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te, s che tu gi ten piagni. Cos gridai con la faccia levata; e i tre, che ci inteser per risposta, guardar lun laltro com al ver si guata. Se laltre volte s poco ti costa, rispuoser tutti, il satisfare altrui, felice te se s parli a tua posta! Per, se campi desti luoghi bui e torni a riveder le
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belle stelle, quando ti giover dicere I fui, fa che di noi a la gente favelle. Indi rupper la rota, e a fuggirsi ali sembiar le gambe loro isnelle. Un amen non saria possuto dirsi tosto cos com e fuoro spariti; per chal maestro parve di partirsi. Io lo seguiva, e poco eravam iti, che l suon de lacqua nera
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s vicino, che per parlar saremmo a pena uditi. Come quel fiume cha proprio cammino prima dal Monte Viso nver levante, da la sinistra costa dApennino, che si chiama Acquacheta suso, avante che si divalli gi nel basso letto, e a Forl di quel nome vacante, rimbomba l sovra San Benedetto de lAlpe per cadere ad una scesa ove dovea
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per mille esser recetto; cos, gi duna ripa discoscesa, trovammo risonar quell acqua tinta, s che n poc ora avria lorecchia offesa. Io avea una corda intorno cinta, e con essa pensai alcuna volta prender la lonza a la pelle dipinta. Poscia chio lebbi tutta da me sciolta, s come l duca mavea comandato, porsila a lui aggroppata e ravvolta.
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Ond ei si volse inver lo destro lato, e alquanto di lunge da la sponda la gitt giuso in quell alto burrato. E pur convien che novit risponda, dicea fra me medesmo, al novo cenno che l maestro con locchio s seconda. Ahi quanto cauti li uomini esser dienno presso a color che non veggion pur lovra, ma per entro
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i pensier miran col senno! El disse a me: Tosto verr di sovra ci chio attendo e che il tuo pensier sogna; tosto convien chal tuo viso si scovra. Sempre a quel ver cha faccia di menzogna de luom chiuder le labbra fin chel puote, per che sanza colpa fa vergogna; ma qui tacer nol posso; e per le note
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di questa comeda, lettor, ti giuro, selle non sien di lunga grazia vte, chi vidi per quell aere grosso e scuro venir notando una figura in suso, maravigliosa ad ogne cor sicuro, s come torna colui che va giuso talora a solver lncora chaggrappa o scoglio o altro che nel mare chiuso, che n s si stende e da pi
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si rattrappa. Inferno Canto XVII Ecco la fiera con la coda aguzza, che passa i monti e rompe i muri e larmi! Ecco colei che tutto l mondo appuzza!. S cominci lo mio duca a parlarmi; e accennolle che venisse a proda, vicino al fin di passeggiati marmi. E quella sozza imagine di froda sen venne, e arriv la testa
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e l busto, ma n su la riva non trasse la coda. La faccia sua era faccia duom giusto, tanto benigna avea di fuor la pelle, e dun serpente tutto laltro fusto; due branche avea pilose insin lascelle; lo dosso e l petto e ambedue le coste dipinti avea di nodi e di rotelle. Con pi color, sommesse e sovraposte
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non fer mai drappi Tartari n Turchi, n fuor tai tele per Aragne imposte. Come talvolta stanno a riva i burchi, che parte sono in acqua e parte in terra, e come l tra li Tedeschi lurchi lo bivero sassetta a far sua guerra, cos la fiera pessima si stava su lorlo ch di pietra e l sabbion serra. Nel
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vano tutta sua coda guizzava, torcendo in s la venenosa forca cha guisa di scorpion la punta armava. Lo duca disse: Or convien che si torca la nostra via un poco insino a quella bestia malvagia che col si corca. Per scendemmo a la destra mammella, e diece passi femmo in su lo stremo, per ben cessar la rena e
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la fiammella. E quando noi a lei venuti semo, poco pi oltre veggio in su la rena gente seder propinqua al loco scemo. Quivi l maestro Acci che tutta piena esperenza desto giron porti, mi disse, va, e vedi la lor mena. Li tuoi ragionamenti sian l corti; mentre che torni, parler con questa, che ne conceda i suoi omeri
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forti. Cos ancor su per la strema testa di quel settimo cerchio tutto solo andai, dove sedea la gente mesta. Per li occhi fora scoppiava lor duolo; di qua, di l soccorrien con le mani quando a vapori, e quando al caldo suolo: non altrimenti fan di state i cani or col ceffo or col pi, quando son morsi o
