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da questa parte hanno con Epicuro tutti suoi seguaci, che lanima col corpo morta fanno. Per a la dimanda che mi faci quinc entro satisfatto sar tosto, e al disio ancor che tu mi taci. E io: Buon duca, non tegno riposto a te mio cuor se non per dicer poco, e tu mhai non pur mo a ci disposto.
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O Tosco che per la citt del foco vivo ten vai cos parlando onesto, piacciati di restare in questo loco. La tua loquela ti fa manifesto di quella nobil patra natio, a la qual forse fui troppo molesto. Subitamente questo suono usco duna de larche; per maccostai, temendo, un poco pi al duca mio. Ed el mi disse: Volgiti! Che
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fai? Vedi l Farinata che s dritto: da la cintola in s tutto l vedrai. Io avea gi il mio viso nel suo fitto; ed el sergea col petto e con la fronte com avesse linferno a gran dispitto. E lanimose man del duca e pronte mi pinser tra le sepulture a lui, dicendo: Le parole tue sien conte. Com
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io al pi de la sua tomba fui, guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso, mi dimand: Chi fuor li maggior tui?. Io chera dubidir disideroso, non gliel celai, ma tutto gliel apersi; ond ei lev le ciglia un poco in suso; poi disse: Fieramente furo avversi a me e a miei primi e a mia parte, s che per
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due fate li dispersi. Sei fur cacciati, ei tornar dogne parte, rispuos io lui, luna e laltra fata; ma i vostri non appreser ben quell arte. Allor surse a la vista scoperchiata unombra, lungo questa, infino al mento: credo che sera in ginocchie levata. Dintorno mi guard, come talento avesse di veder saltri era meco; e poi che l sospecciar
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fu tutto spento, piangendo disse: Se per questo cieco carcere vai per altezza dingegno, mio figlio ov ? e perch non teco?. E io a lui: Da me stesso non vegno: colui chattende l, per qui mi mena forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. Le sue parole e l modo de la pena mavean di costui gi letto il
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nome; per fu la risposta cos piena. Di sbito drizzato grid: Come? dicesti elli ebbe? non viv elli ancora? non fiere li occhi suoi lo dolce lume?. Quando saccorse dalcuna dimora chio faca dinanzi a la risposta, supin ricadde e pi non parve fora. Ma quell altro magnanimo, a cui posta restato mera, non mut aspetto, n mosse collo, n
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pieg sua costa; e s continando al primo detto, Selli han quell arte, disse, male appresa, ci mi tormenta pi che questo letto. Ma non cinquanta volte fia raccesa la faccia de la donna che qui regge, che tu saprai quanto quell arte pesa. E se tu mai nel dolce mondo regge, dimmi: perch quel popolo s empio incontr a
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miei in ciascuna sua legge?. Ond io a lui: Lo strazio e l grande scempio che fece lArbia colorata in rosso, tal orazion fa far nel nostro tempio. Poi chebbe sospirando il capo mosso, A ci non fu io sol, disse, n certo sanza cagion con li altri sarei mosso. Ma fu io solo, l dove sofferto fu per ciascun
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di trre via Fiorenza, colui che la difesi a viso aperto. Deh, se riposi mai vostra semenza, prega io lui, solvetemi quel nodo che qui ha nviluppata mia sentenza. El par che voi veggiate, se ben odo, dinanzi quel che l tempo seco adduce, e nel presente tenete altro modo. Noi veggiam, come quei cha mala luce, le cose, disse,
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che ne son lontano; cotanto ancor ne splende il sommo duce. Quando sappressano o son, tutto vano nostro intelletto; e saltri non ci apporta, nulla sapem di vostro stato umano. Per comprender puoi che tutta morta fia nostra conoscenza da quel punto che del futuro fia chiusa la porta. Allor, come di mia colpa compunto, dissi: Or direte dunque a
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quel caduto che l suo nato co vivi ancor congiunto; e si fui, dianzi, a la risposta muto, fate i saper che l fei perch pensava gi ne lerror che mavete soluto. E gi l maestro mio mi richiamava; per chi pregai lo spirto pi avaccio che mi dicesse chi con lu istava. Dissemi: Qui con pi di mille giaccio:
