haiku
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quell' uno e due e tre che sempre vive e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno non circunscritto e tutto circunscrive
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tre volte era cantato da ciascuno di quelli spirti con tal melodia ch'ad ogne merto saria giusto muno
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forse non pur per lor ma per le mamme per li padri e per li altri che fuor cari anzi che fosser sempiterne fiamme
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ed ecco intorno di chiarezza pari nascere un lustro sopra quel che v'era per guisa d'orizzonte che rischiari
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e non er' anco del mio petto essausto l'ardor del sacrificio ch'io conobbi esso litare stato accetto e fausto
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di corno in corno e tra la cima e 'l basso si movien lumi scintillando forte nel congiugnersi insieme e nel trapasso
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moversi per lo raggio onde si lista talvolta l'ombra che per sua difesa la gente con ingegno e arte acquista
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forse la mia parola par troppo osa posponendo il piacer de li occhi belli ne' quai mirando mio disio ha posa
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come saranno a' giusti preghi sorde quelle sustanze che per darmi voglia ch'io le pregassi a tacer fur concorde
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e pare stella che tramuti loco se non che da la parte ond' e' s'accende nulla sen perde ed esso dura poco
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io mi volsi a beatrice e quella udio pria ch'io parlassi e arrisemi un cenno che fece crescer l'ali al voler mio
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mio figlio fu e tuo bisavol fue ben si convien che la lunga fatica tu li raccorci con l'opere tue
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fiorenza dentro da la cerchia antica ond' ella toglie ancora e terza e nona si stava in pace sobria e pudica
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non faceva nascendo ancor paura la figlia al padre che 'l tempo e la dote non fuggien quinci e quindi la misura
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bellincion berti vid' io andar cinto di cuoio e d'osso e venir da lo specchio la donna sua sanza 'l viso dipinto
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e vidi quel d'i nerli e quel del vecchio esser contenti a la pelle scoperta e le sue donne al fuso e al pennecchio
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l'altra traendo a la rocca la chioma favoleggiava con la sua famiglia d'i troiani di fiesole e di roma
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saria tenuta allor tal maraviglia una cianghella un lapo salterello qual or saria cincinnato e corniglia
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moronto fu mio frate ed eliseo mia donna venne a me di val di pado e quindi il sopranome tuo si feo
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poi seguitai lo 'mperador currado ed el mi cinse de la sua milizia tanto per bene ovrar li venni in grado
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dietro li andai incontro a la nequizia di quella legge il cui popolo usurpa per colpa d'i pastor vostra giustizia
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quivi fu' io da quella gente turpa disviluppato dal mondo fallace lo cui amor molt' anime deturpa
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onde beatrice ch'era un poco scevra ridendo parve quella che tossio al primo fallo scritto di ginevra
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al suo leon cinquecento cinquanta e trenta fiate venne questo foco a rinfiammarsi sotto la sua pianta
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tutti color ch'a quel tempo eran ivi da poter arme tra marte e 'l batista eran il quinto di quei ch'or son vivi
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oh quanto fora meglio esser vicine quelle genti ch'io dico e al galluzzo e a trespiano aver vostro confine
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sariesi montemurlo ancor de' conti sarieno i cerchi nel piovier d'acone e forse in valdigrieve i buondelmonti
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sempre la confusion de le persone principio fu del mal de la cittade come del vostro il cibo che s'appone
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se tu riguardi luni e orbisaglia come sono ite e come se ne vanno di retro ad esse chiusi e sinigaglia
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l'oltracotata schiatta che s'indraca dietro a chi fugge e a chi mostra 'l dente o ver la borsa com' agnel si placa
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ciascun che de la bella insegna porta del gran barone il cui nome e 'l cui pregio la festa di tommaso riconforta
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da esso ebbe milizia e privilegio avvegna che con popol si rauni oggi colui che la fascia col fregio
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la casa di che nacque il vostro fleto per lo giusto disdegno che v'ha morti e puose fine al vostro viver lieto