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da pulci o da mosche o da tafani. Poi che nel viso a certi li occhi porsi, ne quali l doloroso foco casca, non ne conobbi alcun; ma io maccorsi che dal collo a ciascun pendea una tasca chavea certo colore e certo segno, e quindi par che l loro occhio si pasca. E com io riguardando tra lor vegno,
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in una borsa gialla vidi azzurro che dun leone avea faccia e contegno. Poi, procedendo di mio sguardo il curro, vidine unaltra come sangue rossa, mostrando unoca bianca pi che burro. E un che duna scrofa azzurra e grossa segnato avea lo suo sacchetto bianco, mi disse: Che fai tu in questa fossa? Or te ne va; e perch se
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vivo anco, sappi che l mio vicin Vitalano seder qui dal mio sinistro fianco. Con questi Fiorentin son padoano: spesse fate mi ntronan li orecchi gridando: Vegna l cavalier sovrano, che recher la tasca con tre becchi!. Qui distorse la bocca e di fuor trasse la lingua, come bue che l naso lecchi. E io, temendo no l pi star
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crucciasse lui che di poco star mavea mmonito, tornami in dietro da lanime lasse. Trova il duca mio chera salito gi su la groppa del fiero animale, e disse a me: Or sie forte e ardito. Omai si scende per s fatte scale; monta dinanzi, chi voglio esser mezzo, s che la coda non possa far male. Qual colui che
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s presso ha l riprezzo de la quartana, cha gi lunghie smorte, e triema tutto pur guardando l rezzo, tal divenn io a le parole porte; ma vergogna mi f le sue minacce, che innanzi a buon segnor fa servo forte. I massettai in su quelle spallacce; s volli dir, ma la voce non venne com io credetti: Fa che
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tu mabbracce. Ma esso, chaltra volta mi sovvenne ad altro forse, tosto chi montai con le braccia mavvinse e mi sostenne; e disse: Geron, moviti omai: le rote larghe, e lo scender sia poco; pensa la nova soma che tu hai. Come la navicella esce di loco in dietro in dietro, s quindi si tolse; e poi chal tutto si
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sent a gioco, l v era l petto, la coda rivolse, e quella tesa, come anguilla, mosse, e con le branche laere a s raccolse. Maggior paura non credo che fosse quando Fetonte abbandon li freni, per che l ciel, come pare ancor, si cosse; n quando Icaro misero le reni sent spennar per la scaldata cera, gridando il padre
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a lui Mala via tieni!, che fu la mia, quando vidi chi era ne laere dogne parte, e vidi spenta ogne veduta fuor che de la fera. Ella sen va notando lenta lenta; rota e discende, ma non me naccorgo se non che al viso e di sotto mi venta. Io sentia gi da la man destra il gorgo far
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sotto noi un orribile scroscio, per che con li occhi n gi la testa sporgo. Allor fu io pi timido a lo stoscio, per chi vidi fuochi e senti pianti; ond io tremando tutto mi raccoscio. E vidi poi, ch nol vedea davanti, lo scendere e l girar per li gran mali che sappressavan da diversi canti. Come l falcon
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ch stato assai su lali, che sanza veder logoro o uccello fa dire al falconiere Om, tu cali!, discende lasso onde si move isnello, per cento rote, e da lunge si pone dal suo maestro, disdegnoso e fello; cos ne puose al fondo Gerone al pi al pi de la stagliata rocca, e, discarcate le nostre persone, si dilegu come
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da corda cocca. Inferno Canto XVIII Luogo in inferno detto Malebolge, tutto di pietra di color ferrigno, come la cerchia che dintorno il volge. Nel dritto mezzo del campo maligno vaneggia un pozzo assai largo e profondo, di cui suo loco dicer lordigno. Quel cinghio che rimane adunque tondo tra l pozzo e l pi de lalta ripa dura, e
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ha distinto in dieci valli il fondo. Quale, dove per guardia de le mura pi e pi fossi cingon li castelli, la parte dove son rende figura, tale imagine quivi facean quelli; e come a tai fortezze da lor sogli a la ripa di fuor son ponticelli, cos da imo de la roccia scogli movien che ricidien li argini e
