta e qualcuno di voi ha male interpretato le mie parole dette durante la crisi Parri. Non è che io volessi fare atto di opposizione in quel momento, lo dico francamente, ho parlato in quel momento come ministro degli Affari Esteri; a me importava, soprattutto, che delle parole male interpretate, perché queste non erano certo le intenzioni del presidente Parri, qualche frase che ha spiegato come ritorsione polemica, potesse essere interpretata nel senso che ci fosse veramente tra noi aderenti alla coalizione persone che potessero pensare di governare contro la stampa e senza libertà di stampa. Aggiungo ed inserisco una parola di ringraziamento per quello che avete fatto, egregi colleghi di qualunque nazione, che siete qui, per rendere comprensibile al vostro pubblico la complessa e difficile situazione italiana. Forse fra i popoli che più ci comprendono e che possono comprenderci più facilmente è il francese, il quale ha attraversato una crisi di vari partiti e si trova in una situazione analoga di sviluppo di questioni istituzionali. Esso è forse quello che dalla sua esperienza trae luce e possibilità di comprendere le difficoltà della nostra crisi ed il proposito sincero di questi sforzi di collaborazione. Voi, miei colleghi, avete avanti a voi non un governo della Democrazia Cristiana, ma voi avete nel governo un ministro degli Affari Esteri il quale è nelle sue convinzioni francamente e onestamente democratico cristiano ma è rappresentante di una corrente che va dalla destra alla sinistra e che rappresenta nel mezzo e nel centro la risultante di questi sforzi che si chiamano libertà nella democrazia. Ricerca, passaggio del popolo italiano su questo ponte ristretto verso la sua Costituente e verso la sua forma democratica normale. Amici miei, voi lo so dovete fare un certo sforzo per rendere possibile e far capire al vostro pubblico, specialmente al pubblico americano che ha avuto rapidamente un numero di elezioni in più periodi e al pubblico inglese che ha fatto rapidamente le sue elezioni politiche, di far comprendere le difficoltà in cui noi ci troviamo. Noi ci avviciniamo con la dichiarazione del governo alleato alla unificazione della giurisdizione italiana definitiva [che] ci offre la possibilità di preparare tecnicamente le elezioni le quali avvengono dopo 20 anni di ignorata rappresentanza democratica e che debbono ricostruire riallacciandosi ai tempi del passato perché badate bene certe volte qualcuno di voi non conoscendo il passato ed essendo, beato lui, molto giovane sembra che ci consideri come uomini completamente staccati dalla tradizione democratica. Noi abbiamo subito una crisi di passaggio, ma abbiamo nella nostra storia, nello sviluppo dello Stato liberale, innegabilmente delle basi democratiche. Ora io dico: se vi ringrazio per lo sforzo che voi fate onestamente di rendere comprensibile la nostra situazione, io faccio appello anche in questa occasione a questa vostra collaborazione. Faccio appello non in nome dell’Italia, faccio appello in nome degli ideali di democrazia, di libertà e di fraternità fra le nazioni che ci sono comuni. È in fondo lo stesso ideale che i vostri Stati e i vostri uomini di Stato ricercano. La ricerca ansiosa di questa pace, la ricerca ansiosa di questa base di convivenza è la ricerca di un nuovo mondo, faticosa ricerca, e se ho da chiedervi un argomento per comprendere le nostre difficoltà e forse anche degli errori che possono commettere anche altri uomini di Stato che sono più progrediti e più avanzai di noi e che tuttavia si trovano in un momento di impaccio e di imbarazzo dal quale io mi auguro che ne escano più che mai rinforzati nell’unione dei grandi e piccoli Stati, perché l’avvenire del mondo è assolutamente legato a questa fraternità e solidarietà. Se cade questa, il mondo nuovo non viene e noi ripiombiamo fatalmente nel mondo degli odii, nelle ostilità, nella preparazione di altre guerre. Voi mi dite: questi discorsi potranno essere buoni discorsi, ma dopo i connotati che vi ho dato della mia persona, io credo e spero che voi potrete credere alla mia parola e che non dubiterete, come è stato fatto, delle mie dichiarazioni, e che dal mio governo – del resto se voi seguite da vicino potete controllare i miei ministri, il mio tempo, la intensità della preparazione a cui debbo dedicarmi – dal mio governo, dalla mia direzione non è partito nessun cenno, nessuna autorizzazione a intervenire nella questione della stampa. Però, voi mi direte: abbiamo avuto un incidente in questi giorni; abbiamo avuto dei sequestri di giornali. Ebbene, questo è avvenuto per iniziativa del prefetto di Roma, e sono avvenuti per la decisione della propria coscienza che io completamente rispetto. Vi devo ricordare questa situazione anomala in cui noi ci troviamo: Nonostante la nostra buona volontà noi non abbiamo una legge sulla libertà di stampa che si riattacchi all’antica legge fondamentale che poi si è sviluppata dopo il 1906. La legge del 1906 aboliva il sequestro; non lo ammetteva che per sentenza del magistrato. Si faceva eccezione soltanto per gli stampati interessanti il buon costume. Questa legge naturalmente non esiste più, perché, nel frattempo, è intervenuto il fascismo e sono intervenuti i nuovi codici. Oggi chi pone mano sopra la situazione legale? Chi cerca gli espedienti per risolvere la situazione? Un funzionario che si trova nella zona di responsabilità non trova una legge. Voi mi dite: perché non l’avete fatta? Verissimo: gli alleati ce l’hanno raccomandato altre volte. Perché non l’abbiamo fatta? Non l’abbiamo fatta perché siamo stati pressati da troppe altre questioni. Perché abbiamo avuto troppi altri problemi da risolvere e ci pareva che una legge di questa fatta fosse opportuno risolverla al momento in cui agissero i partiti democraticamente investiti dal popolo con le elezioni. C’è una serie di problemi che ogni volta che cerchiamo di affrontare, concludiamo col dire: ne parleremo alla Costituente, perché sentiamo che questo governo provvisorio, il quale è rappresentativo della maggioranza del paese, non ha tuttavia l’investitura normale per simili leggi. Abbiamo discusso altre volte, ed abbiamo rinviato pensando che non fosse necessaria e che si potesse tirare avanti senza questa legge formale. Ma la nostra situazione è divenuta senza dubbio anormale. Vi ricordate che per un certo lungo periodo abbiamo avuto la censura [da] parte alleata. Per un lungo periodo abbiamo avuto le autorità alleate che interferivano nella gestione della stampa; per un altro periodo abbiamo avuto una Commissione Nazionale per la Stampa la quale doveva prendere le sue risoluzioni più importanti. Durante questo periodo gli alleati ci chiesero una volta il sequestro e la sospensione di un giornale «Il Pettirosso» il quale conteneva una vignetta che era interpretata come offensiva dell’esercito. Se voi prendete in mano quel «Pettirosso» vedrete che si trattava di un negro che portava le scarpe. Ciò poteva essere interpretato come un’offesa all’esercito e difatti abbiamo deplorato la cosa. Abbiamo fatto ciò che ci veniva chiesto. Voi non potete negare che nello sviluppo dei giornali cosiddetti umoristici e satirici dell’epoca c’è un inasprimento di stile, una violenza di stile notevole. Il prefetto di Roma che non è un funzionario dell’antico regime, ma un uomo che viene dalla democrazia liberale, cioè dalla democrazia del lavoro, un antifascista notorio che non ha quindi coscienza che possa essere turbata dal sospetto che lo si possa mettere in causa come uomo e come reazionario, questo prefetto è stato scosso soprattutto dal problema morale. Quale è la situazione di Roma attualmente? Noi a Roma, dove dovremmo essere, come qualcuno ha scritto un paese senza libertà di stampa, abbiamo 22 quotidiani e circa 120 fra riviste e rivistine e periodici settimanali. È abbondante anche la produzione di settimanali di varietà e di giornali enigmistici. Se voi prendete in mano il terzo giornale che è stato sequestrato «La Cicala» voi vedrete in verità che è un giornale il quale in un momento in cui la miseria batte alla porta di tanta popolazione, in un momento in cui la esigenza della vita diventa tale che io oggi fino alle tre mi sono trattenuto con gli statali che mi venivano a chiedere aiuto, dopo aver venduto tutto quello che potevano per poter vivere, perché sapete che gli impiegati vendono gli ori della famiglia, gli oggetti più preziosi della famiglia per poter vivere, in un momento di tale angoscia sociale, che ci sia un ambiente che paghi 50 lire un giornaletto di tale fatta solo perché ha delle tendenze morbose e pornografiche, in cui il concorso sia il più bel nudo artistico o il decolté mascherato, ambiente dove evidentemente si fa il servizio di rapporti extraconiugali di ogni genere, non vi pare che possa un uomo, un prefetto di Roma, essere preoccupato di questo dilagare di stampa che usa e non usa il debito riguardo al malcostume? Io per la verità sono proprio innocente. Mi sono trovato rappresentato come una sgualdrina che balla con un quadrato sulla testa. L’ho saputo dopo il sequestro. Probabilmente senza il sequestro non l’avrei mai saputo perché non arrivo. Non c’è in nessun capitolo nelle mie premesse governative che mi obblighi a leggere tutti i giornali e molto meno i giornali umoristici. Non lo avevo letto. Mi sono trovato lì. Mi dispiace per quel quadrato di un prete, perché il quadrato di un prete, che in genere sono dei gentiluomini che lavorano nel campo spirituale ed hanno lavorato a Roma per proteggere uomini perseguitati di tutte le tendenze politiche, di tutte le religioni, che hanno lavorato perché avevano fede anche essi come forse non l’avevano in altri tempi, nell’avvenire e nello sviluppo dello Stato in libertà ed avevano fede anch’essi nel Secondo Risorgimento italiano. Mi è rincresciuto che un segno religioso potesse essere messo sopra a quella donna che aveva la testa del presidente del Consiglio: che il presidente del Consiglio venga paragonato ad una sgualdrina, a me può interessare fino ad un certo punto, ma che simboli religiosi vengano usati a questo riguardo, credo che sia una cosa deplorevole. Specialmente per i simboli religiosi che riguardano i Papi: faccio presente che noi ci troviamo a Roma, in una situazione particolare nei confronti della Santa Sede. Abbiamo un certo obbligo morale. Sono sicuro che se la Santa Sede fosse circondata da inglesi, americani, o russi, nessuno di questi mancherebbe a questo dovere di rispetto, perché questa Sede che si può giustificare in un senso o in un altro, è comunque una grande forza morale ed in certi momenti si è imposta anche alla tirannia germanica. Ora, amici miei, tutte queste sono considerazioni postume. Dopo avvenuto il sequestro mi sono fatto mandare i giornali per vedere che diavolo ci fosse dentro. Il giornale è tutto pieno di critiche e di commenti al governo e tutto questo è un suo diritto ed è nostra fortuna; perché se le critiche sono fondate, impariamo; se le critiche sono infondate il pubblico ci esalta in confronto di critici falsi. È nel suo diritto, però dico in genere i giornali debbono salvare il pudore e la pudicizia anche nei confronti delle autorità dello Stato. Se mettere le scarpe ad un negro e diciamo che con quelle scarpe cammina male, ciò può essere interpretato male per l’esercito alleato che è venuto insieme ad altri a liberare l’Italia e abbiamo tenuto conto di questo sentimento. Io domando se oggi ci può essere qualcuno che dica che è fuori luogo quanto provvedemmo allora. Considerate bene questo caso. Io questa mattina ho parlato con un autorevole americano il quale mi ha detto: la mia prima impressione è che questi sequestri non sono producenti. Lei ha visto di che si tratta? Gli ho detto. Quando glielo ho spiegato la sua impressione è stata diversa. Forse tutti coloro che non vedono i giornali giudicano la cosa diversamente, ma io sono convinto di questo, amici miei, che voi avete ragione in un caso; bisogna per salvare la libertà di stampa rendere possibile la moralizzazione della stampa. Bisogna che le cose vengano messe in mano del magistrato, del giudice. Voi lo avete nella vostra legislazione; noi lo avevamo prima del fascismo. Ci dobbiamo tornare. Non so quando i miei colleghi di governo crederanno opportuno farlo, se subito o differire come abbiamo fatto altre volte. Ma certo questa è la strada per assumere una posizione di libertà di stampa e contemporaneamente combattere il vizio dove si manifesta. In questo caso, certo che io ho pochissima fede ed ho pochissima fede, lo dico francamente, nella forza creativa dello Stato; a me pare che quello che valga di più sia un senso di onore fra giornalisti stessi. I giornalisti che sono degni di questo nome ne comprendono l’alta moralità. Nelle loro libere associazioni debbono introdurre il costume dell’onore morale e poi risolvere il problema. Sapete voi perché giudicate così severamente questi sequestri? Perché nel vostro paese, specialmente in America e in Inghilterra avete due cose: il senso di responsabilità della classe giornalistica, il senso dell’onore e del fair play, tanto per quello che riguarda la diffamazione e l’attacco privato per cui il giornalista assume tutte le responsabilità se crede che l’attacco sia giusto, quanto per quello che riguarda il buoncostume e il malcostume. Quindi, io direi, se ho da fare un appello attraverso la stampa estera – ai miei colleghi d’Italia lo dirò direttamente – dirò: salvate voi la libertà di stampa perché la libertà di stampa è congiunta al senso di responsabilità. Più avete senso di responsabilità più la libertà è salvabile. Badate bene che l’esperienza dimostra quello che è necessario fare: soprattutto introdurre il senso di responsabilità. Se c’è senso di responsabilità voi vi accorgerete di quelli che sono i cattivi giornalisti e di quelli che sono dei borsari della stampa invece di essere professionisti nel senso della parola. Questo dipende dal senso di moralità del giornalista stesso. Mi propongo di parlare in questo senso anche ai rappresentanti della stampa italiana; mi propongo di parlare come uomo il quale ha fede nella maturazione della responsabilità del popolo italiano. Deve venire il momento in cui debba nascere una vera democrazia, in cui ci sia un autogoverno del popolo; deve venire il momento in cui il senso di responsabilità dovrà avere maggiore sviluppo e maggiore forza in modo che lo Stato debba intervenire solo nei casi di suprema delinquenza. Più libertà dovrà significare più senso di responsabilità. Il popolo italiano ha bisogno di questa forza, di questa dignità e per questo io quando faccio appello agli alleati, quando parlo di mutamenti nell’armistizio e di dare aria e respiro a questo popolo lo faccio non soltanto per ragioni economiche ma lo faccio anche per ragioni morali, per un senso di convinzione. Un popolo non è veramente capace di governare se stesso se non ha sviluppato al più alto grado il senso di responsabilità e questo popolo non può arrivare se accanto ai milioni che soffrono e alle città distrutte e non rialzate nemmeno di un palmo, se accanto a questo popolo c’è una città in cui una piccola minoranza di gaudenti cerca di fare dell’erotismo, allora questi danno in realtà al popolo italiano un aspetto negativo, come certi mercati di borsa nera che disgraziatamente sono stati tollerati finora, cosa che dà l’impressione al forestiero che passa in Italia che non ci sia ordine e che vi sia gente che gavazza e può far concludere che non è vero che ci sia miseria così grave. Ancora questa mattina dovevo scongiurare gli alleati di dirottare alcune navi altrimenti in dicembre non arriverà il pane, lo scarso pane che darà agli italiani le insufficienti mille calorie; questo è il vero dislivello che esiste ed è vera miseria. Sono pronto a dare quelle spiegazioni che credete con tono di sincerità e con tono da uomo convinto, da uomo che è stato messo a questo posto non per rappresentare un partito ma per difendere le esigenze comuni del popolo italiano. Tutto ciò affido alla vostra benevolenza, al vostro buon senso ed alla vostra collaborazione. Signor presidente, volevo chiedere se il suo ultimo pronunciamento sul modus vivendi per l’Italia è un pensiero personale o se c’è qualcosa di più concreto? Non è un mio desiderio personale: è un desiderio formulato che ha la sua documentazione e che dovrebbe avere, spero, un suo corso ed una sua meta. Lei ha qualche elemento per ritenere che questo suo ultimo passo abbia successo? Ho trovato che gli alleati si sono trovati davanti a due vie: o aprire la via verso la pace, oppure, se questo non è possibile, cercare un modus vivendi. Certo noi conosciamo la buona volontà degli alleati di aiutare il popolo italiano a risollevare le sue sorti. Ma questo, secondo me, non è possibile che ottenendo una sostituzione dell’armistizio con un modus vivendi. Non è nemmeno una pace provvisoria nel senso generale, come si credeva una volta, ma il modus vivendi è una terza ipotesi che è la minima verso cui si può andare per risolvere momentaneamente la questione senza pregiudicare e senza toccare e risolvere tutte le questioni territoriali. Signor Presidente in che cosa consisterebbe questo modus vivendi? Quali sono le minime richieste italiane? Mi pare di averlo detto nelle mie dichiarazioni ufficiali che non vorrei guastare; soprattutto queste formule riguardano i rapporti economici. Signor Presidente, come Ministro degli Affari Esteri Lei può dare qualche reazione all’articolo del Maresciallo Tito circa un suo desiderio di riavvicinamento alla Italia che, lui dice, è impedito dai fascisti? Lei avrà letto le dichiarazioni di Tito di oggi Mi è stato sunteggiato rapidamente e non potrei rispondere al testo come tale. Lui dice che ogni volta che ha cercato l’accordo è stato sempre intralciato dai fascisti italiani. La situazione è questa: noi abbiamo cercato il riavvicinamento alla Jugoslavia per tutte le vie possibili e diplomatiche; quella più naturale era di pregare le Tre grandi Potenze di interessarsi presso la Jugoslavia perché si possa istituire o stabilire relazioni diplomatiche normali o quasi normali. Voi sapete cosa vuol dire quasi normali. C’è stato un momento, circa quindici giorni fa in cui mi pareva di avere raggiunto questa possibilità. Non so per quale ragione; se per ragioni politiche interne o per ragioni di politica estera, è avvenuto un certo irrigidimento. Non ho difficoltà a dirvi che noi siamo disposti a qualunque sforzo per metterci in relazione e discorrere con gli amici jugoslavi. Voi sapete l’atteggiamento che ho preso a questo riguardo, però la questione che si è sollevata in queste trattative è quella dei deportati. Loro li chiamano diversamente. Cosa facciamo degli italiani che sono stati deportati verso il centro per una ragione o per l’altra dalla zona di Trieste, dalla zona A ed eventualmente anche dalla zona B, dei quali non abbiamo nessuna notizia? Noi, non vuol dire noi governo, ma noi padri e noi famiglie; è una cosa che impressiona la nostra gente e che noi non possiamo tranquillizzare senza averne notizia. Ora che cosa hanno risposto in fondo da parte jugoslava? Sta bene; ma anche noi abbiamo una questione da risolvere: voi avete in Italia degli slavi che sono nemici del governo attuale e che si sono rifugiati in Italia; quindi voi dovete regolare questa partita. Noi abbiamo risposto: per quanto possibile sì, però bisogna tenere presente che la cosa è diversa perché questi si sono rifugiati in Italia ma non li abbiamo trasportati noi come, invece, avete fatto voi. Si tratta di gente che è in rapporti particolari con le truppe occupanti e con le organizzazioni alleate. Non è che siano in mano nostra, non è che li abbiamo in campi di concentramento. Comunque, non è che ci siamo rifiutati di discutere anche di questo, ma abbiamo detto: dateci una missione particolare di croce rossa che possa andare a vedere e tranquillizzare la nostra gente e sapere come si trovano, cosa fanno, se sono ancora in vita. Io sono stato commosso quando ho avuto un telegramma da una madre in questo senso: cercate affinché ci possa essere una notizia almeno per Natale. Ma credete voi che possa un governo rimanere sordo a questi richiami? Loro usano chiamarci fascisti tutti in blocco. È un artificio polemico che non posso accettare. Qui al governo abbiamo degli uomini che hanno rinunciato alla vita civile per tanti anni, che sono stati in prigione e che hanno pagato di persona. Quindi abbiamo una garanzia nel nostro passato che non può metterci tutti in blocco come fascisti. Io non voglio negare che quando nascono i conflitti tutti abbiano delle colpe, nel contempo la stampa è difficile poterla equilibrare. Però innegabilmente questi sono fatti ai quali io mi riferisco. Con questo non voglio concludere che io non speri ancora, anzi «spero contra spem» e che è necessario che la diplomazia ci conduca ad un contatto, ad un affratellamento. Noi abbiamo bisogno di loro e loro hanno bisogno di noi e non è possibile che in questa parte di Europa ci si guardi come in una trincea in cagnesco, l’uno contro l’altro. Io mi sono augurato che la questione di Trieste rappresenti il ponte di collaborazione e non uno sbarramento. [Sunto dattiloscritto] Il Presidente ha esordito dicendo di aver creduto per deferenza verso la stampa di altri paesi, di avere con questa il suo primo incontro ma si propone prossimamente di prendere più ampi contatti con i rappresentanti della stampa italiana. Egli si presenta come collega in giornalismo che ha della funzione della stampa un concetto che ha informato tutta la sua vita. All’entrata in guerra dell’Italia egli, ancora cittadino austriaco irredento, venne internato a Vienna perché, come direttore del «Nuovo Trentino» , quotidiano di Trento, si rifiutò di continuarne la pubblicazione onde non dover pubblicare i comunicati ufficiali austriaci contro l’Italia intervenuta in guerra accanto agli alleati. Una seconda volta seppe dimostrare la sua concezione della stampa quando il «Nuovo Trentino» subì devastazioni ed incendi da parte di fascisti, ed egli riuscì a stento a salvare la propria famiglia, che abitava nella stessa casa, ma non a impedire la parziale distruzione della tipografia. Una terza volta, come segretario del Partito popolare subì la soppressione del «Popolo» e poi il settimanale «La Libertà» e finì in prigione onde non venire meno alla concezione dell’indipendenza e della libertà della stampa. Ritiene di avere quindi diritto di essere creduto quando, con questi precedenti, dichiara di essere persuaso che nessun regime moderno di vera democrazia può essere attuato senza la piena libertà di critica e di controllo dell’opinione pubblica, il cui organo è in gran parte la stampa. La legge italiana del 1906 aveva abolito il sequestro che non fosse per sentenza di magistrato, fatta eccezione per stampati offensivi al buon costume. Tale legge venne abolita dalla posteriore legislazione fascista che demandò ai prefetti i poteri del magistrato. È in base a questa situazione che gli alleati chiesero una volta la sospensione del «Pettirosso» ed in base a questa situazione giuridica il prefetto Bassano , uomo d’origine schiettamente antifascista e democratico, decidendo nella sua sfera d’azione e senza alcuna istruzione o influsso dall’alto, prese le ultime discusse decisioni. A ciò egli è stato indotto dalla situazione morbosa di Roma. Escono a Roma 22 quotidiani politici e circa 120 settimanali di vario carattere, fra cui 10 umoristici. Bastano queste cifre per dimostrare che è ridicolo il ritenere che non ci sia libertà di stampa. In questa fungaia vi sono però dei periodici che non corrispondono alle esigenze del buon costume. Una delle rivistine sequestrate di carattere esplicitamente erotico costa 50 lire il numero. Non è uno scandalo che in una città in cui tanti soffrono la fame ci possa essere anche un mercato nero della stampa? Comprendo gli scrupoli di coscienza del prefetto Bassano, il quale, non avendo altra legge in mano, si è valso di quella della pubblica sicurezza. Ma è giusto il dire che questa dei sequestri non è una soluzione. Noi abbiamo bisogno di sostituirla con due sistemi: quello della sentenza di una magistratura indipendente e quello del senso di responsabilità e dell’onore della stessa famiglia giornalistica. Non so ancora se […] potrà determinare il Consiglio dei Ministri ad affrontare anche questo problema di una legge sulla stampa che si credette poter rimandare, fra questa ressa di problemi incalzanti nella Costituente, ma certo è che le forme coattive dello Stato ben poco giovano se non c’è la consapevolezza del costume e la coscienza dell’onore giornalistico: Perciò al di sopra dei provvedimenti che prenderà il governo, io faccio appello al senso di responsabilità dei giornalisti. Deve sorgere anche fra noi un codice morale del giornalismo che rappresenta la forma più educativa e impegnativa della libertà ed a un tempo della responsabilità della stampa. Dopo alcuni accenni alla legislazione della stampa in America ed in Inghilterra, nella quale ultima le aziende possono essere talmente considerevoli che un giornale ne riesce rovinato per sempre, la pornografia è sottoposta ad una caccia spietata sulla base del Blasphemous Libel e del Obscene Books- Act , il presidente rivolge un vivo appello alla stampa perché non si presti in nessuna maniera a favorire la corruttela del costume e consideri anzi suo compito principale quello di combatterla in piena libertà e in piena consapevolezza per la sanità morale del popolo italiano. Al termine delle dichiarazioni sono state rivolte al presidente numerose domande, tra cui le più importanti riguardavano la notizia relativa all’eventuale nuovo modus vivendi fra l’Italia e gli alleati in sostituzione dell’armistizio, le relazioni con la Jugoslavia e quelle con la Francia. Il presidente, dopo aver ricordato la buona volontà dimostrata dagli Alleati di venire incontro ai desideri del popolo italiano e di risollevare le sue sorti, ha sottolineato come il modus vivendi sarebbe quel minimo verso cui si può andare per risolvere temporaneamente le questioni senza toccare il problema della Venezia Giulia. Richiesto il suo pensiero circa il recente discorso di Tito, il presidente ha confermato che da parte italiana si è sempre cercato il ravvicinamento alla Jugoslavia per tutte le vie possibili e particolarmente pel tramite delle tre grandi Potenze Alleate onde giungere a stabilire relazioni diplomatiche normali o quasi normali. C’è stato un momento, quindici giorni fa, in cui pareva di aver raggiunto questa possibilità, ma in seguito è avvenuto un certo irrigidimento. Il presidente ha soggiunto di essere pronto a qualunque sforzo pur di mettersi in relazione e discorrere cogli amici jugoslavi, ma di non poter rimanere sordo all’appello delle famiglie dei deportati, privi di qualsiasi notizia dei loro cari. Il presidente ha rilevato come da parte jugoslava si faccia dell’artificio polemico quando si tacciano in blocco di fascismo gli italiani il cui governo è formato da persone che pur di non sottomettersi hanno per anni rinunciato alla vita civile, pagando caramente di persona. Ha concluso dicendo di sperare «contra spem» che la diplomazia ci conduca ad un contatto e ad un affratellamento con gli jugoslavi nel reciproco interesse. Richiesto da ultimo sulle attuali relazioni con la Francia il presidente ha risposto che esse sono basate su sentimenti di tradizionale fraterna amicizia e che egli non può dimenticare che la Francia durante le trattative di Londra ha dimostrato per noi una comprensione che non tutti gli altri hanno dimostrato. Ha terminato dicendo che è suo vivissimo desiderio di intrattenere i più stretti rapporti con i corrispondenti esteri, e che studierà d’accordo anche con i giornalisti stessi quale sia il sistema migliore per mantenere i contatti e facilitare al massimo il loro compito formativo. Il presidente dell’Associazione Stampa Estera Michele Chinigo ha da ultimo ringraziato vivamente il presidente delle sue dichiarazioni a nome di tutti i giornalisti intervenuti. "} {"filename":"a5ddee48-99aa-4a54-ada5-f1fbad639ea9.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Le sue dichiarazioni [di De Gasperi] si limiteranno a quanto non è stato pubblicato. Esse si riferiscono ai progetti che l’America e l’Inghilterra presentarono alla conferenza. Non si conoscono ufficialmente i testi, ma sì il contenuto. La situazione è ancora fluida e non ci sono alternative. Le clausole dell’Armistizio preparate in America risultano modificate nel modo seguente, come da abbozzo preparato da Byrnes durante il viaggio: 1) la frontiera francese non sarà modificata fino a quando non saranno prese in esame le richieste della Francia; 2) Svizzera, nessuna modifica; 3) Austria, nessuna modifica, con riserva le proposte da essa eventualmente presentate; 4) la frontiera con la Jugoslavia subirà delle modifiche; viene suggerita la linea Wilson con le rettifiche proposte a nord dalla Jugoslavia e a sud dall’Italia per ragioni etniche ed economiche. Trieste rimarrà all’Italia, però con il porto franco, amministrato dalle Nazioni che sono costrette a servirsene; 5) il Dodecanneso sarà assegnato alla Grecia e demilitarizzato; 6) l’Isola di Pantelleria sarà demilitarizzata; 7) le Isole Dalmate andranno alla Jugoslavia e l’Isola di Saseno all’Albania. Egli accennò alla Consulta che l’Italia è pronta ad accettare le quattro libertà proclamate da Roosevelt. Gli venne suggerito da alcuni Senatori italofìli che l’accettazione di tali condizioni voleva essere imposta all’Italia. Fu per questo che colse l’occasione per dire che l’Italia è pronta ad accettarle senza imposizioni. Noi facciamo nostre queste idee, in quanto le fanno loro le Nazioni Unite. Avremo così possibilità di entrare a far parte della Società delle Nazioni Unite. Per quanto riguarda la Libia le sarà concessa l’indipendenza entro 10 anni. Durante questo periodo l’amministrazione sarà affidata alle Nazioni Unite, con a capo un Governatore, il quale avrà la collaborazione di un Comitato Consultivo rappresentato dalla Francia, Italia, Inghilterra e Russia. Egualmente sarà fatto per l’Eritrea e la Somalia. I rispettivi Comitati Consultivi, però, a differenza della Libia, saranno composti di due residenti. Inoltre, saranno concesse delle rettifiche di frontiera a favore dell’Etiopia. Il Comitato delle Nazioni Unite potrà scegliere delle aree strategiche. In merito alla questione degli armamenti, questi saranno limitati alle necessità di ordine interno ed a quelli richiesti dalle Nazioni Unite. Gli aerei militari che non consentono la loro trasformazione in aerei civili, verranno consegnati alle Nazioni Unite. Passa quindi al problema delle riparazioni. L’Italia autorizzerà a conteggiare i beni italiani requisiti nella giurisdizione delle Nazioni Unite e indennizzerà gli italiani fatti oggetto di tali requisizioni. All’Italia sarà concesso il diritto di recuperare i beni identificabili sequestrati a cittadini delle Nazioni Unite. I rapporti economici saranno regolati. Parla, quindi, dell’abbozzo preparato dal Ministro inglese . In esso si prevede: l’appoggio da parte dell’Inghilterra di ammettere l’Italia tra 1e Nazioni Unite; Trieste rimarrà all’Italia; parte della Venezia Giulia sarà assegnata alla Jugoslavia; l’Albania avrà l’indipendenza con l’assegnazione di Saseno; il Dodecanneso andrà alla Grecia; Castelrosso alla Turchia; rinuncia da parte dell’Italia della sovranità sull’Etiopia; rinuncia di tutti i possedimenti in Africa; sarà concessa l’autorizzazione agli italiani ivi residenti al loro rientro in Italia; rinuncia da parte dell’Italia del mandato su Tangeri; la Sicilia e la Sardegna saranno demilitarizzate; l’esercito sarà limitato alle sole esigenze di ordine pubblico e sarà permessa una forza di 200 mila uomini e 65 mila carabinieri; all’Italia saranno lasciate un esiguo contingente e mezzi navali con una forza di 18 mila uomini. Il resto della flotta sarà messo a disposizione delle Nazioni Unite. L’Italia potrà disporre di una forza aerea di 264 apparecchi e di 20 mila uomini. Dovremo sostenere poi le principali riparazioni: rimborso spese, industrie belliche da assegnarsi alle 4 potenze. Infine, dovremo assumerci l’impegno a non emanare leggi razziali contro la libertà. Si ignorano le proposte russe. Dopo la conferenza di Potsdam, trapelò la notizia in circoli diplomatici che la Russia abbia proposto che l’Italia paghi in conto riparazioni di 600 milioni di dollari. Noi in circoli responsabili, abbiamo ritenuto che la notizia fosse fondata, ma non esatta. La fondatezza di tale notizia si è rilevata nel discorso di Byrnes, nel quale egli ha dichiarato che nei riguardi dell’Italia non sono state prese decisioni, in quanto «gli Stati Uniti escludono che l’Italia possa pagare 600 milioni di dollari». Da ciò si rileva che la proposta è stata fatta. Il Ministro americano ha dichiarato, inoltre, che gli Stati Uniti concorreranno a ricostruire l’Italia, ma non consentiranno che le somme impiegate siano destinate al pagamento di riparazioni ad altri Stati. Da informazioni pervenute da Mosca, risulterebbe che i due rappresentanti d’America e d’Inghilterra dissero che la Russia e la Jugoslavia dovranno avere delle riparazioni, ma, in tal caso, le loro nazioni dovrebbero fare dei prestiti all’Italia per pagare la Russia. L’U.R.S.S. trattò bene la Romania, però le impose di pagare, entro 6 anni, 300 milioni di dollari in merci, in conto riparazioni. Infine, la stessa imposizione del pagamento, di 300 milioni di dollari è stata fatta nell’armistizio con la Finlandia. Da quanto sopra, si deduce la logicità che la richiesta sia stata fatta. Pare, inoltre, che la Russia abbia detto che con il pagamento da parte dell’Italia dei 600 milioni di dollari anzidetti, essa si assumeva l’impegno di tacitare le pretese della Jugoslavia e dell’Albania. Cita, quindi, i passi più salienti della conversazione con Molotov . Ha ritenuto che il rappresentante russo avesse proposto il trasferimento delle nostre industrie in Russia. Nella previsione di ciò avrebbe polemizzato contro tale trasferimento, adducendo che una tale deliberazione produrrebbe effetti deleteri in Italia per la disoccupazione che si determinerebbe. Si è proposto, invece, che vengano stipulati accordi per lavori che l’Italia potrebbe eseguire per conto della Russia. Sembra che la proposta sia stata ben accolta da Molotov, però senza impegni da parte sua. Pare, certo, inoltre, che venga costituito un Comitato Riparazioni che si spera ascolti anche le nostre ragioni. Noi abbiamo presentato un primo conto dei danni subiti per il contributo dato agli Alleati nella guerra di liberazione contro la Germania. Questa, oltre a dette riparazioni, dovrà pagare all’Italia anche i danni per l’asportazione di parte delle nostre industrie e per il trasferimento in Germania di nostro materiale ferroviario. Come vengono intese le proposte americane? La situazione si presenta ancora fluida. C’è una Commissione incaricata dell’elaborazione e pensa che ancora si potrà ottenere qualcosa. Gli americani hanno escluso il principio del pagamento di riparazioni globali, però si deve cercare di soddisfare convenientemente i compensi richiesti: si trovi una formula che non obbliga le Nazioni a chiedere riparazioni. [Questa è una porta aperta verso trattative]. Esempio: il rappresentante del Brasile stamane dichiarò che il suo Governo è disposto a trattare il problema dal punto di vista politico (trattasi del compenso per una nave silurata). Spera che una analoga situazione si determinerà con la Francia, mediante trattative dirette che sarebbero favorite dalle buone relazioni attualmente esistenti. Questo lavoro di raccorciamento del conto riparazioni per danni, distruzioni, ecc. si sta facendo col concorso di tutti i Ministri ed, in proposito, saranno inviate istruzioni a tutti gli Ambasciatori. Il Ministro della Grecia aveva fatto dichiarazioni di uno scambio di lettere, ma la crisi interruppe le trattative: forse Exentard non era ancora del parere che la questione venisse definita. Buona impressione ha riportato la notizia della cessione alla Grecia delle Isole del Dodecanneso. Riprendendo l’argomento delle riparazioni pretese dal Brasile, informa che questo aveva pubblicato, in un primo tempo, una richiesta di danni; ora, invece, si limita ai soli danni di guerra subiti dai cittadini brasiliani. In merito agli armamenti siamo ancora nel campo teorico: nel progetto americano non era previsto niente. Di esso trattava, invece, il progetto inglese. La Francia ci appoggerà per il mantenimento totale della flotta. De Gaulle si è, difatti, espresso in tal senso. Per quanto riguarda le Colonie, De Gasperi, riferisce che l’Italia è stata invitata a formulare le nostre controproposte, per l’accertamento dell’opera di valorizzazione ivi compiuta. La questione della sovranità dovrà essere posta in seconda linea, riconoscendo le ragioni che hanno determinato le due guerre africane e mussoliniane. Noi ci limiteremo a fare soltanto osservazioni obbiettive sulla questione dell’amministrazione. Come si può svolgere un’opera di colonizzazione se Madre Patria non ha l’Amministrazione, essendo le decisioni prese da Governatore straniero? Possono prospettarsi tre soluzioni: trasferimento di parte delle nostre colonie allo Stato Italiano, secondo la proposta avanzata da parte inglese; oppure il mandato dell’Amministrazione fiduciaria unica o collettiva. Potremo avere così un mandato su una o due Colonie. II terzo caso riguarda la nostra partecipazione alla amministrazione fiduciaria collettiva, la quale dovrebbe lasciare alla capacità del popolo italiano lo sviluppo delle Colonie. Disse Bevin che se l’Inghilterra toglie all’Italia le Colonie, essendo scomparso il vincolo mediterraneo, quale legame potrebbe esistere fra le due Nazioni? In nostro favore è la dichiarazione di De Gaulle, il quale si espresse in forma inequivocabile che il Brennero dovrà rimanere all’Italia. Però, siccome, molta propaganda contraria è stata fatta da ufficiali francesi, rivestendo la cosa molta importanza, fece delle riserve per quanto riguarda il territorio a nord di Pusteria e la conca di S. Candido. I rappresentanti anglo-americani ritenevano di essere tranquilli per quanto riguarda la questione dell’Alto Adige. Però in Austria si fa un’attiva propaganda e dobbiamo stare attenti, mettendo in rilievo le nostre decisioni. Le ultime concessioni sulla parità della lingua e sulle scuole sono già un sacrificio rilevante. Ha predisposto delle istruzioni perché si metta in rilievo l’autorizzazione già data per la lingua. Insiste che nel comunicato si ribadisca sulle concessioni già fatte. Abbiamo una minoranza di italiani che si lagna delle concessioni fatte ai tedeschi, che avevano preso parte alla guerra da loro scatenata: noi dobbiamo convincere gli italiani che, talvolta, si va al di là delle necessità per mantenere l’unità del paese. Sul problema francese, riferisce che De Gaulle insiste sul postulato dello Stato Maggiore per la cessione di Briga e Tenda con argomentazioni etniche e plebiscitarie non valevoli, in quanto è da escludersi che una piccola zona ottenga che si possano apportare rettifiche alle frontiere di una Nazione. Su tale questione stiamo insistendo energicamente ammonendo la Francia che non cerchi di precluderci la strada, tanto più che la cosa presenta una difficile soluzione. In tal senso egli si è espresso nella risposta a De Gaulle sull’argomento delle ragioni economiche ed etniche esaminate. Quanto sarà opportuno decidere in proposito, si vedrà alla fine e, difatti, per ottenere questo, ancora non siamo riusciti a regolarizzare con la Francia i nostri rapporti di lavoro. È da tener presente, inoltre, che può ripresentarsi la questione coloniale, su cui la Francia potrà esserci di valido aiuto. La Russia cerca di convincerla che noi abbiamo grandi capacità lavorative, ma politicamente abbiamo poche risorse. Non vogliamo blocchi, essendo nostro desiderio di mantenerci estranei ad essi. Agognamo, invece, una buona amicizia particolarmente con le Nazioni con le quali sussistano rapporti di lavoro. La Russia mantiene un contegno riserbato sulla questione di Trieste. Molotov non fu preciso con De Gasperi: ritiene che voglia soprattutto aderire al criterio di trasferire alla Jugoslavia territorio più che città. Il problema economico di Trieste verrà risolto con l’internazionalizzazione del Porto e per il resto sarà deciso secondo una linea etnica. Certe interferenze economiche sono tali per cui non può non tenersi conto. Si presenta, per ciò, il dilemma di spostare la linea più a Nord o Sud o Est od Ovest creando delle zone fluide, franche che permettano di avere una zona intorno alla città e completano la soluzione etnica. Per quanto riguarda Trieste, città e costa occidentale non sembra esservi dubbio, in quanto la Commissione ha il compito di studiare questa linea etnica, con riferimento alla situazione economica. Per Fiume si tratta di ritornare al confine stabilito a Rapallo, ovvero proclamarla un piccolo Stato indipendente. Si tratterà almeno di concederle uno statuto autonomo. Non si può, peraltro, risolvere la questione di Trieste senza risolvere quella di Fiume. Anche la ferrovia deve essere internazionalizzata o ceduta alla Jugoslavia. Le possibilità di ottenere soluzioni relativamente favorevoli nella questione della Venezia Giulia presentano serie difficoltà. Non ci devono essere come non ci sono, ostilità gravi da parte delle grandi Potenze. Le difficoltà per gli Stati Balcani non riguardano Trieste. Tutto ciò, naturalmente, rende difficili le trattative per una pace provvisoria. La pace provvisoria trova identiche difficoltà che per la pace definitiva, esistendo una netta antitesi tra la Russia e gli Stati occidentali in merito alla soluzione del problema dei Balcani. La Russia non può concedere all’Italia una soluzione migliore rispetto agli Stati Balcanici. Per questo sorse la terza proposta se non si potesse lasciar cadere l’armistizio e fare un patto bilaterale. Pare che la Russia non sia contraria, per quanto l’armistizio sia stato fatto con il suo intervento. Le insistenze che noi stiamo facendo tendono a questo. Dalle ultime notizie risulta che gli uffici militari sono stati incaricati della elaborazione dei relativi lavori, i quali, poi, saranno revisionati da quelli politici. Potremo ottenere libertà di commercio, l’allentamento del controllo interno e cioè il trasferimento delle mansioni della Commissione Alleata in quelle di Commissione Economica di aiuto. In queste condizioni avremo possibilità di manovra, appoggiandoci a quelli che si dimostrano più favorevoli nei nostri confronti, pur mantenendo, come principio, la possibilità di ricevere aiuti. Devesi, peraltro, tener presente che, benché alla fine riceveremo i conti, non esistono per noi favorevoli prospettive senza il soccorso straniero; in questo caso noi terremo conto degli atteggiamenti politici. Uno degli argomenti politicamente validi per il nostro delegato è stato quello per cui si è capito che noi possiamo non firmare il trattato. Lo dichiarò per sé e ritenne di dire che pensava che quella era l’opinione del Goveno Italiano, qualora non si aderisse a certe condizioni. Tale dichiarazione è stata utile e fu un argomento fatto valere da Bevin, il quale andò molto oltre questa ipotesi, facendo chiedere a Truman, se, nel caso non avessimo firmato il trattato per la questione dell’Alto Adige e di Trieste, l’America avrebbe continuato ad aiutarci. Truman rispose che comprendeva e che l’America avrebbe continuato a porgere il suo aiuto ad un paese che voleva risollevarsi. In merito alla pubblicazione dell’armistizio, fa presente che, come è sta già reso noto anche durante i precedenti Governi Bonomi, noi non abbiamo alcun interesse a che esso non venga pubblicato, né d’altra parte, qualcosa o qualcuno ce lo vieta . […] È pronto a fornire tutte le spiegazioni che gli verranno richieste, ma non può fare una relazione scritta, dato che molte notizie sono state detratte da indiscrezioni giornalistiche e da informazioni. Se si trattasse di questioni definite, egli non troverebbe alcuna difficoltà a fare la relazione scritta, ma la situazione è ancora fluida. In ogni caso assicura che qualora si presentino casi, per cui dovrà essere presa una decisione, egli sottoporrà le questioni alla discussione del Consiglio. Per il momento non abbiamo all’Estero interessi di grande importanza. "} {"filename":"b55a82ad-2edc-4b8a-bd6d-37fb1ca580b9.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"[Parri, fino al giorno prima, aveva sostenuto l’infondatezza della crisi di governo, insistendo per percorrere la via del rimpasto] Rileva che con il ritiro annunziato dai liberali, viene a spostarsi la base del programma concordato onde ne deriva l’obbligo per il presidente di presentare le dimissioni . Personalmente sono, poi, d’accordo sulla opportunità dell’allargamento del governo e su una presidenza superiore ed imparziale: l’uomo più indicato sembra Orlando . "} {"filename":"f0549b92-2671-4207-903a-702e756d58b8.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Prima questione è quella del Ministero dell’Interno . Una volta raggiunto l’accordo, accetterò l’incarico e poi concorderemo la lista – naturalmente i partiti avranno sempre la libertà di aderire o meno. […] Ma l’abbinamento Presidenza e Interno non è stato approvato. […] Il risultato oggettivo è che la candidatura che ha avuto più voti è quella di un socialista: Morandi, o Di Napoli , ex ministro con Badoglio. Ho bisogno di avere un accordo su questo. Stamane devo recarmi dal Luogotenente per dire se accetto di tentare il Ministero. [Brosio domandava a De Gasperi a chi pensasse di affidare il ministero degli Esteri]. Li terrei io. [I liberali facevano notare che l’esistenza di una pregiudiziale contro un uomo del loro partito all’Interno implicava possibili pregiudiziali del Pli su altri incarichi. Per questa ragione sia Cattani che Brosio chiedevano di visionare la lista completa dei dicasteri e la loro assegnazione]. C’è una pregiudiziale assoluta contro la candidatura socialista? Se c’è, è chiaro che tutti i partiti possono successivamente per altri posti ritirare l’adesione. Quindi anche il partito liberale può esaminare la vitalità o meno. […] Io propongo di abolire tutte le vicepresidenze. […] La possibilità dipende dalla base – la base è il Cln – gli uomini che dovrebbero essere invitati si riservano di giudicare la stabilità o meno del Ministero – Vicepresidenze: non sono contrario. Ma è più facile per il Ministero non farle. Ci sono i partiti meno numerosi che pure hanno delle personalità. Non c’è una pregiudiziale mia. Poi Cattani ha accennato ai Sottosegretari del Viminale ecc. […] Posso dire di tentare il Ministero a sei oppure no. [Cattani sollevava la polemica circa il trattamento riservato ai liberali; polemica alla quale rispondevano anche Nenni, Scoccimarro e lo stesso Togliatti, sottolineando la correttezza nella ripartizione dei dicasteri e ribadendo il loro appoggio a De Gasperi]. Cattani prende atto che nessuno pensa di diminuire l’influenza dei liberali nella direttiva del governo. Tutti desiderano il governo a sei. […] Le Vicepresidenze da me sono accettate, ma le esamineremo in seguito, per migliorare la formazione del Ministero. [Togliatti faceva notare che la questione delle vicepresidenze e della loro assegnazione non era fatto secondario nella formazione del dicastero]. Vedremo insieme, in seguito. […] Gli uomini fuori dei partiti devono rendere difficile la nomina dei vicepresidenti. [La Malfa proponeva che venissero istituite due vicepresidenze: una affidata a Nenni, una a Orlando]. Non credo che Bonomi faccia difficoltà. In questo caso gli si può dare un Ministero. Ha dimostrato grande devozione al Paese. [Cattani insisteva nuovamente sulla posizione debole che sarebbe spettata ai liberali perdendo una vicepresidenza, accettando Nenni all’altra vicepresidenza e un socialista all’Interno. Si era poi detto certo del rifiuto di Orlando e, in ogni caso, convinto che una sua eventuale accettazione avrebbe giovato più alle sinistre che non ai liberali stessi]. La riserva di Cattani non mi dispiace, perché Orlando non vuole essere considerato esponente del partito liberale. […] È un sacrificio per il presidente non avere l’Interno. Si può giungere ad un compromesso. Il ministro degli Esteri presiede ed avrà rapporti con il ministro dell’Interno. [Ruini proponeva che, essendo il presidente del Consiglio anche il capo di un partito, si scindesse la guida dell’esecutivo dal Ministero dell’Interno]. Ho apprezzato le idee di Ruini, ma non le ho condivise. Da un punto di vista logico, devo dire che è la prima volta che si nega al Presidente del Consiglio di tenere l’Interno. [Nenni sosteneva l’esigenza che la ripartizione delle cariche rispondesse ad una logica basata sull’equilibrio delle forze: se alla presidenza era chiamato un «moderato», era necessario assegnare un dicastero chiave come gli Interni ad un uomo della sinistra]. Ho comunicato a Cattani la tua proposta. […] Mi è stato detto: il Presidente non deve essere ministro dell’Interno. Allora ho pensato agli Esteri. Ministro degli Interni: tre candidature; la stessa base di diritto: ragioni di opportunità solo. Si può porre anche la candidatura del Presidente? Cioè Presidente e Interno? È possibile discutere la mia candidatura all’Interno? [Scoccimarro e Lussu si pronunciavano a favore della partecipazione dei liberali al governo e ribadivano l’assoluta fiducia in De Gasperi]. Prendo atto di quello che hanno detto Scoccimarro e Lussu – circa il blocco delle sinistre – credevano ci fosse un’intesa più formale. Dobbiamo sentirci tutti uguali e liberi in seno alla coalizione. Sono lieto di sentire questa cosa nuova per me. Così pure quello che ha detto Scoccimarro circa la partecipazione dei liberali al Governo. Credevo possibile la candidatura imparziale. Poi ho accettato come un dovere la mia candidatura: ma ci vogliono condizioni possibili. Ma non dobbiamo fare crisi per 150 giorni. Voglio esser assolutamente imparziale. Sono capo di un partito: sarò considerato leader. Ecco perché lo si voleva, il Presidente, imparziale. Dovete perciò affidarvi un po’ alla moralità dell’uomo. Possiamo pensare ad un organo di vigilanza per le elezioni. Potete rinunziare a favore del Presidente per il Ministro dell’Interno? […] Da questa seduta deve risultare o sciogliere la crisi con la mia persona e cercherò domani di risolvere i problemi ancora insoluti. Se c’è un impedimento per l’Interno e per gli Esteri, allora domani dovrò dire che non posso proseguire le trattative. [Scoccimarro proponeva che, vista l’impasse nella soluzione della crisi, la questione venisse rimandata al Cln]. Noi qui, se la cosa non va, andremo al Cln. [A fronte delle polemiche con le sinistre e nell’ipotesi di demandare la soluzione al Cln, con conseguente voto a maggioranza, Cattani annunciava il ritiro dei liberali e De Gasperi replicava insistendo sul mantenimento della formula a sei]. Ma io voglio fare il governo a sei. […] Ma io voglio fare il governo a sei. Dato che esistono dei contrasti sul ministro dell’Interno, io mi credo non tenuto a tentare di attuare. [Molti, soprattutto da sinistra, facevano notare che le condizioni pregiudiziali emerse nel corso del dibattito non impedivano al presidente designato di procedere alla formazione del ministero]. Ma io voglio i sei partiti. […] Non credo che la persona mia, come ministro degli Esteri, non si debba mettere avanti se non per mantenere la coalizione, anzi per allargare le adesioni. Se non è raggiunto questo scopo, il mio tentativo non deve essere fatto. Le discussioni pubbliche possono nuocere. Se dobbiamo, qui qualcuno può portare un collega, la cosa è possibile. Ma non una discussione pubblica di Cln. Se domani mi autorizzerete a continuare le trattative, io mi farò dare l’incarico ufficiale. Salvo i particolari, se siete d’accordo io proseguirò; diversamente, è meglio non continuare. Non bisogna dare al Cln l’impressione che non [sic]. […] Mi basta un mandato vostro per continuare le trattative. Poi vedremo se risolvere Ministero dell’Interno al presidente o al socialista. […] Mi avete conferito fiducia di cui vi ringrazio: sono il minor male. Credete che io posso tentare. Al partito liberale potrei dire così: se si faranno le vicepresidenze, andrebbero ad un socialista, ad un uomo come Orlando – ovvero non si faranno vicepresidenti. […] Se non si fa nessun vicepresidente, mi pare è superabile. […] Volete uno scambio di idee sui ministeri? […] Se lascio gli Esteri, devo tener conto dei partiti per l’Interno e viceversa. [La seduta veniva sospesa e ripresa alle ore 19.15 con la partecipazione dei rappresentati liberali che si dicevano disposti ad accettare una formula con De Gasperi alla presidenza, l’Interno ai liberali e gli Esteri ai socialisti]. Voi proponete: Esteri ai socialisti; Interno ai liberali; in subordinata a De Gasperi, salvo vedere che posti sarebbero dati ai liberali. […] Riassume le varie proposte. La novità è che i liberali oggi aderiscono a dare gli Esteri ai socialisti. […] Si rifà il cammino all’indietro. Dovrei domandare che come per Bonomi e Parri ci sia mandato di fiducia per la politica interna al Presidente. Devo concludere che mi manca la possibilità di raggiungere l’accordo. Mi pare superfluo fare appello al vostro senso di responsabilità. [Lussu tirava le fila del dibattito sull’accettazione del cumulo delle cariche nella persona del presidente e ricordava che quattro rappresentanti si erano detti contrari a concedere che la tradizione venisse mantenuta]. Si discute se sono stati quattro a rispondere no. Alcuni credono necessario che si abbandoni la tradizione del Presidente più Interno. È stata una tesi illustrata con ragioni politiche. Non posso perciò fare appello alla fiducia da voi manifestata alla mia persona. […] A giugno le stesse difficoltà: ho lasciato cadere la mia candidatura alla vicepresidenza per rendere facile la combinazione. Quasi quasi veniva fuori la stessa discussione per il partito socialista. Quindi come nel gabinetto Parri, sarebbe logico non sminuzzare le responsabilità del Presidente. Perché io sono agli Esteri, si è potuto pensare ad un presidente senza l’Interno. Ora ci sono altri che mettono delle condizioni. Ho dimostrato buona volontà non insistendo io per l’Interno. La mia rinuncia alla vicepresidenza a giugno rese possibile le due vicepresidenze, socialista e liberale. "} {"filename":"5e5376a2-98df-4526-96a8-025fdc850e54.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Chiede se hanno pieno mandato per trattare e definire. […] Allargamento. Neppure Bonomi accetta se non c’è l’unanimità. Si dovrebbe esaminare l’ipotesi, per esempio: Bonomi e Morandi. Il cosiddetto allargamento equilibrato. Ma i comunisti vogliono un loro rappresentante. I socialisti insistono su Morandi per l’Interno. Orlando mi ha mandato a dire di fare il ministero, e poi vedrà la possibilità di accettare. Orlando ha consigliato pure Bonomi di accettare. Da Visconti cercherò di avere la collaborazione: potrei farlo ministro di Stato. Circa la lista a cinque, io non l’avevo ancora approvata. La Malfa non vuole le Finanze. Che cosa posso dare agli azionisti? Le vicepresidenze. Nenni ci tiene. Lascia l’alto commissariato. Vuole conservare la Costituente e la vicepresidenza. Ruini aveva avuto nomina a vicepresidente nella lista a cinque. Si potrebbe, in ultima ipotesi fare tre vicepresidenti, dando a Ruini incarico di coordinamento problemi finanziari. Guerra – è considerato importante politicamente. Se lo si assegna agli azionisti, La Malfa non lo vuole. Avete, voi liberali, un ministro del Tesoro competente, se Brosio va alla Guerra? Ho cominciato ad interpellare voi, perché voi dovete vedere se c’è o no la possibilità di fare con noi il ministero. […] Gli altri hanno fiducia in me, e voi no, allora. […] La questione dell’allargamento è fondamentale. Dopo aver accettato ieri la mia lettera oggi voi dite ancora: «non possiamo partecipare al governo». […] Ieri sera avevamo parlato di te alla Guerra . Perciò ti ho chiesto se avevate un altro componente per il Tesoro. Potrei cercare di farvi avere il quarto ministero, se prendete l’Alimentazione. […] Il mio partito perde, perde un ministero; perde l’attività del capo del partito, perde per il rischio della presidenza, sia di un governo a cinque, che a sei. […] La responsabilità mia è grave: anche la vostra. Tornare a Parri è peggio sempre di un governo di sinistra presieduto da me. […] Proviamo: lasciamo agli altri la responsabilità di non volerlo. […] Se l’allargamento si supera, vediamo la questione dei dicasteri. Vediamo tutto il problema. La questione dell’allargamento è debole. Non ci sono gli ex presidenti; e allora vuol dire che si vuole uomini della vostra tendenza di destra. A meno che non proponiate dei tecnici di valore per il Tesoro, o per altri ministeri. Paratore non ha voluto accettare. Avete altri nomi? […] Guerra. Può darsi che alla fine si possa offrire a voi, ma non si può chiederlo come condizione, se avete il Tesoro. E devo offrire al Partito d’azione un ministero politico. [La riunione veniva sospesa e ripresa alle ore 19.10 ]. Presenta proposte concrete – ultimo tentativo per risolvere la crisi con governo a sei. Spiega che avrebbe voluto proporre anche Ruini vicepresidente, e perciò se si crede, anche Ruini può essere nominato vicepresidente. Raccomanda i nomi di Bonomi, di Sforza e di Visconti. Così credo di aver assolto il mio compito: governo a sei più uomini non iscritti. […] Sono partito dalla situazione precedente. Se si considera Parri del Partito d’azione, oggi il Partito d’azione si trova in posizione inferiore, ma solo in rapporto al presidente. [Sia Togliatti che Pertini sostenevano una posizione decisamente critica nei confronti della candidatura di Bonomi, ritenuto uomo di destra, e di Visconti Venosta, la cui politica estera negli anni del governo Bonomi aveva nuociuto gravemente all’Italia. In entrambi emergeva il timore che il coinvolgimento di uomini non dichiaratamente appartenenti ai partiti potesse spostare l’equilibrio del governo verso l’ala più moderata e conservatrice]. Contesto che Bonomi, presidente del Cln, possa essere considerato rappresentante della reazione. Ricorda di Bonomi il suo passato politico e recente. Per Sforza, non è stata fatta critica personale. Di Visconti, per quanto io sappia, si è interessato del paese, non di politica. Mi è stato detto che non ho tenuto conto degli odg di ieri. Io non ho mai approvato la lista del governo a cinque, né conosciuto. […] Anche in un governo a cinque, come dal voto formulato da Scoccimarro, si era riconosciuta l’opportunità di includere qualche uomo competente nel ministero. […] Noi, i democratici del lavoro, e i liberali avevamo espresso più o meno l’opportunità di un allargamento. Ed anche Parri. In questo momento si tratta di dividere le responsabilità. Nel programma che dovremmo realizzare, dovremo marcare la nostra tendenza democratica. Ricorda la permanenza dei comunisti all’Agricoltura. Occorre dare la certezza di linee politiche per l’ordine. Bisogna aspettare le elezioni. La responsabilità di queste proposte è mia. […] Manca il nome del Tesoro. [La Malfa, Nenni e Togliatti manifestavano perplessità nei confronti della posizione del Pli e dell’inclusione di elementi «tecnici» nel ministero. Per queste ragioni chiedevano di subordinare l’appoggio al governo alla visione della lista definitiva]. Che proponete, come procedura ? "} {"filename":"07c3afab-5f9c-45b5-8e91-c1e30f9b1896.txt","exact_year":1945,"label":3,"year_range":"1941-1945","text":"Esprime la sua soddisfazione che un attentato deplorevole non abbia avuto effetto. Deplora e augura che fatti simili non si ripetano e si affida al ministro dell’Interno perché adotti le misure opportune in modo che tutti si astengano da tali atti. È necessario disarmare e andare a fondo con azione energica . Passa ad esaminare la difficile situazione degli approvvigionamenti. Ci sono cattive prospettive per gli arrivi che ammontano a 120 mila tonnellate invece delle 260 mila. C’è un forte deficit. Si è dovuto rimandare la fornitura della pasta, tuttavia non si deve provocare un allarme, giacché questo provvedimento è temporaneo. Abbiamo dovuto accettare le disposizioni degli Alleati ed essi stessi [sono] dolenti: la situazione del grano e dei trasporti è gravissima. È un triste inizio dell’approvvigionamento del 1946 che si deve superare insistendo e richiamando tutti alla più rigorosa disciplina. Purtroppo non si può colpire la borsa nera. Riferisce poi sui problemi di politica estera. Nella comunicazione da Mosca ci sono gravi notizie per il popolo italiano che ignora i precedenti: impressiona l’essere lasciati ultimi senza alcuna considerazione dei 18 mesi di cobelligeranza, malgrado la promessa degli Alleati . È importante che si sappia che il ministro degli Esteri ha agito subito presso gli ambasciatori: egli si è vivamente doluto che non si tenesse conto della situazione dell’Italia, che è stata la prima Nazione a rompere i rapporti con la Germania. Nulla appare dal comunicato di Mosca, mentre dal Convegno di Postdam era affiorato uno spiraglio. Abbiamo richiamato l’attenzione degli Alleati esprimendo la speranza che l’Italia possa essere chiamata a dire la sua parola su tutti i problemi. Questo telegramma è una mise à proisot. Possiamo dichiarare che il Consiglio dei ministri esprime ferma attesa che la posizione dell’Italia come cobelligerante prospettata a Postdam venga adeguatamente considerata e giustamente valutata. Nell’ultimo Consiglio si è deciso di dedicare questa riunione alla politica finanziaria del Governo. Si sono avute riunioni con i ministri dell’Industria, del Commercio Estero, del Tesoro, delle Finanze, del Lavoro, dei Lavori Pubblici . Occorre risolvere la questione valutaria, quella finanziaria e fiscale, della ripresa industriale e della disoccupazione. La discussione ha stabilito delle linee convergenti. È opportuno che riferisca prima il ministro del Tesoro, poi quello del Lavoro ed infine i vari ministri. Se troveremo una linea di accordo potremo delegare agli altri ministri di concretare i provvedimenti da adottare in modo che possano essere sottoposti all’esame del Consiglio dei ministri di domani . […] Osserva che oltre febbraio non si può andare. O noi facciamo capire che fino alla Costituente non si effettuerà il cambio, oppure, accogliendo l’obiezione del ministro del Tesoro, in vista del ritardo già intervenuto e dell’ulteriore tempo occorrente si rinunzia all’operazione. Chiede che Barbareschi esponga la situazione dell’occupazione operaia. […] I risultati della discussione non gli sembrano molto convergenti. Dichiara che in conseguenza dei suoi impegni a Londra, non ha potuto seguire le dichiarazioni di Corbino alla Consulta . Accolse la proposta avanzata dal Partito Liberale di affidare a Corbino il Ministero del Tesoro perché ritenne che si trattava di un uomo preparato la cui collaborazione avrebbe portato un rafforzamento del Governo. Nei colloqui avuti con Corbino non ebbe l’impressione che questi fosse contro il cambio dei biglietti; dichiarò che se fosse stato possibile attuarlo l’avrebbe senz’altro fatto. Nelle discussioni preparatorie, c’è sempre stato anche da parte di Scoccimarro il riconoscimento che egli non si sottraeva alla possibilità di adattare i suoi progetti ad una nuova situazione che escludesse il cambio. Ora non si tratta di una questione politica. Noi dobbiamo tutti dichiarare che se l’operazione fosse possibile si farebbe subito e che comunque è uno dei problemi ereditati dal passato Governo. Richiama i problemi gravissimi che si prospettano, anche in materia di politica estera; ci sono, poi, da fare due elezioni; affrontare l’unione del Nord al Sud, e la situazione alimentare. Cerchiamo pertanto di risolvere i problemi l’uno alla volta. Sarebbe veramente lieto se si potesse arrivare al cambio giacché questa operazione è dettata da criteri di giustizia, ma dubita che essa sia possibile. Il cambio riguarda in particolare la Banca d’Italia: peraltro non gli manca il coraggio per affrontare i più delicati problemi. Ma se veramente ci sono delle gravi difficoltà che impediscono l’operazione stessa, ritiene che non si debba esercitare una coalizione politica per effettuarla ad ogni costo. Non dimentichiamo che il programma iniziale, dopo la liberazione, era ben limitato: fu assunto il Governo con il proposito di lasciare la soluzione dei più importanti problemi alla Costituente. E se pure le esigenze sono poi cresciute, noi non possiamo ora assumerci questo compito, né possiamo decidere senza una unanimità assoluta in proposito. Si comunichi alla stampa che noi abbiamo ampiamente esaminato e discusso i problemi finanziari, dopo ampie relazioni dei ministri del Tesoro, delle Finanze, del Lavoro, e dell’Industria sulle materie che riguardano i loro dicasteri . E che si sono altresì considerati la situazione finanziaria, il programma tributario, le misure per la normalizzazione della situazione industriale e per fronteggiare la disoccupazione, nonché le ultime richieste degli statali decidendo che un ristretto Comitato di ministri approfondirà, nei prossimi giorni, alcuni elementi di fatto che richiedono ulteriori accertamenti per sottoporre al Consiglio le proposte definitive. Propone, infine, che il Consiglio sia convocato anche per mercoledì p.v. per adottare una decisione che dovrà però essere presa ad unanimità. Nel frattempo sarà richiesto il parere specifico della Banca d’Italia in merito alla questione del Consiglio stesso. "} {"filename":"4cb4a6b5-0306-449b-9c27-d62033a9c2ff.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Onorevoli colleghi, quando mi sono accinto a risolvere la crisi Corbino, scoppiata assai male a proposito, allorché per pochi giorni ero trattenuto a Parigi per il negoziato italo-austriaco, la voce che saliva più frequente dalla stampa e dai voti dei Gruppi parlamentari era: «Ci vuole un piano organico, bisogna proporre ed attuare provvedimenti concreti, ci vuole una direttiva economico-finanziaria concordata tra i partiti di Governo». Allora convocai i ministri delle finanze e dei dicasteri economici, che, vedi caso, erano un comunista, un socialista e un democratico cristiano; misi loro accanto un puro tecnico, il direttore della Banca d’Italia, e li pregai di indicare, nella forma più concreta possibile, i provvedimenti che bisognava prendere o integrare per assestare la nostra finanza, consolidare la lira ed assicurare la ripresa economica . In queste riunioni furono concordati all’unanimità, nelle loro direttive, i provvedimenti nel campo fiscale, nell’ambito della tesoreria, nel campo produttivo e in quello del lavoro, e vennero indicati l’ordine di attuazione dei provvedimenti stessi e le condizioni ed il momento tecnico nel quale possono e devono venir presi. Accanto alla immediata emissione del prestito interno, e prima dell’imposta patrimoniale personale, sono previste grosse tassazioni dei beni reali, cioè decurtazioni in maniera sensibile dei maggiori redditi dei possessori di azioni industriali, di terre, di case (quest’ultime verso lo sblocco di affitti condizionati a compenso per i meno abbienti) e sopra ogni altra cosa nella conclusione si insisteva per un più severo accertamento e quindi per una più adeguata riscossione di tributi ordinari. Tale documento, che è un impegno, venne sottoposto al Consiglio dei ministri, che lo fece anche suo. Tutti gli altri problemi di carattere politicoeconomico (carovita, scioperi, agitazioni, partigiani, ordine pubblico, occupazione delle terre, provvedimenti per i comuni e per la difesa della Repubblica) reclamavano assicurazioni e precisazioni del Governo. Perciò, dopo aver chiesto al vicepresidente del Comitato per la ricostruzione, ai ministri dell’agricoltura e dell’industria, all’alto commissario per l’alimentazione, il loro contributo di informazioni e di direttive, completai le dichiarazioni finanziarie ed economiche con un riassunto di quello che il presente Ministero aveva fatto e della direttiva che intendeva seguire negli altri settori. Le dichiarazioni vennero poi sottoposte al parere del Consiglio dei ministri che, salvo alcune minori modifiche, le approvò . Affermo questo non per sfuggire alla mia responsabilità personale, che assumo intera, né per addebitare ad altri la mia mentalità politica o il mio stile di Governo, in quanto contengano una nota personale, ma per dimostrare che ho proceduto in tutte le forme che possa esigere la solidarietà ministeriale di un Gabinetto di coalizione. Quindi, quando parlo da questo posto, mi sforzo di tenere una linea che sia una risultante, e se i miei amici politici devono consentire che io contenga entro tali limiti il mio particolare pensiero e l’ansia fervida del mio programma, i miei amici dei partiti di Governo hanno il diritto, ma anche il dovere, di ricordare l’esistenza di una solidarietà ministeriale che porta come conseguenza una solidarietà di partiti al Governo. (Applausi al centro). Posso ben comprendere che un giornale sistematicamente oppositore come il Risorgimento Liberale classifichi questo nostro sforzo di sintesi come il tentativo di «soffocare le lotte politiche nel compromesso», ma mi è più difficile comprendere come la nostra direttiva di assicurare l’evoluzione democratica nell’ambito delle leggi della Repubblica possa venire attribuita a mancanza di fede nelle classi lavoratrici. Dateci la fede nella vostra collaborazione, nella stampa, nelle organizzazioni, nelle agitazioni e noi, il Governo – lo dico a nome di tutti – saremo con voi, per aiutare con tutte le forze la marcia del popolo verso il suo più pieno, più largo, più immediato governo della cosa pubblica. (Applausi al centro). Il collega Negarville , rivendicando la responsabilità della crisi Corbino, ha qui dichiarato: «Abbiamo ritenuto necessario, doveroso, iniziare quella critica pubblica che doveva non soltanto interpretare il malessere del paese, ma anche portare a una soluzione… Pensiamo, in sostanza, di avere reso un servizio al paese». Non discuto il merito, limitandomi a dire, a proposito di questo, che in verità la campagna fu fatta anche contro di me, dipinto in certi manifesti come De Gasperi l’affamatore. Ritengo però, a parte tutto questo, mio obbligo di lealtà affermare che una campagna sistematica – non parlo naturalmente di una critica occasionale concreta – che si vorrebbe far passare per critica costruttiva non può essere il metodo di un partito al Governo, per provocare modificazioni nel Gabinetto. Ogni partito della coalizione ha possibilità di agire dall’interno e, a meno che non si proponga, come suo diritto, di disdire il patto di coalizione, non può cercare una crisi dall’esterno. Richiamandomi alle mie dichiarazioni programmatiche all’inizio di questo dibattito, riaffermo questo, in tesi generale: non come difesa di questo o di quel Governo, ma come problema del sistema democratico. Ciò vale, naturalmente, in questa misura, solo per i partiti politici direttamente implicati nella responsabilità governativa. Ma, se dobbiamo veramente costituire una democrazia popolare, dobbiamo trovare anche una via di collaborazione con altri organismi, specie con le organizzazioni sindacali. Sono lieto di ammettere che tale collaborazione ci è stata data in molte occasioni; e, mentre parliamo, facciamo vivi voti perché le rappresentanze sindacali organizzino tra di loro, in liberi accordi, quella tregua nel campo del lavoro che è una delle premesse indispensabili per consolidare la nostra situazione economico-finanziaria, come ha sostenuto anche il mio collega ministro del tesoro ieri sera. In alcuni casi, però, la collaborazione venne ottenuta a gran fatica o affatto. Porto l’esempio – se mi permettete – della occupazione delle terre di Catanzaro. E lo porto tanto più in quanto devo dire che, oggi come oggi, una sufficiente collaborazione con la Federterra è stata raggiunta anche colà e gli allarmi, che erano stati lanciati a proposito della occupazione delle terre, si può dire che siano superati almeno per ora. Dall’ultimo rapporto, finora, entro cinque giorni della decorsa settimana, sono state esaminate complessivamente 67 domande e concesse complessive 13.541 tomolatedi terreno, di cui 590 per decreto ed il rimanente per bonario accordo, frutto dell’opera di persuasione, che il prefetto aveva precedentemente svolta presso l’organizzazione degli agricoltori e presso la Federterra, e del cauto, intelligente, energico intervento dei presidenti delle commissioni. I terreni occupati sono stati prevalentemente sgomberati o per opera persuasiva, o per intervento della forza pubblica, senza dar luogo ad incidenti. Dice il prefetto di esser certo che il suo intervento conciliativo presso la Federterra e presso i partiti di massa ha scongiurato il pericolo che le decisioni delle commissioni possano essere sfruttate da altri atti inconsulti. Stando così le cose e ritenendo con ciò di aver risposto all’interpellanza Caroleo , al quale naturalmente resta il diritto di svolgere questa sua interpellanza al momento opportuno, vorrei aggiungere, come esempio e come argomento di metodologia politica e sindacale, che io non posso condividere i metodi seguiti all’inizio dalla Federterra. Ho qui un manifesto, un curioso tentativo di conciliare il legale con l’illegale, l’occupazione con l’accettazione parziale di un giudizio, eccetera. Direi che è una prova di buona volontà che non voglio negare, ma che mostra come sia ancora imperfetta l’accettazione del metodo legale e del metodo della responsabilità governativa. Ecco come la Federterra in provincia di Catanzaro scriveva in un suo appello ai contadini: «Il primo governo della Repubblica, venendo incontro al vostro secolare sogno di poter lavorare in proprio un pezzo di terra, e per eliminare la grave disoccupazione dei reduci e dei contadini poveri, emanava un decreto-legge preparato dal ministro Segni , che, allargando le precedenti disposizioni del ministro Gullo , vi concedeva la terra, chiamandovi a fecondarla col vostro sudore». E sin qui siamo in completa ortodossia. Ma ecco il secondo periodo: «L’imminente inizio dei lavori per la preparazione delle semine vi ha spinto … (e questa è una circostanza che viene contestata nettamente dal Ministero dell’agricoltura e dagli ispettori agrari inviati sul luogo, in un lungo rapporto) …vi ha spinto ad occupare (l’occupazione è fatta in 25 comuni contemporaneamente) ad occupare tempestivamente i terreni, in attesa che le commissioni a ciò istituite regolarizzino il legale possesso delle terre occupate». (Commenti). E fin qui è una constatazione di fatto. Poi si continua: «La Federterra è al vostro fianco. Mantenetevi calmi, sereni, evitando qualsiasi incidente (anche questo è meritorio), iniziate subito il lavoro delle semine. Il grano che voi produrrete sfamerà tutto il popolo». (Commenti). Ecco dove c’è evidente contraddizione, e dove direi che la propedeutica non ha avuto il risultato voluto. Non credo di esagerare se definisco questo documento un documento di buona volontà. Ma bisogna essere chiari e precisi sopra quello che è la legge e sopra quello che è esigenza, che, attraverso la legge, deve essere soddisfatta. E quando si ha da fare un decreto che ha precisamente lo scopo di dare terre ai contadini poveri e bisogna premere sopra gli attuali proprietari perché accettino questa soluzione, sia in via conciliativa, sia in via di aggiudicazione legale, allora, per dar man forte al Governo, non bisogna occupare arbitrariamente le terre ma bisogna premere sulle commissioni, rivolgersi ai prefetti, rivolgersi qui, se non basta ai prefetti, perché la legge sia il più rapidamente possibile attuata. Questa è la strada della collaborazione, che non riguarda soltanto la riforma agraria ma anche tutte le altre riforme che dovranno seguire. Questa è la strada della collaborazione delle forze popolari organizzate con gli organi del Governo. Ho già risposto, passando ad altra materia, al mio egregio ex collaboratore Negarville, che il Governo sta già preparando la conferenza economica che egli desiderava. Il Comitato interministeriale per la ricostruzione ha avuto l’incarico di prepararne tutto il piano e se qualcuno desidera dare suggerimenti circa il programma e circa la partecipazione a questa conferenza, siamo a sua disposizione. Sarà una buona occasione per sentire le persone competenti in economia e gli interessati e credo che ciò darà anche modo al membri del Governo dei vari settori economici di dimostrare, più che non si sia riusciti lungo questa discussione politica, che non è vero che il Governo sia stato abulico e che non provvedeva e non ha previsto. Tutti i provvedimenti concreti che abbiamo o lanciato o iniziato per essere attuati, oppure abbiamo preparato, hanno avuto qui scarso rilievo e scarsissimo rilievo è toccato all’opera dei ministri tecnici che in seno al Comitato di ricostruzione svolgono, sotto la presidenza dell’amico Campilli , attività fecondissima. Per opera del ministro dell’Industria, e questo l’ho accennato nelle mie dichiarazioni, ma nessuno vi si è soffermato, per quanto sia un fatto nuovo nell’economia italiana e di una incidenza notevole soprattutto come esempio, per opera del ministro dell’Industria è stato provveduto alla filatura di un certo blocco di cotone messo a disposizione dall’U.N.R.R.A. Secondo il programma di lavorazione concordato dal ministero con gli industriali, dovranno essere forniti nel mese di ottobre 500.000 chilogrammi di prodotti finiti, un milione e mezzo in novembre, due milioni in dicembre, tre milioni in gennaio 1947. Ora il Ministero dell’industria si occupa attivamente di organizzare la distribuzione dei prodotti col concorso della Confederazione del commercio, dei consorzi di distribuzione e con tutti gli organismi che posseggono una attrezzatura atta ai compiti che verranno loro affidati. Impresa questa di grande mole, di cui siamo appena all’inizio. Al cotone si aggiungeranno la lana e, dopo, le pelli in quantitativi rilevanti. Vi sono stati in questi giorni vivi negoziati con gli industriali lanieri per la lavorazione di un notevole contingente di lana, per la quale il ministero insiste allo scopo di poterne iniziare la distribuzione dei manufatti entro il prossimo mese di dicembre. Gli industriali lanieri adducono la piena occupazione degli impianti per le lavorazioni in corso destinate all’esportazione, e hanno proposto di iniziare le prime consegne nella primavera del 1947, condizione questa che non possiamo accettare, cosicché siamo costretti ad esercitare attualmente una forte pressione onde ottenere che si proceda senza ulteriore ritardo alle lavorazioni destinate al mercato interno per il consumo dei ceti meno abbienti. Da questo banco, e a nome di tutto il Governo, faccio appello agli industriali tessili, nel momento in cui molti di essi traggono larghi profitti da una congiuntura eccezionale, sappiano sacrificare una parte dei loro guadagni, secondo un superiore dovere civico, al fabbisogno delle popolazioni (applausi generali) e dichiaro che, ove mancasse l’accordo, il Governo saprà esigere, con interventi necessari e di suprema energia, l’adempimento di questo dovere. (Vivi, generali applausi). Ciò naturalmente deve ottenersi senza intaccare troppo il lavoro in corso per l’estero, perché riconosciamo l’importanza che ha per tutta l’economia l’esportazione. Il mio richiamo si rivolge a tutte le categorie produttive e commerciali, perché taluni non si illudano di potere impunemente abbandonarsi alla speculazione che si è sfrenata in quest’ultimo periodo contando sull’impotenza del Governo. Il Governo è deciso a mantenere il pieno controllo della situazione e ad agire con tutti i mezzi per imporre l’osservanza di quei regolamenti sui quali una ordinata ripresa della nostra economia deve fondarsi. Il Governo comprende l’interesse delle diverse categorie; saluta lo spirito di iniziativa che esse possono manifestare; desidera vivamente la loro collaborazione; ma è deciso a non transigere con chiunque intende sottrarsi al dovere di contribuire disciplinatamente all’opera comune, sostenendo quelle rinunce e quei sacrifici che gli interessi della collettività richiedono. Un progetto di legge contro gli accaparratori e gli incettatori è in preparazione. E, parlando di altre attività, promosse, iniziate, organizzate dal Comitato di ricostruzione, mi rivolgo all’onorevole Carmagnola il quale, nel suo concreto e sostanziale discorso, ha sottolineato, fra l’altro, l’opportunità di incrementare in tutti i modi possibili l’attività edilizia. Questo problema è stato sentito dal Governo come una necessità inderogabile, e per questo era già inserito nel programma dei nostri inizi. Avviare la ricostruzione edilizia significa non soltanto venire incontro al bisogno di abitazioni ma anche rianimare un settore che promette di assorbire notevole capacità di lavoro, sia per domanda diretta sia per quella indiretta, nelle industrie connesse all’attività ricostruttiva. Per decisione del Comitato di ricostruzione, i ministeri competenti si sono dedicati allo studio del problema e hanno preparato ed elaborato schemi di disposizioni tendenti a rendere operante l’aiuto che all’attività edilizia può essere offerto dallo Stato, a facilitare gli istituti di credito edilizio, a creare nel proprietari e nei costruttori lo stimolo anche economico della ripresa delle costruzioni dopo tanti anni di stasi. Una prossima seduta del Comitato sarà destinata al definitivo esame del coordinamento di questo piano, in modo che sia possibile al Consiglio dei ministri deliberare al più presto sui progetti di legge già completi nei loro dettagli. È lecito attendersi che con la ripresa dell’attività edilizia, unitamente ai lavoratori pubblici che proseguiranno col maggiore ritmo consentito dalle materie prime disponibili e dai crediti, il grave problema della disoccupazione potrà avere un rapido sollievo. Collegata al problema della disoccupazione e del migliore ordinamento della produzione è la questione del blocco dei licenziamenti. Sapete che sono state costituite sette commissioni per esaminare in concreto, in ciascun settore, le condizioni di lavoro e le possibilità di sblocco e di impiego. Queste sette commissioni hanno ora terminato il lavoro e, come mi pare sia stato accennato da qualcuno, il risultato è stato confortevole, in questo senso che, scendendo dalle alture delle troppo generiche affermazioni, si è trovato che in fondo il numero delle maestranze eccedenti in questi settori non supera i centosettanta-centottanta mila lavoratori. Non dovrebbe essere impossibile alla commissione centrale, che nei prossimi giorni dovrà prendere le sue decisioni, di conciliare gli interessi delle classi lavoratrici con quelli della produzione, tanto più che tali interessi, se rettamente intesi, non possono non coincidere nel riconoscimento della comune esigenza del massimo impulso da dare alla produzione industriale italiana. In tutte le decisioni della commissione e nell’appoggio del Governo e delle categorie interessate, che sarà esplicato per dare ad esse applicazione, saranno sempre presenti le necessità di provvedere ai bisogni industriali e della ricostruzione nonché di sollecitare l’opportunità di lavoro per le maestranze in soprannumero. La necessità di aumentare le possibilità di lavoro, di incrementare il reddito e con questo le condizioni di vita del popolo che lavora, ha portato ad avviare lo studio di un piano generale di produzione nazionale. Un tale piano è in effetti indispensabile, anche solo per il controllo della importazione e della distribuzione interna delle principali materie prime, tutte rigidamente controllate su base internazionale ed anche come base per le trattative e per i finanziamenti esteri avviati o da avviare al fine di coprire il deficit della nostra bilancia dei pagamenti e di affrettare la ricostruzione economica del paese. In proposito, come è apparso sui giornali, si è tenuto, in presenza del capo della nostra delegazione commerciale economica a Washington, una seduta del Comitato che si è occupato in dettaglio di questo piano. Questi prestiti esteri ci verranno evidentemente concessi solo in quanto sapremo e potremo dimostrare agli eventuali finanziatori l’accorto uso delle somme che ci verranno date, secondo concreti programmi intesi a ricostruire i singoli settori della nostra economia: trasporti, telecomunicazioni, viabilità, edilizia, riconversione e riordinamento delle industrie, eccetera, nonché ad aumentare il reddito nazionale; perché solo nella documentata sicurezza di tale aumento trova fondamento la garanzia che il capitale prestato potrà essere gradualmente da noi restituito. Il piano di produzione industriale ed il programma delle opere pubbliche devono essere appoggiati e sostenuti da una accorta politica creditizia interna, e di ciò ha fatto largo accenno il ministro del Tesoro nella sua relazione. Vorrei aggiungere un elemento di tranquillità e di ottimismo a quelli già detti dal collega Bertone, ed è questo: che gli indici della produzione industriale per il mese di agosto dicono che si è arrivati al 65-70 per cento del livello toccato nel 1938, mentre sei mesi or sono eravamo al 45 per cento, e nella seconda metà del 1945 si era scesi fino al 10-15 per cento di quel livello. È chiaro che la ripresa industriale non dipende soltanto dalla nostra volontà ma anche da un complesso di fattori internazionali sui quali non è sempre possibile agire nella misura che può apparire desiderabile alla nostra impaziente volontà ed esigenza ricostruttiva. Non deve essere nemmeno sottaciuto che il livello di produttività attuale non dà ancora garanzia di realizzare rapidamente un livello di vita tollerabile per il popolo italiano, le cui condizioni non si potevano dire soddisfacenti neppure prima della guerra; ma il valore del dato che ho richiamato è soprattutto di natura morale perché testimonia la volontà del popolo italiano di ricostruire sulle rovine, ed è un fatto che l’opera del Governo, pur attraverso tante difficoltà, tante incertezze e tante critiche, non è stata inefficace. Un particolare accenno ha fatto l’onorevole Carmagnola agli ostacoli che trova nella fiscalità lo sviluppo delle cooperative. Devo informarlo, se già non gli è noto, che un progetto al riguardo è stato presentato dal Ministero delle finanze per un trattamento migliore alle cooperative, progetto che ora si deve cercare di concretare. La difficoltà sta nel distinguere le cooperative vere da quelle false ed a questa opera si dedica ora il ministro del lavoro. Ora qualche cenno di risposta agli oratori, domandando scusa se la trattazione fatta da alcuni di essi è stata presa in considerazione in termini generici senza che gli oratori stessi siano stati nominati. Il primo (voglio dargli questa soddisfazione, poiché l’altra volta l’ho completamente dimenticato), l’onorevole Giannini , ha affermato dalla «specula del buon senso» di avere scoperto che chi risolve la crisi, qualunque cosa si faccia, sono sempre i tre capi partito. I soli, ha detto, che in realtà governano il paese. Onorevole Giannini, devo purtroppo contestare questa verità che lei ha affermato. Disgraziatamente non è così. Governare in un Governo di coalizione è molto più difficile che raggiungere un semplice accordo fra i tre. E non è detto che l’accordo fra i tre sia pronto e rapido. Comunque, mi pare di dover accettare come un buon augurio che da quei banchi sia venuto l’invito ai gruppi della maggioranza di mettersi d’accordo per fare un Governo veramente efficace. Se da voi è venuto questo invito, vuol dire che il sentimento è generale, che non c’è differenza tra un Governo o un altro, che tutti invocano che esso possa salvare il paese in questo momento. (Applausi a destra). GIANNINI. È il nostro solo desiderio. DE GASPERI. All’onorevole Cortese devo dichiarare che il sequestro delle armi non è sospeso, continua. Abbiamo dei sequestri caratteristici fatti nel Varesotto e in Emilia. All’onorevole Bencivenga vorrei dare l’assicurazione che il vecchio decreto di sfollamento dell’esercito – che è una fatalità in relazione al trattato di pace e alle nostre condizioni finanziarie, perché sarebbe ridicolo supporre che possiamo avere un grande esercito con un numero straordinario di ufficiali superiori – questo vecchio decreto, che non è stato inventato dall’attuale ministro della guerra, che l’ha trovato già deliberato dal Consiglio dei ministri, per la riduzione dei ruoli, viene fatalmente a scadenza nel prossimo ottobre. Devo dire però che a questa azione non è di per sé connesso alcun carattere politico che svaluti in complesso coloro che ne vengono colpiti o che tocchi comunque l’onore dell’esercito italiano o il sentimento nazionale. (Applausi al centro e a destra). All’amico onorevole Conti devo rispondere circa l’autonomia comunale. Non è vero che non siamo sulla strada giusta; è vero che, come Governo, possiamo fare poco nel periodo costituente per riformare la legislazione comunale. È vero che se esiste una legge dello Stato, secondo la quale i segretari comunali sono funzionari dello Stato, non possiamo da oggi a domani liberarci da questo sistema che è, naturalmente, anche un impegno verso il personale. Se la Costituente reintrodurrà la completa autonomia a questo riguardo, non avrei personalmente nulla da opporre, ma intanto il Governo ha già fatto qualche cosa per anticipare una maggiore libertà dei comuni con un progetto di prossima emanazione che riguarda il diminuito controllo previsto dalla legge comunale e provinciale in vigore. Non entro in dettagli. Secondo: la questione finanziaria. È questa la questione più grossa. Noi facciamo qualche cosa, in pratica, per l’autonomia perché preventiviamo ormai per il prossimo bilancio da 20 a 21 miliardi per l’integrazione dei bilanci comunali. È un’offerta che fa lo Stato proprio all’autonomia comunale; ma riconosciamo che non basta e che questo sistema, invece che provocare l’autonomia, può produrre anche il rovescio. Quindi, bisogna tornare all’autosufficienza fiscale ed introdurre riforme che permettano ai comuni di approvvigionarsi da sé anche nel campo fiscale. Il ministro delle finanze mi dice che entro la settimana il progetto della finanza locale sarà pronto per essere presentato. (Approvazioni). L’amico onorevole Conti ha accennato alle sue preoccupazioni repubblicane e mi piace dire che le sue conclusioni posso farle completamente mie, quando ha detto che «la Repubblica è un fatto organico», il che vuol dire che è un fatto semi-biologico che va crescendo, aumentando, una trasformazione di istituti e di coscienze e che è l’opera interiore di un popolo. È su per giù quello che ho affermato nelle mie dichiarazioni che egli ha ripetuto con più competenza, con più impeto, con più entusiasmo, ma che diventa anche, per qualunque politica pratica democratica dell’Italia, una esigenza assoluta. Io penso che ciascuno in tale materia può avere teoricamente le idee che crede, però il Governo è assolutamente contrario alla creazione di un legittimo attivo poiché deve riconoscere che esso, indipendentemente dalla forma, e cioè se monarchico o repubblicano, è diretto contro la democrazia ed i metodi della democrazia. Con il referendum si è deciso una buona volta, il popolo si è sottomesso all’autorità del responso, abbiamo una decisione, basta in Italia con questioni di regime: uniamoci! (Vivi, generali applausi). È quindi la Repubblica, la quale dovrà essere regime di libertà, che potrà raccogliere tutte le mentalità e tutte le tendenze di destra, di centro e di sinistra ed albergare anche in coloro che non siano contenti dell’attuale sistema di Governo, che possono invocare una maggiore autorità del Governo stesso. Tutto questo può avvenire in repubblica, purché liberamente discusso e lealmente praticato. (Approvazioni). Ho detto, nelle ultime dichiarazioni, che le leggi della solidarietà e della fraternità sono leggi eminentemente repubblicane perché non sono solo nella tradizione, ma sono una esigenza assoluta affinché la Repubblica viva e prosperi e si rafforzi. Ora noi dobbiamo augurarci che queste leggi penetrino soprattutto nel costume, prima ancora che nello statuto; perché lo statuto non è sufficiente se nel costume, nel rispetto vicendevole dei partiti, nel senso di responsabilità e di libertà noi non creiamo l’atmosfera in cui lo statuto possa essere onestamente applicato. (Applausi). È stato fatto un accenno in un ordine del giorno, e qualcuno ne ha parlato anche durante la discussione, alla politica estera. È vero, il Governo si è impegnato di fare dinanzi alla Camera, nel momento opportuno, un’ampia discussione. È vero che la Camera, prima attraverso la Commissione dei trattati e poi in Assemblea plenaria o comunque sia, ha diritto di accettare o respingere un trattato; quindi niente verrà pregiudicato in questo senso; però non ritengo che questo momento, quando le trattative non sono ancora finite, sia il più opportuno per fare una grande discussione pubblica. Il discorso dell’onorevole Benedetti conteneva parecchi rimproveri contro la mia politica e contro la mia attività personale. Non reagisco in questo momento, ma non s’illuda che io con ciò gli dia ragione. Non accetto le sue conclusioni nei riguardi dei rapporti con la Francia, sulla mia attività generale e su quella della delegazione italiana a Parigi. Oggi è arrivato l’onorevole Bonomi; ciò darà occasione ad un’imminente convocazione della Commissione dei trattati; si entrerà nel dettaglio per fare il punto a proposito di queste trattative. Permettetemi però che lo dica che qualcosa si è ottenuto. 1°) Si è ottenuta l’affermazione morale della belligeranza e dei diritti di belligeranza, e ciò ha avuto delle conseguenze pratiche nell’articolazione che ne è seguita. 2°) Si è ottenuto un diritto, per quanto generico, delle minoranze. Non vuol dire per questo che siamo tranquilli, perché disgraziatamente un telegramma giunto ieri, che anche i giornali hanno pubblicato e che mi augurerei non fosse esatto, telegramma del comitato di liberazione dell’Istria, dice che anche oggi si prendono provvedimenti che non potremmo accettare né riconoscere come contributo alla pacificazione internazionale: alla pacificazione, soprattutto, con gli slavi, la quale resta ancora una delle esigenze della nostra vita internazionale. 3°) Possiamo dire che esiste, dopo le trattative, dopo le discussioni, dopo i contatti avuti, una fondata speranza che le riparazioni non vadano al di là della cifra di 200 o 300 milioni di dollari complessivamente. 4°) Possiamo dire che abbiamo ottenuto diversi miglioramenti agli articoli 65, 68 e 69 e che, in via pratica, parecchie nazioni, che da principio hanno affermato i loro diritti in sede di trattato, stanno negoziando con noi per avere una soluzione bilaterale. Forse qui non ha fatto tanta impressione; ma il trattato italo-austriaco ha avuto un grande significato, un significato cha a Parigi non è sfuggito, come non è sfuggito alla opinione pubblica internazionale. Questa povera Italia, accusata di essere l’erede delle oppressioni e di mantenerle ancora, questa povera Italia, che in tante sue parti ha ancora le membra sanguinanti, nei rapporti con gli altri popoli ha avuto però la forza, l’antiveggenza, la modernità, la fede nell’avvenire di passar sopra alle antiche considerazioni. Io mi ricordo dei tempi delle lotte per l’università di Innsbruck, quando abbiamo pagato il nostro contributo a questa italianità con la prigionia. Dopo cinquanta giorni venivamo liberati. Ma nessuno mai, né in Italia né in Austria, poté dire con sicurezza, con nozione certa, che la liberazione era dovuta all’intervento del Governo italiano, perché allora vigeva uno spirito ermetico di sovranità assoluta, per cui l’ammettere che una nazione, anche per vincoli di sangue, potesse intervenire, sia pure benevolmente, presso un alleato per attenuarne le condizioni etniche era un incrinare la sovranità assoluta dello Stato. Ebbene, oggi, noi Italia moderna, non abbiamo avuto paura di constatare pubblicamente ciò che già in parte è formulato nelle nostre leggi e in parte nei nostri progetti in corso di attuazione. Volevamo così dare innanzi ad un foro internazionale, l’esempio del come devono essere garantite tutte le minoranze di tutti i paesi. Per tutto quello che ha attinenza alle opzioni, ai rapporti economici, ai rapporti di convivenza, noi siamo disposti – e non dubito che voi approverete, quando questa convenzione sarà portata alla Camera – a discorrere col Governo austriaco, al quale non riconosciamo sovranità su quei territori, ma riconosciamo l’esistenza di un comune amichevole interessamento. (Vivi, generali applausi). Lasciamo quindi le discussioni, lasciamo da parte la polemica in questo momento. Ricordiamoci che le decisioni non sono state ancora adottate. Non ho obiezioni formali contro l’ordine del giorno del collega onorevole Benedetti, ma credo che esso possa essere riassunto in un’ultima parola che vorrei mi permetteste di dire anche a vostro nome, parola rivolta a Parigi, rivolta soprattutto ai rappresentanti di grandi Stati che sono responsabili dei termini della pace: strappandoci territori italiani, ferite profondamente l’anima nazionale, indebolite lo slancio del popolo italiano verso la elevazione democratica internazionale; addossandoci pesi insopportabili, ripetereste l’errore di Versaglia. Se tali fossero le vostre decisioni definitive, la corresponsabilità non potrebbe ricadere sul popolo italiano e i suoi rappresentanti che da due anni hanno levato la loro invocazione di giustizia e la loro voce di protesta. (Vivi, prolungati applausi). PRESIDENTE. Prego l’onorevole Presidente del Consiglio di volere esprimere il suo parere sui vari ordini del giorno. DE GASPERI. Non ho nulla da obiettare sull’ordine del giorno Damiani : ne riconosco l’importanza. Mi pare che l’ordine del giorno Marinaro , dopo le spiegazioni da lui stesso date e quelle del ministro del Tesoro, sia superato. Non posso naturalmente accettare l’ordine del giorno di sfiducia dell’onorevole Perrone-Capano . Molto meno posso accettare l’ordine del giorno di sfiducia verso qualunque Governo italiano dell’onorevole Finocchiaro Aprile . Credo di aver assorbito, nella mia dichiarazione, l’ordine del giorno Benedetti . Accetto l’ordine del giorno Meda . [Dopo aver ascoltato le dichiarazioni di voto, il presidente De Gasperi chiedeva ancora la parola per ulteriori precisazioni]. Una brevissima osservazione. Se mai in questa Assemblea e nella condotta del Governo potesse nascere un sentimento di avversione verso i postulati siciliani, lo sarebbe perché se ne è fatto interprete chi nello stesso momento all’Italia chiede e l’Italia rifiuta. Ma poiché l’onorevole Gullo e l’onorevole Mattarella hanno già distinto la responsabilità della grande maggioranza del popolo siciliano dalle affermazioni separatiste, io colgo l’occasione per confermare che alla Sicilia il Governo rivolgerà tutto il suo particolare interessamento. FINOCCHIARO APRILE. E non darà mai niente! DE GASPERI. Circa la dichiarazione dell’onorevole Nitti, avrei preferito che egli avesse rimesso alla Commissione dei trattati la precisazione che egli mi chiede. Tuttavia avrò occasione di dimostrare che la convenzione italoaustriaca è composta di due parti nettamente distinte: una, in cui il Governo italiano, con le sue leggi, nella sua sovranità, riconferma impegni espressi già meno formalmente, anche in sede internazionale; la seconda, che riguarda veramente rapporti internazionali, perché quando si parla di consultare – badate bene – solo consultare, anche il Governo austriaco circa la questione delle opzioni, si parla di consultarlo sopra un rapporto internazionale creato da un malaugurato accordo Mussolini-Hitler. E poiché più di 50.000 di questi optanti, scacciati in parte dalla Cecoslovacchia, risiedono in Austria e sono in questo momento senza cittadinanza, era naturale, era logico, era un elemento costitutivo di collaborazione e di fede in questa collaborazione che si dicesse: consulteremo anche il Governo austriaco. Oltre questa questione, altre di carattere internazionale sono accennate nei rapporti fra l’Austria e l’Italia. Ulteriori precisazioni, mi permetta l’onorevole Nitti di dargliele nella Commissione dei trattati. Devo aggiungere che è vero, come ha accennato l’onorevole Sforza che la Conferenza ha preso atto con piacere di questo accordo intervenuto. Con ciò ha dato una registrazione, diciamo così, che può avere un certo aspetto internazionale. Ebbene, io dico che questa è la via nuova su cui bisogna marciare, perché è il cammino verso le forme della nuova democrazia internazionale. (Applausi generali). Colgo l’occasione per dire all’onorevole Sforza una parola di ringraziamento per avere egli elevato il nostro sguardo verso i problemi maggiori ed internazionali e per ringraziarlo anche per la dignità, per la forza, per l’efficacia con cui egli ha svolto la sua missione presso i fratelli dell’America latina, interprete dei nostri sentimenti, che oggi voglio confermare come un vincolo presente, come una speranza dell’avvenire. (Applausi) . "} {"filename":"9bdc51da-75ba-4245-a081-895812832fcc.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Il presidente del Consiglio, ricordando che il magnifico contributo di civiltà che fin da epoca remotissima, quando ancora altrove era la barbarie, Napoli ha dato al mondo, rileva come, non solo la storia di questa città, ma la storia di tutto il Mezzogiorno, stia a testimoniare un alto fervore di opere, una ricca produzione di ingegni, un possente fermento di rinnovazione e di ricostruzione. Con tale storia Napoli è entrata nel grande organismo dell’unità italiana e, nonostante i molti equivoci che tendevano a svalutarne l’apporto, essa ha persistito nel suo ardente patriottismo ed è divenuta un fattore capitale e essenziale dello spirito unitario che lega l’una all’alta le varie parti del nostro paese. L’on. De Gasperi, calorosamente applaudito, rileva quindi l’ostilità che la popolazione napoletana ebbe sempre verso il fascismo, ostilità che si esprime nell’opera e nell’atteggiamento di alcune figure che meglio interpretarono il sentimento di questa popolazione quali Bracco , Amendola, Rodinò, Nitti, Labriola e Benedetto Croce, cui De Gasperi invia il suo augurio in occasione del suo 80° genetliaco. E fu Napoli che nel periodo della cobelligeranza, colpita com’era dalle più varie distruzioni, con le migliaia dei senzatetto, con le infinite miserie che la guerra aveva apportato, fu Napoli che con le sue quattro giornate, riaffermò il diritto dell’Italia al suo rinnovamento e dette il più mirabile esempio della disciplina, del coraggio, del patriottismo, come subito dopo doveva dar prova di un eccezionale capacità e di una potente energia ricostruttiva. Accennando quindi alle opere che sono state rapidamente realizzate ed a quelle che sono in corso di esecuzione, il presidente del Consiglio dichiara che il governo si è impegnato ad aiutare questo sforzo di ricostruzione e ciò facendo, esso non fa che una piccola parte del suo dovere. Non v’è dubbio che il piano regolatore della città, già approvato dal ministro del Tesoro (vivi applausi all’indirizzo del ministro Corbino) e raccomandato da uomini illustri quali l’on. De Nicola e l’on. Porzio , otterrà l’appoggio del Consiglio dei ministri. Tuttavia l’oratore indica i limiti che sono imposti all’azione governativa la quale non può essere il toccasana di tutti i mali e osserva che specie dopo il profondo rivolgimento operato nel paese dalla guerra, occorre tener presenti queste due considerazioni: che non vi è grandezza di popolo che possa sopperire agli immensi bisogni di una ricostruzione, se non si vedono chiaramente le linee generali a cui essa deve essere informata. Queste linee sono date dal lavoro, il lavoro che deve avere una preminenza sul capitale. Ed è infine giusto raggiungere una più equa redistribuzione della ricchezza. È assurdo formarsi un concetto magico del potere dello Stato e del governo come è assurdo attendersi che la Costituente possa risolvere da sola gli immensi e gravi problemi che incombono sulla nostra penisola: essa potrà fare opera di rinnovamento specie nella struttura statale ma il resto dipenderà dalla capacità, dalla volontà, dalla fattività dei singoli cittadini. «Come presidente del Consiglio ammetto che il governo è forse la collettività, ma mi rifiuto d’accettare la massima: tutto nello Stato e niente fuori dello Stato. Non l’accetto per ragioni di principio ma anche per un senso di realismo politico. Esiste un pluralismo sociale e che cosa esso sia capace di operare lo abbiamo visto specialmente dopo le distruzioni causate dalla guerra poiché la realtà è che l’elemento principale della storia è l’uomo e che l’organizzazione sociale ha la sua più alta base su fattori che non sono compresi nell’idea di Stato: la famiglia, la chiesa, l’università, le associazioni private di assistenza, i sindacati, gli altri istituti della cooperazione armonica dalle quali si esprimono le forme più alte della vita organica di un popolo. È facile anche oggi sognare un collettivismo politico in cui è la massa che agisce, ma che cosa è la massa senza l’uomo? Il nostro destino dipende dalla massa o dalla persona? Ove la società venga considerata come un puro meccanismo, si rischia di dimenticare l’uomo. E allora a taluno sorge il dubbio che la conseguenza di questo meccanismo possa segnare il crollo di ciò che è il prodotto della millenaria esperienza umana». Rilevato come il mezzogiorno d’Italia sia la regione più aliena da questo concetto di meccanizzazione, in quanto è in quella regione che la pianta uomo alligna più meravigliosamente, il presidente del Consiglio osserva che su 10 milioni di italiani che vivono all’estero la maggioranza è rappresentata dal mezzogiorno. E questi italiani che hanno dato una così nobile misura della loro capacità realizzativa, sono anche quelli che costituiscono un coefficiente di primo piano nelle nostre relazioni internazionali, sono essi che hanno contribuito a scuotere le coscienze in America nei nostri riguardi e a rendere gli angosciosi problemi dell’Italia profondamente sentiti oltre Oceano. L’on. De Gasperi passa poi ad illustrare le ragioni per le quali il partito al quale appartiene si è definito cristiano: ciò non fu per una pretesa del monopolio di questo titolo, quasi volesse accaparrarsi una denominazione che spetta anche a molti altri che al partito non appartengono, non per utilizzare sentimenti che nascono da questo appellativo «cristiano» a scopo di parte, ma, perché nell’affermarsi cristiano il partito esprime il suo impegno di mettere al servizio del rinnovamento e della ricostruzione del nostro paese l’affermazione della coscienza cristiana e della vitalità del suo principio. Programmi di ricostruzione economica, sociale e finanziaria sarebbero vani se un principio morale non li illuminasse, se non si migliora il nostro popolo, se non si da una adamantina purezza alla nostra burocrazia, se in ogni ramo dell’amministrazione non si portano, come elementi inderogabili, la probità e l’onestà. L’oratore esalta a questo punto il sacrificio dei carabinieri che sono caduti in Sicilia, il che gli da occasione di fare un accenno al separatismo che egli definisce «una malattia della disfatta e non certo l’origine di una vita nuova». Perfettamente d’accordo quando si desideri una opera di decentramento, di rivalutazione delle energie e delle possibilità locali, in quanto l’Italia non si rinnova con una burocrazia centrale che tutto assorbe e soffoca. Autonomismo, dunque, nell’organismo. Ma la linfa vitale di cui noi ci nutriamo, è una sola, e non si deve assolutamente disintegrare. L’on. De Gasperi afferma quindi che purtroppo questo movimento separatista non si manifesta solo in Sicilia; in alcune zone di frontiera gli italiani sono sottoposti a campagne di allettamenti, di coazione e di inganni. E sebbene generalmente la condotta delle autorità occupanti sia corretta, tuttavia rimangono aperti in queste zone sbocchi di propaganda fatti con ogni mezzo nell’intento di corrompere gli uomini avviliti dalla disfatta e suggestionati dalla separazione che lo sfacimento dell’Italia consigli di trovare la salvezza in altri lidi. A costoro va il mio appello ardente e anche una parola severa: lo Stato italiano sta ricostruendo i suoi tessuti e quando sarà l’ora impiegherà tutte le sue energie per salvare la sua unità Ciò dicendo l’on. De Gasperi osserva di non parlare contro le legittime richieste di altri popoli che egli ha riconosciuto, ma di parlare di italiani di città italiane che sono indiscutibilmente italiane. Vi sono punti ai nostri confini, in cui occorre creare delle zone di fiducia, di reciproca collaborazione fra popoli e popoli. Tornando ad accennare agli italiani d’America, il presidente a proposito della minaccia formulata dal sequestro dei loro beni, dichiara che il governo difenderà fino all’ultimo i loro diritti. Continuando il suo discorso il presidente De Gasperi nota come egli sia stato criticato per aver detto alla Consulta che per negoziare la nostra pace noi non abbiamo alcuna carta in mano . Con ciò egli voleva dire che quando si tratta di negoziati in cui si dà da una parte per ricevere dall’altra, noi non abbiamo nulla da dare. Abbiamo però un diritto morale che ci deriva dalla cobelligeranza, un diritto di assistenza che spetta ad un popolo che, privo di materie prime, intende tuttavia di lavorare. C’è dalla nostra parte anche la convenienza di tutti gli altri popoli di una collaborazione col nostro. Ricordate quindi le parole dettegli un giorno da Attlee: «Il vostro programma è molto vicino al nostro laburista: voi aggiungete la parola cristiano, noi la supponiamo», il presidente del Consiglio si domanda se l’Inghilterra, che ha aiutato l’Italia nel periodo del suo primo risorgimento non vorrà aiutarla ancora in questo secondo risorgimento che stiamo attraversando. A questo punto l’oratore rende omaggio al «disperato coraggio» dei discorsi di Churchill che la radio trasmetteva, quando il mondo era sotto l’incubo dell’aggressione nazista ed esalta la collaborazione meravigliosa data dall’impero britannico alla madrepatria, dimostrando la ridicola inanità di quelle profezie che si vanno ripetendo ormai da secoli di un presunto crollo dell’Inghilterra da venire a più o meno breve scadenza, profezie che sono regolarmente e costantemente smentite dai fatti. A questo proposito ha detto: «E penso particolarmente a quello che scrisse nel 1857 Montalembert del quale mi considero umile discepolo, quando il gran mondo parlava del crollo dell’Inghilterra e della sua umiliazione ed egli, ritirandosi sotto la dittatura napoleonica dalla vita politica, si era recato ad Oxford in occasione della laurea ad onore a lui conferita. Entusiasmato delle istituzioni parlamentari inglesi e del funzionamento del regime rappresentativo a salvaguardia della libertà, scrisse quel magnifico libretto, che bisognerebbe oggi ripubblicare, intitolato L’avvenire politico dell’Inghilterra nel quale si propose di disilludere coloro che speravano nel crollo britannico. Ecco le parole della sua conclusione: “Le eclissi non stupiscono che i ragazzi, e non spaventano che i selvaggi. Attraversiamole a testa alta e con cuore tranquillo. Al di sotto della nostra fede nelle verità divine, conserviamo la fede nell’amore a quei principi di libertà e di giustizia sociali quali solo fanno quaggiù la forza e la dignità tanto dell’infimo cittadino come delle più grandi nazioni”. Questo noi auguriamo all’Inghilterra e questo auguriamo anche a noi stessi». Chiarito infine come vada intesa la parola espiazione, come egli pronunciò nel suo discorso alla Consulta, a proposito di ciò che viene chiamata la responsabilità degli italiani nella guerra, l’on. De Gasperi soggiunge che se dovessimo espiare noi abbiamo già espiato offrendo più di un milione di uomini alla causa difesa dalle Nazioni Unite. D’altra parte, non è il caso di insistere eccessivamente in questa nostra colpa perché, rileva argutamente l’oratore, se ci si desse la pena di scartabellare negli archivi ministeriali per leggervi trattati e accordi intercorsi durante il periodo passato, potremo dire ai nostri critici: «Badate bene, amici miei, che anche voi correte il rischio di essere puniti per fatti rilevanti e per apologia del fascismo». (Vivissimi, prolungati applausi). L’on. De Gasperi conclude il suo discorso affermando che se si volesse togliere al nostro popolo la dignità e le condizioni essenziali del suo sviluppo vitale, si avrebbe come ultimo risultato questo: di impoverire il mondo . "} {"filename":"eea90d10-39c5-4850-a5b1-2e0bcd803d71.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"«O in pubblico o in privato, nelle conferenze, nei colloqui personali, nel memorandum o nella stampa tutto quello che si poteva dire per la nostra tutta causa è stato detto, chiarito ed affermato. Se la conferenza non concluderà, non perderemo la speranza nella cooperazione internazionale: altri sforzi dovranno essere fatti, altre istanze di una più ampia solidarietà delle nazioni dovranno essere invocate affinché lo spirito della giustizia e della fraternità umana abbia interpreti più disinteressati e più sicuri». Il presidente mi ha confermato che i colloqui con i ministri degli esteri «sono stati ben più sostanziosi e cordiali di quelli di Londra; prova del cammino che si era percorso verso una migliore comprensione del nostro paese e della considerazione verso la nostra parola. Non siamo ancora ad una definizione, ma la linea etnica, cercata a Londra, ha assunto forme concrete; e niente di essenziale è compromesso. Abbiamo avuto anche occasione di avvicinare gli amici francesi, sondando le difficoltà e conservando la speranza di superarle». "} {"filename":"71303002-866e-4c4e-a529-558118345ec9.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Le condizioni per una libera repubblica Amici, un ringraziamento di cuore a tutti coloro che anche da notevole distanza son voluti arrivare a Roma ad accompagnarsi ai romani per questa manifestazione per la Democrazia cristiana. Ad uno ad uno vi ringrazio e mi riconosco in debito verso parecchi che hanno già reclamato lo sconto della cambiale; avevo promesso di andarli a visitare e parlar loro da presso e da vicino. Non è stato possibile. Ma se il profeta non è andato alla montagna, la montagna è venuta al profeta. Non è ancor detto che non mi sia possibile di ricambiarvi la visita. Ora vi prego di seguirmi attentamente. Io non sono qui per farvi un discorso di eccitamento. Desidero fare appello alla vostra riflessione, alla vostra mente e alla vostra volontà. Tutte le piazze e tutti i comizi risuonano oggi della domanda: repubblica o monarchia? La domanda è posta male, troppo semplicisticamente. La domanda vera è questa: Volete instaurare la repubblica, cioè, vi sentite capaci di assumere su voi, popolo italiano, tutta la responsabilità, tutto il maggior sacrificio, tutta la maggiore partecipazione che esige un regime, il quale fa dipendere tutto, anche il capo dello Stato dalla vostra personale decisione, espressa con la scheda elettorale? Se rispondete sì, vuole dire che prendete impegno solenne, definitivo per voi e per i vostri figli di essere più preoccupati della cosa pubblica di quello che non siete stati finora, d’aver consapevolezza che essa è cosa vostra e solo vostra, di dedicarvi ore quotidiane di interessamento e di lavoro; ma sopratutto vorrà dire che avete coscienza di potere con la vostra opera difendere nella repubblica la libertà che è il bene supremo, la libertà di coscienza del cittadino in tutti i campi di fronte allo Stato, ai partiti, alla collettività sociale, la libertà di essere ciascuno padrone in casa vostra. E avete la coscienza che questa forma dello Stato non minaccia, ma rafforza l’unità del paese. Se avete tale convinzione e vi assumete liberamente questa responsabilità rispondendo al referendum, allora la Democrazia cristiana vi dice: ecco che sono le nostre idee, le nostre volontà, i nostri uomini che vi presentano la garanzia più sicura di costruire una repubblica libera, animata da spirito di fratellanza, con una struttura di organi rappresentativi e con poteri del capo dello Stato capaci di garantire la libertà e la disciplina dei cittadini, di far rispettare la legge, di attuare riforme economiche e sociali nella ripartizione della terra e nella elevazione del lavoro industriale. Anzi se avete questa fede nel regime democratico più perfetto quale è in teoria la repubblica, se credete di essere maturi per l’ordinamento repubblicano, inteso come regime sincero di popolo, che è principalmente il popolo minuto, voi non potete votare per partiti che, come si è visto in Francia, vogliono condurci ad una repubblica dominata da una sola assemblea, il che vuol dire quasi sempre dagli uomini più audaci e senza scrupoli, assemblea che finisce nel comitato di salute pubblica e nella dittatura di un partito o di un uomo. Adorando come solo Dio lo Stato, questi partiti non garantiscono l’indipendenza della giustizia e dei giudici, la dignità dei funzionari, l’incorruttibilità della polizia, l’indipendenza dei sindacati, delle università e della stampa, la libertà della Chiesa e delle scuola, l’ente comune e regione come forze vive autonome, limitatrici dell’organismo centrale dello Stato. Se veramente vorrete tutto questo in libera repubblica dovete mandare all’assemblea che voterà i nuovi ordinamenti una maggioranza che attorno alla Democrazia cristiana abbia questo spirito, questo impegno assoluto, che sia schietto e provato perché derivato dalle sue tradizioni e convinzioni, dalla sua fede e dalla sua esperienza. Ecco perché la Democrazia cristiana nel suo congresso si è proclamata pronta a mettere a disposizione della Costituente tutte le forze spirituali e morali dei suoi rappresentanti. Ma la premessa indispensabile, la condizione basilare è la vostra risposta personale al referendum. La repubblica libera e popolare non nasce da uno statuto, nasce e matura nella coscienza di ciascuno. Se non c’è la convinzione personale, se non c’è il vostro impegno di assumere la parte nuova di responsabilità che vi tocca, se non c’è la vostra personale maturata collaborazione, ingaggiata per l’avvenire, la repubblica non diventa; o se viene, sarà cosa imposta per suggestione o miti di partito che non hanno nessun nesso intrinseco con la forma dello Stato. Se noi dicessimo: votate per la repubblica perché sarà una repubblica cristiana, noi abuseremmo delle vostre speranze cristiane, come il marxista abusa del referendum quando chiede il voto per la repubblica considerata anticamera del socialismo o del comunismo. Ecco perché sentiamo il dovere di riconoscere e rispettare la libertà di coscienza dell’elettore, quando il referendum, strumento di democrazia diretta, fa appello al di sopra dei partiti, alla mente, alla volontà ed al cuore del libero cittadino. Ecco perché io stesso, che sono alla Direzione del partito, non posso esonerarvi dalla vostra libertà e responsabilità personale. L’unità del partito Che se vi sono taluni che non si sentono di accettare la responsabilità personale, di correre il rischio d’un nuovo regime, che credono onestamente e per motivi puri di dover differire a tempi più calmi il perfezionamento del sistema democratico, che è pur fatale nell’evoluzione politica, noi rispettiamo la loro libertà di coscienza e non esigeremo per il referendum un obbligo morale, che invece abbiamo diritto di chiedere per tutto ciò che è sostanza della Costituzione: libertà civile e giustizia privata e sociale, funzione comune della proprietà, riforma terriera e del lavoro, servizio totale dello Stato dedicato al popolo che soffre e che lavora, sforzo supremo e solidale di ricostruzione della patria all’interno e all’estero, libertà politica nella disciplina e nella responsabilità e soprattutto difesa delle tradizioni morali e cristiane del nostro popolo. Anche a quei gruppi, dunque, che al congresso nostro erano rappresentati da una minoranza, ma che suppongo certo animati da preoccupazioni sincere del bene del paese e perplessi del suo avvenire, rivolgo il più caldo appello per l’unità perché, in ogni caso un largo e compatto centro democratico cristiano sarà sempre indispensabile all’assemblea per garantire che l’autogoverno del popolo venga assicurato contro ogni possibile insidia, contro ogni colpevole connivenza, contro riabilitazioni e ritorni, di cui i forse oggi taluni gruppi fascisti, responsabili della nostra suprema iattura, accarezzano in silenzio la criminosa speranza. Signori, noi non siamo antifascisti nel senso persecutorio, ché anzi desideriamo che la Costituente trovi le misure della pacificazione e a tale scopo daremo tutta l’opera nostra, ma siamo antifascisti, nel senso che vogliamo escludere ogni ritorno a metodi di violenza, di suggestione imperialistica, di corruzione amministrativa. Questa vigilanza è un dovere ma è anche un nostro diritto, perché noi la esercitiamo anche su di noi stessi e su altri partiti che talvolta si mostrano inclini ad assumere dal metodo fascista l’eredità. Amici miei, dobbiamo volere la democrazia sul serio; se non riusciamo a stabilire l’onesta applicazione di tale metodo in Italia, repubblicana o monarchica che sia, il popolo italiano resterà sempre un minorenne e uno sfruttato. Come gli schiavi rimasero schiavi, i liberti liberti, i cittadini cittadini dello Stato romano, fosse questo retto a repubblica o a impero. La tradizione repubblicana di Roma Tutta la storia romana è, come i suoi monumenti, costituita da frammenti di Roma repubblicana e di Roma imperiale. Questo Foro mi ricorda un episodio ammonitore di questa immensa e pur tragica vicenda, della penultima repubblica, la repubblica tiberina, al tempo della rivoluzione francese. Il generale Berthier attendeva acquartierato a Ponte Milvio che si proclamasse la repubblica e allora qui sul Campo Vaccino si rizzò l’albero della libertà e volto a poche centinaia di persone qualcuno gridò: popolo romano volete essere libero? – Sì lo vogliamo, – risposero e questo fu il così detto «atto del popolo romano». Qui ancora si commemorarono Cassio e Bruto , come gli uccisori di Cesare ; ma, pochissimi anni dopo, all’avvento di Napoleone, si celebrarono con la stessa disinvoltura le gesta del grande fondatore dell’impero. La tradizione repubblicana ha ben altre pagine gloriose anche a Roma, ma cito questo episodio per ammonire sulla inderogabile necessità di andare questa volta fino in fondo e di fare opera seria, duratura, definitiva. Il popolo italiano deve però avere anche la forza dello spirito cristiano che ha creato e alimentato nuova eterna vita su queste rovine. Romani, amici del Lazio, serrate le file, combattete uniti questa battaglia così dura e così insidiosa, ma così degna di ogni sacrificio fino a quello più eroico. La battaglia non è ai margini, è al centro della nostra vitalità nazionale. La battaglia è per Iddio, per la libertà, per il popolo. La missione a Parigi Democratici cristiani, siate coscienti dell’ora, avanti per la vittoria. Amici, forse aspettavate che io vi dicessi una parola sulla mia opera a Parigi anche di politica estera, ma un problema si accavalla sull’altro e quando la mente è rivolta ad uno difficilmente l’altro si ripresenta nella sua vivezza, ma sento ancora forte il ricordo delle giornate che ho passato, giornate che hanno rinsaldato in me la speranza che, nonostante l’immenso disastro nazionale, noi ci salveremo e salveremo l’Italia. Tuttavia debbo dirvi che se ho avuto un particolare dolore a Parigi, non è venuto da contrasti con antagonisti, slavi o altri, che si opponevano alle nostre aspirazioni: l’ho avuto quando, nel giornale comunista L’Humanité vedevo citata contro di me l’Unità. Questo mi ha spiaciuto e, senza dubbio sarà stato fatto con tutta buona fede, ma è una disgrazia che si è ripetuta: la prima volta fu quando ero a Londra. E aggiungo ancora questo: già nel discorso ho deprecato ogni forma di violenza e di neo fascismo e tutti, tutti siamo d’accordo nell’impedire qualsiasi velleità di ritorno. Però non esageriamo piccoli o mediocri incidenti, in modo che all’estero essi indeboliscano la nostra posizione e ci venga così detto: «a Voi, in Italia, non possiamo fare nessuna concessione, perché siete ancora l’Italia fascista». Questo è un errore di tattica, ed io mi meraviglio che non si comprenda come si debba tener conto dei riflessi dell’estero. Amici miei, un primo errore è stato quello di inneggiare all’entrata di Tito a Trieste . Quello è stato un errore. Perché? Perché poi mi sono trovato di contro gli slavi che protestano addirittura contro i ministri degli Esteri perché avevano mandato i propri delegati a fare una inchiesta nella Venezia Giulia, perché essa «è ormai parte integrante della Jugoslavia». Questa affermazione è di immenso dolore per noi, ma è sopratutto una immensa delusione per il mondo intero, perché, se dopo tante speranze di cooperazione internazionale, di fraternità fra i popoli, quello che vale deve essere ancora il diritto di guerra, il diritto di occupazione, allora nessuna speranza è lecita per l’avvenire. Ma noi abbiamo la fortuna che i nostri diritti e le nostre aspirazioni su Trieste e sulle città italiane dell’Istria, su Gorizia e su tutti gli italiani della Venezia Giulia, sono aspirazioni che non vengono da un sentimento esagerato di nazionalismo, ma sono in armonia con quella legge universale del sangue che è la base della famiglia e della fraternità umana. Perciò, amici, poiché voi mi avete chiamato a dirlo, affermiamo qui, in mezzo a queste rovine di una grande storia, che noi non verremo meno al nostro sacrosanto dovere di questa storica ora. Che se noi fossimo così vili e così deboli d’accettare una pace ingiusta, non è la sorte nostra che si gioca, ma è la sorte dei figli e della patria, per l’avvenire. "} {"filename":"c29e7578-1760-4f14-b826-de4a6b473dc9.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"A Sora davanti ad una folla numerosissima e festante De Gasperi si è soffermato specialmente ad illustrare i nostri postulati sociali ed economici, affermando che la Democrazia cristiana è sicura di arrivare ad un regime di profonda giustizia sociale, ma che per giungere a questo, occorre assicurare ora la possibilità della massima produzione, da raggiungersi con uno sforzo di tutte le energie le quali non possono essere in alcun modo minorate da cattiva organizzazione né dallo spettro delle cosiddette riparazioni. "} {"filename":"b4d90dcb-62ac-4f51-888e-192eac0bca8c.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, sento grida «Repubblica, repubblica» cui fanno eco altre che scandiscono «Monarchia, monarchia». Non siamo io o il mio partito a dovere decidere su tale dilemma e neanche questo o quel partito, ma tutto il popolo italiano. Il 2 giugno questo nostro popolo dovrà decidere e sono sicuro che darà una prova meravigliosa quando nelle attuali condizioni del nostro paese, sarà giunto ad esprimere un così grave e delicato giudizio sul suo avvenire. Non è, pertanto con i moti inconsulti, siano essi di destra o di sinistra che si risolve il problema, ché anzi tali movimenti sono pericolosi e condannevoli se compiuti prima delle elezioni; se compiuti durante le elezioni stesse, con violenze, o rotture di urne od altre manifestazioni del genere renderebbero addirittura contestabili le elezioni e ciò non solo per l’interno, ma soprattutto per l’estero in quanto non si deve dimenticare che se la legge sul referendum e sulle elezioni è una legge votata ed approvata dal governo italiano, essa però reca l’avallo e l’approvazione anche degli alleati, in quanto siamo legati ancora verso di essi con l’impegno armistiziale. Perciò occorre libertà e tolleranza proprio per non infirmare il risultato di una consultazione di 28 milioni di elettori, la prima che si faccia in Italia: in quanto i plebisciti furono effettuati per regione. E dobbiamo, poi, dopo le elezioni lavorare bene perché non abbia a ripetersi quanto accaduto in Francia e che ha portato ad una dannosa perdita di tempo. E a proposito di quell’esperimento che ripeto non deve accadere in Italia ricordo anche che non dobbiamo ripetere l’errore di prevedere l’assemblea unicamerale perché essa può facilmente divenire mancipio di gruppi giacobini. Noi vogliamo opporci a simile evenienza; la Democrazia cristiana poggiante su larghe basi popolari può guidare alla soluzione il problema sociale; preminentemente sugli altri nella riorganizzazione della nuova vita democratica dell’Italia senza collettivismi esagerati e salvaguardando la libertà civile, politica ed economica e soprattutto la libertà spirituale, cioè diritti di coscienza. Noi vogliamo alla Costituente un partito forte, il nostro, che difenda le tradizioni cristiane, i diritti della libertà, della scuola, dei rapporti tra Stato e Chiesa e ciò non per difendere i diritti di questa che si difendono meravigliosamente da sé, ma nell’interesse stesso dello Stato e della sua morale. Quando si è trattato di combattere i principii del nazismo, si è fatto appello non soltanto alla libertà, ma, come hanno detto Churchill, Roosevelt e perfino Chiang Kai-Shek , alla civiltà cristiana, e se questo richiamo alla civiltà cristiana è valso per difesa durante la guerra, non deve essere abbandonato e deve, anzi, valere specialmente come elemento importantissimo per la costruzione della pace. Per quanto riguarda il problema meridionale il partito ha un programma ben preciso: nord e sud devono essere solo delle espressioni geografiche e fra le due parti dell’Italia deve presto raggiungersi una perequazione, specialmente delle forze di iniziativa economica. Non è certo che manchi in voi lo spirito di iniziativa, del quale devo darvi atto e per il quale vi rivolgo il mio più vivo elogio; del resto esempio lampante è lo sforzo costruttivo degli italiani del sud nelle due Americhe; sforzo che ci è valso l’aiuto veramente provvidenziale attraverso l’organizzazione dei pacchi dono. Questi aiuti sono stati integrati anche dagli amici americani ed io desidero pubblicamente inviare il mio ringraziamento più vivo a Myron Taylor e alle organizzazioni dell’Endsi e dell’Unrra. Non solo l’azione degli italiani in America si è manifestata nei concreti aiuti materiali ma essa si estende anche ai fini di una pace giusta per noi. È di recente la notizia della costituzione in America di una lega per la giusta pace italiana, ed io rivolgo un commosso appello agli italiani emigrati perché ci aiutino anche moralmente presso i poteri pubblici dei loro paesi, nel momento altamente difficile per l’Italia del trapasso dalla guerra alla pace. Specialmente mi raccomando per la bruciante questione dei confini orientali; non è solo Trieste che si deve salvare ma anche la Venezia Giulia perché le delegazioni che quotidianamente ricevo di popolazioni, non soltanto della zona A, ma anche della zona B dell’Istria ci dicono tutto lo strazio di quei nostri fratelli che si dichiarano disposti ad abbandonare tutti i loro averi pur di non rimanere sotto il dominio non italiano. Gli jugoslavi hanno richiesto tutta la Venezia Giulia in nome dei diritti di guerra e di occupazione ma allora non occorre camuffare con nuovi nomi le vecchie cose e non occorre nascondere sotto la veste dei principii sociali e diciamolo pure del comunismo quello che non è che la reviviscenza dell’antico diritto barbarico medioevale. Noi dobbiamo rispondere dimostrando non solo a noi stessi ma anche di fronte al mondo, che l’Italia è matura per una ripresa democratica e che la manifestazione elettorale italiana, svolgendosi in compostezza e serenità può suggellare l’inizio di una nuova vita democratica del nostro paese. "} {"filename":"5b8f970f-fde4-4b16-872f-cefa99bd70d7.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Si potrebbe forse discutere sul fondamento costituzionale e giuridico di una simile precisazione nel regolamento, ma il Governo, in momenti così seri e nella profonda convinzione che uno degli elementi della ripresa del nostro paese è anche la collaborazione più ampia possibile con tutte le correnti che rappresentano idee e interessi, non le questioni formali. Vi dichiaro, nella sostanza, che il Governo aveva già preso solenne impegno di convocare la Consulta ogni mese. Di fronte alla proposta della Commissione, il Governo torna solennemente a confermare il suo impegno e, qualora circostanze eccezionali gli impedissero di mantenere la sua parola, il Governo esporrà alla Consulta le ragioni che gli avranno imposto tale rinuncia. "} {"filename":"b712cc52-d0fb-478a-a37c-8f0a83c48de8.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Egli ha esordito dicendo di voler prendere congedo, quale dimissionario, dalla stampa italiana ed estera ringraziando della collaborazione prestata, collaborazione utilissima anche se talvolta ha assunto toni polemici e di critica. A proposito delle osservazioni che sono state recentemente fatte alla nostra stampa sia da parte di Mosca che di Londra, il presidente ha osservato che la nostra stampa non può non registrare le reazioni spontanee che si verificano nell’opinione pubblica. Ed è quindi naturale che nel momento in cui l’Italia è distesa sul tavolo operatorio e sottoposta alla vivisezione, queste reazioni siano particolarmente pronte e dolorose senza che si possano ridurre o controllare. Così ad esempio quando si tratta della questione di Trieste i riflessi non possono non essere istintivi. Tuttavia egli deplora ogni esagerazione e prega i colleghi della stampa di considerare che ogni loro manifestazione discutibile in paesi di stampa non controllata, ha un’eco non proporzionata in paesi di severo controllo governativo. Il presidente ha osservato del resto che questo tono polemico e critico della stampa italiana non si riflettere solamente nei confronti delle potenze estere, ma investe spesso anche l’operato del governo italiano e della sua stessa persona. Bisogna quindi valutarlo nella sua relatività, non in senso assoluto. Le buone intenzioni Nel riferirsi al lavoro dei quattro ministri degli Esteri il presidente ha informato di essere convinto che essi personalmente cercano il meglio, e che malgrado alcune loro decisioni non favorevoli all’Italia, egli desidera di immedesimarsi il più possibile nel loro arduo compito e non rivolgere le critiche alla loro buona volontà, benché il governo italiano voglia e debba mantenere un atteggiamento dei più risoluti contro i provvedimenti di carattere negativo di cui c’è giunta notizia. Per quanto riguarda Trieste bisogna ammettere che la situazione è stata rovesciata malgrado gli affidamenti precedentemente avuti, secondo i quali la questione di Trieste e d’Istria tutta doveva essere decisa in base al principio etnico. Sembra ora che tale principio stia per essere abbandonato. Il presidente ha quindi accennato al problema della flotta ricordando come essa si sia fedelmente schierata al lato degli alleati prestando utilmente la sua cooperazione per due lunghi anni. Non si può dimenticare – egli ha soggiunto – il nostro apporto di cobelligeranza come sacrificio materiale e di vite. È naturale che chi non dimentica tali sacrifici agisca vivacemente di fronte alle notizie che ci pervengono da Parigi, in particolare quando si parla di voler fare dell’Italia un bottino di guerra e un oggetto di spartizione. Condotta rettilinea Passando poi a parlare sulla questione della frontiera occidentale l’onorevole De Gasperi ha affermato di essere rimasto altamente sorpreso che dopo le prove di buona volontà dell’Italia democratica, si sia voluto passar sopra alle nostre argomentazioni e alle nostre sostanziali offerte di collaborazione. Il presidente ha tra l’altro accennato ad un progetto di sfruttamento italo francese del Moncenisio, progetto che avrebbe dato origine ad una collaborazione quanto mai importante fra i due paesi e quasi simbolo del mondo avvenire che auspichiamo. Purtroppo, egli ha aggiunto, punti di vista strategici non sempre difensivi sembrano prevalere come influsso di una scuola militare sorpassata. Chiunque sia il ministro degli Esteri domani, ha concluso De Gasperi, non potrà considerare come chiusa l’acquisizione dei confini occidentali. Vi è la possibilità di altre istanze e di riserve, delle quali noi ci varremo con tenacia fino all’ultimo. Nella nostra azione diplomatica abbiamo egualmente fatto appello a tutti e quattro gli alleati, cercando di mantenere la condotta attentamente rettilinea senza partecipare a giochi di sorta. Né ci si può fare rimprovero di ingratitudine: il popolo italiano si sente investito da profonda riconoscenza verso tutti i suoi liberatori, soprattutto per quelli che hanno combattuto sulla sua terra, ma nel quadro generale della guerra valuta adeguatamente il contributo dato dal valoroso esercito russo. Una speranza dal mondo A tale riguardo il presidente ha rinnovato il monito – che egli in precedenti occasioni ha solennemente rivolto alla stampa e che altre volte ha confidenzialmente ripetuto – di evitare ogni atteggiamento che lasciandosi trascinare da ideologie diverse possa apparire come un disconoscimento dei meriti e della potenzialità del popolo russo. De Gasperi ha concluso dicendo di essersi recentemente rivolto ai ministri degli Esteri alleati per invocare il loro aiuto per la nascente repubblica italiana, la quale ha necessità di credere nella verità di quei principi che sono essenziali per la creazione di un mondo migliore. La speranza di questo mondo migliore è in pericolo. Noi chiediamo che essa venga tenuta desta perché essa non è solo una speranza italiana ma mondiale. Lo chiediamo in nome di un interesse superiore e da parte di un’Italia che vuole essere soggetto attivo della ricostruzione e della pace. "} {"filename":"4b0b3b28-193f-43dd-8783-62d760b29bc8.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Il presidente De Gasperi ha iniziato la sua relazione illustrando la questione del rinvio delle trattative sulla controversia giuliana. Più che d’una proposta si trattava del suggerimento di considerare compatibile il mantenimento del trattato con un differimento della soluzione del problema giuliano. Quindi non si voleva rinviare il trattato, bensì la soluzione di una questione del trattato la quale poteva essere risolta in sede di Onu, come del resto è già previsto per il problema coloniale. In sede di Onu l’Italia sarebbe presente. Le trattative di Parigi sono state precedute da lunghi studi degli organi tecnici, ed a Parigi importava nel primo momento risolvere i problemi di procedura, in modo che gli stessi suggerimenti sulle singole clausole del trattato non dovessero implicare corresponsabilità nell’accettazione totale del documento preparato senza alcuna nostra cooperazione e al di fuori dello spirito della Carta atlantica. Nel corso di questi lavori preparatori De Gasperi ha precisato come la firma sia un atto procedurale che non implica di per sé accettazione o corresponsabilità dell’atto. Nelle sedute preparatorie della delegazione si è precisato il programma di lavoro sui vari temi del trattato (questioni territoriali, militari, giuridiche, economiche). Il presidente De Gasperi ebbe vari e importanti colloqui durante il suo soggiorno a Parigi. Con Molotov ebbe occasione di illustrare i problemi della nuova democrazia italiana rilevando i progressi dell’Italia nel campo delle riforme industriali ed agrarie, malgrado le condizioni di armistizio in cui si trova il paese. Il colloquio ebbe pure per tema le clausole economiche del trattato sulle quali l’Italia ha fato presente – appena ne ebbe notizia – le sue critiche e riserve. De Gasperi difese pure l’Italia dall’accusa di non essersi decisamente staccata dalla politica del fascismo e dell’imperialismo, ed illustrò la sua proposta di staccare la questione giuliana dal complesso del trattato anche per rendere possibile una diretta trattativa italo-jugoslava. Nell’incontro si trattò pure del problema delle ratifiche e delle linee aeree. De Gasperi ha, quindi, illustrato al Consiglio dei ministri, tutti i tentativi fatti dal 1944 per iniziare trattative dirette con la Jugoslavia. Il nostro rappresentante a Mosca, Quaroni, cercò un avvicinamento con Subesic, il quale considerò inutile le progettate trattative: anche il rappresentante italiano a Varsavia, Reale, caldeggiò con Kardelj le trattative dirette, ma gli fu risposto che queste trattative sarebbero state utili dopo la soluzione della questione di Trieste. Passando poi ad illustrare le trattative di Parigi, De Gasperi ha ricordato che gli emendamenti possono essere direttamente presentati alla Conferenza solo dalle delegazioni dei 21 paesi che vi prendono parte ed ha posto nelle giuste proporzioni la questione sollevata dall’Olanda che non ha inteso manifestare sentimenti di ostilità verso l’Italia. Gli emendamenti italiani sono circa una sessantina ma non implicano accettazione del trattato nel suo complesso. A questo proposito De Gasperi formula un elogio per il complesso lavoro svolto dai suoi collaboratori e specialmente da Bonomi, Saragat, Corbino e Facchinetti che hanno presieduto i vari comitati. De Gasperi è passato quindi a parlare delle trattative sulle controversie territoriali riferendo circa i suoi colloqui con Bidault. Sulla questione giuliana la delegazione italiana, dopo aver rivendicato il diritto degli italiani della Venezia Giulia di appartenere all’Italia, ha affrontato nel suo memorandum e in via subordinata le questioni relative alla frontiera dell’alto e medio Isonzo, a Gorizia, e di estensione verso sud del territorio libero di Trieste. Soprattutto la delegazione ha insistito sulla gravità della situazione di 180.000 italiani che restano separati dall’Italia senza alcuna garanzia di protezione minoritaria. De Gasperi ha quindi parlato delle trattative sui problemi coloniali, economici e navali, rilevando quali siano le questioni sulle quali vi è una qualche possibilità di transazione da ambo le parti, ed analizzando criticamente i singoli articoli del trattato relativi a tali materie. Sul problema delle riparazioni si è avuta la proposta Evatt che antepone l’indagine sulla possibilità di pagamento alla determinazione dell’ammontare delle riparazioni stesse, ammontare che dovrebbe essere proporzionalmente distribuito fra coloro che si ritengono creditori. De Gasperi ha confrontato questo sistema di pagamenti con quello previsto dal trattato facendo in proposito dettagliate considerazioni. Passando a commentare gli echi che l’opera della delegazione ha avuto nella stampa, De Gasperi critica le impressioni dell’inviato speciale dell’Unità e rileva l’infondatezza dei dati di fatto e delle considerazioni contenute in articoli e interviste. De Gasperi rivendica la lealtà della sua condotta ed il senso di responsabilità che ha animato la sua opera. Il suo dovere era quello di tentare un miglioramento delle decisioni dei Quattro che possono essere modificate dalla conferenza. In ciò sta il suo realismo e non nel presumere che tutto sia intangibile. Nel suo discorso al Lussemburgo, De Gasperi non si è schierato con questo o con quel blocco, né ha preso di fronte i Quattro: ha invitato i Quattro a procedere innanzi verso una pace costruttiva, verso un miglioramento del trattato specialmente sulla questione della Venezia Giulia ove vi sono città di maggioranza italiana che vengono escluse perfino dal territorio libero di Trieste e consegnate ad una nazione che è rappresentata solo da una minoranza. Tornando sul problema del rinvio, circa il quale furono mossi vari appunti dalla stampa, De Gasperi ribadisce che non si trattava di una proposta ma di un suggerimento relativo solo ad una parte limitata del trattato, mentre su altre parti il rinvio era stato già deciso. Perché non suggerire un rinvio quando gli stessi artefici della soluzione del problema giuliano non sono pienamente convinti della giustizia di una soluzione di cui non si vede la stabilità? La repubblica deve dimostrarsi gelosa della difesa degli interessi italiani e quindi come non lamentarsi di soluzioni che offendono i nostri diritti? Chi si lamenta contro di noi perché non siamo riusciti a trattare con la Jugoslavia, perché non si lamenta con la Jugoslavia perché non ha accettato la nostra offerta di trattative? La stessa questione dei criminali di guerra deve essere affrontata con particolare cura per non cadere in deplorevoli ingiustizie. Anche sul problema di trasferimenti di abitanti, De Gasperi rileva che i popoli non possono essere considerati come degli armenti. Ad ogni modo non si serve il paese con attacchi che indeboliscono l’opera di chi tratta in nome dell’Italia, mentre tratta per l’Italia. Nessuna crisi può essere utile oggi all’Italia, che più che mai deve essere unita, e senza una tregua dei pubblici dissensi non è possibile arrivare a risultati costruttivi. Per far presente critiche e rilievi vi sono mezzi normali che possono raggiungere il loro fine senza danneggiare gli interessi supremi dell’Italia . "} {"filename":"d4e07f37-e3ee-4883-8840-d15b01d554ec.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Il Governo deve francamente riconoscere che gli eccessi di certe pubblicazioni passano ogni limite del tollerabile. Il nuovo regime – non avvalendosi più delle leggi restrittive che il fascismo aveva emanato nel 1923, nel 1924 e nel 1925 – ha dimostrato coi fatti di voler ridare alla stampa la più ampia ed assoluta libertà, onde essa diventi efficace strumento di educazione civile e di controllo politico nella nuova democrazia sorta sulle rovine del fascismo e della guerra. L’attuale Ministero è stato in particolar modo aperto alla concezione più liberale. Nessuna autorizzazione è stata negata alle nuove pubblicazioni quando non ricorressero avverso i richiedenti particolari eccezioni d’ordine morale o fossero politicamente pregiudicati. Nella necessità, da tutti riconosciuta, di attuare nuove norme in sostituzione di quelle fasciste sulla stampa, il Governo ha provveduto alla nomina di una commissione, composta di studiosi, nella quale sono autorevolmente rappresentati i giornalisti, gli scrittori e gli editori di tutta Italia e di ogni corrente di pensiero e di parte. Ad essa è stata affidata l’elaborazione di un progetto che si riserva di sottoporre, appena sarà definitivamente approntato ed avrà potuto esaminarlo, alla discussione dell’Assemblea Costituente. Nelle direttive tracciate alla commissione il Governo ha indicato come strada maestra quella della maggiore libertà di stampa. La Repubblica deve darsi e si darà al più presto, per volontà del Governo e col concorso di questa Assemblea, una legge che assicurerà la piena indipendenza di opinione e di propaganda, e nello stesso tempo manterrà la dignità della professione, facendone un elemento fondamentale per il progresso politico del nostro paese. Purtroppo, e debbo riconoscerlo con vivo rammarico, se la grandissima maggioranza dei giornali, dirò meglio, la quasi totalità, ha dimostrato di apprezzare convenientemente la riconquistata libertà di discussione e di polemica e di usarne civilmente, alcuni ve ne sono stati e ve ne sono che si sono dimostrati e vanno dimostrandosi non capaci e non meritevoli di usarne. È veramente deplorevole che alcuni di essi, abusando della generosità veramente liberale della Repubblica, cerchino di rinnovare in mezzo a coscienze ingenue quasi il rimpianto del passato regime, sfruttando le difficoltà del momento presente che sono una conseguenza della dittatura e dei sistemi fascisti. Inoltre parecchi editori hanno approfittato della libertà per organizzare la più turpe speculazione di stampa pornografica. Mentre altri paesi, che in passato erano stati corrivi verso pubblicazioni offensive al buon costume, ripulivano in questo dopo guerra, le tipografie e le edicole, l’Italia andava acquistando un tristo primato per la sfacciataggine di speculatori che fanno mercato della sanità morale e fisica delle nostre giovani generazioni. (Approvazioni). Infine, quando meno potevasi attenderlo, è stato un improvviso divampare di pubblicazioni 1ibellistiche contro la religione, la Chiesa ed i suoi ministri, avverso le quali giustamente elevano le loro proteste gli onorevoli colleghi interroganti, anche per le conseguenze che questa violenta campagna di odio e di disprezzo sta provocando, dando luogo ad incidenti, i quali non possono non compromettere l’unità morale della nazione, che mai come in questo momento deve essere difesa onde il nostro popolo possa superare le tragiche difficoltà dell’ora. Purtroppo, non ricorrendo alle leggi fasciste sulla stampa, il Governo è in gran parte disarmato contro questa degenerazione di licenza della libertà di stampa, degenerazione la quale non può che comprometterla nell’opinione pubblica, inducendo taluni a dubitare che il nostro popolo sia realmente maturo per quella moderna e piena concezione della libertà di cui noi siamo assertori ed a cui vogliamo abituare il costume della nostra vita politica. In realtà, il decreto legislativo del 31 maggio 1946, n. 561 , sul sequestro delle pubblicazioni, non consente il sequestro amministrativo se non nei casi di offesa al pudore e alla morale. Per tutti gli altri casi, per poter provvedere al sequestro, occorre una sentenza dell’autorità giudiziaria passata in giudicato. La pubblica autorità può disporre solo il sequestro di tre copie per acquisire il corpo del reato. Non v’è chi non veda come in base a questa legge il Governo non abbia possibilità di intervenire ed evitare che lo scandalo avvenga e che il danno, la diffamazione, la propaganda di odio possano aver corso anche in violazione delle leggi penali e dei trattati che lo Stato è impegnato ad osservare ed intende rispettare. Dopo un lungo periodo di tolleranza, anche di fronte alla provocazione più sfacciata, il Governo è ricorso al decreto 26 aprile 1945, n. 149 , checolpisce gli apologisti del passato regime, per cercare di contenere gli eccessi della stampa neofascista. Sono stati sequestrati alcuni settimanali per contravvenzione alle norme sulla autorizzazione, sono stati denunciati alla commissione del confino alcuni giornalisti ed altri sono stati diffidati in base a detto decreto. Io non sono davvero entusiasta di ricorrere a limitazione del diritto di opinione e voglio sinceramente augurarmi che il monito, quale viene oggi da questo banco, induca i giornalisti di queste tendenze a contenere e moderare la loro asperità faziosa. Però, anche ad impedire la reazione dell’opinione pubblica contro il risorgere di una mentalità e di concezioni politiche che hanno portato la patria alla tirannide e alla catastrofe, avverto che il Governo è disposto a riesaminare, in base all’articolo 4 della legge 14 gennaio 1944 , recentemente prorogata al 31 marzo del prossimo anno, le già concesse autorizzazioni per le pubblicazioni: tale articolo contempla l’obbligo della richiesta di rinnovo trimestrale della pubblicazione stessa. Avvalendosi della facoltà di sequestro contro la stampa pornografica, i questori ed i prefetti hanno, in questi ultimi mesi, iniziato la lotta contro la speculazione sull’oscenità. Il Governo ha richiamato, nelle recenti riunioni dei prefetti, tenutesi a Roma, la loro attenzione su questo problema invitandoli ad agire per stroncarla. È da attendersi che ai provvedimenti amministrativi dei sequestri faccia seguito una severa persecuzione dell’autorità giudiziaria. Alcune sentenze di condanna si sono avute in queste ultime settimane a Roma. La magistratura farà certamente il suo particolare dovere nel dar corso esemplarmente sollecito alle procedure; un’assicurazione in proposito è stata in questi giorni data alla Presidenza del Consiglio dalla procura generale della Corte di appello di Roma. Sono convinto che tutte le parti politiche del paese concorderanno in questa opera di risanamento, in questa difesa della nostra gioventù contro i mercanti volgari della pornografia che invano, anche essi, cercano appellarsi ai diritti della libertà di opinione e di stampa. (Applausi). Veramente preoccupante, per chi ha a cuore la resurrezione della patria nella concordia degli spiriti e nella difesa dei suoi superstiti valori morali, è il problema sollevato dell’improvvisa germinazione della stampa antireligiosa, avvenuta soprattutto a Roma. Non voglio lanciare sospetti né qui indagare chi finanzi, chi favorisca la diffusione di questi fogli. Certo è che non siamo di fronte ad una discussione sui principi religiosi filosofici, contrasti di opinione che nessuno intende evitare nella piena libertà di pensiero. Qui si tratta di una organizzata campagna di vilipendio della religione cattolica che è, vivaddio, la religione professata dalla grandissima maggioranza del nostro popolo! (Vivissimi applausi al centro e a destra). Qui si tratta di una satanica campagna di diffamazione e di odio contro i sacerdoti indicati come nemici del popolo e come inquinati di tutte le turpitudini. Qui ci si avvia, evidentemente, a creare una nuova divisione fra gli italiani attraverso una lotta volgare condotta contro i sentimenti più sacri. Qui infine si ingiuria e si vilipende la persona del Sommo Pontefice che i credenti hanno sacra e che lo Stato italiano è impegnato da un trattato, che fu e resta di pacificazione spirituale, a far rispettare, anche in considerazione del carattere particolare di questa città eterna che è sede del cattolicesimo e centro di pellegrinaggi internazionali. (Vivissimi applausi al centro e a destra – Si grida: Viva il Papa!). È bensì vero che gli articoli del codice penale provvedono a colpire i responsabili di tali offese; ma è anche vero che nel frattempo questa sfrenata campagna riesce a conseguire i suoi effetti nella fatale tardività della procedura giudiziaria. E le conseguenze purtroppo sono quelle che gli onorevoli interroganti hanno denunciato. Sacerdoti aggrediti e spogliati del loro saio come a Bologna; colpi di mitra contro i fedeli che uscivano da una chiesa in un paese dell’Emilia; giovinastri che a Milano, indossando abiti sacerdotali, si recano in ritrovi notturni per recare scandalo, mentre altri, per aiutare la diffamazione contro il clero, tengono contegno immorale. Infine qui in Roma alcuni di questi fogli sono affissi ai muri delle chiese e persino tra gli avvisi sacri, con evidente intenzione di faziosità provocatoria ai sentimenti dei cittadini credenti. E, alla festa dell’Immacolata, giovinastri che lanciano bombe lacrimogene fra la folla di uomini donne e di fanciulli, raccolta per pia tradizione intorno alla statua dell’Immacolata. Contro queste conseguenze – fatali, anche ove non fossero predisposte e volute, della propaganda di vilipendio e di odio – non può non reagire la coscienza del nostro popolo e di quanti hanno a cuore la pace religiosa della nazione. In attesa che il Consiglio dei ministri possa esaminare il progetto di legge, ormai completato dalla commissione appositamente nominata, e questa Assemblea sia messa in grado di discutere ed approvare la nuova legge, la quale indubbiamente assicurerà la libertà di stampa – non solo contro ogni possibilità di ritorni reazionari ma anche contro la possibilità della licenza, della diffamazione, della speculazione antireligiosa e pornografica – il Governo agirà, in caso di necessità, nello spirito delle leggi generali che presiedono al mantenimento dell’ordine pubblico. La scorsa settimana gli incidenti cui ha dato luogo il lancio di un nuovo settimanale anticlericale, uscito a Roma coi tipi concessigli dall’Unione editrice sindacale italiana , hanno costretto il ministro dell’interno a disporne il sequestro in base all’articolo 2 del testo unico della legge di pubblica sicurezza . Passi diplomatici sono stati fatti per denunciare le offese recate alla persona del Sommo Pontefice, alla religione, ai suoi sacerdoti che debbono essere tutelati a norma del codice penale italiano, sì come il carattere speciale di Roma va particolarmente rispettato in base all’articolo 1 del trattato. Dopo questo monito che oggi rivolgo, gli editori di detti giornali non avranno ragione di lamentarsi, ove continuassero nella loro trista intrapresa, se il ministro dell’interno, visto il caso di necessità ed urgenza, farà adottare dal prefetto di Roma e dai prefetti delle altre province, i provvedimenti che crederà indispensabili nel pubblico interesse in base al testo unico della legge comunale e provinciale. È veramente doloroso che il Governo della Repubblica, sorto nella rinascita della libertà della patria, sia costretto a richiamare in tal modo alcuni pochi speculatori che attentano alla dignità e alla serietà del nostro giornalismo, al senso doveroso della disciplina. Ma sono convinto che solo in questo modo veramente si potrà difendere e assicurare alla nostra nazione la libertà della stampa – nella quale, come vecchio giornalista, profondamente credo – ed evitare che contro i nuovi istituti repubblicani si appuntino le critiche e le diffidenze di quanti non possono ammettere che le libertà civili degenerino in una indiscriminata licenza che offende i più sacri sentimenti di tutto un popolo civile. (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra). "} {"filename":"891fe268-4e1a-498e-b66d-1822342ae18b.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"I problemi amministrativi Cari amici, io non avevo avuto il tempo di seguire attentamente la campagna elettorale dei comuni, né in particolare quella del comune della capitale. Quindi quando ho ricevuto negli ultimi giorni l’invito a parlare, avevo una certa soggezione, perché immerso come ero nei problemi di governo e per quanto in questi ultimi giorni abbia dovuto occuparmi nel dettaglio di problemi di carattere economico ed amministrativo, avendo la testa nella questione del grano, nella questione del latte, preoccupazioni principali del governo – essendo preoccupato di questi problemi – pensavo di essere impreparato completamente a parlarvi dei problemi amministrativi di Roma. Più di tre miliardi di debiti. Come pagarli? Come si finanziano i lavori pubblici? Come si potrà provvedere all’acqua, alla luce, al gas, alle scuole? Come si potranno trasformare e riorganizzare i servizi pubblici? Come si potrà risanare il costume pubblico? Come si potrà svolgere l’opera di assistenza nella capitale? Tutti questi problemi mi davano soggezione non avendoli studiati e credendo di dovervi venire a parlare di questi, credendo che la battaglia elettorale dei comuni si svolgesse tra i partiti per una gara di migliori provvedimenti da prendersi nelle questioni di emergenza economica. Questo sarebbe corrispondere in realtà alla vera situazione d’Italia di oggi. Oggi converrebbe che tutte le lotte di partito, sopratutto tutti i loro aspetti faziosi, tacessero e tutti si accordassero per risolvere i problemi di emergenza, che sono i problemi della vita quotidiana della nazione italiana: problema della lira, problema finanziario, problema di salvare la nostra economia e di rendere possibile la ripresa. Ora, mentre noi al governo e fuori eravamo occupati in questi problemi della realtà quotidiana, trovo oggi che la campagna elettorale per i comuni, cioè per un ente eminentemente amministrativo, si svolge con un aspetto di violenza di parte e con un colore di faziosità che veramente è contrario all’interesse del popolo. Ha accennato – l’amico Mosconi – all’articolo di ieri dell’Avanti! ove si fa la storia di tutte le capitali nelle quali le elezioni amministrative ebbero a dare il tono dei grandi rivolgimenti politici. E si accenna in quell’articolo alla comune di Parigi, e si accenna alla rivolta a Pietrogrado, e si accenna finalmente all’amministrazione di Nathan del 1907. Questa sarebbe la grande tradizione, questa la grande direttiva sulla quale gli elettori di Roma sono chiamati a decidere. Il Blocco popolare E questo è in fondo il cemento del Blocco, del cosiddetto Blocco popolare. Blocco popolare che esclude da sé gran parte del popolo lavoratore: Blocco popolare a cui non riconosciamo il monopolio della rappresentanza democratica e molto meno il monopolio delle classi lavoratrici. Si fa presto a mettere assieme socialisti e comunisti, demolaburisti, rappresentanti delle classi operaie e della borghesia massonica, si fa presto a cementare secondo l’antica ricetta, vecchia e ammuffita, del bloccardismo e poi atteggiarsi come si dovesse combattere solo contro conservatori e reazionari. Che cosa abbiamo noi qui, la maggior parte di noi, da conservare? Che cosa ha il popolo in generale, il popolo cristiano a Roma, in Italia da conservare? Quali privilegi? Io vi dico che non accetto però questo schieramento, questa dipartizione anche per un’altra ragione. La parola conservatore ha due significati: l’uno vuol dire conservatori di privilegi di proprietà, conservatori di dominii economici; l’altra vuol dire però anche conservatori di qualche cosa di giusto, di reale e di sostanzioso della tradizione di un paese, e in questo riguardo mi onoro di essere un conservatore. Oggi ne l’Unità si dice, ci si accusa, ipocritamente, di aver portato noi il problema elettorale comunale sul terreno politico . L’amico Mosconi ha già accennato al volantino pubblicato dai comunisti. Si dice: Non prendere direttive dallo Stato Vaticano, anch’esso Stato straniero. Firmato: Partito comunista Italiano, il più interessante di questo manifesto è quel «anch’esso». E vi si aggiunge: «Quando De Gasperi va a prendere ordini in Vaticano, prende ordini da una potenza straniera». Il Vaticano è uno Stato straniero e aggiunge: «C’è persino una milizia, persino gli svizzeri…». Si tratta di una piccola milizia: gli svizzeri, i quali provengono dall’unica democrazia veramente libera in Europa, di quei cantoni che diedero prova eroica della difesa contro la tirannia e contemporaneamente nella storia seppero mantenere le più sacre tradizioni di un popolo libero. E poi, non è esatto che esista solo la milizia svizzera in Vaticano. Esiste anche una milizia volontaria romana e sono romani quelli che hanno richiesto l’onore di difendere o meglio di partecipare al decoro della Corte pontificia. Il Vaticano è senza dubbio uno Stato «straniero» se lo si vede dal punto di vista del diritto internazionale; cioè una veste giuridica creata per documentare e presidiare anche nella forma esteriore l’indipendenza spirituale della Chiesa cattolica. Il Vaticano è in questo senso uno Stato straniero. Sì, onorevole Togliatti, il Vaticano è una città straniera, ma è anche la città di Raffaello e Michelangelo, i più grandi genii dell’arte italiana. Sì, ma la Biblioteca Vaticana alberga e studia i manoscritti e gli incunaboli dei maggiori scrittori della letteratura nazionale. Sì, ma là vi sono le reliquie del Pescatore di Galilea che versò il sangue negli Orti imperiali e con il popolo minuto conquistò il mondo, onde Cristo è romano. E la storia dei suoi martiri e confessori è così connessa con il Cristianesimo che la terra dell’Urbe ne è come impregnata in tutti i suoi strati secolari. Sì, ma questa città straniera alberga il Vicario di Cristo, Vescovo di Roma. Il Vescovo di Roma, ricordatelo, nella storia passata e in quella presente, nei momenti più critici, stese la sua mano di protezione sopra la città e fu per Lui che Roma fu salva nella guerra e fu per la generosa direttiva e carità sua che migliaia di perseguitati politici, di qualunque fede o partito, trovarono rifugio e protezione nelle case religiose. De Gasperi e Togliatti No, caro amico Togliatti, fra me e te c’è una grande differenza. Tu fosti emigrato in Russia, e là divenisti uno dei capi, dei segretari generali dei Komintern. Non gli faccio nessun rimprovero. Dico che egli ha avuto occasione di prestare, per la sua convinzione politica, la sua opera; avere e dare direttive politiche che riguardavano non solo l’Italia ma tutto il mondo. Io invece ero un povero diavolo, raccolto dal lastrico, dopo la prigionia, rifugiato fra quattro libri vecchi nella Biblioteca Vaticana. Io non ho avuto né dato alcun incarico politico, nessuna responsabilità politica, da chi, del resto, non me la poteva dare, perché questa città straniera, questo Stato straniero, che si paragona con l’altro, non ha né cannoni, né navi, né fortezze, né bombe, né nessun negoziato diplomatico per spartire il mondo. E mentre egli aveva la possibilità di svolgere la sua propaganda e la sua opera organizzativa in tutta l’Europa, io mi ero dovuto rifugiare fra i libri antichi, per liberare almeno lo spirito dalla tirannia presente. E allora, rifugiandomi fra questi libri trovavo innanzi a me copia doviziosa di documenti della storia d’Italia, della storia della latinità che si è ricongiunta e rifusa con la storia della civiltà cristiana. Come sapete, ci sono in Vaticano dei preziosi monumenti letterari, dei preziosi cimeli e mi ricordo con quale venerazione aprivo il palinsesto del De Republica di Cicerone , palinsesto che aveva ispirato al nostro Leopardi i versi famosi. Mi ricordo con quale venerazione e rispetto lo aprivo, perché sentivo che questa era l’unica politica che m’era lecito imparare. Politica a lungo metraggio, di lunga e storica prospettiva. Qui c’erano i principii che il vecchio e antico filosofo e politico richiamava ponendo le basi della sua dottrina sopra la repubblica. Egli fra l’altro diceva: Non v’è altra cosa in cui la virtù umana si appressi più alla divinità che il fondare Stati nuovi (nuove città), o reggere quelli che già esistono. Voleva significare con ciò che non c’è altro compito più grave e di maggiore responsabilità e di maggiore elevatezza che quello di occuparsi in posti direttivi della politica degli Stati. Sentivo allora e risento oggi, attraverso l’interpretazione cristiana, quello che gli antichi greci e romani, prima e dopo Cicerone, sentivano: che il reggere uno Stato crea un vincolo intimo con Dio, nostro Padre, e che il reggere uno Stato crea una responsabilità, responsabilità che è immediata verso il popolo, ma verso un popolo in quanto mediatore di questa volontà della divinità che ci regge. I vincoli di De Gasperi col Vaticano e coll’America Ecco, amici, il vincolo mio col Vaticano. È un vincolo non di direttive politiche. È un vincolo di intimo pensiero; è un vincolo che illumina la nostra coscienza. Noi non abbiamo bisogno di ordine dal Vaticano. È la nostra coscienza che, illuminata dalla fede religiosa, che nel Vaticano ha la sua centrale organizzazione, ci porta alla difesa delle tradizioni cristiane e della civiltà italiana. Questo foglietto porta anche una illustrazione: quando De Gasperi va a prendere ordini in Vaticano non prende ordini solo dal Vaticano, ma anche dai banchieri e dai capitalisti americani. E c’è in alto al telefono un banchiere americano. In mezzo il filo telefonico passa attraverso lo stemma pontificio fra le chiavi e le tiare, e in fondo c’è il povero De Gasperi che ascolta. Ora, io con gli americani attraverso il Vaticano ho avuto un rapporto solo. Ma un rapporto di cui mi glorio: ho avuto un rapporto per allargare, per distribuire la beneficenza americana, venutaci attraverso la American Relief e distribuita in Italia dall’Endisi , ove ci sono rappresentanti del Vaticano, del governo, della Confederazione del lavoro costituiti in comitato centrale per distribuire i frutti della raccolta americana; la quale beneficenza non è venuta per lo più da grossi banchieri, ma dagli italiani di America e dalla popolazione americana in genere che ha dunque obbedito alla suggestione della carità e della solidarietà latina; o della carità e solidarietà cristiana o cattolica. I soccorsi inviati all’Italia a mezzo dell’American Relief for Italy sono: n. 52 piroscafi per 180.199 tonnellate di cui: indumenti vari: tonnellate 83.382; viveri: tonnellate 9.924; medicinali: tonnellate 177; materiali vari: 636; 70 autocarri e 61 autoambulanze. Il patto di unità d’azione socialcomunista Ma in questa campagna elettorale si è inserito anche un patto d’azione tra socialisti e comunisti. Dico in questa campagna perché dal testo dell’Avanti! di un discorso dell’onorevole Saragat fatto a Napoli , risulterebbe che il patto si concilii con una certa nuova primavera, di una rinascita socialista democratica in Europa e in modo particolare in Italia. Io non voglio turbare le illusioni di un uomo onesto come l’amico Saragat. Non voglio nemmeno chiedergli quale sia la sua interpretazione di questo patto. Mi limito a constatare che non è vero quello che si è andato stampando sui giornali di sinistra e di destra, specialmente di destra, che io abbia tentato anche recentemente di separare socialisti e comunisti. Non l’ho mai tentato. So benissimo: fra moglie e marito non metterci il dito. Non l’ho mai tentato benché abbia seguito con molto interesse la polemica che si è svolta fra gli uni e gli altri. Ma come mai il presidente del Partito socialista nell’appello con cui presentava il patto, a un certo punto si occupa in modo poco simpatico della Democrazia cristiana? Egli scrive: «Si dirà che tendiamo a respingere in blocco la Democrazia cristiana verso posizioni di destra ed è vero il contrario perché il patto è un salutare ammonimento a non puntare sui socialisti contro i comunisti e in questo senso indica ai democratici cristiani il punto di rottura in cui si passa nella schiera dei nemici del popolo e della democrazia» . Il che significherebbe, che se i democratici cristiani non vedessero bene il parto social-comunista, dimostrerebbero di non essere veramente democratici. Ora io non esprimo in questo momento il mio pensiero. Osservo questo, che finora abbiamo sentito o visto a decine e centinaia i rappresentanti del Partito socialista dimostrare che il patto, un patto di stretta collaborazione di direttiva e di azione, non si dovesse fare perché altrimenti si metteva in pericolo il regime della democrazia. Questo in Italia, ma fuori abbiamo letto la polemica di Blum, capo autorevole dei socialisti; e ancora pochi giorni fa abbiamo letto il discorso di Attlee, capo del laburismo inglese che ha detto: «Democrazia è una parola di cui si è molto abusato nel mondo contemporaneo. Spesso essa appare sulle labbra di chi nulla ha mai capito e praticato in fatto di principii democratici. Essa appare anche sulla bocca dei comunisti per i quali consiste nel negare la libertà a tutti coloro che rifiutano di accettare la loro filosofia. Se in qualsiasi parte del mondo, per qualsiasi ragione il comunismo è al potere, ebbene per essi ciò è democrazia. Se in qualche parte invece i comunisti falliscono, allora malgrado continuino a sussistere le più libere condizioni di vita, si parla immediatamente di fascismo. Chiunque non prende ordini dal comunismo viene denunciato come fascista». Queste non sono parole mie: sono parole di uomini eminenti del movimento socialista. E allora è inutile che cerchino di cementarsi fra loro, dando la colpa a noi dei loro dissensi. Facciano il comodo loro in casa loro. Non ci metteremo le mani. Ma abbiamo il diritto di interpretare questo patto per quello che è. Nel manifesto, nei punti fondamentali del patto, si dice che socialisti e comunisti si uniscono per la «conquista del potere» . È il loro diritto, però trovo che il patto e la proclamazione della conquista è un po’ anticipato. Non c’era bisogno di farlo proprio adesso, quando le elezioni politiche sono ancora lontane, quando viceversa esso può turbare la collaborazione in un momento di straordinaria gravità, quando c’è necessità di compattezza, di concordia, di collaborazione, per salvare l’economia di questo paese e le ragioni vitali di assistenza del nostro popolo. Badate bene, non intendo dire che questo patto possa turbare la collaborazione dei membri del Consiglio dei ministri. Vi sono dei bravi ministri comunisti e socialisti che cercano di fare il loro meglio e dei democratici cristiani che fanno meglio ancora e fra questi vorrei indicarvi in modo particolare l’amico Campilli senza far torto agli altri miei colleghi, perché dal suo posto di vice presidente del Comitato intermisteriale di ricostruzione dà la sua forza e il suo eminente contributo non a rappresentare semplicemente un dicastero ma a rappresentare il complesso dell’attività governativa sul campo economico. Il patto però, come anticipata ipoteca sull’avvenire, influisce sulla stampa dei partiti al governo, la quale si comporta in modo da non compromettersi con questo gabinetto, al quale riserva quasi sempre critiche e moniti, mai, o rarissimamente, un rilievo favorevole. Potete ben raggiungere l’unanimità del Consiglio dei ministri: non conta, è sempre sbagliato, e il bersaglio rimane il presidente. Non mi pare giusto che giornali che rappresentano la maggioranza governativa si comportino troppo spesso in modo che ad un giornalista americano venuto l’altro giorno da me a domandarmi quali fossero i giornali che sostengono il governo io gli dovetti dire: «Scusi li legga, e venga fra una settimana». «Senta – mi disse una settimana dopo – ne ho trovato qualcuno, forse il suo, ma gli altri…». Ma ritorniamo alla diffida del presidente del Partito socialista. Il patto non è semplicemente un piano di governo, un programma di collaborazione. Anche fra comunisti e democristiani possiamo fare e abbiamo fatto un programma di governo. Ma non possiamo naturalmente confonderci in forme organiche perché allora la parola «fusione e non fusione» conta poco, essa diventa un fatto. Se organicamente socialisti e comunisti hanno legami permanenti, se devono decidere attraverso una giunta paritetica comune dell’attività nei comuni, nelle province e nel parlamento, che importa se poi hanno diversa denominazione? C’è un programma, una direttiva sola, c’è sopratutto una ideologia sola ed è questa che ha finito con l’attrarre tanti bravi amici che sono nel campo socialista e comunista, verso questa alleanza, perché sta nella logica del loro pensiero, nella logica della loro dottrinale direttiva, nella logica della spinta storica. Si tratta dunque di un blocco marxista, di fronte a questo dobbiamo rispondere. Riteniamo e abbiamo sempre ritenuto che l’ispirazione marxista conduca fatalmente al collettivismo, cioè ad un eccesso di intervento degli enti pubblici nell’attività privata. Crediamo che conduca fatalmente, in politica, alla dittatura, e quindi alla negazione della democrazia, e per questo il marxismo non lo accetteremo e lo combatteremo. Molti dei nostri si sentivano più vicini ai socialisti, perché da loro speravano e si attendevano un maggiore e più realistico gradualismo e il senso dei pericoli della dittatura, e Negarville polemizzando attorno al patto d’azione, conquista della maggioranza, dice: state buoni, democratici cristiani, non prendetevela tanto, non vogliamo dominare da soli. E qui veniamo di nuovo a quel contrasto sulla concezione del regime democratico che ho denunciato proprio qui fin dal primo mio discorso politico: il concetto unitaristico dei comunisti che tentano di applicare ovunque negli Stati europei e in Italia, un sistema che contraddice al regime democratico che consiste nella responsabilità della maggioranza e nel controllo della minoranza. Non è che io non riconosca del Partito comunista anche l’apporto positivo ch’esso ha recato alla soluzione di parecchi problemi nel nostro paese. Riconosco anche che dopo la guerra, cui ha validamente partecipato, ha fatto uno sforzo per inserirsi nella forma democratica dello Stato. Ma non mi pare giusto che esso pretenda essere il partito sintesi in Italia, il partito direzionale per eccellenza che accentri in sé la rappresentanza direttiva delle idee e degli interessi del popolo italiano. Gli manca una cosa fondamentale: è un partito che per la sua dottrina ha tagliato il vincolo ombelicale che ci congiunge, noi generazioni del 19451946, alle altre generazioni della civiltà italica e cristiana. È per questo che se possiamo col Partito comunista, per i compiti di oggi, utilmente collaborare, non potremo affidargli, colla scheda elettorale tutto, anima e corpo, la rappresentanza del popolo italiano. Eppure il patto unitarista tende allo stesso scopo e Togliatti dal suo punto di vista merita le mie felicitazioni, perché è riuscito con molta pazienza e abilità nel suo compito. Ma egli, che è uomo acuto, non potrà dubitare che noi non abbiamo capito lo scopo del blocco. La battaglia è molto lontana ancora, ma è meglio dir subito che non ci piegheremo a servire una politica che venisse prima elaborata, condensata, formulata secondo il patto, per venirci poi posta sul nostro tavolo come per dire: mangia questa minestra o salta dalla finestra. Quella minestra non la mangiamo! Rigurgiti fascisti Il 28 ottobre è stato il segnale di alcune dimostrazioni preistoriche, cioè fasciste. Uno dei tanti episodi – ce ne sono stati in tutte le città d’Italia – è questo: su di un campanile di una chiesetta di s. Giuseppe vicino a Caltanissetta veniva rinvenuto issato il gagliardetto fascista con la scritta: «ubi tu es nos sumus». Dove tu sei siamo anche noi. – 28 ottobre –. Ai piedi dell’asta era un cartello manoscritto che diceva così: «Prfi – Benito Mussolini presente. Molti nemici, molto onore. Causa tempo eccezionalmente avverso siamo impossibilitati innalzare gagliardetto 28 ottobre 1946, Anno XXV E. F. –. In seguito a ciò abbiamo deciso di issare il gagliardetto oggi 30 ottobre giorno in cui nel 1922 il fascismo assumendo il governo salvava l’Italia dalla rovina e dal disonore, ripristinandola nell’onore e nella grandezza nazionale italiana. La nuova marcia non è lontana. Presentatevi. State all’erta. Il grande momento sta per scoccare e fra poco farà giustizia vendicatrice. Preparatevi italiani, forza d’ordine (vecchia storia l’appello ai carabinieri e alla polizia) se amate l’Italia, se volete farla rinascere, non ostacolateci, non toccate il gagliardetto fascista unico simbolo d’italianità. Rispettateci e sarete rispettati». Il tenente dei carabinieri che ha telegrafato questo appello aggiunge: «Gagliardetto rimosso». Io non voglio dare eccessiva importanza a queste e simili manifestazioni. Personalmente mi hanno inviato un fascio littorio da mettere all’occhiello con questa scritta: «Traditori d’Italia, sabotando lo sforzo bellico del popolo italiano, avete gettata l’Italia sul lastrico della grande strada europea, avete tradito il sacrificio di milioni di caduti dalle guerre dell’Indipendenza ad oggi. Avete infine trucidato 150 mila innocenti. Avete creduto poi di poterci piegare perseguitandoci con la morte e la galera, ma tutto è stato vano. Monito a voi…». Si è fatta anche una larga diffusione di foglietti contenenti attacchi personali contro di me, ripetenti le vecchie accuse circa i miei rapporti con C. Battisti – completamente false – accuse con cui nel 1925 Mussolini tentò di levarmi dalla circolazione. C’è dunque un rigurgito. Vi sono degli uomini che hanno ancora la preoccupazione di difendere la patria italiana dal sabotaggio di coloro i quali hanno ricostruito in Italia la democrazia. L’accusa è talmente ridicola che si potrebbe non parlarne, ma essa va girando da un pezzo ed ha il sapore di quella su cui Hitler è riuscito a fondare la sua labile ma fatale fortuna. È quindi doveroso che noi insistiamo nel ricordare la storia e la responsabilità di chi questa guerra ha voluto. Che mi importa a me che l’onorevole Patrissi dica a Firenze che ci sono state delle opere del fascismo anche commendevoli. Lo so, non ho mai detto male dei ponti sul Tevere, né dirò male delle paludi pontine dovute a Mussolini. So anche, come egli proclama, che nel fascismo ci sono stati uomini, giovani specialmente, in buona fede. Ma non è contro costoro che ce la prendiamo. Ricordatevi le parole storiche di Mussolini che ho riaffacciato alla memoria del gruppo parlamentare l’altro giorno: «Quando vi chiamerò a questo balcone non sarà per partecipare a decisioni, sarà per sentirle e sarà per applicarle». Cioè la responsabilità di una guerra pazza che ha condannato il nostro paese alla distruzione e alla rovina è sua, non del popolo italiano. Patrissi ha avuto anche un altro attacco contro di noi. «Tutti i partiti cattolici sono partiti di smidollati. Noi non siamo un partito cattolico, siamo un partito di cattolici». Vecchia musica. Così affermavano anche Mussolini e Starace . Cattolici che del cattolicesimo non amavano e non conoscevano né lo spirito né l’essenza; e ci davano dei vili perché rifiutavamo la violenza come metodo della politica. Esiste veramente un pericolo contro il quale dobbiamo essere vigilanti. Noi abbiamo, come Patrissi, indulgenza per i fascisti di buona volontà. Anche noi abbiamo in questo senso votato un’amnistia, ma mai più formulando l’amnistia abbiamo inteso che venissero amnistiati i capi, i direttori, i responsabili di questa politica, in modo che non potessero ripresentarsi per riprendere le loro responsabilità pubbliche come se niente fosse accaduto. Come se noi, che veniamo attaccati come sabotatori, non costituissimo la Croce rossa della guerra, che viene dopo che il disastro è passato sulle nostre terre. Noi Croce rossa, siamo costretti a fare il massimo sforzo per lenire le conseguenze di un disastro provocato dai capi fascisti nella logica fatale del loro movimento. Se domani ci si presenterà un trattato, sul quale dovrà decidere l’Assemblea costituente sarà illogico e sarà indegno che coloro che in qualche maniera si proclamano solidali con le ragioni della guerra fascista reclamino il diritto di parlare contro il trattato, quando disgraziatamente alla base del trattato sta non solo la guerra perduta, ma anche lo spirito e il metodo dell’aggressione, con cui questa guerra è stata fatta. Si dice che noi siamo accomodanti, che siamo troppo deboli. E questa accusa la si sente mormorare anche tra amici. Ora bisogna distinguere: non c’è una direttiva sostanziale, non c’è un principio fondamentale, non c’è una tesi nostra che sia stata compromessa dalla collaborazione che dobbiamo fare nel governo tripartito. Bisogna distinguere fra la debolezza di chi compromette la propria linea e l’atteggiamento di colui che resiste nella trincea finché sarà venuto il momento che, riordinato lo Stato, riordinata l’economia italiana, sia libero ogni partito di ingaggiarsi solo sotto la sua bandiera. Ci sono due sistemi di battersi nei momenti difficili: quello di resistere in trincea e quello dell’arditismo. Arditismo e squadrismo L’arditismo porta quasi sempre allo squadrismo per spinta propria o per la reazione che suscita e lo squadrismo porta quasi sempre all’uso della forza e alla dittatura. Noi dobbiamo resistere nelle forme democratiche guadagnando tempo per ridare fede al popolo italiano nel suo avvenire e nella ricostruzione del suo paese. Anche nel caso Andreoni mi hanno accusato da una parte di debolezza, dall’altra di reprissivismo poliziesco. Il Buonsenso se ben ricordo, dice che abbiamo fatto del fascismo. L’Avanti!, in un articolo molto sentimentale dell’amico Pertini, ricordando le gesta dell’Andreoni nel tempo della clandestinità, giura che non si può trattare di squadrismo, né di cosa che potesse comunque allarmare il governo. Sarà perciò necessario dire che nella istruttoria fatta dalla Questura di Milano ci sono state quattro deposizioni di partigiani che erano con Andreoni e con Selva, le quali dimostrano che abbiamo avuto ragione di essere preoccupati. L’uno depone che il vice comandante Mazzorati, detto Marzo, gli disse di aver avuto ordine dal comandante Selva di stabilire i punti strategici per piazzare alcune mitragliatrici da 20 mm. e che fra poco sarebbero dovute arrivare queste armi con alcune altre più leggere e con i fucili mitragliatori. Il Selva stesso la sera riconferma che le armi sarebbero dovute arrivare durante la notte ed egli spiega anche certi particolari sul trasporto di queste armi. Questa prima deposizione è confermata dalle dichiarazioni di altri due partigiani e in parte dalla deposizione di un terzo. Un quarto poi aggiunge che durante il viaggio su autocarro verso Currino ad un certo punto era salito il capo partigiano che portava due custodie di violino; una di esse venne aperta e conteneva una pistola mitragliatrice, dell’altra non sa precisamente perché non fu aperta in sua presenza. Ma arrivati al campo, anche a lui i capi dissero di non preoccuparsi della mancanza d’armi perché fra poco si sarebbe provveduto. Le armi vennero attese secondo tali disposizioni di sera in sera e per spiegarne il mancato arrivo si diedero parecchie versioni. Bisogna ricordare del resto che anche i partigiani arrestati sul percorso Varese-Marchirolo, pochi giorni avanti, portavano armi. L’Andreoni stesso ammise il carattere militare del suo inquadramento, ma lo giustificò con la necessità di organizzare i partigiani con lo stesso metodo seguito dalla guerra civile. L’organizzazione, come risulta da un piano sequestrato, comprendeva: un comandante e un commissario, un vice comandante e un vice commissario; ogni distaccamento si componeva di tre squadre e queste di nuclei composti di sette partigiani. Quando giunsero a Roma gli allarmi dei prefetti di Vercelli e di Modena che annunciavano il tentativo di costituire raggruppamenti per fiancheggiare l’azione di Andreoni, era doveroso per il governo di intervenire rapidamente per bandire il pericolo che si formassero concentramenti pericolosi. Vedrà l’autorità giudiziaria se gli elementi che si sono raccolti in seguito all’azione della polizia siano sufficienti per giustificare sanzioni più gravi che non siano quelle immediate e individuali. Le indagini continuano anche se buona parte dei fermati entro il termine sono stati messi a piede libero. Ma il governo può affermare che i risultati delle investigazioni finora fatte giustificano pienamente il suo intervento preventivo. Non abbiamo agito perché si tratta del socialrivoluzionario Andreoni, molto meno perché si tratta di partigiani, al di fuori dell’Anpi, ma perché si tratta di un metodo di azione politico-sociale che per intenderci potremmo definire squadrista, un metodo cioè che è contrario allo spirito e al sistema della democrazia. Ogni movimento ha diritto di organizzarsi come vuole, ha diritto di attaccare e criticare il governo, ma non ha il diritto di organizzarsi come forza militare al di fuori delle forze armate dello Stato. E questo è un primo esempio che metto innanzi agli uomini e alle forze d’ordine che hanno il dovere di indagare, vigilare e intervenire rapidamente. È un primo esempio che vuol dire monito: badate anche su altri fronti, se questo dovesse ripetersi noi dovremmo intervenire con la medesima energia, perché l’ordine è necessario in Italia e la democrazia, la repubblica, non si salva se non si salva l’autorità dello Stato. Tutti i partiti devono appoggiarci in questo senso nei confronti di tutti, siano comunisti o anticomunisti, monarchici o repubblicani. Nell’Emilia ci sono parecchi battaglioni di carabinieri i quali indagano e agiscono e stiamo esaminando punto per punto il memoriale presentato dai comunisti. Comunque in Emilia si sta operando e se ci sarà buona volontà riusciremo, con l’aiuto di tutti i partiti, a mettere ordine e tranquillità in quella florida regione, che merita tutta la nostra protezione contro la delinquenza, paesana o straniera che sia. Questo dell’Andreoni è il primo caso in cui intervengo con la mia diretta responsabilità come ministro dell’Interno. I fatti del Viminale A proposito della dimostrazione dinanzi al Viminale è accertato che si erano mescolati fra gli operai degli agenti provocatori i quali sono stati senza dubbio coloro che hanno causato il maggior disastro. Ma poi abbiamo fatto esaminare la lista dei 56 dimostranti civili feriti, dal punto di vista professionale e della fedina penale. Si è trovato che su 56 solo 31 erano operai edili dei cantieri e 13 avevano la fedina sporca per delitti comuni. Tutto ciò vuol dire questo: accanto ad operai che chiedono lavoro perché hanno bisogno di lavorare per vivere c’è quasi sempre in ogni manifestazione di massa un certo fondaccio di delinquenza comune. Quindi non è esatto affermare, come si fa di solito, che tutto quello che viene dalla massa sia giusto e che le autorità che sono costrette ad intervenire contro gli eccessi abbiano torto. Non è equo tendere sempre ad attribuire la colpa alle forze dello Stato. Ma bisogna esaminare se nelle manifestazioni originariamente giustificabili non si inseriscano elementi di delinquenza comune e agenti provocatori, i quali cercano di indebolire non il governo, ma l’Italia, in questo momento in cui c’è tanto bisogno di disciplina, di ordine per avere una ripresa. Il ruolo della massoneria Ma poiché io prima accennando al blocco ho ricordato anche la massoneria, non vorrei passare per un calunniatore o per un sognatore. Il 2 ottobre c’è stata una irruzione nella casa della massoneria di rito scozzese perché il sovrano, certo Pietro Astuni, aveva da rispondere di imputazioni di carattere criminale. In seguito a questa irruzione gli agenti sono arrivati anche nel tempio in cui egli aveva trasformato una delle sue stanze. Il giorno dopo i più alti dignitari della loggia me li sono visti presentare al ministero reclamando perché era stata infranta l’inviolabilità del tempio della massoneria. Ora lasciamo il merito perché ci sarà un epilogo giudiziario, ma richiamo la vostra attenzione su una circostanza particolare. Si sono trovati anche degli elenchi dei fratelli: non ne dirò i nomi, ma di alcuni vi dirò la professione. Della «Giustizia» erano iscritti all’ordine capeggiati dall’Astuni: un primo cancelliere; usciere; usciere; poi un primo segretario, poi un consigliere di cassazione; poi un segretario dell’Istituto di previdenza sociale; poi un auditore di pretura; poi un presidente di Corte d’appello; poi un consigliere di Corte di appello; un auditore di tribunale; un signore con la funzione di presidente di tribunale; un usciere; un ispettore superiore della Previdenza; poi un giudice; poi un procuratore sostituto; poi un agente di custodia; poi un altro; poi un procuratore generale di Corte di appello. Come mai tanti magistrati in una società segreta? Ma il più bello è che vi stanno iscritti anche dei signori appartenenti all’amministrazione dell’Interno: un prefetto, un coadiutore presso l’Istituto di sanità; un vice questore; un commissario capo di P.S.; un altro commissario capo di P. S.; un altro ancora; un altro ancora; un vice commissario di P.S. e poi un alunno d’ordine in prova; poi, uno che apparteneva all’Ufficio riservato. Bè, ci sono ancora altri elenchi e vi sono altre logge e altri riti, ma questo vi basta per constatare che la massoneria torna al suo metodo di cercare i suoi adepti specie fra gli appartenenti alle amministrazioni pubbliche. La massoneria sta già ramificando nell’urbe. Mi si dice anche che vi sono delle massonerie completamente innocue e seriamente venerabili. Non me ne occupo né per dirne bene né per dirne male, ma è certo che in Italia, date le esperienze passate, e direi le tradizioni della setta verde, è grave il pericolo che sotto la protezione del segreto massonico e del giuramento rituale si faciliti specialmente per quello che riguarda i fratelli funzionari dello Stato e degli enti pubblici una solidarietà faziosa e un mutuo soccorso che indebolisce e talvolta può inquinare i gangli dell’amministrazione democratica. Bisogna desiderare vivamente che non si torni ai metodi antichi e che non rinasca il senso camorristico di altri tempi. La repubblica, la democrazia, lo Stato costituito su larghissimi tratti della popolazione, non può favorire tali sistemi e deve stare in guardia contro i loro effetti. La lealtà, la pubblicità, il senso di responsabilità, la lotta aperta sono le condizioni di un regime onesto e controllato dalla pubblica opinione. Non vorrei poi che la tinta anticlericale che hanno preso certe correnti della pubblica opinione ispirino il bloccardismo come hanno ispirato quello di vecchia maniera. Battaglia per la libertà Ecco perché, democratici cristiani, bisogna stare uniti, bisogna battersi con tutte le forze, perché dobbiamo batterci non solo con nemici dichiarati, che ricorrono come ha accennato Mosconi anche alla violenza, ecco perché dobbiamo sapere che altri nemici esistono sotterranei e che in nome della libertà, in nome della lealtà, in nome della democrazia, in nome della sanità del popolo italiano, noi dobbiamo batterci. Non intendo minimamente di far valere la posizione che ho al ministero dell’Interno nell’interesse di qualsiasi partito e molto meno del mio. Giustizia, libertà per tutti, ma rispetto per tutti; rispetto per la legge, la quale è uguale per tutti e che suppone lealtà nelle competizioni e responsabilità nelle discussioni. Amici miei, vorrei dirvi ancora, nonostante che sia affaticato non da questo discorso, ma dall’opera quotidiana che ci pesa addosso; vorrei dirvi che nei momenti in cui mi sento quasi solo stretto da compiti così difficili e insuperabili, e mi sento giudicato così ingiustamente da una critica di sinistra e di destra, non perdo la speranza perché ho fiducia somma nel popolo italiano, nel suo senso di rettitudine, nella sua forza di lavoro, nella sua capacità di ripresa, nel suo sentimento patriottico. Anche dopo una sconfitta sentiamo vivissime le tradizioni del patriottismo, vivissimi i sentimenti della nazionalità. E domani ci recheremo – 4 novembre – innanzi alla tomba del Milite Ignoto. Non si faranno discorsi, ma penseremo a Trieste e all’Istria e renderemo onore a coloro che sono morti per la patria. Consacrando la nostra fatica e il nostro sacrificio alla patria noi sappiamo anche di servire la Democrazia cristiana perché la Democrazia cristiana non è una parte estranea all’Italia, ma si fonde con le sorti e colle speranze della nazione. "} {"filename":"4f4999f6-9723-4b98-905d-0be0a62420a7.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Togliatti ha scritto un articolo ingiusto verso di me e indegno di lui. Potrei tacere, se esso non fosse, oltre che un’indegnità, anche una mistificazione nei confronti del paese . Egli accusa la mia politica estera di essere stata «politica di declamazione, di protesta e di speculazioni elettorali anticomuniste clamorose, ma di effettiva incapacità ed impotenza». Se il trattato è cattivo, se particolarmente al fronte orientale, noi non siamo riusciti a salvare almeno i centri italiani maggiori lungo la linea etnica, non è colpa della Jugoslavia che insistette ad ogni fase delle trattative fino all’ultimo nel pretendere tutta la Venezia Giulia e specialmente Gorizia, Trieste e Pola, né della Russia, che appoggiò con tutto il suo peso l’intransigenza jugoslava, né delle potenze occidentali che resistettero insufficientemente a rivendicazioni che venivano presentate in nome del proclamato diritto del vincitore e dell’occupante; no, la colpa è della politica declamatoria, anticomunista ed incapace dell’on. De Gasperi. Ci sarebbe voluta, invece, una politica «decisa e rettilinea». Quale? Evidentemente quella seguita da Togliatti e compagni. Eccovene qualche esempio. Questa estate nel mio discorso a Lussemburgo tentai di svincolare la situazione del ferreo patto, concluso ai nostri danni dai Quattro (abbandono della linea etnica, internazionalizzazione di Trieste), suggerendo un rinvio affinché l’Italia potesse nel frattempo cercare una soluzione d’accordo con la Jugoslavia. Era una proposta ragionevole e pratica, ma Molotov – non so da chi informato – vi vide un’insidiosa macchinazione, e la stampa comunista a gridare che «era vano sperare una modificazione sostanziale, che cioè Trieste non verrà data né allo Stato italiano né a quello jugoslavo (Unità, 13 agosto ); e in questo e in altri articoli e perfino in manifesti si accusò De Gasperi di aver fatto tale proposta per continuare ad «avvelenare la politica interna con la questione triestina». Allora, per questi signori, compreso Togliatti, il patto dei Quattro era nei suoi termini essenzialmente intoccabile: sperare di mutare le condizioni di Trieste o di Pola significava essere irrealisti. La campagna indeboliva la posizione della delegazione italiana. Ritornai quindi a Roma nel Consiglio dei ministri del 24 agosto , riassunsi tutta la polemica, spiegai il nostro atteggiamento e provocai una deliberazione dell’intiero governo. Ed ecco la risoluzione votata da tutto il Consiglio, compresi i comunisti proposta da Nenni: «Il Consiglio dei ministri, udite le dichiarazioni del presidente del Consiglio sull’azione della delegazione italiana alla conferenza di Parigi, le approva nel fermo convincimento che le giuste richieste formulate nel discorso del presidente del Consiglio al Lussemburgo e nei memoriali della delegazione conformi alle direttive del governo esprimono una inderogabile esigenza di vita e di sviluppo per la nazione e sono un contributo positivo della repubblica italiana alla pace dell’Europa e del mondo che deve avere la sua indistruttibile base nella giustizia». Ma non basta: quattro giorni dopo mi presentai alla Commissione dei trattati presso la Costituente e la Commissione, in base ad una amplissima relazione e alla discussione, risultata assai favorevole alla condotta della delegazione a Parigi, votò all’unanimità un ordine del giorno del seguente testuale tenore: «La Commissione dell’Assemblea costituente per i trattati internazionali ringrazia il presidente del Consiglio delle ampie informazioni fornite sull’opera della delegazione italiana alla conferenza della pace e, riaffermando il voto unanime di fiducia dato dall’Assemblea costituente alla fine dell’ultimo dibattito sulla politica del governo, fa voti che venga efficacemente continuata a Parigi l’azione in difesa degli interessi italiani, per dare all’Italia una pace giusta e rispondente alle inderogabili esigenze di vita e di sviluppo della nazione e per contribuire ad assicurare al mando la pace generale, creando le basi per una più ampia e sincera collaborazione tra i popoli». Quest’ordine del giorno era stato formulato e presentato dall’on. Togliatti. Togliatti con ciò sembrava chiudere la parentesi delle sue obiezioni e riprendere l’atteggiamento che aveva sempre tenuto come ministro, avallando col suo assenso e con la sua responsabilità ministeriale la politica seguita da me nei vari ministeri della coalizione. Chi poteva ritenere che quest’uomo dalla «politica decisa e rettilinea», venisse un giorno non molto lontano a condannare en bloc la mia politica come incapace, declamatoria, politica – come ora elegantemente egli definisce – «dei calci nel sedere»? A Parigi si entrò intanto in una seconda fase, quella delle conversazioni con gli slavi, svoltesi con la collaborazione diretta dell’ambasciatore comunista Reale e dell’ambasciatore a Mosca Quaroni. Queste conversazioni non approdarono, poiché i delegati jugoslavi anche nelle trattative private come nella discussione pubblica, ponevano come pregiudiziale assoluta l’annessione alla Jugoslavia di Gorizia. A tal patto avrebbero fatto delle concessioni circa il regime interno di Trieste; ma non sulla estensione del territorio libero: in ogni caso, perciò, la costa istriana doveva restare sacrificata. Gli slavi, dunque, puntarono allora su Gorizia e i nostri delegati lasciarono Parigi con l’impressione che anche a New York gli slavi avrebbero fatto altrettanto. Che cosa è intervenuto poi nel campo slavo? Non lo sappiamo ancora esattamente: o Tito d’accordo con la Russia intende veramente di recedere dalla sua posizione circa Trieste e noi ne dovremo prendere atto con piacere, cercando di facilitargli questo avvicinamento. Ovvero questa è la continuazione della manovra per indurre gli alleati a cedergli Gorizia, che Togliatti contro verità e con un grossolano errore di metodo s’affretta a dichiarare prevalentemente slava, e che così potrebbe agi occhi degli alleati passare per negoziabile, qualora gli italiani non reagissero immediatamente. Questa fu la legittima preoccupazione del Consiglio dei ministri e fu anche la preoccupazione dei delegati italiani a New York. Ministri e delegati sono pronti a riprendere le conversazioni con la Jugoslavia, ma vogliono essere certi che non si tratti di manovre le quali ci facciano perdere anche quel poco che a Parigi venne acquisito. Togliatti si sorprende di queste preoccupazioni? La colpa è in buona parte della procedura che egli ha seguito. Infatti è partito per Belgrado senza che il ministro degli Esteri fosse informato del suo piano, e Nenni ne seppe così poco, che non credette nemmeno necessario avvertirne il presidente del Consiglio. Non spetta a me di giudicare se tale condotta corrisponda alla spirito del patto d’unità d’azione, ma ho il diritto di affermare che non si ispira agli interessi del paese. E ancora: un uomo che avesse semplicemente voluto servire il suo paese – e non diciamo il suo governo – avrebbe dovuto al suo ritorno in Italia informare confidenzialmente il ministro degli Esteri e non mettere il Consiglio dei ministri dinnanzi al fatto compiuto di una sensazionale pubblicazione che poneva rudemente in pericolo la sorte di Gorizia e costringeva il governo a reagire subito, e a discutere i termini di una proposta che non era ancora né autorizzata né precisata. Rispondo infine all’on. Togliatti che il modo spettacolare con cui cercò di sfruttare il suo viaggio quasi fosse una operazione di politica interna e di vigilia elettorale gli toglie qualsiasi diritto di accusare me, contro ogni verità e giustizia, di avere agito, difendendo Trieste, Gorizia e l’Istria, per scopi partigiani e che l’indiscriminata apologia da lui fatta del regime jugoslavo assolvendolo da ogni violenza commessa contro i nostri connazionali mal lo designa a giudice imparziale tra oriente e occidente. No, non è vero che io abbia al Lussemburgo accolto con soddisfazione «la umiliante carezza fattami sul dorso ricurvo dal compassionevole ministro Byrnes». Al ministro d’America fui grato di una stretta di mano, amichevolmente offerta, da uomo a uomo, quando scendevo dalla tribuna dopo aver difeso, con dignità e fermezza – sì signore, con dignità fermezza, come deve riconoscere chi non è in malafede – la causa dell’Italia e della nuova cooperazione internazionale. Non mi curvai, né me ne sentii umiliato, come non mi turbò allora il sarcasmo dei correligionari dell’on. Togliatti e come del resto non mi umilierebbe una stretta di mano del ministro jugoslavo, la quale segnasse al di fuori e al di sopra dei partiti, l’inizio di un periodo di intesa e di pacificazione. "} {"filename":"2e8847b4-539c-4f5a-ba3d-bc0fc8ec3131.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"«Gli economisti calcolano che forse, dopo lo sforzo ricostruttivo, arriveremo nel 1950 al reddito medio individuale che gli italiani avevano nel 1913: quasi 40 anni di stasi, anzi di regresso, perché il mondo cammina; il prezzo della guerra nel solo settore economico. Eppure questa Italia, prostrata e stremata, con l’aiuto anche in parte di qualcuna delle Nazioni Unite, si è rimessa al lavoro e sta già lentamente, ma tenacemente attuando un ardito programma di ricostruzione. L’agricoltura è al 70% del 1938. 50 miliardi sono stati spesi per concorsi alle riparazioni di case private e 22 per edifici pubblici. 100 miliardi per le ferrovie: ne occorreranno altri 40 per tornare alle condizioni del 1938. Nell’industria elettrica il 1946 ha visto recuperare la produzione di 500 mila chilovattore. Nella prima metà del 1946 l’industria italiana ha raggiunto il 50% di quella prebellica e da allora è ancora aumentata; 44 miliardi sono stati in questo settore erogati dallo Stato. Le esportazioni del 1946 hanno raggiunto i 300 milioni di dollari, quasi la metà di quelle prebelliche. Il disavanzo dello Stato dal 553% rispetto alle entrate degli anni 1944 e 1945 è sceso al 143%. Imprescindibile e urgente appare l’approvvigionamento di capitali esteri almeno di 4 miliardi di dollari nel prossimo quadriennio e almeno di 800-900 miliardi per il 1947. Non c’è ragione di disperare, anzi c’è motivo di avere fede più sicura nelle nostre capacità ricostruttive e nel valore della nostra moneta. In aprile avremo a nostro favore gli accordi di Bretton Woods e la possibilità di prestiti in valuta della banca internazionale. Gli speculatori della sterlina avranno ancora una volta torto come quando nel 1944 si pagò a Roma la sterlina oro 12.000 lire e poi scese a 5000 e nel 1945 si pagò 11.000 e poi scese ancora a 5000. Tale speculazione è, oltre che un tradimento della solidarietà nazionale, un pessimo affare. Del resto anche la speculazione non è detto che debba rimanere impunita. Il ministro del Tesoro procede per gradi, ma da buon piemontese è tenace e andrà in fondo». De Gasperi raccomanda poi di non allarmarsi per le contingenti difficoltà del carbone e del grano: l’essenziale sarà garantito purché la solidarietà delle province produttive con quelle deficitarie non venga meno. «Ho l’obbligo per senso di responsabilità, ho l’obbligo per profonda convinzione ed esperienza sociale (io, che in momenti di emergenza ho diretto degli scioperi), ho l’obbligo di dire che è necessario provvedere ad una procedura conciliativa che deve terminare qualora sia necessario, in un arbitrato obbligatorio, perché nessuna categoria ha il diritto di rifiutare al popolo i servizi che gli sono necessari per la vita. Bisogna che l’iniziative dell’impresa privata si sviluppi e si consolidi in un clima di cooperazione con le forze del lavoro. Lo Stato è chiamato a sollecitare, integrare, vigilare nell’interesse del consumo e contro ogni speculazione di monopolio e di cumulo di guadagni, ma in questa fase ricostruttiva l’interesse primario è la produzione. Premessa della ricostruzione economico-finanziaria è anche un regime politico solido e stabile. Il referendum del 2 giugno, fondato su un previo accordo di tutte le parti, portò ad un risultato definitivo che si inserisce nella nuova Costituzione. La repubblica è stata voluta e proclamata come il regime più atto a proteggere e mantenere la libertà e l’uguaglianza giuridica di tutti i cittadini. Essa si fonda sui diritti naturali formulati dalla legge costituzionale e sulle esigenze della convivenza civile. Questi diritti e queste esigenze di libertà, di tolleranza, di ordine sono le basi della democrazia: il governo e l’amministrazione statale devono esserne i tutori imparziali; e i privati, le associazioni, i partiti, se non vogliono venir meno ai doveri supremi della solidarietà nazionale, devono subordinare ad essa le loro particolari tendenze, e i loro particolari interessi. Amici milanesi, senza l’ordine pubblico, senza l’impero della legge, senza uno Stato forte, arbitro sopra i partiti in nome della sovranità nazionale, la ricostruzione fallirà. La nostra azione è preordinata e contenuta entro linee fondamentali che sono inerenti alla natura del popolo italiano e connesse alla fase storica che esso ora attraversa nella vita privata e sociale. Le crisi ministeriali e parlamentari possono essere talvolta necessarie o utili per il cambio di personale, ma l’attribuire a tali cambiamenti un’importanza decisiva è fenomeno non di sensibilità politica, come spesso si afferma, ma di patologia politica e di nervosismo, spiegabili fermenti di instabilità che in un periodo post rivoluzionario sono penetrati nel corpo sociale. Quando la macchina è in moto su un certo binario imposto dalle condizioni del dopoguerra non si può dare il controvapore o fermare d’improvviso o cambiare di colpo il binario. Le idee illuminano il nostro cammino e la fede sorregge le nostre speranze, ma fino a che la ricostruzione non sia assicurata, fino a che i problemi di emergenza e di ricostruzione costituiscono la cura principale del governo e l’oggetto più urgente della legislazione, i partiti devono conformare la loro attività a queste necessità della vita nazionale, e il governo deve considerare la sua opera come un servizio alla nazione, non come la conquista di un potere volto a piegare lo Stato democratico di tutti agli ideali e agli interessi di una parte. Il tempo politico va sincronizzato col tempo tecnico e col tempo economico. In qualunque posto siamo oggi, in qualunque trincea saremo domani, il nostro dovere è di batterci con tutte le forze per la solidarietà e la ricostruzione nazionale, pretendendo da noi da tutti, categorie o partiti, coordinamento e subordinazione a questa meta comune e necessaria. In armonia con la fase ricostruttiva deve essere anche la politica estera. I Quattro, quando stanno assieme, sono come il senatus mala bestia, ma poi presi ad uno ad uno, amano comparire come singoli senatores boni viri. Dopo la glaciale seduta del Lussemburgo, Byrnes, offrendomi molto cortesemente un cocktail al Meurice, versò sulla ferita l’olio della promessa di sostanziali aiuti economici che, in parte, come ricorderete, vennero messi a nostra disposizione con una sua lettera pubblica direttami più tardi: parte non sono ancora attuati, in attesa (come aggiunse) che si tirino i conti. Ora vorrei pregare l’illustre amico Byrnes, in vista di questo sforzo del prestito interno che fa il popolo italiano, di voler sollecitare i suoi contabili e i suoi cassieri a completare la partita. Anche Bevin reiterò in quella occasione le assicurazioni di benevolenza e mise in vista un accordo commerciale e finanziario sul tipo di quello francoinglese. I negoziati sono ancora in corso e speriamo che il nostro ministro degli Esteri li possa presto formare. In armonia con la fase ricostruttiva è anche la ripresa delle trattative con la Francia e con altri paesi per l’emigrazione, la riorganizzazione che si sta preparando dell’industria del forestiero, la tendenza che noi abbiamo anche nell’ultimo Consiglio dei ministri riconfermato per la ennesima volta di riprendere le relazioni diplomatiche con la Jugoslavia per preparare (al di fuori e nonostante il trattato durissimo) quelle intese circa il trattamento degli italiani e le relazioni commerciali che già esistono con altri paesi ex nemici. La necessità dei prestiti esteri e le esigenze della nostra bilancia commerciale portano anche l’Italia, come altri paesi, a particolari contatti col mondo degli affari americano. In tali rapporti, tuttavia, come quelli con altri paesi, dovremo curare gelosamente la nostra autonomia. Anche la dignità nazionale è un elemento della nostra ricostruzione. Sarebbe tradire la nostra storia e le ragioni caratteristiche della nostra civiltà se sbandassimo a sinistra o a destra, secondo gli affari o secondo le attinenze ideologiche. No, quello che si ricostruirà vuole essere l’Italia, padrona in casa propria, degna delle sue tradizioni millenarie di libertà e di umanità, non offuscate da una parentesi ventennale, l’Italia dei nostri lavoratori, l’Italia delle nostre glorie marinare, l’Italia del popolo italiano dalle molte vite, sperse in tutto il mondo in nome della fede, del lavoro, della cultura. Io sono sicuro – e lo affermo in uno dei momenti più angosciosi della vita italiana – io sono sicuro, lo proclamo a dispetto di tutti i querelanti e i disfattisti, che l’Italia dimostrerà con la sua disciplina, con la sua solidarietà, con la ripresa delle sue forze morali ed economiche, di essere pronta e decisa a riprendere il suo posto fra le nazioni libere e civili, assumendo liberamente e spontaneamente gli impegni richiestile dalla fede nei progressi del consorzio umano e dalla giustizia internazionale, senza avere bisogno dei controlli invocati a New York, quasi che una nazione che ha trasmesso la fiaccola della civiltà a tanta parte del mondo, abbia bisogno d’essere condotta per mano da altri popoli per un sentiero sul quale li ha preceduti». "} {"filename":"29cc201a-19f3-494d-b996-0ce979541dc8.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Il vostro aiuto non solo ci assicura il soccorso urgentissimo, ma consente di basare su questo soccorso le nostre richieste di credito, facendole rientrare nel piano totale di risanamento del Paese. Il programma di aiuti all’Italia […] è uno dei più impegnativi per l’UNRRA, la quale sul bilancio 1946 destina una larghissima parte del suo fondo al nostro Paese. Su questo noi contiamo perché ce ne viene il primo complemento alla nostra sussistenza alimentare, la prima spinta per il riavviamento della nostra industria, ma, soprattutto, la certezza che la vita vale la pena di essere vissuta. Noi vi diciamo […] che la gratitudine è una merce rara nel mondo ma voi, in Italia, questa merce la troverete da scambiare per la pace nel mondo. "} {"filename":"e6f34e20-0707-4f34-8e1b-6460ded6e48e.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"1 – In risposta all’osservazione di De Gasperi che la Costituente potrebbe avere poteri sovrani, privando il Luogotenente ed il Governo dei loro attuali poteri, Stone manifesta il suo dubbio che le Nazioni Unite siano disposte a firmare un trattato di pace in cui fosse contemplato un siffatto ordinamento: «Il potere esecutivo, il Governo, ci dovrà sempre essere». DE GASPERI precisa, comunque che non è questa ora la questione fondamentale: ciò che egli desidera invece far presente è che sarebbe difficile ora fare approvare dalla Consulta condizioni dure di pace, sarebbe ancora più difficile, anzi impossibile, che tali dure condizioni venissero approvate dalla Costituente. STONE si rende pienamente conto di ciò e chiede formalmente a De Gasperi se egli ed eventualmente il suo Partito siano realmente e seriamente disposti a dimettersi dal Governo piuttosto che firmare una pace dura. DE GASPERI: Sì. STONE benissimo, e questa è precisamente la linea che dovete adottare: dovete essere fermi e risoluti. Ho fatto questa domanda perché per potere io a Londra preannunciare questa conseguenza, debbo essere assolutamente sicuro che non si tratti di un bluff da parte vostra: debbo essere sicuro che se prevarrà la sciocca ed irrealistica tesi della pace dura, voi veramente farete quello che io avrò predetto. DE GASPERI aggiunge che al momento attuale egli non può troppo apertamente ed esplicitamente manifestare questa sua intenzione per non esporsi agli attacchi dei comunisti, che coglierebbero l’occasione per accusarlo di rendere difficili le trattative. STONE ripete l’esortazione ad essere fermissimi se si vorrà avere un risultato, ricordando l’esito raggiunto da coloro che adottarono un atteggiamento fermo, cioè Russia e De Gaulle. A Londra solo i Russi sanno quello che vogliono e sono realistici: gli altri non hanno il senso della realtà e si comportano spesso da insensati (stupid). 2 – Esercito: STONE chiede quali siano le intenzioni di De Gasperi rispetto agli effettivi dell’esercito provvisorio. In particolare ricorda: Parri (e ciò risulta dallo archivio del Quartier Generale) desiderava portare gli effettivi da 140.000 a 160.000, mentre Jacini riteneva (Stone seppe poi che fu dietro suggerimento degli inglesi) sufficiente la cifra di 140.000. Attualmente Brosio invece, motivando ragioni finanziarie, desidera ridurre gli effettivi da 140.000 a 125.000 (riduzione raggiungibile mediante smobilitazione di due classi e chiamata di una terza). Stone ammonisce però di non fare il gioco dei comunisti, i quali seguono in tutti i Paesi di Europa la medesima politica di chiedere la riduzione delle spese militari, pur mantenendo la piena mobilitazione dell’esercito in Russia: Egli rivela che Inghilterra e Stati Uniti (la Russia si oppone) sono disposti a fissare l’esercito permanente italiano in 200.000 effettivi; egli anzi si propone di chiederne a Londra dai 200.000 ai 250.000: però, prima di discutere la questione con Morgan e con i governi alleati, desidera essere sicuro del pieno accordo del Presidente. Desidererebbe una risposta possibilmente per oggi prima della sua partenza, oppure da darsi, dopo la sua partenza, al generale Lush . DE GASPERI dichiara di voler chiarire la questione con Brosio : Comunque, egli aggiunge, l’eventuale ulteriore riduzione si potrebbe sempre giustificare e motivare con le ristrettezze finanziarie attuali dell’Italia. STONE: le ristrettezze finanziarie dell’Italia possono giustificare la necessità di limitare temporaneamente l’esercito ad un minimo di 140.000 uomini invece dei 200.000 dell’esercito permanente: in altre parole le vostre necessità di risparmio possono arrivare a giustificare 60.000 effettivi in meno del fabbisogno ritenuto normale, ma non mai 75.000 in meno. DE GASPERI domanda quale sia la posizione per i carabinieri. STONE si propone di appoggiare la richiesta di altri 10.000. 3 – Confini a) Orientale: Spiegazione a Stone della linea Wilson e dei giacimenti dell’Arsa e della bauxite. Dietro domanda specifica di Stone, si precisa che Pola è italiana e che non vi possiamo in nessun modo rinunciare. Stone chiede per oggi la carta su cui figurano le linee Wilson ed i giacimenti accennati. b) Settentrionale: DE GASPERI spiega a Stone che per venire incontro alla clausola anglo-americana delle «eventuali modifiche di frontiera» si potrebbe pensare alla cessione della piccola zona di San Candido. Ciò, egli precisa, quantunque sostenibile dal punto di vista etnico e geografico, comporterebbe un danno strategico (ferrovia), che nel 1919 lo Stato Maggiore si preoccupò di evitare. 4 – STONE chiede notizia in merito ai noti quesiti già posti in precedenti lettere in tema di elezioni e Costituente. DE GASPERI espone le difficoltà incontrate finora nel discutere la questione con i partiti, difficoltà che saranno forse appianate dall’attuale crisi del Partito azionista. Comunque, egli precisa che preme enormemente anche a lui fissare le modalità delle elezioni per non più tardi del 20 marzo circa, cioè 70 giorni prima del 26 maggio. I due punti principali sono, come è noto, la questione «plebiscito o referendum» ed i poteri della Costituente. In via molto riservata egli comunica di avere esposto qualche idea in materia al Luogotenente: la necessità di accordarsi preliminarmente sulla natura e l’estensione dei poteri della Costituente – concetto del «ponte» –, possibilità di una eventuale reggenza costituita dal Luogotenente e due delegati della Costit[uente]. L’Ammiraglio conta di essere a Londra per 8 giorni. Nel corso della conversazione ha offerto di mettere a disposizione del Presidente gli archivi della C.A. per quanto possa riguardare la corrispondenza con Parri. Nella prima parte, in assenza di Canali, avevo precisato che consideravo una pace inaccettabile quella che 1) toccasse il Brennero 2) non si attenesse alla linea Wilson e particolarmente non salvasse all’Italia l’Istria occid. (città italiane minori) ci privasse delle colonie, nel senso (a parte la sovranità che potrebbe essere dell’Onu) che non ci venisse affidato tale posto nell’amministrazione da poter continuare opera civilizzatrice e colonizzatrice. "} {"filename":"64685868-6690-42ec-8289-443540902248.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Un accenno dell’onorevole Rubilli mi pare renda opportuna una breve dichiarazione di carattere diremo pregiudiziale. Nella relazione dell’onorevole presidente della Commissione e più estesamente in quella del consultore Lucifero si fa cenno ad una «riserva Casati », alla quale si associarono altri membri della Commissione, riguardante i poteri dell’Assemblea Costituente e, con riferimento ad essi, l’interpretazione del decreto-legge n. 151 del 25 giugno 1944. Ora io debbo dichiarare in proposito quanto segue. Il Governo si preoccupa della questione sollevata ed intende risolverla a tempo. Già nel consiglio dei ministri del 30 ottobre, dovendosi stabilire le date delle elezioni amministrative e politiche, vari ministri hanno espresso il loro parere in proposito. La discussione non venne condotta a fondo, ma si constatò concordemente che esiste la necessità di un nuovo atto normativo ad integrazione del decreto n. 151 e che nel comunicato ufficiale fu ritenuto che «correlativamente alla convocazione dei comizi elettorali verranno precisati i modi di soluzione dei problemi politici connessi alla Costituente». È ovvio che il presente Governo – il quale ereditò e fece suo anche tale impegno del Ministero Parri – dovrà affrontare e risolvere tali problemi prima della indizione dei comizi elettorali politici e che inviterà la Consulta a concorrere col suo parere alla loro soluzione. Pertanto il Governo, pur proponendosi di seguire con interesse ogni suggerimento che venisse dato dai consultori anche durante il presente dibattito, insiste perché essi concentrino la loro attenzione sulla legge elettorale, essendo urgente che si prepari anzitutto lo strumento indispensabile per l’elezione dell’Assemblea Costituente. Impellenti ragioni di politica interna ed estera incalzano perché le elezioni politiche si facciano entro il termine più breve consentito dalla preparazione tecnica e morale del paese (applausi) e noi confidiamo fermamente di non oltrepassare i termini utili già previsti e di riuscire a garantire a tali elezioni il carattere incontestato di una libera consultazione di tutto il popolo italiano. (Vivi applausi). [Nella seduta del 23 febbraio, la Consulta, con 178 voti favorevoli e 84 contrari, esprimeva parere favorevole allo schema del provvedimento esaminato (decreto legislativo luogotenenziale 10 marzo 1946, n. 74)]. "} {"filename":"17c2388e-05fc-449c-93cf-dd0081ff6d98.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"In relazione all’imminente visita nella Venezia Giulia della Commissione di esperti, ho considerato opportuno riassumere nell’allegato Aide-Memoire le questioni principali che furono oggetto di negoziato con le autorità alleate in materia di amministrazione militare della Venezia Giulia (Zone «A» e «B») e di rilevare le più importanti modifiche causate nella regione dall’occupazione militare. Desidero particolarmente attirare la sua attenzione sulla questione, e apprezzerò grandemente se potesse portare all’attenzione della Commissione di esperti le considerazioni contenute nell’Aide-Memoire così che le possano tenere a mente nel formulare le loro raccomandazioni. PROMEMORIA In occasione della prossima visita nella Venezia Giulia della commissione di esperti prevista dalla Conferenza di Londra, il governo italiano ha l’onore di chiedere che l’attenzione degli esperti sia rivolta alle seguenti circostanze: 1. In relazione agli articoli 18 e 38 dell’armistizio e allo spirito che permea tale patto, il governo italiano si attendeva che tutto il territorio dello Stato italiano fosse sottoposto, senza distinzioni, allo stesso regime di occupazione, senza che fosse fatta alcuna discriminazione fra alcune province del regno e alcune altre. 2. In vista della situazione speciale che è divenuta prevalente nelle province della Venezia Giulia nelle ultime fasi del recente conflitto, il governo italiano aveva attirato l’attenzione dei governi alleati su tale situazione (lettera del marchese Visconti Venosta all’ammiraglio Stone, datata 15 agosto 1944) , evidenziando in special modo i pericoli da essa posti alla sicurezza e alla pace di quelle popolazioni particolarmente con il crollo della resistenza tedesca. 3. Il commissario capo della Commissione alleata prese nota di tale informazione (lettera dell’ammiraglio Stone al marchese Visconti Venosta, datata 19 agosto 1944) e nel contempo assicurò il governo italiano che «gli Alleati non avrebbero perso di vista» tale situazione. Simili assicurazioni furono date al presidente del Consiglio dei ministri (lettera del 22 settembre 1944, dall’ammiraglio Stone all’onorevole Bonomi). Il governo italiano confermò le proprie preoccupazioni il 21 novembre 1944 in una lettera del marchese Visconti Venosta all’ammiraglio Stone . 4. Durante l’ultima fase della resistenza tedesca, i partigiani italiani di Trieste si levarono in armi e cominciarono a liberare la città. Subito dopo la resa tedesca alle Forze armate britanniche e l’occupazione di Trieste da parte delle truppe di Tito, quando gli jugoslavi l’8 maggio 1945 annunciarono la costituzione di un «Governo Nazionale Federale Sloveno» nella città e la nomina a comandante di un generale jugoslavo, il governo italiano in una nota del ministro De Gasperi datata 9 maggio 1945 agli ambasciatori britannico e americano , sottolineò che tali azioni e iniziative erano da considerarsi «assolutamente arbitrarie e illegittime». Nel contempo, la detta nota ricordava tutte le varie dichiarazioni che erano state approvate in quei giorni dal Consiglio dei ministri italiano e chiese in particolare che al governo italiano, quale parte principale e più legittimamente interessata, fosse possibile seguire gli sviluppi della situazione giuliana, una situazione che «non doveva essere in alcun modo compromessa o pregiudicata». 5. A seguito di negoziati fra le Potenze alleate e la Jugoslavia – i contenuti integrali dei quali sono sconosciuti al governo italiano – fu stabilito il regime di occupazione contemplato nell’accordo Morgan-Jovanovich del 9 giugno 1945, contraddicendo le assicurazioni fornite in precedenza. In base a tale regime – ancora attualmente in forza nella Venezia Giulia – la cosiddetta «Zona A» (territorio a occidente della linea Morgan) fu affidata all’amministrazione di un Governo Militare Alleato, mentre la «Zona B» (territorio a oriente della linea Morgan) fu assegnata all’occupazione e amministrazione jugoslava. Da allora il governo italiano ha costantemente e sistematicamente portato all’attenzione dei governi alleati – attraverso comunicati o al commissario capo della Commissione alleata o agli ambasciatori alleati – i principali difetti di tale particolare regime di occupazione. 6. Nelle sue comunicazioni il governo italiano ha evidenziato specialmente il seguente punto di vista: poiché le autorità jugoslave stanno occupando e amministrando la «Zona B» quali autorità di occupazione militare in base all’accordo Morgan-Jovanovich del 9 giugno 1945 stipulato con il Comando Supremo delle Potenze alleate con cui l’Italia aveva precedentemente firmato il trattato di armistizio che riguarda il territorio italiano nella sua interezza, il governo italiano ha ritenuto essere suo diritto considerare i governi alleati responsabili di ogni azione che ecceda i poteri che il diritto internazionale conferisce alle autorità di occupazione militare e, di conseguenza, di fare direttamente le proprie rimostranze a detti governi in tali questioni (lettera datata 15 novembre 1945, del ministro De Gasperi all’ammiraglio Stone relativa agli avvenimenti a Capodistria; lettera del 3 dicembre 1945 relativa al «General Order n.19» che abroga il requisito della cittadinanza italiana per assunzioni in impieghi pubblici). 7. Quanto alla «Zona A» il governo italiano, benché conscio delle straordinarie difficoltà inerenti al compito affidato al G.M.A. di Trieste, ritiene sia suo compito fare presente che le autorità alleate nella Venezia Giulia hanno governato tale territorio non come parte dello Stato Italiano ma piuttosto considerando la zona come una regione autonoma con alcun collegamento di sorta con il governo di Roma. In tale contesto il governo italiano desidera ricordare l’insieme degli Ordini Generali emanati dal G.M.A. della Venezia Giulia, pubblicato nell’organo del detto G.M.A. «The Official Gazette». Ricorda altresì le ripetute dichiarazioni del capo del G.M.A. e dei suoi collaboratori riguardo al fatto che essi stavano amministrando il territorio loro affidato come se fosse una regione che «non si sapeva a chi sarebbe stata assegnata alla fine». 8. In particolare le modifiche effettuate dal G.M.A. nel territorio ad esso soggetto sono registrate qui sotto: a) nella «Zona A» è proibito ogni segno esterno che possa ricordare la sovranità italiana (per esempio mostrare la bandiera nazionale italiana sugli edifici pubblici e su imbarcazioni); b) nessuna autorità o organo amministrativo italiano è rappresentato nella regione; c) sono stati creati organi amministrativi sconosciuti alle istituzioni interne italiane; d) cittadini non italiani hanno ottenuto il diritto di esercitare funzioni pubbliche che – secondo la legge italiana – richiedono il possesso della nazionalità italiana; e) è stato creato un nuovo sistema scolastico piuttosto differente da quello stabilito in Italia. Il nuovo sistema è caratterizzato da un numero di scuole slave alquanto superiore rispetto ai bisogni degli slavi nati nella regione. Inoltre nei libri di testo per le scuole italiane sono stati eliminati tutti i passaggi che ricordano agli allievi di Trieste che anche loro hanno una loro patria; f) è stata creata una polizia speciale totalmente indipendente dagli organi centrali italiani; g) l’ingresso degli italiani nella «Zona A» avviene solo su concessione di un permesso speciale (che ad esempio è stato rifiutato a uno scrittore italiano invitato a Trieste per tenere un discorso commemorativo di Guglielmo Oberdan) mentre, viceversa, non esistono in pratica limitazioni al trasferimento di persone dalla Jugoslavia alla «zona B» e da questa alla «Zona A» e al resto del Regno. Fra l’altro, a causa della facilità con cui è consentito loro l’accesso a Trieste, migliaia di cittadini jugoslavi vi si sono stabiliti e la maggioranza di essi sono impiegati da organizzazioni politiche o militari jugoslave. Circa 3000 jugoslavi si sono fatti registrare alla anagrafe di Trieste; h) nella «Zona A» funziona una commissione paritetica anglo-americanojugoslava (War Booty Committee) e contrariamente al regime di armistizio e a differenza dei criteri applicati nelle altre regioni italiane occupate, la Jugoslavia pretende di esercitare nella «Zona A» il diritto di bottino di guerra, nonostante la cessazione delle ostilità. 9. Il governo italiano ha espresso il proprio punto di vista su quasi tutti questi oggetti di bottino e in casi speciali ha anche fatto le proprie rimostranze. Il governo italiano ricorda in particolare la lettera datata 27 novembre 1945 al suo comma «e»; la lettera datata 15 gennaio 1946, inviata dal ministro De Gasperi all’ammiraglio Stone e la lettera datata 23 gennaio 1946 inviata dal segretario generale del ministero degli Affari Esteri ancora all’ammiraglio Stone al suo comma «h», etc. In riferimento alle summenzionate lettere, il governo italiano coglie questa occasione per riaffermare che i cambiamenti elencati sopra hanno determinato formali e sostanziali alterazioni del carattere generale della regione che costituisce la «Zona A». 10. Quanto al regime nella «Zona B», il governo italiano crede di aver fornito ai governi alleati informazioni sufficienti per provare che le autorità jugoslave nella detta regione si comportano non come autorità di occupazione ma come se il territorio loro sottoposto fosse annesso dallo Stato jugoslavo. 11. In particolare il governo italiano si riferisce ai memoranda del 28 agosto e del 27 settembre 1945, inviati dal ministero degli Affari Esteri alla Commissione alleata. Due liste molto estese di atti illeciti perpetrati dalle autorità jugoslave in Istria, a Fiume, a Zara e nelle isole del Quarnaro sono dettagliate nei detti memoranda: deportazioni, arresti arbitrari, verdetti da parte di tribunali speciali e popolari, espropri e spoliazioni di ogni genere; trattamenti disumani e esecuzioni con metodi crudeli («infoibamento»), e una serie di atti e provvedimenti miranti a modificare il carattere etnico e culturale della regione come per esempio: immigrazione di massa e invasione di individui chiamati dalla Jugoslavia, la «slavizzazione» dei nomi di strade e piazze così come quelli di tabelloni pubblicitari, rimozione di monumenti e epigrafi, l’alterazione di iscrizioni sulle pietre tombali, la manipolazione e la distruzione di archivi. Oltre ai suddetti memoranda, il governo italiano si riferisce alle lettere del ministro De Gasperi all’ammiraglio Stone, datate 6 e 9 settembre 1945 , relative a un plebiscito manipolato organizzato da propagandisti jugoslavi che hanno fatto circolare in tutta la Venezia Giulia formulari predisposti per la richiesta di annessione della regione allo Stato Federale Jugoslavo, accompagnando la richiesta di firme con ogni genere di intimidazione e minaccia. Il governo italiano ricorda anche la lettera datata 9 gennaio 1946, inviata dal ministro De Gasperi all’ammiraglio Stone, relative alle cosiddette elezioni amministrative che hanno avuto luogo nell’Istria «Croata» (a sud del fiume Dragogna), elezioni che sono state gradualmente trasformate in elezioni politiche e più precisamente in un tentativo di plebiscito per l’annessione alla Jugoslavia. Si ricorda qui anche l’imponente scambio di corrispondenza relativa alla dolorosa questione dei deportati e in particolare: i memoranda del ministero degli Affari Esteri alla Commissione Alleata, datati 6 luglio 1945, 29 agosto e 8 ottobre 1945; le lettere del ministro De Gasperi all’ammiraglio Stone del 6 e 10 novembre 1945 ; il memorandum datato 10 settembre 1945, la lettera del ministro De Gasperi all’ammiraglio Stone datata 27 settembre 1945 etc. In dette comunicazioni, oltre a fornire nel dettaglio i nomi dei deportati e le circostanze del loro arresto e il trattamento loro inferto, il governo italiano ha ripetutamente espresso il proprio punto di vista su tale questione che sta tanto a cuore alla pubblica opinione italiana, un punto di vista che qui si riafferma e riassume come segue: – non è in potere delle autorità di occupazione deportare cittadini del paese occupato; – tali deportazioni sono quindi atti illegali di per sé, al di là di qualsiasi valutazione soggettiva della persona contro cui tali atti sono stati compiuti; – le deportazioni hanno avuto il risultato di alterare considerevolmente il carattere etnico della Venezia Giulia (oltre ai deportati decine di migliaia di Italiani hanno lasciato le città italiane per rifugiarsi oltre l’Isonzo per sfuggire alle deportazioni). Infine il governo italiano – attraverso gli organi competenti – ha anche proclamato l’illegalità e indicato le serie conseguenze dell’emissione da parte delle autorità jugoslave della «Zona B» di una moneta speciale, in quantità sconosciute poiché in parte non porta l’indicazione nemmeno dei numeri di serie, che i privati cittadini sono stati costretti ad accettare non solo come mezzo di pagamento ma anche in cambio forzoso con valuta italiana. Con tale sistema enormi quantità di lire italiane pari a diverse migliaia di milioni sono state materialmente sottratte alla popolazione e c’è ogni ragione di credere che siano stati impiegati dagli jugoslavi, particolarmente a scopo di propaganda e per comprare cibo e altri beni nella «Zone A» e in Italia. 12. Per quanto riguarda i memoranda sopra menzionati e le lettere, il governo italiano ricorda che gli Alleati hanno più volte fatto richiesta di ulteriori prove delle azioni imputate. Il governo italiano desidera formalmente reiterare la sua dichiarazione precedente (lettere del ministro De Gasperi all’ammiraglio Stone datate 25 e 27 ottobre 1945 etc.) e cioè che essendo ogni e qualsiasi autorità italiana esclusa dalla Venezia Giulia, non hanno i mezzi di effettuare inchieste dirette e tanto meno indagini vere e proprie. A questo proposito il governo italiano ha proposto o la creazione di un organo alleato, o anche di investirne uno neutrale del compito di investigare la situazione della «Zona B»; o che i governi alleati fossero rappresentati almeno come osservatori, nell’amministrazione di detta regione. Queste proposte comunque sono finora rimaste senza risultati. Inoltre, il governo italiano desidera far notare che in conseguenza dello stato di intimidazione che pesa sulla regione e la paura costante di rappresaglie, diverse atrocità sono tenute nascoste dalle stesse vittime e dalle loro famiglie. 13. Il governo italiano crede tuttavia di avere fornito, con i rapporti sopra menzionati, elementi di giudizio sufficienti per definire il regime di occupazione della Venezia Giulia come un regime di terrore oppressivo attraverso il quale le caratteristiche dell’Istria e della Venezia Giulia, in generale, sono state alterate ampiamente e dolorosamente. 14. Nel descrivere i suddetti fatti e circostanze, il governo italiano esprime la propria fiducia che tali fatti e circostanze vengano tenuti in dovuta considerazione dalla Commissione di esperti e che essa non li perderà di vista quando formulerà le raccomandazioni che è tenuta a predisporre in vista della compilazione del trattato di pace con l’Italia . "} {"filename":"1f1c5ee6-2879-415e-a277-4f7dd4ee6460.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Ti ringrazio, in blocco e in ritardo, delle tue lettere sull’Egitto (6 febbraio), sulle tue conversazioni con Bidault (14 febbraio) e con De Los Rios (19 febbraio) e sulla situazione generale (7 febbraio) . Vorrei anch’io avere più frequenti occasioni di contatto epistolare. Ma attraversiamo un periodo particolarmente duro e particolarmente assorbente. Tu sai che cosa tutto questo significhi e che cosa importi di discussioni, di tempo e, in definitiva, di resistenza fisica. Mi limito dunque a poche notazioni, sopratutto sulla tua lettera del 7. 1) D’accordo con te sulla necessità di non prendere partito fra i due blocchi in contrasto. Cioè di una politica di aperta, leale neutralità. Ma si accontentano, oggi, anglo-sassoni e slavi di una politica siffatta? O non pongono piuttosto il problema in termini di: o con noi o contro di noi? Per dir tutto in poche parole, direi che la complicazione maggiore di qualunque politica estera italiana risiede – o mi sbaglio? – proprio nella necessità di mantenere codesta equidistanza e, insieme, nella parallela difficoltà di praticamente attuarla. Tu sai del resto perfettamente quali e quante profonde trasformazioni abbia subito il concetto di neutralità nel corso degli ultimi anni. 2) Anche d’accordo con te sulla necessità di un accostamento alla Russia. Ma è bene ricordare che le maggiori difficoltà per un accostamento siffatto risiedono in situazioni e circostanze che sfuggono in tutto od in parte al nostro controllo. Ad esempio: polemiche di una stampa per molti rispetti incontrollabile; permanenza sul nostro territorio del secondo corpo polacco; presenza di decine di migliaia di rifugiati politici di tutti i paesi, fra i quali oltre 50 mila anti-Tito anti-Hoxha, ecc. A giudizio russo, una seria e concreta azione di amicizia da parte nostra dovrebbe implicare la soluzione di codesti problemi, che non è, come tu sai, in nostro potere raggiungere. 3) Anche d’accordo con te sulla constatazione che, piuttosto che sul loro specifico merito, i nostri problemi saranno risolti a seconda di interessi più vasti e che comunque ci superano e, quindi, sulla conseguente necessità di un ragionato scetticismo e di un orientamento conseguente dell’opinione italiana. Ciò che ho fatto e farò pur consapevole del pericolo che il prospettare la quasi inevitabilità di soluzioni dure presenta per un popolo così provato come il nostro: rischio cioè di stroncarne quella residua facoltà di reazione, che è pur, sotto molti aspetti, così necessario tenere vigile ed attenta. 4) Non credo alla possibilità pratica del mestiere di mediatore fra i due gruppi in contrasto come elemento attivo di politica estera. Il «ponte fra Occidente ed Oriente» è una frase che non regge ad un esame critico serio. Ha voluto tentarne la costruzione, se non erro, de Gaulle, coi suoi accordi con Mosca, che hanno durato tuttavia soltanto sino a quando non sono stati seguiti dal parallelo tentativo di un analogo accordo con Londra. Ciò che ha svuotato infatti la prima iniziativa e bruciato la seconda. Maggiori probabilità di attuare un compito di questo genere potrebbe certamente avere un raggruppamento latino, che potrebbe infatti parlare con ben altra autorità, consistenza e peso numerico, ma sarebbe, anche in questo caso, mi pare, compito di equilibrio piuttosto che di mediazione. Comunque, giovevolissimo, se e quando attuabile. 5) Resta il «valore intrinseco della nostra cooperazione ai fini europei». Cioè in altre parole, la necessità della soluzione del problema italiano in termini europei. L’Italia conta, ieri come oggi, 45 milioni di abitanti; occupa, ieri come oggi, una certa posizione geografica; ha, ieri come oggi, esigenze e bisogni conseguenti, esigenze e bisogni accresciuti, anzi, piuttosto che diminuiti, dalle condizioni rovinose in cui attualmente si trova. La collaborazione dell’Italia alla ricostruzione europea non è questione controversa, ma è un dato di fatto che discende automaticamente da quelle premesse. Ciò che è controverso è in che senso le grandi Potenze direttrici ritengano che codesta collaborazione debba svolgersi. Ora, io non vedo che l’Inghilterra abbia in proposito idee chiare e direttive sia pure approssimativamente discernibili. Codesta altalena cui siamo sottoposti fra pace definitiva e modus vivendi, fra pace di vendetta e pace giusta, ha del resto carattere verbale piuttosto che sostanziale. All’esame anche la seconda si rivela in pratica poco e male differenziabile dalla prima. Il Foreign Office dovrebbe convincersi che se Russia e Jugoslavia premono alla frontiera orientale; Inghilterra ed Austria alla settentrionale; Francia alla occidentale; un po’ tutti sulle colonie; se il nostro lavoro e risparmio in Albania, Dodecanneso, Etiopia non debbono servirci a niente; se i beni degli italiani all’estero dovranno davvero pericolare; se le spese di occupazione debbono indefinitamente gravare su un’economia già stremata; se codeste crociate di espulsioni, blocchi e sequestri che ci colpiscono in tutto il bacino mediterraneo e nei Balcani dovesse durare, ecc.; il Foreign Office dovrebbe, ripeto, convincersi che nessun organismo può reggere ad un trattamento siffatto. Che cadremo cioè nel disordine cronico. È necessario dunque ed urgente che la Gran Bretagna dia inizio ad una politica italiana veramente costruttiva, uscendo cioè dalla fase delle affermazioni verbali, per entrare in quella dei fatti concreti. È necessario cioè ed urgente che gli italiani almeno approssimativamente sappiano quale reale ed intrinseco valore l’Inghilterra dà all’Italia nel futuro assetto europeo. "} {"filename":"2fbd6e50-bc84-4e9d-90a3-64fbade8375d.