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colui che fece per viltade il gran rifiuto. Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta di cattivi, a Dio spiacenti e a nemici sui. Questi sciaurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe cheran ivi. Elle rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a lor piedi
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da fastidiosi vermi era ricolto. E poi cha riguardar oltre mi diedi, vidi genti a la riva dun gran fiume; per chio dissi: Maestro, or mi concedi chi sappia quali sono, e qual costume le fa di trapassar parer s pronte, com i discerno per lo fioco lume. Ed elli a me: Le cose ti fier conte quando noi fermerem
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li nostri passi su la trista riviera dAcheronte. Allor con li occhi vergognosi e bassi, temendo no l mio dir li fosse grave, infino al fiume del parlar mi trassi. Ed ecco verso noi venir per nave un vecchio, bianco per antico pelo, gridando: Guai a voi, anime prave! Non isperate mai veder lo cielo: i vegno per menarvi a
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laltra riva ne le tenebre etterne, in caldo e n gelo. E tu che se cost, anima viva, prtiti da cotesti che son morti. Ma poi che vide chio non mi partiva, disse: Per altra via, per altri porti verrai a piaggia, non qui, per passare: pi lieve legno convien che ti porti. E l duca lui: Caron, non ti
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crucciare: vuolsi cos col dove si puote ci che si vuole, e pi non dimandare. Quinci fuor quete le lanose gote al nocchier de la livida palude, che ntorno a li occhi avea di fiamme rote. Ma quell anime, cheran lasse e nude, cangiar colore e dibattero i denti, ratto che nteser le parole crude. Bestemmiavano Dio e lor parenti,
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lumana spezie e l loco e l tempo e l seme di lor semenza e di lor nascimenti. Poi si ritrasser tutte quante insieme, forte piangendo, a la riva malvagia chattende ciascun uom che Dio non teme. Caron dimonio, con occhi di bragia loro accennando, tutte le raccoglie; batte col remo qualunque sadagia. Come dautunno si levan le foglie luna
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appresso de laltra, fin che l ramo vede a la terra tutte le sue spoglie, similemente il mal seme dAdamo gittansi di quel lito ad una ad una, per cenni come augel per suo richiamo. Cos sen vanno su per londa bruna, e avanti che sien di l discese, anche di qua nuova schiera sauna. Figliuol mio, disse l maestro
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cortese, quelli che muoion ne lira di Dio tutti convegnon qui dogne paese; e pronti sono a trapassar lo rio, ch la divina giustizia li sprona, s che la tema si volve in disio. Quinci non passa mai anima buona; e per, se Caron di te si lagna, ben puoi sapere omai che l suo dir suona. Finito questo, la
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buia campagna trem s forte, che de lo spavento la mente di sudore ancor mi bagna. La terra lagrimosa diede vento, che balen una luce vermiglia la qual mi vinse ciascun sentimento; e caddi come luom cui sonno piglia. Inferno Canto IV Ruppemi lalto sonno ne la testa un greve truono, s chio mi riscossi come persona ch per forza
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desta; e locchio riposato intorno mossi, dritto levato, e fiso riguardai per conoscer lo loco dov io fossi. Vero che n su la proda mi trovai de la valle dabisso dolorosa che ntrono accoglie dinfiniti guai. Oscura e profonda era e nebulosa tanto che, per ficcar lo viso a fondo, io non vi discernea alcuna cosa. Or discendiam qua gi
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nel cieco mondo, cominci il poeta tutto smorto. Io sar primo, e tu sarai secondo. E io, che del color mi fui accorto, dissi: Come verr, se tu paventi che suoli al mio dubbiare esser conforto?. Ed elli a me: Langoscia de le genti che son qua gi, nel viso mi dipigne quella piet che tu per tema senti. Andiam,
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ch la via lunga ne sospigne. Cos si mise e cos mi f intrare nel primo cerchio che labisso cigne. Quivi, secondo che per ascoltare, non avea pianto mai che di sospiri che laura etterna facevan tremare; ci avvenia di duol sanza martri, chavean le turbe, cheran molte e grandi, dinfanti e di femmine e di viri. Lo buon maestro
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a me: Tu non dimandi che spiriti son questi che tu vedi? Or vo che sappi, innanzi che pi andi, chei non peccaro; e selli hanno mercedi, non basta, perch non ebber battesmo, ch porta de la fede che tu credi; e se furon dinanzi al cristianesmo, non adorar debitamente a Dio: e di questi cotai son io medesmo. Per
