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Comunità con sentenze 10 marzo 1971 in cause 38/70 e 58/70; e c iò precisamente con la motivazione che dovevano essere applicate non le norme dei regolamenti comunitari, ma le successive norme nazionali regolanti la materia, e che pertanto non v'era nemmeno ragione di chiedere o seguire la pronuncia della Corte di gius tizia a'sensi dell'art. 177 del |
Trattato di Roma. |
È dunque evidente il contrasto con i principi enunciati dagli artt. 189 e 177 del Trattato istitutivo della C.e.e., che comporta violazione dell'art. 11 della nostra |
Costituzione, in base al quale l'Italia ha aderito alla Comunità consentendo, in condizioni di parità con gli altri Stati, le limitazioni di sovranità richieste per la sua istituzione e per il conseguimento dei suoi fini di integrazione, solidarietà e comune sviluppo economico e sociale degli St ati europei, e quindi anche di pace |
e giustizia fra le Nazioni. La violazione dello specifico disposto dell'art. 11 rende superfluo accertare se sussista anche violazione del principio enunciato nel primo comma dell'art. 10. |
SENTENZA N. 170 DEL 1984 |
3. - L’assetto dei rapporti fra diritto comunitario e diritto interno, oggetto di varie pronunzie rese in precedenza da questo Collegio, è venuto evolvendosi, ed è ormai ordinato sul principio secondo cui il regolamento della CEE prevale rispetto alle conflig genti statuizioni del legislatore interno. Questo risultato viene, peraltro, in |
considerazione sotto vario riguardo. In primo luogo, sul piano ermeneutico, vige la presunzione di conformità della legge interna al regolamento comunitario: fra le possibili i nterpretazioni del testo normativo prodotto dagli organi nazionali va prescelta quella conforme alle prescrizioni della Comunità , e per ciò stesso al |
disposto costituzionale, che garantisce l ’osservanza del Trattato di Roma e del diritto da esso derivato ( sentenze nn. 176, 177/81). |
Quando, poi, vi sia irriducibile incompatibilità fra la norma interna e quella comunitaria, è quest ’ultima, in ogni caso, a prevalere. Tale criterio opera, tuttavia, diversamente, secondo che il regolamento segua o preceda nel te mpo la disposizione della legge statale. Nel primo caso, la norma interna deve ritenersi |
caducata per effetto della successiva e contraria statuizione del regolamento comunitario , la quale andrà necessariamente applicata dal giudice nazionale. Tale effetto caducatorio, com ’è stato avvertito nelle più recenti pronunzie di questa Corte, è altresì retroattivo, quando la norma comunitaria confermi la disciplina già dettata - riguardo al |
medesimo oggetto, e prima dell ’entrata in vigore della confliggente norma n azionale - dagli organi della CEE. In questa evenienza, le norme interne si ritengono, dunque, caducate sin dal momento al quale risale la loro incompatibilità con le precedenti statuizioni della Comunità, che il nuovo regolamento ha richiamato. Diversa è la |
sistemazione data fin qui in giurisprudenza all ’ipotesi in cui la disposizione della legge interna confligga con la previgente normativa comunitaria. È stato invero ritenuto che, per il fatto di contrastare tale normativa, o anche di derogarne o di 10 riprodurne il contenuto, la norma interna risulti aver offeso l ’art. 11 Cost. e possa |
in conseguenza esser rimossa solo mediante dichiarazione di illegittimità costituzionale. |
La soluzione testé descritta è stata delineata in altro giudizio (cfr. sentenza n. 2 32/75) ed in sostanza così giustificata: il trasferimento dei poteri alla Comunità non implica, nella materia a questa devoluta, la radicale privazione della sovranità statuale; perciò si è in quell’occasione anche detto che il giudice nazionale non ha il potere di accertare e |
dichiarare incidentalmente alcuna nullità, dalla quale scaturisca, in relazione alle norme sopravvenute al regolamento comunitario, “un’incompetenza assoluta del nostro legislatore ”, ma è qui tenuto a denunciare la violazione dell ’art. 11 Cost., promuovendo il giudizio di costituzionalità. |
