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8.2.1. – La già citata sentenza Kozlowski ha fornito una nozione «autonoma e uniforme» (paragrafo 42), valida per l’intero spazio giuridico dell’Unione, delle nozioni di persona che «risiede» e «dimora» nel territorio dello Stato dell’esecuzione, chiarendo che la prima nozione fa riferimento alla situazione in cui la persona abbia ivi stabilito la propria residenza effettiva, e che la
seconda allude invece alla situazione «in cui tale persona abbia acquisito, a seguito di un soggiorno stabile di una certa durata i n questo medesimo Stato, legami con quest’ultimo di intensità simile a quella dei legami che si instaurano in caso di residenza» (paragrafo 46). Inoltre, per quanto il caso oggetto del giudizio principale concernesse un cittadino di altro Stato membro risp etto a quello
dell’esecuzione, le definizioni enunciate nella sentenza Kozlowski appaiono di per sé suscettibili di essere applicate anche ai cittadini di paesi terzi.
Tuttavia, la prospettiva della sentenza Kozlowski era opposta rispetto a quella che vien e in considerazione nel procedimento odierno. In quel caso il giudice del rinvio chiedeva in sostanza se l’autorità giudiziaria dell’esecuzione fosse legittimata, ai sensi dell’art. 4, punto 6, della decisione 97 quadro, a rifiutare l’esecuzione di un mandato d’arresto emesso nei confronti di un cittadino
straniero che non avesse ancora istituito legami significativi sul territorio dello Stato dell’esecuzione, o comunque vi si risiedesse illegalmente, fosse dedito in quel territorio alla commissione di reati, o fosse ivi detenuto in seguito a condanna penale; e la Corte di giustizia aveva in quell’occasione risposto escludendo che il termine «dimori» potesse essere interpretato in modo
così ampio da autorizzare l’autorità giudiziaria dell’esecuzione a rifiutare la consegna, in deroga al principio del mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie, «per il semplice fatto che la persona ricercata si trovi temporaneamente nel territorio dello Stato membro di esecuzione» (paragrafo 36).
La questione ora in discuss ione concerne, invece, una disciplina nazionale di trasposizione dell’art. 4, punto 6 della decisione quadro che esclude in maniera assoluta e automatica dal motivo di rifiuto previsto in tale disposizione i cittadini di paesi terzi che dimorano o risiedon o nel suo territorio, non consentendo così all’autorità giudiziaria dell’esecuzione di rifiutarne la consegna
nemmeno nel caso in cui essi abbiano già instaurato legami significativi e stabili sul territorio dello Stato dell’esecuzione.
8.2.2. – Tale quest ione non è stata affrontata nemmeno nella successiva, già citata, sentenza Wolzenburg, focalizzata sulla sola posizione del cittadino di altro Stato membro, al quale si applica il principio di non discriminazione in base alla nazionalità, all’epoca basato sull’art. 12, primo
comma, del Trattato che istituisce la Comunità europea (TCE), trasfuso oggi nell’art. 18 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE). 8.2.3. – La successiva sentenza Lopes da Silva Jorge, infine, è anch’essa incentrata sul la posizione del cittadino di altro Stato membro residente o dimorante nel territorio dello Stato di
esecuzione, rispetto al quale la Corte di giustizia – valorizzando anche qui il principio di non discriminazione in base alla nazionalità – ha affermato ch e l’art. 4, punto 6, della decisione quadro non consente allo Stato dell’esecuzione di escluderlo in modo assoluto e automatico dall’ambito di applicazione della disposizione nazionale che traspone il relativo motivo di rifiuto,
indipendentemente dalla val utazione dei suoi legami con il territorio di tale Stato ( Corte di giustizia , grande sezione, sentenza 5 settembre 2012, in causa C -42/11, Lopes da Silva Jorge). 8.2.4. – Sulla base in particolare di quanto affermato nelle sentenze Kozlowski e Wolzenburg, e alla luce del principio di non discriminazione secondo la nazionalità di cui all’art. 18 TFUE, questa
Corte ha dichiarato costituzionalmente illegittima, con la sentenza n. 227 del 2010, la disciplina italiana di trasposizione della decisione quadro sul mandato di arresto, nella versione allora vigente, nella parte in cui non prevedeva il rifiuto di consegna – oltre che del cittadino italiano – anche del cittadino di un altro Stato membro dell’Unione europea, che legittimamente ed effettivamente
avesse re sidenza o dimora nel territorio italiano, ai fini dell’esecuzione della pena detentiva in Italia.
