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In un campo segnato dall’incidenza crescente del diritto dell’Unione, non si può non privilegiare il dialogo con la Corte di giustizia , in quanto depositaria del «rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati» ( art. 19, paragrafo 1, del Trattato sull’Unione europea). Il divieto di discriminazioni arbitrarie e la tutela della maternità e dell’infanzia,
salvaguardati dalla Costituzione italiana (artt. 3, primo comma, e 31 Cost.), devono, difatti, essere interpretat i anche alla luce delle indicazioni vincolanti offerte dal diritto dell’Unione europea (ex artt. 11 e 117, primo comma, Cost.). Sulla portata e sulla latitudine di tali garanzie, che si riverberano sul costante evolvere dei precetti costituzionali, in un r apporto di mutua implicazione e
di feconda integrazione, si concentrano le questioni pregiudiziali che in questa sede si ritiene di sottoporre al vaglio della Corte di giustizia . […] 6.3.2. – In questo contesto si colloca l’art. 12 della direttiva, richiama to dalla Corte di
cassazione nel sollevare le questioni di legittimità costituzionale. A tale disposizione hanno fatto riferimento sia le Corti d’appello che hanno pronunciato le sentenze impugnate, sia tutte le parti dei giudizi, anche se con valutazioni contrastanti.
I «cittadini di paesi terzi che sono stati ammessi in uno Stato membro a fini diversi dall’attività lavorativa a norma del diritto dell’Unione o nazionale, ai quali è consentito lavorare e che sono in possesso di un permesso di soggiorno ai sensi del regolamento (CE) n. 1030/2002» (art. 3, paragrafo 1, lettera b) e «i cittadini di paesi terzi che sono stati ammessi in uno Stato membro a fini
lavorativi a norma del diritto dell’Unione o nazionale» (art. 3, paragrafo 1, lettera c) beneficiano dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello Stato membro in cui soggiornano per quanto concerne, in particolare, «i settori della sicurezza sociale definiti nel regolamento (CE) n.
883/2004» (art. 12, paragrafo 1, lettera e).
L’art. 3, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 883/2004, nel delimitarne l’àmbito di applicazione ratione materiae, stabilisce che le previsioni dello stesso si applichino a tutte le legislazioni relative ai settori di sicurezza sociale riguardanti «le prestazioni di maternit à e di paternità assimilate» (lettera b) e «le prestazioni familiari» (lettera j), che l’art. 1, lettera z), del 84
medesimo regolamento definisce come «tutte le prestazioni in natura o in denaro destinate a compensare i carichi familiari, ad esclusione degli anticipi sugli assegni alimentari e degli assegni speciali di nascita o di adozione menzionati nell’allegato I».
6.3.3. – L’art. 12, paragrafo 2, lettera b), della direttiva dispone che il diritto alla parità di trattamento nel settore della sicurezza soc iale possa essere limitato dagli Stati membri e che, tuttavia, non possa essere ristretto «per i lavoratori di paesi terzi che svolgono o hanno svolto un’attività lavorativa per un periodo minimo di sei mesi e sono registrati come disoccupati».
Con riguar do ai sussidi familiari, gli Stati membri possono, inoltre, decidere di non applicare il principio di parità di trattamento «ai cittadini di paesi terzi che sono stati autorizzati a lavorare nel territorio di uno Stato membro per un periodo non superiore a sei mesi, ai cittadini di paesi terzi che sono stati ammessi a scopo di studio o ai cittadini di paesi terzi cui è consentito lavorare in forza di
un visto». 6.3.4. – Con il decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 40 (Attuazione della direttiva 2011/98/UE relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consente ai
cittadini di Paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e a un insieme comune di diritti per i lavoratori di Paesi terzi che soggiorn ano regolarmente in uno Stato membro), lo Stato italiano ha disciplinato il permesso unico che consente ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e non si è avvalso in maniera espressa
della facoltà di introdu rre le deroghe indicate dalla direttiva. Quanto all’art. 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva, lo Stato italiano ha ritenuto di non farne oggetto di una specifica disposizione di recepimento.
