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DELL’UNIONE EUROPEA NELLA GIURISPRUDENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE
SENTENZA N. 14 DEL 1964
6. - Resta da esaminare la questione della incostituzionalità della legge istitutiva dell’E.N.E.L. sotto l ’aspetto del suo contrasto con l ’art. 11 della Costituzione.
L’art. 11 viene qui in considerazione per la parte nella quale si enuncia che l ’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinam ento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni e promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.
La norma significa che, quando ricorrano certi presupposti, è possibile stipulare trattati con cui si assumano limitazioni della sovranità ed è consentito da rvi esecuzione con legge ordinari a; ma ciò non importa alcuna deviazione dalle regole vigenti in ordine alla efficacia nel diritto interno degli obblighi assunti dallo Stato nei rapporti con gli altri
Stati, non avendo l ’art. 11 conferito alla legge ordinaria, che rende esecutivo il trattato, un’efficacia superiore a quella propria di tale fonte di diritto.
Né si può accogliere la tesi secondo cui la legge che contenga disposizioni difformi da quei patti sarebbe incostituz ionale per violazione indiretta dell ’art. 11 attraverso il contrasto con la legge esecutiva del trattato .
Il fenomeno del contrasto con una norma costituzionale attraverso la violazione di una legge ordinaria non è singolare. Spesso la Corte ha dichiarato illegittime le norme dei decreti legislativi per non aderenza con la legge di delegazione, trovando la causa dell’illegittimità nella violazione dell ’art. 76 della Costituzione.
Ma rispetto a quella parte dell ’art. 11 in cui è contenuta la norma presa in e same ai fini di questa causa, la situazione è diversa. L ’art. 76 pone delle regole circa l ’esercizio della funzione legislativa delegata, e per questo la non conformità ai principi della legge -delega importa violazione dell ’art. 76. L ’art. 11, invece, cons iderato nel senso già detto di norma
permissiva, non attribuisce un particolare valore, nei confronti delle altre leggi, a quella esecutiva del trattato.
Non vale, infine, l ’altro argomento secondo cui lo Stato, una volta che abbia fatto adesione a limitaz ioni della propria sovranità, ove volesse riprendere la sua libertà d’azione, non potrebbe evitare che la legge, con cui tale atteggiamento si concreta, incorra nel vizio di incostituzionalità. Contro tale tesi stanno le considerazioni ora
esposte, le qual i conducono a ritenere che la violazione del trattato, se importa responsabilità dello Stato sul piano internazionale, non toglie alla legge con esso in contrasto la sua piena efficacia.
Nessun dubbio che lo Stato debba fare onore agli impegni assunti e ne ssun dubbio che il trattato spieghi l ’efficacia ad esso conferita dalla legge di esecuzione. Ma poiché deve rimanere saldo l’impero delle leggi posteriori a quest’ultima, secondo i principi 2 della successione delle leggi nel tempo, ne consegue che ogni ipot esi di conflitto
fra l’una e le altre non può dar luogo a questioni di costituzionalità.