L’effetto di tale pronuncia è stato, dunque, quello di equiparare il trattamento giuridico del cittadino italiano e quello del cittadino di altro Stato membr o legittimamente ed effettivamente dimorante nel territorio italiano; mentre resta ancora non risolta, anche nella giurisprudenza di questa Corte, la questione se, ed eventualmente in che misura, il rifiuto della consegna debba
estendersi anche al cittadin o di paese terzo che legittimamente ed effettivamente abbia residenza o dimora nel territorio italiano, stante la non invocabilità da parte di costui del principio di non discriminazione in base alla nazionalità ( Corte di giustizia , grande sezione, sentenz a 2 aprile 2020, in causa C -897/19 PPU, Ruska Federacija, paragrafo 40).
8.3.– Va peraltro osservato che, sin dalla sentenza Kozlowski, la Corte di giustizia ha costantemente sottolineato che «il motivo di non esecuzione facoltativa stabilito all’art. 4, p unto 6, della decisione quadro mira segnatamente a permettere all’autorità giudiziaria dell’esecuzione di accordare una particolare importanza alla possibilità di accrescere le opportunità di reinserimento
sociale della persona ricercata una volta scontata la pena cui essa è stata condannata» (sentenza Kozlowski, paragrafo 45; sentenza Wolzenburg, paragrafo 62, e sentenza Lopes Da Silva Jorge, paragrafo 32). 98
Al perseguimento di tale scopo è funzionale la successiva decisione quadro 2008/909/GAI del Consigli o, del 27 novembre 2008, relativa all’applicazione del principio del reciproco riconoscimento alle sentenze penali che irrogano pene detentive o misure privative della libertà
personale, ai fini della loro esecuzione nell’Unione europea, il cui considerand o n. 9 recita: «L’esecuzione della pena nello Stato di esecuzione dovrebbe aumentare le possibilità di reinserimento sociale della persona condannata. Nell’accertarsi che l’esecuzione della pena da parte
dello Stato di esecuzione abbia lo scopo di favorire il reinserimento sociale della persona condannata, l’autorità competente dello Stato di emissione dovrebbe tenere conto di elementi quali, per esempio, l’attaccamento della persona allo Stato di esecuzione e il fatto che questa consideri tale Stato il luo go in cui mantiene legami familiari, linguistici, culturali, sociali o economici e di
altro tipo».
La decisione quadro 2008/909/GAI appena menzionata si applica non solo ai cittadini degli Stati membri dell’Unione, ma anche ai cittadini di paesi terzi. An che a questi ultimi appare riferirsi, in particolare, il considerando n. 7, che individua lo Stato in cui l’esecuzione della pena appare più
funzionale alle finalità di reinserimento sociale del condannato in quello nel quale il condannato «vive e soggiorn a legalmente e ininterrottamente da almeno cinque anni e in cui manterrà un diritto di soggiorno permanente».
Il collegamento tra ratio della decisione quadro 2008/909 e motivi di rifiuto previsti dalla decisione quadro 2002/584/GAI sul mandato di arresto che si fondano sul radicamento dell’interessato nel territorio dello Stato richiesto è stato recentemente sottolineato dalla stessa Corte di giustizia , secondo la quale «l’articolazione prevista dal legislatore dell’Unione tra la
decisione quadro 2002/584 e la decisione quadro 2008/909 deve contribuire a conseguire l’obiettivo consistente nel favorire il reinserimento sociale della persona interessata. Del resto, un siffatto reinserimento è nell’interesse non solo della persona condannata, ma anche dell’Un ione europea in generale (v., in tal senso, sentenze del 23 novembre 2010, Tsakouridis, C145/09, EU:C:2010:708,
punto 50, nonché del 17 aprile 2018, B e Vomero, C316/16 e C424/16, EU:C:2018:256, punto 75)» (Corte di giustizia , sentenza 11 marzo 2020, in ca usa C -314/18, SF, paragrafo 51).