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tai difetti, non per altro rio, semo perduti, e sol di tanto offesi che sanza speme vivemo in disio. Gran duol mi prese al cor quando lo ntesi, per che gente di molto valore conobbi che n quel limbo eran sospesi. Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore, comincia io per voler esser certo di quella fede che vince ogne errore: uscicci
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mai alcuno, o per suo merto o per altrui, che poi fosse beato?. E quei che ntese il mio parlar coverto, rispuose: Io era nuovo in questo stato, quando ci vidi venire un possente, con segno di vittoria coronato. Trasseci lombra del primo parente, dAbl suo figlio e quella di No, di Mos legista e ubidente; Abram patrarca e Davd
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re, Isral con lo padre e co suoi nati e con Rachele, per cui tanto f, e altri molti, e feceli beati. E vo che sappi che, dinanzi ad essi, spiriti umani non eran salvati. Non lasciavam landar perch ei dicessi, ma passavam la selva tuttavia, la selva, dico, di spiriti spessi. Non era lunga ancor la nostra via di
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qua dal sonno, quand io vidi un foco chemisperio di tenebre vincia. Di lungi neravamo ancora un poco, ma non s chio non discernessi in parte chorrevol gente possedea quel loco. O tu chonori scenza e arte, questi chi son channo cotanta onranza, che dal modo de li altri li diparte?. E quelli a me: Lonrata nominanza che di lor
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suona s ne la tua vita, graza acquista in ciel che s li avanza. Intanto voce fu per me udita: Onorate laltissimo poeta; lombra sua torna, chera dipartita. Poi che la voce fu restata e queta, vidi quattro grand ombre a noi venire: sembianz avevan n trista n lieta. Lo buon maestro cominci a dire: Mira colui con quella spada
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in mano, che vien dinanzi ai tre s come sire: quelli Omero poeta sovrano; laltro Orazio satiro che vene; Ovidio l terzo, e lultimo Lucano. Per che ciascun meco si convene nel nome che son la voce sola, fannomi onore, e di ci fanno bene. Cos vid i adunar la bella scola di quel segnor de laltissimo canto che sovra
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li altri com aquila vola. Da chebber ragionato insieme alquanto, volsersi a me con salutevol cenno, e l mio maestro sorrise di tanto; e pi donore ancora assai mi fenno, che s mi fecer de la loro schiera, s chio fui sesto tra cotanto senno. Cos andammo infino a la lumera, parlando cose che l tacere bello, s com era
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l parlar col dov era. Venimmo al pi dun nobile castello, sette volte cerchiato dalte mura, difeso intorno dun bel fiumicello. Questo passammo come terra dura; per sette porte intrai con questi savi: giugnemmo in prato di fresca verdura. Genti veran con occhi tardi e gravi, di grande autorit ne lor sembianti: parlavan rado, con voci soavi. Traemmoci cos da
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lun de canti, in loco aperto, luminoso e alto, s che veder si potien tutti quanti. Col diritto, sovra l verde smalto, mi fuor mostrati li spiriti magni, che del vedere in me stesso messalto. I vidi Eletra con molti compagni, tra quai conobbi Ettr ed Enea, Cesare armato con li occhi grifagni. Vidi Cammilla e la Pantasilea; da laltra
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parte vidi l re Latino che con Lavina sua figlia sedea. Vidi quel Bruto che cacci Tarquino, Lucrezia, Iulia, Marza e Corniglia; e solo, in parte, vidi l Saladino. Poi chinnalzai un poco pi le ciglia, vidi l maestro di color che sanno seder tra filosofica famiglia. Tutti lo miran, tutti onor li fanno: quivi vid o Socrate e Platone,
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che nnanzi a li altri pi presso li stanno; Democrito che l mondo a caso pone, Dogens, Anassagora e Tale, Empedocls, Eraclito e Zenone; e vidi il buono accoglitor del quale, Dascoride dico; e vidi Orfeo, Tulo e Lino e Seneca morale; Euclide geomtra e Tolomeo, Ipocrte, Avicenna e Galeno, Averos, che l gran comento feo. Io non posso ritrar
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di tutti a pieno, per che s mi caccia il lungo tema, che molte volte al fatto il dir vien meno. La sesta compagnia in due si scema: per altra via mi mena il savio duca, fuor de la queta, ne laura che trema. E vegno in parte ove non che luca. Inferno Canto V Cos discesi del cerchio primaio
