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SENTENZA N. 20 DEL 2019 (la “doppia pregiudizialità” confermata) 1.– Il Tribunale amministrativo regionale del Lazio, sezione prima quater, dubita della |
legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 1 -bis e 1 -ter, del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33 (Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni). |
Le disposizioni censurate sono state inserite nell’art. 14 del d.lgs. n. 33 del 2013 dall’art. 13, comma 1, lettera c), del decreto legislativo 25 maggi o 2016, n. 97 (Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione, pubblicità e |
trasparenza, correttivo della legge 6 novembre 2012, n. 190 e del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, ai sensi dell’articolo 7 dell a legge 7 agosto 2015, n. 124, in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche). |
In particolare, l’art. 14, comma 1 -bis, estende a tutti i titolari di incarichi dirigenziali nella pubblica amministrazione, a qualsiasi titolo conferiti, gli o bblighi di pubblicazione di una serie di dati, obblighi già previsti dal citato art. 14, comma 1, del d.lgs. n. 33 del 2013 a carico dei titolari di incarichi politici, anche se non di carattere elettivo, di livello statale, |
regionale e locale. |
Il rimetten te censura la disposizione nella parte in cui stabilisce che le pubbliche amministrazioni pubblichino, per i dirigenti, i compensi di qualsiasi natura connessi all’assunzione della carica, gli importi di viaggi di servizio e missioni pagati con fondi pubbl ici (art. 14, comma 1, lettera c); le dichiarazioni e attestazioni di cui agli artt. 2, 3 e 4 |
della legge 5 luglio 1982, n. 441 (Disposizioni per la pubblicità della situazione patrimoniale di titolari di cariche elettive e di cariche direttive di alcuni e nti), ovvero la dichiarazione dei redditi soggetti all’imposta sui redditi delle persone fisiche e quella concernente i diritti reali su beni immobili e su beni mobili iscritti in pubblici registri, le |
azioni di società, le quote di partecipazione a societ à, anche in relazione al coniuge non separato ed ai parenti entro il secondo grado, ove essi vi acconsentano, dovendosi in ogni caso dare evidenza al mancato consenso (art. 14, comma 1, lettera f). |
L’art. 14, comma 1 -ter, del d.lgs. n. 33 del 2013 è censur ato limitatamente all’ultimo periodo, nella parte in cui prevede che l’amministrazione pubblichi sul proprio sito 56 istituzionale l’ammontare complessivo degli emolumenti percepiti da ciascun dirigente a carico della finanza pubblica. |
1.1.– Ritiene il giudic e a quo che le indicate disposizioni contrastino, innanzitutto, con l’art. 117, primo comma, della Costituzione, in relazione agli artt. 7, 8 e 52 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e ada ttata a Strasburgo il 12 dicembre 2007, all’art. 8 della Convenzione per la |
salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848, all’art. 5 della Convenzione n. 108 sulla protezione delle persone rispetto al trattamento automatizzato di dati di carattere personale, adottata a Strasburgo il 28 gennaio 1981, |
ratificata e resa esecutiva con la legge 21 febbraio 1989, n. 98, nonché agli artt. 6, paragrafo 1, lettera c), 7, lettere c) ed e), e 8, paragrafi 1 e 4, della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché all a libera circolazione di |
tali dati. |
Evidenzia il tribunale amministrativo rimettente come tali disposizioni stabiliscano principi di proporzionalità, pertinenza e non eccedenza nel trattamento dei dati personali, confermati anche dalla nuova normativa in m ateria di protezione dei dati personali di cui al regolamento (UE) n. 2016/679 del Parlamento europeo e del |
Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera cir colazione di tali dati e che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati), definendo così il quadro sovranazionale di riferimento per ogni disciplina del rapporto tra esigenza |
(privata) di protezione di tali dati ed esigenz a (pubblica) di trasparenza. |
Sottolinea come la necessaria tutela delle persone fisiche rispetto al trattamento e alla libera circolazione dei dati personali non osterebbe a una normativa nazionale che imponga la raccolta e la divulgazione di informazioni relative al patrimonio e al reddito dei dirigenti pubblici, alla condizione, però, che la divulgazione di tali dati, in quanto |