6.4.– La Corte di giustizia ha affrontato il tema della compatibilità del diritto nazionale con le prescrizioni dell’art. 12 della direttiva 2011/98/UE con riguardo all’assegno ai nuclei familiari con almeno tre figli minori, disciplinato dall’art. 65 della legge del 23 dicembre 1998, n. 448, recante «Misure d i finanza pubblica per la stabilizzazione e lo sviluppo», e concesso agli stranieri a
condizione che siano titolari di un permesso per soggiornanti UE di lungo periodo (sentenza 21 giugno 2017, nella causa C -449/16, Kerly Del Rosario Martinez Silva).
La Corte di giustizia ha affermato che l’assegno in esame è riconducibile alle prestazioni di sicurezza sociale, perché attribuito in base a criteri obiettivi che prescindono da ogni valutazione individuale o discrezionale delle esigenze personali, e perché co stituisce «una prestazione in denaro destinata, attraverso un contributo pubblico al bilancio familiare, ad alleviare gli oneri derivanti dal
mantenimento dei figli» (punto 24.).
La Corte di giustizia , anche in considerazione del mancato esercizio della f acoltà di deroga da parte dello Stato italiano, ha ritenuto che «l’articolo 12 della direttiva 2011/98 deve essere interpretato nel senso che esso osta a una normativa nazionale come quella oggetto del procedimento principale, in base alla quale il cittadi no di un paese terzo, titolare di un permesso
unico ai sensi dell’articolo 2, lettera c), di tale direttiva, non può beneficiare di una prestazione come l’ANF [assegno ai nuclei familiari con almeno tre figli minori], istituito dalla legge n. 448/1998» (pu nto 32.).
6.5.– Non ha attinenza alcuna con le questioni qui sollevate la causa pendente dinanzi alla Corte di giustizia (causa C -302/19). La Corte di cassazione ha chiesto se sia compatibile con l’art. 12 della direttiva 2011/98/UE una legislazione nazio nale che, nel computo degli appartenenti al nucleo familiare, al fine del calcolo del diverso istituto dell’assegno per il nucleo familiare, esclude i
familiari del lavoratore titolare del permesso unico ed appartenente a Stato terzo, qualora gli stessi risiedano presso il paese terzo d’origine. 7.– Alla luce del quadro normativo che si è tratteggiato, questa Corte ritiene necessario sollecitare alla Corte di giustizia un chiarimento sulle seguenti disposizioni del diritto dell’Unione,
che incidono sulla s oluzione delle questioni di legittimità costituzionale devolute all’esame di questa Corte e che sono state oggetto del contraddittorio fra le parti lungo tutto il dipanarsi dei giudizi. 85 7.1.– Occorre chiedere alla Corte di giustizia se l’art. 34 della Car ta debba essere interpretato
nel senso che nel suo àmbito di applicazione rientrino l’assegno di natalità e l’assegno di maternità, in base all’art. 3, paragrafo 1, lettere b) e j), del regolamento (CE) n. 883/2004, richiamato dall’art. 12, paragrafo 1, le ttera e), della direttiva 2011/98/UE, e se, pertanto, il diritto dell’Unione debba essere interpretato nel senso di non consentire una normativa nazionale che non estende agli
stranieri titolari del permesso unico di cui alla medesima direttiva le provvide nze sopra citate, già concesse agli stranieri titolari di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo. 7.1.1. – Quanto all’assegno di natalità, esso non è riconducibile all’assegno speciale di nascita o di adozione menzionato nell’Allegato I del regolamento indicato, in cui si elencano in maniera
tassativa le prestazioni escluse dall’àmbito applicativo ratione materiae del regolamento. Nessuna prestazione italiana vi figura.