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Io dirò alcune cose, poi, sono a disposizione di chi mi domanda, perché non so quali punti voi desiderate siano maggiormente delucidati. Vorrei richiamare la vostra attenzione, direi così da collega nei riguardi della missione della stampa nell’interesse del nostro Paese. Vorrei pregarvi di essere molto prudenti quando si tratta di rapporti internazionali, di relazioni internazionali. Questa mia preghiera riguarda parecchie situazioni, ma fra l’altro anche quella della Russia, dei nostri rapporti con la Russia. Qualche volta, qualche articolo, qualche polemica di carattere legittimo in tempi normali fa impressione a chi ne fa la raccolta e la sottoponga ad un ministro o a un diplomatico, come se in Italia ci fosse tutta una organizzazione contro un dato Stato, contro un dato atteggiamento, ciò che non è vero. Dobbiamo tenere conto, data la situazione difficile che attraversiamo, che tutte le suscettibilità debbono essere prudentemente misurate; quindi io vorrei pregare anche quei giornali che forse per alcuni punti di vista ideologici possono essere urtati contro le notizie che vengono da radio Mosca. Nella risposta pregherei di non toccare il governo russo come Stato, la posizione particolare della Russia, non confondendo lo Stato con la dottrina e col comunismo in particolare. A questo riguardo non è che alcuno mi abbia chiesto di fare questo appello, ma è che a non farlo porta conseguenze spiacevoli per il nostro Paese, mettendo quasi in una certa linea di combattimento, ciò che non è vero, perché noi in tutti gli atti ufficiali abbiamo riconosciuto la grande opera fatta dalla Russia nella liberazione dell’Europa, e la grande opera che può sviluppare in avvenire; non abbiamo lasciato ombra alcuna nella nostra politica ufficiale da farci mettere in un blocco antirusso. Noi abbiamo una posizione che ci compete modesta ed equilibrata, è una posizione che compete al nostro Paese in questo momento, ma c’è anche la giusta libertà di difendere i principii dal punto di vista ideologico e generale della politica internazionale. Aggiungo, dopo queste parole che riguardano la Russia, un’altra preghiera di essere un poco più esatti per quel che riguarda la posizione del governo, la posizione del Ministro degli Affari Esteri, soprattutto, quando si tratta di questioni territoriali. Per esempio che cosa è avvenuto un giorno? Ho avuto l’onore di essere intervistato dal signor Brown del «New York Times», intervista che ho fatto liberamente senza chiedere di controllarla, come dovevo fare di fronte ad un giornalista di quel taglio, di quella importanza, di quella fiducia. Intervista che è stata mandata. Come vi dicevo, io il testo non l’ho rivisto. Intanto ne è venuto fuori un sunto dell’United Press e i giornali lo hanno riportato dando un significato contrario a quelle che erano le mie parole. Il signor Brown è stato così gentile da mandarmi subito una smentita della quale avrei potuto approfittare di fronte alla stampa. Io avrei offerto alla Jugoslavia Fiume e Zara; la posizione era del tutto diversa e il signor Brown è stato così gentile e leale da dichiararlo. Io ho lasciato cadere la cosa, in quel tempo, perché avevo altre cure. Ma che sui giornali italiani, a Roma, si metta su due colonne che il Ministro degli Affari Esteri italiano cede alla Jugoslavia Trieste ecc.! Non bisogna indebolire la posizione del Ministero degli Affari Esteri italiano nelle nostre trattative. Io vorrei che teneste conto di queste preghiere che vi faccio nell’interesse del Paese. La stessa osservazione va anche agli uomini politici. Certe discussioni di politica interna hanno un riflesso, soprattutto alla frontiera. Nel Bollettino dell’Unione Valdostana si è parlato di una rinnovata agitazione in Val d’Aosta, ciò è un pretesto; perché era lungi l’intenzione di eccitare la Val d’Aosta al separatismo, anzi è tutto il contrario. Scrivendo l’articolo è stato dichiarato che l’autonomia era una cosa imprevista. Queste dichiarazioni che avevano carattere di politica interna, hanno avuto subito riflessi alla frontiera di un nuovo movimento separatista. A questo riguardo io direi che bisogna che ci proponiamo molta misura, perché tutti i nostri atteggiamenti di politica interna hanno un riflesso all’estero. Ho da richiamare la vostra attenzione sopra l’Alto Adige. Oggi avrete ricevuto un comunicato o lo state per ricevere che richiama l’attenzione sopra un colloquio, una conferenza e deliberazioni rispettivamente avute tra me e il prefetto di Bolzano, consigliere di Stato Innocenti, il quale ha sviluppato una grande azione, una benemerita azione di chiarimento, di buoni rapporti con i cittadini italiani di lingua tedesca e che ha visto quasi raggiunti i suoi sforzi per la elaborazione definitiva del progetto di autonomia, ma che ha dovuto annunciarmi che in questo momento il partito separatista si rifiuta di entrare nella Commissione ad hoc costituita per non compromettere il plebiscito. Nessuno ha parlato di plebiscito. Una notizia che è uscita da Londra metterla in un articolo su due colonne con la massima indifferenza…: questo vorrei che evitassimo di fare perché riportare delle notizie, e dandone un collaudo, senza sapere le conseguenze che ne derivano, non è cosa da fare. Di ciò se ne avvalgono, naturalmente, gli interessati dicendo: guardate qui anche la stampa italiana ne parla. Sono tutte induzioni, sono tutti cavalli di ritorno che vengono fatti per ottenere lo scopo. Naturalmente in Alto Adige le notizie vengono da Innsbruck, dove c’è una organizzazione di agitazione che ha contatti con diverse autorità militari e che mette molto in imbarazzo inventando delle notizie che vengono sfruttate in modo tale che la collaborazione viene meno per questi falsi miraggi. Per l’Alto Adige vale quello che abbiamo detto altre volte; nulla è modificato e l’Italia non può cambiare il suo atteggiamento che è composto di due parti: difesa assoluta per molteplici ragioni che ho già spiegato altre volte e che vi sono note per le pubblicazioni ufficiali che vi sono state fatte, per la frontiera del Brennero. Concessioni più larghe sono state fatte ai cittadini di nazionalità tedesca perché non solo conservino la cultura, la lingua e la coltivino, ma perché possano conservare il modo di vivere ed il costume attraverso una forma di autonomia amministrativa. E qui avete notato il telegramma che io ho mandato subito al Prefetto di Bolzano appena si è avuta notizia di quell’incidente, dell’attentato cioè al monumento di Andreas Hofer . Io non credo che un italiano abbia potuto commettere una simile sciocchezza, io credo, piuttosto, in agenti provocatori di altra specie. Oggi in Alto Adige esistono tanti forestieri di tutte le razze. Disgraziatamente una epurazione in quel senso in Alto Adige è assolutamente necessaria per gli interessi dello Stato Italiano. Noi non vogliamo toccare nessuno di coloro che hanno diritto di rimanervi ma non è possibile che fra le Alpi si rifugino tutti i fuggiaschi dell’Europa. Noi abbiamo il rispetto più profondo dei sentimenti di coloro che venerano e ricordano Andreas Hofer, che era un difensore dell’indipendenza e della libertà contro un dittatore come Napoleone. Sarebbe curioso che noi che siamo appena usciti da una dittatura e da un militarismo avessimo una nota di biasimo verso un uomo che fu un organizzatore di partigiani dell’epoca e fu contemporaneamente una vittima eroica ed ha pagato con la sua vita la causa della libertà. Detto questo vorrei richiamare l’attenzione sopra il comunicato pregandovi di non metterlo in un cantuccio piccino piccino. Qui si parla, soprattutto di diritto linguistico; è facile fare un decreto e dire: tutti i cittadini hanno lo stesso diritto sia se sono di lingua tedesca o di lingua italiana; ma l’applicazione è difficile perché non vi sono tanti funzionari bilingui. I funzionari tedeschi che conoscono bene l’italiano per poter comunicare con il centro sono rari. Noi abbiamo bisogno di preparare ed educare i segretari comunali. Sembra una cosa facile, ma sono i funzionari che hanno più da fare nei piccoli comuni di montagna, nei piccoli centri. È un problema grosso. Abbiamo da una parte i segretari comunali che difendono i propri diritti e dobbiamo cercare di collocare i segretari comunali esistenti altrove per sostituirli subito con altri buoni. Noi dobbiamo fare una serie di provvedimenti organizzativi per rendere possibile l’applicazione della bilinguità; dovremo entrare in particolare, cominciando dagli Uffici Postali, con i timbri bilingui per arrivare ai segretari comunali, alle scuole, ai maestri. Già per la scuola molte cose sono state fatte e siamo in cammino, ma per gli uffici non è una cosa semplice. Oggi noi costituiamo una Commissione speciale di tecnici per creare le possibilità di organizzare di applicare la legge, corsi preparatori per segretari comunali e chiamare soprattutto i cittadini di lingua tedesca perché i tedeschi possono amministrarsi da sé, perché possono governare attraverso i propri cittadini. Quindi vi prego di dare un certo rilievo a questo provvedimento che, come vedete, ha un carattere di maggiore affidamento di quello che sia un progetto generico, un’affermazione generica. Passiamo alla Venezia Giulia. La Commissione pare che arrivi giovedì a Trieste. È in viaggio; ad ogni modo io qui devo ricordare una cosa; quando ho parlato a Londra ho chiesto che questa Commissione, la quale va per cose molto gravi, per decisioni molto importanti (ma assolve anche una seconda missione che è relativamente contingente ma che per noi è di grande importanza, perché si trova sui luoghi e ha tutto il carattere della imparzialità e della universalità) noi chiediamo anche che si interessi della sorte di molte migliaia di italiani. Noi non vogliamo fare agitazioni ma non possiamo non rispondere ai telegrammi delle madri, delle spose, degli interessati, delle famiglie. Non dobbiamo e non vogliamo alimentare le accuse se non hanno fondamento. La Commissione di inchiesta colga occasione per vedere quello che c’è di vero e dica la sua opinione, bisogna che qualcuno ce la dica con tutta tranquillità dopo avere sentito tutte le fonti. Poi devo ricordare che noi abbiamo chiesto, come governo italiano, due cose oltre quella che ho accennato: abbiamo chiesto che l’esame della Commissione riguardi tutta la Venezia Giulia, cioè zona A e zona B e, quindi, Fiume e quindi vorremmo dire anche le isole del Quarnaro, nonché Zara che è una città italiana. Voi avete visto che la Commissione è autorizzata a decidere autonomamente sul luogo fin dove vuol arrivare. Noi facciamo, in questo momento, il voto più ardente perché sguardi, totali, completi si rivolgano a tutte quelle parti che sono in contestazione e che domani dovranno essere equilibrati per una soluzione di concordia e di pacificazione con gli Slavi. Di fronte a quelle notizie di carattere militare di cui io non posso misurare la vera entità, di fronte alle notizie che girano allarmanti, noi siamo sempre coloro che domandano una soluzione di pieno accordo con gli Slavi perché siamo persuasi che nessuna frontiera orientale non è possibile se non è la frontiera della collaborazione tra i due popoli. Di reale non c’è che una frontiera in mezzo a due popoli sempre in contrasto ed esiste solo sulla carta. Nonostante tutte le delusioni rimane sempre il nostro programma che non è un programma tattico ma è un programma di profonda convinzione, perché altrimenti il problema è differito ma non risolto. Un’altra questione per cui mi rivolgo alla vostra collaborazione è quella dei prigionieri. Io ho assistito, in questi giorni, sono stato premurato, in questi giorni, da manifestazioni di rappresentanze di famiglie, giovani, uomini, signore, madri: chi gridava, chi imprecava, chi piangeva. Veramente si tratta di una situazione angosciosa. Il governo italiano ha dei limiti molto stretti circa i trasporti. Per trasportare i 35 mila prigionieri che vi sono sulle coste del Mediterraneo con la flotta, guardate bene, di guerra, che è la misura più bassa che si possa pensare, il trasporto più caro che si possa immaginare, noi abbiamo autorizzato il Ministro della Marina a trasportare i 35 mila prigionieri anche spendendo un miliardo e mezzo. E non sono andati in Kenia, non sono andati in India, dove si trovano prigionieri in condizioni terribili, non dal punto del maltrattamento fisico, ma psicologico. La guerra è finita da parecchi mesi, da un anno circa, e dicono: noi siamo ancora prigionieri! Questo non è possibile spiegarlo. Allora cosa succede? Che per calmarli certi comandanti ricorrono ad una pietosa menzogna: guardate che il governo italiano non vi vuole perché non ha da nutrirvi, quando sarete a casa, oppure aggiungono un’altra dichiarazione: noi abbiamo fatto tutto quello che è possibile ma il governo italiano non ha le navi per prendervi. Le navi non le abbiamo perché non ce le danno, perché non ce le restituiscono. Siamo arrivati a chiedere perfino in prestito le nostre navi e abbiamo detto: se non volete decidere sulla sorte delle nostre navi prestatecele per questo servizio, e gli Alleati trovano ancora le loro ragioni. Infatti, noi abbiamo ottenuto che venissero dirottate delle navi perché il grano ci arrivasse per la fine di marzo, eravamo lì lì per ridurre le razioni e voi potete comprendere con quale effetto di fronte ad una popolazione affamata, che in questo momento vive soltanto di ortaggi. Abbiamo mosso tutte le personalità che sono in Italia e che sono giunti in questi ultimi tempi qui a Roma; abbiamo mosso tutti, anche i cardinali. Nessuno è ripartito senza essere stato aggredito da me. Abbiamo detto noi non possiamo garantire di fare le elezioni. Come volete che si facciano le elezioni, quando non possiamo chiedere ai cittadini una decisione serena, soprattutto quando lo stomaco supera qualsiasi possibilità di ragionamento del cervello? Abbiamo trovato nei cardinali americani in particolare, una comprensione per l’Italia. Ho parlato a tutti e tutti e quattro parlano l’italiano; tutti conoscono da lungo tempo l’Italia ed hanno dato la sensazione di essere molto vicini ai nostri emigrati. Sebbene siano tenuti a rappresentare tutte le Nazioni, hanno una particolare simpatia per noi e noi abbiamo colto l’occasione per ringraziarli dell’opera di assistenza che essi hanno svolto, all’infuori di ogni confessione, d’accordo con i protestanti, con le associazioni laiche e civili. Li abbiamo ringraziati e speriamo molto nel loro concorso. Speriamo anche che i nostri italo-americani possano contribuire a far valere negli Stati Uniti una concezione pro Italia che renda meno lontana la possibilità di una pace a noi favorevole. Noi non esigiamo troppe cose in questa pace, non possiamo attenderci troppe cose, perché non siamo dopo una guerra vittoriosa; però vi sono certi punti che neanche un vinto può accettare. Non ho mancato di dire chiaramente che ci sono certi limiti oltre i quali non è possibile alcuna accettazione, anche se vinti; non si deve intendere la pace come uno strumento che si firma oggi e si firma con riserva di revocarla. Noi a questo riguardo, almeno io che appartengo ad una scuola antica, ritengo che il poco rispetto ai trattati inauguratosi dopo l’altra guerra, sia una delle cause di nuove guerre. Ma bisogna rispettare la santità dei trattati? Questa santità non può esistere se non vi sia dalla parte di colui che li subisce una certa tollerandi potestate e ci sono certi limiti che riguardano l’essenza della condizione di vitalità del popolo italiano, sui quali non si può passare, e questo lo abbiamo ripetuto in tutte le occasioni, con tutta l’onestà, con tutta la modestia e con tutta la fermezza. Ho dimenticato prima, a proposito della nostra domanda riguardante la Commissione della Venezia Giulia, che noi abbiamo domandato che anche all’inchiesta potesse assistere un osservatore italiano per la zona B, come noi non abbiamo nulla in contrario che assista un osservatore jugoslavo per la zona A. Questo dovrebbe favorire il collegamento per dare tutte le spiegazioni, in modo che venga fuori la verità. Passando un momento alla politica interna, perché non vorrei che mi si facessero dei rimproveri come l’altra volta che io evito la politica interna per spaziare nella più facile politica estera, dirò che devo dare rilievo al fatto che l’energia del Ministro dell’Interno è riuscita a preparare le elezioni in 5.600 comuni. Cosa che non si sperava affatto perché in principio si pensava a mille o duemila Comuni ed io mi auguro che la consultazione si mantenga sul piano strettamente amministrativo perché diversamente assumerebbero un carattere politico. Avviene, però, che nelle elezioni, pur salvaguardando una linea di condotta di certi partiti le posizioni si diversifichino. Nel Lazio, per esempio, a Genzano, ad Albano, a Frascati, le elezioni vengono rettamente giudicate esclusivamente dal punto di vista amministrativo, salvo le posizioni dei partiti e per questo bisogna evitare di forzare chiamando anche le grandi città alla competizione anche perché per queste le difficoltà tecniche sono maggiori ed i preparativi sono sempre in maggiore ritardo. Per fare le elezioni entro tutto aprile nelle grandi città bisognava forzare e ci siamo accorti che dopo un certo termine non bisogna andare (al massimo riteniamo si possa arrivare al 7 aprile) perché l’altro periodo bisogna lasciarlo alla Costituente, perché si entra nel clima delle varie elezioni politiche. Mi pare che il 17 marzo dovrebbe essere l’ultimo giorno per indire le elezioni, che debbono essere indette 70 giorni prima se si vuole che le elezioni possano essere fatte il 26 maggio, che è una epoca buona perché non è ancora il tempo del raccolto che speriamo sia copioso. È questo il criterio che ci ha guidato nell’indire le elezioni amministrative e abbiamo la soddisfazione a questo riguardo di aver tenuto conto assai dei consigli che ci sono venuti dagli americani. Noi, nonostante tutte queste difficoltà, abbiamo accettato questa scheda che a qualcuno sembrerà un lenzuolo tanto è grande. Ciò per dare la massima garanzia che veramente qui in Italia si vuole cominciare una vita nuova. Anche per il periodo elettorale abbiamo grosse difficoltà prima nel fatto che lo Stato è sconquassato per varie ragioni che voi conoscete; secondo perché vari elettori mancano e devono ritornare dalla prigionia; terzo perché c’è un fermento generale; le comunicazioni non sono all’altezza della situazione; ci sono, poi, distruzioni. Tutte difficoltà che rendono difficile l’esattezza delle elezioni; nonostante tutte queste difficoltà faremo le elezioni con i sistemi più sviluppati, più democratici, con la maggiore garanzia della libertà e della sicurezza, tenendo conto dei consigli e dei suggerimenti che ci sono stati dati. L’esperienza ci dirà quando e come ci siano stati dati per l’interesse del nostro Paese. Dovete riconoscere che noi abbiamo lottato contro la tradizione neghittosa del nostro popolo, difatti quando mi si dice: questo è inutile, tu non conosci il nostro Paese. È una cosa che mi si diceva anche quando venivo da Trento nei primi tempi: tu non conosci il nostro Paese, il popolo italiano non si adatta a questo. Poi ho visto che il popolo italiano si è lasciato imbavagliare dalla dittatura. Ora se questo è stato possibile, perché non sarà possibile disciplinare veramente anche una vera democrazia e cercare di rendere questo popolo cosciente del proprio dovere e portarlo al referendum ed alla Costituente? Se la Costituente avrà un valore educativo sarà la prima volta perché dobbiamo pensare che fino all’ultimo italiano deve preoccuparsi della sua sorte e se vogliamo non ritornare più ad un regime di dittatura perché la dittatura finisce fatalmente in una guerra. Non ci siano più possibilità che qualcuno venga a fare un discorso ricalcato sulle tesi di Hitler cioè quando egli diceva che l’Italia non era stata sconfitta perché il suo esercito non era efficiente ma perché la guerra era stata impiantata male. Tutta la situazione era impiantata sull’orgoglio di Hitler, nonostante ci fossero montagne di documenti che l’esercito tedesco era stato abbattuto. Noi vogliamo lasciare libertà a tutti; anzi nella più ampia libertà deve agire il popolo italiano ed arrivare così alle elezioni, però dobbiamo avere una estrema vigilanza perché simili idee, in un popolo naturalmente malcontento in cui fermentano degli elementi di reazione non facciano nascere delle false teorie e delle false dottrine che potrebbero giustificare tutte le dittature e tutti gli attentati contro la libertà interna e del mondo. Se il popolo italiano intende certamente essere padrone in casa sua, deve imparare ad esserlo e deve usare soprattutto l’arma del voto e della sua partecipazione alla vita pubblica. Sono ben lieto di dirvi che anche i giuristi americani che ci hanno dato diversi giudizi durante il corso di questa fase politica di estrema complicatezza e di estrema difficoltà, quasi tutti dovranno ammettere anche che le sanzioni saranno quelle che dovranno essere. Il Dipartimento di Stato è d’accordo in questo e lo deduco da un telegramma che mi viene in questo momento da Washington in cui si dice che la conclusione del Dipartimento di Stato circa la sua valutazione sulla decisione che abbiamo presa, riguardante il referendum e la Costituente sono di fiducia completa degli Stati Uniti; [così come] circa la capacità del governo italiano antifascista di restaurare nel nostro popolo il diritto sovrano, di cui così a lungo è stato privato dal fascismo totalitario che ne aveva fatto non dei cittadini coscienti dei propri doveri e diritti bensì una massa amorfa. Con ciò è finita la mia esposizione e sono a disposizione di chi volesse farmi delle obiezioni e delle domande. Presidente, lei ha parlato di relazioni internazionali, delle polemiche che si sono svolte in Italia. Volevo domandare a Lei Presidente se il governo esaminerebbe la possibilità di organizzare un servizio di informazioni per i giornali perché noi per la insufficienza dei giornali dipendiamo esclusivamente dalla agenzie straniere. Non voglio mica rivolgermi ai giornalisti stranieri qui presenti, ma le notizie che diramano le agenzie estere si rivelano non sempre completamente rispondenti alla verità e, cosa strana, hanno sempre una punta diretta in una determinata posizione. Quindi, lei troverà nei giornali italiani molte informazioni che vengono poi smentite e rispecchiano anche un determinato indirizzo politico. L’osservazione è giusta. C’è della deficienza organizzativa nella nostra stampa. Noi bisogna che facciamo di più, che troviamo uomini capaci di fare il nostro servizio. È uno dei compiti che mi sta dinanzi, appena appena uscito dal guado che ho dovuto attraversare in questo periodo. Ho detto che è uno dei primi compiti che mi sta innanzi non solo per l’interesse interno ma anche per quello esterno. Anche in Francia, in America, ecc., abbiamo bisogno di una organizzazione che non faccia propaganda di vecchio stile, ma che trasmetta le notizie e le nostre informazioni. Signor Presidente desidererei sapere se tutte le spese delle Forze Alleate in Italia debbano ancora essere sostenute dal governo italiano. Purtroppo devo rispondere che si tratta di clausole armistiziali. Per i boschi demaniali non pagano una sola amlira e dalla Sila hanno asportato circa 60 miliardi di legname per cui non hanno pagato nemmeno un penny o uno scellino. Non hanno materialmente pagato ma la somma è iscritta a nostro favore. Come a nostro favore? È un credito che stabiliamo noi ma loro non lo hanno mai riconosciuto. L’Inghilterra non lo ha mai riconosciuto sinora. Per esempio per l’aumento della sterlina la risposta disgraziatamente non è stata favorevole per ora; però c’è la speranza che in un prossimo tempo si possa arrivare ad una conclusione. Voi sapete che il ministro degli Affari Esteri deve curare con diligenza anche queste mezze promesse. Tenete calcolo che sono molto premuroso e che cerco di annoverare tutto quello che ci viene dato. Ho letto su un giornale inglese che l’ambasciatore inglese ha aperto le trattative e che esse continuano ancora tra il ministro Corbino e l’ambasciatore inglese. Può darne conferma? C’è una risposta che non dice di no e che dice non si può fare subito. Ci sono dei punti di vista diversi, non negativi. Sono Corti dell’Agenzia United Press. So bene che lei è nato a Trento e ha parlato della questione di Trento. Quando io sono stato a Bolzano ho parlato con il signor Frederich Vogher del Volkspartei. Del Dolomiten? Quello che firma F.V.? Sì; mi ha detto che sono presenti 60 mila tedeschi. 60 mila optanti che sono diventati cittadini tedeschi. Lui dice che non è vero? No. Ha detto anche che ci sono 15.000 impiegati dello Stato nella Provincia di Bolzano e che di questi soltanto mille sono tedeschi. È vero oppure no? Non lo so precisamente ma suppongo che possa essere vero perché fra gli impiegati si comprendono i maestri di scuola, i segretari comunali, gli impiegati dell’amministrazione. Ma questa situazione è facile capirlo è l’effetto della politica fascista la quale ha impedito la lingua tedesca e ha cercato di eliminare fra gli impiegati i tedeschi. Ora noi non possiamo improvvisare un cambiamento dall’oggi al domani perché dobbiamo chiamare i laureati tedeschi i quali per la maggior parte sono scappati al di là perché erano nazisti. Il Governo americano richiamerebbe questi elementi che sono stati fino all’ultimo momento i nostri feroci nemici ad amministrare questo Paese? Noi dobbiamo lentamente educare questi tedeschi a conoscere l’italiano e gli italiani a conoscere il tedesco. E già siamo su questa strada. Difatti dalla decisione, su cui prima ho richiamato la vostra attenzione si parla di segretari comunali, poi, lentamente, introdurremo tutti gli impiegati postali i quali dovrebbero conoscere le due lingue. Insomma dobbiamo arrivare ad una situazione simile a quella svizzera. Questa è la nostra proposta. D’altra parte, loro non collaborano, negano il contributo allo studio dell’autonomia e con ciò veniamo a mettere il pericolo in alcune provincie. Loro dicono che sono stati traditi tante volte dal governo fascista. Cosa credono che anche il governo democratico li tradisca? Noi diciamo che concederemo loro gli stessi diritti che diamo agli italiani, loro manderanno a Roma i loro deputati che parleranno tedesco e che difenderanno la loro causa e che avranno anche le loro opinioni pubbliche internazionali. Naturalmente del periodo fascista non possiamo essere responsabili noi italiani antifascisti che avevamo perduto in quel tempo quasi ogni diritto non solo di rappresentanza ma anche di vita; ripeto non possiamo certo essere responsabili noi se altrettanto accadeva ai cittadini tedeschi. Ma quello che in Alto Adige non si vuole riconoscere è che loro nel 1938, 1939, 1940 hanno avuto il diritto di optare per la Germania o per l’Italia. Non è vero quello che scrive il vescovo di Bressanone in una lettera diretta al Times che sono stati costretti ad optare per una parte o per l’altra. Non è vero perché il governo Mussolini nonostante che avesse concesso ad Hitler di mandare una grossa commissione di propaganda e di vigilanza ha fatto quello che poteva per evitare gli eccessi di opzioni per la Germania. Quelli che hanno voluto hanno potuto senza pericolo alcuno optare per l’Italia. Ho una specie di comprensione per questo popolo tedesco che è battuto e cacciato da tutti e da ogni parte; ad ogni modo, malgrado ogni comprensione io dico: come mai vi accanite contro questa Italia che cerca di salvare la vostra vita, mentre dalla Cecoslovacchia a milioni dovete espatriare con una semplice sporta ed un semplice vestito per andare alla ventura per il mondo. Perché non apprezzate invece il nostro popolo, che rispetta una piccola minoranza di tedeschi, che ricostruisce le scuole tedesche, che vi dà la possibilità della bilinguità negli uffici? Perché tanto accanimento contro di noi come se noi fossimo gli unici a dovere espiare la guerra mentre loro ne sono stati la causa ed hanno combattuto fino alla fine a fianco di Hitler? Signor Ministro lei ha accennato ad una pace che non si potrebbe accettare, cioè che ci sono certi limiti. Io voglio sapere se lei firmerà un trattato che ceda Trieste alla Jugoslavia e se c’è qualcuno dopo di lei che possa firmare. Alla prima domanda dico: No; alla seconda dico: credo che sia difficile. Signor Presidente della Venezia Giulia lei ha parlato solo della linea etnica e non ha accennato alle opinioni economiche. Non so se ho parlato soltanto della linea etnica, però ci sono delle attività economiche le quali effettivamente esigono di essere considerate. Insomma riteniamo che accanto alla linea etnica ci sia una linea di accordo commerciale che possa rendere possibile lo svolgimento delle esigenze economiche. Ci sono delle esigenze economiche che vanno considerate a favore degli slavi come ci sono di quelle che vanno considerate a favore delle esigenze italiane. Per esempio ci sono le miniere che noi abbiamo sviluppato, quelle di bauxite, quelle dell’Arsa che non comprendiamo per quali ragioni non debbano essere prese in considerazione tanto più che la Jugoslavia ha centinaia di miniere di bauxite e noi abbiamo una industria dell’alluminio, nel modo che tutti sanno. Per una migliore comprensione della stampa italiana, non si potrebbe pubblicare il testo del comunicato dei tre governi di Londra, Washington e Mosca, in risposta al chiarimento che lei fece sulla risposta di Potsdam? Voi avete un chiodo fisso su questa risposta di Mosca. Bisogna stare attenti alle date. Parlai alla Camera ed accennai all’atteggiamento russo che sarebbe stato favorevole dando così una risposta anticipata di quello che sarebbe stato, poi, il pensiero della Russia. Quando è arrivata la risposta russa ho creduto opportuno di pubblicarla per non fare riaprire l’annosa questione. A questo proposito anche i russi si sono lagnati della mancata pubblicazione e ad essi ho spiegato le ragioni che sono quelle che ho accennato. Ritornare nuovamente sull’argomento non è a vantaggio del nostro paese. Per noi italiani il miglior modo di difenderci è quello di non metterci contro l’una o l’altra potenza: non possiamo schierarci da una parte o dall’altra. È evidente questa nostra relazione è più intima con l’America e le ragioni sono troppo ovvie perché si possa discutere. Se la Russia fosse nella posizione della America ho ragione di ritenere che saremmo nelle stesse relazioni, indipendentemente dal regime o da qualche altra ideologia. Non si potrebbe senza ritardare la data delle elezioni far partecipare alle votazioni anche i prigionieri; almeno al semplice referendum? Voi dicendo una cosa simile credete di far piacere ai prigionieri? Invece essi si ribellano. D’altra parte, vi sono anche delle difficoltà di organizzare una cosa simile. Io capisco che per il referendum è meno difficile mentre per farli votare è molto difficile. Poi i prigionieri sono arrabbiatissimi, ci rimproverano di averli abbandonati, sono un poco comandati dagli altri. Se si potessero avvicinare, forse, si potrebbe fare opera di orientamento, invece mandando una semplice cassetta, con un tenente inglese a raccogliere i voti, capirete bene che possono votare anche contro il capo del campo perché non gli dà da mangiare o non li lascia uscire. Si avrebbe una votazione con carattere anarchico. Per la stampa insisterei sulla mia preghiera di farli ritornare al più presto e di fare uno sforzo finanziario e un grande contributo di navi perché possano ritornare al più presto. Questo sarebbe il vero vantaggio. Lei ha fatto un accenno alla Cecoslovacchia, nel trattamento delle minoranze tedesche, in relazione a quello riservato in Italia. Volevo domandare: ha qualche motivo particolare che lo ha indotto a fare quell’accenno? No, mi posso riferire anche ad altre nazioni. Ad ogni modo la differenza è grande: la Cecoslovacchia è una piccola nazione e poi bisogna anche ricordare che quando ci furono le elezioni il 94% votò per il nazismo. D’altra parte non si tratta di una espulsione in massa, perché circa mezzo milione resteranno nel Paese. Resteranno un mezzo milione? Sì, all’incirca. Se lei ha interpretato le mie parole come un giudizio sfavorevole alla Cecoslovacchia, io le ritiro. Lei ha sentito qualcosa in merito ad un incontro con Tito? Non ha nessun fondamento. Si tratta di una costruzione di qualche anima buona che desidera la conciliazione. Come sarebbe vista da parte italiana la posizione di Trieste come città libera sotto controllo internazionale? La città è italiana e non c’è nessuna ragione di metterla fuori dello Stato. Non mi pare che ciò sia possibile perché questo porterebbe con sé subito l’abbandono di tutte le città della costa istriana italianissime che non vogliamo abbandonare. Gli italiani della Venezia Giulia potranno votare? Per le elezioni amministrative non siamo tenuti a farle. Per quelle politiche voi avete visto che il governo è autorizzato a farle e non farle nelle zone di frontiera. È esatto che la Export Import Bank ha concesso all’Italia un credito di 400 milioni di dollari? Ci sono delle speranze notevoli. Si sta studiando la proposta e speriamo che la cosa avvenga ma bisogna che a questo riguardo ci aiutino i corrispondenti stranieri nel riferire in merito alle nostre condizioni economiche, su quel tanto che è stato fatto e che facciamo. Io spero che le elezioni fatte con ordine diano garanzia assoluta della normalità italiana. Vorrei far notare che se avvengono dei fatti spiacevoli di non esagerarne la portata. Questa preghiera la vorrei rivolgere ai corrispondenti specialmente americani, che hanno la fortuna di essere giovani, perché se si fossero trovati qui nel 1919 quando l’Italia usciva da una guerra vittoriosa, avrebbero visto il verificarsi di fatti ben più gravi di quelli che qualche volta accadono oggi. Per esempio voi avete visto che si è verificato un evento assolutamente positivo; un accordo fra industriali ed operai per lo sblocco dei licenziamenti e la smobilitazione della mano d’opera; accordo che segna veramente una tappa grandiosa. Quindi non giudicateci troppo severamente. [Notizia stampa] Il Presidente del Consiglio onorevole De Gasperi, ha ricevuto oggi nel pomeriggio a Palazzo Chigi i rappresentanti della stampa italiana ed estera ai quali ha fatto alcune dichiarazioni sulla situazione. Ha esordito rivolgendo ai giornalisti italiani alcuni suggerimenti non tanto come Ministro, ma come collega. Accennando, anzitutto, alla Russia, ha raccomandato di evitare riferimenti che possono urtare legittime suscettibilità e che possono dare la falsa sensazione che l’Italia tenda ad inquadrarsi in un fronte antisovietico. Ciò potrebbe causare delle conseguenze sfavorevoli per il nostro Paese, il quale è riconoscente alla Russia per il suo potente contributo alla vittoria. Il Presidente ha, in seguito, rivolto l’appello di attenersi al massimo senso di responsabilità e di prudenza nel riprodurre notizie di carattere internazionale che potrebbero avere talvolta sfavorevoli ripercussioni tali da danneggiare la nostra posizione, L’onorevole De Gasperi ha osservato che il punto di vista del Governo italiano sulle questioni territoriali è noto. In particolare, per l’Alto Adige non può cambiare il suo atteggiamento basato sulla difesa della frontiera del Brennero e sulla concessione delle più ampie autonomie. Noi desideriamo, ha detto, che i cittadini italiani di lingua tedesca possano conservare il loro particolare modo di vivere ed i loro costumi. A tale proposito, il Presidente ha deplorato vivamente l’inconsulto atto recentemente compiuto da sconosciuti contro il monumento ad Hofer a Merano. Noi abbiamo il più profondo rispetto per la memoria di Hofer, difensore delle Alpi contro una tirannia straniera. Mi rifiuto di credere, ha detto il Presidente, che l’autore sia stato un italiano. L’Alto Adige è divenuto, in questi ultimi tempi, il ricettacolo di fuggiaschi di tutta Europa, sì da creare un problema che non si vede perché dovrebbe gravare sulla Italia. Quanto all’autonomia, il Presidente ha messo in rilievo che essa deve essere concessa rapidamente, ma per attuarla in tutte le sue conseguenze sono necessari dei provvedimenti preliminari di organizzazione che prenderanno qualche tempo. Egli ha particolarmente citato il caso del personale impiegatizio bilingue per cui è necessario un periodo di preparazione. Egli ha aggiunto che le difficoltà sono anche aumentate dal fatto che il Volkspartei rifiuta ogni collaborazione nell’organizzazione dell’autonomia per non compromettere un plebiscito immaginario del quale, in sede competente, non si è mai parlato. Venendo a dire della questione giuliana, il Presidente ha fatto sapere che il Governo italiano ha pregato la Commissione di occuparsi anche della sorte degli italiani che sono stati deportati dal Governo di Tito. Il Governo italiano fa, inoltre, i più vivi voti affinché lo sguardo della Commissione abbracci tutta la zona cioè tutta la Venezia Giulia senza escludere le isole, fiume e Zara. A tale proposito, il Presidente ha ribadito che il Governo aspira ad una soluzione di pieno accordo con gli slavi. La nostra frontiera non deve essere basata sulla carta, ma sull’intesa del popolo italiano con quello jugoslavo. C’è una sola frontiera possibile ed è quella dell’accordo. Noi abbiamo il più profondo rispetto per i trattati. Abbiamo anche il senso della loro santità. Intendiamo, perciò, rispettare il trattato di pace. Ma perché ciò sia possibile, esso non deve oltrepassare certi limiti ed intaccare l’essenza della vita del popolo italiano. Venendo a parlare dei prigionieri, il Presidente ha detto che il loro rimpatrio, ardentemente desiderato dal Governo italiano si urta con le difficoltà insormontabili dei trasporti. Noi continuiamo però a fare vive pressioni sugli Alleati affinché questi, conformemente alle loro promesse, affrettino il più possibile il ritorno, ciò anche nella speranza di fare partecipare i prigionieri alle prossime elezioni. D’altra parte, non sembra possibile di far votare i prigionieri in prigionia, non solo per le difficoltà tecniche ma anche perché essi finché non sono tornati in Patria, non hanno sufficienti elementi di giudizio. Il Presidente ha accennato, poi, alla gravità della situazione alimentare italiana che, nei prossimi mesi avrà particolare importanza anche per i riflessi che essa può avere sulle elezioni. Il Presidente ha fatto riferimento alla comprensione che per tale problema, come per tutti quelli italiani, hanno dimostrato i Cardinali americani recentemente convenuti a Roma: ad essi il Presidente ha espresso la gratitudine italiana. Passando alla politica interna, il Presidente dopo avere tributato un elogio alla energia del Ministro dell’Interno che è riuscito ad organizzare le elezioni amministrative in 5.600 comuni, ha però ripetuto l’opportunità per varie ragioni che esse non pregiudichino nelle città maggiori l’alto ed eccezionale significato delle elezioni politiche e del referendum. Tali manifestazioni devono far capire agli italiani la necessità che essi intervengano attivamente nella vita politica per impedire ritorni di idee false e perniciose. Occorre vigilare affinché queste idee non rinascano in un popolo che incontra così gravi difficoltà di vita. È necessario che il popolo italiano impari a disporre di se stesso. L’opera nostra in tal senso è seguita con simpatia e con completa fiducia dall’opinione pubblica americana. Sono lieto di dirvi, ha concluso il presidente, che il Dipartimento di Stato ha espresso al Governo italiano la sua soddisfazione per l’accordo di massima raggiunto fra i partiti riguardo alle elezioni politiche per la Costituente ed ha riaffermato la completa fiducia degli Stati Uniti circa la capacità del Governo italiano antifascista di restaurare nel nostro popolo il diritto sovrano, di cui è stato così a lungo privato dal fascismo e di richiamare gli italiani alla coscienza dei loro diritti. [Versione sintetica da «Il Popolo», 5 marzo 1946] De Gasperi ha esordito raccomandando ai giornalisti di non dimenticare la delicatezza del momento internazionale. In particolare, quanto alla Russia, ha riaffermato le direttive politiche del governo, il quale, perfettamente consapevole dell’enorme contributo sovietico alla vittoria, e degli interessi generali del paese, non intende schierarsi contro nessuna potenza, né far parte di alcun blocco ma mantenere una posizione di equilibrio. Anche sulla posizione del governo in rapporto alle questioni territoriali attualmente in discussione, i giornali italiani ed esteri hanno riprodotto inesatte interviste di giornalisti stranieri, attribuendo al presidente parole mai pronunciate, e idee completamente opposte al punto di vista del governo italiano come quella sopra un assurdo plebiscito in Alto Adige o sopra un inconcepibile abbandono di Fiume e di Zara. Notizie false. Queste false notizie, diffuse in Italia e all’estero, indeboliscono la posizione del ministro degli Esteri italiano mentre sono in corso trattative di vitale importanza e offrono il pretesto agli elementi interessati per rinnovare agitazioni separatiste, come è avvenuto in Valle d’Aosta e in Alto Adige. Sull’Alto Adige l’atteggiamento del governo italiano è assolutamente immutato e resta quello della difesa del Brennero, insieme a concessioni delle più larghe autonomie linguistiche e amministrative ai cittadini italiani di lingua tedesca. Il Volkspartei si rifiuta di collaborare con il governo italiano per raggiungere quest’ultimo scopo e tutta una organizzazione di agitazioni e di agenti provocatori sfrutta notizie inventate e le difficoltà nelle quali si trova il governo italiano per preparare un’amministrazione bilingue. La commissione per la Venezia Giulia arriverà a Trieste giovedì. Il governo italiano ha rinnovato la richiesta già presentata a settembre che la commissione si preoccupi anche della sorte delle migliaia di italiani scomparsi e non si limiti a Trieste ma visiti tutto il territorio italiano comprese le isole, Fiume e Zara, e ha inoltre suggerito che un esperto italiano accompagni la commissione mentre lo stesso potrebbe fare un esperto jugoslavo. Noi insistiamo, ha detto De Gasperi, per una soluzione concordata e una frontiera tale che renda possibile la futura collaborazione con la Jugoslavia. Il governo italiano insiste, non per ragioni tattiche ma per un profondo motivo pacifico, su questa posizione nonostante la delusione per contatti con il governo jugoslavo ripetutamente chiesti e da esso respinti. I rimpatri dall’Africa. Passando a parlare della situazione angosciosa dei prigionieri, De Gasperi ha ricordato che ci sono purtroppo dei limiti alle possibilità del governo italiano, per le difficoltà dei trasporti. Siamo costretti a spendere miliardi usando navi da guerra, e abbiamo dovuto persino chiedere in prestito nostri transatlantici che ancora non ci sono stati restituiti. Ingenti fondi sono stati stanziati per il rimpatrio di 35 mila prigionieri che sono sulle coste del Mediterraneo. Lo stato d’animo dei prigionieri è preoccupante. Si fa loro credere che sia il governo italiano ad impedire il ritorno per le difficoltà alimentari in Italia e comunque per motivi dipendenti dalla sua volontà. De Gasperi ha reso omaggio per altro al buon volere degli alleati dimostratoci con gli aiuti alimentari e ha accennato ai recenti dirottamenti per l’Italia di piroscafi carichi di derrate per assicurare le razioni di marzo. Il presidente ha colto l’occasione per rilevare che i cardinali giunti a Roma da tutte le parti del mondo e specialmente i quattro americani si sono dimostrati assai sensibili alla nostra situazione. Accennando al punto cruciale della pace, De Gasperi ha detto che non possiamo attenderci troppo ma ha sottolineato vibratamente che vi sono dei limiti oltre i quali non è possibile andare e clausole che neanche un vinto può accettare. Tanto più che l’Italia democratica deve rispettare la santità dei trattati, e questo è impossibile se i trattati superano i limiti della tollerabilità. Alla domanda di un giornalista americano se firmerebbe una pace che sottraesse Trieste all’Italia e se ritenga, che vi sarebbe in Italia qualcuno disposto a firmarla, De Gasperi ha risposto nettamente «no» alla prima domanda e alla seconda: «spero di no». 250 milioni di dollari. Rispondendo a un’altra domanda, De Gasperi ha confermato che in America la Export Import Bank sta studiando un prestito all’Italia di 250 milioni di dollari e ha espresso l’augurio che i prossimi sviluppi politici in Italia potranno aumentare la fiducia dei finanzieri americani. Riguardo alla politica interna è stato annunciato che in ben 5800 comuni sono già pronte le liste elettorali e se non si aumenta il numero delle grandi città in cui si tengono le elezioni amministrative è solo per non creare disparità tra nord e sud, per non dare alle elezioni un carattere politico, e comunque per non ritardare la necessaria preparazione di quelle per la costituente, le quali saranno bandite alla metà di marzo con i risultati 70 giorni di anticipo. La scheda di Stato, adottata per consiglio degli alleati, rappresenta una garanzia per la serietà e l’imparzialità della consultazione. Il referendum costituisce un fatto di grande importanza educativa [per la] coscienza politica degli italiani. Il presidente annuncia, infine, che ai rilievi fatti dal governo italiano circa il parere di turisti americani sopra le questioni costituzionali del nostro paese, il dipartimento di Stato ha fatto riscontro proprio oggi con un telegramma in cui si afferma che esaminate le disposizioni prese dal governo per la costituente e per il referendum, si ha motivo di avere completa fiducia circa la capacità del governo democratico antifascista a condurre il popolo italiano ad una espressione libera e piena della volontà. Rispondendo ad alcune interrogazioni, il presidente ha dichiarato tra l’altro che gli stessi prigionieri italiani si sono espressi contrariamente all’idea di votare nei campi di prigionia, perché sembrerebbe loro che una tale ipotesi ratifichi la previsione di dover restare a lungo in cattività. Del resto – ha aggiunto De Gasperi – questi nostri fratelli non potrebbero dare un giudizio completo ed informato sulle cose italiane che essi conoscono assai approssimativamente e a mezzo di fonti indirette e non sempre disinteressate ed obiettive. "} {"filename":"cf20c716-aa6e-41cb-9f87-db7fec493b54.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Suo 218 . Ho visto personalmente Farley . Abbiamo sopratutto toccato argomenti di carattere economico. Discorso essendo quindi caduto sulle colonie, ho da parte mia sopratutto insistito su equità attribuzione tutela unica all’Italia. Mio interlocutore si è dimostrato durante tutto il colloquio perfettamente comprensivo ed ha ripetutamente e con calore offerto i suoi buoni uffici per spontanea opera chiarimento e persuasione presso codesti ambienti. Gli ho detto che gli avrei scritto, quando occorresse, ciò che mi propongo di fare, alla prima propizia occasione. Se ella avesse speciali indicazioni sugli argomenti che parrebbe più opportuno trattare con lui per iscritto, in via personale e confidenziale, voglia, la prego, telegrafarmi. "} {"filename":"fa001dc1-eafb-4636-b509-37d49ea7ce6d.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Il Governo democratico italiano Vi ringrazia per il cortese invito. Fervono ora in Italia i preparativi per instaurare il nuovo Stato democratico, tuttavia sono accorso io stesso al Vostro invito per confermarvi tutta l’importanza che il nostro popolo attribuisce alla questione adriatica la quale tiene oggi gli animi in ansiosa attesa e agiterà domani le discussioni dell’Assemblea costituente. Mi atterrò rigorosamente alle raccomandazioni del Presidente e non mi lascerò trascinare in polemiche. Essendo stato messo personalmente in causa debbo tuttavia precisare che fin dall’inizio delle discussioni per la fissazione di una nuova frontiera italo-jugoslava abbiamo rinunciato alla linea strategica delle Alpi che era stata liberamente stabilita con gli jugoslavi dopo la grande guerra, accettando il principio della linea Wilson. Le linee che ci vengono attualmente proposte non hanno peraltro alcun valore strategico. Debbo ancora sottolineare come l’Italia abbia essa stessa proposto la smilitarizzazione dell’Adriatico. Si è parlato di precedenti aggressioni. Da parte nostra abbiamo formalmente condannato l’aggressione fascista; è vero che nel 1915, fianco a fianco con gli Alleati abbiamo attaccato sul Carso e nella valle dell’Isonzo ma abbiamo fatto ciò per liberare territori che, se oggi sono rivendicati dagli Jugoslavi, erano allora austriaci. La nostra vittoria in quel momento fu la vittoria comune e siamo fieri di avere con essa contribuito alla creazione dello Stato serbo-croato-sloveno. Oggi non si tratta di volgere lo sguardo al passato. Respingiamo le rappresaglie della storia e guardiamo verso il futuro, verso un avvenire che vogliamo fondato sull’amicizia feconda dei due popoli. Ho letto con vivo interesse il rapporto degli esperti e do atto della accuratezza e dello sforzo di obiettività che lo hanno ispirato. Credo che i risultati acquisiti si possano riassumere come segue: 1) I membri della Commissione sono stati concordi nel dichiarare che il distretto di Tarvisio è abitato – ora – da una maggioranza italiana ed è di essenziale valore per l’economia italiana, sia come nodo di comunicazione, sia per i suoi giacimenti minerari. 2) Nei distretti che gli esperti hanno visitato ad ovest dell’Isonzo (i quali fin dal 1866 fanno parte dello Stato italiano e dei quali nessuno aveva finora mai posto in dubbio il carattere italiano) la popolazione ha manifestato alla Commissione la sua volontà di restare unita alla famiglia italiana. 3) II rapporto dichiara che la città di Gorizia ha una prevalente maggioranza italiana e che, come d’altronde tutto il suo distretto, è pur essa strettamente connessa, dal punto di vista dell’economia, alle regioni italiane finitime; che interamente italiani sono i centri di Monfalcone, Ronchi e, in generale, la vallata del basso Isonzo. 4) È motivato giudizio della Commissione che, tanto in base ai censimenti, quanto in base alle investigazioni da essa fatte, sia impossibile negare il carattere italiano della città di Trieste. Circa il porto la Commissione constata che il traffico del medesimo ancor prima del 1914 era prevalentemente alimentato dai territori costituenti l’attuale Austria e Cecoslovacchia e, in minor misura, l’Ungheria; che dopo l’annessione ha avuto notevolissimo incremento il traffico puramente italiano; che solo la Carniola, dei territori facenti parte della Jugoslavia, ha avuto una qualche parte in questo traffico; che se il traffico è diminuito dopo il 1918, ciò è dovuto alle condizioni economiche generali dell’Europa, allo spezzettamento politico del retroterra ed alla concorrenza dei porti del Baltico e del Mare del Nord: in altre parole non in conseguenza dell’annessione all’Italia. Anzi, rileva il rapporto, nel 1937 questo traffico aveva nuovamente raggiunto il livello del 1910 mentre durante gli scorsi 25 anni l’economia triestina ha avuto un enorme sviluppo a causa delle industrie sorte per opera del capitale e del lavoro italiani. 5) La Commissione ha inoltre preso atto che nell’Istria occidentale e meridionale i censimenti hanno sempre indicato una maggioranza italiana la quale è stata messa in questione solo dal cosiddetto «censimento privato» effettuato nel 1945 dall’Istituto Adriatico di Sussak, circa l’attendibilità del quale il parere di tre commissari su quattro è senz’altro negativo. Comunque l’inchiesta della Commissione sui luoghi (per quanto essa abbia tralasciato, per motivi che mi è difficile comprendere, alcune delle città italiane della costa), ha provato che la popolazione italiana costituisce «la maggioranza e talvolta la quasi totalità» delle città dell’Istria occidentale e meridionale, la quale è inoltre economicamente connessa da stretti vincoli all’economia italiana soprattutto per quanto concerne le miniere di carbone e di bauxite. In conclusione, la Commissione degli Esperti ha riconosciuto nel suo rapporto o il prevalente carattere italiano ovvero lo stretto collegamento con l’economia italiana di tutta la zona cui si è esteso il suo esame e, in particolare, della città e del porto di Trieste. Ha confermato insomma, in linea di principio, la tesi che ho avuto l’onore di difendere dinanzi a Voi lo scorso settembre a Londra e l’esattezza e l’obiettività delle cifre e dei dati contenuti nella documentazione presentata a più riprese dal Governo italiano. Conviene tuttavia ammettere che il quadro non è completo. Invano il Governo da me presieduto ha insistito perché l’inchiesta si estendesse a tutta la zona contestata ed in particolare a quelle plaghe che sono prevalentemente popolate da italiani: Fiume (la cui situazione è stata bensì esaminata, ma solo dal punto di vista economico), Zara, le isole di Cherso e di Lussino. Quello che sotto certi aspetti è anche più grave è che tali zone non vengono neppure considerate nel rapporto degli esperti. Non so quali ragioni abbiano imposto tale conclusione, ma è chiaro che, volendo giudicare l’equità di una qualsiasi soluzione, è indispensabile valutare anche i sacrifici che entrambe le parti devono fare; e Fiume e Zara costituiscono un sacrificio particolarmente doloroso per l’Italia sia pure che, come abbiamo chiesto, venga riconosciuto a Fiume il particolare carattere fissato nel Trattato di Rapallo e per Zara uno speciale statuto linguistico e l’autonomia amministrativa. Per quanto riguarda le isole il fatto che siano state escluse dall’inchiesta non toglie che esse rappresentino nella bilancia etnica un elemento di cui va tenuto conto in ogni soluzione. Con questa esplicita riserva riguardante la sua incompletezza, va riconosciuto che, nelle sue linee direttive e nei suoi risultati concreti, il rapporto costituisce un notevole contributo per arrivare a quella «onesta linea di demarcazione fra i due Paesi» che indicai a Londra con una linea in massima orientata su quella proposta nel 1919 dal Presidente Wilson. Mi sono riferito sino ad ora al rapporto unanimemente adottato dagli Esperti. Solo ieri sera ho potuto prendere visione di una carta allegata al rapporto stesso nella quale sono tracciate le linee di delimitazione della frontiera proposte separatamente e diversamente dalle quattro Delegazioni. Debbo ritenere che l’invito che mi avete rivolto si estenda implicitamente alle osservazioni che io possa fare su queste quattro linee. Constato anzitutto che la Commissione non è riuscita ad accordarsi sulla logica applicazione dei risultati dell’inchiesta da essa svolta. In particolare rilevo che: la linea proposta dal Delegato sovietico prescinde completamente dal principio di equilibrio etnico e quindi dal criterio sul quale si è stabilito a Londra che un’equa soluzione potesse essere fondata; la linea del Delegato francese priva l’Italia, non mi è chiaro in base a quale concetto, dell’Istria sud-occidentale attribuendo alla Jugoslavia città che nello stesso rapporto degli Esperti sono riconosciute come italiane, quali Parenzo, Rovigno e Pola; la linea del Delegato britannico ci esclude dal bacino dell’Arsa. Quella proposta dal Delegato americano è senza dubbio la meno discosta dal tracciato della linea Wilson specie nell’Istria meridionale. L’osservazione immediata che devo muovere raffrontando il tracciato di queste linee ai risultati dell’inchiesta, è che secondo il tracciato della linea russa, la frontiera non lascerebbe minoranze slave in Italia, ma per contro attribuirebbe circa 600.000 italiani alla Jugoslavia secondo le valutazioni attuali e comunque 487.000, secondo la statistica del 1910; anche la soluzione francese implicherebbe una divisione che lascerebbe al di qua del confine 89.000 slavi e al di là ben 190.000 italiani. A prescindere da questi concetti etnici, è evidente che questi tracciati dovranno essere riesaminati al lume delle caratteristiche economiche e geografiche delle zone attraversate. Le comunicazioni stradali e ferroviarie, la gravitazione e l’interdipendenza dei mercati, le centrali idroelettriche e gli acquedotti sono elementi integrativi della linea etnica. È assolutamente indispensabile di esaminarli accuratamente nello stesso interesse delle popolazioni, italiane o slave che siano. Queste situazioni di fatto sono illustrate in un memorandum che al più presto sottometterò all’attenzione degli Esperti . Una osservazione ancora. È ben inteso, come già dissi a Londra, che la impossibilità di una totale eliminazione delle minoranze etniche impegna entrambi i popoli alle più larghe e sicure garanzie di autonomia amministrativa, linguistica e scolastica, e in un senso positivo ha bisogno della buona volontà e della cooperazione di entrambe le parti. Per parte nostra intendiamo ispirarci a questo spirito di conciliazione che solo (ben inteso, nel quadro di un effettivo equilibrio adriatico), potrà portare ad una feconda cooperazione fra i due popoli. "} {"filename":"5f623032-e90a-4bb6-991b-de0cd307aacf.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Secondo notizie Parigi, difficoltà per accettazione nostra tesi in materia coloniale sono ora dovute ad atteggiamento britannico mentre URSS, rinunciando proprie pretese, ha aderito proposta francese perché colonie ci siano restituite in amministrazione fiduciaria. Atteggiamento Byrnes non appare chiaro e sembra piuttosto rivolto a risuscitare macchinoso piano amministrazione collettiva, mentre proposta franco-russa non è se non un ritorno al primitivo progetto presentato da delegazione Stati Uniti nel settembre e che Byrnes aveva abbandonato solo in seguito pretese russe su Tripolitania e Cirenaica ripiegando su formula collettiva. Cadute tali pretese non vediamo perchè non debba ritornare primitivo progetto americano conforme attuale proposta franco-russa, ciò che suscita in Italia impressione che equa soluzione da noi proposta viene ostacolata da nostri amici anglo-sassoni mentre anche URSS vi si è ora dichiarata favorevole. Ne intrattenga Dipartimento di Stato perchè possibilmente siano fatte pervenire Parigi istruzioni conformi nostre richieste. "} {"filename":"a4ee4eb7-2344-47bb-a2d6-163d1ff9a0d5.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"L’onorevole De Gasperi ha ricevuto iersera a Palazzo Chigi i rappresentanti della stampa italiana ed estera e ha fatto loro alcune dichiarazioni. Egli ha esordito dicendo di voler prendere congedo, quale dimissionario, dalla stampa italiana ed estera ringraziando della collaborazione prestata, collaborazione utilissima anche se talvolta ha assunto toni polemici e di critica. A proposito delle osservazioni che sono state recentemente fatte alla nostra stampa sia da parte di Mosca che di Londra, il Presidente ha osservato che la nostra stampa non può non registrare le reazioni spontanee che si verificano nell’opinione pubblica. Ed è quindi naturale nel momento in cui l’Italia è distesa sul tavolo operatorio e sottoposta alla vivisezione, queste reazioni siano particolarmente pronte e dolorose senza che si possano ridurre o controllare. Così ad esempio quando si tratta della questione di Trieste i riflessi non possono non essere istintivi. Tuttavia egli deplora ogni esagerazione e prega i colleghi della stampa di considerare che ogni loro manifestazione, discutibile in paesi di stampa non controllata, ha un’eco non proporzionata in paesi di severo controllo governativo. Il Presidente ha osservato del resto che questo tono polemico e critico della stampa italiana non si riflette solamente nei confronti delle Potenze straniere, ma investe spesso anche l’operato del Governo italiano e la sua stessa persona. Bisogna quindi valutarlo nella sua relatività, non in senso assoluto. Le buone intenzioni Nel riferirsi al lavoro dei quattro Ministri degli Esteri il Presidente ha affermato di essere convinto che essi personalmente cercano il meglio, e che malgrado alcune loro decisioni non favorevoli all’Italia, egli desidera immedesimarsi il più possibile nel loro arduo compito e non rivolgere critiche alla loro buona volontà, benché il Governo italiano voglia e debba mantenere un atteggiamento dei più risoluti contro i provvedimenti di carattere negativo di cui è giunta notizia. Per quanto riguarda Trieste bisogna ammettere che la situazione è stata rovesciata malgrado gli affidamenti precedentemente avuti, secondo cui la questione di Trieste e dell’Istria tutta doveva essere decisa in base al principio etnico. Sembra ora che tale principio stia per essere abbandonato. Il Presidente ha quindi accennato al problema della flotta ricordando come essa si sia lealmente schierata al lato degli alleati prestando utilmente la sua cooperazione per due lunghi anni. Non si può dimenticare – egli ha soggiunto – il nostro apporto di cobelligeranza come sacrificio materiale e di vite. È naturale che essa non dimentica tali sacrifici e reagisca vivacemente di fronte alle notizie che ci pervengono da Parigi, in particolare quando si parla di voler fare della flotta un bottino di guerra e un oggetto di spartizione. Condotta rettilinea Passando poi a parlare sulla questione della frontiera occidentale l’on. De Gasperi ha affermato di essere altamente sorpreso che dopo le prove di buona volontà dell’Italia democratica, si sia voluto passar sopra alle nostre argomentazioni e alle nostre sostanziali offerte di collaborazione. Il Presidente ha fra l’altro accennato ad un progetto di sfruttamento italo-francese del lago del Moncenisio, progetto che avrebbe dato origine ad una collaborazione quanto mai importante fra i due paesi e quasi simbolo del mondo avvenire che auspichiamo. Purtroppo, egli ha soggiunto, punti di vista strategici non sempre difensivi sembrano prevalere come influsso di una scuola militare sorpassata. Chiunque sia il Ministro degli Esteri domani, ha concluso De Gasperi, non potrà considerare chiusa la questione dei confini occidentali. Vi è la possibilità di altre istanze e di ricorsi, dei quali noi ci varremo con tenacia fino all’ultimo. Nella nostra azione diplomatica abbiamo egualmente fatto appello a tutti e quattro gli Alleati, cercando di mantenere una condotta assolutamente rettilinea senza partecipare a blocchi di sorta. Né ci si può far rimprovero di ingratitudine; il popolo italiano si sente legato da profonda riconoscenza verso tutti i suoi liberatori, soprattutto per quelli che hanno combattuto sulla sua terra, ma nel quadro generale della guerra valuta adeguatamente il contributo dato dal valoroso esercito russo. Una speranza del mondo A tal riguardo il Presidente ha rinnovato il monito – che egli in precedenti occasioni ha solennemente rivolto alla stampa e che altre volte ha confidenzialmente ripetuto – di evitare ogni atteggiamento che lasciandosi trascinare da ideologie diverse possa apparire come un disconoscimento dei meriti e della potenzialità del popolo russo. De Gasperi ha concluso dicendo di essersi recentemente rivolto ai Ministri degli Esteri alleati per invocare il loro aiuto per la nascente repubblica italiana, la quale ha necessità di credere nella verità di quei principii che sono essenziali per la creazione di un mondo migliore. La speranza di questo mondo migliore è in pericolo. Noi chiediamo che essa venga tenuta desta perché essa non è solo una speranza italiana ma mondiale. Lo chiediamo a nome di un interesse superiore e da parte di una Italia che vuole essere soggetto attivo della ricostruzione e della pace. "} {"filename":"aada6b3a-9f7c-4a7b-979e-ef6110a369f1.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"La cosa più interessante a Parigi Da quando la conferenza è giunta a un punto morto e in considerazione delle manovre e delle tattiche inevitabili in tali occasioni che potevano finire con lo strangolare il problema italiano, abbiamo pensato che fosse meglio posporre la conferenza. Infatti, temevamo che i quattro grandi, per raggiungere una conclusione, potessero tentare di non tener conto di tutte le ragioni italiane. Nuovo armistizio Dobbiamo il nuovo armistizio alla lungimiranza degli americani, il dipartimento di stato (Department of State, DOS) aveva già da tempo preparato questo paracadute per prevenire un completo fallimento della conferenza. Invece il DOS voleva che per l’Italia si giungesse a qualche conclusione. Come sa, prevedendo queste difficoltà il DOS ha proposto nuove clausole sia alla Russia sia all’Inghilterra. Gli americani ed altri, comprendendo la necessità di evitare un fallimento totale, hanno obbligato i quattro grandi ad accettare questa ancora. Il nuovo armistizio è proprio come la cornice di un quadro. Non so cosa rappresenti il quadro. La cornice comprende alcune questioni economiche che dovrebbero essere negoziate con Stati Uniti e Gran Bretagna. Queste questioni economiche riguardano le spese di occupazione e le requisizioni. Sappiamo che l’America, continuando sulla stessa strada che ha seguito fino ad ora, accrediterà in dollari, a favore dell’Italia, i pagamenti che abbiamo eseguito per le truppe e crediamo che gli SU continueranno a fare lo stesso per le spese di occupazione anche quando il nuovo armistizio entrerà in vigore. La Gran Bretagna non è obbligata da nessun accordo precedente di questo tenore. Ora cerca di non obbligarsi e non sappiamo se si vorrà impegnare. Quindi, fino a che non saranno note le condizioni e la maniera di eseguirle, non sapremo quale sarà il valore pratico del nuovo armistizio. In ogni caso, per noi il nuovo armistizio è una cosa buona. Non so quanto buona, forse molto, forse a sufficienza. Non ne so nulla. Ma suppongo che possano essere rappresentati dalle clausole economiche del nuovo armistizio. Ma ancora non sappiamo. Credo che sarà qualcosa come il primo armistizio di Cassibile, il breve armistizio, che fu seguito dal lungo armistizio. Il secondo era molto più duro dell’armistizio del 3 settembre. Non ne conosciamo quindi esattamente la forza esecutiva. Ad esempio, è chiaro che il vecchio armistizio considera l’Italia come una retroguardia: ha tutti i porti e il sistema di comunicazioni, ed è vitale mantenere le truppe in Italia. Credo che passeranno alcuni giorni prima della firma. I Combined Chiefs of staff a Washington devono prima stabilire l’esecutivo e poi mandare il documento a Caserta. Poi dovremo andare a Caserta. Non ci vorranno molti giorni, ma non accadrà subito. Clausole segrete nel senso che non saranno comunicate a noi. Mia opinione personale. Ostilità La Russia ha proposto in un’offerta molto importante che all’Italia si dovrebbe restituire la flotta mercantile. Questa offerta è molto generosa, naturalmente perché le navi sono sotto controllo degli Alleati e nel Mediterraneo, quindi non preoccupano la Russia. Problema Kosanovic No. Non penso che la posizione jugoslava su Trieste e V.G. [Venezia Giulia] sia migliorata con la conferenza di Parigi. Ho parlato con tutti e quattro – Molotov molto cordiale, ma difficoltà linguistiche hanno reso impossibile raggiungere la stessa stretta intesa. Byrnes molto cordiale. Byrnes ha espresso la sua gratitudine perché ho riconosciuto l’oggettività delle sue istruzioni. L’unico argomento degli slavi era la colpevolezza dell’Italia, e gli slavi hanno detto agli Alleati «voi state dicendo che il vecchio nemico ha ragione e fate un’ingiustizia a noi che combattiamo insieme a voi». In altre parole, gli slavi non riconoscono che siamo passati dalla parte degli Alleati. Per loro la cobelligeranza non esiste. Per loro non esistono Pavelic e Nedic e Stojadinovic . Gli slavi hanno detto che tutte le loro vittime di guerra sono state uccise da noi, ma l’80% sono state uccise in Jugs [Jugoslavia]. Durante la guerra civile – [fra] serbi, croati e sloveni. Avrei potuto dire «noi non accettiamo la vostra teoria che addossa a tutti gli italiani le colpe di Mussolini al posto del quale dobbiamo pagare tutto il prezzo». Avrei potuto dire agli jugoslavi, non potete dimenticare che in un certo momento anche la Jugoslavia ha combattuto con la Germania. Gli slavi hanno insistito che voi farete la pace con gli italiani che sono ancora fascisti. Che state cercando di rafforzare l’opposizione. Gli slavi hanno detto che [abbiamo] preso un’attitudine di rivendicazione riguardo agli slavi. Poi hanno ricordato che [abbiamo] proposto due cose nel 1945 – la proposta di demilitarizzare tutta la costa adriatica. Non abbiamo detto che volevamo Pola perché è una base navale. Abbiamo detto che per avere la pace siamo aperti a distruggere la fortificazione di Pola, se voi demilitarizzate la fortificazione del Cattaro (base jug.). Abbiamo anche rinunciato alla linea strategica del 1919 perché riconosciamo la commistione di slavi e italiani. Comunque voi americani avete nelle vostre cartelle d’archivio i rapporti del 1919 sulla linea Wilson. Questa linea dava all’Italia l’isola di Lussino e Cherso che è abitata per metà da italiani e slavi. Queste isole sono abitate da pescatori che hanno i loro clienti a Pola e Trieste. Queste persone mi dicono a Milano o Gorizia o altre città che in caso ci arrendiamo sperano che daremo loro 24 ore per lasciare le isole. Singhiozzano. Questo è dovuto al duro sistema dei comunisti, che ricorrono ai metodi del confino, della prigione, e a altre misure di guerra. Dovete capire la differenza di cultura fra noi e gli jugoslavi. Dovreste ricordare come le guerre balcaniche siano sempre state sanguinarie. Dodecaneso A questo riguardo, Byrnes aveva proposto la cessione delle isole del Dodecanneso alla Grecia dopo la demilitarizzazione. Molotov chiese ‘Perché demilitarizzate?’ Byrnes rispose: ‘perché volete che restino fortificate?’ Molotov, ‘scoprirete fra sei mesi’. Penso che Molotov pensasse che nel frattempo ci sarebbero state le elezioni in Grecia e che la Russia avrebbe potuto trasformare il Dodecaneso in una fortezza. Primo, non ci fu alcuna decisione. Secondo, su Trieste la Russia non ha concesso nulla, mentre i russi hanno detto che erano pronti a negoziare sulle colonie. Abbiamo fatto sapere ufficialmente che, per quanto ci riguarda, nessuna delle proposte è accettabile. La linea francese ci priva di tutto il territorio italiano. La linea americana è etnicamente la migliore e va benissimo sulla carta. Ma non in pratica. Nella fattispecie, corre troppo a ridosso di Gorizia. Divide il cimitero dalla città. Ciò che è importante è questo, qui in Italia non ci può essere un governo che potrebbe cedere Pola, Rovigno e tutte le altre città sulla costa, che sono più italiane di Trieste. Queste città sono interamente italiane, più di Trieste dove ci sono almeno alcuni elementi slavi. Se ci è imposta una frontiera ingiusta, non firmeremo. Non penso che un futuro governo o un’assemblea popolare potrebbe firmare un trattato così. Trieste è un sentimento nazionale. Non potete scordarlo. Anche i comunisti dovrebbero cambiare il loro atteggiamento. Non firmeremo una pace che ci nega Trieste. Se non c’è accordo, dovrebbe continuare l’occupazione militare. Un più ampio consesso internazionale dovrebbe occuparsi della questione. C’è o non c’è un’ONU? Questa organizzazione di cui tanto è stato detto, che si suppone lavori per la giustizia internazionale. Ci sono quattro grandi che, di fronte agli interessi coinvolti in queste zone, interessi che sono molto seri, non riescono a raggiungere un accordo. Per questo, non è possibile avere una sistemazione internazionale. Se non migliorate l’atmosfera, non riuscirete a creare qualcosa di nuovo al mondo. Nel mondo di oggi non c’è la cristianità medievale che tiene insieme le persone. C’è solo l’umanesimo liberale. Per questo, rappresentanti di tutte le nazioni devono creare una collaborazione internazionale. Questo è applicabile anche alla flotta perché se le nostre navi vanno all’ONU e sono sacrificate a beneficio di un corpo internazionale per mantenere la pace nel mondo, allora gli italiani potrebbero capirlo. Se quattro nazioni non riescono a mettersi d’accordo, allora dovrebbero tentare i 21, e poi tutte le nazioni. Solo in questo modo possiamo capire che abbiamo lavorato per la pace, mentre altrimenti ci sarà una nuova Danzica che ci porterà a un’altra guerra. Fate che ci sia occupazione militare della V.G. e una corte internazionale a cui su richiesta gli italiani forniranno solo uscieri, ma anche gli slavi. Italia e Jugoslavia saranno un giorno entrambe membri dell’ONU; sarà possibile discutere e tutti faranno del loro meglio per raggiungere un accordo. Se falliranno anche lì, allora resterà solo Dio. Bevin, capo di una nazione con profonda tradizione navale, conosce lo spirito della flotta. Se ci viene sottratta la flotta, sa che cosa faranno i nostri marinai. I nostri marinai sarebbero disciplinati, ma se dico loro che è un sacrificio e che le nostre forze potranno essere usate in una missione internazionale, allora il sentimento di rivolta scomparirebbe. L’America ha inventato l’amministrazione fiduciaria, ed è quindi necessario che questa idea di cooperazione internazionale non sia abbandonata. Altrimenti, potete immaginare problemi, in particolare connessi con la Germania. "} {"filename":"67210971-82f5-4287-8501-afc87bb4a833.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Questo ministero ha esposto a suo tempo alla S.V. il punto di vista del Governo italiano sulla questione delle riparazioni e ha dato notizia dei passi svolti presso le principali Potenze vincitrici, affinché la questione stessa abbia una soluzione tale da non pregiudicare irrimediabilmente il risanamento economico del Paese. Nel corso degli ultimi mesi, il Governo italiano ha più volte riaffermato il principio secondo cui l’Italia non può e non deve pagare riparazioni di nessuna specie. Si è creduto che non convenisse (e si crede tuttora che non convenga) discostarsi formalmente da questa posizione, perché, in primo luogo, si è convinti che essa risponda ai criteri di giustizia, cui dovrebbe essere ispirato il trattato di pace, nonché alla reale situazione economica italiana, e perché, in secondo luogo, l’ammissione dell’obbligo di pagare riparazioni ad un dato Paese (ad esempio all’URSS) costituirebbe un precedente pericoloso rispetto a tutti gli altri. Tuttavia, poiché da tempo il Governo italiano ha ragione di ritenere che l’imposizione di oneri economici e finanziari a titolo di riparazioni non potrà essere evitata, esso ha cercato a più riprese di suggerire alle Potenze vincitrici alcuni criteri tendenti ad attenuare le conseguenze degli oneri medesimi. Pertanto, mentre da un lato è stato aggiornato e completato il memorandum sulle clausole economico-finanziarie connesse col trattato di pace (la seconda edizione del quale è stata inviata a codesta rappresentanza con la circolare n. 44\/22991\/C del 12 corrente) è stato d’altra parte chiesto alle principali Potenze di consentire all’Italia di esporre il suo punto di vista in sede di Conferenza dei Quattro nonché di partecipare alla determinazione dei modi di pagamento delle riparazioni. Né l’una né l’altra richiesta è stata accolta. Frattanto, la Conferenza dei Quattro ha adottato le decisioni di cui la stampa internazionale ha dato largamente notizia. A seguito di tali decisioni, la situazione può riassumersi come segue. Ammesso il principio che l’Italia deve pagare le riparazioni, le Potenze vincitrici hanno fissato l’ammontare di quelle dovute all’URSS in 100 milioni di dollari. È stato stabilito altresì che tale somma sarà tratta dalle seguenti fonti: 1° gli impianti industriali italiani, destinati alla produzione bellica e non riconvertibili a scopi di pace; 2° i beni italiani in Ungheria, in Bulgaria e in Romania; 3° una serie di forniture, tratte dalla produzione corrente e ripartite in cinque anni, a partire da due anni dopo la firma del trattato di pace. È stato stabilito infine che la scelta degli impianti di cui al n. 1 e la valutazione dei beni di cui al n. 2 saranno devolute ai quattro ambasciatori a Roma; e che la natura e la quantità delle forniture di cui al n. 3 saranno concordate fra l’Italia e l’URSS, restando riservato (a quanto sembra) ai quattro ambasciatori il compito di accertare che le forniture non siano tali da compromettere il risanamento economico dell’Italia. Diverse questioni minori sono rimaste insolute. Ad esempio, mentre gli anglo-americani intendono far sì che alle suddette tre fonti di pagamento si ricorra nell’ordine indicato, sembra che i sovietici non siano alieni dal consentire un incremento delle forniture, a compenso di un eventuale minore trasferimento di assets balcanici. Inoltre restano da stabilire alcune eccezioni a tale trasferimento, tendenti a salvaguardare il peculio degli italiani residenti sul posto. Per quanto riguarda la Jugoslavia e la Grecia è stato ammesso il loro diritto a chiedere riparazioni, salvo determinare successivamente l’ammontare di esse e le forme di pagamento. Nessuna decisione definitiva sembra sia stata adottata in merito ai beni italiani all’estero. Quantunque risulti genericamente confermato che il trattato conterrebbe una clausola in base alla quale ciascuna delle Nazioni Unite verrebbe autorizzata a trattenere (ed eventualmente a confiscare) detti beni, a compenso dei danni subiti in Italia dai suoi cittadini ovvero a compenso di crediti commerciali prebellici, ovvero di altri reclami. Le decisioni di cui sopra sono tali da destare nel Governo italiano le più vive preoccupazioni. Il modus procedendi, scelto dagli Alleati nel regolare questa materia, è senza dubbio il peggiore fra quelli che avrebbero potuto essere adottati. In un primo tempo gli anglo-americani hanno affermato che l’Italia non è in grado di pagare le riparazioni. Essi hanno sostenuto questa tesi sulla base non soltanto delle nostre affermazioni, ma anche delle indagini da loro svolte direttamente. Successivamente hanno ammesso il principio del pagamento, riservando ad un apposito Comitato l’accertamento della effettiva capacità italiana di pagamento. Infine, senza che questo accertamento avesse luogo, hanno fissato la somma da pagarsi all’URSS e si sono riservati di stabilire in seguito le somme da pagarsi eventualmente ad altri Paesi. In tal modo hanno perduto completamente di vista la necessità di commisurare l’onere globale delle riparazioni alla nostra capacità globale di pagamento; e, di conseguenza, rischiano di infliggere successivamente e separatamente all’Italia una serie di gravami, il cui complesso risulterebbe assolutamente insopportabile. In presenza di questo stato di cose, l’atteggiamento del Governo italiano è il seguente. 1) Il Governo italiano intende continuare a sostenere, in linea di principio, la tesi secondo cui l’Italia non deve e non può pagare. È questa infatti una tesi fondata su elementi politici ed economici inoppugnabili. La lunga cobelligeranza (con le ingenti prestazioni di merci e di servizi, dettagliatamente descritte nel noto memorandum), nonché le numerose ed esplicite promesse degli Alleati non avrebbero nessun valore pratico se non servissero almeno a far cadere l’obbligo di pagare riparazioni. Inoltre la situazione economicofinanziaria italiana, obbiettivamente considerata, è tale da non poter sostenere alcun nuovo onere. Con ciò non si vuol dire, naturalmente, che vi sia una materiale impossibilità di pagare. Evidentemente, esistono ancora in Italia e all’estero dei beni di pertinenza dello Stato o di privati italiani, trasferibili ad altri Stati. Ciò che si vuol dire è che tale trasferimento comprometterebbe irreparabilmente il risanamento economico del Paese, accrescendo il distacco fra i bisogni essenziali dell’economia italiana e la possibilità di soddisfarli, distacco che per molto tempo non potrà essere colmato se non col concorso delle Potenze vincitrici. Pertanto, qualunque dovesse essere la forma di pagamento delle riparazioni, l’onere di esse ricadrebbe direttamente o indirettamente sugli Stati che si sono assunti il compito di aiutare economicamente l’Italia, oppure, qualora essi non assolvessero tale compito, farebbe dell’Italia una Nazione economicamente non vitale, con tutte le conseguenze politiche e sociali che tale eventualità comporta. 2) Tutto ciò premesso, il Governo italiano intende, come è ovvio, fare ogni sforzo per attenuare le conseguenze delle riparazioni, qualora (a quanto appare ormai quasi certo) le suesposte considerazioni non trattengano le Potenze vincitrici dall’imporre all’Italia il pagamento di esse. A tal fine questo ministero si propone di insistere sui seguenti punti: a) l’onere delle riparazioni deve essere stabilito globalmente (e non già con decisioni separate e successive) e sempre tenendo presente la globale capacità italiana di pagamento; b) il Governo italiano conferma la necessità di essere ammesso ad esporre il suo punto di vista alla Conferenza dei Ventuno, tempestivamente ed esaurientemente; c) il Governo italiano conferma la necessità di essere ammesso a collaborare alla determinazione delle forme di pagamento, essendo in grado di giudicare meglio di chiunque altro le forme atte a rendere meno dannoso il pagamento stesso. 3) In merito ai singoli aspetti della questione, l’atteggiamento del Governo italiano è il seguente: A) Riparazioni all’URSS. La prima delle forme di pagamento previste (cessione degli impianti bellici non riconvertibili a scopi di pace) è destinata a fornire una quota minima dei 100 milioni di dollari. Di ciò, a quanto sembra, sono convinti anche gli esperti alleati. Tuttavia è opportuno richiamare in proposito l’attenzione delle Potenze vincitrici. La seconda forma di pagamento (beni italiani in Ungheria, in Bulgaria ed in Romania) è destinata a recare gravissimo pregiudizio all’economia italiana. Le aziende italiane nei Balcani non avevano, salvo rare eccezioni, uno scopo speculativo. Esse si erano sviluppate in funzione del commercio italiano di esportazione verso quei Paesi, il quale rendeva possibile l’acquisto colà di grano, bestiame, petrolio, legname e altri prodotti indispensabili, che altrimenti avrebbero dovuto essere pagati in valuta. Stando così le cose, apparirebbe opportuno cercare di salvare almeno una parte di dette aziende, eventualmente incrementando la terza fonte di pagamento (produzione corrente). Come è detto più sopra, sembra che l’URSS vedrebbe con un certo favore qualche proposta in questo senso. Gli anglo-americani, invece, vi sarebbero nettamente ostili, temendo che da un lato l’incremento delle forniture all’URSS determini un perturbamento delle condizioni economiche italiane e che, dall’altro lato, il salvataggio di una parte delle aziende nei Balcani si riveli precario, a causa di possibili nazionalizzazioni o socializzazioni o altri provvedimenti del genere. Quest’ultimo timore appare non privo di fondamento e quindi consiglia di essere prudenti nel tentare di sottrarre alla confisca il maggior numero possibile di aziende. Su due punti, invece, occorre certamente insistere: in primo luogo sulla necessità che la valutazione dei beni ceduti sia fatta in contraddittorio con noi; ed in secondo luogo sulla necessità, che, comunque, siano salvaguardati i beni degli italiani residenti sul posto. Circa la terza fonte di pagamento, sarà cura del Governo italiano cercare di ottenere che l’inizio delle forniture sia dilazionato (con una moratoria di almeno cinque anni) e che le forniture stesse siano frazionate in un periodo il più lungo possibile (ad esempio venticinque anni). B) Riparazioni alla Jugoslavia e alla Grecia. Qualunque sia per essere la somma da pagarsi a tali Paesi a titolo di riparazioni, essa non soltanto dovrebbe commisurarsi alla globale capacità italiana di pagamento, ma dovrebbe altresì essere tale da risultare compensata dalle voci attive per l’Italia. Fra tali voci dovrebbero figurare, fra l’altro, il valore dei beni demaniali e delle opere pubbliche esistenti nei territori ceduti (Venezia Giulia e Dodecanneso), il valore dei beni privati, qualora anch’essi risultino in tutto o in parte confiscati, e quella congrua quota del debito pubblico che, in un normale trasferimento di territori, andrebbe a carico dello Stato beneficiario del trasferimento. Nel caso che le voci attive non risultassero sufficienti a compensare la somma delle riparazioni, occorrerebbe tener conto del fatto che i territori ceduti hanno di per se stessi un valore, non esprimibile in misura monetaria, ma indubbiamente di gran lunga superiore a quello delle opere pubbliche in esso esistenti. In altri termini, qualora dal punto di vista strettamente economico non vi fosse la possibilità di raggiungere il pareggio fra il valore dei territori ceduti e la somma dovuta a titolo di riparazioni, occorrerebbe considerare l’aspetto politico della questione e cioè il vantaggio conseguito dalla Jugoslavia e dalla Grecia con l’acquisto di importanti territori, che non avevano mai appartenuto loro. C) Riparazioni all’Etiopia e all’Albania. Per quanto concerne questi due Paesi, non dovrebbe esservi dubbio che il contributo fornito dall’Italia alla loro valorizzazione economica è stato tale da compensare largamente qualsiasi ragionevole richiesta di riparazioni. Siamo pronti a documentare tale affermazione. D) Riparazioni alla Francia. Non risulta che la Francia si proponga di avanzare vere e proprie richieste di riparazioni. Tuttavia è probabile che essa domandi un indennizzo per i danni sofferti durante l’occupazione italiana, per talune compensazioni commerciali concordate prima dell’8 settembre 1943 e non eseguite dall’Italia ecc. In questo caso dovrà essere cura del Governo italiano cercare di ottenere che si tenga conto di tutte le voci attive per l’Italia: valore dei beni esistenti nei territori trasferiti, presentazioni e forniture effettuate dall’Italia dopo l’armistizio, acquisti abusivi fatti dalle autorità francesi in Italia, danno derivante dal mancato cambio di biglietti di banca francesi scaduti, ecc. E) Riparazioni alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. Questi due Paesi, pure astenendosi da una rinuncia formale hanno lasciato chiaramente intendere che non avanzeranno richieste di riparazioni (salvo per quanto concerne l’eventuale incameramento dei beni italiani trovantisi nella loro giurisdizione, del quale sarà fatto cenno qui appresso). F) Riparazioni ad altri Paesi. L’annuncio che le quattro grandi Potenze avevano riconosciuto, in linea di principio, l’obbligo italiano di pagare riparazioni ha immediatamente destato gli appetiti di molti Paesi. Non risulta che le quattro Potenze abbiano accolto alcuna delle richieste fin qui avanzate. Tuttavia è opportuno mettere chiaramente in rilievo il fatto che oltre i Paesi piú sopra menzionati, nessuno ha un motivo valido per chiedere riparazioni, non avendo l’Italia arrecato alcun danno alla Polonia, alla Cecoslovacchia, al Messico, al Nicaragua, al Costarica, ecc. G) Marina da guerra. A Parigi i quattro ministri degli Esteri hanno rinunciato a calcolare in conto riparazioni il valore delle navi da guerra destinate ad essere cedute agli Alleati. Il Governo italiano intende insistere affinché l’inclusione abbia luogo, ritenendo che questa tesi sia giuridicamente e moralmente fondata. Le navi da guerra italiane non sono state catturate da nessuno dei belligeranti. Esse sono state volontariamente poste dall’Italia al servizio delle Nazioni Unite, per proseguire al loro fianco la guerra contro la Germania. È assolutamente iniquo che i vincitori, dopo due anni di cobelligeranza, ne pretendano la consegna; ma sarebbe anche più iniquo che non tenessero neppure conto del loro valore materiale. H) Marina mercantile. A Parigi i quattro ministri degli Esteri hanno rinunciato altresì alla cessione del «Saturnia» e del «Vulcania». Tale rinuncia è stata appresa con sollievo dal Governo italiano. Questo insisterà, all’occorrenza, affinché la decisione non sia revocata e affinché le decisioni della Conferenza dei Ventuno non contemplino alcuna cessione di naviglio mercantile. In proposito si fa richiamo a quanto, sulla assoluta necessità di conservare il poco che resta della nostra flotta, è stato detto nel memorandum sulle clausole economico-finanziarie connesse col trattato di pace nonché nell’apposito memorandum intitolato «Considerazioni relative alla Marina Mercantile nei riguardi del trattato di pace». I) Danni subiti dall’Italia prima della dichiarazione di guerra. Secondo notizie attendibili, il progetto del trattato di pace conterrebbe una clausola mediante la quale l’Italia rinuncerebbe a vantare crediti verso le Nazioni Unite, per fatti verificatisi prima che intervenisse lo stato di guerra con ciascuna di esse. Manca, finora, qualsiasi dettaglio su questa clausola. Tuttavia, se, come è probabile, essa si propone di precludere all’Italia qualsiasi azione tendente a permetterle di recuperare ciò che alcuni Paesi le hanno arbitrariamente sottratto prima di dichiararle la guerra, è ovvio che il Governo italiano deve con ogni mezzo adoperarsi a respingerla. La questione riveste speciale importanza per quanto concerne le navi mercantili, i cavi sottomarini e le somme in danaro catturate da alcuni Paesi dell’America latina quando non erano ancora in guerra con l’Italia. Nella peggiore delle ipotesi tali crediti dovrebbero essere calcolati come partite attive a scomputo delle prestazioni che l’Italia sarà condannata ad assolvere. L) Beni italiani all’estero. Com’è noto, le prime notizie circa un eventuale incameramento dei beni italiani all’estero a titolo di riparazioni sono apparse poco meno di un anno fa sulla stampa americana. Il Governo italiano ha subito fatto presente alle principali Potenze che una misura siffatta avrebbe avuto gravissime conseguenze politiche, economiche e morali. Infatti sembrava assolutamente iniquo addossare il peso delle riparazioni alla categoria di italiani meno responsabile della guerra, facendo in pari tempo pesare sull’Erario l’obbligo di corrispondere loro degli indennizzi in lire, i quali, senza compensarli del danno subito, avrebbero aggravato l’inflazione; ed appariva al tempo stesso assai dannoso privare l’economia italiana di antichi e saldi vincoli con l’estero, suscettibili di agevolare considerevolmente gli scambi internazionali. Nessuna risposta è mai pervenuta dalle principali Potenze ai numerosi passi fatti da questo ministero per illustrare il suesposto punto di vista. Tuttavia, attualmente, vi è qualche motivo di ritenere che (fatta eccezione per i beni nei Paesi balcanici) la liquidazione forzosa dei beni italiani all’estero sia contemplata soltanto in relazione al pagamento dei debiti commerciali italiani prebellici nonché per l’indennizzo dei danni subiti in Italia dai cittadini delle Nazioni Unite e per altri reclami analoghi. Anche se contenuta entro questi limiti, però, la misura appare ingiustificata, pei seguenti motivi. Il sequestro dei beni italiani all’estero trova fondamento nel diritto di guerra. Non appena, con la conclusione della pace, l’applicazione di tale diritto venisse a cessare, quei beni dovrebbero essere immediatamente sbloccati. Trattenerli a garanzia di somme dovute da soggetti diversi dai proprietari di essi e ancor più liquidarli a svantaggiose condizioni, sarebbe del tutto ingiustificato, tanto più che il Governo italiano non ha alcuna difficoltà a riconoscere i debiti prebellici ed a cercare la forma migliore per liquidarli. Quanto ai danni subiti in Italia dai cittadini delle Nazioni Unite, il Governo italiano non disconosce l’obbligo di risarcirli. Esso però ritiene che il sequestro della massa dei beni italiani all’estero sarebbe assolutamente sproporzionato all’entità del credito vantato a questo titolo dai vincitori e che pertanto meglio converrebbe concordare il pagamento di tale credito mediante accordi bilaterali. Esso è pronto ad avanzare proposte costruttive in tal senso, che tengano anche conto dei rapporti di debito e credito sorti tra i principali Alleati e l’Italia nel periodo della cobelligeranza e post-armistiziale. Per questa questione occorre altresì tener presente che l’URSS si è finora opposta ad un totale risarcimento dei danni subiti dai cittadini delle Nazioni Unite, facendo rilevare che, mentre la somma ad essa assegnata a titolo di riparazioni le permette di risarcire soltanto in piccola parte i danni subiti dai suoi cittadini, non è giusto che a quelli di altri Paesi sia riservato un trattamento migliore. In ogni caso, il Governo italiano è deciso ad insistere affinché dalla confisca siano esentati i beni degli italiani residenti sul posto. La S.V. vorrà valersi delle notizie contenute nella presente circolare per estrarne gli elementi atti ad illustrare a codesto Governo il punto di vista italiano, nella forma che riterrà più opportuna, in relazione all’atteggiamento generale di codesto Paese verso l’Italia. Ciò varrà a fiancheggiare l’azione che direttamente cercheremo di esercitare verso i Ventuno. La S.V. vorrà altresì adoperarsi affinché codesto Governo nei suoi contatti con quelli delle quattro grandi Potenze, svolga possibilmente un’azione favorevole all’accoglimento delle nostre tesi. Per sua documentazione e per l’eventuale comunicazione a codesto Governo, si accludono: a) un appunto sui beni italiani nella penisola balcanica (allegato A); b) un appunto sui beni italiani nel Dodecanneso (allegato B); c) un appunto sul commercio italiano con i Paesi balcanici (allegato C). Si ricorda, infine, che il «memorandurn sulle questioni economico-finanziarie connesse col trattato di pace» contiene, oltre alla documentazione sui danni di guerra e sul contributo italiano allo sforzo bellico delle Nazioni Unite, anche i principali dati sulla valorizzazione dell’Etiopia e dell’Albania, nonché una serie di considerazioni sull’eventuale incameramento dei beni italiani all’estero. "} {"filename":"e488a498-1012-466c-ab4a-3f34c1341eb3.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Per Sforza. Ti ringrazio tuoi telegrammi . Seguo tua attività che varrà indubbiamente a tenere desta e attiva opinione latino-americana. È bene tu tenga presente che progetto trattato elaborato dai Quattro ha provocato profonda reazione sia alla Commissione esteri che al Consiglio dei ministri. Mutilazione frontiere, distribuzione parte flotta come bottino di guerra, disarmo unilaterale, che apre il suolo della patria a qualunque offesa e annulla ogni possibilità di sia pur temporanea difesa, clausole economiche durissime che includono riparazioni, confisca beni italiani all’estero, rinuncia a qualunque nostra anche giusta pretesa nei confronti di chicchessia, compresa la Germania, hanno sollevato in Consiglio reazione unanime. A stento ho ottenuto comunicato interlocutorio e non, come si voleva, esplicita e immediata dichiarazione di inaccettabilità se i Ventuno non riusciranno ad apportare sostanziali modifiche. Inquadra tue parole e tua azione in questa generale cornice che corrisponde ai sentimenti unanimi del Paese. Io partirò a giorni per Parigi. "} {"filename":"c59a3649-e8c9-4d0c-8e94-d355283cdb58.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Quaroni mi trasmette due rapporti (nn. 380 e 381) che ho letto con molto interesse. Nel primo mi segnala un ulteriore possibile slittamento anglo-americano verso la linea bielorussa e precisa tale pericolo nel senso che i russi potrebbero anche decidersi ad assegnare Trieste all’Italia in piena sovranità con regime internazionale del porto. Siffatto orientamento sovietico potrebbe essere giustificato in primo luogo dall’esclusione di ogni ingerenza anglo-americana, e, sussidiariamente, dal completo isolamento del territorio, ridotto alla sola città, dal resto d’Italia. Non so se il successivo rigetto degli emendamenti jugoslavi e bielorussi da parte dei Ventuno renda ancora attuale tale pericolo. A proposito del secondo rapporto, vorrei osservare che: 1) dobbiamo di necessità battere una strada difensiva e percorrerla sino in fondo. Anche Quaroni è, credo, di questo parere, quando osserva che «sia noi che gli jugoslavi ci troviamo nella situazione di fatto di accettare un sacrificio impostoci dai Quattro, ma di non poter volontariamente rinunciare ad un semplice villaggio, senza suscitare all’interno un putiferio». Che codesta difesa comporti il pericolo di farci apparire agli occhi degli slavi come desiderosi di mantenere posizioni di partenza per una futura ripresa offensiva e di galvanizzarne conseguentemente la diffidenza e il sospetto, è, credo, inevitabile. 2) Il problema dell’accettazione della sconfitta o dell’impostazione di una politica di rivincita e di revisionismo si porrà in concreto dopo, quando saremo posti innanzi a decisioni conclusive. Ed è certamente esatto che da codesti due atteggiamenti antitetici dipenderanno il tono e l’orientamento generale della nostra politica estera e cioè i nostri rapporti col mondo slavo da una parte, anglo-americano dall’altra con tutte le conseguenze connesse. 3) Cercare sin d’ora un terreno d’intesa tra noi e gli jugoslavi presuppone già una nostra sia pur non dichiarata adesione alla politica di accettazione della sconfitta. Ma che cosa intendiamo noi per accettazione della sconfitta e che cosa intendono gli jugoslavi? Evidentemente due cose diverse. È comunque certo che, se dovesse per avventura prevalere la tesi massima jugoslava, non potremo, qualunque siano le nostre opinioni, evitare il rinascere di quell’idea nazionalistica e cioè proprio di quello spirito di revisionismo e di rivincita che una intesa italo-jugoslava si propone appunto di soffocare. 4) Quali sono dunque in queste condizioni le possibilità pratiche dei tentativi in corso fra noi e Belgrado? Non so se e come esse procedano attualmente: le mie informazioni si fermano al resoconto della conversazione Quaroni-Bebler-Arpesani del 9 corrente . Dove appunto sono state scartate le questioni territoriali e si insiste piuttosto sui rapporti economici e di sicurezza. Impostazione generale che mi par convincente. Vorrei comunque ancora una volta raccomandarti, sia in questa particolare materia, sia, in generale per tutto quanto concerne il trattato, di tener presente due fondamentali esigenze e precisamente: 1) non adottare mai alcuna posizione che possa pregiudicare le decisioni dell’Assemblea, alla quale spetta in definitiva l’ultima parola in materia territoriale; 2) non stringere alcun accordo che implichi da parte nostra corresponsabilità nella perdita di territori italiani. Mi sembrano questi ed effettivamente sono due principi fondamentali, che naturalmente limitano le possibilità della delegazione sia in materia di trattative con Belgrado, sia di statuto triestino, che sono evidentemente due aspetti dello stesso problema. Quaroni mostra di ritenere, pur con qualche riserva, che lo statuto del Territorio Libero possa essere oggetto di utile ed immediato accordo diretto fra noi e gli jugoslavi. Ma le ragioni che egli ne dà possono essere controbattute da ragioni altrettanto valide. Io mi limiterei, come dissi a Casardi, ad insistere su indicazioni generiche, particolarmente sottolineando le necessità di concrete garanzie da parte dell’ONU, anche sussidiarie a quelle che potrebbero derivare da un eventuale accordo diretto fra noi e Belgrado in materia di reciproca garanzia delle frontiere e di reciproco impegno per il rispetto della indipendenza e sovranità del Territorio Libero. Tienimi al corrente degli eventuali sviluppi delle conversazioni. "} {"filename":"ae85bf2b-4455-4fd3-b722-3a4fab66df14.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Ricevuto tuo rapporto sabato sera, desiderabile che Statement accenni prestito surrogato U.N.R.R.A., non applicazione articolo 69, dichiari America intende proteggere minoranze etniche giuliane attraverso ONU e non opporsi più tardi a revisione Istria Territorio Libero; infine riconosca cobelligeranza e nostri diritti verso Germania spogliatrice. Tuttavia questione adriatica rimane amarissima. Ho da Gorizia conferma d’irrigidimento precauzionale nel senso di Dunn. "} {"filename":"d1dfaca1-cb29-40d7-a0ed-ca691627bbe3.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Caro Mr Keeny, Mi è particolarmente gradito, in questo terzo anniversario della fondazione dell’UNRRA, esprimere tutto l’apprezzamento e la gratitudine mia personale e del popolo italiano, per l’opera che l’Amministrazione ha svolto e sta svolgendo, ormai da un anno e mezzo, per il risollevamento del nostro Paese. L’UNRRA col suo lavoro ha contribuito a portare al nostro, come ai paesi europei e all’oriente, l’aiuto delle nazioni che avevano combattuto e vinto per la libertà. Fu questo il pensiero del Presidente Roosvelt quando, negli stessi giorni in cui l’Italia iniziava la dura lotta per la sua liberazione, lanciava alle Nazioni Unite l’appello a continuare su un terreno di pace, la stessa collaborazione, la stessa unità di sforzi che le aveva legate in guerra: «Abbiamo lavorato insieme con le Nazioni Unite in pieno accordo d’azione combattendo in terra, nel mare e nel cielo. Stiamo ora per fare un nuovo passo in quell’unità d’azione che è necessaria per vincere la guerra e gettare le fondamenta di una pace sicura». I risultati di tale lavoro sono riassunti nella Sua ultima lettera e le cifre parlano chiaramente di una rinascita: nel ringraziare l’UNRRA per tutto ciò, mi è gradito associarmi a Lei nel riconoscere quanta parte abbia in questi successi il sacrificio e la volontà del popolo italiano. Condivido e seguo gli sforzi che l’Amministrazione e il Governo stanno facendo per assicurare il buon esito del programma e per evitare che il periodo di transizione fra la fine dell’UNRRA e le successive [importazioni] possa ripercuotersi […] sul progresso ricostruttivo del Paese. L’UNRRA ora si avvia alla cessazione delle sue attività, ma lascia l’insegnamento di anni di sagace lavoro: essa, per prima in questo dopoguerra, ha mostrato che vi è un terreno sul quale, lontani da ogni discriminazione di politica, di religione e di razza, tutti i popoli possono collaborare. L’Italia si augura che agli stessi criteri si ispirino i successori dell’UNRRA e che uno sguardo al cammino percorso serva loro di incitamento a non interrompere e a non lasciare insoddisfatti nel 1947 i bisogni delle popolazioni che ancora risentono della guerra. La prego, Sig. Keeny, di partecipare i miei sentimenti di gratitudine al direttore generale Fiorello La Guardia e di accogliere i sensi della mia più alta stima. "} {"filename":"0ae5a753-cb34-4d4c-8049-a7a3b2621594.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Porge innanzitutto il saluto ai nuovi ministri Bracci e Cianca . Successivamente richiama l’attenzione sulla gravita e solennità che porta la decisione sulla consultazione popolare e sulla procedura della Costituente. È stato espresso il desiderio che tali questioni siano connesse a quelle aperte sulla legge elettorale. Propone perciò che la discussione si svolga nell’ordine e sugli argomenti seguenti: 1) questioni connesse con la Costituente; 2) legge elettorale; 3) incarichi tecnici da elaborare. Fa presente inoltre che si ritorni sull’argomentonel pomeriggio, prendendo le decisioni che l’urgenza del caso richiede. Riferisce poi che il Consiglio di Gabinetto ha fatto sensibili sforzi nei giorni scorsi per ottenere e garantire la possibilità di interpellare il Paese senza differire le elezioni, venendo così ad avvicinarsi a un punto di confluenza pratica. Le discussioni sono sorte dalla necessità di estendere il senso dell’art. 1 della legge del 1944 per quanto riguarda la procedura sostanziale . La questione più importante verteva sul Governo che dovesse continuare durante la Costituente, l’opera di quello attuale. Occorreva l’accordo preliminare dei partiti e bisognava tener anche conto delle varie tendenze e della volontà popolare. Ne risultò il referendum, ma doveva, esso, essere preventivo, successivo o intermedio? C’era pure la questione del referendum sui poteri della Costituente. Tutti i partiti si adoperarono per evitare la crisi e garantire le elezioni e fu così che si arrivò ieri ad una transazione, sulla quale, però Cianca riservò l’accettazione del suo partito. La prima questione è se si deve fare o meno il referendum sul problema istituzionale. Il Consiglio di Gabinetto sarebbe giunto all’accettazione del referendum preventivo, proposto da alcuni e al quale altri si sono adattati. Dato che è tuttora vigente l’istituzione monarchica, la domanda posta è la seguente: Volete voi che sia istituita la Repubblica? Per il caso quindi che il referendum fosse stato favorevole alla Repubblica si è stabilita la procedura conseguente per la nomina del capo dello Stato provvisorio. Però si è dovuto anche aggiungere una formula per l’ipotesi della vacanza luogotenenziale; si è poi ricercato di stabilire l’attività legislativa dell’Assemblea nella quale è prevista una concessione al decreto del 1944 nonché al parere dei giuristi. Fa presente che un lavoro preminentemente di ordine amministrativo, come quello dei trattati internazionali e del trattato di pace, potrà essere devoluto al Governo invece che all’Assemblea. Ciò darebbe forza al Governo per resistere anche in sede di trattative. Si è pure voluto tentare di limitare il potere di Governo sulla base della formula francese. L’Assemblea Costituente decade entro i 10 mesi. Poiché le elezioni saranno in giugno, si dovrebbe essere in grado di fare le elezioni del nuovo Parlamento almeno in ottobre, ma ciò gli sembra impossibile: viceversa si andrà in primavera. Qualcuno si è pronunciato per una proroga di 4 mesi. È chiaro che qualora il referendum si pronunci sfavorevole alla repubblica, rimane in vigore il sistema luogotenenziale: ci sono questioni subordinate che andranno risolte in seguito. Il votare per la Monarchia non implica peraltro il decidere subito sulla persona fisica rappresentante dell’istituto. In quanto alla formula del giuramento, si è molto discusso, sollevando anche la possibilità di eliminare il giuramento. Ritiene, però, che sarebbe comunque necessario un giuramento solenne per l’accettazione delle decisioni della Costituente e che analogo impegno di rispettare i risultati dovrebbe essere preso dai partiti, allo scopo di tutelare la libertà dei cittadini di esprimere la loro opinione. Era necessario trovare una formula anche per le leggi e si è stabilito che esse, salvo quelle di materia costituzionale, decadono se non sono ratificate dal Parlamento. Infine, si è discusso se tutte queste questioni dovranno essere poste sotto la tutela dell’opinione pubblica oppure come per la legge del 1944. La situazione è talmente difficile che sarebbe stata necessaria, come per la questione istituzionale, la consultazione popolare. Ma la materia è così complessa che l’elettore non saprebbe orientarsi. Perciò bisogna chiarire prima in modo che la risposta sarebbe: sì o no per la prima questione, e sì solo per coloro che voteranno per la Repubblica. Si è parlato anche delle questioni elettorali, alcune delle quali sono rimaste aperte (quorum, art. 66, voto obbligatorio) nonché della situazione dell’Alto Adige. […] Pacciardi, del Partito Repubblicano, dichiarò che non sapeva ancora se i rappresentanti del suo partito entravano nella Consulta. Se intervenissero si schiererebbero certamente contro la Luogotenenza. II rappresentante del Partito Democratico è preoccupato della giustizia elettorale. Una rappresentanza di repubblicani, composta da Facchinetti , Pacciardi e Parri, mi prospettarono le loro preoccupazioni sul mantenimento della Luogotenenza durante le elezioni. Se si accettasse questo ritiro, essi accetterebbero il referendum e la partecipazione al Governo di coalizione, anche coi monarchici. Altri partiti all’infuori di quelli rappresentati nella Consulta, non sono stati interpellati. L’attuale Presidente del Senato ha anche mandato una petizione per ottenere un plebiscito sul problema. […] Chiede che la questione venga comunque discussa: in seguito il Partito d’Azione vedrà se può accedere. […] Chiede se potrebbe ottenersi che non venisse, allora, lesa la persona del Luogotenente . […] La formula più semplice era quella di votare sulla Costituente ma ciò avrebbe portato alla esclusione di taluni partiti. Se vogliamo fare la ratifica del decreto sulla Costituente c’è il pericolo di rimettere in discussione la Costituente stessa. […] Fa presente che i timori e le difficoltà esposti da Bracci sono stati anche suoi e non si è tralasciato di discutere i relativi problemi . Da parte dei partiti di sinistra le stesse obbiezioni sono state fatte valere. Egli favorì il referendum intermedio durante la Costituente, ma poi i partiti decisero quello preventivo. La cosa non può essere drammatizzata, in quanto l’elettore è chiamato, in conclusione, a fare contemporaneamente la designazione del Capo dello Stato e dei rappresentanti alla Costituente. Riguardo alla pregiudiziale del Partito d’Azione fa presente che vi è un fattore anche internazionale. Le dichiarazioni impegnative fatte fare sulla tregua istituzionale dovrebbero legare fino al nuovo Parlamento . Per il regime luogotenenziale, il sottoporlo al responso popolare ci farebbe trovare davanti ad una situazione imbarazzante cogli Alleati, specie con l’America. La costituzione deve essere decisa dalla Costituente e per assicurare ciò aveva proposto la formula: «volete che la Costituente decida per la Repubblica o la Monarchia?». Per il referendum sui poteri ci sarebbe il vantaggio di chiarimento. D’altronde tutte queste risposte sono contemporanee alle votazioni sulle persone che rappresenteranno alla Costituente. Da parte sua è favorevole all’accoglimento del referendum per mantenere l’accordo, però conservando il principio dell’antifascismo, nel senso di mantenere un fronte contro le violenze, le dittature, la politica di disastro, per evitare che si riformi una forza con velleità di rinascenza come quella che portò la Germania al disastro. [La seduta veniva sospesa alle ore 14.30. Il Consiglio dei Ministri veniva nuovamente convocato alle ore 17.30]. Fa presente che sentita la discussione generale e le riserve del Partito d’Azione si può iniziare l’esame degli articoli del decreto per la Costituente. Legge quindi l’art. 1 e propone il cambiamento della formula «chiuse le elezioni» in «proclamato l’esito delle elezioni». […] È stato proposto un cambiamento nel senso di specificare Monarchia o Repubblica. Rileva quindi la necessità di stabilire due contrassegni che rappresentino i due istituti, lasciando all’elettore la relativa scelta. […] Legge l’emendamento sulla maggioranza qualificata dei 3\/5 per l’elezione del Capo dello Stato e propone che al 3° scrutinio subentri la maggioranza assoluta. Il Consiglio approva. Per l’ultimo comma dell’art. 4 fa presente che se si volesse fare la sospensione del Luogotenente, ci si troverebbe in contrasto con la tregua istituzionale, con la conseguente opposizione degli Alleati. Ha, inoltre, l’impressione che lo stesso Principe manterrà, come ha confermato in altre occasioni, la promessa di voler fare in modo che i cittadini esprimano liberamente la loro volontà. […] È arrivato a proposte transattive perché la proposta di ignorare il conflitto fra la volontà di una Costituente sovrana e il decreto n. 151, derivava dalle proposte americane. Il dissimularla non era facile perché i partiti non hanno tenuto ad affermare l’antitesi. La cosa non è sorta così soltanto per iniziativa del Partito liberale ma anche per l’intervento alleato che vuol vederci chiaro a tempo . Nasce, quindi, una necessità di accordo, per il quale egli proponeva una soluzione intermedia. Una eventuale crisi sarà domani oggetto di polemica. Peraltro oggi siamo su un piano di compromesso. […] Prende atto delle dichiarazioni di Bracci e chiede in quale momento dovrebbe essere fatta la dichiarazione del Partito d’azione . Se si accetta il progetto si devono fare tutti gli sforzi per farlo passare alla Consulta, salve tutte le dichiarazioni. "} {"filename":"401c147c-b0fb-4281-894e-c091a3b6e4b6.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Si è informato con le dovute cautele sulle prospettive dellaCorte di Cassazione. C’è anzitutto la convinzione che la prossima deliberazione sia conclusiva: anche se occorresse ancora fare indagini, sembra che si farà comunque una dichiarazione sulla maggioranza. Riguardo al tempo si ritiene, nella ipotesi più sfavorevole, che occorreranno altri 4 o 5 giorni. Due giorni sono ritenuti sufficienti per decidere sulle controversie più importanti di carattere decisivo. Nel rubricare i ricorsi, poi, è emerso che molti casi non sono rilevanti. Questa seconda proclamazione verrebbe incontro allo stato psicologico del Paese. È ormai dovere del Governo di mantenere questi rapporti. […] Passa a riferire sui rapporti col Quirinale. Legge quindi, la lettera del Re che ha portato il ministro Lucifero . Dopo pranzo gli è stato telefonato che il Re, per pacificare gli animi, si recava in una villa fuori Roma. Con ciò è caduta la questione della Luogotenenza o delle attribuzioni delegate al Presidente. Riferisce ancora sulla telefonata avuta con Lucifero stanotte alla presenza di Arpesani e dei Segretari. È stata richiamata la tesi sostenuta da Orlando circa l’espediente della delega oppure di attendere ancora per 4 o 5 giorni per la nomina del Capo provvisorio dello Stato, soluzione questa ultima che da Orlando è stata definita «l’uovo di Colombo». Lucifero ha prospettato le due tesi in contrasto, rese divergenti dall’ordine del giorno del Consiglio dei ministri in cui è dato per acquisito il risultato repubblicano . La situazione pertanto permane ora in uno stato non definito. Il Re si è allontanato, ma non vi è stata sostituzione. Le prerogative del Re erano teoriche, anche per quanto riguarda il comando delle forze armate. Bisogna esaminare se vale la pena di fare la proclamazione dell’attribuzione dei poteri del Capo dello Stato, di fronte al fatto che i poteri sono in mano al Consiglio dei ministri. Vi è inoltre la questione della bandiera, per la quale pare che non vi siano stati incidenti e quella degli atti giudiziari. Vi è pure la questione dell’ordine pubblico che può da un momento all’altro essere turbato. Noi dobbiamo ottenere l’adesione di quella parte che è rimasta soccombente. Vi è infine il problema della stampa che sembra non continui ad accanirsi. Ha discusso con Lucifero la questione relativa agli elettori votanti che è molto discussa, ma la tesi prevalente presso i Magistrati è che le cifre della proclamazione sono una presunzione. Comunque la sensazione dei Magistrati [è] che la soluzione repubblicana sarà consolidata. Rende noti i saluti alla nuova Repubblica Italiana pervenuti da parte della Costituente Francese che ha fatto due mozioni. Noi potremo rispondere affermando così la decisione dell’avvento della Repubblica. Quanto alla comunicazione di Bevin, fa presente che l’Ambasciatore Charles gli ha portato un saluto del ministro inglese molto lusinghiero anche per il Presidente del Consiglio come nuovo Capo dello Stato. Vi è ora la necessità di evitare qualunque manifestazione e di limitare cortei. D’altra parte non si deve dare una sensazione troppo funebre. Bisogna che il ministro dell’Interno trovi la via di mezzo, rivolgendosi ai partiti. […] Potrebbe esserci un referendum nullo. […] C’è una esigenza per noi di spiegare e confermare. Si è preparato una esposizione giuridica che può servire a tal fine. Spiega qui per quali ragioni è stata fatta la legge: considera che essa è una preparazione per rassicurare la coscienza del Paese; tale esposizione afferma inoltre la posizione del Governo di fronte alla lettera di Umberto. È persuaso che la proclamazione del referendum porti automaticamente all’instaurazione di un regime provvisorio. In proposito il Governo ha in mano tutte le leve del comando: ci manca la promulgazione e la sanzione delle leggi. Il dominio della situazione permette di poter dire una parola agli organi dello Stato e di rivolgere un appello di pacificazione. Si verrebbe, dopo questa parte declamatoria, alla fase esecutiva, e cioè all’esercizio del potere: che cos’è più utile? Non illudiamoci che non vi siano degli elementi che, a proposito della provvisorietà della proclamazione, obbiettino la questione della legalità del nuovo potere e ciò anche nel campo internazionale. Richiama la frase di Stone che, nell’accenno alla possibilità di ulteriore integrazione e perfezionamento della decisione, dimostra che vi è un elemento di perplessità in America e presso gli Alleati. Ora, se assumesse il potere, dovrebbe farsi presentare tutti gli alti funzionari dello Stato e prendere in mano quelle forze che, forse, non hanno assunto un atteggiamento sicuro. Può spiegare che la monarchia è fuori legge ma non può dimostrare l’esistenza della repubblica. Dopo aver fatto tanto lavoro per arrivare a questo risultato, teme che l’assumere i poteri di Capo dello Stato possa essere considerato un gesto poco ponderato. Chiede di riflettere bene su queste obbiezioni, dato che si tratta di cosa grave e seria. Se l’impressione di oggi è vera, dovrebbe rimandarsi ogni decisione di qualche giorno. Al di là della questione giuridica è la questione politica. Propone che domani ci si ritrovi per discutere e rivedere la dichiarazione. […] Propone che si dichiari che una collaborazione nella forma giuridica attuale non è possibile, perché non corrisponde alla situazione presente. Quanto all’unità, si penserà di ottenere anche la collaborazione del Re, nel senso che egli accetti la dichiarazione del Consiglio dei ministri. [La seduta viene sospesa alle ore 23.15 e ripresa alle ore 23.45]. Conferma di accettare. Ringrazia Corbino della domanda . "} {"filename":"b5b47558-5d1e-4cdb-b9fe-ae9fb52f33b9.txt","exact_year":1946,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Riferisce sulla situazione internazionale con particolare riferimento al trattato di pace in elaborazione. Informa che i telegrammi ricevuti dal Ministro Nenni, che sta compiendo una missione esplorativa in varie capitali estere, sono piuttosto di carattere lenitore: il testo del trattato predisposto dai quattro Grandi non sarebbe l’ultima parola. L’estensione della zona dello Stato libero di Trieste a Pola non sarebbe da escludersi. Però Bidault non intenderebbe revocare le richieste francesi ad occidente. Ove la procedura della votazione fosse decisa in senso favorevole alle richieste delle piccole nazioni potrebbero aversi risoluzioni più benevole. L’Italia non è ancora stata invitata ad esporre le sue ragioni e non sappiamo se il punto di vista italiano potrà essere sostenuto nell’Assemblea o solamente dinanzi a Commissioni. II trattato che è stato pubblicato a New York per indiscrezioni, consta di 38 pagine dattilografate divise in parecchi capitoli con un preambolo. II preambolo dapprima è poco consolante perché non tiene conto della reazione del popolo italiano alla dichiarazione di guerra. Però ci riconosce poi la cobelligeranza. Infine ammette la nostra possibile ammissione all’Onu. Le clausole territoriali confermano le notizie già note, vi sono proposte già decise dai quattro, vi sono clausole secondarie che non appaiono definitivamente stabilite. L’art. 12 parla della cessione del Dodecanneso, da smilitarizzarsi per essere assegnato alla Grecia. L’art. 13 provvede ai diritti di coloro che rimarranno nei territori ceduti ma genericamente. Nessuna precisazione in favore od a tutela delle minoranze. L’art. 14 (clausole politiche) ci impone le quattro libertà fondamentali che noi abbiamo già dichiarate. L’art. 17 impone la rinunzia a tutte le colonie africane in attesa della definitiva decisione sulla loro sorte ed attribuzione. Non appare in favore di chi questa rinuncia dovremmo fare. In realtà l’Inghilterra sembra intransigente anche sui nostri interessi e sui nostri rapporti commerciali con le colonie africane. È prevista, inoltre, la rinuncia all’Albania. Saseno farà parte del territorio albanese e l’Italia «rinuncia» a tutti i beni italiani in Albania, del valore di parecchi miliardi. Altra rinuncia riguarda l’Etiopia. Infine vi è la rinuncia all’Istituto Internazionale dell’Agricoltura che però, forse sarebbe riconosciuto come centro europeo dell’Istituto istituito durante la guerra negli Stati Uniti in sostituzione di quello a Roma. Durissimo l’art. 37 che autorizza ogni potenza già belligerante a denunciare qualsiasi trattato esistente fra essa e l’Italia. Clausole militari. Espone il parere dei dicasteri competenti: l’Italia resta completamente indifesa alla frontiera. È la tesi dello Stato Maggiore francese. Legge il parere del nostro Stato Maggiore che conclude col surriferito giudizio. È facile prevedere l’irrigidimento della Francia sulle sue pretese alla rettifica dei confini. Sulla frontiera orientale poi l’Isonzo non rappresenterà più una difesa. Resterebbe la linea del Tagliamento indifendibile anche per mancanza di nostre forze militari. Anche questa frontiera resterebbe completamente aperta al nemico. Lo Stato Maggiore sconsiglia la firma di un trattato che tale situazione convaliderebbe ad oriente e ad occidente. Espone quindi le dichiarazioni dell’ex ministro della Marina ed attuale Capo di Stato Maggiore della Marina, Ammiraglio De Courten relative alle reali benemerenze della Marina italiana verso gli Alleati. Egli vorrebbe dimettersi dall’attuale sua carica avendo rappresentato e consigliato l’atteggiamento della flotta italiana dopo 1’8 settembre 1943 che oggi è misconosciuto dagli Alleati. Queste ragioni morali furono già fatte presenti dallo stesso De Courten all’Inghilterra e agli Stati Uniti. L’Italia non ha però mai potuto partecipare a trattative ed a discussioni con gli Alleati su questo tema (spartizione della flotta). Le navi che ci sono lasciate sono in minor numero di quelle che al principio parevano disposti a lasciarci. Non potrebbero poi costituire un tutto organico, seppure modesto, perché le navi che ci resterebbero sono di tipo diverso. La smilitarizzazione territoriale accresce la nostra inefficienza navale. De Courten voleva dimettersi. Dopo l’intervento del ministro Micheli le sue dimissioni sono rimaste sospese e potranno essere ritirate. Il Consiglio dovrebbe deliberare sulla non accettazione delle anzidette dimissioni onde egli possa ancora sostenere le ragioni italiane alla conferenza su questo tema. Richiama in proposito le deliberazioni di Quebec e le assicurazioni dell’Ammiraglio inglese Cunningham. Sull’Aviazione il Presidente De Gasperi osserva che con le clausole del trattato all’Italia rimarrebbero in tutto 120 aerei da combattimento e minorati. Dell’Aviazione civile non si parla: e si dovrebbe pensare che non si intenda imporci limitazioni. Clausole economiche:Informa che sono state studiate da commissioni sotto la presidenza dell’on. Paratore . Esse impongono oneri positivi e negativi, prescindono dalla nostra capacità a pagare, non tengono conto di alcuna compensazione, né della nostra qualità di cobelligeranti. L’Italia non potrebbe riacquistare un equilibrio economico stabile. All’art. 64 sono assegnati 100 milioni di dollari di indennità all’U.R.S.S. da pagarsi in sette anni con un respiro di tolleranza nei primi anni. Il prelievo avverrebbe in tre forme e cioè su: a) impianti industriali di armamenti; b) beni esistenti negli Stati balcanici; e) produzione industriale corrente. L’art. 69 è gravissimo pel diritto di confisca che consente dei beni italiani all’estero da parte delle potenze alleate od associate nel territorio di ciascuna di esse. Ingiusto particolarmente ed eccessivo l’art. 66, che stabilisce una vera retrodatazione dello stato di guerra ai nostri danni. La rinuncia a tutti i beni in Etiopia e in Albania costituirebbe un indebito arricchimento perché il valore di tali beni supera qualsiasi danno che quei paesi possano avere avuto da noi. L’art. 67 ci impone poi la rinuncia ad ogni credito verso la Germania e costituisce una clausola altrettanto onerosa quanto ingiusta. Bisognerebbe accertare la capacità globale dell’Italia al pagamento. Tenere conto delle prestazioni effettuate dall’Italia agli Alleati dopo il 1 settembre 1943. Le spese dell’occupazione sono in verità diventate spese di cobelligeranza. Tutte le nostre voci attive sono messe da parte e non considerate. Queste condizioni, ove realmente fossero attuate, provocherebbero una gravissima e irreparabile crisi nella nostra economia. Ciò esposto il Presidente invita i Signori ministri ad esprimere il loro pensiero sui vari punti. Per quanto riguarda la questione se il trattato, ove non venisse modificato, debba venire sottoscritto o meno, gli sembra prematuro il porla oggi. Gli uomini che dovranno trattare sanno del resto che la decisione definitiva è riservata alla Costituente. […] Osserva che la conferenza dei 21 dovrà chiarirlo . Propone di non nominare una delegazione fissa, ma di incaricare persone che stiano a Parigi e possano ritornare a Roma a seconda dell’andamento dei lavori. Propone di costituire come segue la nostra delegazione: 1°) Una commissione specificatamente politica composta del ministro per gli Affari Esteri; del Presidente della Commissione degli Affari Esteri della Costituente; del Presidente della Costituente. 2°) Una commissione degli Ambasciatori italiani a Londra, Washington, Mosca, Rio de Janeiro, Varsavia (per Parigi c’è già Saragat nella prima commissione). Vi includerebbe l’ambasciatore nostro a Varsavia tenendo conto della possibilità di contatti con Mosca, con Segretario l’Ambasciatore Soragna 3°) Una commissione ai lavori per i trattati composta dei Sigg., Pilotti, Perassi, Sorrentino. 4°) Una commissione militare composta dei ministri per la Guerra, per la Marina, per l’Aeronautica e dei Capi di Stato Maggiore delle tre Armi: 5°) Una commissione finanziaria composta dal ministro Corbino e dagli on.li Paratore, Pesenti , Vanoni, Vignola e Lombardo. 6°) Una commissione per il Lavoro con i rappresentanti della Confederazione del Lavoro, di quella dell’Industria, della Marina Mercantile quali Commissari, verranno chiamati a seconda le esigenze. Saranno poi chiamati a Parigi esperti coloniali ove si potesse entrare nella discussione in merito, oltre la formula politica . Prosegue esaminando quale possa essere la tattica nostra: se il trattato viene en bloc non dobbiamo assumere la responsabilità di esso. Una tale soluzione non dà la possibilità di speranze di una migliore vita fra i popoli. La durezza della formulazione è inaccettabile. Speriamo che Bevin e gli altri Grandi si lascino indurre a modificarla. La procedura seguita non ci ha dato la possibilità di collaborare alla formulazione del progetto. Forse con questa conferenza i quattro pensano di rimediare almeno alle apparenze. Ma pertanto noi non possiamo assumere come Governo alcuna responsabilità sull’accettazione del trattato en bloc senza correzioni soddisfacenti. Se fosse possibile far estendere la internazionalizzazione a Pola sarebbe già una discreta attenuazione. È opportuno ricercare ancora il modo di una collaborazione con gli jugoslavi. Sarà opportuno ammettere la possibilità di arrivare ad un plebiscito. Sul terreno economico – dice De Gasperi – forse potremo trovare maggior appoggio presso la Russia. Essa poi non ha interesse a che l’Inghilterra ci anneghi nel Mediterraneo: ma la questione coloniale appare oggi accantonata. L’Italia poi – osserva ancora – è tagliata fuori dal trattato generale di pace (Germania) pur avendo noi dichiarata la guerra, cobelligeranti, alla Germania. Non si può paralizzarci, come vorrebbe lo Stato Maggiore francese, fuori dalla possibilità di una collaborazione internazionale. Su questi punti e su questa concezione di resistenza dovremo inquadrare il nostro atteggiamento. Dopo il 21 agosto i «Quattro» si raduneranno di nuovo e riesamineranno il trattato. Avremo ancora dopo la possibilità di appellarci all’O.N.U. Questa la linea generale suggerita da De Gasperi. Nella discussione alla Costituente, egli non ha trovato suggerimenti pratici ed efficaci. […] Obietta che tutti i ministri degli Esteri anche delle altre nazioni si troveranno a Parigi . Su richiesta di Gonella il Presidente De Gasperi avverte che liquidata la questione della Tunisia, de Gaulle aveva dichiarato non sussistere altre questioni in sospeso fra la Francia e l’Italia. La richiesta di Briga e Tenda e poi del Moncenisio è pertanto riuscita una sorpresa in contraddizione colle verbali assicurazioni dateci. Circa la discussione avvenuta alla Commissione Esteri della Costituente De Gasperi informa che l’on. Parri ha mosso alcuni rilievi per insufficienti trattative o mancati avvicinamenti alla Russia. […] Inoltre, sulla questione De Courten, dichiara che egli lo giudica uomo esperto e abilissimo. Egli possiede perfetta memoria e conoscenza di quanto si è trattato ed è avvenuto fra noi e gli Alleati. Ritiene opportuno che De Courten resti al suo posto di Capo di Stato Maggiore. La questione delle sue dimisisoni può del resto, essere accantonata. Fra qualche settimana potrà essere ripresa. Propone di fare, circa il trattato, un comunicato esprimente le impressioni del Consiglio e le istruzioni che darà ai delegati. Non è ora il caso di fare dei bei gesti. Occorre attendere e vedere. Terremo altri Consigli dei ministri, occorrendo, venendo d’urgenza con aereo a Roma. "} {"filename":"5f8b3670-284c-4438-9ca6-0770de7eac50.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Riferisce sull’ordine dei lavori della Costituente: venerdì si comincerà la discussione sull’imposta patrimoniale! Il Governo dovrà rispondere alle interrogazioni sulle richieste degli statali. Una discussione generale finanziaria non potrà essere evitata. Non è però possibile che il Governo non tenga in essa una condotta solidale. Ne uscirebbe indebolita anche la situazione finanziaria. Occorrerebbe una base anche più larga di adesione sulle misure che si debbono prendere per sostenere la finanza e la moneta dello Stato. Come già disse alla radio l’altro giorno – prosegue il Presidente – è opportuno e necessario ottenere il consenso e la collaborazione di uomini i quali non rientrano attualmente nella compagine governativa . L’atteggiamento di riserva o di ostilità dell’Avanti! e dell’Unità al suo discorso gli fa ritenere l’opportunità di affrontare decisamente il nodo della questione. Oggi, è vero, egli non è più un ottimista; vede scuro nella situazione; teme si possa andare verso l’abisso finanziario e mentre si discute di elezioni o di scuola il Paese si va staccando da noi. La Costituente va alla deriva e il Governo non esercita alcuna influenza sulla determinazione e sull’andamento dei suoi lavori, mentre essa sta creando difficoltà all’approvazione di provvedimenti decisi dal Ministero. D’altra parte, l’Assemblea Costituente è impegnata a terminare il suo lavoro per la Costituzione entro i limiti di tempo legislativamente stabiliti. Una proroga arbitraria sarebbe pericolosa. Ritiene inoltre che sarà difficile non accedere alla proposta di referendum sulla Costituzione ove questa continuassead essereapprovata pezzo per pezzo con pochi voti di maggioranza. Insomma egli non si sente di tirare avanti in questa situazione in cui sembra che il Paese e molti esponenti politici non pensino che alle elezioni. Il Presidente richiama alla considerazione dei colleghi la questione delle richieste degli statali. Il Tesoro non ritiene accettabile la richiesta della applicazione della scala mobile agli stipendi degli impiegati dello Stato, che importerebbe un onere di circa 100 miliardi. Propone di rispondere alla Assemblea che il problema sarà trattato nella discussione generale finanziaria. Intanto, su questa il Governo non può avere che un atteggiamento unico, solidale. Se non siamo d’accordo è meglio saperlo prima: non è possibile trovarsi in contrasto all’Assemblea. Bisognerà, se d’accordo, cercare che anche i gruppi parlamentari governativi assumano un atteggiamento conseguente. Così potremo sperare di avere una favorevole conseguenza sull’opinione pubblica. Se non riusciremo a questa conclusione, sarà il caso di vedere il da farsi. Prega tutti i ministri di esprimere il proprio parere. […] Contesta a Sereni sembrargli proprio che questi abbia letto il suo discorso solo attraverso i commenti degli altri, ma non nel suo testo . Egli [De Gasperi] in realtà ha difeso alla radio il Governo e l’opera di questo. Ciò premesso, conferma il suo pensiero, già manifestato al suo ritorno dagli Stati Uniti, sulla convenienza di allargare la base e la collaborazione al Governo. L’atteggiamento di qualche gruppo della maggioranza della Costituente nella campagna di Finocchiaro Aprile ha avuto penose e gravi ripercussioni nel Paese. Nella campagna elettorale siciliana il «blocco del popolo» ha stampato manifesti che accusano di affarismo e corruzione De Gasperi, Campilli e Mentasti . Vorrei sapere da Sereni con quale programma e in quale situazione pensa di affrontare le elezioni a ottobre quando fossimo precipitati nell’inflazione. Nel suo discorso radio concludeva esprimendo, in sostanza, l’opinione che sarebbe meglio avere nel Gabinetto rappresentanti delle varie forze e correnti economiche. Sarebbe utile, ad esempio, avere qui i rappresentanti delle due confederazioni. Una più larga collaborazione di politici e di tecnici e di forze economiche sarebbe certo utile al Paese. Esprime francamente dubbi e dissensi che l’istituzione dei «consigli di gestione» possa in questo momento favorire la ripresa economica. Delle forze economiche dobbiamo tenere conto anche nel Governo. Perché l’Avanti! oppone i «quattordici punti» di Morandi ai problemi del Tesoro ed a Campilli? Conferma la sua piena ed assoluta fiducia nella onestà e nella competenza e capacità del ministro del Tesoro. […] [La seduta, sospesa alle ore13.00, riprende alle ore 17,15]. Desidera rettificare impressioni erroneamente diffuse sull’America. È antistorico che un Governo di sinistra in Italia otterrebbe miglior trattamento dagli Stati Uniti, come si disse, ad esempio, nella lotta elettorale in Sicilia. La situazione interna oltreoceano si è anzi maggiormente orientata verso destra con la vittoria elettorale dei repubblicani. Utile sarebbe la costituzione di un comitato tecnico-economico italoinglese. Ritiene non facile la missione del «compagno» on. Lombardo in America. Non è opportuno comprometterlo dipingendolo come uomo di sinistra o sollevando eccessive speranze su quanto, in materia di prestiti, potrà ottenere. Se noi potessimo dare in Italia un senso di una reale maggiore unità, anche la missione Lombardo sarebbe facilitata. Se riuscissimo ad attenuare le critiche così clamorose della opposizione di destra imbarcando a bordo qualche uomo di detta corrente, la cosa riuscirebbe utile anche sotto questo aspetto. L’America vuole trovare in noi «la stabilità democratica». Il direttore della «Fiat», ing. Valletta, mi ha confermato questa impressione. Ecco perché ritengo utile e necessario di imbarcare nel ministero qualche elemento tecnico-finanziario delle destre. Legge sull’Avanti! il manifesto socialista del 1° maggio , rilevando tutta la sua ingiustizia e inopportunità agli effetti della collaborazione e della tranquillità necessarie alla ripresa economica del Paese. […] Fa presente che il prestito di 100 milioni di dollari consentitoci dagli Stati Uniti è fatto con riferimento ad attribuzioni ad imprese private e non allo Stato. Occorre che questi Comitati precisino la necessità dei vari gruppi della produzione cui il prestito debba essere attribuito. […] Fa presente che la richiesta della Confederazione Generale del Lavoro per gli statali comporta l’applicazione della scala mobile prevista per i salari degli impiegati privati anche agli stipendi degli statali. Inoltre, si riserva di prendere in esame le particolari richieste della Confederazione stessa. Questo è l’inizio della nuova corsa agli aumenti delle spese e all’ascesa dei prezzi. La interruzione dei servizi pubblici costituirebbe un grave colpo alla autorità ed al credito dello Stato. Sul tavolo è la questione dei magistrati per i quali la Commissione della Costituente ha proposto più ampie concessioni. La questione più preoccupante è quella della applicazione della scala mobile agli statali. […] Esaminiamo quello che possiamo concedere, e concediamolo. Resistiamo, invece, a quelle richieste che importano nuovi gravi oneri per lo Stato, anche se la Confederazione del Lavoro fa pressioni e dichiari di non essere in grado di tenere testa all’agitazione. Lunedì o martedì faremo all’Assemblea le nostre dichiarazioni in proposito, dopo aver esaminate le nostre possibilità. "} {"filename":"2dcfc848-bc3e-4531-8fdc-c90cb588ea65.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Mi si è fatto rimprovero di non aver presentato ai rappresentanti dei partiti un vasto e spronante programma. Ho risposto: «Ho già presieduto due governi e sono ministro da due anni e mezzo. Le mie idee e le mie tendenze sono state già saggiate dall’esperienza; hanno avuto espressione programmatica tra molte dichiarazioni e quel che più conta, un concreto riflesso nei provvedimenti legislativi da me accolti e proposti e in disposizioni amministrative da me prese, ispirate o accettate». I miei interlocutori erano quindi autorizzati a supporre l’inquadramento generale nel quale io ieri e oggi intendo indicare solo gli obiettivi immediati e urgenti di un governo limitato nel tempo e condizionato dalla presente realtà politica ed economica. L’esigenza fondamentale nel campo economico si riassume nella formula «produrre e produrre in un clima di efficienza tecnica e di perequazione sociale». Produrre per il mercato interno poiché dall’aumentata disponibilità dei beni deriverà il ribasso dei prezzi e quindi l’aumento dei salari reali; produrre per l’esportazione che ci assicuri i mezzi per pagare gli alimenti, il carbone, le materie prime; produrre per debellare definitivamente la disoccupazione. Confidiamo che per il 1947 il contributo post-Unrra promessoci e il prestito estero ottenuto ci aiutino a sormontare le difficoltà; ma un governo prudente deve elaborare un piano di maggior lena che dovrà servire di base per la nostra produzione, per i crediti esteri e per l’acquisto di materie prime. Anche qui non si tratta di innovare ma di completare e definire perché il presente governo nei suoi organi tecnici ha già impostato questo piano: esso si fonda sul principio che deve valere per tutto il paese: fare prima le cose che debbono e possono essere fatte prima, rinviare le altre a termini in cui maturino le possibilità. Per attuare questo piano abbiamo bisogno del concorso degli operai e dei datori di lavoro: è con tale spirito di collaborazione che governo e Assemblea dovranno esaminare i progetti per i Consigli di gestione, deferiti già dal ministero attuale al Cir perché lo faccia discutere dai rappresentanti di queste forze che sono chiamate a collaborare. Il comandamento del produrre vale anche per l’agricoltura: abbiamo già votato le leggi per l’Ente per l’irrigazione e la trasformazione fondiaria delle Puglie e della Lucania e per l’Ente di valorizzazione della Sila. È già sul tavolo dei ministri il progetto di irrigazione e bonifica della Sardegna. Il comitato per le bonifiche presso il ministero dell’Agricoltura va varando un piano quinquennale per tutta l’Italia. Entro aprile i programmi regionali per le bonifiche da eseguire nell’Italia meridionale saranno pronti nei loro particolari in modo tale da poter iniziare subito lavori organici che: a) diminuiranno la disoccupazione; b) accresceranno la produzione; c) prepareranno e renderanno possibile la riforma agraria per una più equa ripartizione della proprietà. In materia di contratti agrari nell’ultimo Consiglio si è iniziata ma non conclusa la discussione sulla controversia circa i canoni di affitto negli anni decorsi e sono pronti i progetti per la proroga dei contratti di piccolo affitto e compartecipazione e quello per la conversione in legge con adattamenti diversi a seconda delle regioni, del lodo De Gasperi annunciato, come si ricorderà, per la Toscana e l’Emilia. È superfluo aggiungere che questo governo, come il passato, dovrà preoccuparsi soprattutto della difesa della lira e avrà anch’esso di mira la efficienza del sistema tributario normale, la rapida applicazione dell’imposta straordinaria sul patrimonio; nella quale occasione si dovrà dare l’ultima parola sulla questione del cambio, la sollecita determinazione delle imposte sui prestiti di guerra e di regime, la revisione delle spese per ridurre quelle improduttive. Qui il governo potrà chiedere il concorso dell’Assemblea per un controllo preventivo sugli stanziamenti e per un risanamento del bilancio. Ho espresso il parere che al fine di tale politica giovi anche l’unificazione del ministero del Tesoro e delle Finanze; non ho incontrato obiezioni pregiudiziali. Non vi ripeto quello che dichiarai sull’impegno che tutti dovremmo prendere per certe regole di solidarietà ministeriale, affinché l’efficienza del governo appaia tale anche nelle pubbliche manifestazioni dei suoi membri, né quello che aggiunsi circa l’utilità di una concentrazione dei ministeri militari e una normalizzazione dell’assistenza post-bellica, la quale dalla forma presente assunta nell’urgenza dell’immediato dopoguerra dovrebbe avviarsi alle strutture amministrative normali, pur conservando un centro dedicato alla vigilanza e alla cura degli interessi dei partigiani e dei reduci. A proposito di altri programmi vi devo aggiungere che tutto il bene che si può fare va fatto, ma che peccheremo di una grave mancanza di senso di responsabilità se noi che nei passati governi abbiamo esperimentato i limiti delle nostre possibilità, volessimo pascerci in illusioni. Ad esempio, si parla di un finanziamento immutato di tutte le opere pubbliche a mezzo del ricavato del prestito; ma la realtà è che il gettito del prestito dovrà fronteggiare anche le immediate necessità di tesoreria. Si parla di aumento delle razioni alimentari, ma bisogna dire che il governo deve fare ogni sforzo per mantenere l’importazione indispensabile al mantenimento delle razioni attuali. Si parla di immediata ed integrale nazionalizzazione dell’industria elettrica e dell’impostazione del programma di nazionalizzazione di quella chimica senza considerare che il Cir, dopo un rigoroso esame della situazione, per accordo di tutti i ministri responsabili, si è limitato al controllo della distribuzione, volendo far leva anche sulla iniziativa privata per l’effettivo sviluppo degli impianti. Quanto alla possibilità di tesserare i prodotti di abbigliamento, i colleghi Morandi e Tremelloni potranno essere più precisi circa quello che si è tentato e quelle che sono le disponibilità. Ma forse vi ho intrattenuto già troppo. In fondo più che i programmi contano gli uomini che sono chiamati ad attuarli. "} {"filename":"89f0f64d-66ac-4d34-a3ad-aa40dbe0d435.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Pochi saluti, pochi complimenti, pochi auguri perché sono tutti registrati. Immaginate l’argomento di questa conferenza, almeno per quanto mi riguarda. Non ho avuto il tempo di scrivere esattamente quello che volevo riferirvi; quindi improvviso su alcuni appunti: forse questo mio discorso sarà così più sincero anche se non sempre, in tutte le sue parti, opportuno. Vorrei riassumere l’azione del governo negli ultimi giorni. Abbiamo presentato un rendiconto finanziario, abbiamo detto al paese che abbiamo 896 miliardi di spesa, di cui 167 per il personale, 329 per la ricostruzione e 96 per i prezzi politici. Queste mi sembrano le cifre più notevoli, dalle quali si possono trarre deduzioni e sulle quali si possono fare riflessioni e propositi. Abbiamo detto che le entrate sono salite a 286 miliardi: 53 di imposte dirette, 129 per tasse sugli affari, 35 dogane e consumi, 54 monopoli e lotto. Anche queste mi paiono le cifre più caratteristiche e più significative. Quando il ministro del Tesoro in una lunghissima dettagliata relazione ha esposto ed illustrato questa situazione, ci è stato subito chiesto: «Perché non ci dite anche come intendete coprire l’ammanco; che rimedi volete apportare a questa situazione?». Già nel Consiglio dei ministri erano stati deliberati i nuovi tributi, in parte direttamente con la intera responsabilità del Consiglio, ed in parte sottoposti alla collaborazione dell’Assemblea: 80 miliardi di tributi vari senza contare il reddito della patrimoniale ordinaria e di quella straordinaria, il cui reddito andrà a 120\/130 miliardi e credo di essere stato pessimista. Abbiamo detto chiaro che la partita non si poteva chiudere senza un intervento del prestito estero. Questa era una previsione ed una condizione prevista già da lungo tempo. Sulla necessità del prestito estero, si è riferito anche in occasione della propaganda per il prestito interno. Noi non abbiamo lasciato mai dubbi che un paese disastrato come il nostro riesca a riprendersi da sé, e ciò non meraviglia quando tutti i paesi di Europa molto più ricchi del nostro, debbono contare sullo stesso appoggio esteriore. Una prima discussione sopra l’esposizione finanziaria è avvenuta nelle 4 commissioni riunite dell’Assemblea . Il voto unanime ha suonato: «frenate le spese, mantenete la disciplina nel paese perchè questa è condizione per potere ottenere prestiti dall’estero». Aggiungete alla vostra esposizione finanziaria ed alle vostre misure di copertura, un piano economico, di ricostruzione economica. È quello che il Consiglio dei ministri ha fatto negli ultimi quattro giorni. Non è già che nel nostro programma tale piano non esistesse, è che abbiamo fatto uno sforzo per renderlo più chiaro, più coordinato, più organico, come si è detto con una di quelle parole che diventano di voga e tutti le usano, pure intendendo sotto quella parola significati molto diversi: «organico». Un piano di stimolazione perché nessuno può pensare in Italia che si imponga una bardatura di guerra che non lasci respirare la libera iniziativa ma, anche controllo, perché nessuno può negare che una delle cause della triste situazione in cui ci troviamo è precisamente la speculazione esagerata ed incontrollata. Poi ci siamo proposti il risanamento del bilancio riducendo le spese e qui abbiamo approvato la riduzione delle sovvenzioni, come si dice in Francia ed altrove, e dei prezzi politici come diciamo noi; 96 miliardi circa per sovvenzioni in genere, cioè per la differenza fra il prezzo economico e quello di vendita. Badate: è la quarta volta, se ben ricordo, che come membro del governo o come membro del Parlamento mi tocca affrontare questo problema; quello di rincarare il prezzo del pane per alleggerire il peso del bilancio dello Stato, problema che è sempre stato difficilissimo perché impopolare. Specialmente chi ricorda nell’altro dopo guerra la lotta tra i partiti cosiddetti popolari, rappresentanti la classe lavoratrice e gli altri gruppi che intendevano risanare il bilancio ed erano preoccupati della situazione finanziaria, sopra ogni altra cosa, la lotta è stata asprissima e notevole. Questa volta, per la prima volta, i partiti i quali rappresentano in varie misure alcune categorie molto disagiate, quelle che soffrono di più per la attuale situazione, hanno avuto la comprensione ed il coraggio di impegnarsi per l’abolizione dei prezzi politici. Credo che questo fatto debba essere rilevato per opporlo a certe esagerazioni, ed a certe esagerate accuse, di essere noi, controllori ed interventisti, soffocatori della libertà privata e dello sviluppo delle imprese, nemici della proprietà. Grano e Carbone. Tra poco verranno ridotti i loro prezzi politici. Ridurremo anche il bilancio, ma non di molto, perché le possibilità di compressione sono limitate: ma faremo questo sforzo. Cercheremo di coordinare e di disciplinare anche le opere pubbliche sottoponendo lo sforzo finanziario ad un programma minimo che concili il programma di bonifica e quello di miglioramento agrario con quello della costruzione, e, quindi, dia un insieme di produttività di tutte le spese nelle opere pubbliche. Certo dobbiamo disciplinare anche le procedure valutarie. Qui non voglio entrare nei dettagli sia perché non ci sarebbe la possibilità di dare più dettagliate spiegazioni, sia perchè non è utile preannunciare i termini entro i quali questa disposizione potrebbe essere presa. Ci saranno miglioramenti nel controllo e miglioramenti nella disciplina delle banche. Questo non deve sorprendere nessuno quando si pensi che abbiamo trovato una enorme resistenza per il finanziamento degli enti di consumo. Potremo controllare, fino ad un certo punto, il commercio. Ci si è fatto rimprovero di volere insistere nel controllare i prezzi del commercio. Qualche cosa si può e si deve fare quando gli speculatori aumentano eccessivamente i prezzi. Si obietta che i prezzi si adeguano ai costi di rinvestimento; questo vale per coloro che del commercio fanno professione normale, non per gli improvvisati speculatori che una volta ricavato il guadagno del momento e dopo averlo investito in beni immobiliari scompaiono e sfuggono alle loro responsabilità. Quindi pensiamo che il controllo sia utile anche per i commercianti di professione onesti e crediamo che la loro cooperazione non ci verrà a mancare. Abbiamo preso provvedimenti per ridurre i prezzi almeno del 5%; non si tratta tanto della percentuale quanto di impedire la continua ascesa, e io credo che se collaboreremo con tutte le organizzazioni sindacali, con le organizzazione del commercio privato, con le Camere di commercio, si riuscirà anche qui. È questione di volontà e di propositi fermi. Abbiamo fatto le nostre proposte. L’Assemblea riprenderà fra poco la discussione che comporterà la ratifica e la rettifica di queste proposte. La prima accusa che ci è stata fatta: voi governo tripartito, che siete lo Stato, avete dovuto arrivare ad un compromesso: ecco un altro compromesso. Sicuro! La vita è sempre un compromesso, ma soprattutto la vita economica, quando si tratta di interessi che variano e che divergono, impone lo sforzo della linea mediana che possa conciliare gli interessi con le possibilità. Mi si è fatto un altro rimprovero: come mai De Gasperi, che ha fatto sempre professione di ottimismo, oggi è diventato pessimista? Niente affatto; non sono pessimista nemmeno oggi, per le stesse ragioni e le stesse condizioni per cui non lo ero ieri. Il problema della valuta e, quindi, il problema dei prezzi è sostanzialmente un problema di fiducia. Senza dubbio la fiducia deve avere qualche sostegno nella realtà di provvidenze particolari. La fiducia nel governo è la fiducia nel paese. Per questo quando tornai dall’America, in quella crisi che è stata tanto criticata io ho cercato l’allargamento del governo, non l’allargamento sotto la specie politica e di partito, ma una base più larga di corresponsabilità, e, se vi ricordate, io ho sostenuto che una collaborazione più ampia possibile era la base più sicura per ottenere la fiducia ed il credito dall’estero. Per questo ho cercato sempre anche la collaborazione delle organizzazioni sindacali e della Confederazione generale italiana del lavoro. Noi la chiederemo agli amici della Confederazione. Talvolta ci sono stati dei contrasti ma devo dire che in altre occasioni ho trovato la comprensione che merita uno Stato democratico. Per questo ho fatto appello altre volte alla stampa e rinnovo questo appello agli amici giornalisti e anche ai giornalisti avversari, e questo appello vale non a favore del governo attuale ma anche a favore di qualunque altro governo, perché nel popolo nostro non dilaghi lo scoraggiamento che, in questi ultimi giorni, è stato senza dubbio eccessivo. Io vorrei ammettere che un giornale o uno scrittore possa essere anche eccessivamente allarmato e scoraggiato, purché, scrivendo, concluda con qualche rimedio concreto. Dunque, pregherei che vi sia una libera critica sì, ma anche una libera collaborazione, un vedere questi problemi dal punto di vista della obiettività. Se riusciamo a superare le difficoltà presenti e quelle prossime avremo tutti una lode e ce ne potremo vantare tutti, compresi gli uomini della opposizione che abbiano collaborato in questo senso: ma se falliremo, il disastro non è del governo, è di tutti. Ci sono degli elementi positivi favorevoli nell’atmosfera nella quale hanno inciso i nostri provvedimenti: ed è la comprensione operaia. Durante le dimostrazioni si è gridato: non vogliamo più sussidi straordinari, non vogliamo più aumenti di salari, vogliamo che si finisca con questa ascesa dei prezzi. Ma ci sono elementi anche piuttosto spiacevoli, quale ad esempio lo sciopero dei magistrati, per quanto sciopero solo di una parte dei magistrati. Lo sciopero dei magistrati più che pericoloso in se stesso è pericoloso come fenomeno epidemico. I magistrati sono l’unica categoria per la quale prima delle ultime agitazioni, si è provveduto non dico sufficientemente in corresponsione, cioè, con la dignità e i bisogni della categoria, ma certo più di quello che si è potuto fare per le altre categorie. Per una categoria che è organo dello Stato per l’applicazione della legge, sciopero vuol dire mettersi in condizione di non potere rimproverare nessuno per contravvenzione o resistenza alla legge. Io spero che quella parte di magistrati che ha scioperato perché non le era giunta la notizia dei nostri provvedimenti o perchè ormai si erano ingaggiati su quella pericolosa via, in seguito al richiamo della stessa Associazione magistrati si renda conto dell’errore commesso e receda subito dalla via errata. Comunque sia, il governo si batterà. Il governo per quanto riguarda la propria responsabilità ha appena iniziato la sua battaglia; nonostante le difficoltà che si presenteranno non intende recedere. Ma ci è assolutamente necessaria la collaborazione della stampa. Ben venga ogni critica ma non ci si addossino delle responsabilità che non sono nostre perché sono responsabilità della guerra e del disastro che la guerra ha portato. Taluno ha detto: perché non avete ridotto il personale che grava sullo Stato per ben 167 miliardi? Io vi dico: perché il personale che era prima della guerra 650 mila è cresciuto ad un milione e centomila proprio durante la guerra ed in seguito alla guerra. Noi abbiamo commesso un errore, perdonabile credo, di aggiungere qualche contingente di reduci quando l’afflusso dei prigionieri dai campi di concentramento rendeva difficile provvedere altrimenti. Se abbiamo dovuto affrontare opere pubbliche per 329 miliardi, non è la guerra che ci ha portato a tali condizioni? Qui vorrei ricordare che ci sono centinaia e centinaia di paesi, in cui quattro o cinque famiglie vivono in un locale solo con il misero sussidio che dà loro il governo; che vi sono 90 campi profughi, di gente che non sa come riparare la propria casa. Ed ancora bisogna aggiungere che vi sono milioni di disoccupati e questi sono problemi, sono difficoltà che non possono essere superate immediatamente da nessun governo. E questo pure non è risultato della guerra? Se abbiamo dei mezzi disponibili, dobbiamo pensare innanzi tutto a questi miseri tra i miseri. Si vuole attribuire la svalutazione ad una politica di sussidi, di soccorsi, di provvidenze che abbiamo dovuto prendere, ma si dimentica che sulla svalutazione pesano le lire di occupazione tedesca, le lire di occupazione alleata e che i prezzi sono saliti a mano a mano che le armate hanno avanzato. Lo stesso sbilancio dei pagamenti non è causa della guerra, perché non c’è più turismo, non ci sono più rimesse di emigranti; queste due fonti che potevano rendere possibile la parità del bilancio stesso? Vi sono anche elementi tranquillizzanti nella situazione. Si sta procurando la fornitura di carbone, si spera di concludere la fornitura di grano per i prossimi anni, si è fatta la convenzione con l’Inghilterra con la quale si spera di manovrare le sterline nell’area del dollaro, si è fatta una convenzione con l’Argentina e con altri paesi dell’America meridionale, si spera fondatamente di ottenere prossimamente il dono post-Unrra e crediti maggiori attraverso la Banca di ricostruzione. Negli Stati Uniti, però, durante il mio viaggio e prima di esso e dopo di esso si è sempre ripetuto: siamo disposti ad aiutarvi purché vi aiutate da voi, purché diate l’impressione di un governo stabile e democratico che non metta più in discussione il problema della libertà. Ma per fare questo bisogna avere fiducia, ottenere una cooperazione concorde di tutte le forze del paese, non bisogna svolgere una politica di partito, ma una politica di paese. E vedete, qui, non si tratta semplicemente di do ut des, ma di una linea di condotta che si deve assumere per potere essere in grado di ottenere appoggi da amici esteri. Siamo sorti in un regime democratico, di libertà e su questi principii vogliamo basarci fino alla fine, anzi solo su questi principii e per questa dignità di libera democrazia. Ma a chi non ha la convinzione di questi principii e non ha fede in essi vorrei aggiungere un’altra parola: badate! Se non avete fiducia nella democrazia e non la aiutate a vincere la battaglia in libertà, potrà accadere che voi dobbiate subire altri sistemi che non verranno da noi, ma che in un certo punto fatalmente si imporranno sotto la specie di salvazione. Questa mia parola vuol essere di fede ma anche di monito! In questi giorni con i miei amici di governo ho sondato tutte le possibilità economiche; ne ho tratto la convinzione che se non c’è allarmismo e se c’è una comprensione mutua per una politica ricostruttiva, noi supereremo senza dubbio le difficoltà presenti. Quando parliamo di allarmismo, però, parliamo di opinione pubblica e quando parliamo di opinione pubblica parliamo di stampa. Ed ecco, amici del giornalismo, la vostra responsabilità. Permettete che uno che sente tutta la responsabilità sua, la responsabilità che gli ha dato il destino di essere responsabile di colpe non sue; permettete che faccia appello anche al vostro sentimento. Anche voi siete giornalisti della rinata libertà, anche voi siete combattenti della rinata democrazia; faccio appello alla vostra comprensione ed alla vostra solidarietà perché ci aiutiate ad uscire dalla grande stretta in cui l’Italia si trova in seguito alla guerra. "} {"filename":"97ce7d02-0d64-4829-a653-cbeaaf8bc499.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"De Gasperi ha riepilogato le cifre ormai note del bilancio dello Stato, dichiarando che la situazione è tale da non consentire indugi. Occorre ridurre al minimo possibile il disavanzo, creando contemporaneamente le premesse generali per poter ottenere l’indispensabile prestito estero. Sono state annunciate misure repressive molto severe contro gli speculatori: con questo il governo non intende davvero colpire i commercianti e gli industriali onesti né disconoscere il loro diritto a giusti profitti, ma vuole restituire alla normalità i settori economici, impedendo le avventure pazze ed incontrollate di mestatori che vorrebbero beneficiare di questa fase postbellica per arricchirsi ai danni del paese. Tali tentativi rappresentano un elemento di disordine anche perché non valgono per loro i normali calcoli per la determinazione dei prezzi: essi mirano sovente a fare semplicemente dei «colpi». Riaffermato che il governo non è responsabile delle difficoltà attuali, derivanti dalla guerra e dal regime passato, il presidente ha messo in luce il profondo significato della deliberazione presa d’accordo tra i partiti popolari di riportare il pane al suo prezzo economico. In altri tempi il rincaro del pane determinò gravi conflitti politici, ponendosi come elemento di lotta tra i partiti proletari e quelli borghesi. Riportando la vendita del pane e del carbone al prezzo effettivo di costo – salve integrazioni per alcune categorie di lavoratori – si è fatto un notevole passo verso il risanamento del bilancio. Un elemento di attesa è costituito dai dibattiti al Congresso americano sugli aiuti da noi attesi in misura di 200 milioni di dollari che, uniti ai 100 milioni concessi dalla Import Export Bank a finanziamento di industrie italiane esportatrici, potrebbero consentire un sereno lavoro per il grande compito della ricostruzione. Se esigenze particolari hanno fatto anteporre la discussione sugli aiuti alla Grecia e alla Turchia, questo non vuol dire però che l’Italia abbia elementi effettivi di timore sugli aiuti. C’è chi si lamenta di un relativo vincolismo con cui lo Stato è costretto a disciplinare certi settori: il disordine e l’anarchia non risolverebbero la situazione e senza disciplina si andrebbe dritti alla dittatura. Vero è che noi forze popolari non ci lasceremmo imporre facilmente una dittatura, ma sulla strada accennata si aprirebbero le condizioni psicologiche per un esperimento dittatoriale. Una regola e un ordine ci chiedono del resto gli stessi alleati cui domandiamo soccorso. È anche per questo che sono inopportuni e dannosi gli scioperi, specie di talune categorie. Accennando ai magistrati, una parte dei quali è in sciopero, il presidente ha ricordato che in una delle ultime sedute del Consiglio furono stabilite provvidenze economiche per i giudici, in misura che se per gli individui può essere insufficiente, per lo Stato è sensibilmente onerosa. Il loro sciopero – che ci si augura non venga allargato a tutta la classe – non è giusto ed è deplorevole in quanto li pone in condizioni di non poter più rimproverare ad alcuno il rifiuto dell’applicazione della legge. È confortante che gli operai comincino oggi a dire di non voler più aumenti salariali ma viveri ed indumenti. Elemento di equilibrio economico sono le iniziative della Unrra-tessile… [Un funzionario esibiva campioni di lana, di cotone, di scarpe ed altri generi di abbigliamento e vestiario]. Merce di cui ad ogni cittadino saranno assegnate quantità discrete di stoffa, di cuoio e di filati ad un prezzo inferiore di un terzo a quelli correnti. In alcune province la distribuzione già è in atto. Anche gli approvvigionamenti per gli anni futuri, quasi assicurati, di grano e di carbone costituiscono un motivo di tranquillità. Si riaccendono intanto le voci attive del turismo e dell’emigrazione bloccate dalla guerra e dalle sue immediate conseguenze. De Gasperi ha fatto un appello – non come uomo di parte né come presidente, ma come italiano – alla comprensione e alla solidarietà di tutte le classi sociali e della stampa di cui ha invocato una critica obiettiva e pratici consigli per il governo. Egli, sulla base del sondaggio di tutte le possibilità economiche, è ottimista. Confida nel superamento di tutte le difficoltà purché vi sia concordia e serenità di intenti e cessi l’allarmismo tendenzioso che spesso avvelena la pubblica opinione. Domanda: Nel quadro delle misure predisposte è compresa la proroga della tregua salariale? Risposta: Avremo contatti ufficiali nella prossima settimana. Domanda: Se gli statali scioperano possono ottenere qualche miglioramento? Risposta: La decisione di ieri del governo è stata presa in base alle possibilità. Quindi nulla può farla oggi modificare . Domanda: Sarà corrisposto il caropane a disoccupati? Risposta: Continuano le disposizioni del 1944. Domanda: Come si concilia l’abolizione del prezzo politico degli ammassi, ad esempio il pane, con il tesseramento differenziato? Risposta: Il tesseramento differenziato è ancora da discutersi nei suo criteri di applicazione. Per ora si fa il censimento che consentirà di ovviare ai duplicati delle carte annonarie, operazione davvero non inutile. Domanda: Vi sono sanzioni per gli evasori al ribasso del 5 per cento sui prezzi? Risposta: La legge del 1944 sul Comitato dei prezzi ne comporta di gravissime. Ma la loro applicazione è affidata alla collaborazione di tutti i cittadini. Domanda: Signor presidente, lei ha parlato di dittatura: ma da che parte verrebbe, da destra o da sinistra? Riposta: Sarebbe una dittatura di tipo romano: la gente si darebbe nelle braccia di chiunque le offrisse un programma dichiarandolo capace di sanare il caos e l’inflazione. È chiaro? "} {"filename":"d007eca1-3217-4d9a-8a93-b3bddae6e043.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Centinaia di cittadini che personalmente non conosco mi hanno scritto in questi giorni per comunicarmi i loro suggerimenti, le loro proposte e i loro incoraggiamenti. A taluni rispondono i miei segretari, ad altri riuniti in categorie, voglio dare qui in termini brevi una risposta globale che servirà per tutti. C’è chi domanda: ma è proprio vero quello che scrivono certi giornali che il governo abbia sprecato il denaro e condotto il paese al fallimento per ignoranza colpevole, per avventatezza imperdonabile, perché è tripartito invece che quadripartito o unipartito? Risposta: l’attuale situazione finanziaria non è il prodotto di un giorno, o di un mese o di un periodo di governo. Il ministro Campilli non ha fatto che accertare la situazione e presentare i conti di tutto il dopoguerra, incluse le immediate conseguenze della guerra stessa. A deprimere il valore della lira italiana contribuiscono le perdite e le distruzioni della guerra nel patrimonio e nella rendita privata e pubblica, le spese dell’occupazione alleata e grava soprattutto la necessità di importare viveri, carbone, petrolio, e materie prime che dobbiamo pagare in valuta straniera, perché nessuno dallo scoppio della guerra fascista in quà, ci fornisce più niente verso pagamento di lire. Per ottenere la valuta pregiata non abbiamo altra via che fare debito con l’estero o esportare prodotti della nostra agricoltura e della nostra industria. Da un anno e mezzo in quà abbiamo fruito dei contributi dell’Unrra: ora questi stanno per esaurirsi ed è appunto per tale causa, inevitabile, indipendente dal nostro volere, che le nostre difficoltà si fanno più incalzanti in questo momento. Ma ciò non significa che esse siano sorte per una causa prodottasi e rivelatasi in questi giorni. Se si facesse l’analisi dell’incremento delle spese di bilancio (e se occorre lo potremo fare), si vedrebbe che ne tocca parte a ciascun governo del dopoguerra a mano a mano che i bisogni si sono imposti o non sono stati più differibili e ciò indipendentemente dal colore e dalla composizione del governo. Nello sforzo di venire incontro alle esigenze sempre più incalzanti della ricostruzione e della assistenza ci sarà stata anche qualche spesa che forse si poteva evitare, ma è certo che la massima parte delle spese si dovettero fare per riparare i danni e le conseguenze della guerra. In questo periodo si sono ricostruite le strade, le ferrovie, le opere pubbliche più urgenti; si sono assistiti i profughi e i rimpatriati, i disoccupati, le vittime della guerra e si è prestato soccorso alle industrie dissestate dalla devastazione e dalla spoliazione. Si sono iniziate bonifiche agrarie, si è aiutata l’amministrazione dei comuni e degli enti locali, si sono aperte scuole e sanatori. Volgetevi indietro con lo sguardo della mente al 1944, 1945, 1946 e negate, se potete, che si è fatto un notevole progresso. Senza dubbio in tale sforzo ricostruttivo i governi hanno solo piccola parte e i meriti sono del popolo italiano e di quelle nazioni che ne hanno favorito la rinascita. Ma i governi come non hanno il merito non hanno nemmeno la colpa che avversari elettorali loro attribuiscono. Magari fosse vero che cambiando il governo si compisse il miracolo! Le critiche sono molte, ma cercherete invano a conclusione delle critiche un rimedio rapido e sicuro. Se questo rimedio portentoso c’è, e se c’è l’uomo capace di applicarlo, chieda la parola, indichi il rimedio e se sarà veramente tale io gli cederò subito il mio posto! La verità è che quando io, dopo il ritorno dalla America, consapevole delle gravi responsabilità finanziarie ed internazionali, chiesi la cooperazione di tutti gli uomini e di tutti i partiti per la salvezza comune, taluni acerbi critici preferirono di scansare le responsabilità. Non so se con ciò essi fecero una buona operazione elettorale, ma so per certo che accettando la responsabilità noi abbiamo compiuto un duro ma nobile dovere verso il popolo italiano. Una seconda categoria dei miei interlocutori è quella dei dubbiosi, dei trepidi. Ce la faremo? Arresteremo i prezzi? Salveremo la lira? Rispondo: certissimamente, purché vogliamo con fermezza, con tenacia, con solidarietà. È inutile che una categoria voglia sopraffare l’altra per arrivare al traguardo. O tutti o nessuno. Non giovano né resistenze, né scioperi, né serrate, né soprusi, né doppio gioco. Disciplina, solidarietà, ci vuole ed onestà. Gli sciagurati che cercano di salvarsi danneggiando gli altri pagheranno presto o tardi fino all’ultima goccia. Impariamo da altre nazioni che si sono imposte le più rigide privazioni come se si fosse ancora in tempo di guerra. Chiedetelo a chi viene da Londra. Il governo non indietreggerà dinanzi a nessuna misura che sarà necessaria. Bisogna contenere i prezzi, comprimere i consumi, tassare il superfluo, ridurre le spese, mantenere l’ordine: solo a tale condizione avremo credito e prestiti. In questi giorni il governo ha deliberato provvedimenti che seguono alcune direttive chiare e conseguenti. Lo Stato, cioè la cassa comune, non può mantenere bassi i prezzi del pane, del carbone e dei servizi con un artificio, cioè mettendo a carico comune i consumi del cittadino o dell’industria ma può e deve comprimere i prezzi di speculazione, i prezzi cioè che non sono naturali ma conseguenze del panico, di una infondata svalutazione della lira e della ingordigia degli egoisti che si buttano a comprare case, terreni, viveri, titoli e bestiame a qualunque prezzo rovinando se stessi e gli altri. Il governo non può tollerare che si trattengano le merci in magazzino per buttarsi poi come sciacalli su un mercato reso vuoto dalla speculazione. Il governo deve provvedere agli indigenti, ai disoccupati, ai rifugiati, a chi soffre e meno guadagna. Questa è la graduatoria del programma. Non ignora che altri, benché in qualche misura provveduti hanno tuttavia bisogno di miglioramenti, ma chiede che gli si serri addosso in questo momento in cui urge riguadagnare la fiducia e la calma del mercato interno ed estero onde impedire ulteriori svalutazioni della lira e permettere la impostazione di un bilancio sano e tranquillante. Una terza categoria è quella degli avversari politici; a questi dico con tutta lealtà: ricordatevi che in democrazia siamo tutti in cordata. È pericoloso, pazzesco, bisticciare e venire alle mani prima di avere superato il cammino. Ora bisogna puntare i piedi: bisogna inarcare le gambe e irrigidire i muscoli in uno sforzo comune. Quando saremo passati, ognuno si batta come può; e per chi vince sarà una vittoria senza danno della patria che sarà salva, mentre chi perde in conseguenza delle responsabilità affrontate avrà il merito di avere sacrificato anche il successo elettorale alla sorte del paese. Ma io ho fede nel popolo italiano e penso che il popolo ricambierà con la sua fiducia chi ha creduto in lui e nel suo avvenire. Trapani, 18 aprile 1947 Discorso in chiusura della campagna elettorale «Il Popolo», 20 aprile 1947, con il titolo De Gasperi in Sicilia; presente anche in ASILS, FB, 1947, IX, pp. 846-849, nella stessa versione pubblicata sul quotidiano del partito. Primato della democrazia, ricostruzione, politica estera, autonomie locali, colonie e lavoro italiano. L’onorevole De Gasperi ha chiuso oggi la campagna elettorale per le elezioni regionali con un discorso ispirato ad oggettività e concretezza, riconducendo i dibattiti di propaganda su quel terreno che avrebbe dovuto essere loro proprio, cioè sul principio dell’autonomia e sui criteri dell’amministrazione locale, nonché sulla funzione della democrazia nella rappresentanza dei problemi e degli interessi locali. Una gran folla ha applaudito a Trapani il presidente del Consiglio il quale dopo aver lumeggiato la situazione finanziaria dello Stato e quella economica, dimostrando come le stesse rovine della città imponessero di ripartire le possibilità dello Stato in una graduatoria che dia la preferenza alle necessità supreme, ha ricordato una delle questioni della nostra politica estera che più tocca gli interessi delle famiglie italiane: l’avvenire delle colonie. Molti trapanasi contribuirono in Tripolitania ed in Tunisia a far progredire con il proprio lavoro le contrade dell’Africa. Sarebbe ingiustizia e regresso grave il non permettere che il lavoro italiano non tornasse nelle nostre colonie . "} {"filename":"a82372b3-e809-46cc-a33e-e49911f70c0a.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Afferma [De Gasperi] che questo governo è il primo che abbia iniziato un’azione politica positiva per il risanamento economico-finanziario. Più che funzionamento tecnico deficiente si tratta di una crisi di fiducia. Un elemento obiettivo è la prossima fine dei contributi Unrra o simili. Tutto il problema economico-finanziario verrà portato all’Assemblea costituente. La discussione potrà peggiorare la situazione. È una crisi? Bisogna prepararsi a superrare il tripartitismo. "} {"filename":"ca8a5443-1726-48e8-83b3-9e8797f46ee3.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Ritiene [De Gasperi] che la Direzione non debba premere troppo la mano sul direttorio del Gruppo . […] Dice che si può mandare una lettera ma con tono più accettevole. […] Ha avuto un colloquio con Nitti. È stato il primo colloquio avuto da Nitti dopo che De Nicola gli affidò l’incarico – De Gasperi ha detto di prendere contatto con la rappresentanza ufficiale del partito (commissione mista della Direzione e del direttorio). Il colloquio ha lasciato un’impressione poco entusiasmante: un uomo in permanente dormiveglia, flaccidone – Nitti non crede che i comunisti siano al servizio della Russia!!! Ha ammesso che la Dc ha il diritto di aspirare al ministero dell’Interno. […] Nessuna pregiudiziale per l’uomo [Nitti]. Chiedere le condizioni programmatiche: 1° in campo economico; 2° in campo politico. Ad esempio sul referendum da lui sollevato nel colloquio De Gasperi. Il problema delle elezioni è secondario quando si potessero superare le difficoltà finanziarie e economiche. Per le nostre esigenze di ministeri accennare solo agli Interni – per ora. "} {"filename":"3b8e4fb0-d3db-4d0c-bc00-e49948295f85.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Einaudi accetterebbe a condizioni di avere il controllo sulla riscossione delle imposte e nella ragioneria generale; avrebbe poi la dignità di vice presidente del Consiglio – e ministro del bilancio. De Gasperi è del parere che Einaudi accetti il ministero del Tesoro con funzioni di ministro del Bilancio. […] Ritiene che Vanoni e Campilli vengano riserbati per tempi migliori. Per intanto proviamo a riempire i posti morti; poi si vedrà se è il caso di cambiare qualche ministro attuale. "} {"filename":"1a8802cf-e2b4-430b-9d53-460c8b2aaec7.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Quando ho parlato in pubbliche riunioni, sebbene naturalmente non abbia potuto svestirmi del mio ufficio, non ho mai invocato altri riguardi che il diritto comune di tutti i cittadini; anzi la consapevolezza della particolare responsabilità di governo ha limitato nella mia parola la libertà di cui altri godono e profittano. A Venezia, come qui, non è l’uomo di parte che parla, e che mira sopra ogni altra cosa a mettere se stesso e il proprio partito al servizio del paese . A Venezia erano migliaia e migliaia di giovani democristiani delle tre Venezie che celebravano la loro assemblea regionale, ma sino a prova contraria nessuno aveva ragione di credere che io sarei intervenuto per lanciare sfide, invelenare polemiche o rinnovare la disputa generica testé chiusa dopo mesi di discorsi alla Costituente; comunque, ci si poteva attendere alla prova dei fatti, e se mai ne avessi dato motivo chiedere la parola a difesa, non esigere pregiudizialmente di trasformare una libera riunione associativa in una pubblica contesa, con grave pericolo di accesi conflitti. Si tentò invece di bloccare la piazza e di stendere fra la tribuna e gli ospiti, che a mano a mano arrivavano con le loro bandiere delle varie province venete, una cortina di cartelli insultanti e provocatori e una corte di fischiatori e manganellatori. Le forze dell’ordine poterono impedire, come era loro ufficio, lo sbarramento, ma riuscirono solo a tenere lontani non a imporre tolleranza ai fischiatori e provocatori di conflitti. Appena arrivato alla tribuna dovetti fronteggiare l’ostruzionismo dei fischietti e preoccuparmi degli incidenti che si susseguivano tra qualche colonna democristiana arrivata in ritardo dalla stazione e i dimostranti oppositori. Tuttavia, dopo una protesta in nome della libertà e della democrazia, riassunsi, o cercai di riassumere brevemente quello che intendevo dire. Il mio discorso voleva essere un appello al lavoro concorde e alla responsabilità soprattutto delle classi abbienti. Ero e sono sempre impressionato dall’andamento degli ammassi; il raccolto dei cereali è quest’anno di circa 50 milioni di quintali in confronto dei 62 dell’anno scorso. Così, invece di 18 milioni, ne dovremo quest’anno ritirare all’estero 30. Occorreranno molti milioni di dollari in più per comprarlo, visto anche che il prezzo internazionale del grano è fortemente aumentato (circa 11 dollari il quintale a Genova, 19 se si tratta di grano argentino). Difficoltà per avere il grano, difficoltà di trovare i dollari. Bisogna che l’ammasso frutti più che è possibile. Questa volta, cedendo alle pressioni soprattutto dei piccoli agricoltori, abbiamo concesso ai produttori una trattenuta di due quintali e 10 chilogrammi invece dei due quintali dell’anno scorso. Tanto più doveroso e necessario è che tutto il resto vada all’ammasso. E qui avrei fatto vivo appello a queste migliaia di giovani, in parte anche figli di contadini, perché illuminassero nella azienda agricola e nell’ambiente rurale, la fiamma della solidarietà popolare. Se i produttori saranno egoisti, nelle città avremo la fame. Se il lavoro degli operai non potrà rendere per difetto di alimentazione, l’esportazione dei prodotti industriali diminuirà e allora non avremo i dollari necessari per comprare quel tanto di grano che ci manca per arrivare agli 80 milioni di quintali indispensabili per mantenere l’attuale razione. Tutti, contadini e operai, industriali e cittadini, tutti siamo legati ad una sorte. Bisogna aiutarsi l’uno con l’altro. Già con deliberazione unanime del Consiglio dei ministri del 3 aprile sì è dovuto aumentare il prezzo del pane abolendo il prezzo politico : chi può paghi il pane quello che veramente costa, cioè il prezzo che deriva dagli ammassi e dall’importazione, perché non è giusto che lo Stato con la cassa di tutti ci rimetta la differenza anche in favore di chi è ricco o agiato. Invece le classi meno abbienti, i salariati e gli stipendiati trovano nell’aumento del caro pane, che abbiamo nello stesso tempo deliberato un compenso per l’aumento del prezzo del pane. È una misura di giustizia sociale che tutti – compresi i nostri attuali oppositori – hanno trovato equa e doverosa. In questo stesso periodo, circa 363 miliardi di nuove tasse pesano sui contribuenti. La patrimoniale deliberata dal precedente ministero è mantenuta dal governo presente e eventuali modificazioni in favore di certe categorie si potranno concordare durante la discussione alla Costituente. Ma chi possiede, chi ha una certa agiatezza, deve pagare. E anche qui avrei rivolto ai ricchi e ai possidenti un appello ancora più pressante di quello che ho potuto fare in realtà, fra un’interruzione e un’altra. Chiediamo loro una prova concreta di civismo e di spirito di sacrificio, perché con esso e da esso nasca la salvezza e nasca la necessaria collaborazione di tutto il popolo. L’esposizione di Milano è un trionfo del lavoro. Se continueremo a lavorare ed evitare disordini, potremo insistere a testa alta, e con il diritto di un popolo libero e consapevole, per avere aiuti e credito dall’estero. Abbiamo testé espresso la nostra gratitudine agli Stati Uniti per la concessione di 130 milioni di dollari per l’assistenza, in continuazione della preziosa opera dell’Unrra: ed in questi giorni ho telegrafato al presidente Truman i ringraziamenti del popolo italiano per la restituzione ed eventualmente per il nuovo assegno di 300.000 tonnellate di navi che saranno preziosissime per il nostro commercio e i nostri marittimi. Ma accanto a questi provvedimenti abbiamo immediatamente bisogno anche di altri crediti per poter comprare grano, carbone e materie prime. Qui è tutto un sistema di sicurezza per la vita del popolo italiano che bisogna creare. Ecco perché ci vuole un grande sforzo di solidarietà e di disciplina. Abbiamo in corso anche un trattato di commercio con l’Argentina, nazione che ci si è sempre dimostrata sorella; e la gradita visita della festeggiata consorte del presidente Peron ci ha dato occasione di esporre i nostri bisogni e devo ringraziare pubblicamente la signora Peron che di fronte ai nostri desideri e bisogni ha mostrato tanta comprensione e tanta simpatia per la nostra nazione che era madre della latina civiltà . E qui, dopo aver dato rilievo ai problemi di emergenza, avrei nel mio discorso riconfermato innanzi alla gioventù democratica-cristiana, con maggiore diffusione e precisione che mi fu concessa, l’impegno del nostro movimento, del nostro programma finalistico per la ricostruzione, la riforma agricola e fondiaria, la riorganizzazione industriale contro i monopoli e in genere tutto il nostro sforzo di rinnovamento. Nulla in questo impegno di offensivo per altri partiti o che potesse provocare contraddizioni. Nulla che fosse indegno di chi, con una consapevolezza di governo, è convinto assertore di giustizia sociale e di libertà; per la quale molti cattolici del Veneto hanno sofferto e combattuto. Ho terminato con il grido di «viva San Marco». Se l’atmosfera fosse stata più tranquilla avrei ricordato la tradizione di questo diritto che usciva con trionfo o come invocazione dal petto dei veneziani nelle grandi ore della loro storia gloriosa, e mi sarei soffermato per una analogia evidente su quel «viva San Marco» gridato insieme da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo, grido che ristabiliva dopo tante discussioni la concordia d’azione tra i due fondatori della repubblica. «Viva San Marco» hanno ripetuto i miei giovani delle tre Venezie e, più animosi degli altri, sventolavano le loro bandiere i giuliani. E in questo grido avremmo potuto unirci tutti quanti crediamo nella repubblica di un popolo libero e in un nuovo ordine sociale secondo giustizia. "} {"filename":"0d81f6c0-925f-4c53-a0ef-a9eb4791e317.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Io sono, cari amici, responsabile di fronte all’Assemblea costituente, di fronte ai rappresentanti eletti dal popolo italiano, e sostengo e difendo la mia responsabilità dal banco del governo, davanti a tutti questi delegati del popolo italiano, a qualsiasi partito appartengano. Non è che io comunque sfugga questo giudizio e non mi ci sottoponga: ammetto il principio di democrazia, ammetto il principio della sovranità del popolo, e opero e governo solo secondo questi principi. Bramerei anche di poter assumere questa responsabilità liberamente, fra uomini liberi, su tutte le piazze d’Italia. Ma questo desiderio mio di democrazia diretta popolare presume una cosa: rispetto della libertà di opinione, rinuncia alla violenza, rinuncia a forme ostruzionistiche, affidamento alla forza della parola ed al giudizio del libero popolo. Io mi auguro che ritorni, perché per un certo periodo nella calamità comune questa libertà venne salvaguardata, mi auguro che ritorni, questa libertà, sulle piazze d’Italia; ogni sforzo sarà fatto da parte del governo, perché questa libertà venga difesa. Però in questo momento sono qui non come capo del governo, ma, come eletto del popolo trentino, a render conto ai suoi rappresentanti, a render conto ai rappresentanti del partito che mi ha candidato e sostenuto, a coloro che m’hanno dato fiducia, e io ho il diritto e il dovere di parlare in modo particolare al loro indirizzo, e in modo particolare di far appello al loro senso di responsabilità. Certo vi è un punto al quale io sono coerente, io sono logico, ma non mostrano d’esserlo gli avversari o almeno non tutti gli avversari; io chiedo oggi la stessa libertà per la quale ho combattuto, io chiedo oggi la stessa democrazia per cui ieri ho sofferto, e non guardo in faccia a nessuno da una parte o dall’altra. Tutti sono eguali e liberi cittadini, a qualunque partito appartengano, purché ammettano la legge fondamentale della democrazia che è la libertà e il rispetto delle opinioni di tutti. M’hanno mandato attraverso le vie dell’aria un biglietto da visita che non è firmato, ma sotto il quale starebbe benissimo la firma di «mascalzoni». «Il popolo ti ringrazia per l’aumento del prezzo del pane e per le tasse spogliatrici fatte gravare sui contadini e artigiani». Per quanto riguarda il prezzo del pane quando eravamo tutti assieme nel ministero, democratici cristiani, socialisti e comunisti, in un momento in cui la situazione si palesava così grave, in cui abbiamo visto il baratro dell’inflazione e il pericolo della svalutazione totale della lira, abbiamo fatto uno sforzo comune per sanare il bilancio. Non possiamo, si è detto, non possiamo continuare a pigliar soldi dalla cassa dello Stato per tenere artificialmente basso il prezzo del pane; perché regalarglielo al di sotto del prezzo economico? E si è detto d’accordo: dobbiamo aumentare il prezzo del pane per quello che vale e aiutare in altre forme quelle classi che non possono pagare; e abbiamo introdotto il caropane, abbiamo dato alle classi a stipendio fisso un contributo speciale per pagare questo aumento. «Fate gravare le tasse sui contadini e gli artigiani». I duecento miliardi di nuove tasse che si sono votati da questo stesso ministero ove erano rappresentati e solidali con noi anche gli altri partiti (compresa la tassa patrimoniale) perché sono stati approvati? Per poter diminuire l’inflazione, per incassar denari, per poter fare un bilancio stabile, e le tasse vengono pagate per la maggior parte da chi può pagare. Oggi se ne fa speculazione elettorale contro di me: è il solito doppio gioco. Vi dirò alcuni principi che io ho seguito: Impegnarsi a fondo. Mai impegnarsi a metà: quando si ha una convinzione e si è chiamati ad una certa responsabilità, allora non ci sono limiti, tutta la persona, tutte le fatiche, tutto lo spirito deve essere dedicato a quel lavoro. Vedete, sto pensando anche all’ultima crisi ministeriale. Voi appena indovinate attraverso quali perplessità ed esitazioni, attraverso quali scrupoli si passi prima di prendere una decisione, prima di assumere un certo atteggiamento – perché un uomo può avere molte amicizie e ricevere parecchi consigli, ma al momento di decidere egli rimane solo dinanzi alla sua coscienza. Ora è qui che mi soccorre la tradizione del mio paese natale, l’impegno montanaro, il carattere tenace che ci viene dalle montagne. Direi che la forza risolutiva, quella che rivela in tutto il contenuto, il carattere della nostra gente, tutto l’organismo sociale del nostro paese, è la tenacia, la costanza. Una volta presa una risoluzione, proseguire per la propria via. Ma accanto alla tenacia formale sapete che c’è? C’è questo pensiero: io lavoro per il bene pubblico come lo intendo io, ma lavoro pure per uno scopo superiore agli interessi intesi come beni materiali, lavoro secondo certi principi fondamentali della coscienza; e che mi importa allora se riuscirò o non riuscirò a fare un ministero quando incomincio le trattative? Io non ho abilità particolari, non è vero che io sia un uomo particolarmente abile: non è vero. Questo non è nel mio carattere, vi sono uomini molto più abili di me, più accorti, più addestrati nel maneggio del parlamento, della politica, io ho una caratteristica che mi son fatta prestare da voi: a me personalmente importa poco di riuscire o di non riuscire: quando mi ci metto, mi ci metto a fondo; se non riesco ho salvato la mia coscienza e torno al mio partito. Ve lo spiega una canzonetta trentina, quella del «barcarol del Brenta»: se la barca si affonda non mi affonderò io e quando torno en drio la barca pagherò o la ricostruirò. Che riesca o non riesca a fondare un ministero, non andrò a fondo, io, perché sono portato da un ideale superiore, la fede nella Democrazia cristiana: questa costituisce il grande blocco che salverà la nazione e tornerò a lavorare per la Democrazia cristiana. Un secondo punto fisso al quale intendo attenermi, nonostante si affermi il contrario su certi libelli, è il mantenere la parola data. Politica estera: ho girato per il mondo povero e ramingo e spesso col cappello in mano, nei momenti più tristi in cui ci si doveva presentare innanzi ai vincitori. Ho sentito che certuni, magari con pretesti, obiettano al popolo italiano di essere un popolo, nella politica internazionale, machiavellico, abile, accorto, e di non tener parola. Ora questa accusa non c’è nessun popolo al mondo che ce la possa rinfacciare se pensiamo al detto evangelico che chi è senza colpa tiri la prima pietra. Però è vero che l’Italia, che s’è venuta faticosamente formando in un periodo in cui le altre nazioni erano già forti, è posta in una certa situazione geografica nel Mediterraneo a contatto con l’Oriente e più ancora coll’Occidente, ha dovuto destreggiarsi nel nascere e nel rinforzarsi in mezzo a triplici e duplici, questo per forza di cose e per tendenza di uomini ha portato forse taluno a dare un peso eccessivo all’abilità degli accorgimenti e un minor peso alla forza degli argomenti morali e soprattutto a mantenere una fama di uomini di linea che giungono a dei risultati in seguito a delle convinzioni profonde. Io credo che il ritorno a tali principi in tema di politica estera costituisca una delle condizioni indispensabili perché l’Italia torni ad essere un grande paese nel consesso del mondo. Voi vedete che qui mi riferisco alla situazione presente: la questione del Trattato che pende dinanzi alla Camera. Per giudicare questo problema, di quello che si debba fare o non fare, io do il massimo peso a questa necessità: conquistarsi, riconquistarsi una fama, una opinione di popolo che segue certi principi fondamentali di lealtà e di giustizia nel diritto internazionale, che vuole mantenere ad ogni costo, a costo anche di sacrifici per la propria nazione purché servano a ricostruire un nuovo mondo di pace ed eliminare per sempre la guerra. Un’altra lezione che mi avete dato quando ero giovane è questa: non perder la testa per le forme delle cose, le manifestazioni pubbliche, le questioni di struttura. Bisogna andare in fondo e vedere le cose essenziali, badare alle cose essenziali; sapere discernere nel conglomerato delle idee e delle discussioni la questione semplice, vederla come deve fare il padre di famiglia quando fa il suo bilancio, cercare la verità: e col lume delle poche idee direttive che ispirano la vita del popolo, perché così ha da amministrarsi anche la cosa pubblica come si amministra la cosa privata. Questa tendenza alla semplificazione, questo voler tendere al concreto è una caratteristica del popolo montanaro. Quando certi problemi vengono affrontati attraverso frasi sonanti o belle dizioni, mi viene la voglia di pigliare i miei interlocutori per lo stomaco e di dir loro: veniamo al sodo, che cosa, in fondo, vuoi tu? Poi ho imparato che bisogna guardare anzitutto al popolo. Quando mi parlano di partiti, io li giudico da questo punto di vista: come servono il popolo? Io non servirei nemmeno la Democrazia cristiana se non avessi la convinzione che la Democrazia cristiana vuol servire il popolo. E il popolo vuol dire: il popolo come vive organicamente nel suo paese, nelle sue società, nei suoi focolari, nelle sue città. Non vuol dire il conglomerato posticcio improvvisato su di una piazza. Guardo il problema autonomistico in questo senso. Spira un’aria alla Costituente, piuttosto contraria alla autonomia e, badate, ci sono delle obiezioni anche ragionevoli perché qualcuno teme che si mantengano i vecchi impiegati e se ne aggiungano di nuovi. Ed in Italia abbiamo un milione e duecentomila impiegati. Creeremo una nuova burocrazia nelle regioni, sia pure in parte elettiva? Moltiplicheremo il numero delle persone che vivono dell’amministrazione dello Stato? Ecco una obiezione che si fa e che non si può respingere ma che bisogna esaminare. Se dovessimo dare ad una regione un’autonomia ed affidarla semplicemente agli impiegati, davvero avrei paura che il vantaggio dell’autonomia andrebbe perduto; ma qui, vedete, è questione di fiducia nel popolo ad amministrarsi da sé nei suoi comuni, nelle cooperative, nelle sue manifestazioni sociali; potete fare un passo più in là e dargli da amministrare la regione. Certo che noi dobbiamo aiutare la vittoria di questo principio che deve riuscire, dobbiamo aiutarlo col rispondere preventivamente a tutte le obiezioni ragionevoli che ci vengono fatte. Vi sono obiezioni di carattere finanziario e ci sono sul serio. Lo so che sto trattando coi membri del governo regionale della Sicilia. C’è necessità di un adattamento che non può essere altro che graduale, altrimenti si spezza l’organismo che vogliamo semplificare ed a queste obiezioni dobbiamo venire incontro con l’esame obiettivo della ragione amministrativa e col buon senso e con senso di responsabilità che non vuole precipitare le cose. Ho fede nel vostro senso di responsabilità ed ho fede nel concetto realistico, nella visione realistica del popolo montanaro. Gli abitanti dell’Alto Adige possono star tranquilli: noi manterremo la parola data nei limiti che la abbiamo data, con quelle realizzazioni che sono possibili perché essi abbiano una vitalità più assicurata, salvaguardando i diritti fondamentali etnici. Noi non torneremo più indietro, noi non daremo mai la sensazione di voler fare italiani quelli che sono tedeschi, lasceremo loro la libertà, rispetteremo i loro costumi e le loro scuole: questo è l’impegno d’onore che abbiamo voluto quando ci trovavamo in posizione diversa, questo lo manterremo oggi che abbiamo in mano il potere della maggioranza. Però noi chiediamo ai confratelli – uso questa parola – ai confratelli tedeschi, altrettanta lealtà. Ecco adesso un altro elemento sul quale vi rendo conto; lo spirito della disciplina e dell’ordine. Non si può salvare la libertà dell’uomo, dell’associazione e dei cittadini, senza ordine e senza disciplina; se non c’è di fatto e non c’è nel costume e nello spirito di coloro che partecipano alla vita pubblica, la libertà va perduta. Oggi bisogna dire che si domanda al paese e ai cittadini di ogni partito, una disciplina non al servizio di un partito o di un uomo, cancelliere e non cancelliere, una disciplina che si chiede non per l’adesione ad un partito, ad un governo che passa, ma una disciplina che si pretende per la libertà del popolo italiano, indipendentemente da qualunque governo e da qualunque partito. E quando io parlo ai prefetti e parlo ai comandanti delle forze armate e di polizia e ai carabinieri non ho mai detto fate questo o quest’altro al servizio della Democrazia cristiana o di un partito qualsiasi; fate questo perché è lo Stato e il popolo nostro che hanno bisogno di questa vostra azione. E vorrei, e son sicuro di dire una parola di equilibrio, che tutti gli organi di pubblica sicurezza e gli organi che sono investiti di una autorità, di una forza nello Stato, si compenetrino di questa necessità: il mio servizio è indipendente dai partiti e dal governo che passa, il mio servizio è dello Stato e del popolo italiano, dello Stato che è popolo; dello Stato che è rappresentato dai suoi organi ufficiali esecutivi, la cui essenza, la cui vitalità si prospetta nell’avvenire e rappresenta l’eternità della nazione. Siate quindi imparziali e forti, soprattutto perché la forza dello Stato viene dalla giustizia e dalla sua imparzialità. E dicendo così non voglio che nasca il dubbio che io non abbia fiducia nell’atteggiamento, nella lealtà, nella probità, nello spirito di sacrificio degli organi dello Stato e soprattutto degli organi dell’ordine pubblico. Io ho piena fiducia, ma li prego, li invito a compenetrarsi di questa nuova realtà. Il principio fondamentale è questo: l’ordine si mantiene non col servire a l’una o all’altra parte, ma col servire la libertà. La libertà è essenziale, ma la libertà non si salva che nell’ordine, altrimenti andremo a finire in un cruda tirannide; non distinguiamo se essa venga da sinistra o da destra: tirannia è tirannia, tirannia è la negazione del popolo. Ho cercato anche di attuare la mia azione seguendo un certo sentimento generoso verso l’avvenire, un senso di speranza nell’evoluzione anche dei partiti. Non mi sono mai lasciato prendere da esclusivismo assoluto contro nessuno per il semplice fatto del partito ed ho cercato la collaborazione di tutti, ho messo alla prova la collaborazione di tutti, mai ho avuto un punto di vista angusto di fazione ristretta o di partito. Ho sentito nell’anima questa fraternità universale che mi veniva inspirata dal cristianesimo. E nei momenti difficili, anche quando mi trovavo di fronte a dimostrazioni poco incoraggianti, mi sono richiamato a questa fede profonda e ho superato gli ostacoli e gli scoraggiamenti. Però anche questo spirito di larghezza, di comprensione, di fraternità, esige lealtà da tutte le parti; non si può fare il doppio gioco, non si può collaborare al governo e impiccare sui manifesti il presidente dello stesso governo. Non si può votare in un certo senso nell’aula del governo e fare fuori la campagna contro lo stesso governo, non si può soprattutto usare e profittare delle forme legali della democrazia e tenere in riserva una eventualità antidemocratica. Abbiamo imparato anche che tutte le riforme devono essere attuate per gradi. Non è vero che abbiamo molti castelli da difendere, molti latifondi da proteggere: io vengo da un ceppo di contadini e mio nonno lavorava quella magra terra – che è più roccia che terra – di Sardagna e so che cosa sia il lavoro e la fatica del contadino, che cosa sia la libertà del contadino ed i bisogni di questo infaticabile lavoratore che dopo tutti i disastri riprende il suo lavoro, che non vale solo per lui e per la sua famiglia, ma anche vale per la nazione; c’è in me un senso profondo di rispetto per questo lavoro, che deve essere la base di rinnovamento sociale. Ciò non vuol dire che si debba tutto precipitare, nel momento che abbiamo bisogno di tutte le forze per produrre abbastanza, di tutte le forze per risparmiare abbastanza, per salvarci dal disastro della lira. Perché altrimenti non si salva nessuno, neanche quelli che hanno nascosto la roba. E perché quando fossimo giunti alla disperazione, la roba andremmo a prendercela. Noi intendiamo creare un’Italia in cui la distribuzione della ricchezza sia diversa da quella che è oggi e la creeremo mano mano con metodi multipli, fra gli altri anche con quelli del fisco, che è un aspro ridistributore della ricchezza. Le riforme le faremo, ma a tempo e luogo, gradatamente, non in un momento d’allarme, in cui l’egoismo spinge la gente ad investire tutto e nascondere tutto. Se noi facessimo adesso le riforme, saremmo alla porta del disastro. Il senso di responsabilità ci detterà quello che delle riforme è ora possibile. Però vi dico e anche questo l’ho imparato da voi; una riforma che assicura la perfetta giustizia non esiste al mondo: non esiste un sistema che ridistribuisca la proprietà e il reddito della proprietà, in modo tale che sia assolutamente eguale per tutti. Il materiale umano è quello che è, bisogna lavorare con questi uomini, con questi cittadini nel rapporto di evoluzioni determinate dalle situazioni diverse da cui si parte di caso in caso. Ma perché allora se non possiamo avere quell’ideale mitico che questo o quel partito va disegnando sui muri come probabile avvento, perché negare questo sentimento, questo spirito di riforma che è più forte di tutta la nostra fede nel fatto quotidiano – perché lo supera -– questo spirito di volontà di lavoro per il popolo e la giustizia sociale, anche se la situazione ci costringe a ritardare certe applicazioni? Perché abbiamo dentro di noi questa fede così potente, per ragioni non di struttura, non di forma, ma per ragioni di spirito; perché in noi sentiamo una vocazione verso la perfezione sociale la quale è la stessa vocazione del nostro spirito. Questa mattina avete letto l’epistola di San Paolo: «Lo spirito non ci ha messi in stato di servitù, perché torniamo al terrore, lo spirito ci ha rimessi in stato di adozione verso Dio e nel cuore nostro, nella coscienza, lo spirito grida verso il cielo; “abba” che vuol dire “padre”». Padre! Questo ci fa non solo figli di Dio, ma coeredi di Cristo e fratelli di Cristo. Questo senso di fratellanza cristiana, che supera i secoli, che anima gli uomini, è il fermento della società, è quello che alimenta il nostro spirito di riforma, è quello che ci fa credere anche quando il credere sia temerario, è quello spirito che anima il nostro sforzo in tutte le fatiche della vita, anche le più improbe, e ci sostiene anche quando il corpo sembra venir meno. Perciò ho lanciato nell’aula del Parlamento questo grido, che dovrebbe essere il motto trentino, per esperienza che proviene dalla tradizione nostra, che mi proviene dalla sicurezza dell’uomo della montagna: «Dio e Libertà». E mi pare di scendere da una delle numerose salite che ho fatto un tempo – e chissà mai se ne potrò fare più – da una di quelle salite, in cui si è affaticati e assetati e accecati dal sole delle rocce, quando si parla poco, sia per la stanchezza che nessuno vuol confessare, sia per la speranza di una certa sorgiva di acqua che si troverà sotto – a poca distanza o a lunga distanza – e quando scendiamo, quasi quasi sentiamo l’attrazione fisica di questa sorgente: io vi dico che noi indistintamente, nei nostri lavori, nelle nostre fatiche ripetiamo la discesa della montagna, dopo un grande sforzo sentiamo che tutti gli sforzi che facciamo anche per gli interessi locali, anche rivestiti semplicemente di riforme sociali e organismi di struttura politica, tutti questi sforzi ci richiamano alla sorgente della nostra attività. Trentini, non dimentichiamo che noi abbiamo la gloria, nessun trentino lo dimentichi, la gloria, l’onore di essere membri partecipi della più grande civiltà del mondo, civiltà italiana, cristiana. Trentini! Non dimenticate che noi al di là d’ogni struttura sociale e politica abbiamo la grande comunanza della nazione italiana che si protende nella storia. Verrà il momento in cui l’Italia si risolleverà e riprenderà quella posizione che le spetta non per forza d’armi, ma per addestramento morale, per l’influenza spirituale. Questo sentimento unitario sentiamo dolorante, in questo momento in cui un trattato iniquo ci vuole separare, ci vorrebbe separare dai nostri fratelli: ma noi diremo ai fratelli nostri che non è una frontiera che si segna sulla carta, una frontiera ingiusta, a cui dovremo piegare il capo, se lo dovremo fare, non è questa che ci impedirà di superare ogni ostacolo e di negare ogni frontiera per tutto quello che riguarda la solidarietà economica, la solidarietà morale e la solidarietà nella tradizione italiana e nell’avvenire di questa grande nazione, a cui essi continueranno ad appartenere. "} {"filename":"3c61dbf3-faab-4bcf-9118-3addf272be86.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Spero che un certo numero di italiani abbia seguito le discussioni della Camera dei comuni e quelle del parlamento francese, non tanto per consolarsi di avere nella presente crisi economica europea dei compagni di sventura, quanto per confermarsi nella convinzione che la crisi non è propria dell’Italia, ma è crisi internazionale. «È lo squilibrio fra i due continenti – ha dichiarato Attlee ai Comuni – che fa salire i prezzi». E Ramadier ha confermato che tutte le misure di pianificazione e tutti i blocchi sono insufficienti a salvare dall’inflazione, se non interviene un nuovo aiuto creditizio americano. Ecco perché, anche in Italia, il Consiglio dei ministri prima di deliberare sulle misure interne, preso atto con riconoscenza che fra poco arriveranno i primi bastimenti di carbone e di grano acquistato col dono dell’America, vincola come premessa indispensabile ad ogni definitivo risanamento un afflusso maggiore di merci e derrate dall’estero, il che vuol dire l’ottenimento di un prestito in dollari per poter continuare il pagamento del grano, del carbone e d’altre materie prime. Questo è il punto fondamentale, e che deve essere immediatamente risolto, sia interinalmente con prestiti di due istituti americani che hanno tali finalità quali la Export Import Bank e la Banca internazionale di ricostruzione, sia più organicamente e più sistematicamente nell’applicazione del piano Marshall. La domanda di ulteriori 100 milioni di dollari alla Banca di esportazione porterebbe ad avvicinarci al pareggio della bilancia commerciale, quella alla Banca internazionale ad assicurare la continuità della nostra ricostruzione. In quanto al primo prestito va rilevato che si tratta di denari che vengono dati contro la garanzia delle singole industrie finanziarie e la ulteriore garanzia dello Stato italiano; e in quanto alla prima tranche di un prestito di ricostruzione, è utile rilevare che la chiediamo dopo aver dato prova del massimo impegno per utilizzare le nostre risorse interne. Abbiamo tassato il contribuente italiano per circa 800 miliardi annui, sì che il bilancio statale, per quanto riguarda le spese correnti, avrebbe raggiunto il pareggio: il disavanzo dipende dalla spesa di ricostruzione, cioè dalle conseguenze della guerra; e per la verità nessuno può pretendere che riusciamo con le sole nostre forze interne a riparare a tutti i danni del disastro mondiale. Confido che il paese abbia capito e capisca che il governo, qualunque governo, deve esercitare la massima pressione per ottenere questo necessario contributo estero e comprenda anche che ad ottenerlo è necessario molto impegno da parte nostra e molta fiducia da parte dei prestatori. Tale fiducia è indispensabile, e bisogna meritarla con una politica di severità nelle spese e nei consumi e di repressione di ogni abuso e di ogni sfruttamento. Avete visto che abbiamo deliberato la costituzione di un corpo di periti accertatori, i quali avranno il compito delicatissimo di accertare i costi nelle industrie e nelle aziende agricole. Nessun intento vessatorio in questa misura organizzativa. Gli industriali e gli agricoltori onesti, che sono la grande maggioranza, non hanno nulla da temere; ma dobbiamo pur cercare una base e un parametro oggettivo sul quale possa fondarsi il lavoro dei comitati prezzi, anche se questi dovessero limitarsi ad eliminare gli eccessi e gli sfasamenti più evidenti. Spero che gli interessati più socialmente evoluti collaboreranno volenterosamente con tali organi che non debbono affatto costituire un qualsiasi imbarazzo per la produzione o un controllo esoso. Qualcuno si è lagnato che non abbiamo esteso il razionamento alla carne, ai formaggi, ai legumi, come s’era proposto dalla Confederazione del lavoro. Vorrei che le sedute del Cir e del Consiglio fossero state pubbliche. Avreste sentito che abbiamo esaminato queste ed altre misure non dal punto di vista dottrinale, cioè del vincolismo o del liberalismo, ma semplicemente dal punto di vista della praticità e dell’efficacia. Razionare le carni avrebbe significato ritentare un esperimento organizzativo fallito, per giungere a risultati inconcludenti. Anche limitandola ai soli tesserati della categoria A, la razione di carne risulterebbe così scarsa che i mangiatori consueti di carne si volterebbero sul mercato nero, facendo salire nuovamente i prezzi. L’Italia è un paese così vario nelle sue colture e nella stessa alimentazione, che una disciplina egualitaria rischia di diventare particolarmente ingiusta o inefficace. Si noti poi che contro il razionamento della carne e dei legumi si leverebbero in massa tutti i contadini, e più insufficiente riuscirebbe ancora il razionamento se, come si era proposto, si facesse gravare il raduno del bestiame solo sul 50 per cento delle stalle, cioè su quelle superiori a sette capi. Anche circa il tesseramento differenziato abbiamo concluso senza pregiudizi e da un punto di vista pratico. Si era detto: riducete a 50 o 100 grammi di pane la categoria C, per aumentare la razione dei meno abbienti della categoria A. Abbiamo fatto il calcolo: avremmo potuto dare alla categoria A un beneficio di circa 10 grammi e, per compenso, avremmo dovuto portare la categoria C sul mercato nero, legittimandolo, e facendo crescere i prezzi, sia del pane che degli altri generi. È chiaro: non si può fare un’efficace differenziazione, se non si riserva una data porzione della derrata al mercato libero. Ecco quindi che, contingentando l’olio, potremo trattare preferenzialmente la categoria A, cioè le daremo in più un supplemento di 100 grammi dal 1° novembre in poi. Così per il grano il vero trattamento preferenziale sarà possibile quando sostituiremo all’ammasso totalitario quello del contingente, come è stato deciso di fare per l’anno prossimo. L’alto commissario dell’alimentazione e il ministro del Commercio estero hanno, come avete visto, un largo programma di approvvigionamenti per le categorie più bisognose (forniture di pacchi, razioni preferenziali di grassi e di zucchero). Certo che questo si potrà fare in base alla disponibilità dei mezzi valutari, che fino a ieri ritenevamo assicurati. Da ieri la decisone inglese di non ammettere la convertibilità in dollari dei nostri crediti a Londra in sterline, costituisce una grave minaccia che speriamo ancora di superare. Faremo naturalmente un nuovo sforzo per comprimere i prezzi, sia indirettamente, con l’immissione nel mercato di merci e derrate importate, sia col riorganizzare i comitati prezzi e potenziarne l’intervento. Bisogna, però, che comitati, al centro e alla periferia, siano affiancati dai consumatori e da tutte le organizzazioni interessate, e muniti dei poteri necessari per agire contro gli eccessi e i profitti illeciti. Certamente non potremo evitare l’influsso dei prezzi internazionali superiori ai nostri, né quello dell’aumento dei costi, ma potremo e dovremo diminuire gli eccessi della speculazione e agire per una migliore organizzazione dell’offerta. Voi avvertirete che su questo terreno non sono sufficientemente perentorio; gli è che gli esperimenti nostri e l’esperienza degli altri paesi rendono caute le nostre speranze. Bisogna dire francamente che gli organi dello Stato si sentono insufficienti se non si sentono integrati dalla collaborazione delle categorie interessate e da un dinamismo di adesioni e concorsi che suppone un alto grado di solidarietà sociale. Non c’è nessuna formula miracolosa. Nessun governo, nessuna organizzazione l’ha mai trovata. O meglio, la formula c’è ma è assai complessa: è la solidarietà, il senso morale, la coscienza civica al di sopra degli odi di fazione, dell’egoismo di classe, delle manovre politiche; tutte cose piccole e deteriori in confronto alla salvezza del popolo italiano. "} {"filename":"8c973567-e078-48c4-81df-118384431a4a.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, io non rappresento qui un partito, né una parte, né una tesi contro l’altra, ma lo sforzo unitario e solidale di tutti gli italiani di buona volontà. Vorrei che consideraste anche me come un vostro collaboratore nella ricostruzione non solo di Salerno, ma di tutta l’Italia, perché altro titolo onorifico non chiedo che quello di essere ritenuto un uomo di buona volontà, che ha di mira la ripresa del popolo italiano e il suo avvenire. Certo non vi è solo un problema di ricostruzione materiale, non si devono ricostruire soltanto case, opere pubbliche, strade, ponti e porti. Tutto questo è una necessità senza dubbio; ma per fare questo sforzo di lavoro, per riuscire nel risanamento della nostra economia, occorrono una volontà, un vigore morale, una coscienza leale; tutte qualità dello spirito. Conto perciò, soprattutto, sul senso di solidarietà e sullo spirito di disciplina degli italiani. Senza disciplina e senza ordine non si può ricostruire all’interno, non si può ottenere dall’estero quella solidarietà e quella comprensione di cui l’Italia ha bisogno. Faccio appello, altresì, alle organizzazioni sindacali, che hanno e che debbono avere una funzione da assolvere, perché non si abbandonino a dimostrazioni di carattere politico ed a scioperi generali, ai quali si oppongono gli interessi dell’Italia all’interno e in rapporto all’estero. Spero che questo appello riesca a convincere i capi che hanno senso di responsabilità e che guardano soprattutto, anch’essi, alla ricostruzione del paese. In questa ricostruzione morale è necessario fare appello alle forze dello Stato, agli organi dello Stato, che non hanno da ubbidire ad un partito, né a sinistra né a destra, ma all’Italia. Bisogna che dal cervello degli italiani esca il microbo della violenza e la tendenza a farsi ragione da sé. Bisogna che questa tendenza sia soffocata con un appello alla coscienza, col ricorso all’ordine, ristabilendo l’autorità dello Stato sopra i partiti. L’avvenire del paese, non c’è dubbio, poggia sui lavoratori ed è giusto pertanto che essi debbano avere un influsso più diretto sul governo; ma è altrettanto necessario che i lavoratori conquistino un senso di unità e di disciplina, dimostrando che per essi non si tratta di classe, non si tratta di categoria, ma del benessere dello Stato italiano, dell’intero paese. Anche il governo cercherà di dimostrare quello che ha fatto, le difficoltà che ha dovuto superare, le miserie che ha dovuto combattere, i progressi raggiunti e quello che resta da fare, che è moltissimo. Farà un’esposizione per dare soddisfazione al popolo italiano. Ci vuole buona volontà perché nulla si conquista nei comizi, con le adunate in piazza ma soltanto con costanza, tenacia e buona volontà, cercando di allontanare tutto ciò che ci divide e coltivando tutto ciò che ci unisce. Ho fiducia nel popolo italiano perché so che il popolo del 1947, attraverso i dolori della guerra e attraverso il senso di unità che da questa guerra è nato, è un popolo che ha imparato e ciò lo aiuterà a superare questo secondo più difficile dopoguerra. Quando si tratta di problemi economici, le difficoltà sono immense e, data la complessità della materia, è difficile trovare la via giusta. Nessuno, né in Italia né fuori, ha un rimedio assoluto dei mali. Ma se dopo le prime critiche, tornassimo a cambiare, daremmo all’economia una oscillazione paurosa. Bisogna avere la pazienza di attendere i risultati di una determinata politica economica; nel campo del credito, ad esempio questi risultati cominciano a vedersi: si è cercato di rettificare, per quanto riguarda le industrie meccaniche, perché esse alimentano 650 mila operai e sono quelle che, se si riuscirà a fare la conversione dall’industria di guerra a quella di pace, daranno all’Italia il suo mezzo specifico di sviluppo commerciale e per la esportazione nel mondo. Prossimamente sarà elaborata una legge che si occuperà soprattutto delle piccole industrie, per compiere un atto di doverosa giustizia verso chi lavora e soprattutto verso il Mezzogiorno che merita tutto l’appoggio, perché composto da gente laboriosa e sobria. Questa gente che gli americani conoscono bene perché i soldati alleati quattro anni fa sbarcarono proprio qui, sulla piana di Salerno. Essi ora sono tornati in patria. Essi hanno visto quel che la guerra ci è costata e sono consci dello sforzo che l’Italia deve fare per rimediare; ma devono anche sapere che qui c’è gente seria che lavora e che ragiona e che ovunque in Italia riunioni come quella di oggi si svolgono con quiete e tranquillità. Non è vero che De Gasperi vende l’indipendenza del suo paese! Non è vero che va col cappello in mano come un mendico! De Gasperi, di fronte all’America ed alle altre nazioni parla un linguaggio di dignità, di speranza, e di sicurezza. Sono grato a nome del popolo italiano di quello che il popolo americano ha fatto ma credo che la base fondamentale dell’amicizia stia nella dignitosa uguaglianza di un creditore che dà e di un debitore che vuol pagare, che sa di pagare non soltanto in spiccioli, ma col suo contributo di pace e di ricostruzione, non solo dell’Italia ma anche dell’Europa, di cui il nostro paese è parte integrante e dove cerchiamo l’unione con la Francia e con tutti gli altri stati di buona volontà, purchè ci sia questo senso di pace e di ricostruzione. Cari amici, ora è tempo di concludere. Ma prima voglio rispondere al rimprovero che mi è stato da qualche parte rivolto per la mia partecipazione ai funerali del giovane Gervaso Federici, assassinato a Roma. Io ho creduto con questo gesto non di compiere un’opera di parte, non di partecipare come esponente del partito, bensì di essere presente come capo del governo, indipendentemente da ogni colore e tendenza politica. Prendo anzi occasione per rivolgere a tutti un appello a deporre gli odii ed i risentimenti di parte e di ispirarsi all’insegnamento del cristianesimo, in cui possiamo trovare guida e conforto per la opera di ricostruzione materiale e morale del paese. "} {"filename":"9957c996-eb8d-4738-aa56-2e6ec7a19f46.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Amici, scendendo ieri a Napoli il mare era tranquillo e sulle sue onde serene anche i miei pensieri si volgevano alla pace, tanto più che sapevo che poco prima di me era passato l’onorevole Di Vittorio, diretto a Foggia con pensieri e con propositi conciliativi. Disgraziatamente, durante il percorso mi è accaduto di leggere «l’Unità» con la risoluzione del Comitato centrale del Partito comunista . Era un viatico triste per il mio viaggio, per la mia venuta al congresso, perché quella risoluzione è un manifesto di guerra. Ho compreso e raccolgo il significato delle interruzioni in quanto vogliono dire che noi vogliamo concentrare tutte le nostre forze per la pacificazione degli animi. Non accetterei però le interruzioni se volessero essere interpretate come un invito ad abbandonare le basi della democrazia e della libertà; non l’accetterei! Dicevo che il documento del Comitato centrale del Pci è un manifesto di guerra, impastato di menzogne nelle premesse, dirette – come è scritto nell’«Unità» – contro il «governo dello straniero», contro il «governo della miseria», contro «il governo della reazione e della guerra». Questo titolo viene giustificato affermando che il governo da me presieduto è il governo degli «imperialisti americani», un governo invocato e favorito dal Vaticano, dalle «forze reazionarie e dai socialisti di destra». Si parla del pericolo della perdita dell’indipendenza nazionale; si dice che vogliamo trasformare il paese «in campo di battaglia» e si definisce insidia perfino l’offerta e l’accettazione del grano per il pane del popolo. Le cifre ci danno ragione Io mi domando se coloro che hanno vergato questo manifesto e l’hanno deliberato e lanciato al popolo credono veramente che oltre ad un «Cominform» vi sia anche un «Americanform» di cui noi saremmo i complici. Su questo punto vi prego di seguirmi nella mia confutazione con fatti e cifre. All’arrivo del grano qui a Napoli con la prima nave che lo trasportava dall’America appartenente all’Ausa, cioè alla società che rappresenta questa azione di soccorso, ho tenuto un discorso brevissimo ma che aveva due sentimenti nello sfondo: la riconoscenza da una parte e dall’altra la dignità e la indipendenza nazionale. Ora quando leggo che in un discorso di ieri si mentisce innanzi al popolo, dando ad intendere che l’aiuto dell’America non è stato invocato da noi come una necessità per il pane, ma che altre possibilità vi siano state, vi richiamo alla realtà della situazione. Il raccolto fu di 46 milioni di quintali, invece dei 63 dell’anno scorso, e per questo abbiamo dovuto e dobbiamo importare una quantità imprevista di grano. L’ Ausa, cioè l’America, ce ne fornisce per 115 mila tonnellate al mese, che non sono però sufficienti e dobbiamo importarne da altri paesi, e consumare in parte i nostri ammassi. Di qui, poiché bisogna comperare anche su altri mercati, la necessità di avere contributi in denaro, crediti in denaro. Questo per il grano. Per il carbone: nella scorsa primavera avevamo raggiunto almeno un terzo delle disponibilità prebelliche. Adesso ci avviciniamo già alla misura prebellica, ed abbiamo costituito anche qualche piccola scorta. Siamo sicuri per dicembre-gennaio, perché abbiamo gli impegni formali dell’Ausa. Solo a questo patto c’è un governo in Italia, comunque si chiami, che può assumere tranquillamente la responsabilità di non lasciare mancare il pane al popolo e il carbone all’industria. Per gli olii minerali, per la benzina, per il rame e per la gomma, per le altre materie prime, le importazioni furono nell’ultimo trimestre sufficienti. Noi abbiamo potuto con i crediti a nostra disposizione, importare grassi, legumi, pesce, zucchero che hanno avuto influenza calmieratrice sul mercato interno. La discesa dei prezzi è appena iniziata e ci vuole una continuità di importazioni; e ci vuole sopratutto nei produttori e nei consumatori la convinzione che queste importazioni continueranno. Ora vi dico – ed è facile profezia – che se il ritmo delle importazioni potrà continuare, i prezzi dovranno ribassare. Però è necessario che il Congresso americano che oggi si raduna voti i contributi che il governo degli Stati Uniti ha proposto per aiutare l’Italia e la Francia. È poi anche necessario che nel paese vi sia tranquillità, quiete e ordine, perché ad un popolo in continue convulsioni nessuno è disposto a concedere prestiti. È indispensabile ispirare fiducia Sembra dal manifesto comunista che noi siamo coinvolti in una cospirazione di guerra. Attraverso quali vie noi avremmo cospirato contro la pace? Attraverso la Commissione che abbiamo mandato in America, presieduta da Ivan Matteo Lombardo? Attraverso il nostro ambasciatore? Attraverso la Commissione che compera grano e carbone? Attraverso Campilli, al quale mando il mio e il vostro caldo saluto? Campilli e Tremelloni a Parigi, poi Campilli a Washington; uomini che dalla mattina alla sera non si occupano della guerra, ma delle industrie che bisogna salvare, del pane che bisogna assicurare e delle materie prime che dobbiamo importare e che sono in lotta contro interessi e diffidenze all’unico scopo di ottenere per il popolo italiano, quanto è necessario alla sua esistenza e alla sua ripresa. Perché mai, e come mai, se non per interessi diversi da quello italiano, si può osteggiare questa forza, cercando di diminuirla e sabotarla addirittura nel paese? Amici miei, in queste ultime settimane, ho incontrato parecchie Commissioni del Senato, del Congresso americano inviate in Europa per esaminare sul luogo la situazione. Ottanta fra deputati e senatori saranno passati innanzi a me, hanno discusso con me; ho sentito le loro obiezioni ed ho cercato con il concorso dei tecnici di combatterle, di confutarle; ho cercato di persuaderli che noi eravamo un popolo sereno, un popolo che lavorava, un popolo che meritava incoraggiamento e sopratutto che le nostre condizioni esigevano veramente un contributo straordinario. C’è chi va raccontando che l’America vuole intervenire in Europa semplicemente per i fatti suoi. Io vorrei che costoro, se sono in buona fede, avessero assistito a quelle discussioni. Quando vi trovate dinanzi ai rappresentanti dell’agricoltura, ai rappresentanti dell’industria, ai rappresentanti del consumo che hanno voce nel Congresso e nel Senato americano, essi vi dicono: «Ma in America si nota già un aumento di prezzi, il governo degli Stati Uniti esporta generi in Europa e questo fa rincarare i prezzi». Ecco le obiezioni che il governo americano si sente dire dalle proprie masse. È questa la prima obiezione che noi dobbiamo confutare considerando le necessità nostre assolute. Poi, c’è un’altra obiezione: «Ma voi avete il bilancio in regola come Stato, avete un’amministrazione severa, non fate soltanto le spese necessarie per favorire i vostri elettori, largheggiate troppo, forse non avete la possibilità di restringere il consumo come fa l’Inghilterra?» E allora vengono le risposte che potete immaginare, che avete letto anche nei giornali. Quando voi siete riusciti a persuaderli della situazione economica, allora sorge ancora un dubbio: «Ma questi aiuti e questi contributi che noi possiamo darvi sia in forma di doni, sia in forma di prestiti troveranno comprensione da parte del vostro popolo o non ci capiterà, come è capitato all’Unrra, in certi paesi, di dispensare milioni e milioni di dollari di generi di consumo e di trovare non solo la resistenza dei popoli, ma anzi inimicizia e attacchi verso l’America, paese di capitalisti e di oppressori?» E allora la mia risposta è stata questa: se voi faceste questo come elemosina, forse vi toccherebbe quello che avviene agli individui e spesso ai popoli. Raccogliereste ingratitudine, perché nell’atto è insita la umiliazione, la misconoscenza, appena passato il bisogno. Ma aggiungevo: non è che noi non comprendiamo che cosa volete da noi e non è che noi non diamo un contributo di comprensione. Il contributo è di unirci a voi per la lotta della libertà e della democrazia, il contributo è di inserire lo Stato italiano nella collaborazione internazionale in modo che venga garantita la pace. Dico collaborazione internazionale non dalla parte di un blocco, non dalla parte di tendenze che non vogliono garantire la pace ed evitare la guerra. Questo è il contributo nostro alla pace, il contributo della nostra capacità alla civiltà e alla ricostruzione dell’Europa e del mondo. E si soggiunge ancora: «Questi soccorsi straordinari di emergenza che sono oggetto di deliberazioni del Congresso americano convocato oggi, sono una prima fase, ma poi deve venire la grande fase del piano Marshall. Questo non può fondarsi sopra aiuti temporanei, provvisori, limitati. Deve essere collaborazione economica, una essenziale collaborazione sopratutto fra gli Stati europei, con la solidarietà degli Stati Uniti, una collaborazione di grande estensione, di lunga durata. Passato questo periodo di aiuti momentanei, sarete in grado di offrirci la vostra collaborazione pacifica ed economica, in modo che noi possiamo avere fiducia in voi e che voi abbiate fiducia in noi?» Ecco il problema della fiducia nella ricostruzione dell’Europa, al quale dobbiamo rispondere con tranquillità e fermezza di propositi e di lavoro, astenendoci da tutto quello che la fiducia può infirmare. Io mi rivolgo ai capi che hanno scritto il manifesto comunista e dico loro: voi sapete, perché conoscete gli uomini che sono al governo, voi sapete che noi non agiamo per spirito di partito, per spirito fazioso, ma che noi agiamo nell’interesse del paese. Siete voi che, per seguire la vostra concezione internazionale, vi dimenticate di essere sopratutto italiani. Un’accusa smentita Ci si accusa, nello stesso manifesto, di contrasti con l’Oriente filo-sovietico. Il ministro degli Esteri Sforza, in una intervista che avete letto nel «Popolo» di ieri smentisce, citando i fatti, questa accusa. Abbiamo stipulato accordi con la Polonia, accordi con la Cecoslovacchia, con la Bulgaria. Abbiamo accettato l’accordo con la Jugoslavia, e non senza scrupoli; non per ragioni politiche: anzi le ragioni politiche ci hanno fatto superare le obiezioni di carattere economico. E dico «non senza scrupoli» perché noi avevamo la sensazione che forse non potevamo prendere un impegno così grave per alcuni anni, quello di fornire prodotti industriali; che forse noi corriamo il rischio di mancare di parola, perché, mentre diamo, non sappiamo se la Jugoslavia potrà darci, come è obbligata, le materie prime destinate alla costruzione delle macchine che dobbiamo fornirle per il piano quinquennale. Tuttavia, al fine di dimostrare agli jugoslavi che noi faremo sforzi in tutta la nostra economia per essere loro utili, purché essi ci mettano in condizione di poter superare ogni difficoltà e riuscire così ad affrontare in un’atmosfera più favorevole i problemi spinosi che sono nati con la creazione delle nuove frontiere, abbiamo dichiarato, come governo, di autorizzare il ministro degli Esteri a firmare l’accordo. Questo è l’atteggiamento del così detto «governo nero», detto nemico dei Paesi satelliti della Russia. L’altra accusa corrisponde al titolo di «governo della miseria». In verità, siamo tutti d’accordo: non è possibile considerare il barometro dell’economia come uno strumento che possa venire ad arte maneggiato e manovrato dal governo. Ci sono certe accuse relative a fatti che sfuggono evidentemente all’azione del governo sia all’interno che all’estero. I prezzi all’estero aumentano e non voglio vantarmi di tutte le conseguenze favorevoli, come non posso accettare tutte le accuse sfavorevoli: Dico però che un minimo si può affermare, e cioè che la flessione dei prezzi che c’è stata in certi generi è spiegabile con l’aumento di produzione; per certi altri è spiegabile e dovuta alla politica del credito, alla restrizione del credito e alle importazioni: politica che appartiene ad una direttiva del governo. Sarebbe proceduta questa politica, e fino ai suoi effetti immediati nei prezzi al dettaglio, se ci fosse stato il clima, se ci fosse stato uno spirito di cooperazione. Ma in Italia, e più ancora fuori d’Italia, si sente come un puzzo acre di guerra civile; si parla sempre di agitazioni, si esasperano anche le richieste legittime. Questi continui scioperi, queste continue agitazioni producono una inquietudine all’interno, in tutti coloro che si occupano di imprese e debbono rischiare i loro depositi all’estero, e questa inquietudine viene esagerata anche attraverso le trasmissioni di stampa che parlano di un paese incerto che sta sulle onde e che non trova l’«ubi consistam», una posizione tranquilla per il suo sviluppo. In Italia, come in Francia, non c’è quiete. In Italia c’è De Gasperi, in Francia c’è un socialista come Ramadier. Entrambi non hanno quiete, non hanno pace, perché entrambi vogliono gli interessi del paese. Non speculare sulla fame Voi troverete giusto che anche sotto l’impressione degli ultimi avvenimenti non dimentichi però le responsabilità dei ceti degli imprenditori e dei proprietari: licenziamenti annunciati e non eseguiti per la maggior parte, ma che hanno potuto produrre una inquietudine naturale nelle masse operaie, riduzione dei pagamenti, cioè acconti invece di salari. Tutto questo ha creato una situazione precaria. Ho parlato con questi operai ed ho sentito che tutta la politica, per alcuni di loro, per quelli che non sono organizzati, per quelli che non sono ammaestrati e addottrinati secondo una certa stregua, la politica è quella della famiglia. Dicono: «io ho tre figli e sono tre settimane che non mi pagano o mi pagano acconti e tiro avanti come posso. Una sorella mi aiuta, un’altra famiglia mi aiuta, ma dopo tre o quattro settimane non potrò andare avanti così». Ed io ho sentito che questa era la verità ed ho sentito la responsabilità di coloro che si adagiano ed usano questa tattica allo scopo di ottenere l’appoggio della agitazione operaia per premere sul governo, affinché esso prenda il denaro del pubblico e lo investa in imprese le quali per la incapacità della loro direzione sono prive di qualsiasi base di rendimento. Dal canto suo il governo ha fatto tutto quello che doveva fare. Abbiamo istituito un fondo proprio per quelle industrie che sono in più grave pericolo, cioè per le industrie meccaniche. Di questo fondo, che può salire in certi periodi fino a 30 miliardi, abbiamo già distribuito nelle prime settimane 4 miliardi e 200 milioni. Sessantasette sono le domande, ma il comitato, che non è il governo, ma è composto di persone fuori del governo, ha la parola d’ordine fondamentale, la direttiva di non dare niente che sia denaro sprecato. Piuttosto diamo acconti agli operai, invece che immetterli in imprese che cercano di vivere senza una base naturale. Abbiamo stabilito un aiuto per i licenziati in seguito a liquidazione, in modo che nei primi mesi non abbiano a temere che la famiglia resti senza alcuna sovvenzione. In genere ci sforziamo di mediare. Non c’è sciopero, non c’è agitazione in cui il governo non intervenga fino all’esaurimento delle proprie forze. E qui permettete di mandare uno speciale saluto di ringraziamento a Fanfani, il quale, insieme al ministro dell’Agricoltura Segni non conosce né giorno né notte per comporre, con spirito pacifico e costruttivo, i conflitti che nascono troppo di frequente e troppo rapidamente. Si ha la sensazione – e credo che l’amico Fanfani l’abbia quando viene al Consiglio dei ministri tutto pallido ed affranto dall’aver passato la notte in queste condizioni – si ha la sensazione che tutti quegli sforzi fino all’esaurimento potrebbero riuscire, se ci si lasciasse parlare direttamente con gli operai. La pregiudiziale politica, le agitazioni politiche inquinano tutto: è come un arsenico corrosivo che emana dalla stampa, da certa stampa. Leggetela ogni giorno per vedere se c’è una parola di pace, una parola costruttiva, un’ammissione che il governo possa prendere provvedimenti opportuni. I Consigli di gestione Possibile che questo governo De Gasperi non faccia niente o faccia tutto alla rovescia? Dove si fonda questo giudizio assolutamente negativo? Nella volontà di creare nel paese una tale agitazione, una tale successione di atti di violenza che superino tutte le barricate della democrazia, per la conquista del potere. Queste mire non interessano i lavoratori. Si è lanciata, in mezzo a questa agitazione per i licenziamenti o a proposito dei licenziamenti, quasi si trattasse di un rimedio a tutti i mali e che si potesse applicare con un decreto, l’idea dei Consigli di gestione. Ma vedete, amici miei, non bisogna lasciarsi prendere dalle parole. Quello che vale è lo spirito. Quando si introdussero le corporazioni fasciste troppo ingenui e deboli cattolici hanno scritto che quello era il nostro programma, perché noi in verità fin dal secolo XVIII abbiamo preconizzato, favorito ed acclamato la corporazione. Ed allora non c’era la libertà di poter dire francamente il nostro pensiero perché nessun giornale nemmeno quelli cattolici, aveva il coraggio di stampare tutto. Ed allora io, che ero degente in una sala clinica, mi sono sforzato, attraverso parecchi articoli di studio sulle corporazioni francesi, sulla storia delle corporazioni, di dimostrare che tutto dipende dallo spirito con cui queste corporazioni sono costituite e si muovono, e che non bisogna lasciarsi abbagliare dalle parole. Ed oggi vi dico lo stesso, amici miei. Noi riconosciamo che il consiglio di gestione, se inteso come uno strumento di cooperazione, di coordinamento e di solidarietà sociale, può essere una fortuna per l’Italia. Ma ditemi voi: siete sicuri che questo spirito di collaborazione, che è necessario, animi la maggior parte di coloro che propongono i consigli di gestione ed eventualmente ne fanno parte? Ed allora vi domando: non è giusto quello che ho detto? E non ciò che mi fanno falsamente dire? Non è giusto quello che ho detto, e cioè che il governo non vuole imporre questi organismi, come ha fatto Mussolini con le corporazioni, ma vuole che nascano dalla esperienza (e parte della esperienza è già fatta, con una certa forma di consigli) e da un tentativo di accordo fra coloro che devono collaborare nei consigli di gestione? È proprio un delitto dire questo? Nell’agosto scorso quando fu formato il governo, avevo visto con straordinario piacere che si era riusciti a trovare la tregua anche con le commissioni interne a cui era stato demandato perfino il compito di regolare i licenziamenti. E mi sono detto: Se questo è stato possibile, sarebbe anche possibile, magari in qualche riunione notturna al ministero del Lavoro, presieduta dall’amico Fanfani, affrontare il problema non con la diffidenza, non con l’ostilità, non con un principio di conquista e di lotta, ma con un senso di solidarietà, che deve rendere corresponsabili gli imprenditori e gli operai, in un momento in cui la produzione è tutto e la distribuzione deve ancora iniziarsi. Questo è il punto che bisogna considerare. In tempi pacifici si possono fare tutti gli esperimenti che si vogliono: se non vanno si correggono; se uno statuto non va lo si applica diversamente. Ma oggi in cui tutto dipende dalla produzione, e se questa si ferma si arresta la vitalità del paese, bisogna andare avanti con prudenza. Il nostro principio lo discuterete voi domani al congresso: né voglio prevenire le vostre decisioni. Ma risalendo alle affermazioni che abbiamo fatte, il nostro principio partecipazionista è per la forma della collaborazione. Bisogna scegliere il momento giusto ed il modo giusto per poter sviluppare e tessere uno strumento, un volano dell’industria, un volano della produzione, che ci spinga non indietro, ma avanti. L’altra accusa è la presunta collaborazione col neofascismo. Ebbene, signori, abbiamo presentato qualche settimana fa una legge alla Camera, un disegno di legge sui modi e sulle misure per combattere il sorgere del neo-fascismo ed in genere i movimenti antirepubblicani. Il disegno di legge avrebbe dovuto essere già stato esaminato, deliberato e promulgato se Togliatti e Nenni non avessero svolto un’attività a base di interrogazioni e di mozioni di sfiducia, costringendo il governo ad affrontare lunghe discussioni e la Costituente a trascurare il compito principale al quale essa è stata chiamata, nonché l’esame delle leggi e delle proposte di maggiore importanza. Contro tutte le armi, contro tutti gli squadrismi Di Vittorio nel trattare con l’amico Scelba, al quale permetterete che mandi un caldo saluto perché è un altro collaboratore insonne del governo, Di Vittorio – e di questo non ci si può meravigliare, perché ha acquisito la sua formazione mentale in altri paesi – ha proposto semplicemente, e dicendolo in tono di convinzione: «ma non potete ricorrere all’art. 19 della legge comunale e provinciale, stroncare tutto ed abolire, sopprimere i giornali di partiti che sono fascisti o che si crede lo siano?». Scelba ha risposto: «sarebbe possibile ma bisognerebbe che invece di Scelba mi chiamassi Mussolini». Inquietudini comprensibili Ecco amici miei, alcuni pensieri fondamentali, alcune direttive su questo argomento delicato. Siamo d’accordo che deve essere evitata la ricostituzione del partito fascista e di organizzazioni che ne rivendicano la eredità. Chi ha dato il tragico esempio di calpestare la libertà non può invocarla per aver il modo di insidiarla un’altra volta. Chi esalta la dittatura che ci ha portato alla catastrofe nazionale non ha il diritto di richiamarsi ai metodi di democrazia che esso stesso ha conculcato e tuttavia rinnega. Riconosco perciò che nelle ragioni di inquietudine di questi giorni ci può essere un giusto fondamento. Tutti coloro che hanno sofferto la prigionia e peggio è naturale che si allarmino. Bisogna venir loro incontro, deve essere soppresso principalmente ogni tentativo di organizzazione paramilitare. Però – mi si rimprovera sempre di adoperare questa parola, ma è il modo migliore per richiamare sulle maggiori verità l’attenzione del pubblico – però l’intervento dello Stato contro questo squadrismo o neo-squadrismo o minaccia di squadrismo fascista riuscirebbe inefficace se esso non fosse legittimato con criteri generali contro tutti gli squadrismi e contro tutte le armi. Voi sapete bene, amici miei che applaudite – perché le situazioni si conoscono e si intuiscono – che questa è la verità: urge il disarmo di tutti. Questo è il problema principale dell’ordine pubblico in Italia. Non è che lo abbiamo scoperto adesso. Si è proceduto in tal senso anche per il passato e voi nei giornali avete letto spesso le notizie sul rastrellamenti di armi. Procederemo più intensamente, più metodicamente su questa via, e se tutti siamo d’accordo, se i comunisti vorranno aiutarci a togliere le armi di qualunque provenienza siano, concorreranno anche essi stabilmente a fugare lo spettro della guerra civile. Ma, durante la discussione alla Camera, deputati comunisti autorevoli per i quali io ho un certo debole, perché erano miei collaboratori, onesti e diligenti collaboratori, hanno perso la pazienza in modo da proclamare che è venuta senz’altro l’ora del diritto dell’autodifesa, attraverso l’autosquadrismo. No. Nego che in qualsiasi misura si possa ricorrere a questa forma che conduce fatalmente alla guerra civile. Se le forze del governo non sono sufficienti, è giusto che vi siano legittime difese, ma la difesa organizzata deve essere attuata solo da forze alle dirette dipendenze dello Stato e sotto la responsabilità politica dello Stato. Mi si rimprovera anche l’applicazione dell’amnistia. Ma voi comprenderete bene che, se si vuol fare un rimprovero di aver concesso amnistia, allora chi non ha peccato getti la prima pietra; se invece si parla dell’applicazione dell’amnistia, entriamo nel campo dei giudici. Il Governo non interviene, non può intervenire per quanto possa deplorare certe assoluzioni e certe sentenze. Ci saranno anche delle ingiustizie a sfavore dei fascisti, lo posso ammettere; individualmente lo posso ammettere. Quando si applicano o amnistia o leggi punitive generali, è difficile esser veramente equi di fronte a casi singoli. Ma lo dico a coloro i quali credono di lamentarsi di certi provvedimenti, di avere un po’ di pazienza. Noi ne abbiamo avuta per venti anni. Fummo trattati così noi nel ’26, dopo le devastazioni tumultuose degli anni precedenti: leggi di soppressione di partiti, danni alle persone e alle cose, prigione, persecuzione fino a costringere a fuggire all’estero, mentre si diceva che i partiti erano la corruzione e la disgregazione. Ricordino questo coloro che in quei tempi proclamarono tali misure o le subivano senza protestare. Alla Repubblica non osino chiedere di più della libertà di vivere e di guadagnare; la libertà di vivere e di guadagnare che a noi tutti allora non fu concessa. Non organizzino né tentino di organizzare dei movimenti che con il solo nome e con la loro sola partecipazione danno pretesto e talvolta forse giustificazione a reazioni frettolose; e quando credono di essere stati lesi a torto da una misura che promana dalla guerra civile, se hanno nel cuore veramente un sentimento di affetto per la loro terra, attendano un giudizio spassionato che potrà essere dato in situazione costituzionale più consolidata e più serena. Per la pacificazione Noi tendiamo alla pacificazione, ma essa non è una imposizione di legge, né un decreto di governo, essa è un’atmosfera, che ha bisogno di venire sentita, che ha bisogno di venire corroborata dall’adesione popolare. Bisogna crearla questa atmosfera e noi siamo qui con questo proposito e altri partiti hanno lo stesso intendimento. Bisogna lasciare tempo al tempo. E ai giovani che forse per eredità familiare, per sentimenti familiari, forse per un sentimento che ha trascinato dal ‘22 anche persone che di per sé la violenza non volevano e che oggi cercano di costituirsi un programma di necessità entro la vita politica, a questi giovani io dico: ricordatevi di due cose: non cercate di scusare il passato, cercate di illuminare solamente i lati buoni. Sappiamo anche noi che non tutto fu male, che non tutto era volontà di male; ma ricordatevi due cose: la guerra civile che il fascismo ha provocato fu fratricida, orribile, e la guerra dell’Asse rischiò di essere la tomba della nazione. Se sono in buona fede ed hanno la passione della rinascita del paese, si inseriscano nel quadro della democrazia secondo le varie tendenze, secondo i metodi della libertà. Non si giustifica la reazione con un esistente o presunto terrorismo di sinistra. Anche con l’energica opposizione ai residui fascisti non è inconciliabile l’attendere pazientemente la chiarificazione di certi atteggiamenti parlamentari e delle direzioni dei partiti in un momento di flusso e di riflusso in cui la evoluzione di uomini e di cose non è ancora terminata. Se un partito di destra o di sinistra accetta il gioco della democrazia, sarebbe stolto ricacciarlo indietro verso una psicologia di guerra, che ha superato o sinceramente tenta di superare. Una speranza dura a morire La democrazia non è semplicemente uno Statuto; la repubblica non è semplicemente una bandiera: è sopratutto una convinzione e un costume; costume di popolo. È necessario che ci persuadiamo che il regime democratico è veramente un regime molto duro, un regime che esige un addestramento e una vigilanza continua. Bisogna creare con lo sforzo quotidiano la democrazia nell’abitudine, nel Parlamento, nel governo, nei partiti e nelle associazioni. Ogni giorno è necessario riconquistare la democrazia, dentro di noi contro ogni senso di violenza, fuori di noi con la esperienza della libertà. Ho delle confessioni da fare in proposito. Nei momenti più tristi della guerra, essendo deputato di Trento al Parlamento viennese, sfidai in un discorso i governanti di quello Stato paternalistico proclamando la certezza che la nostra causa fatalmente, inevitabilmente sarebbe stata vittoriosa, perché seguiva la corrente inesorabile, fatale della democrazia e del principio nazionale. Quando rileggo quel discorso, oggi, sono in grado di fare una critica. Abbiamo ripetuto gli stessi errori al momento dello Aventino, quando ci siamo ritirati di fronte agli attacchi mussoliniani, credendo che la libertà, logicamente, fatalmente, avrebbe avuto causa vinta, e la dittatura sarebbe crollata per mancanza di ogni sostegno. Abbiamo commesso un errore. Dopo lo Stato austriaco a carattere autoritario e paternalistico, si è inventato lo Stato-partito, lo Stato del partito unico, come fu lo Stato fascista e come è lo Stato comunista. Anche quando eravamo uniti nella cospirazione, durante il periodo clandestino, vedendo collaborare le potenze occidentali – che avevano coltivato in sé la tradizione delle libertà politiche e della libertà in genere – con la Unione Sovietica, abbiamo avuto la speranza che da quella collaborazione nascesse un mondo nuovo ove la libertà e la giustizia sociale si fondessero, e con questa fede abbiamo unito i nostri sforzi a quelli dei partiti di sinistra, ivi compreso il Partito comunista. Oggi ancora sentiamo parlare in Francia, da parte della destra, di reprimere la stampa ed imprecare contro i partiti (ricordate la campagna del fascismo contro i partiti come tali?) irridendo (badate bene, è l’espressione identica a quella pronunciata da Mussolini) irridendo ai melanconici difensori dei principii immortali della libertà. Noi non siamo di questo parere, anche se dobbiamo dire che qui vi è una collusione fra tali idee della destra, o di alcuni capi della destra francese, e le idee dei partiti di sinistra che oggi reclamano repressioni e leggi eccezionali. Non bastano le baionette Si chiede al governo di salvare la libertà e la democrazia: il governo lo farà senza dubbio. Una prudenza strategica e qualche volta uno stato di fatto dovuto pure a imprevidenza di qualche organo locale, non hanno consentito di evitare alcuni gravi e luttuosi incidenti. Cercheremo di migliorare, cercheremo di aumentare la vigilanza e l’energia. Però rispondo ai trepidi borghesi che ci fanno rimprovero, che la libertà e la democrazia non si salvano solo con le baionette o solo con l’azione di vigilanza del governo, ma si salvano sopratutto con il proprio coraggio; non si salvano rinserrandosi spaventati dietro le gelosie e non pensando ad altro che a salvare i propri interessi. Occorre specialmente che i ceti medi si uniscano all’iniziativa dell’apostolato sociale e dimostrino le virtù della democrazia che sono: pazienza, coraggio, energia, tenacia e fede. Mi è parso di sentire, ho sentito in questi giorni nei giornali come uno scricchiolio nella struttura dell’opinione pubblica – è un po’ improprio il termine – e mi sono ricordato di quegli improvvisi mutamenti che si ebbero nel periodo della «marcia su Roma». Ho notato un lasciar correre, un lasciare andare, un nascondere – come è successo per qualche prefetto e qualche questore – la realtà e la crudezza dei fatti, per non correre il rischio di sentirsi chiedere: come ti sei regolato per impedire quanto è accaduto? Questo scricchiolio in genere si manifesta con proposte di conciliazione, con proposte di pace, con una certa nota di sentimentalità: e, se queste notizie sono sincere, io mi inchino; ma se da un ulteriore esame si rivelano come il tentativo di evitare di affrontare e risolvere i problemi, e sopratutto come il tentativo di non manifestare l’alternativa che si è scelta fra il coraggio e la paura, allora si tratta di segni che bisogna avvertire. Se l’opinione pubblica, se la stampa, se i ceti medi e gli operai onesti, non influenzati da una campagna perversa, avranno il coraggio, il governo farà la parte sua. Però, vedete: una nazione per essere degna di conservare la libertà deve essere anche compresa da un senso di responsabilità che comporta rischi. Inoltre, una nazione può essere formalmente libera dai suoi statuti, ma non è vitale se oltre la libertà non coltiva la morale, la distinzione del bene dal male. Nessun monopolio Resistete, resistete voi che siete oppressi dal dopoguerra, voi che con fatica trovate il modo di sbarcare il lunario, voi che vi trovate osteggiati e stretti da opposte tendenze; resistete in nome del bene contro il male; abbiamo la coscienza che la nazione si deve muovere su due direttrici: una è la libertà e l’altra è la giustizia. E qui permettete una parentesi che riguarda specialmente il partito, ma anche il paese; perché attraverso il partito si vede il paese; una parentesi che mi pare mi sia stata suggerita durante la discussione. Il partito è uno strumento che cerca di perfezionarsi di anno in anno; bisogna che ciò sia. Non si può mai pretendere da una decisione di congresso un miglioramento totale. Anche qui è questione di pazienza, è questione di educazione civica, è questione di esperienza. Ora il dovere è che voi, oggi e domani, quando tratterete dello Statuto e della preparazione elettorale, vi proponiate il problema così perché questa è la verità: la funzione del partito va armonizzata col diritto e con la funzione delle persone del partito, cioè l’organizzazione democratica non deve livellare la personalità; ma la personalità deve coordinare il proprio impeto creativo e propulsivo in uno sforzo che corrisponda alle possibilità della massa che segue; non deve distanziarsi perché andrebbe a finire all’isolamento o alla dittatura; non deve lasciarsi deprimere perché ciò significherebbe regolare il passo con i meno agili. Il popolo giudica Questo è un problema del partito anche nei confronti del paese. Oggi c’è necessità di un’avanguardia che lotti contro l’istinto della conservazione e che lotti con una evoluzione ideale, ma c’è anche la necessità insopprimibile di un freno realistico che consideri le circostanze di fatto e misuri le distanze. Bisogna che il partito non sia una macchina che produce come che sia; bisogna che la macchina giunga a funzionare giovandosi dell’opera e dell’esempio dei migliori. È necessario, amici miei, giunto a questo punto, che voi facciate uno sforzo particolare per inquadrare il partito nella nazione e diventare partito nazionale. Ora vi dico: nessun bloccardismo da parte nostra, ma saggia considerazione di uomini che possano dare al paese la propria competenza, anche se non sono formalmente iscritti. Io vi dico questo perché altra via non rimane: o blocchi o considerazione di queste eccezionali situazioni. Nel vostro giudizio che è sovrano, nelle vostre decisioni, nelle vostre commissioni, nei vostri comitati, tenete a mente questo: un partito vince non per il numero dei suoi iscritti o non soltanto per questo; vince per la forza di interpretazione della volontà del paese. La cortina fumogena dei blocchi Chiudo la parentesi. Niente dunque bloccardismi, marce comuniste. In tutti i paesi si sono visti i comunisti farsi promotori di concentrazioni, o per la difesa dell’antifascismo o della repubblica o della libertà, per preparare dietro la cortina variopinta di questa società a garanzia limitata la conquista del potere al comunismo; concentrazioni che con una tattica truffaldina, con una estensione del patto di azione socialista, hanno finito per rendere insopportabile il governo a tre, perché ora erano tre, ora due, secondo la convenienza. Ma anche i socialisti di qualsiasi osservanza hanno una comunità di origine storica e possono avere pure affinità di base. Ma che dire di quei borghesi che aderiscono al blocco essendo o rimanendo borghesi? Se sono ingenui, si disinganneranno presto, se sono furbi, dimostrano di essere preoccupati di conservare il mandato parlamentare, più che della salute del popolo italiano. E il popolo giudicherà. Lo so, la scusa dei blocchi si adduce alla cosiddetta dominazione assoluta della Democrazia cristiana nello Stato. Avrei molti dati e fatti da portarvi. Volete sapere quale è la manomissione democratico-cristiana in quella che si chiama politica estera, sopratutto cioè quella politica che ci viene rimproverata e che faremmo per preparare la guerra insieme all’America contro la Russia, ecc.? Volete sapere quali sono le vie diplomatiche segrete di cui ci valiamo? Ecco qui: dei dodici capi missione che abbiamo all’estero e che sono organi di trasmissione del pensiero e di collaborazione con l’estero, di dodici, dico, tre sono democratici cristiani, tre provengono dal Partito d’azione, due dal Partito liberale, due repubblicani, uno socialista e per completare il campionario c’è anche un comunista. Ora mi domando se questa larghezza di criteri usata, non so se a torto od a ragione, può far supporre una cospirazione di cui ci viene fatta accusa da parte dei comunisti. Evidentemente una simile cospirazione sarebbe impossibile anche se l’illustre e benemerito rappresentante del ministero degli Esteri non appartenesse e non fosse iscritto al partito repubblicano. Non vi dico poi se scendiamo ai consoli generali: la proporzione è ancora più a sfavore nostro. Voi forse vi lagnerete di questo. Può essere che abbiate ragione, ma certo è che hanno torto coloro che dicono che noi mettiamo le mani da per tutto. I falsi agnelli Potrei passare in rassegna anche le posizioni cosidette eminenti nel campo amministrativo. Se qualcuno desidera i dati li metto a sua disposizione. Anche lì i posti importantissimi sono ricoperti da persone che non sono iscritte e non hanno nessun rapporto con il nostro Partito. Comunque, ciò non può dare il minimo pretesto alle coalizioni di partiti liberi contro quei dominatori e quei tiranni che sono i democratici cristiani. La verità è che l’anticlericalismo di vecchia maniera è un pretesto per Nenni, come l’indipendenza nazionale è un pretesto per Togliatti. L’uno e l’altro cercano il modo di far l’Italia socialcomunista di contrabbando, mancando alla legge fondamentale della probità politica, denunciando cioè al Paese una merce diversa da quella che importano. Passata la dogana del suffragio popolare, quando gli ingenui e furbeschi bloccati e bloccardi apriranno la cassa, invece di trovarvi dentro l’indipendenza nazionale di Togliatti e lo Stato laico di Nenni vi scopriranno i soviet; la stella rossa invece della testa di Garibaldi. Permettete un accenno personale. A me si riserva alternativamente l’accusa di essere debole come Facta o dittatore come Dollfuss . Non sono Facta, perché «non nutro fiducia», ma ho la certezza che tutto il popolo italiano del ’47 maturato fra tante prove, ha guadagnato il senso della realtà e sa che io lo servo con intenzioni oneste e con spirito di sacrificio. Non sono nemmeno il povero cancelliere austriaco, vittima della tirannia nazista, perché dietro di me non vi sono milizie che mi spingono in una cruda, inesorabile alternativa di scelta fra un regime autoritario e la tirannia marxista, ma dietro di me vi sono le immense folle d’Italia organizzate e qui e fuori, anche non organizzate, a me unite nell’attaccamento alla democrazia, alla libertà, alla civiltà cristiana che ci sorregge come Nazione. Fedeltà alla democrazia Credo – e ve ne ho dato prova – nel regime democratico come metodo e sostanza di responsabilità della maggioranza e di rispetto dei diritti della minoranza o delle minoranze, e se la maggioranza dell’Assemblea si dichiarasse contro il governo da me presieduto mi ritirerei immediatamente, anche se fosse una maggioranza dovuta a furbeschi connubii, che mi farebbero temere assai per l’avvenire del paese. Ma non si attenda da me e dai miei colleghi che disordini di piazza e preannunci rivoluzionari, anche se Togliatti ha parlato di una rivoluzione democratica, non si attenda da me e dai miei colleghi che tali tumulti mi facciano disertare il posto affidatomi e confermatomi dalla fiducia del popolo italiano. Vi ripeto questa affermazione – è necessario farlo perché venga messa a verbale – non si attenda da me e dai miei colleghi che disordini di piazza e preannunci rivoluzionari – rivoluzione democratica ha detto Togliatti – mi facciano disertare un posto affidatomi e confermatomi dalla fiducia del popolo italiano. Vi prego di seguirmi con un poco di calma. Ho da farvi ancora una dichiarazione personale. Scusatemi l’immodestia di questa dichiarazione, ma è necessario che io la faccia. Ho consapevolezza della gravità del momento in Italia e fuori. Ho dinanzi gli esempi di quello che avviene di un uomo che in tale situazione è battuto. Vi dico: avvenga quello che vuole, non tradirò mai la democrazia e la repubblica. Lo dico innanzi a voi rappresentanti del nostro Partito e di otto milioni di elettori: lo dico e lo confermo e così Dio mi aiuti! Ma c’è chi tradisce la democrazia e la repubblica. Sono coloro che contro un governo che ha dietro di sé una maggioranza parlamentare, e si è impegnato a fare appello al popolo indicendo le elezioni entro il più breve termine, aizzano le masse cercando ogni pretesto per provocare un conflitto sanguinoso tra forza pubblica e dimostranti. Lo so, ci sono ingenui, ma ci sono anche i cinici, i quali sognano avventatamente o cinicamente, sognano un mucchio di morti caduti dinanzi alla difesa degli organi dello Stato, per poter additare alla esecrazione del popolo il governo massacratore. Contrabbando delle sinistre Siete voi, signori, che volete lo spargimento di sangue fraterno per suscitare un’ondata di sdegno che spazzi il governo e vi dia il potere. La vostra tattica è nota. Parlo naturalmente con i nostri avversari ed è inutile che faccia nomi. Dopo aver soffiato sul fuoco a pieni polmoni – atto primo – vi presenterete poi in mentite vesti di agnello e di pacificatori e cercherete la passerella di un governo apparentemente di conciliazione e di unione nazionale e in realtà incapace di esistere e di ricostruire. Ed allora il paese sarebbe veramente diviso da un solco profondo in due blocchi antagonistici che dietro la finta conciliazione affilerebbero le armi della guerra civile. Da una parte vi sarebbe chi nel terrore, nella viltà, adatterebbe rapidamente il suo animo e i suoi interessi alla nuova dittatura nascente, dall’altra chi ricorrerebbe alla violenza e alla rappresaglia. No, non per questo amici miei, abbiamo combattuto la lotta di resistenza, non per questo abbiamo sofferto e cospirato, non per questo abbiamo sofferto per 20 anni durante la dittatura fascista. Un centro irresistibile Contro le seduzioni della violenza e il pericolo della tirannia, sia che essa rappresenti un ricordo dell’antica o si affacci in veste nuova. Dico anche per voi, per voi cioè avversari, perché noi, persistendo in questa battaglia, non ci battiamo per l’interesse e per il trionfo di una parte, ma per la libertà di tutti. Agite democraticamente nell’Assemblea e nella preparazione elettorale, lasciate la libertà agli altri e nessuno avrà di mira la vostra. Non misconosciamo le tendenze idealistiche dei comunisti, non neghiamo loro la cittadinanza in democrazia, purché si svestano delle loro bardature cospirative, diano prova nelle prossime elezioni di restare fedeli al metodo democratico. Ma io temo di contare invano sulla loro ragionevolezza. La Democrazia cristiana ha fatto purtroppo la triste esperienza che al disopra dello Stato essi pongono il partito e che certe operazioni di politica interna seguono un concetto e un impulso di politica internazionale. La Democrazia cristiana non ha ambìto, né ambisce di essere sola in questa lotta, né sola ha voluto essere finora in un ministero nel quale quattro membri del gabinetto appartengono alla corrente liberale o al gruppo di centro che moralmente fa capo all’onorevole Nitti, e uno alla corrente repubblicana; e se essi, per il modo con cui il governo fu costituito, non impegnano determinati gruppi parlamentari, esonerano la Democrazia cristiana dalla responsabilità politica relativa, e, infatti, per la eminente posizione che occupano, danno un sostanziale contributo alla opera del governo nell’interesse del paese; e con la loro probità e con la loro indipendenza costituiscono una prova e una malleveria che il governo non è né vuol essere uno steccato chiuso riservato agli interessi di un solo partito. Le forze organizzate della Democrazia cristiana e quelle che con lealtà e con coerenza interiore chiedono di cooperare con essa per la salvezza della patria, si trovano ora innanzi a un compito ben precisato e a compiti d’emergenza imposti dalle inesorabili esigenze della vitalità del nostro paese e alla situazione internazionale. Ripeto, senza importazione di grano e carbone e delle materie prime noi avremo in Italia la fame e la chiusura delle fabbriche. Le necessarie importazioni sono solo possibili col concorso degli Stati Uniti, e, in misura minore, degli altri paesi amici. Questo concorso è raggiungibile senza sminuire la nostra indipendenza politica, senza impegnare il nostro avvenire economico; ma esso è escluso se non facciamo una politica di cordiale fiducia, di amicizia leale, di collaborazione sincera e pacifica entro il quadro delle Nazioni Unite. Questa prima azione di emergenza, su cui delibera il Congresso americano oggi convocato, che va ricambiata da parte nostra con un senso universalistico di ricostruzione europea, coordinato alle iniziative ed alle risorse degli Stati Uniti, è prevista dal piano Marshall. L’Italia deve partecipare a questo sforzo di ripresa economica con fede sicura nella pace, con fermi propositi, coordinando i propri interessi a quelli degli altri paesi europei e con la volontà tenace di essere elemento di pace democratica e ricostruttiva; centro di equilibrio fra la libertà – condizione e premessa indispensabile – e la giustizia sociale, meta a cui devono tendere incessantemente i nostri sforzi di rinnovamento, di riforme e di ricostruzione. Niente conflitti fatali In tal senso abbiamo agito a Parigi, a Londra e Washington, sempre preoccupati di essere ponte e non fossato; e bandendo all’interno ed all’estero, con l’ottimismo di ricostruttori tenaci, ogni elemento di guerra, ogni interpretazione del mondo, secondo la fatale dialettica di un inevitabile conflitto fra popoli ricchi e popoli proletari, dialettica che non ha nemmeno il pregio di essere nuova perché fu la dialettica di guerra di Hitler e di Mussolini. Questo processo ricostruttivo del piano Marshall si perfezionerà in primavera; ma fin d’ora e nel breve periodo che ci separa dalle elezioni, per riuscire, ha bisogno di un contributo di reciproca lealtà, di reciproca fiducia, di lavoro ricostruttivo e di un senso di volontà e di stabilità democratica. Bisogna fare ogni sforzo perché nelle prossime settimane la Democrazia cristiana dia il suo valido contributo affinché l’Assemblea costituente assolva il compito affidatole dal popolo il 2 giugno, stabilisca finalmente la repubblica democratica con il suo statuto e con i suoi organi, renda possibile immediatamente la elezione della Camera e del Senato. Frattanto dovremo garantire l’assoluta libertà della preparazione delle elezioni. Ma specialmente in questo sforzo teniamo per fermo che la decisione popolare del 2 giugno in favore della repubblica va difesa come premessa assoluta della nostra stabilità e come sviluppo democratico; che alla repubblica va assicurata la lealtà e la fedeltà degli organi dello Stato e che al regime repubblicano si dovranno ottenere e consolidare le più larghe adesioni possibili, concentrando tutti gli sforzi degli uomini liberi nel proposito fermissimo che la repubblica Italiana, in armonia col suo Statuto, debba essere e sia repubblica di popolo e per il popolo italiano. Non repubblica di un partito, di una classe. Senza dubbio, pur nell’uguaglianza di diritti, il lavoro è destinato a ottenere nella Repubblica una posizione prevalente fino a raggiungere gradualmente quella del primato. La Democrazia cristiana intende favorire questa evoluzione, nella quale sono direttamente interessati i ceti medi, professionisti e lavoratori manuali e con la quale non è inconciliabile il contributo direttivo degli imprenditori, socialmente illuminati e costruttivamente capaci. Vi debbono contribuire sopratutto gli amici sindacalisti e le organizzazioni sindacali di tutte le categorie. Già lo dissi precedentemente; ogni volta che ho potuto avere conoscenza diretta dei lavoratori ho trovato e sentito che l’intesa era possibile. Un deputato inglese di sinistra, non cattolico, ma cristiano, che è venuto recentemente in Italia, mi esprimeva il suo stupore ed il suo rammarico perché fra i movimenti di sinistra e la cristianità, nei vari paesi da lui visitati, vi fosse un solco così profondo. Nel colloquio, come era doveroso, ho ammesso che anche i cattolici, sopratutto i ceti clericali in cui non è penetrato ancora il concetto della funzione sociale della proprietà, non sono scevri di colpa, ma la dottrina sociale della Chiesa e la sua opera immensa di carità fra gli umili, durante e dopo le guerre, danno ben diversa testimonianza. Oh, se anche in Italia si avverasse quello che Attlee mi diceva una volta dell’Inghilterra: come il socialismo, nella sua accezione laburista, suppone il cristianesimo, noi potremmo parlare agli operai organizzati, anche se socialisti e non simpatizzanti per il nostro partito, con la sicurezza di essere compresi, quando facciamo richiamo alla realtà economica ed agli interessi dei lavoratori, inquadrati e coordinati con gli interessi del paese. Lo facciamo talvolta, e spesso lo fanno sopratutto con efficacia e valore i nostri sindacalisti, ai quali voglio che arrivi direttamente l’espressione della mia gratitudine e della mia ammirazione. Ma troppo spesso questi operai non è possibile raggiungerli. Anche qui una propaganda dottrinale insidiosa crea le cortine di gas fumogeno e avvelenato. Non insultate il cristianesimo Commemorando la rivoluzione sovietica di ottobre l’Avanti! pubblicò recentemente l’inno russo di Vladimiro Maiakovskij , dedicato alla gioventù comunista. Lo avete letto? Leggetelo! «Strappa le redini a Dio! – grida il poeta al giovane rivoluzionario – Strappa le redini a Dio! Troppo è durato l’inganno dei suoi falsi miracoli. Creeremo da noi sulla terra le leggi degli uomini, fuori dai suoi tabernacoli!» . Non è semplice prodotto letterario. Così sono stati imbevuti di questa ideologia ateistica e così, sia pure con attenuazione sincera o tattica, non dico tutti, ma molti fra gli ispiratori e gli iniziati, ancora pensano e dicono. A costoro io dico: non insultateci, chiamandoci estranei alla nazione e servi dello straniero, voi che in terra straniera andate a cercare perfino i vostri inni. Noi difendiamo l’ideale umanistico della civiltà greco-latina che su queste spiagge venne spiritualizzato, rinnovato e fecondato dal cristianesimo; difendiamo non interessi stranieri, ma la nostra storia, la nostra vitalità, la nostra cultura. Ed all’inno di Maiakovskij noi preferiamo l’«inno di Mameli». Sentite, amici, in queste parole c’è un proposito che deve essere fermo, come le decisioni che si prendono nei momenti più gravi della vita. Non vogliamo che l’Italia diventi un museo di quadri vecchi, di statue mute. Vogliamo che queste immagini ispirate dalla divinità e create dall’arte, serva di Dio, durante i secoli della nostra civiltà, siano vive e parlino anche al popolo. Parlino sopratutto ai lavoratori e li incoraggino nella lotta per la loro esistenza e per la loro elevazione . "} {"filename":"07e625c4-0807-485f-ac73-3605b62c48ea.