riferiti puntualmente e specificamente ai nominativi dei dipendenti, risulti necessaria e appropriata al raggiungimento degli obi ettivi della corretta informazione dei cittadini e della buona gestione delle risorse pubbliche. |
Sostiene che i principi desumibili dai parametri europei risulterebbero invece lesi dalla disciplina censurata, anche a causa della quantità di dati da pubblic are e delle modalità della loro divulgazione, dovendosi in particolare considerare che, ai sensi degli artt. 7 -bis e 9 del d.lgs. n. 33 del 2013, le amministrazioni cui compete la pubblicazione on line dei |
dati non possono disporre filtri e altre soluzioni tecniche atte a impedire ai motori di ricerca web di indicizzarli, o di renderli non consultabili attraverso questi ultimi. 1.2.– Le disposizioni di cui all’art. 14, commi 1 -bis e 1 -ter, del d.lgs. n. 33 del 2013, sarebbero altresì in contrasto con l’art. 3 Cost., sotto due distinti profili. |
In primo luogo, vi sarebbe violazione del principio di uguaglianza per la circostanza che gli obblighi di pubblicazione in esame graverebbero su tutti i dirigenti pubblici, senza alcuna distinzione. Il giudice a quo os serva che la previsione normativa assimilerebbe, in tal modo, cariche dirigenziali che, «all’evidenza, non sono equiparabili fra loro», per |
«genesi, struttura, funzioni esercitate e poteri statali di riferimento». 57 La mancata differenziazione tra le categor ie dirigenziali soggette alla misura, in base, ad esempio, all’amministrazione di appartenenza, alla qualifica, alle funzioni in concreto |
ricoperte, ai compensi percepiti, sarebbe «indice di una non adeguata calibrazione della disposizione in parola», tenu to conto della molteplicità delle categorie dirigenziali rinvenibili nell’ordinamento vigente, e della connessa varietà ed estensione dei segmenti di potere amministrativo esercitato: la misura riguarderebbe, secondo le elaborazioni |
dell’Agenzia per la rap presentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN), oltre centoquarantamila dirigenti, senza alcuna considerazione dell’effettivo rischio corruttivo insito nella funzione svolta, anche in relazione all’entità delle risorse pubbliche assegnate all ’ufficio della cui gestione il soggetto interessato deve rispondere. |
Violerebbe il principio di uguaglianza anche l’equiparazione, prevista dalle disposizioni censurate, dei dirigenti pubblici con i titolari di incarichi politici. Sottolinea il rimettente che la comune soggezione dei titolari di incarichi politici e dei dirigenti a identici obblighi di pubblicità, stante la diversa durata temporale che, di norma, caratterizza lo |
svolgimento delle relative funzioni, si risolverebbe in una misura particolarme nte pervasiva per i secondi, assoggettati alla disciplina in esame per un periodo corrispondente all’intera durata del rapporto di lavoro, ponendosi nei loro confronti, diversamente che per i titolari di incarichi politici, alla stregua di una «condizione della |
vita». |
La lesione dell’art. 3 Cost. emergerebbe anche sotto il profilo dell’intrinseca irragionevolezza della disciplina censurata. La divulgazione on line di una quantità enorme di dati comporterebbe rischi di alterazione, manipolazione e riproduzio ne di questi ultimi per finalità diverse da quelle per le quali la loro raccolta e trattamento sono |
previsti, con frustrazione delle esigenze di informazione veritiera e, quindi, di controllo, alla base della normativa. |
Le stesse modalità di diffusione dei dati non supererebbero il test di ragionevolezza e proporzionalità, riguardando dati reddituali e patrimoniali – relativi non solo ai dirigenti, ma anche ai loro coniugi e parenti entro il secondo grado, ove acconsentano, e salva la menzione dell’eventual e mancato consenso – desunti dalla dichiarazione dei redditi e |
dunque particolarmente dettagliati, senza che, come già ricordato, le amministrazioni cui compete la pubblicazione on line dei dati possano disporre filtri e altre soluzioni tecniche atte a imp edire ai motori di ricerca web di indicizzarli, o di renderli non consultabili attraverso questi. |
Osserva a tale proposito il rimettente che la «pubblicazione di massicce quantità di dati» non si tradurrebbe automaticamente nell’agevolazione della ricerca di quelli più significativi a determinati fini, soprattutto da parte dei singoli cittadini, rispetto ai quali è anzi lecito supporre la mancanza di disponibilità di efficaci strumenti di lettura e di |