SENTENZA N. 183 DEL 1973 4. - La questione non è fondata. La legge 14 ottobre 1957, n. 1203, con cui il
Parlamento italiano ha dato piena ed intera esecuzione al Tr attato istitutivo della C.E.E., trova sicuro fondamento di legittimità nella disposizione dell ’art. 11 della
Costituzione, in base alla quale “l’Italia consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un or dinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni ”, e quindi “promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo ”. Questa disposizione, che non a
caso venne collocata tra i “principi fondamentali ” della Costituzione, segn a un chiaro e preciso indirizzo politico: il costituente si riferiva, nel porla, all ’adesione dell ’Italia alla Organizzazione delle Nazioni Unite, ma si ispirava a principi programmatici di valore generale, di cui la Comunità economica e le altre Organizza zioni regionali europee
costituiscono concreta attuazione. È sufficiente considerare le solenni enunciative contenute nel preambolo del Trattato, e le norme concernenti i principi (artt. 1 e seguenti), i fondamenti (artt. 9 e seguenti), e la politica della Comunità (artt. 85 e seguenti), per constatare come la istituzione della C.E.E. sia stata determinata dalla
comune volontà degli Stati membri di “porre le fondamenta di una unione sempre più stretta tra i popoli europei ”, diretta “ad assicurare mediante u n’azione comune il progresso economico e sociale dei loro paesi, eliminando le barriere che dividono l’Europa ”, e ciò nel preciso intento di “rafforzare le difese della pace e della libertà,
facendo appello agli altri popoli d ’Europa, animati dallo stesso ideale, perché si associno al loro sforzo ”, nonché di “confermare la solidarietà che lega l ’Europa ai paesi d’oltremare, desiderando assicurare lo sviluppo della loro prosperità conformemente ai principi dello Statuto delle Nazioni Unite ”. Non è dunque pos sibile dubbio sulla piena
rispondenza del Trattato di Roma alle finalità indicate dall ’art. 11 della Costituzione. 5. - Il costituente, dopo aver stabilito all ’art. 10 che l ’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale g enerale, ha inteso con l ’art. 11 definire
l’apertura dell ’Italia alle più impegnative forme di collaborazione e organizzazione internazionale: ed a tale scopo ha formalmente autorizzato l ’accettazione, in via convenzionale, a condizioni di parità con gli a ltri Stati e per le finalità ivi precisate, delle necessarie “limitazioni di sovranità ”. Questa formula legittima le limitazioni dei poteri
dello Stato in ordine all ’esercizio delle funzioni legislativa, esecutiva e giurisdizionale, quali si rendevano nece ssarie per la istituzione di una Comunità tra gli Stati europei, ossia di una nuova organizzazione interstatuale, di tipo sovranazionale, a carattere permanente, con personalità giuridica e capacità di rappresentanza internazionale. Alla
Comunità economica , aperta a tutti gli altri Stati europei (art. 237 del Trattato), e concepita come strumento di integrazione tra gli Stati partecipanti, per fini comuni di sviluppo economico e sociale, e quindi anche per fini di difesa della pace e della libertà, l ’Italia e gli altri Stati promotori hanno conferito e 3
riconosciuto determinati poteri sovrani, costituendola come istituzione caratterizzata da ordinamento giuridico autonomo e indipendente . In particolare, con l ’art. 189 del Trattato istitutivo, è stato attribui to al Consiglio e alla Commissione della Comunità il potere di emanare regolamenti con portata generale, ossia, - secondo
l’interpretazione data dalla giurisprudenza comunitaria e da quella ormai concorde dei diversi Stati membri, nonché dalla dominante do ttrina -, atti aventi contenuto normativo generale al pari delle leggi statuali, forniti di efficacia obbligatoria in tutti i loro elementi, e direttamente applicabili in ciascuno degli Stati membri, cioè immediatamente vincolanti
per gli Stati e per i lor o cittadini, senza la necessità di norme interne di adattamento o recezione.
Questo potere normativo compete agli organi della Comunità “per l ’assolvimento dei loro compiti e alle condizioni contemplate dal Trattato ”; è stato così attuato da ciascuno degli Stati membri un parziale trasferimento agli organi comunitari dell’esercizio della funzione legislativa, in base ad un preciso criterio di
ripartizione di competenze per le materie analiticamente indicate nelle parti seconda e terza del Trattato, in corre lazione necessaria con le finalità di interesse generale stabilite dal Trattato stesso per la politica economica e sociale della
Comunità .