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fossi infino al pozzo che i tronca e raccogli. In questo luogo, de la schiena scossi di Geron, trovammoci; e l poeta tenne a sinistra, e io dietro mi mossi. A la man destra vidi nova pieta, novo tormento e novi frustatori, di che la prima bolgia era repleta. Nel fondo erano ignudi i peccatori; dal mezzo in qua ci
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venien verso l volto, di l con noi, ma con passi maggiori, come i Roman per lessercito molto, lanno del giubileo, su per lo ponte hanno a passar la gente modo colto, che da lun lato tutti hanno la fronte verso l castello e vanno a Santo Pietro, da laltra sponda vanno verso l monte. Di qua, di l, su
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per lo sasso tetro vidi demon cornuti con gran ferze, che li battien crudelmente di retro. Ahi come facean lor levar le berze a le prime percosse! gi nessuno le seconde aspettava n le terze. Mentr io andava, li occhi miei in uno furo scontrati; e io s tosto dissi: Gi di veder costui non son digiuno. Per cho a
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figurarlo i piedi affissi; e l dolce duca meco si ristette, e assentio chalquanto in dietro gissi. E quel frustato celar si credette bassando l viso; ma poco li valse, chio dissi: O tu che locchio a terra gette, se le fazion che porti non son false, Venedico se tu Caccianemico. Ma che ti mena a s pungenti salse?. Ed
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elli a me: Mal volontier lo dico; ma sforzami la tua chiara favella, che mi fa sovvenir del mondo antico. I fui colui che la Ghisolabella condussi a far la voglia del marchese, come che suoni la sconcia novella. E non pur io qui piango bolognese; anzi n questo loco tanto pieno, che tante lingue non son ora apprese a
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dicer sipa tra Svena e Reno; e se di ci vuoi fede o testimonio, rcati a mente il nostro avaro seno. Cos parlando il percosse un demonio de la sua scurada, e disse: Via, ruffian! qui non son femmine da conio. I mi raggiunsi con la scorta mia; poscia con pochi passi divenimmo l v uno scoglio de la ripa
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uscia. Assai leggeramente quel salimmo; e vlti a destra su per la sua scheggia, da quelle cerchie etterne ci partimmo. Quando noi fummo l dov el vaneggia di sotto per dar passo a li sferzati, lo duca disse: Attienti, e fa che feggia lo viso in te di quest altri mal nati, ai quali ancor non vedesti la faccia per
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che son con noi insieme andati. Del vecchio ponte guardavam la traccia che vena verso noi da laltra banda, e che la ferza similmente scaccia. E l buon maestro, sanza mia dimanda, mi disse: Guarda quel grande che vene, e per dolor non par lagrime spanda: quanto aspetto reale ancor ritene! Quelli Iasn, che per cuore e per senno li
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Colchi del monton privati fne. Ello pass per lisola di Lenno poi che lardite femmine spietate tutti li maschi loro a morte dienno. Ivi con segni e con parole ornate Isifile ingann, la giovinetta che prima avea tutte laltre ingannate. Lasciolla quivi, gravida, soletta; tal colpa a tal martiro lui condanna; e anche di Medea si fa vendetta. Con lui
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sen va chi da tal parte inganna; e questo basti de la prima valle sapere e di color che n s assanna. Gi eravam l ve lo stretto calle con largine secondo sincrocicchia, e fa di quello ad un altr arco spalle. Quindi sentimmo gente che si nicchia ne laltra bolgia e che col muso scuffa, e s medesma con
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le palme picchia. Le ripe eran grommate duna muffa, per lalito di gi che vi sappasta, che con li occhi e col naso facea zuffa. Lo fondo cupo s, che non ci basta loco a veder sanza montare al dosso de larco, ove lo scoglio pi sovrasta. Quivi venimmo; e quindi gi nel fosso vidi gente attuffata in uno sterco
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che da li uman privadi parea mosso. E mentre chio l gi con locchio cerco, vidi un col capo s di merda lordo, che non para sera laico o cherco. Quei mi sgrid: Perch se tu s gordo di riguardar pi me che li altri brutti?. E io a lui: Perch, se ben ricordo, gi tho veduto coi capelli asciutti,
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e se Alessio Interminei da Lucca: per tadocchio pi che li altri tutti. Ed elli allor, battendosi la zucca: Qua gi mhanno sommerso le lusinghe ond io non ebbi mai la lingua stucca. Appresso ci lo duca Fa che pinghe, mi disse, il viso un poco pi avante, s che la faccia ben con locchio attinghe di quella sozza e