elaborazione di dati sovrabbondanti ed eccessivamente di ffusi. 1.3.– Le disposizioni in esame si porrebbero altresì in contrasto con gli artt. 2 e 13 Cost., poiché i diritti inviolabili dell’uomo e la libertà personale risulterebbero lesi da obblighi |
di pubblicazione funzionali bensì a esigenze di trasparenza a mministrativa, ma non idonei a scongiurare «la diffusione di dati sensibili», per un verso superflui ai fini perseguiti dalla disciplina, per altro verso «suscettibili di interpretazioni distorte». 58 1.4.– Infine, il TAR Lazio ritiene di «estendere, d’uffici o, ai sensi dell’art. 23 della l. 11 |
marzo 1953, n. 87» le descritte questioni di legittimità costituzionale anche all’art. 14, comma 1 -ter, del d.lgs. n. 33 del 2013, limitatamente all’ultimo periodo e, dunque, alla parte in cui prevede che l’amministrazi one pubblichi sul proprio sito istituzionale l’ammontare complessivo degli emolumenti percepiti da ciascun dirigente a carico della |
finanza pubblica. |
Sostiene, infatti, il rimettente che oggetto della pubblicazione prevista da tale ultimo periodo della dis posizione sarebbe un dato aggregato, che contiene quello di cui al comma 1, lettera c), dello stesso art. 14, e potrebbe anzi corrispondere del tutto a quest’ultimo, se il dirigente non percepisca altro emolumento diverso dalla retribuzione |
per l’incarico conferitogli. 2.– Va preliminarmente considerato che il giudice rimettente è consapevole della circostanza per cui, trattando le norme censurate della pubblicazione in rete di |
dati reddituali e patrimoniali relativi a dirigenti delle pubbliche amministrazi oni (e ai loro coniugi e parenti entro il secondo grado), viene in rilievo un trattamento di dati personali soggetto anche alla disciplina del diritto (comunitario, prima, e ora) dell’Unione europea. |
Del resto, la stessa ordinanza di rimessione, lamentando che le disposizioni censurate violino l’art. 117, primo comma, Cost., indica, quali parametri interposti, norme del diritto europeo sia primario che derivato: argomenta, infatti, l’asserita lesione del diritto alla vita privata, di quello alla protezione dei |
dati personali, dei principi di proporzionalità e pertinenza, sanciti dagli articoli 7, 8 e 52 della CDFUE e dagli artt. 6, paragrafo 1, lettera c), e 7, lettere c) ed e), della direttiva 95/46/CE. |
Al tempo stesso ritiene che la disciplina legislativa sia in contrasto anche con parametri costituzionali interni, sostenendo che essa lede l’art. 3 Cost., sotto diversi profili, e gli artt. 2 e 13 Cost. |
Il giudice rimettente è altresì consapevole della circostanza che, in fattispecie analoga a quella al suo esame, la Corte di giustizia delle Comunità europee (sentenza 20 maggio 2003, nelle cause riunite C -465/00, C -138/01 e C -139/0120, |
Österreichischer Rundfunk e altri) – pur avendo ritenuto, a seguito di rinvio pregiudiziale, che gli artt. 6, paragrafo 1, le ttera c), e 7, lettere c) ed e), della ricordata direttiva 95/46/CE contengono norme direttamente applicabili – ha stabilito che la valutazione sul corretto bilanciamento tra il diritto alla tutela dei |
dati personali e quello all’accesso ai dati in possess o delle pubbliche amministrazioni doveva essere rimessa al giudice del rinvio, escludendo perciò che fosse stata definitivamente compiuta dalla normativa europea. |
Su questi presupposti, ritiene (punto 17 dell’ordinanza) che le disposizioni interne censurat e non possano essere disapplicate «per contrasto con normative comunitarie», posto che non sarebbe realmente individuabile una disciplina self - executing di matrice europea applicabile alla fattispecie oggetto di giudizio. |
Afferma, in particolare, che i pri ncipi di proporzionalità, pertinenza e non eccedenza in tema di trattamento dei dati personali – presidiati dalle norme europee, primarie e derivate, indicate quali parametri interposti – si 59 presenterebbero non già quali disposizioni idonee a regolare la f attispecie al suo |
esame, bensì quali «criteri» di riferimento per effettuare una «ponderazione della conformità» della disciplina censurata, mostrando di intendere che tale operazione sia di segno diverso dalla semplice applicazione o non applicazione di una norma al fatto. |
