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10.3.– Quanto all’asserit a violazione del principio di progressività del tributo, occorre anzitutto rammentare che, secondo un orientamento spesso ribadito della giurisprudenza costituzionale (ad esempio nelle sentenze n. 21 del 1996 e n. 158 del 1985) il principio di progressivit à si riferisce all’ordinamento tributario nel suo complesso e non alla singola
imposta.
Con riferimento al caso di specie va poi tenuto presente che l’assenza di progressione e la presenza di un tetto massimo alla contribuzione sono coerenti con la finalit à ultima del tributo in questione, che non è quella di introdurre una nuova forma di prelievo sul reddito, ma quello di far concorrere al finanziamento dell’Autorità i soggetti cui
principalmente si rivolge l’attività di garanzia della stessa. Un tale sist ema corrisponderebbe a due ragionevoli esigenze equitative: quella di contenere il carico economico posto a carico del singolo operatore e quella di evitare che alcuni operatori possano trasformarsi in “super -finanziatori” dell’Autorità, finendo per compro metterne
di fatto l’indipendenza. In particolare, l’apposizione di un tetto massimo alla contribuzione intende correggere una criticità palesatasi con riferimento al sistema previgente, che prevedeva un contributo a carico dei soggetti obbligati alla comun icazione delle operazioni di concentrazione, per i quali non era stabilito alcun
limite massimo di contribuzione. Il nuovo sistema ha introdotto tale limite allo scopo di porre l’Autorità al riparo da ogni rischio di “cattura” del controllore da parte del controllato. In assenza di un tale limite, le maggiori imprese – specie quelle egemoni sul mercato e, quindi, quelle per le quali maggiore è l’esigenza di vigilanza indipendente –
potrebbero diventare i principali finanziatori dell’Autorità, determinando u n legame di subordinazione finanziaria suscettibile di condizionare l’attività di garanzia anche solo attraverso il ritardato versamento delle somme dovute.
La distribuzione del finanziamento dell’Autorità secondo criteri che, imponendo l’onere di contribu zione a partire da certi limiti minimi di fatturato, ne determinano l’ammontare secondo una percentuale fissa, sino ad un importo massimo non superabile, impedisce di creare una ristretta cerchia di finanziatori egemoni: sotto questo profilo il
sistema dis egnato dal legislatore risulta, dunque, non solo compatibile con i principi costituzionali di cui agli artt. 3 e 53 Cost., ma addirittura rispondente a esigenze di ragionevolezza.
11.– Il rimettente ha denunciato la violazione della riserva stabilita all’a rt. 23 Cost., in quanto le disposizioni censurate, ed in particolare l’art. 10, comma 7 -quater, attribuirebbero all’Autorità garante della concorrenza e del mercato la facoltà di apportare, con proprie delibere, variazioni alla misura e alle modalità di co ntribuzione,
senza che la legge determini i criteri idonei a orientare l’esercizio del potere regolamentare. 41 Anche questa questione non è fondata.
In proposito deve rammentarsi che – come la Corte costituzionale ha anche di recente ricordato (sentenze n. 6 9 del 2017 e n. 83 del 2015) – la riserva di legge di cui al citato art. 23 Cost. ha carattere relativo: conseguentemente, la legge, pur non potendo limitarsi a conferire un potere regolativo attraverso una “norma in bianco”, rispetta la
riserva quando det ermina sufficienti criteri direttivi e traccia le linee generali della disciplina. Con riguardo alle prestazioni patrimoniali imposte, il rispetto della riserva relativa di cui all’art. 23 Cost. si traduce nell’onere per il legislatore di indicare compiuta mente il soggetto e l’oggetto della prestazione imposta, mentre l’intervento
complementare ed integrativo da parte della pubblica amministrazione deve rimanere circoscritto alla specificazione quantitativa (e qualche volta, anche qualitativa) della prestaz ione medesima: senza che residui la possibilità di scelte del tutto libere e perciò eventualmente arbitrarie della stessa pubblica amministrazione, ma sussistano nella
previsione legislativa – considerata nella complessiva disciplina della materia – razion ali ed adeguati criteri per la concreta individuazione dell’onere imposto al soggetto nell’interesse generale (da ultimo, sentenza n. 69 del 2017, esemplificativa di un orientamento costante). In applicazione dei suddetti principi questa Corte, con la
richiamata sentenza n. 69 del 2017, ha di recente ritenuto non illegittimo analogo (ma più ampio) potere regolamentare riconosciuto all’Autorità per i trasporti.