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gi nel secondo, che men loco cinghia e tanto pi dolor, che punge a guaio. Stavvi Mins orribilmente, e ringhia: essamina le colpe ne lintrata; giudica e manda secondo chavvinghia. Dico che quando lanima mal nata li vien dinanzi, tutta si confessa; e quel conoscitor de le peccata vede qual loco dinferno da essa; cignesi con la coda tante volte
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quantunque gradi vuol che gi sia messa. Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: vanno a vicenda ciascuna al giudizio, dicono e odono e poi son gi volte. O tu che vieni al doloroso ospizio, disse Mins a me quando mi vide, lasciando latto di cotanto offizio, guarda com entri e di cui tu ti fide; non tinganni lampiezza de
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lintrare!. E l duca mio a lui: Perch pur gride? Non impedir lo suo fatale andare: vuolsi cos col dove si puote ci che si vuole, e pi non dimandare. Or incomincian le dolenti note a farmisi sentire; or son venuto l dove molto pianto mi percuote. Io venni in loco dogne luce muto, che mugghia come fa mar per
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tempesta, se da contrari venti combattuto. La bufera infernal, che mai non resta, mena li spirti con la sua rapina; voltando e percotendo li molesta. Quando giungon davanti a la ruina, quivi le strida, il compianto, il lamento; bestemmian quivi la virt divina. Intesi cha cos fatto tormento enno dannati i peccator carnali, che la ragion sommettono al talento. E
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come li stornei ne portan lali nel freddo tempo, a schiera larga e piena, cos quel fiato li spiriti mali di qua, di l, di gi, di s li mena; nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena. E come i gru van cantando lor lai, faccendo in aere di s lunga riga, cos vid
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io venir, traendo guai, ombre portate da la detta briga; per chi dissi: Maestro, chi son quelle genti che laura nera s gastiga?. La prima di color di cui novelle tu vuo saper, mi disse quelli allotta, fu imperadrice di molte favelle. A vizio di lussuria fu s rotta, che libito f licito in sua legge, per trre il biasmo
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in che era condotta. Ell Semirams, di cui si legge che succedette a Nino e fu sua sposa: tenne la terra che l Soldan corregge. Laltra colei che sancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo; poi Cleopatrs lussurosa. Elena vedi, per cui tanto reo tempo si volse, e vedi l grande Achille, che con amore al fine combatteo.
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Vedi Pars, Tristano; e pi di mille ombre mostrommi e nominommi a dito, chamor di nostra vita dipartille. Poscia chio ebbi l mio dottore udito nomar le donne antiche e cavalieri, piet mi giunse, e fui quasi smarrito. I cominciai: Poeta, volontieri parlerei a quei due che nsieme vanno, e paion s al vento esser leggeri. Ed elli a me:
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Vedrai quando saranno pi presso a noi; e tu allor li priega per quello amor che i mena, ed ei verranno. S tosto come il vento a noi li piega, mossi la voce: O anime affannate, venite a noi parlar, saltri nol niega!. Quali colombe dal disio chiamate con lali alzate e ferme al dolce nido vegnon per laere, dal
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voler portate; cotali uscir de la schiera ov Dido, a noi venendo per laere maligno, s forte fu laffettoso grido. O animal grazoso e benigno che visitando vai per laere perso noi che tignemmo il mondo di sanguigno, se fosse amico il re de luniverso, noi pregheremmo lui de la tua pace, poi chai piet del nostro mal perverso. Di
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quel che udire e che parlar vi piace, noi udiremo e parleremo a voi, mentre che l vento, come fa, ci tace. Siede la terra dove nata fui su la marina dove l Po discende per aver pace co seguaci sui. Amor, chal cor gentil ratto sapprende, prese costui de la bella persona che mi fu tolta; e l modo
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ancor moffende. Amor, cha nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer s forte, che, come vedi, ancor non mabbandona. Amor condusse noi ad una morte. Caina attende chi a vita ci spense. Queste parole da lor ci fuor porte. Quand io intesi quell anime offense, china il viso, e tanto il tenni basso, fin che l poeta mi