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Il settimanale L’Europeo del 9 corrente ha pubblicato un articolo a firma di Luigi Barzini junior , nel quale si raccontava di un parrucchiere che alcuni giorni prima gli aveva narrato di un grande industriale dell’alimentazione che, in procinto di avere un’assegnazione di materia prima, si sarebbe sentito chiedere dal ministro personalmente 40 milioni. L’industriale – scrive il Barzini – fatti i conti, aveva rifiutato, e l’assegnazione sarebbe andata ad un’industria concorrente. Nell’articolo non è precisato il nome del ministro, né sono dati altri particolari che possano servire per individuare il fatto denunciato. In seguito alla presentazione dell’interpellanza dell’onorevole Grilli , il Barzini si affrettava a pubblicare ne Il Globo del 12 corrente un corsivo che, col pretesto di una interpretazione esatta dell’articolo, lo ritrattava . Ciononostante il Barzini fu formalmente invitato dal questore a fornire nomi e precisazioni; ma egli si limitò, nonostante le insistenze fattegli dal funzionario, a far mettere a verbale la seguente dichiarazione: «L’aneddoto da me raccontato nell’articolo su L’Europeo è realmente avvenuto. Della sua veridicità o meno, non è questione». Dal contesto risulta anche che l’autore ne dubita. Ma l’autore, davanti all’enormità di questo «sentito dire», ha voluto segnalarlo, per dare la sensazione alle autorità e al Governo fin dove arriva il pubblico clamore circa uno stato di fatto ampiamente descritto anche dall’onorevole Conti nella seduta del giorno 10 alla Costituente. In sostanza, continua il verbale di Barzini, «io volevo dire che l’Italia è piena di queste voci di corruzione e di continue interferenze sugli affari e di fronte a questo dilagare di voci, giornalisti e cittadini ci sentiamo impotenti a portare una chiarificazione, per il fatto che gli industriali ed i commercianti trovano più comodo perpetuare questo stato di fatto, anziché denunciarlo, per evitare di essere incriminati insieme con le persone che avevano speculato. L’articolo, quindi, è inteso a segnalare sia l’enormità delle voci, sia l’impossibilità di provarle, quanto l’esistenza di uno stato di fatto, certamente non così grave come l’ampiezza delle voci tenderebbe a farlo credere. Non credo opportuno di fare precisazioni individuali, né di cose che potrebbero risalire alle persone, in quanto io ho inteso soltanto di raccogliere una voce e di gettare l’allarme su questo fenomeno, ma, non essendo sicuro del fatto, ritengo superfluo ogni dettaglio». Ora io non posso non deplorare pregiudizialmente la leggerezza con la quale si lanciano accuse di una tale gravità. La stampa ha i1 diritto e il dovere di denunciare all’opinione pubblica e al Governo fatti di corruzione ed altre manchevolezze dell’amministrazione pubblica, ma deve adempiere tale sua funzione assumendo la responsabilità di ciò che denuncia, dando modo agli organi competenti ed agli incolpati di accertare i fatti. Il Barzini, invece, dopo avere denunciato un caso di corruzione di un ministro, invitato a precisare, si è ritirato sulla più cauta e più comoda linea della denuncia di voci di corruzioni. L’unico dato concreto, però, che risale all’ambiente Barzini, ha già consentito alle nostre indagini di escludere perentoriamente che un ministro abbia personalmente trattato operazioni di assegnazioni del genere, le quali vengono discusse ed elaborate in comitati costituiti di funzionari delle amministrazioni ed uffici interessati, nonché di rappresentanti industriali e commerciali. Tuttavia, per la tutela del buon nome dei funzionari e di quanti a tali operazioni comunque partecipino, intendo allargare le indagini al di là della responsabilità personale dei ministri, e mi riservo di presentare, ad inchiesta finita, un rapporto completo all’Assemblea. (Applausi), [Dopo la replica dell’onorevole Grilli , il presidente del Consiglio prendeva nuovamente la parola]. Io ho chiesto, in fondo, un supplemento delle indagini; ho chiesto del tempo per potervi fare un rapporto completo. Non basta, infatti, che noi riusciamo ad escludere la responsabilità personale dei ministri; bisogna che cogliamo questa occasione per vedere se è possibile togliere ogni fondamento a queste voci che continuano ad inquinare la nostra vita pubblica e a gettare un’ombra, un sospetto, sulla nostra amministrazione, che spero, e credo, non meriti. Se il Barzini avesse detto chiaramente di che si tratta, di che materia e di quali persone, questa occasione poteva essere fortunata e decisiva. Non l’ha detto, non l’ha voluto dire, per quanto io l’abbia fatto citare dal questore; il quale, essendo il Barzini ammalato, si è dovuto personalmente disturbare ad andarlo a visitare. Il Barzini, dunque, non ha voluto assumere questa responsabilità, cosa assai deplorevole. Tuttavia, dagli ambienti del Barzini è uscita una voce che ci ha dato un certo filo da seguire; e le indagini che ho iniziate e fatto iniziare riguardano precisamente quelle operazioni che possono essere indicate dalla materia nominata. Io ho intenzione e fermo proposito di riferire alla Camera, in dettaglio, su tutte queste cose; ma, poiché vorrei, oltreché giungere al risultato, di cui non ho dubbio, che i ministri rimangano completamente illesi da questa accusa, arrivare anche a dire altrettanto di tutta l’amministrazione e dei funzionari, l’Assemblea comprenderà che debbo chiedere un differimento, senza entrare ora in particolari che evidentemente incepperebbero l’inchiesta che intendo fare col concorso dei ministri. Ecco perché ho preso questo atteggiamento. L’interrogante ha fatto accenno ad un altro giornale. Egregi colleghi, vi sono giornali che escono adesso, libellistici, tanto da una parte che dall’altra, dei quali veramente non si può occuparsi, a meno che non riportino esattamente fatti e prove. Ho visto uno di questi giornali, che non è quello a cui l’onorevole Grilli si riferiva ieri, che riportava un articolo: «De Gasperi eguale a traditore» , per tre colonne, in cui dimostrava che io avevo tradito in America l’Italia, vendendola all’America, e che lo avevo fatto per profitto, per ordine del Vaticano. (Proteste – Commenti). Volete che un uomo, il quale viene toccato nel più intimo del suo dovere, dopo aver servito la Patria per tanto tempo, si curi di questo fango che viene dalla strada? (Vivissimi generali applausi). Vi sono giornali che escono a Roma ed in altre città, che hanno perduto ogni pudore ed ogni diritto di venir presi sul serio. GRILLI. Colpiteli. DE GASPERI. Li colpiremo naturalmente. Ci aiuterete a colpirli con una buona legge sulla stampa. Su questo sono d’accordo. Stiamo per presentarvi una legge sulla stampa, che vi prego di eventualmente inasprire, ma non attenuare, con richiami alle dichiarazioni generiche sulla libertà di stampa, che già avete fatto nel testo della Costituzione. Comunque, aderisco già in anticipo a quelle misure che possono salvare i galantuomini e le istituzioni che meritano tutto il rispetto, e specialmente la massima istituzione politica nostra: la Repubblica. Però, devo aggiungere che l’accenno fatto a quell’altro giornale non merita molto rilievo, anche perché quest’altro giornale, che non nomino, parla di tutt’altri fatti, attribuendoli allo stesso ministro. Parla dei 40 milioni, ma dice: «un ricatto pulito ed elegante da progressivo evoluto», perché l’attacco è tutto diretto contro la categoria a cui appartiene il ministro. L’industriale aveva bisogno di una concessione per esportare qualcosa all’estero. L’accusa del Barzini è diversa: si tratta di assegnazione di materie prime importate. Poi, qui viene descritta la storia in modo innominabile e inqualificabile. Il ministro ha fatto sapere che la concessione era pronta, firmata e messa a posto; però, doveva dare 40 milioni. Domando se un galantuomo come il ministro di cui si parla, un galantuomo che ha lavorato in tutta la vita con senso di onestà e rappresentando gli interessi dei meno abbienti, deve proprio esporsi alla calunnia di fronte ad un giornale di questo genere e con questi dati. (Approvazioni). Egli mi ha chiesto ancora ieri, appena ha visto questo giornale, il permesso di dare querela. Io ho detto di no. Voi stessi sapete quali sono le conseguenze per una querela in questo senso. Egli ha insistito ed ho risposto: «Mi richiamo ai colleghi nel Consiglio dei ministri. Ne riparleremo». Ma dico che avrei assunto la responsabilità di dire di no, perché bisogna avere il coraggio di dire che quando si tratta di galantuomini, e si crede che siano galantuomini (e per essere proprio al sicuro di ogni malalingua, si va a dimostrare) si trova che ciò era impossibile materialmente: 1°) perché il fatto di cui si tratta non è nemmeno avvenuto, non essendo stata fatta né all’uno né all’altro l’assegnazione, che è ancora in sospeso; 2°) perché queste assegnazioni avvengono dopo una elaborazione, in comitati dei quali fanno parte vari rappresentanti dei ministeri e delle categorie interessate. Ciò vale tanto riguardo al Ministero dell’industria, che riguardo al Ministero del commercio estero. Ora, quando si hanno queste garanzie, mi pare che si possa tranquillamente parlare di una calunnia. Perciò, si tratta nel primo caso di una insinuazione calunniosa, che non aveva dato nemmeno elementi tali da poter fare una seria inchiesta, se, aggiungendo altre ipotesi, non avessimo seguito una certa traccia su cui localizzare l’indagine. Infatti, quando si parla di un’assegnazione generica, essendo centinaia le assegnazioni, diventa impossibile ricercare in ogni singolo caso se vi sia stata frode. Comunque, accetto di collaborare, con tutto lo spirito che esige la difesa dell’onore, ad una legge sulla stampa, che sarà portata fra poco dinanzi a voi. È necessario che questa legge renda impossibile la vita a certi giornali i quali vivono solo di questi scandali (applausi), e che abbia un certo stile, da impedire a coloro che lanciano la freccia di nascondere la mano. (Applausi generali). "} {"filename":"09b1a4c4-ffcb-47a2-b37d-aff6f4d4b3f4.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Onorevoli colleghi, ho fatto le dichiarazioni programmatiche a nome del nuovo Governo sabato 8 febbraio; oggi 25, dovrei rispondere, reagire o associarmi a 53 oratori: compito troppo analitico per la vostra pazienza e poco adatto ad offrirvi una sintesi che sia base del vostro giudizio e quindi del vostro voto. Mi scusino quindi i colleghi se non li prenderò a partito uno ad uno e cercherò di riassumere i loro discorsi, quando è possibile, nell’anonima considerazione degli argomenti. Anche questa volta però giova fare una osservazione preliminare. Io venni qui a farvi delle dichiarazioni a nome del Gabinetto: certo la concezione e lo stile delle dichiarazioni portavano la mia impronta personale, ma il contenuto del discorso rifletteva il programma approvato da tutti i membri di questo Governo di coalizione ed era una risultante degli accordi elaborati durante la formazione del Ministero e sanciti dal Consiglio dei ministri. È strano che si debba fare una constatazione tanto ovvia; eppure, dopo settimane di discorsi, dei quali molti per comodità polemica tentarono di isolarmi da ogni corresponsabilità che altri avessero assunto nel passato o nel presente, inchiodandomi solo sul banco degli imputati, è forse necessario avvertire ch’io nella replica intendo mantenermi fedele al principio della solidarietà ministeriale, senza di cui nessun sistema di coalizione, tripartito o no, potrà mai resistere nella nostra vita politica. Non risponderò quindi né come persona, né come uomo di parte, ma come portatore di una responsabilità collettiva nel passato e nel presente. Questi limiti reprimono la mia vena oratoria e mi privano di quell’illuminazione che sembra sopravvenire sui miei ex colleghi, quando da questo banco passano nei liberi settori dell’anfiteatro. (Si ride). Tre colleghi, già miei colleghi di Governo, hanno parlato del cambio della moneta; io non ne tratterò, perché è materia riservata all’esposizione del ministro del tesoro, ma poiché nel dibattito qui svoltosi s’è fatta questione soprattutto della decisione del Consiglio dei ministri dell’11 gennaio 1946, decisione presa dal primo gabinetto da me presieduto, conviene non lasciare correre delle relazioni romanzate. È già stato detto che la storia del cambio risale al giugno 1944, e che la prima fase, durata un anno intero, si chiuse nel giugno 1945, col disimpegno degli Alleati dal proposito di stampare i nuovi titoli in America. Quando la questione venne sottoposta a noi, la Banca d’Italia, utilizzando le nostre risorse interne ancora esistenti, era riuscita a stampare una quantità notevole di biglietti, ma in una diffusa memoria presentata al Consiglio fissava alcune condizioni indispensabili, a parere della sua commissione tecnica, per poter effettuare il cambio nella primavera del 1946. Le principali di tali condizioni erano: che si stampasse un documento di identificazione per ogni capo famiglia; che si attuasse la stampa di circa 100 milioni di moduli di diverso tipo; che si mettessero a disposizione della Banca 700 autocarri e 36 automobili; che fossero attuate particolari misure di sicurezza per le quali era necessario il concorso di parecchie decine di migliaia di uomini; che si ottenessero dagli alleati garanzie per il cambio nelle terre occupate (Dodecanneso, colonie, Venezia Giulia); e che gli alleati stessi rinunciassero alla richiesta, ripetutamente fatta, di avere, per riguardo ai loro pagamenti, una comunicazione del piano di cambio due mesi prima della sua entrata in vigore. Alla fine del lungo rapporto la Banca esprimeva per suo conto parecchi dubbi circa la possibilità di compiere l’operazione entro il termine desiderato . La discussione del Consiglio dei ministri, che era stata preparata da una riunione dei ministri tecnici, cercò di evitare la decisione di merito, essendo ormai noto che la maggioranza era per il cambio, mentre il ministro del tesoro non credeva alla sua utilità. Il dibattito quindi si svolse intorno al quesito se i mezzi tecnici e i provvedimenti di pubblica sicurezza ritenuti necessari si potessero garantire anche durante il periodo nel quale coincidevano le elezioni amministrative e soprattutto i macchinosi preparativi per il referendum e le elezioni politiche; e finì con la votazione di un ordine del giorno Togliatti del seguente tenore: «Il Consiglio dei ministri deplora che non sia possibile procedere, prima dell’inizio delle consultazioni popolari, al cambio dei segni monetari cartacei, operazione che avrebbe consentito allo Stato di procedere più rapidamente al risanamento delle finanze e di conseguenza al miglioramento della situazione economica generale». Questa è la storia documentata nei verbali del Consiglio dei ministri, ed io la cito non tanto per la cosa in sé, quanto per provare un’altra volta che, guardando le cose dal di fuori o all’indietro, riesce difficile di farsi un’idea dello stato di necessità nel quale si trova chi deve prendere una decisione, che troppo spesso equivale alla scelta del male minore. L’incalzare e l’incrociarsi degli avvenimenti spiegano l’ineluttabile realtà, di cui, quando la pressione è cessata, si tentano spiegazioni che attribuiscono ai protagonisti maggiore libertà di azione di quella che hanno avuto. Il ritmo del tempo è stato in questo immediato dopoguerra travolgente e non è umiliante l’ammettere che esso ha superato e supera ancora gli uomini e le loro capacità di sopportazione e di ricostruzione. Ciò vale per tutto il mondo; non è disonorevole ammettere che la società italiana non costituisce una eccezione. Avevo rinunziato a diffondermi sulle origini della crisi, pensando che un’analisi mia difficilmente sarebbe stata accolta come una conclusione oggettiva, e che ad ogni modo, nell’interesse del paese, conveniva affrontare l’avvenire, invece che indugiarsi sulla situazione critica del passato. Ma parecchi oratori e, più autorevolmente degli altri, l’onorevole Togliatti, non furono del mio parere. Secondo me, della crisi bastano le cause accidentali per spiegarla: le dimissioni del ministro degli Esteri, proprio alla vigilia della firma del trattato; la secessione di una parte del partito socialista che modificava, almeno in dimensione, la coalizione ministeriale, il voto del congresso repubblicano che parlava di una nuova politica e di un nuovo Governo. Tutto ciò infirmava il prestigio e la consistenza della compagine governativa. Un rimpasto, sostituendo singoli ministri, avrebbe dato all’operazione un carattere antipaticamente personalistico. D’altro canto i ripetuti attacchi sulla stampa, anche in occasione del mio viaggio in America, non mettevano in causa anche la persona del presidente del Consiglio? Era più schietto, più logico, più democratico che egli stesso affrontasse la questione in toto. È anche vero che in tale circostanza ritornai al pensiero dell’allargamento della base governativa, in verità non per calcoli di partito, ma perché dinanzi alle responsabilità che si sarebbero dovute assumere nella politica estera ed in quella economico-finanziaria due cose parevano necessarie per il bene del paese: maggiore efficienza ed unità di condotta, un consenso e una corresponsabilità più larga che fosse possibile. Diedi così modo al Capo dello Stato di consultare i parlamentari più autorevoli, i quali nelle consultazioni. designarono ad unanimità la mia persona. Avevo dato le dimissioni con estrema rapidità, perché il 10 febbraio, con la sua angosciosa alternativa, non era più lontano e speravo di poter rapidamente concludere . È superfluo chiedersi perché la crisi divenne anche questa volta un serpe strisciante fra esitazioni di gruppi e difficoltà personali. Se mai c’era necessità di una giustificazione postuma della crisi, questa si trova nelle pieghe del suo svolgimento e nella presa di posizione dei partiti durante e dopo la soluzione. L’onorevole Saragat ha pronunciato qui un discorso fine ed elegante; a molte sue affermazioni fondamentali, quale quella ove egli si dichiara contrario alla dittatura anche provvisoria, aderisco cordialmente ed aderirei a molte altre, se egli, coi suoi amici, non volesse ad ogni costo assumere la funzione dei veri oppositori. Come avrebbe potuto precisare questa sua opposizione il nuovo Gruppo socialista, se, in mancanza della crisi totale, avesse mantenuto i suoi rappresentanti nel Ministero? Sarebbero stati anche questi ministri «oppositori veri» o il Gruppo avrebbe assunto una posizione indefinibile? Il chiarimento della crisi era dunque, presto o tardi, inevitabile. E che dire del discorso dell’onorevole Pacciardi che mette in causa tutto il Ministero passato, nel quale i suoi amici avevano una parte notevole? In verità fra gli oppositori veri, i sostenitori condizionati e gli oppositori ministeriali, ci troveremmo come l’asino di Buridano, a non saper scegliere la pastura. Ma, gli imprescindibili interessi del paese, i bisogni del popolo italiano, l’ora decisiva per il consolidamento della Repubblica reclamano da noi un nuovo sforzo collettivo, e noi ci proponiamo di compierlo, fondandoci sul senso di solidarietà reclamato dal nostro destino ed espresso dal nostro programma al quale i partiti della maggioranza hanno aderito e al quale confidiamo che anche altri colleghi daranno il loro appoggio. Senonché, l’onorevole Togliatti stesso ci dice che la crisi è dovuta anche ad un certo disagio sopravvenuto fra i partiti governativi e in particolare fra il partito democratico cristiano e il partito comunista. L’onorevole Cappi ha risposto per quanto riguarda il mio partito; io, come presidente del passato Gabinetto, mi limiterò ad osservare che la diagnosi del male fatta dall’onorevole Togliatti non mi pare completa. Secondo l’onorevole Togliatti, la causa vera sarebbe la mancata attuazione del programma precedente dovuta al fatto che i ministri democratici cristiani sarebbero venuti meno agli impegni presi innanzi agli elettori. Egli non ha fatto esatto riferimento di quali impegni intenda parlare. Riforma fondiaria, riforma industriale? No, perché nel programma governativo non si è mai preso impegno di attuarle nelle presenti condizioni. Si è detto anzi espressamente che bisogna prepararle, per quando i gravissimi problemi di emergenza, quali la ripresa della produzione e la stabilizzazione finanziaria, avranno creato per tali soluzioni le premesse indispensabili; ed è ciò che riguardo all’agricoltura è in corso, coi provvedimenti di bonifica e di miglioramento del ministro Segni. Si riferisce forse alla riforma fiscale ed alla imposta patrimoniale straordinaria? No certo, perché su tale materia e sul termine della possibile applicazione non è mai nato, fra i membri comunisti del Governo e gli altri, tale dissidio da rendere inevitabile la separazione della propria responsabilità, dimettendosi dal Gabinetto. Nel Gabinetto abbiamo sempre trovato modo di comporre tutte le differenze, ma le difficoltà ci vennero dal di fuori. Il Consiglio dei ministri dovette spesso occuparsi per spegnere incendi, per fortuna soltanto simbolici, scoppiati nella stampa e nella propaganda, od a causa di operazioni politico-elettorali, tentate o compiute al di fuori della responsabilità governativa. È un fatto invece che la solidarietà ministeriale, nonostante qualche temporanea incrinatura, sempre contenuta, non ebbe l’integrativa, indispensabile, logica conseguenza della solidarietà fra i partiti della coalizione. Nel Consiglio, superando difficoltà oggettive in faticose discussioni, si prendevano decisioni unanimi circa i provvedimenti possibili contro la carestia e la disoccupazione, ma nelle piazze mi si impiccava in effigie come affamatore del popolo, o nei manifesti mi si denunciava come traditore della patria, sia che tornassi da Parigi o che partissi per l’America. Mi pare accertato che i simbolici impiccatori ed i manifesti non provenissero dall’apparato democratico cristiano. (Si ride). Non voglio dedurre che nelle polemiche, negli atteggiamenti si possa sempre tagliar netto fra il torto e la ragione, fra l’attacco e la difesa. Comunque, guardando l’avvenire, accetto l’augurio dell’onorevole Togliatti per una migliore collaborazione e soprattutto che ci sia possibile fare ancora insieme un lungo cammino nell’interesse delle classi popolari; ma non mi stancherò di affermare che il segreto della riuscita sta nel distinguere nettamente il settore dei propri impegni da quello della libertà dei propri movimenti. L’onorevole Togliatti ha ricordato a tal proposito una mia intervista. Fu, se non erro, alle Azzorre che a certi intervistatori americani, i quali mi avevano posta l’insidiosa domanda: quando «come mai voi cristiani, collaborate con i comunisti?» , ho risposto che la collaborazione impegnava le due parti solo per un programma concreto di Governo lasciando impregiudicate e al libero dibattito questioni di dottrina, di ideologia, di sistema politico ed economico. Non è onesto affermare, ed attuare nella pratica, questa distinzione, la quale non vale solamente in confronto del vostro partito, ma che nel nostro caso è più doverosa, appunto perché, se fra voi e noi nel campo della giustizia sociale ci sono molte affinità, tra voi e noi però c’è tutta una storia di dottrine insegnate e di regimi applicati che formano appunto le caratteristiche del comunismo storico, quale in diversi aspetti si è cristallizzato in tutti i paesi. L’onorevole Togliatti ha cercato di gettare un ponte anche in materia costituente. Mi auguro che si riesca, ma se il ponte è necessario, è appunto perché si tratta di creare una comunicazione tra due sponde lontane che hanno assunto spesso, nel corso degli avvenimenti politici degli ultimi decenni, forme e carattere di trincee più che di fossati. Se non ho male compreso, il segretario generale del partito comunista crede, altresì, che la collaborazione sarebbe più agevole se il presidente del Governo democratico fosse semplicemente «democratico» e non anche «cristiano». Su questo punto egli prende abbaglio. In Italia, culla della civiltà cristiana, il mezzo di sollevare le minori obiezioni possibili contro una collaborazione sul terreno economico, politico e contingente, è quello di dimostrare anche visibilmente che essa non è inconciliabile con una coscienza fedele ai principi ed alle esigenze della tradizione cristiana. (Vivissimi applausi al centro). Se l’onorevole Togliatti intende installarsi nel tripartito col corteo di altri minori satelliti, l’onorevole Nenni, invece, il quale non rifiuta il compromesso presente, respinge però il connubio ed intende preparare l’avvento di un Governo di lavoratori; il che evidentemente – poiché nemmeno il travaglio di questi ultimi anni rende meritevoli noi di questo onorifico titolo (applausi al centro e a destra) – significa Governo a prevalenza ed a direzione socialcomunista. È sempre la formula «dal Governo al potere» ma espressa più cautamente. In fondo, parafrasando una frase di Prampolini , egli dichiara di votare per l’attuale Governo, per far dispetto all’onorevole Giannini. (Si ride). Questa specie di suffragio indiretto, anzi di suffragio-carambola (si ride) non è molto lusinghevole (applausi al centro e a destra); ma forse potremo consolarci con la speranza che sarà vero anche il contrario; cioè che quando all’onorevole Nenni capitasse di scrivere o di parlare contro di noi, sarà per fare un piacere all’onorevole Giannini o a qualche altro, non per sostanziale antitesi contro di noi. (Applausi al centro). Fuori scherzo, però, nella concezione fondamentale sono pienamente d’accordo con l’onorevole Nenni: questo è un Governo di emergenza che ha per compito di provvedere alla soluzione dei problemi economici più urgenti, di consolidare il regime repubblicano e di preparare il terreno per le riforme più importanti. Per il resto, fare le elezioni il più presto possibile e rendere arbitro il paese della direttiva politica ed economica dell’indomani. Dipende dalla buona volontà di tutti che l’impostazione per la battaglia di domani non ci renda impossibile la collaborazione efficace per risolvere il grave compito di oggi. (Approvazioni). Il discorso più aderente alla realtà quotidiana è stato quello del collega Tremelloni che ha conservato sui banchi dell’opposizione quelle qualità di Governo che abbiamo apprezzate accanto a noi. Le condizioni attuali della vita economica, egli ha detto, limitano le nostre esigenze. Bisogna condizionare il fine ai mezzi, creare una gerarchia dell’urgenza, fra il fondamentale e l’accessorio. Noi ci esasperiamo mutuamente dando schiaffi al vento; i partiti possono ricorrere a degli slogans, ma il Governo cammina per strade obbligate; ecco il suo veridico linguaggio. Sono pienamente d’accordo quando egli, ricordando le celebri inchieste parlamentari del passato, preconizza una collaborazione dei tecnici coi politici; credo meno all’efficacia di un superministero degli affari economici, benché non neghi che ad un certo punto della nostra evoluzione si possa tornare a quello che fu il Ministero dell’economia nazionale. Né mi spavento della pianificazione e dei controlli, purché si rispetti l’iniziativa privata e la parola d’ordine sia quella che anche un nostro cultore di filosofia sociale ha invocato: «solidarismo». Meno obiettivo m’è parso il discorso dell’onorevole Di Vittorio , il quale ha affermato che l’azione sociale del passato Governo è stata nulla. Strana constatazione per un rappresentante di quella Confederazione che nei momenti più difficili abbiamo sempre consultato e che, avendo assistito a molte trattative su problemi del lavoro e dell’impiego, ha più degli altri cognizione delle difficoltà oggettive che impediscono o hanno ritardato certe riforme; noi abbiamo fatto fiducia alla segreteria della Confederazione e dobbiamo riconoscere che talvolta essa è intervenuta ad evitare disordini ed illegalità. Ma altre volte essa non ha potuto attuare l’auto-disciplina nelle categorie del lavoro. (Interruzione dell’onorevole Di Vittorio – Commenti). Vecchio sindacalista, sono convinto che una forte ed efficace organizzazione sindacale è lo strumento necessario per promuovere la democrazia e la giustizia sociale, purché essa sia al di sopra dei partiti e riconosca e faccia riconoscere la legalità repubblicana. (Vivi applausi al centro). Prego i miei amici di non applaudirmi, altrimenti potrebbe sembrare che quelli che non applaudono non siano d’accordo, mentre sono evidentemente d’accordo anch’essi. (Si ride – Applausi al centro). Qualche oratore ci accusa di marcare il passo, specie per quanto riguarda provvedimenti speciali contro il fascismo e contro il movimento monarchico. In quanto al fascismo abbiamo applicato parecchie volte provvedimenti di polizia e vi proporremo di richiamare in vigore il decreto legislativo del 1945 , che in armonia colla politica smobilitatrice, iniziata con l’amnistia, avevamo lasciato cadere. E in quanto al movimento pretendentista, sarete chiamati a decidere su progetti concreti che ho già indicato. Ma a ragione l’onorevole Nenni ha avvertito che non bisogna contare troppo su misure di polizia, ed io aggiungo che la psicologia dell’ex perseguitato e carcerato politico mi ha fatto sempre esitante a dettare provvedimenti che assomigliassero, sia pure con intenzioni più legittime, a quelle leggi eccezionali contro le quali abbiamo combattuto e sotto le quali abbiamo sofferto! (Vivi applausi al centro). Tuttavia è innegabile che, in seguito al modo e alla misura imprevista con cui l’amnistia fu applicata e all’impudenza o all’incoscienza di taluni amnistiati più responsabili del disastro nazionale, si impone la necessita di provvedere non tanto contro la loro pericolosità, quanto con riguardo alla legittima reazione di chi ha sofferto e resistito alla dittatura. (Vivi applausi a sinistra e al centro). In quanto alla monarchia, prima del 2 giugno ognuno aveva il diritto di considerarla dal punto di vista dei legami storici o dei vincoli del giuramento, ma oggi dopo il referendum, nessuno ha il diritto di rifiutarsi all’applicazione leale e onesta della decisione popolare. Noi, Governo, abbiamo l’obbligo di fare ogni sforzo affinché le istituzioni repubblicane siano difese e consolidate in un clima di libertà, ma nessuno ha il diritto di richiamarsi alla libertà per negare i risultati vincolativi del referendum che stanno alla base del regime democratico. (Vivissimi applausi a sinistra e al centro). E qui devo dire qualche cosa anche all’amico onorevole Pacciardi. Egli ritiene che noi siamo in un periodo di salute pubblica e immagina che il Governo possa agire al di fuori delle norme giuridiche dello Stato liberale che hanno creato delle guarentigie per i funzionari e specie per la magistratura. Abbiamo compiuto, egli ragiona, una rivoluzione: questo è un Governo provvisorio ed è assurdo innestare un regime provvisorio sopra una sopravvivente legalità. Ora, lasciamo stare che questa tesi della mancata continuità giuridica è fondamentalmente e storicamente inesatta, ma, politicamente parlando, non rinunceremo noi, accettandola, all’argomento più forte che abbiamo contro il pretendente e i suoi sostenitori e contro tutti coloro che preferirebbero tornare al regime monarchico? Verremmo ad ammettere che l’atto legale del plebiscito popolare celebrato da 23 milioni di italiani non è stato un atto libero di rinnovamento, ma un colpo di forza, rinunziando all’immenso vantaggio che abbiamo nella storia del mondo d’aver compiuto il passaggio nelle libere e consapevoli forme della democrazia. (Vivi applausi). Perché non esaltare questo atto solenne, legittimo, definitivo del popolo italiano e dar troppa importanza a inconvenienti formali, che vanno eliminandosi, e di cui domani non si parlerà più? Quando il commissario della Repubblica sostituì il ministro della real casa trovò giacenti presso l’ex segreteria reale molti diplomi di onorificenza concessi nei primi quattro mesi del 1946: di questi, numerosi erano quelli intestati ad ufficiali delle forze armate alleate. Il commissario si limitò ad archiviare detti diplomi, provvedendo alla consegna solo nei casi in cui gli interessati ne facessero richiesta. Si trattava, infatti, di documenti ormai di pertinenza di terzi che il commissario non poteva né sopprimere né rifiutarsi di consegnare, tanto più che, come si è fatto per l’ordine militare di Savoia, divenuto ordine militare d’Italia, si è parlato nella stampa della possibilità di convertire tali ordini, quando siano stati dati per ragioni obiettive, in equivalenti ordini repubblicani. L’onorevole Pacciardi sembra pieno di diffidenza verso il consigliere di Stato Baratono , commissario al Quirinale. Il curriculum vitae di costui dimostra in lui una concezione rettilinea dei suoi doveri di funzionario, al servizio non di un partito, ma del paese. L’onorevole Pacciardi non può avere l’impressione che avemmo noi dopo il colpo di Stato del 25 luglio, quando vedevamo il Baratono sottosegretario alla Presidenza di Badoglio preparare per il Consiglio dei ministri i primi decreti per l’abolizione del partito nazionale fascista e di tutti gli organi dipendenti, il decreto relativo agli arricchimenti dei gerarchi e quello dell’epurazione, che fu poi approvato dal Consiglio dei ministri, ma non pubblicato per il sopraggiungere dell’8 settembre. Baratono fu l’ultimo ad abbandonare il suo posto, finché il suo successore, il famigerato Barracu , non diede l’ordine di trovarlo vivo o morto e lo costrinse a fare la vita del sottosuolo. Ho visto anche il suo curriculum vitae, come egli intervenne contro otto funzionari di polizia di Milano, che, con la complicità e la protezione del federale della città, costituivano un centro di corruzione, sì che avevano persino imposto il monopolio della fornitura dello champagne nelle case di prostituzione; come affrontò a Torino il federale Gazzotti e il podestà Sartirana , liquidando l’uno e l’altro, provandone le scorrettezze e denunziando il potente segretario federale per malversazioni nella gestione dei fondi dell’ente opere assistenziali, sulla cui cassa si era fatta persino gravare la spesa per l’acquisto dei purosangue donati a Starace . Non credo, onorevole Pacciardi, che possiamo impunemente rinunziare a questi uomini, anche se provengono dal periodo monarchico, perché abbiamo tutto il diritto di credere che, monarchia o Repubblica, essi si sentono intimamente vincolati dalla loro coscienza alle leggi scritte e non scritte della lealtà e dell’onestà. (Vivi applausi). In quanto al Senato, esso è stato abolito con decreto del 24 giugno 1946, n. 48 ; ci siamo solamente rimessi alla Costituente perché decida sulle poche prerogative personali di cui fruiscono i cento senatori non epurati. L’onorevole Pacciardi ha parlato anche delle forze armate; ne ha parlato più concretamente l’onorevole Cingolani svolgendo il suo ordine del giorno. Circa l’unificazione dei ministeri intendo rispondere anche alle obiezioni degli onorevoli Lombardi, Nobile e Bencivenga con le seguenti osservazioni che mi paiono conclusive. 1) Il trattato di pace e la situazione finanziaria comportano solo forze armate ridotte con bilancio ridotto. Per tre piccole forze armate e con una politica militare difensiva il ministero unico può essere sicuramente adeguato e sufficiente. A mano a mano che l’unità verrà attuata, essa consentirà anche sensibili economie di bilancio. 2) La fusione permetterà anche di eliminare gradualmente le sperequazioni nel trattamento del personale e di realizzare una maggiore omogeneità di armamento e di equipaggiamento e una semplificazione dei servizi di rifornimento. 3) Se le maggiori Potenze mondiali, con una politica militare espansionistica, si sono decise per l’unificazione, come mai la si potrà ritenere inopportuna e inattuabile in un caso come il nostro di inevitabile contrazione delle forze armate? Sappiamo che vi sono molte difficoltà e che bisogna procedere per gradi. Arriveremo subito all’unificazione di direzione; esamineremo poi l’opportunità e la misura dell’unificazione amministrativa, in materia di servizi, equipaggiamento, mezzi di trasporto a terra. L’unificazione amministrativa non potrà essere perfezionata che in un secondo tempo con la collaborazione del nuovo Parlamento, ma intanto conveniva ottenere l’unita di direzione. Vi faccio notare, onorevoli colleghi, che ad ogni crisi la questione si è presentata e si è finito col dire: «Non siamo pronti, aspettiamo; creiamo intanto un comitato». Abbiamo dovuto, però, concludere che finché vi sono tre ministri, il comitato non lavora e che bisogna creare un fatto compiuto per arrivare, gradualmente, alla unificazione. Non vi è dubbio che il ministro Gasparotto , il quale conosce il problema ed ha già ottenuto la collaborazione dei tre ministri uscenti, marina, guerra, aeronautica, con il concorso dei tre capi di stato maggiore, terrà conto delle preoccupazioni manifestate anche in questa Assemblea e procederà, con fermezza, ma con prudenza, verso la meta dell’unità che è ormai una delle riforme risolutive della democrazia moderna. Assicuro infine l’onorevole Bencivenga che dall’attuale Ministero non sono da temere né disparità di trattamento né persecuzioni e che tolleranza e giustizia verranno usate verso tutti coloro che se ne renderanno degni per lealtà e nobiltà di condotta. L’onorevole Benedettini fa grave torto alla lealtà degli ufficiali che nella quasi totalità hanno giurato alla Repubblica ed a quella dei funzionari che faranno analogo giuramento. Nessuno è forzato, nessuno è coartato, né tali saranno e sono le sanzioni regolamentari, da imporre una qualsiasi pressione maggiore di quella legge suprema dell’onore che vale in tutti i regimi ed in tutte le età. Ed ora alcune osservazioni circa particolari oggetti del dibattito. Pensioni di guerra. Abbiamo avuto, in un primo tempo, l’idea di affidare ad apposito sottosegretario il disbrigo delle pensioni: ma, riservando ad altro termine una decisione in proposito, quel che importa è di superare l’intasamento degli attuali servizi, causato da difficoltà di locali e da scarsezza di personale. Nel 1923 la direzione generale disponeva di milleduecento esperti impiegati; oggi, dopo un ciclo di altre guerre, gli addetti alle pensioni di guerra non sono più di 816. Abbiamo disposto che si adibissero alle pensioni alcune centinaia di impiegati resisi liberi in altri dicasteri, ma la questione dei locali, che è la più grave, dovrà essere risolta fra breve. Ci sono ancora 401.154 pratiche di pensioni inevase; arrivano 25 mila domande al mese, e i servizi, nonostante ogni impegno, riescono a definirne, in progetti completi di pensioni, soltanto 12.000. Circa l’ordine del giorno degli onorevoli Nobile, Uberti , Li Causi ed altri, il ministro della Difesa ha già accolto in via di massima il voto dell’Associazione nazionale mutilati di iscrivere i grandi mutilati affetti di invalidità totale in un albo d’onore con adeguato trattamento economico. Specie dopo il discorso del collega Parri, sento il dovere di rinnovare l’assicurazione che la nuova ripartizione dei servizi dell’assistenza post-bellica non recherà danno all’assistenza stessa. Le difficoltà non dipendono dallo svolgimento dei servizi, ma dalla scarsezza dei fondi che è una triste realtà, sia che i servizi siano concentrati in un solo dicastero o affidati alle due amministrazioni dell’interno e del lavoro. Già il Ministero della assistenza post-bellica aveva insistito perché si erogassero nuovi fondi, giacché gli insufficienti stanziamenti concessi dal Tesoro per l’anno finanziario 1° luglio 1946 - 30 giugno 1947 andavano già, in gennaio, esaurendosi. Bisognerà quindi fare nuovi sacrifizi perché gli aiuti indispensabili a tante benemerite categorie non vengano meno. Dichiaro, per altro, che non ho nessuna obiezione di principio alla creazione di un miglior organismo unificato per l’assistenza in genere. Ho ritenuto, però, che non sarebbe stato possibile creare un organismo di carattere permanente, innestandolo sopra un organismo che, per quanto necessario, aveva una durata limitata ed uno scopo specifico di guerra. A questo riguardo dichiaro all’onorevole Parri che sono completamente d’accordo che si debba arrivare ad organi autonomi, nel senso che siano sottoposti al controllo dello Stato, ma si basino essenzialmente sul consenso e sulla cooperazione delle parti interessate, sia per il turismo che per l’emigrazione e, in quanto possibile, anche per l’assistenza. Naturalmente, finché tutto si attende dallo Stato ed è difficile che l’iniziativa privata contribuisca in misura notevole, dobbiamo riconoscere che questa è una meta a cui dobbiamo tendere, ma che non è di facile attuazione entro i prossimi mesi. Parecchie osservazioni sono state fatte sulla legislazione agraria. Confermo che il progetto per il ritorno alla normalità elettiva dei consorzi agrari è già stato approvato dal C.I.R. e dovrebbe passare prossimamente al Consiglio dei ministri. La legge sulla concessione delle terre ha avuto una discreta applicazione: dal 1° settembre 1946 sono stati concessi 108.000 ettari, dei quali 46.000 in Sicilia. La proroga degli affitti sta nell’immediato programma del Governo, come l’estensione del lodo, estensione che non dovrà avvenire meccanicamente, ma permettere una applicazione elastica, secondo la diversa coltura e le diverse esigenze regionali. La legislazione di miglioramento agrario e sulla bonifica sta sommamente a cuore al Governo, che farà ogni sforzo possibile per lo sviluppo dell’agricoltura e l’equa ripartizione del suo rendimento. Conveniamo anche nell’opportunità di ricostituire le amministrazioni normali dei vari enti di previdenza, volgendo particolare attenzione alle prestazioni assistenziali in agricoltura. Ma tali progressi dipendono dalla pace sociale nelle campagne che bisogna ristabilire con criteri di legalità. All’onorevole Lombardo, che in un notevole discorso ha parlato anche del futuro indirizzo della produzione agricola, e all’onorevole Quintieri , che esprime nel suo ordine del giorno la stessa preoccupazione, do assicurazione che se il Governo deve tendere per ora ad accrescere la produzione di derrate, che importiamo, non perde però di vista i nuovi indirizzi necessari per incoraggiare l’esportazione di alcune produzioni ora in difficoltà, come la seta e gli agrumi. Convengo con l’onorevole Bulloni , che ha richiamato l’attenzione del Governo sul problema essenziale dell’ordine pubblico. Si sono fatti dei progressi, ne faremo degli altri. Bisogna arrivare al disarmo. Se tutti i partiti ci aiutassero a reperire le armi, rimaste un po’ ovunque (applausi al centro) come triste eredità del conflitto, libereremmo l’opinione pubblica da un incubo che suscita fantasmi di guerra civile. Sono fantasmi, ma danneggiano all’interno e all’estero. Il Governo ha la ferma volontà di riuscire. Scuola. Coloro che hanno accusato il ministro Gonella di favorire la scuola privata in confronto della scuola statale sono male informati. L’onorevole Gonella ha anzi posto un freno alle troppo facili parificazioni: durante la sua amministrazione ha riconosciuto soltanto sedici scuole private, di cui cinque rette da religiosi e undici da insegnanti laici, cifra esigua se la si confronti con quella dei ministri precedenti (Arangio Ruiz 140, Molè 355). Di fronte a queste, furono istituite 7.000 nuove scuole elementari dello Stato, sia fondando nuove classi, sia sdoppiando le classi numerose. Il nuovo tipo di scuola popolare associata al sussidio di disoccupazione, che si inaugura in questi giorni a Roma e che occuperà mille maestri e professori, sarà diffuso, se non mancheranno i mezzi, a tutte le regioni. TEGA . Bisogna aumentare le pensioni ai maestri! DE GASPERI. Va detto all’onorevole Colonnetti , che ha svolto speciale ordine del giorno, che il Governo si è preoccupato e si preoccupa dell’alta cultura universitaria. I contributi del Ministero a favore delle università si sono quintuplicati: è ancora pochissimo e si sono dovuti chiedere altri stanziamenti, che dipendono naturalmente dalle possibilità di bilancio. Si è fatta molta critica, non solo in questo dibattito, alla cosiddetta legislazione commissariale. Sarà bene ricordare come è nata e come si è svolta. La legislazione commissariale si inizia ancora nel 1943 con un decreto Badoglio, sulla nomina di commissari per enti pubblici , allo scopo di eliminare dirigenti fascisti; si applica poi, in via di fatto, dal Governo militare alleato e dai comitati di liberazione nazionale e forma infine oggetto di altri particolari decreti dell’anno 1944. Quello del 12 settembre si riferisce alle aziende di credito , quello del 19 ottobre alle imprese private concessionarie di pubblici servizi , quello del 2 novembre agli enti parastatali di assicurazione e di assistenza , quello del 23 novembre alle organizzazioni sindacali fasciste . L’esecuzione di ognuno di questi decreti, e quindi la nomina dei commissari, era affidata al ministero competente per materia. I commissari potevano venir nominati nei casi ove l’azienda non potesse altrimenti funzionare: quando occorresse comunque, nell’interesse pubblico, rimettere in attività una azienda sospesa, e finalmente quando i precedenti fascisti o di illecita speculazione politica dei titolari non dessero garanzia di servire ai compiti della ricostruzione. Le gestioni commissariali avrebbero dovuto cessare sei mesi dopo la cessazione dello stato di guerra, ma per la mancata ricostituzione delle amministrazioni ordinarie si dovette prorogare il termine fino al 31 marzo 1947, fatta eccezione degli enti parasindacali che sono stati prorogati fino al 30 giugno. Secondo uno specchietto statistico inviatomi oggi, e purtroppo ancora incompleto, il numero totale dei commissari nominati dai vari ministeri dal 1944 ad oggi fu di 203 e quelli ancora in carica a tutt’oggi sono 133; devo però avvertire che mancano ancora le cifre esatte dei commissari nominati dai Ministeri del tesoro e delle finanze, per quanto riguarda il periodo precedente alle elezioni. Di questi commissari, i deputati sono una ventina. Non intendo qui interferire su altri incarichi nelle amministrazioni normali; sulla loro compatibilità morale statuirà, come crede, l’Assemblea, ma, ricordando le cifre, ho voluto prospettare le proporzioni del settore sul quale è vertita la polemica. Ed ora vengo alla questione delle borse. TEGA: Pilotti? DE GASPERI. Ho ricevuto ieri un documento che mi riservo di sottoporre al ministro della Giustizia e per questo mi astengo dal fare in questo momento delle dichiarazioni. Vengo, dunque, alla questione delle borse. Come è stato documentato da dichiarazioni rese pubbliche dei ministri Morandi e Sforza, del direttore generale del Tesoro e da un verbale del direttore generale Antonucci, l’onorevole Campilli ignorava l’invio dei telegrammi diramati dalla direzione generale del Tesoro alle borse. Ne fu occasionalmente informato nelle circostanze a tutti note, ventiquattro ore dopo, quando era già avvenuta la ripercussione in borsa. Non conosceva e quindi non poteva informare. Esclusa così ogni responsabilità personale del ministro Campilli, esaminiamo ora oggettivamente il fatto in sé per stabilirne la natura e ridurlo alle sue vere proporzioni. Il primo telegramma spedito dalla direzione generale del Tesoro alle borse in data martedì 11, ore 13,30, chiedeva che fosse comunicato l’ammontare complessivo dei depositi relativi al 25 per cento effettuati nel mese di gennaio. Questo e non altro. Era quindi una semplice richiesta di rilevazione globale di dati statistici relativi allo scorso mese. Il telegramma non poteva provocare, come non provocò, alcuna reazione al ribasso tanto che le borse nei giorni 12 e 13 continuarono il loro movimento al rialzo. Il secondo telegramma è stato spedito il giorno seguente e cioè mercoledì 12 alle ore 20,20. La disposizione che ripristinava l’obbligo della denuncia mensile dei riporti effettuati sui titoli azionari era diretta a conoscere l’ammontare globale – e non nominativo – dei riporti effettuati mensilmente dagli agenti di cambio, banche e banchieri. Anche questa disposizione tendeva, pertanto, ad un accertamento statistico. La disposizione, conosciuta dopo la chiusura di borsa di giovedì 13, determinò una flessione dei titoli nel dopo borsa del giovedì e nelle prime ore della seduta di venerdì. Il turbamento fu originato non dalla disposizione in se stessa, ma – come dimostrerò – da arbitrarie interpretazioni, non condivise peraltro dalla generalità degli operatori, le quali vollero vedere nella disposizione stessa l’indice di un indirizzo generale governativo interventista in borsa, o, come taluno riteneva, un accertamento di dati utili per la istituenda imposta sul patrimonio. Che si trattasse di un’impulsiva ed inconsistente interpretazione lo dimostra il fatto che il ribasso fu di limitata importanza e durò poche ore. Le quotazioni di chiusura di venerdì segnano già una ripresa e quelle del successivo sabato riguadagnano per intero le quotazioni precedenti la pubblicazione del telegramma. La borsa continuò anzi nel rialzo nei giorni successivi e ciò nonostante che le disposizioni – contrariamente a quanto si è falsamente affermato – non siano mai state revocate e siano tuttora in vigore. Le disposizioni non erano dunque di tal natura da provocare un rimarchevole movimento di ribasso. Vediamo ora, sulla base d’inoppugnabili dati statistici, se l’hanno provocato di fatto. Il numero indice del corso delle azioni pubblicato sul giornale Il Sole a cura della giunta tecnica della Edison passa da punti 1.298 del giorno 13 a punti 1.252 del giorno 14 con una diminuzione percentuale del 3,6. Siffatta diminuzione rientra nei limiti della normalità, come è facile rilevare dagli stessi numeri indici, pubblicati da Il Sole, che per i mesi di dicembre e gennaio segnano varie altre volte ribassi della stessa importanza e cioè: il 13 dicembre 3,6; il 27 dicembre 3,5; il 31 dicembre 3,3; il 7 gennaio 3,1; l’8 gennaio 3,4; il 13 gennaio 3,5; il 14 gennaio 3,8. Si faccia attenzione alle date e si noti che: nei giorni 12 e 13 dicembre e nel giorni 13 e 14 gennaio si è avuto un ribasso assai più sensibile di quello registrato il 13 e 14 febbraio, dopo cioè la pubblicazione della disposizione in questione, e questo perché una flessione dei corsi delle azioni a metà del mese si verifica sempre, per ragioni ben note ai tecnici, nei periodi in cui il mercato è orientato al rialzo. Si è poi parlato di ingenti volumi di titoli trattati: anche su questo punto valgano le cifre a smentire fantasiose affermazioni. Basta esaminare i listini di borsa per accertare che il movimento è normale e che anzi nel giorni 14 e 15 le trattazioni hanno avuto una portata inferiore a quella dei giorni precedenti. Posso concludere così, sulla base di elementi oggettivi, che le disposizioni non potevano di per se stesse essere causa di turbativa del mercato e che di fatto non lo sono state. Oltre i commenti di giornali finanziari e gli articoli di esperti di riconosciuta competenza, ciò è stato esplicitamente riconosciuto dalle organizzazioni rappresentative delle banche e degli agenti di cambio. L’Associazione bancaria italiana, a firma del suo presidente, Stefano Siglienti , dichiara tra l’altro che il provvedimento può ritenersi in sé di limitata portata sotto il profilo tecnico e pertanto non poteva dar luogo a preoccupazioni per i singoli contraenti, ma esso «è stato interpretato come un indice di ulteriori interventi governativi nei mercati finanziari; si è cioè avuta la sensazione che esso non fosse che il primo atto di una politica intesa ad imbrigliare l’attività borsistica». L’Associazione italiana agenti di cambio, a firma del suo presidente, dichiara che «dopo gli opportuni chiarimenti ed i dati forniti dai singoli comitati direttivi delle borse valori italiane, ritiene di poter affermare che le note disposizioni diramate dalla direzione generale del tesoro non avrebbero dovuto, di per se stesse, determinare un serio turbamento del mercato, e che soltanto arbitrarie interpretazioni potevano far ritenere che esse fossero l’inizio di successivi provvedimenti. Comunque nei giorni di giovedì 13 e venerdì 14 corrente l’andamento del mercato ufficiale fu regolare, mentre le flessioni di prezzi si verificarono soltanto nel breve periodo del dopo borsa di giovedì 13 e nella prima parte della riunione ufficiale di venerdì 14. Ciò esclude anche, per i normali quantitativi di titoli trattati, la possibilità che si siano sviluppate rilevanti operazioni speculative». È dimostrato, quindi: 1°) che il ministro non ha conosciuto preventivamente le disposizioni emanate dalla direzione del Tesoro; e poteva non conoscerle in quanto si trattava di competenza della divisione del Tesoro; 2°) che le disposizioni non erano, per la loro portata, tali da creare un rovesciamento dell’andamento del mercato; 3°) che questo rovesciamento non c’è stato. La flessione verificatasi è stata di breve durata, di modesta ampiezza e contenuta entro limiti minori di altre, verificatesi nei mesi di dicembre e di gennaio, e il mercato ha subito ripreso la sua tendenza al rialzo nonostante che le disposizioni siano state mantenute. Egregi colleghi, ho voluto diffondermi in dettaglio su questo argomento, non perché le prove già addotte durante la passata polemica non bastino a pienamente chiarire la posizione del ministro Campilli, ma perché non si poteva tollerare che nemmeno la più piccola ombra cadesse sul ministro del Tesoro, il quale, anche nella missione recente, ha ottenuto un personale successo ch’egli dovrà utilizzare in prossimi negoziati (applausi al centro) e che all’interno è chiamato a promuovere, nel Consiglio dei ministri e innanzi a questa Assemblea, dei provvedimenti finanziari straordinari che non potrebbero essere portati a fondo senza il concorso di una generale fiducia. Ed ora qualche parola di politica estera, della quale la trattazione fu scarsa da parte dell’Assemblea. Ringrazio l’onorevole Saragat per il suo amichevole atteggiamento in armonia coll’opera preziosa che egli volle concedermi durante l’elaborazione del trattato. Una tale cooperazione in difesa degli interessi del paese ci lascia nell’animo dei vincoli di cameratismo che non vengono annullati dai dissensi politici. Lo si sentì anche nei discorsi degli onorevoli Corbino e Nenni. Mi è dispiaciuto solo che l’ex presidente dell’Assemblea abbia potuto ritenere, a proposito della firma, ch’io volessi trascurare i diritti dell’Assemblea stessa. Essa avrebbe potuto, egli dice, inviare almeno un appello agli altri parlamentari. Non so se egli abbia saputo che una analoga proposta ho fatto io stesso nella riunione dei capi gruppo, ma che non fu considerata come fattibile senza ingaggiare ad un tempo una discussione dell’Assemblea che l’avrebbe impegnata sul merito dei trattato. Devo ripetere qui nel modo più formale, anche in confronto di altri che hanno sollevato tale dubbio, che la firma è stata data solo con riserva della ratifica dell’Assemblea e ciò risulta già dallo stesso testo delle credenziali dell’ambasciatore Di Soragna . Ma, poiché i giuristi di qualche Potenza volevano far valere una interpretazione contraria, cioè che l’Assemblea fosse già vincolata con la firma, fu presentata, prima della firma stessa, una dichiarazione possibilmente ancora più esplicita la quale avvertiva che il plenipotenziario italiano era autorizzato ad apporre la sua firma, subordinandola però, come la legge prevede, alla decisione sovrana dell’Assemblea. E di tale dichiarazione il segretario generale a Parigi prese atto prima della cerimonia e dopo aver, come pensiamo, consultato le cancellerie competenti. Lupi Di Soragna aveva l’ordine di rifiutare la firma, qualora non fosse ben chiaro che essa sarebbe condizionata all’approvazione di questa Assemblea. Siamo ancora in tempo, dunque, di fare l’appello che è formulato in un ordine del giorno che il Governo, naturalmente, per quanto gli spetta, non può che approvare. Del mio viaggio in America ho inserito nella mia relazione solo alcuni rapidi cenni. Ne avrei potuto menar vanto, perché, senza dubbio esso fu un successo politico che portò anche alcuni notevoli vantaggi economici, ed altri ne assicuro per l’immediato avvenire. Ma gli avvenimenti incalzavano e, potendosi prevedere una discussione circa il nostro atteggiamento di fronte alla pace, ho voluto evitare che si potesse parlare del viaggio in tale connessione. Ma, poiché l’onorevole Valiani mi ha rimproverato di non aver risposto al brindisi di Byrnes, che i giornali del resto non riferirono esattamente, devo ricordargli che ho evitato di obiettare immediatamente al primo segretario di Stato americano, di cui ero ospite, ma gli dissi subito che gli avrei risposto pubblicamente a Cleveland. E lo feci con maggiore solennità, in quel discorso che fu trasmesso per radio in tutta l’America, quando, citando il messaggio di un presidente americano, rilevai che un popolo perde l’onore se aderisce in spirito ad un trattato che non può considerare giusto. Anzi, a Washington stessa, il giorno seguente a quello del banchetto, nella conferenza stampa all’ambasciata, smentii recisamente d’aver discussa e contrattata la firma verso concessioni economiche. Di questa pubblica dichiarazione m’ero dimenticato io stesso; ci pensò un’agenzia fotografica a provarlo, cogliendomi col suo obiettivo nel momento, come l’agenzia stessa attesta, che facevo ai giornalisti la dichiarazione in argomento. Onorevoli colleghi, l’onorevole Togliatti ha citato il presidente del Congresso americano Martin; ciò risveglia in me un ricordo personale. Quando entrai nell’aula del congresso americano nella quale erano radunati i rappresentanti ed i senatori, mi colpì il fatto che nella tribuna della presidenza sedevano, l’uno accosto all’altro, i due presidenti, Martin per i rappresentanti e Vandenberg per i senatori. Quando il presidente democratico della Repubblica fece il suo ingresso, si alzarono democratici e repubblicani applaudendo; quando entrò il Gabinetto democratico si levarono in piedi, fra applausi, tanto i democratici che i repubblicani. Questo senso della continuità e della permanenza dell’istituzione al di sopra del mutare dei governi e del prevalere dei partiti, è lo spirito veramente repubblicano, uno spirito cioè universale di tutta la comunità che non conosce parti, ma dà vita all’unità della nazione. (Vivi applausi al centro e a destra). Esiste un partito di maggioranza che tiene temporaneamente l’amministrazione, ma non esiste uno Stato-partito: ciò avviene perché la comunità non è assorbita e ristretta dal Governo centrale, ma nel decentramento vi è come una ossatura che protegge i nervi vitali dalla soffocazione e permette il fiorire delle libertà locali e delle libertà associative. Nell’Ohio i nostri emigrati, che hanno fatto carriera e sono entrati nei governi dei comuni o dello Stato, mi dicevano di non saper più capire i violenti conflitti personali che inquinano la vita politica europea. «Qui ci si batte, anche con mezzi spettacolari, durante la campagna elettorale: ma cessata la campagna, torniamo al tavolo comune e la discussione assume veramente un carattere impersonalistico». (Commenti). Onorevoli colleghi, voi voterete secondo coscienza; ma, comunque voterete, spero che la mia presenza qui per la terza volta non attribuirete ad altra ragione che al senso di responsabilità che a me, socio fondatore per dir così, di questa Repubblica, ha imposto di non disertare, nel momento storico in cui l’Assemblea è chiamata a darle un regime solido, libero e giusto. (Vivissimi applausi). Il tempo corre ed i problemi incalzano: ma il primo problema rimane quello di dare alla Repubblica una base solida nei suoi istituti rappresentativi, i quali, superando partiti ed interessi, costituiscano l’espressione politica definitiva della nostra millenaria civiltà. Seguirà il compito, altrettanto innovatore, di creare una burocrazia imparziale che obbedisca solo alla legge; una magistratura leale, ma indipendente; forze armate fedeli al giuramento ed al culto delle virtù militari; università degne e libere custodi delle nostre tradizioni scientifiche; sindacati che esprimano liberamente, ma disciplinatamente, le aspirazioni e gli impulsi delle forze del lavoro. Quanto più libero è lo spirito che si respirerà in queste istituzioni autonome, tanto più largo sarà il settore della nostra comunanza, tanto più sicura quella parte di vitalità comune che si svolge al di fuori della lotta quotidiana ed ha carattere superiore e permanente, perché sugge dal terreno della nostra civiltà ed è perciò stesso la res publica che svolge la sua vita sopra di noi e la continua dopo di noi. (Vivissimi applausi). È negli organi del lavoro, onorevoli colleghi, sotto questi presidi istituzionali di libertà e di solidarietà, che il popolo italiano, nei comuni, nelle regioni, nelle Camere potrà attuare senza scosse eversive o lotte cruente quella riforma economica che è reclamata dalla giustizia sociale. (Vivissimi, prolungati, reiterati applausi) . "} {"filename":"91e8c349-2330-4060-9d59-c53c90f7d3c9.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Onorevoli colleghi, credo che il Governo possa limitarsi a brevi e riassuntive dichiarazioni, dopo il diffuso dibattito, che ha chiarito la situazione giuridica e politica delle elezioni siciliane. Sta di fatto – e nessuno l’ha potuto contestare – che il Governo era obbligato, per legge, a indire le elezioni regionali in Sicilia. La data di queste elezioni è stata stabilita dal Consiglio dei ministri in seguito alle unanimi insistenze dei deputati siciliani di tutti i partiti; insistenze confermate da una riunione di rappresentanti di partiti a Palermo, presieduta dall’alto commissario, il quale ce ne rimetteva il verbale. Da questo risultava che, all’unanimità, si richiedeva l’urgente convocazione dei comizi elettorali; alcuni la richiedevano addirittura per gennaio; poi la maggioranza si è accordata per il prossimo aprile. Il Consiglio dei ministri ha tenuto conto di questi desideri ed ha stabilito la data del 20 aprile. Non nego che alcune preoccupazioni, di carattere giuridico e di carattere politico, espresse dagli interpellanti, soprattutto dall’onorevole La Malfa , abbiano fondamento. Innegabilmente, c’era da prevedere e c’era ragione di sperare che l’Assemblea, nel frattempo, avrebbe fatto l’opera di coordinamento prevista dallo statuto siciliano. Vi devo ricordare che il Governo ha sottoposto all’Assemblea già dal 2 agosto il testo del provvedimento per l’autonomia siciliana . E quindi l’Assemblea avrebbe avuto la possibilità di affrontare questo problema di coordinamento, benché, comprendo, per la necessità di seguire una certa linea logica nel costruire il testo della Costituzione, e soprattutto nel fissare le norme generiche per le autonomie regionali, abbia preferito attendere che questa prima parte fosse definita, per passare poi agli statuti particolari delle regioni, statuti che sono previsti per le isole e per la Venezia Tridentina. Ma il fatto è che non era previsto che in tutto questo periodo questa opera di coordinamento non si fosse iniziata ed eventualmente non fosse maturata, fino al punto da potere prevedere con certezza quali fossero le parti di eventuale frizione con i termini della legge esistente. Comunque, se questo è vero, è anche vero che, prima che l’Assemblea regionale siciliana sia convocata, vi sono ancora parecchie settimane, e che l’Assemblea Costituente, in base al testo che fissa alcune norme anche per le autonomie regionali, potrà avere la possibilità di fare l’opera di coordinamento prevista, in modo che, quando l’Assemblea regionale si sarà convocata, si troverà dinanzi, se non ad un formale deliberato finale, certo ad una maturazione dei punti di vista dell’Assemblea Costituente, in modo che eventuali conflitti, con buona volontà delle due parti, possano essere eliminati. Certo, vi sono delle contraddizioni in questa soluzione del problema; innegabilmente non tutto procede come in un apparato di orologeria. Ma bisogna ricordare le origini dello statuto siciliano e contemporaneamente il lento progredire del testo della Costituzione. La stessa cosa si potrebbe dire anche per lo statuto della Val d’Aosta; d’altra parte difficoltà vi sono e sorgeranno anche per gli impegni presi riguardo alla Venezia Tridentina. In realtà, se dovessimo affidarci solo alla formalità giuridica, al testo degli statuti, ben difficilmente si potrebbe procedere nel modo che si è proceduto. Dobbiamo però convenire che si tratta di problemi politici che si risolvono a mano a mano che la loro urgenza si manifesta e si impone, e che presuppongono un certo senso unitario di cooperazione fra quella che sarà la regione – che è sempre una parte della patria unitaria – e quella che sarà la rappresentanza di questa unità nazionale. Abbiamo noi ragione di dubitare che la rappresentanza siciliana non sia nella quasi sua totalità – o totalità senz’altro – animata da uno spirito diverso da quello di costruire le fortune generali della patria, inserendovi una situazione particolare per la Sicilia? Non lo credo. Passata la burrasca, passata l’ebbrezza di un momento – forse derivate da ispirazione del di fuori – io credo che possiamo contare sul patriottismo e sul senso unitario della Sicilia. (Applausi al centro). E quindi, i pericoli che teoricamente si possono immaginare, praticamente non sussisteranno. Comunque, come ho prima accennato, la Costituente ha ancora il tempo di contribuire a questa pacifica soluzione, intervenendo prima che l’assemblea siciliana sia costituita. Non trovo quindi nessuna ragione impellente per rinviare le elezioni; ma ne trovo molte per non accettare il rinvio, una volta che le elezioni siano fissate. Se vi fosse una ragione di opportunità, se si trattasse di quindici giorni prima o quindici giorni dopo, per ragioni locali, o, comunque, per ragioni di congruenza con altre attività nazionali, la proposta potrebbe essere messa in discussione, e risolta da un punto di vista meramente tecnico di opportunità. Ma disgraziatamente gli stessi proponenti l’hanno legata al contenuto dell’autonomia siciliana. Intendiamoci: non che io dubiti del loro sentimento autonomistico, ma in realtà, volendo motivare le ragioni del rinvio, hanno dovuto mettere in forse la misura, per lo meno, e la qualità dell’autonomia siciliana. Ed ecco dove diventa pericoloso l’accettare un rinvio che, altrimenti, potrebbe essere discutibile. Diventa pericoloso per il fatto che si possa dare, con qualche fondamento, l’impressione che si mette in dubbio quella che i siciliani considerano una conquista, e che si voglia tornare indietro. Ora, debbo aggiungere che questo sarebbe un cattivo esempio, anche per le particolari autonomie a cui si accenna nel testo della Costituzione. Siamo accusati in altre parti (mi riferisco all’Alto Adige ed all’Austria) di venire meno alla nostra parola perché, per un debito e ragionevole riguardo alla preparazione della Costituente, e, d’altro canto, poiché il trattato stesso ci concede un anno di tempo per l’applicazione dell’accordo italo-austriaco, abbiamo dovuto andare a rilento nella elaborazione dello statuto per la Venezia Tridentina e rispettivamente per l’Alto Adige; ma abbiamo sempre dichiarato con assoluta lealtà che ci riconoscevamo impegnati, prima che dal trattato, da dichiarazioni di autonomia fatte da noi stessi sul terreno della nostra sovranità, a concedere le forme autonomistiche desiderate. Da parte avversaria, specie nelle polemiche estere, soprattutto in confronto dell’Austria, si va ripetendo che l’Italia da lunga pezza usa questo sistema: di promettere e poi nel fatto di non mantenere. Lo so. Ora è piena intenzione di tutti, di coloro che hanno parlato pro e contro la mozione, invece, di mantenere. Però noi dobbiamo evitare le impressioni che questa accusa possa avere qualche ombra di fondamento Ecco perché, alle ragioni specifiche siciliane, io aggiungo una ragione generica, che riguarda tutte le tendenze autonomistiche e tutti gli impegni presi di fronte a particolari situazioni. Per tutte queste ragioni il Governo non può accettare la mozione La Malfa. Prego l’Assemblea di respingerla, pur riaffermando che sarebbe opera patriottica e di grande preveggenza che l’Assemblea in questo periodo (tenendo conto anche delle obiezioni fatte dai promotori della mozione) affrontasse il problema del coordinamento e conducesse le cose fino al punto che, quando le decisioni saranno prese, sia certo e sicuro l’orientamento della legislazione italiana. (Vivi applausi al centro). "} {"filename":"2a07744a-8d1e-400d-8082-2be2d55cec05.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"L’interrogante trova strabilianti le mie dichiarazioni. Io trovo stupefacente la sua interrogazione. (Commenti). Mi pare quasi che egli voglia, in questi lumi di luna, invitarmi ad una strana tenzone, a ripetere una specie di dialogo ciceroniano del De Republica, nel quale dialogo, che si svolge fra Lelio e Scipione Emiliano Africano Minore, il posto del generale spetta naturalmente all’interrogante. Ma lasciamo stare queste reminiscenze scolastiche che mi sono state richiamate alla memoria proprio dalla interrogazione. Vengo al fatto concreto. Si tratta di una intervista. Per conoscere bene il senso e la finalità delle risposte occorre avere notizia delle domande, e forse l’interrogante non ne ha avuto la possibilità; certo, perché la stampa non è stata esplicita né sul contenuto né sulla forma delle domande che mi sono state poste nel corso di una conversazione conviviale. Ed allora rimedio io, perché conoscendo le domande meglio si possono giudicare le finalità e il tono delle risposte. Il presidente dell’associazione dei giornalisti americani, di cui ero ospite mi ha posto due domande di carattere politico, che corrispondono alle questioni che mi sono state quasi sempre proposte anche in America e che evidentemente corrispondono a certe esigenze ed a certe curiosità non meramente teoriche della opinione pubblica americana. Ecco le due questioni: la prima, circa la posizione dei comunisti nel Governo; la seconda, sulla consistenza del movimento monarchico e sulla possibilità di una rinascita legittimista. Alla prima domanda – e il senso era chiaro: «come è possibile che voi collaboriate insieme con i comunisti, i quali non è certo che accettino il programma integrale di una Repubblica liberale e democratica?» – ho risposto che se i comunisti continuano a collaborare nel mio Governo dopo una discussione programmatica, è perché ci siamo trovati d’accordo sopra l’attività del Governo – a parte tutte le ideologie e il futuro, su cui non abbiamo da far profezie – in questo periodo della difesa della Repubblica, evidentemente in armonia con i principi fondamentali di libertà e di democrazia. Sarà meglio che citi il testo della mia risposta: «Sono uomini che si mettono al servizio temporaneo di questa azione, senza rinunciare al loro programma generale, alle loro ideologie e alle loro responsabilità future; che si mettono al servizio del consolidamento della Repubblica italiana e della democrazia con i metodi della libertà; sono cioè uomini che si mettono al servizio della democrazia e della libertà». Alla seconda domanda: «Consistenza del movimento monarchico e possibilità di un movimento legittimista», ho risposto cosi: «La questione della monarchia in Italia non esiste. Se la Repubblica farà il suo dovere, se sarà un regime di libertà dove il diritto e la dignità dell’uomo saranno rispettati; se sarà un regime tutore dell’ordine e della libertà, se sarà un regime di democrazia con rappresentanza della volontà popolare, e se a questa democratica formula politica si aggiungerà una formula democratica che tocchi anche la struttura sociale e sia ragione di giustizia a tanti milioni di uomini che soffrono in miseria che non hanno nulla e tutto hanno perduto; se la Repubblica sarà così, la questione monarchica non esiste e non esisterà». Che cosa voleva dire questa risposta? Voleva dire, che non ci sono ragioni positive di temere che, sia per motivi sentimentali, sia per attaccamento a tradizioni, il movimento monarchico legittimista abbia una base. L’unico pericolo per un regime – per ogni regime, ma anche per la Repubblica – è se questa viene meno al suo programma, alle sue finalità. Mi pare di essere qui in perfetta ortodossia mazziniana, perché il vostro e, se permettete, come italiano, nostro Mazzini dice: «La Repubblica, cosa pubblica, ma Governo della nazione tenuto dalla nazione stessa; Governo sociale; Governo nato dalle leggi che siano veramente l’espressione della volontà generale». Ossia, la Repubblica non è semplicemente regime nel senso strutturale, cioè cambiamento di forme rappresentative di Governo, ma è soprattutto nel suo contenuto sostanza sociale, sostanza di riforme sociali, di giustizia sociale e di libertà nel metodo e di libertà nel fine e nell’evoluzione umana. Voi direte: «A chi lo viene a dire?». PACCIARDI. Sono contento che si sia rinfrescata la memoria. DE GASPERI. Però, io debbo rinfrescare anche la sua, mi scusi, caro Pacciardi, ricordandole che questa definizione di Mazzini corrisponde appieno alla definizione ciceroniana: igitur res republica res populi. E qui non ho bisogno di rinfrescare niente, come ho accennato altre volte, perché ai tempi in cui ero bibliotecario ho studiato il palinsesto del De Republica, scoperto come sapete, nella biblioteca vaticana. Esso dice che «la Repubblica è lo Stato del popolo… che lo vincola ad una condizione sociale. Ma è popolo non qualsiasi riunione di uomini, ma una consociazione di uomini che accettano le stesse leggi ed hanno comuni interessi». Questo signor Cicerone, che ha pagato con la testa la sua fedeltà alla Repubblica contro i pericoli della tirannia, e che dichiarava che l’unico compenso che egli aveva avuto, il più grande compenso al suo lavoro, era di aver potuto salvare la Repubblica (ed infatti così si esprime: «quando, all’uscita dal mio consolato, potei giurare all’assemblea del popolo che la Repubblica era salva, allora mi sentii ben ricompensato di tutte le cure e gli affanni sofferti»); questo Cicerone, però, in tutto quel volume sulla Repubblica, fa dire ora a Lelio ed ora ad Africano Minore tante critiche sopra il regime repubblicano e tanti moniti: che la Repubblica andrebbe perduta, che si finirebbe in una dittatura se la Repubblica non rispondesse ad esigenze morali e democratiche di libertà, eccetera. (E questo è il più bello esempio che io potrei citare in risposta all’interrogante circa i moniti che io, lontano epigone, ho potuto introdurre nella mia intervista). Ma vediamo un po’ in questa intervista le dichiarazioni positive che vi sono contenute circa la Repubblica. Ho cominciato ringraziando (e non venite ora a spaccarmi il pelo in due, perché si tratta di una intervista improvvisata alla radio e le parole sono talmente controllate che tutto quello che si dice viene inciso; tuttavia non è un testo sottoposto ad una esegesi minuta); ho cominciato, dicevo, con un augurio che nasca una pace con la quale si assicuri la libertà e l’amicizia fra il Governo repubblicano americano e la piccola, giovane, ma piena di speranze, Repubblica italiana. E qui vi furono applausi generali dei convitati. Poi, a proposito della domanda che mi si era fatta sulla stabilità o meno di questo Governo, io ho risposto, con un certo senso di distacco, che in un uomo di opposizione può essere più comprensibile che in me stesso: «Io non saprei dire quale sarà l’avvenire di questo Governo, ma posso dire quale è la mia volontà, quale la tendenza e quale il mio indirizzo. Io sono ben deciso a consolidare lo stato presente, la Repubblica italiana, col concorso di tutte le nazioni che hanno una intelaiatura più robusta e possono essere più utili perché un nuovo Stato, ancora bambino, cresca forte e si prepari a prendere parte alla costruzione della pace nella comunità della nazioni. Per questo piano io vorrei intorno a me uniti in un pensiero di collaborazione quanti più italiani è possibile, senza differenza di partito». Ma, onorevole interrogante, c’era proprio bisogno di andare a cercare e frugare in questa mia conversazione conviviale, quando voi avevate ancora sott’occhio, e forse anche nell’orecchio, la mia dichiarazione ultima fatta all’Assemblea in sede di comunicazioni del programma di Governo, del quale programma siamo tutti responsabili, ed in modo particolare io, come Presidente del Consiglio? E si ricordi il discorso che pronunziai dinanzi a questa Assemblea il 25 febbraio e nel quale dissi: «Onorevoli colleghi, voi voterete secondo coscienza; ma, comunque voterete, spero che la mia presenza qui per la terza volta non attribuirete ad altra ragione che al senso di responsabilità che a me, socio fondatore, per dir così, di questa Repubblica, ha imposto di non disertare nel momento storico in cui l’Assemblea è chiamata a darle un regime solido, libero e giusto. Il tempo corre e i problemi incalzano; ma il primo problema rimane quello di dare alla Repubblica una base solida nel suoi istituti rappresentativi, i quali, superando i partiti e gli interessi, costituiscano l’espressione politica definitiva della nostra millenaria civiltà». E più oltre aggiungevo: «Quanto più libero è lo spirito che si respirerà in queste istituzioni autonome, tanto più largo sarà il settore della nostra comunanza, tanto più sicura quella parte di vitalità comune che si svolge al di fuori della lotta quotidiana ed ha carattere superiore e permanente, perché sugge dal terreno della nostra civiltà ed è perciò stesso la res publica che svolge la sua vita sopra di noi e la continua dopo di noi». (Vivi applausi) . [All’onorevole Pacciardi, che si diceva soddisfatto delle spiegazioni del presidente del Consiglio, De Gasperi replicava sottolineando ancora una volta la fiducia nella tradizione e nella civiltà italiane, l’importanza di arricchire di contenuti sociali la nuova repubblica]. Io mi richiamo alla mia dichiarazione fatta all’Assemblea, dove parlai di definitiva espressione politica della nostra millenaria civiltà. Quando parlai della civiltà, non mi pare che lasciassi dei dubbi sul programma del Governo e sulla concezione del Governo. Quando faccio della filosofia della storia, posso però anche approfittarne, e mi pare che sia doveroso approfittarne, per un monito, perché nonostante tutta la nostra volontà e nonostante tutti i nostri statuti, se non facciamo uno sforzo per dare contenuto di libertà, di democrazia e di socialità – e questo è il vostro programma, come è il nostro – se non ci uniremo tutti su questa parte sostanziale, difficilmente potremo trovare la definitività o la conserveremo. La storia è la storia. Non vorrei che dalla discussione potesse risultare il minimo dubbio sul mio proposito, sul proposito del Governo che qui presiedo. Sulla definitività del referendum del 2 giugno ho fondato tutta la mia propaganda; dopo il 2 giugno ho fondato tutte le mie manifestazioni all’Assemblea e tutto il mio ragionamento in confronto di quelli che non vogliono accettare la definitività. Credo su questo debba fondarsi l’azione avvenire dell’Assemblea e del Governo. Però, devo aggiungere che sarebbe vano chiudere gli occhi innanzi agli esempi della storia. In generale, non si progredisce per ragioni positive del bene o del meglio, ma si progredisce abbattendo qualcosa che in quel momento appare male. Questa è una legge della storia, che è facile, perché corrisponde al sentimento, alle esigenze psicologiche delle masse popolari. Qui parliamo, naturalmente, non di coloro che possono essere illuminati da un programma, da una cultura o da convinzione profonda o da entusiasmo tradizionale o da educazione familiare; parlo della grande massa, la quale deve essere avvinta ad un regime strutturale con un contenuto di programma. Non faccio alcuna obiezione a quello che ha detto l’onorevole Pacciardi, perché so che nel programma mazziniano la parte essenziale è parte di contenuto, parte sociale; lo riconosco e dico questo: desidero, voglio, devo tendere con tutte le forze, dobbiamo tendere tutti, perché questa Repubblica abbia il contenuto sociale che avvinca a sé tutti quanti: tanto coloro che originariamente erano repubblicani quanto coloro che lo sono diventati il 2 giugno – e spero saranno tutti gli italiani – in un momento in cui è necessario guardare al popolo e pensare che Repubblica vuol dire popolo e che avvenire della Repubblica è avvenire del popolo italiano. (Vivi applausi). "} {"filename":"245b4285-1ef3-4964-acc5-a4bb08ae74db.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Onorevoli colleghi, parlando per la prima volta in questa Assemblea, al di fuori dei limiti posti dalla solidarietà ministeriale con uomini di diverso pensiero, sento che questo, su cui votiamo, è un argomento intimamente legato alla nostra personale concezione della vita . Diceva, a ragione, Dostoevskij che la questione principale, la questione cruciale per il mondo moderno è di sapere se quella lontana, remota figura di profeta, ignorato dai grandi uomini politici e storici di Roma antica, sia stato veramente, sia il Cristo che ha fondato una comunità religiosa universale, che nutre ancora oggi della sua linfa vitale, eterna. Se per effetto della nostra educazione familiare o per le conquiste fatte attraverso il pensiero e la critica giungiamo ad una risposta affermativa su questa questione cruciale, nessuna diffidenza, nessun sospetto è possibile in confronto di una collaborazione con la Chiesa. Però, anche coloro che si arrestano sulla soglia dei misteri della fede e si preoccupano sostanzialmente della morale sociale sentono (e qui è una questione di esperienza di tutti gli uomini che sono al Governo) che lo Stato non ha la forza, l’autorità di affermare e dirigere la coscienza della singola persona e sentono il bisogno dell’apporto dell’insegnamento della morale che viene dalla Chiesa, che sul Vangelo si fonda. (Commenti a sinistra). Innegabilmente è opinione comune, ormai, che questa morale evangelica sia necessaria per la fermentazione sociale della giustizia nelle masse popolari. Ma, supponiamo pure che in alcuni o molti di noi non esista nessun vincolo interiore né con la fede della Chiesa né con la sua morale; sta però il fatto storico: primo, delle proporzioni; secondo, di una millenaria tradizione. Si parla spesso di maggioranza di cattolici in Italia; forse non si pensa alla statistica. Se applichiamo ai dati del 1942 le proporzioni del 1931 (per il 1942 non si hanno delle statistiche) troviamo che su 45.526.770 abitanti, 45.349.221 si sono dichiarati cattolici. (Commenti a sinistra). I protestanti sono il due per mille; gli israeliti sono lo 0,5 per mille, o meglio, erano, perché, per le persecuzioni, si sono ridotti da 54.000 a circa 30.000; i senza religione, che si sono dichiarati tali, sono lo 0,4 per mille: 18.000. Questo è un fatto di cui, comunque si possa pensare delle origini e del pensiero che lo motivano, non si può non tener conto quando si decide, o si amministra, o si governa. Il secondo fatto è che siamo dinanzi non ad una improvvisazione della storia, ad una passione popolare, ad una superstizione nata in un momento di suggestione particolare nei secoli, ma dinanzi ad un istituto millenario, che ha resistito a tanti colpi, a tante discussioni, a tante scissioni, istituto plurisecolare che ha sempre seguito un metodo nei rapporti con gli Stati: quello degli accordi e dei concordati. (Commenti a sinistra). Dal 1080 al 1914 si calcolano in numero di 74 i concordati, e dal 1914 in poi in numero di altri 25, per non tener conto delle numerosissime convenzioni che non passano sotto il titolo solenne di concordato e che sono da contarsi nell’ordine di migliaia. Ora voi in questi concordati notate una evoluzione caratteristica: essi subiscono un progresso verso il distacco da tutto ciò che è contingente, temporale. Alcuni punti rimangono sostanzialmente eguali, ma tutto ciò che è contingente a mano a mano viene abbandonato nei secoli. Ed è innegabile che vi è in questa evoluzione un progresso verso una più chiara distinzione della sfera d’influenza della Chiesa nei confronti dello Stato, verso il riconoscimento di una diarchia che garantisca la volontà delle due parti. È innegabile, non è detto che questa evoluzione sia chiusa: la storia a questo riguardo non è mai definitiva per tutto quello che riguarda il contingente, il temporale. E, d’altro canto, forse che noi in questo momento vogliamo arrestare la storia? Forse che noi vogliamo inchiodare, attraverso l’articolo 5, i nostri rapporti, in tutte le forme, a quelli che erano ieri o diventarono nel 1929? La Costituzione mette per base i Patti lateranensi, ma nel contempo dichiara che sono modificabili, e dice che sono modificabili con la semplice maggioranza parlamentare, non attraverso quelle garanzie maggiori e più solenni che la Costituzione stabilisce per molte cose anche meno importanti. (Commenti). Io credo, dunque, che anche da un punto di vista semplicemente storicista il voto nostro si possa accettare e dimostrare plausibile e nell’interesse del popolo italiano. Vi aggiungo – ed è l’unico riferimento che faccio alla mia carica di Governo – che io mi sento portato e deciso a votare anche per l’impegno che ho dato, che ho preso, di consolidare, di universalizzare, di vivificare il regime repubblicano. (Commenti). Non potete negare, amici, che mentre in gran parte del clero c’era la preoccupazione che si avessero anche in Italia esperimenti anticlericali, come in qualche altra Repubblica, e mentre si esercitarono su larga scala delle pressioni, la Chiesa di Roma, il Pontificato rimase neutrale (commenti), seguendo una linea di saggezza che non sempre in altri paesi fu mantenuta dai rappresentanti ecclesiastici locali. Oggi nella costituzione, secondo il Concordato, i vescovi vengono chiamati a giurare e giurano con questa formula: «Davanti a Dio e sui Santi Evangeli io giuro e prometto, siccome si conviene ad un vescovo, lealtà allo Stato italiano. Io giuro e prometto di rispettare e di far rispettare dal mio clero il capo della Repubblica italiana e il Governo stabilito secondo la legge costituzionale dello Stato». (Commenti). Amici, non siamo in Italia così solidificati, così cristallizzati nella forma del regime da poter rinunziare con troppa generosità a simili impegni così solennemente presi. Alla lealtà della Chiesa, io credo che la Repubblica debba rispondere con lealtà. Devo osservare, poi, che non è vero quello che è apparso da certi discorsi, che il trattato sia semplicemente una manomissione della Chiesa sullo Stato. Leggete gli articoli 19 e 21, dove si stabilisce la procedura per la scelta dei vescovi e per la nomina ai benefici ecclesiastici, e voi vedrete che anche la Chiesa ha fatto la parte sua per riconoscere una influenza politica nel settore politico dello Stato, anche in riguardo al clero. E non dico che molti cattolici possano essere del pensiero che sia preferibile il sistema di Weimar, dove la Chiesa, completamente autonoma nella sua amministrazione, pensa al suo clero e lo Stato non si intromette né nelle nomine né nelle miserabili integrazioni che diamo oggi noi. Certo, la Costituzione di Weimar è stata inattuabile per la situazione finanziaria della Germania, perché essa presumeva la restituzione dei beni sequestrati alle Chiese perché potessero vivere autonomamente. E lo stesso sarebbe oggi in Italia. Quindi, sogni lontani, su cui non possiamo assolutamente contare! Che volete, che noi potessimo prendere un simile impegno quando non siamo nemmeno in grado di applicare l’articolo 19 del Concordato, il quale stabilisce che lo Stato debba corrispondere al clero quelle integrazioni cui ho accennato, in misura non inferiore al valore reale di quello stabilito dalla legge attualmente in vigore? Hanno diritto nella forma, senza dubbio! Ma invano si può richiamare a questo quando lo Stato non è in grado di farlo. Ed infatti dobbiamo riconoscere che oggi la maggioranza del clero fa la fame. Oggi non si insiste sul trattato per l’applicazione letterale di questa formula: esempio chiaro e caratteristico della comprensione, della moderazione con cui si supera la lettera del trattato per tener conto delle sue finalità. Del pari, non è vero, amico Nenni, che si tratti di una specie di armatura di ferro imposta dalla Chiesa – questo non lo hai detto, ma si poteva pensare – a soffocazione dello spirito nel corpo italiano. Credo che tu e io saremo d’accordo nel desiderare che, nei futuri trattati, vi siano delle formule consimili, elastiche, di revisione, come vi sono in questo trattato. All’articolo 21 è prevista una commissione paritetica per tutte le questioni riguardanti le nomine di vescovi e le nomine del clero che non fossero solubili fra i primi fattori diretti. E poi, all’articolo 44, c’è questa clausola revisionista che io mi auguro possiamo riuscire ad immettere anche nel trattato, nel duro trattato che ci viene imposto: «Se in avvenire sorgesse qualche difficoltà, la Santa Sede e l’Italia procederanno di comune intelligenza ad una amichevole soluzione». Mi pare con ciò di aver risposto anche a parecchie obiezioni fatte durante il dibattito. La questione non è, onorevole Lami , di una o dell’altra delle disposizioni non essenziali del Concordato legate a contingenze storiche, che sono modificabili senza affrontare la revisione costituzionale, anzi, come taluno ha detto, addirittura con lo scambio di lettere, tanto elastica è la materia. Non si tratta, dunque, né di questo né di quell’articolo che avete criticato o che potete sottoporre alla vostra censura. Si tratta della questione fondamentale: se la Repubblica, cioè, accetta l’apporto della pace religiosa che questo Concordato offre; badate bene. Concordato che nella premessa è dichiarato necessario complemento del trattato che chiude la «questione romana». Politicamente, comunque la pensiate sul contenuto, è questa la questione che dovete decidere e che di fatto si decide votando sì, non per un emendamento o per l’altro. Votando favorevolmente all’articolo 7, a questa questione rispondiamo sì; votando contro – non so chi l’abbia detto, mi pare l’onorevole Lami Starnuti – votando contro, non siamo noi, egregi colleghi, che apriamo una battaglia politica, ma la aprite voi, o meglio, aprite in questo corpo dilaniato d’Italia una nuova ferita che io non so quando rimarginerà. (Applausi al centro). Auguro presto, ma non so. Evidentemente, aggiungiamo ai nostri guai un ulteriore guaio il quale non può rafforzare il regime repubblicano. Prima di passare alle minoranze, devo dire che l’emendamento Basso , nella sua sostanza, è naturalmente accettabile per noi, ma non basta (commenti): forse sarebbe stato accettabile se fosse stato votato in Commissione, se non fosse avvenuta questa discussione, se ci fossimo fermati alla discussione formale. (Rumori). Ma qui disgraziatamente si è entrati nel merito della questione, si sono espressi dei giudizi sul Concordato, sulle relazioni fra Stato e Chiesa, ed è impossibile ormai evitare la questione attraverso una formula. TONELLO . Siete voi che lo volete. (Rumori – Commenti – Interruzioni). DE GASPERI. E veniamo alla questione delle minoranze. È stato parlato di menomazione morale di minoranze religiose. Noi, se è necessario, al momento opportuno siamo disposti a votare con voi per togliere dal codice penale qualsiasi umiliazione alle minoranze. (Applausi al centro). Riguardo ai cosiddetti culti minoritari, aggiungo che non solo aderisco al pensiero di devozione e di ammirazione per le vittime delle minoranze, sia israeliti, sia valdesi, pensiero espresso dall’onorevole Pajetta Gian Carlo , ma dico che questo non è un pensiero di tolleranza, di collaborazione con le minoranze che mi viene in questo momento per ragioni di opportunità ma è mia profonda convinzione. L’onorevole Calamandrei si è riferito al mio viaggio in America e alle dichiarazioni che ho fatto, o che avrei fatto, al direttorio delle Chiese protestanti o delle Chiese non cattoliche. Difatti, in una riunione importante, questi venerandi signori mi espressero la loro preoccupazione, chiedendo se noi intendevamo di inserire nella Costituzione la garanzia della libertà religiosa per il culto delle minoranze. E poi aggiungevano, con molta cortesia, alcune obiezioni riguardo al trattato, dicendo: ma, come fate a garantirci questa libertà? Ed io ho detto, e mi pareva in quel momento essere interprete, più di quello che non sono, del paese: badate, in Italia vi sono molti che criticano sia il contenuto sia l’origine del trattato; però esso ha rappresentato la chiusura di un periodo che è costato all’Italia tante umiliazioni e tante rovine, e anche coloro che non sono d’accordo voteranno e accetteranno. Una voce a sinistra. No, no. (Commenti). DE GASPERI. Mi sono sbagliato se ho abbondato; però credo di averlo fatto con senno politico, ed aggiungo che oggi ai protestanti d’America deve giungere la nostra nuova assicurazione che in quest’articolo e nell’articolo 16 è garantita piena libertà, piena eguaglianza, e che non vi è da temere, da parte nostra, nessuna persecuzione, nessun ritorno ai tempi superati. I Patti lateranensi tengono conto della realtà storica, ma non limitano la libertà per i non cattolici. Alla fine della discussione, un venerando pastore, rettore di una chiesa vicina, che si vedeva dal grattacielo, mi disse: «Ho sentito il suo discorso. Quando passa dinanzi a quella chiesa ricordi che là dentro c’è un’anima che prega per lei e per l’Italia». Ho sentito profonda commozione da questa promessa di preghiera che andava al Padre comune da uno che non è legato dal vincolo di religione con la Chiesa cattolica. E mi sono detto, perché è la verità, che tollerante è e deve essere chi crede. Lo scettico non dà nulla, non sacrifica nulla del suo per la convivenza sociale e per la carità cristiana. (Applausi al centro – Commenti a sinistra – Interruzione dell’onorevole Tonello). Credo solo di poter pronunciare con la stessa forza le convinzioni mie che sono venute non soltanto dalla educazione familiare, ma attraverso una lotta per riconquistare la fede, e venute soprattutto dall’esperienza di uomo politico e di uomo di Stato. Su questa esperienza fatta qui e in altri paesi mi sono fatta la convinzione che senza la fede e senza la morale evangelica le nazioni non si salvano, siano o non siano socialiste. (Vivissimi applausi al centro e a destra – Commenti a sinistra). TONELLO. Cosa c’entra questo col Vangelo? (Commenti – Rumori). DE GASPERI. Amici, siamo in un momento di grande solennità e di grande responsabilità che non può venire menomato da qualche benevola interruzione dell’amico Tonello; siamo in un momento in cui noi costituenti della Repubblica italiana dobbiamo votare nell’interesse della nazione e nell’interesse della Repubblica. Dobbiamo votare in modo che sia fatto appello al mondo libero degli Stati, al mondo che anche io so e dico che ci guarda. Il mondo che ci guarda si preoccupa che qui si crei una Costituzione di uomini liberi; il grande mondo cattolico si preoccupa che qui la Repubblica nasca in pace e in amicizia col pontefice romano, il quale durante la guerra rivendicò la dignità umana contro la tirannia e stese le mani protettrici sui perseguitati di tutte le nazioni e di tutte le fedi e in modo particolare su coloro a cui si è riferito l’amico Lami Starnuti. (Vivissimi applausi al centro – Interruzioni a sinistra). Amici, si è accennato qui alla comunanza che ci ha uniti nel momento del combattimento tra uomini di diversi partiti e qui ci sono parecchi che come me hanno trascorso un periodo insieme nel sottosuolo, come si usava dire. Ma c’è un fatto ancora più grandioso, ed è che nei momenti più difficili, nei momenti delle persecuzioni, soprattutto il Capo della religione cattolica ci ha aiutato a salvare protestanti e israeliti. Ma c’è ancora di più: in certi conventi erano ammassati e nascosti cattolici, protestanti ed ebrei insieme. Si trovavano uniti la sera, nei momenti tragici e nei momenti delle minacce da una preghiera suprema che è quella del Padre nostro comune. Questa è la nostra forza: se in Italia creeremo una norma di tolleranza per tutti, ma soprattutto una norma in cui si riconosca questa paternità comune che ci protegge e che protegga soprattutto la Nazione italiana. (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra) . "} {"filename":"a0151126-908a-401d-ace4-e937780b3c9e.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Non vorrei intervenire in questa discussione, che considero di competenza dell’Assemblea perché si tratta del suo ordine del giorno (commenti); ma, poiché si è fatto ripetutamente accenno alle decisioni del Governo, devo dire qualche cosa. È già stato detto che il ritardo degli ultimi giorni – se volete, delle ultime settimane – è dovuto a questioni, diciamo così, di riguardo personale, ovvie, e su queste non ritorno. Ciò non toglie, naturalmente, la responsabilità dei mesi di ritardo. Questa è un’altra questione su cui l’Assemblea potrà discutere. (Commenti). Il Governo si è assunto le sue responsabilità, e gravissime, perché la patrimoniale è un’imposta veramente grave, che è stata stabilita con decreto-legge del Governo ed entra quindi in azione. Noi ripresenteremo la patrimoniale come disegno di legge all’Assemblea. per darle quello stesso diritto che una volta i Parlamenti avevano per la convalida di un decreto-legge. Quindi non è che vogliamo sfuggire alla responsabilità. Ciò riguarda anche altri provvedimenti finanziari che hanno il carattere di catenaccio e altri deliberati con urgenza, il che vuol dire che entro cinque giorni si richiede il parere alla rispettiva Commissione. Quindi va delineata chiaramente la nostra procedura, che ha seguito quell’intesa di carattere politico, più che giuridico, raggiunta in Assemblea, in seguito alla proposta Calamandrei. Ma c’era un’altra questione. Si trattava della situazione finanziaria generale; si trattava di tener conto del desiderio giusto e legittimo espresso dall’Assemblea di veder chiaro qual era la nostra situazione e le nostre speranze avvenire. Ed allora questa doveva essere l’oggetto principale dell’esposizione finanziaria del ministro del Tesoro, che avendola già fatta al Consiglio dei ministri, sappiamo benissimo quanto essa sia esauriente, profonda, piena di dettagli, che fino ad ora non si era avuto occasione di dare. Ora è chiaro che noi non abbiamo pensato nel primo momento a procedure straordinarie. Abbiamo detto di chiedere di fare all’Assemblea questa esposizione. Appena abbiamo saputo che la Commissione d’indagine aveva concluso la sua istruttoria, abbiamo fatto la proposta. Ho pregato il Presidente dell’Assemblea il quale ha cortesemente annuito, di sentire il parere e la opinione dei rappresentanti dei Gruppi. Noi sappiamo che queste riunioni, naturalmente, non sono impegnative, ma sono molto giovevoli, perché danno il polso dell’Assemblea. Qui si sono fatte delle obiezioni che hanno questo carattere: per l’Assemblea è possibile riunirsi qualche giorno di più; ma la discussione ampia che si dovrà fare, data l’importanza della materia, potrà aver luogo entro il prossimo periodo delle vacanze previste? Qui vi sono state delle obiezioni. Potremo esaurire la discussione in due o tre giorni? Impossibile. Ed allora queste considerazioni di opportunità, che non impediscono in nessuna forma i diritti dell’Assemblea, ma li differiscono in quanto a discussioni e non in quanto a controlli, sono state poste da parecchi rappresentanti dei Gruppi e sono state riferite al Governo, il quale ha detto: «Se l’esposizione non si può fare in Assemblea, facciamola in altra forma». E dalla parte della Presidenza si è proposta questa riunione di maggiore solennità coi rappresentanti di tutti gli interessati dinanzi ai quali verrebbe fatta la relazione che parla non soltanto all’Assemblea, ma al paese, a tutte le categorie, a tutti gli interessati, in modo che il paese sia informato, più di quello che sia stato fino adesso, sulla situazione finanziaria. Noi non abbiamo previsto se questa riunione darà luogo anche ad una discussione; lo supponiamo; non diciamo che darà luogo a conclusioni, perché l’onorevole Persico potrebbe dirmi che questo non è prevedibile. Questo era il mezzo di esprimere pareri ed opinioni. Siccome c’è stato garantito che verrebbero fatti il resoconto stenografico dei discorsi e il resoconto sommario, come si fa per l’Assemblea, e quindi la stampa e il paese avrebbero comunicazione di ciò, ci è sembrato che questo fosse un espediente sufficiente per questo scopo, senza togliere all’Assemblea nessun diritto, perché evidentemente se l’Assemblea è di parere diverso, noi siamo a disposizione, senza dire che ci resta l’obbligo della discussione all’Assemblea nelle deliberazioni, quando l’Assemblea troverà l’opportunità di riconvocarsi, oppure quando il Presidente crederà di riconvocarla. Quindi non si tratta di decisioni del Governo su questa procedura. Si tratta di accedere, da parte del Governo, a considerazioni che naturalmente non sono state fatte senza qualche fondamento e che hanno connessioni con il calendario, con l’impegno preso prima con certi atteggiamenti dei Gruppi, che presupponevano di avere a disposizione qualche giorno. Vorrei, dunque, concludere in questo senso: non si ritarda niente in quanto ad applicazione di decreti. Nessun ritardo è possibile. Per quanto riguarda la patrimoniale, su cui desideriamo e sappiamo che l’Assemblea ha il diritto di dire la sua opinione nel dettaglio, abbiamo dovuto fare una specie di catenaccio per quella parte che si riferisce alla denuncia e alle sue forme. Abbiamo detto: il 28 marzo si fa la fotografia per avere la situazione patrimoniale in Italia. Questo si sarebbe dovuto fare anche se fossimo stati in piena libertà di discussione da parte dell’Assemblea. Concludendo; se le Commissioni riunite intendono sentire la relazione e credono di poter assumere la responsabilità di una sospensione o meno della discussione, il Governo è a questo banco. Se si accetta l’altro espediente, devo dire che il Governo lo considera sufficiente per mettere dinnanzi al paese tutta la gravità della situazione lasciando intatta all’Assemblea la responsabilità delle decisioni; tanto più che questo mi pare sia il senso della proposta Gronchi, il quale dice: in ogni caso interpreto il suggerimento del Presidente che se dalla esposizione e dalle conseguenti spiegazioni risultasse la necessità di una riconvocazione dell’Assemblea, il Presidente ha la facoltà di convocarla a domicilio ed il Governo, naturalmente, sarà lieto di accedere al parere del Presidente. "} {"filename":"e01d3a5e-edec-41b6-9409-c7744e3df945.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Il Governo è a piena disposizione dell’Assemblea per promuovere e partecipare alla discussione sulla situazione finanziaria, nel momento in cui l’Assemblea lo crederà opportuno, senza trincerarsi dietro disposizioni o restrizioni di poteri o di forme procedurali. Detto ciò, il Governo prega l’Assemblea, nella sua responsabilità, di considerare lo stato di fatto. Il Governo ha fatto una relazione ampia, dettagliata, diffusa dalla stampa in tutto il paese, sullo stato presente delle finanze e del bilancio. In sede propria ha preso i provvedimenti finanziari annunciati – in parte presi e in parte in corso di attuazione – che dovrebbero rimediare alla situazione. Lo scopo fondamentale è, da una parte, di combattere la speculazione e, dall’altra, di abbassare e comprimere i prezzi, di controllare il credito, di introdurre viveri e tessuti e di disporre e preparare economie sul bilancio. Queste singole disposizioni sono oggetto di elaborazione – se non sono già oggetto di decreto – da parte di diverse commissioni di ministri. I ministri sono ora impegnati in questo lavoro. La discussione più impegnativa e più utile per l’Assemblea e per il Governo sarebbe, naturalmente, quella da fare nel momento della presentazione dei bilanci preventivi, perché in quel momento, accanto alla situazione attuale, il Governo è in grado di precisare i provvedimenti presi e quindi la situazione che potrà disegnarsi per il prossimo avvenire. Questa descrizione e questa discussione panoramica potrebbero esser fatte non prima della fine del mese; e questo sarebbe normale. Ma il ritmo dei tempi e le preoccupazioni generali fanno desiderare che l’Assemblea sia investita prima del problema, o della parte essenziale del problema finanziario. Secondo me e secondo quello che pensa il Governo, è nel momento in cui la Commissione presenterà alla Camera la relazione sopra l’imposta patrimoniale, che è uno degli elementi fondamentali nella politica finanziaria del Governo, che sarà giunta l’opportunità di completare questa relazione con altri elementi a sua disposizione di carattere finanziario, per estenderla anche ai problemi di carattere economico con la relazione del ministro dell’industria e commercio. Pare al Governo che quello sarà il momento opportuno per una discussione utile e per uno scambio di idee fra l’Assemblea e i rappresentanti del Governo. C’è però un problema di economia di tempo, se non erro, e qui non vogliamo comportarci come degli estranei. Il Governo ha le sue responsabilità particolari, si intende; l’Assemblea Costituente ha le sue. Tuttavia i membri del Governo sono membri della Costituente e il lavoro che il Governo fa e che presenta all’Assemblea va inquadrato in un problema di economia di tempo e di distribuzione di lavoro che interessa entrambi. Permettetemi allora di dire, come membro dell’Assemblea, che questa non deve e non può dimenticare la necessità di coordinare la discussione sui problemi finanziari ed economici col suo compito fondamentale, che è quello di votare la Costituzione. Noi pensiamo che, a parte la discussione generale che si dovrebbe fare in occasione della presentazione della relazione sull’imposta patrimoniale, ci sia tutto un programma di lavori da combinare fra le proposte del Governo e il tempo di cui dispone l’Assemblea. Sarebbe, a tal fine, opportuno che la Presidenza dell’Assemblea, insieme con la Presidenza del Consiglio, forse consultando – se ciò pare utile – i capi-gruppo, stabilisca un programma di lavori che vada al di là dell’urgenza dell’attuale discussione e che ci garantisca di poter assolvere tutti i nostri compiti. Ora è da considerare che se è utilissima la discussione, più utile ancora è l’azione; e il tempo è disgraziatamente limitato. Accanto ai compiti normalmente amministrativi, il Governo ha una certa parte di legislazione di urgenza cui deve provvedere; e questa parte di legislazione di urgenza si riferisce proprio ai problemi immediati che riguardano l’alimentazione, e l’attuazione di tutto il programma economico e finanziario del Governo. Il Governo interviene tutti i giorni dinnanzi ai riflessi di questa politica che esso fa; e quindi il Governo ha bisogno di una certa possibilità di azione, che deve essere svolta, naturalmente, al di fuori dell’Assemblea. C’è quindi un senso di responsabilità comune e un senso di solidarietà nei compiti, che in fondo deve tendere a dimostrare che il regime democratico vuole e sa superare queste difficoltà gravissime che sono sopra di noi. C’è in questo senso di responsabilità, in questa volontà comune, anche il criterio dell’economia del tempo che dobbiamo dividere e suddividere fra noi e i nostri compiti, in modo che non si intralcino e tutti possiamo fare il massimo sforzo per superare le difficoltà presenti. Devo dire subito che, a parte ogni dichiarazione di carattere generale di governo, il Consiglio dei ministri – che ho momentaneamente disertato, ma che è ancora riunito – ha di nuovo oggi ribadito la sua unanime convinzione di marciare sulla strada che si è iniziata, di continuare in un’azione economica per la compressione dei prezzi, di fare appello a tutte le forze del paese, perché dallo sforzo comune si riesca prima a contenerli e poi a comprimerli; e a questo riguardo svolgerà un’azione concentrica, anche al di fuori dell’Assemblea, e punterà con tutte le forze alla soluzione di quei problemi di struttura e di organizzazione economica che riescano a dominare quel larghissimo margine di speculazione illecita, che è una delle cause principali dell’aumento dei prezzi. Questo è il nostro programma; in questo chiediamo l’appoggio, il consiglio e la sanzione dell’Assemblea Costituente. [Dopo gli interventi dell’onorevole La Malfia e dell’onorevole Corbino, il presidente del Consiglio riprendeva la parola insistendo sull’importanza di economizzare i tempi, rimettendo alle singole commissioni il compito di studiare approfonditamente gli argomenti di propria competenza, esponendo all’Assemblea i risultati conclusivi e le proposte]. Desidero osservare che forse non ho rilevato abbastanza – ma la risposta dell’onorevole Corbino me ne da occasione – che l’Assemblea, rappresentata in quattro Commissioni riunite, ha discusso per tre giorni sopra la relazione Campilli ed ha votato anche un ordine del giorno; così che si può dire che l’Assemblea stessa ha avuto occasione di esprimere una direttiva generica e un pensiero anche di critica sopra lo stato di fatto delle finanze. Altro è se si parla dei provvedimenti che sono in corso. Ma vi prego anche di considerare che si tratta di provvedimenti ancora in corso, alcuni parzialmente in corso, altri non ancora del tutto deliberati ed in elaborazione presso il Governo. Quindi, in questo momento, si possono dare indicazioni generali, ma non si può fare una critica circa provvedimenti concreti, i quali arrivano, del resto, per la maggior parte, alle Commissioni dell’Assemblea. Se l’onorevole Corbino, o qualche altro, all’infuori delle dichiarazioni generiche fatte nella Commissione, ha un pensiero taumaturgico, una soluzione, noi siamo i primi a desiderare che siano suggeriti in modo che ci possano togliere dall’imbarazzo. E ci sono cento forme per cui l’Assemblea questo pensiero ci può trasmettere e questo controllo può esercitare. Ma io mi domando che cosa farete in una discussione generale nella quale il Governo vi può dire che non ha ancora perfezionato i suoi provvedimenti e non vi può offrire un quadro completo per quanto riguarda l’avvenire. Io mi rimetto di nuovo alla decisione dell’Assemblea per quanto riguarda il Governo, ma ritengo e confermo che l’opportunità maggiore sarebbe quella della presentazione della relazione sulla patrimoniale. Il Governo, per conto suo, e credo anche la Presidenza dell’Assemblea, non intendono limitare le discussioni di carattere tecnico, ma vorrei che si tenesse presente che la discussione in sede delle quattro Commissioni riunite, e quindi in una adunanza di notevole importanza, è stata tale che il Governo ne ha preso atto nelle sue decisioni per frenare le spese e ridurre soprattutto le spese di bilancio. "} {"filename":"b0583b3e-5574-4176-8339-b3556226e115.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"L’onorevole Cerreti era alto commissario presso la Presidenza del Consiglio, quindi mio diretto collaboratore. Permetta che io esprima il mio grande stupore che di un addebito così grave contro il ministro dell’Interno, non mi abbia mai fatto il minimo cenno, e mi pare che il tempo ci sia stato, come c’è stato il tempo di fare fotografie e di documentarsi. Mi pare che era nella logica e nel dovere dei rapporti di solidarietà ministeriale riferire la cosa al Presidente del Consiglio, il quale oggi sarebbe in grado di stabilire le responsabilità altrui e di assumere anche le proprie. In secondo luogo, mi pare di dover constatare che già l’onorevole Cerreti, nella sua dichiarazione ulteriore, ha attenuato e modificato la sua accusa che, nel primo momento, come l’avevamo compresa qui, era molto più grave. In terzo luogo, mi pare che, di fronte ad un’accusa lanciata comunque genericamente e non ancora precisata, non possiamo parlare di inchiesta o di responsabilità: fino a prova contraria l’onorevole Cerreti faceva parte di un Ministero da me presieduto nella supposizione che fossimo gente onesta, e quindi la presunzione è che noi non avevamo né abbiamo commesso scorrettezze. Bisogna dimostrare il contrario e l’onere della prova incombe all’accusatore. Noi non possiamo lasciar sorgere il dubbio, col nostro contegno, che questa accusa possa avere un manifesto fondamento. Io non lo credo, perché conosco personalmente il ministro dell’Interno quale uomo di onore. (Commenti a sinistra). Si tratta dell’onore di una persona e non della crisi di un Governo: avete cento maniere per provocare una crisi di Governo! (Applausi al centro). Io non credo e non posso credere, fino a prova contraria, che il ministro dell’Interno abbia mancato alla correttezza e, in genere, al suo dovere. Se l’onorevole Cerreti, il quale evidentemente ha avuto quelle informazioni per la carica che rivestiva e quindi in un momento di corresponsabilità ministeriale (applausi al centro), se l’onorevole Cerreti vuol fare cosa utile al paese e direi anche di riguardo all’onestà delle persone, egli ha il dovere, se non vuol farlo direttamente con il ministro Scelba , di portare a me i documenti. (Applausi al centro e a destra – Vivissimi rumori a sinistra – Scambio di apostrofi fra la sinistra e il centro). [De Gasperi riprendeva la parola per chiarire la differenza tra il caso in esame e la presunta analogia con il caso Centurione-Giolitti, risolto tempestivamente, citato dall’onorevole Mazzoni]. Mi duole per il precedente storico ricordato dall’onorevole Mazzoni , ma richiamo l’attenzione dell’Assemblea sulla completa mancanza di analogia tra i due casi. Qui si tratta di responsabilità ministeriale, quindi di una cosa di cui è responsabile il Ministero in pieno, e soprattutto il suo Presidente (interruzioni a sinistra); quindi di un atto avvenuto nell’amministrazione attraverso un ministro e per intervento di un ministro. Qui l’accusatore era anche membro dello stesso Ministero. A parte l’osservazione che io ho fatto e che mi pareva logico e doveroso per l’onorevole Cerreti, se avesse avuto sospetti o prove, di darne notizia al capo del Ministero, io ho constato: 1) che si tratta di responsabilità ministeriale e che primo responsabile di questo è il Consiglio dei ministri e che il Consiglio dei ministri deve avere il rapporto (commenti a sinistra); 2) che non intendo escludere qualsiasi inchiesta o qualsiasi commissione. Non lo potrei fare, ma non desidero di farlo. Soltanto c’è una graduatoria che è necessaria. L’accusa è venuta dall’onorevole Cerreti, che ha precisato fino ad un certo punto. Le prove non le ha presentate. Egli ha il dovere di precisare l’accusa in modo che al più presto, magari domattina, il ministro accusato sia in grado di rispondere (proteste a sinistra) e solo quando questa risposta apparisse all’Assemblea insufficiente, allora vi sarebbe ragione di domandare l’inchiesta. (Applausi al centro e a destra – Commenti a sinistra). [De Gasperi prendeva la parola per chiedere nuovamente che l’onorevole Cerreti depositasse la documentazione comprovante le accuse rivolte a Scelba]. La responsabilità è senza dubbio ministeriale, perché si tratta di responsabilità assunta come ministro: questo per rispondere a chi ha obiettato che non può trattarsi di responsabilità ministeriale. La responsabilità è senza dubbio ministeriale, perché è assunta direttamente o indirettamente da chi agisce come ministro. Non c’è dubbio. Secondo: credete voi che sia possibile fare un’inchiesta parlamentare in presenza del ministro, allo stesso posto, circa l’attività da lui stesso svolta durante un altro Ministero? Vi dico, quindi, che è materia di inchiesta parlamentare, come è previsto dalla legge. lo sono disposto ad accettare l’inchiesta parlamentare, per mio conto; ma vi propongo di fare ragionevolmente un tentativo di chiarire lo stato della questione in confronto dell’onorevole Scelba, attraverso il Presidente dell’Assemblea. Vorrei pregare l’onorevole Cerreti di consegnare al Presidente dell’Assemblea il documento e il Presidente di dare notizia all’onorevole Scelba dei dettagli di questo documento, perché l’onorevole Scelba anche domani possa rispondere all’Assemblea, e allora l’Assemblea potrà decidere e deliberare con coscienza se si debba fare una inchiesta parlamentare, o meno. (Applausi al centro e a destra). [Nel corso del dibattito sulle misure da adottare, De Gasperi ribadiva la sua contrarietà alla nomina di una Commissione e insisteva sulla necessaria consegna della documentazione in possesso dell’onorevole Cerreti]. Se non mi inganno, l’ordine del giorno Benedetti invoca una Commissione generica da nominarsi dal Presidente. Ora, questa è una proposta la quale sbocca nella nomina di una Commissione straordinaria, che non è prevista dal Regolamento; Commissione straordinaria, di cui abbiamo visto come sia difficile stabilire l’oggetto dell’esame e la procedura dell’indagine in un caso recente. (Commenti a sinistra). È evidente che questa non è una procedura che si possa immaginare così rapida come nel caso Centurione. Si tratta di un’indagine sopra la responsabilità ministeriale. Voi ricordate come l’altra volta, nella discussione iniziale, prima della nomina della Commissione proposta dall’onorevole Natoli, si sia dibattuta molto la questione, perché si distingueva nettamente fra quella che era la responsabilità solidale ministeriale – per la quale è previsto un metodo – e quella che poteva essere l’accusa privata, la compatibilità o l’incompatibilità di un deputato. Si è fatta una netta distinzione. In realtà poi avete visto come per la «Commissione degli Undici» sia stato difficile rimanere su tale terreno. Ora, è inutile che ci imbarchiamo di nuovo in una identica impresa. Noi daremmo un cattivo esempio e trascineremmo le cose in un marasma, proprio in un momento in cui siamo qui a difenderci sulle comunicazioni del Governo da una opposizione che mi pare abbastanza armata e non ha bisogno di armi straordinarie. Quindi non faremmo che complicare una situazione abbastanza tesa. Io vi propongo di nuovo di accettare quel suggerimento che avevo dato, che mi pare onesto. (Commenti a sinistra). Io propongo che questa sera l’onorevole Cerreti consegni al Presidente i documenti. (Proteste e rumori a sinistra). [Interveniva nella discussione anche il presidente Terracini, per riassumere le diverse posizioni emerse nel confronto e restituire, poi, nuovamente la parola a De Gasperi]. PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, abbiamo tre proposte concrete: la prima del Presidente del Consiglio; la seconda dell’onorevole Benedetti; la terza dell’onorevole Giannini. La proposta del Presidente del Consiglio è questa; che si depositino al banco della Presidenza i documenti. (Commenti). La Presidenza ne prenda visione, e comunichi al ministro dell’Interno il loro contenuto, in modo che esso possa domattina dinanzi all’Assemblea confermare o smentire la validità dei documenti stessi. Vi è poi la proposta dell’onorevole Benedetti che vuol porre in essere un meccanismo simile a quella che noi chiamammo «Commissione degli Undici». Vi è infine la proposta dell’onorevole Giannini accettata dall’onorevole Gronchi e dall’onorevole Valiani, che si proceda alla nomina di una Commissione d’inchiesta parlamentare sulla base della proposta di legge che l’Assemblea discuterà ed approverà. DE GASPERI. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. DE GASPERI. Ho fatto prima un appello al mio antico collaboratore onorevole Cerreti di dare occasione di risolvere in tutta equità e tutta calma la questione, mettendo a disposizione del Presidente dell’Assemblea il documento, e dando possibilità al ministro dell’Interno di rispondere entro domattina. Con ciò non si preclude qualsiasi possibilità, anche quella dell’inchiesta parlamentare perché penso anch’io che se un’inchiesta va fatta, questa inchiesta debba essere quella parlamentare, per l’argomento di cui si tratta e per le responsabilità di chi è in causa. Quindi se il mio suggerimento non è stato accolto, lo faccio di nuovo. Credo che sarebbe un errore ricorrere ad una procedura di slealtà, portare le cose in lungo, nel momento in cui altre discussioni ed altri dibattiti saranno vivi. Non si sottrae nulla al giudizio dell’Assemblea, perché domani potrà riprendere la discussione. Comunque, se questo suggerimento non viene accolto non ho nessuna difficoltà che si presenti la proposta di legge per l’inchiesta parlamentare . "} {"filename":"42cfb0b1-881d-4db0-938d-e28f99965924.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Onorevoli colleghi, nel mio primo discorso avevo evitato di parlare della crisi, del suo svolgimento, delle sue cause. Avevo detto che sarei stato a disposizione dell’Assemblea qualora avversari o amici avessero chiesto una spiegazione o una informazione dettagliata. Mi ero sbagliato. Credevo che l’importanza, il valore o meno di un Governo venisse misurato soprattutto dal suo programma, dalla sua costituzione, dal complesso delle forze che vi lavorano. Invece parecchi oratori dell’Assemblea si sono preoccupati soprattutto dello svolgimento della crisi e dei propositi di chi questa crisi ha guidato. Ora dobbiamo tener conto di questa tendenza, e per parte mia riferisco in dettaglio come la crisi si svolse e perché la crisi venne: tanto più lo debbo fare, in quanto l’onorevole Nenni ha qui presentato una specie di storia romanzata che ha bisogno di molte rettifiche. Vi ricordo che, prima che si parlasse di crisi, si è parlato di gravità della situazione finanziaria. Quando il ministro Campilli presentò la sua relazione generale, una specie di rendiconto o di inventario, che non si era mai fatto in quella misura ed in quella profondità, l’Assemblea scelse la riunione delle quattro Commissioni per la discussione preliminare. In queste quattro Commissioni erano presenti quasi tutti gli oratori che qui hanno interloquito in materia finanziaria, e si svolse una discussione oggettiva, appassionata, mossa soprattutto, nell’interesse del paese, dall’allarme che era stato dato. Alla discussione io non ho partecipato ma ho assistito con la massima attenzione, come colui che aveva la massima responsabilità. Da questa discussione, alla quale hanno partecipato uomini che appartenevano al Governo ed uomini che ne erano al di fuori, uomini che oggi sono favorevoli al Governo ed uomini che oggi sono contrari, da questa discussione che si fondava sull’esposizione di Campilli – che arrivava a 610 miliardi di passivo del bilancio, più 190 miliardi di residui passivi – si è rafforzata in me la convinzione che la situazione finanziaria era molto grave e che c’era bisogno di una scossa particolare nel paese, perché ci arrestassimo su una china che mi sembrava pericolosa. Si può essere di differenti opinioni, si può credere che io abbia esagerato, ma non si può dubitare delle ragioni che hanno scossa la mia responsabilità ed hanno richiamato alla mia attenzione una stato di cose che, prima, per mancanza di visione panoramica, non poteva essere così chiaro, così evidente. È vero che dopo, come Governo, ci siamo messi con la massima diligenza a contrastare questa china verso l’abisso: abbiamo deliberato delle imposte e delle tasse per 200 miliardi; abbiamo compresso tutti i bilanci, abbiamo anche proposta la revisione del numero degli impiegati, con la riduzione del 5 per cento, siamo arrivati a risultati relativamente ottimi in confronto alla situazione precedente. Tuttavia il deficit di 312 miliardi rappresentava sempre un notevole allarme, e accanto ad esso c’era il deficit della bilancia dei pagamenti e poi una situazione di cassa pericolosa; c’era soprattutto il segno della mancanza di fiducia da parte del pubblico italiano e dei risparmiatori, e certi segni di poca sicurezza nella nostra situazione anche da parte di coloro che si erano chiamati per primi dal di fuori per aiutarci. Quando si fa la colpa – post hoc ergo propter hoc – al mio discorso-radio , di aver dato l’allarme, si deve pensare che il discorso-radio era una conseguenza dell’allarme, non un allarme. Fu in quel discorso-radio che nacque il pensiero di una solidarietà più vasta che superasse le frontiere dei partiti e del limite che, fino a quel momento, si era tenuto nella responsabilità governativa. In quel discorso io dicevo quello che il Governo ha fatto, gli sforzi che il Governo faceva e che intendeva fare nel campo economico e finanziario. E poi aggiungevo: «La verità è che il Governo, qualsiasi Governo, non può superare la presente crisi economica, che è alla base crisi di fiducia, di fiducia, non nei pochi uomini che stanno al Governo, ma nello sforzo del popolo italiano di riaversi dai disastri del dopoguerra; non lo può se gli organi economici della vita nazionale, cioè gli istituti economico-finanziari, le categorie degli industriali e di coloro che si occupano delle industrie, tanto datori di lavoro che operai, degli agricoltori e della compartecipazione dei braccianti, degli artigiani, della stampa che ne rappresenta gli interessi e le direttive, non si stringano intorno al Governo, questo o un altro che sia, per uno sforzo comune e solidale, e non si propongano di mettere ordine in casa nostra, di difendere la moneta e quanto resta del patrimonio nazionale, sopportando, proporzionalmente alle proprie possibilità, i sacrifici necessari». Accennavo poi ai pericoli dell’inflazione e concludevo: «Possibile che a lungo andare i partiti non comprendano che quando si tratta della fiducia nella moneta, del credito dello Stato all’interno e all’esterno, siamo tutti legati l’uno all’altro, e che quello che ci salva non sono i programmi futuri di destra o di sinistra, ma sono una sostanziale, manifesta e leale solidarietà di oggi nell’Amministrazione dello Stato e nella legislazione della cosa pubblica? Se i rappresentanti di tutti gli interessi onesti e di tutte le concezioni economiche fattive fossero dentro il Governo, o, consapevoli dell’estrema gravità dell’ora, concorressero alla salvazione del paese, il popolo che lavora riprenderebbe quel senso di sicurezza, che vuol dire fiducia, e l’estero riconoscerebbe che la nostra solidarietà merita credito. È questo il pensiero che mi tormenta da quando tornai dall’America; è questo il pensiero che ritorna in molte delle lettere inviate dalla popolazione e dai lavoratori». E terminavo: «E perché le eccezionali condizioni economiche che mettono in causa la vita del paese non dovranno, in un certo momento, spingere gli stessi partiti politici ad una solidale collaborazione nell’opera di Governo, dando tregua ai contrasti più disgregatori? Di fronte al problema del risanamento finanziario, dell’approvvigionamento dei viveri, delle materie prime, e della vita stessa delle classi lavoratrici, di tutto il popolo italiano, è necessario opporre, a quello che i pavidi considerano fatto inesorabile, la concordia fattiva di tutte le parti e di tutte le forze vive: unità che conduca alla disciplina interna ed allo spirito di sacrificio liberamente accettato». Questo il discorso-radio che doveva tanto allarmare; questo il discorso incriminato come attentato all’unità democratica repubblicana, questo il discorso che doveva nella sua pratica attuazione condurre a tentativi che io poi ho cercato di attuare. Ora, parlerò qui in concreto di questi tentativi. L’onorevole Nenni è risalito alla crisi di gennaio ed ha parlato anche di cause oscure. Fra le cause oscure c’è il ritiro di Nenni dal ministero degli Esteri, la divisione avvenuta entro il partito socialista, che era un partito rappresentato nel Governo, e le dichiarazioni del congresso di Firenze del partito repubblicano. Queste cause oscure rendevano necessario un rimaneggiamento del Governo; per lo meno, io ho creduto più democratico di rimettere il Governo nelle mani del Presidente della Repubblica perché convocasse e sentisse i rappresentanti di tutti i partiti, allo scopo – poiché da tempo cerco la quiete e non il lavoro, che già abbastanza ne ho prestato – di affidare a un altro uomo la possibilità di organizzare una solidarietà che credevo anche allora più che mai necessaria. Sì, lo confesso, volevo specialmente la collaborazione con i socialisti temperati. Perché? Perché avevo conosciuto nella pratica di Governo uomini solidi e competenti come Tremelloni, e come Corsi , che, avendo con me diviso la responsabilità del Ministero dell’interno, dimostrava tale senso di collaborazione da dimenticare in molti momenti il partito; avevo conosciuto uomini come Saragat, che, ambasciatore a Parigi, aveva dimostrato di lavorare soprattutto per l’Italia, e con questi non escludevo gli altri. Quindi, nessuna pregiudiziale per escludere socialisti e comunisti si è presentata in quella crisi. Certo, io penso anche oggi che per l’Italia sarebbe una fortuna se si potesse costituire, accanto alla democrazia cristiana una democrazia dirò così laica, una democrazia socialista, in modo che le due forze potessero nei momenti più critici della nazione, dare il senso dell’equilibrio e della difesa dei principi sociali, consolidandoli nella civiltà cristiana. Questo dovrebbe essere il nucleo centrale, senza escludere altre forze che possono confluire sopra tale direttiva. Certo, questa speranza è lecita; ma escludo che al momento della crisi di gennaio io abbia cercato di fare un simile Governo, ed escludo soprattutto che la mia intenzione fosse stata quella di mettere fuori comunisti od altri. Oh, avrei avuto cento pretesti se, di fronte a tutte le pressioni di giornalisti e di curiosità giornalistiche, avessi risposto con tendenza anticomunista; ma prego i miei critici di estrema sinistra di rileggere la mia intervista in America e le mie dichiarazioni per trovare anche una sola parola che io, per opportunità del luogo, del tempo e degli interlocutori abbia detto che potesse essere contraddittoria per un uomo che in quel momento presiedeva un Governo, di cui facevano parte i comunisti. (Approvazioni). In quella crisi non vollero entrare nemmeno i repubblicani, e nacque l’idea della «piccola intesa». Anche i repubblicani avevano collaborato al precedente Ministero; si era trovata una affinità programmatica, ed io credevo e speravo che nel momento in cui si trattava di consolidare la Repubblica, anche il partito repubblicano sentisse la responsabilità di condividere le difficili situazioni, perché la Repubblica, uscita fresca fresca dalle decisioni del 2 giugno, diventasse reale nei fatti e nei consensi delle masse del popolo italiano. Poi venne un periodo di attacchi. Signori miei, voi li conoscete gli attacchi contro il Governo, quegli attacchi che hanno paralizzato per un mese e che hanno tenuto in sospeso gli uomini che dovevano proprio occuparsi delle finanze e della salvezza della lira; attacchi però che non si limitarono ai nostri ministri democristiani, ma che si riferirono anche ad altri ministri che io, come era mio dovere, – e non sono qui per vantarmene – ho difeso con la stessa forza e con la stessa imparzialità con cui ho difeso i miei. (Approvazioni). Fu un mese di travaglio. Si dice: ma noi alla Costituente siamo stati zitti! Grazie, cari alleati, siete stati zitti, quando si è trattato dell’ordine del giorno; io ho dovuto battermi per ottenere un minimo di ordine del giorno che ponesse fuori causa i ministri, e sulla stampa (poiché l’opinione pubblica non si fa semplicemente qui e sulla stampa amica e dei miei amici) si è inaugurata e continuata, con resistenza feroce, una campagna contro i ministri. Io qui, da questi banchi, ho difeso la regola logica per ogni democrazia; ho sostenuto che si trattava, specialmente nel caso del ministro del Tesoro, di responsabilità ministeriale e che il Governo era solidale e che pertanto prima doveva esaminare, fare l’inchiesta, battersi il Governo stesso: poi doveva venire dinanzi all’Assemblea. Questo principio che era sacrosanto e che avrebbe impedito che la Commissione scivolasse in un compito che non era suo, questo principio io dovetti lasciar cadere per tener conto delle obiezioni che mi venivano da parte amica socialista, quando in Consiglio dei ministri mi si disse che, per ragioni di partito ed anche per ragioni interne stesse, sarebbe stato bene che io mi fossi indotto a recedere da questa mia pretesa, che pure era logica. E allora io ho ceduto, cercando una di quelle formule transattive che salvano la faccia, ma non la sostanza. Fu male. Quando venne la relazione degli Undici, voi vedeste che ci trovammo imbarazzati, noi a giudicare favorevolmente, gli altri a giudicare in senso negativo. Tutto sarebbe andato bene, se non ci fosse stata la campagna; campagna che veniva essenzialmente da parte comunista, con questo foglietto che naturalmente… non viene dal centro: Togliatti mi dice sempre: «Ma tu hai la fissazione che tutto venga dal centro!». Può darsi, ma siccome questo foglietto è fatto molto bene, è certo che è stato fatto per lo meno da amici dell’onorevole Scoccimarro. Vennero poi le elezioni siciliane, cui i ministri del mio Governo intervennero con molta energia. Certo i ministri avevano la libertà di farlo. Nessuna eccezione quindi, se qualcuno è mancato anche per otto o dieci giorni di seguito. (Commenti a sinistra). Voci a sinistra. Aldisio! Aldisio! DE GASPERI. Non facciamo nomi, perché vi erano ministri che non erano per niente siciliani, ma erano della parte opposta. (Applausi al centro). Ora, io non faccio obiezioni a questo, ma dico: quando si diffondono foglietti come questo per il Blocco del popolo , in cui si insinua che un ministro democristiano abbia fatto un miliardo e mezzo speculando in borsa… (Proteste a sinistra). Voci a sinistra. Il nome! Il nome! DE GASPERI. Non occorre che faccia il nome, perché l’accusa è stata mossa anche qui. Si dice nel foglietto: «De Gasperi, Presidente del Consiglio – qui faccio il nome – ha arricchito il fratello con l’intrallazzo e il commercio dell’olio». Falso dalla prima riga all’ultima! Poi ce n’e un’altra: «Ha affamato la Sicilia per favorire i metodi degli speculatori. Elettore, non farti togliere il pane; che il tuo voto sbarri la strada ai profittatori democratici cristiani. Vota per il Blocco del popolo!» (Commenti, proteste al centro). Una voce al centro. Con questi sistemi hanno la vittoria! (Interruzioni – Commenti). PRESIDENTE. Per favore, silenzio, onorevoli colleghi. DE GASPERI. E non parlo dell’onorevole Romita che, ministro in carica, mi si dichiarava pronto ad offrirmi il mazzo di rose per licenziarmi dal Governo: è questione di frasi, di delicatezza. Io non ho partecipato alla campagna elettorale in Sicilia; ci sono andato solo l’ultimo giorno e ho fatto delle dichiarazioni che potevo fare a nome di tutti, perché non erano dichiarazioni che avessero un carattere di parte; ed era l’ultimo giorno dopo che erano giunti tutti gli altri. Mi hanno fatto anche regolarmente fischiare; e non posso addebitarlo ai miei amici di partito. Questo per spiegare come si forma lo stato di fatto e il clima in cui certe preoccupazioni, che sono oggettive, possono trovare anche alimento nello stato d’animo. Nenni mi ha detto: «Il doppio gioco è vecchio; dal 1850 Marx diceva che dopo una rivoluzione bisogna pungolare il partito vincitore – il partito democratico in Germania – non limitarsi ad aiutarlo, ma pungolarlo». Non è piacevole questa sensazione di avere sempre in Nenni e amici dei pungolatori come se noi fossimo dei buoi. (Applausi al centro). Caro Nenni, quando Marx scriveva quello a cui ti riferisci come ad un vangelo, erano altri tempi, e il socialismo era in marcia per conquistare, per vincere, per rovesciare lo Stato borghese; ma oggi nella Repubblica, di cui voi siete parte, non può essere tollerabile lo stesso metodo. (Applausi al centro – Commenti a sinistra). Ora voglio dire a Nenni che è stato così gentile, del resto così sentimentale, che quando parla qui io dimentico quello che scrive e quasi lo abbraccerei (si ride); ma disgraziatamente scrive. Ora Nenni, in uno dei suoi ultimi discorsi, vi ricordate come ha votato la fiducia al Ministero che oggi si vorrebbe descrivere come un idillio e una salda fortezza? Ha votato citando il famoso detto di Prampolini che cominciava il discorso con queste parole: «Noi voteremo contro Sonnino , quindi voteremo per l’onorevole Giolittì ». Nenni l’ha tradotto: «Noi voteremo contro Giannini, quindi voteremo per l’onorevole De Gasperi». Questo era il programma di un partito che aveva i suoi ministri nel Governo. Non mi meraviglio che Giannini abbia detto su per giù la stessa cosa: «Non devo niente alla democrazia cristiana, che continua a combattermi» – non so che giornale ha tirato fuori per provarlo – non entro nel merito; egli ha detto: «nel complesso la considero un male minore; e, soprattutto per far dispetto a certa gente, voto a favore». Questo è il voto «a carambola» come viene definito; un voto a carambola che può essere ad un certo momento una necessità (commenti a sinistra); in certi momenti si può sopportare, come ho sopportato il vostro; ma che questo debba essere esaltato come sistema democratico da difendere e introdurre nell’Assemblea come sistema naturale, non è ammissibile. Con questi sistemi la democrazia va in malora, non si salva. (Applausi al centro). Certo, debbo a questo riguardo fare la debita differenza, ché Giannini non ha nessun impegno col Governo, perché non vi ha nessun rappresentante, mentre Nenni aveva ministri nel Governo. (Applausi al centro). Badate che non accetto la vostra tesi che io abbia fatto la crisi semplicemente per ragioni interne. Io dico che questo era il clima in cui la crisi, che da molti era cercata per sostituire il precedente Governo con un Gabinetto di larga concentrazione, per ragioni economiche, si è trovata a svolgersi. Quando ho parlato di allargamento dopo il discorso-radio, non è vero che io abbia cominciato a fare dei raggiri. I primi che ho consultato si chiamano Nenni e Togliatti. Nenni partiva per una conferenza, non so se a Venezia. Egli ha detto subito: «Se vuoi fare un allargamento verso destra, il mio partito non ci starà. Questa è la mia opinione personale; ma insomma ci rivedremo lunedì». Quando l’ho rivisto lunedì, mi ha confermato la stessa cosa. Allora io gli ho detto: «È il pensiero di Togliatti?». E mi ha risposto: «Mah! domandaglielo tu. Presso a poco credo che penserà lo stesso». (Si ride). Nell’Avanti! del 1° maggio incomincia la campagna (badate che queste erano discussioni, conferenze fra amici, assaggi, pourparlers). L’Avanti! subito comincia: «Noi vorremmo pregarlo (De Gasperi) di tenere per sé le sue consolazioni e le sue pene, tanto più che siamo portati a credere che l’allargamento va sempre a scapito dell’efficienza» . Ecco un primo segno di atteggiamento negativo. Siamo alla pre-crisi. Nei diversi assaggi coi vari settori io sottoponevo questa domanda: «Qualora dalla tribuna dell’Assemblea, dopo l’esposizione della gravità della situazione, vi si facesse appello a partecipare ad un Governo di concentrazione nazionale, ad un Governo di salute pubblica, accettereste voi?». Questa la domanda che ho sottoposta al vari partiti. Le risposte, in complesso, furono incoraggianti: specialmente da parte del settore centro-sinistra non ho avuto risposte pregiudizialmente negative. Vi ho già detto la risposta di Nenni. Togliatti, il giorno 5, mi dice di non essere contrario ad una certa collaborazione. E qui ha fatto cenno ad una idea riportata da giornali come mia (non era mia, ma poteva anche esserlo: tante idee mi sono passate per la testa, e quindi anche questa): che si potevano portare al Governo rappresentanti della Confederazione del lavoro e della Confederazione dell’industria per vedere se si potevano superare assieme certe difficoltà. Però più avanti non siamo andati. Naturalmente, non collaborazione della destra. Allora mi trovai di fronte alla decisione del partito liberale, che diceva: sì, ma a condizione di escludere i comunisti. Una voce a sinistra. E voi avete marciato. DE GASPERI. Non abbiamo marciato per nulla. Poi siamo arrivati alla crisi. Fino allora erano stati assaggi. E alla crisi perché siamo arrivati? Naturalmente, c’era il corso logico della mia iniziativa. Sostanzialmente era una mia iniziativa; ma l’occasione ultima con cui la crisi s’è presentata è dovuta all’iniziativa del partito socialista, che mi ha messo fra i piedi una dichiarazione. Io dovevo venir qui all’Assemblea a presentarmi assieme ai due ministri del Tesoro e dell’Industria. Poi si è detto: no, è bene che il programma sintetizzato lo faccia il Presidente del Consiglio stesso. Mi sono quindi assunto quest’incarico e mi sono messo a scuola di Campilli e di Morandi. Ho letto la relazione di Morandi e ne sono rimasto entusiasta e gli ho detto: accetto in pieno, tolta qualche cosa. (Commenti a sinistra). Ora, quando ho preparato le cose, si è cominciato a fare obiezioni, e Morandi ha detto: «È bene che lo faccia tu». Ed io mi sono assunto tale compito. Nell’Avanti! del 13 maggio c’è un titolo: «L’onorevole De Gasperi impone al paese la crisi delle sue esitazioni. Esplicite riserve dei ministri socialisti sulla procedura del Presidente del Consiglio e sull’allargamento a destra» . E si parla di fuga! Infatti c’è il sottotitolo: «Fuga davanti alla responsabilità». E si scrive: «I ministri socialisti hanno riferito all’esecutivo del partito e al comitato direttivo del Gruppo le riserve da essi formulate al Consiglio dei ministri di questa mattina circa la crisi politica virtualmente aperta dal Presidente del Consiglio e il tentativo di spostare l’asse politico del Governo, accrescendone l’inefficienza nel momento in cui la situazione economica e monetaria del paese imponeva l’applicazione dei 14 punti concordati e misure energiche contro la speculazione». Come se i 14 punti si potessero applicare in 24 ore! Caro Morandi, non prendertela con me, perché io ho imparato dal tuo giornale a mettere in ridicolo questi 14 punti, mentre io li prendo invece molto sul serio! E il giornale continua: «Il comitato direttivo del Gruppo si è trovato pienamente d’accordo con le riserve dei compagni ministri». Ne l’Unità veniva pubblicata la cronaca del Consiglio riportando che i ministri comunisti avevano dichiarato che il Presidente del Consiglio doveva presentarsi soltanto sotto la sua responsabilità . Cioè che il Presidente del Consiglio si doveva presentare personalmente. Vi domando se io dovevo venire qui con un mio discorso per parlare a nome di chi? Evidentemente non c’era che da dimettersi, e io mi sono dimesso. (Approvazioni al centro). TOGLIATTI. I ministri comunisti non avevano detto questo nel Consiglio. DE GASPERI. Ecco qua: «Il consiglio ha preso atto eccetera eccetera». Poi: «In conseguenza di ciò, appare evidente che l’onorevole De Gasperi farà le sue dichiarazioni a semplice titolo personale e non come Presidente del Consiglio». (Applausi al centro – Interruzioni a sinistra). C’era un altro allarme. Nella manchette de l’Unità si diceva: «Di tante misure concordate si vuole applicare solo l’aumento del prezzo del pane». (Interruzioni a sinistra). E questo si riferisce al fatto che i deputati comunisti, per iniziativa di Cerreti avevano proposto di non attuare la seconda rata dell’aumento del pane che era fissata a verbale come decisione comune. (Interruzioni a sinistra). Questo per dire che, nel momento decisivo, non valgono nemmeno gli impegni che si sono presi formalmente. (Interruzioni a sinistra – Commenti ed applausi al centro). Ad ogni modo vediamo un po’ come la storia si è svolta, in confronto della storia romanzata di Nenni. O meglio, ce ne sono due di storie romanzate, quella di Nenni sull’Avanti! e quella di Nenni qui dentro, e sono contraddittorie. Nenni qui è venuto con voce di usignolo a predicare la concordia e la pace. Ma nell’Avanti! ha fatto una politica contraria, ha detto che «bisogna tenere nettamente diviso il paese in due blocchi, perché questa è la dialettica assolutamente necessaria della democrazia». Ecco qua, nuovamente nell’Avanti! del 16 maggio l’articolo di fondo è intitolato: «La maggioranza c’è» . In esso si legge, fra l’altro: «La logica e il dovere imponevano evidentemente più coraggio e più coerenza». (A me lo predica!). «Vuol dire che il coraggio e la coerenza, mancati a De Gasperi e mancati alla democrazia cristiana, li avranno le elettrici e gli elettori, le quali e i quali sanno che la sinistra, come non respinge oggi la responsabilità nell’ambito della sua forza reale, meno che mai le respingerà il giorno che avrà una maggioranza, fosse anche di un voto, con la quale si può fare il più forte e il più coerente dei Governi». (Ilarità al centro – Vivaci commenti). Dopo il 23 maggio , il mio partito aveva dichiarato in un ordine del giorno, come avevo del resto già avvertito io stesso, che, vista la necessita di una larga concentrazione, vista la necessita della solidarietà nazionale, era disposto a rinunziare a quello che secondo le norme gli perveniva cioè alla Presidenza del Governo, mettendosi a disposizione d’un capo che fosse al di fuori dei partiti. Che in questo atteggiamento entrasse un pochino, confesso, anche la mia voglia di dedicarmi ad altri lavori, questo è vero. I tentativi degli onorevoli Nitti ed Orlando li conoscete, quindi non me ne occupo. Però, chiusi questi tentativi, e prima del reincarico, l’Avanti! che pungola sempre un po’, scriveva il 23 maggio: «Otto milioni di elettrici e di elettori non hanno votato per la democrazia cristiana perché essa si rifugi sotto l’ombrellone della irresponsabilità. È vero che i casi di questi giorni insegnano al corpo elettorale a non riporre la sua fiducia in un partito che non può organicamente essere la guida della democrazia» . La prova è stata che l’incarico lo abbiamo assunto. (Applausi a destra). Ed ho avuto una designazione indiretta anche dai colleghi di estrema sinistra, in quanto avrebbero dovuto mettersi un po’ d’accordo su tutto quello che si era mosso contro di me, nella eventualità che io componessi di nuovo il Governo. Essi sperano di creare qualche divergenza fra i democratici cristiani affermando che io ero fallito e che bisognava trovare un altro capo autorevole nella democrazia cristiana. Ma la democrazia cristiana e l’onorevole Gronchi hanno designato me. (Applausi al centro). Ho fatto due tentativi che qui si confondono l’uno con l’altro e che non si sono veduti nella loro obiettività: primo, concentrazione politica; ossia sono tornato alla vecchia idea di mettere la maggior parte dei partiti insieme. Qui ho trovato subito l’onorevole Nenni all’opposizione di qualsiasi allargamento. Invece anche il quarto partito esiste, disgraziatamente, all’infuori di noi: anche quello m’interessa. Ne avevo parlato nelle conversazioni confidenziali con voi; quando sono venuto da voi non sono venuto per contarvi storie e fantasie, ma con dichiarazioni e cifre della ragioneria generale. Vi ho detto quanto abbiamo di passivo ed altro; vi ho fatta la confessione della mia situazione. Naturalmente, caro Nenni, quando tu mi rispondi: politique d’abord, so anche io che si può andare avanti cosi. Ti auguro di arrivare al Governo in un tempo in cui queste questioni non premano più e che tu sia felice. L’opposizione di Togliatti fu più attenuata naturalmente: non i qualunquisti. Ma sui liberali si riservava di esaminare le persone. Quando ho fatto il nome dell’onorevole Einaudi, ha fatto obiezioni per le sue direttive economiche naturalmente, non per la persona, poiché è stato suo maestro e ne ha molta stima. Poi ho trovato in un primo periodo una disposizione favorevole nel partito socialista dei lavoratori italiani. Ma la sera che mi pareva di aver combinato, è comparso un articolo di Saragat: «Assolutamente niente a destra». Credo che non occorre che ve lo legga. E questo è avvenuto nello spazio di una notte. Poi ho trovato l’esclusiva per i comunisti; ed ho detto: qui non si riesce, perché se fo un Governo da capo come quello di prima, è inutile ogni sforzo: ma non voglio fare nemmeno un Governo secondo lo spirito di esclusione. Tento quindi un’altra soluzione, e sapete quale? Una soluzione la quale desse in parte ragione a Nenni quando diceva che la responsabilità spettava alla democrazia cristiana e in parte a me che volevo essere contornato di uomini i quali potessero fare nascere fiducia di competenza tecnica. (Commenti a sinistra). Allora ho detto: facciamo un secondo tentativo. Questo è il secondo tentativo che non bisogna confondere con l’altro. Ho detto: la preminenza di responsabilità politica se l’assumerà la democrazia cristiana; è fatale che sia così; però chiedo a tutti i partiti di mandare al Governo un rappresentante che si possa dire tecnico, nel senso che, pur essendo uomo di partito, non impegni il voto del partito. Togliatti sa che, ad esempio, ho detto: voi avete un ottimo tecnico come l’ingegner Ferrari ; con un elemento simile voi venite ad avere una vigilanza politica entro il Governo, e date tutti una certa competenza tecnica. Non solo, ma cade allora la questione della dignità che qualche volta mi ha fatto Togliatti, cioè che cento non possono essere messi allo stesso livello di venti o trenta. Ora qui mi son trovato dinanzi all’opposizione più organizzata, questa volta di Nenni e Togliatti i quali agivano sulle leve della grande politica parlamentare e cercavano di farmi il vuoto; hanno spaventato anche molti che mi avevano detto sì, affermando che facevo un Governo monarchico, reazionario (applausi al centro); un Governo di guerra civile, un Governo che dividerà il paese in due blocchi, che per Nenni erano di prammatica e che avrebbe portato così alla rivolta del paese. (Rumori a sinistra). Finalmente, dopo l’articolo di Saragat, mi è venuta una dichiarazione ufficiale da parte anche di delegati del partito e in questa dichiarazione ufficiale in cinque punti, uno diceva: niente elementi di destra, ed avendo chiesto quali elementi di destra, mi è stato risposto: tutto quello che è a destra della democrazia cristiana. E allora ho visto che anche questo difficilmente riusciva; mi son trovato un ultimo giorno con Togliatti, il quale mi stima poco, ma tiene conto degli inviti che gli mando, di che lo ringrazio. Ho avuto un ultimo colloquio con Togliatti, abile tattico, il quale aveva fatto già delle manovre circa la data delle elezioni, perché aveva detto: le elezioni, per De Gasperi, se va con un Governo simile, sono assolutamente necessarie subito; se non va lui, si può discutere. TOGLIATTI. L’ha detto lei. DE GASPERI. L’ha detto lei ai capigruppo. Io ho ammirato la sua abilità, però me ne sono servito dopo, naturalmente. Mi rincresce anche per la responsabilità da parte dei miei amici, che la cosa non sia andata in quel senso. (Ilarità a sinistra). Voci a sinistra. Doppio giuoco. DE GASPERI. Non è doppio giuoco. Per quello che mi riguarda, Togliatti ha fatto questa dichiarazione: (badate come è sapiente: si parlava allora del ritorno eventuale a un uomo fuori partito; si diceva Nitti, Orlando, eccetera). Questa è la risposta del 28 maggio di Togliattì: «Non esiste difficoltà alla creazione di un Governo di concentrazione repubblicana, che avrebbe una solida base parlamentare, sì da giustificare una procedura diversa (la procedura diversa era la formula mia). Qualora si ritenesse necessario ricorrere ad una formula presidenziale, non dovrebbe essere un leader di partito a fare il Governo, perché ciò toglierebbe alla formula presidenziale il suo carattere di imparzialità». Questo era un atto di sfiducia formale fatto a me, quindi ho tirato le conseguenze: fare, con i collaboratori che potevo trovare, quello che credo dovere mio e dovere di un partito di fare, perché domani non mi fosse rimproverato dal mio partito di essere scappato nei momenti di più grave responsabilità. (Applausi al centro). E l’ho fatto, Vi ripeto, non perché io non veda le difficoltà: forse le ho esagerate. certo non le ho diminuite; l’ho fatto perché ho fiducia nel popolo italiano e nella sua resurrezione. (Vivissimi applausi al centro). Intanto Nenni, mio precettore, mi stava indicando le quattro soluzioni, sotto il titolo: «Le tentazioni di Sant’Alcide» . Dev’essere un lettore dei Santi Padri, Nenni! Non si direbbe! E faceva le ipotesi di quattro Ministeri, dicendo, in fondo, che è chiaro che di queste quattro soluzioni la prima e la quarta sono serie, mentre soltanto la prima presenta carattere di vitalità. Prima soluzione: Ministero tripartito con qualche aggiunta del centrosinistra ed eventualmente di tecnici di indiscusso valore. Quarta soluzione: Ministero democristiano «con l’apporto di personalità politiche o tecniche, individualmente rassegnate a correre l’avventura di un Governo minoritario con il paese in ebollizione». Quello che è stato fatto! Vedete, quindi, che per lo meno è una cosa seria! (Si ride). Nenni poi è venuto qui a parlare della pace religiosa, ed anzi ha messo in un certo imbarazzo Togliatti, il quale non credo abbia risposto a Firenze o a Venezia. Ora io dico che Nenni nell’Avanti! ha fatto tutto quello che poteva per suscitare il sospetto che in quest’azione vi sia stata una manovra del clericalismo. Ha cominciato ad inventare che i grandi ecclesiastici che si occupano della crisi erano il padre generale dei Gesuiti, monsignor Francesco Morandi , uditore personale, monsignor Giovanni Urbani della Commissione pontificia. Devo dire la verità che queste personalità mi sono ignote! Ma dove ha pescato queste notizie? Evidentemente nell’Annuario Pontificio, copiandole a caso. (Ilarità – Applausi al centro). Allora, dice Nenni, che cosa ha impedito a De Gasperi di fare il Governo? È l’Azione Cattolica, sostenuta da alcuni circoli reazionari, fermamente decisi a soffocare la classe lavoratrice! E l’onorevole De Gasperi, seguito dalla maggioranza della democrazia cristiana, ha preso nettamente posizione per il censo contro il suffragio universale. Guardate la fantasia feconda di Nenni! Egli vede tutto sotto la veste rivoluzionaria e butta facilmente queste frasi. Egli sa che per la via vagheggiata si va diretti a monsignor Seipel . Povero monsignor Seipel! Una voce a sinistra. Povero, niente! DE GASPERI. Povero, perché è morto! O, peggio, si va a Dollfuss ! Vi ricordate chi è Dollfuss! È una vittima assassinata dai nazisti. (Applausi prolungati al centro e a destra – Vivi rumori e interruzioni a sinistra). Una voce a sinistra. Voi seguite quella strada e noi non lo vogliamo! DE GASPERI. Mi spiego subito… (Rumori prolungati a sinistra – Richiami del presidente)… mi spiego con tutta franchezza… (Interruzione dell’onorevole Lussu – Scambio di apostrofi – Rumori). Io non intendo attribuire a Nenni un significato che potrebbe essere ovvio, per chi non conosce la storia e per chi non conosce Nenni. Non intendo, e non l’ho mai fatto, nemmeno in quel tempo, in cui mi sono dichiarato – e l’ho anche stampato – contro la politica di Dollfuss. Non è che io con ciò intenda accusare Nenni, né io ho citato per analogia, né intendo di coprire quello che ha fatto Dollfuss perché io credo, e l’ho sempre creduto, l’ho stampato, e ho i documenti… (Rumori a sinistra). Una voce a sinistra. Dollfuss è austriaco! (Rumori al centro e a destra). DE GASPERI. … che egli abbia commesso degli errori; ma badate, quando c’è la morte di mezzo… (Interruzioni a sinistra – Rumori vivissimi – Richiami del presidente). Si è detto che bisognava rovesciare il Governo, perché si era scoperto che De Gasperi faceva ormai da mesi il gioco della reazione interna, sacrificando l’unità delle forze popolari, con illusorie promesse, che non si erano, del resto, mai mantenute. Poi, il giorno 2 giugno, si sono visti in giro certi cartelli, di cui faccio grazia. Ma, a proposito dell’anticlericalismo che appassiona tanta gente, io devo dire qualche cosa. Mi si annuncia: badate che, con la vostra azione, fate nascere l’anticlericalismo. In verità io credevo che ci fosse già. Da un anno e mezzo un giornale come il Don Basilio, favorito da alcuni, anche amici nostri, continua con una campagna violenta contro la Chiesa. E voi mi venite a dire che nasce l’anticlericalismo se non facciamo attenzione! Abbiamo fatto quello che voi avete detto. Ed oggi, che cosa salta fuori? Un articolo niente di meno di un intellettuale come Marchesi , il quale dice: «Oggi non è più lecito dubitare: la maschera democratica è caduta, via via, come una crosta che si stacca da sé. Noi non ne siamo delusi, né sorpresi. Seguendo la sua tradizione, oggi più che mai attiva, la Chiesa entra nella santa alleanza capitalistica che ha negli Stati Uniti d’America la sua centrale internazionale, e vi entra con tutto il peso della organizzazione cattolica divenuta, pertanto, forza antiproletaria, collegata a questo fine con tutte le forze secolari del capitalismo». (Commenti). Io non nego la verità soggettiva di quello che è stato scritto, ma nego quella oggettiva. Ma, come mai, dopo tutto quello che è stato scritto, dopo i tentativi di rovesciarmi, di crearmi il vuoto attorno, venite qui a presentare un ordine del giorno che chiede l’unione di tutte le forze repubblicane per salvare la lira? Semplicemente perché sono io solo, io persona o io democrazia cristiana, che impediamo questa possibilità? Siamo noi che abbiamo messo delle esclusive o siete voi? Siete stati voi e di questo dovete subire le conseguenze, conseguenze che possono essere più gravi per noi dal punto di vista elettorale, ma che sono per noi un titolo d’onore per aver resistito, nonostante tutto, e per aver assunto le nostre responsabilità. (Applausi vivissimi al centro). Il Governo si è formato con la collaborazione di tecnici e, dovete ammettere, tecnici competenti. Su questo nessuno ha fatto eccezione. Il Governo si fonda – vi prego di rilevare questa caratteristica del Governo, che è un po’ diversa dalla solidarietà politica del tripartito – il Governo si fonda essenzialmente sulla responsabilità politica del partito maggiore, cioè della democrazia cristiana, e sulla collaborazione specifica nel campo economico di uomini che, nell’interesse del paese, hanno messo a disposizione la loro competenza per difendere la lira, per sanare il bilancio e per preparare e perfezionare tutti gli organi necessari a fronteggiare con una azione economica moderna e programmatica le esigenze della ricostruzione e della produzione, avendo di mira soprattutto il miglioramento del tenore di vita dei lavoratori. Fra i miei collaboratori, da qualunque corrente provengano – come vedete non tutti appartengono alla mia parrocchia – esiste un impegno di reciproca lealtà di coordinate e, dove occorre, subordinare le tendenze di parte alle supreme necessità economiche e finanziarie del momento. (Applausi al centro). Essi non rappresentano nel Governo un impegno di partito, ma intendono fare opera con noi perché questo Governo di necessità e di emergenza, nato da uno sforzo di concentrazione, che per il momento non è stato potuto condurre a fondo, costituisca un ponte verso una più larga concordia di intenti, sia nell’Assemblea, sia nel paese, fra tutte le classi della produzione, del commercio, del risparmio e verso una nuova consultazione popolare, fatta per dare finalmente alla Repubblica italiana le sue istituzioni. (Interruzioni – Commenti a sinistra). Noi democratici cristiani – ed io in particolare – siamo grati dell’appoggio che ci viene dato, in quanto lo consideriamo un apporto costruttivo per la salvezza del paese, e chiediamo, a chi ci combatte, di assumere la responsabilità di altre soluzioni. (Approvazioni al centro). Fra i deputati che ci sostengono e che voteranno per noi ci possono essere differenze secondo la topografia parlamentare; ma noi confidiamo che, anche senza formali alleanze politiche – che si sono dimostrate così poco efficaci, come nel tripartito – la lealtà reciproca, il senso della libertà e quello della responsabilità verso il paese, costituiscano un vincolo di solidarietà nazionale ed una base per la vitalità del nostro sforzo costruttivo. (Applausi al centro). Non accetto la concezione di Togliatti relativa al metodo democratico: la vera essenza del metodo democratico sta nella responsabilità della maggioranza e nel controllo delle minoranze. Il suo concetto unitario, invece, è in realtà la prevalenza del partito più organizzato ottenuta, con minori scrupoli, attraverso patti, accordi o coalizioni che trasferiscono dentro il Governo e nei partiti il giuoco delle forze politiche, che deve svolgersi apertamente nel Parlamento. (Approvazioni al centro). Con ciò non escludo nessuna possibilità a nessun partito, ma credo che questo Ministero rappresenti un progresso verso il ritorno alle forme parlamentari, garanzia di libertà e di rinnovamento. Né vi è alcuna obiezione alla legge fondamentale, perché il Governo è comunque responsabile verso l’Assemblea, e la prassi stabilitasi attorno all’articolo 3 ci ha già fatto uscire dalle combinazioni extra-parlamentari di comitati di liberazione nazionale e di partiti. Sento la responsabilità ma anche i partiti minori – che, mi pare, non ne hanno capito il valore, che è quello di destare e liberare le energie e le responsabilità collettive – avvertiranno che abbiamo combattuto anche una loro battaglia. La Repubblica così diventa, e così si attua il verdetto del 2 giugno, al quale tutti i membri del Governo, quali che fossero le opinioni e preferenze antecedenti, si inchinano come ad una sentenza definitiva della volontà popolare. (Approvazioni al centro). Il Governo è profondamente addolorato… (Interruzioni a sinistra – Commenti – Rumori). Credo di esprimere qualche cosa che ci è comune in questo momento. Dicevo, il Governo è profondamente addolorato che il Capo della Repubblica (vivissimi, generali, prolungati applausi – l’Assemblea sorge in piedi al grido di: Viva De Nicola!), il quale con le sue altissime doti di lealtà, di pensiero e di azione, ha contribuito in misura insigne al consolidamento del nuovo regime, abbia manifestato il proposito di ritirarsi per ragioni di salute (commenti a sinistra); ed esprime ancora la speranza che un periodo di riposo possa rappresentare solo una breve parentesi e che il suo validissimo concorso sia assicurato all’Assemblea, perché questa acceleri e finisca il suo compito costituzionale anche prima dell’ultimo termine, onde si possa procedere il più rapidamente possibile alle elezioni delle due Camere e alla nomina del Presidente definitivo della Repubblica. (Vivi applausi). La Repubblica deve essere un regime di libertà, di ordine, di pacificazione. (Approvazioni al centro). Il Governo si propone di procedere per questa via, provvedendo intanto alla rapida eliminazione dei quindicimila ricorsi epurativi giacenti al Consiglio di Stato. Il ministro dell’Interno seguirà direttive severe di imparzialità (commenti a sinistra), ma di vigile autorità dello Stato per mantenere la libertà, intervenendo con larga comprensione delle esigenze di giustizia sociale, ma con l’impegno sicuro di incoraggiare l’autodisciplina delle forze popolari e delle organizzazioni sindacali. Sottrarre le forze di polizia a nefaste influenze di parte (applausi al centro), ridare autorità e prestigio a tutti gli organi dello Stato, ristabilire il senso di legalità decaduto per effetto di nostre vicende politiche e guerresche, non significa fare una politica di parte e di reazione, ma significa soddisfare alle esigenze elementari della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana. (Applausi al centro e a destra). Una parola sugli attacchi alle persone. Prendo atto della grande estimazione da tutti espressa per il ministro del Bilancio e vicepresidente onorevole Einaudi, il quale, benché per un apposito decreto conservi nominalmente il posto di Governatore della Banca d’Italia, ne ha di fatto trasmesso le funzioni al direttore generale. Prendo atto del riconoscimento dell’onorevole Lombardi a favore del carattere della persona del professor Del Vecchio. Non è mia colpa se altri uomini di questa Assemblea, di cui riconosco la competenza e il valore, non si trovano oggi fra i nostri collaboratori. A Merzagora si è gridato: uomo di Pirelli! Non è esatto, Merzagora, presidente del comitato centrale economico, è uomo della Pirelli perché fu nominato, dopo la liberazione, commissario dell’azienda dai suoi 20.000 lavoratori. (Applausi al centro). Egli ha creato e diretto il primo consiglio di gestione. Un mese prima della sua partenza per il Brasile, i comunisti insistettero per affidargli la presidenza del giornale comunista più letto a Milano, Il Milano sera. (Applausi al centro). Due mesi prima della sua partenza, i socialisti «nenniani», chiamiamoli così… (Rumori a sinistra). Una voce a sinistra. Chiamateci in un altro modo. Una voce al centro. È difficile trovare il modo come chiamarvi. DE GASPERI. Domando scusa, non volevo offendere nessuno. Voglio tanto bene a Nenni, che dire «nenniano» non è, secondo me, fare un torto. (Interruzioni a sinistra). COSTANTINI . Non dipendiamo da nessun Nenni! (Commenti al centro). PRESIDENTE. Onorevole Costantini, le sembra proprio questo il momento opportuno per fare una questione del genere? DE GASPERI. I socialisti italiani, con una lettera commovente, ricordando l’appoggio sempre da Merzagora dato ai lavoratori, lo invitavano ad entrare nel loro partito, «che aveva bisogno di una forza come la sua». (Si ride al centro). Come vedete, che poi sia venuto come tecnico al Ministero De Gasperi, e vi sia venuto come rappresentante della reazione, è un po’ difficile a combinare con tutto questo che ho detto. (Applausi al centro). È stato fatto un accenno anche all’ingegnere Corbellini . Ora, ecco qua la conclusione della commissione epurativa… (Interruzioni a sinistra – Rumori). Vi ricordate che tutti i funzionari, dal grado quinto in su, sono stati sottoposti a procedimento speciale. La conclusione, eccola qua; è firmata dal primo capo di Gabinetto dell’ingegnere Ferrari: «La commissione ha tratto il convincimento che l’ingegnere Corbellini non è stato né filofascista né filotedesco; e la sua eminente posizione è dovuta al suo valore e alla sua attività, favorita anche dal particolare ambiente in cui agiva. D’altro canto le azioni non trascurabili da lui svolte dopo l’8 settembre 1943 dimostrano un netto orientamento contro il nazi-fascismo». (Applausi al centro – Commenti a sinistra). A proposito dell’ingegnere Ferrari, a cui ha accennato Togliatti, mi associo al riconoscimento eminente dell’opera sua, che è dovuta a lui personalmente e alla collaborazione di eminenti tecnici, fra cui l’amico Corbellini. TOGLIATTI. Non si tratta di questo! DE GASPERI. Vuole Togliatti che per utilizzare dei tecnici… TOGLIATTI. Non come ministri! DE GASPERI. …di questo valore, si attenda che arrivi e faccia egli il suo Governo, per imitare Stalin che utilizza i tecnici che hanno dato buone prove? (Applausi al centro – Rumori a sinistra). Togni è dirigente di azienda, cioè impiegato direttivo, un lavoratore con rapporto di impiego, un lavoratore con funzione di mediazione fra impresa e lavoro; e non direi che sia rappresentante della reazione se egli viene dal sottosegretariato del lavoro, ha cominciato a denunciare quattro grossi commercianti, responsabili di un certo commercio di carbone, in una forma che anche un ministro di estrema sinistra non poteva fare più energica. Anche l’ambasciatore Tarchiani è stato attaccato. Devo, per tranquillità di coloro che pensano che egli sia stato chiamato qui per congiurare chissà che cosa, dichiarare che il ministro degli Esteri ha chiamato Tarchiani, come tre altri ambasciatori (e dico tre e non quattro, perché Quaroni , che veniva appena dalla Russia, era in grado di riportare anche delle informazioni che venivano dalla Russia), per una conferenza sulle conseguenze del trattato di pace. Comunque sia, Tarchiani non proviene dal mio partito, come tanti altri che si trovano a servizio dello Stato. E vi prego, colleghi, quando accusate il partito democristiano di accaparrare tutti i posti, vi prego di esaminare quanti posti, in servizio pubblico e interno, in servizio economico, sono in mano di persone che non provengono da noi, e ci troviamo perfettamente d’accordo e lavoriamo tutti di conserva per il bene del paese! Così è oggi e così sarà domani! Ed io faccio appello anche a coloro che non sono nel Ministero ufficialmente, quando hanno competenza tecnica e amore del paese, perché ci aiutino in tutti i campì dell’amministrazione. E faccio appello specialmente a coloro che ci hanno dato tanta collaborazione nella Commissione delle finanze e nelle quattro Commissioni riunite (ma specialmente nella Commissione delle finanze), perché questa è preziosa collaborazione parlamentare della quale siamo grati e della quale specialmente sarà grato il paese! (Applausi al centro e a destra). A Tarchiani che proviene da altro partito, ma che si è dimostrato tenace, fedele collaboratore, fino al sacrificio, per migliorare i rapporti con gli Stati Uniti ed ottenere l’appoggio economico di questa grande potenza economica, preoccupato però sempre e tuttavia degli interessi e della dignità del paese, ed ai suoi collaboratori, mando un grato saluto e lo mando anche alla delegazione Sacerdoti, che mi pare un deputato abbia scambiato per un’agenzia privata, mentre è agenzia ufficiale. E un saluto mando anche a Ivan Matteo Lombardo e alla sua missione, a Lombardo che si è battuto contro grandi difficoltà e diffidenze anch’egli non turbato dalle nostre polemiche interne, ed io credo si sentirà confortato nel vedere che qui facciamo opera di serenità e di ricostruzione perché si aumenti il nostro credito morale ed economico. (Applausi al centro e a destra). Ora ho da toccare alcuni argomenti e chiedo scusa ai colleghi se in questo discorso – che ha dovuto essere rapidamente tracciato stamane – mi riesce impossibile di rispondere a tutti e di tener conto di tutto. Ringrazio quelli che hanno detto delle buone parole, anche se votano contro. Ringrazio in modo particolare l’onorevole Pacciardi e lo assicuro che, dal punto di vista politico, avrei preferito che qualche uomo più direttamente suo rappresentante fosse nel Governo per offrire una garanzia, direi, più visibile. L’amico Sforza, che ha avuto licenza di partecipare, credo che sia sufficiente garanzia per la politica estera ed anche per l’indirizzo generale della politica della Repubblica. Dovrò ora parlare del cambio della moneta. Vi sono state nel passato opinioni diverse circa l’opportunità di fare il cambio, e vi sono ancora oggi. Vedo che Scoca fa cenni con la testa, perché lui è un partigiano del cambio. Comunque le discussioni le abbiamo fatte sia nel primo, sia nel secondo Ministero. Quando si è trattato di presentare la patrimoniale, abbiamo deciso di esaminare la questione in accordo. Nel passato Governo si riconobbe che ormai conveniva fare la patrimoniale e che bisognava ricorrere a certi elementi induttivi per colpire questa ricchezza mobile che ci sfugge, e bisognava non parlarne più perché, dal momento che facciamo la patrimoniale, bisogna farla sul serio e non perderne i vantaggi per parlarne troppo. Bisognava lasciare in pace il pubblico. (Approvazioni). Situazione dell’I.R.I.: c’è una discrasia amministrativa che dipende da uomini e cose. Evidentemente converrà intervenire e su questa strada era anche il passato Governo. Ma non crediate che noi – ed io particolarmente – non comprendiamo, dal punto di vista sociale, l’utilità di sfruttare questo ordigno nato male, ma utile per scopi di controllo sulle industrie-chiave. Quando Molotov a Parigi – mi pare di averlo già raccontato un’altra volta – mi ha fatto delle eccezioni al riguardo della politica economica italiana, io ho risposto che non è esatto che non si siano fatti dei passi verso il controllo pubblico sopra certi enti pubblici economici. Noi abbiamo l’I.R.I. e ho spiegato allora cos’è l’I.R.I. Anche lui ha capito l’importanza dello strumento nel senso che spiegava Lombardi. E credo che sia uno strumento da trattarsi con molta delicatezza, per salvare l’economia per il bene comune. D’altra parte, nel mio discorso programmatico si parla chiaro. Si è rimproverato all’onorevole Einaudi di non aver parlato abbastanza della materia economica; ma è un’osservazione fuori posto, perché egli aveva preso incarico di parlare come ministro del Bilancio, e parlava perciò sopra tutte le questioni finanziarie e non sui problemi economici, ai quali, invece, si era accennato nel mio discorso. Ed io avevo detto che bisogna riorganizzare gli organi dello Stato, bisogna crearli prima di dirigerli. Oggi abbiamo il Comitato dei prezzi, abbiamo l’I.R.I., ed è semplicemente abbozzata l’esperienza di un Consiglio economico. Accetto il programma esposto con tanta competenza dall’onorevole Tremelloni, quando parla di vivace politica, di stimolo e di controllo del credito. E, caro Di Vittorio, abbiamo trattato tante volte insieme nei momenti difficili. Spesse volte io ho riconosciuto che la Confederazione del lavoro aveva un senso di responsabilità limitando, frenando i movimenti, anche se ragionevoli, che, senza il controllo della Confederazione, erano nati spontaneamente. Dopo la definizione che l’onorevole Di Vittorio, segretario generale della Confederazione del lavoro, ha fatto del Governo che presiedo, sarebbe ingenuità che io mi rivolgessi a lui a nome del Governo. Ma io mi rivolgo a lui a nome della democrazia e del paese. Cerchi di collaborare in quella misura che crederà opportuna e nell’interesse de lavoratori, con gli sforzi che farà il Governo, il quale non vuole il danno dei lavoratori: può sbagliarsi sulle forme, sulle misure, sui mezzi; ma salvando la lira, vuol salvare soprattutto il salario reale del lavoratore. E a proposito di alcune formulazioni più concrete, osservo che stiamo attuando le decisioni del passato Governo; aumento del 15 per cento agli impiegati e anche ai pensionati; sforzo che era ritenuto massimo nel momento più triste e pessimista della crisi. Ma non inasprite nelle vostre trattative le difficoltà estreme che abbiamo, con pregiudiziali di partito. Lo sforzo che facciamo noi è anche lo sforzo per la classe operaia. Non è vero che abbiamo voluto escludere i rappresentanti più diretti della classe operaia. È vero che da parte di alcuni partiti si è tentato di sabotare lo sforzo per pura preoccupazione politica. Ma voi che rappresentate l’unità operaia sappiate che il Governo riconosce il valore dell’unità operaia; che la vuole elevare al disopra dei partiti, perché sia veramente una forza a beneficio della democrazia e della classe operaia. (Applausi al centro). L’onorevole Togliatti ha avuto parole di critica amara contro di me: troppo amara perché io reagisca con lo stesso metodo. Anch’io avrei argomenti per una valutazione della persona di Togliatti e della sua politica interna ed estera; ma poiché, con molte altre gravissime deficienze, egli trova in me anche scarso sentimento nazionale, è evidente che egli conta sul mio senso di responsabilità perché, nell’interesse del paese, io eviti una polemica di politica estera alla vigilia del trattato di pace. (Applausi al centro e a destra). Una questione che meriterebbe una lunga esposizione è quella del famoso prestito dell’Export-Import Bank. Una delle più crudeli delusioni è stato l’attacco del ministro Morandi, con il quale, per la verità, abbiamo collaborato sempre in perfetta lealtà; e del quale ho in mano una relazione che egli doveva leggere da questi banchi, e che non avrei difficoltà a fare quasi completamente mia, tanto era lo sforzo suo – lo riconosco – di mettersi sulla linea mediana del Governo. Ma per questa linea mediana del Governo, oltre uno sforzo tecnico notevole – che io gli riconosco – ci vuole anche un certo senso di fiducia. Ora dicono che il prestito di 100 milioni era stato già assicurato, e che poi ho trascurato, lasciato marcire l’applicazione di questo prestito, una volta ottenuto. Questo, amico Morandi, è eccessivo. Sarebbe eccessivo anche per uno che non fosse mai stato al Governo e non avesse seguito le nostre vicende; ma poiché devo rispondere anche per quelli che le hanno seguite, non ho che a fare una cosa: leggervi la lettera diretta al ministro del Tesoro dal direttore dell’Export-Import Bank del 14 gennaio 1947, cioè il giorno della nostra partenza da Washington. Badate, prossimamente uscirà un diario dell’ambasciatore Tarchiani, in cui sarà descritto mezz’ora per mezz’ora il nostro calvario di quei dieci giorni . Vedrete come in partenza io non mi sia occupato di alcuna réclame; né durante, né dopo mi sono curato di propaganda politica; vedrete che non sono stato soddisfatto delle manifestazioni esteriori, ma ho sempre mirato al sodo e fino all’ultimo momento sono rimasto a Washington e mi sono rifiutato di partire due giorni prima, come era stabilito, perché alla Banca fosse strappato finalmente l’impegno di accantonare per l’Italia 100 milioni di dollari. Vi leggo la lettera: «Mio caro ministro, il consiglio direttivo della Export-Import Bank di Washington è lieto di avere concluso con lei e gli altri membri, in occasione della sua visita, la concessione di crediti di cui l’Italia ha bisogno. Lei ricorderà che il Governo italiano si rivolse alla Export-Import Bank nel febbraio 1946 per chiedere un credito molto ampio da finanziare l’acquisto di svariati prodotti americani, compresi generi alimentari, combustibili, materie prime ed impianti. Tale richiesta era intesa a coprire il deficit previsto nella bilancia dei pagamenti della Banca d’Italia per il 1946 La Banca non è stata in grado di accogliere per intero la richiesta, essendo l’importo in questione al di là delle proprie risorse, date le altre cospicue domande avanzate. Né, d’altro lato, la Banca si sentiva di potere accogliere la richiesta solo in parte, in quanto che non si vedeva in qual modo il resto del deficit italiano avrebbe potuto essere coperto. Tuttavia la Banca ha elaborato con la Banca commerciale italiana e col Governo italiano un credito a breve scadenza per facilitare l’acquisto di cotone greggio americano da parte dell’industria tessile italian D’altra parte, il suo Governo ha recentemente di nuovo interessato la Export-Import Bank per ottenere un credito generale che aiutasse a fronteggiare il previsto deficit della bilancia dei pagamenti del 1947. Ma poiché la Banca ha deciso di porre termine ai suoi prestiti per scopo economico, le è stato al pari impossibile di accogliere la seconda richiesta nella forma presentata. In conseguenza tuttavia delle nostre discussioni, con lei e con i suoi collaboratori, e dopo avere ulteriormente studiato il problema italiano, il consiglio direttivo della Export-Import Bank è disposto a prendere in considerazione la concessione durante il 1947 di crediti con scadenze appropriate nella circostanza a ogni singolo caso, allo scopo di aiutare specifici settori dell’industria italiana ad espandere il proprio mercato d’esportazione. La Banca ha accantonato a tale scopo un totale di 100 milioni di dollari. La concessione di crediti individuali per l’importazione dagli Stati Uniti dipenderà dalle condizioni d’Italia, dalla sua stabilità, dalla sua capacità a provvedere al mantenimento della propria economia. Firmato: William». Ora non so quello che è avvenuto dopo, cioè della sistemazione di tutto il materiale. Ho incaricato il ministro del Tesoro ed il ministro dell’Industria. La cosa non l’ho potuta seguire da vicino; so che vi furono molte sedute e si decise di invitare la Banca a mandare i delegati stessi che per puro caso sono capitati durante la crisi economica o poco prima. Non è stata manovra. Essi sono andati in Alta Italia, hanno visto le industrie come vanno; mi hanno telegrafato che tornavano con parere positivo. E speriamo che questo sia un vantaggio; vantaggio o merito che io non pongo a beneficio mio, né del mio Governo passato, né del tripartito e nemmeno del programma attuale, ma a beneficio dei nostri lavoratori, dei nostri industriali che dimostrano di essere capaci di meritare il credito all’estero. (Applausi). Amico Nenni, ho cominciato con te ed è fatale che con te termini. Hai fatto un accenno alla maggioranza protestante negli Stati Uniti. Io ho interrotto perché mi è dispiaciuto che tu ti domandassi che cosa quei protestanti pensassero di un Governo di clericali, di preti, per quanto credo che molti che sono qui non appartengano alla mia «parrocchia». (Ride). Badate che in America – e io l’ho visto – dinanzi al monumento di Jefferson, che è il Mazzini americano, ho visto affermata una fede che ci accomuna: credere in Dio e nella libertà. (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra – Moltissime congratulazioni) . "} {"filename":"6a44a528-2d5f-498d-9f05-7b20d2bc7712.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"ORLANDO. Vi prego, vi scongiuro, onorevoli colleghi, al di là e al di sopra di qualunque sentimento di parte – quale stolto potrebbe attribuirmelo? – non mettete i vostri partiti, non mettete voi stessi di fronte a così paurosa responsabilità. Questi sono voti di cui si risponde dinanzi alle generazioni future; si risponde nei secoli di queste abiezioni fatte per cupidigia di servilità (Vivissimi applausi a sinistra e a destra – Proteste vivaci al centro e al banco del Governo – Rumori vivissimi – Scambio di epiteti fra sinistra e centro – Ripetuti richiami del Presidente – Nuovi prolungati applausi a sinistra e a destra – Proteste e rumori vivissimi al centro – Scambio di apostrofi fra il centro e le sinistre – Viva agitazione). PRESIDENTE. Prego i colleghi di prendere posto ai loro banchi. Voci al centro. Deve ritirare! Deve ritirare! PRESIDENTE. Onorevoli colleghi! Suppongo che non sia possibile chiarire nulla finché loro non vorranno tacere. Onorevole Coccia , lei ritiene con il suo chiasso di aiutare a chiarire la situazione? ORLANDO. Onorevoli colleghi, io non avevo alcuna intenzione… (Prolungati rumori al centro). Queste sono le ultime parole che pronunzierò qui dentro! PRESIDENTE. Attenda un attimo, onorevole Orlando: la prego. Onorevoli colleghi, basta! Ogni manifestazione, anche se di giusta reazione, perde il suo valore quando cessa di stare nei limiti di un certo ordine. Permettano dunque all’onorevole Orlando di riprendere la parola e allora, da ciò che egli dirà a chiarimento di quanto ha detto prima, risulterà il valore del suo pensiero e, se sarà quello che si è ritenuto che fosse, qualcuno potrà replicare all’oratore. Onorevole Orlando, la prego di parlare e di tener presente che, forse, sta spirando quel limite al quale ella stesso accennava un’ora e tre quarti fa. ORLANDO. Mi dispiace di dover dare spiegazioni, e le do solo per rispetto a lei! (Vivi applausi a sinistra – Commenti e vivaci proteste al centro). GUERRIERI FILIPPO . Ricordatevi che avete davanti l’uomo di Vittorio Veneto! (Applausi – Rumori al centro). BENEDETTINI . È il Presidente della Vittoria! (Applausi a sinistra e a destra - Rumori al centro). PRESIDENTE. Onorevole Orlando mi perdoni, io le sono grato della deferenza particolare che mi vuole dimostrare, ma sarei lieto che le sue parole fossero non soltanto udite da tutta l’Assemblea, ma fossero dirette a tutta l’Assemblea. La prego di parlare. ORLANDO. Io, rispettando il Presidente, rispetto l’Assemblea! (Commenti al centro). La parola «servilità» qualifica l’atto, e non le persone. Io stesso, proprio in questo mio discorso ho detto di me di aver compiuto un atto di umiliazione, che credetti necessario, nell’interesse del paese. L’atto in sé è servile, ma poiché non vi risponde l’intenzione di compierlo come tale, nessuno può restarne offeso. Ma, ad ogni modo, poiché come vi dicevo, ritengo che questo sia l’ultimo discorso che io pronunzio in quest’Aula… Voci. No. No! ORLANDO. … io voglio che, come mi è sempre accaduto nella mia lunga vita parlamentare, il mio appello sia per la concordia o, almeno, contro l’esasperazione dei contrasti inevitabili e riunisca l’animo di tutti. E dico ai colleghi di tutte le parti dell’Assemblea: convenite con me, obiettivamente, indipendentemente da ogni giudizio politico, indipendentemente da ogni preferenza verso questa o quella linea di condotta, convenite con me, tutti, che questo trattato di pace è una solenne ingiustizia? Voci da molti banchi. Sì! ORLANDO. Ed allora non ho null’altro da aggiungere. (Vivissimi, prolungati applausi a sinistra e a destra – Molte congratulazioni – Commenti prolungati al centro). PRESIDENTE. Ha la facoltà di parlare l’onorevole Presidente del Consiglio dei ministri. (Applausi al centro – Rumori a sinistra). DE GASPERI. Onorevole Orlando, il rispetto, l’ammirazione che io ho sempre nutrito per lei, la devozione che le ho sempre dimostrato mi permettono di dire una parola franca anche in questo momento molto agitato. Io sono stato colpito nel profondo dell’anima dalle ultime frasi, che dovevano essere un giudizio, mentr’ella dichiarava che la proposta di ratifica era un’abiezione fatta per mancanza di coraggio e per la cupidigia di servilità. No! onorevole Orlando: si tratta di concezione diversa degli interessi del paese in questo momento. Domani mi riservo di dimostrare tutte le ragioni che militano per la mia concezione; e lo farò senza offendere nessuno. (Approvazioni al centro). Però le devo dire che sono profondamente offeso e con me sono offesi tutti coloro che hanno affrontato il nemico non soltanto come combattenti sui campi di battaglia, ma hanno affrontato il fascismo con coraggio, soffrendo giorno per giorno. (Vivissimi applausi al centro – Rumori e commenti a sinistra e a destra). Ho anche la coscienza e la consapevolezza, nei momenti tristi, nei consessi internazionali, d’aver rappresentato degnamente, fieramente il mio paese. (Interruzioni a sinistra – Vivissimi applausi al centro – Scambio di apostrofi fra la sinistra e il centro). Questo è stato constatato da tutti, da molti giornali, anche avversi. Una voce a sinistra. Avete i fascisti nel Governo! (Rumori al centro). Una voce a destra. Li avete voi i fascisti! Mettete fuori i vostri fascisti, prima di parlare! (Proteste a sinistra). DE GASPERI. A coloro che chiedono un rinvio in nome dell’unità nazionale, si può dire, però, che la premessa indispensabile per qualsiasi… (Rumori e interruzioni a sinistra – Ripetute interruzioni del deputato Farini – Richiami del Presidente) la premessa… (Rumori a sinistra). PRESIDENTE. Desidero sapere se devo sospendere la seduta. FARINI. Si! Si! PRESIDENTE. Onorevole Farini , mi pare che lei, nel suo entusiasmo, non si renda conto di quello che significa la sospensione della seduta. (Interruzione del deputato Farini). Onorevole Farini, non mi costringa ad applicare il regolamento nei suoi confronti! (Commenti). Posso comprendere tutti gli impeti di passione, ma non le forme di vana petulanza. Capisco perfettamente tutto, ma non le grida che non hanno alcuna giustificazione, da qualunque parte vengano. E prego specialmente i colleghi più autorevoli, che in certi momenti mi pare adoperino la loro autorevolezza a suscitare maggiore tumulto, di ricordarsi che io mi attendo da loro un contributo a questa mia opera di dirigere i lavori dell’Assemblea. (Approvazioni). Continui, onorevole Presidente del Consiglio. DE GASPERI. Onorevole Orlando, avrei aspettato dalla sua lealtà che ella avesse dichiarato che le parole «cupidigia di servilità» non si riferivano a coloro che propongono in buona fede e con retta coscienza di ratificare il trattato. Avrei preferito che lo avesse dichiarato. ORLANDO. L’ho detto. DE GASPERI. Se questa è la sua dichiarazione, io sono lieto di accettarla, quantunque il linguaggio altrimenti doveva essere interpretato. Tuttavia sono lieto di accettarla per questo: perché la situazione è molto difficile, la tensione degli animi è grave, senza dubbio; ma quello che non si può negare all’avversario è il coraggio, e molto meno si può negare a chi come me e il Governo sostiene in questa difficile situazione una posizione che esige maggior coraggio civile di qualsiasi rinvio e la sostiene perché crede di doverla sostenere nell’interesse del paese, della pace e della collaborazione internazionale! (Vivissimi, prolungati applausi al centro – Commenti). "} {"filename":"43d1b858-da26-498a-9023-1300264026eb.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Mi sono informato dei fatti a cui si è accennato. Sono passato dieci minuti fa, facendo il solito giro per venire all’Assemblea, e non mi ero accorto che di grida molto lontane. (Commenti a sinistra). Questo, dieci minuti o un quarto d’ora fa. Ad ogni modo, sono intervenuto subito presso il ministro dell’Interno domandando spiegazioni perché e come si possano tenere comizi di qualsiasi specie (e ne dirò la qualità) nelle vicinanze immediate dell’Assemblea. Il ministro dell’Interno non era informato. (Interruzioni – Commenti a sinistra). Una voce a sinistra. Tutti i muri di Roma sono tappezzati di manifesti che indicono il comizio. DE GASPERI. Poco fa, quando mi avete visto, dopo una breve presenza, scomparire, sono stato chiamato al telefono dal ministro dell’Interno, il quale mi ha detto che era un comizio non assolutamente autorizzato… (Interruzioni a sinistra – Rumori – Commenti). Disgraziatamente, negli ultimi giorni prima delle elezioni, questi comizi non autorizzati sono improvvisati spesso in molte piazze. (Proteste e interruzioni all’estrema sinistra). PRESIDENTE. Facciano silenzio, per favore, onorevoli colleghi. Se hanno qualche cosa da dire chiedano di parlare. DE GASPERI. Aggiungo che il ministro dell’Interno ha dato subito l’ordine alla polizia di sciogliere il comizio e di impedire a tutti i costi che specialmente nelle vicinanze della Camera si improvvisino comizi di qualsiasi specie. (Approvazioni al centro – Rumori – Commenti a sinistra). Aggiungo che solo ora ho avuto notizia – e credo che me ne avete informato voi direttamente – che vi sono state delle grida, chiamiamole pure, di carattere sovversivo, se sono dirette contro la Repubblica, e di carattere provocatorio, se riprendono certi toni e certe canzoni del passato che non hanno diritto di esistere, non perché siano una opinione (perché tutte le opinioni sono rispettabili) ma perché sono una provocazione. (Applausi). Aggiungo che, salva sempre la libertà di ogni partito e di ogni movimento per quello che è sostanziale e compatibile con la democrazia, il Governo sente il dovere di difendere, se sarà necessario, la democrazia, la libertà, la Repubblica, e che lo farà con tutti i mezzi a sua disposizione! Aggiungo che, secondo la mia opinione (e non so se sbaglio), la certezza e la sicurezza di queste istituzioni, passate ormai nel sangue e nella convinzione del popolo italiano, sono tali che io credo esagerato l’allarme che si dà. (Vivi applausi al centro). In ogni modo, l’ordine è stato dato come se il pericolo veramente esistesse. Ma io credo che, se noi su questo siamo d’accordo, di rispettare la libertà di tutti e di non usare la violenza (perché disgraziatamente non è solo qui che è stata usata la violenza, che non dev’essere usata contro nessun partito), se veramente questa legge fondamentale della democrazia si incarna nei nostri metodi e nella nostra coscienza, la Repubblica in Italia non ha niente da temere e la democrazia siamo disposti a difenderla con qualunque mezzo e, soprattutto, siamo disposti a difendere la libertà e la dignità del Parlamento. (Vivissimi applausi al centro – Commenti). [A fronte di accuse ripetute circa la eccessiva tolleranza delle misure adottate, De Gasperi replicava nuovamente sottolineando il carattere spontaneo e improvvisato della manifestazione, l’intervento immediato delle forze di polizia e garantendo l’accertamento delle responsabilità. Specificava, inoltre, che misure cautelative preventive di repressione avrebbero rischiato di richiamare l’esperienza di un passato doloroso ancora troppo recente]. Io ho creduto di compiere un dovere sostanziale del Governo, al di là di quello che possa essere l’ordine del giorno, rispondendo. Comunque, ho risposto guardando la sostanza delle cose, ed ho creduto mio dovere di rispondere su quel tanto che mi era noto, e per quel tanto che è nei propositi e nel programma del Governo. Evidentemente non possiamo in questa sede e per questo incidente allargare più oltre la discussione. Però devo constatare: 1) non è stato dato il permesso al comizio. Il comizio si è improvvisato, si è fatto all’improvviso come disgraziatamente avviene spesso; 2) il comizio è stato sciolto. Mi si annuncia adesso che dinanzi a Montecitorio non c’è nessuno, perché il relativamente esiguo numero va scomparendo da piazza Colonna. Quindi non aumentiamo le proporzioni del fatto. Il fatto è deplorevole, e lo deploro. Ho dato assicurazioni, che corrispondono al mio sentimento, al mio proposito, sia riguardo alla libertà democratica sia alla Repubblica; non posso credere che ci sia un deputato, per quanto autorevole, che sia autorizzato a dedurre da questo incidente o da un contegno di un Governo che ha cercato sempre di mantenere la disciplina, il diritto di difendere con le armi, eventualmente, la propria causa. (Vivi applausi al centro e a destra – Commenti). Questo era il linguaggio anche del 1919 e del 1922, di altri che venivano da sinistra e che hanno usato simili mezzi che non possiamo tollerare. (Applausi al centro e a destra). Aggiungo che se saranno accertati degli errori o delle colpe da parte dell’autorità di pubblica sicurezza, verrà proceduto sul serio a difesa della democrazia e della Repubblica, e vi prego non di usare parole che lascino intendere che si possa ritornare ad una qualsiasi forma di guerra civile, ma di unirvi a me con un senso di unità repubblicana nella quale c’è l’unità della nazione. Non bisogna lasciar credere né all’interno né all’estero che ci sia un Governo che permette che l’ordine pubblico venga difeso da una parte contro l’altra . (Vivi applausi al centro – Commenti). Vi prego di prendere atto di questo fatto; di ridurre le proporzioni dell’incidente a quelle che sono; ma di prendere atto soprattutto dei nostri propositi, del nostro programma, del nostro sentimento, che in questo è unito a voi quando si tratta di difendere le istituzioni, ma che non può assolutamente concedere che una parte, per rappresaglia, si ritenga in diritto di difenderle per conto suo. (Vivissimi applausi al centro e a destra – Commenti). "} {"filename":"6bb5df65-9bde-4440-880a-db7c09b5b69f.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Mi onoro di informare che il Capo provvisorio dello Stato, con decreto in data 15 dicembre 1947, ha accettato le dimissioni che gli sono state presentate dagli onorevoli: professor dottor Mario Cingolani, da ministro della Difesa; avvocato Umberto Merlin , da ministro delle Poste e delle telecomunicazioni; professor Giuseppe Togni, da ministro dell’Industria e del commercio. Con altro decreto in pari data, il Capo provvisorio dello Stato, su mia proposta, ha nominato: l’onorevole dottor Giuseppe Saragat e l’onorevole avvocato Randolfo Pacciardi, ministri segretari di Stato senza portafoglio, con le funzioni di vicepresidenti del Consiglio dei ministri; l’onorevole professor Giuseppe Togni: ministro segretario di Stato senza portafoglio; l’onorevole Cipriano Facchinetti: ministro segretario di Stato per la Difesa; l’onorevole Lodovico D’Aragona : ministro segretario di Stato per le Poste e le telecomunicazioni; l’onorevole dottor Roberto Tremelloni: ministro segretario di Stato per l’Industria ed il commercio. Questi cambiamenti della struttura del Governo sono destinati ad accrescerne la funzione rappresentativa in quanto che alle forze del nucleo centrale democratico-cristiano e delle correnti liberali si associano, in un comune impegno democratico, le forze della democrazia socialista (rumori all’estrema sinistra – applausi al centro e a sinistra) e quelle della tradizione repubblicana. Nessuno ha il diritto di sottovalutare questo fatto nuovo che avrà i suoi sviluppi nell’avvenire e che già oggi (commenti – interruzione del deputato Bolognesi ) costituisce il modo migliore di garantire al paese una vitalità democratica propria e quindi un Governo nazionale (interruzioni all’estrema sinistra – applausi al centro e a sinistra) che faccia una politica di pace e di indipendenza. (Interruzioni all’estrema sinistra – Applausi al centro). Il Ministero tuttavia, anche nell’attuale composizione, non ambisce di rappresentare una concordanza di programmi di vasta portata (interruzioni all’estrema sinistra), programmi che ciascun partito al governo rimane libero, secondo la propria ideologia e il proprio carattere, di portare innanzi al popolo nella prossima consultazione elettorale; ma è pur sempre, a causa delle esigenze obiettive che deve affrontare, un Ministero di emergenza, rivolto ad attenuare le conseguenze della crisi economica, specie nei riguardi delle classi operaie e del ceto medio produttivo (commenti all’estrema sinistra), nonché a richiamare energicamente le classi privilegiate al loro dovere sociale (commenti all’estrema sinistra) e, quando occorra, ad imporlo; a consolidare nello spirito e nella forma le istituzioni democratiche repubblicane che il popolo italiano ha irrevocabilmente stabilito e l’Assemblea deliberato. Nel settore politico immediato, compito precipuo e più urgente del Governo è quello di predisporre la consultazione popolare per l’elezione delle due Camere, e assicurare e garantire che questo atto decisivo della nostra evoluzione democratica si compia in piena libertà e consapevolezza. (Interruzione del deputato Pastore Raffaele – Rumori). Ci è difficile precisare fin da questo momento la data dei comizi, che potremo sottoporre al Capo dello Stato dopo che sarà promulgata la Costituzione; ma, tenendo conto del corso dei lavori dell’Assemblea, dei pareri espressi da vari settori di essa, del fatto che dovranno svolgersi contemporaneamente le elezioni per la Camera e quelle per il Senato, dell’opportunità che avverse condizioni stagionali non ostacolino l’afflusso alle urne, riteniamo prudente di formulare il nostro impegno nel senso che le elezioni non potranno farsi oltre il 18 aprile, salvo naturalmente, ove le circostanze si presentassero favorevoli, ad anticipare tale data. Indispensabile premessa di libere elezioni è che si crei un’atmosfera di tolleranza civile, che l’autorità dello Stato venga da tutti considerata al di sopra dei partiti, e che si ristabilisca quella disciplina nazionale che è necessario presidio della liberta. (Applausi al centro). Partiti e organizzazioni devono sentire questo supremo dovere, rinunziare alle suggestioni della violenza e dell’azione diretta (interruzioni all’estrema sinistra – rumori) e lasciar corso alla volontà del popolo legalmente e liberamente espressa. (Applausi al centro). Il popolo italiano, nella sua enorme maggioranza, non sente nostalgie per i regimi ormai definitivamente superati, né nutre velleità dittatoriali (rumori e interruzioni all’estrema sinistra – applausi al centro e a destra); ama la libertà che si è conquistata e chiede il pane e il lavoro a cui ha diritto. È al servizio di questo popolo e della sua causa che il Governo democratico intende impegnare tutta la sua azione economico-sociale nel quadro della legalità repubblicana. (Vivi applausi al centro e a sinistra). [De Gasperi, nel seguito del dibattito rispondeva a Togliatti, che si era detto scettico sulla costituzionalità della manovra effettuata dal presidente del Consiglio, ribadendo la piena legalità del rimpasto]. DE GASPERI. Io non ho nessuna difficoltà ad aderire; non sono venuto nell’Assemblea a portare sorprese e credo che quello che ho detto era già noto e probabilmente molto approfondito dall’onorevole Togliatti. (Interruzione del deputato Togliatti). Prego, onorevole Togliatti, mi lasci dire; lei mi ha accusato di violazione costituzionale e io rispondo. (Interruzione all’estrema sinistra). Io sono venuto ad annunciare la nomina dei membri del Governo ed in questa occasione ho fatto una dichiarazione riassuntiva, per non turbare i lavori dell’Assemblea. (Commenti all’estrema sinistra). Non pensavo affatto ad una nuova discussione, ma non la temo. (Applausi al centro). Se voi credete che è nell’interesse del paese di fare una nuova discussione e di farla anche lunga, assumetevi voi la responsabilità della misura e di quello che dite. Io non ho nessuna obiezione da fare; aggiungo solo che non accetto l’interpretazione data dall’onorevole Togliatti, che ci si trovi di fronte ad una violazione costituzionale. (Applausi al centro – Rumori all’estrema sinistra). Io ho seguito le tradizioni parlamentari. (Commenti all’estrema sinistra). Basterà studiare la storia del Parlamento al riguardo. Vi prego di osservare che rimpasti si sono fatti sempre, evitando le dimissioni generali e la ricomposizione del Ministero; basti ricordare, ad esempio, il Ministero del presidente Orlando, nel gennaio del 1919, che introdusse Bonomi, Caviglia ed altri nel Gabinetto – complessivamente cinque ministri nuovi – senza che alcun componente di esso rassegnasse le dimissioni e il Ministero del presidente Nitti, nel marzo del 1920, che introdusse Luigi Luzzatti , Bonomi ed altri. Questi sono i pochi casi che in questo momento mi vengono alla memoria; ve ne saranno degli altri. La prassi parlamentare è questa; quindi il mio comportamento è stato perfettamente legale e costituzionale e non posso perciò accettare nessuna accusa. Ma se mi si dice che si vuole riflettere sulle dichiarazioni del Governo, ampliare la discussione o comunque svolgerla, il Governo non ha nessuna obiezione da fare. E se voi preferite rinviare, come è stata fatta la proposta, a domattina questa discussione non ho obiezioni da fare. La Camera decida come crede. (Applausi al centro-sinistra – Commenti all’estrema sinistra). "} {"filename":"001dddd2-caad-41ed-929e-7473c53f6ab3.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Onorevoli colleghi, farò solo poche osservazioni riguardanti il dibattito che si è concluso in questo momento. La prima riguarda la cosiddetta questione di prassi costituzionale, sollevata dall’onorevole Togliatti, il quale mi pare sia rimasto solo a sostenere la sua tesi. È chiaro che il regime parlamentare ha una certa elasticità, ma è costituito da due elementi essenziali: 1°) il Presidente del Consiglio e, su sua proposta, i ministri, sono nominati dal Capo dello Stato; 2°) il Governo deve avere la fiducia del Parlamento ed è obbligato a dimettersi se è investito da un voto di sfiducia. Questi due principi fondamentali della prassi costituzionale sono stati da me fedelmente seguiti. Questo ho fatto in tutte le crisi, né mi si può affibbiare il titolo di cancelliere, quando si ricordi che il cancelliere era responsabile soltanto di fronte al Capo dello Stato e non anche di fronte al Parlamento. Nella prassi costituzionale esiste anche la figura del rimpasto che si è sempre avuto dalla morte di Cavour fino ai nostri giorni. Ed ho accennato già a due rimpasti verificatisi nell’altro dopo guerra, nel 1919 e nel 1920, dei quali abbiamo qui in Assemblea gli autorevoli protagonisti, che possono suffragare il mio asserto con la loro testimonianza personale. Nel 1919, il primo marzo, l’onorevole Orlando, allora presidente dei Consiglio, si presenta alla Camera e annunzia una serie di cambiamenti nel Ministero, cambiamenti molto importanti, così giustificandoli: «Io debbo qui limitarmi ad una dichiarazione di carattere generale e cioè che non parve fosse il caso di trasformare le due crisi parziali (si riferiva alle dimissioni di due ministri) in una crisi generale di Gabinetto, e cioè in considerazione e dei motivi stessi dei dissensi e del fatto che essi si erano verificati all’infuori del Parlamento. Aggiungerò poi che nello stesso senso mi induceva la situazione internazionale, sulla quale avrebbe esercitato una influenza assai dannosa quella interruzione di attività e quella incertezza di indirizzo, siano pure transitorie, che dall’evento di una crisi generale son sempre inseparabili». Fra i ministri uscenti da quel Ministero era l’onorevole Nitti. Il 22 marzo 1920 toccava, invece, allo stesso onorevole Nitti di fare il rimpasto. Anche qui un cambiamento di molti ministri, mi pare sei, e conseguente immissione nel Governo di personaggi con carattere ben specifico. E l’onorevole Nitti, ritornando da Londra, faceva la seguente dichiarazione: «Fin da qualche mese fa alcuni membri del Gabinetto, che io ho l’onore di presiedere, avevano messo i loro portafogli a disposizione del Presidente per motivi prevalentemente personali. Io li avevo pregati di desistere dal loro proposito, per non mutare nulla prima della riunione della Conferenza di Londra. Ma, al ritorno dalla Conferenza, la ricomposizione del Gabinetto divenne una necessità, e, avendo i colleghi rinnovato il loro unanime proposito di cooperare alla soluzione delle difficoltà, mettendo tutti i portafogli a disposizione del presidente, il Ministero è stato modificato in vista delle nuove esigenze». Io quindi ho seguito una prassi costante del Parlamento italiano, prassi che del resto avevo seguito anche nella crisi antecedente, perché mi pare si voglia dimenticare che io sono venuto ad annunciare la presentazione delle dimissioni dinanzi al Parlamento italiano. Questo, per la questione costituzionale. Riguardo alla discussione che si è fatta su questo Ministero, se sia un Ministero nuovo o un Ministero vecchio, io direi che qui non si tratta di una questione formale, Ministero nuovo o vecchio. Come si svolgerà l’azione sua, come sarà possibile che si svolga, quale sarà il carattere che gli avvenimenti imporranno o le persone imporranno ai problemi che man mano si presentano? Vi è un fatto nuovo, innegabilmente, ed è questo: l’impegno democratico da parte delle sinistre col centro democratico cristiano ed i liberali, allo scopo: 1°) all’interno, di preordinare e garantire elezioni libere, al fine di consolidare la Repubblica e realizzare il suo ordinamento democratico; 2°) nella vita internazionale, di collaborare al piano di ricostruzione economica europea, dovuto all’iniziativa di Marshall sulla linea iniziale stabilita a Parigi e continuata nelle trattative di Washington e, beninteso nell’assoluta autonomia ed indipendenza del paese. Qui, a proposito di questo piano Marshall, intorno a cui si fa un gran discutere, quasi si trattasse, come ho accennato altrove, di sedute misteriose, debbo dire che non v’è nulla di misterioso: la Conferenza di Parigi ha stampato i suoi verbali; l’onorevole Campilli è tornato ora dall’America ed avrà occasione prossimamente, credo il giorno 29, in una seduta della Commissione per i trattati, di riferire sul lavoro compiuto. Comunque, noi siamo ancora allo stadio della preparazione tecnica di questo piano, cioè dell’esposizione del nostro fabbisogno, dei rapporti fra questo fabbisogno ed il fabbisogno di altri paesi, delle relazioni che possono essere costituite per venire incontro a questo fabbisogno e delle esigenze che l’Europa unita presenta all’America, per poter procedere alla ricostruzione. Nulla di misterioso: l’Assemblea stessa avrà modo, attraverso una sua Commissione, di conoscerne anche i dettagli. Nessun impegno per parte nostra che possa riguardare l’indipendenza del paese. L’impegno democratico, al quale ho prima accennato, garantito dalla partecipazione al Governo, è nuovo, ma il consenso su queste direttive si era rivelato già prima. Ricordate il voto dell’Assemblea in occasione della Conferenza di Parigi, quando il P.S.L.I. e il P.R.I. avevano sostenuto con noi che la collaborazione al piano Marshall era non soltanto una necessità economica dell’Italia, ma anche un mezzo per ricollocare l’Italia in una posizione di autonoma azione e di indipendenza politica. Mi si è fatto il rimprovero che, nelle conversazioni avute prima del rimpasto, non mi sono rivolto anche ai grandi partiti, come Togliatti chiama il partito dell’estrema sinistra. Ma, ditemi, potevo davvero iniziare delle discussioni con speranza di qualche successo rivolgendomi ai comunisti dopo la campagna che essi avevano fatto contro il piano Marshall ed in genere contro il Governo che presiedevo e che si trattava eventualmente di integrare? Voi ricordate che nel manifesto della direzione del partito comunista, il Governo che presiedevo veniva detto «Governo dello straniero», «Governo della miseria», «Governo della reazione e della guerra» ed il piano Marshall era definito un piano di guerra dell’imperialismo americano. Tutto questo non seguendo una tesi nata e adattata per l’Italia, ma seguendo una tesi di maggiore portata che veniva dall’ispirazione del Cominform, cioè rappresentava una direttiva generale che valeva tanto per la Francia che per l’Italia. In questa situazione, quale significato avrebbe avuto sia pure uno scambio di idee quando ormai così profonda era la diversità di concezione su questo problema, e direi così profondo anche l’impegno preso da parte del partito comunista? TOGLIATTI. Tutto questo è volgare! DE GASPERI. Non so se possa essere un argomento volgare, onorevole Togliatti, ma io ho ancora la debolezza di credere alla vostra stampa, a quello che voi vi inducete a stampare dopo meditate discussioni. E quando avete pubblicato questo manifesto (mostra all’Assemblea un manifesto), che era in relazione alle decisioni prese a Bijalistock, voi scrivevate del nostro Governo: «Questo Governo, ribadendo sempre più il suo asservimento all’imperialismo americano, ha riportato la nostra economia sull’orlo della catastrofe». Poi si parla di accettazione senza riserve, da parte del Governo, del piano Marshall che subordina tutta l’economia italiana all’economia americana, si parla di dipendenza politica ed economica, si parla di pericolo di trasformare il nostro territorio in territorio di guerra, di politica vaticana, reazionaria, eccetera eccetera, si parla ancora di un completo asservimento ai gruppi capitalistici interni, e di completo asservimento alla politica americana. (Interruzioni all’estrema sinistra). Ora, dopo la pubblicazione di questo manifesto, non credo si potesse pretendere che avessi l’ingenuità di rivolgermi ai comunisti: «ditemi il vostro parere», e già lo conosco, oppure «ditemi se eventualmente sareste disposti a collaborare con un Governo di integrazione democratica». L’onorevole Togliatti si riferisce sempre ad una certa parola d’ordine, che sarebbe stata lanciata nel congresso di Napoli , di mettere fuori legge i comunisti. Ora, è vero che ad un certo punto, durante il mio discorso, qualcuno ha gridato: «Fuori legge i comunisti!». Era gente, come mi è stato detto, che era stata vittima di gravi violenze nel proprio paese. (Commenti all’estrema sinistra). Ma è falso che il congresso, o chicchessia autorevolmente per esso, abbia lanciato questa frase: «Mettete fuori legge i comunisti!». Viceversa, il contrario è vero. L’ho detto chiaramente nel mio discorso, e vi rileggo queste parole: «Contro di voi, dico a questi avversari, ma anche per voi la democrazia cristiana vuole costituire un centro irresistibile contro le seduzioni della violenza ed il pericolo della tirannia, sia che essa rappresenti un ritorno dell’antico, o che si affacci in veste nuova. Dico anche per voi, per voi cioè avversari, perché noi, persistendo in questa battaglia, non ci battiamo per l’interesse e per il trionfo di una parte, ma per la libertà di tutti. Agite democraticamente nell’Assemblea e nella preparazione elettorale; lasciate le libertà agli altri e nessuno potrà diminuire le vostre». (Vivi applausi al centro e a destra). Queste dichiarazioni sono così precise che non hanno bisogno di commenti. La legge uguale per tutti, non fuori legge: la legge uguale per tutti, per noi ed anche per i comunisti. (Commenti all’estrema sinistra). Noi non difendiamo privilegi, difendiamo la libertà democratica e la difendiamo in primo luogo con larga comprensione sociale, proteggendo le classi più bisognose, intervenendo a conciliare conflitti di categoria… PAJETTA GIAN CARLO. Bastonando! (Commenti all’estrema sinistra – Proteste al centro). DE GASPERI. … come nessun altro Governo ha fatto (applausi al centro e a destra), combattendo gli abusi del capitale, proteggendo e soccorrendo le industrie per salvare il pane agli operai. Questa attività ha rappresentato il 95 per cento dell’opera del Governo passato e rappresenterà il 95 o il 99 per cento dell’opera del presente Governo. V’è però ancora un uno per cento di necessità assoluta, cioè dedicato all’ordine pubblico… NEGRO . Ma lei racconta barzellette! (Rumori – Proteste al centro – Scambio di apostrofi fra il centro e l’estrema sinistra – Interruzione del deputato Pajetta Gian Carlo). DE GASPERI. …perché noi non possiamo mancare al nostro dovere, al nostro assoluto dovere di Governo democratico, di rintuzzare, quando occorra, anche la violenza e di impedire che facinorosi si impadroniscano dei gangli essenziali dello Stato. (Applausi al centro e a sinistra). Nessuno è posto o sarà posto fuori legge; ma tutti, in modo uguale, dovranno inchinarsi alla legge, espressione della volontà popolare! (Vivi applausi al centro, a sinistra e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra). L’onorevole Lussu ha parlato, quasi come scusante, che bisogna permettere un certo dinamismo alle masse o ai partiti di massa. Senza dubbio. Ma quando si arriva all’occupazione dei municipi o di prefetture, quando si creano e si costruiscono blocchi stradali e si fanno operazioni di sabotaggio (interruzioni); quando si fanno ricomparire sulle nostre vie le croci uncinate, i chiodi, come li chiamate voi, che siete più pratici di me… (proteste all’estrema sinistra) allora noi pensiamo che qualunque sia la diversità dell’indirizzo e la differenza della meta e dell’ideologia, pensiamo e siamo portati a pensare a quei tempi quando, con simili operazioni, si preparavano gli eventi del 1922; siamo portati a pensare che, poiché siamo stati ingenui una volta, la seconda non lo vogliamo essere assolutamente! (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra – Rumori all’estrema sinistra). Questa cautela e questa azione la svolgiamo su tutti i fronti, come dimostrano gli arresti avvenuti anche ultimamente e sappiamo benissimo che una delle ragioni per cui dobbiamo combattere la violenza di sinistra è perché questa crea fatalmente la violenza di destra, che può riuscire fatale per tutti! Una voce all’estrema sinistra. Perché non ha sciolto il Movimento sociale italiano? (Proteste all’estrema destra). DE GASPERI. In fondo, non chiediamo ai comunisti niente altro di quello che chiediamo ad ogni partito, ad ogni Gruppo, cioè che si scelga fra il metodo della violenza in preparazione di un atto rivoluzionario, e quello che è il metodo della democrazia, il metodo dell’applicazione della legge. L’onorevole Togliatti, nell’ultima parte del suo discorso, dichiara di scegliere il metodo democratico; dichiara però di sceglierlo non come linea assoluta e moralmente obbligata per la sua direttiva; lo sceglie ma aggiunge: «Questo metodo certamente prevedeva uno sviluppo lento, più lento di quello che non potesse essere legato ad una prospettiva, diciamo, rivoluzionaria immediata e più lento per quella graduazione che impone la soluzione dei problemi di collaborazione e lo studio stesso delle soluzioni attraverso il contatto fra tutte le forze democratiche». Noi siamo molto lieti che egli scelga e proponga in questo momento per l’Italia il metodo democratico… TOGLIATTI. Non «in questo momento»! DE GASPERI. …ma saremmo più tranquilli se egli ci dicesse che per sempre, definitivamente, ha scelto questo metodo. (Commenti all’estrema sinistra – Interruzione del deputato Pajetta Giuliano) . Poi senta, onorevole Pajetta non bisogna che lei esageri troppo con le interruzioni per darsi importanza. (Applausi al centro – Ilarità). Permetta, egregio collega: lei ha tutti i diritti parlamentari, come ciascuno di noi; non bisogna però esagerare. Quando avviene un deplorevole incidente, in contrasto con la polizia, incidente che il Governo ha il dovere di deplorare, comminando le sanzioni del caso… Una voce all’estrema sinistra. Non lo ha fatto. DE GASPERI. …voi non dovete esagerare scrivendo sui vostri giornali: «Il deputato Pajetta è stato bastonato a sangue dalla polizia di Scelba. (Rumori prolungati al centro). Ciò dimostra come Scelba e il suo Governo, oltre a non rispettare più la vita dei lavoratori in sciopero, calpestano l’immunità parlamentare e l’incolumità dei rappresentanti del popolo. Ogni onesto italiano condanni con forza questi atti brutali e condanni decisamente i metodi reazionari, antipopolari del governo nero. Echeggi la voce ferma e possente del popolo. Abbasso il governo nemico del popolo, della libertà e della democrazia!» . (Applausi all’estrema sinistra – Rumori al centro). Ma, anche ammettendo il massimo dinamismo nei partiti di massa, questa prosa non si può non annoverare nella categoria delle esagerazioni! (Si ride). Ed ora torniamo al Governo. Io ritengo che la caratteristica essenziale del Governo, di questo Governo – come del precedente, come di qualunque altro Governo che dovesse venire – è la caratteristica dell’emergenza, parola che ormai è entrata nella nostra lingua e che ha già un significato che facilmente si comprende, cioè un Governo che è obbligato a muoversi su un binario che è imposto dalle circostanze e soprattutto da forze che sono superiori alle possibilità di un Governo e di qualsiasi corpo politico. La prima è la necessità di assicurare il pane al popolo, ai lavoratori. E voi dimenticate un pochino… L’onorevole Nenni passa sopra con una certa facilità, quando dice: il metodo è sbagliato – e Togliatti lo ha ripetuto ieri nel suo discorso – quello di chiedere dollari e di fare debiti, per poi doverli pagare quando non vi sono denari; si deve invece fare lo scambio delle merci: questo è un metodo sano. Ma chi vi ha detto che noi chiediamo dollari? Noi abbiamo gratuitamente il grano e il carbone attraverso l’organizzazione americana dell’A.U.S.A., li abbiamo gratis, e noi – noi, Stato italiano – li rivendiamo in Italia contro il pagamento in lire. E queste lire sapete dove vanno a finire? In un certo deposito presso la Banca d’Italia, dal quale deposito si traggono i denari per l’assistenza sociale, per l’assistenza ai tubercolotici, in genere per provvidenze sociali che vanno a beneficio delle classi bisognose, soprattutto dei lavoratori. Abbiamo, quindi, un doppio vantaggio: di avere il pane, che altrimenti mancherebbe, e poi col ricavato (badate che il ricavato è molto meno della spesa che sarebbe di carattere economico, perché sapete che perdiamo cento miliardi circa sul prezzo del pane) questo ricavato va tutto a beneficio dell’assistenza sociale. Questo meccanismo non è poi così complicato; ma pare che il pubblico non lo comprenda. E non si creda che abbiamo mai chiesto dollari a prestito. I 120 milioni di dollari che sono serviti per il pane e che arrivano in forma di pane o di carbone attraverso le navi dell’A.U.S.A., sono dollari messi a nostra disposizione gratuitamente. (Interruzioni all’estrema sinistra). E voi avete il dovere di spiegarlo chiaramente anche agli operai, se è vero che sono gli operai che vi spingono a degli scioperi inconsulti. Avete la responsabilità di spiegarlo e di dire, per esempio, che se una nave a Civitavecchia non è scaricata a tempo, manca il grano alla città di Roma, come poteva avvenire giorni or sono, in occasione dello sciopero generale, quando abbiamo dovuto affrettarci a raccogliere i rimasugli nei dintorni della città, per evitare, nel caso che quella nave non fosse stata scaricata, di far mancare il grano a Roma. Ora, queste cose dovete dirle. (Interruzioni all’estrema sinistra – Proteste al centro). Se si crede di poterne fare a meno, allora ci si assuma la responsabilità delle conseguenze; ma se si crede che sia necessario, si riconosca al Governo anche il dovere di fare ogni sforzo perché questi scioperi non avvengano, specialmente quando toccano i gangli essenziali dell’alimentazione. Così sta la questione che riguarda… Una voce all’estrema sinistra. Confindustria. DE GASPERI. Onorevole collega, probabilmente la maggioranza degli industriali avrà da vivere anche se il carbone non arriva giornalmente o mensilmente; ma gli operai, no, non possono avere da sfamarsi se le industrie non hanno carbone per poter continuare il loro lavoro. (Applausi al centro). La verità è questa, e bisogna proclamarla chiaramente – e non v’è nessun atto servile in questo: se gli Stati Uniti non ci avessero dato in questo periodo i denari necessari, ed il relativo controvalore in merci per la nostra alimentazione e per le nostre industrie, nessun Governo in Italia avrebbe potuto rimanere in piedi dinanzi alla reazione naturale degli affamati e dei disoccupati. (Applausi al centro). E ora passo più avanti. Bisogna che le cose siano dette nel modo più semplice possibile, ma anche nel modo più responsabile. Aggiungo che, passato questo periodo dell’A.U.S.A. che verrà prolungato da quei crediti, da quei contributi che sono stati votati adesso dal Congresso americano – si chiamano i prefinanziamenti – passato questo periodo, che durerà fino a marzo od aprile, dovrebbe venire il momento del piano Marshall. E allora? Si tratterà di vedere in qual modo gli Stati europei si potranno aiutare fra loro per utilizzare in modo congruo, e in modo che ne approfittino tutti, il prestito americano che ci viene concesso nella misura complessiva di 17 miliardi. In quel momento voi avrete la possibilità di criticare gli eventuali impegni di carattere economico che possano assumersi da questo o da altro Governo; ma finora non siamo in questa situazione. A me appare ben chiaro – ed è stato accennato anche dall’onorevole Sforza – che il fatto che l’America cerchi di mettere in piedi l’Europa come forza autonoma, indica evidentemente non una tendenza all’asservimento, ma alla ricostruzione. Pensate, noi siamo oggi tributari dell’America per il carbone, perché non possiamo servirci in Germania come per il passato, e non possiamo servirci in Inghilterra per le ragioni ovvie che sapete. Ma se il piano Marshall riuscisse a farci tornare alla possibilità di acquistare il carbone in Europa, noi saremmo indipendenti dall’America, e saremmo tornati alle condizioni naturali del nostro mercato europeo. Non mi pare sia questa una tendenza di asservimento all’America. Devo rispondere ad un’altra domanda posta dall’onorevole Lussu, domanda alla quale egli ha già dato una risposta per conto suo. È vero che l’America ha imposto l’esclusione dei comunisti dal Governo? No! L’ho detto molte volte e lo ripeto ancora. Nessuna dichiarazione verbale o scritta esiste in tal senso. Se esistesse, se fosse esistita, essa non sarebbe stata accettata. Mi sono schermito fin dal viaggio in America, non dagli uomini di Stato americani che non mi hanno mai fatto una simile proposta, ma dai giornalisti che cercavano di insinuare l’esistenza di contrasti nel seno del nostro Gabinetto, di cui allora facevano parte i comunisti. Mi sono sempre schermito. Ma è verissimo che l’opinione pubblica americana è estremamente sensibile alle accuse che si sono fatte anche in Italia in occasione del piano Marshall. Noi abbiamo faticato per convincere deputati e senatori che sono passati per l’Italia che la grande maggioranza del popolo italiano non condivide quegli apprezzamenti. E l’onorevole Togliatti ne sa qualche cosa ricordando gli effetti del suo famoso articolo contro Sumner Welles. TOGLIATTI. Dovevo lasciarmi insultare? DE GASPERI. Non entro nel merito, onorevole Togliatti. Ieri, in modo esasperante ed esasperato, l’onorevole Togliatti ha parlato della vergogna che si possa porre simile questione e della necessità assoluta di difendere la nostra indipendenza. È vero, abbiamo questo problema, dobbiamo guardarlo in faccia, dobbiamo essere d’accordo tutti su questo. L’indipendenza di un paese è sacra; l’indipendenza di un paese corrisponde alla sua dignità. Però mi domando: coloro che in questo momento sono così gelosi di tale indipendenza sono sempre stati tali? TOGLIATTI. Sì. (Rumori al centro). SCOCCIMARRO. Non avete diritto di fare insinuazioni. Dobbiamo chiederlo a voi. Una voce all’estrema sinistra. Avete bisogno di un padrone! DE GASPERI. Ho fatto la domanda e adesso rispondo dando ragione anche del quesito postomi. Durante l’ultima crisi il partito comunista si è richiamato alle decisioni tripartite di Mosca dell’autunno del 1943 per chiedere che avessero vigore anche allora (maggio 1947). Si trattava di dichiarazioni dell’ottobre 1943 quando gli Alleati in confronto del Governo Badoglio avevano chiesto l’inclusione di rappresentanti di quei settori del popolo italiano che si erano sempre opposti al fascismo. E questo riguardava anche, e credo anche particolarmente, i comunisti. Questa dichiarazione evidentemente fatta ad hoc per il periodo di guerra e durante l’occupazione (il che si comprende benissimo trattandosi di guerra guerreggiata nel nostro suolo) doveva essere secondo il partito comunista impegnativa anche per il maggio 1947 quando noi avevamo già ricostituito la normalità costituzionale, avevamo avuto il plebiscito del 2 giugno, avevamo creato i Governi nazionali completamente indipendenti e quando era già completamente scomparsa la commissione di controllo e quindi non eravamo più paese occupato. Questo è stato chiesto ufficialmente. Posso leggere la lettera, onorevole Togliatti. Il che vuol dire che voi in quel momento non avevate molti scrupoli nel chiedere che anche i comunisti dovevano entrare nel Governo come partito eminentemente antifascista, in base ad una dichiarazione straniera, per quanto alleata, del 1944. (Applausi al centro – Commenti all’estrema sinistra). MAZZA . Voce dal sen fuggita! DE GASPERI. È verissimo. Se volete posso leggere la lettera. NEGARVILLE. È a corto di argomenti. DE GASPERI. Altre osservazioni mi sono state fatte durante il dibattito. Mi si è accusato di avere dichiarato che entrava al Governo una rappresentanza della democrazia socialista. Ora, io voglio spiegare: non intendevo con ciò dire qualche cosa di esclusivo, di specifico per un dato partito; intendevo dire che entravano al Governo dei socialisti i quali si inquadravano nel principio generale del regime e del metodo democratico. Io spero che ve ne siano molti di più di quelli rappresentati dall’attuale mio vicepresidente e da altri colleghi. Lo spero, lo desidero vivamente, ma credo di potere onestamente affermare che coloro che fanno parte attualmente del Governo sono dei socialisti democratici; accettano il metodo democratico senza riserve, tendono cioè a far valere i propri postulati socialisti entro il regime democratico parlamentare senza farsi complici di moti insurrezionali e considerano la Repubblica italiana come la casa di tutto il popolo italiano, che i lavoratori hanno interesse e dovere di difendere, e sono consapevoli che anche nella politica internazionale la libertà politica è la premessa necessaria della giustizia sociale. (Applausi al centro e a sinistra). Non è del resto una novità: è una tendenza europea del socialismo. Non credo che si possa far passare per Santa Alleanza il socialismo di Bevin, Spaak, Ramadier, eccetera, il socialismo in generale di tutta l’Europa occidentale, e credo che questi appartengano almeno nella loro maggioranza, precisamente a questa democrazia socialista. E vengo al discorso dell’onorevole Nenni il quale ha dato una nuova interpretazione della crisi di maggio. Voi ricordate l’interpretazione data dall’onorevole Nenni l’altra volta? Potrei leggervi i verbali. L’altra volta l’interpretazione era questa: De Gasperi ha agito per istruzioni o sotto l’impulso o il suggerimento americano. Ha agito con questa visione di politica internazionale, di rapporti con l’America. Questa era l’interpretazione allora della crisi. Vi ricordate come io ho risposto, richiamandomi cioè ai fatti, ricordando che il partito democratico cristiano aveva, in un ordine del giorno, lamentato l’atteggiamento infido di due alleati che stavano nel Governo tripartito ed avevo proclamato la fine del tripartito. Questo è stato un elemento di politica interna che ha accelerato la crisi, ma io confesso che la crisi era nata in me per una fortissima preoccupazione di carattere economico. Vi ricordate bene che, quando ho presentato le dimissioni, ho su per giù affermato: «Per me, bisogna fare uno sforzo per allargare la base del Governo. Se io come persona posso essere un impedimento, scompaio; ho presentato le dimissioni al Capo dello Stato ed ho pregato il Capo dello Stato di rivolgersi ad altri». La crisi è durata un certo periodo, poi sono ritornati a me. Io ho tentato in quell’occasione di fare un Governo non più di coalizione, ma almeno di rappresentanza di tutti i Gruppi. Non vi sono riuscito, e, senza dubbio, mi sono allora dipartito da quella premessa. E qui, a questo riguardo, è esatto (nel pensiero, non nel testo) quello che ho detto in uno o in più Consigli di ministri, forse anche in quello del 30 aprile . A coloro che mi dicevano: ma che vuoi fare cambiamenti; allargamenti! Siamo i tre partiti più grandi, i tre partiti più numerosi dell’Assemblea e del paese, abbiamo noi la rappresentanza responsabile della grande maggioranza del popolo italiano, perché vuoi fare allargamenti? Io ho risposto: esiste un quarto partito: è il partito dei risparmiatori, proprio dei piccoli risparmiatori (si ride all’estrema sinistra) non in grado di controllare la situazione né politica né amministrativa, e sono oggi allarmati. Vedete come ritirano i depositi dalle banche? Come non portano più denaro, attraverso l’acquisto di titoli, allo Stato? Come v’è un allarme straordinario in borsa, come v’è un rialzo terribile nei cambi, come esiste l’imboscamento delle merci? E ho detto: bisogna fare qualche cosa per calmare questo quarto partito che appartiene a tutti gli strati sociali; ma soprattutto riguarda il ceto medio. Ed allora v’era proprio fra le mie previsioni una delle persone le quali potevano rappresentare il mezzo per calmare la preoccupazione: si trattava dell’onorevole Einaudi. Allora parlare dell’onorevole Einaudi era parlare della reazione, era parlare di una persona che ci avrebbe posti sotto il giogo dei grossi plutocrati e industriali. Oggi credo che, onestamente, nessuno in Italia possa pensare una cosa simile, quando si vede la collusione di interessi da parte di grossi industriali e, purtroppo, anche da parte di lavoratori che hanno bisogno di lavorare per vivere, collusione contro la politica di Einaudi, politica deflazionistica che è evidentemente contro la speculazione. (Applausi al centro). Non è, onorevole Nenni, quel quarto-partito, il partito degli speculatori, il partito dei grossi industriali plutocrati; è il partito del ceto medio che aveva bisogno di essere tranquillizzato al di là di quella che poteva essere la formula del tripartito. (Interruzioni all’estrema sinistra). NENNI. La tranquillità della morte gli date! DE GASPERI Non ho capito bene perché l’onorevole Nenni, che è molto ferace nei paragoni storici… (Ilarità). Bisogna leggere l’Avanti! con molto interesse, perché quasi ogni giorno se ne trova uno anche di diverso autore. Ne ho trovato uno con cui mi si paragona a Coriolano … NENNI. Ho detto che da allora in poi abbiamo visto troppe volte Coriolano. DE GASPERI. Confesso, onorevole Nenni, che le ho attribuito un’osservazione che mi pareva molto adatta alla polemica. Gliela presto adesso. Coriolano? Coriolano, secondo la leggenda (le date non combinano), avendo ricevuto una grande quantità di grano dal tiranno di Siracusa per Roma, consigliò il Senato di distribuire il grano a condizione che la plebe rinunciasse ai tribuni. Mi rincresce che l’onorevole Nenni non l’abbia ricordato, perché si attagliava evidentemente alla sua tesi. (Ilarità). Ora, però, io dico che il Governo attuale, come il Governo di ieri, fa il contrario: cerca il grano e lo distribuisce a tutti; e cerca anche che il popolo possa vivere fino al giorno delle elezioni, per riavere i suoi deputati, anche se non sono i tribuni. (Applausi al centro). Ora, bisogna bene che io affermi, dinanzi ad affermazioni in contrario, con tutta la responsabilità che può avere un uomo di Stato che ha attraversato questi tristi periodi: non v’è speranza per l’Italia se non si crea e non si applica un’azione, non di soccorso ma di ricostruzione in grande dopo che quell’azione di soccorso, che ora già si fa e si sviluppa, avrà finito la sua funzione. Non v’è speranza! E mettersi contro questo, è soffocare le possibilità del popolo italiano, è negare le possibilità del popolo italiano. Ed io vi dico che, se avessi mai da chiedere su una questione dirimente il voto del popolo italiano, direi: «questa è la situazione; se voi volete mettervi contro, ditelo. Ma, badate, queste sono anche le conseguenze». Quindi, assumo la responsabilità di dire: o riesce il piano Marshall o quel qualunque surrogato che ci metta nella possibilità di riprenderci industrialmente, o noi non salviamo le ragioni di esistenza, nei prossimi anni, del popolo italiano; e soprattutto, non salviamo la vita e l’esistenza del lavoro e dei lavoratori. (Applausi al centro – Interruzioni all’estrema sinistra). Ringrazio l’onorevole Nitti per la cordialità con cui mi ha fatto i rimproveri di avere accresciuto questa volta il numero dei ministri. Accetto di buon animo questo ammonimento, come ho accettato i suoi consigli nel Governo precedente, riducendo più che possibile il numero dei ministri e anche dei sottosegretari. Devo dire però, a proposito dei ministri, che ho imparato dai maggiori, fra cui l’onorevole Nitti stesso, a conoscere l’istituzione del ministro senza portafoglio. E ho cercato in qualche parte di imitarli. Devo aggiungere che, evidentemente, deve trattarsi di una particolare esigenza del dopoguerra, perché in tutti gli Stati si trovano situazioni simili. Quanto ai sottosegretari, devo confessare che ho resistito molto, durante il mio quarto Ministero, alle sollecitazioni dei singoli ministri, i quali mi dimostravano che l’aumento delle attribuzioni e delle funzioni amministrative e burocratiche era tale per cui non potevano fare a meno dei sottosegretari. I colleghi mi sono testimoni che ho ceduto solo nel caso del Ministero delle finanze. Ma devo confessare che vi sono ragioni oggettive che militano in favore delle sollecitazioni dei ministri. Quanto alle osservazioni sulla tattica seguita dal punto di vista parlamentare, vi confesso che quando ho pensato alla necessità e alla opportunità di integrare il Ministero ho tenuto presenti soprattutto le condizioni del paese e ho guardato più all’avvenire che al presente. Non v’era necessità assoluta – ha detto bene anche l’onorevole Giannini – di cercare un’altra base di maggioranza parlamentare. Ma il problema non va posto solo sul piano parlamentare. Occorreva dare a tutto il paese la prova che non è vero che la democrazia cristiana vuole assolutamente il monopolio della rappresentanza al Governo; e questa prova l’abbiamo data in tale misura che oggi ci siamo messi in minoranza, mentre prima eravamo in maggioranza nel Ministero, nonostante la base parlamentare della democrazia cristiana sia sempre la stessa. Abbiamo voluto dimostrare, anche imponendo sacrifici a colleghi che non lo meritavano, che non è vero che c’è un cancelliere imposto dalla democrazia cristiana e che la democrazia cristiana vuole il monopolio del Governo. Ciò non era vero prima; è men vero oggi; è più chiaro anche oggi che non è vero. Non è parimenti vero che il Governo non abbia comprensione verso le correnti di sinistra, chiamiamole così che si occupano e si preoccupano della situazione del popolo e della forma di difesa della Repubblica. Questa comprensione l’avevamo ieri e l’abbiamo oggi; e siamo lieti che nuovi collaboratori vengano ad assumere con noi questa garanzia. Ma, soprattutto, una cosa volevamo che si dimostrasse in forma evidente, palmare: che c’è un patrimonio comune a tutti, a sinistra e a destra, a tutti i partiti, che occorre salvare, ed è la democrazia, è la libertà. (Vivissimi, prolungati applausi al centro, a sinistra e a destra – Si grida: Viva la liberta!). Se la consultazione popolare sarà libera, si avrà una Repubblica libera. Se sarà fatta nel terrorismo o addirittura impedita, la Repubblica sarà perduta; sarà perduta la democrazia. (Applausi al centro, a sinistra e a destra). Noi non ci dirigiamo contro questo o quel partito. Noi chiediamo la libertà per tutti e abbiamo il compito e la volontà fermissima di difenderla a qualunque costo. Però, quelli che valgono sono soprattutto i fatti. Lei, onorevole Togliatti, ha provato ieri a stuzzicare l’onorevole Giannini perché sorgesse a fare un discorso sul tipo di altri suoi passati; non so se l’onorevole Giannini ne avesse voglia o no, ma i fatti lo hanno costretto a protestare, a protestare soprattutto contro le 47 sezioni del proprio partito devastate dalle violenze dei comunisti. (Applausi – Rumori all’estrema sinistra). E se mi domandate in questo momento perché io sia riuscito a formare un Ministero che senza dubbio conta differenze di opinioni e di ideali, anzi se le riserba, perché domani i socialisti avranno la libertà di sostenere davanti ai loro elettori il socialismo e di propugnare idee socialiste, come i liberali avranno lo stesso diritto e così pure i repubblicani (commenti all’estrema sinistra), vi dirò: tutte le libertà debbono essere veramente attuate. C’è bisogno di una energia e di un impegno comune per salvare tutte le libertà. Queste si salvano se non c’è violenza e se veramente la tattica, alla quale ha accennato l’onorevole Togliatti, sarà quella che prevale nelle organizzazioni e nell’azione del partito comunista; ché se le cose si volgeranno diversamente il Governo farà il suo dovere; e la responsabilità sarà di coloro che, in un momento critico in cui con uno sforzo supremo cerchiamo di superare le difficoltà e con la massima comprensione veniamo incontro alle giuste esigenze delle masse lavoratrici e delle masse agricole, non ci danno la possibilità di salvare al popolo italiano la Repubblica (commenti), una Repubblica democratica, aperta a tutti e pacificatrice. La Repubblica pacificatrice è Repubblica soprattutto indipendente e forte nella sua dignità democratica. (Vivissimi prolungati applausi – Moltissime congratulazioni – Commenti prolungati all’estrema sinistra) . "} {"filename":"8bc406e9-3d89-423e-86d1-28cf1c01b7a4.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Che cosa ci attendiamo dall’America? Introduzione: Londra citato come nemico, Parigi riconosciuto come collaboratore [citare preambolo del Trattato, ma trattato ancora come ex nemico], Cleveland invitato come libero membro del Consorzio umano (dopo esser passato per Washington in cui sono stato accolto come amico). Era giusto che dopo aver percorso il tortuoso cammino delle procedure giuridiche e delle dure sanzioni, uscissi alla luce di questo libero appello all’opinione pubblica americana. Ed era logico, era fatale che questa parola potesse venir pronunciata in mezzo al popolo americano, popolo libero che intese la guerra come liberazione, popolo d’avanguardia che intende la pace come costruzione d’un mondo migliore. Non temete, non abuserò di questo incontro per inoltrare ricorsi o presentare proteste contro decisioni internazionali, poiché in questo forum non sorgono, come in quello secolare di Roma, basiliche per giudicare, ma solo per illuminare l’opinione, coglierò invece l’occasione di ringraziare il popolo americano che mi ascolta, tra i quali molti hanno attraversato vittoriosamente la nostra penisola, lasciando un ricordo di generosità e di umanità, per l’opera di soccorso che hanno svolta. Chiamo questi compagni di combattimento a testimoniare, come anche il popolo italiano una volta scosso il giogo della dittatura, combatté, soffrì, vinse per la causa comune. Grazie a voi, camerati che ritornati in patria, vi siete fatti nostri volonterosi ambasciatori per esortare i vostri connazionali, le vostre associazioni, il vostro governo a venirci in aiuto per combattere la fame, per salvare i nostri bambini, per fornirci la nafta, il carbone, il cotone. L’UNRRA, grande gesto di solidarietà umana delle NU, la cui direzione e prevalente contributo provengono da voi, americani, ci ha fornito già o sta per fornirci soccorsi e beni reali per […]in $. Ma i danni della guerra furono immensi. Dati (dal discorso di Milano alla Scala) punto di partenza […] Le spese per l’occupazione […] in parte compensate colle civilian supplies e, per quanto spetta all’America, colla rifusione delle Troops pay, pesano sul bilancio italiano per 104?mil. di Amlire. Tuttavia quello che chiediamo al mondo e specie all’America è la fiducia nella nostra volontà e nella nostra possibilità di rinascita. Del nostro volere di lavoro e capacità di ripresa stiamo già dando, col concorso degli alleati, una prima prova coi progressi ottenuti nei due primi anni del dopoguerra. Accenni dal discorso di Milano e altri . Vi sono inoltre degli elementi di stabilità politico-sociale in Italia che nonostante i momentanei sussulti causati dalla disoccupazione per l’affluire di tutti i reduci dalla prigionia, dalle colonie, dalle zone europee devastate, finiranno col prevalere in un nuovo ordine di assestamento. Il destino ha voluto che proprio nel periodo di emergenza quando l’esigenza suprema era la ricerca del pane e la ricostruzione delle opere pubbliche incalzava come un’inderogabile premessa della ripresa del lavoro, dovessimo risolvere anche il problema del regime: non si può negare ch’esso fu risolto nella libertà, nell’ordine, lasciando arbitro il popolo con il suo voto, senza incidenti, senza conflitti, senza eredità di odi e d’insuperabili avversioni. Abbiamo fatto l’economia d’una rivoluzione e benché ciò sia dovuto anche alla presenza degli alleati, non si può negare che fu soprattutto il popolo italiano a dare una prova solenne della sua maturità e solidità politica. Ma altri elementi di solidità si trovano nella struttura del popolo italiano: si pensi ai 4 milioni e mezzo di piccoli e medi proprietari rurali, ai 600000 artigiani; e del resto lo sviluppo del nuovo Stato dopo il 1870 è stata la prova del fuoco. Le statistiche del primo censimento ci danno: un’agricoltura primordiale, un’industria appena incipiente, poche linee ferroviarie, poche scuole, pochi primi ospedali, pochi acquedotti e un analfabetismo che raggiunse in qualche regione fino l’85%. Confrontiamo le statistiche del 1935: la produzione agricola è triplicata, gli addetti all’industria passano da 1 milione a 7 milioni, strade, bonifiche, acquedotti, scuole si generalizzano, tanto che l’analfabetismo si riduce ad un’esigua percentuale, un’elevazione dei salari reali, un aumento della [crescita], il bilancio dello Stato in pareggio e l’indebitamento pubblico contenuto entro limiti ragionevoli, fino al 1935 anno in cui l’espansionismo e l’imperialismo fascista, specie dopo il 1935, in connessione anche colla depressione mondiale non ci porta al dissesto e ci avvia al disastro della guerra. Certamente il problema valutario e quello dei finanziamenti ci serrano oggi alla gola. Noi siamo decisi ad aumentare la pressione fiscale e a mano a mano che si rafforza l’autorità e l’efficienza degli organi statali, procederemo fra poco a un prelevamento sui patrimoni. Si parla spesso d’inefficienza di governo, ma avete pensato che la guerra in Italia fu anche guerra civile, cioè anche insurrezione e che l’autorità della legge è più facile minarla che ristabilirla? D’altro canto l’Italia è un paese povero per natura e non si può dimenticare che la pressione tributaria già prima della guerra era forse la più elevata del mondo, qualora il reddito imponibile si calcoli al netto del minimo di sussistenza ved. Allegato 6, cap. 2. […] Nessuno sforzo all’interno può rendere questo paese autosufficiente e autarchico, in modo ch’esso possa mantenere tutta la sua crescente popolazione. Certo in Italia si pensa ad una grande azione di bonifiche e soprattutto alle opere d’irrigazione. Un programma poliennale prevede di estendere la superficie irrigata di 1.230.000 ha, incominciando con un primo programma di 600.000 ha in 5 anni, con un contributo statale di 100 miliardi di lire. Altri provvedimenti di miglioramento e di ripartizione dovranno portare al massimo l’utilizzazione del territorio nazionale. Ma con una popolazione di 46.000.000 di abitanti, con una densità media di 162 abitanti per km di superficie produttiva e un incremento demografico annuo di 400.000 non è pensabile che l’agricoltura sola risolva il problema. Bisogna quindi pensare all’industria. Anche qui lo sforzo primo è nostro. Dobbiamo sfruttare la ricchezza delle nostre forze idrauliche per la produzione dell’energia elettrica. Abbiamo dimostrato nel passato di saper fare perché da […] si è passati a […] Un programma prevede Impianti elettrici. Ma un qualunque sviluppo industriale è legato all’importazione di combustibili e di materie prime che in Italia non esistono. Noi siamo un popolo dalle molte braccia senza lavoro, mentre altri paesi hanno troppi capitali senza impiego. Nel passato le eccedenti forze di lavoro vennero spostate verso i paesi di ricca produzione mediante l’emigrazione. Noi riconosciamo il valore dell’emigrazione per il contributo che ha dato il lavoro italiano nel mondo. E come non esaltarlo in quest’America ospitale, ove al tempo di Washington gl’italiani erano 2000 ed ora superano i 5 milioni e ove – lo disse il presidente Coolidge –: Italians have contributed much of their industry, their love of liberty, their genius for the sciences, the arts and the humanites. They have given much to making our country what it is . Noi siamo orgogliosi di questi fratelli, che pur essendo leali verso la nuova patria, mantengono con noi così stretti legami familiari e ci aiutano nel momento dell’angustia. E l’emigrazione temporanea verso gli Stati europei come quella verso le Americhe e l’Australia, non la consideriamo come una perdita, ma come il nostro contributo migliore alla nuova attività internazionale. Ma l’emigrazione, a parte i divieti emanati dai paesi interessati, non può avere che un carattere complementare. Noi abbiamo bisogno dell’industria non solo per assorbire l’eccedenza della popolazione, ma anche per esportare prodotti necessari a pagare le importazioni di alimenti e di materie prime. Ecco come lo sviluppo industriale si presenta legato al problema della bilancia dei pagamenti; ecco come il nostro problema nazionale si tramuta in problema di rapporti internazionali. L’esportazione dei nostri prodotti del suolo e del sottosuolo (frutta, canapa, riso, olio d’oliva, mercurio, zolfo, piriti, seta) non hanno pagato in passato che circa un terzo delle importazioni necessarie. Occorre quindi che ci venga data la possibilità di sviluppare la esportazione di prodotti industriali, ottenuti dalla lavorazione di materie prime importate. Ecco perché l’Italia democratica, che vuole lo sviluppo della sua vita nazionale è naturalmente e logicamente collaboratrice di una più intensa vita internazionale, a mezzo degli scambi di merci e lavoro; ecco perché siamo all’interno i più caldi patrocinatori dell’iniziativa privata, come all’esterno i più convinti assertori della libertà commerciale ed ecco perché vediamo nell’America il nostro esempio e la nostra speranza non solo per le nostre esigenze temporanee economiche, ma anche perché gli Stati Uniti d’America siano una volta imitati dagli Stati Uniti d’Europa. Così se io dovessi riassumere in una parola le nostre aspettative in confronto agli Americani, vi risponderei: abbiamo bisogno anzitutto della vostra fiducia. Fiducia che negl’italiani non è spento lo spirito d’intraprendenza della loro razza, di cui in questo stesso vostro mondo avete avute tante testimonianze nei nostri esploratori, nei nostri pionieri, nei nostri artisti e soprattutto nei nostri lavoratori che costrussero ferrovie, scavarono canali, aprirono gallerie e «carried cities upon their backs» (come fu detto), umili talvolta come quei tipografi [di] Roma che in una modesta casetta ove oggi sorge Brooklyn, stamparono [gratuitamente] il capolavoro del vostro Walt Whitman «Leaves of Grass», ma saliti tal altra ad elevate responsabilità economiche come un Giannini o un Gerli , ma eroi anche nel campo delle virtù civili, caritative e religiose, come il triestino Revere l’eroe leggendario della giornata di Lexington, immortalato dal Longfellow fino all’eroina della carità e dell’umanità Santa Francesca Saverio Cabrini , la cui statua salirà presto in S. Pietro nel Panteon della spiritualità cristiana, santa italiana d’origine, americana nel largo senso umanitario e nel dinamismo della vita creatrice. Noi vi chiediamo fiducia anche nella nostra solidità morale: il nostro programma è di dare lavoro a tutti, di tener fede agli impegni, pagando i debiti, vecchi e nuovi, di rispettare la proprietà e la libertà. Nuovi adattamenti nella struttura sociale circa la distribuzione della ricchezza saranno necessari per corrispondere a una maggiore giustizia e lo Stato dovrà assumere maggiori responsabilità di controllo, ma noi siamo ben convinti che il problema è anzitutto di produzione e che l’iniziativa privata è la molla necessaria della ripresa. Lo Stato attraverso l’accentramento dittatoriale fascista ha accresciuto ingiustificatamente il suo personale e le sue spese: abbiamo il fermo proposito di smobilitare, a mano a mano che la ripresa delle attività e la disponibilità di fondi ce lo permette; ma l’eredità del fascismo è pesante: la nostra riconversione è doppia, non riguarda solo la guerra, ma anche l’anteguerra, cioè il regime interno burocratico, economico della dittatura. Il compito è durissimo; noi lo affrontiamo con coraggio, perché speriamo nella vostra comprensione e confidiamo in un mondo nuovo, nel quale l’America porterà tutta la conseguenza della sua missione. "} {"filename":"a4d07bae-d96c-43fc-aee0-47d7650086c7.