Questa attribuzione di potestà normativa agli organi della C.E.E., con la corrispondente limitazione di quella propri a degli organi costituzionali dei singoli Stati membri, non è stata consentita unilateralmente né senza che l ’Italia abbia acquistato poteri nell ’ambito della nuova istituzione. Stipulando il Trattato di Roma l ’Italia ha liberamente compiuto
una scelta pol itica di importanza storica, ed ha acquistato, con la partecipazione alla Comunità economica europea, il diritto di nominare propri rappresentanti nelle istituzioni della Comunità, Assemblea e Consiglio, e di concorrere alla formazione della
Commissione e della Corte di giustizia. Le consentite limitazioni di sovranità trovano quindi il loro corrispettivo nei poteri acquisiti in seno alla più vasta Comunità di cui l’Italia è parte, e con la quale è stato concretamente iniziato il processo di integrazione degli Stati d ’Europa.
6. - Il dubbio che le limitazioni di sovranità conseguenti alla stipulazione del Trattato di Roma e all ’ingresso dell ’Italia nella C.E.E. potessero richiedere il ricorso al procedimento di revisione costituzionale per l ’approvazione del la legge di ratifica e di esecuzione, trova
puntuale riscontro nell ’analogo dubbio già prospettato nel 1951, in occasione dell’approvazione del Trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio: dubbio correttamente risolto dal Parlamen to italiano, decidendo che la ratifica ed esecuzione di quel Trattato potesse essere effettuata mediante legge ordinaria.
Per vero, come questa Corte ha già dichiarat o nella sentenza n. 14 del 1964 , la disposizione dell ’art. 11 della Costituzione significa che, quando ne ricorrano i presupposti, è possibile stipulare trattati i quali comportino limitazione della sovranità, ed è consentito darvi esecuzione con legge ordinaria. La disposizione risulterebbe
svuotata del suo specifico contenuto normativo, se si ritenesse che per ogni limitazione di sovranità prevista dall ’art. 11 dovesse farsi luogo ad una leg ge costituzionale. È invece evidente che essa ha un valore non soltanto sostanziale ma anche procedimentale, nel senso che permette quelle limitazioni di s ovranità, alle condizioni e per le finalità ivi 4
stabilite, esonerando il Parlamento dalla necessità di ricorrere all ’esercizio del potere di revisione costituzionale. 7. - Con riferimento al Trattato istitutivo della C.E.C.A., questa Corte ha già avuto occasione di dichiarare l ’autonomia dell ’ordinamento comunitario rispetto a quello
interno (sentenza n. 98 del 1965). I regolamenti emanati dagli organi della C.E.E. ai sensi dell’art. 189 del Trattato di Roma appartengono all ’ordinamento proprio della Comuni tà: il diritto di questa e il diritto interno dei singoli Stati membri possono configurarsi come sistemi giuridici autonomi e distinti, ancorché coordinati
secondo la ripartizione di competenze stabilita e garantita dal Trattato. Esigenze fondamentali di e guaglianza e di certezza giuridica postulano che le norme comunitarie, - non qualificabili come fonte di diritto internazionale, né di diritto straniero, né di diritto interno dei singoli Stati -, debbano avere piena efficacia
obbligatoria e diretta applic azione in tutti gli Stati membri, senza la necessità di leggi di recezione e adattamento, come atti aventi forza e valore di legge in ogni Paese della Comunità, sì da entrare ovunque contemporaneamente in vigore e conseguire applicazione uguale ed uniforme nei confronti di tutti i destinatari .