Il rifiuto della consegna previsto dall’art. 4, punto 6, della decisione quadro 2002/584/GAI, così come la condizione apposta alla consegna ai sensi del successivo art. 5, punto 3, non sono d’altra parte in contrasto con i l principio del mutuo riconoscimento delle decisioni giudiziarie né con la ratio, sottesa all’intero sistema del mandato d’arresto europeo, di «lottare contro l’impunità di una
persona ricercata che si trovi in un territorio diverso da quello nel quale si suppone abbia commesso un reato» ( Corte di giustizia , sentenza 17 dicembre 2020, in cause riunite C -354/20 PPU e C -412/20 PPU, L e P, paragrafo 62, e ulteriori precedenti ivi citati). Infatti, in entrambi i casi lo Stato dell’esecuzione si impegna a ricono scere ed eseguire esso stesso la pena inflitta dallo Stato di
emissione, assicurandone così l’effettività e, assieme, la maggiore funzionalità rispetto alla sua finalità di risocializzazione del condannato, nell’interesse tanto di quest’ultimo, quanto dell ’intera Unione.
8.4.– L’interesse del cittadino di un paese terzo legittimamente dimorante o residente in uno Stato membro a non essere sradicato dallo Stato medesimo riceve inoltre tutela, da parte del diritto dell’Unione, ben al di là della materia dell’ esecuzione delle pene o delle misure di sicurezza; e
l’intensità di tale tutela è, in linea di principio, direttamente proporzionale al grado di radicamento della persona nel territorio dello Stato di dimora o di residenza.
In particolare, la tutela è mass ima rispetto ai cittadini di paesi terzi che siano titolari di permesso ai sensi della direttiva 2003/109/CE del Consiglio, del 25 novembre 2003, relativa allo status dei cittadini di paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo. Infatti, essi posso no essere allontanati soltanto in esito a una valutazione individualizzata, nella quale le autorità dello Stato
membro sono tenute a bilanciare la pericolosità dell’interessato per l’ordine pubblico e la pubblica sicurezza con una pluralità di ulteriori ci rcostanze espressive, tra l’altro, del grado del suo radicamento nel territorio dello Stato (art. 12, paragrafo 4, della direttiva). 99
Garanzie analoghe sono previste rispetto alle decisioni di allontanamento nei confronti di cittadini di paesi terzi titola ri di permessi di soggiorno ai sensi della direttiva 2003/86/CE del Consiglio, del 22 settembre 2003, relativa al diritto al ricongiungimento familiare (art. 17 della direttiva, ove si prevede che nell’adozione di una misura di allontanamento gli Stati mem bri siano
tenuti a prendere «nella dovuta considerazione la natura e la solidità dei vincoli familiari della persona e la durata del suo soggiorno nello Stato membro»). 8.5.– Indicazioni non dissimili provengono dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo relativa all’art. 8 CEDU, la quale segna il livello minimo di tutela che deve essere
assicurato al corrispondente diritto di cui all’art. 7 della Carta, ai sensi dell’art. 52, paragrafo 3, CDFUE.
Anzitutto, la Corte EDU – nel quadro di u na giurisprudenza che valorizza sempre più il reinserimento sociale del condannato tra le funzioni della pena (Corte europea dei diritti dell’uomo, grande camera, sentenza 26 aprile 2016, Murray contro Paesi Bassi, paragrafo 102; grande camera, sentenza 30 giugno 2015, Khoroshenko contro Russia, paragrafo 121; grande camera, 9 luglio 2013,
Vinter contro Regno Unito, paragrafo 115) – ha ritenuto che l’esecuzione di una pena detentiva a grande distanza dalla residenza familiare del condannato può comportare l a violazione dell’art. 8 CEDU, in ragione della conseguente difficoltà, per il detenuto e per i suoi familiari, di mantenere regolari e frequenti contatti, a loro volta importanti rispetto alle finalità risocializzanti della pena
(Corte europea dei diritti dell’uomo, sentenza 7 marzo 2017, Polyakova e altri contro Russia, paragrafo 88). In quest’ultima pronuncia la Corte EDU ha evidenziato – tra l’altro – come tali principi trovino conferma nella Raccomandazione del Comitato dei ministri agli Stati membri s ulle
Regole penitenziarie europee (European Prison Rules), adottata l’11 gennaio 2006, il cui art. 17, paragrafo 1, in particolare, prevede che i detenuti debbano essere assegnati, per quanto possibile, a carceri vicine al loro domicilio o a luoghi di riab ilitazione sociale.