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disse: Che pense?. Quando rispuosi, cominciai: Oh lasso, quanti dolci pensier, quanto disio men costoro al doloroso passo!. Poi mi rivolsi a loro e parla io, e cominciai: Francesca, i tuoi martri a lagrimar mi fanno tristo e pio. Ma dimmi: al tempo di dolci sospiri, a che e come concedette amore che conosceste i dubbiosi disiri?. E quella a
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me: Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria; e ci sa l tuo dottore. Ma sa conoscer la prima radice del nostro amor tu hai cotanto affetto, dir come colui che piange e dice. Noi leggiavamo un giorno per diletto di Lancialotto come amor lo strinse; soli eravamo e sanza alcun sospetto. Per pi fate li occhi
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ci sospinse quella lettura, e scolorocci il viso; ma solo un punto fu quel che ci vinse. Quando leggemmo il disato riso esser basciato da cotanto amante, questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi basci tutto tremante. Galeotto fu l libro e chi lo scrisse: quel giorno pi non vi leggemmo avante. Mentre che luno spirto
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questo disse, laltro pianga; s che di pietade io venni men cos com io morisse. E caddi come corpo morto cade. Inferno Canto VI Al tornar de la mente, che si chiuse dinanzi a la piet di due cognati, che di trestizia tutto mi confuse, novi tormenti e novi tormentati mi veggio intorno, come chio mi mova e chio mi
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volga, e come che io guati. Io sono al terzo cerchio, de la piova etterna, maladetta, fredda e greve; regola e qualit mai non l nova. Grandine grossa, acqua tinta e neve per laere tenebroso si riversa; pute la terra che questo riceve. Cerbero, fiera crudele e diversa, con tre gole caninamente latra sovra la gente che quivi sommersa. Li
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occhi ha vermigli, la barba unta e atra, e l ventre largo, e unghiate le mani; graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. Urlar li fa la pioggia come cani; de lun de lati fanno a laltro schermo; volgonsi spesso i miseri profani. Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo, le bocche aperse e mostrocci le sanne; non avea membro
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che tenesse fermo. E l duca mio distese le sue spanne, prese la terra, e con piene le pugna la gitt dentro a le bramose canne. Qual quel cane chabbaiando agogna, e si racqueta poi che l pasto morde, ch solo a divorarlo intende e pugna, cotai si fecer quelle facce lorde de lo demonio Cerbero, che ntrona lanime s,
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chesser vorrebber sorde. Noi passavam su per lombre che adona la greve pioggia, e ponavam le piante sovra lor vanit che par persona. Elle giacean per terra tutte quante, fuor duna cha seder si lev, ratto chella ci vide passarsi davante. O tu che se per questo nferno tratto, mi disse, riconoscimi, se sai: tu fosti, prima chio disfatto, fatto.
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E io a lui: Langoscia che tu hai forse ti tira fuor de la mia mente, s che non par chi ti vedessi mai. Ma dimmi chi tu se che n s dolente loco se messo, e hai s fatta pena, che, saltra maggio, nulla s spiacente. Ed elli a me: La tua citt, ch piena dinvidia s che gi
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trabocca il sacco, seco mi tenne in la vita serena. Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola, come tu vedi, a la pioggia mi fiacco. E io anima trista non son sola, ch tutte queste a simil pena stanno per simil colpa. E pi non f parola. Io li rispuosi: Ciacco, il tuo affanno mi
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pesa s, cha lagrimar mi nvita; ma dimmi, se tu sai, a che verranno li cittadin de la citt partita; salcun v giusto; e dimmi la cagione per che lha tanta discordia assalita. E quelli a me: Dopo lunga tencione verranno al sangue, e la parte selvaggia caccer laltra con molta offensione. Poi appresso convien che questa caggia infra tre
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soli, e che laltra sormonti con la forza di tal che test piaggia. Alte terr lungo tempo le fronti, tenendo laltra sotto gravi pesi, come che di ci pianga o che naonti. Giusti son due, e non vi sono intesi; superbia, invidia e avarizia sono le tre faville channo i cuori accesi. Qui puose fine al lagrimabil suono. E io
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a lui: Ancor vo che mi nsegni e che di pi parlar mi facci dono. Farinata e l Tegghiaio, che fuor s degni, Iacopo Rusticucci, Arrigo e l Mosca e li altri cha ben far puoser li ngegni, dimmi ove sono e fa chio li conosca; ch gran disio mi stringe di savere se l ciel li addolcia o lo