Nella specie, il comma 7 -quater dell’impugnato art. 10, prevede, per gli anni successivi al 2013, che eventuali variazioni della misura e delle modalità di contribuzione quale determinata al precedente comma 7 -ter possono essere adottate dall’Autorità medesima con propria deliberazione, nel limite massimo dello 0,5 per mille del fatturato
risultante da l bilancio approvato precedentemente all’adozione della delibera, ferma restando la soglia massima di contribuzione di cui al comma 7 -ter. La disposizione impugnata, pertanto, predetermina: il soggetto e l’oggetto della prestazione patrimoniale imposta; l’ ammontare del contributo per il 2013 e, per gli anni successivi, la fissazione di
limiti quantitativi all’esercizio del potere di variazione dell’entità del contributo, imponendo un limite massimo percentuale di variazione (dello 0,5 per mille del fatturat o risultante dal bilancio approvato precedentemente all’adozione della delibera); mantiene fermo, in ogni caso, il tetto massimo stabilito direttamente dal legislatore.
Il potere di variazione è finalizzato a contenere la contribuzione nei limiti necessari alla copertura degli effettivi costi di funzionamento dell’ente, ricavabili dal bilancio di esercizio. A tale scopo si deve orientare – e, in concreto, risulta essersi orientata – la discrezionalità dell’amministrazione.
Alla luce di tutti questi elementi normativi deve pertanto ritenersi che la disciplina in esame rispetti tutte le condizioni richieste dalla riserva di legge relativa ex art. 23 Cost.
Per Questi Motivi LA CORTE COSTITUZIONALE riuniti i giudizi, 42
1) dichiara inammissibili le questioni di le gittimità costituzionale dell’articolo 10, commi 7 -ter e 7 -quater, della legge 10 ottobre 1990, n. 287 (Norme per la tutela della concorrenza e del mercato), aggiunti dall’art. 5 -bis, comma 1, del decreto -legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti p er la concorrenza, lo sviluppo delle
infrastrutture e la competitività), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 53, primo e secondo comma, della Costituzione, dalla Commissione tributaria p rovinciale di Roma con l’ordinanza del 2 maggio 2016 (r.o. n. 208 del 2016);
2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 10, commi 7 - ter e 7 -quater, della legge n. 287 del 1990, aggiunti dall’art. 5 -bis, comma 1, del d.l. n . 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012, sollevate, in riferimento agli artt. 3, 23 e 53, primo e secondo comma, Cost., dalla Commissione
tributaria provinciale di Roma con l’ordinanza del 25 ottobre 2016 (r.o. n. 51 del 201 7).
SENTENZA N. 115 DEL 2018 (Caso “Taricco” 2) 1.– Con ordinanza dell’8 luglio 2016 (r.o. n. 212 del 2016), la Corte di cassazione ha sollevato questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2 della legge 2 agosto 2008, n. 130
(Ratifica ed esecuzion e del Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull’Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea e alcuni atti connessi, con atto finale, protocolli e dichiarazioni, fatto a Lisbona il 13 dicembre 2007), in riferimento agli artt. 3, 11, 24, 25, secondo comma, 27, terzo comma, e 101, secondo comma, della
Costituzione.
La disposizione censurata ordina l’esecuzione del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE), come modificato dall’art. 2 del Trattato di Lisbona del 13 dicemb re 2007 e ratificato dalla legge n. 130 del 2008, e, conseguentemente, dell’art. 325 di tale trattato.