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scapigliata fante che l si graffia con lunghie merdose, e or saccoscia e ora in piedi stante. Tade , la puttana che rispuose al drudo suo quando disse Ho io grazie grandi apo te?: Anzi maravigliose!. E quinci sian le nostre viste sazie. Inferno Canto XIX O Simon mago, o miseri seguaci che le cose di Dio, che di bontate
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deon essere spose, e voi rapaci per oro e per argento avolterate, or convien che per voi suoni la tromba, per che ne la terza bolgia state. Gi eravamo, a la seguente tomba, montati de lo scoglio in quella parte cha punto sovra mezzo l fosso piomba. O somma sapenza, quanta larte che mostri in cielo, in terra e nel
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mal mondo, e quanto giusto tua virt comparte! Io vidi per le coste e per lo fondo piena la pietra livida di fri, dun largo tutti e ciascun era tondo. Non mi parean men ampi n maggiori che que che son nel mio bel San Giovanni, fatti per loco di battezzatori; lun de li quali, ancor non molt anni, rupp
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io per un che dentro vannegava: e questo sia suggel chogn omo sganni. Fuor de la bocca a ciascun soperchiava dun peccator li piedi e de le gambe infino al grosso, e laltro dentro stava. Le piante erano a tutti accese intrambe; per che s forte guizzavan le giunte, che spezzate averien ritorte e strambe. Qual suole il fiammeggiar de
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le cose unte muoversi pur su per la strema buccia, tal era l dai calcagni a le punte. Chi colui, maestro, che si cruccia guizzando pi che li altri suoi consorti, diss io, e cui pi roggia fiamma succia?. Ed elli a me: Se tu vuo chi ti porti l gi per quella ripa che pi giace, da lui saprai
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di s e de suoi torti. E io: Tanto m bel, quanto a te piace: tu se segnore, e sai chi non mi parto dal tuo volere, e sai quel che si tace. Allor venimmo in su largine quarto; volgemmo e discendemmo a mano stanca l gi nel fondo foracchiato e arto. Lo buon maestro ancor de la sua anca
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non mi dipuose, s mi giunse al rotto di quel che si piangeva con la zanca. O qual che se che l di s tien di sotto, anima trista come pal commessa, comincia io a dir, se puoi, fa motto. Io stava come l frate che confessa lo perfido assessin, che, poi ch fitto, richiama lui per che la morte
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cessa. Ed el grid: Se tu gi cost ritto, se tu gi cost ritto, Bonifazio? Di parecchi anni mi ment lo scritto. Se tu s tosto di quell aver sazio per lo qual non temesti trre a nganno la bella donna, e poi di farne strazio?. Tal mi fec io, quai son color che stanno, per non intender ci ch
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lor risposto, quasi scornati, e risponder non sanno. Allor Virgilio disse: Dilli tosto: Non son colui, non son colui che credi; e io rispuosi come a me fu imposto. Per che lo spirto tutti storse i piedi; poi, sospirando e con voce di pianto, mi disse: Dunque che a me richiedi? Se di saper chi sia ti cal cotanto, che
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tu abbi per la ripa corsa, sappi chi fui vestito del gran manto; e veramente fui figliuol de lorsa, cupido s per avanzar li orsatti, che s lavere e qui me misi in borsa. Di sotto al capo mio son li altri tratti che precedetter me simoneggiando, per le fessure de la pietra piatti. L gi cascher io altres quando
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verr colui chi credea che tu fossi, allor chi feci l sbito dimando. Ma pi l tempo gi che i pi mi cossi e chi son stato cos sottosopra, chel non star piantato coi pi rossi: ch dopo lui verr di pi laida opra, di ver ponente, un pastor sanza legge, tal che convien che lui e me ricuopra. Nuovo
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Iasn sar, di cui si legge ne Maccabei; e come a quel fu molle suo re, cos fia lui chi Francia regge. Io non so si mi fui qui troppo folle, chi pur rispuosi lui a questo metro: Deh, or mi d: quanto tesoro volle Nostro Segnore in prima da san Pietro chei ponesse le chiavi in sua bala? Certo
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non chiese se non Viemmi retro. N Pier n li altri tolsero a Matia oro od argento, quando fu sortito al loco che perd lanima ria. Per ti sta, ch tu se ben punito; e guarda ben la mal tolta moneta chesser ti fece contra Carlo ardito. E se non fosse chancor lo mi vieta la reverenza de le somme