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qua dentro l secondo Federico e l Cardinale; e de li altri mi taccio. Indi sascose; e io inver lantico poeta volsi i passi, ripensando a quel parlar che mi parea nemico. Elli si mosse; e poi, cos andando, mi disse: Perch se tu s smarrito?. E io li sodisfeci al suo dimando. La mente tua conservi quel chudito hai
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contra te, mi comand quel saggio; e ora attendi qui, e drizz l dito: quando sarai dinanzi al dolce raggio di quella il cui bell occhio tutto vede, da lei saprai di tua vita il vaggio. Appresso mosse a man sinistra il piede: lasciammo il muro e gimmo inver lo mezzo per un sentier cha una valle fiede, che nfin
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l s facea spiacer suo lezzo. Inferno Canto XI In su lestremit dunalta ripa che facevan gran pietre rotte in cerchio, venimmo sopra pi crudele stipa; e quivi, per lorribile soperchio del puzzo che l profondo abisso gitta, ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio dun grand avello, ov io vidi una scritta che dicea: Anastasio papa guardo, lo qual
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trasse Fotin de la via dritta. Lo nostro scender conviene esser tardo, s che sausi un poco in prima il senso al tristo fiato; e poi no i fia riguardo. Cos l maestro; e io Alcun compenso, dissi lui, trova che l tempo non passi perduto. Ed elli: Vedi cha ci penso. Figliuol mio, dentro da cotesti sassi, cominci poi
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a dir, son tre cerchietti di grado in grado, come que che lassi. Tutti son pien di spirti maladetti; ma perch poi ti basti pur la vista, intendi come e perch son costretti. Dogne malizia, chodio in cielo acquista, ingiuria l fine, ed ogne fin cotale o con forza o con frode altrui contrista. Ma perch frode de luom proprio
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male, pi spiace a Dio; e per stan di sotto li frodolenti, e pi dolor li assale. Di volenti il primo cerchio tutto; ma perch si fa forza a tre persone, in tre gironi distinto e costrutto. A Dio, a s, al prossimo si pne far forza, dico in loro e in lor cose, come udirai con aperta ragione. Morte
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per forza e ferute dogliose nel prossimo si danno, e nel suo avere ruine, incendi e tollette dannose; onde omicide e ciascun che mal fiere, guastatori e predon, tutti tormenta lo giron primo per diverse schiere. Puote omo avere in s man volenta e ne suoi beni; e per nel secondo giron convien che sanza pro si penta qualunque priva
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s del vostro mondo, biscazza e fonde la sua facultade, e piange l dov esser de giocondo. Puossi far forza ne la detade, col cor negando e bestemmiando quella, e spregiando natura e sua bontade; e per lo minor giron suggella del segno suo e Soddoma e Caorsa e chi, spregiando Dio col cor, favella. La frode, ond ogne coscenza
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morsa, pu lomo usare in colui che n lui fida e in quel che fidanza non imborsa. Questo modo di retro par chincida pur lo vinco damor che fa natura; onde nel cerchio secondo sannida ipocresia, lusinghe e chi affattura, falsit, ladroneccio e simonia, ruffian, baratti e simile lordura. Per laltro modo quell amor soblia che fa natura, e quel
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ch poi aggiunto, di che la fede spezal si cria; onde nel cerchio minore, ov l punto de luniverso in su che Dite siede, qualunque trade in etterno consunto. E io: Maestro, assai chiara procede la tua ragione, e assai ben distingue questo bartro e l popol che possiede. Ma dimmi: quei de la palude pingue, che mena il vento,
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e che batte la pioggia, e che sincontran con s aspre lingue, perch non dentro da la citt roggia sono ei puniti, se Dio li ha in ira? e se non li ha, perch sono a tal foggia?. Ed elli a me Perch tanto delira, disse, lo ngegno tuo da quel che sle? o ver la mente dove altrove mira?