Il giudice rimettente dubita della legittimità costituzionale della norma, nella parte in cui, imponendo di applicare l’art. 325 TFUE come interpretato dalla sentenza della Grande sezione della Corte di giustizia 8 settembre 2015, in causa C -105/14, Taricco, comporta l’omessa applicazione degli artt. 160, terzo comma, e 161, secondo comma,
del codice penale, allorquando ne derivi la sistematica impunità d elle gravi frodi in materia di imposta sul valore aggiunto (IVA). 2.– Il giudice a quo sintetizza, anzitutto, il contenuto della sentenza Taricco, sottolineando che essa obbliga il giudice penale a negare applicazione al regime legale
degli atti interrutti vi della prescrizione previsto dagli artt. 160 e 161 cod. pen., con riferimento alle gravi frodi fiscali in danno degli interessi finanziari dell’Unione, punite dal decreto legislativo 10 marzo 2000, n. 74 (Nuova disciplina dei reati in materia di imposte sui redditi e sul valore aggiunto, a norma dell’articolo 9 della legge 25 giugno
1999, n. 205). La limitazione del termine prescrizionale conseguente ad atti interruttivi, con il solo aumento di un quarto rispetto a quello originario, secondo il giudice eu ropeo, è suscettibile di compromettere l’efficacia e la dissuasività delle misure penali adottate dallo Stato membro per reprimere le frodi fiscali lesive degli interessi dell’Unione, e si 43
pone così in potenziale contrasto con l’art. 325 TFUE e con la Conv enzione elaborata in base all’art. K3 del Trattato sull’Unione europea relativa alla tutela degli interessi finanziari delle Comunità europee (Convenzione PIF), fatta a Bruxelles il 26 luglio 1995 e ratificata con legge 29 settembre 2000, n. 300, in relazi one alla direttiva n.
2006/112/CE del Consiglio, del 28 novembre 2006, relativa al sistema comune d’imposta sul valore aggiunto.
Allorché ciò accada con riguardo a frodi gravi, e in un numero considerevole di casi, l’impunità che ne deriverebbe, prosegue l a Corte di giustizia, comporta che il giudice penale è tenuto a portare avanti il giudizio, e a pronunciare eventualmente la condanna, omettendo di rilevare l’estinzione del reato per il decorso del termine ultimo di
prescrizione conseguente agli atti inte rruttivi. 3.– Il giudice rimettente premette di procedere per reati puniti dal d.lgs. n. 74 del 2000 (artt. 2, 5, 8, 10 e 10 -ter) e aventi ad oggetto l’IVA, ovvero un’imposta il cui gettito
è parzialmente devoluto al bilancio dell’Unione. Ciò comporta che secondo la sentenza Taricco si è nel campo di applicazione dell’art. 325 TFUE e inoltre si è in presenza di frodi gravi, in quanto concernenti vari milioni di euro, e molteplici.
Ai fini della rilevanza delle questioni, osserva la Corte di cassazione, si p uò concludere nel senso dell’applicabilità in causa della regola desunta dalla sentenza Taricco, ovvero nel senso della non applicazione degli artt. 160 e 161 cod. pen.
La gravità della frode, infatti, ricorrerebbe quando essa non è inferiore all’importo d i 50.000,00 euro (art. 2 della Convenzione PIF), mentre il numero considerevole di casi di impunità potrebbe essere desunto dal capo di imputazione. Infine, i reati contestati corrisponderebbero alla nozione di frode tracciata dall’art. 2 della Convenzione PIF.
Di conseguenza andrebbe applicata la regola tratta dalla sentenza Taricco, posto che i reati oggetto del giudizio sarebbero prescritti, in data successiva a tale pronuncia, in applicazione degli artt. 160 e 161 cod. pen., mentre non lo sarebbero se s i dovesse procedere senza applicare queste disposizioni.
4.– Con riguardo alla non manifesta infondatezza, il rimettente dubita prima di tutto della compatibilità della regola enunciata dalla sentenza Taricco con il principio di legalità in materia penale espresso dall’art. 25, secondo comma, Cost., che attinge al livello dei principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato e dei diritti inviolabili
della persona, e opera quindi da controlimite rispetto al diritto dell’Unione.
Il giudice a quo si ric onosce nell’orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità, e che sarebbe stato ripetutamente avallato pure da questa Corte, secondo cui la prescrizione è istituto di diritto penale sostanziale, anche con riferimento al regime degli atti interru ttivi, posto che essa esprime una scelta sulle ragioni della punibilità,
ovvero sulla cosiddetta meritevolezza della pena. Ne deriverebbe l’applicabilità delle garanzie proprie della legalità penale sostanziale.
Rispetto a queste ultime la regola desumibil e dalla sentenza Taricco sarebbe in contrasto per tutti gli aspetti in cui si scompone il principio di legalità.
In primo luogo vi sarebbe un allungamento dei tempi della prescrizione anche in relazione a fatti commessi prima dell’8 settembre 2015, data di pubblicazione della sentenza europea, in violazione del divieto di retroattività di norme penali in malam 44 partem, tanto per i reati per i quali la prescrizione era già maturata, quanto per quelli per
cui essa si è verificata successivamente (i soli rileva nti nel giudizio a quo).