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chiavi che tu tenesti ne la vita lieta, io userei parole ancor pi gravi; ch la vostra avarizia il mondo attrista, calcando i buoni e sollevando i pravi. Di voi pastor saccorse il Vangelista, quando colei che siede sopra lacque puttaneggiar coi regi a lui fu vista; quella che con le sette teste nacque, e da le diece corna ebbe
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argomento, fin che virtute al suo marito piacque. Fatto vavete dio doro e dargento; e che altro da voi a lidolatre, se non chelli uno, e voi ne orate cento? Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre, non la tua conversion, ma quella dote che da te prese il primo ricco patre!. E mentr io li cantava cotai note, o
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ira o coscenza che l mordesse, forte spingava con ambo le piote. I credo ben chal mio duca piacesse, con s contenta labbia sempre attese lo suon de le parole vere espresse. Per con ambo le braccia mi prese; e poi che tutto su mi sebbe al petto, rimont per la via onde discese. N si stanc davermi a s
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distretto, s men port sovra l colmo de larco che dal quarto al quinto argine tragetto. Quivi soavemente spuose il carco, soave per lo scoglio sconcio ed erto che sarebbe a le capre duro varco. Indi un altro vallon mi fu scoperto. Inferno Canto XX Di nova pena mi conven far versi e dar matera al ventesimo canto de la
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prima canzon, ch di sommersi. Io era gi disposto tutto quanto a riguardar ne lo scoperto fondo, che si bagnava dangoscioso pianto; e vidi gente per lo vallon tondo venir, tacendo e lagrimando, al passo che fanno le letane in questo mondo. Come l viso mi scese in lor pi basso, mirabilmente apparve esser travolto ciascun tra l mento e
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l principio del casso, ch da le reni era tornato l volto, e in dietro venir li convenia, perch l veder dinanzi era lor tolto. Forse per forza gi di parlasia si travolse cos alcun del tutto; ma io nol vidi, n credo che sia. Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto di tua lezione, or pensa per te stesso
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com io potea tener lo viso asciutto, quando la nostra imagine di presso vidi s torta, che l pianto de li occhi le natiche bagnava per lo fesso. Certo io piangea, poggiato a un de rocchi del duro scoglio, s che la mia scorta mi disse: Ancor se tu de li altri sciocchi? Qui vive la piet quand ben morta;
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chi pi scellerato che colui che al giudicio divin passion comporta? Drizza la testa, drizza, e vedi a cui saperse a li occhi di Teban la terra; per chei gridavan tutti: Dove rui, Anfarao? perch lasci la guerra?. E non rest di ruinare a valle fino a Mins che ciascheduno afferra. Mira cha fatto petto de le spalle; perch volle
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veder troppo davante, di retro guarda e fa retroso calle. Vedi Tiresia, che mut sembiante quando di maschio femmina divenne, cangiandosi le membra tutte quante; e prima, poi, ribatter li convenne li duo serpenti avvolti, con la verga, che ravesse le maschili penne. Aronta quel chal ventre li satterga, che ne monti di Luni, dove ronca lo Carrarese che di
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sotto alberga, ebbe tra bianchi marmi la spelonca per sua dimora; onde a guardar le stelle e l mar non li era la veduta tronca. E quella che ricuopre le mammelle, che tu non vedi, con le trecce sciolte, e ha di l ogne pilosa pelle, Manto fu, che cerc per terre molte; poscia si puose l dove nacqu io;
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onde un poco mi piace che mascolte. Poscia che l padre suo di vita usco e venne serva la citt di Baco, questa gran tempo per lo mondo gio. Suso in Italia bella giace un laco, a pi de lAlpe che serra Lamagna sovra Tiralli, cha nome Benaco. Per mille fonti, credo, e pi si bagna tra Garda e Val
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Camonica e Pennino de lacqua che nel detto laco stagna. Loco nel mezzo l dove l trentino pastore e quel di Brescia e l veronese segnar poria, se fesse quel cammino. Siede Peschiera, bello e forte arnese da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi, ove la riva ntorno pi discese. Ivi convien che tutto quanto caschi ci che n grembo a Benaco