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Non ti rimembra di quelle parole con le quai la tua Etica pertratta le tre disposizion che l ciel non vole, incontenenza, malizia e la matta bestialitade? e come incontenenza men Dio offende e men biasimo accatta? Se tu riguardi ben questa sentenza, e rechiti a la mente chi son quelli che s di fuor sostegnon penitenza, tu vedrai ben
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perch da questi felli sien dipartiti, e perch men crucciata la divina vendetta li martelli. O sol che sani ogne vista turbata, tu mi contenti s quando tu solvi, che, non men che saver, dubbiar maggrata. Ancora in dietro un poco ti rivolvi, diss io, l dove di chusura offende la divina bontade, e l groppo solvi. Filosofia, mi disse,
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a chi la ntende, nota, non pure in una sola parte, come natura lo suo corso prende dal divino ntelletto e da sua arte; e se tu ben la tua Fisica note, tu troverai, non dopo molte carte, che larte vostra quella, quanto pote, segue, come l maestro fa l discente; s che vostr arte a Dio quasi nepote. Da
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queste due, se tu ti rechi a mente lo Genes dal principio, convene prender sua vita e avanzar la gente; e perch lusuriere altra via tene, per s natura e per la sua seguace dispregia, poi chin altro pon la spene. Ma seguimi oramai che l gir mi piace; ch i Pesci guizzan su per lorizzonta, e l Carro tutto
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sovra l Coro giace, e l balzo via l oltra si dismonta. Inferno Canto XII Era lo loco ov a scender la riva venimmo, alpestro e, per quel che ver anco, tal, chogne vista ne sarebbe schiva. Qual quella ruina che nel fianco di qua da Trento lAdice percosse, o per tremoto o per sostegno manco, che da cima del
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monte, onde si mosse, al piano s la roccia discoscesa, chalcuna via darebbe a chi s fosse: cotal di quel burrato era la scesa; e n su la punta de la rotta lacca linfama di Creti era distesa che fu concetta ne la falsa vacca; e quando vide noi, s stesso morse, s come quei cui lira dentro fiacca. Lo
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savio mio inver lui grid: Forse tu credi che qui sia l duca dAtene, che s nel mondo la morte ti porse? Prtiti, bestia, ch questi non vene ammaestrato da la tua sorella, ma vassi per veder le vostre pene. Qual quel toro che si slaccia in quella cha ricevuto gi l colpo mortale, che gir non sa, ma qua
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e l saltella, vid io lo Minotauro far cotale; e quello accorto grid: Corri al varco; mentre che nfuria, buon che tu ti cale. Cos prendemmo via gi per lo scarco di quelle pietre, che spesso moviensi sotto i miei piedi per lo novo carco. Io gia pensando; e quei disse: Tu pensi forse a questa ruina, ch guardata da
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quell ira bestial chi ora spensi. Or vo che sappi che laltra fata chi discesi qua gi nel basso inferno, questa roccia non era ancor cascata. Ma certo poco pria, se ben discerno, che venisse colui che la gran preda lev a Dite del cerchio superno, da tutte parti lalta valle feda trem s, chi pensai che luniverso sentisse amor,
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per lo qual chi creda pi volte il mondo in casso converso; e in quel punto questa vecchia roccia, qui e altrove, tal fece riverso. Ma ficca li occhi a valle, ch sapproccia la riviera del sangue in la qual bolle qual che per volenza in altrui noccia. Oh cieca cupidigia e ira folle, che s ci sproni ne la
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vita corta, e ne letterna poi s mal cimmolle! Io vidi unampia fossa in arco torta, come quella che tutto l piano abbraccia, secondo chavea detto la mia scorta; e tra l pi de la ripa ed essa, in traccia corrien centauri, armati di saette, come solien nel mondo andare a caccia. Veggendoci calar, ciascun ristette, e de la schiera
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tre si dipartiro con archi e asticciuole prima elette; e lun grid da lungi: A qual martiro venite voi che scendete la costa? Ditel costinci; se non, larco tiro. Lo mio maestro disse: La risposta farem noi a Chirn cost di presso: mal fu la voglia tua sempre s tosta. Poi mi tent, e disse: Quelli Nesso, che mor per
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la bella Deianira, e f di s la vendetta elli stesso. E quel di mezzo, chal petto si mira, il gran Chirn, il qual nodr Achille; quell altro Folo, che fu s pien dira. Dintorno al fosso vanno a mille a mille, saettando qual anima si svelle del sangue pi che sua colpa sortille. Noi ci appressammo a quelle fiere