La Corte è ora dell’avviso che tale ultima conclusione, e gli argomenti che la sorreggono, debbano essere riveduti. L’assetto della materia va invece lasciato fermo sotto gli altri profili, che non t occano il rapporto fra la regola comunitaria e quella posteriormente emanata dallo Stato. |
Per l ’esame da compiere, occorre guardare all ’approccio della pregr essa giurisprudenza, quale si è , nel complesso, disegnato, nei confronti del fenomeno comunitario. Dalle decisioni già rese si ricava, infatti, un ’utile traccia per riflettere sulla validità del criterio fin qui adottato. Com ’è di seguito spiegato, non vi è ragione per ritenere che il |
giudice sia abilitato a conoscere dell ’incompatibilità fra la regola comunitaria e quella statale, o viceversa tenuto a sollevare la questione di costituzionalità, semplicemente sulla base dell ’ordine cronologico in cui intervengono l ’una e l’altra norma . Giova al riguardo richiamare alcune premesse di ordine sistematico, p oste |
nelle precedenti pronunzie, per controllarne il significato e precisare il risultato di questa nuova riflessione sul problema. 4. - Vi è un punto fermo nella costruzione giurisprudenziale dei rapporti fra diritto comunitario e diritto interno: i due s istemi sono configurati come |
autonomi e distinti, ancorché coordinati, secondo la ripartizione di competenza stabilita e garantita dal Trattato . “Esigenze fondamentali di eguaglianza e certezza giuridica postulano che le norme comunitarie - , non qualifica bili come fonte di diritto internazionale, né di diritto straniero, né di diritto interno -, debbano avere piena |
efficacia obbligatoria e diretta applicazione in tutti gli Stati membri, senza la necessità di leggi di ricezione e adattamento, come atti aven ti forza e valore di legge in ogni Paese della Comunità, sì da entrare ovunque contemporaneamente in vigore e conseguire applicazione eguale ed uniforme nei confronti di tutti i destinatari ”. Così la Corte ha |
statuito nella sentenza n. 183 del 1973. In det ta decisione è per la prima volta affermata la prevalenza del regolamento comunitario nei confronti della legge nazionale. Questo criterio va considerato nel contesto della pronunzia in cui è formulato, e quindi inteso in intima e necessaria connessione co n il principio secondo cui i due ordinamenti sono |
distinti e al tempo stesso coordinati. Invero, l’accoglimento di tale principio, come si è costantemente delineato nella giurisprudenza della Corte, presuppone che la fonte comunitaria appartenga ad altro o rdinamento, diverso da quello statale. Le norme da essa derivanti vengono, in forza dell’art. 11 Cost., a ricevere diretta |
applicazione nel territorio italiano, ma rimangono estranee al sistema delle fonti 11 interne: e se così è, esse non possono, a rigor di logica, essere valutate secondo gli schemi predisposti per la soluzione dei conflitti tra le norme del nostro ordinamento . In questo senso va quindi spiegata l ’affermazione, fatta nella sentenza n. |
232/75, che la norma interna non cede, di fronte a quella comunitaria, sulla base del rispettivo grado di resistenza. I principi stabiliti dalla Corte in relazione al diritto - nel caso in esame, al regolamento - comunitario, traggono significato, invece, precisamente da ciò: che l ’ordinamento della CEE e quello dello Stato, pur distinti ed autonomi, sono, |
come esige il Trattato di Roma, necessariamente coordinati; il coordinamento discende, a sua volta, dall ’avere la legge di esecuzione del Trattato trasferito agli organi comunitari, in conformità dell ’art. 11 C ost., le competenze che questi esercitano, beninteso nelle materie loro riservate. |
Occorre, tuttavia, meglio chiarire come, riguardo al fenomeno in esame, si ponga il rapporto fra i due ordinamenti. Sovviene in proposito il seguente rilievo. La disciplina emanata mediante il regolamento della CEE è destinata ad operare, con caratteristica immediatezza, così nella nostra sfera territoriale, come in quella di ogni altro Stato |