In secondo luogo, la costante giurisprudenza della Corte EDU sottolinea la necessità che, nelle decisioni che comunque implicano l’allontanamento di uno straniero dal territorio di uno Stato, debba sempre essere compiuto un conveniente bilanciamento tra le ragioni poste a base di tale allontanamento – tra cui, segnatamente, la commissione di reati da parte dello straniero – e le
confliggenti ragioni di tutela del diritto dell’interessato, fondato appunto sull’art. 8 CEDU, a non essere sr adicato dal luogo in cui intrattenga la parte più significativa dei propri rapporti sociali, lavorativi, familiari, affettivi, in particolare allorché lo straniero sia coniugato o abbia figli nel territorio dello Stato dal quale dovrebbe essere allontanato , e a fortiori nell’ipotesi in cui sia nato o
cresciuto nello Stato medesimo pur non avendone acquisito la cittadinanza (si vedano ad esempio, in materia di espulsione dello straniero, terza sezione, 24 novembre 2020, Unuane contro Regno Unito, paragrafo 7 2; prima sezione, sentenza 19 maggio 2016, Kolonja contro Grecia, paragrafo 48;
grande camera, sentenza 23 giugno 2008, Maslov contro Austria, paragrafi 68 -76; grande camera, sentenza 18 ottobre 2006, Üner contro Paesi Bassi, paragrafo 57; seconda sezione, 2 agosto 2001, Boultif contro Svizzera, paragrafo 48).
9.– Tutto ciò premesso, questa Corte ritiene di sospendere il giudizio in corso e di sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea, ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), i seguenti quesiti:
a) se l’art. 4, punto 6, della direttiva 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra gli Stati membri, interpretato alla luce dell’art. 1, paragrafo 3, della medesima decisione quadro e dell’art. 7 CDFUE, osti a una normativa, come quella italiana, che – nel quadro di una procedura di mandato di arresto europeo finalizzato
all’esecuzione di una pena o di una misura di sicurezza – precluda in maniera assoluta e automatica alle autorità giudiziarie di esecuzione di rifiutare la consegna di cittadini di paesi terzi che dimorino o risiedano sul suo territorio, indipendentemente dai legami che essi presentano con quest’ultimo;
b) in caso di rispos ta affermativa alla prima questione, sulla base di quali criteri e presupposti tali legami debbano essere considerati tanto significativi da imporre all’autorità giudiziaria dell’esecuzione di rifiutare la consegna. 100
Considerato, infine, che la causa in esa me – pur essendo originata da un procedimento concernente una persona attualmente non sottoposta a misura detentiva – solleva questioni interpretative relative ad aspetti centrali del funzionamento del mandato d’arresto europeo, e che l’interpretazione ric hiesta è idonea a produrre conseguenze generali, tanto per le autorità chiamate a
cooperare nell’ambito del mandato d’arresto europeo, quanto per i diritti delle persone ricercate, si richiede che il presente rinvio pregiudiziale sia deciso con procediment o accelerato, ai sensi dell’art. 105 del regolamento di procedura della Corte di giustizia .
SENTENZA N. 13 DEL 2022 (CORAGGIO, AMOROSO) 14.1. – Con riferimento alle questioni sollevate nel giudizio principale e ai parametri evocati dal
Collegio rimettente, può osservarsi che la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’art. 18, riconosce e garantisce il diritto d’asilo nel rispetto delle norme stabilite dalla Convenzione di
Ginevra e dal Protocollo concluso a New York il 31 gennaio 1967, relat ivo allo status dei rifugiati, ratificato con legge del 14 febbraio 1970, n. 95. Assicura poi protezione ai richiedenti asilo escludendo che essi possano essere allontanati, espulsi o estradati verso uno Stato in cui esiste un rischio serio di essere sotto posto alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti
inumani o degradanti (art. 19, paragrafo 2, CDFUE).