Risponde altresì alla logica del sistema comunitario che i regolamenti della C .E.E., - sempreché abbiano compi etezza di contenuto dispositivo, quale caratterizza di regola le norme intersoggettive -, come fonte immedi ata di diritti ed obblighi sia per gli Stati sia per i loro cittadini in quanto soggetti della Comunità, non debbano essere oggetto di
provvedimenti statali a carattere riproduttivo, integrativo o esecutivo, che possano comunque differirne o condizionarne l’entrata in vigore, e tanto meno sostituirsi ad essi, derogarvi o abrogarli, anche parzialmente. E qualora uno di questi regolamenti comportasse per lo Stato la necessità di emanare norme esecutive di organizzazione
dirette alla ristrutturazione o nuova C ostituzione di uffici o servizi amministrativi, ovvero di provvedere a nuove o maggiori spese, prive della copertura finanziaria richiesta dall ’art. 81 della Costituzione, mediante le opportune variazioni di bilancio, è ovvio che l ’adempimento di questi ob blighi da parte dello Stato non potrebbe costituire
condizione o motivo di sospensione dell ’applicabilità della normativa com unitaria, la quale, quanto meno nel suo contenuto intersoggettivo, entra immediatamente in vigore. […] 9. – […] Occorre, d ’altro ca nto, ricordare che la competenza normativa degli organi della
C.E.E. è prevista dall ’art. 189 del Trattato di Roma limitatamente a materie concernenti i rapporti economici, ossia a materie in ordine alle quali la nostra Costituzione stabilisce bensì la ris erva di legge o il rinvio alla legge, ma le precise e puntuali disposizioni del
Trattato forniscono sicura garanzia, talché appare difficile configurare anche in astratto l’ipotesi che un regolamento comunitario possa incidere in materia di rapporti civili , etico-sociali, politici, con disposizioni contrastanti con la Costituzione italiana. È appena il caso di aggiungere che in base all’art. 11 della Costituzione sono state
consentite limitazioni di sovranità unicamente per il conseguimento delle finalità ivi indicate; e deve quindi escludersi che siffatte limitazioni, concretamente puntualizzate nel Trattato di Roma - sottoscritto da Paesi i cui ordinamenti si ispirano ai principi dello Stato di diritto e garantiscono le libertà essenziali dei
cittadini -, possano comunque comportare per gli organi della C.E.E. un 5 inammissibile potere di violare i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, o i diritti inalienabili della persona umana. Ed è ovvio che qualora dovesse mai darsi all’art. 189 un a sì aberrante interpretazione, in tale ipotesi
sarebbe sempre assicurata la garanzia del sindacato giurisdizionale di questa Corte sulla perdurante compatibilità del Trattato con i predetti principi fondamentali . Deve invece escludersi che questa Corte po ssa sindacare singoli
regolamenti, atteso che l ’art. 134 della Costituzione riguarda soltanto il controllo di costituzionalità nei confronti delle leggi e degli atti aventi forza di legge dello Stato e delle Regioni, e tali, per quanto si è detto, non sono i regolamenti comunitari.
SENTENZA N. 232 DEL 1975
2. - Nelle cause che hanno dato origine al presente giudizio si è discusso se ai fini del parziale incameramento delle cauzioni prestate da privati operatori, in relazione a titoli o certificati di imp ortazione non interamente utilizzati nei termini di validità, dovessero applicarsi le richiamate disposizioni dei regolamenti C.e.e. n. 120/67 e 473/67, ovvero le
successive disposizioni, di legge o regolamento, con le quali le prime erano state riprodotte e recepite nel nostro ordinamento interno. La questione assumeva rilevanza decisiva, in quanto trattavasi di stabilire se a base del calcolo della somma soggetta ad incameramento dovesse essere assunto, come richiesto dalla parte privata, secondo
l'interp retazione data dalla Corte di giustizia delle Comunità all'art. 8, n. 3 lett. b, del regolamento C.e.e. n. 473/67, il prelievo in vigore nel mese per il quale l'importazione era stata prevista, ovvero, come preteso dalla pubblica amministrazione, il prelie vo in vigore nell'ultimo mese di validità del titolo, giusta l'interpretazione che il giudice di
merito aveva ritenuto di dare all'art. 3, lett. b, del decreto ministeriale 28 maggio 1968, dichiarando che dovevano applicarsi non le norme dei regolamenti co munitari ma le successive norme nazionali regolanti la materia, e che pertanto non poteva tenersi conto dell'interpretazione data alle prime dalla Corte di giustizia.