Questo fenomeno comporterebbe anche la violazione degli artt. 3 e 24 Cost., perché «il cambiamento delle regole in corsa» discriminerebbe l’imputato che ha scelto di non accedere ai riti alternativi in considerazione del tempo di p rescrizione del reato e che si troverebbe ora privato di quest’ultimo effetto senza poter più optare per il
patteggiamento o il giudizio abbreviato.
In secondo luogo non sarebbe osservata la riserva di legge in materia penale, basata sul «presupposto che s oltanto il procedimento legislativo sia lo strumento più adeguato a salvaguardare il bene della libertà personale». Sarebbe perciò solo la legge a poter definire la «dimensione della punibilità», e non la Corte di giustizia, «organo giurisdizionale privo
di legittimazione politica, che non può esprimere scelte di criminalizzazione nell’ordinamento nazionale». Altrimenti, vi sarebbe una «irreversibile mutazione genetica della riserva di legge nella differente riserva di diritto; con il conseguente dissolvime nto delle garanzie legate, storicamente e istituzionalmente, al monopolio legislativo del diritto
penale».
In terzo luogo verrebbe a mancare la tassatività della norma penale.
Il rimettente non ritiene che i criteri impiegati per testare la rilevanza dell e questioni possano risultare utili quando si tratti di valutarne la non manifesta infondatezza.
Sotto questo aspetto resterebbero indeterminati, sia il novero dei reati soggetti alla regola enunciata dalla sentenza Taricco, non essendo chiaro se sia neces saria una condotta fraudolenta, sia la gravità della frode, perché il limite di 50.000,00 euro fissato dall’art. 2 della Convenzione PIF contrasta con il fatto che il legislatore italiano ha talora
introdotto «soglie di rilevanza penale» superiori a tale l imite, sia il numero considerevole di casi di impunità. Quest’ultimo, se riferito al funzionamento del sistema penale, esorbiterebbe dai poteri cognitivi e probatori del giudice, mentre, se riferito alle imputazioni del singolo processo, richiederebbe, con un concetto indeterminato, «una
valutazione di natura politico -criminale, […] fisiologicamente riservata […] al legislatore».
L’attribuzione al giudice comune di «un potere normativo riservato al legislatore» e basato su «una valutazione di natura politic o-criminale, relativa all’efficacia general - preventiva della complessiva disciplina penale a tutela degli interessi finanziari dell’U.E.», comporterebbe la lesione dell’art. 101, secondo comma, Cost.
Il rimettente ritiene violato anche l’art. 27, terzo com ma, Cost., perché il regime della prescrizione sarebbe del tutto affrancato dalle esigenze special -preventive della pena per dipendere esclusivamente dal fine di tutelare gli interessi finanziari dell’Unione, «che, impropriamente, assumono rilievo nella di mensione del c.d. “bisogno di pena”».
Irragionevole e in contrasto con l’art. 3 Cost. sarebbe anche la scelta di prolungare i termini di prescrizione per i soli reati lesivi degli interessi dell’Unione, con l’effetto che «la stessa fattispecie» diverrebbe soggetta a termini prescrizionali differenti, a seconda che il reato leda gli interessi dell’Unione o quelli della Repubblica.
Tutti questi profili, conclude il rimettente, attingono a principi supremi dell’ordine costituzionale dello Stato. L’art. 325 TFU E, come interpretato dalla sentenza Taricco, genera perciò una norma incompatibile con i controlimiti al diritto dell’Unione europea, 45 in violazione dell’art. 11 Cost., e «travalica i confini delle attribuzioni riconosciute dal
Trattato alle istituzioni del l’Unione». Non resterebbe perciò che dichiarare l’illegittimità costituzionale della legge ordinaria esecutiva del Trattato, nella parte in cui permette l’ingresso nel nostro ordinamento della regola tratta dalla sentenza Taricco.
5.– Il Presidente del Con siglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto nel giudizio promosso dalla Corte di cassazione, chiedendo che le questioni siano dichiarate inammissibili o comunque infondate.