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isnelle: Chirn prese uno strale, e con la cocca fece la barba in dietro a le mascelle. Quando sebbe scoperta la gran bocca, disse a compagni: Siete voi accorti che quel di retro move ci chel tocca? Cos non soglion far li pi di morti. E l mio buon duca, che gi li er al petto, dove le due nature
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son consorti, rispuose: Ben vivo, e s soletto mostrar li mi convien la valle buia; necessit l ci nduce, e non diletto. Tal si part da cantare alleluia che mi commise quest officio novo: non ladron, n io anima fuia. Ma per quella virt per cu io movo li passi miei per s selvaggia strada, danne un de tuoi, a
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cui noi siamo a provo, e che ne mostri l dove si guada, e che porti costui in su la groppa, ch non spirto che per laere vada. Chirn si volse in su la destra poppa, e disse a Nesso: Torna, e s li guida, e fa cansar saltra schiera vintoppa. Or ci movemmo con la scorta fida lungo la
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proda del bollor vermiglio, dove i bolliti facieno alte strida. Io vidi gente sotto infino al ciglio; e l gran centauro disse: E son tiranni che dier nel sangue e ne laver di piglio. Quivi si piangon li spietati danni; quivi Alessandro, e Donisio fero che f Cicilia aver dolorosi anni. E quella fronte cha l pel cos nero, Azzolino;
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e quell altro ch biondo, Opizzo da Esti, il qual per vero fu spento dal figliastro s nel mondo. Allor mi volsi al poeta, e quei disse: Questi ti sia or primo, e io secondo. Poco pi oltre il centauro saffisse sovr una gente che nfino a la gola parea che di quel bulicame uscisse. Mostrocci unombra da lun canto
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sola, dicendo: Colui fesse in grembo a Dio lo cor che n su Tamisi ancor si cola. Poi vidi gente che di fuor del rio tenean la testa e ancor tutto l casso; e di costoro assai riconobb io. Cos a pi a pi si facea basso quel sangue, s che cocea pur li piedi; e quindi fu del fosso
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il nostro passo. S come tu da questa parte vedi lo bulicame che sempre si scema, disse l centauro, voglio che tu credi che da quest altra a pi a pi gi prema lo fondo suo, infin chel si raggiunge ove la tirannia convien che gema. La divina giustizia di qua punge quell Attila che fu flagello in terra, e
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Pirro e Sesto; e in etterno munge le lagrime, che col bollor diserra, a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo, che fecero a le strade tanta guerra. Poi si rivolse e ripassossi l guazzo. Inferno Canto XIII Non era ancor di l Nesso arrivato, quando noi ci mettemmo per un bosco che da neun sentiero era segnato. Non fronda verde,
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ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e nvolti; non pomi veran, ma stecchi con tsco. Non han s aspri sterpi n s folti quelle fiere selvagge che n odio hanno tra Cecina e Corneto i luoghi clti. Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno, che cacciar de le Strofade i Troiani con tristo annunzio di futuro danno.
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Ali hanno late, e colli e visi umani, pi con artigli, e pennuto l gran ventre; fanno lamenti in su li alberi strani. E l buon maestro Prima che pi entre, sappi che se nel secondo girone, mi cominci a dire, e sarai mentre che tu verrai ne lorribil sabbione. Per riguarda ben; s vederai cose che torrien fede al
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mio sermone. Io sentia dogne parte trarre guai e non vedea persona che l facesse; per chio tutto smarrito marrestai. Cred o chei credette chio credesse che tante voci uscisser, tra quei bronchi, da gente che per noi si nascondesse. Per disse l maestro: Se tu tronchi qualche fraschetta duna deste piante, li pensier chai si faran tutti monchi. Allor
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porsi la mano un poco avante e colsi un ramicel da un gran pruno; e l tronco suo grid: Perch mi schiante?. Da che fatto fu poi di sangue bruno, ricominci a dir: Perch mi scerpi? non hai tu spirto di pietade alcuno? Uomini fummo, e or siam fatti sterpi: ben dovrebb esser la tua man pi pia, se state
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fossimo anime di serpi. Come dun stizzo verde charso sia da lun de capi, che da laltro geme e cigola per vento che va via, s de la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue; ond io lasciai la cima cadere, e stetti come luom che teme. Selli avesse potuto creder prima, rispuose l savio mio, anima lesa, ci cha
