filename
stringlengths 40
40
| exact_year
int64 1.9k
1.95k
| label
int64 0
4
| year_range
stringclasses 11
values | text
stringlengths 154
582k
|
|---|---|---|---|---|
144f50c9-ce60-4a8b-878c-ad7e7f6c9a82.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Il partito popolare-agrario spagnolo è costretto a prepararsi ad una rude campagna. Si ricorderà che nel 1933 esso era diventato, in forza delle elezioni generali, il partito più numeroso delle Cortes. Tuttavia per un anno intiero Gil Robles aveva apportato i suoi voti al ministero radicale senza nemmeno pretendere di esservi rappresentato, e anche più tardi, quando la partecipazione dei popolari divenne proporzionata alle loro forze, essi non fecero questione della presidenza che rimase sempre ad un radicale. La meta dei cattolici spagnoli non era quella di soddisfare ambizioni ministeriali, ma quella ben più alta di arrivare alla revisione della costituzione. È noto che un articolo dello statuto prevede tale revisione, vincolandola però ad una maggioranza di due terzi del parlamento, oppure, dopo un certo lasso di tempo, alla semplice maggioranza dell’assemblea. Questo periodo viene appunto a scadere colla fine del 1935 e Robles e Lerroux, disponendo di tale maggioranza semplice, avevano stretto l’accordo di riformare, al principio del 1936, la costituzione, togliendone gli articoli ostili alla Chiesa cattolica. Ma una serie di scandali, scoppiati in seno al partito Lerroux, obbligarono quest’ultimo, messo in causa per le accuse di favoritismo contro un suo nepote, a cedere la direzione del governo al radicale indipendente Chapaprieta . Il 9 dicembre Chapaprieta si dimetteva a sua volta, sia perché un nuovo affare corruzionista venne a scuotere ancor più la già instabile posizione del capo dei radicali, rimasto nel gabinetto come ministro degli esteri, sia perché le riforme fiscali proposte dal Chapaprieta incontrarono forte resistenza presso i popolari. Ben presto fu evidente che questa era la crisi più profonda di tutte. Né il conservatore Michele Maura né l’agrario Martinez de Velasco riuscirono a costituire un ministero parlamentare. Logicamente si sarebbe dovuti arrivare a Gil Robles, il cui partito era rimasto illeso nella campagna anticorruzionista e che era pur sempre il partito più forte della Camera. Ma qui si ripeté il contrasto rivelatosi già altra volta. Il presidente Alcalà Zamora si rifiutò di affidare il governo a Gil Robles. Quali le ragioni? Non dovrebbe trattarsi di differenze programmatiche, perché il Zamora, come si ricorderà, fu il primo a levarsi dai banchi delle Cortes per denunciare l’odiosità anticlericale e antiliberale di certi articoli della costituzione e proporne la riforma. Bisognerà prestar fede alle notizie le quali parlano di un veto misterioso posto dalle sinistre contro un governo diretto dai popolari? Il presidente, si dice, teme che l’avvento di Gil Robles scatenerebbe di nuovo la guerra civile, come già la partecipazione dei popolari al ministero servì di pretesto per l’insurrezione social-comunista del 1934. Può essere anche che egli stesso dubiti del repubblicanesimo dell’«Azione popolare», benché essa non metta in prima fila uomini compromessi colla monarchia e venga anzi accusata dai monarchici e dai tradizionalisti di eccessivo adattamento repubblicano. Comunque, per evitare Gil Robles, si arrivò ad un ministero diretto da un ex radicale, Portela Valladares , e costituito di transfughi dei vari partiti parlamentari. Solo Martinez Velasco, capo del gruppo agrario, che apparteneva fino a ieri alla federazione di destra, dà una certa garanzia che il governo non assumerà un atteggiamento di netta ostilità contro la Ceda. Ma intanto il ministero Portela, che non ha una maggioranza parlamentare dietro di lui, prepara lo scioglimento della Camera e le nuove elezioni. Esse avverranno così fra due mesi e se è vero che nel frattempo si ristabiliranno le libertà costituzionali, è da prevedersi che ne profitteranno soprattutto gli uomini della «izquierda» e i socialisti il cui organo El Socialista sta per ricomparire. Il blocco delle sinistre è già in formazione , mentre Lerroux, indebolito dagli ultimi scandali, faticherà assai a tenere assieme il suo partito, che era stato finora il detentore più privilegiato del potere. Gil Robles ha già iniziato la campagna elettorale, preconizzando la costituzione di un blocco antimarxista e la gioventù di azione popolare (I.A.P.), tutta in ribellione per l’offesa recata al proprio «jefe» , inneggia già a lui come al prossimo trionfatore. Edoardo Benes è stato eletto presidente con una maggioranza impreveduta. Le trattative fra i partiti erano state laboriose, ma decisivo fu l’intervento del ministro mons. Sramek , il quale all’ultima ora riuscì a formare un blocco cattolico, costituito non solo dai popolari cechi e dai popolari slovacchi, ma anche dai cristiano-sociali tedeschi e magiari. Durante le trattative i deputati magiari avevano manifestato a Benes le lagnanze della minoranza ungherese e erano poi usciti dal colloquio dimostrandosi soddisfatti della dichiarazione del candidato presidenziale. Così all’indomani tutte le minoranze nazionali, ad eccezione del Partito nazista di Henlein , votavano in favore della presidenza Benes. È questo un passo importante che nel suo significato supera la questione numerica, dà nuovo rilievo alla missione unitaria di mons. Sramek e contribuirà a rafforzare la posizione del cattolicismo entro la nuova repubblica. Il dibattito svoltosi al senato francese sulla questione delle leghe è molto istruttivo. Il relatore della maggioranza radicale sosteneva che l’autorizzazione a sciogliere le leghe venisse deferita al consiglio dei ministri, cioè al potere esecutivo, mentre il guardasigilli Leon Bérard difendeva con grande eloquenza la tesi del governo, che cioè lo scioglimento delle leghe paramilitari dovesse essere affidato ai tribunali. Il discorso del Bérard fu magnifico e persuasivo, gli argomenti di lui, invocanti la classica divisione dei poteri e reclamanti le garanzie costituzionali in difesa della libertà dei cittadini, inoppugnabili. Ma l’appello alla dottrina liberale doveva fatalmente urtarsi contro un grave precedente. Inutile richiamarsi ai grandi maestri della legislazione liberale da Jules Simon a Waldeck-Rousseau , quando proprio lo stesso Waldeck-Rousseau, facendo votare nel 1901 la legge sulle congregazioni religiose, aveva tradito manifestamente la dottrina e la tradizione liberale, affidando cioè appunto al potere esecutivo il diritto di scioglierle e proibirle. A nulla valse la calorosa perorazione del Bérard il quale concluse così: «Noi vogliamo mantenere le istituzioni libere e ricondurvi coloro che il disagio dei tempi sembra allontanare da esse sotto la suggestione di non so quale mistica. Mostriamo a questi giovani che per noi il senso e lo spirito di queste istituzioni si riassumono nell’orrore dell’arbitrario; dimostriamo loro che abbiamo conservata la fede nella libertà fondata dai nostri maggiori». Il guardasigilli venne calorosamente applaudito e Laval gli strinse ripetutamente la mano. Ma tutto l’effetto di questo patetico appello crollò, quando gli oratori della sinistra ripresero in mano l’argomento del «precedente». Se nel 1901 si era creduto di creare delle leggi eccezionali contro il pericolo «clericale», perché non si potrà oggi dare al governo un potere straordinario, per impedire la guerra civile e ristabilire l’ordine pubblico? La biscia morde il ciarlatano. In quanti altri paesi, in quanti parlamenti i liberali che ora, messi in minoranza, fanno appello alla libertà, non devono battersi il petto ed esaminare la propria coscienza? La crisi protestante in Germania richiama di nuovo la nostra attenzione. È noto che il ministro dei culti Kerrl dopo aver nominato delle commissioni statali per l’amministrazione delle Chiese, aveva inibito a qualsiasi altra associazione di intervenire comechessia nella nomina dei parroci e dei pastori ausiliari, nell’esame e nell’ordinazione dei candidati, nella riscossione e nella amministrazione delle imposte ecclesiastiche, nella convocazione dei sinodi, ecc. ecc. Con questa proibizione generica si intendeva colpire sopra tutto la «Chiesa confessionale» riducendola ad un’attività puramente teoretica. Per un momento si dovette dubitare che l’opposizione organizzata nella Chiesa confessionale finirebbe coll’adattarsi alle ordinanze del Kerrl; e ne pareva un sintomo la campagna che il noto professor Barth , esiliato in Svizzera, sembrava voler avviare contro i suoi amici di ieri. Invece il sinodo prussiano della Chiesa confessionale radunatosi a Berlino il 5 dicembre, dichiarava di rifiutare l’«obbedienza alle ordinanze come quelle che minacciavano seriamente la propagazione del Vangelo». Questa decisione votata ad unanimità legava tutte le provincie ecclesiastiche, tutte rappresentate nel sinodo. La polizia prese subito varie misure per colpire i ribelli. Il famoso Martino Niemoeller, parroco di Dahlem, ebbe la proibizione di predicare in tutto il Reich e contro di lui e contro il vescovo slesiano Zenker venne avviato un processo disciplinare con l’immediata sospensione dello stipendio; altri capi della Chiesa confessionale ricevettero l’ammonizione e vennero avvertiti che un’ulteriore opposizione sarebbe stata considerata come alto tradimento. La polizia però sembra ora esitante, perché finora non si sa che sia intervenuta contro le dichiarazioni fatte dal pulpito di varie chiese nel senso della resistenza. Sotto il titolo «l’ordre des Jésuites et le conflit» il corrispondente romano del Temps cita due passi di un articolo di p. Brucculeri sulla Civiltà Cattolica coll’intento di dimostrare «la prise de position de la Compagnie de Jésus en faveur de l’Italie». Forse le intenzioni del corrispondente, il quale suole mettere quasi ogni giorno in particolare rilievo le dichiarazioni fatte da ecclesiastici italiani in favore della causa nazionale, saranno ottime, tanto da non meritare la gratitudine degl’italiani; ma è da augurarsi che i rilievi del Temps non diano nuovo alimento alle campagne che imperversano all’estero sul pensiero dei cattolici e la guerra. È ovvio per ogni uomo ragionevole che p. Brucculeri S. J., scrivendo con cuore di cattolico e d’italiano, non ha mai formulato né intende affermare un atteggiamento e una direttiva, per esempio, della Compagnia, allo stesso modo che p. Keiting, direttore della rivista gesuitica Month, o p. Yves de la Brière S. J. collaboratore degli Etudes o p. Levie S.J. nella Nouvelle Revue Théologique, scrivendo in senso diverso o contrario, non vincolano affatto il pensiero dei «Gesuiti» in genere. Se c’è mai questione anzi, nella quale si dimostra l’inesistenza della famigerata obbedienza cadaverica e la realtà invece «di un’autonomia di pensiero» – salvo i principi ed in materia di pratica applicazione – è proprio questa. Tanto farebbe chiamar responsabile l’Ordine Domenicano dell’atteggiamento della Vie Intellectuelle, gli Assunzionisti di quello della Croix, gli Oblati del quotidiano di Quebec e così via.
|
64ccd73f-12d5-4046-a858-42f756c02cb2.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Aveva ragione Ippolito Taine , quando affermava che i famosi principi dell’89, come tutte le astrazioni di questo genere, hanno il senso che si vuole loro dare. In Francia sotto l’ispirazione del Contratto sociale , vi si incontra una derivazione del falso dogma rivoluzionario della perfezione originale dell’uomo. Più che si studiano le dichiarazioni dell’89, scrisse il Le Play , più vi si trovano bensì alcune verità tradizionali, ma denaturate da questo falso dogma e da diversi errori. Da queste dichiarazioni si volle derivare la pratica e la tendenza dello Stato ateo. In America invece la dichiarazione analoga dei diritti dell’uomo, datata 10 anni prima, si ispira al principio perfettamente ortodosso che, data la situazione degli Stati Uniti, la tolleranza mutua è divenuta una necessità sociale, e che, come scriveva il cardinale Manning polemizzando con Gladstone, «una volta distrutta l’unità della fede, niente che non sia la convinzione della persuasione può ristabilirla». James Bryce nella sua opera sulla repubblica americana scrive che in America «il cristianesimo è considerato di fatto se non la religione legalmente costituita, almeno come la religione nazionale. Lungi dal riguardare la loro repubblica come atea, gli americani pensano che il riconoscimento generale del cristianesimo è una delle fonti principali della loro prosperità nazionale». Briand stesso alla Camera francese, a proposito del regime legale delle Chiese dello Stato di Nuova York, citò un celebre giurista americano il quale afferma: «gli autori della nostra costituzione hanno riconosciuto che tra la religione cristiana e il buon governo vi è un intimo nesso e che questa religione è il fondamento più solido di una sana morale». La legislazione di un gran numero di Stati punisce la bestemmia e la violazione del riposo domenicale: le cerimonie religiose e le processioni sono autorizzate e protette; le Camere federali di alcuni Stati si iniziano con pubbliche preghiere recitate da sacerdoti. Dieci Stati del sud escludono da ogni funzione pubblica chiunque neghi l’esistenza di DIO; la Pensilvania e il Tennessee colpiscono di ineleggibilità alle pubbliche magistrature ogni cittadino che non creda in Dio e respinga le sanzioni della vita futura. I governatori di diversi Stati stabiliscono ogni anno dei giorni di festa per la celebrazione di cerimonie religiose e il presidente della repubblica a nome del popolo americano indice un giorno di ringraziamento a Dio per la protezione concessa alla nazione. È chiaro quindi che qui quando si parla dei diritti inalienabili dell’uomo si intende affermare il valore assoluto della personalità umana in confronto della collettività, la quale è un’idea perfettamente cristiana e che non ha niente da vedere coi diritti dell’uomo intesi come negazione dei diritti di Dio. Certamente fra le dottrine professate in America e quelle proclamate dalla «Lega dei diritti dell’uomo» francese vi sono analogie, simiglianze e qui e là anche infiltrazioni degli stessi errori, ma l’interpretazione e l’applicazione pratica hanno dato oramai alle stesse parole un significato diverso. Entrambe per esempio possono oggidì osteggiare l’ingerenza dello Stato in certe sfere riservate all’individuo, ma mentre Roosevelt sembrava pensare, come Antonio Maura , che la «democrazia è la sola difesa dei principi conservativi», gl’intellettuali antifascisti presieduti da Paul Rivet , per difendersi contro la minaccia delle leghe, si aggrappano a quel «diritto di rivolta» previsto dalle dichiarazioni dell’89 che è il principio anarchico che corrode da diecine di anni la dottrina e la pratica dei repubblicani francesi. Abbiamo accennato a questi principi e a tali contrasti prima di registrare nella nostra rubrica la manifestazione importantissima della università cattolica di Notre Dame a Southbend (Indiana) svoltasi il 9 dicembre e di cui solo ora per merito dell’agenzia cattolica «News Service», abbiamo in Europa una cronaca adeguata. L’adunanza ebbe luogo sotto la presidenza del cardinale Mundelein arcivescovo di Chicago, alla presenza del presidente Roosevelt, di sette vescovi e di molti rappresentanti diplomatici per celebrare l’indipendenza delle Filippine . In quest’occasione l’università conferì il titolo di dottore honoris causa al signor Romulo , capo per il movimento dell’indipendenza delle isole Filippine, e al presidente Roosevelt sotto il quale tale indipendenza venne proclamata. Il signor Romulo ringraziando pronunciò un discorso nel quale disse fra altro: «La croce resta il segno della profonda civilizzazione delle Filippine, ed ormai nella nostra libertà sarà la nostra fede che ci sosterrà, perché essa è eterna. Nei secoli passati colla corona di Spagna, ci venne la croce di Cristo; i pionieri che la portarono cercavano delle ricchezze per il loro re e dei soggetti per il loro Dio; essi han trovato le une e gli altri presso di noi. Ma la corona di Spagna è scomparsa, mentre la croce rimane e rende testimonio della nostra civilizzazione. Non è possibile credere a Cristo, al suo comandamento di carità, senza che la fede cristiana abbia la sua influenza sul pensiero e sulla condotta di colui che vuol vivere; e questa fede cristiana è tradizionale presso di noi; essa sarà un principio di vita nella creazione e nella formazione della nostra nuova nazione. Io non intendo affatto di dire che il cattolicismo è presso di noi religione di Stato; esso è molto di più, è la religione del popolo!». Dopo il rappresentante delle Filippine, venne la volta del presidente degli Stati Uniti. Il rettore dell’Università, mons. O’ Hara , lesse la motivazione della laurea onoraria, rilevando che Roosevelt aveva preso il governo nel periodo di crisi dimostrando uno straordinario ardimento e un coraggio efficacissimo. «E non dimentichiamo, egli aggiunse, che avete inaugurata la vostra amministrazione con la preghiera». A queste parole Roosevelt rispose ringraziando il suo «vecchio amico» cardinale Mundelein e apprezzando molto l’onore che gli veniva fatto. Passando alla parte politica egli disse: «sono lieto di partecipare a questa adunanza convocata per onorare il nuovo Stato (Commonwealth) delle Filippine. Ed ho sentito con particolare piacere il bel discorso del signor Romulo, che tanto degnamente rappresenta quello Stato. Non sembra sia trascorso tanto tempo, infatti me ne ricordo anch’io, eppure sono già trascorsi 40 anni da quando gli Stati Uniti assunsero la sovranità delle Filippine. L’accettazione della sovranità non era che un obbligo di aiutare la popolazione delle Filippine fino al giorno che avrebbe potuto essere indipendente e prendere il suo posto fra le nazioni del mondo. Noi ci troviamo qui per felicitare il nuovo Stato. Considero come uno degli avvenimenti più felici nel mio ufficio di presidente degli Stati Uniti l’aver firmato il documento che concede la libertà nazionale al popolo delle isole Filippine. Non mi basta qui il tempo per fare la storia di questi 40 anni. Questa storia è uno degli esempi più straordinari di cooperazione nazionale, che il mondo abbia mai veduto. Ne vada lode al genio del popolo filippino. Soggetto al governo di un popolo diverso dal suo, esso si è adattato a condizioni che spesso non lo soddisfacevano: esso aspettava pazientemente. Il popolo filippino non ha escluso nessuno da quella libertà che gli appartiene come nazione, e che ha definitivamente espressa nella sua nuova costituzione, tenendo conto dei fondamentali diritti umani. Abbiamo anche ragione di congratularci con noi stessi come popolo, perché nel corso della lunga via abbiamo scelto il giusto mezzo nei riguardi delle isole Filippine. Non abbiamo cercato il nostro vantaggio, ma quello di altri. Che i due popoli si siano attenuti ad una politica conducente a questo felice risultato, lo si deve al fatto che ambedue hanno il più profondo rispetto per gli inalienabili diritti dell’uomo. Questi diritti sono stati precisati oltre un secolo e mezzo fa nella nostra dichiarazione di indipendenza. E sono stati di nuovo precisati in questi ultimi mesi nella nuova costituzione dello Stato delle isole Filippine, una costituzione che vorrei fosse letta e imparata in tutte le scuole e collegi degli Stati Uniti. Non vi può essere vera vita nazionale, sia entro una stessa nazione, sia fra questa e le altre, se non col riconoscimento, appoggiato dalle leggi, dei diritti fondamentali dell’uomo. E supremo fra questi diritti, noi, ed ora lo Stato filippino, consideriamo la libertà di insegnamento e la libertà religiosa». Dopo aver ricordato che l’università stessa, nella quale parlava, era un illustre frutto della libertà d’insegnamento, Roosevelt continua: «Molto tempo fa, Giorgio Mason , nella dichiarazione dei diritti della Virginia, ha formulato quello che doveva essere una delle più profonde convinzioni del popolo americano: “La religione, ossia il dovere che abbiamo verso il nostro Creatore e il modo di adempirvi, può essere soltanto imposta dalla ragione, non dalla violenza, e quindi tutti gli uomini hanno uguale diritto al libero esercizio della religione secondo il dettame della loro coscienza”». È ben questo il principio di S. Agostino quando nel Tractatus XXVI in Evang. Ioannis afferma che l’uomo non può credere che di sua piena e libera volontà. E il presidente degli Stati Uniti, levando lo sguardo su di un più ampio orizzonte, conclude: «Nel conflitto delle politiche e dei sistemi politici di ogni specie, e delle nuove fantasie di cui il mondo è testimonio, gli Stati Uniti hanno continuato a tener alta per propria guida e per la guida di quei popoli che vogliono servirsene, questa luminosa torcia della libertà del pensiero umano e dell’umana coscienza, e non la abbasseranno mai. Non permetteremo mai, se potremo, che la luce si annebbi, ma bensì con ogni legittimo mezzo in nostro potere cercheremo di intensificare quella luce, perché i suoi raggi si estendano sempre più lontano, e che il suo alone si possa vedere a grande distanza. Pieno mantenimento della santità di questi diritti all’interno; calde preghiere che altre nazioni pure li accettino: ciò prova quanto ogni vero americano ne sia compenetrato nel più profondo del suo cuore. Di sua propria iniziativa, di suo proprio giudizio, lo Stato filippino ha pure sanzionato questi principi davanti al mondo. Per il favore della divina provvidenza, possa questo popolo essere benedetto e prosperoso. Possa esso, grazie alla sua costituzione, contribuire alla pace ed al benessere di tutto il mondo». Queste ultime parole risuonano come una fanfara democratica nella campagna elettorale e dimostrano nello stesso tempo come ogni dottrina politica sia per natura espansionista, miri cioè a conquistare il mondo. La rivoluzione francese, il sistema liberale, la democrazia, il fascismo e il nazionalismo, il corporativismo e il collettivismo tendono naturalmente ad imporsi alle menti e nelle istituzioni dell’umanità. Di qui anche la polemica recente fatta da Roosevelt contro le autocrazie europee, polemica che rinnova quella di Wilson contro le monarchie assolute. Il presidente degli Stati Uniti lo può fare impunemente nell’atto che proclama la sua neutralità; un uomo di Stato europeo invece deve guardarsi dal complicare e inasprire i conflitti, dei quali è partecipe, col suscitare il sospetto di voler ingerirsi nella questione del regime di altri popoli. L’arcivescovo di Westminster ha pubblicato nel Month un articolo che, per quanto sia in parte superato dagli avvenimenti, merita di essere rilevato, sia perché mons. Hinsley, già delegato apostolico per gran parte dell’Africa, vi tratta in genere dei rapporti fra bianchi e negri, sia perché avendo noi altra volta ricordato il suo giudizio severo sulla guerra in Africa Orientale , è giusto completare l’esposizione del suo pensiero coll’aggiungere un cenno sulle conclusioni di questo articolo. Esse tendono ad affermare che l’epoca delle conquiste colle armi in Africa deve considerarsi come chiusa, anche perché la reazione dei popoli negri diventa oramai un fattore importantissimo che si fa sentire tanto in Yohannesburg come in Monrovia, in Nairobi come a Kingston, all’Avana come a New York, a Nashville come a Londra. Ma egli si interessa sopratutto della propaganda missionaria nel nome della quale egli chiede che si rinunzi al ricorso alla guerra e che vi si sostituisca un sistema di assistenza pacifica che, per riguardo all’Abissinia, egli vorrebbe prevalentemente affidata all’Italia. Le potenze troverebbero così il modo di assicurare la giustizia e anche di esercitare la carità, cioè l’assistenza e il controllo necessari per rendere i negri capaci di civiltà e di autonomia. Il Covenant della Lega afferma appunto che «a quelle colonie e a quei territori… che sono abitati da popoli non ancora capaci di governarsi da sé… dovrebbe applicarsi il principio che il benessere e lo sviluppo di tali popoli costituisce un sacro retaggio della civiltà» e quindi che «il miglior metodo di dare pratico effetto a questo principio è che la tutela di tali popoli venga affidata alle nazioni progredite, le quali in ragione delle loro risorse, della loro esperienza e della loro posizione geografica, possano meglio assumere tale responsabilità». Questa formula ammirabile dei mandati, ricorda mons. Hinsley, non è nuova perché già nel trattato di Berlino del 1883 e in quello di Bruxelles del 1890 , che regolavano entrambi la spartizione dell’Africa fra le potenze, nell’introduzione, dopo aver invocato Iddio onnipotente, si affermava che «le potenze sono animate dalla ferma intenzione di proteggere le popolazioni aborigene dell’Africa e di assicurare loro i benefici della pace e della civiltà». Questi trattati vennero sanzionati nel 1919 e benché sia scomparso il nome di Dio onnipotente, la mèta dovrebbe essere sempre la stessa. «Il futuro, dice mons. Hinsley, ci riserba questioni più gravi che il conflitto italo-abissino: questioni dalla cui retta e pacifica soluzione dipende il progresso della civiltà cristiana nel mondo. Diamo uno sguardo alla carta geografica dell’Africa e studiamo la possibilità di una assistenza collettiva, alla luce dei principi surricordati. Non potrebbero certe potenze – siamo franchi – non potrebbero la Francia, il Belgio, il Portogallo, che controllano tutta l’Africa tropicale e sud-tropicale e che hanno avuto il vantaggio della priorità e di maggiori risorse per lo sfruttamento del territorio, entrare in generosi contatti con altre nazioni, sia che nel passato sieno state amiche o rivali e che ora sono tenute a digiuno? Le crisi negli affari d’Africa che resero necessarie le conferenze del 1883 e 1890 furono assai serie, ma accordi amichevoli prevenirono i rumori dell’armi e assicurarono la pace. Una politica larga e previdente dovrebbe ammettere la grande ed espansiva nazione italiana a partecipare all’opera della civilizzazione africana, in proporzione della sua potenza e della sua influenza. Né tali negoziati potrebbero trascurare i postulati di una Germania ritornata di nuovo a far parte della Lega». «È vero, continua monsignor Hinsley, che l’Inghilterra e la Francia hanno offerto all’Italia una partecipazione a spese del Negus , ma con quanta maggior grazia e speranza di successo si sarebbe presentata tale proposta, se fosse stata aggiunta a quella di rivedere il sistema dei mandati, in modo da dare all’Italia una parte conveniente del sacro retaggio, ad esse stesse affidato. Fino a tanto che le potenze abbienti non giungeranno a un qualche accordo con le non abbienti, fino a tanto che esse non avranno la volontà di dare a queste la possibilità di accedere alla loro potenziale ricchezza di territori non ancora sfruttati, non ci sarà mai la pace mondiale. La nostra speranza della sicurezza collettiva e della tranquilla possibilità dell’estensione del regno di Cristo è riposta in un sistema di assistenza collettiva per il benessere ed il progresso della razza negra». Sembra che i giorni della stampa cattolica in Germania siano contati. Con la fine dell’anno sono cessati parecchi quotidiani. A Stoccarda il Deutsches Volksblatt, vecchio di 87 anni, e il Badischer Beobochter fondato nel 1863 sono morti. Con lo stesso termine cessarono le pubblicazioni del giornale cattolico di Aquisgrana, del giornale cattolico di Coblenza e della Landeszeitung di Treviri che venne comprata da un consorzio editoriale nazista il quale ingoiò anche la Saarbrücker Landeszeitung, la quale, durante la campagna della Saar, sostenne il punto di vista dei cattolici tedeschi fedeli al Reich. I giornali che ancora rimangono devono lottare con le pressioni governative che impongono ai funzionari e ai fornitori l’abbonamento ai giornali nazisti.
|
0c08f207-2d47-46f0-986c-6dacdb6b91bd.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Chi avrebbe detto che il processo Stawinski si sarebbe svolto e chiuso innanzi alla Corte d’Assise della Senna fra l’indifferenza generale o almeno senza destare un’eco profonda nel mondo? La giustizia ha colpito con parecchi anni di carcere gli esecutori materiali della frode e non ha risparmiato quel deputato e sindaco di Bayonne, Garat , principale complice di Stawinski nella emissione di 260 milioni di falsi buoni municipali, ha colpito anche il deputato Bonnaure , che, come avvocato, aveva scientemente lavorato per il frodatore, ritraendone un onorario di 700 mila franchi ed in fine non ha risparmiato quell’ex generale di cavalleria Bardi de Fourtout , che fu chiamato l’«acrobata della cavalleria finanziaria». Gli uomini politici però, quali Dubarry direttore della Volonté, Camille Aymard, direttore della Liberté e Paul Levy, direttore del giornale Aux Ecoutes, furono assolti, e tale indulgenza verso qualcuno di loro venne motivata dal pubblico ministero colla scusa che se aveva delle colpe le aveva ben espiate col lungo carcere preventivo. Nel frattempo inoltre la Provvidenza aveva reclamato per la sua divina giustizia, oltre il colpevole principale Stawinsky, anche quel consigliere di Stato Wurtz, del quale al processo si lesse una lettera a Stawinski, nella quale pretendeva delle mance più grosse. Questo l’epilogo giudiziario. Che sarà dell’epilogo politico parlamentare? I volumi della Commissione d’inchiesta giacciono da tempo sui banchi della Camera, senza che si sia mai arrivati a quella discussione chiarificatrice che avrebbe forse potuto tranquillizzare la opinione pubblica. Durante la sua requisitoria il pubblico ministero non mancò di alludere alle responsabilità più alte che erano in causa in questo affare, e si riferiva specialmente a quell’ex ministro Dalimier che è risultato almeno troppo legato con gente sospetta. Ma siffatte responsabilità politiche colpiscono ancora ben altre persone. Però se da una parte risulta vero che il processo Stawinski ha rivelato metodi e costumi che la pubblica morale deve condannare, dall’altra è anche vero che le esagerazioni di certa stampa, troppo corriva a coinvolgere nello scandalo tutti i maggiori avversari politici e lo stesso regime parlamentare repubblicano, hanno finito col fare perdere alla campagna quel senso di misura e di sincerità che avrebbe dovuto avere per riuscire nell’intento epurativo, a parte ogni sfruttamento politico. Oggi vediamo Chautemps , bersaglio preferito di tutti gli attacchi, ritornare a far parte del nuovo governo, vediamo Guernut , ex segretario generale della Lega dei diritti dell’uomo e presidente di una delle commissioni d’inchiesta Stawinski, diventare ministro dell’educazione nazionale e il movimento massonico radicale rinforzato, perché in seguito allo sfruttamento della campagna Stawinski esso si è sentito galvanizzare dal compito di difendere il regime repubblicano. La partita è tutt’altro che chiusa e potrà darsi ancora che all’ondata di sinistra risponda un’altra ondata di destra, ma per il momento appare chiaro che un problema di moralità pubblica è stato piuttosto compromesso che risolto da chi ha voluto inserirvi lo sfruttamento di una tesi politica. Nell’ottavo congresso comunista francese, radunatosi in questi giorni a Lione, si è avuta una impressionante rassegna dell’organizzazione della attività comunista. Gli iscritti al partito sono 714.000, dei quali 28.000 nella regione di Parigi. Il relatore Cachin mise in rilievo i recenti acquisti del comunismo francese nei circoli letterari e intellettuali. «Nella pagina letteraria dell’Humanité , egli esclama, si vedono sfilare tutti i più bei nomi della letteratura francese, se si eccettuano gli Accademici o quelli che vogliono diventarlo». Accanto all’Humanité che tira 250.000 copie esistono altri 39 settimanali che si stampano complessivamente in 175.000 esemplari. Accennando alla nuova tattica del comunismo francese Cachin dichiara: «Il partito segue gli insegnamenti di Lenin il quale ha detto che qualora si presenti un ostacolo impossibile a sormontare, bisogna girarlo e, se occorre, indietreggiare anche un pochino per poter poi prendere lo slancio. Noi vogliamo l’unità operaia e perché la vogliamo il nostro partito è diventato persuasivo in confronto del complesso delle forze operaie. Ciò è necessario finché il fascismo non sarà morto. Noi abbiamo sottoscritto il patto della libertà sindacale, abbiamo firmato il programma del fronte popolare, programma che naturalmente non è comunista ma che ci offre alcune realizzazioni immediate. Dopo, vedremo! Noi non dimentichiamo che la nostra meta è quella di costruire la repubblica francese dei Sovieti. Possiamo accettare delle alleanze e partecipare ad un grande movimento popolare per arrestare il fascismo. Ma il nostro dovere è quello di elevare il proletariato al rango di classe dirigente». Nello stesso congresso l’onorevole Maurizio Thorez ha fatto dichiarazioni che lasciano trasparire la stessa tendenza. «Noi siamo e resteremo internazionalisti. Ma questa non è una ragione per soffocare in noi l’amore che portiamo alla nostra magnifica patria. Noi siamo fieri del grande passato del nostro paese, del secolo di Luigi XIV, come degli uomini della nostra rivoluzione del 1793. Cantando l’Internazionale abbiamo ripresa la Marsigliese. Issando la bandiera rossa, abbiamo ripresa la bandiera tricolore dei nostri antenati. Il comunismo, aggiunge Thorez, è disposto ad appoggiare un governo che proceda all’effettivo disarmo delle leghe fasciste, che metta termine alla dittatura delle grandi banche e che offra maggiori sbocchi all’agitazione e alla propaganda del partito comunista e prepari la presa totale del potere da parte del popolo. Un tale governo sarà la prefazione al governo degli operai e dei contadini, alla dittatura del proletariato e alla repubblica dei Sovieti». Audaci illusioni o calcolo machiavellico ben fondato? Altre volte abbiamo richiamato l’attenzione dei lettori sulle diverse correnti politiche che dividono i cattolici belgi. Quale effetto avranno tali divisioni sulle prossime elezioni parlamentari? È questa la preoccupazione dei capi che di questi giorni cercano di convogliare le forze cattoliche verso un’unica mèta. Sono soprattutto i giovani che formano l’oggetto di pressioni varie e contraddittorie. Il sig. Pierlot , presidente dell’Unione cattolica, ha colto l’occasione di un convegno della Jeune Garde Catholique a Tournai, per esaminare la crisi degli animi e fare un appello alla gioventù. Dopo aver esposto lo stato di disagio profondo che esiste in confronto degli uomini politici e conseguentemente delle istituzioni che essi rappresentano, egli dichiara che questo disagio è dovuto bensì anche a delle colpe e a degli errori commessi, ma sopratutto alle campagne sistematiche di stampa e alle violente esagerazioni e deformazioni che colpiscono gli uomini parlamentari. «Le conseguenze di questo stato d’animo sono le seguenti: disinteresse riguardo al regime, assenza di considerazione riguardo alle autorità, disgusto e astensione sul terreno della vita politica e diserzione del dovere civico. Gli uni adottano una posizione di indolenza e sono coloro che dicendo che non vi è più nulla da fare, si rassegnano ad aspettare l’uomo integro, il capo energico che metterà tutto a posto. Altri che proclamano i vantaggi della dittatura, meriterebbero di essere presi in parola». Accennando evidentemente alla Germania, il Pierlot continua: «Paragoniamo la situazione materiale del Belgio con quella di qualche Stato sottomesso ad un regime di forza. Dal punto di vista morale i poteri nelle mani di un uomo solo o di alcuni uomini danno maggiori garanzie? Maggiori saranno gli abusi, ma sarà proibito parlarne. Converrà rinunciare a giudicare uomini e avvenimenti per adottare opinioni fatte dalla stampa e dai discorsi ufficiali. Nel nostro paese il pericolo di domani non è la dittatura di un uomo, ma il trionfo e la potenza del partito socialista che profitta di tutte le occasioni per impadronirsi di tutte le vie del potere. È l’intrusione dello Stato in tutti gli affari; è la distruzione delle molle del progresso che si chiamano responsabilità personale, interesse famigliare, la gioia del lavoro libero». A questo punto l’oratore accenna al nuovo programma del partito cattolico colle riforme da esso proposte e che abbiamo qui già lumeggiato e termina con un caldo appello alla gioventù chiamata a propagandare le nuove idee e le nuove riforme. Il New York Times ha pubblicato recentemente un’intervista con monsignor Ruiz Flores , delegato apostolico nel Messico, che dopo la sua brutale espulsione del 1932, soggiorna, come è noto, negli Stati Uniti. L’intervistato doveva rispondere sovrattutto alla domanda: se esista veramente nel Messico una organizzazione armata cattolica con tendenze rivoluzionarie. Il delegato ha detto che vi sono quattro specie di bande nel Messico: quelle dei veri banditi che si nascondono nelle montagne, quelle formatesi in opposizione contro certi governi locali, quelle che sostengono le pretese di Villareal il quale si proclama il vero difensore della costituzione e finalmente – ha detto Mons. Ruiz – «è possibile che in certi luoghi dei gruppi cattolici si siano muniti d’armi, senza un piano generale, senza un’organizzazione e senza la sanzione della Chiesa. I vescovi e i sacerdoti hanno avuto l’istruzione di evitare qualsiasi ingerenza in favore o contro qualsiasi gruppo armato. Di fatto il governo del Messico viola la sua propria costituzione ogni giorno: negando la libertà di parola, di stampa e di riunione, violando il segreto postale, penetrando nelle case e arrestandone i cittadini senza mandato ed infine permettendo aggressioni armate contro la gente, il cui solo diritto è quello di pregare Dio tranquillamente nel suo domicilio. Se questa sia una ragione sufficiente per rovesciare il governo, non sta a me dirlo, poiché mi si rifiuta di chiamarmi cittadino messicano. Il popolo deve dirimere da sé questo genere di questioni». Walter Gurian , il noto scrittore cattolico tedesco, autore della celebre opera «Il bolscevismo pericolo mondiale» pubblica nella Vie Intellectuelle un articolo per esaminare se sia vera l’affermazione che si ripete in favore del nazional-socialismo, cioè che se Hitler non fosse arrivato al potere, il bolscevismo avrebbe senz’altro conquistato tutta la Germania. I nostri tempi scorrono rapidamente, egli dice, e si è dimenticato che se il presidente del Reich il 30 gennaio 1933 non avesse nominato Hitler cancelliere, difficilmente il nazionalsocialismo si sarebbe impadronito del potere. Si dimentica che nel ’32 sotto il governo Schleicher il partito di Hitler era in evidente regresso, come era in regresso sotto Brüning, von Papen e von Schleicher anche il comunismo. Il partito comunista rappresentava in Germania una forza male organizzata, senza capi all’altezza della situazione; tanto che crollò e scomparve subito dopo l’incendio del Reichstag. La verità è che molti tedeschi votavano per il comunismo per malcontento generale, ma non davano nessun vero contributo morale e materiale all’organizzazione comunista. Risposto così negativamente alla questione, il Gurian passa a dimostrare l’identità essenziale del movimento nazista con quello bolscevico. Il bolscevismo deifica lo Stato bolscevico e il proletariato, il nazismo deifica lo Stato nazista e la razza. La salvezza non può venire che da un ordine sociale il quale non sia stato assorbito dall’ideologia politica, ma riconosca che l’uomo è altra cosa oltre che il cittadino di uno Stato, altra cosa che l’atomo di una collettività. Solo là ove agiranno forze e gruppi che resistano al totalitarismo politico, potremo salvarci da una forma o dall’altra di bolscevizzazione. All’«Académie Française» il direttore dell’Accademia André Chaumeix lesse anche quest’anno il rapporto annuale dell’Accademia sui «premi di virtù». La narrazione pubblicata integralmente dal Temps è tutta una serie di elogi, che nella maggior parte dei casi riguardano uomini e opere della carità cattolica. Alcune ammissioni e dichiarazioni del rapporto meritano rilievo. Dice per esempio ad un certo punto il Chaumeix: «I regni del bello e del bene appartengono ai violenti, i santi più illustri che hanno tenuto nelle origini della nostra storia un posto eminente e dei quali portano il nome i santuari dispersi sul suolo nazionale … erano dei signori dell’energia. Anche quando non prendevan le armi, avevano animo di soldati, erano fondatori di città o di monasteri, organizzatori, costruttori … Avevano il genio dei capi e non temevano di vivere pericolosamente. La virtù è la forza generosa della vita … È essa che crea qualche cosa, che semina le promesse della vita migliore, che lascia agli uomini un messaggio di speranza». E dopo aver fatto l’elogio dei premiati, l’oratore conclude: «Il turbamento universale venuto dopo la guerra è considerato ora come politico, ora come sociale ed economico. Esso è anche e soprattutto morale. Dei teoreti che hanno più ardore che scienza propongono dei piani, degli ordini nuovi nei quali sotto forma moderna riprendono schemi molto antichi di cui il mondo ha già fatto penosa esperienza. Essi misconoscono le leggi che sono alla base della civiltà e dalle quali la umanità non si è mai allontanata senza un regresso. Essi arrivano perfino a fare dello Stato una divinità barbarica, un potere materiale mostruoso e divoratore, che instaurava il regno della costrizione e rovina lo spirituale. Nella tempesta di tutte le nozioni sconvolte, gli uomini dabbene, dei quali abbiamo fatto l’elogio, custodiscono con fermezza la fede nella forza delle anime individue, fonte inesauribile di energia. Essi conoscono meglio che ogni altro per averla vista ogni giorno ciò che è la miseria del mondo, ciò che sono, seguendo la bella espressione della Chiesa, le membra doloranti di Gesù Cristo. Essi sanno che la condizione umana è dura, ma per l’onore della umanità questo stesso dolore è causa di ciò che vi è di meglio in noi, fa nascere la pietà, la passione, il coraggio». La Confederazione spagnola dei sindacati operai, organizzazione cattolica che si è costituita durante un congresso tenuto qualche settimana fa a Madrid, lancia il suo manifesto-programma, indirizzato «a l’enorme massa dei lavoratori che vogliono la pace sociale, che ripudiano la rivoluzione e che aspirano a veder proteggere il loro diritto al lavoro e ad un livello onesto e cristiano di vita». Il manifesto afferma il carattere puramente sindacale di questo movimento, «che non ha e non avrà alcuna tendenza politica», e fa allusione poi al duplice dovere sociale il cui compimento è indispensabile per il ristabilirsi della pace civile e del benessere individuale: dovere dei lavoratori di non ascoltare la suggestione dei professionisti dell’agitazione sociale e di attendere in pace al proprio compito, pur difendendo energicamente, se occorresse, ma senza uscire dai limiti della legge e dell’armonia nazionale, i loro interessi professionali; dovere anche e soprattutto dei datori di lavoro di attenuare nella misura del possibile le numerose e gravi ingiustizie della società attuale. Le Jeunesses démocratiques populaires hanno tenuto il loro secondo congresso nazionale a Orléans, alla fine del quale hanno votato il seguente ordine del giorno: «Le gioventù democratiche popolari riunite in congresso a Orléans, ricordano che il rispetto della dignità della persona umana è la base stessa della loro dottrina. Constatano: 1) che il socialismo e il capitalismo misconoscono questo principio; 2) che ogni regime di dittatura ha come risultato di distruggerlo; 3) che il dimenticarlo è la causa stessa di tutti i conflitti sanguinosi. Proclamano che la persona umana non può trovare il suo pieno sviluppo che in un regime il quale possa assicurare ad ognuno: 1) il pane, con l’organizzazione della professione; 2) la libertà, a mezzo di istituzioni veramente democratiche; 3) la pace, attraverso la collaborazione internazionale».
|
417ad862-6332-4715-97e4-d3489f42d6f3.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Scriviamo alla vigilia della battaglia elettorale spagnola e notizie d’ogni parte sembrano confermare che il partito agrario popolare, capitanato da Gil Robles, è riuscito a concentrare intorno a sé tutti i moderati e tutte le forze conservatrici, tanto repubblicane che monarchiche, per opporle al blocco delle sinistre. Negli ultimi giorni anzi si è annunziata, benché poi smentita, la conclusione di un patto di alleanza fra le destre e il gruppo centrista dei candidati governativi, presieduto dall’attuale presidente del consiglio Portela Valladores . In tal modo il tentativo di dipingere il blocco delle destre come uno sforzo supremo per la restaurazione monarchica è miseramente fallito ed è stata invece imposta agli elettori spagnoli l’alternativa formulata fin da principio da Gil Robles: conservazione o rivoluzione. Mentre pareva un mese fa che i sinistri riuscissero a galvanizzare una forte corrente in difesa della «Repubblica», durante la campagna elettorale è sembrato invece sempre più manifesto che la vera questione era di impedire l’avvento al potere dei socialisti e dei loro alleati. Senza dubbio le differenze politiche nel blocco conservativo sono molteplici e assai forti, dai repubblicani dichiarati di Michele Maura ai monarchici di Calvo Sotelo , dai liberal-radicali dell’ex partito Lerroux ai tradizionalisti; ma altrettanto si può dire del blocco delle sinistre, delle quali i borghesi, nonostante i comuni vincoli massonici, non possono accettare il programma agrario-socialista né affidarsi alle direttive rivoluzionarie di Largo Caballero. Il cemento però che unisce le destre e il centro è fatto di spirito di conservazione e di orgoglio nazionale, di senso dell’ordine e di riconoscimento delle forze spirituali e infine tutti sono uniti nel comune orrore contro un ritorno delle spietate insurrezioni che hanno periodicamente insanguinato la Spagna. I socialisti estremi hanno apertamente proclamato che se vincesse Gil Robles, il giorno dopo si farebbero le barricate. Ma questa volta la minaccia terrorista ha avuto l’effetto contrario: il proposito di finirla una volta per sempre col cronico disordine ha riaffermato il blocco di tutte le forze dell’ordine. Caratteristico è al riguardo che i sindacalisti, cioè i membri dei sindacati unici, particolarmente forti nella Catalogna, proclamano l’astensione dalle elezioni, dichiarandosi però pronti di intervenire in piazza, qualora i socialisti dopo la sconfitta ricorressero ad atti insurrezionali. Il partito che sta all’avanguardia nella lotta e nella propaganda è quello della Acción Popular . Migliaia di giovani propagandisti hanno organizzato dei comizii e migliaia di signorine e di donne si sono dedicate alla diffusione di manifesti e alla propaganda stampata. Le tipografie di Madrid, di Valenza e di Barcellona non bastano per eseguire il lavoro degli stampati e per i manifesti; si dovette ricorrere a Santander, Saragozza e Siviglia. Sulle cantonate sono comparsi grandi manifesti a colori. Uno riguarda l’amnistia e porta le parole pronunciate da Gil Robles a Toledo: amnistia per gli operai onesti ingannati che espiano i loro errori in carcere, sì; ma per i capi politici e sfruttatori del proletariato, no. In un altro cartello a colori intitolato «Asturie» si vede la cattedrale di Oviedo saltare in aria per effetto della dinamite; un altro simbolizza i progetti di Gil Robles al ministero della guerra per organizzare l’aviazione spagnola; in un altro si vede il marxismo che riduce gli individui a schiavi dello Stato e l’Azione Popolare che favorisce invece i piccoli proprietari. Da tutti questi e molti altri manifesti si eleva con sempre più frequente insistenza il grido: «votad a España!». Nelle città maggiori i cinematografi proiettano dei piccoli proclami in senso nazionale ed è caratteristico che essi sollevano molti applausi e pochi contrasti. Una grande fabbrica catalana ha costruito varie centinaia di migliaia di palloncini per essere lanciati in tutte le città spagnole. L’eroe del giorno è Gil Robles, il quale preconizza da un comizio all’altro una grande vittoria e per il marzo la costituzione di un governo forte fondato su una coalizione e sopratutto sulla C.E.D.A. Da quest’ordine di marcia, si può questa volta sperare che i cattolici, divisi come è noto da differenze politiche e da diversa valutazione del regime repubblicano, potranno unire i loro sforzi per la formazione di un governo capace di far riuscire la riforma costituzionale e trionfare la libertà religiosa. Il cardinale arcivescovo di Toledo , ritornando da Roma, ha indirizzato in data 24 gennaio una lettera ai fedeli nella quale egli accenna ai doveri dei cattolici nella presente campagna elettorale. «Pur potendo – egli dice – come cittadino e come vescovo, intervenire, portando la luce dei principi cristiani sul campo sociale e politico, ove tanti e contrastanti interessi si agitano, non lo riteniamo prudente, data la ipertensione del momento. Solo desideriamo giustificare l’esortazione che segue indicando l’intima connessione esistente tra le cose della Chiesa e quelle della civitas, unite, per la loro stessa natura da principi di ordine morale, che entrano in pieno nel campo del magistero della Chiesa. Religione e patria sono solidali, come lo sono i due amori. Nel fondo dell’amor di patria, se è sincero e totale, vi è sempre l’amore alla religione della patria medesima, perché la religione è l’origine più intima ed efficace dell’amor di patria. In nome di tale amore per la religione e per la patria, noi vi rivolgiamo queste parole di luce e di pace in queste ore di agitazione politica. Nella vostra condotta politica non dimenticate, né ora né mai, che il vostro primo dovere è quello di salvaguardare i diritti di Dio nella società. La Chiesa non ha nulla da opporre alla diversità dei partitti politici, che cercano il maggior bene della patria. Il cittadino quindi è libero di dar il suo nome a qualunque partito politico, il cui programma non sia contrario alle dottrine della Chiesa sulla società e la religione. Ma questa libertà non è assoluta; ha un limite: i diritti di Dio e gli interessi della religione, che per loro natura stanno al di fuori e al disopra di ogni politica. Contraria contrariis curantur: ad un tentativo o una campagna pubblica di irreligione si deve opporre lo sforzo contrario dei difensori della religione. Se lo strumento dell’irreligione è il voto o una coalizione di partiti politici professanti il laicismo o un governo laico, non si può fare a meno, in regime democratico, che contrapporvi la somma dei voti e dei partiti di affermazione religiosa, andando alla conquista del potere per la tutela degli interessi di ordine religioso». «Elocuentissima, fervorosa, hondamente española», questa pastorale, dice il Debate, richiama tutti i cattolici al «postulado primordial» della difesa religiosa. Quando L’Illustrazione Vaticana sarà in mano ai lettori, la battaglia sarà decisa; perché si combatte in un solo urto per la maggioranza e la minoranza. È noto che il sistema, votato dalla Costituente, stabilisce l’attribuzione dell’80 per cento dei mandati alla lista della maggioranza relativa; è per questo che le previsioni sono difficili, tanto da permettere a Robles e ad Azaña oroscopi perfettamente contraddittori. «Un popolo cattolico senza stampa» è intitolato un articolo pubblicato dalla Reichspost sulle condizioni del giornalismo cattolico in Germania . Esso ricorda che nell’aprile del 1935 il presidente della camera della stampa (Reichspressekammer), signor Ammann , decretava in una sua ordinanza che in via di principio non vi potesse essere in Germania nessun quotidiano confessionale e che dopo un breve periodo di transizione nessuna persona giuridica (consorzio, società per azioni, società a garanzia limitata) potesse fungere da editore di giornali. Questa seconda disposizione era destinata sopratutto a colpire i giornali cattolici, pubblicati per lo più da consorzi o società per azioni su base popolare, forma prescelta per renderli indipendenti dal grosso capitale o dai capricci di unici o pochi proprietari. L’impossibilità di trovare un singolo editore bene accetto alla Reichspressekammer costrinse a cessar le pubblicazioni gran parte dei quotidiani specialmente nella Germania meridionale. Non bastando in certi casi tali disposizioni, il nazional-socialismo ha organizzato direttamente la sua conquista nel campo finanziario. Ricorrendo alla mediazione della società editoriale Phoenix, che dopo la confisca del Vorwärts appartiene allo Stato prussiano, si vanno comprando ad una ad una le quote dei principali giornali cattolici, in modo che i lettori in principio nemmeno si accorgono del trapasso. Così per la Tremonia in Dortmund, il Volksfreund in Aachen, la Volkszeitung in Koblenz, il Journal in Mainz, l’Anzeiger in Münster e altri. Fra poco, in forza di tali procedimenti, i cattolici tedeschi che avevano ancora l’anno scorso 80 quotidiani, saranno ridotti alle Kirchenzeitungen e ai bollettini settimanali. Ma è ben noto che anche questi, benché siano ufficialmente ammessi a costituire una apposita sezione della Camera della stampa, non godono nemmeno quel minimo di libertà di stampa necessario a diffondere le pastorali dei vescovi e difenderne le direttive. Caratteristica per la situazione della stampa periodica in Germania è la circostanza che il governo ha negato finora il permesso ai cattolici di partecipare alla esposizione mondiale della stampa in Vaticano. La Vie Catholique ci fa notare che in occasione della morte del Re si sono avute in Inghilterra parecchie manifestazioni ufficiali in aperto contrasto con la direttiva laicista che domina ancora in molti altri paesi. La radio britannica annunciava che «qualche minuto prima di mezzanotte il Re era entrato nella sua eternità»; poi il nuovo regno veniva proclamato dai Lords colle parole: «Dato che a Dio onnipotente piacque di richiamare a Lui il nostro sovrano, noi proclamiamo Edoardo VIII , per la grazia di Dio Re di Gran Bretagna, ecc.». Dopo i funerali di Re Giorgio, la Regina Mary invoca pubblicamente «l’aiuto di Dio per poter continuare a rendere ai popoli gli stessi servizi che durante 44 anni di vita coniugale ci siamo – come ella dice – sforzati di rendere insieme a questo grande paese»; essa chiede ai cittadini un posto nelle loro preghiere e termina con le parole: che Dio vi benedica. La Aucam (Association Universitaire pour l’aide aux Missions), associazione, come è noto, creata per la propaganda in favore delle missioni, ha dedicato a Lovanio un corso di conferenze ai problemi sollevati dal conflitto italo-etiopico. Padre Creusen S. J. vi espose la dottrina cattolica sulla legittimità della guerra; il Padre Charles, professore di missiologia a Lovanio, fece una sintesi di storia coloniale per i differenti paesi e il Padre Arnou , professore di economia politica a Lilla, si sforzò di dimostrare che la colonizzazione intrapresa per il servizio degli indigeni e il bene comune, può trovare attuazione nella collaborazione internazionale. Le tre conferenze sono pubblicate nella Revue de l’Aucam e lumeggiano i dati morali del problema senza toccare i contrasti politici. Il giurista Charles de Vischer dell’università di Lovanio ha pubblicato nel Bulletin de l’Union Belge pour la Société des Nations, uno studio molto notato sul conflitto italo-etiopico. Benché egli sostenga che la Società delle Nazioni dovette risolversi ad agire, a scanso di determinare la rovina definitiva del sistema che essa rappresenta, e benché non trovi giustificabile l’aggressione col bisogno dell’espansione, egli rileva però con perfetta oggettività la legittimità delle proteste italiane contro l’ordine economico e politico del dopoguerra e riconosce che il regolamento della pace ha lasciato l’Italia profondamente delusa nelle sue aspirazioni nazionali. Egli si oppone anche ad una applicazione troppo formalista del patto di Ginevra. «La debolezza dello spirito giurista nel senso cattivo della parola – egli scrive – è di giudicare tutto con riferimento ad un ordine legale stabilito; di chiudere gli occhi sugli antagonismi naturali generati dalla stessa vita dei popoli e che gradualmente lavorano a modificare quest’ordine e di non far nessun posto a quei conflitti latenti, a quegli stati di tensione politica che sono tanto più temibili per la pace del mondo, in quanto nello stato presente della nostra legalità non possono venir formulati in termini di diritto. È in tale senso che si è potuto talvolta denunciare le juridisme de Genève».
|
3962ffd3-c7cb-4f2b-a65e-77489b87c22a.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Durante la discussione sull’attentato contro l’on. Blum , il Presidente del Consiglio Sarraut ha impressionato in modo particolare l’assemblea dando lettura di un violento documento dell’Action Française, che minacciava di morte 140 parlamentari, i quali avevano firmato una petizione alla Società delle Nazioni. Dopo aver biasimato con aspre parole questo linguaggio definendolo criminoso, Sarraut si disse stupefatto «al pensiero della permanenza, della costanza, della continuità di questa provocazione al delitto e all’assassinio, un’impunità che induce a chiedersi se debbasi più mettere in causa l’impotenza delle leggi o la compiacenza di certi governi». A questo punto, in mezzo agli applausi della sinistra e alle interruzioni della destra, si vide il deputato sacerdote Desgranges levarsi dal suo banco per pronunciare queste parole: «Signor presidente del Consiglio, permettetemi di ricordarvi che esiste una autorità la quale non è mai stata compiacente, che anzi ha biasimato, condannato e colpito con le sanzioni spirituali, che stanno a sua disposizione, questa mostruosa morale pagana: è la Chiesa cattolica». (Il verbale della Camera registra applausi al centro, alla sinistra e alla estrema sinistra!). Il presidente del Consiglio: «Perfettamente. E il libero pensatore che io sono, signor abate, fa tanto più eco alle vostre parole che, per quanta sia la forza della sua fede razionalista, egli non ha mai, per impiegare una magnifica espressione di Jaurès , messe in derisione le grandi aspirazioni idealiste dell’uomo». «Posso rispondere anche all’on. Nast – continua il Premier – che siamo d’accordo anche quando egli evoca i giorni in cui io parlai con la tenerezza e con la nostalgia che resta sempre nel cuore di coloro che sono vissuti attorno alle grandi tradizioni francesi, di Colui che io chiamai il sublime e doloroso pellegrino della Giudea! (vivi applausi su un gran numero di banchi). Egli predicava l’amore e la fraternità fra gli uomini. Egli non insegnava loro ad ammazzarsi». (Grandi applausi all’estrema sinistra e su diversi banchi del centro). E l’appassionato discorso del ministro continua, rivolgendosi a giustificare il governo d’aver permesso il corteo di protesta delle sinistre. Sarraut ammette le bandiere rosse, ma afferma che c’erano anche 400-500 gagliardetti tricolori. «Si è cantata, è vero, l’Internazionale, ma si è cantata anche la Marsigliese…». E qui cogliamo due altre interruzioni caratteristiche. Un deputato di destra: «l’Internazionale eccita all’assassinio». Voci numerose all’estrama sinistra: «E la Marsigliese?». Lasciamo ai lettori le considerazioni che quest’episodio parlamentare suggerisce. Cristo, bandito dal laicismo ufficiale e di rado nominato dagli stessi suoi fedeli in un ambiente, in cui si teme di esporre il suo santo nome al dileggio dei rinnegatori, viene evocato come per un impulso irresistibile, quando lo scoppio delle ire di parte e la torva minaccia dell’odio rendono gli uomini consapevoli della loro impotenza o della loro complicità. Uno degli antesignani del socialismo francese, l’on. Compère-Morel , annuncia di ritirarsi dalla vita parlamentare e pubblica nei giornali un suo testamento politico. Merita che ne traduciamo alcuni rilievi: «L’esperienza della cosa pubblica, acquistata da più di quarantacinque anni di vita politica e una lunga e salutare pratica degli uomini di ogni condizione, mi hanno indotto a pensare che non è con la violenza e con la brutalità che le democrazie forgeranno il loro destino, ma educandosi, estendendo la sfera delle loro conoscenze, aumentando il loro sapere ed avendo maggiormente coscienza delle possibilità di sviluppo morale e materiale che l’avvenire è suscettibile di riservare loro in una umanità rigenerata. La guerra civile, che essa sia voluta, preparata e scatenata dai reazionari o dai rivoluzionari; la dittatura, che sia di destra o di sinistra; il terrore che sia rosso o bianco, non possono essere, per i popoli, che generatori di miseria, di servitù e di barbarie». Dopo questo caratteristico riconoscimento del metodo evoluzionista e progressista, il Compère-Morel insiste con proposte ragionevoli sulla necessità di riformare ed aggiornare il sistema parlamentare francese e dà infine una definizione del tutto nuova del socialismo, com’egli lo augura nell’evoluzione avvenire. «In Francia – egli scrive – il socialismo, la cui realizzazione s’impone ogni giorno più in virtù dei progressi della scienza e della concentrazione dei mezzi di produzione, di scambio, di trasporto, e di credito, non potrà vincere e resistere alla prova del tempo che se egli tiene conto delle contingenze nazionali; s’adatta al carattere della nostra razza; utilizza le robuste qualità dei nostri contadini, resta pienamente attaccato ai grandi ricordi e alle vecchie tradizioni della nostra storia e se egli lascia giocare l’inevitabile legge dell’ineguaglianza che la diversità delle attitudini e delle facoltà umane gli impongono fatalmente. Inoltre, bisogna ancora che l’ordine,la discplina, la riconoscenza leale delle superiorità morali e intellettuali, il rispetto dei capi, la volontà nel lavoro e un sentimento acutissimo del dovere presiedano ai destini della società nuova. Se il socialismo – dando ragione alle legittime apprensioni di quelli che temono vederlo far tabula rasa dei valori personali e delle iniziative individuali, che non hanno mai cessato di essere gli agenti attivi del progresso – non dovesse essere che la generalizzazione di uno statismo inconsiderato, dove il funzionarismo irresponsabile furoreggiasse senza ritegno, in ogni ramo dell’attività nazionale, il suo fallimento sarebbe sicuro». Peccato che la saggezza arrivi così tardi e che i capi socialisti attendano il loro ritiro per proclamare certe verità fondamentali. Il buon senso dunque finisce per prevalere, il linguaggio dell’esperienza è irresistibile: ma è la demagogia da loro evocata che li fa servi e li rende ciechi, fino a tanto che rimangono nell’arena politica. In una recente intervista François Mauriac ha formulato così le «sue ragioni di sperare» nell’avvenire cattolico della Francia. «Il cattolicismo, che aveva perduto il mondo operaio, sta ora rimettendovi profonde radici. Penso a certi posti ove centinaia di giovani operai si comunicano ogni domenica. Nell’ambiente più anticlericale di Francia, fra gli istitutori, esiste una minoranza che si dà tutta con passione al cristianesimo. È evidente che questa è una immensa speranza per noi. Un’altra grande forza: noi abbiamo un clero ammirevole. Tutta la mia esperienza lo prova. Evidentemente si potranno citare contro di esso tutti gli esempi che si vorranno, ma io conosco parecchi giovani sacerdoti che sono veramente dei santi nel pieno senso della parola. Quanto essi sono più rispettati di una volta nei centri più rossi! Io mi ricordo i crà … crà, quando avevo vent’anni … Questo cambiamento è dovuto al fatto che in molti luoghi essi si sono messi al servizio del popolo. Quello che bisogna cercare è che le associazioni giovanili si ritrovino. Un giornale mi aveva chiesto un voto per il primo gennaio; io dissi: “Che i giovani prendano coscienza di ciò che hanno di comune”». Dalla Germania notizie sempre più gravi. Il periodico ultranazionalista del conte Reventlow , la Reichswart, annunzia che il ministro dell’Interno del Reich ha acconsentito a che, nei registri anagrafici, documenti, passaporti, ecc., in corrispondenza della domanda «religione», fra i dati relativi ad una persona, sia scritto, quando è il caso e quando l’interessato lo desidera, la qualifica «deutschglaubig» ossia «credente nel germanesimo», come si scriverebbe cattolico, protestante, ecc. Con tale assenso governativo si dà prova di riconoscere il movimento religioso del cristianesimo tedesco come religione equiparata a tutte le altre. La notizia è di un’importanza eccezionale. Si tratterebbe di applicare la Costituzione di Weimar in modo che nella legislazione matrimoniale, scolastica, e politico-religiosa, venga praticamente riconosciuta una terza «confessione cristiana», la quale è invece proprio quella religione neopagana, a carattere razzista, contro cui hanno tuonato i luterani credenti e i vescovi cattolici, specie il celebre card. Faulhaber . Mentre ciò avviene, proprio questo cardinale è oggetto d’insultanti attacchi da parte del Völkischer Beobachter e sul Reno si arrestano in massa assistenti ecclesiastici e dirigenti dell’azione cattolica giovanile. Qual meraviglia che la violenza di codesto regime provochi l’apprensione di tutti i paesi civili! Bisogna leggere un recente discorso del Frauenfeld , già capo del nazionalsocialismo in Austria, per rimanere atterriti dello spirito che lo muove e delle minacce ch’esso contiene. Noi dobbiamo sapere, ha dichiarato in un’assemblea tenuta a Berlino il Frauenfeld, se noi vogliamo essere il martello o l’incudine. Ci sono delle cose molto importanti sulle quali non possiamo dire nulla né scrivere nulla. Ma queste cose esistono ugualmente e noi dobbiamo ricordarci la celebre formula: «Pensarci sempre, parlarne mai». «Si può togliere tutto ad un popolo. Si può togliergli la sua potenza e le sue materie prime, ma se egli conserva la sua forza interna, egli potrà tutto riconquistare, presto o tardi. Il diritto è meglio difeso con la punta della spada che con mucchi di documenti. Se noi diventiamo la spada di Adolfo Hitler, verrà il giorno in cui, dal Mar Baltico al Mare Adriatico, nei territori ove migliaia di tedeschi vivono in una prigione, le madri non aspetteranno più disperate alla porta della cella dei loro figli. Il muro che loro nasconde l’avvenire crollerà e il magnifico III Reich apparirà davanti a loro. Fuori delle frontiere del Reich, milioni di tedeschi non possono compiere, con le loro proprie forze, la missione che il destino ha loro affidato. È perciò che i tedeschi devono pensare a loro e ad aiutarli. Il giorno del rendiconto si leverà allora e noi applicheremo il vecchio principio: “Il sangue sparso reclama sangue, occhio per occhio, dente per dente”». E più avanti, nel discorso, ecco quest’altre perle: «Bisogna liberare i nostri cervelli dall’odore dell’incenso. Non si deve giudicare il cristianesimo secondo i Papi del Rinascimento, né secondo i frodatori di divise…». «… Dio ha commesso un errore, quello di non aver annegato tutti gli ebrei nel Mar Rosso. Per questo oggi tocca a noi di regolare la questione razziale». Il risultato delle elezioni spagnole ha sorpreso tanto i vinti che i vincitori. Anche i corrispondenti della maggior parte dei giornali europei avevano previsto la vittoria della coalizione delle destre. Oggi ancora non si è d’accordo sulle ragioni che all’ultimo momento spostarono la maggioranza del corpo elettorale. Il fatto è che la statistica dimostra come il blocco delle sinistre abbia raccolto gran parte dell’eredità del partito radicale. Sembra inoltre che nelle ultime ore della giornata elettorale i sindacalisti, che non avevano mai votato, abbiano ricevuto la parola d’ordine di accorrere alle urne. Pare che la ragione risieda nell’amnistia promessa dai sinistri a migliaia di detenuti politici e sociali arrestati due anni fa in seguito all’insurrezione delle Asturie. Lo stesso Gil Robles ammette in un’intervista che le ragioni sentimentali connesse alla liberazione dei prigionieri ebbero nella vittoria un grande influsso. Per il contrario i borghesi, ingannati dalla calma della campagna elettorale, credettero che la vittoria antirivoluzionaria fosse certa e non si curarono di esercitare il loro diritto di voto. I repubblicani invece della sinistra, dimenticando che il blocco di destra comprendeva anche i repubblicani conservatori, vogliono dare alle elezioni un significato discriminante in favore del regime, quasi che esso fosse stato in giuoco o in pericolo; ed è certo che la loro campagna si appuntò specialmente contro il fatto che nel blocco di destra avevano la loro parte anche i monarchici delle due osservanze. Comunque, il nuovo governo di Azaña è già preoccupato dei fermenti rivoluzionari che affiorano dappertutto e dei conflitti che la ricostituzione delle antiche cariche municipali crea e inasprisce in tutte le parti della Spagna. Il timore del peggio pare inspiri le espressioni tanto del nuovo governo quanto dell’opposizione. Così mentre Azaña mette in rilievo le tendenze liberali o conciliative del suo gabinetto, Gil Robles dichiara che la C.E.D.A. non farà un’opposizione sistematica, ma giudicherà oggettivamente le proposte governative. Molto notata fu la moderazione dei cattolici, che nella deputazione permanente delle Cortes accolsero le proposte governative per l’amnistia, nonostante le gravi obbiezioni che essa provocava. D’altro canto gli ultimi calcoli comunicati dal Debate assegnerebbero ai partiti del blocco di destra 200.000 voti di più che al blocco rivoluzionario dei sinistri. Questi ultimi infatti avrebbero avuto 4.357.000 voti, mentre il blocco di destra ne conterebbe 4.561.000. Ma abbiamo già detto nell’ultimo numero che in Spagna vige un sistema maggioritario con premio, nel senso che al partito che raggiunge la maggioranza assoluta si attribuiscono quattro quinti dei mandati . Il sistema ha questa volta favorito la coalizione delle sinistre presentatasi più compatta, mentre accanto al blocco delle destre 340.000 voti si dispersero nel centro e qualche altro centinaio nei partiti locali. I popolari della C.E.D.A. escono rinforzati da queste elezioni, ma essendo fallito il tentativo di creare una maggioranza per la riforma della Costituzione, non si vede come la nuova Camera potrà rimediare alle malefatte della Costituente, e c’è da temere che essa abbia una vita ancora più stentata e più agitata della precedente. Ove va il comunismo? La discussione sul patto franco-sovietico ha rinnovato nella stampa e sulla tribuna parlamentare tutti gli argomenti contro il comunismo, concepito come minaccia dell’ordine e della pace nel mondo. Le argomentazioni degli avversari dei Sovieti si fondano su documenti inconfutabili i quali provano che la propaganda comunista rappresenta sempre un gravissimo pericolo per la civiltà cristiana. Riconoscendo questo e ben guardandoci dal favorire comunque l’acclimatizzazione in Europa del regime iniquo ed oppressivo dei Sovieti, conviene tuttavia chiederci se il mutato atteggiamento dei comunisti francesi sia proprio soltanto opportunismo tattico e non implichi anche una certa evoluzione, benché ancora remota, verso possibilità di rinsavimento. Quando vediamo per esempio il signor Thorez nel congresso di Lione preoccuparsi del «fenomeno inquietante» della denatalità, proclamando che se esso continuasse la Francia andrebbe verso la catastrofe e dichiarando che i comunisti «non vogliono lasciar diminuire o indebolire il popolo francese», quando lo vediamo dopo queste considerazioni svolgere delle proposte di politica sociale per la protezione dell’infanzia, per il problema edilizio, per la organizzazione sociale dello sport, noi siamo tentati quand-même di ricordare che Dio fece sanabili le nazioni e che l’esperienza sociale rimane più forte di qualsiasi dottrina. Romain-Rolland , fedele gregario del partito comunista, si dichiara contrario al pacifismo integrale nel senso della non resistenza all’aggressione e si vuole annoverato fra i «patrioti intelligenti che amano la Francia». Che cos’è questo per chi conosce la propaganda gandista che fece fino a ieri Romain-Rolland, se non un piegarsi alle lezioni dell’esperienza? Il fatto è che i partiti comunisti i quali per ragioni tattiche, cioè per sostenere il loro Stato in Russia, prendono degli atteggiamenti più o meno di difesa nazionale o di conservazione sociale, sono così a poco a poco indotti a rivedere le loro posizioni di propaganda e le loro pregudiziali dottrinarie. Tale sia almeno il nostro augurio.
|
f521afcc-b4b2-4c96-9d2a-aa1052d7b207.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Il colpo di forza della Germania ha dato occasione al generale Castelnau , il quale è, come si sa, presidente della «Fédération nationale catholique» di pubblicare nell’Echo de Paris un articolo, in cui si denunciava con straordinaria veemenza «la politica di illusione, di debolezza e l’abdicazione seguita da dieci anni in qua dalla Francia in confronto della Germania». Nell’articolo al generale sfuggiva questa frase: «C’en est fini des finasseries qui oscillaient entre la loge du grand Orient et le Sanctuaire de Notre Dame des Victoires». Questo abbinamento della Massoneria con Notre Dame des Victoires faceva allusione, come il Castelnau stesso spiegò poi nel corso della polemica, alla «presenza sensazionale del cancelliere Brüning al Santuario di “Notre Dame des Victoires” e alle dimostrazioni di lutto celebrate nelle logge parigine, alla morte del F… Streseman». Ora, per quanto riguarda la cerimonia cattolica, conviene ricordare che il cancelliere Brüning venuto a Parigi nel luglio del 1931 su invito di Pierre Laval, si era incontrato col ministro cattolico Champetière de Ribes che dirigeva allora il dicastero delle pensioni e aveva poi il giorno 19 luglio assistito alla messa per la pace che il Segretariato internazionale delle messe per la pace aveva organizzato quel giorno nella chiesa di «Nôtre Dame des Victoires». È noto che questa messa per la pace viene talvolta celebrata dallo stesso cardinale Verdier e spesso da S. E. mons. Gerlier nella Grotta di Lourdes. Non v’è in questa nobile tradizione alcun trucco né «finasserie», ma il proposito di seguire le istruzioni pacifiche del S. Padre che ebbero una solenne manifestazione anche nel triduo giubilare celebrato a Lourdes alla presenza del cardinale Pacelli. Nessuna meraviglia quindi che una parte della stampa cattolica abbia manifestato il suo stupore per le espressioni del generale. Nel suo numero del 14 marzo anche la Vie Catholique pubblicò un trafiletto di 30 righe per deplorare la gaffe del generale, il cui articolo frattanto era stato riprodotto senza citazione di fonti anche dalla France Catholique, organo ufficiale della «Federazione nazionale cattolica». Ora il Castelnau profittò del trafiletto della Vie Catholique per allargare la polemica e per affermare, con riferimento agli scrittori della Vie Catholique e ai loro seguaci, che essi si arrogano di parlare «in nome di direttive pontificali inesistenti» contro tutti gli sforzi tentati nell’interesse superiore della patria e della difesa nazionale. «Ho già avuto occasione, scriveva il generale, di insorgere più volte con veemenza contro le campagne disfattiste che in nome della religione rovinano il sentimento nazionale del nostro paese». Il direttore della Vie Catholique Francisque Gay risponde all’attacco dimostrando la reale esistenza di questi «insegnamenti pontificali» e provando di essersi sempre ispirato alle direttive e agli appelli della gerarchia, tanto per quello che riguarda l’amore alla patria, quanto per quello che riguarda la fraterna collaborazione di tutte le nazioni. Come novella prova di questa coincidenza Francisque Gay ricorda l’appello commovente rivolto ai francesi dal cardinale arcivescovo di Parigi prima della sua partenza per Dakar. Rileggiamone i passi più importanti: «La patria assorbiva già quasi totalmente la nostra vita sociale e politica. Volentieri noi dicevamo – noi i moralisti – che amare e ben servire il proprio paese era l’unico mezzo per ben servire l’umanità. Il cerchio dei nostri doveri non oltrepassava le nostre frontiere. L’umanità ci pareva un’astrazione, in ogni caso un’entità ben lontana, e pure, a vero dire, inaccessibile, aperta ai soli esploratori ed ai missionari … Le parole “Società delle Nazioni”, sicurezza collettiva, patto internazionale e ben altre ancora, non avevano mai rimbombato alle nostre orecchie di adolescenti. E oggi queste parole, o piuttosto le realtà che esse esprimono, dominano la politica di ogni paese». E più innanzi, presentando un altro aspetto del problema, il cardinale prosegue: «…Contro questo pericolo (il pericolo d’aggressione), che, certamente, non ha nulla di chimerico, le nazioni si concertano. Esse contano le loro forze ricercando delle alleanze, sperando anch’esse che, l’unione facendo la forza, potranno intimidire e al bisogno vincere. Queste precauzioni sono legittime certamente. La paura resterà sempre per i malfattori pubblici o privati, il principio della sapienza. E la forza, fintanto che gli uomini saranno uomini, sarà sempre uno dei migliori guardiani del diritto. Ma è anche vero che queste precauzioni legittime avrebbero un successo singolarmente più facile, e il loro carico così pesante per i popoli sarebbe alleggerito, se l’atmosfera che noi tutti respiriamo fosse più penetrata delle idee di giustizia, di carità, di fraterna collaborazione, se semplicemente noi ci decidessimo a meglio amarci gli uni con gli altri. E per operare questa fusione di anime, per intrattenere nel mondo questa atmosfera di carità e di unione, per realizzare in una parola “l’Internazionale” dell’amore, la Chiesa vi offre le sue risorse incomparabili…». Viene qui del resto a proposito un ultimo appello, pubblicato dallo stesso arcivescovo di Parigi il 29 marzo, nel quale dopo aver riaffermata la santità e l’intangibilità dei trattati s’invitano i parigini a intensificare le loro preghiere a Montmartre e a Nôtre Dame des Victoires. «Sur notre colline sacrée, tous les premiers vendredis du mois, le Cardinal-Archevêque célèbre la messe pour la paix …». Riassumiamo la continuazione dell’articolo «Dieu est-il à droite?» che la Vie Intellectuelle completa nel suo numero del 10 marzo . Dopo aver rilevato quanto l’ideologia della sinistra sia contraria allo spirito cattolico, l’autore insiste però perché questo non venga confuso o identificato nemmeno collo spirito animatore della destra. «La sinistra, fra altro, parte dalla base falsa che il popolo sia l’ultima fonte dell’autorità e il creatore della legge, ma la destra errando nel senso inverso, concepisce il potere come un organo indipendente dalla nazione, imposto dal gioco di una regola inflessibile o dalla volontà di alcuni. Guardiamoci, dicono i destri, dagli esplosivi pericolosi che hanno il nome di libertà, dignità umana, eguaglianza naturale e dei quali l’esperienza ha dimostrato che non se ne può far uso senza cadere in eccessi. A causa dell’abuso possibile e frequente, la destra vuol proibirne anche l’uso. E naturalmente tutti gli abusi della libertà sono da parte della sinistra e la destra si guarda bene dall’includervi il suo liberalismo economico che ha tuttavia viziato il regime del capitale. Essa confonde anche il rispetto dei diritti della persona con l’individualismo e professa un eguale orrore per i sogni collettivisti come per le esigenze legittime della comunità». Dopo aver rilevato che un’altra caratteristica della destra è la sua avversione all’azione sociale dei cattolici che essa ritiene inutile senza il cambiamento del regime politico o che respinge dal punto di vista del regime economico, l’autore dell’articolo afferma che essa cade spesso in quel «nazionalismo immoderato» (come si esprime un Papa) che provoca tante preoccupazioni. «Tutti gli errori della destra, continua l’articolista, si compongono e si congiungono nella maledizione gettata da essa stessa sulla Società delle Nazioni. Oh! noi non contestiamo che il tribunale di Ginevra abbia incoraggiato, e tuttora incoraggi la diffidenza contro i suoi difetti. Più ancora d’altre meno recenti, questa magistratura soffre dell’inesperienza dei giudici, del loro reclutamento variopinto, e delle passioni col pretesto dell’interesse generale. Volesse Iddio che l’ideale non fosse mai oggetto di sfruttamento. È anche vero che la Massoneria non ha mancato al suo principio fondamentale che è quello di tentare di accaparrarsi ogni potenza temporale. Ma la sua più grande vittoria sarebbe precisamente di avere distolto i cattolici da una istituzione che Léon Bourgeois non ha favorito se non dopo che il grande Pontefice Benedetto XV ebbe solennemente espresso il voto della sua nascita. Per quanto oscillante e imperfetta sia la realizzazione, l’idea resta autenticamente cattolica. Nessun amico del cattolicismo dovrebbe dimenticarlo». Il risultato delle elezioni spagnole offre ancora argomento di interessanti riflessioni. Già il Debate in un notevole articolo intitolato «Le tre Spagne» aveva rilevato che il paese nelle elezioni si era diviso in tre gruppi, l’uno quello delle grandi città e delle zone industriali, nelle quali domina un proletariato urbano generalmente ben pagato ma orientato a sinistra, l’altro il gruppo che si potrebbe chiamare «il vecchio paese» che comprende la Navarra, l’Aragona, Leone e Castiglia, regioni ove la proprietà è meglio ripartita e il contadino piccolo proprietario conduce una vita povera ma non precaria; questo nel 31, nel 33 e nel 36 è rimasto fedele all’ideologia conservatrice. In mezzo a questi due gruppi ve ne è un altro costituito dell’Andalusia e dell’Estremadura, paesi di grandi proprietà, socialmente squilibrati, nei quali la popolazione agricola concentrata in grossi borghi, costituisce un bracciantato incerto e volubile. Questa Spagna instabile votò per la destra nel 1933 e questa volta invece si decise per la sinistra dandole la vittoria. Anche Paul Aviat , ritornato recentemente dalla Spagna, pubblica un articolo che conferma questa situazione geografica: le regioni della Spagna continentale e oceanica votano a destra, mentre quelle della Spagna mediterranea inclinano a sinistra. Sull’atteggiamento dei cattolici Paul Aviat rileva le due tesi in contrasto: il lungo articolo di un religioso che criticava vivamente Gil Robles e il Debate per il loro possibilismo repubblicano e li invitava a ritornare immediatamente alla triade indissolubile: Dio, Patria e Monarchia, e l’altro punto di vista espresso da coloro che rimproverano Gil Robles di non essere sufficientemente uscito dall’equivoco e di non essersi dichiarato apertamente per il nuovo regime. L’Aviat è invece del parere che Gil Robles abbia fatto uno sforzo generoso e sincero per distinguere nettamente il cattolicismo dall’antico regime. E gli sembra che entro la C.E.D.A. le simpatie del Robles siano rivolte a quel Jimenez Fernandez , già ministro d’agricoltura che passa per il migliore rappresentante dell’indirizzo democratico e sociale. Civis nella Vie Intellectuelle nota che non bisogna affatto disperare della causa cattolica spagnola, perché colà a differenza della Francia si trovano ancora delle folle che votano per la sinistra e tuttavia all’occasione partecipano alle processioni e alle grandi cerimonie religiose. Egli si augura però che l’anticlericalismo della sinistra non abbia anche in Spagna l’effetto di spingere i cattolici in braccio a quei partiti che hanno un atteggiamento ostile al nuovo regime e non vogliono aderire alla repubblica. Le stesse preoccupazioni sono formulate nell’Aube da un autore molto noto in Italia, il quale prega innanzi tutto gli amici spagnoli di «non cedere alla tentazione di assimilare la sorte di un partito o di una coalizione di partiti a quella della Chiesa; non dire che la loro disfatta è quella del cattolicismo e non credere che per esso tutto sia allora perduto. Le vie del Signore ci restano sovente nascoste; la sua Chiesa soffre di persecuzioni, non di disfatte, e sì spesso la persecuzione si avvera per essa più utile che il trionfo apparente e mondano. Noi siamo i servitori di Dio e della sua Chiesa, pure facendo della politica e interessandoci direttamente al nostro paese ed al partito formato per servire il paese e difendere i suoi interessi. Ma le vicissitudini politiche non devono essere legate in alcun modo alle sorti della Chiesa. E se dei nemici della Chiesa arrivano al potere, non bisogna credere che essi siano nemici della Chiesa nella stessa misura che sono politicamente nemici dei partiti che essi hanno combattuto o soppiantato. «La prima utilità della disfatta è di fare discriminazione fra i nostri partiti e la Chiesa; e questa utilità è altrettanto grande inquantoché essendo al potere si può facilmente commettere una confusione fra il partito e la Chiesa». Fissiamo i punti fondamentali dell’importante discorso del capo del governo italiano all’assemblea nazionale delle Corporazioni . «Il regime fascista non intende statizzare o peggio funzionarizzare l’intera economia della nazione; gli basta controllarla e disciplinarla attraverso le Corporazioni». «L’economia agricola resta un’economia a base privata, disciplinata e aiutata dallo Stato». «Quanto all’attività commerciale, bisogna distinguerne i due aspetti: quello esterno che è diventato funzione diretta o indiretta dello Stato e quello interno che non cambierà di molto la sua fisionomia. Il campo del commercio resta affidato all’attività individuale o dei gruppi o delle cooperative». «Il settore del credito è per mille ragioni di assoluta pertinenza dello Stato». «Piccola e media industria rimarranno nell’ambito dell’iniziativa e della responsabilità individuale». «La grande industria che lavora direttamente o indirettamente per la difesa della nazione e l’altra industria sviluppata fino a diventare capitalistica o supercapitalistica saranno costituite in grandi unità corrispondenti a quelle che si chiamano le industrie-chiavi e assumeranno un carattere speciale nell’orbita dello Stato». In taluni rami la gestione dello Stato potrà essere diretta, in altri indiretta, in altri limitarsi ad un efficiente controllo. «Si può anche pensare ad imprese miste, nelle quali Stato e privati formano il capitale e organizzano la gestione in comune». Queste linee di economia corporativa hanno suscitato all’estero i più sensazionali commenti e si è voluto raffrontare tale programma col famoso piano del de Man e con altri piani consimili. Bisogna rilevare tuttavia che fra il programma mussoliniano e gli altri piani esiste una differenza capitale. Questo infatti non è un progetto elaborato secondo schemi teoretici, ma rappresenta un’evoluzione in atto. Ed in verità il discorso stesso si preoccupa di far notare che la statizzazione o semi-statizzazione delle grandi industrie è facilitata in Italia dal fatto che lo Stato già possiede attraverso l’I.R.I. forti aliquote e talora la maggioranza del capitale azionario dei principali gruppi di industrie; questa condizione di fatto rappresenta un punto di partenza ed anche un’esigenza dell’evoluzione economica. Il provvedimento imposto dalla crisi impone a sua volta una sistemazione meno precaria. Qui bisognerà vedere quali e quante saranno le soluzioni collettiviste integrali e quelle miste. Ricordiamo per una concezione parallela i monopoli e le municipalizzazioni a tipo integrale o misto. In secondo luogo in Italia esistono le Corporazioni le quali costituiscono un ingranaggio indispensabile per tutto il piano. E in verità anche quando il programma fascista dichiara di non volere statizzare l’economia privata afferma però di volerla controllare e disciplinare attraverso le Corporazioni che sono organi dello Stato, come quando parla della libertà del commercio interno vi aggiunge la riserba dell’autodisciplinamento delle categorie. E infine proclamando l’indipendenza della piccola e media industria, si aggiunge che anche là la responsabilità individuale deve esser armonizzata in senso nazionale e sociale dall’autodisciplina corporativa. In poche parole tutto il programma in corso di attuazione è caratterizzato dall’esistenza delle Corporazioni e assume questa o quella tendenza, sbocca a questo o a quel sistema economico, secondo che queste Corporazioni saranno costituite e funzioneranno in via di fatto in rapporto coi poteri pubblici. La forza motrice che darà l’indirizzo e il ritmo all’ingranaggio economico è sempre costituita dall’ideologia fascista in funzione del regime. I confronti quindi meccanici con altri schemi similari, nati sotto altro sole con diversa ispirazione, non portano a nessun risultato utile e converrà sempre parlare d’un sistema italiano specifico, vale a dire del sistema fascista.
|
04a31e58-4dc4-443b-8c7a-8ccca9959fa5.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
È ben difficile trovare nelle manifestazioni dei partiti, che inaugurano ufficialmente la campagna elettorale in Francia , qualche pensiero nuovo o qualche rivelazione che possa permetterci di fare dei pronostici sull’avvenire politico del paese. I due blocchi di destra e di sinistra, quest’ultimo cementato da un patto elettorale che rende obbligatorio l’appoggio reciproco nei ballottaggi, si raggruppano intorno alle solite parole d’ordine di politica interna e di politica estera. Si ha però l’impressione che la sinistra abbia una certa prevalenza, nell’imporre le questioni : tanto è vero che destra, centro e organizzazioni paramilitari sembrano ricacciati sulla difensiva contro le accuse di voler instaurare la dittatura o di provocare col loro nazionalismo la guerra mondiale. Flandin ha firmato, come presidente, un manifesto dell’«Alleanza democratica» insistendovi nel respingere ogni ingerenza dello Stato sul terreno economico e, pur ammettendo la «libera organizzazione delle professioni», vi ha ripudiato il «corporativismo, legato per la sua stessa essenza alla dittatura». Inoltre, pur caldeggiando un programma minimo di riforme parlamentari e istituzionali, ha insistito sulla necessità di «difendere contro ogni attacco le conquiste della democrazia». Lo stesso manifesto elettorale delle Croci di fuoco limita le invocate riforme costituzionali al noto programma di Tardieu. Anche per loro il Consiglio nazionale economico, funzionante accanto al Parlamento come una specie di Consiglio di Stato e rappresentante la «professione organizzata» di ogni regione, avrà poteri esclusivamente consultivi. Il programma non si distingue da quello dei partiti riformisti, se non fosse per un’energica invocazione di «sanzioni severe contro gruppi, partiti e giornali che perseguano delle campagne contro il dovere militare, il dovere civico, il lealismo verso il paese o le istituzioni». Il colonnello De La Rocque ha riassunto in un’intervista il suo programma in questa formula: né fascismo né bolscevismo. «Vorrei fare, ha continuato De La Rocque, meno della concentrazione che della conciliazione; la prima parola ha sapore di cucina elettorale che mi ripugna, la seconda invece è essenzialmente purificatrice, simbolica, evocatrice di una Francia cara a tutti i suoi figli, d’accordo su alcuni temi essenziali e nell’amore alla libertà e alla Nazione». Ma i postulati economico-sociali del manifesto «crociano» appaiono piuttosto deboli e vaghi . Che cosa vuol dire che «ai lavoratori bisogna assicurare un minimo di salario, tenendo conto delle condizioni speciali dell’impresa, del costo regionale della vita, della natura dei servizi resi e in modo da permettere a ciascuno di mantenere degnamente la sua famiglia»? Che cosa vuol dire riformare le assicurazioni sociali per aumentare le pensioni per la vecchiaia e allargarle ai contadini, data la situazione economica dello Stato francese e le esperienze fatte al riguardo in tutti i paesi? Tali affermazioni evanescenti non sono che risposte ad altrettanti capisaldi del programma socialista, che per essere più radicale e reciso esercita naturalmente un effetto deleterio sugli elettori. L’ordine da venire dovrà fondarsi sulla «professione organizzata» – continua il programma delle Croci di fuoco – Benissimo: è questo il vecchio programma dei cristiano-sociali francesi, La Tour du Pin in qua, ma a più di cinquant’anni dalla sua nascita, si potrebbe attendere un linguaggio più concreto e più preciso. Da lodarsi senza riserve è il programma che riguarda la difesa della famiglia. Impreciso sembra invece il capitolo sull’istruzione ove si dice che «il rispetto della laicità e il culto della neutralità non devono condurre alla neutralizzazione delle forze spirituali». Tuttavia è consolante che tanto in questo programma come in quello dell’«Alleanza democratica» si invochi la libertà di coscienza degli scolari e si difenda almeno fino ad un certo punto la libertà di insegnamento. Il manifesto delle Croci di fuoco si sforza di essere positivo e non attacca direttamente il «blocco popolare» benché ne sia l’antitesi. L’alleanza democratica invece denuncia il blocco popolare come un pericolo grave per la Francia proclamandolo un’emanazione del partito comunista. L’alleanza rileva ancora una volta i pericoli di ogni azione tendente a dividere i francesi in due blocchi opposti in un momento in cui l’unione è più che mai necessaria. È questo anche il punto di vista dei democratici popolari i quali invitano gli elettori a non accettare la divisione in due opposti blocchi quale vorrebbero imporre le due ali estreme e a ricercare invece l’unione di tutti i repubblicani che hanno orrore di ogni dittatura e di ogni rivoluzione, amano «l’ordine, la libertà e la pace…». Questa invocata «concentrazione repubblicana» dovrebbe avere per programma: I. Rinnovazione degli istituti parlamentari, governativi ed amministrativi con la riforma dello Stato repubblicano; II. Rinnovazione del suffragio universale con la riforma elettorale; III. Rinnovazione dell’economia nazionale colla organizzazione delle professioni. Manifesto di «concentrazione», che lascia supporre, ma non rivela, l’ispirazione cristiana, propria di questo gruppo centrista. Potranno tali voci di moderazione prevalere contro le fanfare della sinistra che suonano l’allarme della democrazia? L’appello socialista firmato da Léon Blum e da Paul Faure proclama «il pericolo fascista» e rievocando le dimostrazioni del 6 febbraio 1934 domanda una politica ardita e di combattimento per sciogliere le «leghe fasciste» e affinché «la Banca di Francia non sia più sotto la dittatura dell’alta finanza ma divenga la Banca della Nazione», perché le classi ricche vengano colpite in proporzione del loro avere e i «monopoli di fatto delle principali fonti della ricchezza siano restituiti alla nazione francese». «Così solamente lo Stato repubblicano troverà i mezzi di finanziare quelle grandi imprese che permetteranno di ridonare lavoro ai disoccupati, di fare indietreggiare la crisi, di gettare i fondamenti di una economia nuova…». Si noti la moderazione ricercata dei termini nel presentare un programma minimo di socializzazione. Vero è che lo stesso Paul Faure in un discorso-commento del programma parla più schietto, quando proclama: «Si tratta di andare al governo subito per prendere posizione di battaglia. Bisognerà decretare la nazionalizzazione della Banca di Francia, spezzando tutte le resistenze. Proporremo una verifica delle sostanze di ogni cittadino e faremo restituire al paese tutte le ricchezze male acquistate nei periodi di crisi e di dolore. I grandi giornali che semineranno il panico saranno soppressi come traditori… Bisogna dotare lo Stato di nuove e grandi risorse nazionalizzando i grandi servizi. Faremo la requisizione dei capitali per metterli a disposizione della Repubblica e della democrazia… Metteremo alla gogna i grandi banchieri». Questo proclama è abbastanza significativo per giustificare gli allarmi dell’alta e della media borghesia e i giornali della destra e del centro se ne fanno eco rilevando che i socialisti costituiranno, assieme ai comunisti, la forza prevalente e dirigente nel futuro Cartello e che quindi la Francia è minacciata dall’anarchia, come attualmente la Spagna. Ma non è facile contenere la battaglia su questo terreno, perché al primo scrutinio ogni partito si presenta col proprio programma e coi propri candidati, cosicché l’elettore pure allarmato dalla prosa socialista o comunista finisce col tranquillizzarsi leggendo il programma e i discorsi dei socialisti radicali che invece accentuano, anche sulle labbra di Daladier, le garanzie d’ordine e di moderazione che può offrire il loro partito il quale ha governato ripetutamente la Francia. In quanto al secondo scrutinio si potrà applicare il principio del male minore. E poi qui il Cartello conta sulla reazione contro le società paramilitari la quale giustificherebbe l’alleanza di tutte le forze repubblicane. Ogni formazione del resto imposta il problema su un piano differente. Il «fronte repubblicano» diretto da Franklin-Bouillon si preoccupa sovrattutto di preparare il paese alla difesa contro una probabile aggressione della Germania. Qui il pacifismo non vale, ci vogliono armi e alleanze! «La politica detta pacifista ha ricondotto i cannoni tedeschi a trecento metri dalla nostra frontiera. Donde un duplice dovere per ogni uomo politico degno del suo nome: far comprendere il pericolo al paese e prendere d’urgenza le misure di difesa necessarie». Come potranno votare i francesi per il fronte popolare nel quale socialisti e comunisti hanno sempre votato contro le spese militari? Le accuse però del «fronte repubblicano» non rimangono senza replica. Perfino i comunisti affermano di essere patrioti. L’on. Thorez ha detto: «Il partito comunista appoggerà tutte le misure che il governo di domani prenderà per proteggere le libertà democratiche, conservare la pace, assicurare il pane dei lavoratori, specialmente con la difesa del franco. Di fronte a Hitler i comunisti difenderanno palmo a palmo la terra francese!». Ed ecco l’elettore più disorientato che mai! A chi deve credere se, mentre la stampa conservatrice lo mette in allarme collo spauracchio di un futuro governo anarchico-comunista, i comunisti stessi dichiarano fin d’ora di non voler partecipare a nessuna combinazione ministeriale? E i cattolici che fanno? Alcuni mesi fa per incarico dell’assemblea dei cardinali e dei vescovi di Francia il professor Lallement de «l’Institut Catholique» di Parigi pubblicò una specie di catechismo civico col titolo Principes Catholiques d’Action Civique. La prima parte s’occupa della politica in generale, dello Stato e del dovere che hanno i cittadini di interessarsi della politica. La seconda passa in rassegna le grandi esigenze umane e cristiane nella vita politica come il bene comune, l’ordine sociale, l’autorità, le funzioni dello Stato, l’educazione, la politica e infine la politica estera e coloniale. La terza parte, consacrata all’esame dei problemi elettorali, in un capitolo più ampio, tratta dei cattolici e dei partiti politici. Quest’ultima parte dovrebbe essere quella più pratica per servire di guida ai cattolici anche nelle competizioni elettorali. Ma il problema è tutt’altro che facile. La teoria sembra voler adattarsi al fatto prestabilito che in Francia l’unione dei cattolici non può realizzarsi sulla base di un partito politico. Contro quest’eventualità si sono pronunciati Gilson, Maritain e Henri Simon nel Sept e nella Vie Intellectuelle, ma contro di essa sta soprattutto la divisione dei cattolici in confronto del regime. E tuttavia Lallement insiste a ragione sulla necessità dell’unione dei cattolici per influire sulla vita pubblica. Ora l’unione suppone che i cattolici siano organizzati in modo da obbedire a direttive precise, che li faccia marciare come un sol uomo in quella direzione che esigono gli interessi della santa causa. Quale deve essere quest’organizzazione? Secondo l’abate Richard che pubblica nella Revue Apologétique uno studio sull’«unione dei cattolici nell’azione civica», questa formazione dovrebbe essere l’Azione Cattolica. Essa dovrebbe essere in grado di dare delle direttive e delle consegne pratiche, pur tenendosi al di sopra dei partiti, non ingaggiandosi nella discussione dei fatti contingenti né nella proposta di soluzioni tecniche. A ragione si è osservato, anzi l’autore stesso non si oppone, che tale problema somiglia assai alla quadratura del circolo. In concreto si è avuto in Francia l’esempio della Fédération Nationale Catholique, presieduta dal generale Castelnau. Essa è certamente molto benemerita per aver raggruppato i cattolici in un’opera di difesa religiosa. Ma posteriormente ammette lo stesso Richard, essa subì una crisi di crescenza e in certi momenti il punto di vista nazionale prevalse su quello cattolico. I recenti articoli del Castelnau, che i lettori conoscono da quanto abbiamo riferito il 1 aprile, ne sono un sintomo significativo. È da temersi quindi che i cattolici francesi siano ben lontani ancora dal raggiungere codest’unità mistica al di sopra dei partiti in modo da esercitare un influsso efficace sui quei partiti i quali non escludano per programma o per incompatibilità pratica la collaborazione di cattolici. D’altro canto il catechismo del Lallement ha incontrato fuori della Francia esplicite riserve. Nel Belgio per esempio, ove esiste fin dalle origini della vita costituzionale la «destra cattolica», non si vuole naturalmente accettare la proscrizione dei partiti cosiddetti cattolici. Nella Revue des Auteurs et des Livres il padre Dabin S. J. dopo molte altre critiche contro il catechismo politico francese scrive: «La condanna, in nome dei principi e degli insegnamenti della Chiesa, dei partiti detti cattolici urta ad un tempo contro i principi e gli insegnamenti della Chiesa e contro numerose e durevoli situazioni di fatto che l’autorità ecclesiastica ha sempre riconosciuto ed anzi incoraggiato in parecchi paesi, pur proclamando la sua necessaria distinzione da gruppi di tale natura. Non è lecito attribuire una portata mondiale alle direttive locali e temporanee di Pio XI ai cattolici messicani . I cattolici belgi, sapendo per loro esperienza personale, come per quella dei cattolici portoghesi, spagnoli, francesi, tedeschi ecc. a quali tragiche situazioni conduca l’assenza d’organizzazione della difesa religiosa, seguiranno docilmente le ferme prescrizioni del loro episcopato che alla vigilia dell’elezioni del 1932 non esitava a dichiarare: “I fatti dimostrano all’evidenza che un partito cattolico forte, solidamente organizzato e disciplinato in tutti i gradi, è il solo baluardo delle nostre libertà religiose”».
|
42884e67-b9a3-4808-b0e9-1487b99dacd4.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Il S. Padre nel suo discorso di apertura dell’Esposizione ha avuto anche un accenno alla «letizia trionfale di tutto un grande e buon popolo per una pace che vuol essere, ed essere confida, valido coefficiente e preludio della vera pace europea e mondiale…» . Della letizia trionfale le nostre cronache parlano diffusamente e come si conviene in altra rubrica. Sia qui permesso soltanto di rilevare che quello del S. Padre è un auspicio che tutti i popoli accoglieranno con grande desiderio e con vivissima speranza. L’Esposizione, come ben disse Sua Santità, vuole essere anche uno strumento efficace e una fervida invocazione che in tante lingue vuol dire: pace, pace, pace! Essa contiene un pensiero che in una forma o nell’altra, con uno statuto o con un altro, dovrà pur venire salvato e realizzato; il pensiero cioè della fratellanza umana consolidata nei rapporti civili e nell’organizzazione internazionale. L’una pace è legata all’altra e bisogna augurarsi che tutti gli uomini di buona volontà facciano opera di comprensione e di avvicinamento per superare la crisi di oggi. Nel suo discorso per l’inaugurazione dell’Esposizione, il S. Padre ha messo anche in rilievo il pericolo costituito dal comunismo in tutte le sue forme e gradazioni; pericolo, egli ha detto, tanto più grave «quando, come ultimamente viene facendo, assume atteggiamenti meno violenti e in apparenza meno empi al fine di penetrare in ambienti meno accessibili». È lecito credere che quest’ultimo accenno del S. Padre si riferisca più particolarmente alla campagna comunista durante le elezioni francesi e ai risultati da tale partito raggiunti. Prevenendo i desideri del S. Padre e condividendone le preoccupazioni, i cattolici francesi hanno già dato l’allarme e si dispongono con tutte le forze a scongiurare il minacciato pericolo. E a questo scopo essi fanno anzitutto un esame di coscienza per trarre dalla realtà delle norme per la loro azione avvenire. Nella Vie Catholique l’Abbé Thellier de Poncheville attribuisce lo scacco elettorale subìto dai cattolici in parte al loro disinteresse per le riforme sociali e allo scarso appoggio che essi danno alle organizzazioni corporative e ai sindacati dei lavoratori cristiani. Egli insiste quindi perché di fronte all’Unità socialcomunista si costituisca una solida alleanza di tutte le organizzazioni di carattere cristiano sociale, che debbono venir sostenute dai cattolici di tutte le sfumature politiche. È notevole del resto che il male subisca la stessa diagnosi e gli si opponga la stessa cura anche da parte di altri importanti gruppi conservatori. Così il giovane deputato nazionalista De Kerillis afferma nell’Echo de Paris che la vittoria del comunismo è più grande là «ove maggiore è la miseria e dove le ingiustizie sociali sono più duramente sentite». Il colonnello De la Rocque, capo delle Croci di fuoco, si esprime in termini ancora più vigorosi: «I vecchi partiti non sono stati capaci di assicurare al lavoro la sua carta, la sua dignità, la sua rimunerazione, i suoi sbocchi … Essi non hanno fatto del capitale un mezzo di servire, ma di asservire la comunità … Disilluse, malcontente, abbandonate, le masse popolari sono state condannate sia alla pura rassegnazione, sia alla rivolta brutale. L’oro dell’estero, messo a disposizione di qualche agitatore, ha permesso al comunismo di sfogare i suoi rancori troppo fondati … Il conservatorismo egoista conduce il popolo alla rovina e alla decadenza» (Le Flambeau). Anche l’organo ufficiale dei monarchici, Le Courrier Royal, rimprovera alla destra di non aver posto rimedio alla miseria della folla e di non aver così prevenuto la sua insurrezione, organizzando un buon regime corporativo. Esso constata tuttavia che la resistenza alle riforme va ormai diminuendo e che «l’evidenza delle riforme sociali necessarie guadagna terreno anche presso i moderati e i conservatori». Pare così che almeno sotto l’impressione della sconfitta elettorale le forze conservative più avvedute sentano la necessità di riparare la sconfitta con un grande sforzo organizzativo e di combattere il bolscevismo non limitandosi a proclamarlo nemico della patria, ma ritorcendo contro di esso i mezzi di propaganda che esso adopera sotto il manto di una finta moderazione per conquistare il favore del popolo. Nonostante le cifre elettorali, bisogna rilevare del resto che la situazione dei cattolici non è più così triste come una volta. La stessa moderazione dei loro avversari, specialmente della Massoneria, se non può essere accettata come sincera, è però un sintomo che oramai anche le Logge sanno che il settarismo vecchio stile non ha più alcuna attrattiva e che i cattolici avrebbero la forza di controbattere una campagna che volesse assumere carattere odiosamente anticlericale e combista. «Qualunque cosa ci possa arrivare da qui a quattr’anni, scrive il Thellier de Poncheville, la nostra sorte non sarà identica a quella dei nostri fratelli di Spagna o di Germania, contro i quali furono violentemente sollevati i pregiudizi e le passioni dei loro compatrioti». Non è a dire che la manovra aggirante del comunismo francese sia esaurita con la campagna elettorale . Anche dopo, in questo periodo che precede la formazione del governo di sinistra, il partito comunista insiste nel presentarsi con un programma minimo e sotto le forme meno preoccupanti per il piccolo borghese e per il risparmiatore della Francia. Un ordine del giorno infatti pubblicato a modo di manifesto, contiene il seguente programma: «Il partito comunista proporrà alla nuova camera un prelevamento straordinario e progressivo sulle grosse fortune per equilibrare il bilancio e difendere il franco, contro gli attacchi delle oligarchie finanziarie, la cui arma principale è la Banca di Francia che dovrà diventare la Banca della Francia. Il partito comunista proporrà che con le somme così raccolte siano effettuati: 1) La messa in cantiere di grandi lavori di riassorbimento della disoccupazione con, parallelamente, il raggiustamento dei salari e colla garanzia dei contratti collettivi per gli operai; 2) la riparazione delle ingiustizie provocate dai decreti legge che hanno toccato i piccoli funzionari, i vecchi combattenti e, in maniera generale, i lavoratori; 3) la protezione del tesoro più prezioso per la Francia di domani, l’infanzia; l’assistenza alle opere di maternità, l’aiuto effettivo alle famiglie numerose, vale a dire una politica coraggiosa di lotta contro la denatalità, conforme agli interessi presenti e futuri del paese; 4) la riorganizzazione dei servizi dell’educazione fisica, in modo d’arrestare la decadenza sportiva del nostro paese e di facilitare la pratica sana dello sport ai milioni di giovani per avere una gioventù splendente di forza e di salute; 5) l’applicazione di una politica mirante realmente alla rivalutazione dei prodotti agricoli e al sostegno dei contadini lavoratori». Come si vede, si tratta di un programma per i piccoli proprietari che nelle sue rivendicazioni proletarie non supera le solite richieste di tutti i partiti, cioè grandi lavori pubblici, obbligatorietà di contratti collettivi, già introdotto in Italia ed in Germania. Che dire poi della lotta contro la denatalità, lotta nella quale finora i partiti conservatori sono stati lasciati soli? In verità il trovare questi postulati nel programma minimo di coloro le cui dottrine demoliscono la famiglia, è semplicemente sbalorditivo. Stiamo a vedere in qual modo i cattolici e i conservatori sapranno richiamare i comunisti al mantenimento delle loro promesse. Fra i discorsi pronunciati per inaugurare la campagna elettorale nel Belgio, merita un rilievo particolare quello tenuto dal primo ministro Van Zeeland innanzi all’associazione dei datori di lavoro cattolici. Eccone i passi più salienti. Volgendosi, come appare, tanto contro la dittatura proletaria, come contro il rexismo del Degrelle, Van Zeeland disse testualmente: «Noi non vogliamo avventure; noi non vogliamo violenze; noi non vogliamo distruggere dapprima e cercare appena in seguito ciò che potremo mettere al posto di ciò che fu abbattuto; noi non vogliamo lo Stato totalitario, eufemismo inelegante per designare semplicemente la dittatura; noi non vogliamo neppure appagarci di sole parole, noi non vogliamo delle formule vaghe, né soluzioni che ci impoveriscano e che ci tolgano certi beni dei quali il nostro popolo ha goduto fino qui». Dopo aver ricordato che i Belgi hanno una tradizione di maturità politica, vecchia di parecchi secoli, egli afferma ch’essi sanno governarsi da sé e che conoscono i limiti della libertà; là ove essa cessa è là ove cominciano la licenza e il disordine. Le formule nuove devono trovarsi nell’ordine e nella legalità. «Questa riforma dello Stato, egli continua, queste modificazioni nella struttura economica, politica o amministrativa del paese, richiederanno necessariamente una riforma costituzionale. Io non penso che le modificazioni da portare al testo e soprattutto allo spirito della Costituzione belga debbano essere profonde; questa Costituzione è stata di una riuscita eccezionale … Quello che c’è da riformare, sono gli usi, le tradizioni, le interpretazioni … Noi dobbiamo ritornare ad una concezione più prossima a quella che hanno voluto gli uomini del 1830 in ciò che concerne il funzionamento del potere, l’esercizio dei diritti e dei poteri messi dalla Costituzione nelle mani delle differenti autorità costituite…». Van Zeeland pose fine al suo ascoltatissimo discorso con questa significantissima dichiarazione di fede: «Voi, patroni cattolici, voi sapete che le mie convinzioni sono strettamente legate alle vostre; è alle due grandi Encicliche economiche e sociali che, come voi stessi, io torno senza posa a chiedere delle direttive; e non ho cessato di meravigliarmi davanti alla loro profondità, al loro ardimento e alla loro giustizia, fatte anticipatamente sulla misura della realtà e delle difficoltà attuali». Il signor Frauenfeld, deputato al Reichstag e già capo dei nazional-socialisti austriaci, ha tenuto all’università di Berlino un altro infocato discorso dedicato all’irredentismo germanico. Bisogna prenderne nota per il pericoloso carattere delle sue rivendicazioni ed anche per il nuovo concetto mistico che egli ha attribuito al Führer. Per il Frauenfeld infatti, Hilter non è semplicemente il capo politico del Reich, ma sopratutto una specie di gran sacerdote della chiesa nazionalista tedesca, o meglio ancora, il «patrono» di tutti i tedeschi, paragonato così ad un santo protettore che vigila non soltanto nel presente ma su tutti i tedeschi attraverso lo spazio ed il tempo. Questi concetti non sono purtroppo farneticamenti di un visionario, ma dottrine che vengono inculcate nell’animo della nuova generazione, specialmente in quello degli studenti nel quale prendono il posto delle religioni positive e delle tradizioni umanitarie. Che cosa sarà mai, quando per una causa qualsiasi, questi ideali che si accendono nel cuore dei giovani diventeranno operanti e troveranno delle braccia per realizzarli? Ed ecco i passi più importanti del discorso: «Ciò che è importante per un popolo, è la comunione del sangue, non i confini dello Stato. Questa comunione può essere simbolizzata dall’idea del Reich, poiché il Reich comprende tutti gli uomini di sangue tedesco. Adolf Hitler è il “patrono” di cento milioni di tedeschi, e non dei 67 milioni di viventi nell’interno dei confini del Reich. Come non si può interdire a un cattolico romano, in qualsiasi paese egli viva, di riconoscere l’autorità pontificale, egualmente non si può interdire a un uomo di sangue tedesco fuori delle frontiere del Reich, di fare professione di fede in favore di Hitler. Come “patrono” di cento milioni di tedeschi, Hitler può, al di sopra degli uomini di Stato, indirizzarsi direttamente ai popoli …». Il Frauenfeld ha concluso: «Non è nostro compito di predire l’avvenire; noi lasciamo questa cura ai vecchi infantili … Noi dobbiamo forgiare l’avvenire con i nostri atti e con le nostre forze … Hitler ha nel suo cuore una fede che è più forte dei carri armati e degli aeroplani, che la Germania possiede, d’altronde, come gli altri paesi. Questa fede è più forte che i confini tracciati artificialmente. Il dovere dell’uomo tedesco sarà di tracciare i confini del Reich là dove sono i confini del sangue tedesco. La lotta per l’unità tedesca non può essere priva di senso. Si possono opprimere partiti politici con la violenza, ma allorquando una fede è entrata nel suo periodo di catacombe, tentando di reprimerla, non si fa che fortificarla».
|
650fa491-597b-4b45-8c66-1eba5927753f.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
È proprio vero che l’apparente moderazione del comunismo non è una semplice manovra elettorale d’aggiramento, ma una tattica più profonda e di maggiore portata. Abbiamo letto che un oratore comunista si è espresso in un comizio francese tenuto dopo le elezioni, nei seguenti termini: «I radicali socialisti hanno perduto dei seggi. Io non me ne sono rallegrato; non sembra in verità desiderabile che in Francia le classi medie vedano scomparire l’espressione politica che si chiama radicalismo. Noi dobbiamo ricordarci che è precisamente nei paesi dove i partiti medi sono scomparsi troppo presto, che si è installato il fascismo». E più innanzi ancora abbiamo sentito un altro oratore dello stesso comizio comunista esprimersi con l’incredibile moderazione realista che segue: «Gli elettori non si sono pronunciati per la rivoluzione, ma per un programma minimo che è quello del Fronte popolare. Noi non siamo né dei “putchisti” né dei partigiani del “tutto o niente”; noi prenderemo le nostre responsabilità collaborando al miglioramento della sorte delle classi lavoratrici nel quadro dell’attuale società … Noi vogliamo anzitutto che l’esperienza voluta dal popolo riesca. Ora, la solidità del governo e la realizzazione della sua opera dipenderanno dalla coesione dei partiti del Fronte popolare». Nello stesso tempo un’agenzia ufficiosa russa emana da Mosca il seguente comunicato: «Una commissione inviata da Mosca ispeziona attualmente le Chiese in un certo numero di grandi città dell’Unione sovietica. Essa s’informa specialmente dei loro bisogni, nell’intenzione di facilitar loro, in un prossimo avvenire, l’esercizio del culto. In certe regioni la commissione ha esaminato assieme agli ecclesiastici responsabili, la possibilità del ritorno delle campane ed ha ugualmente proposto d’aprire dei crediti in vista del loro rinnovamento. Si sa effettivamente che la maggior parte delle campane sono state fuse o distrutte all’epoca della rivoluzione e della guerra civile». Questa notizia esaminata bene non dice molto, poiché non parla che di studi, di considerazioni e di proposte. Tuttavia è chiaro che essa viene lanciata dall’agenzia russa per dare l’impressione che il governo sovietico si preoccupi dell’esercizio del culto o addirittura lo favorisca con contributi finanziari. La notizia non può avere quindi altro scopo che quello di influire sullo scacchiere europeo; ma a ragione il S. Padre ci ha messi in guardia contro ogni pericolosa illusione! D’altro canto basterà ricordare che nella Francia stessa, nel recente congresso d’Ivry, il segretario del partito bolscevico Thorez, nello stesso momento che raccomandava di stendere la mano ai giovani operai cattolici, dichiarava: «Noi non abbandoniamo però la critica della religione, la lotta per la dottrina di Marx e di Lenin e per la nostra filosofia materialista», e ricordava che Marx scrisse una volta: «La critica della religione è la prima condizione di ogni critica». Fissato questo, bisogna però chiedersi per qual ragione il comunismo intenda assumere una tattica così diversa da quella seguita nel passato. Le ragioni ci paiono due, l’una riguardante l’esistenza dello Stato sovietico e la seconda riguardante l’esistenza e la possibilità dello stesso movimento comunista negli altri Stati di Europa e di America. Evidentemente la parola d’ordine di Mosca è di accaparrarsi dappertutto delle simpatie e di attenuare le preoccupazioni delle classi borghesi, affinché Mosca possa fruire dell’appoggio e dell’alleanza delle nazioni democratiche in caso di un attacco da parte della Germania. Stalin non si dissimula che il Giappone nell’Estremo Oriente e la Germania in Occidente possano un bel giorno congiungere i loro sforzi per abbattere lo Stato proletario. Di qui la necessità di accarezzare le classi borghesi e liberali della Francia, dell’Inghilterra, del Belgio e della Piccola Intesa. La seconda ragione è di portata ancora maggiore. Da quando la Comintern è diretta dal bulgaro Dimitrief , il noto campione bolscevico nel processo di Lipsia per l’incendio del «Reichstag», i comunisti di tutti i paesi hanno capito che oramai la tattica estremista di inasprire la situazione politica fino all’atto rivoluzionario era fallita e che, così facendo, i comunisti arrischiavano di perdere in tutti gli Stati europei, compresa la Francia, la libertà di organizzarsi come partito politico. Ecco perché la seconda parola d’ordine per tutto il mondo fu quella di favorire e sostenere le alleanze e i blocchi contro il «pericolo fascista». In Francia questa tattica ebbe successo perché la borghesia radicale era già in allarme, in seguito alle sanguinose dimostrazioni del 6 febbraio. Tutta la campagna elettorale venne quindi impostata sul pericolo della dittatura e oggi ancora, a campagna finita, leggiamo che il deputato radicale Heuillard in una seduta del consiglio del partito acclama Daladier, «come il Danton della nuova convenzione», rievoca Saint-Just , Marat e Robespierre e se la prende con «Bonaparte primo fascista dopo la rivoluzione francese». Bisogna ritenere quindi che fino a tanto che dominerà questa psicosi di guerra civile anche la tattica comunista non subirà modificazioni. Invano Vladimiro D’Ormesson in uno spiritosissimo articolo tende a dimostrare che la vittoria della sinistra costituisce proprio la vittoria del fascismo, poiché, come egli afferma, il «Fronte popolare» rappresenta la fusione del principio nazionale con quello socialista ed è perciò un movimento essenzialmente fascista. Invero egli tende a dimostrare che il Fronte popolare o farà del fascismo ovvero tra breve sarà rovesciato da un movimento che del fascismo avrà anche il nome. Vere o fantastiche che siano queste induzioni e previsioni, i comunisti e i loro alleati comprendono bene che non si tratta qui di dottrine economiche e sociali, ma di detenere o meno il potere e quindi di lasciare libera la via o di barrarla ai propri avversari. Del resto il binomio comunismo e fascismo si trova di fronte in parecchi altri paesi. Non abbiamo ad esempio udito il nuovo capo del governo spagnuolo proclamare che il pericolo fascista esiste e che «davanti al fascismo, il governo non è neutro, ma combattente?». Quiroga «non crede che la repubblica sia in pericolo ma è certo che il regime deve difendersi». Non basta tuttavia, egli dice, parare i colpi, bisogna passare all’attacco. Il governo perseguirà i nemici della repubblica ovunque si nascondano. È intollerabile, egli conclude, che i tribunali assolvano gli avversari del regime a loro deferiti. Gil Robles ha risposto nello stesso dibattito alle Cortes che «né l’ideologia né i metodi dell’Azione popolare sono fascisti. Tuttavia è innegabile che i progressi del fascismo in Spagna sono incontestabili. Ne sono causa la crisi dell’idea democratica e le persecuzioni». Ma la causa più profonda, secondo Gil Robles, è il fatto che esista un partito appartenente alla maggioranza, il quale segue gli ordini dello straniero. Ciò spinge i patrioti al fascismo «il quale non è ora che un’idea confusa, ma domani potrà essere una realtà concreta». I cattolici dunque, o meglio la maggioranza di essi che è organizzata dall’Azione popolare, cercano in Spagna fra le due dottrine in conflitto una via di mezzo, la solita via centrale indicata dal programma stesso dell’Azione popolare. In una intervista Gil Robles ha affermato che l’Azione popolare dovrà trasformarsi in partito sociale e che le classi conservatrici in Spagna dovranno pure accettare qualche sacrificio volontario se non vogliono essere costrette a sacrificare tutto. «Noi siamo evoluzionisti e progressisti, egli concluse, e non ci lasceremo sedurre dalle dottrine della violenza, ma dovremo tuttavia insistere per le più radicali riforme sociali». La stessa posizione di centro cerca in Francia il piccolo «parti démocrate populaire». Nel suo recente congresso nazionale il leader del partito Champetier de Ribes , ha fatto sulle elezioni e sullo sviluppo avvenire le seguenti dichiarazioni: «I francesi, il più sovente, hanno votato rosso o bianco. Fronte nazionale o Fronte popolare. Era fatale che in queste condizioni le due ali guadagnassero dei suffragi, ma che infine prevalesse l’ala sinistra. Ogni volta che il paese ha paura della dittatura e della reazione, diceva già Poincaré nel 1924, si getta inevitabilmente più a sinistra». «Il partito democratico popolare ama le situazioni chiare e le posizioni nette; si presterebbe per un’esperienza Van Zeeland, si rifiuterebbe a un’esperienza Kerenski. La nostra attitudine in ogni caso non sarà mai negativa né demolitrice, ma affermativa e governativa». «Noi difenderemo la repubblica, rinnovandola, per salvare le libertà repubblicane». «Noi lavoreremo a rinnovare l’economica per salvare l’ordine sociale». «Nei tempi di disordine in cui viviamo, quando la meccanizzazione della vita, il materialismo invadente, e pericolosi contagi dittatoriali, minacciano di fare capovolgere, uno a uno, tutti i valori, sui quali riposava la nostra civiltà europea, noi una volta di più affermiamo la nostra fede, ferma nella potenza salvatrice delle forze morali senza le quali non v’è dignità umana, né ordine sociale, né fraternità». È ben noto tuttavia che parte dei cattolici francesi la pensano diversamente e che, preoccupati sovrattutto di impedire la penetrazione comunista, votano per i candidati di destra, anche per quelli che esprimono la più viva simpatia per quel sistema di riforme che, a torto o a ragione, passa in Francia sotto il nome di fascismo. Diciamo a torto o a ragione perché se è vero, come ha sostenuto Calvo Sotelo alle Cortes, che è stupido affermare che il fascismo sia una creazione del capitalismo, d’altro canto è anche vero, come accennava il D’Ormesson, che molte delle riforme sociali caldeggiate dal Fronte popolare francese sono già attuate o in via di attuazione nei regimi autoritari. Quando si avrà il tempo e la calma di sottomettere la situazione ad un esame oggettivo e si vorranno restituire alle cose i loro nomi, converrà aggiustare tutta la terminologia alle reali situazioni di fatto. Vero è ancora che nel Belgio il movimento rexista, il quale ha riportato attualmente un grande successo elettorale , è un movimento che si avvicina al fascismo se non nei metodi di conquista – vi manca lo squadrismo – certo nella finalità antiparlamentare e corporativista. In una dichiarazione pubblicata dalla Nation Belge il capo dei rexisti, il ventottenne Leon Degrelle, smentisce che la vittoria del rexismo significhi l’inizio d’una dittatura; «essa sarà invece il principio di una crociata che spezzerà la dittatura dei partiti e renderà al popolo la libertà di decisione e d’azione. Il nostro sforzo si svolgerà in senso perfettamente costituzionale». Rimane il fatto che una frazione notevole degli elettori cattolici ha abbandonato i quadri tradizionali della destra e ha espresso la propria sfiducia nel presente sistema parlamentare. È difficile prevedere se questa ribellione elettorale andrà fino in fondo e porterà ad un radicale cambiamento del sistema rappresentativo, compiendo sia pure con mezzi costituzionali, un rivolgimento di carattere fascista. I socialisti del Peuple evidentemente lo temono perché invocano già il fronte unico delle «libertà popolari»; i cattolici invece della Libre Belgique vedono nella sconfitta una «dura lezione» inflitta ai dirigenti della destra, incapaci di purgare il partito da elementi finanziariamente compromessi e auspicano che dalla crisi il vecchio partito di carattere democratico esca più compatto e più dinamico. In senso contrario infine è stata commentata la soluzione della crisi in Austria. Si tratterebbe di un accostamento verso sinistra. Ma anche qui bisogna mettersi in guardia contro la tradizionale terminologia di sinistra e di destra. Quello che sembra assodato è che i cristiano-sociali viennesi tornano a preoccuparsi dell’assorbimento nel nuovo regime delle masse che furono socialiste. Non bisogna dimenticare che se il problema austriaco dipende, per quanto riguarda l’estero, dal nazismo, per quanto riguarda la situazione interna, consiste sovrattutto nel superamento del socialismo, movimento che vi aveva ben più larga diffusione che il nazionalismo pangermanista, proprio solo delle classi colte.
|
da0237d0-46c6-4496-bc13-2b88914e9fb4.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
1884-1936! Nemmeno 50 anni! Quale cammino nella società francese! Nel 1884 sotto il gabinetto Ferry , essendo ministro dell’interno Waldeck Rousseau , si delibera su di un progetto governativo, il quale abolendo finalmente la legge Chapelier della Rivoluzione , autorizza la costituzione dei sindacati operai . Nella discussione prende la parola il conte De Mun per sostenere i sindacati professionali misti concedendo loro il diritto di possedere e di fondare e mantenere istituzioni per la professione che rappresentano. È il tentativo di creare la corporazione, impedendo la lotta di classe. La proposta viene combattuta dalla maggioranza per ragioni di sospetto politico essendo il proponente accusato di tendenze monarchiche, ma viene osteggiata anche dalla destra conservatrice la quale assieme ai rappresentanti del liberalismo classico sostiene che i grandi industriali della Francia non hanno bisogno di leggi o di allettamenti legali per fare il loro dovere. Negli ultimi tempi dell’Impero romano, ricorda l’on. Bassettière , alcune poche famiglie opulenti avevano emancipato a migliaia gli schiavi e riempita l’Italia di ospedali e ricoveri per accogliere i liberti invalidi. Così farà la borghesia industriale francese cogli operai. In tal modo il tentativo di creare uno strumento di collaborazione di classe veniva respinto tanto dai liberali che dai conservatori. Le corporazioni sorte poi per libero influsso dei cattolico-sociali, se in qualche caso costituirono dei meravigliosi esempi di fraternità cristiana come la cooperazione di Valdesbois , non poterono però mai, per mancanza di protezione giuridica, costituire una forza notevole entro la compagine sociale francese. L’organizzazione di classe prese in tal modo la via che doveva condurla alla situazione odierna. 1936: si legge nei giornali di questi giorni che la Confederazione generale dell’industria francese sotto la duplice pressione dell’occupazione delle fabbriche e del governo socialista ha accettato una convenzione che riconosce la libertà agli operai di appartenere ad un sindacato professionale, i salari minimi fissati per contratto collettivo distinto per regione e per categoria e la nomina in ogni officina di commissioni sindacali, autorizzate a rappresentare gli operai e elette dagli operai stessi che lavorano nello stabilimento da almeno un anno. Questa convenzione non rappresenta nulla di nuovo, se la si confronta colla legislazione ormai in atto nella maggior parte degli Stati europei e, se abbiamo sottocchio l’Italia, dovremmo dire che essa è un patto Vidoni in ritardo; ma se la si considera alla stregua dello individualismo francese e dell’atteggiamento tradizionale delle classi abbienti, quale trasformazione o meglio quale inizio di più radicali trasformazioni! Nessun articolo della convenzione contraddice al programma dei cristianosociali, perché questi hanno sempre reclamato libertà sindacale in confronto dei padroni e in confronto delle maggioranze socialiste, hanno sempre invocato i contratti collettivi per professione e non hanno mai respinto il postulato della rappresentanza operaia nelle officine. Anche di questi giorni il congresso nazionale di Parigi della Jeunesse Ouvrière Catholique protestava energicamente contro ogni attentato contro la libertà sindacale e chiedeva la fissazione dei minimi di salario. Gli articoli della convenzione possono essere la base di una costruzione a carattere sindacale corporativo quale veniva invocata dalla scuola di De Mun, anche se le rappresentanze miste dovessero comparire soltanto ai piani superiori della costruzione, invece che alla base. Di qui si può benissimo partire per quella costruzione corporativa ideata dalla Quadragesimo anno che, fondandosi su libere elezioni ed escludendo ogni esplicita funzione politica e rappresentativa, può sussistere anche nel regime democratico francese. Vero è che essa può essere anche un passo verso il regime sindacalista rivoluzionario e sovietico invocato prima da Sorel che attuato da Lenin. È da augurarsi che il gruppo delle organizzazioni cattoliche francesi contribuisca con certe leggi dell’equilibrio sociale ad assicurare uno sviluppo di moderazione, di ordine e di moralità. Anche i cattolici francesi hanno fatto del cammino e se la lotta anticlericale li ha costretti per parecchi anni a concentrare i loro sforzi nella difesa della libertà religiosa e quindi le loro organizzazioni sociali non hanno la forza numerica di quelle avversarie, non è meno vero che il loro pensiero è penetrato vittoriosamente in zone una volta refrattarie ad ogni idealità cristiana e che oggidì essi rappresentano una forza vergine che tentano di accaparrare tanto gli uomini di destra come gli uomini di sinistra. Non abbiamo letto che in occasione del congresso giubilare della Gioventù cattolica francese, l’on. Chiappe , presidente della Municipalità parigina, in presenza dei rappresentanti dell’espiscopato e di migliaia di giovani non solo di Francia ma di varie nazioni pronunciò fra l’altro queste parole: «La vostra dottrina di carità vi offre delle grandi possibilità di conciliare le classi e i popoli e vi autorizza a tentare un’impresa nella quale hanno naufragato tante buone volontà»? Ricordando poi la festa della Pentecoste, dopo la quale la diversità delle lingue non impedì agli apostoli di predicare a tutti l’Evangelo l’on. Chiappe continuava: «Il vostro universalismo, la vostra dottrina di giustizia e di carità permetteranno anche a voi di compiere una missione di pace e di fraternità. Voi siete rimasti fedeli alla divisa dei fondatori della gioventù cattolica francese: sociali perché cattolici». Il giorno dopo i congressisti si radunano in assemblea nello Stadio al «Parco dei Principi» ed ecco venir loro incontro dei giovani comunisti i quali offrivano il loro organo Populaire che portava il saluto della gioventù comunista alla gioventù cristiana. A ragione Sua Em. il card. Verdier metteva in guardia contro l’illusione che gli ideali comunisti nella loro essenza e nella loro ispirazione si possano conciliare con gl’ideali cristiani. «Noi non sappiamo, disse il cardinale, che cosa ci sia dietro tali appelli, ma essi significano che le nostre forze oramai non sono più trascurabili e che da una parte e dall’altra si conta sul nostro avvenire». Di questo congresso, che meriterebbe il massimo rilievo, riteniamo anche la finale del discorso del vescovo di Lourdes mons. Gerlier , una volta anch’egli presidente della Gioventù francese. Ecco le sue parole: «La fraternità cristiana che ci insegna l’Evangelo e che ci ispira la grazia divina non s’arresta alle frontiere dei nostri paesi, l’abbiamo visto a Lourdes quando al triduo di chiusura dell’Anno Santo tutto il mondo era unito nella stessa preghiera. Lo abbiamo visto in occasione del pellegrinaggio internazionale degli ex combattenti, quando una fraternità miracolosa raccolse ai piedi della Grotta e sotto la benedizione dell’Ostia coloro che la guerra aveva aizzato l’uno contro l’altro. Che questa stessa dottrina e questo stesso spirito di cui siete imbevuti facciano regnare sempre più profondamente e più stabilmente nell’interno del paese e fra tutte le nazioni la pace di Cristo nel Regno di Cristo». Le delegazioni straniere presenti al congresso della gioventù cattolica francese, rappresentanti il Belgio, il Canada, la Cecoslovacchia, l’Inghilterra, il Libano, il Portogallo, prima d’abbandonare Parigi si radunarono per decidere di creare a Roma un segretariato internazionale di informazioni per le organizzazioni della gioventù cattolica. Si è discusso anche se a Roma non si potesse continuare con carattere più autorevole e più ufficiale, la pubblicazione del periodico Jeunesses du Monde che ora esce a Lilla per la generosità e lo spirito di sacrificio di un sacerdote e alcuni giovani universitari. I visitatori della Mostra Vaticana nella sala della Gioventù Cattolica potranno ammirare come questo periodico sia già riuscito a mettersi in contatto fecondo colle associazioni giovanili di tutte le nazioni. Il congresso francese è stato una conferma dello splendido sviluppo che ha preso il tipo dell’organizzazione specializzata, specialmente quella della Jeunesse Ouvrière Catholique. In una seduta delle Cortes, trattandosi della convalida delle elezioni di Cuenca, nelle quali in un primo tempo erano stati eletti Goicoechea capo del partito monarchico «Rinnovazione spagnola» e Antonio Primo de Rivera capo del partito fascista «Falange spagnola» , si ebbe una vivace discussione che getta come un lampo di luce sul momento politico che attraversa la Spagna. Le elezioni vennero annullate dalla maggioranza socialista «per irregolarità» e le elezioni suppletorie terminarono con la sconfitta dei due deputati di destra. Nella seduta delle Cortes Ximenes Fernandez, vice presidente dell’Azione Popolare, dimostrò che queste seconde elezioni erano state fatte senza alcuna garanzia di libertà e, nonostante le violente interruzioni di socialisti e comunisti, egli sostenne la causa di Primo de Rivera, dichiarando che era meglio permettere al fascismo di costituirsi in partito legale e di esporre la sua dottrina, perché – egli disse – «meglio informati, molti dei suoi partigiani se ne separerebbero». Rifiutare al De Rivera il seggio, legalmente riconquistato, equivale a spingere il movimento fascista nella lotta illegale e violenta. Ma l’argomentazione del Fernandez non ebbe successo di fronte alla maggioranza che in un eccesso di passione accusò i falangisti di organizzare gli assassini, al che un monarchico rispose che le migliaia di voti rubati ora alle destre un giorno spazzerebbero i rossi dalla scena politica. Linguaggio che ci rivela quanta passione e quanto odio, quanto contrasto di partiti minacciano ancora l’avvenire politico della Spagna. Perché Vandervelde non è riuscito a costituire il suo ministero di partito? Perché, dice il presidente dell’Associazione dei circoli cattolici, i cattolici non possono permettere che «sotto il pretesto di difesa contro il pericolo fascista, che nel Belgio non esiste, il partito socialista abusi del suo potere per fare le sue vendette». I cattolici, secondo questo autorevole interlocutore, non vogliono un governo tripartito che iscriva nel suo programma la difesa delle «istituzioni democratiche». Le istituzioni vanno riformate e i socialisti su questo terreno sono i tardigradi e si rivelano i veri conservatori della nostra epoca. Inoltre i cattolici non vogliono che la politica estera del Belgio sia orientata verso il Patto franco-sovietico. I cattolici pensano che convenga attuare le riforme minime già proposte dalla Federazione stessa. Il presidente Conte d’Aspremont Lynden non è spaventato dall’esito delle elezioni, egli crede che esse non costituiscano per i cattolici un colpo di mazza, ma una frustata che li spingerà a liberarsi da certi abusi ed a mettersi sul serio sulla via delle riforme. Il partito dovrà uniformarsi ricostituendosi con maggiore unità e fondandosi di più sull’entusiasmo dei giovani. Fra poco la Federazione inaugurerà una crociata per riguadagnare le posizioni perdute fondando circoli politico-economici, organizzando serie di pubblicazioni dottrinali e di propaganda con un largo spirito di comprensione e d’emulazione. Si chiami partito cattolico o meno, è certo – egli concluse – che è necessaria l’esistenza di un gruppo nazionale di ispirazione cristiana che cerchi di attuare nella vita politica le idealità del cristianesimo. Queste dichiarazioni sembrano fondarsi sulla speranza che il rexismo il quale deriva pure dal motto «Christus Rex», possa venire riassorbito dall’organizzazione cattolica generale. Non tutti però condividono tali speranze e la stampa denunciava di questi giorni come un precedente pericoloso ed «una colpa grave» il fatto che, secondo un annuncio ufficioso, i deputati eletti dal rexismo avrebbero prestato il giuramento nelle mani del loro capo Degrelle. Ciò sarebbe, dice l’articolista, un’imitazione del giuramento prestato dai tedeschi al Führer e porterebbe in sé il germe fatale della negazione del sistema rappresentativo. «Inoltre il Führerprinzip nella nostra vita nazionale equivale a negare ogni libertà nell’esercizio del mandato che è una funzione nazionale e rinnegare i principi delle nostre istituzioni belghe». La questione del giuramento al momento che scriviamo è ancora dibattuta, né si sa se esso verrà veramente prestato; ma è già caratteristico per il sentimento politico belga che esso abbia sollevato tanta indignazione. Che dire allora, in confronto, del «giuramento della spada» che la gioventù hitleriana è chiamata a prestare secondo il suo capo Baldur von Schirach a «Adolfo Hitler, l’incomparabile, e il dono di Dio alla nazione germanica»? I novizi che stanno per entrare nei ranghi ricevono un pugnale sulla cui lama sta scritto «sangue e onore». Le trombe squillano, i tamburi rullano, tutta la folla assiste come ad un rito d’iniziazione. «Solo qualche genitore cristiano, il 10%, lamentò Baldur von Schirach, ha osato impedire ai suoi bambini di prender parte al nuovo culto della patria tedesca e del Führer che la incarna!».
|
ee437065-fe22-4728-b1a3-22037ae9141a.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
«Si è obbligati ad ammettere che lo spirito ha mancato di senso di responsabilità e che non ha compreso che la morale e lo spirito vanno di conserva, che la loro ascesa e la loro caduta sono simultanee e che il disprezzo della ragione ha per conseguenza la licenza morale … Migliaia di professori d’irrazionalismo non si sono preoccupati di sapere se non conducessero il popolo al sanculottismo morale e non lo abituassero all’indifferenza di fronte ad ogni atrocità…». Parole di un quaresimalista? No, parole di Thomas Mann , le quali hanno servito come base di discussione ad un convegno internazionale di filosofi e di letterati sotto l’egida della Cooperazione intellettuale presso la Società delle Nazioni. Thomas Mann con riferimento evidente all’attuale situazione germanica vi ricordava le profetiche parole di Goethe quando questi, già vegliardo, scriveva: «L’incredibile presunzione a cui si abbandonano i giovani si manifesterà tra poco nelle più grandi follie». Il tema del dibattito era la «formazione dell’uomo moderno», ma né De Madariaga né Henry De Juvenel né Jules Romain , né altri rappresentanti delle varie nazioni, trovarono parole che potessero attenuare l’impressione delle sconfortanti conclusioni dello scrittore tedesco. Il solo rappresentante dell’idea cattolica, De Reynold , pur rimproverando ai filosofi la mancanza di senso di responsabilità per cui, lanciando ipotesi e conclusioni appena abbozzate, nella folla, avevano distrutto delle tradizioni per sostituirvi dei miti, ammetteva tuttavia che la situazione attuale in fondo è dovuta ad esplosioni di errori accumulati per tutto un secolo. Il convegno, come le discussioni consimili fra gente del più opposto pensiero, non concluse. Paul Valéry , che presiedeva, si limitò a constatare l’accordo sopra l’esistenza di un problema della condotta generale del consorzio umano, problema che non va lasciato soltanto agli Stati né alle autarchie nazionali. Il Romain rilevò «che gli stati e le nazioni non sono che dei mandatari di un’idea astratta, dell’umanità o di Dio, come direbbe il De Reynold». Lo Stato, la nazione, mandatari di Dio e responsabili di fronte alla divinità, quindi soggetti ad una morale comune: ecco il punto ove i cattolici col loro pensiero universalista potrebbero concentrare gli sforzi del loro sano ottimismo per rigenerare e rinvigorire la morale internazionale e dar corpo e istituti all’idealismo cristiano che deve pur dominare nel mondo, affinché il consorzio umano non perisca. Se i cattolici di tutte le nazioni fossero consapevoli della loro forza e portassero all’umanità l’insostituibile soccorso del loro pensiero in un momento in cui altri pensatori rimangono esterrefatti innanzi agli effetti delle loro dottrine, quale ora sarebbe questa per il trionfo del pensiero cristiano! Troppo spesso oggi in coda ai socialismi, ai nazionalismi e ad altri ismi di vari paesi, i cattolici sarebbero domani all’avanguardia dell’umana società. Dobbiamo ritornare ancora sui conflitti sociali in Francia perch’essi sono densi di ammaestramenti per i cattolici di tutto il mondo. Appare chiaro anzitutto che i cattolici, nei loro capi e nelle loro organizzazioni ufficiali, non hanno preso un atteggiamento di parte, ma, elevandosi al di sopra dei partiti, hanno trovato nei loro principi immortali le direttive di un atteggiamento favorevole alla pace e ad una maggiore giustizia sociale. L’elevatissima parola del card. Verdier strappò accenti di riconoscimento perfino dai banchi del governo ove siedono coloro che per lunghi anni hanno attaccata la Chiesa, come la protettrice della reazione e dei privilegi sociali. Nello stesso senso parlarono i deputati cattolici alla tribuna delle due Camere. «Vi sono, ha dichiarato Le Cour Grandmaison , dei principi sacri e per noi intangibili, che riguardano la persona umana, la famiglia, la patria e Dio. Ma questi principi, continua l’oratore, non sono affatto vincolati all’ordine sociale attuale. Quest’ordine sociale non ci appare in nessun modo come una cittadella che noi dobbiamo difendere ad ogni costo. Dove è intaccato d’ingiustizia e d’egoismo, esso ci appare, al contrario, come un disordine da correggere. Una moltitudine di francesi appartenenti a tutte le sfumature dell’orizzonte politico, dall’estrema destra all’estrema sinistra, dal comunismo al cattolicismo, s’incontrano per portare sull’ordine sociale attuale un giudizio che si ispira ai medesimi criteri e per volere sostituire a quest’ordine in deperimento un ordine sociale nuovo basato (i vostri programmi elettorali ne fanno fede) sul rispetto della persona umana e della libertà, sul rispetto della famiglia e della patria, ma anche sulla limitazione del potere abusivo del denaro. Su tutti i punti del globo si sono istituite delle vaste esperienze… Frattanto in questo vasto ciclo che va dall’anarchia alla dittatura, nessuna esperienza ci sembra, a noi francesi, decisiva e concludente, poiché, in tutte, la ricerca d’una autorità che noi sentiamo necessaria, è pagata ad un prezzo che noi giudichiamo mortale: il sacrificio della libertà e della dignità della personalità umana. In tutti i partiti noi sentiamo oggi scaturire queste aspirazioni comuni verso maggior ordine e verso maggior giustizia, verso maggior autorità e verso maggior libertà reale». Al Senato l’on. Francesco Saint-Maure , dopo aver ricordato le divergenze sostanziali e dottrinali fra socialismo e cattolicismo, dichiarava che non trovava niente di nuovo e di terrificante nei progetti-legge presentati dall’on. Blum «mi sembra di trovarmi in presenza di antiche conoscenze …». Certo, come nota La Vie Catholique, non si può consentire ai metodi usati dagli scioperanti, non all’occupazione delle fabbriche e meno ancora ai sequestri di cose e di persone. La maggior parte dei padroni sono uomini che hanno sopportato coraggiosamente gli effetti della crisi e molti hanno fatto dei gravi sacrifici per non chiudere. Riconosciamo d’altra parte, continua la rivista cattolica, che, nella grande industria, i sindacati operai avevano tentato da due mesi d’ingaggiare colle organizzazioni padronali delle conversazioni che si tiravano in lungo senza concludere . Talvolta, i padroni nemmeno rispondevano. Lo sciopero è loro apparso allora la sola soluzione. Sarebbe stato sufficiente che fosse stato creato dalla legge la procedura della conciliazione e l’arbitrato obbligatorio, tale quale i cattolici sociali l’avevano previsto quindici anni fa e proposto in un testo, nel quale Duval Arnould , deputato cattolico, fu il relatore, e che la C. F. T. C. nel suo piano preconizza, affinché numerosi conflitti potessero essere regolati amichevolmente. Noi avremmo fatto economia delle giornate angosciose che la Francia sta attraversando. L’accordo generale fra padroni e operai contiene, inoltre, il riconoscimento del diritto sindacale e la creazione dei delegati d’officina. Si resta confusi al vedere che, cinquanta due anni dopo il voto della legge sui sindacati, è necessario di riunire dei padroni per far loro dichiarare che essi rispetteranno ormai questa legge. È quasi mezzo secolo fa che l’Enciclica Rerum novarum ha proclamato la legittimità delle associazioni operaie. Dei datori di lavoro cattolici la misconoscono tutt’ora; e cosa ancora più grave, essi hanno incoraggiato in molti casi la creazione di un monopolio di fatto in favore della C.G.T. , a detrimento dei sindacati cristiani. Essi devono oggi subire, sotto la pressione di un ministero socialista, ciò che la loro coscienza e il loro interesse avrebbero dovuto bastare per suggerire. Quanto all’istituzione dei delegati operai, essa dovrebbe permettere di costituire alla fine quelle commissioni sociali che i cattolici, ispirandosi all’Enciclica, non hanno cessato di reclamare e che, costituite prima, sarebbero state animate d’uno spirito di conciliazione che non è certo si trovi oggidì. E che dire dei contratti collettivi votati l’11 giugno alla Camera francese con 528 contro 72? Nemmeno in Francia la cosa è nuova, giacché fin dal 25 marzo 1919 vi esiste una legge sugli accordi collettivi di lavoro; ma essa non produsse i risultati voluti in quell’occasione perché il parlamento respingeva la proposta presentata il 19 novembre 1918 dal deputato cattolico Jean Lerolle , la quale rendeva obbligatori i contratti per tutta una regione. L’attuale legge del ministro Blum autorizza il ministro del lavoro a rendere obbligatorio per tutti i padroni e tutti gli operai di una data professione o di una data regione quel contratto che fosse stato concluso dai sindacati operai e sindacati padronali. Ora questa disposizione sembra presa di peso dalla surricordata proposta Lerolle. Il ministero del Fronte Popolare riprende dunque con un ritardo di 16 anni il testo deposto dai cattolici sociali. L’on. Henry Meck ha potuto giustamente dichiarare alla Camera: «I cattolici sociali di questo paese, da 50 anni lottano per la realizzazione dell’idea collettiva del lavoro, che è stata sempre raccomandata dalle encicliche pontificie. Noi ci rallegriamo che oggi stesso delle organizzazioni sindacali e dei partiti politici che, in passato, sono stati, per ragioni ideologiche, ostili a queste convenzioni collettive, ne accettino la applicazione, pure sotto forma d’arbitrato-obbligatorio del governo, principio che essi avevano sempre respinto. Noi ci felicitiamo di questa conversione e noi pensiamo che in avvenire l’istituzione di questa convenzione porterà un po’ più di giustizia nelle relazioni fra i padroni e gli operai». La resistenza opposta ai progetti dei cattolici sociali dai conservatori sociali, moderati o radicali, lascia, ancora, al Fronte Popolare il vantaggio d’aver fatto maturare in otto giorni un progetto che essi avevano arrestato da 15 anni. Non sarebbe stato meglio che gli elementi moderati avessero favorito i cristiano-sociali e accolte le proposte che essi avevano da tempo elaborato? Accettiamo ora almeno il richiamo di Leone Balby, il quale nel Jour scopre che esiste in Francia una Federazione francese dei lavoratori cristiani che risale al 1887 e conta 150.000 membri. «Dovrebbe – egli dice – contarne almeno dieci volte tanti». Notiamo pure che parecchi vescovi hanno colto l’occasione per raccomandare la diffusione e l’appoggio dei sindacati cristiani. Ha fatto ottima impressione la Pastorale dell’arcivescovo di Cambrai il quale invita i francesi a esaminare la loro coscienza sui due principi che stanno alla base dell’economia nazionale: quello della proprietà e quello del lavoro. «Domandiamoci, dice egli, se noi abbiamo avuto il rispetto della proprietà, e di quella degli altri e della nostra, se noi ne abbiamo usato nella misura richiesta con rapacità, per esempio pagando salari di fame; non abbiamo accumulato per avarizia o speso in un lusso inutile ed immorale? Per ciò che concerne il lavoro, abbiamo noi avuto il senso del vero lavoro, fatto d’amore, di gusto nel suo fine, di cura di non sciupare i momenti che non ci appartengono, di non falsificare l’equilibrio che esiste tra il salario e il lavoro fornito? Volgiamoci quindi verso i nostri fratelli e domandiamoci se noi abbiamo osservato verso essi la giustizia, la carità, la rettitudine, la franchezza, la bontà. Abbiamo noi teso una mano soccorrevole a coloro che soffrono?». Ben diversa fu l’influenza esercitata dai cattolici organizzati nel Belgio, ove il presidente del consiglio Van Zeeland poté contare sulle forze d’ordine e di conciliazione rappresentate da una parte dai sindacati padronali cattolici e dall’altra dalle organizzazioni operaie democratiche cristiane. Qui la libertà sindacale, così tenacemente contrastata dai socialisti, è una conquista cristiana e la creazione di commissioni paritetiche viene ad inserirsi nel programma di corporativismo moderato che è proprio dei cattolici belgi. Ma la differenza risulterà sovrattutto dall’organismo più autonomo, più snello e più maturo che verrà a crearsi per l’applicazione della convenzione generale, conclusa fra padroni e operai sotto il patrocinio del governo. I cattolici rappresentano quell’elemento di equilibrio che tempera l’intervento statale coll’autonomia delle classi corporativamente organizzate. Richiamandosi alla legge, presentata dal ministero Laval, che era già stata applicata in confronto delle organizzazioni paramilitari dell’«Action Française», il ministero della sinistra ha ora sciolto anche le altre organizzazioni considerate come squadriste, quali le Croci di fuoco, la Gioventù patriottica, la Solidarietà francese e le Associazioni franciste. Tutte queste associazioni, all’epoca della legge Laval, si erano trasformate in «partiti» o «movimenti sociali»; così i decreti dell’attuale governo hanno dovuto sciogliere il «Movimento sociale delle Croci di Fuoco», il «Partito popolare nazionale», il «Partito nazionale corporativo repubblicano» e in fine il «Partito francista». Il Governo motiva i decreti, affermando che non si tratta che di una etichetta formale con lo scopo di mascherare l’organizzazione paramilitare che continuerebbe a sussistere con lo stesso carattere delle associazioni trasformate. Tutte queste istituzioni – dice il governo – si elevano contro le istituzioni legali del Paese, vogliono imporre con la forza delle loro dottrine le loro soluzioni e apportano così per la loro organizzazione e attività un fermento d’inquietudine e di agitazione, nocivo alla buona condotta morale e agli interessi della nazione … «Leggendo questa prosa stilata da un ministro socialista si pensa naturalmente al “Gracchi de seditiones querentes”. Come non pensare che tutti questi misfatti che vengono rimproverati alle leghe di destra costituiscono in buona parte la colpa e (dal loro punto di vista) il vanto delle leghe di sinistra? La dissoluzione delle associazioni paramilitari poteva essere una misura di pacificazione sociale, a patto che fosse estesa a tutte le parti in conflitto e che coincidesse con un disarmo generale delle persona e degli spiriti». Nessuna meraviglia quindi che il col. De La Rocque, l’on. Taitinger , i signori Boucard e Jean Renaud , capi delle leghe disciolte, protestino contro la misura che li colpisce, la proclamino rappresaglia e si consolino colla speranza che fra poco verrà la volta della destra. Tutto d’un colpo, dinnanzi alla reazione suscitata dal provvedimento, i comunisti divenuti difensori dell’ordine costituito scrivono nell’Humanité: «Sarebbe vergognoso che dopo l’ordine e la calma che i lavoratori hanno dato l’esempio di mantenere, rivendicando il loro pane, le minoranze attive che si reclutano più sovente tra i saloni che sui cantieri, organizzassero disordini uguali a quelli che precedettero il 6 febbraio! Il paese vuole la calma. La pace ne abbisogna. La moneta ne abbisogna. Fare un trampolino d’agitazione faziosa d’una misura che è stata inscritta nella legge e della quale la sola carenza dei governi precedenti ne aveva fatto differire l’applicazione, è dare mille volte ragione al Fronte popolare, è fare una confessione di guerra civile, è lavorare contro la Francia, è lavorare per Hitler!». Per quanto si possa desiderare che l’ordine venga in Francia mantenuto e ci si debba associare all’appello dei vescovi per la pacificazione degli animi, non ci si può stupire che i colpiti non trovino in queste misure legali, prese soltanto contro di loro, quella giustizia imparziale che dev’essere la forza morale d’ogni governo. Auguriamoci quindi che altri provvedimenti d’imparzialità e di equilibrio tolgano a questa misura un carattere politico e di combattimento e la trasformino in provvedimento d’ordine e di libertà, affinché tutti nell’ambito delle leggi e con piena eguaglianza di diritti possano liberamente associarsi, perché tendano onestamente al bene comune.
|
4856ada7-315b-45b0-a95b-733c4561cbdd.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
«Nel momento, scrive l’Izwiestia , in cui il nazismo schiaccia coi piedi i resti della democrazia borghese, la nostra costituzione innalza la bandiera della più completa democrazia. Nel momento in cui il nazismo difendendo gli interessi dei padroni, soffoca ogni libertà, i Sovieti istituiscono il suffragio libero, diretto e universale …». Questi accenti trionfali di fanfara, coi quali la stampa sovietica russa accompagna il nuovo progetto della Costituzione russa, ci mettono già in sospetto che essa non sia altro che una manovra di propaganda ad uso dei compagni dei vari fronti popolari stranieri. Nonostante questo sospetto tuttavia conviene esaminare oggettivamente il contenuto del nuovo progetto, poiché, nonostante le intenzioni machiavelliche, può ben darsi che anche in Russia certe regole di convivenza sociale, che corrispondono alle esigenze della natura umana, finiscano coll’imporsi o collo strappare al despotismo almeno delle concessioni. La Costituzione in progetto, la quale finora non venne adottata che dal governo e dovrà venire sottoposta al congresso dei Sovieti, consta di 146 articoli divisi in dodici capitoli. Il primo capitolo è dedicato alla struttura sociale e non lascia dubbio che l’Unione sovietica manterrà l’economia socialista caratterizzata dalla proprietà comune degli strumenti e dei mezzi di produzione. La proprietà socialista, secondo l’articolo 5, prende sia la forma di proprietà di Stato (bene nazionale), sia la forma di proprietà cooperativa (kolkhoz). Tuttavia l’articolo 9 stabilisce che parallelamente al sistema socialista, è ammessa anche la piccola economia privata dei contadini che lavorano direttamente la terra, e degli artigiani a domicilio, economia fondata sul lavoro personale dei cittadini sulle loro entrate e suoi loro risparmi, in quanto sieno frutto del loro lavoro, sulla loro casa e la loro economia domestica come pure sugli oggetti d’uso personale. Il capitolo II è dedicato alla struttura dello Stato. L’U.R.S.S. rimane una federazione di 11 repubbliche. Organo sommo dello Stato è il Consiglio supremo che esercita il potere legislativo, è eletto per 4 anni ed è costituito da due camere, l’una chiamata Consiglio dell’unione, l’altra Consiglio delle nazionalità, eguali in diritto e aventi tutte due l’iniziativa legislativa. Questo Consiglio supremo in seduta comune delle due camere elegge il Presidio dello Stato composto del presidente, di 4 vicepresidenti, di un segretario del Presidio e di 31 membri. Questo Presidio è responsabile innanzi al Consiglio supremo e possiede le prerogative che esercita in Europa il re o il presidente della repubblica. Il governo, cioè il Consiglio dei commissari del popolo, viene eletto dal Consiglio supremo in seduta comune delle due camere ovvero, nelle vacanze parlamentari, dal Presidio. Il capitolo X definisce i diritti dei cittadini, cioè la eguaglianza giuridica di tutti i cittadini senza distinzione di nazionalità o di razza, la libertà di coscienza, la libertà di parola, di stampa, di riunione e di manifestazione, la libertà della persona, del domicilio e della corrispondenza. Le apparenze dunque sembrano dar ragione a coloro i quali sostengono che la dittatura russa va lentamente evolvendosi verso la democrazia. Certo non si tratta del sistema parlamentare, perché i commissari del popolo (ministri), una volta eletti, non sono responsabili innanzi al Consiglio supremo ossia al parlamento, ma innanzi al Presidio dello Stato. Tuttavia le libertà surriferite, sono elementi tolti di peso dallo Stato rappresentativo europeo. Ma a parte che finora il nuovo statuto non è stato definitivamente promulgato, rimane la grossa incognita della sua applicazione. Che cosa vuol dire la libertà di eleggere ed essere eletti con le altre libertà di parola e di stampa in uno Stato socialista, che possiede tutte le stamperie, tutti i magazzini di carta e in realtà tiene nelle proprie mani tutte le condizioni materiali necessarie all’esercizio di questi diritti? È possibile pensare alla libertà di associazione, e quindi alla possibilità di costituire movimenti e società politiche, quando permane in funzione il partito comunista totalitario? Vi è infatti nel progetto Stalin un articolo 139, così concepito: «Conformemente all’interesse dei lavoratori e allo scopo di sviluppare l’iniziativa dell’organizzazione e l’attività politica delle masse popolari, si assicura ai cittadini il diritto di raggrupparsi in organizzazioni speciali: sindacati, associazioni, cooperative, organizzazioni giovanili ecc. ecc. e i cittadini più lavorativi e più coscienti della classe lavoratrice si uniscono nel partito comunista che è all’avanguardia dei lavoratori nella lotta per lo sviluppo del regime socialista e che costituisce il mezzo dirigente di tutte le organizzazioni dei lavoratori tanto sociali che dello Stato». La nuova costituzione dunque registra come un fatto che deve perdurare anche «de jure», l’esistenza e il carattere del partito comunista; onde è a supporre che si consideri come un diritto acquisito anche la continuità delle sue funzioni totalitarie. Ciò si deve dedurre anche dalla circostanza che il nuovo regolamento elettorale mantiene che le candidature amministrative e politiche possano venir presentate soltanto dal partito comunista e dalle associazioni culturali operaie. Ma quel che più importa è di osservare che tutta questa camuffatura democratica viene a sovrapporsi ad una società socialisticamente organizzata, la quale in via di fatto, limitando al minimo la proprietà privata, distrugge quasi totalmente la sfera di indipendenza individuale, per la quale le libertà garantite si potrebbero sviluppare o avere pratico fondamento. E che dire della libertà di culto, quando è sempre lo Stato che possiede edifici, beni e oggetti di culto, e quando questo stesso Stato, avendo in mano tutti i mezzi di propaganda, non soltanto tollera ma praticamente favorisce la propaganda contro la stessa libertà di culto? Che dire poi dei poteri del parlamento quando si consideri che il sistema finanziario del sistema socialista è tale da costituire lo Stato intermediario fra la compera e la vendita delle derrate? Su 78 miliardi di entrate 62 miliardi provengono dalla imposta sulla cifra d’affari che colpisce i prodotti di consumo. Questi miliardi costituiscono la differenza fra il prezzo pagato dallo Stato ai produttori e le somme che esso ritrae dalla vendita dei prodotti alla popolazione. Lo Stato, ad esempio, compera dai produttori il grano ad un prezzo fissato dall’amministrazione e vende il pane ad un prezzo fissato pure dalla sua amministrazione; ne ricava così secondo l’ultimo bilancio 21 miliardi e 21 milioni. Quale effetto può avere di fronte ad un tale sistema la legislazione finanziaria di un parlamento che si raduna due o tre volte l’anno? È un cumulo dunque di incognite che si presenta a chi voglia giudicare oggettivamente la nuova evoluzione russa. Tuttavia che certe leggi di natura le quali corrispondono ad impulsi e ad esigenze di conservazione si facciano sentire anche nello Stato comunista, è oramai certo e non è da escludersi che i nuovi germi entrino in concorrenza feconda coi fermenti rivoluzionari. Ne abbiamo un sintomo nel nuovo progetto di legge per la conservazione della famiglia che il Cremlino, con un sistema del tutto nuovo, ha sottoposto al pubblico referendum. Il progetto prevede la proibizione dell’aborto procurato con gravi penalità per i medici o per i mariti che avessero spinto le madri a sottomettersi ad un intervento chirurgico. Il progetto contiene inoltre disposizioni per difficoltare il divorzio, colpendolo con un’imposta progressiva e aumentando in misura proibitiva le pensioni alimentari per figli. Inoltre si prevedono i premi di natalità a partire dal settimo figlio (2000 rubli per anno, per 5 anni) e molti altri articoli prevedono l’aumento degli asili infantili, degli orfanatrofi ecc. Dato che in Russia il pericolo di una diminuzione demografica non si manifesta ancora, poiché essa cresce pur sempre di 3 milioni d’anime all’anno, la vera ragion della legge si deve ricercare piuttosto nel fatto che gl’interventi chirurgici consentiti da un infame provvedimento del 1920, per confessione di tutte le autorità sanitarie, finiscono per distruggere la salute della donna. Le polemiche suscitate dal referendum, dimostrano lo stato vergognoso della moralità pubblica in certe sfere della società sovietica e specialmente nelle classi operaie e impiegatizie. Ma è probabile che la grande massa rurale non sia ancora infetta nella stessa misura e che capi dello Stato si preoccupino di limitare il contagio. Comunque, il nuovo codice familiare dell’U.R.S.S., rappresenta un sintomo evoluzionista che merita tutta la nostra attenzione. Il Belgio ha superato la sua crisi operaia a minor prezzo e con minori lesioni dell’ordine pubblico di quello che sia avvenuto in Francia. Van Zeeland che, fungendo da arbitro nelle trattative fra padroni ed operai, aveva fatto inclinare la bilancia nel senso delle rivendicazioni operaie, innanzi al parlamento però seppe difendere gli interessi essenziali dei produttori rifiutandosi di legare troppo strettamente la questione della riduzione della durata del lavoro alla conservazione dei salari praticati sulla base di 48 ore settimanali. Ma sovrattutto l’autorità dello Stato non venne messa in questione, perché fin da principio Van Zeeland, pur dimissionario, aveva ottenuto il consenso dei ministri socialisti e democratici cristiani per rigorose misure d’ordine atte ad impedire l’occupazione delle officine. Le occupazioni infatti non si ebbero sia in forza delle misure preventive del governo, sia perché in esse gli elementi più moderati degli operai trovarono un appoggio per dissuadere i più esaltati da atti illegali. Alla fine gli scioperi si conclusero con un aumento medio del 10% sulle industrie, aumento che si trova equo per gli operai perché si ristabilisce così il salario precedente alla svalutazione, e d’altro canto sopportabile anche per le industrie esportatrici. Il paese ha visto quindi con soddisfazione ritornare al governo un ministro così previdente e così abile e ne ha approvato il programma sociale e politico. Van Zeeland ha fatto alla Camera delle dichiarazioni di principio sulla riforma parlamentare. Circa il corporativismo egli disse: «Si applica questa parola ad una serie di regimi molto differenti gli uni dagli altri, tanto nella loro concezione quanto nella loro realizzazione, sia che si tratti della Germania, dell’Italia, del Portogallo o dell’Austria. Io non desidero avvicinarmi a nessuno di questi sistemi. Cerchiamo il sistema propriamente belga; quello della libertà organizzata. Appoggiamoci sulle organizzazioni esistenti e domandiamo il loro concorso». In quanto al regime parlamentare Van Zeeland rilevò che esso è in crisi perché è mutato il mondo dell’economia e della produzione. «Questo regime parlamentare ad un certo momento della storia fu perfetto; ora deve adattarsi a compiti nuovi. La questione è di sapere se un regime che si riforma può venir modificato per uno sforzo dal di fuori. Penso che nel Belgio il regime possa modificarsi per uno sforzo dall’interno. In Europa e nella maggior parte degli stati le istituzioni del secolo passato si introdussero per un atto di violenza esterna e nella maggior parte di questi paesi il regime di libertà fu un’importazione. Noi invece siamo uno dei più vecchi paesi di libertà che esistano. Da secoli i belgi si governano sulla base di chartes, franchigie, costituzioni liberamente accordate. Essi hanno adattato questi regimi alle differenti evoluzioni dell’economia e della produzione. Essi possono riuscirvi un’altra volta, associando la libertà col realismo. Coloro i quali non vogliono credere alla permanenza di un regime di libertà fondato sul realismo, attendono una risposta ai loro dubbi. Dategliela! Il Belgio deve essere la terra delle esperienze riuscite. Ciò facendo voi respingerete altre esperienze». Questo discorso ottenne un grande successo presso la maggioranza ed è considerato come una risposta programmatica del nuovo ministero al movimento rexista suscitato dal Degrelle. Abbiamo già messo in rilievo la parte veramente pastorale e socialmente illuminata fatta dai vescovi francesi in occasione dei recenti moti sociali . Seguendo l’esempio del card. Verdier, che per il suo atteggiamento ebbe anche il plauso cordiale del Santo Padre, molti vescovi di Francia hanno rivolto ai padroni ed agli operai degli eccitamenti e dei moniti, ricordando la Rerum novarum e la Quadragesimo anno e mettendo in particolare risalto la organizzazione professionale. «Il diritto d’associazione, scrive mons. Dutoit (Arras) , è un diritto naturale che appartiene tanto ai padroni quanto agli operai. Nel nostro mondo del lavoro il diritto di associazione è il diritto sindacale. Nessuna autorità, nessuna pressione da qualunque parte essa venga possono impedire ai padroni e agli operai d’usare di questo diritto nelle forme previste dalle leggi. Ma ciascuno deve usarne secondo coscienza. È doveroso di collaborare all’organizzazione professionale aderendo al sindacato; dovere che potrà fra breve venir rinforzato da un obbligo legale. È doveroso altresì per i cristiani di aderire ad un sindacato che si ispiri ai principi cristiani, che rispetti la proprietà, la famiglia, la vita religiosa del lavoratore e i fini spirituali del lavoro. Tale la caratteristica comune dei sindacati raggruppati nella Confederazione francese dei lavoratori cristiani…». Questa esplicita raccomandazione della Confederazione bianca si trova quasi in tutte le pastorali dei vescovi. Si annunzia difatti che il numero dei suoi aderenti è di questi giorni molto accresciuto. Ma ecco che il governo di sinistra, costituendo le commissioni paritetiche, alle quali rimane affidata in ogni provincia la conciliazione dei conflitti del lavoro vi ha incluso per gli operai «la organizzazione più rappresentativa» ossia la sola rappresentanza della Confederazione rossa, con l’esclusione dei sindacati cristiani. La Confederazione bianca ha presentato un’energica protesta contro quest’attentato contro la libertà sindacale ed è certo che ora si svilupperà un’energica campagna per ottenere la rappresentanza proporzionale di tutti i sindacati. È caratteristico che i sindacati cristiani i quali hanno sempre preconizzati gli organi di conciliazione si trovino ora esclusi, mentre viene affidato il monopolio della rappresentanza operaia a quella Confederazione rossa che ha sempre affermata la sua ostilità alla procedura arbitrale. I cattolici hanno di qui innanzi il compito di rinfacciare ai socialisti la loro incoerenza, finché non si arrenderanno alle esigenze dell’equità. L’assemblea dei cardinali e dei vescovi della Francia radunatasi a Parigi parecchio tempo prima della costituzione del presente governo ha deliberato delle direttive per il clero, per i cattolici e per le loro associazioni in confronto ai partiti politici e alle leghe, direttive che ora vengono rese di pubblica ragione. Rilevato che il clero, pur non trascurando i propri doveri civici, dovrà evitare di infeudarsi a partiti politici e che i cattolici dovranno avere la cura costante di mantenere la Chiesa e la Azione Cattolica al di fuori e al di sopra dei partiti, le direttive episcopali stabiliscono che «i dirigenti e militanti dell’Azione Cattolica, non saranno nello stesso tempo direttori, rappresentanti o propagandisti di un partito politico». Rispetto alle leghe i membri del clero inscritti al gruppo «Croci di fuoco», a titolo di ex combattenti, pur non essendo obbligati a dare le dimissioni, si asterranno in via di fatto dal partecipare attivamente alla vita della lega e per l’avvenire i sacerdoti dovranno astenersi dal dare il loro nome a qualsiasi lega politica. Le associazioni giovanili cattoliche si terranno al di fuori e al di sopra delle leghe e si asterranno dall’aderire a qualsiasi organizzazione che fosse in collazione con un movimento formalmente condannato, che si segnalasse per assenza di principi cristiani, che si appoggiasse su dottrine di violenza o mancasse di rispetto di fronte alla Chiesa. I vescovi, affine di impedire che le cerimonie religiose diventino manifestazioni politiche, stabiliscono che nelle chiese non vengano accettate che la bandiera nazionale e quella di organizzazioni specificamente cattoliche o puramente professionali.
|
b5ae9562-b035-4178-be99-1e656cec95c3.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Dal punto di vista politico, è uso corrente oramai in Europa di dividere gli uomini in «fascisti» e «comunisti». Ma sarebbe più esatto di esprimersi negativamente e di spartirli in antifascisti e anticomunisti, perché la qualità positiva di fascista e di comunista non viene riconosciuta, per la maggior parte dei casi, dai capi del fascismo e del comunismo, ma s’imputa, come odioso attributo, da parte degli avversari. Così in Francia ogni avversario del «Fronte popolare», liberale o conservatore che sia, viene bollato dagli estremi di sinistra come «fascista», mentre in Germania, per giustificare la dittatura, motivata dalla crisi parlamentare, si tacciano di comunismo o di filocomunismo tutti i partiti in disaccordo coll’attuale governo. Chi non ricorda quello che accadde in Germania dopo l’avvento di Hitler? Il paese venne riverniciato come a nuovo in due soli colori. Scomparvero i socialdemocratici, contro i quali i comunisti avevano condotto fino all’ultimo una lotta senza quartiere, scomparvero i centristi che con Brüning avevano tenuto il governo e frenata l’avanzata degli estremi, scomparvero i vari gruppi liberali e perfino i tedeschi nazionali, che rappresentavano il prussianesimo più conservatore e retrivo e, per proclamazione del governo, gli oppositori non poterono essere né immaginarsi che sotto l’odiata e terrorizzante veste dei comunisti, contro i quali, dopo l’incendio del Reichstag, venne mobilitata tutta la nazione. Oggi ancora languono nelle prigioni sacerdoti e capi della Gioventù Cattolica, accusati di una collusione moralmente impossibile, di favorire cioè il comunismo o addirittura di congiurare coi suoi partigiani. Ora se c’è mai stata una forza che fin dal comparire del comunismo, cioè nei primi decenni del sec. XIX, gettò l’allarme contro il nuovo nemico e corse ai ripari, questa è la Chiesa cattolica. Se c’è mai stata una dottrina che venne opposta contro il comunismo e il sovversivismo in genere, per preservare la società, le famiglie, i governi, questa è la cattolica. Il movimento cristiano sociale, colle sue leghe operaie, colle sue provvidenze, colle sue corporazioni è nato e si è sviluppato per contrastare la via al socialismo e, a più forte ragione, alla forma più combattiva di questo, al comunismo. Vero è che il movimento cattolico-sociale trae dalla sua ispirazione cristiana, formulata in alcune meravigliose encicliche pontificie, un suo carattere positivo che gli permette bensì o magari gl’impone di marciare per qualche tratto parallelamente ad altri movimenti di conservazione sociale, ma gl’impedisce di confondersi in un blocco per la difesa dell’«ordine sociale» presente, il quale, come ricordava l’on. Le Cour-Grandmaison alla Camera francese, con richiamo anche alla Quadragesimo anno, è in realtà un «disordine sociale» che ha bisogno di sostanziali rettifiche. Questa sua visione integrale e profonda gl’inibisce anche di puntare tutto sulle questioni del regime politico, di vagheggiare le soluzioni di forza e di sopravvalutare l’intervento dello Stato; metodi e passioni che accendono gli animi degli estremisti e li spingono all’esasperazione, quasi che i destini umani e l’ordine della loro convivenza dipendano essenzialmente dalla forma dello Stato. Con tali sentimenti conviene guardare anche alla crisi spagnola. Nessuno può sottrarsi alla preoccupazione gravissima che la rivoluzione finisca colla sovietizzazione, cioè colla perdita di ogni libertà religiosa civile e sociale; e, se la dittatura si presentasse come veramente inevitabile, chi non preferirebbe ch’essa fosse imposta da coloro che garantissero almeno il rispetto di quella libertà, che è diritto essenziale della persona umana, cioè della libertà religiosa? Ma al di là delle misure di forza, buone solo per imporre una tregua, al di là delle questioni di regime, che non sono essenziali per la costituzione della società, bisogna augurarsi che tanto sangue sparso valga almeno a stabilire un ordine sociale ed economico di maggiore giustizia, di maggiore fraternità, di maggiore libertà per questa povera persona umana che, a furia di lottare per il «collettivo», non si accorge di rinunziare allo scopo precipuo, per cui si muove su questa terra. Ciò detto, bisogna aggiungere che la situazione politica in Spagna non è tanto semplice come chi la vede soltanto attraverso le comunicazioni interessate delle due parti, cioè come una battaglia fra «comunisti» e «fascisti». L’insurrezione attuale è scoppiata per opera dell’esercito, il quale dal 1919 in qua, cioè da quando venne meno il sistema parlamentare dei due partiti, alternatisi al potere, è intervenuto ripetutamente nella vita politica del paese, per mezzo prima delle «Juntas de defensa» che portarono alla dittatura Primo De Rivera, poi contro questo stesso regime, e infine nel 1932 col fallito tentativo del generale Sanjurjo contro la repubblica, governata dalla sinistra. Nel 1934 vinse nelle elezioni la coalizione centro-destra ed allora, appena annunziato l’arrivo al potere della C.E.D.A., scoppiò l’insurrezione rossa nelle Asturie e quella rosso-autonomista nella Catalogna. La repressione, specie quella delle truppe chiamate dal Marocco, fu sanguinosa. Il governo autonomo catalano finì in esilio o in prigione. A Madrid Lerroux o i suoi luogotenenti governarono con un sistema semiliberale, corretto dalla censura e, per qualche regione, dallo stato d’assedio. In questo momento Lerroux e Gil Robles s’erano accordati per un programma ricostruttivo che comprendeva la riforma agraria, la riforma elettorale, l’eliminazione degli articoli settari dalla Costituzione repubblicana. Pareva oramai che la Spagna evolvesse verso la repubblica conservatrice e temperatamente unitaria, ciò che sembrava fosse nei voti della maggioranza. Ma il partito di Lerroux si sfasciò per corrosione interna e il presidente Zamora non volle affidare il potere a Gil Robles, temendo un’insurrezione degli estremi. Si venne così alle nuove elezioni, che la destra affrontò con grandi speranze. Ma il risultato fu disastroso per i partiti di mezzo, benché nel complesso i due blocchi, nel conteggio dei voti, quasi si pareggiassero. Il Fronte popolare, con Azaña a capo, conquistò il potere legale. Senonché i socialisti, riusciti il gruppo parlamentare più numeroso – in causa delle divergenze tra la frazione moderata di Prieto e quella estremista di Caballero –, si rifiutarono di partecipare al governo, cosicché il ministero Azaña e quello successivo di Quiroga, composti di soli elementi borghesi di sinistra, diedero subito la impressione di una pericolosa debolezza. Mentre alle Cortes si demoliva tutta la legislazione conservatrice e si installavano compagnie di operai agricoli nei latifondi, gli scioperi continui disorganizzavano la vita economica. Le lotte fra i socialisti e i comunisti portarono in Malaga ad una settimana di sangue e Ecija Prieto veniva aggredito dai seguaci di Caballero. S’aggiunga la lotta della C.N.T. (confederazione anarchico-sindacalista) contro i socialisti delle due categorie. I sindacalisti rivoluzionari, molto più vecchi del comunismo, sono rimasti una specialità della Spagna, e sopravvissero anche alla dittatura di De Rivera che aveva cercato di guadagnarli al suo corporativismo. Finalmente, poche settimane prima dell’insurrezione, il congresso socialista aveva in maggioranza approvato la tendenza ministeriale di Prieto contro Caballero e il presidente Azaña stava lavorando per la costituzione di un governo radico-socialista, quando gli ultimi eccidi e in modo particolare l’assassinio di Calvo Sotelo , giunto dopo una serie d’incendi di chiese e di altri scontri violenti, portarono al crollo. I militari, che evidentemente avevano un piano preparato da lunga mano, giudicarono il momento favorevole per un colpo di stato. Essi contano sull’appoggio di tutti gli spagnoli, i quali si preoccupano dell’unità nazionale contro il separatismo catalano, della potenza nazionale e coloniale contro l’internazionalismo, della proprietà terriera contro le leggi di esproprio e calcolano sul sentimento religioso del popolo, profondamente ferito dalla repressione anticlericale e dalle feroci distruzioni di chiese e santuari. È probabile che i fascisti propriamente detti, cioè i falangisti e gli stessi monarchici, non abbiano avuto da principio che una parte secondaria, per quanto, fallito il colpo militare totalitario, possano ora assumerne una maggiore. Una proclamazione del colonnello Beorlegui , comandante una colonna di insorti navarresi, c’illumina sulla complessità della situazione. Essa si rivolge ai nazionalisti baschi che, avendo ottenuto dal governo di Madrid delle concessioni autonomiste che i militari, invece, deprecano, combattono presso San Sebastiano con le truppe governative. Dice il proclama dei navarresi: «Noi non siamo né fascisti né rivoluzionari insorti. Siamo dei patrioti spagnuoli che sacrificano la vita per il loro ideale. Nazionalisti baschi, nessuno avrebbe potuto credere che voi, nobili spagnuoli, avreste unito le vostre armi a quelle degli agenti moscoviti e combattuto i vostri fratelli di razza e quelli che hanno i vostri stessi sentimenti religiosi». Sull’atteggiamento di quell’importante gruppo di cattolici ch’era politicamente organizzato nella C.E.D.A. nessuna notizia sicura. Nei primi giorni la radio di Madrid fece gran conto delle dichiarazioni dell’ex ministro Lucia che si proclamava contrario all’insurrezione; più tardi la stessa fonte propagò la notizia che Gil Robles sovvenzionasse gl’insorti. Sarà bene attendere, pur ammettendo la possibilità che la guerra civile giorno per giorno muti aspetto e si accresca di nuovi combattenti. Intanto è certo che i religiosi e i cattolici sono fra le vittime più degne di rispetto e di rimpianto. La moderna campagna dei «senza-Dio», la calunnia ripetuta con tanta insistenza dalla propaganda moscovita che la Chiesa s’identifichi coi regimi antiproletari sono venute ad esasperare uno stato d’animo, già guastato dall’anticlericalismo vecchio stampo, altrove superato, in Spagna e specie in Catalogna, ancora alimentato da una stampa corrotta e corruttrice. In verità noi sentiamo pietà di tutti i morti di questa guerra fratricida, siano essi caduti sterminati dalla mitraglia degl’insorti o dal plotone di esecuzione governativo, ma è ben giusto commemorare sopra tutte le vittime innocenti, che si tenevano fuori della mischia, quel clero che leggi inique avevano dapprima come esiliato dalla vita civile ed ora venne sgozzato nello stesso santuario da un fanatismo bestiale e satanico. Che il sangue purissimo non sia stato sparso invano! Ch’esso «vinca la crudeltà» di chi lo scacciò dal bello ovile, ove dormì «agnello, nimico ai lupi che gli danno guerra!». I search for truth in Russie, «Cercai la verità in Russia» è il titolo d’un libro nel quale Walter Citrine , capo dell’ala sinistra del laburismo inglese, ha fissato i risultati d’una sua inchiesta personale nel paese dei Sovieti. Egli trova che in Russia non si tratta di socialismo, ma di capitalismo che si acuisce sempre più per il sistema d’incrementare il lavoro a cottimo e di punire i più lenti (Stakhanovismo). Citrine trova biasimevoli sopra tutto i metodi dittatoriali del governo. Stalin – esclama meravigliato il laburista inglese – lavora come Hitler! In quanto alla produzione, egli ha calcolato che la fabbricazione di un paio di pigiama costa ad un industriale inglese mezza giornata di salario, mentre alla fabbrica russa costa ben due settimane di salario. La stampa belga torna a discutere la questione coloniale. Il Belgio ha più di 8 milioni di abitanti, 6 dei quali sono insardellati sul breve terreno che separa la Mosa dall’Escaut. Nel Congo invece s’incontrano delle vastissime regioni, come gli altipiani salubri e sotto ogni punto di vista adatte alla dimora permanente dei bianchi . Come mai finora è fallita qualsiasi politica di popolamento su vasta scala? Molti accusano la incapacità organizzativa del governo, altri l’indolenza degli stessi lavoratori e contadini belgi. Un importante contributo alla discussione è stato dato dal rapporto del «Comitato permanente del congresso coloniale», ove siedono tutti i colonialisti più riputati e più esperimentati. Il rapporto, votato all’unanimità, conclude che il «Congo non è una colonia di popolamento, nella quale l’europeo possa dedicarsi a lavori agricoli o industriali, senza il concorso di una mano d’opera indigena: non essere quindi desiderabile che si organizzi un’immigrazione in massa dei nostri connazionali». La ragione di questa conclusione è che in nessuna parte del Congo un bianco può fare il lavoro che un negro può fare in sua vece, altrettanto o meglio di lui, a meno che questo bianco non si rassegni a vivere come un negro. Il Congo invece viene qualificato come colonia d’inquadramento. Il bianco cioè non deve sostituirsi al negro, ma solo inquadrarlo, cioè dirigerlo, sorvegliarlo, formarlo, non surrogarlo. Si possono concepire delle piccole fattorie agricole governate da un bianco e lavorate dai negri, ma non un villaggio di piccoli proprietari bianchi, essi stessi contadini e lavoratori della propria terra. Un bianco per la sua costituzione atavica, non può sottostare in Africa allo sforzo del negro. Queste conclusioni non soddisfano la opinione pubblica, che, dopo la conquista italiana dell’Abissinia, spera che il regime corporativo italiano riesca a fare in Africa l’esperimento di una colonizzazione in massa, finora negato ai belgi. Il governo sembra piuttosto disorientato ed attende anche esso lumi dal di fuori, perché nella dichiarazione del secondo gabinetto Van Zeeland è detto semplicemente che «il governo si sforzerà di assicurare l’immigrazione di un maggior numero di soggetti belgi nella colonia».
|
df004173-e2b8-4c21-af20-66cb4e07ed56.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Bisogna che il clero sia intieramente guadagnato alla «mystique de l’Action sociale catholique», ecco la conclusione di un «Communiqué de S. Em. le cardinal Suhard sur la situation présente». In esso il cardinale arcivescovo di Reims espone un programma d’azione cattolico-sociale, per stabilire nella società umana un ordine nuovo. Quest’ordine nuovo riguarda specialmente i datori di lavoro e gli operai ed è raggiungibile seguendo i criteri raccomandati dalla Rerum novarum e dalla Quadragesimo anno. Le associazioni più preziose in tale campo sono i «sindacati cristiani» e la «Gioventù operaia» (I.O.C.) . I sacerdoti sono chiamati a formare i dirigenti delle associazioni, tanto operaie che padronali; ma per poter fare questo – conclude il cardinale – bisogna che i preti si penetrino tutti della mistica dell’Azione cattolico-sociale. Il mito, come si disse già in Italia, accogliendo il termine di Giorgio Sorel, ovvero la mystique, come s’usa dire in Francia è una necessità dei nostri tempi, più particolarmente disposti ad accettare le formule semplici, sentimentali e talvolta anche irrazionali. Senza una «mistica», fermento necessario di ogni movimento popolare e di ogni sistema politico, non si guadagnano le masse, non si trascinano le forze operaie. Il fascismo, il socialismo, il nazismo hanno ciascuno la loro mistica. Ai tempi di Leone XIII la ebbe anche il cattolicismo sociale, chiamato in qualche parte anche «democrazia cristiana»; Pio XI ha cercato di rinnovare il vecchio fermento, emanando la Quadragesimo anno. Oggidì i cattolici francesi, in faccia ai progressi del Fronte popolare, ne sentono maggiormente la necessità. Essi hanno raggiunto, è vero, grandi risultati nelle classi intellettuali. È così che, innanzi ai fatti, la vecchia e rancida polemica anticlericale appare momentaneamente disarmata. Come sostenere ancora l’incompatibilità della scienza colla fede a chi vi cita il Pasteur o il fisico Branly , come negare ai cattolici pieno diritto di cittadinanza nella repubblica delle lettere, quando in filosofia si onorano di uomini come Maritain, Blondel , Le Roy , Gilson, in letteratura di un Paul Claudel, Mauriac, Bernanos , Gheon , Bertrand ? Le maggiori riviste francesi sono in tutto o in parte in mano ai cattolici e cattolici di nome e di fatto sono parecchi dei più illustri collaboratori del giornalismo francese. Questo fatto ha già avuto la conseguenza d’imporre rispetto anche alle classi medie ed operaie, cosicché ora non si assiste più agli sfoghi di anticlericalismo giacobino che era la nota caratteristica dell’anteguerra. La condanna dell’Action française, il distacco del clero da ogni compromissione politica colla destra è una seconda ragione che spiega la tregua dei partiti di sinistra. Tutto questo però può servire per diminuire o attenuare le ostilità e le avversioni, ma non a guadagnare le masse. È qui che s’impone la necessità d’una «mistica», la quale accenda le fantasie, che scaldi i cuori, che crei apostoli, propagandisti, lottatori nell’arringo sociale. Questa mistica deve riguardare l’uomo intiero, cioè non solo la persona nei suoi rapporti con Dio, ma anche nei rapporti sociali. Bisogna dare alle masse la sensazione che i principi cristiani portano in sé la soluzione della crisi presente, crisi – è vero – che non è solamente economica, ma che nei suoi aspetti immediati e più assillanti, è prevalentemente economica e sociale. Si tratta di costruire un nuovo ordine di cose, ispirandosi al principio fondamentale del cristianesimo, cioè, come ricorda il cardinale, «la paternité des hommes dans la paternité de Dieu». Ed ecco riaffacciarsi la necessità della «Azione cattolico-sociale» per la quale in Francia aveva operato la vecchia generazione, ma che a molti poi era sembrata superflua se non nociva. Non c’è altra alternativa per i cattolici nella vita moderna. O aver un proprio programma sociale che direttamente, a mezzo di organizzazioni proprie, o indirettamente a mezzo di altre, influisca sulle classi popolari e le guadagni al cattolicismo, ovvero correre il rischio di passare in coda, qua delle sinistre, là delle destre, compromettendo col loro destino la sorte dei propri principi. A Versailles, durante la Settimana sociale, i collaboratori e i sostenitori della Vie Catholique si radunarono a banchetto per festeggiare il loro direttore Francisque Gay. Ai brindisi «Madame Ancelet-Hustache Colin , presidente de l’A.C.J.F. , Folliet , Bidault , il sac. Thellier de Poncheville … [rilevarono fra altro] che se i recenti avvenimenti di Francia non hanno suscitato come in Spagna, gli odi antireligiosi, ciò è dovuto in buona parte all’atteggiamento preso molto tempo fa dai cattolici sociali, fedeli agli insegnamenti del papa e alla consegna del venerato cardinal Verdier». S’avvicina la data del VI Congresso di Malines (10-13 settembre). Ricordando l’importanza storica di alcuni di questi congressi nel secolo XIX, abbiamo espresso altra volta la speranza che anche questo prossimo sia degno della serie antica. La lettera dell’episcopato belga ce ne dà garanzia. «Noi viviamo, dice il documento, in tempi eccezionali. Il mondo è turbato fino nei suoi fondamenti, succedono degli avvenimenti inauditi: si direbbe che una società novella è in gestazione; problemi una volta ignorati si presentano oggidì quotidianamente e la loro soluzione condurrà o alla catastrofe universale o ad un rinnovamento sociale. In tali condizioni lo scoraggiamento e l’inerzia non sarebbero degni dei cattolici. Si ricordino invece che la Chiesa, della quale sono figli, è stabilita come maestra della verità e depositaria delle “parole di vita” che Nostro Signor Gesù Cristo è venuto a portare nel mondo. Noi speriamo che il Congresso di Malines, esaminando alla luce dei principi cristiani e particolarmente delle encicliche pontificie, i grandi problemi dell’ora presente, metterà in rilievo l’infinita ricchezza e l’eterna giovinezza della dottrina cattolica. Esso cercherà e troverà le formole adatte alle condizioni sociali straordinarie nelle quali viviamo». Che il Congresso non deluda l’aspettativa ce lo fa sperare anche il suo programma, il quale non dissimula le questioni più attuali, ma le affronta tutte. Suddiviso in 9 sezioni, esso discuterà e delibererà intorno alla vita religiosa, e all’azione cattolica organizzata, alla vita pubblica, alla famiglia, alla scuola, alla cultura intellettuale ed artistica, all’organizzazione sociale, professionale ed economica, alla carità, alla diffusione delle idee colla stampa, colla radio e col cinema. Cosas de España. In margine agli avvenimenti sanguinosi si discute, si fa della filosofia politica. Ma a noi pare che sia troppo presto ancora, tanto per affermare, come fanno i socialisti, che il governo di Madrid rappresenti una legittimità così pura e inoppugnabile, da poter esigere l’intervento armato degli altri Stati, onde ristabilire in suo favore l’ordine legale, quanto, d’altra parte, per dare come certo e dimostrato che il governo di Madrid, uscito dalle ultime elezioni, sia stato e sia un governo arbitrario, contro cui fosse lecito senz’altro insorgere e prendere le armi. Certo, le centinaia di chiese distrutte, i 330 morti e i 1511 feriti, gli scioperi generali e particolari, denunziati alle Cortes da Calvo Sotelo e da Gil Robles spiegano la rivolta contro un governo che gl’insorti accusano di complicità o di viltà, ma da questo a concludere che nessun altro rimedio si presentasse se non una insurrezione armata, ossia una guerra civile che ha costato finora almeno 50 mila morti, senza registrare gli altri orrori che hanno fatto fremere la coscienza del mondo civile, il passo non è breve. Evidentemente i capi stessi del pronunciamento militare si ritenevano autorizzati a sperare in un rapido colpo di mano, benché Prieto allora sindaco di Madrid, avesse reiteratamente avvertito che le associazioni operaie avrebbero resistito colla forza. Ma a parte tale pregiudizio di carattere etico-politico che, allo stato delle nostre cognizioni, ci manca la competenza di risolvere e che sul luogo comunque ciascuno avrà risolto, secondo le impressioni soggettive suggerite dalle circostanze del momento, quello che si può affermare ancor oggi è che per l’avvenire della Spagna rimane sempre preferibile una composizione pacifica del conflitto a qualsiasi soluzione di forza. Benedetto XV affermava in un documento famoso che le guerre vittoriose lasciano nelle generazioni dei vinti come il pungiglione avvelenato di nuove guerre: e non si dovrà temere altrettanto e peggio da una guerra civile? Tanto più che il conflitto non è che lo scoppio violento di una crisi sociale complessa e remota nelle sue cause e nelle sue origini. In proposito il noto scrittore cristiano-sociale L. de Saint-Martin, che studiò in Spagna la questione agraria ed ebbe occasione di discuterne nel 1934 coi membri del ministero centro-destro Lerroux-Gil Robles, scriveva pochi giorni or sono: «L’apologia dell’insurrezione riuscirebbe particolarmente difficile a coloro che recentemente poterono prendere atto delle condizioni favorevoli offertesi agli uomini politici amici degli insorti, per salvare a tempo il loro paese, sottraendo all’anarchia le sue reclute naturali, cioè almeno il terzo degli spagnoli piombati nella miseria. Quest’esercito di miserabili che vediamo oggidì in azione, sotto la bandiera rossa o rosso-nera, lanciato alla caccia dell’uomo e delle donne, strangolando e massacrando e impiegando gli ordigni più mortali contro la gente della sua razza, Gil Robles aveva giurato di impedire che si formasse, quando, sortito trionfante dalla elezione del 1933, aveva ottenuto per uno dei suoi, il signor Ximenes , il ministero dell’agricoltura del gabinetto presieduto da Lerroux. Era il ministero più importante per l’inderogabile azione contro il pericolo bolscevico e anarchico. Questa folla di miserabili, disposta ad unirsi ai gruppi di sovversivi già organizzati nei grandi centri, era composta di contadini: contadini che non trovano da vivere in un paese che occupa sul pianeta una situazione eccezionale con un sottosuolo ricco ed un suolo di una fertilità certo disuguale ma di cui il lavoro dell’uomo potrebbe migliorare il rendimento, purché gli si fornissero i mezzi». Il Saint-Martin ricorda quindi che il Ximenes aveva elaborato una legge per creare la piccola proprietà (e a suo tempo ne abbiamo parlato anche in questa rubrica); ma per la sua applicazione sarebbe stato necessario che le classi le quali possiedono tre quarti del suolo, in gran parte mal coltivato o incolto, consentissero a dei sacrifici. Invece «fatte poche eccezioni, i rappresentanti di quelle classi che non avevano compreso il loro dovere sotto la monarchia, sembrarono poi ancora più chiuse a tale comprensione nel 1934». Ximenes dovette dimettersi e i suoi progetti vennero aggiornati. Ora nella reazione violenta espiano colpe non proprie anche i previdenti cattolico-sociali, i quali conterebbero già delle vittime tra loro. L’opera riformatrice dei cattolico-sociali non aveva ancora avuto tempo di consolidarsi, di assumere la forma distinta che le è propria, di esercitare la funzione conciliatrice ch’era nel suo programma. Gli odi, le passioni politiche, hanno sommerso tutto nella loro crudele foschia. Ed ecco imporsi alla coscienza civile d’Europa non solo la necessità di nulla intraprendere per prolungare la guerra, affinché non si ripetano gli orrori della Catalogna, non si massacrino i non combattenti, non si fucilino i prigionieri, come a Badayoz o a Malaga, ma di fare anche ogni sforzo perché sia possibile costituire un regime capace di guarire i mali sociali, di cui soffre da molti anni oramai la povera Spagna. Un ex ispettore scolastico scrive al Temps, a proposito del recente congresso magistrale di Lilla, una lettera che fa pensare. Egli assicura di aver riveduto montagne di componimenti d’esame e visitato un numero enorme di scuole elementari: mai, in nessun caso egli ha trovato traccia d’un insegnamento contrario alla patria e ai doveri dei cittadini. Egli ne conclude quindi che le smargiassate antipatriottiche dei capi sindacali non sono affatto espressione dei sentimenti dei soci e che la maggioranza dei maestri lascia fare e dire, perché vede che il governo non li tocca. «Una lunga impunità li [i capi] ha convinti che possono osare tutto. Che domani un governo repubblicano, patriottico e fermo, mostri i denti e minacci di castigare senza pietà e codesti signori rientreranno sotterra». Ecco le colpe di certi governi liberali che per debolezza preparano la catastrofe delle libertà civili. I fondatori delle moderne costituzioni avevano previsto limiti e freni, ma la vile pratica di chi dovrebbe applicare le leggi conduce alla degenerazione del sistema e al suo superamento.
|
394ffb60-8ecf-4e13-971c-7d288e9eb17f.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Giuliano Benda , uno dei più illustri pacifisti, al quale non si può negare sincerità e forza di convinzione, critica a ragione quei suoi consenzienti che presumono di combattere il militarismo e la guerra con ragioni economiche. Non è affatto dimostrato che la guerra, economicamente parlando, sia un cattivo affare. Come affermarlo per la Germania nel 1870, la Russia nella guerra contro i turchi, l’Inghilterra nel conflitto coi boeri? La guerra del 1914, è vero, rovinò i vincitori, ma perché durò troppo a lungo. I partigiani della guerra non ne caveranno altra morale che quella di dover far presto e quindi di perfezionare i mezzi di attacco. Cert’altri pacifisti poi credono che a eliminare automaticamente la guerra basterà l’evoluzione economica. È la tesi sopra tutto di Marx, il quale pensa che abolite le classi, ed eliminati così i conflitti economici, la guerra non si farà più, semplicemente perché sarà cessata ogni ragione di farla. Sarebbe interessante sapere quello che pensino di tale tesi i governanti socialisti della U.R.S.S., i quali stanno armandosi fino ai denti. La vera pace, dice Spinoza – ed è sempre il Benda che lo ricorda – non è l’assenza della guerra, ma una virtù che nasce dalla forza dell’anima. Pax non est privatio belli, sed virtus, quae de fortitudine animi oritur. Gli sforzi dei diplomatici, i congegni di Ginevra potranno ottenere per qualche periodo l’«assenza della guerra» – ottima cosa senza dubbio anche questa – ma la pace, la vera pace rimane un problema morale. «Le seul moyen de vraiment obtenir la paix est de transformer l’âme des hommes», confessa il Benda. Il quale ai pacifisti che moltiplicano i congressi internazionali, esagerandone l’importanza, quasi che il solo contatto colle varie nazioni ci possa recare la pace, ricorda che «la pace sarà il frutto della vita interna e non delle passeggiate sulla faccia del globo». Segnaliamo la coincidenza di queste conclusioni di un eterodosso coll’insegnamento tradizionale delle encicliche pontificie, ove si parla di pax Christi in regno Christi. Il vero problema della pace è la trasformazione della moralità umana. Ma se è così, come soffocare l’ondata di pessimismo che c’immerge nell’attualità presente fino alla gola? L’esaltazione della forza e della violenza non ha mai celebrato orgie più spaventose sia che affermando i diritti del sangue e della razza s’innesti sul tronco fatale del militarismo prussiano, sia che rinfrescando le dottrine di Bakunin e rinnovando i fasti cruenti che si credevano insuperabili della Comune, accenda fino alla follia il cervello dell’anarchico catalano. Un corrispondente da Barcellona riproduce dalla Solidaridad Obrera del 22 luglio questa istantanea di un milite rosso che muore: «Camerata, sono ferito! Muoio, ma non staccarmi dal mio fucile. Voglio morire, abbracciando il mio moschetto, come se fosse la mia fidanzata, la fidanzata dei miei sogni e la madre dei miei bambini». Tutti i giorni, scrive lo stesso corrispondente, si legge nei giornali di sinistra la raccomandazione agli operai di custodire accuratamente il fucile, come la cosa più preziosa. «Camerati! Non abbandonate giammai le vostre armi! Il moschetto è la garanzia dell’assoluto rispetto che si deve all’individuo. Non dovete lasciarvi disarmare da nessuno e per nessuna ragione!». Il moschetto è la sicurezza, il moschetto è la gloria, il moschetto è la sposa, è la madre! Gli inni dedicati dalla Convenzione alla ghigliottina impallidiscono in confronto di questa deificazione della schioppettata. Ma anche qui non si tratta di uno stato psicologico improvvisato, di una esplosione casuale; esso è piuttosto il risultato di una lunga preparazione in una atmosfera nella quale la violenza ha offuscato tutti i principi morali che sono il fondamento della vita civile. Né è da dire che tale imbarbarimento sia proprio soltanto delle classi meno colte, aizzate dai rivoluzionari di professione. Certo, il grande miraggio della rivoluzione russa, il colpo riuscito di Trotzky e di Lenin che, valendosi del moschetto proletario, rovesciarono il trono degli czar e s’impadronirono del comando per trasformare da cima a fondo uno Stato di 130.000.000 d’uomini contiene in sé tanta seduzione, da farvi soccombere intiere generazioni di tutti i paesi. Ma che cosa abbiamo fatto noi «borghesi» in Europa, per alimentare, di fronte alla violenza rossa, lo spirito di ordine e di legalità, per rispettare e consolidare le forme e la sostanza del diritto? Un milite rosso di una città spagnuola, posto a guardia di un vecchio ufficiale detenuto, destinato forse, ahimé! alla fucilazione, ha tutto l’agio nelle ore notturne d’intavolare una discussione. È vero, egli dice, posso ammettere che voi abbiate cercato disinteressatamente la grandezza della Spagna; ma anche noi la vogliamo grande e prospera, a modo nostro. Le vostre giunte valgono i nostri comitati; alla dittatura militare preferiamo quella proletaria; e quanto ai mezzi, forse che il moschetto rivoluzionario è meno civile della rivoltella insurrezionale? E l’ufficiale a ribattere che la questione dei mezzi è secondaria, che decisiva è la finalità e la sostanza d’una politica e d’un’impresa. Gli ufficiali dal 1917 in qua, quando si sono imposti colle giunte, volevano e in parte hanno anche ristabilito di fatto l’ordine civile e sociale, la santità della famiglia, la giustizia economica, la libertà religiosa: «Voi invece non salvate la società, la dissolvete!». Il milite replica ancora accampando la questione agraria, la mano morta, l’enorme perequazione delle ricchezze tutt’ora esistente. Tuttavia, a furia di concessioni da una parte e dall’altra, sarebbero arrivati a un certo senso di tolleranza e di vicendevole considerazione, se ogni tanto il colloquio non fosse stato interrotto da un’esclamazione, pronunciata con fatalistica rassegnazione ora dall’uno, ora dall’altro: Che volete, alla guerra come alla guerra! E il milite carceriere che domani sarà forse vittima a sua volta, si appoggiava con tutto il corpo sulla canna del moschetto, che gli appariva l’argomento ultimo e fatale, destinato a concludere in favore dell’una o dell’altra. Bisogna togliere di mezzo questo moschetto che separa profondamente i due contendenti! Le armi devono essere tenute in alto, sopra le fazioni, al servizio di uno Stato che protegge l’ordine e assicura la ricerca della giustizia sociale. Bisogna tenere in freno tutte le canaglie, ma anche garantire tutte le buone volontà. L’appello alla forza non dev’essere la regola universale, ma l’eccezione imposta solo dalle supreme ragioni della socialità. La scuola, le classi dirigenti devono educare allo spirito di pace e di tolleranza, sulla base della carità e respingere, in pratica e in teoria, i principi di Nietzsche , di Sorel , di Spengler che ne sono l’antitesi. Anche nei rapporti sociali, come in quelli internazionali, la pace non è semplice assenza di guerra, ma una virtù interiore dell’animo. Questa virtù – anche se lo Spinoza non lo ammette e il Benda non lo dice – è la carità cristiana. Ma quanto di questo spirito s’è manifestato anche nei recenti convegni internazionali?! S’invoca la pace, ma col pugno levato, si reclama l’ordine, ma s’intende un ordine che reprima ogni legittima libertà di chi la pensa diversamente. Al congresso magistrale francese noi cattolici possiamo contrapporre con orgoglio il convegno internazionale pedagogico cattolico tenuto in questo mese in Feldkirch , nel quale il prof. Metzler parlò «sul pensiero pacifista nella scuola». A ragione si è evocata in questa occasione la memoria di Seipel, il quale coll’autorità che gli proveniva dalla sua esperienza internazionale affermava che nessun congegno mondiale avrebbe recata la pace fra i popoli, se ciascuno non avesse cominciato ad essere pacifico nella propria sfera personale. Solo coloro che nella loro stessa vita, nella loro famiglia, nella loro professione cercano sinceramente la pace, potranno collaborare efficacemente a crearla e consolidarla tra i popoli. Il modo diverso con cui i pagani assistettero al martirio dei cristiani nelle varie persecuzioni è sempre stato segnalato come un indice significantissimo dell’ascendente morale che la Chiesa nel corso dei primi secoli andava guadagnando anche sulle folle che non le appartenevano. A Roma nei primi tempi la folla superstiziosa e crudele plaude al martirio dei cristiani nel circo e più tardi ancora nel 155 a Smirne la plebaglia ingiuria san Policarpo condotto al patibolo; ma già innanzi al martirio di Felicita e Perpetua gli spettatori pagani sono divisi da contrari sentimenti e nel 285, quando si conduce a morte San Cipriano , appare evidente che le simpatie del popolo cartaginese sono per la illustre e santa vittima. «Giunto al luogo del martirio – narra il classico racconto – San Cipriano si tolse il mantello, piegò le ginocchia e si prosternò per pregare Iddio. Poscia si tolse la dalmatica, che consegnò ai diaconi, e vestito d’una sola camicia di lino, attese il carnefice. Quando questi venne ordinò ai suoi di dargli venticinque monete d’oro. I fratelli gettavano davanti a lui dei pannolini e dei tovaglioli. Il beato Cipriano si bendò lui stesso gli occhi. Siccome non poteva legarsi le mani egli stesso, il prete Giuliano e il suddiacono Giuliano gliele legarono. Così morì il beato Cipriano. Per sottrarre il suo corpo alla curiosità dei gentili, lo si depose non lontano di là; poi, giunta la notte, lo si trasportò accompagnato da fiaccole e canti … sulla via di Mappala, accanto alle piscine, in mezzo ad un entusiasmo universale». I pagani appaiono dominati dalla maestà quasi liturgica di questo sacrifizio. Il carnefice sembra imbarazzato e conquiso e bisogna che i chierici leghino al santo le mani, perché il boia non sa come procedere nella triste bisogna. La folla pagana tace ed ammira, mentre i fedeli non celano la loro venerazione. Questa Chiesa, perseguitata da leggi che gli stessi funzionari romani penano ad applicare, è già vittoriosa nei cuori … Ed ora guardiamo alla Spagna. Non solo non si manifesta rispetto per le vittime delle loro convinzioni, ma si straziano e si violano i corpi. I morti sono abbandonati alle ingiurie e ai maltrattamenti dei terroristi, mentre i così detti «ben pensanti» (come abbiamo letto in un rapporto all’Osservatore Romano) se ne stanno tappati in casa. I poveri religiosi vengono abbattuti come cani idrofobi e nessuna parola di conforto, nessuna preghiera s’innalza attorno a loro. Ragazzacci imberbi, briachi di odio, sparano a bruciapelo, eseguendo una parola d’ordine suggerita dalla paura, dall’istinto della rappresaglia e come ispirati dal demone della distruzione. Si può ben ricorrere a tutte le spiegazioni, si può ammettere che in codesti cervelli fanatici l’insurrezione dei militari sia apparsa come il crollo di tutti i propri ideali politici o la fine di conquiste economiche, si possono concedere tutte le attenuanti che si debbono ammettere in una guerra civile, nella quale ogni parte è decisa a distruggere l’altra, ma rimane sempre che simili eccidi, così perpetrati, restano inesplicabili, se non si ammette un regresso della nostra civiltà, un passo indietro verso l’imbarbarimento, un traballare, fino allo spegnersi, della fiaccola del cristianesimo. Come mai una città spagnola del sec. XX può scendere più in basso della Cartagine pagana dei primi secoli? Ho comperato su di una bancarella un vecchio libro che s’intitola «Il catholico di stato, ovvero discorso politico delle confederationi del re christianissimo», Parigi, 1625 ; stampato dunque proprio quando Richelieu iniziava la fondazione dello Stato moderno. Il libro contiene una polemica del signor Ferrier contro due opuscoli di teologia che rimproveravano al re l’alleanza coi turchi e cercavano con argomenti di teologia e di morale di dimostrare che i poteri del re assoluto non erano poi illimitati. La tesi del «catholico di stato» si trova riassunta ed illustrata a pag. 5 della prefazione, ove si legge: «Ogni volta che Vostra Maestà opera legalmente, com’ella fa d’ordinario, ha l’onore d’essere mano di Dio e d’essere come suo compagno nell’ordine dell’universo … Gli antichi, che non erano punto adulatori, vi chiamavano “Dei corporei e sensibili”; Dio medesimo ha insegnato questo linguaggio agli uomini; e vuole che siate chiamati dei. Et certo che come egli vi nomina, vuole che tali voi siate; detestando senza dubbio tutti quelli che volessero legarvi le mani, che s’affaticassero per sminuire le vostre ragioni, che biasimassero le vostre azioni … nelle quali Ella non ha che il solo Signore Iddio per giudice». Volle il caso che questo libro capitasse sul mio tavolo accanto ad un altro opuscolo di recente data, intitolato Sendschreiben Katholischer Deutscher an ihre Volks- und Glaubensgenossen (Messaggio dei tedeschi cattolici ai loro compatrioti e conreligionari) . Quest’accostamento materiale non vorremmo autorizzasse l’opinione che noi consideriamo addirittura i due libri sostanzialmente identici. Sono passati dei secoli, i «re per grazia di Dio», nell’interpretazione che si attribuiva a tale titolo, sono scomparsi da un pezzo, e lo Stato di cui si occupa il «Messaggio dei tedeschi cattolici» è lo Stato hitleriano. Ma come negare che certe tesi sostenute in questo messaggio, pubblicato a nome di «un gruppo di teologi e laici cattolici», richiamano alla mente per un’analogia di situazione le affermazioni e le tendenze dei «cattolici di stato» del secolo XVI? Quando, ad esempio, gli autori scrivono: «Di due cose l’una, o noi abbiamo un regime nazionale e politico che è una disgrazia per la Germania e in questo caso bisognerebbe odiarlo, anche se si trattasse del governo più favorevole che si potesse immaginare per la Chiesa; ovvero noi abbiamo un regime nazionale e politico che incarna la grandezza e i progressi della Germania, e in questo caso i cattolici lo debbono amare, anche se fosse dimostrato essere nemico dichiarato della Chiesa cattolica» (p. 86). Come mai si può presentare tale alternativa ai cattolici tedeschi, mentre lottano per la vita delle associazioni giovanili cattoliche e mentre stanno perdendo anche le ultime trincee della scuola confessionale? Un regime che intacca o lascia intaccare il patrimonio religioso nazionale non può mai essere ammesso che costituisca la fortuna di una nazione. Ma questo modo di ragionare che riaffiora in molte altre pagine, è spiegabile solo colla pregiudiziale degli autori, i quali credono ed hanno opinato fin dal 1933 che Hitler sia il suscitatore di una palingenesi cristiana, «quale aveva sognato Guglielmo Ketteler», che il Führer abbia una diretta missione divina, la quale, attraverso l’unificazione politico-sociale del popolo, ottenuta debellando il marxismo, miri anche all’unione religiosa – sotto qual fede? – di tutti i tedeschi. Così il messaggio afferma pure che la rivoluzione nazista ha un «senso teologico» e che il nazional-socialismo «ha la missione di realizzare l’idea ecumenica» (p. 25). Per ciò appunto questi «tedeschi cattolici» rigettano ogni confessionalismo; sono anzi grati al nazismo d’aver distrutte le leghe cattoliche, le quali non erano che steccati chiusi, i quali impedivano il diretto contatto col popolo. «Se lo Stato nazionalsocialista, dicono ancora a pag. 50-51, commettesse l’errore di penetrare nel santuario interno della fede, la scelta non sarebbe difficile per un cattolico fedele alla Chiesa. Ma se la disputa non riguarda l’altare, ma solo l’anticamera semi-ecclesiastica e semi-temporale della Chiesa? …». E qui sta la questione. Che cosa ricacciate voi nell’anticamera? Moltissimo di ciò che appartiene alla Chiesa, quando attribuite tutto o quasi tutto allo Stato. In realtà, ripudiando il confessionalismo, voi rigettate la naturale e storica diarchia della Chiesa e dello Stato per accettare il concetto pagano del moderno monismo dello Stato totalitario, nell’accezione più propria della parola. E allora forse non fu un caso che il vostro «Messaggio» capitasse vicino al «Catholico di stato».