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Vostro Onore, Eminenza, Signor Governatore, Signor Ambasciatore, Signore, Signori, Dopo una settimana di viaggio negli Stati Uniti, eccomi finalmente a New York. In questa rapida mia corsa ho avuto occasione a Washington di rendere omaggio ai fondatori della vostra democrazia e di aver conversazioni amichevoli con gli uomini nelle cui mani questa democrazia è affidata; a Chicago ho veduto la potenza della vostra produzione industriale, ed ho assistito infine a Cleveland all’interessantissimo dibattito che ha dimostrato quanto vivi siano in questo Paese gli ideali democratici di pace e di cooperazione internazionale. Vengo ora a New York, a questa immensa città, che pare riassumere in sé tutti quegli elementi psicologici, morali e materiali che costituiscono la dinamica vitalità del popolo americano. Le forze del lavoro e della libera iniziativa di questo Paese sono veramente impressionanti. Esse hanno prodotto ciò che oggi viene talvolta superficialmente denominata una «civiltà meccanica», ma bisogna dire che tale definizione è assai inesatta, poiché la vostra fede negli ideali è oggi più viva che mai. Ed è per questo che la vostra democrazia è rigogliosa, poiché il segreto del vostro progresso materiale sta anche nelle basi ideologiche sulle quali esso è fondato. Essi sono gli ideali di cui noi cristiani facciamo tesoro e che costituiscono il comune legame che ci unisce. Sono essi gli ideali della solidarietà tra gli uomini e tra le Nazioni, cui voi avete dato pratica attuazione fornendo al mondo intero un così magnifico esempio. Come rappresentante di un popolo che ha dato un contributo sostanziale al progresso ed alla civiltà mondiale e sa valutare ed apprezzare il valore della solidarietà tra le Nazioni, porgo i miei ringraziamenti per ciò che, tramite l’UNRRA e l’ARI è stato fatto e per ciò che si farà ancora per la nostra assistenza e per la nostra ricostruzione. Porgo i miei ringraziamenti per la vostra ospitalità e per la cordialità dei vostri uomini più eminenti. Sento d’essere stato in tutto questo breve periodo in mezzo ad amici. Ed amo infine pensare che il frutto delle nostre conversazioni e dei nostri incontri sarà la nostra collaborazione nel quadro della collaborazione internazionale. Permettetemi, ora amici americani ed americani d’origine italiana, che io interpreti i sentimenti del nostro popolo, attraverso la voce del sangue, che è la nostra lingua, che è il retaggio della nostra civiltà. Io so che voi, nel leggere qualche volta nei giornali notizie un po’ esagerate sulle condizioni d’Italia e su quanto succede nella penisola, avete avuto dei dubbi circa l’avvenire dell’Italia; dubbi se aiuti debbano essere dati. Voi avete pensato che fosse inutile fare dei sacrifici ed avete messo forse in dubbio l’efficienza della magnifica opera di soccorso che avete svolta e continuate a svolgere per aiutare il popolo italiano. Sono venuto in America anche per questo motivo: per smentire queste notizie false od esagerate. Esse non sono vere. Noi siamo un popolo che riprenderà i suoi destini e saprà riconquistare le sue mete. Un popolo che sa lottare, che sa lavorare, che sa sacrificarsi, per riprendere il posto che gli spetta tra le altre nazioni del mondo. Noi vi siamo immensamente riconoscenti per quello che avete fatto per noi. A questa nobile ed umanitaria opera di soccorso hanno dato le loro energie uomini come S.E. il Cardinale Spellman , l’Ambasciatore Taylor ed il signor La Guardia. Io mi permetto aggiungere che questa nobile opera deve essere continuata. Pensate che quarantacinque milioni sono costretti a vivere in uno spazio ristrettissimo. Pensate che centinaia di migliaia di questi uomini mancano del necessario per vivere e che milioni non hanno casa. Noi, però, riconosciamo che dobbiamo fare affidamento prima di tutto sul nostro lavoro e sulla nostra energia perché l’Italia possa riaversi. Noi ci siamo vivamente rallegrati, quando il segretario di Stato Byrnes ed il senatore Vandenberg sono stati d’accordo nel dichiarare che l’America ed anche gli altri Paesi del mondo hanno tutto l’interesse di aiutare l’Italia e le altre nazioni illuminate dagli stessi ideali della democrazia che han fatto grande questa nazione. E sono lieto di ricordare che uno fra i pionieri di queste tendenze in favore del popolo d’Italia è stato l’attuale sindaco di New York, on. O’Dwyer , il quale affermò, a Trento, che bisognava far di tutto per aiutare l’Italia nella sua ricostruzione; che l’Italia doveva avere aiuti, più che controlli, perché ciò era nell’interesse stesso dell’America. Amici miei, non lasciatevi impressionare da esagerate notizie sul conto dell’Italia: i corrispondenti dei giornali hanno rilevato qualche sciopero scoppiato nella Penisola. Ciò è vero. Abbiamo avuto ed abbiamo qualche agitazione. Ma ricordate che anche in America, dopo la guerra d’indipendenza, varie tendenze si agitavano, e per qualche tempo non si sapeva se proclamare Washington Re o Presidente della Repubblica. Noi siamo stati degni delle tradizioni americane. Quando nel plebiscito, la maggioranza del popolo votò per la Repubblica, la minoranza accettò la decisione con vero spirito democratico. Il popolo italiano sta riprendendo la sua via. Anche se vi sono milioni di uomini senza pane e senza casa, la volontà unanime è di andare avanti. I vostri padri sanno quali forze vi sono nella nostra volontà nazionale. Ed il popolo italiano raddoppierà i suoi sforzi, per riprendere il suo posto nella famiglia delle nazioni. Noi abbiamo fede nella missione universale dell’America. O l’America si avvicina alle altre nazioni con gli stessi ideali democratici, o non avremo un nuovo mondo. Ed avremo condizioni peggiori di prima. Noi dobbiamo essere idealistici, come il Presidente Truman si è espresso. Il Presidente giorni or sono mi ha detto che gli Stati Uniti intendono aiutare l’Italia, senza nulla chiedere in compenso, e che l’America rispetterà l’integrità e l’indipendenza italiana. Non abbiamo interesse a porre nazioni contro nazioni. Noi vogliamo vivere in buone relazioni con tutti gli altri Paesi. "} {"filename":"ac994b7f-29ee-4526-82e1-536aa7315c86.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Considero un gran privilegio parlare a Nuova York dinanzi ad una riunione di così distinti ospiti raccolti dal Signor Myron Taylor, che ha acquistato tanti titoli alla gratitudine italiana quale presidente dell’«American Relief for Italy» e dal Signor Wintrop Aldrich , che ha una posizione così autorevole sia nel campo dell’assistenza quale Presidente del «National War Fund» che in quello degli ambienti bancari ed economici del mondo. Io vi parlo da europeo che ha responsabilità di governo e che conosce quanto l’azione dell’America sia di essenziale importanza per la soluzione dei principali problemi economici di oggi. L’economia mondiale è ormai talmente interdipendente che nel parlarvi della situazione italiana so di intrattenervi su questioni che interessano anche voi. Non voglio fare appello al sentimento, né intendo parlarvi di politica; so che voi, uomini di affari, siete abituati a trattare in base a fatti e cifre, ma so pure che le imprese americane, nazionali e private, sono le meglio informate del mondo attraverso accurate ricerche di dati statistici ed economici. Suppongo quindi che lo sviluppo passato ed attuale della situazione italiana vi sia ben noto, ma forse alcune tendenze della economia italiana e, in modo speciale, le nostre intenzioni, non saranno egualmente ben conosciute. È proprio di queste ultime che desidero parlarvi. Prima della disorganizzazione nel campo economico provocata dalla prima guerra europea, la bilancia dei pagamenti dell’Italia dava alla lira la possibilità di far premio sull’oro. Ciò avveniva quando l’emigrazione rappresentava una delle voci che bilanciavano la nostra economia. Come molti altri paesi devastati dalla guerra, l’Italia si trova oggi dinanzi ad un grave deficit nella bilancia dei suoi pagamenti, il quale però è dovuto in parte notevole ad elementi che non dipendono dalla struttura della economia italiana ed hanno quindi carattere temporaneo. Intendo riferirmi allo spostamento dei nostri mercati di importazione per i principali approvvigionamenti dalla Gran Bretagna, Germania, ecc., a paesi extra-europei. Si verifica pure un aumento nella importazione dei cereali come conseguenza della minore produzione interna. E ciò nonostante gli sforzi esercitati dal governo per ridurre il consumo ad una misura che sfiora i limiti della tollerabilità. Prima della guerra il carbone ed i cereali erano pagati con l’esportazione di prodotti tipici del suolo che oggi possono essere trasferiti su altri mercati in cui i cereali ed il carbone possono essere acquistati. Lo stesso avveniva per il legname da costruzione che prima della guerra era importato dai paesi balcanici. Rendendosi conto di questa situazione il Governo italiano si è dedicato ad un vasto programma che si propone gli scopi seguenti: – sviluppare al massimo le risorse idriche del paese per la produzione della energia elettrica; – accrescere il rendimento delle miniere di carbone nazionali; – sostituire, il più presto possibile, il combustibile liquido a quello solido. Per realizzare lo sviluppo idroelettrico, il Governo italiano conta anche sulla iniziativa privata. E si spera che ciò possa procurarci ancora, nei prossimi anni, la cooperazione internazionale ottenuta nel passato. A causa dei danni di guerra gli impianti idroelettrici nell’Italia centrale ed in quella del Sud avevano ridotto la loro capacità al 50% del livello dell’anteguerra: oggi essi hanno raggiunto di nuovo una efficienza del 90%. In conformità a questa politica di portare al massimo la produzione del paese, il Governo italiano ha fatto suo lo slogan «esportare o morire». Fa parte della politica del Governo il principio di ridurre per il momento il consumo locale al più basso limite sopportabile allo scopo di accrescere fin che è possibile la esportazione di merci. Sebbene la produzione tessile si avvicini al livello pre-bellico, il consumo locale rimane quello del tempo di guerra mentre le merci disponibili sono inviate all’estero. L’ascesa della produzione delle industrie meccaniche è egualmente soddisfacente e mostra una considerevole capacità di soddisfare le richieste dall’estero. Alcune ditte hanno già ricevuto delle ordinazioni che assorbono la loro intera capacità di produzione per i prossimi due anni. Per essere coerente con la sua politica di incremento alle esportazioni, il Governo italiano, fino dal principio del 1946 ha percorso un lungo cammino nel ridurre le restrizioni che ostacolano la libertà degli scambi. Debbo far notare che fra i paesi che si trovano in simili condizioni, l’Italia è stata la sola ad adottare finora una politica così ardita. E ciò allo scopo di permettere ai suoi esportatori di ottenere, a mezzo di libere negoziazioni di valuta estera, maggiori possibilità per l’incremento delle loro esportazioni. I provvedimenti adottati per lo sviluppo di questa politica non sono sufficienti per superare alcune difficoltà fino a quando il mondo continuerà ad essere diviso, dal punto di vista monetario, in compartimenti stagni. È tuttavia incoraggiante la esistenza della «Bretton Woods Institution» per il ristabilimento di normali condizioni di lavoro nel mondo economico. Sono al corrente delle discussioni che hanno avuto luogo prima della creazione di questi istituti. Lo studio di tali dibattiti ha confermato la certezza che essi rappresentano una solida base per l’incremento della collaborazione economica tra le nazioni amanti della pace. A queste istituzioni e ad altre, quali la «International Trade Organization», noi intendiamo dare la nostra più attiva collaborazione, interamente consci della loro utilità per una mutua comprensione internazionale. Dopo questo breve accenno ad alcuni problemi fra quelli che dobbiamo affrontare nel campo economico internazionale, permettetemi di fare alcune constatazioni sulla nostra situazione finanziaria interna. Vi sono probabilmente note le cifre più importanti del bilancio italiano. I nostri sforzi sono già stati volti verso un aumento sostanziale delle imprese: esse sono più che raddoppiate dopo il principio dell’ultimo anno. Un altro fattore incoraggiante è il risultato del prestito per la ricostruzione lanciato in questi ultimi giorni. Il successo di questa operazione che, nonostante il basso tasso di interesse, ha raggiunto circa 220 miliardi di lire, rappresenta un passo importante verso la normalità nel campo finanziario che non mancherà di avere favorevoli ripercussioni nel prossimo futuro. Spero sia chiaro che le difficoltà alle quali si trova dinanzi l’Italia, hanno un carattere temporaneo e che la struttura di questo paese è tale da consentire di riprendere l’equilibrio che, come ho già detto, essa ha mantenuto per tanti anni. Ritengo quindi di poter confermare che l’Italia, come sempre è avvenuto nel passato, saprà far fronte agli obblighi internazionali per i quali dovrà impegnarsi nell’attuale periodo di transizione. Questo è il semplice e retto discorso che io, quale uomo di governo responsabile, desidero indirizzare a voi. Quando giudicherete che il momento sia giunto, darete la risposta che l’Italia aspetta da voi. Confido che la vostra attitudine sia ispirata non solo dagli interessi che voi rappresentate, ma anche da un illuminato spirito di cooperazione internazionale. Confido inoltre che vogliate ispirare la vostra azione ai caldi sentimenti con i quali il vostro grande popolo guarda al mio popolo. Mai come in questi giorni ho sentito la pienezza della loro forza e per questo, a nome dei miei concittadini vi porgo i miei cordiali ringraziamenti. "} {"filename":"f30b33e5-5c92-472d-99da-a8e96709c7ad.txt","exact_year":1947,"label":3,"year_range":"1946-1950","text":"Nel lasciare gli Stati Uniti mi consenta, signor Presidente, di esprimerle la mia sentita gratitudine per l’accoglienza riservatami da lei personalmente, dal governo e dal popolo di questo Paese. Conserverò per sempre il più gratificante ricordo della mia visita che mi ha offerto l’opportunità di capire con quale intensità sia corrisposto il desiderio di amicizia del popolo italiano verso il popolo americano. Sono certo, signor Presidente, di interpretare i sentimenti sinceri del popolo italiano nell’esprimere la gratitudine per l’aiuto concesso dagli Stati Uniti in queste difficili circostanze e la loro ferma risoluzione di cooperare con la grande nazione americana per la ricostruzione internazionale e per stabilire una pace vera. "} {"filename":"08851f5e-9bab-43b6-be9e-aa46d477cc51.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Giovani amici, devo chiedervi silenzio e pazienza, perché le cose che ho da dirvi meritano la vostra massima attenzione e il vostro impegno. Non è mia intenzione oggi di esporre dinanzi a voi un programma di azione per l’avvenire: ma è utile che io faccia qui un’introduzione per la campagna elettorale, richiamando alla vostra memoria gli ultimi avvenimenti, perché voi li comprendiate nella loro sintesi logica e sappiate qual’è l’importanza, quale il significato della battaglia rude che dovremo combattere nei prossimi giorni fino al 18 aprile. L’asservimento comunista allo straniero Ricordate una data: tra il 25 e il 27 settembre in un castello polacco, nei dintorni di Varsavia , si teneva una conferenza di rappresentanti comunisti di 9 paesi. Questi rappresentanti erano inviati da paesi che noi abbiamo incontrato alla conferenza della pace; e che sempre o quasi sempre hanno votato ed agito contro gli interessi e i postulati dell’Italia. C’era naturalmente il rappresentante della Jugoslavia, quel nostro carissimo Kardelj con cui ci siamo battuti alla conferenza di Parigi e a quella di Londra, c’erano i rappresentanti della Bulgaria, della Romania, della Cecoslovacchia, dell’Ungheria e della Polonia, tutti naturalmente sotto la direzione dei russi. Nessuna novità che questi paesi fossero presenti, perché si tratta dei paesi già occupati dai russi e dove i governi sono sorti e si sono modellati secondo le direttive e l’influsso della potenza occupante: nessuna meraviglia, quindi, per la presenza di questi paesi che si considerano del «blocco orientale»: ma per qual ragione saranno stati presenti anche i rappresentatiti della Francia e dell’Italia? Noi sappiamo che Ercoli, ossia Togliatti, era stato vice segretario della organizzazione internazionale comunista fin da prima della guerra; sapevamo che nella politica estera egli e i suoi avevano dimostrato, specie negli ultimi tempi, di osteggiare la politica estera del governo italiano e ricordavamo il suo viaggio a Belgrado . Tuttavia ritenevamo di poter credere che il Pci si trovasse su una linea di mezzo fra quello che era il concetto e l’interesse jugoslavo-russo e quello che era il concetto e l’interesse italiano. Ma io ora mi domando: come mai i rappresentanti del Partito comunista italiano, Longo e Reale , hanno partecipato ad una conferenza che ha concluso proclamando perentoriamente l’esistenza di due linee politiche inesorabilmente opposte: «ad uno dei poli, la politica dell’Urss e degli altri paesi democratici che mira a scalzare l’imperialismo e rafforzare la democrazia; al polo opposto, la politica degli Stati Uniti d’America e d’Inghilterra che mira a rafforzare l’imperialismo e soffocare la democrazia» . Come mai questi rappresentanti italiani hanno accettato la tesi di lotta inesorabile tra due blocchi, l’uno democratico e l’altro imperialista-reazionario dimenticando perfino che in Inghilterra e in Francia vi sono socialisti e laburisti al governo, e che in America esistono milioni e milioni di operai organizzati nei sindacati? Come mai hanno accettato la formula russa e hanno applaudito al signor Zdanov quando accusava l’America di voler «utilizzare il credito come strumento di asservimento politico» e proclamare che il compito dei partiti comunisti «deve essere quello di dare scacco al piano di asservimento di Marshall» e di mettersi alla testa dell’«indipendenza nazionale», contro i partiti che nell’interesse del loro paese al piano stesso vogliono collaborare? E tutto questo, quando lo stesso Togliatti, dichiarò alla Costituente: «Nessuno in fondo sa che cosa sia questo piano Marshall» . Se voi non sapete ancora cosa sia questo piano Marshall , perché lo proclamate piano di asservimento e perché cercate di silurarlo? Perché non interrogate la vostra coscienza di italiani e non vi domandate se il piano non sia qualche cosa di utile per la ricostruzione e la ripresa economica nazionale? Il pubblico italiano è testimone come queste indiscusse direttive date a Bialystok da Zdanov, siano diventate le direttive del Partito comunista italiano. Dalla rivista «Rinascita» a tutti i giornali comunisti, è stata lanciata l’accusa di Zdanov contro i governi asservitori e contro il piano Marshall, protestando di dover difendere l’indipendenza nazionale. Io mi domando se costoro che diffondono e inculcano un programma imposto dal di fuori hanno il diritto di arrogarsi la difesa dell’indipendenza nazionale italiana. Quanto rigorosa e ortodossa fosse l’attuazione della direttiva Cominform dimostrò anche agli ignari il fatto che nemmeno Terracini, presidente dell’Assemblea costituente italiana, poté salvarsi da una censura ufficiale, quando in un’intervista espresse un’opinione non del tutto ortodossa . Ma, al convegno di Bialystok non ci fu soltanto una riunione plenaria, intorno alla quale venne emanato il comunicato ufficiale; ci fu anche una riunione speciale tutta dedicata al comunismo italiano e al comunismo francese; e in questa conferenza venne fatto rimprovero ai comunisti italiani e francesi di baloccarsi troppo con la tattica parlamentare e di non aver sufficientemente sviluppata l’azione diretta delle masse organizzate; e venne impartita da Zdanov la nuova direttiva di un’azione più massiccia di altro stile: il tutto sotto la direzione e con l’appoggio del Comitato speciale con sede a Belgrado. Le istruzioni di Longo Con queste istruzioni l’onorevole Longo è tornato in Italia. E voi avete visto, in ottobre, novembre e dicembre le violente campagne e agitazioni di massa, svoltesi in Italia e Francia, agitazioni che talvolta hanno assunto il carattere di aperta sovversione. Il tutto venne preceduto e orchestrato da discorsi e attacchi di particolare virulenza, tutti nel senso e nel tono impartito a Bialystok. Bisogna che ve ne citi qualcuno, perché i lupi di ieri si presentano oggi in veste d’agnello e accusano noi di portare discordie. Dice Longo il 1° novembre: «Accusiamo De Gasperi di portare il nostro popolo alla fame e il paese all’asservimento e alla catastrofe economica» ; e il 7 novembre, parlando di consigli di gestione, dice, sempre Longo: «i lavoratori democratici italiani sono pronti, se necessario, a tutte le battaglie, a tutti i sacrifici per difendere l’indipendenza e l’avvenire del paese» . Il 14 novembre il Comitato centrale del Partito comunista emanò un comunicato che era tutto uno squillo di guerra «contro il governo dello straniero, della miseria, della reazione e della guerra» . In una successiva risoluzione del Partito comunista poi si legge: «la politica antinazionale, antidemocratica, e antisociale del governo De Gasperi, compromette l’indipendenza del paese, la sua economia, la pace, la democrazia, e condanna alla miseria e alla fame il popolo lavoratore» . Il doppio giuoco dei comunisti È anche da rilevare che prima e dopo il Congresso comunista, in tutte le occasioni è stata esplicitamente sollevata la questione se convenisse limitarsi ad agire secondo il metodo democratico, cioè, secondo le leggi della Costituente o se si potesse o convenisse anche di ricorrere alla forza. Ed ecco le parole di Togliatti del 17 novembre: «Da più parti si chiede se di fronte a questa situazione il Partito comunista intende abbandonare il terreno democratico, rispondo: noi ci muoviamo sul terreno democratico, ma nego che il terreno democratico sia soltanto quello parlamentare: la democrazia comprende la lotta parlamentare e la lotta che si svolge attraverso l’intervento delle masse in tutti gli aspetti della vita politica economica del Paese» . E aggiunge – notate bene –: «L’esperienza del ’22 ci insegna, che la strada seguita allora dagli uomini democratici (cioè, dell’ordine e della legge), mentre i fascisti si armavano, fu una strada esiziale per la democrazia: noi quindi, non la seguiremo più». E per essere più chiaro, Longo, a proposito della stessa questione, dichiarava: «I consigli di gestione verranno costituiti secondo la legge, ma se non bastasse la legge verranno costituiti e imposti per volontà dei lavoratori e del popolo, anche contro la volontà di lavoratori e di popolo, in tutte le grandi imprese» . E Sereni , parlando il 23 novembre, disse: «La marcia verso la nuova democrazia ha subito un tempo di arresto, ma ora riprende il suo slancio e questo nuovo slancio non si esplica solo con una chiara e decisa volontà di lotta, ma trova le forme nuove di lotta adatte alla nuova situazione politica» . E spiega Longo, ancor più chiaramente: «Noi creeremo ovunque i consigli di gestione: questa è la parola d’ordine; creare nelle grandi imprese i consigli di gestione. Se i rappresentanti del capitale si rifiutano di parteciparvi, createli, lo stesso, senza di loro. Portiamo tutti il nostro entusiasmo e la nostra forza perché questa battaglia che dovremo combattere si vinca e allora la battaglia sarà vinta per noi, per tutto il popolo italiano e per il nostro paese» . Abbiamo poi in novembre il caso Troilo a Milano – ricordate? – con l’occupazione della prefettura . Nell’Unità si stampava: «Una grande città democratica e garibaldina non si piega coi mitra agli ordini di Scelba, i quali non sono valsi a gettare Milano in uno stato d’assedio. Ventiquattro ore di lotta» . «Il sondaggio – ha scritto Pajetta – ha detto chiaro: a Milano non si passa. I partigiani e i lavoratori si sono mossi» . Abbiamo avuto poi il famoso sciopero generale di Roma. Ricordate i blocchi stradali, gli incidenti fra la forza pubblica e gli scioperanti e quei certi chiodi anticarro riesumati dal periodo nazista. Le forze armate dello Stato dovettero in parecchie regioni essere ingaggiate per sbloccare strade e linee ferroviarie, fino che furono decretate per legge più efficaci sanzioni. Ma verso la metà di dicembre avvengono alcuni fatti che hanno servito, almeno per il momento, a raffreddare gli entusiasmi sovversivi. Vi fu la dichiarazione di Truman , nella quale, mentre i soldati americani abbandonavano l’Italia, egli disse che gli Stati Uniti non potevano disinteressarsi delle libertà democratiche che l’esercito americano aveva contribuito a rivendicare all’Italia; vi fu resistenza accanita da parte del governo, il quale ha ritenuto doveroso per difendere lo Stato democratico di rafforzare le forze di polizia. Intorno a questo periodo si ha anche il fallimento dei movimenti di sciopero generale, con carattere sovversivo e insurrezionale in Francia; e in Francia, il 18 dicembre, si arriva perfino all’allontanamento dagli uffici pubblici dei comunisti, in seguito alla scoperta di venti agenti stranieri. Questi gli avvenimenti che ci sono noti, ma non mancano però altri elementi, su cui non voglio far per ora induzioni e che hanno spinto il Partito comunista a mettere un po’ la sordina sulle direttive di Bialystok. Però il Pci si è sempre mantenuto nell’equivoco. Mai abbiamo avuto una dichiarazione in cui il Partito comunista dicesse: io ho questo e quell’ideale da raggiungere; ho questo postulato da sostenere; però il mio metodo è quello democratico, il metodo che esclude la violenza di parte. Mai una dichiarazione è venuta ad escludere il ricorso alla forza. Si potrebbe affermare tutto il contrario ricordando le parole di Sereni al Congresso comunista. Disse: «oggi la necessità di organizzare questo potere popolare si pone ormai veramente per tutti i lavoratori; un potere popolare che si fondi su un vasto movimento organizzato delle masse e che attacchi attraverso le riforme strutturali i monopoli delle vecchie caste reazionarie. Queste forme nuove di lotta possono essere riassunte nella esigenza di non muovere più le masse soltanto sul terreno rivendicativo ma di far sì che esse passino alla realizzazione di veri e propri atti di governo e, cioè, risolvano, in certo modo, nell’interesse della nazione, determinati problemi» . Voi vedete, in queste dichiarazioni, l’intento di creare organi di classe in contrasto con gli organi fondati sul Parlamento e quindi sul suffragio universale. Togliatti disse in una intervista: «Noi ci manterremo sul piano parlamentare fino a quando ci sarà possibile e fino a quando le questioni potranno essere risolte sullo stesso piano; per il resto si possono anche fare delle rivoluzioni democratiche». Le stesse dichiarazioni si ritrovano nella risoluzione congressuale comunista ove si dice che «bisogna preparare di fatto, nell’industria e nell’agricoltura, quelle trasformazioni sociali, di cui l’Italia ha bisogno per essere pronti a rispondere ad ogni minaccia reazionaria» . Abbiamo finalmente il discorso di Pescara; si è tentato di fare di Pescara un centro d’Italia; sarà una bellissima città, ma comunque si voterà a Pescara, questo non cambierà molto le cose. A Pescara Togliatti fece un’altra dichiarazione, di altro tenore. Ormai siamo nel periodo quasi melodico: «Qualcuno potrà ricordarsi che per un certo tempo i comunisti hanno partecipato al governo. È vero. Sapevamo che grandi cose non potevano esser fatte, ma, fin dalla prima settimana, ci siamo accorti che anche quel poco non era fatto e non si voleva fare. Per questo abbiamo criticato quel governo perché un partito che ha delle responsabilità non possa limitare la sua critica alle quattro pareti del salotto di De Gasperi o all’aula della Costituente» . Con queste dichiarazioni Togliatti ha confessato le vere ragioni per cui è stato impossibile continuare al governo la collaborazione coi comunisti. Egli insisteva, nonostante le mie proteste, nonostante le mie insistenze e dei miei colleghi, sul diritto di collaborare entro il Consiglio dei ministri e, nello stesso tempo, di insinuare fuori e nella propaganda che la Democrazia cristiana agiva come rappresentante della reazione. Questo fu il suo doppio giuoco. Lasciate stare le contingenze momentanee di questa o quella crisi, guardate in fondo e vedrete che il doppio gioco comunista fu la ragione più vera dell’impossibilità di collaborare più oltre con loro. E voi constatate che anche oggi, nelle dichiarazioni che vi ho rapidamente riassunto, si è sempre delineato il duplice sistema comunista; cioè utilizzare il mezzo democratico e parlamentare e contemporaneamente riservarsi il ricorso alla forza e prepararlo. Garanzie per l’ordine pubblico Ho dichiarato al congresso di Napoli che la libertà verrà salvaguardata per tutti: anche per chi non la merita . Ma noi vogliamo questa libertà difenderla contro le riserve e contro la preparazione dell’uso eventuale della violenza da parte di qualsiasi partito e in specie del Partito comunista la cui minaccia è più avanzata. E quando, quando ci si accusa: «Voi avete escluso dal governo la rappresentanza di parte notevole dei lavoratori organizzati», io rispondo: «Questa è colpa vostra; e se i lavoratori comunisti vogliono essere rappresentati nel governo, bisogna che reclamino e pretendano dai loro politici il rispetto alla Costituzione, il rispetto del suffragio universale, il rispetto della legge, e li costringano, i politici, alla legalità democratica che dispone di sufficienti mezzi per difendere gli interessi dei lavoratori». Tanto è vero che oggi il socialismo democratico è al governo, il che vuol dire che non c’è una incompatibilità per una efficace collaborazione nell’interesse del paese anche con un gruppo collettivista, purché sia sincera l’adesione alla legalità democratica. I lavoratori dovranno poi pretendere che anche il Partito comunista consideri le cose politiche ed economiche da un punto di vista italiano. Io non sono un nazionalista angusto; comprendo la solidarietà di classe, la collaborazione internazionale, ma non posso ammettere che tale solidarietà si svolga in senso contraddittorio cogl’interessi del proprio paese. L’interesse della Russia (e qui vi prego tutti, giornalisti e amici, di non fare mai confusione tra Stato Russia e Partito comunista), l’interesse della Russia non può essere sempre combaciante con gli interessi della classe operaia e sopratutto con l’interesse della classe operaia italiana. E ricordiamoci un grande esempio storico: la Germania nazista ha potuto attaccare e massacrare la Polonia e poi di riflesso rovesciarsi addosso alla Francia, perché la Russia si era accordata con la Germania e con Hitler nel famoso patto Ribbentrop-Molotov. Allora quel patto sarà stato interesse della Russia, ma non certo delle classi popolari della Polonia e della Francia. In secondo luogo è vano ignorare che dalla parte occidentale esistono milioni e milioni di operai organizzati; è ridicolo supporre che un governo socialista e laburista come quello inglese, si possa conglobare in un’accusa di imperialismo e di reazione. Intendiamoci bene: noi vogliamo buoni rapporti con la Russia, intendiamo che essa abbia, e speriamo che essa abbia buoni rapporti con noi, ma non possiamo accettare il principio che da parte del bolscevismo venga organizzata e alimentata una quinta colonna entro la nostra nazione e che faccia una politica diversa da quella che è la politica nazionale. Questa strategia delle linee interne si può valutare dal punto di vista russo e non tocca a me criticarlo, ma queste linee interne non possono essere accettate da una democrazia, se non a patto dell’asservimento e della perdita della indipendenza nazionale. Non possiamo ammettere che la politica interna italiana venga manovrata a Belgrado e da qualsiasi comitato internazionale. Togliatti mi fa spesso rimprovero di non usargli tutta la cortesia che merita, e così ha ripetuto a Pescara. Ma egli mi fa ingiuriare anche all’estero. Risponde la «Gazzetta Letteraria» di Mosca, la quale ha scritto e stampato contro di me e i miei collaboratori una serqua di ingiurie, di fronte alle quali non è valsa una cortese rettifica della rappresentanza diplomatica d’Italia a Mosca, che essa si fonda sulle dichiarazioni di Basso e di Toglitatti. Ecco che le accuse e lo stile di Togliatti mi vengono rinviati, come cavallo di ritorno, anche dalla Russia. Abbiamo avuto momenti gravi, amici miei, al governo. L’esercito andrà a votare come tutti gli altri cittadini e sarà rispettato il suo diritto al voto; ma quando un ordine gli viene dato per la disciplina e per la legge esso deve essere obbedito a qualunque costo. Il governo ha preso le sue misure per proteggere la libertà, il Consiglio dei ministri ha approvato le leggi per il disarmo e contro le organizzazioni paramilitari dei partiti. Abbiamo anche la forza per applicare questi provvedimenti, ma preferiamo che essi rimangano solo un monito, un avvertimento in tutte le direzioni a destra e a sinistra, perché nessuno pensi a difendersi da sé, né operai, né industriali, né fascisti, né antifascisti. Basta, basta col disordine interno. Lo Stato deve imporre la legge democratica, eguale per tutti. Bisogna dirlo, specialmente a voi, specialmente ai lavoratori e operai: senza l’ordine interno l’Italia andrebbe in rovina. E agli elettori diciamo: occhio alla cortina dei gas fumogeni: il Partito comunista per ora si appiatta dietro una certa cortina fumogena che si chiama «Fronte popolare» , spero bene che nessuno si lasci ingannare, perché veramente questo fronte è una grossa speculazione, che è un’offesa all’intelligenza del popolo italiano. La vera forza che sta dietro e manovra è il Partito comunista, il quale ha fatto il lupo fino a ieri e oggi bela di concordia e di pace; ma ormai abbiamo già visto le zanne. Certi discorsi da Mefisto sono inutili: sotto la toga vediamo spuntare lo zoccolo del caprone. L’andamento dei prezzi Siamo stati definiti «governo della fame e della miseria». Ora è questa una oltraggiosa ingiustizia che si compie verso un governo che si è trovato veramente in momenti difficilissimi e li ha superati. In autunno quando l’Alto commissario per l’alimentazione mi veniva a riferire che mancavano 25 milioni di quintali di grano per poter mantenere le attuali razioni ridotte e che ci volevano 350 milioni di dollari e non avevamo né grano né dollari, abbiamo attraversato delle giornate oscure, abbiamo sofferto un travaglio terribile, perché pensavamo che il popolo non poteva stare senza l’indispensabile e che il necessario dovevamo, a qualunque costo, procurarlo. Ma se non ci fosse stata l’America, che ci avesse dato grano e carbone, non saremmo riusciti a salvamento. Notate che la mancanza di grano aveva portato – immediato contraccolpo – un aumento dei prezzi internazionali. Quando si dice i prezzi vanno su e giù attribuendone colpa o merito al governo, si dice cosa che non è vera, perché la maggior parte dei nostri prezzi sono il riflesso dei prezzi internazionali. L’indice all’ingrosso dei prezzi alimentari è passato da 4.773 (al primo aprile 1947) a 6.457 (nel settembre successivo). Queste cifre si calcolano sulla base 100 del 1938. L’indice generale dei prezzi all’ingrosso si solleva di conseguenza passando da 4.533 in aprile a 6.202 in settembre e quello del costo della vita, nello stesso periodo, passava da 4.165 a 5.334. Questa fu la situazione drammatica di fronte alla quale ci siamo trovati. Tuttavia siamo riusciti a passare l’inverno, mantenendo la distribuzione di pane e di pasta, sopratutto con gli aiuti americani. Siamo riusciti, con una politica commerciale valutaria a rifornirci anche di altri prodotti alimentari (carni, grassi, uova ecc.). Tutto questo sforzo ha richiesto veramente un accorgimento, uno spirito di sacrificio, un’attenzione, una collaborazione di tutti coloro che erano chiamati a provvedere, ma sopratutto ha richiesto la lealtà, l’onestà dei rapporti con l’America. Non è possibile accusare l’America di imperialismo e di asservimento delle nazioni europee; scrivere degli articoli dove gli americani sono trattati da cretini e contemporaneamente pretendere che ci diano quello di cui abbiamo bisogno . Nonostante questa situazione, dico, siamo riusciti a contenere e, in certa parte anche, a ridurre i prezzi e tuttavia (poiché vi sono delle esigenze sociali, poiché non si poteva in questo inverno sbloccare certe imprese) abbiamo dovuto fare grandi sacrifici. Si è raggiunto un abbassamento del 10 per cento del costo della vita e del 20 per cento circa dei prezzi delle derrate alimentari. Non bisogna in questo delicato settore economico affidarsi ai facili «slogan», come qualche volta si è fatto nel passato, per sostenere l’inevitabilità dell’aumento dei prezzi, così oggi non bisogna fare affidamento assoluto sul movimento al ribasso. Noi non cerchiamo il crollo massimo dei prezzi, poiché un crollo repentino dei prezzi porterebbe alla diminuzione della produzione interna. Nostro compito è quello di mantenere l’equilibrio fra la produzione e il consumo. V’era poi il grave problema della lira. Voi ricorderete certamente in quale critica situazione si trovava la nostra moneta. Con la illuminante collaborazione di Einaudi siamo riusciti a frenare lo slittamento della lira. È vero che il colpo di freno ha portato anche conseguenze spiacevoli in qualche settore. Il provvedimento tuttavia è stato provvidenziale; e a qualche localizzata conseguenza o meglio a qualche coincidenza non positiva abbiamo posto, o si sta ponendo, rimedio. Nonostante tutte le difficoltà, il governo ha anche notevolmente aumentato le entrate dello Stato. Nel gennaio del 1947 le entrate mensili furono di 25 miliardi e 656 milioni e nell’ottobre di 56 miliardi e 204 milioni. Vi è stato un aumento di oltre il 100 per cento, in dieci mesi. E qui debbo esprimere un voto di plauso specialmente all’amico Pella , che è stato invece violentemente attaccato nel discorso di Pescara. Togliatti che cosa ha inventato? Ha inventato che noi abbiamo differito il pagamento della rata dell’imposta progressiva per favorire i grandi capitalisti, i quali avrebbero dato al fondo elettorale del partito niente di meno che due miliardi. Ora sapete a che cosa si riferisce questa bassa accusa di Togliatti? Abbiamo proposto, in seguito al desiderio della Costituente, un’amnistia e in questa amnistia era compresa anche un’amnistia fiscale, come ha fatto del resto anche Togliatti, nella prima amnistia del 1946. In materia finanziaria è stato concesso a favore dei contribuenti di presentare le dichiarazioni omesse o di integrare le dichiarazioni presentate per qualsiasi imposta entro il 30 aprile del 1948, esentandoli da qualsiasi penale. Evidentemente se avessimo mantenuto inalterata la data del 10 febbraio per la straordinaria sul patrimonio, il contribuente onesto sarebbe stato penalizzato, perché costretto a pagare prima, mentre il contribuente ritardatario, avrebbe avuto un premio incominciando a pagare con la rata di giugno. E allora abbiamo stabilito che tutti dovessero pagare le loro rate a giugno. Ecco il nostro delitto. Abbiamo soltanto compiuto un atto ragionevole, un atto di giustizia sociale. Contro la disoccupazione Il problema che ci ha tormentato e che ancora ci tormenta è quello della disoccupazione. Questo problema è di una estrema gravità perché non v’è modo di occupare tutti indistintamente gli italiani finché ci troviamo nella presente situazione economica, finché la produzione non aumenta, e perciò siamo costretti a ricorrere ad espedienti che non sempre sono sufficienti. Nel secondo semestre del 1947 abbiamo raggiunto i 112 miliardi di lavori pubblici già appaltati mentre nel primo semestre eravamo arrivati a soli 54 miliardi. Questo vi dimostra che il governo ha fatto un grande sforzo. A proposito degli operai, l’accusa che ci si fa sempre, è di non aver pensato a questi e di aver trascurato il loro progresso e la loro evoluzione economica, ma questa accusa naufraga di fronte ai fatti e alle cifre. Dal primo giugno 1947 al 31 gennaio 1948 sono stati presi dei provvedimenti legali in favore dei lavoratori occupati, disoccupati, ammalati, pensionati che assommano a 93 miliardi e 278 milioni. Se considerate, amici miei, che abbiamo dovuto dare, perché ormai le avevamo sulle spalle, alle imprese dell’Iri, alle grandi imprese dell’«Ansaldo», della «Terni» ecc., quasi 60 miliardi e, attraverso la «Fimmeccanica» altre decine di miliardi, per altre industrie meccaniche, dobbiamo dire che, proprio per quegli operai, che si cerca di aizzare contro di noi, abbiamo fatto il massimo sacrificio possibile e che è difficile fare di più, quando si pensi che questi denari devono essere presi dalla cassa comune, ciò che inevitabilmente crea delle gelosie, sopratutto nel Mezzogiorno. Gli aiuti americani Ed ora veniamo agli aiuti americani. Togliatti, nel discorso che vi ho citato, continua a dire ostinatamente che gli aiuti americani non sono gratuiti. Abbiamo pubblicato l’elenco delle spese e delle somme ricavate da queste merci. L’America manda a noi carbone, farina, medicinali, petrolio, ecc., gratis. Quando tutte queste merci giungono in Italia vengono vendute, per il consumo, in lire, e, in genere, non vengono vendute al loro prezzo economico, ma, come avviene per il pane sopratutto, vengono vendute a prezzi molto più bassi. Comunque il ricavato della vendita di queste merci va a nutrire il fondo, presso il Tesoro e la Banca di Italia, dal quale si tolgono i denari per i lavori pubblici e per l’assistenza. Dunque queste merci ci giungono dall’America completamente gratuite e quando giungono vengono vendute; ma a beneficio del popolo italiano per la ripresa industriale e per la lotta contro la disoccupazione e contro le malattie. Quelli che noi riceviamo ora sono aiuti provvisori, che sono stati dati prima attraverso la Unrra e poi attraverso l’Ausa, e oggi si chiamano «aiuti interinali», perché si sperava che col primo aprile fosse entrato in funzione il «piano Marshall». Dico, si sperava, perché ciò forse non potrà verificarsi in quanto le discussioni al congresso sono molto lunghe, ma in tal caso speriamo di avere ancora altri aiuti provvisori. Il piano «Marshall» Ma che cosa è il «piano Marshall»? Lasciando da parte la sua tecnica che è ancora da fissare, diremo che in sostanza esso è la collaborazione economica fra i paesi europei integrata da aiuti americani. Se davvero l’America avesse voluto asservire i suoi debitori italiani e francesi avrebbe fatto dei prestiti diretti a tali paesi e non si sarebbe interessata dell’Europa. Invece l’America cerca di sollevare l’Europa, di mettere d’accordo i paesi europei, di creare una situazione di possibilità economiche perché divengano un baluardo della pace. Nessuno fa nulla per solo sentimento e anche la America fa i suoi calcoli. Qualcuno dice: «L’America fa questo per alimentare il suo commercio in Europa». Qual’è la percentuale sul volume del commercio americano con l’Italia e la Francia? È minima. Appena il 4 per cento. Per ciò non può essere questa la ragione. Ma allora quale può essere il calcolo per cui gli americani aiutano economicamente l’Europa? Essi calcolano che cosa può costare una nuova guerra e che cosa può costare il «piano» di aiuti alla Europa. Il «piano» costa soltanto qualche diecina di milioni di dollari mentre la guerra costerebbe centinaia e centinaia di milioni di dollari. L’attuazione del «piano» vuol dire il ritorno all’ordine nelle nazioni, vuole dire eliminare ogni causa di guerra. Con l’attuazione del «piano» le nazioni europee saranno delle collaboratrici di pace nell’ordine economico. Questo è il calcolo interessato dell’America, ma questo interesse coincide con il nostro interesse, con l’interesse delle nazioni europee e con l’interesse di tutto il mondo che aspira alla pace. D’altro canto, se veramente gli aiuti americani fossero crusca del diavolo invece di farina, se veramente noi, per salvaguardare la nostra indipendenza nazionale dovessimo respingere il «piano», perché mai l’onorevole Terracini, parlando a Napoli, ha detto di sperare che anche in caso di vittoria del Fronte popolare, gli aiuti americani verrebbero conservati? Allora l’attuazione del «piano» è efficace e desiderabile quando al governo ci sono loro e diventa una cosa deplorevole quando al governo ci siamo noi? Io non vorrei vedere quel giorno in cui al governo andassero coloro che si sono compromessi in una lotta contro l’America, non vorrei vedere quel giorno perché temerei che il popolo italiano, attendendo dalla riva le navi cariche di carbone e di grano, le vedrebbe volger la prora verso altri lidi. Si dice che anche i democristiani sono dei totalitari. Badate invece ai fatti. Abbiamo fatto una politica di larghezza e di concordia su alcune linee maestre: una volta messici di accordo sulla via maestra del sistema democratico, sulla esclusione del ricorso alla forza e alla violenza, sulla concezione di collaborazione europea, con gli aiuti americani, messici di accordo su queste tre linee principali, abbiamo cercata nel governo la collaborazione di liberali, di socialisti democratici e di repubblicani, senza badare troppo alla proporzione delle forze. Con questa stessa ampiezza di vedute abbiamo preso un comune impegno democratico di libertà e di tolleranza con i repubblicani, coi liberali e con i socialisti democratici che sono membri del governo. Quello che può fare di meglio un partito è di mettere i suoi uomini al servizio del paese. Il mio partito, e tutti lo possono constatare, interpreta le esigenze e le sofferenze della patria. Dico a voi giovani, a voi elettori, che non ho altra ambizione se non che il nostro partito faccia il massimo sforzo e sia il primo nel sacrificio, nella disciplina e nell’opera di salvezza. Ho fatto prima un appello agli operai, agli operai che non appartengono al nostro partito, socialisti e comunisti, perché considerino la situazione del nostro paese e permettano, nell’ordine, che si possa attuare il massimo sforzo di tutte le classi, e la collaborazione del governo con i sindacati, per riuscire veramente a costituire le condizioni della ripresa. Ho detto e ripeto agli operai: non avete nulla da temere, avete molto da sperare dalla vittoria della Democrazia cristiana, perché non rappresentiamo privilegi, non rappresentiamo la reazione, ma rappresentiamo il progresso e la evoluzione delle classi operaie. Appello alla borghesia e al ceto medio E ora lasciatemi rivolgere un appello alla borghesia e ai ceti medi. Alla borghesia agiata io dico: non siate sordi, non siate ostinati, non tenete il capo rivolto all’indietro; il mondo cammina, il lavoro chiede la sua parte e la avrà, riconoscetelo, collaborate anche con il vostro sacrificio. È il vostro dovere, perché avete l’agiatezza e la ricchezza, ma è anche il vostro onore. Non pensate egoisticamente di trasferire altrove, nel Mezzogiorno d’Italia, nelle isole o al di là del mare, la sede dei vostri agi, restate, servite il paese andando incontro alla classe popolare, remunerandola con la vostra opera sociale contro le seduzioni della violenza. Abbiamo fatto recentemente, su proposta Segni, una nuova legge agraria la quale stabilisce che attraverso la bonifica e attraverso sovvenzioni e finanziamenti, che vengono anche da parte dello Stato, sia possibile aumentare il numero dei piccoli proprietari. E si è detto ai proprietari che di questi sforzi che fossero fatti oggi volontariamente se ne terrà conto quando si attuerà la riforma agraria. Io dico ai grandi proprietari: cogliete l’occasione di precorrere quello che stabilirà la legge del Parlamento e dimostrate con i fatti, seguendo l’esempio di molti industriali che hanno creato istituti di carattere sociale, case e istituzioni protettive per i loro lavoratori. Così fate anche voi, agricoltori, ricordando che nella bonifica e nella piccola proprietà sta la salvezza della classe agricola d’Italia. Devo dire anche una parola ai ceti medi. Ai contadini piccoli proprietari, ai piccoli risparmiatori, agli artigiani, ai funzionari, chiediamo di essere consapevoli della precarietà della loro sorte. Essi non hanno altra sicurezza che in un regime di ordine, di stabilità e di libertà. Se la democrazia repubblicana italiana non si consolidasse con una evoluzione sociale ordinata, voi, che appartenete a queste categorie, scomparirete travolti, stritolati nel conflitto sociale. Quindi non siate incerti, non siate pavidi, non abbiate paura. Il voto del 18 aprile riguarda anche la vostra sorte e la vostra esistenza. È inutile mettersi in riserva, tenersi aperte tutte le vie, non ce n’è che una: dovete prenderla con risolutezza e responsabilità. Ed ora la mia ultima parola commossa a voi, giovani speranze della Democrazia cristiana. È in voi sopratutto che splende questo nostro immenso amore per il popolo, amore che deriva dalla fraternità cristiana. In questa parola «popolo» noi includiamo anzi tutte le classi popolari, i meno abbienti, che hanno bisogno, che hanno diritto al lavoro e al pane, e voi sentite che al popolo dobbiamo giustizia. Il grande sogno di creare questa giustizia sociale ci ispira, e siamo al governo, nel partito, nelle associazioni per questo. E la nostra fatica è immensa, e il travaglio, contro le difficoltà quotidiane, è sopra le nostre forze, ma noi crediamo in Dio che fece sanabili le nazioni, crediamo nel soffio eterno della nostra civiltà cristiana. Chi vi ha insultato gridandovi servi d’America, odiatori della Russia? Noi serviamo e difendiamo la civiltà italica onde Cristo è romano, difendiamo il popolo italiano, il popolo lavoratore, navigatore, scopritore, colonizzatore, luce nell’universo e luce anche nei paesi americani. Nel silenzio meditabondo delle nostre coscienze, sentiamo bussare alla porta del destino i celebri colpi della V sinfonia di Beethoven , che ricorderete di aver udito quando alla radio clandestina annunziavano e auspicavano la liberazione. Oggi chiediamo al Dio dei nostri padri di non essere indegni dell’ora storica e della grande causa che difendiamo. "} {"filename":"ca2b2a7e-29a8-4f56-870f-229e6a906a67.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, quando erano al governo tutti i partiti, io come capo del governo, parlavo in tono amichevole verso tutte le correnti politiche. Oggi, purtroppo non posso e non devo farlo. Finita la guerra c’era la speranza che tutti avrebbero compiuto ogni sforzo per la ricostruzione della patria non solo materialmente ma anche spiritualmente con il rispetto, cioè, delle libertà democratiche per tutti. Questa speranza oggi è caduta ed è spenta. Questo per colpa dei comunisti, animatori e manovratori del blocco popolare, che hanno in questi ultimi tempi dimostrato di non essere leali verso il regime democratico, riservandosi, quando occorra, anche l’azione diretta. I comunisti, inoltre, nella loro violenta opposizione agli aiuti americani ed al piano Marshall, tradiscono gli interessi del loro paese facendoci correre il pericolo che gli americani lascino cadere, non approvandoli in Parlamento i loro progetti di risanamento economico dell’Europa. Con la loro polemica a favore della Russia i socialcomunisti continuano a fare nascere su di noi ed intorno a noi sospetti e diffidenza che certo non richiamano ma allontanano gli aiuti che ci necessitano per far lavorare i nostri operai e per far funzionare la nostra industria. E poiché la propaganda comunista ha cercato di minimizzare questi aiuti non è male che io vi citi qualche cifra e qualche dato. A partire dall’estate 1943 gli Stati Uniti hanno fornito aiuti all’Italia in forme varie per l’ammontare complessivo di un miliardo e 900 milioni di dollari. La maggior parte di tali aiuti per un ammontare di un miliardo e 200 milioni di dollari è stata completamente gratuita: mentre i restanti 569 milioni di dollari sono stati corrisposti sotto forma di crediti a lunga scadenza e sotto forma di rimborsi per spese sostenute dagli americani in Italia durante il periodo della cobelligeranza. Gli aiuti gratuiti forniti prima dall’esercito americano attraverso l’amministrazione dell’Unrra e quindi dall’Ausa, sono stati generi alimentari, medicinali, carbone, petrolio, cotone, metalli, lana, fertilizzanti ed altre materie prime. Tutto questo, oltre ai crediti ed ai rimborsi del governo americano ed a tutte quelle altre forme di collaborazione, quali la rinuncia alle nostre navi da guerra, lo sblocco dei beni italiani negli Stati Uniti, la restituzione delle navi mercantili, ha dato un contributo decisivo alla nostra ripresa economica che altrimenti sarebbe ancora nelle condizioni disastrose dell’immediato dopoguerra. È quindi incomprensibile questo atteggiamento di aperta ostilità dei comunisti nei confronti dell’America. Oggi una parte del paese è lanciata contro di noi che difendiamo gli interessi e la vita del popolo italiano ed è lanciata contro di noi e contro l’America col pretesto della indipendenza nazionale che proprio noi difendiamo mentre è tradita dai nostri avversari. Ma questo atteggiamento non è spiegabile che con gli ordini ricevuti da Zdanov e con le direttive avute dal Comitato speciale di Belgrado creato per dare scacco all’azione risanatrice e ricostruttrice dell’America in Europa. E badate bene che in America non è che manchino forti opposizioni al piano Marshall: è per questo che io temo molto che le agitazioni e l’atteggiamento di una parte dei popoli di occidente, primo fra tutti il popolo italiano, potrebbero creare una atmosfera di scetticismo tale da indurre la stessa America ad abbandonare l’idea di soccorrere i paesi che non corrisponderebbero come dovrebbero a questi sforzi per il risanamento della loro vita economica. Se ciò si avverasse, le conseguenze sarebbero letali per la vita economica del nostro paese e soprattutto per i nostri lavoratori. Ed è per questo che dinanzi alla storia coloro che avversano il piano Marshall si assumono una gravissima responsabilità, quella di danneggiare nel profondo le radici stesse della ripresa economica del popolo italiano. Grave sarebbe però anche la responsabilità del presidente del Consiglio se non smascherasse queste manovre e queste menzogne dei comunisti, se non rendesse edotti gli italiani del vero stato delle cose, con linguaggio decisamente chiaro anche se gli viene rimproverato di essere aspro. Perciò io dico ai nostri avversari: badate a quello che fate; e dico a voi: badate a quello che vi dicono ed a quello che vorrebbero farvi fare. Io non sto qui ad addentrarmi in dettagli sul funzionamento tecnico degli aiuti americani ma posso assicurarvi che se negli anni venturi il piano Marshall sarà attuato e messo in opera, il 50 per cento delle risorse alimentari e delle materie prime potranno esserci assicurate. Il che impedirà che si debba giungere, per la rarefazione delle merci, ad una eccessiva svalutazione. Aggiungo anche che se l’America ci aiuta per raggiungere l’indipendenza economica, nulla essa ci chiede in campo politico: tutto quanto viene detto in contrario è frutto di astio ideologico e di speculazione politica. Noi potremo avere il carbone dalla Russia, ma quando avremo messo la nostra economia in condizioni di poter pagare: oggi noi non paghiamo invece quello che ci viene gratuitamente offerto dall’America. Con questo paese tutto è fatto alla luce del sole, niente in segreto e perciò noi non vogliamo farci incapsulare da una propaganda che è foriera di una guerra civile e potrebbe anche essere fonte di guerra internazionale. Noi desideriamo che l’America sappia che qui vi è libertà e democrazia per tutti e che non invano sono caduti sul nostro suolo i suoi figli per combattere la dittatura nazifascista. È la nostra fiducia nel piano Marshall che ci ha permesso anche il rischio del programma straordinario dei lavori e delle bonifiche per il Mezzogiorno. Senza entrare nei dettagli voglio peraltro che vi rendiate conto dell’ampiezza di questo programma straordinario disposto dal recente provvedimento approvato dal Consiglio dei ministri. Si tratta, dello stanziamento di due miliardi per le ferrovie, 18 miliardi per i lavori pubblici, 17 miliardi per le bonifiche, 10 miliardi per le piccole industrie, 20 miliardi per le strade e gli acquedotti della Sicilia. In tutto 67 miliardi. Si è inoltre provveduto perché si metta mano rapidamente ai lavori essendo il programma deliberato su progetti e preventivi già elaborati. Gli avversari affermano che ciò è fatto dal governo per una speculazione elettorale. Non è vero ed i fatti lo dimostreranno. Altri recenti provvedimenti il Consiglio dei ministri ha adottato per venire incontro alle giuste esigenze dei mutilati ed invalidi e sono allo studio miglioramenti anche per i pensionati ai quali va il mio particolare interessamento. Giovani amici, mi rivolgo a voi, che rappresentate il domani d’Italia affinché guardiate al 18 aprile con larghezza di orizzonte, con spirito di comprensione senza faziosità e personalismi in collaborazione con gli altri partiti legati al governo da un impegno democratico. E non lasciatevi ingannare dalle accuse che spesso ci vengono rivolte che noi siamo per il cosiddetto blocco occidentale: qui non si tratta di prese di posizione nella grande contesa internazionale, bensì di essere semplicemente fedeli allo spirito della nostra civiltà che ha avuto un influsso così determinante anche in America. È stato così che quando i combattenti americani sono giunti a Roma noi li abbiamo salutati come fratelli e abbiamo potuto dire che eravamo per loro dei fratelli maggiori. E questo, perché noi potevamo indicare loro non solo i trecento morti nella lotta per la libertà delle Fosse Ardeatine, ma anche le migliaia e migliaia di sepolti, lì vicino, nelle catacombe di san Callisto, i quali tutti caddero per la difesa del cristianesimo a rivendicare ed assicurare così i principii delle più alte libertà non solo all’Italia ed all’Europa ma a tutti gli uomini ed a tutti i popoli del mondo. Questi principii sono oggi di nuovo in pericolo: bisogna difenderli perché se cadessero sarebbe la fine di tutta la civiltà cristiana. Ed a questi principii è certamente ispirata la lettera dell’episcopato dell’Italia meridionale sui problemi del Mezzogiorno, ai quali come vi ho detto il governo ha rivolto la sua particolare attenzione. Ed alle esigenze ed al benessere degli operai i provvedimenti recentemente adottati dal governo sono essenzialmente rivolti. Giovani operai, quando io per la mia missione di governo mi trovo a contatto con voi, con gli esponenti della Confederazione del lavoro e possiamo discutere con serenità, mi convinco che, pur stretti dal bisogno, voi lavoratori non siete, non potere essere per una politica di violenza. Anche voi anelate alla pace, alla pace interna e alla pace al di là della frontiera. E questo io sento perché siamo partito di popolo e non siamo davvero noi a non comprendere e sentire i bisogni materiali e spirituali della classe lavoratrice. Nella lotta in corso due sono i principii che i democristiani dovranno e vorranno difendere: quello della libertà e della personalità umana sui quali potrà essere definito il programma di ricostruzione di questo nostro paese civile e lavoratore. "} {"filename":"6d6741fc-babc-4e72-91ac-b99a9adf3b38.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, vedo uno striscione che mi fa molto piacere: il saluto speciale dei cantieri di Taranto. Mi fa molto piacere perché vuol dire che gli operai della industria meccanica in genere e quelli dei cantieri in particolare si rendono contro dei sacrifici che il governo sta facendo per sostenere attraverso l’Iri ed il Fim le industrie meccaniche. Già nel mese di dicembre scorso abbiamo stanziato a favore della industria meccanica 100 milioni; ed è di venerdì scorso il provvedimento deliberato dal Fim per l’erogazione di 600 milioni per i cantieri Tosi di questa città quale anticipazione di un progettato aumento del capitale sociale per cui la società madre di Legnano (tra i cui azionisti sono numerosi piccoli risparmiatori) dovrà versare il 60 per cento e cioè circa 360.000 milioni. Intanto l’anticipo dello Stato ha permesso il pagamento dei salari a tutti gli operai. È falso, quanto vi è stato detto dalla propaganda avversaria che il piano Marshall prevede la costruzione per l’Italia di navi nei cantieri americani; è vero, invece, che tali costruzioni si faranno nei nostri cantieri. Certo fu necessario, in un primo tempo, acquistare cento navi tipo liberty perché altrimenti non avremmo potuto effettuare né il trasporto delle derrate e di carbone né quello degli emigranti. Le chiacchiere, quindi, le fanno gli avversari. Ricordate, però, che le navi da costruire sono in concorrenza con tutti i cantieri del mondo e che, pertanto, se non si lavora seriamente, se non si cerca di fare meglio degli altri, i cantieri italiani non potranno salvarsi e tutti i paesi andranno a comprare le navi su altri mercati mercantili. Abbiate fiducia, lavoratori tarantini, non ascoltate incitamenti a disordini inutili e contrari ai vostri interessi, siate tutori dei vostri cantieri che, se bene organizzati e pulsanti di lavoro, saranno l’orgoglio della patria e del Mezzogiorno, se disorganizzati e caotici significheranno, presto o tardi, fame e disoccupazione per tutti. Noi che tante volte veniamo accusati da oratori comunisti come organizzatori di guerre, diciamo ai comunisti che essi dimenticano di dire una parola a quegli Stati che sono armatissimi alle nostre frontiere, mentre noi siamo senza armi e senza artiglieria. Io domando a voi, a qualunque partito apparteniate: avete il coraggio di dubitare della importanza di questi aiuti, e non è una vergogna di ingannare i lavoratori sottacendo la verità? Questi oratori comunisti non tralasciano occasione per attaccare l’America. Ma dopo tutto questo gli americani ci hanno fatto del bene e importanti favori: essi ad esempio hanno rinunciato alla loro quota di navi da guerra italiane. E perché i nostri colleghi comunisti che hanno tanta influenza nei comitati internazionali rossi, non consigliano alla Russia di fare altrettanto per noi? Nessuno si illude, e nemmeno gli americani si illudono, che noi possiamo continuare nell’avvenire a far giungere da oltre oceano quello che noi possiamo trovare invece in Germania, in Russia e negli altri paesi Balcanici. Ma possiamo farlo adesso? Adesso il carbone ed il grano ci vengono dati gratis dall’America e se abbiamo comprato qualcosa dagli altri l’abbiamo pagato, sapete con che cosa, con dollari americani! Noi non siamo per l’America contro la Russia né siamo per la Russia contro l’America. Siamo per la libertà, per la collaborazione, per la pace tra tutti i popoli. Ma non possiamo accettare l’assurda divisione in due classi dei popoli. La nostra politica è politica di libertà e di democrazia: quello che vogliamo lo vogliamo perché non intendiamo finire come sono finiti tutti i partiti non comunisti nei vari Stati dei paesi Balcanici, non vogliamo finire, come pare stiano per finire, anche i partiti non comunisti cecoslovacchi. E vi dico che se battaglia si deve fare è meglio farla oggi: è meglio rischiare tutto, costi anche la testa. Di Kerenskj , di Facta, stiano pur sicuri, avversari ed amici, che fra noi non ve ne saranno. Noi difenderemo la libertà ed il regime democratico ad ogni costo; noi che abbiamo la responsabilità di governo e che abbiamo in mano le forze dello Stato. Lasciate pure che dicano e parlino contro Scelba. Le leggi votate saranno applicate. Abbiamo le forze per farlo. Libertà per tutti ma niente violenze, da nessuna parte. Ai comunisti che si lamentano di essere stati esclusi dal governo noi rispondiamo: se gli operai comunisti vogliono avere una rappresentanza nel governo ci mandino un uomo, un uomo che ragioni con la sua testa, con la testa di italiano e non secondo gli ordini di Stalin. Democratici di questo bellissimo Mezzogiorno unitevi a noi in questo sforzo, in questa lotta decisiva. Se sarete uniti, se guarderete sempre alla meta, se non vi perdete in piccole cose ma guarderete a quello che è necessario fare per salvare l’Italia, voi salverete anche la civiltà cristiana, la sola civiltà per la quale noi ci battiamo, la sola che ha mandato in tutto il mondo anche nella stessa America, scopritori, navigatori, poeti, scienziati, e soprattutto geniali e tenaci lavoratori. "} {"filename":"f563ca9f-b569-413e-a2ea-687648968ca2.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, non mi è possibile, parlando qui a Torino, in questo anno 1948 non ricordare, con profonda emozione, le ore decisive scoccate un secolo fa, nella vita politica del nostro paese: 4 marzo 1848, proclamazione dello Statuto albertino; 27 aprile, elezione del primo Parlamento subalpino; 8 maggio prima seduta della Camera subalpina. Ed ora fate un balzo di cento anni: 18 aprile 1948, elezione del primo Parlamento della repubblica italiana; 8 maggio, precisamente cento anni dopo, prima seduta della nuova Camera, dove siederanno i deputati da voi eletti e che rappresenteranno il paese. Sono lontani i tempi (ricordate il 1922) in cui vi fu la grave minaccia per la Camera dei deputati di diventare un bivacco delle milizie di parte e da quando (ricordate il 1928) con la riforma corporativa il Parlamento perdette la funzione di rappresentanza popolare per divenire organo dello Stato-partito. La Costituente ha restituito alla Camera la sua struttura democratica. Ma coloro che decideranno del suo spirito animatore, del suo carattere, della sua fedeltà alla libertà e alla democrazia, saranno gli uomini nuovi che vi entreranno e prima ancora sarete voi elettori che li manderete. Votate tutti! Ecco perché così alto e fervido risuona il nostro appello: votate tutti, perché ogni voto è prezioso, votate con coscienza, perché ogni eletto sia un democratico sicuro, un uomo che rappresenti il popolo italiano e non una sola classe o un solo partito; un uomo che provenga dalla nostra storia e dalla nostra civiltà nazionale e ne ascolti la voce e ne interpreti le profonde esigenze. Non v’è bisogno che io qui ricordi come la corrente nazionale che portò al risorgimento, nel quale confluirono l’umanesimo della libertà e il repubblicanesimo mazziniano, sia stata permeata da aspirazioni e speranze cristiane, ma forse non è inopportuno che io ricordi come il neoguelfismo trasse la sua convinzione di libertà politica e amministrativa dalla storia dei nostri grandi comuni e dalle gloriose repubbliche marinare. La costruzione politica immaginata dai federalisti di allora, venne superata nel corso della storia, ma, a molti anni di distanza da quella pace religiosa conclusa con il concordato, pace che ora è inserita nella Costituzione italiana, anche oggi la speranza della libertà, dell’unità, dell’indipendenza d’Italia deve fondarsi sui programmi cristiani e sul presidio morale che risiedono nel concordato stesso. Ciò si può proclamare oggi, a doppia ragione, perché ogni complicazione di potere temporale e di politica territoriale è ormai scomparsa per sempre e l’unità nazionale definitivamente riconosciuta: e il papa durante la guerra apparve agli occhi di tutti come il nobilissimo protettore e salvatore e il clero cooperò valorosamente alla liberazione dallo straniero e il sentimento religioso animò e confortò un gran numero dei nostri combattenti. C’è chi, nel ricordo del 1848 in cui prese sempre più piede il movimento che doveva portare all’unità d’Italia, ci ha accusato di avere intaccato questa unità tanto faticosamente raggiunta, concedendo o favorendo il sorgere di autonomie speciali alle isole e a due territori bilingue. No. Riaffermando la tendenza unitaria della Democrazia cristiana mi sento sicurissimo che le concesse autonomie non intaccheranno l’unità morale e politica della nazione ché anzi potranno essere utili come esperimenti nel settore amministrativo purché gli organi regionali non imitino certe degenerazioni degli organi centrali. Piuttosto bisogna ricordare che la libertà politica può vivere solo se accompagnata dalla virtù del costume. Le nazioni cristiane, ebbe a scrivere il Gioberti, possono bensì ammalarsi, ma non morire e Cesare Balbo aggiungeva che è inutile discutere se la libertà dei nostri storici comuni nacque in questo o in quel caso, con questi o con quei contrasti: certo è che essa nacque e si mantenne per la risanatrice operosità cristiana e perché è la virtù che crea l’indipendenza. Dopo la conciliazione, proclamata la repubblica, rinascono, quindi, nella nostra coscienza principii fondamentali del 1848 e diventano patrimonio vivo della maggioranza del popolo italiano. Popolo che ricorda che allora, nel 1848, furono proclamati anche i diritti del lavoro e si impose il problema sociale e sente che oggi alle speranze antiche si unisce, e quasi sovrasta, la speranza di creare un mondo migliore per le classi lavoratrici. Per quanto importante sia il regime democratico e sacra la libertà, lo sforzo per difendersi assurge il suo pieno valore morale solo se è disinteressato e solo se non è espressione di un conservatorismo egoistico. In questo nostro secolo di storia il progresso nella distribuzione della ricchezza e l’aumento della partecipazione del lavoro al profitto delle imprese non andò di pari passo con il progresso politico. La partecipazione del popolo alla vita politica con l’uso del voto si era già estesa dopo il 1900 da tre milioni a 9 milioni di elettori con il suffragio Giolitti; oggi si è arrivati a 28 milioni di elettori con l’ultima legge elettorale. Nel 1848 fu pubblicato anche il manifesto di Marx, ma accanto alla sua, risuonarono altre voci che richiamavano la dottrina sociale del cristianesimo. Aspra rampogna di grandi papi e di vescovi illuminati contro gli abusi sociali, rivendicazioni operaie proclamate dai pontefici, dottrina di azione cristiano-sociale sviluppata da un clero generoso e battagliero e di opere cattoliche delle quali voi a Torino, registrate eventi formidabili e mondiali. Nella Democrazia cristiana confluiscono due correnti: quella libertaria del guelfismo, intesa come ispirazione e non più come vagheggiamento di soluzioni superate e quella democratica sociale, derivante dalla scuola cristiana. Entrambe, però, si rendono conto delle nuove esigenze e dei doveri che incombono sulla classe padronale e soprattutto dei diritti della classe lavoratrice. E difendiamo questa visione cristiana con tutta la nostra forza e con tutto il nostro entusiasmo. Ed a questo proposito mi viene rivolta l’accusa di usare un linguaggio troppo rude: questa accusa, indovinate un po’, mi viene proprio dai comunisti i quali sono soliti misurare le parole e che se nelle aule parlamentari parlano come agnelli, davanti alle folle e quando pubblicano manifesti, parlano come lupi rabbiosi. Avrete visto un recente manifesto comunista nel quale si afferma, ad esempio, che seicento individui sfruttano il lavoro di tutti gli italiani e che noi tendiamo a vendere il governo agli Stati Uniti di Truman. Ecco la risposta: in parecchi documenti che abbiamo pubblicato abbiamo reso conto degli aiuti che sono venuti dall’America all’Italia e abbiamo detto come questi contributi e aiuti furono consumati giorno per giorno dal popolo italiano per vivere e per fare muovere le industrie. Abbiamo affermato che senza questo pane e senza il carbone, senza il petrolio e senza la benzina, senza le materie prime il popolo italiano oggi sarebbe in uno stato disastroso; le industrie sarebbero ferme. Tutte le convenzioni che si fecero con l’America costituiscono un libro aperto a tutti. Siamo in una casa di vetro. Nulla da nascondere. Ebbene i comunisti mi attaccano e protestano; ma la verità è che essi fanno questo per la fermezza dei miei discorsi e perché sono incapaci di rispondere alle accuse formali che rivolgo loro. Io ho detto, e ripeto qui, e invito a dimostrare il contrario, che i comunisti sono senza convinzione e forse contro la loro convinzione, per un ordine ricevuto da un comitato che è diretto da tre potenze balcaniche, più la Russia; essi tradiscono gli interessi del popolo italiano per fare semplicemente gli interessi di quelle potenze. Per metterci contro la classe operaia, i frontisti ci accusano di una politica contro il proletariato e a favore della classe imprenditrice; ci accusano di avere dato a De Angeli un miliardo e 130 milioni, cioè alla Breda, ci accusano di aver dato 4 miliardi e mezzo alla Fiat, un miliardo e 475 milioni alla Caproni, 300 milioni alla Falk, 200 milioni alla Parodi. Tutto l’inverno abbiamo avuto delegazioni su delegazioni di operai che chiedevano il nostro intervento in favore di queste imprese. Ed è stato non per gli interessi degli industriali ma per quelli di questi lavoratori, per impedire che restassero disoccupati, che lo Stato ha fatto tanti sacrifici. Che mi vengano ad accusare proprio coloro che hanno fatto le massime pressioni per poter ricevere questi prestiti, è una infamia, è una inversione della verità contro la quale è doveroso reagire con fermezza. Il descrivere il presente governo come un governo delle imprese monopolistiche, come un governo dei ricchi, come un governo degli speculatori e un governo soprattutto antioperaio è una perfetta menzogna. I dati, la cifre ufficiali sono là per smentire. E ci sono anche i dati e le cifre che dimostrano le variazioni dei salari reali e l’azione svolta dal governo per salvare la lira: tanto è vero che superati momenti davvero critici oggi si registrano sì e no delle oscillazioni dovute al panico, dovute a qualche egoista che cerca nuovamente di rifugiarsi nella valuta estera. Ma ormai possiamo dire tranquillamente che non cadremo più nell’inflazione; la moneta non rovinerà e non arriveremo a quelle belle condizioni in cui è caduta la Russia ove è sceso ad un decimo il valore del rublo e ad un terzo i valori dei titoli di Stato, che erano ritenuti tanto sicuri. E se c’è qualcuno che può lamentarsi, questi sono, caso mai, gli impiegati, il cui stipendio reale in confronto a quello degli operai non è certo confortante, e così si dica per lo stato dei pensionati e in generale del ceto medio che lavora, o anche dei contadini che ora vedono diminuire i prezzi dei loro prodotti. D’altra parte noi non combattiamo il Partito comunista per i suoi progetti economici, circa i quali potremo anche, fino ad un certo punto, intenderci, ma lo combattiamo perché è un partito che non mette le carte in tavola, non è sincero nel gioco politico. Infatti se il suo stemma è la falce e il martello, se il suo capo si chiama Lenin o Stalin, perché si nasconde allora dietro Garibaldi? Ma le contraddizioni e le notizie tendenziose non si fermano alla etichetta ma si riscontrano anche tra il programma che si propone al popolo come fine da perseguire e la realizzazione dei programmi stessi. Vi porto un esempio: l’onorevole Togliatti in un recente articolo ha fatto le solite affermazioni (alcune delle quali contenute anche in un manifesto del partito) secondo le quali nei paesi Balcanici che sono sotto l’influenza russa, i contadini avrebbero trovato il paradiso. Ora, di fronte a queste affermazioni, io mi domando come mai i capi dei partiti dei contadini di due paesi, come Petkov , Maniu e Mikolayzoys, sono scomparsi, o sono in prigione, o sono stati impiccati. Da una inchiesta fatta fare nei paesi che sono divenuti jugoslavi territorialmente e politicamente, e cioè nei paesi dell’Istria, risulta a proposito della tanto decantata riforma agraria in seguito alla quale tutti sarebbero eguali, che sono stati espropriati i contadini italiani con 15, con 10 ed anche con soli 7 ettari di terreno. Non solo, ma il peggio è questo (e valga per gli amici contadini che si lagnano dell’ammasso del grano, e fino ad un certo punto hanno ragione), che in quelle terre si ammassa il 60 per cento di tutti i prodotti dei contadini e che sono state organizzate là delle cooperative agricole statali secondo la struttura del kolkos sovietico. Queste cooperative fissano la così detta norma di lavoro: i contadini diventano apparentemente soci, in realtà diventano braccianti agricoli della cooperativa e la norma di lavoro viene fissata dalla direzione centrale a capo della quale vi è un commissario governativo. Norma principale è quella delle 40 unità giornaliere, salite poi a 60, poi a 100 e infine a 120, e ai contadini che lavorano 13, 14, o 15 ore al giorno si dice di lavorare di più perché bisogna produrre, perché c’è il piano quinquennale e bisogna arrivare a produrre tutto quello che il piano quinquennale ha previsto. Ecco la libertà che sarebbe riservata ai contadini in un regime del genere. E c’è di più: il contadino che il primo giorno manca di una sola unità, viene punito con la decurtazione di un terzo del salario; al secondo giorno la decurtazione è della metà; al quarto il contadino viene denunciato al tribunale del popolo per sabotaggio e la condanna si aggira sui cinque anni di carcere e lavori forzati. Ma a proposito dei diritti dei lavoratori c’è poi da rilevare che mentre in Italia i comunisti si stracciano le vesti per i ministri del governo a proposito dell’abuso che si fa del diritto di sciopero, e particolarmente per gli scioperi politici, in Russia, e in tutti i paesi balcanici, dove la Russia influisce, e anche in Istria, lo sciopero è proibito. In questi paesi, come a Pola, a Parenzo, e nelle altre nostre belle cittadine della costa istriana, non vi è più libertà di stampa; nemmeno il «Corriere dei piccoli», nemmeno la «Settimana enigmistica» possono entrare, tutto è proibito. E va ricordato ai frontisti, che fanno i libertari e che tanto strepitano se esprimiamo il sospetto che essi sotto l’emblema di Garibaldi nascondono le mire di una dittatura, che nei succitati paesi esiste un solo partito, una sola lista, quella comunista. E la scelta dei candidati è fatta dagli elettori in modo che tutti possano vedere come ha votato. In altro manifesto è scritto che la Russia ha cercato di stabilire con l’Italia rapporti commerciali, ma che De Gasperi, servo di Truman, preferisce imporre agli italiani la tessera del pane piuttosto che accettare il grano sovietico. Ora è documentabile che non abbiamo mai avuto la fortuna di vederci offerto del grano dalla Russia, né in vendita, né gratis e che abbiamo potuto avere la razione di pane attuale perché l’America ci ha mandato il grano e, se non c’era questo, i signori che scrivono questi manifesti non avrebbero mangiato pane se non di contrabbando per uno o due giorni alla settimana. Non è vero, poi, che non vogliamo contatti e comunicazioni commerciali con l’Oriente. Abbiamo fatto un trattato commerciale con la Jugoslavia. Abbiamo offerto di farne uno anche con la Russia, ma ci siamo sentiti rispondere che questo doveva essere messo in relazione con i pagamenti delle riparazioni. Ora, i versamenti per questi 100 milioni di dollari alla Russia devono essere iniziati, secondo il trattato, nel 1949. E non c’è proprio nessuna ragione di anticipare delle cifre tanto onerose per noi. Certo, sono io il primo a essere convinto che non tutto può lasciarci soddisfatti e sono il primo ad avere comprensione per certe lagnanze e specialmente per i malumori dei contadini. Sì, se si potrà fare a meno dell’ammasso totale del grano o se lo si potrà ridurre, noi lo faremo molto volentieri. Ma questo dipende dalle disponibilità internazionali. In relazione a questa situazione internazionale noi faremo anche un passo più in là, non solo ridurremo l’ammasso larghissimamente, ma lo aboliremo addirittura se sarà possibile. La nostra disponibilità verso i contadini e i coltivatori in genere l’abbiamo del resto dimostrata anche in occasione del recente provvedimento di amnistia e di condono, nel quale come è noto abbiamo comprese le infrazioni annonarie. Ed io mi auguro che i magistrati applichino tale amnistia con senso di equità e di pacificazione. I contributi che gravano sull’agricoltura sono eccessivi e bisogna cambiare assolutamente metodo; e già un recente decreto del ministero del Lavoro ha consentito l’esenzione di tutti i contributi a tutti i coltivatori diretti fino ad una superficie terriera di circa sette ettari per la pianura e dodici ettari per la montagna. Lo stesso dicasi delle tasse sul bestiame che vanno assolutamente ridotte in relazione alla situazione delle singole province. Perché i democristiani sono ora così attivi, così reattivi, così duri, vibranti nella polemica? Perché il presidente del Consiglio ha sentito il dovere di parlare così chiaro e così forte? Perché, se per le agitazioni promosse dal Partito comunista in Italia e in Francia, fallisse il piano di collaborazione europea con l’aiuto americano, nessuno in Italia potrebbe garantire il pane ai lavoratori, il carbone e le materie prime all’industria. E reagiamo in questa materia, anche perché sappiamo che questo atteggiamento non ha nulla a che fare con la difesa dei lavoratori ma è semplicemente dovuto ad un ordine venuto dal di fuori. Per questo chiamiamo il popolo a reagire con l’unica arma pacifica che esiste: il voto. E dobbiamo affermare di essere convinti che la grata collaborazione col popolo americano giova alla causa nostra: alla causa della nostra economia e alla causa comune della libertà e della pace. In un comizio tenuto ieri alla Basilica di Massenzio l’onorevole Nenni, che in certi momenti assume la difesa di ufficio dei comunisti e dell’onorevole Togliatti, ha affermato che nell’ultima crisi ho allontanato i comunisti dal governo non già per le divergenze sul piano Marshall, che venne più tardi, ma solo per ragioni interne, anzi per far piacere ai grandi speculatori e alla Confida ; la verità è che già dalla fine di maggio, l’atteggiamento di alcuni partiti estremi era divenuto pericoloso. È vero, non c’era ancora il piano Marshall, con questo nome, ma era già in atto una azione di aiuti dell’America all’Italia e bisognava tenerne conto. Togliatti, invece, scrisse il famoso articolo contro gli americani e circa le ripercussioni che esso ebbe in America, io non intendo rivelare dei segreti, ma invito l’onorevole Nenni a pubblicare il telegramma inviatogli dal socialista, onorevole Lombardo, allora presidente della commissione commerciale italiana a Washington, nel quale è detto chiaramente delle conseguenze che poteva provocare l’atteggiamento di Togliatti. Mi avvio rapidamente alla conclusione: vi raccomando, amici torinesi, di aggiornare le speranze d’Italia: speranze di libertà che dovrà essere garantita dal suffragio popolare del 18 aprile. Badate bene: votare è un dovere, non votare è una viltà, votare male è un tradimento. Dobbiamo creare un Parlamento che sia in grado di risolvere tutti i problemi che oggi sono sul tappeto: e uno dei principali sarà quello edilizio. Bisogna ricostruire le case che furono distrutte, perché non si può tollerare che in Italia tanti siano i senza tetto; inoltre questa è una industria autonoma che può assorbire operai anche se le altre industrie eventualmente per necessità di importazioni dall’estero, non potranno prosperare. L’amico Quarello ha sviluppato e tracciato un grande programma al riguardo: l’augurio è che insieme ad altri rappresentanti della regione possa farlo diventare legge. Quanto ai consigli di gestione, tutti sapete quale è l’atteggiamento della Democrazia cristiana e del governo; siamo pienamente favorevoli ai consigli come organi di cooperazione e non come organi di lotta a disposizione di un partito. E quanto alla riforma agraria, che è uno dei primi riguardi del nostro programma dovrà assicurare veramente al contadino di rimanere sulla terra che gli verrà affidata. Ma tutto sarà vano se si continuerà a combattere il piano Marshall: le imprese industriali, compresi quindi i consigli di gestione, saranno semplicemente i necrofori del progresso sociale. In questa campagna elettorale si parla troppo della Russia, troppo dell’America. Lasciamo stare gli Stati: noi vogliamo la pace con tutti questi Stati. Non vogliamo la guerra, non vogliamo dare pretesti in nessuna maniera alla guerra, ma per mantenere la pace bisogna cominciare a dire parole di amicizia, di comprensione e non di odio. Voi avete la virtù della tenacia, la virtù della durezza. Se qualcuno mi chiede quello che io penso, se avremo la vittoria o non l’avremo, io vi rispondo che sono sicuro di sì. Però attenti: bisogna che tutti andiate al combattimento (onorevole Togliatti: niente da temere), al pacifico combattimento dell’urna; al combattimento dell’urna con coraggio assoluto, senza curarvi che sarà domani. Ed allora permettetemi che vi legga le ultime parole di Cesare Balbo, messe quasi a conclusione del suo libro, cento anni fa, all’inizio del primo risorgimento. Così scriveva nelle Speranze d’Italia : «I codardi chiedono alla mattina della battaglia i calcoli della probabilità della vittoria. I forti e i costanti non sogliono chiedere fortemente, né quanto a lungo, ma come e dove abbiano a combattere. Non hanno bisogno se non di sapere in quale posto, per quale via, per quale scopo, e sperano poi ed operano e combattono e soffrono ivi fino alla fine della giornata, lasciando a Dio gli adempimenti». "} {"filename":"6b9cb17e-0f03-4c74-a97a-5897e08a8add.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Amici calabresi! È la prima volta che visito la vostra regione ed è con cuore commosso che rispondo al vostro entusiasmo, che è espressione di fedeltà all’idea che rappresentiamo. È un vento democratico, come voi dite: vento del sud, il vento del buon senso del Mezzogiorno. Di un popolo che ha sempre dimostrato fedeltà alla patria, moderazione delle sue esigenze e soprattutto, serenità ed equilibrio di giudizio. È per questo che mi pare di venire a turbare la vostra armonia parlandovi delle contrastate questioni politiche. Ma è necessario che chi ha sopra di sé responsabilità di funzioni nel paese dica chiaramente il suo pensiero sui massimi problemi che travagliano la vita della nazione. L’onorevole Longo, in un recente articolo mi ha definito come un esagitato, un esaltato che rivela la proterva intenzione di non voler lasciare il potere . La verità è che io avverto l’importanza di questa consultazione che deciderà le sorti d’Italia per molti anni e mi batto quindi con tutto il mio ardore perché la scelta degli elettori sia quella buona e cerco di spiegare il perché non possiamo intenderci coi comunisti. In verità negli anni passati io ho tentato in tutti i modi di avere la collaborazione anche della estrema sinistra; ma purtroppo ho dovuto constatare che se può essere possibile tale collaborazione in determinati settori e in determinati problemi locali, non lo è, invece, per quanto riguarda la politica generale. E non è possibile perché il Partito comunista è parte di un movimento internazionale che ha scopi diversi da quelli seguiti dalla politica dei diversi paesi in cui agisce; è in sostanza un partito che viene diretto dall’estero. Nel mio linguaggio forte, ma assolutamente veritiero, non ho mai ricorso ad accuse anonime; non ho mai avanzato sospetti: ho detto chiaramente che nel settembre 1947 i comunisti hanno costituito il Cominform ed a Bialjstok hanno avuto le direttive da Zdanov, uno dei più influenti capi del partito bolscevico, direttive che sono contro gli interessi del popolo italiano. Io ho affermato che esiste questo Cominform che agisce, come ho detto, nei riguardi dell’Italia. Se non è vero, lo si dimostri, ma si risponda. E proprio a Luigi Longo io rivolgo questa precisa domanda: è vero o no che egli venne dalla Polonia con le istruzioni scritte per i compagni comunisti d’Italia, che egli organizzò le agitazioni di novembre e di dicembre, che creò gli organi para costituzionali che avrebbero dovuto risolvere i problemi che interessano l’Italia? È vero o non è vero tutto questo? Se egli smentisce e prova che non è vero io mi ricrederò, ma fino a quando egli non lo farà, ed io so che non può farlo, io ho il diritto di mantenere il mio atteggiamento. La tecnica comunista si sviluppa secondo nuovi schemi, secondo quegli schemi, per fare un esempio, con i quali è stata recentemente applicata in Cecoslovacchia. È il nuovo sistema della rivoluzione fredda, che ben poco ha a che fare, sotto certi aspetti, con i moti rivoluzionari di cui ci parla la storia e che hanno comportato spargimenti di sangue. Oggi, invece, si agisce per manovra, si aggirano le posizioni per entrare in casa dell’avversario senza che se ne accorga, così che ad un certo momento il padrone di casa, che è il popolo, trova che tutte le chiavi delle porte sono in mano ad ospiti indesiderati. Così hanno proceduto i comunisti in Cecoslovacchia prendendo in mano e addomesticando la polizia al Ministero dell’Interno e valendosi dell’azione delle sue formazioni di carattere militare, tenute in riserva e uscite improvvisamente alla luce del sole per intimidire e sgretolare i partiti avversari, e riassorbirli in quella parte che dà loro la possibilità di formare lo Stato partito. In Italia c’è un altro pericolo immediato dell’azione comunista ed esso consiste nella possibilità che la loro polemica contro l’America metta in pericolo gli aiuti che ci vengono dagli Stati Uniti. Se, in un certo momento è bastato un articolo antiamericano dell’onorevole Togliatti, quello in cui chiamava cafoni anche voi calabresi per mettere in forse la conclusione del trattato di commercio e di amicizia che l’onorevole Lombardo stava negoziando a Washington, che impressione farà sugli americani la montatura propagandistica dei nostri comunisti che offende continuamente il popolo americano e presenta i suoi generosi aiuti in una luce così falsa e a volte così sinistra? Io già in altre occasioni ho illustrato gli aiuti americani nelle loro diverse fasi e nelle loro diverse forme e ne ho documentato, con dati precisi, l’entità: non mi ripeto. A voi intendo piuttosto parlare delle prime misure che riguardano la rinascita del Mezzogiorno e voglio fornirvi qualche dato che riguarda specialmente la vostra provincia. Si tratta di un importo complessivo di 505 milioni e 800 mila lire. Si devono infine ricordare i fondi stanziati per la ferrovia dello Jonio per un importo di 809 milioni e 350 mila; lo stanziamento di circa un miliardo per la bonifica di Crotone, Santa Eufemia e i 980 milioni per la valorizzazione della Sila. I socialcomunisti ci presentano come i nemici dei contadini e come i servi degli agrari e ci fanno passare come gli affossatori di ogni riforma agraria. Ebbene io mi limiterò a richiamare la vostra attenzione su fatti concreti. Voi sapete che c’è stata una prima legge Gullo e poi una successiva del democristiano Segni, sulle terre incolte con la quale si sono fatti progressi veramente notevoli. Contro i 166 mila ettari messi a coltivazione nell’Italia settentrionale se ne hanno 438 mila con la legge Segni. Nell’Italia centrale da 14.900 con la legge Gullo si sale a 20.800 con quella Segni; nel Mezzogiorno da 16.879 si sale a 30.064 e progressi significativi si sono avuti anche in Sicilia e in Sardegna. Questo è ancora poco, ma è solo un primo passo per la grande riforma che dovrà essere decisa dal Parlamento e per la quale si stanno preparando gli elementi. Frattanto il 23 dicembre 1946 è stata votata un’altra legge che stabilisce esenzioni fiscali e condizioni di favore per la vendita ed il trapasso di terreni che oggi appartengono a latifondi, e qui rivolgo ancora un appello ai proprietari intelligenti perché procedano con spirito di comprensione e di responsabilità. Mi è stato rimproverato di avere detto a Torino che gli operai non hanno diritto di lamentarsi, perché stanno benone. Non dissi questo. Io mi riferivo ad un foglietto comunista che mi accusava insieme agli altri ministri di succhiare il sangue di 48 milioni di italiani, per il semplice fatto che si erano concessi dei finanziamenti alle industrie meccaniche. Nel mio discorso di Torino ho protestato contro questa volgare calunnia . Caso mai dovrebbero essere i lavoratori del sud a rimproverare il governo di avere finanziato le industrie meccaniche ma mai i rappresentanti di quelli del nord che erano venuti a Roma minacciando scioperi e domandando provvedimenti urgenti contro la disoccupazione. D’altra parte un’altra evidente dimostrazione di come sono tutelati gli interessi dei lavoratori da parte dei dirigenti sindacali l’abbiamo avuta allorché essi si sono rifiutati di partecipare alla conferenza sindacale per il piano Marshall che si è tenuta a Londra, dove sono andati più tardi per spiegare e scusare il loro atteggiamento: non ho bisogno di sottolineare come, in questo caso, siano stati traditi gli interessi dei lavoratori italiani in seguito ad ordini venuti da Oriente. Si parla molto di pace e di guerra: io spero e confido che un’altra guerra non si farà, io spero che la pace sarà salvaguardata e che soprattutto l’Italia sarà la garanzia di collaborazione e di pace. Ma per essere strumento di pace bisogna essere forti. Non forti con le armi, che ci sono state prese; non con le navi, che in gran parte ci sono state distrutte; dobbiamo essere forti nella coscienza, nel lavoro e nella nostra concordia. Se all’esito del 18 aprile le elezioni dimostreranno che il popolo italiano comprende i suoi interessi e difende la libertà, che vuole essere strumento di pace e di ricostruzione europea, allora cesseranno le manovre della quinta colonna e si potrà dire: in Italia contro la libertà e contro la democrazia non c’è nulla da fare Io vi esorto perciò a fare il vostro dovere, andando a votare compatti e a votare bene. Così come vi esorto alla pacificazione interna e all’abbandono di qualsiasi violenza. E mi piace qui ricordare un vostro grande martire, Attilio Bandiera, il quale prima di morire rivolto ai suoi amici disse: proseguite ma non vendicatemi . Amici calabresi! continuate nella vostra opera di redenzione, nella vostra opera di giustizia sociale e non agite con violenza contro nessuno, con fatti che insanguinino la terra; siate uomini di pace interna per essere domani il popolo della pace di fronte alle altre nazioni. "} {"filename":"f4e768ce-5adc-4fed-8293-32f8cea0a8ea.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Sono veramente commosso da questo altissimo discorso, da questo profondo appello alle nostre coscienze. Ringrazio personalmente il senatore Casati di questo appello e di questa sensazione di ottimismo che egli ci dà, e che vale anche come alimento e come pane per la lotta di oggi in cui tutti ci uniamo nella difesa della libertà. Sono oltremodo lieto di inaugurare il 27° congresso nazionale dell’Istituto per la storia del risorgimento italiano, oggi 19 marzo 1948, cento anni dopo le memorabili giornate in cui a Milano sorsero le barricate per le sue strade, mentre le campane chiamavano tutto il popolo a raccolta per combattere in nome della libertà . Le cinque giornate del marzo 1848 furono conclusione e prologo. Esse si stagliano inconfondibili nella lunga catena di eventi che noi chiamiamo storia, perché rappresentano uno dei momenti in cui idee, nate per riflessione di un lungo periodo tormentoso, dischiudono di un tratto, in forza della loro intrinseca verità, le vie dell’azione. Proprio in quell’anno che vide il manifesto di Marx, il moto rivoluzionario italiano, in cui la volontà di libertà di un popolo si faceva plasmatrice di storia, mostrò che tutta la vita sociale si risolve con la forza; ma la forza suprema non è economica bensì forza dello spirito. Nelle cinque giornate di Milano il popolo invocò la forza a sostegno vitale della giustizia, ma fu forza serena; coraggio senza odio; forza, non oppressione. Un’unica idea, un’idea-forza, guida e sostiene il risorgimento: l’idea della libertà. È vero, si è rimproverato e si può rimproverare all’Ottocento di non avere avuto più esatta coscienza della giustizia sociale, ma i nostri padri del risorgimento, come ha già accennato l’onorevole Casati, non potevano affrontare se non con le armi la situazione. Essi non erano, tuttavia, ignari della complessità dell’ideale della libertà. Basti leggere il Rosmini , il Balbo e il Romagnosi per rendersi conto come ogni deficienza del nostro risorgimento nel concetto stesso di una libertà troppo naturalisticamente concepita, si redima in una fondamentale serietà morale e in un consapevole impegno di rinnovamento. E questo impulso innovatore, che mosse tutta la nostra storia fino ad oggi, impulso di adeguazione, di educazione, di elevazione popolare, ha rotto poi, dopo cento anni, gli schemi antichi dello Statuto albertino, dimostratosi insufficiente alla realtà più ricca e più complessa delle nostre esperienze politiche e sociali. Non più l’uomo individuo volle rispecchiarsi nella Costituzione, ma la persona umana tutta, nella integrità della vita spirituale quanto nella integrità della vita economica, al di là della stretta sfera giuridica e politica. Mentre, non senza porre qualche riserbo, possiamo essere orgogliosi della nostra nuova Costituzione che ha sostituito lo Statuto albertino, ben sappiamo però quale debito di gratitudine ci lega al coraggio generoso di coloro che prima iniziarono quella opera di educazione che permise tanto progresso di vita civile. Abbiamo anche la consapevolezza che la nuova Corte costituzionale, più che modificare una realtà già in atto, pone le mete del nostro travaglio di popolo. La Costituzione spaziando in campi che erano ignoti allo Statuto albertino, contrappone all’individualismo e all’egoismo, di cui troppo recente è la tragica esperienza, un edificio pluralistico. La repubblica, dice l’articolo 2 della Costituzione, riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali dove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Confrontate con questo articolo 2 l’articolo 26 dello Statuto albertino, che si limitava ad affermare che la libertà individuale è garantita, e misurerete la distanza che intercorre fra le rispettive affermazioni. La società nazionale, in questa nostra Italia, ancora esacerbata nel contrasto e nel bisogno è al livello di questa nobilissima affermazione? Anche oggi, che l’Italia è fatta, gli italiani sono da fare, perché gli italiani siamo noi, la nostra vita ricomincia giorno giorno e giorno per giorno si compie. E questa è la tremenda bellezza di essere uomini, uomini peregrinanti, cui pare ogni giorno di dovere ricominciare daccapo a scavare sempre più profondamente le fondamenta. Eppure sappiamo che questa è la vittoria, la vittoria sul senso dell’egoismo, la via attraverso la quale si può ottenere la libertà. Voi milanesi nell’epopea delle vostre cinque giornate, avete non solo conosciuto, ma anche manifestato la fierezza di una libertà forte sì, ma anche giusta e generosa. Di fronte ad un traditore trascinato dinanzi al Consiglio di guerra, Cattaneo pronunciò queste memorabili parole: «se lo ammazzate fate cosa giusta; se non lo ammazzate fate cosa sacra». E ai combattenti aveva lanciato questo nobile appello: «siate generosi come siete prodi». Questa tradizione di libertà forte e generosa, sia anche oggi il vostro e nostro migliore retaggio. Mentre cento anni fa, da ogni finestra, sventolava una bandiera e il popolo tripudiante si riversava nelle piazze gridando «sono andati», il vostro comitato di sicurezza pubblica coniava questo originale messaggio: «Cittadini, non è lontana l’ora in cui l’Italia ritornerà al posto che le compete tra le nazioni. Dio è con i buoni. Voi, riconoscenti alla provvidenza, saprete con la vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli per i quali vedete trasformarsi un fanciullo in un gigante, le donne in eroine in mezzo al tumulto della guerra». Questo animo religioso del nostro primo risorgimento sia pure l’animo della nostra rinascita a popolo libero ordinato a democrazia e fondato sulla giustizia sociale. Nello spirito di questi, il congresso nazionale dell’Istituto per la storia del risorgimento italiano che si inaugura oggi a Milano, è il congresso non di una storia passata, ma di una storia vivente che si protende nell’avvenire. "} {"filename":"39e4fa69-b1a0-4607-8729-d4e7c59844b5.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Amici, sono venuto non perché ci sia bisogno di sollecitare una vostra decisione per esprimere il voto: so che voi avete preso la vostra decisione e per questo avete interrogato soprattutto la vostra coscienza di liberi cittadini. Lo so che vengo a ringraziarvi come democristiano che è il partito che avete a cuore, ma vi parlo nell’interesse del paese, dell’Italia, di tutti questi paesi della nostra penisola. Vi parlo perché il tacere o dire le cose a metà in questo momento significherebbe tradire la causa nazionale che è la causa dell’Italia. Ed ecco perché io sono qui per rispondere ad una domanda che mi si è fatta tante volte e per ultimo sabato sera nel comizio di Roma a piazza del Popolo . «Dica De Gasperi chiaramente che cosa vuol dire quando dichiara che bisogna vincere costi quel che costi?» Io credevo che fosse abbastanza chiaro per gli italiani. C’è la gente, e vi prego di ascoltare in silenzio, la quale è abituata, piuttosto, alle risonanze russe. Forse se in un paese governato sullo stile russo, sullo stile balcanico si dicesse che un partito vuol vincere costi quel che costi, forse là vuol dire che ciò debba costare anche del sangue per gli elettori che sono contrari, avversari; ma in un paese come l’Italia quel «costi quel che costi» si riferisce al sacrificio nostro e al vostro, perché noi per la nostra libertà, per il rispetto della libertà dobbiamo fare ogni sforzo per vincere, per ottenere la vittoria. Qui non si tratta se debba vincere questo o quel governo, poco importerebbe se gli uomini che oggi sono al governo venissero cambiati, perché ogni tanto bisogna pur cambiarli, ma quel che importa è che gli uomini che domani dovranno governare dovranno avere lo stesso programma, le stesse idee e la stessa coscienza che animano coloro che governano oggi. E allora quel costi quel che costi non riguarda il governo non riguarda le misure di polizia che può adottare il governo ma riguarda la decisione, la risoluzione, la necessità di risoluzione degli elettori, i quali debbono votare «costi quel che costi», costi a molti elettori, a molti cittadini elettori quello che deve costare. Non importa quel che deve costare. Ecco la parola d’ordine per il popolo italiano, perché la vittoria sia per la nostra bandiera, perché io vi parlo della bandiera italiana, del nostro tricolore. Ciò vuol dire, amici miei, che costerà qualche fatica e qualche rischio per qualcuno che dipende da qualche padrone, da qualche proprietario, da qualche agit-prop. Vuol dire correre anche questo rischio. Quindi, bisogna votare secondo la propria coscienza ed ecco il significato di quel «costi quel che costi». È una professione di fede che facciamo e soprattutto una sfida alla paura; è una sfida ai pavidi. Ai paurosi, agli opportunisti diciamo che non è più questo il momento di accorgimenti o di furbizie. Bisogna dire chiaro da combattenti che, come se si fosse in trincea, quale è la nostra parola: ed io vi dico: votate liberamente, secondo la vostra coscienza. E vi dico anche di più: quando i cristiani si trovavano ancora sotto il dominio della classe dirigente pagana, dovevano bruciare l’incenso avanti agli dei, altrimenti venivano condannati. Ora, questa alternativa di bruciare l’incenso o venire condannati, in questo momento, non esiste. C’è qualcuno così poco libero che voglia rischiare la sua posizione economica col voto? Ebbene si ricordi che quando entrerà nella cabina ha dinanzi solo la sua coscienza e solo Dio nella sua onnipotenza. Non c’è nessuna scusa per minaccia o altro. Ora voi dovete fare questo: votare e sono sicuro che ciò farete perché non temete l’atto che è dettato dalla vostra coscienza. In verità, c’è stato l’onorevole Scoccimarro che recentemente ha dichiarato che se dopo le elezioni il governo De Gasperi non se ne andrà, allora si ricorrerà alla forza. Non temete, perché la forza dello Stato è in mano al governo; poi si tratta di agire secondo la Costituzione e la sovranità popolare. Ebbene, l’onorevole Scoccimarro non abbia tanta strafottenza, perché fino al 18-19 aprile si vota, poi si fanno i calcoli, poi si convocano le Camere, e queste sono convocate per l’8 maggio, quindi vedete che c’è tempo per la rivoluzione ed anche per le rappresaglie degli animi troppo accesi. Poi il 9 maggio si nominano i presidenti delle due Camere e vedremo quali presidenti saranno eletti. Poi c’è la nomina del presidente della Repubblica, poi, c’è per tutti coloro che vogliono interpretare la volontà popolare una procedura pacifica e regolare; c’è la democrazia; mentre per coloro che vogliono adoperare la forza si contrapporrà la forza dello Stato. L’onorevole Togliatti, sabato sera (urla e fischi) e vi prego di non fischiare quando si citano gli avversari, perché la questione dei fischi va come i vasi comunicanti: voi fischiate qua e loro fischiano là: ma chi paga sono sempre io; diceva che masse imponenti si vanno raccogliendo sotto la sua bandiera. Ma io mi domando: quali sono le sue bandiere? La bandiera rossa, la falce e il martello? Ma ce l’hanno anche i saragattiani, socialisti moderati, e i repubblicani! Però sabato sera non c’era più una bandiera rossa e si vedevano tutte bandiere tricolori. Sembrava un partito nazionalista che fosse sorto come per incanto dalla terra italiana e tutti si domandavano: ma chi sono questi? Quando arrivavano a Roma, scendevano dai camion e le bandiere rosse che prima avevano le mettevano da parte. Non solo, ma si sentiva solo l’inno di Mameli e non si sentiva l’inno comunista. Ma quali sono le bandiere di questo partito? Fino a ieri si trattava di bandiere comuniste ed oggi non si sa per quale ragione si nascondono dietro Garibaldi, che non era né comunista né socialista. Questo è un fatto di ipocrisia straordinaria, storia che bisogna inchiodare ed è per questo che io ho sentito il dovere fin dai primi giorni di mettere in guardia il popolo italiano nel dire che dietro questa ipocrisia c’è il tentativo di conquistare il potere, non in nome di un ideale, non col franco riconoscimento dei meriti e dei demeriti propri, ma falsando innanzi al popolo i propri storici connotati. Ma la nostra bandiera è quella dello scudo crociato ed è ancora quella del 1919 quando abbiamo fondato il Partito popolare, che non abbiamo rinnegato e sciolto durante la dittatura fascista, ma l’abbiamo portato sempre con noi per la libertà d’Italia. Ed oggi tiriamo fuori le stesse bandiere, lo stesso motto, lo scudo crociato perché ci battiamo sempre per la libertà, che è il simbolo storico dei nostri comuni d’Italia. Questi signori vorrebbero far dimenticare la storia concreta che hanno avuto in Russia o in altri Stati! Ma debbono imparare che noi non rinneghiamo la nostra storia perché sappiamo che è storia di gloria, intimamente legata alla civiltà cristiana d’Italia. Io sento che questa professione chiara e precisa delle nostre idee è una responsabilità e una forza morale che ci ha conquistato l’Italia ed ha guadagnato simpatie anche in quelle città che si dicevano roccaforti rosse; la nostra parola in difesa della libertà ha guadagnato simpatie anche in campo avversario. È quindi inutile che sostituiscano la parola libertas con la parola fames. Questi signori di latino ne sanno poco. Debbono sapere che la fame viene semmai il giorno in cui si sospetterà che il governo italiano si mette dalla parete di coloro che osteggiano l’America; allora c’è quasi la certezza che la fame verrà anche in Italia. E se oggi siamo diventati qualcosa, dato che non si può rifare tutto in tre anni di quanto i nostri padri avevano costruito in 20, 30, 50 anni, come avremmo potuto fare quel poco che abbiamo fatto se non avessimo avuto gli aiuti dall’America? Ci sono delle persone e dei partiti politici che danno ad intendere ai cittadini italiani che ci si possa rifare le ossa anche senza gli aiuti dell’America, ma io ho la mia esperienza di tre anni, durante i quali ho passato giornate di angoscia, specialmente quando l’alto commissario per l’alimentazione mi diceva: non c’è grano, non c’è farina per la settimana prossima neanche per confezionare pane nero. Ed io ho telegrafato ai rappresentanti degli Stati Uniti che noi volevamo risorgere come popolo libero in una Europa basata sulla concordia degli uomini che vogliono il progresso e la giustizia sociale, in cui la maggioranza decide ma la minoranza aiuta, collabora, controlla. Questo è il sistema democratico e non quello che va sotto il titolo di conquista del potere, di assorbire tutto e di negare quasi la vita e la possibilità di sviluppo degli altri partiti. Ed io non vedo, come loro dicono, che si vada dipingendo dei fantasmi sulle case d’Italia. E non è uno spettro ciò che avviene in Russia, negli stati balcanici, nella Cecoslovacchia; è la dura realtà, la dura dolorosa realtà che si rovescia sopra di un popolo che voleva dimostrare il proprio attaccamento ai principii della libertà democratica. Ed io faccio appello alla vostra coscienza, in questo momento, duri, fermi, come le vostre rocce. Votate, quindi, senza paura e col massimo coraggio. Iddio ci aiuterà perché siamo per la libertà. I comunisti, quando abbiamo preso l’iniziativa per la costituzione di un mondo di solidarietà per i disoccupati, hanno detto di stare attenti perché i denari sarebbero andati alla Democrazia cristiana. Allora abbiamo costituito un Comitato direttivo del quale faceva parte anche l’onorevole Di Vittorio. Della somma raccolta abbiamo deciso, alla presenza del rappresentante della Camera del lavoro, di farne tanti pacchi viveri. La prima distribuzione è già stata effettuata e la distribuzione del secondo pacco ci sarà tra poco. Quindi tutto questo fondo va in questi pacchi di alimenti da distribuire ai disoccupati di tutti i partiti. È una calunnia, quindi, dire che il fondo va per propaganda elettorale. Abbiamo dato minestre a Napoli ed in altre città, abbiamo distribuito delle somme per eseguire i lavori più urgenti per la disoccupazione, perché nonostante tutti i nostri sforzi, sappiamo che non ci è possibile dare lavoro a tutti i disoccupati e non c’è barba di governo che possa venire incontro a tutti i bisogni e a tutte le esigenze. Ma prima di muovere delle critiche, bisognerebbe vedere che cosa accadrebbe in Italia se governassero loro! Ma scioperando non si lavora, e non lavorando non si ricostruisce. Io dico che bisogna rispettare la libertà di sciopero, ma lo sciopero va inteso quando non c’è altro mezzo per la difesa e la tutela degli interessi dei lavoratori. Io vorrei vedere questi signori sotto un regime veramente democratico; ma noi vediamo che in Istria lo sciopero è proibito, semplicemente proibito e bisogna lavorare sottostando alle norme di un commissario. A questi signori se invece di Garibaldi mettessero Stalin tutti potremmo dire: ho capito di quale libertà si tratta! Ecco l’inganno! Ecco la truffa! Ecco la truffa contro la quale ci siamo levati a parlare. Togliatti ha parlato a Trieste. Togliatti è un uomo di grandi risorse oratorie, ma ha un grande difetto: ha poca memoria. Quando cita il passato, anche recente, per i bisogni della sua propaganda politica, ci dice quello che ha detto qualche anno fa. Nel comizio tenuto a Roma, in piazza del Popolo, ha presentato le proposte che avrebbe fatto a Tito, cioè le sue proposte del novembre 1946, proposte di facile accordo. Ora, non potendo pensare che Togliatti si fosse dimenticato quel famoso giorno in cui tornando da Belgrado ha dato esatto conto delle dichiarazioni fatte da Tito, sono andato a vedere come erano. Si parla chiaro. Tito ha detto: sarei disposto a riconoscere Trieste italiana, però in cambio l’Italia deve darci Gorizia. Allora vi ricordate che cosa abbiamo risposto? Il governo ha detto: riconosciamo che ha un suo valore che Tito dica, in questo momento, che Trieste è italiana ne prendiamo atto, però noi diciamo che non possiamo rinunciare ad altre città egualmente italiane. E sapete chi era, allora, ministro degli Affari Esteri e membro del Consiglio dei ministri? Era l’onorevole Nenni! Ed io penso che Nenni ha avuto la buona idea di non partecipare a quel comizio di piazza del Popolo. E Togliatti rimprovera me, De Gasperi, presidente del Consiglio dei ministri, che al suo ritorno da Belgrado non l’ha fatto nemmeno chiamare per avere delle spiegazioni. Ma che bisogno c’era se lui, prima aveva avuto un colloquio con Nenni? E Nenni ci aveva riferito di avere parlato con Togliatti e che, in fondo, non c’era nulla di nuovo. Ed è ridicolo, ora, che Togliatti mi rimproveri di non aver chiesto niente a lui. Però, noi abbiamo incaricato i rappresentanti dell’Italia di mettersi in contatto con gli ambasciatori, che stavano a New York per apporre il sigillo al trattato di pace, per trattare con la Jugoslavia. Allora sotto la direzione di Nenni abbiamo iniziato queste trattative; ma quando si doveva trattare questi signori jugoslavi ci hanno detto di non potere assumere la paternità di quello che aveva dichiarato Togliatti sull’«Unità». Quindi si è arrivati alla costituzione del territorio libero di Trieste e si è arrivati a tale costituzione per la resistenza della Jugoslavia. Allora, come si può dare ad intendere agli italiani che esiste un pericolo di guerra perché qui non si vuol trattare con la Jugoslavia? Ma se abbiamo cercato di trattare in ogni occasione! Oggi, ripeto, siamo disposti a trattare con la Jugoslavia, ma bisogna che dall’altra parte si mostri franchezza e onestà e non si imponga all’Italia il governo che deve trattare con loro perché, in fondo questa è la proposta di Tito. Ed è per questo che Togliatti dice: lasciate il governo a me e vedrete che in 48 ore tutto sarà sistemato per la pace. In primo luogo non ci crediamo, perché la pace fatta da Togliatti e da Tito sarebbe una pace che costerebbe una parte della nostra indipendenza; in secondo luogo non ci sarebbe bisogno di discutere perché tutto il paese sarebbe bolscevico. Ma noi non vogliamo essere bolscevichi, vogliamo essere italiani e vogliamo trattare in piena libertà. Dicono anche che noi non siamo per la pace; lo dicono a noi che ci hanno disarmato, che ci hanno fatto saltare le fortezze che avevamo alle frontiere e che abbiamo un piccolo esercito nel quale, però, le tradizioni gloriose del nostro grande esercito si riflettono. Ma non abbiamo la forza meccanica da opporre e, invece, al di là c’è un grosso esercito e, più in là ancora c’è la Russia e l’America lontana non sarà mai la prima sarà sempre la seconda a potere scongiurare ogni pericolo per noi. Quindi, da dove viene il pericolo? Io desidero che tale pericolo non ci sia perché vogliamo la pace con tutti. È ipocrisia ed accusa infame quella che si fa al governo italiano di volere la guerra; ad un governo che non ha nessuna risorsa e che non desidera altro che la ricostruzione per la pace, perché senza la pace non potremo mai più risorgere. Ecco perché il nostro grido di viva Trieste, vuol dire viva la pace! Noi siamo naturalmente grati alle tre potenze che hanno dichiarato di dovere riconoscere che quello staterello che loro credevano di poter costituire non regge e che perciò bisogna restituire Trieste all’Italia; però non chiediamo a loro e a nessuno che per questa annessione o riannessione di Trieste si spari un solo colpo. Noi la vogliamo in via pacifica e chiediamo ai popoli che come oggi l’hanno capito i «tre», speriamo che lo capisca anche il «quarto». E se Togliatti vuol seguire l’esempio di Garibaldi, io gli chiedo di convocare il Cominform e di far decidere la Russia in modo che Trieste diventi un pegno di pace fra occidente ed oriente. Io ho nominato il Cominform e quando si tratta di Cominform non dovete pensare a grano che arrivi, né a carbone, né a dollari, né a rubli per il popolo italiano, no: dovete pensare, invece, ad un’organizzazione, ad una congiura per guidare attraverso il partito comunista italiano e francese le sorti di questi due Stati. Ed è contro questa congiura che noi ci siamo levati e abbiamo detto in nome della indipendenza della nostra patria che non possiamo ammettere che si guidino delle quinte colonne dal di fuori. Noi vogliamo avere perciò con la Russia e con la Jugoslavia rapporti pacifici di cooperazione internazionale, ma non possiamo permettere che venga insidiata la nostra libertà interna con metodi che portano alla conquista del governo come è accaduto in Cecoslovacchia. Ecco perché noi abbiamo parlato di Cominform! Ecco perché loro vanno negando la verità documentata che sanno di non poter smentire e di cui si vergognano e non assumono la responsabilità di fronte al paese. Dovrei, forse rispondere a tutte le accuse che vanno stampando nelle cantonate? De Gasperi assume tutte le responsabilità! Io assumo tutte le responsabilità del governo. I miei collaboratori in Consiglio dei ministri o nella delegazione degli Affari Esteri, come l’onorevole Campilli, hanno ben meritato della patria! E stiamo facendo grandi sforzi per rinascere. Lo so l’acquedotto vostro non è ancora finito, ma l’acqua arriverà. Abbiamo già fatto la parte maggiore. Dobbiamo pensare agli ospedali e alla ricostruzione, perché non basta quello che si è fatto. Voi avete certamente sentito parlare della Unrra casa ma avete mai sentito che ci sia una Russia casa? Abbiamo incluso anche la vostra provincia nel «Mezzogiorno» per quello che riguarda la legge della industrializzazione e noi pensiamo che le esenzioni dalle tasse possano attirare gli industriali a sviluppare le piccole e medie industrie. Però noi sappiamo che la forza principale vostra è l’agricoltura e che dobbiamo soccorrere tutti gli stabilimenti agrari. Sappiamo che dobbiamo provvedere anche alla assistenza, e qui mi è caro dare una lode particolare a tutti i medici che si sono moltiplicati in questa opera e che meritano tutta la nostra considerazione. Io non vengo a fare un elenco di quello che vorremmo e potremmo fare. So anche che si può criticare quello che si è fatto. Lo so che non si è fatto abbastanza. In un periodo di appena un anno e mezzo di costituente e di sei mesi di governo è vero che tutti i danni non li abbiamo potuti prosciugare, ma se non avessimo avuto in un certo momento lo sforzo di arrestare la svalutazione della lira la situazione sarebbe certamente precipitata. Badate che la lira, dal 1934 ogni giorno calava di valore e quando siamo andati al governo l’abbiamo arrestata ed oggi i prezzi si mantengono entro oscillazioni stagionali. E quante cose dobbiamo ancora ricostruire specialmente in questa provincia disastrata, ma si ricostruisce soprattutto con la concordia e con l’onestà. Come volete che collaboriamo con questi signori che ci calunniano con manifesti; come volete collaborare con questi signori che ci danno del ladro come se avessimo consumato per fare gli interessi del partito il denaro pubblico! Quindi, è necessario che noi che abbiamo il fondamento della buona coscienza cristiana, ci uniamo. Lo so che noi non siamo abbastanza cristiani ma questa non è colpa del cristianesimo, è colpa delle debolezze umane; e se ci sono dei traditori, non bisogna calunniare tutti gli altri e soprattutto non bisogna calunniare Cristo. Ieri, a Roma, avete sentito attraverso la radio c’è stata quella immensa adunata dinanzi al papa, in Vaticano . Erano tutti i romani che si erano raccolti per dare la buona Pasqua al pontefice; un atto filiale. Ed è una vergogna che debba essere accaduta questa campagna contro il Vaticano. Ci potrà essere un monsignore che scappa o che agisce male, ma che importa di fronte a tutti i meriti che ha avuto questo papato in Italia specialmente durante la guerra con l’immensa carità cristiana? È un infamia e una immensa ingratitudine! Da me sono venuti i rappresentanti ufficiali, i rabbini, degli ebrei per ringraziare e ricordare i benefici ricevuti dalla chiesa cattolica quando la chiesa li ha salvati, ed erano minacciati di morte. Erano ebrei e sono venuti a ringraziare. Ma che dire di quei cristiani che inveiscono contro il Padre comune? Ebbene, amici miei, la votazione del 18 aprile, sarebbe poco se fosse un voto di fiducia al governo o di adesione ad un partito, ma deve essere la coscienza cristiana che afferma che l’Italia deve fondarsi sopra basi civili e cristiane per la libertà e la salvezza del popolo italiano. "} {"filename":"a38388c3-294a-40dd-a47b-505285d71232.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, devo chiedervi scusa del notevole ritardo con il quale sono arrivato qui a Caserta, ma durante il tragitto mi sono fermato a Frosinone ed a Cassino dove ho trovato numerosissimi uditori, ai quali ho detto, come ho fatto in tante altre città della penisola, che nel Nord spira un vento nuovo, dato che molte popolazioni hanno compreso la gravità della situazione. Il 18 aprile si tratterà di votare per la pace o contro la pace. Il popolo salva se stesso ed io aggiungo che modificandosi il Nord nel suo modo di sentire, chi salverà l’Italia sarà il Mezzogiorno. Ed è perciò che proprio nelle vostre contrade la mia esortazione a votare secondo coscienza assume particolare importanza perché votare secondo coscienza significa che nessuno deve dimenticare che occorre salvare la patria e che necessita una grande maggioranza per salvare insieme libertà e democrazia. Ecco il significato, amici, di questo voto: il momento è venuto e se si sbaglia il 18 aprile si perde per una o per due generazioni. Amici, riflettete, siate intelligenti, comprendete il momento decisivo e votate per l’Italia, per l’Italia soprattutto. Mi si accusa di portare la discordia, ma io ho voluto parlare chiaro. L’altro giorno in una delle piazze di Brescia, mentre ero intento a parlare a quella popolazione, qualcuno cercava di farsi innanzi agitando una bandiera rossa . Gente del mio partito cercava allora di contrastargli il passo, ma io gridai dal palco: avanti bandiera rossa, finalmente il comunismo si presenta nella sua vera effigie senza mascherarsi dietro il Fronte democratico popolare, prendendo come simbolo la testa di Garibaldi sopra la stella e facendo passare questo simbolo al popolo ignaro come la testa di san Giuseppe sopra la stella di Betlemme. Certi trucchi sono ammessi negli Stati balcanici, ma non in Italia. Ma loro hanno bisogno di mascherarsi dietro il simbolo di Garibaldi perché presentandosi col nome di comunismo, le nazioni libere e democratiche, al comunismo non avrebbero più concesso aiuti. Sarebbe saltato in aria quel piano Marshall su cui tanto contiamo e che ha trovato il favore di tutti i lavoratori del Belgio, dell’Olanda, della Francia e dell’Inghilterra, specialmente dei laburisti inglesi che sono costituiti in grandi sindacati. Quel piano Marshall che tende ad evitare nuovi conflitti e a ridare all’Europa un assetto economico in cui la vita dei popoli possa svolgersi in un clima di pace, di libertà, di lavoro. Il nostro popolo non vuole ritornare sotto una nuova dittatura sia essa di destra, sia di sinistra. L’accusa al piano Marshall, invero, non parte da loro, ma è stata messa loro in bocca dal Cominform. Anche questa, amici miei, è stata una ragione per cui ho preferito, in questa campagna elettorale, scendere, io presidente del Consiglio, in prima fila tra i combattenti per la libertà ritrovando l’energia degli anni giovanili. Si è costituito accanto al Cominform, un Comitato speciale per dirigere la politica dei partiti comunisti italiano e francese. La guida Zdanov e ne è segretaria Anna Pauker attualmente ministro degli Affari esteri rumeno, ma vecchia, strenua propagandista del comunismo. Ho sfidato a negare questa realtà ma finora nessuna smentita è venuta. I comunisti vogliono che in Italia e in Francia si crei uno stato di disagio e di inquietudine per sabotare il piano Marshall. Tutto ciò non è nell’interesse dei due paesi ma i comunisti hanno bisogno del sabotaggio per apprestare in Europa le condizioni favorevoli a estendere il bolscevismo dappertutto, mercè la rivoluzione predicata e sognata dal Lenin. L’ora tarda mi costringe ad una sommaria illustrazione della politica sinora svolta dal governo: mi limiterò a ricordare l’azione pacificatrice da noi perseguita e che ha avuto la sua concreta espressione nella recente amnistia e alla concessione dei benefici alle famiglie dei caduti nella guerra di Spagna; in campo internazionale oltre alla firma del piano Marshall svoltasi a Parigi in piena libertà e parità dei diritti, mi piace richiamare la vostra attenzione per il significato che è insito nella iniziativa degli accordi doganali che abbiamo sottoscritto con la Francia. Oggi siamo un popolo povero, però dobbiamo dire che siamo figli di un popolo una volta ricco, che non abbiamo nessuna vergogna, né abbiamo bisogno di dimenticare perché nelle ambasciate, nelle grandi industrie del mondo abbiamo degni rappresentanti che possono figurare come i pionieri e come i fattori di una civiltà che non tramonta. Se in questa civiltà c’è un complesso di dare e di avere, oggi abbiamo bisogno, domani restituiremo al mondo quello che esso ci ha dato. Non posso finire se non rivolgendo il mio pensiero a Trieste e auspicando che la Jugoslavia sia disposta a trattare mentre l’Italia perseguirà nella sua politica conciliativa verso gli slavi, così come già fece a Londra e poi a Parigi nel 1946 ed infine a New York. Amici, il 18 aprile si avvicina: è l’ora della verità: fate che dal vostro voto siano assicurate l’indipendenza e la libertà al nostro paese. "} {"filename":"c2992d62-0a40-405f-a927-d5b7a63d4c1a.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, devo un ringraziamento affettuoso all’onorevole Rumor e a tutti i presenti per avermi dato il conforto di questa giornata tra i lavoratori. Essi rappresentano la patria e molti di loro parteciparono già nel 1848 alla lotta che gli italiani dovettero sostenere per conquistare la libertà politica. Dopo un secolo, la classe dei lavoratori deve affrontare un’altra lotta non meno importante e decisiva per il loro avvenire, la lotta per una nuova libertà: quella sindacale. In questa lotta sono all’avanguardia i lavoratori cattolici che si battono per inserirsi nel civile movimento di progresso verso una maggiore affermazione dei diritti del lavoro. Proprio nelle vostre terre, a Padova, a Vicenza, i cattolici precisarono il loro programma, risalendo fino ad un liberale, il Lampertico , tutti preoccupati del problema sociale, guardando al cittadino lavoratore. E di fronte a questo movimento che fatalmente si propagava rapidamente era facile prevedere, come già intuiva il genio di Cavour che un giorno i cattolici sarebbero divenuti maggioranza in Parlamento. Lungo periodo è passato. Oggi, dopo cento anni, i credenti sono in Italia in maggioranza e la maggioranza avranno anche dopo le elezioni. Si avvererà così il vaticinio di Cavour il quale sbagliava però quando aggiungeva che sarebbe toccato a lui di sedere sui banchi della minoranza. Non è più il tempo dell’altro dopoguerra, in cui si sviluppò violenta la lotta tra cattolici e socialisti, oggi le cose sono cambiate e ognuno è libero di organizzarsi in proprie associazioni, come sono le Acli. Si può ottenere di difendere la libertà entro l’unità sindacale, ma la concezione è sempre la stessa: rispetto delle opinioni, tolleranza reciproca, ma soprattutto onestà e lealtà nei rapporti. Ed è la linea che abbiamo seguito sempre nei rapporti con la Confederazione generale del lavoro. Lo Statuto dell’unità operaia fu elaborato negli ultimi mesi della lotta clandestina, nella speranza che davvero tutti i lavoratori potessero affratellarsi in una unica organizzazione sindacale. Io sono vecchio sindacalista, quando ero a Vienna studente, cominciavo a organizzare la classe più povera degli emigranti italiani e così feci in altre zone. Quindi ho vissuto questa tragedia: di avere sentito il progresso operaio, di sapere che in questo campo c’è l’avvenire ed ho potuto sentire, altresì, che era necessario, accanto alla riforma generale sul terreno economico, sociale, politico, mantenere il senso del cristianesimo nelle coscienze, perché senza la morale nessuno Stato si costruisce e nessuna classe arriva liberamente a governarsi. Onde legittima è la mia preoccupazione per la tendenza e la tattica delle correnti maggioritarie della Confederazione generale italiana del lavoro che operano per dirigere i lavoratori a scopi politici e di parte. Oggi nella Confederazione ci siamo e ci resteremo finché ci sarà l’ultima speranza di poter difendere la libertà. Saremmo costretti, se non ci sarà possibile altrimenti, difenderla in altre forme. Un esempio l’ha dato recentemente l’amico Pastore , il quale ha chiesto a nome delle minoranze, il diritto di andare a Londra a rappresentare i lavoratori italiani, perché per ordini venuti dalla Russia il Partito comunista, contro la sua stessa convinzione, cerca di sabotare gli aiuti che ci possono venire dall’America. Non è possibile pensare ad una democrazia sana senza che, istintivamente o meno, gli elementi fondamentali del cristianesimo che sono fraternità e solidarietà, non si inseriscano nel sistema di governo. Noi vogliamo rispettare ogni idea religiosa e politica ma di fronte alle ingiurie e alle calunnie scagliate contro il Vaticano abbiamo pure il diritto anche noi di insorgere in difesa del Padre comune, e in difesa della Chiesa. Accettiamo la sfida, signori comunisti, accettiamo la sfida, amici miei, e se siamo pronti a tutte le riforme sociali nel campo agricolo e industriale, se noi puntiamo su questo, badate se questo vogliamo ascoltando i moniti venuti dai pontefici, dall’attuale pontefice, riassumendo le dottrine dei predecessori, noi siamo in unione con la Chiesa quando diciamo che vogliamo una più giusta distribuzione della proprietà, una maggiore giustizia sociale e l’egemonia dei grandi proprietari deve essere combattuta e vinta da una grande forza di solidarietà. Ma l’attività della Chiesa non si è fermata alle affermazioni di principio, ricordate amici, l’apporto dato dai sacerdoti alla guerra di liberazione clandestina. Come è possibile dimenticare questa immensa opera che ha fatto il cristianesimo in Italia? Senza il suo contributo sarebbe stato certamente impossibile fare la lotta di liberazione. E come dimenticare l’opera di mediazione e di assistenza di Pio XI e di Pio XII che fu rivolta a soccorrere spesso uomini di opposta fede religiosa e politica. Ciò fu fatto per un innato senso di carità ed insieme di libertà, quella libertà che oggi i cattolici difendono accanitamente. Oggi fra i cattolici italiani il concetto della libertà è andato solidificandosi, e quando difendiamo la libertà non è la libertà cristiana, è la libertà per tutti, perché sappiamo che in essa con la concorrenza del bene si potrà avere la vittoria. Noi non siamo per la guerra, mai; noi faremo ogni sforzo per mantenere la pace e non vorremmo nemmeno Trieste se costasse anche un solo colpo di fucile. Non vogliamo più guerra e nelle nostre preghiere grideremo sempre pace: pace interna, perché non si può avere pace esterna se non c’è quella interna. Se nell’interno vi è una quinta colonna che prepara l’avvento di altri che stanno fuori, io penso al Piave, non come l’inno del combattimento, ma come morale che fu nella storia il vostro baluardo e la vera difesa. Voi sapete che il pensiero del Piave era proposito di responsabilità, la chiara responsabilità dell’ora grave e questo è il nostro Piave. Devo avviarmi, amici miei, alla conclusione: non posso non ripetere ed insistere anche qui sul dovere morale di votare, perché la questione fondamentale è se nel nostro paese si avrà la possibilità di sviluppo, di libertà e di democrazia per tutti o se deve divenire uno Stato balcanico agli ordini di un maresciallo. "} {"filename":"81b4ae1a-479e-4b5d-a258-8f7ac90d9ee5.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, sono particolarmente toccato da queste vostre accoglienze e da questo vostro entusiasmo; non ricadiamo tuttavia nell’errore di credere che l’Italia possa essere salvata da un uomo: questa salvezza dipende soltanto da voi, dal popolo. Se il popolo saprà comprendere e vorrà accettare la parola di un uomo sincero e cosciente. Ma è anche evidente che la parola di questo uomo non può avere nulla di miracoloso, deve invece cercare di interpretare i bisogni del popolo, tener conto della realtà ed ispirarsi alle possibilità che appaiono sicure ed effettive. È questo che io sto cercando di fare, al di sopra dei partiti, degli interessi faziosi e delle speculazioni di critiche politiche. Molte e gravi sono le questioni che debbono venire risolte per la risurrezione del paese. Il malcontento per quello che non si è fatto e non si è potuto ancora fare è comune a tutti i paesi europei piegati dalle devastazioni della guerra. Ma i forestieri che vengono in Italia si dichiarano meravigliati della nostra rapida attività ricostruttiva. Molto resta da fare. Tutti quanti che siete qui avete problemi di famiglia e di lavoro da risolvere e sapete quanti sforzi occorrono per risalire la china. Non si improvvisa. Tuttavia noi siamo giunti a un punto che due anni or sono non osavamo sperare. Da fratello a fratello, da compagno a compagno, in questa difficile ventura che viviamo io vi dico che non c’è che il lavoro che possa salvarci. Ed a questo proposito ho il dovere ed il piacere di esprimere la mia profonda ammirazione per l’impegno con il quale la gente delle varie regioni di Italia sta lavorando per rifare la propria esistenza e quindi l’esistenza stessa del paese. Abbiamo il bene supremo della libertà. Guai al lavoro coatto, ai piani escogitati e imposti ai diversi paesi, fra i quali vi è purtroppo quella Jugoslavia che è tanto vicina a noi. Chiedete ai profughi giuliani come si svolge la vita in quel paese che ci viene magnificato, anche perché sotto quel regime e con i metodi instaurati, gli scioperi non si fanno. Lo testimoniano anche quegli italiani di Albania che stentano purtroppo a ritrovare la via del ritorno in patria; lo confermano i contadini a cui è imposta laggiù una ben dura fatica sulla terra che non è più loro e non è più per loro. Perché non si consente di fare delle indagini sul sistema sociale introdotto attualmente in quella parte dell’Italia che purtroppo non è più italiana? Le sole grandi industrie che sopravvivono sono quelle siderurgiche e questo perché sono state tramutate in industrie belliche. Io non nego che da noi grandi progressi sono da raggiungere nel campo sociale, sia per i rurali, sia per gli operai. Ma tutto questo dobbiamo farlo avendo il massimo rispetto della libertà. Il peso fiscale va alleggerito in favore dell’artigianato e della piccola proprietà. Più di un errore va corretto. Premeva soprattutto, frattanto, fermare la svalutazione della lira e frenare l’ascesa dei prezzi. Si potrà parlare di riforme solo quando si sarà consolidata la situazione economica. Ma se questo governo non fosse riuscito a salvare la lira e a moderare i prezzi, dove saremmo andati a finire? Non era il governo ad andare a rotoli, ma bensì l’intero popolo italiano. Diminuito l’indice della contingenza, avremmo potuto risparmiare 7 miliardi annui sulle competenze spettanti agli impiegati statali; tuttavia questa economia è stata rinviata a migliori tempi. Ebbene nessun riconoscimento c’è venuto dall’opposizione che anzi ci muove critiche fortissime; ma io sono sicuro che se l’onorevole Scoccimarro fosse rimasto al ministero delle Finanze egli menerebbe vanto dei risultati raggiunti. Sceso ai banchi dell’opposizione egli accusa il governo di essere un governo di fame. Certo, bisogna riconoscerlo, tutto ciò che è stato fatto risale anche alla generosa e comprensiva cooperazione che, in ogni campo, ci ha dato una grande nazione amica, un grande popolo amico. Gli italiani che ho incontrato durante il mio viaggio in America sono stati unanimi nel dirmi che l’America è una nazione che merita fiducia. Là non esistono dittatori: i governanti vengono dalla vita del lavoro e sono liberamente eletti dal popolo: altrove quando uno diventa maresciallo non c’è che il Padre Eterno che possa metterlo in congedo! In America ciascuno professa la fede che ha scelto e in cui crede; ma quando si raduna il Parlamento, dai banchi della presidenza si invoca l’assistenza e la grazia di Dio sui lavori. Io mi sono detto che se i nostri italiani d’America stanno così bene ed hanno potuto dimostrare e far valere le loro capacità, ciò è dovuto da un lato al rispetto dell’autorità che li governa e dall’altro al godimento della libertà. Ecco perché gli aiuti che ci vengono dalla America sono quelli di un popolo fratello; aiuti di una democrazia che non ci strozza. E noi che siamo poveri in moneta e poveri di risorse, abbiamo la grande ricchezza della nostra civiltà e della nostra esemplare operosità. Accettando i soccorsi dell’America noi non abdichiamo alla nostra indipendenza. Ma quello che mi sorprende non è tanto la critica mossa dagli oppositori alla pasta che giunge già bella e fatta o per il carbone che potrebbe essere migliore, ma l’accusa rivoltaci in soprappiù per gli ausili che abbiamo dato alle industrie dell’Italia settentrionale, come se questi aiuti fossero andati ad impinguare il guadagno del padrone anziché ad assicurare il pane dell’operaio. Gli oppositori non si rendono conto che se mutassero al 18 aprile le attuali condizioni politiche ed economiche dell’Italia, anche le navi che vengono dall’America muterebbero rotta. Ed allora che farebbero gli oppositori; che farebbe quel Fronte che si dice popolare e che in realtà è invece contro il popolo? Oggi, grazie alle possibilità create dal governo, l’Italia può sperare di trovarsi fra dieci anni più ricca e più felice di prima della guerra. Occorre per questo un lavoro tenace; occorre il rispetto dell’ordine nel pieno godimento della libertà. A votare andremo tutti e i carabinieri serviranno soltanto a garantire a tutti l’esercizio di questo diritto, contrariamente a quanto sta succedendo in Istria. Ecco perché questo, anziché un governo nero, deve essere chiamato un governo luminoso. Il nostro regime di assoluta libertà non avrà più federali né rossi né neri: abbiamo governato col rispetto e nel rispetto di tutti e così continueremo. I sindacati, a loro volta sono e saranno liberi; bisogna però che ognuno mostri i suoi veri connotati. Falce e martello devono essere scesi a prezzi molto bassi, ora che nessuno ha oggi il coraggio di impugnarli e di adoperarli. Amici di Imperia, è solo e sempre volontà di pace quella che anima il governo nella custodia di un regime libero che non nasconde alcuno dei suoi fini. Noi abbiamo delle tradizioni cristiane. Vogliamo e dobbiamo difenderle, cancellando le inique calunnie che si sono usate contro il Vaticano e perfino contro il Santo Padre tentando di misconoscere l’infinita opera di bene compiuta dalla Santa Sede durante la guerra per la liberazione universale, iniziata e proseguita dalla Chiesa di Cristo, che apre le sue braccia a tutto il consorzio umano. Questi principi vogliamo attuare non solo nella politica interna ma anche in quella estera: vogliamo collaborazione con tutti perché è questa la strada per risolvere tutti i problemi anche i più ardui quale è quello della nostra cara Trieste. Questi sono i principi che dobbiamo perseguire se vogliamo arrivare alla giustizia sociale tra noi e fuori di noi. Dopo le due amare esperienze, il popolo italiano pensi che la salvezza sta nella pace e nell’amore fra tutti i popoli. "} {"filename":"ccb5c08a-c2eb-44be-b7fe-66cf6179fd23.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"SULLO STATUTO SPECIALE PER LA SARDEGNA (Legge costituzionale 24 febbraio 1948, n. 3) Voglio limitarmi a una dichiarazione di carattere generale: il Governo è molto lieto che si affermi il principio delle autonomie, in modo particolare per quella di cui si tratta ora, ed è con spirito di adesione, in via di massima che partecipa, come può partecipare, alla discussione. Dico onestamente che avrei desiderato una più intensa collaborazione fra il Governo e la Commissione. E questo non soltanto per taluni importanti problemi, come quello della autonomia finanziaria, ma anche per le questioni più generali. Il Titolo VI del disegno di legge, ad esempio, parla dei rapporti fra lo Stato e la Regione. Sarebbe stato opportuno che questo problema fosse stato discusso, se non in contraddittorio, almeno in uno scambio dialettico di argomenti anche con i rappresentanti dell’amministrazione centrale. Se confrontate (questo è il primo momento in cui prendo visione del disegno di legge) gli articoli 48 e 49, vi accorgete di una diversità di dizione, che deve essere frutto – lo capisco bene – di un laborioso compromesso, ma che lascia un po’ perplessi. All’articolo 48 si dice che «il presidente della giunta regionale rappresenta il Governo dello Stato»; e questo è un fatto grave. All’articolo 49 si dice che «il presidente della giunta regionale dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione conformandosi alle istruzioni del Governo»; e ciò rettifica e in parte tranquillizza; ma forse la forma poteva essere più felice. All’articolo 50, poi, si introduce il rappresentante del Governo che sovraintende alle funzioni amministrative dello Stato. Come ho sentito e come posso immaginare, si tratta di sostituire il titolo, non popolare in Sardegna, di «commissario» con quello di «rappresentante del Governo». Posso comprendere queste suscettibilità, ma non l’evidente contraddizione fra l’articolo 48, per cui il Governo è rappresentato dal presidente della giunta, e l’articolo 50, per cui il Governo è rappresentato da un proprio rappresentante. Oltre a ciò, si dice all’articolo 49 che «il presidente della giunta regionale dirige le funzioni amministrative delegate dallo Stato alla Regione conformandosi alle istruzioni del Governo». Mi pare che la dizione sia ancora suscettibile di qualche elaborazione e di qualche miglioramento. Quanto all’articolo 51, secondo il quale il presidente della Giunta regionale provvede alla tutela dell’ordine pubblico e sovraintende alla sicurezza pubblica, dispone della polizia di Stato e può richiedere l’impiego delle forze armate, deve essere ben chiaro che si tratta di potere delegato, tanto è vero che poi si dice il Governo della Repubblica può in via temporanea (cioè quando occorra, in caso di necessità o di urgenza) esercitare direttamente tale funzione. Comunque l’articolo 51 è alquanto oscuro. Ma non voglio fermarmi su ciò, perché non possiamo pretendere da uno statuto regionale l’esattezza e la piena conformità quando difficilmente le possiamo raggiungere nei lavori dell’Assemblea. In via generale il Governo – in quanto gli spetti di partecipare a questa discussione, poiché si tratta di statuti speciali da approvarsi con leggi costituzionali, ossia materia di competenza dell’Assemblea – parteciperà alla discussione con spirito di adesione al progetto e con eguale spirito farà le sue osservazioni e le sue proposte. (Approvazioni). [De Gasperi interveniva poi nel corso del dibattito per mediare tra la posizione di Einaudi e dell’onorevole Lussu in ordine al contenuto del Titolo III, concernente le entrate della Regione sarda]. Vorrei dire una parola per uno scopo di mutua comprensione. È una posizione strana quella in cui ci troviamo al banco del Governo, ed è forse la prima volta che la posizione è rovesciata, perché è la prima volta che tocca a noi fare critiche ed obiezioni, perché non siamo preparati e non abbiamo fatto il lavoro che la Commissione ha compiuto. Noi ci troviamo in questa situazione: conosciamo le difficoltà che riguardano l’applicazione dello statuto siciliano per esperienza, perché quello statuto è venuto in applicazione e il ministro delle finanze e quello del tesoro soprattutto se ne sono occupati. Conosciamo, per lo meno in parte, lo statuto della Val d’Aosta, che è passato attraverso il Consiglio dei ministri; conosciamo lo statuto dell’Alto Adige, perché questo statuto fu prima elaborato da organi governativi e poi da una Commissione presidenziale e parlamentare della quale faceva parte l’onorevole Einaudi. E, quindi, siamo in una situazione molto più favorevole per giudicare questi altri statuti in confronto di quello sardo. Ora, non meravigliatevi se un uomo della coscienza dell’onorevole Einaudi ed altri colleghi hanno fatto obiezioni, perché si trovano per la prima volta dinanzi al testo della legge; e non vi meravigliate se vi chiedono di avere uno scambio di idee fino a domattina o anche stasera. Non meravigliatevi, non ravvisate in questa richiesta un desiderio di procrastinare la discussione. Se pensate che l’onorevole Einaudi ha preso parte alle discussioni per lo statuto della Venezia Tridentina, e ha dato il suo voto ad una formulazione di un programma finanziario che è stato dichiarato e riconosciuto sufficiente da coloro che vi hanno preso parte, non avete da temere che vi troverete dinanzi ad ostacoli insormontabili e che si vogliano sviluppare soltanto elementi tecnici. Senza dubbio l’onorevole Einaudi ha la coscienza delle obiezioni che è doveroso siano poste da lui e vi dice: cerchiamo di esaminare insieme, vediamo se è il caso di modificare qualche cosa. È verissimo quello che ha detto l’onorevole Lussu e che ha ricordato l’onorevole Laconi , che vi è un articolo che prevede la revisione. È l’articolo 56 che all’ultimo capoverso dice: «le disposizioni del Titolo III del presente statuto possono essere modificate con leggi ordinarie della Repubblica su proposta della Regione». Ma vedete, questa norma non può tranquillizzare del tutto, perché richiede l’iniziativa della Regione, e credo sia difficile attendersi dalla Regione che l’iniziativa sia da essa presa a proprio svantaggio. Qui si potrebbe eventualmente cercare una formula più equilibrata fra Stato e Regione, se fosse necessario fermarsi semplicemente a questa revisione dello statuto. Ma questa questione si esaminerà domattina o stasera. Io prego l’onorevole Lussu, che del resto mi pare abbia dichiarato che non voterà contro la proposta dell’onorevole Einaudi, di volerla accettare, ed assicuro che il Governo non vuol differire, non vuole annullare gli statuti speciali, perché esso ritiene che nonostante tutte le possibili obiezioni, annullare questi statuti avrebbe un significato politica che il Governo non vuol condividere. (Applausi). Il Governo vuole rassicurare le diverse Regioni che aspirano all’autonomia che fino all’estremo limite il Governo intende venir incontro, e, direi, in questo senso bisogna interpretare le sue preoccupazioni. Vi prego quindi di accettare questa proposta. L’onorevole Einaudi non ha disposizioni negative in confronto degli statuti in genere. Egli è persuaso, come me, che una volta messi su questo cammino non bisogna uscirne. Si tratta, quindi, di dare ad un rappresentante del Governo e a colui che ha la responsabilità più diretta del bilancio, il modo di dare il contributo della sua esperienza e della sua preparazione per trovare una formula conciliativa che possa essere da tutti accettata. (Applausi). "} {"filename":"5db19684-ffc9-4074-9a9c-084d301e07cc.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"SULLO STATUTO SPECIALE PER LA VALLE D’AOSTA (Legge costituzionale 28 febbraio 1948, n. 4) Anche se l’onorevole Relatore non avesse direttamente fatto appello alla mia persona, io mi sarei sentito egualmente tenuto a fare alcune dichiarazioni introduttive. Debbo dir subito però che, di fronte alle singole disposizioni che sono qui articolate, il Governo, come tale, non può avere una sua tesi, perché non ha potuto evidentemente disporre del tempo necessario per discutere e assumere un determinato atteggiamento al riguardo. Ieri abbiamo discusso su un progetto di elaborazione governativa, in gran parte accolto dalla commissione; oggi invece ci troviamo di fronte a un progetto di elaborazione parlamentare, nei confronti del quale evidentemente la responsabilità del Governo è molto diversa. Non voglio con ciò, s’intende, attenuare la nostra collaborazione alla discussione del disegno di legge. Almeno in linea di principio, il Governo è favorevole all’autonomia della Valle d’Aosta e fino dal 1945 la concesse nel campo amministrativo, attribuendo al presidente della Valle tutti i poteri del prefetto. Non potevamo naturalmente dargli la possibilità di decidere circa i problemi politici afferenti alla Valle. Cercammo di tranquillizzare la Valle relativamente ai suoi diritti linguistici e conseguentemente scolastici, relativamente insomma a tutto quanto poteva costituire oggetto delle sue giuste esigenze. Con un successivo decreto si disciplinò il regime delle acque, e anche qui il Governo tenne conto delle esigenze locali della Valle d’Aosta.Ora si entra in un altro campo, ora si entra nel campo politico della vera e propria autonomia, sulla traccia di quanto già si è fatto per le altre Regioni a statuto speciale. Non vi sono contraddizioni fra quello che si è fatto allora per decreto e quanto ha fatto ora la commissione; vi sono soprattutto alcune integrazioni. Politicamente parlando – e qui esprimo naturalmente un parere personale – non ho alcuna eccezione da fare al disegno di legge e volentieri collaborerò per il suo perfezionamento aderendo al desiderio della Commissione. Ho soltanto qualche obiezione di carattere formale da fare. Non so, per esempio, come avete risolto la questione toponomastica, che sembra apparentemente una questione secondaria, ma che invece ha molta importanza. Avete visto per lo statuto dell’Alto Adige quale attenzione è stata dedicata alla questione. Allegato al disegno di legge v’è un elenco di comuni con nomi solamente francesi, mentre nel decreto del 1945 accanto a quelli francesi v’erano anche i corrispondenti nomi italiani. Non so se questa omissione sia dovuta al caso, cioè se questo allegato abbia soltanto un valore incidentale; in tale ipotesi non ho nessuna obiezione da sollevare. Un’altra osservazione – che mi riservo di sviluppare al momento opportuno – riguarda la data di entrata in vigore dello statuto. Mi pare che con gli altri statuti abbiamo adottato il termine di sei mesi: termine alquanto problematico, specialmente per gli statuti che entrano in vigore in seguito a una legge elettorale che è affidata al nuovo Parlamento. Se le elezioni si faranno il 18 aprile, la Camera verrà convocata venti giorni dopo. Quindi alle soglie dell’estate. È difficile pensare che immediatamente, con la formazione del nuovo Governo, con la discussione generale, eccetera, la Camera possa occuparsi delle leggi elettorali per le Regioni, e dubito assai quindi che il termine di sei mesi si possa mantenere. Un’altra osservazione vorrei fare ancora riguardo alla toponomastica. All’articolo 2, fra le materie per le quali la Regione ha la potestà legislativa, vi è anche la toponomastica. E qui converrebbe introdurre la stessa affermazione che si è fatta nella legge votata ieri: «fermo restando l’obbligo della bilinguità». E con ciò stesso si risolverebbe il problema, al quale accennavo prima, dell’elenco dei comuni. La bilinguità, vista dal punto di vista dei cittadini di lingua francese, è un diritto, ma vista dal punto di vista degli italiani è un obbligo, perché anche la lingua italiana deve essere ufficialmente usata. Nello statuto per il Trentino-Alto Adige abbiamo inserito un richiamo alla lingua italiana come lingua ufficiale. Per la Valle d’Aosta si può fare o non fare analogo richiamo, perché ci sia l’obbligo della bilinguità. Ciò potrebbe sembrare una cosa superflua, ma non lo è. "} {"filename":"8f94ce57-72cb-4e89-a6f9-daba840dc144.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Rispondo in ritardo alla sua cortese lettera del 10 gennaio scorso, relativa all’autonomia dell’Alto Adige, perché, come ebbi occasione di far presente al ministro Schwarzenberg, preferivo attendere le conclusioni alle quali fosse pervenuta la commissione parlamentare per gli statuti regionali dopo aver sentito nuovamente i rappresentanti dei cittadini di lingua tedesca. Sono lieto, pertanto, di farlo oggi, essendo in grado di poterle comunicare che le consultazioni coi rappresentanti delle popolazioni locali hanno avuto per esito la definitiva elaborazione di uno statuto per l’autonomia della regione «Trentino Alto Adige» (approvato dall’Assemblea costituente), nel quale sono stati pressoché interamente accolti i desiderata espressi da V.E. nella lettera cui rispondo. Così che il presidente ed il segretario generale del S.T.V. lasciando Roma hanno voluto indirizzarmi una cortese lettera nella quale, fra l’altro, scrivono: «In particolare, esprimo tutta la mia soddisfazione e quella del gruppo che rappresento per la comprensione dimostrata nell’esame delle nostre osservazioni e per l’accoglimento di gran parte delle nostre principali richieste, sì che possiamo constatare con vivo compiacimento che l’accordo De Gasperi-Gruber intervenuto a Parigi nel settembre 1946, per quanto riguarda il problema fondamentale dell’autonomia, è ormai tradotto in realtà». Tutto ciò mi esime dall’insistere sulle ragioni che sono a base del convincimento personale mio nonché di quello del Governo italiano e dell’Assemblea costituente, che l’autonomia concessa all’Alto Adige non solo è conforme all’accordo di Parigi ma, sotto certi aspetti, più ampia di quella nello stesso prevista. Ma quello che importa è che siffatta concessione, appagando i desideri di quelle popolazioni, assicuri, nell’interesse della regione e del paese, la leale e fattiva collaborazione dei vari gruppi linguistici colà residenti. E questo gioverà senza dubbio, com’è nel desiderio di V.E. e del Governo italiano, agli auspicati rapporti di amichevole vicinato fra le due repubbliche e, in tempi così travagliati, servirà di utile esempio a quelle Nazioni nelle quali si agita il delicato problema delle minoranze. "} {"filename":"92f1e657-599f-4a1c-a870-3ddc1dda2049.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Brevissime parole di ringraziamento, per parte mia, agli oratori dell’Assemblea ed in genere a tutti i senatori per la collaborazione, collaborazione sovrana, come ha detto bene l’onorevole Conti , da parte del Senato, nei confronti del governo, che è responsabile dinanzi a questa Camera in pari modo, come è responsabile dinanzi alla Camera dei deputati. È vero, si è avuta in certi momenti una qualche impressione disagevole per la distribuzione della materia, direi, dell’opera legislativa. Non voglio scusare quello che è avvenuto con ritmo accelerato per il nostro lavoro, data la ristrettezza del tempo a nostra disposizione, poiché la nostra attività è incominciata in maggio ed i termini di scadenza e di proroga ci costringevano a presentare all’ultimo momento certi progetti di legge. Però gli onorevoli senatori sono stati così comprensivi che hanno riconosciuto queste ragioni indipendenti, direi, dalla nostra volontà. Certo è il fatto che non ci ha guidato nessun senso di differenziazione tra il Senato e la Camera, o qualunque altro senso di minore considerazione. Riconosciamo pienamente come la Costituzione stabilisca la parità. Il governo fa pieno affidamento sulla sovranità delle due Camere. Io credo che nell’ultimo periodo noi abbiamo rimediato un po’ alla impressione momentanea che si era involontariamente creata, presentando le leggi finanziarie, poiché come voi ben sapete, parte delle leggi finanziarie sono state presentate al Senato, cosa questa che con la passata Costituzione non poteva avvenire. La novità a questo riguardo è espressa in un settore di grande responsabilità del nostro paese. Certo, cercheremo anche noi di trarre insegnamenti da questo periodo. Non si può negare che ci sia da imparare per tutti, e per il governo e per i membri del Senato e della Camera, poiché innegabilmente siamo di fronte ad un sistema nuovo e la macchina cigola nel mettersi in moto. È evidente quindi che nessuno di noi vorrà ripetere gli errori che sono avvenuti. Il governo certamente si trova in una posizione particolare: tante volte, nel rapido susseguirsi dei dibattiti, è quasi impossibile a noi, nella replica, di distinguere quello che è stato detto in una Camera e quello che è stato detto nell’altra, mentre voi avete pienamente diritto di ignorare quello che si è detto fuori del Senato. Cercheremo anche noi di imparare questo nuovo metodo e, ripeto, senza far torto a nessuno, ché ci sarà per tutti da imparare; perché un metodo più spiccio di lavorare, e, direi, di equilibrare i pesi nelle due Camere bisogna pur crearlo e bisogna far sì che esso venga fuori dalla prassi, poiché non c’è regolamento e Costituzione che possano essere la scuola del dovere, della dignità, del diritto e della coscienza del proprio compito. Sono sicuro, onorevoli senatori, come avete già dimostrato fino ad oggi, della piena coscienza di questo vostro dovere, di questo vostro impegno anche nell’avvenire. Di contro a questo, rinnovo l’impegno del governo di riconoscere in tutto, nella pratica, il suo dovere nei riguardi della parità di sovranità delle due Camere e di dare quindi al Parlamento, per quanto riguarda la sua iniziativa, quel contributo di equilibrio che possa creare veramente nelle due Camere le due forze, i due motori, diciamo così, dell’aeroplano democratico, che deve muoversi con pari forza della sinistra e della destra. Ringrazio soprattutto il presidente e la Presidenza intera con i suoi funzionari che ci hanno dato tutto il loro contributo nella preparazione delle leggi e nella procedura, augurando a tutti buone vacanze, più lunghe di quelle che potrà avere il governo. (Vivissimi applausi). "} {"filename":"beb75bdb-544b-40b0-9209-78afa87ee8eb.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Mi onoro di porgere il saluto del governo ai delegati stranieri partecipanti al I Congresso nazionale dell’educazione popolare in Italia e mi piace di sottolineare il significato del loro attivo intervento che considero e addito agli italiani, come una concreta prova della collaborazione democratica che unisce tutte le energie umanamente valide nella risoluzione di problemi idealmente comuni anche se territorialmente limitati. Desidero, poi, manifestare la mia piena adesione ai promotori del Congresso e agli educatori italiani che vi partecipano consci della fondamentale importanza delle finalità delle iniziative che si inquadra in un vasto e organico programma inteso a porre le basi della democrazia nella consapevolezza di tutti i cittadini. Infatti è insito nel concetto della educazione popolare il fondamento della scuola comune e obbligatoria, ma l’attuazione della educazione popolare avviene al di là di essa nella forma di progressivo sviluppo della cultura dei singoli cittadini a qualunque condizione sociale appartengono. Né l’età, né lo stato sociale sono limite alla diffusione della cultura che in una vera società democratica deve essere suscettibile a tutto e costituire per ciascuno un mezzo di continuo perfezionamento morale. Varie sono le istituzioni che tendono a questo fine, ma compito del Congresso è quello di suggerire i mezzi necessari per potenziarne e coordinarne le opere. La democrazia ha indispensabile bisogno di queste opere, in questo esige la collaborazione di tutti che è condizione della capacità di discernimento e di giudizio di ciascuno. È chiaro che in alcune regioni un vasto e organico progresso di educazione popolare ha per condizione l’eliminazione dell’analfabetismo. Si tratta di dare a chi non la possiede la chiave per aprire le porte della cultura. Ma ciò non è sufficiente. L’alfabeto non è un elemento isolato ed isolabile, ma è parte di un sistema di vita, di lavoro e di organizzazione sociale. Dove questo sistema non c’è, bisogna crearlo con idonee riforme che raggiungano il fine di una elevazione del generale livello di vita delle popolazioni. Occorre un piano di attività in cui il provvedimento di natura sociale e il provvedimento di natura scolastica siano indissolubilmente congiunti e si integrino reciprocamente. Esprimo la mia certezza che il Congresso darà un utile contributo alla risoluzione dei problemi che gli sono sottoposti e assicuro che il governo esaminerà attentamente le proposte che gli saranno presentate per realizzarle, nei limiti della sua competenza. È questo un preciso dovere del governo democratico, giacchè la democrazia non può vivere nel complesso delle sue istituzioni formali se non ha per fondamento la responsabilità di ogni cittadino e se, quindi, ogni cittadino non è messo in condizione di essere veramente responsabile mercè la sua attiva partecipazione ai valori spirituali della vita consociata. "} {"filename":"bce8088c-379a-4889-bc85-123de2947bb8.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Quando leggo i discorsi dei membri del governo laburista inglese io non trovo che ben poche cose con le quali non sarei d’accordo e moltissime che mi trovano perfettamente consenziente. Questo è stato il suo commento quando gli ho fatto notare che ci sono ancora alcune incomprensioni in Inghilterra circa il suo Partito democratico cristiano, la cui vittoria schiacciante nelle elezioni dell’altro mese fu una svolta nella situazione politica postbellica dell’Europa. Il mio partito fra il giugno ’46 e l’aprile 1948 guadagnò sul totale dei voti il 13,2 per cento, specialmente, ma non esclusivamente dalla destra. I partiti di sinistra perdettero insieme circa il 5 per cento. Precisamente esiste nel nostro partito una importante ala sindacalista i cui esponenti, se venissero in Inghilterra, sarebbero certamente attivi nel vostro movimento laburista. Comprendo, naturalmente, perché il Partito laburista simpatizza specialmente con i socialisti democratici in Italia. Mi spiace tuttavia di vedere che una sistematica propaganda la quale ha cercato di farci passare come «reazionari» e «semi-fascisti» ha sortito qualche effetto. Abbiamo sperimentato, negli anni recenti, una confusione completa intorno alle più semplici idee tradizionali e valori umani, come risultato della propaganda totalitaria. Hitler e Mussolini pretesero che i loro regimi comprendessero una reale democrazia e il vero socialismo. Stiamo sperimentando adesso la stessa cosa dall’altra parte. Chiunque non va a cadere nel Cominform è «reazionario» oppure «fascista». Ma più dei due terzi della nazione italiana ha dato prova, il 18 aprile, di non essersi lasciata abbindolare da questa pretesa. È nostro compito ora di convincere l’altro terzo, per mezzo delle nostre realizzazioni. Ho domandato al presidente se poteva difendersi su questo punto. Ecco quello che mi ha detto: senza l’aiuto del programma di ricostruzione europea non sarebbe mai divenuto possibile affrontare le riforme sociali, soprattutto la riforma agraria che le classi più povere della nazione italiana, specialmente nel Sud, hanno diritto d’attendersi. Queste riforme saranno d’ora innanzi affrontate dal nuovo gabinetto di coalizione. Certamente incontreremo opposizione da parte degli interessi costituiti e dei circoli privilegiati. Io spero d’aver ragione di tale resistenza non soltanto con la forza della legge ma anche insistendo che la proprietà ha una funzione sociale da assolvere. Circa la riforma agraria, noi dobbiamo realizzarla in modo tale da distribuire soltanto la terra che può essere coltivata, terra che è stata resa coltivabile con bonifiche, irrigazione, costruzione di strade e di fattorie. Non vogliamo una riforma da demagoghi, ma un completo rinnovamento della proprietà terriera, che trasformerà i braccianti in piccoli proprietari liberi. Dovunque non sia possibile la divisione della terra per specifiche condizioni di cultura, vogliamo che divengano partecipi sia della direzione che dei profitti. Nel campo industriale potrei ricordare il fatto, assai poco compreso fuori d’Italia e anche dentro, che più di metà di tutte le aziende e di servizi pubblici è già completamente nazionalizzata [o] semi-nazionalizzata, cioè a dire sotto il controllo dello Stato. Ho pregato l’on. De Gasperi di parlarmi dei rapporti tra il suo partito e i socialisti democratici. Quando il sig. Saragat e i suoi amici, durante i negoziati per il rimpasto del gabinetto, espressero un forte desiderio di avere per loro importanti posti economici nel governo, io andai molto incontro ai loro desideri, e il mio partito fu d’accordo. Abbiamo dato ai socialisti democratici, sia in qualità che in quantità, un’influenza nel nuovo governo più forte di quella che sarebbe stata richiesta da una constatazione puramente aritmetica della loro forza parlamentare . Infatti ci rendevamo conto che il lavoro futuro del nuovo governo avrebbe portato maggiori frutti ricevendo maggiore apporto dalla sezione socialista delle classi lavoratrici italiane. I socialisti democratici ebbero un buon successo alle elezioni, per quanto il risultato dei loro sforzi in termini di seggi non fu così buono quanto avrebbero meritato. Ma ci sono buoni motivi di sperare che essi riusciranno ora ad attrarre nuove larghe masse di lavoratori. "} {"filename":"db03705b-e3bb-43a7-a6ab-2d4421d66211.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Dice che da questo C.[onsiglio] n.[azionale] non deve uscire per la Regione una qualunque direttiva che faccia il gioco degli avversari . Precisa che se il termine per le elezioni regionali è di carattere impegnativo , bisogna adeguare le nostre mosse a questa urgenza. Non si può tuttavia negare che spira vento di [omissis] contro la Sezione [recte: la Regione]. C’è soprattutto la questione finanziaria. C’è un meccanismo legislativo che assorbe tutta la nostra attività. Tra Camera e Senato se ne va tutto il nostro tempo. Il governo è preso completamente da questo anello. Soverchiati dall’attività parlamentare non abbiamo il tempo per studiare a fondo il problema regionale, caso per caso. La questione economica ci assorbe. C’è poi la questione politica dell’autonomia regionale. Battersi per la Regione se attaccati, ma scegliere l’iniziativa no. Gli altri partiti di governo, tranne il Pri, non sono con noi nel terreno regionale. Bisogna procedere coi piedi di piombo, per non correre il rischio di essere battuti nel terreno regionale. Le elezioni regionali presentano troppi pericoli per non vedere con terrore la messa al centro delle nostre discussioni di partito il problema della Regione. Bisogna distinguere nettamente il problema amministrativo da quello politico. Fare del problema regionale oggi una bandiera di partito significa mettere in pericolo questa bandiera. Bisogna evitare che il Pci adoperi la regione come una catapulta contro lo Stato. Il governo sta vagliando i progetti per la Regione; chiede che il C.[onsiglio] n.[azionale] non dica una parola precipitosa. La Regione non deve essere per il C.[onsiglio] n.[azionale] una questione dirimente. La questione va considerata più a fondo; e se del caso in altra sessione del C.[onsiglio] n.[azionale]. [Nella seduta pomeridiana del 25 settembre 1948, De Gasperi interviene nuovamente per interrogare il Consiglio nazionale sull’opportunità di rinviare, in primavera, il Congresso del partito e di creare un organo di coordinamento per il migliore funzionamento dei gruppi parlamentari. Riprende poi la parola nella seduta antimeridiana del 26 settembre 1948, in riferimento alla proposta formulata da Paolo Cappa – su «mandato» del gruppo parlamentare senatoriale della Democrazia cristiana – di inserire la questione economica e finanziaria tra gli ordini del giorno del Consiglio nazionale]. Precisa che l’o.d.g. del C.[onsiglio] n.[azionale] riguarda la vita del partito. Evidentemente i temi proposti da Cappa potranno essere invece inclusi fra i temi del Congresso ed, eventualmente, dell’assemblea organizzativa. Replica che la questione non è all’o.d.g. e quindi il gruppo Senatoriale non può pretendere una discussione al riguardo. Ma ha possibilità di chiedere chiarimenti al governo nella sua sede. Qui la discussione apparirebbe impreparata. Rileva comunque che il governo vede chiaramente il problema e cerca di affrontarlo. Il governo è [omissis] nella gravità della situazione economica. Dice che questa è una questione politica di competenza dei gruppi parlamentari. Il problema economico è di tale gravità che non può essere discusso fuori dall’o.d.g. Risponde agli ultimi oratori e sottolinea, appunto in ordine agli sviluppi legislativi, la opportunità di avere messo il segretario del partito alla Vicepresidenza del Consiglio. Osserva poi che non sempre i ministri hanno il tempo e le forze per andare in uno dei gruppi a relazionare sulla loro attività Se i gruppi hanno il diritto di chiedere al governo qualcosa di più, il governo ha il diritto di chiedere ai gruppi qualcosa di meglio. Insiste perché i parlamentari riducano al minimo le loro assenze. I rapporti tra governo, partito e gruppi si determinano in una graduatoria, ma [recte: non] di poteri, ma di servizio. Fa alcune esemplificazioni su alcuni fatti incresciosi accaduti in sede di Commissioni parlamentari. Dà alcuni chiarimenti sui precedenti che hanno portato il piano Fanfani ad uscire senza una elaborata discussione in sede dei gruppi. Circa la riforma agraria, pensa che, essendo un problema [omissis] tecnico, non è opportuno che appaia come un progetto esclusivo dei parlamentari della Dc, ma deve apparire un progetto uscito dalla pubblica discussione. Si richiama a quanto è accaduto per la questione dei fitti. Il suo chiodo è sempre quello della disciplina dei gruppi. Nostri parlamentari debbono mantenersi nel settore assegnato: si deve essere sicuri della loro presenza, sempre . Puntualità – consapevolezza dei compiti – senso di responsabilità – della pluralità delle forze. Questi motivi possono essere motivo di un ordine del giorno che tratti dei rapporti tra governo, partito e gruppi. Il governo ha dei [mesi] di tempo per presentare leggi organiche nei nuovi istituti costituzionali, come il Consiglio Economico, organo di collaborazione e di [omissis]. Quindi, sotto questo aspetto, pensa che si debba prima pensare alla costituzione del Consiglio Economico e poi passare alla regolamentazione giuridica dei sindacati, che potrà essere preventivamente discussa dallo stesso Consiglio Economico, costituito in precedenza. Ad ovviare inconvenienti di coordinazione, prega i gruppi legislativi che studino preventivamente la gradualità e i collegamenti dei provvedimenti legislativi interdipendenti. Esprime il senso di gratitudine e di felicitazione ad Alessi per la sua appassionata espressione e lo assicura che la Dc [non] ha mai messo in dubbio la «capacità» e la delicatezza delle sue funzioni, la sua competenza, il suo spirito di sacrificio, l’attaccamento della Sicilia all’Italia. Concorda che manca una sincronizzazione fra l’attività regionale e quella sezionale nel nostro campo. La stampa deve veramente essere un elemento di classificazione e di difesa della situazione siciliana. C’è però da dire che l’aria di [omissis] contro il regionalismo, non si riferisce particolarmente alla Sicilia. La perplessità discende dal fatto che si teme che gli inevitabili errori siciliani si ripetano anche in altre Regioni. C’è un fenomeno di congestione che si teme debba ripetersi ovunque. C’è il problema finanziario. È per questo che invita gli autonomisti ad andare avanti nell’esperienza, pur mantenendo fede nell’avvenire delle Regioni. C’è poi il fenomeno del [omissis] dipendente dallo straniero, che si è insinuato in tutti i [omissis] e che mette in pericolo le istituzioni rappresentative. Le rappresentanze regionali rendono più facile questo inserimento e questo attacco, ogni regione che conquistano potrebbe diventare una Repubblica comunista, con una milizia regionale di parte. Sono preoccupazioni di carattere generale che investono tutto il problema regionale. Alessi deve rendersene conto; può essere d’altra parte, sicuro che sarà resa concreta giustizia al suo sforzo e al suo sacrificio. "} {"filename":"2f54e0e1-cb96-4212-8d92-450b8c0caf3d.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Sono convenuto a recare innanzi a queste urne l’omaggio del governo democratico nazionale. A questo omaggio rappresentativo e ufficiale si unisce il sentimento di chi ebbe l’onore di essere commilitone dei due commemorati nel periodo più tragico della loro vita, certo in un momento tragico della vita nazionale. Nella storia della democrazia più che lo statuto, più che la costituzione, vale l’esperienza. E noi in quel periodo, nel periodo delle lotte del ’23, del ’24, del ’25 abbiamo avuto nella esperienza storica la rivelazione che non si può fare assolutamente la lotta per la giustizia e il processo se non è garantita la base della libertà. Questo senso comune ci ha gravati allora nella lotta: questo senso comune è ancora oggi alla base di una cooperazione la quale vuol mantenere e difendere la libertà per tutti e per la libertà muove verso la giustizia sociale. Non crediamo che la violenza, che l’intensificazione della lotta, fino alla esasperazione, possano veramente portare al progresso. Crediamo che violenza ed esasperazione ci facciano correre un gravissimo pericolo perché nel momento decisivo tale violenza interna ci potrebbe far perdere oltre la libertà, la pace internazionale. Voglia Iddio che nella coscienza di tutti si faccia chiara questa convinzione, che la base del progresso e della giustizia è condizionata alla difesa della libertà e che la libertà interna è assolutamente premessa necessaria per la libertà e quindi per la pace internazionale. "} {"filename":"851c37f2-f770-43d9-b4f1-bec54d0c9107.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"La scorsa primavera non potei accettare il cortese invito del Comitato per le Grandes Conférences Catholiques perché impegnato a fondo nella campagna elettorale. Ancora oggi la complessa difficoltà dei problemi economici e la asprezza della lotta politica in Italia mi avrebbero indotto a non interrompere il mio lavoro in patria, se questo rapido viaggio potesse dirsi veramente una interruzione. Ma, nel venire a rendere omaggio a questa eroica terra che è il Belgio, esempio di resistenza morale contro ogni forma di violenza, dove l’insufficienza delle armi materiali è largamente compensata dalle risorse di una civiltà superiore, io ho sentito che, lungi dall’interrompere il mio lavoro, lo continuavo. In Italia, infatti, noi facciamo uno sforzo per non rinchiuderci egoisticamente dentro le frontiere nazionali, per espanderci invece, con la nostra solidarietà vitale, sino alle frontiere della stessa civiltà. Come leader del partito più numeroso della coalizione che governa oggi l’Italia, come vecchio combattente del movimento cristiano sociale e politico dei cattolici, ho un antico debito da pagare verso il Belgio, che fu il primo paese sul continente a fondare un regime veramente libero. In verità voi, amici belgi, non avete bisogno dei mie riconoscimenti tardivi. Personaggi ben più autorevoli hanno testimoniato per voi nel corso della storia. Già Montalembert , a Malines, eccettuava il solo Belgio dall’accusa rivolta ai cattolici di non occuparsi della «vita pubblica, questo appannaggio delle nazioni adulte, questo regime di libertà e di responsabilità che insegna all’uomo l’arte di controllarsi e di avere fiducia in se stesso». Voi avete partecipato alla rivoluzione nazionale, avete cooperato alla elaborazione dello Statuto della sovranità popolare e nello spirito di tale costituzione avete governato il vostro paese. Ogni partito di ispirazione cristiana in qualsiasi paese, (quando si pose sul terreno della libertà politica) ha potuto richiamarsi al vostro esempio. E di tale vostro primato avete chiara coscienza fin da quando durante il Kultur-Kampf, Bismark lanciava un grido di allarme contro il governo «clericale» del Belgio, rappresentandolo come un pericolo per la pace europea e un ostacolo alla collaborazione con le nazioni vicine. La risposta era superflua, ma il vostro Malou volle egualmente rimettere le cose a posto. L’Europa – diceva – si deve rendere conto della calunnia. Da quattro anni noi diamo la prova che l’opinione cattolica desidera soltanto l’applicazione savia e legale delle nostre libere istituzioni, essa le vuole e le difende tutte. Non è che i belgi non avessero chiara la nozione di tutte le libertà, e non distinguessero in giusta gradazione il loro valore. Credevano, come noi crediamo, che le libertà essenziali sono quelle della persona, delle coscienze, della famiglia, del comune, della regione, delle associazioni e, aggiungeremmo noi, dei sindacati. Di fronte a tali profonde libertà la stessa libertà politica, cioè la partecipazione di tutti i cittadini al governo, potrebbe rappresentare, in principio, qualche cosa di secondario. Ma il passato è là a dimostrare che, senza la libertà politica, tutte le altre sono minacciate. Si tratta soprattutto di un modo di difesa contro gli eccessi del potere pubblico e dello Stato centralizzatore. «Signori, diffidate dello Stato», insegnava Carlo Wöste al congresso giubilare della gioventù. In verità simili affermazioni antistatistiche ripetute da uomini politici belgi anche nel periodo in cui nuovi problemi sociali richiamavano l’intervento dello Stato, provocavano scandalo nei nostri animi giovanili, accesi di entusiasmo per le riforme sociali. Più tardi però la storia e la vita ci hanno insegnato che il condannare in blocco tali sentimenti come attacco reazionario contro la giustizia sociale, risultava troppo semplicistico. Era l’esperienza delle loro rivoluzioni che spiegava in buona parte la diffidenza dei belgi verso i pubblici poteri. Essi nutrivano lo stesso pessimismo che aveva trovato terreno favorevole fra i pionieri della Repubblica Nord-americana. Questi pionieri, questi rifugiati, questi perseguitati politici dell’Europa nutrivano una profonda diffidenza verso lo Stato che diventa così facilmente tirannico. E per questo, con una saggezza politica notevole, essi decidono che è meglio limitare questo potere per sempre. Ciò spiega le molteplici istituzioni di controllo e la complicata macchina politica degli Stati Uniti. Si tratta d’impedire che d’ora in poi troppo potere sia posto in una sola mano o in un solo settore della vita nazionale. Ma la storia anche dimostra che nessuna precauzione d’ordine costituzionale potrebbe impedire l’avvento della tirannia se una attiva coscienza democratica non è operante nel popolo. Tragica fu l’esperienza del mio paese. Anche taluni tra noi stessi che l’avversarono, non avvertirono subito la profondità dell’attacco fascista. Non ci furono forse dei cattolici – non moltissimi per fortuna – che cedettero nel corporativismo totalitario e nella possibilità che la dittatura facesse progredire, con rapide e radicali riforme, la giustizia sociale? Si è creduto insomma che, in un grande Stato, la giustizia sociale potesse avanzare e consolidarsi senza la libertà politica e ci si è illusi che le libertà personali, familiari, sindacali e locali potessero salvarsi senza la libertà politica. Dall’Italia il contagio si propagò in altri paesi e la dittatura di Lenin venne sfruttata per giustificare una contro-dittatura. In questo periodo di tenebre, noi che dovevamo vivere in patria come esuli, guardavamo spesso all’esempio luminoso del Belgio. Ricordo la campagna elettorale a Bruxelles nel 1937. Seguivamo con ansia gli sforzi di ricostruzione economica e di equilibrio politico del primo ministro M. Van Zeeland che difendeva dall’attacco di estrema destra il suo governo di concentrazione nazionale e che, di fronte al pericolo della guerra, affermava la sua energica ed attiva volontà di pace. Noi oggi ancora potremmo ripetere le parole che egli scriveva il 23 marzo: «mai accetterei di considerare la guerra come un male necessario ed ineluttabile. Fino all’ultimo, momento, un raddrizzamento è possibile e dobbiamo tendervi con tutti i nostri sforzi», e registravamo con simpatia e con speranza le parole di Spaak, allora ministro degli Esteri, il quale in una intervista all’Indépendance belge, riconoscendo «i valori umani trasmessi dal cristianesimo come fondamentali per la nostra civiltà», riaffermava la possibilità di una collaborazione fra le due correnti, l’una che rappresentava più particolarmente valori d’ordine, di autorità, di responsabilità nel quadro della democrazia, l’altra uno sforzo più potente in favore della giustizia sociale. Erano i giorni in cui, in due Encicliche pubblicate contemporaneamente, il Pontificato romano prendeva posizione su due fronti, l’una rivolta «contro il comunismo e in favore della giustizia sociale», l’altra «contro il nazismo e per la difesa dei diritti cattolici tedeschi» . Ma se questi documenti erano, come ovvio, di dottrina generale, più esplicita e perentoria, perché rivolta ad un sistema concreto e particolare, ci era giunta la lettera pastorale dei vescovi belgi. « Noi disapproviamo formalmente – diceva la lettera – le tendenze all’una o all’altra forma di regime totalitario o dittatoriale. Non ci aspettiamo nulla di buono per la Chiesa cattolica nel nostro paese da uno Stato totalitario che sopprimesse i nostri diritti costituzionali anche se cominciasse col promettere la libertà religiosa. Noi vogliamo il mantenimento di un sano regime di libertà che assicuri ai cattolici – allo stesso titolo e nella stessa misura che a tutti i cittadini rispettosi della legge e dell’ordine pubblico – l’uso delle loro libertà e dei loro diritti essenziali con la possibilità di difenderli e di riconquistarli se essi venissero un giorno ad essere m minacciati o violati» (Lett. Past. del 26-2-1936). Poi fu la guerra e l’iniquo travolgente attacco dello Stato totalitario. Passata la tempesta, possiamo ora chiederci se la lezione è stata compresa e soprattutto se le nuove costituzioni e le direttive postbelliche dei governi hanno tenuto conto sufficiente del mortale pericolo corso dalla democrazia. Mi pare difficile affermarlo. Nello sviluppo della nostra civiltà occidentale due sono le correnti di pensiero che, spesso alternandosi, influiscono sull’evoluzione politica. La prima, resa più realistica e quindi più pessimistica dall’esperienza dei secoli, considera la debolezza naturale dell’uomo, per cui i legislatori e i filosofi antichi si domandano: «che cosa contano le leggi senza il costume», e i costituenti nordamericani si preoccupano anzitutto che il potere politico non inceppi o non leda quelle libertà essenziali che corrispondono ad altrettante virtù morali nella vita sociale. Questa corrente dunque presuppone che le istituzioni politiche debbano agire in un ambiente morale e le considera come formatrici o almeno come protettrici di moralità. In questa concezione il presupposto essenziale è la coscienza dei cittadini. Ora chi non vede che il regime democratico, fondato sul popolo, dipende più che ogni altro, non solo dalla coscienza morale dei cittadini, ma anche dai costumi che regolano la loro comunità? Al popolo sovrano non bastano le virtù dell’obbedienza e della disciplina; esso deve avere anche il senso della responsabilità di governo, il sentimento della solidarietà e della comunità, la forza morale di auto-limitare le proprie libertà in confronto dei diritti altrui e l’energia di non abusare delle istituzioni democratiche per interessi di parte o di classe. Nei momenti più decisivi quando l’elettore democratico è chiamato ad esercitare il diritto di voto, egli deve essere incorruttibile in confronto alle lusinghe dei demagoghi e dei ricatti dei potenti e quando agisce nella manifestazione collettiva deve vigilare perché la sua coscienza morale non venga sommersa dalla marea spesso istintiva e irrazionale della massa. E tuttavia il suo spirito dovrà essere aperto al più profondo sentimento comunitario, dovrà sentire vivissimo il senso della fraternità, e la democrazia dovrà costituire per lui non semplicemente un regime di istituti, ma una filosofia interiore che si alimenta non solo degli elementi razionali nell’interesse comune, ma anche soprattutto degli elementi ideali che pervadono le tradizioni spirituali e sentimentali e la storia della nazione. L’altra corrente – che in certe epoche ha influito prevalentemente sulla evoluzione politica e che oggi stesso, nel dopoguerra, è ricomparsa nei dibattiti e in qualche formula delle Assemblee costituenti nonché nella maniera di preconizzare le riforme – è quella dell’ottimismo sociale rivoluzionario. Non v’ha dubbio che a tale ottimismo dobbiamo slanci di generosità e ventate di idealismo creativo che, nonostante l’errore filosofico del punto di partenza, hanno spinto vigorosamente innanzi la ruota del progresso umano. L’ottimismo di Rousseau ha fatto sentire la sua influenza nella dittatura comunista, più di quanto non si creda. I grandi rivoluzionari comunisti non si sono peritati di trasformare lo Stato in una dittatura che servirà – come essi dicono – da ariete per abbattere le ingiustizie sociali. Rousseau diceva che l’uomo è cattivo soltanto per colpa della vita sociale. Per i marxisti ortodossi, la radice del male sta nella proprietà privata. Con l’eliminazione di questa, l’uomo tornerà ad essere buono e la dittatura finirà da sé. Disgraziatamente la radice del male sta nel cuore dell’uomo e questi è non solo il trastullo della libido possidendi ma anche della libido dominandi, della volontà di dominare. Der Wille zur Macht sussiste anche nel regime collettivista. L’ottimismo un po’ infantile, frutto delle correnti di pensiero del secolo XVIII, spiega la facilità con la quale i primi rivoluzionari marxisti hanno ideato quel terribile sistema di oppressione che è lo Stato comunista, accentrando non solo l’amministrazione, la burocrazia e la polizia, ma anche l’economia e l’insegnamento. Si deve aver creduto, molto ingenuamente, in una specie di stato di innocenza dell’umanità, per aver voluto affidare tanti poteri nelle mani di pochi. Quando si tratta di organizzare la vita dello Stato, bisogna avere un sano pessimismo, derivante dalla coscienza che il male si può trovare in tutti gli uomini e in tutte le classi sociali. Guai a quella concezione politica, secondo la quale tutto il male si trova da una parte e tutto il bene dall’altra. Si sarebbe, allora, ottimisti nei riguardi del proletariato e pessimisti nei riguardi della borghesia, oppure pessimisti nei riguardi delle masse e ottimisti nei riguardi delle élites. Nell’un caso e nell’altro, si finirebbe coll’abbandonare tutto il potere a quello dei due gruppi al quale ci si immagina di riconoscere tutta la virtù. Ma allora siamo noi pessimisti che guardiamo all’indietro e prevediamo, come fece cent’anni fa Donos Cortés , la catastrofe apocalittica della civiltà moderna? Affatto, una volta che il nostro realistico e filosofico pessimismo ci abbia condotto a creare quelle cautele costituzionali e ad esercitare quella pratica di governo che garantisca la libertà politica, come salvaguardia della democrazia, e le libertà essenziali quale presidio delle persone e delle coscienze, noi affrontiamo con risoluto e costruttivo ottimismo l’avvenire democratico delle nostre nazioni. Se è vero, come scriveva il Bergson , che l’essenza della democrazia è la fraternità, converrà anche ammettere con lui che «la democrazia è di essenza evangelica» . E se il regime democratico, veramente e liberamente attuato, e tale da lasciar agire e fiorire il fermento evangelico del Cristianesimo, noi abbiamo diritto di sperare che tale energia dinamica fecondi e nobiliti la democrazia e sommuova e rinnovi tutta la civiltà; abbiamo il diritto di sperare e abbiamo anche il dovere di offrire alla democrazia il contributo della nostra filosofia, della nostra morale, della nostra tradizione. Tale contributo è molteplice e vario secondo le età e secondo le nazioni. Alcuni elementi, però, propri della vita personale dell’uomo, esercitano ovunque una pressione costante sulla vita sociale purché essa si muova in regime di libertà. Il Cristianesimo ad esempio introduce nella vita spirituale dell’uomo lo sforzo verso la perfezione, cioè lo sforzo di liberazione interiore, proprio dei «figli di Dio», i quali, ricorda S. Tommaso, agiscono come liberi e non come schiavi. Questo spirito di emancipazione si riflette anche nella vita sociale e trova modo di espandersi nel regime di libera democrazia. Un altro elemento costitutivo è il concetto dell’uomo come «persona umana». Durante la guerra e nel corso della polemica mondiale contro il nazionalsocialismo e i suoi derivati, credenti e non credenti ci siamo trovati tutti d’accordo nel difendere questo concetto, per cui l’uomo come dice Maritain è «più un “tutto” che una parte». Sempre più l’uomo si rende conto che egli non è soltanto una parte dello Stato, come l’ape è parte dell’alveare o la formica del formicaio. Quando la concezione dell’uomo come persona si affievolisce, l’organizzazione dello Stato tende a diventare collettivista e assoluta. Il senso della dignità della persona umana porta invece all’uguaglianza di fronte alla legge e nell’organizzazione politica, cioè alla democrazia. Il terzo e più forte impulso del Cristianesimo è l’amore. L’amore si chiama socialmente fraternità ed esige lo spirito di sacrificio nel servizio della comunità. E qui siamo all’elemento più vitale. La democrazia, dice sempre Bergson, è di essenza evangelica ed ha come forza propulsiva l’amore. La guerra portò a molti che lo avevano dimenticato la consapevolezza di questa forza propulsiva del Cristianesimo, che sospinge anche la civiltà moderna, per molti aspetti ostile; tanto che un filosofo idealista come il Croce s’attardò a dimostrare «perché non possiamo non dirci cristiani» . D’atra parte molti redenti che avevano diffidato dei princìpi democratici perché presentati da Locke e Rousseau hanno dovuto ammettere, di fronte al carattere pagano dello Stato totalitario, che, pur avviluppata nelle scorie di filosofiche aberrazioni, l’aspirazione democratica aveva origini evangeliche. Le grandi forze cosmiche che abbiamo scoperto, questa civiltà economica e materialistica che abbiamo attuato, l’incredibile interdipendenza dei problemi politici, nazionali e internazionali, fanno correre un terribile pericolo alla nostra concezione del potere. Ci sentiamo in balia di forze più grandi di noi, parliamo di «forze economiche» o «necessità storiche» ed in mezzo a tutto ciò lo slancio umano si arena. Davanti ad un avvenire così oscuro, come non soccombere alla tentazione di rifugiarsi nel passato? Come impedire agli uomini di pensare con nostalgia alle soluzioni arcaiche del buon tempo antico se non facendo appello a tutte le risorse del Cristianesimo, la cui età dell’oro non sta nel passato ma nell’avvenire? Non abbiamo il diritto di disperare dell’uomo, né come individuo né come collettività, non abbiamo il diritto di disperare della storia, poiché Dio lavora non solo nelle coscienze individuali, ma anche nella vita dei popoli. Solo il Cristianesimo, nobilitandoci per le conquiste future, può impedirci di essere presi da un’impazienza brutale di fronte alle lentezze dell’uomo. Privo della pazienza misericordiosa del Cristianesimo, l’uomo non sa più dominarsi così che i rivoluzionari più idealistici furono spesso i più sanguinari. La pazienza! Ecco un rimprovero che si è mosso talvolta anche contro la nostra opera politica, come se la pazienza non fosse volontà tenace, ed energia compressa, tenuta in riserva, come se la pazienza non fosse la virtù più necessaria al metodo democratico, sia nella vita interna sia nei rapporti internazionali. In questi due settori specialmente la democrazia è chiamata ad esercitare questa virtù. Nel primo si tratta soprattutto della «giustizia sociale». Dobbiamo risolvere il grande problema di una più equa circolazione e ripartizione dei beni, messi a nostra disposizione dal progresso. Queste riforme incalzano, sentiamo ch’esse si impongono, ma è ora divenuto più che mai evidente che non possiamo attuarle se non creando una sintesi vitale della storia di un secolo: la sintesi si può chiamare «libertà politica e giustizia sociale». Non possiamo uscire da tale binario, senza rovesciare il convoglio. Nel secolo XIX parve che questi due elementi si dissociassero talvolta fatalmente. Nei paesi di cultura germanica i provvedimenti di legislazione sociale e la vita stessa delle organizzazioni economiche e sindacali autonome parvero presentarsi come frutto di un regime di autorità; mentre nei paesi latini l’eccessivo individualismo e liberismo si presentarono come un ostacolo alla giustizia sociale. I tempi sono oggi maturi per una sintesi vitale del metodo e regime democratico. La partecipazione delle forze operaie organizzate alla vita pubblica deve essere tale da introdurre negli organi politici l’impulso verso la giustizia economica e negli organi economici il presupposto irremovibile della libertà politica. Chi accetta questa sintesi, accetta la democrazia e su questa base e con tale metodo è preparato e abilitato a partecipare allo sforzo comune del rinnovamento sociale; o almeno a prepararlo e a sgomberargli la via. Poiché lo Stato democratico, logorato dalla guerra, è ancora debole e il peso enorme del suo bilancio finanziario lo fa tardo nella ricostruzione dell’economia e gli ostacoli alla produzione diventano ostacoli all’opera di giustizia sociale. Il mondo però oggi è in ansia, perché avverte che libertà e giustizia sociale si difendono e si raggiungono solo in un clima di sicurezza e di pace. Forse non è esatto parlare di sintesi del binomio «libertà politica e giustizia sociale»; è più vero parlare di un trinomio «libertà, giustizia e pace», tutte e tre interdipendenti e solidali. Per salvare la libertà bisogna salvare la pace, ma il regime di libertà non si salva se non si attua la ricostruzione economica che è la premessa della giustizia sociale. Il circolo è così chiuso e dimostra che tutta l’azione democratica deve puntare per le ragioni stesse della sua esistenza verso la pace. Quando si parla di guerra, la fantasia corre alle operazioni militari e a forze armate in movimento, ed è ovvio che i capi degli eserciti elaborino piani di difesa, secondo certi schieramenti e certe linee strategiche; ma agli uomini di governo e a ai politici responsabili non deve sfuggire che, nella guerra che potrebbe scoppiare, le operazioni militari rappresentano solo l’urto supremo, provocato nel punto che l’avversario considera decisivo. Tale urto è anticipato da operazioni che non sono militari; ma possono essere operazioni di guerra nel senso che la guerra preparano e conducono ad essa. In tale senso l’azione per il sovvertimento e la disintegrazione delle democrazie neoparlamentari e la lotta per sabotare il piano di ricostruzione europea si possono dire operazioni di guerra. Contro queste operazioni di guerra noi democratici, ciascuno entro la propria nazione, difendendo il regime di libertà e la possibilità della ricostruzione, facciamo opera di pace, vogliamo salvare la pace. Se è evidente che qualora il deprecato ricorso alle armi divenisse una realtà, esso avrebbe un carattere universale e certamente europeo, non arrestandosi dinanzi a nessuna frontiera, né terrestre, né marittima, né aerea, è pur chiaro che già oggi, pur senza guerra guerreggiata, la pressione e gli stessi pericoli minacciano i nostri paesi, senza distinzione di frontiera. Ecco che per resistere a tale pressione è necessario ricorrere alle energie ricostruttive ed unitarie di tutta Europa. Contro la marcia delle forze istintive e irrazionali, contro la mistica del materialismo rivoluzionario integrale, non c’è che il supremo appello alla istanza della nostra civiltà comune; costituire questa solidarietà della ragione e del sentimento, della libertà e della giustizia, e infondere all’Europa unita quello spirito eroico di libertà e di sacrificio che ha portato sempre la decisione nelle grandi ore della storia. Questo è il compito primario, il compito di tutti. Lo spirito di solidarietà europea, potrà creare, in diversi settori, diversi strumenti di salvaguardia e di difesa, ma la prima difesa della pace sta nello sforzo unitario che, comprendendo anche la Germania, eliminerà il pericolo della guerra di rivincita e di rappresaglia. Contro la solidarietà della libera Europa verrà ad infrangersi la propaganda dell’odio ideologico e rinascerà nei popoli la certezza della pace e dell’avvenire democratico, fondato sulle forze dello spirito, della libertà, del lavoro. Quanto a noi in Italia, Signori, fu appunto questa speranza di rinnovamento e di ricostruzione europea che ci infuse la forza d’animo necessaria ad eseguire un trattato di pace che, appena imposto, apparve anacronistico e sorpassato; smantellammo le fortezze, che avrebbero potuto ritardare un’invasione; consegnammo delle navi che nel periodo decisivo della guerra avevano servito su tutti i mari la causa della libertà; e avremmo dovuto soccombere sotto il peso del fallimento economico, se la grande democrazia americana non avesse avuto fede nella nostra capacità ricostruttiva. L’esempio di fierezza e di egoismo della vecchia gloriosa Inghilterra durante la guerra nazi-fascista aveva alimentato la nostra resistenza morale e ci aveva salvato dalla disperazione; ora l’intervento generoso e illuminato degli Stati Uniti ci sorregge nella durissima lotta per la libertà dal bisogno. Altri popoli, vicini e lontani, ci tesero la mano. Nella nostra avventura noi ridivenimmo più che mai consapevoli della comune civiltà e del nostro comune destino, e guardavamo al Belgio che camminava innanzi a noi sulla via della ricostruzione e dell’unione coi popoli vicini. Questa che segue il vostro esempio, amici belgi, è un’Italia nuova, piegata sulle dure esperienze della sua storia, che si è risollevata, cosciente delle necessità dell’ora, e pronta ad imporsi, per parte sua, quelle auto-limitazioni di sovranità che la rendano sicura e degna collaboratrice di un’Europa unita in libertà e democrazia. Ci auguriamo che, come noi abbiamo imparato a negligere la cosiddetta abilità della tattica machiavellica per confidare invece nelle grandi linee strategiche d’una politica di civiltà, animata dai valori umani e cristiani, così gli altri popoli – abbandonati gli egoismi propri di tradizioni ormai sorpassate – sentano i vincoli di una solidarietà rinnovatrice. In quanto a noi, amici belgi che avete trepidato in primavera sulle nostre sorti e che ora, alle soglie dell’inverno, assistete al travaglio della nostra vita politica e sociale, non dubitate! A ogni stagione il suo male. Il difendere la democrazia col metodo della libertà è cosa dura, ma l’esperienza per essere meritoria, dev’essere costante e condotta a fondo. Noi non ci lasciamo andare alla deriva perché non rappresentiamo un partito e nemmeno soltanto una nazione, ma siamo una civiltà in marcia, e le ragioni della civiltà non tollerano né soste né abdicazioni. Nessuno ha diritto di dubitare della nostra fermezza e dell’apporto che può dare un popolo di 45 milioni alla causa della pace e della civiltà, che è la causa di quanti cercano la libertà e hanno sete di giustizia. "} {"filename":"e05bac1d-6cf9-4506-82e5-620b7b33cdcc.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Riferisce sulle conversazioni e contatti avuti nel corso del suo viaggio a Bruxelles e a Parigi. Premette che egli non è entrato in discussioni formali né ha assunto impegni, ma si è limitato a fare sondaggi. Ha notato una certa freddezza da parte dell’Inghilterra, originata in special modo dal dubbio che si ha sulla solidità della nostra situazione politica; ma egli si è sforzato di dimostrare il contrario. Rileva con soddisfazione che la nostra situazione è comunque, comparativamente, davvero non peggiore delle altre nazioni (la Francia ci invidia la stabilità dei prezzi) e che il nostro prestigio è molto aumentato dagli anni decorsi. In Belgio ha parlato con Spaak, con il presidente del Senato e il vicepresidente del Consiglio. A proposito dei nostri rapporti con la Francia ha riportato l’impressione che in Belgio si tema sulla stabilità della situazione francese e che, pur auspicando una intesa buona anche nostra con la Francia, si nutrano dubbi sul punto suddetto. Circa l’atteggiamento inglese verso l’Italia, Spaak ha smentito che l’Inghilterra non voglia che l’Italia sia compresa nel patto, ed ha soggiunto che per la verità il problema italiano non è stato mai affrontato in pieno nelle discussioni Spaak-Bevin e C. Spaak ha detto inoltre che il Patto di Bruxelles è in qualche modo un bluff per avere aiuti dall’America e, per ciò che concerne l’Italia, essa era legata al trattato. Peraltro, anche il Portogallo e la Grecia non sono comprese nel trattato e la Spagna mostra molto risentimento per la sua esclusione. Dunque non c’è stata questione di allargamenti urgenti. Sulla questione coloniale, Spaak ha detto che se l’Italia non si dichiara intransigente per la Somalia, per tutto il resto, salvo qualche concessione, la cosa può essere risolta in senso favorevole per noi. Spaak ha aggiunto, a tal riguardo, di essere disposto ad assumere la mediazione con l’Inghilterra per questa linea. Egli si è riservato di scrivergli, sentito il Consiglio dei ministri, ma teme che Spaak sia troppo ottimista. In merito alla proposta di estensione al settore politico della collaborazione OECE, oggi soltanto economico, ci sono due tesi: i francesi vorrebbero una rappresentanza parlamentare; l’Inghilterra osserva invece che in un Parlamento europeo non potrebbe essere evitata la partecipazione dei comunisti; che le decisioni del Parlamento europeo impegnerebbero il Parlamento inglese e non solo i membri; inoltre essa non nutre fiducia sulla funzionalità di un simile organo. È stato organizzato un comitato per lo studio della proposta Sforza, per l’estensione al settore politico di collaborazione OECE, e sa che essa è in linea di massima appoggiata da Spaak. Ha accertato che vi è un’intesa molto cordiale tra Belgio e Inghilterra. Purtroppo pesa ancora su di noi il pensiero della guerra trascorsa, i cui effetti pare che soltanto gli americani li abbiano dimenticati. [Segue una breve interruzione del ministro degli Esteri: «ormai anche la Francia»]. Gli europei no. Continuando la sua relazione, informa di aver parlato con il Reggente, riportandone una ottima impressione. Alla domanda rivoltagli: «perché non viene a trovarci in Italia», il reggente ha detto che l’opinione pubblica del Benelux è molto diffidente verso l’Italia. Ad una sua domanda fatta circa la difesa reale che avrebbero offerto con il Patto a cinque, Spaak ha risposto che essi sono abbastanza numerosi, 50 divisioni, con poche armi, ma ne avranno: fidano molto sulla bomba atomica. Alla domanda, poi, se Spaak crede ad una possibilità di guerra, questi non crede che sia imminente, ma teme che possa scoppiare per mancata risoluzione dei problemi germanici. Ottimo strumento per evitare la guerra è, secondo Spaak, il timore dei russi sulla bomba atomica e sulla resistenza organizzata degli Stati. Alla domanda, infine, di spiegare qual è la loro linea di difesa, Spaak informò che è quella ad est. Gli ha esternato, con l’occasione, il convincimento che la Francia sarà lieta se l’Italia entrerà in questa linea di difesa. Quindi gli disse: se e quando sarete del parere di volervi far parte, fateci conoscere in via riservata questa convinzione e noi predisporremmo il vostro accoglimento. Il problema della difesa sarà europeo. Importante è stato il colloquio con il presidente del Senato, che è membro della Commissione per le ammissioni all’ONU. Si potrebbe, a detta dell’intervistato, prevedere per ora una partecipazione di fatto dell’Italia salvo a legittimare poi la posizione (Quaroni è contrario perché teme che si comprometterebbe tutto). A Parigi, molto ben riuscito è stato il pranzo all’Ambasciata. Moch ha parlato molto bene dell’Italia e di Scelba con favore; la signora Moch ha detto che è tragico vedere nel partito opposto alcuni ex amici come Nenni. Marie ha illustrato le leggi anticomuniste. Ramadier ha parlato di contratti intermilitari, a proposito dei quali egli, De Gasperi, conferirà direttamente con Pacciardi . Quaille pensa che non sia possibile fermarsi solo all’unione doganale senza armonizzare le due economie. Ha fatto riserva, a tal riguardo, di studiare a fondo la possibilità di assorbire mano d’opera italiana nelle loro terre d’oltremare. Per quanto riguarda i minatori inviati nel Belgio, rileva che il numero raggiunto è discreto, anzi i belgi cominciano a ritenerlo eccessivo. Ha visitato diversi centri ed ha potuto constatare che le condizioni sono diverse da luogo a luogo. Si è poi informato del meccanismo ERP ed ha rilevato che il fondo lire lì si forma regolarmente. Circa la questione coloniale rileva che Quaroni è assai meno ottimista di Spaak per la Tripolitania e l’Eritrea. Da tutte le parti si nutrono dubbi sulle capacità economiche e militari italiane. Informa, infine, che mentre egli era a Bruxelles, arrivò un fonogramma di Quaroni in cui si diceva che Marshall aveva aderito alla tesi inglese sulle colonie, ma che, tuttavia, a seguito di una visita fatta da Quaroni a Marshall si è giunti all’intesa di rinviare la soluzione della questione. Ha l’impressione che ci sarà effettivamente il rinvio. [Il ministro Umberto Tupini domanda «se, per caso, non ha mai avuto notizie sulla Jugoslavia»]. Poche: le volevano anzi da noi. "} {"filename":"f3367b85-4a95-490d-973b-86e2911d7efe.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Onorevoli colleghi, forse aveva ragione l’onorevole Togliatti quando, prevedendo quale sarebbe stata la mia risposta, diceva, che probabilmente il dialogo è inutile. Ed infatti, temo assai che il discorso suo non abbia persuaso me ed il discorso mio non persuaderà lui; tuttavia, credo che per gli osservatori e per i terzi interessati sarà opportuno che anche in questa discussione il dialogo continui . Ed incomincerò con l’onorevole Nenni, il quale ha parlato più diffusamente, e ha dato l’impostazione al dibattito: l’onorevole Nenni ha ricordato le mie dichiarazioni del giugno 1947, quando dicevo che il Piano Marshall era aperto a tutti e che non aveva connessioni con un piano militare. Infatti, questo era il primo proposito del Piano Marshall: doveva essere l’espressione di una collaborazione che non distingueva fra occidente ed oriente e doveva essere, quindi, una espressione di concordia. Divenne ragione di conflitto dopo l’ordine, dato ai comunisti, di sabotarlo, ordine che veniva dato, come fu pubblicato ufficialmente nel settembre del 1947, nella prima seduta costitutiva del Cominform. La lotta prese forme sindacali, insurrezionali, in Francia, in Italia, e la situazione divenne allarmante quando gli Stati Uniti si accorsero di ciò, e contemporaneamente si inasprì il problema germanico. Ma, a proposito del suggerimento del conte Sforza, debbo constatare che non esiste ciò che affermava l’onorevole Nenni, e cioè una persistente pressione americana per trasformare l’OECE in comitato politico. Il primo suggerimento venne dal ministro degli Esteri italiano. È vero che, durante la campagna elettorale, abbiamo avuto delle adesioni, in genere, ad un piano di collaborazione europea; ma mai ci fu una proposta o delle particolari insistenze alla cosiddetta trasformazione. E non si tratta, in ogni caso, di una trasformazione: è il ministro degli Esteri italiano, che ha detto – fra tanti suggerimenti che si facevano, a proposito di un organo consultivo, da principio, e che poi doveva diventare qualche cosa di più – quello che rappresentasse la solidarietà europea, cioè ha detto: mettetelo, collocatelo accanto ad un organo che esiste, e che ha ragione di vitalità propria, come l’OECE, a Parigi. Quindi, non è una trasformazione, ma un aspetto sussidiario del primo compito, che rimane un compito economico. Devo anche aggiungere – per quanto il ministro degli Esteri stesso l’abbia rilevato nella sua relazione – che non si tratta di un suggerimento a carattere rigido, di una specie di formula chiusa; anzi, nella proposta del 24 agosto, l’onorevole Sforza aggiungeva: «il governo italiano si rende pieno conto dei vantaggi che, dal punto di vista dei contatti con Londra, possono consigliare al gabinetto di Parigi di suggerire che un’iniziativa sia presa dai governi già legati al Patto di Bruxelles. E per parte sua – cioè del governo italiano – non solo non fa la minima obiezione a tale schema ma al contrario se tale schema dovrà realizzarsi, il governo italiano augura il pieno successo e farà quanto in suo potere perché ciò sia». Ma mi pare che siano nati equivoci nell’interpretazione della discussione: non si tratta del Patto di Bruxelles di assistenza, si tratta di una iniziativa che gli aderenti al patto potessero prendere, e sembrava avessero già idea di prendere, di creare questo comitato consultivo europeo. Essi stessi, cioè, prendono l’iniziativa del primo nucleo già esistente, allargandola ad altri. Ma non voleva dire che automaticamente si sarebbe allargato il patto generico di assistenza che si chiama Patto di Bruxelles dei 17. Dovrò anche occuparmi ora del mio viaggio in America, dato che tutti ne hanno parlato. Ironicamente l’onorevole Nenni, che era mio compagno di responsabilità in quei momenti, ha espresso l’opinione che io lo avessi quasi aggirato in quell’occasione. La verità è che quando ci si muove le cose vengono a noi invece che noi alle cose. E quanto al primo compito, era esatto che noi ci recammo a Cleveland e che avemmo quella manifestazione di solidarietà cordiale che, credo, non fece male alla reputazione ed alla stessa politica estera dell’Italia. In quell’occasione, poi, il fatto concreto non è quello che immagina l’onorevole Nenni, che cioè si sia discussa, elaborata e proposta una crisi italiana, che dipendeva viceversa dall’atteggiamento del Partito socialista, che nel frattempo si era scisso, ma il fatto concreto per il quale abbiamo lavorato (e ci sono dei testimoni, perché i collaboratori erano tutti tecnici finanziari), il fatto concreto è stato il famoso prestito di cento milioni dell’Eximbank. Ed io ho continuato a rimanere lì anche dopo la conferenza, con grande ansia di poter arrivare a questo prestito e a questo prestito si è anche arrivati. In realtà, noi siamo, permettetemi di dirlo, male serviti da certe esagerazioni della stampa: quando si dice che si monta l’atmosfera, che la popolazione finisce col non capire più niente, bisogna risalire alle manifestazioni della passione politica. Vi ricordate il viaggio di Marshall a Roma ? Che cosa hanno stampato l’Unità e anche l’Avanti!? Sfoggi della fantasia hanno fatto sui nostri colloqui, sugli impegni presi ed hanno dato un allarme al paese. L’Unità scriveva che «si tratta di inaudite intromissioni negli affari interni italiani e che si erano chieste garanzie contro la resistenza della popolazione alla guerra» , quindi una specie di legge straordinaria contro i sindacati e contro le agitazioni operaie. Poi il giorno dopo si è inventato un piano di mediazione vaticana. Badate che vi posso dire in coscienza che nessuno ha mai parlato di ciò… Una voce all’estrema sinistra. L’Osservatore Romano! De Gasperi. L’Osservatore Romano parla di mediazione generica, che la Santa Sede ha sempre fatto per la pace. Non parla di un caso di mediazione… (Commenti all’estrema sinistra). Perché ridete? Prendete nota delle affermazioni esatte che io faccio, non insistete in fantasticherie che non fanno che fuorviare le questioni! Poi, il 22 ottobre si parla ne l’Unità di «macchinazione contro l’indipendenza nazionale» e l’Avanti! torna a rincarare: «sembra che Marshall abbia chiesto l’immediato varo di leggi antipopolari per la cosiddetta regolamentazione degli scioperi». Non si parlò mai, non si accennò mai nei nostri colloqui a questioni del genere, che non avevano alcuna connessione con tale visita. Poi, quando il viaggio è passato, io ho pubblicato, accanto ai comunicati ufficiali, un’intervista della quale ho assunto la responsabilità e in cui mettevo le cose a posto . Ma i due suddetti giornali non ne hanno nemmeno preso nota, ed hanno continuato a dar corpo a quelle ipotesi, a quelle macchinazioni mai esistite. Orbene, quando l’onorevole Togliatti mi dice che viviamo in una zona isterica, di agitazioni, eccetera, non si riferisce forse anche alle conseguenze di un tale modo di pubblicare le notizie e di attaccare i membri del governo quando si occupano di politica estera? La stessa cosa si è ripetuta in occasione del mio recente viaggio. Non ero nemmeno partito, quando l’Unità scriveva, su tre colonne: «De Gasperi a Bruxelles per prendere ordini» . E poi di rincalzo, appena lasciata Parigi: «a Parigi, rinuncia alle nostre colonie» ; poi l’Avanti!, il 20 novembre: «De Gasperi tornerà da Parigi con l’adesione al blocco militare» . Ed ecco che viceversa il 26 dice: «Triste viaggio di ritorno del presidente del Consiglio: “no” per le colonie, “passi più tardi per il blocco occidentale”» , eccetera. C’è stato anche un giornale che ha pubblicato che io avevo già combinato di andare a Parigi. Siccome il giorno dopo ho annunciato che non era vero – e perché non era vero – perché ho ricevuto l’invito alla vigilia della mia partenza, anzi quando già ero in viaggio, hanno detto: «De Gasperi costretto a rinunciare ad andare a Parigi». In questa maniera, naturalmente, un’opinione chiara di quello che si fa non può risultare, e direi che l’ambiente, l’atmosfera diventa agitata, avvelenata da notizie che non hanno fondamento. DuGoni. Come quella del «piano K» di cui parla Il Popolo. È identica posizione. (Rumori e proteste al centro). De Gasperi. Scusate, qui si tratta di fatti controllabili dall’opinione pubblica (Commenti all’estrema sinistra). Una voce all’estrema sinistra. Il viaggio è controllabile, ma non lo scopo! De Gasperi. Anche lo scopo! Naturalmente, se mi viene negata assolutamente ogni fiducia, quando dico qualche cosa col massimo senso di responsabilità, che cosa volete fare? L’errore sta proprio nel manico! (Applausi al centro – Rumori all’estrema sinistra). Mi si è detto anche – lo ha stampato l’Unità – che avrei tenuto un vergognoso discorso antisovietico a Trento dopo il mio ritorno . Io non so su che notizie, su quali informazioni si sono fondati. Io ho qui il testo stenografico del discorso e lo posso dimostrare. In verità, non sono stato molto mansueto: ma sapete cosa ho trovato appena arrivato a Trento? Un grande manifesto del Partito comunista, che diceva così: «come già fece Mussolini, De Gasperi vende fumo per avere la comodità di preparare ipocritamente l’Italia alla guerra, unico mezzo possibile per il governo democratico cristiano di salvarsi dallo spaventoso fallimento economico, finanziario, sociale e politico che da un anno e mezzo…». (Commenti al centro). Sentite l’espressione dolce che si usava anche nei miei confronti: «fermiamo la mano degli assassini, prima che sia troppo tardi!». (Commenti all’estrema sinistra). Una voce all’estrema sinistra. È giusto! (Proteste al centro). Una voce al centro. Giudicano gli altri col proprio metro! De Gasperi. «Soltanto lo schieramento della pace, sorretto dal Partito comunista, da otto milioni di italiani liberi, può fermare la mano degli assassini!». (Rumori al centro – Commenti all’estrema sinistra). Voci al centro. Fanin! Fanin ! De Gasperi. Permettetemi di richiamare la vostra attenzione su quello che intendevo dire. Io intendevo dire che è assai pericoloso, dato lo stile della lotta, tanto aspra e rivoltante, specie quando si parla di guerra, trattare da assassino chi torna da una missione pacifica, in cui non si è impegnato affatto l’Italia; chi ha dimostrato in tutta la vita di avere lavorato con pieno senso di responsabilità. È pericoloso, dicevo, sentirsi dire «assassini» ed essere designati allo sdegno del popolo che non è esattamente informato di quello che avviene. (Applausi al centro e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra). Vi dico questo (non entro nel dettaglio della polemica, ma se volete sono disposto anche a farlo) per dimostrare come il tono, l’ardore della lotta è ormai così passionale che non potete meravigliarvi dei cosiddetti bollettini parrocchiali citati dalla signora Cinciari Rodano ieri: quando usate questo stile in manifesti pubblici e date dell’assassino… (Interruzioni all’estrema sinistra – Scambio di apostrofi fra il centro, la destra e l’estrema sinistra). Permettete, onorevoli colleghi, io qui non faccio questi accenni per ricreare ragioni di conflitto; ma io dico questo perché ieri è stata posta la questione dell’atmosfera «avvelenata». Una voce all’estrema sinistra. Voi l’avete avvelenata. (Rumori). De Gasperi. Dico: per lo meno dovrete ammettere che anche dalla vostra parte non si lavora coi guanti. (Interruzioni – Rumori all’estrema sinistra). Non parlo poi del manifesto che avete pubblicato a Roma e in tutta Italia edito dalla tipografia de l’Unità dove voi, sotto la mia figura messa in ridicolo, scrivete che io ho già firmato il patto di guerra di Bruxelles. Questa è una falsità! Sapete che è falso! (Vivi applausi al centro e a destra – Scambio di apostrofi fra il centro e l’estrema sinistra). Una voce al centro. Bugiardi! De Gasperi. Ho reagito e ho citato nel discorso la Russia perché mi si era accusato, in un altro manifesto, che avevo perduto le colonie: che le colonie le avevo giocate a Parigi! Una voce all’estrema sinistra. Non è vero? (Rumori al centro). De Gasperi. No. Io ho risposto che se noi fossimo stati membri dell’ONU e in grado di difenderci, avremmo, senza dubbio, potuto fare una migliore difesa. Però ho aggiunto: «la facciamo come possiamo, oggi, la difesa fuori della Organizzazione delle Nazioni Unite; ma se non possiamo farla è colpa del veto che ci è stato posto». (Interruzioni all’estrema sinistra – Vivi applausi al centro). Ad ogni modo quando mi accusate, o accusate i rappresentanti italiani di aver rinunziato alle colonie, se voi vi riferite alla situazione giuridica, avete debole memoria, perché se leggete il trattato voi sapete che v’è un articolo che impone all’Italia la rinunzia alle colonie ; giuridicamente la situazione è questa. Ma dobbiamo aggiungere che quando abbiamo votato il trattato abbiamo dichiarato che avremmo fatto ogni sforzo per rivendicarle tutte e per ottenere tutto quello che fosse possibile ottenere. E questo sforzo si fa ancora oggi, e la partita non è ancora perduta: per quanto sia molto seria. Ed una delle ragioni che ci si obiettano per restituirci le colonie è questa: come si fa a lasciare le colonie all’Italia? Sappiamo noi, data la situazione, chi ne approfitterà domani? (Applausi al centro – Proteste all’estrema sinistra – Interruzioni del deputato Semeraro Santo). presiDente. Onorevole Semeraro , lei ha un aspetto così pacifico e si accalora tanto ad interrompere! (Si ride). De Gasperi. Ad ogni modo, colgo l’occasione per fare dalla tribuna parlamentare un ultimo vivissimo appello alle potenze perché rendano giustizia all’Italia nella questione delle colonie! (I deputati della sinistra, del centro e della destra, in piedi, applaudono vivamente – Si grida: «viva l’Italia! Fuori i traditori» – Prolungati commenti all’estrema sinistra). Noi cerchiamo, attendiamo e valutiamo l’appoggio di tutte le Potenze nella questione coloniale… (Interruzioni all’estrema sinistra – Proteste al centro). presiDente. Onorevoli colleghi, sul libro del buon costume parlamentare c’è un dare e un avere. Mi pare che voi stiate ora accumulando voci passive. (Accenna all’estrema sinistra). Voci all’estrema sinistra. Noi? Voci al centro. Voi provocate. (Scambio di apostrofi fra il centro e l’estrema sinistra). De Gasperi. Sono sicuro che ritroveremo la concorde valutazione della Camera inviando al ministro dell’Argentina presente in Roma un particolare ringraziamento per due cose contemporaneamente: 1) perché si è occupato anche del problema delle colonie, cercando di appoggiare le nostre richieste; 2) perché è stato un mediatore di pace nelle cause di conflitto. (I deputali della sinistra, del centro e della destra si levano nuovamente in piedi – Vivissimi ripetuti applausi – Si grida: «viva l’Argentina!» – Interruzioni del deputato Angelucci Mario – Scambio di apostrofi fra il centro e l’estrema sinistra). presiDente. Onorevole Angelucci vuole che la richiami all’ordine? arMosino . Voi siete disposti a rinunciare anche all’Italia, non solo alle colonie! (Proteste all’estrema sinistra). presiDente. Rivolgo ai colleghi di questa parte, (accenna al centro), l’invito a non collaborare così attivamente a che le interruzioni si facciano più frequenti! De Gasperi. L’onorevole Nenni mi ha mosso l’accusa di avere isolato gli uomini dell’opposizione all’interno, dividendoli, come ora tenteremmo, nella politica estera, di isolare la Russia. Egli ha detto – se ben ricordo – che «la divisione nasce dalle ideologie, ma voi non dovete aggravarla» . Ebbene, onorevole Nenni, lei ricorda che abbiamo collaborato insieme quando le nostre ideologie erano tali e quali quelle di oggi. Non era né il comunismo né il socialismo, come sistema, che ci poteva impedire la collaborazione per un dato settore immediato, per un programma di emergenza, e neanche oggi si tratta di uno stato insuperabile! Non è questione di ideologia! Una voce all’estrema sinistra. È il viaggio in America! De Gasperi. Se fosse così facile risolvere le situazioni con un semplice viaggio, vorrei essere sempre in moto! Dunque io dico: non è stato che la possibilità di cooperazione abbia trovato ostacolo nell’ideologia, ma è stata la tattica nuova del Cominform dal settembre… (interruzioni all’estrema sinistra)… volevo dire… che ha aggravato le difficoltà che prima c’erano: direi, le ha consolidate. E precisamente: 1) per l’ordine dato di sabotare il Piano Marshall; 2) per il pericolo che si è affacciato innanzi alla vita delle democrazie. Anche l’onorevole Nenni finge di ignorare che, là dove è attuata una certa direttiva, la libertà politica va perduta. Una voce all’estrema sinistra. Solita storia! De Gasperi. Già, la solita! Ma ogni momento trovo una documentazione! Eccone un’altra. Una voce all’estrema sinistra. Avete la fabbrica delle false documentazioni! De Gasperi. L’onorevole Taviani si è riferito ad una legge per la difesa della Repubblica della Cecoslovacchia, recentissima. In tutti gli articoli di questa legge, il potere politico è presidiato in tale maniera che se Scelba avesse la metà di questi articoli a disposizione… (Commenti al centro – Interruzioni all’estrema sinistra). Con questa legge si crea un tribunale speciale che è il «tribunale del popolo». Anche Mussolini diceva che era il popolo armato che doveva difendere. (Applausi al centro – Interruzione del deputato Bottonelli). presiDente. Onorevole Bottonelli , la prego di non interrompere, altrimenti dovrò richiamarla all’ordine. De Gasperi. Perché non volete discutere una volta la realtà di queste questioni? Quando citiamo questi fatti gridate come per soffocare la parola. Particolare significato ha il discorso di quel ministro della Giustizia, il quale, nel corso di una conferenza stampa, ha detto, fra l’altro, che i giudizi per delitti previsti dalla nuova legge saranno effettuati uno o due giorni dopo l’arresto del colpevole per non dare la possibilità all’accusato di rifugiarsi nella procedura. Particolare curioso, che dimostra l’incertezza di opinioni fra la magistratura (lo raccomando a voi che siete difensori in Italia dell’assoluta indipendenza della magistratura)… caVallari . Che voi violate sempre. De Gasperi. …è la dichiarazione dello stesso ministro che si è schierato contro il verdetto di indulgenza emanato in questi ultimi tempi dai giudici, i quali si preparavano, egli dice, degli alibi per l’avvenire. Con questo il ministro implicitamente ha riconosciuto che molti in Cecoslovacchia, perfino taluni giudici, contano su un futuro diverso dal presente. Ad ogni modo, leggendo questi documenti, vedendo questa triste esperienza che si inaugura in questi Stati, si dice: come mai è possibile? Lo sarà forse in Cecoslovacchia. Ma sarà possibile in Italia, dove tutto questo si chiamava fascismo un tempo? (Applausi al centro). anGelucci Mario. È il sistema della polizia americana. De Gasperi. Vede, onorevole Angelucci, non è pratico che mi faccia interruzioni, perché io le prendo subito al volo e parlerò della polizia del Partito comunista in Italia. (Applausi al centro – Proteste all’estrema sinistra). Ve ne do una piccola prova. Poi pubblicheremo le fotografie e vedrete di che cosa si tratta. Si tratta di una circolare circa i dirigenti della polizia del partito e circa i compiti dei dirigenti dell’Ufficio V che deve funzionare al centro di una certa provincia. Ho tutti i nomi. (Commenti all’estrema sinistra). State attenti. C’è in questa circolare una annotazione molto interessante. È detto nella circolare della segreteria provinciale che «il personale adibito a tale servizio non dovrà assolutamente essere individuato dai compagni della sezione e tanto meno ricoprire cariche di capo cellula. Se qualcuno di essi dovesse essere in carica, si esoneri immediatamente giustificando in modo da non creare osservazioni di sorta». Purtroppo, è molto serio. (Ilarità all’estrema sinistra). Devo dire che passerò queste istruzioni alla direzione generale di polizia italiana, perché faccia almeno una parte di quello che fa la polizia del Partito comunista. (Applausi al centro – Commenti all’estrema sinistra). arMosino. Per loro è normale! (Interruzione del deputato Laconi). presiDente. Onorevole Laconi, la smetta con queste arie di sufficienza! seMeraro Gabriele. Aveva ragione l’onorevole Togliatti quando diceva che gli interruttori sono dei maleducati! De Gasperi. Se voglio rilevare le difficoltà di collaborazione con simili sistemi, bisogna che ve lo provi. Dovete lasciarmi dire. Se dimostrate che sono falsi, sono pronto a ritirare i documenti. Il che sarà difficile. saraGat. L’onorevole Togliatti ride verde, perché lui sa di questi documenti! (Interruzioni all’estrema sinistra – Commenti). laconi. Chissà quanto li avete pagati! presiDente. Onorevole Laconi, la richiamo all’ordine per la prima volta. laconi. Richiami anche l’onorevole Saragat! presiDente. Lasci fare a me il presidente, onorevole Laconi. De Gasperi. Tengo conto della vostra suscettibilità, e vi farò stampare il documento che vi leggo. Ho fatto un cenno sufficiente per far capire le obiezioni fondamentali che abbiamo contro il sistema nuovo – almeno a me è sembrato nuovo – introdotto nel Partito comunista. Queste ragioni sono sufficienti per metterci in guardia contro una collaborazione che non chiarisca prima le pregiudiziali sui metodi e sull’atteggiamento di fronte alla democrazia, sopra le funzioni di un partito e le funzioni dello Stato. Quindi, mi pare che fatti nuovi vengono a confortare quella decisione che ha preso la maggioranza degli italiani il 18 aprile. Credete che se si fosse trattato soltanto di fantastiche apprensioni, saremmo stati capaci di scuotere il popolo per un partito o per due partiti? No, è stato per la libertà. (Applausi al centro – Commenti). La seconda dimenticanza nel quadro panoramico dell’onorevole Nenni, fatto innegabilmente con molta abilità, riguarda le proporzioni di forze. Se noi ci trovassimo in un mondo, nel quale, da una parte, ci fossero i miliardari americani coi loro cannoni e con le loro bombe atomiche e, dall’altra, un gruppo di popoli disarmati, che di niente altro si occupano se non di convertire le steppe in ettari a grano, come dice l’onorevole Togliatti, allora il discorso diventerebbe un altro. L’allarmismo ha altro aspetto; le considerazioni che si devono fare sui singoli casi, sui provvedimenti da prendere e sulla sicurezza hanno anche esse altro aspetto. Vedete nella tattica usata dall’onorevole Togliatti, e un pochino anche dall’onorevole Nenni, un duplice metodo; da una parte si dice: il pericolo è là; il pericolo contro la pace è là; bisogna urlare e gridare alla pace, per impedire che quelli facciano la guerra; e si parla di armamenti, di particolari mezzi meccanici a disposizione. E tutto questo in un paese come il nostro, il quale dal trattato è ridotto non soltanto ad un numero limitato di unità dell’esercito, ma a non potere ricorrere a nessuna macchina speciale e che non ha possibilità di sviluppo al riguardo. La pace, dal nostro punto di vista, è completamente assicurata dal trattato. Questa discussione si fa qui. Ma al di là, cosa ci sono: sommi pontefici o marescialli? Ci sono eserciti o popolazioni laboriose? (Applausi al centro). Riconosco, come ho sempre riconosciuto, la parte storica avuta dalla Russia nella lotta contro il nazismo e quindi i meriti dell’esercito russo. Sarebbe grave errore dimenticarlo. Ma noi vogliamo ora affermare che i metodi dell’hitlerismo e la minaccia che veniva da questo non devono essere assunti da nessuna potenza egemonica in Europa. toGliatti. Cosa vuol dire? De Gasperi. Mi pare che è così semplice, che non occorre dare altre spiegazioni. La vostra tattica è duplice: da una parte gridate: neutralità, orrore delle cose militari, questa parola «militare» ha assunto aspetto di guerra guerreggiata; contemporaneamente, in mezzo ai vostri adepti, lasciate correre la voce che la Russia è fortissima, che invece l’Inghilterra ha cominciato a smobilitare, fino ad arrivare al disotto dei 150 mila uomini, che il Benelux e la Francia sono impegnati nelle colonie, dove si attiva, naturalmente, l’insurrezione nazionale; che, insomma, le condizioni militari delle potenze occidentali e dell’America sono indebolite e che, invece, sono rafforzate quelle della Russia; e si applaude con sincero entusiasmo all’avanzata dell’armata comunista in Cina. Una voce all’estrema sinistra. Si capisce! (Applausi all’estrema sinistra). De Gasperi. Trovo naturale e logico che facciate così, ma non trovo naturale che poi, quando si parla degli altri, veniate a parlare di neutralità per principio, di pace consolidata e, all’interno, di debolezza, di disarmo; perché niente possa muoversi all’infuori di quella massa sovietica, che cammina, o di quel fronte sovietico che è in marcia. Là dove trovano debole resistenza, questi neutrali attaccano; là dove trovano forte resistenza, stanno neutrali e consigliano la neutralità. Ecco perché noi dobbiamo, moralmente, se con le armi non possiamo, dimostrarci resistenti, perché aiuteremo il movimento di neutralità anche tra i comunisti. (Applausi al centro). Ed ora vengo all’onorevole Togliatti. Anch’egli si lagna di una politica di odio che noi rinfocoleremmo contro una parte della nazione e per provare questo è venuto a dirci che si staccano i manifesti per la pace; allora io non ho saputo resistere e ho tirato fuori il manifesto che avevo ricevuto proprio quella mattina, in cui si ripeteva l’accusa contro di me di aver firmato il patto di guerra, e mi si accusava di essere fautore e promotore di guerre. Egli ha deplorato anche che vi è un’atmosfera isterica di eccitazione quando si parla di guerra e di pace, quando si parla di difesa: è vero, vi è questa atmosfera. Ma io vi voglio portare un esempio (un altro esempio, perché altri sono stati addotti da qualche collega) di come questa atmosfera sia nata. Parliamo del Patto di Bruxelles. Noi non abbiamo chiesto di aderire al Patto di Bruxelles, né abbiamo oggi negoziati, né piani di fronte a qualsiasi patto. clocchiatti . E cosa fa Marras a Washington? (Vivi rumori al centro). De Gasperi. Marras non è incaricato di far patti! Non è incaricato né di negoziati, né di far patti! (Commenti all’estrema destra). Io voglio portarvi un esempio, che bisognerebbe che i partiti, i quali non sono all’opposizione, cercassero un pochino di volgarizzare: questo famoso Patto di Bruxelles. Vi ho detto che noi non entriamo in quel Patto di Bruxelles e la questione è presentata sotto un aspetto meramente oggettivo, come prova di quell’isterismo di cui prima parlavo. Quando il patto fu firmato – ed il 17 marzo eravamo nel pieno della battaglia elettorale ed avevamo altri pensieri, (commenti all’estrema sinistra) – la cosa passò senza che vi fosse discussione. Forse non abbiamo nemmeno notato in Italia che il 22 gennaio 1948 Bevin in un discorso pronunciato alla Camera dei Comuni aveva posto nettamente la questione, dicendo, a proposito della politica dell’URSS: «io sono stato sempre partigiano di una Europa nel senso più largo, comprendente, beninteso, la Russia. Oggi il governo britannico non farà nulla che sarà diretto contro la Russia dei Soviet o contro altri paesi; ma noi abbiamo il diritto di unire gli abitanti dell’Europa occidentale, proprio come i russi hanno unito già gli abitanti dell’Europa orientale, ed io penso che sia tempo di consolidare l’Europa occidentale». In seguito a questa dichiarazione vi furono le trattative di Bruxelles ed il 17 marzo si firmò il patto di assistenza. Cosa è questo patto militare? È un atto che nella sua prima parte generale può essere accolto da chiunque senta democraticamente. In realtà, il Patto di Bruxelles è un atto «volto ad affermare la fede dei contraenti nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana e negli altri princìpi proclamati dalla Carta delle Nazioni Unite; confermare e difendere i princìpi democratici delle libertà civili ed individuali, delle tradizioni costituzionali e, nel rispetto della libertà che forma il loro patrimonio comune, inserire in questo spirito legami culturali, economici, sociali che li uniscano; cooperare lealmente a coordinare i loro sforzi per costituire nell’Europa occidentale una base solida per la ricostruzione della economia europea; prestarsi mutuamente assistenza conformemente alla Carta delle Nazioni Unite per assicurare la pace e la sicurezza internazionale; fare ostacolo ad ogni politica di aggressione; prendere misure necessarie in caso di ripresa di politica di aggressione da parte della Germania». Vedete che questo patto ha una caratteristica propria che riguarda soprattutto il pericolo germanico. Ora, per quale ragione, in tutta l’Europa, questo patto concluso da governi prevalentemente socialisti e sicuri aderenti della pace, per quale ragione questo patto è stato proclamato blocco militare e offensivo, di attacco, di guerra, eccetera? (Interruzioni all’estrema sinistra). Esso è un patto che è inserito nella Carta delle Nazioni Unite, è un patto che cessa per accordo fra i singoli contraenti, quando dovesse intervenire il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Ora è avvenuto che questo «blocco di guerra», è stato oggetto di manifestazioni, di suggestioni, e probabilmente di non obiezioni e opposizione durante la nostra campagna elettorale; poi, molta gente si è ficcato in mente che da quei paesi potesse venire la provocazione. Ma pensate a questo povero Benelux, che è stato distrutto dai tedeschi, a questa Inghilterra che si è difesa all’ultimo momento quando ormai l’attacco all’Inghilterra stessa sembrava minaccioso, quando dalla esperienza di neutralità che aveva fatto il Belgio, questi paesi hanno tratto la convinzione di doversi unire e difendere, pensate voi comunque che lo scopo loro possa essere quello di provocare la guerra? Evidentemente, lo scopo è chiaro, sia anche per la debole forza che questi paesi rappresentano, specialmente in questo momento, di fronte alla prevalenza di altre forze che domani potrebbero essere in causa per l’aggressione, Ho detto prima che questa caratteristica di essere un patto, specialmente contro una politica aggressiva della Germania, dà ad esso un proprio carattere, che non è il nostro. La nostra posizione storico-geografica ci dà piuttosto il carattere di mediazione, nel senso di guadagnare a questa nuova Europa anche la Germania, e di guadagnarla alla forma democratica. (Interruzioni all’estrema sinistra). Questa è la nostra missione e questa è la direttiva della nostra politica. Ma, tuttavia, non vale a me liberarmi dall’accusa di guerra, ma non vale nemmeno a un socialista come Spaak. E in mezzo ai lavoratori italiani ho trovato il manifesto: «Spaak è la guerra», perché i comunisti anche là, per ordini avuti, non lasciano tregua a coloro che cercano in una forma o nell’altra di difendersi. (Interruzioni all’estrema sinistra). L’onorevole Togliatti ha parlato di «neutralità». Qui devo dire che sulla neutralità mi pare che l’onorevole Togliatti non concordi del tutto, o meglio sia del tutto in disaccordo, con l’opinione dell’onorevole Nenni. «Neutralità (leggo nel testo integrale del suo discorso): la parola ha valore solo quando il conflitto scoppia» . Oggi, invece, dire neutralità potrebbe disorientare gli spiriti, cioè consigliarli a porsi ad eguale distanza fra occidente e oriente, distaccarli da quella ammirazione che devono avere per lo Stato socialista russo. È questo il significato di neutralità. E l’onorevole Morandi dice: «la neutralità cessa quando il conflitto scoppia», cioè vi è una neutralità per il momento, ma quando il conflitto scoppia, cessa, cioè si viene poi ai fatti. Quindi, tutte e due queste cose, cioè neutralità che ha valore soltanto quando il conflitto scoppia e neutralità che cessa quando il conflitto scoppia, non sono che le stesse parole per coprire l’imbarazzo, per non dire chiaramente: «noi, in ogni caso, saremo per la Russia, sia che aggredisca, sia che non aggredisca». (Applausi al centro). Neutralità, certo, in quanto neutralità voglia dire il vivo desiderio della pace, in quanto neutralità voglia dire evitare le conseguenze di un conflitto. Questa è l’essenza di tutti gli animi pacifici, e quindi la grande maggioranza della gente che ricorda che vi fu una guerra non può dire altro che neutralità, se questo significa sicurezza dalla guerra; ma, se la neutralità significa abbandono, diserzione, dei princìpi di libertà e di democrazia che sono in giuoco e di ogni misura di sicurezza, allora non si tratta più di neutralità, ma di diserzione dalla causa della civiltà. (Applausi al centro). Io ho l’impressione che i comunisti gridano: «pace, pace», e quanto più forte gridano «pace» tanto più credono di poter creare un alibi alla loro ferma decisione di parteggiare per la Russia, anche se ci aggredisce, perché, per loro, l’aggressione equivarrebbe a liberazione. Ma si è anche detto: ci fu un attacco di Hitler contro il Comintern; e Togliatti ha detto: «è firmato Hitler, ma si potrebbe mettere anche De Gasperi» . Sta bene, ma anche contro i vostri attacchi agli imperialismi americani potete mettere il nome di Mussolini, che li ha ripetuti tante volte. (Applausi al centro). Il nostro sforzo è di collaborare per la pace, e nell’ONU ed al comitato per l’unione europea il nostro sforzo tende ad evitare conflitti sorti fuori di noi. Servendo l’Europa, serviamo l’Italia; e quando l’onorevole Togliatti ripete il suo discorso della mano tesa, lo ripete nello stesso momento in cui spiega le ragioni per cui deve combattere la nostra politica; quindi rimane un po’ equivoco. Comunque, quando egli offre la mano tesa, e ricorda contemporaneamente la risposta di Gramsci , riguardante la guerra civile, io dico: qui è dove non ci intendiamo. Perché Gramsci parlava dalla sbarra del tribunale speciale, e voi, onorevole Togliatti, parlate dalla libera tribuna del Parlamento italiano e non fate nessuna differenza fra l’una cosa e l’altra. Qui sta la differenza. Voi non avete diritto di appellarvi, in una Repubblica che garantisce veramente la libertà, voi in questo libero Parlamento non avete il diritto di appellarvi e rivolgervi contro nessuna dittatura. Questo solo complica l’equivoco tragico, e l’abisso antiunitario, che voi create! (Vivi applausi al centro). L’onorevole Togliatti ha avuto cura di far seguire a questa fanfara bellicosa il finale della voce insinuante e flautata della signora Cinciari. (Si ride). Non posso, signora Cinciari, onorevole collega, assumere la responsabilità diplomatica né per i giornali umoristici bianchi o gialli che ella ha citato, e sui quali purtroppo non ho una grande influenza, e nemmeno sui bollettini parrocchiali di cui ella fa incetta. E confesso la verità che, condannato, creda, all’esercizio di pazienza e di meditazione sulle miserie umane, a leggere l’Unità e l’Avanti!, non mi rimane molto tempo per consultare quelle pubblicazioni. (Applausi – Si ride). Lei dice che la politica di divisione interna porta alla guerra, cosicché, secondo quanto ella ha appreso alla scuola del partito, i partiti socialisti e i sindacati europeo-americani (la maggioranza, cioè dei lavoratori e dei governi democratici) è semplicemente per pura passione politica che si difendono dal comunismo asservitore e totalitario… Lei ha fatto un gentile appello: «cambi strada». Signora, sono un po’ vecchio per fare questo cambio di strada; ma voglio tener conto della cortesia e dell’appello. Sono disposto a cambiare strada, ma a due condizioni: 1)che il Partito comunista accetti il gioco democratico con lealtà, rinunciando alla riserva dell’azione diretta di violenza e a quella armata della rivolta, in caso di aggressione (commenti all’estrema sinistra); 2)che esso cessi (rispetto ai legami ideologici, naturalmente) cessi dall’accettare direttive e ordini dal Cominform, che possono rappresentare, per certi aspetti ed in certi momenti, un illecito intervento nella politica italiana. (Commenti e interruzioni all’estrema sinistra). Signora, si faccia autorizzare a prendere e ad assumere queste due garanzie, chiarisca queste pregiudiziali e poi io sono disposto a discorrere anche di bollettini parrocchiali. (Si ride al centro e a destra). Riassumo. La mia impressione – poiché i viaggi dovranno almeno valere per le impressioni, se non per le congiure, le cospirazioni o i capovolgimenti – la mia impressione è che siamo ancora molto lontani, grazie a Dio, dalla guerra ed abbiamo tutta la possibilità di consolidare e difendere la pace. (Applausi al centro e a destra). Ho detto questo anche dopo la visita di Marshall a Roma; lo confermo oggi, dopo i colloqui avuti. Io credo nella pace, ma penso che, se mai, è la vostra, non la nostra politica che potrebbe portare alla guerra. L’attacco al piano di ricostruzione europea può risolversi in un attacco contro la collaborazione europeo-americana, in genere contro la solidarietà dei popoli e contro la vita economica, quindi contro la loro espressione politica che è una. E l’attacco finirà col colpire anche la democrazia, se continuerà e verrà condotto a fondo, perché la democrazia è fondata sulla libertà e sulla solidarietà umana. E voi questo attacco lo continuate e voi questa preoccupazione dell’unità europea, della crisi di un federalismo, o comunque di un centro europeo l’avete, la nutrite, non per ragioni solamente accidentali e temporanee. Ho letto l’articolo dell’onorevole Togliatti in Rinascita e mi sono ricordato di aver letto nel passato nei documenti fondamentali comunisti l’avversione permanente e totale di Lenin ad una federazione di Stati uniti europei. Egli nel 1915 scriveva: «in regime capitalistico, gli Stati uniti d’Europa rappresentano o addirittura un’impossibilità, o un fatto reazionario. In regime capitalistico non vi sono altri mezzi per ristabilire l’equilibrio distrutto se non la crisi in campo industriale e la guerra in campo politico … DuGoni. Anche adesso! (Commenti). De Gasperi. …Gli Stati uniti del mondo, non solo dell’Europa, costituiscono una forma statale di unificazione delle nazioni, di libertà che noi associamo e vincoliamo al socialismo, per cui essi diverranno realtà soltanto quando la piena vittoria del comunismo avrà portato alla totale eliminazione degli Stati singoli e delle rispettive forme democratiche». (Approvazioni all’estrema sinistra). Ecco perché noi abbiamo urtato contro un’opposizione energica, teorica e dottrinale, del comunismo, e credo che vi abbia urtato in parte anche l’amico Nenni che ha avuto la bontà di mandarmi un suo opuscolo, con quella bella vignetta illustrativa, dove si vede De Gasperi in pericolo di passare nella bocca della balena. Non lo dico per contraccambiare il consiglio, ma stia attento che in quella bocca non finisca anche lui. (Si ride – Applausi al centro). Ma specie per l’Italia il pericolo è grave. Si impedisce – o si cerca di impedire – all’Italia la ripresa della sua posizione nel mondo diminuendo la nostra estimazione all’estero, facendo dubitare di noi e delle nostre possibilità, facendo sì che i malevoli possano prendere a pretesto la nostra assoluta paralisi interna. Soprattutto la vostra diffida, la vostra minaccia di ricorrere all’insurrezione, alla guerra civile, ci degrada da nazione consapevole e forte della propria indipendenza, a nazione che non ha altra alternativa: o piegarsi alla rivolta interna, o ricorrere alla protezione delle armi straniere. (Applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). Voi con questa tattica minacciate di ridurci alla situazione della Grecia. Si è parlato molto di pace: direi che l’unica parola di guerra è stata la vostra, quando, in forma ipotetica, reclamate il vostro diritto all’insurrezione, e quindi il diritto alla guerra civile, e quando rivendicate per voi il diritto di mettervi automaticamente dalla parte della Russia, o di qualche altro Stato proletario, anche se si trattasse di un’aggressione contro il vostro paese. (Interruzioni all’estrema sinistra). Una voce all’estrema sinistra. Chi l’ha detto? Voci al centro. Voialtri! Una voce all’estrema sinistra. Citi le fonti! De Gasperi fa concorrenza all’onorevole Sforza. De Gasperi. Le fonti le ha citate l’onorevole Taviani: l’avete confermato voi. E perché questa riserva finale sia possibile voi vi ostinate fin da oggi nel tentativo di mantenere o riattivare un’organizzazione cospirativa, che chiamate «organizzazione di sicurezza del partito». (Proteste all’estrema sinistra). E per questo levate alti lai, quando noi pensiamo alla sicurezza, ma non alla sicurezza di un partito, ma alla sicurezza del paese, alla sicurezza dell’Italia, (applausi al centro), alla sicurezza dello Stato democratico; e ci chiamate bellicisti perché abbiamo la preoccupazione di difendere la nostra indipendenza. Una voce all’estrema sinistra. Disarmo! De Gasperi. Vuole che disarmiamo ancora di più di quello che stiamo facendo? Di fronte a questa politica di guerra, noi vediamo la politica di pace nella tendenza a costituire un’Europa consapevole della propria missione pacifica. Si è detto «neutra»; meglio si direbbe «autonoma», nel senso che dovrà avere una propria politica e acquistare a mano a mano una funzione propria di pace. (Approvazioni al centro). Avremmo lavorato anche nell’ONU, con l’America latina; lavoreremo domani in quel qualsiasi consesso che risulterà dalle varie proposte, che sono state accennate durante il dibattito e che, d’altro canto, sono note. Frattanto, lungi da una politica di isolamento, mentre ci manterremo lontani da ogni preconcetta ostilità contro l’oriente, cercheremo di coltivare l’amicizia con le Americhe, in primo luogo con gli Stati Uniti, a cui dobbiamo un contributo notevole nella nostra ripresa economica e che soli ci possono fornire i mezzi e le materie prime per ricostituire uno Stato robusto e vitale, e poi con quei paesi fratelli dell’America latina, che costituiscono la maggiore nostra speranza per l’affermazione del nostro lavoro. Noi crediamo alla pace, lavoriamo per la pace. Non è, onorevoli colleghi, una conclusione tattica a cui si è arrivati durante il dibattito. Già a Bruxelles dissi: costituire questa solidarietà della ragione e del sentimento, della libertà e della giustizia e infondere nell’Europa unita quello spirito eroico di libertà e di sacrificio che ha portato sempre alle decisioni nelle grandi ore della storia. Questo è compito primario di oggi, ed è compito di tutti. E dicevo: il compito soprattutto delle forze che da una parte rappresentano l’essenza dello spirito civile e cristiano e dall’altra la grande passione della giustizia sociale. Alludevo già a questo quando dicevo, a quel gruppo di lavoratori cattolici e cristiani, che questa collaborazione la ritengo utile non per ragioni di ministero, non per uno stato di necessità del presente momento, bensì perché bisogna che queste forze si alleino per ricostruire una tranquilla via verso la giustizia e nella libertà. Sono due capitoli che vanno congiunti: libertà e giustizia sociale. Ma libertà politica e riforme sociali sono ambedue ancorate alla pace. (Vivi applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). Lo spirito – dicevo – di solidarietà europea potrà creare in diversi settori diverse salvaguardie e difese, ma la prima difesa comune della pace sta nello spirito unitario che, comprendendo anche la Germania, eliminerà il pericolo della guerra, della rivincita e delle rappresaglie. Contro la solidarietà libera europea verranno ad infrangersi le propagande di astio, di antitesi ideologiche e rinascerà nei popoli la certezza della libertà del lavoro. Questa la direttrice. Se l’approvate, vi chiedo di esprimere la vostra fiducia a tale proposito. Nell’attuazione concreta, ogni fase si svolgerà sotto il controllo della pubblica opinione ed ogni eventuale impegno – se si dovrà prendere – non sarà tale se non sancito dal Parlamento. (Vivissimi, prolungati applausi a sinistra, al centro e a destra – Moltissime congratulazioni). Voci all’estrema sinistra. Affissione! (Vive proteste a destra e al centro). [Dopo la replica dell’on. Pietro Nenni, il presidente del Consiglio interviene per alcune rettifiche]. Non intendo replicare ma solamente rettificare le circostanze di fatto. L’onorevole Nenni, che ha come me appartenuto ai governi tripartitici ed ha una grande esperienza circa il valore di certi commenti dei giornali e che mi ha accusato di essere stato troppo suscettibile alle notizie che qualche ministro pubblicava e che non corrispondevano al corso degli avvenimenti, comprenderà la mia meraviglia che egli dia tanta importanza alle opinioni di giornali su questo problema. Vi può essere, anche in un governo meglio costituito, qualche sfasatura, specialmente negli organi rappresentativi dei singoli ministeri. Però non si lusinghi troppo, onorevole Nenni: ella avrà delle ragioni per combatterci e ci combatterà anche con estremo vigore e sforzo (non so fino a che punto è arrivato, ma mi pare che ci fate la vita abbastanza amara), ma non lusingatevi con queste piccole cose di creare un piccolo incidente o ingrossarlo per la critica interna: staremo coi nostri colleghi, che sono liberi di dire e sostenere le loro impressioni, finché troveremo un accordo comune, onestamente e nell’interesse del paese e, soprattutto, anche nell’interesse della democrazia. Se avremo differenze di vedute cercheremo di capirle; se non riusciremo a capire le nostre differenze ne daremo ragione al Parlamento. Tutto il resto è chiacchiera di cui mi meraviglio che si prenda nota! Quanto ai ministri, posso dir questo: voi vedete che questi giornali hanno fatto passare per militaristi Gonella e Fanfani e per antimilitaristi gli altri. La verità è che se la discussione libera è lecita in Parlamento, essa è doverosa fra i membri del governo. E che si notino diversi modi di vedere o preoccupazioni su una data notizia o affermazione, direi che è cosa troppo ovvia. Tra i ministri non vi furono né militaristi né antimilitaristi. Taluno dei colleghi accentuò più l’aspetto del problema dal punto di vista della sicurezza, tal’altro dal punto di vista della situazione politica. Ma tutti furono unanimi nella conclusione da me formulata: quella della difesa della pace sulla base della solidarietà europea. Si è preso atto che nessuna adesione è stata chiesta o proposta al patto di assistenza di Bruxelles. Questa è la realtà. E se un colloquio con l’onorevole Saragat è valso a chiarire qualcosa di più, non v’è niente di antiumano o di innaturale che possa significare crisi. Le crisi le faremo su cose gravi del paese, non su pettegolezzi di giornali! (Vivi applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). 