Né ricorre l’ipotesi dell’anticipo sugli assegni alimentari, corris pondenti agli «anticipi recuperabili, intesi a compensare l’incapacità di un genitore ad adempiere al proprio obbligo giuridico di mantenere la sua prole, che è un obbligo derivante dal diritto di famiglia» (considerando n. 36). L’assegno di natalità diffe risce da tale fattispecie, esclusa dall’àmbito
applicativo del regolamento, per la dirimente ragione che non consiste in anticipi recuperabili e non si correla all’incapacità di un genitore di adempiere agli obblighi di mantenimento della prole.
Poiché ne ssuna delle ipotesi tipiche di esclusione ricorre nel caso in esame, si deve, dunque, accertare se la prestazione citata si possa qualificare come prestazione familiare.
A questa Corte è nota la copiosa giurisprudenza della Corte di giustizia , che annover a tra le prestazioni ricomprese ratione materiae nell’àmbito applicativo del regolamento (CE) n. 883/2004 tutte quelle prestazioni attribuite ai beneficiari, «prescindendo da ogni valutazione individuale e discrezionale delle loro esigenze personali, in ba se ad una situazione definita ex lege» e riferibili
«ad uno dei rischi espressamente elencati nell’articolo 3, paragrafo 1, del regolamento n. 883/2004» (fra le più recenti, sentenza 2 aprile 2020, nella causa C -802/18, Caisse pour l’avenir des enfants, punto 36.). In tale valutazione, sono ininfluenti le denominazioni adottate dal legislatore nazionale, le modalità di finanziamento delle singole prestazioni o il meccanismo giuridico cui lo Stato
membro fa ricorso per attuarle (sentenza 24 ottobre 2013, nel la causa C -177/2012, Lachheb, punto 32.), poiché occorre piuttosto considerare il contenuto e le finalità delle prestazioni.
Quanto alle prestazioni familiari di cui al citato art. 1, lettera z), del regolamento, la Corte di giustizia UE ha già precisato che consistono in «un contributo pubblico al bilancio familiare, destinato ad alleviare gli oneri derivanti dal mantenimento dei figli» (fra le molte, la già citata sentenza 21 giugno 2017, nella causa C -447/17, e sentenza del 19 settembre 2013, nelle caus e C-
216/12 e C -217/12, Hliddal e Bornand, punto 55.).
L’assegno di natalità, anche in ragione delle rilevanti innovazioni che ha registrato nel volgere degli ultimi anni, presenta tuttavia aspetti inediti rispetto alle prestazioni familiari già vagliate dalla Corte di giustizia , come l’assegno ai nuclei familiari con almeno tre figli minori, esaminato nella sentenza 21 giugno 2017, nella causa C -449/16. Proprio su tale peculiarità si fonda la scelta di
ricorrere alla Corte di giustizia con un procedimento in via pregiudiziale.
Il beneficio in esame, inizialmente riconosciuto per tre anni e poi per un solo anno, è oggi ancorato a criteri oggettivi definiti per legge, strutturato in termini universali e modulato in base a scaglioni di reddito. Riconducibile al novero delle prestazioni di sicurezza sociale, esso rivela una pluralità di funzioni, che potrebbero renderne incerta la qualificazione come prestazione familiare.
Si coglierebbe, in primo luogo, una funzione premiale, desumibile dallo stesso dettato normativo (art. 1, comma 125, della legge n. 190 del 2014), che enuncia «il fine di incentivare la natalità», e segnalata dalla difesa dello Stato e dall’INPS. Tale finalità sarebbe confermata dall’evoluzione della disciplina, che ha configurato in termini universali la prestazione e ha previsto
una maggiorazione per i figli successivi al primo.