|
0bfe55f7-0e3f-40a0-96bf-eb37e461f17e.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Nella «Restauración social» , ottima rivista di studi sociali, pubblicata a Buenos Aires (1936, N. 14) il sac. Carlos Conci , commentando la pastorale collettiva dell’episcopato argentino sull’Azione Cattolica rileva ch’esso, mentre chiama a raccolta i cattolici per combattere il comunismo demolitore e corruttore, dichiara di non voler confondersi con un «exagerato nacionalismo», «que yendo más lejos de las verdaderas exigencias de la virtud del patriotismo, proclama la entrega total del individuo al Estado». Punto delicato, nota il Conci, ma che era necessario di precisare di fronte a chi accusa la Chiesa di essere al servizio di questo o quel particolare regime. La Chiesa «contempla el justo medio de las masas», rifiuta le esagerazioni e riconosce all’individuo la sua funzione naturale. Considerando poi che i vescovi raccomandano ai cattolici argentini di risolvere la questione agraria, ottenendo la terra ai contadini, il Conci aggiunge alcune attuali considerazioni sulla crisi agraria in Spagna e sulla mancanza di un’adeguata organizzazione sindacale per risolverla. È noto che l’episcopato argentino nella sua Conferenza di quest’anno ha deciso di raggruppare tutte le opere economico sociali nel «Secretariado Economico-Social», che sta sotto la vigilanza della stessa Conferenza e rispettivamente di farle aderire al Segretariato economico-sociale, istituito presso ogni giunta diocesana. Il movimento cristiano-sociale argentino sembra prendere nuovo vigore e dar adito alle migliori speranze. Alla vigilia del Congresso di Malines la Libre Belgique esaminava il dilemma che viene presentato oggi anche ai Belgi: nazismo o comunismo, Berlino o Mosca. «On voudrait nous faire choisir entre deux formules extrêmes. Mais nous refusons. Car la Belgique ne trouvera le bonhoeur ni dans l’une, ni dans l’autre». E dopo aver esaminate le due soluzioni estreme concludeva col sostenere che almeno per il Belgio si dimostra preferibile un regime di tolleranza e di moderazione, che finora ha garantito discretamente anche la libertà religiosa. Scegliere altra via vorrebbe dire esporre il Belgio ad azioni e reazioni violente che finirebbero colla guerra civile, come nella Spagna. Il miglior metodo di combattere il comunismo – continua il giornale – è quello di correggere l’attuale regime democratico-parlamentare in modo da renderlo più efficace, più giusto, più simpatico alle masse e di provvedere con riforme organico-sociali a risanare l’economia e organizzare la carità. I cattolici che andranno a Malines, concludeva il giornale, devono proporsi di mettersi con energia e concordia su questa strada. Leggendo ora i resoconti di quest’interessantissimo Congresso , si può concludere che per quanto riguarda l’atteggiamento degli uomini politici che vi hanno parlato e le conclusioni e discussioni della III sezione sulla vita pubblica, a Malines si è proprio cercata la via media e specificatamente cattolica preconizzata dal citato giornale. Il primo ministro Van Zeeland infatti che già alcuni giorni prima in un discorso alla radio aveva invitato i Belgi a non aderire ai blocchi estremi ma ad appoggiare la soluzione «che si caratterizza per l’esercizio ordinato e disciplinato delle libertà individuali, per un’evoluzione progressiva dell’ordine economico-sociale e per il rispetto dei valori intellettuali e morali», anche nel discorso a Malines ha sostenuto la stessa tesi. La crisi attuale – disse quivi il ministro – si estende ai valori morali, alcuni dei quali sembrano più scossi degli altri. «Si può concepire, ad esempio, una società senza il rispetto degli impegni presi? Tuttavia quanti attacchi a questa regola primordiale! Il rispetto della personalità umana è sostituito dal ricorso alla violenza, dall’apologia della violenza e dell’oppressione». E chi è più atto a ristabilire la moralità pubblica di coloro che traggono dal cristianesimo, sotto la guida della Chiesa, le direttive della loro condotta? Le pratiche e gli errori deplorati non «sono in opposizione diretta con le massime più inflessibili e più pressanti della dottrina cattolica? Rispettare i propri impegni non è l’essenza stessa del dovere che è alla base della vita cristiana? L’apologia della violenza, il ricorso alla forza, costituiscono l’opposizione stessa di ciò che è il centro e il fondamento del cristianesimo, la carità». D’altro canto, continua il ministro, la crisi attuale è caratterizzata dal predominio dei problemi economici e sociali. «Ora in questi campi complessi e agitati in cui i problemi economici e sociali si mescolano così strettamente per dare alle difficoltà della nostra epoca la loro caratteristica io non conosco una sola dottrina la cui coesione, la cui sicurezza e la cui agilità servano più da vicino le realtà immediate di quella delle encicliche. Non voglio pretendere che nelle encicliche o nei commenti che le hanno accompagnate si trovino scritte in tutte lettere delle soluzioni precise per ogni difficoltà di carattere economico o sociale; lungi da ciò: quello di cui sono persuaso è che, basate sul tronco delle verità cattoliche, le indicazioni generali che contengono le encicliche sono la guida più sicura, il corpo di dottrina più coerente che esiste in questo momento nel mondo». I cattolici nell’attuale momento sono chiamati a prendere un posto positivo, di primo piano, nell’evoluzione delle istituzioni e dei regimi e debbono perciò far sentire la loro influenza attiva ed effettiva in tutti i campi della vita pubblica. Dei discorsi e delle risoluzioni della terza sezione registreremo qui soltanto i principali. Sulla «dottrina cattolica dello Stato» ha parlato coll’autorità che gli viene dalla sua competenza l’abbé Jacques Leclercq il quale ha affermato che i capi ecclesiastici belgi «stimano altamente desiderabile che i cattolici continuino a formare sul terreno politico un partito compatto, ben organizzato e fortemente disciplinato». Una seconda relazione del prof. Dabin di Lovanio sullo «Stato, i cittadini e i gruppi» ha sollevato qualche obiezione da parte antidemocratica, ma infine è stata approvata a grande maggioranza. Il relatore si è pronunciato contro lo Stato totalitario affermando la «primauté de l’individu-personne, auquel l’Etat lui-même est subordonné, sauf les exigences du bien public dans l’ordre temporel», si è dichiarato anche contro il corporativismo di Stato e, in quanto allo Stato corporativo cioè allo Stato nel quale le corporazioni sarebbero chiamate a funzioni politico-elettorali, ha espresso delle riserve nel senso che quanto è chiara la necessità d’una consultazione tecnica delle corporazioni, altrettanto è necessario di riservare ad un potere imparziale – lo Stato – i diritto della suprema decisione «che è la ragion d’essere dell’ordine politico». In una terza relazione il conte Louis de Lichtervelde ha affrontato la «riforma dello Stato». L’ordine del giorno da lui proposto si limita per ora a raccomandare due emendamenti alla costituzione belga: l’uno per concedere al Re di approvare il bilancio e le spese dello Stato, quando il parlamento non lo abbia approvato entro il 1 aprile di ciascun anno, l’altro di togliere delle spese. Questi due emendamenti costituirebbero la prima tappa d’una riforma più vasta e da perseguirsi in tempi di maggior calma. La discussione di quest’ordine del giorno, accolto infine come raccomandazione, ha dimostrato che i pareri sono ancora assai discordi. Il relatore dovette difendersi contro l’accusa di essere ostile al sistema rappresentativo in seguito appunto alla sua proposta circa le spese. Egli si difese col ribattere che l’Inghilterra fa altrettanto. Un altro rapporto sullo «Stato e i poteri locali» confermò l’attaccamento dei Belgi alle loro autonomie regionali e municipali. Di valore eminentemente pratico fu la relazione del Signor Bodart , leader democratico cristiano, sul tema: «La necessità d’un partito cattolico per il Belgio». Riallacciandosi alla dichiarazione fatta dall’abate Leclercq, autorizzato dall’episcopato belga, il relatore dimostra che per garantire la difesa delle libertà religiose e scolastiche e per disporre dei mezzi atti alla ricostruzione politica nel senso della dottrina cristiana, i cattolici belgi, trovandosi di fronte a partiti di ispirazione anticristiana, devono necessariamente organizzarsi in un grande partito politico. Se questo partito dovrà chiamarsi ancora partito cattolico o, come fu altra volta proposto, semplicemente partito costituzionale, è una questione secondaria, che il Congresso non ha bisogno di dirimere. L’importante è che i singoli gruppi dei lavoratori, della borghesia, degli agricoltori, che ora procedono politicamente più o meno divisi, si riorganizzino in un solo quadro compatto, ammettendo la necessaria specializzazione. La discussione, provocata dalla relazione Bodart, dimostrò che la «Lega dei lavoratori cristiani» è pronta oramai ad associarsi allo sforzo di coloro che vogliono ricostruire il partito unico, ma che nella borghesia tale unità non è ancora perfetta. Qui e là trapelarono anche al Congresso le difficoltà di carattere sociale e linguistico che dividono i Belgi. Alla fine però la gran maggioranza dell’Assemblea plaudì calorosamente alle parole di Carton de Wiart , il quale, lasciando da parte le questioni secondarie, sostenne la necessità dell’unione e fece un fervido appello ai giovani perché, troncando la triste campagna denigratrice contro i più anziani, si mettessero al servizio del partito unico. Egli concluse fra grandi applausi con queste parole: «Il partito cattolico belga è nato a Malines nel 1863; facciamo sì che nel 1936, sempre a Malines, esso celebri la sua rinascita. Presa questa decisione di massima, Iddio ci aiuterà per trovare il modo migliore di attuarla». Un altro aspetto della medesima questione venne lumeggiato dalla relazione di Antonio Colens sulla «gioventù e la politica». Egli concluse con l’affermare che, per riguadagnare al partito la gioventù, è necessario di dare a questa un’educazione politica positiva, e siccome l’organismo della Azione Cattolica non è fatto per fornire tale educazione egli fece voti che la sostituisca a questo specifico scopo un’organizzazione politica che abbracci la gioventù dal 17° anno in poi. Anche questa relazione suscitò plausi e contrasti che parvero composti, quando il relatore, rispondendo agli oppositori, confermò di non aver voluto comunque intaccare l’opera della «Gioventù cattolica», ma di tendere a completare il suo lavoro, pur preservandola dagl’inevitabili turbamenti che potrebbe portare in essa la questione politica. Altra relazione da registrare è quella del barone Snoy sui «circoli intellettuali e la vita pubblica». Il relatore ha rilevato il dovere delle classi intellettuali di occuparsi della vita pubblica e dell’educazione politica delle masse, se si vuole che gl’ideali dello spirito guidino il popolo verso la riforma cristiana. Gl’intellettuali devono partecipare direttamente alla vita dei partiti, onde costruire ed alimentare il loro ideale politico tenendo conto dei bisogni psicologici contemporanei e canalizzando le aspirazioni necessarie verso la conquista, l’esercizio e la conservazione del potere, e vegliando costantemente perché venga mantenuta la giusta gerarchia dei valori nella sintesi ideologica che domina tutti i partiti. In concreto gl’intellettuali sono chiamati a volgarizzare e inculcare le direttive del papa e della Chiesa circa la morale politica e la giustizia sociale. Unanime consenso ottenne il rapporto della Sig.na De Lalieux sulla «donna e la vita pubblica». La relatrice ha posto in rilievo particolarmente la necessità di dare alle donne esatte nozioni sui problemi della vita pubblica, sullo Stato, sulla sua organizzazione e la sua missione. A tal uopo non sarà necessario creare un’apposita organizzazione politica femminile, ma basterà integrare l’attuale programma di formazione della donna cattolica con nozioni ed elementi di carattere sociale e politico. Rimarchevole infine fu il rapporto di Giovanni Masquelin sulla «vita internazionale e l’idea cattolica». Eccone i capisaldi: 1) La vita internazionale deve essere basata su principi di giustizia, di carità ed uguaglianza per tutti. 2) La sovranità degli Stati non è un’esigenza assoluta della vita pubblica nel dominio internazionale, ma una questione di evoluzione. 3) Il ruolo dello Stato nella vita internazionale non è solamente quello di assicurare il benessere dei propri cittadini, ma anche di concorrere con gli altri Stati al progresso dell’intiera umanità. 4) Questo progresso sembra trovarsi nell’abolizione della funzione della sovranità assoluta e in un’organizzazione superstatale del mondo. Esso esige la scomparsa del nazionalismo, ma si concilia con un patriottismo sano e illuminato. 5) Questo progresso deve essere perseguito da mezzi pacifici ma in certe circostanze speciali può esigere il sacrificio della pace. 6) Esso potrà venire realizzato progressivamente, rifondendo e rinforzando il Patto della Società delle Nazioni. 7) La certezza della verità assoluta dei loro principi impone ai cattolici il dovere imperioso di promuovere la realizzazione dell’ordine internazionale cristiano, fatto di giustizia, di carità, di rispetto dei diritti e della vita dell’uomo, perché esso possa sviluppare le sua facoltà nella pace. La discussione si preoccupò sopra tutto della particolare posizione del Belgio nei rapporti internazionali; ci limiteremo a prender nota di un caloroso appello del padre Arnould S.J. il quale fu, come si ricorderà, collaboratore permanente dell’Ufficio internazionale del lavoro, che invita i cattolici a non assentarsi da Ginevra, poiché niente oggidì si può fare sul terreno internazionale al di fuori delle organizzazioni ivi create. Purtroppo, egli dice, noi non vi incontriamo spesso che atei, protestanti e comunisti. Se vogliamo essere buoni operai di Cristo, siamo presenti là ove la nostra presenza è necessaria. E con ciò abbiamo dato una rapidissima rassegna delle conclusioni e delle discussioni della terza sezione del Congresso. Dovremo parlare un’altra volta di altre importantissime relazioni riguardanti l’Azione Cattolica e la vita sociale. Ma per aggiungere qualche commento alle conclusioni politiche, diremo che, in via di fatto, il massimo valore va attribuito alla solenne dichiarazione del congresso cattolico sulla necessità che nel Belgio continui e riprenda forza un partito unitario cattolico. Questa proclamazione, elaborata dal comitato organizzativo, sotto l’impulso e con il consenso dell’episcopato, ha uno storico valore. Di fatto avrà essa tutta l’efficacia che è indispensabile per riuscire? Cesseranno i dissensi fra le singole frazioni cattoliche e sopratutto verranno riguadagnati i giovani che hanno seguito nelle passate elezioni il movimento rexista? È certo oramai che la frazione operaia, rinunziando a velleità separatiste, si dispone a rientrare solidamente nei rinnovati quadri del partito cattolico, ma assai dubbio invece che venga riguadagnata allo schieramento unitario la frazione dei giovani che segue Degrelle. Questi nel suo giornale proclama che il congresso cattolico di Malines ha seppellito il «partito cattolico» e, dimostrando di ignorare la volontà dell’episcopato, si prevale dei dispareri manifestatisi nella discussione per affermare che i cattolici belgi non sono più d’accordo sopra le direttive fondamentali della vita pubblica. Della stampa fiamminga la maggior parte plaude al pensiero unitario del Congresso, ma il Volk, giornale democratico cristiano di Gand, vorrebbe la unità soltanto nel senso federativo cioè costituendo un partito cattolico fiammingo, uno vallone e uno misto di Bruxelles, e unendo poi questi tre partiti in un direttorio federale. Dal punto di vista politico bisognerà quindi attendere i fatti per giudicare se i cattolici belgi siano disposti ad accogliere l’ardente appello pronunciato dal cardinale di Malines nell’ultima assemblea. Ma intanto nessuno può sottrarsi all’impressione di forza e di luce, che com’era prevedibile, esercita su ogni osservatore lontano o vicino questo sesto Congresso di Malines.
|
ff50487d-af50-43e5-9cda-b6531068f860.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Dopo la terza sezione del congresso cattolico di Malines che si occupò della vita pubblica, la più importante fu la seconda, che trattò dell’«Azione Cattolica organizzata». Impossibile riassumere qui la profonda ed esperimentata relazione del canonico Cardijn , fondatore del movimento Jociste, ma mette conto invece di ricordare alcuni punti del rapporto del sig. Vermeullen segretario della Centrale educativa della Lega operaia cristiana. Trattando dei rapporti fra l’A.C. e l’azione economica sociale, egli stabilisce che l’A.C. dovrà avere sull’azione sociale ed economica a) una funzione di vigilanza, affinché niente nel suo programma e nei suoi metodi sia contrario agli insegnamenti della Chiesa; b) la direzione dottrinale, perché essa non può attendere che gli errori siano commessi per intervenire poi, ma deve prevenire e dirigere. In quanto ai rapporti con la politica: 1) l’A.C. non può essere estranea alla grande politica che tende a promuovere il bene comune temporale della città; 2) l’A.C. si mantiene al di fuori e al di sopra della politica dei partiti; 3) essa influirà sulla grande politica e sulla società civile, formando la coscienza dei suoi membri, sviluppando il loro senso civico e preparandoli ad usare dei loto diritti di cittadini. Nella discussione le opinioni contrastanti di alcuni oratori confermano la difficoltà nella pratica di mantenere fuori della politica il movimento economico sociale e specialmente quello sindacale e quindi l’esistenza del pericolo che anche l’A.C. possa in qualche occasione essere sfiorata dalle lotte politiche. Il presidente mons. Picard tronca il dibattito, affermando che l’irradiazione dell’A.C. non può essere arrestata, ma che d’altro canto rimane inteso che l’A.C. non ha da intervenire nella vita pubblica se non quando sono in giuoco i principi cristiani. Il celebre padre Arendt S. J. , ebbe l’incarico di riferire sui principali insegnamenti del papa intorno alla vita professionale. Ecco alcune delle sue conclusioni: Lo Stato deve fare tutto il possibile perché un principio superiore di giustizia e di carità governi tutte le forze economiche. L’efficacia veramente operante di questo principio superiore deve manifestarsi soprattutto nella creazione di un ordine giuridico sociale cui s’informi tutta la vita economica. Quest’ordine giuridico sociale suppone la restaurazione dei corpi professionali, sui quali lo Stato potrà scaricare le sue attribuzioni economiche di minore importanza. Il principio della libertà sindacale dovrà essere riconosciuto, a condizione, bene inteso, che i sindacati non mettano in pericolo il bene comune di tutto il popolo e non scatenino un’azione rivoluzionaria. Per principio le autorità professionali dovrebbero conformarsi in tutto agli insegnamenti della dottrina sociale cattolica; ma poiché nel Belgio come in altri paesi le opinioni religiose e filosofiche dividono profondamente i cittadini, non si può attendere dalle autorità corporative che si conformino spontaneamente ai principi cattolici ed è perciò tanto più necessario che le associazioni sindacali dei padroni e dei lavoratori cristiani impregnino tutta la loro azione di spirito e dottrina cristiana, onde potere esercitare una profonda influenza sulle autorità e sui regolamenti corporativi. Le associazioni sindacali cattoliche meritano tutta la nostra approvazione. Risulta infine dalla Quadragesimo anno che benché la libera concorrenza, entro giusti limiti, sia cosa legittima ed utile, essa non potrà mai servire di norma regolatrice della vita economica e che importa di metter fine all’accumulamento di un’enorme potenza economica in mano di un piccolo numero di uomini che d’ordinario non sono i proprietari ma semplicemente i depositari e gerenti d’un capitale che essi amministrano a loro talento. Questa relazione venne completata da altri rapporti, fatto l’uno dal rappresentante degli operai cristiani, l’altro dal rappresentante padronale ed il terzo dal delegato degli agricoltori. Alla fine della discussione, durata per due sedute, padre Arendt fece rimarcare che per applicare gli insegnamenti della Quadragesimo anno conveniva tener distinte due cose: gli organismi privati, cioè le organizzazioni professionali cattoliche, che bisogna rinforzare e promuovere, e gli organismi ufficiali, cioè le corporazioni, entro le quali i cattolici dovranno farsi valere con la forza delle loro associazioni. La corporazione pubblica è dunque pensata come una comunità, entro la quale sono rappresentate le associazioni libere. Nella solenne e plenaria assemblea serale il sig. Dupong , ministro delle finanze e della previdenza sociale nel Granducato di Lussemburgo, ebbe l’incarico di svolgere innanzi al grande pubblico questi stessi principi formulati nella seconda sezione. Ecco come egli definì l’organizzazione corporativa: «La corporazione riunisce in un sol corpo tutti coloro che esercitano la stessa professione. Essa sarà un’istituzione pubblica qual’è per esempio il Municipio. Sarà obbligatoria e alla sua testa si troverà un’autorità cui tutti saranno sottomessi. La corporazione godrà in materia corporativa di una grande autonomia in confronto dello Stato. L’economia disciplinata, sotto l’azione convergente delle corporazioni, perderà il suo carattere anarchico e l’equilibrio tra la produzione e il consumo sarà ristabilito, cessando così la disoccupazione. Concepito in tal modo, il regime corporativo è la grande speranza del cattolicismo sociale». Gli stessi pensieri entusiasmarono la stessa solenne assemblea nel discorso di Veldekens , professore dell’università di Lovanio. Questi che nella prima parte della sua perorazione s’era volto contro il comunismo e il razzismo, accusandoli entrambi di negare il posto dovuto alla personalità umana, venendo poi al lato sociale del problema ricordò che Pio XI nella Quadragesimo anno scrive che «l’oggetto naturale di ogni intervento sociale è di aiutare i membri del corpo sociale, non di distruggerli o di assorbirli. Sulla soglia dell’altro mondo – egli concluse – lo Stato scompare. Non è alle razze o alle nazioni, ma agli uomini come tali, qualsisiano gli Stati che li accolgono, e al di sopra di tutte le frontiere, che va la carità cristiana, l’amore del Cristo, al quale è associata la nostra vita e che ne costituisce la finalità reale e suprema. Lo Stato e la nazione sono per l’uomo e l’uomo è per Dio». Rilievo particolare merita anche un rapporto del barone Emmanuele van der Elst sull’educazione sociale. Egli insiste perché nella famiglia, nei collegi, nelle università e nella vita, mediante la stampa e i libri, si sviluppi e si diffonda un maggior senso sociale, che è di essenza profondamente cristiana. Egli definisce questo senso sociale come il «raddrizzamento e l’amplificazione della carità col rispetto della personalità umana e della libertà altrui» e dimostra la necessità per ogni cattolico di conoscere anche tecnicamente le opere sociali esistenti per poterle accompagnare nel loro sviluppo. Nella seconda giornata la stessa sezione dell’A.C. si occupò delle attività intellettuali dei cattolici e della loro opera nelle istituzioni internazionali. A quest’ultimo proposito il Congresso deplorò l’insufficiente partecipazione dei cattolici alle istituzioni internazionali, specie a quelle costituite dalla Società delle Nazioni e dall’Ufficio internazionale del Lavoro. L’assemblea fece suo il voto di Pauwels per un maggiore interessamento; ma una piccola discussione che precedette il voto dimostrò qualche disparità di vedute. Ci fu chi spiegò il disinteresse e la diffidenza dei cattolici colle origini «massoniche» di tali istituti; ma allora altri si levarono a ricordare che già Benedetto XV il 15 agosto 1917 aveva proposto un organismo internazionale per l’arbitrato obbligatorio e munito di sanzioni; del resto il primo segretario Erik Drummont era un cattolico convinto e praticante. Carton de Wiart sottolineò queste osservazioni portando parecchi esempi per provare quanto bene possano fare i cattolici in tali istituzioni. Il prof. Maistriaux , della facoltà filosofica dell’Istituto di S. Luigi, riferendo sull’Azione Cattolica nelle attività intellettuali (scienze, arti, letteratura) insiste perché l’A.C. degli adulti non venga concepita sul modello di quella giovanile. In questa deve dominare la preoccupazione del pensiero della formazione. «Presso gli adulti invece prevale la vita reale col suo quadro ormai fisso di compiti quotidiani. Se si vuole evitare il formarsi di un compartimento stagno tra la vita religiosa e le attività normali di un individuo, separazione che è causa di tante deviazioni e perfino di scandali, è essenziale che si organizzi la A.C. degli adulti nel quadro della vita reale. È il solo mezzo di vivere cattolicamente. Altrimenti ci si limiterà a costituire nella propria esistenza delle “attività religiose”, il che vuol dire che l’A.C. si limiterà a delle attività collaterali a quelle che compongono di fatto la vita di un individuo. Il cristianesimo è totalitario e vuole penetrare tutto l’interno e non essere semplicemente veste da cerimonia. Il programma dell’A.C. per gli adulti si può definire: sviluppo più largo e completo che sia possibile della personalità, per offrirla ingrandita a Dio e poter servire più efficacemente il prossimo». Sullo sviluppo letterario ed artistico i cattolici belgi hanno sentito lo scrittore Tomaso Braun e il letterato A. Molitor . Quest’ultimo ha constatato che la situazione degli scrittori cattolici e della letteratura cattolica è assai migliorata da quarant’anni in qua. Lo sforzo magnifico di alcuni uomini come Claudel e Chesterton hanno restituito diritto di cittadinanza ai cattolici. Ma c’è ancora molto da fare. Lo scrittore cattolico ha ancora un compito enorme da assolvere ed ha bisogno del pubblico cattolico il quale da troppo tempo si è rintanato in un conservativismo sterile e scandaloso, ostile ad ogni grandezza. Qual è questo compito? Riconciliare il mondo con la verità, rifare l’unione fra la religione e la vita, la natura e la Grazia; rinnovare l’immaginazione e la sensibilità cattolica, da quattro secoli inaridita. Secondo il Molitor i mezzi sono: 1) evitare lo scoglio mortale costituito dalla letteratura edificante e dai libri a tesi; 2) essere anzitutto cattolici; ed è questa una questione di vita interiore e disciplina personale; 3) conoscere e apprendere il suo mestiere di scrittore; altrimenti le migliori intenzioni apologetiche non contano; 4) comprendere e conoscere nel contatto con la vita reale le condizioni del nostro tempo e non trascurare le immense ricchezze come gli immensi problemi che esso ci offre. Nella discussione si fecero e si presero impegni per nuove iniziative nel campo della letteratura. Seguirono nella stessa sezione tre rapporti sulla cultura contemporanea, uno dei quali riguardante l’attività femminile. Ricordiamo la relazione del prof. De Corte dell’università di Liegi. «La cultura, essendo un fatto sociale e subendo sempre più le influenze della politica, si trova deviata in una atmosfera borghese nella quale manca il senso della responsabilità personale, in un ambiente socialista ove l’uomo si indurisce nella ricerca dell’interesse materiale e in un clima totalitario nel quale la natura umana come in un laboratorio subisce una trasmutazione di tutti i suoi valori. L’atteggiamento del cattolico di fronte a queste moderne culture non è semplicemente negativo. Il cattolico come uomo e come cattolico è detentore di un ideale culturale universalista, di cui uno dei modelli possibili, realizzato con una certa perfezione, è d’origine greco-latina purificata dal cristianesimo. A forza di intelligenza e di amore esso dovrà farlo passare dinamicamente nelle culture ove si incontrano degli elementi storici diversi, qualitativamente vitali … Se siamo cristiani nel pieno senso della parola, cioè se conserviamo in noi intatte la natura e la Grazia, il nostro cristianesimo avrà una potenza di irradiazione che potrà assimilare, senza compromettersi, tutto ciò che le culture ci propongono di vero: non vi è compromissione che là ove l’intelligenza è debole e la fede evanescente». Nell’assemblea generale del secondo giorno in presenza di tutto l’episcopato (alla tribuna si notava pure padre Gemelli , di cui la stampa italiana ha già riportato l’applaudito discorso), monsignor Cruysberghs , vicerettore dell’università di Lovanio, ebbe il compito di rivolgere un fortissimo appello ai laici affermando che «più che mai la sorte della Chiesa si trova fra le mani, non dei sacerdoti, ma dei laici». Egli non vuole con ciò menomare il compito dei pastori, su cui è sceso lo Spirito Santo, ma indicare che la struttura particolare dei nostri tempi fa dipendere le sorti della civiltà cristiana dall’atteggiamento dei laici. Ecco come l’autorevole oratore apostrofò gli uomini politici presenti: «Se voi, nonostante le vostre violente discordie, non riuscite ad organizzarvi in un blocco cattolico compatto, le nostre istituzioni cattoliche in qualche mese o in qualche anno saranno spezzate. È per questo che gli sforzi più energici dell’Azione Cattolica sono concentrati su questo terreno. Si tratta di apostolato politico o, se volete, di politica apostolica, in ogni caso di vita e di morte per il nostro patrimonio religioso». Nell’ultima assemblea generale, oltre il discorso di Van Zeeland, che abbiamo ricordato altra volta, fu assai ammirato il saluto del cardinale Verdier. Il cardinale di Parigi ha tenuto a rilevare che accanto alle dottrine sociali e prima di esse la Chiesa insiste su ciò che è la pregiudiziale di ogni soluzione, vale a dire «il concetto cristiano della personalità umana». «È facile constatare, disse il cardinale, che nei disordini sociali dei nostri tempi si rivela una svalutazione della personalità umana. Uno degli scandali che peserà nella storia del nostro tempo è da una parte l’assorbimento dell’individuo per opera dell’ente politico o professionale e dall’altra le spaventose ecatombi umane prodotte dalle guerre fra le nazioni e, più dolorosamente ancora, dalle lotte intestine. Negli attuali avvenimenti l’individuo ci appare come una semplice ruota di un immenso meccanismo cui tutto va sacrificato. Ben altra è la concezione cristiana dell’individuo. Per noi l’uomo è elevato alla dignità di figlio di Dio e coerede di Gesù Cristo e destinato alla felicità eterna. La salvezza personale è in definitiva l’unico affare e per assicurarla egli deve consentire tutti i sacrifici. È un fine in sé, dice la filosofia cristiana, e ha dei diritti essenziali ai quali nessuna istituzione umana può legittimamente portare offesa. La famosa dichiarazione dei Diritti dell’uomo non è che una demarcazione molto imperfetta dell’insegnamento tradizionale cattolico. Possano il Belgio e la Francia, entrambe così profondamente cattoliche, conservare questi principi, permettendo così al cristianesimo di apparire nel nostro povero mondo contemporaneo disorientato come la scuola della sua vera fierezza umana». Infine ecco il saluto della Polonia sulle labbra del suo primate, il cardinale Hlond . «Nel primo Congresso di Malines – egli disse – nel 1863 accanto all’eloquente entusiasmo del Montalembert, fu un mons. Ledochowski , figlio della Polonia, e nunzio della S. Sede, ad inculcare la partecipazione dei laici alla A.C.; oggi è ancora un cardinale polacco che viene a portare il tributo della sua ammirazione alla vita vibrante e vittoriosa del cattolicismo belga. Polonia e Belgio sono entrambe antemurali della cristianità». Se questa nostra rassegna potesse riferire su tutte le conclusioni e le discussioni del fecondissimo Congresso dovremmo almeno riassumere gli ordini del giorno riguardanti la vita religiosa (la vita parrocchiale nei centri industriali, il parroco e le opere cattoliche, adattamento della predicazione all’esigenze nuove, formazione di catechisti volontari, stampa parrocchiale); la famiglia (la donna e la vita pubblica, la pubblica moralità, la fecondità cristiana, lo statuto giuridico della donna maritata); la carità e l’igiene sociale (nuove opere e coordinazione di quelle esistenti); la stampa, il cinema e la radio (ove il canonico Brohée , organizzatore dell’apposito reparto nell’Esposizione vaticana, circondato da una schiera di collaboratori, comunicò al pubblico i risultati delle sue esperienze); la scuola (prima cura e massima preoccupazione, da decenni, dei cattolici belgi) e infine l’attività artistica e letteraria, sulla quale vennero a discutere e deliberare i più bei nomi della letteratura e critica cattolica . Dieci sezioni, in adunanze parallele delle due lingue, hanno elaborato un materiale di orientamento, che per quantità e qualità non ha l’eguale. Anche gli altri paesi vi troveranno molto da apprendere e da applicare.
|
c9107d43-ce4e-4d9c-92df-40dc3a440e8a.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
Sui due ultimi numeri della Vie Intellectuelle un collaboratore straordinario che si firma Criticus e che evidentemente conosce la Spagna e la sua storia, tenta di spiegarne la crisi presente, risalendo prima alla tradizione secolare di guerre civili, regionali, dinastiche e ideologiche che si susseguirono nel secolo XVIII e XIX e ricordando gli Espartero , i Narvaez , i Prim , i Martinez Campos , la cui dittatura si prolunga per un mezzo secolo da Maria Cristina ad Alfonso XII . Nel dopoguerra i pronunciamientos riprendono, si svolge l’esperimento della dittatura De Rivera che trova la sua reazione nella pacifica rivoluzione del ’31. Nel ’32 si ha il tentativo Sanjurio, nel ’34 l’insurrezione di sinistra nelle Asturie e in Catalogna, nel ‘36 la insurrezione di destra. Ce n’è abbastanza per comprendere che il ricorso alla forza appartiene per gli spagnoli alla regola del gioco politico. Tuttavia mentre nei passati movimenti civili la gran massa del popolo restava come inerte spettatrice, questa volta invece entrano in scena le masse popolari. Il cambiamento è dovuto ai progressi della propaganda socialista ed anarchica e all’incalzare dei problemi economico-sociali, lasciati insoluti dalla monarchia, dalla dittatura e dalla repubblica. All’indomani della vittoria elettorale delle sinistre il governo non frenò ma favorì le «Expansiones Jubilosas» dei propri elettori e lasciò spalancare le porte delle prigioni prima ancora di aver concesso formalmente l’amnistia, dando così alle masse l’impressione che tutto fosse permesso. Così mentre le carceri si vuotavano di uomini già addestrati alle lotte cruente, si iniziarono subito le rappresaglie contro i militari e le guardie civili «responsabili» della repressione delle Asturie. Un po’ dappertutto, ma specialmente nelle città andaluse e levantine, la folla incendiava le chiese, i circoli e i giornali d’Acción Popular. Il sintomo più inquietante fu la passività della polizia, parte perché atterrita dalle sanzioni contro la repressione asturiana, parte perché, come le guardie d’assalto, aveva oramai accolto nelle sue file uomini di tendenza estrema che vedevano di buon occhio le rappresaglie contro le chiese e i preti. L’impotenza del governo si dimostrò più fatale ancora nei riguardi della questione agraria. I suoi elementi moderati, è vero, cercarono con rapidi provvedimenti di diminuire l’influenza di un estremismo che diventava sempre più minaccioso e in tre mesi 60 mila contadini vennero installati nei latifondi del sud. Ma era troppo tardi! L’invasione delle terre in Estremadura e in Andalusia, i rifiuti di obbedire agli ingegneri della riforma agraria, le distruzioni di alberi e delle raccolte, si propagarono rapidamente. Non solamente il governo non riusciva a farsi obbedire dalle autorità locali, controllate dai sindacati estremisti, ma i socialisti stessi furono superati e Prieto trattato da «fascista». Il comunismo che alle Cortes aveva ottenuto appena 15 deputati, in poche settimane si sviluppa rapidamente e fondendo le sue «gioventù» colle gioventù militarizzate dei socialisti costituisce una minacciosa avanguardia della rivoluzione. Ma è sopratutto il sindacalismo anarchico, endemico in Catalogna, che incalza le organizzazioni sindacali socialiste ed in qualche luogo le soppianta con una serie di scioperi che presentano delle pretese impossibili, come aumenti del 50 e perfino del cento per cento! Il contraccolpo di questo Stato anarchico è la spinta delle forze moderate verso l’estrema destra. Gil Robles trova alla Camera una situazione d’intolleranza e di terrorismo che lo paralizza e le sue masse giovanili, consapevoli di questa impotenza parlamentare, rivolgono le loro simpatie alla «falange spagnola» di Primo de Rivera. Le due parti in conflitto si organizzano militarmente, ma mentre i socialisti lo possono fare impunemente, anzi con l’aiuto di ufficiali dell’esercito, i falangisti vengono perseguitati dal governo il quale per bocca del suo presidente Quiroga «si proclama in guerra contro il fascismo». E così l’estrema destra si accosta ai militari malcontenti. «Il generale Franco , l’eroe del Marocco e il beniamino dei generali, profittò egli del suo passaggio allo stato maggiore per preparare un colpo di Stato, se le elezioni avessero fatto trionfare il fronte popolare? Che abbia studiato un piano, sembra certo, ma niente tuttavia permette di credere che egli vi abbia pensato se non in forma condizionale, cioè in caso di disordine irrimediabile». Senonché nei tre mesi che seguirono il malcontento dell’esercito e della guardia civile crebbe rapidamente. Il governo colpiva un ufficiale dopo l’altro e intieri reggimenti venivano spostati, su denuncia di sindacati locali. In tal modo si compì il ravvicinamento fra monarchici, fascisti e militari, tra i quali qualche repubblicano della prima ora, come Cabanellas e Queipo de Lliano . Riservata la questione del regime, si raggiunse l’accordo su una «repubblica corporativista» sull’esempio del vicino Portogallo. Arrivati a questo punto, chi passerà il Rubicone? Era opinione comune che niente avvenisse fino al congresso socialista del 27 luglio; qui si sarebbe compiuta la rottura fra le due ali del partito socialista e un governo Prieto, raggruppante i socialisti moderati e i repubblicani, doveva certo attendersi un’insurrezione degli estremisti. Per reprimerla Prieto avrebbe dovuto ricorrere all’esercito e allora questo avrebbe potuto avere in mano la situazione. Ma parecchie circostanze, delle quali alcune solo sono note, precipitarono la situazione e così il 18 luglio l’insurrezione cominciò nel Marocco e contemporaneamente Goded avrebbe dovuto agire a Barcellona, Mola nel nord e Sanjurio rifugiato nel Portogallo, nell’ovest. È noto ormai perché il colpo non riuscì: un governo più sinistro ancora dell’antecedente arma in massa gli operai, fa proclamare lo sciopero generale e dappertutto bande armate di operai e di contadini unendosi alle forze di polizia affrontano le guarnigioni ammutinate. Per un fatale errore di tattica i nazionalisti baschi si dichiarano per Madrid e così fallito il pronunciamento la Spagna s’installa nella guerra civile. A conclusione del suo interessante articolo Criticus si pone la domanda: «come amici della Spagna e come cristiani che cosa dobbiamo augurare? E dapprima (i lettori di questa rivista non si meraviglieranno di vederci premettere questa domanda), dov’è la giustizia? Dov’è il buon diritto? Ci sembra, continua Criticus, che le pagine precedenti rispondano anticipatamente. La situazione della Spagna dipende tanto da problemi vecchi, come da un cumulo di colpe recenti: il marxismo ha aggravato e inasprito il male, ma “tutti”, senza eccezione, hanno la loro parte di responsabilità. Sullo Stato anarchico, ove questi errori avevano condotto in primavera, tutti erano d’accordo; e, d’accordo sulla necessità d’una “soluzione di forza” per rimediarvi, socialisti e antisocialisti si preparavano egualmente a prendere le armi. Si può, qui d’altronde, allegare la rivolta contro il governo legittimo? Un governo resta legittimo quando si mostra incapace di garantire ai cittadini l’esercizio dei diritti naturali? In ogni caso, con tutto ciò che abbiamo detto della tradizione spagnola, il ricorso alla violenza entrava in qualche modo nella regola del gioco: che un monarchico liberale, come il conte de Romanones , biasimi il colpo di forza, è nella logica di tutta la sua vita, ma noi troviamo qualche ipocrisia nell’entusiasmo legalitario e nella santa indignazione dei repubblicani che preparavano il “movimento” di Jaca nel 1930 , e dei socialisti che chiamavano il popolo alle armi nel 1933-1934. Sulla questione di fatto, la nostra risposta sarà ancora più netta (e pensiamo che il 90% dei francesi che conoscono la Spagna, cattolici o no, saranno dello stesso nostro pensiero): si deve augurare come “un male minore” il trionfo rapido e completo degli insorti. “Come un male minore”: cristianamente si deve essere per quei sistemi che tutelino tutti i valori della personalità umana, ma comunque preferiamo un ordine, pur che sia, al caos. La questione non è di sapere qual partito abbia più atrocità sulla coscienza (e anche su questo terreno, malgrado gli uomini di cuore ch’esso ospita in gran numero, il “Fronte popolare” supera ogni confronto). Non si tratta di scegliere fra un governo “fronte popolare” e un governo dittatoriale: un tale dilemma, concepibile in Francia, non lo è nella Spagna. Forse sarebbe stato meglio per la Spagna che la sollevazione militare non fosse scoppiata: al punto in cui siamo, noi pensiamo che non c’è altra alternativa che il suo trionfo, o il caos sanguinoso – caos, ove si perderebbero tutti i valori spirituali che ci attaccano alla Spagna – insomma, il dilemma di Unamuno : “civiltà o barbarie”. Dal particolare punto di vista cristiano, è esatto che – oltre i nazionalisti baschi, che tengono alla loro autonomia più che a ogni altra cosa – il “fronte popolare” conserva qualche aderente cattolico perfettamente sincero, tra i quali uno almeno, persona assai notevole, come Ossorio y Gallardo – ma ci vuole un accecamento singolare, dopo quanto abbiamo veduto, per immaginare che il semplice esercizio del culto sarebbe possibile in una Spagna comunista o anarchica. Lo scioglimento di tutti gli ordini religiosi, la chiusura totale delle chiese nelle regioni governative, sono sufficienti per illuminarci. Si deve augurare soltanto nell’interesse della Spagna che gli insorti vincitori – praticando una politica intelligente e generosa, particolarmente nel campo sociale e agrario – “disintossichino” un popolo rimasto fondamentalmente sano, e riconcilino le masse con la religione avita. In questo riguardo, il carattere che ha preso la lotta dopo il fallimento del colpo di Stato avrà forse una grande importanza: l’associamento dei volontari alle sofferenze della guerra, ai suoi sacrifici, alla sua fraternità d’armi, potrà lasciare una forte impronta sulla giovane generazione e risparmiarle gli errori dei suoi predecessori». La Spagna è il paese delle antitesi violente, delle quali la Chiesa è quasi sempre la vittima fatale. La dominazione napoleonica vi ebbe dapprima un carattere anticlericale. Due terzi dei conventi furono soppressi, la cattedrale di Solsona rasa al suolo, il vescovo di Coria fucilato, molti preti, frati e monache assassinati. Il clero era contrario al dominio straniero: ma invece di compensarlo, i redattori della costituzione di Cadice (1812) prepararono la confisca dei beni ecclesiastici. Dopo cinque anni di calma (1815-20) Riego ristabilisce lo statuto di Cadice, il vescovo di Orihuela , che rifiuta di esaltare la nuova costituzione viene bandito, i Gesuiti nuovamente dispersi. In più di una regione si inaugurò la caccia ai preti. L’abate di Vinuesa è assassinato a Madrid con la connivenza delle autorità, il vescovo di Vigo viene fucilato assieme al suo domestico e tra Barcellona e Monserrato vengono massacrati 24 religiosi. Nel 1832 la scena muta di nuovo. Abrogata la Costituzione di Cadice, i frati ritornano nei loro conventi e da 16 mila nel 1822 sono già 61 mila nel 1830; ma essendo morto Ferdinando VII nel 1833, suo fratello Don Carlos salutato con particolare simpatia dal clero lo espone a nuove rappresaglie. Nel luglio 1838 scoppia a Madrid il colera. Corse subito l’infame accusa che i monaci avessero infettato le acque e una folla sanguinaria invase quattro collegi dei religiosi a Madrid: 15 Gesuiti vennero massacrati assieme a 50 Francescani e 16 religiosi di altri ordini. Altri eccidi del genere avvenivano con lo stesso pretesto a Saragozza, a Murcia e a Barcellona. Fino al 1841 ogni anno si sussegue una legge anticlericale che limita o abolisce conventi, seminari e benefici ecclesiastici. Dopo quest’epoca i cattolici reagiscono e sotto l’influsso di Balmes e di Donoso Cortes si fa un notevole sforzo per disimpegnare la causa cattolica da qualsiasi influenza politica. Ma nel 1868 scoppia un’altra rivoluzione, durante la quale a Madrid si demoliscono conventi e chiese, a Malaga e a Valencia si cacciano le monache, e i Gesuiti riprendono la via dell’esilio. L’esercito ristabilisce nel 1874 colla monarchia di Alfonso XII la libertà religiosa; la pace questa volta è durevole, perché non viene turbata che nel 1909, quando il famigerato Francisco Ferrer colla «settimana di sangue» organizza a Barcellona l’incendio di 68 chiese e il massacro di 153 religiosi . La repubblica del 1931 però non era nata sotto auspici anticlericali; l’adesione di uomini come Alcalà Zamora, Nicolan d’Olver, Michele Maura, Ossorío y Gallardo, il fatto notorio che in certe città il clero aveva votato in corpore per i candidati repubblicani, avevano ristabilito dei rapporti di mutua fiducia. I vescovi nelle loro pastorali, le associazioni cattoliche nei loro indirizzi (anche le catalane in un messaggio al presidente Macia terminavano col grido: che Dio protegga la repubblica) avevano richiamati gl’insegnamenti di Leone XIII ai francesi. Un incidente col card. primate di Toledo venne immediatamente sopito. Il Debate prese subito un atteggiamento ricostruttivo … Che cosa mancava perché la repubblica spagnuola divenisse la patria di tutti? Il signor Domingo che nell’Oeuvre va in cerca di pretesti, non può negare che le leggi repressive anticlericali sono di Azaña e della sua maggioranza e che, come spesso avviene, intenti solo a battere i preti, i settari non si sono accorti che si allevavano in seno gli anarchici. I cattolici francesi sono in vedetta. Alcuni vescovi in lettere circolari al clero e in comunicati ai giornali richiamano l’attenzione del pubblico sulla calunnia infame sparsa ad arte fra le folle ignoranti: che i conventi ricettino armi e munizioni «per i fascisti». S’è visto come le masse, eccitate dagli avvenimenti spagnuoli, siano facili a credere alle accuse più inverosimili. A Marsiglia non si è mantenuto per quasi tutta la notte l’assedio ad un convento di suore missionarie, perché si era sparsa la voce che dei camions i quali trasportavano materiali da costruzione introducessero nel convento alcune decine di partigiani di un partito di destra? Nello stesso tempo la stampa cattolica batte in breccia colla più grande decisione i giornali di sinistra, che continuano ad affermare che la rivoluzione spagnuola è stata voluta dai preti e che i preti militano nelle schiere dei nazionalisti. G. Martell nelle diverse «Croix du Midi» piglia a partito i due grandi giornali radicali del Mezzogiorno, La Depèche e Le Midi, e in nome della verità e dei diritti dell’uomo, che costituiscono la base del loro credo politico, li apostrofa così: «La stampa cattolica (non dico “reazionaria”) per la penna di F. Veuillot , di Fr. Mauriac, dell’Abbé Bergeg, di Fr. Gay ecc. ha detto lealmente quello che trovava ingiusto nelle violenze del partito Franco e a queste proteste noi abbiamo fatto eco. Perciò noi siamo in diritto di attendere che la stampa rossa tolosana dica una parola che la dissolidarizzi dalle inique abominazioni commesse dai rossi spagnoli. È acquisito che in Spagna non un solo prete, o frate, o cattolico – ma migliaia di preti e cattolici – vennero molestati, uccisi, bruciati vivi, solo perché erano preti, religiosi o cattolici. Attendiamo che la Depèche e il Midi protestino contro queste flagranti e orribili violazioni della libertà di coscienza …». Complicazioni politiche internazionali ed interessi di parte alterano e confondono i termini della questione. Se si trattasse di scegliere fra ordine ed anarchia, fra la libertà religiosa e l’ateismo ufficiale comandato, l’enorme maggioranza degli Europei farebbe subito fronte contro il comunismo. Ma è stato lanciato il dilemma; Berlino o Mosca, e i francesi – perfino De Kerillis nell’Echo de Paris – si sentono minacciati più da Berlino che da Mosca e, in caso estremo, non rifiutano nemmeno l’aiuto comunista. Inoltre moltissimi di loro non accettano il dilemma neppure per quanto riguarda il regime interno e mettono le due dittature sulla stessa linea, benché con diversa graduatoria. Ciò spiega come il Congresso di Biarritz , dopo tanti sfoghi contro il comunismo, abbia finito coll’appoggiare il fronte popolare. Basta che i sinistri evochino lo spettro della dittatura nazionalista, perché i comunisti vengano riguardati non più come la minaccia di domani, ma come gli alleati di oggi.
|
cfe4bac7-d8ec-46b9-87de-f49e93423269.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
A cura del cardinale Faulhaber, d’accordo coi suoi colleghi dell’episcopato tedesco, si è pubblicata ultimamente la storia degli sforzi compiuti dall’episcopato per salvare il movimento cattolico sociale germanico. Da questa raccolta di documenti risulta che già nell’aprile 1933, poco dopo l’avvento di Hitler al governo, il cardinale Bertram , arcivescovo di Breslavia, al primo sentore delle minacce contro le associazioni operaie cattoliche, prese l’iniziativa di esporre in una lettera al cancelliere le sue inquietudini. Adolfo Hitler lo tranquillizzava allora con una lettera del 28 aprile 1933 nella quale scriveva: «Vi posso assicurare che non ho alcuna intenzione di prendere delle misure contro le organizzazioni operaie, a condizione tuttavia che la loro attività resti assolutamente estranea alla politica e che non si mostrino ostili al regime. Il governo sarà lieto di constatare l’adempimento di tali condizioni, perché non desidera affatto entrare in conflitto colle due grandi Chiese tedesche, ma di collaborare sinceramente con loro. Oso quindi pregare Vostra Em. di non mettere in dubbio la buona volontà e le buone intenzioni del governo nazionale». Nonostante queste dichiarazioni, due mesi più tardi, cioè il 22 giugno 1933, il dr. Ley , capo del «Fronte del lavoro», pubblicava una dichiarazione nella quale le società operaie cattoliche e protestanti venivano denunciate come nemiche dello Stato, «costituendo un ostacolo al grande sforzo intrapreso per la realizzazione d’un ordine nuovo». Il sig. Ley concludeva che a suo avviso «era giunto il momento di sopprimerle». Infatti da allora cominciò la persecuzione contro le associazioni, le cui riunioni furono proibite, i locali perquisiti, le bandiere e gli archivi confiscati; tutte le sedi vennero chiuse e le federazioni disciolte. Il cardinale Bertram telegrafa immediatamente la sua protesta, ma non gli si risponde che alcune settimane dopo con poche frasi evasive. Nel frattempo i vescovi riuniti a Fulda invitavano le associazioni perseguitate, i loro capi e gli assistenti ecclesiastici a resistere sulla breccia, e, pur adattando i loro quadri alla organizzazione corporativa che si annunciava prossima, a difendere l’esistenza delle società operaie cattoliche. Conviene qui notare che non si tratta di organizzazioni sindacali, cioè dei «sindacati cristiani» che inquadravano gli operai cattolici e protestanti, i quali non avevano voluto subire la dittatura della Confederazione socialista e che si erano anzi dimostrati un valido baluardo contro il bolscevismo. Questi sindacati erano già stati assorbiti nel «Fronte unico del lavoro», capitanato dai nazionalsocialisti; ma i vescovi, e i cattolici con loro, difendevano l’esistenza di quelle società operaie cattoliche di carattere culturale religioso e di assistenza non sindacale che, secondo le regioni, sono di tipo vario, chiamandosi qui Associazioni Ketteler, là Associazioni S. Michele e specialmente Gruppi Kolping, ben noti in tutto il mondo cattolico per la loro opera secolare in favore dell’operaio e contro le infiltrazioni rivoluzionarie. In questo momento la S. Sede aveva concluso il concordato, nell’art. 31 del quale lo Stato garantisce protezione alle organizzazioni cattoliche per permettere loro «un libero sviluppo». Una ordinanza del Führer, pubblicata poco dopo la promulgazione del concordato, disponeva l’abrogazione delle misure di dissoluzione prese contro le organizzazioni cattoliche e la revoca di tutti i provvedimenti di rigore presi contro i dirigenti ecclesiastici o laici di tali associazioni. Questo atteggiamento fruttò alcuni mesi di tregua, nei quali alcune delle misure deplorate vennero annullate e non se ne presero di nuove. Ma nell’aprile del 1934 il capo del «Fronte del lavoro» tornò alla carica dichiarando in un discorso che i membri delle associazioni operaie confessionali non potevano appartenere nello stesso tempo al «Fronte del lavoro». Ora tale esclusione nella situazione presente in Germania significa l’impossibilità di lavorare e di vivere. Ecco quindi i vescovi rivolgersi di nuovo per bocca del cardinale Bertram al ministro dell’interno per chiedere in nome dell’art. 31 del concordato la revoca del principio di esclusione pronunciato dal dr. Ley. Il ministro dell’interno avviò trattative coi rappresentanti dell’episcopato e alla fine di esse parve che si fosse trovato un modus vivendi per evitare su questo campo il conflitto fra la Chiesa e lo Stato. Ma fu un’illusione. Nella pratica in tutta la Germania venne rigidamente applicato il criterio del dr. Ley, cioè di escludere dal «Fronte del lavoro» tutti i soci delle organizzazioni operaie cattoliche e protestanti. Invano l’arcivescovo di Colonia si rivolse telegraficamente al ministro dell’interno e poi allo stesso Hitler. Uno dopo l’altro i gruppi operai cattolici delle grandi città vennero disciolti e il 25 gennaio 1935 cadde anche «l’ufficio di assistenza legale per gli operai cattolici». Il 25 aprile dello stesso anno il dr. Ley poteva annunciare che la distruzione degli ultimi residui delle associazioni religiose di mestiere era imminente. Nel luglio dello stesso anno tutte le organizzazioni cattoliche di Münster con 200 sezioni vennero disciolte come ostili allo Stato. Ancora una volta il 7 settembre 1936 i vescovi rivolgono ai presidenti delle organizzazioni perseguitate parole di conforto e di incoraggiamento riaffermando il diritto degli operai cattolici di rimanere uniti sul terreno religioso e nello stesso tempo dirigono una nuova lettera al Führer nella quale rilevano la necessità, di fronte ai pericoli moderni, «di riconoscere il diritto di vivere alle organizzazioni operaie, avendo queste, secondo le direttive della Santa Sede e d’accordo coi vescovi tedeschi, preso impegno di astenersi da ogni attività politica per dedicarsi esclusivamente a compiti religiosi e culturali». In quest’ultima dichiarazione si parla oramai di «situazione insostenibile». Negli ultimi giorni è corsa la notizia del colloquio del cardinale Faulhaber col cancelliere . Si può sperare che esso sia un principio di intesa? È certo che solo Hitler può avere la forza d’imprimere al movimento nazionalista un diverso atteggiamento e di renderlo meno ostile alle imprescrittibili esigenze della Chiesa cattolica. Hitler personalmente non si è mai abbandonato agli sfoghi anticlericali cui si lasciò trascinare durante il Kulturkampf lo stesso Bismarck. Andrassy racconta nelle sue famose memorie che in un colloquio avuto con Bismarck nel 1873, questi parlando del papa si trasformò tutto come in preda al furor teutonicus e diventando rosso come un gallinaccio gridò che il pontefice era «un pericolo per tutti i troni», un «rivoluzionario», un «anarchico» e simili. Già prima Bismarck aveva rivendicato in parlamento il diritto di «essere duro e di calpestare mit eisernem Schritt tutto quello che si opponesse all’instaurazione della nazione tedesca nella sua magnificenza e nella sua potenza». Il cancelliere di ferro per perseguire questo suo ideale unitario e totalitario fece abolire dal parlamento le garanzie costituzionali e si fece autorizzare a rifiutare al clero recalcitrante, che non voleva accettare la legislazione del maggio, ogni contributo e ogni congrua dello Stato; ma l’occhio perspicace di Windhorst vedeva giusto quando durante la discussione di questa legge della fame (Brotkorbgesetz) dichiarò che i cattolici, anche se avessero potuto, non avrebbero rovesciato il cancelliere, perché egli era l’unico uomo che, come faceva la persecuzione, così con la stessa energia avrebbe potuto farla cessare. Forse anche oggi i cattolici tedeschi pensano allo stesso modo. Su Bismarck influirono allora tanto ragioni di politica interna che estera. Oggidì, è vero, non esiste più il Centro col quale il governo debba contare, ma come allora esiste pur oggi una costellazione di politica estera, la quale potrebbe suggerire a Hitler l’opportunità di ottenere il concorso cordiale dei cattolici alla lotta antibolscevica. A lungo andare la lotta su due fronti è un assurdo e senza la simpatia dei paesi cattolici non si può parlare di vero e unico fronte anticomunista europeo. Ancora pochi anni fa la Confederazione generale del lavoro francese, come del resto ogni altra organizzazione socialista in Europa, si dichiarava contraria all’arbitrato obbligatorio nei conflitti sociali. Quando Millerand nel 1920 presentò un progetto che lo voleva introdurre, Jouhaux, che oggi ancora presiede la stessa Confederazione, chiamò questa soluzione «un espediente ignorante e pericoloso»; e un altro capo socialista diceva che «l’arbitrato obbligatorio è un povero mezzuccio di legislatori impotenti, ignoranti dei tempi e delle loro necessità». Gli operai dei sindacati cristiani che, fedeli alle direttive della scuola cattolica sociale, insistevano per questo provvedimento, rilevando com’esso avesse funzionato utilissimamente nella Germania del dopoguerra sotto la luminosa direzione di ministri cristiano-sociali, quali Braun, Stegerwald e Brüning, venivano accusati dai rossi di filo-capitalismo e di incomprensione sociale. Ora le cose vanno mutando. Si annunzia imminente la presentazione di un progetto di legge del governo Blum che introdurrebbe l’arbitrato obbligatorio in una procedura di conciliazione per gradi, assai simile a quella che fungeva in Germania; e di questi giorni fra la Confederazione del lavoro e la Confederazione dell’industria si cerca di raggiungere un’intesa sulle linee fondamentali del progetto. Ma ora l’opposizione viene da parte conservativa. Leggendo una serie di articoli sull’«arbitrage obligatoire» pubblicati nel Temps si rimane stupiti degli scherzi che si permette la dialettica in una questione tanto chiara. Ora è il Temps che dalle sue trincee liberali attacca l’arbitrato e alimenta nei padroni la diffidenza e l’avversione, affermando che esso non sarà che un nuovo strumento di conquista dei sindacati operai. Si afferma che l’arbitrato obbligatorio in Australia, ha fatto cattiva prova, alimentando fra le parti lo spirito di lotta. Lo stesso, secondo l’articolista, si dovrebbe dire della Germania, ove le organizzazioni padronali ancora nel 1928 affermavano che il sistema dell’arbitrato aumenta le pretese degli operai. Potrà avvenire così che la Francia, alla vigilia di una legge fatta per diminuire gli scioperi e le agitazioni operaie, rischi di non ottenerla non per l’opposizione degli agitatori, ma per la resistenza padronale. Certo bisogna ammettere che i socialisti del governo vi sono condotti non da vero spirito di pacificazione sociale, ma dalla necessità di tenere in piedi il fronte popolare, minacciato dagli scioperi; tuttavia, a parte ogni contingenza politica, l’arbitrato obbligatorio è uno dei più vecchi postulati della scuola cattolico-sociale e rappresenta un inizio che può avere un felice sviluppo. I cattolici francesi quindi lo appoggiano, anche se per il momento possa giovare a puntellare l’attuale situazione di governo. Nel 1927 il socialismo francese, come del resto la socialdemocrazia germanica, venivano attaccati violentemente dai comunisti. La parola d’ordine di Mosca era allora ancora quella di Lenin: esasperare la situazione politica sociale, aizzare gli operai contro i parlamenti e le democrazie, staccarli soprattutto dai procedimenti elettoralisti per farne invece delle squadre di azione, capaci di preparare la rivolta sulle barricate. Una vivacissima polemica allora dovette sostenere sul Populaire l’attuale presidente del consiglio francese contro il bolscevismo della Terza internazionale. Gli articoli pubblicati in quello scorcio vennero raccolti in un libretto intitolato «Le bolschévisme et nous» . A pag. 42 di questo opuscolo si legge come sintesi di tutta la polemica il seguente brano: «Questi dissensi non hanno soltanto creato, fra il bolscevismo e noi, una estrema difficoltà d’azione comune, ma hanno provocato fra i due partiti una specie d’incompatibilità sentimentale e morale. Riprendo e raggruppo i temi e le parole che, nel corso di questo studio, mi ritornavano senza tregua alla mente. Erano la disciplina e la gerarchia militare, la mobilitazione permanente di una truppa d’assalto, la preparazione del colpo di mano, l’esasperazione degli odi civili, degli odi di razza, la guerra interna, la guerra coloniale, la guerra esterna. Dappertutto l’appello alla violenza, ovunque la speranza nella forza. Per il socialismo, la violenza o la forza sono dei supremi ricorsi, dei quali cerca di prevenire o limitare l’uso. Per il bolscevismo, essi rappresentano l’unico mezzo di liberazione che resta aperto al proletariato oppresso». Come mai l’autore di questo libro si trova oggi a capo d’un governo che si basa anche sui comunisti? Senza dubbio, di primo colpo, vi si risponderà che sono i comunisti che hanno cambiato tattica. E, in quanto alla tattica, il cambiamento è evidente e proclamato. Dimitrov divenuto segretario del Komintern, vi ha portato le conclusioni suggeritegli dal fallimento della vecchia tattica comunista in Germania. Colà i comunisti avevano scavato la fossa, con una lotta tenace ed instancabile, ai governi moderati o dal centro appoggiati alla socialdemocrazia parlamentare. Essi vi erano riusciti provocando collo spavento della loro rivoluzione la reazione di destra e offrendo ragioni e pretesti alla rivoluzione nazista. L’effetto finale era stato il crollo totale del comunismo sepolto nella stessa fossa in cui, anche per sua causa, cadeva la democrazia. Ma d’altro canto se i comunisti hanno cambiato tattica, niente autorizza a credere che abbiano mutato spirito o programma. Ovunque ancora e sempre «l’appello alla violenza e la speranza nella forza», ovunque la tattica di infiltrarsi nelle file dell’esercito e di preparare la squadra di azione; ma soprattutto continua nel comunismo la predicazione suggestiva e fatale che a qualunque costo bisogna consacrarsi alla «liberazione definitiva dell’umanità» contro i preti e le classi dirigenti. Lo spirito che viene inoculato nelle masse è sempre quello del materialismo che, negando l’esistenza del paradiso in cielo, lo cerca in terra col collettivismo sociale. Oggi ancora quindi non solo per i partiti borghesi, ma perfino per i socialisti che pensano quello che scriveva Blum nel 1927, una collaborazione col comunismo dovrebbe essere incompatibile. «L’incompatibilità sentimentale e morale» permane. Nessuna scusa quindi giustifica l’accordo dei radicali e dei socialisti coi rappresentanti del comunismo. Tuttavia se si vorrà esaminare come mai ogni incompatibilità venne superata, si troverà che anche dall’altra parte furono commessi gravi errori. La violenza del linguaggio, il carattere allarmante di certe dimostrazioni, ebbero l’effetto di gettare il panico fra le classi della borghesia radicale, attaccata alle istituzioni repubblicane, e contribuirono a creare i due blocchi. In mezzo a loro pochi gruppi minori si sforzano di scongiurare questa formazione antagonistica, fatale alla vita politica francese. Notevole lo sforzo dei cattolico-sociali, notevolissimo quello dell’episcopato che, facendo fronte contro il comunismo, riconferma però la direttiva mediana e sintetica che è propria del cattolicismo, applicata ai problemi e alle istituzioni sociali. Speriamo, dicono i cardinali di Francia, alla fine del loro manifesto, «che in Europa vi sia ancora posto per un regime, il quale sotto il triplice influsso dell’ispirazione cristiana, della cultura latina e della tradizione francese, lasci fiorire una serena e prudente libertà». Il cristiano-sociale dr. Winter , nominato dal Dollfuss vicepodestà di Vienna, coll’incarico di guadagnare al nuovo regime austriaco le masse operaie, inquadrate fino allora dai socialisti, e che a tale scopo aveva organizzata una vivace propaganda a base di libere discussioni e d’inchieste, viene ora dimesso d’autorità dal suo onorifico posto. La sua evoluzione personale che lo veniva a mano a mano discostando dalla politica ufficiale subì una grave recrudescenza, quando fu annunziato l’accordo austro-germanico dell’11 luglio . Contro tale atteggiamento egli insorse in un opuscolo intitolato «Monarchia e proletariato» : la sua tesi è che contro il nazismo bisogna costituire un fronte popolare europeo, accettandovi anche i comunisti, e la sua critica si rivolge contro i cattolici e perfino contro il Vaticano, accusati di mettersi dalla parte dei potenti. Lo strano è che questo fronte popolare in Austria dovrebbe essere diretto dalla «monarchia». Nessuna meraviglia che tali idee abbiano reso il Winter incompatibile al suo posto. Il proposito di Dollfuss però permane e verrà affidato ad un fiduciario della classe operaia.
|
5af11ea6-a11c-444f-8d7f-ab647a682e7d.txt
| 1,936
| 2
|
1936-1940
|
In Austria dopo lungo tempo ricompare la scheda elettorale. Si tratta della costituzione dei Consigli locali dei contadini che rappresentano il primo grado delle elezioni corporative per la classe rurale. Prima di Natale seguiranno le elezioni del distretto e della regione. Contemporaneamente gli operai delle fabbriche verranno chiamati ad eleggere i loro rappresentanti. Commentando questa ripresa elettorale la Reichspost osserva che a torto si oppone allo Stato totalitario lo Stato democratico. In realtà la democrazia fin dalla rivoluzione francese conteneva in sé i germi del totalitarismo e durante gli sviluppi del secolo XIX e XX la democrazia liberale se avesse potuto evolversi secondo la sua linea logica sarebbe sboccata fatalmente nella democrazia collettivista, cioè totalitaria. Il partito socialista voleva essere nello stesso tempo Chiesa e Stato: questa sua ideologia totalitaria doveva per forza manifestarsi nel totalitarismo delle istituzioni e solo il pluralismo dei partiti totalitari ha ritardato e impedito l’attuazione dello Stato totalitario democratico; ma lo stesso pluralismo minacciava di condurci anche all’anarchia. È naturale che, per impedire questa anarchia, si sia ricorsi al monopolio di un solo partito totalitario, come l’unico che potesse garantire l’ordine sociale. L’Austria però, continua l’articolista della Reichspost, non è venuta meno ai principi delle encicliche pontificie ed ha tenuto fermo al dualismo di Società e Stato, il quale solo corrisponde al concetto cristiano dell’uomo. La costituzione del 1934 assicura la unità e la continuità del potere politico, ma non assorbe nello Stato la società. Ciò si rivela soprattutto nel fatto che la costituzione considera l’autonomia delle classi professionali, come un diritto di natura, preesistente allo Stato. Il diritto garantito dalla costituzione dello Stato di vigilare sulle organizzazioni corporative non menoma il principio del dualismo fra società e Stato e questo dualismo si rivela appunto anche nelle elezioni corporative dello Stato autoritario. La vigilanza dello Stato ha l’effetto salutare di togliere il carattere politico a elezioni che per la loro natura non avrebbero mai dovuto averlo. L’articolista termina preconizzando da queste elezioni rurali la costituzione delle cellule primordiali della democrazia corporativa. Il 20 novembre si è fatto un altro notevole passo verso la costruzione autonoma corporativa. Una legge votata in quel giorno costituisce i «comitati corporativi o intersindacali», i quali sono concepiti come organi di transizione fino al momento che si avranno le vere corporazioni, cioè la fusione dei rappresentanti operai e padronali di ogni branca in un unico organismo. Nel Consiglio federale il relatore fece rilevare il metodo seguito: prima si ebbero trattative fra padroni e operai che giunsero alla formulazione di un progetto, poi l’abbozzo venne fatto proprio dallo Stato, il quale però legifera coll’odierna legge soltanto sui capisaldi e per i regolamenti esecutivi si affida alle stesse corporazioni o ai comitati. Così la legge si limita a stabilire che i comitati corporativi hanno il compito di decidere i contratti collettivi e di conciliare ed arbitrare intorno ai conflitti di lavoro, escludendo scioperi e serrate. Nei conflitti per i contratti collettivi in prima e seconda istanza sono competenti gli organi corporativi: lo Stato interviene solo in appello colla terza istanza e sempre assistito dalle rappresentanze corporative. Inoltre i comitati fungono da tribunali conciliativi anche nei conflitti di lavoro riguardanti i singoli. In poche parole i comitati corporativi, composti di rappresentanti delle due parti, fungono da tribunali del lavoro. Il relatore si è infine compiaciuto che questa nuova legge rappresenti un nuovo passo per accostarsi all’ideale vagheggiato dalla Quadragesimo anno. Mentre il movimento della Jeune République , nel quale militano come è noto alcuni scolari di Marc Sagnier, al Congresso di Lione, dopo aver sentito il segretario gen. George Hoog , i deputati Paul Boulet e Jean Leroy, votò una risoluzione che, pur con alcune riserve, conferma il suo atteggiamento favorevole all’esperienza Blum; il partito democratico popolare invece, radunato ad Arras nel 14 novembre, confermò la sua opposizione al fronte popolare. Nell’ordine del giorno conclusivo esso si dichiara tanto contro le coalizioni di destra che contro il blocco di sinistra, i quali entrambi hanno per risultato di falsificare il regime rappresentativo repubblicano. Il gruppo si espresse invece per un governo di centro, di carattere esplicitamente repubblicano. Una parte delle sessioni di Arras venne dedicata alla questione operaia, facendosi interprete delle condizioni e preoccupazioni del movimento sindacale cristiano. Si ricorderà che questo riuscì negli ultimi mesi ad avere una rappresentanza ufficiale nel «Consiglio centrale dell’ufficio del grano», di fronte a tre rappresentanti della Confederazione rossa. Ma la lotta contro il totalitarismo socialista si presenta molto difficile perché Leone Jouhaux , che a Ginevra nella Conferenza internazionale del lavoro ama presentarsi come campione della libertà sindacale, ancora il 16 giugno di quest’anno in una sua relazione ufficiale si vantava d’aver impedito che la Confederazione cristiana francese firmasse anch’essa l’accordo Mathignon . E tuttavia il sindacalismo cristiano francese, qualitativamente almeno, ha dei grandi meriti. In questi giorni proprio si festeggiò il cinquantenario della «corporazione cristiana della seta» fondata a Lione nel 1886 . Questa corporazione, lungo tempo prima dell’introduzione delle assicurazioni sociali, costituì la cassa pensioni, fece una campagna fortunata per la «settimana inglese» e, richiamandosi al costume delle corporazioni medioevali di Lione, ottenne che il sabato ai primi suoni del vespro si arrestasse il lavoro. Del resto qualunque idea «nuova» che nel presente ribollimento sociale compare sulla superficie, si discopre poi facilmente come una vecchia idea dei cattolici sociali. Recentemente il conte De Fels che è come il caposcuola del movimento sociale dei moderati, organizzati politicamente nell’Alleanza democratica di Flandin, pubblicava un opuscolo intitolato: Tutti gli operai devono essere proprietari. Giustamente il De Fels accusa i socialisti di non avere un programma proprio di riforme sociali. Ad esempio egli ricorda che la legge del 1920 riconosce ai sindacati il diritto di proprietà. Ma quanti sindacati ne hanno profittato? I capi socialisti se ne tengono lontani, perché vi vedono un inceppo all’attività rivoluzionaria delle masse. De Fels preconizza invece la proprietà collettiva del bene sindacale; questo bene sindacale si costituirà con un prelievo sulla produzione che i padroni consentiranno tanto più volentieri in quanto potranno risparmiarsi ogni versamento alle Assicurazioni sociali e simili. In tal modo si potrebbe arrivare facilmente a trasformare i proletari in comproprietari di parecchie decine di miliardi di ricchezza collettiva. Ebbene, leggendo il De Fels, non vien fatto di pensare alla proprietà corporativa sulla quale tanto insistette già nel 1884 Alberto de Mun proponendo invano alla Camera che i sindacati potessero possedere? Quello che appare oggi di più difficile attuazione, dato l’odierno clima rivoluzionario, non sarebbe stato più facile nel periodo di relativa prosperità che va dal 1880 al 1900? È difficile dir meglio e più completamente sul caso Salengro di quanto scrisse il cardinale Liénart . Dopo aver deplorato che quest’anima, dimenticando la legge di Dio, si sia gettata volontariamente nella sua eternità, il cardinale sente il dovere «di ricordare una volta di più che la politica non significa tutto; che la calunnia e perfino la maldicenza sono colpe che Dio condanna e che non si ha il diritto di servirsi di tutti i mezzi per arrivare ai propri scopi. Una stampa che si specializza nella diffamazione non è cristiana. Noi la ripudiamo in nome di Colui che ci ha prescritto di amare perfino i nostri nemici … La Chiesa cattolica rimane fedele a questa legge di carità; se essa combatte sul terreno morale che le è proprio le dottrine nelle quali discerne errori funesti all’uomo e alla società, rifiuta però di associarsi a polemiche contro le persone, nelle quali vede anime riscattate dal sangue di Cristo». Quale orribile vuoto però accanto al catafalco dell’ex ministro! Quale soffocante disperazione nel discorso del suo capo ed amico che parlava a nome della Francia ufficiale e del partito, che «per lui era tutto». Salengro non ebbe la fede e quindi gli mancò il coraggio di ripetere come Giobbe: non deficiam, non recedam ab innocentia mea. Ma, risollevandosi dalla bara, egli potrebbe ben ripetere alle autorità repubblicane e alle rappresentanze del suo partito un’altra frase del grande paziente: Consolatores onerosi omnes vos estis. «Abbiamo passato delle ore, Ruggero ed io, a farci l’un l’altro la domanda: eppure che si può fare? Quando si soffre, come egli soffriva non si ha nel nostro paese altra alternativa che quella di uccidere o di morire». Queste tragiche parole dell’on. Blum nel loro vero significato oltrepassano certo l’intenzione che aveva l’autore nel pronunciarle; il terribile dilemma infatti non è semplicemente quello del calunniato, ma è quello di tutto un movimento di idee, che lasciandosi assorbire dalla lotta politica per il governo degli uomini e delle cose di quaggiù, si è preclusa la via a ogni altra elevazione dello spirito e alla sua vera liberazione. La persona umana non è tutta del partito, come scrisse nella sua lettera-testamento Ruggero Salengro, la persona umana è più grande più forte e supera nel tempo stesso e nel suo destino le organizzazioni dei partiti e dello Stato. Schiavo nell’alternativa di uccidere o di morire è solo colui che, negando il suo fine eterno, ha con ciò soppressa in se stesso la sua libertà. La morte di Salengro dovrebbe portare almeno ad una buona riforma. «La calunnia dovrà essere castigata e lo sarà» concluse Blum nel suo discorso funebre. «Bisogna soffocare la calunnia alla sua fonte e finirla con l’inesplicabile spirito di tolleranza che la considera quasi come scusabile nel caso in cui invece essa è più criminale, vale a dire quando è impiegata freddamente e sistematicamente come arma politica, come mezzo di propaganda, di vendetta e di rappresaglia. È così che da qualche anno avviene nel nostro paese». Queste parole del capo del governo fanno eco a quelle della stampa socialista. Il Populaire scriveva: «forse che la preziosa libertà di scrivere può permettere di diffondere impunemente il veleno?». L’Ère Nouvelle dice che «tutti i partiti devono raccogliersi e misurare le conseguenze di queste campagne che abbandonando il terreno delle idee e della politica sono condotte contro le persone». E perfino l’Humanité chiede che il governo «colpisca senza misericordia i criminali della stampa conforme la legge e, se non basta, di farne delle altre». Si invoca dunque una riforma della legge sulla stampa e precisamente da quegli uomini di sinistra che sono stati sempre avversi a qualsiasi freno imposto alla libertà e che spesso, troppo spesso, ne hanno abusato. Non parrebbe naturale che tutti i circoli conservativi cogliessero con gioia l’occasione di questa conversione, sia pure momentaneamente interessata, per attuare una riforma che tenderebbe a sostituire i giudici ai giurati nei processi per diffamazione? Eppure no, ora sono i partiti conservativi che protestano in nome della libertà e il Temps, ad esempio, sostiene che la libertà di stampa, risultato di una lunga serie di conflitti storici nel secolo XIX, si confonde di fatto con la stessa repubblica e che il sottrarre alla competenza dei giurati le cause per diffamazione equivarrebbe ad accettare l’abc dei regimi autoritari e dei governi di reazione. In seguito a nuove polemiche intervenute fra i cattolici fiamminghi, la direzione del «blocco cattolico belga» che è l’organismo unitario, creato in seguito al congresso di Malines, pubblica una dichiarazione programmatica nella quale, sui punti discussi, proclama quanto segue: 1) il direttorio resta fermamente attaccato al regime rappresentativo, solo compatibile coll’esercizio delle libertà politiche nel quadro dei partiti. Tuttavia l’esistenza dei partiti deve conciliarsi con la necessità di governare e in questo riguardo s’impongono delle riforme profonde nel senso di un rafforzamento dell’autorità statale; 2) il direttorio del «blocco cattolico» considera come una urgente necessità per il nostro paese quella di ingaggiarsi nella via dell’organizzazione professionale tanto raccomandata dall’enciclica Quadragesimo anno. Esso opina che questa riforma debba essere perseguita sulla base «dei sindacati liberi nella professione organizzata», con l’esclusione di ogni corporativismo di Stato. Questi due punti sembravano essere stati messi in discussione dal riavvicinamento del partito cattolico fiammingo, che fa parte del blocco, al partito nazionalista fiammingo, che vagheggia la costituzione di uno Stato corporativo autoritario. Pensando agli avvenimenti di Spagna: «Haud scio, an pietate adversus deos sublata, societas etiam humani generis tollatur». È di Cicerone. E quest’altra citazione è di un cronista contemporaneo e testimonio oculare della morte di Baiardo (1524) : «Quando si sparse la nuova che il buon cavaliere era stato ucciso o per lo meno ferito a morte, tutti nel campo degli spagnoli, benché di nessuno avessero tanta paura come di lui, se ne addolorarono molto, perché ogni volta che durante la guerra egli aveva fatto dei prigionieri, li aveva trattati così umanamente e con tanta dolcezza, che tutti ne erano contenti; e perché sapevano che con la sua morte la nobiltà ne patirebbe danno, essendo egli in questo mondo il perfetto cavaliere. Molti capitani nemici vennero a lui morente e tra gli altri il marchese di Pescara così gli rivolse la parola: “Piacesse a Dio, gentile Baiardo, che vi avessi fatto prigioniero vivo, anche a costo del quarto del mio sangue. Poiché vi avrei fatto tal trattamento da confermare l’alta stima che ho di voi. E per quanto non mi dovrebbe dispiacere che voi stiate così, giacché il mio signore non aveva in guerra nemico più gagliardo di voi, tuttavia quando considero la grossa perdita che fa oggidì tutta la cavalleria, vorrei ben dare la metà delle mie sostanze perché sia altrimenti. Ma poiché alla morte non vi è rimedio, prego Colui che ci ha creati a Sua somiglianza ch’Egli voglia accogliere la vostra anima presso di Lui”». Collo scopo soprattutto di «mettere al muro» i polemisti del fronte popolare, Francisque Gay ha scritto un libro che si legge tutto d’un fiato: Dans les flammes et dans le sang . Fiamme e sangue di Spagna! L’accuratezza della documentazione, il vigore della polemica, lo stesso atteggiamento politico dell’autore, che lo rende invulnerabile agli attacchi repubblicani, fanno di questo piccolo libro, scritto con serenità ma anche col calore d’una persuasione sincera e profonda, una preziosa arma veritatis alla quale nell’ambiente per cui fu scritto, non dovrebbe mancare il successo. È un libro di buona fede, scrive l’illustre presidente delle Settimane sociali di Francia, che fa onore alla coscienza dell’autore e rende alla verità il più segnalato servizio . Gli uomini politici che si radunano per la Conferenza panamericana a Buenos Aires si preoccupano anche del pericolo comunista e si attribuisce al cattolico Macedo Soares , ministro degli esteri brasiliano, il proposito di affrontare nelle sessioni ufficiali o in margine alla Conferenza il problema delle misure poliziesche da prendersi per mutui accordi. La Restauración social di Buenos Aires conferma l’enorme propaganda verbale e scritta dei comunisti in Argentina; ma la causa maggiore del successo comunista va ricercata, secondo la rivista cattolica, «nei proprietari che non vogliono adattarsi a guadagnar meno per il bene di tutti. Bisogna finirla – essa scrive – coi salari miserabili e insufficienti; bisogna attuare la riforma agraria e ottenere il soddisfacimento delle giuste rivendicazioni degli operai, senza costringerli a ricorrere agli scioperi, e ponendo alla base la giustizia cristiana». La stessa Conferenza offre al cardinale Copello l’occasione di scrivere in una sua pastorale: «La religione impone il rispetto di tutti i diritti personali e collettivi, unica base della pace».
|
193fb4e9-b3c6-4800-9128-94f153219102.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
In Germania le cose vanno male per i cattolici. Nei paesi del mezzogiorno essi stanno perdendo le scuole elementari confessionali. L’episcopato bavarese si batte con ammirabile vigore, ma ogni sua coraggiosa pastorale di protesta ci rivela che un’altra trincea cattolica è caduta. Alla vigilia del Natale un’ultima sua lettera collettiva raggiunge accenti di estrema tragicità. «Il Führer ha riconosciuto il valore che hanno le due confessioni per la vita del popolo – essi dicono – ma gli uomini che dànno il tono e i capi delle organizzazioni combattono sistematicamente e per principio ogni confessione». Un decreto del governo bavarese espelle dalle scuole 1676 religiose. Potranno continuare ad insegnare, solo se abbandoneranno l’abito monastico. Nel 1919 i cattolici del Centro erano riusciti ad indurre i socialisti, ostili anch’essi per principio all’insegnamento delle congregazioni, ad un compromesso fondato sulla libertà e sul diritto dei genitori di scegliere gli educatori dei propri figliuoli. Così di comune in comune, se i padri di famiglia con una certa percentuale si dichiaravano per le suore, queste dovevano essere mantenute nell’insegnamento. Ma ora il governo nazista in nome dei supremi e assoluti diritti dello Stato, per amore dell’unità ed uniformità germanica, mena il gran colpo contro la scuola cattolica bavarese. Oggidì si può dunque conchiudere che il colloquio Hitler-Faulhaber non ebbe esito favorevole. Oramai la scuola elementare confessionale è condannata a scomparire, come in altre regioni è ingaggiata una lotta di pressioni e di minacce contro i pochi istituti cattolici secondari. Il Führer chiama a raccolta contro il bolscevismo, dicono i vescovi, e noi siamo disposti ad aiutarlo coi nostri mezzi morali, ma in Germania forze numerose e potenti si accingono a condurre la gioventù verso il bolscevismo religioso. Nemmeno nella questione delle associazioni giovanili si poté raggiungere un qualsiasi accordo. La legge generale dello Stato ha ora dichiarata obbligatoria per tutta la gioventù l’appartenenza alla lega giovanile hitleriana. Ma vige nello stesso tempo lo statuto di questa lega, il quale esclude che i soci possano contemporaneamente far parte di altre associazioni giovanili. Con ciò le associazioni cattoliche verrebbero eliminate per forza. Si fanno invero circolare notizie contraddittorie sopra trattative in corso per un modus vivendi, ma, a quanto si riferisce da fonte bene informata, tali trattative non esistono e le speranze dei circoli cattolici sono ridotte al minimo. È soprattutto il clima generale che è poco propizio a qualsiasi avvicinamento. Continuano le apostasie da parte di capi e sottocapi delle organizzazioni naziste. Secondo la Reichspost sono usciti dalla Chiesa non soltanto S.E. Himmler, capo delle organizzazioni di assalto e della polizia di Stato, ma anche intieri gruppi di milizie hitleriane. Maggiori sono ancora le perdite della Chiesa evangelica. Da questa sono usciti il governatore della Sassonia, Mautschmann , il governatore dell’Oldenburg assieme alla moglie, il capo di stato maggiore Lutze colla famiglia. L’ambasciatore Von Ribbentropp aveva abbandonato la Chiesa già l’anno scorso. In Baviera particolarmente la situazione diviene così allarmante che il Consiglio ecclesiastico provinciale regionale della Chiesa evangelico-luterana pubblica un vigoroso appello a tutte le comunità perché si oppongano all’agitazione anticristiana che è la preparazione inevitabile del bolscevismo. Intanto gli estremisti del movimento cristiano-tedesco fondano una nuova lega per il «cristianesimo germanico» presieduta dall’ex vescovo di Berlino, Hossenfelder . Questi cristiani germanici rinnegano l’Antico Testamento, perché giudaico, e non ammettono la dottrina del peccato originale, perché contraria alla dignità ed all’onore tedesco. A tale lega aderiscono le Chiese ufficiali del Mecklemburgo e della Turingia, mentre la combattono i pastori della Chiesa confessionale. Anche l’Austria ha cercato una soluzione unitaria della organizzazione giovanile. Partendo dal presupposto che il nuovo Stato austriaco vuol essere cristiano e che quindi promuove e garantisce l’educazione cristiana della gioventù, molti credettero di poter fondere in un solo blocco chiamato «gioventù austriaca» tutti i giovani e tutte le associazioni giovanili esistenti. Le trattative si trascinarono per lungo tempo, ma ora è chiaro che, se in via di fatto si cercherà da ambo le parti di raggiungere l’unità morale della gioventù, i cattolici non intendono però di abbandonare le loro organizzazioni giovanili esistenti. Lo Stato si limiterà ad organizzare tutta la gioventù che non fa parte della Azione Cattolica, in un quadro generale che provvede alla formazione civile e patriottica dei giovani. A questa organizzazione patriottica si raccomanda di mantenere intime relazioni colla «Gioventù cattolica», i quadri della quale però rimangono intatti, in base all’esplicito riconoscimento contenuto nel Concordato. L’episcopato ha soltanto attuato alcune modificazioni nel sistema organizzativo per fargli acquistare un carattere più federativo e una maggior aderenza all’Azione Cattolica diocesana. Ma anche in un recente convegno della gioventù cattolica in Vienna il cardinale Innitzer ha ripetuta la perentoria dichiarazione: Noi siamo sempre pronti a collaborare intimamente colla gioventù statale, ma, in armonia col Concordato, non ci adatteremo mai a sacrificare la nostra indipendenza. Il ministro d’agricoltura francese, che è il socialista Monnet , annunziò alla Camera l’imminente presentazione di alcuni progetti di legge: l’uno sulle convenzioni collettive per la fissazione dei salari dei lavoratori agricoli, l’altro sulla mezzadria e il terzo sul bene di famiglia incedibile e inconfiscabile. A questo punto il ministro esclama: «Che colui il quale avrà meglio difeso la proprietà rurale sia precisamente un ministro socialista, ecco quello che farà certamente stupire molta gente!». E invero, fatta ogni riserva sul testo del provvedimento annunciato, è certo che il concetto d’una piccola proprietà prediale che debba formare la base infrangibile della famiglia contadina, è uno di quei provvedimenti invocati da tanti anni dalla scuola cattolico-sociale ed in genere dai movimenti in difesa del ceto medio, contro i quali i socialisti non avevano che espressioni di commiserazione e di disprezzo. La piccola proprietà rurale, la piccola cooperativa di consumo e di produzione sono tutti elementi ricostruttivi che i socialisti rifiutavano considerandoli palliativi inutili, anzi dannosi ostacoli nell’evoluzione della grande crisi che doveva sboccare nel collettivismo. Tuttavia la difesa della piccola proprietà, fatta dal Monnet in Francia, stupisce meno delle concessioni fatte nello stesso tempo da Stalin in Russia, nella quale muovendo un passo indietro e abolendo della legislazione comunista, già proclamata come la soluzione definitiva, si riconosce e si garantisce entro certi limiti l’esistenza e lo sviluppo della piccola proprietà rurale e artigiana, come già prima ancora, entro certe zone, si era dovuto ammettere il commercio privato. Le scuse per i riformatori sono analoghe nell’uno come nell’altro campo. Stalin dice che la Russia non è matura per il comunismo integrale, anzi che non è nemmeno preparata per il socialismo. Per queste ragioni si introduce un periodo di transizione,differendo ad altri tempi l’attuazione del programma e delle dottrine. In Francia invece i socialisti fanno della politica essenzialmente antisocialista, scusandosi di doverlo fare perché il governo non è socialista, ma di concentrazione. Se si trattasse di governo socialista, allora… Allora non accadrebbe niente, o se si prendessero veramente dei provvedimenti socialisti, bisognerebbe poi tornare indietro, come deve fare Stalin. La verità è che non si tratta di intoppi momentanei o conseguenze passeggere di situazioni politiche, si tratta invece di programmi e di dottrine che, messe alla prova e al contatto con la realtà della natura umana, si dimostrano inattuabili e perniciose. Le idee comuniste e socialiste vengono ad urtare non contro ostacoli passeggeri, ma contro queste leggi essenziali della vita umana, che Federico Le Play ha così meravigliosamente mostrate in un suo libro famoso. «La verità è che dopo la stabilizzazione del 1928, nonostante tutte le compressioni e tutti gli sforzi lo Stato non ha mai speso meno di 50 fino a 55 miliardi. Il conto è semplice: dobbiamo pagare circa 22 miliardi per interessi e ammortamento per debiti e spendere circa 18 miliardi per le necessità della difesa nazionale, cosicché tutte le altre spese devono entrare nell’importo relativamente limitato ai 15 miliardi». Se si vuole comprendere perché mai la situazione sia così grave e i pesi fiscali così insopportabili, non c’è che da riflettere a queste parole pronunciate dal ministro francese delle finanze durante la discussione del bilancio. Ventidue miliardi per pagare interessi e ammortamento dei prestiti che lo Stato ha fatto in gran parte per le guerre passate o per la ricostruzione dopo la guerra europea e 18 miliardi si debbono spendere ogni anno per assicurarsi contro i pericoli della guerra futura. Qual premio di assicurazione paga il cittadino francese contro la guerra! E questo forse per evitarla o invece soltanto per renderla più fatale e più terribile? Se si pensa alla situazione generale d’Europa e dei suoi armamenti, si comprende quale forza distruttiva ed esplosiva vi attingano tutte le dottrine sovversive e utopistiche. I comunisti armano quanto e più dei borghesi, il loro sistema di violenza e il loro metodo politicosociale non ci liberano da nessuno dei pericoli della vecchia Europa borghese, anzi li aumentano terribilmente; e tuttavia nei paesi dove il comunismo non è ancora potere e attuazione, ma solo reazione e utopia, si può comprendere quale immensa leva esso trovi in questo disordine politico, sociale ed economico che la Quadragesimo anno ha così terribilmente descritto. «Sarà vana ogni lotta contro il comunismo, dice la recente lettera pastorale dell’episcopato cecoslovacco, se non si sgomberano le macerie accumulate dal mammonismo dell’era liberale, per poter costruire al loro posto un nuovo edificio sociale retto dalla giustizia e dalla carità cristiana». Il progetto per l’arbitrato obbligatorio votato con una fortissima maggioranza alla Camera francese si è arenato al Senato. L’alta Camera non ha respinto il principio dell’arbitrato, ma non ha accettato il sistema proposto dal governo per organizzarlo, sistema che affidava alla Confederazione del lavoro il monopolio della rappresentanza operaia. Contro questo monopolio si elevò l’ex presidente Millerand ricordando che nel suo progetto presentato 36 anni fa con Waldek-Rousseau egli proponeva che l’arbitrato venisse esercitato da delegati liberamente eletti dagli operai e dai padroni, caso per caso. «Voi domandate, disse Millerand rivolto al governo, che la libertà sindacale sia rispettata, ma solamente quella dei vostri sindacati. Ma ve ne sono d’altri! Oggigiorno ve la prendete con la libertà sindacale, e poi quali altre libertà prenderete di mira?». Impressione fece anche il discorso del democratico-popolare Champetier de Ribes, il quale ricordò che la prima proposta di arbitrato obbligatorio era stata presentata nel 1889 dal conte Alberto de Mun. Anche egli trova inaccettabile l’art. 5 che affida il monopolio della rappresentanza delle due parti alle Confederazioni centrali. «Una confederazione padronale o operaia, per quanto sia importante, egli dice, non può rappresentare tutti i padroni o tutti gli operai che in uno Stato totalitario. Ciò sarebbe contrario alla nostra concezione democratica dell’organizzazione sindacale. Da noi nessuno è obbligato a far parte di un dato sindacato. Tutti i sindacati regolarmente costituiti godono d’altra parte i diritti civili e possono difendere gli interessi della professione. Affidare il monopolio a uno di loro sarebbe violare il principio della libertà sindacale» (applausi). L’oratore continua rilevando che i sindacati costituiti sono ora numerosi e che lo stesso Consiglio nazionale economico costituisce il primo quadro in applicazione della formula cristiano-sociale: il sindacato libero nella professione organizzata. In armonia a queste critiche il Senato cambiò completamente il sistema di conciliazione proposto dal governo, sostituendovi i rappresentanti di tutti i sindacati, designati dai prefetti. La Camera dei deputati tuttavia a sua volta non ha accettato il controprogetto senatoriale. Blum ha fatto invece votare una concessione di pieni poteri al governo per 6 mesi, allo scopo di arbitrare i conflitti esistenti. Wladimiro D’Ormesson preconizza in un articolo del Temps l’accordo delle tre grandi democrazie: Inghilterra, Stati Uniti e Francia. Ma non si tratta di un accordo politico o militare; egli invoca piuttosto un accordo morale, una conformità spirituale che permetta di gettare sulla bilancia in favore della pace e della libertà umana tutta la forza di un’idea suggestiva e irresistibile. L’Inghilterra, egli dice, ha dimostrato recentemente la forza delle sue istituzioni e la grandezza dei principi che la sostengono. La democrazia britannica avendo funzionato in una questione così delicata quale quella del matrimonio del re , con tanto riserbo, con tanta dignità e con tanta forza, ha rialzato l’ideale democratico nel mondo. L’atteggiamento del governo fu altrettanto nobile di quello dei suoi avversari politici. Per gli Stati Uniti lo scrittore francese rileva il discorso di Roosevelt a Buenos Aires e specialmente la parte finale che riconfermava la speranza nella democrazia, come il metodo di governo che più assicura il progresso e la libertà umana e tiene lontana la guerra. Nello stesso tempo però come integratrice e presupposto di questa fede democratica Roosevelt proclamava la sua fede in Dio. «I tentativi periodicamente fatti di negare Dio sono sempre falliti e sempre falliranno. Nelle costituzioni e nella pratica delle nostre nazioni c’è il diritto della libertà religiosa, ma questo ideale e queste parole presuppongono la fede e la fiducia in Dio … La fede delle Americhe risiede nello spirito. Animati da questa fede e da questo spirito vogliamo vedere regnare la pace sul mondo occidentale … Potessimo noi così animati da questa fede e da questo spirito e con l’aiuto di Dio offrire una speranza anche ai nostri fratelli d’oltre mare!». La democrazia americana dunque, conclude il D’Ormesson, si fonda sui valori tradizionali, cioè sui principi che si applicano all’individuo e alla società e si accosta in ciò, se non s’identifica, con la democrazia inglese; ma la democrazia francese? Deviata fin dai primi giorni della Rivoluzione verso il razionalismo ateo e opposta artificiosamente ai principi del cristianesimo, essa ha talmente svuotato i suoi simboli e inquinate le sue istituzioni che oggi, con apparenza di buon diritto, possono impadronirsene i partigiani più fanatici della dittatura e della coercizione, quali i comunisti, che in Russia e in Spagna vorrebbero far passare il loro regime e i loro metodi sotto la bandiera della democrazia. Ecco perché la confluenza spirituale delle tre democrazie, sognata e desiderata da tanti, tarda ad attuarsi. Non basta che sia eguale il metodo di governo; bisogna che concordino anche le direttive e i principi. «Cattive notizie giungono dalla Spagna … Il governo conduce una lotta accanita coi nemici della repubblica … Nel mezzogiorno della Spagna infuriano i comunisti, nel nord i clericali. Alcuni eminenti economisti sono del parere che questo diverso carattere della rivolta nel mezzogiorno e nel settentrione dipenda dal fatto che nel settentrione il possesso è frazionato in un numero infinito di piccole economie, mentre a sud tutto il territorio è costituito da grandi latifondi, e il popolo resta a bocca asciutta. Di qui il crescente proletariato, il comunismo e il desiderio di impadronirsi con la forza del terreno e della proprietà. Che il comunismo giochi una gran parte nei torbidi spagnoli, nessun dubbio! …». (Citato letteralmente dal diario del Dostojewski dell’anno 1873) .
|
9cd193a6-153d-4237-b017-f3535df266f1.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Tre nuovi documenti episcopali sono venuti, in occasione delle ultime ricorrenze, ad attestare l’impegno universale della Chiesa contro il bolscevismo. Sono tre lettere pastorali collettive che, pur insegnando naturalmente l’identica dottrina, rivelano nel modo di esporla, nel diverso atteggiamento polemico e nelle direttive pratiche che vengono impartite ai fedeli, il particolare e distinto clima sociale, politico e religioso proprio ad ognuno dei tre grandi paesi, nei quali i vescovi prendono la parola. Leggendo la pastorale inglese, il nostro pensiero ricorre a certi vigorosi attacchi del card. Manning dalle colonne della Dublin Review ed a certe pubblicazioni del vescovo di Nottingham mons. Bagshawe . Nella seconda metà del secolo XIX questi vescovi parlarono con linguaggio ardito e duro contro i profittatori del liberalismo economico che nel paese del manchesterianismo celebravano i loro fasti più provocanti. Ed ecco che anche oggidì la parola dell’odierno episcopato inglese suona come un’aspra rampogna contro le malefatte del capitalismo: «L’ingiustizia che prevale nel campo sociale, ingiustizia che da lungo tempo è il flagello dell’Europa, ben presto avrà distrutto la civiltà cristiana nel seno della nostra generazione … I difetti e le ingiustizie del sistema economico attuale sono così grandi che un’ondata d’odio si rinnova senza tregua contro questo regime e contro coloro che sembrano sostenerlo. Il comunismo va ripetendo agli operai che la Chiesa cattolica sostiene il sistema capitalista e industriale nel quale noi viviamo … Benché ciò sia falso, il comunismo riesce con questo mezzo a guadagnare all’ateismo militante molti poveri operai, accasciati dalle sofferenze. È per questo che noi, vostri pastori, alziamo pubblicamente la voce contro l’ingiustizia, contro l’oppressione dei poveri e degli operai, contro lo sfruttamento di coloro che sono senza difesa … Il vero dilemma che si affaccia dinnanzi a noi è o accettare nella sua pienezza il cristianesimo, ovvero subire la dominazione del comunismo». In Germania invece l’episcopato alla lotta contro il bolscevismo associa la sua protesta in favore della libertà della Chiesa . Qui risuonano accenti che richiamano alla memoria il «Kulturkampf» e si rinnova l’atteggiamento che presero gerarchia e Centro cattolico sotto Bismarck, quando Windthorst gridava al cancelliere di ferro: Siamo pronti a collaborare per la grandezza della Germania, purché rispettiate e tuteliate gli interessi religiosi. Ancor oggi i vescovi tedeschi mettono a disposizione del «Führer» nella lotta contro il bolscevismo le armi morali di cui dispongono e la tradizione di un atteggiamento che risale già all’Immortale Dei di Leone XIII. Ma d’altra parte i vescovi dichiarano: «Ci riempie di dolore la continua diffidenza, che vede in ogni vero cattolico un segreto nemico dello Stato e che prospetta congiure perfino nelle congregazioni mariane, prettamente religiose. Questa diffidenza deve naturalmente indebolire l’entusiasmo della cooperazione cattolica cogli esponenti dello Stato. Ci riempie di dolore la propaganda sfrenata della cosiddetta “fede tedesca”, che si propone di sradicare dalla coscienza del popolo Cristo e la sua dottrina, per mettere al suo posto una religione materialista del sangue e della carne. Ci riempie di dolore la lotta contro la scuola cattolica, che il Concordato ha riconosciuto e garantito, e la violazione della libertà di decisione dei genitori. Noi constatiamo con dolore come si vadano istillando nei cuori della gioventù sentimenti di avversione e di odio contro il clero, contro la Chiesa, contro le pratiche religiose. Ci riempie di dolore la crescente propaganda dell’apostasia, esercitata specialmente contro gli impiegati e i dipendenti di buoni sentimenti religiosi, per costringerli a ritirare i loro figli dalle scuole cattoliche e per indurli ad uscire dalla Chiesa cattolica. Noi comprendiamo bene che si devono porre dei limiti alla libertà, quando di questa si abusa ai danni dello Stato, o per compiere opere malvagie; ma non possiamo comprendere, perché si pongano limitazioni e ostacoli alla libertà del culto di Dio e della cura delle anime, alla libertà della predicazione della parola di Dio, alla libertà delle adunanze religiose e alla stampa religiosa». Altro e diverso il clima storico nel quale prendono la parola colla loro pastorale collettiva il cardinale arcivescovo di Malines e gli altri vescovi del Belgio. «Il Belgio, aveva già detto il re nel suo famoso discorso del 7 novembre, non possiede un clima politico adatto alle trasformazioni violente; non che esso sia ostile alla evoluzione delle idee e delle istituzioni, tutt’altro, ma esso intende di non perseguirla che con una prudente progressione». Questa affermazione tiene le sue più profonde radici nell’«humus» storico costituzionale del Belgio, sviluppatosi dalle libertà e dalle economie locali del Brabante, storia che informa delle sue direttive anche l’odierna politica dei partiti. I vescovi, parlando ai Belgi e del Belgio, e senza voler applicare il loro giudizio e le loro direttive a situazioni di altri paesi, s’apprestano alle difese della trincea tradizionale dalla quale la Chiesa belga ha sempre protetto le sue posizioni fin dalla Assemblea costituente di quel piccolo ma grande Stato. Sentendoli parlare risuona agli orecchi come un’eco di antichi e celebri dibattiti, i quali diedero all’esperienza cattolica belga l’impronta di una sintesi fra libertà ed autorità, fra ordine e progresso, fra conservazione di certi elementi fondamentali e evoluzione degli istituti. Chiamando poi a raccolta i cattolici contro i pericoli del bolscevismo ateo, i vescovi si valgono degli elementi tradizionali che costituirono la storia belga nel secolo XIX e che oggi ancora sono accettati dalla maggioranza della popolazione. Quando si legge la loro pastorale, si ricordano le parole pronunciate dal cardinale Mermillod al congresso di Liegi del 1890. «La Chiesa, diceva allora il celebre cardinale, marcia fra due errori: la violenza del socialismo rivoluzionario e il comunismo reale; essa non deve accettare né la rivolta né la statolatria». La duplice serie dei congressi di Malines e di Liegi si sforza di camminare su questa direttrice e voci episcopali intervengono spesso per temperare le insistenze degli statalisti, che insistono per l’intervento dello Stato in favore delle classi operaie e dei liberisti, sempre in allarme contro quello che chiamano pericoloso cesarismo. La «scuola libera» e la «legislazione sociale» costituiscono le concrete piattaforme di questa lotta. Così anche oggi, dopo avere chiamato a raccolta contro il bolscevismo ed insistito perché i cattolici si persuadano della gravità di questo pericolo, e agiscano energicamente, il documento dà le direttive, tutte proprie della situazione del Paese, anche di fronte ai movimenti per così dire di destra. La pastorale esprime i voti e la fiducia nel mantenimento d’un sano regime di libertà che assicuri ai cattolici allo stesso titolo e nella stessa misura che a tutti i cittadini rispettosi della legge e dell’ordine pubblico, l’uso delle loro libertà e dei loro diritti essenziali, colla possibilità di difenderli e di riconquistarli coi mezzi legali, se un giorno dovessero essere minacciati o violati. A questo debbono costantemente rivolgere l’opera propria, nei rispettivi campi, l’Azione Cattolica e l’organizzazione politica dei cattolici. Perché, conchiude la lettera, «certamente lo scopo unico della Chiesa è la santificazione delle anime; ma per raggiungere questo scopo essa non dispone solamente di mezzi d’ordine soprannaturali come la predicazione della fede, l’amministrazione dei sacramenti e l’esercizio del culto; essa ha inoltre il diritto incontestabile di ricorrere ai mezzi umani e terreni di cui possono usare tutti, vale a dire di creare e di dirigere opere e istituzioni d’insegnamento, di educazione e di formazione, di elevazione morale e di cultura, di propaganda e di carità, d’aiuto morale o di servizio sociale e ogni altra che, sia pure indirettamente, serva a preservare gli uomini dal male e condurli a salvezza».
|
4c6fe6bf-f6b2-4bc6-983d-d1353fd3eb79.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Gli avvenimenti hanno indotto i cattolici francesi a rivolgere maggiore e più efficace attenzione al sindacalismo cristiano. Nei primi mesi del ministero Blum, il movimento operaio sindacale si è gonfiato a dismisura. I membri della Confederazione socialista, diretta da Jouhaux , si contano ora a milioni e anche la Confederazione cristiana annuncia di aver superato da un pezzo il numero di trecentomila soci. Questo rapido accrescimento di forze non è bastato a strappare alla Confederazione rossa il monopolio di fatto , ma ha ottenuto almeno lo scopo di impedire che tale monopolio venisse legalmente e perpetuamente stabilito in forza della legge sull’arbitrato, la quale se fosse stata accettata, nei termini proposti dal governo, avrebbe riconosciuto alla Confederazione rossa il monopolio della rappresentanza degli operai di fronte ai padroni ed allo Stato. Come è noto la Camera alta, per non accettare tale monopolio, si rassegnò a concedere in materia di arbitrato i pieni poteri al governo per la durata di sei mesi ; ma entro questo termine il governo dovrà presentare un nuovo progetto onde regolare definitivamente il problema dell’arbitrato. La questione è quindi differita ma non risolta. Dalla crisi degli scioperi e delle occupazioni la Confederazione cristiana esce non soltanto rafforzata di numero ma anche cresciuta di autorità, perché le è riuscito di ottenere un posto su quattro dei rappresentanti operai nell’Ufficio del grano. Ma cresciuta è sovrattutto la sua considerazione nella mente dei cattolici francesi. Lo ha ripetuto anche il cardinale Verdier inaugurandone a Parigi la nuova sede. I cattolici francesi hanno la sensazione di dover fare un nuovo sforzo per riguadagnare il tempo perduto. Quando si pensa che i primi sindacati cristiani risalgono al 1887, ma che poi le lunghe discussioni sopra i sindacati omogenei o misti impedirono un forte sviluppo, proprio nel tempo in cui la stessa Confederazione rossa era debolissima e travagliata da grandi discordie e che solo nel 1919, nel torbido dopoguerra, venne creato, con la Confederazione cristiana, un organismo centrale ed unitario, appena si può immaginare quale movimento irresistibile si sarebbe sviluppato tra le classi operaie se le ripetute esortazioni di Leone XIII avessero trovato maggiore docilità e suscitato entusiasmi meno passeggeri! L’esistenza di una minoranza forte e compatta di lavoratori organizzati al di fuori della Confederazione socialista avrebbe impedito il formarsi di una dittatura sindacale rivoluzionaria. Così avvenne e avviene nel Belgio, così era accaduto nella Germania postbellica, tale è ancora sempre il caso dell’Olanda. A torto dunque si svalutavano gli sforzi del sindacalismo cristiano, coll’affermazione che il suo carattere «confessionale» non gli permetterebbe mai di giungere alla maggioranza; ciò non è punto necessario: una minoranza vigorosa e cosciente può influire sulla situazione più che una massa opportunista. Certo la lotta per la libertà sindacale esige uno spirito di sacrificio, una fedeltà e si può dire anche un eroismo che fa onore alla fierezza e all’incorruttibilità del cristiano. Nell’Almanach Catholique Français del 1937 P.L. Falaize, dopo averci fatto la storia del movimento sindacale cristiano in Francia, illustra parecchi episodi del territorio minerario di Arras e Pas-de-Calais. Dopo lo sciopero, al quale avevano aderito anche i lavoratori cristiani, questi si videro negato l’accesso alle miniere nel momento della ripresa del lavoro. Per entrare nei pozzi bisognava presentare la tessera del sindacato rosso. I socialisti ed i comunisti affermavano bensì la libertà sindacale che intendevano di far valere di fronte ai padroni, ma nello stesso tempo «rivendicavano la libertà di non lavorare con operai avversari dell’unità sindacale». Con questo bel pretesto il gruppo dei cristiani è minacciato, diffidato e finalmente escluso dal lavoro. Tuttavia si raccontano dei casi di resistenza meravigliosa e la Confederazione cristiana a furia di insistenze presso il governo e presso le autorità locali spera ancora di ottenere giustizia. Il peggio è che gli stessi direttori delle compagnie e gli ingegneri per non avere noie e sotto la minaccia di altri scioperi fanno pressione sui «cristiani», perché aderiscano alla Confederazione rossa, arrivando perfino al punto di versare essi stessi le tasse di iscrizione. Ma la Confederazione cristiana ha compreso che essa si batte per un principio che dovrà finire per trovare l’appoggio della maggioranza della nazione e quindi è decisa più che mai ad insistere fino alla vittoria. «Noi combattiamo il bolscevismo, scrive il professore Dietrich von Hildebrand nella rivista viennese Der Christliche Ständestaat, in prima linea perché combattiamo il materialismo razionalistico che sta alla sua base. Noi combattiamo inoltre il bolscevismo per il suo estremo antipersonalismo; esso perseguita con odio inestinguibile tutto quello che ricorda nell’uomo la sua persona morale. Di qui la sua avversione per la famiglia e il matrimonio, di qui la repressione di ogni morale trascendentale. Noi combattiamo ancora il bolscevismo perché esso preconizza la tirannia economica; lo combattiamo per il suo messianismo terrestre. Il cristiano sa che solo Cristo può veramente rinnovare il mondo e che ciò avviene colla trasformazione individuale e con la sua santificazione. La battaglia decisiva viene combattuta nell’anima del singolo. Tutti i rivolgimenti e modificazioni prodotti da nuove leggi e nuovi provvedimenti esterni hanno un’importanza secondaria. Ogni uomo che si presenta come un nuovo messia è un falso profeta perché non vi è che un vero Messia: l’Uomo Dio Gesù Cristo. Noi combattiamo ancora il bolscevismo per il suo totalitarismo statale. L’estensione senza limiti e senza misura delle competenze dello Stato spoglia l’individuo di ogni libertà ed è in contraddizione irriconciliabile con la parola di Cristo: “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Non il solo Stato possiede dei diritti, ma anche l’individuo ed altre comunità, come la famiglia e la Chiesa. La totalitarietà vale per il cristiano soltanto nei suoi rapporti con Dio. Noi combattiamo infine il bolscevismo per i suoi metodi brutali di violenza, per la sua divinizzazione della tecnica, per quella sua meccanica concezione della società e della vita che sta in aperta antitesi colla civiltà cristiana e occidentale. Ma appunto perché noi combattiamo il bolscevismo non per ragioni di contingenza politica o di sola difesa sociale, bensì per ragioni di profonda antitesi spirituale e religiosa, noi non possiamo confondere il nostro atteggiamento con coloro che combattono il comunismo in nome del nazionalsocialismo. Ci potrà essere una collaborazione in via di fatto, ci potrà essere una marcia parallela fino ad un certo punto e ad una certa mèta. Ci potrà essere un’azione conservatrice in base ai nostri principi, che abbia efficacia difensiva contro ogni sovvertimento rivoluzionario. In tal senso l’episcopato germanico promette al Führer la cooperazione dei cattolici nella lotta contro il comunismo. Ma le due opposizioni, le due reazioni al comunismo non si possono né fondere né confondere». Perché, dice il prof. von Hildebrand, anche il nazismo si fonda su una specie di materialismo, quello del sangue, anch’esso è in contraddizione col cristianesimo, anzi con ogni religione, quando eleva a norma suprema una misura puramente naturale e per di più subbiettiva, cioè il sentimento di razza germanico; anch’esso è, in una certa misura, antipersonalista e collettivista; anch’esso ricorre alla forza più che al diritto. Non importa soltanto che si combatta il bolscevismo, ma importa anche la ragione per cui lo si combatte. Un capitalista che lo osteggia, perché teme per i suoi capitali, non può moralmente essere messo al livello di colui che combatte il comunismo, pur sostenendo che l’attuale ripartizione del possesso, dal punto di vista cristiano, è inaccettabile. Dopo questi esempi von Hildebrand dichiara di non accettare l’antitesi: da una parte il bolscevismo, dall’altra gli Stati autoritari; anche lo Stato bolscevico è autoritario e d’altro canto, anche se il regime austriaco si dice autoritario, non si identifica però con un regime nazionalista che non riconosce il vero valore di ogni altra nazione né ogni altra individualità nazionale come una realtà voluta da Dio. La vera parola d’ordine quindi deve essere: da una parte i nemici dell’occidente cristiano, dall’altra i suoi difensori. Questa fu anche la parola del cancelliere martire Dollfuss. Si potrebbe anche dire con Berdiaeff : da una parte i popoli che derivano pur sempre dall’umanismo cristiano, dall’altra quelli che lo rinnegano. È forse appunto ricordando l’humus umanista, da cui sugge la sua civiltà il popolo italiano, che all’Istituto di cultura fascista fu raccomandato, come tema delle conferenze, di mettere in rilievo, in confronto del bolscevismo, il compito del fascismo di salvaguardare e difendere la «pienezza umana». Questo articolo ce ne ricorda un altro comparso nel Neues Wiener Tagblatt del 18 gennaio e intitolato «I fronti nella lotta per le ideologie». Anche questo giornale si chiede se il nazismo abbia diritto di mettersi alla testa della lotta contro il moscovismo. «Come può, ad esempio, l’Inghilterra aderire a questo fronte, quando combatte il comunismo appunto perché essa è favorevole a quelle libertà individuali ed economiche che il nazismo stesso comprime in casa propria? Con quale animo si potranno invocare le sacrosante ragioni della libertà di coscienza mentre lo stesso nazismo osteggia in Germania la religione cattolica come quella protestante?». Si è pubblicato a Londra e a Parigi un appello intitolato «Salvate la società delle Nazioni e salvate la pace». Il succo dell’appello è contenuto in questo periodo: «Noi sottoscritti dichiariamo che la guerra può essere evitata e che la pace può essere mantenuta in modo permanente se le nazioni, che sono membri della Lega, esprimeranno chiaramente la loro decisione di adempiere i loro obblighi in virtù del patto e di prendere tutte le misure necessarie per impedire o reprimere l’aggressione con qualsiasi mezzo, non esclusa l’azione militare». Questo appello è firmato da molte personalità inglesi di tutti i partiti, dall’arcivescovo di Canterbury e da numerose personalità francesi. Notiamo fra queste due cattolici: il senatore Champetier de Ribes e il canonico abate Desgranges . Ostinati dunque nell’ottimismo? Invece il noto scrittore cattolico Maurice Vaussard ribadisce in un articolo recente le ragioni di pessimismo che hanno fatto sospendere lo sforzo di conciliazione internazionale che egli preconizzava fino dal 1933 dalle colonne dell’Univers-Bulletin Catholique International. Egli prende la parola dopo un lungo silenzio per difendere i conciliatori cristiani dalle vivaci accuse di un giornale di destra, il quale attribuisce l’attuale tensione alle false speranze che i pacifisti avrebbero fatto nascere nei tedeschi, di una Francia ridotta a ricercare la pace a qualunque costo. La verità è tutto il contrario, sostiene il Vaussard. La causa essenziale delle vittorie elettorali di Hitler fu l’assurda politica praticata nel dopo-guerra e già, prima ancora, a Versailles di fronte ai governi democratici d’oltre Reno «rifiutando a uomini stimabili e moderati, colpevoli soltanto di mostrarsi buoni patrioti tedeschi, molto meno di ciò che abbiamo accordato o lasciato prendere ai padroni imperiosi e fanatici della Germania odierna i quali mettono la pace del mondo in così grave pericolo. Oggidì ancora larghe zone dell’opinione francese non sanno ammettere che fu cosa insensata di scaglionare su più di un mezzo secolo il pagamento delle riparazioni di guerra, di prevedere quindici anni di occupazione del Reno, di sfuggire, dopo aver disarmato la Germania, all’impegno di cercare una procedura pratica per il disarmo generale. Il principale artigiano francese di questa politica, Tardieu, poté godere presso di noi di una fama usurpata di grand’uomo di Stato, mentre gli scrittori che denunciavano le pericolose illusioni di Versailles erano tacciati da traditori della patria». In queste circostanze Vaussard trova inaudito che si metta in ridicolo l’esperimento conciliatorista del suo gruppo. L’esperimento difatti non poté venir tentato che saltuariamente: «Fino a tanto che all’estero vi furono dei partiti o dei capi di governo, degli scrittori o dei pensatori che conducevano parallelamente a noi la stessa lotta entro le loro nazioni, noi non abbiamo voluto disperare». Ma quando questi uomini scomparvero, «noi abbiamo previsto che l’esperienza degli ultimi massacri rimarrebbe altrettanto vana che quelle precedenti e che rapidamente gli Stati europei passerebbero dalle combinazioni di alleanze antagoniste al riarmo intensivo…». L’autore conferma di nutrir ancora le stesse convinzioni, «ma si può anche stancarsi di dover sempre sommuovere le stesse montagne di pregiudizi. E d’altra parte i rivolgimenti politici d’Europa degli anni più recenti non permettono più di pensare ad un’azione di riavvicinamento dei popoli sulle stesse basi di una volta. Di qui l’attività decrescente dei movimenti pacifisti francesi e il silenzio in cui si racchiudono oggidì molti dei loro animatori. In una tragedia come quella che insanguina la Spagna nella quale da entrambe le parti si massacrano feriti e prigionieri … rifiutarsi a pattuire cogli uni o cogli altri è anch’essa un’opinione». Lo sfiduciato Vaussard arriva anzi ad affermare che fra «le ideologie false che presentemente si dividono l’Europa, il primo dovere del cristiano sarebbe la astensione». Ostinato dunque nel pessimismo? Ha fatto il giro della stampa inglese e francese un appello «ai cattolici del mondo intero» contro i bombardamenti di Madrid, e gli orrori della guerra civile. Il manifesto presentava i firmatari come «cristiani, magari divisi nel pensiero politico, ma uniti dal legame soprannaturale della medesima fede nei decreti di Dio». Alla loro testa si leggeva il nome dell’ambasciatore spagnuolo a Bruxelles, Ossorio y Gallardo , seguivano quattro sacerdoti e quattro giornalisti o scrittori del gruppo Cruz y Raya, rivista diretta da José Bergamin . In occasione di tale manifesto Gil Robles, capo dell’Acción Popular manda a The Universe una lunga dichiarazione. Robles ricorda che il partito popolare aveva sempre lavorato lealmente nel sistema parlamentare e democratico, tenendosi nettamente distinto dalle tendenze dei gruppi fascisti. Anche quando il Fronte popolare colla corruzione e annullando l’elezione di parecchi collegi, ottenne nel febbraio 1936 la maggioranza, il partito dell’Azione popolare si rifiutò di ricorrere a qualsiasi procedura illegale e tentò di nuovo di introdurre nella politica il principio della cooperazione. «Ciononostante, dal primo istante della presente rivolta militare, si dice il vero affermando che la Azione popolare si è associata intieramente alla rivoluzione … essa fa causa comune coi nazionalisti nella completa pienezza del suo carattere di partito cattolico». Qui Robles si applica a dimostrare che il governo di Valenza non è legittimo, primo perché deve le sue origini all’aver falsificato l’esito elettorale nei collegi di Corruna, Pontevedra, Lugo, Carceres, Cordova e Siviglia, secondo perché nell’esercizio del potere non cercò il bene comune, ma provocò o autorizzò assassinii, incendi, confische: egli rinnova qui l’elenco citato da Calvo Sotelo alla Camera e dice poi che il governo, per vendicarsi di tali rivelazioni ordinò l’uccisione di Sotelo e sua: Robles si salvò soltanto riparando a Biarritz. Dal principio dell’insurrezione militare poi il governo ha fatto o lasciato assassinare migliaia di cittadini, violate tombe, incendiate chiese e conventi e commesso tali e tanti orrori che se fossero tutti noti, indignerebbero tutta l’Europa. «È il caso quindi di un’autorità che abitualmente esercita il suo potere ingiustamente e quindi, secondo l’avviso dei grandi autori cattolici come S. Tommaso, Suarez, Balmes, Hergenröter , la resistenza contro di essa è lecita anzi doverosa. Così pensa il card. primate arciv. di Toledo e tutto l’episcopato. In quanto ai baschi, che tengono dalla parte dei comunisti, essi dimostrano a qual punto possa arrivare un separatismo che prevale perfino sulle ragioni della cattolicità». Di fronte a tali fatti, conclude il Robles, nessun valore può avere l’atteggiamento di uomini come il Bergamin, ch’è in realtà un libero pensatore o il signor Ossorio y Gallardo «che per quanto si dica cattolico, non ha mai praticato la religione cattolica».
|
9e9d309d-a6bf-48fa-b07d-5a0cc96bfa15.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Nella rivista inglese Headway il prof. José Castillejo scrive, con riferimento alle crudeli lotte della Spagna: «Nella vita dei popoli domina la legge naturale della selezione ed il vincitore si considera come rappresentante della volontà nazionale, abbia o non abbia ragione, sia o non sia la lealtà dalla parte sua. Non sarebbe tempo di rivedere tali principi? Per milioni di uomini non deve esserci proprio nessun tribunale che giudichi secondo moralità e giustizia? La vera volontà del popolo spagnolo non si può proprio constatare che spargendo fiumi di sangue, sfogandosi in manifestazioni di odio e in distruzioni di beni? E gli altri popoli devono proprio stare a guardare, stringendosi nelle spalle? Non si condanna così alla morte un milione di spagnoli, cioè la loro gioventù più nobile e fiorente e i loro capi più energici e intelligenti? E non vengono nello stesso tempo gettati in braccio ai tormenti e alla morte centinaia e migliaia di innocenti?». È vero, rispondono le Stimmen der Zeit; ma i tentativi di organizzare la pace e questo tribunale supremo dell’umanità sono falliti. Ben a ragione i rappresentanti della «Lega mondiale per la collaborazione internazionale fra le Chiese» scrivono alla Società delle Nazioni: «Tutti i tentativi di migliorare l’organismo della Società non toccano le radici del male. Un nuovo spirito è necessario, uno spirito che conduca al concetto del servizio di tutti a tutti per il bene comune. Noi siamo convinti che la soluzione del problema internazionale va ricercata nella fede cristiana, dalla quale promana la forza di modificare le ragioni e le direttive dell’opera personale tanto privata che pubblica». Anche W. H. Ma, professore di storia all’università di Nanchino, di fronte alla minaccia d’una guerra col Giappone, fa nel Chinese Recorder un appello a tutti i cristiani per uno sforzo di collaborazione, onde trovare nel cristianesimo le basi della pace. Questa verità proclamata dai fiduciari di tutte le Chiese protestanti e da un professore cinese è la verità che i pontefici non si stancano né tralasciano mai di riaffermare in tutti i momenti tragici della storia. Però la pace, scrive il Mumelter nel Der Christliche Ständestaat, è stata promessa non solo agli uomini, ma anche agli Stati di buona volontà. Gli Stati cristiani di Europa, e tutti pretendono di essere cristiani tranne la Russia, dovrebbero far valere tra loro le stesse norme morali che vogliono imporre ai cristiani nell’interno di ciascun Stato. Bisogna finirla coll’esaltazione di falsi principi che pongono in prima linea il sacro egoismo, la ricerca del proprio interesse senza riguardo agli altri e considerano lecito ogni delitto purché sia commesso in favore della patria. Il Redentore non ha comandato solo ai singoli uomini di amarsi tra essi, ché anzi non ha fatto alcuna eccezione né per le razze, né per i popoli, né per gli Stati, né per qualsiasi altra comunità degli uomini. «Ciò che vi ha di peggio nell’anarchia, non è tanto l’assenza del governo distrutto quanto la nascita dei governi nuovi e di specie inferiore. In ogni Stato che si è disciolto, si formano delle bande conquistatrici e sovrane: tale fu il caso della Gallia dopo la caduta dell’impero romano e sotto gli ultimi discendenti di Carlo Magno; tale è il caso oggi nella Rumelia e nel Messico. Avventurieri, malfattori, gente screditata e spostata, uomini oberati di debiti e disonorati, vagabondi, disertori e soldatacci, tutti i nemici nati del lavoro, della subordinazione e della legge fanno lega per saltare insieme le barriere tarlate che trattengono ancora la folla pecorina, e, siccome non hanno scrupoli, essi uccidono in ogni incontro. Su questi fondamenti si stabilisce la loro autorità: a loro volta essi regnano, ciascuno nella sua regione, e il loro governo, bestiale quanto la loro natura, si compone di furti e di assassinii; non si può aspettare altro da barbari e da briganti. Ma giammai sono così pericolosi come in un grande Stato recentemente disciolto, in cui una rivoluzione repentina ha messo nelle loro mani il potere centrale; perché allora essi si credono gli eredi legittimi del governo scaduto, e, a questo titolo, imprendono a reggere la cosa pubblica. Ora, in tempo di anarchia, la volontà non viene dall’alto, ma dal basso, e i capi, per restare capi, sono costretti di seguire il cieco impulso della loro schiera. Gli è perciò che il personaggio importante e dominante, quello il cui pensiero prevale, il vero successore di Richelieu e di Luigi XIV, è qui il giacobino subalterno, il pilastro di club, il fabbricante di mozioni, l’agitatore della strada … o, più basso ancora, il primo venuto dei loro uomini, il tapedur marsigliese, il cannoniere del sobborgo, il facchino del mercato che ha bevuto e, fra due singhiozzi, elabora le sue concezioni politiche. Per unica informazione egli ha dei rumori di piazza che gli mostrano un traditore in ogni casa, e per unica istruzione, delle frasi di club che lo chiamano a condurre la grande macchina. Nel suo cervello ristretto, falsato e sconvolto dall’ammasso di nozioni sproporzionate che vi si versa, non si depone che un’idea semplice, appropriata alla grossolanità delle sue attitudini e de’ suoi istinti, ed è la voglia di uccidere i suoi nemici, che sono pure i nemici dello Stato, qualunque essi siano, dichiarati, dissimulati, presenti, futuri, probabili o persino possibili. Egli sposta la sua brutalità e il suo sgomento nella politica, ed ecco perché la sua usurpazione è tanto malefica. Semplice brigante, egli non avrebbe ucciso che per rubare, il che avrebbe limitato i suoi assassinii. Rappresentante dello Stato, egli intraprende il massacro in grande, ed ha dei mezzi per compierlo» (Ippolito Taine, Sul governo anarchico-rivoluzionario) . Nell’ultimo numero del nazionalista Gringoire si legge una pittoresca descrizione di un episodio dell’offensiva contro Malaga . Il corrispondente segue una sezione di mitragliatrici servite da marocchini, tra i quali sono dei veterani mehallahs che hanno combattuto nel Riff ed ora stanno sul fronte spagnolo da ben sei mesi. Vi è anche un giovane di Melilla che affronta temerariamente ogni mischia perché gli hanno promesso un forte premio col quale egli pensa, ritornato in patria, «di riscattarsi una moglie». Nell’episodio che il giornalista descrive, il giovane moro di Melilla si impadronisce difatti di un nido di mitragliatrici nemiche e fa prigioniero un milite rosso che portava nelle tasche 20.000 pesetas. Questo bottino solleva le gelosie dei compagni che vogliono averne parte e il capitano, chiamato a sentenziare, accetta il criterio di un vecchio mehalla il quale ha esclamato: Maometto stesso non ebbe mai più di quattro donne! Quattro donne a 2000 pesetas fanno 8000 pesetas, sentenzia sorridendo il capitano, ed altrettanto ne ottiene il giovane di Melilla, mentre il resto è diviso fra i membri della sezione. L’episodio di cui va lasciata la responsabilità al Gringoire, viene a tempo per dimostrare il carattere grottesco e ridicolo di certe impossibili speranze che la partecipazione dei marocchini alla campagna fa nascere in qualche cervello visionario del nazionalismo islamico. L’Univers (Bulletin Catholíque International) ci segnala infatti come la guerra spagnuola desti un interessamento non del tutto altruistico in certa stampa musulmana dei due continenti. L’interessamento veramente data dalla proclamazione della repubblica. La restaurazione della moschea di Cordova, l’istituzione con legge 27 gennaio 1932 delle «Escuelas de Estudios arabes» a Madrid e a Granada avevano attirata l’attenzione della stampa del Cairo, di Tunisi e del Al-Bilad di Bagdad. Ed ora non salta fuori addirittura un periodico di propaganda islamica in India, The Light, che già l’8 settembre sognava ritorni pazzeschi, attribuendo a mercenari sul tipo di quello ricordato dal Gringoire, una missione di cui non hanno né possono avere la minima coscienza? Il periodico ha poca importanza ed esigua diffusione, e la citazione, enfatica e magniloquente, non va ricordata che per i bibliofili, amatori di storici paradossi. Scrive dunque il The Light: «Chi avrebbe potuto pensare un mese fa che il grido di guerra Allah-o- Akbar (Dio Onnipossente) che era stato lanciato sullo scoglio di Gibilterra 12 secoli fa, il giorno in cui Tarik bruciò la sua flotta, potesse di nuovo risuonare su lo stesso suolo storico? e tuttavia è ben ciò che è avvenuto. 45.000 figli dell’Islam, dello stesso sangue moro, si aprono una via verso la capitale dell’Andalusia e incrociano la spada contro lo stesso nemico di una volta! Il suolo della Spagna è sacro per ogni musulmano. Alla polvere della Spagna si mescolano le ossa degli eroi maomettani che conquistarono per l’Islam un posto al sole. In questa polvere rimane seppellito il capitolo più glorioso della storia islamica, capitolo scritto col sangue dei Tarik, degli Abdurrahman, degli Hichman, degli Hakam e di tutto un esercito di nobili guerrieri dell’Islam. Ora il cuore del musulmano trasalisce quando sente che la spada dell’Islam è di nuovo tratta dal fodero per decidere le sorti della Spagna. È vero tuttavia che l’attuale comparsa dei mori sulla terra spagnola ha un carattere differente: essi non sono che gli alleati delle forze “ribelli”. E tuttavia chi potrà dire ciò che ci riserva l’avvenire? … Sotto l’Islam la Spagna potrà ritrovare la pace e la prosperità. Le forze della Provvidenza sono già evidentemente all’opera…». L’«impasse» nella quale si sono cacciati i baschi mettendosi dalla parte di Madrid si rivela in un articolo del 1° febbraio pubblicato nel giornale basco Euzko Deya di Bilbao il quale scrive: La guerra civile può finire in una maniera inattesa colla creazione di un terzo partito spagnolo nell’unione contro gli elementi stranieri che vorrebbero imporsi in Spagna. Vi sono in Spagna 17 milioni di persone che non attendono la salvezza né dal governo né dai suoi avversari. Bene inquadrate queste masse potrebbero dare alla penisola una figura nuova. Di due cose l’una: o vincerà Franco, o vincerà Largo Caballero. Se è Franco, addio libertà basche, e allora voi non avrete che il rincrescimento di aver combattuto contro di lui perdendo nello stesso momento la vostra cara patria; se è il partito rosso, addio religione, poiché bisognerebbe essere ingenui per immaginare che anarchici che non vogliono né Dio né padrone, vi sarebbero grati della vostra fedeltà alla causa governativa. In entrambi i casi ormai, conclude desolatamente il giornale, rivolgendosi ai baschi, voi siete perduti. Il cardinale Goma primate di Spagna ha pubblicato una lettera pastorale sul «senso cristiano e spagnolo della guerra». «Ogni creatura, egli dice, ha il diritto di entrare in guerra contro un’altra quando questa si metta in guerra contro Dio. La guerra è figlia dell’abuso fatto della libertà, poiché essa è figlia del peccato … Noi dobbiamo accettare che Dio possa inviare ad una nazione la prova della guerra per le prevaricazioni di cui essa fu il teatro e come stimolante in caso di decadenza dell’ordine morale … Il sangue di tanti martiri sarà il seme di una nuova Spagna cattolica e forte» . Gil Robles ha pubblicato una lettera nella quale dichiara di sospendere ogni attività politica della C.E.D.A. «L’Azione popolare – egli scrive – non è oggi che una milizia. Sul fronte di battaglia i nostri giovani eroici sono fieri di combattere sotto la disciplina militare e impazienti di vestire l’uniforme. Nelle retrovie uomini e donne non hanno altro desiderio che quello di servire la Spagna, senza cercare né onori né ricompense, sono tutti penetrati dalla convinzione che la nostra missione è quella di ausiliari dell’esercito, il quale ha iniziato il movimento … Chiedo alle milizie della gioventù di Azione popolare di rimanere ai loro posti e d’essere fieri dei servigi che rendono alla Spagna. Quando bisognava definire una dottrina, l’hanno servita nei conflitti politici, ora la servono versando il loro sangue per la vittoria degli stessi ideali. Essi la serviranno domani col loro sacrifizio, offrendo la loro esistenza, qualora l’unione sacra lo richieda. Chiedo loro di non vedere avversari in coloro che combattono al loro fianco contro il nemico comune. Ch’essi rinuncino, se è necessario, agli elogi, alla pubblicità e alle ricompense. Dio vede la purezza delle loro intenzioni e la patria conserverà il ricordo delle loro lotte». A questa lettera, che preannunzia la possibile scomparsa dell’Acción popular, si attribuisce grande importanza per l’avvenire politico della Spagna nazionale. Quest’anno la giornata sociale francese solita a tenersi tutti gli anni si svolse domenica 31 gennaio a Lilla, presieduta dal vescovo di Arras e con la presenza dei cattolici militanti delle diocesi vicine. Eugenio Dutoit , illustre presidente delle Settimane sociali, parlando sui problemi dell’ora presente disse fra altro: «Senza dubbio da cinquant’anni in qua centinaia e migliaia di persone si sono occupate di Carlo Marx e dei suoi commentatori. Lotta di classe, conquista del potere politico da parte del proletariato, socializzazione dei mezzi di produzione, tali furono i punti essenziali del nuovo vangelo. Ora quando sopravvenne il giugno 1936, più d’uno nelle file delle masse popolari avrà pensato che era venuta l’ora di applicare questo programma marxista suscitatore di tante speranze. E difatti si profilarono all’orizzonte dei movimenti di forza da cui non erano aliene speranze di una brusca rivoluzione. Ma ben presto il destino si pronunciò diversamente e la tribuna parlamentare fece risuonare dei vocaboli estranei alla logomachia marxista: convenzioni collettive, congedi pagati, settimana di 40 ore, arbitrato obbligatorio. In verità, che marxismo nuovo ed inatteso! Giacché la pietra angolare del nuovo regime è il contratto collettivo di lavoro, frutto di 50 anni di vita sindacale, tanto padronale che operaia. È la prima, la più essenziale e verosimilmente la più durevole delle misure legali prese dai dominatori dell’ora presente. Ora questa pratica è radicalmente incompatibile, non solamente collo spirito di lotta delle classi che è lo stesso fermento del marxismo, ma anche con lo spirito di ignoranza, di sfiducia reciproca delle classi, poiché essa impone la loro collaborazione». Queste parole e questi concetti estranei alla logomachia marxista sono invece famigliari ai discepoli della morale cristiana. E qui l’oratore conchiude invitando i cattolici a diffidare delle soluzioni negative ed a collaborare proponendo modificazioni e nuove misure efficaci. Un atteggiamento collaborazionista preconizzò anche il canonico Desgranges che tenne a Parigi nel Circolo del Lussemburgo una conferenza pubblica che è la tremila e unesima assemblea nella quale l’illustre oratore e deputato prende la parola. Per lui la disgrazia più funesta che pesa sugli ultimi 60 anni della vita pubblica francese «è la misconoscenza del loro dovere politico da parte dei circoli cosiddetti benpensanti». Questo spiega «la disastrosa carenza di cui noi abbiamo sofferto e di cui soffriamo crudelmente a dispetto degli sforzi individuali così mal compresi ed assecondati». «Due furono le ragioni che portarono a tale astensione: il vantaggio preso dai partiti di sinistra, iniziatisi all’attività civica da lungo tempo durante la loro opposizione alla monarchia e all’impero, mentre che i benpensanti abbandonavano al monarca la cura degli affari pubblici e limitavano le loro preoccupazioni ai doveri religiosi professionali e famigliari. La seconda ragione si trova nella impossibilità di un compromesso fra le diverse posizioni adottate dai benpensanti dopo la proclamazione della repubblica, perché gli uni mirano soprattutto e prima di ogni altra cosa a rovesciare il regime e gli altri invece cercano di migliorarle e purificarle». Ora per evitare questioni si finì col mettere da parte il grande comune divisore che era diventata la politica. Ci si limitò quindi a farne solo saltuariamente prendendo per il resto una posizione di «emigrati all’interno». La storia di questi 60 anni è piena di queste improvvisazioni. Sono mancati il metodo, la competenza, la tecnica dell’azione politica. Persisteremo noi, conclude con un angoscioso interrogativo mons. Desgranges, negli errori del passato?
|
4723bfef-fcdc-4b14-996d-3a08f13682e0.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Si è scritto molto sulle «trasformazioni politiche» che avvengono nel Belgio e soprattutto sul sorgere di un «socialismo nazionale», che farebbe capo agli attuali ministri socialisti Spaak e de Man . Vediamo di orientarci esattamente, ascoltando lo stesso ministro degli esteri, intervistato da un giovane cattolico, che ne pubblicò il colloquio nella Independence Belge. Spaak cominciò col dire di essere rimasto colpito in questi giorni dalle dichiarazioni dei vecchi capi, come Vandervelde e De Bruckere , i quali affermano di essere rimasti quali erano cinquanta anni fa. «È cosa strana, dice lo Spaak, che la guerra, la rivoluzione russa e il trionfo del fascismo in certi paesi non abbiano modificato l’idea che si poteva fare del socialismo democratico ed internazionale alla fine dell’ultimo secolo. Io non ho nulla rinnegato del mio ideale socialista, ma credo che vi siano altri metodi per realizzarlo al di fuori di quelli espressi dal marxismo rivoluzionario nel quale credetti per lo innanzi. Allevato al di fuori da ogni preoccupazione religiosa, credo che il marxismo abbia avuto l’immenso merito di richiamare l’attenzione del mondo sopra l’importanza di fattori economici nell’evoluzione sociale, ma il suo errore è di credere che questi fattori siano esclusivi. La guerra e gli avvenimenti contemporanei hanno dimostrato l’importanza delle forze spirituali». Questa comprensione rende più facile allo Spaak la collaborazione coi cattolici o almeno con un gruppo di loro. In tutte le classi e in tutti i partiti si fanno largo due grandi correnti comuni, egli dice: «anzitutto una corrente in favore dei valori d’ordine, d’autorità e di responsabilità, nel quadro della democrazia; di poi una corrente assai forte in favore della giustizia sociale». Aggiungo, conclude questa parte dell’intervista il ministro, di condividere le idee di Enrico de Man e «di considerare i valori umani trasmessici dal cristianesimo come fondamentali per la nostra civiltà». Condotto poi dall’intervistatore ad esprimersi sul «socialismo nazionale» egli dice: «Accetto per quanto mi riguarda il titolo di socialista nazionale, per quanto esso sia soggetto a confusione per l’uso che ne hanno fatto certi movimenti totalitari, ai quali non v’è bisogno di dire ch’io non aderisco in nessun modo. Si può essere socialista nazionale senza nulla rinnegare delle giuste aspirazioni ch’esprime l’internazionalismo, senza nulla rinnegare del proprio ideale di fraternità e di pacifismo». Ma l’esperienza ha dimostrato che non vi è collaborazione internazionale possibile, se non si tien conto dei fatti nazionali. Per il resto il ministro crede sempre che la lotta di classe sia un fatto reale, ma ritiene che «se il socialismo vuole progredire nel regime della democrazia e della legalità, esso deve andare al di là del proletariato e conquistare al suo programma altri circoli sociali». Siamo ancora molto lontani dallo Stato socialista e nello Stato intermedio nel quale ci troviamo esiste una reale solidarietà fra le diverse classi sociali. «Siete voi partigiano dell’organizzazione professionale? L’organizzazione professionale – risponde il ministro – sembra per molta gente un agguato pericoloso, perché negli Stati totalitari l’organizzazione professionale si è sostituita alla democrazia politica. Ma io sono tuttavia convinto che è possibile e utile organizzare le professioni nel quadro della democrazia. Le professioni organizzate dovrebbero avere un certo diritto di regolamentazione, ma in tutte le questioni di interesse nazionale esse non potranno esercitare che una funzione consultiva, la decisione essendo riservata al potere politico, cioè al governo sotto il controllo del parlamento. Accanto all’organizzazione sociale conviene lasciare esistere un sindacalismo libero e di combattimento, e una delle sue armi deve essere il diritto di sciopero. Mi auguro che ci orientiamo verso un regime nel quale i lavoratori, i tecnici e i finanziatori siano associati possibilmente alla proprietà, e in ogni caso alla gestione delle imprese. L’ora del controllo operaio suonerà ben tosto; ma tutte queste riforme non devono tendere ad abolire la proprietà personale e proletarizzare le masse, ma invece ad aumentare la proprietà personale dei beni di consumo». Infine il giornalista sollecita il parere del ministro sul problema che è ora più ardente nel Belgio: la riforma dello Stato. Ecco le sue dichiarazioni: «Ciò che molti desiderano come riforma dello Stato non è ai miei occhi che un semplice ritorno all’idea primitiva e sana della democrazia. Sarebbe un errore per i partiti di sinistra di non tener conto della corrente che esiste a questo riguardo presso tutte le correnti. L’idea di controllo è l’idea essenziale della democrazia, ma questo controllo deve lasciare intatte le possibilità di coloro che agiscono e sono effettivamente responsabili, esistendo la sanzione di potersi sbarazzare di loro, quando si pensi che abbiano sbagliato». In quanto ai rapporti col comunismo, Spaak pensa che esista una certa confusione nell’uso delle parole. «Il termine comunista non corrisponde più a quello che significava una volta. In Russia non esiste affatto il comunismo anzi l’evoluzione che avviene colà non è verso il comunismo e nemmeno verso il socialismo». L’intervistato pensa anzi che si debba dire il contrario, per quanto lo Stato nella U.R.S.S. sia ancora in formazione nel suo definitivo concetto e quindi nella sua denominazione. Comunque, continua, «è assurdo il considerare la Russia come uno Stato democratico e più assurdo ancora di voler chiamare i comunisti d’occidente a concorrere alla difesa della nostre libertà e delle nostre istituzioni. È una profonda divergenza dottrinale che ci separa dai comunisti, differenza maggiore ancora di quella di quindici anni fa. È strano che uomini che li combattevano allora, trovino oggi, dopo il fallimento dello Stato comunista, ragionevole di credere che esso possa costituire la prima civiltà socialista». L’intervista con Spaak fu seguita a breve distanza da un’altra con Enrico de Man, il quale si espresse in senso ancora più favorevole ai cattolici, dichiarando che il suo famoso piano si poteva attuare, attenendosi alle linee direttrici delle grandi encicliche pontificie. L’accoglienza della stampa cattolica è molto diseguale e parecchi giornali, pur rilevando l’avvicinamento prodottosi nei due uomini socialisti di governo, fanno però notare che rimane sempre tra socialismo e cattolicismo un insuperabile abisso dottrinale. In ogni caso la collaborazione non potrà essere che tecnica e limitata ad un preciso programma d’azione. Ogni altro accostamento potrebbe significare confusione di idee e perfino tradimento dei principi cristiani. D’altro canto il consiglio generale del partito socialista si è preoccupato delle tendenze manifestate da Spaak e de Man e li ha chiamati a difendersi. Dalle loro dichiarazioni risulta che essi non intendono abbandonare il partito socialista, ma di fare propaganda delle loro idee entro lo stesso partito. Spaak si è difeso vivamente. Facendo appello, egli disse, alla collaborazione dei cattolici, non ho agito esattamente come Léon Blum? E del resto non si dice nel programma del partito che la religione è cosa privata? Rimango, egli aggiunge, ostile ad ogni alleanza coi comunisti; coloro che la vogliono danno in braccio il partito agli estremisti. Anche de Man si dichiarò contrario al «fronte comune», dimostrando che non si può contemporaneamente collaborare in un governo di coalizione e far parte di un fronte coi comunisti. Queste dichiarazioni sollevarono grandi proteste da parte dei vecchi socialisti che non vogliono assolutamente un’alleanza coi democratici cristiani. Recentemente il ministro di propaganda germanico accusava la S. Sede di eccessiva indulgenza verso il comunismo perché non avrebbe rotto i rapporti diplomatici col governo di Valenza, né allacciate relazioni ufficiali col governo di Burgos. L’Osservatore Romano rispondeva, ristabilendo la verità dei fatti; ma l’accusa ci ha fatto ricordare una «messa a punto» di Jacques Bardoux sui rapporti della Germania hitleriana colla Russia. Hitler il 21 marzo 1933 dichiarava dall’alto della tribuna parlamentare che «per quanto riguarda l’URSS, il governo tedesco è ansioso di mantenere relazioni amichevoli e reciprocamente profittevoli. Il governo della rivoluzione nazionale è particolarmente preparato per questa politica realista di fronte alla Russia sovietica. La lotta contro il comunismo è un nostro affare interno, nel quale non tollereremo mai alcuna ingerenza dall’esterno. Ma le relazioni politiche dello Stato con altre potenze non saranno influenzate da questo fatto». Questa affermazione realista non resta campata nelle nuvole, ché anzi ancora nel marzo 1933, pochi giorni dopo l’incendio del Reichstag, viene concesso un credito di 100 milioni di marchi ai Sovieti e il 20 agosto 1933 a Königsberg, l’ambasciatore della Russia inaugura solennemente la fiera dell’Est. Scoppiato poi un incidente a proposito dei corrispondenti dei giornali, un comunicato ufficiale del 30 ottobre 1933 annunzia che il conflitto fra Berlino e Mosca è risolto e che i giornalisti dei Sovieti saranno ammessi al processo di Lipsia. Il ministro di Hitler e l’ambasciatore di Stalin constatano in questo comunicato che «le relazioni fra i due paesi non saranno intaccate dalla differenza dei loro regimi politici». In un altro discorso del 30 gennaio 1934 Hitler s’applica a calmare le inquietudini dei russi e «fa buon viso al desiderio di Stalin di stabilizzare l’Est, con un sistema di patti, soprattutto se le loro idee direttive sono meno d’ordine tattico e politico e tendono davvero a consolidare la pace». Il 9 aprile 1935 venne confermato l’accordo economico per cui i tedeschi rinnovavano il prestito di 600 milioni di marchi. Fu solo nel marzo 1936 che il Führer, dopo aver denunciato come estremamente pernicioso e condannevole il patto franco-sovietico, designandolo come peccato dottrinale, iniziò la sua lotta a fondo contro il comunismo, ma né questa denuncia né l’anatema lanciato contro il comunismo russo al congresso di Norimberga il 14 settembre 1936, impedirono che Berlino facesse altri prestiti a Mosca. D’altro canto Hitler il 5 maggio 1933 rinnovò per cinque anni il trattato russo-tedesco del 1926, il quale prevede che i due governi «resterons en contact amical», per «arriver à s’entendre sur les problèmes politiques et économiques qui l’interessent mutuellement». Questo realismo nei rapporti economici e diplomatici è anch’esso inquinato da peccato dottrinale? È già noto che il 30 gennaio si ebbe a Monaco l’iscrizione dei nuovi scolari per le scuole elementari della città; i genitori cioè dovevano scegliere fra la iscrizione alla scuola pubblica o alle scuole confessionali con diritto di pubblicità. Questa specie di plebiscito diede un risultato disastroso per le scuole confessionali, giacché dei 7354 scolari presentati per il nuovo anno, 7322 cioè il 95, 66% vennero iscritti alla scuola pubblica e solo 32 a quella confessionale. Ciò vuol dire che nel prossimo anno scolastico dei 54979 scolari che frequenteranno le elementari 52836 andranno nelle scuole pubbliche e solo 2134 nelle scuole confessionali. Nel 1934 l’89% degli scolari di Monaco frequentavano ancora le scuole professionali cattoliche e protestanti: nel 1935i nazisti riuscirono ad abbassare questa percentuale a 65,5%; nel 1936 a 34,9% ed ora nel 1937 la percentuale dei «confessionali» è ridotta a 3,9%. La pressione della propaganda organizzata dal partito dominante fu enorme: ministri, professori, insegnanti, tutto fu mobilitato dal 23 al 30 gennaio per convincere i genitori. Dal ministro Wagner , dall’ispettore scolastico Bauer fino all’ultimo bidello, tutti s’affannarono a fare entrare nel cervello dei genitori l’idea che oramai la volontà inesorabile del nazismo al potere aveva condannata la esistenza delle scuole confessionali e che la scuola di Stato era diventata una fatalità alla quale non potevano sottrarsi, a scanso di essere proclamati traditori della causa nazionale, con le relative conseguenze. Il cardinale e i parroci avevano fatta leggere dai pulpiti un’energica dichiarazione in favore della scuola cattolica, dalla quale già traspariva l’enorme pressione esercitata dallo Stato e dal partito a favore della scuola pubblica; e quando si pensi che i genitori non erano chiamati a votare per scrutinio segreto, ma a mettere il nome e cognome su una lista che sarebbe rimasta come un marchio indelebile per tutta la vita, ci si può ben spiegare come mai la parola del vescovo non sia riuscita a salvare la Chiesa da una dolorosa sconfitta. Dopo l’iscrizione e la pubblicazione dei risultati l’ordinariato arcivescovile di Monaco pubblicava una dichiarazione di protesta contro le accuse lanciate ai vescovi dalla propaganda ufficiale, contro le ingerenze illegali dell’autorità scolastica, contro la mancata libertà di propaganda dei cattolici, essendosi arrivati perfino a sopprimere una lettera pastorale diretta ai genitori. In conclusione l’autorità ecclesiastica dichiara di non poter riconoscere nell’iscrizione la libera volontà dei genitori. La forza non crea un nuovo diritto e perciò il diritto alla scuola confessionale continua ad esistere, in base anche al solenne riconoscimento del Concordato. Ciò non toglie che i fatti abbiano dato ragione al Rosenberg quando recentemente in un discorso dichiarava: «È per noi un punto cardinale che il movimento nazional-socialista diventi attraverso lo Stato il moderatore assoluto dell’educazione della generazione futura. Ci si oppone, egli aggiunse, che non si deve intaccare l’autorità dei genitori. Noi comprendiamo questo nel senso che i genitori marceranno con noi. Se alcuni si rifiuteranno, sappiamo che migliaia di giovani sono in grado su questo capitolo di educare i genitori». In un brindisi, pronunciato ad un banchetto delle associazioni cattoliche a Londra, l’arcivescovo Hinsley si dolse amaramente che il partito laburista in un foglietto volante abbia fatto un’immensa confusione e commesso una grande ingiustizia attaccando la Chiesa e il S. Padre «come sostenitori del fascismo». Sono certo – egli disse – che il 75% del popolo che usa questa parola non ne conosce punto il significato. Esso chiama fascismo ogni cosa che viene contrapposta al comunismo senza saper distinguere. Lo stesso si può affermare della parola comunismo. Vi è invero un comunismo che non è inconciliabile col cattolicismo ed è per esempio il comunismo che si rivela nell’utopia di S. Tommaso Moro , il quale difende però i diritti della proprietà privata e insiste sulla virtù della carità. Si può chiamare comunismo ideale quello dei nostri ordini religiosi fondati sulla carità e sulla povertà volontaria. Ma chi vorrà confonderlo col moderno comunismo ateo ed essenzialmente anticristiano? Bisogna dare alle parole il significato concreto che corrisponde alla realtà dei nostri tempi. Il direttore del West Eclair, intervistato dalla Reichspost, ha dichiarato di non credere che la Francia possa essere tra poco preda del comunismo. La vita e la forza della Francia, egli disse, si fondano specialmente sulla classe rurale che respinge assolutamente il comunismo. Sono esagerate anche le dicerie che si formino delle cellule comuniste nell’esercito. Recentemente – narra il giornalista – un soldato cantò in caserma l’«internazionale». Il comandante lo condannò ad un mese di arresto ed il soldato ricorse a mezzo dei suoi sostenitori al ministro della guerra, ma il risultato fu che Daladier aumentò l’arresto a due mesi. Pagès, tale è il nome dell’intervistato, crede che in Francia il pericolo più prossimo non sia il comunismo, ma piuttosto la evoluzione verso un socialismo di Stato. Egli è persuaso che i 72 collegi ottenuti nelle ultime elezioni dai comunisti siano dovuti in gran parte ai decreti Laval, che diminuiranno gli stipendi ai funzionari, e ritiene che nelle prossime elezioni, come già si è visto in certe elezioni parziali, i comunisti siano destinati a perdere terreno. Il sig. Pagès conclude la sua assai ottimistica conversazione gettando uno sguardo di speranza sull’attività dei sindacati cristiani e della Gioventù operaia cattolica. «I socialisti non hanno che due teste: Blum e Paul Faure, ma costoro non rappresentano l’anima della Francia né potranno rappresentarne l’avvenire».
|
5c5bb8ea-d5d6-4395-aa35-c65b5c39027b.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
L’enciclica sul comunismo è un manifesto, scritto in uno stile piano e cristallino, e diretto al grande pubblico e alle masse popolari. Forse mai prima d’ora venne fatto uno sforzo così riuscito per esporre al popolo in tutta la loro completezza la dottrina e la concezione del mondo che sono condannate e contrapporvi in un sunto magistrale gl’insegnamenti della Chiesa. Questo documento ha l’accento della verità, s’ispira ad un senso profondo di giustizia ed è tutto pervaso da un paterno soffio di carità. Certo esso non dà fondo all’universo, come sembra avessero preteso critici interessati e malevoli; anche per quanto riguarda gli aspetti economico-sociali, esso presuppone la visione quadrata e ricostruttiva della Quadragesimo anno, la quale a sua volta completa ed aggiorna la Rerum novarum. Per quanto riguarda poi gli aspetti civili e politici della crisi, tanto dentro gli Stati che nei rapporti internazionali, usciva a breve distanza la lettera ai vescovi tedeschi , la quale si riallaccia per alcuni punti all’enciclica-programma di Pio XI Ubi arcano Dei . Con questi documenti e colla lettera al Messico , il Papato dà una prova magnifica del modo mirabile con cui compie la sua missione. Nelle tempeste che attraversiamo possiamo guardare con fiducia e serenità all’avvenire. Il timone della navicella è in mani ferme e sicure e l’assistenza del Signore è ancora una volta manifesta. La chiara esposizione della dottrina comunista fatta dall’enciclica Divini redemptoris ci ricorda che la dittatura bolscevica in Russia, come ogni altra dittatura rossa, secondo la visione del marxismo, non dovrebbe costituire che un periodo di transizione, dopo il quale lo Stato dovrebbe dissolversi. È certo che lo stesso Marx non pensava ad una dittatura permanente o di lunghissima durata, quale proclamano necessaria gli odierni bolscevichi. Marx in fondo proveniva dall’individualismo liberale ed ha scritto una proposizione che è in perfetto contrasto colle idee staliniane. Egli dice, infatti: «Il vecchio capitalismo privato è preferibile ad ogni sorta di capitalismo di Stato, poiché questo toglierebbe all’individuo l’ultimo resto di libertà personale, senza la quale la vita perde ogni valore e ogni senso». Conviene quindi concludere che se oggi ritornasse, preferirebbe di vivere a Londra sotto Baldwin piuttosto che a Mosca sotto Stalin. François Mauriac commentando il conflitto sanguinoso di Clichy , descrive Léon Blum come un socialista intelligente e sentimentale il quale andando al governo s’era proposto di interrompere la serie di quegli uomini politici venuti dal socialismo e diventati poi sul banco del potere servitori della difesa borghese fino a far fuoco sulle masse operaie. Léon Blum aveva l’ambizione di governare e mantenere l’ordine senza cozzare con la massa e i suoi istinti, e, per riconciliare la propria azione col suo sogno, lo s’era visto in occasione della occupazione delle officine e di altri movimenti operai, rivolgere degli appelli appassionati alla classe operaia come se fosse una persona ritta innanzi a lui che convenisse con uno sforzo di persuasione associarla al suo idealismo. Pareva già che gli fosse riuscito di superare le maggiori difficoltà, quando improvvisamente in una triste notte gli veniva vibrato il colpo fatale. «Fu il caso o il cattivo destino? No, davvero! perché contro la volontà di questo idealista, c’è un’altra volontà che lavora e che noi conosciamo, la quale dal maggio in qua non cessa di scavare la sua mina. Con ciò non indico il complesso di forze che i giornali del fronte popolare qualificano “faziose”. Queste forze Léon Blum le trova invece sulla sua strada e le conosce bene: egli governa contro di esse, vale a dire grazie ad esse. La loro ostilità è un aiuto insostituibile. Egli è ben lungi dal temerle, anzi le benedice e questa benevola e inerme opposizione se non esistesse, egli la inventerebbe. No, gli avversari onnipotenti della sua riuscita non si rizzano contro di lui, ma stanno seduti alla sua sinistra ed egli s’appoggia su loro con una prudenza delicata che teme ad ogni istante di essere sorpresa. I loro abbracci lo soffocano ed egli è tradito continuamente dai loro baci. E il sangue non si è ancora disseccato sul selciato di Clichy che il disgraziato si chiede a quale svolta della sua via i suoi terribili amici vorranno di nuovo aggredirlo». Mons. Gerlier vescovo di Lourdes in una conferenza tenuta a Vienna in seno alla Società scientifico-letteraria leonina, si è espresso molto ottimisticamente circa i progressi del pensiero cattolico in Francia. Dopo aver citato alcuni dei più bei nomi della letteratura francese fra coloro che sono ritornati al cristianesimo e lo professano, dopo aver ricordato che la filosofia cristiana ha conquistato parecchie cattedre alle università e che anche nel campo della scienza medica si notano dei ritorni significativi, monsignor Gerlier ha rilevato specialmente il movimento cattolico degli studenti universitari, ha constatato che la gioventù cattolica conta 300 mila soci, i gruppi degli scoutisti 50 mila membri e le società sportive e le congregazioni 250 mila. Grande importanza hanno acquistato le organizzazioni professionali dei laureati tra le quali vanno citate quella dei professori universitari, quella dei medici nella corporazione di S. Luca e quella degli ingegneri che conta 10 mila membri. Perfino gli artisti di teatro sono raccolti in una corporazione di 1200 soci. La vita cattolica abbraccia tutti i campi, dall’istruzione fino alla centrale per la radio e per il cinema e al comitato nazionale per l’igiene. La stampa cattolica francese, afferma sempre mons. Gerlier, è divenuta una vera grande potenza. Nella Esposizione mondiale di Parigi si potrà ammirare un padiglione della Chiesa coi colori pontificali e uno speciale padiglione di Lourdes. Gli eccessi del comunismo e la necessità di dissociare da essi la propria responsabilità e forse anche il timore che i movimenti di destra s’impadroniscano delle masse popolari attuando un programma minimo di realtà e di contingenza, vanno spingendo i capi della socialdemocrazia verso un opportunismo tattico che in certi paesi sembra diventare oramai un vero abbandono della dogmatica marxista. Abbiamo riportato l’ultima volta l’intervista del ministro belga Spaak che annunziava l’abbandono del marxismo internazionalista, e oggi ricordiamo il discorso del ministro presidente socialista svedese Hansson che ai tempi del governo Branting gli aveva amareggiato la vita col suo radicalismo marxista. Ora alla Camera svedese due settimane fa, dichiarandosi contrario alla costituzione del fronte popolare proposto dai comunisti, aggiungeva che il partito social-democratico attribuisce bensì importanza alle dottrine marxiste, ma non crede che esse rappresentino l’ultimo gradino dell’evoluzione. In ogni caso il partito respinge l’uso della forza in favore d’una dittatura proletaria. E un atteggiamento simile pare vogliano assumere i socialisti olandesi. Il loro comitato direttivo abbandonando di questi giorni l’atteggiamento antimilitarista finora rigorosamente mantenuto, delibera di togliere dal programma del partito il disarmo e di accettare per l’Olanda la necessità di nuovi armamenti. Ciò viene motivato col fallimento della Lega e della sicurezza collettiva e al popolo viene reso plausibile col cosiddetto «pericolo fascista»; in realtà però si tratta di una evoluzione più profonda, tanto è vero che contemporaneamente il partito socialista olandese, finora risolutamente repubblicano, dichiara di essere disposto a conservare anche la monarchia. Anche qui dunque i rappresentanti degli operai che hanno conquistato oramai un alto livello di vita, vogliono nettamente distinguersi dai comunisti e si avvicinano piuttosto ai laburisti inglesi. Siamo in piena campagna elettorale per l’elezione suppletoria di Bruxelles, nella quale si fronteggiano il capo dell’attuale governo dell’unione nazionale e il fondatore del rexismo. Il discorso programma di Van Zeeland s’occupa naturalmente in prima linea delle sue direttive politiche e del problema della riforma dello Stato. Benché i comunisti, per far dispetto a Degrelle, abbiano dichiarato di votare in favore del presidente del consiglio, questi non ha mancato di assumere anche in tale riguardo un atteggiamento franco e leale. «Da quando si è costituito il mio governo, egli ha detto, in tutte le grandi questioni nelle quali abbiamo tentato di portare una soluzione siamo stati combattuti aspramente e violentemente dai comunisti ed è nella logica delle cose che sia così … Alla nostra politica fondata su una evoluzione graduale, progressiva, nell’ordine, nella libertà, nella pace, sono necessariamente contrari tutti coloro che vogliono un rovesciamento sociale e politico … tutti coloro i quali sognano di imporre con la forza alla maggioranza dei loro concittadini le vedute di una minoranza attiva, organizzata e fanatizzata. Tra costoro i comunisti stanno in prima fila. La dottrina comunista è in opposizione diretta ed assoluta colla stessa dottrina del cristianesimo di cui è impregnata tutta la nostra civiltà …». Ripetendo poi le sue dichiarazioni fatte due mesi prima, Van Zeeland a tutti coloro che sono spaventati dai disastri provocati in altri paesi dalla propaganda comunista ripete ancor oggi: «Il governo è armato contro ogni tentativo di rivolta o di violenza comunista. Esso è in grado di opporsi efficacemente ad ogni velleità di dittatura di sinistra. Esso è più che mai risoluto a contenere nella legalità ed a frenare le azioni di coloro che vorrebbero scatenare sul nostro paese gli orrori che hanno insanguinato le altre nazioni. Nel medesimo tempo, vi dico, badate che i metodi che certuni vorrebbero vedere impiegati nelle lotte contro il comunismo sono i più inefficaci e i più pericolosi che esistano. La violenza chiama la violenza e il disordine chiama il disordine. L’illegalità è un male in se stesso e sarebbe la peggiore delle aberrazioni quella di voler difendere e mantenere l’ordine cominciando dall’agitazione e dal disordine. Coloro che vorrebbero disobbedire alle leggi ed all’autorità darebbero il peggiore esempio e prenderebbero su di essi una responsabilità terribile. Ma non basta, bisogna conquistare i cuori, bisogna che coloro che vogliono la rivolta siano e restino una infima minoranza; bisogna che la immensa maggioranza dei belgi senta che il loro paese assicura loro una vita migliore, più larga e più libera e più alta di quella che potrebbero trovare altrove. A tale scopo conviene fare una politica che secondo la bella espressione usata dai nostri vescovi nella pastorale di Natale, “sopprima le lagnanze fondate, dia soddisfazione alle rivendicazioni legittime e tolga così ai fautori di disordini e di rivoluzioni il loro mezzo più fruttuoso di successo …”. Apprendo in questo momento che l’appello dei vescovi belgi nella loro energica condanna del comunismo ha trovato un’eco ancora più eccelsa, tutta cioè una recente enciclica pontificia … Infine mi resta ancora una riflessione a sottoporvi: il miglior modo di favorire il comunismo è di fare quello che vorrebbero certi estremisti dell’altra parte, fomentare cioè il disordine, creare situazioni torbide, fare appello alla violenza …» . L’oratore si applica poi a dimostrare che il governo da lui presieduto è un governo di unione nazionale e non di fronte popolare e dopo aver annunciato parecchi provvedimenti legislativi per le classi medie e per gli ex combattenti, parla della riforma dello Stato, assicurando che il governo sta preparando i relativi progetti, ma che intende di procedere cautamente perché, come dice Burke , «bisogna mettere le mani sui difetti dello Stato come sulle piaghe di un padre, cioè con una pia venerazione». Intanto è già molto avanti lo studio della organizzazione professionale, imminente la presentazione di un grande progetto per la creazione del Consiglio di Stato. L’oratore termina insistendo che il Belgio si trova ad un bivio: «da una parte una via facile, quella della avventura, allettante per certi riguardi, pavimentata di passioni, tracciata contraffacendone altre; dall’altra una via dura, tagliata da monti precipiti ma appoggiata su un terreno solido che continua una direttrice nota, quella dei nostri avi, quella che i nostri avi hanno seguito da secoli. Quando vi troverete innanzi a due vie, diceva il Padre de Foucauld , scegliete sempre la più dura; è quella buona … La parola d’ordine è quella dei nostri padri: “le roi, la loi, la liberté”». Dalla Cecoslovacchia giunge una buona notizia pasquale. Fra i rappresentanti le minoranze nazionali tedesche al parlamento e al governo, è stato concluso un accordo che si può chiamare un «gentlemen’s agreement» per quanto riguarda la politica interna della Cecoslovacchia. Come è noto, la Costituzione concede alla forte minoranza tedesca una propria vita nazionale nelle amministrazioni locali e nei tribunali, ma i tedeschi si lamentavano finora che in via di fatto i loro connazionali fossero esclusi dai più alti posti delle amministrazioni centrali o dai maggiori dicasteri delle provincie, che spesso l’autonomia comunale venisse lesa con l’invio di commissari non tedeschi e che nella assegnazione di lavori pubblici gli imprenditori e gli industriali tedeschi venissero sorpassati per favorire i cecoslovacchi. Queste lagnanze, la crisi economico-industriale e senza dubbio anche l’attiva propaganda pangermanista degli hitleriani, avevano favorito l’avvento di un partito nazista che rappresentava per il giovane Stato un pericolo permanente. Già il vecchio presidente Masaryk aveva proclamato la necessità di soddisfare i legittimi desideri dei tedeschi e nel 1926 si era avuto sotto il ministero Svehla un primo abbozzo di accordo tra le due nazionalità. Ma, caduto questo ministero, si dovette attendere fino al presente governo per trovare nell’attuale presidente del consiglio Hodza un uomo disposto a favorire la tendenza del successore di Masaryk, il quale, come si ricorderà, appunto per il suo programma di giustizia nazionale ottenne anche il voto di parte dei rappresentanti tedeschi. Ora si annunzia che l’accordo negoziato parecchi mesi è perfetto ed entrerà immediatamente in vigore. Si pubblica infatti la nomina di un capo sezione tedesco nel ministero del commercio e di due tedeschi, su cinque nominati, come membri del tribunale supremo di Bruna. Queste nomine d’impiegati ai posti superiori dovrebbero continuare fino a raggiungere il numero-chiave, che corrisponde al numero della popolazione. Inoltre a Praga, le minoranze nazionali tedesche hanno costituito un apposito ufficio di controllo che d’accordo col governo dovrà vigilare perché il compromesso oggi felicemente raggiunto, venga attuato. Dall’accordo resta naturalmente escluso il partito nazista legato a delle pregiudiziali di carattere radicale. Alla nuova politica contribuì invece in misura direttiva il piccolo ma dinamico gruppo dei cristiano-sociali tedeschi. Fu forse mera coincidenza che lo stesso giorno in cui si pubblicava a Roma quel documento di altissimo ed universale valore che è l’enciclica intorno alla situazione della Chiesa cattolica in Germania, i giornali dessero anche notizia di un articolo del Völkischer Beobachter. L’articolo più che una polemica anticipata, era probabilmente stato scritto in risposta agli energici e coraggiosi discorsi del cardinale Faulhaber. Comunque, la coincidenza serve magnificamente a contrapporre due concezioni morali e giuridiche e due formule di pratica condotta nella attività pubblica e privata. L’enciclica mentre proclama che norma costante del papato «è la fedeltà agli accordi sanciti», deve constatare che l’altra parte ha, per «norma ordinaria, lo svisare arbitrariamente i patti, l’eluderli, lo svuotarli e il violarli più o meno apertamente». E il Völkischer Beobachter, quasi a portare un’immediata conferma dell’accusa lanciata dal papa contro il nazismo, statuisce che i trattati valgono solo per il momento in cui si concludono, cioè rebus sic stantibus … Le mutate circostanze autorizzano a non mantenere il trattato e … delle circostanze è giudice inappellabile il Führer.
|
1097988d-d051-4a1b-8d8b-3910c9cd0335.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Quale sarà la marcia del nazionalsocialismo? La stampa tedesca ha avuto l’ordine di fare la congiura del silenzio di fronte alla protesta e alla vigorosa enciclica del Pontefice; la polizia si è limitata a cercarne e confiscarne le copie; ma quali sono gli intendimenti di Hitler e dei suoi luogotenenti? Gli uni sperano che il Führer, preoccupato essenzialmente della formazione militare della nazione e della lotta gigantesca che va preparandosi in Europa, cerchi di evitare un conflitto di carattere religioso o, meglio, non voglia portarlo alle sue estreme conseguenze, imitando in ciò il capo del governo francese che frena gli istinti giacobini della sua maggioranza, perché impegnato nelle lotte sociali e nello sforzo di mantenere la pace esteriore. È vero che oramai le speranze, abilmente seminate da Von Papen, che un concordato colla Chiesa cattolica potrebbe portare il nazismo ad una situazione simile a quella che vige in Italia, fra il papato e il regime, sono definitivamente cadute. Ma i filo-nazisti, ridottisi all’ultima trincea, sperano almeno che Hitler, corrispondentemente a propositi altra volta espressi, e al suo stesso interesse, si arresti sulle conquiste ormai raggiunte: la scuola unica, coll’abolizione della scuola confessionale e l’organizzazione giovanile di stato unificata, coll’abolizione delle associazioni cattoliche o almeno con la riduzione a compiti di formazione religiosa individuale, entro una zona di tempo e di spazio resa angusta ed asfittica dall’esigenze totalitarie del nazismo. Ma qui, rispondono i pessimisti, si nasconde la più perniciosa delle illusioni. Il nazismo non si accontenta di essere un programma politico e un regime, esso vuol essere anzitutto una rivoluzione spirituale e una fede religiosa. Quali elementi predomineranno in questa rivolta spirituale e a quali cieli si rivolgerà la nuova fede? Si sperò un giorno che nell’ulteriore corso della sua evoluzione il Führer potesse porre in disparte Rosenberg e simili dottrinari del nazionalismo, e su questa fiducia può essersi basata anche la paziente longanimità e indulgenza delle autorità ecclesiastiche, ma come si può oggidì coltivare ancora tale speranza? Esaminando anzitutto il contegno del cancelliere di fronte alla crisi della Chiesa protestante, si vede come egli vada a tentoni ricorrendo a provvedimenti contraddittori uno dopo l’altro, ma evitando sempre di prendere di fronte gli estremisti. Prima si dà l’assalto alle «Chiese», ponendovi a capo dei commissari, come se si trattasse di amministrazioni municipali, poi vi si impone una sagoma unitaria e un Reichsbischof, trascurando qualsiasi differenza di credo e di disciplina; poi ancora, di fronte alla minacciosa opposizione della «Chiesa confessionale» si tenta il compromesso coll’espediente burocratico di commissioni miste; fallito anche questo si indicono le nuove elezioni ecclesiastiche, impegnandosi a rispettarne il verdetto e col proposito evidente di mobilitare tutti i cristiano-tedeschi per la conquista dei seggi ecclesiastici. Così in un momento di imbarazzo, falliti tutti i provvedimenti autoritari, il nazismo ricorre o finge di ricorrere allo svalutato espediente elettoralistico per trovare la soluzione salvatrice. Ma ecco che anche qui le varie fasi della lotta dimostrano l’incapacità assoluta di dominare colle formule politiche un movimento ed una concezione trascendentale: il regno di Dio sfugge ad ogni più rigido totalitarismo. Lo si può toccare con mano leggendo la lettera aperta dell’ex sopraintendente generale brandenburghese Ottone Dibellius , diretta al ministro dei culti Kerrl . Il nazismo crede che la Chiesa debba accontentarsi del fatto che le viene permesso di entrare nelle scuole per una o due ore settimanali di catechismo. Ma, oppone il Dibellius: «se al mattino nell’ora di catechismo viene detto ai ragazzi: “la Bibbia è la parola di Dio tanto del Nuovo come dell’Antico Testamento” e se invece nel pomeriggio vien loro insegnato che la “nostra Bibbia è il Mein Kampf di Hitler”, come potete evitare di prendere una decisione in argomento? Ecco perché, conclude il Dibellius, noi diciamo allo Stato: volete dare ai cosiddetti cristiano-tedeschi della Turingia il permesso di costituirsi in una nuova setta? E sia, ma a noi, alla vecchia “Chiesa evangelica” dovete lasciare la libertà di credere alla parola di Dio». Di fronte all’energico contegno dei «confessionali» si annunciano ora nuovamente esitazioni del capo del governo il quale ha differito il termine delle elezioni. Quest’incertezza di atteggiamento, queste esitazioni provenienti dall’incapacità di comprendere ed affrontare i problemi religiosi contengono forse anche delle indicazioni sul come Hitler si comporterà di fronte alla Chiesa cattolica. Oscillerà fra il desiderio di non ingaggiarsi a fondo in un conflitto che lo porterebbe fuori delle sue ragioni di essere e lo allontanerebbe dalle sue mete politico-sociali e fra la sua incapacità di prendere delle decisioni ferme e chiare in un mondo che gli è così poco conosciuto. In quest’atmosfera torbida e nebulosa guadagneranno purtroppo terreno le figure molteplici dei falsi profeti che, sfruttando la tendenza naturale dell’animo tedesco a scavare in profondità, tenteranno di spingere all’estremo della logica le false dottrine della razza e del sangue che costituiscono il lievito del nazismo. Hitler, ad esempio, non si sente di stroncare il movimento dottrinale dei coniugi Ludendorff , che oggi si potrebbe ancora facilmente soffocare nel ridicolo delle sue formule esaltate. Viceversa anzi, in seguito ad un accostamento, del quale non si possono ancora prevedere gli effetti, Ludendorff pubblica di questi giorni un appello ai suoi fedeli per proclamare di aver ottenuto dal Führer libertà di propaganda e riconoscimento giuridico della setta. Rosenberg riceve così dal di fuori un potentissimo aiuto e nessuno può dire quale potrà essere l’effetto di questi insegnamenti sulla gioventù hitleriana, aperta da oggi alle sue suggestioni. Fra il nazismo e le concezioni di Ludendorff vi sono fatalmente dei punti di contatto e delle mete comuni. Ludendorff dice che «la coscienza del sangue e la chiarezza razziale sono la spina dorsale della nazione» e questa dottrina trova conferma non solo in alcune direttive del Mein Kampf, ma anche nella legislazione antisemitica ed eugenetica del regime. Ludendorff si eleva contro «l’asservimento del popolo ad un cristianesimo straniero», e qui riecheggiano gli antichi gridi di battaglia di Los von Rom e Los von Jerusalem, nati in Austria e formulati poi con suggestionante documentazione scientifica da Huston-Steward Chamberlain nella sua famosa opera Le basi del secolo XX, un altro dei vangeli della generazione nazista. Infine quando Ludendorff proclama che lo scopo principale dell’attuale generazione tedesca è di preparare la guerra totalitaria e di formare tali uomini e tali donne che sappiano resistere all’estremo per mesi e per anni al nemico, non indica egli la stessa mèta che si affacciava ad un altro capo nazista quando diceva che il popolo tedesco deve preferire al burro i cannoni? E se Ludendorff, organizzatore del popolo tedesco in armi durante la guerra, proclama che meditando sugli insegnamenti della grave esperienza è arrivato alla conclusione che non bisogna lasciare rammollire le qualità razziali del popolo tedesco da una religione straniera e che non bisogna ripetere l’errore dell’Impero romano lasciando alla Chiesa cattolica la possibilità di spezzare l’unità del popolo, come non temere che tali conclusioni non facciano impressione sopra una generazione alla quale si è voluto insegnare che la guerra fu perduta non per la prevalenza delle forze coalizzate dei nemici né per gli errori dei propri generali, ma solo per la sfaldatura del fronte interno dovuta a quel tanto di umanità e di coscienza universale che cattolicismo e umanitarismo portano fatalmente nella coscienza delle nazioni? È troppo presto per prevedere le conseguenze politiche della sconfitta elettorale di Léon Degrelle . Le forze degl’individui come dei partiti si saggiano nell’avversa fortuna. Certo è che i Belgi, diffidati formalmente a pronunciarsi in favore o contro il loro regime costituzionale hanno risposto con un’affermativa impressionante. A noi qui importa sopra tutto definire l’atteggiamento dei cattolici. Per comprenderlo bene e in particolare per spiegare l’intervento dell’episcopato, chiamato incautamente e formalmente in causa dallo stesso Degrelle, bisogna ricordare su quale terreno storico tale atteggiamento si sia sviluppato e consolidato e a quali tradizioni esso si ricongiunga. La rivoluzione belga del 1830, se non fu una semplice «ebollizione di acqua benedetta» come ironicamente fu scritto, derivò certo anche dalla reazione dei cattolici contro la soppressione da parte del governo olandese delle loro libertà scolastiche e delle loro autonomie comunali. Perciò la Costituzione del 1831, accanto al ripristino delle autonomie locali, proclamò come legge fondamentale la libertà di insegnamento, in modo che la scuola privata fosse messa al primo rango e gli enti pubblici dovessero intervenire solo in via suppletiva. Tale fu l’interpretazione sempre rivendicata e difesa dai cattolici dello statuto fondamentale, e a questo statuto essi si aggrapparono disperatamente ogni volta che il laicismo di marca francese tentò, per mezzo del partito liberale, d’introdurre la scuola unica comunale o di Stato. Da questa robusta trincea della fedeltà alle libertà costituzionali i cattolici condussero vittoriosamente a termine la battaglia ingaggiata dopo il 1878 dal governo di Frère Orban . Durante questa battaglia l’episcopato consapevole della suprema gravità dell’impegno, ricorse alle misure più severe fino a negare i sacramenti a quanti collaborassero all’attuazione della nuova legge scolastica. Anche in quest’epica lotta, difesa del pensiero religioso e difesa delle libertà locali e d’insegnamento, garantite dalla Costituzione si presentarono sulla stessa linea e con la stessa meta. C’era ben stato fra i cattolici negli ultimi anni del gabinetto Malou una vivace campagna di stampa contro la Costituzione considerata come affermazione di principio, ma la polemica, a sedare la quale intervenne la diplomazia di Leone XIII, aveva portato allo sfaldamento del governo cattolico ed aveva fornito armi ai liberali che diedero appunto l’assalto al potere e l’ottennero, come rivendicatori della Costituzione. L’esperimento convinse tutti i cattolici della necessità di concentrare i propri sforzi nella difesa e nella riconquista delle libertà concrete dalla stessa Costituzione garantite. Fu il periodo epico del popolo belga, tutto mobilitato contro quella che fu chiamata la loi de malheur. La campagna fu così serrata, la disciplina così fervida che in un solo anno le scuole pubbliche perdettero il 59 per cento dei loro allievi e 2253 insegnanti rinunciarono al diritto di quiescenza per passare alle ricostituite scuole private nelle quali i cattolici alla fine del 1880 accoglievano già 455.179 allievi in confronto dei 294 mila delle scuole pubbliche. A nulla valsero le repressioni e le arti diplomatiche di Frère Orban che arrivò alla rottura colla Santa Sede; i cattolici belgi, ammaestrati dal passato, coalizzati sul terreno delle libertà costituzionali, riconquistavano nel 1884 la maggioranza parlamentare e il governo, che tennero fino allo scoppio della grande guerra europea. Le riforme scolastiche del 1884, 1895, 1914, 1921 portarono ad una legislazione di compromesso, che permette libero sviluppo ed in una certa misura equiparazione alla scuola privata e salvaguarda le autonomie comunali. Ecco perché i vescovi parlano nella loro pastorale natalizia di regime di libertà, ecco perché dichiarano di preferire questo sistema di difesa che permette ai cattolici di battersi sul terreno del diritto comune piuttosto che affidarsi ad una legislazione assolutista, la cui esecuzione può venir affidata da oggi a domani a persona malfida o ostile e che include, ad ogni modo, il pericolo di un rovesciamento. L’accentramento del potere statale, anche se fatto per ora con propositi non ostili, distrugge le autonomie e le libertà concrete entro le quali il pensiero cattolico prospera e si difende; distrutti questi baluardi storici, la causa dei cattolici dipende dalle lotte più o meno violente che si possono svolgere attorno all’unico centro di comando che resta ancora in piedi. Di più, dicono i vescovi, c’è in questo sistema di accentramento preconizzato dal Degrelle, una fatale tendenza ad invadere il campo riservato nel Belgio ai Comuni, ai padri di famiglia, alla Chiesa. Per qual ragione potremo noi abbandonare i diritti garantitici dalla costituzione belga e i mezzi per farli valere, per accettare in grazia dall’onnipotenza del nuovo Stato delle concessioni che, data la situazione politica del Belgio, possono ritenersi più che mai precarie? È vero che anche l’attuale situazione di tregua è instabile e non scevra di pericoli, ma i vescovi sperano che nel frattempo i cattolici si riprendano, si riorganizzino e ricostituiscano quella unità di forze, che, data la loro entità ed ampiezza, può ristaurare le antiche e tradizionali fortune della Destra belga. Ed ecco un’altra considerazione che spiega l’atteggiamento dell’episcopato. Nel congresso di Malines, la scorsa estate, i cattolici più eminenti, ispirati dai vescovi, avevano fatto uno sforzo supremo per chiamare a raccolta i cattolici, dispersi e frazionati in varie correnti di classe, di nazionalità, di tendenza politico-sociale . Anzitutto si era proclamata la necessità di irrobustire e sviluppare le associazioni cattoliche, di pensiero, di professione e di economia e riaffermata la necessità di opporre il forte baluardo delle società operaie cristiane alla minaccia del sovversivismo. Il movimento cattolico-sociale doveva avere nuovo impulso e sviluppo. Di poi, al disopra delle differenze nazionali e delle divisioni di classe, bisognava ricostituire l’unità delle forze politiche destinate a difendere al parlamento e al governo la causa del cattolicismo. L’appello non era stato rivolto invano. Lentamente, troppo lentamente in verità per un osservatore lontano, si andavano ricostituendo gli elementi di un blocco cattolico, diviso in due organismi federativi, il partito popolare fiammingo e il partito cattolico vallone. Ora il brusco intervento rexista parve mettere in pericolo e far naufragare tutto questo lavoro di raccoglimento e di ricostituzione, tanto più che Degrelle dichiarò apertamente che le forze politiche dei cattolici erano superflue e, nel suo sistema, anche le opere cattoliche in genere dovevano perdere le principali ragioni d’essere. Ecco perché nella pastorale i vescovi riaffermano la necessità dell’Azione Cattolica e dell’Azione economico-sociale, ecco perché essi proclamano che, nella particolare situazione del Belgio, non vedono la possibilità di rinunziare ad un organismo politico che difenda i postulati cattolici. Fatale quindi l’opposizione contro Leone Degrelle, considerato un transfuga dell’Azione Cattolica, giacché il suo movimento era sorto nel senso di questa e proclamando la regalità di Cristo (Christus rex!). Ed era logico che contro di lui, ma facendo fronte nello stesso tempo contro il sovversivismo di sinistra, comparisse quale portabandiera un professore di quella università libera di Lovanio, che deve a Martino V la sua fondazione e al movimento cattolico belga la sua seconda moderna primavera. In nessun luogo nel Belgio si ha più diritto di celebrare la vittoria di Van Zeeland che in questo mirabile centro di formazione sociale. Riprendendo il lavoro, interrotto dalla guerra, quel magnifico rettore mons. Ladeuze rivolgeva ai suoi alunni queste parole: «Mettetevi al corrente degl’insegnamenti della morale e dell’economia sociale cristiana … Per poter essere un giorno conduttori d’uomini, fatevi qui, su terreno concreto, idee chiare e precise, e principi sicuri. Non basta la preparazione intellettuale, bisogna farsi un’anima sociale. La quintessenza della filosofia cattolico-sociale consiste nel comprendere l’interesse comune e nel dedicarsi all’opera comune…». Van Zeeland si è dimostrato uomo d’idee nette e di principi sicuri e la sua anima sociale ha imposto anche agli avversari un arbitrato di probità e di pace.
|
f47e2450-0b1a-4803-a1a9-0e6776012d31.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Una nota poco simpatica dell’opinione pubblica inglese è stata quella che si è fatta sentire da parte di alcuni pastori protestanti e anglicani sulle cose di Spagna. Non intendiamo discuterne l’atteggiamento politico, ma rilevare piuttosto il poco calore, per non dire l’indifferenza, da essi dimostrata di fronte alle persecuzioni subite dal clero cattolico e dagli ordini religiosi. Certo in questa misura l’accusa non va generalizzata perché da parte ecclesiastica anglicana non mancò anche la condanna dei massacri rossi, ma rimane vero che l’opinione dei circoli conservativi ed ecclesiastici anglicani s’è dimostrata ben diversa da quella che brillò per generosità e per grandezza in un’altra occasione e di fronte ad un’altra rivoluzione. È il caso di ricordare che nel 1790, durante il Terrore, ben ottomila sacerdoti cattolici si rifugiarono in Inghilterra. Allora il clero anglicano fece per loro delle pubbliche collette nelle chiese, il parlamento votò un’indennità che nel 1806 aveva raggiunta la bella somma di 46 milioni di franchi annuali; settecento sacerdoti vissero a spese dello Stato nel castello di Winchester e duecento nel palazzo delle Kings Arms, e l’università di Oxford, centro intellettuale dell’anglicanesimo, fece perfino stampare per questi ospiti perseguitati dalla rivoluzione una Bibbia cattolica e il Breviario romano. Allora il celebre Burke, lo scrittore che dominava l’opinione pubblica inglese coi suoi scritti sulla rivoluzione, diceva ai Comuni, riferendosi alle migliaia di preti, i quali piuttosto che piegarsi al giuramento costituzionale avevano preferito la persecuzione e l’esilio: «Giammai sì gran numero di uomini fece mostra d’una costanza così inflessibile, di un disinteresse così manifesto, d’un’umiltà così magnanima, di tanta dignità nella pazienza e di tanta elevazione nel sentimento dell’onore …». Come mai non si sentirono simili parole anche in occasione dei massacri spagnoli? Eppure una voce imparziale che si fosse elevata dall’opinione pubblica inglese, non sospetta di parteggiare per il governo di Burgos, avrebbe avuto nei paesi democratici una risonanza grandissima e avrebbe recato ai perseguitati o ai minacciati un reale sollievo! A tutte le obiezioni e a tutte le condanne di parte ecclesiastica i comunisti sono soliti opporre l’accusa che la Chiesa difende la reazione, cioè il presente ordine economico sociale e l’attuale costituzione politica del mondo. Si tenta così di aggravarla di responsabilità che non sono sue, e di presentare la sua difesa dei principi d’autorità e di morale sociale come la complicità interessata di un’istituzione infeudata ai rappresentanti degli attuali sistemi. Ma già, per quanto riguarda la costituzione economica della società, il sostenere tale accusa diventa sempre più difficile, dopoché nelle pubbliche riunioni e nei pubblici parlamenti gli stessi rappresentanti dei partiti di sinistra, quando vogliono rinfacciare ai conservatori inerzia ed egoismo sociale, si valgono delle encicliche pontificie che essi citano come documenti di riforma e di ardito progresso. I detrattori della Chiesa si gettano allora sull’altra accusa che la rende responsabile dei dissidi internazionali, dello spirito di guerra e di vigilia di armi che pesa su tutto il mondo. Quest’accusa venne ripetuta anche in occasione del documento pontificale contro il comunismo bolscevico, quasi che un altro documento contemporaneo non fosse là a confermare che la Chiesa è pronta a condannare tutti gli errori, tanto di sinistra che di destra. In fondo a tali accuse s’incontra sempre l’incapacità di comprendere che al di là delle istituzioni e degli uomini esistono delle cause morali e spirituali e che, come è detto nel Vangelo di san Marco, «tutti questi mali provengono dall’intimo» . Basterebbe del resto, senza risalire a più antichi documenti, rileggere l’enciclica programma dell’attuale pontefice, la Ubi arcano Dei per comprendere con quanta ansia la Chiesa senta e si preoccupi della mancanza della pace universale e condanni quelle tendenze che la mettono in pericolo. «Fu bensì firmata la pace tra i belligeranti, scrive Pio XI nella Ubi arcano Dei, ma essa restò scritta nei pubblici istrumenti, non già accolta nei cuori; in questi vivono tuttora spiriti bellicosi e ne sgorgano ogni giorno maggiori danni alla società civile. Troppo lungamente trionfò infatti, universalmente, il diritto della violenza. Di qui l’abito dell’odio, lungamente trattenuto, è passato quasi in natura per molti … smarrito il senso della dignità personale e della stessa umana natura; solo conta la forza e il numero; gli uni intenti ad opprimere gli altri per questo sol fine di godere, quanto possono, dei beni di questa vita … Donde mai le guerre e contese tra voi? domandava l’apostolo san Giacomo 4, 1: Non forse dalle vostre concupiscenze? … la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, la superbia della vita …! Ed è questa esorbitanza di desideri che diviene fonte di inimicizie sociali e internazionali, quando si presenta palliata e quasi giustificata da più alte ragioni di Stato o di pubblico bene o di amore della patria. Poiché anche questo amore … diviene occasione ed incentivo di gravi ingiustizie … quando dimentica che anche i popoli sono fratelli nella grande famiglia dell’umanità, che anche le altre nazioni hanno diritto a vivere e prosperare e che non è mai né lecito né savio disgiungere l’utile dall’onesto e che, infine, la giustizia solleva le genti e il peccato fa miseri i popoli … Pertanto essendo la Chiesa sola, per la verità e la virtù di Cristo, che ha in sé, atta a formare con rettitudine le coscienze, essa sola può, non solo conciliare al presente, ma anche rassodare per l’avvenire la pace, allontanando i pericoli di nuove guerre. Essa sola infatti, insegna che tutti gli atti umani, sieno pubblici o privati, individuali o collettivi, debbono essere conformi alla legge eterna di Dio … Non v’è umano istituto che possa dare a tutte le nazioni un codice internazionale, opportuno ai nostri tempi, quale ebbe nell’età di mezzo, quella vera società di nazioni che fu la famiglia dei popoli cristiani; nella quale, benché il diritto troppo spesso fosse violato nella pratica, la santità di esso restava tuttavia in vigore, quale norma sicura secondo la quale le nazioni stesse si dovevano guidare … Ma vi è un istituto divino che può costituire la santità del diritto delle genti: istituto che appartiene a tutte le nazioni e alle nazioni tutte è sopraeminente … investito di una autorità suprema e veneranda per pienezza di magistero, la Chiesa di Cristo; la quale unica appare idonea a così grande impresa, sia per il mandato divino, sia per la sua stessa naturale costituzione, sia da ultimo per la grandezza delle sue tradizioni e la maestà di tanti secoli». Nel campo sociale vanno registrati due incisivi interventi dello Stato. In Italia nuove provvidenze per favorire la natalità portano a definire la particolare figura del cittadino capofamiglia stabilendo a suo favore speciali privilegi, particolari dignità e funzioni nella vita pubblica, abbandonando anche in ciò il criterio meramente individualista. Lo Stato italiano pone forse le basi di una diversa costituzione gerarchica sociale che doni nuova forza ai ceppi familiari e nuovo vigore all’autorità paterna. E qui si riaffacciano alla mente le celebri argomentazioni del P. Gioacchino Ventura sulla funzione sociale del padre di famiglia e le discussioni interessanti svoltesi alla camera belga quando i cattolici motivarono il loro progetto del voto plurimo familiare. Comunque, è probabile che la tendenza rivelatasi nella recente legislazione italiana, abbia uno sviluppo più profondo e più generale di quello che lasci prevedere il fine immediato che l’ha provocata. Un intervento radicale dello Stato è anche quello del governo francese per la settimana delle 40 ore. Fervono ancora le discussioni sul modo dell’applicazione specie nel commercio all’ingrosso ed al dettaglio, ma a parte le modalità, il provvedimento porterà certamente delle conseguenze durature. Gaston Tessier , uno dei capi del movimento sindacale cristiano francese, fa rilevare che il provvedimento non è né così nuovo, né così improvviso come gli oppositori o gli apologisti vorrebbero far credere. Nel 1911 il conte Alberto de Mun aveva presentato alla Camera un progetto per limitare la durata del lavoro degli addetti al commercio e, dopo la guerra il 31 maggio 1919 nelle trattative coi gruppi dei grandi magazzini parigini, la Federazione francese dei sindacati cristiani otteneva l’assicurazione che tali vasti stabilimenti accorderebbero al loro personale il riposo settimanale e la settimana inglese, chiudendo da sabato sera al lunedì alle ore una. Così il decreto del 31 marzo 1937 non fa che prolungare di mezza giornata la chiusura. Ma tali imprese per quanto potenti non avrebbero potuto accettare la settimana delle 40 ore, se nello stesso tempo i piccoli commercianti tenessero aperto. Di qui il carattere generale del provvedimento che ha provocato la reazione del piccolo commercio parigino. Il Tessier ci fa anche avvertire che il concedere la vacanza per turni come avviene già nei trasporti, negli hotels ecc, ha portato a grandi abusi ed elusioni della legge. Quando il Consiglio nazionale economico si occupò delle 40 ore nel commercio al dettaglio accettò ad unanimità la proposta del rappresentante dei sindacati cristiani di abolire il sistema dei turni; essi insistono anche oggi per l’applicazione integrale del decreto del 31 marzo, almeno in un lungo periodo di esperimento. Si va notando anche nei paesi democratici una notevole reazione contro la propaganda comunista. I giornali hanno registrato i provvedimenti presi dalle Camere federali svizzere e i plebisciti dei cantoni di Ginevra e Neuchâtel. Il partito comunista e le organizzazioni affiliate vengono considerati come organi di illecita ingerenza straniera e il programma comunista della dittatura proletaria vien dimostrato nella stessa motivazione ufficiale del provvedimento di Berna come contrario ai principi democratici che escludono ogni dittatura da qualunque parte essa venga. In verità il numero ufficiale degli aderenti al partito comunista svizzero non rappresenta di per sé un grande pericolo, quando si pensi che si tratta di duemila aderenti su quattro milioni di abitanti; ma di questi duemila la maggioranza è costituita da propagandisti che bastano a tenere in continua agitazione le masse operaie e a esercitare una pressione di tendenza rivoluzionaria sopra i socialisti locali, di per se stessi inclini alla moderazione, se non già del tutto imborghesiti. Bisogna aver letto le recenti memorie del dottor Brupbacher per farsi un’idea di quello che sia la Svizzera, come centro internazionale di smistamento rivoluzionario. Il dottor Brupbacher è un medico estremista di Zurigo che da cinquant’anni s’è trovato coinvolto in tutte le agitazioni di carattere rivoluzionario e che ora, dopo esser passato attraverso il socialismo, il sindacalismo rivoluzionario, il comunismo ufficiale e il trotzkismo, terminando coll’essere ribelle di volta in volta ad ognuna di queste organizzazioni eppur rimanendo fedele ai suoi ideali sovversivi, pubblica un grosso volume di delusioni e di rimpianti. In questo libro vi passano dinanzi come in una danza macabra le figure più note del sovversivismo internazionale, in particolare dell’emigrazione russa. La camera ospitale del Brupbacher ha accolto fra le sua pareti parecchi degli attuali dominatori russi e molte delle loro vittime odierne, e vi hanno albergato i più celebri sindacalisti rivoluzionari sia della Francia sia della Germania. Il suo libro vi descrive la Svizzera come luogo d’appuntamento per tutti i sovvertitori, gli utopisti, i fanatici del movimento sociale, e quasi tutti gli uomini che giocarono più tardi una parte attiva nelle rivoluzioni europee hanno abusato della libertà svizzera per elaborarvi i piani di rivolta o di rivoluzione economica. Nel dopoguerra sono i propagandisti ufficiali del comunismo bolscevico, inviati direttamente e diretti dalla centrale di Mosca, che si riuniscono, fanno progetti e impartiscono ordini da Zurigo, da Basilea o dal lago Lemano. Questo fatto e le rivelazioni degli stessi comunisti disillusi avevano provocato anche nella Svizzera un movimento di reazione che alle guardie operaie voleva opporre le squadre nazionaliste. Ma ora i partiti conservatori, moderati e radicali, che tengono il governo, sono intervenuti per proibire qualsiasi uniforme politica e per dichiarare illecito qualsiasi partito che non accetti le basi fondamentali della democrazia Svizzera. Si vedrà ora fino a qual punto i plebisciti chiamati a confermare questa legislazione di salute pubblica troveranno nel popolo plauso e sostegno. Un altro sintomo da registrare in argomento è il discorso pronunciato da Edoardo Daladier a Manchester. Dopo aver esaltato, nella città di Cobden, i principi del liberismo economico, il Daladier ha intonato un fervido inno al progresso nella libertà, riconfermando la sua fede nella vittoria della civiltà occidentale «fondata sull’amore della libertà, sul rispetto della persona umana e sulla fiducia nel valore delle libere iniziative». Ma tutte queste parole di esaltazione e di fede e lo stesso appello finale all’alleanza delle democrazie per difendere la pace universale, appaiono come la cornice scelta dall’oratore per poter affermare che in Francia la reazione contro il sovversivismo è sempre vigile e robusta. «So bene, egli disse, che al di fuori delle nostre frontiere, propagandisti interessati ci rappresentano come straziati dalla discordia civile o come alla vigilia di essere precipitati nell’abisso del comunismo, anzi del bolscevismo. Niente di più falso. Il francese è essenzialmente individualista, egli resta penetrato di influenze rurali e terriere e, se v’è un paese ove il comunismo sia irrealizzabile, è ben questa nostra nazione di piccoli proprietari nella quale le classi medie hanno maggior importanza economico-sociale che in nessun altro Stato d’Europa … L’ordine reale non è affatto turbato e siate certi che nessuno è in grado di minacciarlo seriamente. La Francia è attaccata all’ordine pubblico quanto è preoccupata della sua indipendenza nazionale». Questo discorso, rivolto evidentemente più ai suoi compatrioti che agli inglesi, suppone che le cose in Francia stiano meglio di quello che realmente sono. Esso rappresenta ad ogni modo un abile modo di affermare con forza quello che dovrebbero essere e quindi costituiscono un «alto là» rivolto ai comunisti e in genere ai rivoluzionari per arrestarli sulla via degli eccessi o delle concessioni. Le stesse idee e gli stessi accenti ricompaiono nella risposta polemica, che il presidente del partito radicale Campinchi rivolge ai deputati moderati di Parigi, i quali in una lettera aperta al presidente del Consiglio avevano protestato contro la tirannia della Confederazione del lavoro nell’ingaggio degli operai per i lavori dell’Esposizione. Campinchi risponde di condannare gli scioperi abusivi, le occupazioni illegali e ogni attentato alla libertà di lavoro e di riunione. Ma, egli argomenta, una volta ammesso, come ammetteva lo stesso Charles Benoist , che si debbano scartare le soluzioni di forza, «come assicurare l’ordine, se non per mezzo dell’adesione profonda delle masse e con una coscienza sempre più netta del loro dovere? Si tratta di completare una educazione politica, non di esercitare delle violenze». È chiaro qui che il Campinchi equivoca fra la violenza illegalmente esercitata di gruppi di cittadini e la forza pubblica che interviene in nome dell’ordine e della legge. Ma comunque la sua risposta va registrata perché anche questa volta, rivolgendosi ai conservatori, un autorevole rappresentante delle sinistre si richiama alle encicliche papali: segno non dubbio dell’influsso che queste esercitano anche in ambienti lontani dalla Chiesa. «Sui vostri banchi, egli dice, polemizzando sempre coi deputati di destra, continuerete a fare il broncio a riforme che lo stesso papato riteneva necessarie fin dal 1891?» … Certamente! Ma moltissimo avrebbero da imparare gli ostinati difensori dei principi dell’89!
|
b7701ed1-05a5-4872-af73-219efcff5dd8.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
L’ex cancelliere Ender , incaricato di sviluppare e perfezionare l’organizzazione corporativa austriaca, ha parlato alla radio viennese nel giorno anniversario della Costituzione per fare, come si dice, il punto. Noi non abbiamo, egli ammise, nella maggior parte dei gruppi professionali vere corporazioni nel senso della nostra Costituzione, perché i datori di lavoro e operai sono ancora divisi. Creando però poco fa i comitati professionali misti, già attuati nel campo dell’artigianato e di imminente attuazione nell’industria e nel commercio, abbiamo fatto un gran passo verso la mèta. In quanto all’agricoltura, essa è già una corporazione organizzata che ha eletto anche i suoi rappresentanti. Ora si creeranno le Camere di commercio, d’industria ed economia, ciascuna per ogni provincia, coronate a loro volta da una Camera generale per tutto lo Stato. Create le Camere di agricoltura e le Camere di commercio, rimane da provvedere alle professioni libere ed alle arti liberali. Si sta preparando appunto per questo un progetto di legge che organizza le singole corporazioni, costituite le quali, e riunite in un loro proprio gruppo rappresentativo, l’organismo si potrà dire completo ed allora questi corpi professionali verranno chiamati ad eleggere i propri rappresentanti nel Consiglio federale economico che cesserà così di essere una camera di membri designati dall’alto. Ender terminò esortando gli interessati a studiare la Quadragesimo anno per potervi attingere quello spirito che sarà necessario per dare vera vita al sistema corporativo, che si ritiene sarà perfetto al 1° maggio 1938. Gli operai cristiani del Belgio riconfermano la loro avversione al corporativismo in un articolo dell’ex ministro Heiman, presidente della lega degli operai cristiani belgi, che leggiamo nella Cité Nouvelle. Il corporativismo, egli dice, è una di quelle parole che oggi vengono messe in tutte le salse e che è meglio abbandonare, a meno che non lo si intenda nel senso praticato in Italia, in Germania, nell’Austria e nel Portogallo. Noi ammettiamo le professioni organizzate o, se così si vogliono chiamare, le corporazioni, nel senso che esse possano rappresentare gli interessi dei loro membri e, sotto certe condizioni, quelli dell’intiera professione, ma non intendiamo affidare a queste corporazioni un compito particolare nella gestione degli interessi generali della nazione. Noi respingiamo ogni corporativismo che voglia stabilire il dominio sulle corporazioni o il dominio delle corporazioni sullo Stato. Crediamo perfettamente utopistici i sistemi che pretendono sopprimere le classi e i partiti, come non accettiamo il sindacato unico e obbligatorio. Quest’accentuata avversione dei sindacalisti cristiani s’alimenta della reazione politica contro il rexismo; è però noto che fra i cattolici belgi alcuni gruppi si dimostrano più inclini ad un sistema misto che tenti di conciliare il corporativismo col clima democratico del loro paese; ma, come abbiamo visto dai resoconti del congresso di Malines, siamo ancora lontani da una elaborazione di un piano completo e particolareggiato. In Francia si è avuto di questi giorni a Caen un congresso dei sindacati agricoli nel quale si è parlato di «corporativismo agricolo». Secondo il relatore Salleron , si pensa ad un organismo così fatto: alla base completa libertà di associazione per gli agricoltori che potranno fondare cooperative di smercio, di compera collettiva o di produzione in base alle leggi vigenti; poi ad un certo stadio regionale da determinarsi si costituirà la corporazione, che surrogherà gli attuali sindacati e le camere di agricoltura e verrà eletta dalle diverse associazioni della regione; sulla sommità poi si costituirà la corporazione nazionale eletta dalle corporazioni regionali. La corporazione nazionale avrà un compito meramente consultivo; mentre invece le corporazioni regionali, una volta che avranno adempiuto a certe condizioni stabilite nella legge, otterranno dallo Stato la delega di esercitare un diritto corporativo, cioè di deliberare intorno ad interessi economici professionali. Il prof. Francesco Perroux dell’Università di Lione studia, nell’ultimo numero della Vie Intellectuelle, ilmovimento corporativo nella Svizzera. Egli lo definisce «corporativismo d’associazione» in contrapposto al corporativismo di Stato. In realtà anche in Svizzera il Fronte Nazionale preconizza un sistema molto simile a quello italiano, ma gli altri movimenti, cioè quello di S. Gallo col progetto Schirmer del 1934 , quello dei cattolici sociali dell’abate Savoy , quello del dr. Hofstetter ed infine quello del prof. Lorenz di Friburgo e la stessa legge corporativa del 3 maggio 1934 votata nel cantone di Friburgo hanno per base un corporativismo che suppone la libertà sindacale e non fa intervenire lo Stato che in pochissimi casi per dargli cioè un compito di sorveglianza affinché le libere corporazioni non sconfinino dalla loro competenza. Nella legislazione di Friburgo le decisioni delle corporazioni d’ordinario non obbligano che i propri membri, ed assumono un valore di diritto pubblico solo quando siano state prese a maggioranza di voti in ogni delegazione del Consiglio corporativo e quando siano approvate dal Consiglio di Stato dopo una inchiesta pubblica la quale abbia dimostrato che gli interessi generali sono salvaguardati. Queste proposte e queste leggi si preoccupano sovrattutto di non urtare la Costituzione svizzera la quale riserva alla rappresentanza democratica ed in parte ai cantoni ogni autorità politica. La preoccupazione è legittima perché è noto che la popolazione in un plebiscito dell’8 settembre 1935 si dichiarò contraria al corporativismo di Stato . Ora il Perroux esamina oggettivamente il significato e la portata del corporativismo d’associazione. Egli ritiene che il corporativismo d’associazione possa eliminare i disordini della economia capitalista, soltanto se possa assicurare: 1) la determinazione dei prezzi dei prodotti e dei servizi, 2) la selezione dei produttori, 3) l’organizzazione economica generale. Ora l’autore crede che la determinazione del giusto prezzo suppone un controllo scientifico dei costi, un controllo scientifico delle prestazioni, un controllo scientifico della protezione doganale e infine una misura obbiettiva della rendita da attribuirsi ad ogni categoria professionale e ad ogni specie di lavoratori: artieri, contadini, impiegati, forse dirigenti. La semplice analisi del contenuto pratico e tecnico della nozione del giusto prezzo mostra subito che la corporazione libera non è punto attrezzata a determinarlo con un minimo d’oggettività. La stessa cosa si deve invero affermare per lo Stato, ma intanto bisogna constatare che sarebbe utopistico il credere che anche la corporazione possa arrivare a stabilire ed imporre il giusto prezzo ed il giusto salario come una norma professionale. Il secondo compito poi della selezione dei produttori non può riuscire se non col controllo dello Stato ed anche in tal caso rischia di condurre ad un monopolio corporativo. Infine anche per l’organizzazione generale dell’economia l’autore rimane piuttosto scettico. Egli conclude che se il corporativismo d’associazione vuol restare fedele a se stesso, rispettare cioè le frontiere che lo separano dal corporativismo di Stato, non può ragionevolmente pretendere che un ruolo limitato. Tale compito consisterà nel moralizzare il mercato dei servizi e dei prodotti, nel fissare i costumi professionali, nel frenare la concorrenza sleale, nel reprimere le frodi e nell’informare il legislatore sui veri bisogni della professione. La corporazione è inoltre lo strumento naturale dell’arbitrato e della conciliazione, e come tale offre indiscutibili vantaggi. Essa è infine la sede designata per le opere d’assistenza sociale, è un’occasione costante di reciproca comprensione fra interessi diversi e talvolta opposti. Ma il corporativismo d’associazione, secondo il Perroux, non potrà superare questi limiti senza cadere nel corporativismo di Stato o venir meno alla realtà delle leggi economiche. L’ultima discussione alla Camera francese sulla politica del governo mostrò l’interessante fenomeno che l’interpellante on. Bergery , deputato indipendente di sinistra, e il cattolico Le Cour Grandmaison , che siede all’estrema destra, si trovarono d’accordo nel biasimare il governo, non per l’ardimento della sua legislazione, pur così criticata dalla stampa conservatrice e liberale, ma nel rimproverargli la sua riluttanza ad affrontare le riforme radicali e di struttura del presente ordinamento economico sociale. Ecco alcune citazioni del discorso del deputato cattolico, il quale venne definito da Paolo Reynaud , che prese subito la parola dopo di lui, onore e vanto della tribuna francese. «Il mondo che ci circonda è opera di quel liberalismo che alla fine del XVIII secolo, per sopprimere intollerabili abusi, demolì addirittura le barriere che la saggezza dei nostri padri aveva elevato contro il pericolo della concorrenza. I progressi della scienza hanno messo al servizio di questa politica un istrumento d’una potenza insupponibile. Essi hanno portato a una concentrazione più ristretta ancora del capitale e la guerra non ha fatto che accentuare questo movimento. Conseguenza la manomissione delle banche su tutta l’attività economica. Si è costituita una oligarchia finanziaria che dispone senza controllo dei capitali che non le appartengono, in modo che si è finito per non vedere nell’attività economica che un mezzo di speculazione. Ciò che caratterizza il nostro regime sociale attuale, è ch’esso mette l’uomo al servizio della produzione, e la produzione al servizio del denaro. Che sia questo uno scandalo, è un punto sul quale noi siamo tutti d’accordo. Or non è molto il ministro delle finanze, e poi il presidente del partito radicale, si richiamavano alle condanne pronunziate dal sovrano pontefice contro un ordine sociale inumano. Se noi siamo dunque d’accordo per condannare, noi saremo colpevoli di conservare ancora più a lungo. Noi abbiamo il dovere di sostituire all’ordine sociale attuale un ordine più umano che metta il denaro al servizio della produzione, la produzione al servizio dell’uomo e l’uomo al servizio d’un ideale che l’oltrepassa, che dà un senso alla sua vita». (Applausi calorosi). Tuttavia, Le Cour Grandmaison stima che la nazionalizzazione dei trusts proposta dal Bergery sarebbe in questo riguardo inoperante, poiché essa avrebbe l’effetto di sostituire a un capitalismo concentrato il capitalismo ancora più strettamente concentrato dello Stato. D’altronde altri problemi richiedono la sua attenzione. Ve n’ha uno sopra il quale Léon Blum ha conservato, la vigilia, un silenzio eloquente: quello della famiglia. «Le teorie di Malthus sono false, afferma con forza Le Cour Grandmaison. Se esse fossero giuste, la riduzione della natalità e la sovraproduzione congiunte assieme, avrebbero dovuto condurre a una prosperità senza precedenti. Invece lo sviluppo delle ricchezze materiali ha creato una crisi più grave che le carestie. Gli è che la vera ricchezza dei popoli, non è il grano, né il petrolio, né l’oro, sono gli uomini!». Passando alla questione finanziaria, l’oratore sottoscrive alla formola «far pagare i ricchi». Ma bisogna ch’essi esistano: la saggezza è dunque, secondo lui, di vigilare alla loro conservazione. Ma v’ha un problema che condiziona tutte le riforme necessarie: quello dell’autorità e della continuità dello Stato. Ogni riforma infatti ha bisogno di tempo, di costanza, d’unità d’impulso, quindi di un governo duraturo. Il popolo francese, rileva l’oratore, è contrario a ogni abbandono della libertà, ma quest’amore della libertà non può indurci a lasciare ad altri regimi il monopolio dell’autorità, della disciplina, della continuità, del dinamismo nazionale. «Più considero il mondo attuale e più mi convinco toccare alla Francia di rivelare al mondo, attuandola nel suo seno, la formula nuova che concilierà due cose apparentemente inconciliabili, l’autorità dello Stato e la libertà dei cittadini, delle professioni, delle famiglie». Ma quello ch’è inconciliabile, è la debolezza del governo; e qui ricorda troppi esempi in cui rimasero impuniti atti di violenza e infrazioni alle leggi. Arrivando alla conclusione, l’oratore rileva che Roosevelt nel suo famoso discorso al congresso panamericano affermò che la legge divina è il vero paladino della libertà… «Nessuno ha interesse a chiudere gli occhi all’evidenza. Ora l’evidenza è che grandi mutazioni sono necessarie se si vuole salvare il nostro paese. A ciò non basta il solito giuoco dei partiti ed è evidente che nonostante le nostre lotte si sprigionano delle idee comuni, si manifestano comuni aspirazioni e s’abbozzano certi desideri di collaborazione». Per l’oratore sorgono sull’orizzonte dei segni di primavera ed egli spera che presto i francesi, liberati dai vecchi impacci, intraprenderanno insieme per la Francia e la libertà quelle riforme di struttura, come le chiama Bergery, e ch’egli preferisce qualificare la rivoluzione nella pace. Abbiamo largamente registrato questo discorso, il quale provocò applausi su tutti i banchi, compresi quelli dei ministri, perché esso è oltre modo significativo, e potrà avere delle conseguenze, anzitutto nel campo cattolico, ove si suona da parecchie parti la diana della concentrazione e dell’unità. Il grosso fascicolo di aprile degli Études Carmelitaines (Desclée) è tutto dedicato a «Foi et mystiques humaines» . Interessante particolarmente, benché non scevro di affermazioni discutibili, un lungo studio del professore di Lovanio De Greef intorno a «Le drame humain et la psychologie des mystiques humaines» . Ad un certo punto colpisce la riesumazione di un brano eloquente del Lacordaire (39. Conf. de N.D., 1846). «L’idolatria! … no, voi non sarete mai capaci di farvi un’idea integrale della forza di quest’istituzione! Ah se una cerimonia pagana risuscitasse sotto i vostri occhi, se voi poteste vedere Roma intiera ascendere al tempio di Giove Capitolino, questo popolo, queste legioni, questo Senato, tutti i ricordi patriottici che ascendono con loro e tutti assieme recare agli dei la nuova vittoria di Roma. Se voi intendeste il silenzio e il rumore dell’unanimità, questo mormorio di tutte le passioni convinte del loro diritto e soddisfatte del loro trionfo, sia l’orgoglio che la voluttà, sia la voluttà che la religione, l’eccelso e l’abbietto, il cielo e la terra, tutto in una volta, tutto in un sol giorno e in una sola azione: se voi aveste veduto ed inteso tutto ciò, voi stessi forse, soccombendo a questo inebriamento totale delle facoltà umane, avreste un momento curvata la testa e adorato nelle mani di Roma gli antichi dei del mondo». Ora il cristianesimo che ha separato la religione dalla città, che ha distinto fra Dio e Cesare, pur rendendo a Cesare quel che è di Cesare, Roma cattolica che è succeduta alla Roma pagana, agisce sempre sulle coscienze perché non soccombano alla suggestione fumosa, perché osservino le distinzioni e la misura. Là ove la coscienza cattolica è vigile, l’umanità, pur celebrando i suoi fasti ed esaltando le gesta eroiche dei suoi eroi e dei suoi condottieri, non corre il pericolo di adorare se stessa, di elevare sugli altari l’idolo del proprio orgoglio. Ma che sarà di quella mistica umana senza Dio, che si diffonde nel mondo sovietico? Gli atei della Russia preparano il ritorno degli dei e il trionfo dell’idolatria più mostruosa, qual è quella del dinamismo che si sviluppa dalle macchine gigantesche e dalle forze tumultuose dell’industria, in fondo al quale adora la propria forza e il proprio istinto. Come cantava Emile Verhaeren : Et je m’aime moi-même en la splendeur des choses. E che sarà di quell’altra mistica razzista che vuole ora superare la nozione razionale di Dio, trascurare le religioni positive e educare la gioventù al mito del sangue? La Germania conserva ancora molte riserve, molte tradizioni. Consumando del patrimonio spirituale passato, le generazioni attuali resisteranno forse alla suggestione. Ma se la ebbrezza durerà, s’appresserà il momento previsto da Lacordaire in cui i tedeschi soccomberanno. E non ritroveranno gli dei di Roma, contro il cui ritorno la coscienza italiana è difesa dal cattolicismo romano, ma Wotan e Odino ridiscenderanno dal Walhalla.