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nferno li attosca. E quelli: Ei son tra lanime pi nere; diverse colpe gi li grava al fondo: se tanto scendi, l i potrai vedere. Ma quando tu sarai nel dolce mondo, priegoti cha la mente altrui mi rechi: pi non ti dico e pi non ti rispondo. Li diritti occhi torse allora in biechi; guardommi un poco e poi
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chin la testa: cadde con essa a par de li altri ciechi. E l duca disse a me: Pi non si desta di qua dal suon de langelica tromba, quando verr la nimica podesta: ciascun riveder la trista tomba, ripiglier sua carne e sua figura, udir quel chin etterno rimbomba. S trapassammo per sozza mistura de lombre e de la
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pioggia, a passi lenti, toccando un poco la vita futura; per chio dissi: Maestro, esti tormenti crescerann ei dopo la gran sentenza, o fier minori, o saran s cocenti?. Ed elli a me: Ritorna a tua scenza, che vuol, quanto la cosa pi perfetta, pi senta il bene, e cos la doglienza. Tutto che questa gente maladetta in vera perfezion
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gi mai non vada, di l pi che di qua essere aspetta. Noi aggirammo a tondo quella strada, parlando pi assai chi non ridico; venimmo al punto dove si digrada: quivi trovammo Pluto, il gran nemico. Inferno Canto VII Pape Satn, pape Satn aleppe!, cominci Pluto con la voce chioccia; e quel savio gentil, che tutto seppe, disse per confortarmi:
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Non ti noccia la tua paura; ch, poder chelli abbia, non ci torr lo scender questa roccia. Poi si rivolse a quella nfiata labbia, e disse: Taci, maladetto lupo! consuma dentro te con la tua rabbia. Non sanza cagion landare al cupo: vuolsi ne lalto, l dove Michele f la vendetta del superbo strupo. Quali dal vento le gonfiate vele
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caggiono avvolte, poi che lalber fiacca, tal cadde a terra la fiera crudele. Cos scendemmo ne la quarta lacca, pigliando pi de la dolente ripa che l mal de luniverso tutto insacca. Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa nove travaglie e pene quant io viddi? e perch nostra colpa s ne scipa? Come fa londa l sovra Cariddi, che
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si frange con quella in cui sintoppa, cos convien che qui la gente riddi. Qui vid i gente pi chaltrove troppa, e duna parte e daltra, con grand urli, voltando pesi per forza di poppa. Percotansi ncontro; e poscia pur l si rivolgea ciascun, voltando a retro, gridando: Perch tieni? e Perch burli?. Cos tornavan per lo cerchio tetro da
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ogne mano a lopposito punto, gridandosi anche loro ontoso metro; poi si volgea ciascun, quand era giunto, per lo suo mezzo cerchio a laltra giostra. E io, chavea lo cor quasi compunto, dissi: Maestro mio, or mi dimostra che gente questa, e se tutti fuor cherci questi chercuti a la sinistra nostra. Ed elli a me: Tutti quanti fuor guerci
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s de la mente in la vita primaia, che con misura nullo spendio ferci. Assai la voce lor chiaro labbaia, quando vegnono a due punti del cerchio dove colpa contraria li dispaia. Questi fuor cherci, che non han coperchio piloso al capo, e papi e cardinali, in cui usa avarizia il suo soperchio. E io: Maestro, tra questi cotali dovre
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io ben riconoscere alcuni che furo immondi di cotesti mali. Ed elli a me: Vano pensiero aduni: la sconoscente vita che i f sozzi, ad ogne conoscenza or li fa bruni. In etterno verranno a li due cozzi: questi resurgeranno del sepulcro col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi. Mal dare e mal tener lo mondo pulcro ha tolto
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loro, e posti a questa zuffa: qual ella sia, parole non ci appulcro. Or puoi, figliuol, veder la corta buffa di ben che son commessi a la fortuna, per che lumana gente si rabbuffa; ch tutto loro ch sotto la luna e che gi fu, di quest anime stanche non poterebbe farne posare una. Maestro mio, diss io, or mi
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d anche: questa fortuna di che tu mi tocche, che , che i ben del mondo ha s tra branche?. E quelli a me: Oh creature sciocche, quanta ignoranza quella che voffende! Or vo che tu mia sentenza ne mbocche. Colui lo cui saver tutto trascende, fece li cieli e di lor chi conduce s, chogne parte ad ogne parte