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star non pu, e fassi fiume gi per verdi paschi. Tosto che lacqua a correr mette co, non pi Benaco, ma Mencio si chiama fino a Governol, dove cade in Po. Non molto ha corso, chel trova una lama, ne la qual si distende e la mpaluda; e suol di state talor essere grama. Quindi passando la vergine cruda vide
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terra, nel mezzo del pantano, sanza coltura e dabitanti nuda. L, per fuggire ogne consorzio umano, ristette con suoi servi a far sue arti, e visse, e vi lasci suo corpo vano. Li uomini poi che ntorno erano sparti saccolsero a quel loco, chera forte per lo pantan chavea da tutte parti. Fer la citt sovra quell ossa morte; e
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per colei che l loco prima elesse, Manta lappellar sanz altra sorte. Gi fuor le genti sue dentro pi spesse, prima che la mattia da Casalodi da Pinamonte inganno ricevesse. Per tassenno che, se tu mai odi originar la mia terra altrimenti, la verit nulla menzogna frodi. E io: Maestro, i tuoi ragionamenti mi son s certi e prendon s
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mia fede, che li altri mi sarien carboni spenti. Ma dimmi, de la gente che procede, se tu ne vedi alcun degno di nota; ch solo a ci la mia mente rifiede. Allor mi disse: Quel che da la gota porge la barba in su le spalle brune, fuquando Grecia fu di maschi vta, s cha pena rimaser per le
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cune augure, e diede l punto con Calcanta in Aulide a tagliar la prima fune. Euripilo ebbe nome, e cos l canta lalta mia trageda in alcun loco: ben lo sai tu che la sai tutta quanta. Quell altro che ne fianchi cos poco, Michele Scotto fu, che veramente de le magiche frode seppe l gioco. Vedi Guido Bonatti; vedi
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Asdente, chavere inteso al cuoio e a lo spago ora vorrebbe, ma tardi si pente. Vedi le triste che lasciaron lago, la spuola e l fuso, e fecersi ndivine; fecer malie con erbe e con imago. Ma vienne omai, ch gi tiene l confine damendue li emisperi e tocca londa sotto Sobilia Caino e le spine; e gi iernotte fu
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la luna tonda: ben ten de ricordar, ch non ti nocque alcuna volta per la selva fonda. S mi parlava, e andavamo introcque. Inferno Canto XXI Cos di ponte in ponte, altro parlando che la mia comeda cantar non cura, venimmo; e tenavamo l colmo, quando restammo per veder laltra fessura di Malebolge e li altri pianti vani; e vidila
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mirabilmente oscura. Quale ne larzan de Viniziani bolle linverno la tenace pece a rimpalmare i legni lor non sani, ch navicar non ponnoin quella vece chi fa suo legno novo e chi ristoppa le coste a quel che pi vaggi fece; chi ribatte da proda e chi da poppa; altri fa remi e altri volge sarte; chi terzeruolo e artimon
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rintoppa: tal, non per foco ma per divin arte, bollia l giuso una pegola spessa, che nviscava la ripa dogne parte. I vedea lei, ma non veda in essa mai che le bolle che l bollor levava, e gonfiar tutta, e riseder compressa. Mentr io l gi fisamente mirava, lo duca mio, dicendo Guarda, guarda!, mi trasse a s del
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loco dov io stava. Allor mi volsi come luom cui tarda di veder quel che li convien fuggire e cui paura sbita sgagliarda, che, per veder, non indugia l partire: e vidi dietro a noi un diavol nero correndo su per lo scoglio venire. Ahi quant elli era ne laspetto fero! e quanto mi parea ne latto acerbo, con lali
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aperte e sovra i pi leggero! Lomero suo, chera aguto e superbo, carcava un peccator con ambo lanche, e quei tenea de pi ghermito l nerbo. Del nostro ponte disse: O Malebranche, ecco un de li anzan di Santa Zita! Mettetel sotto, chi torno per anche a quella terra, che n ben fornita: ogn uom v barattier, fuor che Bonturo;
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del no, per li denar, vi si fa ita. L gi l butt, e per lo scoglio duro si volse; e mai non fu mastino sciolto con tanta fretta a seguitar lo furo. Quel sattuff, e torn s convolto; ma i demon che del ponte avean coperchio, gridar: Qui non ha loco il Santo Volto! qui si nuota altrimenti che
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nel Serchio! Per, se tu non vuo di nostri graffi, non far sopra la pegola soverchio. Poi laddentar con pi di cento raffi, disser: Coverto convien che qui balli, s che, se puoi, nascosamente accaffi. Non altrimenti i cuoci a lor vassalli fanno attuffare in mezzo la caldaia la carne con li uncin, perch non galli. Lo buon maestro Acci