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veduto pur con la mia rima, non averebbe in te la man distesa; ma la cosa incredibile mi fece indurlo ad ovra cha me stesso pesa. Ma dilli chi tu fosti, s che n vece dalcun ammenda tua fama rinfreschi nel mondo s, dove tornar li lece. E l tronco: S col dolce dir madeschi, chi non posso tacere; e
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voi non gravi perch o un poco a ragionar minveschi. Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e diserrando, s soavi, che dal secreto suo quasi ogn uom tolsi; fede portai al gloroso offizio, tanto chi ne perde li sonni e polsi. La meretrice che mai da lospizio di Cesare
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non torse li occhi putti, morte comune e de le corti vizio, infiamm contra me li animi tutti; e li nfiammati infiammar s Augusto, che lieti onor tornaro in tristi lutti. Lanimo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto. Per le nove radici desto legno vi giuro che gi mai non ruppi
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fede al mio segnor, che fu donor s degno. E se di voi alcun nel mondo riede, conforti la memoria mia, che giace ancor del colpo che nvidia le diede. Un poco attese, e poi Da chel si tace, disse l poeta a me, non perder lora; ma parla, e chiedi a lui, se pi ti piace. Ond o a
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lui: Domandal tu ancora di quel che credi cha me satisfaccia; chi non potrei, tanta piet maccora. Perci ricominci: Se lom ti faccia liberamente ci che l tuo dir priega, spirito incarcerato, ancor ti piaccia di dirne come lanima si lega in questi nocchi; e dinne, se tu puoi, salcuna mai di tai membra si spiega. Allor soffi il tronco
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forte, e poi si convert quel vento in cotal voce: Brievemente sar risposto a voi. Quando si parte lanima feroce dal corpo ond ella stessa s disvelta, Mins la manda a la settima foce. Cade in la selva, e non l parte scelta; ma l dove fortuna la balestra, quivi germoglia come gran di spelta. Surge in vermena e in
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pianta silvestra: lArpie, pascendo poi de le sue foglie, fanno dolore, e al dolor fenestra. Come laltre verrem per nostre spoglie, ma non per chalcuna sen rivesta, ch non giusto aver ci chom si toglie. Qui le strascineremo, e per la mesta selva saranno i nostri corpi appesi, ciascuno al prun de lombra sua molesta. Noi eravamo ancora al tronco
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attesi, credendo chaltro ne volesse dire, quando noi fummo dun romor sorpresi, similemente a colui che venire sente l porco e la caccia a la sua posta, chode le bestie, e le frasche stormire. Ed ecco due da la sinistra costa, nudi e graffiati, fuggendo s forte, che de la selva rompieno ogne rosta. Quel dinanzi: Or accorri, accorri, morte!.
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E laltro, cui pareva tardar troppo, gridava: Lano, s non furo accorte le gambe tue a le giostre dal Toppo!. E poi che forse li fallia la lena, di s e dun cespuglio fece un groppo. Di rietro a loro era la selva piena di nere cagne, bramose e correnti come veltri chuscisser di catena. In quel che sappiatt miser
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li denti, e quel dilaceraro a brano a brano; poi sen portar quelle membra dolenti. Presemi allor la mia scorta per mano, e menommi al cespuglio che piangea per le rotture sanguinenti in vano. O Iacopo, dicea, da Santo Andrea, che t giovato di me fare schermo? che colpa ho io de la tua vita rea?. Quando l maestro fu
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sovr esso fermo, disse: Chi fosti, che per tante punte soffi con sangue doloroso sermo?. Ed elli a noi: O anime che giunte siete a veder lo strazio disonesto cha le mie fronde s da me disgiunte, raccoglietele al pi del tristo cesto. I fui de la citt che nel Batista mut l primo padrone; ond ei per questo sempre
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con larte sua la far trista; e se non fosse che n sul passo dArno rimane ancor di lui alcuna vista, que cittadin che poi la rifondarno sovra l cener che dAttila rimase, avrebber fatto lavorare indarno. Io fei gibetto a me de le mie case. Inferno Canto XIV Poi che la carit del natio loco mi strinse, raunai le
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fronde sparte e rendele a colui, chera gi fioco. Indi venimmo al fine ove si parte lo secondo giron dal terzo, e dove si vede di giustizia orribil arte. A ben manifestar le cose nove, dico che arrivammo ad una landa che dal suo letto ogne pianta rimove. La dolorosa selva l ghirlanda intorno, come l fosso tristo ad essa;