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Ha affermato che non ci sono fondi disponibili per finanziare un’agenzia speciale che si occupi dei lavoratori in eccesso e che il governo non vuole deviare dalla sua politica, cioè nessuna emissione di valuta per finanziare deficit del Tesoro. […] De Gasperi ha affermato che il rapporto fra pagamenti della sicurezza sociale rispetto agli stipendi non è alta (13% o 14%). Rapporti più elevati citati dalla stampa, dagli industriali etc. sono calcolati indicando erroneamente come sicurezza sociale alcuni pagamenti quali gli assegni familiari che formano parte dei salari ma sono raccolti da agenzie della sicurezza sociale. Le tasse sulle materie prime, economicamente incerte, sono un male necessario perché lo Stato ha bisogno di risorse che provengano dall’imposta generale sulle entrate. Le industrie autarchiche sono prevalentemente quelle controllate dall’IRI. Durante l’anno fiscale 1948-49, tali industrie non costituiranno più un onere per il Tesoro. L’IRI è stato informato che il Tesoro non finanzierà il suo deficit; che esso dovrà reperire i fondi addizionali di cui ha bisogno emettendo obbligazioni. […] De Gasperi ha evidenziato che annunciare ora un aumento sostanziale nel prezzo del grano avvierebbe una spirale inflazionistica. Comunque, si potrà valutare una dichiarazione generale che chiarisca che i prezzi non saranno ridotti. Quanto alla riforma agraria, il governo è sottoposto a una forte pressione e non sarà possibile contrastarla per molto. Contro le poche migliaia di grandi proprietari nel Sud stanno non solo i contadini senza terre, ma anche l’opinione pubblica italiana e molti paesi stranieri. Anche il governo laburista britannico ha messo in guardia il primo ministro contro politiche reazionarie. Comunque, ha dichiarato che la riforma sarà graduale, tenendo a mente l’importanza di mantenere la produzione al più alto livello possibile. Ha dichiarato che in nessun caso la riforma colpirà gli attuali proprietari per il raccolto dell’anno prossimo. […] De Gasperi ha risposto che il governo potrebbe pubblicare una dichiarazione in modo da assicurare che la riforma agraria non riguarderà i raccolti del 1949; studierà la questione in un comitato produttivo interministeriale e già vede con favore questa idea. Sulla questione delle tasse sui fertilizzanti, De Gasperi ha solo potuto ripetere quanto già detto riguardo all’industria – le necessità di bilancio sono immense. De Gasperi ha promesso ancora di studiare i due memoranda lasciatigli dal capo della missione ECA e di discutere nuovamente su questi e altri problemi con Zellerbach. Ha anche affermato che spera che in futuro il Sig. Zellerbach si confronterà con lui a intervalli frequenti. 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Prima: la gravità della situazione; seconda: uno dei rimedi più impopolari, ma impellenti per ovviarvi, cioè l’abolizione dei prezzi politici; terza: l’annunzio di alcune direttive di riforma tributaria; infine, l’affermazione che la direttiva riguardante il credito ed il risparmio rimarrebbe, coi dovuti aggiornamenti della situazione, quella dell’ex ministro del Bilancio. Mi si è mossa anche l’accusa di non aver fatto dichiarazioni sufficienti sull’ERP; ma, per dire la verità, se posso vantarmi di qualche cosa, è di aver faticato molto per fissare in una sintesi chiara i termini del problema, come oggi si presenta. È vero che non ho fatto il profeta e non ho potuto dire quello che non è ancora fissato; ma ho detto a sufficienza l’importanza del provvedimento, la valutazione oggettiva del provvedimento, le condizioni entro cui potrà attuarsi, specialmente condizioni di carattere politico internazionale. Ed anche qui mi sono riferito alla imminente presentazione della convenzione internazionale innanzi alle Commissioni della Camera; e ciò avverrà, fra poco, in aggiunta alle convenzioni di carattere europeo o generale, già presentate. Sui problemi del lavoro un errore di stampa, che ho cercato di rettificare, interrompendo la appassionata filippica dell’onorevole Gullo, mi ha fatto oggetto dell’accusa di aver io trascurato il problema dei consigli di gestione; invece che articolo 46, è stato stampato articolo 40; ed era ovvio che ci dovesse essere errore, perché si dice articolo 40 e poi si parla di Consiglio economico. Ora, gli articoli 39-40 riguardano l’organizzazione del lavoro, lo sciopero eccetera; l’articolo 46 è dedicato ai consigli di gestione nella formula della Costituzione «diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende» e poi, Consiglio economico nazionale, di nuova fondazione, articolo 99. Detto questo, permettete che precisi, senza poter seguire sempre in polemica e dialettica i contraddittori e gli obiettori, su alcuni problemi ed alcuni settori più importanti, tenendo conto delle obiezioni fatte, il nostro punto di vista. Riforme e patti agrari. Dicevo nella mia esposizione: «un Comitato interministeriale più ristretto esaminerà e risolverà il problema anche dal punto di vista della spesa e degli organi specifici esecutivi che si dovranno creare salva sempre la parte che spetta alle regioni. La meta rimane quella proclamata: ridurre al minimo il numero dei braccianti, facendone altrettanti piccoli proprietari e, ove ciò per ragioni produttive non possa avvenire, compartecipi o cooperatori dell’azienda agricola. Bisogna, quindi, determinare un processo di “trasformazione” e “ridistribuzione della proprietà terriera”, in modo che ne risulti uno spostamento verso la piccola e la media proprietà». Domando io se, dopo questo che ho detto, si poteva ragionevolmente dedurre che il governo intenda soltanto limitarsi alla continuazione ed al miglioramento della bonifica e non affrontare anche il problema fondamentale, cioè della distribuzione della proprietà. Ma i colleghi del resto sapevano benissimo, e non poteva loro essere sfuggito, che questo breve accenno era fatto a conclusione e, direi, con riferimento all’ordine del giorno già votato dal partito che io rappresento e che è chiarissimo perché dice al punto a): «in applicazione dell’articolo 44 della Costituzione, che consente di fissare limiti alla estensione della proprietà, e che tutela la piccola e media proprietà, stabilire le norme fondamentali relative a tali limiti, da adeguare nelle singole regioni e zone agrarie, determinandole in base a valutazioni comprensive dei diversi fattori: reddito, mano d’opera occupata», eccetera . E poi: «destinare con le opportune provvidenze giuridiche e finanziarie e con garanzie economiche, le terre resesi disponibili alla piccola proprietà coltivatrice ed assicurare lo stabile e proficuo insediamento della proprietà medesima; stabilire, per i casi in cui la suddivisione delle proprietà porti un notevole pregiudizio, le forme di compartecipazione o di affittanza collettiva che consentano una equa remunerazione al lavoro contadino» . Seguono punti sulla bonifica e sui contratti agrari. In realtà, non ci potevano essere dubbi, si tratta di applicare tutto il disposto della Carta costituzionale. Soltanto che non potevamo improvvisare ed accennare in concreto a limiti e cifre, quando consideriamo la complessità del problema e ben sappiamo che vi sono diversi fattori: il fattore regionale, quello della coltura intensiva o meno e quello di carattere finanziario, tutti fattori che debbono avere il loro peso. Quando ho detto che vi sarà nella commissione un rappresentante del Tesoro, ho detto tutto. Non dobbiamo promettere qualcosa che le condizioni finanziarie ci rendano poi impossibile mantenere. Ecco le ragioni per le quali sono stato prudente in questa formulazione. È chiara tuttavia l’enunciazione della presentazione di un progetto che riguarderà anche i limiti della proprietà. Aggiungo che le censure fatte poi a proposito dei due decreti ai quali mi sono riferito – che dovrebbero essere già in applicazione – che furono deliberati prima delle elezioni , sono critiche che non posso condividere. Cercherò di portare alle obiezioni risposte adeguate. Prima di tutto debbo notare che questa cosiddetta bonifica di cui si parla come di una cosa ormai conosciuta ed applicata, sempre in corso di attuazione, alla quale quindi non si può aggiungere nulla di nuovo, in realtà negli ultimi anni, durante la guerra, poco prima della guerra e negli anni dell’immediato dopoguerra, non ha avuto nessuna applicazione. Devo notare che soltanto nel bilancio 1947-48 appaiono stanziamenti che rendono possibile l’attuazione di un programma di irrigazione. Circa 10 miliardi sono stati stanziati. In Emilia, per esempio, è già avanzata la costruzione del canale Sabbioncello, in Sardegna del bacino Agri-Rio Palmas, in Sicilia del bacino di Gela. Oltre a ciò, nei bilanci appaiono 42 miliardi di trasformazioni e bonifiche, in diversi comprensori così detti asciutti; fra questi anche quello, a cui ho accennato, della Capitanata e del Tavoliere. Non vi è dubbio che, comunque si pensi, esiste una necessità assoluta di proseguire nella bonifica e nel miglioramento in genere della trasformazione. Ma la bonifica si fa ove è necessaria, e non è esatto dire che si debba fare prima o sempre accanto alla riforma fondiaria. Dobbiamo quindi precisare: non ci può essere tentativo di rimandare all’infinito la riforma col dire che bisogna fare prima la bonifica, perché evidentemente ci sono situazioni ove la bonifica si può fare contemporaneamente, né essa è necessariamente legata alla ridistribuzione della proprietà. Certo, noi dobbiamo prendere delle serie precauzioni. In primo luogo, adeguamento della varia situazione regionale e di coltura e gradualità per impedire la diminuzione della produzione. Ho accennato chiaramente alla minaccia della diminuzione della produzione ed alla necessità di aumentarla per potere arrivare ad una bilancia commerciale possibile. Le accuse fatte sul decreto dell’8 marzo 1948, sull’acceleramento della bonifica, accuse che sono comparse specialmente nella critica molto aspra dell’onorevole Grifone , non sono fondate. C’è in questo decreto non la ripetizione di una legge non applicata, ma c’è una innovazione sostanziale: mentre prima l’espropriazione seguiva solo dopo un periodo lungo, in seguito a constatata inadempienza eccetera, ora, in base a questo decreto, la si può fare nel momento in cui si applica il piano di trasformazione. Ed è quello che si farà in Capitanata ove la trasformazione fu resa obbligatoria con decreto del 15 maggio, per intervento di un organo di governo, cioè del ministro dell’Agricoltura . Vi è un commissario incaricato dell’operazione. Neanche la critica alla legge sulla piccola proprietà, o almeno nei termini in cui fu esposta, è fondata. Non è esatto che il venditore lucri vantaggi per l’esonero dell’imposta, giacché noi pensiamo che la limitazione a due anni della validità della legge farà sì che l’offerta sia accelerata in modo da superare la domanda. E questo vale anche per il beneficio promesso dall’articolo 11, cioè scomputo dell’eventuale legge fondiaria sui limiti, eccetera, di quel tanto che sarà venduto in base a questo decreto ai contadini. Perché anche questo beneficio promesso dall’articolo 11 dovrebbe condurre ad un’offerta di terre, ancora più larga, da parte dei proprietari che vogliono profittare dei brevi termini, cioè un anno, come dice l’articolo 11. Il cerchio degli acquirenti, limitato dalla legge alla categoria dei contadini indicati dall’articolo 1, è molto più ristretto di quello degli offerenti, in modo che le condizioni provocheranno, come sta già avvenendo, una offerta più ampia della domanda. Pertanto non vi è il pericolo che la legge giovi ai grandi terrieri. La norma dell’articolo 11, anziché sottrarre la grande proprietà alla applicazione della riforma, accelererà l’offerta della terra. Il venditore, considerando i vantaggi diretti dell’articolo, farà miti condizioni ai compratori affrettando la costituzione della piccola proprietà. Parlando dei patti agrari, credo che questa volta converrebbe precisare che si vuole conseguire dalla riforma una maggiore stabilità e rimunerazione del lavoro, il che, del resto, è sempre stato il criterio al quale si è ispirata la legislazione del governo, comprese le ultime norme di affitto in grano, che hanno determinato un beneficio per numerosissimi affittuari. Non è esatto che le commissioni per l’equo affitto abbiano funzionato a favore dei proprietari. Sapete che durano ancora le lunghissime trattative riguardanti la questione mezzadrile. Anche questa notte si è trattato fino a stamane, e le parti si sono fino all’ultimo momento irrigidite sul riparto del prodotto, cosicché le conversazioni sono rimaste senza esito conclusivo. Poiché tra pochi giorni si comincerà la trebbiatura del grano, converrà tentare un ulteriore approccio, almeno per stipulare una tregua di un anno, come si fece nel 1947, ma se questo non riuscisse sarà necessaria la presentazione di un progetto. Piano Marshall: l’onorevole Di Vittorio questa volta ha preso una posizione possibilista, come ha detto, dal punto di vista sindacale, cioè: tutto quello che serve ai lavoratori è buono, tutto ciò che non serve loro è cattivo; e dice: «non è vero che noi sindacalisti siamo ostili o indifferenti di fronte al Piano Marshall. Noi – egli dice – siamo soltanto degli obiettori che vogliono esaminare, caso per caso, e volta per volta, l’applicazione di questo piano» . Magari fosse vero che durante e prima della campagna elettorale si fosse preso questo naturale, italiano atteggiamento! Naturalmente il Piano Marshall, come ho accennato nella esposizione esige un rapporto di fiducia, un rapporto almeno in cui coloro che danno non debbono venire accusati di essere capitalisti o degli assertori e rappresentanti del capitalismo, che vuole distruggere le risorse italiane; altrimenti, data la difficoltà stessa della collaborazione, sia nella procedura che nella sostanza, è chiaro che non si può attuare un piano che presuppone la più intima cooperazione. Troppo tardi la Confederazione del lavoro prese un simile atteggiamento, cioè dopo che si accorse che l’atteggiamento di Ždanov che divideva il mondo in due blocchi, dei proletari e dei capitalisti, era insostenibile. Era difficile sostenerlo quando in una riunione internazionale dei partiti dei lavoratori si dovette constatare che il maggior numero era per il Piano Marshall e contro di esso solo una minoranza. E quindi si è ben visto che questa divisione in due blocchi non era possibile sostenerla; e le minoranze sindacali italiane che sono intervenute a Londra hanno reso un beneficio alla nazione, e soprattutto hanno servito la causa dei lavoratori italiani. (Applausi al centro). Però, anche sotto la veste più mite, più moderata, talvolta oggettiva, Di Vittorio arriva a dire: «andando a vedere quali sono stati finora i risultati del Piano Marshall non abbiamo un quadro confortante». E qui viene una descrizione dove si vuol dimostrare, ove si dimostra ciò che disgraziatamente è noto, cioè la crisi in cui in Italia si trova soprattutto l’industria meccanica. Ma come mai questa si attribuisce al Piano Marshall che appena adesso si inizia ed entrerà in vigore soltanto in forma provvisoria? (Sono arrivate solo delle navi che hanno portato carbone, grano e niente altro). Anzi, la crisi meccanica è avvenuta nonostante gli aiuti americani, non per gli aiuti americani. Qui non parlo del Piano Marshall ma degli aiuti precedenti. Nel 1947-48 fino ad oggi si sono importati, attraverso i contributi americani, alimentari e materie prime. Riguardo alle macchine, nel 1947 l’esportazione di macchine italiane è stata molto superiore all’esportazione dell’anteguerra:nel 1947 l’esportazione di macchine tocca i 17,7 miliardi contro 2 miliardi di importazione. Dunque, a questo riguardo siamo molto attivi. Se l’industria meccanica va male, ciò non può essere attribuito né alle importazioni né alle esportazioni, né tanto meno, a qualsiasi introduzione di aiuti americani. (Commenti all’estrema sinistra). È entrato poi in vigore l’ERP. I tecnici – e finora soltanto i tecnici – (e qui vi prego di fare attenzione perché tanto nella stampa come nelle discussioni si sentono cose strane e meravigliose) – in questi giorni hanno dovuto affrontare il problema del prestito. Cioè, come ho accennato nella mia relazione, una parte piccola – il 16 per cento mi pare – una parte piccola del contributo è in prestito mentre tutto il resto è in dono, dono soprattutto per le materie prime o per il carbone, petrolio e grano. Questa è la novità: fino adesso avevamo prestiti che sono andati a favore di industrie o di enti commerciali, fatti attraverso l’Eximbank oppure presentati per la Banca internazionale. Qui, invece, si è previsto che una parte abbastanza leggera per l’Italia (ho dimostrato che l’Italia è stata trattata meglio delle altre nazioni) venisse utilizzata come prestiti per gli impianti. I tecnici si sono detti subito: bisognerà che questi prestiti vengano dati per impianti a lunga scadenza, perché con ciò si aumenta l’efficienza dell’attrezzatura industriale o agricola, e si rende possibile un’applicazione a piccolo ammortizzo per lunghi anni. Dico che ci sono degli studi al riguardo, che ci sono programmi formulati nelle trattative in corso, programmi che le industrie presentano – oltre alle domande presentate all’IMI, istituto statale cha agisce da centro di trasferimento – e domande di privati, domande e progetti da parte dello Stato. Ma fino adesso nemmeno un centesimo è stato dato ed è ridicolo quello che ho visto stampato su un giornale, secondo cui gli industriali avevano ricevuto cento miliardi: ho visto un giornale ieri che ha stampato proprio «100 miliardi». Nemmeno un centesimo invece. È strano come su un caso relativamente semplice si mettano in giro tante panzane, si diffondano tante notizie false, le quali non possono evidentemente che far girare la testa agli invidiosi e ai concorrenti. Qual è oggi lo stato della nostra organizzazione? Oggi c’è un ufficio speciale, un vicepresidente che è incaricato di elaborare i progetti in base alle richieste dei singoli ministeri; c’è poi un comitato speciale cui vanno questi progetti: il comitato speciale li esamina e li sottopone alla Presidenza del Consiglio. Questa è la procedura di questo periodo preparatorio. Poi c’è il controllo e il sottocontrollo della Camera. Uno dei casi più tipici, uno dei casi più evidenti, ad esempio, è quello della siderurgia, settore nel quale sappiamo che l’importazione di certe macchine, che invece non possono essere importate in Italia, potrebbe facilitare la siderurgia, facendo aumentare la produzione e, conseguentemente, facendo sì che i prodotti potessero venire smerciati a più buon prezzo in tutto il settore della meccanica e facendo anche, accanto alla produzione, aumentare evidentemente l’occupazione. Ciò sarebbe inoltre relativamente anche facile, quando si pensi che la maggior parte della siderurgia, la maggior parte di questo complesso della FINSIDER, è controllato dallo Stato attraverso l’IRI. Ma non si è deciso niente anche a questo riguardo: si è soltanto discusso, siamo cioè in discussione. È evidente ed è anche chiaro che sia così: nel campo economico le cose non precipitano come si potrebbe desiderare da parte, forse, di qualcuno. Il Piano Marshall dovrebbe entrare in vigore il 3 luglio, ma nei singoli paesi la preparazione non è ancora perfetta e poi, in più, deve esistere un certo coordinamento degli accordi bilaterali con il centro europeo, con la Conferenza di Parigi. La cosa è quindi, come vedete, abbastanza complicata; nessuna meraviglia se una simile organizzazione, che costa tanto, debba da principio presentare delle difficoltà di applicazione. Anche per quello che riguarda la questione dei trattori, con cui se l’è presa l’onorevole Di Vittorio, debbo rassicurarlo che non si è deciso nulla. Non sono quelle, d’altronde, macchine che si possono costruire in Italia e, quand’anche si riuscisse a costruirle, esse verrebbero a costare il doppio dei trattori che importiamo dall’America. (Commenti all’estrema sinistra). In Italia del resto si costruiscono facilmente i medi e i piccoli trattori, che sono anche esportabili e di fatto noi li esportiamo. Il fondo-lire: anche qui bisognerebbe calmare i bollenti spiriti; il fondolire prima bisogna farlo, e poi discutere sulla sua utilizzazione: si potranno al più presto fare le due cose parallelamente. È evidente che non si può ancora creare presso la Banca d’Italia, il che vuol dire presso il Tesoro, quel certo fondo su cui tutti creano delle ipoteche. C’è quindi sempre tempo; tutti arriveranno in tempo: sarà purtroppo la tovaglia che non potrà arrivare a coprire tutte le parti del tavolo, ossia mancheranno i mezzi per accontentare tutti quanti. Per adesso ci sono in arrivo solo ventiquattro piroscafi di grano e di carbone, e basta. Fino ad ora altre materie non sono state importate. Dunque, vorrei che si concludesse in materia: anzitutto, niente compromesso, e poi, in secondo luogo tutto questo non sfuggirà al controllo parlamentare, perché l’utilizzazione del fondo-lire verrà portata o come allegato o inserita nel bilancio stesso. Vorrei aggiungere una rettifica anche per l’affare degli autocarri della Polonia. Dice l’onorevole Di Vittorio: sembra quasi che ci sia della cattiva volontà da parte degli esportatori italiani, o meglio del governo italiano; che si voglia cioè impedire lo scambio con la Polonia. Ma il contratto per la fornitura di autovetture, autocarri e rimorchi, per un valore globale di 11 milioni di dollari circa, è un contratto che non si è potuto ancora attuare (se ne è discusso anche oggi in una commissione particolare del governo) per quello che riguarda l’oggetto di scambio: cioè, la Polonia dà carbone; ma c’erano molte lamentele sulla qualità di questo carbone. (Commenti all’estrema sinistra). C’erano molti lagni sulla qualità e sul prezzo del carbone. C’è quindi una questione da risolvere circa il prezzo; questa questione riguarda noi e niente affatto l’America. Perché volete vedere dappertutto l’America? Si è stabilita già una certa quantità, 750 mila tonnellate, che rappresentano ormai l’annua fornitura della Polonia, e quindi possono benissimo venire assorbite. Non è esatto quindi che pure la FIAT sia in imbarazzo a causa dell’America o per ragioni dovute alla concorrenza. In generale mi pare che ci sia una pregiudiziale politica nel giudicare di queste cose, che sarebbe meglio venisse abbandonata per poterci intendere. Tanto più che oggi si dice da parte degli oppositori: «subiamo il Piano Marshall e vediamo di trarne i vantaggi possibili». Badate che questa può essere una posizione politica comoda, che potete assumere per mantenere una certa coerenza con l’atteggiamento preso; ma dovete tener conto che c’è una maggioranza che si è assunta la responsabilità positiva di invocarlo, di farlo, di concluderlo, questo piano ERP. (Applausi al centro). Debbo accennare poi in particolare ai lavori per il Mezzogiorno. Qualcuno mi ha interrotto durante la mia prima esposizione, dicendo: «non e vero; nel Mezzogiorno non si lavora in nessun luogo». Mi pare che questo l’abbia detto anche l’onorevole Gullo. Mi sono fatto dare di nuovo, dopo l’esposizione, l’elenco dei lavori eseguiti, appaltati, in corso di esecuzione, o da appaltare. (Commenti all’estrema sinistra). L’importante è che ci siano i soldi; il resto sono formalità. tupini . Se no, si fa della regìa. De Gasperi. Dobbiamo fare lavori di regìa? Quando l’abbiamo fatto, voi stessi eravate contrari. Dobbiamo quindi pur fare degli appalti. In complesso, su 18 miliardi di opere pubbliche, i lavori in corso assommano a 7 miliardi 485 milioni; restano da appaltare lavori per lire 10 miliardi 515 milioni, che si riferiscono alle opere più importanti: strade, fognature, eccetera, che richiedono studi accurati, e che non possono essere appaltati se non dopo esperita la procedura di legge, cioè sentito il parere del Consiglio di Stato. (Commenti all’estrema sinistra). È stabilito così, non si può cambiare la legge. Questi sono 18 miliardi di lavori pubblici, che fanno parte di quei 67 stabiliti per il Mezzogiorno. Per la Sicilia è il governo regionale che stabilisce il programma dei 114 miliardi. Debbo poi far notare all’onorevole Gullo che mi sono un po’ meravigliato che egli si sia scagliato con tanta veemenza sulla questione di quella certa ferrovia di San Giovanni in Fiore. Mi ricordo che è venuta da me una deputazione di calabresi che ha insistito perché il ministro Corbellini lasciasse cadere le sue obiezioni tecniche. La verità è che abbiamo preso impegno, in bilancio, per 500 milioni e dovevamo impiegarli. Quindi ho potuto rispondere che le obiezioni tecniche del ministro Corbellini non possono impedire l’attuazione del bilancio. Però devo dire che il ministro dei Trasporti mi aveva dimostrato che, facendo una strada che forse costava di più, si sarebbe rimediato meglio alla mancanza di trasporti e si avrebbe avuta una maggiore occasione di lenire la disoccupazione. Comunque i denari li abbiamo dati. Oltre a ciò, San Giovanni in Fiore, che nei passati bilanci non compariva affatto, nel bilancio attuale dovrebbe risultare per i seguenti lavori: risanamento, 10 milioni; costruzione di acquedotti nella contrada, 3 milioni; sistemazione dell’acquedotto civico, 13 milioni; risanamento igienico, 12 milioni, eccetera. (Interruzioni all’estrema sinistra – Commenti). Sono in corso di appalto e si avranno riparazioni delle strade interne per 10 milioni; mentre, essendo andato deserto l’appalto per i lavori all’edificio scolastico per l’importo di 19 milioni, esso è stato affidato ad una cooperativa privata di reduci. Sono in complesso 73.000.630 lire e mi pare sarebbe stato più giovevole alla candidatura dell’onorevole Gullo se egli ne avesse attribuito a sé il merito anziché negarli. (Applausi al centro). Quanto ai grossi agrari di Calabria, gli amici del luogo mi assicurano che essi non hanno avuto molta fiducia in noi e non hanno votato per noi: quindi noi siamo impegnati a difendere gli interessi di contadini, artigiani, impiegati e piccoli proprietari. (Commenti all’estrema sinistra). Ad ogni modo, per la ferrovia di San Giovanni in Fiore (mi rincresce, ma l’onorevole Gullo è proprio fortunato), per la ferrovia di San Giovanni in Fiore, come mi assicura il ministro responsabile, si avranno fra poco al lavoro 350 operai. Quindi qualche cosa si fa, qualche segno di buona volontà c’è. (Commenti all’estrema sinistra). Non si può per lo meno portare questo esempio come prova di abbandono. (Interruzioni e commenti all’estrema sinistra). Mi pare che San Giovanni è stato relativamente ben servito. (Rumori all’estrema sinistra). Dico relativamente, perché io voglio fondare su questi argomenti in cifre, che dimostrano quello che si fa e quello che si sta facendo e quali sono le spese stanziate per il Mezzogiorno, non la conclusione che ce ne sia abbastanza, ma la conclusione che il governo non perde di vista gli impegni che ha assunto per sollevare le condizioni particolari del Mezzogiorno d’Italia, e che intende di tenerne conto anche riguardo alle possibilità che ci offre il Piano Marshall. (Approvazioni al centro). Ed ora veniamo un po’ alle questioni che sono in cifre e delle quali quindi, è più difficile la contestazione. (Commenti all’estrema sinistra). Cercherò di essere più comprensivo che sia possibile. Vi prego di fare altrettanto, perché importa soprattutto che almeno ci intendiamo sui termini del problema. La direttiva del governo durante le elezioni, nel suo manifesto, nelle manifestazioni, nei discorsi principali e nelle espressioni polemiche, è sempre stata quella di non mettere al centro della polemica motivi religiosi. (Commenti all’estrema sinistra). Datemi la prova che io abbia fatto il contrario! (Commenti all’estrema sinistra). Voci alla sinistra. Hanno perso la memoria! Ge Gasperi. I miei discorsi sono stati detti e pronunciati su tutte le piazze d’Italia. Portatemi uno solo dei discorsi in cui abbiamo posto l’argomento religioso! (Rumori all’estrema sinistra). DuGoni . Padre Lombardi ! Una voce all’estrema sinistra. Schuster a Milano! presiDente. Onorevoli colleghi, lascino continuare! De Gasperi. Noi abbiamo accentuato che la composizione dei conflitti passati può essere considerata raggiunta nella Conciliazione e nella Costituzione; abbiamo dato rilievo ai concetti fondamentali che ci uniscono: cioè la libertà democratica, direttive di tolleranza e di libertà religiosa, concezione internazionale di collaborazione economica! Questo è stato il programma del governo, questa è stata la linea che gli oratori di governo hanno sempre seguito! (Applausi al centro). Su queste linee programmatiche ci siamo battuti e abbiamo vinto! (Applausi al centro – Interruzioni all’estrema sinistra). E qui sta il valore nazionale e internazionale della nostra vittoria! (Vivi applausi al centro). Una voce all’estrema sinistra. Il valore confessionale! Fascisti! De Gasperi. È impossibile che risponda non dico a tutte le vostre interruzioni, ma alle parole ingiuriose! Figuratevi se mi devo scaldare per la parola «fascista»! Vi passo sopra! (Vive approvazioni al centro – Scambio di apostrofi fra l’estrema sinistra e il centro). Io sono qui responsabile delle nostre parole e delle nostre azioni. Dico che il valore nazionale e internazionale della vittoria è costituito precisamente da quanto prima ho accennato. Quindi, non spostate le misure e le proporzioni; non cambiate la prospettiva della realtà secondo quella interpretazione che vi è comoda dopo la sconfitta. (Applausi al centro). Non eludo il problema. Abbiate pazienza. È vero che accanto ai partiti ci fu un intervento maggiore del solito delle associazioni cattoliche propriamente dette, che si unirono, (commenti all’estrema sinistra), in organi provvisori proprio per intensificare l’afflusso alle urne ben sapendo che il maggiore afflusso sarebbe riuscito a danno del Fronte. Lasciamo andare i singoli episodi accennati qui su cui è difficile farsi un concetto obiettivo, ma vedendo il fenomeno nel suo complesso, come possiamo definirlo? Il primo fattore di questo fenomeno fu un senso di allarme fra quanti si preoccupavano della libertà religiosa, delle sorti della Chiesa. Una voce al centro. È vero. De Gasperi. Senso (non diciamo se era più o meno fondato) accresciuto dalle notizie pervenute da paesi vicini a regime comunista. (Rumori all’estrema sinistra). Vedete, egregi colleghi oppositori: se accanto alle obiezioni o accuse che fate voi sentite anche la difesa o le dichiarazioni da parte mia, forse, alla fine, arriverete ad una conclusione oggettiva. pajetta Gian carlo. È troppo grossa! De Gasperi. Se io mi dovessi scandalizzare delle cose grosse che ha detto lei, onorevole Pajetta! (Ilarità – Applausi al centro). Dai paesi vicini – dalle comunicazioni con i quali non siamo tagliati nemmeno dal cosiddetto (dicono che non esiste) sipario di ferro – le notizie che giungono alle autorità ecclesiastiche sono di tal genere che gli allarmi non si dimostrano infondati. Voce all’estrema sinistra. Perché l’arcivescovo… De Gasperi. Parlate di arcivescovi; parliamo allora dell’arcivescovo Stepinac di Zagabria che è stato condannato al carcere a vita. (Applausi al centro). E degli altri prelati jugoslavi che vennero processati e deportati! (Rumori all’estrema sinistra). Se non mi ascoltate non capirete mai perché vi trovate in questa condizione. (Applausi al centro – Rumori all’estrema sinistra). presiDente. Onorevoli colleghi, devo osservare (e non mi sembra con ciò di parteggiare per alcun settore), che è da quella parte della Camera, (accenna all’estrema sinistra), che si tirano in ballo arcivescovi e monsignori e padre Lombardi. (Applausi al centro). Aspettate che il governo concluda le sue dichiarazioni e riferitevi a quello che il governo avrà detto e fatto. Una voce a destra. Hanno paura della verità. De Gasperi. Secondo un calcolo attendibile fatto a metà novembre 1947, in Albania 32 sacerdoti vennero imprigionati e 15 uccisi, (rumori all’estrema sinistra), due vescovi, monsignor Gini e monsignor Volas, fucilati, il primo l’11 marzo insieme con 24 persone fra le quali tre altri sacerdoti, il secondo il 3 febbraio con altri, fra i quali il gesuita Pantaljia. Il processo si tenne a porte chiuse, senza difensori, e quindi non sono in grado di dire le ragioni. (Commenti all’estrema sinistra). presiDente. Il presidente del Consiglio ci dice che il processo è stato tenuto a porte chiuse. Quindi le ragioni non le possiamo sapere… (Applausi al centro – Rumori all’estrema sinistra). De Gasperi. Egregi colleghi, sono pronto a rettificare oggi o domani, quando volete, se le mie informazioni si dimostrano inesatte. Io poi aggiungo che ricordo la fucilazione dei padri Daiani, albanese, e Fausti, italiano , un italiano che era stato ferito da un mitra tedesco quando faceva scudo della sua persona ad un gruppo di albanesi, contro gli invasori tedeschi. (Applausi al centro – Commenti all’estrema sinistra). Vi sono ancora, egregi colleghi, dei fatti la cui notizia passa facilmente la frontiera, e sono i fatti che avvengono in quella che era la nostra Istria. Ora lì c’è il fatto dell’uccisione di don Miro Buselic che accompagnava il vescovo Ukmar in visita per la cresima. Vi sono altri fatti che riguardano persecuzioni e danneggiamenti ad altri sacerdoti, ma io passo avanti, (interruzioni all’estrema sinistra), e ripeto: sono pronto a rettificare se mi si dice che le mie informazioni non sono esatte, ma aggiungo che le notizie di questi fatti, così, in questa forma, arrivano a Roma e arrivano in Italia. Voi crederete che questi fatti, che sono riferiti già in riviste e giornali, (interruzioni all’estrema sinistra), credete voi che questi fatti non possano influire sopra lo stato psicologico di coloro che si interessano della Chiesa e della libertà religiosa? Questo io voglio constatare; e tocca a voi dimostrare il contrario. E poiché la paura, l’allarme, la preoccupazione si riferiscono soprattutto a quel che si chiama «sistema bolscevico», farò un piccolo accenno alla Russia e non credo appaia esagerato. Non si può dire che oggi esista una persecuzione violenta in Russia… toGliatti. Cosa c’entra la Russia? (Commenti). De Gasperi. C’entra perché è l’unico paese… (Interruzioni all’estrema sinistra). Vi leggo alcune parole di un nostro collega… (Interruzioni all’estrema sinistra). laconi . Dell’ambasciatore americano ! De Gasperi. …il quale ha visitato la Russia… (Interruzioni all’estrema sinistra). laconi. Lei sta parlando come un nunzio apostolico! (Rumori). De Gasperi. Questo nostro collega, che ha visitato la Russia come sindacalista, scrive: «per quanto la libertà di oggi possa sembrare progresso di fronte alle persecuzioni violente di ieri, tutto dimostra che nell’URSS la religiosità rimane un fenomeno di proporzioni relativamente limitate, che vegeta ai margini della vita quotidiana del popolo; come, per dare un altro esempio, stanno ai margini delle grandi città, in continuo sviluppo, i piccoli cimiteri sconvolti, desolati, delle cui croci si curano soltanto vecchie donne doloranti». (Interruzioni all’estrema sinistra – Rumori). Un’altra osservazione di questo collega è molto interessante, e questa riguarda le classi dirigenti… (Interruzioni all’estrema sinistra). nenni . Queste cose non le deve dire! (Proteste al centro). reGGio D’aci . Esca, se non vuol sentirle! Noi abbiamo il pieno diritto di dirle. anGelini . Noi abbiamo ascoltato tutti. De Gasperi. Leggete nello stesso libro ciò che l’autore afferma a proposito della lotta ideologica… (interruzioni all’estrema sinistra), cioè a proposito del caso Alexandrov, che è un professore di filosofia autore di un volume sulla storia della filosofia occidentale. Questo nostro collega, che ha dovuto difendere perfino il carattere antifascista di Benedetto Croce, questo nostro collega, a proposito dell’intervento di Ždanov nella discussione filosofica sul caso Alexandrov, ricorda che Ždanov ha compiuto una specie di mobilitazione e chiamata alle armi di filosofi sovietici, perché intervenissero… anGelucci Mario . Questo è un governo italiano, non un governo americano. (Proteste al centro). presiDente. Onorevole Angelucci, lei è uno dei più recidivi per la frequenza delle sue interruzioni. anGelucci Mario. Sono uno degli italiani più sensibili. De Gasperi. …intervenissero ad approfondire la divisione del mondo in blocchi, perché la divisione politica fosse accompagnata da quella ideologica. L’anno prima, continua la citazione, Ždanov aveva compiuto un’operazione analoga nel campo letterario. Voi, mi chiedete perché io cito queste cose. Cito queste cose: primo, perché ciò costituisce una delle ragioni, una delle spiegazioni dello stato psicologico con cui molti cattolici sono andati alle urne in Italia, (interruzioni all’estrema sinistra – proteste al centro); secondo, perché il signor Ždanov, oltre ad essere un personaggio molto importante in Russia, è un personaggio che, in un certo momento, si è occupato molto e molto direttamente anche delle cose italiane . (Applausi al centro). Ora vengo a voi. (Accenna all’estrema sinistra). A questi elementi esterni si è aggiunta la tattica del Fronte. (Interruzioni e rumori all’estrema sinistra). Voi vi meravigliate che io, presidente del Consiglio, risponda alle vostre accuse, dopo aver fatto una relazione in cui nemmeno lontanamente mi sono riferito a quello che era avvenuto durante le elezioni. (Applausi al centro). Ovunque andavo – voglio appoggiarmi a ricordi miei diretti e personali – mi si diceva che in mezzo alle vecchiette i frontisti facevano questa propaganda: «Garibaldi è il nostro simbolo, è San Giuseppe con la stella di Betlemme», (si ride al centro); inoltre, da parte vostra – dico vostra, perché ritengo che per la maggior parte non pratichiate la fede cattolica – c’è stato un tentativo di speculare, (interruzioni all’estrema sinistra), sul patrimonio di coloro che sono fedeli alla Chiesa cattolica e ne hanno ereditato le tradizioni. Quando voi pubblicate un opuscolo per dimostrare che nemici della religione sono quelli che la predicano e che i cristiani veri sono coloro i quali fanno obiezione alla Chiesa cattolica, voi abusate, come avete abusato, dei simboli ed anche dei santini – qui c’è un San Francesco, (vivi applausi e ilarità al centro – rumori all’estrema sinistra) –; voi abusate di qualcosa che è sacrosanto, cioè l’Ultima Cena, per trasferire in linguaggio sacro la vostra campagna antireligiosa… (Rumori all’estrema sinistra – Interruzioni dei deputati Pajetta Gian Carlo e Moranino ). Io dico che è stato compiuto il tentativo più grande ch’io conosca di dimostrare che la Chiesa cattolica e, indirettamente, la Democrazia cristiana, si servono della religione per difendere il capitalismo. (Proteste e rumori all’estrema sinistra). Perché vi meravigliate che il clero insorga e si difenda? (Vivi, prolungati applausi al centro – Commenti). Ed un bel giorno – avete risparmiato per gli ultimi giorni il colpo decisivo – siete usciti con la famosa raccolta di documenti falsi, riprodotta e accreditata dai vostri giornali! (Applausi al centro). Io non sono venuto qui nella prima relazione di capo del governo a portarvi dei santini e delle immagini sacre, e nemmeno a ricordarvi queste accuse, ma, constatato che voi siete comparsi alla Camera in veste di agnelli presentandovi come dei perseguitati, quasi che voi durante la campagna vi foste astenuti severamente da impostazioni di carattere politico-economico, io debbo rammentarvi che voi avete compiuto il tentativo più grande che la storia ricordi, di accusare la Santa Sede ed il Vaticano di essere un centro di cospirazione contro la pace e contro i lavoratori! (I deputati del centro si alzano in piedi ed applaudono lungamente – Rumori all’estrema sinistra – Interruzione del deputato Nenni). E poi, onorevole Nenni, dopo che l’Avanti! ha pubblicato gli estratti, mettendoli in grandissimo rilievo, di questi falsi documenti , venite qui come accusatori e mi dite: il governo risponda e dica se il Concordato non è stato ferito! (Applausi al centro – Rumori all’estrema sinistra). Rispondo: nel Concordato vi sono due articoli. Il 43 dice: «la Santa Sede prende occasione della stipulazione del presente Concordato per rinnovare a tutti gli ecclesiastici e religiosi d’Italia il divieto di iscriversi o di militare in qualsiasi partito politico». Questo è l’articolo al quale voi vi riferite. (Interruzioni all’estrema sinistra). Questo è il testo e costituisce l’impegno che la Santa Sede ha preso per proprio conto e che ha fatto inserire nel trattato. Ma voi dimenticate che c’è anche un articolo 8, in cui è detto: «le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Santo Padre, con discorsi, con fatti o scritti, sono punite con…». (Applausi al centro – Interruzioni all’estrema sinistra). Se ci si vuole appellare al Concordato, bisogna mettersi in condizioni di poter difendere il proprio contegno in confronto del Concordato. (Applausi al centro). D’altro canto, Nenni ha pur detto qualcosa che è vero e che tocca il centro della questione. Nenni ha detto, a proposito del carattere della lotta e citando uno scrittore francese: «le illusioni del soprannaturale, della religione e della metafisica sono state chiamate a sostegno dell’ordine borghese capitalistico». Onorevole Nenni, «l’illusione del soprannaturale» qui sta la questione; «l’illusione della religione e della metafisica» qui sta la questione, questo è il perno su cui verteva la lotta. (Applausi al centro – Interruzioni all’estrema sinistra). Non mi dite che ciò è assolutamente vincolato allo sviluppo o alla evoluzione del partito socialista, o in genere della classe operaia. Vi potrei rispondere che nel recente congresso laburista, accanto all’arcivescovo di York, Attlee e Stafford Cripps hanno tenuto il loro sermone di carattere religioso. È possibile pensarlo in mezzo a voi con le vostre «illusioni del soprannaturale»? (Applausi al centro – Interruzioni all’estrema sinistra). Se poi vi sia stato abuso, in qualche caso previsto dall’articolo 71 della legge elettorale , nel senso che elettori siano stati costretti a firmare una dichiarazione di presentazione di candidati o a vincolare i suffragi degli elettori a favore od in pregiudizio di determinate liste o di determinati candidati, ciò potrà essere esaminato dal giudice, caso per caso, ma non può essere invocato da voi collettivamente, en bloc, per invalidare le elezioni. E se è vero ciò, chiedo all’onorevole Nenni, che ha tante volte simpatici eccessi di sincerità: come non riconoscere all’urto che c’è stato un carattere più profondo e come pretendere che i credenti o i teologi valutino solo il programma del Fronte nel suo aspetto economico e sociale? Aggiungerei anche, perché voi avete citato l’intervento dell’ambasciatore americano e di altri ambasciatori, che per la verità non abbiamo molto da lodarci dell’ambasciatore russo, (interruzioni all’estrema sinistra), il quale non è mai intervenuto; però, in sua vece, radio Mosca, radio Lipsia e radio Belgrado, in tutta la campagna, hanno attaccato il Vaticano e i cattolici gridando ai fascisti, ai capitalisti, agli imperialisti. (Applausi al centro – Interruzioni e commenti all’estrema sinistra). Un giornale letterario di Leningrado ha pubblicato un attacco personale contro di me; l’incaricato italiano di affari a Mosca ha protestato, ma il giornale, che è specialista in attacchi contro capi di Stato e contro capi di governo, non ha preso nota, non ha pubblicato la protesta e non ha smesso gli attacchi. Io non so se questi attacchi in parte non siano anche cavalli di ritorno. Ma perché cito tutto questo? Perché Togliatti si è lasciato sfuggire (sfuggire non è la parola, perché il suo discorso è stato ponderato) dichiarazioni che fanno un po’ paura. Ecco le parole di Togliatti: «dove i popoli avanzano sulla via della democrazia e del socialismo impiegando tutti i mezzi adeguati ed imposti da una situazione di tensione internazionale e da interventi stranieri nella vita delle nazioni, come è avvenuto nella lotta elettorale, in questi casi quei mezzi si impongono, ed è sacrosanto e giusto, e noi dobbiamo salutare il fatto che essi vengono adottati». Che cosa vuol dire questo, onorevole Togliatti? (Rumori all’estrema sinistra). Ed un’altra minaccia ha espresso l’onorevole Togliatti, diretta addirittura contro la Chiesa, e cioè: «vedremo (è il segretario della ex Internazionale che parla) quali saranno le ripercussioni del risultato che, attraverso questa azione veramente inconsiderata della Chiesa, è stato ottenuto. A me pare che dovranno essere serie assai, e non soltanto per il nostro paese. Mi pare cioè che popoli come quelli dell’Europa orientale, che hanno fatto passi notevoli sulla via del progresso sociale, e che marciano decisi verso la costituzione di una nuova società pacifica, di uomini uguali e liberi, mi pare strano che questi popoli non debbano considerare attentamente ciò che è avvenuto in Italia e premunirsi contro il pericolo che ciò possa avvenire anche da loro» . Con ciò credo di aver per lo meno portato elementi di chiarificazione sui caratteri e sulle ragioni del conflitto, anche per quello che riguarda i cattolici. In quanto al governo, naturalmente, voi parlate del governo nero, del governo clericale. (Commenti all’estrema sinistra). Non siamo, e torno a ripeterlo, un governo clericale, siamo un governo costituzionale. (Applausi al centro). Abbiamo accettato le regole della libertà delle coscienze, ed il governo sarà, secondo queste direttive, fedele allo spirito della Costituzione. (Applausi al centro). Ed ora veniamo alla politica interna: l’attacco dell’onorevole Di Vittorio è stato diretto soprattutto contro la politica interna nei conflitti sindacali. Ora, io dovrei rilevare che sarebbe doveroso, da parte del rappresentante della Confederazione, che, accanto alle sue critiche, una volta desse rilievo alla fatica mediatrice del governo, ed in modo particolare del ministro del Lavoro e di altri ministri che hanno preso parte a questa fatica. (Applausi al centro). E in quanto all’intervento delle forze pubbliche, le forze pubbliche hanno l’ordine di non intervenire che nel caso in cui si tratti di evitare violenze fatte ai lavoratori o ai datori di lavoro, oppure violenze contro la proprietà. Non possiamo, finché le leggi sono quelle che sono, evitare di applicare le leggi: quando saranno cambiate, allora ci regoleremo diversamente. (Interruzioni e proteste all’estrema sinistra). Quando nello sviluppo delle vertenze si manifestano episodi di violenza e sequestri di persona e attentati alla libertà di lavoro e appropriazioni indebite, l’intervento delle forze di polizia diventa fatalmente necessario, trattandosi di specifiche violazioni di norme penali. Però, badate, è nella struttura di questo governo, è nella sua direttiva di evitare più che è possibile l’intervento di queste forze perché le agitazioni sindacali si svolgano in libertà. (Proteste all’estrema sinistra). Una voce all’estrema sinistra. Come alla Lancia di Torino! (Rumori). De Gasperi. Bisogna proteggere la libertà. Ed a proposito di recenti scioperi agrari a Rovigo, Bologna e Modena, (interruzioni all’estrema sinistra), si conferma che l’intervento della polizia in quelle occasioni fu rivolto ad evitare violenze. Ed aggiungo che questi interventi devono essere imparziali verso una parte e verso l’altra, (proteste all’estrema sinistra), come per il disarmo. Su questi casi cui Di Vittorio ha accennato si è già risposto giorno per giorno dal sottosegretario per l’Interno . Prendo atto con piacere delle dichiarazioni dell’onorevole Di Vittorio, il quale dice: «non siamo per esasperare le situazioni». toGliatti. Siete voi che le inasprite! (Commenti). De Gasperi. Adesso le dirò, onorevole Togliatti, chi scrive in tono di esasperazione. Volevo domandare all’onorevole Di Vittorio che cosa voglia intendere con l’espressione: «non siamo per esasperare le situazioni». Non so se sia presente. saraGat . È in America. De Gasperi. È in America anche lui? (Ilarità al centro e a destra). Lo dico, scusate l’interruzione, perché mi pare che l’onorevole Gullo avesse detto che, invece di andare in America, io avrei fatto meglio ad andare in Calabria. (Interruzioni all’estrema sinistra – Rumori). Sono stato anche in Calabria in giorni più vicini ai nostri . Dunque, io vorrei chiedere se questo proposito di non esasperazione sia condiviso anche dal signor Secchia , il quale ne l’Unità dell’8 giugno pubblica sotto il titolo «Arbitrii e violenze» un articolo di questo tenore: «noi assistiamo ad una sollevazione brigantesca dei grandi agrari e degli industriali, appoggiata con le armi dallo Stato e dal ministero dell’affarismo…». Una voce all’estrema sinistra. È sacrosanto! È vero! (Rumori). Una voce a destra. Nella vostra fantasia! De Gasperi. Fosse anche vero, è certo però esasperato! (Proteste all’estrema sinistra – Ilarità al centro). «Quale sia il piano di questo governo (ascoltate, perché dite che non è esasperato) quale sia il piano di questo governo è noto a tutti: dare addosso ai lavoratori, fiaccare la loro resistenza, fiaccare l’unità e la forza dell’organizzazione sindacale, per affermare il predominio degli interessi plutocratici e imperialistici». Una voce al centro. Ma non ci credono neanche loro! De Gasperi. E poi sentite in fondo il tono pacificatore: «ma la violenza – questa violenza della polizia – chiama la violenza…». (Rumori all’estrema sinistra – Interruzione del deputato Marcellino Colombi Nella) . presiDente. Onorevole Marcellino, e dire che lei si voleva dimettere! (Si ride). De Gasperi. «Ma la violenza chiama la violenza, ogni attentato alla libertà dei lavoratori, alla libertà di sciopero, spingerà, costringerà i lavoratori ad eguali azioni verso le organizzazioni avversarie. I lavoratori non sono certo disposti ad offrire la destra a chi colpisce la loro guancia sinistra. (Commenti all’estrema sinistra). I signori della grande industria e dell’agraria e i loro servi che governano il paese non si illudano di spezzare, con i manganelli e i mitra della Celere, l’organizzazione dei lavoratori: i lavoratori sapranno difendere la libertà di lottare per il pane e per la vita; il grano non si è mai trebbiato con le mitragliatrici». (Vivi applausi all’estrema sinistra – Commenti al centro e a destra). Una voce al centro. È sempre venuto da Odessa il grano! De Gasperi. Io penso che questa opposizione pregiudiziale, tendenziale, diciamo, della massima organizzazione unitaria degli operai inquini tutti i nostri rapporti e indebolisca l’efficacia dei suoi stessi interventi; voi assumete le funzioni e il tono di opposizione programmatica, quasi foste un governo di classe, un governo democratico e parlamentare: vi guida la dottrina di partito, non quella degli interessi del paese! (Vivi applausi al centro – Commenti all’estrema sinistra). Vi guida l’imperialismo del partito. Tutte le questioni vengono infatti composte con l’aiuto dei rappresentanti del governo; si tratta sempre, ma voi, in queste trattative, recate una pregiudiziale politica: questo è il governo nero, nemico del popolo; come possiamo cavare dalle conversazioni un nuovo argomento per combatterlo? Non avete forse sempre il proposito formale di assumere questo atteggiamento, ma i rappresentanti del governo sentono pur sempre che il vostro atteggiamento è questo e in cuor loro dicono: «noi faremo quel che potremo, ma non nutriamo alcuna illusione che il nostro buon volere sia riconosciuto». Ebbene, questa reciproca diffidenza – credetelo – non favorisce gli interessi dei lavoratori ed ostacola l’efficacia dell’organizzazione, la quale deve essere un’associazione di sindacati al di sopra dei politici. (Commenti all’estrema sinistra). Molti attacchi sono stati diretti a proposito dell’intervento dello Stato nel disarmo delle parti. Ne potrete parlare più esplicitamente quando sarete chiamati prossimamente a discutere sulla proroga della legge per il ritiro delle armi. Io ho da dirvi soltanto una cosa: l’istruttoria di Cremona ha portato alla luce delle conferme significative. In base alle ammissioni dello studente Acerbi, reo confesso di aver massacrato, insieme con un complice, il suo compagno di partito Picoletti, per timore che egli tradisse il segreto del deposito di armi, risulta che fin dall’ottobre 1947, cioè un mese dopo la fondazione di quel famoso speciale comitato a Belgrado, (interruzioni all’estrema sinistra), si costituirono le squadre di vigilanza, le truppe d’assalto, inquadrate prima come «brigate garibaldine» e poi, subito dopo la pubblicazione della legge per il disarmo, trasformate in circoli sportivi garibaldini. (Ilarità al centro). Egli dichiarò di aver avuto la sensazione che il Partito comunista passasse all’illegalità. (Rumori all’estrema sinistra). toGliatti. C’è un processo in corso. L’istruttoria è segreta. Una voce a destra. Vi brucia la verità! De Gasperi. Onorevole Togliatti, tutto questo venne pubblicato, tutto questo è già di dominio pubblico ad opera dei giornali. (Interruzioni all’estrema sinistra). Ora, in seguito a tali disposizioni, furono scoperte armi costituite in deposito. (Interruzioni all’estrema sinistra). Tutto questo è già di pubblico dominio ed è stato già pubblicato dai giornali. (Rumori all’estrema sinistra – Applausi al centro). In seguito a queste disposizioni furono scoperte armi costituite in deposito di reparto, come dotazioni di un vero reparto. (Rumori all’estrema sinistra – Commenti al centro). Una voce all’estrema sinistra. Ci parli degli assassinii in Sicilia! De Gasperi. Furono rubate armi perfino nei treni in transito per la stazione di Cremona. Armi trovate, (interruzioni all’estrema sinistra), in un pozzo, debitamente ingrassate da mano esperta, in modo da poter garantire la perfetta conservazione del materiale; armi che dieci giorni prima delle elezioni era stato raccomandato, in una riunione di quei tali circoli sportivi garibaldini della provincia, di tenere pronte. (Interruzioni all’estrema sinistra). aMenDola GiorGio . Queste notizie le fabbrica Scelba. (Rumori al centro). De Gasperi. Nello spazio di un mese, e nella sola città di Cremona, sono stati rinvenuti tre depositi di armi di reparto, composti di armi pesanti e leggere e di munizioni, e ciascuno di essi costituiva l’armamento di un circolo garibaldino. Il 15 aprile un capo fece chiaramente comprendere che il 18, in seguito alla vittoria del Fronte popolare, sarebbe stato necessario prendere immediatamente il sopravvento sulle forze armate. (Rumori all’estrema sinistra – Commenti al centro). Una voce al centro. Vi è andata male! De Gasperi. …perché i partiti soccombenti avrebbero certo fatto un colpo di Stato. Ma in questo momento ho capito finalmente perché mai Togliatti negli ultimi 8 giorni prima delle elezioni mi continuava a chiedere: «il 18-19 aprile ve ne andrete, agirete secondo la Costituzione o farete un colpo di Stato?». Ma chi mai ci ha pensato? Egli solo! (Vivi applausi al centro – Rumori all’estrema sinistra). Non un minuto – vi prego di prenderne atto, perché parlo come capo del governo – non un minuto ho pensato ad altre soluzioni che quella di rimettere le dimissioni in mano al capo dello Stato (applausi al centro – rumori all’estrema sinistra) e quella di chiedere in ogni caso la fiducia del Parlamento. E oggi così ho agito: qui sono a domandare questa fiducia in base ai risultati elettorali. (Rumori all’estrema sinistra – Commenti). Aggiungo che discuterete domani circa la proroga della legge sul disarmo. Però una dichiarazione è necessario fare: noi intendiamo andare in fondo contro tutte le parti, sinistra, destra, centro, contro chiunque abbia armi. Bisogna finirla con le armi! (Vivissimi applausi al centro e a destra – Rumori e interruzioni all’estrema sinistra). Aiutateci a consegnare le vostre, e a scoprire quelle degli altri. (Applausi al centro). Bisogna che riusciamo a creare la sicurezza di uno Stato democratico e l’imperio assoluto della legge. Questo vogliamo: questo è il nostro grande esperimento, in cui porremo tutta l’energia perché, o riusciamo così o fallirà la democrazia in Italia! (Applausi al centro). Una voce all’estrema sinistra. Arrestate gli assassini! (Proteste al centro e a destra). De Gasperi. L’onorevole Togliatti ha definito la mia relazione mediocre documento. Non pretendo che sia particolarmente specchiato. Mediocre documento, ma documento in cui si faceva il tentativo di dire le cose in cifre, in forma concreta, come sono: tentativo anche – dovete riconoscerlo – di obiettività, destinato ad attirare la Camera su questa discussione composta di cifre e di problemi economici. Voi dell’opposizione non avete ritenuto sufficienti questi argomenti. Ne hanno trattato alcuni, ma altri hanno spaziato nella grande politica elettorale. E Togliatti, l’onorevole Togliatti (talvolta, scusi, dimentico l’«onorevole»: ma non è che io pensi a quel tale paio di scarpe che doveva adoperare l’onorevole Togliatti)… (si ride – interruzioni all’estrema sinistra), l’onorevole Togliatti mi accusa soprattutto di non avere inquadrato questo mediocre documento di cifre e di problemi economici in una visione storica. E l’onorevole Togliatti mi sostituisce con una ricostruzione storica a modo suo, che assomiglia ad una di quelle sintesi, apparentemente scientifiche, nelle quali i politici ispirati a dottrine materialistiche sogliono ricostruire i momenti e gli obiettivi della vita ritagliandoli secondo una preconcetta interpretazione della fede. (Approvazioni al centro). Non credo che il Parlamento ed il paese ne trarrebbero lume o vantaggio se io volessi imitare, polemizzando con lui circa l’antico risorgimento, al quale egli imputa la rivoluzione sociale, e circa il nuovo risorgimento, quello della recente liberazione… Una voce all’estrema sinistra. La nostra! De Gasperi. Anche nostra! Nuovo risorgimento al quale egli attribuisce la finalità di creare un rivolgimento che rinnovasse la struttura economica della società italiana. È vero: la partecipazione delle masse ha avuto anche il senso della conquista sociale, come ogni atto storico di demolizione e di rinnovamento profondo; ma il significato più vivo, più generale, superiore alle tendenze di parte e di classi, fu quello della liberazione, cioè la riconquista della libertà di fronte allo straniero occupante, ma anche di fronte ad un regime interno dittatoriale, anzi di fronte a tutte le dittature e a tutti i dittatori! (Applausi al centro). Ecco perché si ha il diritto di parlare e si parla del secondo risorgimento! Ed è in questo rinnovato spirito di libertà che si credette, durante e immediatamente dopo la guerra, di poter celebrare una palingenesi; e di tale spirito fu permeato ogni nostro articolo sulla stampa clandestina, ogni nostra fraterna azione, ogni nostra solidarietà di partiti e di comitato di liberazione! E se a questo spirito tutti fossimo restati fedeli, (commenti all’estrema sinistra), se lo avessimo fatto aleggiare sopra le inevitabili divergenze ideologiche e di interessi, se avessimo considerato la riconquistata democrazia come forma, come metodo e come sostanza politica della libertà, come base irremovibile della nostra comunità nazionale, su cui elevare strutture economiche e sociali, l’unità cui inneggia l’onorevole Togliatti – fatta non instrumentum regni ma frutto di ossequio alla legge uguale per tutti – si sarebbe potuta trasferire anche nel libero giuoco della democrazia parlamentare! Ma a torto l’onorevole Togliatti grida: «benedette le armi nascoste che hanno salvato la nostra patria! Benedette le armi nascoste!» . Le armi nascoste, e di tanto in tanto lubrificate, sia che fossero in profondità di pozzi o nei ridotti delle fabbriche o nei cimiteri, costituirono invece una fonte di irrequietudine da una parte e di iattanza dall’altra, crearono un senso di sospetto e di diffidenza, furono un principio di riserva di fronte alla Repubblica, come per dire che la libertà era provvisoria e la minaccia di guerra civile si protraeva dentro il periodo della pace ricostruttiva! Il doppio binario parlamentare e cospirativo rese difficile la collaborazione, anzi la minò fino a distruggerla; essa si trasformò addirittura in urto quando si pretese di utilizzare le forze organizzative italiane come la testa di ariete contro il Piano Marshall e, promettendo mezzi e attrezzature, si volle perfezionare il cosiddetto apparato di sicurezza del Partito comunista, sincronizzandolo con quello francese e facendone una testa di ponte di una politica mondiale. Vi è in questi rapporti internazionali un equivoco, un sospetto reciproco che si potrebbe superare? Auguriamocelo. Ma frattanto giusto fu il nostro grido di battaglia quando iniziai la campagna elettorale: «non serviamo l’America, non osteggiamo la Russia, difendiamo l’Italia» . (Applausi al centro). E la difesa l’abbiamo concepita come la difesa di un regime libero entro il quale ogni partito non abbia altro signore che la legge e altra sovranità nazionale non esista che quella del popolo italiano. Per questo ci siamo battuti accanto ad altri partiti che condividevano la nostra pregiudiziale democratica, indispensabile premessa di ogni progresso sociale. A parlare più propriamente, non fu l’anticomunismo la nostra bandiera politica, (commenti all’estrema sinistra), bensì l’antitotalitarismo, (applausi al centro), se volete l’antibolscevismo, inteso questo più che come dottrina come un sistema di organizzazione politica e sociale; o meglio ancora, temo non fu nessun «anti» ma fu l’affermazione positiva della libertà democratica e della pace. (Rumori all’estrema sinistra). Voce a sinistra. Del capitale De Gasperi. Non c’era oramai altra strada, amici miei: o provocare nel paese una affermazione solenne di una volontà di vita democratica nazionale o lasciarci andare alla deriva, come qualche altro paese al destino del quale assistevamo con ansia e trepidazione. (Applausi al centro). Togliatti dice: non siete riusciti ad eliminare il Partito comunista. E chi avrebbe ardito sperare tanto, quando voi stessi avevate o ostentavate una irremovibile sicurezza nella vittoria? (Commenti all’estrema sinistra). Volete che vi citi gli ultimi numeri dell’Avanti! e de l’Unità? Poi vedreste quanto era profonda ed ostinata la vostra sicurezza, nonostante gli avvertimenti nostri. (Commenti all’estrema sinistra). Rilegga l’onorevole Togliatti il suo discorso di San Giovanni e vedrà che impressione gli farà la sua lettura adesso. (Ilarità al centro). Una voce al centro. Una impressione penosa! De Gasperi. L’essenziale per l’Italia non è che esista questo o quel partito; l’essenziale è che il sistema democratico-parlamentare si imponga a tutti i partiti. Questo ha voluto il popolo italiano il 18 aprile; questo il programma, il cemento dell’attuale governo. (Applausi al centro). Il problema (e questo è affar suo e dovrà risolverlo il Partito comunista – noi abbiamo certe notizie che ci lasciano molto in dubbio – è di sapere se valga ancora l’istruzione di Ždanov «che il Parlamento deve servire soltanto a riscaldare l’atmosfera e a mantenere la legalità dell’agitazione proletaria». Lo vedremo dal modo con cui l’opposizione agirà nel Parlamento e nel paese. Una voce all’estrema sinistra. È una minaccia? De Gasperi. È un avvertimento. L’onorevole Nenni, riferendosi alla politica internazionale, ha affermato la possibilità che coesistano sistemi sociali differenti, anzi anche regimi contraddittori che permettano tuttavia la cooperazione internazionale. E questa fu sempre la tesi del passato: il regime interno non deve impedire la collaborazione internazionale. Questa fu la tesi dei governi liberali italiani. Onorevole Nenni, lei che conosce tanto bene la storia francese e italiana, ricordi i fischi organizzati, le minacce e gli scioperi in occasione della visita dello zar, non a Roma ma a Racconigi . Questa fu allora la tesi vostra. Invece la tesi costituzionale del governo allora fu precisamente quella che Nenni oggi, mi pare migliorando molto in questo, accetta. Ma questa è anche la tesi nostra. Nessuna differenza di regime deve impedire che le nostre relazioni economico-politiche con la Russia e con gli Stati slavi siano corrette e amichevoli, né pregiudiziali ideologiche possono attenuare il nostro vivo desiderio che il bisogno universale di pace si attui in un’intesa duratura fra i popoli. L’onorevole Nenni ha dato un altro consiglio ai partiti della maggioranza: non fidatevi troppo della vittoria elettorale. Ha ragione. Il compito che abbiamo dinanzi è ancora durissimo. E se abbiamo un merito è quello di non averlo nascosto nemmeno al tempo della campagna elettorale. Abbiamo finora arrancato sull’erta e sulla pietraia, ma sopra noi incombe ancora la parete. Bisogna aggrapparsi alla roccia delle nostre difficoltà economiche e superarle con fede tenace e con senso di solidarietà per la vita. Questo appello va prima alla mia coscienza, ma è rivolto al Parlamento in genere ed in particolare alla maggioranza che porta la responsabilità direttiva. Non deludiamo le speranze del popolo italiano che ci ha rinnovato la fiducia, né l’attesa del mondo che ci guarda e aspetta da noi la prova che un regime può essere repubblicano e progressivo, conservando però la libertà e marciando verso la giustizia sociale. (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra – Moltissime congratulazioni). [Il presidente del Consiglio si esprime quindi sugli ordini del giorno presentati nel dibattito]. Quanto all’ordine del giorno La Malfa, penso che sia da rinviarsi alla prossima discussione sul Piano Marshall. Accetto l’ordine del giorno Chiostergi e altri. Il disegno di legge per la elezione dei consigli regionali è in corso di avanzata elaborazione e sarà presentato tempestivamente in modo da rispettare i termini previsti dalla Costituzione. Accetto poi come raccomandazione l’ordine del giorno Castelli Avolio Giuseppe e altri di merito alla ricostruzione dei paesi danneggiati dalla guerra; è in corso di elaborazione un disegno di legge, nel quale si terrà conto dei motivi svolti dall’onorevole Castelli Avolio. Accetto come raccomandazione, con qualche riserva in relazione alle concrete possibilità di realizzazione, l’ordine del giorno La Rocca sul problema degli alloggi. Il governo, nei limiti consentiti dalle leggi, interverrà per ridurre gli sfratti. L’argomento sarà affrontato dalla Camera in sede di discussione del disegno di legge sulla disciplina dei fitti, la quale avverrà entro il mese. L’edilizia popolare è in sviluppo; stanziamenti sono stati fatti per le case popolari propriamente dette e per le cooperative. Non posso naturalmente accettare l’ordine del giorno di sfiducia proposto dall’onorevole Togliatti. Alcuni punti dell’ordine del giorno Grifone e altri, circa la riforma agraria, corrispondono ai postulati del governo in materia di politica agricola; non posso però accettare le conclusioni, che suonano sfiducia al governo. Circa l’ordine del giorno dell’onorevole Mastino Gesumino sulla rinascita economica della Sardegna, il governo concorda e si ripromette di agire in conformità. Accetto pertanto questo ordine del giorno come raccomandazione. Quanto ai consigli di gestione, di cui all’ordine del giorno Pesenti e altri, ho fatto dichiarazioni all’inizio del dibattito e le ho ribadite oggi. Il governo si riserva di presentare un disegno di legge, nello spirito dell’articolo 46 della Costituzione. Circa l’ordine del giorno Russo Perez e altri, il governo condivide il desiderio di pace e di solidarietà che lo ispirano e può dimostrare che in fatto di pacificazione interna l’Italia è andata molto più avanti di qualsiasi altra nazione. Sarà opportuno che specifichi: il decreto legislativo 26 aprile 1945 (applicazione di sanzioni a carico di fascisti ritenuti politicamente pericolosi e privazione dei diritti politici ed elettorali) non sarà ulteriormente prorogato; scade questo mese. L’altro decreto legislativo 26 aprile (punizione dell’attività fascista nell’Italia liberata) è stato assorbito dalla legge 3 dicembre 1947, approvata dall’Assemblea costituente; cesserà di essere in vigore con la revisione del Codice penale, che è in corso ; detta materia, essendo entrata a far parte dell’ordinamento generale dello Stato, non è più materia di legge eccezionale. La legge 27 aprile 1944, fondamentale per la disciplina delle sanzioni contro il fascismo, consta di tre parti: delitti fascisti, epurazione, avocazione dei profitti di regime. Per quanto concerne l’epurazione il problema si può dire risolto per effetto del decreto legislativo 7 febbraio 1948 , senza reazioni da parte dei pubblici impiegati e senza pregiudizio della disciplina nelle amministrazioni. Circa i profitti di regime si potrà esaminare l’opportunità di introdurre maggiori garanzie di difesa e una procedura più rapida per definire i giudizi pendenti. Per quanto concerne le ipotesi di reato previste dalla legge contro il fascismo, esse troveranno riscontro nella legge penale comune in corso di elaborazione. Però la Repubblica tende a mitigare, con provvedimenti di clemenza, le sanzioni comminate e applicate. Ricordo l’amnistia del 20 giugno 1946 e quella del 9 febbraio 1948. Dalle statistiche al 30 aprile 1948 risulta che i condannati e gli ancora giudicabili sono 1.793 (1.193 condannati e 600 giudicabili). Comparativamente ad altri paesi queste cifre sono esigue. Comunque, se anche in questo momento non sembra opportuno un provvedimento generale di clemenza, vi sarà sempre la via della grazia, che, in casi particolari, il governo appoggerà presso il presidente della Repubblica. Pur riconoscendo talune esigenze esposte nell’ordine del giorno Gullo e altri sulla questione meridionale , il governo non può accettarlo per il tono, le motivazioni e le critiche di carattere politico in esso contenute. Ho ascoltato con attenzione il discorso dell’onorevole Lozza, che ha svolto l’ordine del giorno Marchesi e altri sulla scuola, ma non ho trovato che vi siano state nelle dichiarazioni del governo quelle inesattezze che ad esse si attribuiscono. Altrettanto si dica delle promesse non mantenute. Riguardo alla circolare emanata per gli esami osservo che essa non viola l’articolo 33 della Costituzione (quarto e quinto comma), in quanto stabilisce esami di Stato per l’ammissione alle scuole secondarie e per il conseguimento della maturità e dell’abilitazione, per l’inizio e la conclusione di ogni ciclo di studi, la portata delle eventuali innovazioni sempre restando nell’ambito dell’articolo 33. La riforma della scuola, della quale ho parlato nel primo discorso, è affidata a una commissione, la quale ha tra l’altro il compito di preparare un disegno di legge per gli esami di Stato, in conformità con le norme della Costituzione; di questa commissione fanno parte tre dei firmatari dell’ordine del giorno Marchesi. Si è parlato poi di ritardo circa la presentazione di disegni di legge concernenti la vita scolastica, ma osservo che non vi è stato ritardo, se si pensa soprattutto che le disposizioni sono sostanzialmente quelle dell’anno scorso. Il governo non può quindi accettare l’ordine del giorno. Circa i danni di guerra (ordine del giorno Colitto e altri), richiamo la risposta data all’onorevole Castelli Avolio e accetto l’ordine del giorno come raccomandazione. Circa l’ordine del giorno Angelini, sulle piccole e medie industrie e sui problemi marittimi, lo accetto come raccomandazione e ritengo utili i suggerimenti in esso contenuti. Mi pare che l’ordine del giorno Mondolfo e altri possa essere unificato con quello degli onorevoli Taviani, La Malfa, De Caro Raffaele e Simonini, che il governo accetta e sul quale chiederà sia fatta la votazione per la fiducia . Sull’ordine del giorno Boldrini e altri, circa l’istituzione di una divisione denominata «Volontari della libertà», il governo dichiara di accettarlo come raccomandazione e, in via di massima, lo credo degno di considerazione. L’ordine del giorno dell’onorevole Consiglio e altri richiede di utilizzare una alta percentuale del fondo-lire per i bisogni del Mezzogiorno. Il governo lo accetta come raccomandazione, richiamandosi alle dichiarazioni già fatte riguardo alla situazione momentanea del fondo-lire. Lo stesso debbo dire circa l’ordine del giorno Foderaro. L’ordine del giorno Di Fausto, che si occupa dello sviluppo delle arti, degli sport e del turismo, è accettato come raccomandazione. Lasciamo ai prossimi dibattiti su tali questioni il compito di approfondire il modo e le forme dell’interessamento dello Stato verso le arti e gli sport. Accetto pure, come raccomandazione, l’ordine del giorno Bettiol Giuseppe e Baresi. L’ordine del giorno Taviani, La Malfa, De Caro Raffaele e Simonini è accettato – ripeto – e si chiede su di esso la votazione. Circa l’ordine del giorno Caronia, il governo si riserva di portare sul problema da lui esposto la sua attenzione al momento della riforma della pubblica amministrazione o, se questa riforma tarderà, in un periodo precedente. L’ordine del giorno Ferrandi e altri, che si occupa dell’amministrazione della giustizia, può essere accettato come raccomandazione. Vi è poi l’ordine del giorno Pieraccini e altri, riguardante i pensionati. Il governo, nei limiti delle possibilità di bilancio, ha in animo di continuare la rivalutazione delle pensioni, iniziata con sensibili risultati nei mesi scorsi. Quanto all’ordine del giorno Targetti, il problema delle elezioni dei consigli provinciali è connesso con quello delle attribuzioni delle province nell’ambito del nuovo ordinamento regionale. Circa l’ordine del giorno De Martino Francesco e altri, il governo ha già dato assicurazioni nel senso da essi considerato. Circa l’ordine del giorno Floreanini Della Porta, avverto che il governo presenterà un disegno di legge sulle conclusioni della commissione per la riforma della previdenza sociale. Sono stati poi presentati altri ordini del giorno dopo la chiusura della discussione. L’ordine del giorno Manzini e altri non è molto lontano da quello dell’onorevole Castelli Avolio: il governo lo accetta come raccomandazione. Il governo accetta anche come raccomandazione l’ordine del giorno Guggenberg e altri. Sullo sviluppo della cooperazione vi è l’ordine del giorno Foresi e altri. Il governo lo accetta come raccomandazione. Circa l’ordine del giorno Montini, sarà bene che la parte che riguarda il Piano Marshall sia rinviata – così come ho detto per l’ordine del giorno La Malfa – a quando la Camera discuterà sulla utilizzazione degli aiuti ERP. Sono d’accordo per quanto riguarda il mantenimento degli impegni che abbiamo preso. Pertanto, colgo l’occasione per ringraziare l’onorevole Montini dell’attività da lui svolta nel settore del Piano Marshall. "} {"filename":"ff92f66b-705e-4ed2-9e28-4fb8c2ef9912.txt","exact_year":1948,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Premetto che il governo desidera una discussione ampia e utile sui bilanci e in genere, sulla situazione finanziaria. Riconosco che, se il calendario parlamentare si fosse potuto svolgere con maggiore tranquillità con una più tempestiva preparazione delle commissioni, sarebbe stato più opportuno che si fosse fatta una sola discussione generale, che riguardasse tutta la politica ed avesse quindi dinanzi anche l’impostazione concreta della politica del ministro del Tesoro; però, salva questa ragione di opportunità, che potrà servire di norma per un’altra volta, debbo far considerare ai colleghi che non v’è stata alcuna volontà di mettere la Camera in imbarazzo o di porre il governo al sicuro dietro un voto di fiducia. Io credo che le condizioni attuali del nostro Parlamento possano tranquillizzare al riguardo i colleghi dell’opposizione; un governo che si trova in una posizione di maggioranza, come oggi il nostro, non ha evidentemente bisogno di ricorrere a piccoli espedienti, tanto più che, nella mia relazione, come ha riconosciuto l’oratore che mi ha preceduto, i dati da me citati hanno consentito ai colleghi dell’opposizione di affrontare nella sua essenza il problema economico-finanziario. Vorrei, quindi, che prendeste atto di questo: nessuna manovra di quel carattere; non ve ne sarebbe stato bisogno; in secondo luogo, sarebbe stata una ridicolaggine, in quanto la Camera è così presa da altri compiti, che difficilmente può arrivare ad assolverli tutti. Se si è compreso il mio riferimento ad una successiva esposizione finanziaria nel senso che tale esposizione dovesse incidere nel dibattito sulle dichiarazioni del governo, ciò sarà forse dipeso dalla relazione della Commissione, ed io potrò anche, in un primo tempo, averlo pensato; ma è ben certo che non ho pensato a ciò mercoledì, quando ho preso la parola per cercare di difendermi dalle accuse dell’opposizione, riferendomi alla futura esposizione finanziaria. A parte poi questa questione di carattere procedurale, dichiaro che il governo non ha alcuna intenzione di ostacolare le discussioni della Camera, ma che anzi le desidera vivamente. Se la Camera, per una rara fortuna, riuscirà, a differenza di moltissime altre situazioni parlamentari trascorse, ad affrontare veramente la discussione di tutti i bilanci, dando con ciò al paese il senso della gravità della nostra situazione finanziaria e, direi, la dimostrazione del buon volere di tutti di tener conto nelle conclusioni del preventivo e del consuntivo, il governo non potrà che esserne lieto, anche perché diminuirà con ciò la sua responsabilità. Forse alcuni colleghi che hanno parlato e che hanno diviso con me, nei precedenti gabinetti, la responsabilità di governo, ricorderanno l’impressione che si provava – e che in me è durata più a lungo – quando si doveva assumere tutta intiera la responsabilità: è dunque questo un grandissimo alleggerimento, il vantaggio principale, credo, che possa avere non soltanto il popolo, ma anche il governo, nel vedere che la sua responsabilità viene condivisa dalla Camera dopo un esame in contraddittorio della situazione economica. Nessuna difficoltà, quindi, ad accettare la proposta dell’onorevole Dugoni, che mi pare si possa formulare nei seguenti termini: che la discussione della mozione presentata dall’onorevole Pesenti sia fatta in occasione della trattazione del bilancio di previsione del Ministero del Tesoro, che è il più generale di tutti e credo che, anche come procedura, sia il primo a formare oggetto di discussione. Comunque, sarebbe desiderabile che così fosse. Quindi, mi dichiaro d’accordo con questa procedura. Aggiungo che in quell’occasione desidero che il dibattito sia il più ampio possibile. Io vorrei che voi prendeste atto anche di questo: che l’esposizione finanziaria, oltre che giovare all’informazione del paese e dell’altro ramo del Parlamento – come ha accennato l’onorevole Corbino – che deve ancora discutere le dichiarazioni del governo e che potrà così anche esaminare la situazione finanziaria, ha lo scopo generale di darvi tutte le informazioni possibili, che possano servire non solo per un voto di fiducia al governo, ma anche per tutte le considerazioni che riguardino altre leggi, altri impegni o altre proposte che potrete o vorrete fare. Con ciò vi prego di dare il vostro voto favorevole all’esercizio provvisorio del bilancio, che è una necessità di Stato. "} {"filename":"c5ce13a9-62ab-469a-9246-bff0e7c0a6ab.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"È questo un volume di contingenza, e di relatività rispetto ai tempi. L’uomo di dottrina si mette al servizio dell’ora che passa e, sul finire del secolo XIX, tenta, come tanti altri pensatori e scrittori per altre zone di pensiero e di azione, di creare una sintesi dello sviluppo secolare precedente e d’impostare un programma per il nuovo secolo che comincia. Guardando ora all’indietro col senno di poi, si sente che il calendario gli ha forzato la mano e che l’ardito tentativo di mettersi come arbitro tra i due secoli lo ha portato ad una ricostruzione, che gli avvenimenti della prima metà del secolo nostro non hanno sempre convalidato. La profezia che leggiamo a pagina 204 degli Indirizzi e concetti sociali e che è messa come a conclusione di lunghe considerazioni storico-filosofiche, non si è avverata. «Tutto, egli concludeva, conduceva a scorgere […] nel secolo che albeggia […] non già un equilibrio instabile di accidentali accomodamenti nella società, bensì addirittura un profondo rinnovamento di civiltà; ciò che vuol dire un novello e più elevato predominio dello spirito sulla materia». Tutto questo – egli spera – condurrà a riconoscere nell’indipendenza della Chiesa la condizione estrinseca a riconoscere a cotale irradiazione di più potenti influenze spirituali del cristianesimo su tutta la vita dei popoli e Stati. Ma chi egli potrà rimproverare di non aver previste le due spaventose guerre mondiali che interruppero con due profondi solchi di sangue, l’evoluzione pacifica da trent’anni allora in atto nel mondo? Il tardivo lettore deve inoltre considerare che si tratta di scritti con uno scopo immediato, quello di unificare le forze cattoliche, allora interiormente divise in conservatori e innovatori e di spingerle, sotto la minaccia del socialismo, a un’opera di riforme sociali. Queste forze erano allora sospettate e osteggiate dal liberalismo retrivo al potere, che nel 1908 le aveva condannate e colpite come sovversive. Toniolo stesso aveva dovuto deporre in favore di don Albertario rispondendo al quesito del presidente del tribunale: «poteva don Albertario fare propaganda democratica cristiana senza essere connivente coi socialisti?». Le stesse forze però erano attaccate come reazionarie dai cosiddetti partiti popolari nei quali all’impeto giovanile dei socialisti si associava il vecchio livore della massoneria. Toniolo doveva far fronte a questa duplice ostilità. Ma più complicato era ancora il problema interno. Quale era l’esigenza che s’imponeva al Toniolo se non quella d’impostare un programma politico che facesse fronte contro i liberali conservatori che difendevano posizioni acquisiste e contro i socialisti che attaccavano nello spirito della dottrina marxista? Questa infatti e non altra era l’esigenza che si presentava al Toniolo, ma il compito di lui si complicava ancora, perché doveva soddisfarla senza proclamarla tale, sviluppare un programma che oggi si direbbe senz’altro politico, chiamandolo invece sociale, e coordinarlo, anzi, per qualche parte, subordinarlo alla questione che nello sfondo dominava tutto il resto, cioè alla questione romana, ciò a dire anche al problema della partecipazione dei cattolici papali alla vita politica dello Stato italiano. La Chiesa aveva riservato a sé ogni discussione e decisione, e perciò il Toniolo, rispettando con scrupolo e lealtà le direttive pontificie, si astiene dall’affrontare la questione romana, gira le difficoltà o le suppone superate con un atto di fede nella evoluzione storica che i tempi maturano e che la Chiesa favorisce. Tale atteggiamento era anche necessario per conservare la compagine delle forze militanti e riunirle attorno al papato. Ma esso portava fatalmente a lasciare in ombra la distinzione tra la sfera d’azione dello Stato e quella della Chiesa, a non valutare sufficientemente la trasformazione dello Stato moderno a cui si attribuiscono sempre nuovi compiti economico-sociali e a dilatare la sfera propria della Chiesa, quasi che essa dovesse assumersi, sul terreno politico-sociale, responsabilità dirette. Lungi da me che il pensiero che il maestro Toniolo in dottrina non vedesse chiaro o commettesse errore ma mi par vero che come organizzatore, tendendo a spingere i cattolici verso le riforme sociali nell’unità di tutte le forze, fu portato a definire la democrazia in senso troppo lato e vago, trascurando il carattere politico che la storia le aveva ormai assegnato. Anzi nell’urgenza di opporre allo Stato avvenire socialista un ideale cristiano, valutò forse esageratamente come attributo d’una democrazia futura gli elementi costitutivi della democrazia comunale e corporativa medioevale: elementi reali e magnifici, ma aspetti luminosi di un’epoca, della quale non si erano messe in sufficiente rilievo le ombre. Quando lo Hitze , forzando ancora le tinte, aveva fatto una simile evocazione in Germania, Windthorst e Hertling , impegnati contro Bismarck per la libertà politica, avevano subito espresso delle riserve; Toniolo, collocatosi al di fuori della battaglia propriamente politica, non sentiva simili scrupoli. Conviene anche ammettere che, in generale, le sue direttive politico-sociali non appaiono in questi suoi scritti sufficientemente inquadrate nelle condizioni economiche dell’ambiente in cui devono operare e che l’economista Toniolo avrebbe potuto facilmente illustrare. Ma qui è la polemica filosofica e moralista che gli prende la mano, perché tale è lo stile dei tempi e il linguaggio degli avversari che bisogna controbattere. Alla fine del sec. XIX il marxismo viveva ancora in Italia come concezione filosofica integrale. Il materialismo dialettico di Marx, costruito sulla falsariga dell’idealismo dialettico di Hegel, ma sostanzialmente ispirato dal materialismo totale di Feuerbach , nato questo in una violenta polemica contro il cristianesimo, esigeva una risposta altrettanto completa e totale: e questo fu l’integralismo cattolico di Giuseppe Toniolo. E poiché Marx nella sua interpretazione della storia confonde sempre le cause colle condizioni, affermando che i metodi della produzione sono la causa delle leggi, dell’arte, della filosofia, della vita spirituale, mentre non ne sono le condizioni, il Toniolo affronta il problema nelle sue origini, opponendo alla dialettica delle classi i cicli della civiltà. Non so se quando ebbi l’occasione di sentire dalla viva voce del Maestro taluna delle conferenze riprodotte in questo volume, fossi in grado di afferrarne sempre la logica interiore; so però che quest’evocazione di cicli, di parabole discendenti e ascendenti, di decadenze e di palingenesi, sulla gioventù cattolica, mia contemporanea, esercitava un fascino particolare. Era la prospettiva palladiana, era la connessione storica dinamica necessaria, onde poter concludere che giunti sulla soglia del nuovo secolo, bisognava lanciarsi nella lotta a battersi con fervore e con fede per il rinnovamento cristiano della società. Non conviene giudicar questi scritti da quanto vi è in loro di caduco e di contingente, ma dall’effetto che esercitarono nel campo del pensiero e dall’azione. Un profondo senso di sincerità, un soffio di grandezza animano queste pagine. Qui e là lampeggia ancora la spada del guelfo levata contro i ghibellini, ma già dallo schieramento e dalle direttrici della manovra si può dedurre che il centro della battaglia si trasferirà più oltre, dopo che i guelfi e i ghibellini avranno celebrata anche formalmente la loro conciliazione. Nella conciliazione il Toniolo non solo ha creduto e sperato; ma l’ha anche preparata, quale condizione del rinnovamento sociale che preconizzava. Ma al di là della conciliazione la battaglia non si impegnerà in difesa d’istituti politici o economici contingenti, ma si svolgerà in difesa della libertà e per conquistare agli umili e al lavoro un’organizzazione sociale ed economica più giusta. In verità se troppo ardita fu la speranza che tutti i cittadini trovassero rapidamente l’unità morale necessaria alla convivenza civile, nella integrale adesione alla religione dei padri, non fu un sogno il credere che agli uomini di religiosa osservanza si associassero tutti coloro che difendono la dignità della persona umana, la libertà, vale a dire la priorità della costituzione sociale spontanea in confronto al potere politico, e il regime democratico come garanzia di queste liberà essenziali. Né fu una utopia sperare che il prestigio morale della Chiesa venisse riconosciuto da tutti come un elemento indispensabile e decisivo della palingenesi sociale, che Giuseppe Toniolo aveva invocata. "} {"filename":"700a50ff-791c-42d2-90da-6ccb1ba95091.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cittadini di Cagliari, scendendo stamani dall’aereo del vostro bell’aeroporto, ho avuto una sorpresa: un nuovo aeroplano che io non conoscevo, quasi un grazioso giocattolo, scendeva dal cielo come una colomba e ne ho tratto motivo per essere ancora più ottimista. Questo apparecchio venuto per essere impiegato non in imprese di guerra ma per la pacifica lotta contro la malaria, mi ha fatto pensare che l’uomo se riesce con nuove invenzioni ad intensificare questa battaglia, noi uomini, uomini di governo, non dobbiamo esitare, dobbiamo non spaventarci, dobbiamo avere fede nel progresso. E badate bene questa è una battaglia di grandissimo impegno che sarà coronata da uno splendido successo. L’elicottero viene in Sardegna come una nuova arma contro la malaria che da quattro anni è in corso ed i cui risultati sono lusinghieri ed evidenti. Nel 1946 gli ammalati di malaria erano in Sardegna circa 75 mila; nel 1947 erano scesi a 38 mila, mentre nel 1948 erano 13 mila. Si è costituito l’Ente regionale per la lotta antianofelica l’ERLAAS e, qui, con la fusione ed il concorso delle forze americane e delle forze del governo italiano si è ottenuto un successo che ci promette una vittoria definitiva. Quando si assiste al lavoro che è ancora in corso non se ne valuta tutta l’importanza. Solo a lavoro compiuto la grandiosità dello sforzo e del risultato conseguito risulta evidente. Io non vengo, qui, a vantare l’opera del governo che aveva assunto un preciso impegno ed aveva un dovere da compiere. Non è vero quello che si dice e cioè che in Italia si perde il tempo solo in lotte politiche e in discussioni verbali senza alcun risultato pratico. È vero, invece, che vi è una forza ricostruttiva, una volontà, una tenacia che supera ostacoli da secoli insuperabili. Anche per la bonifica è in corso una grande battaglia. Si va dicendo che non si è fatto abbastanza. È vero, ma si è fatto di più di quanto negli anni passati si pensava di poter fare. Otto miliardi sono stati consacrati a questa opera ed anche recentemente, per interessamento dell’amico Segni, sono stati stanziati 1 miliardo e 200 milioni. Trentacinque mila ettari saranno rendenti con la bonifica del Flumendosa. Voi vedrete compiuta un’opera meravigliosa per cui una agricoltura progredita nelle pianure completerà l’attività della pastorizia nelle montagne. Non voglio farvi un discorso di parte, voglio soprattutto rassicurarvi che il nascere della Regione non è una diminuzione dei doveri dello Stato verso la Sardegna, ma sarà un nuovo vincolo di collaborazione, a condizione che non si crei un piccolo parlamento di discussioni politiche ma una amministrazione di uomini oculati e capaci di ottenere piena rispondenza negli organi dello Stato. Non abbiate paura, la Regione è una vostra forza ma dipende da voi che sia anche uno strumento di benessere. È necessario che ci sia disciplina, unione fra Regione e Stato: cooperazione e collaborazione. E qui devo anche accennare alla questione monarchica. Ricorderò una frase di Nino Bixio al Parlamento subalpino quando scoppiò il conflitto fra Cavour monarchico e Garibaldi, repubblicano; disse Nino Bixio: «io venero Cavour, adoro Garibaldi ma al di sopra di essi vi è l’Italia». Ebbene, ognuno può pensare come vuole, ma oggi soprattutto vi è l’Italia da salvare. Il 18 aprile abbiamo dato un voto che ha garantito l’indipendenza dell’Italia; oggi il vostro voto dovrebbe essere amministrativo [e] non politico, ma vi sono coloro che vorrebbero ridurre l’Italia un cencio, incapace di essere aiutata e di aiutare creando l’impressione che essa sia volubile e instabile ed incapace di avere amicizie stabili e permanenti. Noi abbiamo corso il grave rischio, a causa delle molte agitazioni, di essere respinti da tutti. Non è però vero che l’Italia sia dilaniata dalle fazioni. No! Abbiamo detto all’America: abbiate fiducia. Noi non possiamo offrirvi armi, non possiamo darvi basi, nulla che rappresenti una forza militare. Noi vi offriamo la forza grande di una insuperabile civiltà. Da appena un anno siamo al governo, abbiamo bisogno di qualche anno ancora per rifare lo Stato. Non possiamo dimostrarci ancora una volta divisi. Si va dicendo che siamo un governo retrogrado. Ma guardiamo alla realtà, guardiamo ai manifesti pro e contro l’azione di governo, guardiamo alle agitazioni continue. Un governo stabile, basato sul consenso popolare, è la prima condizione per procedere avanti: dateci perciò la forza, manteneteci la fiducia che ci consenta di compiere la nostra opera. Noi dobbiamo essere uniti nella fedeltà al regime democratico. Il governo non soffoca la libertà di nessuno. I comunisti che protestano per la nostra politica interna, ricordino ciò che succede nei paesi dove essi hanno il potere e dove ogni libertà è stata strangolata. La libertà, è ovvio, è limitata dalle esigenze dell’ordine pubblico; non si può permettere che si compiano dei tentativi rivoluzionari con il pretesto dell’opposizione al governo. La nostra meta è il risanamento finanziario entro il prossimo anno o in quello che segue arriveremo al pareggio, consolideremo la nostra moneta, assicureremo la definitiva stabilità dei prezzi. Ma per realizzare questo programma, abbiamo soprattutto bisogno della pace. È con questo obiettivo nella mente che abbiamo concluso il Patto atlantico. Nonostante la propaganda comunista, nessuno può credere che l’America, paese dove la volontà popolare è legge, possa essere accusata di velleità aggressive. Il Patto è un monito per chiunque volesse attaccarci e minare la nostra indipendenza. I comunisti ci accusano di volere imporre un regime. Respingiamo queste false accuse e rispondiamo che il nostro partito difende il paese dai loro tentativi di minare la compagine e di menomarne la indipendenza. Altra questione che è sul tappeto è quella sindacale: l’organizzazione degli operai è libera; noi la rispettiamo ma fino a che essa rispetta la libertà altrui. Bisogna che non vengano introdotti nuovi metodi di lotta che costituiscono un vero e proprio sabotaggio dell’economia nazionale. Questi metodi non possono essere accettati perché produrrebbero la distruzione delle libertà economiche e politiche. Noi perseguiamo una politica autenticamente sociale e mi piace qui ricordare la grande riforma agraria di cui il ministro Segni ha approntato il progetto che è ora oggetto di discussione; essa vuole attuare una maggiore giustizia nella distribuzione della terra e vuol mettere in grado i coltivatori di mettere a frutto terre finora scarsamente coltivate. La riforma si inquadra nella linea politica del governo di trovare sfogo ed occupazione alle troppe braccia disponibili. A questo fine si dirige anche la ricerca di nuovi sbocchi per la nostra emigrazione nel mondo. La facilità delle comunicazioni, di cui è esempio il piano di nuovi impianti telefonici messi in atto in questi giorni in Sardegna, serve a cementare e a facilitare la collaborazione di tutti nel percorrere il cammino tutti uniti. Ma ciò ci fa anche pensare alla facilità delle comunicazioni che oggi legano tutto il mondo e che danno la possibilità di intensi contatti con gli uomini politici dei paesi più lontani. In questi giorni ho proprio avuto la possibilità di incontrarmi con i ministri del Pakistan, dell’Australia e del Sud Africa. Il nostro paese è in pieno ritornato nella comunità delle nazioni amanti della pace ed ha ritrovato il prestigio perduto. Sardi, voi siete un popolo di valorosi in guerra; ma vi è un dovere anche nelle battaglie politiche. E anche in questo vi è un reato di discrezione. Votate, se volete avere una continuità nello sforzo, votate per i partiti che fanno parte del governo e se vi è in voi il culto della fede e delle tradizioni cristiane dei vostri padri, votate perché la democrazia italiana sia cristiana nei suoi scopi, cristiana nelle sue riforme e nelle sue realizzazioni. "} {"filename":"27897334-2111-4c8e-81e6-ba08e29bedd6.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Amici di Sassari, è passato un anno dal giorno in cui, in questa piazza, io affermavo che l’autonomia regionale, della quale allora tanto si discuteva, e che ora diventa realtà, si può rivelare un bene così come può, invece, risultare un male . Oggi io ribadisco quel mio pensiero e vi ripeto che l’autonomia regionale sarà sicuramente un bene se gli amministratori che eleggerete sapranno agire con concretezza. Il governo, e ve ne do piena assicurazione, sarà a fianco dell’amministrazione regionale per il progresso della Sardegna; ma perché i risultati siano positivi, bisogna non indulgere alla passione politica. Troppi partiti si presentano a questa consultazione ma soprattutto troppa politica si è fatta e si fa durante la campagna elettorale: si è persino rispolverato il problema istituzionale. C’è forse bisogno che io vi ricordi che la questione istituzionale fu risolta dal popolo nel 1946, e con perfetta lealtà, sulla base del patto stretto colla Corona, ancora durante la guerra? Dopo il 1946, nessuno ha voluto forzare i sentimenti dei monarchici, ma era necessaria una unità fondamentale che permettesse a tutto il popolo di procedere compatto sulla via della ricostruzione. In un altro periodo della nostra storia, nel Risorgimento, il dilemma si presentò in senso inverso; ed allora i repubblicani, in buona parte, per amore dell’Italia, servirono fedelmente la Monarchia. L’anno scorso abbiamo lanciato la parola d’ordine del «secondo Risorgimento»: non diminuiamo la nostra forza ricostruttiva con sterili divisioni; non sarà certo il vostro voto di domenica che potrà far sperare i monarchici in un mutamento istituzionale. L’Italia del secondo Risorgimento deve essere degna della prima Italia. Il cammino già percorso, e siamo appena all’inizio, dimostra che noi preferiamo i fatti alle parole. Vano è, quindi, il rimprovero che si tenta di muoverci, di abbondare in sterili promesse. Con grande meraviglia, ho appreso che un oratore comunista, e precisamente l’onorevole Togliatti, ha l’altro ieri affermato a Nuoro che non vale nulla uccidere qualche migliaia di zanzare se poi migliaia di sardi dovranno cedere la propria terra all’America e questa accusa, che non può che definirsi stolta, è stata anche ripresa da un manifesto fatto affiggere nelle vostre città . È questa vergognosa malafede! Il Patto atlantico, oggetto di tante calunnie, proprio in questi giorni comincia a dare i suoi frutti di pace: ecco lo sblocco di Berlino. La prima intesa pacifica dopo mesi e mesi di contrasti. Noi abbiamo bisogno della pace perché solo con la pace possiamo condurre avanti il nostro lavoro per la rinascita del paese. Quanto all’uccisione delle zanzare ricordo che essa è il risultato della vasta opera per la liberazione della Sardegna dalla malaria che ha avuto come immediata conseguenza la salvezza di molte vite di sardi: è di questo che vuol ridere l’oratore comunista? Ma, del resto, è forse solo nella lotta contro la malaria l’azione del governo per il potenziamento economico dell’isola? Vogliamo lavoro è il grido che ho inteso da un operaio all’inaugurazione di un canale di irrigazione: è proprio a questo che tende, con ogni energia, il governo. Ma proprio contro questo sforzo ricostruttivo si appuntano le offensive dell’estrema sinistra e dell’estrema destra. Il governo sa di avere operato all’interno e all’estero con dignità e fermezza. Lo spirito della nuova Costituzione vuol dire democrazia, libertà nella disciplina. Ora da sinistra ci si accusa di uccidere la libertà, proprio mentre i suoi propagandisti sono liberi di andare in giro e diffondere le loro sporche calunnie. Ci dimostrino i comunisti che una eguale libertà regna nei Balcani, soprattutto che esiste quella libertà di sciopero, per cui essi dimostrano tanta predilezione. I loro attentati alla economia nazionale non potranno essere più a lungo tollerati: se sarà necessario chiederemo al Parlamento una legge che colpisca il sabotaggio contro la produzione. Ma la speranza maggiore, oggi, è la risposta nel buonsenso degli operai che dimostrano una crescente resistenza alla irregimentazione comunista. Il sindacalismo deve essere libero, effettivamente, sia dal governo che dai partiti. D’altra parte, se occorre sempre stare sulla difensiva per la tutela dell’ordine pubblico e della legalità, è assai più difficile per il governo l’attuazione delle riforme strutturali e in particolare di quella fondiaria. Possiamo chiedere agli industriali e ai proprietari di rendere giustizia agli operai se sapremo tutelare il loro buon diritto, il diritto alla libertà di lavoro e se eviteremo la rovina della industria. La disoccupazione è uno dei problemi più gravi e il governo cerca ogni via che apra uno sbocco dignitoso alla nostra abbondanza di braccia. Il Movimento sociale italiano irride all’internazionalismo, ma noi crediamo nell’internazionalismo che dischiuda le porte di altri paesi ai nostri emigranti. La nostra è una politica di dignità, non di viltà: concediamo per ottenere. Purtroppo ho sentito rinascere, in questa campagna elettorale, parole aspre e minacciose che ricordano e ripetono gli errori del passato. Un oratore dell’estrema destra ha definito il Parlamento una jungla. Guai a ripetere il gioco del 1922! Allora credevamo nella forza inerme della libertà: oggi crediamo nel governo democratico che saprà difendere anche con la forza le ragioni della libertà. Non tutto ciò che è stato compiuto nel ventennio è da condannare, ma si è sbagliato nella questione fondamentale: lo strangolamento di ogni controllo espresso dal popolo. Conseguenza fatale: la guerra rovinosa. Noi siamo per la pacificazione, ma sulla base della libertà e della democrazia. Nessuno creda alla possibilità di un nuovo squadrismo di destra o di sinistra. I fascisti tentano di diffondere la loro epidemia tra i giovani: se il male dilagasse ricominceremo a fare il processo alla dittatura. Ma io sinceramente mi auguro di potere essere il presidente del Consiglio che ha spezzato la spirale dell’odio ed ho piena fiducia nell’amore del popolo per la libertà. Il sistema dello Stato-partito non sarà più possibile. Il governo, oggi, è espressione del leale spirito di intesa e di collaborazione tra partiti diversi, uniti nella concordia sui punti fondamentali che condizionano un regime democratico. Ciò non fu possibile con i comunisti che, quando furono al governo, non abbandonarono mai il sistema del doppio gioco continuando sulla via della cospirazione. Sarebbe davvero augurabile che essi abbandonassero i sistemi della illegalità e del rivoluzionarismo a tutti i costi. Bisogna che tutti si sia concordi nell’accettare la democrazia che vuol dire libertà per tutti e tanto meglio se questa democrazia è arricchita dal calore della fraternità che viene dal Cristianesimo e che ci ispira a sentire e ad agire secondo le più sacre tradizioni del nostro popolo . "} {"filename":"ac10b686-657b-49ff-b98a-814262ad0ceb.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cari amici, sono venuto qui a Trieste, come ad un pellegrinaggio all’altare della patria e ringrazio Iddio di avermi concessa la grazia di vedere faccia a faccia i triestini nel momento delle grandi decisioni. Sono felice di parlare qui a voi, in questa Trieste il cui nome è intrecciato indissolubilmente nella mia vita con quello di Trento. Trieste è ridivenuta la mia preoccupazione suprema quando, dopo venti anni di esilio in patria, sono ritornato all’attività pubblica nel governo nazionale. I triestini, certamente, sono stati i primi a difendere le sorti della città con le eroiche gesta che tutta l’Italia ammira; ma se in Italia ci fosse stato un governo debole e incerto nella sua fede, diviso sulla questione, e che non avesse lottato con tutte le sue forze per risolverla, cercando appoggio nel campo delle potenze alleate, Trieste non si sarebbe salvata. Al momento della richiesta di occupazione avanzata da Tito, ogni sforzo fu fatto per evitarla: in quel momento il governo era debole e sotto il controllo degli Alleati e tuttavia si fece ogni possibile tentativo perché le sorti di Trieste e della Venezia Giulia fossero decise da una giusta pace che riconoscesse la loro italianità. Disgraziatamente, tutti i nostri sforzi non impedirono che l’intervento giungesse troppo tardi, dopo che i triestini avevano già sofferto le loro settimane di passione. La frattura che oggi divide i due schieramenti politici italiani nacque in quel giorno in cui l’atteggiamento dei partiti non fu unanime, quando altri tentarono di dare a credere che il loro partito fosse al di sopra della patria e delle sue frontiere. Poi l’azione si spostò nelle competenti sedi diplomatiche e dovetti a Londra e a Parigi difendere il nostro popolo dalle accuse di fascismo e di antidemocrazia. Se siamo riusciti a salvare qualcosa, e soprattutto Trieste, è stato solo guadagnando la fiducia delle nazioni democratiche e dimostrando che c’è una Italia nuova che non assume l’eredità del passato. Ci mettemmo sul terreno delle realtà, chiedemmo un plebiscito, chiedemmo la Commissione di inchiesta, ottenemmo la Commissione che riconobbe la italianità di Trieste e delle principali città della costa, riconobbe che le nostre richieste non erano fondate su un esagerato nazionalismo, ma sulla realtà etnica. La tattica jugoslava fu allora di dimostrare che le nostre intenzioni erano in apparenza democratiche, ma che, in realtà, sopravvivevano propositi di aggressione e che il fascismo non era morto per sempre nel nostro paese. Ecco perché noi abbiamo particolare continua vigilanza per non apparire quello che non siamo. Noi siamo e vogliamo essere un popolo libero e unito che non alimenta nazionalismi e imperialismo. Purtroppo, nonostante le conclusioni della Commissione d’inchiesta, si venne all’infelice compromesso del Territorio libero, rinserrando nella fragile gabbia di uno statuto i due confinanti ed esasperando le contese. Noi ci opponemmo risolutamente e richiamammo alla responsabilità di ognuno perché questa soluzione non prevalesse. Dopo sforzi continui e tenaci (Trieste fu la mia preoccupazione nel viaggio in America, in tutte le battaglie Trieste fu la stella polare della mia politica democratica) il 20 marzo 1948 si è giunti alla dichiarazione tripartita, in favore della restituzione di Trieste all’Italia. È dunque, sì frutto del coraggio, della fede dei triestini, la salvezza della città, ma è anche frutto della tenacia e della risolutezza del governo. Nello spirito della dichiarazione tripartita, confermata, anche, recentemente da espressioni di Acheson, dichiaro che tutto il governo italiano attende la restituzione all’Italia di tutto il Territorio libero dal Timavo al Quieto. Il problema è in corso: nulla faremo contro il Trattato, ma siamo certi che verrà il giorno in cui la bandiera della Repubblica sventolerà dal Colle di San Giusto fino a Cittanova. Giammai patrocineremo soluzioni violente, l’avventura non è forza, l’avventura porta al disastro. Vogliamo dare al mondo la garanzia di una democrazia libera, pacifica, capace di disciplina nazionale e rispetto delle leggi, che non tollererà la rinascita di squadrismi o di nazionalismi aggressivi, ma si sentirà solidale con i popoli liberi e cercherà accordi, soluzioni pacifiche con tutti i popoli di qualsiasi regime. È solo con questo spirito che potremo salvare Trieste, è solo nella cooperazione internazionale che salveremo la patria. È questa la linea logica mantenuta dal governo in tutte le fasi della questione giuliana. Cercare l’accordo con gli slavi: accordo per un equo trattamento delle minoranze, accordo per la cooperazione economica, accordo per uno sviluppo integrativo dei porti adriatici e specialmente del porto di Trieste, grande emporio dell’interland danubiano. Le relazioni economiche tra l’Italia e la Repubblica federale vanno migliorando. Gli uomini moderni sanno bene che è assurdo volere condizionare i commerci alle ideologie politiche o ai criteri economico-amministrativi e riconoscono il diritto di ogni popolo a scegliersi la sua strada. Ma se è vero che più che lo Stato vale la persona umana, perché, al di là delle frontiere e dei regimi, non cercare di intendersi, affinché le persone soffrano meno delle conseguenze della guerra, perché i lavoratori non restino, perpetuamente, vittime di disintegrazione e di rivalità economiche? Non c’è nessuna insidia in queste mie parole. L’Italia non ha nemmeno le armi sufficienti per difendersi e anche la sua espansione pacifica ed economica è rivolta verso altre spiagge. Ma un giorno dovrà pur venire in cui come si è fatta pace tra i paesi dell’Adriatico, si dovrà fare la pace adriatica anche per gli uomini. Vi prego, amici di Trieste, di compensare il nostro lungo amore, facendo anche voi uno sforzo ricostruttivo di libera democrazia nel vostro municipio. Ci conviene avere un governo locale che nutra la stessa fede democratica che anima i partiti del governo nazionale in Italia e che, ripudiando gli errori e dissensi, che riguardano il passato, sia unito nel tenace proposito di agire per la pace interna, salvaguardando il carattere della città, ma tendendo alla equanimità verso le minoranze e proteggendo le forze economiche più deboli che rappresentano i diritti del lavoro. Se la vostra affermazione sarà tale che esprima veramente nella scheda il sentimento che arde nel vostro cuore, il mondo avrà l’evidenza di una prova che finora non poté essere raggiunta nella pur insistente forza suasiva della democrazia. Dopo le elezioni il processo di adeguamento delle due amministrazioni si accelererà. Va qui ripetuto da parte del governo nazionale l’affidamento che, a mano a mano che l’adeguamento amministrativo si svolgerà, avverrà anche l’inserimento nell’amministrazione nazionale delle forze attualmente al servizio del Territorio libero. Sono certo che l’amministrazione comunale vigilerà affinché tale affidamento diventi una realtà. La presenza, qui accanto a me, del vicepresidente del Consiglio dei ministri, Saragat, ministro della Marina mercantile, conferma l’impegno del governo italiano di provvedere all’incremento della marineria e delle industrie triestine e, circa il porto, riconferma quanto il governo dichiarò in ottobre dinanzi al Parlamento. Quando Trieste diventerà parte integrante dello Stato italiano, noi tenderemo a che essa diventi centro libero e capitale per tutti i bisogni economici ed industriali e marittimi di tutti i paesi prossimi come la Jugoslavia e anche di ogni altro paese che abbia interesse a utilizzare economicamente questo porto. È chiaro che il nostro programma regionalista vi garantisce le autonomie locali, entro le quali, zone più delicate potranno avere particolari facilitazioni economiche e ogni garanzia per le minoranze slovene; problema che dovrebbe avere il suo lato parallelo in tutta la Venezia Giulia. Triestini, perché vi siete salvati dalla immensa valanga che minacciava di sommergervi e buttarvi in mare? Per la vostra coscienza nazionale, illuminata dalla tradizione e temperata dalle lotte secolari. Voi avete tenuto fede all’Italia anche nei giorni della disfatta. Noi teniamo fede a voi, qualunque cosa avvenga al nostro ricongiungimento definitivo. Trieste, nel nostro secondo risorgimento, a cui lavoriamo, sia un faro luminoso che rincuori gli incerti e guidi gli smarriti. Una parola agli istriani: problemi economici della zona istriana del Territorio libero. Gli esuli dell’Istria portarono in tutte le terre d’Italia l’esempio del loro eroico sacrificio, ovunque nei comizi mi accompagnava il loro grido di fede e non chiedono rivendicazioni territoriali, domandano solo di poter ricostruire in terra italiana i loro focolari e di riprendere la loro vita di lavoro in pace e libertà. Vorrei che tutti gli italiani mi sentissero quando rispondo a loro: sì pace, libertà e lavoro. È il vostro diritto; è il nostro dovere, pur nell’angustia della nazione. Ed è anche il grido di tutto il popolo italiano verso le nazioni più ricche di risorse. Questa idea sembra penetrare attraverso la crosta egoistica degli interessi: tema del messaggio di Truman, cenno recentissimo di Bevin. Pace, libertà, lavoro! Abbiamo cercato di esserne degni. Per la pace abbiamo fatto dei sacrifici, per la libertà ci siamo battuti vigorosamente, al lavoro nel mondo abbiamo già offerto milioni di braccia e di intelligenze. Da Trieste, donde partono le vie marinare che toccano il mondo, vi chiediamo di potere riprendere le vie dei nostri pionieri, dei nostri mercanti, dei nostri lavoratori. "} {"filename":"18516b00-7684-4b27-b7b6-a7923ce08ff6.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"È la seconda volta che vengo nella vostra città. La prima volta venni nel 1927 quando il Partito popolare del quale ero segretario , era in dissoluzione; quasi esule ero venuto per conoscere la costa che va da Benevento a Brindisi. Allora amici ero uno sconfitto e un vinto. In quel tempo mi rivolsi all’amico Bosco Lucarelli che col suo largo sorriso mi consegnò all’allora giovane Lepore . In quei tempi, noi non disperammo; avemmo fede nell’avvenire, perché il nostro motto anche allora era «libertà». Oggi io vengo nuovamente qui non soltanto come presidente del Consiglio nazionale della Dc ma come capo del governo. Non ci siamo lasciati scoraggiare allora, non ci lasceremo fuorviare oggi. Necessita, amici, essere pazienti perché per perdere la pazienza bisogna essere forti come un dittatore o crudeli come un tiranno. E non siamo per fortuna nostra né l’uno né l’altro perché amiamo la libertà e la democrazia. Voi sareste la base ed io il vertice. Ora io vi dico che non mi sento il vertice. Siamo un esercito in marcia, io sono alla vostra stessa altezza. Il cammino è quello dell’ascesa del nostro popolo. Dobbiamo tutti sentire di essere diretti responsabili del partito e diretti rappresentanti degli interessi del paese. Dobbiamo tutti sapere che siamo interpreti della civiltà. Il cuore ci freme quando pensiamo a quello che capita ai nostri fratelli nei Balcani. Per impedire che questo avvenga in Italia, dobbiamo mantenere intatta la nostra forza. "} {"filename":"5644f1fa-34e4-480c-96c5-67f7c5b63de8.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Difesa solidale del territorio nazionale, questo è l’impegno internazionale. Il «come» è agli Stati maggiori. Tutti gli Stati sono solidali nel garantire l’indip.[endenza] e l’integrità dell’Italia. Sul Consiglio europeo, contrario alla proposta che tutti i rappresentanti siano parlamentari. Ritiene efficace azione di personalità extra parlam.[entari]. […] Premessa sulla riservatezza. Precisa alcuni episodi riferiti da Codacci Pisanelli . Ribadisce il concetto che in questo momento occorre dare prova di unità e concordia di fronte a così gravi problemi. Quanto all’Istria le preoccupazioni possono esservi ma finora non c’è alcuna ragione fondata. Le sue dich.[iarazioni] a Trieste non sono state fatte a caso. Abbiamo bisogno di guardare alle possibilità future di sviluppo di un nucleo vitale d’Europa che postula l’appoggio al P.[atto] atlantico. Guardiamo al cammino compiuto: non c’era altra strada. La nostra politica di forza morale ha vinto e lo dimostra l’atteggiam.[ento] mutato degli avversari. Non mostrarsi ingenui di fronte alle parole. Rispettare la regola aritmetica della maggioranza dopo [la] discussione e dopo [la] deliberazione. Ciò vale per i singoli e per le categorie. Stamattina c’è stata la riunione per il collegamento tra Presidenza e governo. Raccomanda anche il collegamento delle due maggioranze che è preliminare. "} {"filename":"9ee7baa8-6462-4af8-bf38-b687d2835a60.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Non ritiene utile soffermarsi ancora sugli scopi e sulle finalità del Consiglio d’Europa, sufficientemente illustrati nei vari interventi che si sono sin qui svolti. Vale la pena piuttosto di cercare di scorgere il significato profondo che è alla base di questo avvenimento. Non molto tempo addietro, in quelli che egli definisce «i suoi tempi», le discussioni di oggi sarebbero state considerate utopistiche e senza concreto fondamento. Allora l’internazionalismo era un fenomeno principalmente socialista, e i socialisti lo consideravano un po’ come loro monopolio. Ora si è fatto un enorme cammino. La guerra ha insegnato molte cose ed ha anche abituato i cattolici ad uscire in un mondo più vasto. Durante il periodo dell’Aventino, stante la necessità di contatti assidui con uomini di tutte le tendenze, i cattolici si sono trovati di fronte alla necessità di espandersi. È stato uno «sforzo di dilatazione» determinato da quel momento storico: si trattava di rimanere cattolici e nello stesso tempo di cercare la base comune per lavorare con i non cattolici. È proprio con l’andare verso i nostri avversari che possiamo portarli verso il nostro modo di pensare. Ricorda a questo proposito un episodio. Egli, ancora nuovo alla vita politica, era diventato molto amico di Turati che l’aveva preso a ben volere, forse anche perché trentino e combattente per l’irredentismo. Una volta Turati gli chiese se egli credesse veramente ai princìpi della sua religione, se non avesse mai avuto dei dubbi. Alla ovvia risposta di De Gasperi, scosse il capo, come se rimanesse interdetto per la sua fede. Rimase un po’ pensieroso, poi domandò a bruciapelo: «ma, mi dica, lei ci va a confessarsi?» e poi «queste quarant’ore cosa sono?». Ed egli dovette spiegare come si potesse essere cattolici senza occuparsi delle quarant’ore, come nella religione vi fosse una parte essenziale e una parte che non lo è. Deduce da questo episodio come il migliore proselitismo si faccia attraverso i contatti con gli avversari e sforzandosi di agire su una base comune. Certi princìpi evangelici si sono universalizzati, venendo quasi a perdere la loro origine cristiana. L’importante è che essi si diffondano fuori del nostro ambiente, affinché i cattolici possano avere dei punti in comune, nella loro azione pratica, con gli uomini di diversa confessione. Il nostro atteggiamento tattico ha un valore relativo, ma il nostro concetto integrale della libertà deve cercare la sua penetrazione in punti di consenso comune. Questo anche e soprattutto nella vita internazionale, dove i socialisti si trovano ora a collaborare con i cattolici: occorre tenere presente che la terza forza si realizza nell’umanesimo integrale secondo la moderna concezione cristiana. Seguitando a parlare dell’umanesimo integrale, afferma che mai nella vita si deve dire una parola o compiere un atto che possa forzare la coscienza. Nel contatto internazionale con i socialisti non dobbiamo mostrare di essere a difesa di una struttura sociale. Qualunque rivolgimento interno noi possiamo perseguire, debbono sempre uscirne valorizzati la persona umana e la libertà. L’oratore si sofferma sul concetto del comunismo come coazione organica realizzata attraverso la struttura sociale e sostiene che la frattura col comunismo è solo nella difesa della personalità umana e nella libertà perché anche la dottrina cristiana intende affrontare e risolvere a fondo i problemi sociali ed economici con visione moderna. A Strasburgo i senatori democristiani dovranno innanzi tutto sentirsi rappresentanti di una fraternità umana. La deputazione italiana dovrà agire con grande larghezza di vedute di fronte al problema tedesco. Nessuno dovrà accentuare nelle discussioni, termini come: armamento, nazionalismo e simili. A proposito del problema coloniale afferma che, nonostante i nostri diritti, non dovremo aver paura delle parole nuove, che rispecchiano la mutata concezione dell’opinione pubblica su questi problemi. Si parla molto, poi, di machiavellismo in politica estera e taluni non riescono a concepire un ministro degli Esteri che dica quello che pensa. L’oratore afferma invece che anche in politica internazionale l’onestà integrale è in grado di ottenere i maggiori successi. Termina con l’augurio di una sempre più vasta propagazione in tutti i campi del pensiero evangelico. (Applausi vivissimi). "} {"filename":"3a35a8b7-1761-4f51-84ca-49b72626cc87.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Ho ricevuto ieri un telegramma della vostra presidente, prezioso, soprattutto, perché è un impegno: quello di cooperare col governo, attraverso la famiglia, all’attuazione dei princìpi cristiani nella vita sociale. Nel telegramma, c’è anche una richiesta. Si chiede la valida azione del governo per la tutela dei diritti del nucleo familiare. Vi devo, quindi, una risposta. Anzitutto vi ringrazio del vostro saluto, saluto che non è formale, perché non è diretto soltanto da cittadini al capo del governo, ma è indice di una comunità di pensiero di tutti voi con questo uomo su cui grava la responsabilità governativa. Ora sarebbe poco se io vi ringraziassi del vostro impegno che avete espresso nel vostro telegramma: vi devo ringraziare perché lo avete assolto e lo state assolvendo. Sarebbe mio dovere anche se fossi per mia disgrazia non credente perché questo complesso di forze che si dedicano ad opere di educazione e di assistenza per l’elevazione dello spirito sono uno dei principali contributi alla vita sociale, alla resistenza contro ogni disgregazione. Ma io parlo, penso come voi, perché ho la stessa fede e la stessa speranza e quindi il dovere di ringraziare è emanazione di profonda convinzione. Da parte di certi negatori della nostra idea fondamentale c’è stato il tentativo di svalutare la donna nella sua azione sociale, e soprattutto di svalutarla quando si tratta di passare ai voti. C’è il tentativo di creare contro il suffragio universale una certa gerarchia di valori e quindi di attribuire a certe categorie un peso maggiore nel mondo . Si dice che la maggioranza delle persone «attive» è con loro, mentre la maggior parte delle donne se ne sta a casa e si occupa dei problemi domestici, fuori di quello che riguarda più direttamente la vita dello Stato. Quindi la categoria che ha più valore, secondo questi denigratori , è quella degli attivisti. Questa è la preparazione alla riforma al suffragio universale, riforma che sostiene il privilegio a certe categorie. È tempo che voi stesse prendiate in mano la difesa dei vostri interessi, ciò vale per tutte le funzioni che la donna è chiamata a svolgere. Si pensa che attività voglia dire specialmente agitazione, sciopero e via dicendo. Ma si nega, si trascura di ammettere che la vera attività è quella somma di opere costruttive, di funzioni esercitate socialmente in un intero periodo, in una intera vita, che dà il contributo vero alla comunità. Valore ben superiore di una semplice manifestazione esterna. Vorrei cogliere questa occasione del vostro Congresso per affermare che, se mai si dovesse tornare indietro e cambiare il sistema del suffragio universale, se mai si dovesse fare anche qui l’esperienza, si dovrebbe dare ai padri e alle madri di famiglia. Io però sono persuaso che bisogna battersi invece e battersi vittoriosamente entro la comunità nazionale per quello che rappresenta la personalità e per il valore che ha la personalità della madre di famiglia. La madre può essere in qualche momento o la sorella o la moglie o anche… un intralcio, permettete: quando la preoccupazione eccessiva [porta ad affermare] «resta a casa, non ti immischiare». Devo dire che se in Italia questo consiglio era frequente, trenta, quaranta, cinquanta anni fa, ora non si può più ripetere questo rimprovero. Voi avete compreso che il vostro lavoro fuori di casa è una espansione di quello che fate nell’interno di essa. Veramente anche nel passato ci sono state donne che hanno capito questo… Vi dirò un ricordo personale. Mio padre era un impiegato modestissimo e mi diceva: sta attento; sii prudente che ti possono accadere dei guai. Mia madre invece anche essa umilissima donna, mentre mi curava le bronchiti giovanili prese nei comizi, mi diceva: va avanti, fai bene. Non vorrei aver detto male di mio padre, ma nei momenti decisivi quella donna del popolo, che era mia madre, mi diceva: va avanti per il resto ci penserò io. Questa donna era come la maggior parte delle donne d’Italia umili e sconosciute. Ma a tutte queste noi dobbiamo la vita, il coraggio, la resistenza e soprattutto la maggiore consapevolezza dell’ideale. Ed ora… non vorrei dir male di mia moglie. Mi è venuto naturale accennarvi. Mia moglie si era sposata con tante speranze di vivere con [un] uomo che stesse in casa e si curasse della famiglia. E dovette fin dal viaggio di nozze trovarsi coinvolta in una crisi politica, dovette accompagnare un povero uomo divenuto profugo e finire in prigione con lui. A che cosa è dovuto questo coraggio? Quale forza si può attingere dalla consorte e dai figli quando dicono: fai bene, vai avanti? Credetelo, è la soluzione di tutto. Ci si sente perdonati fin dal primo momento, anche se si finisce per trascurare involontariamente perfino i doveri familiari per un più alto compito. Penso ad altri esempi di coraggio. Durante la guerra quanto abbiamo dovuto alle madri, alle sorelle, alle spose! L’Italia ha resistito solo perché c’erano dei cuori fermi e pietosi accanto ai combattenti. Quando penso a quella sposa che durante il processo contro i partigiani di Torino, che furono condannati a morte, era presente e vide il marito morire, gridò: «coraggio! Viva l’Italia!», non posso non commuovermi con estrema ammirazione. E che cosa hanno fatto signorine e ragazzi del popolo nel periodo clandestino? E perché ricordo questo? Per dire ai cattolici che queste virtù civili le sapremo usare se ad esse ricorreremo anche in momenti più difficili. Ed aggiungo che se in Cecoslovacchia la persecuzione riuscirà a piegare qualche uomo, certo le donne non molleranno. Ho l’intima convinzione che difenderanno la libertà religiosa e con questa la libertà civile e personale. Non spaventatevi se talvolta vi pare che nei nostri discorsi ci appelliamo troppo alla libertà, quasi che non sapessimo che vi sono anche molti abusi della libertà e che bisogna frenarli. L’esperienza della storia dice che gli abusi bisogna correggerli in un clima di libertà e non di dittatura. Ma io tornando al solito capitolo esaltatore della libertà, voglio affermare contemporaneamente che un governo ha una grave responsabilità di fronte agli abusi della libertà; corruzione, stampa, ecc. Non fondate troppa fiducia sulla legislazione: le leggi ci sono, ma abbiamo bisogno di magistrati che le applicano e di ordini esecutivi che stimolino e invitino a farle applicare. Specialmente occorre la vigilanza dell’opinione pubblica. A voi tocca sempre essere attenti e vigilanti contro tali abusi, a voi tocca segnalarli per poterli sopprimere in nome dei diritti della coscienza. Esprimo l’augurio che maturiate in voi stesse, attraverso l’educazione sociale, il pensiero della responsabilità e diventiate convinte assertrici del regime democratico, affinché questo vi dia capacità e volontà di difendere il bene contro il male, la libertà della Chiesa, il sentimento religioso e l’educazione cristiana. "} {"filename":"30ebcce1-e160-4997-8e66-b4b48e09e68a.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Ringrazio anzitutto il ministro Gonella specialmente per avere voluto promuovere democraticamente lo studio della riforma della scuola, in un periodo in cui in un certo pubblico diffidente si sosteneva che Gonella, negli antri della reazione, stesse preparando chi sa quali macchine infernali. Si è, invece, avuto l’esempio di un ministro che in questa materia, pur essendo egli tecnicamente preparato, ha voluto fare un’inchiesta generale e sottoporre il lavoro preparatorio a convegni provinciali, regionali e infine centrali. Mi pare che il metodo da lui seguito sia un sintomo di ciò che sarà fatto anche per la sostanza stessa della riforma. Egli ha seguito il metodo del rispetto della persona, della libera coscienza dei maestri, degli insegnanti, dei tecnici e in genere della scuola. Questo rispetto sarà, in base alla Costituzione, anche il fondamento della riforma scolastica. Bisogna a questo riguardo avere una linea molto chiara. La scuola dello Stato deve rispettare tutte le coscienze, soprattutto la coscienza morale. Se io dovessi essere qui come rappresentante dello Stato direi: lo Stato alla scuola non chiede molte cose, ma ne chiede alcune essenziali; bisogna che venga curata la coscienza morale perché è una assoluta necessità dello Stato democratico. Nessuno Stato ne può fare a meno, nessun sistema politico ne può fare a meno. Ma quanto maggiore è la libertà quanto maggiore è la democrazia, tanto maggiore deve essere il senso della responsabilità; quindi, tanto più indivisibile la coscienza etica che illumini e diriga l’azione degli uomini e poiché qui siamo ancora a poca distanza dalla tomba del Pescatore di Galilea, sarebbe strano che qualcuno pensasse ad altre fonti esotiche di moralità. C’è qualcuno in Italia, a qualunque ideologia appartenga, che possa dire che esiste una morale più efficace di quella della fraternità evangelica, di quella della comune paternità di Dio, che è contemporaneamente padre e giudice dell’uomo? C’è qualcuno che può dire che esiste un altro sistema più efficace per educare le coscienze dei giovani? Lo Stato, tutore del bene comune, chiede alla scuola di sapere far comprendere quella morale civile che è il sale della democrazia e sua condizione di vita. Quanto maggiore è il senso morale, tanto maggiore è la libertà, quanto minore si fa il senso morale e tanto maggiore è la necessità della costruzione sociale. La dittatura, i regni assoluti, traggono legittimità nel solo fatto della mancanza di una coscienza morale. Sono cose vecchie ma è bene ripeterle. Quanto al partito, esso alla scuola non domanda nulla, in nessuna forma, in nessun testo. Il partito per quanto riguarda il problema scolastico esercita un servizio per lo Stato e per la comunità. Afferma poi che l’azione per la scuola deve essere integrata con un’azione della società, specie di quella religiosa ed in maniera particolare della famiglia, e si augura che intorno alla scuola, nella collaborazione dei maestri e della famiglia, si formi un ambiente da cui irradi pace, rispetto, moralità. Rileva poi che oggi si abusa della libertà con una certa stampa periodica, frivola e corrotta, contro la quale il governo può fare qualche cosa ma non tutto: ogni provvedimento del magistrato si basa sul codice la cui interpretazione dipende dal livello medio della sensibilità morale, dalla coscienza del costume diffuso. Si tratta soprattutto di sensibilità morale e pubblica sulla quale molto potranno influire le associazioni ed ogni altra forma di cooperazione tra scuola e famiglia. Si augura pertanto che tali associazioni si moltiplichino e diventino attivissime sì da pesare, però con la necessaria discrezione, sugli editori. L’on. De Gasperi tratta quindi del problema economico e ricorda che il bilancio della P.[ubblica] I.[struzione] è già stato aumentato di 100 miliardi negli ultimi tre anni, che le spese della scuola hanno raggiunto quasi il 10 per cento delle spese totali dello Stato, in confronto al 4% del periodo precedente, il che è un grande progresso per un paese come il nostro, incalzato da esigenze sociali e da questioni di pane. Il bilancio delle spese per la scuola non sarà mai in alcun modo trascurato. Quanto alla riforma, raccomanda che essa sia attuata col criterio della semplificazione. La democrazia non si migliora moltiplicando i controlli, si migliora semplificando gli organi e stabilendo chiare responsabilità. Tutto si fonda sul senso di responsabilità che deve essere determinante in chi decide e in chi agisce. Questa deve valere per gli insegnanti e per i genitori e vale come il diritto per la famiglia e per la scuola. Bisogna che gli italiani prendano le vie del mondo. Ciò non vuol dire che non si debba sfruttare tutte le risorse interne e cercare di vivere della propria terra, ma vuol dire che si deve anche essere preparati a girare il mondo perché gli italiani sono particolarmente adatti a questo e portano all’estero lavoro e intelligenza, non idee imperialistiche o fragore di armi. Con una buona preparazione linguistica si può girare il mondo e vincere la partita arrivando prima degli altri. Arrivando alla fine del suo discorso il presidente ammonisce che ogni riforma riceve impulso da un’ansia del meglio che si proietta verso l’avvenire. Quel che oggi si discute porterà vantaggi alle generazioni che verranno e questo sforzo, quest’ansia ideale, costituiscono il motore della società ed anche il motore di un partito. Il partito non deve arenarsi contro le difficoltà e sono quindi da lodarsi gli organizzatori di questo convegno; ma ci vuole anche il freno ed il freno di tutte le riforme è il ministro del Tesoro. Anche il ministro Gonella – del resto – ha parlato di gradualità. Ogni riforma è naturalmente un peso sociale, e bisogna arrivarci un po’ per volta, a tempo. Nell’economia pubblica non si può improvvisare nulla e, quando si superano le possibilità anche per previdenze o provvidenze legittime, sorge poi la necessità di operazioni finanziarie come quella che in questi giorni, purtroppo, si è verificata. Occorrono certe cautele: bisogna non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà economiche, occorre avere un piano e procedere con un senso realista, a mano a mano, che il bilancio può disporre dei redditi necessari. Ripeto che non bisogna scoraggiarsi: lo scoraggiamento è il pericolo principale delle democrazie. Non occorrono mezzi artificiosi, promesse mirabolanti, per infondere coraggio, questi sono mezzi degli assolutismi. Basta la coscienza profonda e la certezza di attuare il proprio proposito. La pazienza è la virtù dei riformatori; riformare vuol dire superare il passato e la pazienza è virtù dei forti, virtù di chi ha fede, di chi ha coscienza dei problemi e li segue con tutta l’attenzione. La scuola educatrice è uno di questi problemi che toccano soprattutto lo spirito di conquista. Ma si tratta non di conquistare posti o poteri, ma di conquistare gli animi delle future generazioni. L’ideale che pur intravediamo lontano deve rimanere in noi e siamo sicuri che un giorno dovrà essere raggiunto. "} {"filename":"fe21dc2c-5dd5-4c2c-885e-0ca804b08584.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Quando si parla di riforma della burocrazia occorre anzitutto tenere presente il progressivo aggravarsi della situazione, in quanto si è arrivati oggi ad una spesa del 56 per cento delle uscite. D’altro canto se si licenzia un solo impiegato, tutti i sindacati sono concordi nello scioperare e purtroppo non si è ancora trovata la chiave per una soluzione razionale. Quanto all’attuale situazione, rivela come i parlamentari siano sottoposti ad una pressione dell’opinione pubblica ancora maggiore di quello che non lo sia il governo; perciò non rimprovera nessuno. Però bisogna dire che lo sciopero in corso è contro il Parlamento. È arrivato il momento di risolvere il problema dei poteri dello Stato: la Dc fallisce se non riesce a risolverlo. Afferma che teoricamente la possibilità di aumenti ci sarebbe, ma presupporrebbe un aumento delle imposte e la rinuncia ad altre spese indispensabili. Riepiloga tutti gli aumenti di cui hanno beneficiato gli statali. Se occorre essere dogmatici sulla spesa, sulla ripartizione si può discutere: la rivalutazione dei gradi elevati è stata necessaria perché i funzionari non sfuggano allo Stato e passino alle industrie private. L’atteggiamento che assumeranno le Camere non sarà di fiducia o di sfiducia verso il governo, ma verso il sistema democratico. "} {"filename":"fd9fbba8-790d-49f3-8ea4-14e9590ee998.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Tutti i problemi sono stati toccati in sede di gruppi parlamentari e qui al C.[onsiglio] n.[azionale] . Lamenta che si perda tempo, quando a Montecitorio si discute della Regione e l’Esecutivo ha tanto da fare. Qui si è sottolineato che la Direzione sia autonoma di fronte al governo e dia ad esso la direttiva. La verità è che bisogna guardarsi da questa impostazione, che può portare allo Stato-partito. La democrazia si rafforza migliorando gli organi parlamentari e non indebolendoli con eccessive interferenze di organi di partito. Il sistema è semplificare la funzionalità del Parlamento: la Dc deve riconoscere che il Parlamento è la forza principale e il governo è il suo organo esecutivo. È vero, c’è lentezza: ma il fatto è che il governo e il Parlamento non arrivano. In certe Commissioni si decidono impegni di miliardi che impegnano il governo. Il partito deve poter influire nelle direttive generali; i gruppi debbono poterle realizzare; ma bisogna lasciare al governo un certa libertà di iniziativa. Le nostre discussioni vengono diffuse troppo largamente: si domanda come i lettori possono capire il bandolo delle discussioni. Poi c’è una certa stampa fiancheggiatrice (La Via) che attacca il governo senza esclusioni di colpi. Come si può fare una propaganda elettorale, quando ci si trova di fronte ad attacchi del genere? Prega la Direzione di fare appello al senso di responsabilità dei direttori di questi giornali. Così non si può andare avanti: critica sì, ma non attacchi indiscriminati. Parecchie cose qui dette il governo le aveva già dette prima, specie in ordine al mutamento della situazione (discorso del 23 novembre alla Camera). Programma economico: ma noi ne vediamo la necessità: le abbiamo viste: perché [criticare] l’opera del governo? Esiste un comune patrimonio, che non va sperperato: esso va difeso contro l’opposizione. Perché dare attraverso il C.[onsiglio] n.[azionale] e la stampa l’impressione che si vuole guastare tutto? Se il patrimonio del governo è patrimonio comune, bisogna dirlo pregiudizialmente prima di scendere alle critiche. Questo discorso vale per Ravaioli e per Gronchi soprattutto. Se l’immoralità dilaga, bisogna che De Gasperi se ne vada e se qualcuno può far meglio che venga fuori. Egli vuol essere rappresentante del partito ma non essere impastoiato. Crede di essersi regolato onestamente col partito, quando ha fatto la «crisetta»: si è messo a posto con la Direzione e i Gruppi prima di fare la «crisetta» . La formula del 18 aprile non è nella formula negativa dell’anticomunismo. Contesta a Gronchi la validità della sua impostazione; che vuole creare una artificiosa posizione di riserva della sinistra del partito in agguato. Che cos’è il «vuoto» che va riempito, citato da Gronchi? Di che «terza forza» di centro-sinistra si va parlando, quando vengono su invece monarchismo e neofascismo? La terza forza è la Dc. Il Psli è stato il primo partito socialista, a carattere regionale: e lo si deve abbandonare per aiutare il Psu? Dobbiamo accarezzare il Psu, e rifiutare il Psli che si è logorato per il governo: si dica allora che si vuole andare incontro a fascio e comunismo nella illusione di fare insieme con la sinistra Dc un partito del lavoro, che poi metterebbe in pericolo la cattolicità. Il laicismo di questa gente è vero e proprio anticattolicesimo. Non intende andar far a crisi, con una specie di poteri sottintesi; vuole si parli chiaro in modo di poter agire con sicurezza. La tattica del Psu è quella di creare un cuneo nelle elezioni amministrative per giungere alle elezioni generali; e con questa gente dovremmo collaborare? È ora di finirla con La libertà , giornale Dc di riserva. Bisogna pensare alle difficoltà enormi del governo: esso va aiutato, non s[abotato]. Il problema della burocrazia esiste, ma non è superabile oggi. Riconosce che nel passato governo ci sono stati momenti di insufficienza, dipendenti dalla non composizione. Quando ha potuto ha cercato di tener conto del desiderio di coordinamento unitario. Oggi si parla di coordinamento su doppio binario. Vede difficile un coordinamento simile: trovare un sollecitatore dell’investimento e un frenatore della spesa. Problema difficile anche per la organizzazione dei ministeri e per la incidenza della legge nella contabilità dello Stato. Questa va riformata ma nel tempo necessario dal Parlamento, e non in periodo di crisi. Non è esatto dire che il CIR funzioni male. La verità è che nella sua azione si è inserito il Piano ERP; ciò richiama un tale sforzo collegiale da limitare le celerità del CIR. Nei LL.PP. bisogna arrivare ad un coordinamento secondo le necessità della disoccupazione. La questione del laicismo: gli pare che [omissis] quando pensa che al laicismo possiamo provvedere noi. Egli è fuori della realtà italiana. Non si può dimenticare che, accanto allo Stato, c’è la fede della Chiesa. Nel nostro ambiente fa facile presa: «governo di preti no». Il suo criterio politico di mantenere la collaborazione è anche legato alla esigenza di dare «una garanzia visiva» che lo Stato italiano è indipendente da ogni pressione della Chiesa. I cattolici debbono rimanere al governo senza l’etichetta di cattolici, almeno fino che non siamo giunti alla ribalta di nuove generazioni che non siano i [omissis] di anticlericalismo. Abbiamo fatto dei grandi progressi: ma non è ancora giunto il momento di un governo di soli cattolici, almeno non dobbiamo essere noi a sollecitarlo. La messa di Togliatti è sempre questa: isolare la Dc e fare lui la concentrazione delle forze. Dobbiamo essere noi ancora a farla. Pci – Pnm – Msi sono fuori dello Stato repubblicano. Non si avrà uno Stato democratico finchè non si darà una soluzione organica al problema sindacale e al problema degli scioperi. Nel 1920-21 il fascismo è venuto per via degli scioperi. È difficile ottenere dai sindacati la limitazione della legge sindacale dello sciopero. Voi parlate di coordinamento del governo: ma dico, voi, partito, voi, Esteri, sindacati, siete coordinati? Il popolo ha diritto di domandare il suo coordinamento. In democrazia le funzioni debbono essere distinte, se no va a rotoli l’autorità dello Stato. «Prevenire e non reprimere»; ma non si può dappertutto prevenire. A proposito delle Regioni: si dispiace dell’uscita intempestiva di Andreotti. Non è utile politica manifestare propositi ormai non più attuabili. Ammette tuttavia che sono ragionevoli le preoccupazioni per l’ordinamento regionale. Ma tagli notevoli sono stati fatti: ora, con tutte le forze, bisogna vedere di avviare gli [omissis] ma le Regioni non si possono non fare. Bisogna che anche ai posti di comando delle Regioni vadano uomini che hanno vivissimo il senso unitario dello Stato. […] Conclude ribadendo che la migliore soluzione della presente situazione politica sarà possibile solo se la Dc saprà fare un grande sforzo di fraternità reciproca, nell’interesse del paese e del partito . "} {"filename":"4ae879b7-dc06-4156-b3ca-166bb09ea618.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Mi pare che ci sia poco da aggiungere alle dichiarazioni fatte dal ministro della Giustizia. Sentiamo tutti l’impressione che suscita l’evocazione della tragedia nazionale che abbiamo traversato; sentiamo tutti che molto ancora ci sarebbe da dire, molto da giudicare, soprattutto molto da perdonare; ma sentiamo anzitutto il nostro sentimento di gratitudine, e il dovere di premettere ad ogni altra dichiarazione l’espressione della nostra ammirazione, del nostro riconoscimento a coloro che hanno combattuto in qualsiasi formazione per la liberazione, volontari o non volontari, e soprattutto per coloro che qui in Senato ci fanno l’onore di partecipare ai nostri lavori e che sono stati gli uomini che hanno diretto la lotta per la liberazione. (Interruzioni da sinistra). Non so per quale ragione da questa parte si interrompa. (Vivi rumori da sinistra). Proli . La gloria d’Italia sta in galera! (Rumori dalla destra). De GasPeri. Non turbiamo, onorevoli senatori, la serietà di questo momento. Non voglio polemizzare. Voglio solo riferirmi ad alcune affermazioni dell’onorevole Giua. Egli ha accennato all’amnistia e ha detto che responsabile di essa è tanto De Gasperi, come Togliatti. Senza dubbio! Ne assumo piena la responsabilità per quella parte che mi riguarda; credo che l’amnistia sia stata un atto di saggezza, credo che la Repubblica, credo che i vincitori avessero il diritto di correre questo rischio di fronte alla minoranza che era stata vinta, soprattutto perché si trattava di fratelli che bisognava riunire nella nazione; e a questo riguardo non faccio nessun rimprovero all’onorevole Togliatti e assumo piena tutta la responsabilità. (Vivi applausi dal centro destra). Mazzoni . È la lettera della legge che è sbagliata. De GasPeri. Con ciò non voglio difendermi da errori di misura e di tecnica; di errori ne abbiamo commessi tutti, ma lo spirito e il proposito della pacificazione è stato giusto e corrispondeva veramente ad una necessità, in un momento in cui lo Stato era enormemente debole e dovevamo superare, con uno slancio di generosità, le opposizioni che impedivano la unificazione e la ricostruzione del nostro paese. Credo che questa politica di pacificazione non debba essere abbandonata qualunque cosa avvenga; e con ciò riconfermo quello che dissi nella campagna elettorale e nelle dichiarazioni al Parlamento quando esposi i princìpi direttivi generali del governo. Ma, amici miei, non sbagliatevi a prendere il vostro atteggiamento e ad assumere lo schieramento contro il governo come se coloro che ieri si sono manifestati come avversari della pacificazione fossero avversari vostri, e non del governo. Se voi prendete in mano uno di questi giornali e leggete: «pensiamo che altre persone dovrebbero oggi sedere sul banco degli imputati quali responsabili del baratro in cui hanno precipitato l’Italia, persone che oggi siedono al governo e in Parlamento, continuando a vendere l’Italia allo straniero, ecc.»: qui è tutta una concezione che si svolge non semplicemente contro gli anti-fascisti, ma contro il governo, contro la liberazione, contro i nostri Alleati: è la rivendicazione di un mondo che francamente non possiamo ammettere. Una voce dalla sinistra. È il «Brancaleone»! De GasPeri. No, non è questo. Noi ci troviamo, quindi, di fronte ad un attacco che colpisce il governo della Repubblica. Abbiate la compiacenza di prenderne atto. In secondo luogo, quale rimedio soprattutto e quale scusa sorse per la nostra generosità? Questa; che noi crediamo di aver dato alla Repubblica democratica un governo forte. Noi crediamo d’aver talmente organizzato gli organi esecutivi dello Stato da impedire ogni pretesto per formare squadre d’azione, che si chiamino fasciste o con qualunque altra parola. (Vivi applausi dal centro e dalla destra). E credo che l’argomento principale di tranquillità contro ogni minaccia, è di sapere che il governo, e cioè lo Stato, è abbastanza forte per togliere a chiunque il pretesto di farsi giustizia da sé e di correre a rappresaglie. Questa è la differenza capitale che esiste tra oggi e il governo che fu alla vigilia del fascismo. Inutile che ripetendo l’antica frase si creda di trovare la stessa situazione. Oggi c’è un governo che si fonda su una larghissima base popolare e che è deciso a difendere la libertà a qualsiasi costo. (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra). Permettete, egregi colleghi, di aggiungere che intendiamo difendere la libertà contro chiunque attenti alle istituzioni democratiche; e qui sta la nostra forza, anche contro coloro che vorrebbero riorganizzare il fascismo o riprendere il tentativo del 1922. E, aggiungo ancora, che l’altra soluzione precipua, l’altra condizione, direi, essenziale della difesa e della garanzia di consolidamento dello Stato democratico è l’indipendenza della Magistratura. Io so, e mi pare di avervi accennato qui un’altra volta, che è facile, in un disegno di legge o in una legge, stabilire l’indipendenza della Magistratura in confronto del potere esecutivo o di qualsiasi altro potere: è più difficile creare l’indipendenza della Magistratura in confronto dell’ambiente che la circonda, del clima in cui vive, e questo è costume, soprattutto; non attendete dal governo quello che esso non può fare. La sua parte dovrà farla, ma ciò è soprattutto un problema di costume; dipende dalla stampa, dipende dagli uomini, dal coraggio civile di coloro che partecipano alla vita pubblica. Bisogna che in questo senso non ci siano teorie come quelle a cui mi pare abbia accennato l’onorevole Giua, il quale mi sembra che ad esse un pochino indulga quando si lagna che la Magistratura sia avulsa dall’ambiente attuale, non si sia adeguata, ecc. ecc., contro le quali affermazioni l’onorevole Conti, a ragione, ha protestato e polemizzato. Io comprendo quello che vuole dire l’onorevole Giua: dirò che lo comprendo anche per una certa esperienza personale, perché io ho capito, in certi momenti, che cosa vuol dire trovarsi di contro alla ostilità imponderabile, ma percettibile dappertutto intorno a voi in una clima di terrore: l’ho capito io come imputato, come credo lo avessero capito anche i giudici. Disgraziatamente lo hanno capito anche i giudici. Io non credo che sia stato l’unico caso. Purtroppo, nel lungo ventennio che abbiamo attraversato, ci sono stati altri casi in cui si è visto che le istituzioni erano insufficienti per difendere i giudici dal terrore e dalla minaccia del potere esecutivo. Diciamo sinceramente che vogliamo rispettare l’indipendenza della Magistratura: questo bisogna che sia un fatto riconosciuto, una prassi riconosciuta; ma allora abbiamo il dovere, noi governo e noi Parlamento, di affermarlo sempre indiscutibilmente. (Applausi dalla destra e dal centro). Lascio cadere tutti gli altri argomenti polemici perché mi parrebbe di guastare una simile solenne manifestazione del Senato. Aggiungerei solo una parola, nel senso che mi pare sia stato anche espresso dall’onorevole Cingolani, e che forse è nel cuore di tutti: noi sappiamo che c’è una gioventù a cui non arriviamo con la nostra parola e con i nostri ricordi del passato e che non conosce le esperienze che abbiamo attraversato noi, che forse crede in una buona fede e si lascia accendere da una scintilla ideale. Abbiamo il dovere di mostrare comprensione verso questa gioventù – io non ero più giovane allora, ma molti di voi saranno stati giovani – che anche noi nel 1920 e nel 1921 credevamo che la libertà si difendesse da sé e ci pareva impossibile che potesse venire un regime che soffocasse questa libertà. Il nostro ottimismo, il nostro idealismo furono purtroppo traditi dalla realtà. Non vogliamo rifare questo esperimento, non lo vogliamo rifare per noi, per i nostri figli, per la pace del mondo, perché il risorgere di un movimento di quel carattere vorrebbe dire la fine della pace interna e l’inizio della guerra esterna generale in Europa. (Vivi applausi dal centro e dalla destra). "} {"filename":"5cd50a58-67c1-4aa1-a2e2-a442a95a16c0.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Devo dire che queste dichiarazioni sono state fatte prima alla Camera, perché alla Camera si sarebbe arrivati egualmente ad un’altra discussione sullo stesso argomento. Per martedì erano fissate le interpellanze; era ovvio che si dichiarasse ieri e si preannunciasse alla Camera che il governo stesso avrebbe dato il modo di un esauriente dibattito, facendo all’indomani delle dichiarazioni. E credo che ci sono stati dei testimoni ieri (mi sembra che anche il senatore Cingolani fosse presente), quando io ho detto ed ho assicurato che avrei fatto immediatamente dopo che alla Camera le dichiarazioni qui al Senato. Mi pare con ciò di essermi tenuto nei limiti di responsabilità e nei limiti di tempo. (Interruzioni dalla sinistra). Voce dalla sinistra. Questo lo ha detto al suo gruppo. De GasPeri. Egregi colleghi, la questione è così seria che non dovreste esagerarla, anche se avessi fatto torto alla forma procedurale. Ma nessun torto è stato commesso. Infatti, che cosa ho fatto io? Sono venuto a riferire una deliberazione presa al Consiglio dei ministri ed a sottoporre in pubblico dibattito questa deliberazione. Non potevo sottoporla se non quando ero certo che si sarebbe formulata. Ho però già detto ieri sera che, qualora (in forma condizionata) prevedessi che per le circostanze di tempo e per la sostanza della cosa si fosse arrivati ad una conclusione nel Consiglio dei ministri, avrei fatto successivamente le dichiarazioni alla Camera e al Senato. Mi pare che siamo a posto con le tradizioni. Permettetemi di dire che abbiamo seguito uno scrupolo di procedura democratica che è soltanto, direi quasi, giustificabile dalla gravità delle decisioni, ma che certo non è nella prassi generale. E quindi non credo che si possa rimproverare a questo riguardo di non voler affrontare il dibattito o di non voler tener conto delle opinioni espresse dal Senato. Io sono a disposizione del Senato per quando vorrà incominciare la discussione. Prego soltanto che nel prendere una decisione al riguardo si consideri la possibilità della presenza dei ministri e di quelli più direttamente responsabili nelle due Camere. [Segue la richiesta del senatore comunista Mauro Scoccimarro di fornire ulteriori chiarimenti prima di iniziare la discussione]. Può essere che la mia esposizione non sia stata sufficientemente chiara o che meriti di essere meditata, ma che essa non sia piena di contenuto, che essa non contenga degli elementi sostanziali di giudizio per approvare o disapprovare l’atteggiamento del governo questo mi pare che nessuno possa affermarlo. Tutti gli elementi che noi possediamo li abbiamo dati per mettere la Camera dei deputati ed il Senato in grado di deliberare in linea di massima se il governo meriti la fiducia per trattare e definire sul Patto atlantico, o non la meriti; questa è la questione principale che deve essere democraticamente risolta. Voce dalla sinistra. È una cambiale in bianco. De GasPeri. Non è una cambiale in bianco! La forma e l’impegno del patto sono secondo quanto stabilisce la Costituzione, alla quale non verremo mai meno. C’è però un’altra serie di informazioni, di elementi che possono essere chiarificatori e che riguardano il procedimento con il quale si è arrivati a questa conclusione ed è quindi evidente che la opposizione cerca i documenti misteriosi per dimostrare la sua tesi. Ora io dico che durante il dibattito, come sarebbe avvenuto del resto anche in forma di interpellanza, voi ci potete esporre i vostri dubbi e le vostre richieste affinché noi vi possiamo dare tutti gli elementi necessari su ciò che fu il procedimento e il corso di sondaggi e di informazioni, prima ancora, perché così è, che si entri in veri negoziati. Siamo disposti anche su questo ad essere molto chiari. Non dubitate, non abbiamo vergogne da nascondere, non abbiamo torti fatti al nostro paese da non rivelare. Non crediate di speculare su questo come sulla scoperta di non so quale tesoro. In realtà noi abbiamo fatto onestamente quello che credevamo di fare per arrivare fino al punto – e questa è la nostra tendenza – di impedire che in un giorno qualsiasi, quando le cose fossero maturate per una decisione e le Camere l’avessero presa o il governo dovesse prenderla, potessimo trovare preclusa la via e chiusa qualunque porta. Era nostro dovere: primo, non impegnarci; secondo, tenere però la porta aperta, perché se domani la nazione, per mezzo della sua rappresentanza, volesse prendere una decisione, la potesse prendere e questa potesse essere efficace. (Applausi dal centro e dalla destra). Non mi pare che si debba quindi fare della tattica parlamentare quasi che ci siano da scoprire dei cunicoli misteriosi entro i quali saremmo andati a cacciarci per arrivare alla superficie improvvisamente presentandovi le cose. Non esistono; ma voi dimostrate troppa diffidenza, forse siete stati abituati a cose che avvengono in altri paesi. (Applausi dalla destra e dal centro – Commenti animati dalla sinistra). Mi pare che il Senato si trovi nella migliore condizione di assistere alle rivelazioni che potranno essere fatte secondo la tesi e l’ipotesi di vostra parte, in un’assemblea in contraddittorio, ed eventualmente di contrastarle o integrarle o di accusare il governo di avere commesso qualche cosa contro la Costituzione o contro l’interesse del paese. Una migliore forma di giudizio non potevate averla, poiché voi avete la possibilità, con gli elementi che vi ho dato – vi prego di rileggere il discorso: vi troverete tutto quello che il governo poteva avere davanti per decidere – di trovare gli elementi necessari per una vostra decisione e per liberare la vostra coscienza da un sì o da un no pregiudiziale; durante il dibattito potrete trovare tutti gli argomenti, tutte le occasioni di chiarire dubbi, se ne avete, e soprattutto di dimostrare (se ne sarete capaci) che questi uomini che con tanto senso di responsabilità e con travaglio… Menotti. Tradiscono il paese! (Vive interruzioni e commenti dal centro e dalla destra). De GasPeri. …e con travaglio di spirito assumono la loro responsabilità – uomini che pagano di persona non sono traditori – non badano ai punti di vista, ma alla ragione. (Vivi applausi dal centro e dalla destra). Semmai ci fosse stato un momento in cui avessimo congiurato e cospirato, potremmo ben dire che la propaganda accanita che voi avete fatto per dipingerci come traditori e nemici della pace… Menotti. Spergiuri! (Vivi clamori ed interruzioni dal centro e dalla destra). De GasPeri. Egregi colleghi dell’opposizione, questa campagna che voi fate pesa sul nostro animo, ha pesato durante questo lungo periodo e seguita a pesare, e se noi, nonostante questo, abbiamo preso un atteggiamento quale quello che si è manifestato oggi nelle mie dichiarazioni, vuol dire che abbiamo il coraggio di affrontare tutte le responsabilità. (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra). "} {"filename":"a0c05cd2-31ce-4bc0-afb0-fd49012ef5b3.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Per essere più esatto, ho scritto e fissato sulla carta il mio pensiero. L’onorevole Targetti chiede di sapere «se corrisponde a verità che il ministro dell’Interno, nel discorso tenuto il 3 aprile 1949 a Siena, abbia affermato, come è stato riferito da vari giornali, che le armi affidate alle forze dello Stato devono essere anche strumento di offesa ed abbia anche incitato tutti i poteri dello Stato e in primo luogo la magistratura a condannare rapidamente e severamente i responsabili di una specificata pubblicazione periodica». No, onorevole interrogante, il testo ch’ella riferisce come riportato da vari giornali, non è esatto, anzi in qualche parte è, dagli stessi giornali, tendenziosamente deformato. L’agenzia ANSA, immediatamente dopo il discorso nel pomeriggio di domenica, aveva diramato un testo, in cui le dichiarazioni del ministro suonano come segue. Circa l’uso delle armi: «è chiaro che di fronte a tentativi insurrezionali lo Stato si difenderà senza esitazioni: ho già dichiarato altre volte che le armi affidate alle forze dello Stato non costituiscono elementi decorativi ma mezzi di difesa e di offesa. Di fronte al diffondersi di voci di ricorso a mezzi illegali per annullare il voto del Parlamento, affermo nettamente che lo Stato è in grado di difendere le libertà costituzionali ed è deciso a farlo». Dalle dichiarazioni fatte dal ministro dell’Interno appare chiaro anzitutto come l’ipotesi dell’impiego delle armi si riferisca al caso deprecato di un moto insurrezionale, mirante ad annullare la volontà del Parlamento; e vogliono essere tali dichiarazioni un monito preventivo che in caso di conati insurrezionali gli autori non si troverebbero di fronte ad una resistenza passiva delle forze dello Stato, ma ad una difesa attiva di cui subirebbero tutte le conseguenze. Onorevoli colleghi, gli italiani non devono dimenticare la tragedia del 1922 : è evidente che la Repubblica non ha né privilegi, né posizioni ereditarie, né regime di classe o di partito da difendere; difende la libertà di tutti, difende la democrazia parlamentare, difende il suffragio universale; di qui il suo diritto di essere forte nella legalità, il suo dovere di essere vigilante contro ogni tentativo di ricorso alla violenza per sovvertire le nostre libere istituzioni e instaurare lo Stato-partito. Mi auguro che questo monito, il cui stile e la cui risolutezza si spiegano quando si pensi alle minacce che sono risuonate nelle due Camere durante la recente discussione di politica internazionale e alle agitazioni nel paese, si dimostri superfluo; né io, né il ministro dell’Interno, né, penso, l’onorevole interrogante possiamo augurarci di meglio. In quanto al secondo addebito mosso dall’interrogante al ministro di «un’aperta ingerenza del potere esecutivo nell’amministrazione della giustizia» , mi pare anch’esso infondato. Il ministro ha espresso la speranza che «tutti i poteri dello Stato, magistratura compresa, si preoccupino della difesa della democrazia», con riferimento a una pubblicazione menzognera che, in momenti di tensione internazionale, poteva creare alla Repubblica italiana seri imbarazzi. Gli organi dell’esecutivo denunziano; la magistratura sentenzia, nella sua indipendenza. Il governo la rispetta, e nessun caso ci può venir rimproverato di illecito intervento, come accadde – e ne abbiamo anche esperienza personale – nel passato regime. La difesa della democrazia, cioè della Costituzione e delle sue leggi è certo sentita da tutti i cittadini – magistrati compresi – come un dovere da compiersi in piena libertà e coscienza. Questo è il senso, questa è la portata delle dichiarazioni del ministro; tanto è vero che, per sostenere il contrario, l’Unità del 7 corrente, nella scia di una pubblicazione de La Repubblica, del giorno avanti, ha ritenuto di dover inventare che «nel tentativo di minimizzare la gravità delle dichiarazioni di Scelba, De Gasperi ne ha fatto addirittura modificare il testo da Il Popolo» . Ciò è completamente falso: Il Popolo ha semplicemente riprodotto il testo dell’ANSA; ma da questa mistificazione risulta che, anche secondo il parere della stampa di estrema sinistra, le dichiarazioni genuine dell’onorevole Scelba non permettono l’interpretazione grave che ne dà l’interrogante. Comunque l’onorevole interrogante sa che con una frase si può impiccare un galantuomo. Si rilegga tutto il discorso, e si vedrà che il ministro dell’Interno, pur dimostrandosi, come è ovvio per la sua funzione di tutore dell’ordine pubblico, oltremodo sensibile innanzi agli indizi e ai pericoli – la notevole quantità di armi lubrificate scoperte anche in questi giorni, le violenze contro la libertà di lavoro accumulatesi negli ultimi mesi bastano già a dimostrare che tali pericoli non possono dirsi immaginari – ha riaffermato che egli si propone di superarli, in completa adesione al metodo di libertà e democrazia. È la legge insomma che s’intende tutelare contro l’illegalismo, sono le libertà, compresa quella del lavoro, che si vogliono difendere contro la violenza faziosa, è la Costituzione che si vuole salvaguardare contro ogni sovvertimento, da qualunque parte esso venga. «AlPartito comunista – ha concluso il ministro Scelba – chiediamo soltanto che esso consideri anche per sé come un imperativo categorico il rispetto della legge della democrazia». Onorevoli colleghi, io ricordo parecchi ministri dell’Interno, che nei loro discorsi furono più sinuosi e più vellutati dell’amico Scelba, ma nessuno che più di lui o come lui fosse così appassionato nel difendere, al governo e fuori del governo, la libertà; nessuno che avendo in gioventù deplorato la fatale debolezza dei cosiddetti uomini abili e poi esperimentato come antifascista l’arbitrio crudele dello Stato-partito, sentisse come lui l’impegno di salvare la libertà nella più ampia giustizia sociale. (Vivissimi applausi al centro). Onorevoli colleghi, non indugiamo su delle frasi, come si trattasse di ermeneutica critica: guardiamo all’intimo delle cose, guardiamo al paese. Il paese ha bisogno di rinascere e vivere e non vive se non v’è la disciplina della legge. Questo principio vitale, supremo, quest’esigenza inderogabile di ordine e di lavoro è la legge ferrea nel destino di ogni popolo. La storia c’insegna ch’essa si attua inesorabilmente col consenso o con la forza. Noi democratici abbiamo l’impegno e l’orgoglio di arrivare alla meta col suffragio popolare e nella libertà dei partiti. Onorevoli colleghi, accompagnateci su questa via, perché è la via della dignità politica, del progresso morale e della pace tra le classi e tra le nazioni. (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra). "} {"filename":"4d955263-898e-40d4-8e68-45a66e8c43ac.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"(Segni di attenzione). Onorevoli colleghi, non avrei molto da aggiungere a quanto ha detto il ministro dell’Interno, se non fossi stato personalmente chiamato in causa, soprattutto per la parte che riguarda la costituzionalità e la violazione della legge e, in generale, la presente legislazione riguardante la petizione. Soprattutto l’onorevole Nenni ha deplorato questa mancanza di una legge, dirà, esecutiva, regolamentare della petizione ; e, difatti, oggi si è dimostrato che è deplorevole che non vi sia, e che non vi sia stata. Però, è un fatto che vi sono state moltissime di queste petizioni nel passato (due in modo particolare di massa, nel tempo in cui i cattolici erano fuori del Parlamento e non avevano rappresentanti qui), e moltissime ve ne sono state che non hanno suscitato grandi discussioni. La Costituzione e poi il Parlamento non si sono molto preoccupati di questa materia; tanto è vero, e vorrei ricordarlo all’onorevole Nenni che in sede di Sottocommissione Basso si dichiarò contrario a qualsiasi regolamentazione dell’istituto della petizione. Quindi, non potrei accettare il rimprovero rivolto al governo di non aver preso l’iniziativa per presentare una legge. Vorrei osservare che abbiamo presentato una legge per il referendum , ma è evidente che i limiti fra petizioni di massa e referendum sono giuridici ma, politicamente (come dire nel senso comune) sono difficilmente distinguibili, tanto che si potrebbe assai discutere, se la petizione di cui alle interpellanze in esame sia invece un referendum, ossia se possa essere giuridicamente ammessa, dato che la Costituzione vieta il referendum in materia di trattati internazionali. Quindi, se la maggioranza avesse voluto opporvi una barriera, uno sbarramento di carattere giuridico, lo avrebbe potuto fare. Vi dico, rispondendo alle accuse che ci sono state rivolte, che noi ci preoccupiamo molto dell’esito di questa petizione, perché siamo convinti che l’alternativa, come è stata messa, è impostata falsamente. Perché se si domanda a qualsiasi italiano se vuole la guerra o la pace, evidentemente egli non può che rispondere: voglio la pace! (Applausi al centro e a destra – Interruzione del deputato Nenni). Onorevole Nenni, così voi fate la propaganda per la petizione! nenni. La petizione concerne la ratifica del Patto atlantico! De GasPeri. Riconosco che il testo è fatto con molta grazia, con molta abilità giuridica, in ogni modo il testo interviene con un appello al Parlamento per dire: non votate la ratifica. Questa è la libertà di ogni cittadino, su ciò siamo d’accordo: ma deciderà il Parlamento. La questione della mancanza di una procedura non può essere oggetto oggi di discussione. Certo, se avessimo una procedura per l’esercizio del diritto di petizione, se qui ci radunassimo per assicurare una data procedura, senza dubbio ci preoccuperemmo di stabilire due princìpi: primo, che le cose vadano con una certa normalità riguardo alla autenticazione delle firme, evidentemente per non dare troppo disturbo al Parlamento; secondo, che, se manifestazioni di pensiero politico debbano esservi, queste siano libere; amici miei, voi sapete bene che tutte le questioni politiche del genere, è bene siano segrete e non pubbliche, per non dar luogo a rappresaglie. (Vivi applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). Sì, voi salvate il vostro pieno diritto, il nostro diritto, di ricorrere alla forma della petizione, però siamo sempre in una posizione di debolezza in confronto al suffragio universale segreto, che è la grande conquista della libertà! (Applausi al centro e a destra). Non allarghiamo la discussione. Discutiamo su ciò in cui siamo d’accordo. È vero, in fondo, almeno per le conseguenze deplorevoli, che non vi sia una regolamentazione a questo proposito. Ci penserà forse la Camera in occasione della discussione sul referendum; comunque ci penserà quando entrerà nel merito della questione, e allora si esamineranno anche le conseguenze della procedura, che possono avere dei riflessi sulla autenticazione e sulla sicurezza che si tratti di firme realmente apposte. Quindi, nessuna fretta, nessun allarmismo, nessuna esagerata preoccupazione per qualche misura di polizia, perché se la petizione viene dinanzi alla Camera non è la forma della petizione o la procedura seguita che può dare un significato e può portare ad una deliberazione, ma è la sostanza delle cose. Questo è evidente ed è inutile che inganniamo noi stessi e il paese. Circa il fatto che attualmente giudice esclusivo della autenticità delle firme è il Parlamento, e che non possano sostituirsi ad esso i questori siamo d’accordo. Mi pare che il ministro dell’Interno si sia associato a questa opinione. Che cosa sono le disposizioni contro il fatto o il pericolo di violenza, o di coartazione, eccetera? Sono disposizioni, direi, di ripiego in mancanza di una disposizione di carattere legale. (Interruzioni alla estrema sinistra). Vi è una norma suprema, che è nella Costituzione, che difende la libertà di manifestazione delle espressioni politiche. (Applausi al centro e a destra). Per un certo dovere di giustizia anche umana di fronte agli esagerati e ingiusti attacchi contro il ministro dell’Interno, devo ricordare che è stato il ministro dell’Interno a presentare la legge che dà la possibilità di ricorrere al magistrato contro i provvedimenti delle autorità dell’esecutivo che vietano i manifesti. Dovete riconoscerlo: questa è una possibilità che avete in mano, ed è proprio il ministro dell’Interno che ve l’ha data, perché egli non è il ministro di polizia, ma è un vecchio, anzi giovane, democratico, che è sempre stato a questo riguardo all’avanguardia. (Applausi al centro). Devo anche aggiungere che pur difendendo i suoi funzionari – e, badate bene, questo è uno dei doveri della responsabilità politica, ed è un dovere anche per la disciplina e per la sicurezza nell’azione dello Stato – egli ha sempre detto, e questa volta ripetuto, che si riserva di inquisire sui singoli casi nuovi che non conosce e che gli sono stati portati qui in Assemblea. Quindi non è vero che queste discussioni si facciano per niente. Se credete di aver portato argomenti e fatti che meritino una revisione e un esame, il ministro dell’Interno, come tutto il governo, è sempre disposto a farlo. Ma, detto questo e ricordato che avete sempre il diritto di ricorrere al magistrato per i manifesti, io vi dico che, come presidente del Consiglio, non tento in alcuna maniera di dissociarmi dalla responsabilità del ministro dell’Interno, e credo di poter affermare che tanto io quanto i colleghi tutti siamo perfettamente d’accordo su questo. (Applausi al centro e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra). Un’osservazione ancora, riguardante l’onorevole Paolucci e l’onorevole Corona : mi pare che tutti e due abbiano concluso facendo intravedere questo spettro della dittatura, che non sarebbe poi uno spettro ma esisterebbe in carne ed ossa sul banco del governo. Onorevoli colleghi, non scherziamo col fuoco! Vengo appena dalla campagna elettorale in Sardegna : ognuno sa benissimo che siamo attaccati su due fronti, e che il fronte di destra, che ha qualche successo, ci accusa di essere troppo liberali, di concedere troppa libertà, di non essere energici di fronte a coloro che possono rappresentare una cospirazione di fronte allo Stato, come ad esempio i comunisti. Non venite a dirci che noi manchiamo alle leggi fondamentali della democrazia! Guai a voi se non fossimo qui con la nostra forza! (Applausi al centro e a destra – Rumori all’estrema sinistra). Pajetta Gian carlo. Ella ci protegge dall’onorevole Leone Marchesano? (Si ride). De GasPeri. Non ridete. Guai a voi e anche a noi, perché se uno dei due estremismi andasse al potere instaurerebbe una tale dittatura da non aversene nemmeno l’idea! (Applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). Quando mi si dice che abbiamo una insensibilità ipodermica, cioè insufficiente, riguardo la democrazia e la libertà che vi sono in Italia, io non so se la mia esperienza personale mi possa suggerire una conclusione. L’altra notte, l’ultima della campagna elettorale, a Sassari – sedendo a pranzo – ho avuto occasione di sentire molti discorsi di avversari politici: ho sentito ingiurie dirette a me, presidente del Consiglio che non si possono certo ripetere. Ho sentito l’accusa di stare insieme con massoni, con liberali, con socialisti al governo; di formare un aggregato che non ha la coscienza della libertà e la coscienza dell’ordine dello Stato. E sono stato accusato anche di volere la guerra! Ditemi un po’ se un presidente del Consiglio, in questa situazione, debba anche lasciarsi dire alla Camera, e il popolo debba credere, che non c’è libertà! Pajetta Gian carlo. Anche nel 1924 vi era questa libertà e vi erano le elezioni ! De GasPeri. L’onorevole Pajetta non ha avuto una felice idea paragonando l’evoluzione presente con l’evoluzione passata. C’è qualcuno che si ricorda bene come erano fatte le elezioni del 1924! (Interruzioni all’estrema sinistra – Commenti – Rumori). Io spero che l’onorevole Pajetta non abbia una chiara visione di ciò che ha affermato, ma io protesto in nome della democrazia italiana e in nome della Repubblica contro questo paragone! Noi abbiamo dato, concesso, rispettato la massima libertà per tutti i partiti. (Interruzioni all’estrema sinistra – Proteste al centro). Pajetta Gian carlo. Fate l’elemosina coi soldi dello Stato! (Commenti). De GasPeri. Vi dico che paragonare la situazione della democrazia italiana nel 1924 a quella di oggi vuol dire preparare il terreno all’avvento di simili sistemi: voi credete [di] prepararlo per voi ma temo, invece, che possiate prepararlo per gli altri. Un’inclinazione alla dittatura ne porta inevitabilmente un’altra come contrappeso. A questo riguardo voglio essere molto chiaro dicendo che non ripeteremo l’errore di credere che la libertà si difenda da sé, come nel 1922: su questo potete stare tranquilli! (Vivi applausi al centro e a destra). Ma volete una prova di come viene fatta la vostra propaganda contro di me, presidente del Consiglio, e di quanta libertà vi sia nella propaganda elettorale in Italia in questo momento? A Sassari ho trovato questo manifesto (sentite un po’): «De Gasperi disse a Zellerbach: abbi pazienza fino all’8 maggio: ti darò poi Olbia e Porto Torres per le vostre bombe atomiche». (Commenti – Proteste al centro e a destra). Pajetta Gian carlo. Se non è vero, lo smentisca! (Vive proteste e rumori al centro). De GasPeri. Quindi nuova è risuonata la parola della necessità di distensione, come è risuonata durante la recente campagna elettorale, specialmente dai banchi comunisti. Ora, io credo che l’insistenza su questa parola sia da prendersi per un buon sintomo: è certo per lo meno che non sia una parola in asprezza. Bisogna però che i comunisti non mandino l’onorevole Pajetta come ambasciatore di questa volontà di distensione. (Si ride al centro). E bisogna soprattutto che i comunisti non pubblichino simili manifesti. toGliatti. E perché? De GasPeri. Perché, onorevole Togliatti, si può esser pronti a discutere serenamente in tutte le situazioni, ma ad una condizione: che non si lancino accuse come quelle che sono state lanciate e si lanciano contro di me, che si voglia cioè la guerra e si voglia la rovina del popolo italiano, mentre si lavora per la pace. (Vivissimi applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). "} {"filename":"0b406c87-4db5-485e-91ba-c8ed36e93ffa.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"A quest’ora, dopo un dibattito così interessante e, mi pare, esauriente, le mie dichiarazioni saranno estremamente brevi. Non ho potuto seguire tutto il dibattito. Sono venuto stamattina verso le 13,30 dalla Camera ove avevo assistito ad una collaborazione tra l’amministrazione dello Stato, rappresentata dal governo, la maggioranza e la minoranza che era veramente ideale. Il ministro che rispondeva a tutte le richieste, la minoranza che insisteva che il ministro accettasse le sue raccomandazioni. Sembrava che la collaborazione e il metodo democratico fossero attuati, così, pacificamente e serenamente e vedendo questo spettacolo non di oggi solo ma di parecchie sedute dell’ultimo periodo, sedute concentrate sul concreto e non sull’astratto, sulle direttive generali, mi sono detto: dov’è dunque in Italia questa spezzatura, questo abisso che separa la maggioranza e la minoranza, e che rende impossibile la vitalità e il progresso della nazione per un conflitto che sembra così profondo che non si possa superare? Sono venuto qui con questa visione della collaborazione, direi dell’applicazione del metodo democratico: dove c’è un governo che amministra, un governo che rappresenta una direttiva politica di maggioranza parlamentare –perché questa è la base del sistema democratico parlamentare –e una opposizione che controlla e che costruttivamente può anche collaborare con la critica, il sistema parlamentare è applicato, la democrazia è applicata, il metodo è quello giusto; non si tratta che di continuare. Ho sentito qui stamane l’ultima parte del discorso dell’onorevole Scoccimarro, discorso appassionato nella forma, che mi è parso molto corretto nonostante la violenza sostanziale in certi momenti, ma un discorso un po’ sconcertante, direi un discorso – non voglio dare nessun significato alla parola – un po’ bifronte, in questo senso: che mentre ad un certo momento esprimeva con parole accalorate e con impegno verbale la necessità o la prospettiva di una lotta dura e di conflitti gravi entro il nostro paese, col grido di: «non ci spezzerete! È inutile che tentiate, non spezzerete la resistenza proletaria, l’esistenza del partito!» , dopo queste espressioni accalorate ripetute parecchie volte, c’è stato un passaggio quasi rapido, come in una musica rossiniana – ricordate il Guglielmo Tell che dal temporale passa al flauto pastorale – alla distensione. Devo riconoscere che, sia pur seguendo un po’ la direttiva già indicata dall’onorevole Togliatti alla Camera dei deputati, l’onorevole Scoccimarro ha tentato di concretare più che possibile il significato pratico di queste parole, ed ha detto: «distensione significa rispetto della legge, uscita dall’illegalismo, insomma un governo democratico che abbandoni la lotta anti-comunista» . Sconcertante, dicevo, per questo doppio fronte, una doppia prospettiva, che egli voleva esporre come alternativa della condotta avvenire del suo partito. Ma più sconcertante ancora è stato in questi giorni il contegno della stampa. Mi si è rivolto parecchie volte il rimprovero di aver taciuto: ma io ho taciuto di proposito, perché volevo vedere come le cose andassero a finire, e ciò era logico. Dopo tutto quello che era avvenuto, quello che era stato detto, volevo sapere cosa significassero queste parole e quale proposito fosse da esse ispirato. Dico che più sconcertante ancora è stato il contegno della stampa. Nel discorso dell’onorevole Scelba, alla Camera dei deputati, si è voluto trovare un tono inusitato; si doveva prenderne atto, si doveva dire: ecco un sintomo – così poteva essere interpretato – di distensione, di volontà e di propositi di venire ad un dialogo più pacifico, meno urtante. Ebbene, ne l’Unità del 20 ottobre c’era questo titolo su sei colonne: «Il tono usato da Scelba è un sintomo della crescente indignazione del paese per la faziosità della politica clericale». Ma c’è di più. Togliatti alla Camera dice, rivolto al ministro dell’Interno: «qualcuno ha voluto notare, come già ho accennato, un nuovo tono del suo modo di parlare. Qui non si tratta però di tono, una cosa sola ella può fare, se vuol dare una garanzia a tutti i buoni democratici, a qualunque parte appartengano, che il governo vuol fare rispettare la Costituzione e la legge: lei deve andarsene da quel posto». Ora, una delle due: o il chiedere le sue dimissioni rappresenta un grave errore tattico, qualora le si voglia chiedere come prefazione ad un nuovo corso e quindi ad un distacco di responsabilità fra le sue personali e quelle del governo, oppure la distensione che voi proclamate è semplicemente una distensione verbale ed in realtà non la volete. C’è da scegliere fra le due. Comunque, io vi dichiaro, e ve lo ho detto altre volte e ve lo ripeto in tutta sincerità: io ho la profonda, intima e provata esperienza che il ministro Scelba è un leale servitore della democrazia e della Repubblica, è un difensore sincero e convinto della libertà. (Vivissimi applausi dal centro all’indirizzo del ministro Scelba). Noi non pretendiamo di essere infallibili come lo sono i marescialli; ciascuno di noi può incorrere in errore. Ma oggi egli vi ha, come altre volte, trionfalmente risposto. Egli è in ogni caso un uomo di fede, un uomo disinteressato, un ottimo amministratore, un uomo che fu sempre – ed io lo conosco fin da giovane – contro ogni tirannia ed oppressione. Ripeto: chiederne le dimissioni o è un errore tattico oppure è una prova che la distensione non è negli animi. Debbo rispondere ancora ad altre vostre affermazioni, a quelle che riguardano la prima alternativa, quando parlate della lotta dura, della battaglia in cui siete impegnati per gli interessi dei lavoratori. Voi lo sapete. Io ho ripetuto più volte che sono convintissimo non soltanto della vostra forza organizzativa, ma anche della vostra forza d’animo, del vostro spirito di sacrificio che ammiro e che desidererei che i miei correligionari imitassero. Però non dovete dubitare – e ci fareste torto con questa vostra interpretazione, economica, determinista, marxista, come la volete chiamare – del nostro atteggiamento e credere che esso sia imposto da interessi di gruppo, sia spiegabile con concetti di classe e come difesa di privilegi. Non è vero! Le nostre convinzioni sono profondamente nel nostro spirito, noi siamo almeno altrettanto energici e dinamici quanto voi e siamo capaci di combattere, se occorre, fino al sacrificio della vita per la libertà. (Vivi applausi dal centro). Dovete, egregi senatori di estrema, fare almeno uno sforzo, come io lo faccio per comprendere e valutare il vostro spirito di sacrificio, la vostra capacità organizzativa, la vostra efficacia di lotta; come io faccio questo sforzo per valutare e per comprendere l’animo vostro, anche voi dovete fare uno sforzo per comprendere il nostro e non limitarvi a gridare semplicemente che noi siamo servi dell’imperialismo straniero, strumenti consapevoli di gruppi e classi privilegiate. Questa è una interpretazione falsa, per la quale invano voi cercherete delle prove, ma falsa in modo che inasprisce la lotta e che rende impossibile un dialogo che incomincia con la svalutazione della nostra coscienza e col non riconoscere a noi la buona fede e i propositi che ispirano il nostro animo. L’onorevole Scoccimarro ha parlato di «ombra gelida» che sarebbe calata sull’Italia. Io in verità, in questa luminosa e libera vita italiana quest’ombra gelida non sono capace di vederla; noi ne sentiamo parlare, noi la vediamo, la immaginiamo in alcuni altri paesi. Quando noi citiamo questi altri paesi voi vi mettete a urlare; gridate, non volete che si parli di Praga, dei Balcani: volete che si parli come se noi fossimo in un mondo separato, come se non ci fossero connessioni, come se non si trattasse di tutto un movimento di responsabilità connesse. Vedete, è un errore il vostro. Comunque potrebbe essere un principio ad una condizione. Potrebbe essere un criterio che dovremmo seguire in tutte le nostre discussioni pubbliche, sui giornali e nel Parlamento: non dovremmo mai d’altro parlare che dell’Italia. Ci chiuderemmo, ci considereremmo isolati, non toccheremmo il problema internazionale, le correnti che attraversano tutto il paese come attraversano tutta l’Europa e tutto il mondo, ma avremmo un criterio, un metodo finché è possibile mantenerlo. Ma voi non lo fate, questo. Quando c’è un esempio che potete portare come elemento di imitazione per noi o come gloria vostra, allora lo citate sempre. Ma allora dovete anche riconoscere il diritto degli altri di vedere anche le ombre, là dove voi vedete la luce. Scusate, quante volte, specie ultimamente, ed anche alla Camera, quando volete cercare una consolazione ed un nuovo respiro per i vostri entusiasmi e per l’avvenire, ci ricordate la marcia dei comunisti in Cina? Senza dubbio si tratta di un grande avvenimento . Di un grande rivolgimento storico di cui non vediamo ancora le conseguenze, ma che comprendiamo saranno notevoli nel campo politico e forse più incisive ancora nel campo sociale. Ma non dovete pretendere da noi che ci entusiasmiamo senz’altro, che non facciamo nessuna riserva, che non leggiamo i documenti che riguardano questi avvenimenti. Avete pubblicato su l’Unità tutto il testo della Costituzione cinese, con grandi titoli di esaltazione e di ammirazione . Ma avete visto quell’articolo 7 dove si dice: «la Repubblica popolare cinese deve reprimere tutte le attività controrivoluzionarie, punire severamente tutti i controrivoluzionari del Kuomintang – che vuol dire della Repubblica borghese che c’era prima – i criminali di guerra e gli altri ostinati controrivoluzionari e chiunque commetta tradimento contro la patria e si opponga alla causa della democrazia popolare. Gli elementi reazionari, i signori feudali, i capitalisti burocratici e i capitalisti in genere debbono essere secondo la legge privati dei loro diritti politici entro un periodo opportuno. Sarà contemporaneamente dato ad essi il mezzo di vivere con il proprio lavoro e sarà fornita ad essi la possibilità di rientrare nella vita democratica trasformandosi in uomini nuovi»? (Approvazioni dalla sinistra). Vi piace questo? Non è vero? «Tuttavia coloro tra questi che persisteranno nella loro criminosa attività saranno severamente puniti». E poi a proposito delle libertà, le libertà che voi invocate sempre, all’articolo 49 si dice: «la libertà di comunicare notizie vere deve essere salvaguardata; l’uso della stampa per calunniare, per minare gli interessi dello Stato e del popolo e provocare una guerra mondiale è vietato». Questo è il concetto informatore della legge sulla libertà di stampa. Ora, dovete comprendere che noi abbiamo ragione se certe volte sentiamo come un incubo pensando al destino del nostro paese, non riguardo ai problemi sociali, non per le questioni interne, non per i consigli di gestione e dei soviet, eccetera. Laddove passano certi sistemi, che voi sembrate amare, là passa la negazione della libertà e la sopraffazione sugli altri partiti. (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra – Interruzioni dalla sinistra). li causi. Non ci venga a parlare della Repubblica cinese. Voi date la libertà di sfruttare. De GasPeri. Onorevole Li Causi, mi fa piacere che lei ammetta questo. Allora si metta un po’ nei panni nostri. Noi non siamo veramente dei grossi capitalisti, di quelli che ritengono che si debba sfruttare il popolo, ma crediamo che vi siano di quelli che possono essere contrari ad un regime che viene applicato in quel modo, cioè attraverso la guerra civile. Anche essi non potranno parlare se non dicono la verità vera; non potranno che dire la verità ufficiale sui giornali e non potranno leggere altro o non potranno nemmeno liberamente muoversi nella vita politica, perché verranno privati dei loro diritti politici e, oltre ciò, verranno messi ai lavori forzati, come si capisce subito dal contesto. (Vive interruzioni da sinistra). Dunque, veda, onorevole Li Causi, non ho nulla in contrario che lei affermi che questi princìpi devono valere per tutti, ma mi permetterà che le spieghi le ragioni per cui noi faremo ogni sforzo, anche con il sacrificio della nostra vita, se occorre sacrificarla, perché ciò non avvenga in Italia. (Vivissimi applausi dal centro e da destra). Voi dite che bisogna mettere a posto gli sfruttatori, ma lo ammettete sì o no che questo significa negare le libertà che sono consacrate nella Costituzione e significa negare il sistema democratico? Voci da sinistra. No, no. (Vive interruzioni dal centro e da destra). li causi. Non confondiamo con la Repubblica cinese. De GasPeri. Io ho cercato con un esempio di spiegarvi, e non ho citato esempi balcanici o di Praga, perché allora, se ve li citassi, insorgereste tutti come avete fatto prima; vi ho citato un nuovo elemento per farvi capire che non è proprio una fantasia quella che ci viene per la testa, che questa preoccupazione che è nei nostri animi, che è negli animi di democratici, di socialisti, di gente anche molto lontana da noi per tradizioni morali e religiose, che è nell’animo di tutti coloro che non sono presi da questo entusiasmo di conquista comunista, bisogna capire che è fondata, non è inventata, che questa preoccupazione è giustificata, è un elemento della situazione politica, e quando parlate di distensione dovete guardare a questo. Noi non siamo soli e voi non siete soli, avete una solidarietà di pace e di guerra con queste repubbliche, principalmente con la Repubblica sovietica che considerate come Stato ideale. Sta bene, non discuto, dovete ammettere però che coloro i quali non accettano il vostro sistema siano preoccupati, siccome questi esistono in Italia e in numero maggiore al vostro; ciò è un elemento di giudizio che dovete considerare quando parlate di distensione e collaborazione. È un fatto che avreste torto di non vedere, da realisti quali siete, e di non considerarlo per tutte le ragioni che vi ho dato. Datemi quindi la garanzia che questa Repubblica italiana con il suo statuto democratico, con le libertà che prima vi ho indicato e segnalato è veramente la casa vostra, come nostra, che non la considerate come un trampolino provvisorio per balzare ad un certo momento in un regime dittatoriale, e trovate modo di liberarci dall’incubo che anche in Italia avvenga ciò che accade in altri Stati, dove i vostri colleghi hanno preso il governo, date questi elementi di distensione, cercate di contribuire, di capire e di darci queste garanzie. Veniamo un po’ a quello che l’onorevole Scoccimarro ha detto a proposito del governo; egli ha fatto una affermazione un po’ sconcertante: noi non abbiamo fiducia in questo governo, almeno se consideriamo quello che ha fatto finora. Ecco una piccola riserva, che si tradurrebbe nella formula rebus sic stantibus. Ebbene a questa sfiducia vostra opponiamo anche noi una sfiducia: noi non abbiamo fiducia che voi rebus sic stantibus vi sappiate spogliare di quella vostra corrusca armatura bolscevica che avete cinta per combattere il Piano Marshall, il Patto atlantico e la cooperazione europea e non ci fidiamo della vostra conversione. Può essere che abbiamo torto noi o che abbiate torto voi; mi auguro che, sfiducia per sfiducia, diffidenza per diffidenza, si abbia torto almeno uno dei due, possibilmente tutti e due. (Ilarità). Voce da sinistra. Ed allora? De GasPeri. Ed allora il mondo cambia, cambiano i tempi e gli uomini con i tempi. Non possiamo porre dei limiti alla Provvidenza, però vediamoci negli occhi e guardiamoci in fondo alla nostra coscienza. È inutile negarlo, noi –e qui non parlo del partito cui appartengo, parlo in genere della categoria non comunista – noi veniamo da diverse concezioni, è evidente, della vita, da diverse concezioni filosofiche, da diverse esperienze sociali, diverse sono le finalità. Allora bisogna riconoscere lealmente, per cominciare ad intenderci, che la confluenza delle dottrine e delle direttive finalistiche è impossibile, ma non è impossibile augurare al nostro paese una distensione degli animi che renda più redditizia la vitalità del Parlamento, più serena la convivenza civile, più sicura la libertà di tutti e più solido il regime democratico e soprattutto renda meno aspra e meno contrastata l’ascesa del popolo italiano e più agevole il nostro proposito, credete, che è sincero e profondo, che è un proposito per tutta la vita, quello di rendere più agevole l’elevazione del mondo del lavoro. Questo è il postulato massimo della Costituzione ma è soprattutto il postulato inderogabile della giustizia sociale! (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra). "} {"filename":"7842b489-74ba-42c1-9612-388492875543.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Per una precisazione – non per una replica diretta – vorrei riferirmi anzitutto al discorso dell’ultimo oratore . Ne ho seguito con una certa difficoltà la logica, le proposte e i suggerimenti. Qualche volta mi è parso paradossale. Comunque, nella risposta generale credo di poter dare i necessari chiarimenti per le questioni da lui poste. In complesso mi è parso che il sonatore di flauto lo ha fatto lei, onorevole Benedetti; non so se ha incantato i serpenti; ad ogni modo la sua posizione aveva significato di conciliazione che nessuno può trascurare. Si tratta della possibilità di azione e della possibilità di cooperazione e soprattutto della responsabilità che si deve assumere. Nella critica che l’onorevole senatore ha fatto alle modificazioni provvisorie intervenute nel governo egli ha commesso, non so se per svista o per mancanza di cognizione, due errori che vorrei rettificare. Ad un certo punto ha detto che il fondo lire è bloccato per necessità del tesoro; e bisogna constatare che la verità è il contrario. Il fondo lire non è bloccato per necessità del tesoro, è alla Banca d’Italia a disposizione per i finanziamenti di singoli progetti. Il tesoro anzi ha anticipato e sta anticipando fondi per spese a carico del fondo lire. Non è vero che le esigenze dell’OECE siano divergenti rispetto a quelle della nostra politica produttivista. L’inconveniente non è nell’unità della rappresentanza, caso mai è nella difficoltà di superare eventuali contrasti tra le persone preposte. E a proposito dell’osservazione che l’incarico dato al ministro del Tesoro possa determinare la difficoltà di comporre entro se stesso i diversi incarichi che gli derivano dalle proprie funzioni, devo osservare che egli era già vice presidente del CIR quale interim del Bilancio e che l’unica novità che si è fatta in questo ultimo spostamento è stato di incaricarlo di rappresentare l’Italia all’OECE. Comunque è certo che chiunque vada all’OECE – sia ieri l’onorevole Tremelloni, sia domani l’onorevole Pella – l’atteggiamento da tenere ne viene prima discusso e poi precisato entro il CIR, quel comitato interministeriale che si occupa di problemi economici. Detto questo ricomincerò la fatica di rispondere ai singoli argomenti che sono stati svolti. Chiedo scusa agli onorevoli senatori se mi sento un po’ in difficoltà a fare un esame di riparazione; col sistema attuale delle due Camere in realtà il presidente del Consiglio è sottoposto a doppio esame e certe volte può scambiare quello che si è detto qui con quello che si è detto all’altra Camera e può credere di aver risposto qui quel che invece ha risposto all’altra Camera. Prego i colleghi, giacché facciamo parte tutti di uno stesso Parlamento, di voler considerare anche le dichiarazioni fatte all’altro ramo del Parlamento, perché certa parte mi pare sia inutile che venga ripetuta. Tuttavia, per quanto alla Camera dei deputati e qui molto si sia detto e discusso, e per quante dichiarazioni si siano fatte al riguardo, non sarà inutile che io torni sulla questione costituzionale, soprattutto perché negli ordini del giorno e molto meno nella discussione, la questione costituzionale ha avuto una parte notevole, specie la questione della procedura. Debbo ricordare quello che è stato ricordato qui, e che è stato constatato da parecchi oratori anche alla Camera, non esistere cioè nella Costituzione e nei lavori della Costituente che un solo ordine del giorno, una proposta di una Sottocommissione ove si dice: «il primo ministro ed i ministri non possono essere titolari di più di un dicastero se non interinalmente». E nell’esposizione della prima sezione a commento dell’espressione «se non interinalmente» si afferma: «la prima sezione della seconda Sottocommissione esprime l’avviso che nella legge (la legge futura organica in applicazione della Costituzione) debba essere contenuta una disposizione a tenore della quale il primo ministro ed i ministri non possono essere titolari di più di un dicastero se non interinalmente e per la durata massima di sei mesi». Questa è l’unica cosa che esiste al riguardo. Altri oratori vi hanno già accennato. Quanto alla prassi vi è qui una lista di 75 interim avvenuti in diversi ministeri. Si è già fatto cenno a parecchie soluzioni interinali nel passato e sono note le più vicine soluzioni. Il vostro illustre presidente, quando era capo del governo, fu per due volte ministro ad interim, e degli esteri, non di un dicastero secondario come sarebbe stato quello dell’Africa italiana. Io stesso fui ministro ad interim per parecchi mesi per due volte, e così via. Questi precedenti erano così vicini nella mia mente che non ho avuto il minimo dubbio di essere in regola ricorrendo alla forma interinale. Ma se un dubbio comunque mi fosse venuto, era giusto che io avessi consultato tutti i competenti. La consultazione non è mancata. Io sono arrivato a questa conclusione dopo lo studio non soltanto dei precedenti, ma dello spirito e della forma della Costituzione, tanto più che alcuni colleghi dell’opposizione erano già ricorsi a dei consigli da parte della stampa molto impulsivi, che mi facevano riflettere sopra la legalità del provvedimento. Sono arrivato allora alla conclusione che l’interim poteva essere fatto, poteva avere il significato che aveva avuto nella soluzione da me proposta. Quindi anche oggi credo che, come dalla Camera così dal Senato, otterrò approvazione ed assoluzione per essere ricorso a questa forma straordinaria. E certamente non posso negare che si tratti di una misura straordinaria, né vedrei la possibilità che normalmente si introducesse un simile sistema. Difatti io non ho mai cercato di nascondere o di dare un carattere diverso a quello che ebbe, di ripiego momentaneo. Mi si dice (e qui nell’ordine del giorno del Senato è stabilito molto più chiaramente): voi non potevate fare questo cambiamento, non solo perché era contrario allo spirito della Costituzione e alla prassi parlamentare – mi sono già riferito alle obiezioni contro questa affermazione – ma perché era mutata la configurazione politica del governo. Qui vi è un’affermazione su una questione di fatto che doveva risultare dall’atteggiamento dei partiti, dalle dichiarazioni di essi, dalle dichiarazioni dei ministri e soprattutto dalle dichiarazioni dei partiti che avevano provocato questa crisi. Mi pare che non solo dalle dichiarazioni alla Camera, ma anche dalle dichiarazioni ripetute qui dai rappresentanti dei partiti che partecipavano o partecipano tuttora alla coalizione sia risultato che la situazione è immutata; come programma, come direttive generali mi pare che sia anche logico che coloro i quali partecipano ad una coalizione sono corresponsabili di queste direttive comuni, ministeriali, siano essi stessi che decidano che la coalizione continui o meno. Uno che non partecipa, un rappresentante di un gruppo che sta fuori della coalizione non può obiettare, in quantoché il gruppo che sta fuori è l’opposizione che considera la coalizione stessa da un punto di vista negativo. L’onorevole Lucifero mi ha rimproverato di non giocare lealmente; manca il fair play; ha detto inoltre che si è tenuto un certo piglio autoritario, e che nel passato si sono avute situazioni completamente diverse poiché altra sarebbe la coalizione di partiti ed altra la coalizione di persone; come se nel passato non si fosse trattato se non di partiti organizzati come oggi, di partiti come il radicale, la destra, la sinistra che erano appunto veri e propri partiti, anche se diversamente costituiti in quanto in quello non v’era una direzione che interveniva di fronte ai gruppi parlamentari nelle crisi. Ma si trattava sempre dello stesso principio. Anche nel passato si trattava del principio di gabinetto come è anche vero che il presidente del Consiglio non ha affatto avute diminuite le sue funzioni di centrale autorità, ma anzi le ha avute aumentate dalla Costituzione. L’onorevole Lucifero mi ha accusato – non ha nominato me, ma era evidente che si riferiva alla mia persona – di seminare zizzania nel campo liberale per governare da solo. In verità io non ho a questo riguardo coscienza di colpa alcuna; non sono mai intervenuto nel Partito liberale italiano né in altri partiti, né ai tempi del «blocco nazionale», né ai tempi del monarchismo e del qualunquismo, se non quando questi partiti prendevano di volta in volta atteggiamenti che avevano riferimento diretto con la formazione o colla politica del governo: allora era mio dovere, come era anche mio diritto intervenire, ed ho cercato sempre di farlo in senso unitario, ho cercato sempre, cioè, di unire queste forze. Ho proclamato lealmente nelle piazze (come mi è stato riconosciuto durante tutta la campagna elettorale): «questo è il programma della Democrazia cristiana. Se però nella vostra coscienza non avete una piena adesione interiore a questo programma, ma tuttavia accettate lo schieramento governativo attuale e le basi della democrazia, votate per uno dei partiti che formano la coalizione governativa». Forse raramente si è trovato un capo del governo, che era contemporaneamente capo di un partito di maggioranza, e che sapeva la forza che il suo partito aveva – perché su questo non mi sono mai ingannato come si sono invece ingannati i mie avversari – il quale abbia detto schiettamente ai suoi elettori: scegliete secondo la vostra maturità e la vostra coscienza; basta che vi limitiate ai partiti della maggioranza perché io possa applaudire al vostro atteggiamento. Può essere che io non sia così addentro nell’evoluzione avvenuta nel Partito liberale per capire dove miri l’accusa dell’onorevole Lucifero. lucifero. Onorevole presidente del Consiglio, non ho parlato del Partito liberale, ho parlato di qualunque schieramento di forze laiche, il che è cosa ben diversa. De GasPeri. Intanto lei mi permetterà di dirle che, se voleva riferirsi al Partito socialdemocratico, io replicherò eventualmente riferendomi ai discorsi dei rappresentanti del Partito socialdemocratico. Credo che parlando a lei mi dovrò riferire soprattutto alle evoluzioni, agli atteggiamenti del Partito liberale. Lei mi ha accusato di miopia: può essere, ma io le assicuro – forse in forza di questa miopia – che non mi sono mai spiegato per quali ragioni lei abbia usato la stessa eloquenza sia per sostenere in un certo momento il governo sia per dirne male. (Applausi dal centro). lucifero. Perché la situazione politica è mutata. De GasPeri. Ad ogni modo, per quel che riguarda il Partito liberale, ho il dovere di attenermi alle dichiarazioni dell’onorevole Sanna Randaccio , rappresentante della maggioranza, il quale con molta signorilità e molto garbo invero mi pare abbia polemizzato piuttosto con gli oratori che lo avevano preceduto che non col governo, Una circostanza vorrei osservare anche qui, e cioè l’argomento polemico, che ha però un certo valore. Ho potuto alla Camera dei deputati ricordare un discorso dell’onorevole Nenni, il quale, nel momento in cui i rappresentanti del gruppo repubblicano e quelli del gruppo socialista erano entrati al governo nel dicembre del 1947 aveva detto: «che bisogno c’è di una discussione sui programmi del governo? Non è accaduto niente di nuovo. Forse che l’entrata dei socialdemocratici nel governo ha portato una modificazione qualsiasi? Tutto è vecchio, e la direttiva è rimasta quella rappresentata dal presidente. Le discussioni quindi sono inutili». Allora era di prammatica svalutare completamente la cooperazione ed il contributo dato dai partiti di minoranza al governo, e soprattutto dal Partito socialdemocratico. Ma se allora non aveva importanza che i socialisti entrassero al governo, e se quello che solo importava era che la direttiva fosse unica in mano del presidente del Consiglio, perché mai oggi ha tanta importanza il fatto che per un momento si astengano e affermando la collaborazione, anzi la pienezza della collaborazione nella coalizione, chiedano di poter chiarire in confronto dei propri elettori l’atteggiamento che è stato oggetto di discussione tra loro stessi? Perché oggi sarebbe così importante questa assenza da motivare una necessità di crisi ed una larga e profonda discussione? Voi direte che queste cose sono state dette alla Camera. A costo di trarmi addosso una rettifica dell’onorevole Lussu – mi dispiace svegliare il leone che dorme, (ilarità) – non posso non ricordare che l’onorevole Lussu, nella stessa occasione – non avviene spesso che le direttive della opposizione siano analoghe in una parte e nell’altra del Parlamento – dichiarava: «è di scarso interesse sapere dove è andato a finire l’onorevole Tremelloni o l’onorevole D’Aragona, è di scarso interesse poiché tutto il resto è rimasto al suo posto e rimane, ed è quel che conta. Poteva cambiar tutto e tuttavia le cose sarebbero rimaste le stesse, rimane alla direzione del governo il solito onorevole De Gasperi». Ora mi domando: il solito onorevole De Gasperi non è rimasto anche questa volta? L’argomento del laicismo è stato toccato parecchie volte in questa Assemblea durante la discussione, in un senso e nell’altro. Anche l’ultimo oratore ne ha accennato. Ma soprattutto vi ha accennato l’onorevole Lucifero che lo ha interpretato non come interferenza dello Stato in problemi confessionali. Egli è arrivato a questa conclusione che mi pare spieghi l’atteggiamento cui mi son riferito: «ogni volta che si tenta una formula laicista, che unisca le forze, ci si affanna a seminare la zizzania nel nostro campo» . Mi ha spiegato l’onorevole Lucifero che quel «nostro» vuol dire laico, non liberale. «È interesse – continua l’onorevole Lucifero – di tener diviso il laicismo per creare una alternativa impossibile e poter governare da soli. Si uccide la democrazia imponendo una alternativa impossibile». Bisognerà pure che ci intendiamo una buona volta su questo laicismo. Ho tentato di spiegarlo alla Camera dove mi sono richiamato a dichiarazioni fatte in ambienti responsabili democristiani. Allora ho distinto bene che se laico vuol dire liberale, cioè un cittadino preoccupato di difendere nell’ambito dello Stato le libertà di tutte le coscienze, nulla da dire. La Costituzione questo lo permette, lo stabilisce, lo impone. Ma se laico vuol dire, oltre che libertà per la minoranza di vivere a modo suo, negazione per la maggioranza di professare pubblicamente la fede dei padri, allora codesta specie di laicismo si rivela un nemico della Costituzione e chi lo pratica agisce contro il consolidamento del nostro regime democratico. Questa è la differenza. lucifero.Questo non è laicismo. De GasPeri. Lei, onorevole Lucifero, mi dice che questo non è laicismo: forse ne avremmo discusso a lungo se, per fortuna, non avessimo una documentazione recentissima. Al convegno del Partito socialista italiano si è detta una definizione autorevole del laicismo. «Laicismo – dice Nenni – significa per noi separazione dello Stato dalla Chiesa e abolizione nella scuola di qualsiasi forma di insegnamento religioso». «Il laicismo – continua l’onorevole preopinante – pone dunque un problema di lotta con le Chiese in quanto forze politiche sociali reazionarie e conservatrici. Il Partito socialista italiano non combatte la religione, ma combatte le Chiese» . (Rumori). Nel corso della relazione si è parlato, se non di denunciare il Concordato, di chiedere la revisione dell’articolo 7, che regola i rapporti tra Chiesa e Stato. E io, logicamente, ho anche risposto a coloro che parlano di laicismo senza determinarlo in quei limiti a cui ho accennato: «ma insomma, che cosa volete? Volete ricominciare la lotta tra Chiesa e Stato in Italia? Volete riaprire la questione che si è chiusa con la Conciliazione? Volete infirmare la Costituzione e quindi chiedere la revisione dell’articolo 7 della Costituzione stessa?». Si dice che basta una cosa sola. Guardiamo in fronte la realtà e guardiamo questo problema nella sua profondità e nella sua gravità. Basta una cosa sola quando ci si dice che si chiede l’abolizione dell’articolo 36 sull’insegnamento religioso nelle scuole? Sembra che non si ricordi che l’insegnamento religioso nelle scuole non è stato introdotto dal Cocordato, ma preesisteva anche in regime di separazione della Chiesa dallo Stato. La legge Casati del 1859, che è considerata la tavola mosaica del liberalismo scolastico, poneva l’insegnamento religioso al primo posto delle materie nella scuola elementare (articolo 315). La stessa legge Casati stabiliva: «nelle scuole secondarie l’istruzione religiosa sarà data da un direttore spirituale» (articolo 193 ); e infine la legge sull’istruzione elementare, anteriore al Concordato, prescriveva a fondamento e coronamento dell’istruzione elementare, in ogni suo grado, l’insegnamento della religione cattolica (articolo 27-ter). C’è stato mai, in questa situazione, un movimento di ribellione e di liberazione da parte dei genitori, dei padri, dei figli, dall’insegnamento religioso? Non c’è stato, né ci può essere, perché quel genitore che non vuole che l’insegnamento religioso venga impartito al suo figliolo non ha che da annunciarlo e ne viene, per forza di legge, esonerato. È necessario alla libertà dei non credenti di impedire che l’istruzione religiosa nelle scuole venga impartita? Credete voi, veramente, che, tra i problemi urgenti del popolo italiano, vi sia proprio questo, di impedire che alla maggioranza degli italiani venga impartita l’istruzione religiosa per riguardo a taluni pochi i quali potrebbero benissimo esserne esonerati senza che si debba ricorrere alla negazione di questa possibilità per tutti? Ecco che qui il concetto di laicismo diventa quella negazione dei diritti della maggioranza cui mi sono riferito prima, quando spiegavo la differenza del laicismo in un certo senso liberale e in un certo senso anticlericale. Si è detto anche in quel convegno che il governo nero, e soprattutto il ministro della Pubblica Istruzione, fanno la lotta alle scuole di Stato e cercano di indebolire la scuola di Stato a favore di quelle private. Inutile, onorevole Gonella, che due volte, tre volte, tu abbia ripetuto alle Camere i dati sfidando chicchessia a smentirli, per dimostrare che cosa in tre anni il nostro governo abbia fatto per la scuola di Stato. Le scuole elementari, che prima della guerra assommavano a 110.000, sono oggi 114.000. Gli insegnanti nel 1947 assommavano a 146.000 con un incremento di 11.000 all’anno nell’ultimo biennio. Sono state istituite 10.000 classi all’anno contro l’analfabetismo, scuole che non esistevano affatto; 40.000 maestri e 5.000 professori sono stati reclutati e immessi con regolare concorso nelle scuole dello Stato. Mentre le tasse scolastiche sono rimaste pressoché immutate, il bilancio della pubblica istruzione, che prima rappresentava il 4 per cento della spesa generale dello Stato, ora arriva al 10 per cento; per la scuola dello Stato, tre anni fa, si spendevano 48 miliardi: oggi se ne spendono più di 125. (Vivi applausi dal centro). Quanto ai programmi della scuola in genere, una più solenne affermazione, una più chiara autorevole sfida è venuta da quel convegno in cui erano rappresentati i più autorevoli intellettuali socialisti. Tale risoluzione «impegna il partito a promuovere nell’ambito culturale lo sviluppo dell’umanesimo marxista forgiando gli strumenti necessari a contrastare il passo all’invadenza clericale». lussu. Clericale, non religiosa. (Commenti – Interruzioni dal centro). De GasPeri. …«e rendendo possibile un dialogo polemico valido sia nei confronti della cosiddetta cultura cattolica, sia nei confronti dello stesso laicismo borghese» . Quindi è chiara la dialettica, è chiara la contraddizione, è chiaro il bersaglio. Che poi veniate a parlare di clericale o no, qui si parla di Chiesa e di Chiesa cattolica, e quindi l’argomento è concreto. (Interruzione del senatore Lussu). Io vorrei, onorevole Lussu, che ella affrontasse questo problema con molta serietà, e non con contraffazioni. Per noi, per gran parte degli italiani la religione è quella della Chiesa cattolica e quindi quando si attacca la Chiesa cattolica si attacca la religione della Chiesa stessa. (Vivi applausi dalla destra e dal centro). lussu. Il Partito popolare era più libero verso la Chiesa. De GasPeri. Onorevole Lussu, riconosco che vi possono essere e che vi sono anime religiose le quali non aderiscono alla Chiesa cattolica; so benissimo che vi sono massoni con spirito altamente religioso, uomini con un senso profondamente religioso che non vorrebbero mai toccare la coscienza di alcuno con riferimenti alle proprie convinzioni religiose. Ma di questi non si parla. Vi è uno spirito di tolleranza che grazie a Dio è stato conquistato. Ma sapete quando ha valore la tolleranza? Quando viene non da chi è indifferente, ma da chi crede e deve limitare l’impulso della sua fede e fermarsi al limite della coscienza religiosa altrui. Questa è la tolleranza che difendiamo; ma quando voi attaccate la Chiesa cattolica non vi è dubbio che voi attaccate qualcosa di sacro, di secolare nella coscienza italiana ed è con un senso profondo che vi dico ciò, perché tutta la nostra attività non consiste solo nell’aderire al culto della Chiesa cattolica, ma nel sentire che essa è madre di progresso e di civiltà. (Vivi applausi dalla destra e dal centro). Ora, nell’ambito dello Stato voi avete il diritto di credere e di non credere, di attaccare e di non attaccare, avete il diritto anche di polemizzare contro qualsiasi istituto religioso, soprattutto contro le Chiese, ma questo diritto politico nessuno ve lo toglie, perché per fortuna vostra non siamo in uno Stato di democrazia popolare. (Vivi applausi dal centro e dalla destra –Rumori da sinistra). Voci da sinistra. Ci parli della scomunica . De GasPeri. La scomunica non è un atto politico dello Stato. (Commenti e interruzioni da sinistra). conti. Onorevole presidente, se non si insistesse troppo in questa polemica, sarebbe una gran bella cosa! De GasPeri. Onorevole Conti, se tutti i settori non avessero parlato di laicismo e di non laicismo, se non si fosse portata la questione in Parlamento anche con riferimento all’attività del governo e se, soprattutto, in una solenne adunanza di un partito qui rappresentato e qui responsabile, non si fosse preso un tale atteggiamento, io non ne avrei parlato. Quante volte mi avete sentito parlare di sentimento religioso con carattere di ostilità ad altri che pensassero diversamente? Io ho sempre detto questo è lo Stato, lo Stato della Costituzione che abbiamo votato, e in esso ognuno ha diritto, comunque la pensi in materia religiosa, di dire il proprio pensiero e di pensare come crede e noi credenti in particolare, per l’esperienza storica dalla quale dobbiamo pur aver imparato qualcosa, abbiamo il dovere di fermarci con tutto il rispetto sulla soglia della coscienza. Questa è sempre stata la nosta condotta. Se io oggi devo prendere la parola, lo faccio perché non ci si immagini di spaventarci, oppure, con una campagna organizzata contro la Chiesa cattolica si pensi che noi timidamente fingiamo di non comprendere e ci lasciamo ingannare da frasi che dicono: noi non tocchiamo la religione ma l’organizzatrice di essa, noi non tocchiamo il culto, ma coloro che lo organizzano. Voi avete il diritto di attaccare sacerdoti e Chiesa per tutto quello che riguarda la politica. È vostro diritto ed avete l’obbligo di essere franchi se questo è nella vostra coscienza. Ma non avete il diritto, o, cioè, ne avete il diritto ma non potete pretendere che non ci accorgiamo che voi andate insidiando situazioni fondamentali per la cultura, la civiltà, la morale del nostro popolo. Voi negate l’insegnamento religioso… (Clamori altissimi da sinistra – Vivi applausi dal centro e dalla destra). Io vi parlo non per ingaggiare una battaglia, ma vengo a scongiurare che in questa battaglia non vi buttiate; ma se voi la volete, l’avrete! (Clamori da sinistra – Vivissimi applausi dal centro e dalla destra). Ma alle affermazioni ufficiali e programmatiche del Partito socialista italiano sarà bene anche aggiungere qualche cosa che riguarda i comunisti. (Commenti dall’estrema sinistra). Pastore. E quel che riguarda i repubblicani? De GasPeri. È uscito ieri l’opuscolo di propaganda numero 26 intitolato Il Vaticano contro il progresso a cura della direzione stampa e propaganda del Partito comunista italiano. Questo fascicolo contiene numerosissimi attacchi contro la Chiesa; non è qui il luogo per darne confutazione, non siamo in sede teologica, né in sede di discussione o di controversie religiose. Si tratta però, è bene notare, di un fascicolo di istruzioni per i propagandisti. Quando voi dite ai vostri propagandisti queste parole: «deve essere sfatata la leggenda del monopolio morale e culturale nel nostro paese da parte della Chiesa, deve essere rivendicato il diritto di libertà di pensiero alla cultura laica e anticlericale… (commenti e interruzioni da sinistra) devono essere combattute le forme di capitolazione opportunista di fronte alla pretesa del clero di imporre norme e riti a tutti gli italiani, quasi che tutti dovessero riconoscere alla Chiesa cattolica una investitura soprannaturale…» (Interruzioni e clamori da sinistra). Voci da sinistra. Ebbene, cosa c’è. lussu. Ci sono di quelli che non sono cattolici e che sono liberi di pensare come vogliono. De GasPeri. Queste sono le direttive di lavoro; il primo capitolo s’intitola appunto «Direttive di lavoro». Sono 26 pagine; questa sera non abbiamo il tempo di occuparcene, però se voi lo preferite sono disposto ad accettare la sfida e a discuterlo tutto anche in pubblico. (Interruzioni e clamori da sinistra). Voci da sinistra. Siamo disposti. De GasPeri. Mi basti dire che a pagina 42… terracini. Non erano 26 le pagine? De GasPeri]. È il numero del fascicolo il 26, le pagine sono 48. A pagina 42, dicevo, si legge questo titolo: «Anno Santo: una mistificazione politica e commerciale». Voce da sinistra. Ben detto! De GasPeri. Voi interrompete con le parole «ben detto», approvate dunque questa campagna, l’approvate e la diffondete. Ma voi credete che ci sia uno solo tra gli uomini veramente liberi e coscienziosi, che hanno un sentimento religioso, che possa dissimulare questa campagna che fate voi per venire a collaborare su altri campi? Credete ciò possibile per un uomo che ha soprattutto dinanzi a sé la responsabilità della morale e della coscienza degli italiani? (Vivi applausi dal centro – Rumori dalla sinistra). lussu. Lei sa che l’ho sempre rispettata! De GasPeri. Io mi occupo di argomenti molto gravi e che involgono responsabilità molto gravi. Forse siamo ancora in tempo ad impedire che questa campagna si sviluppi e renda acida ed intollerabile la vita italiana! (Rumori ed interruzioni dalla sinistra). Pastore. Ma se prendevate i voti per opera della Peregrinatio Mariae! Ed anche con le Madonne che muovevano gli occhi! De GasPeri. La Peregrinatio Mariae a raccogliere i voti? Non capisco questa sua interruzione che non ha senso. Passiamo ora ad un altro argomento sul quale forse ci intenderemo meglio. Se ho ben capito l’onorevole Scoccimarro vede bene il sorgere del laicismo, ma a patto che ci si spogli dell’anticomunismo ideologico-pratico. Almeno questo dovrebbe essere il suo intendimento, se ho ben capito la sua interruzione al collega Labriola. Egli dice: «benvenuto il laicismo ma non crediate che esso possa essere discriminante per la collaborazione di governo, come che sia. La linea di demarcazione è comunismo o anticomunismo». Mi rincresce per l’onorevole Lucifero; ma lei vede bene che, purtroppo, indipendentemente dalla mia volontà queste discriminanti vengono fatalmente sotto la spinta delle cose. L’onorevole Scoccimarro si è occupato del problema economico-finanziario. Dico la verità che quando assisto ai discorsi dell’onorevole Scoccimarro – e questa fortuna l’ho spesso in queste discussioni – invidio quella sua presunzione sicura che tutto giudica senza attenuanti. Però non è che voglia negare a lui competenza in materia e per confermargli che accolgo la critica costruttiva, quando entra nel concreto, anche da parte dell’opposizione comunista, risponderò entrando più addentro nella sua argomentazione. La parte finanziaria del discorso dell’onorevole Scoccimarro verte su due punti: preteso fallimento del Piano Marshall e liberalizzazione degli scambi e conseguenze per l’economia italiana. Che il Piano Marshall possa non aver raggiunto fino ad ora tutti i suoi obiettivi, questo è nell’ordine normale di tutte le iniziative grandiose, estremamente complesse ed abbraccianti interi continenti. Il fatto poi che le lacune siano state sottolineate proprio dal segretario generale dell’OECE è prova di forza e consapevolezza da parte dei suoi partecipanti che non credono di negare lo stimolo della verità. Direi però che è contro la verità affermare che il Piano Marshall sia stato un fallimento. Come si può considerare fallito un piano che ha ridotto il deficit di dollari nei paesi aderenti all’OECE dai 6 miliardi del 1947 ai 4 attuali ed ai 3 previsti per il 1950-51? Come si può parlare di fallimento del Piano Marshall proprio per l’Italia dove sono così tangibili i suoi risultati? Devo rimandare l’onorevole Scoccimarro alle statistiche delle produzioni e delle esportazioni del dopoguerra nonché alle cifre delle riserve auree e valutarie. E pongo all’onorevole Scoccimarro queste domande: senza questi aiuti americani quali sarebbero queste cifre? In quale baratro sarebbe caduta la nostra produzione e disoccupazione? Quale sarebbe la nostra situazione economica generale? Ogni persona di buona fede deve riconoscere che il Piano Marshall è stato parte determinante della rinascita italiana. In quanto alle liberalizzazioni l’onorevole Scoccimarro ci ha fatto il torto, veramente gratuito, di ritenerci impreparati alle discussioni di questo problema, discussioni che avverranno per altro il 15 dicembre. Dirò per contro che tutti gli organi del governo con ampio concorso di esperti studiano a fondo il problema e che quando andremo a Parigi saremo assai bene preparati. Oso dire per ora all’onorevole Scoccimarro che le liberalizzazioni al 50 per cento sulle importazioni vertono su tre punti: 1) materie prime; 2) prodotti agricoli; 3) prodotti finiti. Per le materie prime il problema è superato in quanto le liberalizzazioni già decise in passato dal ministero del Commercio Estero e completate dal decreto ministeriale del 1° settembre 1949, sorpassano largamente il 50 per cento richiesto. Per i prodotti agricoli abbiamo già liberalizzato spontaneamente noi stessi il 40 per cento delle importazioni e con poche voci aggiuntive sistemeremo senza grandi difficoltà anche questo settore. Ammetto che per i prodotti finiti il problema è grave. Evidentemente non avendo noi una tariffa doganale operante andremo per gradi variando ogni singola voce di importazione. Per quanto concerne le liberalizzazioni nei movimenti dei capitali, del turismo, ed in genere degli uomini, si rassicuri l’onorevole Scoccimarro che esse hanno già fatto l’oggetto di una immediata riserva da parte della nostra delegazione e ci batteremo perché il nostro punto di vista sia tenuto in considerazione. In merito, poi, all’accenno fatto dall’onorevole Scoccimarro alla svalutazione della sterlina , non vedo quale rimprovero possa essere mosso al governo italiano per le eventuali conseguenze nel campo dei traffici di un fenomeno verificatosi totalmente fuori dalla nostra volontà. Sarebbe, però, leale riconoscere, dopo le discussioni e le spiegazioni che sono avvenute anche alla Camera, specie nel discorso dell’onorevole ministro del Tesoro, che il presente governo ha affrontato la bufera con fredda determinazione e con generale soddisfazione, collaudando quella saldezza della lira che dovrebbe stare molto a cuore anche al Partito comunista. Il governo è perfettamente consapevole delle varie difficoltà a cui è sottoposto l’apparato produttivo e non ignora pure che per giungere alla meta di un grande mercato europeo avremo molte difficoltà da superare. L’onorevole Scoccimarro, riferendosi sempre al piano ERP, accusa l’America di volere la distruzione dell’industria meccanica italiana ed il governo di accettare tale imposizione. Sono affermazioni infondate: la verità è che l’industria meccanica italiana procede verso un faticoso assestamento, nonostante siano venute meno le commesse di guerra che rappresentavano il 50 per cento circa del lavoro di questo settore. L’attività produttiva è in ripresa. Attraverso l’ERP si sta attuando un ammodernamento delle più importanti aziende. Credete voi che non sarà diversa l’efficienza della FIAT quando avrà ottenuto le nuove macchine degli Stati Uniti, rispetto a quella del 1945? L’ERP continua a fornirci materie prime senza le quali avremmo avuto lunghi anni di quasi inerzia, e anche il fondo-lire aiuta notevolmente la nostra industria. Basti pensare al rinnovamento del settore siderurgico che si attuerà con la legge che è stata presentata testé alla Camera. Accanto a questi settori base, proprio nelle settimane scorse sono stati destinati dieci miliardi, con un progetto già presentato, per finanziare e aiutare le piccole industrie nel miglioramento delle attrezzature. Sono, in definitiva, dieci miliardi di attrezzature che le aziende italiane produrranno per altre aziende italiane, ed è una nuova tappa verso il potenziamento delle piccole e medie industrie, con riguardo particolare per il Mezzogiorno. Non ritengo sia il caso di soffermarmi molto sulle cause di carattere secondario, quale, ad esempio, quella di non aver affrontato il problema dell’emigrazione e quella di non promuovere il commercio con l’oriente. Per la soluzione del primo problema, quello dell’emigrazione, oltre ad avere assicurato la collaborazione internazionale, è in corso di presentazione al Parlamento un importante provvedimento per aiutare i nostri emigranti nella loro sistemazione all’estero. Si tratta di destinare dieci milioni di dollari e due milioni di sterline al finanziamento di iniziative italiane all’estero. Per la soluzione del secondo – scambi con l’oriente – le statistiche dimostrano chiaramente che gli scambi con quei paesi sono in aumento da quando si ha l’attuale formazione governativa, e tanto ci sforziamo di aumentarli che stiamo subendone le conseguenze, cioè subendo prezzi più alti di quelli di altri mercati, e questo è il caso del carbone polacco e del grano russo. Evidentemente noi vogliamo aumentare questo commercio, ma l’argomento decisivo non può essere, in ultimo, che l’interesse del consumatore. Se si fosse qui impostato il dibattito per vedere di stabilire un programma d’azione, onorevole Ruini, accetterei volentieri di farlo seguendo le linee del suo discorso, e utilizzando molti suggerimenti e inquadramenti che compaiono nella collezione delle proposte dei senatori indipendenti. Ma oggi basteranno alcune dichiarazioni sintetiche. Tre sono le fasi della nostra politica economica. La prima: lotta contro la fame e la paralisi nazionale. All’inizio, il governo ha affrontata e vinta una lotta di emergenza, il cui scopo fondamentale è stato quello di allontanare la fame che minaccia il popolo e a questa azione avete partecipato voi pure. Città come Roma avevano, poco dopo il raccolto, scorte di grano per giorni o addirittura per ore. Il pane era quello che era; oggi è bianco: tutto si è dimenticato. Ma la fatica e lo sforzo di vincere le difficoltà saranno sempre sforzi e fatiche che il popolo italiano riconoscerà. Contemporaneamente si sono dovute alimentare le industrie che erano rimaste prive di carbone, di combustibili in genere e di materie prime. Si è iniziata nello stesso tempo, appena superati i primi ostacoli, la ricostruzione materiale dei gangli vitali della vita economica del paese: ferrovie, ponti, strade eccetera. Il potenziale ferroviario alla fine della guerra si era ridotto ad una percentuale bassissima rispetto alla consistenza prebellica. La ricostruzione ha proceduto con ritmo particolarmente accelerato. Sono stati ricostruiti 3000 chilometri di linee, 2000 ponti e strade e contemporaneamente si sono ricoperti gli enormi vuoti che c’erano nel materiale rotabile con oltre 40.000 carri. Oggi le ferrovie funzionano regolarmente, il movimento viaggiatori è quasi il doppio di quello anteguerra ed il servizio è così migliorato da consentire perfino un acceleramento del movimento. Nei lavori pubblici sono stati erogati circa 545 miliardi, cifra che vi prego di mettervi bene in testa, soprattutto perché la domanda che si rivolge facilmente alle folle da parte degli oratori di sinistra è questa: «che cosa ha fatto il governo?». Si risponde subito: «niente!», perché le cifre non si ricordano e si dimenticano i lavori pubblici con i quali sono stati costruiti e ricostruiti vani di abitazioni, strade, ponti, opere igieniche, canali di bonifica e di irrigazione, acquedotti, eccetera. La seconda fase: la seconda fase è stata la lotta per salvare la moneta e ottenere una certa stabilità nei prezzi. È, quindi, quella fase dell’assestamento monetario e finanziario. Si è salvata la lira dalla svalutazione totale e si sono stabilizzati i prezzi costituendo le basi per lo sviluppo dell’attività produttiva. Non importa di chi sia il merito, di una persona, di un governo o di un sistema, ma è certo che il popolo italiano attraverso i propri organismi si è salvato assieme agli aiuti che ha avuto dall’America. Però non è vero che questa politica di stabilità monetaria sia stata una politica antiproduttivistica. Il governo, nel quadro della stabilità monetaria, condizionato a questa (ed ecco la connessione organica, forzata, naturale) il governo ha impostato e svolto una solida politica produttivistica. Come è stato già comunicato dal mio collega del tesoro, gli investimenti diretti del governo da esso provocati a scopo produttivo hanno ammontato nel 1948-49 a 537 miliardi ed è previsto che ammontino a 773 miliardi nel 1949-50. Tali investimenti sono stati indirizzati verso i settori che rispondono alla duplice esigenza di assorbimento di mano d’opera e di miglioramento qualitativo e quantitativo dell’attività produttiva. Quanto agli investimenti privati essi hanno ammontato a 713 miliardi nel 1948-49 e, si prevede, ammonteranno a 730 nel 1949-50. La terza fase è quella in cui si cerca di dare all’economia uno sviluppo ampio e duraturo. Si tratta di ridurre i costi, di produrre su basi ampie ed economiche assicurando adeguati sviluppi alle esportazioni. Gli aspetti dell’azione in corso sono due: massima efficienza produttiva all’interno, cooperazione economica con gli altri paesi. E non svalutiamo questa attività del governo perché essa è molto impegnativa e non c’è quasi settimana che l’uno o l’altro dei ministri rappresentanti dei dicasteri economici debba concordare e conciliare l’opera e l’attività interna con quella della cooperazione internazionale nelle varie capitali europee. Tutto questo significa rifuggire dalle forme deleterie dell’autarchia, dare ai lavoratori una occupazione tranquilla e ridurre il costo della vita. La produzione industriale che alla fine del 1945 era scesa al 25 per cento di quella prebellica, alla fine del 1947 era già salita all’87 per cento e alla fine del 1948 al 95 per cento ed oggi essa è superiore all’ante-guerra. Inoltre si prevedono sviluppi sensibili in settori chiave dell’attività produttiva quale l’edilizia, la produzione elettrica e siderurgica, da realizzarsi in modo graduale come la natura e il costo delle opere richiedono, ma con ritmo tenace e costante. Il governo ha sempre detto che lo scopo fondamentale della sua politica economica era quello di aumentare la produzione e il reddito nazionale. Gli aumenti della produzione sono infatti per noi la strada più efficace per migliorare la condizione dei lavoratori nel cui interesse sono e saranno autorizzate tutte le nuove disponibilità: bonifiche, lavori pubblici saranno rivolti a tale scopo contro la disoccupazione e in modo particolare riguardo alla situazione, degna di ulteriori riforme, del Mezzogiorno. È in questo quadro, con questa politica di aumento di produzione che noi specialmente vogliamo indirizzare ragionevolmente le riforme auspicate e particolarmente la riforma agraria, la riforma previdenziale, la riforma della scuola, la riforma tributaria. Per queste quattro, oltre che per altre di non minore importanza e urgenza, è in corso la nostra azione al fine di attuare una sempre maggiore giustizia sociale che è lo scopo principale di questo governo. Inoltre si può prevedere un ulteriore beneficio per le provvidenze Fanfani contro la disoccupazione, per i cantieri di lavoro, per le case e via dicendo. Nella linea di cui sopra furono particolarmente utili gli aiuti americani. Dopo l’enorme invio di generi alimentari, di materie prime essenziali nella prima fase assistenziale, gli aiuti sono stati diretti soprattutto a favorire il riassestamento del nostro settore produttivo. Dal principio del piano ERP e cioè dal 3 aprile 1948 sono stati assegnati all’Italia 940 milioni di dollari, che hanno consentito l’afflusso di ingenti quantitativi di materiale che continuano tuttavia ad arrivare. Con questo programma, con queste linee direttive, con questo richiamo a esempi che abbiamo dato nel passato, crediamo di poter chiedere al popolo italiano l’appoggio per ulteriori sforzi alla nostra economia. La riforma agraria soprattutto è socialmente molto importante ed economicamente di grande reddito, ma a lunga portata, ed è finanziariamente un grave peso ed una grave difficoltà che bisogna superare. L’onorevole Milillo ha raccontato qui una specie di leggenda intorno al mio viaggio in Calabria. Le cose sono così semplici e l’ho spiegato altre volte. Avrete la spiegazione nel testo della legge che si presenterà oggi o domani riguardante opere nella Sila e nella Calabria in genere, cioè della riforma decisiva, della spartizione delle terre, avrete la conferma nelle cifre e nelle modalità che compaiono nei singoli articoli. Tutta una leggenda quella che in seguito all’intervento del presidente della Confida io mi sia rimangiato le prime dichiarazioni impegnative fatte nel Consiglio dei ministri. Tutta una leggenda che non si tratta di esproprio e quindi di riduzione di proprietà, ma sia solo una bonifica antica che vada a beneficio dei proprietari attuali; è tutta una leggenda che il mio silenzio alla Camera sia dovuto a chissà che pentimento riguardo agli impegni già presi sia qui che in Calabria. L’onorevole Milillo per documentare questa leggenda è ricorso a parecchie citazioni di giornali, cosiddetti indipendenti, La Gazzetta del Popolo, Il Corriere della Sera, La Stampa; ora veda, onorevole senatore, questa è una prova che i giornali di informazione non dipendono dal governo, essi portano la responsabilità dei loro commenti, e noi non siamo responsabili di eventuali informazioni errate. Non so se l’onorevole Milillo con queste citazioni avesse proprio questo scopo, ma è certo che il suo intervento giova per rendere nullo il tentativo, qui tante volte ripetuto, di qualificare come governativa tutta la stampa che non sia comunista o paracomunista, per trarne, quando è comodo, illazioni contro il governo. Agli onorevoli senatori favorevoli al pensiero del governo e che approvano l’atteggiamento seguito, il mio cordiale ringraziamento. Ho fatto attenzione a quanto si è detto con spirito di larghezza e buona volontà sia per quanto riguarda il giudizio del passato, sia per quanto riguarda i propositi per l’avvenire; ringrazio in modo particolare l’onorevole De Pietro , la cui eloquente difesa mi dispensa dal ribattere delle accuse infondate e rettificare delle inesattezze. Non entro nella controversia socialista, ma mi inchino innanzi alla lealtà del senatore Gonzales che afferma trattarsi «di crisi di casa nostra» . Crisi però che ha profonde radici nel concetto di democrazia; direi che ha radici anche nel destino della democrazia ed è per queste radici, per questi interessi comuni, che io attendo, interprete disinteressato, l’evolversi di questa crisi. I partiti che sono al governo si sono sempre mossi in tutta libertà, hanno fatto le loro discussioni e votazioni; il presidente del Consiglio si è ben guardato dall’intervenire, e ciò dovrebbe essere cosa ovvia, ma essendo venuta questa accusa da una parte che affermava che io sono intervenuto a sminuzzare i partiti, a rendere difficile la coesione di altre formazioni, confermo che i partiti al governo si sono messi in tutta libertà durante le elezioni. Non dimenticate che anche allora abbiamo detto che la proporzionale rendeva possibile a ciascun partito, pur entro lo schieramento generico del governo, di sostenere la propria configurazione e fisionomia; non ho mai chiesto a nessuno di ritornare al governo con un socialismo diminuito, o un liberalismo cariato; tutti hanno avuto la libertà dell’affermazione e gli elettori hanno potuto decidere in base a questa affermazione, in base a questo programma oltre che al programma comune. (Applausi dal centro e dalla destra). In verità non si tratta di libertà: sembra che per saggiare la libertà in Italia non vi sia altra prova – e questo vale per i giornali e per i partiti – che dir male del governo. Si può essere liberi e qualche volta dirne anche bene! Non si tratta di libertà che è incontrastata per tutti nel diritto e nel fatto; si tratta di responsabilità. Ha detto bene l’onorevole Gonzales: «il governare è oggi più che mai una croce» . Il popolo italiano lo sa e sarà grato a coloro che si uniranno per portare la croce sul calvario della democrazia italiana ! (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra). 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Per mantenere la pace e garantire i diritti dell’uomo, che saranno argomento dei vostri odierni dibattiti, occorre unirsi in uno sforzo comune che deve essere inteso come salvaguardia, e quindi come difesa, di quei valori umani di cui perfino coloro che in pratica li oltraggiano non esitano a riconoscere l’importanza fondamentale. Unione dell’Europa: sola formula per resistere alle forze disgregatrici di una civiltà millenaria, espressa dal vecchio continente. Ma unione, cui la stessa America guarda come al solo mezzo di ricostruire una unità del mondo, attraverso anche quei mezzi economici che nessuna politica sincera può ormai più ignorare, perché indispensabili per l’evoluzione sociale dell’umanità. Il nostro movimento deve sollecitare e animare l’iniziativa dei governi, diretta a costituire e sviluppare organi della realizzazione della unificazione europea. Ma il compito del movimento è ancora più vasto: ad esso spetta di avviare sempre meglio l’opinione pubblica nei vari paesi ad una comunanza di sentimenti e di idee; sola base efficace per l’ulteriore progresso della democrazia in un mondo ordinato e pacifico. Ad esso spetta di tessere intorno ai governi quella salda e omogenea, fervida e intelligente solidarietà politico-morale che diventi la base sicura della pace e della libertà. Ad esso spetta, in una parola, di creare una società europea, consapevole della sua missione, e della sua cristiana civiltà profondamente permeata di quei principi di eguaglianza, di giustizia, di libertà, senza dei quali la nostra missione è destinata a fallire. Assente dal Vostro consesso per obblighi inderogabili di governo, desidero dirvi che sono certo che dallo svolgimento del vostro lavoro, che stringe intorno a caposaldi ben delineati le idee avanzate nella prima assise dell’Aja, verrà fuori l’enunciazione feconda di un programma che svolgeremo insieme. Rende minore il mio disappunto personale la certezza che Meuccio Ruini rappresenterà degnamente questi miei e suoi sentimenti e potrà offrirvi il contributo della sua persona di uomo politico e di insigne costituzionalista. Vi rinnovo il mio saluto e il mio augurio. [Seconda versione] Signori, voi vi riunite in un’ora storica in cui l’unione dell’Europa non è più astrazione, ma fatto concreto che si evolve ormai di forza propria secondo l’impulso che il nostro Movimento, soprattutto, anticipando l’azione dei Governi ha contribuito così notevolmente a imprimergli: e noi ci rallegriamo dell’enorme progresso che questo ideale ha compiuto in questo breve volger di tempo. Vi sono Paesi in Europa – e noi siamo fra essi – che in modo particolare sentono la necessità che si stringa sempre più l’unione fra i popoli che amano di convivere e lavorare insieme in pace. Un anno fa in Italia chiaramente indicammo con libere elezioni la nostra preferenza per il sistema democratico: e, quotidianamente, questo nostro sentimento viene mantenuto vivissimo e corroborato, oltre che dalla nostra naturale inclinazione, dal confronto continuo che ci viene imposto con un sistema diverso, negativo nell’essenza e nei mezzi, che è pronto, pur di trionfare, a sabotare l’economia e la pacifica convivenza interna delle nazioni e a sopprimere – come l’esperienza di questi giorni insegna – i diritti della personalità umana. Per mantenere la pace e garantire i diritti dell’uomo, che saranno argomento dei vostri […] dibattiti, occorre unirsi in uno sforzo comune che deve essere inteso come salvaguardia, e quindi come difesa, di quei valori umani di cui perfino coloro che in pratica li oltraggiano non esitano poi a riconoscere l’importanza fondamentale. Unione dell’Europa: sola formula per resistere alle forze disgregatrici di una civiltà millenaria, espressa dal vecchio continente. Ma unione, cui la stessa America guarda, come al solo mezzo di ricostruire una unità del mondo, attraverso anche quei mezzi economici che nessuna politica può ormai ignorare perché indispensabili per l’evoluzione sociale dell’umanità. Oggi, tratti dall’esperienza di questa guerra, dallo sforzo costante dei singoli movimenti che voi rappresentate, del nostro che li ha accomunati, la parola è ai Governi: per quelle soluzioni di natura pratica che devono ormai avviare, non tanto nell’utopia quanto nella pratica, l’unificazione europea ai fini di un sistema di solidarietà e della libera e pacifica convivenza dei continenti e delle nazioni, in cui la diversa ideologia politica non può né deve riuscire di contrasto. Ma il compito dei movimenti non è per questo meno alto e importante: ad essi spetta di avviare sempre meglio l’opinione pubblica nei vari paesi ed una comunanza di sentimenti e di idee che deve costituire la sola base efficace per l’ulteriore progresso della democrazia in un mondo ordinato e pacifico. Ad essi spetta di costituire intorno ai governi quella salda e omogenea, fervida e intelligente intelaiatura che renda impossibile lo sviare dell’uno o dell’altro governo verso nuove formule totalitarie, di guerra o di violenza. Ad essi spetta, in una parola, di creare una società europea, consapevole della sua missione, profondamente permeata di quei principi di uguaglianza, di giustizia, di libertà, senza dei quali la nostra stessa missione di uomini è destinata a fallire. Assente dal Vostro consesso per obblighi inderogabili di governo, desidero dirvi che sono certo che dallo svolgimento del vostro lavoro, che stringe intorno a caposaldi ben delineati le idee avanzate nella prima assise dell’Aja, verrà fuori l’enunciazione feconda di un programma verso cui procederemo insieme Rende minore il mio disappunto personale la soddisfazione di sapere che all’Assemblea di Bruxelles prende il mio posto il senatore Meuccio Ruini: uomo della resistenza antifascista, che, dopo la vittoria delle forze democratiche, ha presieduto, come ministro della Ricostruzione, e più recentemente come presidente della Commissione per la elaborazione della carta costituzionale, ad attività che simboleggiano il volto nuovo dell’Italia. Vi rinnovo intanto il mio saluto e il mio augurio. "} {"filename":"3b3f5ca8-59c1-4274-97ec-11e8ea31e3b3.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Ho chiamato Dunn stamane e l’ho pregato di far rilevare al suo Governo che di fronte all’Italia bisogna scegliere fra due politiche: o di fiducia nell’Italia democratica, e allora l’argomento del pericolo comunista in Tripolitania non è valido; ovvero di sfiducia e allora Patto atlantico e riarmo sono sprecati. L’Italia democratica è disposta alla collaborazione e a qualunque garanzia nella stessa forma fiduciaria. Ma essa non può difendersi su due fronti contemporaneamente, quello dell’aggressione comunista in Europa e quello della sfiducia anticomunista in Africa. Ho aggiunto che avevamo diritto alla politica di fiducia. Dunn trasmetterà subito negli stessi termini . Ringraziamenti cordiali ed auguri. "} {"filename":"ef10bf76-2a4c-4f40-a393-15044708700a.txt","exact_year":1949,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Dopo un breve scambio di vedute sui rapporti economici tra i due paesi e sulle attività svolte nel Pakistan dalla delegazione economica italiana, l’on. De Gasperi ha illustrato l’atteggiamento italiano sul problema coloniale, senza peraltro fare esplicito riferimento all’intervento ostile del delegato del Pakistan all’ONU. Non si tratta, egli ha detto, di ripristinare il sistema coloniale, ormai da noi ritenuto superato, a tipo imperialistico. La nostra azione nei territori africani deve essere ispirata a propositi di effettiva cooperazione nel campo del lavoro intesa a contribuire ulteriormente al progresso dei territori africani ed a raggiungere il finale obiettivo della loro indipendenza. Il primo ministro del Pakistan ha ascoltato l’esposizione del presidente, manifestando il suo interessamento, ponendo alcune domande di schiarimento, e promettendo di tener conto di ciò che aveva appreso. Dopo aver a suo volta esposto all’on. De Gasperi alcune delle difficoltà che il suo Governo deve fronteggiare, e di talune analogie che si riscontrano tra le situazioni dei due paesi, ha dichiarato di rendersi conto delle attuali nostre esigenze e di apprezzare l’opera, ispirata a criteri di libertà e democrazia, svolta dal Governo italiano. "} {"filename":"9b56fd59-0fbb-4928-add8-ce4895ebb1ca.