|
395d57b4-71f1-4285-be69-e86116de9a66.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
La partecipazione dei cattolici inglesi alla cerimonia dell’incoronazione costituisce un nuovo progresso verso l’equiparazione. I cattolici hanno avuto modo di contarsi e di rilevare che essi rappresentano oramai nel Commonwealth una forza ragguardevole. Il primo ministro d’Australia Lyons e sei altri delegati australiani erano cattolici; era cattolico il primo delegato della Tasmania, cattolico il delegato delle Indie occidentali Giorgio William, cattolico pure il rappresentante di Terranuova. Si capisce che la delegazione canadese capitanata dal ministro della giustizia La Pointe era in buona parte cattolica, anzi era cattolico perfino il delegato della provincia inglese dell’Ontario la quale, come è noto, è in maggioranza protestante. È pure risaputo che sono cattolici una quarantina di deputati dispersi fra i vari partiti tradizionali ed altrettanti sono i senatori, a cominciare dal duca di Norfolk primo pari del Regno. Tutto ciò senza tenere conto del fatto che l’Irlanda, che questa volta era assente dalle cerimonie, è uno Stato cattolico. Era ben doveroso quindi che la formula del giuramento di fedeltà che doveva pronunciare il nuovo Re non contenesse più alcun termine lesivo del Papato, benché sia ancora troppo anacronistico che Giorgio VI debba giurare di «mantenere la Chiesa d’Inghilterra, il suo culto e la sua disciplina come le ha stabilite la legge». Per questo anzi si dovette creare un protocollo speciale per la partecipazione del legato pontificio, il quale ha preso parte al corteo in una delle vetture reali che lo ha condotto fino all’abbazia di Westminster, ma non vi è entrato: è stato invece condotto in una tribuna speciale dalla quale ha assistito alla sfilata dei nuovi sovrani. Tutta la legazione pontificia si è poi recata alla cattedrale cattolica ove l’arcivescovo mons. Hinsley ha celebrato il pontificale ed il «Te Deum», seguito dal «God Save the King». Mons. Pizzardo , impartendo la benedizione papale, ha colto l’occasione per pronunciare un significativo discorso ed affermare i propositi ed i doveri di lealtà che i cattolici, appunto perché cattolici, devono nutrire verso l’autorità civile, manifestazione della volontà divina. «In questo grande impero britannico, egli disse, vi sono popoli di molte razze e di molte lingue. Noi siamo venuti dal vostro padre spirituale Pio XI con lettera di saluto e di congratulazione per il vostro amato sovrano Giorgio VI nella felice occasione della sua incoronazione, onde partecipare alla gioia di questa grande giornata, in cui egli e la sua nobile consorte si consacrano al servizio dei popoli di questo grande impero». L’allocuzione terminò con un appello alla unità di tutti i cattolici sotto la direzione dei loro vescovi per combattere contro i nemici della croce di Cristo. The Universe in un trafiletto ufficioso dice che sua ecc. il legato pontificio è soddisfatto delle accoglienze e dei risultati della sua importante missione e che «le amichevoli relazioni con la corte, col governo e col pubblico inglese hanno molto contribuito a cementare le cordiali relazioni». «Questo avvenimento, dice il giornale cattolico, ha dimostrato la completa indipendenza della S. Sede da tutti i governi e la sua libertà di regolare per il meglio i propri rapporti coi vari poteri civili. I cattolici, dice il giornale, non hanno bisogno di prove siffatte ma esse servono d’informazione per il pubblico in genere». Anche in una intervista concessa al Catholic Herald , S.E.M. Pizzardo espresse la sua soddisfazione per le accoglienze ricevute e per i contatti che egli poté avere non soltanto col mondo ufficiale, ma anche con tutte le forze attive dell’Azione Cattolica. Egli colse pure l’occasione per rilevare la importanza straordinaria della stampa cattolica ed eccitarla a continuare sulla via del bene. I giornali cattolici non possono tuttavia passar sotto silenzio un incidente di protocollo venuto deplorevolmente a ricordare le antiche lotte. I vescovi d’Inghilterra e di Wales nel desiderio di presentare al re l’omaggio dei suoi sudditi cattolici avevano preparato un indirizzo da trasmettersi colle proprie firme al re ed alla regina, ma il ministro John Simon dichiarò di «non essere in grado di sottomettere al re un indirizzo nel quale questi arcivescovi e vescovi erano nominati come arcivescovi e vescovi cattolici e nelle firme si faceva uso di designazioni territoriali che non possono venir riconosciuti nelle comunicazioni ufficiali». Il Catholic Herald nota che il non ammettere la parola «cattolico» costituisce un’offesa che verrà sentita in tutto l’impero e che la proibizione di assumere nel titolo il nome delle sedi, contenuta in una legge del 1851 era stata revocata nel 1871 da Gladstone . Per quale ragione si possono proibire dei titoli, non solo tollerati ma, ora, anche permessi? Dopo la restaurazione della gerarchia cattolica nessun titolo territoriale tenuto dagli anglicani venne ripreso dai cattolici anche se la sede era naturalmente, prima della riforma, cattolica. Nei casi in cui la stessa sede è reclamata tanto da un vescovo protestante che da un cattolico, come p. e. Liverpool, Southark ecc., il titolo era stato preso dagli anglicani fin dalla fondazione della sede cattolica dopo la riforma. The Universe criticando il gesto del ministero dell’interno aggiunge che tutto ciò non sminuirà in nulla l’atteggiamento leale dei cattolici i quali, senza toccare la Corona, si limitano a deplorare l’atteggiamento governativo. Merita rilievo il carattere francamente cattolico della nuova Costituzione irlandese . Il preambolo così suona: «In nome della SS. Trinità dalla quale procede ogni autorità ed alla quale devono riferirsi tutti gli atti degli uomini e dello Stato, come a loro fine supremo, noi, popolo d’Irlanda, confessando umilmente i nostri obblighi verso il nostro divino maestro Gesù Cristo, che ha sostenuto i nostri padri durante i secoli della prova ecc. ecc.». Il preambolo continua poi coll’esprimere la volontà di cercare il bene comune, di garantire la dignità e la libertà della persona, il vero ordine sociale, l’unità del paese e la pace con le altre nazioni. Lo Stato irlandese riconosce alla Chiesa cattolica guardiana delle credenze della maggioranza del popolo una situazione privilegiata, ma garantisce la libertà di coscienza e il libero esercizio di culto alle altre religioni. Esso non doterà né sovvenzionerà nessun culto e non decreterà nessuna misura eccezionale contro alcuno, osservando anche una stretta imparzialità nel sussidiare le scuole. Ogni confessione religiosa ha diritto di organizzarsi e di amministrarsi in piena indipendenza, di acquistare beni mobili e immobili e di fondare e mantenere opere pie. La nuova Costituzione proteggerà la famiglia riconoscendola come fondamento dell’ordine sociale e in possesso di diritti sacri ed imprescrittibili che precedono ogni diritto positivo. Perciò lo Stato proteggerà il matrimonio e negherà il divorzio. «La famiglia è l’educatrice naturale del bambino. I genitori hanno il diritto ed il dovere di provvedere alla formazione religiosa morale ed intellettuale dei loro figli secondo le loro convinzioni ed i loro mezzi. Lo Stato non ha il diritto di costringerli ad inviare i loro figli in una scuola determinata, ufficiale o meno, esso può solamente imporre ai genitori di fornire ai loro figli un minimo di educazione e di istruzione. Lo Stato irlandese fornisce gratuitamente l’insegnamento primario e in caso di necessità può istituire egli stesso scuole di grado più elevato ed istituti di educazione. In caso di carenza dei genitori, lo Stato può sostituirsi ad essi nell’educazione dei figli; ma sempre rispettandone i diritti naturali» . Ecco un documento il quale prova come si possano riconoscere francamente i diritti di Dio, proteggere ed alimentare le buone tradizioni, senza ledere quel tanto di libertà e di tolleranze che l’esperienza del mondo ha dimostrato necessarie; ecco sovrattutto uno Stato che riconosce la precedenza del diritto naturale ed applica nelle sue linee direttive i principi richiamati da Leone XIII nella sua famosa enciclica intorno alla costituzione cristiana degli Stati. Ancora un accenno che riguarda il mondo anglosassone. Il testamento di Stanley Baldwin , come venne designato il suo discorso a 8000 giovani di tutti i paesi dell’impero raccolti nell’Albert Hall a Londra, è un appello perché i giovani difendano la democrazia contro i pericoli esterni, ma anche contro i pericoli interni «e talvolta, egli disse, sarà necessario difenderla contro essa stessa». «Lo Stato cristiano, egli aggiunge, pone sopra ogni cosa la personalità umana; lo Stato servile invece la nega. Ogni compromesso con questo valore infinito dell’anima umana conduce direttamente allo stato selvaggio ed alla jungla. Cacciate queste verità dalla nostra religione e che cosa troverete? l’insolenza, lo spirito della dominazione e la crudeltà del dispotismo. Denunciate la religione come l’oppio del popolo e voi denuncerete ben tosto come narcotici la libertà politica e la libertà civile. I frutti del libero spirito umano non allignano nel giardino della tirannia e la schiavitù è un’erba cattiva che cresce in tutti i terreni». Passando poi ai rapporti con le altre nazioni del mondo Baldwin concluse: «la fiaccola che voglio trasmettervi e vi chiedo di trasportare per tutte le vie dell’impero è la grande verità cristiana: vivete per la fraternità umana che suppone la paternità divina». Non facciamo deduzioni politiche, non esaminiamo se il regime inglese abbia sempre mantenuto o mantenga verso tutti al di dentro e al di fuori i principi di fraternità cristiana, ma al di sopra di ogni considerazione retrospettiva o riferimento concreto, compiaciamoci di queste affermazioni di pensiero. Questo mondo inglese, considerato come il regime della libertà per eccellenza, ha trovato nel discorso alla radio del re un’ardente invocazione a Dio e un riconoscimento della necessità della sua protezione, e nelle ultime parole d’uno dei suoi più illustri uomini politici una concezione che ricorda quella di Roosevelt e fa gran torto a tutti quei democratici francesi che si ostinano a mantenere sul trono del loro credo politico la dea ragione. Il Concordato austriaco del primo maggio 1934 garantisce alla Chiesa cattolica l’esistenza delle associazioni giovanili sotto l’immediata direzione della gerarchia. Costituitasi la Gioventù austriaca sotto l’immediata direzione del Fronte patriottico, i vescovi riunirono le associazioni giovanili cattoliche in un organismo simile e parallelo intitolato Gioventù cattolica. Ora un decreto ministeriale stabilisce che la Gioventù cattolica goda in confronto dello Stato perfetta parità di diritti colla Gioventù austriaca. Le direzioni scolastiche sono incaricate di prendere semplicemente atto dell’appartenenza di un alunno alla Gioventù cattolica e quindi di permettergli l’uso dei distintivi e delle insegne. I maestri devono godere delle stesse facilitazioni tanto per le manifestazioni della Gioventù cattolica quanto per quelle della Gioventù austriaca. Nella diocesi di Vienna per stabilire una feconda cooperazione fra le due Gioventù si è costituito un comitato paritetico il quale si assicurerà che la Gioventù cattolica applichi nel suo seno il piano governativo per la formazione patriottica e l’educazione fisica. Ogni spirito di malsana concorrenza dovrà venire evitato e la propaganda dovrà rivolgersi soltanto a quelle forze giovanili che non sono ancora iscritte né all’una né all’altra. Sono escluse, dice il decreto, pressioni sui membri di una o l’altra Gioventù o qualsiasi insistenza che possa venire concepita come coazione. In un paese nel quale tutti i giovani sono già iscritti alla Gioventù cattolica non si potrà fondare un gruppo della Gioventù austriaca. La partecipazione contemporanea ad entrambe le Gioventù è possibile, ma non è considerata come ideale. Comunque i capi non possono appartenere contemporaneamente all’una ed all’altra. Il decreto ministeriale esprime la speranza che questo regolamento rappresenti finalmente la soluzione della questione giovanile in Austria. Quale differenza dalla situazione germanica come ci viene descritta in una corrispondenza alla Libre Belgique! C’è da sperare che si tratti d’impressioni forse esagerate, ma se la verità fosse anche a mezzo, le preoccupazioni per la sorte della gioventù tedesca rimangono gravissime. Il corrispondente afferma che a furia di esercizi militari e di «Arbeitsdienst» gran parte della gioventù studia poco e abbandona le chiese. Conosco, egli dice, una città in Germania nella quale il liceo aveva una cappella per gli studenti cattolici. Altre volte questa cappella era piena di studenti, la domenica, il martedì ed il giovedì. Quest’anno invece vengono a messa ogni 15 giorni e la cappella non si riempie che a metà, benché ora i quattro licei della città abbiano una messa comune. I corsi di religione cattolica e protestante esistono ancora; una volta si avevano due lezioni la settimana, ora generalmente solo una. I protestanti non hanno più il loro servizio religioso come una volta … Il prete cattolico deve incominciare i suoi corsi di religione con un «heil Hitler» … Una volta avevamo le nostre riunioni cattoliche, sportive, letterarie, ecc. ma oggidì non è permessa che la Gioventù hitleriana. Lo spirito dominante è quello dell’anticristianesimo, la sera alla Gioventù hitleriana si leggono le opere di Ludendorff e Rosenberg, si parla dei «crimini dei preti», dell’immoralità della Chiesa durante i secoli, del valore di una natura libera, della santità del sangue e della supremazia della razza germanica … Si comprende così che la gioventù si sia convinta dell’immoralità della Chiesa e che altro non resti a fare che distruggerla perché si oppone all’anima germanica. Eppure bisogna passare per i circoli dove domina tale spirito perché senza appartenenza alla Gioventù hitleriana non è possibile né di passare un esame né occupare un impiego … La lettera continua su questo tono con conclusioni così pessimiste che attendiamo con ansia un qualsiasi fatto, una qualsiasi dichiarazione sicura che tale pessimismo dimostri infondato. Da segnalarsi una corrispondenza da Mosca di Pierre Berland al Temps su «l’evoluzione della questione religiosa in U.R.S.S.». Evidente la tendenza ad un eccessivo ottimismo; da registrare tuttavia che i comunisti negano l’esistenza annunciata da Varsavia di un congresso internazionale dei «Senza Dio», e negano pure che fra la terza internazionale e il governo russo sia intervenuto un accordo per cui tutti i diplomatici sovietici dovrebbero essere membri dei «Senza Dio». Da registrarsi sovrattutto come consolante il fatto documentato dal Berland che la resistenza alla scristianizzazione è stata nella massa del popolo russo più forte di quello che si ritenesse. Anche le sfere ufficiali (e lo ha dimostrato la sentenza della censura teatrale che soppresse l’opera comica «Le Bogatyrs»), cominciano a considerare «la introduzione in Russia del cristianesimo come una tappa positiva della storia del popolo russo». «Per misurare il cammino percorso – dice il Berland – conviene ricordare che nei manuali del Pokrowsky che dettavano legge in materia di storia, la religione cristiana veniva paragonata all’“animismo pagano” e spiegata col desiderio dei preti di sfruttare la credulità popolare. Le dottrine del Pokrowsky vengono abbandonate e il cristianesimo comincia ora a venir ammesso almeno come tappa nel cammino della nazione verso il progresso». Esaminando le ragioni del modificato atteggiamento delle sfere ufficiali, il Berland nota che il Cremlino non rimane indifferente di fronte alle critiche internazionali e «se nel passato, egli dice, credeva di non far gran conto di una potenza come la S. Sede che non possiede né cannoni né mitragliatrici, pare ora che esso si sia fatto un concetto meno sommario dell’influenza di Roma nel mondo». Infine, conclude il Berland, Stalin si appoggia sul popolo contro gli oligarchi bolscevichi della prima ora. Ha quindi interesse di favorire un’atmosfera d’«Unione sacra».
|
26fd5b41-dfbe-475e-8dd5-677470412433.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Il sig. Uberto D’Ydewalle , fino a ieri redattore capo del Pays Réel, quotidiano rexista, ha abbandonato il giornale e il movimento per motivi che egli espone in una lunga lettera alla Libre Belgique. Egli vi ricorda d’aver lasciato il Rex nel 1934 in seguito ad una disapprovazione del movimento da parte dell’autorità episcopale. Vi era poi rientrato nel 1935, perché sembrava acquisita una pacificazione sul terreno religioso. Ma nel corso del 1936 si sono manifestate nel partito altre tare. Leone Degrelle, secondo il D’Ydewalle, attribuì funzioni importanti a parecchie persone che non offrivano nessuna garanzia dal punto di vista morale, fra altro a parecchi divorziati; e nei quadri dei dirigenti tanto a Bruxelles che nei dipartimenti, si ammisero persone con un passato giudiziario non sempre pulito. Inoltre, sempre secondo il D’Ydewalle, il rexismo venne progressivamente sottoposto all’influenza di personalità che non offrivano alcuna garanzia dal punto di vista politico. Per controllare la direzione del movimento si era creato un Consiglio politico, ma questo consiglio non venne interpellato nemmeno in casi d’importanza grave, come ad esempio per la decisione di provocare un’elezione a Bruxelles. Il consiglio politico poi tentò invano di vedere chiaro circa le importanti risorse finanziarie che confluivano nel movimento. Ma la causa decisiva della rottura fu la condanna del Rex da parte dell’arcivescovo di Malines. L’autore della lettera assieme a parecchi altri aveva proposto il ritiro della candidatura a Bruxelles e nelle settimane che seguirono all’elezione dell’11 aprile egli insistette parecchie volte perché si venisse ad una conciliazione e all’accettazione delle direttive episcopali. Dapprima Degrelle lo tranquillizzò ripetendo che l’accomodamento era in corso, ma alla fine dichiarò che non gliene importava gran che; questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Della polemica cattolico-nazista, vanno segnalati altri due documenti episcopali, comunicati al pubblico sia con la lettura dai pulpiti sia facendone circolare le copie dattilografate . Il vescovo di Berlino, conte von Preysing , fa notare che i vescovi tedeschi già nel settembre 1936 in una dichiarazione comune avevano espressamente approvato l’intervento giudiziario contro i chierici colpevoli; ma essi, allora come oggi, si rivolgono contro lo sfruttamento propagandistico dei processi giudiziari. È noto, dice il vescovo, che lo Stato nazional-socialista sottrae alla pubblicità di proposito e sistematicamente tutti i crimini contro la moralità ed altri delitti che avvengono nelle sue file. Esso si discosta da tale direttiva solo quando i delitti non si possono più occultare, ed anche allora sceglie tali formule le quali o sottacciono i vincoli degli incriminati col partito, o comunque risparmiano il prestigio e l’autorità del partito. Quando si tratta, invece, della Chiesa cattolica, si ricorre al metodo opposto e la stampa nazista si ostina a generalizzare ed a parlare di «un sistema di corruzione morale dominante nella Chiesa cattolica». Nello stesso tempo però si sottace che i sacerdoti incriminati vivevano su piede di guerra coi loro superiori ecclesiastici, ed a proposito di un sacerdote di Brauberg si finge di ignorare che egli apparteneva al partito nazista, dal quale venne espulso soltanto dopo l’arresto, e che egli prima non si peritava di criticare pubblicamente di fronte anche ad eterodossi, i sacramenti e le istituzioni ecclesiastiche. A proposito di un altro sacerdote di Monaco, di cui il vescovo fa anche il nome, si finge di non sapere che in seguito ai suoi meriti verso il partito, aveva avuto dallo Stato un’alta carica che l’ordinariato di Monaco aveva recisamente sconsigliato, perché il sacerdote non dava sufficienti garanzie di moralità. Il secondo documento è del vescovo Berning , di Osnabrück. «Agli avversari della Chiesa, egli esclama, si concede ogni libertà, ma a noi si rende difficile se non addirittura impossibile di difendere la Chiesa contro gli attacchi quotidiani … Ci si attribuisce velleità di ritornare alle antiche prevalenze sulle autorità civili. No, egli esclama, noi vescovi combattiamo per i diritti e per la libertà della Chiesa perché è compito essenziale del vescovo quello di potere predicare agli uomini la verità di Cristo e la carità di Cristo…». Intanto nel campo protestante continuano gli arresti e i confinamenti dei capi della Chiesa confessionale. Si assicura che questi provvedimenti si prendono per «preparare le elezioni delle nuove autorità ecclesiastiche entro la Chiesa evangelica». Si è festeggiato in Francia il 50° anniversario del sindacalismo cristiano. Il card. Pacelli , a nome del S. Padre, ha diretto al presidente della Confederazione sindacale cristiana una lettera nella quale ricorda che «ad onta di pregiudizi inveterati e precedendo anche le legislazioni civili, il Papato non ha mai temuto di rivendicare a favore degli operai un diritto di associazione che è del resto nella natura delle cose, allorché ha per scopo di realizzare fini legittimi, quali la salvaguardia e il miglioramento degli interessi professionali». Il cardinale si richiama qui alle direttive di Leone XIII, alla lettera della Congregazione del concilio al card. Liénart , «che è stata chiamata a buon diritto la Carta del sindacalismo cristiano», e alle insistenze della Quadragesimo anno e della Divini redemptoris. La lettera conclude con l’affermare che la formula liberatrice del sindacato cristiano è quella che si rivela più atta per stabilire un ordine corporativo soddisfacente e risolvere la questione sociale. A questo posto merita di venir inserito un articolo di mons. Thellier de Poncheville , pubblicato recentemente nella Croix a commento della presente situazione sociale in Francia. «Un anno fa, egli scrive, le leggi sociali di cui mena vanto il Fronte popolare, non erano ancora state votate. Numerosi cattolici se ne professavano da lungo tempo partigiani, almeno in principio, ma il loro programma era combattuto dai loro stessi amici che lo giudicavano pieno di chimere e di pericoli. L’indifferenza degli uni, l’opposizione degli altri, non permisero loro di attuarli a tempo. Dopo d’allora i fatti e anche il papa hanno parlato e queste due voci eloquenti, hanno dato loro piena ragione! Riforme chimeriche? Esse furono realizzate nel giugno 1937, molto rapidamente, anzi troppo rapidamente, con procedimenti e esagerazioni che rischiano di farne naufragare qualcuna. Applicate invece da noi in un periodo più favorevole, in seno alla professione organizzata, con preoccupazioni famigliari e con uno spirito di cristiana concordia, i loro inconvenienti sarebbero stati ridotti e le loro prospettive di successo fortemente accresciute. L’inevitabile trasformazione del nostro regime economico che non poteva durare più a lungo avrebbe imposto all’industria carichi meno schiaccianti e assicurato al proletariato un progresso meno precario. Nella città nuova meglio sistemata per tutti, i cattolici, fortunati ispiratori di questi grandi lavori, avrebbero ritrovato un posto e un’influenza più grandi, come una volta i vescovi e i monaci nella società francese, della quale questi furono i principali costruttori. Ma impacciati, imbrigliati dalle contraddizioni interminabili, preoccupati nell’insieme più dell’opposizione politica che della ricostruzione sociale, noi abbiamo lasciato passare l’ora favorevole! … Rubando in parte a noi il nostro programma sociale, mani estranee vi hanno introdotto un fermento nocivo, cioè il principio della lotta di classe, come se si mescolasse del vetro pesto alla farina buona. Questo pane irritante provoca oggidì nel mondo operaio delle ondate di febbre e dei torbidi che paralizzano gli affari e accrescono per tutti la difficoltà di vivere … Rimproveriamo ai responsabili, i loro errori, i loro eccessi che hanno provocato questo disastro. Ma picchiamoci anche il petto: noi non saremmo arrivati a tanto, se tutti gli uomini di buona volontà avessero fatto a tempo il loro dovere. I nostri amici avevano dunque ragione di preconizzare parecchi anni fa ciò che oggidì bisogna accettare in condizioni disagevoli. Oggi tutte le leghe di destra si accaniscono contro il regime capitalista con degli attacchi e delle critiche che una volta si qualificavano semplicemente per demagogia … Gli operai della prima ora non furono dunque colpevoli quando reclamarono la rifusione completa dell’economia liberale … Allora venivano tacciati di temerarietà perché prendevano le posizioni avanzate, ma oggi i loro contraddittori di una volta sono venuti a raggiungerli … Così si chiude con la triste constatazione dei suoi effetti funesti, la campagna di denigrazione contro i pionieri del cattolicismo sociale. Il solo rimprovero che si possa lealmente mantenere contro di essi è di non essere stati troppo audaci … La lettura della recente enciclica ci conferma definitivamente in questi pensieri. Essa rende in gran parte responsabile dei disordini rivoluzionari un regime economico “ingiusto”, ove i lavoratori sono stati esasperati di non essere compresi né trattati col rispetto cui avevano diritto … “Non ci sarebbe, afferma Pio XI, né il socialismo, né comunismo se non si fossero disprezzati gli insegnamenti o gli avvertimenti della Chiesa”. E dopo aver rilevato che il lavoro compiuto è ancora troppo poco per l’ora presente, l’enciclica afferma che il clero dovrà ormai “riservare la miglior parte delle sue forze, passando ogni altra opera al secondo piano, e i militanti dell’Azione Cattolica dovranno ricevere su questi problemi una formazione più completa”». Sulla nuova legislazione sociale in Francia può orientare: Joseph Willbois, La nouvelle organisation du travail. Réflections sur ce qui se passe en France depuis juin 1936 (Bloud et Gay). Alla Conferenza internazionale del lavoro Serrarens , segretario della Confederazione sindacale cristiana internazionale, e rappresentante del governo olandese, ha motivato con energiche parole la protesta dei sindacati cristiani contro l’accettazione dei delegati russi, i quali non sono inviati da organizzazioni sindacali libere costituite sul principio della libertà sindacale, come vuole lo statuto della Conferenza internazionale del lavoro. «Noi sindacalisti cristiani, concluse il Serrarens, rispettiamo troppo profondamente le basi della nostra organizzazione che sono la libertà sindacale, il valore della persona umana e la dignità dei lavoratori, per accettare senza protesta in seno alla nostra Conferenza i delegati operai di un sì grande paese i quali rappresentano così poco le masse lavoratrici che pretendono rappresentare». Il delegato russo Marcus ha risposto con parole sdegnose e ingiuriose dichiarando che Serrarens e i suoi colleghi «seguendo la formula dei gesuiti, si trovano come cadaveri tra le mani dei loro padroni». I russi cioè, anche dopo i tremendi spettacoli di repressione sanguinaria e tirannica di questi giorni, hanno ancora l’impudenza di ricorrere alle viete frasi sull’obbedienza cadaverica dei gesuiti. E pensare che questa gente la quale vive sotto il regime del terrore, mena gran vanto perché, dopo 20 anni, è stato concesso per la prima volta ai membri del partito di nominare in scrutinio segreto i dirigenti dei Sovieti locali, diritto elettorale che non esiste ancora affatto, nemmeno formalmente, nelle organizzazioni sindacali. Dall’ultimo numero della Vie Intellectuelle, che pubblica una documentazione sul movimento falangista spagnolo, rileviamo alcune linee direttive . Ogni cospirazione contro l’unità nazionale spagnola, dice il programma della Falange spagnola, ogni separatismo è un crimine che non perdoneremo mai. Esigiamo perciò la abolizione immediata dell’attuale Costituzione. Noi abbiamo una volontà imperiale e affermiamo che la pienezza storica della Spagna risiede nell’impero. Noi reclamiamo per la Spagna un posto preminente nell’Europa e non sopporteremo né l’isolamento internazionale né il controllo straniero. La Spagna vuol essere l’asse spirituale del mondo ispanico, come titolo di preminenza nelle imprese universali. Forze armate potenti e numerose per assicurare alla Spagna il suo rango nel mondo. Tutta l’esistenza della Spagna dovrà essere informata dal senso militare della vita. La Spagna andrà di nuovo a cercare la sua gloria e la sua ricchezza sulle vie del mare. Il nostro Stato sarà uno strumento totalitario al servizio dell’integrità della patria. Tutti gli spagnoli vi parteciperanno a mezzo della loro attività familiare, municipale e sindacale, ma non attraverso i partiti politici. La dignità umana, l’integrità dell’uomo e la sua libertà sono valori eterni ed intangibili; ma solo colui è veramente libero che è parte di una nazione forte e libera. A nessuno sarà permesso di impiegare la sua libertà contro l’unione, la forza e la libertà della patria. La Falange respinge il sistema capitalista ma ripudia il marxismo. Lo Stato nazionale sindacalista eliminerà la lotta di classe e forzerà tutti a partecipare alla produzione. Lo Stato riconoscerà la proprietà privata ma attuerà la nazionalizzazione progressiva di tutti gli organismi bancari e, per mezzo delle corporazioni, quella dei grandi servizi pubblici. Circa il problema agrario la riforma economica falangista vuol assicurare a tutti i prodotti agricoli un prezzo medio rimuneratore; ridistribuire la terra coltivabile e restituire la proprietà famigliare, ricostituire il patrimonio zootecnico ed attuare il rimboschimento. Il movimento falangista si rivolge specialmente ai contadini proclamando la volontà di una riforma agraria veramente rivoluzionaria. È burlarsi del contadino quello di renderlo proprietario di un pezzo di terra pietroso e sterile. No, è sulle buone terre che bisogna installare il contadino spagnolo. La Spagna ha abbastanza terra per far vivere tutti gli spagnoli e 15 milioni di più ancora. Non mancano gli uomini energici che attueranno la magnifica rivoluzione agraria: il trasporto nei vasti campi fertili di masse intiere, affamate da secoli e che si sono spossate a grattare delle terre miserande. Per far ciò converrà sacrificare un certo numero di famiglie … Poco importa; si sacrificheranno, il popolo spagnolo deve vivere e non ha abbastanza denaro per comprare tutte le terre … Bisogna fare la riforma agraria col sistema rivoluzionario. Le riforme agrarie attualmente in vigore per le quali si paga ai proprietari il prezzo intiero delle loro terre sono una derisione per i coltivatori. Quanto all’educazione, tutti gli spagnoli riceveranno un’educazione premilitare che li preparerà all’onore di servire nell’esercito e lo Stato con una disciplina rigorosa nell’educazione creerà uno spirito forte ed unitario. Il nostro movimento, dice il programma, reintegra nella Costituzione nazionale il sentimento cattolico di tradizione gloriosa e predominante in Spagna. «La Chiesa e lo Stato metteranno d’accordo i loro rispettivi poteri, senza che sia ammessa alcuna intromissione ed alcuna attività che riduca la dignità dello Stato o l’integrità nazionale». La Rivista Internazionale di Scienze Sociali, edita a cura dell’Università cattolica del S. Cuore, inizia la pubblicazione di una rassegna annuale del movimento «economico italiano». Il grosso volume , datato luglio 1937, è una rivista dell’economia italiana del 1936 e, come annunzia P. Gemelli, intende «celebrare in modo memorabile il primo decennale della Carta del Lavoro». All’opera hanno collaborato cinque professori e incaricati dell’Università cattolica, S. E. Tassinari e sei docenti di altri atenei. Interessano qui soprattutto gli studi di Fr. Vito sulla «politica economica e sociale corporativa» e di J. Mazzei sulla «politica economica internazionale». Il Vito conclude che se gli scopi essenziali del sistema corporativo sono la attuazione della disciplina unitaria, organica e totalitaria della produzione e il conseguimento della giustizia sociale, il 1936 ha segnato un grande progresso. L’istituto del contratto collettivo ha avuto larghissima applicazione. È stata attuata la settimana di 40 ore; è stato introdotto il libretto di lavoro (idea cristiano-sociale sempre avversata dai socialisti là ov’era attuata); i patti colonici vennero migliorati con la compartecipazione collettiva. Le previdenze assicurative e di assistenza sono in aumento, la tutela dei prezzi si è perfezionata.
|
3c3036af-0afa-418e-9e9d-f729116d214d.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
In Francia il patronato cattolico ha sempre avuto dei rappresentanti magnifici: ricordate gli Harmel , i Vrau e i Féron-Vrau e la Fédération du Nord. Si ha notizia ora di un convegno di datori di lavoro cattolici, tenuto a Lilla, alla presenza del cardinale Liénart. Il noto cultore di scienze sociali P. Arnou S.J. vi ha commentato le encicliche pontificie, specie l’ultima contro il comunismo ateo. «Bisogna leggerla – ha detto l’oratore – in spirito di sottomissione, per sapere ciò che deve essere un padrone cristiano». Si è poi lumeggiata l’opera del «Segretariato cattolico dei datori di lavoro» che dev’essere un tramite fra l’Azione Cattolica e l’Azione sociale, e il cardinale Liénart, rilevando il successo della riunione, ha proclamato che la Chiesa non vede i problemi sociali da un solo punto di vista; incoraggia il movimento operaio cristiano, ma sa bene che la questione sociale si risolve solo col concorso di tutte le parti in causa. Ecco una notizia che fa bene, al suo primo apparire, senza bisogno di esame ulteriore: i padroni cristiani! Una distinzione, una demarcazione nella classe di coloro, che, nella maggior parte dei paesi, si presentano semplicemente come padroni o datori di lavoro, come rappresentanti di una parte economica nel conflitto sociale e niente più; come i continenti più forti sul mercato del lavoro. Ed essi si riuniscono per rispondere a due appelli; l’uno lanciato dal card. Liénart durante le torbide giornate dello scorso anno, l’altro rivolto dal papa nella sua recente Divini redemptoris . Non abbiamo ancora potuto leggere un più largo riassunto dell’esposizione di P. Arnou né degli altri discorsi, ma certo è che oramai le antiche discussioni su carità e giustizia, sul salario famigliare, sull’intervento statale, sono sorpassate e che gli oratori di Lilla avranno trovato nelle limpide e precise indicazioni di Roma una direttiva sicura da raccomandare ai «padroni cristiani». Ricordiamoli anche noi questi capisaldi dell’ultima enciclica. Ai datori di lavoro in modo particolare sono diretti i capitoli 50 e 58. Il papa lo dice espressamente: «Perciò ci rivolgiamo in modo particolare a voi, padroni e industriali cristiani, il cui compito è spesso tanto difficile perché voi portate la pesante eredità degli errori di un regime economico iniquo che ha esercitato il suo rovinoso influsso durante più generazioni; siate voi stessi memori della vostra responsabilità. È purtroppo vero che il modo di agire di certi ambienti cattolici ha contribuito a scuotere la fiducia dei lavoratori nella religione di Gesù Cristo. Essi non volevano capire che la carità cristiana esige il riconoscimento di certi diritti che sono dovuti all’operaio e che la Chiesa li ha esplicitamente riconosciuti. Come è da giudicarsi l’operato di quei padroni cattolici, i quali in qualche luogo sono riusciti ad impedire la lettura della nostra enciclica Quadragesimo anno, nelle loro chiese patronali? o di quegli industriali cattolici che si sono mostrati fino ad oggi gli avversari di un movimento operaio da noi stessi raccomandato? E non è da deplorare che il diritto di proprietà, riconosciuto dalla Chiesa, sia stato talvolta usato per defraudare l’operaio del suo giusto salario e dei suoi diritti sociali?». E qui l’Autore dell’enciclica tocca il punto fondamentale che distingue la dottrina cristiana dalla concezione liberale dell’economia, poiché essa afferma che vi sono altri diritti ed altri doveri al di fuori di quelli fissati nel contratto di lavoro. «Difatti – continua la Divini redemptoris – oltre la giustizia commutativa vi è pure la giustizia sociale che impone anch’essa dei doveri cui non si possono sottrarre né i padroni né gli operai. Ed è appunto proprio della giustizia sociale l’esigere dai singoli tutto ciò che è necessario al bene comune. Ma come nell’organismo vivente non viene provvisto al tutto, se non si dà alle singole parti ed alle singole membra tutto ciò di cui esse abbisognano per esercitare le loro funzioni; così non si può provvedere all’organismo sociale e al bene di tutta la società se non si dà alle singole parti ed ai singoli membri, cioè a uomini dotati della dignità di persone, tutto quello che devono avere per le loro funzioni sociali … Ma non si può dire di aver soddisfatto alla giustizia sociale se gli operai non hanno assicurato il proprio sostentamento e quello delle proprie famiglie con un salario proporzionato a questo fine; se non si facilita loro l’occasione di acquistare qualche modesta fortuna, prevenendo così la piaga del pauperismo universale; se non si prendono provvedimenti a loro vantaggio, con assicurazioni pubbliche e private, per il tempo della loro vecchiaia, della malattia o della disoccupazione. In una parola, per ripetere quello che abbiamo detto nella nostra enciclica Quadragesimo anno: allora l’economia sociale veramente sussisterà ed otterrà i suoi fini, quando a tutti i singoli soci saranno somministrati tutti i beni che si possono apprestare con le forze e i sussidi della natura, con l’arte tecnica, con la costituzione sociale del fatto economico; i quali beni debbono essere tanti quanti sono necessari, sia a soddisfare bisogni ed oneste comodità, sia a promuovere gli uomini a quella più felice condizione di vita che, quando la cosa si faccia prudentemente, non solo non è d’ostacolo alla virtù, ma grandemente la favorisce». Questo magnifico squarcio che basterebbe da solo a confutare le accuse spesso elevate contro la Chiesa, quasi che essa non sapesse predicare che la supina rassegnazione al sistema economico presente e che nel vigoroso linguaggio, tenuto a chi è provveduto di beni materiali, arieggia a certe antiche omelie dei Santi Padri, dovrebbe venir ristampato in ogni opportuna occasione dai giornali cattolici, affinché diventi uno degli alimenti ordinari della nostra vita d’apostolato sociale. Si badi bene; non si tratta qui di un appello rivolto semplicemente ai singoli o solo alla categoria padronale, poiché nel capitolo seguente Pio XI continua: «Se poi, come avviene sempre più frequentemente nel salariato, la giustizia non può essere osservata dai singoli, se non a patto che tutti si accordino a praticarla insieme mediante istituzioni che uniscano tra loro i datori di lavoro, per evitare tra essi una concorrenza incompatibile con la giustizia dovuta ai lavoratori, il dovere degli impresari e dei padroni è di sostenere e di promuovere queste istituzioni necessarie, che diventano il mezzo normale per poter adempiere i doveri di giustizia. Ma anche i lavoratori si ricordino dei loro obblighi di carità e di giustizia verso i datori di lavoro, e siano persuasi che con questo salvaguarderanno meglio anche i propri interessi». Invitati così padroni ed operai ad organizzarsi, l’enciclica, in un altro capitoletto ancora, afferma che non si può «far regnare nelle relazioni economico-sociali la mutua collaborazione della giustizia e della carità se non per mezzo di un corpo di istituzioni professionali e interprofessionali su basi solidamente cristiane, collegate tra loro e formanti sotto forme diverse e adattate ai luoghi e circostanze, quello che si diceva la corporazione». Ecco dunque disegnato tutto un programma di restaurazione dell’ordine sociale, che P. Arnou avrà potuto ulteriormente spiegare ed inculcare citando le pagine magistrali della Quadragesimo anno. Bisogna considerare inoltre che la riunione di Lilla era stata promossa dalla Fédération Nationale Catholique, cioè dall’Azione Cattolica, ed è ben ai cattolici militanti che Pio XI riserva nei suoi documenti sociali gli appelli più calorosi e più fiduciosi. È necessario, dice ad essi nella Divini redemptoris, di «promuovere lo studio dei problemi sociali alla luce della dottrina della Chiesa e diffonderne gl’insegnamenti … perché i cattolici, illuminati da tale studio, inclinino le volontà a seguirla e ad applicarla come norme del retto vivere, per l’adempimento coscienzioso dei molteplici doveri sociali, opponendosi così a quella incoerenza e discontinuità nella vita cristiana da noi varie volte lamentata, per cui taluni, mentre sono apparentemente fedeli all’adempimento dei loro doveri religiosi, nel campo poi del lavoro e dell’industria o della professione o dell’impiego, per un deplorevole sdoppiamento di coscienza, producono una vita troppo disforme dalle norme della giustizia e della carità cristiana, procurando in tal modo grave scandalo ai deboli e offrendo ai cattivi facile pretesto di screditare la Chiesa stessa» . La cultura sociale è dunque anzitutto necessaria per il «retto vivere» dei cattolici nella società e per ragioni di pratica apologetica in confronto degli avversari della Chiesa. Ma essa è sovrattutto indispensabile all’opera di apostolato, ossia all’essenza stessa dell’Azione Cattolica. Come in altre età della storia, dice Pio XI nella Quadragesimo anno, «per ricondurre a Cristo le classi diverse di uomini che l’hanno rinnegato, è necessario anzitutto scegliere nel loro seno e formare ausiliari della Chiesa che … sappiano parlare ai loro cuori con sensi di fraterno amore. I primi ed immediati apostoli degli operai devono essere operai, degli industriali e commercianti gl’industriali e commercianti stessi …» . La formazione di tali apostoli spetta al clero. Per questo la Quadragesimo anno rinnova gli incitamenti e le approvazioni di Leone XIII in favore delle società operaie cattoliche, per questo si ringraziano e s’incoraggiano in modo speciale «gli ascritti all’Azione Cattolica, i quali con particolare studio si occupano con noi della questione sociale, in quanto questa spetta e compete alla Chiesa per la sua stessa divina istituzione» . Ma una scuola cristiano-sociale, una attività specifica dei cattolici sono motivate anche dal fatto che solo la loro dottrina, integralmente studiata ed applicata può portare alla restaurazione. La riforma delle istituzioni, l’osservanza della giustizia commutativa non bastano. «La sola giustizia potrà ben togliere di mezzo le cause dei conflitti sociali, non già unire i cuori e stringere insieme le volontà» . Questo indispensabile legame non può essere che la charitas, la legge dell’amore di Cristo, che ci rende tutti figliuoli di una stessa paternità divina. Questo divino precetto, aggiunge la Divini redemptoris, è «la preziosa tessera di riconoscimento lasciata da Cristo ai suoi veri discepoli … Una divina forza rigeneratrice si trova in questo precetto nuovo (come Gesù lo chiamava) di carità cristiana, la cui fedele osservanza infonderà nei cuori un’interna pace sconosciuta al mondo e rimedierà efficacemente ai mali che travagliano l’umanità» . Continua la preparazione elettorale per le «elezioni ecclestiastiche» della «Chiesa evangelica». Un decreto del 1° luglio proibisce ai pastori di accennare dal pulpito a tali elezioni; il che vuol dire che il governo teme la propaganda degli ecclesiastici indipendenti e fautori della «Chiesa confessionale». Il colpo è forte, perché i nazisti dominano le assemblee fuori delle chiese, ma i pastori, se non possono parlare dal pergamo, tanto meno osano presentarsi nelle riunioni politiche. Un altro decreto costituisce delle commissioni finanziarie in ogni provincia ecclesiastica; vale a dire lo Stato mette le mani sopra il reddito dei contributi ecclesiastici. Infine al numero dei pastori arrestati si è aggiunto il famoso pastore di Dahlem (sobborgo di Berlino) Martino Niemöller . L’arresto pone fine alla leggenda che il Niemöller fosse invulnerabile, perché prima di dedicarsi alla carriera ecclesiastica, era stato comandante del sottomarino U-15 e in tale qualità si era distinto come audace ed abile affondatore. Il pastore di Dahlem era diventato assai noioso al governo, perché ogni giorno innanzi ad un uditorio sempre più numeroso, prendeva le difese della «Chiesa confessionale» e combatteva il neopaganesimo di certi ecclesiastici protestanti. Ma l’arresto provocò della reazione. Domenica 4 a Dahlem si celebrò un ufficio solenne per il pastore arrestato e si vide salire sul pergamo lo stesso «super intendente generale» Otto Dibelius, il quale diede lettura di una proclamazione della «Chiesa confessionale», in cui si confuta l’accusa di sovversivismo elevata contro il Niemöller. Né questi né gli altri pastori hanno preso atteggiamenti in questioni politiche, ma si sono limitati a rivendicare alla Chiesa il diritto di vivere indipendentemente dalle correnti statali, basandosi solo sull’Evangelo e le Scritture. Infine si raccolsero migliaia di firme degl’intervenuti sotto una petizione al ministro della giustizia, nella quale si chiede la liberazione del pastore ingiustamente incarcerato. Quattro altri pastori vennero già posti sotto processo; due furono assolti, due altri condannati a … 8 giorni d’arresto. Troppi anche questi per chi non era contravvenuto alle patrie leggi; ma conviene ammettere che i protestanti non si possono lagnare se fanno il confronto coi cattolici. Per esempio con quei sacerdoti e giovani cattolici che per essersi opposti al sequestro delle bandiere della «Gioventù» durante la processione del Corpus Domini a Königsberg si buscarono in 9 dodici anni di carcere!
|
90287a11-f5f4-46a7-990b-0b0939880133.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Il viaggio trionfale del legato pontificio ha avuto in Francia, in generale, una buona stampa. L’Echo de Paris, l’Epoque, il Figaro, hanno gareggiato con la stampa religiosa nel descrivere e nell’esaltare le cerimonie di Lisieux e di Parigi, l’opera e la personalità del cardinale legato. Nel Figaro Vladimir d’Ormesson esalta la grandezza personale di Pio XI che ha reso alla cristianità il punto d’appoggio: «Se i popoli sapessero meglio ispirarsi alle sue dottrine nei loro passi quotidiani, tanto nell’ordine internazionale che nell’ordine nazionale, i pericoli esterni che ci angosciano dileguerebbero e le difficoltà che ci tormentano troverebbero facile soluzione». Il Petit Parisien, il Journal, l’Excelsior, il Petit Journal, il Paris Soir, in genere i giornali di informazione, hanno descritto con termini che vanno dall’entusiasmo alla rispettosa deferenza, le feste di Lisieux e, come il Temps, hanno citato largamente i discorsi del cardinale legato. Soltanto alcuni giornali di sinistra, come L’Homme Libre, Le Peuple e L’Oeuvre si sono limitati a delle note di cronaca inadeguate. Ma peggio fece il socialista Le Populaire che, assorbito dal Congresso di Marsiglia, passò completamente sotto silenzio il grande raduno di Lisieux, e fosse solo il silenzio. Ma nella relazione del Congresso esso riporta alcuni accenni da un discorso di un maestro socialista, il quale propugna la necessità dell’anticlericalismo per la ragione, egli dice, che «il clericalismo diventa ogni giorno più attivo». Egli fa rilevare «il contrasto che esiste fra i paesi di dittatura ove i cattolici sono maltrattati e la repubblica francese settaria e laica ove il legato del papa è ricevuto con qualche ostentazione». «Non è, egli dice, per criticare, perché sappiamo che vi sono delle necessità di politica estera che sono al di sopra di ogni critica …». Il bello è che l’Humanité crede di rivelare che la visita in Francia del legato pontificio era stata decisa sotto il ministero di Léon Blum. Il giornale comunista cerca di dare al viaggio un carattere politico che esula completamente da ogni realtà. Tuttavia è caratteristico che il deputato comunista Peri scriva nel suo commento: «nessuno potrà contestare la portata internazionale di questa manifestazione». Curioso è anche che Charles Maurras, dell’Action Française attribuisca a sé stesso il declino dell’anticlericalismo francese. Si tratterebbe qui del secondo periodo che, ispirato dal gruppo della Démocratie Sociale, avrebbe lentamente condotto i radicali a mutare atteggiamento in confronto della Chiesa. L’on. Louis Marin però, presidente della Federazione repubblicana, diffida delle «amabilità di forme dispensate da partiti che preparano in silenzio i nuovi lacci per strangolare la libertà di credere e di insegnare. Nous ne sommes pas dupes!». Le Jour ricalcando su questa diffidenza, dice che le cortesie governative non erano che «l’espressione logica dei riguardi che un gran popolo deve ad un grande potere spirituale». Saint-Brice, nel Paris Centre, conferma che l’atteggiamento del governo venne stabilito da Léon Blum il quale avrebbe anche «facilitato la costruzione del padiglione pontificio, la cui inaugurazione era una delle ragioni del viaggio». Sta bene, risponde l’Aube: «Nous non plus ne sommes pas dupes. Ma si preferirebbe forse che invece della politica del 1910, del 1921 e del 1937 si faccia quella del 1902 e 1904? Si preferirebbero forse gl’inventari al gesto del governo Blum che offrì l’altare al padiglione pontificio? … e non bisogna rallegrarsi in ogni caso che il prestigio della Chiesa e del cattolicesimo sia ora tale che l’avvento al potere di governi più a sinistra di quanti siano mai stati nella terza repubblica, invece di portare ad eccessi antireligiosi sia stato per il contrario caratterizzato da un nuovo passo in avanti nella via della pacificazione, della tolleranza e della comprensione?». Partito il legato pontificio, ecco il Congresso giubilare della «Jeunesse Chrétienne». I visitatori dell’Esposizione della stampa ricordano nel padiglione della Gioventù cattolica il colossale ritratto di un giovane operaio che levando in alto la mazza e ispirandosi alla croce che lo illumina, forgia con le braccia nerborute l’avvenire delle generazioni operaie. Quella figura e quei simboli erano stati creati dall’abbé Cardijn , il sacerdote belga che pochi anni fa fondò con alcuni pochi operai la J.O.C. Il S. Padre non ha tardato ad approvare tale movimento di Azione Cattolica specializzata ed in una lettera diretta al cardinale di Malines, in occasione del Congresso jocista belga, proclamò la J.O.C. «una formazione autentica dell’Azione Cattolica perfettamente appropriata al tempo presente». È quello che il S. Padre ripete ora in una affettuosa lettera al card. Verdier. A Parigi, come rileviamo dai giornali, la manifestazione intessuta di sostanziali affermazioni programmatiche e di celebrazioni religiose entusiasticamente sentite, non mancò nemmeno di quel carattere spettacolare che la regia moderna, sulle tracce di Reinhardt , offre oramai a queste mirabili azioni di massa. I giovani trovarono nella parte coreografica l’espressione gigantesca e pittoresca della loro psiche collettiva. La celebrazione della santità del lavoro terminò con una spettacolosa e delirante esaltazione del simbolo della nostra redenzione. «Lo spettacolo che voi ci offrite, riprese il giorno dopo il card. Verdier, è bello, commovente, pieno di promesse, giacché volete ricondurre ovunque Gesù Cristo. Noi costruiremo, voi dite, la città nuova, la città cristiana, ma, dunque, non esisteva questa città cristiana? Purtroppo essa non era più fra noi ben spesso che un ricordo, giacché mani sacrileghe l’avevano profanata, vuotata della sua vera anima di Dio. E Dio lasciandoci, aveva portato con sé tutto ciò che sulla terra forma la fraternità umana, la pace sociale e la felicità vera». Dopo ciò, che vuol dire la solita manovra dei comunisti che a nome delle loro associazioni giovanili fanno pervenire al Congresso jocista il loro «saluto fraterno» dichiarando: «noi pensiamo che se siamo separati da divergenze dottrinali, niente tuttavia potrà impedire la nostra comunanza d’azione per venire in aiuto alla gioventù sventurata, migliorare la condizione del giovane lavoratore, difendere la libertà di coscienza ed operare in favore della pace»? Quale comunanza vi può essere fra giovani che acclamano la croce e quelli che la bestemmiano, fra giovani che vogliono ristaurare Cristo nella società e chi lo ingiuria e lo bandisce dalla famiglia, dalla scuola e dalla vita pubblica? «Le divergenze dottrinali» non vertono su aspetti secondari della vita, ma sulla sua stessa essenza e finalità. Quando i socialisti iniziarono la propaganda, proclamando che la religione «era cosa privata», poterono essere creduti da folle ingenue che non conoscevano il materialismo marxista; ma ora, dopo Mosca, Messico e Barcellona, chi crederà mai alla loro «libertà di coscienza»? La Rivista parlerà espressamente della Semaine di Clermont-Ferrand . Registriamo intanto un passo della lettera pontificia al presidente Dutoit «sugli attentati portati all’inviolabilità della persona umana». «Dopo il paganesimo antico non si aveva forse mai assistito ad una sì vasta e così pericolosa cospirazione. Da una parte il comunismo – come si disse nell’enciclica Divini redemptoris – spoglia l’uomo di questa libertà, principio spirituale della condotta morale e toglie alla persona umana tutta la sua dignità» , dall’altra parte in nome d’una vera deformazione dello Stato «si misconosce – sono le precise parole dell’enciclica Mit brennender Sorge – che l’uomo, in quanto è persona, possiede dei diritti che egli tiene da Dio e che devono rimanere, di fronte alla collettività, fuori di ogni tentativo di negarli, di abolirli o solo di trascurarli» . La tattica comunista è però una nuova prova che i comunisti trovano ancora un forte ostacolo nella coscienza naturalmente cristiana delle masse, ostacolo che ritengono di dover «girare»! I discorsi ufficiali tenuti in occasione dell’anniversario della guerra civile in Spagna, sono intransigenti da entrambe le parti, ma al di qua dei Pirenei si è colta l’occasione per parlare di pace e di mediazione: Il «Comitato francese per la pace civile e religiosa in Spagna», d’accordo col Comitato spagnolo per la pace civile, ha fatto celebrare nel giorno dell’anniversario una messa per la pace nella chiesa di Nôtre Dame du Libane a Parigi. Mons. Beaupin pronunciò a questa messa un discorso, nel quale disse: «Abbiamo pregato per la pace civile e religiosa, perché la discordia civile e le lotte religiose sono per una nazione un male orribile e abbiamo invocato la pace perché la guerra di Spagna minaccia di estendere il conflitto al resto dell’Europa. La pace per la quale abbiamo pregato Iddio non è naturalmente una pace qualsiasi, ma è il ritorno alla tranquillità nell’ordine e l’ordine non esiste che là ove regna la giustizia e la carità addolcisce le asprezze della giustizia, inclinando i cuori al perdono, alla misericordia ed alla bontà. La pace che noi desideriamo è dunque una pace fondata sulla riconciliazione la quale, messi da parte gli odi sociali e religiosi, farà rinascere nei cuori lo spirito di collaborazione per il bene comune della patria. Abbiamo infine pregato per le vittime della guerra e della rivoluzione egualmente, perché tutti gli uomini che compaiono davanti a Dio hanno bisogno del suffragio dei fratelli e il sangue di Cristo è stato versato per la salute di tutti gli uomini». Nello stesso giorno Salvatore De Madriaga , ex ministro degli esteri liberale della Spagna e per lungo tempo suo rappresentante a Ginevra, inviava alla stampa un appello diretto ai combattenti delle due parti, invocando da entrambi una pace nella riconciliazione. Dopo aver esposto le ragioni che a suo parere militano per una pace spagnola ricostituente la concordia civile, egli conclude che la Spagna non sarà mai né un feudo comunista né un feudo dell’estremismo di destra, perché la sua politica estera, determinata da circostanze geopolitiche ed economiche, non muterà mai sostanzialmente, qualunque sia il vincitore. Il bollettino mensile del «Comitato d’azione per la pace in Spagna» ci informa viceversa che il segretario generale della massonica «Lega dei diritti dell’uomo» si è dichiarato assolutamente contrario ad una campagna per la pace e per la mediazione. Il segretario della Lega, rifiutando l’invito di partecipare ad una manifestazione pacifista, dichiara di temere «che la mediazione riesca, come il non intervento, in vantaggio dei fautori della guerra. La Lega non si presterà ad un nuovo inganno e si rifiuta d’associarsi ad una campagna ugualmente pericolosa per la democrazia e per la pace». «La democrazia! esclama all’uopo Pierre Henry Simon . Se fosse accertato che il duello di Valencia e di Burgos è veramente quello della democrazia e dell’antidemocrazia, della legalità repubblicana e della dittatura, si comprenderebbe che i difensori dei “diritti dell’uomo”, rigettando ogni idea di mediazione, accettano nel loro cuore o, se ne hanno il coraggio, nella loro carne, tutte le sofferenze e le violenze necessarie per la vittoria finale». Ma il Simon consiglia i membri della Lega a leggere il recente libro di Clara Campoamor , La rivoluzione spagnola vista da una repubblicana (Plon, giugno 1937). L’autrice fu deputatessa radicale alle Cortes nei primi anni della repubblica e non nutre nemmeno oggidì simpatie eccessive per Burgos. Essa sostiene però che un trionfo militare di Valenza potrebbe rappresentare non la installazione della democrazia, ma un periodo di anarchia sanguinaria alla fine della quale la dittatura del comunismo moscovita, ovvero della F.A.I., soffocherebbe ogni libertà umana. D’altro canto Clara Campoamor rileva che nella coalizione capeggiata da Franco hanno notevole influsso anche certi elementi che possono rendere possibile una soluzione intermedia fra i due punti di vista estremi. È questa linea mediana – conclude l’autrice – che va cercata. Per questo riguardo la stampa francese dà molto rilievo alle consultazioni che avvengono fra il generale Franco e l’ex capo dell’Azione popolare Gil Robles, tenutosi personalmente finora in disparte a Lisbona. Pare ancora che il governo franchista si appresti a trattare ben differentemente la questione dell’Euzkadi da quella della Catalogna. L’ex governatore civile di Pamplona, Francesco Saverio de Arvizu, trovandosi di questi giorni a Parigi con alcune altre personalità del partito nazionalista, ha assicurato che Franco, dopo la vittoria, è disposto a mantenere certe caratteristiche regionali di cui godevano le province basche. «È contro il separatismo distruttore della patria che bisogna marciare, disse l’ex governatore, e non contro la personalità regionale che non è incompatibile con l’amore della Spagna, ma anzi indispensabile per realizzare il suo più grande sviluppo». Queste dichiarazioni sono venute in buon punto a tranquillizzare i filobaschi francesi, commossi da un libro recente del sacerdote Vittorio Monserrat, dal patetico titolo: Il dramma di un popolo incompreso . Un corrispondente della Libre Belgique, parlando della persecuzione contro i cattolici in Germania, ricorda in alcune note nostalgiche le meraviglie organizzative a cui erano arrivati i cattolici tedeschi, le grandi centrali di Colonia e di Düsseldorf, i sindacati operai, il Volksverein di Münchengladbach, la centrale per le scuole confessionali, le associazioni Kolping, le leghe di contadini, le centrali corporative del Reno e della Baviera, il movimento caritativo, le associazioni studentesche, le organizzazioni ginnastiche e sportive, le leghe di risparmio, le società di cultura, le biblioteche, i giornali, i film, la radio. Tutto allora fioriva e tutto oggidì è rovina. Tuttavia i cattolici, benché la loro influenza sulla vita pubblica sia completamente cessata, si ripiegano su se stessi e resistono, rianimati dall’atteggiamento fiero e ardimentoso dei loro vescovi. Il popolo «tende l’orecchio quando sente la dichiarazione di monsignor Gröber che confessa di essersi ingannato, allorché prestò credito al nazionalsocialismo». È dunque esatta la ricostruzione storico-critica del P. Delattre nella Nouvelle Revue Théologique, secondo la quale i vescovi Gröber di Friburgo e mons. Berning di Osnabrück, dando credito al nazismo avrebbero fatto prevalere nelle conferenze di Fulda la tattica possibilista e concordataria? La longanimità della Chiesa ha così dimostrato di non voler escludere per se stesso nessun regime e di fare ogni sforzo per comprenderne le aspirazioni, adattandovisi, fino che fosse – in principio – possibile. Ma, afferma lo scrittore gesuita, nell’evoluzione politico-religiosa del nazismo vi era una necessità interna, annunziata già dal Mein Kampf: aspirazione all’unificazione tedesca, fastidio che in seno alla nazione esistessero delle confessioni ostili estranee alla psiche germanica, volontà di una rifusione nazionale sulla base d’una mistica religiosa unica e popolare. Questi tre impulsi hanno fatalmente condotto all’urto, che la Chiesa cattolica ha tentato di evitare e della cui logicità inesorabile non tutti i capi nazionalsocialisti stessi avevano chiara coscienza.
|
1f3c65e4-1038-4c31-9041-d696e3163ac3.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
La Conferenza delle «Chiese cristiane» di Oxford, esprimendo la propria solidarietà ai «fratelli cristiani» della Germania, dice: «Grande è il nostro dolore per le sofferenze di molti ecclesiastici. Noi comprendiamo la gravità di queste lotte nelle quali non è implicata soltanto la Chiesa protestante, ma in particolare anche la Chiesa romana cattolica…» perché «se un membro della cristianità soffre, se ne dolgono anche tutte le altre membra». Fu notato, scrive il corrispondente di un giornale cattolico, che la Conferenza tenne un contegno assai rispettoso nei confronti della Chiesa cattolica e in particolare il vecchio arcivescovo di Canterbury mise in rilievo che per quanto la Chiesa cattolica non fosse presente alle riunioni, essa rimaneva tuttavia una delle più importanti collaboratrici sul terreno che formava oggetto delle deliberazioni. Con speciale accentuazione egli si riferì alle «mirabili encicliche» di Leone XIII e dell’attuale pontefice. Questa tendenza a cercare se non la cooperazione, almeno l’appoggio della Chiesa cattolica contro i pericoli della società moderna, si riscontra anche in un appello pubblicato dal protestante Henry Lunn nella stampa inglese, per la formazione di un fronte unico cristiano contro i nemici del cristianesimo nella Spagna. A tale appello ha risposto mons. Hinsley, arcivescovo di Westminster, con una lettera al Times: «Pio XI, dice mons. Hinsley, nella sua enciclica Divini redemptoris fa appello espressamente a tutti i credenti in Dio. Fra quelli che credono a Cristo vero Dio e vero uomo dovrebbe regnare la carità con lo sforzo di avvicinarsi sempre più a Lui e così sostenersi vicendevolmente. Ciò significa non soltanto relazioni amichevoli, ma anche il vicendevole aiuto nella difesa della civiltà, fondata sulle verità proclamate dal concilio di Nicea. Sir Henry Lunn accenna con ragione a questo legame che ci dovrebbe unire. Ora noi vogliamo essere assolutamente sinceri. Nel passato vi furono dei malintesi e degli errori dall’una e dall’altra parte, vi furono delle intemperanze e mancanza di carità nella controversia. Gli avversari della religione hanno approfittato di questi nostri dissidi; ma la coscienza di un comune pericolo stringe i cristiani in una pratica simpatia fra loro. Nelle chiese cattoliche della Germania si è pregato per i protestanti perseguitati, e nel nostro Paese i metodisti hanno votato unanimemente un ordine del giorno di simpatia per i perseguitati cattolici della Spagna. Io li ringrazio e con essi Sir Lunn di tutto cuore». E dopo aver lumeggiato la situazione della Chiesa cattolica in Spagna, l’arcivescovo aggiunge: «Mi sia permesso, poi, di prendere quest’opportunità per rispondere a critici male informati, che accusano la Chiesa di essere la segreta alleata dei partiti nazionalisti. Costoro non conoscono le dichiarazioni dei pontefici di questi ultimi cinquanta anni. La Chiesa, come tale, non si preoccupa dei sistemi puramente politici». Mons. Hinsley, dopo aver portato altri esempi attuali, che dimostrano la perfetta indipendenza della Santa Sede di fronte ai vari ed anche opposti regimi politici, terminò invocando la chiarezza delle idee e la fraternità dei sentimenti. La «Conferenza ecumenica di Oxford» è, come è noto, un seguito della prima Conferenza delle «Chiese cristiane» tenuta nel 1925 a Stoccolma per iniziativa e sotto la presidenza dell’arcivescovo protestante Soederbloem di Uppsala. Già da tre anni una commissione di studio composta di teologi, giuristi e sociologi aveva preparato le relazioni e le trattazioni per questa seconda conferenza. L’argomento era: la Chiesa, la Nazione, lo Stato. Nel primo giorno il congresso si divise in 5 sezioni per discutere in particolare i temi seguenti: La Chiesa e la Nazione; La Chiesa e lo Stato; La Chiesa e la vita economica; La Chiesa e l’educazione; La Chiesa e i rapporti internazionali. Non è nostro proposito di entrare nel merito delle discussioni che darebbero facile occasione di dimostrare come sia impossibile di conciliare le «Chiese di Stato» quali ad esempio l’Alta Chiesa inglese o le Chiese balcaniche con le cosiddette «Chiese libere» che si oppongono irreducibilmente a qualsiasi ingerenza dello Stato, anzi talvolta a qualsiasi cooperazione con esso. Sarebbe facile anche dimostrare come su certi argomenti, p. es. sulla guerra e la pace, a Oxford non fu possibile votare una risoluzione comune, se non a condizione di rimanere molto generici e talvolta addirittura nell’equivoco. L’Osservatore Romano ha d’altro canto già fatto rilevare come già l’esistenza di una pluralità di Chiese in confronto dello Stato unico fornisce a questo una serie di ragioni e di pretesti per imporre la sua prevalenza come arbitro tra le varie sette e confessioni: sovrano di Chiese suddite, chiamato o subito da esse siccome giudice ed esecutore. Ma premesso questo, non sarà inutile riferire, almeno in parte, delle risoluzioni votate. Sull’argomento Chiesa e Stato le tesi presentate dal prof. Fischer di Vienna costituiscono un rifiuto della dottrina nazionalsocialista. Il Fischer infatti afferma: «Il potere dello Stato è limitato dall’ordine della grazia dell’Evangelo e della Chiesa. Totalità dello Stato può soltanto significare che tutta la vita si riferisce alla comunità e che ogni azione in ogni campo della vita si compie in piena responsabilità davanti alla comunità. Se invece la totalità dello Stato dovesse significare il dominio sulla totalità dell’uomo, in tal caso lo Stato si arrogherebbe l’autorità di Dio, abbandonerebbe il terreno politico e aspirerebbe ad una dignità che spetta soltanto al creatore nella sua Chiesa…». Sarebbe una concezione pagana e anticristiana del mondo, una specie di mitocrazia. Questi argomenti vennero rincalzati dal presidente della sezione, che era lo svizzero prof. Hueber , già presidente della Corte costituzionale di giustizia: «Due fattori, egli disse, costringono oggi la Chiesa, in modo del tutto speciale, a precisare la sua posizione di fronte allo Stato: la scristianizzazione ed il sorgere e l’attuarsi della teoria di uno Stato totalitario». Uno dei più importanti doveri della Chiesa – continua lo Hueber – è quello di proclamare, anche di fronte allo Stato, le verità eterne, superiori ad ogni mutazione politica, ma capaci, tuttavia, di rafforzare lo Stato nelle sue funzioni. «Fintanto che lo Stato difende il diritto e la giustizia, deve avere ogni appoggio dalla Chiesa; ma questa deve difendere nello stesso tempo la parola di Dio, permeare la vita pubblica di spirito cristiano, sostenere la dignità della persona umana e deve, pertanto, godere della piena libertà. Per libertà della Chiesa si intende: la libertà di professare pubblicamente la fede, la libertà del suo insegnamento, del culto, dell’amministrazione ecclesiastica e la libera scelta dei propri ministri». Alla fine delle discussioni venne votato il seguente testo: «Noi riconosciamo che lo Stato è la più alta autorità nella sua sfera e che ha ricevuto da Dio la missione di garantire l’ordine e il diritto e di lavorare per il bene della nazione. Ma siccome ogni autorità viene da Dio, lo Stato rimane sottomesso al Suo giudizio. Dio stesso è la fonte della giustizia di cui lo Stato non è maestro, ma servitore. Così il cristianesimo non può riconoscere nessuna autorità terrena come suprema, giacché il lealismo verso lo Stato fa parte della sua obbedienza verso Dio e non può usurpare il posto di questa fedeltà primordiale e assoluta». La risoluzione respinge poi le teorie razziste: «Ogni nazione ha ricevuto da Dio un dono particolare che essa deve far valere al servizio della grande famiglia umana. Ogni orgoglio e ogni antagonismo di razza costituiscono ribellione contro Dio … L’egoismo nazionale che tende a soggiogare altre nazioni o minoranze è, non meno che l’egoismo individuale, un peccato contro il Dio di tutte le razze e di tutti i popoli. La deificazione di una nazione, d’una razza, d’una classe o di qualsiasi ideologia politica o sociale è idolatria; essa non può che aumentare le divisioni e condurre al disastro». La risoluzione si volge ora alla questione sociale e al pericolo comunista: «Sul terreno dell’attività economica il primo dovere della Chiesa è d’affermare che anche questa attività, come tutta la vita, rimane sotto giudizio di Cristo. La costituzione di classi e di caste antagoniste nella società contemporanea è un ostacolo alla comunione umana …». D’altro canto «le stesse condizioni di lavoro offerte a gran numero d’uomini e spesso la disoccupazione rendono loro assai difficile di corrispondere alla loro cristiana vocazione. Certi nuovi movimenti sociali sono nati per reazione contro questi mali. Ma alla loro lotta per l’instaurazione della giustizia sociale essi uniscono il ripudio di ogni fede religiosa. Poiché la Chiesa conosce la realtà del peccato, essa sa che nessun cambiamento nell’organizzazione esteriore della vita può di per se stesso estirpare il male sociale. La Chiesa non soggiacerà dunque all’utopica attesa di quei movimenti e dovrà denunciare senza equivoci il loro ateismo militante. Ciò facendo essa ha l’obbligo di riconoscere che in causa del loro accecamento in faccia ai mali economici, i cristiani sono in parte responsabili del carattere antireligioso di questi movimenti». Meno decisa è quella parte della risoluzione che si riferisce alla guerra. È evidente che qui i moralisti acattolici hanno dovuto rinunciare a precisare gli obblighi della coscienza cristiana. Dovere della Chiesa è di condannare la guerra senza restrizione, perché frutto e manifestazione del peccato. È questa una «verità che rimane, qualunque sia la risposta alle due questioni: quale è il dovere di una nazione chiamata a scegliere fra la guerra e ciò che essa considera come una intollerabile violazione del diritto? Quale è il dovere del cittadino cristiano d’un paese belligerante?…». Ma non basta condannare la guerra. «I cristiani sono chiamati a cooperare con tutte le forze per instaurare giusti rapporti e la pacifica collaborazione fra le nazioni e aiutarle a realizzare nella pace gli aggiustamenti resi necessari dalle circostanze sempre nuove. Così, se essi vogliono la giustizia tra le nazioni, devono essere i primi ad esigere che queste non concepiscano la loro sovranità in modo che essa doni a ciascuna di esse il diritto di essere giudice in casa propria». Il messaggio termina accennando alla questione dell’educazione cristiana. Qui per la Chiesa tutto è in gioco, e quindi essa deve essere pronta a dare battaglia contro chiunque le impedisca di offrire ai suoi figli una istruzione e una educazione cristiana. Appare di attualità una lettera dalla Cina alla Reichspost dal P. Mattia Leiterbauer S.J. Essa è piena di ottimismo sui risultati dell’evangelizzazione della Cina. I battesimi dell’anno scorso furono: adulti 106.316; bambini e in articulo mortis quasi 500 mila. Il numero dei catecumeni ha superato il mezzo milione e per l’anno prossimo si può sperare in un aumento. I cattolici in Cina hanno sorpassato il terzo milione, i missionari sono 4552, dei quali 1835 cinesi. Una delle ragioni di questi progressi sta «nella progrediente pacificazione del paese, a mano a mano che il potere centrale si fa sentire sulle provincie periferiche», e un’altra ragione è l’atteggiamento sempre più favorevole delle autorità verso le missioni. Il governo cerca la collaborazione delle scuole e delle personalità cattoliche. Le scuole medie ricevono facilmente il riconoscimento statale. Nei circoli intellettuali l’influsso della Chiesa aumenta a vista d’occhio. Il giorno delle Palme il legato pontificio battezzò in Pechino un professore universitario, membro del Consiglio economico, e nello stesso tempo padre Liou dava gli esercizi a 24 professori universitari e di scuole medie di Pechino. I Fratelli delle scuole cristiane nel loro collegio di Hong-Kong battezzarono a Pasqua 34 studenti del liceo. Il corrispondente fa poi delle cifre per dimostrare l’aumento del contributo cinese alle spese per la missione. «Ciò che ci riempie delle maggiori speranze – egli conclude – è il contegno di quell’uomo che ha in mano quasi totalmente un popolo di 500 milioni». Egli appartiene già da 10 anni ad una «chiesa cristiana» e dimostra ai cattolici ogni simpatia. «Se a questo capo riesce di governare la Cina evitando la minaccia comunista e l’invasione imperialista, anche la Chiesa può attendersi tranquilli e sicuri progressi». Registriamo alcuni punti fermi della «Settimana sociale» di Clermont. Lo sviluppo della personalità nell’educazione: «Il fanciullo deve essere protetto contro la solitudine anarchica alla quale l’esporrebbe la sua natura abbandonata a se stessa, e contro l’inquadramento a serie. Ogni metodo di educazione ha per fine la formazione della persona: cominciata nell’obbedienza, l’educazione ne deve completarsi con una decisione personale». La dignità personale del lavoratore: «Il lavoratore, e specialmente il lavoratore industriale, ha una vocazione misconosciuta dai regimi economici che comportano, in gradi diversi, una certa alienazione dell’essere umano, ridotto allo stato di strumento. Occorre restituire al lavoratore la dignità della sua persona, la libertà della sua vocazione ed il potere di dedicarvisi liberamente, ciò cui deve tendere ogni riforma sul piano economico. L’orientamento professionale, la libertà sindacale, l’organizzazione corporativa, ecc., hanno per scopo di dare ad ogni lavoratore quelle larghe possibilità di sviluppo che la sua vocazione esige». La persona umana sul piano economico: «È necessario dare un’anima al regime economico. Perché, se le leggi fisiche hanno ripercussioni economiche, se i tecnici e le forze strumentali sono indispensabili per la valorizzazione delle risorse terrestri, soltanto la persona umana, sul piano economico, ha qualità di autore; soltanto il bene comune delle persone deve essere considerato come fine». Lo Stato deve riconoscere e proteggere le società intermediarie: «La protezione naturale ed efficace della persona, in seno alla società temporale, implica, da parte dello Stato, lo effettivo riconoscimento delle organizzazioni cui il singolo appartiene e dalle quali egli riceve l’aiuto necessario all’adempimento della sua vocazione. Questi enti sono gli organi naturali della società politica, tutrice del bene comune degli individui che la compongono. Occorre pertanto che siano riconosciute e consacrate le funzioni di pubblico interesse assolte nella società dagli organi intermediari tra i cittadini e la suprema autorità».
|
965e8ea6-ce89-424b-87fe-2b9f7bc69f85.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Otto arcivescovi, dei quali due cardinali, e trentacinque vescovi della Spagna hanno diretto all’episcopato di tutto il mondo una lettera circolare per «far risplendere, circa la guerra civile spagnola, la verità offuscata per leggerezza o per malizia» . I vescovi ricordano anzitutto che, crollata la monarchia nel 1931, essi avevano accettata la repubblica e «si erano posti risolutamente a lato del potere costituito sforzandosi di collaborare per il maggiore bene comune e che, scoppiata la guerra civile, l’episcopato aveva lamentato il doloroso fatto, e fatti sforzi per alleviarne le tristi conseguenze. Allo scoppiare della guerra abbiamo lamentato più che mai il doloroso fatto; perch’essa è sempre un male gravissimo che molte volte non compensa un bene problematico, e perché la nostra missione è di riconciliazione e di pace. Fin dai suoi inizi abbiamo tenute le mani levate al cielo, perch’essa cessi e oggi ancora ripetiamo le parole di Pio XI: Noi invochiamo la pace, benediciamo la pace, preghiamo per la pace…». «La Chiesa non ha cercato questa guerra, e noi crediamo di doverla scagionare dall’accusa di “belligerante”, che i giornali stranieri hanno mosso alla Chiesa di Spagna. È vero che migliaia dei suoi figli, obbedendo ai dettami della loro coscienza e del loro patriottismo e sotto la loro personale responsabilità, si levarono in armi per salvare i principi di religione e giustizia cristiana…; ma chi l’accusa di aver provocato questa guerra e di non aver fatto quanto poteva per evitarla, non conosce o falsa la realtà». Se oggi l’episcopato prende la parola, è perché la guerra civile ha avuto un’«enorme ripercussione nell’ordine religioso». E parlando anzitutto delle cause della guerra intestina i vescovi additano come cause prossime la «temerarietà, gli errori, la malizia e codardia di coloro che avrebbero potuto evitarla governando con giustizia». E qui il documento ricorda le sommosse del 1934 in Catalogna e nelle Asturie; «le 411 chiese distrutte o profanate dal febbraio al giugno 1936; i 3000 attentati gravi di carattere politico-sociale commessi in tale periodo di tempo; le frodi elettorali del febbraio 1936 che, nonostante il mezzo milione di voti di maggioranza riportato dalle destre sulle sinistre, hanno dato a queste 118 deputati di maggioranza alle Cortes; il manifesto intervento nelle cose di Spagna del Komintern russo». Per tali premesse il documento afferma che il bene comune era talmente in pericolo da giustificare il diritto alla resistenza difensiva per mezzo della forza. Rileva inoltre che la sollevazione militare di Franco ebbe fin da principio la collaborazione del popolo sano e che con la distruzione di quanto era di Dio si produsse nella nazione un reazione di tipo religioso. Infine «qualora Franco non avesse fatto la rivoluzione sarebbero stati egualmente assassinati le migliaia di sacerdoti, perché è cosa documentata che nella rivoluzione preparata dal marxismo, la quale sarebbe scoppiata in tutto il Paese, se il movimento civico militare non l’avesse impedita in gran parte, era ordinato lo sterminio del clero cattolico al pari delle persone qualificate di destra». Stando così le cose «la Chiesa, nonostante il suo spirito di pace benché non abbia voluto la guerra né collaborato nella medesima, non poteva essere indifferente di fronte alla lotta, impedendoglielo la sua dottrina ed il suo spirito di conservazione e l’esperienza della Russia. Con ciò la Chiesa non si è resa tuttavia solidale con tutte le tendenze o intenzioni del movimento nazionale nelle sue origini, manifestazioni o finalità; ma oggi come oggi non vi è in Spagna speranza di riconquistare la giustizia e la pace ed i beni che da esse derivano all’infuori del movimento nazionale». Passando a valutare le due parti in causa, la circolare episcopale ricorda le 2000 chiese distrutte o profanate, i 6000 sacerdoti e i 300.000 borghesi uccisi e nega che dall’altra parte siano stati commessi orrori dello stesso genere, in tale misura e con tale sistema. Si sarà commesso qualche eccesso, ma «riprovando in nome della giustizia e della carità cristiana qualsiasi eccesso che sia stato commesso per errore o da gente subalterna, diciamo che questa accusa non risponde a verità ed affermiamo inoltre che vi è una distanza enorme fra i principi della giustizi della sua amministrazione e modo di applicarla fra l’una e l’altra parte. Diremo anzi che la giustizia del Fronte popolare è stata una terribile storia di vessazioni della giustizia medesima, contro uomini della società e contro Dio. Non può aversi giustizia quando si mette da parte Dio, principio di ogni giustizia. Uccidere per uccidere, distruggere per distruggere, depredare l’avversario non belligerante, ecco ciò che a ragione si può affermare degli uni, ma non può essere con giustizia imputato agli altri». Gettando poi uno sguardo al futuro, i vescovi si difendono dall’accusa di voler sottomettere la Spagna allo «statismo». «La guerra – essi dicono – non è stata ingaggiata per costituire un Estado autocrata sobra una nación humillada, ma perché risorga lo spirito nazionale colla potenza e la libertà cristiana dei tempi antichi. Confidiamo nella prudenza degli uomini di governo perché non cerchino modelli stranieri nella configurazione dello Stato spagnuolo futuro, ma tengano conto delle esigenze nazionali e della traiettoria segnata dai secoli passati. La vita è più forte dei programmi, e un governante prudente non imporrà un programma che violenti le forze intime della nazione. Saremmo i primi a lamentare che l’autocrazia irresponsabile di un parlamento, venisse sostituita da qualche cosa di più terribile, cioè da una dittatura “desarraigada de la nación”». Nella Nouvelle Revue Française, sotto il titolo De la guerre sainte Jacques Maritain , dopo un’escursione storica, piena d’interessanti rilievi, afferma che ai nostri tempi il proclamare la «guerra santa» sarebbe un anacronismo, e cita le parole di Pio XI ai pellegrini spagnuoli il 14 settembre 1936, quando il pontefice affermava che «la guerra è sempre, perfino nella meno triste delle ipotesi, cosa terribile e inumana! L’uomo che cerca l’uomo per ucciderlo, per ucciderne il numero maggiore possibile, per nuocere a lui e a ciò che gli appartiene con strumenti micidiali! Che dire poi – aggiungeva il Santo Padre – quando la guerra è tra fratelli?!» Ma per evitare la guerra, dice un altro scrittore che a tale argomento ha dedicato un volume assai istruttivo, bisogna credere alla pace. Questa fede deve costituire una grande rivoluzione morale, a compiere la quale sono chiamati specialmente i seguaci del Vangelo. La fede consiste nel credere che la guerra non è più legittima, perché cercando le soluzioni pacifiche, essa è evitabile; quindi non è necessaria, perché non è legittima e non è più fatale perché non è più necessaria. La guerra scoppia, perché pochi credono alla pace e i più pensano alla guerra. «Quando visitai la Spagna nel 1934, intesi dire da parecchie parti: Così non si può andare avanti, ci vuole il colpo di forza. A tali interlocutori risposi: Con questo stato d’animo avrete la guerra civile». Fatalmente tale convinzione si forma, quando una delle parti instaura un dominio di violenza e si accampa come in un paese nemico: una dominazione così fatta è come una guerra civile in potenza. Allora il colpo di forza si presenta colla suggestione di un rischio che può evitare conflitti più profondi e più duraturi; e chi lo tenta può credere di salvare la pace, cioè la tranquillità nell’ordine, ricorrendo appunto a misure di guerra. Nella rivista dei gesuiti Etudes, Luis Villalonga parla di Aguirre presidente del governo basco; egli ricorda l’assemblea di Pamplona del 1932 quando il capo dei nazionalisti baschi tentò di fare accettare ai rappresentanti delle destre e a quelli delle sinistre lo statuto dell’autonomia basca. In fondo, dice il Villalonga, né i sinistri né i destri volevano ingaggiarsi per questa via; ma i destri furono meno abili a nascondere i loro propositi e da quel giorno Aguirre cominciò ad accostarsi alle sinistre. «Si accusò Aguirre di essere massone, ma l’accusa non ha fondamento. Quando egli afferma le sue convinzioni di cattolico e di basco, quando egli professa il suo attaccamento alle direttive pontificie in materia politico-sociale, nessuno è più sincero di lui. Ma un proverbio spagnolo dice che a furia di frequentare gli arrabbiati si prende la rabbia. Ecco l’ordine della inverosimile situazione presente: i baschi nazionalisti, difensori del credo dei loro padri, appaiono oggidì agli occhi del mondo come gli amici dichiarati di coloro che incarnano per eccellenza la guerra a Dio ed alle tradizioni più sacre». Per questo, però, dice l’autore che è pure un avversario di Aguirre, non si può dire che egli sia diventato un frammassone. Oggidì ancora si può essere sicuri che se l’inviato russo si sedesse alla sua mensa, Aguirre farebbe sempre il segno della croce come se fosse in mezzo ai suoi. Allora come spiegare la sua alleanza per lo meno indiretta coi comunisti russi e gli estremisti più rossi della Spagna? «Mistero di una coscienza umana. È certo che il caso di coscienza di Aguirre prenderà posto nella storia accanto ad altri casi celebri: Francesco I re di Francia, alleato dei turchi – i bolscevichi di quei tempi – per combattere i cristiani; Filippo II il cattolico che fa marciare i suoi soldati contro il papa (e Carlo V il cui esercito profana le cose più sacre a Roma ), e proprio come quegli illustri predecessori trovarono dei moralisti e dei dottori per difendere le loro cause, così il sig. Aguirre, alleato dei rossi, afferma di aver avuto l’approvazione di sacerdoti che rimangono, come egli assicura, in comunione con Roma». A proposito di Aguirre e dei baschi, Gil Robles in una lettera al Tablet ricorda le trattative da lui condotte alle Cortes dopo le elezioni del 1933: «Il presidente del governo basco (col quale io avevo prima lottato insieme per la diffusione dei principi cattolici) mi disse allora che i baschi desideravano prima di tutto lo statuto d’autonomia, che le sinistre avevano a loro promesso, ma che essi preferivano stare colle destre. Cercai di esaminare il problema senza passione, facendo osservare ad Aguirre che le caratteristiche razziali dei baschi non davano loro il diritto di aspirare ad una autonomia confinante coll’indipendenza: che al disopra della differenza di razza bisognava mettere la comunanza di religione e di storia, i legami spirituali che, nel corso dei secoli, hanno formato l’unità nazionale, che i privilegi di cui i baschi avevano goduto trovavano il fondamento e la giustificazione non soltanto nelle caratteristiche sociali della regione, ma anche pei grandi servizi resi alla causa della nazionalità spagnola; che le destre erano disposte ad accordare alla “patria basca” un’ampia autonomia amministrativa, ma non mai un’autonomia politica che implicava una cessione di poteri sovrani appartenenti allo Stato; che le aspirazioni dei nazionali baschi che in effetto si opponevano all’unità della Spagna erano inammissibili. Non fu possibile giungere ad un accordo. Si ruppero le relazioni. Alcuni giorni più tardi Monzon mi disse che i nazionalisti, non aderendo ai loro desideri le destre, s’erano alleati colle sinistre». L’onorevole Alberto Blanchoin sotto il titolo «L’imbroglio catalano» pubblica una serie di articoli intorno ai partiti in lotta nella Catalogna. Egli ricorda che a Barcellona il movimento operaio più influente era quello degli anarchici organizzati politicamente nella Federazione anarchica iberica (F.A.J.) e sindacalmente nella Confederazione nazionale del lavoro (C.N.T.). Questo movimento che risale a Bakunin e al 1869 tende al comunismo libertario cioè ad una società di lavoratori organizzata in sindacati e in comuni. Gli anarchici ricorrono al terrorismo e il loro sindacalismo è estremamente violento. Tenuti in qualche freno dal governo di Companys fino allo scoppio dell’insurrezione militare, essi diventano padroni assoluti della strada quando ottengono in parte le armi dal governo e in parte se le conquistano assaltando le truppe e le caserme. Il partito comunista spagnolo, d’origine più recente, era nel 1931 molto debole. L’anno prima il suo capo Andrea Nin era stato espulso dalla Russia su un vagone-merci con moglie e bambini senza un soldo e senza un documento perché accusato d’aver adottato dopo il 1928 le idee dell’opposizione comunista. Rientrato in Spagna dopo la caduta di Primo de Rivera, vi fu arrestato e poi rilasciato e lavorò ad organizzare l’opposizione ispirata da Trotzky. Nel 1935 nacque così il partito operaio d’unificazione marxista, più brevemente P.O.U.M. Nel luglio 1936 il P.O.U.M. si batte a Barcellona a fianco degli anarchici e si conquista una certa posizione che è però sempre molto inferiore a quella degli anarchici. Più in qua verso destra, subito dopo la disfatta dei militari a Barcellona, sorge il partito socialista unificato di Catalogna P.S.U.C. che risulta dalla fusione della piccola frazione comunista ufficiale col partito socialista catalano, ma anche questo gruppo è ben lungi dall’avere la forza degli anarchici. Trova però un appoggio nell’Unione generale dei lavoratori (U.G.T.) di tendenza riformista, la quale dopo l’insurrezione militare improvvisamente ingrossa le sue file e fa la concorrenza alla Confederazione nazionale del lavoro, perché tutti gli artigiani e perfino i piccoli padroni, che devono pur avere una tessera, si iscrivono nella U.G.T. A questa si accosta anche la borghese «Esquerra Catalana» che trova nel movimento socialista e nello spirito organizzativo dei comunisti ufficiali un appoggio contro gli anarchici e il P.O.U.M. Quando si tratta di sciogliere o meglio di assorbire le milizie improvvisate, i borghesi di sinistra fanno leva sui socialisti e sui comunisti ufficiali contro gli anarchici e i trotzkisti. L’autore ritiene che nei primi tre mesi della guerra l’U.R.S.S. abbia fornito poche forze ai rossi spagnoli, perché nel blocco antifascista quei partiti che davano un certo affidamento alla Russia erano soverchiati dagli anarchici e dai «traditori trotzkisti». Ma quando l’U.R.S.S. ebbe l’impressione che il fronte di Madrid stesse per crollare, essa mandò copiosamente armi, munizioni e tecnici . Questo fatto diede gran credito al di per sé debole gruppo dei comunisti ufficiali e rinforzò il loro proposito di disarmare gli anarchici e metter da parte i trotzkisti. Ma di fronte al tentativo del disarmo gli anarchici di Barcellona si ribellano e nel maggio del 1937 Valenza deve spedire in Catalogna parecchie migliaia d’uomini per reprimere i comitati rivoluzionari di alcune località dominate dagli anarchici e difendere il governo di Companys. Alla fine gli anarchici perdono terreno e abbandonati da un gruppo della Confederazione generale del lavoro cedono di fronte a quello che essi chiamano «terrore bianco», «terrore bianco» che sarebbe esercitato dai socialisti, da Companys e dai comunisti ufficiali. Valenza manda generali a Barcellona e sul fronte di Aragona, ma la repressione che ha costato parecchie vittime umane, fa ora tornare alla ribalta Caballero il quale si oppone all’eliminazione degli anarchici. Questi, secondo il Blanchoin, non sono disarmati che in piccola parte e in realtà stanno in agguato, pronti a vendicare i loro morti. A Salamanca il generale Franco ha pubblicato il decreto N. 333, che emana lo statuto del «Fronte patriottico spagnolo». Esso avrà due categorie di affiliati, i militanti di diritto, cioè quelli che hanno combattuto per la causa prima del decreto, siano militari che civili, ai quali si aggiungeranno i benemeriti della causa per nomina del duce: «Caudillo». Nella seconda categoria sono gli aderenti che non hanno le prerogative dei militanti ma possono eventualmente aspirarvi. Il consiglio nazionale da 25 a 50 membri è nominato dal capo che lo convoca almeno una volta l’anno. Esso a sua volta costituirà una giunta politica di 12 membri. Il corrispondente di Salamanca del Times si consola rilevando che benché tale sistema si allontani dalla democrazia, esso non è tuttavia lo Stato totalitario a partito unico, ma piuttosto uno Stato autoritario di tipo austriaco.
|
9fe190d3-a131-4388-a4b8-e21230b867ba.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Commovente e significativo è il testamento spirituale di Mario Gonin , il celebrato direttore della Chronique Sociale de France e l’indefesso organizzatore delle Settimane sociali francesi. Vedendo infatti appressarsi la morte, il Gonin compilò un articolo, che ora la nota rivista del movimento sociale francese pubblica postumo. In questo testo, pieno di affettuose rimembranze ed ispirato a profonde convinzioni religiose, il Gonin ricorda le origini e lo sviluppo dei Segretariati e dei Circoli di studio, dei quali la rivista divenne l’organo e dai quali poi rampollò la magnifica istituzione delle Settimane sociali francesi. A queste ancora il Gonin riserva la sua predilezione. Pur riconoscendo l’importanza dell’azione sulle masse, egli raccomanda ai cattolicisociali francesi d’intensificare le opere di studio delle dottrine sociali, allo scopo di educare una generazione intellettualmente robusta, nutrita degli insegnamenti del Vangelo e dei pontefici e refrattaria così alle suggestioni della politica quotidiana. I Circoli di studio, le Settimane sociali e le Scuole normali sociali hanno – egli scrive – attuato un programma di Azione Cattolica prima ancora che questa trovasse in Pio XI il definitivo formulatore . L’on. Le Cour Grandmaison, vice presidente della Federazione nazionale cattolica, pubblicando ora in un opuscolo intitolato «Verso una Francia novella» alcuni suoi articoli comparsi nel Figaro ed insistendo nel pensiero espresso nel suo discorso alla Camera, che abbiamo altra volta citato , proclama che è venuta l’ora dei cattolici, purché sappiano afferrarne energicamente ed abilmente l’opportunità. «Noi sappiamo in qual senso debbano esercitarsi i nostri sforzi: le encicliche rischiarano il nostro cammino e gli studi dei cattolici francesi dal La Tour du Pin alle Settimane sociali hanno segnato la via. Pare che sia venuta l’ora di trarre da questi lavori un programma completo di riforme positive, rispondenti ai bisogni attuali e di presentarle sotto una forma chiara e semplice, capace di riunire gli uomini di buona volontà, e perfino coloro che si sarebbero potuti credere ieri più lontani che mai dagli insegnamenti pontifici e che oggidì vi apportano il loro tributo di approvazioni e di lotte». Secondo l’autore, gli ostacoli maggiori del passato, per quanto riguarda i cattolici, consistettero nel fatto che troppi di loro non vollero comprendere che «l’ordine sociale attuale rappresenta per noi un disordine da correggere» e che «l’aspirazione confusa delle masse verso uno stato migliore deve ottenere non solamente la nostra platonica simpatia ma anche il nostro concorso attivo». Per quanto riguarda gli avversari, il Grandmaison rileva ad uno ad uno i sintomi di un miglioramento. I radicali ripudiano l’anticlericalismo ed i marxisti stessi «per attrarre le masse hanno giudicato necessario di abbandonare le loro più autentiche posizioni dottrinali». Il vice presidente della F.N.C. non si nasconde le obiezioni che si possono muovere sul valore di tali sintomi e risponde: «Sincera od opportunistica che sia, questa evoluzione prova una cosa: che le idee di patria, di famiglia, di libertà, di proprietà, di tolleranza religiosa sono nel nostro paese profondamente ancorate». Tra i sintomi di miglioramento da registrare segnaliamo una serie di articoli firmati Leone Abele Gaboriaud nella radicale Ère Nouvelle. Egli parte dalla premessa che l’opportunità di abbandonare l’anticlericalismo sia già stata sufficientemente dimostrata. «Che si sia credente o miscredente, israelita, protestante o cattolico, quando si pratica quest’imparzialità, si è ben obbligati di riconoscere che storicamente è il cristianesimo che, dopo secoli di lotta, ha fatto concludere il lungo sforzo dell’antichità. È lui che ha creato il fondamento del mondo moderno restituendo alla persona umana, all’individuo, la sua nobiltà e la sua autonomia, la sua inviolabilità ed il suo carattere sacro: è lui che in tal modo ha soppresso la schiavitù e resa libera l’umanità. Inoltre la più alta e la più estesa nozione che abbia regnato su di noi e regna ancora su quanto ci resta di civiltà, la nozione della grazia, non ci viene essa dalla croce? Vi è là una tale evidenza che un miscredente per quanto fermo nei suoi propositi non oltrepassa affatto i limiti del suo dovere inchinandosi di fronte ad essa. Nessuno ha dunque diritto di rifiutare l’aiuto della religione a chi sente il bisogno di appoggiarsi sui suoi simboli e di ricercare le sue consolazioni, né di togliere la speranza alle anime che non saprebbero vivere senza questa virtù. Nessun partito politico infatti, respinge od ignora attualmente i cattolici». Il Gaboriaud nel corso dei suoi articoli cita poi, in appoggio alla politica di pacificazione religiosa, alcune altre manifestazioni di uomini del partito radicale; così il massone Henri Guernut ha scritto nella France di Bordeaux un articolo che rende omaggio alla potenza spirituale del Papato; così Edoardo Herriot «incredulo come noi» essendo venuto nel comune di Saint-Pouange per prendere possesso della vecchia canonica acquistata dal comune e per rimettere in cambio al comune ed al curato la canonica nuova costruita a sue spese, s’abbandonava, in presenza di Chautemps, Daladier, Campinchi ed altri capi radicali, ai dolci ricordi dell’adolescenza, quando suo zio, curato di questa stessa parrocchia, ve lo aveva iniziato allo studio del latino. Ebbene, tutto questo è certamente consolante. La triste profezia di Rénan che nei suoi «ricordi d’infanzia» si compiaceva mostrare le rovine morali create dal pensiero cosidetto moderno e preannunciava un giorno nel quale le credenze soprannaturali si spegnerebbero nell’animo delle folle come la credenza nelle streghe o negli spettri, questa triste profezia non si è avverata; ma tuttavia quante rovine irreparabili sul cammino di questa generazione anticlericale che ha fatto opera sistematica d’irreligione! «Tous nous sommes attachés à une oeuvre d’irréligion» esclamava Viviani in un discorso del 1906, e si trovarono 250 deputati a deliberare l’affissione di tale discorso in tutti i comuni della Francia! Nel lungo intervallo delle due guerre colla Germania, dal 1871 al 1914, la classe dirigente francese parve addirittura ossessionata dal problema anticlericale. Una serie di leggi che dal 1880 colla riforma del Consiglio superiore della istruzione pubblica va fino al 1904 coll’abolizione del Concordato mirò alla laicizzazione o, più chiaro, alla scristianizzazione attraverso quella che fu detta «le mensonge nécessaire» della neutralità. Nel 1897 Combes additava nella massoneria la nuova religione e nel 1905 Clemenceau sperava che la separazione avrebbe portato allo scisma. Anzi ancora cinque mesi prima dello scoppio della guerra, il 24 marzo 1914, Viviani, divenuto ministro della istruzione, si faceva applaudire al Senato esaltando la nuova generazione della scuola laica, che rinunziava alle chimere dell’al di là: «Ils ont adhéré à une croyance nouvelle: l’humanité doit se racheter elle-même; par sa souffrance et par son labeur». Ma prima ancora che i tedeschi marciassero verso Parigi, la borghesia radicale aveva cominciato ad impaurirsi delle conseguenze sociali e politiche cui conduceva la campagna antireligiosa. La guerra finì per convincere che per salvarsi come nazione, bisognava rifare il proprio cammino; né le esperienze economiche del dopo guerra potevano ridonare ai radicali la fede di Viviani che l’«humanité se rachetera elle même». Lasciamo da parte se e in qual misura abbia contribuito alla felice evoluzione l’atteggiamento patriottico dei credenti: il decisivo è certo che gli anticlericali hanno perduto la fede assoluta nel loro ideale umanitario e che, essendo tramontata oramai la dottrina positivista dei grandi maestri dell’anticristianesimo, da Comte a Rénan, da Quinet a Berthelot , anche gli antesignani dell’anticlericalismo politico come Bert, Ferry , Gambetta , Jaurès , Viviani non trovano più seguaci. Si aggiungano le preoccupazioni per la sicurezza nazionale le quali sconsigliano le divisioni interne, e si comprenderanno le ragioni della nostra speranza che il mutamento non sia momentaneo ma si approfondisca e duri. All’Esposizione della stampa la sala francese fu una delle più ammirate. Sessanta quotidiani cattolici e duecentoquarantadue settimanali, oltre ad alcuni organi politici fiancheggiatori della difesa religiosa, quattordici riviste di cultura generale, una ventina di riviste di carattere scientifico, altrettante di spiritualità e di azione sociale ed una decina di migliaia di periodici minori, tra cui i bollettini religiosi, rappresentano una forza che ci può far bene sperare nell’avvenire . Tuttavia il padre du Passage nella rivista Etudes, scrivendo attorno alla stampa cattolica, insiste sulla necessità d’introdurre criteri di concentrazione e di riorganizzazione. Il noto scrittore gesuita parte dalla presente crisi economica la quale coll’aumento straordinario dei prezzi costringerà molti organi di stampa a ridursi o a scomparire. Egli sa che l’individualismo francese è riluttante a qualsiasi controllo ed a qualsiasi regolamentazione e che specie nel campo della stampa una restrizione delle libere iniziative potrebbe anche riuscire dannosa. Egli pensa tuttavia che la situazione economica imporrà fatalmente i rimedi. Dopo aver vagliato diverse proposte ed aver escluso, per la situazione politica e la disparità di vedute, la creazione d’un ufficio centrale, l’articolista degli Etudes si limita a proporre degli accordi regionali che tendano a combinazioni di carattere finanziario e organizzativo, ovvero a delle unificazioni. «Assai più modestamente, egli conclude, ma d’una maniera più immediata è agevole prendere di mira delle intese che conducano a degli accordi pratici. Se per esempio, in una data regione, per un certo disordine, le pubblicazioni cattoliche dissipano finanze e forze locali, è forse chimerico sperare che per ottenere un miglior rendimento spariscano certi duplicati superflui? E ancora se è vero che in un’organizzazione a carattere nazionale si possano meglio definire le varie funzioni e precisare le collaborazioni, perché editori, riviste e giornali cattolici non saranno indotti a riunire i loro scopi? Per esser condotti a termine, tali accordi richiederanno sovente l’intervento di qualche personalità qualificata. Questi pacificatori non dovranno essere per la stampa cattolica né dei censori improvvisati, né degli arbitri ufficiali. Semplici consiglieri, essi avrebbero sulle pubblicazioni in quest’ordine una opinione ben motivata. Essi ne consocerebbero i meriti e le mancanze, i risultati e le speranze. La loro competenza, unita ad una benevola imparzialità, farebbe di tali uomini prudenti degli agenti di collegamento. I loro giudizi avrebbero la discrezione che li fa desiderare e fors’anche sollecitare, prima ancora che essi siano proposti. Essi non disporrebbero di alcuna sanzione, ma la loro sola autorità amichevole li farebbe meglio accettare e seguire». L’articolo è assai riprodotto e commentato dalla stampa cattolica ed è ben da augurarsi che porti i suoi frutti. A Vienna nella piazza dell’università è stato inaugurato un monumento al celebre gesuita Enrico Abel . Padre Abel era stato per molti anni l’orga-nizzatore del movimento cattolico maschile nella città e nella provincia di Vienna. Nell’era cristiano-sociale egli fu dopo il Lueger l’oratore e il conferenziere più popolare e più efficace. Mentre il grande tribuno politico andava trasformando il movimento antisemita in una corrente positiva della riforma cristianosociale, padre Abel profittava delle stesse adunanze o di riunioni convocate nella suggestione dello stesso momento per inculcare negli animi dei viennesi la necessità di ritornare al cristianesimo pratico. La sua propaganda si riattaccava agli «slogan» del giorno e mentre Lueger, Liechtenstein , Gessman e molti altri della scuola del Vogelsang, miravano a liberare le istituzioni dall’egemonia ebraico-liberale ridonandole ai cristiani, padre Abel insisteva perché questo ritorno non fosse soltanto nominale ma vera riforma interiore, un ritorno cioè alla pratica cristiana che nella frivola età precedente si era in buona parte abbandonata. Innanzi al monumento, fu il presidente Miklas a ricordare i meriti del popolare gesuita e riallacciandosi al pensiero di lui il presidente della repubblica pronunciò le seguenti parole: «Un cristianesimo pieno ed integrale è di un’importanza tutta particolare nel momento attuale, in cui molti credono che il cristianesimo, questo lieto messaggio che viene pur sempre divulgato nel mondo, possa essere per qualche ragione terrena, modificato o raggiustato, come farebbe comodo a certuni. Noi ci rifiutiamo a questo. P. Abel ci ha insegnato il cristianesimo pieno ed intero che noi tutti, viennesi ed austriaci, vogliamo professare. Popolo, Patria e Paese anche questi ideali ci sono cari e anch’essi vogliamo alimentare, ma però sempre sub specie aeternitatis, cioè subordinati al valore più alto, al quale solo spetta la totalitarità. Soltanto dalla sintesi di questi valori col cristianesimo risulterà la felicità dei popoli». Nel periodo d’anteguerra la classe politica dirigente ungherese fu il più spesso dominata dai protestanti. Nella lotta della nazione contro gli imperatori cattolici si era quasi voluto dare al calvinismo ungherese un aspetto di religione nazionale. I Tisza , i Banffy erano protestanti, mentre i Zichy, gli Andrassy e gli Appony capeggiavano l’opposizione. Sotto l’influsso del liberalismo il protestantesimo ungherese divenne laicizzatore. Nel dopo guerra per parecchie cause, ma soprattutto per la scossa portata alle coscienze dal pericolo comunista, le Chiese protestanti ungheresi nelle loro conferenze e nei loro congressi non solo assumono di fronte al cattolicismo un tono diverso, ma per conto loro rivelano delle preoccupazioni di riforma interna e di cura d’anime simili a quelle dei cattolici. La conferenza nazionale dei riformati tenuta in Budapest il 4 ottobre discusse e deliberò sui seguenti argomenti: il bambino e Cristo, il bambino e la Chiesa, le missioni interne fra gli adulti. Negli stessi giorni in cinque templi tenne la sua adunanza centrale la Chiesa evangelica e il vescovo protestante Bela Kapy, di fronte al pericolo mondiale dell’ateismo, preconizzava la cooperazione coi cattolici. «Il papa, egli disse, ha predicato la crociata contro l’ateismo e a tale crociata sono disposti a partecipare anche i protestanti». Rivolgendo poi il suo pensiero alla Germania, il vescovo protestante accennò alle persecuzioni cui va soggetta la Chiesa confessionale ed esclamò: «Dove sono le sacre tradizioni di quattro secoli? Ove la santità del giuramento sacerdotale? … Nelle nostre più intime preghiere pensiamo ai pastori e ai fedeli tedeschi che soffrono e coraggiosamente combattono per la fede … I terrificanti avvenimenti ecclesiastici della Germania ci spingono a dirigere la nostra opera nel senso della Chiesa confessionale».
|
543b335e-612f-4b0c-8d23-07cc46130fe3.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Il Santo Padre ha colto l’occasione di uno dei suoi ultimi discorsi a Castel Gandolfo per ribadire il suo concetto intorno alla guerra: «Terribile cosa – egli disse – è la guerra, che si dovrebbe sempre guardare con occhi spaventati dagli uomini al riflettere su quello che è: l’uomo che cerca l’uomo per uccidere l’uomo, per ucciderne più che può, per ucciderli nel peggior modo che può; questa guerra che si può, si deve talvolta subire, ma che certo non può essere desiderabile per nessuno, tanto che il vicario di Cristo ha dovuto finire col dire: Lontani da noi quelli che vogliono la guerra!». In parecchie elezioni municipali inglesi, indette per il novembre, sono in giuoco gl’interessi cattolici perché taluni partiti locali si sono pronunciati contro il sussidio o l’aumento del sussidio alle scuole confessionali cattoliche. È il caso, ad esempio, di Liverpool, ove l’arcivescovo mons. Downey invita i cattolici a votare contro i candidati conservatori, appunto per questo motivo. Il partito laburista invece «benché diviso sulle questioni religiose» – come dice il suo manifesto – è unanime nel riconoscere a tutti i figli del popolo il diritto a scuole decenti. I cattolici belgi hanno finito la loro riorganizzazione politica costituendo il «Bloc Catholique Belge» presentatosi al pubblico il 16 e il 17 ottobre. L’elaborazione degli statuti e degli accordi fu estremamente faticosa. Si trattava di mettere ordine in un complesso di organizzazioni di carattere regionale, nazionale e di classe, le quali tutte pel passato alla vigilia delle elezioni avevano cercato ed improvvisato un accordo per una lista comune, continuando poi nel tempo restante a viver separatamente e talvolta a promuovere anche delle manifestazioni contraddittorie. L’attacco del rexismo fece comprendere ai cattolici la necessità di una riorganizzazione unitaria e il congresso di Malines ne espresse urgentemente la necessità come una esigenza della situazione imposta ai cattolici per la difesa degli interessi religiosi. Il blocco, come dice il suo nome, è però tutt’altro che l’organizzazione centralizzata di un partito. Esso è composto anzitutto di due partiti distinti, «il partito cattolico popolare fiammingo» e il «partito cattolico sociale» che raggruppa gli elettori valloni. In mezzo sta la circoscrizione di Bruxelles che può scegliere tra i due partiti. Ma ciò non basta. La costituzione stessa dei due partiti non è omogenea; quello fiammingo ammette nel suo seno le organizzazioni corporative o di classe riconoscendo il Boerenbond come rappresentanza anche politica dei contadini, la «Lega dei lavoratori cristiani» degli operai, e il Burgestand delle classi medie. Il partito vallone non conosce invece queste divisioni, perché la maggior parte dei suoi elettori è organizzata ab antiquo nella «Fédération des Cercles» che era nei tempi classici del movimento politico belga l’organizzazione centrale nazionale dei cattolici. Ora i fiamminghi non vogliono riconoscere alla federazione il carattere nazionale, il diritto cioè di agire anche nella parte fiamminga. Si combinano qui contrasti di carattere linguistico nazionale e antagonismi fra democratici e conservatori. La difficoltà non è stata ancora superata e il primo congresso del blocco cattolico belga ha dovuto accontentarsi di girarla. Il direttorio del blocco non è composto di parlamentari e al congresso si è manifestata la tendenza di volere mettere ordine nelle cosiddette destre parlamentari imponendo una maggiore disciplina di voto. Tali tendenze hanno provocato grosse obiezioni in nome della libertà e della dignità dei deputati, ed anche questa questione è stata affidata allo studio di una commissione mista di deputati e non deputati che dovrà risolverla con uno speciale regolamento. Converrà attendere l’ulteriore sviluppo, per poter concludere se il nuovo organismo potrà e saprà funzionare. Si nota frattanto lo sviluppo delle organizzazioni giovanili di partito che dappertutto sostengono la necessità dell’unione e d’altro canto l’imporsi di un programma di riforme concordato che oramai viene proclamato come programma di tutti i cattolici. Nello stesso convegno del blocco il padre Arendt, ben noto per i suoi lavori di carattere sociale e relatore al congresso di Malines sugli stessi argomenti, ha fatto votare un ordine del giorno che contiene uno schema molto chiaro dell’organizzazione corporativa che si deve introdurre nel Belgio, fondata sulla libertà sindacale e sulla necessità di conciliare gli interessi degli operai e dei datori di lavoro. La compattezza del resto e la combattività del partito socialista che nel de Man e nello Spaak ha trovato capi abili e risoluti, imporrà ai cattolici una marcia comune e più serrata. Il mito del secolo XX apre ed inaugura solennemente i suoi templi. Così si dovrebbe concludere leggendo la notizia che Alfredo Rosenberg ha «consacrato» nella cittadina di Torgau una antica chiesetta abbandonata. La chiesa venne restaurata e pur conservando il suo nome antico (Alltags-Kirche) sarà trasformata in un salone festivo del partito nazional-socialista. L’inaugurazione consistette in una rappresentazione dell’Oratorio del lavoro, opera musicale creata sotto gli auspici del Fronte del lavoro, e in un discorso del Rosenberg il quale disse che trasformando una chiesa cristiana in un luogo dedicato al culto proprio, il socialismo nazionale trova che «una grande comunità (vale a dire la Chiesa) non possiede più la forza di onorare i suoi grandi simboli come una volta. Il nazional-socialismo s’è dato quindi il compito di riempire questi luoghi di una vita novella ispirandosi allo stesso amore ed allo stesso rispetto coi quali una volta furono creati». Richiamandosi a chi ha detto che senza Roma il cristianesimo sarebbe stata una setta assira, Rosenberg afferma che senza la Germania il cristianesimo sarebbe rimasto un affare mediterraneo… «Gli uomini cercano oggidì una comunità ed una forma di vita novella. Oggidì il più grande delitto non è più l’eresia teologica, ma il tradimento contro il popolo». Kurt Türmer ricorda che oramai nella terminologia del nazional-socialismo si usano per il partito le stesse parole e le stesse forme che sono tradizionali per il culto o per la propaganda religiosa. Così recentemente il ministro Göbbels «consacrando» un’altra Feierstätte la chiamò «una chiesa politica del nazional-socialismo». Disse che i capi nazisti hanno la «cura d’anime politica» e terminò con l’esclamare: «Che la parola del Führer sia sempre predicata in questo luogo in tutta la sua purezza e verità e questo per sempre per tutti i tempi. Che coloro i quali si radunano qui sieno sempre degli uomini profondamente tedeschi e donne veramente tedesche e che si radunino nello spirito del Führer per edificarsi al suo insegnamento e per promettere fedeltà all’opera sua». La rivista Nationalsozialistische Volkswohlfahrt pubblica un articolo del capo delle opere di assistenza nazional-socialiste, nel quale si preannunzia il monopolio di quest’organizzazione per tutte le collette di beneficenza. Parlando delle opere assistenziali cattoliche e protestanti a carattere professionale, la rivista dice che anche qui su questo terreno converrà trasformare la mentalità vecchia di 2000 anni e insufflarvi un nuovo spirito. Si pensa alla laicizzazione completa del personale che si dedica alle opere di carità, presso le quali verranno introdotte le suore brune, lasciando per ora ai religiosi e alle opere religiose solo la cura degli alienati, degli anormali, dei sordomuti e dei ciechi. Non c’è bisogno di ricordare le meraviglie create dalla nota organizzazione cattolica Caritas-Verband . Una statistica ufficiale del 1933mostra che questa federazione manteneva allora 30.000 asili con 1.420.000 letti e 96.000 dispensari frequentati in media giornalmente da 2.400.000 ammalati. Essa sussidiava inoltre 140.000 opere di assistenza, occupava 350.000 suore, 32.000 frati e 120.000 laici e raggruppava nelle associazioni federate 6 milioni 650.000 soci contribuenti. Si annunzia dall’Ungheria che le sette frazioni di estrema destra le quali con l’uno o con l’altro metodo preconizzavano una rivoluzione nazionale in senso antiparlamentare e totalitario, si sono raggruppate in una formazione presieduta da Szalassy , brillante ufficiale di carriera, che finora aveva diretto una organizzazione semiclandestina e che, come assicurano i suoi adepti, ha mostrato la stoffa di un futuro dittatore. In seguito alla legge contro lo squadrismo, il Szalassy, come i capi delle altre frazioni destriste, è stato condannato recentemente a qualche mese di prigione. Ciò non gli ha impedito, durante le more del ricorso giudiziario, di convocare a Budapest una assemblea molto frequentata nella quale ha esposto il programma del socialnazionalismo ungherese. Da questo risulta che il nuovo movimento farebbe leva sul revisionismo, benché ufficialmente non si parli che di amalgamare i popoli del basso Danubio in «un’unità morale e materiale per facilitare la rinascita della patria ungherese». In quanto al cattolicismo, egli ha affermato solennemente che conviene evitare ogni conflitto con esso. Questa dichiarazione dovrebbe essere diretta a disarmare i partiti di minoranza parlamentare che recentemente si sono proclamati decisi avversari del totalitarismo di destra. Essi vi vedono difatti un pericolo di soggezione alla Germania e pur dichiarandosi favorevoli all’asse Roma-Berlino, ripongono le loro speranze nella monarchia costituzionale che confidano di poter restaurare. Il 10 ottobre 1937 itre gruppi del partito indipendente, dei piccoli proprietari agricoli, dell’Unione cristiana e dei democratici si sono raccolti a Koermond per proclamare la loro alleanza e la loro fede nell’idea di S. Stefano. Quest’idea, secondo il deputato Tibor von Eckhardt , comporta il ritorno del re legittimo, la riconciliazione con gli altri Stati danubiani, «l’onestà, l’ordine, il progresso, la libertà e il costituzionalismo integrale». I partiti di opposizione parlamentare camminano fino ad un certo punto su una linea parallela a quella della maggioranza governativa, poiché Daranyi ha fatto votare finora delle riforme costituzionali che, correggendo i difetti del sistema parlamentare, avrebbero lo scopo di salvarlo. Già è stato deliberato un accrescimento dell’autorità del reggente; inoltre si sta attribuendo al Senato il diritto di veto contro tutte le leggi. Il ministero ha infine promesso di presentare alle Camere, durante la sessione invernale, la riforma elettorale fondata sul suffragio universale uguale e segreto. Dall’esito di questa campagna dipenderà il nuovo corso della politica ungherese; si avverte però che anche l’opposizione cerca l’amicizia della Germania e soprattutto dell’Italia. È interessante registrare qui che l’ideologia cattolico-legittimista ha un suo organo nella rivista di Budapest Korunk Szava, pubblicata dal deputato cattolico conte Szecheny, che dalla tribuna parlamentare diede l’allarme contro il destrismo di importazione, il quale metterebbe in pericolo anche il ruolo storico dell’Ungheria di fronte al cristianesimo. Il circolo di intellettuali e di uomini politici intorno alla rivista è consapevole però che bolscevismo e neopaganesimo si devono sovrattutto combattere con pratiche riforme sociali e perciò esso preconizza una monarchia sociale, rinfrescando argomenti ed idee che in occidente si conoscono già dai tempi del marchese La Tour du Pin. Un articolo del prof. Luigi Chaves di Lisbona, pubblicato nel numero di ottobre della Monatschrift für Kultur und Politik , ci ricorda che il corporativismo portoghese ha le sue radici storiche in una propria tradizione nazionale. Fin dai primi anni dell’era moderna, in ogni città e grosso villaggio del Portogallo esisteva nell’amministrazione locale la «casa dei 24» la quale era il centro dell’attività corporativa, vale a dire le professioni riunite in 12 gruppi eleggevano annualmente 24 rappresentanti; questi alla loro volta nominavano i «procuradores» come magistrati del comune, il giudice popolare e il suo segretario; gli altri rappresentanti corporativi provvedevano a minori funzioni amministrative. Rappresentante dei 24, in confronto al re o alle Cortes, era il giudice popolare. Questo regime sottoposto durante i secoli a varie modificazioni durò fino al 1834, nel quale anno il governo liberale sciolse le corporazioni colla motivazione che le corporazioni intralciavano il libero sviluppo dell’economia nazionale. Logicamente il 28 maggio 1926, quando la rivoluzione nazionale volle surrogare il parlamentarismo, risolse di riprendere la vecchia tradizione del paese. Ciò trovava incoraggiamento non soltanto negli esperimenti iniziati in altri paesi, soprattutto in Italia, ma era stato preparato anche dall’elaborazione programmatica ed intellettuale di un gruppo di studenti cristiano-sociali che già nel 1914 fondando la rivista Nação Portuguesa a Coimbra, propugnava le dottrine della riorganizzazione corporativa dei cattolico-sociali: uno di questi studenti era l’attuale capo del governo, Salazar. Conviene però notare che anche in Spagna l’organizzazione corporativa è ancora in sviluppo e che le corporazioni nell’integrità delle loro funzioni non sono ancora create. A proposito del Portogallo ci ha colpito una documentazione comparsa nella Vie Intellectuelle e che si riferisce alla situazione della Chiesa nel patriarcato di Lisbona. La documentazione si fonda sulla pubblicazione dei discorsi e delle lettere pastorali di S. Em. il cardinale patriarca . Vi si rileva che il patriarcato, il quale con 1.412.736 anime costituisce più della quinta parte della popolazione del paese, dispone soltanto di 320 sacerdoti, e ancora in questa cifra sono compresi i sacerdoti di altre diocesi già anziani che vengono a riposarsi nel patriarcato dalle cure apostoliche sopportate altrove, così che tre quarti dei 320 preti hanno già passato la cinquantina. La proporzione dei sacerdoti con la popolazione è di gran lunga minore di quella della Francia e il patriarca reitera i suoi appelli accorati per l’aumento delle vocazioni. A dimostrare poi come il periodo che va dal 1910 al 1926, il periodo cioè della repubblica anticlericale, abbia disgraziatamente compiuto un’opera spaventosa di distruzione spirituale, il patriarca nota come dalle visite canonicali risulti che in molte città e borgate una porzione notevole delle popolazioni dovette venir sottoposta al battesimo o al sacramento del matrimonio. Dal 1931 al 1935 si celebrarono 5945 battesimi di adulti e 1200 matrimoni durante le visite pastorali. «Dove siamo, esclama il cardinale, miei cari diocesani, nel paese cristiano che ha portato l’Evangelo all’America, all’Africa ed all’Asia o in un paese di infedeli?». Oltre all’opera direttamente pastorale, il zelantissimo Cardinale ripone le sue speranze nell’Azione Cattolica. Egli raccomanda però di mantenere questa assolutamente sul terreno religioso, lungi da ogni politica e di lavorare unicamente coi mezzi che le sono propri. «I cristiani, dice il patriarca, non mescolano la loro voce a quella degli ultimi discepoli del Cesare pagano che adorano lo Stato e santificano la forza, perché sanno che l’ordine interno e l’ordine esterno non sono la stessa cosa. In questo, i buoni cattolici non vogliono vedere che la traduzione di quello e in conseguenza non ammettono che un ordine cattolico il quale sia in unione intima e libera col Cristo. Essi sanno che dal punto di vista cristiano ogni trionfo che non riposi sulla libera adesione della coscienza è fragile e mentito. Il cattolicismo non progredisce lealmente che con la distruzione dei pregiudizi, col riaffermarsi delle convinzioni, colla cristianizzazione del pensiero e della vita, colla riconciliazione degli uomini con Dio. È un progresso che si fa sovrattutto interiormente nell’anima di ciascuno». E in un discorso al clero sull’Azione Cattolica, il cardinale aggiunge: «Riguardo agli uomini che esercitano il potere il nostro atteggiamento è quello della Chiesa: rispetto verso le persone, riconoscenza per il bene che fanno, indipendenza di ciascuno nella sfera che gli è propria. Ciò che sembra agli occhi di molti un opportunismo timido non è che il rispetto per la giusta libertà di coloro che vedono in noi il Maestro e nella nostra parola l’eco della parola di Dio. Estendere questa a ciò che essa non ha mai voluto toccare sarebbe un duplice tradimento verso Dio e verso i fedeli».
|
86dd15bf-b040-4ef7-8935-1c8ddafe95f4.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
Un collaboratore da Liegi della Liberté di Friburgo, deplorando la caduta del ministero Van Zeeland, dice che sventuratamente fra chi cospirò a provocarla non mancò un buon gruppo di cattolici. Eppure, egli dice, il loro dovere politico era chiaro. Mettendo a profitto la politica dell’Unione nazionale diretta da Van Zeeland, i cattolici avrebbero dovuto utilizzare il prezioso intervallo che la Provvidenza loro accordava per rimettersi dalla sconfitta del 1936 che altrimenti poteva essere mortale. Tenendosi lontani tanto dal conservatorismo borghese come dal democratismo rivoluzionario e avendo la fortuna di avere fra loro rappresentanti di tutte le classi e l’appoggio degli intellettuali che provengono dall’università di Lovanio, essi avrebbero dovuto non soltanto elaborare un programma, come venne fatto, ma sovrattutto marciare sopra una comune direttrice; ed è ciò che purtroppo non si fece. «In se stessa la politica è la più grande delle cose, perché è la serva del bene comune e la guardiana dell’ordine. Nel Belgio i nostri vescovi hanno espressamente voluto che essa fosse il baluardo della Chiesa. Su questo baluardo non dovrebbero esserci che dei cavalieri e menti irradianti l’intelligenza cattolica. Si è buoni cittadini quando si è buoni cattolici, disse alcun giorni fa Pio XI all’elemosiniere capo dell’esercito belga. Viceversa si è cattivi cittadini, in una maniera o nell’altra, quando si è cattivi cattolici anche se si mena vanto del cattolicismo. Il corrispondente afferma che il cupido spirito di classe (e vi è uno spirito di classe e una lotta di classe che provengono dall’alto come dal basso della società) prevale vergognosamente sullo spirito delle encicliche pontificali». Sulla crisi violenta scoppiata in seno alla Lega dei diritti dell’uomo a Parigi in seguito alle dimissioni di sette membri del comitato centrale, i giornali portano commenti significativi. I dimissionari rimproverano all’attuale direzione di aver tradito i principi della giustizia lasciando senza protesta gli orrori della cruenta repressione russa e d’altro canto di aver tradito gli interessi della verità e della pace non opponendosi alle menzogne colle quali gli staliniani hanno cercato di trascinare la Francia nella guerra di Spagna. E sta bene, i dimissionari hanno pienamente ragione. Ma ne hanno ben più di quello che non dicano essi stessi. Perché la Lega dei diritti dell’uomo non s’è ricordata delle dottrine umanitarie alle quali si ispira, quando migliaia e migliaia di sacerdoti e di credenti venivano sgozzati dalla canaglia anarchica spagnola? Non erano uomini queste migliaia di vittime e non avevano essi diritto all’esistenza e alla libera manifestazione delle proprie convinzioni? Ma uno dei dimissionari a proposito delle riunioni del comitato centrale della Lega scrive: «Gli spiriti liberi vi rimangono ogni volta soffocati dalla coalizione degli spiriti servi che sono o uomini politici che non pensano che alla loro greppia elettorale o giornalisti sovradecorati, il cui occhiello attesta la loro dipendenza servile di fronte ai governanti o infine amici o difensori di queste due categorie, difensori talvolta onesti ma ingannati e ingannatori». Per iniziativa di un gruppo destrista il 27 e il 28 di questo mese si avrà nella Svizzera un referendum sulla questione se si debba proibire o meno la massoneria. L’episcopato svizzero pubblica a proposito un comunicato nel quale dice che i vescovi non sono stati consultati sull’opportunità di indire il referendum né hanno avuto coi promotori alcun contatto. «La Chiesa cattolica ha detto chiaramente per bocca dei papi come essa giudichi la massoneria internazionale ed ha proibito ai propri fedeli in maniera rigorosissima di parteciparvi. D’altro canto anche nel caso presente i vescovi svizzeri rimangono conseguenti all’atteggiamento sempre assunto e si mantengono al di fuori delle lotte politiche. Carattere politico infatti ha anzitutto la presente iniziativa. Ciò si deduce dalle persone che l’hanno promossa e che non sono cattolici ma anche dagli effetti che essa ha già avuto. Per queste ragioni i vescovi svizzeri si astengono da qualunque presa di posizione ufficiale». Dalle tragiche avventure del colonnello La Rocque, organizzatore delle Croci di fuoco ed ora capo del Partito sociale francese , e del processo di Marsiglia vogliamo ritenere solo quello che può essere di pubblico ammaestramento. L’ex presidente del consiglio Andrea Tardieu, chiamato a testimoniare, ha deposto: «Il colonnello La Rocque mi ha chiesto di appoggiarlo finanziariamente sia per intensificare il reclutamento delle Croci di fuoco, sia per lanciare il movimento dei volontari nazionali. In quel momento, fece rilevare l’ex ministro, c’erano nelle piazze tentativi di disordine e talvolta mi toccava lottare contro forti dimostrazioni comuniste nelle vie di Parigi. Allora pensai che sarebbe interessante aiutare ed organizzare forze dell’ordine contro le forze del disordine». Tardieu aggiunse di aver dato a La Rocque delle forti somme durante diciotto mesi, prima come presidente del consiglio, poi per delega del ministro Laval. «Durante 18 mesi il colonnello si mostrò “buon servitore”. Nell’aprile 1931 a Tolosa egli avrebbe dovuto fare una operazione per nostro conto; ma essa non riuscì tanto bene cosicché mi scrisse per dirmi che la prossima volta si farà meglio. Infatti, continua sarcasticamente il Tardieu, nell’ottobre 1931 alla stazione Saint Lazare si fece veramente meglio e devo dire che il signor Pietro Laval fu magnificamente acclamato … Altra volta – ecco il giudizio conclusivo del Tardieu – il colonnello poté giovare per un’opera corretta ed utile, specie contro il comunismo, ma ora non lo stimo più e lo credo pericoloso per le idee che egli rappresenta». Si sa che queste «operazioni» dell’anticomunismo squadrista sollevarono in Francia un’enorme reazione che ebbe per conseguenza di portare al governo il Fronte popolare e di ridare ai socialisti più largo respiro e un influsso aumentato sulla politica del paese. Il male che tali operazioni produssero o facilitarono è ben maggiore del vantaggio o delle soddisfazioni che poterono procurarsi gli uomini di Stato, contrastando in quel modo ai sovversivi il dominio della piazza. I governi che non difendono l’ordine colle proprie forze aprono la via al disordine. L’Action des Jeunes Catholiques pour la Paix o la K.J.V.A., iniziali dello stesso titolo in fiammingo, società che ha sede in Belgio, ad Anversa, ed in Olanda, a Hilversum, ha indetto, a cominciare dal giorno dell’armistizio, undici novembre, una settimana di preghiere per la pace stabilendo per ogni giorno le intenzioni della preghiera. Essa ha invitato il mondo a pregare per la pace per gli individui colla totale sommissione a Dio; la pace nelle famiglie colla restaurazione della vera fedeltà e della carità cristiana; la pace nello Stato con giusti rapporti tra l’autorità e i soggetti; la pace nelle chiese colla conversione di tutti alla vera luce di Cristo; la pace nella società con equi rapporti fra padroni ed operai. Durante i due ultimi giorni le intenzioni erano: per il disarmo nazionale ed internazionale, con l’abolizione della coscrizione militare, secondo il consiglio di Benedetto XV; per la pace tra le nazioni nel rispetto dei diritti di tutti i popoli. E infine un’intenzione speciale era congiunta alla seguente preghiera: «Signore, illuminate i capi responsabili, affinché non facciano perire la civiltà cristiana col sangue e col fuoco. E possano rapidamente finire i massacri di fratelli in Spagna e in Estremo Oriente». Un accordo tra l’arcivescovo cardinale di Vienna , il ministro dell’istruzione , il segretario del Fronte patriottico e il capo della «Federazione della gioventù statale» stabilisce per il territorio dell’arcidiocesi le misure organizzative necessarie ed i termini della procedura perché in tutti i gradi, dalle organizzazioni locali a quelle distrettuali e fino alle regionali, la Gioventù cattolica abbia piena parità di trattamento colla Gioventù patriottica, la quale, com’è noto, è l’organizzazione giovanile ufficiale dello Stato. In base a tale accordo, i membri della Gioventù cattolica vengono considerati contemporaneamente anche membri della Gioventù patriottica e ne ricevono la tessera, ma la riceveranno attraverso le federazioni diocesane, con esclusione di contatto locale e propagandistico. La Gioventù cattolica continua la sua attività completamente autonoma; solo che per i compiti comuni di indole patriottica e premilitare in ogni grado dell’organizzazione si costituiscono direzioni paritetiche con due rappresentanti dei cattolici e due dei patriottici. Si ritiene che questo metodo il quale garantisce da una parte la piena attuazione del Concordato e dall’altra l’unità in ciò che può interessare lo Stato, venga a mano a mano applicato a tutte le altre diocesi. Il 6 e 7 novembre ebbe luogo a Vienna un convegno di dirigenti del movimento operaio cristiano. L’on. Kunschak poté constatare che contro i timori che si potevano nutrire dapprincipio, l’unicità dei sindacati non aveva ristretto l’attività delle organizzazioni professionali cristiane, le quali lasciate invece libere dalla legge di provvedere a tutte le funzioni sociali che non fossero quelle di carattere strettamente sindacale, poterono dedicarsi con maggiore impegno a opere di cultura, di previdenza sociale, di formazione e divertimento, aumentando considerevolmente il numero dei propri aderenti e conservando vivi in esse le tradizioni cristiano-sociali e il fermento che da esse si può ricavare per ispirare le pubbliche riforme. «Non è molto tempo, scrive alla Reichpost un corrispondente dall’Aja, che in Olanda si poté parlare di un pericolo nazional-socialista. L’ing. Mussert aveva svolto una propaganda intensa che aveva suscitato grandi entusiasmi e non piccoli allarmi. Nel 1935 i nazional-socialisti olandesi conquistarono di colpo nelle elezioni parlamentari l’8% dei voti. Ma i concetti anticristiani che si erano infiltrati nel programma destarono subito le preoccupazioni dell’episcopato il quale minacciò il rifiuto dei sacramenti a tutti coloro che abbracciassero gli errori religiosi del nazional-socialismo. Seguì una condanna simile delle Chiese protestanti. Poi il governo applicò con rigore la legge contro le uniformi militari, proibì ai funzionari pubblici di appartenere al partito e licenziò quelli che non si piegavano. L’effetto fu che nelle recenti elezioni i voti nazisti scesero al 4%. Ora si annunzia una serie di secessioni nel campo dei nazional-socialisti. Il fondatore ing. Mussert, che aveva certo ottime intenzioni e si è anche sacrificato per i suoi ideali, si vede ora ridotto a poche migliaia di aderenti. Un popolo, dice il corrispondente della Reichpost, che non ebbe né una pace imposta né un’inflazione rovinosa, né conobbe la miseria né la fame, non è preparato ad accogliere l’ideologia nazista, tanto più che da una parte il sentimento profondamente religioso degli olandesi e dall’altra le loro tendenze individualiste li rendono refrattari ad ogni movimento totalitario. L’atteggiamento energico dell’episcopato e la resistenza risoluta del partito cattolico protessero la frazione cattolica contro le nuove suggestioni . Anche la politica saggia del presidente del consiglio Colijn seppe togliere di mano i pretesti ai nazionalisti coi suoi energici provvedimenti economici nazionali e militari». Commovente è la lettera che l’arcivescovo di Friburgo, Groeber , dirige ai suoi diocesani in occasione del 40° di sacerdozio. Gettando uno sguardo retrospettivo sulla sua vita egli ricorda la sua opera patriottica durante la guerra quando era parroco del duomo di Costanza. Allora egli aveva organizzato un’azione di soccorso per inviare i figli di combattenti e gli orfani di guerra nella Svizzera ospitale, ove, in grazia delle sue buone relazioni, ottenne per loro soccorsi e conforti. Centinaia di treni passarono il confine per quest’opera eminentemente cristiana e eminentemente nazionale. «È lecito, esclama l’arcivescovo, che un uomo di tale passato venga oggi insultato come nemico della patria o addirittura come traditore del popolo? Ove erano, io chiedo, durante la guerra e nel dopo guerra molti di coloro che oggi possono impunentemente attaccarci e rubarci il nostro onore di tedeschi?». La lettera ricorda poi l’attività del clero contro il minacciato dilagare del comunismo. «Noi sacerdoti cattolici lottammo allora come nessun altro contro l’invadente e violento comunismo e non ci meravigliammo che i capi della progettata rivoluzione avessero messo anche me nella lista degli ostaggi e dei proscritti. Se allora in quel tempo vulcanico si fosse levata contro di noi l’accusa di trattare segretamente con gli assassini di Mosca, chi l’avesse fatto, avrebbe ottenuto un successo di ilarità. La verità è che allora dovemmo porre a guardia delle nostre canoniche degli amici dalle larghe spalle per non essere attaccati dai comunisti durante la notte o nella nebbia». A questo punto l’arcivescovo Groeber definisce i suoi cinque anni di episcopato in Friburgo un vero calvario. «Lo confesso apertamente, i cinque anni passati furono i più gravi della mia vita … e tuttavia mi attendono cose ancor più gravi e forse gravissime. La mèta dei nostri avversari culturali si rivela sempre più chiara e sempre più minacciosa. Essi non ne fanno segreto ed io ben so ove in tale lotta è il mio posto. Noi cattolici siamo disposti a dare allo Stato ed al popolo ciò che allo Stato ed al popolo appartiene, ma anche a Dio ed alla nostra Chiesa ciò che loro dobbiamo … Il presente è incomparabilmente difficile, ma anche incomparabilmente grande, poiché si lotta per la rinascita del nostro popolo e del nostro Stato all’onore ed alla grandezza contro i nemici di ogni cultura, per la vera fede contro i nemici della cultura cristiana … Meglio lottare che fare una pace vile tradendo le proprie convinzioni. La lotta sveglia i dormenti e i sonnolenti e rivela la nostra forza personale e l’inesauribile energia della nostra convinzione cristiana. La lotta unisce e smaschera i vigliacchi e gli ipocriti e separa i parassiti dai soldati eroici. Avvenga quello che vuol avvenire, io non cerco riconoscimenti terreni. Chi mi giudica è il Signore. E se taluni mi misconoscono o m’odiano o m’insultano, che importa, il mio divino duce e Signore lo fu incomparabilmente di più di me! Io prego di rimanere io stesso fedele e di vedermi circondato da sacerdoti irremovibilmente fedeli e da diocesani pieni di carattere e saldi come mura e torri, quando i lupi irromperanno nel nostro gregge». In un recente volume di scritti giuridici pubblicati dall’università cattolica del S. Cuore in onore del prof. Giovanni Vacchelli anche i profani leggeranno con interesse un saggio dell’ex presidente del consiglio V. Emanuele Orlando sul «processo del Kaiser». Vi è mirabilmente descritta la psicologia di guerra che portò gli Alleati, per iniziativa degl’inglesi, a chiedere il processo contro il Kaiser, come vi è delineato con chiarezza il fallimento della relativa parte del trattato, fallimento dovuto non solo ad impossibilità procedurali, ma ad un’impossibilità morale intrinseca. E l’Orlando conclude che «l’esasperante moltiplicazione di clausole aventi verso la Germania una portata interna e quindi limitatrice della sovranità di essa fu uno dei peggiori difetti del trattato … La sovranità ripugna ad ogni limitazione … Essendo io ministro dei culti fra il 1908 e il 1909 fui visitato da un eminente giurista ed uomo politico, noto per la sua grande intimità colla Santa Sede, il quale fatta una generica allusione al doloroso contrasto che divideva allora lo Stato e la Chiesa, manifestò l’augurio che tale stato di cose cessasse» al quale augurio si associò anche l’Orlando. E poi l’interlocutore gli chiese se ritenesse un mezzo adatto alla conciliazione che l’Italia riconoscesse un valore internazionale alle garanzie che si contenevano nella legge del 1871. «Non esitai un momento ed anzi con concitazione risposi: Se Dio mi facesse incorrere nella suprema sciagura di rappresentare il mio Paese dopo una guerra perduta e fossi costretto a subire la legge del vincitore, e questi mi lasciasse la scelta tra rinunziare a un territorio o accettare un controllo internazionale, preferirei la rinunzia”. Per gli Stati come per gl’individui non vi è una via di mezzo: se non si è liberi, si è servi».
|
97bb8dec-7daa-4b1f-a566-72b7d9fea827.txt
| 1,937
| 2
|
1936-1940
|
In occasione della giornata nazionale per la pace il cardinale Verdier ha rivolto al «Comité Français du Rassemblement Universel pour la Paix» un messaggio nel quale afferma che la Chiesa desidera la pace e favorisce tutti i movimenti e tutte le istituzioni che con mezzi legittimi vogliono avvicinare le nazioni. Questa è la tradizione della Chiesa e i cattolici dell’ora presente, fieri di questa bella tradizione, le restano ardentemente fedeli e al di sopra di tutti i partiti politici s’uniscono di gran cuore a coloro che l’amano. Anche mons. Piguet , vescovo di Clermont-Ferrand, facendo eco al cardinale Verdier come vescovo, come francese e come ex combattente, «ama ripetere la parola di Cristo: “beati i pacifici”, vale a dire tutti coloro che sono quaggiù buoni artefici della pace; della pace internazionale come della pace sociale. Che Dio confonda invece, continua il vescovo, i disegni sanguinari di tutti coloro che cercano di trascinare gli uomini nella guerra e che la preparano inevitabilmente quando insegnano e praticano l’odio». Portando all’Ambasciata cinese a Bruxelles il ricavato di una colletta fra la gioventù operaia, la Jeunesse Chrétienne Ouvrière del Belgio ha consegnato anche un messaggio per i giovani operai cristiani di Sciangai e per tutti i giovani operai della Cina. Dopo aver deplorato le invasioni e i bombardamenti delle città aperte, il messaggio, rivolgendosi ai camerati cinesi, dice: «Voi, come noi, siete dei giovani operai. Voi non avete meritato tanti dolori. Quello che accade oggi a voi potrebbe succedere domani a noi stessi. Il vostro sangue è il sangue nostro. Voi non conoscete il nostro nome, ma vogliamo che conosciate il nostro cuore. Noi siamo la gioventù operaia cristiana del Belgio, il nostro paese è piccolo, ma il nostro cuore è senza limiti. Il nostro programma è di dare tutti noi stessi per la salvezza di tutti i giovani operai, per la vita e la santità della vita operaia. Le vostre famiglie sono colpite e i nostri cuori sanguinano; all’officina, in casa e in chiesa noi pensiamo a voi, preghiamo per voi e amiamo … Dio non lascerà senza risposta i vostri nobili sacrifici. Dal vostro sangue sorgerà una Cina novella e con voi noi salutiamo l’aurora del trionfo, della carità e della giustizia». Luigi Terrenoire ha pubblicato il risultato dell’inchiesta fatta presso alcuni uomini politici della Cecoslovacchia e in modo particolare presso cattolici. Il signor Rueckl, presidente del Comitato esecutivo dei congressi cattolici, dopo aver rifatto la storia di questi ultimi venti anni nei quali i cattolici hanno corso il rischio di essere travolti, considera ora con soddisfazione e tranquillità la situazione che essi hanno potuto mantenere. Egli pensa che la minaccia suprema che incombe sulle democrazie sia la politica dei blocchi ideologici e dei fronti aspramente ostili l’uno all’altro. In Cecoslovacchia non esiste nessun blocco, ma governa una unione nazionale nella quale i cattolici sono rappresentati da due ministri. Questi vigilano perché la Chiesa mantenga intatta la sua libertà. Abbiamo, egli dice, la scuola unica come esisteva già nella Boemia austriaca, ma l’istruzione religiosa viene impartita dal sacerdote che per tale funzione è rimunerato dallo Stato. Le organizzazioni giovanili cattoliche si sviluppano liberamente. Accanto alla «Giovane generazione» del partito popolare vi è lo schieramento di Azione Cattolica, costituito dagli Orels (ginnasti cattolici), dalla «Gioventù Cattolica» che s’occupa precipuamente della formazione religiosa e dai Gruppi studenteschi. È alla giovane generazione del Partito popolare che nel gennaio di quest’anno il neo eletto presidente Edoardo Benes dichiarava che i cattolici cecoslovacchi, avendo compreso l’importanza degli istituti democratici per i propri interessi religiosi, «erano divenuti nel proprio interesse un sostegno della democrazia la quale, disse il Benes, crea un sistema ove prevalgono i principi di conciliazione, di discussione e di intesa. Infine, aggiunse il presidente, sono felice di vedere l’interesse che voi portate alla realizzazione di una giustizia sociale sempre più perfetta. Noi tutti dobbiamo pensarci e con la buona volontà ci intenderemo certamente anche sui mezzi pratici per arrivarci. È questo infatti il solo mezzo per combattere tutti gli estremisti, le rivoluzioni e specialmente il bolscevismo». L’intervistatore ha visto anche il prof. Dvornik, una delle personalità più ascoltate del Partito popolare, il quale gli ha fatto la storia delle attività politiche del dopo guerra. La loro fortuna fu di trovare in Moravia, là ove monsignor Sramek , seguendo le direttive di Leone XIII, aveva sviluppato già prima della guerra una vasta organizzazione cattolico-sociale, una base sicura per potere di lì riconquistare un influsso sui pubblici poteri da principio ostili e quasi inclini a legare le sorti del nazionalismo ceco ad una artificiosa rinascita dello hussitismo . Mons. Sramek, decisosi subito, mentre ancora era deputato al parlamento di Vienna, per lo Stato nazionale, rappresentò per Masaryk e il partito dominante la garanzia che i cattolici volevano fare nel nuovo Stato una politica ricostruttiva senza rimpianti per il passato. I cattolici raccoltisi intorno a lui, con una condotta savia e tenace, seppero evitare il peggio anche se nella nuova legislazione molto passò che non corrisponde al principio cattolico. Quando poi gli slovacchi cominciarono una campagna autonomista che il governo di Praga riteneva pericolosa per l’unità dello Stato, mons. Sramek rimase al suo posto e a forza di abilità e di lealtà riuscì ad impedire pericolose scissioni. Anche quando la partecipazione del governo alle feste commemorative di Giovanni Hus provocò un conflitto colla S. Sede, i deputati popolari rimasti al governo dopo aver fatto di tutto per evitarlo, riuscirono a preparare una soluzione favorevole formulata il 1928 nel modus vivendi. La recente bolla pontificia sulla limitazione delle diocesi corona il modus vivendi del 1928 e questa opera – dichiarò lo stesso ministro degli esteri, Krofta – sarà finalmente completata colla redistribuzione dei beni ecclesiastici fra le nuove diocesi cecoslovacche e le antiche sedi episcopali. «Notate, disse il ministro al giornalista francese, che contrariamente a quello che avvenne in Francia, la Chiesa ha conservato in Cecoslovacchia tutti i suoi beni. Essa dovette soltanto sottomettersi, come tutti i grandi proprietari fondiari, alle esigenze della riforma agraria, esigenze che per essa vennero particolarmente raddolcite. La Chiesa, continuò il Krofta, ha ottenuto l’insegnamento religioso nelle scuole e all’università di Praga continua la sua esistenza la facoltà teologica. Inoltre i vescovi, sotto il vecchio Impero designati o nominati dall’imperatore, vengono ora liberamente scelti dal pontefice e noi ci siamo solamente riservati il diritto di veto politico (?) di cui non abbiamo mai avuto ragione di far uso». Decisamente l’anticlericalismo in Francia è in declino e tutta la prudente diffidenza che è consigliabile per non rimaner vittime di precoci illusioni, non ci impedisce di registrare altri sintomi di speranza. Il Figaro ha recato la notizia che la superiora generale delle Suore missionarie del S. Spirito traverserà, o meglio ora avrà già traversato, l’Africa in aeroplano «grazie alla benevolenza dei ministri delle colonie e dell’aria». Essa è partita sopra un aeroplano regolare, ma un piccolo aeroplano supplementare le renderà possibile nell’ultima parte del viaggio di ispezionare le proprie missioni. Il ministro delle colonie, socialista, avendo avuto in mano un rapporto sull’attività e le benemerenze delle Suore di S. Spirito, non ha esitato a concedere il passaggio gratuito. Ben piccola cosa in compenso del bene che le povere suore recano alla umanità ed alla Francia, ma le tristi esperienze del passato ci fanno registrare anche questo piccolo dono come un sintomo di una evoluzione che lentamente si impone a tutti. È il pensiero che viene anche a leggere in un giornale il commovente addio all’ex ministro Paganon , scritto da Chastenet , già deputato socialista: «Tu ritrovi, egli dice nel suo necrologio, la tua casa, il tuo vecchio campanile e il tuo buon curato. Certuni fingono di meravigliarsene, ma io sapevo benissimo che tu non avevi mai rotto col Dio dei tuoi padri e della tua infanzia. Noi due appena eletti sulla stessa lista del Cartello nel 1924 abbiamo avuto la stessa storia. Un gruppo di pseudo liberi pensatori voleva strapparci a tutta forza un testamento col quale avremmo rinunziato nelle loro mani il nostro corpo e la nostra anima. Ma noi due, noi soli, rifiutammo. Tu hai fatto bene a passare per la piccola chiesa prima di andare al cimitero, essa è buona, dolce, riposante, questa cara chiesa, lì non vi sono palcoscenici sfarzosi né oratori urlanti, ma del raccoglimento, della preghiera, delle amicizia calde e sincere. Oggi vi è radunata molta gente, e tutta questa gente crede in Dio e pensa realmente a te». Plinio Salgado , il capo del movimento integralista brasiliano, in una intervista con una collaboratrice del Messaggero dichiara che la simpatia pel fascismo nutrita da lui e dai suoi aderenti «preparò il nostro spirito per l’avvento del “nostro sistema”, che, non essendo propriamente il fascismo ha però una indole profondamente latina. Siamo più avanzati in alcune cose, e meno in altre. Il nostro cristianesimo agisce poderosamente sulla nostra dottrina. Frattanto tutto il nostro desiderio si volge alla speranza della formazione di un blocco latino nell’America del Sud, con intercambio, amicizia, corrispondenza con le fonti della latinità in Europa … Abbiamo realizzato nell’integralismo, continua Plinio Salgado, il «fronte unico» spirituale della lotta contro il boscevismo, contro il capitalismo internazionale e contro tutte le forme del materialismo rispettiamo la libertà della coscienza. Siamo, ripeto, spiritualisti e cristiani. Non desideriamo affatto imporre una religione ufficiale. Il cattolicismo è la religione della maggioranza dei brasiliani. Desideriamo un regime di “concordati” con diritti assicurati di autonomia alle due parti (Stato e Chiesa). I fondamenti sociali dell’integralismo si armonizzano perfettamente con le encicliche. Le nostre relazioni con l’episcopato cattolico sono eccellenti, avendo noi molti prelati e sacerdoti che francamente ci danno il loro gradito appoggio». Il segretario di Stato agli affari esteri della repubblica austriaca dottor Guido Schmidt ha tenuto a Vienna una conferenza su «l’uomo e lo Stato». Dopo una serie di considerazioni storiche sull’evoluzione politica nell’antichità e nell’èra cristiana, l’oratore giunge alla conclusione che la politica non è una finalità ma che al di sopra della politica vi è una metapolitica come al di sopra del mondo fisico, una metafisica. A ciò corrisponde anche la dottrina cristiana secondo la quale lo Stato non è scopo a se stesso ma soltanto mezzo allo scopo. Dopo aver accennato ai rapporti fra uomo e Stato nell’epoca liberale e negli Stati totalitari, lo Schmidt crede che l’Austria tenendo una linea media fra l’autorità e la libertà tende a stabilire sani rapporti fra lo Stato e l’uomo. L’austriaco infatti congiunge all’aspirazione libertaria il senso preciso dell’autorità e dell’ordine. Tale linea media fra autorità e libertà è anche una esigenza dello Stato cristiano. Nella Costituzione austriaca e in via organizzativa il carattere cristiano dello Stato è caratterizzato dallo sforzo di voler dare alla Chiesa quello che è della Chiesa come pretendiamo da ogni cittadino e da ogni cattolico che dia allo Stato quello che è dello Stato. La situazione mondiale è presentemente uno stato di lotta. Come nella passata generazione si lottava per questioni sociali, oggi si lotta invece per l’individuo singolo o per l’individualità collettiva. Il ministro non crede che questa lotta termini tragicamente: la giovane Europa riuscirà a risolvere anche il problema di fronte allo Stato e la piccola Austria potrà forse ancora contribuire ad aiutare l’umanità in questa nuova fase di progresso. A proposito dello stesso problema in Francia si vanno coniando nuovi termini. Così Marcel Prelot studiando nella Politique «les conditions présentes dans un régime de liberté», oppone il monismo statale a quello che secondo la terminologia del Maritain, chiama il pluralismo sociale. «L’ambiente ove vive l’uomo, scrive il professore di Strasburgo, non è infatti costituito da una sola ed unica società, la società politica, ma da un tessuto complesso di società multiple: società famigliari anzitutto perché ogni uomo deve essere allevato ed educato; società economiche perché per vivere l’uomo ha bisogno di imprese e di mercati; società spirituali perché l’uomo non vive di solo pane. Bisogna evitare il ritorno all’individualismo perché esso conduce fatalmente al monismo statale. Solo una società pluralista riesce a salvaguardare la persona umana garantendone la legittima autonomia». Nel manifesto che il conte di Parigi ha rivolto ai francesi in nome di suo padre duca di Guisa, è riservata una dichiarazione particolare ai cattolici. Essa dice: «I miei padri hanno sempre condiviso la vostra fede e il vostro ideale; sappiate che anch’io non mancherò mai alla tradizione dei capi naturali della figlia primogenita della Chiesa e che la monarchia francese si inspirerà sempre ai principi cristiani. Io non vi offro d’incantenarvi con privilegi. Io proteggerò la libertà della fede e ciò sarà sufficiente perché essa si espanda; il governo del re sarà rispettoso dei diritti della Chiesa, riconoscendo esso i suoi benefici e apprezzando il suo influsso sui valori morali e spirituali del Paese. La monarchia tuttavia non sarà un governo clericale; io rimango in ciò fedele al grande principio della separazione dei poteri civili e religiosi. Non è questo ciò che ha sempre proclamato la Chiesa rivendicando per ognuna delle due società, religiosa e civile, la indipendenza alla quale esse hanno diritto? E che neppure si attenda da noi che lo Stato eserciti una pressione sui fedeli di altre religioni; noi abbiamo troppo rispetto della vera fede e della sincerità ch’essa reclama per attentare alla libertà di coscienza». Infine lo stesso manifesto dichiara di voler dissipare un malinteso, cioè che l’Action française sia interprete del pretendente. Pur riconoscendo i meriti de l’Action française per l’idea monarchica, il manifesto dichiara che essa non è mai stata né una emanazione né un organo della Casa di Francia. «Se la sua dottrina politica postula il regime monarchico, gl’insegnamenti invece della sua scuola si sono rivelati incompatibili colle tradizioni della monarchia francese». Durante il viaggio di lord Halifax a Berlino la stampa tedesca ha messo in rilievo i tratti simpatici di questo personaggio. Egli è figlio di quel lord Halifax che fu a capo del movimento unionista in Inghilterra e che ebbe col cardinal Mercier le note conferenze di Malines. Anche il figlio, dicono i giornali, è un cristiano fervente degno del padre. Ancor da giovane scrisse la biografia di John Keble , il fondatore del movimento di Oxford. Divenuto viceré delle Indie, tentò di agire su Gandhi con lo spirito conciliativo. Quando gli venne proposta tale dignità egli si consultò lungamente col padre che gli consigliò di andare a pregare in chiesa prima di decidersi. Il suo atteggiamento conciliativo in India gli attirò i violenti attacchi di Winston Churchill. Quest’uomo che seppe battersi valorosamente alla testa di un reggimento di dragoni e che era celebrato anche come cacciatore di bestie feroci, è nello stesso tempo un filosofo pensoso dei problemi della vita futura e tal volta gli avviene di prendere la parola nelle chiese anglicane di Londra. Egli crede alla bontà umana ed è perciò l’uomo delle trattative e del compromesso che tenta di persuadere e di convincere. Il sac. Boland, rientrato dalla Cina, sul bollettino della Société des prêtres des missions di Lovanio mette in guardia contro la parzialità della stampa europea quando parla dell’Estremo Oriente. Gli uni, adottando la terminologia delle agenzie giapponesi, vedono ovunque comunisti banditi, gli altri ignorano i moventi economici dell’espansionismo nipponico. Bisogna attingere a fonti più serene!
|
760df0a3-01b5-4e89-a961-3aa03ce50f06.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
La sera del 13 marzo 1545, al tuonare delle artiglierie, entravano in Trento, accolti dal Cardinale Madruzzo i Legati Pontifici Cardinal Del Monte, poi Papa Giulio III e Marcello Cervini, poi Marcello II ; e aveva inizio così una delle maggiori e più feconde manifestazioni della storia ecclesiastica. Avvenimenti più clamorosi, manifestazioni più spettacolari sono scomparse nell’ombra remota della storia civile, ma il Concilio di Trento costituisce ancor sempre il fondamento della vita ecclesiastica e religiosa, ogni parroco prima del possesso, ogni laureando prima della promozione, ogni vescovo prima della consacrazione, ogni clerico ricevendo gli Ordini, tutti riconfermano solennemente la loro fedeltà ai dogmi, come vennero formulati nel Tridentino, e alle norme giuridiche e disciplinari, dettate o rinnovate dal famoso Concilio . Alla vigilia del Congresso di Budapest si può anzi ricordare particolarmente che il Concilio di Trento sta come all’origine del moderno movimento eucaristico, poi che tutte le disposizione venute dopo per la Comunione frequente e per un più intenso culto dell’Eucarestia sono sviluppi, interpretazioni, applicazione dei celebri decreti tridentini sul Sacramento dell’Altare. Quando nella chiesa di S. Maria Maggiore in Trento si volle dipingere un quadro commemorativo che della celebre assemblea rappresentasse una delle scene più impressionanti e decisive, si scelse appunto il momento, in cui i Padri ascoltano commossi la parola infocata di Padre Diego Laynez durante il suo famoso discorso sull’Eucarestia. Il generale dei Gesuiti parla come sotto l’impulso di una irresistibile ispirazione, cinque ambasciatori siedono ai piedi del pulpito e tutt’attorno nell’emiciclo cardinali, vescovi, teologi appaiono come soggiogati da un profondo e confortante pensiero. Ma il Concilio oltre che organizzare a avviare l’interna riforma della Chiesa, salvando la purezza del dogma e inculcando quella dei costumi, ebbe una palese efficacia nella stessa vita sociale del mondo, poiché a Trento trionfò il principio dell’attivismo ottimista contro Lutero che negava l’efficacia delle opere e proclamava l’irrimediabile corruzione dell’umana natura. Il cammino delle civiltà, i progressi umani – fu di nuovo dichiarato a Trento – sono frutto di una collaborazione fra Dio e l’uomo. L’uomo, collaborando con Dio, si fa artefice del proprio destino. Chi visita la mirabile cattedrale di Trento, può venerare ancora, in una cappella di destra, il «S. Crocifisso del Concilio», innanzi al quale furono prelette e promulgate le decisioni conciliari. Il Crocifisso, in grandezza più che naturale, veniva allora sollevato in alto nel centro del Duomo e chiamato quasi a testimonio dell’eterne verità che venivano difese e proclamate. La fiamma che vi arde perpetuamente dinanzi appare ancora oggidì come il simbolo di una continuità di vita e di grazia: le energie vitali del cattolicismo che a Trento vennero energicamente rievocate, continuano a rinnovarsi nella Chiesa di ieri, di oggi e di domani. Commemorare dunque il Concilio di Trento non è fare opera accademica, ma è e deve essere un rivivere nel tempo presente le ragioni della nostra vita religiosa e sociale, alimentandoci della fede illuminata e robusta che a Trento celebrò una delle sue maggiori vittorie. Per questo nessuno troverà fuor di luogo la notizia che l’Arcivescovo di Trento Mons. Celestino Endrici abbia già costituito fin d’ora, col concorso della autorità politiche e municipali, un Comitato per preparare la ricorrenza quattro volte centenaria del Concilio . Il comitato si propone di pubblicare un periodico per illustrare i monumenti e i personaggi conciliari, di organizzare una mostra iconografica e di promuovere l’erezione di una chiesa a Cristo Re in un rione della città . In una lettera nella quale il zelante Arcivescovo dà notizia di tale iniziativa al Santo Padre, Mons. Endrici esprime la speranza che «la rievocazione di quanto ha legiferato il celebre Concilio nel campo dottrinale e disciplinare costituisca un baluardo contro la diffusione di errori e di dottrine che vorrebbero ferire il corpo mistico di Cristo» e che le preghiere elevate in quest’occasione dal popolo cristiano «affrettino in mezzo alle nazioni la pax Christi, necessaria per la fruttuosa e universale partecipazione a questo centenario». Sua Eccellenza chiude la sua lettera implorando la benedizione di Sua Santità sull’opera del comitato «perché la sua attività porti frutti abbondanti non solo di gloria e decoro per la Chiesa, ma ancora di grande vantaggio per il benedelle anime». A tale lettera il Santo Padre faceva rispondere dal Suo Segretario di Stato, Sua Eminenza Rev.ma il Signor Cardinale Eugenio Pacelli col seguente venerato documento: «L’iniziativa presa da Vostra Eccellenza Rev.ma per una degna commemorazione del IV Centenario del Concilio di Trento, ben risponde all’importanza di un fatto che negli annali della Chiesa ha il vero e proprio carattere di un avvenimento capitale, destinato a segnare l’inizio di nuovi tempi nella combattuta vita di lei. Gli ardui lavori che per tanto spazio di anni e in mezzo a così delicate e complicate vicende fecero di codesta illustre città la privilegiata sede di cos’importanti assise, sono ben meritevoli di essere rievocati in questa occasione alle luce della storia, mentre la loro vitalità non è punto diminuita e dei loro frutti gode tuttora in pieno la Chiesa docente e tutto il popolo cristiano. Condotta nella forma austera a cui Vostra Eccellenza accenna nella sua lettera al Santo Padre, questa celebrazione apparisce fin d’ora feconda essa stessa di beni spirituali ed in particolar modo adatta a ridestare negli animi la fede intiepidita e l’attaccamento filiale alla Madre comune, la Chiesa, custode gelosa della Verità rivelata e sempre vigile sui nuovi bisogni della grande famiglia di Gesù Cristo. Vivamente augurando che l’opportuna commemorazione abbia per ogni verso il successo che è lecito sperarne, Sua Santità si compiace intanto con lo zelo pastorale da cui emana l’idea, e lodando volentieri le manifestazioni prescelte invoca sul ben ordinato lavoro i lumi e i favori del Cielo, ed in auspicio di questi doni invia di cuore all’Eccellenza Vostra ed alle egregie persone da Lei chiamate a tradurre l’idea in atto, la confortatrice Apostolica Benedizione». Assicurato così all’iniziativa l’augusto incoraggiamento del Santo Padre, Monsignor Endrici, come ci scrivono da Trento, intende ora rivolgersi all’Ecc. mo Episcopato, ai generali degli Ordini religiosi, agli Istituti cattolici d’alta coltura, e alla numerosa schiera degli studiosi che scrissero sul Concilio di Trento, perché la commemorazione assuma quel carattere di universalità che le è dovuta, sia in appoggio delle iniziative già annunciate, sia per prenderne delle di maggior respiro e più vasta risonanza, a cui provvedano organi o istituti di carattere mondiale. La stampa cattolica sarà ben lieta di prestare tutto il suo appoggio e il suo doveroso concorso.
|
fa8c48da-50bc-4ddd-9fa9-efd0d69389ca.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
L’«Unione Internazionale di studi sociali», ricostituita nel 1920 sotto la presidenza del cardinale Mercier come una continuazione della famosa «Unione di Friburgo di studi sociali», ha pubblicato, come è noto, il «Codice sociale» , piccolo volume di grande contenuto, che sintetizza le direttive cattoliche sui problemi sociali, elaborate e formulate dai principali studiosi di cose sociali nel campo cattolico di Europa e di America. Negli ultimi anni l’«Unione Internazionale» di Malines che ora è presieduta dal cardinale Van Roey , sentì la necessità di porre allo studio con lo stesso metodo anche i problemi internazionali, ed oggidì pubblica i risultati di questi studi in un Code de morale internationale (Parigi, Spes) . Nell’introduzione, il Codice mette in luce una verità fondamentale troppo spesso trascurata, cioè che le regole della morale devono presiedere anche alla politica internazionale. La teoria che la sovranità dello Stato sia assoluta va respinta dalla coscienza cristiana. «Ciò che non è permesso nella vita privata, scriveva Leone XIII, non è lecito nemmeno nella vita pubblica». I diritti di ogni Stato sono condizionati e limitati dai diritti degli altri membri della società internazionale. Ciascuno deve rispettare nei suoi vicini i diritti che esso rivendica per se stesso. Certo nella pratica, ammette il Codice, fra i due diritti possono nascere dei conflitti difficili e delicati. Ad esempio il diritto all’esistenza ed all’eguaglianza dei popoli solleva oggidì la controversia coloniale. Ma qui il Codice osserva che non bisogna confondere la eguaglianza di diritto coll’eguaglianza di fatto. «Come il diritto di ogni uomo alla proprietà non porta con sé come conseguenza l’assoluta eguaglianza delle proprietà, così uno Stato non può prevalersi dell’eguaglianza dei diritti per esigere una parte dei territori dei quali altri Stati si sieno assicurati il giusto possesso nel corso della loro evoluzione». Però alla giustizia supplisce la carità anche nei rapporti internazionali; ed è appunto la carità internazionale che impone agli Stati più riccamente dotati il dovere morale di lasciare agli altri un campo sufficiente di espansione, soprattutto col libero accesso ai mercati stranieri. Ma la morale internazionale deve preoccuparsi delle popolazioni indigene, il cui benessere deve essere tenuto d’acconto in prima linea. Il «Codice di morale internazionale» s’occupa poi delle istituzioni in difesa della pace, richiamando le linee direttive di Benedetto XV nel suo messaggio del 1 agosto 1917 ove si raccomanda la diminuzione simultanea e reciproca degli armamenti, l’istituzione dell’arbitrato obbligatorio e della sicurezza organizzata . Si viene così a parlare della Società delle Nazioni, della quale il Codice mette in rilievo le insufficienze e le incoerenze, ma per la quale si deve desiderare che essa vada migliorandosi e perfezionandosi in un lavoro continuo di adattamento. I cattolici, dice il Codice, «hanno l’obbligo di cooperare con tutte le forze e con tutta la buona volontà perché l’umanità realizzi un giorno questa magnifica unità che è nei disegni della Provvidenza. È meno l’istituzione che conviene di incriminare e più l’egoismo o la duplicità dei governi che si sottraggono al loro dovere. Né le lacune dell’opera, né la deficienza della volontà autorizzano i cattolici a condannare lo stesso principio della Società delle Nazioni, giacché esso fa parte della tradizione cristiana ed ha trovato la sua applicazione nella cristianità del Medio Evo e venne richiamato in occasioni memorabili dalla stessa Santa Sede». L’impero del Giappone, cioè il Giappone propriamente detto, Corea, Formosa e Karauto, contano più di 90 milioni di anime, quasi tutti shintoisti o buddisti; i cristiani non sono che 272 mila, e di questi si professano cattolici poco più di 105.000. I sacerdoti giapponesi cattolici sono 78, gli stranieri 254; le stazioni missionarie col sacerdote sono 233 e senza sacerdote 206. Premettiamo queste cifre perché non si commettano errori di prospettiva nel calcolare le possibilità e le conseguenze dell’atteggiamento della frazione cattolica di fronte al problema della guerra che tormenta ora l’estremo Oriente . Questa minoranza cattolica è però estremamente attiva. Oltre le opere direttamente pastorali, gli istituti scolastici i quali culminano nell’università dei Gesuiti di Tokyo, le grandi opere di carità tra cui importanti ospedali, come quelli di Tokyo, di Jokohama, Sapporo, ecc., i missionari, seguendo le direttive pontificali, hanno creato in questi ultimi tempi anche le organizzazioni di Azione Cattolica, con una propria settimana sociale che si celebra ogni anno ed una propria stampa, per la quale nel 1934 per iniziativa di S. Ecc. il delegato apostolico mons. Marella , venne istituita una commissione nazionale di stampa con sede a Tokyo. Un ufficio stampa diretto dal sacerdote Paolo Taguchi mantiene le relazioni con le pubblicazioni cinesi e con le agenzie estere. Ora di questi giorni il «National Committee of the Catholics of Japan» (come si intitola nelle sue pubblicazioni inglesi di propaganda) ha diramato un opuscolo che si propone di interpretare il pensiero dei cattolici giapponesi sulla guerra in Cina. L’opuscolo si richiama alla classica argomentazione sulla guerra giusta o non giusta per concludere che la guerra del Giappone può considerarsi come un atto di necessaria difesa, considerando che i vitali interessi della popolazione giapponese, che ha l’assoluto bisogno di mercati esteri se non vuole perire, esigono che dei diritti di difesa si faccia uso anche per modum praeventionis. Di fronte ai giapponesi, i cinesi cattolici sono circa 3 milioni e 400 mila su una totalità di 400 milioni. La loro cultura e la loro distribuzione demografica hanno assicurato loro un influsso proporzionatamente superiore a quello che competerebbe alla loro forza numerica. Anche i cattolici cinesi, oltre tutte le opere più specificatamente missionarie di cura d’anime, possiedono già una organizzazione cattolica e dei giornali, tra cui due quotidiani, a Tientsin ed a Pechino . S. Ecc. mons. Costantini , in una lucida conferenza sull’Azione Cattolica in Cina, tenuta a Roma nel 1933, ne descriveva gli inizi ed i progressi, rilevando i successi ormai raggiunti. Quando ad esempio si tentò nel 1931 di inserire nella costituzione cinese certe clausole insidiose alla libertà religiosa ed all’educazione religiosa della gioventù, un capo dell’Azione Cattolica di Tientsin, che era stato designato membro della Conferenza per la costituzione, riuscì a far togliere dal progetto tali clausole e nel 1932 Cian-Kai-Shek , indicendo la Conferenza nazionale per la ricostruzione della Cina, designò a farvi parte anche cinque membri dell’Azione Cattolica. «I cattolici cinesi, diceva allora l’eccellentissimo oratore, devono portare il loro leale e volontario appoggio alle autorità che si sforzano di riorganizzare le pubbliche amministrazioni; devono aiutarle in alcune riforme, che sono squisitamente cristiane … prendendo anche un posto in prima fila nella lotta contro i bolscevichi». In occasione del 1° congresso cinese di Azione Cattolica, Scianghai, 1935, il presidente della repubblica scriveva al delegato apostolico S.E. Zanin : Communis sensus adjuvandi gubernium centrale ad promovendam constructionem, quam maximum nobis est gaudium … Sancti et sapientes religionis vestrae gubernium nostrum et societatem nostram adiuvantes, bene meruerunt antea … A dirigere l’Azione Cattolica cinese venne chiamato allora mons. Yupin divenuto poi vicario apostolico di Nanchino. È noto che mons. Yupin ha fatto di questi giorni un giro nelle capitali europee per sostenere le ragioni della Cina contro il Giappone. Se vi è un paese fondamentalmente lontano dal comunismo, dice mons. Yupin, è la Cina e per questo egli ritiene che l’opera di Cian-Kai-Shek, dedicata a creare nel suo paese la «vita nuova» con una politica di unificazione nazionale, avrebbe certamente spazzato i resti dell’infezione bolscevica. La collaborazione delle missioni cattoliche col governo cinese nello sforzo ricostruttivo della Cina era, secondo il vicario di Nanchino, piena di speranze. Le dichiarazioni in favore del cristianesimo di Cian-Kai-Shek e dei suoi collaboratori aprivano la porta ai cattolici, che in molte riforme vedevano attuato un programma analogo al proprio. Per mons. Yupin la guerra del Giappone non si può giustificare in nessuna maniera e può portare a conseguenze disastrose sia dal lato religioso che dal lato politico. Queste le dichiarazioni di mons. Yupin fatte alla stampa di parecchi paesi europei e riassunte anche in un suo appello pubblicato dalla rivista belga Cité Chrétienne. Nei circoli cattolici francesi si discute appassionatamente da oltre un anno sulla questione della «mano tesa», a proposito cioè dell’atteggiamento assunto recentemente dal partito comunista in confronto dei cattolici. Si ricorderà che alla vigilia delle elezioni legislative il deputato Maurice Thorez offriva ai lavoratori cristiani «una mano tesa fraternamente». Lo stupore fu grande, la diffidenza universale, lo si considerò come uno stratagemma elettoralistico. Ma, nonostante tutte le rivalse, i capi comunisti insistettero. Il 26 ottobre 1937 il Thorez, in un grande comizio nella Sala della Mutualità di Parigi, dichiarava: «Abbiamo il fermo proposito di perseverare nella nostra politica della mano tesa e abbiamo la certezza che il successo coronerà i nostri sforzi». Ma di fronte a tali parole i cattolici ricordavano i fatti e le atroci persecuzioni della Russia, del Messico e della Spagna e l’insuperabile antitesi fra le due concezioni della vita. Quale azione positiva sarebbe stata possibile tra coloro che vantavano il più brutale materialismo e coloro che si ispiravano alle idee cristiane? Numerose furono le pubblicazioni che uscirono sull’argomento: ricordiamo l’opuscolo di Marc Scherer della gioventù cattolica francese, il libro di padre Fessard , l’opera collettiva comparsa presso la libreria Plon, gli articoli di Etudes, Vie Intellectuelle, Dossiers de l’Action populaire. In questi ultimi il padre Delaye nota che prima di parlare di collaborazione, il comunismo dovrebbe accettare le norme di una morale universale, eguale per tutti. Venne poi l’enciclica papale contro il comunismo, recisa, severa, definitiva, e tuttavia l’Humanité fece le viste di non comprendere e, sfruttando invece il documento pontificio sulla Germania, continuò ad insistere sulla possibilità di un accordo con i cattolici. Nei circoli di destra tratto tratto qualche conservatore dava l’allarme accusando un gruppo o l’altro di patteggiare coi comunisti. Eravamo a questo punto quando La Croix pubblicò delle dichiarazioni che il sommo pontefice aveva fatto a undici arcivescovi e vescovi raccolti a Roma. Secondo queste dichiarazioni il Santo Padre avrebbe detto: «Si parla molto ai cattolici di Francia della “mano tesa” … questa mano che ci viene tesa, possiamo prenderla? Lo vorrei volentieri; una mano tesa non si respinge, ma ciò non potrebbe avvenire a detrimento della verità. La verità è Dio e Dio non può essere sacrificato … Vi sono nel loro linguaggio delle confusioni e delle oscurità che converrebbe dissipare. Prendiamo dunque la loro mano tesa, ma per tirarli alla dottrina divina del Cristo. E come condurremo a questa dottrina? Non semplicemente insegnandola, ma vivendola in tutto ciò che essa ha di benefico … È con la carità che Cristo ha guadagnato le anime, né diversi sono i mezzi a nostra disposizione. Voi convertirete coloro che sono sedotti dalle dottrine comuniste nella misura in cui voi mostrerete che la fede del Cristo e l’amore del Cristo ispirano le opere di carità …» . Queste dichiarazioni comparse nei giornali il 14 e 15 dicembre vennero commentate da un trafiletto dello scrittore domenicano padre Gorce nell’Ordre, che cominciava così: «Cattolici, prendiamo dunque la mano tesa dei comunisti. Non sono io che lo dico, ma è il nostro Santo Padre Pio XI …» . L’autore spiega poi che il papa ha parlato come Cristo sulla terra senza riferirsi alla politica e facendo una questione di carità … «La prima religione, egli diceva, e il più elementare cristianesimo è di non dire raca a un fratello che tende la mano …». Il padre domenicano rilevava tuttavia i pericoli che una qualsiasi cooperazione può recare e quindi la necessità di precauzioni. Ma terminava: «Prendete dunque la mano tesa e fate attenzione a non essere trascinati negli abissi!». A questa lettera rispondeva nello stesso giornale Gaetano Bernoville , autore di parecchi articoli sull’argomento, comparsi nelle pubblicazioni della Fédération Catholique, presieduta da Castelnau , e di un opuscolo La farce de la main tendue . In questa sua lettera il Bernoville cita l’atteggiamento dei cattolici nella questione spagnola ed altre questioni concrete nelle quali una collaborazione coi comunisti appare impossibile. Ma già la stampa cattolica a troncare il dibattito annunciava un messaggio natalizio del cardinale Verdier, nel quale sarebbero state precisate le vedute del S. Padre. E difatti il messaggio comparve poco dopo e conteneva fra altro i passi riprodotti in questo stesso numero dell’Illustrazione Vaticana nell’articolo «Sulla soglia dell’anno nuovo». Anche le nuove dichiarazioni però non arrestarono le discussioni; ogni parte tra i cattolici tende a leggervi indicazioni per l’indirizzo pratico che vorrebbe tenere, mentre il papa si è mantenuto al di sopra di ogni contingenza politica. Chi pone l’accento sul contrasto dei principi e vorrebbe derivarne l’obbligo d’un atteggiamento di forza; chi invece accentua lo spirito di carità e vorrebbe dedurne addirittura la convenienza di un patto d’alleanza sia pure limitato a certi campi. Le divisioni politiche dei cattolici francesi, molti dei quali sono abituati politicamente ad accordarsi a destra o a sinistra, spiegano la vivacità della disputa. Il deputato comunista Ducloz nell’Humanité, continuando il suo giuoco, è tornato a commentare la dichiarazione papale in senso favorevole alla tattica comunista, precisando che i comunisti, senza abbandonare le loro concezioni laiche e materialiste, tendono praticamente a far entrare i cattolici nel «raggruppamento generale per la pace», nell’opera di soccorso alla Spagna rossa e nella lotta contro il fascismo, infine a rendere possibile la fusione dei sindacati cristiani colla Confederazione generale del lavoro. E nel congresso del partito comunista in Arles diversi oratori fra i più autorizzati rinnovarono le dichiarazioni della mano tesa. Quello che è più significativo, dice il corrispondente del Temps da Arles, è che tale tendenza si manifesta non solamente nei discorsi dei capi, ma anche in quelli dei delegati locali. Ne risulta che nelle diverse regioni la maggioranza biasima spesso quei comunisti che per avventura cedono ancora alla tentazione di mettersi in urto coi preti e con la Chiesa. Ho la convinzione, egli conclude, che la tattica comunista provenga dalla paura del fascismo. Si tratta dunque sovrattutto di una preoccupazione internazionale. La stampa hitleriana ha parlato addirittura di collusione papale-comunista. A questo punto è intervenuto un articolo del direttore dell’Osservatore Romano per escludere esplicitamente la possibilità di alleanze o unioni colle organizzazioni comuniste. Per certe provvidenze sociali, ci potrà magari essere per qualche tratto una marcia parallela, ma mai un’intesa la quale persuada le folle comuniste che il cattolicesimo abbia consentito a velare o almeno tacere la verità e rinunciato a guardarla dall’insidia. Gaston Tessier , capo dei sindacati cristiani dice: fusioni, alleanze no; contatti intersindacali di caso in caso per interessi di classe o di categoria, come per il passato, saranno sempre possibili. Precisato l’atteggiamento dei cattolici francesi, sul quale vigilano la fermezza e la prudenza dell’episcopato, resterà a vedere quali conseguenze intrinseche porterà entro il movimento comunista stesso l’insistenza nella tattica della porta aperta verso i cattolici. Qui interessano non i capi, i quali agiscono evidentemente per calcolo opportunistico e insidioso, ma la massa e specialmente i giovani della massa, nei quali fermentano in vario modo i germi dell’avvenire. Resteranno senza influsso su loro o su qualcuno di loro, dichiarazioni come quelle, p. es., di Cogniot nell’Humanité del 21 dicembre, il quale in nome della libertà di coscienza si dichiara favorevole alla scuola libera e a concedere che i lavoratori cattolici mandino i loro figli alla scuola cattolica? Penetrerà per tal modo nella massa in formazione un raggio della verità che metta in fuga ostinati pregiudizi? Nel dibattito la parola amorosa del Padre comune non raggiungerà dei cuori, che prima nemmeno la sospettavano?
|
502f3465-3c9e-4cba-9069-545e2088a1d9.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
La Reichspost attribuisce particolare importanza ed autorizzata ispirazione ad un articolo della rivista Relazioni Internazionali che riassumeva obiettivamente la storia dei rapporti fra Stato e Chiesa in Germania dopo l’avvento di Hitler. Questo riassunto dimostra la estrema longanimità usata dalla Santa Sede prima di pronunciare proteste contro le ripetute lesioni del concordato. Il giornale viennese interpreta l’articolo come un invito rivolto indirettamente dai circoli italiani alla Germania affinché cessi od almeno si attenui il conflitto con la Chiesa. Tale desiderio è messo anche in relazione con la prossima visita del capo del governo germanico a Roma. Abbiamo riportato nel penultimo numero le dichiarazioni del sig. Delgado creatore del movimento integralista nel Brasile . A questo proposito leggiamo nella rivista dei Gesuiti America del 25 dicembre un interessante articolo di Riccardo Patee professore dell’università di Puerto Rico e ben noto come ottimo conoscitore della situazione politica latino-americana. In tale articolo egli sostiene che nel caso del Brasile non si tratta di trasferire le istituzioni totalitarie dell’Europa nel nuovo mondo. Egli mette in guardia contro l’uso esagerato del termine «fascismo» che ora dai suoi avversari viene usato universalmente per ogni indirizzo diverso di quello dell’estrema sinistra, «proprio, egli dice, come nel passato il comunismo era l’etichetta che copriva qualunque tendenza, dal rosso più pallido fino al cremisi più fiammeggiante». È chiarissimo che la paura del comunismo od almeno la paura di un «sinistrismo violento» precipitò la decisione del presidente Vargas il 10 novembre, ma è estremamente difficile il dire in quale misura il comunismo fosse attualmente presente nell’inquietudine e nel disordine che caratterizzavano il Brasile negli ultimi anni. «Ma, comunque sia, argomenta il Pattee, il dedurne che la reazione contro tale pericolo rappresenti il fascismo, equivale ad ammettere che fuori dalle due soluzioni comunista o fascista non ne esistano altre. Ma tale dualismo è stato respinto dal Brasile. Infatti il colpo di Stato nel Brasile non è opera né di un partito né di un movimento né di una ideologia, ma semplicemente una perpetuazione personale nel potere. Il nuovo regime non si identifica con l’unica organizzazione apertamente fascista che esistesse nella repubblica, cioè l’integralismo, il quale, se si trattasse di un movimento analogo a quello europeo, avrebbe dovuto assumere la posizione del partito fascista in Italia o di quello nazionalsocialista in Germania. In realtà invece gli integralisti vennero costretti ad abbandonare la loro attività politica. Anche considerando la situazione politica economica e psicologica, sarebbe difficile trovare delle analogie fra il Brasile, la Germania e l’Italia. Il colpo di Stato brasiliano è piuttosto tipico della America latina nella quale la dittatura in una forma o nell’altra è stata quasi la forma normale di governo. La distanza fra la democrazia teoretica delle costituzioni e la realtà della politica è sempre stata una delle contraddizioni permanenti in questo emisfero. Anche nei paesi nei quali prevalse il regime di sinistra, come nel Messico, nell’Equador e nel Cile, non si può parlare di comunismo all’europea. Nel Guatemala il generale Yorge Ubico governa personalisticamente, nello Honduras Tiburcio Carias legifera come un dittatore. La stessa autorità esercita Massimiliano Martinez nel Salvador, mentre nel Nicaragua, espulso il suo predecessore, ha preso il governo il generale Anastasio Tomoza . Tali governi possono dirsi fascisti? Certamente no, perché queste dittature non hanno sviluppato né una dottrina dello Stato, né un simbolismo, né il corporativismo. Nessuno di questi dittatori è stato preceduto dalle camicie nere o da un movimento di protesta a la Mein Kampf. Costa Rica e Panama conservano gli elementi di una democrazia politica, ma il presidente Cortes di Costa Rica venne accusato di volgersi verso il fascismo perché represse le agitazioni anti italiane. L’unica repubblica dell’America meridionale che non ricorse ancora a dittature né di destra né di sinistra è la Colombia. L’Equador è dominato dalla sinistra che in questo caso vuol dire dall’antigesuitismo, perché all’Equador i due poli sono ancora rappresentati dalla massoneria e dal gesuitismo. Il Perù un anno fa corse la stessa ventura del Brasile. Anche la Bolivia fu vittima di vicende militari dopo la conclusione della disastrosa guerra del Chaco . Nel Cile il presidente Alessandri governa nel senso della sinistra, in Argentina il generale Justo è molto più moderato, mentre nel piccolo Uruguay il dr. Gabriele Terra acquistò molta notorietà denunciando complotti comunisti nel suo territorio e rompendo i rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica. Durante la breve presidenza del colonnello Franco nel Paraguay, si parlò molto del suo «fascismo»; ma la sua caduta non lasciò di tale programma la minima traccia. Chi può dubitare che il crescente potere di Fulgenzio Batista in Cuba non sia il preludio ad un regime rigidamente personale? fascismo? comunismo? Si dirà forte: no, semplicemente Batistismo. Senza dubbio, conclude l’autore, anche il mondo ispano-americano è scosso e in qualche misura penetrato dalle due ideologie in conflitto, ma bisogna guardarsi da classifiche irreali e antistoriche». In un discorso tenuto alla radio dopo la promulgazione della costituzione irlandese il primo ministro De Valera ammonì gli uditori a non perdersi nelle discussioni di dettaglio, ma a considerare del nuovo statuto nazionale sovrattutto lo spirito «Lo statuto è la base legale della nostra libertà, egli disse, ma non sarebbe degno del nostro passato nazionale, se non fosse qualche cosa di più. La libertà politica dopo tutto è un mezzo e non un termine. Il fine è una comunità che viva rettamente e nobilmente. Lo Stato esiste per promuovere il benessere degli individui, il loro benessere tanto materiale che spirituale, e l’ordine sociale per essere giusto deve consistere nel mantenimento della dignità della persona umana e della facilitazione del suo destino soprannaturale. La filosofia cristiana della vita ha determinato il carattere del nostro popolo da più di un millennio. Il significato principale della nuova costituzione sta in ciò, che essa è in pieno accordo colla coscienza tradizionale in tale materia e che essa porta, dalle prime parole del suo preambolo fino alla consacrazione del suo epilogo, l’impronta di una grande e cristiana democrazia. Questo carattere è più apparente in quegli articoli che salvaguardano gli imprescrittibili diritti dell’individuo e della famiglia, la santità e l’indissolubilità del vincolo matrimoniale e quegli articoli nei quali sono tracciate le linee direttive per muovere il parlamento nazionale verso un giusto sistema economico e sovratutto in quelli che riconoscono la religione ed ammettono che è dovuto il pubblico culto a Dio onnipotente nei modi che esso ha dimostrato di volere» . In occasione del Capodanno in tutte le chiese evangeliche austriache venne letta una lettera pastorale del superintendente Heinzelmann di Villach, che in parte si rivolge anche ai fratelli di fede della Germania. «È vero, dice la lettera, che per voi non si tratta, come in Russia, di perdere la fede in Dio, perché anche nel nuovo Reich si desidera credere nella divinità e inchinarsi al Creatore ed al suo ordine. Però coloro che ora comandano contestano la verità di quello che finora venne considerato patrimonio di tutta la cristianità e che è impresso incancellabilmente nella testimonianza apostolica: «non vi è salute fuori che nel solo Gesù Cristo». Da questo articolo fondamentale nessuno può discostarsi, poiché senza Cristo non vi è cristianità e senza la certezza di essere redento per mezzo del Cristo non vi è nessuna fede cristiana. Perciò, o fratelli, vediamo chiaramente il pericolo che vi minaccia e contro cui vi difendete con coraggio e fermezza». Il sig. Zyromski che nel partito socialista francese rappresenta l’estrema sinistra, la frazione cioè più vicina ai comunisti, prende la parola nel Populaire per difendere la tesi della mano tesa e lo fa con queste parole: «Non ignoro che certe tesi recenti di propaganda del partito comunista hanno urtato e allarmato il partito socialista, e non senza giustificazione. Un partito operaio che nella sua propaganda non deve perdere mai di vista l’educazione politica dei suoi aderenti, non ha il diritto di impiegare formule equivoche, suscettibili di destare nelle masse dei sentimenti assolutamente contrari al nostro ideale internazionale ed umano. Siccome voglio discutere con una probità intellettuale assoluta, so bene che i commentari esplicativi costituiscono delle precisazioni indispensabili. Ma ciò non è sufficiente e dobbiamo qui segnalare un pericolo grave che bisogna evitare … La laicità in tutti i settori della vita pubblica è retaggio essenziale del movimento operaio. Le conquiste laiche della Repubblica non si toccano! Ciò va affermato in modo incontestabile. Ma noi dobbiamo anche esaminare sul piano internazionale le condizioni della lotta contro l’hitlerismo ed ora è ben certo che l’entrata in linea di forze così potenti come quelle della Chiesa cattolica merita di essere presa in considerazione, perché esse sono in grado di far pesare la bilancia dalla parte antifascista. Niente deve essere trascurato e perciò, vista da questo angolo, la politica detta della mano tesa non merita troppo facili ironie». Dunque il difensore socialista della tattica comunista lascia chiaramente capire le finalità a cui questa si ispira: cercare alleati contro il pericolo hitleriano sul piano internazionale. Tali interessate speculazioni si fondano come è evidente su una concezione totalmente falsa della Chiesa, dei suoi metodi e delle sue mete. Essa non è un corpo politico che si schieri con l’una o con l’altra parte nelle competizioni internazionali. Essa combatte, è vero, certe dottrine del monismo statale, e se si volge anzi tutto contro il comunismo e riconosce in certe reazioni alcune cause legittime, non per questo cessa dall’affermare i diritti della personalità umana, dal consigliare i metodi della conciliazione e della legalità e dal promuovere gli interessi della pace. Le sue «forze imponenti» però possono entrare in linea solo se le venga lasciata libertà di predicare i suoi principi e di svolgere la sua missione pacifica. Volete prendere tali forze in considerazione? E allora fate una politica di libertà religiosa e di rispetto alla coscienza. Ma il Zyromski s’affretta a disilluderci riconfermando le pregiudiziali di laicità che sarebbero «retaggio essenziale» del partito operaio e l’intangibilità delle conquiste laiche della Repubblica. Ciò vorrebbe dire – in contraddizione anche con qualche recente dichiarazione comunista che abbiamo segnalato – che non vi sarebbe nessuna speranza di veder abolita in Francia la legislazione eccezionale contro la Chiesa cattolica. Per i capi socialcomunisti dunque, machiavellici al 100 per 100, non si tratterebbe che di una troppo palese e troppo miserabile speculazione politica! Tuttavia va rilevata la preoccupazione del Zyromski il quale teme che la propaganda comunista metta in forse «l’educazione politica» delle masse. Esiste dunque per loro «un pericolo» e per i cattolici una speranza che la tattica equivoca dei capi abbia come risultato non voluto l’effetto di attutire e forse paralizzare negli animi degli operai l’anticlericalismo di vecchia maniera. Il pericolo è grave, dice lo Zyromski; la speranza non è senza base, possono dire i cattolici e devono quindi proporsi da parte loro di contribuire, con un contegno ispirato alla carità cristiana, a non lasciarla soffocare. La celebrata conferenza del cardinale Verdier, tenuta agli «Ambasciatori» il 10 dicembre e che venne largamente riassunta anche dall’OsservatoreRomano, continua ad avere in Francia una buona stampa. Commentate sono sopra ogni altra le sue dichiarazioni sul terreno delle dottrine politiche: «Qualunque forma di governo, disse il cardinale, trova sempre buona accoglienza da parte della Chiesa; a tutte, quando esse siano legittime, essa richiede e impone rispetto e obbedienza; niente di più suggestivo a questo proposito dell’atteggiamento dei primi cristiani e di quello dei papi del secolo XX. Gli insegnamenti e i voti della Chiesa su questo problema si possono riassumere nella formula seguente: in qualunque organizzazione politica salvaguardare prima di tutto la dignità della persona umana e la sua giusta libertà. In una parola, la Chiesa pone ancora la personalità umana al sommo dell’ordine politico; tutto deve convergere verso di essa. Le forme di governo, come tutte le istituzioni umane, non possono e non devono avere che un unico scopo: aiutare l’individuo e attraverso questo aiutare le famiglie e tutti gli altri raggruppamenti sociali a ben usare della loro libertà». I fogli comunisti hanno seguito, anche di fronte alla conferenza Verdier la solita tattica sorniona di fingere che essa non li riguardasse affatto. Di fronte al problema della libertà i comunisti hanno le carte in regola; in difetto sono soltanto i nazisti! A farlo a posta proprio di questi giorni la Reichspost pubblica un’istruzione segreta emanata dall’Ufficio centro-europeo del Komintern ai propagandisti sul modo di commentare ed esaltare i risultati delle recenti elezioni generali in Russia. L’istruzione, che porta tutte le stigmate dell’autenticità, è un documento del più spregiudicato machiavellismo che insegna ai propagandisti tre diverse maniere d’illustrare il plebiscito per Stalin, a seconda che gli uditori sono aderenti al partito, operai e impiegati simpatizzanti del Fronte popolare, o, infine, intellettuali d’idee affini. «Di fronte a quest’ultima categoria – avverte l’istruzione – bisogna andar molto a rilento. Questo gruppo ha delle tendenze romantiche e nutre anche “le più ridicole illusioni” sulla libertà della persona umana e sulla libertà elettorale. Con costoro quindi, se cadesse il discorso sulle elezioni (quasiché queste fossero state indette per cancellare la impressione dei processi e delle fucilazioni) bisogna limitarsi a rispondere con un sorriso e a chiedere: Voi, che siete persone colte, vorreste forse lasciarvi prendere dalle fandonie della stampa borghese?». «Se invece il propagandista si trovasse in una cerchia di comunisti dell’estero e qualcuno di costoro osasse affermare che le elezioni in Russia non furono una cosa seria, “cotesto compagno verrà diffidato a ritirare entro 15 giorni le sue opinioni fasciste”. Qualora entro tale termine il compagno non avrà dichiarato per iscritto “di deplorare il proprio atteggiamento fascista” e di essere convinto “che in ogni manifestazione comunista è sempre garantita la massima libertà”, verrà proceduto contro di esso e contro i banditi trotzkisti della stessa specie coll’espulsione e, se si tratta di funzionari del partito, in base all’art. 12». Noi non sappiamo in verità quello che preveda l’art. 12: si tratterà senza dubbio d’una formula di salvaguardia di quella libertà personale che in Francia i comunisti proclamano di difendere e che gl’intellettuali di cui sopra hanno la ridicola illusione di mantenere. E con tali precedenti i comunisti invitano i cattolici ad aderire al «fronte antifascista per la libertà personale»!
|
6c2ca61e-9365-49b2-97ca-269954cd0172.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
Si annuncia che Henry Ford si è rifiutato di obbedire al decreto del ministero del lavoro americano (National Labor Relations Board) che in base alla legge Wagner gli impone di permettere ai suoi operai di organizzarsi nei sindacati che meglio preferiscono. Henry Ford ha fatto ricorso alla suprema Corte impugnando la legalità della legge che secondo una tesi giuridica molto diffusa dovrebbe venire deliberata dai singoli Stati e non dalla Confederazione. Lasciando da parte la questione meramente giuridica, interessa l’atteggiamento di Henry Ford, il quale come è noto non è soltanto un grande industriale ma anche un efficace scrittore di cose sociali. È inoltre, come si sa, uomo di larghe vedute, che ha creato numerosissime provvidenze per i suoi operai ed ha sostenuto anzi che la sua, come le altre industrie, può fiorire soltanto se gli stessi operai raggiungono un livello più alto di vita . Ma il Ford vuole essere padrone in casa sua ed anche la beneficenza che intende fare agli operai vuole che sia fatta di sua autorità. Egli ammette che il padrone possa e debba valersi nelle opere sociali del consiglio degli operai, ma egli non vuole che tali consigli gli siano imposti. Egli è convinto che la sua benefica dittatura è una necessità assoluta per il progresso dell’industria e quindi per il bene materiale di chi lavora. Spirito combattivo ed energico e fortunato organizzatore, egli non comprende nemmeno come gli operai possano esigere la libertà sindacale e sovrattutto trova assai strano che taluno gli possa ricordare che tale libertà è in fondo un diritto naturale dell’uomo. Ma dall’America si è ricordato recentemente un principio diverso. Chautemps , nel suo appello alla concordia diretto agli operai ed ai padroni diceva, rivolto a questi ultimi: «Vorrei ricordar loro una parola recente del presidente Roosevelt che evocando un vecchio discorso del presidente Cleveland sulla funzione pubblica, dichiarava che ai nostri tempi bisognava applicarlo anche alla stessa funzione privata, la quale non è che una missione compiuta in nome dell’intiera comunità … È impossibile oramai che un uomo abbia la pretesa di dirigere altri uomini in virtù del solo diritto di proprietà che si applica alle cose, ma che non si può applicare alle persone. Un capitano di industria deve vedere la sua autorità rispettata e riconosciuta dalla legge, ma nello stesso tempo ogni giorno, come tutti i capi che hanno l’onore di comandare ad altri uomini, deve sforzarsi di meritare il posto direttivo che il caso gli ha affidato». La polemica era diretta in modo particolare contro i circoli rappresentati dal gruppo liberale moderato di Flandin . Questo infatti in uno degli ordini del giorno votati durante la crisi aveva messo come condizione, per una sua eventuale cooperazione, il mantener fede ai principi dell’89, sull’inviolabilità della proprietà, compreso il diritto di assumere e licenziare il personale. Sarà interessante di vedere in qual modo lo «statuto moderno del lavoro», che la Camera francese si appresta a votare, risolverà la questione degli uffici di collocamento. Per confronto ricordiamo che l’Italia, dopo aver esperimentato varie forme per regolare il collocamento, si appresta ora ad affidarlo ai sindacati dei lavoratori sotto la vigilanza di un Comitato cooperativo misto. La mozione approvata dal Comitato cooperativo misto nella sua ultima seduta suona come segue: «Il Comitato corporativo centrale, ritenuto che la funzione del collocamento è funzione di prevalente interesse sindacale e che il suo esercizio è affidato – secondo le norme della Carta del lavoro – alle Associazioni sindacali dei lavoratori, sotto la sorveglianza degli organi corporativi; esaminate le proposte contenute nella relazione sulla riforma del servizio del collocamento, riforma agevolata dalla istituzione degli schedari anagrafici e dalla distribuzione del libretto del lavoro; ritenuto che il grado di maturità raggiunto dalle associazioni sindacali dei lavoratori fa considerare l’opportunità dell’organica attribuzione alle associazioni stesse della disciplina del collocamento, sotto la vigilanza del comitato di presidenza del consiglio provinciale delle corporazioni alla periferia, e della Commissione centrale da istituirsi presso il ministero delle corporazioni con la rappresentanza dei datori di lavoro e dei lavoratori ed integrata dalla rappresentanza del partito e dall’Istituto fascista della previdenza sociale che gestisce l’assicurazione contro la disoccupazione; dà mandato al ministro delle corporazioni di predisporre, d’intesa con i presidenti delle Confederazioni e col segretario del P.N.F., le nuove disposizioni legislative miranti ad attuare l’ordinamento dell’assunzione al lavoro dei prestatori d’opera in conformità dei principi sociali e corporativi della rivoluzione fascista». E per completare il quadro sul terreno sociale, registriamo il nuovo progetto di legge presentato dal governo cantonale al Gran consiglio di Friburgo. Il progetto è composto di tre soli articoli e consiste nell’autorizzare il governo sotto certe condizioni e premesse a dichiarare obbligatorio per tutta una determinata categoria professionale o per tutta una zona, un contratto collettivo concluso tra le rappresentanze professionali degli operai e dei datori di lavoro. Le contravvenzioni sono punite con ammende fino a 5000 franchi e con l’esclusione per un triennio dagli appalti dei lavori pubblici. Nella motivazione il Gran consiglio osserva che i tentativi fatti finora per assicurare l’ordine corporativo sono stati paralizzati dal fatto che certi membri della professione, noncuranti del bene comune, si sono rifiutati di accettare i contratti collettivi approvati dalla maggioranza dei padroni e degli operai. Si trova dunque giusto di provvedere che le stesse associazioni professionali possano di qui innanzi chiedere al Consiglio di Stato di rendere obbligatorie per tutta una categoria o per una certa zona decisioni o convenzioni riguardanti le condizioni di lavoro e in genere lo sviluppo corporativo. Il Consiglio di Stato prima di dare forza obbligatoria a tali decisioni si assicurerà che esse siano veramente espressione della maggioranza degli interessati e veglierà affinché siano conformi agli interessi della professione e non danneggino quelli generali. Ogni convenzione o contratto contrari alle convenzioni dichiarate obbligatorie dallo Stato saranno naturalmente considerati invalidi. Paul Catrice pubblica la traduzione di una conferenza tenuta anni fa alla radio di Sciangai dalla moglie del generale Cian-Kai-Shek, capo del governo cinese. La conferenza è intitolata: «La mia religione». Dopo aver parlato con accenti di commozione di sua madre che era religiosissima e al cui influsso si deve anche la conversione del generale al cristianesimo metodista, la signora descrive le varie fasi attraverso le quali il suo spirito è passato prima di giungere all’odierna concezione della vita. Essa racconta che anni fa quando il Giappone minacciava la Manciuria, rivolgendosi alla madre le diceva: madre, voi siete potente nella preghiera, perché non domandate a Dio di annientare il Giappone col terremoto o con qualche flagello del genere? La madre distolse un momento il viso da lei e poi riguardandola negli occhi, le rispose: Quando voi pregate o quando mi domandate di pregare, non insultate l’intelligenza di Dio chiedendogli qualche cosa che sarebbe indegna perfino di voi semplice mortale! Questa osservazione, nota la generalessa, mi fece una profonda impressione e oggidì spesso prego per i Giapponesi sapendo che tra loro vi sono di quelli che soffrono per ciò che il loro paese fa alla Cina … E la conferenza finisce colle seguenti parole: «In conclusione, per me, la religione è una cosa molto semplice. È lo sforzarmi con tutto il mio cuore, con tutta la mia anima, con tutte le mie forze e tutto il mio spirito di fare la volontà di Dio. Sento che Dio mi ha dato un lavoro da fare per la Cina. In questa provincia del Kiang-si, migliaia di “li”, di fertili risaie, sono ora devastate; centinaia di famiglie sono senza tetto. La minaccia dei banditi comunisti è assai aumentata in qualche provincia della Cina nel corso degli anni. L’ostilità confessata dai banditi contro la legge e l’ordine obbliga il governo a combatterli. Ma l’occupazione militare dei territori ripresi non è sufficiente. È necessaria una ricostruzione rurale per aiutare i fittavoli a ritornare alla terra e ad ottenere migliori condizioni di vita. Non è punto un compito facile. Difatti i problemi della Cina sono oggidì più gravi che mai. Ma lo scoraggiamento e la disperazione non sono da me. Mi volgo verso Dio che può far tutto, perfino più di quanto noi Gli domandiamo. Mentre scrivo, mi trovo con mio marito nel cuore del territorio comunista. Costantemente esposta al pericolo, non ho paura. So che nulla può succedere al generale o a me fino a tanto che il nostro lavoro sarà realizzato. In quanto al domani, perché preoccuparcene?». Certamente converrà fare qualche riserva sulle concezioni della signora Cian-Kai-Shek; ma, in complesso, quale differenza in suo favore fra questa signora cinese consigliera del primo generale della Cina e la signora Matilde moglie ed ispiratrice del testé scomparso generale Ludendorff ! Come negare che la donna orientale è molto più vicina all’umanesimo ed al cristianesimo dell’altra dottoressa, prodotto universitario di un’antica cultura, invasa da un torvo spirito di razza e dal culto della forza? Nel 1932, all’apertura della Conferenza del disarmo, le spese militari mondiali, calcolate in dollari oro non svalutati, erano di circa quattro miliardi e trecento milioni; nel 1937 esse assommavano a sette miliardi e cento milioni. E ancora bisogna considerare che in questa cifra che togliamo dall’annuario della Società delle Nazioni non sono comprese le spese degli ultimi mesi e che se si dovessero calcolare i miliardi al prezzo anteriore alla svalutazione, in realtà dovrebbero essere dodici miliardi di dollari oro, cioè 360 miliardi di franchi francesi. Si spende dunque in armamenti un miliardo al giorno! Né è tutto, perché l’annuario tiene conto solo delle spese preventivate nei bilanci delle forze armate; ma quante altre spese, pur comparendo nei bilanci dei lavori pubblici e delle ferrovie, non hanno carattere militare? Inoltre bisognerebbe aggiungere il costo delle guerre svoltesi dopo il 1932, cioè la guerra cinogiapponese, quella sud-americana, quella d’Etiopia e la guerra spagnola. L’Europa sola spende circa il 65% del totale e dal ’32 al ’37 ha aumentato le spese militari dell’80%. Due cause hanno precipitato gli armamenti. Certo la causa prossima fu il riarmo della Germania hitleriana; ma la causa più profonda fu il fallimento della Conferenza del disarmo e il non aver mantenuto l’impegno dell’articolo 8 del Patto della Società delle Nazioni che obbligava le potenze vincitrici a ridurre simultaneamente le loro forze armate. Diniz da Fonseca, giornalista e deputato cattolico portoghese, pubblica in una rivista viennese un interessante articolo sopra la situazione dei cattolici in Portogallo di fronte ai vecchi ed al nuovo regime. Egli descrive anzitutto la situazione del 1926, quando si iniziò la nuova èra. Il regime repubblicano del 1910 aveva avuto un carattere nettamente anticlericale: gli ordini religiosi vennero proibiti e i beni ecclesiastici confiscati. Le libertà religiose in genere rimasero teoreticamente in vigore ma in pratica vennero talmente limitate che nella maggior parte del paese parevano abolite. Come pretesto di questa persecuzione valeva l’assetto che la Chiesa avesse favorito il partito soccombente, cioè i monarchici. Ora è vero, nota l’autore, che molti cattolici erano partigiani del regime monarchico e che nella difesa dei sentimenti e delle libertà religiose vedevano la possibilità di una efficace propaganda contro il nuovo regime. Tuttavia la vera causa della persecuzione era l’ideologia massonica che era professata dai più attivi e più influenti personaggi del regime repubblicano. Nonostante però questa situazione, molti cattolici sostenevano che convenisse assolutamente togliere ai persecutori il loro pretesto politico. I principi cattolici dovevano prevalere sulla questione del regime e consigliare una collaborazione coi repubblicani. Questo movimento incontrò la più violenta resistenza presso i monarchici ma venne appoggiato dall’episcopato in una serie di manifestazioni e dalla stessa S. Sede nell’enciclica di Benedetto XV inviata il 18 dicembre 1919 al patriarca di Lisbona . Il collaborazionismo non ottenne successi importanti legislativi, appunto perché indebolito dalle resistenze monarchiche; esso riuscì tuttavia a moderare la persecuzione e a poco a poco a restituire ai cattolici in via di fatto le loro libertà tanto che buona parte delle leggi anticlericali rimasero lettera morta. Tale era la situazione nel momento del pronunciamento militare del 18 maggio 1926. I generali che lo diressero avevano dei fini di ricostruzione nazionale e parte di coloro che li sostennero vennero certo lusingati anche dalla speranza di restituire definitivamente alla Chiesa le sue libertà. E difatti i cattolici praticamente ritornarono nel pieno godimento di tutte le libertà che erano state loro prese, anche se nella legislazione le modificazioni furono insufficienti. Questa modesta riforma sul terreno che più interessava i cattolici provocò presso di loro una certa sorpresa e grande malcontento, tanto più che fra i membri del governo c’erano degli uomini noti per la loro attività cattolica. Il Diniz da Fonseca non crede però che le lagnanze fossero politicamente fondate perché se è vero che non vennero intraprese riforme radicali in senso cattolico, ciò dovette avvenire perché l’atmosfera non era favorevole nemmeno presso i difensori della dittatura, fra i quali non mancavano i vecchi pregiudizi. D’altro canto conveniva evitare di offrire pretesti ai politici decaduti che sottolineavano il carattere «clericale» della dittatura. Comunque, i cattolici poterono avere l’impressione che la nuova situazione politica non migliorasse la pratica libertà religiosa. Tanto più che parecchi sostenitori del regime si dichiaravano apertamente clericali. Ma in questo periodo a poco a poco attraverso la grande riforma finanziaria si fece largo la personalità del Salazar di cui erano noti i sentimenti cattolici. Dalle finanze il Salazar passò alle riforme sociali. Su quale ideale, si domanda l’autore, sono fondate queste riforme? Evidentemente non su un ideale puramente laico. In un discorso politico che fece sensazione, Salazar pretese perfino dai cattolici che si tenessero lontani come tali da ogni attività puramente politica e nello stesso discorso confermò l’interesse di mantenere in vigore nel Portogallo il principio della separazione della Chiesa dallo Stato, sempre però garantendo alla Chiesa le sue legittime libertà e prerogative. Ma se si segue attentamente il principio direttivo che anima le sue grandi leggi riformatrici, cioè le idee della nuova Costituzione, della Carta del lavoro, delle leggi corporative e amministrative e se si studiano le funzioni dello Stato e dell’autorità che in esse vengono circoscritte e regolate, si arriverà alla conclusione che niente di queste idee contraddice i principi della sociologia cristiana esposti nelle encicliche pontificie, che anzi questi principi hanno servito di guida al legislatore. Dollfuss dichiarò di mettere a base della Costituzione la Quadragesimo anno, ma ciò era stato fatto, senza dirlo, dal Salazar nella Costituzione approvata nel 1933. Dopo aver riportato in conferma di ciò alcune dichiarazioni dello stesso Salazar, l’autore conclude che nello stesso ritmo in cui lo spirito cristiano è penetrato nella Costituzione non è proceduta la cristianizzazione della vita sociale del Portogallo. Studiando questa situazione, converrebbe domandarsi «se i cattolici, dato il ritardo di tale rinnovamento, abbiano il diritto di lagnarsi dello Stato e delle sue insufficienti riforme, o se invece lo Stato e i circoli politici non possano lagnarsi dell’inazione dei cattolici che hanno colpa della scarsa efficacia delle misure legislative pur ispirate alla sociologia cristiana. Questi principi, infatti, influiscono in riguardo sociale più attraverso la coscienza dei cittadini che alla lettera della legge. Louis Le Fur, l’eminente autore di Grands problèmes du droit edel Précis de droit international public , della cui terza edizione G.G. nell’Osservatore Romano ha parlato con tanto elogio, pubblica nella Vie Intellectuelle un articolo sulla concezione cristiana dell’«ordine internazionale», che riassume e aggiorna in argomenti tutti gl’insegnamenti della Chiesa e dei pontefici.