Osserva l’Avvocatura dello Sta to che la Corte di giustizia, proprio nella sentenza Taricco, ha escluso che l’obbligo di disapplicazione degli articoli sulla prescrizione del reato violi i diritti degli imputati quali garantiti dall’art. 49 della Carta dei diritti
fondamentali dell’Unio ne europea (CDFUE), proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e, in una versione adattata, il 12 dicembre 2007 a Strasburgo, mentre il giudice rimettente sostiene che tra gli effetti sfavorevoli, non suscettibili di retroagire, dovrebbe essere ricompreso anche l’allungamento della prescrizione, data la natura sostanziale e non
processuale della stessa, sì da interferire con l’art. 25 Cost. Secondo l’Avvocatura generale il principio per cui la prescrizione avrebbe natura sostanziale non costituirebbe uno degli « elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale», in quanto basterebbe una mera modificazione legislativa per mutare la natura della
prescrizione.
Queste considerazioni comporterebbero l’infondatezza delle questioni anche rispett o agli artt. 24 e 3 Cost. Neanche sussisterebbe la violazione dell’art. 25, secondo comma, Cost. in relazione alla riserva di legge in campo penale, in quanto lo stesso giudice rimettente riconoscerebbe l’impossibilità di censurare nel merito la sentenza d ella Corte
di giustizia, la cui interpretazione della normativa comunitaria si imporrebbe a tutti i soggetti.
L’art. 25, secondo comma, Cost. inoltre non sarebbe violato sotto il profilo del principio di tassatività e determinatezza, in quanto spetterebbe alla giurisprudenza interpretare nel modo più adeguato i principi della Corte di giustizia. Ciò determinerebbe anche l’infondatezza del profilo relativo alla violazione dell’art. 101, secondo comma,
Cost.
La violazione del principio di uguaglianza ex art. 3 Cost. non sarebbe ipotizzabile in quanto il semplice fatto che un illecito penale sia idoneo a ledere o porre in pericolo gli interessi finanziari non solo dello Stato ma anche dell’Unione europea costituirebbe una circostanza idonea a legittimare un pi ù lungo termine di prescrizione senza che ciò possa
ritenersi irragionevole. Questa considerazione determinerebbe l’infondatezza anche dell’ipotizzata violazione dell’art. 27 Cost.
Infine la censura relativa all’art. 11 Cost. sarebbe infondata, non potendo si sostenere che l’inadeguatezza della tutela penale apprestata da un ordinamento nazionale sarebbe sanzionabile con una procedura di inadempimento dello Stato membro, in quanto la sentenza Taricco avrebbe già fornito un’interpretazione della normativa eur opea che
porterebbe alla disapplicazione di una norma nazionale per contrasto con la stessa normativa. 6.– Si è costituito in giudizio un imputato nel processo innanzi alla Corte di cassazione, chiedendo che le questioni siano accolte. 46
La parte ripercorre le motivazioni dell’ordinanza di rimessione, aderendo alle argomentazioni ivi espresse sui parametri costituzionali ritenuti violati dalla sentenza Taricco.
7.– La Corte d’appello di Milano, a sua volta (r.o. n. 339 del 2015), ha sollevato una questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 della legge n. 130 del 2008, in riferimento all’art. 25, secondo comma, Cost.
Anche questo rimettente procede per reati previsti dal d.lgs. n. 74 del 2000 (e per l’associazione per delinquere finalizzata a commette re tali reati) e realizzati in danno dell’Unione, perché aventi ad oggetto frodi fiscali in materia di IVA. Le frodi sono gravi, in quanti pari a «svariati milioni di euro» e ricorrono in un numero considerevole di casi,
atteso «il numero esorbitante di op erazioni fraudolente oggetto di contestazione».
Il giudice a quo aggiunge che i reati sarebbero già prescritti se si dovessero applicare gli artt. 160 e 161 cod. pen., mentre non lo sarebbero in gran parte ove tali ultime disposizioni fossero disapplicate in forza della regola enunciata dalla sentenza Taricco.
Tale regola inerisce al giudizio e rende rilevante la questione di legittimità costituzionale. La non manifesta infondatezza poi deriva dal fatto che la disapplicazione «produrrebbe la retroattività in malam partem della normativa nazionale risultante da tale disapplicazione», in violazione dell’art. 25, secondo comma, Cost.
8.– Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto anche n el giudizio promosso dalla Corte d’appello di Milano, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile.