Escludendo dunque che la normativa europea offra una soluzione del caso concreto, scartando inoltre la via di un rinvio pregiudiziale, proprio perché in occasione analoga la Corte di giustizia aveva devoluto al giudice nazionale la valut azione sul corretto bilanciamento tra i due diritti potenzialmente |
confliggenti – quello alla tutela dei dati personali e quello ad accedere ai dati in possesso delle pubbliche amministrazioni – decide di sollevare questioni di legittimità costituzionale s ulle disposizioni al suo esame, ritenendo che la valutazione sul bilanciamento in parola non possa che spettare a questa Corte. |
2.1.– Alla luce della descritta prospettazione, le questioni di legittimità costituzionale sollevate, sotto lo specifico profilo appena esaminato, sono ammissibili. |
Questa Corte (sentenza n. 269 del 2017) ha già rilevato che i principi e i diritti enunciati nella CDFUE intersecano in larga misura i principi e i diritti garantiti dalla Costituzione italiana (e dalle altre Costituzio ni nazionali degli Stati membri), e che la prima costituisce pertanto «parte del diritto dell’Unione dotata |
di caratteri peculiari in ragione del suo contenuto di impronta tipicamente costituzionale». Ha aggiunto che, fermi restando i principi del primato e dell’effetto diretto del diritto dell’Unione europea, occorre considerare la peculiarità delle situazioni nelle quali, in un ambito di rilevanza comunitaria, una |
legge che incide su diritti fondamentali della persona sia oggetto di dubbi, sia sotto il pr ofilo della sua conformità alla Costituzione, sia sotto il profilo della sua compatibilità con la CDFUE. |
Ha concluso che in tali casi – fatto salvo il ricorso al rinvio pregiudiziale per le questioni di interpretazione o di invalidità del diritto dell’Unio ne europea, ai sensi dell’art. 267 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), come modificato dall’art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007 e |
ratificato dalla legge 2 agosto 2008, n. 130 – va preservata l’opportunità di un interv ento con effetti erga omnes di questa Corte, in virtù del principio che situa il sindacato accentrato di legittimità costituzionale a fondamento dell’architettura costituzionale (art. 134 Cost.), precisando che, in tali fattispecie, la Corte |
costituzionale giudicherà alla luce dei parametri costituzionali interni, ed eventualmente anche di quelli europei (ex artt. 11 e 117, primo comma, Cost.), comunque secondo l’ordine che di volta in volta risulti maggiormente appropriato. |
Questo orientamento va confermat o anche nel caso di specie, nel quale principi e diritti fondamentali enunciati dalla CDFUE intersecano, come meglio si chiarirà, principi e diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione. |
Peraltro, tra i parametri interposti rispetto alla denunciata vi olazione dell’art. 117, primo comma, Cost., il giudice rimettente evoca, oltre a disposizioni della CDFUE, anche i principi di proporzionalità, pertinenza e non eccedenza nel 60 trattamento dei dati personali, previsti in particolare dagli artt. 6, paragrafo 1, |
lettera c), e 7, lettere c) ed e), della direttiva 95/46/CE. |
Ciò non induce a modificare l’orientamento ricordato. |
I principi previsti dalla direttiva si presentano, infatti, in singolare connessione con le pertinenti disposizioni della CDFUE: non solo nel senso che essi ne forniscono specificazione o attuazione, ma anche nel senso, addirittura inverso, che essi hanno costituito “modello” per quelle norme, e perciò partecipano |
all’evidenza della loro stessa natura, come espresso nelle Spiegazioni relativ e alla Carta dei diritti fondamentali, in cui si legge, in particolare nella «Spiegazione relativa all’art.8 – Protezione dei dati di carattere personale», che «[q]uesto |
articolo è stato fondato sull’articolo 286 del trattato che istituisce la Comunità europea, sulla direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali nonché alla libera circolazione di tali dati […], nonché sull’articolo 8 |
della CEDU e sulla conv enzione del Consiglio d’Europa sulla protezione delle persone rispetto al trattamento automatizzato di dati di carattere personale del 28 gennaio 1981, ratificata da tutti gli Stati membri. […]. La direttiva e il regolamento [(CE) n. 45/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio] succitati |