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ma conveniesi a quella pietra scema che guarda 'l ponte che fiorenza fesse vittima ne la sua pace postrema
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tal era io e tal era sentito e da beatrice e da la santa lampa che pria per me avea mutato sito
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mentre ch'io era a virgilio congiunto su per lo monte che l'anime cura e discendendo nel mondo defunto
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dette mi fuor di mia vita futura parole gravi avvegna ch'io mi senta ben tetragono ai colpi di ventura
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ma per chiare parole e con preciso latin rispuose quello amor paterno chiuso e parvente del suo proprio riso
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qual si partio ipolito d'atene per la spietata e perfida noverca tal di fiorenza partir ti convene
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a lui t'aspetta e a' suoi benefici per lui fia trasmutata molta gente cambiando condizion ricchi e mendici
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io cominciai come colui che brama dubitando consiglio da persona che vede e vuol dirittamente e ama
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e poscia per lo ciel di lume in lume ho io appreso quel che s'io ridico a molti fia sapor di forte agrume
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e s'io al vero son timido amico temo di perder viver tra coloro che questo tempo chiameranno antico
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io mi rivolsi a l'amoroso suono del mio conforto e qual io allor vidi ne li occhi santi amor qui l'abbandono
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tanto poss' io di quel punto ridire che rimirando lei lo mio affetto libero fu da ogne altro disire
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e al nome de l'alto macabeo vidi moversi un altro roteando e letizia era ferza del paleo
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poscia trasse guiglielmo e rinoardo e 'l duca gottifredi la mia vista per quella croce e ruberto guiscardo
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indi tra l'altre luci mota e mista mostrommi l'alma che m'avea parlato qual era tra i cantor del cielo artista
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io mi rivolsi dal mio destro lato per vedere in beatrice il mio dovere o per parlare o per atto segnato
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e vidi le sue luci tanto mere tanto gioconde che la sua sembianza vinceva li altri e l'ultimo solere
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prima cantando a sua nota moviensi poi diventando l'un di questi segni un poco s'arrestavano e taciensi
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poi come nel percuoter d'i ciocchi arsi surgono innumerabili faville onde li stolti sogliono agurarsi
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o dolce stella quali e quante gemme mi dimostraro che nostra giustizia effetto sia del ciel che tu ingemme
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per ch'io prego la mente in che s'inizia tuo moto e tua virtute che rimiri ond' esce il fummo che 'l tuo raggio vizia
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ma tu che sol per cancellare scrivi pensa che pietro e paulo che moriro per la vigna che guasti ancor son vivi
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parea dinanzi a me con l'ali aperte la bella image che nel dolce frui liete facevan l'anime conserte
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solvetemi spirando il gran digiuno che lungamente m'ha tenuto in fame non trovandoli in terra cibo alcuno
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ben so io che se 'n cielo altro reame la divina giustizia fa suo specchio che 'l vostro non l'apprende con velame
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quasi falcone ch'esce del cappello move la testa e con l'ali si plaude voglia mostrando e faccendosi bello
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dunque vostra veduta che convene esser alcun de' raggi de la mente di che tutte le cose son ripiene
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e tutti suoi voleri e atti buoni sono quanto ragione umana vede sanza peccato in vita o in sermoni
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or tu chi se' che vuo' sedere a scranna per giudicar di lungi mille miglia con la veduta corta d'una spanna
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certo a colui che meco s'assottiglia se la scrittura sovra voi non fosse da dubitar sarebbe a maraviglia
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ma vedi: molti gridan cristo cristo che saranno in giudicio assai men prope a lui che tal che non conosce cristo
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che poran dir li perse a' vostri regi come vedranno quel volume aperto nel qual si scrivon tutti suoi dispregi
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e parranno a ciascun l'opere sozze del barba e del fratel che tanto egregia nazione e due corone han fatte bozze
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oh beata ungheria se non si lascia e beata navarra se s'armasse del monte che la fascia