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splende, distribuendo igualmente la luce. Similemente a li splendor mondani ordin general ministra e duce che permutasse a tempo li ben vani di gente in gente e duno in altro sangue, oltre la difension di senni umani; per chuna gente impera e laltra langue, seguendo lo giudicio di costei, che occulto come in erba langue. Vostro saver non ha contasto
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a lei: questa provede, giudica, e persegue suo regno come il loro li altri di. Le sue permutazion non hanno triegue: necessit la fa esser veloce; s spesso vien chi vicenda consegue. Quest colei ch tanto posta in croce pur da color che le dovrien dar lode, dandole biasmo a torto e mala voce; ma ella s beata e ci
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non ode: con laltre prime creature lieta volve sua spera e beata si gode. Or discendiamo omai a maggior pieta; gi ogne stella cade che saliva quand io mi mossi, e l troppo star si vieta. Noi ricidemmo il cerchio a laltra riva sovr una fonte che bolle e riversa per un fossato che da lei deriva. Lacqua era buia
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assai pi che persa; e noi, in compagnia de londe bige, intrammo gi per una via diversa. In la palude va cha nome Stige questo tristo ruscel, quand disceso al pi de le maligne piagge grige. E io, che di mirare stava inteso, vidi genti fangose in quel pantano, ignude tutte, con sembiante offeso. Queste si percotean non pur con
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mano, ma con la testa e col petto e coi piedi, troncandosi co denti a brano a brano. Lo buon maestro disse: Figlio, or vedi lanime di color cui vinse lira; e anche vo che tu per certo credi che sotto lacqua gente che sospira, e fanno pullular quest acqua al summo, come locchio ti dice, u che saggira. Fitti
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nel limo dicon: Tristi fummo ne laere dolce che dal sol sallegra, portando dentro accidoso fummo: or ci attristiam ne la belletta negra. Quest inno si gorgoglian ne la strozza, ch dir nol posson con parola integra. Cos girammo de la lorda pozza grand arco tra la ripa secca e l mzzo, con li occhi vlti a chi del fango
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ingozza. Venimmo al pi duna torre al da sezzo. Inferno Canto VIII Io dico, seguitando, chassai prima che noi fossimo al pi de lalta torre, li occhi nostri nandar suso a la cima per due fiammette che i vedemmo porre, e unaltra da lungi render cenno, tanto cha pena il potea locchio trre. E io mi volsi al mar di
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tutto l senno; dissi: Questo che dice? e che risponde quell altro foco? e chi son quei che l fenno?. Ed elli a me: Su per le sucide onde gi scorgere puoi quello che saspetta, se l fummo del pantan nol ti nasconde. Corda non pinse mai da s saetta che s corresse via per laere snella, com io vidi
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una nave piccioletta venir per lacqua verso noi in quella, sotto l governo dun sol galeoto, che gridava: Or se giunta, anima fella!. Flegs, Flegs, tu gridi a vto, disse lo mio segnore, a questa volta: pi non ci avrai che sol passando il loto. Qual colui che grande inganno ascolta che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
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fecesi Flegs ne lira accolta. Lo duca mio discese ne la barca, e poi mi fece intrare appresso lui; e sol quand io fui dentro parve carca. Tosto che l duca e io nel legno fui, segando se ne va lantica prora de lacqua pi che non suol con altrui. Mentre noi corravam la morta gora, dinanzi mi si fece
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un pien di fango, e disse: Chi se tu che vieni anzi ora?. E io a lui: Si vegno, non rimango; ma tu chi se, che s se fatto brutto?. Rispuose: Vedi che son un che piango. E io a lui: Con piangere e con lutto, spirito maladetto, ti rimani; chi ti conosco, ancor sie lordo tutto. Allor distese al
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legno ambo le mani; per che l maestro accorto lo sospinse, dicendo: Via cost con li altri cani!. Lo collo poi con le braccia mi cinse; basciommi l volto e disse: Alma sdegnosa, benedetta colei che n te sincinse! Quei fu al mondo persona orgogliosa; bont non che sua memoria fregi: cos s lombra sua qui furosa. Quanti si tegnon
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or l s gran regi che qui staranno come porci in brago, di s lasciando orribili dispregi!. E io: Maestro, molto sarei vago di vederlo attuffare in questa broda prima che noi uscissimo del lago. Ed elli a me: Avante che la proda ti si lasci veder, tu sarai sazio: di tal diso convien che tu goda. Dopo ci poco