membro; il sistema statuale, dal canto suo, si apre a questa normazione, lasciando c he le regole in cui essa si concreta vigano nel territorio italiano, quali sono scaturite dagli organi competenti a produrle. Ora, la Corte ha in altro giudizio affermato che l ’esercizio del potere trasferito a detti organi viene qui a manifestarsi in un “atto”, riconosciuto |
nell’ordinamento interno come “avente forza e valore di legge ” (cfr. sentenza n. 183/73). |
Questa qualificazione del regolamento comunitario merita un cenno di svolgimento. Le norme poste da tale atto sono, invero, immediatamente applica te nel territorio italiano per forza propria. Esse non devono, né possono, essere riprodotte o trasformate in corrispondenti disposizioni dell ’ordinamento nazionale. La distinzione fra il nostro |
ordinamento e quello della Comunità comporta, poi, che la nor mativa in discorso non entra a far parte del diritto interno, né viene per alcun verso soggetta al regime disposto per le leggi (e gli atti aventi forza di legge) dello Stato. Quel che si è detto nella richiamata pronunzia, va allora avvertito, altro non s ignifica, in definitiva, che questo: |
l’ordinamento italiano - in virtù del particolare rapporto con l ’ordinamento della CEE, e della sottostante limitazione della sovranità statuale - consente, appunto, che nel territorio nazionale il regolamento comunitar io spieghi effetto in quanto tale e perché tale. A detto atto normativo sono attribuiti “forza e valore di legge ”, solo e propriamente |
nel senso che ad esso si riconosce l ’efficacia di cui è provvisto nell ’ordinamento di origine. 5. - Il risultato cui è pe rvenuta la precedente giurisprudenza va, quindi, ridefinito, in relazione al punto di vista, sottinteso anche nelle precedenti pronunzie, ma non |
condotto alle ultime conseguenze, sotto il quale la fonte comunitaria è presa in considerazione nel nostro ordi namento . Il giudice italiano accerta che la normativa scaturente da tale fonte regola il caso sottoposto al suo esame, e ne applica di conseguenza il disposto, con esclusivo riferimento al sistema dell’ente |
sovrannazionale: cioè al solo sistema che governa l’atto da applicare e di esso determina la capacità produttiva. Le confliggenti statuizioni della legge interna non possono costituire ostacolo al riconoscimento della “forza e valore”, che il |
Trattato conferisce al regolamento comunitario, nel configurar lo come atto 12 produttivo di regole immediatamente applicabili. Rispetto alla sfera di questo atto, così riconosciuta, la legge statale rimane infatti, a ben guardare, pur sempre collocata in un ordinamento, che non vuole interferire nella produzione |
normati va del distinto ed autonomo ordinamento della Comunità, sebbene garantisca l’osservanza di essa nel territorio nazionale . |
D’altra parte, la garanzia che circonda l ’applicazione di tale normativa è - grazie al precetto dell ’art. 11 Cost., com ’è sopra chiari to - piena e continua. Precisamente, le disposizioni della CEE, le quali soddisfano i requisiti dell’immediata applicabilità devono, al medesimo titolo, entrare e permanere in vigore nel |
territorio italiano, senza che la sfera della loro efficacia possa es sere intaccata dalla legge ordinaria dello Stato. Non importa, al riguardo, se questa legge sia anteriore o successiva. Il regolamento comunitario fissa, comunque, la disciplina della specie. L’effetto connesso con la sua vigenza è perciò quello, non già d i |
caducare, nell’accezione propria del termine, la norma interna incompatibile, bensì di impedire che tale norma venga in rilievo per la definizione della controversia innanzi al giudice nazionale. In ogni caso, il fenomeno in parola va distinto dall’abrog azione, o da alcun altro effetto estintivo o derogatorio, che |