3. - Le sezioni unite della Corte di cassazione, nell'ordinanza di rimessione, prospettan o l'alternativa se il giudice italiano abbia il potere di procedere alla diretta disapplicazione delle norme interne, riproduttive dei regolamenti C.e.e., e in specie di quella del decreto ministeriale 28 maggio 1968, ovvero debba sollevare
questione di le gittimità costituzionale delle norme di legge che hanno riprodotto le norme comunitarie, e autorizzato l'emanazione della norma regolamentare dianzi ricordata.
Respingendo la prima soluzione, l'ordinanza solleva, in riferimento agli artt. 10, primo comma, e 11 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell'art. 13, secondo e terzo comma, del d.l. 20 febbraio 1968, n. 59, convertito nella legge 18 marzo 1968, n. 224.
Le tre ordinanze della Corte di appello di Roma, di identico contenuto, sollevano la medesima questione di costituzionalità, denunziando inoltre gli artt. 15, 16 e 34 del d.l. 19 dicembre 1969, n. 947, convertito nella legge 11 febbraio 1970, n. 23. 6
L'ordinanza della Corte di cassazione contiene esauriente motivazione circa l a rilevanza della questione di legittimità ai fini della decisione della causa. Deve riconoscersi la rilevanza della medesima questione anche rispetto all'art. 16 del successivo d.l. 19 dicembre 1969, n. 947, convertito nella legge 11 febbraio 1970, n. 23, che nei suoi due
commi riproduce le disposizioni dell'art. 13, secondo e terzo comma, del precedente decreto legge, abrogate con l'art. 34 dello stesso decreto. Appare invece non rilevante la questione per quanto concerne le disposizioni dell'art. 15 e de ll'art. 34, che non debbono essere applicate per la decisione delle cause di merito pendenti davanti alla Corte di
appello di Roma.
Avendo per oggetto la medesima questione, i giudizi possono essere riuniti e definiti con unica sentenza. 4. - Ai fini della decisione sembra anzitutto opportuno ricordare che sui rapporti tra ordinamento comunitario e ordinamento interno questa Corte ha già avuto
occasione di enunciare i seguenti principi (sentenza 27 dicembre 1973, n. 183): a) l'attribuzione di potestà normat iva agli organi delle Comunità europee, con la corrispondente limitazione di quella propria dei singoli Stati membri, ha, quanto
all'Italia, sicuro fondamento nell'art. 11 della Costituzione, che legittima le limitazioni dei poteri dello Stato a favore del le Comunità in ordine all'esercizio delle funzioni legislativa, esecutiva e giurisdizionale;
b) i regolamenti emanati dai competenti organi delle Comunità europee (Consiglio e Commissione), ai sensi dell'art. 189 del Trattato di Roma, appartengono all'ordi namento proprio delle Comunità: il diritto di queste e il diritto interno dei singoli Stati membri possono configurarsi come sistemi
giuridici autonomi e distinti, ancorché coordinati secondo la ripartizione di competenza stabilita e garantita dai trattati istitutivi delle Comunità e successivi; c) esigenze fondamentali di eguaglianza e di certezza giuridica postulano che le norme comunitarie, - non qualificabili come fonte di diritto internazionale, né di
diritto straniero, né di diritto interno dei singol i Stati -, debbano avere piena efficacia obbligatoria e diretta applicazione in tutti gli Stati membri, senza la necessità di leggi di recezione e adattamento, come atti aventi forza e valore di legge in ogni Paese della Comunità, sì da entrare ovunque con temporaneamente
in vigore e conseguire applicazione uguale ed uniforme nei confronti di tutti i destinatari; d) risponde altresì alla logica del sistema comunitario che i regolamenti delle
Comunità, - sempreché abbiano completezza di contenuto dispositivo, quale caratterizza di regola le norme intersoggettive -, come fonte immediata di diritti ed obblighi sia per gli Stati sia per i loro cittadini in quanto soggetti delle
Comunità, non debbano essere oggetto di provvedimenti statali a carattere riproduttivo , integrativo o esecutivo, che possono comunque differirne o condizionarne l'entrata in vigore, e tanto meno sostituirsi ad essi, derogarvi o abrogarli, anche parzialmente. ciò, beninteso, salva la necessità per gli Stati
membri di emanare norme esecutive di organizzazione e concernenti modalità di applicazione, richieste dagli stessi regolamenti comunitari o comunque indispensabili, ovvero di provvedere alla copertura finanziaria di nuove o 7 maggiori spese mediante variazioni di bilancio; fermo rimanendo pe raltro che
l'eventuale adempimento di simili obblighi da parte dello Stato non potrebbe costituire condizione o motivo di sospensione dell'applicabilità della normativa comunitaria.