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Cari colleghi, dai discorsi da me e da altri colleghi pronunciati in nome della maggioranza al Senato e alla Camera ben prima che si aprisse la crisi, dalle dichiarazioni dei nostri partiti, dai documenti che qui in questa contingenza mi avete presentato risulta evidente che lo sforzo massimo del prossimo ministero deve essere fatto nel campo della produzione e dei lavori onde combattere la disoccupazione e raggiungere la massima occupazione possibile. A questo scopo centrale devono essere coordinate e se occorre subordinate tutte le riforme e indirizzati gli investimenti sia pubblici che privati. In questi giorni abbiamo esaminato da tale punto di vista: a) gli stanziamenti sul bilancio di previsione 1950\/51; b) le prevedibili ulteriori disponibilità sul fondo lire ERP 1950\/51; c) i disegni di legge già approvati dal Consiglio dei ministri e in corso di rapida formulazione; e siamo venuti alla confortevole conclusione che si può con ogni fondamento prevedere in tale periodo la possibilità di un complesso di investimenti pubblici e privati che costituiscono un grande sforzo produttivo. Su questa analisi dei nostri bilanci e dei nostri impegni dal punto di vista produttivistico dovrà parlare innanzi al Parlamento il futuro ministro del Tesoro, quando lo inquadrerà nella sua relazione economica. Ma posso annunciare fin d’ora che ci proponiamo di elaborare nuovi provvedimenti legislativi per la riforma agraria, per i bacini montani, per l’irrigazione, per la bonifica, per la marina mercantile (seconda quota), per il turismo, per la viabilità straordinaria, per i grandi acquedotti, per i danni di guerra a favore delle categorie più disperate. La disponibilità dei fondi necessari e la rapidità nelle esecuzioni delle opere dipende da un acceleramento delle misure legislative e di quelle esecutive, da uno sforzo quindi di cooperazione tra Parlamento e governo e dalla capacità dei ministri e dell’amministrazione di coordinare il proprio lavoro. Un programma di tale entità, se attuato in pieno, comporta una occupazione diretta di parecchie centinaia di migliaia di lavoratori ed una occupazione indiretta e integrativa di altre numerose forze lavorative. È forse opportuno che qui richiami la vostra attenzione sul fatto che la riforma fondiaria non è semplicemente una operazione giuridico-sociale, ma soprattutto una grande operazione di trasformazione tecnica dell’agricoltura, con conseguente aumento della produzione e occupazione. I tecnici agrari calcolano che si potrà arrivare ad una occupazione di circa mezzo milione di unità lavorative oltre l’occupazione riflessa. Nel quadro degli investimenti pubblici intendiamo inserire un nuovo ulteriore programma di opere e di investimenti per il Mezzogiorno e le altre aree depresse, programma di carattere pluriennale che prevede una erogazione di 100 miliardi per dieci anni e per le zone depresse di altre Regioni venti miliardi sempre per dieci anni. Le somme eventualmente non spese in un esercizio saranno portate in aggiunta alle quote per gli esercizi successivi. Abbiamo esaminato con i tecnici competenti quale dovrebbe essere la ripartizione di tali investimenti sotto il duplice punto di vista: l’incremento della produzione e nuove possibilità di lavoro. Eccola: a) trasformazione agraria dipendente dalla riforma: miliardi annui 39; b) irrigazioni (quasi tutte nel Sud) e bonifiche (3\/4 nel Sud): miliardi annui 52; c) bacini montani in connessione coi miglioramenti agrari: miliardi annui 10; d) viabilità straordinaria, cioè costruzione di strade comunali e provinciali (2\/3 nel Sud): miliardi annui 10; e) grossi acquedotti, già progettati e in parte iniziati: miliardi annui 14; f) sviluppo alberghiero: miliardi annui 4. Totale 120 miliardi annui. Tale piano di ripartizione è naturalmente elastico e dovrebbe raggiungere figura definitiva nei disegni di legge e nelle deliberazioni delle Camere. Esso è elaborato su progetti concreti esistenti. Questo programma ripeto si aggiunge alle opere già previste a favore del Mezzogiorno dalle leggi vigenti per la ricostruzione, per i danni di guerra, la edilizia pubblica e le opere igieniche e altre opere pubbliche, lo sviluppo dell’edilizia privata, le provvidenze per la industrializzazione e per il credito alle medie e piccole industrie, le comunicazioni ferroviarie e telefoniche. In questo modo, mentre continuerebbero le opere dei programmi ordinari, il programma pluriennale consentirebbe l’inizio e il sicuro completamento delle grandi opere necessarie allo sviluppo economico delle zone depresse. Quale sarà la copertura di uno sforzo finanziario così cospicuo? Ho fatto esaminare e sondare tutte le possibilità, tenendo conto dei prevedibili limiti del risparmio nazionale e di ogni altra fonte possibile. Mi pare di poter tranquillamente dire che se non ci mancheranno lo sforzo concorde, la tenacia e l’ansia del lavoro, l’ordine e la operosità nella vita economica, potremo assumere l’impegno e attuarlo. Non mi è dato qui, per ovvie ragioni, anticipare un piano finanziario che verrà esposto alle Camere, ma posso dire che per la copertura del fabbisogno si intende di costituire un fondo speciale nel quale affluiranno: a) i rimborsi di capitale e inerenti ai presiti per macchinari ERP. Si tratta di prestiti per un totale di circa 200 miliardi annui che possono affluire al Fondo. È questa un’operazione di solidarietà nazionale, per cui gli investimenti in attrezzature fatte prevalentemente nel Nord rifluiranno verso il Sud. b) Future disponibilità sul Fondo-lire; c) Prestiti interni ed esteri per i quali ultimi occorrono negoziati; d) Adozione di provvedimenti tributari. Per la rapidità della esecuzione avremo bisogno di speciali disposizioni legislative ma soprattutto per l’attuazione di questo programma e in genere degli investimenti, avremo bisogno di uno sforzo di acceleramento e coordinamento nell’esecutivo. Chiederemo quindi ad ogni ministero della spesa, ma specialmente a ogni ministero che nella sua competenza sia interessato alla esecuzione degli investimenti, che la programmazione venga fatta collegialmente, allo scopo di coordinare i lavori al duplice fine della occupazione della manodopera nonché della produttività. Il futuro presidente del Consiglio si renderà garante che tale impegno venga rigorosamente applicato, sia in quanto si tratti di presentare i relativi provvedimenti di legge al Parlamento sia e più quando si tratti della esecuzione dei mezzi pratici per accelerarla. Altre annunciazioni programmatiche vi sono già note per i progetti già presentati al Parlamento e riguardanti le varie riforme. È una eredità che accetto e mi propongo di sviluppare. La stabilità della moneta e dei prezzi la cerchiamo per salvare i salari dei lavoratori, lo stipendio degli impiegati e i redditi modesti dei ceti medi; e la riforma tributaria deve portarci a perequare le imposte e le tasse, secondo giustizia, facendo pagare chi può pagare. Credo che le linee generali della riforma, come esposta dall’onorevole Vanoni, si prestino ad accogliere anche quelle idee di riforma elaborate dal Psli e che compaiono nel documento a me presentato; al quale proposito converrà tener conto di taluni aspetti tecnici particolari, ad esempio: a) l’imposta personale, più che esentare redditi di un certo tipo, dovrà esentare i redditi minori di qualunque natura; b) l’imposta generale sugli affari dovrà necessariamente disarticolarsi in tributi distinti (come in ogni paese) sia pure debitamente coordinati; c) l’abbandono di ogni tributo autonomo locale dovrà venire conciliato con un minimo di autonomia finanziaria degli enti locali. Ed a proposito di enti locali ritengo necessario fare le seguenti osservazioni: Comuni – la riforma della legge elettorale dei Comuni, approvata dal Consiglio dei ministri e formulata nel disegno di legge già davanti al Parlamento , si è imposta per la sperimentata difficoltà di formare stabili ed efficienti amministrazioni nei Comuni ove vige attualmente il sistema proporzionale (Comuni con popolazione superiore ai trentamila abitanti o capoluogo di provincia anche con popolazione inferiore), mentre nessun inconveniente di tale genere si è dovuto lamentare nei Comuni retti a sistema maggioritario. Da più parti era stato reclamato, in conseguenza, il ritorno puro e semplice alla legge del 1915 e cioè l’applicazione del sistema maggioritario a tutti i Comuni. Il disegno di legge approvato dal governo, respingendo le posizioni estreme, è ispirato sostanzialmente alle proposte già avanzate dai socialisti e al progetto Matteotti-Turati : proporzionale per le minoranze, estesa ai Comuni con popolazione superiore ai 10.000 abitanti, in rapporto di un terzo fino a 250 mila abitanti e di due quinti nei Comuni con popolazione superiore. Il sistema assicura la rappresentanza di tutte le minoranze a circa 3.500 Comuni per i quali attualmente vige il sistema maggioritario (una sola minoranza) senza diminuire gravemente la possibilità di formare una amministrazione efficiente. Nelle discussioni avvenute in questi giorni, mentre il Partito repubblicano accetta sostanzialmente il disegno di legge, i Partiti socialdemocratico e liberale chiedono di modificarlo; i socialdemocratici estendendo la proporzionale pura a tutti i Comuni fino a diecimila abitanti e la proporzionale delle minoranze nei Comuni inferiori a diecimila. La Democrazia cristiana come risulta da una decisione di ieri sarebbe disposta al massimo ad ammettere la proporzionale pura in tutti i Comuni al di sopra dei sessantamila abitanti. Personalmente e per quanto mi attenda forti obiezioni se ciò può metterci d’accordo sarei disposto a ritirare la proposta di legge e mantenere lo status quo. Provincie – per i Consigli provinciali il progetto governativo prevede la proporzionale per le minoranze . La proporzionale pura sarebbe inattuabile perché il numero limitato dei membri dei Consigli provinciali (18\/24\/38) renderebbe in moltissimi casi impossibile la formazione di una qualsiasi amministrazione. Sottometto questa considerazione a coloro che ci tengono a valorizzare la Provincia. Regioni – la legge predisposta dal governo (sistema elezione Senato) ha accolto una proposta formulata dal Partito repubblicano. La legge ha le seguenti caratteristiche: assicura l’applicazione della proporzionale al 98\/99 per cento; apporta i vantaggi del collegio uninominale, con il collegamento dei candidati; favorisce i partiti minori; elimina la lotta per le preferenze. Si discute anche sulla data delle elezioni. La legge stabilisce che debbano farsi entro l’anno corrente. Il governo intenderebbe indirle a scaglioni, in modo da rendere possibile in una data regione l’elezione contemporanea nei Comuni, nelle Provincie e nelle Regioni. Non è facile prevedere entro quanto tempo le elezioni potranno essere espletate. Dipenderà soprattutto dal calendario dei lavori parlamentari. La Prima Commissione della Camera ha innanzi a sé il compito di definire la legge organica sull’ordinamento delle Regioni, le leggi elettorali, la legge dell’Alta Corte, già passata al Senato e quella del referendum, tutte leggi che il governo solleciterà con ogni energia: affinché si completi un primo ciclo fondamentale previsto dalla Costituzione. Circa la riforma agraria sono disposto ad accogliere il suggerimento di elevare l’esonero dell’obbligo di scorporo fino a 100.000 di reddito catastale, agevolando di duecentomila ettari ulteriori le grandi proprietà e arrivando fino a percentuali altissime. Se nei primi anni della riforma per motivi tecnici [ed] economici si possono stabilire delle norme transitorie per evitare acquisti da parte degli espropriati, è questione che va esaminata in tutti i suoi aspetti. Legge sindacale – circa la questione se debbasi riconoscere e registrare oltre che le associazioni verticali anche le orizzontali la mia opinione è che gli strumenti giuridici delle organizzazioni ed i portatori delle volontà delle categorie sono i sindacati e che quindi spetti ad essi di concludere i patti collettivi di lavoro mentre le Camere del lavoro e le Confederazioni fungono da centri organizzativi e di collegamento. Tuttavia se da parte di qualche partito come il Psli e il Pri si insiste anche per le orizzontali, non intendo fare opposizioni. Partendo dal punto di vista che la Costituzione ha stabilito il diritto generale dello sciopero demandando alla legislazione di definire l’ambito entro il quale tale diritto viene regolato, sono lieto che nelle conversazioni di questi giorni si sia trovato l’accordo sul seguente criterio: ammettere che in caso di sciopero nei servizi indispensabili alla vita dei cittadini (pane, acqua, gas, illuminazione, sanità, comunicazioni assolutamente essenziali) qualora la proposta di sottoporre la vertenza a soluzione arbitrale con sospensione dello sciopero non venga accolta, né le parti provvedano a garantire i suddetti servizi nei termini indispensabili alla vita dei cittadini, lo Stato provveda a disporre il funzionamento entro i suddetti limiti. Rimane ancora da formulare il criterio che riguarda quelle categorie che si trovano di fronte non ad un patto collettivo di lavoro ma ad una legge del Parlamento. Si può ammettere che i lavoratori di un servizio stradale il quale abbia sostanziale analogia con i servizi pubblici in genere (sia municipalizzati che privati) possano venire considerati come gli addetti ai servizi pubblici in genere, ai quali in quanto indispensabili nella misura minima necessaria si provvede come nella formula precedente. Restano ancora però i funzionari che sono gli organi di giurisdizione e di autorità ai quali la Costituzione affida una speciale qualifica e il carattere di organi diretti dell’autorità statale con particolari doveri. Vi è qui un minimo di funzionalità dello Stato che va salvaguardato. Io penso che se si facesse appello agli stessi funzionari nostri preziosi collaboratori, essi ammetterebbero di subordinare il loro diritto genericamente riconosciuto alle esigenze e alla dignità della funzione che esercitano nell’interesse della nazione, purché da parte nostra si desse loro ampio modo di sostenere in confronto al governo e al Parlamento gli interessi della loro categoria. Desidero che voi, da uomini e cittadini responsabili, ripensiate su questo problema, che io sento come uno dei più gravi e decisivi per lo Stato democratico e per lo Stato libero ed efficiente. Perché tutte le questioni si assommano sempre in questa domanda: vogliamo salvaguardare e sviluppare lo Stato democratico sulle linee della libertà e dell’autorità, garantire ai partiti libera attività e ai lavoratori conquistare maggiore giustizia? Le misure previste nel nuovo programma di governo per fronteggiare sempre di più la disoccupazione e per venire incontro alle esigenze dei lavoratori stanno a testimoniare, accanto alle ribadite riforme sociali, che il governo intende compiere ogni sforzo per rimuovere, in quanto possibile, le cause più frequenti di agitazioni, culminate talvolta, nel recente passato, in deprecabili e dolorosi conflitti con le forze dello Stato. Alla stessa finalità gioveranno le nuove norme sul riconoscimento giuridico delle organizzazioni sindacali e sulle procedure per favorire la composizione conciliativa delle vertenze del lavoro. Il governo, indipendentemente dai risultati che si augura conseguano le opere ed i provvedimenti ora accennati, non mancherà di rinnovare le disposizioni da tempo impartite, perché le autorità locali limitino in ogni evenienza l’impiego della forza pubblica all’opera doverosa di prevenzione e di repressione dei reati. Ma vani sarebbero ogni sincero desiderio e tutti gli sforzi tesi ad assicurare un pacifico svolgersi degli inevitabili conflitti sociali se in ogni azione per quanto vivace, non si sentisse il limite della legalità e della solidarietà nazionale. Aggiungo che, nelle forme che saranno ritenute le più idonee dal Consiglio dei ministri, il governo coordinerà meglio i servizi e intensificherà l’azione in alcuni particolari settori, come quello dell’emigrazione, dell’aviazione civile, dell’artigianato e della pesca. Non credo di avere bisogno di ulteriore presentazione: il mio programma vi è noto, la mia azione anche, perché fu in gran parte la vostra. Per quanto io creda vivamente nella utilità della collaborazione per il consolidamento dello Stato democratico, non ho diritto di chiedervi se non quello che vi detta la vostra coscienza in confronto agli interessi del nostro paese e ai postulati del nostro partito. Tuttavia debbo aggiungere che abbiamo il dovere di accelerare i tempi. La settimana prossima sono indette a Parigi riunioni interministeriali di grande importanza, l’una per determinare la speciale intesa economica tra Italia, Francia e Benelux, l’altra per l’OECE. Non occorre inoltre rilevare che il Parlamento ha innanzi a sé un lavoro immenso. Tutti i nostri impegni, tutte le riforme, lo stesso grande oneroso impegno di un nuovo piano per le zone depresse non opererà o non opera in tempo se il Parlamento non avrà agio di deliberarlo. Tutto ci incalza al lavoro ed a una decisione. Prendetela guardando al fine alle cose sostanziali: differenze secondarie che rimanessero verranno superate nella lealtà della collaborazione ministeriale e nella libera discussione del Parlamento. "} {"filename":"2b921428-d102-4f87-a825-cc20bb9bee4f.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"In occasione della prima trasmissione del nostro «Gazzettino del Mezzogiorno» vuole illustrarci, signor presidente, la portata dei recenti provvedimenti per le regioni meridionali? Vi ringrazio di questo cortese invito. Considero molto opportuna la vostra iniziativa e, poiché essa mi dà oggi il modo di far giungere la mia voce alle popolazioni del Mezzogiorno, desidero che esse accolgano il saluto cordiale del governo in un momento particolarmente significativo per la loro vita, quello in cui dopo lunghe e faticose sedute del Consiglio dei ministri, abbiamo ultimato la preparazione d’un vasto programma per avviare a soluzione i loro problemi. Intendiamoci, io non amo l’espressione «problema del Mezzogiorno» secondo cui parrebbe quasi trattarsi d’un peso sullo stomaco della nazione, qualcosa di inerte per cui essa dovrebbe essere costretta a sacrificarsi. Noi abbiamo un problema comune, quello di un paese povero di materie prime e ricco di braccia, dove le braccia pronte al lavoro aumentano ogni anno di numero, e purtroppo le possibilità di lavoro non si accrescono in proporzione. È naturale che in queste condizioni la solidarietà nazionale e l’interesse del governo debbano volgersi anzitutto verso le aree depresse, e poiché nel Sud esse sono più estese e più incidono sul livello di vita delle popolazioni, qui dobbiamo intervenire, provvedere con maggiore urgenza. Speriamo che quest’opera non subisca ritardi. Il governo ha farro il suo dovere, e si augura che il Parlamento approvi senza indugio l’istituzione della «Cassa per opere straordinarie di pubblico interesse nell’Italia meridionale». Straordinarie, mi preme specificare. Nel quadro del bilancio statale e dell’attività degli enti locali continueranno le normali assegnazioni, i lavori pubblici già predisposti, riattamenti e miglioramenti. Ma la Cassa affronta un programma decennale con un complesso imponente di bonifiche, di grandi acquedotti, strade rurali, e con una procedura più snella che assicuri rapide realizzazioni. Per esse sono stati stanziati, come sapete, mille miliardi all’anno per dieci esercizi. Vi sono state, da sinistra e da destra, riserve e obiezioni sull’impostazione istituzionale della Cassa per il Mezzogiorno, non è mancata qualche critica, ma questo è forse il destino di ogni innovazione, e non bisogna spaventarsene in un paese il cui spirito critico è così formidabile. Ma io devo sperare che altrettanto formidabile sia quello fattivo, e perciò faccio appello alla coscienza dei cittadini, dei lavoratori del Sud, meravigliosi lavoratori che quando non hanno trovato abbastanza pane sulla loro terra hanno sparso intraprese e sudore in ogni contrada del mondo. Abbiamo bisogno dell’emigrazione, dissi una volta, e che ci si aprano le porte dei paesi che più hanno bisogno di mano d’opera. Ma sappiamo di dover confidare prima di tutto sulle nostre forze, abbiamo l’obbligo di sfruttare con la migliore giustizia distributiva le nostre risorse. Allude con ciò, presidente, alla riforma fondiaria? Anche a questa. Noi ci rendiamo conto che la riforma richiederà un certo tempo, solleverà ancora discussioni, e forse è bene che sia così perché questa riforma non ha carattere punitivo, deve servire al vantaggio della collettività corrispondente alle esigenze sociali e a quelle produttive insieme. Ma nel Sud non potevamo aspettare, nel Sud c’è da operare subito, e coraggiosamente, per la trasformazione fondiaria che porti a coltura intensiva gli attuali latifondi. Vi sono trenta miliardi all’anno per questi lavori, è di per sé un’opera gigantesca, eppure va vista nel complesso generale della costruzione degli acquedotti, della rete di fognature, della viabilità anche per i centri rurali e montani: un complesso organico, ripeto, che senza pretendere di voler risolvere tutti i problemi getterà almeno solide basi per la soluzione, e intanto schiuderà la via al progresso economico e sociale. Grazie, presidente, anche a nome dei meridionali. La democrazia non ama le grandi frasi e i gesti clamorosi ma io ho fiducia che gli abitanti del Sud riconosceranno l’importanza storica dell’opera che abbiamo tracciata. Conto sulla loro buona volontà, ripeto, perché soltanto la concordia, il superamento degli interessi egoistici, la rinuncia alle disordinate impazienze, potranno assecondare l’azione dei tecnici. Da parte del governo questa buona volontà esiste, ne abbiamo dato la prova. Io non posso dimenticare il viaggio di pochi mesi fa in Calabria, il semplice e talvolta accorato, commovente saluto di quelle popolazioni. Esso mi è sembrato un incitamento. "} {"filename":"79bf85b9-2971-4166-9e9c-bb4d70194dc3.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"È fatale che avendo un’opposizione molto numerosa e composta di attivisti, l’iniziativa a volte sia dell’opposizione che non è assorbita dalla responsabilità amministrativa. Ciò dice per giustizia verso di noi. Vuol avere una parola di plauso riconoscente per l’opera svolta dalle forze dello Stato e in primo luogo dal min.[istro] dell’Interno, uomo di tempra particolare che assume prontamente la sua responsabilità e con decisione e con forza. Egli è il primo e il più vicino testimone dell’attività del min.[istro dello] Interno spec.[ialmente] in relazione agli organi dell’amministrazione: deve prevenire, intervenire con rich.[ieste] di interessam.[ento] sui problemi sociali. Bisogna tener conto che in certi momenti della vita del Parlamento, egli si è trovato solo alla Camera sotto la pressione comunista. Bisogna essergli grati per aver saputo organizzare le forze dello Stato. Sottolinea la sua sincerissima democraticità e la sua passione per la libertà. Quanto ad alcuni episodi di carabinieri armati si tratta di tecnica della polizia (il mitra si è detto di non portarlo solo fuori servizio). Elogia il senso della legge dei carabinieri (es. 2 giugno 1946) e sottolinea la necessità di aggiornare la tecnica. La prova di ieri ha dimostrato come il problema di tecnica sia stato risolto. Deplora le vittime dovute alle incomprensioni e alla propaganda di fanatismo (che dispera nel senso della giustizia sociale) ma ricordiamoci delle vittime per la libertà del lavoro che veramente meritano di essere additate alla riconoscenza. Altro plauso deve essere rivolto al partito per l’opera svolta ieri (manifesti, giornali, fiancheggiamento ecc.). Bisogna tener conto della situazione del partito sulla quale pesa un po’ il difetto del parlamentarismo. Sottolinea la necessità che la maggior.[anza] vada sempre d’accordo col governo dal quale ha distinte funzioni ma comune responsabilità. Quanto al partito sottolinea la scarsezza di fondi e le difficoltà in cui ora si dibatte, in relazione all’avversario largamente dotato di mezzi. Sottolinea l’esistenza dei borghesi che temono per le «vetrine» mentre gli operai espongono la vita. Il governo deve esigere un senso sociale da parte dei dirigenti di imprese. Esiste un egoismo padronale che va eliminato. Sulla riconversione delle industrie meccaniche ne sottolinea la difficoltà, ma ripete che ogni volta che i comunisti fiutano l’attuazione di qualche provvedimento subito promuovono l’agitazione. Rileva come il min.[istro del] Tesoroè principalmente attaccato dalla parte padronale. Concentra il ringraziamento sull’organizzazione sindacale, rilevando che la loro attività e mozione di ieri dà sensazione di grande consapevolezza, esprimendo l’augurio che queste forze ricevano la nostra solidarietà. Precisa a Pastore il significato della partecipazione di elementi del governo alla Conf.[erenza] per il piano della Cgil. Quanto ai fatti di Modena sottolinea l’impressione psicologica e dà ragione dell’esame della situazione effettuato dal min.[istro] dell’Interno. Ogni impegno deve essere preso per arrivare a tempo ma i p.c. faranno sempre prima perché non hanno il peso della legge e hanno più mezzi di noi. Tuttavia oggi il nostro compito storico è di realizzare quanto è possibile. Intanto bisogna fare subito quanto è pronto. Quanto al Msi, ricorda la denuncia del questore di Roma: bisogna attendere la sentenza lasciando aria libera [alla] magistratura, tenendo conto che lo Stato quando prende iniziativa che la magistratura poi non condivide, si indebolisce (così es. moralità). Bisogna creare dunque la atmosfera contro il Msi, [non leggibile] come partito, affinché i giovani non cedano alla suggestione delle azioni dirette. I consensi alla Forza pubblica, debbono essere organizzati i fiancheggiamenti, con collabor.[azioni] del tipo accennato da Pastore. Concludendo rileva che il problema è tutto di compattezza sull’indirizzo, tra partito, governo e gruppo, affinché le continue discussioni non minino le nostre energie di fronte all’opinione pubblica. Chiede che il gruppo lo chiami più spesso che crede, però si impari a essere più compatti come partito di fronte agli avversari e a non dubitare delle nostre capacità. Il pubblico deve considerare la Dc come un blocco che non molla. Questo per il governo che deve essere sostenuto dalla maggioranza della quale è l’organo esecutivo. Ma più ancora per l’avvenire. Fu fatale l’equivoco della costituente. Non bisogna dimenticare che i p.c. sono le quinte colonne: ma ricordarlo significa avere spirito di sacrificio in vista della battaglia quotidiana. Il gruppo gli dia la sensazione della necessaria unità di azione. Solo così potrà egli essere forte. (Vivissimi prolungati applausi). "} {"filename":"8d4188aa-91fb-483f-aad8-1b7a52c65016.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Non è venuto per senso di cortesia ma per un suo preciso dovere. Se sono mancati contatti, è dipeso da particolari esigenze della vita politica. Ringrazia della franchezza con cui si è parlato e dichiara che, contrariamente a quanto si è detto, egli è al corrente dell’opinione dei parlamentari. Purtroppo non possiede capacità illimitate e quando si tratta di tirare la «carretta» giorno per giorno, occorre talvolta superare difficoltà che impediscono i «colpi d’ala». Non tutte le soluzioni perciò possono essere ideali. Si dichiara non preparato a parlare della crisi, che sente già molto lontana: non sapeva che si sarebbe parlato di questo; altrimenti avrebbe portato con sé i suoi dossiers, che avrebbero testimoniato della sua azione determinata giorno per giorno anche da circostanze contingenti e mutevoli. Confessa che ogni volta che si trova di fronte alla crisi incontri di nuovo risorgenti difficoltà: in occasione dell’ultima, gli ostacoli sono stati maggiori del previsto, perché credeva che bastasse un rimpasto. Venendo a parlare del problema della disoccupazione, dichiara che esso è il fenomeno sociale più importante, ma non il più importante politicamente. Se esso potesse essere immediatamente risolto, sussisterebbe l’attuale stato di tensione. Cita come esempio le vicende della Sila per dimostrare che più il governo fa, in riforme ed opere nuove, più le sinistre si adoperano per contrastarle. Dichiara che la politica di un uomo saggio è quella di utilizzare tutte le circostanze per operare utilmente: di qui l’attuale grande impegno per gli investimenti. Durante la crisi si è chiesto il coordinamento ed egli si è sforzato di crearlo; si è criticato l’eccessivo numero di sottosegretari ed egli ha dimostrato che ciò non era esatto. Si dichiara contrario a riaprire il problema se sia costata troppo cara la collaborazione dei partiti minori. L’importante è di vedere quello che ora si può fare. Egli non vuole sottrarsi ad una giusta critica, anche perché egli stesso è abbastanza in grado di comprendere le sue deficienze e le sue limitatezze. Nessuno, comunque, può, sin da ora, anticipare delle conclusioni sull’attuale governo. Quanto alla critica della mancanza di contatti, lamenta la scarsezza di tempo che non consente di arrivare a tutto. Quindi le sue assenze non derivano da deficiente sensibilità parlamentare da parte sua. È il meccanismo parlamentare, strutturato sulle Camere, che non funziona, perché troppo complesso. Se fosse possibile, i membri del governo dovrebbero assistere molto più frequentemente alle sedute delle Commissioni. Difficilmente potrà essere realizzata la richiesta di discutere preventivamente con il gruppo i disegni di legge che il governo presenta al Parlamento. Anzitutto non c’è in Italia un governo d’Assemblea, in secondo luogo il lavoro legislativo si evolve troppo rapidamente. Pertanto ritiene praticamente inattuabile la proposta. Quanto alle direttive fondamentali della riforma fondiaria, esse furono delineate nel ’48 dal Consiglio nazionale , furono poi rivelate nell’«intervista di Pasqua» e presentate al dibattito della pubblica opinione. Infine il Comitato dei ministri che le ha elaborate ha spesso fatto dichiarazioni alla stampa. Da tutto ciò si trae la conseguenza che non si può parlare di sorpresa e di fatto compiuto. Ritiene invece molto utile che, nei limiti del possibile e in occasione di leggi importanti, i ministri abbiano scambi di vedute con i parlamentari. Però se si generalizzasse il sistema, si avrebbe il rovesciamento del sistema parlamentare. Durante i lavori della Costituzione, i dc hanno passato una crisi di ottimismo sulla natura degli avversari politici, comunque ritiene che forse non avrebbe potuto accadere diversamente. Del resto ciò ha anche dei lati positivi, perché in tal modo il governo ha il diritto di esigere ora la più scrupolosa osservanza della Costituzione stessa. Dà ragione a Lovera per le critiche fatte all’atteggiamento del governo circa la questione dell’amnistia: si giustifica però adducendo l’evolversi della situazione. Per quanto riguarda gli statali, egli ha esercitato le note pressioni sul gruppo senatoriale perché la sua idea era che non si dovesse cedere. Oggi però, di fronte alla delicatezza della situazione, ritiene che sia saggezza politica adattarsi alle circostanze. Quando il disegno di legge tornerà al Senato, egli assumerà su di sé la responsabilità delle contraddizioni governative. Circa la parità tra le due Camere assicura che di questo principio si terrà maggior conto. Riconosce la necessità di adeguare l’amministrazione dello Stato ai nuovi compiti, anche se ciò avverrà solo gradualmente. Si sofferma sul particolare problema della Breda. In base alle relazioni dei tecnici, si era venuti nella convinzione che non ci fosse più niente da fare per salvare questa società. Ma gli operai hanno seguitato ugualmente a lavorare e si è voluto che lo Stato pagasse, benché non si sia mai inteso che il bilancio pubblico si sobbarchi delle spese per industrie private. In seguito a pressioni locali, nel caso specifico, lo Stato ha dovuto parzialmente intervenire a mezzo dei finanziamenti ECA. Mentre si stava provvedendo in tal senso sono scoppiati gli incidenti dei giorni passati. […] Sostiene che si sarebbe dovuto ricorrere ai ministri competenti. Perché voler parlare per ogni circostanza al presidente del Consiglio? Per ciò che riguarda i problemi dell’ordine pubblico, dichiara che si è avuto un periodo di tolleranza perché di fronte alle richieste dei contadini, si sono cercati tutti i mezzi per risolvere socialmente e in modo conciliativo le vertenze. È stato bene che si sia tentato. Ora, dopo il tentativo fallito per la demagogia avversaria, il governo ha tutto il diritto ad usare la forza. Mostra la sua contrarietà per la frattura che talvolta si nota tra la necessaria severità della polizia e le decisioni successive della magistratura non intonate a questa severità. Termina facendo appello alla comprensione dei parlamentari verso lo sforzo del governo che, solo in Europa, sta facendo il grandioso tentativo di conciliare le riforme sostanziali di struttura con la creazione di uno Stato forte e democratico. (Vivi applausi). "} {"filename":"7d4d1d43-c8d8-463b-b407-2ff2fa4c0297.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"È una vigilia pasquale piena di serenità e di speranza che viviamo oggi a Roma. Popoli di ogni razza e di ogni colore vi si incontrano come fratelli e le antiche «meraviglie di Roma» (mirabilia Romae) sembrano quasi rinnovarsi nel colore dell’ammirazione universale ed esprimere più solennemente il senso della nostra civiltà millenaria. In questo clima il nostro spirito si dilata, al di sopra delle quotidiane contese; e si vorrebbe dire e pensare soltanto di cose buone e di opere di pace. Perché ci tormentiamo sempre nella nostra travagliata vita pubblica con le immagini del male, perché la cronaca della delinquenza ha tanto spazio nei giornali, perché la stampa illustrata esibisce, esaltandola, la vita lussuosa e degenerata di poche centinaia di dissipatori, quasi a sfida della povertà e della sofferenza, perché non ci si conforta invece almeno oggi col pensiero che questo popolo italiano, pur nello sforzo della ricostruzione, prova ancora ad accrescere notevolmente la sua opera di solidarietà verso i deboli, gli ammalati, i colpiti dalla sventura? È vero, la via verso la giustizia sociale cioè verso una più equa distribuzione della proprietà e del reddito è ancora lunga; leggi e costumi vi potranno provvedere solo per gradi; ma intanto, ove mancano e non è ancora raggiungibile la giustizia distributiva, supplisce in qualche misura l’assistenza collettiva e privata. Ricordiamo alcune cifre, per confortarci e fare meglio. Le spese sostenute dallo Stato per la beneficenza e per l’assistenza sociale nel 1938 ascendevano a 783 milioni, hanno raggiunto nel 1948 la cifra di 85 miliardi e 205 milioni, ossia pur tenendo conto della svalutazione le erogazioni dello Stato sono più che triplicate. Gli Istituti di ricovero (orfanotrofi, alberghi popolari, ecc.) al 31 maggio 1948 erano 6.607 con circa mezzo milione di ricoverati. E badate, mentre nel periodo dal 1920 al 1943 di nuovi istituti ne erano stati fondati solo 1.459, nei soli quattro anni dal 1944 al 31 maggio 1948 se ne fondarono altri 698. I refettori erano 17.811 con 2.021.893 assistiti: quasi il 90% dei Comuni risultavano forniti di refettori popolari. Di questi 17.811, dal 1944 al 1948 ne sono stati fondati ben 7.654. Quanti altri settori della nostra comunità nazionale (scuole, istituti economici, opere pie, associazioni religiose) costituiscono degli scompartimenti vitali in cui la linfa della comunità opera come in un tessuto cellulare e il bene si fa e il progresso si ottiene per concorso di forze, per una generosità fraterna, per una fede operosa. Bisogna che questo concorso non venga meno, ma si accresca. Accanto all’impulso al lavoro e alla produzione, dobbiamo promuovere la libera iniziativa del bene, che serva ad integrare l’opera dello Stato. In regime di democrazia questo impulso di solidarietà, liberamente attuata, è più che mai indispensabile per controbilanciare le tendenze centrifughe della agonistica politica. Se nel nostro paese potranno svilupparsi i tessuti essenziali del lavoro e della solidarietà nazionale, le nostre lotte politiche non incideranno troppo negativamente sul nostro destino. Nostra grande avventura sarebbe se l’Italia tutta fosse permeata da un grande sentimento di unità spirituale. Poiché questo ideale, dopo tanta irruzione di ideologie straniere si è allontanato dalle mete raggiungibili dalla nostra generazione, è assolutamente necessario che la nostra democrazia si dia almeno e imponga alcune leggi di convivenza civile. Le decisioni del suffragio universale, le deliberazioni della Costituente e del Parlamento fissano queste regole di convivenza, che rappresentano un patto al quale nessuno ha il diritto di ribellarsi, senza tradire la democrazia. La tesi contraria, riaffermata nelle ultime interpellanze alla Camera, è inaccettabile. La libertà della discussione e il contrasto delle opinioni trovano la loro legittimità morale solo nel presupposto che, a decisione avvenuta e a legge promulgata, la legge valga per tutti. Abbiamo discusso all’infinito sul Patto atlantico. Tutti hanno potuto sostenere la loro opinione, dentro e fuori del Parlamento. Oggi il Patto atlantico è legge che impegna in confronto di altre nazioni il governo e lo Stato italiano. Noi abbiamo concluso questo patto come patto di sicurezza e di difesa. Esso stabilisce che gli Stati contraenti «uniscano i loro sforzi per la difesa collettiva e il mantenimento della pace, al quale scopo tali Stati – dice il testo – manterranno e svilupperanno la loro capacità individuale e collettiva di resistere ad attacchi armati». Resistere ad un attacco armato, questo è il patto, questo e nessun altro è l’impegno dell’Italia. Oggi, come ieri, abbiamo ferma la speranza che l’attacco non ci sarà e che il patto scoraggerà qualunque guerra. Ma nessun uomo responsabile che voglia salvaguardare l’indipendenza nazionale, può lasciare l’esercito senza armi adeguate, senza equipaggiamento. Rimanendo ancora ben al di sotto di quanto concede il Trattato, abbiamo accettato con riconoscenza il contributo delle armi americane. Queste armi, già a noi assegnate, sono armi italiane, sono armi della nostra legittima difesa, sono armi di sicurezza, strumenti che, considerati nella loro entità, sono inadeguati a qualsiasi offensiva contro qualsiasi ipotetico nemico e che, in base alla nostra volontà e al nostro impegno, non possono essere che strumenti di difesa e di pace. Perciò ne parlo e ne posso parlare anche oggi, mentre invio ai miei concittadini l’augurio pasquale. Sono certo che il popolo italiano nel suo buon senso, comprende che se un esercito deve essere, se devono esserci forze armate, sarebbe delitto inviare i figli del popolo, chiamati a difendere le frontiere contro un attacco del nemico, inviarli dico al massacro collettivo di fronte ad un nemico che ci attaccasse con le armi più moderne e più efficaci. Ma queste armi inviate dagli Stai Uniti servono anche a mettere in piedi e a unificare l’Europa. L’Europa unita è il più grande baluardo della pace. I popoli d’Europa, vittime della guerra di ieri e destinati ad essere le prime vittime di una deprecabile guerra di domani, non vogliono né possono volere la guerra. Le correnti democratiche prevalenti in Europa si assoceranno tutte con la democrazia statunitense per costituire nel mondo un regime di libertà, di sicurezza, di pace. La salvezza sta in questa unità di libere forze; il pericolo viene dalla discordia e dalla disintegrazione dell’Europa. Si stampa, si ripete nei comizi e mani protette dalle ombre notturne scrivono sui muri che siamo dei servitori dello straniero, che vogliamo la tirannia, che prepariamo la guerra. Sono convinto che l’onesta coscienza dei lavoratori resiste alla suggestione di codesta perfida campagna di menzogne. Essa intuisce e sente che siamo galantuomini; che serviamo nient’altro che il popolo italiano il quale ci volle al governo; che quando imponiamo dei limiti legali alla libertà di taluni è per garantire la libertà di tutti; che quando chiediamo ordine e disciplina è perché il popolo concentri tutte le sue energie nello sforzo verso la giustizia sociale e l’elevazione delle classi lavoratrici. Voi intuite anche, o lavoratori, operai che mi ascoltate, che noi i quali abbiamo attraversato gli orrori di due guerre, non possiamo volere la guerra, ma anche assieme alla grande maggioranza dei lavoratori europei e americani aiutandoci gli uni e gli altri per ristabilire un minimo di difesa del nostro paese, lavoriamo per la pace. Pace interna e pace esterna noi vogliamo; questo e non altro è l’ideale che noi serviamo; ideale di un’Italia ordinata in un regime di libera democrazia, contraente leale di un patto di sicurezza internazionale, membro attivo ed efficiente di un’Europa unita nella difesa della pace. Oggi dunque quanti di noi italiani serbiamo nel cuore questo ideale, abbiamo ben diritto di scambiarci l’augurio di pace della Pasqua cristiana. "} {"filename":"afd5b0c3-7b76-478a-b60c-931b70ce95b9.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Sono un apprendista e non ho avuto a mia disposizione che poche ore; quindi ho potuto dare un giudizio sommario. Voi che mi ascoltate siete molto più informati di me. La mia impressione tuttavia è che l’opera sia riuscita, che l’impresa è assicurata. La mia impressione è che dobbiamo essere altamente grati a color che nei momenti tristi hanno avuto la fiducia e la tenacia di continuare, grazie soprattutto all’amico Mattei . So bene quanto sia difficile, trattandosi di una impresa sottoposta al controllo delle discussioni pubbliche, soddisfare i desideri di tutti. Ma è necessario che ogni opera venga affrontata dalla critica e dalle obiezioni, perché la riuscita sta nel superare le obiezioni e controbattere la critica. Io mi congratulo con Mattei e con tutti i suoi collaboratori per la riuscita che pare ormai raggiunta. Aggiungo una parola di particolare ammirazione e di ringraziamento per i tecnici e gli scienziati che collaborano a questa impresa. E una parola viva, di elogio, rivolgo agli operai, alle maestranze le quali con disciplina e spirito di fiducia danno il loro sforzo a questo lavoro e a cui non si può far migliore augurio di questo: che l’impresa non sia come tante altre più o meno lecitamente rivolte ad accrescere la ricchezza dell’imprenditore o di azionisti. Questa impresa sia rivolta non ad aumentare la ricchezza di coloro che intraprendono, ma ad aumentare le occasioni di lavoro. In essa non vi sia prevalente l’interesse del capitale, ma quello della classe dei lavoratori. Non entrerò nei particolari della polemica, né può essere lecito discutere delle leggi che verranno emanate e discusse al Parlamento. Dirò solo che la legge dovrà avere questa tendenza: che il lavoro prevalga sempre più in modo che la grande massa, quella massa dove il lavoro dell’intelletto e quello del braccio si affiancano, trovi in questa alleanza il segreto della vittoria. "} {"filename":"c4f744bf-d387-43e1-b603-903c628716c0.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Amici miei, il sindaco ha accennato a ore tristi e piene di preoccupazione. È vero, oggi il mondo è diventato piccolo e ogni avvenimento anche lontano si riflette, non solo nella preoccupazione nostra ma anche nella realtà. È difficile essere profeti, ma io mi sento tranquillo soprattutto perché ho fede nel popolo italiano e nella Divina Provvidenza. E vi dirò quella che secondo me è la condizione indispensabile per poter continuare a nutrire questa fede nel nostro destino, e per meritare la protezione della Provvidenza. Essa è l’unione, la concordia, la fedeltà e la lealtà verso la democrazia e la patria. È problema che potremo risolvere solo se in Italia non si ripeterà più quella disgraziata situazione che generò un conflitto tra fratelli; una guerra civile. Non si ripeta più questa divisione, non si ripeta più tra noi l’azione di Caino. Noi non intendiamo imporre a nessun partito né tendenza particolare la nostra fede religiosa: tutti sono liberi di pensare come credono, ma una legge deve essere imposta, la legge della patria comune fondata sul Parlamento e sulla Costituzione. Questa legge va difesa con qualunque sacrificio e deve cominciare ad essere difesa nella nostra coscienza. Ecco amici, in questa vostra festa io non voglio portare una nota discorde, voglio anzi contribuire alla vostra gioia, lasciandovi questo senso di sicurezza. Se gli italiani non commetteranno più il grave delitto di Caino, se gli italiani saranno concordi su una base di libertà e di democrazia, niente è da temere: con noi è la sicurezza, con noi è la pace, con noi è, soprattutto, la benedizione della Provvidenza. "} {"filename":"335bf5c8-347c-4e47-a2ca-676479ef50a7.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Un autorevole amico ci scrive: diffamare un avversario politico, contraffacendo e addirittura inventando episodi che si riferiscono alla storia di cinquant’anni fa, in fondo è impresa agevole e senza rischio, perché chi avrà voglia di sbugiardare i mistificatori, confutando le accuse punto per punto trattandosi di avvenimenti così lontani, sui quali è passato il giudizio dei contemporanei e l’obiettivo esame della storia? Alcide De Gasperi era allora il più giovane dei deputati trentini, tuttavia il suo nome aveva oltrepassato l’iniquo confine fin da quando studente universitario, a causa dei suoi sentimenti italiani, era finito nelle carceri austriache e poi come deputato al Parlamento di Vienna, aveva valorosamente difeso gli interessi del Trentino che egli rappresentava assieme a Battisti , Conci ed altri che ora non ci sono più. Qui a Roma siamo ancora in molti a ricordarlo durante il periodo critico della neutralità ed Ernesto Vercesi , accanto ad altri, ha come storico descritto i suoi interventi presso ministri e ambasciatori, occupandosi apparentemente degli interessi economici della sua Regione, che per gli approvvigionamenti dipendeva in buona parte dal Veneto e dalla Lombardia, ma accanto a questi, preoccupandosi soprattutto di quello che doveva essere il destino politico e territoriale della sua patria ristretta. Anche di questa attività, passata la guerra, fu poi scritto, specie con particolare riguardo al suo intervento presso Sonnino, nel momento delle trattative per il «parecchio». Venuta la guerra, sospese in Austria ogni garanzia costituzionale e chiuso il Parlamento, i deputati non tedeschi specie quelli della minoranza nazionale, furono impossibilitati a svolgere qualsiasi azione palese pena l’arresto e De Gasperi, contro il quale era stato già spiccato il decreto di confino, riparò a Vienna ove pure visse come sorvegliato speciale fino alla morte di Francesco Giuseppe , cioè fino alla riapertura del Parlamento. Da allora in poi cominciarono a filtrare le notizie sull’attività sua e degli altri deputati trentini ritornati a una relativa libertà della tribuna parlamentare. I discorsi fieri e coraggiosi di Conci, De Gasperi e colleghi, prima e dopo Caporetto, si possono ora consultare sui verbali stenografici; a quei tempi ne giungeva qualche notizia solo attraverso la Svizzera, ma in Italia se ne seppe abbastanza – specie attraverso l’organo degli irredentisti trentini che si pubblicava a Milano, La libertà – perché i deputati trentini immediatamente arrivati a Milano e poi a Roma, fossero accolti trionfalmente dal popolo e dalle Autorità: e forse qualche romano ricorda ancora l’entusiasmo della folla quando Conci, De Gasperi e Malfatti comparvero al balcone di Palazzo Braschi fra Vittorio Emanuele Orlando e Ferdinando Martini . L’atteggiamento ostile all’Austria della Deputazione trentina ebbe i suoi pratici frutti, perché quando il presidente Renner venne chiamato a difendere la tesi austriaca a San Germano, nel documento che tentava di dimostrare che i popoli austriaci erano sì malcontenti della Monarchia austriaca, ma non al punto di volersene separare, fece esplicitamente eccezione per gli italiani del Trentino. Infatti mentre per i polacchi, galiziani, per i cechi della Boemia e Moravia, era possibile citare dichiarazioni più o meno estorte a deputati in favore della ulteriore esistenza della comunità austriaca, nessuna dichiarazione simile si potè accampare per la Deputazione trentina, la cui azione era stata così esplicita che anche i delegati austriaci a San Germano lo ammisero, prima ancora di intavolare negoziati di pace. Questa è la storia seria, documentabile e inconfutabile. Tale rimase fino al 1925. Da quando De Gasperi succedette a don Sturzo, partito per l’esilio, allora tutti i calibri vennero diretti contro di lui. Il regime fascista si valse anche del dossier di un ex giornalista trentino, dossier costituito da falsificazioni o ritagli di giornali che giorno per giorno venne utilizzato da Il Popolo d’Italia per descrivere il segretario del Partito popolare come un antipatriota e un traditore. Gli amici ricorderanno la documentata risposta di Igino Giordani e la dimostrazione solenne di simpatia che il De Gasperi ebbe da parte dei popolari combattenti nel Congresso di Roma. Ma quel Congresso doveva essere l’ultimo e il partito subiva ben presto la sorte degli altri partiti democratici. De Gasperi, uno di quei capi dell’antifascismo aventiniano, perseguitato e braccato, finiva in carcere un’altra volta. Anche questo è inconfutabile e documentabile, storia più fresca, storia di ieri, al confronto di quella del 1914-1918. Eppure l’Unità con lo stessa assenza di scrupoli riprende non solo la campagna del Popolo d’Italia, ma addirittura vuole comprovare che come De Gasperi servì Francesco Giuseppe, così più tardi servì Mussolini e la prova è che con tutto il suo gruppo tentò in un primo tempo di collaborare col fascismo allo scopo evidente di ammansire la ferinità iniziale e parlamentizzarne il movimento? Errore? Può essere, ma tentativo in buona fede come dimostra poi la difesa che De Gasperi e i suoi fecero nella libertà. Le speranze erano certo più fondate di quelle che si rilevarono poi le illusioni di guadagnare alla concezione democratico-nazionale i comunisti moscoviti. Spero che Il Popolo ospiti considerazioni benché per conto suo abbia già chiuso la polemica. E in verità per quanto riguarda il discorso stesso della polemica, voi avete, amici de Il Popolo, pienamente ragione. Che dire di un giornale che come prova del tradimento afferma che il De Gasperi fu membro di ben sette Commissioni parlamentari? Ignoro questi particolari, ma non ignoro che in ogni Parlamento i vari gruppi tendono ad avere delegati in ogni Commissione. Esso torna poi sul rapporto Macchio intorno ad una conversazione con De Gasperi nel 1914. Ricordo che anche questa nella polemica svoltasi nel ’25-26 ebbe piena spiegazione e giustificazione. Si tratta di un tentativo del diplomatico Macchi contro il generale Conrad, capo della corrente della guerra preventiva con l’Italia. Conrad pubblica il dispaccio nelle sue memorie per dimostrare la credulità dei diplomatici e quel commento coglie l’occasione per ribadire i suoi sospetti verso la classe politica trentina e la sua diffidenza verso l’Italia. Di fronte a questi intrighi – conclude il maresciallo – noi militari non dovevamo lasciarci addormentare da assicurazioni diplomatiche. Ebbene sapete che cosa pubblica il mistificatore de l’Unità? Che il Conrad avrebbe scritto che «mentre tutti gli italiani del trentino tradivano l’Austria, solo rimase accanto a me, fiducioso nella vittoria, a confortarmi coi suoi consigli, Alcide De Gasperi». Il falso è così evidente che cade nel ridicolo. Pensate Conrad, generalissimo che scrive le sue memorie a 73 anni, parla del giovane De Gasperi, deputato per lui quanto mai periferico, come di un «consigliere e confortatore»? Tuttavia l’Unità l’ha ristampato due volte: bisognava ricercare l’opera negli archivi. Rapida ricerca: è risultato che il citato periodo non esiste nell’opera autobiografica del maresciallo. Non esiste verbo di tutto ciò. L’informatore de l’Unità inventa senza pudore. Ma egli si conforta in ultimo con un articolo di Cesare Battisti. L’articolo, come si rileva dal libro del Giordani, esiste ma esso appartiene all’arsenale della polemica locale trentina dell’anteguerra. Ma nell’estate 1914, quando cioè il problema della guerra e dell’irredentismo era divenuto attuale e acuto, Cesare Battisti pubblicava nel Giornale d’Italia una intervista nella quale riconosceva l’opera di italianità svolta dai deputati trentini in Parlamento. Basterà ricordare a questo riguardo – egli scrive – l’opera spiegata dal sacerdote [de] Gentili e dal De Gasperi… Niente regge dunque di codesta impalcatura di menzogne, e comprendi che l’amico De Gasperi, cui invio auguri di meritato riposo, sdegni di occuparsene. Egli non ha bisogno né di apologie né di difensori. Oggi come ieri – nei momenti di gravi decisioni – egli ridiventa il bersaglio dei detrattori ma anche oggetto di affettuoso riconoscimento da parte di tutti gli uomini di buona fede che lo hanno apprezzato, stimato e amato. Non è per la causa sua che ho scritto queste righe, ma per dimostrare ancora una volta di più ai giovani come l’avversario non risparmi né colpi né oltraggi alla verità pur di abbattere i nostri migliori. Per loro è questo un caso disperato. Ma ognuno si prepari a reggersi sotto l’«usbergo del sentirsi pure e a non mutar aspetto, né mover collo, né piegar sua costa». "} {"filename":"b4a68e14-22b1-4f7d-b86a-7016d29b722c.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Abbiamo visto avvicinarsi in certi istanti lo spettro terribile della guerra e in certe torride serate estive parvero ricomparire sull’orizzonte i cavalieri dell’Apocalisse. La domanda era sulle labbra di tutti, dell’uomo colto e del pastore di pecore che incontravate in alta montagna. E il turbamento era accresciuto dall’accusa aperta e insidiosa dei nostri avversari: voi questa guerra la invocate, la provocate, la volete. Il cristiano sopra ogni altro è preso da tale turbamento contro tale accusa. Donde certe discussioni vecchie e sempre rinascenti fra coloro che considerano il lato idealista della vita. Certamente è proprio del cristiano di resistere fino all’ultimo alla mentalità della guerra e non rassegnarsi a riconoscerla inevitabile, fino a che c’è sempre uno spiraglio di luce e deve agire in questo senso anche nella vita pubblica e specie nei rapporti internazionali. Essa esige tutti i sacrifici, tutti i compromessi personali, famigliari e politici. Questa cosa è il senso cristiano del consorzio umano, quel senso di fratellanza universale, al di sopra della nazione e della politica, che è l’eredità e il patrimonio del cristianesimo. Perciò nella politica internazionale abbiamo seguito una direttiva di ricostruire e consolidare la pace, come massimo bene, come necessario alla nostra vita internazionale. Nelle Conferenze della pace ci siamo dichiarati pronti a ogni sforzo e sacrificio purchè si creassero le basi di accordi pacificatori: a Strasburgo fummo e siamo europeisti, a Lake Succcess universalisti, i primi disposti a riconciliarsi con gli antichi avversari. L’Italia ha agito e agisce sempre per tentare le vie pacifiche, i metodi dell’intesa e della collaborazione. Il Piano Marshall di ricostruzione europea doveva essere un piano comune anche all’Oriente. Solo quando i sovietici rifiutarono il loro concorso e calarono la cortina di ferro, quando colpi come quello di Cecoslovacchia o il blocco di Berlino suonarono l’allarme e il Cominform minacciò di valersi della gigantesca forza militare della Russia, i popoli quasi inermi che avevano smobilitato pensarono ad un patto difensivo: il Patto atlantico, 4 aprile 1949. Patto caratteristico: a tale patto aderirono anche quei partiti operai che nel 1912-1914 avevano preso vicendevole impegno di opporsi ad ogni azione militare. Certo l’illusione di Bebel , di Adler , di Jaures e l’esperienza in confronto al nazismo e al fascismo contribuirono a convincere che la libertà va difesa e che la democrazia inerme soccombe: ma il fatto nuovissimo è che la dittatura bolscevica, armata fino ai denti, non ammette né il disarmo né finora ha dato garanzie di pace concordata entro le NU. Di fronte a ciò laburisti, sindacalisti, socialisti aderiscono al piano comune di difesa. L’Italia ha passato il travaglio delle discussioni e delle decisioni. La neutralità non esiste per ragioni geografiche, strategiche, morali: ma se esistesse per avere una minima probabilità di salvare l’indipendenza, l’Italia dovrebbe spendere tutti i suoi armamenti, tutte le risorse del suo bilancio. Il P.[atto] a.[tlantico] era una necessità; qualche dubbio del senno di poi non ha fondamento, la difesa collettiva era un dovere strategico. «Vae soli»! abbiamo dovuto dire, quando l’attacco contro la Corea esemplificò in forma concreta il pericolo. Oggi il dovere è di fare uno sforzo comune per rafforzare i nostri mezzi di difesa che – anche con il contributo prezioso che ci vanno fornendo gli S.U. – sono ancora deboli e insufficienti . Ancora in estate il Consiglio dei ministri (sui 100 richiesti) concesse 50 miliardi. Oggi stanziamo subito i 50, ma prendiamo impegno per altri 100. A mano a mano che disporremo di altre possibilità e qualora ci si dia una mano, dovremmo perfezionare del tutto il nostro armamento, in modo che – nel quadro degli impegni del P.[atto] a.[tlantico] – possiamo raggiungere una certa sicurezza. Dodici divisioni di cui una corazzata, sono una cosa seria. È possibile difendersi. Bisogna curare il morale, attrezzare l’esercito. Commesse. Modi e garanzie di pagamento per quelle commesse che non sono a nostro carico, ma di altri associati o comuni. Una volta fissate le commesse, ci sarà il problema del prefinanziamento. Noi ci metteremo tutto l’impegno, anche perché sarà lavoro. Tra gli altri provvedimenti riguardanti la sicurezza interna: 1°)aumento forze dei carabinieri e della PS; 2°)organizzazione della difesa civile; 3°)anticipazioni sulla riforma del codice penale per i capitoli che colpiscono il sabotaggio militare ed economico. Lavoro anche questo urgente per le due Camere, lavoro costruttivo che deve garantire la libertà e le istituzioni democratiche, quindi basilare per il progresso sociale. Si sospettò, quando in estate feci un appello a tutti gli uomini di buona volontà per una campagna di solidarietà nazionale (ma abusai della parola crociata) che si rimanesse nel campo delle manifestazioni verbali, per evitare la responsabilità di provvedimenti di governo. Non era vero. Ma, ripeto, le leggi sono morte, le misure di ordine sono inefficaci se non sono circondate dal consenso della maggioranza. Gli organizzatori della difesa, gli esecutori dell’ordine, i sacerdoti della legge hanno bisogno di questo clima solidale. Elevare il senso di comunità e di patria, incoraggiare i timorosi, rinnovare la fede nella libertà e nella civiltà, dar battaglia all’egoismo dei ricchi, al doppio giuoco dei pavidi, al tradimento potenziale di coloro che coltivano in sé la psicologia dei separatisti. Nessun fine tattico riguardante uomini e partiti aveva il mio appello, che si rivolgeva a tutta la comunità democratica e alla nazione. Qualcuno ha trovato in questo appello patriottico qualche cosa di stantio e di superato. È vero, la parola fu abusata ma la patria è una realtà vivente. Ho ricordato il discorso di Sorrento per motivare con la fede il nostro universalismo. Ma lo stesso vale per la patria. Scrive Vito Fornari : «nel concetto e nel sentimento di patria vi è un sentimento riflesso della paternità divina e della fratellanza umana; e ciò che si dice della patria s’intende anche della libertà che è il frutto correlativo. Il concetto vero della libertà si scopre nell’etimologia della parola. Libertà nel senso giuridico è condizione di figlio». Patria e libertà; siamo quindi in pieno cristianesimo, sentito, professato e applicato. Un’altra realtà è l’insidia insurrezionale e dittatoriale del comunismo. Apprezzo ogni generosità di spirito verso taluno e taluni di questo partito (parlo naturalmente dei capi consapevoli e attivi, perché è chiaro che di fronte alla massa inconscia lo sforzo di comprensione non è mai troppo) ed è proprio il caso di ripetere: non mettiamo limiti alla Provvidenza. Ma la esperienza di molti di noi aggiunta alla esperienza ben più grave di altri paesi e alla conoscenza della dottrina e della prassi inculcata, si può dire ormai definitiva. Molti di noi, forse quasi tutti, incoraggiati dalla psicologia del dopoguerra, ci siamo illusi. Ancora oggi, messi di fronte al singolo uomo com’è con le sue virtù e coi suoi difetti, coi suoi sentimenti che nella vita quotidiana lo legano per molti vincoli al costume tradizionale e alla vita nazionale, stentiamo a credere che dietro questa scorza vi sia un nocciolo così diverso, un meditato proposito così tenace, una visione così attaccata e lontana. C’è quasi da pensare al dantesco frate Alberigo che si trova nella bolgia dei traditori, mentre ancora il suo corpo cammina sulla terra: «sappi che tosto che l’anima trade – come fec’io, il corpo suo l’è tolto – da un demonio che poscia mentre che il tempo suo tutto sia volto» . Diremo meno tragicamente e meno medioevalmente che davvero sembra che, appena accolto in sé il principio bolscevico, il neofita diventi un altro e un demone, cioè la passione per il suo partito e per la sua concezione della vita, lo domini tutto e lo faccia un altro . Avete visto il loro atteggiamento di fronte alla patente, inconfutabile aggressione della Corea? In un articolo del giornale degli attivisti, Pietro Secchia è preoccupato di certi compagni che fanno i radicali e gridano: qui non basta raccogliere firme «bisogna passare all’azione, bisogna impedire la fabbricazione e il trasporto delle armi». E Secchia, il maestro, risponde: d’accordo che la minaccia della guerra pone altri compiti, altri doveri derivanti ad ogni comunista; ma – continua argomentando – se non siete capaci oggi di raccogliere le firme, come riuscirete poi a convincere e persuadere i lavoratori, i cittadini a non lavorare per la guerra, a non trasportare, a non fabbricare armi… a sollevarsi contro gli imperialisti e i loro servi? E letteralmente solo se sapremo assolvere al nostro compito di oggi, saremo poi in grado di adempiere a quello di domani. Insidia tattica quella di oggi, ma tenace proposito per l’indomani. Che dobbiamo fare? Creare delle misure interne ed esterne di difesa, stabilire delle sanzioni più precise contro i reati rivolti contro la comunità e la patria; ma soprattutto rinvigorire in tutti coloro che non ospitano oramai tale demone nel petto un senso di solidarietà e di difesa nazionale. Non è vero che se non ci fossero troppi esempi di insensibilità, di opportunismo, per non dire di fellonia da parte di categorie di persone colte o agiate, il male sarebbe facilmente arginabile? L’appello alla solidarietà è l’appello rivolto a tutti, anche ai partiti, ma si estende anche a coloro che per qualsiasi ragione non partecipano alla vita politica. Si tratta, in verità, non solo delle frontiere e dell’indipendenza del nostro paese. Nazionale vuol dire civile, ma quale civiltà? Non abbiamo bisogno di cercare la figura della civiltà altrove, non confondiamo le linee essenziali della civiltà col sistema sociale o economico: in questa civiltà è teoricamente possibile il liberismo come il socialismo, come il sistema misto di controllo pubblico su libere imprese e soprattutto sappiamo che non tutto è bene quello che si ammanta di forme civili. Leggete in Thomas Merton: la montagna delle sette balze , quello che egli scrive su Harem, ch’egli oppone come accusa di Dio contro New York City e vedrete con quale libertà anche gli americani giudicano certe piaghe del sistema, ma siate giusti nel considerare come un grande gesto di storia civile l’offerta americana di trasferire proprie forze al di qua dell’Atlantico per proteggere l’Europa, sede appunto ed erede della civiltà antica e cristiana. Oggi è un gesto, domani sarà un fatto di epopea e io sono lieto che il rappresentante diplomatico d’Italia – nazione di antica tradizione, ma di giovanili esperienze – abbia dato la sua adesione al principio e abbia plaudito con riconoscenza al suo promotore. Noi consideriamo l’intervento americano non solo come un contributo essenziale alla difesa comune, ma anche e forse principalmente nelle sue conseguenze, come un impulso e un appoggio decisivo per tutte le forze che vogliono costruire un’Europa unita. Le difficoltà esecutive sono molte e non si può procedere che per gradi, ma noi ci auguriamo che i rappresentanti degli Stati Uniti abbiano la costanza e l’abilità di superarle e perché è questa una impresa mondiale che merita tutti gli sforzi e i sacrifici che sa compiere un grande popolo per una grande idea. Questo nostro sentimento si eleva al di sopra degli incidenti del giorno. Vi dirò solo che l’affare Dayton è stato facilmente superato, perché nessuno dubita dello spirito di lealtà con il quale abbiamo inteso risolverlo. Devo forse rettificare qui una informazione inviata da un corrispondente da Washington ad un giornale milanese. Non è vero che l’ambasciatore Dunn sia venuto da me perché incaricato dal suo governo di riaffermare l’importanza di una politica positiva da parte italiana verso l’espansione produttiva e il programma di riarmo. È vero, invece, che l’ambasciatore venne pregato da me di interporre i suoi buoni uffici presso la Missione ECA perché si rimediasse all’inammissibile attacco apparso sul New York Times. Il risultato fu raggiunto in larga misura, come ognuno ha potuto giudicare e non solo per la questione della forma ma anche per la questione della sostanza. Vi accenno per rilevare soprattutto l’opera abile e amichevole di Mr. Dunn, né intendo comunque riaprire l’incidente. Non è un mistero per nessuno che la differenza di valutazioni circa la misura degli investimenti compatibili con la stabilità della moneta è un fatto non solo italiano ma mondiale e più particolarmente nord-americano. Basterà ricordare come classico esempio le discussioni tenute colà al tempo della svalutazione della sterlina. Tutte le conclusioni e decisioni sono sempre un compromesso tra le due tendenze. Leggete il testo stesso della convenzione basilare sull’ECA, compresa quella recentissima contro il pericolo dell’inflazione! Che più? Il Consiglio consultivo dell’ECA centrale a Washington approvando l’ultimo programma italiano aveva dato il suo benestare a una politica di investimenti, compresi quelli per il riarmo, però alla esplicita condizione che non abbia ad essere intaccata la stabilità finanziaria, base della stabilità politica. Poiché nel Consiglio ci sono tanto gli esperti dell’ECA come quelli del Tesoro statunitense, si può ben dire che tale formula è la formula sintetica, e se volete, bicipite del governo nord-americano. Non è vero che nel nostro governo il ministro del Bilancio e Tesoro rappresenti in sé due tendenze o funzioni contraddittorie e paralizzanti. Da una parte c’è il Tesoro, dall’altra ci sono tutti i ministri della spesa, che talora prevenuti o stimolati dal Parlamento esercitano la loro pressione spesso concentrica. Appositi Sottocomitati in seno al CIR vagliano le proposte, le coordinano e le ordinano per priorità e ne traggono un programma di governo che, per quanto riguarda i contributi dell’ECA, viene sottoposto anche all’approvazione dell’ECA. È noto che il piano degli investimenti per il 1950-51 prevede una spesa di 1.650 miliardi, pari ad oltre il 21 per cento del reddito nazionale: proporzione mai raggiunta finora. Di questi, 608,6 miliardi sono investimenti diretto dello Stato, 442 miliardi sono investimenti provocati o sollecitati dallo Stato mediante contributi o garanzie e 620 miliardi sono investimenti dei privati. Vi prego di notare che gli investimenti diretti dello Stato erano nel 194849 complessivamente di 456,7 miliardi; nel 1949-50 erano 537,8 e nell’anno in corso sono 608,6; in due esercizi, cioè, si ha un aumento del 33 per cento. Gli investimenti privati col concorso dello Stato sono quadruplicati dal 1948-49. Ora a questo piano originario si aggiunge oltre un centinaio circa di miliardi, di cui 50 per il riarmo e altri che rivedrete in disegni di legge presentati o da presentarsi prossimamente, riguardanti l’IRI e altre industrie e opere agricole e altri ancora le ferrovie. Ove prenderemo i denari necessari? Le entrate fiscali sono in aumento, ma non bastano ai crescenti bisogni; né ora si può accrescerle, quando sono oltre 50 volte quelle dell’anteguerra. Si sta discutendo alla Camera sulla riforma tributaria: il sistema sarà posto su nuove basi più giuste e con una distribuzione che tanga più conto dei deboli e faccia sopportare il peso ai forti. È questa, dunque, una riforma sociale. Non vi darò altre cifre sulle industrie e sull’agricoltura per dimostrare che in Italia si lavora forte e si assorbe, per quanto lentamente, la disoccupazione. Ne parleranno qui e altrove i ministri competenti. So che l’obiezione che rimane è quella della lentezza dell’esecuzione. Ci sono delle lentezze che sono dure a superare. Quelle del corso della legislazione: (quattro mesi per la «Cassa del Mezzogiorno»); quella della procedura di autorizzazione dell’ECA che va e viene da Washington e che abbiamo in parte attenuato con la costituzione di un Comitato misto; quelle infine dell’amministrazione esecutiva, che si fonda sulle leggi di controllo e su un treno di trattazione che va semplificato. Da tre mesi il ministro Pella ha costituito un’apposita Commissione per studiare questa materia. Ma la cosa non è facile, anche perché ad essa va collegato il progetto di riforma amministrativa che sta elaborando Petrilli. Si tratta di uno sforzo di coordinamento e di propulsione provato e riprovato in diverse forme. Del resto ogni coordinamento comporta difetti: diminuita responsabilità del dicastero, ritardi inevitabili nel trattamento collegiale. Due sono gli esperimenti principali in corso: la «Cassa del Mezzogiorno» e le amministrazioni regionali, che innegabilmente per lavori minori di carattere locale spendono più rapidamente e più efficacemente. Comunque è questa una questione tecnica, e se si vuole organizzativa, che solo in minima parte può attuarsi in via di fatto, il più con modificazioni per legge. In quanto alle persone, certo pesa su di noi la fatica di molti anni e io per primo non reputo davvero di essere insostituibile. Ma dubito che il temperamento personale dei ministri giochi in tali questioni di efficienza un ruolo importante, mentre so per esperienza il valore della stabilità di governo. Comunque il nostro sistema parlamentare prevede un modo di mutare o ringiovanire anche il personale del governo, quando ciò fosse utile al paese. In questi giorni avete innanzi a voi concreti provvedimenti d’importanza eccezionale: leggi per la sicurezza esterna ed interna, bilanci per la Giustizia, la Difesa, gli Interni, provvedimenti per le industrie e gli investimenti in genere. Prestito e finanziamenti, riforma tributaria, mozioni di politica estera. Mi auguro su ciascun settore una discussione approfondita e un voto responsabile . "} {"filename":"137fdb17-9c06-4656-8488-7a5c3c5e7f4e.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Giornalista anch’io in altri tempi, conosco appieno la vita tormentosa dei miei ex colleghi, così magra di soddisfazioni e così folta di spine, affannata sempre dall’ansia del lavoro e dall’impossibilità di rincorrere il ritmo frenetico di sempre nuove esigenze; onde quando mi si chiede di scrivere poche righe sulla stampa, sento il dovere di dedicare le prime al riconoscimento del sacrificio di coloro che al nostro giornalismo consacrano il loro entusiasmo e le loro energie. La passione degli scrittori che notte per notte affinano e affinano le loro armi per la difesa dei nostri ideali, merita già essa il nostro valido concorso a una campagna di incoraggiamento e di potenziamento. Detto questo, sia lecita una osservazione. Mi pare talvolta di avvertire che anche nelle nostre file si inclina spesso più a utilizzare il giornale del partito che a leggerlo e a renderlo leggibile. Plaudirò sempre alla redazione che avrà il coraggio di sunteggiare o limitare la riproduzione dei discorsi – cominciando dai miei – alla parte sostanziale, preferendo che essa sia efficace e fedele piuttosto che diffusa e completa. Dovremmo essere tutti d’accordo che il giornale va compilato per chi legge, non per chi scrive o parla. So bene che tecnicamente il riassumere richiede più lavoro e più tempo e la mia osservazione non implica alcun rimprovero per i nostri già troppo oberati redattori: piuttosto essa si riproporrebbe di contenere l’ambizione di chi pretendesse la stampa integrale delle proprie manifestazioni letterarie o verbali, a scapito della vivacità e della palatabilità. Messomi a posto con questa introduzione, mi pare di avere acquistato un maggior diritto di insistere presso tutti gli amici che appartengono alla categoria dei lettori, perché diffondano i nostri giornali. Li critichino pure, ma li diffondano, e quanto più li faranno leggere, tanto più avranno diritto di criticarli. Accanto ai giornali di informazione, il quotidiano di formazione si dimostra sempre più indispensabile per lo svolgersi della vita democratica. Quale altro giornale può dare ai nostri dirigenti politici anche in periferia, ai nostri attivisti, ai nostri giovani soprattutto l’orientamento costante e l’informazione esatta e particolareggiata sull’opera che il governo nazionale e la Democrazia cristiana stanno svolgendo al servizio del paese e per il bene del popolo? Di più, mi chiedo talvolta se certe critiche non derivino da una conoscenza superficiale o incompleta delle attività, dei provvedimenti, delle statistiche, le quali pure vengono accuratamente riportate dalla stampa del partito, laddove quella di informazione può avere un interesse soltanto generico a soffermarsi. Così per gli interventi dei senatori e deputati democristiani nei dibattiti parlamentari, così per cronache e iniziative che al lettore indifferente possono apparire un’arida lettura, ma per l’uomo di partito costituiscono invece una parte indispensabile di notizie per la formazione del suo giudizio e per la correzione nel comizio, nel dialogo, nelle contestazioni, delle diverse opinioni altrui. D’altra parte ammetto che per essere interessanti o più istruttivi i nostri giornali devono essere aperti anche a contributi, proposte, suggerimenti e critiche dei lettori: libertas in dubiis. Non bisogna però che l’eccesso della disputa disorienti il lettore di media cultura. Il quotidiano non è una rivista critica, né una palestra, né un’esercitazione accademica. Si legge in fretta, si assorbe, come il tempo e il ritmo della vita lo permettono: impossibile scrivere per tutti i gusti e tutti gli indirizzi. In necessariis unitas. Vuol dire che un quotidiano di formazione deve avere una linea, una direttiva conseguente, una soluzione che soddisfi di volta in volta l’esigenza della media dei lettori. Vorrei con ciò aver detto che lo stile, il contenuto, il carattere devono essere popolari. Se questa ha da essere la meta, bisogna soprattutto che la schiera dei lettori si allarghi e si dilati verso la periferia, sì che il redattore e il corrispondente abbiano la coscienza di scrivere – scusate il bisticcio – «all’altoparlante». Molti del nostro mestiere hanno fatto questa esperienza: quando si parla in circolo ristretto, il linguaggio diventa più letterario, talvolta retorico o addirittura prezioso; ma quando parlate sulla piazza coll’altoparlante, allora l’espressione diventa più immediata, più convincente e l’oratore afferra, trascina. Volete dunque che i nostri giornalisti scrivano «all’altoparlante», suscitando idee, convinzioni, entusiasmi? Così il quotidiano diventa bandiera, strumento e segno di vittoria. "} {"filename":"4df8468b-2e7f-4cdb-a5b5-28257db57c14.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Il nostro più immediato problema è quello della popolazione. Quindi, dopo avere accennato alle cifre dalle quali risulta che l’incremento annuo della popolazione in Italia è di circa 400 mila unità contro i 100 mila italiani che riescono ad emigrare, l’onorevole De Gasperi ha affermato: Con 170.000 disoccupati circa ed una popolazione in continuo aumento, la nostra situazione economica non è facile, anche se sollevata dagli aiuti ERP. Vi sono alcune parti dell’Europa sovrappopolate ed altre hanno bisogno di lavoratori. Vi sono vasti e ricchi paesi, come ad esempio il Canadà, spopolati. Tutto ciò costituisce un’arma a doppio taglio. Il crescente peso dei servizi sociali per i disoccupati da una parte forza al rialzo i nostri prezzi, mentre la mancanza di manodopera in altri paesi forza i costi, di modo che tutti arriviamo ad uno stato di paralisi invece che ad un libero e mutuo beneficio, dei beni e delle capacità di lavoro di cui possiamo disporre. Nell’attuale situazione mondiale, è il caos economico e sociale che minaccia tutti. A causa di problemi abilmente ed avidamente sfruttati dall’agitazione comunista, non possiamo più pensare di giungere ad una soluzione singolarmente. L’Italia asseconda pienamente la costituzione di una Europa unita, di una politica economica e di una difesa unificata. Ma tutto ciò presuppone una larga misura di dare ed avere. Noi siamo pronti ad abbassare le nostre barriere commerciali ma questo non può avvenire ufficialmente. Passando poi a parlare della riforma agraria, l’onorevole De Gasperi ha voluto mettere in rilievo che l’attuale linea di azione in questo settore così importante è di distributore ai contadini terre che siano però state messe prima in condizioni produttive. Vi sono state molte critiche all’interno e all’esterno sulla lentezza della nostra riforma, ma bisogna tenere presente che questa riforma in un antico paese come l’Italia non è così facile come sarebbe il semplice lavoro di picchettare acri di terreno vergine in un’area disabitata. L’Italia la troverete sempre più in testa a quelle nazioni che reclamano una più stretta collaborazione internazionale, alla quale è essenziale la piena partecipazione di tutti i paesi la cui libertà viene continuamente minacciata dall’espansionismo sovietico. Se noi falliremo nel risolvere i nostri problemi, siano essi sociali, politici ed economici, è in pericolo il nostro come il vostro benessere, poiché è bene rendersi conto che il comunismo internazionale sta soltanto attendendo il nostro fallimento. Le ricche risorse del Canadà, che ancora attendono di essere completamente sviluppate per assicurare un migliore futuro al vostro vasto paese, sono cosa che interessa tutti noi, poiché tutti potremo beneficiare dell’aumentata prosperità canadese. Ciò può essere di grande aiuto per il popolo italiano, le cui energie hanno bisogno di trovare utilità di impiego. "} {"filename":"0ee855d9-1a8d-4784-abbb-d9d9dfb90fed.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Caro Presidente, ho esaminato a suo tempo la relazione che Ella mi ha trasmesso, relativa alla situazione creatasi nella zona B del Territorio libero di Trieste. Il Ministero degli Affari Esteri, che era già a conoscenza della relazione medesima, mi conferma che le notizie fornite dal Cln, e particolarmente quelle che segnalando l’arbitrarietà dei procedimenti per il rinnovo delle carte d’identità facevano temer che si volesse deliberatamente alterare l’equilibrio etnico della zona B, hanno formato oggetto di un intervento del nostro rappresentante diplomatico a Belgrado. Un’azione parallela è stata nel contempo svolta dal nostro ambasciatore a Washington allo scopo di interessare il Dipartimento di Stato Americano. Il Ministro degli Affari Esteri di Jugoslavia ha confermato che effettivamente nella zona B erano stati mutati alcuni cognomi per riparare a «noti provvedimenti fascisti in materia». Il Ministero degli Affari Esteri jugoslavo ha però fornito assicurazioni verbali al nostro Ministro che erano state impartite istruzioni alle autorità locali perché gli attuali cognomi fossero conservati a coloro che si erano lamentati. Sempre secondo la versione jugoslava i casi non ascenderebbero inoltre a più di 20 o 30. Desidero assicurarLa che i competenti organi seguono da vicino lo sviluppo degli avvenimenti e continueranno a tenermi personalmente informato. Cordiali e devoti saluti. "} {"filename":"4dab44a1-8a85-402a-ad65-e8df829a5217.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Caro Sforza, il Cons. Innocenti, rientrato ieri da Trieste, comunica che le cose sono rimaste come prima. I circoli di Trieste sono accorati per l’atteggiamento indifferente e gelato di quel Comando militare. Se ne deduce che o non hanno ricevute istruzioni o sono state autorizzate a contenersi in tal maniera. Certo è che tale contegno ci danneggia assai, perché dimostra in modo offensivo la nostra presunta impotenza. Airey è sempre in congedo. Avrai del resto già vista la documentazione circa il servizio obbligatorio fuori del Territorio. Cordialmente "} {"filename":"5da20b51-40cd-4b99-9c02-0cd0147fb343.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Vi porto il saluto del governo italiano, governo democratico, perché affonda le sue radici nelle classi popolari e cerca di superare le differenze di origine e le tendenze ideologiche nella realizzazione della giustizia sociale; tutto questo in uno sforzo quotidiano verso la massima occupazione e l’elevazione del salario agricolo e industriale. Tutte le democrazie europee hanno la stessa aspirazione: risolvere il problema sociale. Purtroppo il nostro cammino si attarda a causa della nostra sovrappopolazione, della povertà delle riserve materiali e di capitali. Ma, d’altra parte, non è vero che la nostra limitatezza di mezzi sia la ragione fondamentale del nostro atteggiamento favorevole alla creazione di una Europa unita. Non si creda che la formazione di un mercato europeo composto di paesi ricchi di materie prime e più progrediti di attrezzature industriali non rappresenti anche per noi un rischio e un complesso di difficoltà da superare. Il tenore di vita è certamente relativo e corrispondente alle risorse naturali e alle energie morali di ciascun paese; nessun paese può accettare né una stasi definitiva né un rallentamento sul cammino del progresso. Tutti i popoli, ricchi o poveri, possono essere chiamati idealmente a fare dei sacrifici sull’altare dell’unità. Trovo giusto che il vostro Congresso abbia posto al centro dei suoi lavori la nozione dell’uomo, della persona umana e, più particolarmente, il concetto europeo dell’uomo e della sua dignità nell’articolazione delle esigenze tecniche sociali ed economiche entro le quali la persona umana deve pur sempre muoversi liberamente e dignitosamente. Di tale esigenza, nei vari paesi, vi è un massimo e un minimo, ma il minimo non può essere che un punto di partenza per arrivare a un livello superiore. Mi felicito con voi perché il vostro programma di lavoro non sfugge a tali problemi economici ma li affronta. Si è affermato che questi sforzi sono inutili o prematuri perché la democrazia fallisce o prevale a seconda della situazione economica che si è capaci di creare. Il comunismo – si dice – regna là dove è la miseria. E come negare che la miseria è l’alleata più efficace della sovversione estremista? Tuttavia ogni illazione precipitata e generica è sbagliata. Non è vero che la democrazia dipenda solo dalla situazione economica, come non è vero che la situazione economica possa in ogni paese modificarsi nella stessa misura, e con gli stessi mezzi. Le condizioni naturali, la evoluzione storica rendono ineguale il punto di partenza per i vari popoli dopo l’immediato dopoguerra. Non è vero che in Europa abbiamo provato tutti le stesse esperienze economiche, politiche e sociali e che con gli stessi mezzi si sia tentato di arrivare ai medesimi obiettivi. L’evoluzione storica e le condizioni naturali rendono quindi ineguale il punto di partenza anche per uomini e riformatori animati dallo stesso spirito e dalla stessa fede nella giustizia sociale. Diverse sono le diversità storiche e naturali che si ricollegano a situazioni precedenti. Non è vero poi che il comunismo sia anzitutto un sistema economico. Su ogni sistema economico si può discutere. Ogni sistema economico ha dei lati ragionevoli. Ma non è vero, ripeto, che il comunismo sia solo un sistema economico. Ogni sforzo deve essere fatto per disciplinare con giustizia la produzione e la distribuzione, ma si illude chi crede, con ciò solo, di eliminare il pericolo comunista. Alla giustizia sociale, che è relativa alla situazione delle varie economie, bisogna aggiungere – anzi far precedere – il sentimento, il postulato e il consolidamento delle libertà politiche, in una parola: la difesa del sistema democratico. Questa è la premessa indispensabile e assoluta per tutti i popoli; questo è il problema principale dell’unità europea. Allo stesso modo è il problema della difesa atlantica e della salvezza del mondo libero. Facciamo dunque ogni sforzo verso la giustizia sociale, addestriamoci nel faticoso cammino della tecnica unificatrice dell’economia, ma non dimentichiamo la libertà, la necessità di conservare o conquistare ai popoli un reggimento libero nel quale il programma sociale si sviluppi in armonia con la dignità e con i supremi destini dell’uomo. Se la dimenticassimo, i colpi improvvisi della forza bruta ci richiamerebbero alla realtà e anche chi si ritenesse fortunato nell’isolamento sentirebbe – e lo sente oggi – che la salvezza è nell’opera comune nello stabilimento dell’unità. "} {"filename":"19424843-2391-4d7d-9943-fa13b09539d8.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Caro Pacciardi, non vorrei che il non averti ancora risposto alla confidenziale del 7 corrente ti lasciasse l’impressione ch’io non voglia comprendere la serietà dei tuoi argomenti e la bontà delle ragioni che hai ribadito poi nella tua relazione al Consiglio della Difesa. Perciò in tutta fretta, utilizzando un ritaglio di tempo, voglio dirti il mio stato d’animo, al solo scopo d’intenderci meglio e di giungere ad una conclusione positiva. È ben chiaro che il senso di responsabilità, connesso al tuo dicastero, giustifica che nella questione del riarmo tu assuma una posizione di avanguardia e di sollecitazione, che non si può aspettare che assumano tutti gli altri colleghi, pur corresponsabili in questo supremo interesse della nazione, ma soggetti al pungolo di altre esigenze che appaiono e vengono considerate nel pubblico come sommamente urgenti ed indeclinabili. È ovvio che il presidente del Consiglio ravvisi il suo compito principale nel conciliare eventuali divergenze e nel tirare le somme e ch’egli si debba preoccupare della necessità di ottenere l’assenso del Parlamento. Mi pare che tutto questo possa giustificare la mia sorpresa, quando mi parlasti di 100 miliardi, proprio nel momento in cui un lungo e travagliato esame del CIR aveva unanimemente concluso che coi circa nuovi 100 miliardi d’investimenti si era raggiunto il cosiddetto limite di rottura. Ebbi naturalmente subito l’impressione della difficoltà di sostituire parte di questi investimenti con nuove esigenze per la difesa. In secondo luogo, un po’ per quello che mi dicesti nella lettera e più per quello che accennasti nella relazione verbale, io fui altamente sorpreso che oggidì si svalutasse l’apporto delle forniture americane, sia perché arrivino in ritardo, anzi non arrivino, sia perché gl’impegni non vengono mantenuti né per le scadenze né per la quantità. Avevo ancora negli orecchi le tue espressioni di soddisfazione e speranze, fatte sia dopo Londra, sia in occasione degli arrivi; e mi risonava ancora nella mente il gioioso rapporto di Cat per la fornitura dall’America di aerei, lo stesso Cat che con pari disinvoltura nel Consiglio di Difesa dichiarava che anche quelle erano cose problematiche e di là da venire. Ho sostenuto personalmente in seno alla maggioranza una grande e lunga battaglia per il PA: capirai che l’aiuto in armi vi entrava per qualche cosa. Se la situazione fosse mutata, bisognerebbe pure che avessi il tempo di adattarvi la mia mente, onde avere la forza di convincere altrui. Sarebbe poi un errore psicologico – anche se fosse vero – quello di argomentare che l’aiuto americano sarà insufficiente o tardivo e che quindi bisogna fare da sé, perché la nostra adesione al PA venne giustificata appunto col non poter fare da sé. Durante il pubblico dibattito si disse chiaro che senza il PA noi non eravamo in grado di fare [che] 5 minuti di fuoco e che tutt’al più con qualche riarmo, dai 5 minuti si poteva arrivare al quarto d’ora. Di tali precedenti psicologici bisogna tener conto nel procedere a nuove argomentazioni; e mi pare invece controproducente il descriverci noi, poveretti, come inadempienti in confronto degli americani, i quali conoscevano e conoscono esattamente le nostre possibilità finanziarie. Concludendo mi sembra che la tattica da seguire, che è la più verace e ad ogni modo la meno opinabile sia quella di dire: i termini si sono accelerati, il pericolo può essere più vicino, quindi ci vogliono provvedimenti d’emergenza: questi, assolutamente indispensabili per il 1950-51 devono essere i seguenti… Ho l’impressione cioè che per il pubblico non sia opportuno presentare un programma biennale per il riarmo. Mi sbaglio? Naturalmente sono pronto ad ammettere valore ad argomentazioni, specie se tecniche, in contrario; ma politicamente mi pare di vedere chiaro e di giungere a fare tuttavia il necessario. Comunque mi sembra che il mio modo di vedere meriti qualche tua considerazione. Non bisogna dimenticare che nonostante i miglioramenti apportati da te e tuoi predecessori, l’amministrazione militare non ha ancora una buona stampa nel pubblico: colpa degli sperperi fatali di una guerra impreparata o della disgrazia della sconfitta che, a torto o a ragione, si riflette sui capi o del maledetto gusto degli italiani di diffamarsi vicendevolmente; il fatto è certo, bisogna tenerne conto. Aggiungi che gli ex capi alimentano tali critiche, e un po’ anche gli attuali. Difficile p.e. incontrare un generale che, a tu per tu, non ti giudichi sprecate le spese per la flotta. Ecco perché io troverei più facile far passare una serie di provvedimenti d’emergenza che contengano tutto quello che si deve fare subito, lasciando il programma di riarmo a un secondo tempo. Tra questi provvedimenti alcuni sono investimenti di lavoro e possono benissimo inserirsi nel programma generale degli investimenti. È possibile ciò da un punto di vista tecnico e soprattutto nell’interesse della difesa? Comunque io ho cominciato a parlare a Pella per ottenere il suo concorso nel risolvere il problema; appena mi dirà o dirà a te quali siano le possibilità finanziarie verremo al concreto. Il Consiglio dei Ministri dovrebbe deliberare la spesa e il Consiglio Supremo della Difesa «determinare i criteri» ecc., cioè i provvedimenti concreti. Richiamo qui la tua attenzione su un particolare che del resto conosci: è diffusa l’opinione che si debba provvedere alle specialità (alpini, artiglierie ecc.) più che al numero delle divisioni, in ogni caso insufficienti. Ma faremo passare i provvedimenti alla Camera prima di agosto? Difficile. E allora converrebbe deliberarli per ora in Consiglio dei Ministri [e] trovare i mezzi provvisori per le spese che fossero urgenti prima dell’ottobre. Aggiungo ancora in fretta: come mi pare tu stesso abbia accennato è necessario, nel momento in cui si chiederanno sacrifici alla Nazione di procedere allo svecchiamento delle alte cariche. Inoltre con riferimento ad una notizia circa la FIAT, che ti inviai, è indispensabile rivedere tutti i servizi connessi, dal punto di vista della fidatezza. Spero che questa lettera non ti dispiaccia e che tu l’accolga come contributo ad una favorevole soluzione. Con immutata stima e amicizia "} {"filename":"3963c3c5-b930-4eee-a76a-af79333a40eb.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Caro Ambasciatore, poiché Ella si allontana da Roma senza che io abbia la possibilità di vederla, Le vorrei vivamente raccomandare di appoggiare presso il Suo Governo la soluzione di compromesso a cui, anche in considerazione della situazione politica generale e per non aumentare le difficoltà del momento, il Governo italiano si è dichiarato disposto ad accedere per l’Eritrea. Come Lei saprà, si tratta di ricercare una soluzione a base federativa tra l’Eritrea e l’Etiopia. Tuttavia, a quanto mi viene riferito, si incontra qualche resistenza all’Assemblea di Lake Success a far accettare il principio di una Eritrea, bensì federata con l’Etiopia, ma dotata di un effettivo autogoverno in mancanza del quale ogni federazione sarebbe fittizia o degenererebbe presto in annessione. La questione, come Lei stesso ha potuto constatare vivendo fra noi, sta particolarmente a cuore al popolo italiano e suscita particolare interessamento nel parlamento e nell’opinione pubblica. Essa ha perciò una notevole importanza dal punto di vista politico interno. Il Governo italiano, dando prova di spirito conciliativo, si è mostrato disposto a recedere dalla tesi dell’indipendenza, ma è indispensabile che da altre parti si venga incontro con eguale spirito di comprensione alle nostre giuste proposte. "} {"filename":"f0072923-4413-4c54-abf7-df238b017051.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"La guerra contro la democrazia pop[olare] è un rischio gravissimo: prima del riarmo dei paesi europei, compresa la Germania, è certamente perduta. Nella prima fase certamente sul campo militare: nella seconda fase, anche se vittoriosa la guerra, sarà perduta la pace, cioè soccomberà il regime democratico. Bisogna quindi considerare la guerra come una fatalità, non come una soluzione; essa non risolverà il problema tedesco né quello degli stati satelliti, disarmerà e prostrerà la borghesia democratica, armerà le insurrezioni interne. Quali sono i fini di una guerra provocata da uno show-down? Sono concordi gli occidentali sul destino della Germania, della Polonia, della Cecoslovacchia ecc? Timore dei francesi di collusione fra generali americani, tedeschi e aspirazioni di 5 milioni di profughi e di cent[inaia] di migliaia di emigrati. Illusioni e difficoltà circa le armi atomiche. Il rischio è quindi eccessivo per qualsiasi forma di guerra preventiva, o resa dei conti. È necessario quindi preparare le possibilità di difesa. Si pensò a un programma fino al ’54. Nel luglio Pacciardi aveva chiesto 100 miliardi e s’era acquistato a 50. Nel sett[embre] gli abbiamo dato affidamento per 150 in tre anni (chiese allora 200). Confusione per la molteplicità dei comitati atlantici. Il governo seppe le cifre d’impostazione minima e massima solo in nov[embre] (20?) alla vigilia della partenza di Pacciardi per l’America. Parallela la trattativa delle commesse, senza ordinazioni e mezzi di pagamento. In complesso il governo non s’è mai trovato innanzi a cifre di richieste precise atlantiche, così che non ebbe mai occasione di deliberare su di esse. Col pretesto che noi dovevamo fare un programma, per poter concorrere al contributo americano, da Wash[ington] e da Dayton si fecero pressioni perché si fosse aggressivi nelle commesse, sotto il titolo priorità, pur non essendo in grado di dirci: ve le pagherete voi o in qualche parte gli altri. Campagna di Dayton. Impressione di leggerezza e di inefficienza della diplomazia americana. Sua presunzione di forzare la situazione anche al di sopra dei governi. Ragioni di resistenza interne: 1. non si credeva nell’attacco prossimo russo, 2. il governo temeva che la paura e l’allarme distruggessero un equilibrio dei prezzi e salari ottenuto con grandi sforzi, 3. l’Europa stupisce che gli americani non comprendano come il ricordo della recente guerra in Europa sia accompagnato da un senso di orrore; e non comprendono come si sottovalutino le difficoltà dei governi. Il disastro coreano e il non previsto intervento cinese rendono più evidente che la guerra può venire imposta: quindi maggiore sforzo per accelerare, ma innanzi a un popolo come il nostro che in parte ha già dimenticato il fascismo, il rischio dell’inflazione è mortale. Di qui la prudenza di Pella. Nostra posizione ultima Argomentazioni degli aiuti Erp (percentuale?) "} {"filename":"951979eb-ba15-498f-9bac-586ff6dceed8.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Sono sicuro che gli interpellanti non attenderanno da me questioni giuridiche sulle singole impugnative o sugli articoli dello statuto o sul modo in cui vennero applicati. Si tratta del passato; e mi pare che si sia un po’ esagerato nell’esprimere allarme, quasi che il governo voglia abolire lo statuto e cerchi di paralizzare la attività legislativa della regione. In fondo, dal 28 maggio ad oggi la regione ha emanato ventidue leggi, di cui ne è stata impugnata una sola, la legge del 5 ottobre 1949, n. 3, riguardante la proroga per la concessione di terre incolte; e questa è stata impugnata proprio da un punto di vista giuridico, ritenendosi tale argomento di competenza del governo centrale; punto di vista che si può discutere, ma per il quale evidentemente militano delle ragioni almeno tecnico-giuridiche. Non si è fatta questione, quindi, di merito, tant’è vero che il ministro dell’Agricoltura, che è un ministro sardo, presentava contemporaneamente al Consiglio dei ministri e, quindi, alle Camere una legge di simile contenuto sulla proroga delle concessioni di terre incolte. Che questa proroga dovesse essere fatta dallo Stato e non dalla regione, per fortuna, per le conseguenze di cui si tratta, non è molto importante; l’importante è che la legge esista e che venga applicata. Resta la questione giuridica da discutere e qui l’obiezione degli onorevoli interpellanti si fa più grave; essi dicono: il governo non ha diritto di impugnativa fino a quando non entrerà in vita la Corte costituzionale. Ma in tal caso il governo attualmente non potrebbe mai opporsi a qualsiasi decisione dei governi regionali; ciò significherebbe che dovrebbe essere applicata indipendentemente da qualsiasi controllo o obiezione prevista dallo statuto stesso. Si tratta di uno statuto di fatto di cui il governo non ha certo colpa; se la Corte costituzionale non è ancora entrata in funzione la colpa è di tutti e di nessuno. Il governo, comunque, ha presentato un apposito progetto di legge fin dal luglio 1948, ma esso, discusso e approvato dal Senato, è tuttora davanti alla Camera dei deputati e dovrà poi ancora tornare all’approvazione del Senato. Ci sarebbe qui da allargare il lamento e la deplorazione a tutta una situazione, della quale avrà colpa anche il governo, ma per la quale ci dobbiamo battere certamente il petto un po’ tutti; è una situazione forse indipendente dalla nostra volontà: la congestione legislativa, il troppo da fare. Quando mi avete fatto, in forma molto gentile, del resto, rimprovero di non essermi interessato direttamente delle singole questioni, io ho avuto un risposta sola, umana: in un periodo di rinnovamento della legislazione generale, ma soprattutto in un periodo in cui il problema sociale generale, la disoccupazione, i problemi economici esigono tutta l’attenzione da parte degli uomini di governo e specialmente da chi lo dirige, ho la scusante che, dopo aver preso parte, credo in piena convinzione, alla costituzione delle regioni, non ho mai potuto seguirne il dettaglio dello sviluppo, ma mi sono fatto questa convinzione generale, che un certo periodo di assestamento è fatale. Non si possono modificare i concetti amministrativi di amministrazioni centrali, che hanno sempre seguito certe norme fondamentali, improvvisando duttilità di applicazione ad una legislazione decentrata. È difficile, ci vuole del tempo e della esperienza; il potere politico esiste appunto per piegare anche le resistenze opposte dalla prassi consuetudinaria dell’amministrazione. Non mi allarmo se qualche volta avviene che l’azione dello Stato vada troppo al di là nel frenare, tanto più che c’è stata e c’è tutta una parte dell’opinione pubblica che lancia grida di allarme dopo una qualsiasi disposizione che riguardi la regione e soprattutto quando si emanano quelle piccole leggi a cui ha fatto riferimento l’amico Lussu. Ad ogni modo, per quanto riguarda la legge oggetto delle interpellanze, c’è stato da parte del governo un rinvio, non un’impugnativa; il rinvio è stato lasciato cadere; quindi c’è stata una obiezione, una discussione, ma poi di fatto la regione ha potuto applicare le sue deliberazioni. Comunque, la questione è tutta qui: in assenza della Corte costituzionale il governo ha il diritto e l’obbligo di intervenire qualora creda che le norme dello statuto non siano applicate rigorosamente? Se voi affermate che fino a tanto che la Corte costituzionale non è costituita e non agisce, il governo è completamente disarmato, arrivate ad una conclusione di un’evidente e assoluta illogicità, una conclusione, direi, fatale per l’amministrazione della cosa pubblica. È certo che anche i rappresentanti delle regioni – e tanto più i sardi, che hanno dato all’Italia vasto contributo di sacrifici, di entusiasmo e di patriottismo – non intendono intaccare l’unità della patria, perseguendo un decentramento che, annullando il vincolo con il governo centrale, contrasterebbe con la fisionomia unitaria della Repubblica. Lo Stato stesso si sta rinnovando con provvedimenti e misure –quale ad esempio, la legge decennale per la trasformazione del Mezzogiorno, in via di elaborazione – che escono dai limiti della legislazione ordinaria per attuare i quali il governo si trova di fronte alla grave difficoltà di adeguare la struttura amministrativa e burocratica dello Stato a norme e strutture nuove. Pertanto non è da meravigliarsi se tale vecchia struttura amministrativa si trovi qualche volta in contrasto con la legislazione delle nuove regioni. Non trovo perciò motivo di allarme o di meraviglia per gli incidenti che sono avvenuti, perché penso che gli uomini siano sempre uomini. E se tutti, come per lo meno nella nostra maggioranza, saremo fedeli ai principi unitari dello Stato, troveremo il modo di collaborare assieme, anche se gli istituti non siano proprio chiari e facilmente dirimenti sotto certe questioni, ed anche se le singole leggi possano, in qualche maniera, deviare dalla linea fondamentale che si dovrebbe seguire. Ad esempio, per la legge, cui si è accennato, concernente la proroga per le terre incolte, si può benissimo sostenere la tesi che è una legge che tocca il diritto di proprietà privata, e quindi una materia che spetta allo Stato e non alla regione di trattare. Viceversa, se si vuole interpretarla nel senso generale della competenza agricola, si può anche sostenere l’altra tesi. Comunque, quando avremo un corpo deliberativo giurisdizionale imparziale, ci adatteremo tutti alle decisioni di questo organo, che sarà nel contempo l’organo dell’unità e delle autonomie. La mia parola, quindi, è una parola di collaborazione, di sincera adesione non solo alla forma, non solo alla sostanza dello statuto, ma soprattutto alla realtà politica, che esige questa collaborazione. Sarebbe del resto un errore ignorare che molti, in Italia, sono contrari alla regione, e molti sono allarmati, considerando negative le esperienze della regione in Sicilia e in Sardegna. Certo le esperienze del passato dovranno servire per usare le opportune cautele nel futuro. Comunque, la regione è un fatto; le regioni a statuto speciale esistono e il governo ha non solo il dovere di non inceppare il loro sviluppo, ma ha l’obbligo di aiutarle e di assisterle; esse però non debbono dimenticare che senza l’aiuto e l’assistenza del governo non potrebbero sussistere. Di tale necessità di collaborazione reciproca fra le regioni a statuto speciale ed il governo si è avuto un esempio in occasione della elaborazione delle norme di attuazione dello statuto della regione sarda, adottate dal Consiglio dei ministri con la presenza dello stesso presidente della regione, nella maggioranza delle quali sono ricorrenti le formule: «d’intesa con lo Stato», «di conserva con», «assieme a». E non si è trattato soltanto di parole; dietro le parole c’è la sostanza delle cose. Si faranno, quindi, di certe amministrazioni, organi comuni a tutti e due, Stato e regione, restando salve le rispettive competenze. È chiaro che diversamente non è possibile andar d’accordo: si tratta degli stessi uomini, degli stessi organismi, delle stesse reticenze, della stessa legislazione generale, della stessa origine e della stessa finalità. È impossibile dividere nettamente in modo che veramente le regioni possano camminare per conto loro e lo Stato per conto suo, e ci vuole assolutamente il senso di collaborazione. Direi che anche i parlamentini delle regioni hanno il dovere, forse ancor più del Parlamento centrale, di badare piuttosto a quello che unisce che a quello che divide. È impossibile che le regioni si sviluppino, si assicurino e si consolidino e soprattutto che sopiscano gli allarmi che vengono dall’opinione pubblica – e si tratta, a volte, di allarmi che vengono da un senso legittimo di unità e anche da preoccupazioni di carattere finanziario – è impossibile che ciò avvenga senza un senso unitario dello Stato, che si deve manifestare anche nei momenti di conflitto – ce ne possono essere, di conflitti, e ce ne sono stati, naturalmente in forma legale – ma allora, proprio in quel momento, i deputati regionali hanno il dovere – come ho il dovere io, rappresentante del governo – di non acuire il conflitto, di non cercare, nella interpretazione forzata di un articolo di statuto, ragione di un irrigidimento e quindi di un inasprimento della situazione. Poiché esigenza fondamentale della collaborazione fra Stato e Regioni è quella che l’attribuzione dei poteri alle regioni stesse non comporti un aumento delle spese generali, si rende indispensabile, perciò, servirsi, nel massimo numero dei casi, degli stessi organi, anche se tutto quello che verrà delegato alle regioni e che autonomamente, per statuto, è e sarà di loro competenza, dovrà essere fatto secondo le direttive date dalla regione, mentre quanto è riservato allo Stato dovrà essere fatto per lo Stato e secondo la volontà dello Stato. Non si può dar luogo a dannose e costose duplicità. Questo è il problema principale e più grave: e si tratta di un problema di collaborazione, di sincerità, di coscienza dei reciproci diritti e doveri. La soluzione del problema regionale non sarà data da un inasprimento dei rapporti con il governo centrale, mantenendo presente che la Costituzione non concepisce affatto forme separatistiche o federalistiche e mirando al rafforzamento ed allo sviluppo unitario della Repubblica. (Applausi). Ora, in Repubblica non ci sono molti legami, al di fuori della coscienza della democrazia, della coscienza della fraternità popolare: se ci manca questo, è inutile sperare da statuti o da formule o da norme una soluzione che non può essere altro che quella dell’accordo e dell’unione. In questo spirito, dettato da fedeltà alla Costituzione ed alle autonomie, il governo intende soprattutto fare appello alla collaborazione delle regioni impegnandosi per parte sua a dare tutta la propria opera per lo sviluppo delle nostre istituzioni democratiche. (Vivi applausi dal centro e dalla destra). Il collega Carboni ha chiesto quali provvedimenti intenda prendere il governo per stabilire il riparto della imposta generale sulla entrata tra lo Stato e la regione sarda. Posso rispondere che, in relazione alla disposizione contenuta nell’articolo 38 del decreto 19 maggio 1949, contenente recenti norme di attuazione dello statuto speciale per la Sardegna, si addivenne l’anno scorso ad un accordo tra l’amministrazione regionale e il ministero del Tesoro per la determinazione della quota della imposta generale sull’entrata da devolvere alla Sardegna, in applicazione dell’articolo 8 dello statuto sardo. In questo articolo 8 è previsto che, tra le entrate della regione, deve comprendersi una quota dell’imposta predetta da determinarsi preventivamente, per ciascun anno finanziario, tra Stato e regione. Mentre le trattative erano in corso, il consiglio regionale sardo ha approvato il bilancio regionale per l’esercizio 1950, includendo fra le previsioni dell’entrata il 90 per cento dell’imposta netta; il governo fu costretto a rinviare il bilancio, facendo presente che la regione non era autorizzata a fissare di sua iniziativa la quota di sua spettanza, e ciò a prescindere dal fatto che, dovendosi, in base al decreto legislativo 26 marzo 1948, devolvere il 10 per cento ai comuni sardi, lo Stato avrebbe di fatto ceduto il gettito totale del tributo. Il presidente della giunta regionale chiese telegraficamente che il governo autorizzasse la promulgazione onde evitare una paralisi nelle riscossioni e nei pagamenti, e il governo si affrettò a concedere il proprio assenso nella intesa che praticamente dovesse considerarsi sospesa la previsione relativa all’imposta sulla entrata, essendo necessario svolgere trattative per giungere ad un accordo con lo Stato. Mi auguro che fra breve possa raggiungersi un accordo. Anche qui, innegabilmente, se avessimo avuto un lungo periodo costituente e in esso ci fossimo potuti occupare di tutto il problema delle norme di applicazione, avremmo trovato la soluzione finanziaria più opportuna e sarebbero già stati risolti e fissati certi termini sulla ripartizione delle entrate. Quando si pensa che tutto il grave problema dei tributi locali è tuttora in attesa di una regolamentazione precisa, perché il disegno di legge presentato dall’onorevole Vanoni è giacente, da parecchi mesi, davanti alle Camere, senza che queste abbiano tempo di occuparsene, si può scusare anche l’amministrazione dello Stato se procede con lentezza quando si tratta di problemi fiscali che impongono parecchio studio e ponderazione. Quindi, vorrei pregare l’onorevole interpellante di non dedurre da questo ritardo, che si potrebbe dire fatale, una animosità e una ostilità preconcetta da parte del governo, e vorrei d’altro canto fare un appello a tutti i parlamentari perché la legge sui tributi locali, che è una delle leggi che principalmente possono illuminare sui rapporti finanziari presenti e futuri fra Stato e regioni, a statuto sia speciale sia ordinario, venga esaminata ed approvata al più presto possibile, nell’interesse generale del paese. Con ciò ritengo di aver soddisfatto, nei limiti del possibile, le richieste degli interpellanti. Mi perdoni l’onorevole Mastino se io, non giurista, non entro nei dettagli giuridici: non potrei, evidentemente, che ripetere tesi gia preparate e già applicate da parte degli organi esecutivi. Ma, anche se fossi stato un giurista ed un avvocato, avrei preferito esaminare il problema, piuttosto che da un punto di vista strettamente giuridico, da un punto di vista più umano e generale, perché la sostanza è nella buona volontà e nel desiderio di mutua fiducia che anima il governo, così come gli organismi regionali. (Applausi dal centro-destra). […] De GasPeri. Mi limiterò a poche dichiarazioni tranquillanti, almeno per ciò che riguarda le nostre direttive e circa il nostro buon volere. Circa i princìpi dell’applicazione dello statuto e circa, direi, la naturale forza evolutiva delle regioni ho già detto una cosa che si potrebbe ripetere sulle vie; chiunque potrebbe farlo anche senza conoscere addentro il problema. Le istituzioni non si creano semplicemente con statuti, ma si pongono in essere secondo la sincerità e l’onestà dell’applicazione delle norme esecutive: questo il governo ha il dovere di compiere ed ha la buona volontà di dimostrarlo. Ho dichiarato di prendere impegno in questo senso, di dimostrare questa buona volontà, e credevo che i rappresentanti che sono qui mi avrebbero dichiarato, come aveva inizialmente dato l’impressione l’amico Lussu, di non occuparsi di questioni di partito in merito alle amministrazioni regionali; invece ho sentito l’amico Lussu cadere nella solita passione, che si comprende in un uomo di battaglia, e prendere atteggiamenti che si riferiscono all’attività regionale di partito. Ora, alla mia parola di buona volontà, devo aggiungere quest’altra parola, più che come presidente del Consiglio, come colui al quale si è riferito parecchie volte l’onorevole Lussu, e cioè il vecchio commilitone della battaglia per le autonomie, ancora convinto, in linea generale, che essa sia giusta e che vada condotta, sia pure con prudenza, fino alla fine. Non posso, non devo dunque che ripetere che la strada per arrivare a tali autonomie, è quella della collaborazione, della conciliazione, della pazienza nello sforzo di assestamento. Un senso meno conciliante e più combattivo, da qualsiasi partito venga (indipendentemente dalla buona volontà, che è l’atteggiamento del governo e che io vi ho assicurato), potrebbe rendere difficile, se non compromettere, tutta la costruzione autonomista delle regioni, sia di quelle con statuto autonomo sia di quelle a statuto normale. "} {"filename":"37e1fd9b-41b8-4d15-85db-d348019e3142.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Ringrazia i colleghi che hanno reso possibile la sua permanenza fuori Roma, lavorando anche più del solito. Il momento è serio. Accenna alle discussioni intorno alla sicurezza dei 12 ministri degli Esteri dei paesi del Patto atlantico. Le grandi nazioni si sono messe sulla strada del riarmo. La dichiarazione di Sella Val Sugana fatta congiuntamente da lui e da Sforza è stata criticata come insufficiente da alcuni giornali americani. I tre grandi hanno ammesso il principio dello Stato maggiore unico e della integrazione dell’esercito tedesco nel quadro dell’esercito atlantico. Gli americani ritengono che unica via per trattare con la Russia sia quella di rinforzare moltissimo gli altri paesi del Patto atlantico. Oggi l’America assume la garanzia della difesa europea. Nella prossima riunione si parlerà della situazione economica facendo precedere la riunione del CIR. Si riserva anche di presentare alla prossima riunione il progetto di legge per la difesa interna. Prega Piccioni, Scelba, Gonella, Pacciardi e D’Aragona di studiarne intanto la formulazione definitiva. Bisogna prevedere anche il sabotaggio. Fa presente che le esigenze di carattere internazionale contrastano talvolta con quelle interne: occorre conciliarle. Informa quindi che Sforza ha inviato una lunga relazione di cui dà lettura . "} {"filename":"1e14e0e7-276f-45f0-b151-cdf01e8f7cbe.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Sulla questione sollevata dall’onorevole Nenni, naturalmente spetta alla Camera decidere. Quanto al mio pensiero, dichiaro che ho tutto il desiderio di collaborare a che si dia attuazione alle norme della Costituzione e soprattutto si approvi il disegno di legge, già in discussione, sulla Corte costituzionale, e si ponga all’ordine del giorno il disegno di legge sul referendum, che senza dubbio è molto importante. Tuttavia, non mi sembra che in questo momento sia opportuno o necessario fissare un calendario dei lavori. Bisogna pure che abbiamo gli occhi aperti alle necessità contingenti della vita politica, così come si svolge. L’onorevole Nenni ha accennato alle leggi elettorali, alle quali riconosce la precedenza. Io aggiungo che vi è anche il dibattito sulla politica estera, provocato dalla mozione Giavi, alla quale è prevedibile saranno abbinate altre interpellanze o mozioni. Vi è poi il problema del prestito, che al Senato è stato discusso ieri, e che verrà sottoposto successivamente all’esame della Camera, la cui urgenza, implicando esso scadenze di termini, non ha bisogno di essere dimostrata. Quindi, senza disconoscere in nessuna maniera una precedenza di carattere – diciamo così – gerarchico ai problemi costituzionali, direi di non fissare fin da oggi un calendario, che dovremmo probabilmente dopo poco tempo sconvolgere: abbiamo la discussione sul disegno di legge di perequazione tributaria, che sarà ripresa la settimana ventura, abbiamo le leggi elettorali, che prenderanno qualche seduta, abbiamo soprattutto la discussione di politica estera, tutti argomenti che non saranno esauriti prima delle feste natalizie. Quindi, se si vuol conoscere il mio pensiero, direi di aspettare un po’ prima di fissare questo calendario, e di fissarlo eventualmente quando avremo esaurito la discussione su quelle leggi sulla cui urgenza siamo tutti d’accordo. "} {"filename":"694c1d18-b076-40b2-8da9-9e1ecd8d4f55.txt","exact_year":1950,"label":4,"year_range":"1946-1950","text":"Informa il Consiglio che Nenni gli ha chiesto se il governo porrà ostacoli all’ingresso in Italia di dieci membri dell’Esecutivo internazionale dei partigiani della pace . [Seguono alcuni interventi ed un riferimento dello stesso presidente del Consiglio ad indiscrezioni giornalistiche su alcuni membri del governo]. Riconferma che i patti ci sono e che esiste la questione solo sui tempi di esecuzione dei programmi di sicurezza. Occorre ricordare che l’America vincerà, passerà molto tempo ma vincerà e questa adesione nostra salva il futuro dell’Italia. Ritiene che la situazione di Potsdam oggi sia modificata. Pone la domanda se la Russia desidera la guerra e se ne abbia interesse. Non ha alcun interesse. La Russia nutre per la Germania un grande timore: l’attacco a Mosca ci fu e soltanto le circostanze impedirono il collasso russo. Gli stati satelliti, i quali hanno portato via qualcosa alla Germania, temono che la Germania risorga e chieda la resa dei conti. Il congresso di Praga ha avuto questo significato. Dal punto di vista della logica noi dobbiamo desiderare che gli americani si impegnino a fondo per il riarmo della Germania, che è l’unico modo di resistere. Il procedimento ha importanza secondaria e si può anche trattare. Lo stesso Truman ha detto più volte di voler trattare. I sentimenti contrari alla Germania sono vivi anche in Italia e bisogna tenerne conto. Legge poi il seguente comunicato preparato insieme a Sforza: «Il Consiglio dei ministri ha concluso la discussione sulla politica estera iniziata nella precedente seduta e si è trovato concorde nella seguente dichiarazione che servirà di orientamento ai ministri in partenza per Bruxelles: 1)Il governo italiano mentre ammette il diritto della Germania a uno sviluppo che la renda pari agli altri Stati, riconosce che tale sviluppo debba svolgersi coi metodi e con le finalità di una democrazia libera e pacifica, al di fuori di ogni sospetto e di ogni possibile ripresa di elementi perturbatori. Ogni garanzia che potrà essere data a tale riguardo nel campo dell’organizzazione interna e nei rapporti internazionali, contribuirà a dissipare le diffidenze verso lo spirito meramente difensivo del P.[atto] A.[tlantico] e a confermare che i paesi che stanno facendo uno sforzo per ricostruire le loro possibilità difensive non vogliono nuovi conflitti né si rifiutano ad ogni mezzo pacifico che conduca alla pace e alla sicurezza. 2)Ciò premesso, il Consiglio dei ministri riconferma il principio dell’inserimento della Germania nella solidarietà dell’Europa democratica, considerando la sua partecipazione alla forza integrata atlantica, come un decisivo passo verso l’unità europea. Per poter attuare tale inserimento è indispensabile in Germania il rafforzamento delle truppe alleate, e nel resto di Europa la costituzione unitaria delle forze occidentali, sotto un unico comando, il che non esclude un ulteriore sviluppo verso la creazione permanente di un esercito europeo. 3)Considerando, infine, che oggi più che mai la pace è un tutto indivisibile, il Consiglio dei ministri riafferma che per consolidarla in tutto il mondo bisogna ristabilire la legge internazionale anche in Corea ove i valorosi combattenti delle Nazioni Unite sono intervenuti in soccorso di un paese aggredito e invaso e in base a un impegno internazionale di arrestare l’aggressore e di proteggere la sicurezza e la libertà dei popoli» . […] Si è andati molto avanti nelle conversazioni tra Tesoro e Difesa per il finanziamento del programma di armamento. Lunedì se ne discuterà presso il Comitato misto. Vi è l’accordo di massima per lo stanziamento di 250 miliardi, 50 dei quali nell’esercizio futuro salvo aiuti americani a titolo di compensazione. Chiede poi in che cosa consista l’impegno di Rossi Longhi per il programma a medio termine e come egli si assuma impegni a nome del governo senza una deliberazione specie per quanto riguarda le spese. [Interviene il ministro della Difesa: «si tratta di portare nel ’54 da 12 a 17 il numero delle divisioni. Non si può pensare a far di meno»]. Nessuno può impegnare il governo senza una esplicita deliberazione. [Seguono altri interventi e il ministro Pella rileva l’opportunità di una legge per approvare l’accordo relativo alla fornitura di grano alla Jugoslavia]. Ritiene che se si può evitare l’emanazione di una legge è meglio. Comunque è necessario fare tutti gli sforzi per evitarla. Ritiene opportuno darne notizia a Dayton. "} {"filename":"77a6b634-3c36-4fca-864f-ca7b5db2a7ae.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Concentrare l’inizio della discussione su questo problema di urgenza, in modo da indicare la strada da seguire. Mentre i ministri stanno lavorando per i provvedimenti da prendere, ritiene che il C.[onsiglio] n.[azionale] esprima una affermazione e una direttiva che possa servire al governo e ai privati cittadini. […] Al C.[onsiglio] n.[azionale] sarà difficile improvvisare in materia di difesa contro lo sciopero politico. Il problema è molto difficile in tesi politica e in tesi generale. Bisogna aspettare il «caso limite» per decidere sui provvedimenti da prendere, in quanto che è arduo distinguere tra sciopero politico e sciopero economico. Certo oggi, con la visita di Eisenhower ci troviamo di fronte a un caso di minacciato sciopero a carattere squisitamente politico. Ma, appunto perciò, il governo sta occupandosi del modo di agire concretamente; e d’altra parte, è pericoloso dibattere prima questi provvedimenti in sede di C.[onsiglio] n.[azionale]. Detto questo, assicura che sarà preso nel dovuto esame, quanto si dirà in materia nel C.[onsiglio] n.[azionale]. Una parola del C.[onsiglio] n.[azionale] può essere utile come indicazione ed avvertimento; e servirà di guida al partito e di forza al governo. Chiede di rinviare le altre discussioni a dopo, in modo che il C.[onsiglio] n.[azionale] dica questa sera tale parola. [De Gasperi interviene nuovamente nella seduta pomeridiana del 15 gennaio 1951]. Si compiace con Pastore delle sue dichiarazioni, ma ritiene che Malvestiti abbia fatto gli apprezzamenti, controbattuti da Pastore, in ordine al fatto che sembrava che la Cisl aderisse allo sciopero dei poligrafici per il 18 gennaio. Rispondendo a Braga dice che le osservazioni fatte sugli articoli 16, lo mettono in una situazione tale da poterlo costringere o a dissociare le sue responsabilità dai ministri chiamati in causa o ad uscire dal C.[onsiglio] n.[azionale] per attendere decisioni che potrebbero essere foriere di crisi. Rivolge preghiere di non insistere in attacchi, pensando che potrebbe uscire da questa sede, e mettere in discussione la stessa continuità dell’attuale ministero. […] Interrompe: si dice umiliato che, dopo lo sforzo fatto da lui per ascoltare tutti, debba essere ancora costretto a difendere la linea della nostra politica estera. È disposto a dare ogni chiarimento, ma non ammette che si ricrei una situazione di confusione dopo il voto di sabato al Senato . È proprio tempestivo fare qui una discussione di politica estera, quando ci troviamo di fronte alla minaccia comunista per la venuta di Eisenhower. Il sistema di rinnovare i dibattiti aumenta le incertezze ed è pernicioso. È in diritto di lagnarsi quando, stando in trincea, si vede arrivare addosso un articolo come quello de La Libertà , attribuito al presidente della Camera. Chi è più vittima di questa situazione: De Gasperi o Gronchi? La regola fondamentale è che bisogna agire con cautela, senza lasciarsi trasportare a diatribe pericolose per l’avvenire stesso della patria; e ciò specie quando ci si trova di fronte alla minaccia di uno sciopero generale, le cui probabilità di effettuazione aumentano sempre di più. È disposto a fare ogni sforzo per attenuare ogni dissenso, ma chiede che questo dissenso non sia offerto alla speculazione dal di fuori. Ha la massima stima di Gronchi, combattente della Dc; ma il suo errore fondamentale è il suo persistere nei rapporti con un giornale che è contro il governo. Con questo metodo si va sempre più male. Sarebbe ben lieto di aver un consigliere nel presidente della Camera; ma questo lo si può solo se non esistono equivoci, si dice pronto a tutto: ma occorre chiarire l’equivoco de La Libertà. [Segue la replica del presidente della Camera dei deputati, Giovanni Gronchi. De Gasperi prende nuovamente la parola nella seduta antimeridiana del 16 gennaio 1951]. Sente molta riconoscenza per l’opera della Direzione e per la fatica improba, cui essa è sottoposta. Ciò premesso, riconosce che la Direzione ha dimostrato di avere saputo portare il suo contributo costruttivo alla cooperazione col governo e col Parlamento e di aver saputo lievitare con innegabile avanzamento del partito in mezzo al popolo italiano. A proposito delle «competenze» si richiama al principio tante volte da lui affermato: la deliberazione e l’esecuzione spetta a chi ne ha la responsabilità. Ciò non toglie che è necessaria la collaborazione del partito anche nell’elaborazione e nell’applicazione delle leggi; cita ad esempio le leggi elettorali e la riforma fondiaria. In questa collaborazione sta l’importanza preminente del partito e viceversa; perché ciò non avvenga, occorre non sottovalutare il Parlamento, il quale va sostenuto sempre di fronte all’opinione [pubblica]. Tanto più ampia, più valida e più libera sarà l’azione del partito, quanto più essa sarà rispettosa della democrazia e della prassi parlamentare. Questa prassi non è immobile, però rimarrà sempre la necessità dei limiti e della chiarificazione delle responsabilità. L’azione del partito sarà tanto più efficace, quanto più sostanziale, meno formale e meno esibita; e quanto meglio si saprà adattare al presente regime di coalizione, determinato oltre che dalle circostanze, da certe finalità che corrispondono alle esigenze psicologiche del paese, alla formazione delle quali concorrono confluenze diverse. Non ha parole sufficienti; l’importanza, la chiarezza, la verità delle dichiarazioni fatte da Gonella sia sul piano programmatico che su quello orientativo. E ringrazia il C.[onsiglio] n.[azionale] di avergli saputo esprimere in Gonella un magnifico segretario del partito . Quello che vale è la coscienza; quello che importa è l’unità della fede che ci anima. Abbiamo il dovere di prestare la nostra opera, senza ambizioni personali, appunto perché essa discende dal nostro ideale cristiano. Se ha peccato, sente il bisogno di chiedere scusa. Ma quello che chiede è l’aiuto fraterno per superare le dure difficoltà di domani. I sistemi valgono in quanto vengono attuati dagli uomini. Niente si improvvisa; ma tutto deve concorrere al mantenimento del bene comune che è la patria. Crede che la guerra non sia inevitabile; ma questa credenza, più che sugli eventi, poggia sulla fede nella Provvidenza. Gli uomini si sono dimostrati inferiori agli eventi; meritare la pace, significa mettere lo spirito del sacrificio al servizio del paese. Con l’aiuto della Provvidenza e con lo sforzo di tutti, confida che sapremo superare tutte le prove per salvare la pace e, con essa, l’avvenire del nostro paese. […] L’azione di governo non può essere suggerita dal C.[onsiglio] n.[azionale]; né il C.[onsiglio] n.[azionale] può chiedere garanzie dalla Direzione in materia . "} {"filename":"e8c48a9e-850f-4030-817c-414d4a54c297.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Ringrazia il gruppo e prega il presidente sen. Cingolani di insistere sempre presso di lui con gli inviti di partecipazione alle assemblee del gruppo. È del parere che il lavoro fatto a S. Margherita si sia svolto con la più grande serenità di spiriti e sia stato veramente costruttivo. Si temeva che la Francia non fosse atta ad affrontare la situazione attuale, invece egli si è accorto che essa, non solo vuole la pace, ma è pronta ad affrontare, per mantenerla, qualsiasi sacrificio. I federalisti di Strasburgo hanno votato un ordine del giorno che arriva alle stesse conseguenze delle conversazioni di S. Margherita. Il primo scambio di idee si è avuto nel modo più intimo. Pleven, interrogato da De Gasperi, ha risposto alle varie obiezioni con grande franchezza, in modo da dare una visione esatta delle cose. I francesi fanno parte dell’ONU; sono tra i quattro vincitori dell’ultimo conflitto, e come tali conoscono a fondo la situazione della Germania. Schuman, profondo cattolico, e uomo di grande dirittura morale, ha dei dubbi sui risultati della conferenza a quattro: ha una visione esatta della Russia e del suo modo di agire. Una revisione del Trattato di Pace con la Germania pone gli occupanti nell’obbligo di abbandonare le zone da essi presidiate, e le trattative quindi faranno affrontare molti rischi. Alla Russia ad ogni modo mancano delle materie prime troppo essenziali per affrontare una guerra. Si è rafforzato anche in Francia il sentimento dell’organizzazione atlantica e quindi si comincia a sentire viva la necessità di un esercito europeo. Ma ai francesi si è voluto dare il nostro appoggio solidale. Chiarisce come alla conferenza stampa, tenuta prima della partenza da S. Margherita, egli abbia sottolineato che due erano le nazioni del Patto atlantico e l’America in modo particolare . Pleven (uomo d’affari) è molto preoccupato della crisi dei prezzi: egli vuole che il Comitato delle materie prime abbia possibilità di agire direttamente. Si è deciso che il minerale ferroso algerino non entri nel pool in modo da rifornirne a sufficienza i nostri stabilimenti siderurgici: ne abbiamo così assicurate circa 850.000 tonnellate. Se si riuscirà a europeizzare l’industria dell’acciaio e del carbone della Germania si sarà fatto un grande passo avanti. Bisogna per tutto avere la quiete necessaria per realizzare tutti i progetti. Per Trieste, Pleven ha confermato che la decisione a tre per il ritorno di Trieste all’Italia del 1948 , è sempre valida. La Jugoslavia deve essere consapevole che quanto riceverà è sempre dovuto a patto che ricordi le nostre esigenze su Trieste. La questione dell’ONU – Se essa è una società di nazioni concordi, allora l’Italia ha tutti i requisiti per farvi parte. Questa Conferenza era stata preparata da parte nostra minuziosamente e alcuni problemi sono messi all’esame (Briga e Tenda – comprensione da parte di Schuman) di Commissioni speciali. La stessa cosa per l’Unione doganale. Per il Consiglio d’Europa l’Italia è disposta a tacitare il progetto La Malfa, e si è dichiarato favorevole alla proposta Mackay. Per l’emigrazione (presente il console Giusti) sono stati posti tutti i problemi relativi (alloggi, cooperazione, prestito alle famiglie per costruzione di alloggi), e si creerà un Comitato Misto per lo studio di questa organizzazione. La Francia per esempio ha chiesto dei meccanici. È poi stato accettato il trasferimento di agricoltori italiani. Accordo culturale italo-francese – La Francia fa un lavoro di assimilazione culturale con i tedeschi veramente notevole: ed è stato chiesto uno scambio analogo con l’Italia. In questo campo ci sarebbe molto da fare (campeggi, visite, scambi di studenti, ecc.). Termina la sua relazione assicurando e affermando che bisogna tendere con ogni mezzo per migliorare l’avvenire con la certezza che ogni singolo sforzo contribuisce al bene comune. (Vivissimi prolungati applausi). Riprende quindi il problema dell’emigrazione, della disoccupazione e della presa che fa il comunismo su tale situazione. La buona volontà c’è; ci si trova di fronte al dovere di rivolgere i nostri sforzi per la realizzazione della giustizia sociale, senza però fare miracoli dati i mezzi di cui disponiamo. Rimane comunque acquisito per intiero il nostro programma sociale sul quale il riarmo inciderà. "} {"filename":"ac1582b7-c4ab-4ae5-862a-c66578620354.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Ha preso quindi la parola il presidente del Consiglio, dichiarando di voler dar ragione del suo punto di vista con serenità e verità, cercando di fare il punto della situazione politica che condiziona le direttive e le possibilità d’azione. De Gasperi osserva poi che la situazione politica è sempre più o meno fluida nei suoi elementi di superficie e in quelli di profondità; ma che l’attuale ha caratteri specifici di transitorietà, perché essa cova e va maturando nel suo seno una alternativa che deve presentarsi entro una scadenza relativamente vicina. Questa alternativa non si può esprimere, cioè, in termini di contrapposizione perentoria con un amoroso abbraccio di pace, da una parte e, dall’altra, con lo scoppio immediato della guerra, ma più realisticamente così: alla scadenza, gli elementi che ci porteranno, presto o più tardi, a soluzioni di modus vivendi pacifici saranno prevalenti, o prevarranno allora quelli che ci faranno temere probabile lo scontro? Non è possibile fissare la data della scadenza; ma è certo che si tratta di pochi mesi durante i quali l’esplorazione reciproca dei due grandi schieramenti sarà sostanzialmente compiuta e il bivio si presenterà in una prospettiva più chiara. In questi pochi mesi il compito del governo, con la collaborazione responsabile del Parlamento, è: apprestare e perfezionare i mezzi di difesa più urgenti; creare l’organismo necessario per la sicurezza interna e la produzione civile; perfezionare le trattative con gli Stati Uniti sul loro contributo alle nostre necessità per la difesa della stabilità monetaria, per assicurare gli approvvigionamenti e per proseguire la realizzazione delle riforme sociali: preparare una legislazione di emergenza adeguandovi gli strumenti esecutivi. È un compito di risolutezza, di fiducia in se stessi e nella collaborazione degli alleati. È poi indispensabile continuare l’opera di collaborazione internazionale nel quadro del Patto atlantico, di cui è stata recente testimonianza l’incontro di S. Margherita . L’Italia ha fatto sempre udire la sua voce di risolutezza e di lealtà nella ricerca di ogni possibilità di pace, e deve rafforzare la sua posizione attraverso i contatti internazionali, ai fini della pace e della sicurezza. In questo quadro bisogna vedere anche la legge di delega. È una misura precauzionale che il governo intende applicare a mano a mano che la congiuntura lo richieda, sotto il controllo continuo del Parlamento e della sua maggioranza, circondandosi di tutte le collaborazioni collegiali o personali di valore tecnico che possono garantire l’efficienza maggiore possibile e di evitare errori. Non abbiamo nessuna difficoltà – prosegue il presidente – ad accettare limiti e cautele, purché rimanga la possibilità di rapido e sostanziale intervento . Si è sollevata la questione della riformabilità del governo, cioè dell’organo centrale politico a cui il Parlamento ha affidato la direzione della cosa pubblica. Ogni governo è imperfetto e perfettibile e riformabile: ma non è in un periodo transitorio come quello sopra definito che conviene sottoporsi alla perturbatrice fatica, arrestando per un periodo notevole il lavoro così pressante del Parlamento e dell’esecutivo, svalutando uno dei privilegi che ci sono invidiati: la stabilità di una direttiva, su cui si possa contare per la politica internazionale e quella interna ad essa congiunta. L’opportunità di riconsiderare la situazione politica potrebbe presentarsi, dopo questo periodo transitorio, quando ci trovassimo innanzi al bivio che ho sopra indicato e si imponesse una più severa politica di raccoglimento di tutte le forze, sulla più larga base possibile; e anche nel caso contrario in cui la ansiosamente invocata schiarita potesse consigliarci un adeguamento a mutare condizioni, sia in seguito a risultati elettorali, sia per spostamenti di settori. Ma nelle presenti circostanze credo che i più pensino con me che oggi una crisi sarebbe infeconda e perniciosa. E benché io consideri la buona fede, la legittimità di certe critiche, non mi sentirei in nessuna maniera e misura di partecipare a tale responsabilità. Essa ci fiaccherebbe di fronte all’estero e sarebbe considerata una crisi atlantica. L’on. De Gasperi termina sottolineando che oggi il popolo italiano ha bisogno di una sicura direttiva unitaria. La Democrazia cristiana, pur nella libertà della critica che è utile stimolo all’azione, ha quindi il dovere di dare esempio di sostanziale compattezza nell’assolvere il suo compito al servizio del paese. "} {"filename":"f0c08797-5ac8-467c-bb21-bcb92fb6d0ef.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il presidente, leggendo i giornali, era stato così colpito da un titolo de Il Popolo di Roma di ieri come da uno straordinario «esempio di cecità», per non dire di peggio. Il titolo dice Parlare di un pericolo rosso emergente può essere ormai propaganda soltanto «bianca». Prendendo lo spunto da questo titolo a quattro colonne, il presidente ha rilevato il tentativo che da tempo si è fatto: a) di accusare la Dc e il governo di esagerare, anzi di inventare il pericolo comunista; b)di giustificare ogni dispersione di voti sopra liste di pura affermazione o di fazione, proclamando che ognuno, senza pericolo per il paese, poteva anche seguire, ormai, la sua passione e il suo capriccio. Richiamando alla memoria immagini del suo giro per i Comuni d’Italia e a conferma della osservazione sopra riferita, il presidente ha ricordato «l’aristocratico capriccio» di affiggere, come una dimostrazione monarchica, uno stemma sopra un edificio, quasi che la vampata comunista non minacciasse pure quell’edificio medesimo. Altro esempio: l’appoggio e il coonestamento del Msi che, favorito in molti luoghi dagli estremisti di sinistra, venne anch’esso ad aiutare con i suoi petardi di carta i dinamitardi del bolscevismo. Interrogato circa i risultati finora noti delle elezioni amministrative, il presidente ha detto che, se la democrazia non ha riportato tutte le vittorie che poteva riportare, è colpa dei voti perduti per liste inconsistenti e della contaminazione missina. Malgrado ciò rimane bene acquisito che i partiti dello schieramento democratico hanno conquistato posizioni dominanti in tutta la vita amministrativa e che il bolscevismo è stato sloggiato da moltissime trincee comunali. Resta pure che la Dc, in via generale, ha accresciuto o mantenute le sue forze, salvo quelle oscillazioni che erano già precedentemente scontate quando si introdusse il sistema dell’apparentamento, che offre maggior respiro ai partiti minori coalizzati a scapito dell’alternativa Dc. Non dovrebbe essere necessario sottolineare la differenza fra la natura stessa di un’elezione comunale e provinciale e quella di un’elezione politica e quindi nazionale. Basta pensare, per non dire altro, all’incidenza di valutazioni personali. L’enorme concorso ai comizi Dc, l’afflusso alle urne degli elettori, dimostrano [che] la forza della Dc è intatta e che resta come il più efficace e quindi indispensabile baluardo contro la bolscevizzazione del paese. È vero anche che le troppo facili fantasie di certa stampa che ci accusava di avere nel ’48 «fatto agire i fantasmi», e che oggi contava sopra una «terza forza» che si facesse largo a danno dei socialcomunisti, queste fantasie trovano una smentita dalle cifre di oggi. Non si trattava né allora né oggi di fantasmi. Gli oratori Dc (e primo fra loro De Gasperi) hanno avuto ben ragione di impostare la battaglia contro un reale e persistente pericolo. Chi non lo vede o è cieco o complice. "} {"filename":"5f478890-3926-4ed4-8127-0f9810563a79.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Amici, vengo qui a parlarvi di quello che abbiamo potuto fare e dimostravi che siamo gente che vuol costruire e non chiacchierare. Non è vero che noi non facciamo i fatti, come non è vero che facciamo chiacchiere. È vero invece che ci sono molte chiacchiere da una tale parte e molti fatti dall’altra: le chiacchiere sono da quella parte, mentre i fatti sono dalla parte nostra. Tutto ciò che si poteva fare si è fatto e perciò la nostra coscienza è tranquilla. Noi ci muoviamo verso la attuazione di un nuovo ordinamento di giustizia nella salvaguardia della libertà. Abbiamo intrapreso l’azione ricostruttiva del paese, ma molto ancora ci resta da fare, perché i problemi che ci sono di fronte sono veramente complessi e la situazione internazionale li complica ancora di più. Pensate poi alla triste eredità che abbiamo ricevuto, dopo la dittatura e la guerra perduta. Tuttavia, il nostro impegno di uomini responsabili, di galantuomini che mantengono la parola è questo: fare ogni sforzo nell’opera di ricostruzione del paese, rinnovare la struttura economica del Mezzogiorno, rendere giustizia al Mezzogiorno. Pensate a quanto si è detto nel passato su questo vostro Mezzogiorno, mentre nessun governo ha mai iniziata la soluzione del problema meridionale. Il governo democratico, invece, ha affrontato questo problema e la Cassa del Mezzogiorno comincia a dare i suoi effetti. È un’opera lunga e difficile che richiede pazienza, tenacia e fede e noi riusciremo a compierla se ci sarà concordia nel popolo italiano e se la nostra azione di difesa del paese non sarà insidiata da nuove divisioni. C’è della gente, la quale, mentendo, dice che non abbiamo fatto niente o che non abbiamo fatto abbastanza. Lo so che non abbiamo fatto tutto, ma fino ad ora abbiamo fatto tutto quel che si poteva fare; quella è gente che critica sempre e giudica prima di vedere se gli impegni siano stati mantenuti. Non avrei mai pensato che dopo essere stato per venti anni quasi nascosto, dopo essere stato in prigione, dopo aver duramente faticato per campare (quando farmi campare significava compromettermi) toccasse ora a me difendere la libertà in Italia. Nel mio giro nelle diverse città sono stato colpito dalla tracotanza con la quale agisce un movimento, che non risparmia attacchi alla mia persona ed al governo democratico. Parlo di quel movimento neofascista che tenta di creare nuove divisioni nel popolo italiano. I comunisti e i neofascisti sono contro la democrazia e noi sappiamo che i comunisti, i quali abusano della libertà del nostro paese, quando arrivano al governo la libertà la negano, la reprimono e sopprimono gli avversari fino alla morte. Abbiamo inteso gente venuta dall’Ungheria, dalla Cecoslovacchia e da altri paesi orientali dire: «che strano paese l’Italia, quanti partiti, quante idee…». Sì, amici, strano paese l’Italia; strano perché qui da noi, a differenza di altrove, c’è libertà, libertà di pensare e di agire, libertà finanche di ingiuriare e di dir male del governo. Se conosciamo bene i comunisti, conosciamo altrettanto bene i neofascisti. La loro tracotanza si spinge ad accusare noi di essere asserviti allo straniero. Non ricordano di quanto sangue grondano le mani di coloro che instaurarono la cosiddetta Repubblica sociale di Salò e quali atti di servilismo commise nei confronti dei tedeschi il fascismo, dividendo in due la nazione, fucilando e trucidando, per ordine dello straniero, soldati italiani e cittadini inermi. Accusano noi di essere servi dello straniero, proprio essi che, asserviti al tedesco, diedero allo straniero persino l’oro della Banca d’Italia. I neofascisti vanno dicendo che se vivesse Cesare Battisti, il martire di Trento, egli sarebbe dalla parte loro. Ma io lo conoscevo bene e con lui sono stato in prigione, quando finii in prigione per aver difeso contro il governo austriaco i diritti dell’Università italiana . Fu proprio in Austria che incominciò la mia prigione. Lo conoscevo bene Battisti e so che egli oggi non sarebbe né dalla parte dei comunisti, né dalla parte dei neofascisti, i quali respingono le leggi fondamentali della libertà e della democrazia. Io rimango colpito da questo fenomeno che è il neofascismo. Il Sicilia, dove non si è mai saputo che cosa fosse la Repubblica sociale di Salò e non si è mai saputo a quali degenerazioni essa sia arrivata, ho trovato questo movimento predicato con tracotanza, con audacia infinita. Questo fenomeno si estende un po’ in tutte le altre zone del Mezzogiorno. Io vi domando, popolo del Mezzogiorno, popolo del buon senso, popolo che sente italianamente: volete essere concordi col nord e col centro d’Italia per difendere la libertà e la democrazia? Badate bene, io non voglio condannare tutti coloro che pensano come pensano i neofascisti, perché ci sono dei giovani ignari del passato, che non sanno la triste esperienza che noi abbiamo fatto, ma sanno solo l’imparaticcio di ingiurie che lanciano contro altri uomini democratici. Se fra i neofascisti ci sono giovani in buona fede, che hanno vivo il sentimento dell’Italia, che vorrebbero resistere alla disgregazione del comunismo, che sentono la necessità di una maggiore giustizia sociale, ebbene questi giovani vengano da noi, vengano nei partiti democratici. A questi giovani noi diciamo: se amate la patria, se amate l’Italia, venite con noi, noi abbiamo i vostri stessi sentimenti nei confronti della nazione, ma nel rispetto delle istituzioni democratiche. Nessuno, però, ci sorprenderà. Noi saremo fermi e decisi, anche se aperti con quei giovani, che per amor patrio, per nobili sentimenti nazionali, rischiano oggi di essere traviati da un falso miraggio, da una sciagurata dottrina di cui già abbiamo fatto esperienza, dottrina antidemocratica e, nella realtà, antisociale. Qualsiasi tentativo di azioni extralegali contro lo Stato democratico sarà prevenuto. Abbiamo le forze legali dello Stato per impedire il risorgere delle squadracce e abbiamo la ferma volontà di difendere la libertà. Non dicano codesti signori che essi sperano di abbattere la Democrazia cristiana. Qui non si tratta soltanto di mettere in imbarazzo la Democrazia cristiana, un partito, ma la democrazia nella sua struttura di base, la libertà politica, la libertà di tutti. Hanno scritto in un giornale che nelle prossime volte, quando ci saranno le elezioni politiche, alla Democrazia cristiana non resteranno che i beghini e le donnette; ora io domando a voi, che sareste quei beghini, se siete pronti a difendere la Democrazia e la libertà. Non sperino, codesti signori, di abbattere la Dc perché la resistenza è troppo forte e la massa è grande, risoluta e decisa. Amici miei, facciamo nel cuore nostro di vecchi e di giovani l’esame di coscienza e prendiamo una risoluzione ferma per la difesa della democrazia e dalla libertà. Non si illuda alcuno di poter smuovere la nostra volontà e la nostra risolutezza: noi giuriamo che una seconda marcia su Roma non si farà mai! Ci accusano che siamo dei persecutori perché teniamo della gente ancora in carcere per motivi politici, ma la libertà è ben diversa. Molti fascisti sono stati graziati e molti ancora hanno goduto dell’amnistia: se altri sono ancora in carcere è perché ad essi non si è potuto applicare l’amnistia per il fatto che sono colpevoli di gravi delitti comuni e di terribili eccidi. Ho avuto tra le mani tempo fa la domanda di grazia di uno di questi detenuti e noi, che quando si presentano donne e bambini siamo dei sentimentali, eravamo ben disposti a presentare la domanda di grazia al presidente della Repubblica. Ma quando abbiamo letto che quel detenuto aveva fatto fucilare 62 partigiani ed aveva fatto incendiare un intero villaggio, ci siamo trovati di fronte ad un problema di giustizia che non potevamo superare, pensando al giudizio delle famiglie delle vittime. Noi vogliamo tirare un velo sul passato, non parlarne più, perché ci sono state troppe brutture, c’è stata una guerra fratricida della quale è responsabile il fascismo che ha diviso il popolo italiano, ha scagliato i fratelli contro i fratelli e con la costituzione della Repubblica di Salò si è schierato contro il governo legittimo. Vogliamo tirare un velo sul passato, ma non si pensi che per la nostra indulgenza si possa poi scendere sulle piazze per minare le basi dello Stato democratico. Ci dicono dall’altra parte che noi vogliamo la guerra. Ma perché dovremmo volere la guerra se abbiamo ancora viva l’esperienza delle sue conseguenze? Perché dovremmo volere la guerra se essa porta rovine e distruzioni? Ma ci dicono che vogliamo la guerra perché spendiamo molti denari per il riarmo. No, signori! Le nostre spese di riarmo servono solo per mettere in condizione di difendere il paese con quelle modeste forze militari che il Trattato di pace ci consente, riarmo quindi per difenderci e non per volere la guerra. I comunisti ci dicono che la Russia non ha alcuna intenzione di invasione, che la Russia vuole la pace; bene, ed allora è inutile perdersi in chiacchiere: se la Russia vuole la pace e noi vogliamo la pace, la pace è fatta! Ma la cosa è ben diversa e noi sappiamo come dall’altra parte si voglia la pace! Quando noi sentiamo parlare di pace da certa gente diciamo: ma perché non portano la vostra colomba in Corea, magari mandandoci una commissione delle donne comuniste dell’UDI? Cominciate a fa fare la pace dove si fa la guerra. Ma i comunisti in Corea non hanno aderito alla proposta di tregua e continuano a mandare al massacro centinaia di migliaia di persone. Essi parlano di pace, ma quando comandano fanno la guerra. Nenni dice che dovremmo essere neutrali; ma come si potrebbe essere neutrali e disarmati senza la possibilità di difendere la propria neutralità? Noi abbiamo aderito al Patto atlantico per avere degli amici nella nostra difesa, perché da soli non avremmo la possibilità di difenderci. Il Patto atlantico è un patto difensivo che noi ci impegniamo di mettere in pratica qualora fossimo attaccati. Ci accusano di non volere una riunione delle cinque grandi potenze per un patto di pace. Ma sì! Anche se finora le quattro potenze non riescono a mettersi d’accordo, si chiamino altre; si faccia pure una riunione a cinque, a sei, a sette, a quanti volete, perché allora dovremmo esserci anche noi per dire la nostra parola su Trieste e su altro. Ed ora una parola ai monarchici. Costoro, per i cui sentimenti nutro tutto il rispetto che meritano e dinanzi alla cui buona fede m’inchino, anche essi facciano un esame di coscienza, un esame realistico della situazione. I loro voti non possono far fare un progresso alla loro causa, ma invece potrebbero contribuire a quel tentativo di demolizione della diga di resistenza al comunismo che noi abbiamo faticosamente costruita. Se indeboliranno lo Stato repubblicano ora, non lo avranno indebolito a favore di un ritorno della Monarchia, ma avranno aperto le porte al bolscevismo. Cittadini elettori, io vi invito a votare secondo coscienza e spirito di responsabilità, perché la nuova Italia democratica possa continuare l’opera di ricostruzione morale e materiale intrapresa nella comunità delle nazioni libere, senza il pericolo di essere travolta dalla dittatura comunista e di essere stroncata da una tragica involuzione storica, della quale abbiamo sperimentato la triste esperienza per oltre vent’anni . Faccio appello a voi tutti: state uniti, concorrerete con le vostre energie a salvare il paese. Il popolo leccese stia unito, salvi la sua Lecce e salvi l’Italia. "} {"filename":"5b54f1ad-d257-475d-9689-7b35759b6080.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Qualche cosa va detta a integrazione di ciò che è stato qui accennato e tocca proprio a me dirlo come presidente del Consiglio nazionale. Vorrei parlare preoccupandomi soprattutto del problema interno della Democrazia cristiana e di come si può conciliare la più ampia libertà di critica con la necessaria – ed ogni giorno più necessaria – disciplina e forza propulsiva del partito. Vi dirò la mia impressione della campagna elettorale e i suggerimenti che essa ha potuto darmi. Se c’è stata una campagna in cui i membri del governo e i rappresentanti del partito hanno disciplinatamente servito la causa della democrazia, mi pare sia stata questa. Consoliamoci di tal fatto, perché abbiamo visto gente che prima sembrava imbronciata, buttarsi nella battaglia con slancio; abbiamo visto uomini che sembravano impegnati quasi soltanto nella critica interna, fare fronte verso l’avversario. È stato quello che io avevo previsto, il cimentarsi delle forze del partito per dimostrare che esso è veramente un elemento basilare della democrazia del nostro paese. Uno dei fatti salienti e più significativi delle elezioni è rappresentato, appunto, dallo sforzo unitario compiuto dalla Democrazia cristiana. Ho avuto l’impressione che vi siate battuti mirabilmente, con mezzi limitati e sacrificandovi al di là delle vostre stesse energie. Di più non ci si poteva aspettare. E parlando a voi penso anche a tutti i vostri collaboratori e soprattutto a tanti giovani che ho visti entusiasti sulle piazze d’Italia, che ho visto prodigarsi instancabilmente per il partito, offrendo prove esemplari di disciplina, di sacrificio e di slancio. De Gasperi ha parlato quindi dei risultati elettorali sottolineando il compito essenziale svolto dalla democrazia per fronteggiare il pericolo totalitario. Ha ricordato che le esigenze del riarmo difensivo si sono manifestate con estrema urgenza nel nostro paese in un momento in cui eravamo impegnati nella politica degli investimenti e nella lotta contro la disoccupazione. Questo ha reso più difficile la nostra posizione. I meno giovani di voi certo ricordano quale valore aveva, una volta in Italia, la lotta socialista contro le spese militari. Era una tale dogmatica divisione fra chi sosteneva la necessità di un esercito e gli altri che lo volevano abolito; era un romanticismo così erosivo da fare apparire ogni aumento di spese militari una pazzia. Oggi non è più così, perché ci troviamo di fronte ai comunisti che sono altri militaristi. Oggi comunque era nostro dovere dire coraggiosamente quello che noi dovevamo fare. Guai se avessimo cercato di fare il doppio giuoco. Essendo persuasi che il Patto atlantico è la sicurezza dell’Europa e che senza di esso la sicurezza dell’Europa è perduta, dovevamo dirlo anche se ciò comportava il superamento di grosse difficoltà. Il presidente, ricordando poi che la Democrazia cristiana ha dovuto sostenere una lotta elettorale particolarmente dura perché impegnata su due fronti, ha rilevato la necessità di dare una forma sistematica all’azione di propaganda contro il pericolo totalitario del neo-fascismo. Noi tutti presi dall’urgenza di fronteggiare il comunismo non abbiamo avuto le possibilità tecniche e che dovremo fare domani. La battaglia presentemente aperta è quella delle pressioni. Pressioni che conoscono varie strade, le più lontane possibili, ma che, girando girando, finiscono per cercare di ripetere l’operazione che fu fatta nel 1926; spezzare il Partito popolare. Spezzare il Partito popolare, spezzarlo in nome di un monopolio non riconosciuto di difesa cattolica. Io ho sofferto questo dramma e ho sofferte le conseguenze di questo, però vi dico che nel 1925 c’era al fondo degli uomini della Chiesa una giustificata speranza nella Conciliazione. Oggi la situazione è diversa per cui è completamente ingiustificata la pretesa di certi giornali di destra di farsi paladini e complici del neo-fascismo nella pretesa di rappresentare interessi religiosi. Le difficoltà per la Democrazia cristiana e le altre forze democratiche saranno maggiori quando si faranno le elezioni politiche. Perché i comunisti non disarmeranno. È loro arte di presentarsi con modi distensivi e concilianti; di mandare avanti Nenni per tentare di sbloccare la situazione. Questi loro tentativi si ripeteranno con una impudenza tale che noi non possiamo neppure immaginare. La battaglia, dunque, sarà quanto mai ardua e grave, ma noi dobbiamo vincerla, perché si tratta di vita o di morte per la democrazia italiana. Nessuno avrà diritto di riposare in quei giorni. E anzi bisogna sin da ora cominciare la lotta senza concedersi riposo, perché non si tratta più di improvvisare un esercito volontario, bensì di disporre di truppe e quadri addestrati. Il governo avrà anche da accentuare il suo impegno e la sua iniziativa. In proposito, però, non bisogna mai dimenticare la difesa della capacità di acquisto della moneta perché la maggiore disgrazia che potrebbe toccare al paese sarebbe l’inflazione. De Gasperi, riprendendo in seguito l’argomento inizialmente accennato della libertà di critica che è indispensabile per conciliare con la disciplina del partito, ha ricordato che le correnti organizzate sono proibite dallo Statuto della Democrazia cristiana . Naturalmente se sono intese come espressioni di pensiero nessuno può pensare di vietarle, anche perché in effetti sono utili, se viceversa sono intese come correnti organizzate non possono e non debbono essere più permesse. Perciò io vi dico che le manifestazioni di correnti, organizzate anche attraverso gli organi di stampa, debbono cessare. Non vogliamo soffocare le discussioni, ma vogliamo che esse avvengano entro il partito e non fuori anche per non provocare la continua speculazione degli avversari e perché non è giusto che ci si serva del plauso o delle approvazioni o dell’influenza della stampa avversaria per cercare di far prevalere il proprio punto di vista in seno al partito. Questo è un errore che non si può permettere e che dobbiamo assolutamente evitare. A chiunque è nel partito, e tanto più se deputato, membro del Consiglio nazionale o di altri organi direttivi, è data la più larga possibilità di esprimere la propria opinione e di battersi per essa: nessuno soffocherà la sua voce. Ma di fronte a quanti, come noi, si preoccupano del partito fino a rinunciare anche alla difesa del proprio punto di vista, non è giusto che abbiano la libertà assoluta e impunità, coloro che, qualunque posizione occupino, alimentano la leggenda di una Democrazia cristiana in disgregazione, che viene meno al suo compito storico, che perde la sua fisionomia unitaria. Questa mi pare che sia una delle questioni che il Consiglio nazionale dovrà risolvere; era tuttavia doveroso per me accennarla, perché questo ricorrere alle manovre esterne ha per effetto di indebolirci anche nelle nostre alleanze. Non ci si allea con partiti i quali non sono uniti. L’alleanza si fa con i partiti compatti, forti e disciplinati. Tanto più che una delle suggestioni che ha la Dc è data da una forza di coesione spirituale che altri partiti non posseggono. Sono stato un fervente sostenitore del regime democratico ma questo si difende solo se unito alla autorità, alla forza di propulsione e, soprattutto, all’energia nelle decisioni. Ci dovrà essere: 1)la convinzione ferma e assoluta di una direttiva unica della direzione del partito; 2)nel Consiglio nazionale libertà assoluta di discussione; ma al di fuori nessuna corrente organizzata deve essere più tollerata. Il presidente ha riaffermato, poi, che il pericolo del neo-fascismo può anche non essere valutato appieno da alcuni cattolici. Bisogna però ricordare che i democratici cristiani oltre che essere cattolici hanno anche un programma politico democratico al quale intendono restare fedeli. Se noi democratici italiani abbiamo una caratteristica, essa è questa: essendo un partito di centro che marciava verso sinistra, che ha idee di progresso nella struttura tanto economica quanto sociale, come partito della Dc abbiamo scelto la nostra strada, abbiamo scelto il regime che secondo noi ha più giuste basi. Cercheremo di correggerlo, di migliorarlo e cercheremo di fortificarlo. È nostro dovere, ma è anche un nostro diritto. Io sono sempre stato quello del fronte largo, ho sempre cercato il fronte più largo possibile. Questo perché io penso che la nostra missione in regime democratico è quella di fare uno schieramento che salvi soprattutto la libertà. Questa è la mia convinzione. Se noi, avendo degli alleati e salvando la libertà di tutti salviamo anche la libertà religiosa abbiamo veramente da assolvere una missione storica particolare che è nostra, che nessun altro partito, in nessun’altra nazione ha così direttamente. Riprendendo l’azione svolta dal Partito popolare insieme agli altri partiti antifascisti dopo l’uccisione di Matteotti, nel periodo dell’Aventino, l’on. De Gasperi ha riaffermato che il Cattolicesimo si è dimostrato fonte di libertà anche per gli altri. Questa è la nostra forza, non perdiamola. Quando dico questo non crediate generalizzando che io pensi a dosature di governo. Mi sembrano cose estremamente secondarie di fronte a quello che avviene nel paese. Onde, lasciate che io vi dichiari che di fronte a questo mio desiderio di collaborazione c’è anche un senso di apostolato. Bisogna fare appello a tutte le forze perché nelle prossime elezioni politiche vinciamo definitivamente. Solo così alle nuove generazioni sarà assicurata la via maestra della libertà religiosa e dell’avvenire dell’apostolato cristiano. "} {"filename":"8a4c970d-1f5c-4c1b-b58e-d08f24927494.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"La base della politica estera italiana resta immutata. Nel rivolgere ai convenuti il suo saluto, l’on. De Gasperi ha riaffermato che la fedeltà assoluta agli impegni liberamente presi dall’Italia con l’adesione al Patto atlantico si esprimerà senza tergiversazioni. L’on. De Gasperi ha anche posto in rilievo che la sua assunzione al Ministero degli Esteri – al quale conta di dedicare tutte le sue energie malgrado le gravi cure del Consiglio – significherà anche una maggiore unità dei vari aspetti della politica generale e specialmente di quella economica. Accennando alle questioni più propriamente connesse al carattere costituzionale della crisi, l’on. De Gasperi ha dichiarato tra l’altro confutando l’accusa mossa dall’opposizione, di partitocrazia: i partiti furono consultati, affermarono le loro direttive o fecero le loro proposte. I liberali e i socialisti mantennero la loro pregiudiziale di non partecipare nelle presenti circostanze al gabinetto di modo che i democristiani e i repubblicani dovettero assumere tutte le responsabilità. Tutto ciò si svolse secondo una pratica rigidamente costituzionale e nello spirito di una libera democrazia. Non esageriamo certi episodi, non drammatizziamo voci di corridoio! La Costituzione ha funzionato in pieno. La crisi si è svolta secondo le fasi tradizionali: dimissioni del gabinetto; consultazione anche di quelle opposizioni, che solo per tattica provvisoria accettano le regole della democrazia; infine reincarico a questo presunto «dittatore» che non più tardi dell’anno scorso – come ricorderete – aveva messo il suo posto a disposizione del capo dello Stato. Ed anche questa volta egli avrebbe evitato volentieri di affrontare una crisi così faticosa, se non fosse animato da un senso del dovere, che non gli consente di rifiutare un servizio quando il capo dello Stato, interprete anche dei parlamentari consultati, glielo chiede nell’interesse del paese. A questo proposito, vorrei precisare che non sempre la cronaca è stata esatta nel riferire le discussioni e gli atteggiamenti dei partiti. Non di rado si ebbero delle coloriture non rispondenti alla realtà. Voglio dire che ci sono, naturalmente, delle ambizioni più o meno giustificate; ma resta il fatto (che io ebbi, evidentemente il modo di constatare meglio entro il mio partito), che la diversità delle opinioni aveva il suo motivo nella diversità di concepire la situazione e o di valutare i mezzi per conseguire un fine comune. La congestione democratica e, talvolta, demagogica è una malattia di cui tutta l’Europa libera soffre, a dalla quale bisognerà guarire. Ma bisogna rendersi conto che siamo ancora alla incompiuta saldatura di due generazioni, all’attuarsi di scuole diverse, nelle quali ha agito in vario senso – e più di quanto non si creda – la mentalità totalitaria. Bisogna, inoltre comprendere che se la Democrazia cristiana ha una base comune più solida di quanto si creda da alcuni, vi coabitano tuttavia, in essa, varie categorie, i cui interessi vanno conciliati perché, al di fuori della «lotta di classe» la conciliazione degli interessi (cioè la loro subordinazione a quelli prevalenti del popolo) è il compito di ogni politica di democrazia e di progresso. Un altro aspetto della soluzione della crisi – e cioè il maggior numero di sottosegretari compreso nel settimo ministero De Gasperi per far fronte alle sempre crescenti e indilazionabili esigenze dello Stato – è stato inquadrato dal presidente del Consiglio nelle più recenti vicende dei governi succedutisi in Italia dalla liberazione in poi. Si è criticato il numero dei sottosegretari, ma non si è rilevato che è diminuito il numero dei ministri. Dal primo ministero Bonomi del giugno 1944, il numero attuale è il più basso che si sia avuto, eccetto i quattro mesi del secondo ministero De Gasperi, quando fu inferiore all’attuale soltanto di uno. Quanto ai sottosegretari, ammesso che qualche raro caso non si presenti come indispensabile alla stregua delle esclusive esigenze tecniche del servizio, da quando in qua si è visto che in tali occasioni si debba totalmente trascurare il collegamento coi settori parlamentari e, precisamente con due camere equivalenti? Ma, in via di massima, l’aumento è dovuto alla transitoria situazione dei ministeri economici, per cui il Ministero del Bilancio ha due nuovi sottosegretari per costituire i suoi servizi, mentre l’interinale Finanze-Tesoro deve mantenere tutti i suoi fino a che la sistemazione non sarà compiuta. Per quanto riguarda, poi, il secondo sottosegretario alla Presidenza, De Gasperi ha testualmente dichiarato: un segretario per le informazioni esiste in tutti gli Stati, i più democratici, i più liberali; in Francia c’è un Ministero per le Informazioni. Da noi il sottosegretariato per la Stampa e le Informazioni fu istituito presso la Presidenza con D.[ecreto] l.[egislativo] luogotenenziale del 2 luglio 1944 e ne fu modificata la denominazione in quella di «Stampa», «Spettacolo» e «Turismo», con D.[ecreto] luogotenenziale del 12 dicembre 1944; fu soppresso il 5 luglio 1945. Adesso qualcuno è venuto fuori a parlare di «Minculpop», accusa gratuita per chi mi conosce. «Minculpop» e libertà di stampa sono termini contraddittori, e nessuno può anche lontanamente pensare che si voglia in qualsiasi modo infirmare la libertà di stampa: Ma il governo ha il dovere di far conoscere quello che fa e perché lo fa e non sarà male se, per mezzo di una documentazione, il pubblico sarà bene informato dei problemi della pubblica amministrazione e delle soluzioni adottate o prospettate. Questo periodo è quello seguito dai paesi di autentica democrazia. Non chiedo nulla per me; vorrei che almeno si riconoscesse che servo con onestà di intenti e con spirito di sacrificio il mio paese al solo fine di salvarlo dalla disgregazione e dal disastro. "} {"filename":"821c598c-7d9f-4f1d-8c2e-03f6d69c9019.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"In democrazia c’è una fraternità che ci unisce specialmente sulla base del sentimento cristiano; ma c’è anche un sentimento di libertà che riconosce la critica, il valore della critica, quando essa abbia una connessione con la realtà. E realtà significa anche relatività delle cose umane. Noi siamo la generazione viva che si ricorda delle generazioni passate. Questa relatività, questo fluire della storia potrebbe portarci a considerazioni scettiche, ma siamo cristiani e, come tali, abbiamo sempre concepito la vita, sia privata che sociale, come fenomeno di responsabilità davanti a Dio e troviamo in ciò motivo di fiducioso ottimismo per il nostro lavoro. Dobbiamo ricordarci di ciò quando siamo attanagliati dall’ansia di fare, di soddisfare le esigenze che ci si prospettano. La democrazia ha questo di bene e di male, che acuisce le richieste ed aumenta l’urgenza del lavoro per la collettività. È questo senso che ci spinge alla critica. Io domando se noi siamo veramente giusti verso il passato e verso le generazioni passate. Quante volte parliamo della cosa pubblica, di amministrazione. Con un certo disprezzo, soprattutto per i trapassati che non possono difendersi: miserie passate, incapacità, indolenza di governi; poi ci avviciniamo un po’ nel tempo e facciamo la critica dell’attuale amministrazione. Ma un senso di misconoscenza verso le generazioni precedenti per lo più rimane. Noi, in realtà, viviamo, ci sorreggiamo col lavoro fatto dai nostri antenati; quando vediamo nelle amministrazioni italiane ancora tante esigenze non soddisfatte (pensate che c’è ancora il 30% dei Comuni in Italia che non hanno acquedotti) ci domandiamo che cosa hanno fatto le generazioni precedenti per venire incontro a queste esigenze. Ma spesso il lavoro è stato interrotto, non dico dalle alluvioni, come recentemente è accaduto, ma dalle guerre, dagli eventi internazionali, da quegli imprevisti che vengono dall’alto e che alcuni chiamano destino. Quando pensiamo a tutto ciò, dobbiamo saper pensare anche l’opera, lo spirito di sacrificio del quale viviamo e che è lo stesso spirito di sacrificio delle generazioni passate. Ed ecco perché su questo legame si fonda il sentimento della patria e della religione, una generazione è legata all’altra in un’opera di continuità. Questa di oggi è l’opera di una democrazia che è libera, che riconosce gli argomenti della libertà e contemporaneamente lascia che si sviluppi lo spirito critico entro le regole generali che rappresentano la garanzia di uno Stato democratico. Mi pare che una delle caratteristiche della democrazia sia l’insoddisfazione. Il che evidentemente è ragione di progresso, ma per mantenere uno spirito ricostruttivo e di continuità bisogna ricordare quello che è stato fatto. Ora, guardando al presente, io vi dico, come primo responsabile del governo (prego i membri del governo presenti di rendere le loro responsabilità), sì è vero, siamo insufficienti. Io sento questo senso di insoddisfazione; sento che si vorrebbe fare non due volte di più, ma cento volte di più, perché queste sono le legittime aspirazioni, eppure, questo limite umano in che consiste? Consiste nel logorio fisico, nella capacità intellettuale limitata, ma soprattutto nelle difficoltà enormi della trasmissione tra la volontà e l’esecuzione, perché questa trasmissione si chiama amministrazione. Possiamo amministrare con dei discorsi, con la nostra volontà individuale? No di certo. Dobbiamo possedere una organizzazione, dobbiamo avere una amministrazione efficiente perché solo questa porta innegabilmente alla possibilità dell’esecuzione. Ma la nostra amministrazione porta anche il peso degli anni e delle necessità della nostra collettività. Voi vi sentite responsabili di questa amministrazione e portate questa croce, perché l’essere partecipi a questa amministrazione è la vostra croce. Pensate alle recenti alluvioni. La «Cassa del Mezzogiorno» fa progetti per strade ed altri lavori: finalmente si investono i miliardi già pronti. Ebbene, viene l’alluvione e porta via tutto. Bisogna soccorrere i colpiti, bisogna fare le prime opere di soccorso e naturalmente si consuma il denaro previsto per altri lavori. Ora bisogna che questa relatività delle nostre responsabilità sia sentita come un limite alla nostra critica. Naturalmente i nostri avversari – che partono dal punto di vista che sia da demolire quel tanto di ricostruttivo che è stato fatto – hanno bisogno di denigrare e di annullare il risultato conseguito. Ma sarebbe giusto cominciare la nostra discussione, la nostra critica, coll’illustrare, statistiche alla mano, quale era la situazione prima e quale è la reale situazione di quest’anno. Noi abbiamo raggiunto quello che doveva essere fatto, tuttavia non dobbiamo disperare in quanto sappiamo che la relatività di questi progressi è connessa alla nostra natura umana e alle nostre possibilità. Ma allora cos’è che ci spinge nella nostra azione, cosa c’è, nell’attività individuale e collettiva? È il sentimento della patria, che è una concezione della continuità del popolo. Dobbiamo essere giusti, verso noi stessi e verso il passato. Dobbiamo essere uniti in questo nostro sforzo d’azione. Dobbiamo essere responsabili non solo di un Comune o del governo, ma di tutta la nazione italiana, della nostra storia italiana, perché noi anche siamo la storia italiana. Ecco, dunque, questa sensazione del sentimento di patria che deve far fruttificare il passato e gli impegni che assumiamo per il presente e per l’avvenire. E sopra questa continuità, sopra questo flusso storico è la Provvidenza di Dio. In questo crediamo. Che quest’opera che noi facciamo per la nostra nazione non sia un’opera che va perduta dinanzi alla concezione universale e dinanzi ai giudici universali di tutto lo svolgimento della vita collettiva. Crediamo che, come noi bambini sentiamo la responsabilità di fronte al padre, così siamo responsabili di fronte al popolo quando siamo sindaci o assessori comunali, così abbiamo un grande elettore al di fuori e al di sopra di tutti, un grande elettore che ci ha creati, un elemento permanente che è la legge di paternità di Dio nella quale crediamo. Questa paternità d’altra parte corrisponde alla fraternità di tutti, alla fraternità verso il popolo. So che quando mi volgo indietro nella storia e penso ai disastri passati, troviamo la guerra. Ed ecco che quasi tutte le nostre considerazioni, quasi tutti i nostri sforzi (nonostante le affermazioni dei nostri avversari) sono rivolti ad impedire che questa guerra torni, che queste distruzioni si ripetano. Se i nostri sforzi possono essere un merito dinanzi alla paternità di Dio che vuole il progresso umano, se questo sforzo di amministrazione, di responsabilità collettiva può darci, non dico il diritto, ma qualche aspettativa di vederlo un poco esaudito, Signore, pagaci con la pace per mantenere la vita. "} {"filename":"80d47f0e-2954-44e2-8f5e-e5bedb492b16.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Quello che abbiamo vissuto oggi si può dire un’alternativa sconcertante di notizie, ora discrete, ora peggiori, che ci venivano trasmesse dai tecnici idraulici che stanno vigilando l’andamento delle acque. Ma una nota è permanente negli avvenimenti d’oggi: cioè il rilievo che in momenti così difficili lo spirito di sacrificio e l’impegno di tutte le autorità, a cominciare dai vigili, meravigliosi nel loro coraggio e abnegazione, sanno ridestare in noi l’ardore e la speranza. I giornali vi hanno detto del mio incontro all’ospedale di Rovigo: eravamo al pian terreno, dove su lettini e materassi alcuni degenti sfollati attendevano di essere di nuovo evacuati verso, chiamiamolo così, il «retroterra». L’on. Rumor richiamò la mia attenzione su un uomo di mezza età dal volto arso dal sole. Era quel Bellinello che, nel disastro di Frassinelli, aveva perso la moglie e cinque figlioli. Gli strinsi affettuosamente le mani ed egli con gli occhi pieni di lacrime mi disse: «presidente, sono rimasto solo, mi faccia venire in licenza da Palermo ove fa il militare il mio ultimo figlio». Rumor lo interruppe dicendo: abbiamo già telegrafato all’autorità militare. Ed io non ebbi tempo di aggiungere altro che il povero padre, trattenendo con atto di fierezza i singhiozzi spiegò: «Eccellenza, voglio mio figlio solo perché sono caduto in questa angustia. Del resto voglio che egli faccia il suo dovere. So che il paese ha bisogno, e io sono un uomo d’ordine». Mi venne un nodo alla gola, ed altro non seppi fare che abbracciarlo: ma – se mi fossi trovato solo dinanzi a lui – avrei piegato le ginocchia come innanzi al Milite ignoto, perché questo era l’italiano ignoto e ignorato che a pochi si manifesta come mi si è rivelato in quel momento il tipo dell’italiano ideale, che non dimentica il senso del dovere ed è animato soprattutto dallo spirito della solidarietà nazionale. "} {"filename":"93127678-c3cc-4bc7-b90b-5a18507933a9.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Signori, Ringrazio il Signor Morrison per le sue gentili parole e il suo caldo benvenuto. Credo che possiamo dire di aver voltato pagina, e sono felice di potervi lavorare con il Sig. Morrison. Ho avuto molte occasioni di incontrare il Sig. Bevin in passato, e voglio qui esprimergli i miei più cordiali saluti e i miei calorosi auguri. Il Sig. Bevin è sempre stato amichevole, ma il suo compito era di liquidare la guerra e qualche volta mi ha detto «no». Il Sig. Morrison ha la fortuna di cominciare il suo lavoro in un momento in cui la guerra è cancellata e possiamo lavorare insieme per il consolidamento della pace. Siamo sullo stesso lato della barricata e ho ragione di credere che il Sig. Morrison non dirà «no». "} {"filename":"4cea9f11-ddd5-4e5f-ae48-212abec3abc8.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Sono lieto che il pubblico americano possa ora vedere l’Italia di oggi al lavoro, che risolve i suoi molti problemi. I curatori di questo programma hanno viaggiato per l’Italia e hanno liberamente scelto le immagini più significative. Queste daranno l’idea della lotta quotidiana di questo paese per sanare le devastazioni della guerra e stabilire le condizioni di vita indispensabili per la stabilità sociale e la sicurezza contro le aggressioni. Da come potrete prontamente capire da questa breve indagine, anche l’Italia ha avuto a che fare col problema di raggiungere riforme strutturali [anche in campo sociale]. Sono state portate avanti gradualmente ma con determinazione senza esitazioni [il che deriva dal nostro desiderio di giustizia e esse cambieranno infine il volto dell’Italia]. Questa trasformazione sarà velocizzata dall’evoluzione delle industrie italiane. Servite da grandi numeri di lavoratori qualificati le fabbriche italiane, che si stanno modernizzando, sono già in grado di produrre per la difesa dell’Italia e dei suoi alleati. Anche l’Italia può diventare un arsenale della democrazia. La strada da fare è ancora lunga e dura, ma persevereremo finché non avremo raggiunto l’obiettivo: finché la nostra struttura interna, [politica], economica e militare non si sia consolidata fino a diventare un sicuro bastione per le libertà umane, non solo per noi ma anche per tutte le nazioni democratiche e amanti della pace. Sappiamo che nella nostra lotta per eliminare le cause del comunismo non stiamo combattendo soltanto per la nostra libertà e il nostro modo di vita, ma per una causa comune, che è la vostra e la nostra. Avete visto le prove del nostro sforzo comune. Avete visto i risultati raggiunti, le riforme che abbiamo sviluppato, gli organi civili e militari che abbiamo ristabilito. Ma lo schermo non è stato capace di mostrarvi cosa c’è nei nostri cuori e nelle nostre menti. Ecco perché sono qui per dirvi quali sentimenti e motivazioni ispirano cuore e mente del popolo italiano. Sono: anzitutto gratitudine per la generosa cooperazione del popolo americano, secondariamente, riaccesa fiducia nella libertà, infine, fermo proposito di difendere la democrazia e ottenere la giustizia sociale. Dio ci aiuti lungo il nostro cammino comune! . "} {"filename":"dacb3731-be2f-48de-bc2a-2fcb7b6e7b42.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Caro Ammiraglio, ricevo la Sua del 25 giugno u.s. e la ringrazio delle notizie che Ella ha voluto comunicarmi, e che ho appreso con molto interesse, circa la costituzione del Quartier Generale NATO in Italia e dei problemi connessi. Ho preso atto di quanto Ella mi prospetta nei confronti della partecipazione italiana ai vari comandi e della opportunità della nomina di un ispettore finanziario italiano. Tali questioni, come pure quella della nomina di un nostro funzionario che possa disimpegnare il collegamento tra i suoi organi e le nostre Amministrazioni, sono attualmente all’esame dei Ministri degli Esteri e della Difesa e degli altri Uffici competenti. Per la questione della sistemazione delle sedi, di cui Ella giustamente pone in rilievo l’importanza, sono state impartite disposizioni per una soluzione da raggiungersi, con la collaborazione delle autorità locali, quanto più sollecitamente possibile. Su questi diversi punti conto che tra breve Ella potrà avere notizie ulteriori. Nel ringraziarla delle gentili Sue espressioni, mi è gradita questa occasione per riconfermarLe il nostro intendimento di facilitare al massimo la collaborazione tra le nostre Amministrazioni e gli organi NATO posti sotto il Suo comando e di assisterLa nel Suo lavoro. Noi siamo, come Voi, convinti che tale collaborazione ed il felice avviamento della Sua missione siano fondamentali per il buon esito del nostro compito, che è quello di consolidare, con la sicurezza delle nazioni democratiche, la difesa dei nostri comuni ideali. "} {"filename":"329aeb63-818f-4442-b662-9f97d212fdff.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il governo italiano ha sempre considerato con grande interesse e simpatia l’aspirazione di Grecia e Turchia a partecipare al Patto dell’Atlantico del Nord. La posizione geografica di Grecia e Turchia, tenendo conto della situazione internazionale attuale nel Mediterraneo, ha portato il governo italiano alla conclusione seguente: il modo migliore per soddisfare il desiderio legittimo di questi due paesi di ottenere garanzie per la loro sicurezza è di ammettere questi paesi alla NATO. L’importanza del contributo che Grecia e Turchia potranno portare alla difesa del Mediterraneo orientale e del Medio Oriente è tale da essere fuori discussione che questi paesi potranno contribuire molto alla causa comune. Non è necessario ripetere qui le considerazioni che sono state sottolineate nel memorandum inviato dal governo italiano agli altri governi della NATO. Per quanto concerne la struttura dei comandi dopo l’ammissione di Grecia e Turchia alla NATO, il governo italiano è dell’opinione che questo problema abbia soprattutto un carattere tecnico-militare. Il nostro punto di vista è che sarà opportuno procedere passo dopo passo. Devo altresì far notare che noi abbiamo delle difficoltà per quanto concerne la procedura proposta nel memorandum americano per cambiare il testo del patto. Questa riaprirebbe la discussione in parlamento sul patto stesso. La questione della procedura parlamentare non è ancora stata risolta dai nostri esperti giuridici e naturalmente noi dobbiamo mantenere l’approvazione del parlamento. "} {"filename":"26497044-b73c-4e30-9802-71c22f5fece1.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Detroit per me segna la fine di una fase e l’inizio di un’altra nell’interessante giro del Nordamerica in cui mi hanno condotto gli affari correnti. Giunge in chiusura della sessione di Ottawa della Conferenza dell’Atlantico del Nord dove abbiamo discusso questioni di interesse per ognuno di noi, per le nostre famiglie, le nostre case, i nostri paesi. Ma precede la mia visita ufficiale a Washington dove avrò il piacere di scambiare le mie opinioni con quelle degli illustri leader di questo grande paese. Devo cominciare ringraziando dell’invito che mi avete rivolto . Conosco l’ardente interesse che tanti di voi hanno per le questioni di politica internazionale e questo mi fa apprezzare ancor più il vostro desiderio di sentire il punto di vista di un italiano, o meglio di un europeo su queste questioni. Permettetemi di esordire in questo breve discorso con una nota personale: quasi cinque anni fa ho avuto la fortuna di visitare questo paese per la prima volta. L’Italia era recentemente uscita da una gigantesca crisi internazionale, la nuova democrazia italiana si stava lentamente consolidando, costringendo i suoi avversari a mostrare progressivamente il loro gioco e spingendoli alla clamorosa sconfitta che essi soffrirono nelle elezioni del 1948. Anche grazie al generoso aiuto degli Stati Uniti l’economia e le finanze italiane stavano cominciando a riprendersi. Era una ripresa che sembrava un miracolo anche ai più critici osservatori e che ci avrebbe permesso di guardare oggi con maggiore fiducia al futuro, se la minaccia di un nuovo conflitto non ci avesse obbligato a deviare sforzi e risorse dal fine della ricostruzione a quello della difesa. Come ho detto, eravamo all’inizi del nostro lavoro. Allora ho trovato nei miei contatti con il vostro paese e con i vostri leader l’incoraggiamento per l’arduo compito che mi stava di fronte. Nelle franche conversazioni con il vostro Presidente e i membri del suo governo, nella calorosa simpatia con cui sono stato ricevuto nelle vostre città, ho sentito che la cooperazione Americana con l’Italia era una realtà viva e funzionante, un patrimonio su cui il mio paese, che aveva perso tanto, poteva contare. Ho ricordato qui le impressioni di allora non solo perché amo indugiare nei ricordi piacevoli, ma perché la mia visita negli Stati Uniti, nel gennaio 1947, ha coinciso con la fine di quel periodo di incertezza in cui le democrazie occidentali si sono trovate fra la fine della seconda guerra mondiale e la proclamazione della dottrina Truman. Quando, nella primavera dello stesso anno, il vostro Presidente con un gesto generoso, nuovo nella storia, ha chiesto al Congresso i fondi per assistere Grecia e Turchia, ha segnato realmente, nelle relazioni fra i popoli, l’inizio di una nuova era, l’era della «solidarietà internazionale» Se Grecia e Turchia erano minacciate direttamente e immediatamente, una minaccia altrettanto pesante incombeva su altri paesi europei e in particolare su Francia e Italia. La propaganda totalitaria trovava facile terreno nelle masse immiserite dalla guerra, presentando visioni fallaci sul futuro benessere personale e assurdi successi politici. Le democrazie dell’Europa occidentale hanno fatto del loro meglio per bloccare la piena di questa propaganda, ma il loro desiderio sincero era ostacolato da un avversario dotato di armi formidabili. I vostri statisti hanno capito che la solidarietà è positiva e negativa – hanno capito che eravamo nella stessa barca e che abbandonare l’Europa alle forze dell’aggressione totalitaria avrebbe condotto prima o poi all’indebolimento degli Stati Uniti. Così cominciò quel brillante e audace esperimento di solidarietà internazionale noto come piano Marshall. Concedetemi a questo punto di rivolgere un grato pensiero al generale Marshall, allo statista che ha segnato il cammino nel campo della solidarietà internazionale e nel piano di difesa mondiale contro l’aggressione totalitaria. Le conseguenze del piano Marshall per la ricostruzione dell’economia europea, la sua azione nello stimolare e sostenere la democrazia nei paesi liberi sono troppo note a voi studiosi di affari internazionali per illustrarle oltre. Le conseguenze sarebbero state ancora maggiori se, come ho detto, la nostra attenzione non fosse stata rivolta alle esigenze della difesa comune. Anche prima che la minaccia comunista rivelasse i propri fini nell’attacco contro la Corea del sud, siamo stati costretti a prendere delle misure per difendere dai suoi assalti i vantaggi ottenuti con il piano Marshall. Intendo libertà, democrazia e ricostruzione economica. Questa è la ragione per cui i paesi liberi dell’Occidente hanno costituito l’Alleanza Atlantica, il cui alto valore morale consiste nella sua natura difensiva, intesa a prevenire la violenza e a prepararsi per respingere l’aggressione se questa avesse luogo. Questa impressionante organizzazione, creata per garantire la pace, la più grande che il mondo abbia mai visto in tutta la sua storia, è fondata sugli ideali della solidarietà internazionale e sull’uso di tutte le risorse dei paesi membri per lo sviluppo pacifico delle loro istituzioni e la promozione della collaborazione economica e del benessere generale. A questo aspetto del trattato atlantico è stata data grande enfasi nella nostra recente conferenza a Ottawa. Dobbiamo rafforzare le nostre istituzioni democratiche, dobbiamo migliorare le condizioni di vita nei nostri paesi per renderli più capaci di difendersi. Se la democrazia è debole, se ci sono troppi problemi irrisolti, morali, sociali e materiali, può opporre solo una resistenza debole contro l’aggressione, dall’interno o dall’esterno. Molto resta da fare, sia per rafforzare il nostro sistema difensivo sia per trovare i mezzi per finanziare la produzione. Questo è uno dei nostri maggiori problemi. Tutti dobbiamo fare la nostra parte e penso che possiamo affermare che fino ad ora abbiamo fatto uno sforzo immenso. Ma bisogna tenere a mente che le necessità della difesa devono essere viste non solo in termini di soldati e fucili ma anche di più alto livello di vita e benessere sociale. Abbiamo capacità produttiva in manodopera – i nostri disoccupati e i nostri cantieri che rimangono inattivi – che potrebbe essere messa in uso. Se non lo sarà, questo comporterà scontento in patria e una posizione sociale e economica indebolita che è di grande aiuto all’aggressore prima di decidere di attaccare dall’esterno. Se invece sarà usata e ci sarà lavoro per tutti il fronte interno sara più forte e la comunità atlantica trarrà beneficio dallo sforzo di tanto lavoro aggiunto e assistenza tecnica qualificata. Come bilanciare produzione di guerra e bisogni essenziali della popolazione; come dosare assistenza militare e aiuti civili; come raggiungere l’utilizzo più razionale dell’enorme potenziale in manodopera di alcuni paesi in Europa. Questi sono problemi che dobbiamo risolvere e che il Consiglio atlantico ha di fronte. Ma non ci può essere soluzione al di fuori della cooperazione internazionale. C’è stato lo slogan della piena occupazione – un obiettivo meraviglioso che può essere raggiunto in un paese con alto reddito pro capite. Ma nel mondo di oggi non c’è dubbio che i disastri economici si diffondono. Non ci sono compartimenti stagni. Un disastro in un paese prima o dopo si trasmette ad un altro, e questo è il motivo per cui l’unità europea è in questo senso una necessità. Sì, la piena occupazione è anche il nostro obiettivo, non in un solo paese, ma in tutti. Ma prima di poter sperare la piena occupazione ovunque, dobbiamo raggiungere un altro slogan: piena cooperazione. Che significa cooperazione politica e economica e cooperazione nella sfera del lavoro. L’orizzonte internazionale non si è schiarito, ma fra la miseria di tanti che hanno perso tutto e l’incertezza di tanti altri che temono di perdere il poco che ancora possiedono, questa mi pare l’unica vera luce: la disinteressata pratica, paziente e perseverante, in ambito internazionale, di una delle più meravigliose fra le virtù cristiane; la virtù della solidarietà. Signori, venendo qui sono passato per Toronto e ho visitato le vostre favolose cascate del Niagara. Lì ho visto l’enorme potere della natura; qui nella vostra città sono rimasto impressionato dal modo in cui voi a Detroit avete domato gli elementi naturali e li avete trasformati a beneficio della produzione e del pacifico commercio. Queste visioni sono incoraggianti. Mi sembra che con tutta questa energia della natura e con tutto questo potere e abilità che abbiamo di sfruttarla per gli scopi e gli ideali a cui aspiriamo, certamente dobbiamo essere capaci – se siamo determinati e con l’aiuto della vostra efficienza e benevolenza americana – di mettere in piedi una sicura difesa contro l’aggressione e la guerra. Certamente, con tutti questi elementi a nostro favore, possiamo riuscire a garantire la pace e a superare gli ostacoli sul cammino della cooperazione internazionale e dell’organizzazione della sicurezza. So, e così i miei compatrioti, che questi principi non vi devono essere ripetuti, visto che voi avete dato un ottimo esempio nella loro applicazione. Continuiamo su questo sentiero, uniamo i nostri sforzi anche più strettamente. Perché se restiamo uniti eviteremo il disastro per tutti. "} {"filename":"aa17e424-c30d-40fe-9b68-d13746f9d20c.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Signor Presidente, Qualche mese fa a Firenze ho consegnato una di queste statue all’ambasciatore Dunn prima che venisse inviata negli Stati Uniti. Ora qui abbiamo di fronte a noi tutti e quattro i gruppi. E penso che essi raffigurino il quadro generale dei nostri incontri e della mia visita negli Stati Uniti. Perché vi sono ritratti l’elevazione spirituale, le arti, l’agricoltura, il coraggio e il sacrificio. Tutto ciò rappresenta certamente lo sviluppo materiale e spirituale dell’uomo, la sua umanità, le sue tradizioni e la sua libera determinazione di difenderle se sono minacciate. Questo è il nostro comune obiettivo e l’obiettivo della nostra Comunità atlantica. Ma esse rappresentano qualcosa di più: intendo la gratitudine di noi italiani per la generosità del popolo americano. Queste statue, ragguardevole espressione dell’arte moderna americana, sono state fuse e rifinite in quattro differenti città, Napoli, Firenze, Milano, Roma da artisti e lavoratori provenienti da ogni parte d’Italia, alcuni dei quali sono con noi oggi. Assieme, questi gruppi rappresentano non solo il dono di un governo, ma l’azione e il contributo specializzato dell’industria e del lavoro italiani che sono stati aiutati così efficacemente in tutto il paese dall’assistenza del piano Marshall. Questo aiuto non è che una delle molte prove dell’amicizia degli Stati Uniti. Sarebbe facile per me ricordarne altre. Basta ricordare le prove che abbiamo ricevuto in questi giorni sul fatto che possiamo contare sull’effettiva e simpatetica cooperazione del popolo americano rappresentato dal suo presidente e dal suo governo. Con lei, signor Presidente, e con il suo governo abbiamo infatti esaminato molti problemi complessi che vanno dalla cooperazione economica e finanziaria fra i nostri governi alle richieste legittime dell’Italia e alla soluzione di quello che forse è il problema più importante: la sovrappopolazione. Nel quadro della nostra stretta collaborazione e cordiale amicizia la soluzione di questi problemi ha sperimentato ragguardevoli progressi nel corso delle conversazioni dei giorni scorsi. Voi e noi, nell’affrontare e risolvere questi problemi, aspiriamo soprattutto a ottenere una migliore sistemazione generale che vada a vantaggio degli interessi della comunità delle nazioni libere. Non possiamo comunque sottovalutare il fatto che questa amicizia genuina, leale e costruttiva fra i nostri due paesi è uno degli elementi più promettenti in questi tempi tormentati. È quindi con piacere che, per conto del presidente della Repubblica italiana e del mio governo e – ne sono certo – di tutti gli italiani in Italia e nel mondo, le offro, Sig. Presidente, questo segno di profonda gratitudine. Nel contempo formulo il sincero desiderio che il suo paese e il mio, sotto l’insegna della libertà e della giustizia e nella prosperità possano sempre lavorare insieme per la democrazia, il progresso e la pace. "} {"filename":"3a40a52f-3538-43ba-a922-1160016165d2.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Ho consegnato oggi a tuo nome al presidente Truman le statue di Arlington. Avrai già avuto notizia del magnifico discorso che il presidente ha pronunciato in risposta al mio indirizzo. Debbo aggiungere che anche in via privata il presidente Truman mi ha espresso la sua riconoscenza avendo parole di affettuosa comprensione ed interessamento. Credo di poter annunciare che il viaggio ha pienamente raggiunto i fini sperati. Cordiali devoti saluti "} {"filename":"f18f8178-c58f-4360-b42a-725b48dc004d.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Nei prossimi giorni […] saranno trasmesse alle rispettive Cancellerie delle note richiedenti alle Potenze firmatarie del trattato di pace che venga presa in considerazione la richiesta italiana di revisione del trattato. […] De Gasperi ha precisato che il governo italiano chiede il ripristino completo della sovranità e autorità dell’Italia e la assoluta uguaglianza dei diritti. L’Italia […] chiede inoltre di poter disporre di tutti i mezzi che sul piano interno limitano ancora l’esercizio dei diritti e dei doveri dello Stato specialmente rispetto ai problemi della difesa. Rispondendo a un’altra domanda, egli ha affermato che nella organizzazione delle sue forze difensive l’Italia è ancora al di sotto dei limiti impostile dal trattato di pace ed ha aggiunto che perché il governo italiano consideri giuridicamente valida la revisione del trattato, esso non attenderà che tutti i firmatari si dichiarino d’accordo ma si riterrà soddisfatto anche di una maggioranza adeguata. De Gasperi si è dichiarato soddisfatto delle riunioni dei giorni scorsi. Interrogato circa il problema di Trieste egli ha affermato che il punto di vista italiano è stato ben compreso a Washington. Interrogato circa il meccanismo internazionale grazie al quale potrebbe essere affrontato il problema dell’emigrazione italiana, De Gasperi ha ricordato la prossima apertura a Napoli di una conferenza convocata dall’ILO alla quale parteciperanno 32 nazioni e nel corso della quale sarà ampiamente studiato il problema dell’emigrazione italiana. "} {"filename":"4c6d37be-3415-4153-9064-e9a47f7c39b5.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Reverendo padre rettore, signore e signori, le mie prime parole sono parole di ringraziamento, di profonda gratitudine per il grande onore che avete deciso di concedere a me e, attraverso me, al mio paese. Ho fatto una lunga strada per ricevere questo diploma e, poiché voglio apparire a voi come uno studente modello, penso che dovrei dirvi che queste ultime tre settimane che ho trascorso sul vostro meraviglioso continente prima di presentarmi a voi sono state per me molto simili ai periodi – che tutti voi conoscete bene – che precedono gli esami. Sono periodi di duro lavoro, temo, soprattutto per gli studenti che non sono stati molto diligenti durante l’anno accademico. Sono stato molto diligente in queste tre settimane ma confesso di non aver concluso la mia tesi. E questo mi conduce al secondo punto che, ancora, è una nota di gratitudine. In politica – come in ogni passo della vita ma soprattutto in politica – ci si trova così assorbiti dalle incombenze quotidiane che ci si trova a desiderare ardentemente di tornare alle scienze umane per elevarsi intellettualmente. Ci si sente inaridire e si ha bisogno di abbeverarsi alle fonti. Per questo vi sono nuovamente grato: perché mi avete chiamato a indugiare un attimo presso questa grande fonte di conoscenza, uno dei molti istituti in cui la Compagnia di Gesù porta avanti il suo splendido lavoro. Sì, viene in mente ciò che accade nei giorni da studenti. Allora studiamo assiduamente e instancabilmente – almeno lo spero – per «la vita», e attendiamo con ansia di provare le nostre forze lungo le sue strade rumorose: e ancora quando raggiungiamo il nostro scopo, spesso ci sentiamo persi. Ci chiediamo quali siano i veri valori, questi o quelli, e decidiamo che di quando in quando dobbiamo farvi ritorno. L’insoddisfazione è segno dell’aspirazione dell’uomo a cose più stabili, è un segnale della natura temporale dell’uomo. Spiega il nostro amore per i cambiamenti, che si applica alle vite degli uomini e delle società e forse spiega i destini alterni di nazioni e civiltà. È la legge dell’ascesa e del declino degli imperi che a sua volta conduce alla legge del dare e avere, della collaborazione fra uomini che uniscono i loro sforzi e contribuiscono, ognuno con ciò che possiede, al benessere di coloro che non hanno nulla e alla felicità di tutti. Questo è il pensiero che mi sorge quando penso ai nostri due continenti. Sono stato onorato come ospite del governo americano. Sono stato accolto caldamente in molti luoghi e ovunque ho ricordato i legami che ci uniscono e il contributo di civiltà che noi italiani abbiamo dato nel corso dei secoli. Voi in America avete contribuito molto a salvare questa civiltà. Ma non è stata semplicemente una crociata in armi, di cui la storia è piena. C’è qualcosa di assolutamente nuovo nella vostra politica. È non solo il raggiungimento ma anche il mantenimento della sicurezza e della pace. Anche gli antichi crociati partirono coraggiosamente alla ventura per conquistare o salvare con la forza delle armi. Ma lì terminava il loro compito e quando le arti di guerra fallivano il successo non poteva essere assicurato altrimenti. Invece la moderna politica americana è andata molto oltre. Gli eserciti di liberazione sono stati seguiti dal consolidamento della democrazia attraverso la ricostruzione economica e – questo è lo sviluppo più recente – attraverso un’organizzazione per la sicurezza su larga scala. Questo è il motivo per cui l’Europa è in debito con gli Stati Uniti. Ora stiamo ricostruendo: noi promotori dell’unità del nostro continente abbiamo questo ideale perché siamo sicuri che un’Europa unita sia in posizione migliore per far progredire ancora il mondo moderno come ha contribuito a costruire quello antico. Sono caduto nuovamente nella politica, anche se avevo cominciato su un’altra linea. Ma questo prova come la politica oggi sia strettamente collegata con tutti i valori della nostra vita. I valori morali oggi sono in pericolo come mai sono stati prima e, per quanto io non ne sia degno, mi piace pensare di essere arrivato qui sulle orme dei miei concittadini che di nome fanno Sabetti , Sestini , Pappi e Mazzella , studiosi del mio paese, santi e maestri, che tanto hanno contribuito a porre le fondamenta delle vostre grandi scuole. Non sono certo venuto a raccontrarvi cose che sapete già, ma a dirvi che noi in Europa consideriamo i valori morali sopra ogni altra cosa. Che la civiltà cristiana è per noi la base della democrazia in cui crediamo e per cui abbiamo messo in gioco ogni cosa. Che saremo al vostro fianco se voi siete al nostro fianco in questa grande impresa di metterla al sicuro e difenderla da quelli che la vogliono distruggere. Le armi devono essere necessariamente i nostri strumenti, ma la pace deve essere la nostra parola d’ordine. Non c’è dubbio che dobbiamo essere pronti ad affrontare un’aggressione, ma dobbiamo essere altrettanto convinti che il nostro primo dovere è di prevenirla e evitarla. So che condividiamo questa convinzione. La mia visita negli Stati Uniti termina qui a New York con questo incontro. È cominciata tre settimane fa a Ottawa dove abbiamo discusso l’organizzazione della nostra sicureza e sento che non ci poteva essere una conclusione più appropriata che qui, in questa centenaria sede cattolica di conoscenza, dove insegnate che l’Essere Supremo non è solo giustizia perfetta ma anche amore perfetto. Questa dovrebbe essere l’ispirazione che ci guida nel nostro compito odierno. Saremo fermi nella nostra determinazione di resistere alle forze dell’aggressione, ma il nostro scopo non è l’imposizione violenta di alcuna dottrina o ideologia: è libertà per tutti e cooperazione fra uomini che accettano la regola democratica. "} {"filename":"a54a1d7f-815c-46dd-99e9-527850e4fd69.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Signor Vicesindaco, signore e signori, mi rincresce per l’assenza dell’amico Impellittieri , che ho avuto la fortuna di incontrare al mio arrivo a New York. Spero di vederlo anche prima di voi, al mio ritorno in Italia. Oggi, signori, è stato un giorno di calda amicizia. New York sa come dare il benvenuto ai propri ospiti, e porterò con me una impressione durevole di quanto ho visto e sentito. La vostra gentilezza non è stata solo ufficiale, poiché a ogni angolo e in ogni strada ho incontrato volti e parole amiche. Per questo so che c’è sincerità nella vostra accoglienza. E la sincerità è ciò che più ci dà coraggio. Oltre alle concrete conclusioni dei nostri incontri, ho ricevuto molte assicurazioni di amicizia e aiuto nel corso di questa visita ufficiale negli Stati Uniti, e ora so che posso contare sulla verità di ciò che ho udito. Abbiamo esposto tutti i nostri problemi e illustrato l’enorme contributo che possiamo dare alla causa comune se essi saranno risolti. Abbiamo bisogno del vostro aiuto per potervi a nostra volta aiutare. Per contribuire a costruire la nostra forza, a aumentare il nostro benessere e assicurare la pace. Signori, nel rinnovarvi il mio apprezzamento per la generosa ospitalità di questa magnifica città e specialmente per il sentimento di amicizia che vi sta dietro, brindo a che questi ideali restino comuni a tutti noi. "} {"filename":"60eb8bea-f9fb-47de-9ba3-60b6e5a0d8ff.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Quali impegni sono stati presi dall’Italia alla conferenza di Ottawa? Si è detto che l’Italia, rappresentata oltre che da Lei anche dai ministri Pella e Pacciardi, abbia assunto impegni militari. Qualsiasi decisione sull’entrata della Grecia e della Turchia nel Patto atlantico è riservata al Parlamento. Il Governo presenterà a suo tempo la relativa risposta. Ad Ottawa sono stati espressi dei pareri e non sono state prese decisioni. Naturalmente noi pensiamo che l’associazione di queste due potenze mediterranee possa costituire un elemento di equilibrio tra le forze avverse e quindi un argomento di più per scoraggiare l’aggressione. Ad Ottawa si è parlato molto più di pace che di guerra. Questa viene considerata una eventualità deprecabile da scongiurarsi con ogni mezzo, non come una possibilità. Ad Ottawa è stato compiuto un particolare sforzo per allargare ed approfondire il Patto atlantico, aggiungendo alla convenzione di difesa comune l’impegno di un programma e di una attività comune ricostruttiva e pacifica. È uno sviluppo che alla conferenza di Roma continuerà [con i] rapporti politici, sociali ed economici. Questo sviluppo è previsto dallo statuto e si sappia che fu proprio in Canadà che tale formula nacque. Che impressione ha riportato circa l’alternativa pace o guerra? In Canadà e negli Stati Uniti – che pure sono impegnati nel conflitto coreano – si parla meno di guerra che in certi Paesi d’Europa. Si esprime la volontà di tenere lontano con ogni mezzo un terzo conflitto mondiale, ed a tale scopo si ritiene necessario raggiungere un certo equilibrio delle forze militari, ma non si pensa alla guerra come ad un fatto probabile, né tanto meno, come ad un mezzo per risolvere i problemi internazionali. Io ho potuto accertare tale pensiero anche al Congresso, trovando una completa adesione. Può aggiungere qualche dichiarazione a quanto già detto dei colloqui di Washington? Bisogna avvertire che il mio incontro costituì il centro delle conversazioni e che esse furono preparate, per quanto riguarda il settore economico e finanziario, dal collega Pella e dai suoi collaboratori e accompagnate dai colloqui informativi del ministro della Difesa e, per qualche parte dal ministro La Malfa . Si è trattato anzitutto di fissare i termini concreti delle nostre richieste circa gli aiuti militari in attrezzature, materiali, macchine, utensili. Tutto ciò avvenne presso i dicasteri competenti e nelle discussioni con i funzionari americani. Non si è potuto arrivare a cifre conclusive perché mancano ancora le decisioni definitive del Congresso, ma per quanto riguarda l’amministrazione sono stati compiuti grandi progressi sia per l’accertamento delle esigenze che la disponibilità dei mezzi e la concretezza delle soluzioni. Ciò vale soprattutto per il problema della mano d’opera, sia nello sviluppo delle nostre possibilità interne sia nell’organizzazione dell’emigrazione. L’impegno del Governo è espresso con tutta chiarezza nel discorso pronunciato dal presidente Truman, là dove egli dichiara di volere provvedere ad un organismo internazionale di finanziamento per l’emigrazione e dove promette di sviluppare le commesse alle fabbriche italiane. Questo impegno solenne sta già dando i suoi frutti e me ne ha dato assicurazione personalmente il ministro della Difesa Lovett , il quale prossimamente verrà anche in Italia. E circa le materie prime? Una serie di domande concrete sono state presentate riguardo alle materie prime, alle macchine, alla siderurgia, agli impianti termoelettrici, ai trasporti, ecc. e in generale sono state ottenute assicurazioni tranquillizzanti. Infine è stata esaminata la bilancia dei pagamenti ed è stata prospettata la situazione del bilancio statale. Parallelamente si è proceduto a svolgere le formalità conclusive riguardanti il prestito della Banca Internazionale. È stato già comunicato che il prestito per lo sviluppo delle industrie dell’Italia meridionale è concepito come un prestito rateale per dieci anni, e cioè per il periodo della durata del programma per il Mezzogiorno, e che sarà per il primo anno di dieci milioni di dollari. Nello stesso tempo in una conversazione avuta dal ministro Pella e da me col direttore della Banca Internazionale, Black , è stata presa la decisione di principio di estendere l’interessamento della Banca ad altre categorie di esigenze italiane: la media e la piccola industria, le imprese elettriche ed i metanodotti. Conversazioni concrete per la prima categoria sono già iniziate e verranno continuate prossimamente in Italia. Si tratterà di creare un organismo di banche italiane, a disposizione del quale la Banca Internazionale metterà fondi per il sovvenzionamento delle piccole industrie. Cosa può dire a proposito dei problemi politici? I due problemi politici principali da affrontare sono stati quelli della revisione del trattato di pace e quello del territorio libero di Trieste. A proposito di tutti e due abbiamo parlato con molta energia e franchezza. Quello del trattato può dirsi sostanzialmente risolto, benché si debba ancora percorrere la via procedurale. Politicamente e moralmente siamo a posto. Che si vuole di più, per la nostra rivalutazione, della dimostrazione evidente di come la più grande potenza del mondo accoglie e festeggia i rappresentanti dell’Italia democratica? Al Congresso, alla Casa Bianca, a Washington ed a New York gli onori che ha avuto l’Italia sono stati straordinari e commoventi. Intorno alle cerimonie ufficiali c’è stata un’atmosfera di simpatia e di entusiasmo mai avuta prima, qui, dall’Italia. Anche lei ne è stato testimone. Il caldo e fraterno discorso di Truman ne costituisce il documento più prezioso. Su questa base bisogna lavorare incessantemente per costruire ed ampliare l’edificio della pacifica amicizia tra l’Italia e l’America. Per quanto riguarda Trieste, abbiamo ottenuto quello che potevamo e speravamo di poter raggiungere. Nessuno avrà creduto alla possibilità che a Washington si volesse e si potesse «imporre di forza» alla nostra controparte una soluzione. Ma siamo certi di aver convinto gli americani della equità della soluzione da noi desiderata. Siamo certi che è stato riconosciuto pubblicamente che le nostre aspirazioni sono legittime e ragionevoli e che il loro soddisfacimento non è contro, ma a favore del rafforzamento della comune difesa. E che considerato dal punto di vista delle sue origini e della sua finalità il problema merita e richiede tutto l’interessamento che una grande nazione deve rivolgere ad un grande problema. Abbiamo la sicurezza – ha concluso l’on. De Gasperi – che tale interessamento non verrà meno fino a che il problema non sarà risolto. Confidiamo dunque in noi stessi, nei nostri amici, nella nostra giustizia della causa che è da sperare che apparirà tale anche a coloro che oggi l’avversano. "} {"filename":"446ec0e9-460b-4246-80a6-bd41d23647b9.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il discorso del presidente Truman e la proposta presentata all’ONU dalle democrazie, rappresentano un grande contributo alla causa della pace; ancora una volta esse offrono la possibilità di assicurare al mondo, mediante un effettivo disarmo, una pace duratura e una vera collaborazione fra i popoli. La questione del disarmo è posta in modo estremamente chiaro: chi desidera sinceramente la riduzione degli armamenti e l’interdizione della bomba atomica non può opporsi al censimento delle forze militari e a un effettivo controllo dell’ONU sulla limitazione delle armi. Noi auspichiamo che la volontà di pace dei popoli sia rispettata e induca gli uomini responsabili ad aderire alle proposte delle democrazie occidentali. "} {"filename":"5e37f969-74d3-4d68-9874-4db9c960e009.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Uomini dominati dalla complessità della storia che sentono i limiti dello sforzo umano. Fede nel proprio ideale e nella forza delle energie spirituali, nella volontà organizzativa che unisce e conquista gli spiriti, armandoli\/munendoli di mezzi materiali. I popoli non seguono, se non sono presi da un’idea profonda, non reggono se non sentono che la via porta alla giustizia sociale. Ideale profondo è la pace costruttiva: costruzione nella pace, non inerzia e paralisi a difesa di posizioni di classi privilegiate o comunque acquisite: questa pace dinamica, progressiva ha bisogno di un motore interno, che è la fraternità, il fermento della civiltà occidentale che è dilatazione del benessere verso il popolo, sete di giustizia verso le rivendicazioni dei poveri, fermento evangelico che agisce sotto varie guise e di cui la libertà delle coscienze, conquistata qui in Roma, e di cui le vestigia sono monumentale ricordo, sono alle origini della libertà politica e della maggiore consapevolezza della dignità della persona. Ad essa corrisponde la organizzazione democratica dello Stato. Bisogna dire e ripetere che questa è la pace che noi difendiamo e vogliamo; e che la guerra vogliamo evitare soprattutto perché porta alla compressione della libertà, all’instaurazione della tirannia. Il PA è patto di pace nella libertà e nel libero sviluppo verso la giustizia sociale e giustizia internazionale – fra i popoli. Il PA militare è uno strumento di questa pace operosa. Niente deve essere trascurato che possa incidere nelle menti tale concezione ed è propaganda controproducente quella fatta solo in termini di forza o di interessi. Quanto più ribadito questo concetto, tanto più facile adesione parlamenti, spirito popolare specie in Europa, che deve ritrovare se stessa – fu una guerra civile; non si può difendere una civiltà contro altri, se non siamo d’accordo fra di noi sulle linee essenziali che bisogna difendere, sulle finalità del nostro progresso politico e sociale; l’impero romano cadde di fronte ai barbari perché non aveva più una sintesi morale unitaria e le classi sociali non vi vedevano un regime che assicurasse il libero sviluppo verso la giustizia. Questo sforzo verso concezione universale sentimmo vibrare a Ottawa, e voi certo ne riferirete, e ringraziamo America e Canada che vengono a ricordarcelo, ma soprattutto ad aiutarci a ricostituire le forze della Democrazia, in duplice maniera: sociale (Piano Marshall) e militare, cioè difensiva. Virtù militari: Eisenhower, democratiche, cioè ordine e libertà, riconoscimento delle norme di convivenza. Gioventù: merita lo sforzo difensivo, perché senza di essa gli ideali delle nazioni, delle loro missioni storiche, delle caratteristiche provvidenziali vanno perdute. Ringrazio il senso di solidarietà espresso da Pearson. Solo 1\/5 della superficie è pianura, di questa solo la Padana ha notevoli dimensioni fra le Alpi e gli Appennini. La nazione reagisce alla sventura; abbiamo chiesto un sacrificio a censiti, chiederemo ai risparmiatori per sviluppare una grande azione riparatrice e preventrice. Ma saremo grati ad ogni solidarietà fattiva internazionale, art. 2. Comunità. Aiutateci a ricostituire le nostre condizioni di vita nella nostra alimentazione e produzione, a divenire socio robusto e capace della comune difesa. Lieti dell’iniziativa presa dagli U.S. e occidentali pace; la Conferenza,sempre pronta a qualunque serio tentativo di pace, alla pace sempre vuol servire ricostituendo e organizzando le nostre pur deboli forze della difesa, perché in un miglior equilibrio possano far leva tutti gli uomini di buona volontà che vogliono risolvere pacificamente le questioni pendenti. "} {"filename":"d779ac63-31e7-4bec-820c-336c3448dd49.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Signor Presidente, Signori Delegati al Consiglio Atlantico, è per me un gradito onore porgere, a nome del Presidente della Repubblica, del Governo Italiano e mio personale, il saluto augurale a voi tutti rappresentanti della Comunità atlantica, riuniti in Roma. (Permettetemi di aggiungere un saluto anche ai rappresentanti, in qualità – spero per brevissimo tempo – di osservatori, della Grecia e della Turchia) . Noi iniziamo questa volta i nostri lavori a Roma, dove millenni di storia e di alterne vicende stanno a dimostrare che soltanto nella libertà e nella fede possono essere attinte le forze morali necessarie per difendere il comune patrimonio di civiltà. Terminata la seconda guerra mondiale, che fu per l’Europa una guerra civile, i nostri Paesi si accinsero concordi ad un’opera di ricostruzione e di progresso: nell’anima dei popoli fioriva la speranza che si aprisse per tutti un’epoca di civile, pacifica e libera convivenza. La triste evidenza dei fatti ci convinse invece ben presto, troppo presto, che da parte di altri si contava sulla forza per imporre una politica minacciosa di sovvertimento interno e di aggressione dall’esterno, e che la nostra debolezza lasciava in pericolo la pace e la nostra stessa esistenza come popoli liberi e democratici. Gli uomini responsabili ed i popoli del mondo occidentale furono costretti allora a riconoscere che se volevan salvare il loro modo di vivere occorreva che fossero in grado di difendersi. Inevitabili erano i sacrifici che questa decisione doveva portare, tanto più gravi moralmente e materialmente in quanto il mondo era appena uscito da una guerra le cui ferite non erano e non sono ancora compiutamente rimarginate. Ma ognuno di noi, come ognuno dei nostri popoli, si è deciso a sopportarli perché è consapevole che dal complesso dei nostri sforzi, da quelli più grandiosi dei più ricchi, a quelli più penosi dei più poveri, deriva la sicurezza di tutti e la migliore garanzia del mantenimento della pace. Né a questo soltanto tende la Comunità atlantica che stiamo a poco a poco costituendo. Al riparo della sicurezza contro ogni pericolo esterno, noi abbiamo la speranza che dalla nostra collaborazione sorga per i nostri popoli un avvenire migliore, un avvenire che affratelli sempre più le nazioni che qui noi rappresentiamo, che rimuova ogni sociale ingiustizia, che elevi il tenore di vita dei paesi meno dotati dalla fortuna, e tutti ci accomuni in un’opera grandiosa di progresso. Signor Presidente, Signori Delegati, questo nostro lavoro di crescenti responsabilità, che in proporzione sempre maggiore influenza la vita dei nostri popoli e che ci chiama ad una nuova riunione a così breve distanza dal nostro incontro sull’ospitale suolo canadese, attira su di noi sempre più l’attenzione del mondo intero e l’aspettativa ansiosa e fiduciosa dei popoli. Roma, vocata a idee universali da tempi immemorabili, si unisce a me nel formulare il voto che tale attesa non vada delusa e con me vi dà il benvenuto più cordiale. a) Ma, come disse a Ottawa il Primo Ministro St. Laurent quando inaugurava la settima sessione del Consiglio atlantico: «Purtroppo la pace non è da tutti considerata come il più grande dei beni. Purtroppo vi sono individui, Stati, coalizioni e sistemi di governo per i quali il ricorso alla forza sembra essere una necessità». b)Era sorto così il semplice concetto di difesa militare, direi fisica, in cui si era concretato il nostro primo istintivo impulso suscitato dall’impressionante sistema di schieramento politico militare orientale. Tale schieramento era ed è fondato su 23 accordi internazionali tutti anteriori al nostro e 17 dei quali anteriori perfino al Patto di Bruxelles, che fu uno dei primi esempi di difesa comune tentato in Europa dopo la guerra. A Ottawa allargammo questo criterio: sviluppammo ulteriormente il concetto di difesa pura e semplice verso quello più ampio della comunità atlantica: concetto già consacrato nel testo del Trattato (art. 2) e che ne costituisce quasi una premessa. Il carattere difensivo della nostra organizzazione non è, si chiarì, solo militare: poiché noi siamo convinti che le nostre libere istituzioni vanno difese col rafforzamento della stabilità e del benessere all’interno. Più saranno forti i singoli organismi democratici, meno arduo e minore lo sforzo per difenderli. Il cittadino sarà veramente capace e risoluto a difendersi se il suo livello di vita sarà migliorato. Ma comporta questo dei problemi solubili solo su un piano internazionale: la cooperazione internazionale in seno alla nostra organizzazione è la chiave per superare ogni problema, perché nessun problema, sia di difesa pura e semplice, sia politico, sociale, economico, può dirsi soltanto nazionale, cioè circoscritto ad un solo paese. In queste settimane abbiamo assistito in Italia alla triste devastazione, per opera della natura, di intere zone, tra le più ubertose che noi possediamo. Più tragiche le perdite di vite umane e le prospettive di coloro che rimangono, privi della casa e dei mezzi di lavoro; preoccupante la situazione per i suoi riflessi sulla nostra economia. Ma in questa sventura che si è abbattuta su di noi vi sono due elementi da cui dobbiamo trarre conforto e fede per l’avvenire: l’unità della Nazione, unità di sentimenti e di slancio attivo, di fronte al pericolo e alla ancor persistente minaccia; e la solidarietà internazionale delle nazioni amiche che hanno dimostrato quale sia il loro senso della comunità. Unione interna e cooperazione internazionale che debbono entrare in funzione ogniqualvolta le circostanze lo richiedano: due elementi che in ciascuno dei nostri paesi debbono completarsi e integrarsi a vicenda perché l’una senza l’altra non basterebbe a difenderci. Sono gli elementi che sono a base della nostra comunità: che potrà dirsi perfetta quando, rinsaldate, col rafforzamento delle strutture interne, le singole entità nazionali, e completato il nostro sistema di cooperazione difensivo ed economico, potremo guardare sicuri all’avvenire e riprendere con vigore e serenità le opere della pace. Signori, è a questa finalità che io con voi guardo, con l’augurio che questa sessione dei nostri lavori sia una notevole tappa nel compito che ci siamo prefissi. "} {"filename":"38dab36a-eb13-430a-bbf0-4e80010d8390.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il nuovo che si vuole creare non rinnega il passato ma lo perfeziona, lo integra. Nella voce più ampia dell’Europa sarà presente la voce materna dell’Italia nostra […] Ai numerosi rappresentanti della stampa italiana ed estera l’on. De Gasperi ha parlato dei risultati della conferenza di Parigi. L’importanza del trattato che si sta preparando è stata sottolineata dal presidente del Consiglio: Non si tratta – egli ha detto – di fare uno dei soliti trattati di non aggressione fra due Stati, ma soprattutto di un trattato di pace fra gli Stati europei. Questo è il problema principale: l’impedire attraverso una federazione o confederazione europea, che si determinino nuovamente, ad esempio motivi di attrito e di revanche tra la Francia e la Germania, sarebbe già un grande risultato. Ma il nostro trattato si propone una meta più alta; esso sarà un trattato di pace perché poggia su uno strumento di pace, perché è garantito dal fatto che i Paesi membri hanno un esercito in comune. Questa meta è tanto alta che merita ogni nostro sforzo e il conseguirla potrebbe da sola chiudere la nostra attività come generazione politica. Non si tratta poi soltanto di impedire la guerra fra noi ma anche di formare una comunità di difesa, che abbia a suo programma non di attaccare, non di conquistare ma solo di scoraggiare qualsiasi attacco dall’esterno in odio a questa formazione dell’Europa Unita. A questo punto l’on. De Gasperi ha detto: L’altro scopo di allargare la comunità dei beni, dei mercati, del lavoro, compito gigantesco invero. Non è possibile trovare la soluzione dei nostri problemi nell’ambito nazionale, ed occorre trovare nuovi sbocchi, acquisire uno spazio di vita. Questi sono sforzi legittimi. Il presidente del Consiglio ha così continuato: E allora, cosa vogliono coloro che parlano di clericalismo, coloro che riprendono il concetto dell’impero di Carlo Magno a proposito di questanostra federazione che si basa sul principio del suffragio universale? Questa federazione non sarà mai una congrega ristretta dal punto di vista confessionale. Si è fatto dell’ironia – ha detto poi l’on. De Gasperi – sul mio incontro con il gen. Eisenhower. Io mi sono felicitato per il fatto che Eisenhower, venuto in Europa dopo aver lasciato la presidenza della sua Università, abbia subito compreso il problema europeo. Egli in sostanza ci dice: se volete resistere non soltanto di fronte alla Russia, ma anche di fronte all’America, voi dovete unirvi. Eisenhower ha già un esercito di coalizione, secondo i piani della NATO; ma noi – nei nostri sforzi per la federazione europea – ci richiamiamo agli esempi della nostra storia, ai precursori come Mazzini e Cattaneo e tanti altri. E allora, di fronte alla campagna che si svolge da qualche parte, dovremmo dire che anche Mazzini era filo-americano perché voleva la federazione europea? E poi, la guerra ci ha insegnato qualche cosa stavolta. Subito dopo la guerra, si è formato un movimento Federalista Europeo, ed io – per il posto che occupavo – fui fin dal principio chiamato a far parte del Comitato Direttivo; ciò, dunque, fin dall’immediato dopoguerra. Non mi si venga, ora, a dire che ho inventato questa idea per servire l’imperialismo americano. A tale proposito, l’on. De Gasperi ha ricordato quanto disse nel settembre scorso al Congresso degli Stati Uniti circa la necessità che l’Europa sia organizzata in modo stabile: Ma noi – egli ha soggiunto – abbiamo fede in questa nuova costruzione, perché abbiamo fede nel popolo italiano, nelle capacità nazionali che non si perdono neanche nell’emigrazione, ma anzi si valorizzano, si rafforzano. È soprattutto alle classi lavoratrici che dobbiamo pensare, perché vogliamo per esse migliori condizioni di vita. Ma senza la realizzazione di una comunità Europea non arriveremo mai – malgrado ogni sforzo – a determinare ciò. Riferendo sui progressi fatti a Parigi negli accordi sulle clausole principali del progetto di trattato per la comunità europea di difesa, l’on. De Gasperi ha detto: Alla riunione di Strasburgo (l’11 dicembre) avevamo davanti a noi una bozza di trattato elaborato in quasi un anno di lavoro, alla Conferenza degli Esperti a Parigi. Il Trattato consta di circa 80 articoli. A Parigi abbiamo fatto grandi e reali progressi nell’accordo sulle più importanti clausole istituzionali di questo trattato anche se rimangono in piedi molte questioni da risolvere. Il Trattato aveva un preambolo di carattere federalista, ma poi questo aspetto era relegato un poco in secondo piano. Viceversa, a Parigi abbiamo cercato di rovesciare l’impostazione del trattato inserendovi precisi impegni e anche precise scadenze al fine di garantire lo sbocco federativo, per quanto più possibile, salvo naturalmente le prerogative dei Parlamenti per ciò che concerne il periodo prefederale. È infatti risultato chiaro che: 1)i popoli sono pronti a sacrifici della propria sovranità nazionale, purché ciò sia a favore di una effettiva unificazione europea; 2)che una vera unità organica dell’esercito non è possibile senza una graduale unità politica, la quale a sua volta può resistere soltanto se è contemporanea ad un processo di unificazione economica. 3)Perciò a Strasburgo la delegazione italiana propose che la Comunità di Difesa fosse dotata fin da principio di un organo a carattere parlamentare, e cioè di una Assemblea. Infatti un’Assemblea sarà uno degli elementi costitutivi della struttura federale accanto ad un organo nel quale siano rappresentati gli Stati: il Consiglio degli Stati. A Parigi abbiamo cercato di evolvere e sviluppare la situazione ed abbiamo fatto passi avanti. Infatti l’Assemblea oltre alla sua funzione come organo della Comunità di Difesa, dovrà terminare entro sei mesi dall’inizio della sua attività il progetto di costituzione federale o confederale. I Governi, poi, avranno tre mesi per ricevere e deliberare sulle proposte dell’Assemblea. Simultaneamente anche i Governi, per proprio conto condurranno avanti gli stessi studi in modo che l’azione di avviamento della Federazione proceda su due binari che si rafforzeranno reciprocamente. Così si porta sulla scena la prospettiva federale che dovrà sostituire le forme costituzionali attuali. Risolti questi punti, è stato più facile l’accordo sugli organi della Comunità per il periodo prefederale, organi che saranno: 1)una Assemblea provvisoria; 2)un Commissario che sarà collegiale; 3)un Consiglio dei Ministri che rappresenti nel periodo di passaggio le sovranità nazionali. All’Assemblea è stato dato l’incarico anche del coordinamento col Piano Schuman (che ha esso stesso un carattere federalistico) e con gli altri organismi (come ad esempio l’Assemblea di Strasburgo, ecc.), il che vuol dire che si arriverà ad una soluzione federale o confederale. Nel periodo prefederale vi sarà un periodo cosiddetto di avviamento, importante soprattutto per la questione del bilancio comune. È questo un problema già reso complicato dal fatto che si tratta di realizzare una specie di mezzadria provvisoria fra i Parlamenti nazionali e l’organo commissariale della Comunità, mentre coesistono ancora le sovranità nazionali. Uno degli aspetti più difficili è la posizione particolare della Germania, che non ha ancora un bilancio vero e proprio. E inoltre vi sono i due principi della capacità economica e finanziaria di ciascun Paese. Parecchie soluzioni furono studiate dai ministri del Tesoro nelle riunioni tenute a Parigi, ma taluni problemi di carattere politico sono ancora aperti e saranno trattati nella prossima riunione. Un altro dei problemi principali riguardanti il periodo di avviamento riguarda i rapporti con la NATO. Il principio generale prevalso è quello che tutti gli impegni presi dai singoli paesi in seno alla NATO si trasferiscono alla Comunità europea di Difesa. Riepilogando, l’on. De Gasperi ha detto: abbiamo svolto moltissimo lavoro ed abbiamo fissato i punti risolti e quelli rimasti aperti. Di questi ultimi torneremo a parlare nella prossima conferenza che si terrà a Parigi verso la fine del gennaio: avremo infatti probabilmente maggior tempo a disposizione di quanto previsto, dato che la conferenza di Lisbona sarà forse differita di otto giorni circa. Sui problemi militari organizzativi c’è un accordo di massima, specialmente per quanto riguarda la composizione delle forze, la loro organizzazione. L’unico punto ancora non risolto è quello relativo alla difesa territoriale, ma anche di questo si parlerà nella prossima riunione. L’on. De Gasperi ha tenuto infine a rilevare che – come indice della volontà di costruire davvero l’Europa Unita – già nella conferenza di Parigi si è parlato ufficialmente di «Costituzione federale» o «confederale» e del primo periodo di nove mesi come del «periodo pre federale». "} {"filename":"08c9d8cc-6fc5-4ca5-8039-ce9d21a6e6be.