Per questi diritti opera la generale garanzia di un ricorso effettivo, deciso da un giudice imparziale (art. 47 CDFUE); garanzia specif icata, con riferimento alle richieste di protezione internazionale, dall’art. 46, paragrafo 3, della citata direttiva 2013/32/UE, secondo cui, in particolare, gli Stati membri assicurano che un ricorso effettivo preveda l’esame completo ed ex
nunc degli el ementi di fatto e di diritto, quanto meno nei procedimenti di impugnazione dinanzi al giudice di primo grado. Questa direttiva sulle procedure d’asilo è stata trasposta, unitamente a quella coeva sull’accoglienza, con decreto legislativo 18 agosto 2015, n. 142 (Attuazione della direttiva 2013/33/UE recante norme relative all’accoglienza dei richiedenti protezione
internazionale, nonché della direttiva 2013/32/UE, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione i nternazionale).
Tali garanzie complessive a livello di diritto europeo, quanto alla tutela giurisdizionale dei richiedenti asilo, si sovrappongono, senza sopravanzarle come livello di tutela, a quelle assicurate nell’ordinamento nazionale dai parametri int erni già esaminati. Ed è altresì presente, nella
Costituzione, la generale garanzia, che vale anche per le controversie aventi a oggetto la protezione internazionale, del ricorso per cassazione per violazione di legge (art. 111, settimo comma, Cost.).
Fond amentale in proposito è la decisione della sezione quarta della Corte di giustizia dell’Unione europea (sentenza 26 settembre 2018, X e Y contro Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie) che ha chiarito che, a livello di diritto europeo, la garanzia di un ricorso effettivo riguarda il diritto del richiedente asilo di portare innanzi a un giudice, con le garanzie della
giurisdizione, l’esame della sua richiesta, mentre è rimessa alle regolamentazioni processuali degli Stati membri la disciplina dell’impug nazione, in secondo grado o ulteriore, della decisione di quel giudice.
Nel dare continuità a questo principio, ancora con citata sentenza X e Y contro Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie, la Corte di giustiziaha ribadito che l’obbligo di effettivi tà del ricorso si riferisce espressamente, come del resto risulta dall’art. 46, paragrafo 3, della direttiva 2013/32/UE, ai «procedimenti di impugnazione dinanzi al giudice di primo grado»; tale obbligo, richiedendo
l’esame completo ed ex nunc degli elemen ti di fatto e di diritto, riguarda unicamente lo svolgimento del procedimento giurisdizionale di primo grado.
Inoltre ha confermato che l’art. 47 CDFUE, letto alla luce delle garanzie sancite dagli artt. 18 e 19, paragrafo 2, sul diritto d’asilo, non impon e l’esistenza di un doppio grado di giudizio: essenziale, infatti, è unicamente che sia possibile esperire un ricorso dinanzi a un’autorità giurisdizionale. Sicché, in particolare, l’introduzione di un ricorso per cassazione contro le decisioni
di rigetto di una domanda di protezione internazionale rientra, in mancanza di norme fissate dal 101 diritto dell’Unione, nell’ambito dell’autonomia procedurale degli Stati membri, fatto salvo il rispetto dei principi di effettività e di equivalenza.
Ciò è in linea con l a risalente affermazione della Corte di giustizia secondo cui è l’ordinamento giuridico interno di ciascuno Stato membro a dover stabilire le modalità procedurali delle azioni giudiziali volte a tutelare i diritti spettanti ai singoli in forza delle norme comunitarie (ora europee) aventi efficacia diretta, modalità che non possono, tuttavia, essere meno favorevoli di quelle relative
ad analoghe azioni del sistema processuale nazionale (Corte di giustizia CE, sentenze 16 dicembre 1976, in causa C -33/76, Rewe , e in causa C -45/76, Comet).
Tale principio trova oggi espresso riconoscimento nell’art. 19, paragrafo 1, del Trattato dell’Unione europea, firmato a Lisbona il 13 dicembre 2007, secondo cui «[g]li Stati membri stabiliscono i rimedi giurisdizionali necess ari per assicurare una tutela giurisdizionale effettiva nei settori disciplinati dal diritto dell’Unione».
14.2. – Limiti al principio di autonomia processuale degli Stati membri sono pertanto solo quelli dell’effettività e dell’equivalenza della tutela: qu est’ultima si esplica nel senso che la garanzia processuale offerta ai diritti di origine europea non deve essere inferiore a quella riconosciuta rispetto ad analoghe posizioni di diritto interno.