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vid io quello strazio far di costui a le fangose genti, che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio. Tutti gridavano: A Filippo Argenti!; e l fiorentino spirito bizzarro in s medesmo si volvea co denti. Quivi il lasciammo, che pi non ne narro; ma ne lorecchie mi percosse un duolo, per chio avante locchio intento sbarro. Lo buon maestro
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disse: Omai, figliuolo, sappressa la citt cha nome Dite, coi gravi cittadin, col grande stuolo. E io: Maestro, gi le sue meschite l entro certe ne la valle cerno, vermiglie come se di foco uscite fossero. Ed ei mi disse: Il foco etterno chentro laffoca le dimostra rosse, come tu vedi in questo basso inferno. Noi pur giugnemmo dentro a
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lalte fosse che vallan quella terra sconsolata: le mura mi parean che ferro fosse. Non sanza prima far grande aggirata, venimmo in parte dove il nocchier forte Usciteci, grid: qui lintrata. Io vidi pi di mille in su le porte da ciel piovuti, che stizzosamente dicean: Chi costui che sanza morte va per lo regno de la morta gente?. E
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l savio mio maestro fece segno di voler lor parlar segretamente. Allor chiusero un poco il gran disdegno e disser: Vien tu solo, e quei sen vada che s ardito intr per questo regno. Sol si ritorni per la folle strada: pruovi, se sa; ch tu qui rimarrai, che li ha iscorta s buia contrada. Pensa, lettor, se io mi
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sconfortai nel suon de le parole maladette, ch non credetti ritornarci mai. O caro duca mio, che pi di sette volte mhai sicurt renduta e tratto dalto periglio che ncontra mi stette, non mi lasciar, diss io, cos disfatto; e se l passar pi oltre ci negato, ritroviam lorme nostre insieme ratto. E quel segnor che l mavea menato, mi
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disse: Non temer; ch l nostro passo non ci pu trre alcun: da tal n dato. Ma qui mattendi, e lo spirito lasso conforta e ciba di speranza buona, chi non ti lascer nel mondo basso. Cos sen va, e quivi mabbandona lo dolce padre, e io rimagno in forse, che s e no nel capo mi tenciona. Udir non
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potti quello cha lor porse; ma ei non stette l con essi guari, che ciascun dentro a pruova si ricorse. Chiuser le porte que nostri avversari nel petto al mio segnor, che fuor rimase e rivolsesi a me con passi rari. Li occhi a la terra e le ciglia avea rase dogne baldanza, e dicea ne sospiri: Chi mha negate
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le dolenti case!. E a me disse: Tu, perch io madiri, non sbigottir, chio vincer la prova, qual cha la difension dentro saggiri. Questa lor tracotanza non nova; ch gi lusaro a men segreta porta, la qual sanza serrame ancor si trova. Sovr essa vedest la scritta morta: e gi di qua da lei discende lerta, passando per li cerchi
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sanza scorta, tal che per lui ne fia la terra aperta. Inferno Canto IX Quel color che vilt di fuor mi pinse veggendo il duca mio tornare in volta, pi tosto dentro il suo novo ristrinse. Attento si ferm com uom chascolta; ch locchio nol potea menare a lunga per laere nero e per la nebbia folta. Pur a noi
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converr vincer la punga, cominci el, se non . . . Tal ne sofferse. Oh quanto tarda a me chaltri qui giunga!. I vidi ben s com ei ricoperse lo cominciar con laltro che poi venne, che fur parole a le prime diverse; ma nondimen paura il suo dir dienne, perch io traeva la parola tronca forse a peggior sentenzia
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che non tenne. In questo fondo de la trista conca discende mai alcun del primo grado, che sol per pena ha la speranza cionca?. Questa question fec io; e quei Di rado incontra, mi rispuose, che di noi faccia il cammino alcun per qual io vado. Ver chaltra fata qua gi fui, congiurato da quella Eritn cruda che richiamava lombre
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a corpi sui. Di poco era di me la carne nuda, chella mi fece intrar dentr a quel muro, per trarne un spirto del cerchio di Giuda. Quell l pi basso loco e l pi oscuro, e l pi lontan dal ciel che tutto gira: ben so l cammin; per ti fa sicuro. Questa palude che l gran puzzo spira
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cigne dintorno la citt dolente, u non potemo intrare omai sanz ira. E altro disse, ma non lho a mente; per che locchio mavea tutto tratto ver lalta torre a la cima rovente, dove in un punto furon dritte ratto tre fure infernal di sangue tinte, che membra feminine avieno e atto, e con idre verdissime eran cinte; serpentelli e