5. - Posti questi principi, che la Corte conferma, si deve preliminarmente rilevare che i regolamenti comunitari n. 120/67 e 473/67 recano entrambi la clausola finale "il presente regolamento è obbligatorio in tutti i suoi elementi ed è direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri"; e che, in particolare, le disposizi oni del primo come del
secondo, che impongono la cauzione per l'importazione dei cereali e determinano la misura in cui essa deve essere incamerata, hanno, come già riconosciuto anche dalla Corte di cassazione, evidente completezza di contenuto dispositivo . Non sussisteva dunque motivo alcuno per recepire e riprodurre dette disposizioni del regolamento C.e.e.
n. 120/67 nei decreti legge 20 febbraio 1968, n. 59, e 19 dicembre 1969, n. 947, né quelle del regolamento C.e.e. n. 473/67 nel regolamento ministeria le 28 maggio 1968.
L'emanazione delle corrispondenti norme italiane, non dettata né giustificabile dalla esigenza di dare alle norme comunitarie attuazione nello Stato, ma dovuta - come ha notato la Corte di cassazione - al disconoscimento dell'efficacia immediata e diretta delle norme comunitarie in Italia, contrasta con i principi
sanciti dal Trattato di Roma, la cui piena legittimità costituzionale è già stata da questa Corte riconosciuta con la ricordata decisione n. 183 del 1973. 6. - Di fronte a quest o contrasto, che indubbiamente sussiste non solo nell'ipotesi di norme interne successive incompatibili con quelle emanate dai competenti
organi delle Comunità europee, ma anche nell'ipotesi di norme interne, legislative o regolamentari, di contenuto puram ente riproduttivo, si pone il problema della loro eventuale disapplicazione, prospettato e risolto negativamente dalla Corte di cassazione, e qui riproposto, sia pure in via
alternativa, e con diverse impostazioni e motivazioni, da entrambe le parti costit uite in giudizio.
Per quanto concerne le norme interne successive, emanate con legge o con atti aventi valore di legge ordinaria, questa Corte ritiene che il vigente ordinamento non conferisca al giudice italiano il potere di disapplicarle, nel presupposto d'una generale prevalenza del diritto comunitario sul diritto dello Stato. Certamente
non può accogliersi la soluzione, prospettata e respinta dalla Corte di cassazione, di una declaratoria di nullità della legge successiva interna, dovendosi escludere che il trasferimento agli organi delle Comunità del potere di emanare norme giuridiche, sulla base d'un preciso criterio di ripartizione di competenze per
determinate materie, "per l'assolvimento dei loro compiti e alle condizioni contemplate dai trattati" ( cfr. art. 189 del Trattato di Roma), comporti come conseguenza una radicale privazione di efficacia della volontà sovrana degli organi legislativi degli Stati membri, pur manifestata nelle materie riservate dai
trattati alla normazione comunitaria; tale tr asferimento fa sorgere, invece, il diverso problema della legittimità costituzionale dei singoli atti legislativi.