Peraltro, il fatto che la stessa formulazione originaria della legge individuasse nel reddito del nucleo familiare il presupposto di concessione dell’assegno parreb be conferire rilievo alle condizioni di disagio della famiglia beneficiaria, associando alla finalità di incentivare la natalità 86 quella di «contribuire alle spese per il suo sostegno». Tali elementi potrebbero dare rilevanza alla
ulteriore finalità di sost enere il nucleo familiare in condizioni economiche precarie e di assicurare ai minori le cure essenziali. Tale finalità potrebbe emergere anche dalle recenti modifiche normative che, pur configurando l’assegno come provvidenza universale, ne modulano l’imp orto in ragione delle diverse soglie di reddito e, dunque, del diverso grado di bisogno.
Alla luce di tali considerazioni, il carattere premiale non parrebbe esclusivo, a fronte del concorrente obiettivo di offrire un contributo pubblico al bilancio della famiglia, secondo i tratti distintivi delle prestazioni familiari di cui all’art. 1, lettera z), del regolamento (CE) n. 883/2004.
7.1.2. – Quanto all’assegno di maternità, si chiede alla Corte di giustizia se esso debba essere incluso nella garanzia dell ’art. 34 CDFUE, letto alla luce del diritto secondario, che mira ad assicurare «uno stesso insieme comune di diritti, basato sulla parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro» a tutti i cittadini di paesi terzi che soggiornano e lavorano regol armente negli
Stati membri, vincolando questi ultimi all’indicato obiettivo. 8.– In base all’art. 105 del regolamento di procedura della Corte di giustizia del 25 settembre 2012, si richiede che il presente rinvio pregiudiziale sia deciso con procedimento accelerato.
Dalle questioni sottoposte all’odierno vaglio di questa Corte e ampiamente dibattute nella giurisprudenza, non è da escludere che traggano origine numerosi ulteriori rinvii pregiudiziali da parte dei giudici comuni.
L’ampiezza del contenzioso pendente attesta un grave stato di incertezza sul significato da attribuire al diritto dell’Unione. L’orientamento diffuso nella giurisprudenza di merito, che attribuisce efficacia diretta alle previsioni dell’art. 12 della direttiva 2011/98/UE, non è seg uìto dall’amministrazione competente a erogare le provvidenze, mentre la Corte di cassazione, chiamata
a garantire l’uniforme interpretazione del diritto nazionale, si è rivolta a questa Corte per ottenere una pronuncia con effetti erga omnes.
L’incertezz a, che è necessario dirimere in maniera sollecita, è tanto più grave in quanto riguarda sia il settore nevralgico della politica comune dell’immigrazione dell’Unione europea nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, sia il tema della parità di tratta mento tra cittadini dei paesi terzi e cittadini degli Stati membri in cui soggiornano, che di tale politica rappresenta elemento
qualificante e propulsivo.
La risposta al quesito posto da questa Corte è destinata a incidere sulla erogazione di prestazioni a tutela della maternità e dei bisogni dei minori.
Visti gli artt. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e 3 della legge 13 marzo 1958, n. 204, recante «Ratifica ed esecuzione dei seguenti Accordi internazionali firmati a Bruxelles il 1 7 aprile 1957: a) Protocollo sui privilegi e sulle immunità della Comunità economica europea; b) Protocollo sullo Statuto della Corte di giustizia della Comunità economica europea; c)
Protocollo sui privilegi e sulle immunità della Comunità europea dell’en ergia atomica; d) Protocollo sullo Statuto della Corte di giustizia della Comunità europea dell’energia atomica (stralcio: protocolli Euratom)».
Per Questi Motivi LA CORTE COSTITUZION ALE riuniti i giudizi,
1) dispone di sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi e per gli effetti dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), come modificato dall’art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 e ratificato dalla legge 2 agosto 2008, n. 130, la seguente qu estione pregiudiziale:
se l’art. 34 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, debba essere interpretato nel senso che nel suo àmbito di applicazione rientrino l’assegno di natalità e l’assegno di maternità, in base all’art. 3, paragrafo 1, lettere b) e j), del regolamento (CE) n.