definiscono le condizioni e i limiti applicabili all’esercizio del diritto alla protezione dei dati personali». 2.2.– L’ammissibilità, sempre sotto lo specifico profilo ora in esame, delle questioni sollevate, emerge anc he alla luce della circostanza che la disciplina |
legislativa censurata, che estende a tutti i dirigenti delle pubbliche amministrazioni obblighi di pubblicazione di dati già in vigore per altri soggetti, opera, come si diceva, su un terreno nel quale risul tano in connessione – e talvolta anche in visibile tensione – diritti e principi fondamentali, |
contemporaneamente tutelati sia dalla Costituzione che dal diritto europeo, primario e derivato. |
Da una parte, il diritto alla riservatezza dei dati personali, q uale manifestazione del diritto fondamentale all’intangibilità della sfera privata (sentenza n. 366 del 1991), che attiene alla tutela della vita degli individui nei suoi molteplici aspetti. |
Un diritto che trova riferimenti nella Costituzione italiana (art t. 2, 14, 15 Cost.), già riconosciuto, in relazione a molteplici ambiti di disciplina, nella giurisprudenza di questa Corte (sentenze n. 173 del 2009, n. 372 del 2006, n. 135 del 2002, n. 81 del 1993 e n. 366 del 1991), e che incontra specifica protezione nelle |
varie norme europee e convenzionali evocate dal giudice rimettente. Nell’epoca attuale, esso si caratterizza particolarmente quale diritto a controllare la circolazione delle informazioni riferite alla propria persona, e si giova, a sua protezione, d ei canoni elaborati in sede europea per valutare la legittimità della |
raccolta, del trattamento e della diffusione dei dati personali. Si tratta dei già ricordati principi di proporzionalità, pertinenza e non eccedenza, in virtù dei quali deroghe e limitaz ioni alla tutela della riservatezza di quei dati devono operare nei limiti dello stretto necessario, essendo indispensabile identificare le |
misure che incidano nella minor misura possibile sul diritto fondamentale, pur 61 contribuendo al raggiungimento dei le gittimi obiettivi sottesi alla raccolta e al trattamento dei dati. |
Dall’altra parte, con eguale rilievo, i principi di pubblicità e trasparenza, riferiti non solo, quale corollario del principio democratico (art. 1 Cost.), a tutti gli aspetti rilevanti del la vita pubblica e istituzionale, ma anche, ai sensi dell’art. 97 |
Cost., al buon funzionamento dell’amministrazione (sentenze n. 177 e n. 69 del 2018, n. 212 del 2017) e, per la parte che qui specificamente interessa, ai dati che essa possiede e controlla. Principi che, nella legislazione interna, tendono ormai a manifestarsi, nella loro declinazione soggettiva, nella forma di un diritto dei |
cittadini ad accedere ai dati in possesso della pubblica amministrazione, come del resto stabilisce l’art. 1, comma 1 , del d.lgs. n. 33 del 2013. Nel diritto europeo, la medesima ispirazione ha condotto il Trattato di Lisbona a inserire il diritto di accedere ai documenti in possesso delle autorità europee tra le «Disposizioni di |
applicazione generale» del Trattato sul f unzionamento dell’Unione, imponendo di considerare il diritto di accesso ad essi quale principio generale del diritto europeo (art. 15, paragrafo 3, primo comma, TFUE e art. 42 CDFUE). |
I diritti alla riservatezza e alla trasparenza si fronteggiano soprattu tto nel nuovo scenario digitale: un ambito nel quale, da un lato, i diritti personali possono essere posti in pericolo dalla indiscriminata circolazione delle informazioni, e, dall’altro, proprio la più ampia circolazione dei dati può meglio consentire a |
ciascuno di informarsi e comunicare. |
Non erra, pertanto, il giudice a quo quando segnala la peculiarità dell’esame cui deve essere soggetta la disciplina legislativa che egli si trova ad applicare, e quando sottolinea che tale esame va condotto dalla Corte costituzionale. |
2.3.– La “prima parola” che questa Corte, per volontà esplicita del giudice a quo, si accinge a pronunciare sulla disciplina legislativa censurata è pertanto più che giustificata dal rango costituzionale della questione e dei diritti in gio co. |
Resta fermo che i giudici comuni possono sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea, sulla medesima disciplina, qualsiasi questione pregiudiziale a loro avviso necessaria. |