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quivi fermammo i passi a randa a randa. Lo spazzo era una rena arida e spessa, non daltra foggia fatta che colei che fu da pi di Caton gi soppressa. O vendetta di Dio, quanto tu dei esser temuta da ciascun che legge ci che fu manifesto a li occhi mei! Danime nude vidi molte gregge che piangean tutte assai
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miseramente, e parea posta lor diversa legge. Supin giacea in terra alcuna gente, alcuna si sedea tutta raccolta, e altra andava continamente. Quella che giva ntorno era pi molta, e quella men che giaca al tormento, ma pi al duolo avea la lingua sciolta. Sovra tutto l sabbion, dun cader lento, piovean di foco dilatate falde, come di neve in
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alpe sanza vento. Quali Alessandro in quelle parti calde dInda vide sopra l so stuolo fiamme cadere infino a terra salde, per chei provide a scalpitar lo suolo con le sue schiere, acci che lo vapore mei si stingueva mentre chera solo: tale scendeva letternale ardore; onde la rena saccendea, com esca sotto focile, a doppiar lo dolore. Sanza riposo
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mai era la tresca de le misere mani, or quindi or quinci escotendo da s larsura fresca. I cominciai: Maestro, tu che vinci tutte le cose, fuor che demon duri cha lintrar de la porta incontra uscinci, chi quel grande che non par che curi lo ncendio e giace dispettoso e torto, s che la pioggia non par che l
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marturi?. E quel medesmo, che si fu accorto chio domandava il mio duca di lui, grid: Qual io fui vivo, tal son morto. Se Giove stanchi l suo fabbro da cui crucciato prese la folgore aguta onde lultimo d percosso fui; o selli stanchi li altri a muta a muta in Mongibello a la focina negra, chiamando Buon Vulcano, aiuta,
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aiuta!, s com el fece a la pugna di Flegra, e me saetti con tutta sua forza: non ne potrebbe aver vendetta allegra. Allora il duca mio parl di forza tanto, chi non lavea s forte udito: O Capaneo, in ci che non sammorza la tua superbia, se tu pi punito; nullo martiro, fuor che la tua rabbia, sarebbe al
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tuo furor dolor compito. Poi si rivolse a me con miglior labbia, dicendo: Quei fu lun di sette regi chassiser Tebe; ed ebbe e par chelli abbia Dio in disdegno, e poco par che l pregi; ma, com io dissi lui, li suoi dispetti sono al suo petto assai debiti fregi. Or mi vien dietro, e guarda che non metti,
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ancor, li piedi ne la rena arsiccia; ma sempre al bosco tien li piedi stretti. Tacendo divenimmo l ve spiccia fuor de la selva un picciol fiumicello, lo cui rossore ancor mi raccapriccia. Quale del Bulicame esce ruscello che parton poi tra lor le peccatrici, tal per la rena gi sen giva quello. Lo fondo suo e ambo le pendici
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fatt era n pietra, e margini dallato; per chio maccorsi che l passo era lici. Tra tutto laltro chi tho dimostrato, poscia che noi intrammo per la porta lo cui sogliare a nessuno negato, cosa non fu da li tuoi occhi scorta notabile com l presente rio, che sovra s tutte fiammelle ammorta. Queste parole fuor del duca mio; per
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chio l pregai che mi largisse l pasto di cui largito mava il disio. In mezzo mar siede un paese guasto, diss elli allora, che sappella Creta, sotto l cui rege fu gi l mondo casto. Una montagna v che gi fu lieta dacqua e di fronde, che si chiam Ida; or diserta come cosa vieta. Ra la scelse gi
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per cuna fida del suo figliuolo, e per celarlo meglio, quando piangea, vi facea far le grida. Dentro dal monte sta dritto un gran veglio, che tien volte le spalle inver Dammiata e Roma guarda come so speglio. La sua testa di fin oro formata, e puro argento son le braccia e l petto, poi di rame infino a la
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forcata; da indi in giuso tutto ferro eletto, salvo che l destro piede terra cotta; e sta n su quel, pi che n su laltro, eretto. Ciascuna parte, fuor che loro, rotta duna fessura che lagrime goccia, le quali, accolte, fran quella grotta. Lor corso in questa valle si diroccia; fanno Acheronte, Stige e Flegetonta; poi sen van gi per
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questa stretta doccia, infin, l ove pi non si dismonta, fanno Cocito; e qual sia quello stagno tu lo vedrai, per qui non si conta. E io a lui: Se l presente rigagno si diriva cos dal nostro mondo, perch ci appar pur a questo vivagno?. Ed elli a me: Tu sai che l loco tondo; e tutto che tu