Non sembra nemmeno possibile configurare la possibilità della disapplicazione come effetto di una scelta tra norma comunitaria e norma intern a, consentita di 8 volta in volta al giudice italiano sulla base di una valutazione della rispettiva resistenza. In tale ipotesi, dovrebbe riconoscersi al giudice italiano non già la
facoltà di scegliere tra più norme applicabili, bensì quella di individuare la sola norma validamente applicabile, ciò che equivarrebbe ad ammettere il suo' potere di accertare e dichiarare una incompetenza assoluta del nostro legislatore, sia pur limitatamente a determinate materie, potere che nel vigente ordinamento
sicuramente non gli è attribuito.
Ne consegue che di fronte alla situazione determinata dalla emanazione di norme legislative italiane, le quali abbiano recepito e trasformato in legge interna regolamenti comunitari direttamente applicabili, il giudice è tenuto a sol levare la questione della loro legittimità costituzionale.
7. - Anche per quanto concerne le norme regolamentari interne, riproduttive di norme comunitarie, il riconoscimento della diretta ed immediata efficacia dei regolamenti C.e.e., allorché fra questi e le norme interne si frapponga una legge dello Stato non autorizza il giudice a disapplicare tali norme, in virtù dei principi sanciti dagli artt. 4 e 5 della legge 20
marzo 1865, n. 2248, all. E, che concernono i rapporti tra leggi e provvedimenti ammini strativi appartenenti all'ordinamento interno. Come ha osservato la Corte di cassazione, nella specie la norma regolamentare dell'art. 3, lett. b, del decreto ministeriale 28 maggio 1968, che ha riprodotto e sostituito l'art. 8, n. 3 lett. b, del regolamen to C.e.e
n. 473/67 è stata emanata in base alla disposizione dell'art. 13, secondo comma, del d.l. n. 59 del 1968, e la sua disapplicazione, che da ciò tragga motivo, significherebbe disapplicare la norma primaria che ne costituisce la fonte normativa.
Pertanto, solo a seguito della dichiarazione di incostituzionalità dell'art. 13, secondo comma, del d.l. n. 59 del 1968, - nei limiti che saranno precisati qui appresso -, potrà il giudice disapplicare la disposizione regolamentare interna dianzi ricordata.
8. - Dopo queste considerazioni, che eliminano ogni dubbio circa la rilevanza della dedotta questione di legittimità costituzionale, appare forse superflua l'indicazione dei motivi per cui essa deve riconoscersi pienamente fondata. Per vero, la successiva emanazione di norme legislative interne, anche se aventi lo stesso contenuto sostanziale
dei regolamenti comunitari, comporta non soltanto la possibilità di differirne, in tutto o in parte, l'applicazione, in aperto contrasto con l'articolo 189, secondo com ma, del Trattato di Roma, ma anche una ben più grave conseguenza, in quanto la trasformazione del diritto comunitario in diritto interno ne sottrae l'interpretazione in via definitiva alla
Corte di giustizia delle Comunità, con palese violazione del regime stabilito dall'art. 177 dello stesso Trattato quale necessaria e fondamentale garanzia di uniformità di applicazione in tutti gli Stati membri.
Entrambi questi effetti si sono verificati nel caso di specie. L'art. 29 del d.l. 20 febbraio 1968, n. 59, e l' art. 36 del d.l. 19 dicembre 1969, n. 947, pur prevedendo che alcuni articoli (diversi da quelli qui denunciati) avessero effetto dalla data di applicazione dei regolamenti comunitari ivi indicati, contengono l'ordine di entrata in vigore il giorno
success ivo a quello della loro pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica.
D'altra parte, i giudici di merito hanno ritenuto che la espressione "prelievo fissato in anticipo", contenuta nell'art. 8, n. 3 lett. b, del regolamento C.e.e. n. 473/67, e r iprodotta nell'art.3, lett. b del decreto ministeriale 28 maggio 1968, dovesse essere interpretata in 9 senso difforme dall'interpretazione già fornita in terminis dalla Corte di giustizia delle