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Onorevoli senatori, confesso che mi trovo imbarazzato non dinanzi alla sostanza degli argomenti quanto piuttosto dinanzi alla loro complessità e al loro numero, cioè per le questioni che sono state qui sollevate, per gli argomenti che sono stati portati per risolverle e quindi per la complessità delle stesse soluzioni che si possono presentare. Chiedo dunque la vostra indulgenza per la forma in cui dovrò svolgere la mia esposizione. In una prima parte cercherò di affrontare i principali problemi che sono stati sollevati nel dibattito; in una seconda cercherò di riassumere in forma sintetica quello che è l’atteggiamento del governo. La discussione è cominciata col porsi il problema del ripristino della legge internazionale, e ciò con riferimento al dibattito avvenuto nell’altra Camera e ad una mozione presentata, che venne poi molto discussa. Io ho da fare, al riguardo, una sola osservazione abbastanza semplice: non è vero che si sia allora trattato di una meschina manovra parlamentare. È veramente spiacevole che altri possa supporre che, in una questione così seria, si ricorra semplicemente ad una manovra di corridoio, o a quella che si dice di cucina parlamentare. La mozione Giavi era stata presentata, come si ricorderà, nel luglio , così come era stata presentata nel luglio la mozione Parri, cioè sotto l’impressione degli avvenimenti della Corea, in un momento in cui l’aggressione era evidente, tanto che le forze difensive erano in una generale ritirata. E quando in quelle mozioni si parla di ripristino della legge internazionale, non ci si può riferire ad altro che alla legge fondamentale della comunità internazionale, cioè alla legge dell’ONU, cioè all’atteggiamento e alle decisioni dell’ONU e all’esecuzione di tali decisioni. Perciò era chiaro che, ancora in luglio, nel prendere atto della presentazione della mozione e nel pregare tuttavia che non venisse discussa in quel momento (eravamo infatti agli ultimi giorni della sessione della Camera), mi dichiarassi tuttavia sostanzialmente favorevole allo spirito della mozione; ciò che dovetti ripetere quando la mozione venne ripresentata e cioè quando venne rimessa all’ordine del giorno. Prima però, per intendersi bene, il presentatore ebbe la cortesia di venire da me ed in presenza del ministro degli Esteri la prima e la seconda volta – la seconda volta anche in presenza di suoi colleghi di gruppo – convenimmo sul testo preciso integrato della mozione, tanto che alcune note appostevi provengono proprio dal desiderio di chiarire il significato della nostra adesione e del nostro appoggio come governo e il significato attribuito dagli stessi presentatori. Tra l’altro, in fondo, se confrontate la prima edizione del luglio con l’edizione definitiva presentata alla Camera, trovate che vi è ad un certo punto l’inciso «sulla base essenziale del ripristino della legge internazionale». Il ministro degli Esteri stesso, nel momento di dichiararsi favorevole alla mozione, rispondeva dicendo che se tutto quel che vi era invocato – cioè la trattativa, lo sforzo per la pace, eccetera – seguiva la via dell’ONU, esso era assolutamente accettabile, anzi augurabile, perché evidentemente non si rinnegava l’azione dell’ONU, iniziata come attuazione della legge della comunità internazionale. Osservo ancora che, prima della votazione, con tutta lealtà, io ho fatto una dichiarazione a nome del governo, la quale diceva: «aderiamo alla mozione con il significato di una adesione completa alla legge internazionale, in quanto espressa dall’ONU». Aggiungevo: «avverto però la Camera che il governo è risoluto, accanto ai doverosi e insistenti tentativi da farsi per la pace, a prendere tutte quelle misure difensive che sono nella sua possibilità e che rappresentano, secondo la sua convinzione, un altro mezzo per darci la sicurezza, la speranza o la garanzia della pace». Ora, il voto della Camera, come l’atteggiamento del governo vanno interpretati in questo senso integrale, e se oggi si ripresenta qui la stessa mozione, io devo dire che contro il testo della mozione non sollevo obiezioni, come non le ho sollevate allora. Non sono sicuro, onorevole Romita, non ho avuto il tempo di controllare il testo della sua dichiarazione al Senato e la ricordo solo a memoria; mi pare che la sua dichiarazione non dia un diverso significato alla mozione, che se ciò fosse – sia in senso positivo, sia nel senso che astraesse completamente dalla necessità del riarmo o di altre provvidenze che intendiamo adottare per la sicurezza – se fosse così, evidentemente la mozione assumerebbe, non per colpa mia, ma per causa della sua dichiarazione, un altro significato. Senonché, se le due cose sono parallele, io spero che alla fine della mia relazione, l’onorevole Romita vorrà dirlo. Evidentemente, in tal caso, non vi sarà nessuna eccezione da parte del governo per accettare la stessa mozione. Ora rivolgo la mia attenzione, in una forma naturalmente molto sintetica, ai singoli problemi che sono stati sollevati, confidando che non ne resti fuori qualcuno dei più importanti. Che cosa intendevo dire alla Camera, e intendo dire oggi quando parlo di ripristino della legge internazionale? Non intendo tutto il complesso del diritto internazionale, intendo più specificatamente quelle leggi, quel modo di convivenza politica e civile che è stato fissato e codificato nello statuto dell’ONU. Evidentemente lo statuto dell’ONU ha assorbito e presuppone anche gli impegni presi in forza di altri trattati. Però innegabilmente lo statuto è un trattato finale sul modo di risolvere i problemi e i conflitti internazionali, al quale trattato hanno dato la loro adesione 60 nazioni. Quindi è la legge universale, la procedura direi universale, per risolvere i problemi. E qui esaminate lo statuto dell’ONU e vedrete che lo scopo fondamentale è quello di mantenere la pace, e la sicurezza internazionale da conseguirsi con mezzi pacifici, ed eventualmente di ricorrere alle sanzioni contro le minacce alla pace o contro gli aggressori, di sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni, fondate sul rispetto e sull’eguaglianza dei diritti e delle autodecisioni dei popoli, di prendere altre convenienti misure per rafforzare la pace universale. Questa è la legge fondamentale, il poco noto statuto, che pur bisogna richiamare ogni volta che si fanno discussioni internazionali e si rileva l’importanza dell’ONU. Organi esecutivi di questa comunità internazionale sono il Segretariato internazionale, il Consiglio di sicurezza e la Corte internazionale di giustizia. Quest’ultima non è propriamente esecutiva, ma è un organo arbitrale che opera quando si tratti di interpretare i trattati oppure di accertare una violazione della legge internazionale: tutto ciò sempre per favorire la pace e contrastare la guerra. Se noi tenessimo presente questo statuto e gli organi che costituiscono l’ONU, se esso fosse sempre presente non soltanto nella coscienza degli uomini politici, ma anche nell’opinione pubblica, non sorgerebbero proposte così puerili – sia detto senza offesa – di convocare assemblee straordinarie, di attuare riforme parlamentari in tutti i paesi, di fare riunioni di partiti, e via dicendo, quando invece esiste un organismo che si appoggia sopra il consenso di 60 nazioni e sopra un patto giurato che le ha strette nel vincolo della pace e della sicurezza. Io debbo ricordare che tutti i nostri sforzi, e gli sforzi di quanti vogliono salvare la pace, debbono essere concentrati nel mantenere, nel consolidare e nel ridare prestigio a questa istituzione internazionale. La storia ci insegna che, non appena una nazione abbandona un sistema di tal genere, il pericolo di conflagrazione diventa imminente. Ricordate il Giappone che nel 1933 abbandonò la Società delle nazioni, ricordate Hitler e Mussolini che abbandonarono la medesima Società, dopo aver ironizzato sulla cosiddetta ideologia societaria, segnando così un regresso verso il nazionalismo o la dittatura, venendo quindi meno a quella speranza che simili istituzioni sempre sollevano nella coscienza dei popoli. Ho visto in verità, e debbo constatarlo con piacere, come per la prima volta l’onorevole Scoccimarro abbia manifestato una preoccupazione fortissima per il mantenimento e lo sviluppo dell’ONU, nonostante che i 45 veti della Russia abbiano reso sempre difficile il funzionamento del meccanismo internazionale, e nonostante che ci troviamo dinnanzi a sforzi finora vani di trovare una soluzione del problema del disarmo e del problema della bomba atomica. L’onorevole Scoccimarro però ha fatto anche un altro rilievo che, se non erro, è per la prima volta fatto dai banchi comunisti: cioè che l’Italia ha diritto di entrare nell’ONU, e che è tempo che l’Italia ottenga finalmente la soddisfazione di questo diritto, data anche la gravità del momento. A questo punto io dovrei ringraziare l’onorevole Scoccimarro per il senso di fiducia che in fondo implica la proposta di vedere l’Italia in quel consesso internazionale. Evidentemente, ciò vuol dire che in definitiva si ritiene che un governo democratico nazionale che avesse dei delegati all’ONU non potrebbe fare altro che partecipare con spirito di fraternità e di concordia ai lavori internazionali. Lo ringrazio di questo omaggio che non so se era esplicito o se in ogni modo implicito, ma aggiungerò che la proposta sua di invitare il governo italiano a convocare le varie nazioni che – avendo chiesto di essere ammesse all’ONU ancora non hanno avuto soddisfazione, e cioè la proposta di convocarle per farne una causa comune – non mi pare che sia accettabile, e ne dico il perché. Noi infatti sosteniamo che l’Italia, in questa sua legittima pretesa, ha una posizione speciale e degli argomenti speciali che la distinguono da tutte quante le altre nazioni. Ed ecco le ragioni. Il senatore Terracini ha deplorato che, insieme all’Italia, non si voglia ammettere la Bulgaria, la Rumenia ed altri paesi, ed ha insistito sopra questo parallelismo della nostra posizione con la posizione degli altri Stati, compresi quelli balcanici, tentando di dimostrare che la colpa dell’esclusione dell’Italia è dovuta a questo vincolo sostanziale che esiste tra l’ammissione delle potenze balcaniche e quella dell’Italia. Ma io debbo di nuovo tornare alla lettura della famosa decisione di Potsdam cui ci si ricollega e alla quale mi sono richiamato io stesso a Parigi durante il congresso della pace. Dice, fra l’altro, un capitolo speciale riservato all’Italia: «per parte loro, i tre governi hanno incluso la preparazione di un trattato di pace con l’Italia come il primo tra i compiti immediati ed importanti che debbono essere affrontati dal nuovo Consiglio dei ministri degli Esteri; l’Italia è stata la prima tra le potenze dell’Asse a rompere con la Germania, alla cui disfatta essa ha dato un contributo effettivo, e si è ora unita agli Alleati nella lotta contro il Giappone. L’Italia si è liberata (o, si tradurrebbe meglio, ha liberato se stessa) dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di istituzioni e di un governo democratico (eravamo nel 1945). La conclusione di tali trattati di pace, che un governo italiano riconosciuto e democratico renderà possibile, consentirà ai tre governi di realizzare il loro desiderio di appoggiare la domanda dell’Italia per essere accolta quale membro delle Nazioni Unite». Qui c’è una ragione specifica che riguarda non solo l’Italia come potenza, ma riguarda anche il regime di libertà e democrazia dell’Italia: e non riguarda solo la necessità di riconoscere lo stesso diritto a tutte le nazioni che hanno ben meritato, ma soprattutto pone in rilievo il contributo dell’Italia nella guerra di liberazione. E quando mi sono trovato a Parigi di fronte ad un abbozzo di trattato, dove si passava sopra a questo riconoscimento, è stato richiamandomi a questa precisa enunciazione, a questa posizione speciale dell’Italia, che ho ottenuto almeno un successo morale, cioè che nel preambolo del trattato si riconoscesse il contributo dell’Italia alla guerra di liberazione. Terracini. Legga avanti quel documento, non si fermi lì. (Commenti al centro). De Gasperi. Allora leggerò avanti, onorevole Terracini. «I tre governi hanno pure affidato al Consiglio dei ministri degli Esteri il compito di preparare i trattati di pace per la Bulgaria, la Finlandia, l’Ungheria e la Romania». Ultimo capoverso: «i tre governi non dubitano che, in vista delle mutate condizioni risultanti dalla fine della guerra in Europa, i rappresentanti della stampa alleata godranno di piena libertà nel riferire al mondo sugli sviluppi della situazione in Romania, Bulgaria, Ungheria e Finlandia». Cosa vuol dire questo? Vuol dire che era con ciò esposta e posta la questione del regime di libertà e di pubblica comunicazione per le cose politiche in questi Stati balcanici. Ed ecco la differenza a cui si sono riferiti, onorevole Terracini, coloro che hanno presentato formale denuncia contro questa situazione degli Stati balcanici. Terracini. Legga ancora avanti! (Proteste dal centro). Grazie delle omissioni. De Gasperi. Le omissioni le ha fatte lei. Del resto io mi accontento di quel che ho potuto rilevare. Io dico questo: che nella storia, nello sviluppo delle situazioni, è evidente una diversa considerazione delle condizioni dell’Italia, del carattere democratico dell’Italia, del carattere delle altre nazioni; e non discuto, non entro a discutere sulle Costituzioni interne dei paesi balcanici. Però il minimo che posso fare è questo: salvaguardare la posizione dell’Italia e lo speciale suo merito in confronto del movimento antifascista e della guerra di liberazione, e non accomunare la nostra causa con paesi i quali hanno subito un’altra sorte. (Applausi dal centro – Interruzioni dalla sinistra). Mi pare cioè di aver risposto alla parte sostanziale del problema. Riferendoci al ripristino della legge internazionale, non ci sarebbe che da riferirsi al fatto dell’aggressione e dell’accertamento della qualità di aggressore. Io rinuncio a rifare qui la questione dell’aggressione in Corea, per stabilire chi sia stato l’aggressore. Rinuncio, perché i fatti mi paiono così chiari, così evidenti nonostante i documenti portati dall’onorevole Scoccimarro, che basta mi richiami ad una citazione famosa di Vittorio Scialoja ricordata qui altre volte: «dove stanno le armi, dove stanno la preparazione e la forza ivi si fa violenza, ove stanno gli inermi, ivi si patisce violenza». (Vivissimi applausi dal centro e dalla destra – Interruzioni dalla sinistra). Rinuncio a continuare questa parte di polemiche, perché sono talmente sicuro che nell’opinione pubblica, nella coscienza di tutti gli onesti, il fatto è così evidente che non lo smentisce nemmeno la ripetizione di un sistema adoperato dai tedeschi dopo l’invasione del Belgio, di scoprire segreti documenti e con questo provare che il Belgio neutrale voleva attaccare la Germania. (Applausi dal centro – Interruzioni dalla sinistra). scoccimarro. I tedeschi sono vostri amici. (Commenti e interruzioni dal centro). De Gasperi. (Rivolto ai settori di sinistra). È inutile che cerchiate di distrarmi dalla semplicità delle cose. Questa è la verità! (Interruzioni e commenti all’estrema sinistra – Applausi dal centro e dalla destra). Fino a prova in contrario, io lo ammetto. Però le argomentazioni che ha portato l’onorevole Scoccimarro non mi hanno fatto l’impressione di rappresentare una prova, non mi hanno dato nessun argomento che possa smontate le conclusioni a cui il mondo è arrivato. massini. Quale mondo? De Gasperi. Onorevole, lei mi chiede quale mondo? Cinquantatre nazioni hanno votato in questo senso! (Vivi applausi dal centro e dalla destra – Interruzioni dall’estrema sinistra). presiDenTe. (Rivolto ai settori di sinistra). Onorevoli colleghi, l’onorevole presidente del Consiglio ha l’obbligo di rispondere, ma, appunto per ciò, ha il diritto di esprimere il proprio pensiero. Quindi abbiano la cortesia di tenere un contegno diverso. De Gasperi. La determinazione dei 53 Stati membri dell’ONU è venuta dopo un rapporto di una commissione internazionale che stava sul luogo ed ha potuto riferire nello stesso giorno sul corso degli avvenimenti: prova migliore di questa io non so dove si possa trovare! Per la verità è inutile richiamarsi alla storia o soprattutto richiamarsi alla oggettività, quando si è presi dalla passione per una tesi, da una passione politica. Non c’è stata nessuna possibilità nemmeno in Germania, ricordate, di far constatare ai contemporanei ed a quelli che per parecchi anni a questi contemporanei hanno prestato fede, che l’armistizio dopo la prima guerra era stato chiesto su proposta di Ludendorff, ossia del capo di Stato maggiore, e cioè degli stessi militari che avevano detto: la guerra è finita, non si può continuare . Non ha giovato a fare conoscere la verità che una commissione parlamentare l’avesse constatato e documentato. Tuttavia la notizia sparsa in mezzo ai giovani ardenti, che non volevano ammettere, nel loro orgoglio, la sconfitta, ha dato ad Hitler il modo di fissare nei loro cervelli l’idea che i borghesi, i traditori, la retrovia, avessero fatto in modo da rendere nulla o impossibile la resistenza dell’esercito. Errore gravissimo, che dimostra però la fallacità con cui la passione politica può impadronirsi di simili argomenti e come da ciò possano nascere anche dei pericolosi Movimenti nazionalisti di revanche. Debbo rispondere anche, nei limiti del possibile, non certo in forma esauriente come esigerebbero i loro lunghi interventi, all’onorevole Sapori e all’onorevole Labriola. Tanto nell’uno come nell’atro fanno capolino l’idea e l’accusa che noi, in questa tensione internazionale, siamo spinti dall’odio contro il comunismo come tale, da un sentimento di difesa e protezione delle classi capitalistiche contro la possibilità di trasformazioni sociali che esproprino le grandi proprietà. L’onorevole Labriola ci ha detto: non prendete tale atteggiamento di odio contro il comunismo perché ormai esso è fatale; voi credete ad un certo momento di averlo vinto al di fuori, ma lo vedrete rinascere nel vostro cuore. Non c’è bisogno che io torni a chiarire, ma poiché la calunnia si ripete è forse doveroso che si ripeta anche il chiarimento: la lotta non è contro le forme di socializzazione o di nazionalizzazione, o in genere contro le nuove forme economiche. La lotta è contro lo spirito totalitario dello Stato bolscevico e dello Stato-partito e del regime dittatoriale. (Vivi applausi al centro – Proteste alla sinistra). Noi lottiamo per la difesa delle libertà essenziali, spirituali, culturali e politiche, perché vediamo che, là dove è passato il rullo compressore, tutte queste libertà sono perdute; mentre sappiamo benissimo che il mondo nelle sue strutture economiche è cangevole. Non abbiamo nessun interesse, nessuna voglia di attaccarci, di incrostarci a forme antiche eventualmente sorpassate. No, onorevole Sapori, non posso controvertere con lei sulla concezione della storia, con lei che è di professione storico; però so che la storia non ha quel fatale andare, a cui lei si riferisce con esempi di parallelismo con l’idea della rivoluzione francese. La storia è fatta di lotte, non di fatale andare; lotte di uomini più o meno consapevoli, ed il risultato finale è nello sforzo di attacco e nello sforzo di resistenza. Il mondo nuovo deve sorgere sì con nuove strutture sociali, ma sul fondamento della libertà, e noi ci battiamo non per conservare strutture capitalistiche, ma per difendere la persona umana ed il suo libero sviluppo. (Vivi applausi dal centro – Vive proteste e commenti dalla sinistra). Noi non odiamo, né nutriamo dell’odio, ma sentiamo rivolgere contro di noi, non comunisti, l’odio e la minaccia verso ogni sforzo per riorganizzare l’Europa; e ricordate la lotta fin dal 1947 contro il Piano Marshall ed il piano ERP, ricordate le riunioni del Cominform e l’ordine dato ed eseguito di crearci imbarazzi per impedire il nostro sforzo. (Vivaci proteste dalla sinistra – Grida e rumori). scoccimarro. Non è vero! De Gasperi. Senta onorevole Scoccimarro, vuole che le legga la deliberazione del 1947 del Cominform a proposito del Piano Marshall, quella pubblicata su l’Unità? Vedrà allora che c’è una direttiva, un «ordine» (domando scusa se la parola «ordine» è troppo forte, basta direttiva, siete così bravi che eseguite tutto subito). (Applausi al centro). L’«ordine» dato ed eseguito, tentato di eseguire, del boicottaggio e sabotaggio contro le armi americane che dovevano venire in Italia. Ora io penso, onorevoli oppositori, di spiegarvi, di fare appello alla vostra comprensione affinché comprendiate che non si tratta di odio pregiudiziale contro il comunismo o contro il vostro movimento sociale. Non è vera la concezione che avete voi, che si tratta di lotta di classe, e se fossimo sicuri che la questione della libertà è risolta in senso favorevole, poco ci importerebbe discutere con voi, in qualunque colloquio, sulle forme e sulle strutture sociali. (Si grida: «bravo!» – Commenti dalla sinistra). Ma questa ingerenza del bolscevismo, di quella che Duclos chiama la «seconda patria», questa ingerenza nei nostri affari interni ci avvelena, ci sprona alla difesa, questa è una necessità. (Vivi applausi dal centro – Proteste dalla sinistra). E vi dico la verità: che il contegno che avete tenuto in questi giorni è stato molto meno accettabile di quello che avete tenuto in altre occasioni, perché mi è parso che certi fatti ormai irrefutabili non avete potuto contestarli. Se voi nell’interesse della nazione italiana, del popolo italiano, aveste creduto di combattere preparativi che voi chiamate di guerra, e che sono invece preparativi di sicurezza, di combattere comunque contro le provvidenze del governo, noi avremmo potuto discuterne qui con un tono relativamente pacifico. Ma voi avete mescolato la vostra tattica e la vostra insistenza col veleno dell’equivoco che noi non possiamo accettare. Sfugge alla grande massa quello che non poteva sfuggire ai senatori, sentendovi parlare in queste occasioni: voi siete sì contro la guerra rivoluzionaria, non contro l’insurrezione armata. E qui sta la contraddizione, che se voi onestamente diceste innanzi al popolo: noi siamo per l’avanzata delle forze popolari, noi siamo per la conquista del mondo, dobbiamo ricorrere – come ha ricorso Lenin durante la rivoluzione – alle armi per conquistare il potere… sarebbe una tesi che solleverebbe la nostra reazione, ma dovremmo pur sempre dire che è una tesi franca, chiara. Voi invece gridate per la pace, sempre e dovunque, mentre in realtà preparate lo spirito di guerra e di conquista attraverso l’esaltazione dell’armata popolare. (Applausi dal centro-destra – Commenti dalla sinistra). Voce da sinistra. …la guerra di liberazione dallo straniero! De Gasperi. Veniamo anche a questo argomento che voi portate avanti per far breccia nel cuore dei patrioti, di quelli che ricordano le lotte del risorgimento, di Garibaldi, e le guerre che hanno condotto come strumento di espansione e di politica internazionale. È vero sì o no che nella nostra Costituzione sta scritto che noi non accettiamo la guerra come strumento di espansione e di politica internazionale? È vero sì o no che noi abbiamo creduto la prima volta nella Società delle nazioni e la seconda volta nell’ONU per create un organismo internazionale che fosse aperto al progresso pacifico, che tendesse sì a liberare i popoli che fossero ancora oppressi, ma che escludesse il ricorso alla violenza e che desse a questo tribunale tutta la forza per impedire tutte le aggressioni e per portare viceversa, attraverso un lento progredire, alla evoluzione? È vero che ciò è quanto hanno invocato i nostri grandi, anche coloro che hanno fatto il risorgimento? Se voi tornate sempre indietro, finirete col giustificare le guerre presenti con quelle del risorgimento, le guerre del risorgimento con quelle medioevali, quelle medioevali con le guerre religiose, e così via. Avrebbe allora avuto ragione in fondo Mussolini, il quale affermava che il germe della guerra è un germe naturale di progresso e che non bisognava soffocarlo ma svilupparlo. Questa è la vostra concezione. Volete voi che la discussione fra noi, i cosiddetti «colloqui», siano improntati ad un certo spirito di sincerità? Dovete chiarire questo argomento, dovete precisare il vostro pensiero e soprattutto arrivare ad una conclusione univoca, la quale possa non ingannare la gente, ma sia espressione del vostro pensiero e del vostro senso di responsabilità. Ho qui il fascicolo delle citazioni dei princìpi e delle dottrine. Io lo salto, per quanto mi domandi se non sia utile ricordare un fatto che, ormai, dopo il discorso di Lussu, è diventato una conclusione pacifica. Parlo degli armamenti, armamenti schiaccianti, delle 178 divisioni di fronte alle modeste 10 divisioni (saranno forse 12) che metterà insieme Eisenhower, «schiaccianti» come stampato su tutte le cantonate: e questo fatto vi dica se è possibile, se non sono dei pazzi coloro che pensano di fare una guerra offensiva, di attaccare la Russia in queste condizioni, quando non esiste nemmeno quanto è necessario per una pura e semplice difesa della frontiera. Stampatelo, e la menzogna dei cosiddetti partigiani della pace in quel senso verrà senza dubbio contrastata vigorosamente. (Interruzioni dalla sinistra e commenti). A proposito degli armamenti, debbo ringraziare l’onorevole Lussu perché con la sua esposizione sull’armamento sovietico mi ha esonerato da una trattazione ulteriore di questo argomento. Voglio ricordare però un’altra cosa: se voi in ipotesi vi proponeste un’educazione pacifista dei giovani, allora vi potrei anche dare il diritto di lamentarvi di ogni frase pronunciata da un generale, di ogni appello alla difesa, di ogni tentativo di far risorgere l’istinto o la scintilla di amor patrio per la difesa. Ma quando voi educate allo spirito bellico, allo spirito di conquista la gioventù, no. (Interruzioni dalla sinistra). sereni. Non una parola è vera! (Clamori e vivi commenti). De Gasperi. Nel dicembre 1949 Rinascita pubblicava un numero speciale per l’esaltazione di Stalin come generale: sono articoli che si potevano scrivere per il più grande capo di organizzazione militare che si potesse immaginare. Va bene, poiché è un riferimento alla guerra passata, mi inchino e non ho nulla da dire . Però, per quella parte che riguarda l’ispirazione a ben fare nell’avvenire, qui si riporta una parola d’ordine di Stalin come parola d’ordine anche di domani; e questa dice che occorrono tre cose: la prima è armarsi, la seconda è armarsi, e la terza è ancora armarsi. (Applausi dal centro e dalla destra – Interruzioni e vivi commenti dall’estrema sinistra). Capisco, (rivolto verso il settore comunista), che voi direste di farlo a titolo difensivo, perché asserite che la Russia è circondata da Stati capitalistici: possiamo – voi dite – da un giorno all’altro essere attaccati e ci difendiamo. Sta bene. (Commenti). Ma nel bollettino del Cominform del 24 febbraio 1950 è riportato un ordine del giorno dal quale appare che: «il Partito comunista bolscevico si pone come compito di rafforzare sempre più le forze armate dell’Unione Sovietica». Hanno ragione? Sta bene: ma allora anche noi abbiamo ragione, anche gli altri paesi che si riarmano hanno ragione. (Applausi dal centro – Interruzioni dalla sinistra). Un’altra cosa, un’altra piccola cosa voglio dire per l’amico Pastore, il quale, se volessi contrastare in tutte le sue affermazioni, mi darebbe molta fatica. Mi debbo limitare ad una cosa che mi ha fatto una certa impressione. Egli ha opposto la saggezza, l’equilibrio, la moderazione in guerra dei russi in confronto agli americani per quel che riguarda i bombardamenti. È una brutta cosa il bombardamento, specialmente quello delle città, da una parte e dall’altra. Però sappiamo che, nell’ultima guerra, questo mezzo di distruzione si è dolorosamente usato dappertutto. Proprio in questi giorni, leggendo le memorie di Winston Churchill, trovo questo passo: «mi trovavo in colloquio con Stalin, avvenuto a Mosca, nell’agosto del 1942: si trattava della Germania (e appunto alla Germania mi pare che si riferisse anche il senatore Pastore). Passammo quindi a parlare dei bombardamenti sulla Germania: un tema che dette molta soddisfazione a tutti. Il signor Stalin rilevò tutta l’importanza di colpire il morale del popolo tedesco, e disse che attribuiva la massima importanza ai bombardamenti e che sapeva che le nostre incursioni aeree provocavano terribili effetti in Germania» . Non si può quindi portare avanti la colomba bianca quando in guerra si usano i sistemi che tutti dolorosamente conosciamo. Vorrei aggiungere un’altra cosa a proposito del discorso del senatore Terracini, il quale ha denunciato l’asservimento dell’Italia all’America perché riceviamo, insieme con 16 altri paesi, l’assistenza economica dagli Stati Uniti. Ma non ha mai pensato egli a quanto la Russia sovietica ha ricevuto in armi e materiali militari e civili dall’America? Ed essa vi ha forse perduto la sovranità? Quegli aiuti furono accettati e sfruttati insieme senza che si parlasse di cooperazione economica e di politica americana. Milioni di tonnellate di medicinali e merci civili furono inviati in aggiunta agli aiuti dell’UNRRA, già valutati a 250 milioni di dollari; e non parlo delle famose forniture militari e civili per 11 miliardi di dollari, ivi comprese le attrezzature utilizzate dall’Unione Sovietica, tra cui 2.000 locomotive e 427.000 autocarri. E ci sarà anche qualcosa che resta nell’inventario cui si è riferito l’onorevole Lussu. Ma allora se l’Unione Sovietica dopo aver ricevuto tutta questa grazia di Dio (parte a titolo di beneficenza che non si è umiliata nell’accettare, perché rivolta evidentemente ai bisognosi e alle vittime di guerra, e parte in base ad un contratto di forniture) non solo non ha perduto la sua sovranità, ma si è addirittura creduta moralmente libera, dopo aver ricevuto tutto questo, anzitutto di non pagare (adesso si sta trattando) e, in secondo luogo di intervenire contro la politica degli Stati Uniti, abbiamo noi da essere rimproverati, noi che abbiamo ricevuto attraverso l’UNRRA e altri benefici quel tanto che era ed è necessario per la ricostruzione e quel tanto che è un contributo per rifare ciò che è andato distrutto durante la guerra? E perché ci dovete dire sempre servi e asserviti, quando in realtà abbiamo sempre conservato un contegno di dignità nei confronti di tutti? Andiamo ad un’altra delle questioni cui si fa gran caso: il riconoscimento della Cina comunista. Qui devo richiamarmi proprio alle dichiarazioni fatte dal ministro Sforza nel suo discorso alla Camera il 10 novembre 1950. Egli dice: «non vi è dubbio che il governo di Mao Tzetung è il solo regime che oggi conta per l’infinita maggioranza della popolazione cinese». Tuttavia il ministro Sforza continuava dicendo che «l’Inghilterra riconobbe il nuovo regime cinese, e, dopo averlo riconosciuto, propose di scambiare ambasciatori con la Cina comunista» . Cosa però sulla quale Mao Tzetung non si mostrò d’accordo condizionando le relazioni diplomatiche alla risoluzione di varie questioni, quali anche il mantenimento di un rappresentante consolare a Formosa. Il ministro Sforza aggiungeva che, se nel frattempo la situazione si fosse appianata, era assai probabile che noi avremmo marciato sulla via del riconoscimento e della ripresa delle relazioni diplomatiche, mentre oggi, cioè mentre stiamo parlando, cioè con la guerra in corso in Corea, dobbiamo per lo meno aspettare per attuare questa nostra volontà. milillo. Non basta aspettare, bisogna lavorare per la pace! De Gasperi. E veniamo alla questione del carattere giuridico-costituzionale. Qui prego i giuristi, e soprattutto il grande maestro Orlando, di correggermi se sbaglio, perché cammino su un campo minato per uno che non è giurista. Il senatore Terracini ha posto una questione innegabilmente di una certa importanza, e l’ha posta con l’abilità che egli sa mettere in tali argomentazioni. Egli ci ha detto: lo Stato di Bonn non appartiene all’alleanza atlantica. Le tre potenze occupanti hanno assunto la garanzia della libertà e della difesa di Bonn, se venisse attaccata. Che cosa si deve dedurre? Che l’Italia è impegnata ad intervenire, qualora venisse attaccata anche Bonn? Egli ha posto tale quesito e, mi pare, lo ha concluso in senso favorevole, dicendo: con ciò voi avete assunto un impegno che il patto non prevede. Ecco come stanno le cose. L’articolo 6 del trattato precisa che è considerato come un attacco armato contro una o più di una delle parti, un attacco armato contro il territorio di una di esse in Europa o nell’America del Nord, contro i dipartimenti francesi in Algeria, contro le forze di occupazione in qualunque delle parti d’Europa: dunque si tratta anche delle forze di occupazione. Badate bene, anche le forze di occupazione sono poste sotto l’usbergo del Patto atlantico in caso di attacco: forze di occupazione che riguardano non solo la Germania, ma, per esempio, anche Trieste. È attraverso questa clausola del Patto atlantico che Trieste, anche a tacere di ogni problema giuridico, già appartiene moralmente al nostro territorio nazionale, e vi appartiene perché gli Alleati lo hanno riconosciuto; comunque, poiché si tratta di posti occupati da forze degli eserciti anglo-americani, anche questi sono protetti dal Patto atlantico. E quindi l’obbligo è generale per tutti. pasTore. Quindi, se la Cina prendesse Formosa noi faremmo la guerra alla Cina. De Gasperi. Onorevole Pastore, lei ora mi ha dato un altro argomento per dimostrare la necessità dell’ONU e di mantenerla e conservarla. È vero che il presidente americano ha proclamato la neutralizzazione di Formosa durante il conflitto coreano; ha però sempre aggiunto che questa era una disposizione di carattere militare momentanea, che non pregiudicava la questione dell’appartenenza dell’isola. Quando è sorta la controversia (si veda come l’ONU è sempre utile perché tutte le voci contano, anche le minori) il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che egli avrebbe rimesso la questione all’ONU. Voi vedete che se di tutte le questioni che sono rimaste in sospeso nei trattati si potesse dire che dalle varie parti si accetta il principio di definire l’interpretazione del trattato controverso, non solo all’assemblea dell’ONU, ma in ogni caso alla Corte internazionale arbitrale, potremmo essere tranquilli e dormire tra due guanciali. Un’altra questione riguarda i poteri del generale Eisenhower. Vi dico quello che è maturato finora. Da un documento che ho tra le mani, e che rappresenta le deliberazioni del comitato ispettivo centrale del Patto atlantico, risulta che il generale Eisenhower ha responsabilità di istruzione e organizzazione in forma integrata ed efficiente delle unità nazionali poste sotto il suo comando; di preparazione di piani e loro coordinamento con gli altri piani del Patto atlantico o nazionali. I suoi poteri sono: facoltà di controllo e supervisione della istruzione superiore di tutte le forze nazionali messe a disposizione per le altre forze: facoltà di rivolgersi direttamente ai capi di stato maggiore nazionali, ai ministri della difesa e ai capi dei governi perché gli sia facilitato l’accesso e l’adempimento della sua missione. E, ultima considerazione, s’intende che le autorità nazionali agiscono sempre secondo le rispettive costituzioni e procedure parlamentari. Ossia esiste un comitato supremo militare al disotto del comitato della difesa e del comitato dei ministri. Un membro di questo comitato dei dodici è il generale Frattini : questo è un comitato di vigilanza sopra il comandante supremo ed i poteri sono quindi determinati; e quando si tratta di eseguire eventuali sue istruzioni o eventuali suoi suggerimenti è supposto che le autorità nazionali che debbono eseguirli (perché debbono passare attraverso gli stati maggiori, i ministri della difesa ed i capi di governo), agiscano sempre secondo le rispettive costituzioni e procedure parlamentari. Ecco quali sono i limiti: essi, almeno adesso in tempo di pace, sono tali che non toccano menomamente la sovranità nazionale degli Stati. (Commenti dalla sinistra). Io non voglio nascondere che in caso di guerra evidentemente si arriverebbe a diverse conclusioni, perché credo che in caso di guerra si vorrà vincere e si vorrà agire unitariamente, come è avvenuto in tante altre guerre e come sarebbe stato desiderabile e si è cercato che avvenisse in momenti anche difficili. Comunque, quella supposizione, quel punto di partenza che i governi debbono agire secondo le loro procedure costituzionali e parlamentari, è garanzia per il Parlamento che in questa questione, come in genere nella questione della partecipazione alla difesa, gli organi nazionali costituzionali non verranno sorpassati, e si manterrà assolutamente il precetto della Costituzione che dice che lo stato di guerra deve essere dichiarato dal presidente della Repubblica su deliberazione del Parlamento; e speriamo di non averne bisogno. Ora, vengo ad un altro problema: la Germania. Nell’agosto del 1945, a Potsdam, tra le altre deliberazioni vi fu quella della smilitarizzazione della Germania: disarmo e smilitarizzazione completa della Germania, eliminazione e controllo di tutta l’industria tedesca che potrebbe essere adoperata per la produzione militare. A questo fine tutte le forze tedesche di terra, navali e dell’aria, le SS, la Gestapo, con tutte le loro organizzazioni, compreso lo stato maggiore, gli ufficiali del corpo di riserva, le organizzazioni dei reduci di guerra e tutte le altre organizzazioni e circoli militari e semi-militari, tutte le organizzazioni che servono a tener viva la tradizione militare in Germania debbono essere completamente e definitivamente soppresse, in modo da impedire permanentemente la rinascita o la riorganizzazione del militarismo germanico. Tutte le armi, le munizioni, tutti gli impianti speciali per la produzione delle medesime debbono essere messi a disposizione degli Alleati, così come tutti gli aerei, le munizioni, le attrezzature da guerra sono proibiti. Allo scopo di eliminare il potenziale di guerra della Germania, sarà proibita anche la produzione di armi come pure di aerei e di navi; e la produzione di metalli e di prodotti chimici, di macchine e di altri prodotti necessari all’economia di guerra sarà controllata e limitata ai bisogni della Germania, per raggiungere gli obiettivi stabiliti. Controlli saranno pure imposti all’economia germanica e così via dicendo. Un italiano che legge questa dichiarazione non sente in sé una certa ribellione a questa forma così assoluta, così decisiva di condanna? Non sente che per caso, per fortuna nostra e per forza nostra, perché alcuni uomini hanno avuto la presenza di spirito ad un certo momento di imporre un cambiamento di rotta, siamo sfuggiti ad una simile crudele misura? Noi, che abbiamo protestato contro le limitazioni che ci hanno fatto, pur avendoci lasciato dieci o dodici divisioni, noi che abbiamo dovuto vedere come ci sono state strappate le navi, come ci sono stati distrutti i forti e le fortificazioni, come ci si è impedito qualunque atto di sovranità, che poi abbiamo riconquistato lentamente, noi – misurando e leggendo questo comunicato, questa sentenza di condanna – vediamo che da una parte ci possiamo consolare del destino, o meglio dell’opera dei nostri partigiani, dei nostri volontari che hanno impedito che si arrivasse alle stesse conclusioni. Ciò ho detto a Parigi di fronte agli Alleati; perché non dovrei dirlo qui? Dobbiamo noi oggi trovare che queste dichiarazioni, queste misure sono in eterno permanenti e possibili? Io mantengo nel mio spirito, nonostante il mio presunto americanismo, il senso di reazione contro alcuni princìpi imposti dagli Alleati per concludere la guerra. Innanzi tutto credo che sia stato un gravissimo errore quello di imporre dappertutto la resa senza condizioni, errore che oggi anche gli Alleati scontano amaramente. Io mantengo anche il mio spirito indipendente nei confronti della condotta della guerra per certe situazioni e movimenti, e soprattutto di fronte a certi ritardi prima dell’armistizio, che sono stati causa o parte delle cause della tragedia italiana e della guerra civile. La storia si scriverà più tranquillamente di quello che possiamo fare noi, ma sarà bene che tutti in questo momento di tensione internazionale meditino sopra gli errori del passato, tanto coloro che ne furono vittime quanto coloro che ne furono gli autori. Da questo punto di vista io dico che noi italiani non dovremmo accanirci, come fate voi in certe vostre dichiarazioni, sostenendo il punto di vista russo che la Germania debba essere sempre, eternamente senza la possibilità di avere un esercito qualsiasi, mentre le viene contestata perfino l’organizzazione della polizia sia da una parte sia dall’altra. Questo è contro natura e direi contro giustizia. Tanto più che coloro che comandavano, che hanno assunto la responsabilità della guerra, non interpretavano il pensiero di tutto il popolo tedesco. Ad esempio Adenauer, di cui si è detto qui che è un servile strumento in mano americana, è venuto dai campi di concentramento, è stato condannato a Mathausen. Ora io affermo che noi italiani, che fummo per un certo periodo vittime degli stessi errori dei nostri governanti, tanto che gli sforzi nei congressi per la pace da Londra a Parigi furono fatti in dura polemica contro gli slavi soprattutto e contro i russi, per difenderci dall’accusa che il popolo italiano ha voluto fare la guerra e che era responsabile della guerra… sereni. Ma se fu proprio l’Unione Sovietica la prima a riconoscere questo? De Gasperi. Onorevole Sereni, io non posso ignorare il fatto che l’Unione Sovietica per prima ha riconosciuto quel governo italiano che allora esisteva, cioè il governo Badoglio; lo ammetto, però non posso dimenticare che l’Unione Sovietica fu la più dura nell’esigere il pagamento delle riparazioni. (Vivi applausi dal centro e dalla destra). TarTufoli. Pensate alle navi che ci hanno portato via! De Gasperi. Comunque, onorevole Sereni, quando tutto questo succedeva eravamo ancora al governo assieme, e se De Gasperi è quell’uomo infamato settimana per settimana dalla radio russa, lei e i suoi colleghi potevano difendere l’Italia da questa accusa! Tornando alla Germania debbo aggiungere che solo il governo di Bonn ha accettato di inserirsi nel Consiglio d’Europa, facendo notevoli sacrifici perché fu difficile ad Adenauer aderire in un momento in cui, contemporaneamente, si ammetteva il rappresentante del territorio della Saar. Dobbiamo riconoscere questo, dobbiamo essere giusti noi italiani, dobbiamo essere i primi ad essere giusti. E badate, una certa giustizia, un certo senso di giustizia voi dovete leggerlo anche nella decisione presa dal Consiglio dei ministri il 16 dicembre, quando si trattava di dare istruzioni ai nostri rappresentanti che andavano a Bruxelles per partecipare a decisioni importanti, fra cui quella relativa alla questione germanica. Ecco l’ordine del giorno, che forse meritava più attenzione da parte dell’opinione pubblica: «il governo italiano, mentre ammette il diritto della Germania ad uno sviluppo che la renda pari agli altri Stati, riconosce che tale sviluppo debba svolgersi con i metodi e con le finalità di una democrazia libera e pacifica al di fuori di ogni sospetto e di ogni possibile ripresa di elementi perturbatori. Ogni garanzia che potrà essere data a tale riguardo nel campo della organizzazione interna e nei rapporti internazionali contribuirà a dissipare le diffidenze verso lo spirito veramente difensivo del Patto atlantico ed a confermare che i paesi che stanno facendo uno sforzo per ricostituire le loro possibilità difensive non vogliono nuovi conflitti, né si rifiutano ad ogni mezzo pacifico che conduca alla pace ed alla sicurezza». Questa dichiarazione ebbe anche un certo commento, ma poi, forse per il momento in cui venne pubblicata, fu presto, direi, sommersa dalle decisioni di Bruxelles. Questa dichiarazione è stata specifica. Sono forse autorizzato ad interpretare una frase detta ieri dal senatore Scoccimarro il quale, a proposito del rinvigorimento dell’ONU, diceva: «i trattati sono tanto lontani». Già, i trattati sono lontani ed i trattati che possono avere una giustificazione nell’immediatezza del dopoguerra si allontanano ed i popoli restano. Un qualcosa nell’interpretazione bisogna pur che diventi più umano e più pacifico; e noi qui questo diciamo e lo abbiamo detto per l’Italia, lo abbiamo invocato per tutte le nazioni e – non c’è ragione perché non lo ammettiamo – anche per la Germania. Solo che c’è un altro motivo: che questo riarmo sia controllato e limitato, perché è inutile fare astrazioni dalle forze psicologiche ed anche dalle forze geopolitiche della storia. Gli Stati viciniori hanno in mano territori che erano contestati, che appartenevano prima all’impero germanico, ma comunque contestati. Un pensiero di revanche è facile che rianimi gli spiriti, ed oltre a ciò c’è la Francia la quale deve la sua sofferenza all’invasione germanica. Io comprendo, come dobbiamo comprendere tutti, le riluttanze, le esitazioni per il pericolo che si ripeta l’invasione o la minaccia di una forza armata. Ci sono però le vie di composizione, vie di mezzo, vi sono due vie di garanzie, e noi dicevamo che si doveva trattare col governo di Bonn. Quelle trattative però, a loro volta, prevedevano naturalmente l’accordo tra i Quattro, che dovevano finalmente avviarsi alla conclusione del trattato. Ecco, caro Romita, perché non avrei potuto dire di no all’onorevole Giavi, quando nello stesso ordine del giorno che aveva stilato appare più formulato e più preciso il pensiero concreto delle trattative e della misura di queste trattative. Ecco perché io ritengo che se l’Italia avesse il suo posto di diritto all’ONU seguendo le sue tradizioni, seguendo il suo interesse, avrebbe potuto giocare una parte più notevole di quel che le è stato possibile durante questo periodo. E trovo ingiuste le critiche che si fanno all’attività del ministro degli Esteri in particolare, e del governo in generale, perché un governo che è ristretto nelle sue possibilità, che ancora si sta arrampicando di posizione in posizione per riguadagnare di fatto l’eguaglianza dei diritti, l’eguaglianza delle possibilità, venga accusato di incapacità, di insufficienza per una politica che non arriva a conclusioni, oppure che subisce le conclusioni avversarie. È ben difficile dire fino a che punto la parte personale possa avere contribuito nella soluzione o non soluzione dei problemi. Non dimenticate però quali sono i limiti della nostra azione. C’è qualcuno il quale pensa che in colloquio fraterno, o attraverso una proposta di conferenza improvvisata, si possano raggiungere le conclusioni desiderate con una certa facilità. Ma guardate le riunioni dell’ONU: vi sono le sessanta nazioni che ne fanno parte, vi è uno statuto che l’anima, la tradizione, eppure diteci se la riuscita o meno dei tentativi che sono stati fatti sia dipesa dalla buona volontà di un individuo o dalla maggiore o minore capacità di un individuo. Ciò non toglie che il Parlamento abbia diritto di chiederci conto della nostra azione: nella questione germanica noi, anche nelle relazioni con gli altri popoli, terremo quel contegno e quell’atteggiamento che emana dalle mie dichiarazioni e dallo spirito soprattutto con cui sono state fatte. Ed ora permettete che io, affidandomi agli appunti che ho fatto stamane, vi dica sinteticamente le conclusioni sopra l’attività del governo. Il governo italiano, interprete del suo Parlamento e del popolo italiano, è d’accordo che si tenti e ritenti uno scambio di idee per conversare onde giungere ad un negoziato vero e proprio. Cautela necessaria però: esplorare previamente le possibilità, concertare le procedure, perché la rottura ed il fallimento potrebbero accelerare lo scontro ed in ogni caso approfondire il solco. Abbiamo dato istruzioni in tal senso alla nostra diplomazia perché colga le occasioni favorevoli ed esprima in ogni caso il nostro suggerimento. Non possiamo però improvvisare e moltiplicare le iniziative, quasi si trattasse di una gara a chi più fa, a chi primo arriva. Se una mozione viene qui presentata e non è accettata, non succede gran danno, ma se un invito ad una conferenza viene fatto e non raggiunge lo scopo, oltre all’umiliazione per coloro che hanno preso l’iniziativa ci sarà un peggioramento sostanziale nella situazione internazionale. Il prendere iniziative a questo riguardo è una cosa seria ed impegna il nostro e l’altrui destino. Ogni mossa deve essere meditata, tempestiva, obiettiva, non avere né finalità né apparenza di manovra. Non credo però alla funzione di «ponte» nel senso che l’Italia possa presumere di stare come a cavallo dei due mondi. L’Italia ha assunto i suoi impegni ed il suo posto nello schieramento politico mondiale, dopo accurato esame delle sue idealità, dei suoi interessi, della sua posizione geopolitica. Se oscillasse, se venisse meno alla lealtà intrinseca ed estrinseca, finirebbe come finirono Masaryk e Benes. Se per colloquio e per gettare ponti si intendesse riaffermare l’unicità originaria della civiltà, nessuna obiezione pregiudiziale, perché non noi abbiamo calato il sipario di ferro; ma questo tentativo, questo colloquio suppone lealtà da ambo le parti, senso di sicurezza e di libertà da ambo le parti. Ciò non esiste e quando abbiamo fatto i tentativi in tal senso, abbiamo riscontrato abuso o raccolto diffamazioni. Penso qui al lamento che ci è stato rivolto perché non abbiamo permesso la convocazione a Venezia del congresso mondiale della pace. Abbiamo fatto delle esperienze molto tristi. Ricordo che abbiamo permesso ad Ilja Ehrenburg di venire in Italia e ricordo – potrei citarne le parole – che ha scritto parole ingiuriose sopra l’Italia, sopra il suo popolo ed il suo governo. Ed è un piccolo esempio. La nostra azione però ha due limiti formali: la non appartenenza all’ONU, che finora è de jure e de facto il foro competente per le soluzioni pacifiche, e la circostanza che alcuni grossi problemi sono in diretta connessione coi trattati di pace che le Potenze vincitrici hanno da concludere con la Germania ed il Giappone. L’Italia ha fatto sacrifici per facilitare la pace, ma essa ha di fronte alla guerra ed alla sua liquidazione un proprio conto ed un proprio atteggiamento. Abbiamo sì salvato Trieste, ma tuttavia insistiamo per l’applicazione integrale della deliberazione alleata in tutto il cosiddetto territorio libero. Nella questione coloniale se non abbiamo realizzato le soluzioni che proponevamo, abbiamo però con la nostra azione determinato le decisioni che, concedendo l’indipendenza alla Libia ed alla Somalia ed una larga autonomia all’Eritrea, ci assicurano almeno la salvaguardia del lavoro italiano. Abbiamo così raggiunto nella questione africana una posizione che ci dà qualche speranza per l’avvenire, e che ci avvicina a quel mondo arabo e musulmano di cui siamo da secoli i naturali collaboratori. Inoltre, di fronte alla nuova Germania, l’Italia ha una posizione obiettiva che le rende più facile di non fissarsi troppo sul passato, e di guardare anche all’avvenire. Infine l’Italia crede e lavora per l’unità dell’Europa. Essa è stata fra gli iniziatori ed i fondatori del Consiglio di Europa al quale il nostro ministro degli Esteri e molti colleghi del Parlamento collaborano con convinzione e con fede. Nonostante gli ostacoli che si incontrano su questo cammino, proseguiremo in una politica costruttiva europea. In questo senso lavoreremo anche nel prossimo convegno con gli amici francesi. Il Consiglio d’Europa, nel quale siamo in piena parità con le maggiori Potenze europee, è un terreno sul quale la nostra azione potrà affiancarsi alle iniziative in corso o promuoverne di nuove. Così l’OECE, nel campo economico e lo stesso Patto atlantico vanno considerati, oltre che nei loro fini specifici, anche come elementi costruttivi e difensivi di questa unità europea. In tutta questa azione la doverosa lealtà agli impegni collettivi non ci esonera da uno sforzo vigile e costante perché gli interessi nazionali della nostra difesa e della nostra rinascita abbiano il primo posto nelle nostre mete e nelle nostre cure. La solidarietà dovrà impegnarci non soltanto alla nostra ripresa ma anche aiutarci nella soluzione dei nostri problemi economici e sociali, quali la disoccupazione, il problema della mano d’opera e soprattutto quello delle materie prime a cui ha accennato l’onorevole Ruini. Ma accanto alle nostre premure per la pace ed alla nostra attività diplomatica, ovunque ci sia dato di poterla utilmente sviluppare, noi prendiamo quelle misure di difesa precauzionale destinata a presidiare, in cooperazione con i nostri alleati, l’indipendenza e la libertà dello Stato ed a contribuire alla comune difesa, per la deprecata eventualità di un conflitto che i più insistenti tentativi di pacifici accordi non fossero in grado di evitare. Abbiamo perciò ieri chiesto, in un progetto alla Camera dei deputati, l’autorizzazione a spendere altri 200 miliardi (cioè più i 50 per i quali avevamo già presentato un progetto) per mettere a punto il nostro modesto esercito e potenziare entro i limiti del trattato di pace le nostre tre forze armate. Questa autorizzazione assorbirà il progetto dei 50 miliardi, già deliberato in luglio dal Consiglio dei ministri e presentato tre mesi fa alla Camera come prima quota di un piano finanziario che, prima dello scoppio della guerra in Corea, e tenendo il passo con il graduale sviluppo della faticosa elaborazione degli accordi esecutivi del Patto atlantico, ritenevamo di poter svolgere in un periodo più lungo. Confidiamo che le Camere delibereranno rapidamente in argomento, dando così alla difesa la possibilità di continuare ad intensificare quel completamento dei nostri mezzi difensivi che essa ha iniziato coi crediti del suo bilancio ordinario. Parlare, in confronto di questi provvedimenti, di riarmo provocatorio e di propositi offensivi è suprema ironia o consapevole menzogna. Osteggiarli equivarrebbe a fare opera di sabotaggio ed a negare, non ad un governo, ma ai cittadini combattenti che fossero accorsi in seguito ad un attacco alle frontiere, le armi per difenderle. (Applausi vivissimi). È noto che a queste nostre misure si aggiungono le armi che in base ad impegni precedenti gli Stati Uniti inviano ai nostri porti e, sempre nell’ipotesi di un attacco, le misure di mutuo aiuto previste dal Patto atlantico. Riferendosi alle conversazioni svoltesi in argomento coi rappresentanti degli Stati Uniti, si è detto che noi avevamo posto delle condizioni, quasi che il nostro sforzo finanziario non fosse fatto nel nostro interesse nazionale, e fosse un contributo ad una causa altrui. Respingiamo questa insinuazione così contraria alla nostra consapevolezza ed alla nostra dignità. Noi abbiamo cercato in amichevoli conversazioni con i rappresentanti dell’ECA e del PAM di accertare quali provvedimenti economici saranno opportuni o indispensabili per garantire da una parte la stabilità della moneta, dall’altra per assicurare gli investimenti diretti al progresso sociale ed alla attuazione delle riforme che abbiamo deliberato o programmato e siamo lieti di poter dire che abbiamo trovato nei nostri amici statunitensi quella comprensione delle nostre particolari esigenze economiche che ci fu sempre dimostrata nell’ambito dell’azione ERP e che ci fa sicuri anche per l’avvenire. Contemporaneamente abbiamo presentato al Parlamento un disegno di legge per delegare al governo la facoltà di provvedere d’urgenza, quando si presentasse la necessità di intervenire nella vita produttiva, ed un altro disegno di legge per orientare e coordinare le commesse di Stato, sia civili sia militari. La discussione alle Camere dimostrerà che questi provvedimenti sono nulla più che necessarie conseguenze della congiuntura economica internazionale, sono cioè provvedimenti che dovremmo prendere anche se non partecipassimo allo schieramento atlantico, e che ci sono imposti dalla stretta connessione della nostra economia con l’economia mondiale della quale siamo tributari, specie per le materie prime. È tranquillante al riguardo la situazione del nostro approvvigionamento delle derrate alimentari. Tutto proteso verso il mantenimento della pace, il governo sente la responsabilità di non estraniarsi dalle preoccupazioni che inquietano il mondo e, mentre si mantiene serenamente lontano da ogni psicosi di guerra, intende associarsi in piena lealtà e dignità nella eguaglianza dei diritti alle misure difensive richieste dal comune impegno di mutua assistenza. In questo sforzo tenace, la cui finalità è lo stabilimento di una pace duratura nella giustizia e nell’ordine internazionale, il paese ha bisogno di fierezza, di spirito di sacrificio, di disciplina operosa. L’amore per la patria va inculcato, esaltato e praticato come un dovere di coscienza e con l’orgoglio di chi sente la nobiltà delle nostre tradizioni e della nostra missione civile nel mondo. Il pavido egocentrismo dei ricchi va denunciato come un tradimento della comunità ed il popolo minuto va difeso contro le seduzioni di chi vuole sottrarlo ad doveroso sentimento della solidarietà nazionale. (Approvazioni ed applausi prolungati). La democrazia conta soprattutto sulla autodisciplina volontaria, sul concorso delle volontà mosse dalla convinzione interiore ed illuminata dell’opinione pubblica che si forma nel dibattito e nello scambio delle idee. Il governo democratico vuole essere soprattutto interprete e strumento di una nazione fiera e consapevole del suo diritto e della sua libertà, del suo impegno nazionale e del suo sviluppo nella comunità internazionale. Nella libertà della discussione noi invochiamo l’unità nelle cose supreme, e mi rincresce che anche durante questo dibattito con riferimenti polemici al passato rivolti ad uomini di cui è garantita la buona fede ed il senso di patriottismo, e che oggi con devozione dedicano le loro forze alla ricostruzione della patria democratica, si sentano meschine questioni personali, quando occorrerebbe invece uno schieramento che fosse di patria dedizione e di concorde volontà. Dicevo dunque che nella libertà della discussione noi invochiamo un’unità nelle cose supreme, la consapevole adesione ai necessari sacrifici e chiediamo ai politici, agli scrittori, agli educatori, che volgano lo sguardo soprattutto a ciò che della nostra tradizione e del nostro modo di vivere è consacrato dalla nostra esperienza storica e che deve essere patrimonio del nostro popolo e ispirazione nella sua elevazione morale e nella sua vita di lavoro. La democrazia però, quando ed ove occorra, deve sapersi difendere con la forza della legge. Noi, col vostro concorso e col vostro controllo, o senatori, vigileremo perché le supreme ragioni dell’unità della patria non vengano contrastate, le sue libere istituzioni non vengano messe in pericolo e non si propaghino germi di disintegrazione e di guerra civile. Il nostro proposito è fermissimo e si fonda sul senso profondo e religioso della nostra responsabilità di fronte al destino della nazione. (Applausi vivissimi e prolungati). Onorevoli senatori, al generale Eisenhower che prossimamente sarà ospite gradito di Roma… (interruzioni dall’estrema sinistra – vivissimi applausi dalla grande maggioranza)… al generale Eisenhower che prossimamente sarà ospite gradito di Roma, noi andremo incontro con lealtà di propositi e con la solidarietà di uomini liberi; andremo incontro con la dignità di un popolo che ricorda i benefici ricevuti dopo la guerra dalla grande nazione dalla quale egli proviene, con la fede nella missione internazionale di pace e di sicurezza che egli rappresenta. Il popolo italiano non ha avuto nel trattato il riconoscimento che meritavano i sacrifici che esso sopportò durante la guerra di liberazione e molto resta ancora da riparare. Esso sente tuttavia che le sue aspirazioni di giustizia, la sua volontà di sviluppo, il suo destino nel mondo lo collocano entro la comunità universale dei popoli liberi, ed entro tale solidarietà esso si propone liberamente e fermissimamente di lavorare con tutte le sue forze per la causa della pace e della sicurezza. (Vivissimi e prolungati applausi dal centro e dalla destra, e grida di: «viva l’Italia» – Dai banchi di sinistra si grida: «viva la pace»). [Dopo avere dichiarato di accogliere la mozione dell’on. Parri e di non accettare quella dell’on. Pertini, il presidente del Consiglio replica all’intervento del senatore Mauro Scoccimarro]. Ho già rilevato prima che è assolutamente impossibile entrare nei dettagli del problema, e credevo che da parte dei colleghi si dovesse tener conto di questa necessità e dei limiti di tempo per il dibattito. Non l’hanno fatto. Preferiscono parlare in modo che si possano stampare le rispettive dichiarazioni e farne propaganda pubblica. Ed io lo capisco. Però non temo che ci sia rimasto dubbio, anche se io non mi sono voluto riferire a tutti gli ordini del giorno e a tutte le motivazioni, sul programma del governo, sullo spirito delle proprie azioni passate e sugli impegni per l’avvenire. Questa è la conclusione su cui il Senato dovrà dare il suo voto. Circa tutti i fatti storici e gli accertamenti che si dovrebbero fare per risolvere i problemi e rifare qui nel Senato italiano dibattiti che sono stati fatti, per esempio, all’ONU, confesso che non ho qui tutto il materiale che ha a disposizione il signor Malik o il senatore Scoccimarro. So che vi è stata una lunghissima discussione nei giorni scorsi, so che ai rappresentanti della Russia e della Cina hanno risposto i rappresentanti delle altre nazioni, so che c’è stato un voto di 54 nazioni in un certo senso; mi sembrano tutte ragioni che mi inducono a credere quella che è la verità per quanto oggi accettabile. Comunque, quali che siano le origini del conflitto, in questo momento giova soprattutto lavorare perché esso cessi. È questo l’augurio che viene dal Senato e che è raccolto da me come un incoraggiamento per dare appoggio e per eventualmente prendere delle iniziative in proposito. Però la prima cosa che deve cessare è il fuoco. Abbiamo giorno per giorno migliaia di morti, milioni di persone in fuga, disastro sempre più crescente. Eppure su questo io non sento una parola, non sento dire: questa è la questione del momento, fermatevi, abbassate le armi se vogliamo la pace. (Vivissimi applausi dal centro – Commenti e interruzioni a sinistra). Anche allora noi abbiamo applaudito all’ordine dell’ONU per la cessazione del fuoco, è l’altra parte che non ha obbedito e non ha eseguito, e siete voi che avete plaudito nei vostri giornali all’avanzata delle armate popolari senza badare alle conseguenze che essa poteva avere. (Commenti). Voce da sinistra. È il loro paese! De Gasperi. Comunque, esiste sempre la grossa questione se questi problemi devono essere risolti attraverso la guerra oppure attraverso una trattazione pacifica. Per quanto riguarda poi quello che ha detto il senatore Casadei, non vorrei aver capito bene la sua minacciosa conclusione. Ma se egli avesse voluto veramente dire che in caso di conflitto che naturalmente si svolgerebbe, sia pure in alleanza con i nostri alleati, per la difesa della terra italiana, qualcuno credesse di essere legittimato a rifiutare il proprio contributo, sia in patria per mantenere l’ordine e la disciplina, sia, se tale sarà l’ordine, anche alla frontiera per difendere l’integrità e il benessere del paese, il non farlo o il lasciar dubitare che ci sia qualcuno in Italia che lo fa è già un tradimento morale. (I senatori del centro e della destra, in piedi, applaudono lungamente – Vivaci proteste dalla sinistra). TarTufoli. Viva l’esercito, viva i nostri caduti, viva i nostri prigionieri in Russia! (Applausi dal centro e dalla destra – Commenti dall’estrema sinistra). De Gasperi. Un’ultima osservazione. Qui, en passant, si sono espresse simpatie o antipatie per le persone che fanno parte del governo. Naturalmente non posso esigere da tutti di essere loro simpatico o antipatico o quanto meno posso esigere che queste simpatie si volgano su questo ministro più che su un altro. Però lealtà vuole che di fronte al Senato, che sta per votare, dica che le dichiarazioni che ho fatto sono fatte a nome del gabinetto, nella piena solidarietà dei colleghi e che sono certo d’aver interpretato il pensiero ed il proposito anche del ministro degli Esteri. Non posso accettare quindi in nessuna maniera che si dissoci la mia dalla responsabilità collettiva del gabinetto. (Vivi applausi dal centro e dalla destra) . "} {"filename":"f9ac4ef7-f0d3-4525-a89b-07a551acc66a.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Accenna alle vicende del Psli e alla lettera da lui scritta all’on. Saragat, di cui dà lettura. Propone di stralciare dal testo la parte relativa all’ordinamento scolastico. Così resta inteso. [È quindi data lettura delle modifiche apportate dal Consiglio dei ministri]. Riferisce poi sui colloqui di Londra, mostrandosi allarmato per l’andamento delle conversazioni dei Quattro a Parigi. Fa presente che in una conversazione preliminare sono stati discussi tutti i rapporti e i problemi di comune interesse. Vi sono state poi sedute ufficiali con stesura di verbali. Per quanto riguarda la questione di Trieste l’accoglimento è stato ben diverso da quello fatto dai francesi: soltanto dietro le nostre insistenze hanno dichiarato il mantenimento dell’impegno assunto con la dichiarazione tripartita del 1948. Danno un peso enorme alle 30 divisioni di Tito e pertanto si spingono ad avviare trattative. Per la zone B esiste un formale accordo anglo-jugoslavo circa la linea di demarcazione dell’occupazione militare. Comunque gli inglesi hanno promesso di parlare a Tito. Il ministro Sforza ha fatto presente l’opportunità che le sedi diplomatiche di Belgrado e Roma vengano, in conformità della proposta jugoslava, elevate ad Ambasciate, ma ha dato una risposta negativa. Guidotti ha avuto assicurazioni circa il trattamento dei nostri connazionali e dei beni italiani in Africa. Profila la possibilità che per l’avvenire l’Italia assuma il ruolo di mediatrice tra l’Inghilterra e i paesi arabi. L’impressione degli inglesi sulle discussioni dei Quattro è scettica e pes-simista, anche se Attlee spera molto che per ora non si avranno sviluppi critici. Informa poi che vi sono state discussioni preliminari sulle possibilità di lavoro italiano nel Regno Unito ed infine fa presente che l’Inghilterra chiede da noi l’invio di forti quantitativi di zolfo. "} {"filename":"c38742b1-4a66-4490-8bf1-98159521ac00.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"La sua opinione è che bisogna fare le elezioni amministrative; è un problema di portata mondiale. Vedasi l’episodio del sindaco di Firenze che è stato escluso dalle onoranze ai fratelli Rosselli in Francia. Il nostro scopo è quello di debellare il comunismo e di conquistare le amministrazioni dei comuni. Il popolo sente questo problema ed il popolo è più saggio degli uomini politici. Le vicende del Psli comportano dei rischi, ma non si può tornare indietro, né si può pensare che D’Aragona, Simonini, Lombardo e Saragat collaborino con i comunisti. Perciò la necessità delle elezioni. Raccomanda a tutti di dimostrare coerenza, compattezza ed entusiasmo: bisogna avere fede nelle cose semplici e giuste. Le elezioni saranno effettuate secondo i metodi del 18 aprile 1948, ed intanto bisogna far approvare le eggi urgenti. Si deve battere il comunismo con sistemi democratici. [Dopo alcuni interventi, il ministro Scelba introduce la legge contro le attività neofasciste, allora all’esame del Senato]. Possiamo impedire al Msi di presentare delle liste? [Dopo alcuni interventi, il Consiglio dei ministri procede alla discussione sul trattamento economico dei pubblici dipendenti]. In sostanza siamo concordi; bisogna trovare la formula per respingere le richieste. La scala mobile in altri tempi ha giovato. Le aziende private hanno ripreso il meccanismo della scala mobile. La questione sarà esaminata: intanto bisogna affermare che di fatto le retribuzioni sono ora al di sopra del livello della scala mobile . "} {"filename":"f381cf34-c6eb-47e6-a2c9-19d2edc7063b.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Debbo rilevare innanzi tutto che la mia dichiarazione è stata forse interpretata male. Essa non ha in nessuna maniera escluso l’apertura della discussione in argomento. Io ho rilevato soltanto che coloro i quali avessero bisogno di ulteriori accertamenti per stabilire se la mia interpretazione, che cioè il governo attuale continui ad avere la fiducia del paese, sia esatta o no, hanno dalla Costituzione e dal regolamento tutti i mezzi idonei per provocare un dibattito in materia. Credo che questo sia esatto. A parte ciò, quando parlo di spiegazioni non intendo semplicemente rispondere ad una interpellanza, ma rendere conto del mio operato in un dibattito pubblico; mi riservo di fare e spero di avere anche in Senato dei sostenitori della mia tesi, che cioè la mia interpretazione sul voto di fiducia sia esatta. La discussione, perciò, non trova obiezioni da parte mia. In quanto alla mia presentazione prima alla Camera, devo dire che essendomi presentato, alla formazione del governo, alla Camera, era ovvio che, anche in questo caso, io dessi informazioni circa il mutamento del governo alla Camera stessa, senza con ciò volere in nessuna maniera postergare il Senato, il quale ha il pieno diritto di dare il suo parere e partecipare alle decisioni, sia per quanto riguarda la sostanza, sia per quanto riguarda la forma. Alla Camera si è chiesta, nella stessa maniera con cui l’ha chiesta l’onorevole Lucifero, l’apertura della discussione; la discussione è stata fissata per mercoledì. Evidentemente io non sono in grado di assistere contemporaneamente alla discussione nei due rami del Parlamento, a meno che non si voglia fare la discussione alternativamente. Ad ogni modo, ciò potrà essere stabilito dalle Camere. […] Devo ancora al Senato un chiarimento. Voglio essere esplicito. Non nego che nelle mie parole vi è la ricerca di un equilibrio tra due concetti e per questo esse possono anche non riuscire perspicue. Da una parte c’è quel certo senso di onore, indipendentemente dal diritto di senatori o di deputati di discutere, quel senso di onore di un governo che non può rifiutarsi ad una discussione su comunicazioni fatte circa il suo atteggiamento; questo senso l’ho espresso ad un certo momento quando ho detto: sono necessarie ulteriori spiegazioni? Son qui a disposizione della Camera e del Senato. Il che vuoi dire che, se per la Camera e il Senato decidono una discussione, mi rendo conto di questo diritto e mi sottopongo a questa discussione. Con ciò soddisfo in un certo senso al diritto, diciamo, delle Camere e al senso di onore del governo che non vuole passare sotto silenzio una discussione provocata dalle sue comunicazioni. Però, onorevoli senatori, permettete a un deputato, che è momentaneamente presidente del Consiglio, di preoccuparsi della questione costituzionale, perché le discussioni che si fanno al di fuori, specialmente dai membri dell’opposizione, si volgono tutte a dimostrare che io avrei agito incostituzionalmente. Ora, di questa questione naturalmente non è questo il momento di parlare; vi è però una questione, e l’onorevole Conti ne ha rilevata l’esistenza, che è inutile non voler affrontare: non so se sarà opportuno affrontarla, ma che essa esista è evidente. Vi dirò che io stesso l’anno scorso alla Camera, quando per quel certo senso di onore e per quel diritto che venne affermato si volle fare una discussione, non ho fatto obiezioni, ma ho sentito che le cose potevano andare a finire in modo da rappresentare un raggiramento della Costituzione, che produceva l’annullamento delle norme previste per la presentazione della mozione, ossia di quella specie di sbarramento che la Costituzione aveva posto per evitare che si avessero subitanei cambiamenti di governo. Perché questa è stata l’idea dei costituenti, questo è il principio fissato nell’articolo 94 della Costituzione, e risulta chiaro che c’è stato uno sforzo nuovo, onorevole Labriola, contro le vecchie tradizioni parlamentari per stabilire una procedura particolare, per poter giungere allo spostamento del governo e ad abolire una fiducia che prima esisteva. Ora in questo senso (vi prego di voler prendere atto di questo sentimento di colleganza e di corresponsabilità e non di difesa del mio punto di vista particolare di governo) in questo senso ho accennato che, se ci fosse un dubbio sulla continuità o meno di un governo, la Costituzione prevede mezzi particolari per accertarsi se questo dubbio sia fondato o meno. Questa sarebbe la procedura ordinaria. L’onorevole Conti in questo senso mi pare che abbia perfettamente ragione e mi pare che sia in questo senso egli stesso uno dei custodi ed interpreti della Costituzione. Devo confessare che abbiamo fatto delle cose contraddittorie. L’anno scorso alla Camera, come ho accennato prima, si è entrati nella discussione e, nonostante che non avessi fatto che la comunicazione pura e semplice delle nomine, si è entrati nella discussione per quel certo senso che ho detto prima e che era difficile evitare. Non ricordo più esattamente come sì è andati a finire, che forma si sia scelta, ma è certo che è rimasto in noi, e in tutti i deputati che si preoccupano di queste questioni, il dubbio se con ciò lentamente non si venisse ad eludere la procedura che la Costituzione ha creato per la stabilità di qualsiasi governo, onorevoli senatori, e non del governo De Gasperi. Ora, io mi trovo dinanzi al Senato. Oggi, alla Camera, di fronte ad un’interpellanza che si è richiamata al precedente dello scorso anno, e che faceva appello al presidente della Camera stessa, io mi sono alzato e ho detto: non faccio obiezioni per la discussione; mi riservo, e con me si riservano i nostri amici, di vedere come in questo travaglio che nascerà dalla discussione si avrà riguardo anche alle formule della Costituzione. Quindi in realtà, da parte mia, e credo anche da parte della maggioranza, c’è stata una riserva in tal senso anche alla Camera. Ora, io dico: qualunque sia il precedente, mettiamoci la mano sulla coscienza; abbiamo l’articolo 94 della Costituzione e c’è da una parte un diritto dei senatori e dall’altra un obbligo del governo. C’è una dichiarazione del governo che accetta la discussione. Io affido a voi, alla vostra saggezza, nel momento in cui questa discussione si avvia, procede e si conclude, di trovare la maniera per non mettere in pericolo la procedura prevista dalla Costituzione, in modo che essa venga salvaguardata e riconfermata, perché altrimenti non solo veniamo meno ad uno dei capisaldi della Costituzione stessa, ma soprattutto veniamo meno alla giustissima e legittima preoccupazione che hanno avuto i nostri costituenti cercando di rafforzare la stabilità del governo, e ciò in base ad una triste esperienza passata. Io guardo a questo problema completamente distaccato: distinguo tra quello che è il destino di un governo e quello che deve essere il destino della Costituzione, e raccomando al Senato di pensare più a questa seconda che al primo. (Vivi applausi dal centro). "} {"filename":"29d373ab-5dc4-46dd-9811-7e89991d202a.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Ricapitola la situazione. Il governo non può contare per ora sull’apporto di altri partiti. Sotto questo profilo non ci sarebbe motivo di una crisi ministeriale. Pensava di poter far fronte ai desideri della maggioranza con un rimpasto. Sono sorti però fatti nuovi che consigliano di rivedere la situazione di tutto il gabinetto. Raccomanda ai colleghi di esprimere in sintesi il loro parere. […] Gonella ha troppo esaltato la sua arrendevolezza verso i direttivi dei partiti. Non è esatto. Sono stati i gruppi a chiedere di intervenire nelle decisioni. Accenna all’indisciplina del gruppo democristiano. È opportuno metterlo dinanzi alle sue responsabilità. Il capo dello Stato non può che affidare l’incarico al leader di maggioranza, che, oltretutto, è confortato da un voto di quasi tutti i gruppi parlamentari che hanno approvato la politica generale del governo. Si rende conto che un rimpasto comprendente otto o nove portafogli sarebbe molto vasto. La crisi è irrazionale ma se viene imposta ai gruppi parlamentari. Anche la stampa favorevole al governo ha un orientamento che stimola la reazione dei gruppi parlamentari. Il presidente della Repubblica lo ha pregato di evitare la crisi, ma dopo gli ultimi avvenimenti non sa se sia sempre dello stesso avviso. Conclude dichiarandosi favorevole alla crisi. Non crede che Gonella o Campilli possano garantire una idonea soluzione fuori della crisi. Ha esagerato nel consultare i gruppi parlamentari, ma è necessario un nuovo governo che dia sicurezza per i venti mesi che ancora rimangono dell’attuale legislatura. Si recherà da Einaudi e farà presente che ritiene la crisi la forma migliore per risolvere la situazione. [Il ministro Segni domanda se l’apertura della crisi renda improbabile il successivo reingresso nel governo del Ps(siis) e del Pli. Dopo alcuni interventi, replica il presidente del Consiglio]. Non è possibile fare previsione. Non dubita che la procedura sia legale. D’altra parte la crisi offre i suoi lati buoni: viene a smentire che la maggioranza sia sempre prona al governo. […] Legge una bozza di comunicati di carattere interno per il capo dello Stato. […] Non è possibile aprire un conflitto con i gruppi parlamentari, altrimenti non sarà possibile costituire un nuovo governo . "} {"filename":"709bd4b4-c86a-46c4-8555-34c37c8cfa9c.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"(Vivissimi applausi al centro e a destra – I deputati di questi settori sorgono in piedi). Onorevoli colleghi, quando si ricostituì il ministero, era già convocata ad Ottawa per il 15 settembre la conferenza atlantica cui erano invitati il ministro degli Esteri, quello del Bilancio e quello della Difesa e, a una data di poco precedente, si radunavano a Washington il consiglio della Banca internazionale e quello del fondo monetario, cui vennero chiamati a partecipare i ministri Pella e La Malfa. Nacque allora l’idea di profittare di questa occasione per esaminare in conversazioni bilaterali i nostri rapporti politici ed economici con gli Stati Uniti, tanto più che il presidente del Consiglio, sia pure per una data posteriore, contava di partecipare alla cerimonia della consegna dei cavalli di bronzo sul ponte di Arlington. Così, in modo cordiale e lusinghiero, ci venne anticipato l’invito. Io sapevo bene che tale visita sarebbe stata oggetto di discussione, suscitando in alcuni eccessive speranze, in altri reazioni polemiche; ma, pensando che il progresso dell’Italia nella vita internazionale esige opera tenace e spirito di sacrificio, ritenni doveroso affrontare il rischio e la fatica. Ora, onorevoli colleghi, sono qui a rendervi conto di quello che dissi, di quello che operai, di ciò che raggiunsi, assumendo piena responsabilità delle parole e degli atti, certo come sono d’essere stato interprete fedele del pensiero e delle aspirazioni della maggioranza della nazione. Ottawa: prima sessione del Consiglio atlantico con tre ministri per ogni paese, rappresentanti di vari Stati, 36 ministri, circa 300 delegati, funzionari ed esperti. Il carattere della conferenza fu poliedrico; accanto, cioè, alle questioni militari, vennero discusse quelle di direttiva politica e i problemi economicofinanziari vennero pure dai ministri competenti presentati e discussi. Tale carattere si manifestò in due discussioni: l’una di politica internazionale generale, l’altra sull’articolo 2 del Patto atlantico. Nella discussione sulla situazione mondiale, i rappresentanti della Francia, del Regno Unito e degli Stati Uniti parlarono dei problemi discussi a Washington precedentemente: Summer, cioè, in particolare sull’esercito europeo, e Morrison sull’accordo con la Germania. Io colsi l’occasione per esprimere il punto di vista italiano su tali questioni e su alcune altre che interessano più direttamente il nostro paese . Accennai al comunicato pubblicato alla fine delle conversazioni anglo-franco-americane a Washington, in cui era accenno, per quanto breve, ma abbastanza significativo, alla revisione del trattato italiano. Infatti, il comunicato faceva menzione della contraddizione che esiste fra certe clausole del trattato di pace italiano e la posizione attuale dell’Italia in seno alle nazioni libere. I tre governi dichiaravano di guardare con simpatia alla possibilità di eliminare questa contraddizione. Chiedevo allora ad Ottawa se non c’era migliore occasione di questa, che ci riuniva intorno allo stesso tavolo, per mettere un termine ad una discriminazione del tutto ingiustificabile e incompatibile con la piena sovranità dell’Italia e con la sua partecipazione su un piano di uguaglianza di diritti e di doveri alla comunità atlantica. Chiedevo se non fossero tutti d’accordo (ed ero certo che tutti fossero d’accordo) sul fatto che le relazioni fra le nazioni alleate e l’Italia dovessero essere basate unicamente sulla collaborazione leale di tutti i partecipanti, per la difesa della libertà e della pace nello spirito della Carta delle nazioni. Tale richiesta fu poi appoggiata durante la discussione dal ministro degli Esteri francese e portò ad una affermazione generica nella risoluzione della conferenza, durante la quale, però, come è noto, in riunioni con i tre «grandi» potei raggiungere l’accordo di massima sulla revisione, accordo che venne poi perfezionato a Washington. Circa l’esercito europeo o, come i francesi l’hanno chiamato, «comunità difensiva europea», dichiarai che l’Italia aveva dato la sua adesione fin dal principio tenendo conto soprattutto del fatto che un esercito europeo unificato può costituire la base di una organizzazione federale fra gli Stati europei. Aggiungevo che avevamo ferma intenzione di fare del nostro meglio per cercare di superare le difficoltà di carattere costituzionale, amministrativo, finanziario, che non si può negare si presentino agli occhi di tutti. Bisogna – concludevo – prima di ogni altra cosa trovare la soluzione al problema del bilancio, cioè al problema delle spese comuni. Esso non può non essere affrontato senza un atteggiamento favorevole da parte dei parlamenti nazionali. Ciò che è di grande importanza è che, pur continuando lo studio delle questioni strutturali, si possa trovare un sistema provvisorio che permetta alla Germania di cominciare a dare immediatamente il suo contributo alla difesa comune. La parola d’ordine – dicevo – dei partigiani della pace è che la cosiddetta militarizzazione della Germania possa costituire il casus belli. Bisogna opporre a tale affermazione l’argomento che, se un riarmo in massa e senza controllo potrebbe a ragione far sorgere paura o sospetto, qui si tratta, al contrario, di salvare una Repubblica libera attraverso mezzi difensivi limitati e nel quadro di un esercito comune europeo. Bisogna sottolineare che, via via che questa Repubblica si sviluppa e ottiene le sue libertà democratiche, essa sviluppa anche la possibilità di difesa con il concorso delle sue forze armate. Un breve cenno feci allora in quella seduta – che non era, naturalmente, pertinente – alla questione di Trieste, mettendola nel quadro e nel nesso di tutte le questioni della difesa e della solidarietà internazionale. Ho detto: «vi prego di credere che noi non pratichiamo l’intransigenza per principio; noi insistiamo per creare un rapporto di vicinato che, attraverso la sua struttura razionale, possa assicurare la collaborazione pacifica fra i due paesi contigui e risolvere questa questione nell’interesse della difesa occidentale». «Ecco un caso – concludevo – nel quale dovrebbe trovare applicazione quanto ho detto l’altro giorno al signor Morrison, cioè che bisogna sostenere la fede delle masse nei princìpi morali di giustizia, se si vuole domandare a esse di fare dei duri sforzi e di sottomettersi a gravi sacrifici». Anticipando poi sulla discussione circa l’articolo 2, accennavo al problema economico italiano nel modo che segue, ed è opportuno rilevarlo perché mi si è accusato di conoscere un solo rimedio: l’emigrazione all’estero. Dissi, dunque, per ciò che concerne il mio governo: «desidero sottolineare che il problema della ridistribuzione delle ricchezze ha un aspetto completamente differente in un paese il cui reddito annuale pro capite è, per esempio, calcolato in 670 dollari (Inghilterra) e un paese il cui reddito annuale pro capite è solamente 248 dollari (Italia). Il pieno impiego pone un problema ben più difficile per un paese che, come l’Italia, ha un accrescimento annuale della sua popolazione di 450 mila unità e ha un’offerta sul mercato del lavoro che si accresce ogni anno di più di 200 mila unità, e che infine non possiede le materie prime e deve sempre contare sulla esportazione della mano d’opera eccedente. Il governo italiano non risparmierà alcuno sforzo per moltiplicare le possibilità di lavoro. Ma non sarebbe forse nell’interesse comune che i disoccupati italiani potessero trovare una occupazione, sia pure temporanea, nei paesi che hanno deficienza di mano d’opera, specialmente nel settore della difesa e della produzione militare che ci impegna oggi? L’offerta di lavoro è certamente più efficace e decisiva del contributo finanziario». Si passò poi al secondo punto: «comunità atlantica». L’argomento di tale discussione è noto al Parlamento italiano perché fu oggetto di mie affermazioni recenti al Senato, benché allora esse fossero anche fraintese quasi che il concetto da me espresso di un allargamento e approfondimento del Patto atlantico volesse significare una accentuazione del suo carattere militare, mentre con le mie parole intendevo una dilatazione del Patto atlantico nel senso di solidarietà generica e costruttiva. A Ottawa si sono coniate le parole e il concetto di «comunità atlantica». La discussione è stata interessante perché ha gettato un fascio di luce sull’avvenire. Il Patto atlantico è nato – come sapete – nel Canadà, e uomini come Di Saint Laurent e Pearson erano ben chiamati a interpretarlo e a svilupparlo in occasione della settima conferenza. La difesa è una necessità; ma, una volta raggiunto il limite indispensabile per la sicurezza di tutti, la solidarietà si rivolgerà a tutta la vita politica ed economica creando una comunità internazionale. È chiaro che più interessate a chiedere tale comunità sono le nazioni minori; ma gli Stati Uniti – bisogna ammetterlo – fecero propria la proposta. È proprio di Acheson quella di nominare un comitato di studio costituito dai rappresentanti del Belgio, del Canadà, dell’Italia, dell’Olanda e della Norvegia. Per l’Italia venne delegato il ministro Pella. Tale comitato iniziò i suoi lavori ancora durante la conferenza, ed è opera sua il testo della risoluzione che riassume le conclusioni del dibattito. I ministri italiani, sia nell’assemblea sia nel comitato, fecero inserire il capoverso che dice: «tutti gli ostacoli che impediscono la cooperazione su un piede di uguaglianza dovranno essere eliminati». Nella discussione il ministro degli Esteri francese, a nome dei tre «grandi», riferì questa affermazione al caso dell’Italia, assicurando che i tre avrebbero condotto a fondo l’iniziativa di revisione già annunziata. Ed ecco come suona la dichiarazione di Ottawa sulla comunità atlantica. Non sarà male che noi la inseriamo nel nostro verbale: «i popoli della comunità atlantica si sono uniti sotto il trattato difensivo nord-atlantico per preservare la loro libertà e sviluppare il loro comune retaggio di democrazia, libertà e prevalenza della legge. Durante due anni, da quando il trattato è entrato in vigore, le nazioni atlantiche si sono strette in uno sforzo collettivo per la loro difesa. Esse continueranno a lavorare strettamente insieme per consolidare la comunità nord-atlantica. Tutti gli ostacoli che impediscono tale cooperazione su un piede di uguaglianza dovranno essere eliminati». È stata la minacciosa situazione internazionale a portare le dodici nazioni atlantiche alla firma del patto per creare quella forza sufficiente a preservare la loro libertà. Una serie di cosiddette offerte di pace, vaghe nel linguaggio come oscure nel contenuto, vengono fatte di tanto in tanto. I popoli della comunità atlantica misureranno queste offerte con il metro dei fatti che vi faranno seguito. Non verranno mai respinte sincere proposte di pace, ma non si rinunzierà all’organizzazione della propria forza difensiva, di fronte a parole vuote. Il consolidamento dell’organizzazione atlantica negli ultimi due anni ha sviluppato nell’ambiente dei popoli un forte senso di comunanza di interessi e di ideali. Vi è un desiderio nella comunità atlantica di far fronte a tutte le necessità specifiche in tutti i campi in cui la stretta collaborazione promuoverà il benessere della comunità. Una fonte di ulteriore sviluppo della comunità atlantica è costituita dall’articolo 2 del patto, che dice: «i contraenti contribuiranno all’ulteriore sviluppo di pacifiche e amichevoli relazioni internazionali rafforzando le loro libere istituzioni, migliorando la comprensione dei princìpi sui quali sono fondate queste istituzioni e migliorando le condizioni di stabilità e di benessere. Cercheranno di eliminare i conflitti nella loro politica economica e internazionale incoraggiando la collaborazione economica fra alcuni membri o tutti indistintamente». Il Consiglio ha deciso, di conseguenza, di organizzare un comitato ministeriale composto di rappresentanti belgi, canadesi, italiani, olandesi e norvegesi per studiare l’ulteriore consolidamento della comunità atlantica e soprattutto l’attuazione dell’articolo 2 del patto. Il Comitato dei sostituti studierà in particolare e farà proposte al Consiglio sui seguenti argomenti: 1) coordinamento e frequenti consultazioni nella politica estera, con particolare riguardo a passi destinati a promuovere la pace; 2) cooperazione economica, finanziaria e sociale più stretta, allo scopo di promuovere e garantire condizioni di stabilità economica e di benessere sia durante sia dopo l’attuale periodo di sforzi difensivi in seno all’organizzazione atlantica e tramite altri organi; 3) collaborazione nel campo della cultura e della informazione del pubblico. Questo ultimo accenno alla necessità di cooperare per illuminare l’opinione pubblica è stata una delle esigenze più frequentemente accentuate durante la conferenza. Anche i delegati italiani hanno rilevato che bisogna controbattere la propaganda avversaria smentendo che il nostro scopo sia quello di svolgere o di favorire qualsiasi attività offensiva. Mi chiederete se si parlò, o meno, di difesa o di provvedimenti militari. Certamente, se ne parlò; ma non in seduta plenaria, bensì in riunioni dei ministri della Difesa, in presenza, dunque, del ministro Pacciardi. Si deve però aggiungere che tali materie vennero trattate in seno ai comitati tecnici e a quello dei sostituti, e che se ne riparlerà più diffusamente e specificatamente nella conferenza di Roma. Una decisione importante di carattere organizzativo e sostanziale venne però presa, e merita rilievo. I vari rapporti degli organi atlantici esistenti, e considerazioni di vari rappresentanti alla conferenza stessa dimostrarono la necessità di un maggior coordinamento sia fra i piani difensivi dei singoli paesi, sia fra le esigenze militari e le possibilità economico-finanziarie dei singoli paesi. Sostanzialmente, quindi, la proposta di creare un comitato di ministri più ristretto, che facesse tale lavoro di analisi e di sintesi. Il dibattito portò, tuttavia, alla creazione di un comitato, anch’esso di dodici membri, con un presidente, che sarà Harriman, e due vicepresidenti. Il compito principale sarà quello di fare un rapporto al Consiglio atlantico al più tardi il 1° dicembre 1951, in merito all’analisi, da farsi immediatamente, delle questioni poste dalla necessità di conciliare da una parte le esigenze della sicurezza esterna – particolarmente allo scopo di realizzare un piano NATO accettabile dal punto di vista militare per la difesa dell’Europa occidentale – e dall’altra le possibilità reali, politiche ed economiche, dei paesi membri. La maggior parte dei membri designati hanno competenza e responsabilità finanziaria. Noi abbiamo destinato a questo posto assai importante l’onorevole Pella. Il Consiglio dovette infine esprimere un voto sulla richiesta della Grecia e della Turchia di entrare nel patto. Il governo italiano si era espresso favorevolmente fin da quando la questione si era affacciata per la prima volta alla conferenza di Washington. Non avevamo che confermare il nostro punto di vista che tale accessione avrebbe aumentato le garanzie di sicurezza nel Mediterraneo. Poiché l’ammissione della Turchia, paese in parte asiatico, esige un cambiamento del testo dell’articolo 6, vi sarà presentato a suo tempo, per la ratifica, il relativo disegno di legge. E con ciò ho concluso il mio rapporto sulla conferenza di Ottawa, non senza rilevare che la conferenza si svolse in un ambiente di profonda simpatia verso i rappresentanti dell’Italia, che furono festeggiatissimi, sia da parte del primo ministro Di Saint Laurent, sia da parte della comunità italiana. Ed ora veniamo a Washington. Fra Ottawa, Montreal, Detroit, Washington e New York ho dovuto pronunciare una ventina e più di discorsi. Qui non interessano, naturalmente, se non quelli che impegnano la nostra direttiva o la nostra concezione politica o che furono nella nostra stampa discussi o talora addirittura contraffatti. Si è detto che dinanzi al Congresso americano ho parlato da «servo» e ho esaltato la guerra. Mi si permetta qui di rievocare e affidare al verbale della Camera alcuni passi del discorso al Congresso. Eccone uno: «le azioni dei popoli sono complesse: il bene ed il male, l’egoismo e l’altruismo possono di volta in volta determinare il loro corso, ma l’idea fondamentale, la forza sottintesa che provvede all’impulso non è che una: il vostro non è imperialismo, non è spirito di conquista. Cosa è, dopo tutto, quel vostro sforzo di organizzare le Nazioni Unite, se non uno sforzo per superare i conflitti e la guerra sulla base dell’eguaglianza e della ragione? E poiché, dall’altra parte, la unità non è desiderata e il dissenso viene alimentato, che cosa è il Patto atlantico se non un altro tentativo di realizzare la solidarietà tra gli uomini di buona volontà nel costruire un nuovo mondo e nel difenderlo, se attaccato, con la forza delle armi? Nessuno può credere che uomini liberi come voi siete, uomini che hanno avuto una profonda esperienza dei mali della guerra (così come noi l’abbiamo avuta), possano cercare la guerra come soluzione dei nostri problemi. Un noto autore inglese, nella sua Diplomacy , ricorda l’appello rivolto dal re ai lacedemoni alla conferenza di Sparta di circa 2.300 anni fa: “io non ho rag-giunto l’età che ho senza aver guadagnato esperienza in molte guerre. Vi sono molti fra voi che hanno la mia stessa età che non commetteranno certamente lo stesso errore di immaginare, nella loro ignoranza, che la guerra sia cosa desiderabile o che essa porti vantaggi e sicurezza”. Noi che abbiamo superato due guerre mondiali sappiamo che dobbiamo evitarne una terza». Si è detto che ho parlato da rappresentante di «mendicanti straccioni» e che non conosco come rimedio che l’emigrazione. Ecco come al Congresso parlai dei problemi del lavoro, e con quale dignità rivendicai la nostra uguaglianza politica e giuridica: «noi lottiamo per aumentare in patria l’occupazione e per trovare nuovi sbocchi al nostro lavoro all’estero: un arduo compito in un paese che ha circa due milioni di disoccupati su una popolazione lavorativa di circa 21 milioni. Noi vi chiediamo di assisterci. Noi siamo una nazione proletaria che ha soprattutto necessità di lavoro. Lavoro in patria mediante ordinazioni per rifornimenti civili e militari, lavoro all’estero attraverso l’impiego temporaneo o permanente della mano d’opera eccedente. I nostri amici americani sono testimoni dell’industriosità del nostro popolo. Tuttavia noi non vogliamo venire a voi pressati soltanto dalle necessità materiali. Se lo facessimo, non meriteremmo la vostra considerazione né la vostra amicizia. Ma, come uomini liberi ad uomini liberi, noi vogliamo dirvi che vi siamo grati perché, chiedendo la revisione del nostro ingiusto trattato di pace, avete riconosciuto che una alleanza effettiva e valida non può esistere senza l’eguaglianza dei diritti ed il pieno riconoscimento dell’indipendenza, della sovranità e della dignità della nazione» . (Applausi al centro e a destra). «Nessuno di voi – concludevo – dovrebbe pensare che noi siamo vittime di un gretto nazionalismo. Se noi chiediamo che la questione di Trieste sia definitivamente risolta nell’ambito della dichiarazione anglo-franco-americana del marzo 1948 è perché vogliamo consolidare la nostra coalizione occidentale in Europa e perché vogliamo creare un fronte in cui le vecchie difficoltà non esistano più e si possa, in tal modo, stabilmente e solidalmente costruire il baluardo dell’unità europea dietro questo comune spiegamento di forze» . Ho poi accennato a Trieste. Circa questa questione ho parlato, sia in un colloquio con il presidente Truman sia nei colloqui con Acheson e i suoi collaboratori, con estrema chiarezza e precisione. «La questione di Trieste – dissi – non è questione di territorio solamente, ma costituisce un punto nevralgico della vita nazionale italiana. La sua importanza politica travalica le frontiere degli Stati contigui; essa non è semplicemente una questione italiana o jugoslava, ma è un problema di responsabilità internazionale: primo, perché l’attuale distribuzione delle forze di occupazione e delle forze provvisorie amministrative risale alla linea Morgan del giugno 1945, linea contro la quale il governo italiano ha sempre protestato e che, appunto a seguito di tali proteste, venne ufficialmente riconosciuta come senza influenza o pregiudizio per il destino finale di questa zona; secondo, perché la presente situazione nasce dall’imposto trattato di pace che il governo italiano ha subito, ma del quale, per quanto riguarda Trieste, ha previsto e annunciato la inapplicabilità. Ora è chiaro che, prevedendo il trattato che le norme legislative e amministrative potevano essere modificate solo con decreto del governatore, non essendo questo governatore nominato, la legislazione e l’amministrazione devono essere italiane. Di ciò è responsabile particolarmente il comando anglo-americano di Trieste. Il presidente degli Stati Uniti, dunque, come ogni altro capo di Stato responsabile del trattato ha, perciò, il diritto e il dovere di collaborare alla soluzione più giusta. Tale soluzione il governo americano ha indicato nell’accedere alla dichiarazione tripartita del 1948. Se anche dall’altra parte ci sarà buon volere, è possibile che essa formi la base di un accordo risolutivo». Il comunicato diramato dopo i colloqui col presidente accenna a questo argomento nel terz’ultimo capoverso, ove dice che il presidente del Consiglio ha accentuato e il presidente riconosciuto la grande importanza che il popolo italiano annette alla questione di Trieste a riguardo della quale la politica dei due governi è ben nota. «La questione – si aggiunge – venne presa in piena considerazione». Questa conclusione è ulteriormente precisata nel comunicato finale che riassume le conversazioni col segretario di Stato. Eccone il testo: «per quanto concerne Trieste, sia il presidente del Consiglio sia il segretario di Stato hanno convenuto che una soluzione di tale questione rafforzerebbe grandemente l’unità dell’Europa occidentale. Come è stato dichiarato nelle conversazioni tra il presidente del Consiglio e il presidente degli Stati Uniti, l’atteggiamento dei due governi su tale questione è ben nota: la soluzione deve tener conto delle legittime aspirazioni del popolo italiano». Nessuno, onorevoli colleghi, poteva attendere che da questi colloqui uscisse una formula imperativa né che l’indicazione della soluzione fosse stata tale da portare, fin dall’inizio, a un urto contro l’altra parte verso la quale ci si proponeva di far valere i nostri buoni uffici; ma, quando si pensi che nell’opinione pubblica americana la questione di Trieste veniva spesso definita come una questione di pochi metri quadrati, come una «questione di giardinaggio», come si diceva, e che non invano si era fatta valere una propaganda che voleva qualificare gli italiani come egoisti e guastatori di future collaborazioni ritenute importanti, se non necessarie, si dovrà convenire che l’aver ottenuto il riconoscimento delle legittime aspirazioni italiane ed il riconoscimento dell’importanza capitale della questione costituisce un passo probabilmente decisivo per gli sviluppi futuri. (Applausi al centro e a destra). Revisione: che cosa potevamo sperare quando abbiamo parlato di revisione del trattato? C’è davvero qualcuno che poteva pensare di rifare il corso delle cose, di proporre l’annullamento delle clausole territoriali delle quali si era eseguita o subita l’esecuzione, ed in confronto ai partecipanti al trattato rimettere in non cale i diritti di terzi e le riparazioni sulle quali accordi esecutivi bilaterali costituivano già un impegno contrattuale? L’impostazione per raggiungere almeno lo scopo non della rivendicazione del passato, ma della totale, sostanziale e formale indipendenza ed eguaglianza del presente, doveva essere formulata in modo diverso. Si noti che, nell’intenzione dei tre proponenti – alla quale, certo, noi non potevamo opporre argomenti – il tentativo di revisione doveva esser fatto prima in confronto di tutti i firmatari del trattato; quindi la proposta doveva essere fatta e stilata in modo da non rendere inizialmente e pregiudizialmente negativa la risposta. Ecco perché i limiti di tale revisione sono ristretti e non devono toccare diritti di terzi. Il diritto di aderire di tutti i partecipanti porta con sé l’eliminazione di ogni emendamento che tocchi diritti acquisiti di terzi, governi ed individui. La revisione poteva quindi riferirsi, in fondo, solo all’abolizione di limiti o di discriminazioni unilaterali che riguardano la sovranità italiana. Su questo argomento, come vi è noto, ebbi due colloqui con i tre ministri degli Esteri delle maggiori nazioni. Già ad Ottawa in questi colloqui si raggiunse un accordo di massima, che poi venne perfezionato a Washington. La ricostituzione dell’indipendenza nazionale è il principio che va riguadagnando terreno: si confronti il caso del Giappone, si confronti il caso della Germania. Si cerca un nuovo assetto del mondo ove, almeno in principio, dovevano cessare le differenze fra vincitori e vinti e dovevano liquidarsi trattati di guerra intesi come sanzioni di guerra. Ora, come mai, dinanzi a questa nostra proposta e alla proposta dei nostri alleati, possono nascere in Italia delle obiezioni che, anticipando i giudizi della sovietica Gazzetta letteraria, parlano di violazione del trattato da parte nostra, al punto che non si è mai voluto accogliere la concezione che, in realtà, il trattato è stato violato da chi ci ha escluso dall’ONU? Nel comunicato finale si legge: «il segretario di Stato ha confermato la volontà degli Stati Uniti di esercitare pressioni per l’ammissione dell’Italia alle Nazioni Unite allo scopo di rendere possibile all’Italia di collaborare nella più ampia misura al mantenimento della pace e alla rimozione delle cause della tensione internazionale». Ecco come abbiamo motivato ed impostato la nostra azione collettiva e specialmente europeistica. Sempre nel comunicato finale si legge: «il presidente del Consiglio ed il segretario di Stato hanno passato in rassegna le misure già prese per rendere più stretta l’unione dei paesi dell’Europa occidentale. In questo quadro sono stati compresi la Repubblica federale tedesca e la questione dell’esercito europeo. Il presidente dal Consiglio ha manifestato al segretario di Stato la decisione dell’Italia di prestare la sua piena collaborazione a questi sforzi». Conviene qui ricordare e citare il discorso del presidente Truman, nel quale si fa riferimento a questa speciale missione dell’Italia. Diceva il presidente Truman: «il futuro dell’Italia non sta soltanto nei progressi compiuti all’interno, ma anche in un rafforzamento dei legami che la uniscono alle nazioni libere sue vicine. Abbiamo seguito con grande interesse gli sforzi compiuti da alcuni uomini politici italiani per creare in futuro un profondo senso dell’unità europea, fondato sui valori morali e culturali. Ci aspettiamo che l’Italia, col suo grande retaggio religioso e culturale, assuma una parte di primo piano nel quadro di tali sforzi. Una maggiore unità nella difesa e nello sforzo economico, la revisione delle vecchie superate barriere dal mare del nord al Mediterraneo, ecco quello di cui vi è bisogno per garantire non solo la sicurezza, ma anche il progresso sociale ed economico dei popoli». Scusate se ora mi cito. È perché alla conclusione del mio discorso al Congresso ho proteso lo sguardo verso l’avvenire pacifico di un’Europa risorta, trovando lo sforzo americano non rivolto a un conflitto, ma a spingere gli europei alla costituzione unitaria, quando dissi agli americani: «l’Europa, una volta finalmente unita, vi esonererà dai vostri sacrifici di uomini e di armi, perché potrà pensare da sola alla difesa della pace e della comune libertà, raccogliendo le inesauste energie della sua tradizione morale e civile: essa vorrà allora, signori, assumere di nuovo la sua funzione determinante, nel corso del progresso umano, con l’apporto del suo decisivo contributo» . Ed ora veniamo alle questioni economiche. Il ministro Pella, con i suoi valenti collaboratori, coadiuvato in una prima fase anche dall’onorevole La Malfa, presente a Washington, per il Fondo monetario, già prima del mio arrivo nella capitale americana ha assunto il compito oneroso di preparare, in sede internazionale, le discussioni sui problemi finanziari ed economici. Gliene do atto qui, esprimendogli cordialmente il mio ringraziamento. Il ministro del Bilancio, con i suoi funzionari, ha partecipato poi, assai utilmente, alle riunioni conclusive presso il dipartimento di Stato. Di tali problemi e dei risultati delle conversazioni vi parlerò concisamente, lasciando eventualmente, qualora il corso del dibattito lo dimostri utile, alla competenza del ministro del Bilancio di entrare nei particolari. Nelle sedi politiche e tecniche competenti, ed a diversi livelli, abbiamo prospettato con molta chiarezza il nostro programma, che è quello di armonizzare esigenze sociali ed esigenze di difesa. Programma insostituibile, per un paese che intende difendere le proprie frontiere ed attivamente partecipare alla difesa del mondo libero, ma che dispone di un troppo basso reddito individuale e di scarse possibilità di consumo, che ha nel proprio seno una larga massa di disoccupati e di sottoccupati, e bisognevole pertanto di un permanente piano di investimenti civili ad alto livello e di miglioramenti delle possibilità di consumo per gran parte della sua popolazione. Posizione, quindi, sensibilmente diversa da quella della maggior parte degli altri paesi alleati atlantici, e che trova e ha trovato integrale comprensione in tutte le conversazioni da noi avute. Essa permetterà un ulteriore sviluppo in seno al comitato dei dodici, nel quale l’Italia è pure rappresentata dal ministro Pella, comitato costituito, appunto, come già dissi, per studiare le possibilità di ogni paese di collaborare nello sforzo comune, tenuto conto delle risorse a disposizione, e che costituirà, inoltre, cornice adeguata nello spirito della nascente comunità atlantica, chiamata a farsi carico di tutti i problemi, non solo militari, ma anche e soprattutto di natura economica e sociale specifici di ogni paese. Nel prospettare il nostro programma, abbiamo francamente sottolineato le nostre difficoltà: disoccupazione e sottoccupazione da ridurre; potenziale industriale da utilizzare; bilancia dei pagamenti in notevole deficit, che, nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, è destinato certamente a peggiorare nel prossimo futuro; bilancio dello Stato che non può essere assoggettato a sforzi compromettenti, scarsità di capitali, scarsità di materie prime essenziali. Tali difficoltà, se non risolte adeguatamente nei tempi opportuni, potrebbero compromettere quel sano equilibrio economico, finanziario, monetario, il cui mantenimento è considerato essenziale per tutti i paesi dell’alleanza. Abbiamo quindi rappresentato l’inderogabile necessità della continuazione di una adeguata assistenza, come nel passato. E, come avrete letto nel comunicato finale e nel discorso del presidente Truman, tale assistenza ci è stata assicurata nello spirito delle esigenze che vi ho sommariamente tratteggiato. In particolare, abbiamo sollecitato l’assistenza su questi punti specifici: primo, abbiamo insistito perché l’aiuto economico diretto (essenziale per noi sotto il triplice aspetto: approvvigionamenti, bilancia pagamenti e bilancio dello Stato) sia il più largo possibile, sia pure nel quadro della limitata somma fissata dal Congresso per tale titolo. Per quanto le cifre definitive per i diversi paesi ancora non siano state fissate, vi sono valide ragioni per ritenere che la quota in corso di assegnazione all’Italia sarà in netta corrispondenza con la particolare cordialità con cui venne esaminato il nostro caso. Secondo, abbiamo preso atto con vivo compiacimento della decisione di principio, presa dal governo americano, circa il collocamento di commesse per la difesa dell’Europa occidentale, con pagamenti in dollari e con garanzia di assegnazione delle materie prime, superando così gli ostacoli che avevano impedito concreti progressi in questa materia. Abbiamo prospettato le nostre particolari possibilità di fabbricazione in alcuni importanti settori, quali veicoli da trasporto, costruzioni navali, costruzioni aeronautiche, munizioni, armi da fuoco, motori, macchine, materiale elettrico. Sono in grado di assicurarvi che un primo rilevante importo di ordinazioni sarà fra breve assegnato al nostro paese ed altre seguiranno, nel prossimo futuro, assicurando così per un periodo di tempo, che prevediamo discretamente lungo, non soltanto una cospicua entrata di dollari nella nostra bilancia dei pagamenti, ma soprattutto un contributo concreto al potenziamento delle nostre attività industriali e quindi alla possibilità di occupazione. Terzo, per le esigenze del nostro programma di difesa immediato, che evidentemente soltanto in parte molto ridotta potremmo realizzare con le forze nostre, abbiamo sollecitato a favore del nostro paese una quota adeguata, per l’esercizio in corso, degli aiuti militari diretti, votati dal Congresso a favore dell’Europa. Tali aiuti, concorrendo alla esecuzione del nostro programma difensivo, costituiscono un radicale alleggerimento di oneri, che, almeno in parte, avrebbero gravato sul nostro bilancio. Desidero anche qui assicurare che possiamo confidare in una prossima favorevole risposta. Nell’insieme, l’ammontare prevedibile dell’aiuto economico, delle commesse, e dell’aiuto militare diretto è nettamente soddisfacente e tale, ad ogni modo, da consentire uno sguardo abbastanza sereno all’immediato futuro. Motivi di riguardo e di prudenza consigliano di non anticipare cifre, sino a quando non siano definitivamente fissate, per quanto esse siano nell’ordine di grandezza di quelle anticipate da qualche giornale. Quarto, abbiamo richiamato l’attenzione sul problema del nostro approvvigionamento di materiali scarsi, sollecitando, nel quadro della conferenza internazionale delle materie prime, una adeguata disciplina mondiale di produzione, di distribuzione e di prezzi. In particolare, abbiamo prospettato alcune nostre esigenze essenziali: approvvigionamento di prodotti siderurgici e di rame nell’area del dollaro, rilascio delle classificazioni di priorità per il completamento dei progetti industriali finanziati dall’ECA e in corso di svolgimento (siderurgia e impianti termoelettrici); messa a disposizione di un sufficiente numero di navi della riserva mercantile americana per il trasporto verso l’Italia di carbone e di altri prodotti di massa. Ho il piacere di assicurarvi che questi particolari problemi sono tutti in corso di favorevole soluzione. Quinto, il problema della nostra emigrazione. Esso venne ripetutamente trattato nelle diverse sedi, sia nel quadro dei rapporti tra i due paesi, sia nel quadro, più vasto, della comunità atlantica e degli altri paesi del mondo atti ad assorbire nuova manodopera. Comprenderete facilmente quali ostacoli, razionali ed irrazionali, si sovrappongono in questa materia, in cui nazionalismi sindacali, purtroppo molto radicati, sono di remora ad una equa soluzione del problema. Posso però dirvi che molta strada si è fatta e che, a breve o a medio termine, arriveremo a risultati positivi. La materia è ormai acquisita a diversi organi internazionali, atlantici e non atlantici, e non costituisce più un mero problema interno italiano. Si riconosce che il problema della nostra disoccupazione e di quella di altri paesi europei (Germania, Olanda e Grecia) è problema internazionale e, come tale, nel comune interesse, deve essere affrontato e risolto con energia e sollecitudine. Sesto, abbiamo pure esplorato con sufficiente ampiezza la materia dei prestiti, per quanto essa – bisogna avvertirlo – in linea generale, possa ritenersi, in qualche parte, non sempre compatibile con l’assistenza gratuita, che l’America continuerà ad accordare all’Europa per risolvere il problema della bilancia dei pagamenti dei vari paesi europei. Con piacere abbiamo preso atto dell’atmosfera di fiducia che regna attorno al nostro paese, per la sua stabilità politica, per la sua sana economia, per la sua stabilità monetaria. Tali fattori sono essenziali per oggi e lo saranno ancora di più per l’avvenire. È stato condotto a termine con la Banca internazionale di ricostruzione il prestito alla Cassa per il Mezzogiorno. Con esso la banca afferma la sua volontà di assistere finanziariamente la Cassa nello svolgimento del suo programma poliennale entro un limite previsto di 100 milioni di dollari, di cui 10 immediatamente a disposizione. Inoltre, sono stati iniziati contatti con la Banca per altre operazioni di finanziamento, soprattutto per le necessità a medio termine delle nostre piccole e medie imprese. È previsto l’arrivo in Italia, fra breve, di alcuni tecnici della banca. Per facilitare inoltre l’afflusso di capitali privati da investire in Italia è stato firmato un accordo integrativo del trattato di amicizia, commercio e navigazione. Vi assicuro che, in ogni conversazione, tutti, ministri e collaboratori, abbiamo trovato sincero apprezzamento per quello che si è fatto e cordiale comprensione per quanto resta da fare. Per i problemi del lavoro, soprattutto, abbiamo la parola, ciò che negli Stati Uniti vale sopra ogni altra cosa, e che vogliamo citare dal discorso del presidente Truman. Diceva il presidente degli Stati Uniti: «nel campo economico, ci rendiamo conto che uno dei maggiori problemi dell’Italia è l’eccedenza della mano d’opera e che è necessario trovare lavoro ed alloggio in altri paesi per molti di coloro che non riescono a trovare impiego nell’Italia stessa. La storia degli Stati Uniti sta a dimostrare che una nazione è ben fortunata se può assicurarsi l’apporto delle energie e delle capacità degli emigranti italiani. Spero che noi riusciremo ad organizzare un efficace programma internazionale per contribuire a risolvere il problema dell’eccedenza della mano d’opera italiana. Vi sono nel mondo molte regioni dove è necessaria l’opera degli emigranti italiani e dove gli emigranti italiani possono gettare le basi per un prospero futuro per se stessi e per i propri figli. Oltre ad una eccedenza di mano d’opera, l’Italia ha impianti industriali che potrebbero essere utilizzati per il settore di difesa, se tale attività non fosse ostacolata da scarsità di materie prime e da mancanza di valuta pregiata. Gli impianti e la mano d’opera italiana che rimangono inoperosi rappresentano una inutile perdita per le forze del mondo libero. Operando congiuntamente, i nostri governi debbono compiere passi per utilizzare il più largamente possibile le risorse di mano d’opera e di produzione industriale dell’Italia nel grande sforzo di mobilitazione delle nazioni per la pace». Alla fine del suo discorso al ponte di Arlington, il presidente Truman mi ripeteva una frase che fu sua anche in un periodo precedente. Mi diceva: «siate sicuri, noi siamo con voi e faremo tutto quello che possiamo per aiutarvi». Le parole furono dette con tale fraternità e tale senso di amicizia che io, ringraziandolo, dissi: «queste parole faranno grande sensazione e impressione in Italia». Egli mi rispose: «le ho dette e pronunciate perché così le sento». (Vivissimi applausi al centro e a destra – Commenti alla estrema sinistra). Vi dirò, onorevoli colleghi, che mi è impossibile ricostruire l’atmosfera di affettuosità, di interessamento, di entusiasmo, che ha circondato i rappresentanti d’Italia in questo viaggio, viaggio così laborioso, ma così fecondo. Nel Canadà eravamo tre ministri su 36, 10 delegati su 340; eppure la nostra parola fu ascoltata con deferenza, in assemblea e nei comitati particolari in cui eravamo rappresentati da Pacciardi e da Pella e fuori con plauso nelle aule dell’università e con immensa commozione negli incontri con la vecchia e con la nuova generazione degli emigranti. Come non ricordare l’entusiastica dimostrazione di Montreal, con la partecipazione delle supreme autorità ecclesiastiche e civili, le affettuose accoglienze di quel primo ministro, Di Saint Laurent, successore di Mackenzie King, grande amico dell’Italia? E poi la visita ufficiale negli Stati Uniti, inaugurata nel municipio di Detroit sotto l’egida di un apposito comitato e della Associazione di politica estera, il cui presidente, professore universitario Kelly, esaltò in entusiastiche parole la grandezza morale e culturale della nazione italiana, visita sviluppatasi poi a Washington, ove le accoglienze furono eccezionali, presenti alla stazione il presidente Truman, con la famiglia e tutto il gabinetto, e l’onore concesso al rappresentante maggiore del governo italiano, di parlare al Congresso davanti a deputati e a senatori. Quante volte risuonò l’inno fatidico di Mameli ; quante volte la bandiera italiana garrì al vento accanto a quella americana! (Vivi applausi al centro e a destra). A chi ha sofferto, onorevoli colleghi, moralmente, direi fisicamente, le umiliazioni della Conferenza della pace, sarà lecito compiacersi anche di questa rapida vendetta della storia che rende giustizia alla nostra ripresa nazionale; partecipare alla gioia delle nostre comunità italo-americane che oggi sentono più vivamente l’orgoglio della loro origine italiana, (vivi applausi al centro e a destra), oggi che la loro antica fede si dimostra non in contrasto con la nuova patria del lavoro; rispondere con gesto fraterno alle tante migliaia e migliaia di lavoratori che nelle vie di New York, nel porto, nel mercato del pesce, nella piazza del municipio, applaudivano e gridavano: «viva l’Italia». (Vivissimi applausi al centro e a destra). Questi sono i lavoratori che fanno onore alla patria italiana, questi i più efficaci collaboratori della nostra politica di cooperazione internazionale; e noi, accusati di essere i servitori dei finanzieri imperialisti americani, li abbiamo salutati come figli del doloroso passato ma anche come garanti delle nostre speranze. (Vivissimi applausi al centro e a destra). Certo, al grande banchetto di New York erano rappresentati anche coloro fra gli italiani che avevano fatto fortuna, c’erano cardinali, eccellenze e direttori generali; ma il vicepresidente era il sindacalista Antonini , (commenti all’estrema sinistra), che portò l’espressione più fervida dell’adesione dei sindacati alla nostra politica di pace, di democrazia, di sicurezza. Ma tutte queste dimostrazioni sarebbero state una coreografia di vanità, se dietro di esse non vi fosse stata la libertà di parlare, di farsi intendere, di convincere. Questa libertà, che lo stesso Truman al ricevimento alla Union Station promise esplicitamente, ci fu, e fu larga e feconda. In un paese ove entrano in lizza e si incrociano tutti gli interessi del mondo, ove si lavora con un ritmo spaventosamente accelerato, era angosciosa la domanda della vigilia: potremo noi parlare diffusamente, farci sentire con tutti i nostri guai e le nostre esigenze, e trovar modo di farli considerare non come casi particolari di un paese marginale e lontano ma come degni di considerazione generale e solidale? Sento il dovere di dire che tale possibilità ci venne largamente offerta; che abbiamo potuto dir tutto quello che era saggezza e dovere di dire sia in confronto del segretario di Stato e dei suoi collaboratori, sia innanzi allo stesso presidente Truman. Il caso dell’Italia poté venire esposto in tutta libertà e con tutta chiarezza, e le risposte furono quanto mai comprensive. La figura dell’Italia riapparve dignitosa, onesta, libera, pensosa di sé, ma anche del destino degli altri, assieme ai quali si dovrà ricostruire l’avvenire. (Applausi al centro e a destra). La stampa americana merita in genere la nostra gratitudine; essa ci rivolse la sua simpatia e costituì l’appoggio dell’opinione pubblica. Voci negative non erano che quelle desunte dai nostri giornali di estrema e trasmesse telegraficamente a New York. Ho l’orgoglio di dire che nei pubblici discorsi, nei contraddittori, nelle conferenze stampa in America, mai lanciai nessuna invettiva, nessun anatema contro i comunisti nostrani, (approvazioni al centro e a destra), benché questa mia linea di condotta, così diversa da quella di certi altri che dai microfoni stranieri ingiuriano come assassino il governo del loro paese, (vivi applausi al centro e a destra), fosse resa più difficile dalla campagna di una stampa che, incominciando con la penna di un senatore a mandarmi letteralmente all’inferno invece che a Washington, ha poi falsificato lettera e senso del mio discorso dinanzi al Congresso, dichiarandolo una «volgare e inutile piaggeria verso i parlamentari americani», e scrivendo: «basti pensare al tono da mendicante usato nel chiedere aiuti, alla rappresentazione del nostro popolo come di una massa di straccioni incapace di risolvere i propri problemi politici di vita, di avere degli ideali, di assolvere in definitiva ad una funzione storica in quanto grande nazione autonoma». E anticipando, come ho detto prima, quello che avrebbe pubblicato la Gazzetta letteraria, quando si è trattato della revisione, la stampa di estrema si è applicata a proclamarla una messa in opera di una pura e semplice violazione del trattato come atto di ostilità all’Unione Sovietico. Perfino l’Avanti! considera la revisione una «inutile e ingiustificata provocazione»; si è trovato un deputato italiano che annuncia e preannuncia che non tutti i firmatari del trattato potranno permettere che l’Italia modifichi, amplificandoli, i limiti degli armamenti imposti. Signori, si tratta di un deputato! I deputati e i senatori hanno diritto, con il loro voto, di impedire o concedere limiti degli armamenti, di qualsiasi spesa, nell’ambito del Parlamento italiano; ma non possono – e non ne hanno il diritto: è una vergogna che lo facciano! – ricorrere a imposizioni e giustificare imposizioni esteriori e internazionali di vincoli, che la loro coscienza dovrebbe respingere. (Vivi applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). Un altro giornale – scusatemi, voi li avrete letti giorno per giorno, io invece ho dovuto prendere la medicina arsenicale rileggendo tutto insieme – inventa che io abbia subìto delle pressioni per intensificare la lotta contro i due partiti di sinistra. Anche questa è una pura invenzione. Nessuno degli americani o degli stranieri ha preteso di dettarci regole della nostra politica interna, benché sia naturale che la politica bolscevica abbia anche e soprattutto un aspetto internazionale, di cui conviene preoccuparsi. Ma noi non abbiamo bisogno di suggerimenti dal di fuori. (Commenti all’estrema sinistra). La triste realtà di una divisione profonda, che sorge non per rapporti interni ma per riflessioni della politica internazionale, si è rivelata anche questa volta in misura davvero impensabile. Mi aspettavo che il mio viaggio non suscitasse dappertutto echi favorevoli, e soprattutto non ne suscitasse negli ambienti dell’opposizione estrema. Accettando le difficoltà, sapevo bene di non poter contare su giudizi indulgenti. Ma questo schierarsi subito, anzi anticipatamente, dalla parte avversa; questa perfidia di notizie false o commenti avvelenati; questa campagna violenta che si tenta di ravvivare contro il governo della propria nazione, conferma anche troppo la profondità del contrasto. Ed è inutile ipocrisia parlare poi di distensione, di collaborazione. (Vivi applausi al centro e a destra). Nel suo discorso di Bologna, un autorevole deputato di estrema ha detto che io sarei fuggito disperato in America . No, onorevole Togliatti: sono tornato per battermi ancora, fino all’ultimo, per la democrazia, per la pace, per la libertà, per il paese. (Vivissimi applausi al centro e a destra – I deputati di questi settori si levano in piedi, rinnovando gli applausi – Moltissime congratulazioni). "} {"filename":"f3b35a19-962c-49d3-90b6-d290811fff68.txt","exact_year":1951,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"(Segni di vivissima attenzione). Mi è lecito supporre, onorevoli senatori, che il Senato possa iniziare il dibattito sul bilancio degli esteri con piena conoscenza degli elementi più attuali della situazione, quelli in particolare che riguardano il mio viaggio recente, essendo essi divenuti di pubblico dominio anche per la diffusa e documentata comunicazione ufficiale che ne feci nell’altro ramo del Parlamento. Durante questa discussione gli onorevoli senatori potranno ottenere tutti i chiarimenti e le integrazioni utili, ma è forse doveroso e certo opportuno che io preventivamente informi il Senato sugli sviluppi sopravenuti negli ultimi giorni. La formale procedura per la revisione del trattato, nelle sue formule concrete e particolari, è appena avviata, né le varie cancellerie hanno ancora in mano la nostra domanda, che già la prima comunicazione di principio delle tre Potenze di Washington ha provocato reazioni finora favorevoli. Reazione però nettamente sfavorevole è quella dell’Unione Sovietica. Nel corso di una lunga nota polemica rivolta alle tre potenze il governo sovietico dichiara di non fare obiezione alla revisione del trattato di pace, alla revisione delle restrizioni poste dal trattato e all’ammissione dell’Italia tra le Nazioni Unite, a condizione di una analoga revisione dei trattati di pace con la Bulgaria, l’Ungheria, la Finlandia e la Rumenia e della loro ammissione all’ONU. A conclusione finale poi della nota lo stesso governo aggiunge: «di poter consentire alla revisione del trattato di pace con l’Italia e all’eliminazione delle relative restrizioni, solo nel caso che l’Italia si ritiri dal blocco nord-Atlantico d’aggressione e non ammetta sul suo territorio basi militari e forze armate straniere». Noi potremo dunque ottenere l’adesione dell’URSS alla revisione del trattato e all’ammissione all’ONU solo a due condizioni: 1)che revisione e ammissione all’ONU vengano contemporaneamente assicurate agli Stati satelliti balcanici e alla Finlandia; 2)che rompiamo l’alleanza del Patto atlantico, e rinunziamo a ogni garanzia di difesa e di sicurezza collettiva. È facile anzitutto avvertire che nella nota si fa confusione fra revisione del trattato e ammissione all’ONU. La revisione è stata chiesta dall’Italia, e proposta dai Tre, con una motivazione di dignità e parità morale e politica che porta naturalmente anche all’abolizione di quelle discriminazioni e limitazioni che intaccano la pienezza della sua sovranità e della sua indipendenza. È un diritto di massima che l’Italia rivendica, onde finalmente spogliarsi dalla bardatura imposta da sanzioni di guerra e assumere la normale veste di pace. Si tratta di cancellare le rare rimanenti formalistiche stigmate di inferiorità, nei rapporti internazionali, che ci furono inflitte dal trattato. Innegabilmente si tratta qui di un riconoscimento che sta al di fuori del trattato e lo supera. Non possiamo chiederlo e ottenerlo de jure condito, ma de jure condendo, cioè in vista dell’opera che l’Italia svolge e svolgerà per la dignitosa e pacifica collaborazione fra le nazioni. Se l’URSS ci nega questo riconoscimento, essa ci offende in verità intimamente nella nostra dignità nazionale, e perde una buona occasione di fare progredire la causa della mutua comprensione e pacificazione; ma non possiamo dire che l’URSS venga meno ad un impegno. Invece l’ammissione all’ONU è un nostro diritto codificato nel trattato di pace e già prima riconosciuto nella dichiarazione di Potsdam della quale non occorre che ricordi il testo in quest’aula, perché lo feci già altra volta e diffusamente. L’URSS, mettendo il veto per ben quattro volte alla nostra ammissione deliberata dalla maggioranza delle Nazioni Unite, ha violato il nostro trattato e lo viola oggi per la quinta volta inventando per l’ammissione altre condizioni che non siano quelle previste dal trattato. L’ammissione all’ONU era esplicitamente prevista dal trattato, come contropartita del ristabilimento del regime democratico e delle sanzioni alle quali noi ci piegammo. Non demmo noi alla Russia tutte le navi e tutte le riparazioni che essa pretese da noi, senza una sola di quelle larghe riduzioni che gli altri paesi ci offrirono? Non è lecito esigere un’altra contropartita, che del resto non dipende nemmeno dall’Italia, cioè l’ammissione simultanea all’ONU di altri Stati. L’ammissione all’ONU è prevista in base a certe norme della Carta e dello statuto delle Nazioni Unite; per l’Italia anche la stessa URSS ha riconosciuto che tali condizioni sono soddisfatte. Noi non possiamo far dipendere il nostro diritto maturato e incontestato da un esame che le Nazioni Unite potranno e vorranno fare circa la politica di idoneità del regime di altri Stati. Certo, noi ci auguriamo che l’ONU tenda ad abbracciare tutte le nazioni che vogliano e possano lavorare per la pace, ma dobbiamo protestare contro l’ingiusto ricatto a cui, in violazione degli impegni internazionali, si vuole sottoporci. Non intendiamo entrare in merito di una vertenza che non ci riguarda direttamente; ma abbiamo diritto di rilevare che la posizione dell’Italia, nazione a regime libero e di alta civiltà, non può essere paragonata a quella di altri regimi. Nessun governo orientale o occidentale ha mai potuto invocare gli articoli della «Dichiarazione dei diritti dell’uomo» contro l’Italia, mentre parecchi governi hanno portato nell’assemblea delle Nazioni Unite accuse gravi riguardanti incarcerazioni ed esecuzioni di oppositori politici. Comunque, il diritto dell’Italia a entrare nell’ONU è per se stante ed è indipendente da ogni altro; esso è una questione pregiudiziale che precede tutte le altre e non può venire sottoposta ad ulteriori condizioni, né andare legata al problema della revisione del trattato che abbiamo chiesta appena recentemente. Grave ed offensiva infine è la conclusione della nota. Il governo sovietico è disposto a consentire la revisione del trattato a patto che noi abbandoniamo le nostre alleanze. Ciò significa che esso si degna di conoscere la nostra assoluta sovranità e maggiorità solo se preventivamente rinunziamo a farla valere. La Costituzione attribuisce al Parlamento il diritto di decidere sovranamente sui trattati internazionali; ma l’URSS è disposta a riconoscere tale diritto di sovrana decisione, solo se previamente decideremo di abbandonare il Patto atlantico di sicurezza e sceglieremo i nostri alleati al di fuori delle nazioni del Patto atlantico o staremo soli, isolati in mezzo agli opposti blocchi. Perché il blocco sovietico continua ad esistere e operare. I ventiquattro e più trattati di mutua assistenza costituiscono una ferrea cintura attorno alla Russia e si protendono in varie direzioni verso il centro d’Europa. In questi trattati è previsto l’intervento «automatico e immediato» in caso di aggressione; e, si badi bene, nei particolari trattati con la Bulgaria, Romania e Ungheria l’intervento è previsto anche in caso di «minaccia» d’aggressione «da parte della Germania e di qualsiasi altro paese che si unisca alla Germania direttamente o sotto altra qualsiasi forma». Se tutto questo non apparisse come una miserevole dialettica propagandistica, non troveremmo in verità lo stile diplomatico per reagire adeguatamente. Tutta la nota parte dalla falsa premessa che il Patto atlantico sia un patto di aggressione e non di difesa, che noi mettiamo a punto e attrezziamo le nostre forze armate non per una eventuale difesa da un’aggressione altrui, ma per attaccare noi stessi; che le magre divisioni europee che si stanno organizzando possano essere strumento di attacco contro la prevalente forza dell’URSS e dei suoi satelliti; che in particolare l’Italia pensi ad eserciti colossali, e si citano in proposito delle interviste di Pacciardi e di Marras, che avrebbero dichiarato che l’Italia ha grande riserva di uomini. La verità è – e il governo sovietico lo sa – che noi non abbiamo dato finora all’esercito integrato comune che cinque divisioni; che appena in un prossimo periodo arriveremo a dieci, facendo nuovi sforzi per raggiungere un minimo difensivo. Tutto il nostro dispositivo è difensivo. Se veramente il governo sovietico vorrà la pace, la pace sarà salvaguardata e il governo italiano è sempre disposto ad agire entro la comunità atlantica per la pace e la distensione. Ma la pace si raggiunge solo con la lealtà e la moralità dei rapporti internazionali. Ad un governo e a un Parlamento che, dopo libero e ripetuto dibattito, ha deciso di associarsi ad una alleanza difensiva di dodici nazioni per ragioni di sicurezza, non si può onestamente suggerire una rottura di patti, affermando che, invece di difendere, il patto mira ad aggredire. La democrazia, onorevoli senatori, ha la sua dignità e piena coscienza della sua responsabilità. Noi siamo alleati per la sicurezza nostra e dei nostri amici; e decisi a governarci in regime di libertà e di mutuo aiuto politico ed economico. Se a un dato momento, e noi lo escludiamo, si attuassero propositi aggressivi, noi siamo liberi di decidere per voto del Parlamento. Ma oggi, dopo le unanimi deliberazioni di Ottawa, siamo più che mai convinti che il patto che ci lega è un patto di difesa e di sicurezza, e che il mezzo più efficace per evitare la guerra è garantire la pace e la leale esecuzione dei nostri impegni internazionali. (Vivi applausi dal centro e dalla destra). "} {"filename":"d00b0174-50d4-471b-96ee-79453c2bc41a.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Mi sono attenuto alla pratica seguita altre volte, che non ha trovato obiezioni presso la Camera. Potrei citare in questo senso dei precedenti, che l’onorevole Nenni dovrebbe ricordare. In ogni caso, appena avvenuta l’attribuzione dell’interim, era mio dovere comunicarla per iscritto ai presidenti della Camera e del Senato, ed è ciò che ho fatto. La comunicazione è stata poi fatta attraverso il presidente della Camera; ma ciò non toglie che la Camera abbia sempre il diritto di impostare una discussione su questo argomento. Quindi non solleverò obiezioni, se la Camera desidera fare una discussione in materia; naturalmente, però, la credo superflua, pur essendo disposto, anche immediatamente, a dare tutte le spiegazioni del caso. In ogni modo, se la Camera vuole impostare una discussione politica su questo argomento, che secondo me non si presta ad un dibattito, è padronissima di farlo, e in quella sede potrò opporre delle ragioni alle argomentazioni dell’onorevole Nenni. Credo, però, che sarebbe logico e serio avviare tale discussione dopo avere esaurito gli argomenti iscritti all’ordine del giorno, particolarmente la discussione sulla ammissione della Grecia e della Turchia nel Patto atlantico. Con ciò, a mio avviso, la Camera verrebbe incontro alla necessità di esaurire il programma di lavoro prestabilito. Se la questione si presentasse veramente nei termini descritti dall’onorevole Nenni, avrei dovuto avere degli scrupoli a proporre al presidente della Repubblica l’attribuzione dell’interim; ma le cose non stanno così. La verità è che il governo era premuto dalla necessità di risolvere il problema relativo alle attribuzioni di due ministeri. È il governo che lo ha voluto e ne ha fatto addirittura, ad un certo momento, la base della soluzione di una crisi. Poi, dall’agosto in qua, diversi progetti sono stati presentati per completare questa soluzione che si era allora prospettata. Si è arrivati al Senato piuttosto tardi, data la complessità della questione, o perché il Senato è stato impegnato in molte altre discussioni. Dei quattro progetti presentati, si è arrivati a compilare un nuovo progetto di legge, il quale venne accolto all’ultimo momento, prima delle vacanze, dal Senato. Poi, fu trasmesso alla Camera, dove giunse, però, molto tardi. Ad un mese di distanza dalla presentazione, la Commissione non è stata in grado di avviare la discussione e di risolvere il problema stesso prima del termine che si riteneva assolutamente necessario rispettare. Infatti, quando i bilanci sono compilati – sia pure con la collaborazione dei due ministri, quello delle Finanze e quello del Tesoro, cioè quello interinale e quello del Bilancio – e presentati, la Camera potrà chiedere, nell’affrontare il problema del bilancio, la responsabilità e la collaborazione da parte di un dato ministro. Allora è apparso necessario – indipendentemente dal fatto che la legge prescrive al ministro del Tesoro la compilazione della relazione economica, che non è cosa da poco, ma che va impostata secondo certi termini e determinati problemi – stabilire chi dovesse assumere direttamente e personalmente la responsabilità dei bilanci. Questo punto di vista era stato prospettato parecchie volte, ma la Camera non è stata in grado, nonostante la buona volontà della Commissione Finanze e Tesoro – perché pressata da altri problemi – di affrontarlo. Abbiamo anche constatato che erano in programma parecchi emendamenti, che si voleva discutere a fondo, ed abbiamo avuto lo scrupolo di non costringere la Camera a pronunciarsi in due o tre sedute, anche perché i singoli progetti messi insieme e rimpastati dal Senato si presentavano diversamente, se non nella sostanza, nella forma, dai progetti che il governo, dall’agosto in poi, aveva presentato come graduale soluzione del problema. Ed allora il governo si è chiesto: se perfino in Commissione si è sollevata la giusta osservazione, che si poteva cioè anche mettere in relazione questa ripartizione delle attribuzioni con l’annunciata e imminente presentazione del progetto di legge sulle attribuzioni della Presidenza del Consiglio , perché non ricorrere ad un interim momentaneamente cioè fino a quando la Commissione e la Camera avranno deciso su questa questione? È sembrato, con ciò, di venire incontro alla libertà di discussione della Camera, alla capacità della Camera stessa di affrontare in profondità il problema. E quindi non in offesa o per diminuire i diritti della Camera, ma anzi per venire incontro a questa possibilità, sono ricorso all’interim, che è stato dato, recentemente, nel mio ministero, anche a parecchi ministri, per un mese o per un mese e mezzo, pregando uno dei colleghi di assumersi momentaneamente il peso del dicastero che, per una ragione o per un’altra, il ministro titolare non poteva per il momento sopportare. Quindi, l’interim non tocca la composizione del ministero, né le attribuzioni, né la linea politica ed economica del ministero stesso, né la sua struttura. In realtà, non ha niente che significhi crisi o modificazione: lascia completamente tutto intatto, e soprattutto lascia la Camera nel pieno diritto di decisione. Se dopo queste spiegazioni e dopo questo fatto di calendario la Camera desidera ancora una discussione in materia, io sono qui, sono a vostra disposizione. Vi prego soltanto di esaurire l’ordine del giorno; una volta esaurito, sarò ai vostri ordini. (Applausi al centro e a destra). [Dopo la replica dell’on. Nenni, seguono le seguenti dichiarazioni del presidente del Consiglio]. Io riconosco all’opposizione il diritto di ricorrere alle manovre tattiche che ritiene più opportune al proprio interesse, anche se non le riconosco il diritto di ricorrere alle accuse di intrigo lanciate da un collega di estrema sinistra; io ritengo anche che possano esservi, da parte dei colleghi socialcomunisti, degli scrupoli riguardanti il regolamento o la prassi costituzionale. Francamente, anche alla luce dei precedenti, ritenevo di essere nel giusto quando, sabato mattina, appena il presidente della Repubblica ebbe firmato il decreto, mi affrettai a darne notizia ai presidenti della Camera e del Senato: credevo di agire con correttezza e di compiere il mio dovere. Del resto, non mi pare che i precedenti possano essere accampati per la richiesta di una immediata ed automatica discussione. Naturalmente, l’opposizione sarà di avviso diverso; ma io ho consultato i resoconti parlamentari, che dimostrano la fondatezza della mia tesi. Anche per quanto riguarda la sostanza del provvedimento, il governo non riteneva necessaria una discussione di merito: il disegno di legge che la Commissione sta discutendo, se verrà approvato nel testo sanzionato dall’altro ramo del Parlamento, darà all’onorevole Pella, come ministro del Bilancio, proprio quelle attribuzioni che gli vengono attribuite con l’interim del Tesoro. Del resto, come ho detto, i bilanci che abbiamo presentati sono stati compilati di concerto tra i due ministri e i provvedimenti contro la disoccupazione, anch’essi all’esame del Parlamento, sono frutto della elaborazione comune degli stessi onorevoli Pella e Vanoni. Per questo credevamo superflua una discussione in proposito. Tuttavia, se l’opposizione ritiene di dover impostare su questo una discussione, il governo, che ha una sua dignità, è pronto ad accettarla. Esso domanda soltanto – e mi pareva che, ragionevolmente, l’onorevole Nenni fosse d’accordo – che non venga alterato l’ordine del giorno e vengano approvate prima la conversione in legge del decreto 15 dicembre 1951 e la ratifica del protocollo relativo all’ammissione della Grecia e della Turchia al Patto atlantico. Si tratta di provvedimenti la cui discussione ed approvazione il governo chiede con urgenza, per ragioni evidenti. Alla opposizione, che parla tanto spesso di distensione, chiedo questa prova concreta, tanto più che non è che una questione di giorni. "} {"filename":"63d750e7-3ada-4eb3-b3a7-95a02fd13570.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il governo si associa ai voti e ai sentimenti espressi dall’onorevole Bettiol e, ringraziando l’onorevole Gronchi per la collaborazione che ha sempre prestato al governo, esprime il vivo desiderio che egli riassuma il suo alto ufficio. Il governo democratico ha tutto l’interesse che il Parlamento conservi e aumenti in confronto alla nazione e all’estero il suo prestigio e le sue prerogative e intensifichi la sua attività. Ogni deliberazione, eventualmente, ogni innovazione regolamentare che la Camera vorrà fare, per rendere più semplice e più rapida la procedura, troverà il plauso dell’opinione pubblica e – per quanto lo possa riguardare – l’appoggio del governo . (Applausi al centro e a destra). "} {"filename":"2548260d-ed21-427e-a970-0a9865d9c889.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Suppongo che i fatti siano ormai a conoscenza nei loro particolari, attraverso le cronache dei giornali. Gli incidenti verificatisi hanno prodotto grande agitazione nelle varie categorie della popolazione triestina; soprattutto la massa delle persone che si era riunita nel teatro trovò nello scontro con la polizia ragioni fortissime di dolersi. Purtroppo, gli incidenti ebbero conseguenze gravi, con feriti e contusi. La città a noi cara sopra ogni altra deve prendere atto che noi condividiamo le sue ansie e ci preoccupiamo delle ragioni del suo sdegno. Il governo nazionale ha seguito ora per ora, con fraterna sollecitudine, lo svolgersi delle manifestazioni ed è intervenuto con le comunicazioni più rapide e nella forma e nella misura che gli era possibile, a mezzo della nostra missione a Trieste ed a mezzo dei nostri tramiti diplomatici con le ambasciate in Roma e presso i governi amici. Diamo ai cittadini di Trieste (e agli italiani tutti) l’assicurazione che la loro causa è la causa di tutti gli italiani e, come tale, ha diritto al nostro più fattivo e più tenace interessamento. Ciò vale per le circostanze del momento e più ancora per la questione sostanziale e vitale che sta all’origine di tutto lo spasimo che da anni ormai tormenta la gloriosa città. Noi non abbiamo nessuna ragione di abbandonare la speranza; abbiamo, anzi, certezza e fede nella vittoria finale; la quale, è vero, tarda a venire, ma, secondo le nostre convinzioni, è già in marcia. Le mie ultime conversazioni coi rappresentanti del governo inglese e del governo americano mi hanno dato la convinzione che l’atteggiamento preso dal governo jugoslavo ha destato molte preoccupazioni e che, viceversa, è stata riconosciuta la moderazione che da parte nostra in tutti i contatti avuti è stata sempre dimostrata. È risultato, poi, da queste conversazioni, che l’idea nuova o apparentemente nuova di ricostruire il Territorio libero, contenuta nelle dichiarazioni fatte da Tito ai rappresentanti della minoranza slava a Brioni, è idea considerata assolutamente inaccettabile dai rappresentanti delle potenze occidentali. Non rimane, quindi, che ritornare alle origini e ritornare ad applicare, nella misura possibile, quella dichiarazione che è alla base delle nostre rivendicazioni. Sarebbe, però, distorsione fatale se l’angoscia che ha preso la città dovesse disperatamente rivolgersi od essere deviata contro i governi alleati, ai quali abbiamo diritto di ricordare il loro impegno morale, ma presso i quali dobbiamo insistere perché l’impegno sia mantenuto e venga respinto il rinnovato tentativo di ignorarlo. Noi non manchiamo né mancheremo – lo abbiamo fatto fin oggi, quasi ogni ora – di premere con tutti i mezzi a nostra disposizione. Sappiamo che per domani il generale Winterton ha convocato i rappresentanti dei partiti democratici. Noi confidiamo che le sue dichiarazioni siano tali da dare soddisfazione a tutta la tormentata città circa l’intervento della polizia, nei confronti delle vittime e di tutti i cittadini onesti. Confidiamo anche che le difficoltà che si sono rivelate – sia difficoltà di prestigio, sia difficoltà oggettive e concrete – possano essere superate in una atmosfera di cooperazione. I triestini avranno presto un’occasione solenne e formidabile per determinare il loro destino; e questa occasione è data dalle elezioni amministrative che possiamo ritenere ormai certo verranno fatte nello stesso giorno che nelle altre città italiane e con lo stesso sistema elettorale. Il nostro voto è dunque che da parte del comando alleato vengano fatte dichiarazioni le quali assicurino che sia fatta giustizia dopo la doverosa inchiesta sugli eccessi e su chi li ha commessi, cioè soprattutto sull’intervento delle forze di polizia. Desideriamo vivamente esprimere ai nostri amici e soprattutto ai partiti democratici triestini… lombArdi riCCArdo. Quali sarebbero i partiti democratici triestini? de GAsperi. …la nostra attesa che si uniscano in un fronte unico ed invincibile per poter domani riportare la vittoria della democrazia a Trieste e, riportando la vittoria della democrazia, riportare anche la vittoria dell’italianità e la sicurezza nel proprio destino. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). [Dopo alcuni interventi, il presidente del Consiglio ribatte alle dichiarazioni dell’on Bartole] . de GAsperi. Chiedo di parlare. presidente. Ne ha facoltà. de GAsperi. Il dibattito non si presta ad entrare nel merito delle soluzioni del problema di Trieste, ma a ciò ha accennato soprattutto l’on. Nenni , e con tono accorato, come se fosse colpa del governo di avere sbarrato la via verso una soluzione che evidentemente era quella del Territorio libero, e come se questo sbarramento non fosse stato elevato in questo momento proprio da Tito. C’è stato un certo grido: «voi a Trieste andate coi fascisti», e si è detto anche che l’apparentamento naturale e logico corrisponderebbe alla soluzione patrocinata a Brioni l’ultima volta dal dittatore jugoslavo; è la soluzione che mi par sui vostri banchi si crede possibile o auspicabile; ma, come ho detto prima, non è questo il momento di entrare in queste argomentazioni. Una cosa sola mi preme constatare, poiché nelle argomentazioni polemiche dell’onorevole Nenni, per quanto formulata con molto garbo, mi pare di leggere l’accusa diretta contro di me che io avrei tentato di rovesciare sopra i triestini la responsabilità di una situazione che è del Parlamento italiano e del governo. Io devo dire: no, io non dubito affatto che la maggioranza dei triestini sarà quella che è sempre stata, cioè italianissima. Non dubito di questo. So però che a Trieste si accarezza da alcuni una certa soluzione per uno spirito vocalista misero e piccino di affari, e alcuni altri accarezzano una soluzione che sia tollerabile anche dagli slavi ed anche dai cominformisti, e si accarezza inoltre la terza teoria dell’indipendentismo; ed è contro questo che mi auguro che i partiti italiani si schierino insieme e si uniscano perché proprio qui sta il pericolo, che sarebbe accettabile soprattutto per la concezione dei colleghi comunisti. Quindi quando mi auguro che le elezioni diano argomento a noi stessi di insistere sopra la nostra soluzione è perché spero che ogni altra soluzione, ogni altro tentativo di indipendentismo locale che andrebbe a sboccare a favore dei nostri avversari, venga nelle elezioni vinto e sconfitto. pAjettA GiAn CArlo. Ci sono speculazioni elettorali vergognose! de GAsperi. Non credo che ci saranno elezioni vergognose. Ci saranno elezioni democratiche, soprattutto ci sarà in esse l’anima di Trieste! pAjettA GiAn CArlo. L’unica cosa che vi interessa è l’apparentamento! de GAsperi. Non sarà affatto male che Trieste voti in tutto e per tutto come le altre città italiane! (Applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). "} {"filename":"65515ed6-02b4-42c5-aac0-79b68405c888.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"In merito alla questione di Trieste fa presente che dopo la Conferenza di Lisbona già riferì le dichiarazioni fatte dal ministro Eden al riguardo. Rileva che le tre Cancellerie di Francia, Inghilterra e Stati Uniti d’America stavano consultandosi per iniziativa dello stesso Eden ma che, nel corso di queste riservate trattative avvenivano gli incidenti del 20 marzo. Comunque è stata prospettata l’urgenza di eliminare il punto debole della nostra situazione costituito dalla minaccia dell’indipendentismo e che in conseguenza è stata presa l’iniziativa di un esame comune della situazione allo scopo di rendere più intima la collaborazione in Trieste nello spirito del Patto atlantico e della dichiarazione tripartita. Sono state quindi previste due fasi: la prima in sede tecnica affidata all’opera di esperti e di funzionari; la seconda che avrà attuazione – se necessario – mediante trattative in sede diplomatico-governativa. Ha sottolineato la necessità di evitare che qualunque passo in favore di Trieste possa pregiudicare la questione dello Zona B. Lo stato della questione oggi è ancora nella fase provvisoria, prevista dal Trattato, di governo delle due zone a mezzo di comandi militari. Questa fase si concluderebbe con la nomina del governatore il che comporterebbe il riconoscimento formale del Territorio libero. La reazione della Jugoslavia alle ultime iniziative del governo italiano è stata violenta: Tito pur avendo accennato ieri, in un suo discorso, a ricatti, ha tuttavia chiesto di partecipare alle prossime conversazioni, ma una soluzione non sembra probabile. Premesso che ogni progresso nella zona A non deve danneggiare, neppure psicologicamente, la zona B e che la questione della presenza delle truppe anglo-americane a Trieste è importante ma non essenziale, il problema fondamentale rimane la titolarità della pubblica amministrazione. Vi è la tendenza a chiudere la partita attribuendo all’Italia la zona A e alla Jugoslavia la zona B. Oggettivamente questa soluzione costituirebbe un progresso sociale in quanto ci farebbe ottenere l’amministrazione di Trieste comprese la polizia e l’ordine pubblico ma renderebbe difficile salvaguardare la zona B. Nell’inverno passato ci sono state frequenti prese di contatto tra l’Italia e la Jugoslavia sulla interpretazione da darsi alla linea etnica; ma alla Conferenza di Lisbona ha sostenuto con Eden e con Acheson che senza un loro efficace intervento presso Tito non sarebbe possibile giungere ad una soluzione. A Brioni intanto Tito ha ricevuto Babic ed altri sloveni di Trieste ed ha loro prospettato la tesi del governatore alternato. In relazione a queste notizie e comunicati alla stampa triestina di lingua slovena, il governo italiano ha fatto conoscere, per mezzo della stampa a Lisbona, il proprio contrario avviso. Pertanto Tito lo ha accusato di aver tradito il segreto della trattativa. Anche l’ambasciatore Brosio, appositamente invitato a Roma, non ha portato al riguardo elementi nuovi. Molti giornali hanno accennato all’eventuale invio di truppe italiane a Trieste ma, proprio per i dubbi già espressi, si devono ben ponderare le conseguenze di una occupazione militare che, comunque, è questione collaterale. Il primo punto da chiedere è che la Direzione Affari Civili passi senz’altro ad una autorità italiana, sia il prefetto od altra. […] Questo è impossibile ad ottenere. Anche a giudizio di Truman, sarebbe più facile far retrocedere Tito fino alla linea etnica che non convincerlo ad accettare una contemporanea amministrazione degli anglo-americani e degli italiani nelle due zone. […] La proposta italiana, come ha già detto, è stata quella di convocare una Conferenza per stabilire a Trieste una più intima collaborazione tra le autorità alleate e la cittadinanza. È questo un obiettivo limitato, che vale come punto di partenza. Naturalmente l’opinione pubblica amplia tutta la questione e ne approfittano gli speculatori, i fascisti, i superficiali ed i retorici e così via. La partita è dura, ma è la prima volta che l’Italia è riuscita a far discutere le Potenze alleate su questo argomento. E questo è un primo successo, in conseguenza del quale si è ristabilita subito la calma a Trieste. Non si possono ancora prevedere quali saranno gli ulteriori sviluppi della situazione. Sebbene l’ambasciatore Brosio abbia chiesto ed ottenuto da Eden una riaffermazione della dichiarazione tripartita, c’è tuttavia da dubitare che si possa, oggi, raggiungere una soluzione definitiva. Le proposte italiane per la zona B prevedono qualche sacrificio, ma una linea etnica soddisfacente. Al contrario le proposte jugoslave consistono nelle richieste: 1) di uno sbocco al mare, sul quale può discutersi; 2) di un confine a Servola vicino a Trieste che è inaccettabile; 3) in mancanza di accoglimento delle due precedenti proposte la Jugoslavia è favorevole al riconoscimento del TLT. Questo è più pericoloso, perché è la tesi anche del Cominform. Questo avvicinamento del maresciallo Tito alla tesi del Cominform ha finito col disgustare gli Alleati, i quali sanno che l’Italia è disposta a rinunciare ai dollari e agli aiuti militari ma non a Trieste. Eden ha aderito alla tesi di soluzione del problema nel quadro del Patto atlantico. Tra le due soluzioni, e cioè linea etnica o plebiscito, Tito ha acconsentito al plebiscito, soluzione favorita dagli americani, ma da indirsi tra quindici anni e cioè a distanza di tre lustri dalla costituzione del Territorio libero. L’obiettivo immeditato è quello di far rivivere il fronte comune fra l’Italia e gli alleati. Bisogna mettere in chiaro che l’avversario è Tito. Sono allo studio le formule per ottenere la partecipazione al governo alleato e la partecipazione italiana alla amministrazione, anche se ciò debba implicare un differimento della soluzione della questione militare . "} {"filename":"a9364770-b453-450f-a04d-35930c1948d1.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Credo che ritornare sullo sfondo politico generale in questo momento non sia opportuno. Non vorrei però sottrarmi alle domande che mi sono state poste durante la discussione. Ma poiché domani, in occasione dell’interpellanza dell’onorevole Togliatti, dovrò trattare della situazione politica interna, se la Camera permette, vorrei rinviare le mie osservazioni a domani. Desidero dire oggi che sono completamente solidale con il sottosegretario onorevole Taviani per tutto ciò che egli ha detto e per la forma con cui ha esposto i suoi argomenti di carattere tecnico e politico. Mi pare poi di poter interpretare il pensiero della maggioranza ringraziando la delegazione italiana per la sollecitudine e la tenacia con la quale ha partecipato ai lavori di stesura del trattato. Come gli onorevoli senatori, così anche gli onorevoli deputati possono essere tranquilli che tutto quello che umanamente si poteva fare per prevedere eventuali rischi e per superare le perplessità è stato fatto. La Camera può con tranquillità votare a favore del disegno di legge di ratifica. La costruzione dell’Europa è un problema complesso, difficile, che esige molta pazienza e che esige soprattutto energica volontà e fede nell’avvenire. Dimostriamo oggi che l’Italia possiede questa volontà e questa fede. (Vivi applausi al centro e a destra). [Il presidente del Consiglio in risposta alle obiezioni sollevate in sede di dichiarazione di voto]. de GAsperi. Il governo è persuaso che la forma che è stata raggiunta nel trattato rappresenti l’optimum possibile, dopo faticose, molteplici trattative. Il governo è persuaso che le obiezioni che sono state qui portate – specialmente quella riguardante la mancanza della garanzia, cioè la sostituzione della garanzia che il sottosegretario Taviani ha dichiarato che non abbiamo voluto in quella forma, e che accettammo nel passato e che non accettiamo oggi perché, secondo noi, non è vantaggiosa – il governo è persuaso, dicevo, che quelle critiche non abbiano fondamento. Siamo persuasi che non ci sia più niente da fare a quel riguardo. Ma vi è una questione più importante ancora. Non dobbiamo nasconderci dietro una buona intenzione, un desiderio, una aspirazione: noi siamo l’ultimo Stato che viene a ratificare il trattato. Cinque Stati l’hanno già approvato. Con grandi sforzi, si è raggiunto l’accordo. È una base per la costruzione dell’Europa. Non votare oggi, votare in ritardo, rappresenta una colpa, una responsabilità che il governo non vuole assumersi e che il Parlamento italiano non deve assumersi. Oggi bisogna dimostrate che l’Italia, nonostante le obiezioni, nonostante le minacce che ci sono state fatte in questi giorni, è un fattore efficiente di pieno diritto e di pieno valore, nella collaborazione internazionale. Diamo questa prova! (Vivissimi applausi al centro e a destra). "} {"filename":"e2bfd1a8-d223-4541-a0f8-86d8b78baf4f.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Dunque, l’onorevole Nenni chiede che l’Italia prenda l’iniziativa di proporre alla Russia un patto di non aggressione. Esso patto non sarebbe incompatibile – egli dice – con il Patto atlantico, perché anche la Francia e l’Inghilterra hanno patti bilaterali con l’URSS, né si può rispondere che l’Italia e l’Unione Sovietica non hanno bisogno di un trattato bilaterale, perché sarebbe darsi la zappa sui piedi per coloro che hanno fatto la presente politica, che sarebbe imposta dalla necessità di prevenire un’aggressione sovietica. L’onorevole Nenni aggiunge che non sarebbe degna di risposta l’ironia sulla sorte dei patti di non aggressione firmati dall’Unione Sovietica. Gli ironisti – aggiunge – dimenticano una piccola cosa da nulla, e cioè che chi diede la parola agli eserciti e sostituì la critica delle armi all’arma della critica non fu l’Unione Sovietica ma la Germania di Hitler . Esaminiamo, onorevoli colleghi, questa «iniziativa italiana» e i termini in cui essa è proposta. Premettiamo che l’Italia è pronta a cogliere ogni occasione per favorire, nella lealtà dei suoi rapporti di collaborazione internazionale, una distensione o un avvio alla sicurezza della pace. E sarebbe felice di contribuire a sbarrare la via ad un conflitto, lo ha anche fatto in tutti i consessi internazionali, quando ebbe la competenza, o la possibilità, di intervenire. Ma è quella che ci viene suggerita una proposta valida e seria? Se lo scopo che si vuole raggiungere è veramente quello di un effettivo miglioramento dei rapporti italo-sovietici e non quello di far una vana propaganda, lo strumento proposto non è certo il più idoneo. Anzitutto negli attuali rapporti di forza è ridicolo pensare (credo che tutti ne conveniamo) ad una aggressione dell’Italia contro l’Unione Sovietica. D’altra parte, anche una eventuale aggressione sovietica contro l’Italia, per la mancanza di una contiguità territoriale fra i due paesi, avrebbe la possibilità di attuarsi solo attraverso la preventiva aggressione o almeno con la connivenza di altri Stati. Il patto di non aggressione, quindi, che fosse offerto dall’Unione Sovietica alla sola Italia, non potrebbe che avere il significato di un semplice gesto, ma nessun contenuto concreto. Si aggiunga che i patti di non aggressione bilaterali non hanno dato fin qui buona prova. Proprio l’Unione Sovietica ne stipulò uno con la Finlandia il 25 gennaio 1932, ma il 28 novembre 1939 lo denunciò e dopo due giorni, il 30 novembre 1939, invase quella pacifica e valorosa nazione. Il 3 luglio 1932 ne concluse un altro con la Polonia, che poi invase il 17 settembre 1939. Ne firmò un altro con la Romania il 5 luglio 1933, ma il 28 giugno 1940 invase la Bessarabia e la Bucovina. Ne stipulò ancora un altro con l’Estonia il 28 settembre 1939, ma successivamente occupò quel territorio il 17 giugno 1940. Ne stipulò infine con la Lettonia e la Lituania il 5 e il 10 ottobre 1939, ma occupò quei territori il 15 e il 16 giugno 1940. Ma qui l’onorevole Nenni incalza: «gli ironisti dimenticano una piccola cosa da nulla, e cioè che chi diede la parola agli eserciti non fu l’Unione Sovietica ma la Germania di Hitler» . Mi permetta l’onorevole Nenni di fargli osservare che, a sua volta, egli ha dimenticato un’altra piccola cosa, e cioè che la Germania di Hitler si indusse a dare la parola agli eserciti quando a ciò fu incoraggiata dall’accordo del 23 agosto 1939 stipulato a Mosca fra Molotov e von Ribbentrop. E poi l’onorevole Nenni ha dimenticato anche un’altra piccola cosa: a tale accordo, che era proprio definito un patto di non aggressione, fu aggiunto un protocollo aggiuntivo segreto del seguente tenore: «in occasione della firma del patto di non aggressione fra il Reich e l’Unione Sovietica, i sottosegretari plenipotenziari di ciascuna delle due parti discussero, in conversazioni perfettamente confidenziali, la questione delle frontiere delle rispettive sfere d’influenza nell’Europa orientale». Queste conversazioni condussero alla spartizione della Polonia e all’annessione degli Stati baltici e della Bessarabia. Esse contenevano le seguenti conclusioni: «1) Nel caso di un aggiustamento territoriale politico nella zona appartenente agli Stati baltici (Finlandia, Estonia, Lituania, Lettonia) i confini settentrionali della Lituania rappresentano il confine della sfera d’influenza della Germania e dell’URSS. In connessione con ciò l’interesse della Lituania nella zona di Wilno è riconosciuto da ciascuna delle parti. 2) In caso di un aggiustamento politico e territoriale delle zone appartenenti allo Stato polacco (questa è la spartizione della Polonia) le sfere d’influenza della Germania e dell’URSS saranno delimitate approssimativamente dalle linee dei fiumi Narew, Vistola e San. La questione se l’interesse di ambedue le parti richieda un definitivo mantenimento di uno Stato polacco indipendente, e se tale Stato debba essere limitato può essere deliberata in modo definitivo nel corso degli ulteriori sviluppi politici. In ogni caso ambedue i governi risolveranno questa questione a mezzo di un amichevole accordo. 3) In relazione all’Europa sud-orientale, da parte sovietica si richiama l’attenzione sul suo interesse sulla Bessarabia. Da parte tedesca si dichiara il proprio completo disinteresse politico in questa zona». Questo protocollo porta le firme di Molotov e di von Ribbentrop e la data del 23 agosto 1939. Vorrei, a questo punto, far notare che i patti di non aggressione firmati con l’Estonia e la Lituania – nazioni già, in base a precedenti patti segreti, destinate ad essere invase dall’Unione Sovietica – portano, invece, la data del 23 settembre 1939 e del 5 ottobre. (Commenti al centro e a destra). Non mi pare che si possa fare dell’ironia sopra il valore di questi patti, alla luce di esempi storici che già, in proposito, si sono avuti. Ma, per giustificare un eventuale patto di non aggressione fra l’Italia e l’Unione Sovietica, l’onorevole Nenni insinua che questo patto sarebbe compatibile con il Patto atlantico. (Credo, almeno, che volesse affermare questo, per quanto non sia chiaramente detto, ma soltanto supposto). Per questo, l’onorevole Nenni si è richiamato agli accordi particolari stipulati antecedentemente, durante la guerra, dall’Inghilterra e dalla Francia con l’Unione Sovietica, ed ha ricordato che questi due patti sussistono: «non so – egli ha detto – che siano stati denunziati e possono sussistere parallelamente al Patto atlantico». Ma l’onorevole Nenni ha omesso di precisare che quegli accordi (che portano la data del 26 maggio 1942 il primo e del l0 dicembre 1944 il secondo) erano veri e propri trattati di alleanza diretti contro la Germania nazista e miranti a mantenere la collaborazione tra tali potenze contro la Germania. Le potenze firmatarie si impegnavano a tener conto degli interessi delle Nazioni Unite e ad agire in accordo coi due princìpi: di non creare per sé ingrandimenti territoriali e di non intervenire negli affari interni degli altri Stati. Potrei porre, a questo punto, una domanda imbarazzante all’onorevole Nenni: crede egli che tali impegni siano stati, da parte dell’Unione Sovietica, mantenuti? Ma, soprattutto, egli ha dimenticato una cosa grave: che la Russia, nella primavera del 1951, aveva denunciato la politica atlantica della Francia e dell’Inghilterra come incompatibile con i patti di mutua assistenza. Del resto, il suo compagno Togliatti scriveva ne l’Unità del 25 aprile 1951, quando gli era sembrato che patti di non aggressione venissero presentati dal conte Sforza: «abbiamo parecchie volte proposto la conclusione dei patti di non aggressione, ma li abbiamo proposti proprio come alternativa alla politica atlantica e tentativo di uscirne» . È chiaro, quindi, che l’incompatibilità esiste. Si tratta di una alternativa. Quale è la nostra posizione dinanzi a queste proposte e in genere alle tendenze che le ispirano? È questa: la via maestra che conduce allo scopo è la collaborazione leale e sincera entro le Nazioni Unite. In realtà, non vi è nessuna necessità di stipulare particolari patti di non aggressione, se è vero, come ha ripetuto il signor Malenkov nel suo rapporto, che il governo dell’Unione Sovietica attribuisce molta importanza all’Organizzazione delle Nazioni Unite, ritenendo che essa possa essere un importante strumento per il mantenimento della pace. Ogni speciale patto di non aggressione è superfluo, basta attenersi, nella condotta dell’azione internazionale, alla lettera e allo spirito dello statuto dell’ONU che afferma appunto nel suo preambolo l’intento di salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità, di assicurare mediante l’accettazione di princìpi e la istituzione di sistemi che le forze armate non saranno usate, salvo che nel comune interesse e, inoltre, si propone nell’articolo 1 di prendere efficaci misure collettive per la prevenzione e la rimozione delle minacce alla pace e per la repressione degli atti di aggressione e delle altre violazioni della pace, e di sviluppare le azioni amichevoli tra le nazioni fondate sul rispetto del principio dell’uguaglianza e dei diritti di autodecisione dei popoli e di prendere altre convenienti misure per rafforzare la pace universale. L’Italia democratica ha ispirato e continua ad ispirare la sua azione di politica internazionale a tale principio e a tale obiettivo, pur se l’ingiusto, l’ingiustificato ed infamante veto sovietico ci continua a tenere alle soglie dell’ONU. Io credo che questo sia il modo migliore per poter efficacemente contribuire alla pace del mondo. Perché il Partito socialista italiano a nome del quale Nenni ha portato qui la proposta, non consiglia altri gesti di giustizia, come per esempio quello che riguarda la nostra ammissione all’ONU e per la quale la Russia è impegnata da un sacrosanto trattato? Quale fiducia ispira in nuovi patti, di non aggressione o meno, se quello che ci fu imposto con tanti sacrifici, e che abbiamo pagato con parte della nostra flotta e con la cessione di territori agli amici della Russia, non viene mantenuto? (Applausi al centro e a destra). Lo so, l’onorevole Togliatti a proposito della mancata ammissione dell’Italia nell’ONU è tornato ad affermare la necessità che sia nuovamente riconosciuto il principio dell’universalità dell’ONU. A suo dire si vorrebbe effettuare per le nuove ammissioni una discriminazione fra paesi a regime capitalistico e paesi a regime socialista. In realtà, nessuno pone nemmeno in discussione il principio dell’universalità dell’ONU. La miglior prova è che di essa fanno attualmente parte, a parità di diritti, paesi a regime socialista e paesi a regime capitalistico. Il punto di discussione è un altro: è il rispetto della procedura per l’ammissione di nuovi membri dello statuto dell’ONU. Io domando scusa che si debbano ripetere sempre le stesse cose, ma poiché le menzogne si ripetono, anche le verità si debbono confermare. L’articolo 4 dello statuto dell’ONU dice: «primo: l’appartenenza alle Nazioni Unite in qualità di membri è aperta a tutti gli altri Stati amanti della pace che accettino gli obblighi contenuti nel presente statuto e che, a giudizio dell’organizzazione, siano capaci e disposti ad adempiere tali obblighi. Secondo: l’ammissione di ciascuno di tali Stati, quale membro delle Nazioni Unite verrà effettuata con decisione dell’assemblea generale, su proposta del Consiglio di sicurezza». Non vi può essere dubbio alcuno che, a norma dell’articolo 4 dello statuto delle Nazioni Unite, l’ammissione di nuovi membri debba essere decisa caso per caso e che occorre anche accertare, caso per caso, se gli Stati candidati abbiano i requisiti necessari, previsti dallo statuto per l’ammissione. Gli stessi sovietici hanno esplicitamente riconosciuto, in sede di Nazioni Unite e fuori, che l’Italia è in possesso dei requisiti necessari. La logica conseguenza dovrebbe essere l’ammissione dell’Italia alle Nazioni Unite. Se, invece, l’Unione Sovietica continua ad opporre il suo veto a tale ammissione e cerca, altresì, di condizionarla all’ammissione in blocco di altri Stati, essa: 1) non tiene fede all’impegno assunto dal governo sovietico a Potsdam (dice il comunicato ufficiale di quelli conferenza: «l’Italia si è liberata del regime fascista e sta compiendo dei progressi importanti per il ristabilimento di un governo e di istituzioni democratiche. La conclusione di un trattato di pace con un governo democratico italiano permetterà ai tre governi di appoggiare, come essi ne hanno desiderio, la domanda di ammissione dell’Italia all’organizzazione delle Nazioni Unite); 2) non tiene fede allo stesso impegno confermato nel preambolo del nostro trattato di pace; 3) pone in essere un atto ostile verso il governo ed il popolo dell’Italia democratica; 4) compie una patente violazione dello statuto dell’ONU. Perché il Partito socialista italiano non fa questa proposta? Perché l’onorevole Nenni non ha colto l’occasione di suggerirla? Anche la partecipazione italiana al Patto atlantico ed alla Comunità europea di difesa si inquadrano perfettamente in tale accordo di pace. Il Patto atlantico, infatti, riafferma la fede nei propositi e nei princìpi dello statuto delle Nazioni Unite ed il desiderio di vivere in pace con tutti i popoli e con tutti i governi ed impegna a risolvere le dispute internazionali con mezzi pacifici, in modo tale che la pace, la sicurezza e i rapporti internazionali non siano messi in pericolo, e ad astenersi nelle relazioni internazionali dalle minacce e dall’uso della forza, in qualsiasi maniera che sia in contrasto coi propositi delle Nazioni Unite. Il Patto atlantico e la Comunità europea di difesa, coordinando l’esercizio del diritto di autodifesa, specificatamente riconosciuto dall’articolo 51 dello statuto dell’ONU, e favorendo lo svilupparsi della collaborazione pacifica fra i popoli, hanno proprio lo scopo di contribuire alla piena instaurazione delle condizioni necessarie per un effettivo funzionamento della organizzazione delle Nazioni Unite. Se oggi, a causa di certe minacce incombenti e di aggressioni prodottesi in Asia e in Europa, la collaborazione militare fra i partecipanti alla comunità atlantica ed a quella europea sembra avere la prevalenza, voi sapete che il governo italiano non ha tralasciato alcuna occasione per accentuare sempre più la collaborazione politica, economica e sociale, prevista dagli strumenti che istituiscono le due comunità. Su questa via continueremo a batterci. Noi vogliamo che, in accordo col principio, conclamato dallo statuto delle Nazioni Unite, della eguaglianza dei diritti delle nazioni, grandi e piccole, la comunità atlantica e la comunità europea di difesa siano permeate da un profondo spirito di democrazia, fondato su alcuni princìpi generali propri degli uomini liberi e non solo sul numero delle divisioni fornite dai singoli partecipanti. Se nei momenti di crisi prevalgono considerazioni e rapporti di forza, una alleanza permanente e progressiva può avere il suo fondamento solo sulla comune adesione a certi princìpi morali e politici. Non si può rinunziare alla suggestione della libertà, senza portare all’interno dell’alleanza la disgregazione morale. Conviene – e questo è il punto di vista sostenuto dall’Italia – che a base d’ogni alleanza sia il rispetto dei diritti umani e che non si ripetano gli errori, talvolta commessi durante le guerre passate, di passare sopra ai princìpi, per concludere solo su rapporti di forza. Senza bisogno, dunque, di ricorrere ad effimeri e vani patti di non aggressione, se ci si vale degli strumenti delle organizzazioni internazionali già esistenti, si può ancora costruire una giusta e duratura pace, purché l’Europa possa agire come elemento di difesa in caso di crisi e come elemento di equilibrio nello sforzo di risolvere ad uno ad uno i problemi lasciati insoluti dalla guerra e dai trattati; perché la gravità della situazione non risiede nei rapporti bilaterali fra l’URSS e l’Italia, onde il rimedio non può venire da un loro miglioramento, per quanto auspicabile, ma da un risanamento generale cui l’Italia può contribuire entro il consesso delle nazioni democratiche ma non al di fuori di esso. Ora, la proposta dell’onorevole Nenni suppone la rottura di questa collaborazione, come risulta dalla parte prima di tutto il suo discorso. E perché fra gli altri suggerimenti, a lui socialista rappresentante di quel partito che subì tante persecuzioni anche dai colleghi comunisti negli Stati ora passati fra i satelliti, perché a lui socialista non viene in mente di suggerire all’URSS di ristabilire le libertà fondamentali nell’area politica e territoriale compresa fra la comunità occidentale e l’URSS, per esempio nella Cecoslovacchia? Quale distensione – senza cambiamenti territoriali e senza spostamenti di truppe – quale distensione, se in questi paesi cessassero le oppressioni e le persecuzioni dell’opposizione, se vi si permettessero dibattiti liberi come quello che si è svolto qui, se le nazioni che vi si trovano potessero agire in piena libertà ed indipendenza, da tutti garantita e riconosciuta e potessero riprendere la loro storica funzione (pensate alla funzione della Cecoslovacchia o della Polonia) di collegamento fra il mondo slavo e quello occidentale! (Vivi applausi al centro e a destra). L’onorevole Nenni, invece, ha in dispregio – mi dispiace – gli sforzi per la ricostruzione europea e considera il pellegrinaggio di De Gasperi ed Adenauer ad Aquisgrana (veramente, Adenauer non c’era) come una visita di parenti ad un vecchio cimitero da cui non possono venire ispirazioni né insegnamenti, respinge – si capisce – la CED (la comunità di difesa europea) come rifiuta il Patto atlantico, e sembra addirittura trovi soddisfazione (o ho inteso male la sua ironia?) nel fatto che la politica del containment, con il licenziamento dell’ambasciatore Kennan, sia presumibilmente fallita. Eppure questa è una politica di pacifica evoluzione. Ricordate il famoso articolo di Kennan . Questo ambasciatore, che conosceva bene la Russia e conosce bene l’America per aver lavorato al Dipartimento di Stato, scriveva: «la politica degli Stati Uniti deve continuare ad orientarsi verso una politica estera forte e fiduciosa che respinga energicamente ogni pessimismo al riguardo di una guerra futura e miri a tenere in vita e a perseguire con tutti i mezzi qualsiasi opportunità di risolvere senza far ricorso alla guerra le divergenze internazionali tutte le volte che sia possibile e di tollerarle quando una soluzione non sia ancora possibile». Concludendo, la proposta dell’iniziativa Nenni non si può valutare come un gesto a sé, ma come un incamminarsi per una alternativa che, disertando la solidarietà occidentale, porti l’Italia all’isolamento e all’abbandono ad una neutralità impossibile, ad una situazione di inerzia disarmata, incapace di un’azione per la pace, aperta a tutti i venti ed a tutte le tempeste, in mezzo ad un mondo irrequieto e non pacificato. (Applausi al centro e a destra). Di fronte a ciò, la nostra politica è quella della cooperazione internazionale. Circa l’alleanza atlantica è stato qui dato grande rilievo alle difficoltà economico-finanziarie incontrate per il finanziamento dei mezzi di difesa; si è parlato con enfasi della rivolta europea all’impero del dollaro, e se ne volle vedere l’acme in un incidente diplomatico di scarsa importanza, avvenuto di recente, in occasione di una risposta degli Stati Uniti ritenuta dalla Francia insoddisfacente. È innegabile che fra le insistenze degli Stati Uniti, che premono perché il programma della ricostituzione delle forze armate nei vari paesi venga attuato secondo gli impegni di Lisbona, e le obiezioni di carattere economico, che in Europa in genere tentano di farsi valere onde ottenere una dilazione, non è facile che si raggiunga subito un compromesso; ma le discussioni, talvolta vivaci, non hanno mai messo in forse il vincolo dell’alleanza e la sostanza dell’impegno. Ne sono una prova le dichiarazioni del presidente Pinay. Saranno in discussione prossimamente, in preparazione del consiglio della NATO, convocato per il 15 dicembre, le risposte che i singoli Stati hanno nel frattempo presentato ad un questionario, che tende a revisionare gli obiettivi stabiliti a Lisbona e a riconciliare tali obiettivi con le possibilità finanziarie. Si discute, si corregge, se occorre si ridimensiona: questo è lo stile del regime democratico, tanto più comprensibile quando si pensi che si tratta di impegni incisivi per 14 nazioni. Che un simile organismo funzioni lentamente, e il ritmo della sua attività non possa concorrere con quello delle dittature, è risaputo; come è chiaro che nessuno poteva attendersi una rapida e immediata attuazione della comunità atlantica, cioè di quella estensione del patto militare ad una cooperazione più viva ed efficace, ad una comunanza integrale sul terreno economico, culturale e sociale, che venne deliberata ad Ottawa. Ma credo abbiamo fatto dei passi avanti, e va constatato con soddisfazione che con l’andare dei mesi, ad onta di naturali maggiori difficoltà dovute all’avvicinarsi e al concretarsi dei problemi che vengono man mano affrontati, una più distinta e chiara coscienza atlantica va formandosi, coscienza atlantica che noi confidiamo saprà permearsi di concetti economici e sociali, sì da creare una vera comunità atlantica basata su comuni ideali e su coordinati interessi. L’Italia darà tutto il suo contributo per un più intenso sviluppo di questi dati costruttivi dell’alleanza. Si è fatta dell’ironia – per la verità, l’onorevole Nenni non se l’è permessa – sul mio presunto europeismo cattolico. Certo, vi è una aspirazione di fraternità in tutta la nostra attività sociale, che può derivare o dal cristianesimo socialmente compreso, o da un umanitarismo mazziniano e socialista; ma tale ispirazione non collide affatto con l’appartenenza ad una confessione. Vi basti ricordare che la Repubblica di Bonn ha il 51 per cento di protestanti e il 49 per cento di cattolici, e nessuno certo pensa a ristabilire il cuius regio, eius religio del trattato di Vestfalia ; e le frontiere ecclesiastiche e le frontiere del pensiero e della cultura non vengono toccate, tanto è vero che in queste riunioni internazionali ci troviamo accanto con socialisti, con liberi pensatori e – è curioso – con rappresentanti delle organizzazioni sindacali lavoratrici. Perché? Perché l’impulso irresistibile è la necessità che tutti sentono dell’allargamento del mercato della libera circolazione del lavoro, la necessità di superare le frontiere economiche. Questo impulso – non occorre pretendere di fare profezie per dire questo – è nelle cose, è nella struttura sociale, è nell’esigenza del lavoro soprattutto. Quest’impulso, presto o tardi, si imporrà e verrà raggiunto, e può essere raggiunto in Europa o con un accentramento di potere politico totalitario quale era sognato da Hitler, o da un regime comunista dei vari Stati satelliti intorno alla Repubblica dei sovieti, comandata da un supermaresciallo dittatoriale; ovvero, più gradualmente, più lentamente, ma certo meno sanguinosamente, da una federazione di democrazie libere. (Applausi al centro e a destra). Ecco, amici miei, ecco, onorevoli colleghi, il tentativo dell’unione europea, entro il quale si dovrebbe conciliare la riforma sociale, cioè l’avvento di una prevalenza del lavoro senza compromettere la libertà politica e la libera iniziativa economica. In questa struttura politica potrebbe inserirsi anche un socialismo riformatore che si preoccupasse della libertà politica più che delle sorti… pAjettA GiAn CArlo. …dei lavoratori. (Commenti). de GAsperi. …della Repubblica sovietica! (Vivissimi applausi al centro e a destra). Così dovrebbe nascere l’Europa di domani, e chi l’auspica o la promuove appartiene all’avanguardia del progresso sociale, e chi la osteggia appartiene ai reparti di guastatori e di sabotatori o cammina alla retroguardia del progresso. Quelli che così operino non sono arditi: sono reazionari. (Approvazioni). Anche qui il lavoro sarà faticoso, lento, di pietra sopra pietra. Non mi meraviglio delle difficoltà che prevedo, non mi illudo sulle suscettibilità che incontriamo. Sarei sorpreso se le ostilità non si rivelassero a mano a mano che l’edificio si allarga sulla sua base e se ne disegnano le strutture. Né mi angoscia il dubbio se ne vedrò io stesso levarsi le mura. Uomini di Stato, giuristi, economisti, rappresentanti di tutte le classi sociali, specie delle categorie economiche, debbono porvi mano. So bene – in tutta umiltà, onorevole Mazzali, e fuor di ogni presunzione – quanto questo lavoro del porre pietra su pietra, di innalzare un edificio di concordia in mezzo alle rovine di una guerra devastatrice e nel timore di una nuova catastrofe sia gravido di rischi quanto di speranze. Eppur si muove! Il processo è in corso. Non solo la comunità carbosiderurgica ha iniziato la sua attività, dando vita alle istituzioni supernazionali, che sono l’Alta Autorità, l’Assemblea e l’Alta Corte (e la Comunità di difesa si prepara ad entrare in funzione), ma è intervenuta la decisione unanime dei sei governi in questione, presa nella recente riunione dei ministri degli esteri a Lussemburgo, di affidare alla citata Assemblea della comunità del carbone e dell’acciaio, opportunamente integrata, il compito della predisposizione di un progetto di assemblea politica europea. L’assemblea comune ha subito compreso l’importanza di questo incarico, ed accettandolo ha dato vita ad una assemblea definita ad hoc che si occuperà specificamente del progetto in questione, che dovrà essere sottoposto ai governi entro il 10 marzo prossimo. Questa assemblea ha già iniziato i suoi studi, ed assistiamo proprio in questi giorni alle prime riunioni delle commissioni di lavoro che essa ha costituito a tale scopo. A questa attività l’Italia intende dare tutto il suo costruttivo contributo, il contributo della sua cultura giuridica, delle sue conoscenze ed esperienze nel campo economico, politico e sociale. Non si può, naturalmente, parlare di questi argomenti senza toccare anche i temi trattati in sede di quello che è il più antico foro politico europeo, cioè il Consiglio d’Europa; e parecchi oratori qui presenti hanno fatto cenno di questo argomento. Il Consiglio d’Europa ha avuto negli scorsi mesi le sue vicende con specifici contatti e specifici temi. Tutti conoscono in particolare quelle proposte che vanno sotto il nome del ministro britannico che le ha presentate, il signor Eden. Esse sono intese a conseguire che queste comunità a sei, che si avviano verso il più completo ed intimo legame di ordine politico possano svilupparsi senza assumere posizioni avulse o tanto meno contrastanti con quelle di altri settori d’Europa. Questa è certamente una giusta preoccupazione che condividiamo in pieno, ed è per questo che fin dall’inizio abbiamo accettato lo spirito della proposta di Eden nella quale, per di più, abbiamo apprezzato il nobile sforzo della Gran Bretagna di non rendersi estranea alla vecchia Europa. Ad ogni modo, nell’interesse della civiltà occidentale, ci sembra che oggi il processo europeistico abbia bisogno di una spinta più efficace e gli inglesi sono i primi a riconoscere che costituisce un indubbio elemento favorevole della situazione il fatto che sei paesi di questa Europa, vicini di frontiera e fra di loro più affini, anticipino i tempi di tale processo: non avulsi o in contrasto con altri, ma in sincero spirito di collaborazione e lasciando aperta la porta a ogni ulteriore sviluppo del processo europeistico. I sei paesi possono costituire, frattanto, una voce comune in seno al settore più vasto dell’Europa. Così il Consiglio di Strasburgo, che è stato e resta una grande tribuna europea, ha dato segno di costituire un’organizzazione che, lungi dall’essere in fase di assorbimento, assolve tutte le sue utili funzioni per l’armonizzazione delle idee e delle iniziative europeistiche. Lo so, quando si parla di unificazione europea e soprattutto, in concreto, della comunità di difesa, sorge la questione della Germania. Ebbene, l’Italia democratica è in una posizione di assoluta imparzialità; essa ha animo aperto alle preoccupazioni che suscita in Francia il riarmo della Germania, ma ha anche orecchio per le voci della realtà storica. Noi comprendiamo certe inquietudini dell’opinione pubblica francese e, se giovasse una nostra parola, vorremmo pronunciarla nel senso della più fraterna lealtà. Si sono levati dei sospetti sui miei colloqui di Bonn , ma il governo francese sa che non sono venuto meno allo spirito di Santa Margherita e che esso può contare in ogni momento sulla nostra viva simpatia. Quanto agli Stati che hanno vinto la Germania, anch’essi hanno fatto un grande cammino. Vediamo, nelle memorie di Churchill, le annotazioni su quanto avvenne a Teheran nel gennaio 1944. Allora tutti i grandi furono d’accordo, Roosevelt e Stalin soprattutto, perché la Germania venisse decomposta in una serie di Stati, cinque precisamente, e la Ruhr fosse internazionalizzata. A Yalta, nel febbraio 1945, Stalin propose tre Stati e a Potsdam, nel 1945, si parlò solo vagamente di una federazione fra la Baviera e l’Austria-Ungheria separate dalle altre regioni. Poi segue un altro periodo, il periodo Truman-Attlee- Bevin: il 29 agosto 1950, due mesi dopo lo scoppio della guerra in Corea (si notino l’effetto e l’impulso che vengono dai fatti), Adenauer presenta agli alti commissari un memoriale in cui esprime un concetto veramente degno di un uomo di Stato e che ricorda certi esempi classici che noi citiamo spesso per dimostrare come, per fare il proprio interesse, occorra fare quello degli altri. «Noi non siamo in pericolo – disse Adenauer – e perciò siamo disposti a darvi il nostro contributo». Si arriva così al piano Pleven per l’esercito comune, e Carlo Smith, che è il tecnico dei socialisti all’opposizione in Germania, dice: «che credete di fare con le dodici divisioni previste in questo progetto? Esse non spaventano i russi più di un colpo di pistola». Tanto piccola sembrava l’organizzazione militare, così poco minaccioso il contributo germanico! Infatti il sistema del trattato che fra poco discuterete mira soprattutto a legare la disponibilità delle forze ad una volontà collettiva al di fuori della Germania e dell’Italia, a un consenso reciproco e, in secondo luogo, mira ad organizzare queste forze in modo che nessun distacco sia possibile senza indebolire di per se stessi gli Stati che volessero attuarlo. Qui siamo dinanzi a delle convinzioni. Io ho comprensione per le preoccupazioni francesi ed anche comprendo le opposizioni che vengono da parte dell’estrema sinistra: chiedo che si riconosca la buona fede in questa mia altra convinzione, che non è certo soltanto mia. Ed è questa partecipazione dell’Europa che tranquillizza gli americani e costituisce un incoraggiamento per la politica moderata, perché la convinzione che l’Europa resista impedisce che si pensi a qualsiasi forma di guerra preventiva. Bisogna quindi considerare l’esercito comune come un pericolo minore di conquista, comunque sia, come uno sviluppo contenuto e controllato degli armamenti tedeschi. Ma soprattutto vi sono le ragioni interne europee che ne consigliano l’accettazione. Egregi colleghi l’esercito comune è lo strumento di pacificazione tra la Francia e la Germania. (Approvazioni al centro e a destra). Lo so che è difficile accettarlo, lo so che si recalcitra a sinistra e a destra; ma volgendomi alla storia non trovo alcun’altra soluzione: la storia mi dice che altrimenti la tragedia si ripete. E allora dico che, quali che siano le difficoltà, quali che siano le resistenze, bisogna superarle, in nome della pace, che non è soltanto la pace della Francia e dell’Italia, ma è la pace europea e la pace del mondo. (Applausi al centro e a destra). Sul piano dell’attuazione dei progetti Schuman e Pleven abbiamo assistito a un fatto caratteristico, all’accordo preliminare di due governi, il germanico e il francese. E allora noi, non preoccupati da altre questioni, per quanto importanti, ma proprie di questi due Stati, abbiamo visto in questo strumento soprattutto la base, il punto di partenza per uno sviluppo dell’autorità politica europea. Ecco la nostra tattica, ecco la nostra via, ecco la nostra resistenza per il famoso articolo 38. E oggi, dopo tante opposizioni, è consolante vedere che lo stesso congresso radicale francese, così poco favorevole alla proposta della CED, è pronto – dice – ad accettarla a condizione che si addivenga ad una vera costituzione dell’autorità politica. Ma, amici miei, lasciatemi dire – e qui ci saranno testimoni ancora – che fu il rappresentante italiano che, in un momento di grande difficoltà, trovando grandi resistenze, disse: «voi volete un esercito comune, voi volete forzare, direi, i sentimenti nazionali a coordinarsi in un sentimento superiore, volete una disciplina che sia al di là, più sicura di quella che è la disciplina portata da un problema di sicurezza momentanea, voi volete creare questa compattezza, questa forza, ebbene voi non potete mantenerla senza creare una attività centrale politica europea». E dinanzi ad esitazioni, dinanzi a paure per l’incognita per il salto nel buio, le nostre resistenze hanno vinto. E abbiamo visto un po’ alla volta formarsi la convinzione e farsi chiaro che era possibile provvisoriamente firmare un trattato, che era possibile, anche provvisoriamente, organizzare un esercito, ma non era possibile stare insieme senza una autorità politica centrale. Questa autorità politica centrale che cos’è? È l’autorità europea! Mi dicono: ma non c’è tutta l’Europa. E quando mai si è incominciato con tutto (neanche l’impero romano è stato tale fin dall’inizio), e quando mai si può affermare che nell’Europa, nell’Europa continentale, i germi del conflitto sono più aperti e più pronti di altri germi e negare che il superarli e l’organizzare le forze europee, e coordinarle e subordinarle, sia ormai un immenso vantaggio? Ma, e la ricostruzione? La costruzione? Va bene, troviamo ancora enormi difficoltà, ma questa è la salvezza, i popoli lo sentono, spiegatelo alla povera gente che lo sente: questa è la pace, se riusciamo! E questo tentativo merita ogni sforzo, ogni tenacia, ogni speranza, ogni certezza! (Applausi al centro e a destra). Potremo dire anche noi italiani una nostra parola su questi problemi del dopoguerra, finora dibattuti fra vinti e vincitori. Potremo dire una nostra parola, e la diremo sempre in senso di equilibrio e di pacifica evoluzione. L’Europa nuova, alleata dell’America, rappresenta anche per essa una base di sicurezza per cui il suo impegno potrà alleggerirsi, e incoraggiarsi la sua perseveranza. Ho osato esporre questo pensiero un anno fa al Congresso americano e sono riuscito in questa formula (che è formula non di abbandono, ma di speranza e soprattutto anche una formula evolutiva che permette ad un certo momento che l’America alleggerisca il suo compito), sono riuscito a trovare l’approvazione di tutti e due i partiti, il democratico e il repubblicano. In questo quadro di politica generale dobbiamo considerare anche la questione di Trieste. Essa appartiene ai problemi insoluti della pace non raggiunta, benché codificata in un trattato del quale abbiamo invano preannunciato l’incongruenza e la inapplicabilità. Nessuno può ragionevolmente affermare che una coabitazione avrebbe portato la pace e la collaborazione fra le due nazioni finitime. Una delimitazione delle frontiere etniche si presentava ieri – come si presenta oggi – necessaria, onde garantire la vitalità economica e la funzione commerciale dell’emporio di Trieste, sottraendo il territorio ad inevitabili e appassionate lotte etniche che si ripercuoterebbero lungo le due sponde adriatiche. Due fatti si sono compiuti negli ultimi mesi: il primo è l’accordo di Londra del 9 maggio 1952, per il quale nella zona A, a Trieste soprattutto, praticamente l’amministrazione civile ed economica, nella sua parte prevalente e sostanziale, venne affidata a funzionari designati dal governo italiano, pur sotto la responsabilità del governo militare alleato, come prevede il trattato. È un riconoscimento di fatto del carattere italiano di Trieste quale lo proclamava la dichiarazione tripartita; un consolidamento notevole contro la minaccia di una evoluzione ibrida e bastarda, accarezzata da qualche elemento deteriore e favorita da speculazioni straniere. (Approvazioni al centro e a destra). Sono lieto che anche durante questo dibattito i rappresentanti più diretti del patriottismo triestino abbiano qui recato la loro testimonianza favorevole e plaudente. L’onorevole Almirante ha semplicemente affermato che quel successo è dovuto alle manifestazioni svoltesi a Trieste e nelle città d’Italia. Certo, le affermazioni spontanee di masse popolari, se contenute entro limiti di moderazione, servono a dare accento e colore alle trattative diplomatiche, ma si può ritenere davvero che le lunghe e difficili trattative avrebbero avuto esito felice se non si fossero inserite in una politica di collaborazione internazionale che si fonda su responsabilità comuni, su impegni precedenti e in clima di reciproca buona fede? Gli accordi sono entrati ufficialmente in vigore il 15 luglio e la loro applicazione è stata ormai completata. Ciò che più conta di essi non è tanto la lettera quanto lo spirito cui sono informati, spirito che permetterà senza dubbio di risolvere sinceramente i problemi della zona A nel quadro delle amichevoli relazioni con le potenze occidentali. In data 13 maggio il governo jugoslavo, a mezzo di un memorandum consegnato alle ambasciate britannica e americana a Belgrado, protestò contro la conclusione degli accordi tripartiti di Londra, come atto di perturbazione unilaterale ed illegale dello status internazionale della zona A, nonché come grave violazione dei diritti e degli interessi della Repubblica jugoslava; ed in data 28 giugno i governi inglese ed americano hanno risposto contestando le affermazioni jugoslave ed affermando che gli accordi non pregiudicavano la soluzione del problema del Territorio libero. In data 24 giugno anche il governo sovietico, a mezzo di nota consegnata alle ambasciate britannica ed americana a Mosca, protestava contro gli accordi di Londra affermando che essi mirano a violare ulteriormente le clausole del trattato di pace con l’Italia e a privare la popolazione di Trieste della possibilità di usufruire dei diritti democratici e delle libertà fondamentali garantiti dal trattato di pace con l’Italia. (Commenti al centro e a destra). La nota ribadiva, fra l’altro, l’accusa alle potenze occidentali di avere deliberatamente procrastinato la costituzione del Territorio libero per mantenere una illegale base strategica a Trieste, accusa già formulata per giustificare la mancata adesione sovietica al trattato di pace austriaco. Le potenze occidentali rispondevano alla fine di settembre respingendo categoricamente l’affermazione sovietica che gli accordi di Londra contravvenissero in alcun modo al trattato ed affermando che il mancato rispetto delle disposizioni del trattato di pace relative a Trieste è dovuto completamente al governo sovietico, la cui condotta dopo la conclusione del trattato di pace ha reso impossibile l’esecuzione prevista. Il secondo fatto ha un aspetto negativo, ed è il tentativo fatto dagli alleati, con particolare impegno della diplomazia inglese, per trovare un binario su cui potessero svolgersi trattative dirette fra l’Italia e la Jugoslavia. Già ai tempi del nostro incontro a Londra, Attlee e Morrison avevano insistito perché noi avviassimo conversazioni bilaterali facendosi in qualche misura garanti della buona volontà jugoslava che pareva risultasse da dichiarazioni ufficiose, se non ufficiali, di uomini di Stato dell’altra sponda. Noi tenemmo sempre ferma la dichiarazione tripartita, pur ammettendo che non poteva trattarsi di impegno giuridico. Vi prego di notare che la dichiarazione avrebbe potuto costituire impegno giuridico qualora si fosse perfezionata con l’adesione del governo sovietico, sollecitato dai tre governi, ma essa era un atto politico e morale, un debito di onore e di lealtà verso di noi: ciò che non venne mai contestato nelle solenni conclusioni cui si giunse trattando della questione a Londra e a Washington. Solo ci si chiese di conversare con la disposizione d’animo che escludesse un irrigidimento su pregiudiziali integrali ed assolute. Fu così che si ebbero delle conversazioni di sondaggio durante la sessione delle Nazioni Unite a Parigi fra l’osservatore italiano Guidotti ed il rappresentante jugoslavo Bebler, conversazioni che si protrassero fino all’inverno 1951-52, ma senza un risultato concreto, per l’assoluta mancanza di spirito conciliativo dimostrata da parte jugoslava. Già in questi sondaggi fece capolino la proposta del condominio e della eventualità di un plebiscito dopo 15 anni, in attesa – dicevano gli jugoslavi – che fossero riparati i torti subìti dalla popolazione slava e ripristinata la situazione avanti il 1914. Che più? Nemmeno la pattuita riservatezza dei sondaggi venne rispettata. Tito, in una intervista concessa al capo della minoranza slava di Trieste, rese anche pubblica, con evidenti scopi propagandistici, la sua assurda proposta di condominio. Sembrava così fosse raggiunta la prova che gli slavi non volevano le trattative. Ma gli alleati, una volta concluso l’accordo di Londra e di fronte alla reazione ingiustificata di Tito ai danni della zona B, ritennero di dover ritentare la prova. Di qui il passo tripartito dei governi alleati a Brioni, il 18 agosto, per invitare gli slavi a riprendere le conversazioni con l’Italia sulla base della linea etnica. Anche questo passo, che doveva restare confidenziale, divenne pubblico per le indiscrezioni di Belgrado, e lo stesso ministro che, con amichevoli propositi, si proponeva di recarsi in Jugoslavia, venne messo di fronte al fatto compiuto da un discorso rudemente negativo del maresciallo Tito. Poiché non possiamo accordarci in una soluzione – così concludeva il maresciallo – accantoniamo la questione e occupiamoci di altri problemi comuni di difesa e di sviluppo economico. Accantoniamo! Ma intanto si accentua l’annessione fredda della zona B, con una serie di misure ispirate al principio dell’unificazione legislativa della zona con la Repubblica federale jugoslava. Non vi è dubbio che si tratta di violazioni del trattato di pace. Il quale stabilisce all’articolo 1, allegato VII, che il territorio destinato a costituire il Territorio libero di Trieste continuerà ad essere amministrato dai comandi militari alleati agenti ciascuno nella zona rispettiva; e l’articolo 10 dello stesso allegato dice che le leggi e i regolamenti esistenti alla data dell’entrata in vigore del trattato (leggi e regolamenti italiani) resteranno in vigore a meno che non siano abrogati e la loro applicazione non sia sospesa dal governatore. Noi abbiamo protestato e protestiamo. Ma è possibile supporre una collaborazione amichevole su un settore qualsiasi quando da parte jugoslava non si riconosce il trattato al quale pure ci si richiama, in quanto si riferisce alla zona B? E la situazione è più grave in quanto non è in discussione semplicemente il problema giuridico. Infatti non cessano di giungere fino a noi voci di persecuzioni dei nostri fratelli, delle quali si sono fatti eco qui anche alcuni onorevoli colleghi. Noi non lasceremo intentata alcuna via che rimane aperta, come non trascureremo alcun suggerimento che qui o altrove venga fatto, nemmeno i suggerimenti scaturiti da questo dibattito, il quale si è dimostrato, al di fuori di ogni accesa polemica, interprete fedele della volontà nazionale. Ma sia ben chiaro: noi non vediamo la questione dal solo punto di vista della nostra integrità nazionale. Il nostro diritto, per quanto sacrosanto, è fondato sui trattati. Noi pensiamo a consolidate la pace nell’Adriatico e a rendere possibile una collaborazione che permetta alla Jugoslavia uno sviluppo vitale e pacifico. Diciamo perciò agli alleati che essi non sono solo responsabili del trattato; essi sono responsabili di un destino che investe tutto un importante settore europeo. In questo settore noi rappresentiamo la fedeltà ai patti della NATO e della CED. Noi rappresentiamo la collaborazione in una Europa democratica e la fede nella libertà. È stata data la prova che noi rappresentiamo anche la ragionevolezza, che vogliamo l’intesa, non l’urto né il danno, né l’umiliazione di chicchessia; ché, anzi, abbiamo il coraggio di affrontare anche l’accusa di soffrire di un complesso d’inferiorità. Ma confido che, come nel passato, anche in avvenire essi avranno la prova della nostra tenacia, della nostra fermezza, della nostra insistenza in ciò che è nostro diritto, necessità di pace e sicurezza collettiva. Ancora una breve nota polemica. Non si può asserire, come fa l’onorevole Nenni, che il governo non abbia saputo trarre dalla dichiarazione tripartita quanto essa poteva dare. Non dobbiamo dimenticare che il trattato di pace è seguito a una guerra perduta. Trieste con il suo territorio, era andata persa per l’Italia. La costituzione effettiva del Territorio libero, che l’onorevole Nenni sembra considerare, oggi, ancora la soluzione migliore, o ancora la meno peggio, avrebbe inevitabilmente accelerato la disintegrazione della compagine italiana e nazionale di quella città e non avrebbe favorito, alla lunga, il ritorno (come opina l’onorevole Nenni) alla madre patria. Già fu, quindi, un successo l’aver ottenuto la dichiarazione tripartita, ed un successo è – malgrado le difficoltà che non ci dissimuliamo – ogni passo compiuto sulla via della sua realizzazione. All’onorevole Nenni di oggi preferisco l’onorevole Nenni del 1946. Fra le istruzioni impartite dall’allora ministro degli Esteri, onorevole Nenni, alla delegazione italiana presso la conferenza dei quattro ministri degli Esteri a New York, figura la seguente: «confermare l’opinione del governo italiano essere la istituzione del Territorio libero un artificioso compromesso privo di una necessaria base di vitalità economica e fondamentalmente antidemocratico, in quanto ne è stata decisa l’istituzione senza che venisse data alle popolazioni interessate la possibilità di esprimere liberamente la propria volontà in proposito». Do atto all’onorevole Nenni che egli con ciò esprimeva l’unanimità del pensiero, almeno come si palesava, del Consiglio dei ministri. In data 8 novembre il Consiglio dei ministri italiano, su proposta dell’onorevole Nenni, approvò un ordine del giorno nel quale era detto fra l’altro: «afferma il principio che la frontiera debba essere tracciata seguendo la linea etnica e, quando l’applicazione di esso sollevi contestazioni, ricorrendo al plebiscito» . L’onorevole Nenni in data 11 novembre 1946 telegrafava alla delegazione italiana: «il rinvio della questione di Trieste, che sarebbe stato deciso dai quattro a New York, è da noi interpretato come un indiretto invito a cercare un terreno di intesa fra la Jugoslavia e l’Italia. In queste condizioni consideriamo con viva premura la possibilità di negoziati diretti con la Jugoslavia». Come vede, onorevole Nenni, già allora avevamo preso insieme lo stesso cammino. Io ho continuato, ella ha deviato. (Commenti). nenni. È onore nostro avere combattuto contro la formazione del Territorio libero di Trieste; purtroppo non abbiamo potuto impedirlo. de GAsperi. Preferisco ritenere che la via giusta sia quella che indicava quando sentiva tutta la responsabilità della decisione e la misurava entro il quadro reale delle forze concrete che agivano al di fuori di noi. (Applausi al centro e a destra). Il dibattito ha toccato profondamente anche le questioni economiche. Non dovrebbe essere mia competenza parlarne, in quanto per i rapporti internazionali abbiamo il Ministero del Commercio con l’Estero. Poiché vi è anche una responsabilità del Ministero degli Esteri, che si esplica nella compilazione dei trattati e nelle direttive generali, e poiché tali questioni sono state risollevate nonostante le dichiarazioni fatte nell’estate dal ministro del commercio estero, pur limitandomi a dettagli che lo stesso ministro del commercio con l’estero vorrà spiegare in occasione della discussione del bilancio al Senato, io dovrò affrontare alcune accuse dell’opposizione e dimostrare quanto esse siano infondate. Entrambi gli oratori principali dell’opposizione, fiancheggiati dai minori, come l’onorevole Giuliano Pajetta, hanno mosso accusa al presente governo di avere trascurato le relazioni economiche con i paesi d’oriente. Non vorrei entrare in dettagli di competenza del ministro del commercio con l’estero, ma dirò quanto basta per dimostrare che le accuse non hanno fondamento. L’onorevole Togliatti afferma che dal 1945-1946 (molto vago nelle date per non implicare troppo la sua responsabilità personale) abbiamo perduto la grande occasione offerta alla nostra economia dal progetto di industrializzazione instaurato dai paesi a regime comunista. Ora, quali sono i fatti e le cifre? L’Italia – pensate a quell’Italia che non aveva pane e che nei momenti più critici doveva rivolgersi per telefono a La Guardia perché dirottasse delle navi verso un porto italiano – l’Italia, nella situazione economica nella quale si trovava dopo cinque disastrosi anni di guerra, ha subito cercato tutte le possibilità che sul piano internazionale si offrivano alla sua ripresa, e fin dal 1946 ha concluso un accordo commerciale con la Polonia ed altri accordi commerciali con paesi orientali, e precisamente: Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, nel 1947, Ungheria e Unione Sovietica nel 1948. Le relazioni, così iniziate nel 1946 con la Polonia, sono state seguite con la massima cura e nel 1949 sono stati firmati due nuovi accordi commerciali italo-polacchi: l’uno il 15 giugno, l’altro il 23 luglio. L’accordo del 23 luglio 1949 prevedeva nostre forniture di beni industriali e strumentali per 60 milioni di dollari in tre anni, contro il milione e mezzo di dollari per importazioni di carbone, che rappresentava il 25 per cento del nostro fabbisogno totale di carbone. Tali accordi erano legati al processo verbale di Ginevra del 1949, nel quale si prevedeva una definizione della questione dei danni recati alle persone fisiche e giuridiche italiane dal decreto polacco del 1946: in sostanza, riconoscimento di quanto ci era dovuto a seguito di esportazioni operate verso quel paese. L’impegno preso a Ginevra non ha mai avuto un inizio di attuazione da parte polacca e gli accordi del 1949 sono rimasti lettera morta: erano 60 milioni di dollari di beni strumentali e industriali: e si poteva esportare, e senza fare il contrabbandiere, il pacco di utensili per l’industria meccanica, caro all’onorevole Togliatti. Non si è fatto nulla, perché da parte polacca ancor oggi non si sono potuti definire gli indennizzi dovuti agli italiani per i beni confiscati. L’accordo del 15 giugno 1949 – quello commerciale e quello di clearing – che prevede la fornitura per quattro milioni e mezzo di dollari di beni strumentali e industriali, è stato rinnovato ed è attualmente in vigore. La posizione del clearing, dal 1949 ad oggi, segna un saldo pressoché costante a nostro credito di circa un milione e mezzo di dollari, il che significa che le importazioni sono superate dalle nostre esportazioni, anche se da parte polacca si trascurano alcuni settori, come quello tessile, per noi di particolare importanza. Come può, pertanto, accusarsi il governo di una forzata riduzione delle esportazioni? Considerazioni strettamente tecniche hanno guidato la nostra politica economico-finanziaria e i risultati non potevano essere diversi. Si può fare quello che è economicamente possibile, ma sarebbe assurdo pretendere di aumentare le esportazioni quando la bilancia commerciale già pende a nostro credito. pAjettA GiuliAno. C’è la lista nera! de GAsperi. Parlerò poi dei materiali strategici. La realtà è che i nostri scambi con l’Europa orientale (prego l’onorevole Pajetta di annotarlo) hanno subito una assai modesta riduzione rispetto al volume raggiunto nell’anteguerra, e segnano, negli ultimi anni, un aumento. Questa situazione è stata riconosciuta dalla commissione internazionale economica europea, che nella sua recente documentazione indicava l’Italia, subito dopo i paesi scandinavi, nella graduatoria dei paesi che hanno maggiormente attivato i traffici con l’Europa orientale. Ecco, del resto, il conforto delle cifre: con l’Unione Sovietica le nostre esportazioni sono passate, da dodici miliardi del 1950, a quasi quindici miliardi del 1951 e hanno raggiunto, nei primi sei mesi di questo anno, i sette miliardi; mentre le nostre importazioni, che nel 1950 erano di nove miliardi, sono salite a tredici miliardi nel 1951 e hanno raggiunto i miliardi 11,7 nei primi sei mesi di quest’anno. Queste cifre si riferiscono all’Unione Sovietica che, oltre ad essere il più espressivo tra i paesi orientali, è anche il più importante come mercato e dimostrano come da parte nostra le relazioni commerciali vengano tenute sempre vive e si cerchi di ampliare sia i rifornimenti su quei mercati, sia gli sbocchi che offrono alle nostre esportazioni. Considerando pertanto la situazione obiettivamente e con dati statistici alla mano, vengono necessariamente a cadere le accuse rivolte al governo di ostacolare tali traffici, di voler soffocare le esportazioni. Tali accuse prendono, per lo più, spunto dal controllo esercitato sulla esportazione di materiali strategici. Sul primo punto non è necessario dilungarsi, e cioè sulla necessità, da parte di tutti i governi, di sorvegliare l’esportazione di quelle merci che sono considerate essenziali alla difesa del paese. Del resto, la riprova di ciò si ha nel fatto che le operazioni effettuate in Italia da società e da individui italiani, che, agendo per conto di stranieri, cercano con mille sotterfugi e dirottamenti di eludere i nostri controlli – in una facilmente intuibile direzione –, si riferiscono a merci che di strategico non hanno solamente la caratteristica, ma anche il prezzo, ben superiore a quello di mercato che abbiamo offerto. In questo senso serio e fattivo, la settima sessione della commissione economica europea nel marzo scorso, aveva votato, con la partecipazione degli Stati occidentali e orientali e gli Stati Uniti d’America, una risoluzione che auspicava un maggiore incremento degli scambi tra l’Europa orientale e l’Europa occidentale, ma, quando il segretariato ha proposto una riunione di esperti nel settembre scorso, mentre tutti gli Stati occidentali hanno aderito, quelli orientali hanno risposto un fin de non-recevoir. Come del resto ho detto in principio, noi abbiamo fatto sempre il possibile e compatibilmente con la nostra sicurezza e le esigenze dei nostri scambi; le cifre lo dimostrano, come lo dimostrano le 400 mila tonnellate di grano comprate, piuttosto a caro prezzo, questa primavera, e le altre che si stanno trattando. Ma vi sono problemi tecnici che non possono essere trascurati e che ostacolano fortemente questi scambi. Potremmo aumentare i nostri acquisti di grano, ma evidentemente è anche una questione di prezzo. Accordi commerciali per l’interscambio sono stati fatti anche con il Pakistan, Irak, Iran e India; la nostra attenzione è stata anche rivolta allo sviluppo dei paesi del vicino medio oriente favorendo forniture di beni strumentali e partecipando a lavori pubblici. L’onorevole Nenni ci chiede: e la Cina? Devo ricordare che il 26 maggio 1950 il conte Sforza, a proposito dell’eventuale riconoscimento del governo della Cina comunista da parte italiana, fece delle dichiarazioni che furono interpretate in senso possibilistico. La disposizione allora era piuttosto per il riconoscimento, sia per tener conto, diceva nelle dichiarazioni il conte Sforza, degli interessi industriali, sia per quella dozzina di missioni francescane che rappresentavano in modo così concreto il pensiero italiano. Si attendeva, intanto, l’esito di una proposta fatta dall’Inghilterra. L’Inghilterra aveva riconosciuto il governo del nuovo regime in Cina pensando che ciò fosse naturalmente nei suoi interessi. Ma dopo che l’Inghilterra che è uno dei più grandi paesi del mondo, pur avendo riconosciuto il nuovo governo della Cina, non ebbe nessuna risposta circa l’invio del suo nuovo plenipotenziario a Pechino e del nuovo plenipotenziario cinese a Londra, in tali condizioni, si disse, era opportuno attendere la fine di questo incidente, fine che il compianto conte Sforza non vide. Tale dichiarazione, e di conseguenza la nostra favorevole disposizione, fu confermata il 10 novembre 1950. Per tutta risposta il governo di Pechino il 17 dicembre 1950 tolse al nostro rappresentante commerciale in Nanchino l’uso della cifra allo scopo evidente di impedire di comunicare ulteriormente con il governo di Roma. Occorre tener presente che l’unico straniero giustiziato nella Cina comunista è stato un italiano, l’unico missionario condannato all’ergastolo è stato un italiano, l’unico compound requisito a Pechino è stato italiano. Nel maggio scorso è stato demolito il cimitero italiano di Pechino, e si prevede in avvenire che anche il cimitero italiano di Tien-Tsin verrà demolito. Appare logico che da parte nostra, pur non avendo obiezioni di principio, si proceda con cautela. I nostri rapporti commerciali, del resto, con la Cina, non sono regolati da alcun accordo commerciale di pagamento; hanno tuttavia luogo delle transazioni dovute ad iniziative di privati che il governo non solo non ostacola ma favorisce. Circa il volume degli scambi, le importazioni si aggirano dal 1948 sul miliardo di lire per anno, con una punta massima di 4,9 miliardi nel 1951, mentre quest’anno hanno mantenuto pressoché lo stesso livello. Le nostre esportazioni, invece, che da tre miliardi nel 1948 erano discese a 571 milioni nel 1951, sono ora in ripresa ed hanno raggiunto quest’anno circa 1 miliardo e 200 milioni. Le voci che hanno maggiormente influito su questa partita sono i filati di cotone, le fibre tessili artificiali e in particolare i concimi chimici. Passo adesso alla descrizione dei nostri rapporti con gli altri paesi. Ovunque si son rivelate difficoltà siamo intervenuti, ottenendo rettifiche o attenuazioni: così negli Stati Uniti, per quanto riguarda l’importazione di prodotti caseari (che mi pare interessassero anche l’onorevole Nenni o altro oratore che si è occupato soprattutto del pecorino; non credo che fosse un sardo) e, per l’area della sterlina, in favore dei prodotti ortofrutticoli. È vero però che le difficoltà sono molte e che si devono superare con intendimenti e accordi provvisori nel tentativo di ridurre la posizione italiana, eccessivamente creditrice dell’Unione europea dei pagamenti. In sede di commissione mista italo-francese è stato possibile attenuare le conseguenze delle misure restrittive recentemente emanate, tutelando il buon andamento dei contratti stipulati prima dell’entrata in vigore delle restrizioni ed ottenendo uno scambio straordinario di materie prime di notevole interesse per le due economie. Con la Francia, del resto, noi rimaniamo sempre desiderosi di relazioni economiche le più vaste e le più cordiali possibili, come abbiamo dimostrato proponendo e caldeggiando l’unione doganale. Con la Germania, secondo l’onorevole Giuliano Pajetta, ci troveremmo ad un rapporto sfavorevole del 240 per cento. Le cifre esatte sono, invece, le seguenti: le esportazioni germaniche in Italia sono aumentate rispetto all’anno 1950 del 30 per cento nel 1951 e, se l’andamento di esse non subirà forti variazioni negli ultimi mesi di quest’anno, segneranno un aumento del 70 per cento durante il 1952, sempre rispetto al 1950; le esportazioni italiane in Germania rispetto all’anno 1950 sono aumentate dell’8 per cento nel 1951 e, se l’andamento di esse non subirà forti variazioni negli ultimi mesi di questo anno, segneranno un aumento del 24 per cento durante il 1952. Bisogna notare che la bilancia commerciale con la Germania è sempre stata passiva nel passato. L’onorevole La Malfa recentemente ha avuto occasione di occuparsene, con risultati favorevoli, in Germania; ed un’apposita commissione sta ora rivedendo la situazione. Si è fatto anche un certo rumore, specie da parte della stampa francese, intorno al convegno italo-tedesco di industriali dei due paesi tenuto a Bonn al di fuori d’ogni iniziativa di governo. Ma va rilevato che, come era ovvio, non si è trattato di un accordo bilaterale specifico, bensì di una intesa di carattere tendenziale, favorevole, in particolare, alla liberalizzazione e con carattere europeistico. Il fatto che i rappresentanti delle due industrie abbiano trovato la possibilità di accordo indica come il processo di unificazione europea non trovi ostacoli insormontabili e come anche settori economici fortemente concorrenti abbiano la possibilità di integrarsi e di coesistere. Il problema dei rapporti fra l’industria italiana e l’industria tedesca è uno dei problemi più seri nel quadro della unificazione europea. Che l’industria italiana provi di poter risolvere i problemi di integrazione non solo con l’industria francese e belga, ma anche con quella tedesca, è di ottimo auspicio per gli sviluppi futuri del movimento federativo. Mi pare siano doverose anche alcune osservazioni sull’intervento di Togliatti. Mi è parso che denotasse un certo imbarazzo; è mia impressione: forse mi sono sbagliato. Di solito, l’impostazione dell’onorevole Togliatti rileva l’esigenza dell’unità nazionale; la sua tendenza è apparentemente quella di una concentrazione di tutte le forze, che egli, talvolta, classifica forze di libertà anticlericale, o, tal’altra, forze risorgimentali o forze indipendenti: insomma, testa di Garibaldi, patrocinio del borghese Nitti, cortine fumogene dei borghesi intellettuali e progressivi. Per contro, noi siamo i fautori della discordia e della scissione: oggi anche ci accusa di isterismo bellico, come se ai tempi dell’assedio di Berlino non fosse generale l’ansia ed il timore di un conflitto, come se l’attacco in Corea non avesse gettato in stato di allarme l’America e l’Europa, come se la guerra in Indocina non facesse sanguinare la Francia e la guerra civile non avesse furoreggiato in Grecia e non vi fossero indizi evidenti di ingerenze esterne. Egli mi chiede: «avete mai creduto all’entrata di divisioni russe in Italia?» . No, non ho mai avuto questa terrificante visione di una invasione immediata, diretta proprio contro la penisola italiana; ma tutti abbiamo temuto che potesse scoppiare in un certo momento un conflitto in qualche area che traesse con sé – come accadde nel passato – la guerra di tutti contro tutti. Perché dovremmo credere all’assoluta astinenza dell’URSS dall’espandersi oltre le proprie frontiere, sia pure per creare una cosiddetta cintura di sicurezza (e mi pare soddisfi anche l’onorevole Nenni la citazione di Malenkov)? Perché dovremmo credere a ciò, quando il territorio assorbito dall’URSS dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, in Europa e in Asia, è uguale a quello francese, olandese e belga, per un totale di oltre 700 mila chilometri quadrati? E i rivolgimenti interni avvenuti per la presenza e con l’appoggio delle truppe russe? (per il che l’onorevole Togliatti nel suo discorso pronunciato a Varsavia in occasione della celebrazione del 70° compleanno di Stalin, discorso che ha trovato molto rilievo anche nella nostra stampa, si rammaricava che, mentre il popolo polacco era stato liberato dall’Unione Sovietica, l’Italia era venuta a trovarsi sotto l’occupazione angloamericana). (Commenti al centro e a destra – Si ride). Altro esempio di conquista… troiana: la Cecoslovacchia. L’assemblea eletta nel 1946 contava 300 deputati di cui solo 114 comunisti, ma con un colpo di mano appoggiato dalla Russia, nel febbraio 1948, la minoranza comunista si impadronì della Repubblica, Beneš si dimise e Jan Masaryk si buttò dalla finestra! Qualche preoccupazione, qualche dubbio, qualche esitazione sarà lecita. (Commenti). Ho detto di aver notato un certo imbarazzo nell’intervento dell’onorevole Togliatti, per quanto vibrato e caratterizzato dall’accento della convinzione. Donde questo imbarazzo? Dal fatto che Stalin gli aveva gettato fra i piedi il giorno prima un diverso discorso. Come si fa a parlare di unità nazionale e di unione di tutte le forze progressive; come si fa ad arrivare a questo, quando il capo responsabile, il capo che ha diritto di parlare a nome di tutti, attacca a fondo la borghesia (e si tratta della borghesia italiana e francese) «che non ha buttato a mare le libertà democratiche e nazionali» e che vende «il diritto di indipendenza della nazione per dollari»? Come si fa a pretendere di incarnare le tradizioni risorgimentali delle libertà, quando Stalin dice che «del liberalismo non è rimasta traccia: non vi è più libertà personale e i diritti della persona sono riconosciuti solo a chi ha il capitale»? La stessa borghesia – si tratta della borghesia italiana – è definita «il nemico principale della lotta di liberazione». Ed ecco l’auspicio finale: «vi sono tutte le condizioni per prevedere il successo e la vittoria dei partiti fratelli dei paesi dove domina ancora il capitalismo». Non si tratta, dunque, di portare al governo la libertà o il liberalismo o il progresso sociale o intellettuale; non si tratta di portate Nitti, (commenti al centro e a destra), o altri simili rappresentanti delle correnti antiche; non si tratta di ripresentare i grandi nomi della patria che in certi momenti si esaltano, quando serve; e non si tratta della conquista del potere da parte dei partiti comunisti, contro il capitalismo en bloc e la borghesia en bloc, considerata reazionaria e traditrice degli interessi del popolo. Grido di battaglia, dunque, grido di battaglia di classe, vecchio stile, e auspicio di conquista di potere da parte del Partito comunista! (Interruzioni all’estrema sinistra). Che siate impressionati voi, non lo credo; ma sono io molto impressionato, e questo è l’importante! (Applausi al centro e a destra). Ma il discorso di Stalin è importante anche perché rivela e definisce un patto speciale di collaborazione fra i bolscevichi russi e i comunisti di Francia e d’Italia. Ecco la menzione onorevole: «il compagno Thorez e il compagno Togliatti» – dice il maresciallo – «collaborano con l’URSS dichiarando che i loro popoli non combatteranno contro i popoli dell’Unione Sovietica. Il nostro partito – aggiunge Stalin – non può rimanere in debito verso i partiti fratelli, ed esso stesso deve dare, a sua volta, il suo appoggio a loro e ai loro popoli nella loro lotta per la loro liberazione e per il mantenimento della pace». (Commenti al centro e a destra). È caratteristico – e non so ancora spiegarmi il perché, ma forse l’onorevole Togliatti è più innanzi di me nella ermeneutica del marxismo-leninismo – che Stalin abbia ritenuto utile rinfrescare la memoria di quelle dichiarazioni, che non sono recenti. È passato parecchio tempo da che dichiarazioni di quel tenore cominciarono ad esser fatte. Se non erro, le dichiarazioni dei comunisti francesi e italiani di maggior rilievo vennero fatte nel febbraio 1949, dopo che il maresciallo Bulganin, il 22 febbraio, emanò un ordine del giorno alle truppe, in occasione del trentunesimo anniversario dell’armata rossa, che concludeva: «noi siamo ispirati dalla decisione del popolo sovietico di assicurare nuove vittorie sulla strada del comunismo». Subito dopo Thorez, facendo eco a tali parole, in seno al comitato centrale del suo partito faceva una dichiarazione in risposta alla seguente domanda degli avversari: «cosa fareste se l’armata rossa occupasse Parigi?». In tali dichiarazioni, egli affermava fra l’altro che «i lavoratori francesi non potrebbero comportarsi verso l’armata sovietica diversamente dai lavoratori dei popoli di Polonia, di Romania e di Jugoslavia». Il 24 febbraio Maurice Thorez viene chiamato nel parlamento francese per discolparsi. I deputati, nessuno escluso, chiedono la discussione immediata. Thorez coglie l’occasione per fare l’apologia del regime sovietico. Il parlamento francese vota, il 24 febbraio, un ordine del giorno nel quale si afferma, fra l’altro, a proposito delle dichiarazioni di Thorez: «l’assemblea considera queste dichiarazioni un insulto ai patrioti che rischiarono la vita combattendo contro il tedesco invasore, ed esprime la propria fiducia nel governo affinché difenda l’indipendenza nazionale e applichi la legge». Il 26 febbraio 1949, cioè due giorni dopo, l’onorevole Togliatti, rispondendo ad alcune domande di un redattore del Giornale della sera di Roma, afferma più cautamente «quanto all’ipotesi che un esercito sovietico inseguisse sul nostro territorio un aggressore, (commenti al centro e a destra), credo che in questo caso il popolo italiano, il quale non può che condannare qualsiasi aggressione, avrebbe l’evidente dovere di aiutate nel modo più efficace l’esercito sovietico a dare a quell’aggressore la lezione che si merita» . (Commenti al centro e a destra). Penso che l’onorevole Togliatti, da quell’uomo abile che è, sia ricorso a questa perifrasi… toGliAtti. Era una domanda. de GAsperi. …per rispondere ad una domanda, e la risposta è stata indubbiamente molto abile. Stavo per congratularmi, perché indubbiamente il dire ed il non dire è un’arma della politica a cui spesso si deve ricorrere nei momenti di imbarazzo. Eppure la stampa di tutto il mondo dette grande rilievo alle dichiarazioni dell’onorevole Togliatti e la Pravda scrisse che le surriportate sue parole erano state accolte dalla opinione pubblica sovietica con lo stesso grande interesse col quale erano state accolte le dichiarazioni del leader comunista francese Thorez. Confesso dunque che sono rimasto esterrefatto dinanzi alle dichiarazioni del maresciallo Stalin, che è a capo del governo dell’URSS. Quali sono le finalità di codesto diretto intervento nella situazione politica del nostro paese, e in quella della Francia, nella quale proprio in questo momento ci si mostra allarmati per le rivelazioni del famoso «quaderno Duclos»? Questo assumere apertamente il comando dei «reparti d’assalto» nei paesi satelliti e in quelli destinati a diventarlo, questa conferma di un vincolo ausiliare fra il partito, cioè fra il governo bolscevico che promette il suo aiuto, e le forze comuniste in lotta per la liberazione dal dominio borghese (evidentemente rappresentato dal nostro governo) è un fatto nuovo della guerra fredda; fatto nuovo che in tempo di pace non si è mai verificato (è vero, durante la guerra simili esortazioni – chiamiamole sobillazioni – si sono sentite attraverso la radio; ma eravamo in guerra, e quelle esortazioni erano dirette a nemici); fatto nuovo che contrasta con tutte le norme dei rapporti internazionali. Ciò porta naturalmente a considerazioni di politica interna che meritano di essere approfondite, né voglio farlo qui per incidens e in senso polemico. Certo, la più intensificata vigilanza e la più rigorosa severità saranno necessarie per impedire che i «reparti d’assalto» diventino reparti di guastatori e di sabotatori. (Applausi al centro e a destra). Voglio qui limitarmi a parlare come ministro degli Esteri del mio paese. L’Italia democratica ha diritto di protestare contro chi la descrive come un paese aggressivo verso l’estero, mentre è il paese che per la pace ha fatto i più grandi sacrifici. L’Italia, paese a regime libero, ha il diritto di protestare contro chi la definisce una terra di borghesia reazionaria e tirannica. (Applausi al centro e a destra). L’Italia, madre di quella civiltà che si fonda sul rispetto della persona umana e della sua libertà, e che ha sempre sostenuto il principio della eguaglianza degli uomini e delle nazioni, respinge come una immeritata offesa il tentativo di collocarla fra le nazioni egemoniche e sfruttatrici. Onorevoli colleghi, giorni brutti si preparerebbero per l’Italia, per il suo regime di libertà, per la sua indipendenza nazionale, se gli uomini che dirigono la cosa pubblica non avessero chiara coscienza del pericolo e non lo affrontassero con decisione e con fermezza. (Applausi al centro e a destra). Il profeta del Cremlino ha fatto delle previsioni per l’avvenire. Noi non possiamo pretendere di avere le ispirazioni divinatorie dei maestri del marxismo-leninismo, ma quello che è certo è che egli si inganna, o è ingannato dai suoi informatori, quando, come premessa alle sue speranze di vittoria, afferma che in Italia la bandiera dell’indipendenza e della sovranità nazionale è stata «buttata a mare». No! La teniamo ancora in pugno e la terremo in alto fino all’estremo delle nostre forze; la teniamo alta sopra la folla che si serra attorno per difenderla e manifesta la sua protesta, la sua fede e la sua certezza con un grido solo: viva l’Italia ! (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra – I deputati di questi settori e i membri del governo si levano in piedi rinnovando gli applausi – Molte congratulazioni – Commenti all’estrema sinistra). "} {"filename":"61b65c5e-c419-482a-b36c-c726b7658dd5.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Onorevoli senatori, la democrazia si fonda sulla ragione; ma essa non rinnega né trascura i valori psicologici che si fondano sulla tradizione e sul sentimento. Per alimentare e difendere la vita nazionale non bastano provvedimenti economici, ordinamenti amministrativi e giuridici, attrezzature militari; in certi momenti le forze spirituali sono la molla d’azione e determinano la volontà degli uomini e il corso degli avvenimenti. Bisogna convogliare queste forze e dirigerle all’amore della patria, considerata non soltanto nel popolo in carne ed ossa ma idealizzata anche nella gloria delle generazioni precedenti e proiettata in una visione suggestiva di progressi futuri. Vittorio Emanuele Orlando in un momento tragico, decisivo della storia d’Italia rappresentò appunto l’impegno della volontà, il sussulto dello spirito, il superamento della materialità. Tutta l’opera sua di insigne giurista, tutta l’intensa attività di uomo politico ne fu esaltata. Perciò è giusto che egli riposi in Santa Maria degli Angeli accanto agli artefici militari della vittoria. Perciò, onorevole presidente, a nome del governo, presento il seguente disegno di legge: «assunzione a carico dello Stato delle spese per i funerali dell’onorevole Vittorio Emanuele Orlando e per la tumulazione della salma nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli in Roma». "} {"filename":"adc92238-daa8-48da-924b-0a507be4c27b.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Sono venuto a constatare quanto è stato fatto e quanto si deve fare per ricostruire ciò che è stato distrutto dalla violenza della natura. Ma qui ho notato che contro la natura la forza della volontà umana può molto. Lo indica già questa vostra fiera. Ciò che voi calabresi fate, non dà soltanto un contributo allo sviluppo della vostra regione, ma dà un apporto organico allo sviluppo complessivo dell’economia nazionale. Questa concezione unitaria della vita nazionale è stata tenuta presente quando il governo ha iniziato il suo programma per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il governo sente il dovere di aiutarvi, non sotto forma di contributi locali, ma allo scopo ultimo di incrementare, attraverso il miglioramento della situazione del Mezzogiorno, la vita di tutto il paese. E voi, con la vostra volontà di ricostruzione e di lavoro, dimostrate ancora una volta che il problema meridionale è soprattutto nelle mani dei meridionali. Il vostro contributo è essenziale alla soluzione dei problemi del Mezzogiorno. Questo vostro saluto, queste grida di evviva sono la prova della vostra intelligenza e della vostra comprensione, perciò significa che voi avete capito che il governo non poteva riparare in pochi mesi ciò che i secoli e l’indifferenza dei precedenti governi e le furie della natura avevano distrutto. Il governo non afferma di aver fatto tutto né di aver fatto molto, ma soltanto quanto era umanamente possibile. Qui nel Meridione, come altrove in Italia, è necessario rimboschire le montagne, regolare i corsi dei fiumi e dei torrenti per evitare il ripetersi di questa piaga delle alluvioni. Si sta predisponendo un piano organico, ma non si può improvvisare. Il governo si impegna ad agire nei limiti delle sue possibilità, ma la rinascita del Mezzogiorno deve anche essere opera vostra. Le provvidenze del governo saranno vane senza il vostro concorso fattivo. "} {"filename":"f2adf0a2-28f3-44ff-b4f4-9e2751458407.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"I segni della rinascita di Bari – e il presidente del Consiglio ha ricordato la sua prima visita, avvenuta oltre cinque anni or sono quando l’economia del paese e della regione era ancora in condizioni molto precarie – sono visibili e testimoniano dello sforzo compiuto dall’Amministrazione comunale, alla quale il governo ha dato il suo appoggio in questo quinquennio. L’on. De Gasperi ha detto che la fiera del Levante, le opere compiute e in corso di realizzazione nel porto, al Politecnico, per le strade e per i lavori pubblici in genere, per l’edilizia, la ripresa dell’Università che oggi è la quarta d’Italia, sono la risposta più evidente a coloro che non volevano credere alla rinascita della nostra economia e che oggi non vogliono rendersi conto dell’evidenza dei fatti. L’on. De Gasperi – prendendo spunto da tesi politiche sostenute da oratori dell’opposizione – ha quindi affrontato il tema generale della campagna elettorale. A proposito di recenti affermazioni dell’on. Nenni, egli ha detto tra l’altro: Nenni ha aspettato e aspetta la giornata buona per presentarsi come salvatore della democrazia, dopo averla messa in pericolo . La sua alleanza con i comunisti ha determinato una forte reazione a destra, perché ha suscitato allarme. Di ciò l’on. Nenni porta la responsabilità. Egli non deve illudersi. In Italia non si ripeterà la situazione spagnola del 1931, quando – dopo i risultati di elezioni amministrative – il re fu costretto a fuggire. I problemi politici saranno da noi esaminati nella sede adatta quando, cioè, si faranno le elezioni politiche. E Nenni allora dovrà dire chiaramente qual è la sua posizione: se egli sta con la democrazia non può stare con i comunisti. Ricordi che quando Saragat si pose contro il comunismo, compì un grande atto di coraggio, del quale è doveroso rendergli merito. Cosa ha fatto il governo? L’on. De Gasperi ha ricordato ai cittadini di Bari di non aver mai parlato di miracoli e di avere sempre riconosciuto che resta molto da fare, perché i mezzi sono limitati, il tempo è limitato e si è partiti quasi da zero. Ma è doveroso riconoscere che qualcosa si è fatto, che esiste un programma da realizzare, parte del quale è in corso di esecuzione e che sarà attuato. Tra i compiti del governo l’on. De Gasperi ha fermato la sua attenzione sullo sforzo che si compie per superare l’innegabile squilibrio economico esistente tra il Meridione e il Settentrione d’Italia e più precisamente tra le condizioni esistenti nel Meridione e quelle esistenti nel Settentrione. Ma il confronto non va fatto tra Sud e Nord, ma tra il Sud del 1945 e quello di oggi. Una grande espressione di questa azione è specialmente nella Cassa del Mezzogiorno, la quale votata dal Parlamento, impegna non solo questo governo, ma anche i governi che verranno. Prima di ricordare le realizzazioni della Cassa del Mezzogiorno nelle Puglie, l’on. De Gasperi ha rilevato che nel Meridione l’indice della mortalità infantile è in netta diminuzione nel dopoguerra e che dall’84% degli analfabeti nel 1871 si è giunti nel 1948 al 22%. Le scuole popolari, elementari, i corsi per adulti hanno consentito un miglioramento delle condizioni ambientali. La riforma fondiaria, rendendo i braccianti piccoli proprietari, non è una semplice distribuzione di terra, ma un tentativo di trasformazione sociale di importanza particolare: essa è una legge di giustizia, attuata in modo che l’assistenza al lavoratore divenuto piccolo proprietario si esprima nella fornitura di trattori, di attrezzi, nell’opera di bonifica, nella costruzione di case. Duecentocinquanta abitazioni sono state già appaltate nel territorio dell’Ente Riforma per le Puglie, la Lucania e il Molise. Anche il problema dei «sassi» di Matera è in via di soluzione, con l’applicazione della legge approvata dopo il viaggio che egli compì in Lucania nel ’50. Ma il problema del Mezzogiorno non può essere risolto con improvvisazioni. Del «problema del Mezzogiorno» si è sempre parlato e scritto, ma nessun governo dall’unità d’Italia lo aveva affrontato come ha fatto l’attuale governo. Il presidente del Consiglio ha ricordato che, dal 1948 ad oggi, sono stati appaltati nel Meridione lavori per complessivi 302 miliardi e 824 milioni. Di essi, la Cassa del Mezzogiorno ha appaltato nelle Puglie lavori interessanti 1.149 opere per 22 miliardi e 953 milioni. La spesa complessiva prevista in un decennio per le Puglie dalla Cassa del Mezzogiorno ammonta a complessivi 177 miliardi. Si è detto che il regime fascista era il regime dell’asfalto e noi non neghiamo quel che esso ha fatto nel campo delle opere pubbliche; ma ricordiamo che il fascismo ha speso in media per lavori pubblici, dal ’23\/24 al ’38\/39, 1.720 milioni l’anno che, rapportati al valore attuale, rappresentano 96 miliardi all’anno; ora il governo democratico ha stanziato negli ultimi quattro anni 696 miliardi e 903 milioni, con una media di 176 miliardi l’anno. Non vengano a dirci, questi signori del passato, che non facciamo nulla: dicano pure che loro hanno fatto, ma noi abbiamo il diritto di dire che abbiamo fatto di più. De Marsanich dice che noi abbiamo ricostruito ponti, ferrovie, strade, ma che non abbiamo ricostruito l’unità morale, superando i conflitti tra Nord e Sud; abbiamo cercato di unire tutti nel senso della patria e dello Stato legale; abbiamo soprattutto ricostruito la speranza di questo popolo in una democrazia dove non c’è nessuno che imponga la volontà di un uomo; e abbiamo lavorato per la concordia nazionale. Dopo aver ricordato i concreti provvedimenti presi in favore dei combattenti di Salò e degli appartenenti alla MVSN, l’on. De Gasperi ha osservato che i neofascisti non vogliono assumere la pesante responsabilità della guerra; ora fino ad oggi noi ci siamo preoccupati dell’avvenire, abbiamo voluto rifare quello che era stato distrutto, portare la pace dove la guerra era passata, ma i fascisti ci hanno costretti alla polemica accusando – proprio loro – noi che abbiamo dovuto sanare tante dolorose ferite. Il presidente del Consiglio ha poi ricordato le nefaste conseguenze della guerra, guerra non sentita dal popolo e non giustificata da alcun interesse italiano, guerra che costò la vita di tanti nostri giovani, i quali combatterono con disciplina e servirono il loro paese anche se non persuasi della bontà della causa: essi sono morti per l’Italia e alla loro memoria noi ci inchiniamo! A questo punto l’on. De Gasperi ha invitato a leggere il libro di Graziani , nel quale sono riportate le parole del gen. Carboni. Da esso si apprende che Mussolini si lasciò indurre alla guerra da una descrizione fattagli dal col. Bodini dello Stato maggiore della GIL, il quale dopo quattro giorni di permanenza in Germania aveva predetto l’inevitabile successo dei tedeschi . Leggete quelle pagine ed io vi invito a leggerle non perché siamo venuti qui a fare il processo al passato, ma perché abbiamo il diritto di dire ai neofascisti: voi siete gli ultimi a poter muovere rimproveri a noi, che abbiamo fatto e facciamo ogni sforzo per la pacificazione. Si ignorano tutti i provvedimenti che abbiamo preso per la pacificazione, si ignorano le amnistie, gli indulti, le grazie concesse. E si noti che noi siamo andati al governo nel giugno del ’44. Presidente del Consiglio era Bonomi ed io facevo parte del gabinetto quando fummo chiamati dal Luogotenente a Napoli e questa fu la parola d’ordine, questo fu il pensiero espresso dal Luogotenente: il primo dovere che si pone dinanzi è quello di cacciare dall’Italia i tedeschi e di punire quegli italiani traviati che persistono a rimanere con il nemico e che hanno ormai assunto di fronte alla coscienza del paese il carattere di traditori della patria. Questo era il pensiero del Luogotenente, ma noi lo abbiamo applicato con moltissima moderazione. Ora, come fanno i monarchici ad allearsi ai neofascisti del Movimento sociale? Dopo aver sottolineato quanto siano ridicole le accuse di persecuzione mosse al governo democratico proprio da coloro che si proclamano eredi del regime fascista, che per 20 anni impedì agli italiani ogni manifestazione di libertà, l’on. De Gasperi si è chiesto come mai i monarchici possano andare d’accordo con gli eredi della Repubblica di Salò, con quell’Almirante che era capo di gabinetto alla Cultura popolare a Salò, cioè di un governo che pubblicò contro Casa Savoia il maggior numero di opuscoli e pubblicazioni calunniose che mai siano state scritte. E lo stesso Mussolini non ha risparmiato ingiurie contro i rappresentanti della Casa Savoia. Gli amici monarchici prima di fare il patto con il Msi, hanno forse chiesto ad Almirante ed ai suoi seguaci che recitassero il mea culpa sul passato? Hanno forse mandato prima un telegramma a Cascais per chiedere il consenso di Umberto? Certamente no e allora è chiaro che i monarchici si trovano in cattiva compagnia. Oggi, del resto, non si tratta di nominare il re: noi non domandiamo ai monarchici di rinnegare i loro sentimenti, diciamo loro soltanto di essere uomini pratici, coscienziosi e di sentire la responsabilità delle amministrazioni che sono chiamati a eleggere. So bene che ci si accusa di essere un governo asservito agli americani e si dice che siamo incapaci di difendere con fierezza e dignità la nazione; questo dopo che siamo riusciti a portare l’Italia alla pari con le altre nazioni. Il presidente del Consiglio ha ricordato a tal proposito l’asservimento dell’Italia fascista alla Germana nazista e come dopo il 25 luglio ci fu una vera e propria fuga di tutti i gerarchi fascisti verso la Germania. Noi abbiamo dovuto lavorare anni e anni per salvare l’Alto Adige, per salvare Trieste; e lavoreremo ancora. Noi lavoriamo con fede, con tenacia e prudenza perché non possiamo parlare di settanta o ottanta divisioni, di quelle divisioni che sbandierava Mussolini. Noi non possiamo fare i pazzi. Ma abbiamo degli alleati, abbiamo un programma di sicurezza e lo difendiamo con dignità! A questo punto – come esempio delle condizioni di servilismo alle quali si era ridotta la Repubblica sociale nei confronti dei tedeschi – l’on. De Gasperi ha citato una lettera di Mussolini del 30 aprile ’44 nella quale – lamentandosi di un’operazione militare tedesca diretta a prelevare indumenti e viveri dal Ministero dell’Interno – Mussolini scriveva all’ambasciatore tedesco: «bastava chiederlo. Il governo fascista non ha sollevato obiezioni quando si è trattato di consegnarvi le riserve della Banca d’Italia e non ne avrebbe certo fatte per la paccottiglia di indumenti e viveri sistemati nei magazzini del Ministero dell’Interno». Così Mussolini manifestava il suo asservimento brutale. Oltretutto il governo fascista ha consegnato ai tedeschi anche 96 tonnellate d’oro, riserva della Banca d’Italia. Quest’oro costituiva una garanzia per la nostra moneta, che poi solo a prezzo di grandi sforzi, arrestando l’inflazione, ha potuto mantenere il suo valore. Poiché mi si accusa di leggerezza e di incapacità, ricordo con angoscia il momento che ho attraversato quando, dopo avere a lungo riflettuto, mi sono convinto che era necessario da una parte abbandonare i comunisti e dall’altra introdurre nel governo uomini che fossero amministratori rigorosi. Fu allora che Luigi Einaudi assunse il Ministero del Bilancio. Il popolo italiano sente ormai come la sua salvezza sia nella pace e nell’alleanza con i popoli liberi; la futura generazione sarà più sicura di quanto non lo siamo noi, giacchè noi lavoriamo per i nostri figli, per i nostri nipoti, per l’Italia, per il bene del nostro paese. Il popolo italiano sente che la salvezza è nella pace, nella sicurezza, nell’amicizia e nella collaborazione con le nazioni democratiche. "} {"filename":"236b3989-c297-4ac2-8345-58bc2f215fb5.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"[Il presidente del Consiglio sulla relazione del segretario nazionale, presentata il 21 giugno 1951 sul tema: «Dalle elezioni amministrative alle elezioni politiche»] . La parte più delicata della relazione così ampia e dettagliata è la parte che riguarda la riforma elettorale. Si augura che il segr.[etario] politico concordi con lui che questa parte non venga pubblicata domani, ma alla conclusione della sessione. Si tratta di problemi delicati che occorre dare all’opinione pubblica con particolare accortezza. [L’on. Guido Gonella «aderisce]. Prega tutti di non parlarne fuori e di aspettare le conclusioni finali. Abbiamo l’interesse tattico che l’esame sia quello retrospettivo che segna un consolidamento della Dc. […] Ma sono i termini delle questioni che occorre mantenere riservati. [De Gasperi riprende la parola nella seduta antimeridiana del 22 giugno 1952 sulla proposta della Direzione centrale della Dc di fare assistere i dirigenti centrali alla discussione]. Legge la parte dell’articolo al quale si è riferita la Direzione nel fare la sua proposta. Quindi la Direzione propone di invitare per questa volta l’on. Togni quale rappresentante della Conf.[ederazione dei] dirigenti di azienda. (Si approva). Considera questo Consiglio nazionale importante e prega coloro che hanno da dire qualche cosa di farlo subito. La relazione di Gonella ha una prima parte: direttive generali. Prega di parlare con la massima ampiezza subito senza alludere. Da quindi la parola al primo oratore. [Terminata la discussione generale, De Gasperi interviene nella seduta pomeridiana del 23 giugno 1952 sulla convocazione del Congresso nazionale del partito. Replica quindi alla proposta dell’on. Rumor di rinviare l’esame del regolamento al successivo Consiglio nazionale]. Reagisce vivacemente dichiarando che siamo in guerra [e che] non è possibile perdere altro tempo, se fosse possibile lascerebbe da parte anche il Congresso se non fossimo legati a questo. Abbiamo il coraggio di vedere in fondo la discussione e indiciamo il Congresso con la volontà non di discutere ma per stringere un forte patto di azione comune per affrontare il pericolo che è spietato e serio. Solo l’unità e la compattezza del partito può salvarci e può farci rivalutare nella considerazione dell’opinione pubblica generale e in quella specifica del mondo cattolico. Non possiamo andare avanti con assiomi troppo rigidi: Bisogna andare al Congresso preparati bene superando la menzogna delle tessere per stringerci sul piano dell’intesa sincera semplice e onesta. Egli è proporzionalista convinto però. Datemi la certezza di avere la consapevolezza del tempo. Io voglio scomparire ma dopo aver dato al mio paese la sicurezza nella libertà. Nel 1948 abbiamo avuto un argomento formidabile: Praga e la Cecoslovacchia. Quand’è che si forma la maggioranza e la compattezza alla Camera? Quando si presenta il problema esterno che è qui in mezzo a noi. Siate orgogliosi di appartenere alla Dc e di aver fatto quello che abbiamo fatto malgrado le nostre debolezze. Conclude che in questa situazione dobbiamo perderci in discussioni? Se Dio mi dà salute credete che potrete contare su di me ed io sulle grandi autorità dello Stato. Se il mio nome vale qualche cosa può darlo ad una lista, a due no. Se questa lista è una lista di espressione non contraddittoria alle sue opinioni non è possibile che possa valere anche per un’altra lista. Solo una lista di concentrazione preparata da una Commissione nominata dal C.[onsiglio] n.[azionale] potrebbe assicurare il risultato voluto. Non può sottrarsi alla regola comune. C’è una continuità che lo obbliga a mantenere una linea di conservazione. […] Riprende in mano la discussione. Afferma che la lista di concentrazione ha possibilità di riuscita solo se tutti abbiamo la buona volontà. […] Riconosce giusta la preoccupazione , ma se non c’è un’altra strada per garantire l’unitarietà del Congresso? È ben per questo che dobbiamo trovare una formula sulla quale si sia tutti d’accordo. Si tratta di fare una lista di concentrazione nella quale siano rappresentate proporzionalmente tutte le correnti al fine di evitare battaglie e di dare una manifestazione di unitarietà che ci ponga nella migliore condizione di affrontare la battaglia. Non dimenticate che l’AC si prepara a sostituirci, che gli avversari attendono le nostre divisioni; credete sul serio che si possa fare questo? Non ve lo lasceranno fare! De Gasperi non andrà al Congresso con questa preparazione. […] De Gasperi legge l’o.d.g. da porre in votazione . […] Berlanda l’ha accusato di giocare sul cavallo perdente e di non tener conto dei giovani. Gli pare di aver dato dimostrazione del contrario anche per l’addestramento dei giovani al governo. Cavallo perdente! Se perdiamo queste elezioni andremo a [non leggibile] caro Berlanda! Credete che voglia fare l’accentratore? Se lo sembra non lo è e solo la straordinaria contingenza lo obbliga a soluzioni unitarie che egli patrocina volentieri. Lo sforzo che facciamo è per assicurare ai giovani la vita futura nella quale essi andranno al governo del partito e al governo del paese. Non mi fate il torto di credere che io voglia appoggiare l’elemento vecchio, il quale prolunga la sua attività proprio per preparare un tranquillo e sicuro avvenire ai giovani. Il tempo, il destino ci obbliga ad una continua battaglia e ci vieta la possibilità di tranquille discussioni e accomodamenti. Ripensateci, dice, giovani nel vostro silenzio e comprenderete la giustezza delle mie parole. In tempi normali che noi vogliamo preparare, ci attarderemo nelle discussioni e nei dibattiti. Si tratta ora di fare un patto di sette\/otto mesi del quale riconosce la straordinarietà, straordinarietà che è dettata dalla situazione. Siamo alla ultima trincea. Mi pare che non troverò mai abbastanza parole convincenti per far comprendere che nei prossimi mesi si giocano le sorti della libertà e del paese. Faccio appello a coloro che sentono la gravità della situazione internazionale e se anche la guerra cruenta sarà cessata, resta la guerra fredda che ci stringe alla gola e non ci lascia alternative. Non vedo le cose dal punto di vista della conservazione ed ho accettato questa forma anche nell’interesse dei giovani che si preoccupano di farsi largo e di salire. Se ci sono delle volontà giovanili che debbono attendere anche questo, riflettano, giova alla patria la quale [omissis]. Venite tutti a concentrare i voti sulla formula proposta specialmente sulla seconda parte con la maggiore fiducia. [Si riportano, di seguito, altri due significativi interventi sui temi dell’anticomunismo e dei rapporti con l’Azione cattolica. Pronunciati in replica alla relazione del segretario nazionale, non sono conservati nell’ASILS, ma pubblicati in G. Baget Bozzo, Il partito cristiano al potere. La Dc di De Gasperi e di Dossetti (1945-1954), cit., pp. 401-402]. Quando dici di uscire dall’anticomunismo verbale prendi un atteggiamento simile a quello dell’Azione cattolica. Il Quotidiano ha detto che i miei discorsi sull’anticomunismo sono parole. Posso supporre che qualcuno, leggendo il tuo intervento, abbia pensato come ha scritto quel giornale […]. Quanto alla legge sulla stampa tu hai citato parole di Pio XII; ma, con tutto il rispetto per Pio XII, io ho l’impressione che nelle alte sfere ecclesiastiche si valutino troppo poco le difficoltà parlamentari […]. Possiamo fare dei decreti legge, ma la strada scivola, specie in un paese che ha già fatto questa esperienza. Non dobbiamo preoccuparci anche noi, che ci appoggiamo sui cattolici, così facili alla dittatura e alle idee conservatrici? […]. La storia dei cattolici non ci autorizza ad esigere la fiducia nella libertà: i cattolici sono stati divisi su questo punto . Può essere che venga il giorno in Italia in cui l’unico modo per fermare la fiumana bolscevica sia il sistema uninominale con ballottaggio: nel ballottaggio si avrebbero due fronti . "} {"filename":"cc7d73e7-217c-4f87-803d-d1d6b5235b8d.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il presidente del Consiglio ricorda i corsi sociali di 40 anni or sono sotto la guida di mons. Pini , tenuti proprio a Campitello e a Canazei. Fra questi giovani professori c’era anche De Gasperi: venivo da quella scuola sociale cristiana di Vienna che sembrava all’avanguardia nel campo della sociologia cristiana. Nell’Università di Vienna avevamo fatto, accanto agli altri studi, un’esperienza particolare a contatto di coloro che dovevano essere i fondatori del movimento sociale cristiano. Accennato al disagio profondo che era anche allora nelle coscienze dei giovani cristiani i quali possedevano sì una concezione sociale profonda e solida come il loro culto e la loro dottrina, ma essi la sentivano in forte contraddizione con il progresso della vita dei loro tempi. Ricorda quindi che fin da allora la maggior preoccupazione è apparsa quella di trovare una tecnica realizzatrice di giustizia sociale e di intensificare una idea suggestiva che desse al movimento sociale cristiano le ali sui fondamenti della tradizione. Anche allora l’on. De Gasperi apparve più uomo pratico che teorico giacchè portava l’eco di una situazione storico-politica ben diversa da quella esistente nel resto d’Italia: nel Trentino il movimento cattolico era già sceso in battaglia mentre nel resto d’Italia sussisteva la dolorosa frattura tra cattolicesimo e politica; e le mie lezioni di allora si mantennero sul piano della storia, poiché la storia è esperienza, è vita. E De Gasperi continua sottolineando come fin da allora sembrasse che il movimento cristiano sociale non possedesse quella tecnica che era la forza dei partiti che a quel tempo si chiamavano socialisti ed oggi si chiamano comunisti. Noi non possiamo lasciarci suggestionare dai canali del Volga, come l’on. Nenni, anche se ammiriamo tale sforzo di operosità, ma dobbiamo sentire l’esigenza di una tecnica, di un piano. L’oratore prosegue con una incisività tutta sua propria nelle rievocazioni storiche. Accenna alla insufficienza di taluni settori della sociologia cristiana del passato, che per quanto potesse allora sembrare proiettata verso l’avvenire, pure conservava quella particolare visione della vita legata alla concezione medioevale e in fondo alla economia feudale. Dinanzi alle difficoltà e alle avversità del presente, i nostri autori erano forse naturalmente portati a considerare con ammirazione taluni aspetti della vita sociale del medioevo cristiano. Così la concezione corporativa – quella che Toniolo chiamava l’organizzazione delle classi – sembrò la formula migliore di risoluzione del problema sociale; ma i dubbi su questa formula furono convalidati dalla storia recente del nostro paese che dimostrò quale pericolo per lo sviluppo democratico dello Stato era implicito nella soluzione corporativa. Proprio nel Trentino per la particolare situazione politica ivi esistente, si sentì ben prima che nel resto d’Italia che il problema teorico doveva passare in sott’ordine rispetto al problema politico… Vi sentite voi di assorbire tutte le vostre energie nella ricerca della tecnica sociale dello Stato quando c’è una realtà storica che urge e turba? Non v’è certo un concetto ideale che non debba tenere conto, nella realizzazione politica, delle esigenze dello spazio e del tempo, delle categorie cioè, che condizionano tutta la storia. Non esiste una soluzione ideale dei problemi che valga per tutti i paesi, ciascuno dei quali ha una propria situazione geo-politica. In Italia ogni azione politica deve partire dal presupposto della mancanza di materie prime, della limitatezza dell’energia e dei problemi che si connettono all’esuberanza di popolazione. Proprio questi dati di fatto che variano da ragione in regione, impongono di non cristallizzare in una tecnica assoluta. Questa idea assoluta che può galvanizzare le masse non è che un’illusione e in fondo un inganno delle stesse. Dobbiamo difendere la libertà e lo sviluppo del pensiero cattolico, ma a questo scopo si deve: primo avere la forza e la convinzione delle nostre idee; secondo rispettare lealmente le convinzioni altrui. È necessario anzitutto credere nella possibilità di convivenza delle idee e affermare una legge di tolleranza reciproca. Stabilire quell’equilibrio indispensabile per il bene di quella forma storica attuale che è la nazione italiana. Per che cosa vale un individuo, un italiano, oggi? Vale per i princìpi, per le idee che possiede. Idee che sono come le vette delle nostre montagne che esistono anche se sono coperte di nebbia. Anche nella nebbia si può camminare con una certa sicurezza se si conoscono le vette. Esse sono: idea del progresso cristiano, idea del progresso nazionale, idea di una missione provvidenziale dell’Italia in uno sviluppo universalistico, idea del mondo, dell’Italia, di noi, collocato nel contingente. De Gasperi ricorda quindi di aver speso 50 anni nell’attività politica: spazio di tempo che è breve sul quadrante della storia, è tempo brevissimo nella storia dell’universo. Pone infine l’accento sul fatto che noi uomini – sulla terra – agiamo come per un servizio ed in cima ai nostri pensieri poniamo l’Italia… Non possiamo permettere che l’Italia dei santi e degli eroi venga calpestata. Sulla vetta che innanzi a noi si profila, come insegna della vita nazionale del nostro paese, deve sventolare la bandiera della libertà, una bandiera di fronte alla quale non c’è possibilità di diffidenza perché è il segno della reciproca lealtà; e tale libertà vogliamo assicurata all’interno e chiediamo per gli italiani nel mondo. A tale bandiera dobbiamo tenerci fermi per non scoraggiarci… Così, piova o non piova, splenda il sole o meno, le vette dobbiamo sentirle e immaginarle dove sono, così da poter dire con Dante che non perdiamo l’esperienza dell’altezza. "} {"filename":"83339cca-5768-4431-bce7-27a1e51ad259.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Onorevole presidente , con vivo rammarico sono costretto a rinunciare al piacere di partecipare all’assise di Merano. Affido pertanto a queste note telegrafiche il mio fervido saluto ai rappresentanti della stampa convenuti al loro quarto Congresso nazionale. Se mi fosse stato concesso di intervenire, avrei riaffermato ancora una volta quanto ho avuto in frequenti occasioni di dire negli amichevoli e ripetuti incontri con i giornalisti italiani e nello stesso Convegno di Palermo. Un grande magistero ed una grande responsabilità sono connessi alla stampa; dalla libertà di opinioni e di espressioni – cardine del regime democratico – nasce e si alimenta la sua funzione in cui il governo ravvisa una delle condizioni più valide ed ineliminabili del consolidamento delle istituzioni e della loro affermazione nella coscienza dei cittadini. Lei on. presidente consentirà che io la annoveri, per antica milizia giornalistica, tra i membri della famiglia della stampa italiana. Anche in tale veste credo di interpretare l’animo dei colleghi affermando che l’alto senso di responsabilità della libera stampa non può non trovare in se stesso, prima ancora che nella legge, il limite del rispetto della verità, della dignità dei cittadini e di quei princìpi fondamentali sanciti nella Costituzione su cui riposa la nostra convivenza nazionale. So bene quali prove di consapevolezza la stampa abbia dato durante questi anni che hanno scandito il ritmo della mirabile rinascita morale e materiale della patria. E so bene come i giornalisti per primi abbiano mostrato interesse a discriminare la loro professione – che spesso è vero e proprio cimento di civica elevazione – dai pochi che intendessero avvilirla per offendere la coscienza morale o i sentimenti di libertà del nostro popolo. È in questa comunione di sentimenti, onorevole presidente, che esprimo un caldo augurio per le sorti della stampa italiana e che invio un ringraziamento profondo e cordiale a tutti i giornalisti che con i loro scritti hanno accompagnato ed accompagneranno il cammino d’Italia, interpretandone la volontà di progresso civile e di evoluzione sociale, il proposito di cooperare con i popoli liberi nel presupposto del riconoscimento dei nostri giusti e d intangibili interessi nazionali. "} {"filename":"72797579-8a85-404b-8c82-12ae6c477ae2.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Amici cari, a Predazzo veramente avevo inaugurato la campagna elettorale. Mi si era detto che quella impostazione o quella introduzione sarebbe stata più che sufficiente per dimostrare il mio interessamento, il mio doveroso interessamento nei destini della Regione, ma il presidente Odorizzi ha ragione: non soltanto ci sono dei motivi oggettivi che fanno desiderare sempre che ripetiamo i nostri incontri (incontri circondati sempre da un alone di affettuosità e di ricordi passati), ma anche ci sono delle ragioni esteriori. Se questa questione della Regione diventa tutto d’un colpo non regionale, ma nazionale, è dovere del presidente del Consiglio dei ministri di un paese democratico di essere presente, anche se non fosse trentino. Ma se è trentino il dovere diventa così affettuoso, così spontaneo, così legato a tradizioni di famiglia e di patria che è veramente un enorme piacere di incontrarvi e di soddisfare questo dovere . Amici miei, a Predazzo avevo detto e proclamato di fronte a molti rappresentanti delle altre regioni, di altri paesi, di altre contrade d’Italia, che la Regione nel Trentino aveva fatto buona prova. Si può criticare il sistema in generale, si possono fare delle eccezioni per certe Regioni: nel Trentino ha fatto buona prova. Non perché lo Statuto sia una invenzione caratteristica e speciale, nel senso di una speciale elaborata e straordinaria acutezza, ma perché gli uomini che sono stati chiamati ad attuarla, perché l’amministrazione che è diventata organo esecutivo di questo Statuto era veramente degna del grande compito. Caro Odorizzi, io non vorrei ripetere poi durante il discorso delle affermazioni che possano – lo so – ledere la tua modestia. Devo dire però – e qui ti parla il presidente del Consiglio dei ministri – portavoce dell’opinione di tutti i ministri e di tutte le amministrazioni che hanno dovuto incontrarsi spesso anche su diverse ed opinabili questioni con te, che la tua opera e l’opera dei tuoi collaboratori è da tutti riconosciuta, da tutti lodata, per il grande equilibrio che tu vi hai portato. So di potermi rendere interprete di questo pensiero più generale e non inficiato da patriottismo locale, come potrebbe essere il mio: e lo faccio per questo tanto più volentieri e perché mi pare un atto di giustizia. Avevo detto a Predazzo: la Regione ha fatto buona prova. Primo, perché non vi è stato il campanilismo cantonale che si temeva. È vero: altro è l’amministrazione e altro è la cultura. Sapevo bene quanto fossero forti i vincoli di cultura nazionale italiana, tanto più forti, in quanto furono nel passato contrastati fra il Trentino e l’Italia; non c’era da temere che anche differenze serie sull’amministrazione, sul sistema, su interessi potessero ledere, affievolire questi vincoli sostanziali. C’è in noi, nella nostra stirpe e nella nostra visione montanara, tanta prevalenza dello spirito sulla materia che anche se i contrasti fossero stati veramente forti l’Italia non avrebbe perduto la causa, la nazione avrebbe vinto in ogni caso. Questo contrasto di carattere economico non c’è stato; non c’è stato questo contrasto d’interessi; vi è stata anzi una fatale integrazione dell’economia. E poi, dicevo a Predazzo: voi siete stati veramente meritevoli di elogio, perché avete limitato la burocrazia. Per le spese degli impiegati siete arrivati – anche se ora prevedete di dover superare di un poco questi dati – appena al 4 per cento delle entrate. Poi vi ho lodati per una terza cosa: la rapidità degli investimenti. Se sapeste, amici miei (voi lo sapete dall’altra parte della barricata), ma io sono al di qua e soffro nel sentire le lagnanze di certe zone per stanziamenti ormai assegnati che non arrivano a tempo, o addirittura arrivano troppo tardi. C’è tutta una grande trafila di pratiche, una troppo complessa burocrazia. Lo stesso avvocato Odorizzi, nel magnifico volume che riassume l’attività della Regione afferma che una certa burocrazia è necessaria, cioè il controllo dell’amministrazione, l’esame delle singole pratiche. Quando però la complessità delle pratiche e dei passaggi diventa eccessiva, quando i controlli finiscono per perdere di vista la sostanza e si riducono alla minuziosità, allora il ritardo diventa fatale. Una delle caratteristiche del sistema regionale sta proprio qui: nella rapidità degli investimenti, cioè in sostanza nella rapidità dell’esecuzione dei lavori pubblici. Avete concesso dei contributi per opere pubbliche (ho visto dalle vostre statistiche) per molti miliardi tra il 1949 e il 1951 e il diagramma è sempre crescente di anno in anno, man mano che si perfeziona l’amministrazione, e che si perfeziona la vostra esperienza e il vostro contatto con le esigenze. In questo senso, senza dubbio, avete vinto un concorso di fronte allo Stato, il quale, per forza di cose, è una macchina più lenta, più antica, che non può arrivare alla conclusione con la celerità della macchina amministrativa regionale. Ciò deriva anche dal fatto che il percorso è più limitato, la zona di azione è più determinata. Voi avete fatto anche un grande piano per strade, acquedotti, asili e scuole. Dunque non è vero che i piani si possono fare soltanto negli Stati totalitari. Essi si realizzano anche negli Stati democratici, anche nelle amministrazioni popolari; essi si contengono però in impegni onesti, meditati, decisi in relazione alle possibilità finanziarie e non escono da una sana visione di politica amministrativa controllata, seria e non lanciata in pericolose avventure. Ho letto che Odorizzi è stato rimproverato di non aver saputo dare una facciata solenne all’amministrazione regionale. Un senatore ha detto: «non avete ancora il palazzo della Regione». Caro Odorizzi, il senatore che ha portato questa lagnanza era abituato a vedere il Cremlino. E voi, invece che il Cremlino sulla piazza Rossa, avete cercato di costruire edifici scolastici, di riparare fognature, di costruire piccole strade comunali, e avete pensato fondamentalmente alle case per la povera gente. Cattiva amministrazione questa? Certo essa è poco dignitosa per una democrazia totalitaria, che dovrebbe costruire come ai tempi fascisti dei bei palazzi, dei grandi centri, con delle grandi torri e poi lasciare che il resto crollasse, come tutto è crollato per mancanza di consenso di popolo, per mancanza di controllo di popolo. Sì, amici, consentite che io senta un poco di orgoglio per questa vostra praticità, per questa vostra concretezza, per questa vostra solidità, per l’anelito di giustizia che ha animato il vostro lavoro. Niente grandi espressioni verbali e magniloquenti, ma lavoro di tutti i giorni, progetti concreti che vengono applicati, esigenze esistenti che vengono soddisfatte, mano a mano che i mezzi le permettono: questo tenace lavoro ricostruttivo è opera di vera e sana democrazia, che interpreta veramente le esigenze popolari e viene incontro al desiderio della gente e sopratutto della povera gente. Questa vostra opera, amici di Trento e del Trentino, trova nel passato dei mirabili esempi. Li ricordano quelli della mia generazione: il nostro paese mancava di qualsiasi ombra di organizzazione popolare a carattere sociale ed economico. Ed allora i cattolici al lavoro per erigere le cooperative di ogni specie, di consumo, di lavoro, le cantine sociali, i forni essiccatoi. Ecco allora i cattolici, che hanno chiamato il popolo a raccolta intorno alle persone capaci, che lo hanno chiamato a fare da sé, a difendere i propri interessi vitali. 7 miliardi di merci, 60 per cento delle vendite, 5 miliardi di depositi in casse rurali a tassi relativamente bassi in confronto a quelli delle banche: ecco un bilancio di quest’opera immensa. Cosa ha significato per il bene dei contadini la costituzione di tante cantine sociali e dei forni essiccatoi per impedire il ribasso e il crollo dei prezzi? Che cosa ha voluto dire la costituzione delle cooperative di lavoro per limitare la speculazione nella ricostruzione? Che cos’è tutto questo se non dare al popolo una base per chiamarlo alla cooperazione, al lavoro concreto nelle organizzazioni popolari? Non è forse educarlo anche al lavoro politico e amministrativo attraverso la diretta esperienza degli interessi collettivi oltre la cerchia della comunità familiare? Questo popolo – così educato – giunge poi alla cura degli interessi del Comune e attraverso il Comune all’interesse della Provincia e della Regione e diventa parte attiva dell’organizzazione politica, parte attiva dell’organizzazione della nazione. Questo è soltanto democrazia, democrazia che costruisce, che forma le anime, che crea la volontà, cimenta il coraggio del lavoro e della fatica. Amici miei, su questa base voi avete anche costruito. Le attività della Regione sono state o sostitutive o integrative dello Stato. I 5 miliardi delle entrate dello Stato di cui avete potuto disporre, sono stati convogliati da voi stessi secondo il criterio produttivo e di giustizia equitativa. Vi dico a nome dello Stato che esso è felice che questa Regione, creata come un’articolazione dello Stato, abbia potuto attuare già nel primo tempo il suo iniziale programma. Esso ha logicamente bisogno di parecchi e parecchi anni per completarsi. Sì, caro presidente Odorizzi, c’è bisogno per molto tempo ancora della tua opera per poterlo espletare. Nella sintesi del lavoro regionale raccolta nel volume testé pubblicato mi ha colpito la parte che riguarda l’assistenza, l’istruzione agraria, la proiezione verso l’estero. Non è la Regione evidentemente che può far trattati di commercio con l’estero o che può stringere accordi commerciali, ma essa ha potuto fungere da membro attivo consultato negli accordi che faceva lo Stato ed ha potuto quindi facilitare l’esportazione e la ricerca dei mercati. Questi sono risultati, sono fatti, sono cose concrete, amici trentini. Trattandosi di cifre controllabili, che cosa potevano dire gli avversari? Niente. Allora hanno immaginato che siamo noi, che siete voi che avete taciuto, fingendo di non aver visto i volumi e di non conoscere le pubblicazioni. Essi dicono che avete taciuto apposta, nulla avendo da dire. La vostra modestia era tipicamente montanara: voi non siete andati a propalare a tutti gli angoli le vostre conquiste, il vostro lavoro. Voi avete detto: le cose sono chiare, le cifre precise e i trentini sono intelligenti, leggeranno, sapranno, concluderanno in nostro favore. Invece l’onorevole Spano ha scritto e ripetuto che qui non si è fatto nulla. Egli, evidentemente, è stato mandato qui soltanto per analogia: appartenendo alla Sardegna si è pensato che egli perciò stesso dovesse avere una speciale competenza in questioni di amministrazione regionale. In un suo articolo egli ha dichiarato che i comunisti non si fanno illusioni, non faranno forse una grande affermazione, ma hanno ottenuto ormai che il «muro del silenzio» che la Democrazia cristiana avrebbe organizzato per nascondere le proprie disgrazie, sia stato abbattuto. Questo «muro del silenzio», amici di Trento, è il muro della loro ignoranza per non voler leggere e conoscere ciò che è costruttivo, ciò che è opera onesta e degna di ammirazione. In questo articolo l’onorevole Spano mi ha fatto anche l’onore di una personale menzione; essa non riguarda soltanto la mia persona, ma riguarda un destino che oggi dovrebbe toccare a me e domani a voi… «Più volte – scrive l’onorevole Spano – l’onorevole De Gasperi ci ha lasciato orgogliosamente comprendere che egli conta di avere nella sua regione natale una specie di ridotto alpino; il giorno in cui la fortezza romana dovesse capitolare egli dovrebbe trovare una nuova cittadella nella Valsugana o in Val d’Adige. Ebbene (conclude l’onorevole comunista) cerchi un’altra strada, onorevole De Gasperi, non è lontano senza dubbio il giorno in cui dovrà sgombrare dal Viminale, ma quel giorno non troverà più fra le sue montagne native una fortezza, vi troverà tutt’al più una casa, o una villa per fare le sue penitenze». Debbo rispondere. Prima di tutto è sbagliata la premessa, non è affatto prevedibile che la fortezza romana capitoli; credo anzi di poterlo assolutamente escludere. La fortezza romana, cioè il Viminale, non capitolerà dinanzi al comunismo a nessuna condizione, e quando come avviene, vivo o morto, me ne dovessi andare, come avviene a tutti gli uomini, non credo che sarò in un deserto ritirandomi in Valsugana. C’è stato un tempo in cui il deserto l’ho sentito intorno a me, era ghiaccio, nel deserto ero sempre però in compagnia, avevo al minimo sette agenti di giorno e di notte e in quella piccola villa davvero allora mi sentivo isolato e abbandonato, ma oggi c’è la libertà per il signor Spano e vi sarà domani per De Gasperi. Io sono sicuro che non mi toccherà far penitenza dei peccati che non ho commesso, ma che mi riuscirà di recitare il De profundis per il comunismo che sarà stato battuto. Che cosa importa ai comunisti la Regione? Io che ho lavorato con loro ricordo bene l’antipatia, l’avversione dei socialisti nenniani e dei comunisti per le Regioni. Essi pensavano e pensano che il decentramento attenua la forza del potere centrale, che per essi è di assoluta necessità per preparare il grande rivolgimento, per attuare la grande conversione nella struttura sociale e politica dello Stato. Ad essi non importa nulla della Regione; ad essi una cosa sola importa: la capitolazione di Roma, della «fortezza romana», cioè la conquista del potere politico, quella conquista che Stalin ha loro additato come il supremo di tutti gli sforzi, come la suprema meta e come la fatalità a cui essi devono corrispondere per collocare la bandiera con la falce e il martello in Campidoglio. Esiste un pericolo comunista? Questo pericolo veramente è lontano, ma esiste, e può avvicinarsi se noi non saremo attenti, se non saremo vigilanti, se non saremo compatti, se non avremo il coraggio di affrontare le traversie che ci attendono con fermezza e con decisione. La visione di questo pericolo deve animare tutto il nostro lavoro. Dove c’è il sistema proporzionale ciascuno può difendere e sostenere la propria bandiera, senza venir meno alla solidarietà che sarà necessaria nei momenti delle deliberazioni comuni. Ma è certo necessario che tra queste forze si realizzi un collegamento: così come gli elettori devono trovarsi davanti a un programma, ad una bandiera, ad una dignità, ad una espressione chiara e determinata, gli eletti, una volta avuto il verdetto elettorale, devono accettare lo schieramento della democrazia. Ciò corrisponde ad una fondamentale esigenza. «Pazienza – dichiara l’onorevole Spano – l’onorevole Togliatti ci ha insegnato a vincere i nostri avversari sul terreno dalla pazienza». Mi permetto di dire che sarà difficile che essi raggiungano il grado di pazienza, che abbiamo usato in questi ultimi quattro o cinque anni. Anch’io ho avuto un programma e l’ho ancora: vincere sul terreno della pazienza, cioè del lavoro tenace, del lavoro concorde, del lavoro quotidiano. Anch’io sono un uomo di partito, ma non di parte. Mi sento neoguelfo, ma non antighibellino, ho sempre avuto la preoccupazione dell’unità, della collaborazione sincera nella sintesi delle forze. I miei amici mi hanno ricordato nella scorsa estate, la mia attività nel Consiglio municipale di Trento: lì ero in minoranza, ma sentivo e credevo, che conveniva raccogliere tutte le forze ragionevoli, tutte le forze responsabili per difendersi contro un nemico peggiore. La coscienza democratica rende possibile l’onestà, anche nella rudezza della lotta, e porta con sé la collaborazione nel Comune, nell’amministrazione, nella legislazione. Il consolidamento della democrazia è forse una frase vuota di senso in Italia? Che cosa vuol dire? Essa esprime la necessità che alla fine il problema del regime passi in giudicato, che non se ne discuta più, che sia la base sulla quale soltanto le altre discussioni avvengano. La Costituzione ha rappresentato un compromesso; ma bisogna accettarne e difenderne anche lo spirito, non soltanto il testo. Lo spirito vuol dire lealtà verso la nazione. Prima la democrazia, cioè il regime fondato sulle Camere e controllato dal Parlamento; poi quel tanto di programma di partito che è compatibile ed attuabile entro le necessità di questa accettazione, di questa difesa. Questo è l’imperativo odierno, l’imperativo dell’attuale contingenza in Italia; imperativo che è reso sopratutto evidente dalla minaccia che dura sempre contro la libertà. La nostra pazienza non è debolezza, ma coscienza della forza, specie nell’attesa che in una parte del socialismo penetri la convinzione che la democrazia deve essere difesa nelle sue istituzioni e che il socialismo se deve garantirsi contro la crudeltà della dittatura, deve anzitutto salvare la povera gente nelle sue libertà personali e familiari. In secondo luogo, il socialismo deve convincersi che se le riforme sociali debbono farsi senza la ferocia delle rivoluzioni e senza sangue, conviene farlo con l’appoggio di quelle correnti che, preoccupate più delle ragioni dello spirito, sono o dovrebbero essere disinteressate nella lotta per la distribuzione della ricchezza. La nostra pazienza. Vorrei accennare ad alcune date per dimostrare quanto essa sia lunga, o sia stata lunga; perchè il passato sia garanzia anche del nostro atteggiamento presente. Il 15 dicembre 1947 feci il ministero a quattro per la prima volta sostituendo tre ministri democratici cristiani . Non è cosa facile, non è cosa nemmeno piacevole licenziare dei bravi amici che hanno collaborato magnificamente per far posto a degli altri. Li abbiamo sostituiti con i liberali e coi socialisti. L’undici febbraio 1948 potevamo pubblicare un appello a quattro per le famose elezioni del 1948. 