In generale, la sopravvenienza delle garanzie approntate dalla CDFUE rispetto a quelle della Costituzione italiana genera, del resto, un concorso di rimedi giurisdizionali, arricchisce gli strumenti di tutela dei diritti fondamentali e, per definizione, esclude ogni preclusione. |
Questa Corte deve pertanto esprimere la prop ria valutazione, alla luce innanzitutto dei parametri costituzionali interni, su disposizioni che, come quelle ora in esame, pur soggette alla disciplina del diritto europeo, incidono su principi e diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione italiana e riconosciuti dalla |
stessa giurisprudenza costituzionale. Ciò anche allo scopo di contribuire, per la propria parte, a rendere effettiva la possibilità, di cui ragiona l’art. 6 del Trattato sull’Unione europea (TUE), firmato a Maastricht il 7 febbraio 199 2, entrato in vigore il 1° novembre 1993, che i corrispondenti diritti fondamentali garantiti dal |
diritto europeo, e in particolare dalla CDFUE, siano interpretati in armonia con 62 le tradizioni costituzionali comuni agli Stati membri, richiamate anche dall’ art. 52, paragrafo 4, della stessa CDFUE come fonti rilevanti. |
3.– Passando, dunque, al merito delle questioni sollevate con riferimento all’art. 14, comma 1 -bis, del d.lgs. n. 33 del 2013, il giudice rimettente prospetta il contrasto della disposizione an che con più parametri costituzionali interni. |
Questa Corte, avendo la facoltà di decidere l’ordine delle censure da affrontare (sentenze n. 148 e n. 66 del 2018), ritiene di esaminare prioritariamente le questioni di legittimità costituzionale sollevate in relazione all’art. 3 Cost., evocato sia sotto il profilo della violazione del principio di ragionevolezza, sia sotto il profilo della lesione del principio di |
uguaglianza. |
Come si è ricordato, si è in presenza di una questione concernente il bilanciamento tra due diritti: quello alla riservatezza dei dati personali, inteso come diritto a controllare la circolazione delle informazioni riferite alla propria persona, e quello dei cittadini al libero accesso ai dati ed alle informazioni |
detenuti dalle pubblich e amministrazioni. |
In valutazioni di tale natura, il giudizio di ragionevolezza sulle scelte legislative si avvale del cosiddetto test di proporzionalità, che «richiede di valutare se la norma oggetto di scrutinio, con la misura e le modalità di applicazio ne stabilite, sia necessaria e idonea al conseguimento di obiettivi legittimamente perseguiti, in |
quanto, tra più misure appropriate, prescriva quella meno restrittiva dei diritti a confronto e stabilisca oneri non sproporzionati rispetto al perseguimento di detti obiettivi» (sentenza n. 1 del 2014, richiamata, da ultimo, dalle sentenze n. 137 del 2018, n. 10 del 2016, n. 272 e n. 23 del 2015 e n. 162 del 2014). |
Nella specifica materia in oggetto, del resto, anche la giurisprudenza europea segue le medesime coordinate interpretative. 3.1.– La Corte di giustizia dell’Unione europea ha ripetutamente affermato che le esigenze di controllo democratico non possono travolgere il diritto fondamentale alla |
riservatezza delle persone fisiche, dovendo sempre essere ri spettato il principio di proporzionalità, definito cardine della tutela dei dati personali: deroghe e limitazioni alla protezione dei dati personali devono perciò operare nei limiti dello stretto necessario, e prima di ricorrervi occorre ipotizzare misure che determinino la minor lesione, per le |
persone fisiche, del suddetto diritto fondamentale e che, nel contempo, contribuiscano in maniera efficace al raggiungimento dei confliggenti obiettivi di trasparenza, in quanto legittimamente perseguiti (sentenze 2 0 maggio 2003, nelle cause riunite C -465/00, C - 138/01 e C -139/01, Österreichischer Rundfunk e altri, e 9 novembre 2010, nelle cause |
riunite C -92/09 e 93/09, Volker und Markus Schecke e Eifert). |
Nella pronuncia da ultimo richiamata, in particolare, si affer ma che non può riconoscersi alcuna automatica prevalenza dell’obiettivo di trasparenza sul diritto alla protezione dei dati personali (punto 85). |
La giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea ha influenzato lo stesso legislatore europeo, c he ha avviato un ampio processo di revisione del quadro di regole in materia di protezione dei dati personali, concluso con l’emanazione di un unico corpus normativo di carattere generale, costituito dal regolamento n. 2016/679/UE, |
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