|
e3150e4f-0408-43a2-bcc7-c870629bc000.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
L’episcopato cecoslovacco ha inviato alla direzione del «Giornale radio» in Praga un memoriale, nel quale si formulano i postulati dei cattolici riguardanti la radio. Già nel 1936 la Conferenza episcopale cecoslovacca aveva costituito una «commissione consultiva per la radio cattolica», nel quadro dell’Azione Cattolica dell’arcidiocesi di Praga. La quale prese contatto col «Giornale radio» riuscendo per un certo periodo a fare accogliere i propri desideri. Ma più tardi la radio interruppe tali contatti allegando che il regolamento interno non prevedeva la cooperazione di istituti estranei. Ora il memoriale polemizza energicamente contro tale rifiuto e afferma che la radio, essendo uno dei mezzi più adatti per l’educazione e la propaganda, non può rifiutare la collaborazione della Chiesa che ha la missione di insegnare e di educare. La radio appartiene a tutto il popolo e perciò in prima linea ai cattolici. Perciò si presentano i tre seguenti postulati: 1) La direzione della radio vigilerà perché nessuna trasmissione contenga offese al sentimento morale e religioso dei cattolici. 2) La radio, seguendo l’esempio di altri paesi, concederà ai cattolici almeno due ore la settimana per trasmettere conferenze e indicazioni di carattere religioso ed educativo. 3) I vescovi chiedono un rappresentante nella direzione della Società o almeno un delegato nella commissione consultiva. Il memoriale che porta in testa la firma del cardinale Kaspar chiude con le parole: «Noi attendiamo che tali nostri desideri vengano accolti e che non si costringano i cattolici a far valere i propri diritti in altra maniera». I vescovi cecoslovacchi hanno dinnanzi l’esempio della «Polskie Radio» la quale già nell’anno 1927 fece un accordo colla radio della Posnania, accordo trasferito poi alla radio di Varsavia. In base ad esso vengono concesse ai cattolici delle audizioni radiofoniche settimanali di carattere religioso e morale. Tali trasmissioni stanno sotto la diretta sorveglianza dell’episcopato e un rappresentante della conferenza episcopale è membro della commissione consultiva della radio. Si tratta, come si ricorderà, di accordi e collaborazioni raccomandate anche dal Bureau catholique international de radiodiffusion che ha sede in Amsterdam ed al quale fanno capo 22 paesi. Poche sono le nazioni nelle quali, data la legislazione in materia, i cattolici possano possedere o tendere a possedere una propria stazione trasmittente. In Europa l’unica stazione trasmittente cattolica è quella di Hilversum in Olanda; alcune altre vennero erette in America e un esempio degno di imitazione venne illustrato nella Mostra internazionale della stampa al reparto Uruguay, ove si celebrava la stazione Yackson di Montevideo, la più forte stazione emittente delle 13 stazioni private dell’Uruguay . In occasione della Mostra, nel congresso dedicato particolarmente alla radio, si insistette perché i cattolici si raggruppassero in associazione di difesa, nei paesi dove ciò si dimostrasse necessario. Così s’è fatto in Francia, ove di questi giorni era in programma un dramma: «Caterina di Russia». I delegati dell’associazione degli ascoltatori protestarono e riuscirono a convincere la direzione ad abbandonare tale spettacolo. L’abate dei Benedettini di S. Andrea, la celebre abbazia del Belgio, che ospita come è noto anche padre Pietro Celestino Lou-Ceng-Ciang, già ministro degli esteri della repubblica cinese, pubblica nella stampa cattolica le sue impressioni sulla Cina. Egli vi dimorò dall’autunno 1934 fino all’estate del 1935. «Trovai tutto il paese, egli scrive, da Canton fino a Pechino, da Sciangai fino a Cieng-fu in piena riorganizzazione e la capitale di Nanchino mi si presentò come il volto moderno e attraente di un popolo, che ha trovato nelle forze vive della sua antichissima cultura il mezzo pacifico di superare tutte le difficoltà. Notai che il governo di Cian-Kai-Shen, godeva generale fiducia e che già allora si andava ricostituendo l’unità delle provincie cinesi. Il generale aveva arrestato con pieno successo la marcia del bolscevismo, opponendovi un lavoro sano e costruttivo. Sul terreno morale e spirituale notai gli sforzi del governo per lo sviluppo delle scuole e delle università, per la creazione del movimento “Vita Nova” al quale una donna di cuore e di intelligenza, la moglie del maresciallo, ha dato una impronta di grande elevazione morale . Sul terreno materiale ferveva il lavoro colla costruzione di strade e ferrovie». L’abate conclude coll’esprimere la speranza che dalla crisi presente il popolo cinese sortirà rinnovato e fortificato. Il numero di gennaio della rivista Univers - Bulletin Catholique International, è tutto dedicato alla questione cinese: vi sono raccolti i discorsi, la pastorale, le interviste di mons. Yupin, articoli di missionari e di religiosi cinesi, fra i quali: «La concezione confuciana della fraternità universale» di P.G.B. Kao, e altri sul movimento della «Vita nova» e sulla gioventù comunista. Non conosciamo ancora il testo delle conferenze che Jacques Maritain fece recentemente nella Sala degli Ambasciatori a Parigi sugli «ebrei tra le nazioni» e non sappiamo quindi in quale misura l’illustre oratore abbia tenuto conto delle ragioni economiche e sociali che nel passato e nel presente hanno fatto nascere e ingigantire il movimento antisemita. Ma vanno rilevate frattanto conclusioni generali come queste. «Piuttosto che affrontare i grandi mali che fanno strage nel mondo, si preferisce di convogliare le ire degli uomini contro Israele. Come se una comunità potesse essere resa responsabile di colpe individuali e come se i delitti degli uomini venissero tutti commessi dagli Ebrei; in Germania, al contrario, ove l’ebreo è assimilato, egli ha partecipato a tutte le colpe nazionali del dopo guerra e la Germania punisce in lui la propria cattiva coscienza». Certo un problema antisemita esiste, ma poiché esso durerà quanto il mondo, il Maritain pensa che bisognerà trovarvi delle soluzioni approssimative nell’intelligenza e nell’amore. La Chiesa ha condannato l’antisemitismo fondato sull’odio di razza. Che cosa possono fare, ha concluso l’oratore, i cattolici degli altri paesi? «Tutto, e sovrattutto fare appello alla opinione pubblica, poiché è in noi che risiedono le fonti della storia e per uccidere tutti i germi dell’odio è necessario molto amore». La nuova legislazione del lavoro che si sta preparando in Francia non è che un completamento e una messa a punto della legge del 24 giugno 1936. Data la mentalità e le tradizioni francesi, essa ebbe veramente una portata rivoluzionaria. La grande innovazione fu di stabilire che il ministro del lavoro possa rendere obbligatorie per tutte le professioni o per certe regioni le clausole del contratto collettivo. Questa novità giuridica, che ai francesi sembra straordinaria, non ha portato però nella pratica ancora un mutamento radicale; poiché sulle 5000 convenzioni che furono concluse soltanto una cinquantina vennero dichiarate obbligatoriamente estese a tutta la categoria e soltanto 809 furono le domande perché tale estensione avvenisse. L’applicazione dell’intervento governativo si è dimostrata difficile, oltre che per le deficienze amministrative, anche perché le premesse stabilite dalla legge per la proclamazione obbligatoria di un contratto collettivo sono abbastanza severe ed ampie. Infatti il contratto collettivo obbligatorio deve contenere delle disposizioni relative alla libertà sindacale ed alla libertà d’opinione dei lavoratori; alle istituzioni dei delegati operai; ai salari minimi; ai permessi pagati; all’organizzazione dell’apprendistaggio; alla procedura per regolare i conflitti sull’applicazione del contratto; alla procedura per rivederlo o modificarlo. D’altro canto è vero che il funzionare degli altri 5000 contratti collettivi, senza intervento governativo, dimostra che tale istituzione fino a ieri bandita dalla Francia e esecrata dal tradizionale individualismo francese, è ora entrata nel costume nazionale. Tuttavia la legislazione del 1936mancava di sanzioni. Un contratto entrato in vigore obbligatoriamente per decisione ministeriale ha forza di legge, ma l’infrazione di esso non comporta che sanzioni civili, su richiesta di una delle parti; il che vuol dire che in via pratica non esiste alcuna garanzia. Bisognava dunque creare delle sanzioni ed è per queste che nei nuovi progetti sottoposti dal ministro Chautemps alla Camera si prevedono delle sanzioni penali contro chi contravvenga ad un contratto collettivo obbligatorio. Del pari nella procedura di conciliazione e di arbitrato bisognava introdurre una formula che stabilisse le sanzioni contro gli operai o i datori di lavoro che si rifiutassero di accettare la procedura prevista oppure non applicassero l’arbitrato, una volta deciso. È anche questa una delle preoccupazioni dei progetti governativi che stanno ora in discussione. Il succo di tali progetti può essere ridotto a questo. In caso di conflitto riguardante il contratto collettivo di lavoro, le trattative per l’accomodamento non possono essere trascinate al di là di un certo termine; la legge stabilisce che entro un mese dallo scoppio del conflitto e dal giorno che questo venne denunciato al ministro del lavoro, l’accomodamento debba essere raggiunto; se non lo sarà – e questa è la grande novità della legge – entrerà in vigore un contratto tipo provvisorio previamente elaborato, dopo consultazione cogli organi sindacali delle due parti. Questo contratto tipo imposto dal governo cesserà nel momento in cui l’accomodamento o una sentenza arbitrale avranno deciso della continuazione o modificazione del contratto collettivo libero, prima esistente. E qui è stata sollevata la prima grossa obbiezione da parte liberale. Questo contratto tipo che sta come in agguato a rappresentare il potere dello Stato per intervenire dopo un lungo conflitto, data la difficoltà degli accordi non finirà coll’imporsi in numerosissimi casi, fino a sostituire in pratica le libere convenzioni fra le parti? Gli ottimisti rispondono invece che il pericolo non esiste. Dopo la legge del giugno 1936 sull’arbitrato obbligatorio, su 4000 contestazioni, 3200 si accomodarono in via amichevole nel quadro del dipartimento e i superarbitrati furono soltanto 750, dei quali solo 53 non vennero applicati. Comunque, per rendere più facile la procedura di conciliazione e d’arbitrato, il progetto governativo prevede una serie di tempestivi interventi statali e infine una sentenza, omologata dal Consiglio di Stato, diventa esecutiva di pieno diritto e non suscettibile di alcun ricorso. Tale sentenza rivestita di una formula esecutiva darà seguito ad una azione giudiziaria per danni contro la parte che non si sottomette. È stata ora proposta invece della sezione del Consiglio di Stato la costituzione di una apposita commissione della quale farebbero parte anche i rappresentanti delle parti in conflitto. Inoltre avendo constatato che la maggior parte dei conflitti del lavoro dipendono dal collocamento e dal licenziamento della mano d’opera, ovvero dalle contestazioni intervenute per la attività dei fiduciari sindacali, i progetti del governo scendono ai più minimi dettagli per regolare il collocamento e la funzione dei delegati. Vengono istituiti in tutti i dipartimenti uffici di collocamento pubblici, con commissioni paritetiche, ma entro certi limiti ed a certe condizioni gli industriali stessi possono avere un ufficio proprio per gli stessi scopi. Una serie di disposizioni minute tenta di proteggere l’operaio da ogni licenziamento arbitrario, in particolare da ogni licenziamento fatto per ragioni politiche o sindacali, ma nello stesso tempo di salvaguardare la libertà per l’imprenditore di scegliere il proprio personale: linea media aurea, difficilmente attuabile, che la commissione parlamentare ha già sconvolto. Un altro testo di legge fissa lo statuto dei delegati del personale in ogni impresa: il modo di elezione, le loro competenze, la procedura che devono seguire nel presentare le rimostranze e infine, all’art. 8, si dice che i contratti di lavoro dei delegati non possono in alcuna maniera essere sciolti per fatti che si riattacchino all’esercizio della loro funzione rappresentativa. Ma la novità assoluta dello «statuto moderno del lavoro francese» è costituita dal capitolo V nel quale si tenta di regolare e di limitare gli scioperi. In realtà se le cose procedessero secondo le previsioni della legge, sussistendo oramai l’arbitrato obbligatorio e in caso di protrazione del conflitto al di là di un mese, l’imposizione di un contratto provvisorio tipo, scioperi e serrate dovrebbero essere esclusi. Ma sarebbe chimerico, disse Chautemps nella sua presentazione della legge, «di supporre che nelle grandi agglomerazioni operaie e nell’atmosfera torbida della nostra epoca non possa più prodursi alcun incidente. Se dunque a dispetto dei nostri sforzi scoppieranno scioperi o serrate, un altro progetto legge è proposto per impedire ogni violenza ed illegalità e farli cessare più rapidamente che sia possibile». Secondo il progetto, appena scoppiato uno sciopero, il funzionario governativo competente dovrà convocare gli operai e farli votare a scrutinio segreto sulla continuazione o meno dello sciopero: tale votazione sarà rinnovata ogni settimana. Se la maggioranza di votanti si pronuncerà per lo sciopero, l’esecuzione dei contratti collettivi o individuali del lavoro sarà sospesa fino alla notificazione della sentenza arbitrale e durante questo tempo il datore di lavoro non potrà procedere a nessun nuovo ingaggio di operai. Tuttavia se il funzionamento dello stabilimento in sciopero è indispensabile alla sicurezza o alla sussistenza della popolazione o alla vita di altre imprese, il governo prenderà le misure necessarie per assicurare il funzionamento dei servizi indispensabili, sia d’accordo coi padroni e con gli operai interessati o, in mancanza di accordo, intervenendo direttamente. Le ragioni del conflitto verranno subito sottoposte in via d’urgenza all’arbitrato e la sentenza arbitrale sarà immediatamente esecutiva. Qualora lo sciopero continuasse nonostante un voto favorevole, e dopo la notificazione della sentenza arbitrale, chiunque avrà con violenze, vie di fatto, minacce, manovre fraudolente, occupazione delle officine, difficoltato o reso impossibile la libertà di lavoro, sarà passibile di arresto da sei giorni a tre anni o di una ammenda da 16 a 3000 franchi. Come si vede, queste disposizioni sullo sciopero hanno in sé un principio di contraddizione, che dà loro un sapore di pasticcio politico. Messe lì come valvola di sicurezza di tutto un sistema regolativo, possono nella pratica diventare la consuetudine che farà saltare tutto il meccanismo. I delegati della Confederazione cristiana del lavoro, consultati dalla commissione parlamentare, hanno chiesto che sia salvaguardata l’autonomia delle forze sindacali, che il «sindacale» non venga sostituito dal «politico», come avviene nell’affidare il collocamento soltanto ai funzionari statali; che sia escluso il monopolio sindacale, cui aspirano i socialisti, ma sia garantita la libertà degli operai di aderire al sindacato preferito. In queste e molte altre questioni si preannunziano vivaci dibattiti, tanto alla Camera che al Senato. La legge, se pur entrerà in porto, subirà certo notevoli modificazioni. Il ritorno al sistema parlamentare in Bulgaria, sistema che era stato interrotto col colpo di Stato del 19 maggio 1934 , avverrà nel prossimo marzo coll’elezioni per la Sobranye , in base al nuovo sistema elettorale. Questo prevede 160 collegi uninominali e permette la candidatura personale anche agli aderenti dei vecchi partiti, benché essi non si possano presentare come tali. Il regolamento però pone a condizione «che il candidato non assuma un atteggiamento politico contro lo Stato», che non sia in rapporto d’affari con le amministrazioni pubbliche e che abbia una professione della quale possa vivere. Si sono cioè introdotte delle precauzioni per evitare i difetti e gli errori del vecchio parlamentarismo, travagliato dai partiti. Siccome però il materiale uomo assomiglierà all’antico, sarà interessante di esperimentare se le nuove formule costituiscano veramente un rinnovamento. Fino a qual punto la condizione «che i deputati non si dichiarino contro lo Stato» renderà possibile l’esclusione di persone aderenti in via di fatto a tendenze rivoluzionarie o comuniste e in quale misura essa verrà applicata?
|
f0e1c06c-7a97-41a9-b4c5-aaea77318fe5.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
Ripensando alle ore di angoscia che Vienna ha di nuovo vissuto e risalendo alle origini della sua ultima vicenda , scopriamo ch’esse non sono così remote, come potrebbe credere l’odierna gioventù, abituata a dare alle idee, che l’agitano, quasi una derivazione mistica ed esoterica. Verso il 1890 comparvero sulla scena politica Lueger , Schoenerer , Vergani , Pattai , Schneider, Psenner , Liechtenstein , i quali strinsero un patto di alleanza per combattere il liberalismo economico-politico e l’ebraismo. Gli alleati si chiamarono i «Cristiani Uniti» (Vereinigte Christen) e i nemici comuni venivano designati nell’aspra propaganda col nomignolo dispregiativo di Judaeoliberalen. Le varie correnti non si fusero in un blocco ideologico compatto; anzi poco dopo Schoenerer, il pantedesco, al suo radicale antisemitismo aggiunse l’odio contro Roma . La sua parola d’ordine «Los von Juda» e «Los von Rom» risuonò nelle città provinciali delle due Austrie e portata in trionfo da Wolf ebbe eco e successo specialmente tra i tedeschi, in qualche parte anche protestanti, della Boemia. Carlo Lueger invece, il principe Luigi Liechtenstein e lo Psenner temperarono ben presto il loro antisemitismo colla dottrina cristiana e a grado a grado, dispiegando la bandiera cristiano-sociale, considerarono l’antisemitismo solo come una politica necessaria di difesa economica, imposta dalle condizioni ambientali del momento, mentre l’opera di ricostruzione positiva e duratura doveva essere la riforma sociale cristiana, a Vienna insegnata e propugnata dal loro comune maestro, il Vogelsang . Su questa linea a poco a poco vennero portati anche gli altri come il Vergani, ch’era un protestante e pubblicava il primo quotidiano popolare antisemita, il Deutsches Volksblatt, e gli altri due. Il cristianesimo ammansiva codesti feroci antisemiti: caratteristica anzitutto fu la evoluzione dell’industriale Schneider che nei primi anni tuonava contro gli Ebrei nello stile che usa oggidì lo Streicher a Norimberga, ma che poi fu condotto a dedicare la sua opera e la sua eloquenza alla riforma corporativa e alla riorganizzazione delle arti e mestieri secondo l’ideale cristiano. Ma quest’ideale cristiano era forse localizzato a Vienna e sprizzava, come oggi si vanta di altri ideali, dalla terra natia, promanava dal sangue della razza in misteriosa fermentazione? Tutt’altro! I viennesi si accorsero presto che quest’ideale alimentava la sua fiamma anche in altri paesi. A Vienna aveva stretto amicizie e presi contatti il marchese La Tour du Pin, addetto militare all’ambasciata francese e il conte Francesco Kuefstein , discepolo e amico del Vogelsang aveva sposato una patrizia romana. Attraverso questi canali le correnti cattolico-sociali di Parigi e di Roma si scambiarono forza e direttive: nacque l’Unione di Friburgo, i cui lavori ebbero la loro più ambita sanzione nella Rerum Novarum. Ecco come il movimento cristiano-sociale austriaco, alimentato alle origini dalla reazione antisemita, puntò verso la meta d’una nuova palingenesi sociale. Roma, la cattolicità, lo aveva salvato e universalizzato. Gli altri si sprofondarono invece sempre più nella carraia opposta. Alla svolta del secolo le forze universitarie austriache trovarono il loro maestro dottrianario in Houston Stewart Chamberlain, un razzista tedesco di derivazione anglosassone, scolaro di Nietzsche e e di Wagner. Il suo famoso libro «Le basi del sec. XX» divenne la bibbia dei circoli pantedeschi. Il movimento Los von Rom und Los von Jerusalem aveva trovato la sua dottrina che lo ricongiungeva da una parte al luteranesimo, dall’altra al paganesimo razzista che sboccherà nel Tramonto dell’occidente dello Spängler e nel Nuovo pagano tedesco in lotta contro cristianesimo e giudaismo di Alfonso Steiger . Certo un’immensa tragica avventura, la guerra mondiale, parve spezzare ogni legame tra le due età e le due generazioni. Ma non fu vero! La guerra accelerò ed esasperò fino al parossismo l’evoluzione, ma non la mutò. A Vienna raccolse le prime impressioni anche il giovane Adolfo Hitler, che fu nei suoi anni giovanili un antisemita, un pantedesco austriaco . È vero che più tardi ammaestrato dall’esperienza e coll’animo proteso verso la unità del suo popolo, che vorrà lanciare contro Versailles, ispirerà la sua campagna soltanto al «Los von Juda», rinnegando anzi espressamente nel suo Mein Kampf il «Los von Rom»; ma sembra che una logica interiore, contro il suo stesso dichiarato proposito, abbia spinto il suo movimento a cozzare contro Roma, benché egli stesso abbia in Roma concluso un accordo di collaborazione. Accanto a lui altri uomini incaricati ufficialmente di preoccuparsi della formazione del popolo tedesco, riprenderanno in esame la parola d’ordine dello Schoenerer e di Houston Chamberlain e troveranno nella coppia Ludendorff alleati formidabili. Questo capo della Germania in guerra, questo commilitone di Hitler nella marcia di Monaco, passò i suoi ultimi anni a forgiare armi e a studiare i piani di battaglia contro gli Ebrei e contro i Gesuiti, contro il cosmopolitismo semita e contro l’universalismo cattolico, accusati di voler ammosciare e imbastardire la forza primigenia della pura razza germanica. Los von Rom, dunque e Los von Juda. Bisogna salvare da questi due pericoli quella che nell’ultimo discorso il Führer chiamava «Blutsubstanz» (sostanza del sangue) del popolo tedesco. Quand’è così, non ci venite a dire che si tratta solo di frontiere «politicogiuridiche». La frontiera che si difende a Vienna è una frontiera di idee, di aspirazioni, di Weltanschauung, per usare la parola tedesca. Ci auguriamo anzi sinceramente che essa, in base anche al componimento recentemente concluso , non possa essere che lotta d’idee, condotta colle sole armi dello spirito. Voi che scendete in campo per il trionfo della razza avete per arena l’Europa e potete scegliere l’avversario in tutte le parti del mondo. Lasciate dunque che la piccola Austria continui la sua esperienza cui l’ha destinata la storia della sua civiltà. Anche a Vienna si segue sempre il filone, messo in luce cinquant’anni fa. Il partito cristiano-sociale è scomparso per le esigenze d’un regime autoritario imposto dalle circostanze, ma l’idea vive e s’incarna. Si vuol costruire, secondo il testamento di Dollfuss, sulla Quadragesimo anno. Ciò non è naturalmente per quanto riguarda il regime, perché le encicliche non forniscono abbozzi di statuto politico; ma ciò vuol essere per quanto riguarda le direttive e le riforme sociali: autorità temperata da libertà, controllo statale temperato da autonomia corporativa, nazionalismo equilibrato dall’universalismo cattolico, gioventù educata ad una missione storica, che ha trovato la sua formula definitiva in un libro di Schuschnigg , ove l’epopea degli avi appare come una crociata. Non è un caso che in questi giorni i primi ad accorrere come alle supreme difese fossero gli operai cristiano-sociali, organizzati dal vecchio Kunschak . Negli anni della ascensione cristiano-sociale il Kunschak faceva l’apprendista sellaio e dopo aver faticato tutto il giorno veniva ad alimentare la fiamma dell’idea presso il focolare dei capi ora scomparsi: poi crebbe e fu egli stesso un capo, un tenace apostolo di quella riforma cristiano-sociale ch’egli cerca anche oggi di attuare al di là e al di sopra di ogni regime: prototipo di quella massa operaia cristiano-sociale che, attraversando colla sua fede un mondo politico, ingombro di rovine, continua a sperare e a preparare la risurrezione sociale. «Non siete sorpresi anche voi, signore e signori, – così concludeva recentemente una sua conferenza l’eloquente rettore dell’università cattolica di Tolosa, mons. Bruno de Solages – della stupefacente allegrezza che dopo la guerra si è impadronita della vecchia Chiesa del nostro paese? Essa toccherà ben presto i 19 secoli, e si direbbe che non abbia più di 19 anni. Tutto sembra andar male, e non saranno le statistiche che possano contraddire a tale affermazione: meno cattolici, meno sacerdoti, povertà, disordine all’interno del paese, irrequietudine all’esterno, una civiltà della quale ci si può chiedere, se non sia alla vigilia della catastrofe. E tuttavia non c’è da sorprendersi che trattandosi di un’opera spirituale l’imponderabile giuochi sì gran parte … Il fatto è che mai da tanti anni e forse da secoli è passato attraverso la Chiesa di Francia tale brivido di speranza, tale dinamismo che va dal jociste al professore universitario, dal piccolo curato di campagna al cardinale di Parigi ed al giovane primate della Gallia. La Chiesa si sente più leggera e come rigonfia della grazia divina ottenuta dalle generazioni precedenti che hanno sofferto la persecuzione. Essa comprende in una misura forse come non mai nel tempo passato, perché si tratta d’una conoscenza sperimentale e non più solamente di una conoscenza teoretica, che la sua forza sta nel suo atteggiamento spirituale e che il maggior servizio che essa possa rendere al cattolicismo, e per riflesso alla politica, è di rimanere così, distaccata dalle ricchezze, dal potere, dai partiti e più che possibile al di fuori del temporale per poterlo meglio animare del suo spirito…». Si potrebbe anche aggiungere che questa liberazione della Chiesa di Francia è dovuta in prima linea all’eroica decisione di un santo pontefice che respingendo gl’insidiosi accomodamenti proposti nel momento della separazione proclamò in S. Pietro: Meglio la povertà che la servitù. Il deputato cattolico Le Cour Grandmaison, che siede alla destra della Camera francese ed è vicepresidente della Fédération National Catholique, ha preso la parola nella discussione generale sullo statuto del lavoro. Meritano di essere segnalati i seguenti periodi: «I diversi regimi si caratterizzano per lo scopo che assegnano all’attività economica. Il regime liberale non gli assegna che il profitto – arricchitevi! – Fu questa la consegna che venne seguita e il risultato per l’operaio è la disoccupazione, per il contadino la diserzione dei campi, per il risparmio la rovina, tutto questo per profitto di pochi che del resto vengono alla loro volta spogliati dalla crisi. La stessa esperienza dunque condanna il regime liberale». «Le altre dottrine economiche hanno per comune carattere quello di mettere la produzione al servizio dell’uomo. Tra esse figurano tanto marxismo che cattolicismo. Infatti sullo scopo siamo d’accordo, ma siamo irriducibilmente divisi dalla diversa concezione dell’uomo. Tuttavia studiando il problema come cattolico potrei mostrare che vi possono essere delle basi d’accordo più larghe di quelle che generalmente si supponga». «Noi diciamo che bisogna lavorare per vivere, ma prendendo la parola vivere nel senso più ricco, cioè vita del corpo, dello spirito e del cuore, vita individuale ma anche vita famigliare e sociale; vita collettiva, ma anche vita personale. Vivere è per l’uomo il mezzo di sviluppare la sua personalità ed è per questo che noi mettiamo la libertà alla base di ogni organizzazione del lavoro. Noi non intendiamo con ciò di ritornare al liberalismo che sotto la maschera ingannevole della libertà ha asservito l’uomo all’uomo e il lavoro al denaro. In un mondo di naturale ineguaglianza, bisogna sempre ricordarsi delle parole di Lacordaire: fra il forte e il debole è la libertà che opprime, è la legge che affranca». L’oratore, esaminando lo sviluppo del sindacalismo, trova che esso è la conseguenza legittima e naturale degli eccessi del liberalismo; ma, comunque, non si tratta di ritornare indietro; bisogna invece coronare l’opera costituendo una rappresentanza degli interessi nella officina, nella professione e nella collettività. Tuttavia sarebbe inutile organizzare la professione, se nello stesso tempo non la si emancipa dal giogo dell’oro. Il mondo del lavoro in tutti i gradi della gerarchia è esasperato perché si vede alla mercé dell’arbitrio, dell’ignoranza, della cupidigia dei detentori anonimi e irresponsabili del capitale. L’oratore rivolge quindi un appello ai vari settori della Camera perché si uniscano onde attuare queste riforme di struttura che dimostreranno agli operai essere possibile di migliorare definitivamente la loro sorte facendo economia d’una rivoluzione. È la seconda volta che la voce di destra trova applausi su vari settori e lascia i comunisti in qualche imbarazzo, che essi dissimulano sotto un sorriso d’incredulità. Quanto siamo lontani oramai dal liberalismo manchesteriano! Ecco una nuova conferma nelle seguenti parole di Chautemps, rappresentante della borghesia radicale dominante. In uno dei suoi discorsi durante la discussione gli venne fatto di dire: «Dopo tanti sforzi per comporre i conflitti e migliorare la condizione operaia, è sconfortante constatare l’incomprensione e la collera di coloro ai quali consacriamo i nostri sforzi. Ma se ci si lasciasse prendere dallo scoraggiamento, se si volesse ritornare a questa pretesa libertà che dei ciechi reclamano con una stoltezza aggressiva e che non sarebbe che una forma barbara dei rapporti umani basati sulla brutalità e l’ingiustizia della legge del più forte, a quali eccessi si potrebbe arrivare?». Uno dei progetti del governo, quello cioè sull’arbitrato, ha passato oramai la trafila della Camera e verrà ora discusso al Senato. Qui si riprenderà con maggior speranza di riuscita la proposta dei sindacati cristiani di introdurre la rappresentanza proporzionale di tutti i sindacati nelle commissioni di conciliazione, non riconoscendo così il monopolio della Confederazione del lavoro socialista. È notevole intanto che anche il ministro ex socialista Marcello Déat propugna nel Homme Libre la formula: il sindacato libero nella professione organizzata. Chi l’avrebbe detto ad Alberto de Mun, a La Tour du Pin ed ai loro compagni nei primi circoli di studi sociali, che tale formula hanno elaborato e sostenuto cinquanta anni fa!? Si deve ammirare la situazione della stampa cattolica nel Belgio, ove su 64 quotidiani, i cattolici ne posseggono circa la metà. Ma d’altro canto non si può fare a meno di deplorare la dispersione delle forze, quando si pensa alla molteplicità e all’improvvisazione di parecchie imprese giornalistiche. A lungo andare la fioritura lussureggiante non assumerà l’aspetto della vigna di Renzo? All’Esposizione internazionale della stampa il Belgio era presente con trenta quotidiani cattolici, ma ancora durante la mostra essi erano cresciuti già a trentadue, perché accanto al cattolico fiammingo Standaard venne fondato il De Currant e per i democratici cristiani si aggiunse agli altri La Cité Nouvelle, diretta dall’on. Bodart . Senonché di questi giorni si annunzia che il Bodart per disaccordi col comitato di redazione della Cité Nouvelle ne è uscito ed ha immediatamente fondato un altro quotidiano dal titolo La Justice Sociale. Bel titolo, che ricorda il Pottier , ma il male è che queste scissioni giornalistiche corrispondono ad uno stato di crisi spesso fomentato e certo sempre inasprito dalla questione linguistica. Chi ne soffre è specialmente l’organizzazione dei cattolici. Il blocco cattolico composto di un partito fiammingo ed uno vallone e di altre rappresentanze delle zone miste, non si diffonde e non si consolida specialmente in queste ultime regioni, appunto per le difficoltà nazionali. Mentre i socialisti riescono più facilmente a tenere assieme il loro partito, non si può dire che gli sforzi dei cattolici per ricostituire l’antica unità, siano ancora coronati dal successo completo. La luminosa longevità del pontefice ricorda alla rivista America altri ecclesiastici ottuagenari in piena freschezza di spirito. Il card. Newman (18011890) scrisse a 82 anni uno dei suoi più sottili articoli sull’interpretazione della S. Scrittura; il vescovo Ullathorne arrivò a 83 anni e si dice che avesse il carisma di comunicare la longevità imponendo le mani, perché molti sacerdoti da lui consacrati passarono anche essi gli 80. Il card. Manning (18081892) intervenne nel famoso sciopero dei dockers a 82 anni, e che dire delle famose encicliche di Leone XIII scritte fra i suoi ottanta e i novanta? … A Londra il p. Thurston S.J. sull’ottantina, raccoglie ancora al British Museum il materiale per le sue polemiche.
|
a942bdfb-b1c3-4f30-8f9a-2c690098f4de.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
Ad interpretare e giudicare il processo di Mosca si parte nella stampa europea da diversi punti di vista: ma il più ingenuamente ipocrita ci sembra quello dei socialdemocratici sul tipo di Vandervelde e del Populaire. Questi protestano contro le accuse e dichiarano assurde le confessioni anche per quello che riguarda il terrorismo dei mezzi a cui gli accusati sono ricorsi, i delitti di cui sono incriminati e i complotti o «la rivoluzione di palazzo» che avevano organizzato. Inorriditi di tali sistemi, essi affermano non potersi trattare che di assurde e diaboliche invenzioni. E tuttavia non siamo invece sull’antica direttrice del socialismo rivoluzionario e sotto l’ispirazione della pura dottrina marxista? Prendiamo ad esempio il caso di Bukharin . Non sono molti anni che si diffondeva tra le masse anche in Italia, in un volumetto dalla copertina bianco-rossa con tanto di falce e martello di color sanguigno, il «catechismo del comunista» scritto appunto dallo stesso Bukharin. Questo «a.b.c.» diffuso non soltanto dal partito comunista , ma anche dalle imprese editoriali dell’Avanti!, si vantava di riassumere e volgarizzare la genuina dottrina di Carlo Marx. Ora in questo opuscolo, parlando dell’urto colla borghesia, inevitabile per riorganizzare il comunismo, il Bukharin affermava che la dittatura del proletariato è incompatibile colla libertà della borghesia ed aggiungeva: «Più la resistenza della borghesia è grande, più i suoi sforzi sono disperati e pericolosi, e più la dittatura proletaria dovrà essere dura e spietata ed arrivare nei casi estremi fino al terrore. Si dirà, obietta l’autore stesso, che noi ragioniamo male o che ragioniamo come gli Ottentotti. L’Ottentotto infatti dice: quando io rubo la donna del mio vicino, è ben fatto. Così i bolscevichi proprio come i selvaggi dicono: quando la borghesia violenta il proletariato è male; ma quando il proletariato violenta la borghesia è un bene». Bukharin non si spaventa di questa obiezione e risponde che questa differenza è giustificata. Si duo faciunt idem, non est idem. Solo il proletariato lotta per un mondo nuovo e tutto ciò che vuole sbarrargli la vita è nocivo. Con questi principi e con un passato pieno di congiure e di attentati terroristici che in Russia corrispondono oramai ad una lunga tradizione nazionale, in una atmosfera storica nella quale gli assassini dei potentati e le rivoluzioni di palazzo sono quasi diventati uno stile normale, come escludere, quasi fosse assurdo e inconcepibile, l’atteggiamento di un uomo che usi oggidì contro la fazione imperante del suo partito i mezzi che egli tranquillamente consigliava contro la borghesia? Umanamente parlando, il caso più sconcertante è quello dei medici che chiamati a prolungare la vita dei principali uomini della nazione tradiscono il più sacro dovere umanitario amministrando, invece dei mezzi di vita, quelli di morte. Appena fu noto il capo d’accusa contro il dottor Levin , che avrebbe accelerata la fine di Massimo Gorki , un illustre collaboratore scrisse al Temps per dimostrare l’assurdità di una simile accusa. Massimo Gorki era tubercolotico fino dalla sua gioventù e il suo soggiorno a Mosca non fece che peggiorare lo stato dei suoi polmoni, tanto che nessuno avrebbe sperato che egli potesse vivere fino a 68 anni, cioè fino al 18 giugno dell’anno 1936. Ora, due giorni dopo la morte, l’Izwiestia di Mosca pubblicava un necrologio dello stesso dr. Levin. Ecco alcuni suoi periodi: «Era infinitamente penoso di veder lottare il grande scrittore contro la sua crudele malattia, egli che voleva appassionatamente vivere. Per 17 giorni e 17 notti abbiamo dovuto far uso di tutti i mezzi per sostenere l’attività del suo cuore e fummo obbligati di fargli parecchie dozzine di iniezioni al giorno. Grazie a questa lotta energica riuscimmo a ristabilire l’attività del cuore e a migliorare il polso … A cinque riprese il suo robusto organismo ci diede la possibilità di riportare la vittoria. Era uno di quegli uomini che avrebbero dovuto vivere fino ad età molto avanzata, se una tubercolosi maligna non avesse già 40 anni prima intaccati i suoi polmoni …». Il dottore descrive poi in termini patetici le ultime ore di Gorki, ricordando che tutti i suoi pensieri erano rivolti alla cosa pubblica tanto che s’interessò vivamente del progetto della Costituzione di Stalin, pubblicato in quei giorni, e si fece promettere che l’indomani gliene sarebbe stato preletto il testo … «Ai dolori fisici s’aggiungevano i dolori morali. Egli era torturato dal pensiero che molto restava ancora da fare. Ne parlò i primi giorni della sua malattia e fu questa la preoccupazione delle sue ultime ore avanti la morte. Così morì il grande, l’inobliabile Massimo Gorki, il geniale scrittore, il vero amico dell’umanità lavoratrice». Ora, argomenta il collaboratore del Temps, è possibile che un uomo il quale sia stato davvero complice del suo assassinio, abbia descritto in tal modo gli sforzi fatti per salvare l’uomo confidato alle sue cure? «Se la sua complicità fosse effettivamente provata e confermata dalle sue proprie confessioni, saremmo in presenza di un caso psicologico spaventoso e di un’anima eccezionalmente nera». Ma ecco che durante il dibattimento il Levin, pur riconfermando la sua grande ammirazione per Massimo Gorki, confessa di averne accelerato la fine per suggestione e imposizione del terribile Yagoda , capo onnipotente della G.P.U. «Ho 68 anni, dichiara il dottor Levin, e non temevo per la mia vita, ma per la mia famiglia che lo Yagoda minacciò di distruggere. Ho ceduto per viltà, non per simpatia col complotto, ma per “paura animale”, per la famiglia». Fu per questo che egli praticò fino a 40 iniezioni di canfora in 24 ore e iniezioni di stricnina, caffeina e digitalina in dosi inoffensive per un individuo normale, ma nocive per un uomo come Gorki, che era tubercolotico. Tutta l’esposizione di Levin, conclude il corrispondente del Temps, porta l’impronta d’una evidente sincerità. Bisognava essere eroi per resistere ad un uomo come Yagoda. È per questo che l’articolo citato dal Temps e pubblicato dall’Izwiestia in morte di Gorki «non costituisce affatto una prova d’innocenza per il medico sciagurato che non è un’anima eccezionalmente nera, ma un povero uomo ingaggiato contro voglia in un affare tristissimo nel quale non badò che a salvare i suoi». Quale ambiente d’infamia e di viltà! Innegabilmente esiste in molti paesi un accostamento ai cattolici. La borghesia intellettuale o economicamente provveduta si rivolge con le sue speranze alla Chiesa cattolica. Ve la inducono o le delusioni del culto della scienza, o le preoccupazioni sociali ed economiche o il disgusto e l’orrore del caos politico, tutte cause istintive che spingono gli uomini verso una istituzione che in mezzo a tanta labilità rappresenta qualche cosa di solido e di permanente. Come si devono accogliere questi avvicinamenti di una classe che fino a ieri fu negatrice o persecutrice? Certo i cattolici di ogni resipiscenza, di ogni avvicinamento, di ogni ritorno devono godere e non far nulla che abbia il carattere o l’apparenza di una ripulsa o anche solo d’incomprensione. Tuttavia fino che al di là della barricata non si ridesterà la fede, fino che la concezione della vita seconda non eserciterà la sua impronta sulle menti e sui costumi, fino che questa massa disorientata non avrà ritrovato la sua strada verso Cristo, è nocivo, è pericoloso di abbandonarsi a eccessive speranze e cadere nell’errore che l’abisso sia facilmente colmabile o superabile. Registriamo pure le ammissioni e le parole di ammirazione di uomini che furono fino a ieri o detrattori o scettici, ma non diamo loro il significato di una palingenesi spirituale che, se mai, è appena agli inizi. In altre epoche, sotto l’impressione di particolari avvenimenti o per timore di disastri sociali, si ebbero dei fenomeni simili di riaccostamento. I discepoli del profeta del positivismo, Augusto Comte , narrano che l’ultimo anno della sua vita, nel 1857, egli inviò uno dei suoi discepoli, Alfredo Sabatier, in piazza del Gesù a Roma per proporre ai gesuiti un’alleanza «contro il deismo, il protestantesimo e tutte le forme dell’anarchia intellettuale le quali mantengono la società in uno stato permanente di fermentazione». Si è poi saputo che l’incontro con un padre gesuita non ebbe alcun seguito e che il messaggero non fu preso sul serio dai rappresentanti della Chiesa. Ma è certo che Comte ebbe negli ultimi anni della sua vita idee consimili e scrisse difatti una volta: «il faut maintenant presser tous ceux qui croient en Dieu de revenir au catholicisme, au nom de la raison et de la morale; tandis que, au même titre, tous ceux qui n’y croient pas, doivent devenir positivistes». Lo stesso appello rifaceva più tardi, nella Gazette de Frana dell’anno 1898, Maurras , il quale nella sua scuola e nel movimento politico-sociale da lui creato tentò di unire credenti e non credenti in un fascio d’ordine e di conservazione. Anche il fallimento di questo tentativo dimostra che è ben possibile la collaborazione fra uomini di diversa tendenza e di diversa fede per uno scopo precisato e su un terreno limitato, ma non è possibile con tali elementi discordanti di attuare delle riforme profonde e sovrattutto di creare un rinnovamento sociale e politico, al quale non corrisponda l’unione intima e fervente delle fedi. Elizabeth Coll Millson è una cugina di Eamon De Valera, presidente del consiglio della Repubblica irlandese. Essa pubblica, nella rivista cattolica Commonwealth, un articolo che ricorda le umili origini dell’uomo di Stato. Egli è nato nel 1881 a Nuova York da un modesto emigrante irlandese che morì poco dopo la sua nascita. Il piccino, a due anni e mezzo, venne portato dallo stesso marito della signora Coll Millson in Irlanda presso i nonni e qui crebbe e fece i suoi studi. Le sue lettere arrivavano alla madre rimasta in America e ai suoi parenti regolarmente nelle grandi occasioni delle feste e degli onomastici, finché nel 1916 giunsero le notizie della sua eroica partecipazione all’insurrezione irlandese contro la Gran Bretagna. Eamon venne colto con un pugno dei suoi colle armi alla mano e condannato a morte. Ma la madre e i parenti americani, con l’intervento di due senatori, riuscirono a metter in moto la diplomazia degli Stati Uniti, la quale ottenne che per il De Valera la condanna a morte venisse commutata nel carcere. E qui la scrittrice descrive la prigionia del De Valera e le arti cui ricorse per fuggire dal carcere. La scrittrice ricorda poi la sciagura avvenuta due anni or sono al figlio del De Valera, Brian, che si uccise, cadendo da cavallo. L’angoscia del padre fu tremenda, egli sedette per ore in silenziosa preghiera presso il letto del morente, ma poco dopo la morte egli presiedette e parlò in un comizio dimostrando una perfetta padronanza di se stesso. La fine dello Stato federale austriaco cominciò la sera del 9 marzo nella «sala civica» d’Innsbruck, quando Schuschnigg annunziò ai fiduciari che per la domenica seguente, il 13, era indetta una consultazione popolare. La parola d’ordine doveva essere: «Per un’Austria libera, tedesca, indipendente, cristiana e sociale e per l’equiparazione di tutti coloro che si professano per il popolo e per la patria!». «Noi vogliamo mantenere la pace di Berchtesgaden – aggiungeva il Schuschnigg –. Ma intanto io voglio e ho bisogno di sapere se il popolo austriaco vuole quest’Austria e quanti veramente accettino l’equiparazione di tutti coloro che si professano per il popolo e per la patria». E, rincalzando, insisteva sui fiduciari perché prendessero alla lettera e lealmente la pace di Berchtesgaden, in modo che nessuno potesse imputare a loro la minima colpa, se mai fosse mancato il successo. «La stessa lealtà, la stessa esattezza dev’essere pretesa anche dall’altra parte. Assumo, concluse, la piena responsabilità per quanto venne deciso a Berchtesgaden, ma più in là nemmeno una virgola. Chi era prima membro del partito nazionalsocialista può entrare nel Fronte patriottico, a condizione di perfetta parità, purché rinunzi al terreno illegale. È evidente che ciò deve valere anche per chi una volta era iscritto al partito socialista né è lecito parlare di bolscevizzazione del Fronte patriottico, quando accoglie ex socialisti, mentre questi stessi, quando si mettono all’occhiello una croce uncinata, vengono subito considerati buoni nazionali. L’equiparazione deve valere per tutti quelli che accettino le basi del Fronte e abbandonino i vecchi partiti». Riassumendo così il discorso di Schuschnigg, abbiamo toccato tutti i punti principali della polemica. L’equiparazione sarà infatti la parola che tornerà poi più frequente nei proclami e nei discorsi posteriori di Hitler. Nel manifesto letto alla radio il giorno 12, il Führer lamenta che «uomini appartenenti allo stesso popolo venissero perseguitati e imprigionati solo a causa della loro origine o del loro attaccamento a una idea … Il Reich non tollererà che da ora in avanti vengano perseguitati dei tedeschi … per la loro adesione a determinati modi di vedere». E più avanti si rimproveravano i reggenti austriaci di aver indetto il plebiscito «allo scopo di procurarsi un alibi per le loro continue infrazioni contro la parità dei diritti dei tedeschi austriaci»; e a tali reggenti si fa colpa nello stesso manifesto d’aver introdotto fra i cittadini una discriminazione, cioè una distinzione fra cittadini di primo e secondo grado! Anche nella lettera al duce, Hitler riferisce di essersi accontentato a Berchtesgaden dell’assicurazione che «tutti gli abitanti di questo paese (l’Austria) venissero ugualmente trattati, ugualmente favoriti o ugualmente svantaggiati». Gleichberechtigung, equiparazione, è la parola che Hitler ha usato con grande fortuna nella sua lotta contro Versailles, ed era un argomento ad hominem quando era accampato contro la mentalità delle democrazie, che tutte si richiamano ai principi di eguaglianza giuridica, civile e internazionale. Però il nazionalsocialismo nella sua politica interna si fonda appunto sulla «discriminazione» fra cittadini ariani e cittadini semiti, fra cittadini nazionalsocialisti e chi abbia «altri modi di vedere» o sia «attaccato a un’altra idea». La discriminazione è garantita da tessere, e stabilisce precedenze o porta ed esclusioni. Tale il sistema in Germania e tale sta già applicandosi anche in Austria. «D’ora in poi – ha già proclamato il maggiore Klausner – la volontà politica sarà formata soltanto dal nazionalsocialismo … in Austria vige oggi un regime di totalità». E subito i giornali annunziarono che i cittadini austriaci di razza semita saranno esclusi dal plebiscito. Né meno si potrebbe invocare, come accenna a fare qualche giornale tedesco, la lotta contro il comunismo. Dollfuss aveva dovuto arrivare ad una repressione sanguinosa e sulle rovine del socialismo si andava organizzando uno Stato corporativo. Converrà invece ammettere che, in buona parte, si trattava di un conflitto, fra il principio nazionalista e quello storico, nel senso che abbiamo esposto anche recentemente in queste cronache. Prima del nazionalsocialismo gli austriaci non rifiutavano l’Anschluss perché nel sistema decentrato e confederale germanico speravano di salvare la propria individualità storica come aveva fatto, ad esempio, la Baviera; ma col centralismo nazionalista la missione storica parve loro inconciliabile, tanto più che il contrasto s’inasprì per il conflitto fra Stato e Chiesa: ecco perché si ebbe una vivace ripresa dell’antico spirito austriaco. A quest’ideale gli uomini come Dollfuss, Schuschnigg, Miklas rimasero costantemente fedeli, né per questa realtà può loro venir meno il rispetto anche dei vincitori. Ecco perché è da augurarsi che Hitler (com’egli fece già sperare in una intervista) contenga e impedisca ogni politica di rappresaglia: «I forti, dice Adelchi morente a Carlo, contro i caduti son molti …» . I cattolici degli altri paesi intanto, che al sistema corporativo cristiano guardavano come ad un esperimento prezioso, anche se tutti non tutto di esso accettassero, s’inchinano davanti a tanta personale sfortuna, e si augurano che le idee fiorite sulle rive del Danubio, passato il travolgimento dei primi giorni, possano fruttificare anche entro l’unità della nazione germanica.
|
35e1f97f-3d87-4e38-b6d8-9580ebd7785e.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
«La torre – scriveva Domenico Gnoli – è il monumento della disgregazione sociale lasciato dagli avi nostri lungo la via de’ secoli. Essa vuol dire che si lasciava libero campo alla prepotenza … Sola rimaneva la forza: e colla forza si risolvevano le contese … Non appena si minacciava di venir alle mani, si offrivano alle due parti i soldati di ventura, pratici d’incastellar la torre, d’asserragliare il portico e la strada … e questo offrirsi si diceva nel gergo popolare: Fare del bene!». Che cosa si farà di qui innanzi in Europa? Si tornano ad elevare le torri degli armamenti, prove terribili della disgregazione europea, si asserragliano le strade e si sbarrano le frontiere. Milioni d’uomini si apprestano a «fare del bene»! Non rimarrà dunque che la cupa rassegnazione di Adelchi : non resta Che far torto, o patirlo. Una feroce Forza il mondo possiede, e fa nomarsi Dritto: la man degli avi insanguinata Seminò l’ingiustizia; i padri l’hanno Coltivata col sangue; e ormai la terra Altra messe non da. In quest’epoca di civiltà – scrive un articolista della Liberté di Friburgo – l’esistenza della maggior parte degli uomini potrebbe essere dolce. Coltivare i campi sotto il sole del buon Dio, fabbricare nelle officine prodotti di scambio … e pagare imposte leggere, perché non gravate degli armamenti; tale potrebbe essere il destino della generazione che ha già attraversato una guerra immane e sanguinosa. E questo è invece un sogno che si allontana giorno per giorno, come una fata morgana. Fu così anche per il passato? È vero: guerra, violentazione, rivincita composero spesso un ciclo inesorabile. Ma oggi dati i progressi tecnici, la guerra è un male immensamente più terribile e più universale. Rassegnarsi alla sua ineluttabilità, sarebbe affidarsi al demone della distruzione. Bisogna reagire, dunque, e se le intese internazionali hanno mancato, bisogna crearne delle altre. Se certi uomini hanno fallito, bisogna sostituirli con uomini di profonda coscienza cristiana. Preghiamo Dio perché faccia tornare tra gli uomini la saggezza. Poiché non sono le istituzioni che la creano, ma è la saggezza che migliora e rende efficaci le istituzioni. Giuseppe Tzöbl ha pubblicato nel 1936 un volumetto fitto di cifre e di statistiche per dimostrare che i popoli dell’Europa centrale, anzi di tutto il continente, sono talmente mescolati fra loro, da rendere impossibile (senza violentare qualche minoranza) l’integrale applicazione del principio nazionale nella formazione degli Stati. Anche concedendo che le frontiere stabilite dopo la pace di Versailles possano, come già avviene, essere ulteriormente rettificate, rimarranno sempre delle oasi, delle isole, delle zone miste, per le quali permane la necessità di creare un diritto delle minoranze nazionali. Il Tzöbl calcola che ben 12% della popolazione europea vive oggi come «minoranza nazionale»! In Germania le minoranze nazionali – delle quali la maggiore è quella polacca con 900 mila ab. – assommano a 1.651.000; in Francia 1.650.000 sono di origine germanica, 600 mila italiana; in Italia, se si volesse tener conto di tutte le minoranze, anche di quelle culturalmente assimilate, si arriverebbe a circa 900 mila; in Polonia di fronte a 20.210.000 polacchi, tutte le minoranze assieme – i soli ucraini toccano i 4.500.000 – oltrepassano i 9 milioni; i 12 milioni di rumeni stanno di fronte a quasi 5 milioni di minoranze; i 7.250.000 magiari hanno 1.250.000 cittadini di minoranza; in Jugoslavia di fronte al blocco serbo-sloveno-croato stanno 2.610.000 abitanti delle minoranze, compresi 600.000 tedeschi; in Cecoslovacchia 9.610.000 cecoslovacchi hanno di fronte quasi 5 milioni di minoranze, di cui 3,5 tedeschi. La stessa Austria che oggi apporta alla Germania 6.600.000 ab., vi comprende però mezzo milione di minoritari, dei quali 35.000 ebrei. Fu per questa insuperabile commistura nazionale che nei trattati del 1919 venne tentato d’introdurre delle garanzie giuridiche per le minoranze. È noto che ciò non riuscì, se non per gli Stati minori e per la Germania. Nella maggior parte dei nuovi Stati però le garanzie giuridiche vennero inserite nelle Costituzioni e riguardarono l’uso della lingua nelle scuole inferiori, nei tribunali, nelle istituzioni religiose e caritative. Tali garanzie dovevano essere salvaguardate dalla Società delle Nazioni. A poco a poco però le dittature introdotte in diversi di questi Stati abolirono indirettamente buona parte di tali garanzie. Da notare ancora che questo nuovo diritto minoritario riguarda l’uso della lingua e l’eguaglianza giuridica e civile, non l’autonomia amministrativa, la quale mira ad assicurare alla comunità minoritaria come tale un organismo amministrativo indipendente entro il quadro dello Stato. Così, ad esempio, è vero che i tedeschi in Cecoslovacchia hanno proprie scuole in tutti i gradi fino all’università, propri comuni e proprie rappresentanze distrettuali, in quanto i distretti siano abitati in maggioranza da tedeschi, ma questi non posseggono un organismo nazionale proprio che tutti li rappresenti ed amministri. Tale autonomia è sempre stato l’ideale dei cechi entro la vecchia monarchia asburgica e diventa ora quella dei tedeschi in Boemia. Le obiezioni di: «Stato entro lo Stato», «anticamera del separatismo» ecc. vengono ora ribattute di rimbalzo dall’altra sponda. Il partito cristiano-sociale dei tedeschi in Cecoslovacchia non ha resistito all’ondata che ha sommerso l’Austria e si è fuso col partito Henlein affermando che la «situazione politica interna ed esterna assieme al mantenimento della nostra concezione filosofica del mondo, esige l’unità della rappresentanza dei diritti vitali del nostro popolo tedesco». Lo stesso manifesto annunzia che in seguito alla fusione dei gruppi parlamentari, anche l’attività del partito cristiano-sociale nel paese rimane sospesa. Gli avvenimenti diranno se questa sospensione in via di fatto non diventerà la morte. Tuttavia, l’aspetto della questione è in Boemia del tutto particolare. Qui siamo ancora in regime democratico costituzionale; ciò vuol dire che anche se scomparisse del tutto l’organizzazione politica dei cattolici, rimarrebbero intatte le loro società culturali, sindacali ed economiche ed in modo particolare le associazioni di Azione Cattolica, i giornali e i periodici d’ispirazione cristiana, tutti gli organi insomma che hanno lo scopo di «mantenere la nostra concezione filosofica nel mondo». La vita cattolica associativa rimane protetta dalla Costituzione oltre che dai rapporti fissati nel modus vivendi fra Stato e Chiesa. Comunque, scompare o sembra presso a scomparire l’ultima frazione dell’antico partito cristiano-sociale austriaco, che dopo la guerra si era ricostituito attorno al senatore Hilgenreiner , dell’università di Praga e aveva tentato di resistere al partito nazionalista tedesco. La maggioranza slava si troverà a sciogliere un problema capitale per l’esistenza dello Stato cecoslovacco; più difficile ancora di quello ch’era diventato per gli Asburgo, perché i tedeschi rappresentano la pattuglia in punta di un grande impero. Il corrispondente viennese del Liberté di Friburgo inviando al suo giornale le impressioni sul capovolgimento austriaco, scrive: «I quattro primi giorni dell’Austria nazificata sono fatti per offrire ampia materia di riflessione ai moralisti. I misantropi professionali andranno declamando una volta di più i loro versi sulla instabilità del genere umano e sulla debolezza d’animo del volgo. Né avrebbero torto, perché queste novantasei ore hanno rivelato tante bassezze, tanto servilismo, tante lamentevoli defezioni da farci allontanare nauseati da simile spettacolo. Si comprende che la massa del popolo sia impressionabile e corra dietro il successo; si comprende che certi o cert’altri individui riconoscano sinceramente i loro errori e li confessino senza vergogna; si ammette che altri restino fedeli alle loro convinzioni, ma le ricaccino in fondo a sé stessi per timore di rappresaglie o per salvare il loro pane e quello della propria famiglia. Ma ci si rivolta e si rimane interdetti alla vista di quei miserabili che hanno consacrato una attività febbrile e talvolta fanatica alla lotta contro il nazismo e che oggi gridano più forte degli altri: “Sieg Heil”, come se la vittoria del Führer fosse dovuta ad essi. Un po’ più di discrezione, signori! Noi vi risparmiamo la vergogna di dire i vostri nomi, ma siate sicuri che i trionfatori autentici, i nazionali socialisti di ieri e di oggi, vi disprezzano altrettanto che vi disprezziamo noi e che a niente vi servirà lo scoprire il vostro cuore tedesco, dopo la sconfitta dei vostri antichi padroni! Un giornale cattolico deve dire la verità: è particolarmente doloroso per noi di constatare che anche molti dei nostri correligionari meritano il rimprovero che noi formuliamo. È vero, chi ha vissuto a Vienna le idi di marzo, deve trovare naturale questo totale mutamento d’opinione. Quali ragioni può avere ormai un austriaco autoctono di non sentirsi altrettanto tedesco di un abitante di Monaco o di Hannover o di Königsberg? Ora che l’Anschluss è fatto, non esistono più vie di ritorno; chiunque è realista deve riconoscere il nuovo stato di cose e tentare di adattarvisi. Ciò non impedisce che molte persone in faccia al loro passato farebbero meglio a starsene zitte!». Un articolo commemorativo di Leone XIII, pubblicato da F. Meda nella Scuola Cattolica sintetizza in modo magistrale l’opera e la figura del grande pontefice. L’autore, nato alla vigilia del 1870, «si trovò nel periodo della sua formazione intellettuale a vedere il mescersi ed il cozzare di ideologie, di tendenze, di esagerazioni in opposto verso» e «libero da preconcetti di liberalismo e da rancori reazionari», può testificare «che le encicliche di Leone XIII ebbero la efficacia di restituire graduatamente fra i cattolici, ed anche in alcune menti di non cattolici, un ordine pacificatore e chiarificatore. Fu così che, dissepolte dalle macerie di tante crisi sociali, sgombrate dalle nebbie di tante aberrazioni teoriche e pratiche concomitanti a quelle crisi, ripresero linea e consistenza le idee antiche della filosofia cristiana nella difficile materia: e noi, – dico noi per dire i cattolici in genere – messe da parte le polemiche astratte sul diritto divino, sulla sovranità popolare, sul legittimismo, abbiamo potuto sistemarci in una serie di proposizioni cardinali ed organiche, che hanno delineato con sicurezza di confini l’ambito del nostro pensiero e della nostra azione … Vero è quindi, in un certo senso, quel che alcuni a lode, altri a spregio della dottrina cattolica dissero e dicono: che la Chiesa è indifferente alle forme, e che si trova bene con qualunque costituzione monarchica o repubblicana, aristocratica o democratica; ma ciò non si saprebbe ammettere da noi se non completando colla constatazione, essere questa indifferenza però condizionata a che qualsiasi forma, per sé accettabile, non si fondi sulla lesione di uno dei principi cardinali dell’ordine, dell’autorità, della giustizia, della libertà cristianamente intesi; intesi cioè in conformità alle leggi naturali, che sono leggi divine, Dio essendo della natura unico autore e legislatore. E nessuno vorrà contestare che queste proposizioni divenute nell’ultimo ventennio del secolo XIX il patrimonio comune dei cattolici sono il succo vitale dell’ammaestramento che promana dalle encicliche e in genere dagli atti di Leone XIII». In altro punto del sullodato articolo il Meda esamina l’atteggiamento di Leone XIII nella questione romana. «Che il dovere indeclinabile di non abbandonare una posizione di diritto, abbia posto Leone XIII troppo spesso in antitesi collo Stato italiano, ed abbia frustrato i voti e le aspirazioni alla pace religiosa, è cosa che addolorava tanti buoni italiani; ma nessuno potrebbe dire ch’egli abbia fatto mai questione di dominio terreno, anziché di garanzie reali della sua indipendenza, o meglio della indipendenza della Santa Sede; il fatto stesso che per qualche anno si poté pensare ad un proposito in lui di conciliazione colla monarchia italiana venuto meno per la constatata impossibilità di avere le condizioni necessarie al suo realizzarsi, è la prova migliore che la storia, nella equità e nella giustizia della sua sentenza, non avrà titolo a diminuire per questo lato la grandezza di Leone XIII». Meda ritiene che tale giudizio possa mantenersi anche dopo i documenti pubblicati dal Salata nel 1929 (le lettere a Francesco Giuseppe) . «Sebbene, conclude l’illustre autore, questi documenti lascino tuttora imprecisate quali in concreto fossero le garanzie di sovranità effettiva cui Leone XIII pensava, e non provano che il papa, sia pure nel primo decennio del suo regno, concepisse la risoluzione del dissidio coll’Italia possibile soltanto col ritorno a prima del 20 settembre 1870, non esito a dire che la devozione alla memoria di Leone XIII, e l’alta considerazione della sua opera politica nel mondo, non ci impedirebbero di rallegrarci che la divina Provvidenza non abbia assecondato il suo piano di un indebolimento diplomatico dello Stato italiano e il suo transitorio progetto di abbandonare Roma; certamente chi, come tanti di noi, ha vissuto in Italia il decennio 1880-90 ed ha presente alla memoria l’asprezza cui erano giunte le ostilità cosiddette anticlericali, si dà una ragione dello stato d’animo del pontefice, e del favore che presso di lui avevano trovato per un momento i fautori di propositi estremi; ma sia lecito pensare che se tali propositi si fossero attuati, il danno sarebbe stato ugualmente per l’Italia e per la Chiesa: non vedo perché, noi cattolici, non lo si debba dire francamente oggi, come sempre lo pensammo, anche se la saggia disciplina conformista ci consigliava, anzi ci imponeva il silenzio». I sei vescovi austriaci hanno comunicato al signor Bürckel , incaricato per il plebiscito, il testo di un appello destinato ad essere letto dal pulpito in occasione del plebiscito. L’appello, che infatti fu preletto domenica 27 marzo in tutte le chiese, dice: «In occasione dei grandi avvenimenti storici che si compiono nell’Austria tedesca, noi riconosciamo con piacere che il movimento nazional socialista, sul terreno della ricostruzione nazionale ed economica, come pure su quello della politica sociale, ha compiuto delle cose rimarchevoli per il Reich e il popolo tedesco e particolarmente per gli strati più poveri della popolazione. Siamo anche sicuri che l’opera del movimento nazional socialista ha allontanato il pericolo del bolscevismo ateo e distruttore. I vescovi accompagnano quest’opera coi loro migliori voti e benedizioni ed esortano in tale senso anche i fedeli. Nel giorno del plebiscito sarà per noi, vescovi, dovere incontestabile di unirci come tedeschi al Reich tedesco e attendiamo da tutti i fedeli cristiani che abbiano coscienza di ciò che devono al loro popolo». Nel preambolo, poi, i vescovi osservavano «di poter fare tale dichiarazione con tranquillità, perché l’incaricato per il plebiscito – il Gauleiter Bürckel – ci ha fatto conoscere la linea leale della sua politica che avrà per motto: Dare a Cesare quel ch’è di Cesare e a Dio quel ch’è di Dio» . Dichiarazione ed appello vennero pubblicati colle firme in facsimile sul Völkischer Beobachter, e si manifestò subito in certa stampa germanica il tentativo di mettere i vescovi austriaci in contraddizione coll’atteggiamento dell’episcopato germanico e coll’enciclica Mit brennender Sorge. Senonché l’Osservatore Romano rilevò subito che nella grande stampa non compariva un’ulteriore, chiamiamola così, clausola di salvaguardia che, per ordine degli stessi vescovi, era stata pure preletta dai pulpiti e che suona: «Ad evitare ogni malinteso circa il contenuto della dichiarazione da farsi domenica, bisogna notare ch’essa avviene, beninteso, sotto la piena riserva dei diritti di Dio e della Chiesa». Il giorno 2 aprile poi lo stesso Osservatore Romano era autorizzato a comunicare «come constatazione di fatto e prescindendo da qualsiasi considerazione o questione di ordine politico» che la dichiarazione dell’episcopato austriaco «fu formulata e sottoscritta senza alcuna previa intesa o posteriore approvazione della Santa Sede, e sotto la unica responsabilità dell’episcopato medesimo» .
|
21c7dcda-bff4-4b40-bda0-795f6fc5911f.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
Il governo ungherese di Darany tenta di ridurre l’ondata antisemita, originata dalla reazione contro la prevalenza degli Ebrei nelle attività commerciali e nelle arti liberali e alimentata e ingrossata dalla propaganda razzista, coi provvedimenti legislativi del «numerus clausus», stabilendo cioè che gli Ebrei possano esercitare una professione solo fino ad una data percentuale e che tutti i professionisti intellettuali debbano essere iscritti alle Camere professionali che, alla lor volta, accetteranno l’iscrizione solo entro stretti limiti. Secondo le statistiche del governo la proporzione degli Ebrei nel giornalismo era nel 1935 del 35,3%, cioè sette volte la percentuale generale degli Ebrei, quella degli avvocati del 49,2%, dei medici privati del 78%, dei medici funzionari pubblici del 13,9%, degli ingegneri del 30,4%. All’industria gli Ebrei partecipavano nella proporzione del 10%. Il progetto governativo prevede delle eccezioni e attenuazioni per gli Ebrei combattenti e, motivando questa legislazione di eccezione, si sforza di richiamarsi non a preconcetti razzisti, ma a ragioni di difesa economica e spirituale del popolo magiaro. La legge, che gli antisemiti dichiarano insufficiente, trovò nella prima discussione alla Camera delle opposizioni assai notevoli. Fu facile per gli oppositori argomentare ch’essa è un provvedimento anticostituzionale, perché intacca l’equiparazione giuridica dei cittadini e rinnega, così affermò l’on. Rassay , il «pensiero di S. Stefano che ci accingiamo a celebrare quest’anno». È facile anche prevedere ch’essa possa portare un qualche disordine nell’ingranaggio economico ed è ovvia l’obiezione di carattere internazionale, svolta dal conte Bethlen : «Come volete chiedere al mondo la revisione del trattato del Trianon , cioè la giustizia internazionale e il ristabilimento del diritto; quando voi stessi in casa vostra rinnegate il principio dell’equiparazione?». Converrà quindi attendersi non solo discussioni movimentate e difficoltà nell’applicazione, la quale dovrebbe avvenire per decreto; ma questa può essere una strada che forse condurrà lontano. Il provvedimento ungherese ad ogni modo contribuirà a rendere più acuta la questione ebraica in Europa e nel mondo: essa non può più venire ignorata né lasciata sotto l’influsso delle sole reazioni locali e nazionali. Bisognerà pure che uomini di cuore, d’ingegno e di potenza, considerando la gravità e l’ampiezza del problema, si mettano assieme per risolverlo in base alla giustizia sociale e ai principi dell’umanità. Ci piace frattanto rilevare che a Budapest in tali frangenti, a presiedere l’associazione ungherese dei giornalisti è stato chiamato un cattolico, il dottor Ladislao Tóth, direttore del Nemzet Ujsag, il quale nel suo discorso programma, dopo aver affermati i suoi ideali di vita pubblica cristiana, proclamò che voleva raggiungerli, tenendo fede ai principi della Costituzione, ai sensi della più verace umanità cristiana e alla libertà onesta e disciplinata dalle leggi. Ancora una volta nei momenti di appassionata fermentazione sociale, chi sente e pratica l’umanismo cristiano, viene spontaneamente chiamato ad esercitare funzione di moderatore e di arbitro. Come sarebbe ideale al mondo, se dappertutto si applicassero i principi, che Corrado Henlein presenta come postulati dei tedeschi boemi! Piena equiparazione e piena parità di grado (la cosa è tanto nuova che l’oratore dovette forgiare un neologismo: Gleichrangigkeit) del popolo tedesco e di quello ceco; riconoscimento alla comunità tedesca boema della personalità giuridica, autonomia amministrativa … Se la piena equiparazione valesse non solo per i tedeschi dei Sudeti, ma anche per i tedeschi in Polonia, in Ungheria e in Jugoslavia; se valesse anche per i polacchi in Germania, gli ucraini in Polonia, i magiari in Cecoslovacchia, i croati in Jugoslavia, se tale principio si applicasse in favore di tutti gli uomini, cristiani o ebrei, bianchi o neri; se questa equiparazione politica fosse veramente una logica conseguenza dell’eguaglianza essenziale della persona umana, creata da Dio e redenta dal suo Figliuolo … Ma chi si richiama a tale premessa fondamentale, chi la pone a base dei propri postulati o delle proprie direttive? È invece in nome d’un diritto razziale, nazionale o di popolo, che si reclama l’equiparazione ed è in nome della stessa egocentrica concezione che la si rifiuta agli altri. Non solo non si riconosce la personalità giuridica alle minoranze nazionali, ma le stesse collettività d’ordine diverso entro lo stesso popolo vedono in pericolo la loro autonomia. Nella vecchia Costituzione prussiana, in quella della Confederazione germanica, e in quella di Weimar, alle Chiese storiche era garantita l’autonomia; ma è proprio quest’autonomia che l’aumentato potere statale ora inceppa o restringe. I cattolici tedeschi dei Sudeti corrono ai ripari. Se sul terreno politico hanno abbandonato l’attivismo, lasciando ai nazionalsocialisti la responsabilità di un atteggiamento radicale, sul terreno culturale e sociale non intendono abbandonare la partita. Le società cattoliche, comprese le giovanili, si sono convocate, per affermare il proposito di vivere e la stampa cattolica, che vi fu una volta tanto fiorente, da fornire uomini e mezzi all’incipiente movimento cristiano-sociale viennese, suona a raccolta. A Pasqua la società editoriale «Egerland» che pubblica quasi tutti gli organi cattolici tedeschi in Boemia, ha lanciato un grido d’allarme invitando abbonati e lettori a rimanerle fedeli. Nessun cattolico cosciente deve rinunziare al proprio giornale! Entro il comune fronte politico-nazionale i cattolici hanno diritto di tener fede ai propri principi e di proclamarli a fronte alta. Auguriamolo di tutto cuore; ma nella stessa Deutsche Presse, organo tedesco-cattolico di Praga, tocca leggere già una sdegnosa protesta contro un articolo del capo henleiniano D. Brand comparso nel numero di aprile del Volk und Führer, articolo di tendenza alla Kulturkampf e che, dice il giornale di Praga, «non tiene in nessun conto l’imponente professione di fede nazionale dei cattolici austriaci e dei Sudeti». Non intendiamo parlare dell’aspetto politico, né delle conseguenze politiche dell’annessione austriaca. Accenniamo solo ad un effetto negativo che interessa particolarmente i cattolico-sociali. Prima del 1933 München-Gladbach e il suo Volksverein esercitavano sui cattolici del mondo una grande attrattiva. La scuola cattolico-sociale germanica era un centro d’irradiazione per tutti i paesi d’Europa e d’America. Spento München-Gladbach, rimaneva Vienna. Rinascevano qui nel dopoguerra teorie di riforme di struttura contro il capitalismo. Augusto Knoll , Carlo Lugmayr , Amedeo Silva Tarouca , senza parlare di Antonio Orel e del prof. Uhde , rinnovavano gli attacchi del Vogelsang contro il sistema capitalista e riprendevano il dibattito, non mai del tutto interrotto, sulla questione dell’interesse. Il libro del Silva Tarouca , prefazionato da Carlo Winter, già viceborgomastro di Vienna, conclude per l’abolizione del prestito a interesse, com’era la legislazione cristiana medioevale. Ma, a parte queste soluzioni estreme che, per quanto discutibili nelle loro ultime conseguenze, rappresentavano pur sempre ardimento di studi e di sforzi era fiorita attorno alla ricostruzione dello Stato autoritario corporativo tutta una collaborazione scientifica, feconda d’idee e di speranze. Il professor Messner teneva cattedra all’università e nella sua rivista, continuando la tradizionale di Seipel e di Schindler ; nella rivista Der Christliche Ständestaat si tornava a sentire la voce del prof. Hildebrand e nelle Settimane sociali dell’Azione Cattolica in Vienna gli oratori più competenti erano chiamati a dare le direttive orientatrici. Lo facevano in vero con una certa libertà anche in confronto del proprio governo, di cui valutavano oggettivamente i progetti di ricostruzione corporativa. Si può vedere, ad esempio, la relazione della Soziale Woche del 1935, in cui il Messner studia lo Stato corporativo al lume della Quadragesimo anno, il dott. Böhm parla della personalità umana, R. Hausleitbner afferma i diritti delle società intermedie e vuole dare alla parola «autoritario» il suo vero significato. Questo gruppo di cattolico-sociali vigilava perché l’esperimento in atto, socialmente parlando, non fallisse. Vero è che la costruzione dei governanti viennesi incontrò all’estero fra i cattolici anche qualche critica ed opposizione, e il capo dei sindacati ufficiali austriaci ebbe fatica a difendere la propria tesi nei congressi sindacali cristiani; ma comunque l’esperimento di uomini che proclamavano di voler costruire sulla Rerum novarum e sulla Quadragesimo anno meritava l’interessamento mondiale dei cattolici. Seipel ancora, trovandosi di fronte la Germania weimariana, poté sperare che l’Anschluss significasse l’apporto del contributo cristiano-sociale all’opera dei cattolici tedeschi. Ma oggidì su quale comprensione potremmo contare per sostenere tale speranza? La Gioventù comunista svizzera in una lettera aperta, largamente diffusa, invitava la «Gioventù cattolica» a partecipare ad «un congresso per la pace» e con richiamo agli avvenimenti austriaci, e all’atteggiamento di protesta della Gioventù cattolica, la esortava ad unirsi ai comunisti in difesa della «libera, democratica e pacifica Svizzera». La Gioventù cattolica ha diramato a sua volta una risposta pubblica, nella quale dichiara di essere disposta a difendere le libertà svizzere contro ogni dittatura, assieme a tutti coloro che sentono cristianamente, ma di non poter accettare la mano comunista, perché le libertà svizzere sono nate e cadono col cristianesimo. Esse si fondano sul diritto naturale e sulla dignità della persona umana garantita dal cristianesimo. Chi combatte il cristianesimo mina le basi spirituali del nostro popolo. I comunisti che vedono nel dittatore Stalin il loro grande maestro, sono nemici altrettanto pericolosi della libertà e indipendenza svizzera. Anch’esso si fonda come il razzismo estremo su di una concezione anticristiana e materialistica del mondo. Bisogna costruire dighe tanto contro l’una che contro l’altra ondata … Dopo aver citato le parole del S. Padre contro il comunismo e aver dichiarato ch’essi amano i giovani comunisti come prossimo, i giovani cattolici concludono col non accettare la mano tesa ed invitano invece i giovani dell’altra sponda, se sono in buona fede, a romperla col bolscevismo e a schierarsi sotto la bandiera della croce. Durante la discussione di un progetto legge per la riorganizzazione del governo federale sorse nel Congresso americano anche la questione se il nuovo bill non implicasse un aumento di controllo del governo federale sull’istruzione pubblica. Per calmare le apprensioni dei cattolici fautori della scuola confessionale libera, un deputato rilesse i telegrammi scambiati in argomento fra il cardinale di Chicago Mundelein e il presidente Roosevelt. Il cardinale telegrafò al presidente di non aver trovato nel progettato provvedimento alcun pericolo per la libertà della Chiesa cattolica e di nutrire del resto la massima fiducia nella lealtà del presidente, la quale esclude una simile tendenza da parte sua. A tale attestato di fiducia Roosevelt rispose: «Il telegramma di Vostra Eminenza è molto incoraggiante poiché viene da un campione sincero e dichiarato della libertà … e perché conclude con una generosa conferma di fiducia nel mio senso di giustizia. Ve ne sono grato più di quello ch’io vi possa dire». P. Coughlin , che alla radio e nel suo settimanale Social Justice ha combattuto aspramente la legge di riorganizzazione classificandola a giant step towards dictatorship (un passo da gigante verso la dittatura), si dichiara lieto nel numero del 18 aprile che il progetto non abbia ancora passato la trafila parlamentare e che abbia subito ad ogni modo grandi attenuazioni. La Gioventù cattolica belga (A.G.J.B.) ha tenuto a Liegi il suo «congresso dottrinale», festeggiando il 25° anniversario della sua attività. Nell’assemblea generale venne letta l’adesione del cardinal Pizzardo , a nome del Santo Padre, e il cardinale di Malines tenne un discorso in cui fra l’altro disse: «Gli attuali avvenimenti invitano ad insistere sulle basi cristiane del dovere civico. Questo dovere è inculcato da Cristo e dalla Chiesa e i papi insistono perché l’Azione Cattolica se ne occupi. Il congresso mostrerà come si debba servire il paese. La soluzione preconizzata, lontana dal marxismo e da ideologie totalitarie, metterà nel centro la persona umana, i diritti della verità e della giustizia …» . I giovani si divisero poi in sette sezioni: I sezione, civica; II, culturale; III, fisica; IV, militare; V, coloniale; VI, internazionale; VII, storica. In tutte furono discusse e votate delle linee direttive. Questo congresso dell’A.G.J.B. era stato preceduto da una settimana di studio dei dirigenti della J.O.C., tenuta a Godinne. In essa mons. Cardijn insistette specialmente sulla formazione religiosa dei giovani; ma parecchie furono anche le relazioni su temi pratici, organizzativi e sociali. Notevole fra tutte quella di p. Arendt sul «ruolo dello Stato in materia economica». Pur ammettendo che in una misura o nell’altra «l’economia diretta» sia divenuta una necessità, l’oratore ha insistito sul concetto suppletivo e sussidiario che deve avere l’intervento statale, secondo i principi delle encicliche pontificie. Il numero del 30 aprile della Vie Catholique è dedicato interamente alla «pace». Monsignor Mathieu, vescovo di Aire e Dax, dimostra che la guerra moderna per l’aumentato orrore dei suoi mezzi distruttivi, è molto più difficilmente giustificabile innanzi alla coscienza cristiana di quanto fosse per il passato. La nozione della guerra giusta è legata a quella della colpabilità, perché fare la guerra vuol dire esercitare il diritto della giustizia vendicativa. Ma tra la giustizia vendicativa e la colpevolezza ci deve essere una proporzione. Ora la guerra moderna è tale cumulo di mali che la colpa che la potrebbe giustificare dovrebbe essere di una gravità senza confronti. Inoltre applicando sempre la dottrina scolastica, la guerra deve rimanere la suprema ratio, ossia l’ultimo ricorso. Ma non si potrà mai parlare di ultimo ricorso prima di avere esaurito tutti i mezzi pacifici, moltiplicati dallo sviluppo della vita istituzionale moderna. Dunque anche per questa ragione la morale cristiana troverà difficilmente di poter giustificare una guerra moderna. Mons. Fontenelle vi sintetizza magistralmente l’opera di Pio XI contro la guerra e in favore della pace. Il suo appello più commovente fu forse il suo messaggio di Natale di un anno fa, quando dal letto della sua malattia rivolgeva «ai governanti ed ai popoli della terra» una nuova, più pressante e dolorosa esortazione alla pace: al suo mantenimento là ove essa regna ancora ed al suo ristabilimento là ove essa non è più che un ricordo e l’oggetto di una tragica e insoddisfatta speranza. Il senatore padre Rutten formula «le esigenze della morale cristiana» e afferma che «all’origine del presente disordine sociale sta la falsa dottrina che misconosce la dignità e i diritti della persona umana. La morale cristiana ha sempre insegnato che nella gerarchia dei valori l’essere umano è posto al vertice dell’universo. Egli solo ha un destino immortale, mentre le nazioni e gli Stati scompariscono nel corso dei secoli non lasciando talvolta che tracce appena visibili». Il padre Le Roy che è addetto all’Ufficio internazionale del lavoro, attingendo largamente al «codice di morale internazionale» pubblicato recentemente a Malines, dimostra che le istituzioni internazionali per la pace sorte a Ginevra corrispondono a un’idea fondamentalmente giusta appoggiata più volte durante la storia dalla Chiesa cattolica. Conviene riformarle, infondendovi lo spirito di cristiana giustizia. Altri articoli di Hoog , M. Carité, mons. Besson , Marc Scherer ricordano il lavoro fatto dai cattolici per il disarmo degli spiriti.
|
155befa5-f616-4424-9b5c-f8a66e286c22.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
«Introduzione alla politica del tomismo» è intitolato un articolo del domenicano Gerald Vann in Blackfriars . L’articolo tende a dimostrare che esiste una linea di mezzo tra le concezioni estreme della politica e che questa linea non è un compromesso di opportunità fra due tendenze divergenti e nemmeno un componimento logico per la creazione di un equilibrio formale. La linea mediana è invece una sintesi che deriva dalle stesse condizioni fondamentali della filosofia cristiana. Su questa linea il cristiano è tenuto a muoversi per corrispondere alle direttive proprie indipendenti dagli estremismi e vi dovrebbe camminare anche se queste tendenze estremiste non esistessero. Dei due estremi, l’uno afferma che lo Stato risulta dal libero consenso degli individui, che le sue sanzioni si giustificano solamente per tale consenso e che il suo fine è esclusivamente quello di salvaguardare gli interessi degli individui; l’altro sostiene che logicamente lo Stato precede gli individui, vuoi che esso esista per diritto divino, vuoi che si concepisca come il tutto, di cui i cittadini individui sono solamente le parti, come le cellule di un organismo fisico e che il suo fine è l’evoluzione di se stesso, al servizio della quale i cittadini individui devono esclusivamente consacrarsi. Esaminando queste due direttive, l’autore trova che esse hanno origine ai tempi della Riforma e che più tardi i filosofi_che le incarnano si chiamano Hobbes e Locke . Lo Stato comunista deriva direttamente dal Leviathan hobbesiano. Il totalitarismo nasce, è vero, da una reazione contro il comunismo e l’individualismo liberale, ma assorbe molti impulsi e molte idee dei due opposti tipi che esso combatte. Vi è nell’organizzazione corporativa o nel serrato controllo statale della vita economica in Germania un elemento di antagonismo contro la potenza del capitale e contro il liberalismo, ma nel metodo della forza invocato come suprema ragione di Stato incluso un elemento d’indole antitetica. S. Tommaso è partito dal concetto di Aristotele che l’uomo è per sua natura un animale sociale, che la società politica è una condizione necessaria di vita. Inquadrando questi principi in una larga sintesi che si richiamano all’eterno destino dell’uomo, S. Tommaso subordina la politica e l’economia all’etica e alla teologia. L’uomo sta in una doppia relazione con la società di cui è membro: la società è per l’individuo e l’individuo è per la società. In fondo, come rileva Pio XI, la società è per l’uomo e non viceversa, ma egli ci mette in guardia di intendere tutto ciò nel senso individualista, bensì nel senso che solo con la società e colla mutua collaborazione è possibile a tutti gli uomini di raggiungere la felicità terrena. Concludendo, il padre Vann riassume la sintesi tomistica nei seguenti punti: 1) Mentre l’individualismo riafferma la personalità fino a trascurare i doveri individuali e l’assolutismo riafferma il concetto del bene comune fino a trascurare i diritti personali, il tomismo si dichiara per i diritti della persona, ma afferma che questi diritti si esplicano soltanto servendo il bene comune. 2) Mentre la democrazia liberale afferma l’autonomia individuale a spese dell’autorità regolatrice del bene comune e l’assolutismo eleva l’autorità fino ad estinguere la libertà personale, il tomismo sottrae alcune sfere della vita al potere politico, sottopone lo stesso potere pubblico ai principi teologico-morali, esige la decentralizzazione del controllo in alcune materie e una adeguata rappresentazione dell’opinione nel resto, ma mantiene, col principio monarchico, l’unità ed il controllo degli interessi di classe. 3) Mentre l’individualismo attribuisce allo Stato la funzione esclusivamente negativa di non ingerenza e così favorisce il potere dell’oro e il nazionalismo controllando l’economia nega i doveri internazionali, il tomismo vuole il controllo del danaro per il bene delle nazioni, considerate come un tutto. 4) Mentre l’individualismo usa la teoria del contratto sociale per negare i fondamenti naturali della città e l’assolutismo negando il contratto distrugge i fondamenti razionali della città, il tomismo colla sua distinzione preserva tutti e due. 5) Mentre l’individualismo colla politica del «laissez-faire» conduce alla guerra di classe e l’assolutismo colla politica della violenza mira all’estinzione delle classi, il tomismo spinge tutte le classi in uno sforzo concorde a fare il bene di tutti. La crisi economica della stampa in Francia ha fatto un’altra vittima: Vie Catholique, il settimanale di cui celebravamo la volta scorsa il numero unico dedicato alla pace. Otto giorni dopo, in seguito alla decisione dei suoi azionisti, la Vie Catholique pubblicava il numero di congedo. È morte bella e dignitosa. In prima pagina pubblica una lettera del nunzio apostolico mons. Valeri il quale dichiara che Sua Santità ha appreso con molto rincrescimento la decisione di sospendere la pubblicazione di un periodico che corrispondeva ad un bisogno vivamente sentito e pregava il divino Maestro di ricompensare il direttore e gli scrittori per l’attività spiegata durante i 15 anni di vita. Segue una lettera di S. Em. il cardinale Verdier la quale rileva i meriti principali acquisiti dalla rivista. «In questo periodo, scrive il cardinale, in ore particolarmente difficili la Vie Catholique ha difeso coraggiosamente tutte le nostre posizioni e contribuito in larga parte al rinnovamento cattolico di cui siamo felici testimoni … Oso dire che essa ha scritto una bella pagina di storia del cattolicesimo francese all’inizio del secolo XX». I redattori delle singole rubriche fanno poi la storia delle campagne della Vie Catholique e Marc Scherer, vice presidente generale della Gioventù cattolica francese, rileva in particolare come la rivista si sia sempre tenuta rigorosamente alle direttive pontificali, specialmente durante la crisi dell’Action Française. Nella letteratura, nelle belle arti, nella scienza la Vie Catholique ha dato settimanalmente un impulso alla collaborazione dei cattolici e i loro odierni grandi scrittori sono passati quasi tutti attraverso le sue colonne. Nel suo congedo la rivista rende un particolare e doveroso omaggio all’uomo entusiasta e tenace che la fondò e la mantenne, Francesco Gay , il quale con imparzialità fece posto nella rivista a tutte le opere cattoliche, a tutte le tendenze, a tutte le iniziative ed appoggiò generosamente tutti i talenti. È merito suo particolarmente se la rivista diffuse in larghi circoli, che prima la ignoravano, la dottrina sociale della Chiesa. La Vie Catholique, come pagina di informazioni religiose, comparirà di qui innanzi nel settimanale recentemente fondato Temps Présent. La Restauración Social, la bella rivista di studi sociali di Buenos Aires, si felicita per il progetto presentato alla Camera argentina dall’on. Cafferata sul suffragio famigliare. Il progetto consiste nel concedere agli elettori padri di famiglia oltre il proprio voto un altro voto per la moglie e un altro per ciascuno dei figliuoli che non sieno già elettori per aver raggiunto i 18 anni di età. In caso di morte del padre questi diritti di voto plurimo passano alla vedova. Il deputato argentino nella motivazione si richiama alla propaganda della Fédération Nationale Catholique presieduta dal generale Castelnau, alle diverse manifestazioni e proposte fatte in tal senso alla Camera francese, dall’abate Lemire a George Pernot , e riferisce le conclusioni di uno studio di Charles Richet nella Revue des Deux Mondes del settembre 1934. Egli riporta anche parecchi pareri di professori e giuristi argentini i quali ritengono che tale proposta sia perfettamente conciliabile con la Costituzione argentina. La nuova crisi belga offre motivo di riflessioni anche per chi non intenda ingerirsi nelle questioni politico-amministrative belghe. Il lavoro di ricostituzione del blocco cattolico invocato così autorevolmente dal congresso di Malines è appena finito e già si rivelano delle crepe pericolose. Dopo discussioni e conclusioni faticose sembrava che il blocco avesse trovata una direttiva politica unica. Invece i cattolici al momento del voto sul ministero Janson si divisero in una frazione democratica cristiana, in un’altra conservatrice e in una terza astensionista. Il peggio è che dal contegno della stampa e dalle dichiarazioni di qualche personalità politica delle due parti si deve dedurre che si tratta non di una discordanza specifica, ma di una divisione profonda di tendenze che si rivelano soprattutto di fronte ai problemi finanziari: Si potrebbe concepire ancora un diverso punto di vista nei problemi amministrativi, se, come appare evidente, esso non mascherasse anche una diversità di concezione politico-parlamentare. Oramai una parte dei cattolici considera la collaborazione dei tre partiti tradizionali al governo come un sistema pernicioso il quale porta ad un’amministrazione più costosa e meno rigida ed oltre a ciò favorisce il partito socialista. Ora è proprio nel Belgio ch’è nato il sistema proporzionale, il quale porta inevitabilmente ad attenuare il sistema maggioritario e facilita, talvolta fino a renderla inevitabile, la collaborazione dei partiti più avversi. Tale collaborazione veniva una volta celebrata come un sistema di oggettivazione della vita pubblica. Oggi nel Belgio al tripartitismo si fa l’accusa di impedire il gioco parlamentare dei due partiti che si avvicendano al potere e quindi di falsare il sistema costituzionale. Altri sostiene che la collaborazione troppo prolungata coi socialisti riesce perniciosa per la amministrazione e porta ad un inquinamento della vita pubblica. Tutte queste tendenze, facendo leva sulle critiche di carattere finanziario, hanno portato alla caduta del ministero Janson. S’aggiunga che in qualche giornale cattolico belga è invalsa una tale libertà di linguaggio verso gli uomini politici anche cattolici da far temere che ai dissensi per le idee si possa aggiungere anche un inasprimento delle relazioni personali. «Intanto, conclude la Liberté di Friburgo, tutto l’effetto del ritiro dei ministri cattolici dal gabinetto Janson è stato quello di portare il Belgio ad un governo presieduto per la prima volta da un socialista , assistito da ministri che non sono responsabili di fronte al loro partito. Non si potrà dire che si tratti di un guadagno». La circolare sul razzismo, emanata dalla S. Congregazione dei seminari e delle università in data 13 aprile e resa pubblica parecchi giorni fa, ha destato in tutti i campi grande impressione . Se ne parla, come di un «sillabo contro il razzismo» e perfino organi radicali come l’Oeuvre lo celebrano come un gesto importante che pone innanzi al mondo un problema di una portata insospettabile. Mons. Arquillière nel Journal des Débats scrive: «Gli avvenimenti che hanno la più grande ripercussione nell’avvenire non sono quelli che fanno maggior rumore al loro nascere. Se il S. Padre si è rivolto ai rettori delle università, gli è che egli ha piena coscienza del lavoro profondo ed intenso che si compie silenziosamente in questi focolari dell’alto sapere … È suggestivo di rilevare che le decisioni papali contro il razzismo coincidono con le conclusioni recenti di una grande inchiesta scientifica su la specie umana, alla quale nessuno contesterà una completa indipendenza perché è comparsa nell’enciclopedia del sig. De Monzie . Vi si leggono le frasi seguenti: “Purificare la razza, accelerare o ritardare il ritmo della specie”. Ma ove prendere la nozione della specie? … In verità il solo risultato di queste teorie razziste è di creare dei miti e delle psicosi e di seminare a piene mani i germi di conflitti. Il S. Padre non fa della politica come non ne hanno fatto i suoi lontani predecessori, i Leone e i Gregorio. Ma proteggendo la dottrina di cui ha la custodia, ci si accorgerà più tardi a qual punto egli abbia contribuito a salvare la libertà morale, la dignità della famiglia e tutti i beni superiori dell’anima senza dei quali non c’è vera civiltà». Con riguardo alla pubblicazione della sullodata circolare l’organo dei socialisti tedeschi di Praga si domandava «che farebbero ora i cristiano-sociali sottomessisi a Henlein, prima che egli avesse aderito al nazional socialismo». Ora un cristiano sociale risponde in un comunicato dell’agenzia Havas: «Le parole del S. Padre sono per noi naturalmente un comando, ma ciò non muta la situazione. Nel nazional socialismo che professa Henlein noi non vediamo che un gran movimento di unione di tutti i tedeschi. Per contro noi rivendichiamo e affermeremo sempre la nostra libertà totale per quanto riguarda la nostra attività religiosa e la concezione cattolica del mondo. È Henlein che dovrà tenerne conto e tirarne le conseguenze!». Gli ebrei domandano al pubblico americano di essere meglio compresi. Trecento rabbini e capi delle comunità ebraiche, raccoltisi due settimane fa nel Seminario teologico di Nuova York, hanno deciso di presentare al pubblico americano, per mezzo delle agenzie scolastiche della stampa e della radio, «un’immagine fedele dell’ebreo americano». Uno dei punti che dovrà venir chiarito è, secondo i convenuti, la falsa opinione che gli ebrei costituiscano la spina dorsale del partito comunista. I capi ebraici in questi ultimi tempi si sono proposti di smentire questa accusa. Il giudice Milton M. Wecht dice che il comunismo è proprio l’antitesi del giudaismo che vuole tutto il contrario dell’idea comunista. Nell’articolo di fondo del Jew’s Advocate ,intitolato: «Una lettera al papa», lo scrittore prega Sua Santità «di pubblicare un appello che stringa in alleanza i cattolici, i protestanti e gli ebrei per combattere il seme di pericolose ideologie che viene sparso in questi tempi e per unire queste forze contro ogni tirannia da qualunque parte venga». Questa tendenza degli ebrei ortodossi di separare la propria responsabilità da quella degli ebrei inseriti nel comunismo è caratteristica per il momento che attraversiamo. Dal Messico è stata diffusa la notizia che anche i cattolici hanno risposto all’appello del presidente per raccogliere i mezzi necessari al riscatto delle miniere. I cattolici colgono l’occasione di attestare la loro solidarietà nazionale benché la persecuzione religiosa li abbia voluti espellere dal seno della nazione mentre ora Cardenas accetta volentieri il loro obolo. Non è questo del resto il solo fenomeno stupefacentemente contraddittorio che si rileva in questo paese, ove la Chiesa è in catene e tuttavia vivono ancora le associazioni cattoliche coi loro battaglieri periodici, si è creata ed imposta la scuola pubblica atea e tuttavia si organizzano gruppi di catechisti laici che lavorano in assenza del clero a istruire religiosamente il popolo messicano. «In pochi anni i cattolici messicani saranno i meglio istruiti del mondo», così scriveva un ottimista nella rivista America del dicembre scorso. Il P. Michele Kenny S.J. trova nel numero di maggio della stessa rivista che questa visione è troppo rosea. Anzitutto l’esperimento è assai rischioso per un popolo che è esposto alla confisca e a ogni genere di estorsioni. Ogni spia che riferisca di tali scuole di catechismo come d’assemblee religiose può farle confiscare in suo favore. D’altro canto tutti i fanciulli sono tenuti a frequentare esclusivamente le scuole pubbliche ove si insegna l’ateismo e se in qualche luogo i genitori mandano i figlioli alle scuole pubbliche e segretamente anche a quelle cattoliche, spesso avviene che i catechisti debbano concludere che il loro insegnamento è soverchiato da quello delle scuole pubbliche. I catechisti trovano la fede ancora viva e palpitante quasi ovunque, ma scoprono anche una terribile ignoranza dei suoi precetti in causa dell’esclusione dei sacerdoti dall’istruzione religiosa. La persecuzione può avere dei rapidi e crudeli ritorni. Così la rivista Excelcior della città del Messico, annuncia che presso il Dipartimento delle proprietà nazionali pendono ancora 500 processi di confisca per il sospetto che le proprietà in questione abbiano servito in qualche modo a scopi religiosi.
|
3840d27a-797e-4d78-b76f-f3d6c01776af.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
Padre Miguel Bullrich Cantilo S.J. pubblica nella Restauración Social di Buenos Aires un notevole articolo su «La organisación profesional y las formas de gobierno». Egli affronta diffusamente le seguenti questioni: 1) Qual è la vera essenza del corporativismo cristiano? 2) Qual è il regime o la forma di governo più adatta per il suo sviluppo e la sua vita? 3) Vi è antitesi fra un sano corporativismo e la democrazia? Secondo l’autore che studia le tre questioni fondandosi sulle encicliche pontificie e sugli autori più reputati della scuola cristiana, la funzione essenziale della corporazione è di essere una società intermedia e mediatrice fra le imprese particolari e lo Stato. Per esercitare questa sua funzione l’autorità professionale deve essere autonoma, durevole e propria della professione. I quattro principi fondamentali del corporativismo cristiano sono: a) Il principio della sussidiarietà, secondo il quale si deve lasciar fare all’individuo quello che può fare da sé, alle associazioni minori quello che possono fare coi propri mezzi, alle corporazioni ciò che individui e associazioni minori non possono fare e finalmente allo Stato ciò che l’individuo e le altre organizzazioni intermedie non possono realizzare. b) Il principio della struttura organica della società: la società civile non si compone soltanto di individui isolati ma anche di associazioni o organi intermedi, come i municipi e le provincie (se si tien conto del luogo ove vivono) e gli ordini o le corporazioni, se si tien conto della professione che esercitano. Lo Stato non si rivolge direttametne agli individui, ma è una società di società. c) Il principio dell’autonomia e cooperazione delle corporazioni entro la società civile, di maniera che ne risulti piena libertà per la loro creazione e sviluppo, la loro vita e i loro diritti propri, scartando per conseguenza ogni monopolio statale: allo Stato però compete vigilanza e controllo, perché le norme e le attività della corporazione rimangano subordinate al bene comune generale. Poiché, come è noto, la Quadragesimo anno nulla dice dell’organizzazione politica, anzi afferma che la Chiesa rimane neutra in confronto ai regimi politici, la questione del governo sotto il quale il corporativismo si sviluppa non è di per sé essenziale per i principi cristiani. d) Il principio della universalità. Un sano corporativismo deve comprendere nel suo seno tutte le attività umane, tranne quelle che sono di competenza della Chiesa. L’autore si domanda a questo punto quale sia il regime più atto allo sviluppo del corporativismo cristiano e risponde colla formula di Linseman: «la maggior libertà possibile dentro i limiti di una vita morale». Questi limiti tolgono ogni pericolo alla parola libertà. La corporazione cristiana può limitare le stesse libertà individuali di diritto naturale quando lo esige il bene comune; ma questo potere non è dittatoriale. Le correnti moderne tendono alla soppressione della persona umana. La filosofia cattolica sociale si oppone a tale concetto. Un sano reggimento corporativo è un regime del giusto mezzo. Si può anche ricordare la formula di Guglielmo Schwer : «di libertà più che possibile, di autorità lo strettamente necessario; di società più che possibile, di Stato il puramente necessario». L’ordine corporativo è dunque secondo il Linseman un ordine di libertà e di bene comune. Il p. Cantilo afferma che un sano corporativismo non può fiorire in un ambiente di centralismo statale, perché non vi operano né il principio di sussidiarietà né quello di autonomia e cooperazione. Le corporazioni in uno Stato megacorporativista, quale è quello concepito da Otmar Spann, sono organi statali o semplici inquadramenti. Può invece svilupparsi il corporativismo in uno Stato autoritario che, pur essendo una forma di governo antidemocratico, agisce entro le proprie competenze. In quanto alla democrazia, essa non è antitetica al corporativismo, purché non sia atomistica ma democrazia organica; sia che esistano ancora i partiti considerati come diceva Seipel nel suo commento alla Quadragesimo anno, come un surrogato transitorio e inevitabile fino a tanto che la società non sarà costituita organicamente, sia che il sistema rappresentativo utilizzi in una misura o nell’altra gli elementi corporativi esistenti. Esempio di questa collaborazione del corporativismo con la democrazia è la nuova Costituzione irlandese. Dice l’articolo VI di questo statuto «che il potere legislativo esecutivo e giudiziario viene da Dio per mezzo del popolo, al quale spetta il diritto di nominare i capi dello Stato e di decidere in ultima istanza su tutte le questioni di politica nazionale, secondo la necessità del bene comune». Ora in Irlanda accanto alla Camera dei deputati vi è un Senato i cui membri eleggibili sono nominati da alcuni gruppi corporativi. Questa base corporativa potrà estendersi a mano a mano colla creazione e col riconoscimento di altri gruppi. Tale sviluppo porta l’idea corporativa a promuovere una evoluzione profonda che trascende il campo economico per penetrare in quello politico. L’autore augura che l’Argentina per la sua maniera di essere e per il suo speciale cosmopolitismo trovi uno speciale corporativismo adatto al suo carattere e al suo statuto. L’ex premier belga Van Zeeland in un’intervista concessa ad un collaboratore dell’America espone le ragioni che hanno ispirato il suo rapporto sull’economia internazionale. Egli insiste perché anche gli Stati Uniti, benché siano il paese più attrezzato per un regime autarchico, si rendano consapevoli della necessità di sviluppare ulteriormente i loro rapporti economici con l’Europa. Ho già dimostrato, afferma Van Zeeland, che l’autarchia economica involve un aumento del costo reale della vita e quindi un peggioramento del tenore della vita della popolazione. La vita economica internazionale si fonda sugli scambi i quali continuano o si arrestano, a seconda che le due parti vi trovano o non vi trovano il loro profitto. Interrompere queste correnti artificialmente è privare il paese di tale profitto. Per ottenere il medesimo risultato converrà fare uno sforzo molto maggiore o piuttosto il risultato sarà minore, qualunque sia lo sforzo. La depressione negli Stati Uniti dimostra che nemmeno essi sono sfuggiti all’interdipendenza economica. Senza dubbio, ha aggiunto il Van Zeeland rispondendo ad un’altra domanda, la cooperazione economica suppone la soluzione di alcune questioni politiche, ma non bisogna dimenticare che l’avvicinamento economico a sua volta produrrebbe un accostamento anche sul terreno politico. «Vorrei che diceste ai lettori dell’America che noi cattolici, secondo la mia opinione, nel mondo odierno abbiamo da compiere una grande funzione, che corrisponde ad una grande responsabilità. Noi siamo in grado di avere un panorama completo dei diritti e dei bisogni dell’individuo e delle esigenze della comunità. Noi abbiamo la chiara e vera dottrina della Chiesa che ci guida e ci fa maestri degli altri. Oggidì come non mai nella nostra storia, l’insegnamento della Chiesa nelle questioni sociali risulta evidente per tutti. Le encicliche sociali sono le migliori guide sulla via su cui il mondo cammina. Ma a noi incombe la responsabilità di far sì che queste dottrine sociali siano applicate nella pratica. È solo così facendo che potremo aiutare l’umanità a vivere meglio e a distribuire più giustamente le risorse di cui dispone. Lasciatemi anche ricordare che è impossibile arrivare a soluzioni complete dei problemi del mondo senza una base solida di principi spirituali. Dobbiamo fare quanto sta in noi per diffondere la convinzione che l’interesse egoistico, tanto personale che nazionale, non può essere una ragione per intaccare i diritti degli altri. Diffondendo idee così fatte e dando l’esempio della loro applicazione, noi cattolici possiamo promuovere e servire nobilmente la causa della pace». Marcel Duchemin in uno studio recente su Chateaubriand et la politique consulaire , esamina l’interdipendenza che esiste fra la composizione e la comparsa del Genio del cristianesimo e il momento politico che consigliava al Buonaparte a rialzare gli altari che la rivoluzione aveva abbattuto. Interprete realista e opportunista di questo momento politico è il Fontanes il quale scriveva di sua mano a Luciano Buonaparte: «Dopo un esercito vittorioso, io non conosco migliore alleato di coloro che dirigono le coscienze in nome di Dio …; i conquistatori abili non si sono mai guastati coi sacerdoti; li si può tenere in freno e contemporaneamente servirsene. La è questa, checché si dica, una buona filosofia». Il Fontanes che in confronto di Chateaubriand non si esprimeva certo così cinicamente, fu il suo consigliere nel momento più critico della sua evoluzione. Nel 1800 quando il poeta rientra in Francia, Fontanes è direttore del Mercure nel quale già combatte gli ultimi sopravvissuti fra i filosofi_del ‘700. A Chateaubriand egli dice: «Voi potete mettervi alla testa del secolo che monta, oppure vi trascinerete alla coda di quello che se ne va». Fu lui che consigliò i tempi e diresse la regia per la comparsa del Genio del cristianesimo. Questo uscì quattro giorni appena prima del Te Deum che il Primo Console fece cantare a Notre Dame il 24 germinale dell’anno 10 per celebrare la conclusione del concordato, mentre il Moniteur della stessa data inseriva nel medesimo numero la proclamazione di Buonaparte sul valore della religione e un articolo del Fontanes sul libro del suo amico. Come si sa, il successo dell’opera fu molto vivo. Il libro era dedicato al «Primo Console Buonaparte», anzi in alcuni rari esemplari di un’edizione soppressa si leggeva «al Primo Console il generale Buonaparte»: la piccola omissione venne desiderata dallo stesso Napoleone. Tutto sembrava preparare una collaborazione tra il poeta della restaurazione cristiana e il restauratore dell’ordine e della gloria francese. Ma è noto che la fucilazione del duca d’Enghien provocò in Chateaubriand una insurrezione morale e fece di lui un nemico accanito dell’imperatore. Le ulteriori edizioni del Genio del cristianesimo non portano più la dedica al Buonaparte, né gli accenni ammirativi della prefazione. René Martial nella sua opera Race, hérédité, folie , recente studio di antroposociologia, sostiene che dopo tante mescolanze avvenute in Europa non si può più parlare di razze nel pieno senso della parola, ma piuttosto di razze-risultati. Egli pensa però che non è indifferente tra quali stirpi avvenga l’innesto e dice che, come per guarire un soggetto A non vi si può trasfondere tutte le specie di sangue indifferentemente, ma si sceglie un dato tipo, a scanso di aggravare invece che di guarire il malato, così anche i matrimoni con diversa nazionalità dovrebbero venire diretti piuttosto verso un dato paese che verso un altro. Egli consiglia tutto un sistema particolare nella politica di immigrazione sia per la scelta delle famiglie, sia per i mezzi per renderle francesi. Fra i decreti del ministero Daladier merita rilievo un tentativo di favorire la vita in campagna dei pensionati. Versando degli importi annui che variano da 100 a 1000 franchi alla Cassa Nazionale del Credito Agricolo, importi che vengono capitalizzati dalla Cassa e dallo Stato a tassi progressivi dal 7 al 10%, i funzionari dello Stato o in genere degli enti pubblici potranno acquistare nei comuni rurali casa e campicello il giorno in cui si ritireranno dal servizio. È questa una disposizione che entra nel programma antiurbanista dei cristianosociali francesi; un piccolo inizio d’una politica che dovrebbe essere condotta con tenacia ed ampiezza di mezzi. Conviene registrare queste parole del socialista Spaak dal banco del presidente dei ministri: «Vi è un divorzio fra la opinione parlamentare e l’opinione pubblica. Il pubblico non si interessa dei nostri ludi e non ammira lo spettacolo che talvolta gli offriamo. Ma c’è anche della gente che sfrutta le nostre colpe e ne fa capo d’accusa contro il regime. Se non fossi riuscito a costituire il governo in un tempo record, avremmo avuto una crisi che avrebbe gravato sul regime. Non ho agito per disprezzo di partiti, ma perché bisognava agire così. Intendo ritornare alla verità costituzionale. Niente democrazia autoritaria, ma una democrazia ove ciascuno prende le responsabilità che gli toccano. Noi cerchiamo troppo a sommegere ministri e deputati. Questa non è una democrazia, ma una sua caricatura. In democrazia i capi eletti devono avere il coraggio di agire e tocca agli elettori d’approvare o di condannare». Padre Coughlin nella sua Social Justice trova che il programma del nuovo partito progressivo nazionale tentato dal La Follette contiene molti punti di giustizia sociale reclamata dal suo movimento e ritiene che il tentativo servirà almeno ad intaccare la maggioranza di Roosevelt e forse, coll’appoggio di Fiorello La Guardia , a mettere le mani sulla «macchina repubblicana». Conosco un filosofo che ha l’abitudine di prender nota in un suo curioso quadernetto delle profezie fatte dai grandi uomini che governarono o governano il mondo. Questa collezione – mi dice – non diminuisce né accresce la fama dei sullodati grandi uomini. S. Ambrogio non è meno grande, perché pochi anni prima dell’invasione di Alarico , dissertò sull’eternità dell’impero romano. Machiavelli non è meno geniale, perché preannunziò che nei prossimi secoli la potenza dominante in Italia sarebbe la Svizzera. Durante la guerra europea si predisse che il militarismo «made in Germany» non sarebbe più ricomparso nei paesi europei … Il quadernetto tuttavia può servire per meditare sul corto antivedere umano, sulla complessità delle cause che influiscono sulla vita degl’individui e dei popoli, sul mistero di questa mano provvidenziale che, valendosi delle opere umane, ma anche della cooperazione di altri elementi sottratti alle umane volontà, dirige la storia del mondo. Un biografo di mons. Seipel , racconta che l’ex cancelliere, alla vigilia della sua morte, dopo aver ricevuto Dollfuss che gli riferiva sul buon esito della conferenza di Losanna , dicesse alla infermiera che lo curava: «Suor Clemenza, il mondo torna a guarire!» Fu la sua ultima gioia, scrive il biografo, che pochi periodi più sotto descrive la morte del grande uomo di Stato. In una seconda edizione il biografo potrà aggiungere: «Morendo, Seipel si sottrasse a una delusione di più. Il mondo non è guarito; né il mondo dei 5 continenti, né il piccolo mondo austriaco, per il quale egli tanto aveva operato e sofferto e del quale aveva sperato fino all’ultimo momento d’essere riuscito a garantire le basi economico-sociali e la direttiva cristiana». Nessuno, nemmeno nelle ore più lucide, può squarciare il velo dell’avvenire. Le elezioni municipali in Cecoslovacchia hanno ingrossato i partiti a base nazionalista, quali sono per i tedeschi il «partito dei Sudeti» e per i cechi il partito socialista nazionale di Benes: entrambi riassorbono parte degli elettori comunisti. Fra i tedeschi scompare anche il partito cristiano-sociale, il quale, richiamandosi agli avvenimenti austriaci, si è sciolto invitando i propri elettori a fondersi col partito di Henlein; fra i cechi invece il partito populista, a base cristiana, ha segnato notevoli progressi. Piuttosto indebolito risulta infine il gruppo slovacco autonomista di mons. Hlinka , mentre è in aumento la coalizione slovacca, il cui campione è l’attuale premier Hodza .
|
98c4d228-7b25-459c-bb88-a5f07feb10f0.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
La «Commissione dei teologi di Friburgo in Svizzera», che nel 1931 pubblicò il suo parere sulla «moralità della guerra» e nel 1936 quello sui «rapporti tra l’individuo e la società», pubblica ora un parere dottrinale sul problema dell’espansione dei popoli. Anche questo documento, frutto di consultazioni internazionali, esce stampato come i precedenti presso le «Editions du Cerf». La nostra rubrica è tenuta a darne un sunto, pur osservando che per una valutazione esatta della dottrina in esso contenuta, sarà necessario che i lettori ne consultino il testo integrale. È un fatto, dice il documento, che vi sono dei casi nei quali la popolazione di uno Stato diventa troppo densa per potere sussistere all’interno delle sue frontiere. Questo fatto induce a pensare o alla limitazione del numero degli abitanti di questa nazione o alla sua espansione al di là delle frontiere. Ora la limitazione numerica della popolazione non può venire presa in considerazione, perché l’uomo è il valore supremo di questo mondo e la moltiplicazione degli esseri umani per mezzo della trasmissione della vita, conforme le leggi della ragione e della fede, arricchisce il mondo di valori infiniti. D’altro canto se è vero che i gruppi etnici (le nazioni) sono indispensabili per il buon ordine della vita umana, essi non hanno però il diritto d’intralciare in nessuna maniera l’accrescimento dell’umano consorzio né il suo arricchimento morale e spirituale. I popoli dovranno dunque ricorrere ad una espansione al di là delle loro frontiere: ossia lo Stato si sforzerà di acquisire nuovi territori, o i suoi abitanti abbandoneranno la patria, emigreranno in un ambiente più favorevole, ovvero infine gli scambi internazionali verranno migliorati in modo d’assicurare la sussistenza della popolazione sul proprio territorio. Per quanto riguarda l’acquisizione di territori nuovi: a) Il diritto naturale non permette di elevare a principio che lo Stato debba avere sotto la sua sovranità tutti i territori, coloniali o no, necessari a fornire alla sua popolazione, qualunque sia il suo accrescimento, la totalità delle risorse necessarie alla sua sussistenza; b) Conviene inoltre considerare che l’acquisizione di territori nuovi implica una modificazione di regime politico delle popolazioni annesse, le quali, come tutte le altre, hanno diritto di vivere sotto un governo di loro scelta: un cambiamento di sovranità non sarebbe giusto se non si tenesse conto di tali diritti e dei loro interessi. Inoltre bisogna osservare che lo Stato che prima legittimamente dominava in tale territorio ha anche il diritto di non essere spogliato ingiustamente di tale autorità; c) Il cosidetto diritto alle materie prime non ha altro fondamento che la comune destinazione delle risorse terrestri e l’eguale vocazione degli uomini a beneficiarne, il che si ottiene anche colla collaborazione e con gli scambi internazionali. I teologi di Friburgo credono dunque che per trovare la soluzione del problema espansionista convenga risalire al principio generale della sociabilità umana. Esiste infatti un diritto naturale fra gli uomini alla comunicazione dei beni terrestri, corrispondentemente alla loro comune destinazione: esiste cioè un diritto di emigrazione e un diritto di collaborazione o di commercio. Vero è che questi diritti possono e debbono venir regolati dagli Stati particolari legittimamente esistenti, ma tale regolamento non è di esclusiva competenza degli Stati particolari, ma spetta anche alla comunità internazionale. Si incontra qui la difficoltà che la società internazionale non è ancora sufficientemente organizzata, il che impone ai popoli ed ai loro governi di avere una coscienza particolarmente vigile dei doveri derivanti dalla loro sociabilità e la volontà tenace di arrivare ad un’organizzazione del diritto internazionale. Il carattere ad un tempo individuale e sociale dei diritti d’espansione permette di concludere: a) che né il diritto di emigrazione né il diritto di commercio di un paese sopra popolato hanno per contropartita l’obbligo di questo o quell’individuo, di questo o quello Stato di soddisfare essi stessi a tali esigenze. L’obbligo è della collettività umana che deve fare posto a tutti i suoi membri e instaurare il sistema degli scambi adatto alla sussistenza di tutti; b) uno Stato può regolare ed anche frenare l’emigrazione per proteggere legittimi interessi interni, ma non può fissare tali norme tenendo conto soltanto dei propri interessi. Come deve esservi solidarietà fra le classi di una certa nazione, così deve essere fra i popoli dello stesso consorzio umano. In nessuna società il ricorso individuale alla forza può essere riconosciuto come mezzo atto a creare situazioni di diritto. È solo la società che può ordinare e regolare l’impiego della forza e se la società è troppo poco organizzata per esercitare tale funzione, l’individuo che fa valere egli stesso il suo diritto con la forza non esercita un diritto proprio ma supplisce all’insufficienza collettiva. Se questo ricorso alla forza implica la guerra, per giudicarne la legittimità, si dovrà ricorrere ai principi che altra volta abbiamo fissato in argomento. Il documento termina coll’avvertire che è impossibile di assicurare la sussistenza dei popoli nel progresso generale, se una parte considerevole delle ricchezze e del lavoro umano è dedicata a spese d’armamento: il rispetto delle leggi naturali, condannando il ricorso alla guerra ed esigendo una migliore organizzazione politica e giuridica della società internazionale, renderà inutile questa dissipazione e permetterà una soluzione pacifica del problema dell’espansione vitale dei popoli. La conferenza tenuta dall’arcivescovo di Detroit mons. Mooney all’Economic club di quel centro industriale alla presenza dei magnati dell’industria americana merita tutta la nostra ammirazione. È un vescovo il quale, facendo eco alla Quadragesimo anno, pronuncia affermazioni come queste: «Ci troviamo oggi sotto il peso di un sistema economico crudele, difficile ed inesorabile. Tale crudeltà è sentita dalla maggioranza dei nostri operai i quali, neppure durante gli anni di prosperità, hanno ricevuto uno stipendio adeguato ai bisogni della vita, ma è sentita ancor più dai milioni di disoccupati che, nel paese più ricco del mondo, vivono oggi a carico della carità pubblica o con altri mezzi di sussistenza inadeguati. La sua inesorabilità è sentita dalle centinaia di migliaia di persone che hanno perso casa o commercio. Tale durezza, crudeltà e inesorabilità sono nel sistema stesso più che negli uomini i quali diventano vittime del sistema. Il fatto rimane però che, in un modo o nell’altro, lo sviluppo economico da molti anni viene indirizzato verso una sempre più larga concorrenza, verso la concentrazione della ricchezza nelle mani di una minoranza e l’aumento dei salariati. Non è necessario parlare della minaccia comunista per comprendere come sia saggia l’affermazione che la libertà politica è inutile senza quella economica. Il fatto che il proletariato moderno non abbia le due libertà, ma una soltanto è la causa della sua ribellione che minaccia la struttura del mondo attuale … Due mesi or sono, ebbi la fortuna di ascoltare su tale questione grandi ed intelligenti parole del Santo Padre Pio XI. Il sommo pontefice disse che le affermazioni di un grande scrittore studioso della natura umana si possono applicare anche alle condizioni economiche del mondo intero: che, cioè, molti uomini al potere posseggono il senso dell’umanità e della considerazione per gli altri in misura da permettere che essi abbiano riguardo per i loro inferiori, ma non abbastanza perché si decidano a trattare con loro. In quel concetto vi è la distinzione fra l’uomo libero e lo schiavo. Essi dovrebbero sapere che il modo più efficace per neutralizzare l’attività anarchica e rivoluzionaria è quello di entrare in trattative con gli uomini che l’agitatore è pronto a sfruttare per attuare i suoi disegni sovversivi. Bisogna arrivare ad un accordo con loro». La stampa inglese ha diffuso largamente un appello del cardinale Hinsley per raccogliere soccorsi in favore degli emigrati e rifugiati dalla Germania e dall’Austria. Dall’Austria e dal resto del Reich, dice l’appello, giungono in Inghilterra molti cattolici che senza nessuna colpa sono privati dei loro mezzi di sussistenza, semplicemente perché hanno in sé qualche vena di sangue ebraico, oppure perché diedero la loro opera ai sindacati cristiani, al partito del centro in Germania o al fronte patriottico in Austria. Altri erano membri della Gioventù cattolica, altri ancora insegnanti nelle scuole confessionali ora abolite. Il cardinale invita i cattolici a non mostrarsi meno generosi dei non cattolici nel soccorrere questi confratelli. La rivista Blackfriars nel suo fascicolo di giugno rimpiange la triste sorte di questi cattolici osservando che benché possano dirsi martiri perché soffrono per la causa cristiana, essi sono privati anche del privilegio dell’eroismo. Essi soffrono eroicamente ma le loro sofferenze sono nascoste in una forma ineroica. Il professore la cui carriera accademica è spezzata, il giovane dottore che vede dileguarsi la sua clientela, il funzionario licenziato che non trova più occupazione, lo studente che vede l’impossibilità di percorrere gli studi, tutti questi sono spesso persone il cui solo crimine è stato di partecipare attivamente alla vita pubblica cattolica. Forse il professore pubblicava un periodico cattolico, l’impiegato apparteneva ai sindacati cristiani, lo studente era propagandista della Azione Cattolica. Anche in Francia si è costituito un comitato con gli stessi scopi, appoggiato da parecchi membri dell’Istituto e da alcuni deputati e scrittori cattolici. A Pentecoste si ebbero in Francia due congressi, quello della Confederazione cristiana dei lavoratori e quello del partito socialista . Il primo ha potuto documentare il progresso del movimento sindacale cristiano francese dell’ultimo biennio. Infatti nel giugno 1936 la Confederazione cristiana raggruppava 903 sindacati; oggi ne riunisce 2366 e si è diffusa anche nelle colonie, fino nel Madagascar e nella Nuova Caledonia. Sono mezzo milione di iscritti ripartiti in 27 grandi federazioni nazionali. Tali progressi si rivelarono nelle elezioni per il Consiglio superiore del lavoro, quando i suoi candidati nelle categorie del commercio e dei piccoli impiegati distanziarono largamente i loro avversari. Il parlamento, finora sordo ad ogni reclamo dei sindacati cristiani, dovette finire per riconoscerne l’importanza ed è merito della Confederazione se Camera e Senato rifiutarono il monopolio della rappresentanza operaia alla Confederazione socialista ed accettarono il principio del pluralismo sindacale nelle rappresentanze pubbliche. Il manifesto votato dal congresso constata con soddisfazione che la legge 4 marzo 1938 e le dichiarazioni ufficiali fatte in tale occasione alla Camera riconoscono non soltanto il principio della libertà sindacale, ma anche il diritto della Confederazione cristiana di essere rappresentata negli organismi di conciliazione e di arbitrato . Il manifesto votato dal congresso sollecita lo sviluppo delle organizzazioni professionali, rilevando tuttavia che per l’evoluzione normale dell’organizzazione professionale ed economica è necessario partire da una organizzazione sindacale libera. L’organizzazione professionale deve avere come base solida e durevole la libertà personale il cui esercizio deve essere limitato solo dalle esigenze reali del bene comune. Chiudendo il congresso il presidente Maurice Guérin invita i rappresentanti del capitale a fare opera di collaborazione con coloro che vogliono far nascere l’ordine nuovo nell’accordo e nell’amore, caso contrario saranno obbligati a cedere di fronte alla forza sanguinaria dei violenti. Nel congresso socialista una maggioranza di due terzi ha seguito la linea di opportunismo governativo segnata da Léon Blum. L’ala rivoluzionaria capitanata da Marcello Pivert si è costituita in un nuovo partito operaio rivoluzionario. Pivert è un fanatico del socialismo di classe, negatore di qualsiasi collaborazione coi borghesi e uomo di tendenze rudemente anticlericali. Si sa che l’Ere Nouvelle è l’organo de «l’Entente de Gauche», gruppo dell’on. Herriot. Ora il suo direttore sotto il titolo «Propos d’un Incroyant» pubblica un articolo che rinnega completamente la vecchia parola d’ordine di Gambetta : «Le cléricalisme, voilà l’ennemi». Egli sostiene invece che la Chiesa e la democrazia dovrebbero unirsi per salvare il mondo, e per sostenere questa tesi egli ricorda quanto la Chiesa abbia contribuito nel passato allo sviluppo della civiltà. «Gli Stati, dice il Gaboriaud, devono al cristianesimo tanto nei tempi antichi che nei tempi moderni tutta la forza della loro civiltà». Ma ora, egli argomenta, la Chiesa che incarna il cristianesimo è battuta in breccia da dottrine che tendono ad assorbire l’individuo in una concezione opposta all’essenza stessa del cristianesimo. È perciò interesse della Francia d’aiutare la Chiesa a trionfare di questa lotta, e la Francia deve perciò ristabilire con la Chiesa «quei rapporti continui, durevoli e confidenti che nel passato hanno contribuito ad assicurare al paese una magnifica irradiazione politica ed umana». La tesi in verità è troppo politica e in questo senso non può venire accettata, perché la Chiesa offre il suo concorso a tutti gli Stati egualmente e tutti invita a profittare della forza che emana dal suo insegnamento e dalla sua morale. Ma conviene pur rallegrarsi che un seguace di quel partito radicale che venera ancora il Gambetta come il suo demiurgo, riconosca oggidì quanto la Francia debba al cristianesimo e sia indotto dalla crisi presente a cercare forza ed appoggio nelle tradizioni magnifiche del cattolicismo francese. La Reichspost del 10 giugno pubblica senza commento un’ordinanza della polizia, colla quale vengono sciolte tutte le associazioni cattoliche universitarie non esclusi i circoli dei laureati e si proibisce ogni attività che miri in qualsiasi forma agli scopi di tali associazioni. Lo stesso decreto nomina nove liquidatori regionali, i quali confischeranno ogni avere delle società disciolte e lo passeranno al «commissario austriaco per le liquidazioni». Si spengono così quelle associazioni universitarie ch’eran sorte negli ultimi decenni del secolo passato e avevano conquistato a palmo a palmo il terreno dell’equiparazione in aspro contrasto colle più antiche Burschenschaften di carattere nazionalista. Si ricordano i conflitti universitari di Vienna, Graz ed Innsbruck, nei quali la maggioranza studentesca, influenzata dall’anticlericalismo, dimostrava tutta la sua violenta intolleranza contro i gruppi, allora scarni, dei cattolici. I bravi giovani avevano resistito e il movimento cattolico aveva messo profonde radici. Ai circoli dei laureati di tali associazioni appartenevano quasi tutti gl’intellettuali cattolici austriaci. Un colpo d’ascia abbatte ora l’albero che aveva gettato tante fronde. La Reichspost del 27 maggio sotto il titolo «Chiara distinzione delle due competenze» aveva riportato dal foglio diocesano di Vienna un’istruzione al clero, perché tenesse ben distinta la sfera di attività religiosa da quella politica «Ai sacerdoti – diceva l’istruzione – viene perciò proibita ogni attività politica nella cura d’anime ed anche accanto alla cura d’anime». Bisogna che il clero obbedisca ai vescovi e che singoli sacerdoti non facciano politica per proprio conto. Ma il giorno dopo lo stesso giornale avvertiva che il comunicato era stato inserito all’insaputa del direttore responsabile. «Ritorneremo (aggiungeva) sull’argomento quando i circoli competenti avranno fatta una dichiarazione più chiara».
|
97f5d523-ebb4-40a2-91a4-bae84b91bbd0.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
È vero: la lotta per il matrimonio religioso, per la sua indissolubilità e quindi la resistenza contro il divorzio è antica quanto lo Stato moderno. Le battaglie che la Chiesa dovette sostenere nelle varie nazioni appartengono all’epoca del liberalismo anticlericale. Esse terminarono in molti Stati con la sconfitta dei cattolici e con l’indebolimento o con la sconsacrazione dell’istituto matrimoniale. Ma alcune società nazionali avevano resistito agli attacchi del Kulturkampf prima e a quelli della socialdemocrazia dopo. Tra questi l’Austria, che avendo introdotto nel periodo liberale il matrimonio civile soltanto per chi si dichiarasse senza confessione religiosa, aveva riconosciuto per tutti gli altri il matrimonio religioso celebrato secondo le norme della rispettiva confessione. Prima della guerra in Austria un cittadino nato cattolico, ammenoché non dichiarasse di volere uscire dalla Chiesa cattolica, doveva sposarsi in chiesa e tale matrimonio era impegnativo anche per lo Stato. Nel dopo guerra, durante la prevalenza del partito socialista, si era tentato ripetutamente di introdurre la possibilità del divorzio anche per i cattolici, ma la vigilanza e la forza dei cattolici politicamente organizzati avevano ogni volta impedito che le proposte socialiste diventassero leggi. Ora con un semplice decretolegge all’Austria, come al resto della Germania, viene imposto il matrimonio civile da conchiudersi innanzi al magistrato, qualunque sia la confessione degli sposi. Vengono ad un tempo aboliti «i così detti impedimenti matrimoniali religiosi» che vigevano in Austria in base al diritto canonico e al Concordato e sostituiti con altri impedimenti di ispirazione e finalità razzista; ma quel che è peggio si introduce anche in Austria la possibilità di sciogliere il matrimonio in parecchi casi, tra i quali quello di adulterio o di condotta immorale, di infecondità naturale o volontaria. Lo scioglimento sarà concesso da una corte, che dovrà giudicare secondo l’interesse della nazione tedesca e della razza. È questo interesse il bene supremo, mentre il consenso o non consenso dei coniugi diventa ragione secondaria. «I cattolici austriaci sono costernati» scrive la Deutsche Presse, organo dei cattolici dei Sudeti. «È vero che anche in altri paesi ci sono leggi di quel genere; ma i cattolici colà hanno avuto almeno la possibilità di combatterle o di modificarle nell’applicazione pratica. Nella Cecoslovacchia il solo tentativo di introdurre il matrimonio civile obbligatorio è più volte fallito per la resistenza dei cattolici». La Reichspost del 9 luglio porta il testo della nuova legge matrimoniale con tutti i commentari elogiativi ufficiali, senza una parola di riserva. L’organo che vorrebbe passare ancora per cattolico constata semplicemente con aria di soddisfazione che «in questa legge il principio giuridico fondamentale dell’indissolubilità del matrimonio, quando anche uno solo dei coniugi fosse cattolico, principio finora vigente in Austria, viene definitivamente abolito». Ciò non toglie che nello stesso giornale il giorno dopo compaia un articolo del signor Carlo Pischtiak, «relatore personale per gli affari della pace religiosa presso il commissario imperiale Bürkel ». L’articolo, che viene definito programmatico, tratta della «libertà religiosa e pacificazione interna». Il signor relatore si felicita che i vescovi austriaci si siano posti sul terreno della pacificazione. All’estero è sorto intorno a questa dichiarazione un dibattito, nel quale non abbiamo né tempo né voglia di ingerirci, dice supernamente il signor relatore. «All’estero si prenda però notizia di questo: noi tedeschi portiamo la nostra legge vitale in noi e noi stabiliamo come ci dobbiamo comportare fra noi! …». L’articolista continua affermando che la pace religiosa che supera i contrasti confessionali si può benissimo raggiungere senza toccare le confessioni. Lo Stato nazista riconosce ad ogni cittadino il diritto di confermare liberamente i suoi rapporti col suo creatore. Lo Stato protegge le istituzioni della Chiesa cattolica, ma vigila affinché tali istituzioni non escano dalla sfera della religione e della morale. La stessa Reichspost stampa sotto il titolo «Opera della pace religiosa» che recentemente venne aperto a Vienna un corso di istruzione promosso dalla «Unione della pace religiosa». La discussione sul programma avrebbe dimostrato nuovamente la necessità di una sintesi fra le forze religiose e le forze politiche del presente. In una serie di conferenze nei prossimi giorni verranno esposti e discussi i principi fondamentali del cristianesimo e del nazionalsocialismo, della Chiesa e del nuovo Stato e la loro conciliabilità e congruenza. Con ciò, conclude il comunicato, si darà una base dottrinale a quell’atteggiamento del clero e dei fedeli che solo può garantire la pace religiosa … Proponiamo per primo argomento di tali conferenze: il matrimonio secondo la dottrina cristiana e secondo le teorie e la pratica del nazionalsocialismo. Il 12 novembre 1896 il ministro dei culti doveva scusarsi davanti alla Camera francese d’aver «autorizzato» i vescovi a radunarsi a Reims per celebrare il XIV centenario del battesimo di S. Clodoveo. L’interpellanza contro il governo era firmata fra l’altro da Raimondo Poincaré , Alessandro Millerand , Gastone Dumergue . Il primo di questi uomini di Stato divenuto presidente del consiglio e poi presidente della Repubblica, doveva più tardi venire ad inchinarsi innanzi alla cattedrale di Reims incendiata dalle bombe nemiche. E oggidì, a 42 anni di distanza, il suo successore nella suprema magistratura della repubblica Lébrun , si presenta nella cattedrale per festeggiarne la risurrezione, accanto al cardinale legato il quale proclama che il monumento simbolizza «un paese campione di tutte le sane libertà a garanzia della pace del mondo» e nel corso della sua allocuzione si applica a dimostrare «che il primato della persona umana che sorge di nuovo al primo piano delle nostre preoccupazioni contemporanee, è la stessa tesi che la Francia ha tentato di propagare e di difendere dal principio e nel corso di tutta la sua storia». Senza dubbio in Francia molto è mutato e se in certi settori i mutamenti potranno essere in peggio, in cert’altri i miglioramenti sono consolanti. «Devo dire, dichiarò il cardinal Verdier in un colloquio con un giornalista, che le relazioni fra lo Stato e la Chiesa sono molto soddisfacenti. Noi sentiamo che dovunque si tende verso le forze spirituali. La Chiesa gode piena libertà. Il solo punto doloroso è la scuola. Ma noi speriamo che anche per questo lato interverrà un miglioramento. Malgrado il conflitto scolastico, bisogna ammettere che i rapporti fra Chiesa e Stato sono migliori che nei trenta anni antecedenti». Così il cardinale di Parigi ha inquadrato la questione nei suoi giusti termini. Hanno torto coloro che vedono nella Francia una nazione condannata alla decomposizione morale e al disordine sociale permanente. Hanno torto sovrattutto coloro che prendendo pretesto da certe manifestazioni settarie vogliono concludere che lo spirito anticlericale sia ancora in tutta la Francia operante e determinante. Ma avrebbero altrettanto torto quei cattolici francesi che da pubbliche dichiarazioni di uomini politici o da atteggiamenti rispettosi e simpatici di organi statali volessero dedurre che il cattolicismo in Francia si trovi già in un letto di rose, sì da destare l’invidia dei cattolici degli altri paesi. Nella pratica certe leggi di persecuzione religiosa rimangono inapplicate o sono attenuate. Le autorità dello Stato interpreti della corrente popolare e preoccupate di un indomani insanguinato guardano con fiducia alle forze spirituali. Infine nel campo dell’intellettualità e dell’alta cultura i cattolici posseggono scrittori insigni, poeti brillanti, oratori efficaci, e basti a provarlo il primo volume testé uscito dell’«Antologia Cattolica Francese». Ma tutto questo non cancella ancora le cicatrici delle ferite, inferte alla Chiesa nell’ultimo cinquantennio, e sopratutto non muta la legislazione matrimoniale, ecclesiastica e scolastica che gli antesignani dell’anticlericalismo vollero introdurre per laicizzare la nazione francese. Si può certo sperare che manifestazioni come quelle di Reims riavvicinino l’anima della Francia alle sue tradizioni cristiane; c’è ragione di credere sovrattutto che le luci che si accendono in alto tra l’intellettualità francese finiscano col rischiarare quelle zone buie o grigie della mezza cultura che in Francia come altrove furono sempre il nemico più tenace dell’idea cristiana diventando particolarmente funeste alla scuola elementare. Ma dovrà passare ancora del tempo e ci vorranno ancora degli sforzi notevoli perché le conseguenze del pernicioso conflitto abbiano a scomparire. L’attività magnifica del clero e il rifiorire dell’Azione Cattolica francese autorizzano tuttavia le migliori speranze. Giorgio Goyau , segretario perpetuo dell’Accademia francese, scrivendo ad un «Comitato per la pace» contro il bombardamento delle città aperte, dice: «Quando leggo nelle cronache che nella prima metà del secolo undecimo il concilio di Verdun-sur-Doubs, preoccupato di proteggere i civili contro le violenze della guerra, proibiva che si incendiassero le case, che si distruggessero i mulini, che si aggredissero coloro che trasportavano le loro messi, e quando leggo nei giornali del secolo XX la descrizione dei bombardamenti di città aperte, come non concludere che l’alto medioevo, organizzatore della pace di Dio e della tregua di Dio, era più propizio che non sia la nostra epoca detta scientifica all’attenuazione dei mali della guerra?». Francesco Mauriac pure dell’Accademia francese, scrive allo stesso Comitato: «Davanti ai crimini della guerra totale l’indifferenza mostruosa di una parte dell’opinione europea è una complicità che sarà forse punita con la morte. Civiltà grandi come la nostra sono scomparse completamente in epoche in cui la scienza non era al servizio della distruzione, come è oggidì; la nostra perirà per mancanza d’amore». Secondo una notizia del Times, Gil Robles, l’antico capo dell’Azione popolare in seguito a nuovi attacchi della stampa falangista, ha di nuovo dovuto abbandonare Salamanca ove aveva ottenuto il permesso di riprendere le sue lezioni. Si ricorderà che Gil Robles aveva abbandonato la Spagna alla vigilia dell’insurrezione. Ora il giornale falangista Libertad che si pubblica a Valladolid lo attacca vivacemente designandolo come uomo che nel ’33 e nel ’34 aveva avuto nelle sue mani tutto il potere e le forze della Spagna senza saper combattere efficacemente il nemico che era alla sua mercé. Anzi, continua il giornale, egli ha disertato il suo posto nel momento più critico. Queste accuse che si lanciano, ancora a conflitto aperto, contro un uomo politico che fu all’opposizione del Fronte popolare e a guerra scoppiata si dichiarò per il gen. Franco, sono un cattivo sintomo. Se la fucilazione di un altro deputato cattolico, il Carrasco , venne giustificata col fatto ch’egli fu catturato, mentre si trovava in missione ufficiale fra i Baschi, nulla di simile può essere rimproverato al Robles, il quale ancora nei primi mesi della guerra, invitò la gioventù popolare ad entrare nelle file di Franco. Speriamo che si tratti di un episodio sporadico e riparabile e che il generalissimo sappia dominare tutte le tendenze di parte. Che accadrebbe mai altrimenti di tante forze sane, pur necessarie per la ricostruzione della nuova Spagna! È a Rouen quest’anno, in una settimana di luglio, che i cattolici francesi si ritrovano per la XXX Settimana Sociale che ha per tema «La libertà nella vita sociale». Come di consueto per tali solenni manifestazioni, anche quest’anno una lettera di sua eminenza il cardinale Pacelli, segretario di Stato di sua santità, al presidente delle settimane sociali di Francia, traccia in una sintesi sicura una specie di indirizzo per lo svolgimento del tema. Dopo avere lodato l’iniziativa di queste assise cattoliche annuali, ed avere detto che «esse rappresentano quello che si chiama la modernità e l’attualità del pensiero cattolico», l’autorevole documento mette in evidenza l’importanza del soggetto. «Infatti – così esso si esprime – un tema simile prende posizione tra le due parti, che discutono sul diritto pubblico moderno, le une affermando che la libertà dei cittadini e dell’iniziativa privata deve presiedere all’organizzazione sociale e politica delle Nazioni; le altre essendo d’avviso che questa libertà deve finire per esser assorbita dal potere centrale dello Stato. Liberalismo ed assolutismo sono dunque essi pure inquadrati in questa ricerca e ciò non solo al fine che i cattolici portino un giudizio puramente politico sui due sistemi contrari, ma piuttosto al fine che essi possano formarsi un giudizio morale scientifico sulla via da seguire e possano affermare i loro principii sul terreno riservato alla loro attività religiosa e sociale. È necessario comprendere, perciò, che il soggetto si presta alle più larghe dissertazioni sulla natura della libertà e della società, assai più sulla condotta della Chiesa (sopratutto in questi ultimi tempi) nella difesa della libertà, concernente queste due cose, o nella condanna degli errori che, sotto pretesto dello sviluppo e del progresso, hanno gravemente ferito questa libertà e causato alla società le più grandi sventure. La Chiesa apparirà così pienamente giustificata: essa, che nel secolo scorso e anche nel nostro, è stata considerata come la nemica dichiarata della libertà, perché essa ha combattuto il liberalismo agnostico e distruttore dell’ordine. E non meraviglierà che essa sia restata la sola e la più grande difesa della vera libertà, questa libertà che è la proprietà della persona umana, e che è il primo dono fatto da Dio all’uomo, rendendolo padrone dei suoi atti, e superiore perciò a tutti gli altri esseri della creazione». Il documento avverte poi che: «la condanna, pronunciata dalla Chiesa contro gli abusi della libertà e le deformazioni del suo vero concetto, non deve esser messa in ombra nemmeno davanti le minacce che nei nostri giorni si vanno accumulando contro le più legittime libertà civili» e che «una cosa deve essere messa bene in evidenza, ed è che non si deve, da nessuna parte, concepire il libero arbitrio di agire contro la coscienza morale, né le libertà sociali come possibilità di portare attentati all’ordine civile e al bene comune». «Una volta precisata la sana dottrina, la doppia serie dei rapporti che esistono tra la libertà sociale e le libertà civili, così anche tra le libertà civili e l’organizzazione del bene comune, si potrà più sicuramente, e in una più giusta misura, arrivare alla difesa di queste stesse libertà civili che sono oggi la causa di tante contestazioni. Si dovrà dire innanzi tutto, che lo Stato è tanto meglio organizzato, quando la cooperazione dei cittadini al bene comune si realizza con un più grande rispetto e un più grande accrescimento dell’unione delle qualità dell’uomo, perché l’ordine civile non è quello della tirannia e della schiavitù che priva i membri del corpo sociale dei diritti propri della natura umana, oppure che ne regola l’esercizio in tal modo da fare del cittadino un semplice strumento dell’autorità dispotica. È vero che tra il liberalismo e l’assolutismo si possono avere delle gradazioni intermedie nell’organizzazione del corpo sociale e nella formazione delle Istituzioni per il bene comune; tra gli altri, quella che, rafforzando il principio dell’autorità, non distrugge le libertà individuali. È vero, anche, che appartiene a queste chi si propone e pensa di fissare ciò che si può domandare ai membri, così come ai gruppi, che compongono queste società, per raggiungere lo scopo. Bisognerà dunque procedere con precauzione, prima di condannare l’uno o l’altro dei regimi sociali, nei quali si realizza la organizzazione dello Stato, ma non si potrà mai dimenticare che il fine della società è il bene comune, il quale non deve essere estraneo al bene degli individui, che nei corpi sociali debbono trovare protezione e il perfezionamento delle più alte prerogative umane delle quali la prima è precisamente la libertà di fare il bene». Il documento si chiude dicendo che «è ai cattolici prima di tutti che spetta di portare il loro concorso per risolvere la grande difficoltà di conciliare l’esercizio delle libertà sociali con l’ordine civile e il bene comune».
|
986dc94c-a901-4b6f-a40f-9e4bb00aca32.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
Il Belgio fornisce la prova che se i cattolici avessero avuto la volontà e la libertà di organizzare a tempo gli operai in sindacati, avrebbero potuto costituire nella maggior parte degli Stati europei quella forte minoranza che avrebbe paralizzato o contrastato il movimento socialista in modo da impedirgli il successo, anche rimanendo entro il gioco delle istituzioni democratiche. I primi sindacati vennero fondati a Gand nel 1856, ed erano associazioni professionali di carattere neutro . Fu appena verso il 1880 che il socialismo tentò d’impadronirsene e allora alcuni pochi operai cristiani ne uscirono per fondare il sindacato cristiano. Arturo Verhaegen fu l’antiveggente cattolico borghese che sostenne con tutte le forze il coraggioso drappello dei pionieri cristiani. Ma la maggioranza dei cattolici borghesi, assorbita dalle preoccupazioni politiche e scolastiche, non aveva la giusta sensazione dell’importanza del movimento operaio e alcuni altri gruppi si lasciarono guidare dalla preoccupazione che gli operai cristiani non piegassero verso idee rivoluzionarie. Queste opposizioni e riserve ritardarono d’un decennio lo sviluppo dei sindacati e fu proprio allora che il movimento di Anseele e Vandervelde prese larghe e profonde radici. Il valore della Rerum novarum per il Belgio consistette appunto nell’indurre tutti i cattolici ad appoggiare il movimento operaio. Ma altre difficoltà connesse alla storia della democrazia cristiana belga servirono ancora di remora, e solo nel 1909 i singoli sindacati vengono raggruppati in una confederazione che presentemente conta 330.000 membri, ossia circa la terza parte di tutti gli operai belgi organizzati. Ora il sindacalismo cristiano è ovunque rappresentato e nessun grande movimento del lavoro può svolgersi senza il suo concorso. Non solo, ma il sindacalismo divenne una palestra di studi sociali per i cattolici intellettuali belgi; esso portò gli studiosi a elaborare un programma di riforme e di rinnovamento sociale, al quale in ogni momento di crisi ci si richiama, come alla soluzione riformatrice che può superare il capitalismo, senza sboccare nel comunismo rivoluzionario. È questo un valore indiretto ma non meno importante del sindacalismo cristiano, quello cioè di offrire un campo di fecondazione alle dottrine cristiano-sociali, e basti qui ricordare i nomi del Pottier e dei viventi Padri Rutten e Arendt. A buon diritto quindi la celebrazione del giubileo cinquantenario dei sindacati cristiani a Gand assunse un’ampiezza straordinaria. «Infatti, i cinquanta anni di attività e di propaganda sindacale che voi commemorate – disse il cardinale di Malines ai convenuti – sono stati segnati con caratteri indelebili nella storia economica e sociale del nostro paese. Essi hanno fatto conseguire alla classe operaia benefici inestimabili, di ordine morale e materiale, tanto da rendere impossibile il paragone fra la situazione attuale dei lavoratori, risultato di sforzi comuni e perseveranti, e quella formata cinquant’anni fa dal liberalismo economico. Inoltre, i sindacati cristiani hanno reso grandi servizi al paese: dove saremmo noi arrivati se tutto l’ambiente operaio belga fosse stato abbandonato alle imprese del socialismo e del comunismo?». Più autorevole riconoscimento ancora è contenuto nella lettera inviata dal card. Pacelli a nome del Santo Padre. Dice il documento: «Contemplando questo mezzo secolo dell’organizzazione del lavoro, questi sforzi numerosi per migliorare la condizione degli operai e per raggrupparli nei quadri professionali animati dallo spirito dell’evangelo, come non ringraziare Iddio d’aver benedetto con abbondanza tale attività e d’avere così attraverso difficoltà sempre rinnovantisi, moltiplicato i suoi benefici sul terreno della giustizia e carità? Il Belgio in tal riguardo non ha temuto, nella sua tradizionale generosità, di porsi all’avanguardia. Si può dire che con un istinto cattolico molto sicuro, esso ha preluso al grande movimento sociale che doveva compiersi sotto il fecondo impulso di Leone XIII e svilupparsi ancora sotto i pontificati seguenti. Guidato da un episcopato particolarmente chiaroveggente, esso accolse premurosamente gli insegnamenti pontifici e nella luce di tali dottrine esso poté lottare con successo per il trionfo dell’idea cristiana nel mondo del lavoro … Disciplinati in tal modo e camminando soprattutto nella luce delle celebri encicliche Quadragesimo anno e Divini Redemptoris, i sindacati cristiani del Belgio perseguiranno il loro compito con tanta maggior fede e coraggio quanto più difficili sono oggidì le condizioni della lotta per l’affermazione e il progresso dell’idea cristiana sul terreno sociale …» . La lettera continua col raccomandare d’ispirarsi nella lotta non a uno «spirito aggressivo e vendicativo», ma a quella grandezza d’animo che dà a tutti il sentimento che non vi sono né vincitori né vinti, perché le vittorie sono del bene comune, e raccomandando inoltre nel reclutamento degli operai di badare che fra gli stessi si formi una élite di membri e di capi perfettamente formati e che siano l’anima dell’organizzazione. Il congresso commemorativo di Gand tenuto in presenza di tutte le più note personalità belghe del movimento cattolico ascoltò parecchie relazioni di carattere generale e qualcuna di carattere tecnico. Interessante soprattutto quella sul «primato dell’umano nella professione». Nel discorso di chiusura il presidente Pauwels riassunse le discussioni con queste parole: «L’ordine futuro, per essere effettivamente un ordine, dovrà assicurare il primato della persona umana e tutto nella vita economica e professionale dovrà essere ordinato anzitutto al servizio dell’uomo. Ciò sarà effettivamente possibile se noi faremo irradiare la dottrina sociale cattolica sull’economia e sulla professione, poiché è soltanto questa dottrina che realmente può assicurare il rispetto delle prerogative e delle libertà della persona umana. Noi dovremo vigilare, perché il lavoro divenga un elemento importante di cultura e di civilizzazione, in modo che elevi e non avvilisca l’uomo. Viviamo momenti d’un interesse palpitante. Scompare un mondo e un altro si rinnova. Abbiamo il dovere di fare in modo che la società di domani porti profonda l’impronta della nostra dottrina e del nostro ideale». Si pubblicano ora gli Atti e Decreti del «Concilio provinciale» di Malines. Vi si legge anche un capitoletto riguardante il dovere dei lettori di giornali. Dice il concilio: «Coloro che s’abbonano a pubblicazioni periodiche contrarie ai buoni costumi o alla religione commettono peccato grave … Sono anche biasimevoli, benché in misura meno forte, coloro che respingendo le pubblicazioni cattoliche, leggono quelle neutre o quelle di moralità più leggera. I cattolici hanno difatti il grave dovere d’impiegare i mezzi che sono adatti a conservare e aumentare il senso cattolico e ecclesiastico … I fedeli che sostengono l’apostolato molto salutare dei giornali e periodici cattolici, sia abbonandosi, sia cooperando alla loro diffusione, sia scrivendo degli articoli o inserendo degli avvisi, rendono con ciò un servizio lodevole alla Chiesa stessa». Troviamo nella Reichspost della nuova maniera un articolo del commissario statale F. Plattner intitolato: Stato nazional-socialista e scuola. L’articolista ricorda che la legislazione di Maria Teresa e Giuseppe II per cui la scuola venne dichiarata un politicum e non un ecclesiasticum, introdusse le scuole elementari di Stato. Più tardi la legge dell’impero sulle scuole popolari del 14 maggio 1869 divenne la base della scuola austriaca interconfessionale. Ma purtroppo, dice l’autore, «accanto a queste scuole pubbliche era concesso che si erigessero scuole private le quali ottenevano facilmente il diritto di pubblicità. Questa libertà portò come conseguenza che la scuola si dividesse secondo le classi e secondo le confessioni. Ma il pensiero nazional socialista esige la scuola unica eguale per tutti. Solo questa è in grado di creare l’unità del popolo. Questo scopo si otterrà nell’avvenire tanto più facilmente in quanto tutti i maestri avranno dovuto passare attraverso la scuola magistrale nazionalsocialista. È quindi un postulato logico che lo Stato sottragga a tutte le scuole private il diritto di pubblicità, e solo così si potrà attuare il punto 20 del programma del partito». E questo è un articolo che si può leggere in un giornale che pretende ancora di esser l’organo dei cattolici, mentre è noto che in Austria non solo esiste un concordato anche per quanto riguarda la scuola, ma essendo questa in pratica dipendente dai comuni e dalle rappresentanze provinciali in maggioranza cattoliche, la legge generale dell’impero che era soltanto una cornice entro la quale aveva importanza decisiva il regolamento provinciale, non era mai stata applicata ai danni delle regioni cattoliche, e là ove tale maggioranza non sussisteva, le scuole private sostenute dal Katholischer Schulverein si erano grandemente sviluppate. La stampa di diverse tendenze si trova d’accordo nel concludere che questa sarà un’estate decisiva per la situazione politica interna ungherese. Abbiamo accennato altra volta al paragone che si fa tra Brüning e Imredy . Le varie correnti di estrema destra sono ancora discordi tra loro e manca un capo che sappia trascinare le masse, tuttavia le loro idee si diffondono, alimentate dai postulati di politica estera resi vivi dall’avanzata germanica, e dalla crisi interna dipendente soprattutto dal problema agrario. Imredy ha cominciato col proibire ai membri dell’esercito e della burocrazia di appartenere ai movimenti estremisti, ma sembra che egli condivida l’opinione di coloro i quali pensano che senza concessioni alla destra non è possibile sottrarre il terreno ai movimenti rivoluzionari. Ecco quindi l’ordinanza esecutiva della legge sugli ebrei che prevede un’applicazione più rigida di quello che sembrava inizialmente. Ecco ancora altre ordinanze contro il predominio capitalista, quale la legge sugli spiriti che rende possibile l’incameramento da parte dello Stato delle grandi distillerie e i progetti in preparazione nello stesso senso per le fabbriche di zucchero, per le centrali elettriche e per le miniere. Si tratta ora di affrontare il problema della distribuzione della terra, cioè quello del latifondo. Sembra che Imredy pensi davvero a misure radicali, ma resta a vedere se la sua maggioranza lo vorrà seguire fino in fondo. Nello stesso tempo il gruppo dei cattolici che fanno capo alla «Società centrale per la stampa» polemizza rudemente contro le dottrine del nazionalsocialismo e il suo organo principale Nemzet Ujsag a conclusione di una serie di articoli sul nazional-socialismo afferma la sua adesione ai discorsi del Santo Padre e dichiara che il cattolicismo ungherese procedendo per il suo cammino non s’inconterà mai colle dottrine del nazional-socialismo. La Settimana sociale olandese tenuta quest’anno a Rolduc si occupò del tema «il cattolicismo in azione nell’ambito del mondo». Il presidente mons. Doels richiamandosi alla Quadragesimo anno ebbe parole molto severe contro la fisionomia pagana dell’attuale capitalismo. Gli oratori cattolici, disse, quando parlano alle masse devono insistere su questo carattere veramente pagano e sulla base materialistica che il capitalismo condivide con la tendenza opposta, cioè col socialcomunismo. Bisogna accentuare il pericolo di un sistema nel quale i magnati del denaro, secondo l’espressione di Pio XI, «regolano la circolazione di tutta la vita economica». Delle relazioni una s’occupava dei rapporti della religione coi problemi sociali, l’altra delle relazioni fra cattolicesimo e politica. Il relatore professor Cornelissen dell’università di Nimega dimostrò che la vita pubblica è sottoposta alle direttive etiche emananti dalla religione come la sfera privata. Il dovere dei cattolici è di mettere in pratica e di attuare i principi cristiani anche nella vita di cittadini. La formula di cattolicesimo politico come di qualche cosa avulsa dall’essenza della vita religiosa è assurda. L’accademico francese Claude Farrère dopo una visita fuggevole a Sciangai aveva riassunta la situazione della guerra in Estremo Oriente con queste semplicistiche parole: «Il Giappone ha il compito di ridurre a ragione un pazzo pericoloso e ciò ha da avvenire, fosse anche a prezzo di qualche scapaccione». Il Farrère sostiene insomma la tesi d’una Cina comunista, pericolosa all’ordine internazionale, che conviene quindi domare a qualunque costo. Un altro francese residente da lungo tempo a Sciangai, il signor Breteuil, pubblica nella rivista dei gesuiti Etudes una risposta al Farrère, della quale vanno rilevati i seguenti passi: «Non abbiamo mai nascosto che ora in Cina esistono dei segni di un rilassamento della lotta contro il comunismo; tali l’ammissione dei capi dell’armata rossa nei consigli di guerra, la vendita delle pubblicazioni comuniste una volta proscritte, la liberazione dei prigionieri politici e qualche dimostrazione di simpatia per la Russia considerata un’alleata possibile. Ma tali misure non possono in verità essere qualificate come misure di favore, per quanto siano in contrasto colla grande severità che regnava prima. Il governo cinese e il generale Ciang in particolare hanno condotto per quattro anni una lotta assai dura contro il comunismo e niente permette d’affermare che tale fondamentale orientamento sia mutato. Vero è invece che la guerra ha reso necessarie certe concessioni per guadagnare i dissidenti alla difesa nazionale. La nuova piega non è quindi la causa dell’attacco straniero, ma ne è la conseguenza». Nell’Abbazia di Pontigny hanno avuto luogo delle riunioni di padroni e di operai svedesi, venuti a parlare delle loro esperienze sociali a padroni e operai francesi. Si trattava di rappresentanti delle due confederazioni padronale da una parte e operaia dall’altra che inquadrano la gran maggioranza delle due classi nella Svezia e che credono di aver fatto un’esperienza sufficiente di collaborazione sia nell’applicazione del contratto collettivo, sia nel promuovere la legislazione sociale del loro paese, per poter comunicare tali esperienze ai paesi ancora in arretrato nell’organizzazione. A Pontigny infatti intervennero tanto rappresentanti del padronato francese come rappresentanti delle organizzazioni sindacali. Si trattava di conversazioni che escludevano qualunque impegno e deliberazione. La stampa però dei circoli finanziari, come Le Temps, La Journée Industrielle e Le Figaro, esagerò nel riferire tale convegno e nell’esaltare l’esperienza collaboratrice degli svedesi. Subito per reazione i giornali comunisti e sindacalisti attaccarono violentemente quei rappresentanti operai che avevano osato partecipare alle conversazioni. Ma in loro difesa sorse il segretario generale dei sindacati Leone Jouhaux , il quale dichiarò che tali convegni si sarebbero potuti fare molte volte anche in Francia se i padroni fossero stati meglio organizzati e più disposti a discutere coi sindacati. Il noto scrittore di corporativismo cristiano Giorgio Viance trova nella Croix che si è molto esagerata l’importanza del convegno. La situazione è diversa. La confederazione generale del lavoro svedese conta 850.000 aderenti su un totale di 1.300.000 lavoratori compresi i salariati agricoli. La confederazione padronale è già vecchia e fortissima, tanto è vero che a Pontigny un suo rappresentante dichiarò ch’essa possiede una cassa di guerra di circa un miliardo di franchi. Da questa cassa si sovvenzionano gli industriali che sono boicottati o che vogliono fare la serrata. Si tratta dunque in realtà di un equilibrio fra due classi armate che disponendo ciascuna di molte possibilità di resistenza sentono maggiore la responsabilità della lotta e più facilmente i vantaggi dell’accordo pacifico. Ma se tale equilibrio può assicurare lunghi periodi di pace, dato anche il temperamento nordico dei combattenti, esso non costituisce di gran lunga – dice il Viance – il corporativismo, come soluzione organica e permanente.
|
cd078bae-e82d-4f5b-91fd-a08257db1ff6.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
Si direbbe che Roosevelt abbia invitato i suoi ambasciatori in Europa a rivolgersi direttamente alla coscienza dei popoli e a commentare e volgarizzare le dottrine e le direttive di alta politica mondiale, formulate nei discorsi suoi o nelle manifestazioni dei suoi ministri. Questi sermoni «dell’altro mondo» sono nel vecchio accolti variamente e noi, accennandovi, non intendiamo collaudare tutte le considerazioni politiche che fanno o i punti di vista, da cui partono, per quanto sia facile essere d’accordo con le finalità pacifiche, a cui tendono. Li registriamo invece in questa rubrica sopra tutto perché questi ambasciatori americani si distinguono lodevolmente da molti uomini di Stato europei per la loro costante preoccupazione del fondo morale dei rapporti umani e perché si richiamano apertamente all’etica cristiana. William Bullit , parlando dopo Bonnet nella recente celebrazione franco-americana, si è adattato all’umanitarismo laico francese definendo la saggezza umana forse troppo storicisticamente. Tuttavia, quando finisce esaltando la sua bandiera, gli sgorga dal cuore un inno ai «colori della morale cristiana e della tolleranza, ai colori della libertà e della pace», professando così che la civiltà, della quale è preoccupato, è ben la civiltà cristiana. Lo sforzo di rompere «il circolo vizioso degli armamenti e della segregazione economica», che dovrebb’essere la fatica della cooperazione internazionale, presuppone la volontà di comprendere gli altri, di non «riguardare dall’alto in basso con senso di superiorità i peggiori errori dei nuovi fanatismi», ma riconoscendo «che tali errori sono dovuti in parte alla nostra deficente saggezza» richiede il proposito e la capacità «di mettersi nei panni altrui». Il germe della sapienza, proclama il Bullit, sta nel motto: Fate agli altri quello che volete facciano a voi! Ed è appunto questo il precetto fondamentale del Cristianesimo: amare il prossimo come se stessi. Anche il rappresentante della Legione americana ricordò nella stessa occasione che il credo dei combattenti americani formulato nel 1919 incominciava col motto: Per Dio e la patria! … Ma più esplicitamente si occupa del problema religioso il discorso dell’ambasciatore americano a Londra, Mr. Kennedy , che è cattolico. Egli svolse il tema: «la libertà religiosa ai nostri giorni, e la difficoltà di rendere a Cesare non più di ciò che gli è dovuto». Egli lamentò che in certi paesi furoreggi l’intolleranza religiosa, che in alcuni la pratica della religione venga riguardata come un crimine e sieno state abbattute le chiese, che in cert’altri ancora si tenti di costringere la Chiesa a servire le organizzazioni politiche. È vero che non è questa la situazione degli Stati Uniti né quella degl’inglesi, ai quali egli parla, ma, continua l’ambasciatore: Bisogna osservare quanto avviene in altri paesi, per stare in guardia contro un eventuale estendersi del contagio. «La libertà religiosa non corre pericoli nei nostri paesi, ma ciò potrebbe accadere domani. Vi sono del resto altre libertà che ci sono altrettanto care, come la libertà di parola, di riunione, l’indipendenza giudiziaria, ecc., che corrono maggior rischio. È importante affermare che consideriamo tali libertà come intangibili, e che nessuno Stato, nessun partito può strapparle all’individuo». Kennedy tuttavia è pessimista, perché vede declinare nel mondo la forza dei valori spirituali. Linguaggio simile risuonò recentemente anche nell’America latina, in occasione della pace del Chaco e noi qui abbiamo già messo in rilievo lo spirito religioso che presiedette alla grande pacificazione . L’Osservatore Romano ha aggiunto giorni fa il testo dell’allocuzione del Nunzio mons. Fietta , pronunciata a nome del corpo diplomatico accreditato a Buenos Ayres, per congratularsi col ministro Cantilo , presidente della conferenza pacificatrice. Il Nunzio apostolico concludeva così: «Sia lecito a colui che parla e che rappresenta in questa repubblica il pontefice della pace, di quella pace nella giustizia e nel diritto da lui incessantemente raccomandata e favorita, di formulare il voto che tutte le nazioni del mondo possano godere degli incommensurabili benefici della pace cristiana promessa sulla terra agli uomini di buona volontà». E il ministro a sua volta terminava la sua proposta collo stesso augurio: «Fedele, come voi, Eccellenza, ai principi sacri ed immutabili della pace cristiana, formulo i miei voti per il trionfo universale di questo spirito di concordia, di diritto e di ordine col quale siamo giunti alla felice conclusione che oggi celebriamo». In Austria l’attacco è ora diretto contro la scuola. Dalle scuole pubbliche, comprese le università, vengono allontanati tutti i professori laici «clericali» e alle scuole private si ritira con un decreto generale e simultaneo il carattere di pubblicità e pareggiamento. A questa notizia, già grave, perché in Austria alcuni ginnasi tenuti da religiosi erano celebri e antichi vivai del pensiero cattolico e alcune altre scuole femminili tenute da suore erano fiorentissime, si aggiunge ora il preannunzio dato dal Völkischer Beobachter (e che per la verità non abbiamo ancora visto ufficialmente confermato) che tutte le scuole private confessionali sarebbero chiuse. È impossibile che tale misura possa venir applicata d’un colpo, ma l’annunzio ufficioso desta l’allarme più fondato . Dal Reich altre notizie trapelano di persecuzioni. Un primo vescovo, monsignor Schroll di Rottemburg, è stato cacciato «manu armata» dalla sua residenza. Monumento meraviglioso di fede intrepida e documento d’una dignità senza pari è la lettera collettiva dell’episcopato germanico, radunato a Fulda fra il 16 e 19 agosto . I vescovi con tutta la responsabilità e con tutta l’autorità della loro carica affermano il perdurare anzi l’inasprirsi della lotta. «Gli attacchi non sono divenuti per nulla più moderati e più sopportabili, ma piuttosto più acerbi e più violenti, scoprendo chiaramente gli scopi voluti. Si vuole cioè impedire e dissanguare la vita cattolica; ancor più, si vuole distruggere la Chiesa cattolica in mezzo al nostro popolo, e perfino sradicare lo stesso cristianesimo per introdurre una fede che con la vera fede divina e con la fede cristiana circa la vita futura non ha assolutamente nulla a che vedere». Ma le chiese sono aperte, il culto è libero, oppone la stampa avversaria. Ciò in parte è vero, dicono i vescovi, ma «si fa ogni sforzo, specialmente fra la gioventù e negli accampamenti, perché la frequenza alle chiese sia resa difficile e si condanna come contrario all’unità della nazione tutto ciò che è confessionale e si tiene lontano dalla vita pubblica ogni manifestazione religiosa. Si pensa in tal modo di ricacciarci nelle catacombe, ciò che dovrebbe essere il principio della fine». Dopo un accenno agli attacchi di stampa, alle adulterazioni della storia in odio al cristianesimo, alla vieta accusa di filocomunismo, alle campagne contro il papa, alla nuova legislazione matrimoniale, alle rappresaglie contro funzionari e studenti cattolici, ai processi riesumati e gonfiati, i vescovi concludono «apparisce sempre più manifesto che anche i circoli dirigenti non vogliono un vero e durevole accordo con la Chiesa cattolica. O incompatibilità fondamentali impediscono un avvicinamento, oppure nello sviluppo degli avvenimenti ha preso la mano una corrente che vuole la fine della Chiesa e non già la pace o almeno una sopportabile convivenza fra Chiesa e Stato». Constatata la profondità del dissidio, i vescovi germanici fanno però a questo punto una dichiarazione così francamente coraggiosa da strappare l’ammirazione a tutto il mondo: «Sia, però, adesso e per sempre dichiarato con tutta fermezza che noi vescovi cattolici tedeschi non compriamo il benessere o anche solo la sopportazione e la quiete col sacrificio del nostro patrimonio religioso, né cedendo sui diritti della Chiesa, né venendo meno al coraggio personale ed al carattere. Noi vescovi cattolici tedeschi sappiamo che cosa è la Chiesa: l’istituzione di Gesù Cristo, il più santo di tutti gli uomini ed eterno Figlio di Dio, il regno salvifico di Nostro Signore, fondato sulla roccia di Pietro ed i pontefici suoi successori, la sede della verità e della grazia, l’unica potenza spirituale che resiste da duemila anni, nonostante tutti gli attacchi esterni ed interni e che resisterà per tutti i tempi avvenire, perché per essa vale la parola divina: Le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa». Segue poi nella pastorale la parte più specialmente dottrinale, nella quale si polemizza colle teorie razziste che vogliono creare un «Dio tedesco», contro il naturalismo, per cui non si parla che dei compiti dell’al di qua, senza pensare all’al di là, e contro il materialismo della vita. Durante quest’argomentazione vigorosa balzano in luce periodi come questi: «Si è veramente così accecati da sperare una completa e pronta estinzione del sole cristiano nel popolo tedesco mediante decreti e la forza materiale? Ciò può pensare soltanto uno stolto, che non conosce la storia del cristianesimo, né la sua luce e calore, tutt’ora integri, come ignora la tendenza innata dell’uomo verso l’ultima Verità e l’intima pace. Se noi, vescovi cattolici, con coraggio apostolico apertamente chiediamo di terminare finalmente la lotta contro il cristianesimo, serviamo gli interessi della patria e della nazione non meno che gli interessi della nostra fede. In ogni modo noi ricordiamo, inflessibili, la parola dello Spirito Santo: Nessuno può porre altra base oltre quella che c’è, Gesù Cristo (1° Cor. 3,11). Ciò vale per ogni singolo uomo e vale per il nostro popolo. Noi conosciamo il quarto comandamento che ci obbliga all’obbedienza, in ogni cosa lecita, verso lo Stato e verso l’autorità dello Stato, comandamento che trova, peraltro, il suo complemento nella parola dell’apostolo: “Bisogna ubbidire a Dio più che agli uomini” (Atti degli Apostoli 5, 29)». Il mirabile documento termina coll’invito ad invocare da Dio la virtù della fortezza, specie per la gioventù della quale però i vescovi si lodano altissimamente, perché affermano innanzi al mondo ch’essa «in gran numero rimane magnificamente fedele ed eroica». Convien dire che la gravità del momento ha trovato in Germania gli uomini che sanno degnamente sopportarlo. Leggendo queste apostoliche parole, passa nelle nostre anime come un fremito di ammirazione e di fierezza e le folle devote che le avranno ascoltate in migliaia di chiese, in Baviera, sul Reno, nella Slesia, nella Diaspora avranno avuto, tra le lagrime, il presentimento dell’immancabile vittoria. Un breve cenno per questa volta sul congresso di «Pax Romana». Sostenuto dallo zelo infaticabile e disinteressato di Rudi Salat e di Gremaud questo segretariato internazionale delle associazioni cattoliche universitarie continua ad operare vigorosamente per una direttiva comune della gioventù intellettuale di ogni nazione nel campo cattolico. Quest’anno il congresso si tenne in Jugoslavia, presenti trecento delegati di ogni continente. Il grosso era dei paesi balcanici: studenti accorsi a sentire maestri come il prof. P. Simon di Lilla e l’abate Cardijn a parlare dell’opera degli intellettuali in mezzo agli operai, per attuare il programma sociale della Chiesa («proiezione della teologia nei problemi di ordine sociale») e combattere i progressi del comunismo. «Per raddrizzare la società occorre che vi siano cuori puri, trascinati dall’amore del prossimo e di Dio; ma occorre pure che la fede sia rischiarata da una ragione limpida, che l’intellettuale faccia lo sforzo di penetrare e sviluppare la dottrina sociale della Chiesa per poterne applicare le regole in modo adatto ad ogni momento e a ogni ambiente. Il metodo più efficace per combattere il comunismo è quello di combattere gli abusi che favoriscono il suo sviluppo. L’opposizione intransigente agli errori dottrinali deve essere accompagnata da una carità assoluta verso il prossimo». Queste le conclusioni di una relazione assai applaudita del prof. Simon. Vari sottosegretariati professionali e specializzati discussero e deliberarono poi su argomenti sussidiari alla tesi principale. Il congresso, accolto con simpatia anche dal governo jugoslavo, decise di trasferirsi nel 1939 a Washington e Nuova York col tema: Il compito dell’università nell’Azione Cattolica. «Un congresso cattolico per la pace» ebbe luogo alla fine d’agosto all’Aia, presenti un centinaio di personalità, che si occuparono della pace solo dal punto di vista dei principi. Fu riaffermato il principio della cooperazione e riorganizzazione internazionale, ricordando che le linee programmatiche della Società delle Nazioni corrispondono ai postulati formulati da Benedetto XV nel suo famoso messaggio del primo aprile 1917; fu riaffermato il principio del bene comune dell’umanità, al quale devono ordinarsi gl’interessi particolari delle nazioni, l’obbligo di quest’ultime a contribuire a tale bene comune e di regolare la loro politica secondo le esigenze della giustizia sociale internazionale, il logico bisogno d’un’autorità internazionale coi mezzi di farla valere. I cattolici vengono esortati a lavorare ciascuno nel proprio campo per la diffusione dei veri principi della morale internazionale. In un paese della Germania settentrionale i genitori avevano dato al loro neonato il nome di Giosué. L’ufficiale di stato civile si rifiutò però di registrare un tal nome, dichiarando che Giosuè era un nome di carattere ebraico e del Vecchio Testamento. Il padre presentò ricorso contro tale rifiuto, ma il tribunale approvò il modo di vedere dell’ufficiale con una lunga motivazione che in Germania farà certo testo. Vi si dice che ai bambini germanici deve venire imposto un nome tedesco come Siegfried, Dietrich, Otto, Heinrich, Gudrun ecc. Si possono ammettere anche nomi che, pur non essendo d’origine germanica, sono ormai entrati nell’uso in modo d’aver sapore tedesco, come per esempio Alessandro, Giulio, Vittore, Rosa, Agata. Ciò vale anche per nomi d’origine cristiana, nomi cioè che hanno avuto un’immediata relazione personale col fondatore della religione cristiana e vengono perciò citati nel Nuovo Testamento, quali Giuseppe, Giovanni, Matteo, Maria, Elisabetta. Ma ben diversamente son da considerarsi i nomi del Vecchio Testamento come di persone che non ebbero alcuna relazione col cristianesimo. Anche qui in verità ve ne sono alcuni che non vengono più considerati come antitedeschi, per esempio, Eva, Davide e Ruth. Ma nomi di sapore particolarmente ebraico, come Abramo, Israele, Samuele, Giuditta e Ester possono, come il ministro dell’interno dice nel suo noto decreto sui nomi, venire respinti, anzi, secondo il concetto nazionalsocialista, devono esser respinti. Tradizioni di famiglia che non sono più conciliabili coi nuovi tempi devono essere lasciate cadere. La decisione infine considera «che l’autorità dei genitori è ben competente per stabilire il nome di battesimo del bambino, ma la questione quali specie di nomi sia lecito dare a bambini tedeschi cade nella sfera del diritto pubblico». In base a questa deliziosa motivazione, i genitori dovettero rinunciare al nome di Giosuè che, come essi affermano, da lunghi anni si è tramandato nella loro famiglia da padre in figlio. In Olanda è nata una nuova organizzazione intitolata «Centro Nazionale» e promossa da uomini eminenti rappresentanti l’aristocrazia e i circoli direttivi dello Stato. Il movimento è diretto contro la propaganda nazista che cerca di diffondersi nel paese. Il 12 agosto il principe Bernardo e il primo ministro Colijn assistettero alla inaugurazione della sezione di Driebergen. Il segretario generale del Centro sarà il barone Bentinck, gran maestro della casa della regina Guglielmina. Il proclama dice: «In questi tempi caotici in cui sono minate le basi della società, il popolo deve rivolgersi a Dio e accrescere la sua fedeltà alla casa d’Orange. Sarebbe contrario alla storia ed alla tradizione del nostro popolo di cercare altre direttive e per questo motivo bisogna sforzarsi di unire i cattolici, i protestanti e gli ebrei in un fronte nazionale basato sul pensiero supremo che Dio è la fonte di ogni bene».
|
04e7de23-a41a-4f9f-883f-5e6850de70e3.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
A chiusura delle sue celebrazioni cinquantenarie la Confederazione francese dei sindacati cristiani ha organizzato un pellegrinaggio a Roma. Il S. Padre ricevendo i pellegrini, che portavano due bandiere benedette da Leone XIII ai tempi del conte De Mun , espresse tutta la sua paterna ammirazione per l’attività svolta dai «lavoratori cristiani» nei vari sindacati durante cinquanta anni di vita sociale e colse l’occasione, rispondendo al loro indirizzo, di toccare alcuni argomenti dottrinali. Li riassume in francese, come furono detti, l’Osservatore Romano. «L’Eglise professe et enseigne une doctrine qui marque les justes rapports entre collectivité et individu. Certainement (c’est l’évidence même), du fait des nécessités de la vie, de la naissance à sa mort, l’individu a besoin de la collectivité: pour vivre, pour développer sa vie. Mais il n’est pas vrai que la collectivité soit elle même une personne, une personne indépendante, parlant en son propre nom. Non, la science comme l’ignorance, la science comme la vertu, sont le propre de l’individu. Aussi quand on parie de l’âme de la collectivité, c’est une manière de dire, qui a bien son fondement dans la réalité, mais qui demeure une abstraction. Et la collectivité ne peut exercer aucune fonction personnelle, qu’à travers les individus qui la composent: c’est l’évidence, mais une évidence qui, de nos jours, n’est plus reconnue dans bien des milieux. On dit trop, un peu partout, d’une façon ou de l’autre – et on s’est habitué à entendre dire – que tout appartient à l’Etat, rien à l’individu. Oh! chers fils, quelle fausseté dans cette expression; elle va d’abord contre les faits, car si l’individu est réellement dépendant à ce point de la société, la société d’autre part ne serait rien sans les individus, sinon une pure abstraction. Mais il y a des arrière-pensées bien graves; et ceux qui disent: tout à la collectivité, disent aussi que la collectivité est quelque chose de divin; et alors voici l’individu divinisé, mais d’un façon nouvelle; c’est une espèce de panthéisme social. Voilà, chers fils, la leçon que le catéchisme élémentaire nous enseigne. C’est l’ennemi de l’homme qui a dit: eritis sicut dii. Vous savez tout ce que cette phrase voulait dire, et comment elle s’est traduite dans la tragédie des siècles qui se sont succédés sur la pauvre humanité pécheresse. Ainsi on dit un peu partout: tout doit être à l’Etat; et voici l’Etat totalitaire, comme on le nomme: rien sans l’Etat, tout à l’Etat. Mais il y a là une fausseté si évidente, qu’il est étonnant que des hommes, par ailleurs sérieux et doués de talents, la disent et l’enseignent aux foules. Car comment l’Etat pourrait-il être vraiment totalitaire, donner tout à l’individu et tout lui demander; comment pourrait-il tout donner à l’individu pour sa perfection intérieure – car il s’agit de chrétiens – pour la sanctification et la glorification des âmes? Dès lors combien de choses échappent aux possibilité de l’Etat, dans la vie présente, et en vue de la vie future, éternelle!» . Il S. Padre ha poi raccomandato la carità cristiana, tanto necessaria in tempi in cui sembra che l’uomo sia diventato «homini lupus» e quando s’inasprisce la lotta di classe. Ha esortato infine anche i sindacati cristiani ad essere forze ausiliari dell’Azione Cattolica. Intorno all’Azione Cattolica il S. Padre si espresse anche in un’altra udienza ricevendo alcuni gruppi dell’Azione Cattolica Italiana. «L’augusto pontefice – riferiva l’Osservatore Romano – sperava fermamente, ed esortava tutti i figliuoli suoi a sperare, che l’Azione Cattolica debba essere da tutti riconosciuta ed apprezzata per quello che è, vale a dire la stessa vita della Chiesa. Egli quindi ritiene e spera che mai più abbiano a rinnovarsi quelle tempestose burrasche che tanto hanno afflitto il suo cuore di padre, talché egli ebbe a chiedersi se dei figli suoi volevano proprio ucciderlo o, quanto meno, attristargli mortalmente gli ultimi anni di vita. No: questo i figli suoi non vorranno né faranno; e pertanto egli guarda all’avvenire con piena fiducia; la sua voce è stata accolta e raccolta; delle assicurazioni gli sono state date; Egli ha fede in queste promesse, e spera quindi che non si vorrà mai più circondare di sospetti e di diffidenze l’Azione Cattolica. Pertanto esorta tutti a pregare, giacché non si stancherà mai di dire che tutto, anche la perseveranza nel bene, dipende dalla grazia del Signore, quella grazia per ottenere la quale la preghiera è il mezzo sovrano». Paolo Monelli scrive da Burgos al suo giornale: «Anche le monache partecipano alla guerra nella Spagna nazionale, anche le monache. Vi partecipano, anzitutto, pregando il buon Dio per la vittoria della croce contro la falce e il martello, vi partecipano lavorando a preparar maglie, calzini, passamontagna per i soldati e facendo, poverette, tutto quello che forze, mezzi e regola consentono. Quando poi non possono fare di più, offrono la loro casa, non tutta, naturalmente, ma buona parte di essa, ritirandosi a vivere in poco spazio, pigiate pigiate come rondinelle nel nido. Nei piani rimasti sgombri vengono allogati uffici militari e civili, opere assistenziali, cliniche, prigioni perfino, che riempiono i sacri recinti di una vita assolutamente imprevista. Così è avvenuto un po’ dappertutto, così è avvenuto anche a Burgos, dove, al primo piano di un grande monastero che sorge al di là del fiume si è installata la “Sección feminina de Falange tradicionalista y de la J.O.N.S.”, la direzione nazionale, per intenderci, della Falange femminile». Partecipare alla guerra colle preghiere e coi ferri da maglia! Sarebbe questa forse la partecipazione di cui i rossi fanno carico ai religiosi? Nella Settimana sociale dei cattolici polacchi celebrata a Katowice, monsignor Kaczynski , il brillante direttore dell’agenzia «Kap», ha parlato sul modo di creare una solida opinione pubblica cattolica in Polonia. Si tratta cioè di unire su un programma di azione cattolica, che escluda la politica contingente, tutti i giornali (e sono una settantina!) che pur appartenendo a vari partiti politici (conservatori, cristiano-democratici, governativi e dell’opposizione) vogliono difendere i principi fondamentali del cattolicismo e gl’interessi e la libertà della Chiesa. Questo fronte unico dovrebbe costituirsi specialmente nelle questioni fondamentali (matrimoniale, scolastica, ecc.). Per far ciò, la «Kap» sotto la direzione della commissione stampa della conferenza episcopale, convoca a degli scambi d’idee anche la stampa politica che non si può classificare come stampa di Azione Cattolica, ma che nelle sue direttive essenziali accetta di difendere i principi della Chiesa. Al congresso dell’insegnamento cattolico in Francia l’on. Le Cour Grandmaison ha affermato: Tutti cominciano a comprendere che ciò che si affronta in Europa non sono semplicemente delle diverse teorie politiche, ma che la forza dello hitlerismo consiste nel suo contenuto dottrinale, nella sua mistica, nella sua concezione dell’uomo e del numero, che per milioni di uomini è quasi una religione. Ora la mistica, argomenta il Grandmaison, non si abbatte a colpi di cannone. Bisogna opporvi altre dottrine, altre concezioni, le quali non si possono ricavare che da una rinascita del cristianesimo. Per questo in Francia bisogna dare appoggio alla scuola cattolica. «Noi non vogliamo creare nuove divisioni, incalza nello stesso congresso il card. Gérlier , ma ci rivolgiamo lealmente a coloro che, pure lealmente, come voglio credere, fanno di continuo appello all’appoggio delle forze spirituali e domandiamo loro se non credano veramente che la scuola cristiana sia uno dei focolai essenziali di queste forze spirituali, ch’essi riconoscono indispensabili alla sicurezza e all’onore della patria … Senza abbandonare rivendicazioni sulle quali né la Chiesa né i suoi figli possono transigere e senza voler mai dare a tali rivendicazioni (ora meno che mai) un carattere settario, noi invochiamo di tutto cuore l’ora, in cui con uno sforzo reciproco di comprensione e di fraternità, il problema scolastico verrà infine risolto secondo lealtà e giustizia!». In un’intervista con un corrispondente dell’Epoque il card. Gomá y Tomás , primate di Spagna, ha detto: «Come spagnolo non posso essere che riconoscente a tutti coloro che hanno aiutato la Spagna cattolica a respingere l’assalto del marxismo. Ma per quanto riguarda la dottrina nazista propriamente detta, io non posso che formulare la mia condanna ed averne paura. Qualche timido tentativo di propaganda è stato fatto dai nazisti presso certi spagnoli che soggiornavano nel Reich, ma il successo è stato mediocre. Il sollevamento nazionale è accompagnato da una tale ripresa di spirito religioso che il momento è proprio male scelto per parlare agli spagnoli di divinizzazione dello Stato. I nostri giornali si astengono dal tenere i lettori informati sulla persecuzione in Germania. Tuttavia il mondo religioso e in generale gli ambienti colti non ignorano nulla di quanto avviene. La rivista Razón y Fé ha pubblicato non appena le è stato possibile, l’Enciclica Mit Brennender Sorge, ed anche l’Epoque è letta nella Spagna. «Non abbiate per questo alcun timore, ha concluso il cardinale; la Spagna di domani sarà una Spagna cattolica, senza riserve d’alcun genere. Certo che noi dovremo lavorare molto. Gli studi ed il reclutamento sacerdotale hanno bisogno di essere riformati, ma tutto ciò verrà compiuto a suo tempo e luogo» . L’aspra attualità del conflitto politico ha fatto passare quasi inosservato il discorso pronunciato durante il congresso di Norimberga dal Führer intorno all’arte e alla cultura. Merita di venir registrato qui quanto egli disse circa la mistica e il culto: «Il nazionalsocialismo è una fredda dottrina realistica di nozioni rigorosamente scientifiche. Schiudendo il cuore del nostro popolo a questa dottrina, noi non desideriamo di riempirlo di un misticismo, che è lontano dagli scopi e dalla meta della nostra dottrina. Anzitutto il nazionalsocialismo è nella sua organizzazione un movimento popolare, ma per nessun conto un movimento culturale. I metodi tradizionali per illuminare e afferrare il nostro popolo sono risultati dall’esperienza e corrispondono a criteri di praticità; essi diventano ora un costume, ma non hanno niente da fare con metodi o forme di manifestazioni, derivanti da altri punti di vista e che finora hanno rivendicato per sé il termine di “culto”. Il nazionalsocialismo non è un movimento di culto, ma solamente una dottrina politico-popolare derivata da nozioni razziste. Essa non ha il senso del culto mistico, ma la cura e la direzione del popolo com’è determinato dal sangue; perciò noi non abbiamo edifici per il culto, ma piazze per riunirsi a marciare, non delubri, ma arene sportive … Non bisogna tollerare che nel nostro movimento s’infiltrino degli occultisti e dei mistici speculatori dell’al di là. Essi non sono nazionalsocialisti, ma qualche cos’altro, che non ha da fare con noi. In cima al nostro programma non sta l’immaginare misterioso, ma il chiaro riconoscere e l’aperta professione. È già un pericolo il fare una proposta per un qualche luogo di culto, perché ne deriva poi la necessità di inventare poi delle cerimonie di culto o azioni di culto. Per le opere di culto sono competenti le Chiese … Il culto del nazionalsocialismo è solo la cura della natura e di ciò che Iddio ha voluto. La nostra umiltà consiste nel piegarsi incondizionatamente innanzi alle leggi divine dell’essere, che a noi uomini si manifestano, e nel rispettarle. La nostra preghiera è: valido adempimento dei doveri che ci derivano. Ma per opere di culto, non siamo competenti noi, ma le Chiese! E se qualcuno volesse far credere che i nostri compiti non gli bastano, dovrà portare le prove che Iddio vuole servirsi di lui, per fare meglio…». È difficile afferrare in pieno tutto il significato di questo brano inserito in un discorso, dedicato principalmente alle manifestazioni e alle tendenze dell’arte nuova in Germania. Tuttavia è lecito forse affermare che il Führer ha voluto distinguere le sue responsabilità da quelle tendenze nebulose che vogliono costruire in Germania una nuova religione tedesca con una relativa liturgia? Le manifestazioni del culto spettano alle Chiese, non allo Stato nazista! Questa recisa denegazione dovrebbe metter fuori dal nazismo tutti gli pseudoprofeti alla Ludendorff Hauer, ecc. Se ciò è confortevole, sventuratamente niente nel discorso smentisce il Rosenberg che fu ancora sempre l’oratore principale di questa sezione culturale nello stesso congresso, e niente è stato detto per modificare il mito del sangue il quale rimane la base eterodossa dell’ideologia nazionalsocialista. Una nuova pastorale dei vescovi bavaresi c’informa che la lotta contro le scuole confessionali continua, tendendo oramai allo sterminio. «L’allontanamento degli insegnanti religiosi dalle scuole – dice la pastorale – costituisce una delle più dure prove e persecuzioni, che oggidì subisce la Chiesa in Germania; di mese in mese progredisce con spaventoso crescendo la soppressione della scuola cattolica e poco manca ancora alla sua totale eliminazione. In centoventisei comuni delle circoscrizioni statali della Baviera è stata revocata, nel periodo dal sedici agosto al primo settembre, alle congregazioni religiose la facoltà di insegnare nelle scuole elementari. Di conseguenza sono state private dei mezzi di sussistenza altre 367 suore insegnanti. Nel corso di un anno e mezzo, cioè dal primo gennaio 1937 in poi, sono state espulse in questo modo dalle scuole pubbliche più di 1200 suore insegnanti. A questo numero va aggiunto quello delle suore, che di mese in mese vengono cacciate dagli asili e dai giardini infantili, come pure dalle scuole industriali, domestiche e di cucito, dove finora si educavano le future spose e madri alla loro nobile missione. Oltre queste scuole rette da religiose, ma dipendenti dagli enti pubblici, a Pasqua, per ordine del ministro dell’istruzione, è stata disposta l’immediata, rispettivamente graduale, chiusura di ben 84 scuole conventuali, di 64 educandati femminili e di 20 collegi maschili, tutti di congregazioni religiose». I vescovi dopo aver protestato, ricordando anche le precise garanzie del Concordato, chiudono colla preghiera: «Signore Iddio, noi ti preghiamo di accogliere la nostra patria sotto la tua perpetua protezione e di illuminare il suo capo colla luce della tua sapienza». Come abbiamo già riferito, la guerra scolastica è vivissima anche nella vecchia Austria. Qui celebra i suoi fasti la equivoca applicazione del «Date a Cesare quel ch’è di Cesare, ecc.», che il Bürckel al momento della annessione vantò come suo tranquillante programma. Com’egli lo interpreti nella pratica s’incaricò di spiegare il Bürckel stesso in un suo discorso recente. «La scuola – egli disse – è dello Stato. E se oggi si contesta il nostro diritto sulla scuola, noi rispondiamo che abbiamo da provvedere alla continuità della nostra nazione su questa terra. Ciò risulta possibile solo se la nazione ci viene affidata tutta intiera e in modo particolare la gioventù. La scuola appartiene allo Stato che porta la responsabilità del proprio avvenire. L’obbligo di tale responsabilità porta con sé l’esclusivo diritto di proprietà e il dovere di proprietà. Ciò non esclude che anche la Chiesa possa occuparsi della formazione religiosa dei giovani. Se la Chiesa vuole aiutare lo Stato, questo può esserne lieto, ma possessore è lo Stato e la Chiesa ausiliatrice. Su questa base, continua il Bürckel, nella Ostmark si potrà avere la pace. Purtroppo nel vecchio Reich alcuni connazionali sembrano sentire poco bisogno di tale pace … Ma noi siamo lieti che per l’opera della creazione sia competente solo il buon Dio, e che egli abbia rinunziato nella sua saggezza a creare una razza protestante o una razza cattolica e si sia compiaciuto invece di creare noi semplicemente come tedeschi. Una fede che si disgiunge da questi tedeschi è impresa blasfema, mentre una fede che serve questi tedeschi, è un servizio divino. Il tedesco non è creato per la fede, ma la fede ci è data, affinché serviamo l’opera della Creazione … Stato, partito e fede trovano il loro nesso armonico, quando professiamo senza riserve: per noi tedeschi il nostro popolo e la nostra Germania stanno sopra ogni cosa al mondo». Questo si legge in grassetto nella Reichspost del 1° settembre e tale è la dottrina del luogotenente del Führer nella vecchia cattolica Austria!
|
67e830b7-2fda-484f-89b1-781fc0061d55.txt
| 1,938
| 2
|
1936-1940
|
In Austria, prima del plebiscito, s’era formata quell’atmosfera equivoca che si conosceva già dalla Saar e che era predisposta dallo stesso regista politico, il governatore Bürckel. I vescovi austriaci avevano ottenuta l’assicurazione «che sarebbe dato a Dio quel che è di Dio», in cambio di che i vescovi promettevano di «dare a Cesare quel che è di Cesare» e il card. Innitzer , avvertito che ogni documento pubblico, ogni lettera dovevano portare il nuovo fatidico saluto, aveva aggiunto di propria mano: Heil Hitler. Il facsimile di questo autografo venne affisso nella vigilia elettorale in tutta la Germania e sopra tutto in faccia agli episcòpi tedeschi, come un eloquente rimprovero contro questi protestatari impenitenti. Da Vienna si diffondevano le notizie più tranquillanti. A Vienna sorgeva una «Arbeitsgemeinschaft» di cattolici e sacerdoti filonazisti e la Reichspost, già organo dei cristiano-sociali, diveniva il portavoce di questa tendenza. Ora sono passati pochi mesi e la lotta dello Stato contro la Chiesa si fa sempre più serrata. Revocato il pareggiamento delle scuole private, allontanati gli insegnanti ecclesiastici dalle scuole pubbliche, reso facoltativo, da obbligatorio che era, l’insegnamento religioso, proibite le preghiere all’inizio e alla fine delle lezioni, fatti chiudere alcuni ginnasi vescovili che preparavano i candidati al sacerdozio, eliminata l’attuale organizzazione dell’assistenza religiosa negli ospedali, ogni traccia di collaborazionismo e di «Arbeitsgemeinschaft» sembra scomparsa e la Reichspost stessa cessando di vivere pare confermi colla sua morte la fine di così fervide illusioni. Le violente manifestazioni contro il card. Innitzer hanno condotto a nuovi inasprimenti e a nuove minacce. Il commissario Bürckel ha usato in un recente discorso tenuto a Vienna, a commento di tali dimostrazioni, un linguaggio assai diverso di quello della vigilia del plebiscito. «Chi non è per noi è contro noi». «La chiesa è un luogo di preghiera e non vi si deve pregare che per il popolo tedesco e per il suo capo». «Nessuno fuori di noi ha diritto di manifestare nelle vie». «Le vie e le piazze, come le scuole, appartengono a noi che siamo lo Stato». «La politica è un affare che riguarda esclusivamente noi soli» … Dopo l’Anschluss, continuò il Bürckel, il card. Innitzer ci venne spontaneamente ad offrire la sua cooperazione. Ora sappiamo che egli agiva secondo il principio: salviamo quello che è possibile di salvare. Annunziando infine che alle manifestazioni in favore di Innitzer avevano partecipato «cechi ed ebrei» il Bürckel concluse che, in seguito alle manifestazioni, egli provvederà all’espulsione di tutti gli ebrei e di tutti i cechi che avessero la minima cosa al loro passivo; che si abbandonerà definitivamente l’idea «accarezzata la settimana passata» di «lasciare per grazia alla Chiesa questo o quel seminario», «perché il clero politicante che s’è manifestato in tale occasione non può darci la garanzia che educherà convenientemente la gioventù in simili scuole». E ancora: «Vista la grande vittoria riportata nei Sudeti volevo preparare un’amnistia per i politici confessionali. Questo progetto d’amnistia è abbandonato». È difficile trovare un filo di logica nel discorso del Bürckel, almeno nel testo che è riferito dai giornali. Quale relazione ci può essere tra i cechi e gli ebrei e i seminari cattolici da riaprirsi o chiudersi definitivamente? E come mai «i politici cattolici» del vecchio regime che stanno nei campi di concentramento dovranno espiare le conseguenze di quanto si è svolto o si afferma essersi svolto attorno al campanile di Santo Stefano? Il governo del Reich ha voluto sopprimere la facoltà teologica di Salisburgo per spegnere con ciò ogni speranza nella costituzione dell’università cattolica di Salisburgo che oramai sembrava essere prossima alla realtà. Altre facoltà teologiche rimangono annesse alle università di Stato, come quelle di Vienna e di Graz, ma il governo nazista, sopprimendo la facoltà teologica di Salisburgo, ha voluto eliminare quel nucleo attorno al quale si era formato il comitato per l’università cattolica. È un’altra posta passiva che i cattolici devono aggiungere al triste bilancio dell’Europa centrale. Udremo fra poco ciò che sarà divenuto della «Federazione nazionale cattolica dei Sudeti» che contava dieci mila membri e 268 sezioni locali e delle due associazioni della gioventù, la maschile con otto mila soci e la femminile con cinque mila aderenti. Benché qui gli uomini politici cattolici al momento dell’Anschluss abbiano lasciato cadere ogni loro formazione distinta e si siano fusi col partito di Henlein, così che nessun pretesto di carattere politico potrebbe venir invocato, c’è da temere che alle Associazioni cattoliche boeme e morave sia riservata la sorte di quelle austriache. I fatti di Vienna hanno avuto un’eco dolorosissima in tutto il mondo cattolico. La Politische Diplomatische Korrespondenz di Berlino se n’è accorta e ha tentato una giustificazione, ma la smentita riesce una conferma. Si apprende intanto ufficialmente che l’occasione delle dimostrazioni fu una «predica del cardinale Innitzer, nella quale si opponevano allo Stato le concezioni clericali in materia di matrimonio e di scuola». Il cardinale fu dunque «preso in fallo», non perché dissertasse di politica, ma perché riaffermò i sacrosanti diritti della Chiesa riguardo al matrimonio e alla scuola come tutto l’episcopato austriaco aveva già dovuto fare nelle pastorali pubblicate alcune settimane fa. La nuova legislazione matrimoniale del Reich e i provvedimenti amministrativi nel campo della scuola avevano imposto al conciliativo cardinale il doloroso dovere di protestare. Come si può affermare allora, come fa la Corrispondenza, che «dove si sono verificati realmente conflitti, lo Stato è sempre apparso in posizione di difesa di fronte alla pretesa del clero di voler tenere cattedra politica attraverso la religione»? La stessa Corrispondenza si lagna delle montature e delle calunnie di certa stampa estera. Supponiamo pure che ciò sia, ma come meravigliarsene, se viceversa la stampa ufficiosa germanica ci ammannisce delle inversioni ridicole e assolutamente inverosimili? Infatti il Gauleiter di Salisburgo per smentire le violenze dei dimostranti afferma che «I monaci francescani erano stati invitati a sgomberare un piano dell’edificio che è di proprietà dello Stato e dove dovevano sorgere degli uffici del partito. Il giorno in cui questa consegna doveva essere effettuata i frati invece distrussero essi stessi i loro mobili e li buttarono dalle finestre per far poi dire che questo atto vandalico era stato opera dai nazional-socialisti!!!». Da un’inchiesta fatta da un collaboratore della Libre Belgique a Barcellona spigoliamo alcune notizie inedite sulla vita religiosa dopo lo scoppio della guerra civile e dopo i massacri del clero. «Il vescovo di Barcellona e il cardinale arcivescovo di Taragona erano scomparsi il primo giorno della rivoluzione lasciando i loro poteri a dei vicari generali. Costoro in verità non potevano senza arrischiare inutilmente la loro vita mettersi in mostra né avere comunicazioni sistematiche coi fedeli». Dopo la fine di luglio si costituirono perciò delle piccole comunità attorno a un prete radunate nella casa di un pio laico. «Si formarono così specie fra coloro che godevano d’una posizione sociale privilegiata dei nuclei di uomini coraggiosi che provvidero a nascondere i sacerdoti ancora in vita e a procurar loro i mezzi di sussistenza». «Conosco, dice il corrispondente, un uomo coraggioso che per mesi assicurò l’esistenza di ventisette sacerdoti». Quest’uomo come molti altri fedeli «non mancò mai alla Messa domenicale». «Essa si celebrava in una sala da pranzo di qualche appartenente. Il sacerdote in giacca e talvolta in maniche di camicia celebrava senza messale a memoria, per lo più la Messa della Vergine. Dopo la comunione il sacerdote consegnava a l’uno o l’altro fedele la scatola di metallo che conteneva le Sante Specie e permetteva loro di comunicarsi durante la settimana». Il corrispondente accenna agli espedienti a cui si dovette ricorrere per non tradire l’esistenza di queste agapi e per fabbricare gli azzimi e racconta «che un giovane magnifico ora scomparso, traversò in pieno inverno i Pirenei per portare dalla Francia gli oli santi». Specialmente la Gioventù cattolica, passati i giorni del terrore più acuto, si riagruppò, riattaccando relazioni e ravvivando gli spiriti. Si fecero perfino delle giornate di ritiro e di studio ove si seguiva sopra tutto la consegna di San Paolo: «profittiamo della prova che Dio ci manda. Se noi non ne sortiamo più puri, più forti e più apostolici, avremo perduto il nostro tempo e negletta la grazia che ci è stata donata». Il corrispondente conclude con una esaltazione della Gioventù cattolica spagnola, che segue l’esempio della Roma dei primi secoli e del Messico moderno e ricorda con orgoglio che tra gl’ispiratori di questa gioventù si possono annoverare mons. Cardijn, fondatore della J.O.C. e il signor Hoyois , oggi alla testa delle organizzazioni belghe. Ora, in base a un decreto del maggio 1937 promosso dall’allora ministro della giustizia, il basco Irujo , il culto pubblico dovrebbe essere autorizzato. In realtà però il culto non è ricostituito che nelle prigioni (e non tutte), e in qualche reparto dell’esercito. Il corrispondente afferma d’aver assistito a funzioni solenni nella capitale basca e in qualche casa particolare. Il ministro Irujo avrebbe dichiarato che i sacerdoti che possono esercitare un culto privato e semi pubblico sarebbero in Catalogna 2500, ma il corrispondente crede che si tratti appena d’un migliaio. Perché non si riaprono le chiese? È difficile, dice il corrispondente, ottenere una risposta a questa domanda. Il signor Irujo dice che i Catalani preferiscono il culto privato, perché riaprire le chiese potrebbe apparire come un’adesione alla repubblica, ma altri hanno detto più giustamente che è ben sempre la paura degli anarchici ciò che le mantiene chiuse. Il sottosegretario Ragasol rispose al corrispondente: «Se si riaprissero le chiese, non sarebbero i soli fedeli ad entrarvi, ma anche i fascisti della quinta colonna e ciò gli anarchici non sopporterebbero. Per ora è cosa impossibile». Si assicurò anche al giornalista che si stanno ora avviando trattative sulle questioni del culto, ma sembra che ci sia poca speranza di giungere ad un accordo, poiché mentre è chiaro il vantaggio che ne trarrebbe il governo attuale ostentando dinanzi al mondo una libertà di culto che difficilmente potrebbe poi sostenere, maggiore ancora è il rischio per la Chiesa che da un giorno all’altro potrebbe essere esposta a nuovi massacri. Un’altra corrispondenza tratta del problema religioso basco, della lettera collettiva dell’episcopato e della polemica del presidente basco Aguirre contro il cardinale Gomà. Le citazioni di documenti e di discussioni ci danno una idea della confusione nata negli spiriti in seguito alla guerra civile. «Il signor Irujo e il canonico madrileno Lobo, dice il corrispondente, sono dei cristiani sinceri e dei cuori d’oro pronti a tutti i sacrifici, ma mi sembra che hanno troppo cuore e poca testa e che trascinati dalla loro generosità sentimentale perdono di vista i principi essenziali, al lume dei quali il problema appare molto più semplice». In occasione del Congresso della «Bonn Presse» tenuto nei giorni scorsi a Parigi, i cardinali Verdier e Suhard , rilevarono i compiti della stampa cattolica nel periodo di ricostruzione civile a cui va incontro la Francia. «Nell’ora in cui, disse il card. Verdier, in Francia, ci si deve unire per l’opera di ricostruzione, nell’ora in cui la “civitas” è da rifare, in cui bisogna dare un’anima alla scuola, alla casa ed allo Stato sociale, s’impone la necessità di propagare la Luce». «Tutto – dichiarò il card. Suhard – è oggi da ricostruire e il tempo preme. Il mondo è in isfacelo, ed ha soprattutto bisogno di pensare, di pensare sanamente, ragionevolmente, cristianamente. Oggi in cui il mondo ha bisogno di comprendere che solo un pensiero sano, ragionevolmente umano, può salvarlo, la stampa cattolica ha una grande parte in questo urgente lavoro di ricostruzione». Un teologo prende la parola nella Libre Belgique, per preconizzare la unità di pensiero dei cattolici belgi riguardo alla «vita pubblica e la morale». Eccone alcuni periodi di carattere più generale: «A ragione noi siamo fieri dell’unità dogmatica che preserva la nostra fede dall’anarchia mentale a cui portano i metodi del libero esame. Ma da un lato la credenza dei dogmi della processione dello Spirito Santo ab utroque, cioè dal Padre e dal Figlio o della concezione immacolata di Maria non ha che un influsso indiretto e molto lontano sui principi della vita morale e collettiva, d’altro lato l’unità di vedute intorno al dogma non può supplire all’adesione effettiva degli spiriti e delle volontà ai precetti immutabili della morale. Se i protestanti inglesi sono inferiori a noi in omogeneità di pensiero intorno al dogma, qualche volta invece ci sono ai nostri tempi superiori per quanto riguarda l’importanza decisiva e assoluta che si deve attribuire al primato della morale negli affari politici. Vi sono disgraziatamente ancora troppi cattolici che non rinunceranno mai a considerare, come voleva Gladstone, politicamente buono quello che è moralmente cattivo. Il minimo che si sarebbe in diritto di esigere dai cattolici nella concezione della vita civile è che essi siano d’accordo fra di loro sui principi più generali della loro propria filosofia morale e politica … In pratica per molti cristiani la vita pubblica non ha quasi nulla da vedere coi principi religiosi. Fu loro ripetuto tante volte che gli affari temporali non riguardano la Chiesa, che essi rimarrebbero molto meravigliati se si affermasse loro che i problemi razziali, linguistici, sociali, costituzionali e internazionali si basano anzi tutto sulla morale. Lo stato degli spiriti nei nostri tempi è tale che quasi quasi basterebbe attribuire artificialmente un aspetto politico a una mostruosità morale perché essa possa sembrare di beneficiare di colpo di una specie di privilegio di extra-territorialità che la sottrarrebbe istantaneamente alle regole morali e alla giurisdizione della Chiesa…». «Sul problema di morale internazionale come l’aggressione ingiusta, la limitazione degli armamenti, la sicurezza collettiva, l’arbitrato obbligatorio, le sanzioni economiche e militari, i cattolici hanno una dottrina riassunta con chiarezza nel “Codice di morale internazionale” dell’Unione internazionale di studi sociali, presieduta da S.E. il cardinal van Roey. In quanti casi però li abbiamo veduti mettersi in contraddizione proprio contro questa dottrina!». Si tratta ad esempio della forma del regime? Su questo punto i cattolici non sanno che una cosa: che la Chiesa è indifferente di fronte a tutte le forme di regime. Enunciato però in una maniera così sommaria, questo assioma richiede dei correttivi. E qui lo scrittore nota che tale indifferenza riguarda le forme astratte della monarchia, dell’oligarchia e della democrazia, ma non l’essenza di un regime. La Chiesa ha dei principi ben precisi circa l’autorità, la libertà, l’arbitrato, le rivoluzioni, la giustizia sociale. «Fatte queste riserve, è esattissimo che la Chiesa è indifferente alle forme riconosciute di regime, perché si potrebbe a forza di ragionamenti discutere all’infinito sulla loro eccellenza e sulle loro virtù comparate. Non esiste nessun argomento apodittico in favore di un regime piuttosto che d’un altro a tal punto che san Tommaso, dopo Aristotele, si dimostra partigiano d’una saggia combinazione di tre elementi. L’indifferenza della Chiesa si spiega anche per il fatto che essa attende meno dalla qualità del regime che da quella degli uomini che ne assicurano il funzionamento. Che cosa sono le leggi senza i costumi? domandava la saggezza pagana. Se i costumi non rappresentano tutto senza le leggi e le istituzioni, queste non sono nulla senza i costumi».