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ceraste avien per crine, onde le fiere tempie erano avvinte. E quei, che ben conobbe le meschine de la regina de letterno pianto, Guarda, mi disse, le feroci Erine. Quest Megera dal sinistro canto; quella che piange dal destro Aletto; Tesifn nel mezzo; e tacque a tanto. Con lunghie si fendea ciascuna il petto; battiensi a palme e gridavan s
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alto, chi mi strinsi al poeta per sospetto. Vegna Medusa: s l farem di smalto, dicevan tutte riguardando in giuso; mal non vengiammo in Teso lassalto. Volgiti n dietro e tien lo viso chiuso; ch se l Gorgn si mostra e tu l vedessi, nulla sarebbe di tornar mai suso. Cos disse l maestro; ed elli stessi mi volse, e
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non si tenne a le mie mani, che con le sue ancor non mi chiudessi. O voi chavete li ntelletti sani, mirate la dottrina che sasconde sotto l velame de li versi strani. E gi vena su per le torbide onde un fracasso dun suon, pien di spavento, per cui tremavano amendue le sponde, non altrimenti fatto che dun vento
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impetoso per li avversi ardori, che fier la selva e sanz alcun rattento li rami schianta, abbatte e porta fori; dinanzi polveroso va superbo, e fa fuggir le fiere e li pastori. Li occhi mi sciolse e disse: Or drizza il nerbo del viso su per quella schiuma antica per indi ove quel fummo pi acerbo. Come le rane innanzi
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a la nimica biscia per lacqua si dileguan tutte, fin cha la terra ciascuna sabbica, vid io pi di mille anime distrutte fuggir cos dinanzi ad un chal passo passava Stige con le piante asciutte. Dal volto rimovea quell aere grasso, menando la sinistra innanzi spesso; e sol di quell angoscia parea lasso. Ben maccorsi chelli era da ciel messo,
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e volsimi al maestro; e quei f segno chi stessi queto ed inchinassi ad esso. Ahi quanto mi parea pien di disdegno! Venne a la porta e con una verghetta laperse, che non vebbe alcun ritegno. O cacciati del ciel, gente dispetta, cominci elli in su lorribil soglia, ond esta oltracotanza in voi salletta? Perch recalcitrate a quella voglia a
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cui non puote il fin mai esser mozzo, e che pi volte vha cresciuta doglia? Che giova ne le fata dar di cozzo? Cerbero vostro, se ben vi ricorda, ne porta ancor pelato il mento e l gozzo. Poi si rivolse per la strada lorda, e non f motto a noi, ma f sembiante domo cui altra cura stringa e
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morda che quella di colui che li davante; e noi movemmo i piedi inver la terra, sicuri appresso le parole sante. Dentro li ntrammo sanz alcuna guerra; e io, chavea di riguardar disio la condizion che tal fortezza serra, com io fui dentro, locchio intorno invio: e veggio ad ogne man grande campagna, piena di duolo e di tormento rio.
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S come ad Arli, ove Rodano stagna, s com a Pola, presso del Carnaro chItalia chiude e suoi termini bagna, fanno i sepulcri tutt il loco varo, cos facevan quivi dogne parte, salvo che l modo vera pi amaro; ch tra li avelli fiamme erano sparte, per le quali eran s del tutto accesi, che ferro pi non chiede verun
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arte. Tutti li lor coperchi eran sospesi, e fuor nuscivan s duri lamenti, che ben parean di miseri e doffesi. E io: Maestro, quai son quelle genti che, seppellite dentro da quell arche, si fan sentir coi sospiri dolenti?. E quelli a me: Qui son li eresarche con lor seguaci, dogne setta, e molto pi che non credi son le
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tombe carche. Simile qui con simile sepolto, e i monimenti son pi e men caldi. E poi cha la man destra si fu vlto, passammo tra i martri e li alti spaldi. Inferno Canto X Ora sen va per un secreto calle, tra l muro de la terra e li martri, lo mio maestro, e io dopo le spalle. O
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virt somma, che per li empi giri mi volvi, cominciai, com a te piace, parlami, e sodisfammi a miei disiri. La gente che per li sepolcri giace potrebbesi veder? gi son levati tutt i coperchi, e nessun guardia face. E quelli a me: Tutti saran serrati quando di Iosaft qui torneranno coi corpi che l s hanno lasciati. Suo cimitero
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