In particolare, come è stato ricordato anche di recente dal la Corte di giustizia (si richiama ancora la sentenza Staatssecretaris van Veiligheid en Justitie), il rispetto del canone di equivalenza richiede un pari trattamento dei ricorsi che si fondano su una violazione del diritto nazionale e di quelli, analoghi, basati su una violazione del diritto dell’Unione, ma non l’equivalenza delle norme
processuali nazionali applicabili a contenziosi aventi diversa natura (sentenza 6 ottobre 2015, in causa C -69/14, Târşia). Occorre, quindi, da un lato, identificare le proc edure o i ricorsi comparabili e, dall’altro, determinare se i ricorsi basati sul diritto interno siano trattati in modo più favorevole dei ricorsi aventi ad oggetto la tutela dei diritti conferiti ai singoli dal diritto dell’Unione (sentenze
12 febbraio 20 15, in causa C -567/13, Baczó e Vizsnyiczai, e 9 novembre 2017, in causa C -217/16, Dimos Zagoriou).
Per quanto riguarda la comparabilità dei ricorsi, spetta al giudice nazionale, che dispone di una conoscenza diretta delle modalità processuali applicabili, verificare le somiglianze tra i ricorsi di cui trattasi quanto a oggetto, causa ed elementi essenziali ( sentenza 27 giugno 2013, in causa C -93/12,
Agrokonsulting -04, e ancora sentenza Dimos Zagoriou).
A tal fine occorre considerare che la disciplina del ri corso per cassazione nella materia della protezione internazionale è unica, nel contesto della trasposizione della direttiva 2013/32/UE, e rappresenta una tutela giurisdizionale ulteriore rispetto a quella assicurata a livello europeo. Essa semmai può pors i a raffronto con il procedimento volto al riconoscimento della protezione
umanitaria (ora speciale) riconducibile, al pari della protezione internazionale, alla garanzia costituzionale del diritto d’asilo di cui all’art. 10, terzo comma, Cost. (sentenza n . 194 del 2019).
In tale procedimento, novellato dal d.l. n. 113 del 2018, come convertito, vige un’analoga regola formale, con riguardo alla procura a ricorrere per cassazione, quale contemplata dall’art. 19 - ter, comma 6, del d.lgs. n. 150 del 2011, che p arimenti richiede che il difensore dello straniero, che domandi tale protezione residuale, certifichi la data del rilascio della procura, peraltro anche in
questa ipotesi a fronte di un giudizio di primo grado che si conclude con ordinanza inappellabile. 14.3.– L’ordinanza di rimessione assume, poi, la violazione, da parte della norma censurata, dell’art. 117, primo comma, Cost., in relazione agli artt. 28 e 46, paragrafo 11, della direttiva
2013/32/UE, che, ai fini della rinuncia alla domanda proposta dal richiedente asilo, richiede un’espressa normativa di attuazione, non introdotta nel nostro ordinamento.
Anche questo profilo di censura non è fondato.
L’art. 46, paragrafo 11, della citata direttiva, demanda agli Stati membri la possibilità – non l’obblig o – di stabilire nel diritto nazionale le condizioni che devono sussistere affinché si possa presumere che il richiedente abbia implicitamente ritirato o rinunciato al ricorso giurisdizionale.
L’art. 28 della medesima direttiva, invece, regola la procedura in caso di ritiro implicito della domanda di protezione internazionale o di rinuncia ad essa. 102 È sufficiente rilevare che in realtà la disposizione attualmente censurata non si risolve in una sorta di presunzione di rinuncia al ricorso o alla domanda di pr otezione internazionale per effetto
della mancata presenza del richiedente sul territorio dello stesso, bensì è volta – ferma l’applicazione della regola generale della posteriorità della procura speciale per ricorrere in cassazione – a presidiarne il risp etto, imponendo al difensore l’onere di certificare la data di conferimento del mandato. Tale onere non incide sulla possibilità, o no, di identificare una
fattispecie, tacita o presunta, di rinuncia al ricorso o alla domanda di protezione internazionale. 15.– Sotto il secondo profilo, relativo agli evocati parametri interposti della CEDU, l’ordinanza di rimessione assume la contrarietà della norma censurata al principio di divieto di discriminazione
in base alla cittadinanza espresso dall’art. 14 CEDU.