|
3101abbb-0d61-4afa-b7a9-38017a8ce7af.txt
| 1,939
| 2
|
1936-1940
|
Matthes Ziegler è un discepolo e collaboratore di Alfredo Rosenberg e il suo opuscolo, che sulla copertina raccomanda la rivista diretta dal maestro e le pubblicazioni della serie «Scienza nazionalsocialista» ed è diffusa già in una seconda edizione di 6-10 mila copie, si propone di esporre il punto di vista razzista intorno alla religione (I). «Ciò facendo – avverte lo Ziegler in una nota introduttiva – ho consapevolmente evitato di parlare di Cristianesimo e, finché fu possibile, di Cristo, non per ragioni tattiche, ma per il fermo proposito di contribuire con questo a svelenire e rendere oggettiva la presente controversia filosofica. Giacché i rappresentanti del pensiero razzista sono ben lungi dal voler ferire i valori sentimentali che per uomini tedeschi vanno congiunti col mondo del Cristianesimo, quale si sviluppò su terra tedesca, o con la figura del Cristo, quale fu idealizzata e raffigurata dagli artisti e poeti tedeschi. A me preme soltanto di fissare le premesse psicorazziali della Chiesa e l’essenza della sua struttura ebraico-orientale». (Pref. pag. 5). Riassumiamo oggettivamente. Tanto maggiore per un’opera l’oggettività e tanto più superflua la confutazione. Nel primo capitolo l’A. descrive il senso della vita degli orientali, caratterizzato, secondo lui, da una particolare irrequietudine e da una scissione interiore. L’orientale passa rapidamente dalla fiamma improvvisa di una passione al collasso della più completa abulia. L’orientale, secondo un altro scrittore razzista, citato dall’A. costituisce il tipo dell’uomo a rivelazione (Offenbarungsmensch) il cui spirito è sempre intento a prestare orecchio con credula rassegnazione a tutto ciò che gli recherà dall’alto la vita come un cumulo insuperabile di contraddizioni, innanzi alle quali egli soccombe senza speranza. Egli vede nel mondo una valle di lacrime che non si sente in grado di modificare e regolare. Da questa sua impossibilità di dominare il mondo nasce nell’orientale il concetto di un dio, come forza al di sopra e contro la natura. Dio è colui che bisogna ammansire e conciliare, prosternati nella polvere e nella cenere. «Dio è il demone che bisogna guadagnare alla propria causa con magici scongiuri, ovvero negoziando, pagando cioè il proprio debito col sistema salariale della religione giudaica» (pag. 8-9). L’orientale conosce solo due modi di superare il suo intenso dissenso che si rivela anche nel mondo esteriore: l’estasi o l’ascesi. Entrambi questi modi portano a negare il corpo e la vita. E questo è il terreno su cui nasce il concetto orientale della rivelazione e della conversione. Esso è la chiave di tutte le allucinazioni nella storia della Chiesa e delle sètte. «Questo atteggiamento di redenzione e rivelazione costituisce la grande auto-illusione degli orientali» (pag. 9). «È per questo che l’orientale sviluppa quello strano zelo di conversione che tende a predicare come verità redentrice ad un numero maggiore possibile quello che in realtà non è che un fatto rivelatorio soggettivo» (pag. 9). Questa tendenza a sua volta crea la base per lo sviluppo del sacerdozio. I sacerdoti sono dapprima vittime della stessa autoillusione e più tardi, quando sfuma l’ebbrezza della fata morgana e non credono più alla realtà della rivelazione, la predicano con tanto maggiore accanimento, in quanto solo il timore di un dio demonico può tener legate a loro le vittime dell’illusione. La forma di questo vincolo è il culto. La «legge» ebraica è la forma vitale giudaica dell’illusionismo orientale. Le basi ebraiche delle Chiese cristiane Nel secondo capitolo l’autore descrive «Le basi ebraiche delle Chiese cristiane». Secondo lui le tribù nomadi degli ebrei verso il 1500 adoravano dei demoni del deserto chiamati Elim. Sei tribù si unirono poi assieme nel culto del El-Israele, tre altre si unirono per adorare il Dio d’Abramo, Isacco e Giacobbe. In simile maniera è da intendersi la fondazione della religione fatta da Mosé. Egli unì diversi ceppi ebraici nel culto di Iahvé, Dio del tuono e delle tempeste, ed egli si creò suo sacerdote. «La forma estatica della rivelazione» nella quale si compì il patto con Iahvé, cioè la consegna delle tavole della legge a Mosé è la forma caratteristica e solo possibile con cui la psiche asiatico-orientale può percepire un avvenimento religioso. La questione se Mosé abbia concluso questa «alleanza» come un imbroglione, ovvero se egli stesso sia stato vittima della credulità autoillusionistica… «ha per il nostro punto di vista un’importanza secondaria» (p. 13). Più tardi i nomadi ebrei si fusero coi cananei che stavano già sotto l’influsso culturale dell’Asia anteriore e in parte anche del settentrione, cosicché la cultura degli ebrei del deserto si elevò ad un grado superiore di civiltà. Contro la paganizzazione e il culto di Baal si levarono i profeti. «Originariamente si qualificarono per profeti degli estatici di professione (berufsmässige Ekstatiker), che si credevano posseduti da Jahvè e nell’estasi religiosa si sentivano interpreti autorizzati di Jahvè» (p. 17). Ma poi nello svolgersi della storia nazionale ebraica i profeti diventano propugnatori fanatici del nazionalismo Jahvistico. E qui l’autore citando a sproposito i grandi profeti e specie Isaia, vuol dimostrare che essi erano «altrettanto sanguinari del Dio che predicavano» e conclude a pag. 19: «Questo dunque è il vero spirito che emana dai libri degli ahimè troppo lodati profeti dell’Antico Testamento, proclamati indispensabili all’educazione della gioventù tedesca!» Dopo il ritorno dalla schiavitù babilonese «i fanatici cultori di Jahvé Nehmia ed Esra si oppongono con misure draconiane alla fusione della razza ebraica coi cananei». La segregazione dell’ebraismo si consolida colla fissazione di numerose prescrizioni rituali purificatorie, sull’adempimento delle quali veglia gelosamente la casta sacerdotale. «L’opera più notevole però di questa classe sacerdotale fu la costruzione di un rigido sistema teologico, che è caratterizzato dal peccato originale, dal patto di alleanza e dall’aspettazione di un tempo della salute. Nel postulato del peccato originale della prima coppia umana la casta sacerdotale giudaica fornisce la motivazione teologica e l’interiore giustificazione del senso tragico della vita degli orientali» (p. 20). Il patto di alleanza di Jahvè con Giuda è una specie di contratto negoziato con Dio circa i premi e le pene della vita futura. Il credente non può però trattare con Dio che attraverso il Tempio ed il Culto. Due concezioni messianiche L’attesa messianica aveva originariamente carattere nazionalistico, ma durante l’esilio babilonese gli ebrei vennero a contatto col mito ariano del «Figlio di Dio» e lo trasformarono in quello del figlio di Dio sofferente che libera il suo popolo patendo e morendo per lui . «Una parte degli ebrei temeva che la servitù straniera fosse quasi eterna come conseguenza dei peccati di Giuda contro Jahvè e che quindi il trionfo e la liberazione di Giuda avverrebbe solo quando l’atteso Messia si offrisse egli stesso a Jahvè quale vittima espiatrice. Anzi si fecero sentire persino delle voci che osarono parlare dell’impero mondiale ebraico non più come di una realtà politica, ma piuttosto come di un simbolo» (pag. 23). «Ai tempi di Gesù queste due concezioni messianiche vivevano l’una accanto all’altra. Gesù respinse rudemente la concezione messianica nazionalista e si sentì come il Messia sofferente che col suo soffrire e morire sperava di redimere non soltanto il suo popolo ma tutta l’umanità…» (pag. 23). Caduto Gesù, come vittima del messianismo nazionalista, l’ebreo Paolo «con jattanza veramente ebraica» impose la concezione giudaico-orientale quale norma per tutte le razze di tutti i popoli. I cristiani della teologia paolina non formarono più un popolo eletto, ma la comunità di Cristo, la Ecclesia. Nella lettera ai romani però Paolo ha ben precisato che la Chiesa cristiana dipende intimamente dalla sinagoga e che il nuovo non supera ma completa l’antico Testamento. «Nel centro della cristologia del Nuovo Testamento, come è sintetizzata nella lettere agli ebrei e nel Vangelo di S. Giovanni e nella lettera paolina ai romani, sta la dottrina ebraica della giustificazione» (pag. 26). L’idea di un Cristo redentore viene a Paolo dal rito ebraico del capro espiatorio, e ad essa Paolo associa, prendendolo dai misteri elleno-siriaci, il concetto della risurrezione e quello della rinascita del peccatore a mezzo del battesimo. Marcione rappresenta nella storia della Chiesa la reazione contro l’infezione ebraica, ma egli era troppo influenzato dal concetto orientale della mortificazione per poter riuscire vittorioso. «Il cristianesimo giudaico celebrò il suo evidente trionfo sulle tendenze pagano-cristiane, quando venne fissato che il canone del nuovo Testamento, accanto a quello dell’antico, era per la Chiesa cristiana una parte costitutiva e indissolubile del credo e della dottrina… Logicamente ne derivò che la Bibbia, nello sviluppo storico della Chiesa, divenne il libro magico della lettera e della superstizione» (p. 28). Nelle due pagine seguenti l’A. s’applica a dimostrare che la dottrina sacramentale di S. Agostino attribuendo al sacerdozio il diritto di giudicare e assolvere gli uomini, crea in realtà l’onnipotenza della casta sacerdotale e del papato. «Essa attribuisce al sacerdozio un rango che rivela i caratteri orientali di una deificazione e idolatria dispotica» (p. 31). Ed eccoci giunti al capitolo riassuntivo intitolato: «Mito o Rivelazione?» «Il pensiero mitico dei nostri antenati germanici – scrive lo Ziegler – venne determinato dalla coesistenza e dalla lotta fra loro delle forze vitali e di quelle anti-vitali. La lotta di queste forze tra loro è la lotta per la vita e in favore della vita… La fede in questo grande ordine di cose, il quale riduce tutte le forze antivitali a servire alla vita, ecco la grande professione di fede dei germani nella vita…» (p. 33). «Iddio non è per i germani che l’intimo concetto di ogni vita, cioè la stessa forza vitale, che esso immagina personificata nelle sue figure di déi, portatori della vita e campioni della vita contro le forze delle tenebre» (pag. 34). Mentre, secondo l’autore, l’orientale è colui che tenta di sfuggire al suo destino, ricorrendo agli esorcismi, allo scongiuro magico o al sacrificio di espiazione come mezzo di pagamento nella contabilità divina, il germanico invece conosce solo due modi di affrontare il destino: affermarlo coraggiosamente nella lotta per la vita, o rizzarglisi contro, preferendo la morte alla capitolazione… «Per il germano la direttiva delle sue azioni è determinata dalla voce del suo sangue e dal senso di responsabilità che egli nutre verso la sua generazione e il suo popolo, e non da una rivelazione venutagli dal di fuori, non da una legge dogmatica la quale postula da una parte la fede nel soprannaturale e dall’altra la svalutazione della vita» (p. 35). L’A. riassume poi l’antitesi che esiste tra il pensiero razzista e la teologia ecclesiastica nel loro diverso atteggiamento di fronte alla questione della vita, a quella del popolo e a quella dello Stato. Le diverse Chiese, dice l’A. ci oppongono che noi mettiamo al centro l’uomo invece di Dio. Questo è vero per chi, come gli orientali, «vede in Dio un Essere del tutto distinto, un tiranno vendicativo e arbitrario», ma non per l’uomo nordico il quale «si sente unito al suo Dio e vive una vita da Dio, con Dio e per Dio, fino a quando segue le leggi della vita» (p. 36). La questione del popolo è la questione della razza, e qui l’antitesi è evidente perché la Chiesa sostenne il primato dello spirito, di fronte al quale il sangue diventa elemento secondario. In quanto allo Stato, secondo la Chiesa, esso è in origine opera umana e riceve carattere morale e autorità solo in forza del suo ufficio di amministratore di giustizia e in quanto si inchina alla autorità suprema che è Iddio. Per il razzismo invece «lo Stato ha il compito di dare indirizzo e forma alla volontà e alla forza del popolo». Di fronte a questo Stato non valgono riserve e l’obbedienza dev’essere assoluta. Lo Stato razzista non può ammettere che un’autorità al di fuori di esso, quale la Chiesa, possa decidere se la sua sovranità venga da Dio o meno. La vita e la morte Infine l’A. afferma essere giunto il momento di sottoporre ad una revisione scientifica il concetto di religione. «Noi dobbiamo abituarci di nuovo a considerare che per gli uomini tedeschi ministro del divino non è il funzionario ecclesiastico, ma solo il combattente; il combattente che coi fatti e col sacrificio della sua vita obbedisce ai precetti e alle leggi della vita. Ministro del divino è il capo del popolo, il condottiero popolare che dà l’esempio di vivere secondo le esigenze del destino, dell’onore e della grandezza del popolo; ministro del divino è l’artista che con la sua opera dà figura alla bellezza e alla necessità e all’ordine come forze finalistiche della vita; ministro del divino è lo scienziato…; ministro del divino è per te e per me ogni camerata che comprova colla sua opera quotidiana l’esistenza delle eterne leggi dell’ordine e della chiarezza» (p. 45). «Poiché noi crediamo alla vita, la morte non ci può spaventare. Poiché noi vediamo il senso della vita nella vita e non al di là della vita le prospettive delle pene dell’inferno o del premio del paradiso ci lasciano indifferenti. A noi basta l’allegra certezza che noi continuiamo a vivere nel sangue dei nostri figli, nella coscienza dei nostri camerati, e forse anche nella memoria di tutto il popolo» (p. 45). Bisogna liberare il concetto di fede dagli elementi illusionistici di una presunta rivelazione e ritrovarlo nel primitivo concetto della psiche germanica e nordica, cioè nell’obbligo alla fedeltà. «Simbolo di questo dovere di fedeltà è oggi per noi la croce uncinata. C’è forse un simbolo di fede che costruisca più chiaramente e più significativamente un ponte fra il mito e la realtà? Per gli altri essa è uno scandalo, ma per noi un simbolo di vita, che ha superato e giornalmente supera la morte» (p. 47). Ci siamo qui limitati, come abbiamo detto a riprodurre i concetti fondamentali dello scritto dello Ziegler, senza entrare in un esame critico del medesimo, essendo i suoi errori evidenti per i nostri lettori. Non possiamo tuttavia astenerci dall’aggiungere che l’autore in molti luoghi espone in modo del tutto falso la dottrina cattolica, così, per citare un qualche esempio, quando afferma che essa abbassa l’origine della vita umana ad un atto puramente biologico (pag. 38), ovvero che la Chiesa vede nello Stato una cosa puramente negativa (pag. 43). È superfluo di osservare che la Chiesa qui, come in molte altre questioni, insegna precisamente il contrario di quello che asserisce l’A.
|
4f3e33cb-74d4-4f72-9eb0-341cfb379028.txt
| 1,939
| 2
|
1936-1940
|
Premessa INDICE Premessa INTRODUZIONE: L’Esposizione mondiale della stampa Le organizzazioni internazionali della stampa cattolica Agenzie e centri d’informazione per la stampa cattolica Cinematografo, radio, pubblicità Avvertenza EUROPA: Austria Belgio Cecoslovacchia Francia Germania Gran Bretagna Irlanda Italia Città del Vaticano Jugoslavia Lussemburgo Malta Olanda Polonia Portogallo Romania e paesi balcanici Stati scandinavi e baltici Spagna Svizzera Ungheria AMERICA SETTENTRIONALE: Canadà Stati Uniti d’America Messico AMERICA CENTRALE: Costarica Cuba Repubblica Dominicana El Salvador Guatemala Haiti Honduras Panama AMERICA MERIDIONALE: Argentina Brasile Bolivia Cile Columbia Equatore Paraguay Perù Uruguay Venezuela ASIA: Asia occidentale Cina e Manciuria Impero giapponese India, Birmania, Ceylon Indocina Siam AFRICA: Africa equatoriale francese Africa orientale britannica Africa italiana Marocco francese Algeria e Tunisi Basutoland Madagascar OCEANIA: Australia e Nuova Zelanda Indie orientali olandesi Isole del Pacifico Isole Filippine VARIA: Stampa di cooperazione missionaria Riti orientali Pubblicazioni di alta coltura Azione Cattolica Stampa degli Ordini e Istituti religiosi INTRODUZIONE Rispondendo ad un primo invito del Comitato Ordinatore dell’Esposizione, il celebre apostolo della stampa ungherese P. Bangha manifestava il timore che la Mostra potesse riuscire una pura esibizione di vanità, coll’effetto di cullare i cattolici in uno sterile compiacimento dei risultati ottenuti, i quali, visti nel loro insieme possono forse apparire cospicui, ma, considerati relativamente a tutta la stampa mondiale, costituiscono pur sempre una penosa situazione d’inferiorità. Tale preoccupazione non sfuggiva al Comitato, il quale già nelle sue prime istruzioni (O.R. 21 febbr. 1935) raccomandava ai vari Centri nazionali per l’Esposizione che «lo stato attuale della stampa cattolica di ogni paese venisse illustrato con dati statistici e comparativi in modo da precisare la situazione reale dell’attività cattolica nel campo della stampa». Un mese dopo il Comitato annunziava il proposito di organizzare un’inchiesta in tutti i paesi del mondo, invitando i Comitati nazionali e numerose personalità della stampa e della coltura a raccogliere statistiche, informazioni e ogni elemento utile per poter rispondere alle seguenti domande: Quale fu nella storia della stampa periodica il contributo dell’ispirazione cattolica? Quali e quante sono le forze cattoliche di stampa in confronto di ciò che dovrebbero essere in rapporto alla popolazione e alle necessità di difesa contro le forze ostili? Come sono esse attrezzate tecnicamente e finanziariamente in rapporto agli ultimi sviluppi dell’organizzazione e del progresso meccanico? Come si è provveduto nel vostro paese alla formazione spirituale e intellettuale dei giornalisti cattolici? «È dunque l’immagine della realtà – concludeva la circolare – che il Comitato intende mostrare ai visitatori di tutti i paesi per offrir loro un soggetto di meditazione e di fermi propositi. A tale scopo la Segreteria (ed in modo speciale Mons. Giuseppe Monti) elaborava con grande cura un questionario minuzioso che nelle sue domande particolareggiate e insistenti indagava tutti i lati del complesso problema e preparava anche uno schema per studi di maggior mole sulla stampa di ogni paese. I dati e le informazioni raccolti in quest’inchiesta mondiale – era detto ancora nella circolare – raggruppati in sintesi storiche e descrittive, elaborati e presentati nella maniera più intuitiva e più espressiva che offra la tecnica moderna presenteranno allo spirito e alla coscienza del mondo cattolico il problema della stampa nella sua pienezza e nella sua universalità. Le cifre globali saranno utilizzate nella sezione generale, mentre i risultati particolari saranno messi in evidenza in ogni reparto nazionale». Programma ambizioso, compito poderoso, che all’Esposizione si è potuto attuare soltanto in parte. Moltissime risposte giunsero troppo tardi, molte arrivarono incomplete, alcune si attesero invano. I tecnici della I Sezione che lavoravano col materiale generico dell’Istituto per la Stampa di Monaco non poterono ricavare a tempo dai risultati dell’inchiesta gli elementi integrativi per fissare statisticamente la situazione della stampa cattolica. A queste deficienze si aggiunsero anche ostacoli intrinseci, quali la difficoltà d’incasellare in alcune precise categorie ideologiche la stampa di paesi così diversi e di così differente sviluppo, il trasformismo e l’ibridismo della cosidetta stampa neutra d’informazione, la rapidità dei mutamenti della stampa in un’epoca di impressionanti trasformazioni politiche; il voler fissare insomma delle cifre e delle conclusioni intorno ad un materiale effimero per definizione ed evolutivo di sua natura. Ammettiamo dunque con franchezza che la grande inchiesta scientificamente condotta e scientificamente elaborata rimane compito d’una futura iniziativa, a cui auguriamo non vengano meno né la lena, né il tempo, né il sussidio di un’organizzazione internazionale permanente. Tuttavia se la meta non fu raggiunta, non e però mancato del tutto il successo. Quasi in tutti i paesi del mondo i cattolici, in occasione della Mostra internazionale, istituirono una rassegna delle loro forze di stampa e nelle note che seguiranno si troverà citato un numero notevole di pubblicazioni sulla storia della stampa cattolica e sul suo presente sviluppo. Da altri ci giunsero manoscritti lavori preziosi che fornirono gli elementi per questo nostro giro d’orizzonte; diversi Comitati nazionali, infine sottoposero il problema della loro stampa ad una vivisezione spietata, esibendo coraggiosamente le ferite riportate in una lotta ineguale: si vedano ad esempio le tavole di statistica figurata della Cecoslovacchia, quelle della Jugoslavia, quelle della Svizzera, quelle del Canadà. La maggioranza dei Centri nazionali portò all’Esposizione dati comparativi e non soltanto quelli che servono ad incoraggiare per i continui progressi raggiunti, ma anche quelli che dimostrano l’urgenza di riguadagnare il tempo perduto. Già la Mostra, che nella sua prima sezione esponeva le statistiche generali della stampa e nei reparti nazionali o di categoria esibiva sulle pareti tabelle e confronti statistici, che facevano riflettere, tendeva dunque a dimostrare e non a dissimulare la realtà della situazione. Se però, com’era da attendersi, l’Esposizione riuscì in prima linea, per merito anche della sua maestosa veste artistica, una legittima celebrazione dei risultati ottenuti, affinché nella casa del Padre Comune non mancasse il riconoscimento dei meriti guadagnati e dei sacrifici sostenuti, questo libro, rinunziando ad ogni pompa commemorativa, vuol essere anzi tutto un austero richiamo, fatto di cifre, note bibliografiche e rapide sintesi, un quadro che tenti ridurre in poche linee quasi schematiche il problema della stampa cattolica nel mondo. Il quadro è incompleto, perché qui e là ci sono mancati gli elementi integrativi e chi l’ha dovuto comporre coi dati affrettati o improvvisati per la Esposizione, sa che questo libro va considerato solo come un primo tentativo, come la base, sulla quale l’ardimentoso Istituto Cattolico per la Stampa di Milano potrà negli anni venturi costruire, fino alla perfezione, l’«Annuario internazionale della stampa cattolica». Ma anche così, esso dischiude allo spettatore un giro d’orizzonte tanto ampio e impressionante da suscitare interesse e da offrire copioso ammaestramento. Parte del volume è costituito dagli elenchi delle pubblicazioni esposte, quali abbiamo potuto ricostruire cogli elementi forniti alla Mostra dai vari centri nazionali: bibliografia questa che è la prima e la più completa del suo genere, ma che, a meno di venir sottoposta ad una rifusione generale, doveva risentire la diversità delle origini e rinunziare alle rigorose esigenze della metodologia scientifica. La bibliografia però è preceduta da brevi ma numerose note sintetiche, nelle quali abbiamo cercato di. costringere le osservazioni e le conclusioni, illustrate o suggerite dalla Mostra e dalle manifestazioni che vi andarono congiunte. Di questi ammaestramenti, che abbiamo notato, sintesi per sintesi, paese per paese, è possibile tirare le somme anche sul piano internazionale? Notiamo intanto che secondo un prospetto riassuntivo della stampa esposta i quotidiani inclusi in tali elenchi sono 358, i settimanali o plurisettimanali 1.151, i giornali dunque complessivamente 1.509. Confrontando queste cifre dei giornali presenti all’Esposizione coi dati che si possono ricavare dalle note illustrative che abbiamo compilata per ogni paese si troverà che parteciparono alla Mostra tutti o quasi tutti i quotidiani cattolici allora esistenti, mentre dei settimanali mancarono all’appello circa 250, cosicché la cifra totale dei giornali cattolici esistenti nel 1935-36, si può presumere in 1.509+250=1.759. Questi 1.759 organi giornalistici dei cattolici nel mondo, in quale rapporto stanno colle forze giornalistiche che i cattolici dovrebbero avere in proporzione del loro numero? Per rispondere a tale domanda, si sarebbe tentati di rifare un calcolo analogo a quello che i lettori troveranno nella sezione cecoslovacca. Premettendo cioè, sulla fede di altre tabelle della stessa Esposizione, che nel mondo si pubblichino in totale e in cifra tonda 50 mila giornali e che i cattolici costituiscano il 16,5% degli abitanti del globo, ne risulterebbe che i cattolici per raggiungere la giusta proporzione col loro numero, anzi che 1.759 giornali, ne dovrebbero possedere oltre 8 mila! Senonchè per ottenere conclusioni veramente probative, bisognerebbe fare il calcolo, non in base al numero dei giornali, ma a quello degli esemplari. Ed eccoci innanzi al mistero della «tiratura», ad un’incognita inafferrabile, che renderebbe vacillante, se non fantastica tutta la nostra costruzione statistica! Allora, rinunziamo pure a sciogliere l’equazione! Ma nelle nostre note, là ove indichiamo, per approssimazione qualche tiratura massima e qualche tiratura minima, i lettori troveranno elementi sufficienti, se non per arrivare a delle cifre complessive, certo per dover concludere che tenendo conto anche delle tirature, l’inferiorità della stampa cattolica appare, ahimè!, ancora più evidente. La prima disastrosa impressione tuttavia, può venir attenuata, quando invece di arrestarci alla stampa esposta, cioè ai giornali d’Azione Cattolica, prendiamo in considerazione anche tutta quella stampa nella quale si fa valere, in maggiore o minore misura, il pensiero cattolico. È per questo, che nelle note illustrative del presente volume, facendo delle sortite anche fuori del campo trincerato dell’Esposizione, abbiamo tenuto conto della stampa filocattolica e simpatizzante. Ora da tale considerazione più larga si può intanto concludere che la influenza reale del pensiero cattolico, sulla stampa di alcuni paesi è di parecchio maggiore di quella rappresentata dai giornali accolti alla Mostra, benché questi ne siano l’espressione più genuina e completa. Infine per ricostruire un quadro più vero delle forze in concorrenza e in conflitto, abbiamo cercato nelle note di distinguere anche fra la stampa indifferente o neutra e quella costantemente ostile; ma qui, se tale distinzione può fornirci elementi di giudizio utili nella valutazione d’ogni singolo paese, ci troveremmo assai imbarazzati se dovessimo tirarne le somme sul piano mondiale. La diversità e il trasformismo dei giornali d’informazione li sottrae a qualunque nostro sforzo sintetico…. I grandi giornali anglo-sassoni vengono quasi dappertutto classificati «come rispettosi della religione», rispetto che, ad esempio, in Australia può arrivare fino alla simpatia, come vi arrivano certi altri organi maggiori dell’America latina; ma che varrebbe classificare in tale categoria qualche giornale europeo per un suo atteggiamento momentaneamente favorevole, quando questo non derivi dalla coscienza o dalla forma mentale degli scrittori, ma da contingenze politiche o da calcoli interessati? In quanto alla stampa ostile, i lettori percorrendo le nostre note, che, per questo lato, se fondano sempre su apprezzamenti, ottenuti dai paesi d’origine, troveranno ragionevole concludere che non più di un quinto dei giornali europei e americani si può classificare come decisamente avverso al cattolicesimo pur ammettendo che in qualche paese europeo la forte tiratura di certa stampa marxista o nazista faccia superare tale quota; e pur dovendo temere che in tempi di aperto conflitto fra Stato e Chiesa la proporzione possa addirittura essere rovesciata. Comunque, parlando dell’ora presente, sembra lecito affermare che, fuori della stampa cattolica, esiste nel mondo una categoria di organi giornalistici di grande diffusione, di larga base finanziaria e avanzato sviluppo tecnico e dietro loro un forte gruppo di agenzie e di stazioni trasmittenti, che non sono programmaticamente e permanentemente preclusi all’influenza dell’idea cattolica. Ora l’esistenza in parte del giornalismo di questa politica della porta aperta offre ai cattolici un campo vastissimo da vigilare e fecondare e impone loro sul piano internazionale nuovi doveri di comune operosità. Oggidì il quesito più grave e più urgente per i cattolici pare dunque essere questo: Come influire sui grandi giornali d’informazione, sulle agenzie di notizie, sui centri nervosi dell’opinione pubblica? Chi leggerà le nostre note, ad esempio quelle sulla stampa in Polonia, e negli Stati Uniti, troverà già insinuata la risposta. Bisogna creare degli organi centrali sul tipo della KAP o del NEWS SERVICE che allo scopo d’alimentare la stampa cattolica, aggiungano quello d’informare e consigliare la stampa della zona grigia, che è la stampa della maggioranza dei lettori. Tutto indica che tale debba essere la mèta dei prossimi decenni. Creare organismi giornalistici capaci di sostenere almeno o superare tecnicamente e finanziariamente la concorrenza dei colossi esistenti e delle organizzazioni che hanno preoccupato il terreno è, per la maggior parte dei paesi, una mèta irraggiungibile. Rapidamente efficace invece può esser l’opera e il contributo dei cattolici per rendere più oggettiva l’attività delle grandi agenzie e della grande stampa d’informazione. A tale scopo è necessario che i cattolici facciano blocco e costituiscano organi centrali di controllo, di coordinazione, d’informazione. Il meccanismo agirà tanto più potentemente quanto più i vari centri nazionali scambieranno tra loro servizi ed esperienze a mezzo di organi internazionali. Abbiamo indicato in un apposito capitolo gli organismi internazionali che all’Esposizione devono nuovo impulso o addirittura il loro nascimento. I metodi organizzativi, le forme di attività saranno ancora oggetto di discussione e di elaborazione, ma poiché questa è impresa di lunga lena, bisogna fin d’ora fare ogni sforzo attorno agli organismi esistenti, perchè da loro essa si sviluppi e maturi. Non si tratta dunque semplicemente di un’agenzia che scambi fra la stampa cattolica di tutti i paesi informazioni e contributi, servizio questo assai utile, che può costituire la fase iniziale d’attività, ma bisogna arrivare a opere di controllo e d’irradiazione che di fronte a notizie, commenti, che interessano il cattolicismo e provengono dalle grandi agenzie e dalla grande stampa, siano pronte a trasmettere subito la nota cattolica e a influenzare così tempestivamente l’opinione pubblica mondiale. A sviluppare tale organismo non sono dunque chiamati solo gli editori e i giornalisti, ma tutte le forze morali e finanziarie dei cattolici a mezzo dei loro istituti ed organismi nazionali, né quest’impresa dovrà preoccupare soltanto i congressi giornalistici, ma anche tutti gli altri convegni mondiali cattolici – come già fecero quelli di Cristo Re – che, al di fuori di ogni tendenza politica, mirano a cementare e rendere operosa l’universale solidarietà dei cattolici militanti. Se sul piano internazionale questa mèta s’impone ormai con un’evidenza indiscutibile, meno univoche appaiono le risultanze della Mostra e delle sue manifestazioni per quanto riguarda la stampa entro l’ambito nazionale. Bisogna puntare con tutti gli sforzi verso la creazione del grande quotidiano o sviluppare i settimanali? Tendere al quotidiano completo, espressione di tutte le attività pubbliche dei cattolici, come uomini e cittadini e del cattolicismo come dottrina e come attività sociale o verso il quotidiano d’azione cattolica che di fronte all’attività politica si mantiene in riserva? Il Maasbode, la Croix, il Debate? È evidente che qui s’impongono le condizioni particolari di ogni paese. Tuttavia ognuno dei tipi esistenti ci ha lasciato alla Mostra il suo insegnamento. La Croix! «Notre rève c’est, diceva il Santo Padre, que non seulement la France, mais chaque pays, grand ou petit, puisse avoir sa Croix et sa Bonne Presse. Puisque toutes les Croix et toutes les Bonnes Presses réalisent une grande Fédération de Bonne Presse Catholique à la fois dans le sens dogmatique et dans le sens géographique du mot. Quelle magnifique chose serait une telle Fédération! Quel puissant instrument de vraie fraternité des peuples et des nations pour l’établissement de la vraie paix!» È ben certo che il quotidiano di azione cattolica puro, che si sottragga sistematicamente alle lotte politiche, rappresenta per tutti i paesi una riserva preziosa e una mèta ideale, com’è indiscutibile che in alcuni paesi è la forma unica possibile. Ma quale provvidenza può essere, con diverse premesse ambientali, l’organo completo che abbraccia tutta la vita religiosa, economica e sociale e politica come si svolge nella realtà, e che in un paese di commercio, come l’Olanda, esonera i cattolici dal ricorrere a qualsiasi altro giornale, perché il Maasbode primeggia anche nell’informazione finanziaria e commerciale? E chi non era ammiratore del madrileno Debate, splendido tipo di giornale di formazione e ad un tempo d’informazione, imitatore in questo fino al superamento del magnifico tipo misto che fu l’Unione di Milano? A tutti tre i tipi però dev’essere comune la caratteristica che risulta sempre più indispensabile per ogni giornale che voglia essere ed apparire organo insospettato e sicuro del pensiero cattolico: esso non deve dipendere nella sua direzione, nella sua gestione e nella stia costituzione finanziaria né da un organismo meramente di parte, né da esosi sovventori che, come ci dirà mons. Olichon a proposito di certa stampa provinciale francese, impongono alla stampa «vedute sociali e atteggiamenti politici che non concordano del tutto con le dottrine della Chiesa». L’esperienza dei cattolici portoghesi può servire di monito e d’ammaestramento. Per garantire l’indirizzo cattolico del giornale e salvaguardarne l’autonomia si è ricorsi nei vari paesi a formule costitutive diverse e sarà utile in proposito richiamare l’attenzione dei lettori sugli statuti del Debate e su quelli del Devoir di Montreal, benché sia ovvio che la salvaguardia maggiore risieda in una base finanziaria autonoma e sufficiente. Altro esempio che non dovrebbe andar perduto è quello dei giornali scritti e fatti per le classi popolari: pochi e brevi i commenti, molte e scelte le notizie, numerose le illustrazioni e le rubriche varie, e basso il prezzo di vendita. Specialmente nelle metropoli, per raggiungere il popolo dei sobborghi bisogna che i redattori cattolici rinunzino a sermoneggiare e a disputare, parlino un linguaggio semplice ed efficace, paghi di essere i pionieri e i dissodatori di un terreno incolto. Pensiamo per esempio a Vienna ove, accanto alla Reichspost è stato lanciato con successo Das kleine Volksblatt: né l’esempio è isolato, che fu preceduto e seguito da molti altri, specie nel Belgio e in Olanda. Leggendo inoltre al capitolo Francia le troppo poche parole che abbiamo potuto consacrare all’Alsatia i lettori concluderanno che oltre il grande giornale centralizzato, il sistema consorziale, sotto certe premesse, può dare risultati ammirevoli. La stampa cattolica italiana fece forse del trust giornalistico l’esperimento più famoso. Entrambi, quello per le ragioni della sua riuscita, questo per le cause del suo fallimento, ci confermano che il talento e la prudenza amministrativa ne sono la premessa indispensabile. E qui tocchiamo forse un punto critico dell’Esposizione: nonostante i propositi degli ordinatori e le insistenze dell’inchiesta, poco si è potuto apprendere ed insegnare per quanto riguarda la parte finanziaria, nella quale tra i cattolici regna spesso un dilettantismo disastroso. Una sala della parte generale era dedicata alla «scienza» della pubblicità e dell’amministrazione; un Congresso apposito vi consacrò relazioni e risoluzioni. Fu già molto; ma mancò l’illustrazione sistematica e lo sfruttamento delle esperienze fatte dai nostri organismi giornalistici su tale terreno. Bisognerà trovare modo di superare gli ostacoli, compresi quelli della gelosia commerciale, in altra occasione più propizia, perché di tali cognizioni sperimentali i cattolici hanno estremo bisogno. Coloro infatti che prendono l’iniziativa di tali imprese sono spesso uomini della penna e dello spirito, pronti a tutto sacrificare e a tutto perdere per arrivare alla mèta ideale, ma poco pratici di affari, d’industrie e di commerci. Si parte così spesso con preventivi sballati e si procede con criteri finanziari meschini o avventati. Ora, perché in seno ad uno degli organismi internazionali già costituiti o in formazione non potrà venir organizzata una consulenza finanziaria per la stampa cattolica che, utilizzando l’esperienza di tutte le nazioni, possa dare ai volonterosi contribuenti un parere tranquillante e agli imprenditori consigli provvidenziali? Lo sforzo per il giornale s’impone ormai dappertutto anche nelle zone ove il superamento dell’analfabetismo è recente o incompleto; e si leggerà con meraviglia come i cattolici indiani si affatichino intorno al The Herald di Calcutta e i giavanesi per il piccolo De Korier di Bandoeng e i cinesi abbiano creato già nel 1915 il Shi Pao di Tientsin e ovunque, anche nelle terre di missione col propagarsi fulmineo della stampa quotidiana – nelle Filippine, nell’Indocina, nelle colonie africane – i giornali si contino ormai a centinaia e i missionari sentano il bisogno di un nuovo alleato che li difenda e li sostenga nell’opera evangelizzatrice e la figura del missionario giornalista diventi ormai famigliare nelle assemblee ecclesiastiche dei pionieri dell’evangelo. Certo molti sono ancora i paesi nei quali è consigliabile di concentrare ogni sforzo sui giornali settimanali: e gli anglosassoni non hanno mancato, sia nella sala inglese che in quella nordamericana, di spiegare o giustificare le ragioni di questa loro riduzione di tiro. Comunque si pensi in argomento, rimane vero ad ogni modo che in certe situazioni l’ostinarsi in uno sforzo estenuante a sostenere un quotidiano può ostacolare lo sviluppo della stampa settimanale, che è la stampa più popolare, quella che evitando la politica quotidiana e il notiziario sensazionale, si dedica più efficacemente alla propaganda cattolica e ne può conservare più schietti i principi. E può darsi che in qualche nazione, come oggi in Germania, le condizioni della vita pubblica costringano i cattolici a trincerarsi nei settimanali. Si svilupperà allora un tipo speciale di Sonntagsblatt, ospite settimanale atteso e accolto con ansia dalle famiglie cattoliche. Ma quale genialità è necessaria per rendere veramente interessante ed efficace un settimanale! Quanta rapidità di assimilazione, quale abilità dì volgarizzazione, quale capacità di sintesi sono indispensabili! In alcuni paesi i cattolici hanno compreso la necessità di risollevare il livello dei nostri settimanali e per l’Italia è da segnalare l’opera dell’Istituto cattolico per la Stampa (ICS) che offre ai settimanali la sua preziosa e gratuita collaborazione. Nelle nostre note si troveranno ricordate sempre anche le associazioni per la stampa, sia quelle di propaganda, il cui modello rimane il Piusverein, creato nell’Austria di anteguerra dalla parola infiammata di P. Kolb S. J. e che anche in Spagna per opera delle Asambleas de la Buena Prensa ebbero larga diffusione, sia le Opere di S. Paolo, società a un tempo editoriali e di propaganda, per le quali in Svizzera sorsero anche apposite congregazioni femminili. Abbiamo accennato anche alle varie forme dei Pressvereine e Cooperative editrici, quali la K. S. W. di Budapest, la Kat. Tiskovno Drustvo di Lubiana, la Hrvatsko Knijsevno Sv. Jeronima di Zagabria, la Società di S. Canisio in Olanda; o ai consorzi per i servizi cumulativi come la Presse Régionale di Parigi, o al sistema dei giornali a catena qual’è quello ad esempio del Register di Denver. Particolare menzione venne fatta dell’opera della Gerarchia ecclesiastica, le cui manifestazioni organizzative più importanti sembrano quella della Commissione di stampa polacca e quella della C. W. C. di Washington. Tutte le sale della Mostra parevano del resto parlare il medesimo linguaggio, tutte le pareti farsi eco dello stesso consiglio: Cattolici di tutto il mondo, organizzatevi! L’organizzazione potrà essere di varia forma, da quella accentrata americana fino a quella semplicemente di vigilanza e di consulenza che recentemente P. Du Passage credeva lecito raccomandare anche all’individualismo francese; ma un organo centrale deve sorgere in ogni nazione. Il tempo perduto non si riguadagna più. A metà del secolo XIX, quando si concesse la libertà di stampa, nella maggior parte dei paesi i cattolici si lasciarono sorprendere e sorpassare. Ancor ieri nella piccola Austria postbellica, benché la stampa socialista fosse stata soppressa, quella cattolica stava ancora alla liberale come 1:4, mentre nel Lussemburgo predomina sopra tutte; ma là i primi decenni andarono perduti, mentre il Luxemburger Wort uscì tre giorni dopo la promulgazione della legge sulla stampa. Quali trasformazioni nel campo del giornale, del telegrafo e della radio ci serberà il prossimo cinquantennio, si può forse presumere meditando sul pannello esposto alla Mostra e che qui riproduciamo, il quale indicava che ciò che nel 1800 si faceva in un’ora, oggi si compie in un minuto. E chi non sente che il turbinoso ritmo della nostra epoca richiede un controllo costante, una visione sintetica, un concorso rapido di decisioni e di forze? Quest’organizzazione, lungi dall’intaccare l’autonomia delle iniziative e delle imprese, che ne rappresenta come il flusso vitale, dovrà anzi preoccuparsi in prima linea dell’uomo, del giornalista. In occasione dell’Esposizione si è molto parlato delle scuole di giornalismo, di provvidenze giornalistiche, di Esercizi e case per giornalisti: bisogna che questa causa venga riconosciuta come causa comune e debito d’onore di tutti i cattolici. Ma la generazione presente dovrà sopratutto preoccuparsi della formazione dei giornalisti futuri. L’Esposizione, nei suoi fotomontaggi e nei ritratti appesi alle pareti, negli autografi e nei cimeli pietosamente collocati nelle vetrine, ha rievocate le ombre dei grandi giornalisti dell’ottocento. Polemisti dell’epoca rivoluzionaria, apologisti dell’epoca liberale, organizzatori e ricostruttori dell’epoca sociale: da Sebastian Brunner a Vogelsang e Ambros Opitz, da Lacordaire a De Coux, Montalembert, da Maret e Ozanam, da Migne e Veuillot a Augustin Cochin, a Ernest Hello, Henri Lasserre, da Em. Joseph Bailly a Naudet; dai fratelli Staas a Eduard Ducpétiaux, dai fratelli Deschamps a Woeste e Jacobs, dagli scrittori della Revue Générale a Mons. Pottier, al duca d’Ursel e agli scrittori della Justice Sociale; da Margotti a Albertario, Sacchetti e Cornaggia, dai fondatori e scrittori della Civiltà Cattolica a Toniolo e agli scrittori della Rivista Internazionale di scienze sociali; da Scorderet a Gaspare Decurtins e Beck. Abbiamo riveduto nella sala spagnola El pensamento de la Nacion, alla quale rivista Giacomo Balmes affidava la profondità dei suoi pensieri e i fogli ingialliti su cui aveva posato la penna Donoso Cortes; e per il Portogallo ci fu ricordato il polemista Souza Montero, il sac. de Matos e quel Manuel Frutuoso da Fonseca che da semplice tipografo assurse a intrepido direttore della Palavra, per la quale un grande industriale, Francisco Goncalves Cortes, sacrificò la sostanza e rischiò la vita. La sala dell’Olanda esaltò la memoria di Yodocus Smits e Mons. Schaepman; gl’inglesi radunarono attorno al numero giubilare della Dublin Review gli autografi e i ritratti dei suoi più illustri collaboratori: i cardinali Wisemann, Waughan e Manning, il filosofo Ward, il letterato Russel, il sociologo Bagshave; gli ungheresi ornarono il loro reparto coi busti di Ottokar Prohazka e del canonico Molnar. E quale galleria edificante ci avrebbe fatto passare in rassegna la cattolica Germania, da Giuseppe Goerres a Hitze e a Hertling, ripresentando alla gratitudine di tutti i fratelli del mondo l’opera eroica della stampa tedesca durante il Kulturkampf e gli eminenti servigi resi dai giornalisti e dagli organizzatori cattolico-sociali tedeschi nella lotta contro il marxismo? È vanto della Mostra Vaticana d’aver spinto i cattolici di quasi tutti i paesi a fare e a rifare in quest’occasione la storia della loro stampa e rimane purtroppo una lacuna di questo volume il non averla potuta riassumere, per la sua mole eccessiva. Vi abbiamo però voluto dedicare almeno questo cenno, onde riaffermarne il valore e l’importanza per la formazione dei giornalisti di domani. I problemi non si ripresentano nello stesso modo, ma non mutano i termini e l’essenza. Ora par difficile dire qualche cosa di nuovo, ad esempio sulle libertà politiche, su autorità e ordine, su sovranità e costituzione, dopo quanto se ne scrisse fra il 1830 e il ’60; né è agevole trovare nuovi argomenti sui rapporti fra Stato e Chiesa dopo il violento contraddittorio che dal 1870 si prolungò per quasi tutto il secolo XIX. La questione della scuola, giornalisticamente parlando, potrebbe dirsi esaurita dopo il tenace e aspro dibattito belga e la lotta ingaggiata oggi contro il comunismo ricorda quasi per filo e per segno la fase iniziale della campagna antisocialista. I termini di Stato, Persona Umana, Individuo, Collettività si riaffacciano in diversa guisa, ma sulle stesse direttrici del pensiero umano. L’apprendere quindi l’atteggiamento dei nostri maggiori di fronte a tali problemi pubblici è utilissimo e anzi necessario, per non rifare esperienze che costarono errori, delusioni, sconfitte. Ma formare i nostri scrittori alla storia del giornalismo cattolico è indispensabile anzitutto per creare il loro carattere. Questo si costituisce, è vero, come dice il Poeta, nelle burrasche della vita; esso si alimenta però di nobili tradizioni; e nobilissime sono quelle che ci lega il giornalismo cattolico del secolo passato. Vivono ancora molti che hanno raccolto la penna dai maggiori e oggi o domani la passeranno ai giovani. Che passi in loro anche quella tradizione di amore alla Chiesa, di sano ottimismo e idealismo sociale, e di fierezza battagliera che fu quasi il codice di codesta nuova cavalleria della penna. Ma bisogna che la catena non sia interrotta, che la tradizione sia viva, che il patrimonio famigliare rimanga intatto. Giuseppe Demarteau ci ricorda in un libro che citiamo a suo luogo, le decisioni di fierezza che egli dovette prendere durante l’occupazione tedesca di Liegi. Le pressioni e le lusinghe furono molte, ma più forte fu la voce della sua coscienza, voce tramandata da padre in figlio in una famiglia di giornalisti che aveva sempre concepito il giornalismo come un’altissima missione morale. Per le riviste (cioè per tutti i periodici di carattere non giornalistico) la sala delle statistiche offriva elementi molto approssimativi. Su un totale di 150.000 riviste esistenti nel mondo i cattolici, che in proporzione al loro numero ne dovrebbero avere oltre 24.000, ne esponevano poco più di 9 mila. Ma qual significato si può attribuire a tali cifre, quando si consideri che buona parte delle riviste «non cattoliche» hanno carattere meramente tecnico e d’altro canto fra i periodici cattolici esposti non comparvero che in minima parte i «bollettini parrocchiali» i quali nella sola Francia ove il Comitato Nazionale fece una paziente inchiesta, diocesi per diocesi, rasentano il decimo migliaio? Ma è qui sopra tutto che il conteggio numerico diventa secondario, di fronte alla valutazione qualitativa. Intorno alle qualità delle riviste cattoliche abbiamo raccolto alcuni giudizi e consigli autorevoli nei capitoli sulla stampa dei religiosi, su quella missionaria e sulle riviste di alta cultura. Senza aderire a certe proposte draconiane di decimazione e concentrazione che vennero lanciate durante la Mostra, quando comparve un’apprezzata Guida bibliografica della stampa cattolica italiana, ci sarà lecito tuttavia di evocare, dando loro un significato più generale, le parole usate per la stampa Domenicana dal Rev.mo P. Maestro Generale Martino Gillet: «Ho l’impressione – egli disse – come duna polvere di riviste disseminate nel cielo… senza che alcuna possa pretendere di svolgervi un ruolo di stella di prima grandezza…». E dopo aver riaffermato il proposito di promuovere, provincia per provincia, la solidale cooperazione di tutti gli scrittori sotto la direzione del più competente, egli aggiunge che nel giorno in cui tale concentrazione sarà fatta «tutte le piccole foglie morte, intendo dire i fogli impressi, cadranno da sé, si staccheranno dall’albero di S. Domenico, che, come l’arancio secolare, emetterà nuovi germogli numerosi, possenti e fecondi che copriranno tutta la terra e produrranno dei frutti spirituali saporosi, capaci di alimentare tutte le anime che avranno sete della verità». Con l’animo e l’augurio rivolto a tale nuova primavera, ci piace frattanto chiudere questa introduzione con un commosso pensiero di gratitudine per i pionieri della stampa missionaria, per quei giornalisti e scrittori improvvisati che, come appare dalle nostre note e dai nostri elenchi, creano ad un tempo tipografia, rivista e linguaggio, rinnovando ogni giorno l’opera di civiltà attuata dalla Chiesa nei secoli. Questi periodici scarni e talvolta scialbi, scritti in idiomi primitivi, inviatici dal centro dell’Africa o dalle isole e contrade più remote rappresentano un valore che nessuna statistica può esprimere: onde qui il commento si arresta e cede il posto all’ammirazione. L’Esposizione mondiale della stampa Annunziata alla vigilia di Pasqua del 1934, se ne incominciarono i lavori preparatori il maggio dello stesso anno. Il Comitato ordinatore era presieduto dal Conte Giuseppe Dalla Torre direttore dell’Osservatore Romano e costituito da S.E. il Conte Franco Ratti di Desio, dal Cav. di Gr. Cr. Ing. Leone Castelli, dal Gr. Uff. Comm. Nogara direttore delle Gallerie e dei Musei Vaticani e da Mons. Giuseppe Monti, il quale ebbe l’incarico di elaborare l’ordinamento della Mostra e di promuovere la partecipazione degli espositori. Questa venne organizzata col concorso del comm. A. De Gasperi per quanto riguarda i paesi d’Europa e d’America e le sezioni di categoria e colla cooperazione di un apposito Comitato di Propaganda Fide, e in particolare di Mons. G. Monticone, per quanto riguarda la stampa missionaria e le terre di missione. Alla Sacra Congregazione per le chiese orientali e più particolarmente a Padre Cirillo Korolevskij fu affidato il reparto dei Riti orientali e gli officiali della Sacra Congregazione dei seminari e delle università degli studi Don Francesco Tinello e Don Giuseppe Sandri, sotto l’alta direzione di S.E. Mons. Ruffini, sistemarono il reparto degli Istituti cattolici di alta cultura. Il compito più laborioso della segreteria fu quello di promuovere in tutti i paesi i Comitati o Centri nazionali. In Austria il Comitato nazionale si costituì attorno al consigliere di Stato Federico Funder, direttore della Reichspost: nel Belgio la direzione del Comitato venne assunta da Giuseppe Demarteau direttore della Gazette de Liège, coadiuvato dal segretario Van Den Eynde, dello Standaard di Bruxelles; in Cecoslovacchia il lavoro venne organizzato dalla Società di S. Venceslao; in Francia il presidente Paul Verschave della Facoltà Cattolica di Lilla venne coadiuvato dall’attivissimo Mons. Olichon ora defunto; in Gran Bretagna organizzò la partecipazione inglese il direttore della Catholic Truth Society John P. Boland; in Irlanda il Dr. O’ Reilly di quella Truth Society; in Italia si costituì un apposito comitato presso la Giunta centrale d’Azione Cattolica sotto la presidenza del defunto comm. Ciriaci; in Jugoslavia sotto l’impulso di S.E. Saric, Arcivescovo di Sarajevo, l’organizzazione venne attuata dal Dr. Andric della Società di S. Gerolamo in Zagabria e dal Prof. Fabjan di Lubiana. Nel Lussemburgo diresse i preparativi Mons. Origer; in Olanda il direttore commerciale del Maasbode comm. Enrico Kuypers con W. Grollemberg; il Comitato portoghese venne presieduto da S.E. Mons. Sena d’Oliveira, arcivescovo titolare di Mitilene; nella Spagna il presidente della Giunta centrale dell’Azione Cattolica Angelo de Herrera passò poi la mano al segretario sig. Taboada Lago; nella Svizzera funse da segretario il Dr. Müller, direttore della Ripa, sotto la presidenza del compianto direttore delle Freiburger Nachrichten Pauchard; nella Polonia S.E. Mons. Adamski vescovo di Katovice ebbe per segretario l’attivissimo direttore della K.A.P. Mons. Kaczynski; nella Ungheria diresse i lavori il Dr. Toth del Nemzeti Ujzag; Malta ebbe un degno rappresentante nel canonico Pantarellesco di Hamrun; in Romania il lavoro di preparazione dal defunto Mons. Gabor passò al Prof. Pàl di Jassy e al Prof. Georgesco di Oradea a Mare. Centro di organizzazione negli Stati nordici fu il Dr. Scherz di Coopenagen, mentre in Lituania l’opera venne compiuta da un comitato sotto la presidenza di Mons. Dombrauskas e dal Padre Reklaitis dei Mariani. Nel Canadà l’opera del comitato organizzatore fece capo a Mons. Alfredo Chamberland di Quebec; negli Stati Uniti al Sig. Frank Hall del C.W.C. News Service di Washington. Il comitato argentino fu diretto dal Dr. Romulo Amadeo, quello brasiliano dal Dr. Alceu Amoroso Lima, quello di Montevideo dal Dr. Qualiotti sotto l’impulso dell’Arcivescovo Mons. Aragone, quello del Venezuela da Mons. Pellin direttore della Religion in Caracas. Mons. Borge raccolse le adesioni di Costarica, il sacerdote Lopez quelle di Cuba e preziosissima fu l’opera sopratutto di S.E. Luigi Centos, allora Nunzio apostolico in Bolivia. Per la parte missionaria tutti gli istituti missionari e delegati apostolici gareggiarono nel suscitare adesioni e partecipazioni. Da rilevarsi in particolare l’opera dell’Agenzia Lumen a Pechino e quella dell’Ufficio centrale della stampa cattolica in Tokio diretta dal sacerdote Dr. Taguchi. Concorsero cosi alla Mostra i cattolici di 45 Stati di Europa e d’America e di 53 regioni di terre di missione. Inoltre 33 Ordini e Congregazioni religiose ebbero il proprio reparto organizzato dalle loro autorità centrali in Roma. Fra i centri di Azione Cattolica che parteciparono all’Esposizione merita particolare segnalazione l’Unione Internazionale delle donne cattoliche di Utrecht. Le opere di costruzione e di decorazione si iniziarono nel settembre 1935. Fu coperta un’area di mq. 7.761,80 con una cubatura di m 50.978,30; vi furono impiegati 3.900 quintali di ferro, con circa 7 chilometri di tubature metalliche, 1.600 m di legname, 4.800 mq. di vetri retinati, 6.800 mq. di linoleum; operai per 3.100 giornate lavorative; 150 maestranze specializzate. I lavori si svolsero nel Cortile bramantesco della Pigna e sul Bastione gregoriano e furono eseguiti dall’Ufficio tecnico della Città del Vaticano, sotto la direzione dell’ing. Leone Castelli, su progetto dell’architetto Gio Ponti di Milano, il quale con la consulenza specifica di S.E. Mons. C. Costantini e coadiuvato nella decorazione da Ernesto Carboni, Luigi Bordiga, P. Domenico Planzer O. P., Adriano Alessandrini, Corrado Cameli, Bruto Polidori e dagli scultori Italo Griselli e Aurelio Mistruzzi, donò alla Mostra la sua sistemazione decorativa e l’applaudita veste artistica. Curarono le quindici sale della Parte Generale, il prof. Josef Krumbach, e l’architetto Hauptmann di Monaco. Alla decorazione e sistemazione dei padiglioni nazionali parteciparono studiosi e artisti di tutte le nazioni, come Paul Mellis, A. van der Plaz, Ferdinand Petit, John e Eugène Heremans, Dom. Martin O.S.B., Emile Probst, D. Ippolito Hidalgo De Caviedes, D. Gonzalo De Cardenas Rodrigo, E. Müller, Oskar Cattani, André Hilt, François Vitale, Charles Bouleau, Delarozières, Lorimy, Clemens Holzmeister, Zenone Kossak, Otto Jahn, Giovanni André, Jaroslav Cuhra, Vladimir Padlewski, Giovanni Rodeal, Tibor Gerewich, Elemer Czako, Vladimir Kirin, Adolfas e M. Valeska, Federico Vernon Murphy, T.H. Lograf, P.A. Göttelmann; Ester e Domingo Firmani, Gino Vicuso, Deoclecio De. Campos, Levandé, M.lle Mulders, M.lle Maria Romme, M.lle van Zeland, P. Wolfram Plotshe O.P., Guglielmo Buggermann, ecc. Non ripeteremo qui la descrizione delle sale della Mostra che è già stata data dal catalogo. Accenneremo soltanto alle prime quindici sale della parte generale ove fu raccolto un materiale elaborato dal Dr. Giuseppe Krumbach assistente del Prof. D’Ester, direttore dell’Istituto di scienza giornalistica in Monaco, ed eseguito sulle pareti dall’architetto Helmut Hauptmann pure di Monaco. Questa parte generale era una veduta d’insieme della storia, dell’organizzazione e della statistica generale delle pubblicazioni periodiche nel mondo. Lo sviluppo storico del giornalismo era dimostrato con fotografie delle prime pubblicazioni, con statistiche e con carte geografiche e topografiche. Grandi tavole statistiche si proponevano di rendere intuitivo lo sviluppo della stampa mondiale nella cornice generale dell’umanità, della cultura e della tecnica. Altre tabelle fissavano in cifre questo sviluppo raffrontato a quello della radio e del cinema. Seguivano alcune sale che spiegavano il processo formativo del giornale, i mezzi per trasmettere le notizie nella storia e nel momento attuale, l’organizzazione dell’ufficio di informazioni, la descrizione delle principali agenzie di informazioni; altre sale descrivevano la redazione moderna, illustravano i mezzi redazionali sussidiari, descrivevano la legislazione sulla stampa, davano una rapida idea della tecnica tipografica e dell’organizzazione amministrativa del giornale. Due altre sale invitavano i visitatori a riflettere sul contenuto del giornale e l’ultima oltre un paradigma della scienza giornalistica, conteneva la bibliografia della stampa cattolica. Di questa parte generale abbiamo potuto dare, qui e là, solo qualche rapido tocco. Per raccoglierne con utilità i risultati avremmo dovuto aggiornare cifre e statistiche, più che mai fatalmente approssimative, trattandosi di materia effimera per definizione, e beneficiare d’una collaborazione specifica che ci è disgraziatamente mancata. Chi se ne volesse più particolarmente interessare, confronti, oltre le pubblicazioni del Krumbach, citate nel volumetto bibliografico dell’Esposizione: Karl d’Ester, Zeitungswesen, Breslau, Hirt, 1928 e Dovifat, Zeitungswissenschaft, 1935, v. 2. Il presente libro si propone invece di riprodurre e raccogliere dati ed elementi di informazione, conclusioni ed insegnamenti, quali risultavano dalle sale in cui Comitati nazionali e Ordini religiosi avevano gareggiato nel mettere in mostra ed illustrare la loro opera di stampa. L’Esposizione venne inaugurata il 12 maggio 1936 alla presenza di S. Santità Pio XI che ne fu il munifico mecenate, l’augusto protettore e l’animatore illuminato e costante, e si chiuse il 31 maggio 1937 con un discorso pronunciato durante la sua Messa dal Padre Merklen direttore della Croix, e con un Te Deum di ringraziamento celebrato da S.Em. Pizzardo. L’Esposizione restò così aperta 384 giorni chiudendosi soltanto per il Natale e per la Pasqua. Ebbe 82.738 visitatori e firmarono l’albo d’onore 637 ospiti illustri, tra i quali 43 cardinali e 461 vescovi, principi e principesse reali, ministri di Stato, diplomatici, parlamentari, scrittori ed artisti. Durante l’Esposizione fiorirono varie iniziative religiose e culturali promosse o coadiuvate da un apposito «Comitato congressi e manifestazioni» con sede in Via S. Spirito, 7, e così costituto: Presidente: Cav. di Gr. Cr. Avv. Paolo Pericoli; Vice-Presidente: Cav. di Gr. Cr. Avv. Umberto Vignoli; Segretario generale: Comm. Dr. Domenico Francini. La Giunta esecutiva era composta inoltre di: Rag. Carlo Campili, On. Comm. Mario Cingolani, Dott. Gerolamo Lino Moro; Gr. uff. Costantino Parisi, Dott. Pietro Salviucci, Mons. Carlo Respighi, Mons. Giovanni Battista Rovella. Le singole nazioni erano così rappresentate: Austria: S.E. Mons. Hudal; Belgio: Mons. Desiderio Nobels; Brasile: P. Luigi Riou; Canadà: Mons. Robin; Cecoslovacchia: Rev. Giuseppe Bezdicek; Columbia: P. Giovanni Restrepo; Equatore: P. Gabriele da Ibarra; Francia: Mons. Renato Fontenelle; Germania: Raitz bar. von Frentz; Inghilterra: Mons. Guglielmo Godfrey; Irlanda: Mons. Curran; Isole Filippine: Rev. Madriaga; Jugoslavia: Mons. Majerec; Messico: P. Oñate; Olanda: Mons. Eras; Perù: P. Wilches; Polonia: Mons. Zakrzewski; Portogallo: Mons. de Souza; Romania: Mons. Juga; Spagna: Rev. Carmelo Blay; Stati Uniti: Mons. Giuseppe Hurley; Svizzera: Mons. Paolo Krieg; Ungheria: Mons. Francesco Luttor; Uruguay: Don Corrado Pavanetto; Venezuela: P. Emanuele Aguirre. Il Comitato diede la sua opera per i seguenti convegni: 1) Convegno di studi silvestriani (17-22 maggio 1936); 2) Congresso dei decorati dell’Ordine di S. Silvestro Papa (14-18 settembre 1936); 3) Congresso per la formazione dei giornalisti cattolici (22-23 settembre 1936); 4) II Congresso internazionale dei Giornalisti Cattolici (2427 settembre 1936); 5) I Congresso internazionale Cattolico della Pubblicità (29-31 ottobre 1936). Il Comitato diede poi il suo contributo di organizzazione e di assistenza alle seguenti iniziative: 1) Congresso della «Bonne Presse» (17-20 aprile 1936); 2) IV Settimana d’Arte Sacra per il clero (5-10 ottobre 1936); 3) Manifestazioni per la Radio-diffusione cattolica (10 novembre 1936); 4) II Congresso internazionale della Unione Missionaria del Clero (11-13 novembre 1936); 5) II Congresso Tomistico Internazionale (23-28 novembre 1936); 6) Convegno degli ex-allievi Salesiani (21 febbraio 1937); 7) Convegno dei Terziari Francescani (25 aprile 1937); 8) Convegno delle Opere di Apostolato e Coltura della Compagnia di Gesù (2 maggio 1937); 9) Convegno internazionale per l’Oriente Cristiano (2 maggio 1937); 10) Convegno dei Terziari Domenicani (6 maggio 1937); 11) Convegno per la Stampa Missionaria (20 maggio 1937); 12) Convegno della Primaria Associazione Cattolica Artistica-Operaia in Roma (23 maggio 1937). Esso collaborò infine col Comitato ordinatore della Mostra alla organizzazione delle 14 conferenze tenute dal 17 aprile al 30 maggio 1937 nella sede della Esposizione, conferenze illustrative dell’apostolato della stampa cattolica in Austria, nel Brasile, in Olanda, Inghilterra, nel Belgio, in Polonia, Francia, Svizzera, negli Stati Uniti d’America, in Italia e in Cecoslovacchia; su «Le pubblicazioni periodiche delle Università Cattoliche e degli Istituti Superiori Cattolici», su «L’Istituto Cattolico per la Stampa di Milano» e su «La Stampa e il Cinema». Di tutti questi convegni, in quanto hanno attinenza diretta col problema della stampa, viene fatto cenno nei vari capitoli di questo volume. Qui ricorderemo in particolare, non avendolo fatto altrove, il Congresso per la formazione dei giornalisti dal 22 al 23 settembre 1936. Vi fu riferito da vari relatori su le scuole di giornalismo negli Stati d’America, alle Filippine, nel Canadà, in Australia, in Inghilterra, in Germania, e «in alcuni paesi d’Europa». In particolare si parlò della scuola di giornalismo del Debate e di quella dell’Università Cattolica di Lilla. Riassumendo si registrò in tutto il mondo una mezza dozzina di scuole di giornalismo cattolico in confronto di un numero 12 volte maggiore delle scuole di giornalismo in genere. Le relazioni fondamentali furono quella di Giuseppe Demarteau su «La ragion d’essere della scuola di giornalismo» e quella del Prof. Verchave, illustre decano della scuola di Lilla, su «l’avvenire delle scuole di giornalismo». Entrambi gli oratori dalla loro esperienza derivarono la convinzione che la preparazione sistematica dei futuri giornalisti sia divenuta anche per i cattolici una necessità assoluta. I corsi di conferenze sporadiche, disse il prof. Verchave, sono utili ma la cosa migliore, l’ideale è quello di organizzare una scuola completa teorico-pratico-formativa, escogitando anche mezzi ordinari e straordinari per aiutare i giovani candidati meno abbienti e dotati di particolari attitudini per l’attività giornalistica. Non tutti gli esperimenti sono riusciti. Perché? Il relatore espone tre requisiti essenziali per il buon esito di queste scuole, il segreto della loro fortuna: 1) Programmi seri che comprendano innanzitutto una soda coltura religiosa, poi una coltura generale particolarmente indicata alle necessità quotidiane del giornalista, infine l’avviamento professionale pratico. 2) Un insegnamento non esclusivamente intellettuale e tecnico, ma eminentemente formativo, in vista di creare una perfetta coscienza cattolica attraverso le conversazioni, esercitazioni critiche degli avvenimenti, studio delle particolari attitudini dello studente e orientamento del medesimo verso la specialità giornalistica per la quale è meglio dotato. 3) Aiutare gli allievi nella loro carriera, sia preoccupandosi della loro sistemazione, sia seguendoli attraverso ad associazioni di ex-allievi e con speciali convegni. I voti del convegno vennero riassunti nella seguente deliberazione: 1) Plaude alle scuole cattoliche di giornalismo esistenti, le quali affermano la profonda comprensione ed estimazione che i cattolici nutrono per la professione giornalistica nella sua nobiltà di apostolato e nella sua dignità di arte. 2) Si augura che la preparazione del giornalista sia non solo spiritualmente e culturalmente degna dell’apostolato cattolico, ma tecnicamente corrispondente alle caratteristiche professionali del giornalismo; così che l’opera dei giovani giornalisti cattolici possa essere apprezzata non solo nel giornalismo confessionale, ma ovunque la stampa compie un’opera moralmente e civilmente benefica. 3) Pensa che ove non esistano le scuole, un centro competente, che può essere ovunque la associazione dei giornalisti cattolici, avvii i giovani alla scuola pratica presso le redazioni dei nostri migliori giornali, richiedendo un titolo o una corrispondente documentazione di coltura superiore. 4) Organizzi ogni anno presso qualche grande istituto religioso del Paese un corso superiore di religione specialmente volto alla storia ed all’insegnamento sociale della Chiesa Cattolica. Concluderemo col ricordare che nell’Esposizione venne aperta anche una sala cinematografica nella quale si svolsero 86 proiezioni di pellicole inerenti alla stampa ed al giornalismo del Centro Cattolico Cinematografico Italiano, della «Bonne Presse» e di una appositamente preparata, con notevole dispendio, dal Maasbode. L’Esposizione fu anche ricordata da una speciale serie di francobolli di otto valori e da una medaglia pontificale. La serie di francobolli dovuta al pittore Mezzana, è stata largamente ricercata; durante l’apertura dell’Esposizione furono distribuiti un milione e mezzo di francobolli; quelli con l’effigie di San Francesco e di San Giovanni Bosco raggiunsero il numero di 677.117. La medaglia commemorativa in bronzo è opera del Mistruzzi, e reca nel recto l’effigie del Santo Padre, nel verso un gruppo di giornali a piedi della Croce caratteristica del cartello dell’Esposizione di Gio Ponti. Essa è stata fatta coniare dal Santo Padre per i benemeriti dell’Esposizione, in numero di soli 400 esemplari. È accompagnata da un diploma artistico, inciso da Arrigo Marendino; e un diploma di partecipazione, opera dello stesso autore, venne inviato a quanti dei partecipanti lo richiesero. Sua Santità a mezzo dell’Em.mo Signor Cardinale Segretario di Stato, ha fatto pervenire al presidente del Comitato ordinatore una lettera in data 19 giugno 1937, in cui «confermando la Sua soddisfazione per il buon esito che ha coronato la Mostra della Stampa Cattolica» si degnava di aggiungere, oltre per i singoli membri del Comitato ordinatore, per l’arch. Ponti e per i cooperatori più diretti una medaglia pontificale dell’anno XVI «a tangibile ricordo dell’avvenimento e più chiara testimonianza dell’alta Sua compiacenza, sicuro che il carattere tutto paterno di questo presente sia apprezzato dalla filiale accoglienza dei destinatari nell’alto valore che Sua Santità intende attribuirgli». Le organizzazioni internazionali della stampa cattolica Nella sezione generale dell’Esposizione, alcuni quadri suggestivi erano dedicati all’organizzazione e ai centri di trasmissione delle notizie. Un pannello, che riproduciamo, segnalava tutte le «agenzie» del mondo; un altro dimostrava che la maggior parte di notizie passano attraverso le quattro più forti agenzie, legate tra loro da vincoli di reciprocità. In quella sala il visitatore doveva riflettere e distinguere: imparando a conoscere le fonti delle notizie, abituarsi ad un metodo più critico nell’accoglierle e nel valutarle. Qui doveva sorgere spontanea anche la domanda: perché la stampa cattolica non si organizza anche sul piano internazionale, allo scopo di promuovere gli ideali cattolici comuni a tutti i popoli? Se per varie ragioni e già per quelle finanziarie, conviene rigettare come utopistica l’idea di creare una propria agenzia internazionale di notizie in concorrenza coi colossi esistenti, non è detto che non si debba tentare una collaborazione, ch’essendo più limitata, diventi però feconda di molteplici iniziative. Ancora durante l’Esposizione il gran pubblico poté venir informato che tali iniziative erano già in corso. Il 2° Congresso internazionale dei giornalisti cattolici tenutosi a Roma dal 24 al 27 settembre 1936 ne dava ampia e documentata notizia. Rinviando i lettori per tutto il resto agli atti di tale congresso (Actes du deuxième Congrès international des journalistes catholiques,Tipografia Poliglotta Vaticana, 1937), ci limiteremo alle notizie più importanti. L’organizzazione internazionale della stampa cattolica è triplice. Il 15 dicembre 1927, si fondava a Parigi, per impulso di René Delforge, direttore di Vers l’Avenir di Namur, un Bureau International des Journalistes Catholiques allo scopo di costituire un legame permanente fra le associazioni e i sindacati dei giornalisti dei vari paesi, in vista degl’interessi morali e professionali dei loro membri. Qualche mese più tardi, il 19 giugno 1928, in occasione della Mostra della stampa a Colonia, e per iniziativa di Giulio Stocky, allora direttore della Kölnische Volkszeitung, si costituiva la «Commissione internazionale permanente degli editori e direttori dei giornali cattolici» allo scopo di promuovere la cooperazione fra i giornali e le agenzie cattoliche d’informazione di tutti i paesi. In occasione del 1° Congresso universale della Stampa cattolica, tenuto a Bruxelles il 1° e 2 settembre 1930, fu deciso di creare un terzo organismo che collegasse l’opera dei primi due senza lederne l’autonomia, e dopo parecchi studi e discussioni, nel Congresso di Roma del 1936 fu approvato lo statuto dell’«Union Internationale de la Presse Catholique», confederazione che raggruppa le persone e tutte le opere consacrate al giornalismo cattolico: redattori, collaboratori, agenzie, società professionali e di stampa ecc. Tutti i membri qui menzionati sono rappresentati nell’Unione attraverso le organizzazioni internazionali a cui appartengono, anzitutto il «Bureau» e la «Commission permanente». Del «Bureau» a Roma fu eletta la seguente presidenza: America del Sud: M. Sanguinetti, del Pueblo di Buenos Aires; Austria: Dr. Funder, direttore della Reichspost; Belgio: Léon Mallié, segretario dell’Association de la Presse catholique; Léo Arras, redattore-capo della Gazet van Antwerpen; Hubert Forestier, corrispondente particolare di Vers l’Avenir; Francia: Alfredo Michelin, presidente del Sindacato dei giornalisti francesi; Leone Poncet, direttore della République de l’Isère; Germania: R. P. Muckermann; Inghilterra: M. Mathen, M. Greenwood; Italia: Manzini, direttore de l’Avvenire d’Italia; Lussemburgo: Mons. Origer, direttore del Luxemburger Wort; Olanda: J. Kuypers, direttore del Maasbode; Polonia: Mons. Kaczinsky, direttore della K.A.P.; Spagna: Rafaelle de Luiz, del Debate; Stati Uniti: Frank Hall, direttore della National Catholic Conference, di Washington; Svizzera: M. Pauchard, direttore delle Freiburger Nachrichten; Abate Carlier del Courrier de Genève; Stampa Missionaria: Mons. Bouquin, direttore dell’Agenzia Fides; R. P. Staercke, del The Catholic Herald di Calcutta. Nella «Commission permanente» risultarono eletti: Presidente: il P.L. Merklen; vice-presidente: Mons. Origer; segretario: il Dr. Hoeben. Membri del «Consiglio esecutivo» erano: S. Mappus per la Francia; Dr. Funder, per l’Austria; M. Sassonville, per il Belgio, sezione fiamminga e G. Demarteau per la sezione wallone; Dr. Maggi, per l’Italia; Dr. Kuypers, per l’Olanda; Mons. Kaczinski, per la Polonia; M. Frank Hall, per gli Stati Uniti; R. P. Pauchard, per la Svizzera; Dr, Toth, per l’Ungheria. Mons. Origer, Mons. Kaczinski, M. Kuypers, furono nominati, secondo lo Statuto, rappresentanti della Commissione presso l’«Union internationale de la presse catholique». L’«Union internationale» infine proclamò, per il quadriennio 1936-1940, presidente il Conte G. Dalla Torre; vice-presidente il Dr. G. Demarteau; ed a membri del Consiglio: il P. Merklen, il Dr. Enrico Hoeben, Mons. Giovanni Origer, il Comm. Enrico Kuypers, Mons. Sigismondo Kaczinski, il Dr. Federico Funder, Giuseppe Ageorges, Alberto Michelin, l’abate Pauchard, Rafaelle De Luiz e il Dr. Sante Maggi. L’organo più continuo e più efficace di quest’organizzazione internazionale è il segretariato della «Commission permanente», diretto dall’infaticabile Dr. Hoeben in Breda (Olanda). La «C.P.» (Commission permanente) è andata poi diventando un centro di cooperazione internazionale che fece nutrire le migliori speranze. I mezzi previsti dallo statuto (scambio regolare di informazioni e d’articoli, di ritagli di giornali, e eventualmente di redattori e collaboratori: realizzazioni pratiche di campagne, inchieste e reportages concertati in comune) trovarono applicazione sempre più ampia e più intensa. «Ovunque il cattolicismo fu attaccato e minacciato nelle sue funzioni essenziali (riferiva il Dr. Hoeben al Congresso di Roma) abbiamo inviato i nostri pacifici osservatori; essi sono ritornati carichi di materiale importante. Quando scoppiò la prima rivoluzione in Spagna contro la Chiesa nel 1932, vi abbiamo mandato un redattore speciale, il signor Francesco Rodriguez. In un altro paese, ben noto per la ferocia dei suoi procedimenti dittatoriali, la Russia, abbiamo mandato il nostro confratello Dr. Kramer». A queste spoglie giornalistiche hanno partecipato una ventina di giornali di otto paesi differenti. Tali saggi dimostrano che una collaborazione internazionale in questo senso è sempre possibile e non è un’utopia. Una seconda impresa ben riuscita fu il servizio di dispacci e l’invio di fotografie in occasione dei grandi Congressi Eucaristici di Cartagine e di Dublino. La C.P. non è rimasta in silenzio sugli avvenimenti cattolici di risonanza mondiale. Apparvero nei giornali cattolici articoli notevoli sui Congressi di Friburgo, di Essen, di Amsterdam, di Praga, sulle feste di S. Emerico a Budapest, sul triduo di Lourdes e sul congresso cattolico di Malines. Dopo il Congresso di Roma, la «Commission permanente» ha costituito a Breda (Tetering Dijk, 26) una «Agenzia internazionale della Stampa» (C.P.), editrice di un servizio di stampa in due lingue (tedesca e francese). Questo servizio quotidiano è diffuso in tutta la stampa cattolica del mondo, sia direttamente, sia per mezzo dei suoi enti nazionali: di Vienna «Christliche Presszentrale», di Budapest «Bureau de la Presse Catholique de l’Europe Centrale», di Friburgo «Agence Kipa», di Milano «Istituto Cattolico per la Stampa» (ICS) e Bruxelles «Agence C.C.P.» Agenzie e centri d’informazioni per la stampa cattolica Ecco un elenco dei centri nazionali, con cui l’agenzia della C.P. Breda (Olanda), Tetering-Dijk, 263 è in stretta collaborazione: Italia Istituto Cattolico per la Stampa (ICS), Via S. Tommaso, 4, Milano. Olanda Katholieke Wereld Post (K.W.P.), Breda, Pays-Bas, tel., 3117. Paesi di Missioni Agenzia Fides, Via di Propaganda Fide, Roma. Paesi Scandinavi Mons. Irgens, dir. St. Olav. Akersveien,Oslo (Norvegia). Polonia Polska Katolicka Agencja Prasowa (K.A.P.), Miodowa 17, Warszawa. Romania Bureau de Presse, Mons. Georgesco, Parcu Stefan cel Mare, Oradea (Romania). Russia Lettres de Rome, Piazza Santa Maria Maggiore, 7, Roma (Italia). Spagna Logos, Madrid (sospesa). Stati Uniti N.C.W.C. New Service, 1312, Massachusetts Avenue, Washington (U.S.A.). Svizzera K.I.P.A., Friburgo (Svizzera). Ungheria Bureau de Presse Catholique de l’Europe Centrale, Dr. Toth Honved-utca, 10, Budapest. Jugoslavia Zivot, Zagreb, 1-147 (rivista mensile). Prima del 12 marzo I938, cioè fino all’estensione all’Austria delle leggi tedesche sulla stampa. Cinematografo, radio, pubblicità L’Esposizione doveva occuparsi almeno sussidiariamente anche della radio e del cinematografo, i due maggiori concorrenti e nello stesso tempo, i due più validi collaboratori della stampa. Grandi tabelle statistiche nella parte generale ne descrivevano la forza e la diffusione. Ogni giorno, diceva la statistica, da 1.448 stazioni trasmittenti 50 milioni di persone ascoltano la radio e 30 milioni di spettatori in circa 100 mila sale frequentano gli spettacoli cinematografici. I lettori sono ancora però in prevalenza, perché si calcola che 50.000 giornali del mondo vengano letti quotidianamente da circa 200 milioni di persone. Trattando particolarmente del cinematografo, la tabella statistica dava il seguente numero delle sale esistenti nel mondo. Nel quinquennio dal 1930 al 1935 si è passati: in Austria da 869 sale cinematografiche a 632; nel Belgio da 930 a 908; in Cecoslovacchia da 1.817 a 2.024; in Francia da 4.221 a 4.100; in Germania da 5.276 a 4.782; in Gran Bretagna da 4.226 a 4.637; in Italia da 4.221 a 4.506; in Polonia da 631 a 883; in Olanda da 236 a 150; in totale, secondo questa statistica, completata per tutte le altre nazioni, l’Europa è passata da 26.808 a 51.000 sale cinematografiche. Segue l’America, che, malgrado una lieve diminuzione negli Stati Uniti, proprio ove s’afferma la produzione più cospicua, sale da 24.083 a 43.600; quindi l’Asia che da 1.327 giunge a 7.100, di cui ben 1.330 in Giappone; poi l’Australia da 1.750 a 2.000 e infine l’Africa da 500 a 975. Così il cinematografo, nato appena nel 1890, ha già conquistato tutto il mondo e rappresenta ormai uno dei più complessi fattori internazionali della nostra civiltà. Ma dovevano passare quasi 40 anni prima che i cattolici, colpiti dal fenomeno internazionale del cinematografo e delle sue organizzazioni, comprendessero la necessità di organizzarsi essi pure internazionalmente per scambiare le loro esperienze e cooperare agli scopi comuni. Fu all’Aia nell’aprile del 1928 che si celebrò il «primo Congresso internazionale cattolico del cinema». convocato per iniziativa dell’Unione internazionale delle donne cattoliche. In tale congresso fu creato l’«O.C.I.C.» ossia «Office Catholique International du Cinématographe» che è ora diretto dal canonico Brohée ed ha il suo segretariato permanente in Bruxelles, 6 Rue Traversière. L’O.C.I.C, è un organismo di azione cattolica, approvato dall’autorità ecclesiastica, che raggruppa le istituzioni cinematografiche cattoliche dei diversi paesi allo scopo di aiutarli nel loro lavoro e di intraprendere con essi le iniziative che oltrepassano le frontiere nazionali. Esso è un centro di studi, di formazione e di propulsione. In seguito all’udienza pontificia accordata all’O.C.I.C. il 23 aprile 1934 il cardinale Pacelli gli diresse una lettera di plauso e di incoraggiamento e nel 1937 esso trovava la migliore sanzione che mai potesse desiderare nell’enciclica pontificia Vigilanti Cura, la quale come è noto, istituisce in ogni nazione degli speciali uffici per il cinematografo. L’O.C.I.C. aveva creato all’Esposizione una apposita sala, nella quale era illustrata tutta la sua attività dal primo Congresso in poi e si erano raccolti tutti i documenti atti a richiamare l’attenzione dei visitatori sull’importanza del problema. Il comitato dell’Esposizione aveva anche organizzato d’accordo con l’O.C.I.C. un Congresso cinematografico internazionale che, per circostanze imprevedute, dovette poi essere differito. Uno dei temi del convegno venne però trattato all’Esposizione in una succosa conferenza da Mons. Luigi Civardi, noto scrittore di azione cattolica, quando il 30 maggio 1937 vi prese la parola sui «Compiti morali della stampa cinematografica». Egli terminava la sua conferenza facendo due rilievi: Primo. – Grande è la potenza della stampa cattolica (quando è conscia del proprio dovere e disciplinata) sull’indirizzo morale del cinematografo. Lo prova un fatto recente. In Belgio funziona egregiamente l’Ufficio nazionale di revisione, e la stampa ne segue compatta gli indirizzi. Orbene ad Anversa il Sindacato del cinema ha protestato per il grave danno che esso risente da questo contegno della stampa cattolica; e ha minacciato di ritirare i contratti di pubblicità, se i giornali avessero continuato nelle loro segnalazioni. Indice evidente, questo, della influenza che la stampa cattolica esercita sul pubblico, nel settore particolare della moralità cinematografica. Indice insieme della responsabilità della stampa medesima. Secondo. – In Italia, come all’estero la stampa cattolica – specialmente quella quotidiana – si mostra ben consapevole di questa sua responsabilità; e svolge lodevolmente i suoi compiti morali nei riguardi del cinematografo. L’Osservatore Romano ne dà un illustre esempio. Anche il «Bureau Catholique International de Radiodiffusion» presieduto da Mons. Marschall e con sede in Amsterdam, Heerengracht 118, si trasferì nell’autunno 1936 all’Esposizione con tutto il suo ufficio di presidenza per richiamare l’attenzione dei cattolici sugli scopi di questo ufficio internazionale, e in particolare sui rapporti fra la stampa e la radio. Il Padre Dito, O. P., direttore del «Bureau», in una sua relazione sull’«apostolato cattolico con la radio» ricordò che il «bureau» venne costituito nel 1928 a Colonia, che tenne il suo primo congresso a Monaco nel 1929 e che trasferì la sua sede da Colonia ad Amsterdam nel 1935. Ventidue paesi fanno capo all’ufficio e si è constatato che in molti di essi (Austria, Belgio, Brasile, Cecoslovacchia, Francia, Irlanda, Italia, Jugoslavia, Lussemburgo, Stati Uniti, e Svizzera) vi è stata una notevole collaborazione dei cattolici alle radio diffusioni. In Olanda i cattolici possiedono una stazione trasmittente propria. Un altro membro del Bureau, Maurice Hawkard, segretario generale della «radio catholique belge», in un suo ascoltatissimo discorso ha chiamato in causa la stampa. Egli ha dimostrato la necessità che essa illumini i cattolici sul dovere di insorgere contro la immoralità radiofonica come, seguendo il celebre esempio americano della «legione della decenza», essi sono insorti dappertutto contro il cinema e il teatro equivoco. A tale scopo il «bureau» nel suo Congresso di Praga del 1936 deliberava questo voto: «i nostri rappresentanti favoriranno nei loro rispettivi paesi la creazione di un organismo cattolico che si interessi alla radio diffusione e si incarichi di difendere e sviluppare le intese cattoliche in questo campo». Ma l’azione delle leghe che a tale scopo sono sorte o si costituiranno dovrà limitarsi a influire sui pubblici poteri e sulle società di trasmissione; rimane sempre il compito di illuminare e guidare i radio ascoltatori, e questo compito spetta alla stampa. Essa lo potrà assolvere in diversi modi a seconda della diversa situazione nazionale. L’Olanda, benché i cattolici vi siano in minoranza, riesce a fornire 150.000 abbonati ad un settimanale cattolico dedicato esclusivamente alla radiofonia; anche i francesi ed i belgi hanno il loro apposito settimanale. Altrove è il quotidiano e il settimanale cattolico che sono chiamati ad agire. In ogni paese, secondo il relatore, dovrebbe esistere un centro cattolico di radio che fra altro dovrebbe avere lo scopo di organizzare un servizio stampa per informare i giornali con una documentazione di carattere generale e con una documentazione speciale fornendo un giudizio a priori sulle opere liriche o di prosa che, secondo il programma, verranno radiotrasmesse. Si tratta di fare quello stesso schedario morale che l’enciclica Vigilanti Cura raccomanda per le pellicole. Il quotidiano cattolico poi di grande diffusione dovrebbe avere un redattore specializzato per la rubrica della radio, come s’è fatto per lo sport e per il teatro. Infine il Congresso internazionale cattolico della Pubblicità, tenuto a Roma dal 29 al 31 ottobre 1936 deliberò ad unanimità di costituire un Ufficio internazionale cattolico di informazioni pubblicitarie (Bureau International Catholique de Renseignements Publicitaires). Il Comitato provvisorio presieduto dal Conte Dalla Torre fa capo al Dott. D. Francini, Via S. Spirito, 7, Roma. Tale ufficio dovrebbe avere compito di sorveglianza sulla moralità della pubblicità ed essere in genere propulsore di tutte le iniziative che possono favorire uno sviluppo onesto ed artistico dell’arte pubblicitaria. Nel Congresso si sentirono e si discussero relazioni su «la pubblicità e la morale» (Comm. Dott. Cesidio Lolli); «i limiti morali nelle varie forme pubblicitarie, (Dott. Marcello Falconi); «la pubblicità e l’arte» (Prof. Corrado Mezzana); «la pubblicità medica e farmaceutica» (Cav. Angelo Galbusera); «la pubblicità strumento di progresso ed espressione di civiltà» (On. Egilberto Martire); «la stampa cattolica e la pubblicità» (Mons. Agostino Grego). Alcune di queste relazioni meritano di essere considerate attentamente (Cfr.: Atti del 1° Congresso Internazionale Cattolico della Pubblicità, 29-31 ottobre 1936, Roma «Buona Stampa» 1937). Il relatore Mons. Grego dopo aver notato che la Mostra Vaticana era una documentazione della massa cospicua che rappresenta la stampa cattolica, concludeva che i cattolici, divenuti consapevoli di tale potenza, dovranno arrivare ad una organizzazione ed a un coordinamento internazionale della stampa cattolica anche in ordine alla pubblicità. Anche il relatore Falconi concluse per la costituzione di un organismo permanente di controllo e di vigilanza «il quale, mentre darà il cordiale appoggio alle organizzazioni similari laiche, quali esistono ad esempio in Francia, in Inghilterra ed in America, completerà la struttura di queste ultime, proteggendo la morale della pubblicità, non solo quando essa è in accordo con l’interesse di chi la riceve, ma anche quando con la morale tale interesse contrasti». Lo stesso relatore propose, e il Congresso fece suo il voto, che si introduca la abilitazione professionale degli agenti di pubblicità e si costituiscano cattedre di docenza pubblicitaria presso le facoltà di scienza economica commerciale. In tale senso il Congresso accolse anche un voto Gazzoni per l’insegnamento della pubblicità nelle scuole di commercio in Italia. Il Congresso, presieduto dall’on. Mario Cingolani, venne dopo la chiusura ricevuto in udienza dal S. Padre, che in un mirabile discorso ripetè ai congressisti il monito di Alessandro Manzoni: «il santo vero Mai non tradir; né profferir mai verbo, Che plauda al vizio o la virtù derida». La stampa cattolica nei paesi rappresentati all’Esposizione Avvertenza Come abbiamo avvertito, gli elenchi che pubblichiamo non hanno la pretesa di costituire una bibliografia scientifica. Vennero compilati tenendo di mira gli scopi dell’Esposizione, con caratteristiche spesso diverse tra loro e corrispondenti a differenti criteri di praticità e a particolari finalità. Essi riguardano le pubblicazioni esistenti alla vigilia dell’Esposizione e quelle poche che uscirono o furono inviate dopo l’apertura. Si è fatta eccezione per qualche periodico cessato poco prima di tale data, perché inviato e segnalato come particolarmente interessante. Ci corre poi l’obbligo d’avvertire che, a parte le note di cui è responsabile il compilatore, gl’indici delle pubblicazioni dell’Asia, dell’Africa, dell’Oceania e della Cooperazione Missionaria furono redatti dal Rev.mo Mons. Giuseppe Monticone, archivista generale della S. Congregazione de Propaganda Fide, il quale fu com’è noto l’ordinatore della parte missionaria della Mostra e volle sottoporsi anche al compito ingrato e meritorio di compilarne la bibliografia. Gli rinnoviamo anche qui l’espressione della nostra doverosa riconoscenza. Un particolare ringraziamento è dovuto al M.R. Padre Prof. Pasquale M. D’Elia, S.J., docente della Pontificia Università Gregoriana, per l’assistenza prestata nella redazione dell’elenco dei periodici di lingua cinese, specialmente per la romanizzazione dei titoli, che è quella adoperata dallo stesso dotto sinologo, ad esempio nella sua pubblicazione Il Mappamondo cinese del P. Matteo Ricci, Città del Vaticano, 1938. EUROPA Austria Per orientarci sulle cifre ricordiamo che prima dell’era costituzionale, nel 1835, avevamo in Austria un solo settimanale cattolico; nel 1860 si fonda il primo quotidiano, il Vaterland (vissuto fino al 1912), al quale seguono in parecchie città di provincia altri quotidiani regionali, come nel 1861 le Neue Tiroler Stimmen in Innsbruck, nel 1869 il Grazer Volksblatt in Graz e nell’anno seguente il Volksblatt di Linz. Nel 1885 vi erano in Austria 58 giornali, dei quali 11 erano cattolici, e nel 1935 le pubblicazioni periodiche cattoliche risultano assieme 208, con 12 quotidiani, 45 settimanali, 17 riviste, 42 periodici religiosi, 10 periodici missionari, 12 periodici magistrali e scolastici, 11 riviste per il clero, 18 per la gioventù, 18 per i lavoratori, i contadini e le altre organizzazioni corporative, 6 organi femminili, 6 sportivi, 6 illustrati e 5 altri di diverso genere. Il pannello sullo sviluppo storico esposto alla Mostra comincia col 1835, quando Vienna era ancora circondata dalle antiche mura e descrive poi lo sviluppo del movimento cristiano sociale sotto il grande borgomastro di Vienna Lueger fino al 1905, per concludere col periodo contemporaneo, quando la bandiera cristiana si spiegò liberamente al vento, nel nuovo Stato corporativo cristiano. Le singole categorie della stampa cattolica sono registrate ogni decennio e il numero delle linee indica il numero delle relative pubblicazioni di ogni categoria. Gli operai e gli impiegati delle singole società editoriali cattoliche nel periodo 1900-1935 sono cresciuti da 695 a 1.694 persone, l’ammontare degli stipendi e salari pagati da 2.116.000 a 6.348.000 scellini, il consumo della carta è cresciuto di 33 volte. Nonostante questo sviluppo e la soppressione della stampa socialista che ultimamente constava di 7 quotidiani e 68 periodici, la stampa cattolica austriaca sta ancora alla stampa non cattolica, come 1 sta a 4. Questa proporzione è dovuta al larghissimo vantaggio della stampa liberale che fino agli ultimi anni del ’900 tenne il campo, quasi da sola. Della storia della stampa cattolica austriaca rileviamo i seguenti aspetti caratteristici: 1) Il magistero di una grande personalità giornalistica. Fu questi il barone Vogelsang che dall’80 al ’90 in un giornale di limitata tiratura e organo di un ristretto gruppo aristocratico come il Vaterland, il quale sembrava a prima vista rivolto più al passato che all’avvenire, sviluppò una critica vigorosa del sistema economico-liberale e affrontando in pieno tutti i problemi politico-sociali della sua epoca, creò la dottrina e la scuola cristiano-sociale che altri poi e sovratutto Mons. Schindler, dopo la Rerum Novarum, definiranno ulteriormente. L’esempio di quest’uomo che pur maneggiando uno strumento effimero, semina idee secolari, va particolarmente ricordato oggi che gli austriaci cercando piani e materiali per la costruzione dello Stato corporativo cristiano vanno ancora frugando nelle scarse collezioni dei suoi articoli e nelle poche sintesi da lui pubblicate nella sua rivista Die christlich-soziale Reform. Il disinteressato seminatore non vide la messe e scomparve prima che il grande movimento suscitato poi da Carlo Lueger e da Luigi Lichtenstein facesse trionfare le sue idee nei parlamenti e sulle piazze. 2) La fondazione di Società editoriali nelle capitali delle provincie austrotedesche. Dopo il 1880 i cattolici delle varie regioni – l’Austria ebbe sempre una struttura federale – si riuniscono sotto la direzione dei vescovi e fondano i loro Pressvereine cioè delle società editoriali che hanno lo scopo di promuovere o sviluppare le pubblicazioni cattoliche. La società di S. Giuseppe in Klagenfurt fonda una tipografia e una libreria che nel 1905, dopo 11 anni della sua esistenza, aveva stampato e diffuso più di 3.000.000 di libri ed opuscoli fra il popolo. Simili società sorgono poi, a Graz, a Salisburgo, a Bregenz e ad Innsbruck, ove la «Tjrolia» ultima venuta nel tempo è oggidì forse l’organismo più fiorente e potente del genere. 3) La creazione del Piusverein nel 1905. Due anni prima per decisione del congresso cattolico di Linz, al Vaterland si era aggiunta la Reichspost, che doveva essere un organo più aderente alle correnti popolari dell’epoca e alle direttive cristianosociali. Ma entrambi i quotidiani della capitale facevano ben magra figura in confronto dei colossi della stampa liberale come la Neue Freie Presse, la Zeit e diversi altri grossi giornali, diretti per lo più da semiti, e male contrastavano il terreno alla socialista Arbeiter-Zeitung, la cui diffusione cresceva rapidamente. Benché la coalizione cristiano-sociale fosse affiancata da qualche altro giornale antisemita, la sproporzione però fra l’entità del movimento cristiano-sociale che andava conquistando dopo i comuni le rappresentanze dietali e il settore tedesco del parlamento, e i due quotidiani cattolici, poco diffusi e per di più in disaccordo sull’indirizzo politico da seguire, rimaneva vergognosa e pericolosa. I cattolici compresero la necessità di fare uno sforzo straordinario; ma non era facile trovare il sistema di superare i contrasti politici e le differenze regionali. Per un momento ci fu chi propugnò la fondazione di un nuovo quotidiano cattolico che fosse al di fuori e al di sopra dei partiti; ma un giornale non politico avrebbe incontrato delle resistenze senza riuscire efficace e nelle lotte gigantesche che agitavano allora la vita politica sarebbe apparso come una nave che facesse girare la sua elica a vuoto. Si decise così nel congresso cattolico di Vienna del 20 novembre 1905 la fondazione di una associazione della stampa che avesse il triplice scopo di combattere con la propaganda orale e scritta la stampa anticristiana, di destare nelle masse l’interessamento per la stampa cattolica e di raccogliere dei contributi per lo sviluppo dei giornali di Vienna e delle provincie. Si stabilì che il 50% sui contributi raccolti in ogni provincia venisse assegnato al rispettivo Pressverein; l’altro 50%, detratte le spese per la propaganda e la fondazione di una agenzia cattolica per la stampa, sarebbe stato diviso fra la Reichspost e il Vaterland. Ogni socio poteva precisare, all’atto del versamento del contributo, a quale dei due organi centrali volesse far arrivare il suo obolo. Nel 1915 dopo 10 anni il Piusverein aveva raggiunto i 150.000 soci con 1.000 gruppi locali e aveva raccolto circa 2.000.000 di corone. Questo risultato non soddisfaceva certo i fondatori e i propagatori della società, ma tuttavia i denari raccolti permisero che la Reichspost accrescesse il numero delle sue pagine e diventasse a mano a mano un organo completo, capace di tener testa alla grande stampa liberale viennese. Ma il Piusverein fu sovratutto una società di propaganda che risvegliò nelle masse l’interesse per la stampa cattolica e paralizzò l’influsso deleterio della stampa avversaria. Il Piusverein finì con la guerra, ma ancor oggi molti rimpiangono che non sia stato ricostituito e la collezione dei discorsi del padre gesuita Vittorio Kolb, fondatore ed animatore della «Società Piana» pubblicata nel 1920 (Gesammelte Pressereden,Vienna 1920, Mayer e Cie) rimane un insuperabile esempio della propaganda fra le masse in favore della stampa cattolica. 4) Lo sviluppo della Reichspost. Il giornale venne fondato con un metodo di diligenza e di prudenza tutto tedesco. I pochi redattori, raccoltisi sotto la direzione del sacerdote editore Ambrogio Opitz, si sentivano poco preparati al lancio del nuovo giornale e non potendo fare l’esperienza presso le grandi redazioni della stampa avversa, cominciarono a farla nel piccolo cerchio degli amici, e così la Reichspost venne scritta per alcuni mesi ogni giorno da capo a fondo e poi letta e criticata in una conferenza comune. Nel giugno 1893 cominciarono le prove stampate con particolari numeri unici, diffusi al pubblico, finché il 1 gennaio 1894 il giornale uscì regolarmente, non avendo in principio che 1.200 abbonati. Ne ebbe 6.000 nel 1900, 10.000 nel 1906, 20.000 nel 1912 e 30.000-50.000 durante la guerra. Il capitale di fondazione non superò i 25.000 fiorini. La società editrice «Herold» è una società in accomandita, il cui consiglio di sorveglianza è presieduto da un rappresentante dell’arcivescovo di Vienna. Il consiglio ha diritto di concedere o non concedere la vendita o comunque il trapasso delle azioni, cosicché in tal modo è assicurato l’indirizzo cattolico del giornale. La Reichspost possiede oggi un bel edificio che il 15 luglio 1927 venne in parte incendiato dagli anarchico-socialisti che avevano in quell’occasione dato fuoco al palazzo di giustizia. La reazione fu vivacissima ed in poche settimane una colletta di 150.000 scellini riparò i danni. La Reichspost è il tipo del quotidiano cattolico politico, nel senso che è organo direttivo della politica del proprio paese, pur non essendo formalmente ed organicamente in nessuna diretta dipendenza dai partiti. Mentre la gerarchia ecclesiastica vigila sulle direttive cattoliche del giornale, uomini eminenti del campo politico mantengono il contatto immediato fra il giornale e la vita politica. Così ad esempio, Mons. Seipel dal 1918 fino alla sua morte fu alla testa del consorzio editoriale. Sotto la direzione dell’illustre e benemerito consigliere di Stato Comm. Funder, la Reichspost tiene una linea che pur aderendo alle direttive cristiano sociali, si riserva a sua volta sufficente autonomia per poter contribuire alla loro creazione ed alimentazione. La tavola statistica esposta all’Esposizione, qui riprodotta, dimostra quale sia la parte concessa da questo giornale all’influsso e all’ispirazione del cattolicesimo. Da questa statistica e da altri dati ci risulta che nel 1935 in cifra tonda una quarta parte delle linee stampate venne dedicata direttamente alla propaganda, alla difesa ed alla penetrazione dei principii cristiani. Ciò non è poco quando si pensi che si tratta di un organo politico che reca anche un completo notiziario interno ed estero. Nella sala 14 della «Parte generale» dell’Esposizione stavano appese delle tabelle, nelle quali si cercava di fissare le diverse percentuali assegnate alle varie rubriche da vari tipi di giornali politici o di informazione non cattolici. Ecco per esempio in cifre tonde come si scompone un grande giornale politico. Politica 20%, cronaca 10.5%, economia 8%, arte e letteratura 7.4%, sport 1.6%, avvisi di pubblicità 37.8%, diverse, tra le quali anche le poche notizie religiose, 14.5%. Un altro giornale, che si dedica meno alla politica e più alla parte economica e letteraria, dava il seguente risultato: politica 5.3%, economia 15.4%, arte letteratura e tecnica 13.7%, sport 7%, avvisi 59.8%. Un altro giornale ancora che si consacra sopratutto alla cronaca sensazionale ha dato i seguenti risultati: politica 3.7%, economia 6.2%, arte e letteratura 2.8%, cronaca 33.3%, sport 8.8%, avvisi 37.7%; rimane una piccola percentuale per diversi, comprese le notizie religiose. 5) Un tipo caratteristico della stampa quotidiana austriaca,sul quale giova richiamare l’attenzione è Das Kleine Volksblatt. Venne fondato a Vienna nel 1929 per desiderio del cardinale arcivescovo Piffl, collo scopo di creare un organo dì concorrenza contro la Kronenzeitung ed altri organi socialisti stampati per la larga diffusione tra le masse popolari. Cominciò con 16.000 abbonati, raggiunse l’anno dopo 93.000 abbonati ed ora stampa 130.000 esemplari. Il giornale si qualifica come «organo popolare, scritto coi criteri del senso comune per tutte le classi della popolazione». E illustrato, reca tutti i giorni due romanzi d’appendice, ha una rubrica sviluppatissima di cronaca, un’altra intitolata «storielle allegre», una per fanciulli, un’altra per signore con «seria consultazione su richieste matrimoniali», una «pagina dei genitori», una pagina dei giovani», una «pagina dedicata agli artigiani, un’altra agli sport ed al cinema; pubblica poi giornalmente concorsi a premio, crociverba, ecc. Con tutto ciò questo giornale che naturalmente, per quanto riguarda direttive politiche o collaborazioni speciali, deve limitarsi a rifondere e volgarizzare gli organi maggiori cattolici, costa meno della metà degli altri giornali (mensile scellini 2.30, la Reichspost 5 scellini). Il Piccolo Volksblatt era stato del resto preceduto a Graz dalla Piccola Gazzetta (Kleine Zeitung), diffusa in quella regione in 70.000 copie. 6) Un altro pannello esposto al padiglione austriaco ci ricorda la creazione di Mons. Mörzinger, das Kleine Kirchenblatt (il piccolo giornale ecclesiastico) fondato come supplemento al Wiener Kirchenblatt. Sono 230.000 esemplari che settimanalmente vengono diffusi nell’attuale piccola Austria e nella parte tedesca degli stati successori dell’antica monarchia. Il distinto prelato, celebre ormai per la sua propaganda eucaristica fra i fanciulli a cui dedica missioni e congressi speciali, redige questo foglietto con un successo sempre crescente. Il S. Padre lo ha ripetutamente riconosciuto come un modello di periodico religioso dedicato alla gioventù. Si calcola che esso venga letto da 600.000 fanciulli. È l’organo della crociata eucaristica e i crociatini ne sono i principali lettori e propagandisti. Mons. Mörzinger, come si disse, dirige anche il grande Wiener Kirchenblatt dedicato alla liturgia settimanale, alla cronaca degli avvenimenti religiosi, all’Azione Cattolica, alle missioni e ad un ampio notiziario religioso caritativo ed associativo per le famiglie. Accanto al celebre settimanale liturgico Vivi con la Chiesa edito da P. Partsch dell’abbazia di Klosterneuburg, e imitato poi in Italia colle ottime pubblicazioni della «Regalità di Cristo» e in Jugoslavia con Zivot s Crkvom, i periodici del Mörzinger meritano una particolare segnalazione. Chiudiamo questa rassegna con un rapido accenno alla forte individualità giornalistica di Giuseppe Eberle, autore di meritorie pubblicazioni sul problema della stampa (Grossmacht Presse! Zertrümmert die Götzen!); fondò nel dopoguerra la rivista viennese Schönere Zukunft, la quale dopo essersi fusa con Das Neue Reich del sociologo Giovanni Messner, può considerarsi oggidì come la migliore rivista settimanale politico-sociale di lingua tedesca. Vedi anche: S.E. Mons. Luigi Hudal, La stampa periodica in Austria, Osservatore Romano,21 apr. 1937; R. Soukup, Die Kath. Presse Oesterreichs, Wien, Das Volksblatt, 1934; Kohlbach Rochus, Kreuz und Feder, Graz, 1933. P.S. Questa nota era già da lungo tempo scritta e composta, quando sopravvenne la fusione dell’Austria colla Germania. Mandando uno speciale saluto a quei benemeriti giornalisti cattolici che abbandonano il campo, auguriamoci che la stampa cattolica possa continuare la sua opera religiosa anche entro lo Stato unitario tedesco. Belgio Il Comitato belga sotto la presidenza di Giuseppe Demarteau direttore della Gazette de Liège e di Van den Eynde direttore dello Standaard di Bruxelles, non ha soltanto provveduto ad una mirabile partecipazione della stampa belga, ma ha colto anche l’occasione dell’esposizione internazionale per fare la storia della stampa cattolica del proprio paese. Nientemeno che 7 volumi sono stati pubblicati a questo scopo ad Anversa, Editions «De Vlijt». 1) La Presse catholique à Bruxelles, del baron P. Verhaegen. 2) De Katholieke Dagbladpers te Antwerpen,del canonico Floris Prims, archivista della città e membro della accademia fiamminga. 3) La Presse Catholique au pays de Liège, di Giuseppe Demarteau. 4) De Katholieke Pers te Gent, di J. Verstraelen, direttore di Het Vilk e De Tijd. 5) La Presse Catholique dans la Province de Hainaut, del baron Houtart. 6) La Presse Catholique dans la province de Namur, di Mons. J. Schmitz; e Notice sur la Presse Catholique dans le Luxembourg Belge, di J. Gyselinx, direttore dell’Avenir du Luxembourg. 7) En Eeuw Weekbladpers in Limburg di Umberto Leynen, direttore di Het Belang van Limburg. Questi studi sono una miniera preziosa di notizie e rappresentano un insegnamento per molti altri paesi, giacché il Belgio, come è noto, è come un campo sperimentale per la storia civile del cattolicismo. Se a queste fonti si aggiungono i dati dell’Annuaire Officiel de la Presse Belge, le pagine relative alla stampa dell’Annuaire Catholique, e il volume Le catholicisme en Belgique di Ed. De Moreau si avranno tutti gli elementi necessari per studiare lo sviluppo e comprendere l’attuale situazione della stampa cattolica belga. Ma l’Esposizione ebbe anche la fortuna di promuovere una magnifica conferenza di Mons. Nobels che venendo anch’egli da una famiglia di uomini illustri che molto hanno dato alla vita pubblica belga, e d’altro canto vivendo da lungo tempo a Roma fuori delle lotte di partito, era ben in grado di giudicare con competenza e nello stesso tempo con serenità. Essa ci servirà di guida e d’orientamento. Su una popolazione di 8.200.000 abitanti circa, sei decimi sono di lingua fiamminga e 4/10 di lingua francese, notando però che i fiamminghi colti conoscono entrambe le lingue. Dopo la guerra si aggiunsero inoltre 75.000 tedeschi nei territori di Eupen e Malmedy. La statistica ufficiale non contiene la rubrica religiosa; ma è noto che nel Belgio i protestanti sono pochi e gli israeliti sono addensati in gran parte ad Anversa. Gran numero però di battezzati si sono allontanati dalla pratica cristiana, specie nei centri industriali ove il socialismo ha fatto opera di scristianizzazione. La situazione della stampa è precisata nelle statistiche esposte nella sala belga e che qui riproduciamo. Su 64 quotidiani politici o d’informazione 30 sono cattolici. Su un totale di 2.200.000 copie, la stampa cattolica figura con 937.000 copie, quella anticattolica con 563.000, e la stampa neutra con 700.000. Dunque su mille copie quotidiane 426 sono cattoliche, 250 anticattoliche, 310 indifferenti. Ossia calcolando all’ingrosso la popolazione del Belgio di 8 milioni, vi è un giornale cattolico per ogni 8 abitanti, 1 anticattolico per ogni 16, e 1 neutro per ogni 11. Di queste copie quotidiane cattoliche 934.800 sono in lingua francese e 542.000 in lingua fiamminga. Bisogna notare però che questi calcoli vennero fatti alla fine del 1935 e che fu applicato un criterio assai rigoroso. In realtà parte della stampa catalogata come neutra si può considerare dal punto di vista religioso come filocattolica o simpatizzante. Alla stampa cattolica si oppone la stampa che sostiene il partito liberale. Questo possiede parecchi organi d’antica data e di scarsa tiratura che hanno mantenuto un atteggiamento dottrinale in armonia ai loro principi e che esercitano quindi un notevole influsso, vista la qualità dei loro lettori. Citiamo in particolare La Gazette, L’Etoile Belge, L’Independance, La Flandre Libérale, Le Matin, De Nieuwe Gazet. Vengono poi i due giornali a grande tiratura: La Dernière Heure che è antireligiosa e offende anche spesso la morale, e Het Laatste Nieuws il quale in via generale evita di attaccare la religione. Si aggiungono a questi numerosi giornali locali e di partito. La stampa neutra è rappresentata da Le Soir il quale sovratutto nella «tribune libre» accoglie articoli di tutte le opinioni, anche cattoliche, ed evita gli attacchi antireligiosi. La Nation Belge è un giornale politico, nato durante la guerra a Le Havre collo scopo di mantenere l’unione nazionale, inculcare la fedeltà alle istituzioni e quindi anche il rispetto alle libertà tanto politiche che religiose. La Nation diretta da Paul Neuray, conta 26 redattori tra i quali alcuni notoriamente cattolici: religiosamente lo si può classificare come un giornale fiancheggiatore dei cattolici. Il corrispondente romano della Nation è Mons. De Voghel canonista dell’ambasciata belga presso la S. Sede e giornalista di valore, il quale collaborò anche attivamente all’Esposizione, come fiduciario del Comitato belga. Una categoria a parte costituisce la recente stampa rexista che non si può classificare anticattolica, e del cattolicismo pretende anzi di servire la causa, ma che è venuta in conflitto colle direttive della gerarchia ecclesiastica belga. Altri giornali infine hanno carattere unicamente e prevalentemente finanziario, come L’Echo de la Bourse, che si ispira al liberalismo economico, ma rispetta in via di massima la religione. Forte e ben organizzata è la stampa socialista, introdotta obbligatoriamente presso numerosi sindacati operai. I quotidiani socialisti sono 7, cinque in francese, due in fiammingo. L’organo più diffuso è il portavoce del Partito, Le Peuple, che esce a Bruxelles dal 1885. A Liegi si pubblica La Wallonie, a Charleroi Le Journal, a Verviers Le Travail e Le Travailleur a Huy. I due quotidiani socialisti fiamminghi sono il Vooruit di Gand (dal 1884) e il Volksgazet di Anversa, dal 1914. Il partito socialista possiede anche numerosi settimanali. Un solo quotidiano appartiene ai comunisti: La voix du peuple, nato a Bruxelles nel 1936, ma essi affidano la loro propaganda a parecchi settimanali e a numerosi foglietti volanti, stampati e poligrafati. I settimanali del Belgio sono 614, dei quali 311 cattolici. Delle riviste i liberali ne possiedono soltanto una di notevole importanza Le Flambeau. Altri periodici, benché scritti da liberali, si possono classificare piuttosto come neutri. I cattolici oltre la Revue Générale diretta ora da M. Davignon, possiedono dopo il 1927 La Révue Belge diretta da P. Goemaere e Paul Tschoffen. La Revue Catholique des Idées et des Faits, fondata nel 1920, è redatta dal sacerdote Van den Hout, veterano della lotta gloriosa condotta dalla stampa cattolica belga durante la guerra contro la dominazione straniera. Di tendenze più democratiche è la Cité chrétienne, altra rivista quindicinale fondata nel 1926 dall’abate J. Leclercq. Nell’elenco abbiamo cercato di caratterizzare più che possibile i numerosi periodici che i cattolici oppongono agli organi liberali e socialisti e alle numerose riviste illustrate di carattere mondano, frivolo e talvolta direttamente immorale che circolano purtroppo anche nel Belgio. Tra i numerosi periodici di carattere professionale meritano rilievo quelli del Boerenbond; copiosi quelli per i lavoratori: i tagliatori del diamante, i pescatori, gli impiegati e impiegate, le scuole tecniche, il personale alberghiero, i minatori, i viaggiatori, gli innumerevoli dirigenti d’associazioni… finanche i disoccupati. Nell’elenco abbiamo cercato con un breve motto fra parentesi di specificare la loro funzione. Sviluppate anche le pubblicazioni di A.C. La Gioventù d’Azione Cattolica maschile dispone di 45 riviste di A.C., 17 d’espressione francese, 25 d’espressione fiamminga. Bisogna aggiungervi 13 riviste di carattere generale e studentesco. La Gioventù d’Azione Cattolica femminile dispone di 23 riviste. Sono dunque 81 riviste varie, graziose, moderne che passano regolarmente nelle mani della gioventù. Essa ha imparato a servirsi della stampa. La J.O.C. interviene per una grandissima parte nella diffusione veramente apostolica dei fogli – che spesso contano 6 pp. – dell’Azione Pasquale. Nel 1935, ne furono distribuite 2.810.000 copie. Delle società nel campo della stampa registriamo: Association des Journalistes Catholiques de la Belgique,fondata nel 1897, oggidì presieduta da Giuseppe Bronckart; conta 121 giornalisti e professionisti come membri effettivi e 23 collaboratori come membri aderenti; si propone la difesa e la propaganda delle dottrine e delle direttive della Chiesa e lo studio e la difesa degli interessi professionali. La sua sezione di mutuo soccorso ha distribuito finora 70.000 franchi in gratificazioni. È noto che questa benemerita associazione promuove ogni anno una pubblica sottoscrizione per le strenne natalizie al S. Padre al quale fino al 1935 erano stati già offerti complessivamente 5 milioni e mezzo di franchi. L’Union des Journaux Catholiques de la Belgique, fondata nel 1929, presidente J. Demarteau, segretario Van Den Eynde. La società si propone la difesa degli interessi morali e materiali della stampa cattolica e lo studio degli accordi per il suo miglioramento tecnico. Ne sono membri 30 quotidiani cattolici. È sovratutto a questa organizzazione che si deve la organizzazione della Sala belga. Le varie opere di stampa conosciute sotto il nome di Oeuvres de S. Paul, si fusero nel 1907 nella Fédération Nationale et Interdiocésaine des Oeuvres de S. Paul. Queste associazioni nelle loro assemblee esaminano la situazione della stampa cattolica e stabiliscono i mezzi di diffonderla e di concentrare i propri sforzi: raccolgono fondi con collette annuali od occasionali e con questi mezzi acquistano delle copie gratuite o a prezzo ridotto per penetrare negli strati della popolazione ancora refrattari. Esiste, infine il comitato di difesa contro la cattiva stampa, fondato a Seraing sur Meuse nel 1904, comitato che segnala gli attacchi diretti contro sacerdoti o le istituzioni religiose, promuove inchieste, impone rettifiche o intenta processi ai calunniatori. (Ora Comité pour la défense contre la mauvaise presse, Rue Glacière Seraing, Liège). Notiamo ancora, a proposito dell’elenco da noi pubblicato, che ad una prima lista di giornali e periodici esposti, compilata dal Comitato belga, abbiamo aggiunto per la completezza bibliografica un certo numero di altri settimanali e periodici cattolici. Ed ora volendo caratterizzare lo stato attuale del giornalismo belga, ci sia permesso di risalire un po’ indietro, valendoci della splendida relazione di Mons. Nobels. Mons. Nobels, dopo aver ricordate le repressioni della libertà di stampa sotto i tre successivi regimi della Rivoluzione francese, dell’Impero napoleonico e del dominio olandese e la parte presa da giornalisti e uomini politici cattolici alla Rivoluzione nazionale, descrive il timido sviluppo della stampa cattolica durante il cosidetto periodo unionista, cioè durante la collaborazione cattolico-liberale per il consolidamento del nuovo Stato. Nacque però ancora in quel periodo, per opera di Giuseppe Demarteau, nonno dell’attuale direttore, la valorosa Gazette de Liège. Ma vennero le lotte coi liberali. Quando cominciò a svilupparsi quella che chiameremo la crisi dottrinale liberale, dice il Nobels, la nostra stampa era fiacca. La parola non è mia: è di Monsignor Malou l’instancabile vescovo di Bruges che portava nelle sue armi il motto «repos ailleurs». Aveva egli detto al fratello, Jules Malou «la stampa quotidiana combatte mollemente… I suoi articoli non lasciano traccia: si deve rispondere al liberalismo antireligioso e anticostituzionale con studi più forti, più documentati». Ripresa dal Congresso di Malines quella idea diede origine ad una rivista che tuttora gode di giusta fama la Revue Générale. Tutta l’«élite» degli intellettuali collaborò a questa rivista: Ducpétiaux, dopo di lui Woeste e nel 1871 de Haulleville la portarono all’altezza del loro talento e della loro vastissima coltura. Una grande e importante data per la stampa è quella del Congresso di Malines. Il Congresso liberale del ’46 aveva aperto gli occhi a molti. No, l’intesa sullo stesso terreno, non era più possibile. Le leggi e le misure vessatorie, la campagna contro il ministero cattolico De Decker, la radicale «loi des couvents», i ripetuti insulti alla religione, resero fatale una lotta, che i cattolici non avevano voluta e cercarono per molti anni ancora di poter evitare. Spinto dai metodi adoperati con frutto dai Tedeschi in un loro congresso ad Aquisgrana nel 1862, Ducpétiaux sostenuto, e ben presto patrocinato dai vescovi, volle riunire i Cattolici belgi e stranieri in grandi congressi. Tale è l’origine dei celebri congressi di Malines. Immenso ne fu il risultato. Grandi personaggi della stampa, Verspeyen, il Veuillot della stampa cattolica belga, che era entrato nel Bien Public, nel 1860, Snieders che dirigeva l’assai quotato Handelsblad, Jacobs, Deschamps, de Haulleville, Woeste, Nothomb e tanti illustri scrittori, uomini politici e futuri giornalisti presero intimamente contatto. Da loro fu deciso, come abbiamo visto, la fondazione della Revue Générale. L’Enciclica Quanta cura e il «Sillabo» del ’64, secondo anno del Congresso, tolsero gli ultimi dubbi. Roma aveva parlato. Sotto l’alta guida del cardinale Deschamps la stampa fece uno sforzo di coordinazione, di penetrazione e diventò per la prima volta il grande legame culturale sociale dei cattolici belgi. A Bruxelles Malou lavora pazientemente alla metodica organizzazione della stampa massimamente periodica. Nel 1863 vien comperato da Nève il Journal de Bruxelles che detiene poi il primato durante tutto il periodo del ’70 ed i primi anni succesivi. Nel 1871, con l’aiuto di Desclée i cattolici acquistano il Courrier de Bruxelles il grande emulo del Journal. Nel 1884, nell’anno della riconquista del potere, viene fondato il Patriote il celebre giornale dei «Jourdain» che, lanciato a prezzi popolari, prende subito grande slancio. Già nel 1885 una costellazione irradia intorno a lui e nella sua luce: il Patriote illustré, Het Huisgezin, De Vlaamsche Gazet, Het Volksblad. Nello stesso anno viene lanciato un giornale, essenzialmente di notizie, tuttora molto popolare e sano Het Nieuws van den Dag. A Gand il Bien Public fondato già nel 1853, specialmente quando vi entra Verspeyen, diventa il giornale più diffuso in tutti gli ambienti religiosi del paese. La posizione dei cattolici giornalisti vi è luminosamente esposta in un articolo del medesimo Verspeyen e che sembra tuttora di piena attualità: «Nous sommes des citoyens, amis de l’Indépendance, de la Constitution et de l’Ordre public, réunis pour défendre, au moyen de la presse, les principes sociaux qui maintiennent la vie des états». Accanto al Bien Public troviamo a Gand nel ’79 De Gentenaar, nel 1886 De Landwacht che risalivano ambedue ad un antenato comune il Beursen Courant o Fondsenblad del ’54. Ad Anversa, Snieders, il padre della stampa cattolica fiamminga, con il suo poderoso Handelsblad fondato quale giornale culturale fiammingo entra recisamente, malgrado la prima ripugnanza, nella lotta ormai necessaria. L’anno ’67 vede sorgere l’Escaut che molto più tardi, nel ’94, e con più vasti criteri e più gusto letterario avrà un competitore e un vincitore nella Metropole. A Liegi lavora, indefessa, la Gazette de Liège che trasmette la sua direzione da padre a figlio e da figlio a nipote. A Verviers troviamo sulla breccia il Courrier du Soir l’antico Nouvelliste mentre a Namur l’Ami de l’Ordre fondato già nel ’39, passa la direzione ad uno scrittore francese sempre corretto e cristianamente cortese Eugène Frappier. Tournai riorganizza il suo venerabile Courrier de l’Escaut e già nell’80 la più lontana provincia del Belgio fa sentire la sua voce fedele La voix du Luxembourg. Il Limburgo non ha ancora quotidiano ma specialmente durante la lotta per la scuola il suo periodico Le Constitutionnel e De Onhafhaankelyke entreranno in prima linea. Illimitata sembra essere stata in questi momenti, come del resto in tutti i momenti di crisi religiosa, la generosità dei nostri giornalisti e dei loro sostenitori. È commovente la lettera che scrisse Demarteau figlio al suo amico Cartuyvels, allora studente di teologia a Roma: «Mon cher Charles, tout ce que je ferai pour l’Eglise et pour la foi ne sera jamais trop. Et si l’oeuvre à la quelle je me livre (era succeduto al padre nella direzione della Gazette de Liège) devait aboutir à ma ruine, à mon déshonneur au point de vue des hommes, ce malheur n’aménerait aucune plainte sur mes lèvres, ni dans mon coeur. Je serai heureux de souffrir pour mon Dieu et pour notre bonne Mère, l’Eglise catholique». Con tali mezzi e con tali uomini i cattolici potevano impegnare la più calda lotta che ebbero mai da sostenere per la difesa della fede dei loro figli. Appena tornata al potere, la scuola liberale ebbe agio di mostrare quale altro colpo intendeva portare alla religione: la laicizzazione della scuola. Depose un progetto di legge in questo senso, che fu immediatamente chiamato «la loi du malheur». Malou si riprese: «ils tomberont la dessus!». La coscienza cattolica ebbe un fremito. Questa laicizzazione, presentata come più conforme allo spirito della Costituzione, rese inevitabile il conflitto e si trattava di vincerlo. È superfluo segnalare il valido, anzi essenziale aiuto recato a questa campagna dalla stampa cattolica. Possiamo affermare che senza il suo concorso questa lotta non sarebbe stata così gloriosamente vinta. La comparsa della Rerum Novarum è la data che apre alla stampa l’ultimo periodo prebellico: la difesa dell’operaio, la lotta contro il marxismo. Anche qui bisogna ripetere che non noi, cattolici, abbiamo cercato la lotta. Il socialismo si è presentato così presto da per tutto e così essenzialmente ostile alla Chiesa ed ai suoi ministri che anche le anime più portate verso gli umili, la stessa anima «vincenziana» d’uno Snieders o di una Costance Teichman, non potevano non reagire. Purtroppo quando la voce dei nostri precursori sociali fu ascoltata, il terreno era già in gran parte conquistato. I giornali anticattolici socialisti che ebbero subito un clamoroso, e dal punto di vista tecnico, un giustificato successo furono lanciati nei grandi centri industriali già nell’84. Nel campo cattolico regnava la perplessità. Non vi erano giornali veramente operai. A. Verhaeghe che sarà il paladino della stampa cattolica sociale confessava al Congresso di Liegi: «nous avons seulement des journaux bourgeois à bon marché». È un’altra volta all’opera di un Congresso che si dovrà la organizzazione della stampa operaia: il Congresso di Liegi 1886, 87 e 90. Questo congresso fu una scuola, un faro. Raccomandò ai cattolici tutti di andare «all’operaio». Fu il conforto di quelli che erano stati messi da parte e talvolta calunniati. Fu la preparazione delle anime cristiane in un paese che conta una maggioranza di lavoratori, all’enciclica immortale di Leone XIII: «Rerum Novarum». I cattolici si misero più risolutamente all’opera. A Gand fu lanciato un giornale che trovava in parte la strada già preparata dalla Lichtstraal: Het Volk che conoscerà per lunghi anni l’umile lavoro di G. Eylenbosch. A Liegi la discussione intorno alle applicazioni pratiche della enciclica fu come la città, ardente. L’Abate Pottier, che più tardi illustrerà una cattedra romana con le sue limpide lezioni, lanciò Le Bien du Peuple che prese più tardi il nome La Dépêche. Giova per capire la posizione presa da questi giornalisti avanguardisti rileggere il programma che Pottier espose in una circolare agli ecclesiastici: «la presse est un complément et un moyen nécessaire à la diffusion et à l’application des enseignements du Souverain Pontife sur la condition et le relèvement de l’ouvrier… le mouvement d’idées et d’action que nous avons provoqué, la situation crée par l’extension du suffrage, l’intensité de vie politique qui en est résultée dans les couches populaires ont amené de nouvelles nécessités. C’est pour y répondre que mes amis ont décidé de publier tous les jours ce journal». La Gazette non credette di dover seguire le realizzazioni pratiche della «scuola di Liegi» sul salario e l’intervento dello Stato ma scrisse non di meno «il nous faut aller aux oeuvres». Ad Alost dopo lamentevoli defezioni la Volkstem cerca di raggruppare elementi perduti. Nel Borrinage Le Pays Wallon entra nel campo devastato dei minatori. Lo stesso anno dell’enciclica fu creato, col concorso di generosi patrizi ad Anversa un piccolo giornale popolare di aspetto meschino, specie quando lo si metteva a confronto col venerabile confratello Het Handelsblad. Questo piccolo giornale d’una volta che conserva tuttora la fama di essere il giornale degli umili è ora il diffusissimo Gazet van Antwerpen con le sue 26 pp. domenicali. Nella capitale sotto l’impulso di parlamentari della lega democratica cattolica, fra i quali ricordiamo il Carton de Wiart et Renkin, sorge L’Avenir Social (più tardi Justice Sociale) e nel 1895 sempre ispirata benché più largamente dalle nuove tendenze, una squadra – nominiamo «en passant» Verhaeghe, Kurth, Nothomb – fondava il XXe Siècle. A questo punto Mons. Nobels, per un sentimento nobilissimo, e benché ex combattente, si astiene dal parlare del periodo bellico. È nostro dovere però ricordare con quale dignità la stampa belga affrontò la guerra e l’occupazione straniera. Piuttosto di sottostare alla censura e correre il rischio di pubblicare notizie false o tendenziose, la stampa cattolica, come la maggior parte dei giornali, preferì tacere completamente. Demarteau racconta come da parte delle autorità militari occupanti si tentasse di distogliere gli editori da tale resistenza passiva, ma invano. Più tardi si rinnovarono le pressioni anche da parte di amici, preoccupati di non lasciare la vita cattolica senza un portavoce e le manifestazioni religiose senza un cronista. Ma il Demarteau, dovendo supporre che la censura avrebbe preteso la pubblicazione dei comunicati germanici e d’altro canto imposto un umiliante silenzio su tutto ciò che avesse potuto risollevare lo spirito nazionale belga, oppose a tali consigli ragioni inderogabili di dignità professionale e d’onore patriottico. «Io non negavo, scrive il direttore della Gazzetta de Liège che il giornale avrebbe potuto fare del bene appoggiando l’azione religiosa, tanto più apprezzabile in quanto che le chiese erano rimaste l’unico rifugio delle manifestazioni patriottiche; ma tale risultato io avrei potuto raggiungere, solo a prezzo di mancare al dovere civico e a prezzo d’una definitiva svalutazione, non soltanto per la mia persona, ma per l’opera a me affidata… Decisi dunque di restare inattivo, fino a tanto che non fosse resa alla stampa piena libertà, e mai ebbi a pentirmene» (La Presse cath. au pays de Liège, p. 123). Un altro rilievo merita di essere fatto. Soppressi i giornali, il direttore del Patriote, il settantaquattrenne Victor Jourdain, concepì l’idea di lanciare un foglietto clandestino. Comparve così la Libre Belgique, che ebbe una vita avventurosa, ma pur, mutando per ben sedici volte tipografia riuscì a uscire ogni settimana fino alla fine della guerra, raggiungendo in questo periodo 25.000 copie. Appena dopo la guerra si conobbero i nomi degli audaci editori e scrittori; e il cardinale Mercier, a titolo di gloria imperitura, volle che il Patriote riprendesse le pubblicazioni col nome fatidico di Libre Belgique. Oggi questo giornale conta 5 edizioni giornaliere e aggiunge alla sua edizione principale i quotidiani Le National Bruxellois e Le National Liegeois, come fogli a prezzi popolari e i tre settimanali Le Patriote illustré, Le National illustré e Het Huisgezin. I quotidiani tirano assieme 175.000; i settimanali 130.000 copie. La proprietà è sempre degli eredi del fondatore. Ed ecco comparire un grande quotidiano di lingua e tendenze fiamminghe la cui edizione era già stata stabilita prima della guerra: De Standaard. Già nel 1921 decide di lanciare un nuovo quotidiano affiliato per il pubblico di Anversa, centro culturale della vita fiamminga, dell’industria e del commercio: De Morgenpost. Nel 1929 s’aggiunse un terzo quotidiano: Het Nieuwsblad per le classi popolari. Questi giornali contano numerosi ed ottimi collaboratori e corrispondenti esteri ed hanno in pochi anni aggiunto un nuovo splendore alla stampa cattolica di lingua fiamminga. A Namur René Delforge lasciato il Courrier du Soir di Verviers fonda nel 1918, dietro invitò del vescovo, Vers l’Avenir. A Gand la redazione del Volk assunse anche quella del Tyd, già nel suo sesto anno di vita e come il suo confratello, organo della lega operaia cristiana. Nella regione di Verviers è fondato nel ’27 e diventa quotidiano nel ’32 un giornale per Eupen e Malmédy il Grenz-Echo e il Limburgo conosce anche lui il suo quotidiano: Het Belang van Limburg. La Gazet van Antwerpen si divide anche essa come lo Standaard ma nel senso regionale in tre grandi giornali: l’originale rimane per Anversa, per Malines stampa De Gazeet van Mechelen, per le Fiandre ed il Limburgo De Gazet. Appena durante l’Esposizione comparvero a Bruxelles due altri quotidiani il De Courant organo cattolico fiammingo e la Cité nouvelle democratica cristiana, che devono quindi venir aggiunti ai calcoli primitivi del Comitato. Infine torniamo a citare Mons. Nobels per rilevare una caratteristica secolare della stampa belga: il suo regionalismo. Il regionalismo pare svilupparsi all’inverso della estensione delle frontiere di un paese. Nel piccolo Belgio i belgi sono grandi regionalisti. Già la diversità della lingua rende meno facile la estensione in tutto il paese di un unico organo di stampa, ma constatiamo che anche i più grandi dei nostri 30 per attingere un più grande numero di lettori hanno dovuto contare con le esigenze della razza. Non per nulla la denominazione sotto la quale è conosciuto il nostro paese è un aggettivo: una volta si diceva «les provinces belgiques». Vi è di più: la diversità di lingua e di interessi rende necessaria la presenza nelle stesse città di più giornali quotidiani: Bruxelles ne conta 8, Gand 5, Anversa altrettanto, Liegi 2, Charleroi 2. Se tale è la cifra dei quotidiani, figurarsi cosa avviene per i settimanali: Gand p. e. che conta 220.000 abitanti ne ha 25; S. Nicolas, una città meno popolata di Viterbo, ne ha 7 e pure nulla ci sembra straordinario in questa grande quantità. A questi settimanali locali sarebbero poi da aggiungere i settimanali generali che non mancano di arrivare regolarmente per la «radio», lo sport, le questioni tecniche ecc. E Mons. Nobels, ben conoscendo le tendenze profondamente individualiste dello spirito belga, concluderà con una domanda un po’ timida e quasi scettica: Non sarebbe meglio di coordinare e concentrare tanti sforzi così generosi? Cecoslovacchia La repubblica cecoslovacca è nata o meglio risorta, come dicono i cechi riferendosi allo Stato moravo medievale, il 28 ottobre 1918 ed è costituita dalle antiche regioni austriache della Boemia, Moravia e Slesia e dalle ex regioni ungheresi, la Slovacchia e la Russia subcarpatica. Conta 15 milioni di abitanti ed una superficie di 140 mila chilometri quadrati. La parte occidentale è abitata dai cechi e forma la regione più intensamente popolata (137 al chilometro quadrato); gli slovacchi ed i ruteni invece occupano la parte orientale della repubblica e la percentuale di densità della popolazione raggiunge solamente 65 per chilometro quadrato. Questa grande differenza dipende in gran parte dalle condizioni economiche delle rispettive regioni. Le regioni della Boemia ed un po’ anche della Moravia sono molto industrializzate sebbene l’elemento agricolo sia pur esso molto forte. La Slovacchia e la Russia subcarpatica sono in massima parte agricole. Cechi e slovacchi insieme sono 10 milioni, gli ungheresi sono 700 mila, i tedeschi 3.3 milioni, i ruteni 600 mila. Inoltre vi sono le minoranze più esigue di polacchi, rumeni ed ebrei. La religione professata dalla stragrande maggioranza della popolazione cioè il 73,5% è la cattolica-romana, cui va ancora aggiunto un 4 per cento di cattolici uniati di rito bizantino-slavo. I cattolici di rito latino e slavo insieme formano quindi il 77.5 per cento di tutta la popolazione. Delle altre religioni ricordiamo i protestanti che formano il secondo gruppo di forza numerica con il 7.7 per cento, poi la cosidetta Chiesa Nazionale Cecoslovacca con 5.4 per cento, gli ebrei il 2.4 per cento. Senza confessioni si professano circa un 5.8 per cento della popolazione, percentuale, come si vede, abbastanza rilevante. Queste cifre che deduciamo dalla relazione che il dott. Alfredo Fuchs lesse all’Esposizione internazionale della stampa nella primavera 1937, sono alquanto più alte di quelle su cui basavano i loro calcoli le tabelle statistiche della sala cecoslovacca, compilate un anno prima e che si fondavano sui seguenti dati: Con queste cifre dinnanzi, e dopo aver fatta una coscienziosa inchiesta sulla diffusione della stampa cattolica e di quella anticattolica od anche semplicemente non cattolica, in senso stretto, il Comitato di Praga per l’Esposizione, corrispondendo con scrupolosità e veridicità mirabili alle richieste del Comitato ordinatore, si è proposto non solo d’informarci sull’attuale rapporto esistente fra stampa cattolica ed acattolica, ma di richiamare l’attenzione dei cattolici su quelle che dovrebbero essere le proporzioni ideali, fissando così le mete per gli sforzi dell’avvenire. Prima d’illustrare questi calcoli però, è necessario notare col relatore sullodato, che quasi tutti i quotidiani di Cecoslovacchia, e per ciò anche quelli cattolici, siano essi cechi o slovacchi o tedeschi, sono tutti più o meno al servizio di partiti politici. Perciò i quotidiani non sono dei veri e soli organi dell’Azione Cattolica e neppure potrebbero rappresentarla in modo assoluto; però il loro programma si basa sul principio cattolico e questa loro attività giornalistica si svolge non solo nel campo politico, ma anche in quello culturale. Conviene osservare ancora che, come alla Camera cecoslovacca sarebbe inesatto considerare come cattolici praticanti soltanto i 55 deputati (su 300) che appartengono a partiti cattolici, mentre non si può escludere che ve ne siano anche negli altri partiti, così sarebbe troppo rigido considerare tutta la stampa qui classificata «non cattolica» come ostile al cattolicismo. Vi sono naturalmente delle gradazioni e delle sfumature che vanno dal filocattolicismo sincero od opportunista, fino all’anticlericalismo più dichiarato. Dopo questa premessa doverosa, vediamo che cosa ci rivelino le diligenti tabelle del Comitato cecoslovacco. La tabella I ci dà le proporzioni fra la stampa cattolica e non cattolica nelle tre categorie: quotidiani, riviste culturali e periodici religiosi per i tre gruppi nazionali più importanti: slavi (cechi e slovacchi), tedeschi, ungheresi. II quadro I A.2 ci dice che la stampa cattolica slava pubblica 350.000 copie contro 4.720.000; il quadro I B.2 che la stampa culturale cattolica slava possiede 240.000 copie contro 1.450.000; il quadro I C.2 che la stampa religiosa dei cattolici slavi è di 1.050.000 contro 380.000 esemplari. Il quadro II ci dà analoghe indicazioni per la stampa cattolica tedesca: quotidiani 80.000 esemplari contro 1.240.000; riviste culturali-scientifiche 45.000 esemplari contro 310.000; periodici religiosi 80.000 contro 20.000. Analogamente nel quadro III per gli ungheresi: quotidiani 25.000 esemplari contro 80.000; riviste 30.000 contro 80.000; periodici religiosi 20.000 esemplari contro 10.000. Riepilogando nel quadro IV, abbiamo per le singole categorie dei nazionali assieme: quotidiani 455.000 contro 6.040.000; riviste 315.000 contro 1.845.000 esemplari; periodici religiosi 1.150.000 esemplari contro 410.000. Sommando tutti i gruppi e tutte le categorie assieme (quadro V) la stampa cattolica in Cecoslovacchia oppone 1.940.000 copie a 8.295.000 esemplari della stampa non cattolica. Fissate queste risultanze, esaminiamo quali proporzioni esistano fra stampa cattolica e popolazione cattolica. È ciò che fa la tabella II. Nel quadro I: La linea orizzontale a 100% indica il totale della produzione di stampa. La linea orizzontale a 77% indica la percentuale di cattolici di nazionalità slava; la linea orizzontale a 23% la percentuale della popolazione acattolica sempre di nazionalità slava. Per stare alle proporzioni le colonne indicanti la stampa cattolica dovrebbero arrivare a 77%, mentre quelle indicanti la stampa non cattolica dovrebbero fermarsi a 23%. Invece abbiamo: A.2) La colonna indicante la stampa quotidiana cattolica che dovrebbe arrivare a 77%, si ferma invece a 7%. La colonna indicante la stampa quotidiana non cattolica che si dovrebbe fermare a 23%, sale invece fino a 93%. B.2) La colonna indicante la stampa culturale-scientifica cattolica che dovrebbe salire fino a 77% si ferma invece a 15%; mentre la colonna indicante la stampa culturale-scientifica non cattolica, invece di arrestarsi a 23% sale fino a 85%. C.2) La colonna che indica la stampa religiosa cattolica che dovrebbe arrivare fino a 77%, si ferma invece a 72%; mentre la colonna che indica la stampa religiosa non cattolica, invece di fermarsi a 23%, sale fino a 28%. Analogamente l’esame procede per la nazionalità tedesca, nel II quadro: La linea orizzontale a 100% indica il totale della produzione di stampa. La linea orizzontale a 93% indica la percentuale dei cattolici di nazionalità tedesca; la orizzontale a 7% indica la percentuale acattolica sempre di nazionalità tedesca. Per stare alle proporzioni le colonne indicanti la stampa cattolica dovrebbero arrivare al 93%, mentre quelle indicanti la stampa acattolica dovrebbero fermarsi a 7%. Invece abbiamo: A.2) La colonna indicante la stampa quotidiana cattolica che dovrebbe arrivare fino a 93% si ferma invece a 5%. La colonna indicante la stampa quotidiana acattolica, invece di fermarsi a 7% sale fino a 95%. B.2) La colonna indicante la stampa culturale-scientifica, invece di salire a 93%, si ferma a 11%. La colonna indicante la stampa culturale-scientifica non cattolica, invece di fermarsi a 7%, sale fino a 89%. C.2) La colonna che indica la stampa religiosa cattolica dovrebbe salire a 93% si ferma invece a 74%. La colonna che indica la stampa religiosa non cattolica, invece di fermarsi a 7%, sale fino a 26%. Eguale esame per gli ungheresi: Quadro III: La linea orizzontale a 100% rappresenta il totale della produzione di stampa. La linea orizzontale a 67% indica la percentuale dei cattolici sulla popolazione di nazionalità ungherese. La linea a 33% indica la percentuale della popolazione acattolica, sempre di nazionalità ungherese. Per stare alle proporzioni, le colonne indicanti la stampa cattolica, dovrebbero salire fino a 67%; mentre quelle indicanti la stampa acattolica dovrebbero fermarsi a 33%. Abbiamo invece: A.2) La colonna indicante la stampa quotidiana cattolica, invece di salire lino a 67% si ferma a 7%: mentre la colonna indicante la stampa quotidiana acattolica, invece di fermarsi a 33% sale fino a 93%. B.2) La colonna indicante la stampa culturale-scientifica cattolica, invece di salire a 67% si ferma a 14%; mentre la colonna indicante la stampa culturale-scientifica non cattolica, invece di fermarsi a 33% sale fino a 86%. C.2) La colonna indicante la stampa religiosa cattolica, invece di fermarsi a 67% sale fino a 76%; mentre la colonna indicante la stampa religiosa non cattolica, invece di arrivare a 33%, si ferma a 24%. La conclusione per tutta la popolazione della Cecoslovacchia si trova nel quadro IV. La linea a 100% indica il totale della produzione di stampa. La linea 77.5% rappresenta la percentuale dei cattolici dell’intera popolazione della Cecoslovacchia; la linea a 22.5% il rimanente della popolazione acattolica. Stando alle proporzioni, le colonne che rappresentano la stampa cattolica dovrebbero arrivare fino a 77.5%, mentre le colonne rappresentanti tutta la stampa acattolica dovrebbero fermarsi a 22.5%. Abbiamo invece: A.2) La colonna indicante tutta la stampa quotidiana cattolica, invece di arrivare fino a 77.5% si ferma a 7%. La colonna rappresentante tutta la stampa quotidiana non cattolica, invece di fermarsi a 22.5 sale fino a 93%. B.2) La colonna indicante tutta la stampa culturale-scientifica cattolica, invece di arrivare a 77,5%, si ferma già a 13%. La colonna che indica tutta la stampa culturale scientifica non cattolica, invece di fermarsi a 22,5%, sale fino a 87%. C.2) La colonna indicante tutta la stampa religiosa cattolica, invece di arrivare a 77,5%, si ferma a 74%. La colonna indicante tutta la stampa religiosa cattolica, invece di arrestarsi a 22,5%, procede fino a 26%. Cosicché in conclusione (quadro V): Per stare alle proporzioni, la colonna indicante tutta indistintamente la stampa cattolica dovrebbe salire fino a 77.5%, mentre in realtà si ferma già a 31%. La colonna della stampa non cattolica dovrebbe arrivare solamente a 22.5%, mentre invece la vediamo salire fino a 69%. Allo stesso rigido esame viene sottoposta la situazione delle officine della stampa, cioè delle tipografie e delle società editoriali. Nella tavola che riproduciamo, la prima rubrica verticale contiene il numero delle tipografie rispettivamente delle società editoriali, la seconda il numero degli impiegati ed addetti; la terza il movimento annuale in corone cecoslovacche; la quarta il valore delle imprese. Risulta che i cattolici hanno 31 tipografie contro 1.257; gli addetti sono 2.240 contro 46.581; il movimento annuo delle tipografie cattoliche è di 66.000.000 ed il valore di 64.000.000; rapporto 1:40. Le società editrici sono 36 in confronto di 1.823; i loro addetti sono 555 contro 16.687; il movimento annuo delle società editrici cattoliche è di 42.000.000 ed il valore complessivo di 16.000.000; rapporto 1:50. I giornalisti cattolici sono 68 contro 901; rapporto 1:13. La situazione dunque della nostra stampa in Cecoslovacchia è tutt’altro che florida e lontane sono ancora le mete da raggiungere; ma altri diagrammi nella sala cecoslovacca ci avvertono che nel dopo guerra la stampa cattolica è in continuo progresso e un fatto sopra ogni altro ci riassicura, quello cioè che quei cattolici hanno chiarissima la coscienza della loro vocazione nazionale. La sala cecoslovacca era dominata dalle figure neobizantine dei SS. Cirillo e Metodio e dalla riproduzione d’una antica statua di S. Venceslao. Queste figure incarnavano la tradizione millenaria dei cechi e degli slovacchi, tradizione che all’interno i cattolici seppero vittoriosamente difendere contro ogni ritorno dello hussitismo del dopo guerra ed all’estero offre loro l’impulso d’un espansionismo spirituale che si confonde coll’estensione del cattolicismo. Religione e patriottismo cospirano assieme per fare della Cecoslovacchia un «ponte verso l’Oriente». Una parte della sala cecoslovacca era quindi dedicata all’illustrazione del santuario di Velehrad, ove operò e mori S. Metodio. Ivi il Sommo Pontefice Benedetto XV, di santa memoria, all’aurora della libertà nazionale del popolo cecoslovacco ha eretto il suo istituto pontificio per l’unionismo, centro di studio, di preghiera e di apostolato, per il ritorno glorioso dello spirito cirillo-metodiano tra i popoli slavi. Ivi si svolgono periodicamente i famosi congressi unionistici internazionali, ai quali partecipano le più elette menti del mondo unionistico per preparare la via alla conciliazione delle Chiese Orientali con la Madre Chiesa Cattolica. E per convincersi che non si tratta di un’azione forse di soli scienziati e di singoli ecclesiastici, ma di un vero movimento popolare, che non lascia insensibili nemmeno gli indifferenti, basta esser stati una volta al santuario di Velehrad. Non solamente durante le giornate dei congressi unionistici, Velehrad è la meta ardente di immense folle, che, nei variopinti e pittoreschi costumi nazionali, accorrono da ogni angolo della Repubblica – non escluse le minoranze nazionali – per implorare la benedizione divina e la protezione dei Santi sui lavori del congresso con manifestazioni di pietà che commuovono; ma anche durante le varie festività dell’anno e perfino quasi ad ogni domenica vediamo numerosi pellegrini devoti venerare questo insigne santuario, centro di una missione nobile, imponente e necessaria per il trionfo della Chiesa. I cattolici cecoslovacchi, assicura il dott. Fuchs, sono consci di questa missione affidata loro dalla Provvidenza Divina e bramano solamente di rendersene anche degni e di corrispondere all’aspettativa posta in loro dall’orbe cattolico. Perciò la lotta che conducono i cattolici cecoslovacchi per l’affermazione della fede cattolica nel proprio paese – lotta sostenuta specialmente per mezzo della stampa – ha un duplice significato: uno nazionale, per salvare la tradizione millenaria cristiana dello Stato e l’altro più universale della riconciliazione dell’Oriente slavo con l’Occidente cattolico. Si può aggiungere che anche i tedeschi della Boemia e della Moravia, in quanto sono fedeli alla tradizione cattolica ed alla scuola cristiano-sociale, si sentono oggi investiti dalla vocazione di conciliare il loro sentimento nazionale con tali tradizioni, formando così un baluardo da una parte contro il bolscevismo e dall’altra contro le minacce di un neopaganesimo antiromano. La situazione attuale della stampa in Cecoslovacchia si può riassumere nelle seguenti cifre: 6 quotidiani e 45 settimanali di carattere politico in lingua ceca e slovacca, 270 periodici cechi e slovacchi non politici, 1 giornale politico e 7 periodici non politici nella Russia subcarpatica in lingua rutena; i polacchi hanno un giornale, i tedeschi due quotidiani e 11 settimanali di carattere politico e 12 periodici non politici; gli ungheresi due pubblicazioni politiche e 7 non politiche. Tra i giornali politici dei cattolici ricordiamo quelli che hanno una diffusione più vasta. Il quotidiano ceco di Praga Lidové Listy (Giornale popolare) è il più importante e segna una tiratura di 30 mila copie, quello tedesco Deutsche Presse (Stampa tedesca) 16.500. Gli slovacchi hanno a Bratislava, capitale della Slovacchia, il quotidiano Slovak con 6 mila copie, i ruteni della Russia subcarpatica la Svoboda (La Libertà) con 5 mila copie, gli ungheresi il Sajò Vidék (La regione di Sajò). Molto fiorente è la stampa cattolica non politica. Al posto d’onore trovasi il settimanale ceco Nedĕle (La Domenica) che conta una tiratura di 240.000 copie ogni settimana. Si tratta di un’ottima pubblicazione di carattere religioso, culturale e sociale, che è molto amata dal vasto pubblico. Seguono gli Hausblätter (Fogli di casa) in lingua tedesca con 63.500 copie, il Posol Božského Srdca Ježisovno (Messaggero del Sacro Cuor di Gesù) in slovacco con 23 mila copie, poi il Russkoje Slovo (La parola rutena) in lingua rutena con 10 mila copie, il Kristus Kiràlysaga (Regalità di Cristo) in ungherese e quello polacco Wzobronie Prawdy (In difesa della verità) con 4 mila copie. Delle riviste si è guadagnata particolarmente reputazione la Filosofiska Revue dei Domenicani. Per l’Azione Cattolica merita rilievi il gruppo boemo-moravo (ceco) coi quattro periodici Prehled, organo della Lega di S. Venceslao, Katolik, organo degli Uomini cattolici, Jirto, portavoce degli studenti, Smĕrnice, rivista di formazione per i laici. La Lega di S. Venceslao, società cattolica per la diffusione della coltura, fondata prima per la diocesi di Praga ed estesa poi alle altre diocesi, ha combattuto vittoriose battaglie nell’immediato dopoguerra, e fu anche il nucleo centrale, che organizzò i congressi cattolici dal 1928 al 1935. Jitro è l’organo ufficiale della «Federazione degli Studenti» sorta nel 1913. Porta una rubrica anche in francese, destinata ai colleghi francesi. Nell’elenco bibliografico si trovano registrati anche tutti gli altri organi di società cattoliche specializzate – dagli «Orel», leghe ginnastiche giovanili, ai sindacati cristiani, alle leghe femminili, ecc. – società che nel dopoguerra si sono sviluppate sotto l’alta sorveglianza del «Consiglio nazionale cattolico ceco» (Rada Katholiku) fondato nel 1919, con sede in Praga e con l’organo mensile S. Adalbert. Nella Slovacchia, che conta 2.597.847 cattolici, l’associazione editoriale cattolica più importante è la «Spolek Svatého Vojtĕcha» (Società di S. Adalberto) in Trnava, comprende 101.685 membri in 1.708 sezioni, delle quali 339 all’estero. Pagando una piccola quota annuale i soci ricevono due libri religiosi all’anno ed un calendario. Dal 1870 in poi essa ha pubblicato 8.650.000 libri. Anche il gruppo slovacco ha naturalmente i suoi «Orel» coi periodici Tatransky Orel e Slovensky Orel, gli esploratori col periodico Lo Skaut, le società femminili con Katholickà Jednota, Veniec e Listy rodicŏm, le leghe giovanili con Plameň il quale conta 18 mila abbonati. I tedeschi di Boemia costituivano prima della guerra una frazione del movimento cristiano-sociale austriaco; anzi da Warnsdorf in Boemia era venuto il primo editore della Reichspost,Ambrogio Opitz. Dopo la guerra, i tedeschi, divenuti minoranza nello Stato cecoslovacco, dovettero riorganizzarsi su basi regionali. Il centro delle leghe cattoliche tedesche divenne Reichenberg, ove nel 1919 venne fondato il «Volksbund deutscher Katholiken» coll’organo bimestrale Der Volksbund. A Marienheim presso Teplitz venne invece costituito, pure nel 1919, il «Christlich-Deutscher Pressbund» con un bollettino trimestrale Mitteilungen ecc. collo scopo di promuovere e diffondere la stampa, specialmente quella quotidiana. Francia Se dovessimo fare eccezione alla norma che ci siamo proposti per queste note, di non risalire troppo addietro nella storia della stampa dei vari paesi, dovremmo farla per la Francia, perché lo sviluppò della sua stampa è pieno di interesse e d’insegnamenti. Ridire la storia del Correspondant, de l’Avenir, de l’Ere Nouvelle, de l’Univers ecc., sarebbe rifare la storia del pensiero cattolico francese nel sec. XIX. Dovremo invece limitarci a pochi cenni necessari per spiegare la situazione attuale. Dopo il 1870 l’Univers lavora per la restaurazione legittimista nella persona del conte di Chambord, mentre dal 1873 il cattolico Edoardo Hervé sostiene l’orleanismo nel Soleil e Paul de Casagnac promuove nell’Autorité il bonapartismo. In questo periodo i cattolici dell’alta società leggono anche Figaro e Gaulois. Mons. Dupanloup vede il pericolo di queste scissioni politiche e fonda nel 1876 con scarsi mezzi la Défense, la quale si propone di lasciare da parte la questione del regime, pur non aderendovi esplicitamente; ma in mezzo alle passioni di parte questo giornale, diretto più tardi da Giuseppe Denais, viene considerato «un organe roman à Paris» e dispare verso il 1885 assieme ad un altro giornale temperato Le Français, sostenitore del governo De Broglie. Poco prima era morto anche un altro piccolo giornale di tendenze temperatamente monarchiche La France Nouvelle. Fu allora che il padre assunzionista Vincenzo di Pauli Bailly, figlio di un valoroso giornalista, lanciò il giornale ad un soldo – gli altri si vendevano a 2 o 3 soldi – La Croix. Anche questa fu da principio di tendenze moderatamente monarchiche ma poi in seguito al ralliément eall’ulteriore sviluppo, essa si trasformò in un giornale veramente religioso e di azione cattolica, al di fuori e al di sopra dei partiti: e qui «partiti» vuol dire sopratutto «fazioni di regime». Le direttive di Leone XIII vennero accettate oltre che dalla Croix anche dall’Univers, dal quale però si staccò Elisa, la sorella di Luigi Veuillot, che fondò la Verité Française, giornale legittimista vissuto fino al 1907. Frattanto buona parte della clientela dell’Univers era passata alla Libre Parole fondata nel 1892 da Edoardo Drummont, antisemita e cristiano sociale, il quale benché fosse lontano dai vecchi regimi, osteggiò però il ralliément. Il giornale, divenuto famoso durante gli affari del Panama e di Dreyfus, venne poi assunto nel 1910 da due giornalisti venuti dalla gioventù cattolica francese, Henry Bazir e Joseph Denais, i quali vi rifusero anche il Peuple Français, giornale cattolico sociale fondato nel 1893 dall’abate Garnier per promuovere le direttive della Rerum Novarum. È noto che la Libre Parole visse anche nel dopo-guerra fino al 1924. Dal 1910 al 1914 ebbe notevole successo La Democratie di Marc Sangnier che sostenne le idee della democrazia cristiana, promosse allora da buon numero di settimanali e riviste nelle varie provincie. Nel dopo-guerra i vecchi giornali cattolici politici scompaiono e la clientela cattolico-conservatrice si divide fra il nazionalista Echo de Paris, l’Action Française, l’Eclair, il Figaro, la Liberté, il Gaulois e in parte anche l’Ami du Peuple lanciato da Coty. Negli ultimi mesi, parte dei lettori de l’Echo passò a l’Epoque. Nel 1932 Francesco Gay, editore del settimanale La Vie Catholique, e l’organizzatore dei sindacati cristiani Gaston Tessier fondano l’Aube, quotidiano che accetta l’attuale regime repubblicano, pure difendendo calorosamente i principi cattolici. Sostenuto da molti entusiasmi giovanili, ma scarso di risorse finanziarie, l’Aube ha imitato recentemente il Maasbode in uno sforzo di sistematica propaganda. Organi settimanali di cattolici organizzati in gruppi politici sono anche Le Petit Démocrate, La Jeune République, Les Veilles des Peuples di Marc Sangnier. Questi cenni riguardano, come si vede, la stampa nazionale pubblicata a Parigi: ma su per giù analogo fu lo sviluppo della stampa di provincia. Quando si trattò di radunare nella sala francese i giornali cattolici in senso stretto cioè i giornali di Azione Cattolica escludendo i politici, il Comitato di Parigi vi raccolse, oltre La Croix, altri 55 quotidiani e 242 settimanali che si pubblicano nelle varie diocesi francesi. Mentre però escluse gli organi essenzialmente politici di Parigi, non credette di eliminare alcuni altri quotidiani di provincia che, pur attenendosi alle direttive cattoliche, s’accostano più al tipo del giornale d’informazione; e ai sopra citati aggiunse 4 quotidiani e 22 settimanali «defendant les intérêts catholiques». Un pannello speciale v’illustrava la grande diffusione de L’Ouest-Eclair,che appartiene a tale categoria. A Parigi, oltre La Croix, è registrato il trust La Presse Régionale che controlla 11 quotidiani regionali e 30 settimanali, letti in 61 dipartimenti francesi, come L’Eclair de l’Est, Le Nouvelliste de Bretagne, La Liberté du Sud-Ouest, La République du Sud Est, L’Echo de la Loire, ecc. Il consorzio venne fondato il 1 agosto 1905 ed è divenuto ora una potente opera di stampa. Nei suoi uffici di Parigi sono organizzati diversi servizi generali di redazione, d’amministrazione, di pubblicità, di propaganda e di controllo; i giornali si stampano in 12 capoluoghi di provincia. Notevolissimo è il gruppo dei giornali dell’Alsazia, dei quali diremo poi. Difficile è farsi una idea della situazione relativa dei cattolici, in confronto dell’altra stampa. Nel congresso della «Bonne Presse» tenuto a Roma durante l’Esposizione, Pierre L’Ermite affermò che in Francia si pubblicavano nel 1934 fra 12 e 14 milioni di copie al giorno. Su questa media quotidiana tre milioni e mezzo si possono considerare come organi ostili al cattolicismo, 8 milioni come neutri, mentre 1.900.000 esemplari sarebbero cattolici. Circa la stampa neutra Mons. Fontenelle nella sua brillante conferenza tenuta all’Esposizione sulla storia della stampa francese disse: «La cosidetta stampa d’informazione raggiunse nel dopo guerra proporzioni astronomiche. Ad esempio giornali come Le Petit Parisien o Paris-Soir superano ogni giorno il milione di copie. Però questi giornali, una volta neutri o anticlericali, oggidì hanno perduto molto di quello che era il loro carattere sistematicamente ostile alla Chiesa e alla religione. Anzi in via generale si dimostrano rispettosi e talvolta simpatizzano colle nostre manifestazioni, specialmente quelle del Vaticano». Per caratterizzare la situazione citeremo anche l’introduzione di Mons. Olichon, altamente benemerito vicepresidente del Comitato francese, alla Guida della sala di Francia: «La più parte dei quotidiani – egli dice – nello stato attuale di cose è incapace di fare il bilancio colle proprie risorse e vive nella perpetua apprensione di scontentare le personalità alle generose contribuzioni delle quali è sospesa la loro esistenza. I giornali che si rivolgono ad una clientela, nella quale sono largamente rappresentati i cattolici, non sfuggono a questa dipendenza. Essa è tanto più dannosa in quanto li incatena precisamente sul terreno ove avrebbero più bisogno di libertà, cioè sul terreno economico-sociale. La stampa quotidiana, letta dai cattolici, dovrebbe mostrarsi preoccupata dei bisogni e dei dolori delle classi popolari e medie, della questione del giusto salario, della disoccupazione, della famiglia povera ecc. e invece vi si vede troppo frequentemente il contrario. Se si volesse dunque cercare in questa stampa il vero volto del cattolicismo, si rimarrebbe delusi, anzi talvolta in tale specchio non vi si vedrebbe che una immagine deformata, più adatta ad allontanare che a sedurre la massa che vive in una situazione mediocre, vicino alla povertà o perfino nella miseria». «La stampa specificatamente cattolica è del tutto immune da tale rischio? Pensiamo qui agli organi locali che si sforzano di condurre la buona battaglia. La loro miseria materiale li salva talvolta dalle soggezioni finanziarie. Ma per quanto povera sia la loro tesoreria, non è escluso che certi pregiudizi, certi partiti presi condizionino certi scarsi contributi a degli atteggiamenti politici e a delle vedute sociali che non concordano pienamente con le dottrine della Chiesa». Mons. Olichon conclude che «importa sovratutto educare e rinnovare la coscienza dei cattolici francesi di fronte al problema della stampa». A Parigi come fuori, egli dice, «molti giornali letti da cattolici portano notizie religiose e ricorrono alla collaborazione di scrittori conosciuti come cattolici. Ma se tuttavia sono così lontani dall’ideale cattolico, ne hanno colpa i lettori stessi che non soltanto sono soddisfatti di questo nutrimento, ma non ne accetterebbero un altro…». «Non si tratta soltanto di pubblicare informazioni religiose, di combattere le leggi persecutrici, di riprodurre dei sunti più o meno abbreviati dei documenti essenziali, di fare eco discretamente, una volta per tutte alle direttive pontificali, di pubblicare liste di sottoscrizione per scuole o per chiese. Tutto questo lavoro è buono, necessario, ma precario e di risultato meschino. Può anzi essere di effetto nocivo se è compiuto per semplice correttezza, senza ardore apostolico, senza influire sul testo di altre rubriche, soprattutto se è come immerso nella lava incandescente delle passioni politiche e sociali, in contrasto con lo spirito cristiano. Il giorno in cui i lettori saranno capaci di far passare lo spirito religioso avanti lo spirito di classe o di partito; il giorno in cui assicureranno ad un giornale ispirato da questo metodo una esistenza stabile; quel giorno il problema della stampa cattolica in Francia sarà risolto». Tuttavia l’apostolico autore, strappato recentemente alle speranze dei cattolici francesi, ricordando i meriti passati della stampa alla cui opera egli attribuisce la resistenza del popolo alla totale laicizzazione, e il meraviglioso risollevamento da tante rovine, conclude: «I cattolici di Francia coi loro 60 giornali quotidiani e 250 settimanali, colle loro 200 riviste, alcune delle quali di primo ordine e quasi 10.006 bollettini parrocchiali, possono misurare nell’ampiezza dei risultati ottenuti il premio e la giusta ricompensa ai loro sforzi». Questa stampa deve battersi sopra tutto coi giornali comunisti, socialisti e con quelli dell’ala anticlericale dei radicali. Secondo fonti comuniste il quotidiano nazionale comunista L’Humanité che nel 1934 tirava 188.000 copie, nel dicembre 1936 ne tirava 400.000. Un nostro informatore che attinse a fonti confidenziali ma sicure trova tali cifre alquanto superiori al vero. Egli attribuisce al Populaire di Blum (all’inizio del 1936) 70.000 copie, 50.000 al Peuple, 10.000 all’Oeuvre. Secondo tali informazioni, anche la Croix allora avrebbe tirato solo 170.000 copie, mentre al Congresso romano della Bonne Presse, si poté annunziare che tale cifra era ormai di gran lunga superata. A Parigi i comunisti possiedono anche un grande quotidiano della sera, Ce- Soir, mentre i socialisti tra quotidiani e settimanali ne pubblicano, in provincia, una cinquantina. La stampa comunista ha fatto in questi ultimi tempi un rapido progresso di diffusione, ma ha dovuto diluire alquanto la sua propaganda dottrinaria, perchè impegnata sopra tutto a sostenere il «fronte popolare» e a promuovere l’antifascismo. Se ne può vedere la bibliografia in Vie Intellectuelle, 10 marzo e luglio-agosto 1937. Della stampa cattolica meritano rilievo particolare «La Bonne Presse» e l’«Alsatia». La sala particolare dedicata nell’Esposizione alla Bonne Presse e il congresso ivi tenuto il 17 e 18 aprile 1936, hanno richiamato l’attenzione del pubblico internazionale su questa grande casa cattolica che esiste a Parigi da più di mezzo secolo e pubblica 36 periodici con un numero di copie di oltre 300 milioni all’anno. Si disse già che La Croix quotidiana venne lanciata dai padri Piccard e Bailly nel 1883, per sostituire il giornale cattolico popolare a un soldo La France Nouvelle. Il giornale uscì senza fondi e i due padri, affidandosi alla Provvidenza, si proponevano di continuare solo se gli abbonati si fossero annunziati sufficientemente numerosi. Il miracolo si avverò, perchè entro breve tempo si arrivò a 30.000 sottoscrittori. Gli è che padre Bailly aveva a disposizione per la propaganda un periodichetto settimanale illustrato Le Pélerin che dal 1873 in poi era stato da principio il bollettino dei pellegrinaggi promossi dagli assunzionisti e poi si era sviluppato in un periodico religioso diffusissimo (oggidì raggiunge 700.000 esemplari). Dopo il quotidiano venne fondata La Croix du Dimanche e poiché si trovò difficile di accontentare le varie diocesi con un solo settimanale nazionale, si crearono a mano a mano nelle varie regioni le Croix regionali settimanali. Attorno a queste è costituito un comitato di propaganda coi zelatori chiamati cavalieri della Croix oppure paggetti di Cristo e questi comitati sono diretti da un centro presso la «Bonne Presse» il quale pubblica anche un mensile La Croisade de la Presse. Accanto alla Croix sorsero gli altri periodici e la casa di edizioni della «Bonne Presse» che oggi occupa come sede un fabbricato di sei piani sopra una superficie di 4 mila metri quadrati e usa per i soli periodici 12 grandi rotative moderne. Nel 1899 il governo settario disciolse la congregazione sottoponendo i padri ad un processo per associazione illegale, ma allora accorse in aiuto da Lilla l’industriale Paul Feron Vrau il quale diresse la società dal 1900 fino 1926 con uno spirito di straordinaria abnegazione. Ben a ragione Mons. Fontenelle che come corrispondente della «Bonne Presse» dal Vaticano è degno successore dell’illustre Vanneufville, nella conferenza sopraccitata chiudeva l’accenno sulla «Bonne Presse» con queste parole: Se una testimonianza in proposito fosse necessaria, oserei domandarla piuttosto al Santo Padre stesso, che nell’indimenticabile udienza concessaci, proprio un anno fa, si congratulava della maniera con la quale La Croix e la «Bonne Presse» avevano capito e assunto la formidabile responsabilità della stampa incaricata di diffondere dappertutto il portentoso mistero della parola. Egli aggiungeva, in francese: «C’est à cette constatation consolante que Nous voulons unir l’expression, la proposition d’une résolution, qui répond vraiment à un désir. Peut être est-ce un rève, mais un beau rêve, que Nous permet de faire d’ailleurs la Providence, qui a deja su accomplir de si grandes choses au moyen de la Croix et de la Bonne Presse. Notre désir, Notre rêve, c’est que, non seulement la France, mais chaque pays, grand ou petit, puisse avoir sa Croix et sa Bonne Presse. Puis, que toutes les Croix et toutes les Bonnes Presses réalisent une grande Fédération de Bonne Presse Catholique à la fois dans le sens dogmatique et dans le sens géographique du mot. Quelle magnifique chose serait une telle Fédération. Quel puissant instrument de vraie fraternité des peuples et des Nations pour l’établissement de la vraie paix!» Altro consorzio di stampa molto promettente è «l’Alsatia» di Colmar. Il pannello esposto alla mostra e che noi riproduciamo ci offre un quadro eloquentissimo del suo straordinario sviluppo. Don Cetty, curato della parrocchia di S. Giuseppe a Mulhouse, fondò nel 1892 il Mülhauser Volksblatt, che già nel primo anno raggiungeva 10.000 copie. Più tardi si creò una società editoriale che acquistò la Colmarer Zeitung e il Journal de Colmar e, quando questi giornali vennero sospesi dall’autorità politica, la società editoriale «Alsatia» ne pubblicò altri due con nome diverso, la Ober Elsässische Landeszeitung e Elsässer Kurier, e alla vigilia della guerra nel 1913 acquistò un terzo giornale il Guebwiller Volksblatt. Dopo la morte di Don Cetty la direzione dell’«Alsatia» venne assunta dal sacerdote Haegy che nel 1919 acquistò anche lo Schelestädter Volksblatt. Più tardi fu la volta dell’organo cattolico di Thann e del giornale di S. Louis Oberelsässischer Volksfreund. La società editoriale così ingrossata aperse delle librerie a Colmar, Mulhouse, S. Louis, Guebwiller, Selestatt, Mulhouse-Dornach e riscattò a Strasburgo la filiale della casa Herder. Ora essa stampa 57 diversi periodici di carattere religioso, diffusi tra la popolazione alsaziana e numerosi calendari. Per organizzare la pubblicità si creò a Strasburgo, Colmar e Parigi una agenzia di stampa detta Presse Réunie e nel 1927 si acquistò una fabbrica di carta. Grande successo ebbe la rivista quindicinale illustrata Sonntag che ultimamente viene pubblicata in una edizione francese la quale si diffonde per tutta la Francia. Direttore generale dell’«Alsatia» è oggi l’attivissimo Saverio Mappus. Le riviste. – Sono noti i progressi dei cattolici nel mondo intellettuale francese. Parecchi scrittori di fama internazionale sono ricercati collaboratori di riviste neutre, liberali o tecniche. Alla politica dell’ostracismo praticata dalla passata generazione anticlericale è seguita la politica della porta aperta, ma accanto a questa collaborazione personale ed occasionale, i cattolici si sono create anche delle proprie palestre che godono un’alta riputazione. 14 sono le riviste di cultura generale, 2 quelle di scienze ecclesiastiche, 5 le riviste storiche, 4 le riviste di bibliografia, altrettante le riviste di spiritualità, ecc. ecc. Chi non conosce Les Etudes, rivista bimensile che sotto l’influenza del padre De Grandmaison divenne una rivista di interesse generale, toccando i 13.000 abbonati? Le Correspondant è ricomparso sotto la direzione di Mons. Reymond e avendo tra i collaboratori il vescovo accademico Mons. George Grente, Enrico Bordeaux, ecc. La quindicinale Vie Intellectuelle a partire dal 1928 è pubblicata dai domenicani di Juvisy sotto la direzione del P. Bernardot e colla collaborazione di numerosi laici come Claudel, Maritain, Goyau, Rops, Rabeau, Forst-Battaglia, riuscendo a guadagnarsi una diffusione ormai internazionale; Les Etudes Carmelitaines dirette dopo il 1921 da padre Bruno di Gesù Maria, s’occupano di psicologia religiosa pubblicando dei grossi fascicoli dedicati ad uno speciale argomento. Ricordiamo ancora La Revue des Jesus, diretta dal domenicano padre Chateleine e da Roberto Garric; La Revue Apologétique diretta oggidì dai cardinali Baudrillard e Verdier, la quale fornisce ai sacerdoti ed ai laici una documentazione così completa ed interessante che non si comprende come non abbia una tiratura maggiore di 3.200 copie; La Revue des Questions Historiques che esce dal 1886, diretta da Jean Baudry, La Revue d’Histoire de l’Eglise de France, organo della società storica ecclesiastica francese, La Revue de Philosophie,organo della facoltà di filosofia dell’Istituto cattolico di Parigi; La Cronique Sociale de France, fino a poco fa diretta da Mario Gonin († 1937), con 80 pp. in ottavo grande mensili e 3.000 abbonati; Les Dossiers de l’Action Populaire, quindicinale, 120 pp. per numero, rivista pubblicata dall’Action Populaire per la formazione e la cultura sociale. La Vie Catholique, settimanale di informazione generale fondato nel 1924 e diretto da Francesco Gay, si propone di rilevare e volgarizzare i fatti e gli insegnamenti della vita religiosa, della vita letteraria, della vita sociale e della vita scientifica. I periodici di Azione Cattolica sono i portavoce o l’espressione delle varie associazioni. La Fédération Nationale Catholique fondata nel 1924 dal generale De Castelnau, quando all’arrivo al potere di Herriot pareva doversi scatenare una nuova campagna anticlericale, pubblica Credo, mensile, Le Monde Catholique, settimanale, France Monde Catholique, mensile illustrato, Radio-Famille, organo dell’associazione omonima creata dalla stessa federazione fra gli abbonati della radio per difendere la moralità e la libertà delle emissioni. Inoltre circa una cinquantina di periodici diocesani risalgono a circoli o società aderenti alla federazione. Le Petit Echo e la Ligueuse sono bollettini della Ligue Feminine d’Action Catholique. L’Association Catholique de la Jeunesse Française pubblica degli organi mensili o quindicinali che corrispondono alle sue sezioni specializzate J.O.C.I., A.C., I.M.C, (jeunesse maritime), J.E.C. (studenti), J.I.C. (classi medie). Altre pubblicazioni fanno capo alle Fédérations Diocésaines des Jeunes Filles che dopo il 1933 sono dirette da un segretario centrale, subordinato a sua volta al segretariato generale di Azione Cattolica. Seguono le pubblicazioni dell’Association du Mariage Chrétien, dei Groupes specialisés d’Action Catholique, e dei 60.000 Scout de France. Qualche cenno ancora sul movimento speciale creato dal periodico della «Bonne Presse»: Le Noël. Questo nome designa un trittico di riviste, o meglio una rivista su triplice piano: il primo, L’Etoile Noëliste, per la quale le bambine da otto a quindici anni accedono al secondo piano, Le Noël, rivista artistica letteraria educativa per le giovinette e signorine da quindici a trent’anni, che infine passano al terzo piano, la Maison, periodico dedicato alle giovani donne ed alle anziane. Questi periodici sono l’organo del movimento noëliste, che in tre gruppi raccoglie le abbonate delle tre riviste: les cadettes e les moyennes, les jeunes filles, les amies de la maison. La rivista Le Noël venne fondata dal padre Bailly nel 1895 e poi affidata al padre Claudio Allez. Il movimento noelista che ha in Francia 55 unioni diocesane, si è propagato anche in Italia, (ove conta gruppi fiorenti a Roma, a Firenze, a Genova), nel Belgio, nella Svizzera, in Portogallo, in Egitto, in Argentina, nel Brasile, nel Canadà ed in Haiti. La rivista francese ha in Italia il supplemento nazionale chiamato Natale, e analogamente nel Portogallo, nel Brasile e in Argentina. Il direttore attuale della rivista, padre Point, riferendone al Congresso della «Bonne Presse» del 1936, reca i seguenti dati statistici. Le riviste noeliste penetrano in circa 80 mila famiglie noeliste. In Francia, nel 1935, il movimento ha raccolto 313 mila franchi per seminari, 509 mila franchi per le opere cattoliche, e 29 mila per i malati poveri da inviarsi a Lourdes. Nello stesso anno le vocazioni religiose furono 70. Un’altra rivista edita dalla «Bonne Presse», che ha assunto importanza internazionale è La Documentation Catholique. Fondata nel 1919, questa rivista raccoglieva l’eredità di altre quattro: Questions Actuelles, Chronique de la Presse, Action Catholique, e Revue d’Organisation et de Défense Religieuse. Fondendo queste quattro riviste, il padre Boulesteix della «Bonne Presse», ha voluto farne un organo di documentazione così perfetto e sicuro che oggidì la collezione de La Documentation Catholique è divenuto lo strumento necessario per qualsiasi studio e qualsiasi ricerca sulla vita cattolica contemporanea. Il Comitato francese ha avuto cura infine di dedicare ai Bollettini parrocchiali esposti o registrati nella sala dell’Esposizione, una pubblicazione speciale di 44 pp., alla quale rimandiamo i lettori che sull’argomento desiderassero più particolari informazioni. Ci limiteremo qui a ricordare che il primo Bollettino parrocchiale nacque nel 1890 nella parrocchia di S. Paterno a Orleans e che intorno a la stessa data l’abate Soulange-Bodin, curato della parrocchia di Plaisance a Parigi, si fece promotore di un Congresso per l’organizzazione e la redazione di Bollettini parrocchiali. Da questo momento essi si diffondono un po’ dappertutto, parte compilati direttamente dal parroco locale, parte redatti su una base comune a più parrocchie o a più diocesi, con l’aggiunta di brevi notizie parrocchiali. Alcuni dei più importanti centri editoriali di tali Bollettini sono: Bonne presse de l’Ouest, Saint-Maixent (Deux-Sèvres); Bonne Presse du Midi, Vaison (Vaucluse); Consortium des Revues Paroissiales 6 rue Georges Dupré, Saint Etienne (Loire); “ 9 rue Thiéboult, Charenton-Le-Pont (Seine); Fédération des Bulletins Paroissiaux Grand Seminaire de Langres; Oeuvre Catholique du Bulletin Paroissial Gravigny-Evreux (Eure). Circa la loro diffusione si troveranno sulla pubblicazione succitata tutti i dati occorrenti, diocesi per diocesi. Ci basterà dire ad esempio, che nella provincia d’Aix, su 656.345 famiglie, vengono raggiunte dal Bollettino parrocchiale 153.000 famiglie, ossia il 23,3%. Questo rapporto sale al 27% nella provincia d’Albi, a 35,8% nella provincia d’Avignone, a 43% nella provincia di Besançon, per toccare il 50% in Alsazia e Lorena. Nelle altre provincie il rapporto è più basso. Notevole che l’autore della pubblicazione dichiara che l’esperienza consiglia il sistema della redazione personale come molto più efficace. Nella sala francese un pannello era dedicato alla Scuola di giornalismo cattolico, fondata a Lilla presso le facoltà cattoliche nel 1924 e diretta dall’illustre Paul Verschave professore di diritto pubblico e amministrativo, degno e zelante presidente del Comitato francese. La durata degli studi è di un triennio. Il primo anno ha per oggetto esclusivo la cultura generale e gli esercizi di redazione. L’insegnamento comprende i corsi di religione (dogmi e encicliche pontificie), di morale, sociologia, economia politica, diritto costituzionale e diritto pubblico, storia delle istituzioni e del diritto, storia delle dottrine e dei partiti politici, storia civile generale, storia della letteratura francese, geografia, politica ed economica. Il secondo anno completa questa coltura generale e vi aggiunge esercizi redazionali. Dopo il secondo anno gli allievi possono ottenere un certificato di primo grado che li abilita alla professione giornalistica. Il terzo anno, oltre i corsi antecedenti ha in programma esercizi e corsi che riguardano l’amministrazione di un giornale, di una rivista o di una casa di pubblicità. Chi supera l’ultimo esame ottiene un diploma di giornalismo. Questa scuola ebbe già numerosi allievi ed una quarantina di loro occupa dei posti importanti nel giornalismo francese ed estero. I giornali cattolici francesi sono organizzati nel «Syndicat des Journalistes français» che fa parte di un’organizzazione più vasta, la «Corporation des Journalistes Chrétiens». Il Sindacato è ora presieduto da Marziale Massiani, la «Corporation» da G. Goyau dell’Académie Française. I cattolici francesi non possiedono un’agenzia di stampa, con carattere generale e forza corrispondente. La Correspondance diocésaine de Presse dell’abbé Giuzerix, 40 rue du Chevalier de la Barre, Paris, ha carattere regionale; L’Univers, II rue de Frères Vaillant, Lille si dedica alle questioni internazionali e coloniali e pubblica un assai nutrito Bollettino mensile dello stesso titolo, diretto da Folliet e Catrice. Bibliografia Una prima bibliografia della stampa periodica cattolica francese venne pubblicata da Ageorges nel 1932 nei Documents de la Vie Intellectuelle. In occasione dell’Esposizione il Comitato francese ha compilato: un Guide Mémorial di un centinaio di pagine, oltre numerose illustrazioni; inoltre: Les Revues Catholiques Françaises à l’Exposition, pp. 65; in fine: Les Bulletins Paroissiaux, pp. 44. Per incarico dello stesso comitato, Jean Monrienval, ha pubblicato: Sur l’Histoire de la Presse Catholique en France, pp. 54. Tutte queste pubblicazioni sono edite con gran lusso dalla società «Alsatia», Paris-Colmar. Vedere inoltre: Congrès de Rome, «Bonne Presse» 1936, pp. 128, e: Il giornale La Croix e la Casa «Bonne Presse», Paris, Bonne Presse. L’Annuaire de la Presse,Paris, Rue Portalis, 7 contiene anche le cifre di tiratura; ma queste sono da considerarsi assai approssimative. L’«Institut de Science de la presse» dell’Università di Parigi pubblica dal gennaio 1938 una rivista trimestrale Cahiers de la presse (Libr. Sirey). Germania Su 63 milioni di abitanti la Germania ne ha un terzo di cattolici; ma questa fortissima minoranza non poté esporre alla Mostra né la storia gloriosa delle sue lotte né illustrare l’esperienze fatte nel giornalismo e nella vita pubblica in tanti anni di battaglia e di organizzazione. In un primo tempo il Ministero della propaganda germanico aveva escluso che partecipassero all’esposizione i quotidiani cattolici, in un secondo tempo un’ulteriore decisione ministeriale rese del tutto impossibile una partecipazione tedesca, sistemata in una sala nazionale. I periodici che comparvero nelle sezioni di categoria furono un contributo dei centri ecclesiastici di Roma. La mancanza di una sala germanica tuttavia non ci esonera dal fare qui almeno qualche accenno che possa completare lo sguardo panoramico che tentiamo di dare sulla stampa cattolica nel mondo. Nel 1932 i giornali tedeschi (quotidiani, la maggior parte, altri tri-bisettimanali e alcuni pochi settimanali) erano 4.703. Politicamente parlando questi giornali erano in maggioranza indipendenti dai partiti. Gli organi di questi ultimi erano 976 dei quali 120 sostenevano il programma nazionale socialista, 135 il programma socialista, 49 il comunista, 603 appoggiavano i due partiti cattolici, Centro e Partito popolare bavarese, e gli altri le formazioni politiche minori. La tiratura complessiva di tutti i giornali era calcolata in 18.457.400 esemplari. Alla fine del 1934 il 60.2% di tutti i giornali tedeschi aveva una tiratura inferiore a 3.000 copie. L’anno scorso le tirature principali dei giornali più noti erano: Völkischer Beobachter, edizione meridionale 112.582, edizione settentrionale 282.457; Berliner Morgenpost 357.000; Berliner Tagesblatt 74.000; Westfälische Landeszeitung 175.000; Frankfurter Zeitung 72.000; Münchener Neueste Nachrichten 95.000; Kölnische Volkszeitung 18.000; Germania ora solo 7.500. Questi due ultimi quotidiani, che nel passato avevano una risonanza internazionale, come organi riconosciuti del pensiero cattolico, non possono oggidì qualificarsi tali come del resto nessun altro quotidiano della stessa categoria, in forza d’un decreto 21 aprile 1935 del presidente della camera della stampa Max Axmann, decreto che all’articolo quarto dice: «I giornali quotidiani non devono rivolgersi coi loro articoli e con le loro pubblicazioni ad un determinato ceto professionale, confessionale o avente interessi propri». Per la trasformazione di tali quotidiani venne previsto un termine di mesi tre. In via di fatto l’applicazione si è trascinata più a lungo, ma oggidì non si può più parlare di stampa quotidiana cattolica nel senso che si dà a tale parola negli altri paesi. È noto che tutti i giornali in Germania vennero messi al passo. Oltre a ciò nel 1933 alcuni grossi complessi editoriali cattolici scomparvero definitivamente. L’autorevole Augsburger Postzeitung di Augusta, fondata nel 1686, dovette cessare le sue pubblicazioni, e la cosidetta «Casa Görres» di Colonia che dava lavoro a 630 persone ed era stata benedetta nel 1927 dal cardinale Schulte, fu portata al fallimento. Nel passato oltre la Germania, la Kölnische Volkszeitung e l’Augsburger Postzeitung avevano importanza come organi del Centro il Bayrischer Kurier di Monaco e il Deutsches Volksblatt di Stoccarda; ma una diffusione maggiore avevano la Tremonia che raggiungeva 70.000 abbonati, la Essener Volkszeitung che ne contava 50.000 e il N. M. Tagblatt 40.000. Su 61 quotidiani cattolici una ventina avevano una tiratura superiore alle 20.000 copie. Si ricorderà tuttavia che in tutti i Congressi cattolici si deplorava che la stampa quotidiana non raggiungesse ancora la forza corrispondente ai due milioni e un quarto di elettori cattolici, ed è rimasta famosa la polemica suscitata sulle cause di questa situazione dall’opuscolo di Pilatus (Dr. Vittorio Naumann) (Die Katholische Presse, eine kritische Studie von Pilatus, Wiesbaden 1907). Nel Augustinus Verein, i cattolici avevano creato un’associazione che doveva curare lo sviluppo e il miglioramento della stampa. Per i periodici si potranno attingere dati più copiosi dallo Sperling (Sperlings Zeitschriften- und Zeitungsadressbuch,Lipsia 1936). Il numero dei periodici pubblicati in lingua tedesca era nell’anno 1934 di 6.288, circa un migliaio di meno dell’anno antecedente, ritornando così alla situazione del 1912; i periodici cattolici religiosi erano però saliti da 225 a 246. Circa un terzo di tutti i periodici possono considerarsi di indole tecnica o professionale. Esistono 45 periodici per la gioventù in genere, 53 per la gioventù evangelica, 56 per la gioventù cattolica; 222 sono periodici politici, 220 sportivi, 382 religiosi-protestanti, 246 religiosi-cattolici. Tra questi ultimi ha la maggior diffusione il Bonifatius Blatt con 510.000 copie. Particolare sviluppo ha raggiunto la stampa domenicale. Ad esempio il Sonntags Blatt für die katholische Familie di Monaco tira più di 100.000 copie, il Sonntagsblatt di Stoccarda ne tira 104.000; 85.000 quello della diocesi di Breslavia e cosi via. Le riviste cattoliche di carattere filosofico-teologico sono 11, e 10 quelle di carattere scientifico, storico ed artistico. Fra le riviste di cultura primeggiano ancora come diffusione le Stimmen der Zeit dal 1871, dirette dai gesuiti di Monaco e la Hochland, che si pubblica nella stessa città dal 1903. Vivono ancora i giornali per le famiglie Deutscher Hausschatz fondato nel 1874 e il Feuerreiter magnificamente illustrato che supera le 100.000 copie. È notevole che anche i giornali domenicali protestanti abbiano avuto in questi ultimi tempi uno sviluppo parallelo a quello dei cattolici. Dei periodici aderenti al movimento «Fede Germanica» o ad un indirizzo analogo, il più diffuso (51.000 copie) è Am Heiligen Quell, di Matilde Ludendorf. Grandi tirature hanno naturalmente i periodici del nazismo. Così Arbeitertum, organo del fronte del lavoro, 1 milione e mezzo di copie, Unser Wille und Weg, pubblicato dal Göbbels, 140.000 copie, der S. A. Mann, 490.000 copie, Der Schulungs Brief, 1.150.000 copie, Hitler Jugend, 300.000 copie. Tutte le organizzazioni e corporazioni di stampa sono raggruppate in una speciale sezione della Camera di Cultura germanica. I periodici di carattere religiosocattolico sono riuniti nell’Organizzazione della stampa cattolico-ecclesiastica, Berlino, Oranienburger Strasse 13,14 e mediante questa alla Camera di Cultura. È ben noto che la Germania è la culla della cosidetta scienza giornalistica (Zeitungs-Wissenschaft). Parecchie sono le scuole superiori che tengono corsi o seminari di pubblicistica. Gli istituti più interessanti sono i seguenti: Museo della Stampa, Aquisgrana, Pontstrasse 13, fondato nel 1885; l’Istituto germanico di pubblicistica, Berlino 6-2, Breitestrasse 36, diretto dal Prof. Dovifat; l’Istituto di pubblicistica presso l’università di Monaco, diretto dal Prof. D’Ester ed altri istituti analoghi a Friburgo in Brisgovia, presso le università di Halle, Amburgo, Eidelberga, Münster, Lipsia, Colonia. I cattolici hanno molto contribuito allo sviluppo di questa scienza. Basterà ricordare K. D’Ester, Zeitung und Leben, 20 vol., 1935; la Zeitungswissenschaftl. Monatschrift che esce dal 1926 ed è pure diretta da K. D’Ester assieme a W. Heide; inoltre il Dovifat ha pubblicato nel 1931 Zeitungswissenschaft in due tomi. L’Esposizione della stampa in Colonia ha mostrato al mondo i grandi progressi tecnici raggiunti in Germania. Oltre lo Handbuch der Deutschen Tagespresse vedere: C.F. Schrieber, Die Reichskulturkammer, Berlino 1934. P.S. Ricordiamo che i dati di questa nota si riferiscono al momento dell’Esposizione vaticana. Gran Bretagna La Gran Bretagna comprende l’Inghilterra, la Scozia e il Galles; nella sala della Mostra erano inoltre esposte anche le pubblicazioni delle isole inglesi del canale della Manica abitate da buon numero di cattolici. In base all’ultimo censimento (1931) la popolazione totale era di 45 milioni. Di questi, secondo l’annuario cattolico del 1936, i cattolici sono circa 3 milioni di cui 2.335.890 in Inghilterra e Galles e 612.177 in Scozia. Di fronte a loro, secondo l’almanacco Whitaker (poiché come è noto l’anagrafe ufficiale non contiene la rubrica della religione) gli anglicani sarebbero circa 25 milioni (dei quali farebbero Pasqua solo 2.463.000), i non conformisti e i presbiteriani 4 milioni e i metodisti 3 milioni; e trascuriamo le sette minori. I cattolici sono distribuiti nei centri industriali e commerciali di Londra, Birmingham, Cardiff, Liverpool, Manchester, mentre piccolo è il loro numero tra la popolazione rurale. Per giudicare la situazione bisogna ricordare che all’inizio del secolo XVIII i cattolici erano soltanto sessanta mila ossia l’uno% della popolazione, ed in genere appartenevano alle classi più indigenti. La legge di emancipazione del 1828, ottenuta da O’ Connell, diede grande impulso al cattolicismo e l’esodo degli irlandesi dalla loro isola verso la Gran Bretagna fra il 1845 e il 1850 ingrossò smisuratamente il numero dei lavoratori cattolici. La stampa, come è noto, gode in Inghilterra la massima libertà: questa è però una conquista recente perché solo nel 1772 diventò lecito pubblicare le discussioni parlamentari e solo nel 1855 si abolì il bollo sui giornali. La libertà, aggiunta all’enorme sviluppo industriale della popolazione – una quarantina di milioni su 45 s’occupa d’industrie e commercio – spiegano il gigantesco accrescimento del giornalismo inglese. I giornali, quotidiani o settimanali, sono 1.878, i periodici, esclusi i bollettini scolastici e parrocchiali, assommano a circa 4.000. A Londra si pubblicano 23 giornali del mattino e 4 della sera; nelle Provincie dell’Inghilterra e del Galles 29 giornali del mattino e 70 della sera, nella Scozia 6 e 9 e nelle isole britanniche 1 e 4. Si calcola che i giornali del mattino pubblicati a Londra abbiano una diffusione complessiva di 9.800.000 copie, quelli della provincia 1.172.000 copie e quelli della domenica 14.350.000. I giornali di maggiore rinomanza, capeggiati dal Times di Londra, e i più importanti della provincia, come il liberale Manchester Guardian e la conservativa Jorkshire Post, rappresentano larghe zone della pubblica opinione, mentre altri giornali raggruppati in consorzi editoriali, sono controllati da gruppi finanziari come quelli dei Rothermere, Beawerbrook, Berry, e Inveresk. Dei giornali domenicali il più antico, perché fondato nel 1791, è il conservativo Observer e quello che ha maggior tiratura, si crede 4 milioni, è il News of the World. Le riviste settimanali più lette sono lo Spectator, liberale, il supplemento letterario del Times e The New Statesman, di data recente, con tendenze anticlericali. Delle tre riviste mensili più reputate vanno ricordate The Nineteenth Century, The Contemporary Review, The English Review. Delle riviste trimestrali la più antica è la Quarterly Review pubblicata nel 1809. Molto diffuso è l’organo letterario Cornhill Magazine ai settimanali religiosi non cattolici: The Church Times, fondato nel 1863, è dell’alta Chiesa, The Church of England News Paper, 1894, è della Chiesa bassa. The British Weekly 1886 è non conformista, The Methodist Times, è del 1886. Delle riviste 370 circa sono trimestrali, 1.200 mensili e degli altri periodici molti sono annuali. Di fronte a questi organi di stampa neutri o acattolici esistono 350 pubblicazioni periodiche cattoliche, inclusi i settimanali, con una diffusione totale approssimativa di 700.000 esemplari. Conviene aggiungere però che dei bollettini parrocchiali non si è potuto dare una statistica esatta. Chi volesse farsi una idea dello sviluppo della stampa periodica cattolica inglese fin dai primi tempi dopo lo scisma, legga il saggio pubblicato dal canonico Fletcher nel numero speciale della Dublin Review, aprile 1936, sotto il titolo Early Catholic Periodicals in England. Qui ci limitiamo a ricordare alcune date riguardanti le pubblicazioni esistenti. Nel 1836 Daniel O’Connel si accordò col Dr. Nicholas Wiseman, poi cardinale, e allora rettore del collegio inglese a Roma, e con l’avv. e giornalista irlandese Michael J. Quin per fondare una rivista trimestrale cattolica che controbattesse la Edimburgh Review,organo calvinista acerbamente ostile al cattolicismo, e la rivista conservatrice Quarterly. Nacque così la Dublin Review, pubblicata a Londra ma che prese il nome di Dublino in omaggio al maggior centro cattolico. La rivista ebbe una serie di direttori e collaboratori che si identificano coi nomi più celebri del cattolicismo inglese, dal cardinale Wiseman al cardinale Waughan e Manning, dal filosofo, antagonista di Stuard Mill, il Dr. Ward, al letterato Russel, al sociologo Bagshawe, per finire coi contemporanei Hilaire Belloc, Christophe Dawson ecc., non escluso buon numero di scrittori non cattolici che animano talvolta la controversia. La rivista che cambiò spesso editore e dovette superare molte difficoltà finanziarie, ha celebrato nel 1936 il suo centenario sotto la direzione di Denis Gwynn. Quattro anni dopo la fondazione della Dublin un quacquero convertito, Federico Lucas, fece un tentativo ancora più audace, quello di lanciare il primo settimanale cattolico The Tablet. Dell’epoca vittoriana sono pure alcuni altri periodici, tuttora viventi come la rivista The Month fondata dai gesuiti nel 1864 sul tipo del Cornhill. Altri periodici come la Catholic Gazette, la rivista dei domenicani Blackfriars e la Clergy Rewiew sono di data più recente. Venti anni dopo il Tablet venne pubblicato il secondo settimanale, The Universe,che doveva poi superare in tiratura tutti gli altri settimanali cattolici. Dopo parecchi cambiamenti di titolo un terzo settimanale assunse nel 1872, quando passò agli ordini di Mons. Nuget, il grande propagandista sociale di Liverpool, il nome The Catholic Times, il quale dal 1879 si aggiunse un supplemento mensile The Catholic Fireside. Infine nel 1884, nell’epoca più accesa delle discussioni sociali, l’irlandese Charles Diamond, col consenso del cardinale Manning, fondò il Catholic Herald, settimanale dedicato specialmente alla classe operaia. Il suo editore riuscì ad organizzargli attorno una trentina di edizioni locali e di periodici associati, alcuni dei quali come il Glasgow Observer, continuano ora una vita indipendente e rigogliosa. Altra propaggine dello stesso gruppo fu la rivista settimanale per le famiglie Home-Topics. Nel 1934 alla morte dell’editore, il Catholic Herald passò ad altri proprietari che mutarono il suo stile e il suo orientamento. Per la caratteristica e la funzione particolare di questi settimanali ci richiamiamo a quanto disse il Rev. Hughues del collegio inglese a Roma durante la sua conferenza all’Esposizione sulla stampa cattolica della Gran Bretagna. Il Tablet, passò sotto una nuova direzione nella scorso aprile. Il consiglio direttivo si compone delle seguenti note personalità dell’ambiente dell’Azione Cattolica inglese: Douglas Woodruff, Christophe Dawson, F. W. Chambers e Thomas Burns. Da quando essi ne hanno assunto la direzione The Tablet ha pubblicato degli articoli dovuti alla penna di quasi tutti gli scrittori cattolici più in vista in Inghilterra; per esempio, di Hilaire Belloc, Christophe Hollis, Arnold Lunn, Ronald Knox, Evelyn Waugh, Alfred Noyes e David Mathew… per citarne alcuni soltanto. Ogni settimana dopo l’articolo di fondo seguono di solito tre altri articoli sotto firme diverse. Poi s’aggiungono le lettere dei corrispondenti dalle varie capitali d’Europa. The Tablet merita un elogio speciale per l’ottima recensione che fa delle novità librarie. Lo scopo di The Catholic Times è alquanto diverso da quello di The Tablet. Con la piena approvazione della gerarchia ecclesiastica esso si dedica a una intensa propaganda per la giustizia sociale in base alle encicliche papali. The Catholic Times cerca di tutelare nell’attuale assetto industriale della società gli interessi delle classi povere. Non risparmia colle sue critiche gli sfruttatori del proletariato, ma lavora in pari tempo per creare tra padroni e operai una buona intesa in base a un senso di reciproca fiducia. Combatte accanitamente ogni idea di lotta di classe. Questo giornale è molto letto anche da acattolici che vogliono conoscere il punto di vista cattolico sugli avvenimenti mondiali. Per stimolare maggiormente l’interesse di questi lettori si cerca di promuovere sul giornale delle discussioni intorno ai vari problemi del giorno fra persone di idee divergenti, mantenendole però sempre dentro i dovuti limiti della giustizia e della cortesia. The Universe – riassumiamo sempre la caratteristica dello Hughues – è un giornale di Azione cattolica e religiosa, in senso stretto, col proposito di evitare qualsiasi discussione politica e di escludere ogni argomento controverso fra gli stessi cattolici. Ha carattere popolare e alla fine del 1936 tirava 117.269 copie. Il Catholic Herald invece, della nuova direzione, allarga le basi e i compiti; tende a diventare cioè un giornale completo che studia e valuta anche i problemi politico-sociali nazionali e internazionali da un punto di vista cattolico; tratta le questioni economiche e finanziarie e dedica delle pagine al cine, al teatro, alla radio, all’automobilismo, ecc. Tirava durante il 1936 23 mila copie, ma ora ha superato rapidamente le 50 mila. Il successo del Catholic Herald ha rimesso in discussione il problema del quotidiano. Sulla mancanza del quotidiano cattolico nella Gran Bretagna gli organizzatori della sala inglese all’Esposizione, avevano sentito il bisogno di dare ai visitatori una spiegazione, scrivendo a grandi lettere in una tabella le seguenti parole: «La Gran Bretagna non possiede un suo quotidiano cattolico, perché i cattolici possono far parte di qualsiasi dei grandi partiti politici inglesi dei quali nessuno è anticattolico. Un giornale cattolico quotidiano non dovrebbe avere colore politico; ora l’esperienza dimostra che nessun giornale senza tendenza politica può prosperare nella Gran Bretagna». Il Rev. Hughues nella conferenza succitata si è spiegato sullo stesso argomento come segue: «Il motivo principale perché non esiste ancora in Inghilterra un quotidiano cattolico è probabilmente perché non c’è un partito politico il cui programma sia sostanzialmente cattolico. I cattolici sono, come s’è detto, una piccola minoranza e perciò sarebbe assolutamente impossibile creare oggi in Inghilterra un partito politico cattolico. Per conseguenza si trovano dei cattolici nelle file di tutti i partiti politici, tanto fra i conservatori, quanto fra i laburisti. Ora, non occorre spiegare che ogni cittadino è più portato a leggere l’organo politico del partito a cui appartiene, né si potrebbe esigere che facesse altrimenti. Oltre a ciò i grandi organi della stampa quotidiana acattolica dispongono in Inghilterra di enormi capitali, ciò che rende la loro concorrenza formidabile. Tempo fa si cercò di lanciare un quotidiano israelita, ma la cosa non attecchì. Si capisce, quindi, che per ora non c’è possibilità alcuna di dar vita a un quotidiano cattolico». Un altro nostro relatore afferma che «la popolazione cattolica è troppo sparsa e politicamente e socialmente troppo divisa per potere sostenere anche un solo quotidiano cattolico che potesse far concorrenza ai colossi dell’altra stampa». E Denis Gwynn nel ricordato numero giubilare della Dublin Review dice che se l’esperimento dell’attuale settimanale Catholic Herald dovesse riuscire, il primo ulteriore passo da tentare sarebbe la pubblicazione di un giornale domenicale o meglio l’acquisto di un domenicale esistente, per metterlo sotto controllo cattolico. Ma anche questo passo è congiunto ad enormi difficoltà tecniche e a spese straordinariamente elevate. Il domenicale dovrebbe arrivare almeno ad una diffusione di 500.000 copie per figurare degnamente accanto a quelli esistenti, parecchi dei quali superano una circolazione di tre milioni di esemplari. L’impresa, egli dice, inghiottirebbe milioni ed esigerebbe uno stato maggiore di scrittori ed amministratori che forse i cattolici inglesi non ancora possiedono. Meno ancora è possibile pensare al quotidiano. Circa metà dei cattolici vivono nella provincia metropolitana di Liverpool, poco più di mezzo milione nella Scozia e tre quarti di milione nella provincia di Westminster. È fantastico, egli dice, di supporre che tutti desiderino il medesimo tipo di giornale. Dei cattolici potranno acquistare giornalmente un quotidiano, forse sette-ottocentomila, anche ammesso che il medesimo giornale possa soddisfarli, tanto se vivono a Brighton come a Wigan o Clydeside. Ora nessun quotidiano popolare può sperare di resistere battendo la presente concorrenza, se non tira almeno un milione di copie. Il Gwinn crede più pratico concentrare gli sforzi dei cattolici nella creazione di una agenzia per la stampa, come hanno fatto gli americani. Come i lettori vedono, la questione ha degli aspetti specificatamente inglesi ed è dovuta anche al fatto che buona parte della stampa quotidiana della Gran Bretagna evita di combattere la religione cattolica o meglio, per tal riguardo, ha fatto notevoli progressi. Essa invero accetta o subisce la concezione cristiana della società più che non la favorisca; tuttavia da quando per disposizione di legge non pubblica più in maniera diffusa le relazioni sui divorzi e sui processi scandalistici, le sue colonne sono più monde da letture riprovevoli. Talvolta compaiono degli articoli che trattano di questioni morali, dell’immortalità, dell’unione delle Chiese, della morale comune ecc., in modo da preconizzare una certa direttiva morale, benché troppo spesso la mancanza di principi sicuri lasci alla fine i lettori perplessi e sfiduciati. E in quanto al cattolicismo, se si può ammettere che la grande stampa abbia fatto progressi verso la tolleranza e il rispetto della nostra religione, non si può però ancora dire che quando si tratta di conflitti fra Stato e Chiesa nelle varie nazioni del mondo, essa renda sempre a Dio quel che è di Dio. Rimarrebbe da dire qualche cosa su due particolari gruppi di periodici. Il gruppo nuovo del dopoguerra è quello che si dedica all’Azione Cattolica o all’azione sociale. Così il Catholic Worker un mensile di piccolo formato, che ha una certa diffusione fra gli operai, The Christian Democrate, Catholic Truth, The Catholic Women’s Outlook (Donne Cattoliche), e l’interessante organo professionale The Catholic Medical Guardian. Fra i numerosi periodici editi dai collegi o case religiose, come la Downside Rewiew, Oscotian fondato nel 1828 e Pax, sono diventate riviste di alto valore con contributi importanti di carattere storico e critico. La Gran Bretagna possiede 78 agenzie di informazioni giornalistiche, le più importanti delle quali sono la Reuter e l’Exchange Telegraph. Esiste anche una piccola agenzia di informazioni cattoliche la A.M.I.C. New Service che ha 100 abbonati e la sua sede in Londra, 23 Eccleston Square. Per la preparazione dei giornalisti è istituita all’università di Londra una laurea in giornalismo con un corso normale di due anni accademici. Altre scuole di giornalismo hanno carattere privato, come ad esempio The London School of Journalism, 57 Gordon Square e The Regent Institute, Regent House, Palace Gate, Londra, che tiene dei corsi di giornalismo per corrispondenza. Un’associazione cattolica specifica per la diffusione della stampa non esiste, ma provvede anche a tale compito la benemerita Catholic Truth Society (40 Eccleston Square, London), il cui illustre secretario John P. Boland ha organizzato la partecipazione inglese all’Esposizione internazionale e prima ancora una mostra nazionale. A lui dobbiamo molti dati che compaiono in questa nota. Bibliografia Whitaker’s Almanack (12, Warwich Lane, London). Catholic Directory (Burns Oates & Washbourne, 43-45, Newgate St.). The Newspaper Press Directory (Mitchell House, 1-2, Show Hill, Holborn Viaduct). Willing’s Press Guide (Willing House, 356-364, Gxays Inn Rd., W.C.I), 1934. The Press in England, di Kurt von Stuttersheim (Allen & Unwin, London), 1934, 8s. 6d. Sulla stampa cattolica vedere anche The Dublin Review, numero del centenario, aprile 1936. Irlanda La sala irlandese della Mostra recò a parecchi visitatori qualche delusione. Come mai la nazione cattolica per eccellenza aveva una stampa cattolica così scarsa? Per rispondere a questa domanda bisogna precisare bene le condizioni dell’ambiente. È noto che l’Irlanda è divisa ora politicamente in due zone, lo Stato libero ossia la Repubblica irlandese e l’«Irlanda del Nord», chiamata dagli irlandesi «le sei Contee dell’Ulster». Gli avvenimenti storici che condussero a questa situazione sono complessi, ma si possono riassumere ricordando che il popolo irlandese, prevalentemente d’origine gaelica ma con mescolanze danesi, normanne e galliche, respinse ostinatamente la nuova religione imposta da Enrico VIII all’Inghilterra. Questa resistenza durata 300 anni si manifestò ripetutamente in insurrezioni armate che finirono col ribadire le antiche catene e dal 1693 al 1798 il popolo irlandese giacque prostrato sotto il sistema passato alla storia col nome di «leggi penali». In questo periodo la popolazione indigena non venne meno, ma l’Inghilterra con ripetute colonizzazioni introdusse nell’Irlanda settentrionale una minoranza protestante che scisse l’unità popolare e religiosa dell’Irlanda. Alla fine del secolo XVIII comincia la lotta per l’emancipazione e per la graduale conquista dei terreni da parte del popolo; tutti ricordano le lotte gloriose di O’Connel e il movimento Home-Rule. Durante la guerra europea i partigiani delle soluzioni radicali ottennero il sopravvento. Nel 1916 si ebbe una rivolta sanguinosamente repressa, ma dopo la guerra in seguito a lunghe trattative, nel 1921 il governo inglese ritirò le sue forze armate e consegnò il governo dell’isola agli eletti del popolo. Le «sei contee dell’Ulster» vennero conservate all’Inghilterra con un parlamento locale. Lo Stato libero ha una popolazione di 3 milioni di abitanti, l’Ulster 1.195.000. Religiosamente i cattolici dello Stato libero sono 2.751.269, vale a dire il 92,6% della popolazione; il resto è diviso fra anglicani, presbiteriani, metodisti, israeliti. Nell’Irlanda settentrionale invece i cattolici sono 420.428, gli anglicani 338.724, i presbiteriani 393.374; le altre sette hanno minoranze trascurabili. I cattolici sono dunque nell’Ulster il 40%, e ciò malgrado vengono trattati con una intolleranza ed una ostilità che scoppia frequentemente in sfoghi d’odio e di barbarie con scene orribili di incendi e di linciaggi; nell’Irlanda libera invece i protestanti vengono trattati con ogni tolleranza e benevolenza e poiché una parte di loro combattè per l’autonomia irlandese, partecipano oggidì anche all’amministrazione. L’anno scorso De Valera ha fatto votare una costituzione che proclama l’Irlanda Stato cattolico, ma con