investe le norme all’interno dello stesso ordinamento statuale, e ad opera delle sue fonti . Del resto, la norma interna contraria al diritto comunitario non risulta - è stato detto nella sentenz a n. 232/75, e va anche qui ribadito - nemmeno affetta da alcuna nullità, che possa essere accertata e dichiarata dal giudice ordinario. Il regolamento, |
occorre ricordare, è reso efficace in quanto e perché atto comunitario, e non può abrogare, modificare o derogare le confliggenti norme nazionali, né invalidarne le statuizioni. Diversamente accadrebbe, se l ’ordinamento della Comunità e quello dello |
Stato - ed i rispettivi processi di produzione normativa - fossero composti ad unità. Ad avviso della Corte, tuttavia, essi, per quanto coordinati, sono distinti e reciprocamente autonomi. Proprio in ragione, dunque, della distinzione fra i due ordinamenti, la prevalenza del regolamento adottato dalla CEE va intesa come si è con la presente |
pronunzia ritenuto: ne l senso, vale a dire, che la legge interna non interferisce nella sfera occupata da tale atto, la quale è interamente attratta sotto il diritto comunitario. |
La conseguenza ora precisata opera però, nei confronti della fonte statuale, solo se e fino a quand o il potere trasferito alla Comunità si estrinseca con una normazione compiuta e immediatamente applicabile dal giudice interno. Fuori dall’ambito materiale, e dai limiti temporali, in cui vige la disciplina comunitaria |
così configurata, la regola nazional e serba intatto il proprio valore e spiega la sua efficacia; e d’altronde, è appena il caso di aggiungere, essa soggiace al regime previsto per l’atto del legislatore ordinario, ivi incluso il controllo di costituzionalità . |
[…] 7. - Le osservazioni fin qui svolte non implicano, tuttavia, che l’intero settore dei rapporti fra diritto comunitario e diritto interno sia sottratto alla competenza della Corte. Questo Collegio ha, nella sentenza n. 183/73, già avvertito come la |
legge di esecuzione del Trattato pos sa andar soggetta al suo sindacato, in riferimento ai principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale e ai 13 diritti inalienabili della persona umana, nell’ipotesi contemplata, sia pure come improbabile, al numero 9 nella parte motiva di detta pr onunzia . Nel presente |
giudizio cade opportuno un altro ordine di precisazioni. Vanno denunciate in questa sede quelle statuizioni della legge statale che si assumano costituzionalmente illegittime, in quanto dirette ad impedire o pregiudicare la perdurante osservanza del Trattato, in relazione al sistema o al nucleo essenziale dei suoi principi: |
situazione, questa, evidentemente diversa da quella che si verifica quando ricorre l’incompatibilità fra norme interne e singoli regolamenti comunitari. Nel caso che qui è previsto, la Corte sarebbe, quindi, chiamata ad accertare se il legislatore ordinario abbia ingiustificatamente rimosso alcuno dei limiti della sovranità |
statuale, da esso medesimo posti, mediante la legge di esecuzione del Trattato, in diretto e p untuale adempimento dell’art. 11 Cost. |
SENTENZA N. 389 DEL 1989 4. - Chiarita la natura e l ’efficacia delle norme desumibili dagli artt. 52 e 59 del Trattato |
CEE, si pone a questo punto il problema della definizione dei rapporti, all ’interno dell’ordina mento nazionale, fra le norme comunitarie direttamente applicabili e le norme di legge con esse incompatibili. |
Come questa Corte ha affermato nella sentenza n. 170 del 1984 e in altre successive, il riconoscimento dell ’ordinamento comunitario e di quello n azionale come ordinamenti reciprocamente autonomi, ma tra loro coordinati e comunicanti, porta a considerare l’immissione diretta nell ’ordinamento interno delle norme comunitarie immediatamente |
applicabili come la conseguenza del riconoscimento della loro derivazione da una fonte (esterna) a competenza riservata, la cui giustificazione costituzionale va imputata all ’art. 11 della Costituzione e al conseguente particolare valore giuridico attribuito al Trattato istitutivo delle Comunità europee e agli atti a questo equiparati. Ciò significa che, mentre |