Sulla base della lettura della sentenza Taricco e delle conclusioni rassegnate in quella sede dall’avvocato generale, l’Avvocatura ritiene che la disapplicazione non concerna i reati già prescritti prima della pubblicazione della sentenza europea, ovvero prima dell’8 settembre 2015. I fatti per i quali giudica la Corte d’appello sono tra questi ultimi, con
l’effetto che un’interpretazione costituzi onalmente orientata dovrebbe indurre il rimettente a ritenere inapplicabile la regola tratta dalla sentenza Taricco. 9.– Si è costituito in giudizio un imputato nel processo innanzi alla Corte d’appello, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissib ile o che, altrimenti, sia accolta.
L’inammissibilità deriverebbe dal fatto che il giudizio principale «è rimasto per anni pendente innanzi ad Autorità giudiziaria territorialmente incompetente», sicché la prescrizione non è dovuta a un regime legale ineff icace ma a una circostanza del tutto peculiare. Ciò renderebbe inapplicabile la regola enunciata dalla Corte di giustizia.
Nel merito la parte ritiene che gli imputati non potessero prevedere la «regola Taricco» quando il fatto è stato commesso: la sentenz a della Corte di giustizia avrebbe natura «costitutiva» dell’obbligo di disapplicazione.
10.– In prossimità dell’udienza pubblica, la difesa dell’imputato nel processo innanzi alla Corte d’appello di Milano ha depositato una memoria con cui ha ribadito le conclusioni già indicate nell’atto di costituzione.
L’inammissibilità deriverebbe anche dal fatto che per la maggioranza dei reati contestati il termine prescrizionale era già maturato all’8 settembre 2015, data di pubblicazione della sentenza della Corte di giustizia. Si configurerebbe un’inammissibilità per erroneità del presupposto interpretativo, in quanto la portata degli obblighi sanciti 47
dalla citata sentenza Taricco sarebbe circoscritta solo ai casi in cui il termine della prescrizione non era già m aturato al momento della sua pubblicazione.
Nel merito, la parte, ribadendo le argomentazioni dell’atto di costituzione, osserva che l’art. 25, secondo comma, Cost. sarebbe leso non solo per la violazione del divieto di retroattività, ma anche per la viol azione della riserva di legge, intesa, sia come garanzia di «monopolio parlamentare assoluto sulle scelte normative d’incriminazione, di
aggravamento del regime sanzionatorio o che comunque determinano una modifica in peius per il reo», sia come esigenza d i tassatività -determinatezza, che mancherebbe per la estrema vaghezza ed indeterminatezza dei presupposti da accertare in sede giudiziale ai fini della disapplicazione della normativa interna più favorevole.
11.– All’esito dell’udienza pubblica del 23 nov embre 2016, questa Corte, con l’ordinanza n. 24 del 2017, riuniti i giudizi, ha effettuato un rinvio pregiudiziale per l’interpretazione alla Corte di giustizia. Affermata la natura sostanziale della prescrizione, questa Corte ha concluso che la “regola Ta ricco”, ove applicabile, sarebbe in contrasto
con il principio di determinatezza in materia penale (art. 25, secondo comma, Cost.) e con il principio di soggezione del giudice soltanto alla legge (art. 101, secondo comma, Cost.), a causa della sua vaghezza , che finisce per assegnare al giudice un compito di politica criminale esorbitante rispetto a quello di applicare la legge penale.
Tuttavia questa Corte ha dubitato dell’applicabilità della “regola Taricco”, osservando che la stessa Corte di giustizia, co n la sentenza Taricco, l’avrebbe subordinata a una verifica positiva, da parte della competente autorità giudiziaria nazionale, circa la sua conformità ai principi che segnano l’identità costituzionale dello
Stato membro, e in particolare al rispetto dei d iritti fondamentali della persona.
Al fine di chiarire questo dubbio sono stati formulati i seguenti tre quesiti alla Corte di giustizia: 1) se l’art. 325, paragrafi 1 e 2, del TFUE debba essere interpretato nel senso di imporre al giudice penale di non ap plicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli
interessi finanziari dell’Unione, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli in teressi finanziari dell’Unione di quelli previsti per le frodi lesive degli interessi finanziari dello Stato, anche quando tale omessa applicazione sia priva di una base legale sufficientemente determinata; 2) se l’art. 325, paragrafi 1 e 2, del TFUE
debba essere interpretato nel senso di imporre al giudice penale di non applicare una normativa nazionale sulla prescrizione che osta in un numero considerevole di casi alla repressione di gravi frodi in danno degli interessi finanziari dell’Unione, ovvero che prevede termini di prescrizione più brevi per frodi che ledono gli interessi finanziari