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sie venuto molto, pur a sinistra, gi calando al fondo, non se ancor per tutto l cerchio vlto; per che, se cosa napparisce nova, non de addur maraviglia al tuo volto. E io ancor: Maestro, ove si trova Flegetonta e Let? ch de lun taci, e laltro di che si fa desta piova. In tutte tue question certo mi piaci,
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rispuose, ma l bollor de lacqua rossa dovea ben solver luna che tu faci. Let vedrai, ma fuor di questa fossa, l dove vanno lanime a lavarsi quando la colpa pentuta rimossa. Poi disse: Omai tempo da scostarsi dal bosco; fa che di retro a me vegne: li margini fan via, che non son arsi, e sopra loro ogne vapor
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si spegne. Inferno Canto XV Ora cen porta lun de duri margini; e l fummo del ruscel di sopra aduggia, s che dal foco salva lacqua e li argini. Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, temendo l fiotto che nver lor savventa, fanno lo schermo perch l mar si fuggia; e quali Padoan lungo la Brenta, per difender lor ville
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e lor castelli, anzi che Carentana il caldo senta: a tale imagine eran fatti quelli, tutto che n s alti n s grossi, qual che si fosse, lo maestro flli. Gi eravam da la selva rimossi tanto, chi non avrei visto dov era, perch io in dietro rivolto mi fossi, quando incontrammo danime una schiera che venian lungo largine, e
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ciascuna ci riguardava come suol da sera guardare uno altro sotto nuova luna; e s ver noi aguzzavan le ciglia come l vecchio sartor fa ne la cruna. Cos adocchiato da cotal famiglia, fui conosciuto da un, che mi prese per lo lembo e grid: Qual maraviglia!. E io, quando l suo braccio a me distese, ficca li occhi per
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lo cotto aspetto, s che l viso abbrusciato non difese la conoscenza sa al mio ntelletto; e chinando la mano a la sua faccia, rispuosi: Siete voi qui, ser Brunetto?. E quelli: O figliuol mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latino un poco teco ritorna n dietro e lascia andar la traccia. I dissi lui: Quanto posso, ven preco; e
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se volete che con voi masseggia, farl, se piace a costui che vo seco. O figliuol, disse, qual di questa greggia sarresta punto, giace poi cent anni sanz arrostarsi quando l foco il feggia. Per va oltre: i ti verr a panni; e poi rigiugner la mia masnada, che va piangendo i suoi etterni danni. Io non osava scender de
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la strada per andar par di lui; ma l capo chino tenea com uom che reverente vada. El cominci: Qual fortuna o destino anzi lultimo d qua gi ti mena? e chi questi che mostra l cammino?. L s di sopra, in la vita serena, rispuos io lui, mi smarri in una valle, avanti che let mia fosse piena. Pur
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ier mattina le volsi le spalle: questi mapparve, tornand o in quella, e reducemi a ca per questo calle. Ed elli a me: Se tu segui tua stella, non puoi fallire a gloroso porto, se ben maccorsi ne la vita bella; e sio non fossi s per tempo morto, veggendo il cielo a te cos benigno, dato tavrei a lopera
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conforto. Ma quello ingrato popolo maligno che discese di Fiesole ab antico, e tiene ancor del monte e del macigno, ti si far, per tuo ben far, nimico; ed ragion, ch tra li lazzi sorbi si disconvien fruttare al dolce fico. Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; gent avara, invidiosa e superba: dai lor costumi fa che tu ti
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forbi. La tua fortuna tanto onor ti serba, che luna parte e laltra avranno fame di te; ma lungi fia dal becco lerba. Faccian le bestie fiesolane strame di lor medesme, e non tocchin la pianta, salcuna surge ancora in lor letame, in cui riviva la sementa santa di que Roman che vi rimaser quando fu fatto il nido di
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malizia tanta. Se fosse tutto pieno il mio dimando, rispuos io lui, voi non sareste ancora de lumana natura posto in bando; ch n la mente m fitta, e or maccora, la cara e buona imagine paterna di voi quando nel mondo ad ora ad ora minsegnavate come luom setterna: e quant io labbia in grado, mentr io vivo convien