18 aprile 1948: grande vittoria; vittoria che la Democrazia cristiana avrebbe potuto utilizzare per se stessa, perché aveva una maggioranza più che assoluta e non aveva bisogno della collaborazione di nessuno. Ebbene, il 24 maggio 1948, invece, feci un nuovo ministero composto anch’esso di quattro partiti; anche di partiti che avevano avuto una notevole diminuzione di voti. Non basta. Il 26 febbraio 1949, Saragat si dimetteva in seguito all’atteggiamento di alcuni suoi deputati durante la discussione sul processo Borghese. Le sue dimissioni furono però respinte da me. L’8 novembre 1949 i ministri socialdemocratici si dimettevano in attesa delle decisioni del loro Congresso. Confidando nell’esito del Congresso stesso, stabilii un interim fino al 27 gennaio 1950, quando i social-democratici rientrarono al governo; ma ne uscivano in pari data i liberali. Il 3 aprile 1951 i tre ministri socialdemocratici si dimisero di nuovo in seguito all’esito del Congresso romano. Nonostante la nobiltà di un atteggiamento disinteressato da parte dei ministri dimissionari, i riflessi di tale evoluzione tormentata provocarono ad un certo momento un senso di diminuita fiducia nella mia linea politica, tanto che anche nel mio stesso settore taluno dubitò che dessi prova non di pazienza, ma di debolezza. Sensazione che si ridestò poi, quando si presentò la nuova legge elettorale, che porta certamente più ad un incremento dei partiti minori e favorisce meno, in rapporto allo stato presente, la Democrazia cristiana. Abbiamo tuttavia atteso che i partiti si pronunziassero. Non mi sfugge il danno che da questo protrarsi di sospensive e di negoziati deriva alla fiducia nel sistema democratico, per questo incrociarsi di interventi parlamentari ed extra parlamentari. Ma amo credere che alla fine – e già scocca il tempo utile – si concluderà definitivamente. Nessun governo di coalizione sarebbe fecondo e duraturo se non supponesse la reciproca fiducia. Contrasti ce ne saranno sempre, gara ed emulazione anche, ma una volta giunto il momento della responsabilità, dovremo fondare la nostra cooperazione sui punti di confluenza nell’azione, e non sui contrasti delle correnti di pensiero. Nenni ha oggi ripetuto qui che noi vogliamo assolutamente la maggioranza assoluta e che questo è lo scopo della legge elettorale . Naturalmente ciò non corrisponde né al testo, né alla possibilità della legge. Nenni ha anche attaccato l’amministrazione di questa Regione, affermando che essa ha fallito per non essere riuscita a stabilire una collaborazione fra i due gruppi etnici che qui vivono. Invece è proprio avvenuto il contrario: attraverso le moltissime difficoltà una collaborazione è stata attuata ed è il più alto dei meriti dell’attuale amministrazione, in modo particolare del presidente Odorizzi. Mi hanno detto che i comunisti hanno inviato quassù squadre di attivisti della Romagna che parlano di una guerra che noi vorremmo fare assolutamente, di un imperialismo americano che noi favoriremmo, di pace che mettiamo in pericolo, di armamenti eccessivi con cui soffochiamo l’economia del paese. E poi… ci sono anche i missini, i quali – non so se mi è permesso di dire così – non hanno il pudore dei loro errori e dei disastri che i loro predecessori hanno provocato. Un esponente del Msi parlando in Alto Adige ha detto che io sono un austriacante. E questo è stato detto citando l’accordo De Gasperi-Gruber. L’Alto Adige, nella coscienza politica dell’Europa, correva grave pericolo; si può dire anzi che nella coscienza di molti era perduto perchè durante il periodo della Repubblica sociale era stato affidato ad un Gauleiter. L’Alto Adige era perduto se questo «austriacante» non avesse forzato Gruber, rappresentante dell’Austria, a mantenerlo e cederlo all’Italia. Centocinquanta parlamentari inglesi si erano espressi favorevolmente all’annessione dell’Alto Adige verso nord e molte erano le pressioni; ma gli argomenti giusti, oggettivi e direi anche, un certo grado di fiducia che avevamo saputo far nascere e ridestare verso l’Italia democratica, hanno impedito che il misfatto venisse compiuto. E oggi l’Alto Adige è riconquistato. Ah, è vero! Non siamo riusciti ancora ad annettere formalmente Trieste. Ma abbiamo impedito che Trieste diventasse parte di quella Repubblica jugoslava che l’aveva già conquistata con le armi. Abbiamo costretto gli slavi con la pressione sugli Alleati, ad abbandonare la preda e si è creato un territorio «libero», un territorio irrazionale, caduco, senza dubbio si è creata una soluzione che noi non abbiamo accettata; che abbiamo dovuto subire; (ed avevamo previsto anche che sarebbe stata di facile demolizione). Non abbiamo ancora raggiunta la meta; però abbiamo fatto dei notevoli progressi, abbiamo salvato Trieste, la città di Trieste. Questi signori del Movimento sociale che vorrebbero fare appello a me per il discorso di Redipuglia , dicendo che a Redipuglia ho tenuto un discorso di pacificazione, e che adesso nella campagna elettorale non tengo il medesimo tenore; questi signori mi accusano con dichiarazioni false, inventate, di aver preso al Parlamento austriaco un atteggiamento che non era, né nella nostra coscienza, né sulle nostre labbra. Ora, di fronte a simile campagna, conviene forse lasciarci isolare come bersaglio e pensare che si tratti soltanto di errori storici? No. È evidente: c’è in questi uomini del Msi che si proclamano cattolici, un vero spirito anticlericale, rancido e vecchio, uno spirito sul quale dobbiamo rendere attenti tutti gli elettori, che si lasciano certe volte ingannare da seducenti dichiarazioni. Quando oggi essi scrivono sul loro giornale: «il clericalismo imperante ammorba l’Italia, come ieri il potere temporale ne ha per lungo tempo impedita l’unità», dicono cose stantie che in altri tempi abbiamo udito. Ma esse sono rivelatrici della vera coscienza e dalle vere intenzioni di questi nostri avversari. Vedo che ci sono in lizza elettorale anche degli altri che pensano di arrivare in stazione con la normale invece che col tram, ma alla vittoria ed alla buona amministrazione si arriva con la compattezza, con l’unirsi, col mandare in Regione uomini competenti e provati, uomini che raccolti attorno ad Odorizzi nel quale tutti abbiamo fiducia, possano costituire elementi di una maggioranza sicura, capace di deliberare e di agire rapidamente. Quello che dovete chiedere e quello che è decisivo sono le qualità di capacità, di fiducia, di buona armonia; uomini che sappiano fare e non litigano; uomini che facciano fare bella figura anche a me, pover’uomo, che non smentisce mai il suo trentinismo montanaro e paesano, come scuola di correttezza, come spirito di organizzazione e senso del dovere, come base di democratico sentire. Stalin ingiunge ai comunisti nel suo recente discorso di sollevare la bandiera nazionale ; la bandiera dell’interesse del popolo, dell’indipendenza e della libertà, che una borghesia imbelle e reazionaria avrebbe lasciata cadere nel fango. Qui possiamo dire e rispondere: no. Qui, nel Trentino, non c’è stata, non c’è una borghesia imbelle; c’è un gruppo di dirigenti e di bravi cristiani che ha risvegliato il popolo, organizzandolo ed affidandogli la rappresentanza dei Comuni e della Regione. Questo popolo ha preso dunque in mano la sua bandiera! Amici trentini, democratici cristiani, fate ressa intorno a questa bandiera. Nessuno la toccherà. Così, Dio vi aiuti. "} {"filename":"91c057d6-b87e-4342-8026-58c4889f52e0.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"De Gasperi ha porto ai deputati democratici cristiani fervidi auguri, dichiarando di voler loro esprimere l’ammirazione e la riconoscenza del governo, per lo spirito unitario, l’energia e la tenacia che hanno dimostrato nella battaglia per la riforma elettorale. È indispensabile che il gruppo con eguale impegno ora prosegua il suo sforzo. Sono state affacciate obiezioni al progetto di legge in esame ma è da ricordare che se ne tenne il massimo conto nella elaborazione. Si tratta di una legge democratica a carattere maggioritario, temprata dalla proporzionale e dal limite molto al di sotto della maggioranza qualificata per poter procedere alla revisione della Costituzione. Inoltre la legge salvaguarda la fisionomia e la autonomia dei partiti nell’ambito dei collegamenti di liste, garantendo una rappresentanza notevolissima alla minoranza. Se i maggiori ostacoli alla riforma vengono dal socialismo non bisogna troppo meravigliarsene giacchè la legge al socialismo ha riproposto in termini pressanti la alternativa fra la democrazia e il totalitarismo comunista. Cerchiamo di attrarre e di ancorare il socialismo o almeno larga parte di esso alla democrazia. È necessario nell’interesse della nazione e delle sue istituzioni democratiche. Anche se questo può costare dei sacrifici come partito, alla Democrazia cristiana, la Dc rende un servizio al paese e alla democrazia affrontando una battaglia che la onora, battaglia che sarà certamente vinta perché tutti i parlamentari democratici sanno e sentono che se ciò non avvenisse sarebbe la sconfitta della democrazia. A questo punto De Gasperi si è soffermato sugli aspetti dell’azione ostruzionistica delle due estreme, basata sul farisaico abuso della forma e della lettera delle procedure; e che detto dopo che la tattica sino ad oggi seguita, verrà per il gruppo Dc e quelli degli altri partiti democratici il momento dell’attacco, nel quale la grande maggioranza del paese ravviserà una doverosa iniziativa per la salvezza del suo libero regime democratico. Il presidente del Consiglio, ricordate le drammatiche esperienze del Partito popolare di fronte alla difficoltà di formare una maggioranza che esprimesse un governo, ha dichiarato che la Dc, partito di vaste riforme sociali, se vuole conservare il suo carattere e la sua efficienza di forza politica di centro, deve avere la libertà di movimento, bisogna quindi salvare la democrazia e nell’ambito della democrazia assicurare lo sviluppo della Democrazia cristiana che, anche con questa legge, dà esempio di essere un partito cattolico che vuole attivare il suo programma di giustizia sociale in un regime di libertà per tutti. Il presidente del Consiglio ha concluso esprimendo la sua certezza che il gruppo Dc della Camera porterà vittoriosamente a termine questa battaglia per la difesa dei supremi valori spirituali e politici del popolo italiano. "} {"filename":"f2e73679-b22c-4465-8f34-47ae39c6c942.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Che cosa dobbiamo augurarci in questo giorno? Direi che dobbiamo augurarci un po’ di quiete, ma mi sovviene ora che la Dea Quiete a Roma non aveva templi entro le mura. Le divinità erano tante, ma questa non poteva avere il suo culto altro che fuori le mura, perché la quiete, in un mondo in cui si esaltava la forza e la potenza, sembrava rappresentasse l’inerzia e l’abbandono. È sempre questo, anche per la Roma di oggi, il nostro destino? Sembrerebbe di sì, considerando il ritmo incalzante della nostra vita individuale e sociale. C’è tuttavia un progresso notevole. Il mondo antico esaltava la forza e la guerra. Tutto bene, esclamava però S. Agostino nella Città di Dio parlando delle conquiste e della grandezza dell’Impero romano, se tutto ciò fosse stato fatto senza Marte e senza Bellona. La sorella di uno dei tre Orazi fu uccisa perché pianse vedendo sul fratello le spoglie di suo marito. Nessuno la difese in nome dell’umanità perché suo marito era stato sacrificato al concetto totalitario dello Stato. Ma oggi, nel mondo moderno, si assiste ad una reazione universale quando si vedono spose e figli invocare in nome del comunismo l’esecuzione del marito o del padre. Oggi siamo più umani. È bene il fermento evangelico del Discorso della Montagna che ha lievitato negli animi e nelle generazioni umane. La guerra è una impresa tremendamente passiva anche se vittoriosa. Me lo diceva, in un incontro a Roma, anche Eisenhower. Il riarmo è una polizza di assicurazione che dobbiamo pagare in quanto non tutti i popoli accettano il principio della passività della guerra. Ad ogni modo noi ci battiamo per mezzo delle organizzazioni internazionali che ci impegnano a risolvere pacificamente i conflitti ed inoltre insistiamo nel tentativo di superare tradizionali avversioni creando l’Unione europea. C’è chi spera nella discordia e nella disgregazione, le quali preparano la perdita della libertà. Chiunque è, come si diceva una volta, «antisocietario» finisce col lavorare contro la pace. Parallelamente, si può dire nei confronti dell’assemblea parlamentare. Il regime parlamentare si fonda sull’accettazione da parte di tutti di un criterio ormai consacrato nelle Costituzioni e nell’esperienza secolare, nel criterio cioè che ogni discussione deve concludere con una deliberazione e che tale deliberazione si prende a maggioranza di voti. In questo meccanismo, se non si accetti la deliberazione presa dalla maggioranza, avviene come se dentro un delicato ingranaggio si buttasse della sabbia o si inserisse addirittura una zeppa: è il delitto del sabotaggio. Anche per questo si tentarono giustificazioni, ma il mondo civile non le ha potute accettare. L’ostruzionismo in Parlamento porta al sabotaggio della democrazia. Vorrei approfittare di quest’opera di tregua per rivolgermi a quanti nell’opposizione si preoccupano delle sorti del regime democratico. Un Parlamento che capitolasse dinanzi all’ostruzionismo, rappresenterebbe domani una facile preda di ogni movimento antidemocratico. Quando ieri parlavo di contrattacco, la parola «contrattacco» è stata male interpretata; non mi riferivo a questioni di procedura, che non sono di mia competenza, ma di contro propaganda verso l’opinione pubblica: il buon senso del popolo italiano ci darà ragione, ne sono sicurissimo. Ma sarebbe auspicabile che alla vittoria del buon senso del popolo italiano contribuisse anche un po’ di ragionevolezza nell’opposizione. Quattro partiti di diversa origine e carattere si sono collegati non per dominare ma per creare una base di governo di una certa stabilità, sotto il libero controllo delle opposizioni. La libertà e funzionalità delle minoranze rimane in pieno anche con la nuova legge. E neppure la legge, per sé fissa, ha un limite invalicabile che escluda la evoluzione dei partiti verso la collaborazione. È solo in forza di un patto politico, concluso fra i partiti collegati, che ogni ulteriore allargamento della maggioranza esige il consenso degli stessi collegati. Se volessimo terminare con un augurio in armonia con la festa del Natale, direi che auguro a tutti i Parlamenti, al di qua e al di là della cortina, quella libertà e quella funzionalità democratica che anche la nuova legge italiana garantisce e conferma. "} {"filename":"06a952d2-7810-4c35-bbf3-8a2211b3bd85.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Caro Zoppi, mi riferisco al nostro ultimo colloquio. Bisogna che lavoriamo positivamente e a tempo, in modo da poter presentare le nostre osservazioni alcuni giorni prima della riconvocazione. La prego, quindi, di dar tutto vapore. Credo convenga procedere praticamente secondo i punti che allego. Cordialmente Allegato 1)Sulla base delle opinioni dei costituzionalisti, segnare il limite estremo entro il quale i parlamenti possano ratificare in via ordinaria le norme statutarie della Comunità. 2)Tali norme rappresentano la Costituzione transitoria della Comunità. 3)Fissare la procedura per preparare la costituzione definitiva (federativa); cioè incarico all’Assemblea e impegno dei Governi, preventivando un termine di maturazione entro il quale una decisione deve essere presa. 4)Qui il problema del termine è complicato. Se noi chiediamo che sia condizione del Trattato, introduciamo un elemento di precarietà del Trattato, cioè della comune difesa. Se invece il termine è vincolato a deliberazione unanime, corriamo il rischio di fare il sacrificio della sovranità nazionale, senza garantirci lo sbocco federativo. Come si può risolvere? O come si può attenuare questa evidente complicazione? È in verità da ritenere che lo sbocco sia fatale, per i grandi Stati, in cui l’opinione pubblica prevale, ma ciò non vale per tutti i minori. 5)Elaborare proposte nostre circa Bilancio (procedura esecutiva transitoria), quote, formule per riarmo, aiuti esterni e rapporti con NATO. Pregare Pella di delegare per questa parte un suo rappresentante. "} {"filename":"eabbc6d6-afd2-460e-a422-864e233529d3.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Non vi parlerò dell’Italia, ma dell’Europa e non dell’Europa di ieri e di oggi, ma dell’Europa di domani, di quell’Europa che vogliamo ideare, preparare e costruire. Che cosa s’intende fare quando si parla di una Federazione europea? Ecco all’ingrosso di che si tratta: di una specie di grande Svizzera, che comprende italiani, francesi e tedeschi: tutta gente divenuta pacifica, laboriosa e prospera. Ma taluno domanderà perché a proposito di questa impresa pacifica, si parla sempre di eserciti, di organizzazione militare, di armamenti. Rispondo che così si presentano le cose nella storia. La Svizzera come è nata? Da una necessità di comune difesa. Gli Stati Uniti come sono nati? Da una guerra di indipendenza, da un ideale di libertà. Tutte le altre Confederazioni più o meno sono nate da questa esigenza reale di popoli che sentono la necessità di mettere insieme i loro sforzi per costruire qualcosa di nuovo e dare un assetto diverso alla loro vita comune e collettiva. Ecco perché non c’è nulla di strano che questa idea vada maturando, che questa possibilità si apra sull’orizzonte dell’avvenire e si apra proprio nel momento in cui si discute di armi, di riarmo, di necessaria difesa, di mettersi insieme per la difesa delle proprie libertà. Ma non bisogna confondere quella che è l’occasione, il mezzo, la via per la costruzione, cioè il punto di partenza, con la costruzione stessa, col nostro ideale. Non è che vogliamo creare un’organizzazione di armati, un campo trincerato in cui sia sempre necessario stare in armi per difenderci. Nient’affatto. Cerchiamo di metterci insieme a difendere la nostra vitalità, le nostre possibilità di sviluppo per scoraggiare i tentativi che possono venire da qualsiasi parte per renderci impossibile questo sviluppo. Non è detto che questo sforzo debba durare eternamente, ma solo il periodo critico, superato il quale, questa impresa si svilupperà permanentemente nella nostra vita collettiva. Sapete qual è la vera difficoltà di questa grossa impresa? È quella economico-finanziaria, poiché una vita comune federativa si fonda sopra un principio che è quello di pagare in proporzione alle proprie possibilità. Non si può fare un’eguaglianza assoluta in base al numero, ma bisogna contribuire proporzionatamente alle proprie possibilità, cioè alla propria ricchezza. Naturalmente qualche popolo che ha più esperienze e meriti e che ha guadagnato una posizione più prospera, è portato a difendere questo privilegio storico. Ma nella Federazione, allargandosi le possibilità, c’è un certo livello della fonte delle ricchezze e della possibilità di goderne. Abbiamo un esempio pratico: prossimamente al Parlamento si comincerà a discutere il Piano Schuman per il carbone e l’acciaio. Questa è una questione grossa, anzi è più grossa di quello che si immagina. Si tratta di mettere insieme la produzione del carbone e dell’acciaio e poi distribuirne l’uso con una certa proporzionalità riguardo all’esigenza e ai bisogni. Più grave ancora è il problema quando si tratta di mettere insieme non già carbone, ma uomini armati, eserciti. Nessuna meraviglia che ci siano delle titubanze a buttarsi in una impresa nuova, mettendo in pericolo acquisizioni già ottenute, e formare una struttura nuova, la quale evidentemente non può che fondarsi su strutture antiche ricostruendole in un tessuto nuovo. Le titubanze ci sono e sono giustificate. Non bisogna meravigliarsene. Tutte le cose nuove ci vengono attraverso uno sforzo, una gradualità, una volontà, ed è naturale che si trovino delle resistenze. Però bisogna notare che ci sono i perplessi per natura. Essi dicono: di queste cose nuove se ne sono viste tante nella storia. Questi perplessi sono gente che ragiona, che risponde a esigenze naturali, guidati dall’esperienza. Ma ci sono pure gli avversari per principio, ci sono gli avversari i quali non possono vedere questo sviluppo di popoli liberi, che si uniscono insieme in base a principi democratici, con un senso di autogoverno; essi amano credere che l’ideale futuro sia una specie di militarismo sociale che deve fondarsi soprattutto su di una massa obbediente esecutrice, sopra immensi lavori che siano fatti comunque e comunque possano raggiungere una meta di uguaglianza, di ricchezza e di prosperità. Chi è abituato in un immenso impero si trova male entro le montagne della Svizzera; chi è abituato a un solo comando si trova male di fronte a dei popoli che discutono, a Parlamenti che passo passo contestano le novità. Si sentono male coloro che amano i grandi imperi, chiamateli totalitari o come volete. Tutti costoro trovano che questa novità è assolutamente rischiosa, inaccettabile, anticostituzionale, qualcosa che urta le acquisizioni della storia. Ora io ho fatto questo quadro un po’, se volete, anticipando gli avvenimenti. Non abbiamo ancora presentato un piano generale, siamo ancora ai pilastri fondamentali intorno ai quali stiamo lavorando. Si comincerà con un periodo di transizione. I governi saranno quelli che sono, i Parlamenti saranno quelli che sono. Ci saranno alcuni ministri che si riuniranno, ci sarà una amministrazione comune con bilanci che andranno a confluire in una cassa comune. Entro questa amministrazione nascerà un’assemblea: si comincerà a discutere. Voi direte: di nuovo Parlamenti, di nuovo chiacchiere, di nuovo perdita di tempo. Ebbene amici, questa è la verità! Bisogna scegliere: o parlare – parlare sempre troppo, ma in fondo parlare – discutere, fare appello alla ragione, fare appello alla capacità umana, oppure ricorrere alla forza, al comando, imporre la volontà di una persona. Questa è dittatura, quello è parlamentarismo. Difetti ne hanno tutt’e due; ma, fatti bene i conti, le teste è meglio contarle che decapitarle. Contarle vuoi dire il suffragio universale, decapitarle vuol dire – se non nel senso fisico – imporre in realtà a tutte le teste di pensare come una. Nel passato sono stati tanti i conflitti e le guerre per questa impossibilità di trovare l’accordo, di discutere, per l’impossibilità di mettersi insieme in un’Assemblea e trattare di pace; non è meglio che facciamo uno sforzo per raggiungere la pace, per avere delle formule, per avere delle istituzioni che garantiscano questa pace? "} {"filename":"f2c5e6d8-f9e1-473c-8381-c8fbddb41a46.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"A telegramma n. 1 di V.E. ho risposto dando nostro assenso a Incaricato Affari Canadà che a nome di Pearson mi ha chiesto parere sulla domanda francese rinviare di una settimana almeno Consiglio di Lisbona. Il problema tuttora in sospeso circa esercito europeo è quello del «bilancio comune» che soprattutto in Paesi Benelux presenta varie difficoltà di carattere costituzionale, politico e tecnico. Detto problema è attualmente allo studio da parte singoli Governi interessati e mi auguro che in occasione prossima riunione a Parigi possa essere raggiunta soluzione soddisfacente. "} {"filename":"b09fce0b-9b9f-4917-84c8-6367f6dde1de.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Non sembra opportuno porre in rilievo automatismo di fatto insito in organizzazione CED. Né d’altronde insistere su tale concetto in rapporto Sostituti non appare presentare utilità sostenuta da Sostituto inglese. Va tenuto presente che mentre reazione ad aggressione improvvisa deriva da naturale diritto di difesa, dal punto di vista costituzionale dichiarazione guerra resta riservata a Parlamenti nazionali, come riconosciuto esplicitamente art. 5 e 11 Patto atlantico, sinché non sarà costituita federazione vera e propria che comporterà modifica costituzioni nazionali. "} {"filename":"71b13926-96d4-417f-8978-cb7cbce7f322.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"[…] Trieste: il presidente fa presente la difficile situazione, che sembrerebbe si vada aggravando, a Trieste, che spontaneamente Eden aveva deplorato fin dall’inizio del colloquio. […] Dopo aver rilevato che è una situazione che non può continuare, una spina che bisogna togliere, l’on. De Gasperi fa rilevare le conseguenze che si avrebbero se un conflitto scoppiasse e la questione territoriale non fosse ancora definita. Soggiunge che da ogni parte si vuol rendere responsabile della situazione nel TLT l’Inghilterra, come è stato detto anche in occasione dell’atteggiamento assunto da Tito nei confronti delle recenti proposte di soluzione che troverebbe gli inglesi consenzienti e l’appoggio di Londra. […] "} {"filename":"46fa4da1-bca5-4bf0-9da8-51fe584e0ba6.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Verrà esaminata nella prossima riunione del Comitato dei Ministri del Consiglio di Europa la nota raccomandazione dell’Assemblea per la istituzione di una autorità federativa politica. Le intenzioni attribuite ad Adenauer di incaricare, per lo studio di un progetto di Federazione da sottoporsi a suo tempo all’Assemblea della CED, l’Assemblea di Strasburgo, sono note alla S.V. In base all’art. 7 H del trattato CED, l’Assemblea della CED dovrebbe da altra parte essere incaricata anche del compito di studiare il coordinamento fra le Assemblee relative. Se da un lato è evidente interesse nostro non svalutare i compiti assegnati alla futura Assemblea della CED e quindi mantenere sviluppo garantito, con suddetto articolo 7 H da un trattato, dall’altro dobbiamo tenere presente che sembra difficile ignorare completamente la esistenza di Strasburgo dove anche i Paesi che non fanno parte né del CED né del Piano Schuman, ma la cui collaborazione è interesse comune conservare e se possibile potenziare, sono rappresentati. Perciò non saremmo contrari a studiare sin da ora qualche formula di collegamento, da proporsi nella riunione prossima del Comitato dei Ministri al fine anche di evitare orientamenti e decisioni non conformi agli interessi nostri. Prego a tal fine prendere contatti, per opportuno preliminare scambio di idee e per concordare l’eventuale atteggiamento comune con il Quai d’Orsay. V.S. è pregata di dar visione a Cavalletti del presente telegramma. "} {"filename":"5a748768-5653-4e7a-8868-c4b8fb5fa3de.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il presente telegramma è diretto all’on. Lombardo. Riferimento suo 313. Est stato già inoltrato per parere a amministrazioni competenti il Documento del 19 marzo contenente proposta francese trasmesso da codesta Delegazione. Relative istruzioni saranno inviate appena concordate. Da quanto ci è stato detto a Londra e Lisbona circa conversazioni Londra nulla risulta al riguardo. Procedura seguita risulterebbe inopportuna e sorprendente qualora effettivamente proposta francese derivi da conversazioni Londra e sia stata comunicata Benelux. Ciò anche perché ha reso per noi impossibile assumere contemporaneamente agli altri una decisione al riguardo. Pregasi V.S. attirare attenzione personale Alphand circa quanto precede. "} {"filename":"b2d57143-e2a6-4610-9743-d1a3a9091fca.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Al momento in cui Delegazioni italiana e tedesca erano riunite ieri per firma nuovo accordo commerciale annuale, presidente Delegazione germanica ha comunicato decisione che sarebbe stata presa ultimo momento suo Governo ritirare contingente ortofrutticoli concordato in 16 milioni dollari dopo 5 settimane faticose trattative. Proposta tedesca contemplerebbe contingente 12 milioni liberamente utilizzabile e 4 milioni dipendenti possibilità assorbimento mercato tedesco. Tale proposta non è da noi accettabile: 1°) nostre concessioni prodotti industriali già spinte al massimo sono in funzione possibilità esportazioni agricole; 2°) perché costituisce trattamento discriminatorio di fronte vantaggi ottenuti dagli olandesi. Signor von Maltzand è partito ieri sera per codesta capitale dopo uno scambio di note che fissa al 16 corrente limite entro il quale dovrà essere presa decisione finale. È stata scelta questa data perché se accordo non venisse firmato ministro La Malfa non potrebbe più incontrare Fiera Milano 18 aprile ministro Erhardt . Prego intervenire massima urgenza affinché accordo venga firmato come era stato redatto poiché, in caso contrario, saremmo necessariamente costretti sospendere, in tutto o in parte, liberazione autonoma nei confronti esportazioni tedesche, così come è stato praticato nel passato verso Paesi con i quali non fu possibile concordare accordo commerciale. "} {"filename":"cc44c46c-2a0e-45d0-b498-702e8482c0ad.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il presente telegramma è per l’on Lombardo e fa riferimento al telespresso n. 10\/61 in data 21 aprile. È stato compiuto stamane un passo da parte di questo ambasciatore del Belgio inteso a fare presente che, nel caso in cui gli obblighi relativi alladurata del servizio militare non venissero esattamente precisati, il Governo di Bruxelles si troverebbe nella impossibilità di prendere impegni circa la firmadel Trattato. A tale passo è stato risposto che la questione ha due aspetti: uno politico ed uno tecnico, ed essi non debbono essere confusi. Riguardo al primo aspetto sin dal primo momento il Governo italiano si è dichiarato favorevole al principio della uniformità del periodo di ferma in tutti gli stati partecipanti. Per quanto concerne il secondo aspetto – cioè quanto al numero dei mesi di ferma – la decisione in proposito dovrà essere presa in un secondo tempo, quando cioè il Comitato militare dovrà affrontare il problema in sede esclusivamente tecnica. Il Governo italiano ritiene, in queste condizioni, che l’abolizione di qualsiasi discriminazione, sancita dal Trattato, dovrebbe costituire una assicurazione sufficiente per il Governo belga, anche per quanto concerne il Parlamento e l’opinione pubblica belga. All’ambasciatore del Belgio è stato infine fatto presente in via personale come sarebbe dannoso e pericoloso nei confronti di tutti il volere confondere oggi senz’altro i due aspetti della questione in modo da provocare difficili posizioni polemiche parlamentari prima della firma del Trattato. "} {"filename":"d5b7edad-1bea-4ea3-917d-dcdc78a23f59.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Questo Ministero ha esaminato attentamente il questionario preparato dai delegati dei ministri per l’esame della proposta britannica sui futuri compiti del Consiglio d’Europa ed il pro-memoria di chiarimento presentato dal delegato britannico. Il Progetto Eden, che ci è apparso alquanto nebuloso al momento della presentazione, ci sembra ancora tale oggi, nonostante le spiegazioni contenute nel suddetto Memorandum. Un primo rilievo balza evidente a questo proposito: né il progetto, né il pro-memoria parlano dell’Alta Autorità del Piano Schuman e del Commissariato della CED. Se si tiene conto che questi due organi costituiscono i perni fondamentali delle due rispettive istituzioni e ne esauriscono quasi completamente l’attività esecutiva, non si comprende come si possa parlare di inquadrare le due istituzioni nel Consiglio d’Europa senza dire una parola né dell’Alta Autorità né del Commissariato CED. Il silenzio attorno ai due organi fondamentali rende assai poco chiaro tutto quanto nelle proposte inglesi si dice circa il Consiglio dei Ministri. Infatti in ambedue le istituzioni e in modo del tutto particolare nel Piano Schuman, il Consiglio dei Ministri è stato concepito e svolgerà i propri compiti accanto e in funzione di quelli dell’Alta Autorità e del Commissariato. È perciò assurdo pensare che il Consiglio dei Ministri abbia un Segretariato, una burocrazia, una sede permanente differenti da quelle dell’Alta Autorità (ciò non esclude la possibilità, in via eccezionale, di riunioni in sedi diverse). Se il Piano Eden si prende così come è stato presentato e si cerca di attuarlo si arriva ad una sola possibile soluzione: non parlando esso dell’Alta Autorità e del Commissariato, ed essendo impossibile prendere misure circa il Consiglio dei Ministri se non riferendosi ai due organi predetti, l’unico inquadramento possibile sarà quello delle due Assemblee nell’Assemblea di Strasburgo. Effettivamente, fermi restando i problemi di numero, di procedura, ecc., relativi ai rapporti fra le due Assemblee e l’Assemblea del Consiglio d’Europa, non è affatto impossibile prevedere che le tre Assemblee abbiano un tetto comune, una burocrazia comune, un segretariato comune. La logica soluzione delle proposte Eden sarà quindi che l’Alta Autorità Schuman e il Commissariato CED con i rispettivi Consigli dei Ministri entreranno in funzione, per esempio, la prima a Liegi, il secondo a Fontainebleau, e che il solo inquadramento a Strasburgo sarà quello delle due Assemblee nell’Assemblea consultiva. Questo significa: 1. svuotamento del valore dell’articolo 9 del Trattato CED; 2. tagliare fuori l’Italia da qualsiasi sede delle Istituzioni europee. Per evitare questo fatale risultato bisogna assolutamente modificare l’attuale impostazione del problema. Il Governo italiano non risponde al questionario così come è stato formulato, perché tale questionario restando nella nebbia di posizioni non chiare, non investe in pieno il problema sorto con la proposta Eden e, diluendo lo spirito di tale proposta in una serie di domande dettagliate, finisce per snaturare tale spirito. L’Italia accetta la sostanza della proposta Eden: inquadramento delle due comunità nell’ambito del Consiglio d’Europa. Per attuare tale sostanza l’Italia non vede che una pratica soluzione: far confluire in una medesima sede tutti gli organi di tutte le comunità europee (eccezion fatta per l’Alta Corte). Questa unicità di sedi, a Strasburgo (o Saarbrucken, o Lussemburgo che sia) servirà ad identificare una capitale europea e a dare a tutti gli organi delle diverse istituzioni europeistiche una comunità di luogo. Non si vede difficoltà poi di dare un tetto comune a tutte le differenti assemblee, intendendo con questo non soltanto l’aspetto logistico, ma anche quello organizzativo, funzionale burocratico e segretariale. Noi crediamo insomma, che applicandosi il piano Eden (a Strasburgo, a Saarbrucken o a Lussemburgo) l’Assemblea europea con un unico palazzo, una sola burocrazia, una sola organizzazione, un solo segretariato, potrà funzionare tanto per l’Assemblea del Consiglio d’Europa quanto per l’Assemblea della CED e per l’Assemblea del Piano Schuman. In un altro palazzo, con propria organizzazione, propria burocrazia, proprio segretariato, sarà l’Alta Autorità del Piano Schuman, con accanto il Consiglio dei Ministri, nelle sue periodiche riunioni. In un altro palazzo ancora il Commissariato CED, con propria organizzazione, propria burocrazia, proprio segretariato, anche questi affiancati, di tanto in tanto, dal Consiglio dei Ministri. I rapporti fra l’Alta Autorità del Piano Schuman e l’Assemblea e quelli fra le rispettive burocrazie, saranno analoghi ai rapporti che sussistono fra un Governo e la Camera dei Deputati, fra le burocrazie governative e quelle parlamentari. Se questo risultato non dovesse ottenersi l’Italia non potrebbe accettare una parziale applicazione del Piano Eden che si risolvesse nel lasciare sparpagliate per l’Europa le sedi dell’Alta Autorità del Piano Schuman, del Commissariato CED, e quindi dei rispettivi Consigli dei Ministri, e inquadrate invece a Strasburgo tutte le Assemblee. In tal caso, non avendosi quei vantaggi in senso europeistico che sarebbero dati dall’unità di luogo, il tetto comune, limitato alle sole assemblee finirebbe per agire in senso contrario denicotinizzando la spinta federalista dell’Assemblea CED (art.9). In altre parole, la nostra fedeltà all’idea europea arriva fino a farci rinunciare a qualsiasi richiesta di avere in Italia la sede di uno degli organi supernazionali, sempre che gli altri Paesi interessati siano pronti a fare altrettanto. Se ciò sarà possibile, non sarà difficile concretare soluzioni realistiche nel senso auspicato dalla proposta britannica. Se invece prevarrà il criterio di ripartizione territoriale degli organi delle Comunità a sei (e in tal caso siamo ben decisi a difendere fermamente la candidatura di Torino quale sede delle Assemblee Schuman e CED), la proposta britannica avrà ben poche possibilità di passare ad una fase di concretezza. Pur conservando la nostra simpatia e il nostro appoggio alla proposta Eden, non ci possiamo nascondere che essa è attualmente oggetto di una sospensiva, derivante da un avvenimento a tutt’oggi incerto, quale è la decisione che la Conferenza CED prenderà sulla dislocazione delle future Autorità a sei. Maggiori chiarimenti circa le effettive possibilità di collaborazione fra il Consiglio d’Europa e le comunità potranno aversi nei prossimi giorni, ad un più alto livello, in occasione delle riunioni dei Ministri degli Esteri a Parigi ed a Strasburgo. "} {"filename":"2db710cd-95f9-42a0-a340-7afe0eec6302.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"La prima constatazione che va registrata è che sono stati sostanzialmente raggiunti gli obiettivi che il Governo italiano si era prefisso nel promuovere le conversazioni di Londra, obiettivi che erano stati precisati nelle dichiarazioni rese alla stampa il 27 marzo. Si trattava, come l’accordo ora concluso consacra, di assicurare all’Italia un’ampia partecipazione nella Amministrazione della zona A pur nella cornice del Trattato di Pace e quindi nella responsabilità internazionale del Comando militare della zona A, cornice però che riguarda anche la Zona B, cioè il T.L. nel suo complesso, fino al giorno della soluzione definitiva ed integrale, che rimane esplicitamente riservata e non compromessa. Cura costante dei delegati italiani è stata dunque di evitare ogni ripercussione – o pretesto di ripercussione – in zona B delle misure da adottarsi in zona A. Il Governo italiano si è fatto guidare dalla necessità imprescindibile di evitare di compromettere in qualsiasi modo la posizione ed il futuro della zona B, preoccupazione che era profondamente sentita in primo luogo dagli stessi Triestini. Altro obiettivo dei delegati italiani è stato quello di evitare che nella redazione dell’accordo si affrontassero tesi contrastanti sulla diversa interpretazione di alcuni testi giuridici. L’accordo si basa su una situazione di fatto e a questa si riferisce. La sostanza dell’accordo risulta chiaramente dai due grafici che paragonano l’organizzazione del G.M.A. quale si presentava prima delle conversazioni di Londra e quale risulta d’ora in avanti. Viene istituito il posto di consigliere politico italiano nel Governo alleato di Zona, che verrà designato dall’Italia e agirà accanto a quelli britannico ed americano. La sua funzione sarà assai importante. Il consigliere politico italiano avrà funzioni analoghe (benché per evidenti ragioni che conseguono da quanto sopra specificato, giuridicamente non identiche) a quelle dei suoi colleghi americano e britannico. Egli assicurerà il contatto diretto tra il Governo di Roma e il Comandante di Zona in tutto ciò che interessa l’indirizzo politico e la vita civile ed economica della Zona stessa. Quale logica conseguenza della nomina di un consigliere politico italiano, viene soppressa la Missione italiana, che ha sin qui funzionato a Trieste, e la cui stessa denominazione poteva dare l’impressione che la città adriatica fosse territorio «estero». La riforma strutturale del Governo alleato, quale si desume dall’analisi dei grafici attraverso la nomina del direttore superiore, affida l’amministrazione interna ad amministratori italiani. I principali di questi sostituiranno il direttore generale americano Whitelow che è già stato trasferito alcuni giorni or sono dal suo Governo e i due direttori dello Interno e della Economia e Finanze, che erano rispettivamente inglese ed americano. Dagli amministratori italiani dipenderanno oltre la Presidenza di Zona (Prefetture) ed i Comuni della Zona, anche i vari dipartimenti elencati nel grafico. Tra questi ultimi quelli che avevano capi stranieri, avranno d’ora in poi capi italiani. Poiché il Governo militare conserva la responsabilità internazionale dell’amministrazione, esso mantiene ancora taluni dipartimenti più strettamente connessi con tale sua responsabilità e con la sicurezza delle truppe. In tal guisa nessuno potrà richiamarsi al presente accordo per cercare di giustificare violazioni del Trattato. Da questo insieme risulta evidente il progresso compiuto dalle posizioni italiane a Trieste. Devesi altresì rilevare l’impegno dei governi di applicare le intese raggiunte in uno spirito di amichevole comprensione, impegno che non è dunque demandato soltanto all’amministrazione locale, ma lega gli stessi governi. L’accordo constata espressamente che rimane impregiudicata la soluzione finale del problema dell’avvenire del Territorio Libero nel suo insieme. Esso tuttavia costituisce per la Zona A che è stata oggetto delle conversazioni una prima pratica applicazione del riconoscimento contenuto nella Dichiarazione del 1948 del carattere «prevalentemente italiano» di tutto il Territorio. Non è poi senza significato l’affermazione contenuta nel comunicato che «queste conversazioni, sebbene limitate alla questione dell’amministrazione della Zona A hanno posto in evidenza che i tre governi ispirano le loro azioni ai principi delle Nazioni Unite di pacifica collaborazione internazionale e del rispetto ovunque dei diritti umani e delle libertà fondamentali». L’accenno alla Zona A rivela per chiara antitesi che anche la situazione in Zona B è stata tenuta presente. "} {"filename":"3571626d-831b-427d-99ac-e4eb337a5177.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Da parte nostra sta bene spostamento a giorno 23 corrente riunione dei Ministri prevista precedentemente per giorno 18. Detto spostamento è tanto più opportuno in quanto ratifica Piano Schuman non potrà avvenire prima del 16 o 17 corrente da parte Camera italiana. Occorre ricordare per quanto riguarda contenuto riunione stessa che esso è stato indicato e previsto nella ultima conferenza per Comunità Europea Difesa. Secondo nostro punto di vista quindi esso non dovrà limitarsi a problemi che sorgono per applicazione Piano Schuman, ma estendersi anche a questioni concernenti Trattato CED. Infatti ci sembra impossibile disgiungere i problemi relativi alle sedi e all’attività degli organi che i due trattati prevedono. "} {"filename":"cc0e0f2c-fa10-4468-8b23-3eded145861f.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Concordo con le dichiarazioni di V.E. a Schuman, le quali coincidono sostanzialmente con quanto verrà dichiarato a Van Zeeland dall’Ambasciatore a Brusselle (mio telegramma 6394\/C). Considerando anche la reazione del ministro Eden alle comunicazioni che gli sono state fatte da Schuman circa la proposta franco-italiana tendente ad attribuire all’Assemblea della CECA il mandato dell’art. 38 della CED (suo telegramma n. 616 e telegramma ministeriale n. 477) ed il passo di Van Zeeland potrebbe essere la prima conseguenza di tale reazione sembra essere ancora più opportuno che si insista sulla anticipata applicazione dell’articolo stesso attraverso l’Assemblea della CECA; su tale articolo infatti esiste già un accordo dei sei Governi di cui anche gli inglesi come da tempo al corrente. Anche perché nuove proposte le quali darebbero origine a delle controproposte potrebbe avere degli effetti dilatori e costituire di fatto un indebolimento dell’iniziativa. A noi sembra invece che la decisione di anticipare l’applicazione dell’art. 38 si intoni perfettamente allo spirito dell’articolo stesso e che essa non contrasti con le finalità della proposta britannica, quale è stata da noi interpretata sulla base delle ripetute dichiarazioni di Eden che cioè essa non avrebbe dovuto intralciare lo sviluppo normale della Comunità europea . "} {"filename":"2d898421-5ed6-4929-a1ae-ca630400e716.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Al «Luxemburger Post». Tutte le forze sane d’Europa sono volte verso il Lussemburgo ove il 10 agosto sarà messo in opera il Piano Schuman. Politici ed economisti hanno illustrato i vantaggi di tale forma di collaborazione, ma l’avvenimento trascende gli intendimenti dei tecnici poiché segna un passo avanti verso la realizzazione della unità europea di cui i popoli sentono la necessità per la salvaguardia dei loro più vitali interessi materiali e morali. Formuliamo dunque i nostri voti perché giunga a noi dal Lussemburgo la certezza in un migliore avvenire di unione, di pace e di libertà. "} {"filename":"ac03406d-5e07-46f0-a4e8-6e42d142c841.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Le tue dichiarazioni verbali a Bunker e agli altri vanno riassunte in una breve dichiarazione scritta diretta ai tre in cui si dica di aver preso atto della iniziativa e del memorandum, di confermare le proprie favorevoli disposizioni a cercare con gli slavi la soluzione della linea etnica continua considerando però, in confronto dei tre, sempre impegnativa la dichiarazione del 48. Per la forma mi rimetto alla pratica degli uffici. "} {"filename":"0d1c83f8-1c52-46e0-8d35-e522b2f032b5.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Come avviene solitamente, la stampa estera e nazionale precorre gli sviluppi del problema giuliano, preannunziando soluzioni più o meno immediate e accettazioni o ripulse. Non sarà male ricordare che nessuna ripresa di contatti è ancora avvenuta fra il governo italiano e quello jugoslavo, che nessuna nuova proposta è stata formulata, nessuna soluzione ventilata. La questione è al punto in cui gli assaggi tentati alcuni mesi fa la avevano lasciata; solo che le tre Potenze occidentali che portano la responsabilità del Trattato hanno sentita finalmente la necessità che nuovi contatti vengano ripresi per trovare un accordo. L’atteggiamento del governo italiano è sempre quello espresso nel comunicato di Londra. Di fronte agli alleati, garanti del Trattato, affermazione della validità della Dichiarazione tripartita; di fronte alla Jugoslavia disposizione a cercarne un’applicazione che segua più che possibile una discriminazione etnica, una linea cioè che salvaguardi l’esistenza degli italiani della zona B incorporandoli nella nostra vita nazionale. È noto che nessuna pratica soluzione affiorò finora dai sondaggi i quali anzi rivelano nell’altra parte un atteggiamento intransigente. Attendiamo ora serenamente gli ulteriori sviluppi della nuova iniziativa; ma non è da ritenere ch’essi siano particolarmente rapidi e facili. Mettiamo frattanto i lettori in guardia contro tendenziose anticipazioni. Per i giornali di domattina. Sentire possibilmente Esteri . "} {"filename":"bb28f379-c8fe-44c0-b9e4-c4d7fc5dc91e.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Tito ha fatto delle dichiarazioni celebrando in una festa anniversaria i progressi della sua marina. Ciò spiega in qualche misura il tono delle sue parole; ma niente può giustificare l’insultante diffida che esse contengono. Gli uomini di stato che «abitano la costa in faccia» stanno congiungendo i loro sforzi [e quelli] delle altre Potenze europee per garantire la pace e trovare una soluzione equa e concordata di tutte le differenze che ancora sussistono. Quest’opera ricostruttiva può implicare una minaccia per le «frontiere nettamente definite» della Jugoslavia? Nessuno pensa a metterle in causa, in quanto sono definite dai Trattati. Le differenze esistono circa la sorte definitiva del «Territorio libero di Trieste», affidato provvisoriamente ad una amministrazione militare con un mandato internazionale; ma anche per queste differenze gli uomini «della costa di fronte» si appellano non alle forze militari che essi hanno riorganizzato per far fronte contro un’eventuale aggressione, ma alla ragionevole interpretazione del Trattato di pace e alla doverosa solidarietà di chi ha la responsabilità di applicarle. Qui giova la buona volontà, non l’allarme aggressivo, che suona in verità in stridente contrasto con la preoccupazione occidentale degli Stati membri della Nato e della Comunità europea, intesi a proteggere la libertà dei popoli democratici e inoltre anche l’indipendenza della Jugoslavia. In quanto alle parole attribuite al vice ammiraglio, preferisco supporre che egli non le abbia pronunciate, perché esse sono tanto false e ingiuriose da non meritare una risposta da uomini responsabili. "} {"filename":"8e1ce4e4-2011-4c1b-97b1-2720ce661a85.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Sono veramente soddisfatto del lavoro compiuto a Lussemburgo e Strasburgo . Usciti dalla fase delle enunciazioni teoriche siamo decisamente entrati in quella dell’attuazione pratica, sicuri di rispondere al voto di tutti gli uomini liberi di Europa e con l’appoggio morale di tutti gli spiriti liberi del mondo. Pur nel fervore di queste attività e di questi dibattiti europei, il mio pensiero non si è distolto dalla questione del Territorio libero di Trieste. Ho avuto modo di avere utili scambi di vedute con i ministri degli esteri di Francia e Gran Bretagna, il che mi ha consentito di fare il punto sulla situazione alla vigilia di altri incontri internazionali. Ho fiducia che la nostra linea di condotta, pacata e obbiettiva, non mancherà di influenzare le Cancellerie. Il problema va affrontato. Il rinvio è dannoso alla causa dei rapporti italo-iugoslavi e a quelli superiori dell’Europa. Se non fosse possibile trovare una soluzione concordata, i nostri rapporti in sede internazionale verrebbero ovviamente influenzati dalla dichiarazione tripartita del marzo 1948, per la cui applicazione noi abbiamo altre volte affermato, e confermiamo, che siamo disposti ad accettare anche un plebiscito da realizzarsi entro breve tempo e con tutte le garanzie democratiche. […] "} {"filename":"38b8830e-1b8c-42b0-8efd-d412cbb2dc59.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"C’è in corso un’azione da parte degli Alleati, azione che doveva essere discreta persuasiva e lasciata maturare nel riserbo e in un’atmosfera di reciproca intesa. Ora Tito ha rotto i vetri ed ha messo in pubblico tutto, cioè credo tutto, poiché io non sono stato messo al corrente dei dettagli. Oggi questa azione alleata – ripeto – è in corso. Dato che io ho avuto occasione di precisare il pensiero italiano nei recenti colloqui, e posto che le dichiarazioni di Tito hanno provocato delle precisazioni da parte della stampa italiana, per il momento non c’è altro da dire. "} {"filename":"82f9bce3-f162-4b78-9ca5-fd8584c5e969.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"La ringrazio, Signor Borgomastro, delle parole da Lei pronunziate e sono profondamente lieto di aver avuto occasione di visitare e di essere ospitato in questa città di Colonia per tanti vincoli legata alla storia occidentale ed a quella italiana ed alla quale il nome del Cancelliere federale è strettamente legato dai lunghi anni della sua fiorente amministrazione. Il nome della vostra città è ben noto in Italia, e particolare risonanza ha avuto nel mio Paese la celebrazione del 1900° anniversario della sua fondazione e le alte parole rievocatrici che hanno risuonato nella «Kölner Gürzenich» da parte del Bundespräsident Heuss e del Bundeskanzler Adenauer. A sottolineare gli stretti legami che la uniscono all’Italia fu invitato e prese parte a tali celebrazioni un rappresentante della città di Roma. Colonia è posta sulle rive del Reno – ha tratto da questo fiume millenario fin dai più antichi tempi l’impulso alla sua funzione europea di grande centro di scambi culturali e commerciali. Colonia ha grandemente sofferto dell’immane flagello della guerra, ma già questa città appare risorta dalle sue rovine ed avviata ad un avvenire degno del suo grande passato. Formulo pertanto per il suo avvenire e per Lei personalmente, Signor Borgomastro, i voti più fervidi miei e del mio Paese. "} {"filename":"734ea26b-8b32-43d0-8874-ee9d8a154074.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Credo davvero che arriveremo a costituire l’Europa Unita… Siamo in fase prefederale, l’accordo sui principi, ciò esiste, e occorre ora definire e perfezionare i particolari. Poi, i parlamenti dovranno decidere; si tratta di decisioni della massima importanza perché la comunità europea comporta limitazioni delle sovranità nazionali. La costituzione dell’Europa dovrà essere elastica, non rigida, l’Unione Europea non dovrà essere un circolo chiuso. È stato chiesto a questo punto all’on. De Gasperi se egli ritenesse opportuno l’ingresso nella comunità europea della Spagna, del Portogallo, della Jugoslavia, di paesi insomma a regime autoritario. Il presidente del Consiglio ha risposto che il problema va posto in altri termini: Occorre cioè, anzitutto unire gli sforzi sinceramente democratici dell’Europa. Poi si vedrà. Quest’unione democratica è essenziale perché è necessaria una linea ideologica comune, anche perché – egli ha aggiunto – non si può parlare di lotta al comunismo senza ideali e con un’economia divisa, spezzettata. Ed inoltre – ha avvertito l’on. De Gasperi – è indispensabile che la pace sia prima fra noi. La collaborazione fra le democrazie si realizza in uno sforzo inteso ad evitare, soprattutto, che la gioventù divenga preda di ideologie estremiste, ha detto il presidente del Consiglio e in risposta ad altra domanda ha affermato che invece essa sarà con l’Europa unita se noi tutti dimostreremo di saper agire con concretezza. Egli ha poi detto di ritenere che la ratifica italiana del trattato per la CED potrà avvenire prima delle prossime elezioni, comunque noi non saremo gli ultimi. Questa unione europea – ha detto infine il presidente del Consiglio rispondendo a una domanda – non minaccia in alcun modo l’Unione Sovietica. Interrogato poi circa il problema della Saar, il presidente del Consiglio ha detto che non si deve parlare di mediazione italiana, prima perché non ve n’è bisogno, secondo perché noi non ne abbiamo il diritto. L’Italia e gli altri Paesi dell’Europa possono contribuire alla soluzione del problema della Saar creando un’atmosfera di comprensione e di conciliazione nella quale essa sia possibile, senza necessità di mediazioni o di interventi. Ad un’altra domanda l’on. De Gasperi ha risposto che non esiste alcuna analogia fra il problema di Trieste e quello della Saar. Per la Saar, egli ha ricordato che la questione presenta difficoltà prevalentemente economiche mentre si riconosce naturalmente da tutti che politicamente ed etnicamente fa parte del mondo culturale tedesco. Quanto a Trieste, si tratta di definire il carattere del territorio, cioè di dire se esso deve essere italiano o jugoslavo. L’on. De Gasperi ha rievocato le diverse fasi del problema e ha riaffermato che l’Italia è favorevole alla linea etnica continuativa; il plebiscito può essere accettato subordinatamente, ma solo con tutte le garanzie democratiche. La proposta di un condominio italo-jugoslavo è inaccettabile. Infine l’on. De Gasperi ha espresso la sua ammirazione per la constatazione degli sforzi ricostruttivi, e della disciplina del popolo tedesco. Egli si è detto certo che il popolo tedesco si varrà di queste sue doti per la comune opera di costruzione dell’Europa. [25 settembre 1952] Telegramma di congedo dalla frontiera tedesca ASMAE, DGAP, 1950-1957, b. 89. De Gasperi scrive ad Adenauer ringraziandolo per l’accoglienza. Nel momento di lasciare il territorio della Repubblica Federale tengo ad esprimere a V.E. la mia gratitudine per la calorosa accoglienza che mi è stata riservata. Gli scambi di idee che ho potuto aver con Lei, Signor Cancelliere Federale, e con i membri del suo Governo mi hanno permesso di constatare ancora una volta come i rapporti tra i nostri due Paesi siano improntati a fiducia ed a collaborazione reciproche nell’interesse dei due Popoli e per la più rapida realizzazione degli ideali di una Comunità europea. Vorrei anche esprimere a Lei personalmente ed alla Sua gentile figliuola il più cordiale ringraziamento, mio e di mia moglie, per l’amicizia dimostrataci e le cortesie usateci, che resteranno per noi ricordo incancellabile di questo viaggio. Nel pregarla di voler far pervenire l’espressione della mia gratitudine ai Signori Membri del Suo Governo ed a tutti coloro che così cortesemente si sono adoperati per rendere tanto gradita la mia permanenza nella Repubblica Federale, Le porgo, Signor Cancelliere Federale, i miei migliori auguri per l’avvenire e il benessere del popolo tedesco e per la felicità Sua e dei Suoi cari. "} {"filename":"0856ef3a-8154-42a7-9d91-a6c71a49c190.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Telegramma ministeriale n° 9671\/C. Il rinvio di una settimana per prevista riunione rappresentanti governi per compilazione questionari può permettere nuovo utile scambio di idee con Francia allo scopo facilitare avvicinamento tesi che fino a questo momento sono apparse in contrasto circa estensione da dare a questionari stessi. Da parte nostra comprendiamo talune perplessità e diffidenze francesi causate anche da motivi politici, ma riteniamo d’altra parte che non si possa retrocedere da posizione chiaramente raggiunta in decisione comune presa al Lussemburgo allorché i sei Paesi definirono esattamente compito da affidare ad Assemblea ad hoc. Questa Assemblea dovrà provvedere a formazione di una bozza di trattato per creazione della Comunità Politica Europea. Circa organi, pensiamo quindi che questionari non debbono limitarsi, come invece indica progetto francese, a sola formazione et competenza della futura Assemblea ma dovranno estendersi invece anche a poteri esecutivo giudiziario come indicato, ad esempio, nel progetto tedesco. Per raggiungimento di un’intesa, non escludiamo possibilità di una presentazione a carattere progressivo e non vogliamo porre i Francesi oggi dinanzi ad una alternativa ma non intendiamo naturalmente ritornare a posizioni di 5 mesi fa. Prego V.E. adoperarsi in tal senso informandone Cavalletti che da Bruxelles deve avere oggi raggiunto Parigi. "} {"filename":"2a8c7540-64f4-457f-a4d4-fe661d6ecb69.txt","exact_year":1952,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Desidero associarmi alle considerazioni fatte dal Sig. Langet sul paragrafo 44\/46. Prima di tutto però mi associo anche ai ringraziamenti per il Segretario generale per l’eccellente rapporto che ci ha sottomesso sulle complesse attività che sotto la sua direzione molto efficace si sono svolte in seno alla NATO dopo la seduta del consiglio a Lisbona e sui risultati molto incoraggianti di tali attività. Ho appreso con un interesse del tutto particolare ciò che il segretario generale ci ha relazionato su questo soggetto. Mi permetto di ricordare a tale proposito che già durante la seduta del Consiglio di Ottawa ho avuto l’onore di attirare l’attenzione dei miei colleghi sulla necessità che il problema di ciò che è chiamato «political warfare» sia esaminato con la massima attenzione. Già allora era evidente in effetti che questo problema era destinato a divenire d’attualità ogni giorno di più. È stato in effetti evocato anche nel corso delle riunioni di Roma e Lisbona. In quest’ultima occasione il governo italiano si riservò di sottomettere al consiglio il proprio punto di vista, cosa che ha fatto con il suo memorandum dell’8 settembre 1952. Devo dire tuttavia che ho l’impressione che i seguenti lavori in seno alla NATO su questi problemi non hanno tenuto sufficientemente in conto le proposte contenute nel memorandum italiano né alcune proposte presentate da altre delegazioni. Il rapporto del segretario generale di cui ora discutiamo, così come il rapporto del gruppo di lavoro per la politica di informazione approvato dal Consiglio dei rappresentanti permanenti dimostrano la collaborazione e lo scambio reciproco nell’ambito ristretto dell’informazione. Questi aspetti della politica di informazione hanno certamente dei vantaggi e trovano la loro giustificazione nella convinzione oggi felicemente molto diffusa che sia necessaria un’azione efficace per riunire i popoli della NATO attorno agli ideali della Comunità atlantica. Tuttavia non posso mancare di attirare tutta l’attenzione del Consiglio sulla necessità di studiare nello stesso tempo la questione di una vera difesa psicologica. A tale proposito il governo italiano desidera riaffermare che è convinto dei vantaggi che offrirebbe l’istituzione in seno alla NATO di un centro per così dire motore, e ordinatore, del Political Warfare. Il governo italiano desidera nel contempo precisare a tale riguardo che è d’accordo con gli altri governi nel riconoscere che ogni governo deve restare libero di decidere se e in quale misura esso può impegnarsi in un’azione di propaganda e contropropaganda, tenuto conto anche delle caratteristiche politiche, economiche e psicologiche proprie del suo popolo. Pertanto siamo dell’avviso che non bisogna trascurare il fatto dimostrato dalla recente esperienza che la propaganda sovietica riesce ad approfittare di certune riunioni internazionali che hanno luogo nei paesi NATO. Desidero citare a titolo d’esempio il congresso della Croce rossa tenutosi a Toronto, durante il quale si è assistito a un attacco di propaganda massiccia e preordinata da parte dei paesi satelliti sulla questione della cosiddetta guerra batteriologica. Altre esperienze hanno dimostrato anche che un paese non può operare da solo nell’ambito della difesa psicologica, altrimenti i suoi sforzi sarebbero resi sterili dalla mancanza di cooperazione da parte degli altri paesi e sarebbe quindi esposto a essere preso di mira in maniera particolare dalla critica degli avversari. Citerei in proposito le conferenze economiche di Mosca e Pechino, oltre a un Congresso per la pace a Vienna che si stanno aprendo in questi giorni. Per quanto riguarda quest’ultimo devo sottolineare che il governo italiano sembra essere il solo, se le mie informazioni sono esatte, che abbia preso delle misure concrete per evitare o almeno limitare la partecipazione dei propri residenti alla suddetta manifestazione. Il governo italiano crede quindi che non si possa negare che si debba seguire una politica comune almeno di fronte a manifestazioni internazionali di propaganda di una certa portata e che si dovrebbe stabilire fra i paesi della NATO un coordinamento per quanto riguarda certe manifestazioni comuniste a carattere ormai periodico, e in particolare quelle che sono legate al cosiddetto movimento mondiale per la pace. Dato che il rapporto del gruppo di lavoro per la politica di informazione prevede che questo d’ora in avanti dovrà trasformarsi in un forum permanente per scambi di opinione e consultazioni in tale materia, il governo italiano si riserva di riprendere la questione in seno al gruppo di lavoro. Grazie. "} {"filename":"5a387847-611c-438a-8042-9a5cef9ccc5b.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Signor presidente, onorevoli colleghi, credo che potrò essere breve dopo i discorsi di questa giornata, discorsi che sono conclusivi. Vorrei osservare da principio che delle obiezioni e delle accuse che sono state lanciate contro il governo e contro di me in particolare durante il dibattito, mi hanno colpito non quelle più o meno ingiuriose o quelle che più insinuavano delle deficienze nel mio riguardo o nell’indirizzo politico, ma specialmente quella che mi è venuta da un partito di estrema destra, quando l’onorevole Roberti, se ho ben capito, ha detto al nostro indirizzo: «negano con i fatti l’ideologia nella quale hanno creduto e agiscono in opposizione all’ideale che hanno proclamato» . Questa accusa che viene da parte neofascista contro coloro che si sono battuti, e contro di me in particolare che mi sono battuto, per la libertà e la democrazia, in tempi difficili contro il fascismo, mi ha ferito più profondamente che ogni altra accusa, perché accetto rimproveri, valutazioni e sottovalutazioni di ogni genere, ma quello che mi pare impossibile accettare, che è contrario a tutto l’indirizzo, all’aspirazione della mia vita, è che si dica che volontariamente, di proposito, io tenda all’antidemocrazia o possa scivolare verso la dittatura. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra). Vi è stata qui addirittura una vivisezione, una anatomizzazione delle proposte della maggioranza e soprattutto del progetto del governo. L’onorevole Bettiol ha già riassunto la lunghezza e la profondità del dibattito in cifre, che non voglio ripetere; ma è chiaro a tutti, al paese e a voi, onorevoli colleghi, se interrogate la vostra coscienza e la vostra memoria, che il governo ha pazientato per settimane e settimane, che non ha mai pensato di intervenire con la questione di fiducia, benché il progetto fosse stato presentato dal governo stesso, che il governo è intervenuto solo all’ultimo momento, quando ha avuto l’impressione che il continuare l’ostruzionismo come si faceva, non solo avrebbe fatto scadere i termini, rendendo nulla la legge, ma soprattutto creava quella atmosfera pericolosa che qui ebbe delle drammatiche dimostrazioni e manifestazioni, e fuori aveva delle ripercussioni delle quali ogni governo responsabile doveva preoccuparsi. Solo allora siamo intervenuti con una impostazione di fiducia; e siamo intervenuti perché ci trovavamo dinanzi, non ad un rallentamento della macchina, ma già al sabotaggio, all’insabbiamento della macchina. E noi non avevamo un’altra alternativa, onorevoli colleghi, tranne la resa senza condizioni innanzi all’abuso del regolamento, innanzi alla negazione del principio, che è fondamentale per la convivenza fra maggioranza e minoranza, e cioè che la minoranza ha diritto alla critica e la maggioranza ha diritto alla decisione. (Approvazioni a sinistra, al centro e a destra). Stamane, in tono molto commovente dinanzi alla cui sincerità mi inchino, l’onorevole Costa ha ricordato gli esempi di un grande paese, cioè la resistenza di O’Connell ; ha ricordato un grande campione cattolico, quasi che la gloria di O’Connell sia consistita nell’ostruzionismo e non in altre cose. Non è che O’Connell sia stato riabilitato dalla storia per l’ostruzionismo, ma è stato riabilitato per ben altri meriti, meriti eroici di fronte alla sua nazione. Ma poiché l’onorevole Costa ha ricordato questo grande paese che in tutta la storia parlamentare italiana si cita sempre a titolo di esempio quando si fa riferimento alla storia delle libere istituzioni inglesi, vorrei ricordare anche che l’Inghilterra ha avuto il più grande esempio a proposito di lotta contro l’ostruzionismo, ed è quello di Gladstone , il quale ricorse a quella che poi si chiamò la «ghigliottina», ossia una formula preclusiva di ben altra gravità e di minor rischio di quello che può rappresentare l’imposizione del voto di fiducia. Di fronte al quale, se voi parlate di imposizione o di brutalità, vi è da rispondere che vi è anche, sull’altro piatto della bilancia, la caduta del governo e la rinunzia ad un programma, o eventualmente all’attuazione di questo programma. Ma è poi vero, onorevole Costa, che l’ostruzionismo ha sempre vinto e che vi è stata sempre una riabilitazione storica di coloro che hanno fatto l’ostruzionismo? Esaminiamo un po’ la storia. Specialmente noi più anziani ricordiamo quello che è avvenuto qui nel 1922 e nel 1923. È avvenuto che abbiamo combattuto contro il fascismo per la libertà e abbiamo sofferto per la libertà. Domandiamoci ora se il fatto del preesistente ostruzionismo, non una volta sola, in un solo periodo, il fatto in genere del metodo parlamentare poco serio, non abbia contribuito in altri periodi della vita italiana a quella svalutazione del Parlamento per cui fu facile e rimase impunita l’ingiuria dell’«aula sorda e grigia» o del «bivacco dei manipoli» . Vorrei dire che al di là (e prego gli onorevoli colleghi dell’estrema sinistra e dell’estrema destra di prendere atto di questa mia precisazione), che al di là delle intenzioni dei promotori vi è, come conseguenza dello ostruzionismo, una svalutazione, uno spregio che si radica nell’opinione pubblica: nasce il facile plauso a chi si crea un nuovo diritto rivoluzionario, e si manifesta il fermento della violenza che corrode ogni autorità e disciplina. Come mai qui si osa opporre la democrazia alla disciplina? La democrazia è autodisciplina e la libertà è il rispetto della legge: al di fuori della legge non vi è libertà. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). Onorevoli colleghi, mi spiace di non poter sempre reagire alle vostre interruzioni, poiché non tutte arrivano alle mie orecchie. Comunque sia, vorrei che prendeste atto, lo crediate o non lo crediate, che ho agito veramente per la fede nel sistema democratico e nel regime parlamentare. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra). Ho l’intima e profonda convinzione che se il governo in questo momento non fosse intervenuto, il regime parlamentare sarebbe entrato in una malattia grave, in coma, forse. (Vivi applausi a sinistra, al centro e a destra). Ciò indipendentemente dalle intenzioni e dai propositi di coloro che l’ostruzionismo hanno avviato e hanno continuato, e che forse non volevano continuare fino agli estremi a cui è arrivato. Io vi domando se è possibile ancora pensare ad un ostruzionismo rallentatore. Quando si rallenta una macchina, potrà essere una questione di diminuzione del rendimento, ma essa continua a funzionare. Ma insabbiare significa sabotare. Non esiste in Italia, dite voi, altro sfogo, altra maniera, altro ricorso. Ma, io vi dico, voi avete la trafila di due Camere equipollenti, in una delle quali non abbiamo nemmeno la maggioranza assoluta come partiti di centro e meno della maggioranza come partito di governo. Ed esiste un altro appello, l’appello al popolo, perché quando si fanno le elezioni è al popolo che ci si rivolge. (Applausi a sinistra, al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). Egregi colleghi, qualunque sia il vostro giudizio sulla legge, potete chiamarla come volete voi, ma non potete negare questo: che la decisione viene presa a maggioranza assoluta, ci vuole la maggioranza per lo schieramento, e che solo lo schieramento che raggiunge la maggioranza assoluta avrà una maggiorazione dei propri seggi. L’onorevole Corbino ieri, dopo avere valutato argomenti pro e contra, ha finito col decidere di non decidere, cioè di ritirarsi, di non partecipare alla votazione. Io rispetto il travaglio della sua coscienza, del suo temperamento, ma quello che è certo è che se egli fosse al governo così non potrebbe agire, perché il governo è responsabile davanti al paese. E davanti alla Camera si dà come ostaggio attraverso la posizione del voto di fiducia. Si dice che noi, in questa impostazione, ci poniamo, forse, al di là di quel punto che desideriamo che cioè siamo su un piano inclinato. Tra coloro che lo dicono vi è anche qualcuno in buona fede. È vero. Ne sono consapevole e sono preoccupato di questo. Ma io vi dico che qui si tratta di una procedura che in certi momenti – come questo – è doverosa, certamente lecita, ma non è normale: è usata in un momento anormale e straordinario, dinanzi a un procedimento straordinario. (Applausi al centro e a destra). La procedura normale dell’attività parlamentare è quella che si fonda su due princìpi, su due criteri, ai quali ho prima accennato: libero controllo e discussione per tutti e decisione da parte della maggioranza. Quando questi due criteri vengono seguiti siamo sul binario giusto, normale, e non occorre allora ricorrere ad altri mezzi. Ma che cosa vuol dire questo? Vuol dire che non è vero che non abbiamo la consapevolezza dei limiti di questo atteggiamento e di questa impostazione e che non sentiamo, nella nostra coscienza, i limiti stessi che ci vengono imposti. È inutile creare degli spauracchi, è inutile dire che potremmo applicare lo stesso metodo all’intera legge sindacale o alla legge sulla stampa: sì, se voi userete il vostro metodo di ostruzionismo (vivissimi applausi al centro e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra); no, in caso di normalità. Tutto dipende dalla premessa. Noi riteniamo, io ritengo fermissimamente, che il regime parlamentare non si salva se non si accetta la procedura normale, cioè se non si rinuncia all’ostruzionismo. Non è vero che l’ostruzionismo sia lecito! È spiegabile in qualche caso estremo, ma è sempre un qualche cosa di rivoluzionario, contro l’ordine della Camera. Ora, chi si assume la responsabilità di applicare rivoluzionariamente questo metodo, si trova ad imporre una alternativa: o la resa, la capitolazione (il che vuol dire l’indebolimento del regime parlamentare e l’annullamento del criterio democratico) oppure la resistenza, una resistenza che può anche assumere delle forme straordinarie, purché sia fondata su un principio di fiducia, su un principio essenzialmente democratico. Voi dite: dov’è questo limite? Chi può tirare una linea per impedire lo scivolamento su quel piano inclinato? Rispondo: quando vi saranno delle regole; e l’esperienza gioverà anche per porre delle norme nel futuro regolamento, perché spero che si trarranno da questa esperienza i dovuti ammaestramenti. Cosa rispondete quando qualcuno vorrebbe – come la Costituzione stabilisce – introdurre delle regole per la limitazione dello sciopero, comunque per regolare e rendere normale la procedura dello sciopero? Cosa rispondete? Che bisogna lasciare alla coscienza operaia la decisione. Ma se così è per voi, perché volete negare a dei democratici la coscienza anche del limite, in questa misura? (Applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra). Ho sentito con stupore l’esposizione – o la perorazione – fatta con molta eleganza e con molta vibrazione dall’onorevole Basso, quando ha messo in dubbio la nostra coscienza democratica, specialmente perché noi apparteniamo alla zona cristiana, direi, della concezione politica. Ma ritenete voi di sbrigare la classificazione, la nomenclatura degli schieramenti semplicemente con questa parola: clericale? E credete di essere moderni, credete di rendervi conto dell’evoluzione? (Vivi applausi al centro e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra). Ma siete ancora ai tempi di Gambetta ! Muovetevi un po’, venite al passo col secolo XX! (Applausi al centro e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra). Quando i cattolici andarono sull’Aventino insieme con i socialisti , quando fecero dimostrazione antifascista e si separarono da Mussolini in nome della libertà, voi credete che sia stato un incidente, semplicemente un fatto contingente di gara per il potere? No! Il loro atteggiamento fu dettato dalla loro coscienza, contro tutti i vantaggi che attribuiva loro la situazione, ed essi agirono per moralità, per vera coscienza. E non è un fatto isolato, non è una contingenza storica isolata, no, è una evoluzione che voi dovete considerare e che trovate da per tutto, in tutti i paesi europei. Voi trovate dei cattolici ammodernati, vicini ai socialisti, nella ricostruzione sociale e anche nella difesa della libertà. Pensate al Belgio! Quando non volete prendere atto di queste realtà, venite fuori con accuse come quelle dell’onorevole Basso, e accusate di avere aperto la strada al fascismo e al nazismo coloro che ne sono stati le vittime. Brüning cadde, e in realtà provocò la reazione nazista perché fece la riforma agraria! Questo voi mettete come antesignano del nazismo! Ma che storia è mai questa che il marxismo storico vi fa esprimere? Che storia è questa? Voi attribuite malafede a tutta la Repubblica di Weimar, dove i socialisti e i cattolici collaborarono insieme per difendere la democrazia, che cadde poi sotto la spinta nazionalistica! Ma che razza di storia fate voi, negando queste realtà! Perfino i poveri austriaci, senza dubbio commisero allora degli errori, come Dollfuss; ma è gente che pagò con la vita gli errori fatti: furono le vittime degli oppressori! Prendetene atto, egregi colleghi. Prendete atto che vi è stato per noi e per tutti un processo di chiarificazione negli ultimi decenni, un processo di chiarificazione e di assestamento fra autorità e libertà e soprattutto nei rapporti con le classi popolari. Prendetene atto, altrimenti sbagliate classifica e sbagliate anche schieramento. Il 1° febbraio 1952, quando il governo pose analogamente la questione di fiducia in relazione al disegno di legge per la revisione del trattamento economico dei dipendenti statali, io dissi parole che quasi potrei ripetere oggi: «tutto per il governo nel suo programma, nella sua attività si unisce e si collega. Perciò non possiamo partire dal punto di vista di una fiducia mancata o alternata o eventualmente condizionata». Questo mio precedente è chiarissimo. Mi sia permesso di ricordare analoghi precedenti della prassi parlamentare francese. L’onorevole Togliatti ha detto che i precedenti risalgono anche alla Monarchia e allo scudiscio da caccia del re; ma io parlo dei precedenti della Repubblica francese, dell’ultima Repubblica, che ha lo stesso statuto fondamentale e, direi, quasi letteralmente eguale al nostro, nei princìpi fondamentali. In Francia, dal 1947 ad oggi, si sono avuti almeno 11 casi, in cui la questione di fiducia è stata posta in relazione ad un progetto di legge, anzi in relazione a progetti spesso non limitati ad un solo articolo di legge, bensì contenenti un numeroso complesso di norme. Amici miei, sapete perché in Francia vi si ricorre così spesso? Non già per capriccio, né per una degenerazione della democrazia. In Francia, in mancanza di una maggioranza, che si formi, di caso in caso, ragionevolmente, sopra un dato problema, si è costretti a impostare spesso la fiducia. E volete che noi non ricorriamo mai a questo, soprattutto quando non ne abusiamo? Aiutateci a fondare una maggioranza stabile. Del resto, forse è lecito – mi pare che l’abbia fatto già qualche altro – citare anche l’onorevole Laconi, il quale nella seduta del 6 marzo 1951, quando il governo pose la fiducia sull’ordine del giorno Bettiol, fece questa dichiarazione: «però noi non riteniamo in modo assoluto che il governo non possa proporre alla Camera la questione di fiducia quando e dove lo voglia; anzi riteniamo che, in qualunque circostanza, su qualunque disegno di legge, su qualunque oggetto di voto, che sia posto dinanzi alla Camera, il governo abbia la facoltà di porre la questione di fiducia. Il governo può porre la questione di fiducia su di una mozione, come su di un ordine del giorno, come su di un emendamento, come può dire: “se spostate magari una virgola, io me ne vado; e faccio dipendere da questo la vostra fiducia nel governo”» . Il governo, quindi, non ha commesso abuso, ma ha esercitato un diritto e, direi, soprattutto ha assolto ad un dovere. Ora, mi pare che basti su questo, e parliamo delle due accuse principali: legge sul referendum e istituzione della Corte costituzionale. La critica riguardante la legge sul referendum è irrilevante per un duplice motivo. Temo assai che almeno la maggior parte dei colleghi non abbia presente il testo approvato dalle due Camere, perché ho l’impressione che se ne traggano illazioni assolutamente inapplicabili. Pertanto sarà opportuno ricordare di che cosa si tratta ed a quali condizioni si può indire il referendum. La garanzia del referendum, che invocate come la chiave di volta della situazione, anche se oggi potesse entrare in vigore, sarebbe comunque praticamente inoperante nei confronti di questo disegno di legge elettorale, e ve lo dimostro. Ai sensi dell’articolo 12 del disegno di legge sul referendum nel testo già approvato dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica , è tassativamente stabilito che il referendum non solo non può essere indetto se non dopo la complessa procedura della verifica delle 500 mila firme dichiarate regolari e dopo la sentenza favorevole della Corte di cassazione a sezioni unite sull’ammissibilità costituzionale, ma inoltre non può essere effettuato se non in un giorno compreso tra il novantesimo ed il centottantesimo successivo alla data del decreto di indizione, ossia evidentemente, molto tempo dopo la data delle elezioni politiche. Ma non basta, perché, ai termini dello stesso articolo 12, il referendum non potrà effettuarsi se non sia decorso almeno un anno dalla data di ultima convocazione dei comizi elettorali per l’elezione delle Camere, cioè in parole povere non sarebbe prevedibilmente applicabile contro la legge elettorale prima del 1955. Quindi vedete che le vostre speranze sono nulle e non potete rimproverarci di avervi derubato di uno strumento che in realtà oggi non vi serve e che, eventualmente, potrà servirvi domani. D’altro canto voi non potete negare che nelle elezioni generali è insito un principio di referendum. Quando noi facciamo le elezioni, in realtà domandiamo al popolo la stessa fiducia che domandiamo a voi e questa fiducia riguarda anche le questioni che si dibattono: quindi riguarda anche la legge elettorale. Comunque, le elezioni rappresentano la sanatoria e proprio per questo non avreste dovuto ricorrere all’ostruzionismo; perché noi adoperiamo questo strumento per affrontare il verdetto del popolo, non per creare uno strumento di tirannia. Ora vengo a parlare della Corte costituzionale. Osservo che il governo ha presentato tempestivamente il progetto il 5 aprile 1949. Mi si è detto che nella Commissione ormai si è arrivati ad una deliberazione e che prossimamente il progetto potrà essere ridiscusso dalla Camera. Il governo non ha obiezioni da muovere contro la Corte costituzionale; però non può per suo conto fare delle pressioni. Voi sapete che la questione che si dibatte fra Camera e Senato è quella su una certa formula a proposito della nomina dei giudici. Il governo, naturalmente, deve limitare la sua ingerenza in questa questione, e voi ne farete la prova fra pochi giorni, quando il progetto verrà qui in discussione. Il governo è pronto a dare i suoi buoni uffici per mettere d’accordo le due Camere. Questo vi dico onestamente e chiaramente. Se volete prenderne atto, prendetene atto, se no continuate le vostre discussioni. (Applausi al centro e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra). Devo farvi ora una confessione sulla vera ragione del perché abbiamo presentato questa legge di riforma elettorale. Forse non ve n’è bisogno perché io altrove, durante le discussioni feriali, ho già accennato a questo argomento. Lo abbiamo fatto perché qui abbiamo visto quello che sembrava poter essere presagio soltanto: abbiamo visto il congiungimento delle due ali, delle due estreme. (Applausi a sinistra, al centro e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra e all’estrema destra). In queste mie parole non vi sono insinuazioni né contro la destra, perché si mescola con la sinistra, né contro la sinistra, perché si mescola con la destra: conosco benissimo le distinzioni nelle origini, nelle finalità, nella procedura. Dico che questo fatto del congiungimento, del sincronismo e della collaborazione spontanea e naturale – si è visto lo stesso argomento essere ripetuto da una parte e dall’altra – questo fatto prefigura e fa presagire quello che sarebbe lo schieramento parlamentare in un Parlamento futuro che fosse eletto con la proporzionale. Noi abbiamo avuto – e del resto basta pensare a quello che avviene in altri paesi – la preoccupazione che due ali, l’una pure in forte contrasto con l’altra, potessero unirsi nella negazione, nel dire di no, nel rendere impossibile un governo, o nel rendergli difficile la vita; che si creasse così anche in Italia una situazione che spesso si manifesta altrove: la paralisi del regime parlamentare. Per questo siamo ricorsi a questa legge. (Applausi a sinistra, al centro e a destra). Ed abbiamo detto: dinanzi al pericolo del congiungimento delle due ali, bisogna rafforzare il centro democratico. Questa è la ragione, perché, altrimenti, la decadenza parlamentare, la paralisi parlamentare avrebbe aperto la strada alle avventure e alle reazioni, reazione di qua o reazione di là, in tutti i casi una reazione mortale per tutta l’Italia. Perciò abbiamo detto che bisogna rafforzare il centro. Ma lo abbiamo fatto rispettando il principio di maggioranza, della maggioranza nazionale. Ci siamo imposti dei limiti, siamo rimasti lontani ancora dalla maggioranza qualificata per una revisione costituzionale. Ce li siamo imposti perché non vogliamo far nascere inutili preoccupazioni. Ma bisognava concentrare e radunare tutte le forze democratiche, senza riserva. Dico che bisognava radunarle: e badate che già all’atto stesso della presentazione di questa legge ho detto chiaro che noi non vogliamo creare cristallizzazioni: oggi, i quattro partiti che si possono chiamare democratici senza riserve sono quelli che vi ho nominato: domani ce ne potranno essere degli altri, verso sinistra o verso destra (commenti all’estrema sinistra); sono pronto ad accettarli. Abbiamo messo per condizione soltanto di avere la massima cautela e preoccupazione, perché dovremo essere tutti d’accordo per qualsiasi ulteriore allargamento, perché tranquillo deve essere il nostro senso democratico e bandita ogni preoccupazione in questo senso. È vero che avremmo potuto ricorrere al collegio uninominale. Io personalmente, vi confesso, avrei delle preferenze per il collegio uninominale; preferenze suggeritemi da recenti esperienze della vita e forse anche dovute al fatto che, essendo il collegio uninominale remoto, i difetti del sistema non si vedono: si vedono, invece, i difetti del sistema attuale; sono abbastanza ragionevole per comprendere che possa avvenire questo fenomeno. Comunque, avremmo potuto ricorrere al collegio uninominale. E allora avrei visto con curiosità entrare in lotta l’onorevole Nenni e tutti coloro che ricordano il lungo periodo glorioso del collegio uninominale, che ha permesso alla borghesia italiana prima e ai partiti proletari poi di conquistare dei seggi e crearsi a mano a mano una forza politica: li avrei visti pescare gli stessi argomenti per le polemiche anche contro questa proposta. Ma il collegio uninominale avrebbe supposto un riassestamento dei partiti, ciò che è difficile in questo momento. E allora, invece del maggioritario puro, che per tanti anni, da un secolo, ha potuto agire in Italia e da tanti anni agisce in altri paesi, invece del sistema maggioritario puro, che con il collegio uninominale porta non già al dimezzamento degli elettori – come voi avete dato ad intendere ai vostri «agitprop» – ma all’annullamento della metà meno uno di fronte alla metà più uno (eppure ciascuno ha l’uguaglianza del diritto), invece di ricorrere a questo sistema maggioritario puro, noi abbiamo introdotto una maggioranza ridotta in favore dello schieramento che nella nazione avrà raggiunto la maggioranza assoluta dei voti. È forse, questa, una legge così mostruosa, così assurda da giustificare la vostra retorica o il vostro ostruzionismo? Abbiamo fatto questo tentativo aperto ed onesto di conciliare il principio di maggioranza con la massima rappresentatività delle minoranze, uno sforzo per chiamare alla collaborazione più partiti e permettere una evoluzione e una reciproca comprensione fra correnti diverse e contrastanti, purché democratiche: impresa di cui io prevedo la difficoltà, perché veniamo da diverse origini, abbiamo mentalità in parte diverse; ma abbiamo una finalità tutti, senza dubbio: il bene del popolo; e sui mezzi potremo sempre discutere. Abbiamo tutti fede in questa impresa difficile, e sapete perché: perché speriamo nella ragionevolezza, nel buon senso, nelle possibilità evolutive della democrazia e nella forza educativa della libertà. (Applausi a sinistra, al centro e a destra). Onorevoli colleghi, la fiducia che vi ho chiesto a nome del governo è un mezzo, uno strumento per riaffermare la vostra fede nell’avvenire del Parlamento e nella vitalità della democrazia.(Vivissimi, prolungati applausi a sinistra, al centro e a destra – I deputati di questi settori si levano in piedi – Rinnovati, vivissimi applausi). "} {"filename":"6552a047-0d17-4db4-a364-f56d494a5d2c.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Ho l’onore di comunicare al Senato che il governo ha preso tutte le disposizioni di partecipazione che, in occasione di lutto, sono di norma protocollare per un capo dello Stato e che, nello stesso spirito di umanità che è alla base della civile convivenza tra gli Stati e al di fuori di ogni giudizio, rimesso alla polemica o alla storia, si associa ora anche a questa manifestazione del Parlamento nazionale. 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Il ministro dei Trasporti aveva tempestivamente reso noto – e chiaramente confermato poi in una riunione di tutti i rappresentanti sindacali avvenuta nel suo ufficio il 10 settembre dello scorso anno – che non era possibile aderire a tali richieste dei Sindacati sia per l’entità della cifra, sia per il disavanzo dell’esercizio ferroviario, sia perché l’aumento ai ferrovieri avrebbe reso inevitabile un aumento generale per tutti gli statali. Aveva anche fatto notare che, in aggiunta alle notevoli concessioni da lui fatte per particolari indennità nell’ambito del suo potere discrezionale (concessioni che superano oggi i due miliardi) avrebbe per suo conto aderito a ritoccare, in sede dei quadri di classificazione, il trattamento economico delle categorie più disagiate per una somma globale che non superasse i due miliardi, somma che egli avrebbe chiesto al ministro del Tesoro. I vostri Sindacati, però, respingevano questa proposta del ministro e provocavano invece le due suaccennate agitazioni. In proseguo di tempo veniva affrontato tutto il complesso problema degli statali e si preparava la legge di delega. Ma i vostri Sindacati non si arrendevano davanti ad un provvedimento che sarebbe stato discusso dalle Camere e che impegnava il governo a risolvere i problemi principali tra cui quello della unificazione delle voci del trattamento economico e promuovevano invece il terzo sciopero ferroviario della durata di ben 48 ore (12-13 scorso mese) basandolo, questa volta, sulla richiesta di un acconto come se il proposto acconto mensile di lire cinquemila non importasse, per i soli ferrovieri, un nuovo aggravio di oltre 10 miliardi annui che dovevano pur essere autorizzati e finanziati con legge del Parlamento. È mio obbligo avvertirvi che ora state ripetendo lo stesso errore. I due miliardi di cui aveva fatto parola il ministro non esistevano, né stanno ora a sua disposizione per qualunque uso, ma rappresentavano una spesa che si doveva preventivare ed autorizzare con legge, onde venire incontro ai più disagiati. Autorizzazione naturalmente che non venne chiesta alle Camere quando voi, rifiutando l’offerta, rompeste ogni trattativa entrando in sciopero. Si ripetè dunque la stessa situazione. Il governo non può deliberare una nuova spesa senza coprirla con una nuova entrata, e spese ed entrate debbono essere deliberate dal Parlamento ed il nuovo Parlamento è convocato per il 25 giugno. Lo spingere i ferrovieri ed in genere i dipendenti dello Stato a gravi manifestazioni nell’intento di forzare il governo a fare ciò che non ha assolutamente facoltà di fare, è condurli su un binario falso. Si è invece accennato al decreto legge, ma anche questa forma, assolutamente inusitata per spese e relativi finanziamenti, esigerebbe la convocazione delle Camere sciolte, in piena campagna elettorale. Ho voluto rispondere diffusamente per dissuadervi dal ricorrere a misure che non potrebbero mai cambiare una situazione oggettivamente configurata e comunicarvi che mentre il governo è disposto a promuovere innanzi al futuro Parlamento la legge di delega con tutti i connessi miglioramenti, oggi non è in grado, senza le Camere, di anticiparne gli effetti. "} {"filename":"ed0a152b-80fd-4105-8e7a-ea97d7cd9fe6.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Quello che posso dirvi oggi è che sono fiero come italiano della esemplare prova di civismo che abbiamo offerto al mondo con la partecipazione a queste elezioni. L’altissima percentuale dei votanti, la calma e l’ordine delle votazioni, la consapevolezza e il senso di responsabilità dell’elettorato sono una dimostrazione di maturità democratica che io sono certo sarà confermata dal risultato delle votazioni. "} {"filename":"829672c9-6532-4538-be90-83dea8efc418.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"L’on. De Gasperi ha detto di essersi recato nella sede della Direzione per esprimere, come presidente del Consiglio nazionale, il suo ringraziamento per l’apporto intelligente ed entusiastico dato dai dirigenti, dai militanti, dai propagandisti della Dc alla vittoria. Il presidente del Consiglio ha ricordato l’impegno, la tenacia e il coraggio con cui la Dc ha affrontato e confutato la campagna di denigrazione condotta dagli avversari, ed ha anche rilevato come la battaglia abbia rinsaldato l’unità e la compattezza del partito e dei cattolici italiani. L’on. De Gasperi ha aggiunto che, dinanzi al risultato elettorale, non mancherà taluno che avanzerà critiche e riserve verso la legge elettorale e lo sforzo che fu sostenuto per giungere alla sua approvazione nelle due Camere. Era difficile prevedere che la legge non divenisse operativa ed infatti si è dimostrato che soltanto per un lieve scarto di voti non si è raggiunto il quorum, ma la legge è stata in qualche modo ugualmente operante, perché l’aver fissato la meta ha significato tendere tutte le nostre energie per conseguire il maggiore risultato possibile. Sono stati soprattutto i reparti dei guastatori, le formazioni elettorali di Parri e di Corbino a disperdere voti preziosi . Del resto ci eravamo proposti l’obiettivo di allargare le basi della democrazia, di sostenere delle correnti che rappresentano o movimenti di antica tradizione o movimenti di avvenire, movimenti tutti che sotto una comune direttiva potessero costituire una ragione di progresso e di consolidamento della democrazia. A questo punto il presidente ha rilevato come i partiti collegati avessero con un appello comune ribadito una loro piattaforma non solo politica, sulla quale convergevano. Egli ha ricordato infatti che nell’appello si faceva esplicito riferimento ai valori eterni del Cristianesimo che sono alla base della civiltà. Quindi l’on. De Gasperi ha rivolto la sua cordiale espressione di saluto e di augurio all’on. Gonella, tra i vivi applausi dei presenti. Procedendo nell’esame dei risultati elettorali egli ha successivamente rilevato la esattezza dell’impostazione della Dc che aveva sempre ammonito l’opinione pubblica sulla consistenza del pericolo comunista. Era dunque la nostra affermazione corrispondente alla realtà, mentre era propaganda poco responsabile quella dell’estrema destra che cercava di minimizzare la portata, per conseguire scopi interessati, sia pure a costo di mettere a repentaglio la stabilità della democrazia italiana e l’avvenire del nostro popolo. Il presidente del Consiglio ha quindi osservato che lo strumento preminente della vittoria democratica è stata l’unità dei democratici cristiani e dei cattolici italiani ed ha rivolto un ringraziamento ai dirigenti e ai militanti delle forze cattoliche che hanno indirizzato tra l’altro i loro sforzi affinché il popolo italiano facesse fronte, in modo consapevole, compatto e responsabile al dovere civico del voto. Se qualcuno mi chiedesse qual è stata l’esperienza più amara di questa campagna elettorale, risponderei che è stata la lotta nel Mezzogiorno, non certo per il contatto che abbiamo avuto con il generoso, nobile e laborioso popolo meridionale, ma per l’atteggiamento di certa classe dirigente del Sud, erede di una tradizione secolare di trascuratezza. Sono stati spesso gli scorporati che hanno fatto appello al sentimento monarchico delle popolazioni per difendere e riconquistare la terra che più non hanno. Noi saremmo stati pronti ad ascoltare critiche e suggerimenti mirati a migliorare il grandioso sforzo di rinascita che è in corso attraverso l’attuazione dei provvedimenti della Cassa del Mezzogiorno. Ma essi hanno invece negato ogni merito del governo, hanno negato le cifre e i dati statistici che noi abbiamo presentato. Per il popolo del Mezzogiorno seguiteremo a lavorare con indefessa tenacia, ma quella classe dirigente ha tra l’altro la responsabilità di aver permesso con il proprio anticomunismo verbale l’ingresso alla Camera di deputati in più dell’estrema sinistra, che non vi sarebbero pervenuti se la dispersione dei voti da loro determinata non avesse impedito il raggiungimento del quorum. Se mi chiedeste poi qual è stata l’esperienza più confortante della campagna elettorale, risponderei che è stato lo spettacolo di vedere tante folle di giovani partecipare con entusiasmo ai nostri comizi e alla nostra battaglia. Questa è la mia gloria, la mia speranza e la mia fede; il loro evviva non lo sentivo tanto diretto alla mia persona, quanto alla nostra idea, al nostro programma, alla Democrazia cristiana. "} {"filename":"100282a1-1663-4546-aaa4-6f18afc6357e.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Questi colloqui non sono delle semplici cerimonie. Che nel comunicato si dica che io ho fatto al capo dello Stato una particolareggiata relazione vuol dire che ho fatto una esposizione dettagliata sulle fondamenta del governo, cioè il programma e gli organi esecutivi che poi sono gli uomini . Tutti questi elementi costitutivi li ho esposti al presidente della Repubblica. Non ho tralasciato di dire tutto quello che di positivo e negativo potessi dire in modo che il capo dello Stato avesse l’impressione esatta dell’incarico che mi dava. È dopo ciò che ho dichiarato di accettare l’incarico. "} {"filename":"d7026751-3ce8-48e1-8b81-a41feeae5d3b.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Col suo intervento intende dare alcune spiegazioni in merito al discorso programmatico fatto in Parlamento . Innanzi tutto ringrazia i collaboratori di questo governo e i ministri uscenti. Sottolinea che qualunque decisione deve considerarsi al di sopra delle persone, e spera che nessuno pensi o creda che le sue idee siano cambiate. La situazione come si era venuta a creare esigeva che nessun elemento polemico venisse ad aggravare ciò che era già grave. Per questo era necessario approvare la legge elettorale, proprio per le minacce del comunismo e per i riflessi nel campo internazionale nel quale l’Italia è nella posizione che non si deve dimenticare. Passando poi al programma del governo sottolinea che è un programma di progresso sociale ed a suo avviso è tale che qualunque altra persona designata potrebbe presentarlo. Il complesso delle attività e delle opere non poteva essere più vasto. Senza dubbio gli italiani con le elezioni del 7 giugno hanno chiesto che si continuasse l’opera dei precedenti governi – che è la gloria della Dc – salvo eventuali rettifiche che solo l’esperienza e alcune critiche possono suggerire. Ma l’opera deve essere continuata, specie nei confronti del Mezzogiorno. Per quanto riguarda i partiti minori non poteva che attendersi la fiducia, esistendo il patto del 19 novembre 1952 , ed inoltre essendo essi già a conoscenza del programma della Dc. Ricorda, in proposito, che fin dal 1947 ha cercato ed auspicato la collaborazione dei partiti minori. In verità non riesce – come d’altra parte non riusciva a pensare – malgrado l’atteggiamento di Saragat ancor prima dell’accettazione del reincarico, a un voto di sfiducia. A questo punto non rimaneva che attuare il programma Dc benché questo rappresenti lo sforzo massimo rivolto ad organizzare il lavoro che il governo dovrà compiere nell’attuale situazione interna ed internazionale. Riferendosi poi ai problemi internazionali, sostiene che le sue recenti dichiarazioni in merito all’invito alla Jugoslavia da parte dell’America le abbia fatte per le destre. Quelle stesse parole le avrebbe dette ugualmente poiché la questione di Trieste è a cuore soprattutto alla Dc. Per quanto riguarda poi le sinistre è sicuro che la Dc non cadrà mai nel gioco di Nenni. Non è da dimenticare poi l’opera svolta dalla Dc per la realizzazione della Comunità europea. Riferendosi ai problemi internazionali l’Italia ha interesse a svolgere una politica che eviti all’Europa di chiudersi nell’ambito continentale e di ripiombare in conflitti interni. Non è possibile che siano soltanto i 3 grandi a decidere il nostro destino. (Vivi applausi). Precisa quindi cha la sua dichiarazione non si riferisce soltanto all’invito rivolto ai rappresentanti jugoslavi ma al metodo seguito. È giunto ora il momento che l’Italia può parlare, e questo solo perché oggi l’Italia è alla testa delle altra nazioni. Dal suo discorso può apparire un periodo di transizione. Esiste infatti una condizione di transizione ed è ben quella che richiede oggi una politica di adattamento. L’Italia deve essere difesa e bisogna fare ogni sforzo per difendere la pace e giungere alla distensione generale. Se questo sforzo sarà compiuto l’Italia sarà la prima a beneficiare ed allora altri elementi di giudizio e altre possibilità potranno determinarsi per la soluzione dei problemi interni. Tiene a far presente che il problema fondamentale per la soluzione della crisi non era «come costituire il governo», ma «come trovare la maggioranza per portare a termine il programma», il quale è aderente agli interessi, alle esigenze e alle possibilità attuali, condizionato dalla situazione economica, dalle strutture sociali del paese e dal suo collocamento nella vita internazionale. Sottolinea il proposito del governo di assorbire nelle disposizioni di riforma del Codice Penale le leggi speciali di difesa delle istituzioni democratiche e quello di assicurare rapidamente una amministrazione corretta e imparziale, una vigile tutela dell’autorità dello Stato contro ogni tentativo di sovvertimento. Inoltre intende sottolineare che nella formulazione del programma ha tenuto presente il programma formulato da Saragat insieme ai partiti minori. Ribadisce comunque che la collaborazione di questi ultimi è stata voluta e sollecitata. Afferma quindi che il programma poteva essere più vasto nell’attuale situazione parlamentare, un governo non poteva presentare un programma più realistico e costruttivo. Proprio per realizzare tale impegno programmatico desiderava la partecipazione dei gruppi politici che sottoscrissero il già accennato accordo del novembre 1952. Non è dell’avviso che l’interpretazione del voto del 7 giugno porterebbe ad altre conclusioni. La Dc sente di corrispondere alla richieste degli 11 milioni di voti. Ma poiché vi è un nesso tra la situazione interna e quella internazionale, è bene attendere l’evoluzione di quest’ultima la quale convaliderà la nostra opinione. Intanto una cosa è certa e cioè che il paese ha bisogno di un governo. In proposito ricorda che sempre la Dc nei momenti più difficili si è assunta il compito di difendere la libertà e una democrazia aperta al progresso, corrispondente ai princìpi della Costituzione, tesa alla pace nella sicurezza internazionale. Proprio per tutto questo la Dc, oggi, può pretendere almeno un voto di fiducia che significhi se non altro benevola attesa verso la Dc stessa. Sappiamo bene che la Dc dovrà sostenere altre lotte. Le collaborazioni parlamentari e ministeriali sono sempre risultanza di una conciliazione. Questa però presuppone: 1)che tutti siano concordi e sicuri sul metodo democratico da seguire senza riserve e senza ipoteche; 2)che non esistano vincoli internazionali verso Stati-guida al di fuori dell’Italia; 3)che l’opera di collaborazione ministeriale non venga sabotata da operazioni di masse o di organizzazione. Questa conciliazione suppone una fiducia che non esiste a causa dell’esperienza fatta. Vi sono delle differenze profonde di impostazione superabili solo in momenti di comune pericolo o di effettiva pacificazione internazionale. Ma oggi non siamo né in pace né in guerra. Riferendosi poi ai monarchici si chiede se proprio esiste la necessità di negare la fiducia e quindi rovesciare il governo. Sperano forse di dividere la Dc? Se c’è persona alcuna sicura di tenere compatto il gruppo risponda. Ribadisce che la Dc deve essere compatta e deve combattere per l’Italia. Afferma che non ha nulla da rammaricarsi per l’opera fin qui svolta. Per quanto riguarda il dibattito in Aula sulle comunicaz.[ioni] del gov.[erno], se pur per Saragat e Vigorelli negare la fiducia non significhi votare contro, non sa come si svolgerà e quale sarà il voto. Conclude dicendo: credo che anche da altri settori si dovrebbe riconoscere la funzione di equilibrio che la Dc esercita nell’interesse del paese. È al paese che bisogna sempre guardare. "} {"filename":"a7032ad9-4824-49cf-a7f4-8e4552b8036e.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"[Sono stato alla segreteria del partito negli anni di fondazione e della formulazione programmatica ; come uomo di governo parlai il linguaggio che si conveniva a un uditore nazionale, ma in tali occasioni e più spesso tra voi diedi rilievo allo spirito che ci anima, alle idee che ci guidano. Credo quindi superfluo risalire ai princìpi basilari. Ma alcune osservazioni che ho scritto, meditando un po’ sugli ulteriori avvenimenti, vi daranno modo di giudicare quale sarebbe nel partito la sua linea di condotta e di metodo] . Il partito è una formazione basata sulla comunanza delle idee e delle finalità politiche. Il partito agisce per approfondire e sviluppare tali idee politiche, e come strumento per raggiungere tali finalità. Esso si può definire totalitario quando tenda a concentrare in sé e dominare ogni forza spirituale, culturale, economica e assorbire ogni energia organizzata e creativa. Esso si può chiamare integralista, se si fonda su una concezione organica di tutta la vita sociale; ma, anche in tal caso, esso accetta e suppone la pluralità delle forze spirituali e sociali, e si attribuisce solo compiti specificatamente politici. Noi siamo pluralisti, in quanto contiamo sulla presenza delle forze spirituali della religione e della cultura, che chiamiamo civiltà con le sue tradizioni e coi suoi istituti, e concepiamo tale civiltà come un flusso secolare che si muove con un ritmo che supera la contingenza politica; e sentiamo, di fronte a questa fiumana, i limiti dell’intervento politico. Ma anche nel settore politico proprio, cioè in quello dello Stato, il partito come lo intendiamo si sente parte di un tutto, al servizio di questo tutto, che è in prima linea la famiglia nazionale con le sue esigenze vitali economiche e sociali. Questo modo di concepire il partito è conseguenza dell’accettazione leale e definitiva del sistema democratico. La dialettica di questo sistema dimostra anacronistica ogni concezione totalitaria. La difesa della libertà esclude ogni indulgenza verso la dittatura. Il regime parlamentare democratico ci difende anche all’interno contro una eccessiva coalizione di partito. La Costituzione stabilisce che il mandato parlamentare non debba essere sottoposto a vincoli preventivi. Ora la necessità di conciliare la fedeltà alle direttive del partito e l’efficacia del voto, con la responsabilità del mandato, rappresenta un criterio limite che un partito non può trascurare. Infine altri organismi, sociali o professionali – quali i sindacati, le società finanziarie ed economiche – nel loro campo specifico rappresentano per i partiti pluralisti garanzie di limite e di libertà. Premesso tutto ciò, per dimostrare l’infondatezza dell’accusa totalitaria contro la Dc riaffermiamo pure: 1)Un partito che vuole influire sul destino del paese, deve tendere a costituire solo o in concorso con altri affini una solida maggioranza; 2)Un partito che si componga della rappresentanza di interessi molteplici, che tende a conciliare nel progresso e nel rinnovamento, deve inspirarsi ad una concezione sociale integrale della vita, essere ispirato da un idealismo e da una fede irremovibile, pronta al sacrificio, aperta alla fraternità. Non c’è nessuna fonte più abbondante e pura del Vangelo, sentito e predicato; 3)Questa fede integrale si concilia con la tolleranza civile, cioè con la leale attuazione della Costituzione per quanto riguarda le pubbliche e private libertà e con un costume di convivenza, rispettoso di ogni fede sincera e onestamente professata. Senza dubbio a tale metodo di vita ci ha condotto l’evoluzione storica; ma non occorre derivarlo da presupposti filosofici; quando esso è ormai una norma indispensabile per la pacifica e progrediente comunità democratica; 4)Un partito che inalbera la bandiera della libertà, cioè delle autonomie, deve trovare i modi di temperare la necessità dell’unità con il senso di responsabilità personale e con i doveri del mandato. Di qui l’esigenza di rispettare la competenza dei corpi rappresentativi, e soprattutto del Parlamento, e di tener conto degli interessi economici e sindacali; 5)Ma, concesso tutto questo, un partito che intende rispettare così varie sfere di autonome attività, che si compone di varie tendenze e classi, se vuole creare nel paese una base solida per la democrazia e per il libero sviluppo degli interessi, deve saper agire disciplinatamente e compattamente. Una spinta unitaria è assolutamente indispensabile, un senso profondo di solidarietà è presupposto assoluto di ogni successo; 6)Siamo innanzi a un formidabile tentativo di conquista, perseguito metodicamente e tenacemente. Si guardi in faccia alla realtà. La distensione, cioè la pacifica convivenza, si raggiunge tra forze attive che hanno toccato un certo equilibrio, non fra una formidabile formazione organica e aggressiva da una parte e un aggregato di vociferatori o scettici, individualisti o egoisti dall’altra. Bisogna opporre organizzazione a organizzazione, disciplina a disciplina; 7)Chiediamo quindi un irrobustimento del partito. Quanti condividono il nostro programma e lo considerano adatto alla vittoria democratica, diano il loro nome alle Sezioni e si sottopongano al piccolo sacrificio democratico della subordinazione e della discussione; 8)Nel partito è indispensabile spirito di combattimento, unità all’interno, forza di conquista verso l’esterno; 9)Bisogna che tutti i militanti del partito contribuiscano al potenziamento della stampa della Democrazia cristiana; 10) Nel partito bisogna fondarsi sulle convinzioni, fare appello alla concezione integralista dei giovani, confidare sullo slancio del sacrificio, battersi sotto la bandiera della libertà e dell’idea cristiana. Nei corpi rappresentativi, nei Comuni, nelle Regioni, nel Parlamento bisogna allargare la base della collaborazione fino ai confini della democrazia e della Costituzione. Qui la nostra bandiera deve fondersi con la bandiera della patria che vogliamo grande e libera; 11) In quanto agli altri partiti c’è un grosso equivoco da chiarire. Si usa dire (e lo si afferma talvolta con amichevole intenzione) che, taluno molto autorevole ha scritto, la maggior parte dei voti attribuiti alla Dc provengono da persone non aderenti al suo programma. Ma come lo dimostra? L’ultima legge elettorale era fatta apposta per classificare ogni elettore secondo il suo colore politico. Quale fu il risultato? 12) Se si intende riferirsi al rapporto fra votanti e iscritti, basterà osservare che questo è un fenomeno universale. Perfino il Partito comunista e quello fascista mostravano una notevole differenza; ciò in ogni caso vale per tutti i partiti italiani attuali. Comunque se una qualche parte degli undici milioni ha votato per ragioni di opportunità contingenti, pur avendo la possibilità di manifestare integralmente le sue preferenze, vuol dire che tali ragioni contingenti, che si sarebbero fatte valere ad ogni elezione negli ultimi anni sono molto forti, anzi prevalenti. Torno a tale argomento, perché questo presupposto ha portato qualche partito minore a credere di poter pescare in acque, che riteneva neutre, e che invece si confermarono nostre. L’on. De Gasperi, riferendosi quindi ai problemi sociali, osservò che conveniva studiare lo sviluppo del programma cattolico nel Belgio ove nacque e maturò il concetto della libertà di fronte all’accentramento patrocinato dalla rivoluzione. I cattolici del secolo XIX che, spinti dalla concorrenza del socialismo accentratore e mossi anche da necessità sociali, cercarono affannosamente un sistema di integrale intervento statale, dal corporativismo sistematico e organico alle assicurazioni sociali germaniche, si urtarono sempre di fronte a questo contrasto, alla necessità di un limite per salvare la libertà spirituale, madre di tutte le libertà civili. I poteri e le competenze dello Statoprovvidenza crebbero fatalmente e inevitabilmente; ma trovarono un limite nelle libertà locali e personali, limite che forse non sarebbe mai stato varcato senza l’accentramento dei poteri e degli organi portato dalle guerre. Il regime militare prepara e giustifica il regime accentratore che agevolmente sbocca nella dittatura. Di qui la concentrazione dei poteri chiesta da Lenin per il partito, fonte di ogni autorità, padrone assoluto di ogni proprietà «strumento della dittatura del proletariato» (Questioni del Leninismo, I, 91) e la necessità da lui proclamata «di una disciplina ferrea confinante con la disciplina militare» (Q.L. 43) e la «completa subordinazione del gruppo parlamentare». Di fronte al successo comunista in alcuni paesi, ottenuto sempre in mezzo o per mezzo della guerra civile e alla minaccia in certi altri, gruppi più avanzati di cattolici risentono lo spasimo dell’Ottocento, e cercano di opporre sistema a sistema, immaginano una palingenesi sociale, una riforma totale della vita, anche nei suoi aspetti religiosi e culturali. Ma qui conviene anzitutto osservare che tale palingenesi non può avvenire a mezzo di un partito che sia un organismo non totalitario, ma un organo sia pure importante nella pluralità degli altri organi e istituti sociali. Non è lecito, come è avvenuto in una certa fase della Democrazia cristiana di Murri , di contrabbandare attraverso l’attività politica un’opera di altro carattere. Qui si tratta di distinguere le responsabilità. Il partito, cioè il movimento politico, può ritrarre vantaggio e ispirazione da ogni onesto sforzo culturale diretto a scrutare le leggi della vita sociale, ma il partito non è né una palestra aristotelica né una missione socratica. Tuttavia dobbiamo stare in guardia contro le inconsapevoli contaminazioni. Ad esempio, talvolta certo linguaggio sindacalista fa supporre che il cattolico che parla abbia fatto sua la teoria marxista del plus-valore sui salari, tal altra nella difesa del principio della proprietà si va tanto oltre da svalutarne il concetto sociale; ma più spesso si sente che, voluto o no, vi è sotto il presupposto che il materialismo storico sia davvero un punto di partenza ormai accettato, che cioè la vita sociale sia determinata prevalentemente dall’economia, cioè dal modo di produzione dei beni materiali. Mentre il primo dogma del marxismo sull’esistenza della sola materia in trasformazione (materialismo dialettico) ha subito parecchie attenuazioni, questo secondo del determinismo economico ha molti aspetti suggestivi, e sembra trovare conferma anche nella vita sociale presente, troppo meccanizzata e materializzata. Da qui l’altro derivato che la classe sia una discriminazione in rapporto alla produzione. Lentamente si scivola così nella dialettica marxista. Apprezzo altamente l’opera sindacale, ma è da ritenere che nessuno sforzo organizzato, nessun atteggiamento tattico in concorrenza col comunismo può portare al successo, senza che a un certo momento avvenga una chiarificazione e una affermazione di principio. Qual è il nostro travaglio: fare una politica veramente sociale, una Repubblica fondata sul lavoro salvaguardando però la libertà spirituale e politica senza correre il rischio della dittatura del proletariato. Quando leggiamo in Lenin che «la dittatura del proletariato è necessaria», che la vittoria sulla borghesia è impossibile senza una guerra lunga, tenace, disperata (Esprimismo, in Q.L. II, 552), in Stalin (Q.S. 218) che «che non ci si può chiamare marxisti se non si sostiene apertamente e senza riserve la prima dittatura proletaria del mondo», quale, secondo tali maestri venerati e ascoltati, è il concetto che il comunismo inculca contro le riforme e le attività parlamentari, quale secondo Lenin, la funzione dei sindacati, il compito dei riformatori in presenza di un forte Partito comunista, si fa estremamente difficile. L’on. De Gasperi a questo punto osserva che il programma sociale cristiano consente le più profonde e giuste realizzazioni per rendere giustizia ai lavoratori. Il problema però è di avere garanzie sufficienti per la libertà nel progresso sociale. E la principale garanzia è la nostra forza, la forza del partito, forza organizzativa, alimentata dalla fedeltà ai princìpi e da una intensa vita interiore. "} {"filename":"78e9e4db-ef57-4735-847d-311716671474.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Propone di passare l’o.d.g. alla nuova Direzione perché lo esamini e si pronunzi. [Segue l’intervento del proponente Pastore, che asserisce: «la presentazione dell’o.d.g. non è occasionale. Al di là del merito lo spirito dell’o.d.g. vuol significare che la nuova Direzione a differenza del passato si interessi direttamente nel senso di favorire le classi lavoratrici»]. Legge l’o.d.g. relativo al Congresso nazionale e osserva come si fa a impegnare la nuova Direzione e fare un Congresso fra due mesi? Diciamo prima possibile, magari entro la prossima primavera. […]. Bisogna distinguere due cose: quello che deve essere il Congresso e quello che giudicherà l’opinione pubblica. (Dà appuntamento al prossimo Congresso a tutti i suoi avversari perché è sicuro di vincere). Crede al valore del Congresso, ma non si venga a dire che un Congresso fissa dei programmi. I partiti si dirigono. Comunque egli vota contro per il Congresso al 15 gennaio e se la proposta passa non si conti su di lui come segretario politico. […]. Questo non è mandato di fiducia, è diffidenza. Allora cercate una direzione di transizione, allora non cercate me! [Mariano Rumor «propone che la prossima sessione del CN fissi la data del Congresso»] . Chiudo con un ultima parola e poi non ne parlerò più. Mi sono fatto un caso di coscienza quando si è parlato di entrare nella Direzione. Qui tutta la verità non si è detta, soprattutto non la si è potuta dire nei riguardi della situazione finanziaria del partito. Però sui giornali avversari sono state stampate cifre che non sono molto lontane dalla verità. Io penso che prima preoccupazione di un segretario debba essere quella di esaminare come risolvere la situazione finanziaria, per la vitalizzazione del partito. Bisogna considerare inoltre che il Congresso rappresenta una notevole spesa. Lasciatemi quindi risolvere, almeno datemi la possibilità di pensare come provvedere per la risoluzione di questi problemi un po’ alla volta. Non so se le organizzazioni sindacali sono talmente ferrate economicamente da poter fare progetti così sicuri, a date stabilite in calendario. Beate loro! Certamente però tali progetti non possiamo farli noi, col nostro ceto medio e con la nostra piccola borghesia, non abituati al sacrificio. Io così non so come finanziare il partito. Inoltre una nuova Direzione deve prendere contatto con i singoli Comitati provinciali. Bisogna vedere che risultati avranno questi nostri contatti dopo la crisi passata e nella attuale situazione parlamentare. Voi guardate al Congresso come se tutto fosse tranquillo. Il Congresso va fatto, ma bisogna farlo al momento opportuno. La fiducia che mi accordate non può essere condizionata a un così breve periodo di tempo, altrimenti può sembrare che vogliate mettermi una tagliola sulla strada. Ed allora io vi dico: «arrivederci al Congresso. Ci vengo anch’io. Perché mi dovrei mettere in queste difficoltà». A voi sindacalisti riesce facile, perché voi siete indipendenti nel vostro «clan». Eppure voi qui intervenite e cercate d’imporre i vostri criteri. Ed allora mettiamoci alla pari. Io credo che o riusciamo ad intenderci sul problema sindacale, o altrimenti non c’è Congresso al mondo che porti all’unità del partito. Perché è vero che il partito ha bisogno dei lavoratori, ma è anche vero che certe volte gli interessi sono contraddittori e che immensa è la difficoltà per il partito di mantenere i voti nella Camera di una destra economica che è rappresentata da pochi uomini, ma con un gruppo di centro di medi, con i quali pure bisogna cercare uno spirito conciliativo. E non possiamo quindi assumere l’impegno di risolvere i problemi solo da un punto di vista. Se non credete che io sia l’uomo per questa situazione, sceglietene un altro. Ma vi confesso che alla mia età non sono fatto per i Congressi e non posso espormi a dovere preparare assolutamente entro tre mesi un Congresso. Ci sono tanti, più giovani di me, per preparare il Congresso. Cercatevi allora un segretario giovane che possa mettere tutto il suo zelo anche nel girare l’Italia e lasciate da parte i cosiddetti autorevoli, ormai in congedo, che ormai hanno prestato nel partito un lavoro sufficiente . [Giovanni Gronchi reagisce contro una frase di De Gasperi che ha parlato di «tagliola». Egli non crede di meritare questo sospetto; comunque finché lo statuto impone il Congresso egli reclamerà che lo si celebri]. Ho distinto fra le due cose: fra le tue intenzioni e quello che dice il pubblico. La tagliola era riferita al giudizio del pubblico . [Seguono le votazioni del nuovo segretario politico e la nomina di De Gasperi] . In precedenza della votazione aveva dichiarato che subordinava la sua accettazione all’esame della compagine direzionale che risulterà eletta domani. "} {"filename":"61df04dd-888c-40ab-b108-f3c53d798346.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"[La] Conferenza di Londra è fatta per il caso Tito nel timore di un conflitto (intervento della Russia). Favore inglese ad una conferenza a 4 o a 5 (Francia). Spiega che l’azione precedente era indirizzata ad evitare pregiudizi della zona B. Teme i risultati di una conferenza a 4 la quale [si] potrebbe concludere con la caduta del Trattato e con garanzie a Tito, che le reclama e che l’Italia non andrà oltre la zona A. Il governo ha chiesto che la Conferenza non defletta dal primitivo scopo di evitare quanto si teme. Continua facendo delle osservazioni e riflessioni sulla questione concludendo [ed] esprimendo l’avviso che la Direzione è opportuno non intervenga con un suo comunicato per lasciare libertà completa al governo, direttamente interessato. Situazione molto difficile che presuppone molta abilità da parte del governo e aiuto della Provvidenza. Anche i gruppi debbono limitarsi ad appoggiare il governo e limitare le discussioni e le dichiarazioni. L’idea che ci deve ispirare è quella di tendere alla soluzione senza sparare un colpo di fucile. Per noi è ovvio riaffermare l’unità ed è ovvia la nostra solidarietà col governo. Esamina le prospettive e afferma che la legge presentata dal governo sia esaminata e approvata con rapidità. Osserva che la nostra posizione una volta a Trieste al posto delle truppe alleate è primamente «atlantica». Siamo sul piano giusto della nostra politica e dei postulati nazionali. Ad ogni modo: 1)favorire la preparazione della legge sulla CED; 2)non far critiche sulla tattica del governo . "} {"filename":"32f57711-f002-4cf1-a268-c518883e5d0a.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Conclude la discussione accennando ai rapporti con il mondo ecclesiastico. Ricorda che dopo la enciclica Rerum Novarum, dieci anni dopo è uscita quella che correggeva certe illazioni che si erano tratte. Quando parlano gli ecclesiastici parlano di princìpi ma parlano anche di sentimenti e con generosità. Non toccano però il senso giuridico delle questioni. Gli ostacoli naturali che nella nostra esperienza abbiamo riscontrato non sono da loro conosciuti e non è neanche necessario che li conoscano. Bisogna pertanto distinguere fra la libertà di esprimere giudizi e l’obbligo giuridico di attuazione. Come partito possiamo fare diversamente? No, noi non siamo un altro governo e non abbiamo gli strumenti dei quali egli dispone. Vogliamo sostituirlo? Un ufficio legislativo può dare suggerimenti generici, ma il partito non può non limitarsi che a dare un indirizzo e a dare la sensazione al governo che lo seguiamo. Pella aveva promesso di esporre al gruppo il suo programma economico-sociale. Non lo ha fatto per gli impedimenti sopraggiunti ma ciò dimostra la sua intenzione di adeguarsi. Comunque la funzione specifica del partito in questo momento è quella di assistere Pella, spingerlo [e] orientarlo, invitandolo alle nostre sedute, però bisogna evitare di far rendere conto diretto ad un partito che non ha la maggioranza assoluta alla Camera. CED . Intendeva significare che [per evitare] di fronte all’opinione internazionale che l’Italia non voglia far nulla, occorreva dare una prova della nostra volontà di camminare da quella parte anche perché ciò può diventare una forza a favore della situazione di Trieste, la quale è coperta dal Patto atlantico. Pastore . Va bene, vedremo di avere con lui dei contatti che sollecita anche con la sua lettera che non aveva ancora letto. Interclassismo . Noi soggiacciamo all’iniziativa socialcomunista da parecchi mesi. Come bilanciamo? Con una azione di governo la quale non ha potuto esplicarsi. È difficile toglierla di mano ora. In queste situazioni generali teme dovremo affrontare il C.[onsiglio] n.[azionale]. Occorre che si eviti che la discussione avvenga in contraddittorio senza canali. Occorre trovare argomenti concreti ad evitare se possibile questa eventualità. Se ne parlerà nella prossima adunanza. "} {"filename":"d23e80d6-2580-4951-bd9b-868a689cea39.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Un saluto vi voglio fare, ma anche una confessione: sono felice di essere evaso, anche per poco, da una atmosfera di sospetti verso questa atmosfera di limpida chiarezza come la vostra ove opere monumentali si alzano verso il cielo a testimoniare lo spirito costruttivo e l’energia di uomini che hanno fondato la vostra regione. Creare lo statuto siciliano, amici, fu faticoso ma più faticoso fu creare la Regione applicando lo statuto. La fatica di questo inserimento del nuovo nel vecchio l’abbiamo sofferta insieme. Insieme abbiamo trovato la via giusta da percorrere perché da entrambe le parti vi erano uomini di buona volontà. L’on. De Gasperi ha quindi ricordato il travaglio quotidiano degli uomini del governo regionale sulla faticosa via del loro lavoro. La strada è stata ardua, ma si è vinto. Elementi determinanti di questa vittoria sono state certamente l’energia, la costanza e la capacità di insistere: come per la conquista dell’Everest, la tenacia del lavoro quotidiano è il pegno della vittoria. Avete ricordato con giusto orgoglio l’opera svolta ed io vengo ad inchinarmi dinanzi all’opera vostra e ad additarla all’esempio della Dc di tutto il paese. Potrei anch’io fare come voi una sintesi del lavoro fatto durante il decennio. Quante difficoltà per trovare il giusto equilibrio fra autorità dello Stato e la libertà! Ma la Dc ed i suoi uomini sono riusciti a trovare questo equilibrio e sono riusciti ad evitare gli eccessi, Scilla e Cariddi dei due totalitarismi, cercando non un centrismo di comodo, ma l’unica via di progresso accessibile e raggiungibile. Anche fra il centralismo statale tuttavia vivo ed il nuovo spirito autonomistico, la Dc è riuscita a trovare il punto di equilibrio, come ha trovato il punto di equilibrio tra il regime libero e la disciplina nazionale. È ridicolo supporre che sia difficile trovare il punto di equilibrio fra l’autorità dello Stato e il prestigio di un partito che dello Stato vuole essere l’appoggio parlamentare. Ciascuno dei due termini ha il suo posto nella Costituzione e nella prassi parlamentare. Qui, nella terra che fu detta Trinacria, lasciatemi affermare che per ciascuno di noi l’impegno politico è triangolare: governo, partito, popolo. I primi due confluiscono nel terzo e, in quanto governo e partito siano al servizio del popolo, il bene del popolo deve essere la preoccupazione di entrambi. Così governo e partito hanno operato nel passato: così opereranno nell’avvenire. Qui, dinanzi a questo esempio vivente di collaborazione fra partito, Regione e popolo, lasciate che io esprima a voi siciliani, a voi che siete fautori ardenti e appassionati della rinascita isolana, la mia fiducia nell’avvenire della nazione. L’Italia sappia che, quale che sia il suo posto nel nostro servizio, può contare sul nostro sforzo, sulla nostra volontà, sulla nostra fede. "} {"filename":"a71cee0b-9aaf-4c92-a015-3369f330f659.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Nella esposizione della posizione italiana che è stata da me fatta a Dulles e Stassen nel corso del colloquio confidenziale in data 31 gennaio ho sottolineato nuovamente l’impostazione nettamente europeistica della politica italiana ricordando – tra l’altro – la parte avuta dall’Italia nelle iniziative tendenti alla costituzione di una Autorità politica comune. Per quanto concerne la CED ho osservato che la parola decisiva spetta, a questo punto, ai Parlamenti nazionali. Il Governo italiano, per quanto lo concerne, farà tutto il possibile perché siano superate eventuali difficoltà. In merito ai protocolli aggiuntivi ho detto che siamo disposti ad esaminarli con favore; mi è stato del resto assicurato da Bidault che essi non contengono sostanziali cambiamenti. Vorremmo comunque che la loro approvazione permettesse la fondata previsione che gli accordi verranno ratificati in seguito dal Parlamento. In linea generale ho infine raccomandato che da parte americana si continui a dare tutto l’appoggio agli sforzi per la Federazione europea dando alla Francia ogni garanzia possibile ed incoraggiando la politica europeistica di Adenauer; per quanto riguarda infine l’Italia, aiutandoci a risolvere i nostri problemi – quali Trieste – affinché ci sia possibile dedicarci alla costruzione dell’Unità europea. Comunicato quanto precede per informazione confidenziale di V.E. "} {"filename":"e39a3ba9-d4be-44b6-9b0f-0e7c5efca8ee.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il presidente De Gasperi si è innanzi tutto compiaciuto per le assicurazioni date da Bidault, specialmente per quanto concerne il carattere esplicativo e non innovativo dei protocolli e il fatto che essi non vogliono costituire una impostazione ma una base di discussione che può vertere su diversi punti, anche di forma dei documenti. Ciò premesso, l’on. De Gasperi ha riconosciuto che le obbiezioni francesi, ispirate dalla particolare posizione della Francia, sono comprensibili e giuste, e ha dichiarato di condividere il principio della necessità di superare i vari ostacoli con spirito di comprensione. Il presidente del Consiglio ha da altra parte messo in rilievo il fatto che la ratifica dei progetti in esame, costituendo una garanzia per l’Europa lo è anche per la stessa Francia non soltanto nella sua posizione di nazione europea, ma anche di potenza con esigenze e doveri extra-europei. Non esiste alternativa alla unità europea – ha osservato De Gasperi – perché alla prospettiva di prosperare in una libertà tutelata dalla unità si oppone soltanto quella di perire nell’asservimento. Il presidente del Consiglio italiano ha quindi suggerito che entro il più breve termine, e possibilmente entro il 10 marzo prossimo, la commissione interinale della CED studi una formula atta a conciliare le esigenze della Francia con quelle degli altri Paesi Europei. "} {"filename":"2946b354-0a7e-49f0-a4e3-e6111b84d8e9.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Tratto tratto anche gli amici più tradizionali hanno bisogno di rinnovare la reciproca conoscenza, di affrontare le proprie opinioni, di esaminare in contraddittorio i propri interessi. È ciò che è avvenuto in questi giorni fra il Governo francese e il nostro. Non è una frase convenzionale dire che l’incontro è stato cordiale e fraterno. Una serie di questioni che si trascinavano insolute sono state conciliate ed avviate a soluzioni: così in seguito ad uno sforzo di buona volontà molte pratiche verranno archiviate o scompariranno. Ma importa soprattutto il constatare il soffio di questa ventata e lo spirito di buona volontà e di fattiva collaborazione che le due delegazioni – e gliene siamo riconoscenti – hanno dimostrato. Così facendo esse sapevano di muoversi sul binario di una intesa francoitaliana più generale e profonda. Per parte nostra ci è caro confermare che abbiamo piena consapevolezza dell’opera felice che le due Nazioni potranno svolgere insieme, nel quadro della ricostruzione europea, che il popolo italiano segue con la più fraterna comprensione e con i voti più sinceri gli sforzi ricostruttivi che la Nazione francese e la sua permanente missione civilizzatrice sapranno condurre a termine, certo vittoriosamente, pur nella evoluzione attuale dei tempi. Signor Bidault vi ringraziamo delle vostre parole di oggi, che sono una gradita conferma dei vostri sentimenti di amicizia di ieri e, ne sono sicuro, dei vostri propositi di domani . "} {"filename":"015bb412-5efb-403e-9424-1628ae12a57d.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Poiché stiamo procedendo ad un esame del progetto del Trattato della Comunità europea, noi andremmo orientandoci – almeno nella prima prossima fase di contatti governativi – ad assumere, in linea generale, posizione favorevole ed in difesa di esso; infatti il progetto, nonostante contenga, su alcuni punti, delle conclusioni che non condividiamo e malgrado presenti evidenti squilibri e difetti, (attualmente nel corso delle successive discussioni ci adopereremo per modificare se possibile gli uni e le altre) nel complesso sembra a noi che sia suscettibile di condurci a positivi risultati. Allo scopo di assicurare a tale nostra azione il migliore esito, ci interesserebbe di conoscere tempestivamente – in vista della riunione che il 12 maggio p.v. dovrebbe aver luogo – oltre al generale orientamento di codesto Governo anche gli specifici punti che non incontrino la Sua approvazione e sui quali esso si prepara comunque ad avanzare riserve. (Per Bonn, Lussemburgo e Parigi) Si prega di voler riferire cortesemente al riguardo. (Per Bruxelles) Si è tenuto presente la comunicazione che codesto Governo ha fatto con la nota allegata al telespresso ministeriale del 7\/3\/53 n. 21\/0942. Peraltro saranno gradite, oltre eventuali nuove notizie, anche le considerazioni e le osservazioni che al riguardo l’E.V. ritenesse di comunicare. (Solo per L’Aja) Si hanno presenti alcune idee di codesto Governo nelle note allegate al nostro telespresso del 7 marzo 1953 n. 21\/0942. Peraltrosaranno gradite le osservazioni e le considerazioni che la S.V. ritenesse di comunicare in merito, oltre alle eventuali nuove informazioni. "} {"filename":"817c6cfb-79b7-4c99-81da-45e23db399c4.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"L’onesto e vigoroso discorso del presidente Eisenhower interpreta anche la ferma volontà di pace del Governo e del popolo italiano. È per assicurare questa pace che l’Italia è entrata nell’Organizzazione difensiva atlantica e tende alla creazione di una vasta comunità europea che consenta il libero flusso delle persone, delle merci e delle idee. Auguriamo vivamente che l’alta parola della libera America trovi nel mondo unanime consenso sì che cessino i conflitti cruenti, ove ancora sussistono e si raggiungano ovunque soluzioni che rispettino la libertà e i diritti dei popoli. "} {"filename":"deb4e267-1d3d-4f03-8927-d5ae8b92fbdd.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Prego comunicare Calmes quanto segue: In vista richiesta rinvio Conferenza Roma avanzata da Governo francese propongo che inizio sia spostato a venerdì 19 giugno. Necessità tener conto futuro incontro Bermude nonché impossibilità taluni Ministri degli Esteri accettare data posteriore a 19 consigliano adozione data stessa. Naturalmente questione potrebbe essere ripresa in esame qualora nuovo Governo francese dovesse non formarsi in tempo utile. Prego provvedere necessarie comunicazioni ai Paesi partecipanti chiedendo con urgenza assenso per venerdì 19. "} {"filename":"b5ab26d7-e537-4573-859c-18bedac9b794.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Il presidente comincia con l’esporre brevemente la natura ed i risultati della riunione di ieri a Parigi dei Sei ministri della Comunità europea. Sottolinea che essa ha avuto un carattere «informal» data la situazione interna francese e la speciale posizione nella quale si trova anche il Governo italiano. Il carattere privato e confidenziale degli scambi di vedute ha avuto, però, il vantaggio di consentire la maggiore franchezza. Dopo aver concordato per il 7 agosto in Germania una nuova riunione dei Sei ministri (affermando con ciò davanti alle varie opinioni pubbliche la vitalità della Comunità europea) si è trattato ampiamente della Germania: problema cruciale dell’Europa. In vista anche della conferenza delle Bermude si è cercato di stabilire un punto di vista comune che può essere così formulato: i Sei ministri degli Esteri sono concordi nel ritenere che la riunificazione della Germania deve essere posta come un obiettivo dell’Occidente, in quanto essa non contrasta con l’integrazione militare e politica della Germania stessa nella Comunità europea. Il ministro Selwyn Lloyd dice che questo punto di vista è cordialmente condiviso dal Governo britannico, il quale considera che la ratifica del Trattato CED è un elemento di grande importanza per il consolidamento della pace e della sicurezza in Europa. Il presidente De Gasperi si riferisce, quindi, ai cinque punti fissati recentemente da Adenauer per l’unificazione della Germania, dicendo che, se alcuni di essi sollevano qualche perplessità, specie presso gli olandesi, tuttavia egli li ritiene sostanzialmente accettabili e comunque suscettibili di essere elaborati in modo da ottenere il comune consenso dei Paesi occidentali. Selwyn Lloyd a domanda conferma che su quattro di tali punti l’Inghilterra è d’accordo; ha, invece, alcune riserve su quello che si riferisce alle frontiere tedesche. Riserve, tuttavia, che riguardano piuttosto la formulazione che la sostanza. Il presidente De Gasperi domanda quale sia l’esatta interpretazione del riferimento di Churchill ad una Locarno Orientale, nel suo recente discorso. Accenna con garbo alla interpretazione Nenniana (antiatlantica) di tale riferimento ed al danno che essa ha prodotto ai fini della nostra campagna elettorale. Selwyn Lloyd con molta chiarezza cerca di spiegare che Churchill ha inteso parlare soprattutto dello spirito di Locarno, di garanzie, cioè, che, ravvivando il Trattato anglo-russo del 1943, rassicurerebbero da un lato la Russia contro possibili e temute aggressioni da parte dei tedeschi e dell’Occidente, dall’altro la Germania rispetto ad aggressioni russe. Su domanda del presidente De Gasperi egli aggiunge che un accordo del genere è concepibile sia come integrazione della CED, sia come alternativa alla medesima, in caso di mancata ratifica. Su questo problema Churchill sta portando, in questi giorni, la sua particolare attenzione. Riferendosi più particolarmente alla conferenza delle Bermude il presidente De Gasperi dice che, pur riconoscendo le maggiori responsabilità delle Grandi Potenze, resta chiaro ed evidente che un dialogo con i Russi ha qualche probabilità di fornire risultati concreti, solo se tutte le Potenze occidentali presentano un fronte unito. Questo esige, a sua volta, consultazioni fra tutti gli interessati prima che avvenga l’incontro a quattro che, secondo Selwyn Lloyd, Churchill vorrebbe promuovere verso ottobre o novembre. Selwyn Lloyd concorda in linea di massima. Aggiunge, tuttavia, che Churchill propenderebbe per un primo incontro a Quattro senza ordine del giorno e senza condizioni prestabilite da porre ai russi. Uno scambio di vedute, cioè, a carattere esplorativo; dopo il quale si presenterebbero, l’uno dopo l’altro, ai sovietici i problemi da discutere e sui quali occorrerebbe, naturalmente, un accordo fra i Paesi occidentali. Questa linea di condotta lascia perplessi alcuni dei collaboratori di Churchill, i quali riterrebbero preferibile affrontare fin dall’inizio la discussione con i Russi sulla base di un piano e di un ordine del giorno prestabiliti. Il presidente De Gasperi si dichiara nettamente a favore della seconda alternativa, sottolineando l’evidente pericolosità della prima, che avrebbe come effetto quello di incoraggiare ulteriormente le correnti neutraliste e contrarie al riarmo ed all’unità europea. Selwyn Lloyd ripete che su questo punto non è stata presa alcuna decisione e non lo sarà, probabilmente, prima dell’incontro delle Bermude. Dopo una breve parentesi sulle elezioni italiane e agganciandosi alle medesime, il presidente parla del problema austriaco. Egli si riferisce in particolare all’ipotesi del raggiungimento di un accordo generale sul Trattato di Stato. Questo porterebbe come conseguenza l’evacuazione delle truppe alleate dal territorio austriaco. Sicché, se per allora non vi fosse una soluzione del problema di Trieste, si avrebbe l’assurdo di una occupazione anglo-americana limitata solo al TLT. Questo porta il presidente a parlare del problema di Trieste di cui sottolinea l’influenza negativa sull’andamento delle elezioni italiane. A questo punto il ministro Lloyd informa che ieri l’ambasciatore Velebit si è recato da lui per dichiarare che la Jugoslavia è pronta a negoziare con l’Italia, cominciando con un incontro di esperti. Il presidente osserva che esperienze passate e recentissime dimostrano l’inutilità di simili tentativi. Egli ricorda i vari sforzi compiuti per risolvere la questione mediante negoziati diretti con la Jugoslavia e sottolinea la sua convinzione che il problema è politico e non tecnico. Il ministro Lloyd dichiara che a suo avviso vi sono tre possibili soluzioni: 1)Lo statu quo. Ma questa sembra la peggiore delle soluzioni che gioverebbe soltanto all’URSS la quale profitterebbe del contrasto italo-jugoslavo. 2)Il condominio. Sui vantaggi di tale soluzione egli è dubbioso. I precedenti del condominio anglo-egiziano sul Sudan non lo incoraggiano in questo senso. 3)Una divisione del Territorio. E a tale riguardo Selwyn Lloyd osserva che il Governo italiano si era forse formato l’impressione che il ministro Eden considerasse con favore una divisione del Territorio secondo l’attuale linea di demarcazione. Ciò non è esatto. Non è che tale soluzione fosse desiderata dal Governo inglese, ma essa era considerata l’unica pratica e attuabile. Il governo inglese non ha alcun particolare interesse nella questione tranne il fatto che esso mantiene a Trieste un corpo di 5 mila uomini che è ansioso di ritirare al più presto. Ripete che dalla conversazione con Velebit aveva tratto la convinzione che il Governo jugoslavo fosse veramente desideroso di risolvere la questione con noi. Il presidente ricorda le ripetute prove di buona volontà fornite dall’Italia: dalla dichiarazione tripartita si è passati anzitutto al principio della linea etnica continua; indi, per venir incontro alla richiesta di un accesso al mare per la Slovenia, si sono offerte possibilità di sbocco fra Trieste e Capodistria . Viceversa da parte jugoslava è stata ripresentata la vecchia richiesta della costa fra Zaule e Servole che praticamente significa lo strangolamento di Trieste. L’esperienza dimostra quindi che non si può negoziare con Tito. Selwyn Lloyd osserva che se si esclude una divisione del Territorio in tale caso bisognerebbe ritornare all’idea del Condominio, del quale però egli stesso è tutt’altro che convinto. Il presidente ribadisce l’impossibilità di una tale soluzione nella quale l’alternarsi al potere di due governatori italiano e jugoslavo, perpetuerebbe e esaspererebbe il contrasto fra i due paesi. Conclude che l’idea di una spartizione secondo la linea di demarcazione attuale come soluzione definitiva e concordata è per l’Italia assolutamente inaccettabile. "} {"filename":"083041e4-82bf-4d77-9a8f-849fb33d540f.txt","exact_year":1953,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Non vi fu, né vi poteva essere uniformità totale di valutazione sulla nostra pur comune, ma spesso divergente, storia del passato, e nemmeno intorno agli elementi della tradizione che si debbono utilizzare per la costruzione dell’avvenire, ma si è raggiunto facilmente l’accordo su una visione fondamentale, sulla direzione e sulla meta della marcia che bisogna intraprendere […] al centro di tutta l’attività viene collocata la persona umana, in contrasto con ciò che è collettivo. La fonte del progresso è la persona, perché la persona è la vera fonte della produttività. Abbiamo cercato dal passato ammaestramenti di unità e di giustizia per l’avvenire. Non si tratta di ignorare e mortificare le entità nazionali, ma di impedire che le loro forze divergenti si urtino, e così, la pace è garantita tra noi. Inoltre, si tratta di far confluire le energie nazionali nello sviluppo comune della cultura, dell’economia, della giustizia sociale. […] i partecipanti alla Conferenza hanno studiato attentamente il passo che corrisponde alle nostre possibilità odierne e soprattutto hanno dimostrato una profonda, onesta volontà di cercare accordi e armonie. E così tra uomini di diversa fede e di varia cultura, perché tutti convinti di una verità suprema – che nel centro debba essere posta la persona umana, con i suoi diritti e i suoi doveri, non la collettività, non lo Stato – si trova una piattaforma comune, senza dubbio insufficiente per tutte le manifestazioni di vita, che hanno pieno sviluppo nell’ambito della nazione, ma che basta a rendere possibile e fecondo un lavoro comune supernazionale. "} {"filename":"92ff5cf3-c167-4eec-9296-349517d3cb35.txt","exact_year":1954,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Prende la parola per testimoniare ora per ora lo svolgimento della crisi, venuta improvvisa perché non voluta. Ricorda la discussione intorno all’articolo della Costituzione, relativo al governo parlamentare e governo d’Assemblea. La crisi non è stata premeditata: è stata una disavventura non voluta . Notare perché la ruota è andata fuori binario non giova: sarà compito del Consiglio nazionale. Desidera tranquillizzare coloro che paventano le tendenze: tendenze d’età, d’interesse, di educazioni. È necessario, per esse, un lavoro di lunga lena. Nota che il rimpasto fu voluto dal presidente del Consiglio: l’on. Pella si è trovato a dover sostenere colloqui con gli uomini politici di tutte le tendenze. Neppure Pella, però, desiderava la crisi. Da un terreno minato d’insidie: nacque per il partito la questione di prestigio. Non è d’accordo con gli avversari quando parlano di veto. Ritiene invece che i C.[omitati] direttivi e la Direzione abbiano auspicato l’applicazione di un ordine del giorno. Chiarisce come nacque il «sospetto». Rivela come alla base ci sia una crisi parlamentare: la ricerca di una maggioranza. Prega i colleghi di fare, se bisogno c’è di fare, un ordine del giorno il più breve possibile. È certo che, anche se la crisi doveva divenire più profonda, il partito uscirà salvo se sarà unito. Prega i colleghi di aiutare la Direzione in questo momento così grave. "} {"filename":"9d79dcc9-fed4-47b0-94ca-588353b9138b.txt","exact_year":1954,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Ringraziamento a Fanfani; utilità dell’esperimento; rialzo delle azioni del partito; rinsaldata l’unità del partito; compattezza del gruppo (solo 5 assenti giustificati). Ritiene che si debba sfruttare il successo del partito. Propone la stampa dei discorsi di Fanfani e parla del suo da diramare alle sezioni del partito. […] Sottolinea che il gruppo della Camera è stato convocato per martedì prossimo. […] Ragguaglia sul contenuto della lettera di Togni – è molto deplorevole – [non leggibile]. I giovani di Faenza hanno stigmatizzato l’atteggiamento dell’on. Vedovato (doveva testimoniare a suo favore nella vertenza con Il Candido) . Per quanto riguarda le osservazioni di Tupini ritiene che le trattative e [la posizione nei confronti] dei monarchici [sia] nel senso di farli desistere dall’appoggiare il governo e porli in stato di ostilità nei confronti di Fanfani. Ad ogni modo lasciatemi che io li veda domani. [Segue la segnalazione dell’atteggiamento critico della rivista «Battaglie d’oggi», assunto con la pubblicazione di due articoli il 20 gennaio 1954: Problema morale firmato da Domenico Ravaioli e «Ibis redibis» firmato da Quinto Tosatti]. Ne parleremo a suo tempo, ho già preparato qualcosa sull’argomento che deve essere puntualizzato. Non si può andare avanti così. Richiama il presidente Moro ad evitare che in seno al gruppo si abbiano dichiarazioni a nome dei gruppi. […] Questa è la difficoltà! È terribile. Non si capisce come si possa venire a fare un ragionamento e a delle conclusioni con Saragat. […] Prima di tutto rileviamo che di fronte alle precedenti crisi, Saragat torna indietro nei confronti di Nenni. Le cose si sono svolte in modo da provocare una dichiarazione anticomunista che sconsigli Togliatti a spingere ancora Nenni a suggestionare Saragat. Non possiamo tornare al quadripartito, dicono, la base loro lo richiede. Allora un governo con un programma sociale che possa essere appoggiato dagli altri [non leggibile]. Analizza questa possibilità per concludere che la formula non può sussistere in quanto nell’azione ministeriale è soggetta a frantumarsi facilmente. Bisogna che si crei una collaborazione su un programma concordemente accettato con una base ferma per l’azione del governo. Esaminiamo questa alternativa: 1)programma con divisione di lavoro concordata; 2)per la procedura: garantirsi dai colpi di testa di Saragat. L’altra alternativa riguarda i monarchici: trattare con i monarchici solo per la collaborazione parlamentare non per una collaborazione governativa. Cosa comporta? Evitare il pericolo comunista! Tutti gli altri sono mali secondari. Se ci mettiamo in contatto con i monarchici per una collaborazione governativa si dà vita ad un fronte popolare che ne sarebbe incrementato e con ciò non si raggiungerebbe l’obiettivo prefissato. […] Dal punto di vista dello Stato occorre ottenere che i monarchici si pongano al servizio dello Stato. […] Ringrazia. Però prima come vediamo le cose? Compattezza del partito sull’esperimento sociale di Fanfani. Qual è la nostra conclusione di fronte al dibattito? Sottolineare che non c’è stato mai un tentativo di fare a meno della collaborazione governativa degli altri partiti democratici e che mai siamo stati soli al governo. La Dc non ha avuto mai il monopolio. Continua in questa direttiva. Quindi: la Dc rimane sul piano di accettare l’incarico di assumere l’iniziativa? Sembra di sì. Cosa diciamo sulla riforma elettorale? È opportuno dire subito chiaro e netto cosa vogliamo fare. (Legge la formula). Con ciò chiudiamo la porta o rimane aperta? Rimane aperta: con questo assumiamo l’iniziativa a differenza delle altre volte. Con i monarchici andremo solo quando avranno dimostrato che con i missini non è possibile accordarsi. Con ciò ci poniamo sulla strada del quadripartito. Ed è questo possibile senza chiudere la porta in faccia ai monarchici? Bisogna superare la questione istituzionale (non tanto quella della destra «economica») nel senso che l’interesse della democrazia in Italia induca essi a superare la pregiudiziale monarchica: si potrà dirlo? (Si opina che sia difficile e inopportuno nonché intempestivo). Conclude: conviene riprendere oggi l’iniziativa o si deve aspettare la designazione? (Si dice: bisogna farlo subito proprio in funzione della designazione) . "} {"filename":"4ed12d98-9a9c-403a-b148-687d0ee766cd.txt","exact_year":1954,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Si rallegra dell’atmosfera serena trovata al Senato. Riferisce invece il motivo della diversità della Camera . Ambiente stretto e importanza degli interventi, ecc. Riferisce il perché delle sue accentuazioni nel discorso tenuto alla Camera, la sua polemica con Nenni e il suo atteggiamento con i monarchici. Queste sono forze recuperabili, ma per ora non dobbiamo toccarle. Non possiamo accettare i liberali come sinistra: anzi, sarebbe bene che una volta o l’altra essi si mettano d’accordo con i monarchici. Afferma la correttezza usata per arrivare ad una maggioranza attiva, rappresentativa. Non è possibile affrontare una nostra collaborazione con i monarchici, non è possibile lavorare insieme in un ministero. Essi devono trovare il modo di modificare il loro statuto accantonando senza rinnegamenti la loro bandiera. Non c’è possibilità di fare un’alleanza con i socialisti se noi non siano ben compatti internamente. Concorda con Pezzini e Gerini per quanto si riferisce alla base. Non resta che una soluzione prendendo gli uomini come sono, garantendoci il meglio possibile (garanzia con documento scritto, garanzia di ministri). Non può entrare in merito all’intervento del sen. Messe specie per quanto riguarda la crisi. Chiede che venga concessa la fiducia al partito. La vera ragione, dalla quale è nata la risoluzione del partito, è una sola: qual è il rischio maggiore nel paese di fronte all’avanzata comunista? In Italia non si risolleverà il problema della battaglia anticomunista, se non con una nostra avanzata. "} {"filename":"b3cbeeb8-b38f-42cd-a515-a1ebd243323d.txt","exact_year":1954,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Sottolinea la pressione effettuata dalla stampa in genere sulla Magistratura e l’effetto prodotto dall’intervista de Il Momento sull’opinione pubblica. Ciò dice per osservare che oltre all’intervento sul piano giuridico è indispensabile quello sul piano giornalistico per accompagnare l’opera della giustizia, in contraddittorio con la stampa avversaria. […] Sottolinea che [non leggibile] lavora con Terracini e in collegamento con i giornalisti e la stampa. Non è il caso di ricercare alternative: è la Direzione che è impegnata e la questione è di carattere politico. I giuristi non possono procedere da soli senza uno stretto collegamento con la stampa e la propaganda. Non è questione di distinzione di compiti quanto di azione condivisa e collegata. […] Dare alla SPES questo compito informativo però in formazione speciale con una particolare qualificazione. Uno dovrà tenere il collegamento con il gruppo giuridico. (Entra Ferrari Aggradi). Sottolinea il compito della presenza in Direzione dei sottosegretari Russo e Ferrari Aggradi quali canali di collegamento con il governo. Passa quindi a porre in evidenza la necessità di coprire il posto lasciato libero dall’on. Manzini . [L’on. Spataro «sottolinea l’urgenza di designare alcuni membri della Direzione che integrino la Consulta per la preparazione del Congresso nazionale»]. A questo proposito manifesta l’avviso di rendere la Commissione il più composita possibile per assicurare la maggiore obiettività possibile. […] La responsabilità è della Direzione, non dei singoli responsabili diretti. […] Anche Giorgio Tupini potrebbe collaborare privatamente. In quanto a Andreotti crede che politicamente si può discutere però è una forza che non si può disperdere anche perché è a conoscenza di troppe cose (con 7 anni di esperienza governativa) per non essere utile al partito. Potrebbe dare una mano a Rumor sia pure non in forma diretta. Non sa se egli accetterebbe però gli pare che se Rumor lo crede utile… [L’on. Rumor non solleva «eccezioni»]. La collaborazione è consultiva nel senso che la responsabilità è di Rumor e se questi nostri amici intendono collaborare sul [omissis]. […] Come prima impressione è quella che diversi abbiano molto da fare! Comunque la formula può essere questa: «è stato designato a dirigere la SPES Rumor; verranno pregati di collaborare i tali e tali». (Si approva) . […] Abbiamo cercato di precisare la nostra posizione e la distinzione che si è avuto cura di fare. Però bisogna non chiudere gli occhi alla realtà. Se noi per riserve politiche ci estraniamo si corre il rischio che si voterà anticomunista nostro malgrado. Prosegue sottolineando la necessità di addivenire a qualche transazione sul piano amministrativo per contrapporsi al comunismo. Non dobbiamo prestarci – s’intende – al movimento che tende a creare una nuova combinazione politica: Dc-monarchico-liberale. Comunque sul piano amministrativo e caso per caso bisognerà adattarsi alle circostanze locali. [Battistini «di fronte alla prodezza e alla baldanza delle destre crede che si dovrebbe dire una parola»]. Non allargherebbe per ora la questione. Il Congresso nazionale avrà campo di diffondersi sul tema. [La Direzione del partito procede poi ad affrontare la questione della CED]. Informa che Spinelli, segretario del Movimento federalista che ha accettato la forma federalista da noi sostenuta, ha chiesto la collaborazione del partito. Crede che si debba aderire pur provvedendo per nostro conto ad un’azione particolare sul programma del partito. […] Si augura che non avvengano dei contrasti di competenze e di iniziative in sede governativa. […] Illustra la natura del trattato e la strada percorsa per realizzarlo ([non leggibile] e compromessi vari). Quello che dobbiamo sostenere noi non è tanto l’aspetto tecnico quanto quello politico . Abbiamo interesse noi italiani di arrivare a questa soluzione da un punto di vista generale. […] Risponderà a Spinelli che la Dc da la sua collaborazione [e] che la Dc svilupperà una sua azione parallela. Occorrerà fissare un collegamento. La «SPES» è incaricata di provvedere in questo senso. Bisognerà chiamare i nostri «federalisti» più esperti per una collaborazione seria con Spinelli del M.[ovimento] f.[ederalista] che è un elemento attivo e preparato. Si propone una riunione plenaria fra i Direttivi dei gruppi con la Direzione prima della S. Pasqua. [Dal Falco «richiama l’attenzione della Direzione sulla Commissione Sturzo, la quale ingenera la convinzione che si vada verso un disinteressamento dello Stato nei confronti delle gestioni»]. Si parla soprattutto delle gestioni fuori dal bilancio dello Stato. La cosa merita la nostra attenzione però ne riparleremo in seguito perché la cosa non è urgente. "} {"filename":"7ce66ae9-7bb9-44f6-ae46-cbdd8b50fd94.txt","exact_year":1954,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Cara Jervolino , se avessi potuto venire in mezzo a voi, come sarebbe stato mio vivo desiderio, dopo aver espressa la mia ammirata riconoscenza per la vostra intensa e mirabile attività, riassunta nella relazione, ch’Ella ebbe la bontà di farmi leggere, vi avrei rivolto la parola per svolgere due pensieri direttivi fondamentali: cioè la donna nella politica nazionale e la donna nella politica internazionale. Con riferimento alla politica nazionale, cioè alla politica interna del nostro paese, parmi che il movimento femminile abbia, più che ogni unione di uomini, la particolare missione di comprendere, di conciliare, di mediare. La donna, nel settore del lavoro, mentre contribuisce nelle organizzazioni professionali a promuovere gli interessi della lavoratrici e a difendere con ogni energia quando siano negletti o contrastati, non dimenticherà mai di accentuare la necessità di superare la lotta di classe per arrivare a una collaborazione libera, dignitosa ma necessaria all’aumento della produzione e al benessere generale. Il cuore della donna la chiamerà in prima fila, ovunque si tratti di elevare gli umili, di assistere i deboli, di dare coscienza alle nuove reclute del lavoro, ma il suo buon senso la terrà lontana dagli eccessi della demagogia faziosa e della violenza verbale. Credo che anche l’animo femminile sia particolarmente aperto al sistema democratico, sistema fondato sul ragionamento, sulla libera adesione, sul rispetto dell’uomo e della donna, entrambi considerati nella loro personalità eguali in dignità e diritto. È vero che la democrazia e la libertà politica, se non sono accompagnate e vivificate dalla coscienza morale, corrono il pericolo di degenerare, ma la donna dalla sua stessa vita familiare, trae chiara esperienza di questa necessità che il costume preceda e governi l’attività politica. E qui lasciatemi dire o donne democratiche cristiane, che voi siete particolarmente chiamate a un altro superamento, a un’altra pacificazione. La nazione italiana, dieci anni fa si è spezzata in due tronconi e faticosamente e gradatamente si è poi riunita; ma l’unità morale non è del tutto rifatta, come quella politica. Nella stessa famiglia le differenti generazioni si distinguono e talvolta si urtano. Ecco la missione delle madri, delle spose, delle sorelle: mostrare comprensione e senso di equità nel considerare e giudicare il passato, rendere a ciascuno il suo, apprezzare le virtù e il sacrificio ovunque compiuto, ma avere e sostenere una idea chiara della legittimità e della continuità legale storica nazionale e della base costituzionale stabilita attraverso il plebiscito, accettato dalle parti e deliberato dalla maggioranza del paese. La donna forse non s’appassiona in modo particolare per l’una o l’altra forma dello Stato, ma ha profondo il senso dell’ordine, della stabilità, della necessità, della pacificazione entro la grande famiglia nazionale. Si tratta soprattutto di una necessità di difesa. Se vogliamo difendere lo Stato nazionale, libero e democratico contro lo Stato comunista, quale è invocato dai bolscevichi, dentro e fuori le nostre frontiere, come lo difenderemo se non saremo d’accordo sui suoi titoli di legittimità e d’autorità? Questo pensiero trae con sé un altro che avrei desiderato di svolgere innanzi a voi. Per vincere la partita coi comunisti, bisogna superare gli aspetti deteriori del classico sistema capitalista. Non parlo qui delle sue strutture che sono già sottoposte ad una radicale trasformazione. A voi donne cristiane parlo dello spirito… Ci vuole maggiore austerità, minore esibizionismo dell’agiatezza, meno egoismo di classe; democrazia nelle cose e nello stile, fraternità nelle opere e nei modi. Ora dovrei dirvi della politica internazionale; ma sono troppo lungo orami. Mi limiterò a un rilievo. Si invocano negoziati di pace, trattative per accordi, convenzioni contro i pericoli di guerra. Quanti trattati si conclusero tra il 1919 e il 1939? Credo una settantina, e al momento critico vennero considerati carta straccia. Si parla di trattati contro la bomba a idrogeno: ma chi garantirà il patto, se continua lo spirito di guerra che divide il mondo? Bisogna combattere il male alla radice, cioè contrastare, ridurre, distruggere, se possibile, lo spirito di violenza e di aggressione che porta alla guerra. Non c’è che il senso umanitario fermentato dal Vangelo, che può frenare questa sete di conquista e dominio. Ecco una grande missione della donna educatrice. Senonché la formazione delle coscienze, affidata alle forze spirituali, senza le quali ogni sforzo sarebbe vano, è però lenta e contrastata dal male. Bisogna frattanto creare delle garanzie organiche, che derivino dalla collaborazione e dal controllo reciproco: ecco il metodo di una politica internazionale efficace e realistica. Ecco perché noi patrociniamo le comunità europee e soprattutto la comunità di difesa, perché essa rende stabile e reciprocamente controllata la difesa, cioè l’uso delle armi in comune e solo per tale finalità, come quella del carbone e dell’acciaio che controlla le industrie siderurgiche, già strumenti di guerra. Ecco perché crediamo necessaria una proposta come quella di Eisenhower che non si limita a interdire l’uso bellico della forza nucleare, ma chiede il controllo reciproco di tutti gli stati sui materiali e sugli strumenti atomici. Codesta assemblea femminile non trovi strano che io concluda con questo riferimento. Non cerco di allarmare il sentimento delle madri presenti o future, ma di fare appello al loro interessamento per i problemi internazionali, che ormai entrano nella nostra vita e saranno tormento quotidiano per i nostri figli. Ad essi specialmente volgiamo affettuosamente il nostro pensiero. "} {"filename":"36970982-2bc0-4347-ba05-3494ee995202.txt","exact_year":1954,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Coi tipi del Garzanti Giorgio Tupini pubblica un volume dal titolo «I democratici cristiani» . Non so se tutti gli amici siano disposti ad accettare le conclusioni del libro, che del resto sono appena accennate in 7 modeste paginette: so che tutti dovrebbero leggere le altre 355 pagine, nelle quali si racconta con notevole sforzo di obiettività la storia della Democrazia cristiana, rinata nella Resistenza e cresciuta in dieci anni di faticosa ascesa e laboriosa ricostruzione. Dovrebbero soprattutto riflettere su queste pagine quegli amici che per motivare proposte di rinnovamento sentono il bisogno di svalutare la gigantesca opera del passato, quasi per scuotersi di dosso un’eredità imbarazzante e quei giovani che per la cosiddetta «classe dirigente» di ieri non trovano che parole di compatimento. Sarà bene che costoro rivedano i loro giudizi all’esame dei fatti, delle difficoltà storiche e ambientali superate, dello sforzo incessante compiuto e dei risultai ottenuti. Che li rivedano quando avranno seguito, sulla scorta di questo libro, la attività della Dc nel periodo clandestino, il suo coraggioso intervento nella critica fase delle prime formazioni di governo, il suo decisivo apporto al consolidamento del regime democratico libero, la sua vittoriosa battaglia per l’appello al popolo contro rivoluzionarie improvvisazioni, la sua tenace difesa della continuità legale e costituzionale, il suo senso di responsabilità nella questione della forma dello Stato, la sua opera alla Costituente, la rottura coi comunisti dopo il Trattato di pace, l’alleanza coi partiti democratici, l’amicizia coll’America rinsaldata dal Piano Marshall, l’evolversi della questione sindacale, la libertà e la forza unitaria dei congressi di Napoli, di Roma, di Venezia, la grande vittoria del 18 aprile, ottenuta contro un blocco che fino all’ultimo aveva sperato di prevalere; poi i vasti piani di riforma per l’agricoltura e il piano decennale per le zone depresse, il piano settennale Fanfani, la riforma fiscale, i provvedimenti poliennali per l’agricoltura, i crescenti investimenti contro la disoccupazione e infine la politica internazionale di sicurezza col Patto atlantico e l’ardita iniziativa del Ministero degli Esteri italiano di sospingere i colleghi esitanti o riluttanti di altri paesi verso la Comunità politica europea. Tutto ciò e parecchi altri ancora sono dati positivi, da cui si dovrà partire per ulteriori necessari progressi, ma che non si possono né ignorare, né svalutare. Il giovane Tupini ha voluto aggiungere anche un grosso capitolo di 78 pagine sulla «politica di centro e sulle correnti interne dc». Penso che queste saranno le pagine che più appassioneranno e verranno più particolarmente discusse; ma non si potrà negare all’A.[utore] uno sforzo costante di rendere a ciascuno il suo, salva sempre la sua profonda convinzione della necessità unitaria. Comunque anche questa parte del libro riuscirà utile agli amici e apparirà meritevole di considerazione a quanti si preoccupano della vitalità e della funzionalità del nostro partito e anche al di là di viete interpretazioni personalistiche, vogliono valutare anche la parte obiettiva delle cosiddette tendenze. Complessivamente dunque quello di G.[iorgio] Tupini è un buon libro, un’utile prefazione alle discussioni del Congresso. Per la verità dovrei solo aggiungere che vi si dice troppo bene di me, ma è probabile che l’A. più che dall’affetto di collaboratore sia stato portato a dar rilievo a qualche mio merito per contrappesare gli attacchi ingiusti che mi muovono certi accaniti avversari. Così è il pubblico che farà giustizia. "} {"filename":"719eb5ff-6f2a-4dfa-bb74-6d1ccf062873.txt","exact_year":1954,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Alle ore 16,50 apre la seduta e subito dà lettura delle proposte formulate dalla Direzione per la formazione dell’Ufficio di Presidenza del Congresso. […] Il nome dell’on. Leone garantisce per tutti gli altri membri dell’Ufficio di Presidenza: non è possibile arrivare ad una rappresentatività completa. […] Osserva che, a suo avviso, non è opportuno aprire il Congresso con la discussione sul sistema elettorale. Questa questione va risolta al momento giusto, quando cioè la discussione generale sia stata già avviata sui problemi politici di interesse predominante che il Congresso deve affrontare. A tal proposito sarebbe meglio lasciare all’on. Leone la scelta del momento per la discussione sul sistema elettorale. Occorre evitare al paese che ci guarda la sensazione che il Congresso si perda subito dietro le questioni procedurali trascurando in partenza il suo dovere di impostare, con serietà e chiarezza, i problemi politici, sui quali è chiamato a decidere. […] Essendo esauriti gli argomenti di questa ultima seduta dell’uscente Consiglio nazionale, essa può essere tolta. Desidera peraltro, prima di chiudere, ringraziare tutti i consiglieri nazionali per l’opera preziosa da essi prestata nell’espletamento delle loro funzioni; ed augurare a tutti ogni bene. Con questo augurio andiamo a cominciare il nostro 5° Congresso nazionale. 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In verità, la Costituzione (art. 49) afferma che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partito per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Ma non spiega in nessun modo come questo concorso dei partiti debba avvenire. Anzi all’articolo 67 è richiamato un altro principio del sistema rappresentativo, là ove è detto che «ogni membro del Parlamento rappresenta la nazione ed esercita la sua funzione senza vincolo di mandato». È lasciato dunque alla prassi democratica e costituzionale il compito di stabilire la cooperazione fra i mandatari del partito ed i suoi organi direttivi. E infatti nel Consiglio nazionale si elegge un numero pari di membri parlamentari e non parlamentari, e oltre a ciò è riconosciuto ai gruppi stessi il diritto di farsi rappresentare nel Consiglio. Lo Statuto cerca dunque di stabilire la misura e la forma del contributo parlamentare all’opera diretta ed organizzativa del partito. E qui si presenta una prima domanda: questo concorso, assicurato al vertice, è del pari statutariamente previsto alla periferia? Quali disposizioni regolamentari si dovrebbero avere anche negli organi intermedi e alla base? Senonché il partito non è una organizzazione fine a se stessa, ma è un quadro animatore e organizzatore del corpo elettorale. Passiamo dunque ad analizzare i 30.000.000 di elettori circa che hanno costituito il corpo elettorale del 7 giugno. È in voga di parlare di «masse popolari» e alla massa si attribuiscono impulsi o esigenze espresse semplicisticamente in formule politiche sintetiche, ma chi come noi al concetto di massa sostituisce il concetto di popolo, concetto più analitico e più completo, ma più reale, è certo più vicino a rappresentare le varietà viventi e in continua evoluzione del suffragio universale. Un’analisi esatta del corpo elettorale non sarà possibile fino a che non avremo uno schedario completo dei 48.000 seggi, in cui gli elettori sono riportati e classificati per età e professioni; ma uno studio condotto con tutti gli esistenti sussidi statistici e con calcoli di approssimazione ha portato ai seguenti risultati. Ripartendo gli elettori secondo la loro attività e quindi secondo i gruppi di interessi si trova che dei 30.272.236 elettori ed elettrici, 12.502.433, cioè il 41,3% appartengono all’agricoltura, 10.921.277, cioè il 36,1% al gruppo industria, trasporti e comunicazioni, 3.148.312, cioè il 10,4% al commercio, credito, assicurazioni, 1.695.245, cioè il 5,6% a servizi vari, 1.997.969, cioè il 6,6% alla pubblica amministrazione. La prima conclusione che si può ricavare da tali dati è che nessun settore preso come gruppo di interessi a sé può ragionevolmente pensare di fare una politica autonoma e prevalente di gruppo, che si manifesti inaccettabile per un altro gruppo: specie sarebbe disastroso fare una politica agraria che sia contrastata dall’industria o viceversa. Le forze sono talmente distribuite che il coordinamento, ossia quella che chiamiamo sintesi popolare, si impone. La struttura corporativa applicata al suffragio universale porterebbe alla disgregazione. Vediamo ora la ripartizione verticale degli elettori: i 12.502.000 elettori che esercitano una attività agricola si suddividono verticalmente in coltivatori diretti e piccoli proprietari 5.901.000 (47,2 per cento), in coloni e mezzadri 2.500.000 (20 per cento), in grandi proprietari (oltre 150 ettari) 138.000 (1,1 per cento), medi proprietari affittuari 275.000 (2,2 per cento), dirigenti, impiegati agricoli, piccoli conduttori 375.000 (3 per cento), lavoratori braccianti 3.313.000 (26,5 per cento). Appare qui che la maggioranza degli occupati nell’agricoltura è direttamente interessata alla proprietà e quindi non è incline ad accettare il collettivismo e in genere la manomissione da parte dello Stato. Ma ha assoluto bisogno di aumentare la produzione, di ottenere la stabilità dei prezzi e la protezione dei prodotti. D’altra parte, la forte quota dei braccianti costituisce l’esigenza della riforma agraria sia per trasformarli in proprietari, sia per garantire loro possibili condizioni di vita. Nell’industria, dei 10.921.000 elettori, il 50%, cioè 5.508.000, sono dipendenti della grande industria: concentrati nei grandi centri, costituiscono una forza propulsiva dell’attività sindacale e una forza di manovra politica di notevole efficacia. Il 23%, cioè 2.513.000, sono dipendenti dalla media industria, 1.497.000 sono artigiani e piccoli imprenditori (13,7%). I grandi imprenditori sono 120.000 (1,1%) e i medi 350.000 (3,2%). Osservo che la voce artigiani e piccoli imprenditori comprende le botteghe artigiane e le piccole industrie con un massimo di cinque addetti, spesso i familiari; le imprese medie hanno un massimo di cento addetti. Ed ecco che, mentre la posizione dialettica dei dipendenti dei grandi centri risulta chiara nel contrasto salariale o contrattuale coi proprietari o direttori d’azienda e l’interesse comune non può ricercarsi che nell’aumento della produzione e dei consumi, più complessa è la situazione delle piccole imprese e dell’artigianato; più disperse e difficilmente organizzabili, appena, come si è visto al Convegno di Firenze, prendono coscienza della loro forza e delle istanze della loro categoria. Più variata ancora è la situazione del settore commercio, credito, assicurazioni. Chiamiamo «piccoli commercianti» quelli che hanno fino a 2 addetti, di solito i familiari, e commercianti medi i negozi che ne hanno fino a 10. I piccoli commercianti sono 1.032.000 (32,32 per cento), le medie imprese 375.000 (11,9 per cento), gli addetti ai piccoli 519.000 (16,5 per cento), e ai medi 611.000 (19,4) per cento. Tutti questi appartengono al ceto medio di fronte al quale i grandi imprenditori sono solo 148.000 (4,7 per cento) con 463.000 dipendenti (14,7 per cento). Procediamo nell’analisi: sotto il titolo attività e servizi vari abbiamo raggruppato i servizi sanitari, di previdenza, legali, commerciali, igienici e culturali e la maggior parte dei liberi professionisti. Arriviamo così a 1.965.000, che vanno anch’essi nella grande maggioranza attribuiti al ceto medio. Si aggiungono infine i servizi della pubblica amministrazione che comprendono 1.758.000 impiegati statali e locali (88 per cento) e 240.000 salariati (12 per cento), ancora in enorme maggioranza ceto medio. Anche solo da questa analisi, fatta dal puro punto di vista degli interessi, si deve ricavare la conclusione che in Italia è estremamente difficile conquistare una maggioranza, interpretando solo gli interessi dei salariati e non tenendo conto di quelli dei piccoli imprenditori autonomi, delle professioni libere, degli appartenenti più elevati dei servizi, in una parola dei ceti medi. È vero che un partito, il quale si impadronisca delle organizzazioni dei salariati mediante una continua politica rivendicativa nei confronti della grande industria o della grande proprietà, può contare su di una notevole forza agitatoria concentrata in poche mani, ma anche esso se tende alla maggioranza, nella espansione ulteriore, si troverà a cozzare con gli operatori autonomi o con addetti ai servizi e alle professioni e avrà quindi la tentazione e il bisogno di guadagnare anche i ceti medi. Questo spiega la tattica di penetrazione comunista. Per il contrario è evidente che un partito non possa reggersi appoggiandosi sui 413.000 grandi e medi proprietari o sui 470.000 imprenditori o sui grandi e medi commercianti. È vero che il numero è qui compensato e forse sopraffatto dai mezzi; ma nell’evoluzione politico-economica l’ultima parola della democrazia, almeno per quanto riguarda l’atto elettorale, rimarrà sempre al suffragio universale. In Italia vi è anche un’altra considerazione da fare: secondo i risultati dell’inchiesta sulla miseria e sulla disoccupazione, di 11.592.000 famiglie, 1.375.000 sono risultate miserabili, cioè prive della necessaria alimentazione, abitazione e abbigliamento; 1.345.000 sono definite disagiate; 7.612.000 hanno un tenore medio di vita e solo 1.274.000 un tenore che si dice elevato. Le cifre della disoccupazione sono note. Qui l’azione perequatrice dello Stato democratico s’impone; queste classi così definite dalla misura dei consumi, dallo stato dell’abbigliamento, dall’affollamento nelle abitazioni, debbono richiamare l’intervento di qualsiasi governo popolare, il quale dovrà sollecitare lo sforzo produttivo, aumentare il prelievo delle imposte, distribuire le risorse secondo i bisogni. Questa è la giustizia sociale e così intendiamo il significato popolare dell’interclassismo, cioè la solidarietà popolare che tende ad elevare le classi più povere, a raccorciare le differenze delle classi e soprattutto ad abolire le più misere e le più disagiate. Mi pare anche risulti dalla struttura sociale che in Italia uno schieramento pregiudizialmente formato sul contrasto di interessi e soprattutto cristallizzato nella dialettica della lotta di classe è contrario alla reale vitalità della nazione italiana. È naturalmente ovvio e legittimo che, sul terreno sindacale, i salariati e gli stipendiati si trovino spesso in conflitto coi datori di lavoro e difendano o rivendichino i loro interessi con la pressione di cui dispongono; ma questa posizione dialettica sindacale non può diventare sintesi di una politica elettorale di un partito, a meno che esso non faccia propria la concezione marxista dell’organizzazione dello Stato e dell’economia. Se non si tratta, è troppo semplice il sintetizzare la nostra politica con la frase generica «elevazione del salariato». Bisogna prima che si provveda ai più poveri e disagiati, anche se questi sono piccoli contadini e proprietari di misere terre, proletari di nome o di fatto, e bisogna intervenire con provvedimenti che non peggiorino le condizioni dei ceti medi, i quali rappresentano la parte più proficua dell’iniziativa privata e una intelaiatura della democrazia libera legata allo sviluppo della personalità umana. Ecco che la nostra analisi, sia pure attraverso l’aridità delle cifre ci riporta ai nostri princìpi di solidarismo sociale, di protezione delle libertà personali e delle autonomie locali, alla concezione pluralista della società. Noi dobbiamo salvaguardare la libertà della persona umana anche nella sua sfera economica, perché questa è l’involucro della sua libertà spirituale. Siamo qui alle sorgenti del nostro pensiero e della nostra concezione della vita. Quando nelle nostre manifestazioni diciamo o accettiamo la formula «senza differenza di religione e di fede», (intendiamo la formula «senza differenza di religione e di fede»), intendiamo affermare una norma di tolleranza civile, cioè di rispetto della libertà delle coscienze, ma non è con ciò che accettiamo come principio della vita pubblica l’indifferenza. Non lo accettiamo per le nostre personali convinzioni, ma se esse fossero anche diverse, non potremo accettarlo come uomini di Stato, di governo, come politici italiani, perché il sentimento religioso, costituisce ancora in Italia l’elemento più forte e più fecondo della solidarietà, tanto è vero che, anche nella polemica, ogni parte tenta di richiamarsi alla comune legge del Cristianesimo, al concetto della fraternità degli uomini di Dio, concetti che operano nelle coscienze e nelle menti nel senso della solidarietà umana e della giustizia sociale. Questo sentimento è come un ponte gettato sui gruppi di interessi, un ponte spirituale, umano e nazionale, su cui il popolo, ancora in maggioranza passa sperando in un mondo più giusto. Nella storia delle costituzioni la rappresentanza fondata sul suffragio universale, polverizzata in sezioni matematicamente ponderate, si alterna con quella degli uomini più ragguardevoli per la loro preparazione, per il loro ufficio, o per la loro posizione sociale (i cosiddetti notabili). Il suffragio diretto delle sezioni derivava dal dogma di Rousseau del Contratto sociale e scivolò spesso nella demagogia più pericolosa; la rappresentanza invece dei «notabili» col suffragio più ristretto condusse alle oligarchie ed entrambi i sistemi sboccarono talvolta nel paternalismo e nella dittatura. Ma, qualunque sia l’esperienza della storia, la realtà è che di fronte al corpo elettorale non ci troviamo in faccia ad un aggregato informe, a una massa unitaria, ma ad un tessuto sociale di cellule viventi con irradiazioni personali, a gruppi, riuniti in associazioni di pensiero, di economia e di carattere locale, regionale e storico. Non intendo qui riferirmi alla pluralità delle istituzioni delle quali per principio dobbiamo riconoscere la sfera autonoma specifica, innanzi a tutto la società religiosa col suo primato spirituale, ma anche solo considerando ciascun cittadino elettore come individuo vivente e operante, considerandolo dunque non come unità matematica ma come unità-forza, potremmo noi accontentarci nella nostra valutazione di partito, cioè nella nostra ponderazione politico-elettorale del criterio quantitativo? Evidentemente no; sarebbe assurdo ignorare che nella comunità nazionale vivono, pensano, agiscono 300.000 maestri e insegnanti di tutte le scuole, 45.000 sacerdoti secolari in 24.000 parrocchie; 6.106 segretari provinciali e comunali; circa 10.000 medici condotti e un numero doppio di farmacisti; 32.000 avvocati, 40.000 fra ingegneri e geometri, 12.000 giornalisti… cittadini tutti con un voto eguale ma con un peso diverso dovuto alla personalità e alla posizione sociale. È difficile procedere in questa analisi senza cadere in duplicazioni, ma due categorie si affacciano come quadri generali, l’una è quella dei soci delle Accademie di cultura; sono 62.428: possiamo ammettere che essi costituiscano lo stato maggiore della cultura; l’altra categoria è quella delle 23.279 Società per azioni che assieme alle Cooperative costituiscono lo stato maggiore dell’economia. Siamo qui entro il fortilizio del capitale ma anche nel settore del lavoro perché qui si sviluppano le occasioni di lavoro, si creano i dirigenti, agiscono in gran parte gli operatori economici. Ora a questo punto comprenderete la ragione pratica di questa diagnosi del corpo elettorale. A parte le considerazioni che ne abbiamo già ricavato e alcune altre che si affacceranno in altra parte del discorso, l’analisi ha soprattutto il compito di ricordare quella che è la duplice funzione del partito. La funzione più specificamente sua è quella di dare una direttiva politica ai rappresentanti ed ai legislatori che hanno da esso origine e questa funzione sua propria esso la esercita democraticamente, cioè per decisione dei militanti nelle sue assemblee e nei suoi organi direttivi. Ma il partito è nello stesso tempo il quadro di una realtà più vasta che deve interessare il corpo elettorale e, per suo mezzo, il popolo. E qui accanto al numero vale l’esperienza, la capacità personale, la posizione sociale. Ecco che qui entrano in scena i cosiddetti notabili, sia considerati come persone di qualità, sia considerati come rappresentanti di nuclei sociali o locali importanti. Se la decisione politica spetta agli organi del partito nei modi previsti dallo statuto, nel periodo invece di elaborazione di proposte legislative o di impostazioni generali e soprattutto quando si tratta di interessi di vasta portata converrà consultare anche la esperienza, la tecnica o la cultura e le rappresentanze d’interessi generali o locali e prendere contatto con loro. Ecco perché noi dovremo completare la nostra organizzazione in due sensi: avere al centro frequenti e costanti scambi di idee con forze parallele, benché d’altro carattere, come gli organismi professionali, sindacali, di educazione. Nelle regioni e alla periferia promuovere uno stabile contatto degli organi del partito con i notabili più autorevoli e più simpatizzanti, per consultarli sugli affari e gli interessi più importanti della regione e della nazione. Per misurare la forza, la dimensione e i limiti di un partito bisognerebbe poter calcolare anche la risonanza che esso ha nella pubblica opinione. Ora la pubblica opinione si forma generalmente non in forza di una propaganda sistematica la quale, essendo avvertita, suscita altra contro-propaganda che la paralizza. La pubblica opinione è piuttosto l’atmosfera sottile e penetrante che si forma per canali indiretti e non sempre avvertiti. Forse si può affermare che i veicoli normali della pubblica opinione sono il Parlamento e la Stampa. Considerando sotto questo aspetto, il Parlamento si può definire un palcoscenico aperto come il teatro antico in tutte le stagioni. Vi si svolge il dramma quotidiano della nazione con i suoi aspetti agonistici ed educativi e con i suoi spettacoli ora tragici, ora comici. Durante la prima legislatura si ebbero alla Camera 1.114 sedute, al Senato 987, con una media annua di 225 e rispettivamente di 191 assemblee. In esse si tennero in media 2.400 discorsi all’anno, e, rispettivamente in Senato 1.800. La parte drammatica fu rappresentata da 40, rispettivamente 30, votazioni nominali che chiusero dibattiti interessanti e 6 voti nominali, rispettivamente in Senato 8, aumentarono la tensione fino alla fiducia. Ora a proposito di questa attività parlamentare è caratteristico che il 60% degli interventi fra il 1948 e il 1953 venne effettuato da membri dell’opposizione, i quali non rappresentavano che il 35% del numero totale. Se ne può dedurre che l’iniziativa dell’opposizione nei lavori parlamentari è stata più che proporzionale alla sua forza numerica. Non è che la maggioranza abbia mancato di spirito di combattimento o di zelo; la verità è che l’opposizione, svolgendo una tattica offensiva, prevalse nell’iniziativa e costrinse il governo alla difensiva. L’opposizione può cogliere la maggioranza di sorpresa, essa scopre i lati deboli, punta sulle deficienze e sugli errori, pungola e attacca l’amministrazione. Il governo risponde solo dopo avere esaminato e controllato e intanto il tempo passa e l’incisione nella pubblica opinione è avvenuta. Il governo responsabile, ponendo il piede in fallo, può mettere in repentaglio la sua esistenza; l’opposizione arrischia solo un insuccesso dialettico che per il grosso pubblico può essere dissimulato dalla teorica o dalla violenza. Altri due aspetti costituiscono un aggravamento della situazione della maggioranza: la morbosità scandalistica che afferra facilmente gli spettatori dell’attività parlamentare, e il logorio fisico e psicologico maggiore di chi deve amministrare lo Stato e nello stesso tempo battersi nell’agone parlamentare. Queste osservazioni vanno fatte come un contributo al giudizio sereno od equilibrato sulla risonanza dell’opera dei nostri deputati e senatori nella pubblica opinione. La situazione è resa tecnicamente pessima dall’esistenza di un regolamento che risale al 1900, allorché si tenevano 500 sedute in tutta la legislatura e discutevano 1.000 disegni di legge in luogo del numero doppio dei disegni di legge attuali. Il regolamento risente del clima politico di cinquant’anni fa, quando vigeva il sistema uninominale e il fair play dei gruppi contrapposti nell’alternarsi al potere. Esso mirava a tutelare il diritto delle minoranze a svolgere la loro azione, non certo a garantire ad una opposizione di regime la possibilità di impedire alla maggioranza la deliberazione. Dopo l’introduzione del sistema proporzionale non sono più ora i diritti della minoranza che hanno bisogno di tutela particolare ma è la maggioranza che trova difficoltà ad esprimere il proprio volere sia pure dopo un dibattito ampio ed esauriente. Basta ricordare che nella prima legislatura si sono avuti ben due tentativi di impedire alla maggioranza il libero esercizio di tale suo elementare diritto; mentre in tutto il secolo precedente si ricorda solo un episodio del genere. In Francia l’Assemblea nazionale ha adattato il suo regolamento al nuovo sistema elettorale e prevede strumenti tali da impedire in radice l’ostruzionismo parlamentare. Esso consente infatti alla minoranza di esprimere i motivi del suo dissenso con un numero di interventi proporzionati nel tempo, ma assicura alla maggioranza di vedere posta ai voti la questione di fondo, senza che siano possibili ostruzionismi di qualsiasi genere. È doloroso che nel Parlamento italiano non si sia provveduto sul serio ad un’analoga riforma. Si è calcolato che col regolamento francese non solo non si sarebbe avuto ostruzionismo, ma si sarebbe risparmiato almeno il venti per cento del tempo per fare lo stesso lavoro. Questa precarietà, fragilità e faticosità del meccanismo parlamentare svaluta nell’opinione pubblica il prestigio dell’istituto, danneggiando soprattutto la reputazione della maggioranza responsabile e del governo che si fonda su di essa. La lunghezza delle discussioni, la lentezza delle decisioni ritardano l’efficacia delle leggi e ne svigoriscono in anticipo l’effetto. Ogni sforzo energico, ogni iniziativa di governo che il pubblico invoca con rapida attuazione si svigorisce entro gli ingranaggi del meccanismo parlamentare, se pur non avviene che l’opposizione ricorra ad accrescere le difficoltà procedurali con un mal dissimulato sabotaggio. Così, di bilancio, si trascinano impegni divenuti attuabili solo in ritardo, quando l’urgenza del bisogno ha già fatto le sue vittime o i prezzi e le condizioni di esecuzione sono mutati. Questa situazione è una delle cause che ha spinto alla riforma elettorale del 1953. Più logico sarebbe stato allora il ritorno al collegio uninominale con ballottaggio o con voto alternato, ma dovendo tener conto di altre forze nucleari della democrazia, pensammo al collegamento tra i partiti democratici, i quali, se avessero ottenuto la maggioranza dei voti della nazione, avrebbero fruito di un numero di seggi sufficiente per legiferare e governare con una certa stabilità, sia pure con alternative e oscillazioni fra i partiti che accettano sinceramente l’attuale democrazia. Il principio della legge era giusto, la nostra preoccupazione di consolidare la democrazia parlamentare era più che giustificata. Sventuratamente la elaborazione venne trascinata troppo a lungo e la lentezza dell’accordo favorì la violenta campagna avversaria, che si svolse anche nello sfondo di una situazione internazionale disorientata e piena di contrasti; tuttavia la legge sarebbe anche formalmente scattata, se si fosse preveduto un ufficio centrale imparziale che avesse giudicato rapidamente intorno alle contestazioni. Frattanto dopo la posizione assunta dai partiti minori dopo il 7 giugno, ogni possibilità di collegamento tra i gruppi democratici sembrava esclusa. Fu così che io stesso dovetti dichiarare la legge decaduta. Ma mai abbiamo accettata la presunta condanna morale che l’opposizione vuole attribuire al voto del 7 giugno. Sostengo ancora oggi l’onestà democratica della nostra iniziativa e solo spero che l’esperienza parlamentare futura non renda anche troppo evidente che il tentativo meritava maggior fortuna. Il governo attuale al punto XVI degli accordi di coalizione ha preso impegno di elaborare un progetto su base proporzionalistica, e sia; noi non vogliamo né possiamo creare difficoltà a transazioni che politicamente si imponessero al governo, abbiamo però la responsabilità di avvertire che ogni sistema che facesse correre alla Camera italiana il rischio di non poter costituire una maggioranza di coalizione democratica aggraverebbe irrimediabilmente la paralisi parlamentare. Lo strumento più efficace e più diretto per influire sulla opinione pubblica è la stampa periodica. Limitandoci ai quotidiani, chiediamoci quale forza noi vi rappresentiamo. Naturalmente non posso stabilire confronti circa la qualità, dimensione troppo soggettiva e quasi non ponderabile. Misuriamo dunque la quantità, considerando particolarmente la tiratura dei quotidiani in base a statistiche serie e controllate. Il risultato è questo: la tiratura dei quotidiani, organi della Democrazia cristiana, raggiunge il 12% di quella di tutti i giornali di partito, il 23% di quella dei quotidiani socialcomunisti e non più del 3,8% di quella dei quotidiani cosiddetti indipendenti che chiameremo meglio di informazione. Se poi consideriamo assieme la tiratura dei quotidiani democratici cristiani e di quelli dell’Azione cattolica, troviamo che i due gruppi assieme raggiungono il 44% dei quotidiani di sinistra (socialcomunisti e fiancheggiatori). Inoltre la caratteristica della stampa di sinistra è la concentrazione, quella del settore democratico cristiano e cattolico la dispersione. Di fronte alle 428.500 copie delle quattro edizioni de l’Unità e alle 115.000 copie delle edizioni dell’Avanti! e del Lavoro poi abbiamo 332.500 copie ripartite in 15 quotidiani di tendenza cattolica. Più difficile è qualificare la cosiddetta stampa di informazione. Non so se l’on. Einaudi ripeterebbe le considerazioni e gli elogi che ebbe per lo sviluppo di tale stampa fino al 1915, ma è certo che nella stampa d’informazione è nata una nuova forza sociale e politica indipendente dai partiti, fondata e, entro certi limiti, vigilata da gruppi economici, su una relativa libertà di discussione in materia politica. Puntando chi più a sinistra chi più a destra, essa evita gli estremi e contempera tendenze fondamentali di conservazione con aspirazioni progressive. Anche i giornalisti come i politici e i parlamentari sono uomini con le loro passioni e con i loro limiti; tuttavia, non imbarazzati dalle pastoie della tattica politica, appaiono spesso più liberi nell’esprimere giudizi, più pronti forse a intraprendere le soluzioni finali. Avviene talvolta che chi ha la responsabilità della manovra trovi per loro le espressioni ironiche che usano i comandanti di reparto per i giudici di campo; i politici debbono però loro ammettere una capacità di sintesi e di penetrazione che li fa utili strumenti di orientamento e di critica. Ma poiché, come scrive Einaudi, il giornale d’informazione deve essere anche «bottega di notizie», essi entrano facilmente in gara per la «ricerca del colpo», come si esprime Piovene , e per assicurarsi il mercato. Il mercato più innocuo, ma che ci interessa in questo contesto per i suoi riflessi nella vita politica, è la gara per rendere interessante il cosiddetto pastone politico. È in questa gara soprattutto che dichiarazioni di scarsa importanza, chiacchiere talvolta di corridoio, maldicenze frizzanti, già dimenticate da chi le ha fatte, ottengono la effimera celebrità della cronaca: e questa per un parlamentare è grossa tentazione, è la fiera delle vanità. In realtà è fumo che passa, ma lascia dietro di sé una scia di risentimenti e di sospetti, crea quell’atmosfera vaporosa in cui il vero lavoro scompare e si perdono i contorni della realtà e, quello che è più deplorevole, induce l’uomo della strada a ritenere che la politica sia intrigo, ciarlataneria, passionalità personalistica e nient’altro. Né possiamo dar colpa ai giornalisti solo per la parte minore: spacciano la merce che trovano sul mercato; ma più severamente vanno giudicati gli uomini politici che per leggerezza, ambizione, mancanza di responsabilità hanno offerto e, certe volte, svenduto la merce. Comunque sia, questo mercato costituisce un contributo alla formazione dell’opinione pubblica; e siccome la rettifica, l’accertamento e l’aggiustamento delle proporzioni viene sempre in ritardo e risulta inefficace, anche questo alla fine si tramuta in un punto debole per l’uomo responsabile. È giusto però ammettere che il senso dello Stato, la preoccupazione della libertà ha portato parte di tali giornali a farsi interpreti di una tendenza che, se non mostra sempre comprensione per le nostre difficoltà e rivela antichi pregiudizi, riconosce però la funzione necessaria del nostro partito. Questo interessamento porta a seguire con attenzione e talvolta appassionatamente la nostra polemica interna, cosicché in realtà non esiste una polemica che si rivolga alla cerchia ristretta a cui è diretta, ma la nostra polemica diventa subito esterna, con riflessi che il politico consapevole deve prevedere. Infine debbo osservare che se ho richiamato la vostra attenzione sui veicoli dell’opinione pubblica e in modo particolare sugli organi politici di stampa, non è perché io voglia non debitamente apprezzare l’opera del nostro giornalismo democratico cristiano. Gli scrittori e gli amministratori fanno quello che possono e si battono in condizioni di inferiorità, compensando la mancanza del numero con la qualità delle prestazioni e con coraggio del pensiero. Aggiungo che nel coordinamento dei servizi si sono raggiunti dei progressi, ma la limitata disponibilità di mezzi rende loro impossibile di entrare in gare con i giornali che godono illimitato appoggio finanziario. Alle elezioni del 7 giugno ci siamo presentati con grande corredo di provvedimenti sociali deliberati o in corso di esecuzione. I piani di riforma agraria ed i risanamenti delle zone depresse rappresentavano da soli un colossale sforzo di rinnovamento della economia quale mai si era avuto. Non è soprattutto esatto l’affermare, come si è fatto nella polemica precongressuale, che la nostra ansia di socialità si sia espressa soltanto «in provvedimenti frammentari e di emergenza», senza caratterizzare di sé una coerente e larga impostazione politica. Questa frammentarietà della politica sociale potrebbe essere affermativa per l’immediato dopoguerra quando era necessario lottare contro la fame e superare le punte più acute della crisi economica. Ma a partire dal 1947 fu preoccupazione fondamentale del governo quella di delineare e porre in atto un programma organico. Ciò risulta dalle dichiarazioni programmatiche e dalle relazioni generali sulla situazione economica presentate annualmente al Parlamento. Oltre ad una sistematica politica dei prezzi si programmò contro l’inflazione una politica della stabilizzazione monetaria e soprattutto si intraprese un organico sviluppo ed un ammodernamento dei principali settori economici. Ricordo: 1)per le fonti di energia i grandi programmi di sviluppo delle centrali idroelettriche impostati dallo Stato e delle centrali termiche sollecitate con finanziamenti statali; 2)il formidabile incremento nella formazione del metano dovuto alla coraggiosa azione dell’AGIP. Partendo quasi dal nulla essa è pervenuta oggi quasi ad una produzione annua di 2,3 miliardi; 3)lo sviluppo della raffinazione del petrolio per cui l’Italia, che non ha petrolio, compie oggi il miracolo di essere esportatrice di benzina; 4)il settore siderurgico rischiava di essere completamente abbandonato: con uno sforzo di 150 miliardi si è ammodernata rapidamente la siderurgia italiana portandone i prezzi un tempo superiori di oltre il 50 per cento a quelli internazionali, al livello della concorrenza europea; 5)anche nel settore dell’agricoltura furono fissate chiaramente le linee di politica economica di largo respiro: ricordiamo le provvidenze per i prodotti base attraverso ammassi prima obbligatori e poi volontari con garanzia del prezzo, che hanno portato una maggiore per quanto ancora non sufficiente stabilità in tutto il settore agricolo; 6)inserendo l’economia italiana nell’economia mondiale con la liberalizzazione del commercio sull’Europa si è offerto un impulso formidabile al commercio con l’estero, resi possibili i rifornimenti sul mercato delle materie prime e liberalizzando le importazioni al 99 per cento si sono costrette le nostre aziende anche le più forti e le più monopolistiche ad entrare in concorrenza con la produzione europea, per cui il monopolio oggi praticamente non c’è se non per le due o tre voci che non è stato possibile liberalizzare; 7)si è prodotta una spinta costante verso una maggior produzione ed un più alto livello di occupazione. Certamente siamo ancora lontani dal poter soddisfare le esigenze, ma da un punto di vista relativo non si può non affermare che il nostro paese ha raggiunto un ritmo di aumento della produzione e del reddito superiore a quello di tutti i paesi europei (nel 1953 il reddito italiano lordo valutato a prezzi correnti di mercato è stato di 10.983 miliardi, con un aumento percentuale del 7,5 per cento rispetto a quello del 1952). Soprattutto a smentire l’affermata frammentarietà e la mancante organicità vale ricordare i programmi e i piani pluriennali presentati dal governo di prima del 7 giugno e dai governi seguenti: programmi dodecennali per il Mezzogiorno e le aree depresse del centro-sud; riforma fondiaria; piano decennale per lo sviluppo dell’agricoltura; piani pluriennali edilizi; provvedimenti in corso per la regolamentazione dei fiumi. Né può accettarsi la critica rivolta contro la politica monetaria. Questa fu tale che già alla fine del ’52 la ricostruzione nei depositi bancari dei valori reali costituiva un traguardo raggiunto. Le facilitazioni principali del credito sono state: finanziamenti sull’ERP per l’acquisto di macchinari all’estero e all’interno; la creazione dell’istituto di medio credito per i finanziamenti alle medie e piccole aziende; il potenziamento della cassa per la piccola proprietà contadina; i finanziamenti alberghieri, all’artigianato, alla meccanizzazione dell’agricoltura. Questo nostro Stato fu veramente, anche se imperfettamente, non uno Stato borghese a cui si possa rimproverare ogni assenza di socialità, ma uno Stato perequatore di giustizia sociale; e basti fra tutti la politica tributaria del ministro Vanoni, continuata dall’attuale ministro, riforma tributaria del 1951, che con l’istituto della dichiarazione annua introduce la graduale e costante trasformazione del sistema tributarlo da una base reale ad una base personale. Si tratta dunque di una vera riforma strutturale; e i provvedimenti di ordine fiscale per le società per azioni appartengono alla stessa politica. Parlare di «priorità delle spese sociali e degli investimenti pubblici», quasi che questa debba essere una nota discriminante in confronto della situazione presente è ignorare quanto i governi in questo settore abbiano fatto con l’intervento statale. L’ultima relazione economica fornisce alcuni dati sull’ammontare dei redditi trasferiti a fini sociali: 900 miliardi nel 1952 e 1.274 miliardi nel ’53, un aumento del 15 per cento fra i due anni contro un aumento del reddito del 7 per cento circa. A proposito della campagna del 7 giugno diremo che allora non era mancato nemmeno il rilievo di pubblicazioni dense di cifre e illustrate da fotografie dei lavori in corso o compiuti. Non era mancata la stessa parte spettacolare di cui a ragione, in genere, ci si rimprovera la carenza e le stesse feste dell’assegnazione delle terre e le celebrazioni dei lavori inaugurati o compiuti delle terre e le celebrazioni dei lavori inaugurati o compiuti sottoponevano al controllo della opinione pubblica la realtà e le dimensioni della grande opera. Specialmente il Mezzogiorno era già divenuto tutto un cantiere sonante; palesemente, il volto d’Italia assumeva un aspetto meno triste, più speranzoso; osservatori stranieri l’avevano constatato inconfutabilmente. Eppure, nella campagna elettorale tutto questo sforzo non ebbe risonanza decisiva. Potevamo noi come partito fare di più? Forse sì, forse è vero che, intenti alle grandi opere, abbiamo negletto la piccola propaganda capillare e assistenziale. Ma il fatto è che l’estrema sinistra e l’estrema destra si buttarono con disperata violenza a svalutare e denigrare. Con assiduità difficilmente controbattuta si negarono i fatti compiuti, si esagerarono le locali deficienze delle amministrazioni, gli uni sollecitarono l’opposizione degli ex proprietari, gli altri stuzzicarono le reazioni degli assegnatari e tale fu il frastuono intorno alla riforma agraria che divenne difficile contrapporre ovunque un giudizio sereno e positivo, tanto che il contagio della denigrazione e della calunnia intaccò talvolta perfino degli amici che dubitarono dell’intrinseca bontà delle riforme e soprattutto della loro efficacia politica. Fu già in questa campagna che apparve chiaro che la lotta non si svolgeva pro o contro le provvidenze per le classi umili, per un miglioramento del tenore di vita, per il rinnovamento dell’economia, ma che il perno del conflitto era quello della conquista del potere. Se si fosse ammesso che i rappresentanti del socialcomunismo andassero al governo, la socialità sarebbe stata senz’altro riconosciuta anche a tutti coloro che avessero spianata loro la via o partecipato comunque a tale operazione. Decisivo e discriminante non era il piano sociale e la riforma per quanto incisiva; no, decisivo era chi la promovesse o la eseguisse, perché gli stessi provvedimenti, se fatti dai democratici cristiani, portano il sigillo del paternalismo e della reazione, se fatti dai sinistri sono opera di socialità, del terzo tempo della rinascita. Questa non è una considerazione retrospettiva, ma una realtà che si è confermata vera anche nella tattica seguita dall’opposizione dopo il 7 giugno. Il caso Fanfani è stato il più dimostrativo. Si era invocata tanto la socialità. Egli volle mettere la Camera alla prova. Si presentò con un programma di provvedimenti concreti su progetti già elaborati e con finanziamenti particolari. Tutti sanno che il reperimento di mezzi è la parte più difficile per ogni governo. Ebbene, egli compì rapidamente questa preparazione e accanto ad essa portò sul banco del governo l’esperienza provata di organizzatore rapido e di abile esecutore: fu respinto a destra e a sinistra. Tutta quella roba, patrocinata da Nenni, poteva costituire l’inizio di una nuova era, di una grande politica sociale di sinistra, presentata da Fanfani era reazione. La socialità quindi non è un fine, ma solo una lotta per la conquista politica del potere. Quando parlano di «elevazione delle masse operaie» intendono prima di tutto di dire che essi, soli autentici rappresentanti in tali campi, vadano al governo. Il curioso è che vi sono fra noi stessi taluni che per amore della conclusione a cui tendono o per mimetismo, discutendo con uomini di sinistra, partono anch’essi dal punto di vista che la vera genuina socialità non può venire che da quella parte e con ciò più o meno implicitamente ammettono che lo Stato sociale debba sboccare fatalmente nella collaborazione dei socialisti. Ora questo della partecipazione dei socialisti al governo è certo questione senza dubbio importante, questione che dovrà un giorno essere risolta. Ma tale soluzione non è possibile fare solamente dall’angolo visuale della socialità, ma deve affrontarsi in pieno come problema integrale di politica interna e internazionale esaminando princìpi, riserve e rischi. Ne parliamo in altro contesto, ma qui esaminiamo pure, dopo averne ben limitato l’ambito, il lato sociale. È vero che il mondo economico si possa spaccare in due grandi campi nettamente antitetici: quello del sistema capitalista e quello del collettivismo comunista? La divisone, storicamente esatta ad un certo momento della evoluzione economica, oggidì è decomposta dalla realtà contemporanea. Vi sono oggidì nel mondo vari modi di intendere e di applicare il sistema capitalista. Il capitalismo americano è diverso da quello europeo; il capitalismo inglese è differente da quello continentale; il capitalismo descritto dai classici dell’economia e confutato da Marx è in parte superato nei fatti e negli ordinamenti a causa dell’intervento dello Stato democratico, della pressione sindacale, della trasformazione organizzativa e meccanica dell’azienda, della crescente diffusione del credito. D’altra parte non sarebbe difficile dimostrare che il comunismo ha sostituito il capitalismo di Stato al capitalismo classico, mentre che nell’arca del capitalismo inglese ed europeo si sono fatti dei passi notevoli verso le nazionalizzazioni. Sarà dunque più esatto dire che anche nel campo economico ci si trova in un periodo di evoluzione verso un tipo misto che esclude la rigidità degli estremi dottrinali e segue nelle strutture e negli ordinamenti, per quanto in ritardo, le trasformazioni del regime democratico. A questo punto anche per la scuola cristiano-sociale mi pare che le conclusioni della contemporanea esperienza si possano formulare così: né capitalismo né comunismo, ma solidarismo di popolo in cui lavoro e capitale si associno, con crescente prevalenza del lavoro, sotto il controllo e ove occorra con la propulsione dello Stato democratico. Il quale Stato si sente moralmente impegnato a garantire il lavoro e la sicurezza sociale, spingendo al massimo il suo sforzo perequativo dei tributi e dei redditi; e se per qualche settore lo Stato risultasse tributario di un altro più dotato di materie prime, di capitali, e di braccia, la coscienza moderna democratica reclama oramai il raggruppamento degli Stati in unità economiche più vaste e autosufficienti. Così va preparandosi la comunità soprannazionale che sarà la formula futura del progresso. Così va interpretata la nostra Costituzione che proclama la Repubblica democratica fondata sul lavoro: il quale fondamento dovrà però essere coordinato con tutti gli altri princìpi sociali della nostra Costituzione riguardanti le libertà sindacali, libertà dell’iniziativa economica pur con la riserva della utilità sociale, il riconoscimento della proprietà privata pur col diritto dello Stato di espropriazione per i servizi essenziali, il diritto per i lavoratori di collaborare nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi alla vitalità delle aziende, però in armonia con le esigenze della produzione. Si tratta dunque di una linea mediana, di un incontro fra due esigenze e due interessi: quelli della produzione e quelli del lavoro manuale. Questo incontro presuppone una solidarietà di interessi che, pur difendendo i più deboli, non crei il permanente antagonismo tra i fattori della produzione. È vero, noi siamo ancora lontani dalla pratica attuazione di tali princìpi. L’esistenza della minaccia comunista ed in genere l’asprezza della lotta ideologica di classe rende allo Stato e al partito difficile di garantire da ogni insidia la collaborazione auspicata. Il partito però deve dedicarsi con tenacia a tale opera di persuasione, suscitando fra gli imprenditori una coscienza sociale evoluta e appoggiando lo sforzo dei Sindacati liberi che vogliono essere liberi anche da pregiudiziali politiche e marxiste. Bisogna che il Sindacato, salva sempre l’autonomia sua propria, s’inserisca nell’organismo democratico in modo da diventare interprete diretto dei lavoratori, categoria per categoria, e possa così contribuire con consultazioni e interventi allo sviluppo della branca rispettiva specie per quanto riguarda la produzione e i consumi. Anche in Germania la legislazione del ’51 prevede l’intervento dei Sindacati. Ma è caratteristico che mai finora si ebbero colà interventi o scioperi di carattere politico. E prendendo atto con compiacimento del concreto successo ottenuto dai Sindacati liberi nella lunga e tenace battaglia per il conglobamento, la direzione del partito in armonia con le dichiarazioni dell’on. Pastore ha augurato nell’interesse della democrazia che questo fecondo accordo costituisca l’inizio di una collaborazione nella quale i datori di lavoro debbano considerare il Sindacato democratico come rappresentanza di cospicue forze sociali costruttive, libere da ogni pressione politica e gli operai aver sempre presente che l’aumento della produzione, favorito dalla pace sociale, rappresenta il modo migliore di contribuire a combattere la disoccupazione e la miseria. Senza volere invadere menomamente il campo autonomo dell’azione sindacale, il partito segue con interesse le proposte del Sindacato sui problemi della produttività, le proposte di nuove procedure di conciliazione e quelle di regolamentare l’attività sindacale allo scopo di allargare la difesa contrattualistica. Il partito esamina con ogni attenzione la possibilità di misure di emergenza contro licenziamenti collettivi. In tale argomento si può discutere sui mezzi, non sul fine. Il partito ha preso atto delle dichiarazioni dell’on. Pastore che «i Sindacati democratici rivendicano l’indipendenza e non accettano qualificazioni ideologiche di sorta»; tuttavia che, come dichiarò lo stesso Pastore nel dicembre del ’53, «la rivendicazione di questa autonomia del Sindacato libero non esclude rapporti di colleganza e di corresponsabilità con le forze politiche e democratiche, che nel rispetto delle reciproche competenze, è una garanzia di maggior difesa della democrazia». Questo binario, questo parallelismo porta al partito il sacrificio di rinunziare a informare del suo contenuto cristiano-sociale l’organizzazione professionale dei lavoratori. Facciamo volentieri questo sacrificio sull’altare della democrazia, confidando che la forza unita dei sindacalisti democratici riesca col tempo a sottrarre il Sindacato allo sfruttamento comunista. Ma desideriamo vivamente anche noi rapporti di amicizia e colleganza, il che impone ad entrambi chiara distinzione di responsabilità. Il partito non invade il campo sindacale, il Sindacato non operi nel campo dell’organizzazione politica del partito. È tuttavia ben chiaro però che questo binario vale per gli organismi, non per le persone che hanno la duplice veste di sindacalisti e di democratici cristiani. I sindacalisti, quando agiscono sul terreno sindacale, sono soggetti allo statuto e alla disciplina del Sindacato all’autorità e alla disciplina del partito. Così il partito di fronte alle organizzazioni economiche ha un primo compito: trasmettere in una sintesi attuabile i postulati che provengono dalla voce degli interessati, sia che essa salga direttamente dalle sezioni del partito, sia che essa emani da associazioni e rappresentanze d’interessi. Questa sintesi può diventare base di elaborazione di disegni di legge governativi o di iniziative parlamentari. Il partito seguirà poi con opera incitatrice e vigilante l’attuazione dei provvedimenti da parte delle pubbliche amministrazioni e solleciterà le rettifiche e le integrazioni che si dimostrino necessarie. Così assieme alle rappresentanze professionali agricole abbiamo rivolto la nostra attenzione alle istanze dell’agricoltura, concludendo che il postulato massimo e più urgente è la stabilità dei redditi agricoli e la garanzia di un certo livello dei prezzi dei prodotti fondamentali come grano, riso, olio, canapa, ecc.; aumentare i fondi per la piccola cassa della proprietà contadina e quelli per la legge sulla montagna, ciò che il governo sta facendo; attuare il piano di irrigazione che il CIR ha costituito da parecchio tempo e che solo ora in seguito alle recenti deliberazioni del governo Scelba diventa attuabile. L’aumento del credito agrario, la riforma dei contratti che è contemporaneamente argomento legislativo e di carattere sindacale, la stessa riforma fondiaria verrà presto affrontata con un disegno di legge che fisserà mezzi e modi per indurre i proprietari a contribuire alla riforma e all’aumento della produzione, alleggerendo così lo sforzo diretto, già notevole, dello Stato. Abbiamo già preso nel Consiglio nazionale la decisione di appoggiare la richiesta dei piccoli coltivatori per ottenere una congrua partecipazione alle assicurazioni sociali. Interventi analoghi sono stati chiesti per l’artigianato nella risoluzione del recente convegno di Firenze, promosso dal partito. Questi obiettivi immediati ed altri che riguardano gli appartenenti ai ceti medi e ai servizi dell’amministrazione e la burocrazia pubblica, accompagnano l’opera quotidiana dei nostri mandatari. Ma qui mi pare di sentire un’obiezione: tutto ciò è poco di fronte alla suggestività del rivolgimento sociale preannunziato dal comunismo. Dovrei osservare che tale rivolgimento è una fata morgana, che in realtà le condizioni che ottengono i lavoratori nei regimi comunisti sono ben lontane dal corrispondere al proclamato ideale di giustizia e dall’assicurare rapporti di lavoro degni di un uomo libero, un reddito sufficiente e un tenore di vita sopportabile. Ecco perché nella nostra propaganda dobbiamo passare al contrattacco, dimostrando con dati di fatto, che ci vengono del resto confermati dai nostri reduci dalla Russia o dai Balcani, che la servitù del regime comunista è per gli operai molto meno tollerabile di quella che sia la loro media condizione nei paesi democratici. D’altro canto, non è forse vero che il Partito comunista, se pur nei quadri direttivi alimenta con le letture dei suoi classici la grande speranza di una palingenesi di assoluta giustizia sociale, nei confronti delle «masse» e soprattutto delle classi più povere esso preferisce ricorrere all’opera spicciola dei piccoli servizi e dei rapidi interventi che legano più facilmente gli elettori al partito? Forse il nostro punto debole è che non sappiamo o non vogliamo fare altrettanto. Ma, premesso questo, possiamo sostenere non esser vero che la Democrazia cristiana non possa fare una politica di largo respiro. L’abbiamo fatta anche in passato suddividendo lo sforzo in piani poliennali, ma, finché dobbiamo rimanere entro le anguste frontiere delle nostre possibilità nazionali, ogni governo può intensificare l’intervento solo a mano a mano che crescono e sono disponibili nuove risorse. Questo è il compito incalzante di ogni giorno e di ogni annuale bilancio in un paese ove, se il reddito ed il risparmio crescono, cresce più rapidamente il numero dei consumatori. Ma un partito, senza essere visionario, ha l’obbligo di guardare oltre la contingenza e oltre il bilancio, e oggi, sentendo l’orgoglio di un decennio di lavoro e constatando i progressi raggiunti forse dalla esperienza, di ricavare il piano di una Italia rinnovata e assai più sicura nel mondo del lavoro. Ecco che il Congresso accanto ai compiti di oggi e a quelli di domani leva lo sguardo verso le possibili evoluzioni di un prossimo decennio. Noi e i governi dovremo ripetere ogni giorno lo sforzo di progredire e marciare verso la giustizia sociale, ma quando sarà possibile superare totalmente e definitivamente la nostra cronica disoccupazione, pareggiando il conto fra aumento di reddito e aumento di consumo, sollevare stabilmente le classi più povere a un tenore di vita tollerabile, assicurare a ciascuno un lavoro, una casa, una sussistenza degna di un uomo libero? Ecco la meta cui bisogna tendere. Economisti, come il nostro Vanoni, calcolano che, a certe condizioni, la radiosa meta è raggiungibile entro pochi anni. Noi chiediamo che il Consiglio nazionale, valendosi dei calcoli degli esperti, elabori questo piano che senza inframmettere soste nello sforzo continuo dei governi e dei Parlamenti, ci indichi le condizioni, alle quali la soluzione globale del problema può essere raggiunta. Forse il ministro Vanoni potrà dare già qui qualche calcolo e qualche cifra; ma noi sappiamo già ora che la rinascita definitiva e intiera non si potrà ottenere, se non a prezzo di un grande tenace sforzo di duplice solidarietà; prima una solidarietà interna del popolo italiano, associato nelle sue forze di produzione e di lavoro, secondo una solidarietà internazionale e soprattutto dei paesi più ricchi esportatori di capitale e materie prime. A questi non dobbiamo chiedere soccorsi, ma prestiti, che la nostra solidità interna garantirà e ripagherà. Queste due solidarietà sono due pilastri indispensabili su cui gettare il ponte che attraversa il fiume della miseria e della disoccupazione italiana. A questa grande meta dovremo coordinare la nostra politica interna, politica di pacificazione sociale nell’elevazione delle classi operaie e nell’aumento della produzione, sicché guadagniamo la fiducia ed il credito delle nazioni più forti, dell’America soprattutto. Ed è anche guardando a questa meta che ci confermiamo nella bontà della politica estera che abbiamo fatto. Circa la politica estera il discorso è breve. Nell’attuale situazione internazionale, in presenza dei due blocchi, in cui si divide il mondo, l’unica politica nazionale dell’Italia è quella della solidarietà con i popoli liberi, ossia – non si gridi al paradosso – la politica nazionale è la stessa politica internazionale e sopranazionale. Ogni sviluppo, ogni legittima espansione della nostra forza presente, ogni prospettiva di progresso, ogni speranza di considerazione può attendersi ragionevolmente solo da un nostro progrediente inserimento nel tessuto internazionale, come fattore di sicurezza, di collaborazione leale, di partecipazione attiva. Inutile e pericoloso pensare e operare nel senso dell’isolamento: siamo uno Stato troppo periferico, per sperare che la nostra stessa posizione geografica ci renda indispensabili (speranza che a torto o a ragione accarezzano certi circoli francesi) e siamo troppo deboli in materie prime e in risorse autonome per affidarci ad una neutralità sicura nelle frontiere e libera all’interno. Su tali premesse la nostra decisione di aderire all’alleanza atlantica è stata dettata da una chiara visione della realtà prima ancora che dalla affinità di sentimenti o dalla identità delle preoccupazioni. Ma è soprattutto l’unione europea che sta in cima ai nostri pensieri e in testa ai nostri interessi. La comunità europea vuol dire la pace assicurata tra la Francia e la Germania, vuol dire una modesta ma permanente funzione dell’Italia nel concerto europeo, vuol dire l’apertura al mercato comune di lavoro e il graduale accesso alle comuni risorse, vuol dire se non la fine, certo la compressione degli egoismi nazionali e la liberazione delle energie popolari. È ovvio che l’Italia voglia veder chiaro circa le conseguenze che l’unione difensiva porta al proprio territorio e alle proprie frontiere, specie in confronto di aspirazioni contrarie fatte valere da terzi; ma quando si tratterà di tirare le somme, si vedrà che l’alternativa che rimane è che quella parte dei nostri diritti che non trovasse immediata e concreta soddisfazione sarebbe meglio salvaguardare in una combinazione europea o in una posizione di resistenza e di isolamento . L’unità anzitutto è necessaria alla coscienza nazionale. La coscienza nazionale si alimenta delle tradizioni e attinge continuamente al suo patrimonio culturale e civile. Questa eredità è frutto della intelligenza dei nostri grandi ingegni, dell’esperienza dei nostri inventori, della fatica dei nostri operatori manuali o dirigenti, del sacrificio dei nostri combattenti, dell’abilità dei nostri uomini di Stato. Ma la civiltà italiana e la sua consapevolezza fluisce al disopra delle singole fasi storiche né si arresta di fronte alle forme di regime. Per un secolo la Monarchia ha esercitato una grande funzione unitaria: essa ha conciliato la via al suffragio universale, ha tenuto alta la bandiera della continuità legittima nel terribile frangente della sconfitta e con un nuovo patto costituzionale ha assicurato il passaggio di regime senza lotte, senza conflitti, senza sangue. Nenni, rifacendo a modo suo la storia di quei tempi, accusa Ivanoe Bonomi e me in particolare di avere imposto un freno al suo acceleratore, ossia di avere impedito l’atto insurrezionale. In verità non possiamo attribuirci tale merito da soli; ma è vero che abbiamo fatto ogni sforzo per contenere la straripante fiumana entro l’alveo della legittimità, perché ci preoccupavamo soprattutto dell’unità morale della nazione. Essa non poteva ottenersi che in unanime accettazione di un passaggio legittimo e legale, fondato sullo stesso principio plebiscitario, su cui la Monarchia aveva costituita e conservata la unità italiana. Credo ancora oggi che l’aver accettato tale principio e la sua logica applicazione sia stata una grande benemerenza storica della Corona, benemerenza che postume riserve non possono cancellare. È da questo spirito unitario che siamo partiti allora, quando ci trovavamo in urto con la negazione di tale unità e dei princìpi di legittimità, negazione incarnata nella Repubblica sociale. Ancora oggi operiamo nello spirito. Noi abbiamo una costituzione deliberata in base ai risultati del plebiscito: essa è l’unica base esistente sulla quale possa oggi vivere e operare l’unità nazionale. Né chi fa professione di anticomunismo e antisovversivismo può rimproverarci di operare lealmente su tale base, perché essa è anche la trincea dalla quale possiamo efficacemente difendere, contro la sovversione dell’estrema sinistra, l’unità e la libertà della nazione. Mettete in forse la Costituzione in una sua parte essenziale e voi farete vacillare tutto: la legittimità, l’autorità, l’unità, il diritto storico e quello formale. Cerchino gli uomini pensosi di destra di comprendere queste nostre ragioni, che non rispondono a nessun risentimento, a nessuna svalutazione di sentimenti sinceri, ma ad un profondo senso di responsabilità. Ci comprendano soprattutto i fautori della Repubblica sociale: noi vogliamo bensì, nell’interesse dell’unità nazionale, superare i conflitti passati, accogliere le più larghe giustificazioni personali che provino la buona fede di ciascun italiano onesto e riconoscere il sacrificio compiuto. Ma nell’interesse della stessa unità non possiamo ammettere la tesi che giustifichi in principio un gesto politico che ha portato a spezzare in Italia la legittimità e organizzare la rivolta. Non si tratta dunque solo del metodo dell’azione politica. Certo, democratico, può definirsi ciascun partito che si valga dei congegni democratici parlamentari previsti dalla Costituzione e non ricorre né si riserva di ricorrere a forme rivoluzionarie. Ma democratico costituzionale, cioè nel senso della democrazia italiana come è legittimamente nata e formata, è colui che sta in un rapporto di lealtà verso lo Stato democratico costituito a Repubblica. Non voglio con ciò mettere in causa la personale coscienza di chicchessia, ma è la preoccupazione suprema dell’unità nazionale e della causa della democrazia, ad essa legata, che qui trova espressione. È questo, quello della solidarietà nazionale, un più ampio cerchio di vita che supera le discriminazioni create dall’organizzazione, dalla topografia parlamentare e dalla contingenza politica, perché rappresenta una virtù necessaria per quanti hanno a cuore il destino del paese e devono presidiarlo con l’adesione più ampia possibile al sentimento di nazione. Questa solidarietà deve preoccuparci sempre nella nostra attività di formazione e di educazione politica, specie nella preparazione degli animi giovanili: è la virtù che deve penetrare di sé le classi colte, sviluppare il prestigio della bandiera e lo spirito di disciplina delle forze armate, è il senso dello Stato nella burocrazia. Vi è poi una più stretta unità operativa politica che deve svolgersi tra forze parlamentari e politiche che accettino lo spirito ed il metodo della democrazia costituzionale e siano perciò atte a condividere la responsabilità di governo; è questa l’unità dei partiti democratici che trova espressione nell’attuale coalizione di governo. È questa una unità parlamentare, ma è da augurarsi che diventi una unità della democrazia operante nel Parlamento e nel paese. Poiché non semplicemente ragioni parlamentari hanno portato alla presente coalizione, ma la tendenza di offrire a quei socialisti che hanno accettato senza riserve il sistema democratico il modo di recuperare le perdite subite e di impedire così l’ingrossarsi dei partiti che stanno al servizio del comunismo internazionale. A proposito di questa unità democratica taluno vorrebbe allargarla fino a Nenni e al suo partito, sia con la partecipazione di costoro al governo, sia col loro appoggio precostituito. Ed è qui che, abbandonando la cosiddetta tesi della socialità, si deve affrontare in pieno il problema e chiedersi quale sia il programma in politica interna e quale la linea di condotta della politica internazionale, patrocinata da Nenni, che sarebbe conciliabile con le nostre idee fondamentali e con le nostre concezioni di politica interna ed estera. Noi possiamo collaborare con il Partito socialista solo se esso accetta la democrazia, cioè il regime libero, contro ogni reazione. Ma reazione è oggi anche il regime bolscevico, il dominio delle armate russe, la volontà di conquista mondiale del comunismo euro-asiatico. Quali garanzie ci offre Nenni di volersi associare alla difesa della libertà? Di tutto il socialismo europeo egli è il solo che sta dall’altra parte della barricata. Il patto d’unità d’azione potrebbe essere forse considerato un pezzo di carta, ma il suo conformismo alla direttiva bolscevica si è rivelato così tenace e integrale nelle manifestazioni più significative, che egli ha cercato di spiegarlo e giustificarlo come una logica conseguenza del massimalismo marxista italiano, identificando cioè il leninismo con la scuola sua, con la sua dottrina, e con la sua prassi. Stando così le cose, perché insistere in vane forme di assestamento dovute all’abilità del linguaggio, senza però che esso possa dissimulare la sostanzialità dell’antitesi che sussiste e rappresenta una incognita minacciosa? Vi è una terza unità necessaria, quella del partito. L’unità non è una concezione paternalistica e patriarcale ma è una condizione necessaria della funzione propria del partito. Unità, forza, autonomia, capacità di azione, quindi libertà di svolgere un programma significano la stessa cosa. Solo se siamo uniti, siamo forti, se siamo forti siamo liberi di agire, possiamo sviluppare il nostro piano di rinnovamento, convogliare le forze costruttive della nazione, scegliere i nostri compagni di viaggio per libera volontà, per affinità di tendenza, per comunanza di programma d’azione, per una comune associazione di interessi, per una visione comune di riforme. Se siamo divisi o indeboliti dalle nostre discordie, diventiamo schiavi della situazione parlamentare. Non sarà più il nostro pensiero programmatico che creerà congruenze e convergenze, ma sarà la situazione parlamentare, la ferrea necessità di avere un governo che ci costringerà a qualunque coalizione, senza condizioni. Il gruppo parlamentare non avrà più la possibilità delle sue forze, non potrà metterle al servizio di una concezione politica propria o condivisa. Con ciò anche il partito rischia di perdere la fiamma dei suoi ideali né può alimentare le speranze dei giovani; e diventa una macchina elettorale che arrugginisce. Noi siamo già sull’orlo di questo destino. Fate che per venir menodell’unità nostra costante e operante o per artificio di sistema elettorale la Democrazia cristiana perda qualche decina di mandati senza il compenso di almeno altrettanto incremento nei partiti adatti alla coalizione, e voi avrete la situazione pendolare della Francia. La seconda ragione della nostra unità, vale proprio per chi ritiene che un giorno o l’altro si imporrà la collaborazione dei socialisti, come accade in altri paesi d’Europa. Abbiamo già visto che ciò potrebbe avvenire solo se avremo la garanzia che si tratti di un socialismo democratico, il quale abbia accettato definitivamente il regime libero e rinunziato alla dittatura marxista. Ma una seconda condizione di tale eventualità è che la Democrazia cristiana, sia un organismo unito, consapevole del suo carattere popolare, convinta della sua missione nazionale, ancorata in una solida base ideologica, logica, suggestiva nella sua forza propulsiva, sicché le presenti e le future alleanze, non siano né appaiano combinazioni con tendenze nostre interne centrifughe e disgregatrici, ma cosciente, disciplinata cooperazione a cui sono arrivati gli organi direttivi per il senso comune di una responsabilità ponderata e risolutiva. Infine, dopo aver disegnata la struttura del nostro corpo elettorale per concludere che essa postula una rappresentanza di popolo, nella sintesi delle sue esigenze e delle sue volontà, dopo avere appena accennato – tanto la realtà è evidente – che la miseria parlamentare sarebbe pericolosamente aggravata, se nostre divisioni o discordie ci mettessero in balìa di qualunque combinazione, ho da rivolgermi alla coscienza cristiana di tutti i presenti, per chiedere loro: c’è fra voi chi, per ragioni personali, o di frazione o di classe si senta in diritto di venir meno al compito di salvezza, che ci fu affidato dal popolo italiano, quando esso ebbe la visione del pericolo che potrebbero correre le sue libertà, prima fra tutte la libertà religiosa? Nessuna ragione sussiste che possa giustificare una simile defezione; e non abbiamo alcun diritto di far trepidare per nostri minacciati dissensi l’animo dei cittadini cattolici, che si sono affidati alla forza e alla compattezza della Dc. Non mi si accuserà spero di dar corpo alle ombre. Non ci fu mai un periodo nel quale la discussione interna fosse più attaccata e più indifesa. Ho tentato invano con l’appoggio del Consiglio nazionale di ottenere la rinunzia a quelle pubblicazioni di tendenza, che ospitano sfoghi di polemica interna, spesso ingiusta, sempre passionale. Taluna si dichiarò disposta a scomparire, ma talaltra volle arrivare al traguardo del Congresso. È un argomento che mi amareggia e mi umilia. Sarebbe fatale se anche questo Congresso lasciasse dietro di sé la scia vischiosa di questa letteratura raramente utile, spesso perniciosa, e quasi sempre infeconda. E qui al vecchio presidente che altra ambizione non può avere oramai che quella di finire in pace, dopo tanto travaglio, i suoi giorni, sarà lecito forse di fare alcune raccomandazioni confidenziali. La prima riguarda lo stile del nostro linguaggio e delle nostre manifestazioni. Non vi pare che talvolta, volontariamente o inconsapevolmente, subiamo il contagio della terminologia comunista? In parte ciò è dovuto all’anima candida della buona gente che vorrebbe dare al vocabolario materialista una interpretazione cristiana, come un tempo si interpretavano dai posteri cristianamente le idee di Platone o le norme morali di Marc’Aurelio ; in parte si tratta di usare indiscriminatamente frasi e termini suggestivi che sono di voga. Così lentamente penetra nelle menti e nel linguaggio l’assioma che per rendere giustizia ai più deboli bisogna uscire di casa propria e incontrarsi almeno a mezza strada con coloro che si autodefiniscono rappresentanti e interpreti della classe lavoratrice e la «classe lavoratrice» sono solo i lavoratori manuali e più particolarmente la parte più attiva dei centri industriali, anche se sulla scala dei bisogni vengono prima i miseri e i disoccupati; e così si finisce col lasciare credere che l’avvento del lavoro possa compiersi solo per impulso e sotto l’egida della conquista politica bolscevica. Il secondo debito di chiarezza ci riguarda come cattolici. Avviene talvolta che quando si ha bisogno di un paravento per una data manovra politica o tattica e si cerca un alibi per sottrarsi agli obblighi statutari e morali della disciplina del Partito democratico cristiano si ricorra ai termini di «blocco dei cattolici» «mondo cattolico» e forse anche «Azione cattolica». E a questo proposito bisogna intendersi. Nessun dubbio che nella sfera che è della Chiesa la nostra adesione è piena, sincera. Tale sentimento si estende anche alle direttive morali e sociali, contenute nei documenti pontifici, che quasi quotidianamente hanno alimentato e formato la nostra vocazione alla vita pubblica. Di fronte ai suoi moniti e ai suoi interventi noi siamo in atteggiamento di figlioli che guardano con affettuosa fiducia alla loro veneranda e venerata Madre. E consideriamo il più alto vanto quello di essere cittadini di un paese, in cui ha sede la Cattedra di Pietro, dalla quale, oggi particolarmente, emana così sfolgorante luce. Ma è anche vero che per operare nel campo sociale e politico non basta né la fede né la virtù; conviene creare e alimentare uno strumento adatto ai tempi, il partito, cioè una organizzazione politica che abbia un programma, un metodo proprio, una responsabilità, autonoma, una fattura e una gestione democratica. Non è possibile operare in regime democratico nel secolo XX con il paternalismo di Bossuet . Soprattutto non è possibile ottenere dei risultati senza una disciplina volontaria, ma sincera. Il sistema democratico impone una diminuzione della zona individuale. Difendiamo la personalità, ma non possiamo difenderla che salvaguardando la libertà di tutti, cioè con uno sforzo di ciascuno, coordinato in uno sforzo collettivo. Ecco perché abbiamo bisogno di unità d’azione e questa, nel nostro regime, è solo possibile con la norma democratica di una discussione libera che concluda con un voto unanime o di maggioranza. La Democrazia cristiana è un partito che ha il suo statuto, le sue regole, i suoi organi deliberativi ed esecutivi. Quando uno vi entra sa gli obblighi che assume. Noi non gli diciamo: sei cattolico, quindi democratico cristiano. Diciamo: se sei democratico cristiano abbiamo il diritto di ritenere che tu sia un cattolico che sente il dovere di esercitare una funzione pubblica, quale gli interessi del paese e la stessa difesa delle tue convinzioni esigono dalla tua coscienza. Non ci sono alibi né paraventi: c’è una distinzione necessaria di funzioni e di doveri, ma le funzioni diverse non si escludono né contrastano, purché la coscienza cristiana sia retta, e l’animo aperto alla realtà ed alle esigenze della vita. Certamente vi può essere chi in buona fede crede di potersi separare da noi, ma le ragioni o i pretesti saranno politici, economici, tattici, anche se in simili occasioni la tentazione di addossare le responsabilità del gesto politico a un movente ideologico, soglia palesarsi assai grande. A questa chiarezza di funzione noi contribuiremo, rimanendo per nostro conto rigorosamente nel nostro campo politico, rispettando le competenze, evitando contrasti e cercando consensi e cooperazione e amicizie che altamente e doverosamente apprezziamo. Un’ultima parola a tutti gli amici che nel trascorso decennio hanno assunto incarichi nel governo e fuori, che hanno onestamente faticato o che oggi ancora sostengono le cure della vita pubblica e di partito. Nessuno creda che le vicende parlamentari e organizzative abbiano sommerso nell’indifferenza e nell’oblio le benemerenze di ciascuno e che le dispute e le competizioni abbiano spento fra noi il senso dell’estimazione e della riconoscenza. Se le posizioni direttive del partito e le nomine del Consiglio nazionale potessero considerarsi come un premio per l’opera prestata o un aeropago dell’esperienza, molti amici antichi e nuovi avrebbero il diritto di comparirvi. Ma quando alla vigilia delle elezioni, urgendo la battaglia, abbiamo al Congresso di Roma chiesto un voto di fiducia per una lista bloccata che voleva rappresentare tutte le tendenze o sfumature, abbiamo dichiarato – di fronte a rimostranze – che il Congresso da convocarsi dopo le elezioni sarebbe stato libero di affermarsi come maggioranza e minoranza, secondo quanto prevede lo statuto. Ora tocca a me tenere la parola. Ma spero che anche il Congresso di Napoli si affianchi a quello di Roma nel confermare e rinnovare la essenziale e formale unità dei nostri intenti, la forza della nostra volontà innovatrice, l’impegno e la disciplina degli uomini liberi. "} {"filename":"c6bf04aa-66e8-49df-94ea-326d840fb3b3.txt","exact_year":1954,"label":4,"year_range":"1951-1955","text":"Quando parlo di errori comuni e forse inevitabili, intendo parlare anzitutto degli errori commessi nella condotta della guerra in Italia. Io non presumo di giudicare le intenzioni e le personali responsabilità di ciascuno dei capi, ma solo di richiamare l’attenzione sui fatti. Mi pare anzitutto che l’errore iniziale fu quello di sottovalutare la campagna d’Italia, trascurandone le conseguenze politiche. Churchill già il 4 maggio 1944, allarmato «per gli intrighi comunisti in Italia, Jugoslavia e Grecia», si chiedeva se gli alleati «dovessero prepararsi ad accettare la bolscevizzazione dei Balcani e forse dell’Italia» (Memorie, La Guerra Mondiale, VI, vol. I, p. 99). Il 12 agosto a Napoli annunziava a Tito che, nell’ipotesi di una vittoriosa irruzione nella valle del Po, gli alleati avrebbero puntato su Vienna e avrebbero sottoposto all’amministrazione militare tutti i territori di sovranità italiana, deferendo alla Conferenza della Pace la destinazione definitiva di tali territori. Su questa puntata verso Vienna, proprio con diretto riguardo all’Istria, Churchill insisté a varie riprese. Ma Roosevelt e i suoi consiglieri non ebbero la stessa visione dell’importanza politica di questa strategia, e il distacco, avvenuto in estate, di parecchie divisioni dell’Armata d’Italia per utilizzarle nello sbarco sulla riviera francese (distacco voluto da Roosevelt e contrastato da Churchill), indebolì talmente l’Armata che l’Italia del Nord poté essere liberata solo otto mesi più tardi. Così, scrive Churchill, «La puntata dell’ala destra in direzione di Vienna ci fu negata e, salvo la Grecia, la nostra capacità militare di contribuire alla liberazione dell’Europa Sud-orientale era finita». Quando in primavera si ebbe finalmente il crollo della resistenza tedesca, era troppo tardi: le armate russe avevano occupato Vienna, l’Ungheria e i Paesi Balcanici, Tito si era installato in Istria fino a Trieste, e in Italia il comunismo aveva avuto modo e tempo di farsi valere come alleato della democrazia e fattore dell’indipendenza nazionale. Questi errori della campagna d’Italia ebbero un riflesso su tutta la strategia politica. Si riuscì, è vero, più tardi e a gran stento a far sgombrare Tito da Trieste; ma frattempo egli era già stato segretamente a Mosca e aveva ottenuto l’appoggio del Cremlino; sicché alla Conferenza della Pace le trattative per il confine orientale dell’Italia si trascinarono a lungo e finirono con l’accordo dei quattro per la creazione del T.L.T.: ultimo compromesso dei soci di guerra, a spese dell’Italia; ed oggi la questione è ancora aperta come una ferita nel corpo della Nazione che ogni tanto manda sangue e turba i rapporti internazionali. In Italia, nel primo periodo dopo la guerra, si dovette collaborare con i comunisti, così come le Potenze occidentali collaboravano con l’Unione Sovietica. La collaborazione si svolse nei comitati di Liberazione e in seguito nei governi e nella preparazione della Costituzione: misure e metodi d’emergenza inevitabili finché restava non risolta la questione istituzionale e finché con le nuove elezioni non si fossero costituite le basi del regime parlamentare. In questo primo periodo le autorità alleate in Italia favorirono l’inserimento di «pro-comunisti» nella nuova organizzazione amministrativa. Fu in quel periodo esagerata la speranza di un’evoluzione democratica del comunismo? Certamente, ma è da sorprendersi, quando questo era anche il «clima internazionale»? Non so se sia esatto riferirsi solo alle visioni generose di Roosevelt. Anche il conservatore Churchill in una lettera diretta a Stalin da Mosca l’11 ottobre 1944 conferma d’aver interpretato lo scioglimento del Comintern «come una prova della decisione del governo sovietico di non interferire nelle questioni interne degli altri paesi». E continuava assicurando: «Noi, inglesi, retti da governi che si appoggiano su «larghissime basi», abbiamo l’impressione che, viste da lontano e nel loro insieme, le differenze fra i nostri sistemi (cioè i regimi democratico e sovietico) tenderanno a diminuire… Probabilmente, se ci fossero cinquant’anni «di pace, le differenze… diverrebbero argomento di pure discussioni accademiche» (La seconda Guerra Mondiale, VI, vol. I, pp. 261 ss.). Così la mala pianta totalitaria ebbe tempo di metter radici, abbeverandosi a illusioni e a speranze fallaci, rivelatesi poi come tali a tutti, con la creazione del Cominform, col colpo di mano di Praga, con gli orrori e le vittime della dittatura bolscevica. Certamente l’apporto dato dall’America alla ricostruzione economica dell’Europa e in particolare dell’Italia ebbe nel secondo periodo valore decisivo per il mantenimento del regime libero, ed è giusto che ciò venga riconosciuto. Questo è un punto fermo. Ma non bisogna pretendere che esso abbia annullate del tutto le conseguenze degli errori iniziali. [Manoscritto] This evil plant «was born and prospered in the Rooseveltian climate as a result of errors that were certainly common to us all and probably inevitable, but for which it is unjust to throw the entire blame on us». Dr. De Gasperi concluded. (N.Y.Times) Quando parlo di errori comuni e forse inevitabili, intendo parlare anzitutto degli errori commessi nella condotta della guerra in Italia. I due aggettivi significano che non presumo di giudicare le intenzioni e le personali responsabilità di ciascuno dei capi, ma solo di richiamare l’attenzione sui fatti. 1)Mi pare anzitutto che l’errore iniziale fosse quello di sottovalutare la campagna d’Italia,trascurandone le conseguenze politiche. Churchill già il 4 maggio 1944, preparandosi la conferenza imperiale di Londra allarmato «per gli intrighi comunisti in Italia, Jugoslavia e Grecia», si chiedeva se gli alleati «dovessero prepararsi ad accettare la bolscevizzazione dei Balcani e forse dell’Italia» (Convulsioni balcaniche: le vittorie russe, La Guerra Mondiale, VI, vol. I, p. 99) e il 12 agosto a Napoli annunziava a Tito che, nell’ipotesi di una vittoriosa irruzione nella valle del Po, gli alleati avrebbero puntato su Vienna e avrebbero sottoposto all’amministrazione militare tutti i territori di sovranità italiana, deferendo al Congresso della Pace la destinazione definitiva di tali territori. Su questa puntata verso Vienna, proprio con diretto riguardo all’Istria, Churchill insiste a varie riprese, a ciò confortato anche dal parere di Smuts , che pensa alle conseguenze politiche del dopoguerra. Ma Roosevelt e i suoi consiglieri non ebbero la stessa visione dell’importanza politica di questa strategia, e il distacco, avvenuto in estate, di parecchie divisioni dell’Armata d’Italia per utilizzarle nello sbarco sulla riviera francese (distacco voluto da Roosevelt e contrastato da Churchill), la indebolì talmente che l’Italia del Nord poté essere liberata solo otto mesi più tardi. Così, scrive Churchill, «La puntata dell’ala destra in direzione di Vienna ci fu negata e, salvo la Grecia, la nostra capacità militare di contribuire alla liberazione dell’Europa Sud-orientale era finita». Quando in primavera si ebbe finalmente il crollo della resistenza tedesca, era troppo tardi: le armate russe avevano occupato Vienna, l’Ungheria e i Paesi Balcanici, Tito si era installato in Istria fino a Trieste, il comunismo aveva avuto agio di crearsi in Italia una posizione privilegiata presentandosi come alleato della democrazia e fattore dell’indipendenza nazionale. 2)Gli alleati in Italia commisero all’interno un altro errore; furono troppo restii o esitanti a concedere la formazione del corpo regolare di volontari, riservando in un primo tempo i militari del regio esercito a servizi ausiliari e talvolta umilianti. Quante volte abbiamo insistito e come fu difficile superare le diffidenze. Così molti giovani che avrebbero con ardore combattuto nelle formazioni regolari, dovettero darsi alla guerriglia. 3)Questi errori della campagna d’Italia ebbero un riflesso su tutta la strategia politica. Si riuscì, è vero, più tardi e a gran stento a far sgombrare Tito da Trieste; ma frattanto egli era già stato segretamente a Mosca e aveva ottenuto l’appoggio del Cremlino; sicché alla Conferenza della Pace le trattative per il confine orientale dell’Italia si trascinarono a lungo e finirono con l’accordo dei quattro per la creazione del T.L.T.: ultimo compromesso dei soci di guerra, a spese dell’Italia; ed oggi la questione è ancora aperta come una ferita nel corpo della Nazione che ogni tanto manda sangue e turba i rapporti internazionali. 4)Lo sviluppo del clima politico interno fu parallelo. Alla collaborazione degli alleati nel primo periodo corrispose la collaborazione in Italia dei partiti nei comitati di liberazione e in seguito nei governi e nella preparazione della Costituzione: misure e metodi d’emergenza inevitabili fino a che non era risolta la questione istituzionale e con le nuove elezioni non si fossero costituite le basi del regime parlamentare. In questo periodo si è esagerato nelle speranze di un’evoluzione democratica del comunismo? Certamente, ma è da sorprendersi, quando questo era anche il «clima internazionale»? Non so se sia esatto riferirsi solo alle visioni generose di Roosevelt. Anche il conservatore Churchill in una lettera diretta a Stalin da Mosca l’11 ottobre 1944 conferma d’aver interpretato lo scioglimento del Comintern «come una prova della decisione del governo sovietico di non interferire nelle questioni interne degli altri paesi». E continuava assicurando: «Noi, inglesi, retti da governi che si appoggiano su «larghissime basi», abbiamo l’impressione che, viste da lontano e nel loro insieme, le differenze fra i nostri sistemi (cioè i regimi democratico e sovietico) tenderanno a diminuire… Probabilmente, se ci fossero cinquant’anni «di pace, le differenze… diverrebbero argomento di pure discussioni accademiche» (La seconda Guerra Mondiale, VI, vol. I, pp. 261 ss.). Così la mala pianta totalitaria ebbe tempo di metter radici, abbeverandosi a illusioni e a speranze fallaci, rivelatesi poi come tali a tutti, con la creazione del Cominform, col colpo di mano di Praga, con gli orrori e i martiri della dittatura bolscevica. 5)Certamente l’apporto dato dall’America alla ricostruzione economica dell’Europa e in particolare dell’Italia ebbe nel secondo periodo valore decisivo per il mantenimento del regime libero, ed è giusto che ciò venga riconosciuto. Questo è un punto fermo. Ma non bisogna pretendere che esso abbia annullate le conseguenze dei primitivi errori. Per valutare giustamente l’opera di risanamento compiuta dal Piano Marshall e lo sforzo ricostruttivo in Italia, bisogna anche considerare la realtà storica del punto di partenza. 6)Il movimento comunista incoraggiato e sostenuto dall’estero, disponendo di uomini capaci e mezzi imponenti potrà ancora avere qualche sviluppo nel mezzogiorno, proprio come effetto della bonifica e dell’industrializzazione attuata dalla Riforma Agraria e dalla Cassa per il Mezzogiorno; ma se la democrazia saprà accompagnare l’opera governativa con adeguata azione organizzativa e educativa tra le masse, i progressi eventuali del comunismo, se ci saranno non sposteranno decisamente le proporzioni. Non bisogna dimenticare che l’attuale debolezza della maggioranza parlamentare, oltre che all’incremento della sinistra è dovuta all’esistenza di un’opposizione di destra, che pur si dichiara anticomunista. "}