883/2004, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativo al 87 coordinamento dei sistemi di sicurezza soc iale, richiamato dall’art. 12, paragrafo 1, lettera e), della direttiva 2011/98/UE, del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011, relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico, e se, pertanto,
il diritto del l’Unione debba essere interpretato nel senso di non consentire una normativa nazionale che non estende agli stranieri titolari del permesso unico di cui alla medesima direttiva le provvidenze sopra citate, già concesse agli stranieri titolari di permesso d i soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo;
2) chiede che le questioni pregiudiziali siano decise con procedimento accelerato; 3) sospende i giudizi sino alla definizione delle suddette questioni pregiudiziali;
4) ordina la trasmissione di copia del la presente ordinanza, unitamente agli atti dei giudizi, alla cancelleria della Corte di giustizia dell’Unione europea.
SENTENZA N. 192 DEL 2020 (CARTABIA, MODUGNO) 11.– Giova soggiungere, infine, che, sul piano sovranazionale, mentre la Corte di Strasbur go non risulta essersi ancora specificamente espressa sul diritto dell’imputato al recupero dei riti alternativi a fronte di modifiche delle componenti giuridiche dell’accusa, la Corte di
giustizia dell’Unione europea lo ha fatto invece di recente – anche alla luce della giurisprudenza della stessa Corte EDU – con la sentenza 13 giugno 2019, causa C -646/17, Moro.
La Corte di Lussemburgo è stata, infatti, investita dal Tribunale ordinario di Brindisi di una questione pregiudiziale, intesa a conoscere se la d irettiva 2012/13/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2012, sul diritto all’informazione nei procedimenti penali (in particolare, quanto agli artt. 2, paragrafo 1, 3, paragrafo 1, lettera c, e 6, paragrafi 1, 2 e 3), e l’art. 48 della
Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, ostino a una legislazione nazionale che distingue le garanzie difensive conseguenti alla modifica dell’imputazione secondo che essa riguardi gli elementi fattuali o quelli giuridici, in particolare consentendo solo nel primo caso all’imputato di
accedere al patteggiamento.
Al quesito la Corte di giustizia ha dato risposta negativa, ritenendo un simile assetto compatib ile con i parametri evocati.
La Corte europea ha rilevato, in specie, che tanto la direttiva 2012/13/UE (in modo specifico, il suo art. 6, paragrafo 4), quanto l’art. 48, paragrafo 2, CDFUE (secondo cui il diritto di difesa è garantito ad ogni imputato) es igono – anche alla luce della giurisprudenza della Corte EDU – che, nel caso di modifica della qualificazione dei fatti che sono oggetto dell’accusa, l’imputato ne sia
informato in un momento in cui dispone ancora dell’opportunità di reagire in modo effett ivo, affinché egli sia posto in grado di predisporre in modo efficace la propria difesa. Né dalla direttiva, né dalla disposizione della Carta può, per converso, ricavarsi l’obbligo, per il legislatore nazionale, di prevedere nella suddetta evenienza una r imessione in termini dell’imputato per accedere a riti
alternativi a carattere “premiale” (quale, nella specie, l’applicazione della pena su richiesta). E nemmeno può desumersi, dalle garanzie assicurate a livello sovranazionale, la necessità di equiparare , a livello nazionale, i diritti riconosciuti all’imputato, in punto di fruibilità dei riti alternativi, nel caso di modifiche dei fatti oggetto dell’imputazione e di modifiche della loro
qualificazione giuridica. 12.– Alla luce delle considerazioni che pr ecedono, la questione va dichiarata, dunque, non fondata.