gli atti idonei a porre quelle norme conservano il trattamento giuridico o il regime ad essi assicurato dall ’ordinamento comunitario - nel senso che sono assoggettati alle regole di produzione normativa, di int erpretazione, di abrogazione, di caducazione e di invalidazione proprie di quell ’ordinamento -, al contrario le norme da essi prodotte |
operano direttamente nell ’ordinamento interno come norme investite di “forza o valore di legge ”, vale a dire come norme c he, nei limiti delle competenze e nell ’ambito degli scopi propri degli organi di produzione normativa della Comunità, hanno un rango primario. |
Da ciò deriva, come ha precisato la già ricordata sentenza n. 170 del 1984, che, nel campo riservato alla loro co mpetenza, le norme comunitarie direttamente applicabili prevalgono rispetto alle norme nazionali, anche se di rango legislativo, senza tuttavia produrre, nel caso che queste ultime siano incompatibili con esse, effetti estintivi. Più |
precisamente, l ’eventu ale conflitto fra il diritto comunitario direttamente applicabile e quello interno, proprio perché suppone un contrasto di quest ’ultimo con una norma prodotta da una fonte esterna avente un suo proprio regime giuridico e abilitata a produrre diritto nell ’ordinamento nazionale entro un proprio distinto ambito di 14 |
competenza, non dà luogo a ipotesi di abrogazione o di deroga, né a forme di caducazione o di annullamento per invalidità della norma interna incompatibile, ma produce un effetto di disapplicazione d i quest ’ultima, seppure nei limiti di tempo e nell’ambito materiale entro cui le competenze comunitarie sono legittimate a svolgersi. |
Ribaditi questi principi, si deve concludere, con riferimento al caso di specie, che tutti i soggetti competenti nel nostr o ordinamento a dare esecuzione alle leggi (e agli atti aventi forza o valore di legge) - tanto se dotati di poteri di dichiarazione del diritto, come gli organi giurisdizionali, quanto se privi di tali poteri, come gli |
organi amministrativi - sono giuridi camente tenuti a disapplicare le norme interne incompatibili con le norme stabilite dagli artt. 52 e 59 del Trattato CEE nell’interpretazione datane dalla Corte di giustizia europea. |
SENTENZA N. 384 DEL 1994 |
2. – […] Ora, una cosa è risolvere il problem a del contrasto tra la norma comunitaria, direttamente applicabile, e quella interna vigente che risulti incompatibile, demandandone la soluzione ai giudici di merito; altra - e ben diversa - è la verifica di legittimità costituzionale delle deliberazioni legislative dei consigli regionali, che in |
pendenza dell ’impugnativa promossa dal Governo innanzi al giudice delle leggi non possono completare l ’iter formativo con la promulgazione, e acquisire efficacia con la pubblicazione. Né vale obiettare che l ’ottem peranza agli obblighi comunitari - e, quindi, la salvaguardia dell ’art. 11 della Costituzione - sarebbe seguita anche a una pronuncia |
d’inammissibilità, motivata in modo tale da precisare che le norme interne incompatibili con quelle comunitarie vanno comu nque disapplicate da parte di tutti i soggetti pubblici (i giudici, e anche gli organi amministrativi: cfr., su quest ’ultimo punto, la sentenza di questa Corte n. 389 del 1989, e Corte di giustizia delle Comunità europee, sent. 22 |
giugno 1989). Tale soluzi one avrebbe determinato una grave incongruenza, e generato incertezze applicative: trattandosi di un giudizio di legittimità costituzionale in via principale, non vi è un giudice che, statuendo sul rapporto, dichiari la disapplicazione, e il destinatario d elle prescrizioni della Corte (sulla necessaria |
applicazione del regolamento comunitario) sarebbe stata l’amministrazione regionale; nello stesso tempo, però, la normativa impugnata sarebbe stata promulgata, pur se ritenuta non applicabile, e dunque immess a nell’ordinamento giuridico dello Stato. Con evidente lesione del principio della certezza e della |