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che non si paia che tu ci sia, mi disse, gi tacquatta dopo uno scheggio, chalcun schermo taia; e per nulla offension che mi sia fatta, non temer tu, chi ho le cose conte, perch altra volta fui a tal baratta. Poscia pass di l dal co del ponte; e com el giunse in su la ripa sesta, mestier li
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fu daver sicura fronte. Con quel furore e con quella tempesta chescono i cani a dosso al poverello che di sbito chiede ove sarresta, usciron quei di sotto al ponticello, e volser contra lui tutt i runcigli; ma el grid: Nessun di voi sia fello! Innanzi che luncin vostro mi pigli, traggasi avante lun di voi che moda, e poi
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darruncigliarmi si consigli. Tutti gridaron: Vada Malacoda!; per chun si mossee li altri stetter fermi e venne a lui dicendo: Che li approda?. Credi tu, Malacoda, qui vedermi esser venuto, disse l mio maestro, sicuro gi da tutti vostri schermi, sanza voler divino e fato destro? Lascian andar, ch nel cielo voluto chi mostri altrui questo cammin silvestro. Allor li
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fu lorgoglio s caduto, che si lasci cascar luncino a piedi, e disse a li altri: Omai non sia feruto. E l duca mio a me: O tu che siedi tra li scheggion del ponte quatto quatto, sicuramente omai a me ti riedi. Per chio mi mossi e a lui venni ratto; e i diavoli si fecer tutti avanti, s
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chio temetti chei tenesser patto; cos vid o gi temer li fanti chuscivan patteggiati di Caprona, veggendo s tra nemici cotanti. I maccostai con tutta la persona lungo l mio duca, e non torceva li occhi da la sembianza lor chera non buona. Ei chinavan li raffi e Vuo che l tocchi, diceva lun con laltro, in sul groppone?. E
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rispondien: S, fa che gliel accocchi. Ma quel demonio che tenea sermone col duca mio, si volse tutto presto e disse: Posa, posa, Scarmiglione!. Poi disse a noi: Pi oltre andar per questo iscoglio non si pu, per che giace tutto spezzato al fondo larco sesto. E se landare avante pur vi piace, andatevene su per questa grotta; presso un
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altro scoglio che via face. Ier, pi oltre cinqu ore che quest otta, mille dugento con sessanta sei anni compi che qui la via fu rotta. Io mando verso l di questi miei a riguardar salcun se ne sciorina; gite con lor, che non saranno rei. Trati avante, Alichino, e Calcabrina, cominci elli a dire, e tu, Cagnazzo; e Barbariccia
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guidi la decina. Libicocco vegn oltre e Draghignazzo, Ciratto sannuto e Graffiacane e Farfarello e Rubicante pazzo. Cercate ntorno le boglienti pane; costor sian salvi infino a laltro scheggio che tutto intero va sovra le tane. Om, maestro, che quel chi veggio?, diss io, deh, sanza scorta andianci soli, se tu sa ir; chi per me non la cheggio. Se
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tu se s accorto come suoli, non vedi tu che digrignan li denti e con le ciglia ne minaccian duoli?. Ed elli a me: Non vo che tu paventi; lasciali digrignar pur a lor senno, che fanno ci per li lessi dolenti. Per largine sinistro volta dienno; ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per
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cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta. Inferno Canto XXII Io vidi gi cavalier muover campo, e cominciare stormo e far lor mostra, e talvolta partir per loro scampo; corridor vidi per la terra vostra, o Aretini, e vidi gir gualdane, fedir torneamenti e correr giostra; quando con trombe, e quando con campane, con tamburi e con cenni di
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castella, e con cose nostrali e con istrane; n gi con s diversa cennamella cavalier vidi muover n pedoni, n nave a segno di terra o di stella. Noi andavam con li diece demoni. Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa coi santi, e in taverna coi ghiottoni. Pur a la pegola era la mia ntesa, per veder de la
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bolgia ogne contegno e de la gente chentro vera incesa. Come i dalfini, quando fanno segno a marinar con larco de la schiena che sargomentin di campar lor legno, talor cos, ad alleggiar la pena, mostrav alcun de peccatori l dosso e nascondea in men che non balena. E come a lorlo de lacqua dun fosso stanno i ranocchi pur