Com e ha da tempo chiarito la Corte di Strasburgo, nell’applicazione di questa norma è riconosciuto agli Stati contraenti un margine di apprezzamento, la cui ampiezza varia a seconda delle circostanze, delle materie e del contesto (Corte europea dei diritti de ll’uomo, sentenza 30 settembre 2003, Koua Poirrez contro Francia; grande camera, sentenza 18 febbraio 2009, Andrejeva
contro Lettonia).
Pertanto, essendosi esclusa la violazione dell’art. 3 Cost., per quanto sopra argomentato, non sussiste neppure la viola zione dell’evocato parametro interposto. 15.1. – La Corte rimettente dubita, infine, della compatibilità dell’art. 35 -bis, comma 13, sesto periodo, del d.lgs. n. 25 del 2008, con gli artt. 6 e 13 CEDU sul diritto a un equo processo e a un
ricorso effettivo.
Sulla problematica delle regole processuali contemplate nei giudizi di impugnazione, la Corte EDU ha più volte ribadito che, sebbene l’art. 6 della Convenzione non imponga agli Stati contraenti di istituire gradi di giudizio ulteriori al primo, se gli ste ssi sono previsti dalla legge nazionale dello
Stato contraente, devono essere rispettate le garanzie dell’equo processo contemplate dalla predetta norma, in particolare nella misura in cui la stessa assicura alle parti in causa un effettivo diritto di accesso ai tribunali per le decisioni relative ai loro diritti e obblighi civili (Corte EDU, grande camera, sentenza 5 aprile 2018, Zubac contro Croazia).
Al contempo, peraltro, si è riconosciuto (Corte EDU, sentenza Zubac contro Croazia; 15 settembre 2016, Tr evisanato contro Italia) che il modo in cui l’art. 6, paragrafo 1, CEDU, si applica alle Corti d’appello o di cassazione dipende dalle specificità dei relativi giudizi e che, a tal fine, occorre, in particolare, considerare il ruolo svolto nel sistema proc essuale interno dalla Corte di
cassazione. Le condizioni di ammissibilità del ricorso possono essere più rigorose rispetto a quelle contemplate per l’appello, proprio in ragione della funzione nomofilattica demandata alla stessa, la cui possibilità di eser cizio ne delimita e giustifica l’intervento, sempre che le regole processuali che presidiano l’accesso al giudizio di impugnazione non siano espressione di un formalismo eccessivo
nella relativa applicazione.
Come ha riconosciuto anche da ultimo la stessa Corte EDU (sentenza 28 ottobre 2021, Succi e altri contro Italia), tale situazione si concreta solo in caso di un’interpretazione particolarmente rigorosa di una norma processuale, che, precludendo l’esame sul merito dell’azione, finisca per violare il dir itto a una tutela effettiva da parte degli organi giurisdizionali.
Nella fattispecie della norma censurata, però, non può ritenersi che la declaratoria di inammissibilità del ricorso nell’ipotesi di procura speciale, la cui data, posteriore alla pronuncia del provvedimento impugnato, non sia stata certificata dal difensore, costituisca espressione di un formalismo eccessivo nell’applicazione della regola processuale. A seguito dell’intervento
risolutivo delle Sezioni unite civili (Cass. n. 15177 del 2021, p iù volte citata) l’onere formale di certificazione della data di rilascio della procura, posto a carico del difensore, specificamente esperto per essere abilitato alla difesa innanzi alla Corte di cassazione, è chiaro nella portata e nelle conseguenze dell a sua inosservanza e può essere ottemperato in continuità con l’assolvimento
dell’altro onere di certificazione dell’autografia della sottoscrizione di chi rilascia la procura. 103 Del resto la stessa Corte di Strasburgo ha più volte osservato, in proposito, c he la normativa sulle formalità e i termini da osservare per presentare un ricorso è volta ad assicurare la buona
amministrazione della giustizia (sentenza Trevisanato contro Italia). 16.– In conclusione, le questioni di legittimità costituzionale vanno di chiarate non fondate in riferimento a tutti gli indicati parametri, sia costituzionali che interposti, europei e convenzionali.