chiarezza normativa, ed elusione degli obblighi che incombono sullo Stato italiano, in particolare quello che attiene alla conformità dell’ordinamento inter no a quello comunitario. |
È dunque da ammettere l ’impugnativa promossa dal Governo avverso la legge regionale, non ancora entrata in vigore, che si sospetti in contrasto con la normativa comunitaria. È appena il caso di aggiungere che non vale la reciproca: l’impugnativa della legge dello |
Stato da parte della Regione tocca un atto già in vigore, e il contrasto tra la norma interna e quella comunitaria potrà essere definito dai giudici di merito (sent. n. 115 del 1993). 15 |
SENTENZA N. 94 DEL 1995 |
Con la sente nza n. 384 del 1994 la Corte costituzionale, nell ’ambito di un giudizio di costituzionalità sollevato in via principale avverso una legge regionale, ha per la prima volta affermato che l ’esigenza di depurare l ’ordinamento nazionale da norme incompatibili c on quelle comunitarie, essendo ancorata al valore costituzionale |
comportante la chiarezza normativa e la certezza nell ’applicazione del diritto da parte di tutti i sottoposti alla legge, può essere soddisfatta anche con una dichiarazione d’illegittimità co stituzionale. Ed, invero, poiché nei giudizi di costituzionalità in via principale l’oggetto del giudizio stesso, non è una norma in quanto applicabile, |
ma una norma di per sé lesiva delle competenze costituzionalmente garantite alle regioni (nel caso di i mpugnazione di leggi statali da parte delle regioni) o ex se violatrice di norme costituzionali (nel caso di impugnazione di leggi regionali da parte dello Stato) - tanto che in tali giudizi possono essere contestate anche |
disposizioni di legge non ancora efficaci o ad efficacia differita (v. sentenze nn. 224 del 1990, 242 del 1989, 39 del 1971, 37 del 1966, 75 del 1957) - non si rinviene, come invece nei giudizi in via incidentale, alcun ostacolo processuale in grado di |
precludere alla Corte la piena salva guardia, con proprie decisioni, del valore costituzionale della certezza e della chiarezza normativa di fronte a ipotesi di contrasto di una norma interna con una comunitaria. Né è senza significato la considerazione che, dati i ricordati caratteri del giu dizio in via principale, la “non |
applicabilità” della norma interna confliggente con quella comunitaria rappresenterebbe, nei casi in cui il contrasto normativo si palesasse nell’ambito di quel giudizio, una garanzia inadeguata rispetto al soddisfacimento del dovere, fondato sull’art. 5 del Trattato di Roma e sull’art. 11 della Costituzione, di dare |
pieno e corretto adempimento agli obblighi comunitari. |
SENTENZA N. 102 DEL 2008 8.2.8.1. – Come più volte affermato da questa Corte, l ’art. 11 Cost., prevede ndo che l’Italia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità |
necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni», ha permesso di riconoscere alle norme comunitarie efficacia obbligatori a nel nostro ordinamento ( ex plurimis , sentenze n. 349 e n. 284 del 2007; n. 170 del 1984). Il nuovo testo dell ’art. 117, primo comma, Cost., introdotto dalla legge costituzionale n. 3 del |
2001 – nel disporre che «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall ’ordinamento comunitario […]» –, ha ribadito che i vincoli derivanti dall ’ordinamento comunitario si impongono al legislatore nazionale (statale, regionale e delle Prov ince autonome). Da tale quadro |
normativo costituzionale consegue che, con la ratifica dei Trattati comunitari, l ’Italia è entrata a far parte di un ordinamento giuridico autonomo, integrato e coordinato con 16 quello interno, ed ha trasferito, in base all ’art. 11 Cost., l ’esercizio di poteri, anche normativi, nelle materie oggetto dei Trattati medesimi. Le norme comunitarie vincolano |