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che ne la mia lingua si scerna. Ci che narrate di mio corso scrivo, e serbolo a chiosar con altro testo a donna che sapr, sa lei arrivo. Tanto vogl io che vi sia manifesto, pur che mia coscenza non mi garra, cha la Fortuna, come vuol, son presto. Non nuova a li orecchi miei tal arra: per giri Fortuna
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la sua rota come le piace, e l villan la sua marra. Lo mio maestro allora in su la gota destra si volse in dietro e riguardommi; poi disse: Bene ascolta chi la nota. N per tanto di men parlando vommi con ser Brunetto, e dimando chi sono li suoi compagni pi noti e pi sommi. Ed elli a me:
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Saper dalcuno buono; de li altri fia laudabile tacerci, ch l tempo saria corto a tanto suono. In somma sappi che tutti fur cherci e litterati grandi e di gran fama, dun peccato medesmo al mondo lerci. Priscian sen va con quella turba grama, e Francesco dAccorso anche; e vedervi, savessi avuto di tal tigna brama, colui potei che dal
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servo de servi fu trasmutato dArno in Bacchiglione, dove lasci li mal protesi nervi. Di pi direi; ma l venire e l sermone pi lungo esser non pu, per chi veggio l surger nuovo fummo del sabbione. Gente vien con la quale esser non deggio. Sieti raccomandato il mio Tesoro, nel qual io vivo ancora, e pi non cheggio. Poi
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si rivolse, e parve di coloro che corrono a Verona il drappo verde per la campagna; e parve di costoro quelli che vince, non colui che perde. Inferno Canto XVI Gi era in loco onde sudia l rimbombo de lacqua che cadea ne laltro giro, simile a quel che larnie fanno rombo, quando tre ombre insieme si partiro, correndo, duna
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torma che passava sotto la pioggia de laspro martiro. Venian ver noi, e ciascuna gridava: Sstati tu cha labito ne sembri esser alcun di nostra terra prava. Ahim, che piaghe vidi ne lor membri, ricenti e vecchie, da le fiamme incese! Ancor men duol pur chi me ne rimembri. A le lor grida il mio dottor sattese; volse l viso
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ver me, e Or aspetta, disse, a costor si vuole esser cortese. E se non fosse il foco che saetta la natura del loco, i dicerei che meglio stesse a te che a lor la fretta. Ricominciar, come noi restammo, ei lantico verso; e quando a noi fuor giunti, fenno una rota di s tutti e trei. Qual sogliono i
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campion far nudi e unti, avvisando lor presa e lor vantaggio, prima che sien tra lor battuti e punti, cos rotando, ciascuno il visaggio drizzava a me, s che n contraro il collo faceva ai pi contino vaggio. E Se miseria desto loco sollo rende in dispetto noi e nostri prieghi, cominci luno, e l tinto aspetto e brollo, la
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fama nostra il tuo animo pieghi a dirne chi tu se, che i vivi piedi cos sicuro per lo nferno freghi. Questi, lorme di cui pestar mi vedi, tutto che nudo e dipelato vada, fu di grado maggior che tu non credi: nepote fu de la buona Gualdrada; Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita fece col senno assai
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e con la spada. Laltro, chappresso me la rena trita, Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce nel mondo s dovria esser gradita. E io, che posto son con loro in croce, Iacopo Rusticucci fui, e certo la fiera moglie pi chaltro mi nuoce. Si fossi stato dal foco coperto, gittato mi sarei tra lor di sotto, e credo che l dottor
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lavria sofferto; ma perch io mi sarei brusciato e cotto, vinse paura la mia buona voglia che di loro abbracciar mi facea ghiotto. Poi cominciai: Non dispetto, ma doglia la vostra condizion dentro mi fisse, tanta che tardi tutta si dispoglia, tosto che questo mio segnor mi disse parole per le quali i mi pensai che qual voi siete, tal
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gente venisse. Di vostra terra sono, e sempre mai lovra di voi e li onorati nomi con affezion ritrassi e ascoltai. Lascio lo fele e vo per dolci pomi promessi a me per lo verace duca; ma nfino al centro pria convien chi tomi. Se lungamente lanima conduca le membra tue, rispuose quelli ancora, e se la fama tua dopo
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te luca, cortesia e valor d se dimora ne la nostra citt s come suole, o se del tutto se n gita fora; ch Guiglielmo Borsiere, il qual si duole con noi per poco e va l coi compagni, assai ne cruccia con le sue parole. La gente nuova e i sbiti guadagni orgoglio e dismisura han generata, Fiorenza, in
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