l’impegno di trattare gli eterodossi in base ai principi dell’equiparazione. Il partito al governo è il Fianna Fail, il partito dell’opposizione con carattere conservatore è il Fine Gail; vi sono ancora i gruppi dei laburisti e degli indipendenti ed esiste «l’armata repubblicana irlandese» con un’organizzazione semi clandestina che non vuole nessun legame di sorta col British Commonwealth. L’ala radicale di quest’ultima organizzazione professa principi comunisti. Finalmente esiste anche un altro partito «corporativo nazionale» fondato e diretto dal generale O’Duffy. I membri di tutti questi partiti fatte rare eccezioni per gli eterodossi ed esclusi pochi comunisti, sono cattolici praticanti. Il nuovo Stato spera di riorganizzare il paese in modo da farne veramente la patria degli irlandesi, poiché è d’uopo rilevare che le emigrazioni hanno finora dissanguato la patria nativa. Secondo la statistica del 1921 vivevano fuori d’Irlanda delle persone nate nell’isola nientemeno che 1.817.457, la maggior parte naturalmente negli Stati Uniti e gli altri in Inghilterra e nei Domini. In tale ambiente storico e politico quali sono le condizioni della stampa? Rinunciando a tracciarne la storia per la quale il P. Stefano Brown S. J. ha raccolto dati preziosi, ci limiteremo a dire che in un primo periodo la stampa di Dublino e di Belfast finiva coll’essere sussidiata o comprata dal governo inglese. Il popolo diffidava quindi dei giornali che non esercitavano su lui alcun influsso. Dal 1802 in qua il Freeman’s Journal di Dublino cominciò a sostenere la causa nazionale e cattolica, ma O’Connel che soleva influire sulle masse con la suggestione della sua parola, non s’occupava gran che della stampa politica. Nel 1859 venne fondato a Dublino il quotidiano Irish Times che fu poi comperato ed è ancora proprietà della famiglia Arnott, grande ditta commerciale di Dublino. Il giornale era inizialmente organo degli interessi protestanti e la sua politica era conservativa e unionista, ma nel 1921 accettò lo Stato libero ed appoggiò non senza qualche riserva il partito governativo. Inoltre esso ha modificato il suo atteggiamento in altre materie dando largo spazio alle notizie cattoliche. In Cork sorse nello stesso tempo il Cork Esaminer e a Belfast, di fronte al protestante Belfast New Paper, il cattolico e nazionalista Irish-News. Nel 1905 venne lanciato a Dublino un nuovo tipo di giornale indipendente da tutti i partiti e pensato ed attuato come una impresa prevalentemente commerciale, The Irish Independent. Fu tuttavia sempre diretto da irlandesi cattolici e benché nel passato si sia talvolta dimostrato malamente informato sui problemi cattolici, negli ultimi anni la sua linea di condotta si può considerare più ortodossa e corrispondente al punto di vista cattolico. Nel frattempo sorgevano due movimenti che dovevano portare notevoli rivolgimenti nel campo della stampa. Il movimento linguistico pubblicò dopo il 1882 vari periodici e settimanali in gaelico, l’ultimo soppresso dal governo inglese nel 1919. Questo movimento si fuse poi con quello esplicitamente politico del Sinn-Fein il cui giornalista principale fu Arthur Griffith. I diversi periodici e giornali da lui promossi e favoriti ripudiarono qualsiasi attività parlamentare in Inghilterra e fino all’insurrezione del 1916 esercitarono un grande influsso sulla coscienza pubblica. Accanto a questi organi ufficiali dei Sinn Feiner agiva nello stesso senso The Leader edito da un cattolico, D.P. Moran. Fra gli insorti del 1916, fucilati come ribelli, fu anche il socialista nazionale James Connolly che aveva portato in Irlanda idee marxiste mescolate a tendenze separatiste, fondando nel 1898 il The Worker’s Republic. Accanto a lui James Larkin costituì la Transport and General Worker’s Union che organizzò parecchi scioperi e poi partecipò ai movimenti ed alle insurrezioni politiche. Dopo il 1921 il partito operaio si costituì in senso laburista distinguendosi nettamente dal comunismo. Il settimanale comunista fondato nel luglio del 1935 è già scomparso. Un avvenimento di maggiore importanza nella storia del giornalismo è la fondazione per parte di De Valera del quotidiano The Irish Press che uscì per la prima volta nel 1931. Esso è destinato ad opporsi allo Irish Independent che pur non essendo organo di partito, tuttavia appoggia l’opposizione di Cosgrave. L’attuale situazione della stampa dal punto di vista cattolico si può quindi considerare come segue. La stampa antireligiosa non esiste, fatta eccezione di uno o due periodici a tinta radicale e comunista. Non esiste una stampa anticlericale e nemmeno una stampa che sostenga le idee del liberalismo religioso in senso continentale. La maggior parte dei giornali e dei periodici si possono dal punto di vista religioso definire incolori, benché nutrano tutti rispetto e simpatia per le idee cattoliche. I due quotidiani principali The Irish Independent e The Irish Press non si professano cattolici nel senso che questa parola ha nel continente, ma in via di fatto rivaleggiano tra loro per cattivarsi i lettori cattolici. Perfino il terzo grande giornale Irish Times, che prima era l’organo dell’unionismo in politica e della comunità protestante, dà oggi largo spazio a notizie che interessano i cattolici ed evita ogni espressione che possa urtare i cattolici. Cattolici in senso stretto e di A. C. non si possono dire che i due settimanali The Irish Catholic e The Standard i quali non hanno nemmeno tutta la diffusione che dovrebbero avere, data la concorrenza dei grandi settimanali cattolici di Londra. Da notarsi ancora che nell’Ulster alcuni giornali sono così intollerantemente protestanti, da poter venir definiti come anticattolici. Riassumendo: i quotidiani in Irlanda toccano la dozzina, 5 a Dublino, 4 a Belfast, 2 a Cork. Il più diffuso è l’Irish Independent con circa 150.000 copie. Tutte le pubblicazioni periodiche irlandesi assommano, secondo i rilievi di P. Brown, a 348 delle quali 159 sono quotidiani e settimanali, la maggior parte di mera circolazione locale e 189 sono periodici mensili, trimestrali ed annuali. In Irlanda inoltre i soli settimanali inglesi hanno una diffusione di 350.000 copie. Recentemente per diminuire tale concorrenza ed anche per impedire l’entrata di periodici anticattolici ed antinazionali si è imposta una tariffa doganale sulla stampa importata. Una commissione di censura della quale fanno parte anche un sacerdote cattolico ed un pastore protestante, vigila sull’attuazione di questa legge ed in genere sull’applicazione del Publication Act del 1929 che proibisce lo spaccio di pubblicazioni «contro la pubblica moralità». The Irish Catholic venne fondato nel 1888 ed è ora diretto da O.J. Fogarty; The Standard è più recente, perché usci la prima volta nel 1928. Esso si definisce «un Irish organ of catholic opinion», ha una tiratura media di 30.000 copie. Diciamo ora qualche cosa dei periodici. The Irish Ecclesiastical Record fondato nel 1864 circola prevalentemente tra il clero, benché pubblichi anche articoli di carattere generale. Raramente parla di politica o di attualità. The Irish Monthy, fondato nel 1872 è ora un periodico d’Azione cattolica e s’occupa di sociologia, di educazione e di letteratura. Non diverso è il contenuto del Irish Rosary redatto dai domenicani, che porta però anche in ogni numero un vigoroso commento sugli affari correnti. Il Catholic Bulletin si distingue dai periodici precedenti perché si dedica anche alla propaganda politica di partito criticando severamente i cattolici che non seguono le sue direttive. D’altro canto esso contiene quasi sempre articoli di valore cattolico in senso generale. Studies è l’unica rivista di carattere scientifico letterario e serve d’organo semi ufficiale ai professori dell’università nazionale; ne è redattore il padre P. Connolly S.J. Up and Doing è un organo di azione cattolica edito dalla Truth Society; The Illmedist una pubblicazione pia dedicata ai bambini con 80.000 copie. Come risulta dall’elenco due dei periodici sono totalmente o prevalentemente scritti in gaelico. Nemmeno in Irlanda esiste una società che si dedichi esplicitamente alla stampa. Vi provvede in qualche misura la Catholic Truth Society che per l’opera zelante del suo segretario F. O’Reilly ha anche organizzato la partecipazione irlandese alla mostra internazionale. Il tentativo fatto nel 1925 di costituire una Catholic Writers Guild ebbe breve durata, ma già quello ch’essa poté allora fare acuisce il desiderio d’una sua pronta resurrezione. Italia In base ad una statistica del Ministero della Stampa e Propaganda i quotidiani italiani sono 80, i periodici di carattere politico (per lo più settimanali) 132, le riviste 530, le pubblicazioni ufficiali 58, i periodici diversi 3.859, i bollettini vari 7.000; totale 11.659 pubblicazioni periodiche. D’altro canto secondo una inchiesta fatta dal segretario del comitato italiano, sezione storica, padre Giuseppe Roberto Claretta O.M.V., la stampa cattolica in senso stretto o stampa d’Azione Cattolica si compone di: quotidiani 6 (o più esattamente 5, se si considera che l’Ordine di Como è una edizione dell’Italia di Milano); settimanali o plurisettimanali di cronaca locale 117, periodici illustrati 5; riviste e periodici di cultura 187; riviste religiose 925; periodici organi delle associazioni di Azione Cattolica 67: totale 1.239 pubblicazioni. Si aggiungono i bollettini parrocchiali e foglietti della stessa indole dei quali il Comitato non è riuscito a precisare il numero, ma che secondo un calcolo di probabilità potrebbero sommare da 4.500 fino a 5.000 unità. Dei quotidiani il più diffuso è l’Avvenire d’Italia fondato nel 1896 col titolo l’Avvenire e che nel 1933 aggiunse alla redazione principale di Bologna una particolare redazione a Roma per un’edizione romana. Secondo l’inchiesta del padre Claretta l’Avvenire d’Italia avrebbe complessivamente una tiratura che oscilla fra 50 e 60.000 copie. L’Italia di Milano, sorta il 25 giugno 1912 pubblica anche un’edizione particolare per la diocesi di Como sotto il titolo del vecchio quotidiano l’Ordine che vi era stato fondato nel 1879 da Mons. Pietro Carsana vescovo di quella città. La tiratura dell’Italia, sempre secondo la citata inchiesta, da un minimo di 30.000 copie raggiunge un massimo di 55.000. Il Nuovo Cittadino di Genova si pubblica dal 1929 con una tiratura di 12 fino a 15.000 copie. L’Eco di Bergamo fondato nel 1880 ha una diffusione locale. Qui bisogna avvertire però che le pubblicazioni periodiche che escono nella città del Vaticano hanno una diffusione in massima parte italiana e quindi nel calcolo complessivo della stampa cattolica italiana bisogna pure tener conto dell’autorevole organo vaticano, l’Osservatore Romano, del suo assai diffuso settimanale l’Osservatore della Domenica, e, fra le riviste, della quindicinale Illustrazione Vaticana (alla quale recentemente si è aggiunta la Rassegna Internazionale di Documentazione) e della rivista mensile di carattere apologetico Fides. Se guardiamo allo sviluppo della stampa cattolica italiana, troviamo che secondo le statistiche del padre Gaetano Zocchi nel suo opuscolo II Giornalismo (estratto dalla Civ. Cattolica), nell’anno 1884 esistevano 173 pubblicazioni cattoliche, delle quali 20 giornali quotidiani e che 20 anni dopo nel 1904 il censimento del giornalismo cattolico promosso dall’Opera dei Congressi Cattolici dava: 26 quotidiani cattolici; 150 settimanali o plurisettimanali; 74 periodici letterari e di cultura; 22 riviste; 232 periodici religiosi e bollettini: 24 giornali cattolici italiani all’estero; un totale insomma di 728 pubblicazioni periodiche. Una statistica ufficiale governativa dello stesso periodo registrava l’esistenza in Italia di 3.000 pubblicazioni periodiche. Nel 1918 i quotidiani cattolici erano 20, nel 1920 salivano a 26, nel 1922 erano 25, nel 1925 scendevano a 20 e nel 1926 a 14. Le ragioni di questo regresso sono molteplici, parte di carattere interno, cioè dovute a trasformazioni delle attività cattoliche, parte a cause finanziarie, e parte infine ai rivolgimenti politici. Considerando però la situazione dal punto di vista del buon costume e dei rapporti colla Chiesa, bisogna porre in attivo la cessazione, entro l’attuale clima politico, della stampa socialista e comunista, come pure di alcuni organi di ispirazione costantemente anticlericale e massonica e il miglioramento generale avvenuto per questi riguardi nella stampa italiana specie dopo i Patti lateranensi. «Il Ministero – riferiva recentemente il ministro della Cultura Popolare in una relazione alla Camera italiana – ha compiuto una vera e propria opera di bonifica eliminando oltre 400 riviste e settimanali per il loro carattere frivolo, dilettantesco o quasi esclusivamente pubblicitario». Ripetuti e calorosi appelli del Sommo Pontefice e dell’Episcopato italiano dimostrano però che ciò non esonera i cattolici dal dovere d’intensificare la loro opera in favore della propria stampa. La stampa cattolica, diceva nello stesso salone dell’Esposizione S.Em. il card. Pizzardo, ha tutta una «sua caratteristica speciale di lavoro; una sua tutta particolare utilità e necessità, pei cattolici, per le loro famiglie, per il popolo che va sempre più confortato nel suo credo, nel suo costume, nelle sue aspirazioni religiose». «L’Azione Cattolica Italiana, aggiunse nel convegno medesimo il suo presidente Cav. di Gr. Croce Vignoli, non può esitare nel riconoscere e adempiere un dovere che lo stesso Papa d’Azione Cattolica ha definito imprescindibile». «In ogni tempo la parte avuta dai cattolici nella evoluzione della vita nazionale è stata essenzialmente espressa e realizzata attraverso la loro stampa; questo è avvenuto quando le condizioni esterne, per il fuoco anticlericale incrociato dei massoni e dei socialisti investiva le nostre posizioni. Tanto più questo accadrà nell’Italia riconciliata a Dio, nella quale, sotto piena sottomissione all’Episcopato, noi siamo investiti del mandato di ricondurre a Dio tutti gli italiani, per opporre un fronte spirituale unito e temprato nella fiamma della stessa fede ai ritorni offensivi dell’errore che ora infuria al di là dei nostri confini dove si combatte la prova decisiva per la civiltà cristiana col fragore della guerra civile». «La prova, prima di esser vinta nei conflitti cruenti è combattuta negli urti ideali. Nella lotta delle idee si incrociano l’arma dell’errore e l’arma della verità. Una vittoria o una sconfitta su questo terreno, può scongiurare o affrettare la catastrofe; ma una presunzione è assurda e fatale: quella di vincere senza le armi del combattimento». La storia della stampa italiana è del resto ricchissima di esperienze che in parte odierni organismi giornalistici possono aver raggiunto e con l’evoluzione dei tempi anche superato; tuttavia esse rimangono come documento dei progressi ai quali l’intellettualità cattolica italiana può arrivare se favorita dalle circostanze di tempo e di luogo. Non è nostro compito di richiamare qui tali esperienze che vanno dal successo delle grandi personalità giornalistiche del primo periodo (Giacomo Margotti aveva all’Esposizione un proprio reparto) agli audaci tentativi organizzativi e di sviluppo tecnico e redazionale per conquistare l’opinione pubblica; ma alcune pubblicazioni recenti ci danno occasione di ricordare dei momenti particolarmente interessanti per lo sviluppo del giornalismo cattolico italiano. Filippo Meda, ad esempio, il giornalista cattolico più fecondo e più sostanzioso dell’ultimo cinquantennio, in un articolo di ricordi giubilari (Illustrazione Vaticana, nov. 1937) descrive come si preparò a Milano nel primo decennio del 1900 la fusione delle due correnti, fino allora in aperto contrasto, l’intransigente, rappresentata dall’Osservatore Cattolico e la conciliativa dalla Lega Lombarda. Il giovane Filippo Meda, redattore dell’Osservatore Cattolico, esprimeva la tendenza delle forze giovanili che volevano la cessazione della guerra fratricida e l’unione delle forze di tutti i cattolici. Ed è significativo come il vecchio e battagliero Don Albertario fosse aperto alle correnti nuove: «Egli sapeva le mie tendenze e non le ostacolò mai, anche se non si sentì sempre apertamente di aderirvi; egli mi lasciò sempre grande libertà di indirizzo ed io a mia volta mi facevo scrupolo di non abusarne e di non obbligarlo a troppo sensibili e troppo rapide modificazioni di rotta». Dopo la crisi del 1898 l’Albertario veniva con scarsa attività in redazione, «ma la sua presenza era pur sempre una garanzia in faccia ai cattolici milanesi ed italiani perché egli coi suoi rari articoli, ma più attraverso le conversazioni cogli amici che affluivano numerosi a fargli visita, dava una specie di ratifica all’indirizzo ormai apertamente rinnovato del giornale e che si concretava nella preparazione a base di democrazia cristiana, con l’osservanza fedele dell’ortodossia dottrinale e della disciplina: l’ultimo scritto suo comparso alla vigilia della sua morte, era appunto intitolato Vetera et Nova e fu come il suo testamento». L’Osservatore Cattolico, sotto la direzione di Meda, visse ancora altri cinque anni durante i quali egli dovette compiere sforzi non piccoli per sorreggerlo di fronte all’evoluzione tecnica del giornalismo. Il Meda accenna qui ai ripetuti appelli agli amici per avere dei concorsi, ma sempre con scarso risultato… Le mie esperienze, conclude in altra parte dell’articolo, mi avevano dato un insegnamento «al quale purtroppo non era facile che io corrispondessi, perché, sebbene poi più tardi mi sia trovato a maneggiare per alcuni anni le finanze e il tesoro del Regno, non ho mai goduto fiducia presso i ricchi, i quali davano volentieri magari le migliaia di lire a improvvisati creatori di imprese sacre o profane, perdendole regolarmente nei dissesti e nei fallimenti, ma a me e in me al giornale cattolico, trovavano già troppo rischio affidare le venti lire (anteguerra) dell’abbonamento, giustificandosi, se mai, col rilevare che il giornale cattolico è – o meglio era – bene al disotto dei giornali… non cattolici, per ricchezza e prontezza di informazioni, varietà di collaborazioni, ecc.». «Eppure esiste un rapporto diretto – e qui posso ben usare il presente se anche correttamente dovrei usare l’imperfetto – fra le condizioni economiche del giornale ed il suo rendimento tecnico e morale; onde il miglior modo di aver un giornale il quale sia fatto in maniera da corrispondere a tutte le esigenze ed a tutti i pregi che si desidera anzi si pretende di trovare in esso, è quello di aiutarlo pecuniariamente. Giornale ben fatto, ben informato, ben scritto, capace di servire efficacemente alle idee ed alle opere in nome delle quali sia sorto e si mantenga, non può darsi se non quando un tale assetto economico gli consenta di non essere asservito alle preoccupazioni finanziarie d’ogni fine di mese, e magari di settimana». «Questo rapporto io l’ho sentito in me stesso, e posso recare in proposito la mia testimonianza personale: intendo dire che la mia penna correva più o meno agile e leggera, la mia fertilità mentale era più o meno pronta nel suggerirmi il meglio, la mia volontà di lavoro era più o meno alacre e resistente, a seconda delle notizie che mi venivano dagli uffici di amministrazione, nel senso che alla depressione della cassa, alle difficoltà finanziarie, ai segni di rallentamento nell’interesse del pubblico, corrispondeva immancabilmente una stasi produttiva, un abbassamento della genialità inventiva, una tal quale aridità mentale». L’Unione nella quale si fondevano l’Osservatore e la Lega Lombarda, comparve il 14 dicembre 1907 e tutti ricordano che fu un esperimento assai riuscito del tipo di giornale ad un tempo di opinione e di informazione, di battaglia e di cultura, di difesa e di propaganda politico-sociale. Prima che a Milano, il rinnovamento giornalistico s’era fatto valere a Torino ove l’on. Angelo Mauri, già redattore capo dell’Osservatore Cattolico, aveva fondato nel 1903 il Momento e il settimanale Momento Illustrato e con criteri analoghi di modernità e di atteggiamento nazionale era sorto a Roma nel 1906 per opera del marchese Gaetano De Felice il Corriere d’Italia, il quale nei suoi migliori giorni raggiunse e superò 60.000 copie. Ed ora siamo al grande esperimento di concentrazione, al cosidetto trust giornalistico, cioè alla Società Editrice Romana; vasto organismo giornalistico del quale facevano parte il Corriere d’Italia a Roma, l’Unione di Milano trasformatasi il 23 giugno 1912 in Italia, l’Avvenire d’Italia a Bologna, il Momento a Torino, il Messaggero Toscano di Pisa e il Corriere di Sicilia a Palermo. Capo dell’amministrazione era il conte Giovanni Grosoli di Ferrara e direttore centrale a Roma Paolo Mattei-Gentili. Questa organizzazione poté stabilire corrispondenti permanenti a Vienna, a Parigi, a Berlino, a Londra e a Costantinopoli e creò a Zurigo, un apposito ufficio stenografico per ricevere e trasmettere in Italia i servizi telefonici esteri. Il concetto informatore dell’impresa era eccellente, e la concentrazione sembrava la logica espressione delle forze rinnovate dei cattolici italiani. L’esperimento, come è noto, fallì nonostante lo spirito di sacrificio dei dirigenti e fallì soprattutto per ragioni finanziarie: l’impresa giornalistica era troppo legata alle sorti di istituti di credito, che dopo il periodo turbinoso della guerra scomparvero o subirono vicende disastrose, in un clima viziato dalla guerra e dall’inflazione. Un fiero colpo venne portato ai giornali del trust anche con l’Avvertenza pubblicata negli Acta Apostolicae Sedis del dicembre 1912 nella quale si dichiarava che la S. Sede non riconosceva per conformi alle direttive pontificie i giornali del trust «checché ne sia delle intenzioni di alcune egregie persone che li dirigono e li aiutano». La Società Editoriale con ripetute circolari ai redattori s’affrettò a conformarsi alla avvertenza e raccomandare un’intonazione cattolica più intensa e più costante, e quando S. Santità Benedetto XV, due anni dopo fece fare delle dichiarazioni più favorevoli, forse l’Editrice avrebbe superata la crisi, se non fossero divenute acute, dopo la guerra, le complicazioni finanziarie. L’esperienza però, secondo il Gilberti, avrebbe anche dimostrato la necessità di tenere maggiormente in conto l’ambiente locale e curare di più i contatti con l’episcopato e con le autorità della regione. La parte storica della sala italiana dell’Esposizione meriterebbe da sé una descrizione minuta per ricordare i meriti e gli sforzi dei giornalisti passati, da Giacomo Margotti al Sacchetti, dall’Avv. Scala al Saccardo e al Calligaris e l’opera di maestri come il Meda, il Mauri, il Crispolti, Rocca d’Adria, come sarebbe utile ricordare le battaglie di certi organi regionali, quali il Cittadino di Brescia, diretto dall’on. Montini, il Trentino, il Popolo Veneto ecc., per i quali tutti dobbiamo rimandare allo studio che sta pubblicando il sullodato padre Claretta. Storicamente aveva particolare valore nella sala italiana un tabellone speciale dedicato alla stampa di guerra. Vi si vedevano il Prete al Campo, bollettino religioso quindicinale pubblicato dal 1915 a Roma; la Stella del Soldato quindicinale, Milano 1916; La Fiaccola mensile per i chierici militari, Padova 1917; il bollettino dell’opera di consacrazione dei soldati al S. Cuore di Gesù, Milano 1917; Voce Amica per i chierici soldati, Milano 1918. La Società della Gioventù Cattolica Italiana dal 1916 al 1918 pubblicò un settimanale per i soldati intitolato Mentre si combatte, che fu diffuso con una tiratura complessiva di oltre sette milioni di copie. Caratteristico II Postino di Siziano, dapprima poligrafato e poi stampato, edito da Guglielmo Castelli, sindaco di Siziano (Pavia). Queste pubblicazioni periodiche furono affiancate da una serie di foglietti volanti promossi specialmente dall’Opera di Assistenza civile al Soldato. Diremo più brevemente delle riviste. Col sorgere dell’Università Cattolica del S. Cuore la stampa cattolica italiana si arricchì di un gruppo notevole di riviste scientifiche e di cultura generale che recano un forte contributo agli studi ed alla volgarizzazione del pensiero cattolico. L’Università Cattolica aveva dedicato alle proprie pubblicazioni un riparto speciale dell’Esposizione. Altro gruppo scientificamente importante è quello degli organi degli Istituti superiori pontifici a Roma, che comparivano anche nella sala vaticana. Negli ultimi anni si nota un crescendo dell’attività letteraria dei cattolici italiani, della quale documento brillante è il Frontespizio diretto a Firenze da P. Bargellini, sotto gli auspici di Giovanni Papini. Nel 1929 nasceva l’Illustrazione Vaticana, impresa di carattere internazionale, con varie edizioni in lingue italiana e straniere. Un reparto speciale teneva all’Esposizione anche il noto periodico illustrato Pro Familia che ha superato 75.000 copie di tiratura. Fondato a Bergamo nel 1900 da Don Gino Daelli, si trasferì poi a Milano sotto l’oculata direzione amministrativa del Dr. Pinetti che vi ha sviluppato attorno una importante casa editrice. Negli organi di Azione Cattolica che escono parte in Roma, Largo Cavalleggeri, 33, e parte a Milano, Piazza S. Ambrogio, 5, si nota negli ultimi tempi la tendenza a sempre maggiore specializzazione. Riviste come Gioventù Nuova, Credere e Carroccio rappresentano un reale progresso tecnico e redazionale. Notevole anche lo sviluppo dello Studium, palestra scientifico letteraria dei giovani cattolici. Esce dal 1929 un annuario delle attività letterarie ed editoriali dei cattolici italiani che va sempre più perfezionandosi: si tratta del Ragguaglio, pubblicato dall’Istituto di Propaganda Libraria, Milano, Via Mercalli, 9. In Italia non esiste una associazione cattolica tutta dedicata alla stampa. Ai compiti che essa potrebbe assolvere provvede l’Azione Cattolica che celebra ogni anno la giornata pro buona stampa e tiene un proprio segretariato della buona stampa con un bollettino mensile Pro Stampa. Opere similari ma di carattere locale o provinciale esistono a Bergamo: Opera Diocesana Buona Stampa, Viale Roma, 20; Genova, palazzo arcivescovile, colla pubblicazione del mensile Luce e Ardore; a Savona, Via Garassino, 12, col mensile II Sollievo; a Milano colla Crociata Moderna, Via Catena, 4; a Torino, La Buona Stampa col Bollettino omonimo, Corso Oporto 11, e infine a Vicenza, con la Crociata per la Buona Stampa, Via S. Marco 1. Senonchè, quale frutto diretto dell’Esposizione mondiale e del discorso inaugurale pronunciato dal S. Padre (come risulta dallo stesso decreto di fondazione di S.Em. il card. Schuster), doveva sorgere l’Istituto Cattolico per la Stampa, che ha sede in Milano, via S. Tomaso, 4. Per il suo finanziamento un fondo iniziale di L. 500.000 venne offerto dall’industriale visconte dottor Leonardo Cerini di Castellanza, il quale si propone di aumentarlo nei prossimi anni. Presidente dell’Istituto è S.E. il conte dott. ing. Franco Ratti di Desio, direttore il dott. Pio Bondioli. Sugli scopi dell’Istituto cattolico per la stampa (ICS) si è espresso autorevolmente il conte Ratti stesso in un’applaudita conferenza tenuta all’esposizione. «Esso vuol essere – egli disse – un centro disinteressato e aggiornato di cordiali rapporti fra i diversi rami del giornalismo cattolico italiano ed estero. Per questo promuove e favorisce iniziative e manifestazioni varie ed anche incontri di personalità del movimento cattolico di tutto il mondo, di esponenti dell’Azione Cattolica e di giornalisti e scrittori. Naturalmente il programma dell’ICS nelle sue attuazioni pratiche è suscettibile di continui incrementi dettati dalle circostanze, dalle occasioni e dalle sue finalità. Due punti particolari hanno formato l’oggetto di un profondo esame dell’Istituto. Anzitutto che la stampa cattolica quotidiana italiana ha il suo punto debole principale nei servizi dall’estero. Le cause sono due: anzitutto le possibilità economiche molto limitate delle amministrazioni, le quali non riescono, malgrado i continui tentativi, a mantenere nei centri più importanti della vita internazionale un numero sufficiente di corrispondenti in contatto con la redazione; il numero poi ridotto ormai dei giornalisti cattolici disposti a soggiornare all’estero con stipendi ridotti e senza prospettiva di una posizione sicura. I problemi del giornalismo cattolico sono quelli del giornalismo in generale; con questo di più: che al giornalista nostro si richiede una speciale sensibilità che è frutto soltanto di una profonda coerenza di vita e di fede, una coltura religiosa specifica e ortodossa, e infine, una conoscenza particolare dei problemi di politica ecclesiastica internazionale, per cui il giornalista cattolico deve riprodurre il multiforme panorama della vita sociale in funzione della verità religiosa. Problemi dunque di mezzi da una parte e di uomini dall’altra: gravi entrambi e soverchianti le limitate disponibilità di ciascun quotidiano. Problemi vecchi di molti lustri per noi e affrontati già prima della guerra mondiale, dall’interessante esperimento del famoso trust del compianto conte Grosoli, il cui insuccesso non ha sminuito il merito di avere portato e tenuto la stampa cattolica italiana al livello dell’altra, infondendole vita, capacità e potenza. L’Istituto Cattolico per la Stampa, lasciando a ciascun giornale la più ampia libertà d’azione, si è messo a disposizione dei quotidiani per fornire loro regolari, sicuri ed informati servizi esteri. Mentre col trust grosoliano, tutti i giornali consorziati pubblicavano identici servizi, l’ICS offre a ciascun giornale un servizio particolare, con articoli firmati o contrassegnati da sigle. Questo è possibile fare grazie alla snellezza di organizzazione che fa capo al Segretariato dell’Istituto. In secondo luogo va ricordato che in una speciale condizione si trovano i giornali cattolici non quotidiani rappresentati da un numero non indifferente di periodici settimanali, quindicinali, tra i quali non mancano fogli che si pubblicano parecchie volte nel corso della settimana. La importanza di questa stampa è dovuta al fatto che rappresenta interessi e posizioni locali, e quindi è lo specchio della vita dei piccoli centri, e si diffonde largamente in tutti gli strati della popolazione, raggiungendo perfino i più umili, estranei al grande giornalismo. A questa localizzazione fa riscontro, salvo alcune eccezioni, una quasi assoluta assenza d’informazione estera, che si riduce a piccole sforbiciature di notizie dai quotidiani. Perciò la visione della vita del cattolicismo nel mondo è preclusa ai lettori dei settimanali o quindicinali o è ridotta a frammenti incapaci di riprodurre la continuità storica e vivente, di indicarne gli orientamenti, di segnalarne le espressioni e le ripercussioni da popolo a popolo, da continente a continente. L’Istituto Cattolico per la Stampa va incontro a codesti periodici, fornendo loro brevi articoli, adatti all’indole del giornale e alla mentalità del pubblico, delineanti paese per paese la situazione religiosa, politica e sociale del cattolicismo, o prospettanti i problemi più gravi di una data nazione, o rilevanti il significato di taluni avvenimenti di grande risonanza. Il lavoro di potenziamento della Stampa cattolica, come si sta volgendo al nostro Istituto, è completato dal servizio di comunicazioni che provengono dal Bureau International creato in seguito a una decisione dell’ultimo congresso di Roma, dalla «Commission Permanente des Directeurs de Journaux Catholiques». Dal segretariato generale di Breda nell’Olanda, le comunicazioni giungono all’Istituto in francese, tedesco e inglese e vengono in giornata tradotte e passate ai giornali, col servizio dei fuori sacco. Recentemente il Bureau International ha formato nelle varie nazioni dei centri di collegamento e di rappresentanza. L’Istituto Cattolico per la Stampa è appunto il suo centro italiano. L’opera dell’Istituto non si arresta tuttavia al giornalismo cattolico presente. Ho già accennato come il gruppo dei nostri giornalisti sia piuttosto esiguo: devo aggiungere che va sempre più assottigliandosi, perché i vuoti delle morti, o dei passaggi ad altre professioni, non sono compensati dall’afflusso di giovani elementi. Inoltre oggi le redazioni, per molte circostanze, non sono più le incubatrici di una volta. Un primo avviamento alla soluzione del grave problema darà appunto l’Istituto raccogliendo intorno ai propri collaboratori, che sono già giornalisti, professionisti o pubblicisti noti, un piccolo numero di giovani selezionati fra laureati che abbiano una spiccata propensione al giornalismo. L’iniziativa è ai suoi inizi e non è ancora possibile parlare di risultati. Perciò basterà averne appena accennato». Questo il programma che il valoroso Istituto va attuando e al quale bisogna augurare non manchino la comprensione e l’appoggio dei cattolici italiani. Per la formazione dei giornalisti i cattolici hanno tentato anche un corso nell’Università del S. Cuore. Lo Stato ha istituito per tale scopo la Facoltà fascista di scienze politiche presso l’Università di Perugia con un corso che dura 4 anni. L’attività giornalistica in Italia è regolata dal decreto legge 10 luglio 1923 che stabilisce i requisiti del gerente responsabile, la sua diffida e revoca e il procedimento per i reati di stampa; dal decreto legge 10 luglio 1924 sulla gerenza e vigilanza dei giornali; dai decreti 31 dicembre 1925 e 4 marzo 1926 e dal decreto 26 febbraio 1928 che stabilisce le norme per l’istituzione dell’albo professionale dei giornalisti. Per i dati essenziali oltre l’Annuario della Stampa Italiana vedere l’esauriente guida bibliografica pubblicata da Antonio Antoniazzi (La Stampa Cattolica Italiana, Milano, Istituto di Propaganda Libraria, Via Mercalli 9, 1937). Città del Vaticano La sala della Città del Vaticano consacrava due pareti alla gloriosa storia e all’odierno sviluppo dell’Osservatore Romano. Fondato nel 1861 dal marchese Augusto Baviera, divenuto portavoce ufficiale della Santa Sede nel 1878, l’Osservatore Romano può venir riguardato oggidì, per la sua collaborazione internazionale, per le sue quotidiane informazioni da ogni paese, per l’impulso illuminato del suo illustre Direttore, anche come l’organo centrale dell’Azione Cattolica mondiale. L’Osservatore Romano scrive il S. Padre in una lettera al conte Dalla Torre, «oltre la parte ufficiale, ha un proprio e caratteristico campo d’attività: attività che si esplica sia nel difendere e divulgare sempre più largamente la dottrina della Chiesa, le prerogative della S. Sede, l’autorità e il supremo magistero del Romano Pontefice, sia nel raccogliere ed illustrare ad informazione, ad insegnamento, ad esempio, le notizie riguardanti l’attività del pensiero e di azione dei cattolici di tutto il mondo, offrendole per valorizzarle la documentazione più esatta e completa». L’edizione settimanale Osservatore Romano della Domenica di tipo popolare e a grande tiratura, si aggiunse appena nel 1934. La rivista quindicinale illustrata Illustrazione Vaticana viene pubblicata dal 1930. Celebrata in tutto il mondo per le sue riproduzioni artistiche e per le sue rubriche, essa uscì dapprincipio in 8 edizioni, ma in seguito ai turbamenti dei rapporti economici e monetari internazionali dovette limitarsi a tre edizioni (italiana, tedesca e francese). È da augurarsi però che il mirabile tentativo, appena saranno ritornate condizioni normali, venga ripreso e condotto a fondo. Nel 1937 è venuta ad aggiungersi come supplemento la Rassegna internazionale di documentazione, pure quindicinale. Un’altra rivista mensile, edita nella Città del Vaticano, è Fides in origine «Bollettino dell’Opera Pontificia della Preservazione della Fede», sviluppatasi negli ultimi anni, per opera di Igino Giordani, in un’apprezzata rivista apologetica e di coltura religiosa. Gli Acta Apostolicae Sedis redatti da Mons. Giobbe, escono dal 1919 in 15-18 fascicoli all’anno. È un periodico scritto generalmente in latino benché vi compaiano spesso anche documenti in italiano, francese e in altre lingue, a seconda del testo dei documenti pontifici o curiali. Accade inoltre che un documento pubblicato nel testo originale in latino venga poi pubblicato a cura del periodico in «estratti» di almeno otto lingue e, se si tratta di cose orientali, anche in greco, armeno, siriaco, cinese e giapponese. L’Annuario Pontificio ebbe origine dalle «Notizie» (annuali) pubblicate dai Fratelli Cracas dopo il 1716. Nella sala erano esposte le varie trasformazioni da esso subite durante due secoli. I Collegi Pontifici di alta coltura di Roma, cioè l’Università Gregoriana coll’Istituto Biblico e coll’Istituto Orientale, il Collegio Urbano di Propaganda Fide, il Pontificio Ateneo del Seminario Romano, il Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, avevano profittato della stessa sala per illustrare maggiormente le loro attività editoriali, a cui abbiamo accennato altrove. Infine la Pontificia «Accademia dei Nuovi Lincei» esponeva i suoi Atti, editi dal 1870 in poi. Uscivano 7 volte all’anno, cioè quante erano le sedute che si tenevano da dicembre a giugno. Oltre gli Atti la stessa Accademia pubblicava dal 1887 le Memorie raccolte dapprima in un volume unico e, dopo il 1937, edite in fascicoletti come gli Atti. Com’è noto, colla riforma di S.S. Pio XI nel 1936, la vecchia Accademia venne trasformata in «Pontificia Academia Scientiarum». Essa pubblica gli Acta, in piccola mole, e le Commentationes, in grossa mole e in serie libera. II primo «Annuario», 1936-37, è un magnifico manuale bio-bibliografico di 809 pp. in 8°, oltre le appendici. Jugoslavia I cattolici in Jugoslavia sono 5.7 milioni su 14.5 milioni, e di fronte a 6.8 milioni di ortodossi e 1.5 milioni di maomettani; il resto va diviso fra altre sette religiose. Le tabelle statistiche preparate con grande diligenza dal comitato di Zagabria ed esposte nella sala jugoslava, ci indicano che le due regioni cattoliche sono la Croazia e la Slovenia, regioni che fino alla guerra europea appartenevano alla monarchia austro-ungarica. I paesi raggruppati politicamente dopo il crollo della monarchia absburgica hanno un grado di sviluppo intellettuale e organizzativo assai diverso. Ne risulta che il linguaggio delle statistiche è qui ancora più complicato del solito e che bisogna guardarsi da deduzioni generiche che non tengano conto di questo diverso sviluppo storico. Si aggiunga che per la Jugoslavia a seconda delle fonti, incontriamo oscillazioni statistiche più forti che altrove, né è facile conciliare le differenze fra l’Almanacco del Regno Jugoslavo, il manuale La Jugoslavie par les chiffres, pubblicato a Belgrado nel 1935 dall’«Ufficio centrale per la stampa» e infine i dati statistici fornitici dal comitato di Zagabria per l’Esposizione della Stampa. Ad esempio il manuale dell’Ufficio centrale dà per la stampa i seguenti numeri: quot. 58; sett. 357; periodici mensili 526; quadrimestrali 189; restanti 99. Una revisione invece fatta da un nostro zelante corrispondente all’Università di Zagabria, che deve ricevere per legge le copie d’obbligo, dà i seguenti risultati: quot. 42; sett. 331; periodici 721; infine il comitato di Zagabria ci fornisce i seguenti dati: quot. 43; sett. 325; periodici 728; totale 1.096 pubblicazioni. Ci atterremo a questi ultimi dati, che tengono conto delle ultime trasformazioni fino al 1936 e quindi anche della nascita del secondo quotidiano cattolico sloveno lo Slovensky Dom sorto appunto in quell’anno. Il più antico giornale della Jugoslavia è il Narodne Novine, nato a Zagabria nel 1835 e oggi organo ufficiale governativo. Lo segue per anzianità il settimanale cattolico Katholicki List pure di Zagabria (1849). Le trasformazioni politiche hanno causato molti mutamenti nella stampa cattolica quotidiana. Nell’anteguerra i cattolici contavano 4 quotidiani e nel 1933 era stato fondato a Sarajevo un altro quotidiano, il Narod; oggi il solo quotidiano di cui dispongono i cattolici croati è il Hrvatska Straza di Zagabria, mentre gli sloveni oltre l’ultimo recentemente fondato, possiedono l’antico Slovenec di Lubiana. Dei quotidiani dunque si può dire che tre sono cattolici, uno favorevole ai cattolici, sei anticattolici (tra i quali i tre grandi giornali di Belgrado e uno di Zagabria, il Novosti), 13 sono liberali, 5 indifferenti, 6 di carattere meramente tecnico, 1 di aperta tendenza marxista; 5 quot. appartengono alla minoranza ungherese (dei quali 1 socialista e un altro esplicitamente anticattolico) e 3 alla minoranza tedesca, dei quali 1 nazionalsocialista. La diffusione di questi quotidiani è relativamente piccola, tanto che si può calcolare che non superi in totale 410.000 copie; di queste 200.000 si possono considerare nettamente anticattoliche e circa 25 mila cattoliche. Migliore è la posizione dei cattolici riguardo ai settimanali. Tra quelli, dei quali è possibile precisare la tendenza, si può dire che 45 sono anticattolici, cioè massonici, comunisti o socialisti, 13 indifferenti, 6 favorevoli. Dei 30 settimanali nettamente religiosi 27 sono cattolici. In quanto alla lingua, 295 periodici sono croati, serbi e sloveni, 27 tedeschi e 11 ungheresi. Dei 721 periodici mensili, o meno che mensili, cattolici si considerano 94. Circa una metà dei periodici cattolici sono organi di pietà tra i quali il più diffuso è il Messaggero del S. Cuore di Gesù che supera 50 mila copie. Si possono considerare come «riviste» 55 periodici, e precisamente scientifici 19, dei quali 4 cattolici, artistici letterari 14, dei quali 3 cattolici e 2 socialisti, riviste di interesse generale 12, delle quali 5 cattoliche; riviste religiose 17, delle quali 11 cattoliche e 5 ortodosse. Alle lingue delle minoranze spettano 18 periodici mensili dei quali 3 cattolici (1 ungherese su 8 e 2 tedeschi su 10). Tutti questi periodici o quasi tutti si pubblicano: a Zagabria che pubblica 10 quotidiani, 49 settimanali e 214 periodici; Belgrado 8 quotidiani, 74 settimanali e 183 periodici; Lubiana 4 quot., 26 sett., 106 periodici; Novi Sad 5 quot. (3 delle minoranze), 14 sett., 25 periodici. Noteremo ancora che l’unica agenzia di stampa in Jugoslavia è la ufficiale Avala; che, pur non esistendo una facoltà di giornalismo, se ne danno dei corsi alla scuola superiore di commercio e di economia in Zagabria, e infine che la costituzione garantisce bensì la libertà di stampa, ma in periodi politici recenti i giornali, onde evitare i sequestri, usavano chiedere volontariamente la censura preventiva; il che in qualche periodo è valso specialmente per la stampa cattolica. Ed ora alcune osservazioni sulla stampa cattolica in particolare. Il quotidiano più diffuso, come fu detto, è lo Slovenec di Lubiana che tira ora 17.000 copie e nei giorni festivi e domenicali 28.000. Venne fondato nel 1872 e fu nell’anteguerra l’organo del movimento cattolico sociale, sotto l’alta vigilanza del vescovo Jeglic e l’ispirazione dottrinale del sac. Krek. Fu poi portavoce del partito cristiano sociale austriaco translato nella situazione nazionale slovena. Oggi questo gruppo, presieduto da Mons. Korosec, si è fuso colla maggioranza governativa. Lo Slovenec è pubblicato da una società editrice sul tipo dei Pressvereine austriaci. La stessa società pubblica anche il settimanale Domoljub (patriota), organo agricolo corporativo con 30 mila copie. Il giornale cattolico croato, la citata Hrvatska Straza (vedetta croata) di Zagabria raggiunge appena 3 mila copie e nell’anteguerra era stato fondato a Fiume nel 1911 col titolo Rijecke Novine. La Vedetta è stampata dalla società editoriale Narodna Prosyjeta che è un consorzio a garanzia limitata con 837 azionisti. La stessa tipografia pubblica il settimanale dallo stesso titolo che tira 12.500 copie e che nel 1918 era stato fondato come «Gazzetta dei contadini». Dei settimanali croati merita rilievo anche il Katolicki Tjednik edito a Sarajevo dalla Akademija Regina Apostolorum. Delle riviste la Bogoslovna Smotra di Zagabria è una rivista teologica che tira 900 copie, la Croatia Sacra pure di Zagabria è una rivista scientifico-storica fondata nel 1930 e ad essa come all’antecedente collaborano soprattutto professori della facoltà teologica di Zagabria; Fontes et Studia è una rivista del 1932, pubblicata dai gesuiti ma con soli 200 esemplari; 2.000 copie tira invece la rivista Zivot (la vita), un mensile di cultura generale assai riputato, pubblicato dalla casa dei gesuiti in Zagabria, e diretto dal P. Carlo Grimm S.J. La Duhovni Zivot (la vita spirituale) è una rivista bimestrale ascetico-mistica pubblicata dai domenicani di Zagabria, tiratura 2.000 copie, di 74 pp. il numero; fondata anch’essa nel 1929, come la precedente. La Nova Revija (rivista nuova) è pubblicata invece dai francescani di Makarska nella diocesi di Spalato ed esce a grossi fascicoli di 80-88 pp. ogni due mesi. La rivista mensile Čas (il tempo) si pubblica fin dal 1905 a Lubiana dalla società scientifico-letteraria Leonina, una figliazione, a suo tempo, della Leogesellschaft di Vienna. Tra i periodici direttamente religiosi che sono complessivamente 126, 94 sono cattolici e solo 13 ortodossi, mussulmani 3, protestanti 3, altre sette 6. La stampa religiosa esercita grande influsso sul popolo croato e sloveno. Organi come il Messaggero del S. Cuor di Gesù, fondato dai Gesuiti, il Messaggero di S. Giuseppe pubblicato dalla «Confraternita delle suore di Carità di S. Vincenzo de’ Paoli» di Zagabria e il Messaggero di S. Antonio pubblicato dai francescani di Sarajevo, penetrano in quasi tutte le famiglie cattoliche. Nel 1908 era nata in Croazia, sull’esempio dell’Austria, la società Piana («Pijevo drustvo») la quale fino al 1914 pubblicava il settimanale Jutro (il mattino) e la rivista letteraria Hrvatska Prosvjeta (la coltura croata). Nel dopoguerra organizza ogni anno nella festa dei Ss. Pietro e Paolo la giornata della buona stampa: queste collette hanno dato finora complessivamente un milione di dinari. Presidente della Società è oggidì il letterato Velimir Dezelic. Il centro principale però della pubblicistica cattolica è la Hrvatsko Knijzevno Sv. Jeronima (Soc. letteraria croata di S. Gerolamo) con sede in Zagabria, Trg. Kralja Tomislava 21; la quale venne fondata dal cardinale Haulik già nel 1868 e si divide in due sezioni, l’una per la pubblicazione dei libri popolari, l’altra per la stampa periodica. I soci sono ora 80 mila, e diventano tali pagando un contributo sociale di 10 o 300 o 600 dinari una volta tanto. La Società di S. Gerolamo, oltre le collezioni di libri che hanno raggiunto finora 6 milioni di esemplari, pubblica il settimanale Obitelj (la famiglia), un mensile sulla Madonna di Lourdes, un mensile per i bambini Mala Mladost e un mensile di coltura popolare Jeronimsko Svijetlo. Redattore capo delle pubblicazioni è il Dr. Josip Andric, attivissimo segretario del Comitato per l’esposizione. Da rilevare ancora per la lingua croata la citata Akademija Regina Apostolorum con sede a Sarajevo, fondata nel 1931 dall’arcivescovo Mons. Saric. È una società con 5 membri fondatori che pagarono 3.000 dinari una volta tanto, 30 membri sostenitori che pagarono 1.000 dinari e 150 soci normali che pagano 100 dinari l’anno. Il centro editoriale sloveno è la Katolicko Tiskovno Drustvo di Lubiana, divisa in due sezioni, l’una per la tipografia, l’altra per la libreria. I soci sono 452 e i fondatori 126; il contributo annuale è di soli 2 dinari. La tipografia pubblica oltre il quotidiano e il settimanale, come abbiamo detto precedentemente, 4 mensili. La società venne fondata nel 1887 e da anni risiede ormai in un imponente edificio. Un’altra società tipografica importante è quella di S. Cirillo a Maribor. Qui essa possiede una tipografia e 3 librerie ed una libreria a Ptuj; pubblica: Slovenski Gospodar (l’Economo Sloveno), Nedelja (La Domenica), Nas Dom (La Nostra Patria), Delavska fronta (Il Fronte degli Operai), e Vzajemnost (La Solidarietà). Registreremo infine l’esistenza d’una «Società letteraria Croata», con sede in Zagabria e con una apposita sezione per i giornalisti (Trg. Kralja Tomislava 21). Concludendo si può dire che sebbene la stampa cattolica rappresenti il 13% di tutta la stampa jugoslava, mentre i cattolici costituiscono il 39% della popolazione, tuttavia se si fa astrazione dai grandi giornali politici e di informazione, il rapporto numerico fra stampa e popolazione è più alto presso i cattolici che presso le altre confessioni, e negli ultimi anni, nonostante le vicende politiche, le pubblicazioni periodiche cattoliche sono in continuo aumento. Lussemburgo Il Granducato di Lussemburgo non ha che una superficie di km . 2.586 con 303.462 abitanti compresi circa 55.000 stranieri. La maggioranza della popolazione, cioè oltre il 90% è di religione cattolica. Il partito della Destra cattolica, organizzato sul tipo della Destra belga, costituisce accanto al meno forte partito liberale, la maggioranza governativa. Vi sono inoltre il partito indipendente degli agricoltori (cattolico) e i partiti socialista e comunista, quest’ultimo senza rappresentanza parlamentare. In questo minuscolo Stato la stampa cattolica è all’avanguardia, specialmente in forza pel Luxemburger Wort, il diffuso quotidiano edito dalla società di S. Paolo e diretto da Mons. Origer. Un diagramma riprodotto fra le nostre tavole dimostra lo sviluppo del giornale col suo costante progresso interrotto da qualche ristagno o da qualche regressione per cause bene individuate. Ma quello che non appare dal diagramma è l’origine del suo successo. Nel Lussemburgo cioè, a differenza degli altri stati, i cattolici non stettero in disparte a fare il broncio alla legge sulla stampa, ma ancora nel 1848, appena tre giorni dopo la proclamazione della libertà di stampa, il Luxemburger Wort fece la sua comparsa e conquistò le sue trincee di avanguardia. La Luxemburger Zeitung, attualmente organo del partito liberale, venne fondata appena nel 1868 e l’Escher Tageblatt, organo quotidiano del partito socialista, sopravvenne naturalmente ancora più tardi. I cattolici seppero mantenere il vantaggio iniziale, e così si può oggi affermare che la tiratura globale di tutti gli altri giornali assieme non raggiunge la tiratura di 50.000 copie che può vantare il Luxemburger Wort. Si calcola infatti che il socialista Escher Tageblatt arrivi al massimo a 12 mila copie, la liberale Luxemburger Zeitung ha 7-8 mila copie, la moderata Obermoselzeitung 3-4 mila e il quotidiano francese di tendenza radicale, il Luxembourg 2.500. Quasi tutte le copie vengono inviate per posta agli abbonati, perché gli strilioni sono quasi sconosciuti e la scarsa vendita spicciola è limitata alle edicole ferroviarie ed alle librerie. Nel campo cattolico il quotidiano principale è affiancato da un altro quotidiano più popolare il Luxemburger Volksblatt e dai trisettimanali Fortschritt di Diekirch, Clerfer Echo di Clerf e Ettelbrücker Zeitung di Diekirch e dai bisettimanali Echternacher Anzeiger e Ardenner Zeitung, Wiltz. In quanto alle riviste, va rilevato che la più antica Ons Hemecht (patria nostra), di carattere storico, è diretta da un cattolico praticante, come è cattolico il direttore della Jonghemecht (La giovane Patria), rivista di letteratura, teatro ed arte. Uomini liberali pubblicano invece i bimestrali Cahiers du Luxembourg. Dei periodici professionali il Journal des Professeurs è strettamente neutrale; il Schulfreund è l’organo scolastico, antagonista della Lehrerzeitung liberale, e la rivista studentesca Academia è l’organo degli studenti cattolici, mentre La Voix des Jeunes si fa portavoce degli universitari liberali. Ma parlando di periodici in genere, la superiorità dei cattolici è ancora più prevalente. I vari rami dell’Azione Cattolico-sociale sono rappresentati nel Socialer Fortschritt, nel Luxemburger Volk, nello Jungbauer (giovane contadino), nello Jungluxemburg (associazioni giovanili), nella Luxemburger Frau (donne cattoliche), nello Scout (esploratori) e nel periodico Die Rettung (temperanza). Ultimo venuto è Jongfront, organo di un gruppo di giovani cattolici dissidenti ed estremisti di destra. Degli organi religiosi merita particolare rilievo per la sua fattura e per la sua diffusione il Marienbote (messaggero di Maria), pubblicato dalla maestra N. Schröder e diretto dal padre benedettino Dr. G. E. Mossong. Va segnalato un particolare della legge sulla stampa del Lussemburgo del 30 luglio 1869. Quando l’autore di un articolo è noto o ha la sua residenza nel Granducato, l’editore e il tipografo non vengono processati. Nel caso che l’autore sia ignoto oppure non abbia la sua residenza nel Granducato, il tipografo o l’editore viene considerato come autore o complice e come tale processato. Sulla stampa del Lussemburgo vedere l’opuscoletto di Emilio Etienne e Batty Weber: La Stampa del Lussemburgo. Lussemburgo, Tipografia S. Paolo, 1928. Malta Nel programma dell’Esposizione, all’isola di Malta era stato riservato un reparto speciale e il canonico Alberto Pantarellesco di La Valletta, aveva preparato e organizzato con grande zelo e talento la partecipazione della stampa cattolica maltese, aggiungendovi uno studio storico critico che meriterebbe certo l’onore delle stampe. Ma lo sviluppo ulteriore dell’Esposizione costrinse il comitato a disperdere le varie pubblicazioni di Malta nelle sale dell’Azione Cattolica. Le caratteristiche, storiche e demografiche dell’isola ci autorizzano tuttavia a dedicare alla sua stampa alcuni cenni sintetici, ciò che faremo valendoci sopratutto dei dati raccolti dal canonico Pantarellesco. L’isola di Malta secondo il censimento del 1931 non ha che 258.400 abitanti, compresi i marinai e i soldati residenti nell’isola nel giorno del censimento. Se si escludono questi ultimi, gli abitanti secondo la loro nazionalità si dividono in: maltesi 232.159; altri sudditi inglesi 5.514; stranieri 948. Sempre secondo il censimento ufficiale delle persone dai 5 anni in su parlano solo l’inglese 26.978, solo l’italiano 4.694, l’inglese e l’italiano 27.722, altre lingue 204 e solo il maltese 147.870. Secondo la confessione religiosa i maltesi sono tutti cattolici, degli altri sudditi inglesi circa l’80% sono protestanti e il resto cattolici; degli stranieri 80% sono cattolici. I quotidiani. di Malta sono 9, uno dei quali di Azione Cattolica, gli altri tutti favorevoli alla religione cattolica. Il giornale di Azione Cattolica tira 4.000 copie, gli altri da 2 a 7.000 ciascuno. Dei quotidiani 3 si pubblicano in inglese, 3 in maltese, 1 in italiano, 1 in inglese e italiano, 1 in inglese e maltese. I settimanali sono 4, uno dei quali di Azione Cattolica con circa 7.000 copie. Gli altri 3, favorevoli anch’essi alla religione cattolica, tirano da 2 a 5.000 esemplari. Due si pubblicano in maltese, 2 in inglese. Si possono inoltre considerare come giornali una pubblicazione quindicinale in maltese e un’altra mensile in italiano. Si devono invece considerare come riviste (ogni specie di periodici) 32 pubblicazioni delle quali 18 cattoliche e 14 non ostili alla religione cattolica. Delle riviste 19 escono in maltese, 4 in italiano, 2 in inglese, 2 accolgono articoli in tutte le tre lingue, 2 altre in inglese e in italiano, 1 in inglese italiano e francese, 1 in italiano e maltese, e una in inglese, italiano, latino, francese. Esiste in Malta una «Associazione della Stampa maltese» con circa 70 soci, fondata nel 1919 e presieduta dall’avv. Enrico Mizzi, con sede al Circolo «La Giovine Malta», strada S. Lucia, Valletta. La Federazione della gioventù cattolica maschile, 50 strada Vescovo, Valletta, ha una sezione Buona Stampa che, come vedremo, cura la pubblicazione del quotidiano cattolico. Durante i primi decenni del secolo XIX i protestanti attraverso particolari pubblicazioni tentarono con grande insistenza di diffondere l’eresia, ma la rigorosa vigilanza dei vescovi di Malta e di Gozo e la resistenza della popolazione resero vani questi tentativi. Oggidì la situazione è migliorata e Mons. Pantarellesco la può caratterizzare colle seguenti parole: «Nessun giornale è avverso alla fede cattolica, e sebbene nel passato ci siano stati giornali anticlericali e antireligiosi, oggi tutti i giornali ospitano sulle loro colonne articoli di intonazione cattolica. Anche moralmente tutti i giornali sono sani: è un beneficio per il paese la mancanza assoluta di qualunque traccia di immoralità nella stampa maltese. Le riviste immorali vengono dall’estero e trovano qui pochi lettori. Sebbene i giornali si dividano in due partiti e si ingaggino spesso in vivaci polemiche, è raro il caso che si fomenti anche indirettamente l’odio di classe. Pochi anni fa tali giornali non mancarono, ma oggi non ne rimane che l’infausto ricordo». Vediamo ora qualche cenno dei singoli giornali. Il Malta Governement Gazette non pubblica che gli editti ufficiali ed informazioni governative. Venne fondata da Vittorio Barzoni di Lonato (Brescia) nel 1812 sotto il titolo Giornale di Malta e nel 1813 divenne organo ufficiale dell’amministrazione inglese. Italiano alle origini, dal 1816 in poi uscì in italiano e in inglese e dopo il 1933 si pubblica in inglese e maltese e qualche rara volta anche in italiano. Il Malta è l’organo quotidiano del partito nazionalista che si propone tra altro la difesa della lingua italiana a Malta. Diretto dal Dr. Enrico Mizzi e fondato da suo padre circa 53 anni fa, ha una storia di battaglie politiche. Tira circa 3.000 copie. Il Malta Cronicle si pubblica in inglese e apparteneva fino a poco fa al gruppo di lord Strickland e propugna tuttora una politica di ammirazione e di difesa dell’impero britannico. Esce di regola in 32 pp. con molti avvisi. Venne fondato nel 1887 da un gruppo di ufficiali inglesi. Times of Malta si stampa presso la Progress Press, proprietà di lord Strickland. La stessa tipografia pubblica anche un quotidiano illustrato in maltese il Berka (il Lampo) che si rivolge specialmente agli operai e contadini con una tiratura di circa 5.000 copie. Il Times of Malta iniziò le sue pubblicazioni appena nel 1935, uscendo prima settimanalmente. Midday Views è un quotidiano nazionalista in inglese di mediocre diffusione fra la classe colta. La stessa redazione pubblica in maltese il Poplu (il popolo) che ha una certa diffusione in città e in campagna. Il più antico giornale di Malta è il Lloyd Maltese che esce dal 1841 ed è organo della camera di commercio. Vi sono inoltre 4 settimanali, rispettivamente quindicinali che condividono le varie tendenze dei quotidiani. Delle 14 riviste che non si possono considerare in senso stretto come cattoliche, nessuna è anticattolica o diffonde principi contro la morale, alcune sono riviste scolastiche, organi dei collegi di Malta, altre dei circoli universitari. L’Archivum Melitense è il bollettino ufficiale della Società storica scientifica maltese. La Science è un mensile illustrato che si pubblica dal laboratorio scientifico Barthet (Floriana) in inglese, italiano, francese. Lo stesso direttore pubblica in maltese Xienza ghal cullhadd (Scienza per tutti). I giornali cattolici dell’isola sono 3, tutti in maltese, un quindicinale intitolato Militia Christi fondato nel 1928 dai domenicani, e organo per alcun tempo della Catholic Social Guild, il Lehen is Seuua (voce della verità), settimanale di 12 pp. che si stampa nella tipografia di S. Giuseppe in Hamrun, edito dalla Federazione della gioventù cattolica maschile, che nel 1928 sostituì l’Amico dei giovani avanguardia dell’Azione Cattolica a Malta e diretto allora da Don Alberto Pantarellesco. Il settimanale si fece largo durante la polemica contro le idee erastiane di lord Strickland. Quando il settimanale nel 1935 sotto la direzione dell’avv. Ganado, raggiunse le 7.500 copie, la Federazione decise di trasformarlo in quotidiano, ciò che avvenne il 14 gennaio 1936. Il quotidiano esce giornalmente in 8 pp. ed è strettamente di Azione Cattolica. Gli altri 16 periodici cattolici sono rivistine di carattere religioso uscite per lo più nel dopo guerra. Un gruppo di 6 è diretto da Salvator Agius, Valletta, strada Cristoforo 31; altre sono compilate dagli Ordini religiosi e dalle Congregazioni; sono quasi tutte scritte in maltese. La più diffusa è probabilmente Malta Missiunaria diretta dal canonico Bonnici. Il domenicano padre Gerardo Paris fondò nel 1935 la rivista trimestrale scientifica Scientia che accoglie articoli in latino, italiano, inglese e francese. I collaboratori sono quasi tutti professori di università e di collegi. Sospesa il 2 novembre 1933 la costituzione di Malta, che era entrata in vigore nel 1921, il governatore di Malta emanava una ordinanza per limitare la libertà di stampa. L’articolo 8 di tale decreto, commina la prigionia fino a 3 mesi e la multa contro chiunque pubblichi o distribuisca stampati tali da eccitare la slealtà contro la Corona; la stessa pena viene inflitta a chi a mezzo della stampa insulti o metta in ridicolo il Sommo Pontefice o contro chi direttamente o indirettamente offenda la pubblica moralità. Sarà considerato contrario alla pubblica moralità qualunque stampato che divulgasse mezzi o spiegasse il modo di prevenire la fecondità o arrestare la gravidanza, come pure qualsiasi stampato che giustificasse o scusasse il suicidio. Nello stesso tempo venne introdotto il deposito obbligatorio di una cauzione di 200 sterline per qualsiasi editore di periodici e i reati di stampa furono tolti ai giurati e deferiti ai giudici. Sulla storia della stampa maltese si può vedere: Oreste F. Tencajoli, Giornali e riviste in Malta, in Rassegna Italiana, fasc. 97, giugno 1926. Olanda 35 giornali quotidiani per 3 milioni di cattolici, vantava una scritta posta con legittimo orgoglio presso l’entrata della sala olandese. Meglio ancora, seguendo forse diverso criterio nella valutazione delle edizioni, il segretario del comitato olandese calcola che i quotidiani cattolici siano 37 con 469.656 copie complessive di fronte a 35 quotidiani di informazione e di carattere neutrale con 962.990 copie, a 8 giornali socialisti con 166.464 copie, a 6 giornali liberali con 125.191 e a 10 protestanti con 80.150. Sono dunque in tutto 96 giornali con 1.841.451 copie. Aggiungete per i cattolici 64 fogli che si pubblicano una o più volte la settimana e, in cifra tonda, 300 periodici e potrete concludere che ben a ragione Sua Ecc. Mons. Giovanni Smit nella sua conferenza tenuta all’esposizione sulla stampa olandese poteva affermare: «Noi, olandesi, abbiamo capito di buon ora la potenza della stampa e oggi possiamo vantare una situazione con la quale nessun altro paese può essere paragonato. La meta: “in ogni famiglia cattolica un giornale cattolico” è praticamente raggiunta». Ma per giungere a tale meta ci vollero 100 anni di costanza e di spirito di sacrificio. È noto infatti che la Chiesa cattolica in Olanda dovette vivere per tre secoli in uno stato di compressione e inferiorità assoluta. I cattolici erano esclusi da qualsiasi attività pubblica e quando nel 1818 Giorgio Le Sage ten Broek, un convertito, fondò il primo periodico mensile cattolico L’amico della Religione, il suo gesto venne considerato un atto di audacia straordinaria che egli pagò con molte noie e perfino con la prigione. Poi in un periodo primo i cattolici collaborarono coi liberali per ottenere la revisione della costituzione, revisione che portò finalmente la libertà della scuola e il diritto di associazione e di riunione. Allora i cattolici poterono organizzarsi e provvedere anche alla stampa politica e di informazione. Trascurando altri organi di minore importanza, ricordiamo che il 2 luglio 1846 venne fondato in Amsterdam il Tiyd (Tempo) che dal marzo 1848 esce come giornale quotidiano. Questo giornale, diretto allora dal sacerdote Yodcus Smits, divenne l’organo direttivo del pensiero cattolico; ebbe durante il Concilio vaticano come corrispondente da Roma il Dr. Schaepman che nel 1871 ne divenne poi anche redattore stabile. La influenza del giornale crebbe quando nel 1892 il Tiyd si aggiunse una edizione popolare che è l’odierno De Nieuwe Dag; solo molto tardi però, cioè nel 1929, il Tiyd cominciò ad uscire in due edizioni mattina e sera, quando già il Maasbode gli aveva portato via parecchi abbonati. Dal 1931 il Tiyd è stato assunto dalla Spaarnerstad. Ma il giornale più diffuso e più forte dei cattolici è ora divenuto il Maasbode (Messaggero della Mosa). Esso comparve a Rotterdam nel 1878 come piccolo foglio settimanale e divenne quotidiano solo nel 1885; ma nel 1909 usciva già in due grandi edizioni, una del mattino e una della sera. Enrico Kuypers, divenuto direttore amministrativo nel 1903, seppe trasformarlo in un forte organismo commerciale e lanciarlo alla conquista del pubblico. Esso possiede ora un grande edificio al «Groote Markt» di Rotterdam e succursali a l’Aja e ad Amsterdam; altre succursali di minore importanza, ma sempre con personale proprio, sorsero negli ultimi tempi nei principali capiluoghi di provincia e 250 agenzie sono addette alla distribuzione delle due edizioni quotidiane le quali vengono portate direttamente a domicilio, poiché è noto che in Olanda i lettori di un giornale sono quasi sempre suoi abbonati e la vendita spicciola è ridottissima. L’impianto tecnico del Maasbode possiede 23 macchine linotypes, due rotative di 48 pp. e un’altra di 32; 45.000 copie del Maasbode in 16 pp. possono venir stampate e piegate in un’ora col lavoro di una sola macchina. La stessa tipografia pubblica altri 4 quotidiani di carattere popolare e di minor prezzo, cioè il Het Nieuwe Dagblad per Rotterdam, il Nieuwe Dordtsche Courant per Dordrecht, un giornale dello stesso titolo per Schiedam e il Nieuwe Zuid-Hollander per Gouda. A capo della redazione è il sacerdote Dr. I. Witiox. Godono fama particolare le rubriche dedicate dal Maasbode al commercio, alla navigazione, alle finanze e all’economia. L’edizione domenicale dedica una pagina alle signore e nell’edizione del sabato i bambini trovano il loro giornalino. Molto ben curata è anche la pagina artistica e letteraria. Lo sforzo dell’editore e della redazione tende a fare del proprio quotidiano un organo completo nel quale il cattolico trovi tutto quello che è necessario: dalla politica allo spunto apologetico, dall’arte ai consigli di famiglia, dalla moda agli sports, dalla letteratura all’economia politica, dal commento internazionale alla cronaca locale. Gli abbonati del Maasbode si sono così convinti che la loro fedeltà li esonera dal ricorrere a qualsiasi altro giornale. Il Maasbode dovette affrontare anche delle crisi; ma tutti ricordano la crociata del novembre 1929 quando con una organizzazione che venne poi imitata da altri paesi, si ottennero in poche settimane 15.000 nuovi abbonati. Né è a dire che tutte le difficoltà siano superate. La stessa sala però riservata a questo giornale all’Esposizione e la film di propaganda dal Maasbode composta e girata in quest’occasione contenevano tanti sintomi di genialità organizzatrice che è da ritenere che ogni ostacolo troverà in Enrico Kuypers e nei suoi collaboratori dei dominatori trionfali. Corrispondente da Roma del Maasbode è il sig. Ahaus il quale cooperò per la parte olandese alla buona riuscita dell’Esposizione. Un terzo giornale che ha carattere nazionale è il Volkskrant, pubblicato a Bois-le-Duc, organo della Federazione delle società operaie cattoliche, (Volks-en Werkliedenbond): supera ormai le 100.000 copie. Gli altri quotidiani sono per lo più giornali locali sviluppatisi lentamente da fogli settimanali. Alcuni hanno però una importanza che supera la regione; così il Limburger Koerier, quotidiano, dal 1892 oltrepassa certo i 50.000 abbonati. 35.000 copie si calcola che tiri anche il Gelderlander a Nimega. Il Leidsche Courant ha 250 anni di vita (quotidiano dal 1869), ma non si può classificare fra i cattolici che dall’anno 1909, quando fu acquistato dalla società cattolica editoriale di Leida. Per i periodici le illustrazioni che riproducono i pannelli della sala olandese oltre che simboleggiare il contenuto delle varie categorie, ci offrono anche i dati statistici necessari. La nostra attenzione viene anzitutto attratta da una sezione peculiare dell’Olanda, quella dei periodici apologetici. È noto che negli ultimi cinque-sei anni l’opera di conversione dei protestanti, che per questo periodo segnala già al suo attivo 12.000 convertiti, oltre che della propaganda con conferenze, si vale di alcuni periodici oramai specializzati. Het Schild, la rivista mensile pubblicata dalla società apologetica di S. Pietro Canisio, supera ora i 10.000 abbonati e viene letta da molti ecclesiastici non cattolici. Questi ricorrono spesso alla rubrica – domanda e risposta – diretta dal benedettino F. Otten. Parecchie conversioni si attribuiscono direttamente all’abile propaganda di questa rivista dedicata agli intellettuali. De Bazuin (La tromba) è invece un settimanale di apologetica popolare pubblicato dal 1911 con una tiratura di 20.000 copie, delle quali 9.000 sono pagate dagli abbonati e le altre distribuite a non cattolici. Il periodico è organo di una società omonima che promuove delle sottoscrizioni e delle collette per questo scopo. (Amsterdam, 12 Spuistraat). Un altro periodico Op Korte Golf (Su onde corte) è un quindicinale recente pubblicato per la diocesi di Bois-le-Duc, la quale accanto ai 700.000 cattolici contiene 120.000 protestanti. Questo quindicinale viene distribuito in 9.000 copie fra i protestanti e spiega la religione cattolica evitando qualsiasi polemica. È sostenuto finanziariamente dal Goed Volk Bureau di cui diremo appresso. Goed Volk (Buon Popolo) è un mensile nato nel 1930 e che raggiunge ora una diffusione di 125.000 copie, le quali vengono distribuite tutte gratuitamente. Esso si rivolge ai cattolici che non leggono la propria stampa e vivono nei quartieri popolari in mezzo ai socialisti e comunisti. Il giornale combatte appunto in forma popolare le suggestioni della propaganda sovversiva e l’ateismo. È finanziato dalla S. Pietro Canisio e da un comitato cooperativo delle organizzazioni di classe della diocesi, da vendite di libri, da collette, ecc. La propaganda è in mano del Goed Volk Bureau a Bois-le-Duc. Come si vede questa diocesi sotto la guida di S.E. Mons. A. F. Diepen si distingue per l’opera della stampa come ausiliare della cura d’anime. Oltre i due periodici su accennati Goed Volk e Op Korte Golf si pubblica a Bois-le-Duc anche Sint Jansklokken (Le campane di S. Giovanni) nome della cattedrale, che è l’organo ufficiale della diocesi e il settimanale religioso per il popolo. Alle sue sedici pagine si aggiunge ogni settimana un supplemento di otto pagine, diverso per ognuno dei 24 decanati, il quale contiene le notizie ecclesiastiche, l’elenco delle S. Messe con intenzioni, e quanto riguarda le parrocchie del rispettivo decanato. Seguono articoletti, racconti, ecc. L’abbonamento annuo è di tre fiorini, gli abbonati sono circa 40.000 e il ricavato finanziario serve per le chiese povere. Di questo settimanale e di altre pubblicazioni apologetiche in Bois-le-Duc è l’anima il rettore I.C.M. Broekman. Dei periodici culturali è notevolissimo il numero di quelli che si dedicano alla scuola. È noto che i cattolici olandesi hanno conquistato la scuola confessionale, la quale viene finanziata dallo Stato e che essi dirigono e vigilano da un importante centro scolastico organizzativo (Central Bureau voor Onderwijs, ‘s Gravenhage, Bezuidentrout 275, direttore Sac. Th. Verhouven). I periodici pedagogici si specializzano per i genitori, per gli insegnanti e per gli scolari. Le riviste di cultura che abbiamo segnalato nel nostro elenco risalgono quasi tutte ai due centri culturali dei cattolici olandesi, l’Universitas Carolina di Nimega e l’Università Cattolica commerciale di Tilburg. Tra le riviste di famiglia da segnalare la Katholieke Illustratie che è un settimanale edito dalla Spaarnestad in 130.000 esemplari. Chiunque conosce l’organizzazione cattolico-sociale olandese non si sarà meravigliato di trovare nella sala di questa nazione ben 125 periodici di carattere sociale, organi dei 31 sindacati, delle società assicurative e delle istituzioni di provvidenza di ogni specie. Un’organizzazione caratteristica tutta propria dell’Olanda è quella delle associazioni del ceto medio il cui centro federativo è a Utrecht. Sono 5 federazioni diocesane raggruppanti circi 25.000 soci (N.R.K. Middenstandbond). Ogni ramo, ogni professione ha il suo organo settimanale o mensile; il grafico della nostra vignetta indica il meraviglioso sviluppo dei periodici sociali negli ultimi 40 anni. Abbiamo cercato con un’indicazione fra parentesi di precisare nell’elenco la funzione degli organi più importanti. In fine non abbiamo bisogno di sottolineare l’importanza della stampa missionaria olandese nella quale ha lasciato grande impronta il cardinale Van Rossum già prefetto di Propaganda Fide. L’Olanda ha la gloria di fornire ben l’11% del totale dei missionari inviati nei territori soggetti a Propaganda; e la molteplice stampa periodica missionaria è l’espressione di questo slancio meraviglioso. Esiste ad Utrecht una associazione cattolica olandese dei giornalisti (Ned. R. K. Journalistenvereeniging) presieduta da J.B. Vesters, Utrecht: organo il mensile De Katholicke Pers. Ha carattere professionale, culturale e di assistenza. I giornali e gli editori sono invece riuniti nella «Stampa Cattolica Olandese», Bois-Le-Duc: presidente deputato Dr. F. Teulings. Entrambe queste associazioni cooperarono ad organizzare la partecipazione olandese sotto la presidenza del Comm. E. Kuijpers e del segretario Mons. Bekkers dell’Unione Missionaria del Clero. S.E. Mons. Smits, che tenne alla Mostra una conferenza sulla storia della stampa olandese, dopo aver ricordato i pionieri che si prodigarono nel lavoro giornalistico giorno e notte per una meschina retribuzione, non ha mancato di mettere in rilievo il valore e lo spirito di sacrificio anche dell’attuale generazione giornalistica che pur lavora in condizioni economiche migliori, e a buon diritto ne ha segnalata l’opera alla riconoscenza della sua patria. «Amo concludere, egli disse, esprimendo la speranza che noi cattolici olandesi vorremmo considerare sempre i nostri giornalisti, esemplari per tutto il mondo cattolico, come uomini che non potremo mai onorare abbastanza». Polonia Sui 33.400.000 abitanti dalla Polonia 24.000.000 sono di nazionalità polacca, 4.500.000 sono ruteni (ucraini), 3.000.000 israeliti, 1.000.000 russi bianchi, 700.000 tedeschi. I cattolici di rito latino rappresentano il 64% della popolazione, i cattolici di rito greco e slavo, 11%, e 10,5% sono i scismatici. Poiché la Polonia moderna è di costituzione recente e la sua reintegrazione è avvenuta come è noto colla riunione dei tre tronconi nei quali rimase divisa dopo le famigerate spartizioni del secolo decimo ottavo, crediamo inutile risalire la storia della stampa che dovette naturalmente svilupparsi in modo assai diverso secondo il carattere delle dominazioni straniere. Se si prendono di mira i territori che oggidì costituiscono la Polonia restaurata basterà accennare che essi contavano nel 1800 10 periodici, che ne avevano 400 nel 1915 e che nel dopoguerra con uno sviluppo rapidissimo sono arrivati alla cifra di 1.855. Sarà buono inoltre, per spiegare la situazione attuale della stampa, di rilevare che l’ambiente nel quale si sviluppa la sua storia fu e rimane fondamentalmente cattolico. La netta demarcazione che si può fare in altri paesi fra la stampa cattolica e non cattolica non è qui applicabile. Tutta la stampa nazionalista in Polonia aspira ad essere considerata come rappresentante ufficiale dell’opinione cattolica. Ma anche la stampa conservativa si sforza di essere d’accordo con la Chiesa cattolica e la stampa agraria democratica moderata ne accetta in principio le vedute. Infine è evidentemente cattolica la stampa cristiano-sociale. Si può anzi affermare che in via di massima, tolte alcune eccezioni, la stampa polacca è favorevole al cattolicismo. Ciò spiega perché i cattolici polacchi non possiedano come propri dei grandi quotidiani. Si aggiunga che la stampa, data la conformazione dello Stato polacco, ha un carattere regionale che esclude gli organi mastodontici e centralizzati. Il giornale più diffuso nella capitale è il Corriere di Varsavia (Kuryer Warszawski) con due edizioni giornaliere, indipendente dai partiti politici, difensore tradizionale degl’interessi cattolici (50.000 copie). La stampa nazionalista è rappresentata da dieci quotidiani, quella cristiano-sociale da quattro e altrettanti la stampa agraria democratica: i conservatori dispongono di 3 quotidiani, dei quali il più rinomato è il Czas (il Tempo) fondato a Cracovia nel 1848. Organo semi ufficiale dell’attuale governo è la Gazeta Polska e molto vicino al regime è anche il più radicale Corriere del mattino di Varsavia (Kuryer Poranny). L’organo principale dei socialisti è il Robotnik (L’operaio di Varsavia). Il Kuryer Poranny, la Gazeta Polska e la Polska Zbrojna (Varsavia), giornali che tirano da 10 a 15.000 copie ciascuno, socialmente radicali, politicamente governativi, pur non essendo sistematicamente ostili alla Chiesa, le riservano talvolta qualche frecciata. Tre altri organi di Varsavia, dello stesso colore, lasciano molto a desiderare anche dal punto di vista del buon costume. Importante in Polonia è anche la stampa ebraica che consta di 80 periodici di cui alcuni quotidiani. I comunisti non possiedono alcun quotidiano. Le minoranze hanno una stampa di uno sviluppo notevole, specialmente gli ucraini e i tedeschi. Della stampa ucraina o rutena si parlerà anche a parte, perché essa fu esposta nella sala dei Riti orientali. Delle pubblicazioni ostili alla Chiesa cattolica ricorderemo alcuni settimanali di Varsavia, compresa la Settimana operaia (Tydzien Robotnika), (30.000 copie), alcuni organi delle sette, come La Polonia rinnovata, portavoce della «Chiesa nazionale» e il foglio evangelico di Varsavia (Zwiastun Ewangilicki). Riepilogando i dati statistici ad illustrazione della tabella esposta nella sala polacca della Mostra diremo che al 1 gennaio 1934 il numero globale dei giornali e dei periodici era di 1.855 (i periodici polacchi dell’emigrazione erano 122), e precisamente, in quanto alla nazionalità: 1.567 polacchi, 95 tedeschi, 80 israeliti e 67 ucraini. Di questo numero i quotidiani sono 156 i settimanali 353 i periodici 1.346 su questa cifra la stampa non cattolica è di 1.576 e precisamente: giornali 83 (i giornali cattolici o filo cattolici sono 73) settimanali 313 (i settimanali cattolici sono 40) altri periodici 1.180 (i periodici cattolici 172). È estremamente difficile calcolare la tiratura dei giornali polacchi, ma basandosi sul consumo della carta, si può ritenere che la tiratura quotidiana complessiva dovrebbe essere di circa 1.500.000 esemplari. Della stampa cattolica in particolare ripetiamo i seguenti dati statistici secondo le informazioni spediteci dal comitato polacco per l’esposizione e la tabella esposta alla Mostra. La stampa quotidiana cattolica in senso stretto consta di 3 giornali, ma la stampa quotidiana filocattolica ne conta circa 70; con una tiratura complessiva per entrambe le categorie di 800.000 esemplari. I settimanali diocesani sono 18 (tiratura 500.000), le pubblicazioni religiose e ascetiche (settimanali, bimensili, mensili) sono 40 con una tiratura di 2 milioni di copie; i periodici che s’occupano di coltura generale, di problemi sociali di Azione Cattolica, di filosofia, pedagogia ecc. sono 23 (30.000 esemplari). La stampa cattolica polacca di emigrazione conta circa 30 periodici. Dei giornali in particolare merita speciale rilievo il Maly Dziennik (il Piccolo) pubblicato a Niepo-Kalanov dai frati minori conventuali, il quale nonostante la sua recente nascita conta 130.000 esemplari, riuscendo così il più diffuso giornale cattolico polacco (la sua diffusione è dovuta al suo prezzo minimo, perché costa benché sia di 8-12 pp., 5 gr. Gli altri quotidiani costano 10-20 gr.). Bisogna notare però che il giornale è scritto e composto gratuitamente dagli stessi religiosi. II più diffuso dei settimanali è il Przewodnik Katolicki pubblicato a Poznam dalla maggiore tipografia della Polonia, la tipografia di S. Adalberto; possiede infatti una tiratura di 200.000 esemplari; tra i periodici il più diffuso è quello pubblicato dai frati minori conventuali Rycerz Niepokalaney (Il guerriero dell’Immacolata) (mensile); tocca ora i 700.000 abbonati, ma per parecchi anni venne diffuso gratuitamente in parecchie diecine di migliaia di copie. Un pannello speciale nella sala polacca metteva in particolare rilievo la società editoriale di S. Adalberto di Poznam, diretta da Mons. Bross; pubblica oltre il già citato, parecchi periodici fra cui Tecza (arcobaleno), rivista mensile artisticamente illustrata. 8 periodici pubblica a Varsavia anche il centro editoriale dei Gesuiti «Wydawnictwa Ksiezy Yezuitow». Autorevole la Rivista generale (Przeglad Powszechny), mensile dei Gesuiti. Parliamo a parte della K.A.P.; l’agenzia telegrafica ufficiale si chiama invece, come è noto, P.A.T. Per la formazione dei giornalisti provvede la Scuola superiore di giornalismo di Varsavia. La Commissione stampa dell’episcopato polacco L’Episcopato polacco decise nel 1929 la costituzione della Commissione Stampa, collo scopo anzitutto di creare l’Agenzia Cattolica della Stampa (K.A.P.), fondata infatti nell’anno seguente. La sua attività si estese poi ad altri campi, come risulta dallo schema grafico, esposto alla Mostra e che qui ricostruiamo. Le riunioni plenarie della commissione sono convocate e presiedute dal card. Kakowski. Il lavoro è diretto da un Comitato esecutivo, presieduto da Mons. Adamski, vescovo di Katowice. Esaminiamo ora le singole attività della Commissione. I. L’Agenzia Cattolica della Stampa K.A.P. ha sede in Varsavia, fu nei due primi anni diretta da Mons. Gawlina, ora vescovo castrense e dal 1929 possiede in Mons. Sigismondo Kaczjnski un direttore attivissimo ed illuminato. Essa pubblica bollettini quotidiani di 4-6 pp. per la stampa del paese, ed inoltre comunicati periodici in quattro lingue straniere per la stampa estera. La K.A.P. tiene i suoi corrispondenti nei principali paesi, a Roma (Città del Vaticano), a Berlino, Parigi, ecc., e collabora con altre agenzie nazionali e straniere, scambiando reciprocamente le informazioni. Al bollettino quotidiano della K.A.P. sono abbonati in Polonia: a) i ministeri ed altre autorità per 6 copie, b) quotidiani cattolici e non-cattolici, come pure altra stampa periodica (settimanali diocesani)… 200 copie; c) inoltre ricevono il bollettino quotidiano i membri dell’Episcopato polacco e le istituzioni cattoliche più importanti. L’abbonamento importa 25-75 zloty al mese, a seconda che si tratta di quotidiani o settimanali. Del bollettino periodico della K.A.P., destinato per l’estero, e scritto nelle lingue: italiana, francese, inglese e tedesca, profittano 58 periodici, fra i quali: 56 in Europa, 5 negli Stati Uniti dell’America Sett., 3 nelle Indie, 1 nel Giappone, 1 nell’Africa Mer., 1 nell’America Mer., 1 nella Nuova Zelanda. Si tratta naturalmente di paesi, ove esiste una notevole immigrazione polacca, per cui i giornali amano informare sulle novità della terra madre. I materiali per la parte informativa d’A. C. vengono forniti da corrispondenti, nominati nelle singole diocesi dai Vescovi Ordinari. Per i corrispondenti è stata emanata un’istruzione speciale e vengono organizzate conferenze, onde perfezionare il loro lavoro. Inoltre, il direttore della K.A.P. rimane con loro in stabile contatto. L’Agenzia K.A.P. evita d’occuparsi di affari politici e di partiti – tranne nei casi, dove si tratti di interessi della Chiesa. – L’importanza dell’Agenzia K.A.P. nel paese è assai grande. I bollettini della stessa vengono richiesti non soltanto dalla stampa periodica cattolica, ma anche da quella liberale e socialista. La K.A.P., non potendo ancora sostenere tutte le spese della sua amministrazione coi suoi abbonamenti, gode una stabile sovvenzione da parte di tutti i Vescovi Ordinari, ma spera di poter presto rendersi finanziariamente autonoma. La sezione veramente attiva è quella per la fornitura di fotografie e clichés (Photo-kap) che l’agenzia ottiene a mezzo di propri corrispondenti fotografici o di altre case fotografiche e agenzie. II. Il consolidamento ed il perfezionamento della stampa cattolica. Il lavoro della Commissione della Stampa nel campo della stampa e delle pubblicazioni riguarda: a) gli scrittori cattolici; b) gli editori cattolici; c) la stampa cattolica. Cogli scrittori cattolici i quali possiedono una loro propria organizzazione, cioè l’«Unione degli scrittori cattolici», vengono tenute riunioni per conferire sui compiti degli scrittori cattolici. Cogli editori cattolici si conferisce all’occasione delle riunioni dei rappresentanti delle redazioni, alle quali partecipano pure gli editori. La Commissione della Stampa si occupa in primo luogo della stampa (strettamente) cattolica, ma s’interessa anche della stampa d’ispirazione cattolica e simpatizzante, la quale aiuta il cattolicismo – considerando questo momento della sua attività quale una cura d’anime nel campo della stampa. La Commissione della Stampa cominciò il suo lavoro dai settimanali diocesani, il numero dei quali ammonta a 18 in 20 diocesi di rito latino, con un numero di abbonati di circa 500.000. La Commissione riunisce i redattori e gli editori dei settimanali diocesani a speciali conferenze, consacrate alla discussione: a) sul modo della propaganda e dello sviluppo dei settimanali diocesani; b) sul loro perfezionamento tecnico. Inoltre si è studiata, conformemente alle direttive dell’Episcopato, l’unificazione del volume e del formato dei settimanali diocesani, e nello stesso tempo si sta preparando l’acquisto in comune della carta e di altri materiali tipografici. L’Agenzia Cattolica della Stampa facilita in modo speciale il lavoro dei settimanali diocesani, mettendo a loro disposizione articoli informazioni e fotografie. I settimanali diocesani d’altro canto si sono pure impegnati, sulla base di una speciale convenzione, di partecipare alle campagne di stampa, intraprese dalla K.A.P., di modo che le redazioni dei settimanali diocesani sono obbligate a pubblicare nel prossimo numero i comunicati della K.A.P., provvisti d’un segno speciale (una stella); si raggiunge cosi l’unità d’intenti e di sforzi. Non trascurò però nemmeno le riviste cattoliche. La Commissione promosse parecchie conferenze dei redattori della stampa periodica religiosa allo scopo di migliorare la tecnica redazionale ed eliminare questioni che potrebbero provocare critiche o rimproveri. Si cerca anche una cooperazione da parte delle riviste catt. di coltura generale e scientifico-letterarie, per le quali la Commissione prepara di tratto in tratto una serie di temi sui quali l’Episcopato desidera si concentri l’attenzione, temi accennati dalla stampa quotidiana e settimanale, ma che contemporaneamente conviene far approfondire da uomini di studio. In una riunione del 1936, p.e., «erano all’ordine del giorno le seguenti relazioni: a) Resoconto sui risultati dei periodici scientifici, in base alle direttive del Comitato Esecutivo della Commissione Stampa dell’Episcopato dell’anno 1935; b) Che cosa si può fare per rendere accessibili i risultati della stampa cattolica scientifica ai circoli degli intellettuali laici e delle larghe masse; c) Temi attuali per la stampa cattolica scientifica; d) Lo stato attuale dei lavori per la formazione e l’approfondimento di una opinione unitaria cattolica in Polonia. Inoltre la riunione si occupò pure della questione della divisione del lavoro fra i periodici scientifici e dell’organizzazione di un certo sistema a questo riguardo. Abbiamo detto altrove delle particolari condizioni della stampa quotidiana filocattolica. L’intensità del pensiero cattolico in questa stampa è assai differente, cominciando da periodici completamente devoti alla causa della Chiesa, come p. e., il Maly Dziennik ed il Glos Mazowiecki, fino a quelli che, pur volendo essere chiamati cattolici, pubblicano qualche volta articoli estranei all’ideologia cattolica. Bisogna considerare il lavoro in questo campo come una specie di cura d’anime nella stampa, collo scopo di attrarre questa stampa alla causa cattolica spiegandole l’ideologia cattolica e convincendola della sua ragionevolezza. Coi rappresentanti di questa stampa (circa 70 giornali) fu tenuta una riunione nella quale il presidente del Comitato Esecutivo tenne una conferenza sul tema: «Che cosa può e deve fare per la Chiesa Cattolica la redazione di un periodico politico, basato sull’ideologia cattolica?». Nella seguente vivace discussione fu espresso il desiderio, che tali riunioni fossero organizzate più spesso, dando in questo modo la possibilità ai redattori di conoscere le direttive ed i bisogni della Chiesa Cattolica. Venne constatato che le redazioni fanno qualche volta errori in questo campo, non conoscendo le cose, oppure per l’impreparazione religiosa dei loro collaboratori. Fu anche espresso il desiderio di organizzare non soltanto conferenze, ma anche esercizi spirituali per i collaboratori della stampa. III. La Polskie Radjo (Radio Polacca) mantenne fin dal principio un atteggiamento favorevole al cattolicismo. La collaborazione fu iniziata in Posnania, dove venivano trasmesse, cominciando dall’anno 1927, cerimonie e prediche dalla Cattedrale. Dopo la creazione della centrale della Radio Polacca a Varsavia e l’aggregazione della stazione radiofonica di Posnania alla stessa, l’accordo di Posnania colle autorità dello Stato venne esteso a tutta la Polonia. Di questo modo venne regolata la trasmissione in tutta la Polonia di cerimonie, prediche ed audizioni religiose per mezzo della Radio Polacca. Queste audizioni rimangono sotto la sorveglianza del Vescovo-Ordinario di Varsavia il quale nomina la Commissione delle Audizioni Radiofoniche Religiose, coll’incarico di preparare e controllare le audizioni religiose. Inoltre possono le singole stazioni radiofoniche locali trasmettere audizioni religiose nei loro distretti sulla base di accordi speciali. Tra le audizioni religiose generali, trasmesse da tutte le stazioni radiofoniche in Polonia, si trovano le audizioni per gli ammalati, tenute ogni settimana durante 20 minuti dalla stazione di Leopoli e fatte dal Segretario nazionale dell’Apostolato degli ammalati. La Radio Polacca si è obbligata nel suddetto accordo di evitare in tutte le sue trasmissioni ciò che potrebbe essere contrario alla volontà o morale cattolica; e mantiene in generale tale impegno. IV. Il direttore dell’Agenzia Cattolica della Stampa è membro della Commissione dello Stato per la censura delle pellicole. La Commissione episcopale tende: a) ad una protezione sistematica delle buone pellicole per mezzo di una rispettiva propaganda; b) a informare i cinematografi sulle pellicole che meritano essere raccomandate. Le recenti direttive pontificie hanno trovato nella Commissione un organo preparato ad applicarle. Portogallo La popolazione del Portogallo all’epoca dell’ultimo censimento (1930) era di 6.795.404 abitanti con 1.663.776 famiglie. Solo 2.197.895 sapevano leggere e scrivere. Quasi la metà delle popolazione si dedica ai lavori agricoli; due sole sono le grandi città, Lisbona che tocca 600.000 ab. e Porto con 232.000. Soltanto in queste escono grandi giornali mentre le città di provincia Braga, Evora, Coimbra, Setubal e Beja hanno dei quotidiani di scarsa tiratura e di carattere completamente locale. I più importanti di loro sono il Diario do Minho e il Correio do Minho di Braga, entrambi di ispirazione cattolica, ma il primo cattolico senza colore politico, il secondo invece difensore del vigente regime. Di due altri piccoli quotidiani che escono a Evora, l’uno è neutro e filocattolico, l’altro nutre tendenze anticlericali. Neutri e simpatizzanti per il cattolicismo si possono definire anche gli altri quotidiani provinciali di Setubal, Beja e Coimbra. Lisbona ha 7 quotidiani dei quali due d’ispirazione cattolica: Novidades, cattolico in senso stretto e A Voz cattolico filomonarchico; tutti gli altri sono o neutri o simpatizzanti, tranne il giornale della sera A Republica. Il Diario da Manhâ è l’organo della presente dittatura, pieno di cordialità verso i cattolici; anche i due grandi giornali di informazione Século e Diário de Noticías sono ralliés all’attuale situazione politica e non mancano di dare rilievo agli avvenimenti religiosi più importanti. Il più antico dei quotidiani attuali, fondato nel 1853, è il Jornal do Comercio, il quale pure non è ostile al cattolicismo. A Porto dopo il 1919 non esiste più un quotidiano nettamente cattolico, ma il vecchio Comercio do Oporto giornale degli affari, si onora della collaborazione di parecchi cattolici. Il quotidiano di carattere popolare Jornal de Noticías simpatizza per i cattolici, il Primiero de Janeiro pende verso sinistra, ma apertamente ostile al cattolicismo non è che il poco diffuso giornale della sera la Montanha. Se si calcola che il Século e Diário arrivano a 100.000 copie e che gli altri giornali di Lisbona hanno una tiratura che va dalle 10 alle 20 mila copie e una tiratura di poco maggiore quelli di Porto, si può concludere che i quotidiani di Lisbona e di Porto arrivano assieme a circa 200.000 copie, di fronte alle quali i due giornali cattolici di Lisbona e i 2 cattolici di Braga contano assieme 25.000 esemplari. Aggiungendo a questi i due delle Azzorre e di Madera che non superano assieme 5.000 copie, arriviamo ad una tiratura cattolica di 30.000 esemplari, comprendendo in questi anche il Correio do Minho e A Voz, due quotidiani che per il criterio dell’apoliticismo non comparivano nella sala portoghese. Ben diversa è la situazione dei settimanali e periodici in genere. In generale i settimanali portoghesi di carattere locale sono a 4 pp. di piccolo formato con una tiratura che supera raramente le mille copie. Questi giornali sono in via di massima favorevoli al cattolicismo, alcuni anzi sono diretti da preti. Gli ostili sono pochissimi, come ad esempio quello di Covilhã, grande centro operaio, al quale i cattolici hanno opposto il loro settimanale Noticias da Covilhã, che si stampa a Guarda. I cattolici però non si sono contentati di questi giornali neutri o simpatizzanti, ma ne hanno fondato degli altri che li superano per formato e per tiratura. Così A Ordem di Porto, A Guarda di Guarda, A Defesa di Evora ed altri che si leggono nel nostro elenco. Un tipo particolare di minor formato ma di grande diffusione è rappresentato da L’Amigo da Verdade che conta 14.500 copie, L’Amigo do Povo di Coimbra che arriva a 26.000 copie, la Voz da Verdade di Lisbona che supera 24.000 copie. All’Esposizione poi aveva l’onore di un quadro speciale La Voz da Fatima periodico mensile di grande formato che tira 330.000 copie e che è oggidì l’organo dei Crociati di Fatima, associazione di un mezzo milione di membri i quali pagano un piccolo contributo per le opere cattoliche. Negli ultimi anni coll’affermarsi dell’Azione Cattolica nascono anche nel Portogallo organi specializzati per la gioventù maschile e femminile e per le varie professioni. Notevole O Papagaio, un settimanale per i ragazzi che si pubblica a Lisbona in 6.000 esemplari e che fa anche due conversazioni settimanali alla radio per i suoi abbonati; O Trabalhador si pubblica a Lisbona per gli operai ogni quindicina in 5.000 copie. Delle riviste dobbiamo rilevare la Renascenca, quindicinale illustrato per famiglie con 6.500 copie, Broteria rivista mensile di cultura generale, 1.850 copie; e la rivista mensile di studi sodali Estudos pubblicata dagli studenti cattolici di Coimbra. Cattolico è anche l’editore delle pubblicazioni d’insegnamento a domicilio: Dominus tecum, S’il vous plait, ecc. Complessivamente dunque si ripete la situazione di molti altri paesi: la stampa cattolica quotidiana è in arretrato in confronto della grande stampa d’informazione sorta, come il Diàrio de Noticias, nel 1865 ad imitazione del tipo di giornale creato in Francia da Emile de Girardin con la Presse; invece per quanto riguarda la stampa popolare e di propaganda, i cattolici superano di gran lunga i loro avversari. Ma nel caso del Portogallo il loro sforzo è ancora più notevole perché su un centinaio di pubblicazioni periodiche che si contano oggidì, solo 8 datano da un periodo anteriore alla monarchia del 1910, tutte le altre rappresentano il progresso di questi ultimi anni. Essi sanno però – e l’abbiamo sentito dalle labbra autorevoli dello stesso presidente del comitato portoghese S.E. Mons. Ernesto Sena de Oliveira – che il loro compito futuro sarà quello di provvedere in maggior grado alla stampa quotidiana. Ma su questo terreno appunto i portoghesi hanno delle esperienze preziose che serviranno loro di guida, ma che gioverà ricordare anche qui per ammaestramento di tutti. Il primo giornale quotidiano cattolico si pubblicò a Lisbona nel 1847 e si chiamava la Nação che era però nello stesso tempo organo del partito legittimista del re decaduto. Gli altri quotidiani di Lisbona e di Porto si proclamavano tutti cattolici, perché il cattolicismo era la religione costituzionale del nuovo regime, ma, come vedremo, erano pronti a fare le loro brave campagne anticlericali. Ad esempio nel 1858 due quotidiani massonico-liberali inscenarono una vergognosa campagna contro le suore di San Vincenzo venute dalla Francia a rincalzo dell’omonima congregazione portoghese per dirigere degli orfanotrofi. La campagna in loro difesa venne combattuta dall’organo legittimista Nação e trovò però degli alleati anche alla sinistra, ove la Revolução, organo personale del grande giornalista liberale Sampaio, in nome della libertà stigmatizzò l’intolleranza anti-clericale. Una seconda volta nel 1891 una simile campagna scoppiò contro le suore ospitaliere fondandosi su una calunnia, secondo la quale una di loro, suor Colletta, avrebbe avvelenato una bambina per nascondere un attentato commesso contro il pudore. La suora fu arrestata ed infine assolta; ma durante parecchi mesi i grandi giornali e sovratutto il Século abusarono di questo incidente per aizzare il popolo contro gli ordini religiosi. In tale situazione i cattolici non avevano a disposizione che le scarse colonne della vecchia Nação poco diffusa, ed ebbero soccorso soltanto dal giornale della sera Novidades il quale, benché d’origini liberali, cominciava già a difendere i cattolici. L’esperienza fece comprendere ai cattolici la necessità di provvedere alla stampa quotidiana e così sei mesi dopo l’assoluzione di Suor Coletta nasceva sotto gli auspici dell’episcopato a Lisbona Il Correio Nacional, primo quotidiano cattolico della capitale. Dieci anni dopo, nel 1901, abbiamo a deplorare un’altra campagna svoltasi specialmente a Porto. Colà una signorina, figlia del console brasiliano Calmon, aveva abbandonato la casa paterna per entrare in un convento. Bastò questo incidente, perché i circoli massonici proponessero una petizione al governo affinché si applicassero le antiche leggi di Pombal contro gli ordini religiosi. L’onore della loro difesa spettò questa volta alla Palavra, quotidiano cattolico di Porto, fondato già nel 1872 e il cui direttore Manuel Frutuoso da Fonseca, da tipografo era divenuto uno dei giornalisti e polemisti più temuti. La sua bravura e la sua audacia e l’intrepidezza con cui in questa occasione difese gli interessi religiosi, gli guadagnarono l’affetto e l’appoggio del grande industriale Francisco Cortes il quale si associò al Fonseca per far della Palavra il giornale più diffuso del settentrione. Nelle lotte del 1901 in seguito all’affare Calmon sorse anche all’università di Coimbra il così detto centro accademico di democrazia cristiana (C.A.D.C.) un gruppo di studenti fra gli universitari che diede poi tanti militanti al cattolicismo portoghese: vi appartennero fra altri l’attuale cardinale Cereyra e il presidente del Consiglio Salazar. Sono noti gli avvenimenti che precedettero la caduta della monarchia nel 1910. Re Carlo aveva voluto riformare la situazione affidandosi alla dittatura di Yoão Franco, dittatura che crollò il 1 febbraio 1908, quando re e principe reale caddero vittime di un assassinio politico. Inorriditi dall’orribile regicidio e temendo l’aggressività dei repubblicani, i cattolici si gettarono nella mischia «fondendo nel loro sforzo la difesa del trono e dell’altare». A Lisbona menava vigorosamente la campagna il sacerdote De Matos, direttore del quotidiano Portugal che nel 1906 era venuto a sostituire il Correio Nacional. Nel Nord la Palavra, divenuto un grande giornale per opera di Francisco Cortes, che aveva sostenuto anche la dittatura di Franco, lottava vigorosamente per la monarchia. Ma pochi mesi avanti la caduta di questa un gruppo di cattolici di Porto, intravvedendo i rischi dell’atteggiamento de La Palavra aveva fondato il quotidiano Correio do Norte col programma di separare nettamente la difesa degli interessi religiosi da quella delle istituzioni monarchiche. La monarchia cadde il 5 ottobre 1910 e lo stesso giorno scompariva Il Portugal di Lisbona. La Palavra invece dopo tre giorni soli di sospensione ricomparve dichiarando di non voler più preoccuparsi che degli interessi ecclesiastici, senza tuttavia rinunziare al suo diritto di critica. Ma dopo alcuni mesi di vita turbata da continue minaccie, una sera del febbraio 1911 una folla aizzata dagli anticlericali diede l’assalto all’edificio del giornale. Francisco Cortes aveva provveduto a tempo a blindare le porte e sbarrare di grosse difese le finestre, cosicché il personale del giornale vi rimase barricato tutta la notte rispondendo a colpi di rivoltella agli attacchi della folla. Alla fine a sei ore del mattino la truppa fece evacuare l’edificio e trasportare tutto il personale al palazzo del governo, ma nello stesso giorno tutti vennero messi in libertà, essendosi loro dovuti riconoscere i diritti della legittima difesa. Ma la Palavra però veniva soppressa per ordine del governo e Francisco Cortes, cercato invano per essere arrestato, emigrò in Brasile ove morì tre anni fa, dopo aver ricostruita con la sua indomabile energia la sua fortuna industriale. Il Correio do Norte che aveva combattuto i cattolici che «monarchizzavano la loro fede», aveva anch’esso cessato di uscire pochi giorni prima dell’attacco alla Palavra, annunciando di voler trasformarsi in giornale della sera. Ma solo nel 1913 un gruppo di cattolici di Porto fece comparire un altro quotidiano del mattino A Liberdade, che non aveva alcun contatto coi realisti, e durò fino al 1919, quando la contro-rivoluzione rovesciò la monarchia del Nord. Alla Liberdade successe allora il Debate con lo stesso indirizzo e con vita altrettanto effimera. Sono queste le dure e gloriose esperienze dei Portoghesi sulla stampa quotidiana, esperienze che abbiamo notato seguendo la bella memoria presentata dal Dr. Arturo Bivar all’Esposizione. Il coraggio e lo spirito di sacrificio con cui vennero affrontate e gli ammaestramenti ch’esse comportano autorizzano le migliori speranze. Romania e paesi balcanici Nella Romania postbellica, su 18 milioni di abitanti in cifra tonda, i cattolici sono cresciuti a 2.550.000, dei quali 1.350.000 di rito romeno e 1.200.000 di rito latino. Gli altri, religiosamente parlando, sono 13 milioni di ortodossi, quasi un milione di israeliti, 717.000 calvinisti: il resto si divide fra luterani, unitariani, mussulmani ed altre sette. Nazionalmente parlando i rumeni sono 13.160.000, i magiari 1.388.000, i tedeschi 770.000 e il resto appartiene a diverse minoranze secondarie. La storia della stampa romena con particolare riguardo ai suoi vari atteggiamenti verso Roma papale, è stata scritta con copia di dati e ricchezza di informazioni dal canonico Giovanni Georgesco di Oradea che, in occasione dell’Esposizione, pubblicò un volume in quarto di 189 pagine intitolato: La Presse Périodique en Roumanie, Ed. «Sfanta Unire», Blaj 1936, al quale rimandiamo i nostri lettori, limitandoci ai dati più importanti. Secondo una statistica del 1935 in Romania si pubblicano 2.350 pubblicazioni periodiche, delle quali 118 quotidiani, 1.250 settimanali, 974 riviste. Supponendo una media di 2.000 esemplari per pubblicazione, si avrebbe una tiratura globale di 4.700.000 copie, cioè quasi una copia per ogni 4 abitanti. I quotidiani della capitale come Tempo, Credinta, Capitala, Gazeta, vengono considerati come giornali di pura informazione, l’Argus è organo degli interessi commerciali, mentre tutti gli altri sono portavoce di correnti politiche. Tolta la Cuvantul liber (la parola libera) che fa spesso del materialismo storico e dell’irreligione, gli altri organi maggiori più che ostili alla religione si possono dire indifferenti ad imitazione degli abitanti della capitale che frequentano assai poco le chiese. L’Universul però attacca talvolta la Chiesa cattolica e il Papa, presentato come nemico della nazione, la Dimineata accoglie articoli poco rispettosi della religione e parecchi altri quando capiti loro di parlare di problemi religiosi, danno prova di un grande confusionismo. Non esistono giornali di tendenza esplicitamente sovversiva. Il Curentul ha assunto in alcune occasioni importanti un contegno favorevole ai rumeni uniti. In quanto alla tiratura, si calcola che il Viitorul (l’Avvenire) organo del partito nazionale liberale raggiunga 30.000 copie, lo Universul superi 80.000 esemplari e Adeverul (la verità) ne tiri 50.000. La tiratura maggiore di 104.000 copie si attribuisce al Dimineata (il mattino). Delle riviste alcune hanno importanza scientifica per il loro contributo storico ed archeologico, ad esempio la Revue Historique du Sud Est Européen, diretta da Nicola Jorga. Gli ortodossi pubblicano nelle loro 17 diocesi 88 periodici di carattere teologico, ecclesiastico o semplicemente religioso: il più importante è la rivista Biserica Ortodoxa Romana (la Chiesa ortodosso romana), sostenuta dal S. Sinodo. Celebrata anche per i suoi contributi letterari, è Candirea (il pensiero) diretta dal poeta Nichifor Grainic. I cattolici di nazionalità romena non posseggono più organi quotidiani. Mons. Giorgesco deplora sopratutto che essi non abbiano attualmente un organo nazionale a Bucarest, quale fu l’Albina (l’ape) che vi uscì dal 1921 al 1924. Immediatamente dopo la guerra e per un solo anno era uscita quotidianamente anche la Unirea (l’unione) di Blaj. Due quotidiani possiedono invece i cattolici della minoranza ungherese, Erdelyi Lapok e Erdelyi Neplap, in Oradea, il primo organo delle classi colte con 8.500 esemplari, il secondo più popolare con una tiratura di 10 fino 12.000 copie. I settimanali sono 9; 5 di rito latino con una tiratura di 18.500 copie e 4 di rito romeno con una tiratura complessiva di 12.000 copie. La Katholische Volkswacht è il settimanale della minoranza tedesca (5.000 copie) come il Sonntagsblatt di Timisoara che ne raggiunge le 7.000. Dei 4 settimanali di rito romeno il più diffuso è Unirea Poporului (l’unione del popolo) che pubblica a Blaj 7.000 copie. I periodici sono 41; 22 di rito latino e 19 di rito romeno. Dieci si possono considerare di cultura generale, 4 d’azione cattolica, 9 di apostolato e di pietà, gli altri sono bollettini diocesani o parrocchiali o hanno carattere scolastico. I giornalisti e pubblicisti di rito romeno e latino e di lingua romena sono raggruppati in un comitato di stampa, con sede a Cluy, N. Jorga 6, comitato presieduto da Mons. Giovanni Agarbicano, laureato del premio nazionale di prosa letteraria e i cui vicepresidenti sono i canonici Nicola Brinzeù e Giovanni Georgesco. Non esiste una particolare istituzione di buona stampa, ma la sostituisce in parte la società editrice Sfanta Unire (Santa Unione) Blaj. Mons. Georgesco, a conclusione del suo lavoro, fa voti che si istituisca la Domenica della Stampa. È un bisogno particolare dei romeni uniti perché essi rappresentano dal punto di vista numerico ed etnico il gruppo più considerevole dei cattolici. «Da loro dipendono le sorti dell’Azione Cattolica in Romania e forse in tutto il Sud-Est dell’Europa». La minoranza ungherese possiede in Cluy una società editoriale magnificamente organizzata la Katholikus Akademia. Principali agenzie di informazione di carattere generale: l’Orient Radio Rador, Bokares, Matei Millo 7 e l’agenzia telegrafica «Balkanoriente» Bukarest Via Progresului 7, filiale dell’Oriente, consorzio di agenzie telegrafiche internazionali che ha la sua centrale politica a Bruxelles Av. Marechal Foch, 29. Per la bibliografia vedere in appendice all’opera ricordata le numerose citazioni del Georgesco. Si può consultare con profitto anche: Catalogul Presei diu Romania, ed. 1926, dall’Agenzia di pubblicità R. Mosse. Nella stessa sala dell’Esposizione accanto alla stampa romena erano esposte le poche pubblicazioni cattoliche dei paesi Balcanici. Molto noto è il battagliero settimanale cattolico di Sofia, Istina. È questo l’organo dei 50.000 cattolici bulgari, di fronte al foglio protestante Zorniza (l’alba) e ad altri 16 periodici di carattere religioso che, su un totale di 251 giornali e 79 riviste, costituiscono la stampa ecclesiastica dell’ortodossia bulgara. Fu nel 1921 che i rappresentanti dei vari ordini che hanno missione in Bulgaria, quali i Cappuccini, i Passionisti, gli Assunzionisti e i Resurrezionisti, e alcuni sacerdoti secolari si radunarono per la prima volta nel convento dei padri Cappuccini a Sofia per costituire una società della Buona Stampa, a dirigere la quale venne chiamato lo zelante cappuccino Padre Damiano Ghiulov. La Società Buona Stampa promosse la pubblicazione di parecchi libri di pietà e assunse l’edizione del calendario di S. Cirillo e Metodio, uscito per la prima volta nel 1918, introducendovi gradualmente molti perfezionamenti che oggidì lo rendono il più perfetto di tutti gli almanacchi che escono in lingua bulgara. Lo stesso Padre Ghiulov nel 1924 intraprese con molta fede e scarsissimi fondi la pubblicazione di un settimanale Istina che oggi ha raggiunto 1.300 abbonati. È notevole che il periodico poté contare fra i suoi primi collaboratori uno dei pionieri del giornalismo bulgaro, l’ortodosso Stoian Sciangov, che per parecchi anni nel suo giornale Vecerna Posta (corriere della sera), propugnò l’unione della Chiesa ortodossa bulgara con la cattolica. L’Istina sostenuto a prezzo di grandi sacrifici guadagnò molta reputazione perché oltre il direttore vi collabora il Dr. Cristoforo Dragov, dottore della Gregoriana, uomo di forte cultura e di grande erudizione. Molti cattolici occidentali dei paesi più progrediti troverebbero edificante la storia degli sforzi compiuti per sostenere e diffondere questo foglio di avanguardia in un paese non cattolico. Altro centro di pubblicazioni periodiche in Bulgaria è il collegio dei P.P. Assunzionisti di Filippopoli che da lunghi anni stampano il periodico Poklonik (Pellegrino). Va segnalata anche la più recente Opera Italiana per l’Oriente istituita in Sofia da Don Francesco Galloni, la quale colla sua grande biblioteca, col suo corso di alta cultura e con la sua scuola sociale ispirata a principi cristiani, è divenuta un centro influente di cultura in senso cattolico. La sua rivista Nuovi Orizzonti è diretta dal Dr. Karadgiov il quale pubblicò anche parecchi lavori scientifici di carattere sociale. Bibliografia Annuaire Générale de la Bulgarie; Giorgio Murigiani, Dieci ami di vita bulgara. Stati scandinavi e baltici Nella Mostra Internazionale la Lituania aveva una sala a parte e la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, la Lettonia e la Città Libera di Danzica erano raggruppate in una unica sala, chiamata più o meno propriamente sala baltica. A parte la Lituania, di cui parleremo più sotto, degli altri paesi non potevano comparire nella nostra Esposizione che esigue minoranze cattoliche sommerse dalle maggioranze protestanti. Riguardo alla stampa cattolica, la minoranza più importante è quella della Danimarca. I cattolici sono in questo Stato 25.286 su un totale di 3.705.559 abitanti, dei quali 98% appartengono alla Chiesa di Stato luterana; e qui è naturalmente inutile portare delle cifre di confronto sulla situazione della stampa danese. Basterà dire che la Danimarca accanto alla Svizzera è il paese che ha relativamente il numero massimo di giornali, cioè uno ogni 13.000 abitanti. Nel 1935 vi erano 479 giornali, dei quali 300 quotidiani. Accanto ad alcuni maggiori organi di informazione che si pubblicano a Copenhagen come il Berlingske Tidende e Politiken la maggior parte degli altri giornali si dividono a seconda delle quattro maggiori correnti politiche in: conservativi, venstre (sinistri), radicali, socialisti con una scarsa rappresentanza dei comunisti. I giornali conservativi e venstre sono per lo più considerati come favorevoli alla religione; come ostili vanno considerati oltre agli organi comunisti anche il radicale Ekstra bladet e come poco favorevoli, se non sempre ostili, i giornali socialisti e certi altri giornali radicali, specie nelle maggiori città, come il Politiken. Una corrente riformatrice protestante possiede nel Kristeligt Dagblad-quotidiano di Kopenhagen, un organo di carattere esplicitamente religioso. La maggior parte dei quotidiani naturalmente ha una tiratura assai bassa; la massima è probabilmente quella del Politiken con 134.000 copie. Le riviste e i periodici di ogni specie nel 1934 erano 1.355. Uno dei più grandi periodici è Illustreret Familie Journal che tira 270.000 copie. Centro editoriale dei cattolici è l’Ansgariusforeningen (Soc. di S. Ansgario) che ha la sua sede in Kopenhagen, Bredgade 64. Questa società fondata nel 1853, cioè quattro anni dopo la promulgazione della legge sulla libertà religiosa, pubblica da quell’anno e con qualche mutazione di titolo il Nordisk Ugeblad for Katholske Kristne (settimanale settentrionale per i cristiani cattolici). Esso è ora l’organo del vicariato apostolico della Danimarca e fa per un lungo periodo il giornale dei cattolici di tutta la Scandinavia. Esce settimanalmente con una tiratura di 1.650 copie, in ottavo (1528 cm) con 24 fino a 48 pp. I 52 numeri dell’annata 1936 contengono 1.368 pp. Non si occupa di politica se non quando è in questione la difesa religiosa, ma per il resto le sue ben nutrite rubriche offrono un giro d’orizzonte su tutte le attività pubbliche occupandosi in modo particolare dei problemi sociali, delle missioni, di arte, di bibliografia. Dal 1932 ne è direttore il padre G. Scherz C. SS. R., attivissimo e benemerito organizzatore della partecipazione baltica. In occasione dell’Esposizione egli compilò anche un numero speciale del suo periodico consacrato tutto alla stampa, che porta in testa una introduzione in lingua italiana scritta da S.E. Giuseppe Brems vescovo titolare di Roskilde e vicario apostolico di Danimarca (Nordisk Ugeblad, Festnummer, 10. Maj 1936). Dal 1898 al 1902 come supplemento al Nordisk Ugeblad uscì il periodico Katholiken redatto dal celebre convertito e scrittore Giovanni Jorgensen. Le cinque annate di questo periodico costituite da circa 2.000 pp. contengono una miniera preziosa di spunti apologetici, di articoli polemici e di trattazioni letterarie. Frequentemente lo Jorgensen interveniva anche in questioni di attualità con vigorose polemiche. Il poeta scrive in proposito nelle sue memorie che tali polemiche non trovavano sempre il plauso dei suoi correligionari. Comunque il Jorgensen venne a mano a mano abbandonando l’atteggiamento polemico e chiuse chiedendo umilmente perdono d’aver dimenticato (secondo le parole di S. Gertrude) che anche «le membra cattive appartengono al Corpo di Cristo, membra ammalate, biasimando le quali con durezza è come se si volesse colpire col pugno chiuso le doloranti ferite del Salvatore». La stessa società di S. Ansgario pubblica un bollettino parrocchiale Sognebladet, che esce in 19 edizioni a seconda delle parrocchie e mutando solo il titolo e qualche notizia locale. Questo bollettino è redatto dalla direzione del settimanale e non tira più di 2.000 copie. Jesu Hjertes Budbringer è il messaggero del S. Cuore di Gesù che esce mensilmente con un supplemento per fanciulli (Bornenes Budbringer). È redatto da padre Giuseppe Koch S. J. della casa dei Gesuiti in Aarhus. Il Katholsk Ungdom (gioventù cattolica) è l’organo della federazione giovanile cattolica della Danimarca (Frederiksundsvej, 225 Kopenhagen); il periodico esce in 1.900 esemplari ogni 15 giorni. La stessa società editrice pubblica «Iule Raerten», un numero unico che esce ogni anno, per le feste natalizie. Organo del movimento femminile cattolico non soltanto della Danimarca ma di tutta la Scandinavia, è dal 1928 Skandinaviske Kvinders Katholske Forbund, che è redatto dalla Sig.ra A. Utke Ramsing. Sinnopskornid (grano di senape) è intitolato il più recente bollettino cattolico della Danimarca, fondato alla fine del 1935. È redattoda P.E. Boekenoogen parroco a Thorshavn, capitale delle isole di Faer-Oer e esce ogni secondo mese con 8 pp. ca., tiratura 5.000 copie, che si distribuiscono gratuitamente tra la popolazione quasi esclusivamente luterana. Contenuto: Poesia, racconti, saggi apologetici e catechistici. Lingua danese e dialetto locale. Stampa propria detta stazione missionaria cattolica. Jesu Barndomsforeningen Aarbos è un calendario della Santa Infanzia che compare annualmente dal 1888 e viene compilato in alcune migliaia di esemplari dal P. Pietro Andreasen, Kopenhagen, Növiebrogade 27 c. Il vicariato apostolico della Danimarca pubblica periodicamente in serie libera un bollettino per le comunicazioni ufficiali ecclesiastiche al clero. S’intitola Kirkelige Bekendtgörelser. Nel passato il cattolicismo danese acquistò prestigio sul pubblico intellettuale per la pubblicazione di un quindicinale letterario intitolato Varden edito e scritto dal poeta Oscar V. Andersen, che fornì alla letteratura danese una serie di traduzioni dallo spagnolo e dal provenzale da cui diede specialmente una eccellete traduzione di Mirella del Mistral. Le critiche letterarie e teatrali di Varden scritte in forma perfetta e con grande elevatezza e indipendenza di spirito erano molto reputate. Disgraziatamente l’Andersen nel 1913 emigrò in Spagna ove morì nel 1925 e la bella rivista cessò di comparire. Ancora più modesta è la posizione dei cattolici in Svezia ove di fronte alla Chiesa di Stato luterana e a parecchie altre sette, si trovano soltanto in numero di 3.500 su un totale di 6.233.000 abitanti. Anche la Svezia è un paese che legge molto: 122 quotidiani, 232 giornali che escono in una sola volta o più volte in settimana, 113 periodici settimanali, 402 periodici mensili, e 556 periodici d’altro genere. Nel 1920 i cattolici svedesi fondarono la rivista Credo, un mensile di piccolo formato e 24-28 pp., che doveva essere l’organo della comunità cattolica nazionale e contemporaneamente rappresentare gli interessi intellettuali e culturali della Chiesa cattolica. Nel 1929 la rivista si trasformò abbandonando le notizie locali e mirando a diventare organo dei circoli cattolici intellettuali di tutta la Scandinavia. Tiratura 6.000 esemplari. I suoi collaboratori principali, tra cui Giovanni Jorgensen e Sigrid Undset appartengono alla Danimarca, alla Norvegia, alla Finlandia, all’Islanda. Nello stesso tempo venne fondato per iniziativa di Mons. E. Müller, vicario ap. di Svezia, Hemmet och Helgedommen come organo religioso dei cattolici svedesi. Esce quindicinalmente e porta le notizie ecclesiastiche, articoli di carattere religioso apologetico e racconti. Dal 1926 viene pubblicato come organo delle associazioni giovanili lo Sveriges Katholska Ungdomsblad. Sede: Engelbrektsgatan, Stoccolma 6 B. I 2.700 cattolici della Norvegia (su 2.809.564 ab.) hanno come organi dal 1889 St. Olav, un settim. ill. di 8 p. in 8°, fondato dal pref. ap. mons-Fallise e dal 1932 diretto da Mons. H. Irgens. Esce in Oslo. Lo stesso editore pubblica annualmente il Numero Unico natalizio «Kimer i Kloker». St. Olavs Borneblad, supplemento per i fanciulli è redatto dalle Suore di S. Giuseppe della Norvegia (mensile). In Finlandia i cattolici sono 1.500 su 3.634.000, quasi tutti protestanti. Dal 1925 si pubblica in finnico Uskon Sanoma (Messaggero della fede), che dal 1936 esce mensilmente in 16 pp. di piccolo formato ed è l’organo del vicariato apostolico di Finlandia. La redazione è in Terijoki. A Natale la società «Fidelitas» di Helsingfors pubblica annualmente in 500 esemplari ill. «Vox Romana». L’Estonia ha una popolazione di 1.126.413 con 874.000 luterani e il resto diviso in varie sette; la Chiesa cattolica conta 2.600 membri. Gli estoni leggono 121 giornali, dei quali 15 quotidiani. Apertamente ostile alla religione è il socialista Ravha Sôna. Le riviste sono circa 200, delle quali 11 tedesche e 9 russe; quasi ogni confessione religiosa pubblica periodici ecclesiastici. I cattolici pubblicano 2 riviste Kiriku Elu (vita della Chiesa), mensile di carattere apologetico per le classi colte. Il secondo periodico è Uhine Kirik (la Chiesa una), bimensile e si rivolge in modo particolare al clero ortodosso per la riunione delle Chiese; editrice di entrambi i periodici è la Katoliku Kirìk Eestis (Chiesa cattolica in Estonia) Tallin, Munga tänav 4-4. Più numerosi sono i cattolici in Lettonia (abitanti 1.900.045, protestanti 56,5%, cattolici 23,7%, ortodossi 8,9%). I periodici che si pubblicano in Lettonia per i cattolici hanno una tiratura complessiva di 21.000 copie, ossia un settimanale o un mensile su ogni 21 cattolici. Abbiamo detto che la Lituania si riservò all’Esposizione una sala speciale. Ben diversa infatti è la situazione dei cattolici in quella repubblica rappresentando essi l’81.8% della popolazione. Nel 1932 la stampa periodica lituana celebrò il suo centenario; infatti nel 1832 comparve la prima rivista mensile in lituano e fu una rivista protestante di carattere missionario. Cent’anni dopo si contavano in lingua lituana 201 pubblicazioni periodiche che nel 1935 erano salite a 215. È noto che i russi nel 1864 proibirono qualsiasi pubblicazione in lituano, proibizione che venne a cessare solo nel 1904; ma il primo sviluppo che ne risultò, fu stroncato dalla guerra mondiale e una nuova era per la stampa cominciò soltanto con la proclamazione dell’indipendenza della Repubblica. Le tabelle statistiche esposte che qui riproduciamo ci mostrano come sia distribuita la stampa lituana e in particolare quella cattolica; la grande emigrazione, specie verso i paesi d’oltre mare, spiega come quasi la metà delle pubblicazioni periodiche cattoliche sia edita fuori dell’attuale territorio della repubblica. Nelle due tavole la parte più chiara indica i giornali, la punteggiata le riviste. Abbiamo così in Lituania: Stampa non catt.: 120, di cui 86 giornali e 34 riviste; Stampa catt.: 28, di cui 8 giornali e 20 riviste. Lo stesso vale per gli altri paesi. I quotidiani cattolici sono 2: Rytas (il mattino) in Lituania e Draugas (l’amico) in Chicago. Dei periodici il più diffuso, perché tira 45.000 copie, è il settimanale Musu Laikrastis di Kaunas, organo popolare di azione cattolica; organi per la gioventù sono Ateitis (l’avvenire), Ateities Spinduliai (i raggi dell’avvenire), Jaunimo Vadas (la guida della gioventù), Pavasaris (la primavera); giornale per le famiglie è Zidinys (il focolare). Sono dedicati alle donne Moteris (la donna) e Naujoji Vaidilutè (nuova vestale); ai fanciulli Zvaigzdute (la stellina) e Saltinelis (la piccola fonte). Fra le riviste religiose notiamo: Soter e Tiesos Kelias (la via della verità) in Kaunas e Svaigzdè (la stella). Fra le riviste culturali: Logos, Athenaeum e Naujoji Romuva (la nuova era). Si occupa di scienze naturali Kosmos col supplemento Gamtos Draugas (l’amico della natura). Nella sala baltica era stato riservato un pannello anche alla città libera di Danzica, posta sotto il protettorato della Soc. delle Nazioni. Dei 420.000 abitanti di Danzica 150.000 sono cattolici. La situazione della stampa nella primavera 1936 era la seguente: quotidiani 8 di cui un giornale cattolico tedesco la Danziger Volkszeitung venuta a sostituire la Danziger Landeszeitung, la quale dopo essere stata per 75 anni fedele rappresentante degli interessi cattolici, battendosi valorosamente già durante il Kultur Kampf, negli ultimi tempi si era inserita nel nazionalsocialismo, perdendo perciò gran numero di abbonati. Filo cattolico può essere considerato anche il quotidiano polacco Gazeta Gdanska; 4 quotidiani tedeschi potevano venir classificati come indifferenti, la socialista Danziger Volkstimme durante la lotta contro il nazional-socialismo aveva attenuato il suo carattere antireligioso e infine il Danziger Vorposten era l’organo del partito nazional socialista. II settimanale esposto alla Mostra era il Kath. Sormtagsblatt für d. Bistum Danzig fondato al 1 maggio 1934 per sostituire un supplemento della defunta Danziger Landeszeitung. Il settimanale esce in 16 pp. di grande formato e tira 10.000 esemplari circa, ne è valoroso direttore il sac. Lubomski; accanto a quest’organo cattolico la tendenza ortodossa della Chiesa evangelica (Bekenntnis Kirche) aveva un organo settimanale nel Danziger Evangelisches Kirchenblatt. I comunisti pubblicavano il settimanale Freies Volk. All’Esposizione si vedeva ancora il periodico Die Katholische Arbeit organo mensile delle società operaie cattoliche. In Danzica esisteva inoltre un Nachrichten Blatt der National Soz. Abeitsgemeinschaft katholischer Deutscher, organo di un gruppo di cattolici passati al nazismo sotto la direzione del Dr. Wiercinski-Keiser, prima senatore del partito del Centro. Questo periodico per il suo atteggiamento polemico venne in conflitto coll’autorità episcopale. Nel periodo che segue alla data della nostra inchiesta, la situazione come è noto, è venuta accostandosi maggiormente a quella del resto della Germania e la Danziger Volkszeitung fu soppressa. Spagna Mentre tracciamo queste linee, non ci giungono più all’orecchio le voci usate della stampa cattolica spagnola: le macchine giacciono infrante sotto cumuli di rovine o gemono servendo in schiavitù il nemico della Chiesa, del quale rintuzzavano prima quotidianamente le offese: ma alto e più fiero linguaggio ci parlano ancora gli uomini, che, spezzata la penna, i giornalisti cattolici hanno scritto col sangue le pagine più belle della loro vita. Nessuno venne meno: chi si scontrò col persecutore, cadde al grido trionfale di: Viva Cristo Re! Apostoli quotidiani della parola, questi nostri valorosi fratelli sono oggi divenuti martiri e confessori della stampa cattolica. Onore e gloria alla loro memoria! La sala della Spagna era divenuta all’Esposizione come un sacrario: molti di quei ritratti rappresentavano ormai un omaggio ai caduti e molte collezioni costituivano documenti rari salvati provvidenzialmente dall’immenso naufragio. Tempo verrà, in cui le gesta gloriose potranno venir narrate e celebrati i nomi degli eroi. Qui intendiamo rendere omaggio a tutti, inchinandoci alla memoria di D. Giuseppe Maria de Urquijo, direttore della Gaceta del Norte di Bilbao. Il de Urquijo cattolico integerrimo, fedelissimo alla Santa Sede, tutto dedito alla vita del suo giornale che aveva creato e diretto fin dal 1901, confondatore del Debate, si era battuto valorosamente e nobilmente per la cattolicità del suo paese, tenendo alti gli ideali cattolici al disopra dei partiti, raccomandando fino all’ultimo, l’unione e la concordia contro il nemico comune, del quale presentiva l’assalto supremo. Ignoriamo ancora i particolari della sua gloriosa fine; sappiamo che fu preso il 23 luglio 1936 e che il 5 settembre dello stesso anno, cadde sotto il plotone di esecuzione, levando in alto il segno della Redenzione di quel Cristo per il quale aveva combattuto tutta la vita: degno coronamento dei giorni di carcere, ove aveva edificato i compagni colla serenità del suo spirito e colla luce inestinguibile della sua fede. Colla sua nobile figura innanzi agli occhi, riapriamo i volumi della Gaceta del Norte che egli aveva esposti nella sala spagnola, legati per materia, anzi si potrebbe dire, per battaglia. Sono 16 volumi tra i quali scegliamo a caso: vol. IV, Campagna contro la scuola laica; vol. VI, Campagna contro le leggi sulle congregazioni religiose, 1923-1933; vol. VII, Difesa del monumento al S. Cuore di Gesù per la quale la Gaceta del Norte venne multata, multa che fu pagata con una sottoscrizione dei lettori, febbraio-marzo 1933; vol. X, Campagna contro il cine immorale; vol. XI, Preannunzio della rivoluzione dell’ottobre 1934 e inchiesta sul suo corso; vol. XII, per l’organizzazione dell’Azione Cattolica; vol. XIV, Principi dottrinali e direttive: approvazioni dell’Episcopato e di S. Santità Pio XI; vol. XV, discussioni sul progetto della riforma costituzionale, 1935; vol. XVI, campagna elettorale controrivoluzionaria del 1936, dal 10 gennaio al 18 febbraio. Quante lotte, quanta luce in queste pagine! La Gaceta del Norte venne fondata nel 1901 come giornale cattolico. «Essa non appartiene (diceva la memoria presentata all’Esposizione) né è legata ad alcun partito politico. Tutti i cattolici e tutti i partiti politici che accettano teoricamente e seguono le direttive della Chiesa, trovano nelle colonne della Gaceta del Norte la stessa accoglienza cordiale….». Essa fu al centro del movimento cattolico sociale della regione. Usciva normalmente in 12 fino a 16 pp. del formato 56 x 43½; ma i suoi numeri straordinari hanno raggiunto perfino le 40 pp. Così il numero dedicato a S. Santità Pio XI il 6 maggio 1936 inaugurandosi l’Esposizione. In tale occasione la Gaceta riaffermava le sue speranze e celebrava l’Esposizione come «una estación emisora de optimismo». Le prime pagine sono dedicate a S. Santità, al Vaticano ed all’Esposizione e tra i ritratti compaiono quelli del presidente del Comitato spagnolo Don José Maria Taboada, dell’architetto Don Gonzales de Cardenas e del pittore Hidalgo de Caviedes, i tre uomini che più direttamente si occuparono della sala spagnola. Il Taboada segretario della giunta di Azione Cattolica sotto la presidenza di Don Angelo Herrera e della Giunta della Buona Stampa sotto la presidenza del vescovo di Tortosa, era stato l’organizzatore degli sforzi che queste due associazioni avevano fatto in comune per la riuscita dell’Esposizione; l’architetto e il pittore avevano provveduto in Roma alla sistemazione. Il Taboada partecipando all’inaugurazione aveva promesso l’invio di uno studio sulla stampa spagnola che si stava già componendo, ma la promessa non poté venir mantenuta perché poco dopo il suo ritorno a Madrid scoppiava la rivoluzione e la valanga dalla barbarie si rovesciava anche sopra la Società editoriale del Debate che doveva stampare la memoria. Siamo privati così della principale fonte di informazioni. Dobbiamo gran parte dei dati inseriti in questa nota alla cortese sollecitudine del Rev.mo Abraamo Mucientes del Collegio Spagnuolo in Roma. Secondo i dati esposti nella sala spagnola e che sono ripetuti nelle vignette del Caviedas che qui riproduciamo, alla vigilia della guerra civile i quotidiani cattolici erano 83, i settimanali 143, le riviste culturali 60, i periodici religiosi e apologetici 278 e quegli di Azione Cattolica 194. Non tutti poterono venire esposti e quindi non tutti compaiono nei nostri elenchi. Al termine suindicato esistevano in cifra tonda 200 quotidiani per una popolazione di 22 milioni di abitanti divisi in 50 provincie e 60 diocesi. Di questi 200 quotidiani, 83 si possono qualificare come cattolici in senso stretto e almeno altri 30 sono di orientamento francamente di destra. Non pochi di questi durante la repubblica si erano convertiti in cattolici, accettando la censura ecclesiastica. Dei restanti, 30 appartenevano alla sinistra più o meno avanzata e la maggior parte erano di informazione e ideologicamente neutri. Quest’ultimi avevano la tiratura più elevata e la più bassa quegli di sinistra e la stampa cattolica stava in mezzo fra i due; a Madrid la tiratura massima era del ABC (destra) e immediatamente dopo veniva il Debate. Nel 1908, secondo il manuale del propagandista di Ora et Labora, le pubblicazioni periodiche cattoliche erano 260, nel 1913 erano 600; nel 1914 erano 750 che unite alle 158 indicate dalla statistica del Ministero dell’Istruzione arrivano ad un totale di 908 su 1.980, che era il numero complessiva di tutte le pubblicazioni spagnole, secondo la statistica di detto Ministero; nel 1920 la medesima statistica ufficiale dava un totale di 2.289, delle quali 1.006 cattoliche. Di queste 70 erano quotidiani, 230 settimanali, 145 bimensili e trimensili, 225 mensili e 336 vari. Abbiamo già detto quante erano le pubblicazioni cattoliche nel 1936. Pel confronto va osservato però che nei primi anni si calcolavano nella statistica anche i bollettini parrocchiali, che invece nei dati raccolti per l’Esposizione rimasero esclusi. È qui il momento di dire più particolarmente dell’impresa editoriale del Debate che è stata, e confidiamo per certo che sarà anche per l’avvenire un giusto vanto dei cattolici spagnoli. Questo magnifico quotidiano divenuto senza dubbio uno dei migliori giornali cattolici del mondo e in genere uno dei giornali meglio redatti ha suscitato l’ammirazione dei suoi stessi avversari. Accanto all’Emm. Card. Tedeschini che in occasione del 25° anniversario del giornale, scriveva che esso era divenuto il modello e l’esemplare dei giornali cattolici, per cui gli debbono essere grati la Patria e la Chiesa, citiamo la parola di Cicerin il quale disse: «In Russia leggiamo il Debate perché è il foglio di partito e di setta (?) più ben fatto del mondo». Il Debate è il frutto di un vero movimento di Azione Cattolica. Nel 1908, scatenatasi una insensata campagna anticlericale, si fonda per combatterla la «Associazione Nazionale dei giovani propagandisti» che sentono subito il bisogno di un diffuso organo di stampa. Ora avvenne che nell’ottobre 1910 un fervente convertito, Sebastiano de Luque, fondò a Madrid El Debate il quale per mancanza di appoggio menava una vita precaria con una tiratura di 4.500 copie. I giovani propagandisti lo acquistarono l’anno seguente per 25.000 ptas. Per lanciarlo, avevano previsto un capitale di 100.000 ptas delle quali 50.000 apportate dalla «Editoriale Vizcaina», editrice della Gaceta del Norte e 50.000 dovevano essere apportate dai giovani propagandisti; ma non vi riuscirono, e El Debate passò in proprietà unica dell’editoriale di Bilbao fino al 31 ottobre 1912, nel quale anno l’Urquijo lo trasmise in dono ai giovani propagandisti nella persona di Angelo Herrera, che fu il mirabile organizzatore del Debate e il grande maestro del giornalismo cattolico spagnolo. Quest’uomo fino al febbraio 1933 allorquando la gerarchia lo chiamò alla direzione dell’Azione Cattolica, visse tutto per il Debate. Egli si preoccupò sovratutto di creare un giornale cattolico indipendente da ogni pressione estranea. Fin da principio provvide perciò a stabilire delle garanzie statutarie. 1° Garanzia di indipendenza. – Per ottenere questa si crea una società cattolica indipendente che sia a sua volta la salvaguardia dell’indipendenza redazionale. Lo statuto prevede che la rielezione della Giunta direttiva non possa mai essere totale e che la rinnovazione parziale delle cariche avvenga per opzione degli altri membri; inoltre il massimo numero dei voti che può rappresentare un socio, qual che sia il numero delle sue azioni, non può superare 10; infine la amministrazione si riserva il diritto di rimborsare qualunque azione e anche il diritto di opzione su qualunque azione in vendita. Alla garanzia di indipendenza si aggiunge: 2° La garanzia di cattolicità, la quale è data dalla disposizione dello statuto che concede agli arcivescovi metropolitani spagnoli ed al vescovo di Madrid di intervenire, quando occorra, non solo nominando il censore ecclesiastico, ma cambiando il direttore e qualunque redattore od anche sospendendo la pubblicazione del quotidiano per lo spazio di due mesi. Infine gli stessi presidi in qualunque momento al prezzo fissato da una perizia possono riscattare la proprietà dell’impresa. 3° Garanzia di realizzazione. – L’opera non è posta in mano ad una sola persona, ma ad un gruppo. Il Consiglio editoriale o Consiglio di redazione, totalmente indipendente dall’amministrazione, ha lo scopo di «segnalare l’orientamento religioso, sociale e politico di tutte le pubblicazioni sociali». Il Consiglio è formato dal direttore e dagli specialisti capi di sezione: questi si sono riuniti senza interruzione anche durante le sospensioni imposte dal governo nel 1931 e 1932. Il Consiglio è l’ausiliare del direttore, la cui autorità rimane però intatta e prevale anche contro tutto il Consiglio che ogni sera si raduna per studiare il fondo e anche la forma del giornale del giorno dopo, dandogli quel profilo ben definito, quel carattere di competenza e di specializzazione serena e ponderata che ha costituito la caratteristica di questo grande quotidiano. Come dicemmo il Debate nacque e visse nello spirito dell’Azione Cattolica escludendo fin dal primo momento nel campo politico la tanto dibattuta questione dinastica, appoggiando cioè decisamente la regnante monarchia di Alfonso XIII e lavorando per portare i cattolici ad una ingerenza positiva nel governo, secondo le grandi tradizioni religiose della Spagna. Quando Herrera prese in mano il giornale, costituì la Editoriale Cattolica, con un capitale di 150.000 ptas: 50.000 del sig. Bauer, 50.000 del Sig. Llaguno e calcolando 50.000 la testata del Debate. Sono passati 25 anni, quei 4.500 esemplari iniziali, triplicati alla fine del primo anno sono diventati a mano a mano 50, 100, 150, 200.000 esemplari. Il primo impulso all’ascensione venne dato dalla direzione di Herrera, il secondo durante la grande guerra dalla giusta interpretazione del sentimento nazionale e in parte dalla prodigiosa penna di «Armando Guerra» (Francesco Maria Llorente), redattore di guerra; il terzo, forse il maggiore, dal suo atteggiamento durante questi ultimi anni della Repubblica quando ogni sospensione costituiva un apporto di nuove forze ed esso fu sostenuto da una larga corrente popolare. I suoi operai da 20 che erano nei primi giorni, assommavano ultimamente a 506, i suoi impiegati da 6 a 64, i suoi redattori da 12 a 132; la sua pubblicità da 18.000 ptas annue a 2.612.462; il suo capitale da 150.000 a 7.097.500 ptas, diviso in 4.552 azioni, delle quali 2.100 sono del valore di 50 ptas, acquistate da numerose persone di classe modesta; indice questo della sua popolarità fra la stessa classe di persone, come lo dimostrò del resto nuovamente la sottoscrizione di azioni per la pubblicazione serale del quotidiano Ya filiazione del El Debate. Nel 1926 comperò un macchinario tutto nuovo appositamente costruito, che può tirare esemplari di 32 pp. ed ebbe un nuovo formato colla testata a colori. In questo periodo appariscono i suoi magnifici numeri straordinari, con incisioni a profusione, dedicati al turismo e pubblicati in doppia edizione in lingua spagnola ed inglese. Nel 1933 si comperò una nuovissima rotativa «Walter Scott», la migliore e la più rapida d’Europa, benedetta e inaugurata il 12 febbraio 1934 con il titolo invocatore di «N. S. di Govadonga». Poteva tirare 60.000 esemplari di 32 pp. all’ora; degli esemplari di 32 pp. 16 potevano venir tirate contemporaneamente in 4 colori. Assieme a questa rotativa fu acquistato un equipaggio di macchine complementari; fra le altre 20 macchine da comporre. Sin dal 1935 El Debate uscì illustrato quotidianamente con foto-gravures. Nelle sue pagine apparvero scritti delle migliori penne della coltura nazionale e non poche dell’estero; ci limiteremo a ricordare due soli nomi universalmente noti in questi ultimi anni, i signori Calvo Sotelo e Gil Robles furono redattori del Debate sino al giorno ch’entrarono nella vita politica. Neppure una sola volta si rinunziò a pubblicare il Debate per imposizioni di scioperi (vi furono occasioni in cui solo questo giornale fu pubblicato); però esso fu sospeso per 132 giorni durante i «piacevoli» anni 1931 e 1932. Rami di un albero frondoso furono le diverse opere che ultimamente erano alimentate dall’«Editoriale Cattolica». Una di queste, la più importante, è la «Scuola di Giornalismo», l’unica ch’esistesse in Spagna; cominciò nel 1926 con tre modeste cattedre e con 24 alunni, giungendo in questi ultimi anni ad ammettere un centinaio di alunni, selezionati fra 300 richiedenti, con 35 cattedre, nelle quali si insegnano le discipline formative, tecniche e redazionali. Il suo scopo è di «formare i migliori giornalisti, che facciano i migliori periodici, per poter servire meglio la Chiesa e la Patria». Attualmente (e ci riferiamo, com’è chiaro, sempre al 1936) dieci fra i suoi discepoli sono direttori di quotidiani spagnoli e 60 redattori. Altro ramo è l’Agenzia «Logos». Si formò nel 1929 con personale del El Debate, e nel 1934 funzionava già come organismo autonomo dell’«Editoriale Cattolica»; ha 250 corrispondenti in Spagna e all’estero e fornisce informazioni e articoli a 50 quotidiani; fu la prima Agenzia che usò il «teletipografo», che poi fu introdotto pure in altre. Il quotidiano serale Ya di carattere più informativo del El Debate, il quale è prevalentemente d’opinione, iniziò la sua pubblicazione a Madrid il 14 gennaio 1935 con tre edizioni quotidiane (El Debate ne ha 5). Altre filiazioni: Il quotidiano per la regione andalusa l’Ideal, fondato a Granata l’8 maggio 1932. Il quotidiano per la regione dell’Estremadura Hoy, fondato a Badajoz il 1° gennaio 1933. Il quotidiano per la regione gallega Ideal Gallego, già esistente a La Coruña, passò al Debate nello stesso tempo. A tutti questi giornali si aggiunse la Biblioteca «Pax», serie di monografie, bimensile di gran cultura, impostata sulle due grandi direttrici del cattolicismo e del patriottismo. Lectura para todos, settimanale di novelle accuratamente scelte fra le migliori tra le pubblicazioni spagnole ed estere e di piena garanzia religiosa e morale. Jeromin, rivista infantile illustrata, popolarissima nel mondo infantile spagnolo e anche sudamericano, i cui personaggi più caratteristici sono passati nel teatro e nelle emissioni radiofoniche. Extraordinario Semanal de «El Debate». Fin dal 1933 l’Extraordinario è divenuto settimanale, con numeri densi di dottrina e con una selezione opportunissima di temi religiosi, patriottici, culturali, inquadrati da una presentazione di gusto artistico, costituendo una delle maggiori forme di apostolato giornalistico moderno. Ed ora alcuni cenni sulle riviste. Il numero delle cattoliche di indole religiosa e sociale è di molto superiore alle avversarie. Il lavoro del campo opposto si accentra in alcuni periodici semirazionalisti, in altri di indole naturista o igienica, e in alcune pedagogiche. Durante la Repubblica è apparsa una selva di periodici in cui l’ateismo, il marxismo, il comunismo e il mal costume hanno celebrato le loro orgie; si aggiungono a queste una moltitudine di pubblicazioni novellistiche prive di gusto, di arte e di pudore, e solo grandi nella diffusione. In quanto alla qualità, anche qui la supremazia è dei cattolici. Il mondo colto spagnolo, non è né anticattolico né molto meno antireligioso, e quelli che lo sono, sfogano la loro ira iconoclastica sulla cattedra di un istituto o di una università, ovvero in qualche articolo giornalistico, ma assai raramente in un lavoro serio di rivista, degna di tal nome. Fra le cattoliche, segnaliamo qui alcuni nomi dei più importanti: La Ciudad de Dios e Religión y Cultura dei PP. Agostiniani (Eremitani di S. Agostino), Ciencia Tomista e Contemporanea dei PP. Domenicani, Razon y Fe dei PP; Gesuiti; Revista Católica de cuestiones sociales, Acción Española. I cattolici spagnoli hanno agitato per tempo la questione della Buona Stampa e i successi ottenuti si devono in gran parte alle tre «Asambleas Nacionales de la Buena Prensa» celebrate in Siviglia nel 1904, a Saragozza nel 1908 e a Toledo nel 1924. I resoconti di queste assemblee ci dimostrano che la questione venne affrontata in tutti i suoi aspetti morali, tecnici e finanziari. Le discussioni cercarono di mobilitare tutte le classi in favore della causa e di costituire in ogni diocesi una giunta della buona stampa. Già a Saragozza si annunziò l’avvenuta costituzione di 54 Giunte. Dalle deliberazioni di tali congressi ebbero origine anche i gruppi delle «Damas de la Buena Prensa». Non sfuggì a queste assemblee l’importanza della formazione dei giornalisti, per cui si preconizzò non soltanto la fondazione della scuola di giornalismo ma anche la preparazione spirituale degli scrittori con speciali pratiche religiose come gli esercizi spirituali. Circa la parte finanziaria si pose come mèta un trattamento economico dei giornalisti che assicurasse loro una base economica conveniente, la creazione di agenzie telegrafiche e telefoniche che rendesse la stampa cattolica indipendente e lo sviluppo tecnico che la pareggiasse alla stampa avversaria. Nella sezione propaganda si insistette sui compiti che per la diffusione della stampa toccano alle associazioni del clero e dei seminaristi, alle congregazioni mariane, alle leghe eucaristiche, all’Azione Cattolica in genere. Da tali organizzazioni è nata una vasta rete di giunte per la buona stampa sotto la direzione di una giunta centrale presieduta dal vescovo di Tortosa ed ora incorporata nella Direzione centrale dell’Azione Cattolica. Sono queste giunte, che celebrano annualmente la giornata della buona stampa, indetta per la prima volta in Spagna nel 1916. Nei 20 anni in cui si celebrò questa giornata furono raccolti 3 milioni di pesetas, importo che venne distribuito in questa guisa: il 60% ad ogni vescovo per la stampa della diocesi, più il 5% di spese per la preparazione del giorno della stampa dell’anno seguente; il 10% a favore dell’opera di S. Pietro apostolo; il 5% alla giunta nazionale per le spese di propaganda; il 20% al tesoro della Buona Stampa amministrato dalla stessa Giunta nazionale e dal quale si alimenta la «Agenzia de Prensa Asociada». Questa Agenzia è dovuta allo zelo del Padre Giuseppe Dueso C.M.F. che fondò anche «i Legionari della Buona Stampa», opera di preghiera e di carità, i cui cinque centesimi settimanali hanno portato in qualche anno a cifre tanto elevate, da poter contribuire in modo notevole al sostentamento della Agenzia della Stampa Associata. Cominciò questa a funzionare nel 1909 come frutto diretto dell’assemblea di Saragozza. L’Agenzia che già nei primi giorni forniva informazioni ed articoli ad una ventina di quotidiani, stabiliva subito propri corrispondenti a Roma ed a Parigi. Si venne poi costituendo in società anonima con un capitale di 750.000 pesetas aumentato poi a 800.000, suddiviso in piccole azioni di 5, 15, e 25 pesetas. A sostentarla affluirono inoltre contributi straordinari e legati, e come s’è detto, una quota del ricavato della giornata per la buona stampa. È qui anche il luogo di ricordare il prof. Ildefonso Montero, martoriato a Toledo nel primi giorni della rivoluzione, che nel 1905 fondò nel seminario di Siviglia tra i seminaristi un centro di diffusione della buona stampa chiamato Ora et Labora, propagatosi ben presto negli altri seminari con lo scopo di agitare la questione della stampa e di promuovere fra il giovane clero il massimo interesse per il suo sviluppo. Da allora in poi molti furono i lavori preparati dai seminaristi su questo argomento e parecchie le pubblicazioni, tra cui i citati Annuari della stampa cattolica. Ricorderemo infine tra gli apostoli della buona stampa il vescovo di Jaca Dr. Lopez Pelàez che contribuì colle sue pubblicazioni come «La importancia de la Prensa» (1906) e la «Cruzada de la Buena Prensa» (1907) a scuotere l’indifferenza dei cattolici. Tante coscienze da lungo tempo illuminate e tante forze mobilitate suscitano la nostra ammirazione e ci fanno sperare in una magnifica rinascita. Svizzera Le due tabelle statistiche esposte nella sala svizzera e qui riprodotte fuori testo contengono tutti gli elementi che precisano la situazione della stampa cattolica svizzera. Tabella A) I) Secondo il censimento ufficiale del 1930 la Svizzera conta 4.077.099 abitanti, di cui 1.666.317 sono cattolici. II) Per le elezioni generali del Consiglio federale del 1935, i votanti furono 913.523, e di essi 185.052 votarono per la lista cattolico-conservatrice, concordata tra le varie frazioni cattoliche e cristiano sociali di tutti i cantoni. III) Di fronte a questa situazione demografica e politico-elettorale la situazione della stampa si precisa come segue: su 352 giornali politici (giornale in senso largo comprendendo quotidiani, tri, bi-settimanali e settimanali che hanno la forma e il contenuto di giornali) che uscivano nel 1936, 78 erano considerati come cattolici. IV) Il censimento del 1930 registra 1.002.915 famiglie, di cui 264.000 cattoliche. V) La tiratura totale di giornali svizzeri si calcola in circa 1.900.000 esemplari per ogni edizione; quella dei giornali cattolici di 280.000 copie. Anche qui quindi, come in Olanda è raggiunta la mèta: «per ogni famiglia almeno un giornale cattolico». Tabella B) maggior parte di organi locali e cantonali nei quali si rispecchia la vita comunale e federativa svizzera. II) Dei 78 giornali due vennero fondati per combattere il liberalismo politico-religioso (1830-1846); 13 sorsero nel periodo della restaurazione cattolica dopo la guerra del Sonderbund; 22 durante le lotte del Kulturkampf (1866-1885); 34 per soddisfare alle esigenze della immigrazione cattolica nei cantoni protestanti e in seguito allo sviluppo delle associazioni cattoliche (dopo il 1885); il movimento cristiano-sociale creò 5 giornali e l’Azione Cattolica 2. III) Nella Svizzera parlano il tedesco 2.735.000 abitanti, 778.000 il francese, 148.000 l’italiano e 43.000 il romancio. Dei 78 giornali cattolici 63 escono in lingua tedesca, 9 in francese, 5 in italiano e 1 in romancio. IV) I giornali minori che non escono quotidianamente sono diretti da persona che può nello stesso tempo consacrarsi ad altra carriera o altro impiego principale (sacerdoti, professori, segretari, ecc.). Tali giornali sono 47. Negli altri 23 sono occupati 47 giornalisti professionisti. Va aggiunto ancora che 8 giornali dei 78 sono in realtà 8 edizioni locali dello stesso organo non mutando che la testata. V) 34 giornali cattolici sono editi da persone private che ne detengono la proprietà; gli altri 44 vengono pubblicati da società editoriali. I quotidiani sono una ventina dei quali i principali si chiamano: Vaterland di Lucerna, Neue Zürcher Nachrichten di Zurigo, Ost-Schweiz di S. Gallo. Questi giornali hanno per la parte tedesca diffusione nazionale e sono ottimamente redatti. La loro collaborazione su questioni culturali religiose e sociali desta molto interesse anche fuori della Svizzera. Ottimi giornali della parte tedesca sono anche le Freiburger Nachrichten dirette fino a poco fa dal rev. Pauchard, benemerito presidente del comitato esecutivo per l’Esposizione Internazionale della Stampa, il Basler Volksblatt di Basilea, il Morgen di Olten, l’organo cristiano-sociale di Winterthur Hochwacht, ecc. Nella Svizzera francese i due maggiori quotidiani sono la Libertè di Friburgo, giornale come vedremo di grandi tradizioni e Le Courrier de Genève che si è acquistato ottima fama specialmente in questi ultimi anni sotto la direzione di D. Carrier. La piccola Svizzera italiana ha due quotidiani cattolici: il Popolo e Libertà organo del partito conservatore democratico e il Giornale del Popolo fondato nel 1926 dal Mons. Bacciarini il cui ritratto adornava le pareti della sala svizzera come quello di un particolare promotore della stampa. Il Giornale del Popolo, organo di azione cattolica, raggiunge già 7.000 abbonati, in un paese come il Ticino che con 150.000 abitanti possiede nientemeno che 7 quotidiani. Accanto ai due quotidiani cattolici il Ticino pubblica ancora il settimanale La Famiglia e l’organo cristiano-sociale Il Lavoro. Un ottimo quotidiano ha la Svizzera romancia nella Gasetta Romontscha, diretta per lungo tempo dal Padre Mauro Carnot dell’abbazia benedettina di Dissentis. Del punto II° della tabella B) abbiamo avuto nella conferenza che tenne all’Esposizione il Dr. André-Marie de Bavier, procuratore generale dei canonici regolari di S. Maurizio a Roma, una illustrazione che sarebbe presunzione voler superare. Il conferenziere dopo aver accennato agli scarsi tentativi del periodo antecedente (nel 1831 non esistevano in Svizzera che due soli periodici) e alle fondazioni di parecchi giornali che poi mutarono nome, così riassume la storia del periodo nel quale la stampa cattolica prese il massimo slancio. II vero grande sviluppo della stampa cattolica incomincia dopo il ’70, sotto l’impulso di uomini come il vescovo Mons. Mermillod, poi cardinale, e del can. Schorderet nella Svizzera francese, del vescovo Mons. Egger e del can. Kreyenbühl nella Svizzera tedesca. Il 21 luglio 1857, cinquanta rappresentanti dei Cantoni cattolici fondarono a Beckenried sul lago di Lucerna il Pius Verein, chiamato così in onore del Sommo Pontefice Pio IX, di santa memoria. «I cattolici della Svizzera, dice il manifesto, per conservare e difendere la loro santa fede, per praticare questa fede colla carità cristiana e le opere, per sostenere l’arte e la scienza cattolica, si uniscono sotto la protezione dell’Immacolata Vergine Maria, di San Carlo Borromeo e del Beato Nicolao di Flue, patrono del paese, si uniscono in una società che prende il nome di Associazione di Pio IX». Il primo presidente fu il valoroso signor Scherer Boccard che rimase presidente fino alla sua morte nel 1885. Il bollettino della società prima trimestrale diventò mensile e passò in pochi mesi da 700 abbonati a 6.000. Questa associazione era venuta alla sua ora per aiutare la stampa cattolica. La persecuzione contro i cattolici infieriva, dopo la definizione dell’infallibilità del Papa al Concilio Vaticano. La nuova setta dei Vecchi Cattolici apriva parecchie chiese nella Svizzera coll’appoggio del potere laico radicale e massonico. Il Pius Verein tenne una grande assemblea a Friburgo nel 1871, nella quale il presidente Scherer Boccard fece acclamare da tutti i presenti la creazione di due quotidiani, uno per la Svizzera tedesca il Vaterland e l’altro per la Svizzera francese la Liberté. Cosi il 1° ottobre 1871 nacque la Liberté di Friburgo, fondata dal can. Schorderet, che ebbe anche parte nella fondazione del Vaterland quotidiano. Schorderet è veramente uno dei più grandi apostoli della stampa svizzera. A soli 26 anni, giovane sacerdote è incaricato della redazione francese dei Monat Rosen, la rivista della Società degli Studenti Svizzeri, fondata nel 1841 per lottare contro il radicalismo anticlericale. Questa società è tuttora fiorente. Nel 1869 Schorderet inizia la Revue de la Suisse Catholique. Il Vescovo di Losanna Mons. Marilley e Mons. Mermillod l’incoraggiano nel suo apostolato. «Nous touchons – gli scrive Mons. Mermillod il 18 ottobre 1868 – à une des crises les plus grandes qu’ait traversé l’humanité, les peuples s’agitent dans une fermentation dont rien ne fait prévoir l’issue. On tente de dépouiller notre vieille Europe de tout ce que l’Evangile a jeté de vivant dans sa civilisation». Schorderet fondò anche l’Opera di San Francesco di Sales per sostenere la buona stampa, e la grande e bella Opera di San Paolo di cui parleremo più tardi. Era un uomo dotato insieme di grande senso pratico e di un profondo spirito soprannaturale, quasi mistico. Nella Svizzera tedesca il can. Vincenzo Kreyenbühl, che si era appassionato, appena ordinato sacerdote, alla difesa della gioventù contro i pericoli dell’ora, era un uomo di grande coltura e di ferrea volontà. Era entrato nella redazione del Vaterland nel 1871. Il Governo radicale lucernese era stato rovesciato nelle elezioni del maggio di quest’anno e c’era bisogno di una penna forte e eloquente per consolidare la vittoria dei cattolici. Intanto in molti cantoni la persecuzione continuava. Nel 1873 Mons. Mermillod era espulso dal territorio elvetico, benché fosse svizzero. Nel medesimo tempo Ginevra decretava la nomina dei parroci per mezzo del popolo, proibiva l’insegnamento alle suore e ai frati anche nelle scuole private; il Nunzio era congedato il 12 dicembre 1873. Mons. Lachat Vescovo di Basilea essendo stato deposto, nel Giura bernese i parroci che protestarono furono quasi tutti revocati e mandati in esilio. Ma il Kulturkampf invece di scoraggiare i cattolici, li spingeva a creare nuovi giornali. Numerosi giornali sorgono infatti fra il 1870 e il 1880, dai quali una dozzina esistono ancora. Nel Giura bernese una delle terre più colpite dalla lotta religiosa, il giornale Le Pays tuttora fiorente, fu appunto creato nel 1875, al momento della revocazione di 69 parroci. La Solothurner Zeitung incominciò nel 1872, il Basler Volksblatt nel 1872, l’Ost Schweiz nel 1873, ecc. L’Ost Schweiz è diventato uno dei principali giornali svizzeri. Nacque in San Gallo. Il cantone di San Gallo è una delle regioni della Svizzera dove clero e popolo cattolico si distinguono per la loro religione e la loro coltura. Il giornale diventò presto come il Vaterland un giornale di dottrina e pubblicò articoli profondi sui grandi argomenti del giorno, come la critica della nuova costituzione federale, internazionalismo e libertà, libertà e democrazia. L’anima del giornale fu dal luglio 1886 al 1904 Giorgio Baumberger, uno dei maggiori giornalisti svizzeri, scrittore di valore, meraviglioso polemista. Il Baumberger passò nel 1904 alla direzione delle Neue Zürcher Nachrichten, il nuovo quotidiano di Zurigo, chiamato anch’esso a diventare uno dei principali giornali svizzeri. Il tempo delle grandi lotte religiose era ormai passato; la Chiesa aveva resistito a tutti gli assalti dei suoi avversari e un periodo nuovo si apriva, periodo di nuovi sviluppi e di nuove conquiste. Il Bavier ricorda qui parecchi fra i più celebri collaboratori dei giornali svizzeri: Giorgio de Montenach, Gaspare Decurtins, Federer e i viventi Mons. Besson, il presidente Giuseppe Motta, Gonzague de Reynold… e conclude con questo consolante giudizio: La situazione è molto migliorata dal lato culturale e religioso. Il clero è in generale colto, zelante e come il nostro popolo cattolico molto unito alla Santa Sede. Gli idoli del secolo passato sono crollati nel disappunto generale causato dalla guerra mondiale e dalla crisi economica. È vero che altri idoli figli dei primi, come il comunismo bolscevico e il nazionalismo pagano minacciano di nuovo la cristianità e la civiltà, ma molti spiriti anche fra i non cattolici guardano alla Chiesa di Roma come a una ancora di salvezza. Il grande partito radicale svizzero ha molto cambiato e nella maggior parte dei cantoni lotta insieme ai cattolici contro il pericolo comunista-socialista. Parecchi dei maggiori giornali protestanti, fra i quali possiamo citare la Neue Zürcher Zeitung, il Journal de Genève, la Tribune de Genève e sopratutto la Gazette de Lausanne fanno sforzi veramente lodevoli per esser giusti verso la Chiesa Cattolica. Nello stesso tempo la stampa cattolica ha sempre mostrato una profonda devozione al Santo Padre e una grande premura a far conoscere le sue direttive. In particolare le grandi encicliche pontificie sulla questione sociale e operaia sono state largamente commentate e diffuse dalla nostra stampa, come lo sono in questi giorni le splendide lettere del Papa sul comunismo e il nazismo. Se il popolo nella classe operaia e contadina è rimasto in gran parte fedele alla Chiesa, questo si deve al fatto che la stampa ha diffuso l’insegnamento del Papa sulla giustizia sociale. Come, poi, la Svizzera non è mescolata alla grande politica europea, riesce più facile ai cattolici svizzeri di valutare gli avvenimenti senza passione partigiana, da un punto di vista puramente cattolico. Questo giudizio dell’illustre conferenziere, uomo anch’egli che ha traversato una vasta esperienza interiore ed esteriore (vedere di lui: «De Genève à Rome par Cantorbéry», Oeuvre Don Bosco, Nice, 1937) vale naturalmente anche per le riviste svizzere. La parte tedesca possiede la sua rivista di cultura nella Schweizerische Rundschau, quella francese in Nova et Vetera. La Schweizerische Kirchenzeitung ha celebrato nel 1932 il suo centenario; la rivista Monat Rosen fondata come dicemmo nel 1841 è sempre organo della società degli studenti svizzeri, Les Echos de S. Maurice sono diretti dai canonici dell’Abbazia di S. Maurice; nel Ticino abbiamo Vita Femminile e Pagine Nostre. Una terza vignetta della sala svizzera, che pure riproduciamo, richiama l’attenzione su un gruppo particolare di pubblicazioni periodiche, cioè sulle riviste illustrate congiunte con l’assicurazione degli abbonati. Già prima della guerra, nella Svizzera, era stato introdotto da parecchi organi non cattolici il sistema di combinare l’abbonamento ad un periodico con l’assicurazione contro gli infortuni degli abbonati; e ciò nella maggior parte dei casi in base ad un accordo contrattuale con una società assicurativa. Presso i cattolici tale sistema si iniziò nel 1920 col periodico illustrato Der Sonntag; ma l’assicurazione era assai limitata; appena quando nel 1923 il giornale passò alla Ditta Otto Walter A. G. in Olten vi si introdusse una assicurazione degna di battere la concorrenza. In seguito a ciò il numero degli abbonati salì da 10.000 a 60.000, per merito anche naturalmente dello sviluppo della parte redazionale. Nello stesso anno venne fondato a Zurigo un altro giornale illustrato con assicurazione Die Woche in Bild che nel 1927 passò pure alla ditta Otto Walter A. G. Infine nel 1928 un gruppo di ginevrini fondò per i cattolici francesi nella Svizzera l’Echo Illustré. Il Sig. J. Kunz specialista in tale materia ci assicura che la stampa cattolica illustrata si poté sviluppare solo in grazia della combinazione con le assicurazioni perché questa forma ha assunto negli ultimi anni in Svizzera il carattere di una vera assicurazione popolare. Essa è la assicurazione contro gli infortuni del popolo minuto perché il premio può venir pagato settimanalmente come prezzo del quaderno in piccole rate, come sarebbero in media 50 «rappen». Ciò rappresenta un particolare vantaggio per la popolazione cattolica che appartiene per lo più alle classi rurali e montanare povere. Quante miserie si possano lenire in caso di infortunio lo dimostra la seguente tabella che registra i pagamenti per infortuni delle riviste Sonntag e Woche in Bild dal 1923 fino al 1936. Nello stesso tempo la tabella prova indirettamente l’aumento degli abbonati e degli assicurati. Pagamenti complessivi di Sonntag e Woche in Bild: anno franchi 1923 143.452,45 1924 236.288,30 1925 413.639,00 1926 548.370,00 1927 705.520,25 1928 827.847,00 1929 976.582,00 1930 1.001.585,45 1931 957.505.75 1932 1.112.684,65 1933 1.075.946,05 1934 1.135.267,00 1935 1.242.340,80 1936 1.301.961,10 Una volta che tali riviste con assicurazioni hanno preso piede, conclude il nostro informatore svizzero, difficilmente possono venire battute dalla concorrenza. Sulle opere di stampa lasciamo ancora la parola a Padre Bavier il quale scrive: Una delle creazioni più belle della stampa svizzera sono le Società religiose femminili fondate per lavorare per la stampa e per la diffusione dei giornali. La prima in data è l’Opera di San Paolo, creata nel 1873 dal can. Schorderet unicamente per la stampa cattolica. Ha una bella storia. Raggruppa attualmente 160 Piccole Suore, con 4 case e pubblica parecchi giornali, fra i quali a Friburgo l’importante Liberté e numerosi bollettini ecc. Le suore però non lavorano direttamente alla stamperia. L’opera Canisius, fondata nel 1898 a Friburgo da Mons. Kleiser è una società di Suore specialmente consacrate alla Madonna e che si dedicano all’apostolato della stampa. Tengono stamperie e librerie. Pubblicano giornali e riviste e libri, fra i quali possiamo citare le Kanisiusstimmen, con una tiratura di 27 mila copie. Hanno fatto molto per diffondere nei paesi di lingua tedesca la meravigliosa devozione alla Vergine del Beato Grignon de Monfort. L’opera di Sant’Agostino fu fondata a St. Maurice nel Vallese dal can. Cergneux, presto aiutato dal can. Marietan, dopo abate. Ambedue erano canonici regolari dell’Abbazia di St. Maurice. Lavora attivamente all’estensione della buona stampa con un personale femminile dedicato a questo apostolato, stamperia compresa. Stampa a St. Maurice il quotidiano vallesano Nouvelliste Valaisan, nella succursale di Lugano il Giornale del Popolo, a Sierre la Patrie Valaisanne. Tra le sue diverse pubblicazioni sono i Bollettini parrocchiali, per 300 parrocchie della Svizzera francese e della Svizzera tedesca con una tiratura mensile di più di 80 mila copie. Bisogna rilevare anche che della stampa si occupa in una sezione particolare l’Unione Popolare Cattolica Svizzera, federazione centrale di Azione Cattolica fondata nel 1903, che conta 500 associazioni locali e circa 60.000 membri. La sua sezione pro stampa è diventata «L’Associazione della Stampa Cattolica Svizzera», presieduta ora da W. Amstalden. Sarà detto anche altrove dell’Agenzia internazionale K.I.P.A. che venne fondata nel 1917 ed è diretta oggidì dal Dr. E.F.Y. Müller il quale fu anche attivo segretario del comitato svizzero e che assieme a Mons. Krieg, cappellano della guardia pontificia, ci fu largo di consiglio anche per la pubblicazione di questo volume. Ungheria In Ungheria i cattolici sono 64,9% contro 20,9% protestanti, 6,1% di confessione augustana, 5,1% israeliti, 2,3% uniati; il resto è diviso fra i greci ortodossi ed altre sette. Riguardo alla lingua la maggioranza ungherese arriva al 92,1%; la minoranza tedesca a 5,5%; gli slovacchi a 1,2%; i rumeni a 0,2; i croati a 0,3. La stampa cattolica si divide in 13 quotidiani con una tiratura complessiva giornaliera di 217.000 copie; 33 settimanali con 280.950 copie; 10 quindicinali, 49 periodici mensili, 4 bimestrali, 21 trimestrali; in totale 130 pubblicazioni periodiche le quali, secondo i calcoli del comitato ungherese per l’esposizione, hanno una tiratura complessiva annuale di 76.398.660 copie. Per darci una idea della situazione relativa della stampa cattolica ungherese, una statistica figurata recava nella sala dell’Esposizione le cifre di confronto fra la stampa quotidiana di vario indirizzo nella città di Budapest. Secondo questa tabella la stampa liberale esce giornalmente in 236.000 esemplari, quella radicale in 210.000, la socialista in 20.000, la conservativa in 100.000, la cristiana (aderente al partito cristiano economico sociale) in 150.000 e la cattolica in 161.000. La stampa cattolica rappresenta cioè il 18,36%, su un totale di 877.000 copie. Questo rapporto costituisce un grande progresso in confronto del passato. Un’altra tabella infatti dell’Esposizione ci ricorda che nel 1886 la stampa cattolica di Budapest non rappresentava ancora il 3,9% della tiratura totale dei giornali ivi pubblicati. Dieci anni dopo i cattolici raggiungevano il 4,49%. Ma nel 1917 con l’apparizione del Uj Lap (Giornale Nuovo) e in seguito alla fondazione dell’«Impresa centrale della stampa cattolica» la percentuale sale a 8,35 per arrivare poi come s’è detto a quasi il 19%, che è la proporzione presente. Ciò è dovuto ad un grosso sforzo fatto dai cattolici ungheresi dopo la guerra. Negli anni antecedenti al conflitto mondiale si ebbe una prima fioritura, da quando nel 1896 colla cooperazione del conte Ferdinando Zichy, del conte Nicola Maurizio Esterhazy e di Giovanni Molnar, e specie poi sotto l’influenza del prof. universitario Ottocaro Prohaszka, indi vescovo di Székesfehérvár, si costituì e si sviluppò in Budapest il giornale Alkotmany (Costituzione). Era questo l’organo del partito popolare cattolico ed in genere del movimento cristiano sociale che guadagnò rapidamente terreno. Mons. Prohaszka assunse allora anche la direzione dell’associazione dei giornalisti e degli scrittori cattolici «Cardinal Pazmany», e si fondarono anche in provincia nuovi giornali e nuove riviste. La più importante di queste è la Magyar Kultura, diretta dal noto scrittore e celebre apostolo della stampa, padre Bela Bangha. Fu durante questo stesso periodo che vennero fondate le riviste letterarie Magyar Szemle (Rivista ungherese), poi Elet (Vita), le riviste scientifiche ed apologetiche Egyházi Közlöny (Bollettino Ecclesiastico), Religio, Katholikus Szemle; nel campo delle pubblicazioni per la gioventù si assisté alla fondazione dei periodici Zászlónh (Bandiera nostra), Nagyasszonyunk (Nostra Signora), Kis Pajtás (Piccolo compagno). Si vide prosperare anche l’agenzia Katholikus Tudósitó (Informatore cattolico), poi l’Agenzia Magyar Kurir (Corriere ungherese). Tutta una serie di quotidiani e settimanali sorsero anche nella provincia, fra i quali occorre nominare in primo luogo il Fehérmegyi Napló, giornale del comitato Fehéer pubblicato a Székesfehérvár e dal quale partì la propaganda politica del Partito Popolare; poi il Dunántul (Transdanubio) pubblicato a Pecs, il Dunántul Hirlap (gazzetta di Transdanubio) uscente a Györ, il Nagyváradi Napló (giornale di Nagyvàrad), pubblicato a Nagyvàrad. Il secondo periodo dello sviluppo della stampa cattolica ungherese comincia nel dopo guerra. Facendo leva sul «Comitato delle dame della stampa cattolica», costituito fin da prima della guerra, l’instancabile Padre Bela Bangha S. J. fece l’appello di tutte le forze ed ancora nel 1918 assieme ai suoi collaboratori Padre P. Antonio Buttykay, Mons. Luigi Baranyay e Giustiniano Baranyay, cominciò il lavoro di propaganda per la creazione di una impresa editrice nota poi sotto la sigla K. S. W. (Impresa centrale della Stampa Cattolica). È questa una società anonima di piccole azioni per la somma totale di 10 milioni di corone, oggi 4 milioni di pengöes. Questo potente organismo è attualmente presieduto dal conte Giovanni Zichy il quale è contemporaneamente vicepresidente della Azione Cattolica d’Ungheria. Ben a ragione un ingrandimento fotografico segnalava nella sala ungherese all’ammirazione dei visitatori i quattro B (Bangha, Buttykay e i due Baranyay) come gli autori del presente progresso della stampa ungherese. Nel 1929 l’Impresa Centrale della Stampa fondava i quotidiani Nemzeti Ujzàg (Giornale nazionale) e Uj Nemzedék (Nuova generazione) e i periodici Kepes Krónika (Cronaca illustrata), Magyar Jogi Szemle (Rivista giuridica ungherese, nello stesso tempo assumeva il giornale Uj Lap (Nuovo foglio). Notevole è lo sviluppo dei due grandi nuovi quotidiani, il primo diretto dal Comm. Dott. Ladislao Toth, alla cui opera la sala ungherese dell’Esposizione deve il suo successo e il direttore del secondo giornale è Desiderio Saly. Una tabella statistica all’Esposizione ci dimostrava che i lettori della stampa cattolica ungherese, che è ad un tempo stampa di opinione e di informazione, è letta da tutte le classi e professioni ed esercita quindi un influsso in profondità e diffusione. La tabella dimostrava che su 100 abbonati, 15 sono ecclesiastici, 7,12 professori e maestri, 7,63 proprietari fondiari, 12,45 medici, giudici, ingegneri, avvocati, 5,81 commercianti ed industriali, 26 funzionari dello Stato e degli enti pubblici, 10,56 addetti alla gendarmeria ed alle dogane, 6 società, cooperative, banche, 6,25 funzionari in ritiro. Abbiamo accennato alla Federazione Generale degli Scrittori e Giornalisti Cattolici, «Cardinale Pazmany». Il busto di questo illustre cardinale, ad un tempo scrittore, giornalista, uomo politico e grande teologo, troneggiava nella sala ungherese accanto al busto dei due principali promotori del giornalismo nazionale Mons. Prohaszka e Giovanni Molnar. L’Associazione Pazmany ebbe dapprincipio lo scopo di proteggere moralmente e materialmente i suoi soci e poi, allargando la sua attività sull’esempio della Catholic Truth Society, estese i suoi compiti alla difesa del clero ed alla creazione di una agenzia che alimentasse settimanalmente gli organi cattolici con articoli di carattere apologetico e informativo. La guerra distrusse tutte le riserve che questa associazione aveva creato in favore dei giornalisti e fu solo nel 1928 colla presidenza di Giuseppe Vass, ministro della previdenza sociale, che l’associazione poté riprendere una novella attività. Ladislao Toth venne nominato segretario generale e ne è ancor oggi direttore Giuseppe Hivatal. In questo periodo e poi sotto l’attuale presidenza di Mons. Glattfelder, vescovo di Csanad, si costituirono per i giornalisti nuove provvidenze per favorire i viaggi di studio, gli esercizi spirituali e la villeggiatura gratuita. L’ufficio di informazioni diretto da Hivatal esercita la duplice funzione di agenzia nazionale per la stampa ungherese e sotto il titolo di Courrier Catholique de l’Europe Centrale (Budapest IV, Ferencek-tere 7 II. 9) invia delle informazioni alla stampa cattolica degli altri paesi a mezzo delle altre agenzie cattoliche e funge come organo nazionale della «Commission Permanente» (Breda). AMERICA SETTENTRIONALE Canadà II Dominion inglese del Canada contava secondo l’ultimo censimento del 1931 una popolazione totale di 10.376.786 abitanti sparsi su un territorio immenso in modo che la densità media risulta solo di 3 abitanti per km . I cattolici sono 4.285.388 ossia il 41.29% del totale della popolazione e il più forte gruppo di loro si trova concentrato nella provincia di Quebec, ove i cattolici assommano a 2.463.160 su 2.874.205 abitanti. È utile premettere anche che i cattolici della campagna sono 1.986.073 su 4.802.988 e quelli abitanti nei centri urbani 2.299.315 su 5.573.798. Gli altri canadesi si dividono in numerose sette e confessioni, i cui gruppi più importanti sono gli anglicani (1.635.000), i presbiteriani (870.000), la Chiesa unita circa 2 milioni. Secondo la ricordata statistica, nel Canada della popolazione superiore ai 10 anni parlano solamente inglese 5.682.960 persone, solamente francese 1.108.039; inglese e francese 1.230.471. È da notare che quasi tutti questi ultimi sono canadesi d’origine e lingua francese. Si calcola che i cattolici di lingua francese siano 2.831.072, quelli di lingua inglese 310.000. Della stampa quotidiana in genere, esclusi i tre giornali cattolici, abbiamo sott’occhio un elenco che tocca il centinaio. Un nostro relatore stima che raggiungano insieme circa 2 milioni di copie al giorno. Essi vanno da una tiratura massima di 150.000 come Presse di Quebec o di 229.000 come il Toronto Star di Toronto a piccole tirature che da 5.000 copie scendono anche a poco più di un migliaio. I settimanali della stessa categoria sono 995 e hanno in generale carattere locale e una tiratura media di 2.000 copie. Vi sono però tra loro anche dei colossi come l’edizione settimanale del Toronto Star con 292.000 copie e del Monreal Star con 220.000 copie. Circa l’aspetto morale e religioso di questa stampa si può dire che vere pubblicazioni anticlericali nel Canada non esistono, fatta eccezione di certa stampa comunista di recente data di cui parleremo a parte. Nel passato sorsero anche dei settimanali ispirati da logge massoniche come Le Pays, il quale però, colpito nel 1910 da interdetto, dovette sospendere poco dopo le pubblicazioni. Nelle provincie inglesi sopravvive ancora qualche periodico anticattolico come il Sentinel di Toronto, organo del gruppo orangista, che naviga però in cattive acque. È vero anche che la stampa anglocanadese quotidiana o settimanale nutre scarsa simpatia per la Chiesa cattolica. Nel passato la stessa Free Presse di Vinnipeg, il quotidiano più diffuso e più influente delle provincie dell’Ovest, ingaggiò delle campagne ostili alla Chiesa, mirando sovratutto ad impedire la fondazione di scuole cattoliche in quelle regioni. All’ora presente però la maggior parte dei quotidiani anglocanadesi evitano le polemiche anticattoliche benché vi si trovino spesso degli articoli a favore del divorzio o almeno del Birthcontrol; riescono così lentamente a fare opera di disintegrazione morale. Tuttavia in genere la grande stampa di lingua inglese segue il modello di quella americana e aspira ad essere sovratutto stampa di informazione al servizio del maggior numero di lettori possibile. Nella zona francese 12 sono i quotidiani con una tiratura complessiva di 350.000 copie. L’organo più diffuso è il giornale di informazione La Presse di Montréal con 142.000 copie e Le Soleil di Quebec con 52.000 copie. Nove di questi 12 quotidiani sono organi di informazione e 4 di essi hanno come presidente o come principale azionista un uomo politico canadese di religione protestante; 5 sono proprietà di uomini di affari di religione cattolica o di società in maggioranza cattolica; 3 infine su 12 sono organi di ispirazione e direzione nettamente cattolica, cioè Le Droit a Ottawa, Le Devoir a Montréal e L’Action Catholique a Quebec con una tiratura complessiva di 78.000 copie. Dei nove giornali non cattolici nessuno ha tendenze anticlericali e poiché servono o ad uno scopo finanziario o ad uno scopo politico e il pubblico a cui si dirigono è tradizionalmente cattolico, tutti testimoniano verso la Chiesa una deferenza evidente. Essi pubblicano non soltanto articoli occasionali su soggetti religiosi, ma riportano anche encicliche e pastorali, vignette che riproducono le cerimonie ecclesiastiche: si distinsero in modo particolare nell’occasione del Congresso Eucaristico mondiale. Ma accanto al pubblico che compra e legge vi sono le agenzie di pubblicità per lo più americane d’origine anglo-protestante o ebraiche e volendo tener conto anche di queste per il forte appoggio che rappresentano per il giornale, i quotidiani di questo genere non si espongono troppo per sostenere postulati cattolici o nazionali che comunque fossero sgradevoli ai finanziatori. Largheggiando anzi nella cronaca e nella pubblicità offrono spesso, accanto agli articoli religiosi, trafiletti di propaganda per i locali notturni, oppure collocano accanto a fotografie di dignitari ecclesiastici vignette audaci di stelle cinematografiche. La stampa cattolica propriamente detta è sorta come reazione a questo opportunismo ibrido e pericoloso. Le riviste non cattoliche sono 360 e pubblicano 3 milioni e mezzo di esemplari. Si tratta qui di riviste mensili, bimestrali o annuali, per la maggior parte di carattere tecnico, letterario, sportivo, professionale, le quali, eccetto qualche periodico frivolo, non si possono dire ostili o nocive alla religione. Di fronte a loro i cattolici posseggono 190 periodici. Un cartello nella sala dell’Esposizione del Canada annunciava che i comunisti pubblicano in questo paese nientemeno che 40 pubblicazioni periodiche in 15 lingue differenti tutte dedicate alla propaganda sovversiva. Un solo periodico è pubblicato in francese, La Clarté di Montréal (mensile), 23 sono in inglese e le altre sono dedicate alle zone di immigrazione in finlandese, ucraino, russo, ebreo, tedesco, scandinavo, cecoslovacco, ungherese, polacco, lituano, serbocroato, bulgaro e giapponese. Questi periodici di limitata tiratura sono alimentati da una agenzia fondata a Toronto, la Associated Labor Press. A Toronto esce anche l’organo principale del partito comunista canadese, il trisettimanale The Worker. Altri periodici sono dedicati alla gioventù comunista, agli studenti, allo sport ecc. Oltre Toronto anche Vancouver è un centro di propaganda. Il padre Gustavo Sauvè O. M. I. dell’Ecole Sociale Populaire de Montréal ha pubblicato sul pericolo di questa propaganda, iniziata da pochi anni, un opuscolo dal quale abbiamo preso questi dati e al quale rimandiamo i lettori che ne volessero sapere di più (Moscou au Canadà, Ottawa, Les Editions de l’Université, 1934). Venendo infine a parlare in particolare della stampa cattolica, notiamo che dei tre quotidiani francesi L’Action Catholique fondata nel 1907 come Action Sociale dal cardinale Begin arcivescovo di Quebec, sorse con un programma di difesa scolastica e di propaganda cattolica sociale. In 30 anni di vita è divenuto l’organo più efficace e più riconosciuto dell’Azione Cattolica e dell’azione sociale delle quali è campione il can. Alfredo Chamberland, che fu il più zelante organizzatore della nostra mostra. Le Devoir che pubblica a Montréal 18 mila esemplari quotidiani venne fondato da Henry Bourassa nel 1910; nello stesso tempo Bourassa e i suoi collaboratori iniziavano un’opera di propaganda con la stampa e con le conferenze; merita particolare rilievo la collezione di opuscoli Le Document che si dedicò specialmente alla diffusione in massa delle encicliche. Lo stesso gruppo costituiva anche una agenzia di viaggi per prendere contatto con i cattolici francesi dell’America e dell’Europa e ad organizzare la partecipazione ai congressi eucaristici. Dopo il Bourassa assunse la direzione nel 1933 Giorgio Pelletier: il giornale poté vantare fra i suoi collaboratori anche il R.P. Villeneuve, oggidì cardinale, e il sig. Mignault, già giudice alla corte suprema del Canadà. Interessante è di vedere come si sia assicurato il carattere cattolico dell’impresa editoriale del Devoir a Montréal. Questa «compagnia» si fondò nel 1912 per sostenere il giornale che minacciava di naufragare per insufficienza di fondi. Il direttore e fondatore ricevette nella sua qualità, a titolo di fondatore, la maggioranza delle azioni e precisamente la metà più uno. Questo gli assicurava la direzione del giornale e la possibilità di scegliere un consiglio di amministrazione di sua fiducia. Un accordo intervenuto fra il direttore del giornale e i suoi coamministratori stabilisce che le sue quote di fondazione appartengono di diritto a ogni nuovo direttore del giornale, il quale non può disporne per vantaggio personale ma le tiene in fidecommesso per il giornale stesso. La dimissione, l’incapacità constatata, l’assenza prolungata o la morte del direttore portano con sé automaticamente la liberazione della sua quota che passa ai suoi due coassociati in un sindacato fiduciario delle quote di direzione. Il nuovo direttore viene designato dai due fiduciari d’accordo col consiglio. È impossibile per il direttore di cedere comunque la sua quota senza il consenso del consiglio di amministrazione da una parte e dei suoi confiduciari dall’altra. Un accordo parallelo prevede la costituzione di un secondo fidecommesso che detiene la massa delle azioni della minoranza, tranne una cinquantina, su un totale di parecchie migliaia. I grandi sottoscrittori di questi titoli della prima ora hanno cominciato col rinunciare ad ogni dividendo e poi in seguito hanno passata la proprietà delle loro quote a un fidecommesso costituito per il vantaggio dello stesso giornale; questo secondo fidecommesso è costituito da 3 fiduciari; il direttore stesso è di diritto membro dei due fidecommessi, ma non ha che un diritto eventuale di votare come detentore di quote del secondo fidecommesso. Il presidente della società che vota come tale per le quote del secondo fidecommesso non può nemmeno lui staccarsi dalle quote di minoranza, senza il consenso unanime dei suoi confidecommissari da una parte, dei membri del consiglio di amministrazione dall’altra e infine del primo fidecommesso. Questa organizzazione garantisce l’indipendenza del direttore, esclude le possibilità di vendita ad estranei ed assicura la continuità della direzione cattolica, poiché il direttore è eletto dai suoi associati, scelti dal primo direttore e rimpiazzati con una selezione rigorosamente prevista. In quanto ad altri appoggi finanziari offerti ai quotidiani cattolici canadesi è da rilevarsi ancora che essi hanno costituito un fondo speciale di propaganda a cui i lettori contribuiscono in diversa maniera: parecchi amici dell’Action Catholique hanno fatto p. e. una assicurazione sulla vita in favore del giornale e frequenti sono anche i legati testamentari. Il terzo quotidiano cattolico Le Droit tira 15.000 copie e venne fondato a Ottawa nel 1913 per difendere specialmente la scuola cattolica francese nella provincia di Ontario. L’attacco contro le scuole cattoliche private iniziato nel 1912 venne definitivamente respinto con la revoca del rispettivo regolamento scolastico nel 1927; e Le Droit fu il maggior fattore della vittoria. I settimanali cattolici si dividono come segue: 11 di lingua francese, 9 di lingua inglese, 1 di lingua tedesca, 1 di lingua polacca. Tirano assieme circa 230.000 copie per settimana. Dei settimanali francesi 8 sono pubblicati nella provincia di Quebec e tre nell’ovest canadese. Si è calcolato che la diffusione della stampa nelle famiglie del Canada si possa riassumere come segue: Quotidiani cattolici: 1 per 11 famiglie cattoliche; altri: 1 per famiglia. Settimanali cattolici: 1 per 3,7 famiglie cattoliche; altri: 1,77 per famiglia. Riviste cattoliche: 2 per famiglia cattolica; altre: 1,73 per famiglia. Quest’ultimo rapporto è assai favorevole. Infatti 190 riviste cattoliche hanno una tiratura globale di 1 e ¾ milione al mese; il che costituisce una produzione del 33% del totale. Alcune delle riviste, specie delle francesi, meritano un cenno particolare. Purtroppo non compare nel nostro elenco la Revue Canadienne morta nel 1922. Fu la rivista più ben scritta e più letta del Canada francese negli ultimi decenni dell’ottocento; ne era direttore ultimamente il sac. Elia Auclair della Société Royale du Canada. Nel 1912 dalla fusione di due altre riviste, edite sotto gli auspici della Société du Parler Français sorse, per iniziativa dei professori del seminario di Quebec, Le Canadà Français, che s’occupa di letteratura, d’arte, di critica e di storia. L’Enseignement Primaire è dedicato agli insegnanti; come si rivolge ai professori la Révue d’enseignement secondaire, pubblicata dall’università Laval. La Revue trim. è scritta dai professori dell’università di Montréal; la Revue de l’Université d’Ottava è diretta dai Padri Oblati che tengono quest’università. La Revue Moderne è un «magazine» che reca ogni mese un intero romanzo, novelle e letteratura amena. Circa i bollettini parrocchiali va richiamata l’attenzione sull’organizzazione creata a Montréal dai padri gesuiti dell’Immacolata Concezione. Essa permette di pubblicare più di 100 bollettini con un testo fondamentalmente eguale ma con delle cronache speciali per ogni parrocchia. Nemmeno nel Canadà esiste una società dedicata esclusivamente alla stampa periodica; ma se ne occupano efficacemente: l’Action Social Catholique, 1, Boulevard Charost, Quebec; The Catholic Truth Society, 67, Bond Street, Toronto, Ont. Dobbiamo questi dati e queste informazioni ai valorosi colleghi dei tre quotidiani cattolici, in modo particolare a G. Pelletier, Enrico Somerville dell’eccellente settimanale di Toronto The Catholic Register e all’«Action sociale catholique» di Quebec, centro propulsore delle attività cattoliche. Per le cifre cfr. anche i due annuari della stampa canadese: MC KIM’SDirectory of Canadian Publications, 1936 Toronto, Ont. – Annuaire des Barats Advertising Co’y, Montréal. Stati Uniti d’America La popolazione totale dell’America continentale è di 122.775.046 abitanti; di questi sono cattolici 20.523.043. Fuori della Chiesa cattolica 10 milioni circa sono battisti, quasi 9 milioni metodisti, 4 milioni e mezzo luterani, 4 milioni israeliti, 2.700.000 presbiteriani, circa 2 milioni episcopaliani, 1 milione e mezzo discepoli di Cristo, 1 milione congregazionali e cristiani e quasi 1 milione ortodossi orientali. La gerarchia ecclesiastica cattolica si compone di 4 cardinali, più di 100 arcivescovi e vescovi e circa 30.000 sacerdoti. I cattolici mantengono oltre 190 seminari, 191 collegi per ragazzi, 661 collegi e accademie per signorine, 1.134 scuole superiori (high schooles) e 7.442 scuole elementari parrocchiali, frequentate nel 1935 da 2.209.673 ragazzi e ragazze. Politicamente è noto che si alternano al governo federale il partito democratico e il partito repubblicano conservatore, i quali nelle ultime elezioni hanno ricevuto assieme quasi 40 milioni di voti, mentre i socialisti non hanno mai raggiunto il milione. La libertà della stampa è grande e in realtà non esiste intervento statale se non contro la diffamazione su querela della parte o in base ad alcune leggi proibitive contro le pubblicazioni oscene che vengono anche escluse dal trasporto postale. Ai tempi della rivoluzione i quotidiani erano pochi e i più influenti riuscivano i settimanali scritti da personalità eminenti della vita pubblica. Gradatamente durante il secolo XIX il quotidiano soppiantò il settimanale, ma è soltanto verso la fine del secolo XIX ed al principio del ’900 che i giornali americani subiscono un sostanziale cambiamento. I giornali di opinione vennero soppiantati dai grandi quotidiani di informazione, che introdussero nel notiziario l’esposizione oggettiva dei fatti, accantonando ogni commento nella «pagina editoriale». È questo il tipo ormai dominante del giornalismo americano. Esistono è vero dei gruppi di giornali, specie quelli chiamati a catena, come ad esempio il gruppo Hearst, nei quali tutte le colonne vengono liberamente usate per insinuarvi la tendenza degli editori o del gruppo di interessi che li sostiene; tali giornali però rappresentano sempre una minoranza. È vero anche che alcuni grandi giornali aggiungono trafiletti di commento alle notizie, ma in tal caso in testa al commento si può leggere sempre il nome di chi li scrive. Il metodo americano di riportare le notizie oggettivamente senza alcuna tendenza, segregando i commenti in una parte speciale del giornale, venne grandemente favorito dall’enorme sviluppo preso dalle grandi agenzie di notizie, le quali avendo interesse di raggiungere il massimo numero di abbonati senza riguardo alla tendenza politica economica o sociale, sentono la necessità di trattare le notizie oggettivamente per tema di urtare le opinioni di qualche abbonato. Così esse si limitano a narrare i fatti, lasciando al direttore locale il compito di commentarli. I quotidiani più importanti sono: The New York Times, The New York Herald Tribune, The Chicago Tribune, The Chicago News, The Los Angeles Times, The Detroit Free Press, The Detroit News, The Baltimors Sun, The Washington Evening Star, The Philadelphia Public Ledger, The S. Louis Glob Democrate, The Boston Post, The S. Francisco Examiner, Denver Post, Pittsburgh Press, Indianapolis News, Toledo Blade, ecc. In quanto alle riviste anche negli Stati Uniti si trattò per un primo periodo di riviste letterarie, ma negli ultimi anni del secolo XIX crebbero a dismisura le riviste dedicate alle novelle, ai romanzi e alle notizie illustrate; oggi raggiungono una diffusione enorme i periodici che si occupano del «Wild West», di romanzi criminali e di cinematografie. Non si può dire che queste riviste siano direttamente di carattere immorale, ma rimangono tuttavia riprovevoli per il loro contenuto sensazionale. Ecco i nomi di alcune riviste importanti: The Atlantic Monthly, Harper’s Magazine, Scribner’s Magazine, Cosmopolitan, Good Housekeeping, Forum, Current History, Saturday Evening Post, The Literary Digest, Time, Yale Review, American Review, The Annals. Nello sviluppo della stampa in America si constata un perfetto parallelismo tra i progressi della stampa e lo svolgimento della vita economica. Dalla metà del secolo passato fino al 1917 il numero delle pubblicazioni cresce continuamente. La punta massima del diagramma è di 24.868 pubblicazioni periodiche raggiunte nel 1917, poi incomincia il declino; oggidì sono circa 19.000. Negli ultimi anni cresce l’interessamento della stampa per le questioni sociali specie in seguito al New Deal. In quanto all’atteggiamento morale della grande stampa si può constatare che in genere nei suoi commenti essa depreca severamente le pratiche o le tendenze immorali. In via di fatto però la maggioranza dei giornali crede lecito riferire nelle loro colonne le notizie riguardanti delitti, divorzi e immoralità. I giornali che evitano di riprodurle sono in minoranza; gli altri anche se non le mettono in particolare rilievo, affermano tuttavia di doverle accogliere, perché si tratta di novità. In quanto all’atteggiamento verso la religione, in genere esso viene considerato dai cattolici come «fair». La stampa ha il severo proposito di evitare qualsiasi insulto od offesa ai sentimenti religiosi. Negli ultimi anni anzi inclina a dare maggior spazio alle notizie religiose, il che si deve probabilmente all’opera della stampa cattolica ed al fatto che le encicliche e le manifestazioni sociali dei pontefici suscitano grande interesse in tutto il paese. Nei grandi giornali inoltre si va introducendo l’uso di tenere «un redattore religioso» che ha l’incarico di pubblicare una o più colonne di notizie religiose che compaiono specialmente il venerdì e comprendono gli annunzi delle manifestazioni domenicali. Anche le agenzie telegrafiche hanno introdotto ultimamente il «Religious Editor» che deve occuparsi delle manifestazioni religiose di importanza nazionale, interessanti uno o più gruppi confessionali. Per riassumere in alcune cifre: i quotidiani degli Stati Uniti sono 1903 con una tiratura complessiva di 49.289.830 copie. Di fronte a questi i quotidiani cattolici sono 9 con una diffusione di 148.000 esemplari. I settimanali sono 4.218 con una tiratura di 19.708.988, vi sono inoltre 43 trisettimanali e 270 bisettimanali. Settimanali cattolici 121; tiratura 2.187.551. Inoltre un trisettimanale e tre bisettimanali. Il numero delle riviste e dei periodici è di 3.246 con una tiratura di 172.120.829. Le riviste cattoliche sono 197 con 4.593.141 copie. Qui non sono naturalmente compresi i periodici di carattere essenzialmente locale come i bollettini parrocchiali, gli organi scolastici e di società. In questo campo i cattolici possiedono circa 5.006 periodici con 1 milione di esemplari. Sono noti anche in Europa i nomi delle principali agenzie americane: The Associated Press, The United Press, International News Service, Universal Service, Federated News Service e il cattolico N.C.W.C. News Service. Quest’ultimo ha 104 abbonati che rappresentano 418 pubblicazioni; la prima agenzia invece ha 1.360 clienti, la seconda 1.240, la terza 1.000 e le due seguenti meno o pari dell’agenzia cattolica. Esistono inoltre molte altre agenzie che trasmettono articoli e clichés. Parecchie sono le associazioni di editori, di giornalisti e agenti di pubblicità; la National Editorial Association raggruppa 12.000 membri mentre tutte le altre solo alcune centinaia; la Catholic Press Association conta 137 membri. Le scuole o le sezioni scolastiche che si occupano di giornalismo, federate nell’American Association of Schools of Journalism sono 55, delle quali una sola è cattolica. Vi sono altri collegi e università cattoliche che tengono dei corsi giornalistici di carattere supplementare e di queste 50 sono cattoliche. Le facoltà principali di giornalismo sono: Marquette University (cattolica), 170 studenti; University of Wisconsin, di Stato, 352 studenti; Università di Stato Minnesota, Minneapolis, 206 studenti; Idem di Missouri, Columbia, 450 e la Columbia University, New York, 125 studenti. Le scuole cattoliche di giornalismo istruiscono nei corsi professionali circa 600 studenti e nei corsi culturali circa un migliaio. La stampa cattolica Diciamo ora qualche cosa in particolare della stampa cattolica. La statistica esposta nella sala degli Stati Uniti e riguardante le pubblicazioni esposte dava i seguenti risultati: totale: 4.631 pubblicazioni periodiche tiratura: 8.990.657 esemplari bollettini parrocchiali: 3.300 1.740.000 esemplari riviste: 197 4.604.141 esemplari giornali: 134 2.396.516 esemplari bollettini scolastici e dei collegi: 1.000 250.000 esemplari I giornali quotidiani, come s’è detto, sono uno solo in inglese The Catholic Daily Tribune, Dubuque Ia., con 22.332 copie; Amerikanski Slovenec, Chicago, 7.800; Draugas, Chicago, 20.000; Dziennik Zjednoczenia, Chicago, 30.487; Dziennik Zjednoczenia, Chicago, 27.350; Monitor, Cleveland, 23.653; Nowiny Polkie, Milwaukee 25.894; Narod, Chicago, 3.000; La Tribune, Woonsocket, 3.919. La Catholic Daily Tribune annunzia nella sua testata di essere «il primo dei quotidiani cattolici inglesi di America». Nacque il 1 luglio 1920 dalla trasformazione di un trisettimanale ed esce a Dubuque (Iowa) città di soli 41.000 abitanti, in buona parte cattolici. Per sostenere il giornale venne fondato un consorzio editoriale, ma l’appoggio principale è la famiglia Gonner. Il giornale ha da combattere con difficoltà finanziarie che vengono però coraggiosamente sopportate dai sostenitori. II trisettimanale Ameryka esce a Filadelfia ed è scritto in ucraino; tira 7.875 copie. I bisettimanali: Novy Domoy cecoslovacco di Hallettsville, Texas, ha 4.100 esemplari; il Katolik pure cecoslovacco pubblica a Chicago 8.100 esemplari e il Hlas, cecoslovacco di S. Luigi, tira 3.550 copie. I settimanali sono prevalentemente di lingua inglese e alcuni raggiungono una tiratura notevole come il The New World di Chicago e il The Catholic News di New York, entrambi con 53.000 copie. Toccano i 50.000 anche lo Standard e Times di Philadelphia, The Pilov di Boston, The Brooklyn Tablet, ecc. Un pannello speciale dell’Esposizione ha richiamato la nostra attenzione sopra il sistema consorziale (Syndicat) adottato da parecchi giornali. Ad esempio The Register di Denver nel Colorado, con una circolazione di 87.525 copie, tira delle edizioni particolari che servono di organi diocesani ufficiali in 12 diocesi, raggiungendo una tiratura totale di 250.000 copie. Fu nel 1929 che la soc. editoriale di Denver, presieduta dal vescovo della diocesi, possedendo già il Register come organo nazionale, promosse una intensa campagna per costituire l’organizzazione a catena in 12 diocesi. La maggior parte della composizione rimanendo identica e mutando solo le notizie diocesane, il prezzo del giornale poté venir ridotto in modo che in certe diocesi si poté per un primo periodo distribuire gratis una copia in ogni famiglia cattolica. Questo sistema a catena ha fatto buona prova e si è diffuso in altre regioni rendendo possibile la fondazione di nuovi organi. I giornali cattolici americani di lingua inglese hanno tutti un carattere più o meno diocesano fatta eccezione del Daily Tribune, del Register e di Our Sunday Visitor che è piuttosto di carattere apologetico e religioso. Politicamente questi giornali non prendono un atteggiamento uniforme; in genere si astengono dalle questioni di partito e, ove intervengono a raccomandare un’elezione, seguono il criterio del caso per caso. Anche socialmente si manifestano diverse tendenze, però, con varie gradazioni, seguono tutti le direttive generali della Chiesa o dei documenti pontifici. Il 75% dei giornali cattolici è proprietà delle diocesi o sta sotto il controllo degli Ordinari; il resto appartiene a società o individui che si sottomettono alla direzione diocesana. Per promuovere la diffusione della stampa, l’Episcopato degli Stati Uniti stabilì 16 anni fa il mese di febbraio come mese della stampa (Catholic Press Month). Il mese s’inizia con un messaggio del vescovo che presiede la sezione stampa della N.C.W.C. e un manifesto circolare viene anche pubblicato dal presidente della Catholic Press Association. Anche altri vescovi partecipano direttamente a questa campagna. Uno speciale comitato fa preparare dal News Service materiale di propaganda che viene lanciato a tutti i giornali. Alla fine del mese in una riunione della Catholic Press Association si rende conto dei successi ottenuti. I metodi sono diversi, dalle raccomandazioni dal pergamo fino alle cosidette crociate di stampa per mezzo degli alunni delle scuole cattoliche. In seguito ad una di queste crociate un giornale guadagnò in una diocesi in un solo anno più di 40.000 abbonati. Altrove si raccolgono fondi per poter mandare gratis il giornale a tutte le famiglie che ancora non lo conoscono. Alcuni giornali usano gli «Stickers» che sono delle striscie di carta gommata con delle scritte di propaganda per i giornali. Esse si possono applicare sulle lettere o altrove. Per promuovere la pubblicità vi sono degli stickers che vengono spediti ai negozianti con le scritte: «ho veduto il vostro avviso nel giornale N.N.» oppure «Raccomando la pubblicità del giornale N.N.» ecc. Veniamo ora ai periodici. Si possono dividere in quattro categorie. 1) Generale: pubblicazioni di vario tipo e di varia categoria per essere lette da tutte le classi della popolazione. Sono 197 con una tiratura approssimativa di 4.600.000 copie. 2) Pubblicazioni scolastiche: periodici cattolici pubblicati per gli studenti ed alunni di un dato istituto. Numero approssimativo 1.000 con 250.000 copie. 3) Pubblicazioni parrocchiali: bollettini od altre pubblicazioni le quali benché servano soltanto nelle singole parrocchie, devono essere considerati periodici cattolici perché escono ad intervalli regolari. Numero approssimativo 2.600, tiratura un milione e mezzo. 4) Periodici pubblicati da associazioni cattoliche, da gruppi locali di società religiose e simili: 700 con 240.000 copie. In particolare: il Messaggero del S. Cuore di New York raggiunge i 275.000 esemplari, The Extension Magazine di Chicago 258.990 copie; riviste di analisi e di commento come il Catholic World di Nuova York 10.000 copie; L’America di New York 31.460 copie; The Commonweal di New York 15.721. La rivista dei Cavalieri di Colombo Columbia raggiunge 450.000 copie. Delle riviste scolastiche ricordiamo: la settimanale The Marquette Tribune; The Journal, rivista letteraria trimestrale della stessa università; The Scholastic, settimanale dell’Università di Notre Dame ecc. N.C.W.C. News Service E parliamo finalmente dell’istituzione più importante degli Stati Uniti nel campo della stampa, cioè dell’agenzia cattolica N.C.W. C. News Service. Come è noto la National Catholic Wellfare Conference, cosi trasformatasi da una organizzazione di guerra è un comitato costituito fra i vescovi americani allo scopo di coordinare e sviluppare le opere cattoliche degli Stati Uniti. Esso si divide in 7 grandi branche: 1) Comitato esecutivo. 2) Educazione, con le sezioni di statistica e biblioteche. 3) Stampa. 4) Azione sociale coi reparti industriali, affari internazionali, educazione civica, progresso sociale, famiglia, vita rurale. 5) Sezione legale. 6) Organizzazione col consiglio nazionale degli uomini cattolici e quello delle donne, a capo di 3.500 associazioni. 