in vario modo il legislatore interno, con il solo limite dell ’intangibilità dei princípi fondamentali dell ’ordinamento costituzi onale e dei diritti inviolabili dell ’uomo garantiti dalla Costituzione ( ex multis , sentenze nn. 349, 348 e 284 del 2007, n. 170 del 1984). |
Con specifico riguardo al caso, che qui interessa, di leggi regionali della cui compatibilità con il diritto comunita rio (come interpretato e applicato dalle istituzioni e dagli organi comunitari) si dubita, va rilevato che l ’inserimento dell ’Italia nell ’ordinamento comunitario comporta due diverse conseguenze, a seconda che il giudizio in cui si fa |
valere tale dubbio pe nda davanti al giudice comune ovvero davanti alla Corte costituzionale a séguito di ricorso proposto in via principale. Nel primo caso, le norme comunitarie, se hanno efficacia diretta, impongono al giudice di disapplicare le leggi nazionali (comprese quel le regionali), ove le ritenga non compatibili. Nel secondo caso, |
le medesime norme «fungono da norme interposte atte ad integrare il parametro per la valutazione di conformità della normativa regionale all ’art. 117, primo comma, Cost.» (sentenze n. 129 del 2006; n. 406 del 2005; n. 166 e n. 7 del 2004), o, piú precisamente, rendono concretamente operativo il parametro costituito dall ’art. 117, primo comma, |
Cost. (come chiarito, in generale, dalla sentenza n. 348 del 2007), con conseguente declaratoria di il legittimità costituzionale delle norme regionali che siano giudicate incompatibili con il diritto comunitario. |
Questi due diversi modi di operare delle norme comunitarie corrispondono alle diverse caratteristiche dei giudizi. |
Davanti al giudice comune la l egge regionale deve essere applicata ad un caso concreto e la valutazione della sua conformità all ’ordinamento comunitario deve essere da tale giudice preliminarmente effettuata al fine di procedere all ’eventuale disapplicazione della suddetta legge, previ o rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia CE – ove necessario – |
per l ’interpretazione del diritto comunitario. Una volta esclusa tale disapplicazione, il giudice potrà bensí adire la Corte costituzionale, ma solo per motivi di non conformità del dirit to interno all ’ordinamento costituzionale e non per motivi di non conformità all’ordinamento comunitario. Ne consegue che, ove il giudice comune dubitasse della |
conformità della legge nazionale al diritto comunitario, il mancato rinvio pregiudiziale alla C orte di giustizia CE renderebbe non rilevante e, pertanto, inammissibile la questione di legittimità costituzionale da lui sollevata. |
Davanti alla Corte costituzionale adíta in via principale, invece, la valutazione della conformità della legge regionale a lle norme comunitarie si risolve, per il tramite dell’art. 117, primo comma, Cost., in un giudizio di legittimità costituzionale; con la conseguenza che, in caso di riscontrata difformità, la Corte |
non procede alla disapplicazione della legge, ma – come gi à osservato – ne dichiara l’illegittimità costituzionale con efficacia erga omnes (ex multis , sentenza n. 94 del 1995). |
In conclusione, alla luce di quanto sopra rilevato, la censura in esame deve ritenersi ammissibile, perché le norme comunitarie sono sta te correttamente evocate dal ricorrente nel presente giudizio, per il tramite dell’art. 117, primo comma, Cost., quale elemento integrante il parametro di costituzionalità. 17 |
SENTENZA N. 86 DEL 2012 |
3.— La questione è ammissibile. |
Si deve premettere che, come più volte affermato da questa Corte, l ’art. 11 Cost., prevedendo che l ’Italia «consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le |
Nazioni», ha pe rmesso di riconoscere alle norme comunitarie efficacia obbligatoria nel nostro ordinamento (ex plurimis: sentenze n. 102 del 2008; n. 349 e 284 del 2007; n. 170 del 1984). Il testo dell ’art. 117, primo comma, Cost., introdotto dalla legge costituzionale del 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione) – |
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