SENTENZA N. 254 DEL 2020 (CORAGGIO, SCIARRA) 2.– Occorre preliminarmente evidenziare taluni tratti peculiari che contraddistinguono la
vicenda oggi sottoposta al vaglio di questa Corte e dare conto delle novità sopravvenute all’ordinanza di rimessione. 88 Con riguardo alla violazione delle norme della Carta di Nizza, il giudice a quo ha ritenuto di proporre contemporaneamente rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia dell’Unione
europea e incidente di costituzionalità. La questione proposta in via pregiudiziale si prefigge, nell’ottica del doppio rinvio che il rimettente esperisce, di chiarire il «contenuto della Carta dei Diritti fondamentali», per assumere poi «una diretta rilevanza nel giudizio d i costituzionalità»
2.1.– Come questa Corte ha ribadito di recente (sentenze n. 63 e n. 20 del 2019 e ordinanze n. 182 del 2020 e n. 117 del 2019), l’attuazione di un sistema integrato di garanzie ha il suo caposaldo nella leale e costruttiva collaborazio ne tra le diverse giurisdizioni, chiamate – ciascuna per la propria parte – a salvaguardare i diritti fondamentali nella prospettiva di una
tutela sistemica e non frazionata.
A tale riguardo, non è senza significato che l’art. 19, paragrafo 1, del Trattat o sull’Unione europea (TUE), firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992, entrato in vigore il 1° novembre 1993, consideri nel medesimo contesto – così da rivelarne il legame inscindibile – il ruolo della Corte di giustizia, chiamata a salvaguardare «il rispet to del diritto nell’interpretazione e
nell’applicazione dei trattati» (comma 1), e il ruolo di tutte le giurisdizioni nazionali, depositarie del compito di garantire «una tutela giurisdizionale effettiva nei settori disciplinati dal diritto dell’Unione» (c omma 2).
2.2.– A séguito del rinvio pregiudiziale avviato dall’odierno rimettente, si è pronunciata per prima la Corte di giustizia dell’Unione europea che, con ordinanza del 4 giugno 2020 (causa C - 32/20, TJ contro Balga srl), ha dichiarato manifestamente irricevibili le questioni proposte.
Tale decisione è incentrata sull’assenza «di un collegamento tra un atto di diritto dell’Unione e la misura nazionale in questione», collegamento richiesto dall’art. 51, paragrafo 1, della Carta di Nizza. Esso non si i dentifica nella mera affinità tra le materie prese in esame e nell’indiretta influenza che una materia esercita sull’altra (punto 26).
In consonanza con tali indicazioni, anche questa Corte opera una rigorosa ricognizione dell’àmbito di applicazione del d iritto dell’Unione europea ed è costante nell’affermare che la CDFUE può essere invocata, quale parametro interposto, in un giudizio di legittimità costituzionale soltanto quando la fattispecie oggetto di legislazione interna sia disciplinata dal
diritto e uropeo (sentenza n. 194 del 2018, punto 8. del Considerato in diritto e, già in precedenza, sentenza n. 80 del 2011, punto 5.5. del Considerato in diritto).
La direttiva 98/59/CE istituisce una procedura di consultazione dei rappresentanti dei lavoratori e di informazione dell’autorità pubblica competente, al fine di limitare il ricorso a riduzioni del personale e attenuarne le conseguenze mediante «misure sociali di accompagnamento intese in particolare a facilitare la riqualificazione e la riconversione dei lavoratori licenziati» (Corte di
giustizia, ordinanza 4 giugno 2020, già citata, punto 30). Questa fonte di diritto secondario ha dato luogo, per la natura procedurale delle disposizioni ora richiamate, a una «armonizzazione parziale», che tuttavia «no n si propone di realizzare un meccanismo di compensazione economica generale a livello dell’Unione in caso di perdita del posto di lavoro né armonizza le modalità della cessazione
definitiva delle attività di un’impresa» (punto 31).
La violazione dei crite ri di scelta dei lavoratori da licenziare, così come le modalità adottate dal datore di lavoro nel dar séguito ai licenziamenti, sono materie che, nella ricostruzione fornita dalla Corte di Lussemburgo, non si collegano con gli obblighi di notifica e di co nsultazione derivanti dalla direttiva 98/59 CE e restano, in quanto tali, affidate alla competenza degli Stati membri (punto
32).