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col muso fuori, s che celano i piedi e laltro grosso, s stavan dogne parte i peccatori; ma come sappressava Barbariccia, cos si ritran sotto i bollori. I vidi, e anco il cor me naccapriccia, uno aspettar cos, com elli ncontra chuna rana rimane e laltra spiccia; e Graffiacan, che li era pi di contra, li arruncigli le mpegolate chiome
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e trassel s, che mi parve una lontra. I sapea gi di tutti quanti l nome, s li notai quando fuorono eletti, e poi che si chiamaro, attesi come. O Rubicante, fa che tu li metti li unghioni a dosso, s che tu lo scuoi!, gridavan tutti insieme i maladetti. E io: Maestro mio, fa, se tu puoi, che tu
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sappi chi lo sciagurato venuto a man de li avversari suoi. Lo duca mio li saccost allato; domandollo ond ei fosse, e quei rispuose: I fui del regno di Navarra nato. Mia madre a servo dun segnor mi puose, che mavea generato dun ribaldo, distruggitor di s e di sue cose. Poi fui famiglia del buon re Tebaldo; quivi mi
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misi a far baratteria, di chio rendo ragione in questo caldo. E Ciratto, a cui di bocca uscia dogne parte una sanna come a porco, li f sentir come luna sdruscia. Tra male gatte era venuto l sorco; ma Barbariccia il chiuse con le braccia e disse: State in l, mentr io lo nforco. E al maestro mio volse la
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faccia; Domanda, disse, ancor, se pi disii saper da lui, prima chaltri l disfaccia. Lo duca dunque: Or d: de li altri rii conosci tu alcun che sia latino sotto la pece?. E quelli: I mi partii, poco , da un che fu di l vicino. Cos foss io ancor con lui coperto, chi non temerei unghia n uncino!. E
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Libicocco Troppo avem sofferto, disse; e preseli l braccio col runciglio, s che, stracciando, ne port un lacerto. Draghignazzo anco i volle dar di piglio giuso a le gambe; onde l decurio loro si volse intorno intorno con mal piglio. Quand elli un poco rappaciati fuoro, a lui, chancor mirava sua ferita, domand l duca mio sanza dimoro: Chi fu
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colui da cui mala partita di che facesti per venire a proda?. Ed ei rispuose: Fu frate Gomita, quel di Gallura, vasel dogne froda, chebbe i nemici di suo donno in mano, e f s lor, che ciascun se ne loda. Danar si tolse e lasciolli di piano, s com e dice; e ne li altri offici anche barattier fu
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non picciol, ma sovrano. Usa con esso donno Michel Zanche di Logodoro; e a dir di Sardigna le lingue lor non si sentono stanche. Om, vedete laltro che digrigna; i direi anche, ma i temo chello non sapparecchi a grattarmi la tigna. E l gran proposto, vlto a Farfarello che stralunava li occhi per fedire, disse: Fatti n cost, malvagio
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uccello!. Se voi volete vedere o udire, ricominci lo sparato appresso, Toschi o Lombardi, io ne far venire; ma stieno i Malebranche un poco in cesso, s chei non teman de le lor vendette; e io, seggendo in questo loco stesso, per un chio son, ne far venir sette quand io suffoler, com nostro uso di fare allor che fori
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alcun si mette. Cagnazzo a cotal motto lev l muso, crollando l capo, e disse: Odi malizia chelli ha pensata per gittarsi giuso!. Ond ei, chavea lacciuoli a gran divizia, rispuose: Malizioso son io troppo, quand io procuro a mia maggior trestizia. Alichin non si tenne e, di rintoppo a li altri, disse a lui: Se tu ti cali, io
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non ti verr dietro di gualoppo, ma batter sovra la pece lali. Lascisi l collo, e sia la ripa scudo, a veder se tu sol pi di noi vali. O tu che leggi, udirai nuovo ludo: ciascun da laltra costa li occhi volse, quel prima, cha ci fare era pi crudo. Lo Navarrese ben suo tempo colse; ferm le piante
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a terra, e in un punto salt e dal proposto lor si sciolse. Di che ciascun di colpa fu compunto, ma quei pi che cagion fu del difetto; per si mosse e grid: Tu se giunto!. Ma poco i valse: ch lali al sospetto non potero avanzar; quelli and sotto, e quei drizz volando suso il petto: non altrimenti lanitra
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