7) Studio di azione cattolica, ricerche, metodi in patria e fuori. A noi interessa il Press Departement oggi presieduto dal vescovo di Pittsburg Hugh C. Boyle. Organo di questo dipartimento è il News Service costituito nel 1920 con la benedizione di Benedetto XV. Il primo presidente del dipartimento stampa, il vescovo Russell, ebbe la fortuna di trovare un direttore abilissimo in Mc. Grath, morto nel 1931. Egli veniva dal grande giornalismo, essendo stato redattore del S. Louis Post Dispatch e corrispondente da Washington di parecchi grandi giornali; infine egli era stato collaboratore per la conferenza della pace dell’agenzia Universal Service. Come suo assistente venne scelto Michael Williams, anche collaboratore di parecchi grandi giornali e che s’era fatto un nome come corrispondente del National News Service durante la rivoluzione messicana del 1913. Egli è ora direttore della rivista settimanale The Commonweal. Questi due uomini scelsero fra i giornalisti cattolici degli Stati Uniti alcuni collaboratori di grande esperienza tecnica ed alcune signorine che avevano viaggiato tutti i paesi e conoscevano parecchie lingue. Del pari nelle principali capitali del mondo i collaboratori del New Service sono in genere dei provati giornalisti. Mc. Grath morì nel 1931 e venne sostituito dall’attuale direttore, al quale si deve in gran parte l’organizzazione della sala americana dell’Esposizione, Frank A. Hall. Sul servizio che presta tale agenzia lasciamo la parola al suo corrispondente vaticano Mons. Enrico Pucci che così ne parlò nella conferenza tenuta in sede della Esposizione Internazionale. Questo servizio stampa raccoglie le notizie e telegraficamente o per lettera le trasmette ai giornali. Naturalmente, tutto questo rimane limitato alle notizie cattoliche che abbiano cioè un contenuto confessionale o che, pur essendo in se stesse di carattere profano, in qualche modo involgono o si collegano a questioni religiose o morali o ad avvenimenti storici nei quali è interessata la Chiesa Cattolica. È naturale perciò che il primo posto sia tenuto dal Servizio di corrispondenza della Città del Vaticano che viene disimpegnato, oltre che per lettera, con regolari comunicazioni telegrafiche almeno due volte la settimana, talora tre o quattro, talora tutti i giorni, come è avvenuto recentemente nei trepidi giorni della malattia di Sua Santità. Il servizio, quando è necessario, è fatto con grande larghezza di mezzi. L’ammontare dei marconigrammi spediti mensilmente dal telegrafo della Città del Vaticano al «Nacawelc» (questo è l’indirizzo telegrafico convenzionale) di Washington, rappresenta sempre una somma assai rispettabile ed essa sale a cifre a cui non siamo abituati quando capita la pubblicazione di un documento pontificio, non di rado Encicliche trasmesse nel testo integrale. In quest’ultimo caso è accaduto talvolta che la trasmissione sia stata fatta cumulativamente e d’accordo con la grande agenzia laica americana «The Associated Press» la quale è in eccellenti rapporti col servizio stampa della N.C.W.C. di Washington. Oltre a tutto questo l’ufficio di Washington fornisce ai giornali, accanto al servizio illustrativo, delle rubriche fisse, alcune delle quali sono di gran valore. Tali il «Sursum corda», elevazioni e riflessioni occasionali espresse in forma attraentissima dal religioso paolista P. James Mc. Gillis; i «Momenti drammatici nella vita e storia cattolica» con episodi storici illustrati, presi generalmente nella vita dei santi; l’illustrazione sintetica «Strange but true = strano ma vero» con indicazione di monumenti e fatti spesso sconosciuti ma tutti pieni di significato apologetico; la favoletta illustrata per bambini, spesso efficace anche per quelli che non lo sono più; perfino i consigli per la cucina dedicati alle massaie. Tutto questo costituisce una magnifica rete di informazioni ricevute e date. «Fornisce notizie ai giornali cattolici di venti Paesi» dice l’iscrizione che corrisponde alla mostra della N.C.W.C. nella sala americana della Esposizione Vaticana della Stampa, e i Paesi sono Stati Uniti, Canadà, Cuba, Columbia, Nicaragua, Isole Hawai, Australia, Nuova Zelanda, Isole Filippine, Indocina, Irlanda, Scozia, Inghilterra, Polonia, Italia, Argentina, Sud Africa, Giappone. Ma la sorgente delle notizie che diffonde è molto più larga perché a quei venti Paesi bisogna aggiungerne altri 12 cioè Cile, Brasile, Palestina, Transvaal, Spagna, Austria, Cecoslovacchia, Germania, Baviera, Olanda, Belgio, Francia. In occasione della Mostra Internazionale il News Service espose un pannello che dimostrava la diffusione veramente mondiale del suo servizio e pubblicò un opuscolo The C.W.C. News Service dal quale abbiamo tolto la maggior parte di queste notizie. Esse bastano a farci concepire la più grande ammirazione per il lavoro compiuto dai cattolici americani e nutrire le più vive speranze. Il News Service lavora in piena armonia con la Catholic Press Association, società di editori e scrittori di giornali e riviste fondata appena nel 1911. Essa ha istituito anche recentemente un bureau di pubblicità per promuovere la pubblicità della stampa cattolica e salvaguardarne il carattere; un ufficio letterario per incoraggiare scrittori cattolici capaci per i quali ha fondato anche borse di studio. È allo sforzo finanziario di questa società che si deve la riuscita partecipazione degli Stati Uniti alla nostra Mostra. Esiste anche per i periodici scolastici una Catholic School Press Association fondata nel 1931 e presieduta dal Prof. J.L. O’Sullivan decano della facoltà di giornalismo all’Università Marquette, Milwaukee. Pubblica ogni tre mesi The Catholic School Editor. La Catholic Writers Guild di cui è presidente onorario S.E. il cardinale Hayes e presidente effettivo il Dr. James J. Walsh di New York non ha ancora estesa la sua attività a tutta l’America. Merita di venir ricordata anche la Catholic Poetry Society fondata nel 1931 dai direttori dell’America del Commonweal e del Catholic World. Pubblica un bollettino bimensile e Spirit, periodico destinato ad accogliere i prodotti poetici dei suoi soci; presidente: Daniel Sargen della Harward University. La scuola di giornalismo dell’Università cattolica di Marquette ha fatto in tale campo lavoro di pioniere. La fondò nel 1910 il Padre gesuita John E. Copus che, prima di entrare nella Compagnia, era giornalista e precisamente direttore del grande giornale Detroit Free Press. Vi sono inoltre 5 collegi ed università cattoliche che tengono dei corsi sul giornalismo e altri 50 con lezioni dedicate alla coltura generale come base del giornalismo. Una laurea in giornalismo concede anche il collegio del Register in Denver in congiunzione col seminario teologico di quella città. Il corso consiste nello studio della teoria del moderno giornalismo e nel lavoro pratico che vien fatto nelle varie edizioni del Register. Si aggiungono lezioni di lingua, di filosofia scolastica, di storia e di economia. Merita infine rilievo un’istituzione bibliografica assai utile per i giornalisti, è il The Catholic Periodical Index: bibliografia degli articoli più importanti delle pubblicazioni periodiche cattoliche americane. Fondata nel 1930 e sospesa l’anno dopo, venne poi ripresa e completata ed esce dall’anno scorso regolarmente. Ne è redattore il Rev. Peter Y. Etzig dei Redentoristi, nel seminario di Oconomowoc, Wis., presidente della Catholic Library Association. In complesso: situazione di meravigliosa ripresa, il che non fa dimenticare come disse Mons. Hayes nella sua conferenza all’Esposizione, che i cattolici americani hanno ancora da risolvere il problema del quotidiano. Bibliografia Directory of News Papers and Periodicals, N. W. Ayer and Sons, Washington Square, Philadelphia. The Catholic Press Directory, by J. H. Mayer, 64 West Randolph St. Chicago; e alcune pubblicazioni del News Service, 1312 Massachusetts Avenue, Washington. Messico La Confederazione messicana, costituita di 28 stati e 2 territori, conta 18 milioni di abitanti, in grande maggioranza cattolici. Dalla rivoluzione in qua il Governo, contro ogni garanzia costituzionale, ha sempre reso vani i ripetuti tentativi dei cattolici di pubblicare un quotidiano nettamente cattolico. Esistono tuttavia, sopratutto nella capitale, alcuni giornali d’informazione molto diffusi che, in certa misura, si possono considerare indipendenti e nei quali talvolta fa capolino anche qualche articolo di scrittori cattolici: tali l’Excelsior, La Prensa, El Universal. Altri, come El Hombre Libre, sono organi di opposizione, i quali, quando protestano contro gli arbitri governativi, rendono di conseguenza qualche giustizia agli oppressi. I cattolici messicani, in mezzo a difficoltà enormi, moltiplicano gli sforzi per combattere la stampa del «fronte popolare messicano», che ha nel Nacional (Messico) la sua Humanité. La coalizione governativa sommerse inoltre il paese con numerosissimi settimanali e foglietti di propaganda che menano violente e velenose campagne anticlericali. Il governo, affidandosi a tale forza demolitrice, e sopratutto alla sistematica scristianizzazione a cui si dedicano le 56.640 scuole atee imposte alla popolazione, pare non preoccuparsi delle poche riviste cattoliche che vedono la luce. L’elenco che qui ne diamo non è completo, perché nel 1935 sarebbe stato pericoloso costruire nel Messico un comitato nazionale per raccogliere adesioni per l’Esposizione. Oltre quelle esposte vogliamo però ricordare la rivista mensile di alta coltura Abside (Messico), la Juventud Católica, organo mensile della battagliera Associazione cattolica giovanile messicana, gloriosa per i suoi martiri durante la persecuzione di Calles ed eroica per la sua resistenza, e la Universidad organo de la Universidad nacional autònoma (Messico). Per queste e altre riviste rivolgersi all’Agencia de Pubblicaciones «Buena Prensa», Donceles 99-A. Apartado 2181, Messico D.F. AMERICA CENTRALE Cuba Cuba conta 4.000.000 di abitanti dei quali 50.000 cinesi e 15.000 ebrei. Durante il secolo decimonono la stampa fece la campagna d’indipendenza contro la Spagna; dopo il 1899 i giornali si trasformarono in organi di informazione e d’indole commerciale «all’americana». Non si può dire che esista una stampa anticattolica nel vero senso della parola. Difficilmente si troverà un giornale che non pubblichi gli avvenimenti e la cronaca della vita cattolica, i raduni delle confraternite e gli appelli ai fedeli per celebrare riti religiosi o sostenere opere di culto; ma nello stesso numero potrà anche accadere di trovare l’invito ad una adunanza massonica o ad una seduta spiritica o d’imbattersi anche in qualche notizia deformatrice della verità cattolica. Molto diffuse sono le rubriche sportive, cinematografiche e di cronaca teatrale e quello che interessa sovratutto ai lettori è la notizia sensazionale, la cronaca nera. In Avana compaiono 17 quotidiani dei quali tre cinesi e uno arabo; altri quotidiani escono a Cardonas, a Cienfuegos e nelle varie città di provincia; in tutto una ventina, senza contare i settimanali e i bisettimanali. I più diffusi sono il Diario de la Marina, l’Avance, El Pais e il Mundo. Il Diario de la Marina è di tendenze conservative e filo-cattolico; El Pais e il Mundo tendono a sinistra senza essere però settari e, nonostante la loro tendenza laica, sono anche disposti a pubblicare cronache religiose e a chiunque li paghi aprono le colonne anche per la propaganda della buona causa. Notiamo, per i confronti, che la piccola colonia ebraica ha posseduto e ancora possiede vari periodici, quale il settimanale La Parola Israelita, la rivista Ofgang (Aurora), la rivista in spagnolo Rinascimento, un altro intitolato Lo Studente Ebreo e il periodico Bellezza Israelitica Cubana. La stampa cattolica in senso stretto si riduce ad alcune riviste religiose: La Annunciata pubblicata dai padri gesuiti; Belen bimestrale pure dei gesuiti dell’Avana; La Salle mensile dei Fratelli della Dottrina Cristiana; El Rosal Domenicano mensile dei domenicani; S. Antonio quindicinale dei Francescani; El Mensaijero del C. de Maria degli Scolopi; La Milagrosa dei Paolini ed altri ancora, che compaiono nel nostro elenco. Poca cosa, se si considera che questi periodici diretti ai circoli pii si perdono in un centinaio di riviste di coltura o tecniche che non s’occupano del problema religioso. D’altro canto anche i socialisti sono ridotti alla sola Accion Socialista, settimanale dell’Avana. Repubblica Dominicana La repubblica conta circa un milione di abitanti. Vi si pubblicano sopra tutto in S. Domingo 14 quotidiani, tutti neutri, con una certa tendenza favorevole al cattolicismo; non tirano assieme più di 12.000 copie. I settimanali sono 19 tra i quali la Verdad Catolica con una tiratura di 10.000 copie, mentre gli altri si possono classificare neutri con tendenza favorevole al cattolicismo. Le riviste sono 12, tra cui El Boletin Eclesiastico Diocesano che tira 400 esemplari e si trova di contro un bollettino protestante con 700 copie. El Salvador La repubblica di El Salvador è uno dei paesi più piccoli del mondo perché comprende appena 24.000 km , ma conta tuttavia una popolazione di 1.574.510 abitanti, con una densità di più di 65 abitanti per km . I cattolici sono il 95% della popolazione, ma la vita civile dopo l’indipendenza è stata dominata dalla massoneria e dal liberalismo. Recentemente però si nota un risorgimento cattolico molto promettente. Sono sorte alcune associazioni di Azione Cattolica; notevoli in particolare la Juventud Catolica Salvadoreña e la Asociacion Catolica Femenina Salvadoreña. Il regime è repubblicano e democratico, ma ha conservato verso la Chiesa lo spirito diffidente ed ostile della monarchia giurisdizionalista. La costituzione proibisce le congregazioni religiose ed ogni specie di istituzioni monastiche; d’altro canto sono introdotte secondo lo spirito delle costituzioni liberali moderne il matrimonio civile, il divorzio e la scuola laica. La stampa è sottoposta ad una legge modificata recentemente nel 1933; di essa caratteristico è l’art. 12, il quale stabilisce che «nessuna impresa editoriale o giornalistica potrà ricevere in nessuna forma sovvenzioni o appoggi di carattere materiale da governi e compagnie straniere, restando eccettuate da questa regola le pubblicazioni di carattere scientifico e letterario». In questa situazione la stampa cattolica si è diffusa assai stentatamente ed oggi ancora si sta lottando per dare base stabile a un quotidiano cattolico. Il tentativo venne ripetuto parecchie volte. L’ultimo fu El Tiempo che durò 4 anni e morì come i suoi antecessori, vittima della indifferenza di molti cattolici e un po’ anche delle deficienze redazionali. La gioventù cattolica salvadoreña ha mandato negli ultimi anni due suoi membri a frequentare la scuola di giornalismo del Debate di Madrid. Intanto s’è fatta editrice del settimanale Criterio che tira ora solo 1.500 copie, ma va diffondendosi, ingaggiando delle vivaci campagne contro le società segrete, contro le leggi anticlericali e in modo particolare contro il matrimonio civile ed il divorzio, il quale ha distrutto la famiglia a tal grado che, come riferisce il nostro zelante relatore, «ci troviamo innanzi alla sconsolata realtà che l’80% dei salvadoreni nascono come figli illegittimi». Accanto al Criterio è da citare il Chaparrastique, fondato una ventina d’anni fa da un sacerdote francese il P. Basiglio Plantier in S. Miguel. Questo periodico oltre che alla difesa della Chiesa si dedicò anche all’azione sociale secondo le direttive di Leone XIII. Raggiunse in altra epoca 6.250 esemplari; ora ne tira 4.000. Disgraziatamente la circostanza che il suo direttore è sacerdote e straniero gli rende difficile la vita di fronte agli attacchi dei nazionalisti e d’altro canto nemmeno i cattolici pare abbiano compreso la importanza capitale del periodico il quale ha resistito soltanto per la tenacia e lo spirito di sacrificio del suo direttore. Chaparrastique ha un supplemento domenicale La Voz de la Campaña che tira 6.000 esemplari. L’associazione cattolica femminile pubblica dal 1934 un mensile Cultura Femenina con una tiratura assai limitata. Inoltre si pubblicano alcuni foglietti mensili e settimanali di carattere pio, come El Pequeño Mensajero dell’apostolato della preghiera (25.000 esemplari). La stampa non cattolica ha invece un notevole sviluppo e benché in genere si possa definire di informazione piuttosto che d’opinione, quasi sempre, quando si tratta della Chiesa, si dimostra più o meno apertamente ostile. Spesso essa ha attaccato i sacerdoti stranieri col pretesto di difendere gli indigeni e si deve alla campagna di questa stampa la legge che stabilisce che i collegi cattolici debbano avere l’80% di professori salvadoreni. Nella capitale della repubblica 4 sono i quotidiani relativamente importanti: El Latino, tiratura 3.000 copie, è il più pericoloso avversario della religione cattolica, vive da 45 anni ed è diretto da un dignitario massonico; La Prensa, 4.000 copie, 23 anni di vita, indifferente, con inclinazioni verso sinistra; si sostiene con gli avvisi commerciali; Diario Nuevo fondato 5 anni fa, settario per eccellenza, 2.500 copie; Patria nettamente anticlericale con incrinature teosofiche e comuniste. Più moderato è il Diario Uficial organo del governo. Vi sono ancora altri quotidiani nelle città minori che tirano dalle 500 alle 1.000 copie. Claridad è un bisettimanale operaio che esce a S. Miguel. Ultimamente comparve nella capitale un settimanale che si chiama El Amigo de el Pueblo che aspira alla riforma sociale, ma prescinde intieramente dalla religione. Si pubblicano inoltre parecchie riviste settimanali come Actualidades, Vida Dominical, Santa Ana che sono indifferenti alla religione, ma talvolta portano articoli punto ortodossi e soprattutto fanno propaganda per films d’ogni sorta. Per completare il quadro aggiungeremo che esiste in S. Salvador una società per la buona stampa alla quale si deve la fondazione del quotidiano cattolico ora scomparso. Molte sono le librerie non cattoliche: le cattoliche sono due, una delle quali appartiene a un membro della Gioventù cattolica che fa grandi sforzi per propagare le pubblicazioni cattoliche sociali, le encicliche pontificie e giornali cattolici stranieri, come il Debate di Madrid. Guatemala La repubblica del Guatemala conta 2.600.000 abitanti quasi tutti cattolici. La stampa cattolica è costituita dei seguenti periodici: La Rivista Ecclesiastica, organo ufficiale dell’Arcidiocesi di Santiago de Guatemala e della diocesi de los Altos e de la Verapaz; El Apostol, settimanale religioso diffuso gratuitamente in 32.500 esemplari dai Padri della missione; Santiago de los Caballeros de Guatemala, settimanale di propaganda cattolica, La Semana Catolica periodico per le famiglie, 1.000 esemplari; El Nazareno con notizie religiose ed articoli dottrinali, 500 esemplari; El Pabellon del Rosario, mensile, 1.000 copie; El Ave Maria, settimanale di devozione, 1.000 copie, che si pubblica in Antigua Guatemala; La Juventud mensile degli operai e alunni della Casa centrale delle suore di carità, 1.000 esemplari. Di fronte a queste pubblicazioni stanno i quotidiani: El Diario de Centro America, El Imparcial, El Liberal Progresista e Nuestro Diario, che si pubblicano nella capitale con una tiratura massima di 10.000 esemplari. Sono giornali di informazione per lo più rispettosi della religione e della morale, ma alcuni ammettono nelle proprie colonne anche articoli contro la Chiosa cattolica. Così anche in questa repubblica che deve le sue prime tipografie al vescovo P. Payo Enriquez de Rivera (1654) e ai padri francescani, la stampa cattolica si trova in grande ribasso in confronto dell’altra stampa. Haiti L’isola di Haiti è divisa dal 1844 in due repubbliche distinte: la repubblica Dominicana a oriente e la repubblica di Haiti a occidente. Quest’ultima conta 3 milioni di abitanti, un’arcidiocesi a Port-au-Prince e 4 diocesi suffraganee. L’arcidiocesi e 3 diocesi suffraganee sono sotto la cura di preti secolari francesi: la diocesi di Port-de- Paix è affidata ai padri della Compagnia di Maria. Tranne alcune migliaia, ripartite in alcune sette protestanti, tutta la popolazione è cattolica. Oggidì si pubblicano nel territorio della repubblica 18 giornali, 12 nella capitale e 6 in provincia. I 4 quotidiani che si pubblicano a Port-au-Prince hanno una tiratura minima; il più diffuso è Le Matin con 1.800 esemplari, tutti gli altri settimanali o bisettimanali tirano da 200 a 300 copie. I quotidiani escono in 4 pp. in piccolo formato: 2 dedicate agli avvisi commerciali, 1 alle notizie radio-telegrafiche e la quarta occupata in genere da articoli di politica elogiativi del governo il quale li sovvenziona. Oggidì poi il governo, che ha inclinazioni dittatoriali, esercita un influsso diretto sulle pubblicazioni periodiche. Tre quarti della popolazione non sanno leggere; quindi l’influsso della stampa è limitato. I vescovi hanno tentato ripetutamente di dotare Haiti di un giornale cattolico, ma l’ultimo Haiti Catholique, come i suoi predecessori, ha cessato di esistere dopo due anni di vita. Dei periodici venne fondato nel 1871 il Bulletin Religieux d’Haiti che dal 1924 si chiama Bulletin de la Quinzaine ed esce due volte al mese. È molto diffuso e la sua tiratura raggiunge quella complessiva degli altri giornali. Altri periodici: Bulletin de Notre-Dame du Perpetuel Secours, Cape-Haitien; Le Message, bollettino della parocchia du S. Coeur che è la parrocchia aristocratica di Port-au-Prince, 1.000 abbonati; L’Etoile du Port-de-Paix, per la diocesi omonima, pubblicazione dei padri della Compagnia di Maria. La diocesi di Cayes ha invece dal 1930 una piccola rivista Haiti che viene stampata ogni due mesi in Francia. La stampa quotidiana e politica non si può dire ostile al cattolicismo; è piuttosto indifferente, ma all’occasione di grandi manifestazioni religiose, le suol mettere in particolare rilievo. Honduras La repubblica di Honduras (America Centrale) conta 854.184 abitanti, dei quali secondo l’ultimo censimento del 1930, 837.948 si qualificarono cattolici. Ma la situazione della stampa non sta in nessuna proporzione con questi dati. Non esiste Azione Cattolica né altra organizzazione con fini religiosi, eccettuate le associazioni pie femminili. La radice del male consiste nella mancanza di sacerdoti nazionali dovuta alla povertà dell’unico seminario del paese. Non c’è quindi molto da attendersi nemmeno per quanto riguarda la stampa. Nel passato si fecero alcuni tentativi meritori. Il rettore del seminario pubblicò El Amigo del Pueblo che visse soli tre anni; 5 anni visse il settimanale Honduras; altrettanto o poco più il settimanale Celajes e un anno solo il settimanale parrocchiale S. Miguel. Tutti questi periodici soccombettero per ragioni finanziarie. Resiste invece il più vecchio dei periodici cattolici La Luz, settimanale di piccolo formato, e pubblicato in S. Barbara da un secolare, Celso Rejes; conta 32 anni di vita ed una tiratura di 1.500 copie. Vive e prospera anche El Buen Pastor pubblicazione mensile fondata nel 1911 e redatta ora nella capitale dal rettore del seminario P. Juan Odendahl, paolino. Tira 5.000 copie. Due fogli parrocchiali, l’uno a Danli e l’altro a Cedros tirano un numero ancor minore di copie; ed è tutto. Di fronte a questi pochi periodici si debbono citare El Cronista, quotidiano che si pubblica nella capitale di Tegucigalpa con 5.000 copie di tiratura, giornale indifferente che talvolta elogia ma non di raro attacca la Chiesa cattolica; La Epoca, quotidiano, 4.000 esemplari, organo del partito politico vittorioso; Diario comercial con 4.000 copie e 8 pp., due delle quali in inglese: buono, morale, serio, filo-cattolico. Vi sono inoltre alcuni altri quotidiani e settimanali indifferenti, a carattere piuttosto commerciale. Da notare che la nuova legge sulla stampa votata nel 1924 rende responsabile il proprietario o direttore della tipografia quando, citato dall’autorità giudiziaria, non presenti l’originale dell’articolo incriminato con la firma dell’autore. Nicaragua Migliore è la situazione della repubblica del Nicaragua che conta circa 750.000 abitanti. Dei vecchi giornali quotidiani fondati verso il 1880 sopravvive oggi come il più importante El Diario Nicaraguense che si pubblica a Granada. Fondato nel 1884 da Anselmo Rivas, non si poteva allora classificare come organo nettamente cattolico, ma difendeva però le tendenze conservatrici e religiose contro la massoneria e il liberalismo. Più tardi venne perseguitato dalla frazione liberale arrivata al governo e nel 1897 in seguito alle ripetute multe dovette interrompere le sue pubblicazioni. Dal 1893 il partito liberale dominò senza alcuna opposizione. Il suo organo in Managua «El 93» assunse un atteggiamento così anticattolico, da attirare su di sé le sanzioni ecclesiastiche, ma ebbe anche l’effetto di provocare una forte reazione nella stampa cattolica. Sorsero allora i periodici cattolici El Cronista pubblicato a Leon e El Sentimiento Catolico, diretto dal sacerdote José Antonio Lezcano y Ortega, oggi arcivescovo di Managua. Ma El Cronista non superò i 30 numeri e venne poi soppresso dal governo ed egual sorte toccò al settimanale del Lezcano. Con la scomparsa di questi periodici la stampa radicale e liberale dominò da sola il campo; gli avversari erano ridotti a fogli clandestini. Ciò durò fino al 1910, cioè alla fine del governo liberale. In questo momento, riottenuta la libertà di stampa, tornò a comparire El Diario Nicaraguense di Granada. Nel 1915 si fondò il quotidiano La Noticia indipendente ma con tendenze di sinistra. Nel 1918 i «Caballeros catolicos di Granada» fondarono il periodico La Accion Social, anima del quale fu il padre gesuita O’Rossi, uno degli uomini più benemeriti per il progresso della stampa cattolica del Nicaragua. Questa rivista visse soltanto due anni, ma per la sua serietà e il suo influsso lasciò buon seme di nuove iniziative cattoliche. Nel 1926 il giornalista Gabry Rivas fondò in Managua il quotidiano La Prensa. Fu questo nei primi tempi giornale religiosamente indifferente, che si fece una larga base per la sua violenta opposizione contro l’intervento americano; ma nel 1930 metà delle azioni passarono al Dr. Pedro Joaquin Chamorro, suo attuale direttore, il quale diede alla Prensa una tendenza prettamente cattolica. Altri periodici cattolici fondati recentemente sono Los Hechos organo della curia di Leon, il Messaggero del Cuore di Gesù che si pubblica ora in Managua sempre sotto la illuminata direzione del P. O’Rossi S.J. che riuscì a farne una delle riviste più lette del Nicaragua; a Managua ancora il settimanale La Ación Social Catolica organo dell’associazione omonima diretta dal sacerdote Marco A. Garcia e dal Dr. Jeronimo Anguilar; Hoja Dominical periodico settimanale assai diffuso dei Francescani. In Granada si pubblica anche El Correo al quale collabora di preferenza Mons. Reyes y Balladares. Riassumendo si può affermare che il giornalismo cattolico nel Nicaragua è in grande progresso. Oggi accanto agli organi esclusivamente politici vi sono dei quotidiani indipendenti che professano le dottrine cattoliche e combattono per esse sul terreno dell’informazione e della polemica. AMERICA MERIDIONALE Argentina Grande è il numero delle pubblicazioni periodiche dell’Argentina, soprattutto se si considera che i suoi 12.000.000 di abitanti, di cui 2 milioni e mezzo di stranieri, sono distribuiti su una vasta estensione, in modo da raggiungere soltanto una media di 44 abitanti al km . Il centro principale delle pubblicazioni è naturalmente la capitale, coi suoi 2 milioni e mezzo di abitanti. Seguono Cordoba grande centro commerciale con 250.000 abitanti, La Plata, Santa Fé, Tucuman. I giornali pubblicati a Buenos-Aires sono 87. Di essi 4 sono organi o bollettini ufficiali; 9 rappresentano le varie sfumature e fazioni politiche; 10 hanno carattere commerciale ed industriale; 20 rappresentano le varie comunità straniere di cui 4 italiani, 3 inglesi, 2 tedeschi, 2 ungheresi, 1 armeno, 1 francese, 1 ebreo, 2 polacchi e 4 siriani o turchi; una quarantina infine hanno tendenza politica incerta e si possono classificare piuttosto come giornali di informazione. Dei quotidiani politici maggiori il più importante è forse La Nacion fondata nel 1870 e che oggi non è organo di nessun partito, ma conserva una certa indipendenza; lo stesso si può dire della Razon, mentre il grande organo liberale è La Prensa che vive già dal 1869; portavoce dei democratici è la Tradicion Democrata e il quotidiano socialista dal 1894 si chiama La Vanguardia. Di fronte a questi quotidiani politici e di informazione, dopo gli esperimenti non duraturi de la Union fondata verso il 1880, sorse nel 1900 per iniziativa del P. Federico Grote della Congregazione del SS. Redentore, religioso assai benemerito dell’apostolato per la stampa e tuttora vivente, El Pueblo, divenuto ora il più grande quotidiano cattolico dell’Argentina e forse dell’America meridionale. La sua società editrice pubblica anche il settimanale illustrato Pro Familia e collezioni di libri e opuscoli di propaganda. Il suo attuale direttore Giuseppe Aniceto Sanguinetti è considerato come uno dei migliori organizzatori e fa parte del Bureau International des Journalistes Catholiques. Fuori della capitale si pubblicano un 230 giornali d’importanza piuttosto locale, tranne forse quelli di Cordoba. In quest’ultima città troviamo anche un quotidiano cattolico abbastanza diffuso, più anziano del Pueblo di 6 anni, Los Principios. Gli altri due quotidiani cattolici La Verdad di Junin e La Accion di Paranà sono nati recentemente dai settimanali omonimi e non escono dalla loro regione. Sarebbe inconcludente l’istituire un confronto tra i periodici non cattolici e quelli che si classificano come tali, perché la maggior parte dei primi ha carattere tecnico specializzato. D’altro canto l’elenco assai esplicativo che pubblichiamo della stampa cattolica argentina ci dispensa dall’entrare in ulteriori particolari sul conto delle singole pubblicazioni. Meritano un particolare rilievo la Rivista scientifico-letteraria di Mons. Franceschi, il Criterio, la rivista Estudios dei gesuiti e la rivista Restauracion Social che da tre anni è il portavoce dell’Azione Cattolica e della riforma sociale, ed estende il suo influsso direttivo anche ad altri paesi dell’America latina. È noto d’altro canto che l’Azione Cattolica Argentina si è negli ultimi anni organizzata sul modello di quella italiana: era naturale quindi che ci incontrassimo in periodici che ricordano gli organi dei vari rami dell’Azione Cattolica italiana. Fu appunto la Giunta nazionale dell’Azione Cattolica che organizzò la partecipazione argentina all’Esposizione e fu il zelante segretario generale della stessa Giunta Dott. Romulo Amadeo a dirigerne i preparativi. Prima però di spedire il materiale a Roma il Comitato convocò a Buenos-Aires nell’autunno 1935 una «settimana della stampa cattolica argentina» e vi inaugurò una esposizione nazionale della stessa stampa, comprendendovi anche i libri e gli opuscoli. Durante la «settimana» gli organizzatori ed altre persone competenti commentarono il materiale esposto, rilevarono la necessità di fare nuovi progressi e proposero nuove iniziative. La più indovinata fu la creazione della Oficina Central de la Prensa Catolica, la quale costituirà l’azione principale del segretariato di propaganda e di stampa dell’Azione Cattolica, pubblicherà un bollettino bibliografico per tutti i periodici e le riviste cattoliche e fungerà da intercambio per la compra e vendita di libri e per gli abbonamenti di giornali argentini o stranieri. Brasile Il grosso elenco delle pubblicazioni brasiliane e la numerosa partecipazione di quel paese, così suggestivamente ordinata da Dioclezio de Campos ci aveva subito fatto comprendere che il problema della stampa nel Brasile – una federazione di Stati gigantesca con 8.522.000 km e 45 milioni d’abitanti – doveva presentarsi con aspetti estremamente interessanti. Ma sulla scorta di una arida statistica o di una relazione documentaria ci sarebbe stato impossibile di cogliere questi aspetti nella loro giusta prospettiva e nel loro valore generale. Fortuna volle che la Direzione della Mostra internazionale trovasse nel P. José Moss Tapajos, alunno del Pontificio Collegio Pio Brasiliano e figlio di un illustre giornalista brasiliano, Julio Tapajos, morto sulla breccia, dopo 24 anni di apostolato nella stampa, un profondo ed appassionato studioso di questo problema. Con la sua gentile autorizzazione quindi profitteremo della sua magnifica conferenza, citando il più spesso, specie quando si tratta di valutazioni e giudizi, le sue stesse parole. In Brasile vi sono 413 pubblicazioni cattoliche così distribuite: otto quotidiani, ottantatrè settimanali, 105 mensili, 58 di altra periodicità e 159 di periodicità varia. Il che forma dunque un totale di 413 pubblicazioni. Abbiamo dunque in Brasile un periodico cattolico per ogni 108.950 abitanti oppure un periodico cattolico per 107.750 abitanti cattolici. La densità però dei soli quotidiani cattolici offre la preoccupante cifra di un quotidiano per 5.568.000 abitanti. Dei quotidiani cattolici due sono posseduti dallo Stato del Cearà, ed uno per ciascuno ne contano quelli di Baìa, Alagoas, Minas Geraes Paralba, Rio Grande del Nord, Rio Grande del Sud, che pubblica il suo in lingua tedesca. Quanto alla natura di queste pubblicazioni, 185 sono di carattere religioso, 103 di carattere generale, 73 di carattere culturale, 93 per l’Azione Cattolica. Davanti a questi dati due osservazioni si presentano e cioè che in Brasile il numero dei quotidiani cattolici è insufficiente principalmente se si considera che gli esistenti hanno generalmente una tiratura piuttosto limitata. Lasciando da parte il Deutsches Volksblatt assai diffuso tra i brasiliani di origine tedesca, tra i nostri quotidiani cattolici il più diffuso è O Diario di Minas Geraes che non supera la tiratura di 20 mila esemplari, cifra d’altra parte notevole per un giornale che conta appena tre anni di esistenza. È invece, relativamente alla scarsità di quotidiani, forse più che sufficiente il numero di pubblicazioni periodiche, principalmente se si tien conto che secondo calcoli approssimativi, il 50 per cento della popolazione non legge periodici. Tanto più che negli ultimi anni, questi hanno preso un notevolissimo incremento. Dei 185 periodici in circolazione, la cui data di fondazione è certa, quindici sono stati fondati dal 1900 al 1910, trenta dal 1910 al 1920, quarantasei dal 1920 al 1930, novantaquattro dal 1930 al 1936. In conclusione si sono fondati più periodici nel settennio 1930-1937 che nei trenta ultimi anni… nonostante la crisi. P. Tapajos crede quindi di poter concludere con le parole dell’Ecc.mo Vescovo Ausiliare di San Paolo, che alla domanda: «Che vale la nostra stampa periodica?» rispondeva: «Forse per la grandezza dei nostri giornali e per la loro tiratura relativamente ridotta, la stampa cattolica in Brasile pare troppo piccola ed insignificante. Ma quello che molti ignorano è che questi nostri piccoli giornali si trovano dappertutto, si moltiplicano in tutte le città; vivono in tutti gli angoli e sono letti da molto più persone che non si creda… Dio ha le sue vie e sa quel che fa. Il certo è che finché non arriva l’ora felice in cui possiamo avere un grande, un formidabile quotidiano cattolico, i nostri piccoli giornali sono degni di tutte le nostre benedizioni e simpatie. Lavorano con tenacia, sfidano ostacoli, lottano con forza di volontà e cercano come possono di servire la grande causa di Cristo Signor Nostro». D’altra parte la questione del grande quotidiano cattolico va riguardata dal punto di vista della concorrenza. La grande stampa d’informazione brasiliana è a tipo nord-americano. Esce generalmente in venti, trenta, quaranta e più pagine. I grandi quotidiani sono poi assai numerosi: per esempio nelle sola capitale, per una popolazione che non arriva ai 2.000.000 vi sono quasi una trentina di quotidiani, ossia più o meno un quotidiano per ogni 55 mila abitanti, salvo poi che ognuno di questi quotidiani, fatte poche eccezioni, non può superare la tiratura di 100.000 copie. Orbene, tutta questa potente stampa neutra, afferma il Tapajos, non soltanto non è di tendenza antireligiosa, ma, pure rimanendo aconfessionale, favorisce, generalmente, la religione cattolica. Ed a conferma cita un giudizio del P. De La Brière nelle Etudes, il quale così definisce la situazione della grande stampa quotidiana brasiliana: «… Non vi è giornale quotidiano esplicitamente cattolico, ma vi è una grande penetrazione cattolica in tutta la grande stampa nazionale di carattere eclettico, e non vi è in questo ambiente, nessuna tendenza antireligiosa». Citando il Jornal do Comércio, il P. De la Brière dice: «Il Jornal do Comércio è una vera istituzione della vita politica e nazionale del Brasile. Il luogo, che esso occupa, equivale alla posizione del Times nella stampa britannica. Ebbene, il Jornal oltre ad escludere dalla cronaca le pubblicazioni scandalistiche, dà la più grande importanza agli argomenti di interesse religioso. Pubblica quotidianamente i documenti ecclesiastici ed i principali discorsi, fa commenti quanto mai favorevoli agli atti del magistero spirituale della Chiesa». Questo stesso giornale, aggiunge il P. Tapajos, nelle ultime grandiose manifestazioni cattoliche, come per il Congresso Mariano del 1930 e l’inaugurazione della statua a Cristo Redentore nel 1931, si è messo gratuitamente a disposizione dell’Eminentissimo Arcivescovo di Rio de Janeiro. E non è il solo. La vasta organizzazione dei «Diários associados» (che d’altronde dal punto di vista cattolico non sono tra i migliori) mantiene in ognuno dei suoi molti quotidiani la così detta «colonna del centro» destinata alla collaborazione cattolica. È frequente vedere questi giornali neutri stampare edizioni speciali per celebrare date e festività cattoliche. È inutile rilevare il valore di un tale concorso per la causa cattolica; ma d’altra parte i cattolici vi vedono anche con l’Ecc.mo card. Leme un pericolo, poiché attraverso la neutralità penetrano spesso idee eterodosse e l’adattarsi a tale situazione conduce i fedeli a trascurare il problema della stampa integralmente propria. Che sia poi questa una delle cause principali per le quali i cattolici non si danno pena per la soluzione del problema che ci occupa, lo dimostra l’origine di quasi tutti i quotidiani cattolici in Brasile; origine che ha sempre luogo quando si verifica un mutamento nell’atteggiamento della stampa aconfessionale. Prendiamo come esempio il più recente: O Diario in Minas Geraes. Un giornale assai diffuso, chiamato O Estado de Minas iniziò una forte campagna a favore di un candidato anti-clericale alla Costituente brasiliana, l’ammiraglio Thompson, durante l’anno 1933. I cattolici protestarono ma non furono sentiti. Si dichiarò allora il boicottaggio del giornale e si gridò: vogliamo il quotidiano cattolico! Pochi mesi dopo, nel febbraio del 1934, nasceva il quotidiano cattolico di Minas che va ogni giorno migliorando le sue edizioni e diffondendosi sempre più. Un altro punto debole della stampa periodica brasiliana è, secondo il nostro relatore, la mancata coordinazione e cooperazione. Le forze si disperdono. Ma quando pensiamo, egli dice, che a Rio de Janeiro vi sono 49 periodici, 83 a Minas Garais, 118 a San Paolo, e così via, ci domandiamo chi legge tutti questi periodici? E poi provatevi a leggerli: salvo eccezioni, elogi, ripetizioni, trascrizioni, nient’altro. Non sarebbe meglio che ve ne fosse uno soltanto che potrebbe valere quanto tutti gli altri assieme, se tecnicamente meglio condotto e più intelligentemente diretto? Perché ogni parrocchia vuol avere un settimanale di 4-6 grandi pagine, se la città non ha il quotidiano? Non basterebbe un bollettino parrocchiale? Cade opportuno ripetere l’accorato monito del grande Pontefice Leone XIII ai Vescovi degli Stati Uniti del Nord America: «Considerate seriamente che l’opera della stampa sarà se forse non dannosa, almeno molto poco utile alla Chiesa se fra quelli che mirano allo stesso fine non vi è concordia. Quelli che desiderano servire alla Chiesa in maniera utile e difendere con le loro penne il nome cattolico, debbono combattere in armonia perfetta, e per così dire, con le file serrate». A questi mali però il Brasile cattolico sta già approntando il rimedio. L’Azione Cattolica lavora attivamente, e già come frutto abbiamo due grandi iniziative che oltre ad attendere alla soluzione delle prime difficoltà offrono anche il rimedio alla seconda; coordinare cioè le forze disperse. Parlo della Associazione dei Giornalisti Cattolici (A.J.C.) e della Stazione cattolica di Radio «Vera Cruz». Queste due iniziative, lavorando unite, potranno svolgere un magnifico apostolato, principalmente funzionando come centro coordinatore della stampa cattolica in Brasile; costituendo un organismo permanente, capace di supplire alla cattiva volontà o all’indifferenza delle grandi agenzie in fatti di interesse cattolico; costituendo un servizio di rettifica di notizie false, calunniose o tendenziose; facendo la propaganda delle opere, dei nomi e dei meriti di quei cattolici che lavorano nella stampa; stimolando ed aiutando i pubblicisti cattolici; organizzando congressi ed offrendo un servizio completo di statistiche della stampa cattolica in Brasile; orientando ed organizzando la reazione costante contro la cattiva stampa ed eventualmente contro la neutra; interessandosi per le scuole del giornalismo cattolico recentemente fondate in alcuni stati, come per esempio a Rio de Janeiro ed a San Paolo. Già è stato convocato un congresso e l’Esposizione darà impulso a nuove iniziative. Bolivia La Bolivia conta 2.650.000 abitanti dei quali sono indi dal 65 al 70%; meticci dal 15 al 22%; bianchi dal 15 al 12%; i cattolici sono circa il 90%, il resto areligiosi, protestanti e pagani. La religione cattolica è la religione dello Stato. Si pubblicano in Bolivia 11 quotidiani, dei quali due si possono dire cattolici El Imparcial di Cochabamba e Alas di Potosì; un terzo La Mañana di Oruro si può classificare come filocattolico. Neutri possono considerarsi 4 giornali di La Paz, La Razón, La República, La Fragua e La Prensa. Ostili sono invece El Diario di La Paz, La Ultima Hora, anche di La Paz, La Patria di Oruro e il Nuevo Tiempo di Cochabamba. Questi quotidiani hanno una tiratura che va da un minimo di mille copie fino al massimo di sei mila e tirano in totale circa 300.000 copie, delle quali 5.000 copie si possono attribuire ai due giornali cattolici e 2.500 al quotidiano filocattolico; i giornali decisamente ostili superano assieme di poco le 10.000 copie. I settimanali della Bolivia sono 12 dei quali 3 cattolici, 5 neutri, 4 ostili. I settimanali cattolici La Defensa, El Labaro e El Antoniano contano assieme 5.600 esemplari contro 2.230 da calcolarsi ai settimanali ostili; tra questi La Accion socialista di Oruro con 600 copie. Migliore è il rapporto dei periodici. I cattolici possiedono 6 periodici di fronte a 7 riviste di tendenza neutra, alcune delle quali di carattere tecnico come Bolivia economica, Revista de aduanas, ecc. Diciamo ora qualche cosa della stampa cattolica seguendo la circoscrizione ecclesiastica. A la Paz nel 1933 si riuscì a prezzo di grandi sacrifici a fondare un settimanale di Azione Cattolica intitolato La Defensa che prima della guerra del Chaco aveva raggiunto una tiratura di 4.000 copie. Sospeso durante la guerra per il richiamo alle armi del suo direttore che è il sacerdote Nicola Naranjo, si spera di farlo uscire ora due volte la settimana e renderlo anzi possibilmente quotidiano. I periodici che si pubblicano nella diocesi di La Paz, anzi nella stessa capitale sono assai modesti ed editi per lo più dalle congregazioni religiose. Excelsior è organo scolastico del collegio cattolico S. Giovanni Battista della Salle dei Fratelli delle scuole cristiane (ginnasio-liceo). Adelante è la rivista del collegio di S. Callisto dei Gesuiti. Eco de Collegio è un periodichino del collegio delle Figlie di S. Anna, che comprende le elementari, le secondarie e un corso commerciale di 3 anni. Nella sede arcivescovile di Sucre, antica capitale della Bolivia, si pubblica El Labaro, divenuto ultimamente bisettimanale. Nel 1933, ricorrendo il primo centenario della nascita di Mons. Michele Taborga, illustre arcivescovo di Sucre, venne fondata La Revista de la academia de historia eclesiastica nacional. In Potosì, sede della diocesi omonima, si è fondato nel 1932, grazie specialmente allo zelo dei padri francescani, un quotidiano di piccole proporzioni Alas che ha raggiunto la discreta diffusione di 2.400 copie. Un umile francescano italiano il P. Giuseppe Zampa, chiamato a buon diritto l’apostolo dei poveri indiani di Bolivia per i quali riuscì a creare oltre 150 scuole dette «Escuelas de Cristo», fondò pure nel gennaio 1907 un settimanale per i lavoratori, intitolato La Propaganda, che ora in parte è sostituito dal quotidiano ed esce quindi più raramente. El Antoniano è naturalmente il periodico dei Francescani fondato già 42 anni fa in Tarija (diocesi di Tarija). Nella stessa diocesi e precisamente nella città di Cochabamba esiste un tipo di giornale che il comitato boliviano ha accolto fra i cattolici, ma che ha un carattere del tutto speciale. El Imparcial è infatti un quotidiano indipendente con una tiratura di circa 2.500 copie, nel quale, in base ad un accordo conchiuso con Mons. vescovo di Tarija, 2 pp. sono sempre riservate ad articoli o notizie di ispirazione cattolica. Cile 93% dei 5 milioni di abitanti del Cile sono cattolici. Si pubblicano nel Cile 529 quotidiani e giornali periodici, dei quali 53 cattolici, 48 anticattolici e 428 neutri e indipendenti. Le riviste assommano a 474, delle quali 59 cattoliche, 27 anticattoliche e 308 indipendenti o neutre. Fra i giornali cattolici vanno citati El Diario Ilustrado, uno dei più importanti del paese, che esce in Santiago, La Union di Valparaiso, La Patria di Conception, La Discusion di Chillan, La Cruz del Sur di Aucud. Fra i periodici indipendenti vanno citati in primo luogo El Mercurio, filocattolico, il quotidiano cileno più autorevole, che si pubblica in Valparaiso e Santiago. L’edizione di Santiago tira da 70.000 a 100.000 esemplari. Fu fondato in Valparaiso nel 1827 e a Santiago nel 1900. La medesima società editrice pubblica Las Ultimas Noticias in Santiago e La Estrella in Valparaiso. Altri giornali degni di menzione fra gli indipendenti sono La Nacion, El Diario Oficial, El Imparcial, Los Tiempo pubblicati in Santiago; e parecchi altri si pubblicano nelle varie città di provincia. Il primo periodico cileno venne fondato nel 1811 e deve la sua vita ad un sacerdote cattolico, possessore della prima tipografia. Fra le riviste cattoliche meritano menzione particolare la Revista Catolica, celebrato organo dell’università cattolica di Santiago; El Eco, rivista settimanale che tira 32.000 esemplari; Estudios, pubblicazione di alta cultura religiosa; Efemerides Marianas e Hacia el Ideal della gioventù cattolica femminile, ecc. Fra le riviste neutre ricorderemo Anales de la Universidad de Chile, Atenea dell’università de Concepción, La Revista Chilena edita dal ministero degli affari esteri; Zig Zag e Sucesos diffuse riviste illustrate che circolano in tutta l’America del Sud; Gaceta del Chile, Revista del Pacifico, ecc. Fra le società editrici citiamo: Editorial del Secretariado general de prensa y propaganda de la Acción católica, Santiago, Huerfanos 1515; Apostolado de la prensa, Santiago, Avenida Chile-España N. 85 y 101 diretto dal sac. B. Gentilini; Colección Ecclesia, Santiago, Universidad católica de Chile; Ediciones Liga social de Chile, Santiago, calle Moneda 1590; Publicaciónes Pax, Valparaiso, Secretariado de Prensa y Propaganda de la Acción católica, Palacio episcopal. Come si vede la stampa cilena è assai numerosa e i cattolici vi compaiono degnamente. La lista di partecipazione alla Mostra che pubblichiamo, ne elenca solo una parte. Il segretariato della stampa dell’Azione Cattolica del Cile ha pubblicato un catalogo della stampa cattolica che si basa su notizie dell’agosto 1933. Nel 1936 lo stesso segretariato (Santiago, Huérfanos 1515) per opera di P. Thomas Alarcón S. J. ha compilato un catalogo generale della stampa cilena: La Prensa de Chile, Santiago, 1936, p. 95, in 8. Vedi anche: Jorge Gustavo Silva, Los Trabajadores del periodismo en Chile, Santiago de Chile, Imprenta nacional, 1929. Columbia I 9 milioni d’abitanti della Colombia sono sparsi su d’un territorio di 1.200.000 km , quindi con una densità di soli 6 abitanti per km. I pochi quotidiani esistenti nella capitale di Bogotà e nelle altre città maggiori, come Medellin, Manizales ecc. sono organi politici dei due partiti che si alternano al governo e ad un tempo di pura informazione. Di questa stampa un nostro informatore locale ci dà la seguente caratteristica. «Ci sono tre leggi sulla stampa che sottopongono al potere giudiziario i diritti di stampa, ma tali leggi non si applicano quasi mai, perché è dell’indole colombiana il desiderare che la stampa abbia la massima libertà; e si può dire che non ne abusa. Quando c’è un periodico o una rivista pornografica o dedita alla diffamazione, il pubblico s’incarica di farla finire astenendosi dal leggerla. La stampa combatte con ardore nel campo politico, ma rispetta la vita privata, la Chiesa e i suoi ministri. Quella del partito conservatore inoltre professa apertamente la dottrina cattolica. Qualche giornale liberale fa talvolta delle allusioni ostili alla religione, ma si tiene sempre nei limiti di una grande moderazione perché teme l’ambiente cattolico e le censure ecclesiastiche che, come si è visto nel passato, possono stroncare l’esistenza di qualsiasi pubblicazione». La tiratura dei quotidiani è limitata e forse uno solo arriva a 50.000 copie, gli altri in media si aggirano sulle 10.000 ed alcuni provinciali non arrivano alle 3.000. Le riviste sono quasi esclusivamente scientifiche, tecniche o letterarie. Molto importanti La Rivista Javeriana pubblicata dall’università Javeriana diretta dai gesuiti e La Revista Colombia conservatrice, diretta da Laureano Gomez, capo del partito conservatore e José de la Vega. Gli altri periodici cattolici o sono come dice il loro titolo di Azione Cattolica o sociale, ovvero organi religiosi. Equatore La Repubblica dell’Equatore conta tre milioni d’abitanti, la terza parte dei quali sono Indi. La maggior parte della popolazione abita nei villaggi e nelle fattorie disperse; delle città, soltanto Quito e Guayaquil contano 120 mila abitanti, Quenca 50 mila e Riobamba 30 mila. In tutta la Repubblica non vi sono che tre quotidiani non cattolici i quali risalgono a più di vent’anni addietro: El Telegrafo fondato cinquant’anni fa, El Comercio che ha circa trent’anni di vita, El Dia che ne ha ventidue. Tutti gli altri sono di formazione recente, e, con le eccezioni che vedremo poi, s’ispirano al liberalismo o al radicalismo. Il socialismo aveva un quotidiano, La Tierra, che cessò le pubblicazioni due anni fa. Oggi il numero totale dei quotidiani e settimanali in tutto l’Equatore è d’una ventina, con una tiratura globale di 400 mila copie la settimana; solo El Telegrafo raggiunge 15 mila esemplari. Come quotidiani cattolici si possono considerare El Debate di Quito e El Diario del Sur di Quenca: sono organi politici dei conservatori, di scarsa tiratura. Tra i periodici: La Bandera de Cristo Rey settimanale di Quenca; Revista Catolica mensile di Quenca; El Caracter, quindicinale del Cañar; La Hoja Mesajera, settimanale di Riobamba; El Obrero, settimanale di Quito ha duemila esemplari; Dios y Patria di Quito, è un settimanale reputato che tira duemila cinquecento copie; El Propagandista Catolico è un quindicinale per le parrocchie. Vi sono ancora alcuni periodici pubblicati dalle Congregazioni religiose e dai Collegi. Questa stampa non partecipò all’Esposizione e, negli ultimi mesi prima dell’inaugurazione, si seppe che il Governo dittatoriale dell’Equatore aveva soppresso i due quotidiani cattolici e settimanali, tra cui La Bandera de Cristo Rey, che era il più diffuso, contando seimila esemplari. Paraguay Il Paraguay conta un milione di abitanti, quasi tutti cattolici. Circostanze particolari del territorio, la proverbiale libertà di costumi e la complicità delle leggi spiegano il moltiplicarsi delle unioni illegittime con la conseguente diminuzione delle vocazioni sacerdotali e religiose. Non è quindi da meravigliarsi se la stampa quotidiana cattolica sia ancora un desiderio. Nel passato i tentativi furono parecchi, ma ultimamente anche per le difficoltà create dalla guerra del Chaco sono scomparsi i giornali cattolici La Patria Paraguaia e Los Principios, come pure la rivista Accion, organo della gioventù cattolica del Paraguay. Il più antico settimanale cattolico è El Bien che esce da vent’anni ad Assuncion. Il più recente invece è il Veritas organo della gioventù cattolica del Paraguay che esce dal 1935. I padri missionari del S. Cuore di Gesù di Betharran pubblicano la rivista mensile Reinara; i padri salesiani da 24 anni il Messaggero di Maria Ausiliatrice e inoltre durante la guerra del Chaco hanno cominciato a pubblicare la piccola rivista mensile Alborada, organo del santuario di Maria Ausiliatrice di Olimpo. I quotidiani della Assuncion stampano al massimo 10.000 esemplari: El Diario, La Tribuna, El Liberal, sono organi delle fazioni politiche in cui si divide il partito liberale, La Prensa è l’organo del partito politico denominato Colorado. Solo El Orden si può qualificare come giornale di informazione. Vi sono inoltre altri piccoli quotidiani di carattere meramente locale come El Surco, El Deber di Villarica e El Correo del Norte di Concepcion. Dei settimanali non cattolici il più diffuso è il Hoy, pubblicato da El Orden. El Ateneo rivista scientifica del Paraguay e la Rivista della facoltà di diritto pubblicano raramente articoli che tengano conto del problema religioso. La filosofia perenne non trova cultori negli ambienti intellettuali e nella libreria più frequentata della Assuncion; mentre non mancano le pubblicazioni più disparate di scrittori eterodossi, compresi i comunisti, sarebbe strano il trovarvi un capolavoro del pensiero cattolico. Perù I 7 milioni di Peruviani abitano in maggioranza nella campagna e sulle montagne: solo un milione risiedono in agglomerazioni urbane: 600.000 nelle città della costa, 300.000 nelle città sulle Ande e 100.000 in piccole città ai margini delle foreste. Gli Indi assieme ad altri elementi di colore rappresentano la metà della popolazione. I giornali escono per lo più nella capitale Lima (400.000 abitanti). Così El Comercio, decano della stampa nazionale, fondato nel 1839; La Cronica, fondata 25 anni or sono; La Prensa, di fondazione a noi più vicina. Di fresca data è l’Universal, che può riguardarsi come filocattolico. Dato l’attuale regime del paese, non esiste una stampa di sinistra. Il quotidiano cattolico El Deber esce nel Sud, ad Arequipa, fin dal 1890. Formato piccolo, tiratura limitata. Uruguay Quasi tutti i giornali importanti della repubblica uruguayana escono nella capitale Montevideo nella quale risiedono, della popolazione totale di oltre 2 milioni, più di 600.000 abitanti. Si possono classificare come giornali indipendenti d’informazione El Pueblo, quotidiano di 12 pp. in grande formato e 20.000 copie di tiratura, La Mañana, press’a poco della stessa potenzialità; El Diario 12 pp. e 35.000 esemplari, La Tribuna popular con altrettanti; El Pais e El Debate con 25 rispettivamente 15.000 esemplari. Appartengono invece alla sinistra, con carattere anticlericale El Día, 12 pp., 30.000 es., Justicia, 8 pp., 10.000 esemplari di tendenze socialiste e El Sol, 8 pp. e 5.000 copie, nettamente filocomunista. I cattolici possiedono a Montevideo il quotidiano El Bien Publico con 10 pp. e 12.000 esemplari. Fondato dal celebre scrittore e poeta nazionale Juan Zorilla de S. Martin, il cui busto adornava il reparto uruguayano dell’Esposizione, è oggi edito dalla Società Leone XIII, che ne designa anche il direttore. Il giornale vive da cinquant’anni lottando sempre colle difficoltà finanziarie, perché molti cattolici sono più larghi di critiche sulla sua insufficienza tecnica che generosi nel loro contributo. Nella capitale esce anche El amigo del obrero bisettimanale, con 10 pp. e 15.000 copie. Nella provincia ha una forte posizione El Diario, quotidiano cattolico di notevole tiratura, che esce a Paysandu. Delle riviste merita menzione particolare la mensile Tribuna catolica che raggiunge una tiratura di 18.000 copie. Ma la sala dell’Uruguay attirava la nostra attenzione sopra tutto per la stazione Radio Jackson. Si tratta di una stazione emittente, che prende il suo nome dalla cappella Jackson, fondazione questa assieme a molti altri edifici della ricca famiglia omonima. La radio più specialmente fu costruita verso il 1930 dal Dott. Alessandro Gallinal, che sposò una Jackson ed è diretta ora da un direttorio tecnico amministrativo, presieduto dal P. Ramon Pujal. In Uruguay esistono 14 stazioni emittenti: delle 13 private la più forte è la Jackson, la quale oltre al notiziario trasmette funzioni religiose, predicazioni, conversazioni per gli ammalati, per i bambini, corsi apologetici. Zelatrici di quest’ampia ed efficace propaganda sono le Damas catolicas de l’Uruguay. Prima che di recente si piantassero due stazioni cattoliche in S. José di Costarica e in Colombia, la radio Jackson era l’unica radio cattolica dell’America latina ed anche ora viene ascoltata in molti paesi sudamericani. Nell’Uruguay non esiste una particolare associazione per la stampa; vi supplisce l’A.C. il cui presidente Quagliotti organizzò anche la partecipazione alla Mostra, sotto l’alta ispirazione e protezione dell’arcivescovo Aragone, manifestatosi fin da principio entusiasta dell’iniziativa vaticana. Venezuela L’antica «Capitania General de Venezuela», oggi Repubblica di Venezuela con 3.200.000 abitanti, fu l’ultima a godere i benefici della stampa. Fu infatti solo nel 1808 che s’introdusse la prima tipografia, mentre nel Messico si conobbe l’arte della stampa fin dal 1536 e nel Perù dal 1584. Dal 1808 al 1870 da parte cattolica non si pubblicarono che settimanali e periodici di carattere religioso. Dopo il 1870 la rivoluzione capitanata dal generale Guzman Blanco paralizzò la vita e quindi anche la stampa cattolica. Solo nel 1890 si inizia una nuova epoca con la fondazione del quotidiano cattolico La Religion nato in Caracas per opera di 4 sacerdoti venezuelani. Questo benemerito quotidiano, grazie ai grandi sacrifici pecuniari fatti dall’arcivescovo di Caracas, Dott. Rincon Gonzales, ha raggiunto oggi un notevole sviluppo con un appropriato attrezzamento tecnico. Ne è direttore il canonico Mons. Gesù Maria Pellin e condirettore il Sig. Tommaso Andres Polanco. I cattolici possiedono inoltre altri due quotidiani: La Columna che si pubblica in Maracaibo, seconda città della repubblica, e il Diario Catolico che esce nella piccola città di S. Cristobal. Questi quotidiani sono assecondati dai bisettimanali El Vigilante di Merida e El Buen Sembrador di Coro e dei settimanali come La Voz de las Pampas di Calabozo e la Abeya della stessa città. Numerosi sono anche i periodici di carattere religioso. Le riviste cattoliche più importanti sono: Iris diretta dalla scrittrice venezulana Lucila de Perez Diaz, organo delle donne cattolche, Rumbos, organo della gioventù cattolica di Caracas, Accion, organo del Centro Ideal Catolico di Caracas. Ha sede in questa città anche La Buena Prensa, società per la diffusione della buona stampa che possiede una propria tipografia editrice e diffonde un bollettino mensile che porta il titolo sociale. ASIA Asia occidentale Dell’Asia Occidentale meritano un cenno particolare i paesi che all’epoca dell’Esposizione stavano sotto mandato francese, cioè la repubblica del Libano con una popolazione di 854.644 abitanti, lo Stato di Siria con 1.705.553 abitanti, il Sangiaccato di Alessandretta con 197.594 abitanti, lo Stato degli Alauiti con 322.000 abitanti e quello del Gebel-Druso con 65.365 abitanti. È sorprendente che questi paesi di antichissima coltura ma di un analfabetismo ancora pronunciato, posseggano una stampa periodica relativamente così numerosa. Senza considerare la stampa cattolica, il Libano ha 48 giornali, dei quali 17 quotidiani, 27 settimanali, 3 bisettimanali, un mensile; la Siria 27 giornali, dei quali 15 quotidiani e 12 settimanali; Alessandretta 3 settimanali; lo Stato degli Alauiti 6 settimanali. Come è facilmente immaginabile, la tiratura dei giornali, anche quotidiani arriva raramente a 3.000 copie e s’aggira più comunemente sul migliaio di esemplari. Questi giornali sono in via di massima rispettosi della religione mussulmana e, di fronte a quella cattolica, più o meno simpaticamente indifferenti, fatta eccezione di 4 o 5 nettamente ostili e due addirittura immorali. I giornali tipo sono l’Orient quotidiano francese che esce a Beyrouth, che ai suoi inizi nel 1925 difese vigorosamente la libertà religiosa e la libertà della scuola; ora è piuttosto indifferente; un giornale concorrente è Le Jour che ha pressapoco la stessa tiratura dell’Orient e che è finanziato da due notabili che vengono considerati come cattolici: dal punto di vista religioso-morale il loro controllo del giornale non appare sempre evidente e efficace. Un terzo giornale francese è la Syrie che ha anche una edizione tedesca, ad uso degli ebrei tedeschi rifugiati in Palestina. Vengono poi due grandi quotidiani arabi SAWTELAHRAR (la voce dei liberi) e AN- NAHAR (il giorno), pure di Beyrouth. Essi sono ostili alla religione cattolica e ispirati dalla massoneria; esaltano il movimento arabo e l’islamismo. Degli altri 24 giornali arabi menzioneremo ancora AL-AHWAL (lo stato delle cose), nazionalista libanese e maronita, rispettoso della religione e della morale. La stessa tendenza rispetto alla religione ha Lissan El-Hal (organo dell’attualità), sempre a Beyrouth. Nel 1933 il padre Antonio Akl, arciprete della cattedrale maronita di S. Giorgio, fondò come organo cattolico maronita il quotidiano arabo Al-Ittihad al Loubnany (l’unione libanese). Recentemente esso venne ceduto ad una società laica; esso mantiene però un atteggiamento rispettoso verso la religione. Un quotidiano arabo molto nazionalista e rispettoso della religione e della morale è AL-BAIRAC (la bandiera); organo del partito ortodosso ostile al vescovo Salibi, coadiutore del metropolita greco-ortodosso di Beyrouth, è il quotidiano arabo AR- RABIT AL-CHARQUIAH. Nazionalisti arabi sono anche i due quotidiani che si pubblicano a Damasco. Il settimanale ARZAT LOUBNANE (il cedro del Libano) è proprietà di un cattolico convinto ed è redatto in senso molto rispettoso della religione. I due quotidiani arabi di Aleppo, mussulmani e nazionalisti, rispettano la religione cristiana. Ad Aleppo compare anche un settimanale arabo AL-KALIMAH (il verbo) che si dice cattolico e venne fondato nel 1924 da un sacerdote armeno cattolico. Sventuratamente questo settimanale svolse nel passato delle dottrine sovversive e ospitò attacchi molto deplorevoli contro i vescovi cattolici orientali. Ultimamente ha moderato tono e contenuto. Segnaliamo infine a Beyrouth il quotidiano AZTAG (monitore) in lingua armena e destinato agli emigranti armeni. Passando alle riviste, fatta astrazione da quelle cattoliche, esse sono 64 e precisamente: 47 nel Libano, 14 in Siria, 3 nel Lattakia. In riguardo religioso e morale sono generalmente corrette, benché naturalmente le riviste religiose non cattoliche non siano favorevoli alla Chiesa Cattolica. La stampa cattolica non può opporre in questi territori, che un solo giornale, il trisettimanale AL-BACHIR (il messaggero) che, come la maggior parte di pubblicazioni periodiche dello stesso carattere, esce da quel grande focolare di attività intellettuale, scientifica e religiosa che è l’Università di S. Giuseppe, fondata dai Gesuiti in Beyrouth. È dalle stesse officine che sortono tutte le riviste ed i periodici registrati nel nostro elenco al capitolo: Libano. Conviene aggiungervi alcune riviste di Aleppo e alcuni annuari come ALMANACFRANÇAIS, Beyrouth, AT-TAKWIMAL-LOUBNANY (almanacco libanese) e AT-TAKWIMAL-BACHIR che è l’almanacco annuale del quotidiano cattolico; in tutto 24 pubblicazioni periodiche cattoliche. (Nell’elenco che segue compaiono solo quelle raccolte dal Comitato di Propaganda Fide, cioè per i cattolici di rito latino). Nel territorio appartenente alla Turchia non comparivano all’Esposizione che due pubblicazioni periodiche, tutte due d’Istambul. Nell’Anatolia infatti non esistono minoranze cristiane. 18 milioni di turchi in cifra tonda leggono oltre 200 giornali, dei quali 57 quotidiani; la maggior parte al servizio del partito governativo. In seguito ad un decreto del governo che inibisce qualsiasi propaganda religiosa, i due periodici sono ora cessati. Cina e Manciuria La Cina alberga 400-450 milioni di abitanti su di un territorio di 11.2 milioni di km; rapporto che non apparirebbe cattivo, quando si pensi che in Europa (9.7 milioni di km) vivono 500 milioni di persone. Mancando però in Cina lo sviluppo industriale e solo un terzo del suolo risultando coltivabile, la densità demografica di certi distretti rurali raggiunge l’angosciosa quota di 2.640 abitanti per km. Il problema agricolo è quindi il più inquietante, perché l’85% della popolazione vive di agricoltura; il resto abita in circa 2.000 città e borghi. Le sei maggiori città: Canton, Hankow, Nanchino, Pechino, Sciangai e Tientsin hanno una popolazione complessiva di circa 10 milioni di abitanti, cioè del 4% della popolazione totale. In questi centri metà della popolazione sa leggere, ma nelle campagne il 60 e anche il 70% sono analfabeti. Religiosamente parlando, l’immensa maggioranza dei Cinesi professa il taoismo, il buddismo e il confucianismo, talvolta accomunati nello stesso tempio; un gruppo di 8-10 milioni appartiene all’Islam e 4 milioni, in cifra tonda sono cristiani, dei quali l’80% si professano cattolici (più esattamente secondo l’Annuaire des Missions Catholiques de Chine, Sciangai, 1936: 3.313.000). Va premesso ancora, perché in rapporto colla diffusione della stampa, che negli ultimi decenni la Cina ha costruito 14.500 km di linee ferroviarie e usa per le comunicazioni 50.000 automobili. La posta mantiene regolari comunicazioni su 467.000 km di lunghezza e le linee aeree di 10.000 km tengono i contatti colle località più remote. Telegrafo e stazioni radio si sono sviluppate rapidamente. Queste mutate condizioni cambiano anche le premesse della propaganda missionaria e della sua stampa. Bisogna tenerne conto, specialmente quando si studia lo sviluppo della stampa cattolica che in trent’anni è cresciuta nelle proporzioni indicate in una delle nostre tavole, già collocata nella Mostra. Il primo periodico cattolico fu il Bulletin des Observations Météréologiques dei Gesuiti di Zikawei, presso Sciangai, uscita nel 1872; nel 1917 i periodici erano 22, di cui 1 quotidiano a Tientsin e 4 settimanali, e nel 1935, alla vigilia dell’Esposizione, si registravano 115 pubblicazioni periodiche, delle quali tre pubblicazioni quotidiane (due giornali a Tientsin e a Pechino e il bollettino metereologico di Zikawei), 11 settimanali, 3 ogni dieci giorni, 6 quindicinali, 44 mensili, 5 dieci volte all’anno, 1 otto volte all’anno, 5 bimestrali, 10 trimestrali, 1 quadrimestrale, 12 semestrali, 10 annuali, 4 irregolari. Sessantotto di questi periodici escono nelle sei maggiori città: 25 a Pechino, o Peiping, 24 a Sciangai, 6 a Macao, 5 a Hongkong, 4 in Tientsin, e altrettanti a Wuchang. Il 65% dei periodici esce nelle provincie di Hopei, Kiangsu e Kwangtung. In quanto al contenuto, 66 periodici sono puramente religiosi, gli altri 49 sociali, educativi, informativi. Sei hanno carattere di giornali, di cui 2 escono ogni giorno. Tredici riviste, delle quali 12 dirette dai Gesuiti, hanno indole tecnico-scientifica, la tredicesima è pubblicata dalla Società del Verbo Divino ed è dedicata agli studi orientali; 13 periodici sono scritti per le donne, quattro vengono redatti da studenti dell’Università di Pechino. In quanto alla lingua, 52 si stampano in cinese, 42 in lingue straniere, 18 sono bilingui o poliglotte, incluso in quasi tutte il cinese. In cinese sono stampati gli organi più diffusi, come il quotidiano cattolico di Tientsin Yi-Shih-Pao (il Benessere sociale) che tira 30.000 copie, l’Apostolato della Preghiera e il Messaggero del S. Cuore di Gesù (14.500 e 5.200 copie) pubblicati a Sciangai. La maggior parte dei periodici escono dalle tipografie delle società missionarie che nel 1921 erano 13 e 26 nel 1935; 9 sono litografati. Il maggior merito della creazione e della diffusione della stampa cattolica in Cina è dovuto naturalmente ai vari Istituti Missionari che vi lavorano. Alla Mostra erano esposti anche i quadri della stampa secondo le Congregazioni editrici, ma qui possiamo dispensarcene, con richiamo ai nostri elenchi. Nuovo centro propulsore ed editoriale divenne la Commissione sinodale creata a Pechino nel 1924, per impulso di Mons. Costantini. Questo comitato permanente pubblica Collectanea Commissionis Synodalis che è l’organo ufficiale della commissione e sotto la direzione del rev. Teodoro Mittler, S.V.D. prima ed ora di P. Bodefeld O.F.M., è divenuta una rivista di alto valore scientifico e La scuola cattolica (in cinese) già diretta dal Dr. Yu Pin, divenuto vicario apost. di Nanchino, ed ora dal rev. Niu. Ma la creazione più utile per la stampa cinese fu l’Agenzia Lumen organizzata nel 1935 dal rev. P. Federico Dietz MM. L’Agenzia dirama i suoi copiosi bollettini settimanali alla stampa cattolica cinese, a parecchi organi non cattolici della Cina e scambia le informazioni con altre agenzie nazionali ed estere. Commissione sinodale e agenzia costituiscono anche il centro organizzativo per la nostra esposizione. Il P. Dietz raccolse i risultati della sua diligente inchiesta in un prospetto statistico dato anche alle stampe e col sussidio degli elementi da lui raccolti, P. Bonaventura Péloquin, O.F.M., riferì sulla stampa nel Congresso nazionale dell’Azione Cattolica tenuto in Sciangai nel settembre 1935, relazione pubblicata poi nel Bulletin Catholique de Pékin, 22 ottobre 1935 e il Dr. Rodolfo Löwenthal compilò il suo accurato studio The Catholic Press in China, pubblicato in Collectanea Commissionis Synodalis, marzo 1936 (pp. 272-312): a lui siamo debitori degli elementi di questa nostra rapida sintesi. Il canadese francescano P. Péloquin, ardente apostolo della stampa, fondatore di un mensile per il clero in Tsinan (cinese-latino), di un settimanale cinese pure a Tsinan, di un altro con supplemento inglese a Wuchang, creò in quest’ultima città un mensile, Kung-Chiav-Iueh K’an che esce in 13 edizioni per i diversi vicariati delle provincie di Hupeh, Hunan e Szechwan. I due quotidiani di Tientsin e di Pechino sorsero nel 1915 coll’aiuto di capitali cattolici. Fino al 1934 erano uniti da una combinazione editoriale, ora ognuno è indipendente. Grande successo ebbe l’organo di Tientsin il quale tirando 30.000 copie, è, assieme al non cattolico Ta Kung Pao (50.000 copie) alla testa dei giornali della Cina settentrionale. I quotidiani cattolici sono giornali d’informazione destinati al gran pubblico, ma di tratto in tratto pubblicano articoli religiosi e ispirati alla dottrina cattolica. La stessa società editrice di Tientsin pubblica anche un settimanale culturale-religioso di 3.000 copie. II direttore dello Yi-Shi-Pao riferì sul quotidiano e l’A.C. nel congresso cattolico di Sciangai del 1935. Le autorità cinesi controllano severamente la stampa, tanto che nel 1934 il foglio cattolico di Tientsin venne sospeso per due mesi dall’autorità militare; ma normalmente non si deplorano attriti. Concludendo, alcune cifre di confronto. Nel 1922 le pubblicazioni periodiche in Cina erano 1.134, e nel 1935 erano cresciute a 4.735. Dei 775 giornali, per lo più quotidiani, i 4 maggiori escono in Sciangai di cui il Shun Pao e Sin Wan Pao 150.000 copie, il Shin Hsin Pao con 100.000 copie. In Sciangai, Nanchino, Canton e Pechino si pubblicani i 2/3 della stampa cinese; le tirature sono limitate. Il principale organo straniero è il China Daily Times di Sciangai con 10.000 copie. Risulta da queste cifre che i cattolici possiedono una stampa molto superiore alla loro proporzione numerica. A buon diritto quindi il Löwenthal, scrivendo prima della guerra, esprimeva la fondata speranza che l’organizzazione e il concentramento delle forze possano in breve raggiungere ancora mete più elevate. Per le cifre cfr.: China Yearbook, Sciangai, Newspaper Directory of China presso Carl Crow, inc., Sciangai e Annuaire des Missions Catholiques de Chine, pure a Sciangai. Impero giapponese Il più minuscolo ma grazioso reparto giapponese, tutto laccato in nero e oro, ricordava nelle sue proporzioni non la grandezza del Giappone, ma i limiti assai ristretti della frazione cattolica di questa nazione. Secondo il censimento del 1930 l’impero giapponese è abitato da oltre 90 milioni di persone, delle quali soltanto 272.000 professano confessioni cristiane, mentre 16 milioni circa, divise in 13 sette principali, sono scintoisti e 42 milioni, divisi in 56 sette principali, appartengono al buddismo. Tra i cristiani la Chiesa cattolica possedeva nel 1935: fedeli 105.660, sacerdoti giapponesi 78, stranieri 254, totale 332; suore indigene 405, straniere 429; stazioni missionarie con sacerdote 233, senza sacerdote 206. L’immenso sviluppo del giornalismo ci dà la misura dei rapidi progressi fatti dalla civiltà nel Giappone. Secondo una statistica ufficiale, si pubblicano nel Giappone e nei territori annessi 12.165 pubblicazioni periodiche, delle quali 1.219 sono giornali quotidiani, 470 settimanali, 9.086 riviste trimestrali, mensili e quindicinali ed il resto, pubblicazioni di diversa periodicità, compresi gli annuari. Per completare l’impressionante quadro, ricorderemo che i principali giornali di Tokyo raggiungono tirature colossali pari e superiori a quelle della grande stampa americana e europea; il più importante dei giornali giapponesi, il Tokyo Asahi Shimbun stampa 3 milioni di copie quotidiane, l’altro organo importante di Tokyo il Nichi Nichi ha una tiratura di due milioni e mezzo di copie. Entrambi i giornali sono collegati con altri organi che escono in Osaka: l’uno e l’altro recano in settimana una pagina religiosa, nella quale tratto tratto compaiono anche articoli cattolici. Una pagina letteraria religiosa quotidiana reca anche il terzo giornale a grande diffusione di Tokyo lo Yemiuri Shimbun di carattere popolare. Accanto ad altri cinque quotidiani di Tokyo in giapponese, si pubblicano nella capitale anche due giornali redatti in lingua inglese per gli stranieri, cioè lo Yapan Times e lo Yapan Advertiser. Non mancano organi importanti anche fra i giornali di provincia. Caratteristica della stampa giapponese è che la distribuzione dei quotidiani per la maggior parte non è fatta a mezzo della posta, bensì da apposite agenzie di distribuzione le quali adibiscono squadre di giovanotti per fare recapitare il giornale a domicilio fra le 5 e le 6 del mattino e fra le 5 e le 6 della sera. «Tra questi distributori si contano numerosi studenti universitari che vi trovano il mezzo di proseguire gli studi e di fare un igienico sport mattutino». Abbiamo già accennato che le riviste, trascurando i bollettini di carattere locale, sono circa 10.000. Il loro sviluppo fu rapidissimo, tanto che si calcola che negli ultimi anni ogni mese siano comparse in media 100 riviste nuove. In genere però, se per voluminosità superano di gran lunga le riviste europee e perfino le americane, per contenuto le riviste giapponesi sono a quelle molto inferiori. Caratteristico è che le riviste più diffuse sono quelle scritte per le signore. Sul tema organizzativo si cita a particolare esempio l’editoriale gigantesca fondata e diretta da Seigi Noma, chiamato il «re delle riviste». La sua organizzazione pubblica nove delle più importanti riviste giapponesi, e sono talmente diffuse da potersi affermare che «uno su ogni 5 giapponesi è lettore dell’uno o dell’altro dei suoi periodici». Una di queste riviste è dedicata ai fanciulli dai 6 ai 10 anni, un’altra ai giovanetti delle scuole medie; una terza alle giovanette delle scuole superiori; una quarta agli oratori e uomini politici; una quinta alla letteratura amena; Fugi è una pubblicazione universale per giovani e adulti; Gendai è una rivisita di carattere sociale e infine la rivista King, destinata alle masse ha raggiunto una circolazione di 1.500.000 copie. Si può affermare che dei 10.000.000 di copie di riviste che circolano mensilmente in Giappone, sette milioni vengono pubblicate dalla Kedanska, la società editrice diretta dal Noma. Il Giappone è il paese che relativamente ha il numero maggiore di lettori; l’analfabetismo vi è ormai sconosciuto e la frequenza nelle scuole elementari tocca quasi il 100%. Come è noto l’impero Giapponese è stato riaperto alla predicazione evangelica appena da una settantina d’anni; nei primi anni i pionieri del cattolicismo dovettero occuparsi dell’immediata penetrazione e della ricerca e raccolta degli antichi cristiani. Quest’opera di penetrazione si rivela in numerose opere educative, istituti e scuole di ogni genere, dai seminari minori al seminario centrale fondato nel 1929, dalla università «Sophia», diretta dai padri gesuiti della provincia germanica ai numerosi collegi e alle molte scuole fondate dagli stessi gesuiti e dalle altre congregazioni maschili e femminili, quali risultano dall’annuario L’Eglise Catholique dans l’Empire Japonais. A mano a mano però si provvide anche alla stampa. La prima rivista mensile cattolica venne fondata nel 1891 dal padre Walson col nome Koe (Vox Catholica). In altre città erano poi sorte altre pubblicazioni periodiche, per raggruppare le quali venne convocato a Tokyo nel 1931 il primo congresso nazionale per la stampa cattolica, il quale deliberò la costituzione dell’Uffcio centrale per la stampa cattolica in Tokyo (Katorriku Chuo-Shuppanbu; 38, Shimorokubanchô, Kôjimachi, Tokyô), sotto la presidenza onoraria di S. Ecc. il delegato apostolico, quella effettiva di S. Ecc. l’arcivescovo di Tokyo e sotto la valida direzione del sacerdote Dott. Paolo Taguchi, valoroso pubblicista ed eccellente organizzatore al quale dobbiamo gran parte dei dati contenuti in questa nota. L’ufficio pubblica, come risulta dall’elenco di questo volume, cinque periodici è cioè: un settimanale organo nazionale dei cattolici giapponesi, il Nippon Katorikku Shimbun che avendo assorbito parecchi altri periodici di Tokyo, Sapporo, Osaka e Kobe, raggiunge ora la tiratura di 12.000 copie; Koe, rivista mensile con oltre 3.000 copie; Katorikku, periodico mensile per intellettuali non cattolici con una tiratura di 1.000 copie; Fukkatsu (Risurrezione), mensile per ammalati con 1.100 copie; Umi no hoshi (Stella del mare), mensile per fanciulli con 1.200 copie. Gli altri periodici del nostro elenco si pubblicano dalle congregazioni missionarie o da altri centri; così a Nagasaki il padre Urakawa pubblica un bimensile con nove mila copie (Nagasaki Kyoho), e nella stessa città i francescani conventuali polacchi stampano Mugenzaino Seibono Kishi, destinato in parte ai pagani con 70.000 copie mensili; l’istituto cattolico di filosofia e scienza di Okayama pubblica un mensile di studi biblici diretto dal sacerdote giapponese padre Shibutani. Complessivamente le pubblicazioni periodiche dei cattolici giapponesi sono 25. Dal gennaio 1935, incoraggiati dal Delegato apostolico, i domenicani canadesi, residenti in Sendai, pubblicano la rivista illustrata Taimatsu – Revue cath. illustrée du Nippon – mensile di otto pagine, con un supplemento in francese Oriens – Supplém. mensuel de Taimatsu –, destinato ad illuminare gli occidentali sulla situazione giapponese. Tutte queste pubblicazioni stanno sotto l’ispirazione di una «Commissione nazionale per la stampa di Azione cattolica» presieduta dall’arcivescovo di Tokyo e diretta dal francescano padre Ugolino Nold. Essa pubblica tre quattro volte all’anno in latino il bollettino Actio Missionaria. Dell’intraprendenza della piccola minoranza giapponese è prova il fatto che i cattolici in questi ultimi anni hanno preso anche l’iniziativa di pubblicare un’enciclopedia cattolica sotto la direzione del gesuita Padre Kraus dell’università «Sophia». La nostra ammirazione cresce, se consideriamo che oltre provvedere alle numerose scuole già ricordate e a molteplici attività caritative, dai lebbrosari agli ospedali, dai dispensari ai ricoveri, i sacerdoti, religiosi e religiose, trovano ancora il tempo di sviluppare l’Azione Catto1ica che ha le sue associazioni giovanili e femminili e si propone anche di diffondere la buona stampa. I Padri del Verbo Divino, a cui sono affidate le prefetture apostoliche di Nagoya e Niigata hanno creata un’organizzazione intitolata Ave no tomo (Amici dell’Ave), in cui i giovani, divisi in 8 gruppi, si alternano gruppo per gruppo nel redigere la rivista Ave no tomo. In molte associazioni poi sorte da ex-allievi o ex-allieve di scuole dirette da religiosi, benché il maggior numero dei membri sia ancora pagano, dirigenti e spirito sono cattolici, sicché l’irradiazione del cattolicismo è ben maggiore di quello che potrebbesi sperare dal numero dei battezzati. India, Birmania e Ceylon Nel mondo indiano (India, Birmania e Ceylon) abitato in cifra tonda da 240 milioni di hindù, e 78 milioni di musulmani e complessivamente da 352 milioni di persone, vivono, accanto ad altri tre milioni di cristiani di varie confessioni, 4.365.416 cattolici (di cui oltre tre milioni e mezzo di rito latino), dispersi su tutto l’immenso territorio in una sessantina di diocesi. In questo mondo si parlano non meno di 225 idiomi diversi, benché l’inglese quale lingua ufficiale sia parlato in tutta l’India e in Birmania dalle classi colte tanto europee quanto indiane, e per quanto quale linguaggio comune dell’India e di Birmania si possa considerare lo hindi per gli hindù, l’urdu per i maomettani e il birmano per i birmani, i quali ultimi non sono né hindù né musulmani, ma buddisti. Il linguaggio delle masse varia tuttavia da provincia a provincia. Nel Bengala, ad esempio, il linguaggio popolare è il bengali, in Bombay il gugerati, in Madras il telegu e il tamil e nel Pungiab il pungiabi. A questa configurazione generale demografica, confessionale e linguistica corrisponde il colore della stampa indiana. I giornali e periodici principali che escono a Calcutta, a Bombay, a Madras, a Karachi, a Lahore, a Delhi, a Lucknow ed a Rangoon sono appunto scritti nell’una o l’altra di queste lingue. I quotidiani possono venir divisi in due categorie: la stampa britannica o anglo-indiana e la stampa indiana. Mentre la prima è proprietà d’inglesi o ne rappresenta gli interessi, la seconda ha carattere nazionalista e propugna sovratutto l’indipendenza dell’India. Ma in mezzo a questa seconda categoria la stampa degli hindu si divide in varie frazioni, da quella moderata all’estremista, e così la stampa dei maomettani. Negli ultimi anni la stampa angloindiana, abbandonando la direttiva imperialista, cerca di venire incontro in qualche misura alle aspirazioni nazionali, ma tenendosi sempre a grande distanza dalla direttiva politica nazionalista. Avviene talvolta che la stampa nazionale identifichi il cristianesimo colla religione della razza dominante; tuttavia, in massima, il cristianesimo non viene considerato come ostile agli interessi degli indiani, anzi è trattato con tolleranza e rispetto. A ciò ha contribuito il fatto che gli indiani cristiani si sono accostati alle aspirazioni politiche dell’India, inoltre la circostanza che molti indiani della classe politica sono stati educati in collegi cristiani e in terzo luogo ancora il fatto che nei collegi cattolici i professori europei sono in maggioranza non britannici. D’altro canto la legge sulla libertà di stampa, pure essendo larghissima, consentirebbe, ove occorresse, di intervenire a protezione del cristianesimo, perché una lotta sistematica ingaggiata dalla stampa contro di esso potrebbe venire considerata come incitamento all’odio delle razze, ciò che dalla stessa legge è appunto proibito. Infine la stampa nazionale indiana è per il momento tutta ingaggiata nella lotta politica, tanto da non preoccuparsi a fondo di principi economico-sociali, a proposito dei quali si potrebbe facilmente manifestare il dissidio col pensiero cattolico. Ma quando l’ulteriore sviluppo politico permetterà alla stampa indiana d’affrontare i problemi sociali, è da temersi che alla stampa cattolica non spetti un compito al quale fin d’ora non è sufficientemente preparata. Già del resto non manca un piccolo gruppo di organi atei e comunisti che tentano di trascinare il partito del congresso verso l’estremismo di sinistra. In quanto alla stampa anglo-indiana, si può ammettere che nei rapporti col cattolicismo è subentrato in questi ultimi anni un miglioramento forse dovuto piuttosto a migliorate informazioni delle agenzie che a direttive redazionali. La circolazione dei giornali in India confrontata con quella europea e americana è piuttosto bassa. Il più grande dei quotidiani britannici è The Statesman (Calcutta) che raggiunge 41.000 copie; approssimativamente la stessa tiratura ha il quotidiano bengali di Calcutta Ananda Bazar Patrika. Dei settimanali il più diffuso con 56.000 esemplari, è il Time of India Illustrated Weekly e subito dopo segue Ananda Vikatan di Madras pubblicato in tamil. Tutti gli altri giornali e periodici hanno una tiratura più bassa, che sta in rapporto diretto colla percentuale di analfabeti delle varie provincie. Questa varia assai di regione in regione, ma basti dire che la percentuale media di chi sa leggere e scrivere per tutta l’India non supera il 9,5%. Secondo una statistica del 1932 si avrebbero in India: tipografie 6.646; giornali (quotidiani, settimanali e periodici a tipo giornale) 1.743; riviste (periodici d’ogni genere) 2.983. Passando ora alla Stampa cattolica, dopo aver rilevato la dispersione dei cattolici in una sessantina di diocesi e constatato che dalla cifra totale si devono sottrarre non soltanto gli analfabeti i quali costituiscono i due terzi della popolazione cristiana, ma anche coloro i quali non sanno leggere e scrivere in inglese, perché i giornali cattolici dell’India sono prevalentemente redatti in tale lingua, sarà più facile comprendere perché gli indiani cattolici, nonostante uno sviluppo relativamente lungo, non siano riusciti a fondare un quotidiano e mantengano con grandi sforzi un settimanale di informazione a carattere nazionale uscito nel 1932, The Herald di Calcutta. Non è che manchino altrove settimanali di carattere più o meno popolare come il Ceylon Catholic Messenger di Colombo (che è anzi bisettimanale), il The New Leader (già Catholic Leader) di Madras, il Sathiadeepam di Ernakulam, il The Examiner di Bombay, The Catholic Guardian di Jaffna, il Simla Times di Simla, il Catholic News di Lahore. Taluni anzi, come il The Examiner di Bombay, fondato nel 1850 sotto gli auspici del vescovo dott. Hartmann, ebbero tra i gesuiti direttori valorosi e illuminati, ma sia perché si rivolgevano solo agli intellettuali e trascuravano le notizie, sia perché vigeva il criterio che ciascun organo dovesse arrestarsi alla frontiera della diocesi, la loro tiratura non raggiunse mai le 2.000 copie. Nel 1932 sorse a Calcutta il settimanale The Herald che si rivolse al popolo, interessandolo colle notizie, colle rubriche speciali dedicate alla casa, alla donna, al bambino e colle illustrazioni, raggiungendo in tre anni le 10 mila copie e diffondendosi per ogni diocesi dell’India, Burma e Ceylon. Lo Herald poté così accaparrarsi una pubblicità discreta e ben pagata. Due terzi della sua diffusione dipendono dalla vendita domenicale alle porte delle chiese. Naturalmente è esclusa una partecipazione alle lotte di partito, le quali dividerebbero subito i lettori in almeno due schiere avverse. Comunque la via segnata dal Herald, diretto dal P. de Staercke S. J., sembra quella dell’avvenire. In quanto alle riviste rimandiamo al nostro elenco, richiamando semplicemente l’attenzione dei lettori su Rays of Light, organo della Catholic Truth Society in Trichinopoly, su Catholic Action, organo dell’Unione studenti in Bombay, su The New Review, diretta dal P. Ledrus, S. J., sulla Catholic Educational Review diretta da C.J. Varkey, K.S.G., M.A. di Mangalore, su l’Indian Ecclesiestical Review di Mangalore, su The Social Order, diretta da B. S. Gilani, di Allahabad, sulle Collectanea Lahorensia dei PP. Cappuccini, sui numerosi periodici dei Collegi e sulla larga parte che vi ha la stampa scritta nelle lingue indigene, specialmente in lingua tamulica e in malayali. A parte andrebbe riguardata la situazione nell’India portoghese. Oltre ai dati risultanti dall’elenco bibliografico, basti rilevare che accanto al piccolo quotidiano Heraldo di Goa, il quale è considerato dall’autorità ecclesiastica nelle direttive dell’Azione Cattolica e quindi partecipò alla Mostra, altri giornali esistono che il Catholic Directory registra come cattolici. Così in Nova Goa i quotidiani Diario do Norte e Diario da Tarde, in Mapuca il settimanale O Tempo, in Margao il bisettimanale O Ultramar. Bibliografia The Catholic Directory of India, Burma and Ceylon, The Good Pastor Press, Broadway, Georgetown (Madras); The Indian Year Book, Times of India Office, Bombay. Indocina francese Dell’Indocina francese che ha una popolazione di 21 milioni circa di abitanti con un totale di 1.206.000 cattolici e 17.606 protestanti, abbiamo i seguenti dati parziali. Nel Tonchino: abitanti 14 milioni, cattolici 800.000. Quotidiani francesi 6 con una tiratura complessiva di 4.300 copie; annamiti 4 con una tiratura di oltre 20.000 copie. Dei quotidiani francesi uno è cattolico, tre sono rispettosi della religione, due indifferenti. Anche i 4 annamiti si possono considerare non ostili. Vi sono ancora 2 bisettimanali, 1 trisettimanale e 6 settimanali francesi; 1 bisettimanale, 1 trisettimanale e 3 settimanali annamiti. Di questi giornali non quotidiani francesi 1 settimanale, che tira 1.750 copie, è cattolico; è pure cattolico un trisettimanale con 2.000 copie; indifferenti sono 6 francesi con 10.000 copie complessivamente e 5 annamiti con una tiratura pressapoco eguale. Le riviste si possono classificare così: cattoliche francesi 1, cattoliche annamite 3; indifferenti francesi 3, annamite 9; ostili francesi 1, che è l’organo della massoneria, e ostili annamite 2 che sono riviste pubblicate da una associazione buddista. La tiratura globale maggiore è raggiunta dai 9 periodici annamiti indifferenti. Si può dunque concludere che nel Tonchino, a parte le tre ultime riviste, nessun periodico è ostile alla religione; parecchi giornali però e riviste, specie le annamite, meritano sovente censura dal lato del buon costume. Nell’Annam (373.000 cattolici su circa 6.800.000 abitanti) nessun quotidiano. Dei giornali non quotidiani Duong Ngay (La via diritta) in annamito è cattolico, I France Annam, bisettimanale è rispettoso della religione, la Gazette de Hué in francese è indifferente, e indifferenti sono altri quattro settimanali e bisettimanali annamiti che escono nella capitale Hué (125.000 abitanti). La tiratura massima è quella della Gazette che non supera i 2.500 esemplari. Di fronte a numerose riviste francesi e annamite, alcune delle quali immorali e tutte senza valore intellettuale, non si può citare che il Sacerdos Indosinensis e forse La Revue diretta da un cattolico. Nella Concincina, escono a Saigon La Dépêche, rispettosa della religione, L’Opinion e L’Impartial, indifferenti; nel Cambogia La Dépêche e Le Khmer, rispettosi della religione. Gli organi cattolici l’Union, La Croix d’Indochine e Cong Giao in annamito hanno una discreta diffusione (l’Union tira 3.000 copie). Siam I cattolici del Siam sono soltanto 62.000 su una popolazione totale di circa 12 milioni. Nel Siam si pubblicano 13 quotidiani in lingua siamese, 7 in indocinese e 1 in inglese, il quale ultimo si può classificare come rispettoso del cattolicismo. La tiratura massima dei quotidiani non dovrebbe superare una dozzina di migliaia; l’organo inglese tira solo qualche centinaio di copie. Parecchi sono anche i settimanali e le riviste sono una quarantina delle quali 26 mensili tutte in siamese. I cattolici posseggono in tutto 2 periodici mensili in siamese con una tiratura complessiva di 1.550 copie, una rivista trimestrale in siamese, inglese e francese e 2 pubblicazioni annuali nelle stesse lingue. Di queste 5 riviste 3 sono organi di collegi cattolici. La missione dei salesiani italiani in Rajaburi pubblica inoltre una rivista mensile per i giovani. AFRICA Africa equatoriale francese L’Africa Equatoriale Francese (3.346.000 abit.) annovera cattolici battezzati 150.000, catecumeni 85.000, suddivisi nei tre vicariati apostolici di Brazzaville, Loango, Gabon e nella prefettura apostolica di Oubangui-Chari i protestanti sono circa 30.000; i maomettani intorno ad un milione. Le condizioni della cultura sono ancora arretrate; i pochi europei, circa 2.600, sparsi in tutta la regione. La stampa non è rappresentata che da un settimanale pubblicato a Brazzaville, l’Etoile de l’A. E.F. che rispetto alla religione si può classificare indifferente. Le riviste sono 5, 2 tecniche e 3 cattoliche, quali appaiono nel nostro elenco. Nemmeno nel Cameroun esiste un quotidiano, ma solo un settimanale, Les Veilles du Cameroun, religiosamente parlando indifferente, benché talvolta si permetta qualche punta contro il cattolicismo. Nel vicariato apostolico del Senegal, ove 35.000 cattolici si trovano di fronte a 850.000 maomettani ed a quasi mezzo milione di pagani, non esistono giornali cattolici. Paris-Dakar, che esce in Dakar due volte alla settimana, simpatizza per il cattolicismo; il settimanale Le Senegal, che sostiene il deputato negro Diouf, non è ostile alla religione; mentre le è meno favorevole il settimanale socialistoide A.O.F.: tutti tre i periodici escono a Dakar, come il socialista Le Périscope. A proposito dei periodici cattolici elencati nella nostra bibliografia, notevole anche qui l’uso di parecchie lingue e dialetti indigeni. Africa orientale britannica Nel Kenya su una popolazione di 3.091.064 abitano circa 17.000 europei e 50.000 asiatici; nel Tanganyka su 5 milioni d’abitanti poco più di 8.000 sono europei e 23.000 indiani. I cattolici sono nel Kenya 110.000 in cifra tonda e nel Tanganyka 325.000, mentre i cristiani di varie sette assommano nel Kenya a 105.000 e nel Tanganjka a 160.000. Nel Tanganyka non esiste la stampa cattolica, la quale viene invece introdotta dal Kenya: qui vengono stampate nelle tipografie delle missioni dei Padri dello Spirito Santo e dei Padri della Consolata i periodici inglesi e nelle lingue indigene registrati nel nostro elenco. La stampa non cattolica consiste in quotidiani e riviste europee e indiane. Il gruppo «Standard» comprende: The East African Standard, pubblicato in Nairobi, il Mombasa Times, pubblicato in Mombasa e il Tanganyika Standard, pubblicato in Dares-Salaam. Si tratta di giornali che riportano semplicemente le notizie della Reuter o della Radio inglese. In Mombasa viene pubblicato anche un giornale che è proprietà indiana, il Kenya Daily Mail; anche il Coast Guardian è un giornale inglese in mano indiana. Questi e gli altri giornali hanno tutti mera importanza locale e scarsissima diffusione. Vi sono ancora nelle due regioni 9 riviste quasi tutte di carattere tecnico, se si eccettua Sauty va Vita, che è l’organo della Annata della Salute. I periodici cattolici invece pubblicati nelle lingue indigene, tranne Catholic Laity, che è edito in inglese in Mombasa ed è organo della Società di S. Vincenzo de’ Paoli, penetrano nelle classi popolari indigene. Africa italiana Durante l’Esposizione, colla conquista dell’Abissinia e la nuova sistemazione dell’Impero coloniale italiano sono sopravvenuti anche nella stampa grandi cambiamenti. Al Corriere Eritreo, sorto all’Asmara nel 1921, al Corriere di Bengasi, che si pubblica dal 1925 e all’Avvenire di Tripoli, sorto nel 1928 si aggiunsero nel 1936 il Corriere dell’Impero, organo dei Fasci di combattimento di Addis-Abeba e il Corriere Hararino pubblicato dai Fasci di Dire-Daua. Oltre questi quotidiani, rispettosi della religione cattolica, vi sono alcuni settimanali arabi-mussulmani, come Ar Ragib al-Atid (L’osservatore presente) e El Adel (La giustizia), di Tripoli. In seno all’Azione Cattolica di Tripoli si è costituita una sezione stampa, presieduta dal dott. Matteo Longo che promuove la diffusione di un mensile cattolico la Famiglia cristiana e della stampa cattolica della metropoli. Altre iniziative nell’A.O.I. sono ora in corso di sviluppo. Congo Belga Il Congo Belga abitato in cifra tonda da 10 milioni di negri e 22.000 bianchi, questi in forte maggioranza cattolici, comprende ora 1.300.000 cattolici negri. La capitale Léopoldville è costituita da 2.000 bianchi e 28.000 negri, dei quali 12.000 sono cattolici, 3.000 protestanti, 600 musulmani e il resto pagani. Per gli europei si pubblicano a Léopoldville il quotidiano Courrier d’Afrique che ha due supplementi settimanali e tira circa 1.800 esemplari. È stato fondato dai padri di Scheut per controbilanciare l’influsso della stampa non cattolica. Tra quella ostile va classificato l’Avenir Colonial Belge che non arriva però alla tiratura del giornale cattolico. Altri due quotidiani escono ad Elisabethville: l’Essort du Congo, rispettoso della religione e Le Journal du Kattanga, indifferente. A Léopoldville si stampano ancora due settimanali, indifferenti; a Elisabethville un altro settimanale indifferente ed a Costermansville il settimanale Centre Afrique rispettoso della religione. Tutti questi giornali sono per gli europei, ma i Padri di Scheut hanno provveduto in Léopoldville anche per i negri con la fondazione di un settimanale La Croix du Congo scritto in francese, ma con articoli nei principali idiomi del Congo. Questo settimanale è organo del segretariato di Azione Cattolica sociale di Kinshasa. Parecchie poi sono, come appare dal nostro elenco, le pubblicazioni mensili stampate dalle missioni nelle lingue indigene. Marocco Francese Gli elementi europei non rappresentano che una piccola frazione (172.000) dei 4.881.000 abitanti. Degli europei 13.000 sono italiani, 22.000 spagnoli, il resto francesi. Il 3% della popolazione indigena è costituito dagli ebrei che sono dei berberi convertiti al giudaismo, il resto si divide in berberi, più o meno islamizzati che vivono nelle campagne e in arabi, parte dei quali abita nelle città. I cattolici, tutti europei, assommano a circa 110.000, accanto ai quali un piccolo gruppo di protestanti, che hanno per portavoce un mensile Le Huguenot, è molto attivo. Teoricamente dovrebbe sussistere la libertà di stampa, ma l’amministrazione del protettorato interviene sia per eliminare o frenare la stampa nazionalista, sia per proibire in modo assoluto di fare nella stampa del proselitismo religioso. Il primo giornale comparve a Tangeri nel 1902; poi sorsero sul territorio del Protettorato i grandi giornali di informazione con alla testa La Vigie Marocaine. I francescani ai quali venne affidato il Marocco francese, fondarono nel 1921 un mensile Le Maroc Catholique e nel 1935 un settimanale di Azione Cattolica L’Effort. Numerosi sono i periodici e giornali cattolici che vengono introdotti dalla Francia; la situazione però della stampa avversa rimane soverchiante. I grandi giornali quotidiani in generale sono neutri, ma poco si occupano degli interessi degli indigeni. Vi è inoltre fra i giornali una minoranza di organi ostili alla religione i quali creano e alimentano una corrente avversa all’opera dei missionari. A Casablanca si pubblicano 5 quotidiani e alcuni settimanali, tra i quali non mancano i socialisti. Un quotidiano si pubblica anche a Fez, a Meknes e due a Rabat; su una trentina circa di questi giornali (quotidiani e settimanali) La Vigie Marocaine, giornale di informazione di Casablanca, che tira 30.000 copie, La Voix Française (monarchico) e L’Effort cattolico sono i tre soli organi che si possono considerare rispettosi della religione; ostili sono 7, tra cui il settimanale comunista Le Cri Marocain e Le Socialiste Marocaine; gli altri si possono considerare indifferenti; alcuni sono finanziati o sovvenzionati dall’Amministrazione. Le riviste nel Marocco Francese sono 9: L’Avenir Illustré è ebraico e tira 5.000 copie; Réalisation, ostile alla religione, pubblica 3.000 esemplari e altrettanto ne pubblica il mensile cattolico Maroc Catholique. Oltre queste pubblicazioni cattoliche, vi sono alcuni bollettini parrocchiali a Casablanca, a Fez e a Rabat, e (cfr. il nostro elenco) negli ultimi tempi si è aggiunto un settimanale a Casablanca, l’Ordre Marocain. In ogni parrocchia del Marocco venne costituito un comitato della buona stampa che si propone di sostenere e diffondere i periodici esistenti. Confronta per le cifre: Annuaire Marocain, Rue George Mercier, Casablanca, e Annuaire de la Presse Française. Algeria e Tunisi In Algeria (colonia parlamentare) su una popolazione totale di pressoché 7 milioni di abitanti, la maggior parte musulmani, gli europei sono 881.584, i cattolici 820.000. Nella città di Algeri (257.000 abitanti) si pubblicano 5 quotidiani dei quali La Presse Libre si può considerare filocattolica, ma due altri sono socialisti. Dei 34 settimanali, per la maggior parte di carattere tecnico e neutro, uno è però organo ufficiale dei socialisti, l’altro è comunista, un terzo laicista. Le riviste assommano ad una trentina, tra le quali alcune di carattere storico e letterario. Scarsamente diffuso è un mensile protestante Evangile et Progrès. Nel dipartimento di Costantina escono nel capoluogo due quotidiani, 7 settimanali; 3 quotidiani si pubblicano a Bona (68.000 abitanti) e settimanali e mensili negli altri piccoli centri. In Orano (163.000 abitanti) si pubblicano 4 quotidiani di informazione e di tendenza piuttosto moderata, e 4 settimanali dei quali Le Dimanche, fondato dal sacerdote Lambert, è cessato recentemente. Nella Tunisia (protettorato) i cattolici sono 200.000 su 2.500.000 ab. In Tunisi (260.000 abitanti) si pubblicano 8 quotidiani fra i quali (fin dal 1886, l’Unione per gli italiani, che nel protettorato sono molto numerosi: degli altri il più diffuso è il giornale di informazione La Dépêche Tunisienne; esiste anche un quotidiano socialista e un giornale giudeo-arabo Es-Sabah (il mattino). I settimanali sono 10, tra cui uno italiano. Altri ne escono a Biserta, Sfax, Susa. Grande importanza va assumendo in Algeria e in Tunisi la stampa islamica che avendo iniziato la sua propaganda per ricondurre l’Islam alla sua purezza primitiva va diventando ora l’organo di una tendenza nazionalista contro la amministrazione francese e con l’ultima mèta di formare nell’Africa e nell’Asia una sola nazione arabo-musulmana. Questa tendenza utilizza la libertà della stampa, la possibilità di predicare nelle moschee e la libertà dell’insegnamento della lingua araba per propagandare il movimento. Poiché in Algeria e al Marocco gli analfabeti sono più numerosi, la forza della stampa araba risiede sovratutto in Tunisia. Si tratta in generale di settimanali scritti in arabo e taluno anche in francese divisi tra loro in tre correnti, quella degli ulema riformisti, quella dei marabutti e infine i giornali più moderati. Taluno di questi periodici combatte pure i missionari cattolici e in primo luogo i Padri Bianchi. In Tunisi il partito nazionalista arabo possiede anche un quotidiano Ez-Zohra. Molti altri settimanali sorgono e scompaiono, anche per l’intervento dell’Amministrazione francese. In mezzo a questa selva di pubblicazioni i cattolici non dispongono, che di due settimanali: L’Effort Algérien di Algeri e La Tunisie Catholique di Tunisi. Le altre pubblicazioni che i lettori troveranno nell’elenco francese, sono organi mensili d’Azione Cattolica, rivistine di patronati religiosi e numerosi bollettini parrocchiali. Un foglio sindacale cristiano indica che questo movimento si è diffuso anche in Algeria. Basutoland Dal 1933 esce nella Casa degli Oblati di Maria Imm. in Mazenod il Moeletsi oa Basotho in idioma sesuto. Nella stessa lingua si pubblicano nel Basutoland 2 altri giornali, ma il Moeletsi (Monitore), che esce in 8 p. ogni 15 giorni, è il più letto e diffuso. Giornale essenzialmente religioso, tocca però anche le questioni economicosociali e politiche, difendendo la causa dei negri, tanto maltrattati nel Sud Africa. È scritto e anche composto quasi intieramente da forze indigene. Dal Basutoland esso si diffonde anche nell’Unione Sudafricana. Com’è noto l’Azione Cattolica ha fatto progressi notevoli nell’Africa meridionale. Associazioni d’ambo i sessi si sono costituite negli ultimi anni nella prefettura di Bulawayo, nella missione di Queenstown, nel vicariato del Transvaal, in quelli di Natal e di Mariannhill. Inoltre nel 1927 è stata fondata per gli aborigeni la Catholic African Union che si è propagata in tutto il vicariato del Natal. Nel Transvaal unico periodico di Azione Cattolica è il Trefoil, trimestrale che si pubblica in 3.500 copie. Madagascar Abitanti 3.723.000, catt. 461.000, prot. 385.000, musulm. 40.000, il resto pagani. Si pubblicano in questa colonia francese alcuni organi d’informazione trisettimanali, bisettimanali e settimanali in lingua francese e che si stampano a Tananariva: tali La Dépêche, La Tribune, Paris-Tana, le Madagascar, non ostili al cattolicesimo. L’Echo du Sud, massonico, che si pubblica a Fianarantsoa, è ora in decadenza. Peggiore è la situazione nella stampa indigena. Le dieci pubblicazioni protestanti hanno perduto, è vero, terreno, fatta eccezione di Fandrosoam-Baovav (Progresso moderno), settimanale evangelico-nazionalista, che tratto tratto attacca il cattolicismo e i Missionari. Più nazionalisti fino all’autonomismo sono Firenea-Malagase (Nation Malgache) e Ny Vahoaka (Le peuple); più perniciosi il bilingue Proletariat malgache, a tendenza comunista, la Rarinay (Justice) socialista e Le Mongo (L’écrasé) organo ufficiale del partito comunista. In faccia a questa stampa quella cattolica fa bravamente il suo dovere. Fitaratry ny nosy (Le Miroir de l’Ile), organo della gioventù cattolica, il settimanale Ny Gazetintsika (Notte Journal) e Lakroa-n’ i Madagaskara (La Croix de M.) settimanale di 13.000 copie si battono magnificamente, senza dire del settimanale Lumière edito dai Gesuiti a Fianarantsoa e di altri fogli e riviste. OCEANIA Australia e Nuova Zelanda In Australia i cattolici raggiungono quasi il 20% della popolazione sommando ad 1.280.000, mentre i membri della Chiesa anglicana sono 1.500.000, i metodisti 684.000 e i presbiteriani 713.000. Nelle città capitali della Confederazione e della Nuova Zelanda, astraendo per il momento dalla stampa cattolica, si pubblicano 23 quotidiani e 22 settimanali. Gli organi dei centri locali hanno scarsa importanza. Politicamente questa stampa si divide fra il partito nazionale e quello laburista, religiosamente essa segue una condotta di neutralità, neutralità però di un popolo che in maggioranza ha ereditato la tradizione protestante. Sarebbe eccessivo, dice il nostro informatore, l’accusare editori e proprietari di essere anticattolici, ma è però lecito dire che la stampa australiana è più o meno influenzata da questa tradizione protestante. Tuttavia versa la Chiesa cattolica dimostra negli ultimi anni un maggior spirito di tolleranza e anche la grande stampa d’informazione sente il bisogno di tener conto dei lettori cattolici. Oramai molti dei principali quotidiani e quasi tutta la stampa di provincia riferiscono onestamente su tutte le importanti manifestazioni cattoliche del loro territorio. Nel 1928 il più autorevole e più diffuso quotidiano di Sydney, il Morning Herald, illustrò il diciannovesimo congresso eucaristico internazionale in un modo che avrebbe fatto onore a qualsiasi quotidiano di un paese cattolico, e il suo esempio venne seguito dai principali giornali della Confederazione. Anche le dottrine sociali dei Papi vengono messe in rilievo e favorevolmente commentate; ciò accadde specialmente per la Quadragesimo Anno; tuttavia il fatto che il servizio per cavo proviene prevalentemente dall’Inghilterra e lo spirito originale che anima questa stampa le danno spesso un’impronta colla quale i cattolici non possono identificarsi. I fogli laburisti, per quanto moderati nella forma, tradiscono spesso una concezione originariamente materialista. I comunisti hanno in Australia 6 organi, di cui il principale è il settimanale I Sovieti di oggi. Sono pubblicazioni formalmente assai ben fatte, delle quali gli editori vantano una grande diffusione; ma tali cifre sono difficili a controllare. La questione più grossa che divide sempre i cattolici dalle altre confessioni è quella della scuola. I cattolici chiedono che le loro scuole confessionali, le quali fino al 1879 erano sovvenzionate dallo Stato, riabbiano anche oggi un sussidio proporzionale, come avviene in molti municipi d’Inghilterra, ma i governi successivi, pur lasciando libere le scuole cattoliche, si limitarono a mantenere le scuole pubbliche, nelle quali in verità è data facoltà ai ministri di religione di presentarsi in ore stabilite a impartire l’istruzione religiosa. Questo postulato dei cattolici è osteggiato da quasi tutta la grande stampa politica. Tolta tale questione, i cattolici in Australia, fin dai primi tempi dell’occupazione, hanno saputo conquistarsi piena libertà di coscienza e piena equiparazione, tanto che coprirono spesso le più alte magistrature dello Stato. Conviene ammettere però che la loro stampa non è del tutto proporzionata a tale posizione. Essi possiedono 9 settimanali e 3 giornali pubblicati quindicinalmente; inoltre 12 riviste. La distribuzione demografica spiega la distribuzione dei giornali. I cattolici sono mezzo milione nello Stato della Nuova Galles del Sud e 200.000 nella capitale di questo Stato, Sydney; 360.000 nello Stato di Vittoria, con 190.000 nella capitale Melbourne; 184.000 nel Queensland e 59.000 nella capitale Brisbane; 112.000 nell’Australia del Sud e 60.000 nella capitale Adelaide; 84.000 nell’Australia occidentale e 40.000 in Perth: 40.000 in Tasmania con 12.000 a Hobart; infine 185.000 nella Nuova Zelanda. A Sydney si pubblica fin dal 1851 il settimanale Catholic Freeman’s Journal che esce in 40 pp. e il The Catholic Press della stessa mole; a Melbourne venne fondato nel 1868 e fiorisce tuttora il settimanale The Advocate (40 pp.) come pure il The Tribune di minor mole diffuso particolarmente nello Stato di Vittoria; in Brisbane si pubblica The Catholic Leader (40 pp. settimanali di 42,50 cm per 27,50 cm). È questo l’organo ufficiale dell’arcidiocesi di Brisbane, giornale di azione cattolica, magistralmente diretto dal Rev. H. Thompson, valoroso giornalista che cooperò anche al successo dell’Esposizione internazionale e ci fornì molti degli elementi, su cui si basa questa relazione. Un secondo settimanale pubblicato a Brisbane è lo Our Australian Sunday Visitor, giornale in 8 pp. (57,25 cm per 42,50 cm) che si tira in 8.000 esemplari, con diffusione su tutto il continente, sulla Nuova Zelanda e sulle isole dell’Oceania. Il Sunday Visitor foglio spiccatamente religioso, è distribuito quasi esclusivamente dalla Società di S. Vincenzo de’ Paoli che dedica ai poveri il guadagno della vendita. Un altro settimanale che si pubblica a Brisbane è il The Catholic Advocate destinato allo Stato di Queensland. Ne è proprietaria una società editrice le cui azioni sono in maggioranza in mano di laici. In Adelaide si stampa dal 1890 il The Southern Cross; in Perth il The Record; in Tasmania, a Hobart, si pubblica, The Standard ogni 15 giorni, in 36 pp. Tutti questi giornali si possono considerare di Azione Cattolica in quanto che, pur trattando anche argomenti sociali e politici, assumono di fronte ai partiti un atteggiamento di riserva. Delle 31 riviste, 7 sono dedicate alle missioni, 7 all’A. C, 6 alla scuola, 2 al clero, le altre alla propaganda religiosa in generale; parecchi altri periodici, come appare dal nostro elenco, sono bollettini parrocchiali ed organi di collegi. La Australian Catholic Truth Society pubblica a Melbourne trimensilmente un suo bollettino (Australian Catholic Truth Society Record). In Australia non esiste una agenzia cattolica per la stampa, se si astrae da un piccola agenzia settimanale per le missioni diretta dal Rev. Giacomo Hannan (Australian Catholic Mission News Service, Melbourne). Nella stessa città si trova anche una agenzia pubblicitaria cattolica gestita da una società per azioni (Catholic Associated News Paper). Tuttavia la maggior parte della pubblicità cattolica si fa ancora o direttamente o attraverso le agenzie comuni. La distribuzione viene fatta a mezzo della posta e buona parte della vendita spicciola sulle porte delle chiese. Abbiamo già detto a proposito del Sunday Visitor che le conferenze di S. Vincenzo de’ Paoli si dedicano alla vendita di giornali cattolici traendone profitto per i poveri. Non esiste una società di giornalisti cattolici, i quali possono iscriversi alla Australian Journalist’s Association, come non esiste nessun particolare corso di formazione al di fuori delle lezioni di giornalismo che si impartiscono presso le scuole superiori di Melbourne, Brisbane e Perth. Cfr. Australian Press Directory, Sydney, Gordon e Gotch; Press Directory, Sydney (Country Press); The Advertisers and Publisher Guide, Sydney, 15 Hamilton Street. Indie orientali olandesi Abitano le Indie orientali olandesi oltre 60 milioni di persone, delle quali sono europei appena 242.372; cinesi 1.233.000, orientali stranieri d’altra nazionalità 110.000 e il resto indigeni che si dividono in gruppi radicalmente differenti fra loro, il malese nella parte occidentale dell’arcipelago e il papua all’oriente: il carattere malese è proprio dei popoli dell’est di Sumatra, Giava, Bali e dell’ovest di Borneo e di Celebes; i Papua sono disseminati nella Nuova Guinea e in una parte delle isole Molucche. I più civilizzati di questi gruppi di razze hanno un sentimento nazionale molto sviluppato che tenta manifestarsi anche attraverso la stampa, ma che finora non ha ancora trovato la sua sintesi in un nazionalismo indonesiano generale. La percentuale di chi sa leggere e scrivere negli indigeni è assai varia secondo le regioni e le isole, ma la media si eleva appena a 6,44% della totalità della popolazione, e su questo numero appena il 0,32% sa scrivere l’olandese. La popolazione europea, che ancora nel 1905 non raggiungeva 100.000 abitanti, era già nel 1930 di 240.000. Essa rappresenta ancora oggi però appena il 0,4% di tutta la popolazione. L’emigrazione cinese è stata negli ultimi anni del secolo XIX e nel secolo nostro grandissima. I cinesi che si dedicano specialmente al commercio nei porti e nelle grandi città vanno acquistando notevole influenza. A Batavia i cinesi erano nel 1930 71.688, ed è da questa forte minoranza che ha preso inizio la stampa cinese. Per farci un’idea delle proporzioni, e comprendere la situazione in cui si sviluppa la stampa, conviene ricordare che l’isola di Giava ove dimorano la maggior parte di cattolici che parlano olandese, è 5 volte più grande della Sicilia; che l’isola di Sumatra è quasi una volta e mezzo l’intera superficie dell’Italia; e tutte le isole prese assieme, misurano 6 volte la stessa Italia. L’animismo, lo hinduismo e l’islamismo sono le religioni predominanti. Per i cristiani protestanti esiste la Chiesa ufficiale indo-neerlandese creata da re Guglielmo II, nella quale l’ingerenza del governo delle Indie fu fino agli ultimi tempi assai forte. Secondo le statistiche protestanti, la cifra dei membri di tale Chiesa e dei battezzati dalle Società missionarie raggiungeva nel 1930 un milione e mezzo di persone. Tuttavia la differenza che in tali statistiche si fa tra membri della Chiesa e battezzati induce a chiedersi se tale modo di registrare possa dare dei risultati concludenti. I cattolici erano alla stessa data 385.402, divisi in 12 vicariati e prefetture apostoliche. Bisogna ricordare a questo proposito che per tre secoli la propaganda cattolica venne impedita o intralciata dai colonizzatori protestanti e che il presente numero dei cattolici è dovuto solo ai rapidi progressi degli ultimi tempi. II quadro della stampa è naturalmente altrettanto vario di quello della popolazione. Le statistiche ufficiali danno per tutte le Indie olandesi: giornali quotidiani o bi e tri-settimanali: europei 33, indigeni 31, cinesi e cino-malesi 24, arabi 2, giapponesi 2; settimanali e quindicinali: europei 70, indigeni 72, cinesi e cino-malesi 16, arabi 1, giapponesi 1; periodici mensili ecc.: europei 25, indigeni 62, cinesi e cino-malesi 4. In quanto ai quotidiani olandesi, conviene notare che nessun giornale sorpassa le 10.000 copie. I più diffusi sono: Javabode e due altri giornali olandesi a Batavia, la Locomotive in Semarang, il Soerabüasch Handelsblad a Soerabaia e l’Algemeen Indisch Dagblad a Bandoeng. Vi sono poi ancora 5 altri quotidiani che non arrivano alle 6.000 copie e una dozzina di giornali che non raggiungono le 3.000. Questi giornali sono in via di massima organi di informazione a carattere commerciale in corrispondenza cogli interessi che rappresentano. La pubblicità vi esercita un grande influsso. Un tempo questa stampa indulgeva assai ai racconti erotici e perfino pornografici; ora il tono e il contenuto è generalmente migliore, benché non scevro di censura, permanendo sempre la tendenza a sfruttare la cronaca scandalosa. La stampa cinese cominciò a svilupparsi a Batavia verso gli inizi del presente secolo ed ora si pubblicano colà tre quotidiani cinesi centrali; altri comparvero poi nei centri più importanti. Il Sig. Kwee Kek Beng in un articolo pubblicato sulla stampa cinese nella rivista Koloniale Studien del 1935 sostiene che la stampa cinese ha reso grandi servizi dal punto di vista sociale combattendo l’oppio, i giuochi di azzardo e la poligamia. Talvolta però si fanno valere anche le tendenze sovversive. Anche la stampa indigena è nata in questo secolo poco dopo quella cinese, che cercò anche di imitare e di sorpassare. Il suo carattere è in generale quello di una stampa nazionalista, e va dal nazionalismo moderato alle forme più estreme. Gli estremisti però a tendenza socialista e comunista sono ora in regresso, grazie alle misure severe del governo. La maggior parte di questi giornali compare in lingua malese anche nelle regioni ove il malese non è l’idioma del popolo. Si cerca così di arrivare all’unità indonesiana ed a una lingua comune. Di 10 giornali indigeni di Giava, ove, a parte Batavia e i suoi dintorni, il malese non è la lingua del popolo, non ve ne sono che due che compaiono intieramente in idioma delle Sonda. Fatta eccezione del quotidiano indigeno di Bandoeng, che può considerarsi come l’organo del partito politico dei sondanesi e un altro di Soerabaia che è pure l’organo di un partito locale, gli altri quotidiani indigeni si possono classificare come politicamente neutri. Meglio redatti sono i settimanali e i periodici indigeni e tra questi si distinguono i cattolici Swara Tama, bisettimanale giavanese, e il Soeara Katholiek, settimanale in lingua malese pubblicato dal P.P.K D., organizzazione politica dei cattolici indigeni. Di tutti i periodici religiosi indigeni, 54 hanno carattere islamico, 35 rivelano tendenza protestante e 5 sono cattolici. La stampa cattolica si può dire creazione degli ultimi decenni. Nel 1920, il signor Bogaardt, per iniziativa del vicario apostolico di Batavia iniziò la pubblicazione di un settimanale, De Java-Post, che fu lasciato cadere nel 1927 per far largo, come vedremo, al quotidiano De Koerier. Frattanto, dopo il 1910, erano sorti sulle isole per opera di alcune società cattoliche dei mensili e bimensili che finirono poi col fondersi nell’attuale rivista mensile, Sociaal Leven di Batavia, organo delle corporazioni cattoliche; nel 1917 i maestri diedero fuori il Katholiek Schoolblad, nel 1923 la società dei sottufficiali un bollettino sociale (Mededeelingen), nel 1934 i ferrovieri cattolici pubblicarono un loro organo a Bandoeng e altrettanto fece a Soerabaia nel 1935 il personale della marina. Anche le leghe giovanili possiedono un proprio organo nel Katholiecke Voorhoede. Data importante per la Missione fu quella del gennaio 1922, quando venne istallata a Jojakarta la tipografia «Canisius» sotto la direzione dei Fratelli dell’Immacolata Concezione. Nel 1927 finalmente si riuscì a fondare a Bandoeng il primo e unico quotidiano De Koerier che, l’anno dopo, ebbe un’edizione particolare per Giava centrale in Samarang e nel 1934 un’altra per l’oriente in Soerabaia. Tira 3.000 copie. Accanto al Koerier, nacque nel 1929 un settimanale per i bambini, De Kleine Koerier, che è il giornale di questo genere meglio redatto. Immense furono e rimangono le difficoltà organizzative e finanziarie da superare; ma i cattolici sono disposti a tutti i sacrifici. Nel 1929 s’iniziò in tutta l’isola di Giava un’intensa azione di propaganda sotto la direzione del «Consiglio centrale delle società cattoliche» per raccogliere un fondo stampa di 100.000 fiorini. La meta non fu raggiunta. Dopo ripetuti tentativi fatti nel 1930 per creare nei centri principali dei Comitati stampa, l’anno successivo gli Ordinari di Giava fondarono l’Istituto della stampa cattolica, diretto da alcuni missionari, il quale deve provvedere alla diffusione dei giornali e periodici e sussidiarli finanziariamente. Gli stessi Ordinari, nel 1932, decisero di far predicare ogni anno durante il maggio un sermone sulla stampa, seguito da una colletta. Per gli altri periodici religiosi e parrocchiali, basterà rimandare i lettori al nostro elenco. Ricordiamo ancora che i cattolici indiani olandesi sono organizzati nell’Indische Katholiecke Partij, che pubblica in Batavia il quindicinale De Nieuwe Tijd. Lo sviluppo che ha preso in questi ultimissimi anni l’Azione cattolica, introducendo nelle colonie le analoghe forme dell’Azione Cattolica della metropoli, lascia sperare ottimamente anche della stampa; ma qual campo immenso ancora di lavoro, quali sforzi titanici saranno necessari per penetrare nel triplice mondo, dal quale i cristiani sono ancora esclusi e raggiungere qualche influsso sulla grande stampa indigena e cino-malese! Nella sala bibliografica della nostra Esposizione era esposto anche uno studio voluminoso sulla stampa delle Indie orientali olandesi, compilato dopo una diligente inchiesta, da una commissione designata dall’Ecc.mo Vicario di Batavia nelle persone di J.A. Monod de Froideville, L. Kuipers R.P.; A.J. van Aernsberger S.J. Alle loro intelligenti e laboriose fatiche dobbiamo gli elementi di questa sintesi. Per i dati cfr.: Handbook of the Nederlands India, 1930 e Encyclopädie vor Nederl. Oost-Jndie (M. Nijhoff, Aia); Regeerings-Almanak voor Nederlandsch-Indie, Batavia, Stamperia del Governo. Isole del Pacifico Siamo qui ancora al primo secolo di civiltà e la popolazione è dispersa in un numero considerevole di isole e parla quasi altrettante lingue quante sono le tribù. Solo quindi un numero assai limitato di indigeni è in grado di leggere la stampa periodica che si compone per lo più di bollettini ufficiali o di fogli religiosi delle missioni cattoliche e protestanti. Samoa, l’Oceania centrale, Figi, la Nuova Caledonia, le Nuove Ebridi, le Salomoni meridionali e settentrionali sono affidate ai Padri Maristi. L’Arcipelago di Samoa è abitato da 56.000 persone, 11.227 delle quali sono cattoliche. Per esse compare mensilmente in lingua indigena O le Auauna (il Messaggero) in circa 800 esemplari. Esso si trova di contro una rivista protestante della società missionaria di Londra e un poco diffuso periodico avventista. Il settimanale di informazione The Samoa Herald, pubblicato in Apia Samoa, sostituì dopo la guerra la Samoanische Zeitung. È rispettoso della religione. Nell’arcipelago vi sono inoltre due altri organi ufficiali mensili, entrambi in lingua indigena. Nelle isole Tonga abitano 11.309 cattolici su una popolazione totale di 35.000. In Tonga il vicario apostolico Mons. Blanc redige un mensile Tauma Lelei. Di contro sta un periodico avventista. Il giornale ufficiale del governo si limita agli annunzi ufficiali e compare ogni 15 giorni. Due sono invece i periodici cattolici delle Figi (ab. 192.000, catt. 16.036); nelle Figi esce anche un settimanale di informazione neutro intitolato The Fiji Times and Herald. Altri settimanali di informazione dello stesso tipo, ma con diffusione minima, si pubblicano in inglese a Suva e a Levuka. Qui escono anche periodici in lingua hindi. Non mancano due organi metodisti. Nella Nuova Caledonia (29.500 cattolici su 56.252 abitanti) il vicario apostolico Mons. Alfonso Fraysse fondò fino dal 1884 il settimanale l’Echo de la France Catholique diretto ora dal Padre Paul Chevrier S.M. Da notarsi che esso viene composto e stampato da tipografi indigeni istruiti dai missionari. Diffusione assai limitata. Vi è ancora Petites Nouvelles, bollettino parrocchiale di Nouméa (500 esemplari) e per la residenza di Thio è stato fondato nel 1933 un bollettino mensile Le Petit Messager de S. François de Sales. Negli ultimi anni sono comparsi bollettini parrocchiali anche nella residenza di Paita e nelle tre missioni settentrionali della Nuova Caledonia. Tutti questi periodici però sono pubblicati in francese. Il giornale quotidiano della Nuova Caledonia è La France Australe organo degli interessi francesi nel Pacifico, il cui direttore è un cattolico praticante. Tira attualmente circa 2.000 copie. Due volte la settimana esce invece Le Bulletin du Commerce che fino alla guerra nutriva tendenze anticlericali ma che ora è diventato rispettoso della religione. Il mensile La Revue du Travailleur ha tendenze socialiste, ma lascia completamente da parte le questioni religiose. Il pastore protestante di Nouméa distribuisce una volta al mese Le Trait d’Union bollettino protestante stampato in Francia. Nelle Salomoni meridionali i cattolici sono soltanto 7.263 su 86.000 abitanti. Vi si stampa un solo periodico, il cattolico mensile Na Turupatu. Nelle Salomoni settentrionali invece i cattolici sono 20.522 su 60.000 abitanti. Di cattolico non vi si stampa che un piccolo calendario annuale; gli altri periodici e giornali vengono dalla Nuova Zelanda e dalla Nuova Guinea. Isole Filippine Di questo arcipelago si è molto parlato anche nella stampa europea in occasione dell’ultimo congresso eucaristico del 1937. Su 13.119.700 abitanti 12 milioni sono cattolici, curati da soli 1.500 sacerdoti (889 secolari e 611 regolari) e raggruppati in 986 parrocchie divise in 13 vescovadi e 3 prefetture apostoliche: la parte montagnosa è affidata ai PP. di Scheut e agli agostiniani spagnuoli. La popolazione è dispersa su una superficie maggiore della metà della Francia e spezzettata in centinaia di isolotti. È noto che le Filippine, dopo il secolare dominio spagnolo, subirono una grande trasformazione in seguito all’occupazione americana, la quale portò un grande progresso tecnico ed un aumento notevolissimo della cultura; ma recò anche la scuola neutra nella quale è permesso impartire l’insegnamento religioso solo a mezzo dei ministri della religione in ore fuori dell’orario e favorì purtroppo anche l’infiltrazione protestante (i protestanti delle varie sette sono circa 200.000) e lo scisma di Giorgio Aglipay. Accanto alla gloriosa università cattolica di S. Tomaso fondata dai domenicani spagnoli nel 1611 frequentata da 4.000 alunni, è sorta nel 1880 The University of Filipines, con 7.000 studenti. Nella classe colta le lingue predominanti sono l’inglese e lo spagnolo, ma sulle isole si parlano anche un’ottantina di idiomi, qualcuno dei quali tenta di diventare lingua nazionale scritta. La stampa è passata attraverso le stesse fasi della situazione politica. La prima tipografia venne fondata nelle Filippine nel 1602 e serviva a pubblicare opere religiose. Le prime pubblicazioni periodiche ebbero carattere ufficiale o di propaganda religiosa. Durante il secolo XVIII si sviluppò una stampa politica e d’informazione spagnola; dopo l’occupazione americana prese la prevalenza quella inglese e nell’ultimo periodo accanto alla stampa cinese, portavoce della comunità cinese composta per lo più di piccoli commercianti, si fa strada la stampa nelle lingue indigene. Il quotidiano più autorevole è il The Manilla Daily Bulletin, giornale di informazione, piuttosto benevolo per la religione. Nel 1925 venne fondata dal sign. Roches The Tribune, giornale di informazione di tendenze neutrali; e a questo aggiunse la Vanguardia in spagnolo e il quotidiano Taliba in tagalog. Questo signor Roches assunse anche ultimamente la cattolica Defensa, quotidiano fondato dieci anni prima da Enrico Fernandes Lumba e che purtroppo ha dovuto ora cessare le pubblicazioni. Giornale neutro, ma favorevole ai cattolici è pure il Filipines Herald il cui proprietario pubblica anche El Debate. I cinesi stampano Commercial News e Daily News ed altri giornali. In tagalog, idioma parlato da circa 3 milioni di abitanti, esce il quotidiano Pagkakaisa e in visaya il quotidiano Palahayagan. Secondo il Valenzuela (History of Journalism in the Philipine Island, Manila, 1933) nel 1930 i quotidiani erano 20, i trisettimanali 1, i bisettimanali 6, i settimanali 23, i quindicinali 3, i mensili 29 e gli altri 10 con un totale di pubblicazioni di 92. I comunisti hanno per organo il mensile Socialism, di fondazione recente. I cattolici che nel 1920, come abbiamo detto, avevano fondato un quotidiano La Defensa, possiedono ora alcuni settimanali, tra i quali ha carattere giornalistico sopratutto The Philipines Comonweal che esce in Manilla dal 1935 ed è organo del National Press Comittee presieduto da un vescovo. Il Comonweal si pubblica anche in 5 altre lingue cioè in spagnolo ed in 4 idiomi locali. È oggi l’organo dell’Azione Cattolica e della lotta contro il protestantesimo. Oltre a ciò i cattolici pubblicano in inglese altri due periodici, in spagnolo 6, in tagalog 3, in ilocano 2, in cebuvisaya 3, in panayvisaya 2, in pampango 1, in pangasinan 2; 7 periodici escono tanto in inglese che in spagnolo ed altri 3 in inglese o spagnolo o in una lingua locale. Il Valenzuela nel libro succitato a p. 71 scrive: «sembrare paradossale che per il passato vi sieno state così poche pubblicazioni dedicate alla religione quando il proposito della colonizzazione spagnola era proprio quello di propagare il cristianesimo. Gli ordini religiosi, egli dice, furono quelli che donarono alle Filippine l’arte della stampa. Essi fondarono scuole e collegi, ma furono tardi nell’estendere le finalità del pergamo alla stampa periodica». I cattolici tendono ora con nuovo sforzo a riguadagnare il tempo perduto. Il Sig. Fernandes Lumba e Mons. Luigi la Ravoire Morrow prepararono con molto zelo la partecipazione della stampa filippina all’Esposizione. Centri di nuovo sviluppo sono le tipografie della Società del Verbo Divino (Steyl) che dal 1924 a Manilla pubblica specialmente le opere dei padri di Steyl ed è guidata dal padre Michele Herges Reimer che è detto il padre della stampa. Egli oppose ad un calendario pubblicato da una missione protestante un calendario mariano in ilocano che a poco a poco si è diffuso in parecchie edizioni e in diverse lingue: spagnolo, inglese e sette idiomi locali. Nella stessa tipografia vengono pubblicate la rivista Amigo del Pueblo in ilocano e il giornale Kabuntatala in pangasinan. Una grande stamperia è sorta anche in Baguio nel 1918 per opera dei padri di Scheut, i quali vi stampano 4 riviste in inglese, spagnolo, ilocano e pampango. Malesia Britannica La Malesia Britannica (Malaya, Malacca) comprende: gli Stabilimenti dello Stretto (The Straits Settlements), cui appartengono: a) l’isola di Singapore, lo stabilimento di Malacca, ecc.; b) gli Stati Malesi non Federati. La popolazione totale è di circa cinque milioni di abitanti, tra cui circa due milioni di cinesi. I cattolici toccano quasi il numero di 70.000. La stampa è assai diffusa: quella cattolica è rappresentata da un settimanale ben redatto, il Malaya Catholic Leader. STAMPA DI COOPERAZIONE MISSIONARIA La sala della Cooperazione missionaria esponeva e raggruppava le pubblicazioni periodiche che in tutto il mondo si dedicano alla propaganda per le missioni. Esse comprendono le pubblicazioni promosse o edite dalle Pontificie Opere della Propagazione della fede, della Santa Infanzia e di S. Pietro Apostolo per il clero indigeno, della Unione missionaria del clero e di altri sodalizi specializzati e inoltre le pubblicazioni che per lo stesso fine sono promosse dalle varie Congregazioni e dai molteplici Istituti missionari. Queste pubblicazioni vennero raccolte dal Comitato per la Sezione Missionaria della Mostra per il tramite di zelanti Consigli nazionali della Pont. Opera della Propagazione della Fede, e, in parte, rivolgendosi direttamente alla direzione dei periodici. Alla raccolta cooperò pure, per la propria parte, il Consiglio Superiore della Pontificia Opera della Santa Infanzia, che risiede a Parigi. Di tali pubblicazioni i lettori possono consultare il copiosissimo elenco compilato da Mons. G. Monticone archivista di Propaganda fide. Risulta da esso che le pubblicazioni di Cooperazione missionaria esposte alla Mostra erano in totale 689, suddivise in 32 paesi, e precisamente: Argentina 7, Australia 2, Austria 27, Belgio 118, Brasile 5, Canadà 8, Chile 5, Colombia 2, Cecoslovacchia 10, Danimarca 1, Francia 78, Germania 55, Inghilterra 16, Irlanda 13, Isole Filippine 2, Italia 118, Jugoslavia 14, Lituania 1, Lussemburgo 3, Malta 4, Messico 1, Olanda 56, Nuova Zelanda 1, Panama 1, Polonia 28, Portogallo 11, Scozia 2, Spagna 35, Stati Uniti d’America 51, Svizzera 11, Ungheria 7, Venezuela 1. Accanto alla stessa sala un reparto particolare era dedicato all’Agenzia Fides. L’idea della fondazione di tale agenzia nacque in seguito all’Esposizione missionaria del 1925 e fu accolta dal Consiglio Superiore dell’Opera per la Propagazione della Fede su proposta di S.E. Mons. Marchetti, ora cardinale vicario generale di Sua Santità. Si trattava di creare un Centro d’informazioni che abbracciasse tutto il vasto campo delle Missioni, capace di fornire notizie sicure ed abbondanti intorno alle medesime e uno scelto materiale fotografico. Fondatore e primo direttore dell’Agenzia Fides, fu il R. P. Considine, procuratore generale in Roma della Società delle Missioni Estere di Maryknoll, negli Stati Uniti. Egli dedicò alla novella istituzione, che diresse sino al 1934, tutte le non comuni doti del suo ingegno e tutta la fervida e dinamica attività del suo lavoro. L’Agenzia Fides dà esclusivamente informazioni riguardanti il campo missionario. Riceve notizie dalle missioni o sulle missioni e le trasmette alla stampa di tutto il mondo, paesi di missione non esclusi. I suoi corrispondenti sono sparsi dappertutto: teoricamente ce ne dovrebbe essere uno per ogni circoscrizione missionaria, ufficialmente proposto e nominato dai superiori: in realtà sono in numero un poco inferiore: circa 447. L’Agenzia cominciò a pubblicare i suoi comunicati in francese ed inglese, seguirono le edizioni italiana spagnola e tedesca. I centri nazionali o territoriali che ricevono il bollettino sono 436; ma alcuni di essi, come, ad esempio quello di Aquisgrana e Parigi lo ritrasmettono a centinaia d’altri giornali, cosicché si può calcolare a 2.000 il numero dei giornali che pubblicano in tutto o in parte i comunicati dell’Agenzia Fides. Oltre le notizie essa trasmette anche in particolari occasioni articoli e appelli. Né si deve passare sotto silenzio il servizio fotografico dell’Agenzia, importante ed apprezzato per il particolare interesse che presenta: esso fornisce alla stampa, in abbonamento o dietro richiesta, più di 500 fotografie per settimana, accompagnate sempre dalla breve didascalia che mira a far penetrare nelle masse avide dell’illustrazione, l’interesse per le Missioni. Il più recente servizio – ma non il meno importante – richiesto sulla fine del 1936 all’Agenzia Fides, servizio che le rende l’onore d’una grande fiducia in essa riposta dai Superiori, è quello dell’Ufficio di Statistica delle Missioni, voluto dall’Ecc. mo Segretario di Propaganda Fide, Mons. Celso Costantini, ed affidato alla competenza del Rev.mo Mons. Bernardino Caselli che, nell’Agenzia Fides, è stato, dal 1928, Redattore-Capo. Il materiale statistico è fornito, per la massima parte, dall’archivio della Sacra Congregazione di Propaganda Fide e viene elaborato dall’Ufficio Statistica dell’Agenzia. L’Agenzia Fides, diretta ora da Mons. Bouquin, è un esempio pratico dei successi che i cattolici potrebbero raggiungere anche sul terreno della stampa, purché sapessero volere tenacemente e solidarmente. Ci sia ora lecita rilevare brevemente alcune direttive di cui si fecero eco eminenti e competenti oratori nel Convegno per la stampa missionaria, tenuto nel salone della Mostra internazionale il 20 maggio 1937 (cfr. Atti del Convegno della stampa missionaria in: «Pensiero Missionario», giugno e ottobre 1937) e che riguardano, più o meno direttamente, anche la stampa di cooperazione missionaria. L’Ecc.mo Mons. Celso Costantini in un ascoltatissimo discorso vi diceva fra l’altro: Il missionario, scrivendo, deve avere uno squisito senso della discrezione; e, se è costretto a denunciare gli errori del paganesimo, deve farlo con quell’amore e con quel rispetto che guadagna l’animo dell’avversario. I pagani hanno il fine intuito dei bambini; indovinano subito se il missionario li ama o li disprezza. La prima cosa che i pagani si attendono dal missionario è l’amore e la comprensione. La stampa missionaria deve specialmente guardarsi da due erronei punti di vista: primo, quello di voler istituire confronti orgogliosi tra la civiltà cristiana e la civiltà dei popoli pagani; secondo, quello di giudicare le questioni politiche dei Paesi di Missione dal punto di vista degli interessi stranieri. La stampa missionaria deve guardarsi dal giudicare certe questioni dal punto di vista della politica estera. Nei rapporti tra i Paesi di Missione e il vecchio mondo occidentale possono insorgere dei conflitti di interessi politici. Il missionario è una persona estera come cittadino, ma come annunziatore del messaggio evangelico deve presentarsi agli indigeni con la comprensione di un fratello; non può, non deve esser legato alla politica estera. Ed è su questo punto estremamente delicato che la stampa missionaria deve avere il più guardingo senso della misura e della discrezione; l’autorità che ha il missionario per il suo mandato divino, deve anche nella stampa esercitarsi – secondo l’energica frase di San Paolo – in aedificationem et non in destructionem (2 Cor. 3-10). La virtù della prudenza e della carità deve ispirare non solo la stampa nei Paesi di Missione, ma anche la stampa missionaria dell’Europa e dell’America. Bisogna avere un estremo riguardo a non diffamare i Paesi, ai quali noi vogliamo portare il Vangelo; bisogna cioè non esagerare i loro difetti e le loro miserie. Se si parla di questi difetti e di queste miserie, bisogna aver riguardo a non generalizzare, bisogna saper fare le doverose distinzioni e riserve. Anche verso gli Ortodossi, anche verso i Musulmani cerchiamo di stabilire con la stampa una reciproca migliore comprensione. Questa sarà, da una parte e dall’altra, frutto di una più generosa carità, e di una migliore coltura, e lo sfruttamento della coltura sarà la stampa. Veritatem facientes in caritate (Eph. 4-15) come insegna San Paolo, facendo la verità con la carità: ecco il nostro programma. Nemini dentes ullam offensionem ne vituperetur ministerium nostrum (2 Corint. 1-3). Non daremo offesa a nessuno, perché non vi sia vituperato il nostro ministero. Sulle forme della stampa missionaria si diffuse in un’esauriente relazione allo stesso Convegno S.E. Mons. Delle Piane, Delegato Apostolico nel Congo Belga. «Le forme della stampa missionaria possono essere, a seconda dell’ambiente, quelle più o meno in uso per la stampa in generale: il giornale, il periodico, il bollettino, il foglio volante, l’illustrazione, la rivista di cultura, ecc. ecc. Pei paesi di antiche culture e civiltà, come l’India, la Cina, il Giappone e altri, specie nei centri, tutte le forme di stampa missionaria possono convenire, anzi essere necessarie: anche il giornale e la rivista di cultura. Trascurare l’organizzazione di un giornale o di una rivista quando si rivelino necessari e possibili, anche a costo di grandi sacrifici, potrebbe costituire una vera lacuna e un danno, il pensiero cattolico restando in una situazione di minoranza e come assente dalla vita culturale e sociale del paese, un danno per la vita della Chiesa e il bene delle anime. Il periodico o il bollettino, nelle loro più svariate forme, sembrano i più indicati per la stampa missionaria in generale, specialmente per le popolazioni nuove o primitive e sopratutto in regioni a popolazione disseminata e con mezzi di comunicazione solamente periodici. In ogni caso la stampa missionaria, per essere compresa, efficace e gradita, deve avere, dice sempre Mons. Delle Piane, tre note essenziali e comuni a tutte le pubblicazioni: dev’essere in lingua indigena, in stile indigeno, scritta di preferenza dagli indigeni. La stampa missionaria dev’esser scritta nella lingua del paese perché destinata alla collettività degli indigeni, al bene delle loro singole anime e della società indigena. Vi possono essere un certo numero di persone che hanno appresa una o anche più lingue estere e se ne servono correntemente per le loro relazioni commerciali e culturali; ma non è mai la massa. Non vedrei quindi la ragione di una stampa missionaria che si indirizza ad un piccolo numero di privilegiati e lascia gli altri che sono la maggioranza nell’ignoranza e nell’abbandono. Si fanno diverse obbiezioni: quella per esempio che le lingue indigene si prestano male ad esprimere tanti concetti cristiani e culturali, tanti termini tecnici. L’obbiezione vale per quei missionari che non si son dati o non si dan la pena di studiarle e di approfondirle, di entrare nella loro anima e nel loro genio; e là ove sia necessario, completarle col trovare o foggiare le espressioni e i termini nuovi, ben inteso sempre secondo la tecnica ed i genio di quelle lingue. Un’altra obbiezione è quella che certe lingue indigene son troppe povere, semplici e primitive e non si posson chiamare vere lingue. Ma se il popolo le parla, i missionari devon pure servirsene, non sole nella predicazione ma anche nella stampa, facendosi in tutto giudei coi giudei, greci coi greci e barbari coi barbari, per guadagnarli tutti a Cristo. E poi ragion di più per servirsene, proprio nella stampa, facendo non solo dizionari e grammatiche, catechismi e libri di testo per le scuole; ma scrivendo giornali e periodici; svilupparle e perfezionarle; creare cosi delle vere letterature di cultura religiosa e generale. Sarà un merito di più pei missionari e un grande prestigio per la Religione e per la Chiesa: come del resto tante volte è avvenuto ed avviene ancora ad onor di tante Missioni. E là dove non esiste una lingua predominante, ma solo dei dialetti locali? Si sceglie giudiziosamente uno di questi, più noto, che si presta meglio, che per un insieme di ragioni riuscirà più facilmente a predominare: lo si lavora tecnicamente tenendo ben conto della sua anima e del suo genio, coll’aiuto degli indigeni colti, dei sacerdoti indigeni, dei maestri e dei catechisti; si lavora specialmente nelle scuole e per mezzo delle scuole; e si può arrivare in un breve numero d’anni ad una lingua sufficientemente sviluppata e completa, ammessa da tutti, ad una lingua nazionale o almeno regionale. L’esempio del Tschiluba nella regione del Kasai, nel Congo Belga, è tipico; il merito va dato al Vicario Apostolico Monsignor De Clerq». E l’Ecc.mo terminava ricordando che queste conclusioni ed altre che noi per brevità non possiamo riferire (Cfr. gli Atti) egli ha tratto dalle discussioni della II Conferenza plenaria degli Ordinari del Congo a Léopoldville, che trattò anche la questione della stampa, fondandosi su esperienze semisecolari. PUBBLICAZIONI DI ALTA COLTURA Nella sala delle pubblicazioni periodiche di alta coltura, erano presenti 80 Università e Istituti superiori cattolici e Facoltà di Studi ecclesiastici con circa 300 riviste qui ordinate dagli Ufficiali della S. Congregazione delle Università degli Studi e dei Seminari, Rev. Fr. Tinello e Fr. Sandri, sotto l’alta direzione di S.E. Mons. Ruffini, segretario della stessa Congregazione. La carta geografica che pubblichiamo, indica la sede degli Istituti e nello stesso tempo il luogo di pubblicazione delle riviste di cui diamo altrove l’elenco. La migliore illustrazione di questa sala venne data dall’Ill.mo e Rev.mo Mons. Pio Paschini, Rettore Magnifico del Pont. Ateneo del Seminario Romano in una concettosa conferenza tenuta all’Esposizione alla fine di maggio 1937. Ne riproduciamo la parte descrittiva: «Potremmo, disse Mons. Paschini, distinguere gli istituti che sono di carattere universitario in due classi: quelli che servono di preparazione alle carriere pubbliche e che per conseguenza abbracciano persino corsi di studi di carattere semplicemente tecnico; e quelli che sono in particolar modo indirizzati alla formazione dei giovani ecclesiastici negli studi sacri e in quelli altri studi che con essi sono più direttamente collegati, come per esempio studi filosofici. Alla prima classe appartengono alcuni Istituti superiori di Commercio, alcune delle Facoltà Cattoliche istituite in Francia, nel Belgio, nel Canadà, negli Stati Uniti, nell’India, l’Università di S. Giuseppe a Beyrouth, quella di Pechino, l’Aurora di Scianghai, e, carissima in modo particolare al cuor nostro d’Italiani, l’Università del Sacro Cuore di Milano. Alla seconda classe sono da annoverare gli Atenei dell’Urbe, quelle Facoltà in prevalenza teologiche, che fiancheggiano gli Istituti o Università Cattoliche come a Parigi, Tolosa, Lione, Angers, Lilla, Lovanio, Friburgo, od anche università statali, come Innsbruck, Strasburgo, Praga. Ad ambedue le classi sono comuni anzitutto quelle pubblicazioni periodiche che riferiscono annualmente sull’attività dell’Istituti o sono dirette a mantenere vivo negli alunni l’affetto verso l’istituto che li ha formati, a divulgare soprattutto presso di loro le più importanti fra le nuove conclusioni ed applicazioni degli studi superiori od anche a fare opera apologetica contro gli errori teorici e morali più diffusi e pericolosi. Questa stampa è d’una importanza eccezionale non soltanto per la vita interna dei singoli istituti, ma anche per l’influsso che irradia da essa sia nella vita pubblica, sia direttamente nel resto della stampa periodica e quotidiana. Non è naturalmente possibile elencare un catalogo dei periodici che vengono pubblicati dagli istituti di alta coltura; mi contenterò semplicemente di alcune indicazioni sommarie perché si abbia un’idea del campo larghissimo in cui si esercita la coltura cattolica. Per incominciare dall’Urbe: i tre grandi Atenei della Gregoriana, dell’Angelico e dell’Antoniano pubblicano ciascuno un periodico quadrimestrale che prende da loro rispettivamente il nome di Gregorianum, Angelicum, Antonianum e rispecchiano l’insegnamento in prevalenza teologico di questi istituti. L’Ateneo del Seminario Romano ha il suo Lateranum che è una raccolta di monografie teologiche e storiche pubblicate annualmente in volumi quadrimestrali. Si associano ad esso un Bollettino filosofico e per l’«Institutum utriusque iuris», l’Apollinaris rivolto ad illustrare in preferenza dal lato, come si dice, dogmatico, il diritto canonico e Studia et Documenta Historiae et Juris col quale s’intende riprendere una pubblicazione gloriosa per la Chiesa e per la patria, ma cessata purtroppo ormai da lunghi anni: quella degli Studi e documenti di Storia e di Diritto. E per rimanere ancora a Roma il Pontif. Istituto di Archeologia Cristiana continua colla sua Rivista di Archeologia Cristiana il Bollettino di Archeologia Cristiana pubblicato per lunghi anni e con tanto plauso da Giovanni Battista de Rossi e poi dal Marucchi e dai suoi collaboratori; l’Istituto Orientale ha il suo Orientalia, la raccolta di studi Orientalia Christiana analecta; l’Istituto Biblico affianca con onore il suo Biblica alla Revue Biblique che da lunghi anni ormai i Padri Domenicani della scuola di Gerusalemme oppongono con tanto coraggio alla critica razionalista. La Facoltà teologica di Innsbruck pubblica gloriosamente da molti anni la sua Zeitschrift für Katholische Theologie, quella di Friburgo in Svizzera il Divus Thomas. Mentre la rivista Theologie und Glaube esce a Paderborn per cura della Accademia filosofico-teologica di quella città. E per cura della Facoltà di Teologia cattolica dell’Università di Strasburgo esce la stimata Revue des Sciences Religieuses. Lovanio per conto suo si afferma costantemente come un centro attivissimo della migliore modernità nelle scienze ecclesiastiche: le Ephemerides Lovanienses e la Revue d’Histoire ecclésiastique la quale si pubblica ormai sino dal 1900 (eccettuato il periodo tristissimo della guerra mondiale) mantengono alta la giusta celebrità che quell’alma mater s’è conquistata in lunghi anni d’indefesso lavoro; ma non si può tralasciar di ricordare anche gli Annales de Droit et Sciences Politiques e quella Revue neoscholastique de Philosophie che tiene desto pure da lunghi anni fra cattolici e non cattolici il problema della filosofia cristiana tradizionale. Nella stessa Lovanio un collegio di teologi gesuiti pubblica la Nouvelle Revue Théologique. L’Istituto Cattolico di Parigi si mostra ben degno nella sua vita scientifica di quel centro mondiale di studi che è la capitale della Francia colla sua Revue d’Apologétique che è assai più che un periodico di divulgazione, colla Revue d’Histoire de l’Eglise, con l’Orient Chrétien e colla Revue de Philosophie. E non si possono dimenticare per tante benemerenze acquistatesi, il Bulletin de Litterature Ecclésiastique dell’Istituto di Tolosa e la Revue de Sciences Philosophiques et Théologiques del Collegio teologico domenicano di Saulchoir. E per tornare in Italia la Scuola Cattolica continua la sua vita per opera della facoltà teologica del Seminario di Milano, mentre l’Università del Sacro Cuore si è assunta da qualche anno la continuazione della Rivista internazionale di Scienze Sociali fondata da Mons. Talamo e dal Toniolo. Essa continua inoltre la Rivista di filosofia neoscolastica e le altre due riviste specializzate: Aegyptus per opera del prof. Calderini, ed Aevum rivista di pubblicazione di fonti e documenti storici. Ma a costo anche di sconfinare un poco dal limite prefissomi non posso tacermi dall’indicare altre pubblicazioni periodiche che escono da speciali istituti e si sono rese grandissimamente benemerite delle scienze ecclesiastiche: anzitutto la Revue Bénédictine dell’Abbazia di Maredsous, notissima nel campo degli studi e le Recherches de Théologie ancienne et médiévale che i Benedettini di Mont-César pubblicano da nove anni per allargare la conoscenza della patristica e della letteratura sacra del medio evo. Gli Analecta Bollandiana di Bruxelles divenuti ormai oracolo nel campo dell’agiografia, la Römische Quartalschrift fondata da Monsignor De Waal al Camposanto Teutonico e tuttora prospera per modernità di ricerche; il periodico tanto importante dei Padri Assunzionisti Echos d’Orient (per le ricerche sulle Chiese Orientali), le Miscellanea Francescana dei Padri Conventuali che coll’Archivum Franciscanum Historicum dei Frati Minori e con altri periodici dell’argomento sono all’avanguardia delle rivendicazioni dell’Ordine francescano; un poco più recenti sono i periodici di storia domenicana e l’Archivum Historicum Societatis Jesu sopravvenuto a completare altre pubblicazioni di fonti della storia gesuitica. E ci arride la speranza che anche la storia delle Missioni abbia ad acquistare nel campo della storia ecclesiastica tutta l’importanza che si merita grazie a ben dirette pubblicazioni periodiche che si raccolgono e disciplinino quanto si viene pubblicando sull’argomento». Infine Mons. Paschini deplora che la storia della Chiesa, nei riguardi dell’Italia, non abbia ancora un suo centro d’informazioni ed un suo organo ordinatore e raccoglitore in una rivista che sia degna del soggetto. Rimane qui aperto ancora un mirabile campo che aspetta dai dotti cattolici una degna continuazione dei lavori delle età passate. Azione Cattolica Quattro sale dell’Esposizione erano dedicate ai periodici che sono organi e portavoce delle associazioni cattoliche. Si vedevano nella prima sala le pubblicazioni dell’Azione Cattolica in generale e particolarmente delle società degli adulti maschili, nella seconda, della Gioventù maschile, nella terza gli organi delle Leghe universitarie e società accademiche federate in «Pax Romana»; nella quarta le pubblicazioni dell’Azione Cattolica femminile. Solo queste due ultime erano state sistemate e ordinate da propri centri organizzativi, come il «Secrétariat International de la Presse Universitaire Catholique» di Lilla e «l’Union Internationale des Ligues féminines catholiques» di Utrecht, Mariaplaats, 33-bis. Di queste due ultime sale pubblichiamo anche l’elenco inviatoci dalle due Confederazioni internazionali. Abbiamo invece rinunziato alla compilazione degli elenchi dell’Azione Cattolica per Adulti e per Giovani, sia perché tali periodici si possono facilmente individuare negli elenchi delle varie Nazioni, sia perché, data l’oscillante terminologia che subisce ancora in alcuni paesi l’Azione Cattolica, avremmo potuto facilmente incorrere nell’arbitrario o per lo meno in qualche inesattezza. Nella sala dell’Azione Cattolica generale degli uomini, l’architetto Carboni aveva illustrato la definizione dell’Azione Cattolica data da S.S. Pio XI in un discorso del 19 marzo 1927, «Quando, disse S.S., San Paolo esaltò coloro che lavorarono con lui all’evangelizzazione, mecum laboraverunt in Evangelio, si direbbe che abbia preparato l’odierna definizione che il Papa ha dato dell’Azione Cattolica». Nella sala della Gioventù Maschile, su di una parete erano raggruppati i periodici del movimento «jociste», su di un’altra erano illustrati i fasti della Gioventù Italiana di Azione Cattolica. Due altre delle nostre fotografie riproducono particolari della sala femminile, ordinata dall’architetto signorina Mulders, dalle sig.ne Marie Romme, Van Zeeland e Maria Castoldi. La Vergine, «Regina Apostolorum», appare in alto come protettrice di una immensa assemblea femminile a Bruxelles e sopra un’altro pannello di periodici della sezione giovanile, una fanciulla alza il braccio al saluto: Excelsior! Stampa degli ordini e istituti religiosi Le sale dell’Esposizione riservate ai religiosi contenevano 3.334 periodici così suddivisi: Premostratensi, 26; Benedettini, 112; Domenicani, 171; Frati Minori, 349; Frati Minori Conventuali, 60; Frati Minori Cappuccini, 370; Agostiniani, 47; Carmelitani dell’Antica Osservanza, 28; Carmelitani Scalzi, 43; Servi di Maria, 23; Minimi, 10; Barnabiti, 19; Gesuiti, 685; Somaschi, 6; Camillini, 20; Lazzaristi, 38; Passionisti, 26; Redentoristi, 96; Oblati di Maria Immacolata, 72; Pallottini, 15; Marianisti, 54; Assunzionisti, 26; Sacerdoti del SS. Sacramento, 38; Claretiani, 94; Salesiani, 503; Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, 14; Missionari di Scheut, 4; Pia Società di S. Giuseppe, 11; Società del Verbo Divino, 56; Salvatoriani, 20; Mariani, 10; Fratelli delle Scuole Cristiane, 236; Fratelli dell’Istruzione Cristiana di Ploërmel, 4; Compagnia di S. Paolo, 9; Istituto Pontificio per l’Assistenza degli italiani all’Estero, 13. Uno sguardo ai dati statistici complessivi esposti in qualche sala, ad esempio quella dei Gesuiti, rivela subito che non tutte le pubblicazioni vennero esposte o elencate. Fu appena in occasione della Mostra che la maggior parte degli Ordini e Istituti fecero un’inchiesta centralizzata per constatare quali e quanti fossero gli organi periodici pubblicati o promossi dalle loro sedi o provincie in ciascuna nazione. Talune di queste inchieste hanno dato risultati sufficienti ed altri incompleti: ne sono prova gli elenchi che pubblichiamo, parecchi dei quali, se servono ad un quadro complessivo, mancano però ancora di qualche elemento bibliografico necessario. Per non ritardare troppo l’uscita di questo volume, dobbiamo rimandarne il completamento agli anni venturi, quando l’esempio dato da alcuni avrà suscitato negli altri un senso di legittima emulazione. Quattro gruppi importanti presentarono e illustrarono essi stessi la loro stampa durante l’Esposizione e furono i Domenicani, i Francescani, i Gesuiti e i Salesiani. Prima di lasciar loro la parola, accenneremo brevemente ad alcuni altri. Dei Premostratensi suscitavano interesse le pubblicazioni della Badia di Averbode nel Belgio, la quale, come quella di Tongerloo, possiede una tipografia modernamente attrezzata. Una tavola, che qui riproduciamo, ricostituiva il grande albero della famiglia di S. Benedetto distribuendo i periodici a seconda delle 24 congregazioni federate. Non abbiamo bisogno di ricordare l’importanza delle pubblicazioni benedetine per la liturgia. I Carmelitani avevano esposto le loro riviste di spiritualità e di mistica, tra le quali particolarmente importante la rivista pubblicata a Parigi, «Etudes Carmélitaines»; dei Barnabiti, richiamavano particolarmente l’attenzione la rivista «I Barnabiti», pubblicata a Roma e le pubblicazioni dell’«Osservatorio de la Quercia». Una carta geografica nella sala degli Oblati di Maria Immacolata ci ricordava che questi religiosi pubblicano dei periodici fra gli indii e gli esquimesi nelle lingue retativi; nella sala dei Missionari del Cuore Immacolato di Maria, un pannello faceva risaltare la feconda attività per la diffusione della stampa del claretiano Padre Dueso, fondatore, come abbiamo accennato a suo luogo, della «Prensa Associada» e dei «Legionari della Buona Stampa». I Fratelli delle Scuole Cristiane, accanto alla diffusione mondiale delle loro pubblicazioni, avevano illustrato la propagazione delle loro scuole in tutte le nazioni del globo. La scritta, che appare anche in una nostra vignetta, diceva: «In 1.276 istituti di 64 nazioni, 19.331 Fratelli delle Scuole Cristiane, servono Cristo nei loro 321.860 alunni». Magnifica e autorevole fu la rassegna della stampa domenicana fatta dal Rev.mo Maestro Generale P. Martino Gillet nel convegno dei Terziari Domenicani all’Esposizione, addì 6 maggio 1937. L’illustre oratore, dopo aver notato che la stampa periodica domenicana data appena dalla riforma dell’Ordine di P. Lacordaire nel 1860 ed aver diviso le riviste in tre categorie: quelle scientifiche, quelle di coltura generale e le riviste specificatamente religiose, scende a parlarne più in particolare, categoria por categoria, cominciando dalle scientifiche. «Una delle più antiche è la Revue Biblique di Gerusalemme che data dal 1892. Essa non è soltanto la più antica rivista di studi biblici pubblicata dai Domenicani ma anche dai cattolici in genere. Non è però la nostra più antica rivista scientifica, poiché il Divus Thomas di Friburgo, dovuto all’iniziativa del clero secolare, ma che i nostri Padri, dopo avervi collaborato fin dall’inizio, hanno ripreso per proprio conto nel 1923, fu fondata nel 1886. La Revue Thomiste, il cui primo direttore fu un professore domenicano di Friburgo, il P. Coconnier, appartenente alla Provincia di Tolosa, data dal 1893. Queste riviste filosofiche e teologiche furono le prime manifestazioni del rinnovamento tomista, dopo i memorandi interventi di Leone XIII. In seguito altre dello stesso genere sono venute ad aggiungersi a questa riviste, che formano il più grande onore del nostro Ordine e rendono alla Chiesa i più segnalati servigi: indicherò le principali in ordine di anzianità. The Homilitic and Pastoral Review, fondata nel 1901 a Washington. È una rivista mensile a grande tiratura destinata al clero. La Revue des Sciences Philosophiques et Théologiques, fondata nel 1907, è diretta dai Padri Domenicani di Saulchoir. Non esiste un’altra rivista scientifica né presso le Università cattoliche né in tutto il mondo scientifico, che possa essere paragonata a questa, grazie alle sue informazioni e ai suoi bollettini. Occorre aggiungervi il Bollettino Tomista, fondato nel 1924 dal P. Mandonnet, che porta le recensioni di tutte le pubblicazioni che riguardano il pensiero ed il movimento tomista. La Cencia Tomista di Salamanca, fondata nel 1910, s’è acquistata una grande notorietà per il valore indiscutibile dei suoi collaboratori. L’Angelicum che risale al 1924, non è né la meno apprezzata né la meno brillante delle nostre riviste Universitarie. La Philosophische Revue, fondata nel 1929, merita d’essere segnalata alla vostra ammirazione per l’influenza che essa esercita in Boemia. L’Archivum Fratrum Praedicatorum infine, pubblicato dall’Istituto storico di S. Sabina, allo scopo di scrivere la Storia dell’Ordine, fin dal primo numero nel 1931 s’è imposto all’attenzione degli storici. Quando si parla di riviste scientifiche dell’Ordine, è necessario accennare almeno alle grandi «Collezioni» che vi si aggiungono e possono esser considerate come dei supplementi alle riviste stesse: così in Germania, le «Quellen zur Geschichte des Dominikanenordens in Deutschland», di cui esistono già 34 volumi, che riguardano la storia della Provincia. Niente di simile esiste nelle altre Provincie dell’Ordine, salvo in Italia, ove vengono pubblicate le Memorie Domenicane. Mi auguro peraltro che tali esempi siano imitati. Se possedessimo gli Annali di tutte le Provincie, la storia futura dell’Ordine ne ricaverebbe un contributo ben importante. Tra le maggiori collezioni dell’Ordine, citerò ancora la «Bibliothèque Thomiste» e la «Bibliothèque Philosophique» di Saulchoir, gli «Studia Friburgensia», le «Dissertationes» (Studi) e i «Monumenta Ordinis Fratrum Praedicatorum historica», pubblicati dall’Istituto Storico di S. Sabina. Sarebbe ideale se le nostre più importanti Case di Studio avessero ciascuna la propria rivista scientifica, per esempio in Italia, Germania, Austria, Polonia, Olanda, ed in Francia, la Provincia di Lione. Non parlo delle Provincie dell’America del Sud, che per il momento ne sono incapaci, a meno che il nuovo Convento del Cusco, ove si trovano tutti gli studenti di Teologia della Provincia, non volesse dare ben presto prova della sua giovanile vitalità. L’Inghilterra, il Belgio, il Canadà, l’Irlanda, non posseggono delle vere e proprie riviste scientifiche nel senso tecnico del termine, ma posseggono però delle eccellenti riviste di coltura generale, quali Blackfriars, Kultuurleven, Orientations, ecc. Un tale esempio dovrebbe essere seguito da tutte le altre Provincie che non sono in grado d’organizzare una rivista scientifica. Ci si permetta di citare all’ordine del giorno la Provincia della Boemia che, grazie alla saggezza e all’attività di alcuni giovani Padri, in questi ultimi dieci anni è riuscita a lanciare allo stesso tempo una rivista scientifica, una rivista di coltura ed una rivista spirituale, la cui influenza in Boemia è assai apprezzata in tutti gli ambienti. L’Ordine possiede circa 200 riviste di cui 171 sono state esposte qui stesso all’Esposizione della Stampa. Dopo aver parlato delle riviste scientifiche, vorremo dire qualche parola anche delle principali riviste domenicane di coltura generale. Alcune di queste hanno cominciato con l’essere delle riviste di spiritualità, specialmente delle Revues du Rosaire. Così in Inghilterra la The Rosary, fondata nel 1869 a Londra; così in Spagna Contemporanea della Provincia di Aragona, Rosas y Espinas fondata a Valencia nel 1915. Quest’ultima rivista mensile era fatta con molto buon gusto e riccamente illustrata: sappiamo che il suo direttore, il Padre Urbano, è stato fucilato. Povero Padre! Egli era la dolcezza stessa ed è rimasto vittima della violenza; egli non potrà più riprendere il suo posto alla testa della sua cara rivista e di numerose altre opere, di cui era l’animatore infaticabile; speriamo che egli trovi dei giovani capaci di succedergli e di imitarlo. Così al Canadà: la Revue Dominicaine, pubblicata a Montreal nel 1915, ma che durante questi ultimi anni ha fatto dei grandi progressi tanto nella sua presentazione esterna che nella sua redazione interna; così in Irlanda The Irish Rosary, eccellente rivista mensile fondata nel 1897, e una rivista edita da due anni dagli studenti della Provincia, come Ideales, la rivista degli studenti di Salamanca, giovani tutte due come i loro collaboratori e, come loro, piene di speranze; così in America The Rosary, rivista popolare a forte tiratura, pubblicata dal 1891 a Sommerset e The Torche, una rivista dello stesso genere, pubblicata a Nuova York; così al Cairo, i Cahiers du Cercle Thomiste dal 1934, e in Francia, assieme alla Revue des Jeunes, quella che attualmente è la più conosciuta e la più diffusa di tutte le riviste di cultura, la Revue Intellectuelle, fondata nel 1929. Ho già nominato passando, la rivista Blackfriars dei nostri Padri inglesi, di cui il Padre Jarret era l’animatore intelligente e zelante. Questa rivista penetra fin negli ambienti anglicani. La rivista fiamminga Kultuurleven, che si pubblica a Anversa, è assai ben diretta e redatta e potrebbe servire d’esempio a tutte le Provincie che non hanno ancora riviste di questo genere. A questa lista già lunga dobbiamo aggiungere le Memorie Domenicane pubblicate a Firenze nel 1848, che da principio fu una semplice rivista del Rosario e che in questi ultimi anni, sotto la direzione del P. Zucchi, per cui la storia locale non ha più segreti, ha preso un nuovo sviluppo e, per la storia generale del nostro Ordine, pubblica delle eccellenti monografie dei nostri Conventi. Russie et Chrétienté che si occupa delle questioni russe ha preso la forma di una grande e ricca rivista di studi e di informazione». L’oratore si limita poi ad accennare solo di sfuggita ai periodici domenicani di coltura popolare, come il Holy Name Journal di Nuova York, la rivista dello stesso genere pubblicata in Australia, la Militia Christi di Malta, il Credo di Budapest, dei giornali come il Waareid, de Ster, ecc. «Per finire, riprende P. Gillet, mi resta ancora a darvi un’idea d’insieme delle nostre riviste di spiritualità. Prima di tutto le nostre riviste spirituali d’ordine generale. La prima in data e per importanza è senza dubbio la Vie Spirituelle, fondata nel 1919. Fra molte altre, essa ha avuto il merito di provocare delle imitazioni. Citiamo per ordine di anzianità: La Vida sobrenatural, fondata nel 1921 in Spagna; la Schola Christiana, fondata nel 1925 in Polonia; Na Blubinu, fondata nel 1926 in Boemia; la Vita Cristiana di S. Marco di Firenze, fondata nel 1929, come la Dubooni Zivot fondata a Zagabria. Tutte queste riviste sono assai ben fatte e l’Ordine ha il diritto di felicitarsi di possedere un gruppo di spiritualità tanto omogeneo e forse unico. Dopo le riviste spirituali d’ordine generale, dobbiamo citare le riviste fatte per i nostri terziari. Dodici di queste sono state esposte qui quest’anno. Senza parlare degli Analecta che sono le riviste ufficiali dell’Ordine, si può affermare senza alcun vanto che le nostre riviste scritte per i terziari, sono ben redatte: così The Dominican Annuals fondata a Edimburgo nel 1929; Militia Christi, fondata lo stesso anno a Gand da un Padre di lingua fiamminga e la sua consorella, la più antica di lingua francese, l’Année Dominicaine, fondata nel 1860; il Bollettino del Terziario Domenicano, fondato nel 1913 a Firenze; Die Gottesweihe fondata nel 1927 in Germania e S. Dominicus derde Orde, fondata a Nimega nel 1931: ma ciò malgrado, nulla ci impedirà di dire che esse potrebbero essere ancora meglio. Dirò altrettanto delle nostre riviste missionarie di Francia, di Italia, di Spagna, di Olanda, di Germania, del Perù. È bene così, ma potrebbe essere meglio. Altrettanto infine per le nostre riviste mariane o riviste del Rosario. Ma che dire dei bollettini di tutti i nostri conventi, collegi ecc. di cui 26 hanno avuto l’onore dell’Esposizione? Ho l’impressione come d’una polvere di riviste disseminate nel cielo di S. Domenico, ma senza poter pretendere di svolgervi un ruolo di stella di prima grandezza, neppure nella notte oscura dell’ignoranza religiosa attuale. Evidentemente non c’è male. Ma in tale ordine di cose, è forse questa l’ultima parola dell’Ordine di San Domenico? No, cento volte no. Domanderemo al Capitolo generale dell’Ordine del 1938 di occuparsi di questa questione delle riviste di spiritualità e delle riviste fatte per i terziari e d’occuparsene sopratutto in relazione alle riforme che si impongono allo stesso Terz’Ordine per farne uno dei più efficaci organi d’Azione Cattolica. Il giorno in cui in ogni Provincia, sotto l’impulso del Provinciale dell’Ordine, tutti i Padri che ne sono capaci, si riuniranno intorno ad un competente direttore di riviste, assistito da qualche consigliere idoneo, e collaboreranno secondo i loro mezzi e le loro forze alla redazione delle nostre riviste scientifiche, o di alta coltura, o di spiritualità per l’apostolato domenicano contemplata aliis tradere, quel giorno tutte le piccole foglie morte, intendo dire i fogli impressi, cadranno da sé, si staccheranno dall’albero di S. Domenico, che, come l’arancio secolare, emetterà nuovi germogli numerosi, possenti e fecondi che copriranno tutta la terra e produrranno dei frutti spirituali saporosi, capaci di alimentare tutte le anime che avranno sete di conoscere la verità, di viverne e di diffonderla attorno a loro». La stampa francescana ebbe la sua speciale celebrazione nell’imponente convegno dei Terziari francescani, svoltosi nel salone della Mostra il 25 aprile 1937. I quattro Ministri Generali avevano inviato al Convegno un solenne messaggio in cui dicevano: «Qui, nella Esposizione Mondiale della Stampa Cattolica, dalle migliaia di quotidiani, di bollettini e di riviste, risuona al nostro orecchio quella voce che Francesco senti in un sogno misterioso, mentre sembravagli di trovarsi in un grandioso e severo castello dalle pareti tappezzate di armi: “Per te e per i tuoi soldati è tutto questo”». Le centinaia di periodici e di riviste, che in unità di sforzi e di ideali, permeati di spirito francescano, escono dalle nostre tipografie a neutralizzare l’efficacia della cattiva stampa, sono come la mostra delle nostre armi per l’apostolato, la quale deve ingenerare nuove energie e portarci a più fattivi propositi per l’avvenire». II relatore ufficiale poi, l’on. Mario Cingolani, passava in rassegna la stampa delle 4 famiglie francescane esposta alla Mostra. «I Frati Minori, egli dice, si presentano con un complesso di riviste e pubblicazioni periodiche, delle quali 75 per il Terz’Ordine e la Azione Cattolica, 62 Missionarie, 46 per i Collegi Serafici, 44 Antoniane, 42 scientifiche, 66 di devozione, 30 parrocchiali, 14 per la vita interna dell’Ordine, con un complesso di 1.920.400 copie. I Minori Conventuali si presentano con un complesso di due quotidiani, di cui quello di Polonia con 700.000 copie, e di 42 riviste: delle quali la giapponese raggiunge 70.000 copie. Notevole in Italia II Messaggero di S. Antonio con 300.000 copie e la dotta e magnifica “Miscellanea Francescana”». Un pensiero particolare rivolge l’oratore ai confratelli dei SS. Apostoli, tanto benemeriti per la diffusione della buona stampa e della cultura, alla Congregazione dei Terziari dell’Ara Coeli, che ha dato alla Chiesa due Servi di Dio giornalisti, Giulio Salvadori e Aristide Leonori, ed alle altre di S. Francesco a Ripa, della SS.ma Concezione a Piazza Barberini, di S. Antonio a Via Merulana e dei SS. Cosma e Damiano, tutte benemerite per attività di bene e di apostolato. Dei periodici editi dai cappuccini sono 17 di Atti Ufficiali, 10 di Studi Francescani, 120 per il Terz’Ordine, 34 per i Collegi e Seminari, 85 per le Missioni, 36 Annuari e calendari, 131 di pietà e d’Azione Cattolica, 39 periodici Mariani, 18 commentari scientifici. In Italia se ne pubblicano ben 121, di cui 52 per il Terz’Ordine. Infine il Terz’Ordine Regolare di S. Francesco presenta le sue interessanti pubblicazioni italiane, spagnole, croate, americane: notevoli gli Analecta per i contributi alla storia del francescanesimo e il Fiat unum ovile, sotto la protezione di S. Paolo Apostolo, speciale pubblicazione per l’unità della Chiesa. L’Assemblea generale dei Terziari era stata preceduta per i Minori, dal convegno dei direttori della stampa periodica in Italia, riunitosi il 24 settembre 1936, nel quale, per impulso di P. Scaramuzzi, indefesso collaboratore della Mostra, si affrontò il problema dell’organizzazione della stampa francescana. Il Convegno votò un Ordine del Giorno del quale meritano qui rilievo i seguenti punti: «1) Che la stampa periodica francescana si consideri sezionata in due grandi classi: pubblicazioni d’indole generale e pubblicazioni d’indole locale. Che i direttori di periodici d’indole generale, qualunque aspetto della vita francescana riflettano, inviino all’Ufficio Stampa prima della fine di ciascun anno il programma dettagliato del proprio periodico con la indicazione delle singole rubriche e l’elenco dei collaboratori fissi che tra i periodici d’indole generale si riconoscano per ora come organi nazionali: per la coltura: Studi Francescani; per le missioni: Le Missioni Francescane; per il Terz’Ordine: I Terziari Francescani; per i Collegi Serafici: Giovinezza Serafica; per la Gioventù Antoniana: La Voce di S. Antonio; per la vita interna: Vita Minorum; e si nomini sotto la presidenza del Segretario dell’Ufficio Stampa, una Commissione la quale, raccogliendo i desideri e i giudizi degli ambienti interni ed esterni, suggerisca emendamenti e miglioramenti. Che i periodici d’indole locale siano anch’essi in coordinazione con l’Ufficio Stampa e da esso accettino sempre consigli e indirizzi; ma nella pratica ordinaria si pubblichino sotto la responsabilità dei Ministri Provinciali e dei loro revisori. 2) Che presso l’Ufficio Stampa integrato nel suo personale s’instituisca: a) un Bureau d’informazioni e sussidi capace di fornire ai direttori dei periodici schiarimenti, facilitazioni di ricerche, scambi di materiale illustrativo, articoli, collaboratori, ecc. b) un casellario statistico con sistema scientifico per catalogare ogni genere di pubblicazioni e di notizie che possano interessare l’Ordine. 3) Che per formare tra i giovani i nuovi scrittori di periodici da parte dei Ministri Provinciali si scelgano progressivamente i giovani ben disposti alla vita giornalistica, conosciuti attraverso i Prefetti degli Studi; assegnandoli secondo le loro particolari inclinazioni, come collaboratori ai periodici di Provincia». I Cappuccini, i quali specialmente per opera di P. Basilio, bibliotecario nel Collegio internaz. di S. Lorenzo da Brindisi in Roma, diedero alla Mostra una sala magnificamente ordinata e raccolsero copia di dati statistici, pubblicarono anche, in seguito all’Esposizione, prima negli Analecta, 1936, vol. 52, poi in fascicoli a parte, un’eccellente e completa bibliografia della loro stampa, Ephemerides. Annuario et Commentaria periodica a fratribus Minoribus Cappuccinis edita; Descriptio Bibliographica, Romae, Curia generalis ordinis, 1937, (p. 103 in 8°). Il 2 maggio 1937 fu all’Esposizione la giornata dedicata alla stampa dei Gesuiti. Il Rev.mo Preposito generale in persona, P. Vladimiro Ledóchowski, prese la parola per descrivere le caratteristiche della stampa della Compagnia, le quali secondo le istruzioni di S. Ignazio, sono e devono essere: sodezza, attualità, universalità. Sodezza della dottrina, spiega P. Ledóchowski, la nostra stampa cioè si propone d’illuminare le varie classi sociali, i vari campi dell’attività umana con la dottrina sicura della Chiesa, senza entrare in questioni di politica o in questioni di parte… Così pure non abbiamo dottrine o spirito sociale ma solo il semplice «sentire cum Ecclesia» come S. Ignazio nel suo libretto degli Esercizi Spirituali raccomanda a tutti, seguendo fedelmente le direttive del Sommo Gerarca della Chiesa, Vicario di Cristo, a cui siamo legati con uno specialissimo Voto. Questo talvolta ci procura grandi contrarietà e veementi impugnatori, principalmente da parte dei nemici della Chiesa che ci vedono intransigenti nei principi e non disposti a seguire la corrente né a lasciarci tirare a destra o a sinistra. Ma in fondo anche gli avversari apprezzano questa nostra intransigenza, ed essa ci concilia grande stima presso moltissimi. Ma con ciò la stampa della Compagnia non rifugge da una sana modernità, anzi la somma attualità deve essere un’altra nota sua caratteristica. Studiando i bisogni della propria epoca, i figli della Compagnia, sono scesi in campo contro i nemici del proprio tempo, con le armi del proprio tempo. Così fecero nei primi anni S. Ignazio, il Canisio, il Bellarmino e tanti altri, puntando l’arma della stampa contro gli errori e le false idee protestantiche; così ora, mirando al periodo e al bisogno più «attuale, indirizziamo i nostri sforzi in modo particolare contro il comunismo ateo sia con nuovi periodici speciali, che sorsero recentemente in America, in Francia e altrove e nominatamente a Roma con le Lettres de Rome edite in più lingue, che forniscono notizie sicure e inedite sulla propaganda atea, sia promovendo, in tutti gli altri periodici, anche non esclusivamente dedicati a questa lotta, una maggiore cognizione del pericolo presente premunendo i lettori contro la subdola propaganda degli errori comunisti. Anche l’ultima nota della nostra stampa, l’universalità, deriva dall’altro ammirabile libro che il nostro Fondatore ha lasciato, le Costituzioni, le quali continuamente ci indirizzano verso la maggior gloria di Dio. Seguendo questa direttiva non prefiggiamo alla nostra stampa un fine particolare ma la rivolgiamo, come tutto il resto del nostro lavoro, a quell’altissimo e universalissimo fine a cui è ordinato tutto l’intero universo e che solo rimarrà per l’eternità: la gloria di Dio… Questa triplice dote della sodezza, dell’attualità, dell’universalità spiega, conclude il Generale, il grande sviluppo della stampa in profondità, in varietà e in diffusione, che ha colpito i più competenti visitatori della Mostra, quantunque la necessaria ristrettezza dello spazio non ci abbia permesso di mettere in piena luce i vari rami delle nostre pubblicazioni periodiche». Di tali pubblicazioni parlò più particolarmente in una lucida relazione alla stessa assemblea, P. Gaetani, della Civiltà Cattolica. «La tabella statistica che riproduciamo, indica le mete raggiunte e lo sviluppo della stampa promossa dalla Compagnia. Primogenita fra le riviste di coltura generale è la Civiltà Cattolica, fondata nel 1850 per ordine di Pio IX, conosciuta in tutto il mondo per la sua opera apologetica ed altamente apprezzata per il suo valore scientifico. Le sue battaglie, dice P. Gaetani, non facili ma gloriose le hanno meritato gli attestati della più affettuosa benevolenza dei cinque Sommi Pontefici che si sono succeduti nella Cattedra di S. Pietro. A mano a mano essa vide nascersi intorno ben 25 altre riviste consorelle di coltura generale, pubblicate e diffuse in quasi tutte le nazioni di Europa, nella Siria, nelle Indie, nella Cina; nelle Filippine, a Giamaica, negli Stati Uniti di America, nell’America Latina». Accanto alle 26 riviste di coltura generale vengono le 152 riviste di alta coltura scientifica pubblicate dagli Istituti Universitari e dagli altri centri di Studi Superiori, diretti dai Padri Gesuiti. Tra essi il primo posto spetta all’«Alma Mater», la Pontificia Università Gregoriana, con i suoi 75 professori, con le sue 5 Facoltà, che accolgono 2.198 alunni appartenenti a 53 nazioni; oltre l’Istituto di Coltura Religiosa per i Laici, con la folta schiera dei suoi assidui e cospicui Uditori: l’«Alma Mater» che con i due Istituti consociati, il Pontificio Istituto Biblico ed il Pontificio Istituto Orientale, presenta 15 pubblicazioni periodiche. Altre 50 riviste sono presentate dalle altre numerose Facoltà e dai Seminari per gli studi sacri che la Compagnia dirige. «… Ma i Gesuiti non dirigono soltanto le Facoltà e i Seminari per gli studi sacri. Vi sono quindi, nota P. Gaetani, parecchie decine riviste che trattano di filologia classica o di letteratura moderna, di legge o d’ingegneria, di medicina, di biologia, di chimica, di scienze commerciali o di orientamento negli affari, di arti e mestieri, di giornalismo, di sport, né mancano le riviste per i ciechi in caratteri Braille. Tutte queste riviste rappresentano le 33 Università e Istituti Superiori per i Laici diretti dai Padri Gesuiti: Versailles, Lilla, Anversa, Liegi, Namur; i gloriosi Istituti Superiori di Madrid, Sarrià, Bilbao-Deusto; e poi le 14 Università degli Stati Uniti, tra le quali la più antica Università Cattolica degli Stati Uniti, quella di Georgetown, fondata dai Gesuiti; la Fordham University che è forse la più grande Università cattolica del mondo con i suoi 8.000 alunni e con 10 periodici; la Marquette University che alle altre Facoltà aggiunge una Scuola di Giornalismo; la St-Louis University che tra le 9 riviste pubblica l’Hospital Progress, organo di un’associazione di 500.000 medici, infermiere e infermieri cattolici, associazione molto diffusa negli Stati Uniti e nel Canadà. E poi fuori degli Stati Unni, Beyrouth, Bombay, Mangalore, Calcutta, Madras, Trichinopoly, Manila, Shangai, Tientsin, Bogotà, fino all’Università Cattolica di Tokio, che è costata e costa tanti sacrifici, ma è ricca di liete speranze per quelle terre evangelizzate dal Saverio e irrorate dal sangue di tanti suoi confratelli. Quindici riviste sono ricche di osservazioni metereologiche, sismologiche, astronomiche, talassometriche, e d’altre ricerche affini, compiute dai 21 Osservatori diretti dai Padri della Compagnia, tra i quali non possiamo non ricordare, per le migliaia di vite umane annualmente preservate dalla morte, con le preziose e sollecite segnalazioni: l’Osservatorio di Belén nell’Avana, quello di Zi-ka-wei nella Cina e quello di Manilla nelle Filippine». Dalle tempeste metereologiche, l’illustre oratore passa alle tempeste sociali. Settanta periodici sono dedicati alle questioni sociologiche. «Le une, strettamente scientifiche, espongono o discutono le dottrine sociali o contengono preziosissime informazioni, attinte alle fonti più dirette, come i Dossiers de l’Action Populaire e le Lettres de Rome, le altre promuovono l’azione sociale cristiana tra le più diverse classi, dai medici agli infermieri, dagli ingegneri agli agricoltori; altre finalmente portano la voce di Cristo nelle famiglie, assillate dalle presenti crisi sociali ed economiche, cosi per esempio il settimanale parigino Peuple de France con 700.000 copie e gli 80 bollettini mensili dell’Action Paroissiale che da Montréal si spargono per il Canadà con 122.000 copie». «Se poi dall’azione sociale cristiana passiamo alla predicazione del Vangelo in terra di Missione, troviamo (senza contare le Riviste, pubblicazioni in paesi di Missioni, ma appartenenti a gruppi già menzionati o da menzionare), 77 Riviste o d’indole scientifica sui diversi rami delle scienze missiologiche, o di propaganda o di cooperazione missionaria, tra cui i periodici ardenti di zelo della fiorente «Lega Missionaria Studenti»: Riviste che ci parlano dell’opera apostolica dei 3.353 Gesuiti nelle 50 Missioni affidate alle loro cure…». «Ma non basta. Tra i ministeri apostolici della Compagnia, ve ne ha ancora quattro, anch’essi prediletti dai figli di S. Ignazio; gli Esercizi Spirituali, l’educazione della gioventù nei Collegi, le Congregazioni Mariane, l’Apostolato della Preghiera; e tutti e quattro questi ministeri trovano la loro eco nella stampa della Compagnia». «Tra le Riviste sugli Esercizi Spirituali di S. Ignazio, le une illustrano la storia e la esegesi del testo ignaziano, altre ne promuovono la pratica, altre aiutano a perpetrare i frutti, in quelli che si valgono di questo preziosissimo mezzo di santificazione cristiana: nel solo anno 1934, (dai Padri della Compagnia furono predicati gli Esercizi chiusi a 701.614 persone, delle quali 416.559 appartenenti al laicato. E da quest’opera degli Esercizi sono sbocciati come splendidi fiori, i Ritiri Operai e le Leghe di Perseveranza, che con i loro bollettini mantengono acceso il fervore della vita cristiana tra le decine e le decine di migliaia di ascritti». «Ben 261 riviste, dalle copertine smaglianti, ci parlano dei 398 Collegi, nei quali i figli di S. Ignazio educano all’amore di Cristo, della Chiesa e della Patria 117.000 giovinetti; 125 riviste ci presentano le 64.213 Congregazioni Mariane aggregate alla Prima Primaria di Roma con i loro 6 milioni di congregati: 6 milioni di anime consacrate a Maria, appartenenti a tutti i ceti, a tutte le classi sociali; 72 riviste pubblicate in 44 lingue, con una tiratura annuale di 29.207.964 fascicoli, sono i Messaggeri del Sacro Cuore, (vedi la nostra vignetta) tra i circa 35 milioni di ascritti all’Apostolato della Preghiera; oltre le 18 riviste, distribuite in 9 lingue, fra i 4 milioni della Crociata Eucaristica. Circa 40 milioni! Esercito immenso, il più potente e il più pacifico che in ogni giorno e in ogni ora del giorno da tutti gli angoli della terra e in tutti gli idiomi, innalza al Cuore SS. di Gesù la medesima preghiera. Gli offre sacrifici e patimenti per la medesima intenzione, approvata e benedetta dal Vicario di Cristo». Nella sala dell’Esposizione riservata ai Gesuiti, sala organizzata con tanto zelo da P. Mondrone della «Civiltà Cattolica» e decorata dai PP. fratelli Pellegrino, si leggeva tutt’intorno una scritta che rivela il segreto di così multiforme e pur concentrica operosità. La scritta diceva: Variis in gentibus – variis linguiis – varia ratione – varia in acie – uno corde – una mente – uno concilio – uno duce, Christi Dei Vicario. Il Rettore Maggiore dei Salesiani, Don Pietro Ricaldone, scrivendo al raduno degli ex-allievi di Don Bosco, convenuti nel Salone della Mostra il 21 febbraio 1937, dopo aver ricordato l’opera in favore della stampa svolta dal santo Fondatore, poteva scrivere con legittimo orgoglio: «Voi sapete con quale devozione noi abbiamo raccolto la cara eredità paterna. Le nostre tipografie, le nostre librerie nelle varie parti del mondo, la Società Editrice Internazionale nata da quelle, dicono eloquentemente la continuità e l’incremento dell’apostolato del nostro Santo Fondatore per la Buona Stampa. Continuano le sue Letture Cattoliche, le quali nello scorso marzo hanno pubblicato il millesimo fascicolo, mentre il Bollettino Salesiano, si stampa ormai in diciassette lingue, con una tiratura mensile di oltre mezzo milione di copie, e centinaia di periodici regionali e locali gareggiano colle pubblicazioni scolastiche ed anche di coltura e di propaganda, nel servire la Chiesa coll’educazione e formazione cristiana sopratutto della gioventù. Epperò di fronte alle esigenze moderne, lungi dal riposare sugli allori, noi dobbiamo potenziare ed intensificare ancor più questo nobile apostolato. Infatti a cinquant’anni di distanza, i Salesiani, validamente aiutati dai loro Cooperatori, hanno realizzato un vasto programma. In più di trenta paesi e persino in terra di Missione, come a Shanghai in Cina, a La Kafuba nel Congo Belga, a Shillong nell’India, a Tokio in Giappone essi hanno impiantato 147 laboratori tipografici. Hanno aperto 25 case editrici in 25 nazioni dell’uno e dell’altro continente; una delle quali la Società Editrice Internazionale, la S.E.I., che ha la sua sede centrale a Torino e conta sei grandi filiali in Italia, ha un movimento editoriale pari a quello delle più grandi case editrici». (Ultimamente per volere di Pio XI, essi hanno assunta anche la tipografia Vaticana). «Dal giorno in cui San Giovanni Bosco si lanciò, per cosi dire, a capofitto in questa forma d’apostolato, le Scuole Professionali Salesiane hanno dato all’industria libraria 30.540 operai del libro: compositori, linotipisti, impressori, legatori, librai. Attualmente esse ne contano 4.332, ripartiti in più di 30 nazioni». Da queste tipografie escono, come appare dal quadro che riproduciamo, 503 periodici d’ogni genere: scientifici, religiosi, pedagogici, missionari, sociologici, drammatici, agricoli, liturgici, di coltura popolare e di propaganda. Di questi periodici, 43 sono settimanali, 14 bimensili, 351 mensili… «Oltre il Bollettino Salesiano già citato, sono degne di rilievo le celebri Letture Cattoliche fondate da San Giovanni Bosco, la rivista letteraria Convivium, la Rivista dei Giovani, Gymnasium, Gioventù Missionaria ecc.». A buon diritto l’Ecc.mo Card. Salotti, chiudendo il citato Convegno, dichiarava: «L’apostolato di Don Bosco e dei suoi figli per la stampa cattolica trova in questa Esposizione la sua documentazione viva e parlante. È la documentazione delle lunghe fatiche che la Famiglia Salesiana ha sostenuto per un’opera altamente sociale e morale; dei molti progressi che i Salesiani primi fra tutti, hanno fatto nella tecnica dell’arte tipografica; delle conquiste che hanno compiuto in tutte le parti del mondo con la multiforme e ingente produzione giornalistica e libraria; e infine dell’amore che la Pia Società Salesiana ha nutrito sempre per il Papa, di cui non ha mancato mai di difendere i diritti e di celebrare le grandezze».
|
c31f6129-9ad2-4db2-a98c-d34a9934156d.txt
| 1,940
| 2
|
1936-1940
|
Fra i pochi, destinati quaggiù a lasciare un’impronta del loro cammino, alcuni, sopra gli altri si distinguono per il fatto che le orme del loro corso vitale mostrano in modo particolarmente manifesto i disegni della Provvidenza. Nel 1912 Don Celso Costantini , parroco di Concordia, convocava a Milano un gruppo di studiosi per fondare la Rivista d’Arte cristiana. La riunione si teneva nei pressi di Sant’Ambrogio, e dopo d’allora quante contraddizioni, quanta indifferenza non dovette superare in tutta l’Italia il movimento per l’arte cristiana! Ma il promotore era uomo abile, paziente, entusiasta della sua idea e tenace nei suoi propositi. Così la Rivista sorse e vive tuttora e accanto ad essa nacque una vera fioritura di studi, sanzionati poi da molti provvedimenti i quali culminarono nella costituzione ufficiale delle Commissioni diocesane d’arte sacra e della Commissione pontificia centrale e nella celebrazione delle Settimane d’arte cristiana. Mons. Costantini tenne la direzione della Rivista fino al 1920, e nel frattempo i suoi contatti cogli artisti, coi critici d’arte, cogli uomini di lettere lo avevano fatto conoscere nelle alte sfere civili ed ecclesiastiche e poiché egli aveva messo tutta la sua passione per l’arte al servizio della religione e della pastorale, egli si trovò provvidenzialmente ad essere l’uomo destinato ad alte funzioni ecclesiastiche là, ove letterati ed artisti, attorno a D’Annunzio, assumevano il governo civile. Il successo di questa pastorale attività in periodo rivoluzionario dev’essere stato notevole, se Pio XI, dovendo mandare un uomo di tatto e d’intelligenza nell’Estremo Oriente ad affrontare una più vasta rivoluzione nazionalista, pensò all’Amministratore apostolico di Fiume, per farne il primo Delegato apostolico cinese. Delegato apostolico in Cina «Io arrivai in Cina – scrive egli stesso – nel 1922. Ebbi l’impressione che l’antico mondo cinese era crollato con l’impero e che, attraverso un profondo travaglio e le intemperanze di un nazionalismo esasperato, si preparava una Cina nuova. Così io sentivo che le Missioni anche per la riforma preconizzata dalla Maximum illud (1919) stavano per chiudere un ciclo della loro gloriosa storia e per aprirne uno nuovo…». «In questa crisi di riforma e di crescenza, pensai che in un paese, che possiede il decoro d’un’arte grande e antica, anche l’arte cristiana doveva associarsi ai nuovi indirizzi missionalogici e nel 1923 indirizzai una lettera a due Capi Missione, sollevando ex professo il problema dell’arte missionaria». Nella lettera, che rimane forse ancor oggi il più riuscito ed efficace documento della campagna per l’arte indigena il delegato sosteneva che l’arte occidentale in Cina rappresentava un errore di stile e concorreva a mantenere il pregiudizio della religione straniera: che bisognava invece riprendere l’antica tradizione della Chiesa e adottare lo stile del paese. La lettera, tradotta in parecchie lingue, sollevò qualche obiezione e mieté molti applausi; ma forse sarebbe rimasta lettera morta, se il delegato non fosse stato provvidenzialmente proprio quello stesso uomo che già nella metropoli e sul medesimo terreno alle teorie aveva fatto seguire l’organizzazione pratica. Ed ecco che per avvalorare la teoria con la pratica, già nel 1925 egli chiama in Cina il benedettino Adalberto Gresnigi, da lui incontrato a Montecassino, e gli ottiene l’incarico di costruire, secondo le sue idee, la Università cattolica di Pechino, i seminari di Hong- Kong Kaifeng, la Chiesa dei discepoli del Signore a Suanhwafu e altre opere minori. Così mentre il nazionalismo cinese celebra un suo rinascimento nei monumenti di Sun-Jat-Sen e nei varii edifici della nuova repubblica, anche l’architettura sacra cinese assume lo stile della rinascenza. Dall’architettura Monsignor Costantini passa alla pittura. Un giorno, nel 1929, visita a Pechino la mostra personale del pittore Tebeng Suan-tu. Il suo senso d’artista e il suo zelo apostolico gli rivelano che il Tebeng poteva divenire l’artista della nuova scuola: ecco il pittore farsi assiduo della Delegazione apostolica… «gli parlai della Madonna, gli feci leggere i Vangeli, gli mostrai qualche pittura dei primitivi italiani e di altri buoni artisti cristiani»… Nella Pentecoste 1932 Tebeng venne battezzato col nome di Luca, l’evangelista-pittore, e ora presiede un gruppo di artisti presso l’Università cattolica di Pechino. Tutto il mondo ebbe occasione in questi ultimi anni di ammirare l’arte di questa scuola cristiana in immagini sacre, in riproduzioni di riviste e sullo schermo di Mons. Celso Costantini, conferenziere ricercato ed applaudito. Intanto l’idea fa il suo cammino, e, come avviene di tutte le idee sorte quasi per generazione spontanea, ossia corrispondenti all’esigenze e alla sensibilità dell’ora, si fonde e si rinvigorisce con altre iniziative parallele, magari più vecchie, che minacciavano di spegnersi in un ciclo parentetico o meramente locale. La Propaganda interviene autorevolmente ed approva. Questa volta la questione dell’adattamento è formulata con prudenza e senza creare equivoci o eccessi. Siamo nell’alveo materno dell’antica tradizione ecclesiastica. Si tratta d’imitare i metodi di S. Paolo di rinfrescare le istruzioni di metodologia missionaria impartite da Gregorio Magno ai grandi missionari del medio evo, di risalire alle direttive fissate dalla Propaganda nel 1639. Dopo l’esposizione missionaria del 1923, dopo il trionfale avvento dell’episcopato indigeno, dopo lo sviluppo scientifico della missionologia, anche il problema dell’arte dev’essere affrontato e risolto. Il problema dell’arte missionaria L’opuscolo di Mons. Costantini sull’Art chrétien chinois, pubblicato a Pechino nel 1932 e un suo articolo sul problema dell’arte missionaria, comparso nella Rivista d’arte cristiana fanno il giro delle missioni, suscitano adesioni assieme a qualche riserva e a poche obiezioni. Il prefetto di Propaganda, l’E.mo Card. Fumasoni-Biondi rileva subito, con parole di approvazione, il lato apologetico della questione, specie nei confronti del nazionalismo, sviluppatosi nei paesi missionari. Tutta una squadra di alleati e collaboratori offre a Monsignor Celso Costantini la propria adesione e il contributo delle proprie esperienze. Il P. Teo Berge S.J. collaboratore dello Schmutzer nella pubblicazione di «Européisme ou Catholicisme» porta l’adesione di quel gruppo che attorno allo Schmutzer e alla bottega d’arte dello scultore Iko tentavano la rinascita cristiana d’un’arte giavanese. P. Heras S.J. da Bombay, che sorretto da quel delegato Monsignor Kierkels , nell’«Examined» s’era battuto per un’arte cristiano-indiana, aveva egli stesso progettato templi e chiese e concentrato appoggio nelle tendenze parallele del pittore Angelo da Fonseca, scrive: «how much that booklet interest me Your Excellency may easily imagine…». Altre adesioni vennero dal Giappone, dal Congo, dall’Etiopia, dall’Algeria, dalla Persia, dall’America del Sud, dalla Nuova Zelanda, da Rabaul. Ed ecco che la Provvidenza, nel momento giusto, nel quale la questione è matura, perché ha l’approvazione dei pontefici, l’incoraggiamento della Propaganda, l’adesione dei missionari e degli artisti, ecco che quando le ragioni di metodologia missionaria si fanno più impellenti e 50 Missioni passano agli Ordinari indigeni, la Provvidenza, dico, chiama alla stessa Propaganda, come primo collaboratore dell’E.mo Prefetto, proprio Mons. Celso Costantini. Dall’alto e coll’autorità di questo Dicastero egli potrà d’ora in poi rinserrare i ranghi, organizzare le forze, ordinare l’avanzata. Nessun dubbio ch’egli avrà la netta sensazione della sua ora: ed eccolo, infatti, nei momenti di riposo – poiché questo è il suo riposo e il suo svago – dopo aver dedicato gran parte della laboriosa giornata all’amministrazione ordinaria e straordinaria del suo Ufficio, prendere in mano la questione dell’arte, tener corrispondenza coi delegati e coi vicari apostolici, ricevere artisti, incoraggiare iniziative, sucitare adesioni, scrivere articoli, preparare conferenze e sacrificare anche le vacanze per recarsi in lontane regioni, ove lo accompagnerà sempre anche l’interesse dell’arte. Quello di osservare, di studiare i singoli elementi indigeni per costruire poi la sintesi universale è proprio della sua mente latina. «A Kandy (Ceylon) – egli scrive – ho visitato un giorno un’officina di cesellatori in argento, oro e rame. Osservando la mirabile attività di quegli umili artefici e la svariata e stupenda produzione, pensavo che la Chiesa aveva a portata di mano… A Pechino i Lazzaristi hanno creato un atelier cristiano per l’arte dello smalto… a Dakar (Senegal) e a Bamako (Sudan) ho visto degli edifici in cui gli architetti coloniali francesi hanno saputo trarre geniali spunti dal formulario costruttivo indigeno…». In Tunisia, in Algeria, nel Marocco egli ammira l’indirizzo artistico dei P. Bianchi. Il grande card. Lavigerie , quando volle costruire sull’acropoli di Cartagine la sua cattedrale, «dal passato prese il pensiero religioso, non la veste architettonica»… «volle che questa fosse nuova, per esprimere l’antica parola di vita in un linguaggio moderno, intelligibile ai nuovi popoli» e Mons. Costantini, entrandovi il 19 maggio 1935, sente tutta la suggestione dell’arte nuova, simbolo del rinnovamento cristiano di Cartagine, e la descrive con parole ardenti di fede e di poesia. Sedendo a Propaganda, egli ha la fortuna di poter contare sulla collaborazione illuminata e generosa dei delegati apostolici e dei capi di missione, coi procuratori delle quali tiene contatto frequente. Accanto a S. E. Zanin che continua la sua opera in Cina, quale magnifico collaboratore è il delegato a Tokio, Mons. Paolo Marella , autore di un animoso libro: Speranze di Cristiani nel Giappone , nel quale si esalta anche la missione dell’arte cristiano-giapponese. A Tokio, già nel 1932 si ebbe la prima esposizione d’arte cristiana, nella quale com’è noto, fecero la loro prima comparsa i pittori giapponesi Luca Hasegava, Shun-Ryo, O Rayama, Teresa Kimika Koseki e parecchi altri, che sono stretti in un’associazione di cui è assistente il P. Heuvers S.J. dell’Università cattolica di Tokio. A Tokio è comparso anche il P. Gaiser, benedettino di Béuron. E che dire del Congo, ove S. E. Monsignor Dellepiane organizzò, nel 1936 l’esposizione d’arte sacra di Leopoldville, la quale ebbe notoriamente uno straordinario successo e piantò i cardini di una nuova epoca dell’arte negra? Fu in quell’occasione che S. E. Mons. Vannuytven, vicario apostolico di Buta, proclamò la necessità di un «manuale d’arte indigena per i missionari». Chi poteva preparare meglio questo libro invocato se non S. E. Monsignor Costantini? Il quale frattanto vedeva una nuova sovrana sanzione della sua opera nella lettera apostolica di Sua Santità Pio XI del 14 settembre 1937 per la convocazione di una Esposizione d’arte cristiana missionaria, alla quale si volle aggiungere con logico pensiero una sezione per le Chiese orientali. Il manuale divenne così una introduzione teorica e pratica a quella Mostra internazionale, che, con suprema fede nell’avvenire delle Missioni, e non ostante tutti gli ostacoli, si sta preparando e sarà la festa della ripristinata fraternità cristiana. Un libro di fede Il libro che consta di 430 pagine e 256 illustrazioni, si rivolge in prima linea ai Missionari e agli artisti, ma anche ad un pubblico più largo che s’interessi dei progressi dello spirito e dell’arte ancella della natura, nelle sue varie manifestazioni e nelle più diverse ragioni e nepote di Dio, Padre di tutte le razze e di tutti i popoli (I). In verità non è questo un manuale a carattere didascalico e d’impostazione sistematica (per quanto l’A. che assieme al fratello Mons. Giovanni compilò Athena avrebbe saputo fare anche questo), e benché di siffatti manuali esso contenga tutta la documentazione necessaria esce corredato da una minuzionsa bibliografia. Esso è piuttosto un libro di fede e di testimonianza, un piano di battaglia per una idea vissuta, un peana di vittoria della Chiesa missionaria, tutto pervaso da un lirismo sobrio e schietto. «Questo studio non ha pretese – nota il modesto autore nella prefazione. Più tardi altri più competenti di me, faranno meglio; io non faccio che porre dei materiali grezzi in un fondamento. Poi, a suo tempo, si costruirà il bell’edificio». Accettiamo questa definizione ma non nei troppo modesti termini dell’A., bensì nel senso che si tratta veramente d’un libro basilare e fondamentale. Certo un critico professionale di storia dell’arte avrebbe forse disposta la materia più sistematicamente, ma questo libro, scritto in fretta nelle horae subsecivae da un alto prelato che tiene un posto importante nel governo della Chiesa, non è un rimasticamento di conclusioni altrui, bensì esperienza vissuta e programma d’azione e di conquista. Più che insegnare, esso entusiasma, avvince, conquista. Con ciò non si vuol dire che Mons. Costantini non citi, a sostegno delle sue direttive, gl’insegnamenti e l’esperienze altrui. Anzi i Missionari e artisti che si occuparono dell’argomento sono tutti chiamati a concorso, a cominciare dai direttori e tecnici del Museo Missionario Laterano, il quale già contiene una magnifica collezione di opere d’arte indigene, al critico e direttore del Museo d’Aquisgrana Sepp Schüller, dal missionario artista P. Maurice Briault C.S.Sp. al dottor Schmutzer, a P. Heras, da Henri Terrasse e Louis Gillet (presentatore al pubblico francese del pittore Levandé, battezzato in Celso), da Mons. Costantini durante la Mostra della Stanspal, da G. Rigotti e L. Pontecorvo a P. Dubois, a P. Vroklage, a L. von den Bossche, Mons. Olichon (biografo del famoso missionario-architetto Don Luca Tran) a Mons. Vesters , vicario apostolico di Rabaul. Nel libro compaiono anche lettere e consensi di numerosi personaggi e anche le loro obiezioni, accompagnate da una breve e lucida replica dell’Autore. Ma infine come potremo qui in una recensione per quanto lunga, dare a tutte le voci i suggerimenti che sprizzano da questo libro, il quale dà fondo all’universo, percorrendo tutto il mondo missionario? Il titolo di un suo capitolo è il motto virgiliano «Remis ventisque», per dire che la nuova arte cristiana si svilupperà per l’assiduo e amoroso lavoro dei missionari e per le virtù di alte e sicure direzioni artistiche. In tale senso questo libro di Mons. Celso Costantini – accolto recentemente con tanto favore dal Santo Padre – è davvero un soffio possente, un gagliardo vento spirituale che abbatterà tutti gli ostacoli e condurrà la nave a glorioso porto. I Celso Costantini, Arcivescovo tit. di Teodosia, Segretario della S. C. De Propaganda Fide, L’arte cristiana nelle missioni – Manuale d’arte per i missionari, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1940. L. 25.