Da questi rilievi discende che la situazione giuridica della ricorrente nel procedimento principale «non rientra nell’ambito di applicazione del diritto dell’Unione» e che l’interpretazione delle disposizioni della Carta dunque «non ha alcun rapporto con l’oggetto del procedimento principale» (punto 23).
3.– Sulle vicende ora richiamate questa Corte non ha ragione di esprimersi. Sussistono, infatti, molteplici profili di inammissibilità da esaminare d’ufficio. 89
SENTENZA N. 278 DEL 2020 (CORAGGIO, AMOROSO) 11.– Giova soggiungere, infine, che, sul piano sovranazionale, mentre la Corte di Strasburgo non risulta essersi ancora speci ficamente espressa sul diritto dell’imputato al recupero dei riti alternativi a fronte di modifiche delle componenti giuridiche dell’accusa, la Corte di
giustizia dell’Unione europea lo ha fatto invece di recente – anche alla luce della giurisprudenza della stessa Corte EDU – con la sentenza 13 giugno 2019, causa C -646/17, Moro.
La Corte di Lussemburgo è stata, infatti, investita dal Tribunale ordinario di Brindisi di una questione pregiudiziale, intesa a conoscere se la direttiva 2012/13/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 22 maggio 2012, sul diritto all’informazione nei procedimenti penali (in particolare, quanto agli artt. 2, paragrafo 1, 3, paragrafo 1, lettera c, e 6, paragrafi 1, 2 e 3), e l’art. 48 della
Carta dei diritti fondamentali dell' Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, ostino a una legislazione nazionale che distingue le garanzie difensive conseguenti alla modifica dell’imputazione secondo che essa riguardi gli elem enti fattuali o quelli giuridici, in particolare consentendo solo nel primo caso all’imputato di
accedere al patteggiamento.
Al quesito la Corte di giustizia ha dato risposta negativa, ritenendo un simile assetto compatibile con i parametri evocati.
La Cor te europea ha rilevato, in specie, che tanto la direttiva 2012/13/UE (in modo specifico, il suo art. 6, paragrafo 4), quanto l’art. 48, paragrafo 2, CDFUE (secondo cui il diritto di difesa è garantito ad ogni imputato) esigono – anche alla luce della giuri sprudenza della Corte EDU – che, nel caso di modifica della qualificazione dei fatti che sono oggetto dell’accusa, l’imputato ne sia
informato in un momento in cui dispone ancora dell’opportunità di reagire in modo effettivo, affinché egli sia posto in gra do di predisporre in modo efficace la propria difesa. Né dalla direttiva, né dalla disposizione della Carta può, per converso, ricavarsi l’obbligo, per il legislatore nazionale, di prevedere nella suddetta evenienza una rimessione in termini dell’imputato per accedere a riti
alternativi a carattere “premiale” (quale, nella specie, l’applicazione della pena su richiesta). E nemmeno può desumersi, dalle garanzie assicurate a livello sovranazionale, la necessità di equiparare, a livello nazionale, i diritti ri conosciuti all’imputato, in punto di fruibilità dei riti alternativi, nel caso di modifiche dei fatti oggetto dell’imputazione e di modifiche della loro
qualificazione giuridica. 12.– Alla luce delle considerazioni che precedono, la questione va dichiarata , dunque, non fondata.
[…] 20.– Analoga e ulteriore ragione di inammissibilità sussiste con riferimento all’ordinanza del Tribunale di Roma, che invoca come parametro interposto non solo l’art. 7 CEDU, ma anche l’art.
49, comma 1, CDFUE, che sancisce una g aranzia ricalcata sul principio di legalità. Prevede infatti che «[n]essuno può essere condannato per un’azione o un’omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o il diritto internazionale. Parimenti, non può essere inflitta una pena più grave di quella applicabile al momento in cui il reato è stato
commesso. Se, successivamente alla commissione del reato, la legge prevede l’applicazione di una pena più lieve, occorre applicare quest’ultima».