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e questo atto del ciel mi venne a mente come 'l segno del mondo e de' suoi duci nel benedetto rostro fu tacente
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o dolce amor che di riso t'ammanti quanto parevi ardente in que' flailli ch'avieno spirto sol di pensier santi
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poscia che i cari e lucidi lapilli ond' io vidi ingemmato il sesto lume puoser silenzio a li angelici squilli
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fecesi voce quivi e quindi uscissi per lo suo becco in forma di parole quali aspettava il core ov' io le scrissi
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e quel che vedi ne l'arco declivo guiglielmo fu cui quella terra plora che piagne carlo e federigo vivo
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ora conosce come s'innamora lo ciel del giusto rege e al sembiante del suo fulgore il fa vedere ancora
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quale allodetta che 'n aere si spazia prima cantando e poi tace contenta de l'ultima dolcezza che la sazia
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d'i corpi suoi non uscir come credi gentili ma cristiani in ferma fede quel d'i passuri e quel d'i passi piedi
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e credendo s'accese in tanto foco di vero amor ch'a la morte seconda fu degna di venire a questo gioco
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se non si temperasse tanto splende che 'l tuo mortal podere al suo fulgore sarebbe fronda che trono scoscende
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qual savesse qual era la pastura del viso mio ne l'aspetto beato quand' io mi trasmutai ad altra cura
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conoscerebbe quanto m'era a grato ubidire a la mia celeste scorta contrapesando l'un con l'altro lato
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dentro al cristallo che 'l vocabol porta cerchiando il mondo del suo caro duce sotto cui giacque ogne malizia morta
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di color d'oro in che raggio traluce vid' io uno scaleo eretto in suso tanto che nol seguiva la mia luce
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vidi anche per li gradi scender giuso tanti splendor ch'io pensai ch'ogne lume che par nel ciel quindi fosse diffuso
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e come per lo natural costume le pole insieme al cominciar del giorno si movono a scaldar le fredde piume
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ma quella ond' io aspetto il come e 'l quando del dire e del tacer si sta ond' io contra 'l disio fo ben ch'io non dimando
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che pur con cibi di liquor d'ulivi lievemente passava caldi e geli contento ne' pensier contemplativi
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in quel loco fu' io pietro damiano e pietro peccator fu' ne la casa di nostra donna in sul lito adriano
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poca vita mortal m'era rimasa quando fui chiesto e tratto a quel cappello che pur di male in peggio si travasa
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or voglion quinci e quindi chi rincalzi li moderni pastori e chi li meni tanto son gravi e chi di rietro li alzi
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come t'avrebbe trasmutato il canto e io ridendo mo pensar lo puoi poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto
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ma rivolgiti omai inverso altrui ch'assai illustri spiriti vedrai se com' io dico l'aspetto redui
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questi altri fuochi tutti contemplanti uomini fuoro accesi di quel caldo che fa nascere i fiori e ' frutti santi
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le mura che solieno esser badia fatte sono spelonche e le cocolle sacca son piene di farina ria
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tu non avresti in tanto tratto e messo nel foco il dito in quant' io vidi 'l segno che segue il tauro e fui dentro da esso
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col viso ritornai per tutte quante le sette spere e vidi questo globo tal ch'io sorrisi del suo vil sembiante
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e quel consiglio per migliore approbo che l'ha per meno e chi ad altro pensa chiamar si puote veramente probo
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e tutti e sette mi si dimostraro quanto son grandi e quanto son veloci e come sono in distante riparo
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l'aiuola che ci fa tanto feroci volgendom' io con li etterni gemelli tutta m'apparve da' colli a le foci
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come l'augello intra l'amate fronde posato al nido de' suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde
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previene il tempo in su aperta frasca e con ardente affetto il sole aspetta fiso guardando pur che l'alba nasca
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vid' i' sopra migliaia di lucerne un sol che tutte quante l'accendea come fa 'l nostro le viste superne
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