|
7367c8e8-060d-4f3a-86d0-34066760eede.txt
| 1,940
| 2
|
1936-1940
|
Dal 1000, cioè dall’epoca esattamente controllabile su documenti storici ad oggi, tre soli furono i vescovi tridentini che oltrepassarono i trent’anni di episcopato: Udalrico II che governò la chiesa tridentina dal 1022 al 1055 e fu il fondatore del principato, perché nel 1027 ebbe dall’imperatore Corrado II l’investitura del comitato trentino e più tardi anche dei ducati di Bolzano e Val Venosta ; il Cardinale Ludovico Madruzzo Vescovo di Trento dal 1567 al 1600 e già prima sostituto dello zio Cardinale Cristoforo per quanto riguardò il famoso Concilio, e Celestino Endrici, ora scomparso, consacrato Vescovo il 13 marzo 1904 . Questi governi episcopali longevi lasciarono tutti e tre impronte profonde e durature. Celestino Endrici, alunno del Collegio germanico e professore del Seminario di Trento, veniva, giovane ancora e nella pienezza delle sue energie fisiche e spirituali, da quella generazione dinamica e militante che aveva subito lo influsso e la suggestione del programma sociale di Leone XIII. Assistente ecclesiastico dell’Associazione universitaria trentina , promotore o sostenitore di altre numerose attività cattoliche, quando giunse all’episcopato egli era preparato e maturo a diventare un vescovo sociale alla maniera belga, e il cattolico Trentino infatti colla sua rete spessissima di organizzazioni cristiano-sociali, collo straordinario sviluppo delle società economiche di assistenza e delle sue associazioni artigiane rurali ed operaie poteva sostenere il paragone, meglio di qualunque altra regione italiana, colle zone più evolute dell’azione cattolico-sociale belga o olandese. Il nuovo Vescovo, che come professore e organizzatore, s’era battuto colla penna e colla parola contro il radicalismo anticlericale e il socialismo marxista, volse ora ogni cura a dare al clero in seminario e fuori un’educazione sociale illuminata e a creare ed accrescere un laicato combattivo e fiero delle proprie convinzioni . Risolutezza e tenacia Ma già pochi anni dopo il suo avvento Mons. Endrici che aveva schierato tutte le forze di conservazione e rinnovazione della sua diocesi contro il socialismo proveniente dal mezzogiorno, cioè dalle province italiane, si trovò minacciato alle spalle dalla penetrazione linguistica che veniva dal settentrione per mezzo di società scolastiche germanizzatrici, come lo Schulverein e il Volksbund . A questa propaganda la quale con l’appoggio intermittente delle autorità statali disintegrava la scuola, portava la discordia civile fin nei più remoti villaggi e apriva le porte alla penetrazione protestante, il vescovo Endrici sbarrò risolutamente il cammino, suscitando sospetti e avversioni potenti. Quanto queste fossero profonde e pericolose si rivelò appieno allo scoppio della guerra europea. La storia dei conflitti nei quali Monsignor Endrici fu coinvolto colle autorità militari viennesi durante la guerra fra la monarchia austro-ungarica e l’Italia è stata scritta in un volume di quasi 300 pagine (Zanolini V., Il vescovo di Trento e il governo austriaco durante la guerra mondiale, Milano, Vita e Pensiero, 1919 e Trento 1934) ed ebbe a suo tempo una eco così larga che non è necessario più raccontarla. Basterà ricordare che il Vescovo di Trento, dopo aver subito una serie di angherie da parte delle autorità militari, il primo marzo 1916 venne dichiarato in arresto e nel maggio tratto a Vienna, ove fu sottoposto ad ogni sorta di pressioni e di minacce, perché dimettesse la sua alta carica. L’accusa principale che gli si muoveva era quella di non aver pubblicato, allo scoppio della guerra, una lettera pastorale che condannasse l’Italia e giustificasse la guerra di aggressione austriaca. Il Vescovo, diceva l’accusa, era anche un alto funzionario dello Stato, e come tale aveva il dovere di difendere positivamente il «pensiero di Stato austriaco» contro l’irredentismo e le aspirazioni italiane. Ora Mons. Endrici non girò la questione cercando giustificazioni transverse, ma l’affrontò in pieno; discusse coi ministri, coi militari e cogli accusatori il «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio» e nei documenti di difesa passò a sua volta al contrattacco contro il postumo gioseffinismo di certa burocrazia imperiale. Ecco come egli difendeva la sua causa in una lettera informativa inviata da Vienna, a mezzo del Nunzio, a Papa Benedetto XV . «Santità! L’onda spaventosa di odio e di vendetta che si è scatenata sopra il clero e il popolo tridentino, appena scoppiò la guerra con l’Italia, è inaudito nella storia. Ne riguardi ecclesiastici questa bufera assunse presto la fisionomia di un Kultur Kampf. Le condizioni psicologiche e morali del clero e del popolo… erano quelle della vittima sotto la sferza di un crudele tiranno che si vendica sopra un innocente, non potendo sfogarsi contro il colpevole. In questo stato d’animo l’unico conforto era guardare alla Chiesa, al proprio Vescovo e ricorrere a Dio. Orbene quale effetto morale avrebbe prodotto sull’animo esasperato di tutti, se il rappresentante della Chiesa, vindice e tutrice della giustizia e maestra di carità, con atti solenni avesse bruciato incenso e quasi danneggiato ai persecutori? Come si può pretendere che la Chiesa, la quale deve vivere la vita del popolo, curare i suoi dolori e tutelarlo, faccia, quando è torteggiato, delle manifestazioni che di fronte al senso morale dei fedeli suonano connivenza, contestazione di atti inumani e servilismo alla forza bruta?!». Appello a Roma Questo appello a Roma mise il governo viennese in serio imbarazzo. Esso aveva creduto di raggiungere colle pressioni, colle lusinghe e coi negoziati, svolti dal Ministero dei culti in persona, lo scopo a cui la autorità militare voleva invece arrivare, imbastendo addirittura un processo laesae majestatis, l’allontanamento cioè dell’Endrici dalla cattedra di S. Vigilio, ma la Santa Sede, rispondeva non ritenendo opportuno «trattare la vertenza del Vescovo di Trento durante il fragore delle armi» e il 3 settembre 1916 una lettera del Cardinale Gasparri , comunicava al Vescovo perseguitato: «Sua Santità è addolorata per le gravi difficoltà, a cui Ella è esposta e prega il Signore di volerla confortare e sostenere, e desidera assicurarla nuovamente del suo paterno affetto e del suo vivo interessamento per Lei». Era il massimo che la Santa Sede poteva ottenere allora: la sospensiva. Nel frattempo l’indomito tridentino veniva relegato nell’abbazia dell’Heiligenkreuz , in una angusta valle della Selva viennese, non lungi da quel famoso castello di Mayerling in cui s’era svolta la misteriosa tragedia dell’Arciduca ereditario Rodolfo . Qui incontrarono per due anni le insistenze, le minaccie affinché il relegato acconsentisse alla nomina di un amministratore apostolico o almeno a sostituire il vicario generale; e al di qua del Brennero tratto tratto la stampa soffiava nel fuoco. Fino ancora nel maggio 1918 «un congresso del popolo tedesco» radunato a Vipiteno (Sterzing), fra le altre condizioni di una pace vittoriosa, metteva la «collazione della sede vescovile di Trento a un tedesco». D’altra parte i trentini vedevano ormai nel coraggioso Vescovo il campione della loro resistenza. Nelle valli trentine s’invocava il suo esempio, s’indicevano preghiere e la Libertà, organo dell’emigrazione trentina, che si pubblicava a Milano, scriveva il 27 luglio 1918: «Emulo vero del grande prelato belga (l’Endrici) addimostra fieramente ai nemici e ad amici come si debba compiere il proprio dovere, con un coraggio che s’impone all’ammirazione nostra e del mondo civile e che la storia non dimenticherà». Ma ora la decisione militare precipita. L’8 novembre decisa la sorte delle armi l’esule Vescovo veniva liberato da una commissione militare guidata dal colonnello degli alpini Vittorio Magliano, dell’accampamento prigionieri di Sigmundsherberg, e il 13 veniva ricondotto in trionfo a Trento. Oggetto di grandi manifestazioni a Verona, a Milano, sotto la presidenza del Cardinale Ferrari , a Firenze, e a Roma, ove Benedetto XV lo abbracciò «salutandolo con parole, che significavano aver egli sofferto per la libertà e la dignità della sua Chiesa», decorato dal Sovrano, onorato dal Governo che si proponeva di nominarlo Senatore del Regno (come Principe di Trento era stato anche in Austria Membro della Camera dei Signori) Celestino Endrici guadagnò allora innanzi ai pubblici poteri quel prestigio che egli spese poi in favore della sua diocesi durante il periodo della ricostruzione e del torbido dopoguerra. Trentasette chiese erano scomparse, 103 abbisognavano di restauro, mancavano le campane, intieri villaggi erano rasi al suolo e molti altri danneggiati, la vita religiosa e la vita sociale reclamavano lo zelo dei pastori e gli sforzi degli uomini dabbene. Mons. Endrici, riprendendo e continuando il suo programma di azione, provvede alla sistemazione del Seminario Maggiore e Minore di Trento, e del Minore in Tirolo (Merano), crea Case di esercizi spirituali, organizza congressi eucaristici, promuove l’Azione Cattolica in tutte le sue categorie, ravviva e riveste in tutte le sue forme nuove il culto dei Martiri anauniensi e, nell’organizzazione ecclesiastica, aumenta decanati e parrocchie. Fino che la salute glielo concedette, egli si recò di parrocchia in parrocchia per le visite pastorali, rialzando le chiese ed elevando gli animi. Nel 1929 in particolare considerazione dei suoi meriti, la diocesi tridentina fu elevata ad arcidiocesi. Paternità conciliatrice Anche in questi ultimi anni in questioni delicate e difficili egli sa intervenire con energia e con tatto, guadagnandosi anche l’affetto del clero e della popolazione di lingua tedesca che riconosce il suo senso di paternità e di giustizia . Le autorità che talvolta rimangono sorprese del suo stile rude e decisivo finiscono sempre coll’ammirarne la dirittura, il suo sentimento di dignità, il suo patriottismo sostanziale e verace. Egli diventa l’intercessore dei suoi antichi avversari, il mediatore delle loro lagnanze, e delle loro preghiere. Tutti comprendono così che quando ha lottato, non l’ha fatto per passione di parte ma per la concezione profonda, che egli ebbe e sempre mantiene, in confronto a tutti, della libertà della Chiesa, della dignità episcopale. Pare quasi che la Provvidenza gli abbia concesso gli ultimi anni della sua attività per dimostrare a tutti, dell’uno e dell’altro campo, che la sua serenità, la sua carità, la sua paternità superano le ragioni di contrasto e fanno dimenticare gli urti del passato. La diocesi trentina piange così non solo il Vescovo ma anche il principe nel senso etimologico della parola, poiché nei momenti più avventurosi di quella terra travagliata tutti guardarono a lui come al primo e sentirono ch’egli li rappresentava, li guidava e li proteggeva. Tempra robusta di lottatore, quando le malattie lo assalsero, egli le affrontò anch’esse da lottatore, con vigoroso ottimismo e con tenace resistenza, distraendosi con animosi progetti per l’avvenire. Aveva costituito il comitato per celebrare il quarto centenario del grande Concilio, e incoraggiato da Pio XI di s. m. e dal Pontefice gloriosamente regnante aveva fatto appello ai Vescovi di tutto il mondo. «Io non ci sarò, soleva dire, ma bisogna che prepari la via al mio successore». Mons. Endrici, lascia nella diocesi tridentina larga eredità d’affetti, come pastore zelante e paterno, come promotore di riforme e sollecitatore di iniziative; e i poveri si loderanno specialmente della sua carità; ma forse l’ammaestramento più specifico ch’egli lascia, viene dalla forze del suo carattere. Incontrare uomini che abbiano più facile eloquio di lui e che posseggano quello che Papa Lambertini chiamava «buona guardaroba», cioè ottima memoria delle cose lette, non è raro; ma trovare un uomo come lui che quando una parola va detta, la dica senza paura e quando non si debba dire, non la pronunci costi quel che vuol costare, è difficile. E ancora: incontrare uomini più abili e più eruditi, non sarà impossibile, ma imbattersi in uomini come Mons. Endrici che abbiano ben chiare in testa quelle quattro idee fondamentali che sono necessarie per dirigere se stessi e gli altri nelle tempeste della vita, non è ventura di tutti i giorni, cosicché quando questi uomini di fermo carattere e di idee chiare scompaiono, noi sentiamo che la perdita è grave e non colpisce soltanto la sfera della loro immediata attività.
|
8a33f0bf-5852-4075-8f7e-f1becec1c070.txt
| 1,940
| 2
|
1936-1940
|
Lo spirito enciclopedico di Volfango Goethe , volle un giorno avere qualche notizia sulle antiche iconi russe, e si rivolse al ministro dell’interno, il quale a sua volta fece chiamare Karamsin , padre della storiografia russa, il quale, avendone anche lui un’idea molto vaga, fece appello agli specialisti dell’Accademia delle belle arti di Pietroburgo. Ma nemmeno i parrucconi dell’Accademia seppero informare il poeta tedesco sulle origini dell’iconopittura russa, tanto l’occidentalizzazione aveva come sommerso la vita artistica e intellettuale della società russa, coprendo le antiche memorie sotto l’oblio del disprezzo. Si sapeva in verità che dopo la riforma del patriarca Nikon (1666) l’iconopittura veniva in segreto continuata dai «vecchi credenti» (Raskolniki) i quali di fronte alle riforme, costituivano la setta dei conservatori ad oltranza, che teneva fermo alla liturgia antica; ma dovevano passare molti anni ancora prima che gli storici dell’arte potessero risalire la corrente, fino alle sorgenti. Verso la metà del sec. XIX appena si cominciò a parlare con notizie più precise delle scuole di iconopittura di Novgorod e di Mosca, esistenti fin dal secolo XIV e forse dal sec. XIII, imitatrici entrambi dell’arte bizantina, di cui si copiavano i modelli o si tramandavano gli elementi essenziali di ideazione e di composizione. Ma Novgorod, che già nel 1476 Aristotile Fioravanti in una lettera a Galeazzo Maria Sforza descriveva come grande e magnifica città, innesta sullo sfondo bizantino numerosi e caratteristici elementi popolari russi, onde, assieme a Pskov, venne dapprima riguardata quasi come il solo centro genuino dell’arte iconografica russa e, benché tale considerazione esclusiva si sia ultimamente attenuata, in favore della scuola di Mosca, Novgorod rimane ancora nella storia dell’arte la Pisa del Nord, salvo naturalmente le proporzioni e salvo che per la scuola russa si cerca invano un Vasari , anche in ventiquattresimo, che ne abbia scritta la storia. Il fatto più decisivo per la rinascita dell’iconopittura russa fu la patente di tolleranza concessa nel 1905 alla setta dei «vecchi credenti». Costoro di qui innanzi costruiscono liberamente chiese e cappelle. Le vecchie iconi annerite e affumicate negli oratori clandestini vengono ripulite, restaurate, copiate. Il «vecchio credente» Ostroukhov , nominato poi conservatore della Galleria Tretiakov a Mosca e appassionato collezionista di tali pitture fu l’artista che destò nella classe colta l’interesse per tale rinascita, e nel 1913, ebbe luogo a Mosca la prima esposizione d’iconi, anzi l’Imperatore fece decorare la cattedrale di S. Teodoro a Zarskoie-Sielo con iconi antiche. Scoppiata la rivoluzione, i bolscevichi lasciarono dapprima che l’officina di restauro sorta sotto il patronato di una commissione artistica governativa e diretta da Igor Grabar , continuasse i suoi lavori, anzi nel 1927, decimo anniversario della rivoluzione, fu aperta a Mosca una Mostra delle iconi restaurate. Tre giorni dopo però, d’ordine del governo, la Mostra venne chiusa, perché molti delegati contadini, venuti a Mosca per le feste, si scandalizzavano che nella capitale si mettessero in vista con tanta considerazione quelle stesse iconi che in provincia venivano confiscate e spesso bruciate. Ma quello che non andava per l’interno poteva invece giovare all’estero; e i sovieti accolsero volentieri l’invito della «Ost Europa Gesellschaft» di Berlino sotto la direzione di Wulf e Fr. Volback di mettere assieme a Berlino due Esposizioni, l’una di copie degli affreschi antichi, l’altra, dopo il grande successo della prima, delle iconi di tutte le scuole russe. Questa seconda divenne una Mostra ambulante e portò la fama dell’arte sacra russa in tutte le metropoli d’Europa e d’America. La Mostra d’arte orientale Ma ecco che nel 1937 S. E. Mons. Costantini , presentando a Pio XI di s. m. l’idea di una esposizione artistica delle terre di missione, si sente suggerire dal Papa: E perché non vi aggiungereste una sezione delle chiese orientali? Oh, non si tratta, naturalmente, di terre di missione, né d’arte esotica, alla quale convenga far appello per un’espressione nuova e indigena del pensiero cristiano, né molto meno d’arte infantile che convenga tirare a maturità per metterla a servizio del culto. Si tratta invece di un’arte antica e veneranda, concresciuta col cristianesimo, ma concresciuta anche con la civiltà dei popoli orientali, d’un esempio dunque, anzi dell’esempio più classico e più probativo del come la Chiesa si adatti al particolare genio d’una nazione o di una civiltà e lo inspiri e lo nutra fino al suo perfetto sviluppo. Fu così che nel programma dell’Esposizione d’arte sacra, accanto alla sezione missionaria, fu aggiunta una sezione orientale, per la quale si progettarono delle sale speciali per ogni rito: Copti, Armeni, Russi, Greci, Melliti, Malancaresi, Ruteni ecc. costituendo in tal modo per la prima volta un panorama completo dell’arte sacra dell’oriente cristiano, che dimostrasse pur nella particolarità degli sviluppi, l’unità sostanziale delle origini e dell’ispirazione, e si previde che queste sale dovessero svolgersi attorno ad uno spazio centrale, con nello sfondo una iconostasi d’antico stile russo. Ora per risalire proprio alle fonti della scuola tradizionale, bisognava cercare fra gli allievi di Gabriele Frolov, il più celebrato iconografo russo di «vecchia fede», e volle la fortuna che la piccola abbazia benedettina di Amay – ahimè, ora rovinata dalla guerra – la quale aveva esposto alla Mostra della stampa le sue pubblicazioni per la riunione delle Chiese orientali, riproducendovi attorno, come sfondo, le iconi bizantine di cui si adorna, richiamasse la nostra attenzione sull’autore o restauratore di parecchie di esse. Pimen Maximovic Sofronov , scolaro appunto del Frolov; egli nel 1931 aveva lavorato e insegnato a Parigi a cura della associazione franco-russa «Icona», poi a Praga presso l’istituto Kondakov e infine a Belgrado (Racoviza) ove dirigeva la scuola d’iconopittura di stile slavo antico. Fu così che il «vecchio credente» Sofronov nato nel 1898 come cittadino russo, diventato estone pochi mesi fa, appena ebbe finita la decorazione della cappella privata del patriarca Serbo, venne chiamato dal comitato dell’Esposizione Vaticana, prima a Grottaferrata, all’ombra della famosa badia, poi a Roma stessa per eseguire l’iconostasi nel vecchio stilemi Novgorod-Pskov e colla tecnica speciale e col segreto dei colori che gli iconografi si trasmettono da maestro a discepolo. L’iconostasi di P. Sofronov Le 54 icone per l’iconostasi sono ora compiute e le cinque serie tradizionali (dall’alto in basso) dei Patriarchi, schierati a destra e a sinistra di Dio Sabaoth; dei Profeti con nel mezzo la madre di Dio e i cherubini; degli Apostoli collocati sui due lati della figura centrale del Cristo sul trono, circondato dagli angeli; delle 12 feste ecclesiastiche dell’anno, con in mezzo l’icona dell’Eucarestia e infine le quattro grandi icone di Cristo, Maria e quelle destinate ad adornare le porte imperiali dell’iconostasi, sono riposte provvisoriamente in una sala del nuovo palazzo della Congregazione orientale, la quale, a Mostra fatta e, comunque, ne rimarrà il proprietario e la destinerà a scopi di culto. Non intendiamo qui anticipare sul lavoro del Sofronov una valutazione artistica che vorremmo riservare ai conoscitori di arte e ai visitatori della futura Esposizione e molto meno tentare una riproduzione qualsiasi. Le due fotografie vogliono soltanto dimostrare che l’autore è fedele agli elementi tradizionali della sua scuola, elementi ch’egli elabora con passione, con tecnica perfetta e con vivo e sempre presente sentimento religioso. Lo scintillio delle aureole e dei fondi d’oro, lo splendore delle vernici ambrate e le composizioni tradizionali che appartengono alla scuola antica sono sussidi tecnici che non ricacciano in seconda linea l’ispirazione religiosa, nella quale – benché lo stile imponga all’individualità dell’artista la massima riserva – si traduce l’anima umilmente devota del credente. Qualcuno troverà anacronistico che in tempi di guerra ci sia ancora chi si trastulli con imprese d’arte, ma questa in verità è un’oscillazione dello spirito umano che ricorre quasi periodicamente nella nostra epoca, così ricca d’imprese ideali e pur così irta di tragici intermezzi. Da tre anni Cina e Giappone sono in guerra , e pure presso le università cattoliche di Pechino e di Tokio si eseguiscono pitture e sculture per la Mostra d’arte sacra in Vaticano e nell’India e nell’Indocina qualche oasi di pace coltiva la stessa speranza, e dalle isole le più lontane si profitta d’ogni mezzo di comunicazione che appaia sull’orizzonte per far sapere che l’idea vive e si alimenta. È questa infatti un’idea che non è sorta dai progressi della vita materiale o dal potenziamento della vita collettiva, ma è sbocciata da un senso profondo e moderno di apostolato e corrisponde a preoccupazioni interamente spirituali che non sono vincolate a scadenze fisse. Ma se, per malaugurata e non accettata ipotesi, le guerre infliggessero al consorzio umano ferite non rimarginabili e per lungo tempo non si potesse parlare di convegni e mostre universali, e gli ori e le vernici del pittore «vecchio credente» fossero destinate a riflettere soltanto le lampade modeste di qualche cappella orientale in Roma, non perderebbe tuttavia il suo luminoso significato la magnifica iniziativa del Pontificato romano il quale, allargando le braccia paterne fino al di là delle proprie frontiere, ospita e raduna nella Casa del Padre le opere d’arte di cristiana tradizione e di più diversa origine, purché siano opere create con fede e per la fede.
|
8037bef4-c82e-46a1-884e-eac7eb6f3ddc.txt
| 1,941
| 2
|
1941-1945
|
Non si è parlato ancora in queste colonne dell’ultimo volume della storia dei Papi di J. Schmidlin (I) , che è tutto una monografia su Pio XI; o meglio vi si è fatto cenno, discorrendo del penultimo volume di tale storia (Pio X e Benedetto XV), perché nella prefazione di questo l’A. narra d’aver allora, cioè nel 1935, elaborata anche la storia di Pio XI e di aver espresso personalmente al Papa il proposito di pubblicarla, lui ancora vivente; al che Pio XI avrebbe esclamato: «Post mortem lauda…vel non lauda. Mi lasci morire, mi lasci morire!». Per corrispondere a tale desiderio, lo Schmidlin pubblicò nel 1935-36 un mezzo volume sui due pontefici antecedenti e il Pio XI è comparso lo scorso anno; cosicché oggidì la «Papstgeschichte der neuesten Zeit» comprende un primo volume di 708 pagine che va dal 1800 al 1846, un secondo di 610 pagine che narra la storia di Pio XI e Leone XIII, un terzo di 350 pagine quest’ultimo su Pio XI, con un epilogo intorno all’elevazione del Papa presente . L’editoriale Kösel-Pustet di Monaco ha rivestito questi quattro volumi di forme solide ed eleganti che così anche per le loro qualità esteriori costituiscono un gradito ornamento di libreria. Quando si ricordi che l’opera venne iniziata appena nel 1933 e che le vicende personali dell’A. le fecero subire delle soste imprevedibili , non si potrà non lodare tanta somma di lavoro, tanta diligenza nello spogliare cronache, libri e documenti, nell’annotare e classificare fatti e uno sforzo così costante nel condensare e contenere tutta l’immensa materia entro gli schemi ereditati dal Pastor, del quale appunto lo Schmidlin si presenta come il continuatore. Se su qualche apprezzamento dell’A. abbiamo fatto, parlando degli altri volumi, qui e là, qualche riserva non essenziale, pur riconoscendo in via di massima che la tendenza dello storico cattolico a liberarsi per amore della verità da abitudini panegiristiche debba venire approvata, anzi incoraggiata, non ci sembra aver osservazioni da fare a tale riguardo su questo volume, per quanto le difficoltà del compito dell’A. siano andate crescendo, a mano a mano che si sono raccorciate le distanze di tempo fra il soggetto e l’oggetto e hanno toccato naturalmente il culmine nella storia del Pontefice contemporaneo. L’A. ben se ne rende conto, quando, nella prefazione del Pio XI parla del suo «compito difficile e delicato» che consiste «nell’osare il tentativo» di ricostruire «secondo le leggi della verità e critica storica e pur nelle forme di rispetto che è doveroso quanto per i non cattolici» la figura e il governo dell’ultimo Pontefice. È riuscito il tentativo? Rispondere a tale domanda in senso assoluto equivarrebbe ad «osare un tentativo» ancora più temerario. Gli archivi sono chiusi, come sono chiuse le labbra dei personaggi che furono protagonisti o collaboratori: sarà solo a mano a mano che si pubblicheranno documenti, diari, testimonianze e memorie che sarà possibile far rivivere con tutti i suoi contorni e in tutta la sua intima verità la figura di Pio XI . Già da quando lo Schmidlin diede alle stampe il suo lavoro, altri studi e discorsi sono giunti a portare nuovi elementi; basti ricordare i contributi dei cardinali Pellegrinetti , Pizzardo e Tisserant e di Mons. Gonfalonieri , senza dire che anche il necrologio pronunziato da Sua Santità Pio XII nell’annuale della morte costituisce un’alta e storica testimonianza di un collaboratore immediato e insigne. Inoltre come dare un giudizio definitivo sui criteri di governo e specie sulla via seguita nelle relazioni politico-ecclesiastiche, quando sistemi e fatti vanno ancor oggi evolvendo, maturando o dissolvendosi e quando la difficoltà della sintesi già di per se stessa assai grande, è resa più grave dalle restrizioni ambientali imposte alla storiografia? Chi potrà dire ad esempio, che i capitoli dello Schmidlin riguardanti la situazione della Chiesa Cattolica in Germania rappresentino il dramma in tutte le sue fasi, in tutti i suoi attori, in tutto il suo svolgimento storico, di modo che i posteri ne siano completamente istruiti? Più disinvolto, più drammaticamente efficace ci pare riuscire lo Schmidlin quando fa la storia della Conciliazione in Italia, nel quale capitolo è evidente il proposito di prospettare la grandezza dell’avvenimento, e di dare ogni rilievo alle luci, senza trascurare le ombre. Forse la descrizione di Luigi Salvatorelli uscita dopo il nostro , si potrà definire più plastica, ma lo Schmidlin vuole essere anche completo ed analitico nel riprodurre contenuto e termini dei testi e particolari dei negoziati e dei discorsi. Certo è che anche gli storici, scrivendo di storia contemporanea, non sono limitati soltanto dalla soggettività delle loro impressioni; ma si sentono anche contenuti dai medesimi riguardi che s’imposero nella parola e nell’opera gli stessi uomini d’azione, dei quali scrivono; onde si usa concludere che la storia vera non possa venir scritta che a distanza d’una generazione. Ma comunque sia di tal criterio storiografico idealmente severo, rimane il fatto che volumi come quelli dello Schmidlin esercitano nel campo degli studi una funzione di pubblica utilità e dalla cerchia più vasta agli uomini colti, che cercano informazioni, meritano ogni riconoscimento. I cultori di storia ecclesiastica dell’indomani dovranno essere grati allo Schmidlin per l’ampiezza e (tolte poche sviste) l’esattezza del suo apparato bibliografico, a proposito del quale troverei solo da deplorare che l’avere talvolta citato, forse per amore di completezza, accanto a scrittori di polso, nomi di effimero valore, può indurre in chi legge un qualche errore di prospettiva. Quanti poi vorranno studiare la storia pontificale moderna non potranno rinunziare a questa narrazione panoramica, paese per paese, materia per materia, fatta col vigile sforzo di non trascurare niente di essenziale, dal contenuto di un discorso al riassunto di un’enciclica – e sono queste sole una trentina! – dalla descrizione di una cerimonia alla valutazione di un passo diplomatico, dal rilievo di un gesto di mecenatismo ai termini di un concordato, dall’apprezzamento su di un fatto periferico all’analisi più attenta della vita intima religiosa. Converrà quindi essere lieti che in tempi così agitati e ferrigni vi siano degli uomini, i quali, cercando di sottrarsi ai perturbamenti dell’ora, si consacrino ad una fatica tanto meritoria e servano la causa della Chiesa, mirando a servire sopra ogni cosa quale essa si presenta loro nella luce crepuscolare della giornata non ancora compiuta: e, oltre che all’autore, converrà essere grati anche all’editore per aver osato un’impresa di tanta mole. I JOSEPH SCHMIDLIN, Papstgeschichte der neuesten Zeit. Papstum und Päpste im XX. Jahrhundert. Pius XI (1922-1939). Pp. 230 in 8° grande. München, Verlag Kösel-Pustet, 1940. 1942
|
98d3a31d-7e4d-47f1-a403-f80d54807485.txt
| 1,942
| 2
|
1941-1945
|
Che si insistesse anche recentemente nel preparare la commemorazione quattro-centenaria del Concilio di Trento e che i Trentini raccogliessero anche quest’anno fin negli ultimi villaggi montani – così poveri e pur tanto generosi – l’obolo per la pubblicazione della rivista che prenderà nome dal Concilio, è parso a molti un ingenuo ed anacronistico appartarsi dalle correnti vive della storia, un ostinarsi ad evocare ombre e melodie svanite, troppo in dissonanza colla sanguinosa realtà odierna e col suo assordante e frenetico dinamismo. Svaghi e dispute umanistiche della vigilia Questa sensazione di fastidiosa inopportunità è dovuta in parte alla falsa immagine che la scarsa iconografia del Concilio ha fatto nascere nel popolo, non uso a ricorrere ad altre e più essenziali fonti della storia. I dipinti che ritraggono i venerandi Padri e i solenni ambasciatori, assisi nelle loro bancate, a discutere e a decretare o ad ascoltare un predicatore illustre, non possono riaffacciare alla mente altre battaglie che quelle incruente del pensiero; e i cronisti locali preferiscono parlarvi delle brillanti cavalcate e delle processioni solenni, della fastosa ospitalità dei cardinali Madruzzo, del castello , restaurato da Bernardo Clesio e del Palazzo alle Albere, oggi cadente, ma a quei tempi magnifica villa madrucciana . Nei boschetti di questa villa Gerolamo Vida , il celebrato autore della Cristiade, pubblicando a Cremona nel 1556 il suo dialogo «De Dignitate Respublicae», dedicato al Card. Polo , immagina, sviluppando forse un episodio reale, che si sia svolta la disputa sulla società civile fra lui, Marco Flaminio e Alvise Priuli , col seguente intervento anche dei Card. Polo, Cervini e Del Monte ; cosicché per amplificazione è facile il dire, come fu detto, che in questa ed in altre ville, simili spassi umanistici fossero comuni e appartenessero, diremo, allo stile conciliare; mentre di fatto il Vida ha cura di precisare che tali accademie si potevano fare solo nel periodo di attesa dei tedeschi che per nove mesi si aspettarono invano …sicut etiam nunc sempre prolatando rem trahunt morasque omnes tergiversando interponunt (Opera omnia II, Patavi, 1571, p. 9). Fu sulla stessa area che per festeggiare l’arrivo di Filippo II di Spagna il 3 giugno 1551 si celebrò un torneo che riproduceva le gesta di Rodomonte , non so bene se quelle compiute dal ribaldo sotto le mura di Parigi o nel duello con Ruggero; ma lo indovinavano gli spettatori di allora, perché tutti a quei tempi andavano pazzi per le prodezze cavalleresche dell’Orlando Furioso e l’Ariosto era morto appena 12 anni prima che si indicesse il Concilio. Tempi fecondi per le lettere e l’arte! Cellini e il Vasari , il Caro , il Tasso , il Palestrina sono viventi, e possente e formidabile batte ancora lo scalpello di Michelangelo il quale non lo lascerà cadere che un anno dopo la chiusura del Concilio… Sfondo di violenze e di guerre Sì, ma anche tempi di violenze, di paure, di sangue e di guerre, tanto che il ripensarli, il riviverli, come si vuol fare celebrando una commemorazione, non è davvero in contrasto coi duri tempi che attraversiamo. Certe stampe riproducono i fuochi d’artifizio che si accendevano a Trento nelle grandi occasioni, per festeggiare anniversari o i più illustri personaggi conciliari che a mano a mano sopraggiungevano. Trattatasi per lo più delle così dette «botti ardenti»; una volta però – narra uno storico locale del Concilio – si distinsero in modo particolare i tedeschi che costruirono un castello il quale gettava saette e cannonate, come una fortezza vera. E non fuochi artificiali, ma saette e cannonate vere si sparavano anche in quei tempi leggiadri per tutta l’Europa. La violenza era allora più che mai nei costumi e la guerra un malanno permanente. Qualche Padre del Concilio, non eccessivamente familiare colle armi, deve aver avuta la sensazione di Don Abbondio innanzi alla Malanotte , quando lesse il bando emanato dal Madruzzo nel luglio 1545 che proibiva di «por mano alla spada sotto pena di tre tratti di corda» e «chi portasse armi dopo un’ora di notte senza lume verrebbe punito con sei tratti della stessa corda»: bando che, com’è noto, non impedì più tardi zuffe sanguinose con morti e feriti. Quando venne decisa la convocazione del Concilio, era appena chiusa con la pace di Crepy (1544) la serie interminabile delle guerre fra Carlo V e Francesco I , durate un ventennio, ma la pace era tutt’altro che assicurata, perché in Germania si era costituita dal 1531 la lega di Smalcalda dei principi protestanti e contro di essa un’assai debole e indecisa coalizione dei cattolici. Indottovi ora dalla sua coscienza di Advocatus Ecclesiae, era mosso da interessi politici, Carlo V passava in modo sconcertante dalla tattica conciliativa verso i protestanti, per guadagnarne l’appoggio contro la Francia o contro i Turchi, alla guerra di repressione per ridurli all’obbedienza ed imporre l’unità religiosa. In questo giuoco d’altalena ora invocava imperiosamente il Concilio generale, ora lo ritardava. Così, quando i Padri s’erano raccolti in numero sufficiente proprio a Trento, ove egli li aveva voluti, e mentre durante l’inverno si dedicavano allo studio dei decreti sulla S. Scrittura, sul peccato originale e sulla giustificazione , donde aveva preso origine la scissione luterana, ecco che Carlo V riuscitogli di tirar dalla sua Maurizio di Sassonia , del Concilio già s’interessa meno e pensa a debellare con le armi gli Smalcaldici. A Trento nei circoli ecclesiastici s’era avuto un momento di sollievo, quando era capitata la notizia della morte di Lutero , ma ben presto si diffuse il timore che l’alleanza tra Papa e Cesare a cui aveva collaborato Cristoforo Madruzzo, portasse in estate alla guerra e mettesse in pericolo il Concilio . Infatti in luglio arrivano a Rovereto le milizie pontificie comandate da Ottavio Farnese e di lì, rasentando le mura di Trento, per non turbare i Padri, vanno a metter campo a Lavis . Si svolge ora la campagna del Danubio che finì con la vittoria di Carlo V a Mühlberg (1547) e colla cattura dei capi ribelli, benché il Papa, in dissidio con l’incostante imperatore, avesse già ritirati i suoi aiuti. Intanto a Trento s’era tirato avanti preparando altro materiale dogmatico sui Sacramenti . Ma nel marzo 1547, dopo la sessione VII, particolarmente feconda, si ebbero tra i membri dell’assemblea due morti improvvise e misteriose, e si sparsero voci di contagio. Sull’orizzonte di Trento comparvero minacciosi i cavalieri dell’apocalisse. Dopo la guerra, la peste? Il responso dei medici fu meno allarmante: «febbri pestilenziali con petecchie». Girolamo Fracastoro , medico e poeta, che Paolo II aveva nominato protofisico del Concilio, sentenziò che convenisse abbandonare la città. Come non prestar fede al fondatore della patologia moderna che nel suo «De Contagione et Contagiosis Morbis», pubblicato a Venezia, l’anno prima, aveva dimostrato che il tifo esantematico era compagno inesorabile della guerra e della fame? Il suo parere venne preletto in Duomo, e sotto tale impressione fu deciso il trasferimento del concilio a Bologna, nonostante le obbiezioni di un gruppo di incondizionati partigiani dell’imperatore. Era costui nel frattempo salito col trionfo di Mühlberg al culmine della gloria, sì che protestò fieramente contro il trasferimento del Concilio. I Padri continuarono tuttavia i lavori, senonché un triste giorno giunse la notizia che Pier Luigi Farnese era stato trucidato e che gli imperiali avevano immediatamente occupata Piacenza. Carlo V si impadroniva così di un energico mezzo di pressione per influire sulle decisioni del Papa che aveva tentato invano di continuare il Concilio, al di fuori dell’influsso imperiale. In seguito a tali pressioni in via di fatto i lavori a Bologna andarono spegnendosi; e infine si decise la ripresa a Trento. Ripresa a Trento e nuova catabasi Qui il Cardinale Crescenzi , unico legato, arrivò il 29 aprile 1551, ma ecco ripetersi il giuoco del dover attendere i protestanti tedeschi, il cui intervento era stato promesso dall’imperatore, e li si dovette aspettare fino all’autunno prossimo e quando arrivarono in sparuto manipolo fecero fallire ogni accostamento, insistendo su pregiudiziali impossibili. Nel 1552 siamo già ad una nuova guerra con la Francia, ove a Francesco I era succeduto Enrico II. Nella primavera giunge a Trento la terribile notizia che Maurizio di Sassonia aveva tradito l’Imperatore ed era passato ai francesi. Nel marzo egli conquista Augusta e minaccia Carlo ad Innsbruck. Grande inquietudine regna nei circoli conciliari e parecchi Vescovi italiani e spagnoli se ne scappavano via di trafugo. Quando poi corrieri e fuggiaschi che avevano passato il Brennero a spron battuto, narrano che Carlo è fuggito con magra scorta a Villacco, e Maurizio è entrato in Innsbruck, la fuga dei Padri si fa generale e la paura diventa panico, sì che parecchi discesero fino a Verona su malconce zattere, e tra essi fu lo stesso Card. Crescenzi infermo che, per gli strapazzi del viaggio, tre giorni dopo spirava. Siamo nel 1552 e da quell’anno, prima che ci si rivedesse a Trento, quanti avvenimenti! Alla Dieta di Augusta (1555) ci si rassegna oramai alla scissione religiosa come ad una fatalità già consolidata e non superabile; nello stesso anno muore Giulio III e poco dopo Marcello II, entrambi solleciti del rinnovamento religioso e già Legati a Trento, e l’anno dopo abdica Carlo V dopo aver lasciato la Germania alle cure del fratello Ferdinando . A Roma sale sulla cattedra di Pietro Paolo IV, inflessibile persecutore dell’eresia ed energico promotore di riforme anche nel collegio dei Cardinali e negli uffici della Curia romana, ma contrario «a che il Concilio si tenesse a Trento, quasi in mezzo ai luterani», come egli stesso dichiarò all’ambasciatore veneto Bernardo Navagero . D’altro canto l’idea di Paolo IV di far deliberare la riforma da un Concilio romano sul tipo del V lateranense, venne ostacolata dalla guerra che egli stesso suscitò, sia per aver lasciata troppo mano libera agli intrighi del Cardinale nepote , sia per la sua invincibile avversione contro gli ultramontani imperiali, che accusava di connivenza con l’eresia e di tirannia sulle terre italiane. Nel Concistoro dell’8 ottobre 1555, che fu decisivo per la guerra, Papa Carafa ripeté d’aver sempre innanzi agli occhi «il più crudele ed empio saccheggio che sia mai avvenuto» cioè quello del 1527, «di non volersi lasciar sorprendere come Papa Clemente VII». Ma i fatti non corrisposero alle parole, e due anni dopo il duca D’Alba , comandante delle truppe spagnole, giunse vittorioso fino all’ultimo contrafforte dei colli Albani e una notte per poco non diede la scalata alle mura di Roma, presso porta Maggiore. Passata anche questa paura, dopo la pace di Cave , l’ottuagenario Pontefice si ritira più che mai a vita ascetica e s’infervora nei suoi decreti di riforma; ma ben presto, anime pie lo devono avvertire che mentre egli lavora e prega come un romito al Belvedere, al di là, nell’appartamento Borgia, suo nipote Carlo, al quale è demandato il governo temporale dello Stato, intesse intrighi politici, badando a far danari, e nella sua vigna in Trastevere col suo parentado e con altri della sua risma mena vita allegra e mondana. L’ira del sant’uomo fu tremenda, i nipoti furono messi al bando, e in ventiquattr’ore si fece in Vaticano piazza pulita. Riforme e rigori a Roma Tuttavia, quando nel 1559 gli successe il Cardinale De Medici col nome di Pio IV , parve al nuovo Pontefice e ai suoi consiglieri che convenisse dare un esempio salutare mostrando che l’epoca del nepotismo mondano era finita. Durante l’interregno, il più anziano dei nipoti Carafa, il duca di Magliaro, aveva fatto vendicare nel sangue la presunta infedeltà della moglie e questo delitto per quanto una certa tradizione di giustizia feudale cercasse di contestarlo, aveva suscitato orrore, tanto più che l’esortazione a salvare in sì tragico modo «l’onore» della famiglia era venuta proprio dal Cardinale Carlo. Questo delitto divenne così l’occasione del processo contro i nipoti Carafa, ai quali il promotore di giustizia rinfacciò tutti i passati soprusi e intrighi politici. Dopo una lunga istruttoria comunicata in Concistoro, la notte del 5 marzo 1561 un lume collocato in cima a Castel Sant’Angelo segnalò a Pio IV che il già potente Cardinale nipote era stato giustiziato e gli altri più direttamente implicati nell’assassinio decapitati a Tor di Nona. E il Papa che con questa sentenza si era assiso arbitro fra due epoche, quella della rinascenza e quella della riforma, dichiarò poi di aver voluto dare un esempio per i futuri Cardinali nipoti e condannare non solo i Carafa, ma implicitamente anche i Borgia, i Medici e i Farnese e la tendenza in genere manifestatasi da Sisto IV in qua di crearsi dei ducati ereditari a spese della Chiesa. E Pio IV, benché personalmente non scevro di debolezze né tale da sostenere il paragone col suo santo successore Pio V , aveva diritto di parlare così, perché il suo Cardinale nipote si chiamava Carlo Borromeo. Intanto contro la ripresa del Concilio agivano nuove diffidenze e rivalità. A Roma ci si chiedeva se i principi non profittassero del Concilio per aumentare le loro intromissioni nell’amministrazione ecclesiastica, causa prima degli abusi, la Francia non aveva gran fretta di rinsaldare l’unità politicomorale del già troppo potente impero degli Asburgo, il pio Ferdinando, ascoltando i suggerimenti di consiglieri meno retti di lui, diffidava della volontà della Curia di riformare se stessa, e Filippo II montava gelosamente la guardia in difesa del suo cesaro-papismo. I tempi erano minacciosi anche fuori della Germania, centro dell’eresia. I calvinisti in Francia avevano dato l’assalto alle chiese e ai conventi per «l’abolizione dell’idolatria» e i cattolici si difendevano con le armi; in Inghilterra gli ultimi vescovi languivano nella Torre o in altre prigioni – l’ultimo morirà nel 1584, dopo 26 anni di prigionia. Il 1 maggio 1561 il Consiglio segreto inglese radunato a Greenwich decide di non accogliere l’invito per Trento e di non ricevere nemmeno il Martinengo delegato del papa. Con tutto ciò il Padre comune non si scoraggia. Merita rilievo che il pontefice romano, passando sopra a tutte le ingiurie che da Lutero in qua gli erano state lanciate contro, insistesse anche questa volta e fino all’ultimo, perché i protestanti o come si disse riguardosamente a Trento «i fratelli che non condividono la nostra fede» venissero a discutere e a cercare la concordia nelle dottrine e la riforma dei costumi, in un’assemblea comune. I delegati pontifici Commendone e Delfino si presentarono di corte in corte, subendo spesso umiliazioni ed amarezze. Di fronte ai protestanti Non è dunque, in verità, che mancasse lo sforzo di comprensione e che non si ammettesse che si era peccato intra moenia ed extra. Lo stesso Commendone, divenuto poi cardinale, in un suo discorso (Pastor VII, 313) scriverà che una delle cause che negli ultimi decenni aveva scosso il prestigio dei papi e dei cardinali era stato il nepotismo e il «vivere secolarmente et governare anchora lo Stato nella maniera che fanno i principi secolari et ragunare tesori et cercar gloria non conveniente» e la libertà e la franchezza di questi tempi era tale che, per citare un esempio, Lodovico Parisetti poteva stampare a Bologna nel 1560 i suoi «epistolarum ad Pium IV P. M. libri III», nei quali esorta il pontefice ad accettare le norme conciliari anche per sé e ricorda che «i peccati dei Papi e dei Vescovi avevano la loro parte nella scissura ecclesiastica». Non aveva del resto Roma papale con le sue «deputazioni di riforma», coll’elaborazione di bolle, la cui pubblicazione venne purtroppo più volte differita per le guerre sopravvenute o per la morte dei pontefici, non aveva Roma date ripetute prove del suo buon volere di togliere gli abusi infiltratisi nell’amministrazione ecclesiastica, a costo anche, com’era avvenuto della riforma della Dataria di Papa Carafa, di gravi sacrifici finanziari? Lo storico Jedin in una sua preziosa sintesi (Kirchenreform und Conzilgedanke, Hist. Jahrb. 1934) , di tali tentativi e disposizioni, per quanto riguarda il periodo che qui interessa, ci ha dato un quadro convincente. E dello stesso autore basta scorrere la classica biografia Gerolamo Seripando (Würzburg 1937) per constatare quanto sforzo di comprensione si fosse disposti di fare a Trento, onde venire incontro fino all’estremo limite del possibile, anche sul terreno della dottrina, specie riguardo la giustificazione e il peccato originale, alle tesi dei fratelli separati. «Fosse piaciuto a Dio che coloro pei quali abbiamo intrapresa sì perigliosa navigazione – esclamerà l’oratore ufficiale della chiusura del Concilio – ci avessero aiutato a costruire questo edifizio, ma certo la colpa non si può ascrivere a noi. Noi abbiamo scelto questa città quasi in sulla soglia dell’Allemagna; cioè quasi alle porte del loro paese e non abbiamo chiamato alcuna guardia alle nostre difese, alfine di assicurarli delle libertà loro… noi li abbiamo per lunga pezza aspettati né mai desistemmo di esortarli e di pregarli di unirsi a noi per conoscere il lume della verità…»; «…e fu messa una tale imparzialità nel pesare gli argomenti e le ragioni dei nostri avversari da parer quasi difendessimo la loro, non la nostra causa». La fantasia può appena immaginare qual felice svolgimento avrebbe potuto avere la civiltà d’Europa e del mondo, se protestanti ed anglicani avessero accettato l’invito di ricostruire assieme la casa comune ed il vecchio continente si fosse potuto presentare unito di fronte all’immenso mondo nuovo delle colonie e delle scoperte. Quante difficoltà però dovette ancora attraversare «la perigliosa navigazione» del Concilio prima di arrivare in porto! Vi accenneremo parlando dell’ultimo volume che dobbiamo al valente storico qui più volte ricordato.
|
e33a8de6-62b0-485e-bca9-2ecc35c07e50.txt
| 1,942
| 2
|
1941-1945
|
Tra i voti del Comitato commemorativo trentino, il più importante per l’universalità è quello che in occasione del IV centenario si pubblichi una nuova storia del Concilio, una storia aggiornata che utilizzi tutte le fonti edite negli ultimi anni, soddisfia tutte le esigenze critiche delle presenti generazioni, e ritragga nella loro verità gli elementi umani e divini del memorando fatto storico, cioè le sublimi forze spirituali che lo animarono e lo condussero a compimento e le condizioni degli uomini e dei tempi che imposero i limiti e le particolari forme della sua figura concreta. Ora leggendo l’ultimo libro del dottor Hubert Jedin «Krisis und Wendepunkt des Trienter Konzils» (Würzburg, 1941) , si può concludere che il dotto autore ha già fatto un altro passo notevole verso la invocata storia e che questo nuovo contributo, venuto dopo la sua lunga collaborazione alla collezione degli atti della Görres e ad una quarantina di saggi e monografie sul Concilio lo va preparando ed abilitando alla nuova sintesi che tutti attendiamo da lui . Nuovi contributi storici Il nuovo libro si inserisce nella storia del terzo periodo del Concilio. I due periodi precedenti sotto Paolo III e Giulio III , avevano reagito contro le dottrine luterane, decretando sul peccato originale, sulla giustificazione, sulla eucaristia e sulla penitenza. Sul terreno del dogma e della fede erano state dunque segnate le frontiere dell’ortodossia; la riforma ecclesiastica invece, nonostante i vari decreti, del resto non ancora sanzionati dal Papa o comunque non applicati, era rimasta incompiuta. Papa Carafa, diffidando dei principi, aveva avocato a sé la riforma, Pio IV invece, pur convinto di dover riservare al Papa la riforma degli uffici centrali della Chiesa, comprese che senza un accordo coi poteri civili non era possibile introdurre l’invocato miglioramento nella disciplina e nell’amministrazione ecclesiastica e che tale cooperazione doveva attuarsi a mezzo del Concilio . Certo non mancavano ragioni di diffidare, di sospettare, di temere. Per farsi un’idea dello stato d’animo di quei tempi, basterà ricordare che quando il 2 agosto 1562 venne tirato un colpo d’archibugio contro la sala del Concistoro del palazzo di San Marco si pensò subito ad un attentato dei calvinisti contro il Papa e, ancora un anno dopo la chiusura del Concilio, la congiura di Benedetto Accoliti fece subito sospettare un complotto organizzato a Ginevra. Senonché la situazione della Chiesa nel mondo era così minacciosa che bisognava pur affrontare anche i pericoli connessi forse ad una nuova assemblea internazionale di vescovi e ambasciatori, anche se la speranza di una ricostituzione dell’unità della fede in Germania fosse oramai quasi svanita. Quando il 16 aprile 1561 arrivarono a Trento i delegati pontifici Ercole Gonzaga e Seripando, l’arco trionfale sotto il quale furono accolti esprimeva ancora nella scritta il voto della concordia, ma era un desiderio oramai compresso dalla rassegnazione. C’era invece da salvare la Polonia, ove la nobiltà intaccava la giurisdizione episcopale e più urgentemente che mai bisognava provvedere alla Francia. Qui gli Ugonotti avevano fatto tali progressi che nel settembre 1561 la Corte aveva convocato a Poissy una «conferenza di religione» riuscita in realtà un vero Concilio nazionale. In nome dei 12 predicanti calvinisti presenti vi aveva parlato Teodoro Beza il quale in un discorso, da principio assai prudente, s’era lasciata sfuggire l’affermazione che «il Corpo di Cristo è lontano dal pane consacrato quanto il cielo dalla terra». A questa uscita blasfema il cardinal Tournon aveva gridato alla regina che presiedeva: «è possibile che V. M. tolleri simile bestemmia?». Ma Caterina era rimasta impassibile e machiavellica come sempre: indice oramai di una situazione catastrofica nella quale doveva fallire anche la diplomazia compiacente del legato Ippolito D’Este , arrivato in Francia con un treno di 400 cavalieri ed una propria cappella musicale, ma anche con alcuni dei migliori teologhi e canonisti di curia, fra i quali il Lainez : corte in verità simbolica per questo periodo di transizione, nel quale il fasto mondano della rinascenza cedeva solo stentatamente palmo a palmo di fronte all’incalzare della rinnovata austerità religiosa. La comparsa del Cardinale di Lorena Intanto il 18 gennaio 1562 era stato aperto il Concilio con 190 fra Cardinali e Vescovi, 4 Abati e 4 Generali degli Ordini, numero cospicuo se si ricorda che alla prima sessione sotto Paolo III i Padri intervenuti non toccavano la quarantina. Ma anche questa volta ahimé! I tedeschi mancavano, e rimaneva ancora aperta la pregiudiziale se codesta fosse una nuova indicazione o la continuazione del passato concilio, esigendo Cesare che fosse un’indizione nella speranza d’indurre i protestanti ad intervenire, mancando il pregiudizio dei decreti dottrinali già deliberati, volendo invece Filippo II che fosse continuazione per la ragione contraria. Ben presto alle primiere difficoltà si aggiunse nell’assemblea stessa il disaccordo sull’obbligo di residenza dei Vescovi, volendo gli uni che esso fosse di diritto divino, e vedendo gli altri in questa definizione il tentativo di intaccare l’episcopato universale del Papa. In tale questione erano divisi fra loro perfino i Cardinali legati. Per ordine del Papa si sospese allora il dibattito e si riprese la elaborazione dei decreti sull’Eucarestia e sulla Messa . Ma nella sessione autunnale la controversia riaffiorò durante la discussione sul Sacramento dell’Ordine. La situazione già lesa anche per un passo collettivo degli ambasciatori i quali chiedevano di partecipare all’elaborazione preliminare del programma di riforme, parve aggravarsi in seguito all’arrivo del Cardinale di Lorena con altri 12 prelati. Essi erano stati preceduti già nell’aprile del 1562 dai tre ambasciatori Lansac, Ferrier e Guy du Faur e da due altri Vescovi francesi. Carlo di Guisa, Cardinale di Lorena, Arcivescovo di Reims, non toccava ancora i 40 anni, ma aveva già una feconda esperienza negli affari ecclesiastici e civili ed era stato durante il governo di Francesco II e di sua nipote Maria il vero reggente di Francia. Dal punto di vista religioso giova ricordare che egli aveva difeso eloquentemente a Poissy l’ortodossia e che amministrava ineccepibilmente la sua Arcidiocesi. Avendo però cercato dei contatti con teologi protestanti tedeschi, probabilmente nella vana speranza di trovar fra costoro un appoggio contro i calvinisti che costituivano per lui il nemico numero uno a Roma non si era molto sicuri dei suoi sentimenti papali. Soprattutto era ambizioso, orgoglioso e di carattere instabile. Le sue doti e la sua posizione sociale gli permettevano di primeggiare, quasi come un patriarca della Chiesa francese, e per primeggiare lo si diceva disposto ad assumere qualsiasi atteggiamento. A Roma si diffidava anche perché nel suo seguito abbondavano i rappresentanti di quel gallicanismo teologico che già nel 1551 aveva portato la Francia sull’orlo dello scisma. Non c’era pericolo che a Trento si tentasse di costituire una maggioranza per imporre il principio che il Concilio stava sopra il Papa, e decretare, senza ed eventualmente contro il Papa, innovazioni radicali nella nomina dei Vescovi, nella costituzione del collegio cardinalizio e nella stessa elezione del Pontefice? In questo momento il Papa volle sentire l’opinione di Mons. Sebastiano Gualterio , Vescovo di Viterbo, già Nunzio in Francia e richiamato da poco, perché le sue idee e la sua tattica non armonizzavano con quelle del Cardinale legato Ippolito d’Este. Il parere del diplomatico, esteso in un ragionato promemoria, fu assai ottimista. Il Gualterio opina che il Cardinale di Lorena venga a Trento, spinto dalla situazione interna francese, e non crede che il Cardinale proporrà a Trento «quelle cose pazze di che sento dubitare, le quali, quando ben l’ottenesse, vorrei che mi si dicesse il frutto che apportariano al principe, al segno di Francia e alla casa sua, che si vede pur essere sostenuta solamente dalla parte cattolica». Del resto anche alla vigilia dell’assemblea di Poissy s’erano sparsi in suo riguardo timori simili, ma poi «con tutti i tuoni e baleni che uscivano bene spesso dalla sua bocca gli quali ci facevano star in timore di una gran tempesta, non fece però altro che compiacersi tutto il dì in arringare e disputare»; e sì che a Poissy avrebbe potuto influire molto di più che a Trento! Stabilito dunque che il Lorena non verrà a Trento con malanimo, il Gualterio consiglia però di trattarlo bene a sforzarsi di «mortificare una certa sua non morbidezza», forse «venuta in specie di sdegno», perché si vide trattato con poco riguardo dal Cardinal D’Este e perché ha sentito che il Papa si è spesso doluto di lui in pubblico e in privato. Si potrebbe infine, quando occorresse, far appello alla sua coscienza e chiedergli se non si debba ammettere per la verità che i disordini ecclesiastici in Francia son dovuti ai re «ch’han dato e danno oggi più che mai i vescovati (s’intende i beni temporali) non per provveder a populi, ma per ricompensar i servitii che gli son stati fatti da questo e da quel soldato». Missione Gualterio Il promemoria del Gualtiero piacque tanto che il suo autore venne subito incaricato di far bagagli per Trento, in missione, si direbbe oggi, ufficiosa e di collegamento, vuoi fra il Lorena e i Legati del Concilio, vuoi fra Trento e Roma. Da Trento il Gualtiero inviò al Cardinale nipote, fra il novembre 1562 e il luglio 1563, 93 rapporti, parte in cifra, parte in chiaro, documenti che non rimasero sconosciuti allo storico del Concilio Cardinale Pallavicino (Jedin, Der Quellenapparat der Konzilsgeschichte Pallavicinos, Rom 1940), ma che poi si credevano perduti e invece furono ritrovati dallo Jedin nell’archivio dell’Università Gregoriana e sono ora pubblicati integralmente nel volume che si occupa. Ad essi il valente studioso fa precedere un’introduzione magistrale che costituisce uno squarcio altamente drammatico della storia del Concilio. Il Cardinale Charles de Guise era stato accolto infatti a Trento con una brillante cavalcata e con tutti gli onori che spettavano alla sua dignità, alla sua posizione di gran signore e alla fama che lo precedeva. Il suo primo discorso nel Concilio (23 novembre 1562) nel quale aveva descritte le scissioni della Francia, lanciando nell’aula conciliare il suo «Fuimus Galli» e implorando un concorde lavoro per l’unità e per la riforma aveva ottenuto un successo formidabile. I riguardi che, su consiglio del Gualtiero, dimostravano per lui i Legati Gonzaga e Seripando, avevano contribuito assai a quella tal «mollificazione» di cui aveva parlato il Vescovo di Viterbo. Crisi del Concilio Ma quando nelle commissioni preparatorie il Lorena si vede respinta una formola transattiva sulla istituzione dei Vescovi e viene in urto col Legato Simonetta che rappresenta l’ala più intransigente, già spunta la minaccia del costituirsi di una opposizione ultramontana che abbraccia la maggioranza degli imperiali, dei francesi e degli spagnoli ai quali in un certa misura si accostano anche gli umanisti italiani. Il blocco si forma col programma: difesa dell’autorità episcopale, indipendenza del Concilio, riforma conciliare. Il 12 febbraio 1563 il Lorena conferisce con Ferdinando a Innsbruck e ne risultano le due famose lettere al Papa. La crisi sembra giungere al suo acme. In tale situazione convien dire che la morte in Trento, a breve distanza, dei due Cardinali Legati Gonzaga e Seripando si palesa un fatto provvidenziale, perché pone fine alla scarsa armonia regnante fra i Legati, la quale permetteva che accanto alla Direzione ufficiale del Concilio vi fosse quella che lo Jedin chiama «Nebenregierung der Zelanti» e dà modo a Pio IV di inviare a Trento a presiedere il Concilio l’uomo che per la sua larghezza di idee, la sua abilità e i suoi ottimi rapporti con l’Imperatore, era come destinato a superare trionfalmente la crisi; abbiamo nominato il Cardinale Morone . Questi, dopo essersi assicurate le spalle a Innsbruck ottenendo carta bianca dall’Imperatore – il nostro buon Morone farà un’ottima riforma aveva detto Ferdinando alla chiusura dei negoziati – seppe guadagnare anche il Lorena, sia facendo all’opposizione sostanziali concessioni riguardo alla riforma conciliare, sia chiamando il Lorena a far parte della direzione dei lavori. Del resto sul Cardinale francese faceva urgenza anche lo stato della sua patria, ove essendo caduto sotto le mura di Orléans il fratello Francesco, c’era più che mai bisogno dell’opera sua. Le fatiche di un diplomatico Che aveva fatto intanto a Trento, durante questi mesi, pieni di negoziati e di maneggi, il nostro Gualterio? I suoi rapporti ce lo fanno immaginare sempre in moto fra il palazzo Thun, casa Geremia e gli altri edifici della Rinascenza trentina, che ospitavano i Legati, gli ambasciatori e i personaggi conciliari più influenti, sempre brontolone e peiora ominans, sempre preoccupato che qualcuno non gli strappi la tela che sta intessendo a furia di pazienza, di tatto e di furberia. E giunta la sera, eccolo stendere i suoi rapporti che il segretario mette in cifra e che partono per Roma, per lo più colla posta ordinaria, il lunedì e il giovedì di ogni settimana. Le lettere indirizzate al Cardinale Borromeo, sono evidentemente destinate al Papa, che segue con estrema attenzione ogni mossa del Concilio sul quale naturalmente, per quanto riguarda la parte essenziale, egli viene informato dalle relazioni ufficiali dei Legati e da altri rapporti di Vescovi presenti e di particolare fiducia. Anche se possedessimo quindi le risposte e le istruzioni che da Roma venivano inviate al Gualterio a Trento, non avremmo luce che su di un particolare settore dell’attività conciliare, il settore diremo politico che però in questo periodo, per le ragioni che dicemmo, ebbe importanza notevole. Quello che stupisce leggendo i rapporti del Gualterio, è la franchezza con la quale questo diplomatico pontificio informa i suoi superiori. Si sapeva che Pio IV aveva grande fiducia nel Cardinale Simonetta, protettore di tutti i Vescovi cosiddetti «zelanti», che mandavano a Roma informazioni pessimistiche, eppure il Gualterio scrive in uno dei suoi rapporti: «piaccia a Dio di dare una volta fine a tante querele e che i nostri Vescovi si contentino di fare l’offitio, perché sono stati mandati quà e non quello de referendarii poco sinceri». E più fortemente ancora un’altra volta deplora di dover «vedere certi Vescovi senza giuditio essersi persuasi col mezzo di questo Concilio potersi far la strada ad ogni dignità e col voler fuor di tempo mostrarsi le colonne della Sede Apostolica mordeno hora questo et hora quel prelato, e ce moltiplicano ogni giorno senza proposito inimicitie e contradittioni». Né si trattiene dal riferire, ove occorra anche delle accuse che colpiscono l’amministrazione centrale della Chiesa. Così quando dice che il Lorena e tutti gli spagnuoli sono rimasti molto scandalizzati che «N. S. habbia dato al Vescovo d’Ossera in questo ultimo concistoro il sesto monastero in commenda et a Farnese il decimo regresso sopra vescovati» (pag. 163). Nel rapporto del 16 maggio 1563 poi colpisce addirittura la persona del destinatario, il Card. Borromeo, quando scrive: (il Lorena) «dette una gran rimenata a voialtri S. S.ri cardinali – diaconi che tenete chiesie, e non vi promovete». Il Borromeo infatti divenne prete il 17 luglio dello stesso anno, mentre in maggio già amministrava l’archidiocesi di Milano . Che più? Riportando a Roma le istruzioni del Cardinale Morone, il Gualterio scrive «che per l’amor de Dio S. S.tà tenghi la mano e non si lassi pregare a fare o admettere alcuna provisione de chiesie che possa portare scandalo nel Concilio». Un’altra caratteristica di questi rapporti appare invece inerente al vizio dei tempi ed è l’eccessiva fede nei piccoli mezzi del negoziato, della pratica e del maneggio. Il Gualterio spera sempre di superare difficoltà anche sostanziali «con un po’ di pratica» o con qualche «manifattura» com’egli suol dire e tra le «manifatture» non mancano nel caso dell’ambasciatore Ferrier i regali in scudi sonanti, metodo assai comune nei rapporti diplomatici d’allora, osserva il Pastor a proposito di qualche regalo del genere, distribuito dal Morone a Innsburck tra i consiglieri di Ferdinando. Il trionfo delle forze spirituali Il bello è che a furia di vantare la propria conoscenza degli uomini il volpone di Viterbo presenta al Papa l’ambasciatore Ferrier come «uno de rari suggetti e de più servitio che siano hoggi nella cristianità» e non s’accorge che nel cuore è un perfetto gallicano e prepara il suo passaggio al Calvinismo. Infine l’eccessivo realismo fa perdere al Gualterio la palma della vittoria la quale viene invece colta dal Morone che, più del Gualterio, aveva fede nelle forze spirituali nell’appello alla ragione e alla coscienza; e per lo Jedin non è dubbio che il Lorena venne guadagnato meno dagli accorgimenti consigliati dal Gualterio per accarezzare la sua ambizione, che dalle sue convinzioni religiose, dalla voce intima della sua ragione illuminata dalla fede, da quel senso unitario di fedeltà apostolica che le stesse miserie della discordia presente corroboravano in lui colla forza dell’istinto di conservazione. È noto che il Concilio di Trento si chiuse il 4 dicembre 1563, dopo che l’attività degli ultimi mesi era andata crescendo fino al punto che alle sedute non bastò la giornata intiera, ma vi dovette sopperire anche la notte. Il cardinal di Lorena ebbe ancora parecchie occasioni di sfoggiare la sua eloquenza; così quando portò all’alta assemblea l’adesione di Maria Stuarda, sua nipote, e descrisse la tragica situazione di questa regina, tollerante in mezzo a fanatici intolleranti. Volle anzi la Provvidenza che colui, del quale si era tanto temuto, fosse incaricato di proporre, secondo l’uso degli antichi Concili, le acclamationes al Papa, ai Sovrani, ai Vescovi «araldi della verità, Senato dell’ortodossia» e a proclamare il sacrosanto Concilio ecumenico di Trento; confessiamo la sua fede, osserviamo per sempre i suoi decreti!… Noi crediamo tutti così, noi pensiamo tutti lo stesso, noi sottoscriviamo tutti di comune accordo e comune affetto. Quest’è la fede di San Pietro e degli Apostoli! Quest’è la fede dei Padri!… Non senza commozione si esaminano ancor oggi nell’Archivio Segreto Pontificio le firme dei 255 padri che sanzionarono i deliberati della famosa assemblea: 6 Cardinali, 3 Patriarchi, 25 Arcivescovi, 168 Vescovi, 7 Abati, 39 procuratori d’assenti e 7 generali di Ordini; e che nomi, quali figure di primo piano nella storia della civiltà! Otto giorni dopo Pio IV affermava in Concistoro che «da 500 anni nessuna assemblea poteasi paragonare alla tridentina quanto a vantaggio per la Chiesa, a numero e dottrina dei suoi membri, per l’importanza e difficoltà delle questioni trattate». La posterità ha confermato questo giudizio e la libertà sapientemente concessa dai moderni pontefici all’esplorazione degli archivi, pur rivelando – come i rapporti del Gualterio – qualche ombra non ha diminuito il fulgore dell’opera meravigliosa. Certo i positivisti che pur riconoscendo il valore dell’assemblea, vi veggono quasi solo una nuova formulazione dello «Statuto fondamentale» e del «Regolamento sociale» della Chiesa, dimenticano che quella fu soprattutto un atto di volontà sul quale soffiò lo Spirito del Signore. I Padri ne avevano chiara coscienza, onde Mons. Ragazzoni nel discorso conclusivo incalzava: «per perfette che sieno le leggi, sono esse pur sempre una parola muta. Hanno forse servito al popolo ebreo le leggi uscite dalla bocca dello stesso Dio? Di qual utilità sono state pei Lacedemoni le leggi di Licurgo e per gli Ateniesi quelle di Solone? Hanno esse guarentito loro quelle libertà che dovevano ad essi assicurare?…». Importava dunque curarne l’applicazione e questa cura affaticherà la Chiesa per lunghi anni e oggi ancora appositi organi centrali creati dai Pontefici vigilano alla esecuzione dei decreti tridentini. E già dalle parole augurali e benedicenti rivolte al comitato conciliare dalla sacra memoria di Pio XI e da Sua Santità Pio XII è lecito dedurre che la commemorazione non dovrà essere solo una manifestazione celebrativa, ma anche una più intensa dimostrazione di vitalità religiosa, e un rinnovato e solenne atto di fede nella universalità della Chiesa apostolica romana. Dio solo sa se certi pressanti ed amorevoli inviti rimasti senza risposta a Trento non possano oggi trovare una considerazione più equa. Documenti 1933-1938
|
d15a9691-158d-40fd-a4be-2a3d0a3ce1b8.txt
| 1,943
| 3
|
1941-1945
|
La liberazione dal fascismo appariva ancora molto remota e nessun partito, vecchio o nuovo si era ancora costituito quando nel Comitato centrale antifascista sorse l’idea di chiamarsi «Democrazie Unite»: democrazia liberale, democrazia socialista e… che cosa potevamo essere noi, se non la democrazia cristiana? Già oltre due anni e mezzo orsono, nelle conversazioni avute con un gruppo di amici milanesi che si chiamavano neo-guelfi , la «Democrazia cristiana» era stata invocata come quella corrente di idee che, in attesa della formale costituzione di un partito, avrebbe dovuto convogliare e assorbire tutti i movimenti politici che s’ispiravano ai suoi principii. Certo il Partito popolare italiano, soppresso dalla dittatura fascista, viveva e vive ancora nel cuore dei moltissimi che ne hanno conservata intatta la fede, e il ricordo delle vecchie battaglie per il rinnovamento dello Stato, e soprattutto la gloriosa lotta contro il fascismo, ora che la vittoria appariva probabile, riempiva di legittimo orgoglio l’animo di coloro che erano passati attraverso il lungo periodo, senza inflessioni e senza contaminazioni. Niente di più facile, forse anche niente di più naturale che rialzare le vecchie barriere, gelosamente custodite, e far appello ai quadri preesistenti, i quali erano e sono più vivi e più robusti della compagine rimasta a qualsiasi altro dei partiti sopravvissuti. Ma gli anziani ebbero soprattutto la preoccupazione dei giovani, dei giovani che non ricordano, perché non hanno visto, né vissuto il passato politico dei cattolici italiani, ne hanno talvolta un’immagine inadeguata o turbata dalla propaganda avversaria, o comunque vogliono forgiare uno strumento politico nuovo e un programma che della novità abbia anche l’aspetto. Gli anziani volevano anche evitare l’impressione d’invitare i giovani ad un’assemblea ove podio e poltrone fossero già occupate in base ai meriti passati e all’anzianità di servizio. Conveniva dir loro: «Mettiamoci tutti sulla base solida dei comuni principii politico-sociali e delle comuni tradizioni; poi provvederemo assieme allo statuto, al nome, al testo definitivo del programma e all’inquadramento del partito». Patent portae! Così quando più tardi raccomandammo allo studio degli amici un abbozzo provvisorio di programma, lo presentammo come «idee ricostruttive ispirate alle tradizioni della Democrazia cristiana» . Di tali tradizioni il più autorevole interprete fu Giuseppe Toniolo , il quale alla sua esposizione sintetica pubblicata in Pisa nel 1900 sotto il titolo «Indirizzi e concetti sociali all’esordire del secolo XX» premette l’avvertenza che la Democrazia cristiana «questa effervescenza di fatti e idee insieme […] si elaborò e si svolse sotto lo sguardo vigile di Leone XIII , il quale intervenne in ripetute occasioni a consacrarne il nome e la sostanza». In questo libro non manca il contingente, il caduco, il superato, perché vincolato alle condizioni del tempo, ma alcuni capitoli e molte pagine sono più che mai vive e attuali, perché riguardano le mura maestre della ricostruzione avvenire. Le idee politiche di Toniolo Così quando il Toniolo segnala come le tre più urgenti rivendicazioni etico-civili la libertà personale e privata, la ricostituzione e funzione delle classi sociali, l’unità morale e la coscienza della missione storica della nazione. La libertà personale e della vita privata è «germe necessario di civile risurrezione». «Quale speranza di risorgimento per un popolo, in mezzo a cui la personalità ha smarrito il concetto della propria dignità […] e l’individuo è ridotto ad un congegno della poderosa macchina dello Stato o ad un atomo incosciente del futuro collettivismo?». «La libertà è sostanza e lievito della futura democrazia», la libertà «è diritto inscindibile del concetto di democrazia, la quale in questo senso sociale-civile, è ordinamento giuridico volto a riconoscere e proteggere nel cittadino i beni morali inerenti alla natura umana». «Così popoli democratici nel significato scientifico e volgare suona lo stesso che popoli liberi, garantiti contro ogni ingerenza dello Stato nella personale e privata autonomia». La libertà giuridica nominale non basta. Ci vogliono le autonomie reali organiche entro la società civile, l’autonomia delle classi organizzate «unico modo di esplicazione normale per attuare la solidarietà sociale», la autonomia del comune e della regione, l’autonomia della scuola e della beneficenza. È noto che per classi Toniolo intendeva le rappresentanze degli interessi professionali, autonome ed elettive. Tutte queste autonomie non intaccheranno l’unità nazionale la quale deve fondarsi soprattutto sull’unità morale, sulla coscienza comune di avere una missione e una vocazione particolare nell’avvenire della civiltà cristiana, missione ispirata alla nazione italiana dalla sua storia e dal fatto provvidenziale di essere la sede del Pontificato romano. Punto di partenza Certo il progresso dei tempi ha superato alcune rivendicazioni operaie del Maestro, ma qual punto di partenza, qual direttiva avvenire è contenuta in questa sua affermazione: «È in contraddizione con tutte le leggi sociologiche il ritenere che il sistema industriale poggiante sul salariato, come un giorno sulla universale servitù, sia un regime normale e definitivo, sino a togliere financo la speranza al lavoratore di sollevarsi in istato. All’opposto la genesi di nuove classi, che dal basso si elevano a rinfrancare e ringiovanire le più antiche, si confonde col concetto stesso dell’incivilimento». Questa direttiva di Toniolo ci potrà condurre fino al fondo di un ordinamento economico completamente rinnovato. Non è in questo contesto che intendiamo svolgere le nostre idee programmatiche di giustizia sociale, ma i lettori sanno quali esse sono in principio e, più avanti, ci riserviamo di esporre come dovranno essere nell’attuazione. Libertà fondamentale E come è attuale, come è giovane sempre Giuseppe Toniolo, quando riassumendo i principii politici del futuro, afferma e illustra i seguenti criteri fondamentali: «eccellenza dello Stato per se stesso, rispetto alle forme di Governo (monarchia, repubblica, ecc.) che rimangono affatto secondarie; la legittimità e valore di queste, misurata al bene comune della nazione; e il dovere di coordinare gli interessi nazionali ai fini perenni e universali della civiltà». Oggi più che mai, dopo la fatale esperienza, sentiamo come egli fosse nel vero quando scriveva che gli ordini democratici dell’avvenire dovranno poggiare «non meno sul rispetto della libertà personale (habeas corpus) che sul riconoscimento e sul rigoglio delle libertà locali (Self-government): libertà che sono d’origine cristiana e guelfa». Infine il monito ch’egli ci dà di non poggiare tutte le nostre speranze sul cambiamento «degl’istituti giuridici o dei congegni politici trascurando la riforma morale del costume», chi non sente oggi il dovere e l’urgenza di accettarlo e farlo proprio? Una deviazione In fondo al libro, Toniolo metteva in guardia i giovani contro le intemperanze e le deviazioni. I fatti dimostrarono subito che ce n’era bisogno. In quello stesso anno la particolare organizzazione murrina che portava il titolo di «Democrazia Cristiana» ebbe un primo urto disciplinare colla suprema direzione dell’Azione cattolica, e più tardi, dopo alcune oscillazioni, R.[omlo] Murri , rivelatosi come un novatore sul terreno religioso, tentò di associare la democrazia cristiana alle correnti moderniste del Loisy e del Tyrrell . L’autorità religiosa, com’era suo diritto, intervenne e i democratici cristiani s’affrettarono a separare la loro responsabilità. L’ultima «Lega democratica cristiana» fu quella diretta dall’avv. Cacciaguerra di Cesena , morto nel 1918, della quale il Murri – ormai uscito da parecchi anni dalla Chiesa Cattolica – scriveva ironicamente nel 1920 che era «tutta intenta a conciliare il più pio e ortodosso cattolicismo con la proclamata autonomia politica». Questi episodi organizzativi vennero presto sepolti dall’oblio per il sopravvenire dei problemi della guerra mondiale e del dopoguerra e definitivamente superati nel 1919 colla libertà concessa ai cattolici di costituire partiti politici. Ai primi del 1919 fu disciolta l’Unione elettorale , che era un ramo dell’Azione Cattolica essendo stata a questa affidata un’opera di preparazione sociale cristiana, all’infuori e sopra di ogni attività politica. Ciò coincideva colla nascita del Partito popolare italiano. L’appello ai «liberi e forti» del 18 gennaio 1919 si inspira alle direttive di G. Toniolo, e lo stesso Sturzo , dichiarò allora che il nuovo partito era la democrazia cristiana nella sua concretezza politica, e il Murri nel 1920 scrisse che «il Partito popolare italiano è l’antica democrazia cristiana, ma depauperata e immunizzata attraverso la reazione di Pio X , di ogni germe di modernismo». Lieti di questo riconoscimento, noi affermiamo che questi di Toniolo sono proprio i principii che ispirano anche i democratici cristiani di oggi. Dopo l’estrema minaccia del totalitarismo pagano, che ha scosso fin nelle fondamenta il vivere civile e ci ha precipitati in un immane disastro, la società moderna, lungi dal voler ammodernare il Papato, guarda ad esso come al sommo magistero della Cristianità. Se Hitler invia i volumi di Nietsche a Mussolini, il mondo accoglie i mirabili e luminosi messaggi di Pio XII come la speranza e il pegno della sua salvezza. Roosvelt, Wallace e molti altri statisti di tutti i continenti invocano la Christian Democracy; a Londra intorno al centro di studio People and Freedom, promosso da D[on] L. Sturzo, illustri scienziati e politici di tutti i paesi studiano le riforme concrete della ricostruzione democratico-cristiana europea, ed è ben comprensibile che i nostri amici, dovendo il 25 luglio firmare i manifesti collettivi delle opposizioni segnassero istintivamente, dappertutto, col nome, glorioso in Patria e ben compreso e significativo per l’estero, di Democrazia cristiana. ASPETTI SUPERATI Ormai non sarà più lontano il tempo in cui si potrà stabilire con metodi democratici quale sia il nome più conveniente per un partito che è strumento di lotta politica e parlamentare; ma, comunque, è già chiaro fin d’ora che certi riguardi che s’imposero nel passato, hanno perduta importanza. La questione dell’aconfessionalità, ad esempio, intesa come tendenza a non impegnare in rivendicazioni di politica concreta l’autorità ecclesiastica, non ha più risonanza dopo che i nuovi statuti di Pio XI circoscrivono esattamente la sfera di attività dell’Azione cattolica e i Trattati Lateranensi riconoscendo in pieno l’Italia unificata hanno tolta per sempre ogni riserva richiesta in passato dal mancato accordo fra Italia e Santa Sede. I Trattati Lateranensi vanno difesi soprattutto perché rappresentano la pace fra la Chiesa e lo Stato; ma tra le felici conseguenze di essi non è la minore quella di assicurare alla ricostruzione nazionale il libero e prezioso apporto delle coscienze religiose. La permeabilità della D.C. in confronto di nuove esigenze In quanto al contenuto tecnico-ricostruttivo del sistema democratico, cioè alle sue forme concrete e ai suoi istituti giuridici, nessuno pretende d’imporre schemi fissi, adatti per ogni tempo ed ogni paese. Siamo su di un terreno sperimentale e le tradizioni, i costumi, la mentalità di un popolo implicano diverse esigenze e diversi istituti. Mutano soprattutto il contenuto e i postulati concreti della giustizia sociale. «La Democrazia, scrive don Sturzo nel volume altra volta citato , «quale contrapposto alla reazione e con riguardo alla situazione politica europea odierna, significa soprattutto regime di libertà per tutti i cittadini. La forma può variare, ma dall’esperienza degli ultimi 150 anni risulta chiaro che essa implica un governo popolare e rappresentativo, basato sul suffragio universale e sul rispetto per le libertà civili e politiche. […] Una cosa però è di fondamentale importanza e deve essere accettata da tutti come base di ogni forma politica: rispetto per la personalità umana e riconoscimento che da essa derivano libertà e diritto, come per diritto naturale, diritto che per i credenti è il segno dato da Dio dell’alto fine morale e religioso dell’uomo. Ciò negava fino ieri la democrazia razionalistica, e qui stava il suo errore, com’è l’errore del nazionalismo oggi imperante» (p. 259). «Per coloro di noi che credono nella perenne virtù della cristianità nella vita dei popoli la Democrazia deve essere sempre permeata dallo spirito cristiano, che è spirito di libertà, spirito di comunione di beni, spirito di amore che abbraccia tutte le classi e tutti i popoli. Perciò noi crediamo nei progressi e nel finale trionfo di una democrazia cristiana. […] Anche per l’Italia dovrà venire il tempo in cui una democrazia pacifica e progressista, operando secondo i metodi della libertà rimetterà l’Italia al posto che le è proprio, come centro di vita morale e artistica, di pensiero religioso e giuridico, di lavoro e di commercio, come un fattore nell’equilibrio internazionale, cosicché essa riprenda la funzione del suo storico destino che è quello di essere una grande nazione devota alla pace» (p. 297).
|
de8a6648-f31e-40d4-9e38-46ac2fae9e2c.txt
| 1,943
| 3
|
1941-1945
|
Mentre il cannone romba sempre più da vicino e la cura di sostentare la vita si fa più affannosa e permane nelle nostre famiglie l’angoscia per le centinaia di migliaia di fratelli che sono prigionieri, dispersi o sbanditi e su ogni lutto e su ogni rimpianto deve imporsi il fermo proposito di condurre a rapido e vittorioso termine questa nostra guerra di riscossa nazionale, non vorremmo dirvi una parola che avesse sapore elettoralistico e paresse derivare da gretto spirito di parte. Vorremmo invece che fosse una parola sincera di fede e di speranza nei nostri destini, una parola di fraternità che ci faccia solidali nella triste e nella buona ventura, una parola che ridesti e guidi tutte le energie della nostra volontà rinnovatrice. Chi siamo Siamo giovani e anziani, che si sono dati la mano per costruire un ponte fra due generazioni, tra le quali il fascismo aveva tentato di scavare un abisso; la generazione che visse e combatté l’altra guerra, e che, dopo la guerra, fece l’esperienza delle torbide lotte sociali; la generazione che tentò invano di sbarrare la via al fascismo totalitario, combattendo nelle file del «Partito popolare italiano» per la libertà contro la dittatura; e intuì il disastro, senza riuscire, per la disparità delle armi, a scongiurarlo. L’altra generazione è quella dei giovani che attraversarono il ventennio fascista, senza contaminarsi, serbandosi nel cuore ribelli alla dittatura, stringendosi sui margini della torbida fiumana per non lasciarsi trascinare dalla corruzione e preparandosi in opere di cultura e di fraternità sociale ai giorni dell’immancabile riscossa La tradizione Queste due generazioni, la più giovane e la più anziana, sentono sempre viva ed operante in loro la tradizione di quel movimento di idee e di fatti, sorto alla fine del sec. XIX, che in Italia si chiamò prevalentemente democratico-cristiano (mentre altrove, specie nei paesi austriaci, si disse cristianosociale). È questa una tradizione che ad ogni svolta della storia si rinnova e si aggiorna, che tiene conto dell’esperienza sociale e cammina con essa, un’idea che si veste della realtà dinamica per dominarla, un fermento che attingendo alla perennità delle sue fonti, dà vita a nuove forme sociali, diventa il lievito di una nuova economia e germina un profondo rivolgimento politico. Centro di attrazione La salvezza della patria esige che su questa base le due generazioni fondino i loro sforzi ricostruttivi e la loro unione diventi il centro che attragga il massimo numero possibile di energie valide e sane, provenienti anche da altre correnti, purché pure; e siano anche uomini che, nelle presenti angustie, abbiano sentita per la prima volta la vocazione sociale. Dalla tendenza realistica di adeguare i propri sforzi alle esigenze dei tempi e alle necessità del popolo italiano, nascerà quel programma concreto di riforme che dovranno attuarsi nello Stato di domani. Ma già ora, perché la solidarietà di chi ci segue sia efficace e resista alle dure prove dell’avvenire, essa deve fondarsi su alcuni punti fondamentali che s’ispirano ai nostri principi o sono conclusioni di un’esperienza sociale, economica e politica, oramai secolare. Essi, in termini generici, si possono formulare come segue. I – PRIMATO DELLA COSCIENZA MORALE Le riforme politiche, sociali ed economiche, le garanzie costituzionali, i controlli amministrativi, le stesse sanzioni penali restano inefficaci, se non è viva ed operante la coscienza morale. Il carabiniere, il finanziere, il revisore, il giudice non bastano a frenare e sopprimere la corruzione. Bisogna che controllori e controllati, custodi e custoditi, governo e governati si sentano responsabili innanzi al Supremo Creatore e Moderatore di tutte le cose. I conflitti sociali non si possono comporre senza il senso di fraternità che è il fermento della civiltà cristiana; i patti internazionali sono carta straccia, se non hanno la salvaguardia della coscienza morale. La libertà politica d’un popolo soccombe, se non è accompagnata dai freni di una vita morale; perché il governo, se tali freni non agiscono, sarà indotto, per attuare le sue riforme, ad una costrizione eccessiva, e perfino ad una dittatura ferrea e sanguinaria. L’efficacia delle riforme statali è vincolata al miglioramento del costume. Per questo lo Stato democratico, il quale contro ogni intolleranza di razza e di religione, si fonda sul più rigoroso rispetto alla libertà della coscienza, ha particolare interesse che le forze spirituali possano conservare e alimentare nel popolo la linfa vitale della civiltà cristiana, che la voce del Romano Pontefice possa risuonare liberamente nel mondo e che la pace fra Stato e Chiesa, raggiunta e codificata nel trattati del Laterano, costituisca una pietra basilare anche dell’Italia di domani. II – LA RICOSTRUZIONE DELLO STATO È convenuto che il problema istituzionale verrà deferito a una consultazione popolare, da indirsi dopo la guerra. Già fin d’ora però il comune impegno dei democratici cristiani deve riguardare l’elemento più essenziale del nuovo Stato, cioè il carattere del suo regime. L’essenza del regime repubblicano La molteplice esperienza mondiale negli ultimi 150 anni porta alla conclusione che il metodo più adatto alle presenti condizioni della convivenza umana è il metodo della libertà e la miglior forma politica una democrazia rappresentativa fondata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Né partito unico, né cesarismo plebiscitario, né monarchia assoluta, né repubblica dittatoriale, né l’oligarchia dei ricchi, né la dittatura dei proletari. Un unico esercito che dipende dal governo, e che non potrà essere mandato in guerra, senza il consenso del popolo. Una Camera eletta a suffragio universale, senza il consenso della quale nulla di importante potrà venir deciso. Accanto alla Camera dei deputati si costituirà, in sostituzione del Senato, un’Assemblea rappresentativa degli interessi organizzati, prevalentemente eletta dalle rappresentanza del lavoro e della professione. Bisognerà cercare mezzi e modi per ottenere un governo forte e stabile e per salvaguardare la costituzione da colpi di mano, che venissero dall’alto o dal basso (Corte Suprema di Giustizia). Lo spazio vitale del cittadino Oltre la netta distinzione dei poteri, lo Stato democratico dovrà rispettare i diritti naturali dell’uomo e considerare le autonomie locali, sindacali, culturali ed economiche come lo spazio vitale del cittadino. Le regioni Per eliminare i pericoli dell’accentramento converrà costituire finalmente le regioni quali enti autonomi, rappresentativi e amministrativi degli interessi professionali e locali e come mezzi normali di decentramento dell’attività statale. Il corpo rappresentativo della regione si fonderà prevalentemente sull’organizzazione professionale: mentre per quello del comune, restituito a libertà, potrà essere elemento prevalente il voto dei capi di famiglia. Dal libero sviluppo delle energie regionali e dalla collaborazione tra queste rappresentanze elettive e gli organi statali ne risulterà rinsaldata la stessa unità nazionale e nell’ambito dell’autonomia regionale troveranno adeguata soluzione i problemi specifici del Mezzogiorno e delle Isole. Organizzazione del lavoro e della professione Importantissima sarà la ricostruzione delle organizzazioni sindacali. Pensiamo che essa potrà avvenire secondo le seguenti linee: i lavoratori, come tute le altre categorie godranno piena libertà di riunione e di associazione. Tuttavia per regolare i contratti collettivi e i conflitti di lavoro (arbitrato) e per rappresentare gli interessi della categoria in confronto dello Stato e degli Enti pubblici saranno creati organismi professionali di diritto pubblico comprendenti, per iscrizione d’ufficio, tutti gli appartenenti alla categoria (lavoratori, tecnici, imprenditori) i quali eleggeranno col sistema proporzionale i loro organi direttivi. Le rappresentanze regionali nominate prevalentemente da tali organismi eleggeranno infine i membri della seconda Assemblea nazionale (Senato). In questo sistema ai tecnici, elemento di mediazione e di competenza, dovrà essere assicurata una influenza adeguata alla loro importanza e alla loro funzione. Così le forze del lavoro, riunite per gruppi d’interessi e professioni (agricoltura, industria, commercio, ecc.) a mezzo del suffragio economico integreranno il suffragio politico, senza assorbirlo e diventeranno lo strumento propulsivo e direttivo della nuova economia. III – LA NUOVA ECONOMIA SOCIALE La nuova economia si muove tra due poli: la libertà, diritto dell’uomo, e la giustizia sociale, missione dello Stato. Ovunque la naturale tendenza a costituire la proprietà coi frutti del proprio lavoro, la libera iniziativa e la concorrenza tra le singole imprese esercitano una funzione utile al bene comune, lo Stato si limiterà a tutelare, promuovere, integrare. È queste in Italia la vasta zona della piccola e media proprietà rurale, dell’artigianato, della piccola e media industria, del piccolo e medio commercio: è dunque il caso della maggioranza delle famiglie e delle aziende italiane. Qui lo Stato interviene a favorire e consolidare la piccola proprietà e la piccola azienda, con facilitazioni fiscali e giuridiche, col consentire consorzi e associazioni di capitali, col promuovere la cooperazione di consumo, di smercio e di produzione, coll’organizzazione del piccolo credito; ma soprattutto col difendere questa zona libera contro le tendenze al monopolio della grande industria e le ambizioni imperialistiche della plutocrazia capitalistica. Ed ecco il punto, ove libertà e giustizia sociale convergono allo stesso fine. Giustizia sociale e diritto al lavoro Dall’universale riconoscimento del diritto al lavoro, che in un celebrato Messaggio al mondo della più alta autorità spirituale ebbe la sua massima sanzione, deriva che compito primario della politica economica deve essere quello di garantire a tutti la possibilità del lavoro, cioè un’occupazione remunerata sulla base del minimo di sussistenza . Lavoro e occupazione per tutti deve essere la nostra parola d’ordine e la meta dello Stato, il quale per raggiungere tale fine dovrà fare appello a tutte le forze sociali e a tutte le risorse economiche. Abolizione del proletariato Il minimo di sussistenza va inteso in senso molto largo, tale cioè non solo da far fronte ai bisogni quotidiani del lavoratore, ma di permettergli anche di crearsi una proprietà personale (casa, orto familiare, risparmi trasmissibili), sì che scompaia il tipo del proletario, dell’operaio cioè, del contadino o dell’impiegato che altro non possiede se non le braccia e la prole. I mezzi proposti dagli esperti sono vari: alla base il giusto salario familiare, poi provvidenza per la casa e molteplice assistenza sociale contrattualmente garantita, più estesa adozione dei cottimi nei vari reparti e diretta partecipazione dei lavoratori e degl’impiegati agli utili dell’impresa. Più oltre va la tendenza all’azionato operaio, cioè per dirla in termine volgare e approssimativo, alla mezzadria industriale: il quale sistema trova specie in alcuni amici dell’alta Italia, salariati e imprenditori, degli apostoli convinti, mentre altri sono meno certi della sua efficacia o per lo meno dubitano della possibilità di applicarlo su vasta scala. Quale che possa essere la migliore soluzione tecnica nei diversi rami di produzione e nelle varie circostanze di tempo e di luogo, la partecipazione dei lavoratori all’impresa rimane una meta degna dei nostri sforzi più costanti, poiché si tratta di elevare i salariati all’autonomia e alla responsabilità di proprietari. Contro la plutocrazia Ma la giustizia sociale vuole anche l’eliminazione delle eccessive concentrazioni della ricchezza, le quali costituiscono un feudalismo finanziario, industriale e agrario che ostacola la diffusione della piccola proprietà privata e insidia lo sviluppo di un popolo libero. Tale eliminazione, in quanto non sia stata ottenuta con leggi speciali sui sovrapprofitti di guerra e sugli illeciti profitti di regime, dovrà raggiungersi: a) mediante una severa politica fiscale che gravi in forma progressiva specie sui redditi non reinvestiti produttivamente e sui capitali non applicati al fatto produttivo. In generale, unificate le imposte e semplificato il sistema di accertamento, il criterio delle progressività, coll’esenzione delle quote minime, costituirà il perno fondamentale del sistema tributario. b) mediante una lineare politica economica che investa l’agricoltura, l’industria, il credito, il commercio e miri a sprigionare dalle categorie lavoratrici e dai ceti medi il massimo numero possibile di energie autonome e ricostruttive. Le riforme essenziali riguardano l’industria e l’agricoltura. Nell’industria La politica economica: 1) promuoverà la massima diffusione della libera concorrenza in tutti i settori produttivi, nei quali per il carattere e la molteplicità delle imprese sia da presumere la tendenza dei prezzai a livellarsi sui costi; 2) controllerà fermamente tutte le coalizioni di imprese che tendono a regolare il mercato e le imprese singole che mirino a conquistare posizioni monopolistiche. Tutta questa zona economica non può più essere considerata di esclusivo interesse privato, ma va regolata coi mezzi più elastici e adeguati che vanno dalla manovra doganale a quella del credito, dal controllo di nuovi impianti alla gestione mista. Nei casi più gravi da valutarsi singolarmente dal punto di vista tecnico-economico, si adotteranno forme di proprietà collettiva o mista; si passerà cioè alla socializzazione di determinate imprese a carattere prevalentemente e fatalmente monopolistico. A tal riguardo, esemplificando, si citano comunemente, oltre i servizi pubblici, l’industria elettrica, l’industria siderurgica e metallurgica, l’industria mineraria, i trasporti marittimi e aerei di linea, la grande industria chimica, qualche settore della grande industria meccanica e navale. Questa politica economica sarà naturalmente unitaria nella sua impostazione, ma nella sua esecuzione dovrà essere largamente decentrata e contare sulla collaborazione degli organismi sindacali-professionali, altrove descritti. È questa una zona di economia sociale che offre alla classe lavoratrice e impiegatizia larghe possibilità di graduale elevazione. Perciò si dovrà dare il massimo incremento all’istruzione tecnico-professionale per giovani operai e contadini, per specializzati e capo-tecnici; si favoriranno le scuole aziendali e interaziendali e le stesse organizzazioni professionali dovranno, con numerose borse di studio, rendere accessibile ai figli meritevoli di lavoratori, piccoli impiegati e contadini la scuola media e in particolare la scuola specializzata. Una scuola superiore atta alla formazione di tecnici dirigenti preparerà i quadri più elevati della nuova economia. Nell’agricoltura Le speranze della rinascita si fondano in prima linea su una classe libera e sana di contadini. Ogni sforzo deve essere fatto, ogni provvedimento deve essere preso per irrobustirne la struttura e migliorarne la condizione. In Italia i braccianti sono assolutamente troppi. Anche i proletari della terra devono scomparire e trasformarsi gradualmente in mezzadri e proprietari, ovvero, quando ragioni tecniche lo impongano, in associati alla gestione di imprese agricole a tipo industriale. Salvi i necessari riguardi alla produttività e alle esigenze della conduzione, bisognerà quindi promuovere il riscatto delle terre da parte dei contadini con una riforma terriera che limiti la proprietà fondiaria per consentire il rafforzamento della categoria dei piccoli proprietari. L’attuazione di tale riforma con i criteri più appropriati ai luoghi, alle condizioni e qualità dei terreni e agli aspetti produttivi, sarà uno dei compiti fondamentali delle rappresentanze delle regioni. Sarà assicurato in ogni caso ai lavoratori agricoli il diritto di prelazione con facilitazioni fiscali e finanziarie per l’acquisto e la conduzione diretta dei fondi. Nel complesso quadro delle riforme agrarie la colonizzazione del latifondo dovrà trovare finalmente la sua effettiva attuazione. Uno studio a parte meriteranno le riforme da introdursi nelle assicurazioni sociali che vanno decentrate e appoggiate all’organizzazione del lavoro, nelle banche e in alcuni Istituti parastatali che vanno indirizzati a realizzare una migliore distribuzione della ricchezza e a impedirne il concentramento in poche mani. IV – PROVVEDIMENTI D’EMERGENZA Ma disgraziatamente il lavoro che si impone prima di ogni altro sarà domani non tanto di riformare e migliorare, ma quello di rifare le stesse nostre basi di sussistenza e di mantenere e ravvivare la nostra compagine per condurre a buon fine la guerra. Converrà difenderci contro il caos sociale e l’anarchia amministrativa, risolvere il problema monetario, premunirci contro la fame e la miseria, rifare le nostre scorte di viveri, di carbone, di carburante, di fertilizzanti e delle più necessarie materie prime per rimettere in moto le industrie, rinnovare il nostro patrimonio zootecnico, e soprattutto ricostruire il sistema dei trasporti; ripristinare cioè le attrezzature portuali, le linee ferroviarie, i ponti e le strade, riparare gli impianti elettrici, le officine del gas, gli acquedotti, provvedere all’immenso materiale rotabile che è andato perduto. Di fronte a tali compiti elementari è naturale che il prossimo governo politica sarà un governo di guerra e di emergenza e che i partiti (fatalmente troppi) cerchino per costituirlo e sostenerlo la comune risultante delle loro direttrici. Lealtà politica È pure ovvio in tanta comunanza di avverse vicende che, anche al di fuori delle necessità di governo si accentuino gli avvicinamenti e le convergenze; ma vige sempre per tutti l’obbligo morale della probità verso se stessi e il pubblico. Altro è mettersi d’accordo su determinati provvedimenti di socializzazione, altro sarebbe con patti generici lasciar credere che il marxismo socialista non sia diviso dalla democrazia cristiana che da pregiudiziali, più o meno «in soffitta»; altro è camminare assieme per una prima ricostruzione democratica, altro sarebbe confondere la democrazia popolare colla dittatura di classe. Il tempo cammina, e uomini e partiti si muovono e si evolvono con esso. Auguriamoci che la spinta unitaria, impressa dalla dura prova diventi una forza costante anche nell’ulteriore sviluppo dello Stato democratico. Noi intanto, amici democratici cristiani, prepariamoci a dare alla Patria quel nostro particolare contributo che è caratterizzato dalle nostre origini e dalla nostra tendenza costruttiva. Lavoriamo in profondità, senza ambizioni particolaristiche, con alto senso del dovere, non curanti delle accuse di essere troppo a destra o troppo a sinistra, secondo il linguaggio convenzionale della superata topografia parlamentare. In realtà ogni partito realizzatore sta al centro, fra l’ideale e il raggiungibile, fra l’autonomia personale e l’autorità dello Stato, fra i diritti delle libertà e le esigenze della giustizia sociale. Distinzioni e limiti E a proposito di lealtà e chiarezza, è forse anche il caso di avvertire che per un partito esiste pure un problema di distinzioni e di limiti. Il partito è uno strumento organizzativo atto a fungere su di un solo settore della nostra comunità nazionale, quello dello Stato. E come per noi pluralisti (nel senso di Maritain e di Sturzo) lo Stato è l’organizzazione politica della Società, così il partito è un organismo limitato che non deve proporsi di tutto rifare e riordinare in tutti i campi, ma suppone che altri organismi sociali agiscano nello stesso tempo e nello stesso spazio su diversi piani, al di fuori e al di sopra come la società religiosa, cioè la Chiesa colle sue forze spirituali e organizzative, al di sotto come le società scientifiche-culturali, e le società economiche colle loro autonomie e colle loro leggi. Ecco perché, a differenza di chi nello Stato vede un mito che assomma, sostituisce e incentra tutte le fedi e tutte le forze sociali, noi, in funzione politica, non ci presentiamo come promotori integralisti di una palingenesi universale, ma come portatori di una propria responsabilità specifica, determinata non solo dal nostro programma ideale, ma anche limitata dall’ambiente di convivenza in cui esso deve venire attuato. V – IL NUOVO ORDINE INTERNAZIONALE SECONDO GIUSTIZIA Il popolo italiano, al quale – come statisti inglesi e americani hanno solennemente ammesso – non sono imputabili le imprese di conquista mussoliniane e che oggi, a mano a mano che riprende la libertà di decisione, entra in linea cogli alleati, intende impegnarsi in questa guerra, non solo per liberare il suo territorio, ma anche per partecipare alla costituzione del nuovo ordine internazionale. Nonostante qualche dichiarazione in senso contrario, noi speriamo dunque che il mondo anglosassone non venga meno alla sua missione che è quella di promuovere anche nella vecchia Europa una zona di pacifica solidarietà fra i popoli contro la guerra e il diritto del più forte. Abbiamo fede, perché il Commonwealth britannico è una magnifica prova del come numerosi popoli e territori possano stare uniti in reciproca libertà, senza far appello alla forza armata e l’Unione Panamericana dimostra anch’essa che gli Stati del Nord hanno potuto ottenere un influsso direttivo sulle due Americhe, senza opprimere gli stati minori e resistendo alla tentazione della conquista militare. Di tal maniera trecento milioni di uomini sono protetti con mezzi pacifici contro il disastro delle guerre, o almeno contro la frequenza di esse. Questo metodo della libertà nei rapporti interstatali è in stretto nesso col metodo della libertà attuato dagli anglosassoni nel regime politico interno, per cui la nostra lotta contro il fascismo e il totalitarismo statale è la stessa lotta che si combatte contro il militarismo, e in favore di un ordine pacifico internazionale. Italia democratica e pacifica Anche l’Italia, ponte fra l’Europa centrale e il mediterraneo, ristabilita la sua indipendenza e integrità nazionale, ritroverà la sua grandezza nella sua funzione di equilibrio e di mediazione fra tre importanti correnti umane: il lavoro, per mezzo della sua insopprimibile emigrazione, che ha già fecondato i campi e le industrie d’America; la cultura a mezzo della sua trimillenaria civiltà, per cui l’Italia rimane nella storia il terreno più fecondo del genio umano; la religione, perché trecento milioni di cattolici guardano da tutti i paesi del mondo a Roma, città sacra sede del Sommo Pontificato. Gli anglosassoni e gli italiani sono dunque alleati naturali di una pacifica ricostruzione del mondo. Ma già nel 1926 il più illustre interprete del nostro pensiero, esule a Londra , avvertiva che il metodo della libertà doveva essere applicato anche ai rapporti economici. La politica della porta chiusa, del protezionismo doganale e del divieto d’immigrazione è una politica di forza, non di libertà. La nuova politica inaugurata da Roosvelt alla vigilia della guerra e durante il suo corso ci fa sperare che il mondo anglosassone sia definitivamente guadagnato a questa politica di solidarietà economica fra le nazioni ricche e le nazioni proletarie . «Le esigenze di vita del popolo italiano – abbiamo scritto nell’opuscolo sulle Idee ricostruttive – e la necessità di soddisfare con risorse naturali ai bisogni del suo eccedente potenziale di lavoro, richiedono che esso possa accedere alle materie prime a parità di condizioni con gli altri popoli, avere il suo posto nel popolamento e nella messa in valore dei territori coloniali, emigrare in dignitosa libertà e sviluppare senza arbitrari ostacoli i suoi traffici nel mondo. Quando gli anglo-americani, entrando in Roma sfileranno colle loro vittoriose bandiere innanzi ai monumenti della nostra civiltà trimillenaria e sentiranno il vasto respiro di quest’Urbe, madre del diritto e maestra un tempo nel governare il mondo, e marceranno sul suolo, percorso sì da tanti Cesare trionfatori, ma imbevuto anche del sangue di milioni di martiri che per difendere la libertà di coscienza negarono a Cesare quello che era di Dio; suolo talvolta profanato dal passaggio di tanti despoti barbari, ma riconsacrato dai Pontefici Romani che scacciarono gli invasori e rintuzzarono le offese in nome della civiltà e della dignità umana, allora i generosi figli d’America, del Canadà e della N[uova] Zelanda, i prodi soldati d’Inghilterra e dell’India avranno la sensazione che nessun’altra città al mondo porta, come Roma, impresse sul suo volto marmoreo le fiere lotte sostenute per l’universalità dello spirito umano, per il trionfo del diritto, per la difesa del debole contro l’oppresso, per l’eguaglianza morale e civile di tutti gli uomini e di tutte le nazioni. E se attraversando il ponte che nell’anno del giubileo calcò Dante , sognatore della monarchia universale, s’accosteranno al Vaticano, ricorderanno che fu da quel colle che durante questa guerra risuonò il richiamo più angosciato alla fratellanza e al comune destino del genere umano. Fu di lassù che Pio XII lanciò le sue proteste contro il totalitarismo neopagano e rivendicò contro gli imperialisti dello spazio vitale, lo spazio vitale della persona e della famiglia; fu di lassù che facendo eco a Roosvelt, si fissarono i punti d’una pace giusta e in altri messaggi al mondo si segnarono i diritti e i doveri delle Nazioni e si indicarono i principi per ricostruire la Comunità internazionale. Il popolo italiano, consapevole delle sue tradizioni, accoglieva religiosamente la voce del capo della cristianità, la sola che potesse osare, la sola che potesse rompere una barbara consegna d’incomprensione e di odio e invocava il giorno in cui, sia pure attraverso il sacrificio e il combattimento, potesse conquistarsi il diritto di collaborare con voi, o fratelli di tutti i continenti, alla costituzione del «nuovo ordine internazionale secondo giustizia».
|
8f9520c6-5e22-4ffb-b0fa-d0b0d509b4bb.txt
| 1,943
| 3
|
1941-1945
|
Fa la relazione della riunione del 2.8 e della visita a Badoglio tenuta il 3.8 […] Vi dico cosa avrei detto a B[adoglio] ieri: alleanza It[alia] fasc[ista] e Germ[ania] nazista, e poi ad impossibilia nemo tenetur. Ma esaminiamo: armistizio, guerra contro i tedeschi. Pensate voi che se ci venisse imposta la guerra come cond[izione] di armistizio, le masse ci capiranno. Dovrebbe essere chiaro che la guerra contro i tedeschi deve essere una necessità assoluta. Bisogna quindi vedere se Bad[oglio] riesce a […]. […] Chiarisce che tiene soprattutto a che risulti evidente che non siamo noi a provocare la guerra c[ontro] i tedeschi o che aspettiamo la responsabilità per noi dell’armistizio, se sarà proprio necessario, solo allora dovremo assumere noi la responsabilità dell’armistizio.
|
19ca8d91-8661-4584-b012-99ee2c905167.txt
| 1,943
| 3
|
1941-1945
|
Informa il comitato di come si è svolto l’incontro di Tarvisio : dispiace di […] [Arpesani e Roveda sottoponevano all’attenzione del Comitato il problema del collegamento tra Ccln e Clnai]. Auton. di Milano ? O.d.g. domandato di andare al governo con Badoglio? Mai – se è utile far cadere Badoglio bisogna discuterlo – e decidere. […] Errore diplomatico, per non aver preparato la pace prima del colpo di Stato. [La Malfa polemizzava con l’incapacità di organizzare il colpo di Stato prevedendo le conseguenze che esso avrebbe avuto tanto sul versante politico interno, quanto su quello esterno. In particolare nell’intervento si legge: «Preesisteva la linea di difesa in alta Italia. Gli inglesi occupavano l’Italia merid. e centrale – e il re e Mussolini in alta Italia; ovvero resa di questi agli inglesi» ]. Andavano a Verona. […] Risponde a La Malfa (12.45 cessato allarme) e gli dice che […]
|
f9c011f9-ac74-40a5-abe7-3d3edce0556e.txt
| 1,943
| 3
|
1941-1945
|
L’o.d.g. ieri è stato formulato in quel modo perché si era deciso di fare un primo passo, e cioè di affermare la separazione di ogni responsabilità da Bad[oglio]. Quindi, o si deve riaprire la discussione generale o si deve affermare l’o.d.g. da noi preparato ieri. Propone, caso mai, di fare un o.d.g. per la politica interna. [Il problema della liquidazione del fascismo, anche nella ridefinizione degli apparati burocratici e amministrativi era stato sollevato da Buozzi che chiedeva un intervento diretto del Ccln nelle nomine degli alti dirigenti]. Il fascismo con violenza si è occupato di sedi, sindacati, cooperative, avremmo dunque dovuto richiedere la restituzione: «cacciate i fascisti, rimettete i nostri». Questo possiamo e dobbiamo dire. È vero mai il Comitato centrale si è occupato dei commissari . Si tratta di ottenere la riparazione. Come si può fare la liquidazione della struttura fascista, se non con uomini al di fuori del fascismo. Se possiamo distinguere la responsabilità politica da quella tecnica – tanto noi che i Comm[issa]ri – aggiungo che i Comm[issa]ri non potranno rimanere al loro posto, se il governo non farà quello che noi chiediamo.
|
cf9244ed-46f3-4e48-a171-e8088465a6ba.txt
| 1,943
| 3
|
1941-1945
|
Chi, dopo così disastrosa vicenda e così tragico crollo, darà la sua opera alla ricostruzione dello Stato italiano avrà la sensazione precisa, avvalorata dalla storica esperienza, che compito sopra ogni altro inderogabile è quello di ricostituirlo in libertà. Fissi gli occhi a questa meta irremovibile, il ricostruttore non s’indugerà in discussioni ideologiche alla ricerca dello Stato ideale, né d’altro canto si lascerà turbare dai miti d’una palingenesi rivoluzionaria. Animato invece da sereno (e ottimistico) realismo, darà mano a quella forma migliore di governo che più s’adatti alle condizioni morali e sociali del popolo italiano nel nuovo periodo storico del dopoguerra continentale e mondiale. «Quando ordino un paio di scarpe, il mio calzolaio prende la misura sul mio piede, non su quello di Apollo», diceva Felice de Merode durante la Costituente belga, e citiamo questo aristocratico cattolico a profitto di qualche ideologo in buona fede che, impressionato dalle degenerazioni parlamentaristiche o dagli abusi della democrazia, nutrisse ancora dei dubbi sulla necessità d’instaurare ordinamenti liberi e popolari. A questi pochi cattolici anzi e a quelli che fossero ancora suggestionati da una ventennale polemica contro i governi liberi, converrà ricordare tutta una secolare tradizione attivistica di cattolici, collaboratori e fautori di libere costituzioni. Così agirono i cattolici americani, partecipando alla lotta per la libertà e l’indipendenza degli Stati Uniti: «I membri della nostra confessione – scrive il Mac Carthy decano della facoltà storico-politica dell’Università cattolica d’America – furono tra i primi e più operosi collaboratori di Washington». Così fecero i cattolici belgi che essendo 140 su 200 membri dell’assemblea costituente, elaborarono e deliberarono lo statuto delle «libertà e dei diritti dei belgi». Così Augusto Reichensperger e Mons. Ketteler , in Francoforte, all’assemblea del ’48, e nel ’50 in quella di Berlino, cooperarono alla formazione degli articoli fondamentali su «i diritti dei tedeschi» e il Centro che per un cinquantennio s’era battuto contro Bismark e i suoi epigoni in favore delle guarentigie costituzionali, nell’assemblea di Weimar contribuì a dare nuove basi democratiche alla vita politico-sociale della Germania in un ordine costruttivo che pur dovette tener conto della diversità delle fedi e di torbidi conflitti sociali. Collo stesso spirito troviamo i cattolici all’opera in parecchi Stati minori, sorti dopo la prima guerra mondiale, come l’Austria, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia, l’Ungheria, fino alla creazione dello Statuto Irlandese, il quale proclama che «il potere legislativo esecutivo e giudiziario viene da Dio per mezzo del popolo, cui spetta di nominare i capi dello Stato e decidere in ultima istanza tutte le questioni di politica nazionale secondo le necessità del bene comune»: formula questa che fonde in sé i dettami della morale e le conclusioni della storia e abilita i credenti in Dio, più che ogni altro a gettare solide basi ai regimi di libertà. Siamo del resto nel solco millenario della Chiesa. «E non è un fatto consegnato alla storia che tutte le istituzioni più efficaci a procacciare la pubblica incolumità, le più atte ad allontanare dai popoli il malgoverno e la tirannia, ad impedire la indebita ingerenza dello Stato nell’azione propria del municipio e delle famiglie; le disposizioni meglio valevoli a garantire nei singoli cittadini la dignità, la personalità umana e l’eguaglianza dei diritti, o ebbero origine dalla Chiesa o furono da lei benedette e protette?» (Leone XIII nell’enciclica Immortale Dei ). Nella stessa Rivoluzione Francese è giusto distinguere la fase costruttiva dell’ordine nuovo inaugurata nel 1789 da quella violenta e sanguinaria iniziata nel 1792. Già il Cahier del clero di Lione del luglio 1789 dichiara: «Ogni privilegio e esenzione sarà dichiarato contrario alla buona costituzione. Nessun corpo di stato né provincia né città né corporazione saranno ammessi ad opporre un privilegio particolare per sottrarlo ad una legge degli stati generali»: affermavasi così il principio dell’eguaglianza civile e giuridica. E nella famosa notte del 4 agosto 1789 il clero entrò in gara con la nobiltà nella rinuncia ai privilegi e alle prerogative. Le libertà politiche fondamentali insomma e le basi del sistema rappresentativo sono conquistate già nell’89 col concorso dei cattolici: è la reazione dei violenti del 1798 che interrompe l’evoluzione della democrazia e ritarda di un quarto di secolo l’avvento di un regime costituzionale d’ordinata libertà. I cattolici italiani, a cui la Conciliazione della loro patria colla Santa Sede, ha ridonato la piena libertà di movimento che era propria dei cattolici d’altri paesi, sono, ora più che mai, destinati a riprendere la tradizione di libertà che li ricongiunge ai neo-guelfi – Manzoni , Rosmini , Troya , Capponi , Gioberti, Tosti , Tommaseo – e alle menti più illuminate del Risorgimento; e a proclamare con Cesare Balbo che i governi rappresentativi non sono un’invenzione nuova di nuove ideologie, ma un prodotto della civiltà progredita, uno svolgimento della natura umana, conformata dal Creatore … ad una progrediente libertà (C. Balbo, Monarchia rappresentativa ). Anche il pontefice romano che emanò nel 1848 la prima costituzione italiana, non si ispirò a modelli stranieri, ma si richiamò agli Statuti dei nostri liberi comuni e in questa scia nazionale si mossero poi i cattolico-sociali e i democratici cristiani, che invocarono costantemente le libertà dei comuni, delle regioni e delle professioni, e con lo stesso spirito Giuseppe Toniolo auspicò la democrazia organica, un sistema cioè in cui la partecipazione dei cittadini all’auto-governo fosse organizzata in modo da resistere contro i pericoli dell’accentramento statale e le fatali suggestioni della dittatura. Così quando nel 1919 la democrazia cristiana assunse la forma e la veste politica ch’ebbe il nome di «partito popolare», questo inalberò per sua divisa lo scudo crociato col fatidico motto Libertas, e per la libertà combatté fino all’estremo la sua battaglia, e fu travolto, perché non volle piegare la sua bandiera. Di questi uomini che nel 1919 avevano accolto il proclama dei liberi e forti, alcuni pagarono colla morte e coll’esilio, con la fine ignorata in terra straniera, col carcere e colla deportazione la difesa delle pubbliche libertà; molti, per rimaner fedeli al loro programma, rinunziarono non solo ai lucri della «congiuntura politica», ma anche ai più legittimi guadagni dell’impiego e della professione e moltissimi, per non entrare nel corteo dei trionfatori, vissero ai margini della vita civile in un volontario silenzio e talvolta in umiliante abbandono, paghi di salvare la dignità della vita e la fierezza delle proprie convinzioni e di dare ai più giovani un esempio che infatti non rimase fra i cattolici senza qualche coraggioso imitatore anche durante gli anni più recenti e costituirà una eredità morale per quanti, colle stesse idee, si presenteranno domani nella vita pubblica nazionale. E qui non intendiamo in verità di esagerare, attribuendo alla libertà politica un primato assoluto che non le appartiene. Ben sappiamo, che le libertà essenziali sono quelle congiunte ai diritti della persona umana, della famiglia, e del lavoro e di tali libertà abbiamo ascoltato con filiale devozione da auguste labbra una insuperata rivendicazione. È vero pure che solo la libertà morale dell’individuo, cioè la sua volontà di giustizia e il suo amore per gli uomini, il suo timore di Dio, possono darci la libertà sociale; che le leggi della politica derivano dalle leggi della coscienza morale ed infine che il settore delle attività umane sul quale possono lavorare e influire i costruttori di sistemi rappresentativi e amministrativi è assai limitato, in confronto di quello ben più esteso e ben più essenziale, che è affidato agli educatori delle coscienze, ai cultori del pensiero, ai maestri di morale e di religione. Presupposto inderogabile è quindi che lo Stato garantisca libertà e protezione a questi formatori dello spirito, dal quale esso stesso trae il succo vitale. Il Cristianesimo, ossia in Italia la Chiesa cattolica, conserva e alimenta il fermento di fratellanza evangelica, principio essenziale della civiltà ed è ormai consenso universale ch’esso solo ci potrà salvare dalla catastrofe, alla quale minacciano di condurci i miti delle dittature di razza, di classe o di partito. Ma lo stesso augusto Messaggio proclamava anche il diritto dell’uomo ad una sfera concreta giuridica, protetta da ogni arbitrio e violenza, e la storia delle nostre nazionali sciagure, sta là a dimostrare che per la conservazione delle libertà essenziali e per il controllo della vita amministrativa, la libertà politica è nella nostra epoca più che mai indispensabile. Ed anche qui siamo in piena e consapevole tradizione nazionale. Se infatti la libertà politica, secondo il Bryce non è che la partecipazione di tutti i cittadini al governo della comunità, eccovi un altro ben più antico Maestro e grandissimo italiano ad auspicare tale universale compartecipazione, quando vuole che «omnes aliquam partem habeant in principatu, per hoc enim conservatur pax populi et omnes talem ordinationem amant et custodiunt» (S. Tommaso). Instaurare la pace del popolo, abolire cioè i privilegi di partito e di classe, ridestare nei cittadini il senso della responsabilità e l’interessamento, ora morto per la pubblica cosa, ecco una prima meta della libertà politica. Eliminando quindi ogni discriminazione di partito, di classe e di razza ricostruiremo la democrazia italiana sulla base del suffragio universale, come espressione dei diritti generali del cittadino: sistema che ha incontrato obiezioni, ma al quale, dopo molteplici esperienze, si è finito sempre col ritornare, come ad uno strumento rappresentativo che più d’ogni altro soddisfa la tendenza popolare all’eguaglianza politica, pur senza impedire l’emulazione dei migliori. Il suffragio universale politico non esclude però, come vedremo, la parallela rappresentanza degli interessi che potrà attuarsi a mezzo delle organizzazioni sindacali e professionali, sarà chiamata ad avere prevalenza negli enti locali e nella Regione e sfocerà in una seconda Camera o in Consigli centrali di categoria. Consapevoli però dei tristi effetti della degenerazione parlamentare e dei pericoli che fanno correre alle libertà gli eccessi delle fazioni, i restauratori della sovranità popolare dovranno elaborare dei provvedimenti che assicurino bensì il primato al Parlamento, il quale solo disporrà della guerra e della pace, ma anche garantiscano la stabilità del Governo, la forza dell’Esecutivo e l’indipendenza del Giudiziario. Gioverà inoltre introdurre nell’elettorato passivo garanzie di competenza e criteri selettivi e riservare alle discussioni pubbliche del Parlamento solo gli elementi fondamentali delle leggi deferendo i particolari alle commissioni e alla regolamentazione regionale. Contro gli attentati alla libertà provenienti dall’alto o dal basso venne proposta, fino dal periodo aventiniano, la creazione di una Corte Suprema di garanzia, la quale tuteli lo spirito e la lettera della Costituzione contro le minacce del potere o contro la minaccia insurrezionale di partiti che abbiano in programma il ricorso alla forza. Migliore garanzia organica per la difesa della libertà e per il controllo delle pubbliche organizzazioni sarà però la costituzione della Regione, decentrandovi poteri e funzioni, in modo che i suoi rappresentanti elettivi dividano coi funzionari dello Stato la responsabilità e la cura dei pubblici interessi: la Regione, invocata dai migliori uomini del Risorgimento, postulato di tradizioni diverse, progressiste e conservatrici, reclamata invano nei torbidi anni del primo dopoguerra dai partiti democratici e popolari dovrà divenire ora la realtà del domani, e per riuscire in quest’opera innovatrice nessuna fatica ricostruttiva sarà più meritoria. Il nostro ardente appello perché tale rinnovamento costituzionale si prepari nelle menti e nelle volontà, prima ancora che sia possibile attuarlo negl’istituti, si rivolge specialmente ai competenti, agli studiosi, agli intellettuali in genere, alla gioventù colta, pensosa del nostro avvenire: il popolo italiano riprenderà coscienza del valore della libertà, quando debba constatare che, per mancanza del suo controllo, la corruzione si è annidata, come gramigna esiziale, in tutti i settori delle attività pubbliche , ogni progresso sociale, ogni prosperità materiale venne infine pregiudicata e distrutta dalla guerra decisa senza il suo consenso . La giustizia sociale La libertà politica è legata alla libertà economica e la democrazia senza la giustizia sociale sarebbe una chimera o una truffa. Accanto a quella che fu detta la democrazia formale bisogna costruire la democrazia sostanziale, riformare cioè la struttura sociale. E qui s’impone una prima avvertenza: stiamo in guardia contro un certo fatalismo determinista che s’insinua anche in chi non accetta esplicitamente la dialettica marxista, nel dare cioè al fatto compiuto economico e organizzativo l’apparenza di una necessità storica. Se la politica economica ha agito e agisce, per fini sociali che si ritengono superiori, anche contro le cosidette leggi economiche – pensiamo alla economia di guerra o anche semplicemente a certe bonifiche – se domani l’autarchia potrà venir rovesciata da una economia di rapporti economici mondiali multilaterali, nulla vieta in principio che anche all’interno certe concentrazioni industriali create dalla congiuntura o dall’avidità o dalla passione dell’imperialismo economico vengano decomposte o ridotte. «Lo scopo sacro e obbligatorio della vita sociale resta sempre lo sviluppo dei valori personali dell’uomo (Pio XII . Natal. 1942). Esso esige per ciascun uomo normalmente il diritto all’uso dei beni della terra, il diritto di lavorare per mantenere una famiglia e impone alla società l’obbligo fondamentale di accordare una proprietà privata, possibilmente a tutti» (ibidem). Se è vero che oggidì ci dobbiamo considerare vittime di un volontarismo irrazionale che ha condotto all’impero della forza e dell’arbitrio, non bisogna d’altro canto che rispunti tra i cattolici la tendenza manifestata da alcuni sull’inizio dell’altro dopo-guerra, di ritenere fatali le soluzioni estreme e unico compito dei cattolici quello di moderarle. Veder chiaro una propria meta fondata sulla propria concezione della vita sociale e aver ferma la volontà di raggiungerla, questo importa soprattutto; e poi studiare, elaborare i provvedimenti sociali concreti e i modi possibili di attuarli, nelle condizioni di fatto lasciateci all’interno dalla guerra, e condizionati all’esterno dall’economia mondiale di cui faremo parte. Né può essere nostra l’illusione di un totalitarismo materialista che cerca la giustizia sociale soltanto ed essenzialmente in nuovi provvedimenti legislativi di più equa distribuzione della ricchezza. Le forze elettriche si possono trasportare e distribuire ovunque, ma le forze umane sono libere nel cuore dell’uomo. È la coscienza morale che alla fine decide anche dei rapporti sociali e della buona o cattiva amministrazione e oggi alla fine di un periodo che porta seco tanta corruzione, sentiamo, che nessuna riforma, nessuna legge ci salverà, nessuna giustizia sociale sarà possibile, se tutti e specie le classi dirigenti, cioè gli amministratori dei beni e gli esecutori delle leggi, non diventeranno personalmente più giusti. Qual riforma vorreste tentare con una generazione che ricorda quella biblica: «Generatio quae prodentibus gladios habet ut comedat inopes de terra et pauperes ex hominibus»? (Prov. XXX, 14). Le energie che rinnoveranno la terra dovranno venire dal di dentro, cioè dallo spirito dice Pio XII nella Summi Pontificatus . Oggi tutti sentono che il senso di giustizia personale, evangelico «tratta il prossimo come te stesso», è il principio vitale dell’Italia e del mondo e la premessa indispensabile di quel solidarismo sociale, che deve ispirare popoli e governi e che noi opponiamo ai miti di razza, di classe, o di partito del totalitarismo statale. Solo a queste condizioni di fraternità «vos in libertatem votati estis» dice S. Paolo (Galat. V, 13). Già da questo senso di libertà morale e per questa essenziale preoccupazione dello spirito, noi non potremmo affidarci alla corrente del marxismo anche se il sistema comunista ci portasse economicamente al massimo della produzione e alla più equa distribuzione dei beni, perché sappiamo, ormai anche per esperienza, che per reggere una società che non supponga né alimenti il senso di responsabilità verso l’autorità divina, l’autorità umana deve ricorrere ad un massimo di coercizione e repressione, fino alla più spietata tirannia. Tanto maggiore dovrà risultare la soppressione di ogni libertà individuale nel campo così complesso della vita economica. Se in tempo di guerra mal si sopporta il peso delle prescrizioni annonarie e, in tempo normale, l’attuale sistema corporativo viene sentito da molti come una bardatura soffocante, che dire di una economia di guerra perpetua e di una economia normale basata sul lavoro forzato? Noi attendiamo spassionatamente l’ultima parola sull’esperimento russo, coll’animo aperto ad ogni riconoscimento e pronti a tener calcolo di ogni evoluzione; ma le nostre obiezioni al sistema in nome dello spirito e della libertà rimangono inalterate. La comunione dei beni è un ideale celeste che quaggiù non fu raggiungibile se non in eccezionalissime condizioni di altezza morale e di povertà volontaria, «quando la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un anima sola; né alcuno c’era che considerasse come suo quel che possedeva, ma avevan tutto in comune» (Atti, 4). Salve tali premesse di principio che fanno parte integrale della nostra concezione sociale, è forza però ammettere che il progresso sociale consiste in una comunicazione sempre maggiore dell’uso dei beni a vantaggio di tutti; e che il concentramento invece della ricchezza in poche mani abbassa il quoziente minimo dei beni di ciascuno e dà modo ai potenti di asservire i deboli e di impadronirsi dei gangli della vita politica e sociale. La politica economica deve quindi proporsi da una parte la redenzione del proletariato, rendendolo compartecipe dell’azienda, cioè delle fonti della proprietà o comunque proprietario, e dall’altra una redistribuzione della ricchezza la quale significhi una riparazione di giustizia sociale e assicuri la riconquistata libertà. Il problema è complesso e non comporta formule semplicistiche o demagogiche, riprese dal periodo prefascista, ma va risolto partendo dalla considerazione oggettiva della realtà economica nella quale viviamo. Avvertiamo anzitutto che il nostro dopo-guerra si distingue nettamente da quello del 1919 per il fatto che lo Stato fascista, dal 1926 in qua (discorso di Pesaro ) è intervenuto in larghissima misura nell’economia italiana. Basti ricordare la rivalutazione a quota novanta, il protezionismo agricolo e industriale, i salvataggi bancari e industriali, la gestione diretta di grandi aziende, l’autarchia e la preparazione alla guerra . Il controllo dello Stato si esercita direttamente, a mezzo di Aziende autonome che dipendono però dal Ministero delle finanze, quali l’ACAI (per la produzione del carbone della Sardegna e dell’Istria) l’ALI. (per le miniere di lignite), l’AMMI (produzione e commercio metalli non ferrosi: rame, stagno, zinco ecc.), l’AGIP (per la produzione e distribuzione degli olii minerali tra cui i petroli d’Albania) e parecchie altre di importanza minore. A questo settore appartengono naturalmente anche le vecchie imprese nazionalizzate, come quelle delle ferrovie e di altri servizi pubblici, e monopoli. Controllo indiretto esercita invece lo Stato su numerose altre società per azioni, dipendenti dall’ente parastatale Istituto per la Ricostruzione Industriale, che ha la struttura di una hollding (IRI ). Il capitale controllato da questo istituto s’aggira sui 20 miliardi, su un totale azionario di società italiane di 44 miliardi. Salvo spostamenti non decisivi, avvenuti negli anni più recenti, l’IRI nel 1936 era interessato, in qualche modo, in un gruppo di società che rappresentava il 64% delle aziende aventi un capitale superiore ai 10 milioni e deteneva pacchetti rappresentanti il 29% delle aziende con capitale superiore ai 10 milioni. Oltre alle tre banche principali, le società da esso controllate, appartengono all’industria siderurgica, alla navigazione e ai cantieri navali, alla produzione della cellulosa e gomma sintetica, ad una parte della rete telefonica e all’industria idroelettrica . Questa constatazione autorizza già una prima conclusione che è la seguente: lo Stato italiano, come è oggi costituito, tiene già in mano le leve della vita industriale, anche a prescindere dalle temporanee restrizioni, causate dalla guerra. Se alle imprese gestite direttamente dallo Stato si aggiungono quelle controllate dall’IRI e si considera che anche le industrie private subiscono indirettamente le direttive loro imposte dalla politica economica (dazi, commesse, tariffe) o possono venir influenzate dalla politica del reddito, sia a mezzo dell’ispettorato del credito, sia a mezzo delle banche principali che alla loro volta fanno patrimonialmente capo allo Stato, dobbiamo concludere che per dominare e regolare la vita economica, il popolo italiano nel dopoguerra non ha bisogno di ricorrere a improvvisazioni rivoluzionarie. Basterà invece che alla testa dello Stato stiano volontà energiche, costanti e incorruttibili che si propongano di provvedere alle necessarie riforme: settore per settore, appena fatto l’inventario delle imprese che dalla nuova situazione interna ed estera risulteranno vitali . Procedendo poi nell’esame della situazione di fatto (in base a statistiche del 1936 e 1938) troviamo che a professioni e lavorazioni attinenti all’industria dedica in Italia la sua attività circa un terzo della sua popolazione attiva e un sesto della popolazione totale. Facendo il confronto con altri paesi la percentuale della popolazione addetta all’industria e trasporti sul totale della popolazione attiva è del 33,4%, mentre in Inghilterra è del 55, Belgio 54,6, Svizzera 46,3, Olanda 45,2, Germania 44,3, Stati Uniti 40,8, Francia 40,1, Norvegia 55,6, Canadà 34,9, Cile 33,7, ecc. Nel 1938 il numero delle imprese industriali italiane ammontava a 150.278 con 3.596.840 dipendenti, di cui 252.099 dirigenti e impiegati e 3.344.741 operai (2.454.092 maschi e 890.649 femmine). A questi si aggiungevano 758.382 imprese artigiane, di cui 142.249 disponeva di personale dipendente per un complesso di 229.702 unità. Delle 150.000 aziende industriali ben 107.126, pari quasi ai tre quarti del totale, fanno meno di 11 addetti e 31.000 da 11 a 50 addetti. 138.205 aziende hanno fino a 50 addetti, costituiscono oltre nove decimi del totale e impiegano circa un terzo del totale delle persone occupate nell’industria; è questa quella che si può definire la piccola industria. Come appartenenti alla media industria si considerano le imprese fino a 250 dipendenti: sono 9.920 che danno lavoro a 1.024.402 persone. Piccola e media industria rappresentano pertanto il 98,6% del totale delle aziende industriali italiane, che danno lavoro al 57,5% del totale delle persone occupate nell’industria. La grande industria è costituita da 2.153 aziende con 1.532.675 dipendenti, e di tali aziende soltanto 345 hanno più di 1.000 dipendenti e la massa lavoratrice in esse occupata rappresenta il 19,9% dei lavoratori occupati nell’industria nazionale. Anche la statistica riguardante l’entità del capitale delle anonime industriali arriva alle stesse conclusioni: su 10.753 società per azioni esercitanti l’industria e i trasporti, ben 8.588, ossia l’80% del totale hanno un capitale non superiore al milione di lire e soltanto 55 hanno un capitale superiore ai 100 milioni e solo 9 un capitale superiore ai 500 milioni di lire. Anche concedendo che la guerra abbia gonfiato le cifre, è lecito in ogni caso concludere che l’Italia non si trova affatto in quelle condizioni di industrialismo concentrato e meccanizzato, che si sogliono chiamare precollettiviste, condizioni che, associate al ritmo della tecnica, dovrebbero condurre fatalmente alla socializzazione totale. La situazione di fatto ci mostra anzi che l’artigianato e la piccola e media industria dominano ancora la nostra struttura sociale: prevale cioè quella struttura della quale la libera iniziativa, il libero mercato, la divisione del lavoro e la concorrenza costituiscono gli elementi propulsori e necessari. Diciamo prevale, ma per essere più esatti, dovremmo dire che esistono le condizioni, nelle quali tale struttura dovrebbe prevalere, purché la politica economica la favorisca e la difenda. Ecco quindi i fini dell’interventismo statale: combattere la concentrazione in poche mani dei mezzi di produzione e della ricchezza, quindi l’asservimento degli interessi dei consumatori al dominio del capitale privato, senza incorrere in una eccessiva pressione dello Stato («la quale può avere conseguenze ancora più gravi», Pio XII, Mes. Natal.) e nello stesso tempo combattere la proletarizzazione, redimere cioè il proletariato, meta suprema già segnalata dalla Q.A. . Queste finalità che s’ispirano al personalismo e solidarismo cristiano, convergono mirabilmente con le ultime conclusioni della scienza economica, la quale, ammaestrata dagli errori dell’epoca feudale-capitalista, proclama ora che bisogna tendere «ad uno Stato sociale in cui il massimo numero possibile di uomini conduca una vita fondata sulla proprietà e su una sfera autonoma di lavoro» (Röpke ). Tale costituzione economica di uomini liberi non si crea però col cieco automatismo delle forze in libera gara, come aveva sperato il liberalismo classico, ma si forma sotto il vigile controllo dello Stato che deve intervenire a disciplinare le forze libere e preservarle dagli uomini di preda. Ed ecco la necessità di favorire e creare nuove forme d’industria non proletaria, trasformando piccole industrie in cooperative di produzione, promuovendo la cointeressenza dei lavoratori, introducendo varie forme di azionariato operaio. Opera altamente lodevole fanno quelle persone competenti, tra i quali alcuni industriali illuminati, che studiano i mezzi per attuare l’azionariato operaio, senza compromettere la necessaria unità di comando, e d’altro canto senza far incorrere troppi rischi al lavoratore, sia riservandogli azioni preferenziali o facendolo partecipare invece che alle azioni della sola propria azienda ad una holding che funga da camera di compensazione fra le varie industrie. Il decentramento della grande industria, che si è iniziato anche in Italia sotto la minaccia dei bombardamenti deve rendere possibile su larga scala quelle provvidenze che facendo l’operaio padrone di una casetta e di un piccolo terreno coltivabile, gli tolgono lo spaventoso carattere del proletariato accasermato e schiavo dell’officina, come erano schiavi i suoi padri della gleba; e nella ricostruzione del dopoguerra tale criterio di deproletarizzazione deve essere uno dei capisaldi nella nuova economia sociale. Ma un’azione positiva per favorire l’artigianato e la piccola e media industria, appunto per le loro maggiori possibilità personaliste e per il loro umanesimo economico non saranno sufficienti. Bisognerà battere in breccia le concentrazioni industriali-finanziarie, che sono creazioni artificiose dell’imperialismo economico, decomponendole nei loro elementi originali e congrui alla loro funzione e modificare le leggi sulle anonime e sui cartelli, che permisero l’accentramento in poche mani delle industrie e delle ricchezze. Non si esclude nemmeno che lo Stato, quando non bastino le misure ordinarie di politica economica, intervenga direttamente a creare con imprese proprie una benefica concorrenza contro posizioni monopoliste, conquistate e conservate a costo della libertà economica, dei consumatori e della libertà politica. Infine il problema dei monopoli va affrontato energicamente. Lo Stato dovrà impegnarsi in una politica economica che tenda a demolire tutti i monopoli che non siano per forza di cose o per ragioni tecniche inevitabili, badando bene che la cosiddetta fatalità tecnologica venga sottoposta ad un vaglio rigoroso e spregiudicato. In quanto ai monopoli inevitabili (trasporti, luce, gas, acqua e anche produzione di materie prime) lo Stato li dichiarerà di pubblica utilità e quindi o li terrà sotto diretto controllo ovvero, se più giova, li trasformerà – salvi i diritti di ognuno – in Aziende sociali autonome facendovi partecipare rappresentanti degli operai, dei consumatori e degli Enti locali. È questa senza dubbio una misura di socializzazione, ma non da riguardarsi come una concessione rateale, al sistema collettivista, bensì come un provvedimento di profilassi sociale per impedire l’abusivo sfruttamento della libertà e il costituirsi di baronie industriali, insopportabili per un popolo libero. In tali riforme parte notevolissima sono chiamati ad esercitare i tecnici, gli esperti, i dirigenti effettivi delle maggiori industrie che potranno contribuire in misura notevole a salvare il nostro paese dai pericoli della plutocrazia, senza farci naufragare contro gli scogli della burocrazia statale. È qui il luogo di ricordare che nessuna riforma sociale riuscirà, se non sarà accompagnata dalla formazione di una categoria di tecnici di alta moralità e di specifica competenza, che siano in grado alla loro volta di educare a maturità i migliori fra gli operai. E parliamo ora dell’agricoltura. Anche nella questione agraria i criteri di giustizia sociale devono prevalere sulle considerazioni economiche. Ciò significa che si deve bensì tener conto di ogni aspetto economico, quali la vendibilità della conduzione, la qualità della produzione in dipendenza del fabbisogno interno o della richiesta sui mercati esteri, ma che tali pur legittimi riguardi debbono cedere la priorità a ciò che concerne l’uomo cioè l’agricoltore. Se, ad esempio, risultasse che l’organizzazione a podere con carattere familiare, in causa della sua tradizionale molteplicità delle colture, non fosse il sistema più favorevole ad una esportazione di qualità sui mercati mondiali, noi dovremmo bensì tener conto di tale conseguenza economica per ovviarvi coi provvedimenti organizzativi e contemperativi più opportuni, ma non in misura da mettere in pericolo quello che è sommo postulato di giustizia sociale e interesse nazionale, il costituirsi cioè di una forte classe di contadini indipendenti e proprietari o almeno compartecipanti alla proprietà. Qual è in riguardo la situazione di fatto? Secondo i risultati del censimento generale del 1936 e quello particolare dell’agricoltura del 1930, le famiglie residenti nel regno con a capo un addetto all’agricoltura sono circa 19 milioni di persone ossia il 45% dei componenti di tutte le famiglie (42.200.000 abitanti secondo il censimento del 1936). Di tale popolazione agricola il numero delle persone effettivamente addette all’agricoltura di dieci anni e più è risultata di circa 8.700.000 persone, così distribuite: circa milioni 4 e mezzo conduttori su terreni propri o altrui (cioè proprietari usufruttuari, enfiteuti, affittuari e conduttori a più titoli); circa 1 milione e 800 mila coloni parziali e mezzadri; circa 2.300.000 lavoratori (dei quali circa 1.800.000 a giornata, circa 400.000 a contratto annuo, circa 125 mila compartecipanti; figure miste di conduttori circa 150.000). Dunque su circa 8.700.000 agricoltori solo circa la metà sono conduttori (converrebbe anzi dire meno della metà perché un altro dato statistico ci dice che di tali conduttori circa 250.000 sono conduttori capitalisti, cioè non sono coltivatori) e di quest’altra metà la maggioranza è costituita da 2.300.000 braccianti, che sono i veri proletari della terra. Questa cifra, ancora così alta, nonostante che si sia constatato in Italia un vero movimento ascensionale verso la piccola proprietà (di oltre 1 milione di ettari si è accresciuta la piccola proprietà nel primo decennio del dopoguerra), fa impressione. Resta dunque molto cammino da percorrere per giungere al «tutti proprietari» del Sommo Pontefice, sia pure anche solo prendendo in un primomomento in considerazione soltanto la classe più diseredata, non legata alla terrada alcuna forma di cointeressenza. Altre cifre del censimento agrario del 1930 servono a precisare i termini del problema. Si sono allora censite 4.200.000 aziende agricole per una superficie complessiva di 26.250.000. Di tali aziende sono risultate in proprietà, cioè su terreno proprio, 2.500.000 per una superficie di ettari 15 milioni, in affitto aziende 550.000 per una superficie di ettari 3.300.000; a mezzadria aziende 530.000 per ettari 4.200.0000; in forme miste di conduzione aziende 600.000 per una superficie di ettari 3.700.000. La maggioranza delle aziende appartiene alla piccola e media proprietà ma vi sono anche 1.600 aziende di oltre 1.000 ettari ciascuna, 2.000 aziende fra 500 e 1.000 ettari, 6.300 fra 200 e 500 ettari e 11.300 aziende fra 100 e 200 ettari; osservando però che la statistica non ci spiega se si tratta di terreni a coltura intensiva, estensiva, pascoliva o boschiva. Ciò posto e pur avendo in animo tutte le difficoltà che si oppongono ad una riforma terriera la quale deve tener conto dei diritti di proprietà che vanno compensati, delle difficoltà tecniche di conduzione che vanno affrontate, della preparazione non ovunque sufficiente dei proletari, conviene ammettere che uno sforzo risolutivo dovrà essere intrapreso negli anni prossimi per elevare nella categoria dei proprietari almeno una quota notevole di braccianti ovvero di mezzadri, sostituibili con altrettanti braccianti. Cominciamo pure col destinare alla formazione della piccola proprietà terre nelle quali oggi si attua la bonifica dovrà attuarsi collo stesso scopo; col metter l’occhio sulle terre acquistate nell’immediato ante guerra o durante la guerra a puro fine speculativo; col prendere in considerazione le terre in proprietà di enti, come le università agrarie e terreni demaniali; ma infine per condurre innanzi la riforma in misura adeguata dovremo chiedere alla proprietà più estesa ed elevata dei privati un contributo di terra la cui misura sarà da fissarsi in base ai criteri regionali e tenuto conto delle culture, della produttività e dei costi. È qui che deve soccorrerci la regolamentazione regionale sulla base di una legge generale ed è appunto questo criterio pratico di adattamento alle varietà delle condizioni e alla gradualità del metodo che aveva ispirato il vecchio progetto delle Camere regionali d’agricoltura. Scopo primo della riforma è e rimane l’aumento della piccola proprietà. Ciò non deve escludere che particolari condizioni tecniche non superabili con provvedimenti di carattere consortile impongano in taluni casi la gestione associativa da parte di lavoratori, ad esempio sotto forma di cooperative, delle quali il 21 aprile 1938 risultavano esistenti in Italia 221 con circa 40.000 membri associati per condurre complessivamente una superficie di 68.000 ettari. Molto meno si può pensare alla eliminazione delle forme di conduzione diverse dalla piccola proprietà privata, specie della mezzadria e della colonia parziaria e di altre forme associative che prevedano la compartecipazione al prodotto. Sono queste forme convalidate dai secoli che implicano la cointeressenza e, ai pratici effetti la comproprietà ossia l’associazione di capitale e lavoro; sarà anzi da chiedersi se lo stesso passaggio dal grande proprietario ai piccoli non possa avvenire per mezzo dell’antica forma dell’enfiteusi, applicata ai nuovi bisogni e ai nuovi scopi. Giunti a questo punto, ci par di sentire la voce delusa di giovani amici i quali avrebbero desiderate in questa introduzione formule più decise e risolute, un’architettura ricostruttiva più monumentale, una più suggestiva visione dell’avvenire. Li preghiamo di considerare che codesto è un momento tristissimo e i problemi urgenti di salute pubblica e di emergenza sono tali da reclamare in un primo momento tutte le forze e da assorbire tutte le energie. Il paese è dissanguato e rovinato dalla guerra. La vita produttiva è esausta; bisogna importare le materie prime, rifare le scorte, ricostruire il più indispensabile, cioè le abitazioni e le fabbriche, rinnovare la navigazione e le ferrovie, i mezzi di trasporto. Bisogna soddisfare le legittime rivendicazioni dei reduci che, pur in una guerra sfortunata (non voluta dal popolo) hanno diritto alla riconoscenza del paese. E su tutto incombe il problema monetario e finanziario. È quindi necessario convergere tutte le volontà e ridare iniziativa e speranza a tutte le forze, diffondere non l’inquietudine, ma il senso di sicurezza. Questo corpo sociale-economico è stato dilacerato e schiacciato da intervenzioni e pressioni violente dell’autorità pubblica e ora agogna pace e libertà di lavoro. In ogni innovazione anche ideale e utilissima bisogna procedere con cautela e per gradi. Tale gradualità s’impone anche perché la generazione passata ha molto innovato e molto costruito e tra il vecchio e il nuovo bisogna ristabilire un equilibrio, nel quale quanto era buono in sé venga coordinato e subordinato a diverso clima politico. È perché tale lavoro si presenta di lunga durata ed esige nell’esecuzione la gradualità e la discriminazione che bisogna creare un organismo permanente di carattere economico-sociale: uno strumento di propulsione e direzione dell’economia che, pur sotto la vigilanza suprema dello Stato, sia costituito da forze autonome, basato sull’equilibrio degli interessi e sulla competenza tecnica, al di fuori delle dirette ingerenze dei partiti politici. Pensiamo qui al vecchio postulato della nostra scuola, alla rappresentanza verticale delle professioni in contrasto col sezionamento orizzontale delle classi, a quella democrazia economica, auspicata da tempo come integrazione correttiva del suffragio universale politico. In tale organismo, insufflato da un nuovo spirito, dovrebbe venir trasformato il corporativismo fascista. Chiariamo prima alcune premesse fondamentali. Il contratto collettivo e la composizione legale di ogni conflitto, sia per la sentenza del Magistrato, sia per arbitrato obbligatorio sono guardati ormai come elementi indispensabili di progresso e pace sociale. È anche naturale che uno Stato democratico riconosca in pieno la libertà di associazione e riunione degli operai e quindi la libertà sindacale. Tuttavia alcune funzioni essenziali e di diritto pubblico saranno riservate a rappresentanze professionali, elette dagli appartenenti alle diverse categorie, iscritti d’ufficio nei ruoli comunali delle professioni. Tali rappresentanti eletti, secondo adatti raggruppamenti di interessi, costituiranno dei Consigli e delle Giunte, preferibilmente regionali, i quali organi funzionando in sezioni per categoria eserciteranno il potere disciplinare sull’attività professionale e concluderanno e invigileranno i patti di lavoro, e, corporativamente, coordineranno le varie forme di attività economica e professionale emanando regolamenti, sulla base delle leggi generali, provvederanno alle scuole professionali, all’emigrazione interna e alla «piena occupazione» e alle assicurazioni sociali. A proposito di queste ultime, è notevole che molto tempo prima che si parlasse di un piano Beveridge un gruppo di nostri amici di Milano abbia elaborato una riforma semplificatrice di tutto questo ingombrante servizio appoggiandolo appunto alle categorie sindacali o professionali. Da queste camere regionali potranno venire designati poi dei rappresentanti per il Senato e per i Consigli tecnici consultivi presso i Ministeri, ove convenga. La rappresentanza degli ordini professionali dovrà contare molto sulla collaborazione intelligente e disinteressata dei tecnici, degli impiegati amministrativi addetti alle aziende, dei professionisti liberi e degli insegnanti che esercitano una funzione nella vita produttiva e professionale: essi saranno iscritti in un ruolo speciale di ogni categoria, avranno una rappresentanza adeguata in tutti i Consigli e saranno i naturali mediatori fra i prestatori d’opera e i datori di lavoro. Come poi i consumatori possano venir rappresentati nei Consigli economici a mezzo dei Comuni e delle nostre cooperative di consumo, le quali dovranno riprendere nuova vita, è discorso che qui si vuole appena accennare. Vero è che il funzionamento della democrazia economica esige disinteresse, come quello della democrazia politica suppone la virtù del carattere. L’opera di rinnovamento fallirà, se in tutte le categorie, in tutti i centri non sorgeranno degli uomini disinteressati, pronti a faticare ed a sacrificarsi per il bene comune e la democrazia politica sarà una vana parola se gli uomini che se ne fanno sostenitori non si sentiranno legati dalle ferree leggi della solidarietà che derivano dalla morale e dall’onore.
|
7122ed67-e95b-422a-b5e7-019ffaffb403.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
L’ossatura di questo proclama si trovava già nel nostro primo documento, che venne compilato ancora durante il regime fascista in feconde discussioni, con la valida cooperazione di alcuni amici di provata competenza tecnica e che, immediatamente dopo il colpo di Stato, venne edito sotto il titolo Idee ricostruttive della Democrazia Cristiana. Della introduzione, invece, di questo secondo documento, della nuova formulazione e dei capitoli aggiunti è responsabile Demofilo, al quale non fu sempre possibile di consultare tutti i precedenti collaboratori. Il presente testo venne scritto alla fine di ottobre, pubblicato la prima volta su «II Popolo» del 2 novembre 1943 ed esce ora, gennaio 1944, con lievi aggiunte e modificazioni . Mentre la guerra ci stringe sempre più da vicino e la cura di sostentare la vita si fa più affannosa e cresce nelle nostre famiglie l’angoscia per le centinaia di migliaia di fratelli che sono prigionieri, dispersi o sbandati e su ogni lutto e su ogni rimpianto deve imporsi il fermo proposito di condurre a rapido e vittorioso termine questa nostra riscossa nazionale, non vorremmo dirvi una parola che avesse sapore elettoralistico e paresse derivata da gretto spirito di parte. Vorremmo invece che fosse una parola sincera di fede e di speranza nei nostri destini, una parola di fraternità che ci faccia solidali nella triste e nella buona ventura, una parola che ridesti e guidi tutte le energie della nostra volontà rinnovatrice. Chi siamo – Siamo giovani e anziani, che si sono dati la mano per costruire un ponte fra due generazioni, tra le quali il fascismo aveva tentato di scavare un abisso; la generazione che visse e combattè l’altra guerra e che, dopo la guerra, fece l’esperienza delle torbide lotte sociali; la generazione che tentò invano di sbarrare la via al fascismo totalitario, battendosi nelle file del Partito popolare italiano per la libertà contro la dittatura; e intuì il disastro, senza riuscire, per la disparità delle armi, a scongiurarlo. L’altra generazione è quella dei giovani che attraversarono il ventennio fascista senza contaminarsi, serbandosi nel cuore ribelli al regime oppressore, stringendosi sui margini della torbida fiumana per non lasciarsi trascinare dalla corruzione e preparandosi in opere di cultura e di fraternità sociale ai giorni della immancabile ripresa. La tradizione – Queste due generazioni, la più giovane e la più anziana, sentono sempre viva ed operante in loro la tradizione di quel movimento di idee e di fatti, sorto alla fine del sec. XIX, che in Italia si chiamò prevalentemente democratico-cristiano (mentre altrove, specie nei paesi austriaci, si disse cristiano-sociale). È questa una tradizione che ad ogni svolta della storia si rinnova e si aggiorna, che tiene conto dell’esperienza sociale e cammina con essa, un’idea che si veste della realtà dinamica per dominarla, un fermento che attingendo alla perennità delle sue fonti, dà vita a nuove forme sociali, diventa il lievito di una nuova economia e germina profondi rivolgimenti politici. Centro di attrazione – La salvezza della patria esige che su questa base le due generazioni fondino i loro sforzi ricostruttivi e la loro unione diventi il centro che attragga il massimo numero di energie valide e sane, provenienti anche da altre correnti; e siano pur uomini che, nelle presenti angustie, abbiano sentita per la prima volta la vocazione sociale. Dalla tendenza realistica di adeguare i propri sforzi alle esigenze dei tempi e alle necessità del popolo italiano, nascerà quel programma concreto di riforme che dovranno attuarsi nello Stato di domani. Ma già ora, perché la solidarietà di chi ci segue sia efficace e resista alle dure prove dell’avvenire, essa deve poggiare su alcuni punti fondamentali che s’ispirano ai nostri principi o sono conclusioni di un’esperienza sociale, economica e politica, ormai secolare. Essi, in termini generici, si possono formulare come segue. I. Primato della coscienza morale Le riforme politiche, sociali ed economiche, le garanzie costituzionali, i controlli amministrativi, le stesse sanzioni penali restano inefficaci se non è viva ed operante la coscienza morale. Il carabiniere, il finanziere, il revisore, il giudice non bastano a frenare e sopprimere la corruzione. Bisogna che controllori e controllati, custodi e custoditi, governo e governati si sentano responsabili innanzi al supremo Creatore e Moderatore di tutte le cose. I conflitti sociali non si possono comporre senza il senso di fraternità che è fermento della civiltà cristiana; i patti internazionali sono carta straccia, se non hanno la salvaguardia della coscienza morale. La libertà politica d’un popolo soccombe se non è accompagnata dai freni di una vita morale, perché il governo, se tali freni non agiscono sarà indotto, per attuare le sue riforme ad una costrizione eccessiva, e perfino ad una dittatura ferrea e sanguinaria. L’efficacia delle riforme statali è vincolata al miglioramento del costume. Per questo lo Stato democratico, il quale contro ogni intolleranza di razza e di religione, si fonda sul più riguardoso rispetto alla libertà delle coscienze, ha particolare interesse che le forze spirituali possano conservare e alimentare nel popolo la linfa vitale della civiltà cristiana, che la voce del romano Pontefice possa risuonare liberamente nel mondo e che la pace fra Stato e Chiesa, raggiunta e codificata nei Trattati del Laterano, costituisca una pietra basilare anche dell’Italia di domani. II. Ricostituzione dello Stato democratico È ormai convenuto che il problema istituzionale verrà deferito a una consultazione popolare, da indirsi dopo la guerra. Il popolo italiano attende che questo suo diritto di autodecisione sulla forma del regime non gli venga sottratto né pregiudicato con unilaterali interventi. Mentre la guerra dura, predomina su tutto la legge suprema dell’unità, né per parte nostra intendiamo anticipare discussioni che potrebbero incrinarla. Ma se non sulla forma, certo sulle essenziali caratteristiche del nuovo Stato democratico l’impegno dei democratici cristiani dovrà essere fin d’ora chiaro e preciso. L’essenza del regime democratico – La molteplice esperienza mondiale degli ultimi 150 anni ha portato alla conclusione che il metodo più adatto alle presenti condizioni della convivenza umana è il metodo della libertà; e il rispetto del metodo della libertà dovrà essere quindi il segno di riconoscimento e l’impegno d’onore di tutti gli uomini veramente liberi. Ne è anche risultato che il miglior sistema politico ci è dato da una democrazia rappresentativa fondata sull’uguaglianza dei diritti e dei doveri. Né partito unico, né cesarismo plebiscitario, né monarchia reazionaria, né repubblica dittatoriale, né oligarchia dei ricchi, né la dittatura dei proletari. Un unico esercito che dipende dal governo, e che non potrà essere mandato in guerra, senza il consenso del popolo. Una Camera eletta a suffragio universale, senza il consenso della quale nulla d’importante potrà essere deciso. Accanto alla Camera dei deputati si costituirà, in sostituzione del Senato, un’Assemblea rappresentativa degli interessi organizzati, prevalentemente eletta dalle rappresentanze del lavoro e della professione. Bisognerà cercare mezzi e modi per ottenere un governo forte e stabile e per salvaguardare la Costituzione da colpi di mano, che venissero dall’alto o dal basso (Corte Suprema di Giustizia). Lo spazio vitale del cittadino – Oltre la netta distinzione dei poteri, lo Stato democratico dovrà rispettare i diritti naturali dell’uomo e della famiglia e considerare le autonomie locali, sindacali, culturali ed economiche come lo spazio vitale del cittadino. Le Regioni –Per eliminare i pericoli dell’accentramento converrà costituire finalmente le Regioni quali enti autonomi, rappresentativi e amministrativi degli interessi professionali e locali e come mezzi normali di decentramento dell’attività statale. Il corpo rappresentativo della Regione si fonderà prevalentemente sull’organizzazione professionale. Dal libero sviluppo delle energie regionali e dalla collaborazione tra le rappresentanze elettive e gli organi statali risulterà rinsaldata la stessa unità nazionale. Nell’ambito dell’autonomia regionale troveranno adeguata soluzione i problemi specifici del Mezzogiorno e delle Isole. Organizzazione del lavoro e della professione – Importantissima sarà la ricostruzione delle organizzazioni sindacali. Pensiamo che essa potrà avvenire secondo le seguenti linee: i lavoratori, come tutte le altre categorie, godranno piena libertà di riunione e di associazione. Tuttavia, per regolare i contratti collettivi e i conflitti di lavoro (arbitrato) e per rappresentare gli interessi della categoria in confronto dello Stato e degli Enti pubblici, saranno creati organismi professionali di diritto pubblico, comprendenti, per iscrizione d’ufficio, tutti gli appartenenti alla categoria (lavoratori, tecnici, imprenditori), i quali eleggeranno col sistema proporzionale i loro organi direttivi. Le rappresentanze regionali, nominate prevalentemente da tali organismi, eleggeranno infine i membri della seconda Assemblea nazionale (Senato). In questo sistema ai tecnici, elemento di mediazione e di competenza, dovrà essere assicurata una influenza adeguata alla loro importanza e alla loro funzione. Così le forze del lavoro, riunite per gruppi d’interesse e professioni (agricoltura, industria, commercio, ecc.) a mezzo del suffragio economico integreranno il suffragio politico senza assorbirlo e diventeranno lo strumento propulsore della nuova economia. III. La nuova economia sociale La nuova economia si muove tra due poli: la libertà, diritto dell’uomo, e la giustizia sociale, missione dello Stato. Ovunque la naturale tendenza a costituire la proprietà coi frutti del proprio lavoro, la libera iniziativa e la concorrenza tra le singole imprese esercitino una funzione utile al bene comune, lo Stato si limiterà a tutelare, promuovere, integrare. È questa in Italia la vasta zona della piccola e media industria, del piccolo e medio commercio: è dunque il caso della maggioranza delle famiglie e delle aziende italiane. Qui lo Stato interviene a favorire e consolidare la piccola proprietà e la piccola azienda, con facilitazioni fiscali e giuridiche, col consentire consorzi e associazioni di capitali, col promuovere la cooperazione di consumo, di compravendita e di produzione, coll’organizzazione del piccolo credito; ma soprattutto col difendere questa zona libera contro le tendenze al monopolio della grande industria, ele ambizioni imperialistiche della plutocrazia capitalistica. Ed ecco il punto, ove libertà e giustizia sociale convergono allo stesso fine. Giustizia sociale e diritto al lavoro – Dall’universale riconoscimento del diritto al lavoro, che in un celebrato messaggio al mondo della più alta autorità spirituale ebbe la sua massima sanzione, deriva che compito primario della politica economica deve essere quello di garantire a tutti la possibilità del lavoro, cioè un’occupazione remunerata sulla base del minimo di sussistenza. Lavoro e occupazione per tutti deve essere la nostra parola d’ordine e la meta dello Stato, il quale, per raggiungere tale fine dovrà fare appello a tutte le forze sodali e a tutte le risorse economiche. Abolizione del proletariato – Il minimo di sussistenza va inteso molto largo, tale cioè non solo da far fronte ai bisogni quotidiani del lavoratore, ma di permettergli anche di crearsi una proprietà personale (casa, orto familiare, risparmi trasmissibili), sì che scompaia il tipo del proletario, dell’operaio cioè, del contadino o dell’impiegato che altro non possiede se non le braccia e la prole. I mezzi proposti degli esperti sono vari: alla base il giusto salario familiare, poi provvidenze per la casa e molteplice assistenza sociale contrattualmente garantita; più estesa adozione dei cottimi nei vari reparti e diretta partecipazione dei lavoratori e degli impiegati agli utili dell’impresa. Più oltre va la tendenza all’azionariato operaio, cioè, per dirla in termine volgare e approssimativo, alla mezzadria industriale: il quale sistema trova specie in alcuni amici dell’alta Italia, salariati e imprenditori, degli apostoli convinti, mentre altri sono meno certi della sua efficacia o per lo meno dubitano della possibilità di applicarlo su vasta scala. Quale che possa essere la migliore soluzione tecnica nei diversi rami di produzione e nelle varie circostanze di tempo e di luogo, la partecipazione dei lavoratori all’impresa rimane una meta degna dei nostri sforzi più costanti, poiché si tratta di elevare i salariati all’autonomia e alla responsabilità di comproprietari. Contro la plutocrazia – Ma la giustizia sodale vuole anche l’eliminazione delle eccessive concentrazioni della ricchezza, le quali costituiscono un feudalismo finanziario, industriale e agrario che ostacola la diffusione della piccola proprietà privata e insidia lo sviluppo di un popolo libero. Tale eliminazione, oltre che con leggi speciali sui sopraprofitti di guerra e sugli illeciti profitti di regime, dovrà raggiungersi: a) mediante una severa politica fiscale che gravi in forma progressiva specie sui redditi non reinvestiti produttivamente e sui capitali non applicati al fatto produttivo. In generale, unificate le imposte e semplificato il sistema di accertamento, il criterio della progressività, coll’esenzione delle quote minime costituirà il perno fondamentale del sistema tributario; b) mediante una lineare politica economica che investa l’agricoltura, l’industria, il credito, il commercio e miri a sprigionare dalle categorie lavoratrici e dai ceti medi il massimo numero possibile di energie autonome e ricostruttive. Riforme nell’industria – Le riforme essenziali riguardano l’industria e l’agricoltura. La politica economica: 1. promuoverà la massima diffusione della libera concorrenza in tutti i settori produttivi, nei quali per il carattere e la molteplicità delle imprese sia da presumere la tendenza dei prezzi a livellarsi sui costi; 2. controllerà fermamente tutte le coalizioni di imprese che tendono a regolare il mercato e le imprese singole che mirino a conquistare posizioni monopolistiche. Tutta questa zona economica non può più essere considerata di esclusivo interesse privato, ma va regolata con mezzi più elastici e adeguati che vanno dalla manovra doganale a quella del credito, dal controllo di nuovi impianti alla gestione mista. Nei casi più gravi, da valutarsi singolarmente dal punto di vista tecnico-economico, si adotteranno forme di proprietà collettiva o mista; si passerà cioè alla socializzazione di determinate imprese a carattere prevalentemente e fatalmente monopolistico. A tale riguardo, esemplificando, si citano comunemente, oltre i servizi pubblici, l’industria elettrica, l’industria siderurgica e metallurgica, l’industria mineraria, i trasporti marittimi e aerei di linea, la grande industria chimica, qualche settore della grande industria meccanica e navale. Questa politica economica sarà naturalmente unitaria nella sua impostazione, ma nella sua esecuzione dovrà essere largamente decentrata e contare sulla collaborazione degli organismi sindacali-professionali, altrove descritti. È questa una zona di economia sociale che offre alla classe lavoratrice e impiegatizia larghe possibilità di graduale elevazione. Perciò si dovrà dare il massimo incremento all’istruzione tecnico-professionale per giovani operai e contadini, per specializzati e capo-tecnici; si favoriranno le scuole aziendali e interaziendali e le stesse organizzazioni professionali dovranno, con numerose borse di studio, rendere accessibile ai figli meritevoli di lavoratori, piccoli impiegati e contadini, la scuola media e in particolare la scuola specializzata. Una scuola superiore, atta alla formazione di tecnici dirigenti, preparerà i quadri più elevati della nuova economia. Riforme nell’agricoltura – Le speranze della rinascita si fondano in prima linea su una classe libera e sana di contadini. Ogni sforzo deve essere fatto, ogni provvedimento deve essere preso per irrobustirne la struttura e migliorarne la condizione. In Italia i braccianti sono assolutamente troppi. Anche i proletari della terra devono scomparire e trasformarsi gradualmente in mezzadri e proprietari, ovvero, quando ragioni tecniche lo impongano, in associati alla gestione di imprese agricole a tipo industriale. Salvi i necessari riguardi alla produttività e alle esigenze della conduzione, bisognerà quindi promuovere il riscatto delle terre da parte dei contadini con una riforma terriera che limiti la proprietà fondiaria per consentire il rafforzamento della categoria dei piccoli proprietari. L’attuazione di tale riforma con i criteri più appropriati ai luoghi, alle condizioni e qualità dei terreni e agli assetti produttivi, sarà uno dei compiti fondamentali delle rappresentanze delle regioni. Sarà assicurato in ogni caso ai lavoratori agricoli il diritto di prelazione con facilitazioni fiscali e finanziarie per l’acquisto e la conduzione diretta dei fondi. Nel complesso quadro delle riforme agrarie la colonizzazione del latifondo dovrà trovare la sua effettiva attuazione. Uno studio a parte meriteranno le riforme da introdursi nelle assicurazioni sociali che vanno decentrate e appoggiate all’organizzazione del lavoro, nelle banche e in alcuni istituti parastatali che vanno indirizzati a realizzare una migliore distribuzione della ricchezza e ad impedirne il concentramento in poche mani. IV. Provvedimenti d’emergenza Ma disgraziatamente il lavoro che si impone prima di ogni altro sarà domani non tanto quello di riformare e migliorare, quanto quello di rifare le stesse nostre basi di sussistenza e di mantenere e ravvicinare la nostra compagine per condurre a buon fine la guerra. Converrà difenderci contro il caos sociale e l’anarchia amministrativa, risolvere il problema monetario, premunirci contro la fame e la miseria, rifare le nostre scorte di viveri, di carbone, di carburante, di fertilizzante e delle più necessarie materie prime per rimettere in moto le industrie, rinnovare il nostro patrimonio zootecnico, e soprattutto ricostruire il sistema dei trasporti, ripristinare cioè le attrezzature portuali, le linee ferroviarie, i ponti e le strade, riparare gli impianti elettrici, le officine del gas, gli acquedotti, provvedere all’immenso materiale rotabile che è andato perduto. Di fronte a tali compiti elementari è naturale che il prossimo governo politico sarà un governo di guerra e di emergenza e che i partiti (fatalmente troppi) cerchino, per costituirlo, e sostenerlo, la comune risultante delle loro direttrici. Lealtà politica – È pur ovvio in tanta comunanza di avverse vicende che, anche al di fuori delle necessità di governo, si accentuino gli avvicinamenti e le convergenze; ma vige sempre per tutti l’obbligo morale della probità verso se stessi e il pubblico. Altro è mettersi d’accordo su determinati provvedimenti di socializzazione, altro sarebbe con patti generici lasciar credere che il marxismo socialista non sia diviso dalla Democrazia cristiana che da pregiudiziali, più o meno «in soffitta», altro è camminare assieme per una prima ricostruzione democratica, altro sarebbe confondere la democrazia popolare colla dittatura di classe. Il tempo cammina, e uomini e partiti si muovono e si evolvono con esso. Auguriamoci che la spinta unitaria, impressa dalla dura prova, diventi una forza costante anche nell’ulteriore sviluppo dello Stato democratico. Noi intanto, amici democratici cristiani, prepariamoci a dare alla Patria quel nostro particolare contributo che è caratterizzato dalle nostre origini e dalla tendenza costruttiva. Lavoriamo in profondità, senza ambizioni particolaristiche, con alto senso del dovere, non curandoci delle accuse di essere troppo a destra o troppo a sinistra, secondo il linguaggio convenzionale della superata topografia parlamentare. In realtà ogni partito realizzatore sta al centro, fra l’ideale e il raggiungimento, fra l’autonomia personale e l’autorità dello Stato, fra i diritti della libertà e le esigenze della giustizia sociale. Distinzioni e limiti – E a proposito di lealtà e di chiarezza, è forse anche il caso di avvertire che per un partito esiste pure un problema di distinzioni e di limiti. Il partito è uno strumento organizzativo atto a fungere su di un solo settore nella nostra comunità nazionale, quello dello Stato. E come per noi democratici cristiani lo Stato è l’organizzazione politica della società, ma non tutta la società, così il partito è un organismo limitato che non ha da proporsi di fare o innovare in tutti i campi, perché è consapevole che altri organismi sociali agiscono nello stesso tempo e nello stesso spazio su diversi piani; al di fuori e al di sopra, come la società religiosa, cioè la Chiesa colle sue forze spirituali e organizzative (Azione cattolica); al di sotto, come le società scientifiche-culturali e le società economiche colle loro autonomie e colle loro leggi. Ecco perché, a differenza di chi nello Stato vede un mito che assomma, sostituisce e incentra tutte le fedi e tutte le forze sociali, noi non ci presentiamo come promotori integralisti di una palingenesi universa, ma come portatori di una propria responsabilità politica specifica ispirata sì al nostro programma ideale, ma determinata anche dall’ambiente di convivenza in cui esso deve venire attuato. Ed ecco anche perché, pur confessandoci debitori verso i principi di rinnovamento civile, insegnatici dalla scuola cattolicosociale e riaffermati con luminoso vigore nel messaggio pontificio al mondo nel Natale 1942, noi evitiamo dichiarazioni esibizioniste, che paiano metterci sullo stesso piano di recenti esperienze o proclami, sfruttatori del cattolicismo come strumento di governo, o possano darci l’aria di vantare o pretendere sul terreno delle attuazioni politiche la rappresentanza, ufficialmente delegata, di tutti i cattolici italiani. Crediamo lecito pensare che la nostra condotta in tanti anni di vita pubblica o (parlando anche per i più giovani) la nostra coscienza formata spiritualmente nelle associazioni cattoliche non lascino dubitare che anche nell’azione politica futura ci proponiamo di dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare. Il popolo italiano, al quale – come statisti inglesi e americani hanno solennemente ammesso – non sono imputabili le imprese di conquista mussoliniane e che oggi, a mano a mano che riprende la libertà di decisione, entra in linea cogli Alleati, intende impegnarsi in questa guerra, non solo per liberare il suo territorio, ma anche per partecipare alla costituzione del nuovo ordine internazionale. Infatti, nonostante qualche voce contraria, noi speriamo che il mondo anglosassone vorrà promuovere anche nella vecchia Europa una zona di pacifica solidarietà fra popoli eguali contro la guerra e il diritto del più forte. Lo speriamo, perché il Commonwealth britannico è una magnifica prova del come numerosi popoli e territori possano star uniti in reciproca libertà, senza far appello alla forza armata e l’Unione Panamericana dimostra anch’essa che gli Stati del Nord hanno potuto ottenere un influsso direttivo sulle due Americhe, senza opprimere gli Stati minori e resistendo alla tentazione della conquista militare. Di tal maniera milioni e milioni di uomini sono protetti con mezzi pacifici contro il disastro delle guerre, o almeno contro la frequenza di esse. Questo metodo della libertà nei rapporti interstatali è in stretto nesso col metodo della libertà attuato dagli anglosassoni col regime politico interno, per cui la nostra lotta contro il fascismo e il totalitarismo statale è la stessa lotta che si combatte contro il militarismo imperialista e in favore di un ordine pacifico internazionale. Anche l’Italia, ponte fra l’Europa centrale e il Mediterraneo, ristabilite la sua indipendenza e integrità nazionale, ritroverà la sua grandezza nella sua funzione di equilibrio e di mediazione fra tre importanti correnti umane: il lavoro, per mezzo della sua insopprimibile emigrazione, che ha già fecondato i campi e le industrie d’America; la cultura, a mezzo della sua trimillenaria civiltà, per cui l’Italia rimane nella storia il terreno più fecondo del genere umano; la religione, perché trecento milioni di cattolici guardano da tutti i paesi del mondo a Roma, città sacra e sede del Sommo Pontificato. Gli anglosassoni e gli italiani sono dunque alleati naturali di una pacifica ricostruzione del mondo. Ma già nel 1926 il più illustre interprete del nostro pensiero, esule a Londra, avvertiva che il metodo della libertà doveva essere applicato anche ai rapporti economici. La politica della porta chiusa, del protezionismo doganale e del divieto d’immigrazione è un metodo di forza, non di libertà. La nuova politica inaugurata da Roosvelt, alla vigilia della guerra e durante il suo corso ci fa sperare che il mondo anglosassone sia definitivamente guadagnato a questo indirizzo di solidarietà economica fra le nazioni ricche e le nazioni proletarie. «Le esigenze di vita del popolo italiano – venne scritto nell’opuscolo sulle Idee ricostruttive – e la necessità di soddisfare con risorse naturali ai bisogni del suo eccedente potenziale di lavoro, richiedono che esso possa accedere alle materie prime a parità di condizioni con gli altri popoli, avere il suo posto nel popolamento e nella messa in valore dei territori coloniali, emigrare in dignitosa libertà e sviluppare senza arbitrari ostacoli i suoi traffici nel mondo». Anche gli anglo-americani, innanzi ai monumenti della nostra civiltà trimillenaria in Roma, sentiranno il vasto respiro di quest’Urbe, madre del diritto e maestra un tempo nel governare il mondo e quando calcheranno il suolo, percorso sì da tanti Cesari trionfatori, ma imbevuto anche del sangue di milioni di martiri che per difendere la libertà di coscienza negarono a Cesare quel che era di Dio; suolo talvolta profanato dal tallone di tanti despoti barbari, ma riconsacrato dai Pontefici Romani che scacciarono gli invasori e rintuzzarono le offese in nome della civiltà e della dignità umana, allora avranno la sensazione che nessun’altra città al mondo porta, come Roma, scolpite sul suo volto marmoreo le fiere lotte sostenute per l’universalità dello spirito umano, per il trionfo del diritto, per la difesa del debole contro l’oppresso, per l’eguaglianza morale e civile di tutti gli uomini e di tutte le nazioni. E se, attraversando il ponte che nell’anno del Giubileo calcò Dante, sognatore della Monarchia universale, s’accosteranno al Vaticano, ricorderanno che fu da quel colle che durante questa guerra risuonò più angosciato il richiamo alla fratellanza e al comune destino del genere umano. Fu di lassù che Pio XII lanciò le sue proteste contro il totalitarismo neopagano e rivendicò contro gli imperialisti dello spazio vitale, lo spazio vitale della persona e della famiglia; fu di lassù che si fissarono i punti d’una pace giusta e in altri messaggi al mondo si segnarono i diritti e i doveri delle Nazioni e si indicarono i principi per ricostruire la Comunità internazionale. Il popolo italiano, consapevole delle sue tradizioni, accoglieva religiosamente la voce del Capo della Cristianità, la sola che potesse osare, la sola che potesse rompere una barbara consegna d’incomprensione e di odio e invocava il giorno in cui, sia pure attraverso il sacrificio e il combattimento, potesse conquistarsi il diritto di collaborare con voi, o fratelli di tutti i continenti, alla costituzione del nuovo «ordine internazionale secondo giustizia».
|
199309cd-a13e-4fca-9c01-6a1138449bbe.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
TRADIZIONE E «IDEOLOGIA» DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA Nostre tradizioni La liberazione dal fascismo appariva ancora molto remota e nessun partito, vecchio o nuovo, si era ancora costituito, quando nel Comitato centrale antifascista sorse l’idea di chiamarsi «Democrazie Unite»: democrazia liberale, democrazia socialista e… che cosa potevamo essere noi, se non la democrazia cristiana? Già oltre due anni e mezzo or sono, nelle conversazioni avute con un gruppo di amici milanesi che si chiamavano neo-guelfi, la «Democrazia cristiana» era stata invocata come quella corrente di idee che, in attesa della formale costituzione di un partito, avrebbe dovuto convogliare e assorbire tutti i movimenti politici che s’ispiravano ai suoi principi. Certo il Partito popolare italiano, soppresso dalla dittatura fascista, viveva e vive ancora nel cuore dei moltissimi che ne hanno conservata intatta la fede e il ricordo delle vecchie battaglie per il rinnovamento dello Stato e soprattutto la gloriosa lotta contro il fascismo. Ora che la vittoria appariva probabile, riempiva di legittimo orgoglio l’animo di coloro che erano passati attraverso il lungo periodo, senza inflessioni e senza contaminazioni. Niente di più facile, forse anche niente di più naturale, che rialzare le vecchie bandiere, gelosamente custodite, e far appello ai quadri preesistenti, i quali erano e sono più vivi e più robusti della compagine rimasta di qualsiasi altro dei partiti sopravvissuti. Ma gli anziani ebbero soprattutto la preoccupazione dei giovani, dei giovani che non ricordano, perché non hanno visto, né vissuto il passato politico dei cattolici italiani, dei giovani che ne hanno talvolta un’immagine inadeguata o turbata dalla propaganda avversaria, o i quali comunque vogliono forgiare uno strumento politico nuovo e un programma che della novità abbia anche l’aspetto. Gli anziani volevano evitare anche l’impressione d’invitare i giovani ad un’assemblea ove podio e poltrone fossero già occupate in forza dei meriti passati e in base all’anzianità di servizio. Conveniva dir loro: mettiamoci tutti sulla base solida dei comuni principi politico-sociali e delle comuni tradizioni; poi provvederemo assieme allo statuto, al testo definitivo del programma e all’inquadramento del partito. Così, quando più tardi raccomandammo allo studio degli amici un abbozzo provvisorio di programma, lo presentammo come «Idee ricostruttive ispirate alle tradizioni della Democrazia Cristiana». Di tali tradizioni il più autorevole interprete fu Giuseppe Toniolo, il quale alla sua esposizione sintetica pubblicata in Pisa nel 1900 sotto il titolo Indirizzi e concetti sociali all’esordire del secolo XX premette l’avvertenza che la Democrazia cristiana «questa effervescenza di fatti e di idee assieme […] si elaborò e si svolse sotto lo sguardo vigile di Leone XIII, il quale intervenne in ripetute occasioni a consacrarne il nome e la sostanza». In questo libro non manca il contingente, il caduco, il superato, perché vincolato alle condizioni del tempo, ma alcuni capitoli e molte pagine sono più che mai vive e attuali perché riguardano le mura maestre della ricostruzione avvenire. Le idee politiche del Toniolo – Così quando il Toniolo segnala come le tre più urgenti rivendicazioni etico-civili la libertà personale e privata, la ricostruzione e funzione delle classi sociali, l’unità morale e la coscienza della missione storica della nazione. La libertà personale e della vita privata è «germe necessario di civile risurrezione». «Quale speranza di risorgimento per un popolo, in mezzo a cui la personalità ha smarrito il concetto della propria dignità […] e l’individuo è ridotto ad un congegno della poderosa macchina dello Stato o a un atomo incosciente del futuro collettivismo?». «La libertà è sostanza e lievito della futura democrazia», la libertà «è diritto inscindibile del concetto di democrazia, la quale, in questo senso sociale-civile, è ordinamento giuridico volto a riconoscere e proteggere nel cittadino i beni morali inerenti alla natura umana». «Così popoli democratici nel significato scientifico e volgare suona lo stesso che i popoli liberi, garantiti contro ogni ingerenza dello Stato nella personale e privata autonomia». «La libertà giuridica nominale non basta. Ci vogliono le autonomie reali organiche entro la società civile, l’autonomia delle classi organizzate, unico modo di esplicazione normale per attuare la solidarietà sociale, l’autonomia del comune e della regione, l’autonomia della scuola e della beneficenza». È noto che per classi Toniolo intendeva le rappresentanze degli interessi professionali, autonome ed elettive. Tutte queste autonomie non intaccheranno l’unità nazionale, la quale deve fondarsi soprattutto sull’unità morale, sulla coscienza comune di avere una missione e una vocazione particolare nell’avvenire della civiltà cristiana, missione ispirata alla nazione italiana dalla sua storia e dal fatto provvidenziale di essere la sede del Pontificato romano. Punto di partenza – Certo il progresso dei tempi ha superato alcune rivendicazioni operaie del Maestro, ma qual punto di partenza, qual direttiva avvenire è contenuta in questa affermazione: «È in contraddizione con tutte le leggi sociologiche il ritenere che il sistema industriale poggiante sul salariato, come un giorno sulla universale servitù, sia un regime normale e definitivo, sino a togliere financo la speranza al lavoratore di sollevarsi in stato. All’opposto la genesi di nuove classi, che dal basso si elevano a rinfrancare e ringiovanire le più antiche, si confonde col concetto stesso dell’incivilimento!». Questa direttiva di Toniolo ci potrà condurre fino ad un ordinamento economico completamente nuovo. Non è in questo contesto che intendiamo svolgere le nostre idee programmatiche di giustizia sociale, ma i lettori sanno quali esse sono in principio e, più avanti, ci riserviamo di esporre come dovranno essere nell’attuazione. Libertà fondamentale – E come è attuale, come è giovane sempre Giuseppe Toniolo, quando, riassumendo i principi politici del futuro, afferma e illustra i seguenti criteri fondamentali: «Eccellenza dello Stato per se stesso, rispetto alle forme di Governo (monarchia, repubblica, ecc.), che rimangono affatto secondarie; la legittimità è valore di queste, misurata al bene comune della nazione; e il dovere di coordinare gli interessi nazionali ai fini perenni e universali della civiltà». Oggi più che mai, dopo la fatale esperienza, sentiamo come egli fosse nel vero quando scriveva che gli ordini democratici dell’avvenire dovranno poggiare «non meno sul rispetto della libertà personale (habeas corpus) che sul riconoscimento e sul rigoglio delle libertà locali (Selfgovernment): libertà che sono d’origine cristiana e guelfa». Infine il monito ch’egli ci da di non poggiare tutte le nostre speranze sul cambiamento «degl’istituti giuridici o dei congegni politici trascurando la riforma morale del costume», chi non sente oggi il dovere e l’urgenza di accettarlo e di farlo proprio? Una deviazione – In fondo al libro, Toniolo metteva in guardia i giovani contro le intemperanze e le deviazioni. I fatti dimostrarono subito che ce n’era bisogno. In quello stesso anno la particolare organizzazione murriana che porta il titolo di «Democrazia cristiana» ebbe un primo urto disciplinare colla suprema direzione dell’Azione cattolica e più tardi, dopo alcune oscillazioni, R. Murri, agendo come un novatore sul terreno religioso, tentò di associare la democrazia cristiana alle correnti moderniste del Loisy e del Tyrrel. L’autorità religiosa, com’era suo diritto, intervenne e i democratici cristiani s’affrettarono a separare le loro responsabilità. Questi episodi organizzativi vennero presto sepolti nell’oblio per il sopravvenire dei problemi della guerra mondiale e del dopoguerra e definitivamente superati nel 1920 colla libertà concessa ai cattolici di costituire partiti politici. Ai primi del 1919 fu disciolta l’Unione elettorale che era un ramo dell’Azione cattolica essendo stata a questa affidata un’opera di preparazione sociale cristiana, all’infuori e al di sopra di ogni attività politica. Ciò coincideva colla nascita del Partito popolare italiano. L’appello ai «liberi e forti» del 18 gennaio 1919 si ispira alle direttive di G. Toniolo e lo stesso Sturzo dichiarò allora che il nuovo partito era la democrazia cristiana nella sua concretezza politica. Dopo l’estrema minaccia del totalitarismo pagano, che ha scosso fin nelle fondamenta il vivere civile e ci ha precipitati in un immane disastro, la società moderna, lungi dal voler ammodernare il Papato, guarda ad esso come al sommo Magistrato della Cristianità. Se Hitler invia i volumi di Nietzsche a Mussolini, il mondo accoglie i mirabili messaggi di Pio XII come la speranza e il pegno della sua salvezza. Roosevelt, Wallace e molti altri statisti di tutti i continenti invocano la Cbristian Democracy; a Londra intorno al centro di studio People and Freedom, promosso da Luigi Sturzo, illustri scienziati e politici di tutti i paesi studiano le riforme concrete della ricostruzione democratico-cristiana europea ed è bene comprensibile che i nostri amici, dovendo il 25 luglio firmare i manifesti collettivi delle opposizioni, segnassero istintivamente, col nome, glorioso in patria e ben compreso e significativo per l’estero, di Democrazia cristiana. Aspetti superati – Ormai non sarà più lontano il tempo in cui si potrà stabilire con metodi democratici quale sia il nome più conveniente per un partito che è strumento di lotta politica e parlamentare; ma comunque, è già chiaro fin d’ora che certi riguardi che si imposero nel passato, hanno perduto importanza. La questione dell’aconfessionalità, ad esempio, intesa come tendenza a non impegnare in rivendicazioni di politica concreta l’autorità ecclesiastica, non ha più risonanza dopo che i nuovi statuti di Pio XII circoscrivono esattamente la sfera di attività dell’Azione cattolica e i Trattati Lateranensi, riconoscendo in pieno l’Italia unificata, hanno tolto per sempre ogni riserva richiesta in passato dal mancato accordo fra l’Italia e la Santa Sede. I Trattati Lateranensi vanno difesi soprattutto perché rappresentano la pace fra la Chiesa e lo Stato; ma tra le felici conseguenze di essi non è la minore quella di assicurare alla ricostruzione nazionale il libero e prezioso apporto delle coscienze religiose. La permeabilità della DC in confronto di nuove esigenze – In quanto al contenuto tecnico-ricostruttivo del sistema democratico, cioè alle sue forme concrete e ai suoi istituti giuridici, nessuno pretende d’imporre schemi fissi, adatti per ogni tempo ed ogni paese. Siamo in un terreno sperimentale, e le tradizioni, i costumi, la mentalità di un popolo implicano diverse esigenze e diversi istituti. Mutano soprattutto il contenuto e i postulati della giustizia sociale. «La Democrazia», scrive Don Sturzo nel volume altre volte citato, «quale contrapposto alla reazione e con riguardo alla situazione politica europea odierna, significa soprattutto regime di libertà per tutti i cittadini. La forma può variare, ma dall’esperienza degli ultimi 150 anni risulta chiaro che essa implica un governo popolare e rappresentativo, basato sul suffragio universale e sul rispetto per le libertà civili e politiche. […] Una cosa però è di fondamentale importanza e deve essere accettata da tutti come base di ogni forma politica: rispetto per la personalità umana e riconoscimento che da essa derivano libertà e diritto, come per diritto naturale, diritto che per i credenti è il segno dato da Dio dell’alto fine morale e religioso dell’uomo. Ciò negava fino a ieri la democrazia razionalista e qui stava il suo errore, com’è l’errore del nazionalismo oggi imperante». «Per coloro di noi che credono nella perenne virtù della cristianità nella vita dei popoli la Democrazia deve essere sempre permeata dallo spirito cristiano, che è spirito di libertà, spirito di comunione di beni, spirito di amore che abbraccia tutte le classi e tutti i popoli. Perciò noi crediamo nei progressi e nel finale trionfo di una democrazia cristiana. Anche per l’Italia dovrà venire il tempo di una democrazia pacifica e progressista, che operando secondo i metodi della libertà, rimetterà l’Italia al posto che le è proprio, come centro di vita morale e artistica, di pensiero religioso e giuridico, di lavoro e di commercio, come un fattore nell’equilibrio internazionale, cosicché essa riprenda la funzione del suo storico destino che è quella di essere una grande nazione devota della pace». LA NOSTRA «IDEOLOGIA» Ove uomini maturi e giovani […] coordinano le diversità di temperamento e di attività in genuino spirito cristiano […] la differenza naturale fra le generazioni non diverrà mai pericolosa, ma condurrà vigorosamente alla attuazione delle leggi eterne di Dio nel mutevole corso dei tempi e delle condizioni di vita. Pio XII, Messaggio natalizio, 1942 Nella «selva selvaggia» della stampa clandestina, specie in quella dei partiti di massa, pur dominando le questioni «costituzionali» e di emergenza, compaiono con una certa frequenza anche articoli di dottrina: «Problemi ideologici», «Per la formazione dei quadri», «La dottrina leninista del partito» (in serie, «L’Unità ideologica del proletariato», ecc., ecc.); e trovate spesso richiami agli insegnamenti del materialismo storico, alla dialettica della storia, ai grandi maestri del marxismo, anzi un quindicinale, ausiliario del comunismo, si è assunto il compito di «liberare la coscienza cattolica dai paraocchi di schematiche ideologie superate». Taluno allora ci ha scritto: «Ma perché non parlate anche voi della nostra ideologia?». I partiti cui ci riferiamo sono complessi totalitari che vogliono impadronirsi dell’uomo intiero e presumono di disciplinarlo sotto tutti gli aspetti: etico e filosofico, politico ed economico. I loro capi sono filosofi sociali e profeti, e ad un tempo, economisti e statisti ed il loro partito è un sistema filosofico, un credo, un magistero di dottrine, oltre che un realizzatore di riforme sociali-economiche. Distinzione fra il partito e la dottrina – Questo integralismo totale derivato da un monismo materialistico che prescinde dallo spirito, surroga la religione e assume le funzioni dottrinali d’una chiesa. Il nostro movimento politico è invece consapevole dei suoi limiti: quando nell’appello del 1919 parlava «di sostenere il patrimonio delle genti cristiane» e «di ispirarsi ai saldi principi del cristianesimo» e quando nella sua ripresentazione del 1943 rivendica per sé le tradizioni della Democrazia cristiana di Giuseppe Toniolo riconosce con ciò stesso che al di sopra della sfera autonoma delle sue responsabilità specifiche, riguardanti le concrete realizzazioni politiche, esiste una – ci si passi l’espressione impropria e mutila – «ideologia» cristiana, della quale è custode interprete e maestra la Chiesa. Il nostro partito è un’organizzazione di credenti, che sul terreno politico-economico vuole realizzare una sincera democrazia politica e una profonda trasformazione sociale secondo giustizia; ma entrando nel partito, il militante politico non muta credo, non recide il vincolo ombelicale che lo unisce alla propria Madre spirituale, la Chiesa, che anzi dal patrimonio cristiano continua a trarre il fermento vitale che anche nell’attività pubblica lo deve conservare e alimentare. Onde se anche noi, in questa vigilia natalizia, volessimo contrapporre alle avverse dottrine surricordate i principi fondamentali che ispirano i nostri propositi d’azione futura e richiamarci, come altri partiti, all’insegnamento e all’autorità dei maestri dovremmo levare i nostri occhi alla stella di Betlem che compare ancora una volta nel cielo per illuminare il nostro cammino e ricordare il Messaggio che invocando la guida di questa stella, il Sommo Maestro Pio XII, lanciò al mondo alla vigilia del Natale 1942. II messaggio del 1942 – Allora il Pontefice, premesso che la Chiesa «non intende prender partito per l’una o l’altra delle forme particolari e concrete, con le quali singoli popoli e stati tendono a risolvere i problemi giganteschi dell’assetto interno e della collaborazione internazionale» esponeva però le norme fondamentali della convivenza sociale, nell’ordine interno, come altra volta aveva indicate le premesse necessarie per stabilire la pace dei popoli. Rileggano amici ed avversari, il lungo testo di questo messaggio che pronunciato alla radio, quando il totalitarismo e la asfissia politica soffocavano ancora ogni anelito di liberazione, venne ascoltato da tutti gli oppressi, col sentimento di chi, dopo una lunga notte piena di incubi, vede espandersi all’orizzonte il biancore dell’alba: e rileggendolo al lume delle esperienze che abbiamo fatte e delle discussioni che si vanno facendo, in questi sciagurati giorni, stupiranno di tanta antiveggenza e di tanta ispirata saggezza. Noi qui, in così umile spazio, non possiamo che ricordare le conclusioni, che lo stesso S. Padre ha riassunto in cinque punti: 1. Dignità e diritti della persona umana. Favorire le «forme sociali in cui sia resa possibile e garantita una piena responsabilità personale, così quanto all’ordine terreno come quanto all’eterno». Sostenere «il rispetto e la pratica attuazione dei diritti fondamentali della persona»: diritto a mantenere e sviluppare la vita corporale, intellettuale e morale e particolarmente il diritto ad una formazione ed educazione religiosa; diritto al culto di Dio privato e pubblico, compresa l’azione caritativa religiosa; diritto al matrimonio e alla società coniugale e domestica; «diritto al lavoro per mantenere la vita familiare e all’uso dei beni materiali, cosciente dei suoi doveri e delle limitazioni sociali». 2. Difesa dell’unità sociale e particolarmente della famiglia: «difendere l’indissolubilità del matrimonio; dare alla famiglia, insostituibile cellula del popolo, spazio, luce, respiro; procurare ad ogni famiglia un focolare dove una vita familiare sana materialmente e moralmente riesca a dimostrarsi nel suo vigore e valore». 3. Dignità e prerogative del lavoro. «La Chiesa non esita a dedurre le conseguenze pratiche, derivanti dalla nobiltà morale del lavoro e ad appoggiarle con tutto il peso della sua autorità. Queste esigenze comprendono, oltre ad un salario giusto, sufficiente alle necessità dell’operaio e della famiglia, la conservazione e il perfezionamento di un ordine sociale che renda possibile una sicura, se pur modesta, proprietà privata a tutti i ceti del popolo […] e tolga agli operai il sentimento della segregazione con l’esperienza confortante di una solidarietà genuinamente umana e cristianamente paterna». La Chiesa ha condannato i vari sistemi del marxismo, ma non può ignorare e non vedere che l’operaio nello «sforzo di migliorare la sua condizione, si urta contro qualche congegno che, lungi dall’essere conforme alla natura, contrasta con l’ordine di Dio e con lo scopo che Egli ha assegnato per i beni terreni». «Le norme giuridiche positive regolanti la proprietà privata possono mutare ed accordare un uso più o meno circoscritto; ma se vogliono contribuire alla pacificazione della comunità dovranno impedire che l’operaio, che è o sarà padre di famiglia, venga condannato ad una dipendenza e servitù economica, inconciliabile con i suoi diritti di persona. Che questa servitù derivi dal prepotere del capitale privato o dal potere dello Stato, che tutto domina e regola l’intera vita pubblica e privata, penetrando fino nel campo delle concezioni e persuasioni della coscienza, tale mancanza di libertà può avere conseguenze ancor più gravi, come la esperienza manifesta e testimonia». 4. Reintegrazione dell’ordinamento giuridico. Sotto questo titolo il Santo Padre afferma la necessità di ristabilire la maestà della legge, ancorandola al diritto naturale, riposante nel dominio di Dio, sottraendola all’arbitrio di una persona, di un gruppo o di una classe, «sì che stenda la sua mano protettrice e punitrice anche sugli inobliabili diritti dell’uomo e li protegga contro gli attacchi di ogni potere umano». L’indipendenza e l’imparzialità del giudice, sentenziando in base a un diritto chiaramente formulato e circoscritto, impediranno che le leggi vengano «stravolte con abusivi richiami ad un supposto sentimento popolare e con mere ragioni di utilità». Converrà inoltre riconoscere il principio «che anche lo Stato e i funzionari e le organizzazioni da esso dipendenti sono obbligati alla riparazione e al ritiro di misure lesive della libertà, della proprietà, dell’onore, dell’avanzamento e della salute dei singoli». 5. Concezione dello Stato secondo lo spirito cristiano. Il senso cristiano dello Stato è non che esso domini, ma che serva: sia ricondotto cioè al pieno rispetto della persona umana e della sua operosità per il conseguimento dei suoi scopi eterni. «L’unica morale e universale legittimità del regnare è il servire». Lo Stato dev’essere consapevole del vincolo eminentemente etico che lo lega alla vita individuale e sociale e dell’essenziale dipendenza che lo unisce alla volontà del Creatore. L’unione di due generazioni – Questi cinque punti sono come i pilastri fondamentali su cui anche i democratici cristiani dovranno elevare gli archi e le volte della loro costruzione della società e dello Stato. Su questa base ideologica noi ci mettiamo per dare inizio alla nostra fatica: ma questa sarà veramente realizzatrice solo se s’inquadrerà nelle condizioni ambientali in cui viviamo e se, venendo al provvedimento concreto, terremo conto delle esperienze dei nostri maggiori e (poiché tale opera ha da svolgersi col metodo della libertà) delle possibilità concrete offerte alla nostra convivenza sociale e politica. Ecco perché abbiamo messo in testa a quest’articolo un passo del Messaggio che nell’intenzione pontificale ha naturalmente un riferimento più vasto, ma che si attaglia benissimo anche al nostro organismo politico, ponte fra due generazioni. Abbiamo bisogno degli uomini maturi, perché la loro esperienza e la loro migliore conoscenza della realtà ambientale impediranno che la propaganda sia poco costruttiva o vaneggi addirittura nell’utopico, e ci occorre l’ordinamento, l’entusiasmo dei giovani, perché senza i giovani sarebbe «sua disianza voler volar senz’ali». Tempo verrà, e forse non lontano, che, superata la guerra, e il periodo di emergenza, le varie correnti politico-sociali si misureranno; e prevarrà allora nella gara feconda quella gioventù che alla formazione interiore – e di questa è debitrice all’opera educativa in profondità fatta dall’Azione cattolica – assoderà la preparazione tecnica e sociale e la tempra del carattere, premessa quest’ultima sopra ogni altra indispensabile per reggere alla durissima prova. Il comandamento dell’ora – Nessuna meraviglia che a fianco delle correnti politiche tradizionali, le quali durante il ventennio fascista vissero, cospirando o sospirando, nel sottosuolo del Paese, e dopo il 25 luglio affiorarono subito alla superficie, siano venuti fuori poi dei partiti o dei progetti di partiti che vogliano faire du nouveau, e, assidendosi come arbitri fra i due contendenti, fascismo e antifascismo, cerchino di creare o d’imporre una nuova sintesi, superatrice del passato. C’è qualche cosa di legittimo e di spontaneo in tale tendenza specie se si tratti di giovani idealisti e disinteressati che aspirino a un rinnovamento morale della politica e a presentarla sotto la veste pura d’un integralismo di principi, senza le scorie inevitabili dell’esperienza vissuta. Nessuna sorpresa, e, soprattutto, nessuna egoistica preoccupazione, poiché anche l’organismo politico, specie se logorato dall’operare, ha bisogno ogni tanto dell’ossigenazione che viene dal suggestivo miraggio di un grande ideale; e noi abbiamo fede che, ritornata una volta la libertà, giovani e anziani si fonderanno intimamente nel crogiuolo della loro ardente e operante concezione della vita. A una condizione però: che le nuove sintesi tentate in nome della «concordia nazionale» o della «fratellanza cristiana» non dissimulino merce di contrabbando e non vengano promosse da chi fino al 25 luglio non ebbe né un gesto di protesta né un senso di ritegno contro il regime, né prima né durante la guerra. Certo ogni conversione, ogni ripresa morale è desiderabile e apprezzabile e siamo per la massima larghezza verso i lapsi, a patto che tuttavia dimostrino di vedere e volere il giusto, almeno oggi. Ma che dire di chi per giungere a una nuova sintesi cristiana, mette sullo stesso piano il partito fascista e i vecchi partiti antifascisti, il fascismo e il «democratismo», la dittatura e la degenerazione parlamentare, e vorrebbe riunirci tutti nello spirito di un comune proposito di rinnovamento? A costoro, anzi più che a loro, a quanti altri (forse con minor buona fede) coltivassero simili idee, sono rivolte queste poche osservazioni premonitrici. L’antifascismo – La prima riguarda l’antifascismo, che taluno vede come un ostacolo all’unione. Ora l’antifascismo è un fenomeno politico contingente che, ad un certo punto, per il bene e il progresso della Nazione, sarà superato da nuove solidarietà politiche, più inerenti alle correnti essenziali e costanti della nostra vita pubblica: ma è ovvio che l’antifascismo non possa scomparire prima della liquidazione del fascismo. Tale liquidazione non riguarda solo le persone, verso le quali, una volta perseguite le responsabilità gravi e soprattutto le disonestà del passato, si dovrà procedere con criteri di amnistia, ma implica anche impegni e garanzie riguardanti l’avvenire. Bisogna liquidare oltre gli organismi, anche le idee, le contraffazioni dottrinarie, i metodi, i costumi del sistema fascista. È tutta una mentalità, una educazione da rifare. Ma si potrebbe accingersi a tale epurazione con una forma mentis che giudicasse così erroneamente il passato? È vero, anche il Parlamento ebbe i suoi torti e talvolta prevaricò e spesso, impari al suo compito, rese vano il tentativo di creare un governo forte e stabile. Ma il rimedio bisogna trovarlo nello stesso sistema parlamentare, sia nella procedura del voto di fiducia, sia nel fissare la durata del ministero, salvo il voto di sfiducia da darsi a ragion veduta e a camere riunite ovvero, infine, nell’organizzazione del suffragio elettorale. Comunque il disastro provocato dalla dittatura non è da paragonarsi ai danni della degenerazione parlamentare e molto meno si possono coinvolgere i vecchi partiti nella stessa condanna che deve colpire il partito fascista, accampato in Italia come una milizia di parte per reprimere con la forza e coi tribunali eccezionali le pubbliche libertà. Degli uomini che (per accennare solo a chi ci sta più vicino) nel 1919 avevano accolto il proclama dei «liberi e forti», alcuni pagarono con la morte e con l’esilio, con la fine ignorata in terra straniera, col carcere e con la deportazione, la difesa dei loro principi politici; molti per rimanere fedeli al nostro programma, rinunziarono ai più legittimi guadagni dell’impiego e della professione; moltissimi per non entrare nel corteo dei trionfatori, vissero ai margini della vita civile e talvolta in umiliante abbandono, paghi di salvare la dignità della vita e la fierezza delle proprie convinzioni. Ora non si propongono per essi favori o privilegi ma si rivendica il diritto di esigere che il patrimonio morale della loro resistenza e del loro attaccamento alla libertà non vada dissipato per colpa di un atteggiamento livellatore che paia mettere sullo stesso piano gli oppressori e le vittime, chi ha le mani nette e chi ha profittato, chi seppe mantenere almeno un dignitoso riserbo e chi fece dell’opportunismo servile. E i giovani che amano posizioni radicali e di fierezza e l’affermazione recisa dell’ideale, a costo anche dell’insuccesso immediato, leggano quello che scrive Sturzo nel libro, qui più volte citato. «L’Aventino», egli dice, «fu un insuccesso tattico, ma nessuno può misconoscerne il valore morale. Altri avranno scritto e parlato in forma astratta e teoretica di pubblica moralità e dovere cristiano […] ma nessuno, al di fuori del movimento aventiniano e della sua azione politica, può reclamare il vanto di aver difeso questi principi sul terreno della pratica e della concretezza esponendosi alle vendette dei prevaricatori e pagando di persona». Il movimento democratico-cristiano nel quale confluisce anche il popolarismo, ha il dovere di ricordarlo, perché è questo un esempio di sostanziale integralismo cristiano anche se attuato in una coalizione, parte della quale si sarebbe rifiutata di issare la bandiera del cristianesimo; mentre sull’altra sponda gente che inneggiava allo Stato cattolico-fascista, soffocava in un opportunismo imbelle e corruttore il senso di sdegno e la rivolta della propria coscienza. Lo Stato democratico – Questa contrapposizione ci viene suggerita dal fatto che, in uno degli opuscoli-programma che hanno dato occasione a queste nostre osservazioni e vennero messi fuori con lodevole proposito di unificare, si propugna il comune denominatore di Stato cristiano. Ora nei due altri capitoli di questo opuscolo professiamo con tutta chiarezza la cattolicità della nostra tradizione, come venne insegnata da Giuseppe Toniolo e la derivazione della nostra «ideologia», dalla dottrina della Chiesa quale venne formulata nel mirabile messaggio natalizio del 1942. Ma già nella Parola dei democratici cristiani abbiamo avvertito «che per un partito esiste pure un problema di distinzioni e di limiti. Il partito», abbiamo scritto, «è uno strumento organizzativo atto a fungere su di un solo settore della nostra comunità nazionale, quello dello Stato […] ed è consapevole che altri organismi sociali agiscono nello stesso tempo e nello stesso spazio su diversi piani». Lo sa, lo augura, lo invoca, lo presuppone; onde non si presenta «come promotore integralista di una palingenesi universale», ma come portatore di una propria responsabilità politica specifica, ispirata sì dal nostro programma ideale, ma determinata anche dall’ambiente di convivenza in cui esso deve venire attuato. I partiti sono formazioni di combattimento sul terreno politico ed è precisamente sul terreno politico che essi devono trovare le ragioni della loro specifica solidarietà. Far blocco semplicemente su altre basi dissimulando differenze essenziali di direttiva politica o l’indirizzo sociale è far opera equivoca la quale, anche se momentaneamente riuscisse, crollerebbe al primo urto colla realtà. L’alternativa di domani – Certamente noi dobbiamo fare ogni sforzo perché l’etica cristiana ispiri le leggi e l’azione dello Stato: ma oggi e domani, nella convivenza europea, quale ce l’ha lasciata lo sviluppo del secolo XX, dovremo affrontare anzitutto questo preliminare dilemma: Stato totalitario o Stato democratico. I due termini non vanno intesi in senso storico, cioè semplicemente lo Stato totalitario com’è oggi o lo Stato democratico come fu ieri. Si tratta della tendenza, dell’impulso potenziale, ossia: accentramento, ammassamento nello Stato del quale il totalitarismo fu l’estrema manifestazione, ovvero lo Stato di libera convivenza, che rispetti i diritti della persona umana, la libertà della famiglia, del sindacato e della professione, delle associazioni intermedie e dei comuni, lo Stato dunque organico, protetto da una democrazia politica che lo difenda degli agguati della reazione e, quando occorra, anche dalla violenza delle fazioni. Alla base di questo Stato vanno messi i diritti e i doveri dei cittadini e se la nostra etica ci suggerisce soprattutto i doveri, l’esperienza ci ammonisce che bisogna salvaguardare anche i diritti naturali e i diritti concreti degli italiani, a cominciare da quelli che sono scritti nella Costituzione e che furono così gravemente calpestati. Altro che diminuire le prerogative della rappresentanza popolare; per non parlare poi della proposta di aumentare il potere regio, quasi che lo Statuto, anche con le interpretazioni più larghe, non avesse offerto al re i mezzi sufficienti per resistere alla violenza fascista, di prorogare le Camere, di far appello al popolo o infine di rifiutarsi decisamente a violare la costituzione giurata e a lasciarla violare. Bisogna poi respingere qualsiasi tentazione di leggi eccezionali, di provvedimenti che eludano dal diritto comune, o come vuole uno dei ricordati opuscoli, precludano da certe pubbliche funzioni «chi sia alieno dal tradizionale spirito cattolico del popolo italiano». Nello Stato moderno l’eguaglianza giuridica e la ammissibilità agl’impieghi è divenuta oramai una premessa indispensabile della libera convivenza civile. Lo abbiamo visto: le eccezioni all’eguaglianza giuridica conducono allo Stato-partito, allo Stato-razza, all’impero dei ricchi e dei violenti, al dominio incontrollato e corrotto della forza e della soppressione del debole. Dunque niente reazione, in nessuna misura e a nessun patto! E poiché si è messo in circolazione da varie parti il nome di Centro, perché del Zentrum germanico non si utilizza anche la tradizione politica? Insegnamenti della storia – Windthorst , tenace lottatore contro il cancelliere di ferro, raccomandava sempre ai suoi di usare soltanto le armi del diritto costituzionale. «Perciò» scrive il suo maggior biografo «qualsiasi tentativo di conferire pratico valore nei nostri tempi a principi politico-legali del medioevo o ad istituti giuridici sorpassati, lo metteva subito in allarme». Nel 1878 tutto il Centro s’alzò a respingere le leggi eccezionali proposte da Bismarck contro i socialisti . «Solo colle forze morali» – esclamava Windthorst – «si può convertire un popolo, quando sbaglia; col bastone poliziesco giammai». Perfino durante il grosso conflitto del Kulturkampf, il Centro germanico vigilò gelosamente perché il Bismarck, facendo concessioni di carattere religioso, non ricattasse i cattolici sul terreno politico. «È naturale», dichiarò allora il capo del Centro alla dieta prussiana, «che se il Governo fa la pace colla Chiesa, noi saremo meglio disposti verso di esso, ma non per questo muteremo direttiva nelle questioni dello sviluppo liberale dello Stato […]; noi continueremo a far garrire la bandiera civile della libertà». E che ricordare di più significativo per il Windthorst se non che il suo ultimo discorso, a Colonia, fu tenuto in favore del suffragio universale? Del resto tutta la storia di questi uomini, dalla loro partecipazione alle Costituenti del 1848 e del 1852, alla parte cospicua da essi avuta nell’assemblea di Weimar, e alla propaganda svolta dal cancelliere Wirth intorno alla linea democratico-cristiana, che avrebbe dovuto impedire lo sbandamento a destra, non è un movimento unico o isolato. Nello stesso senso agirono i cattolici americani che collaborarono con Washington, così fecero i cattolici che formavano la maggioranza della costituente belga, così, più vicini a noi, molti altri gruppi delle nazionalità minori che ebbero nell’ultimo dopo guerra il compito di cooperare a nuovi statuti e nuove costruzioni statali. Né dev’essere un caso, se Leone XIII (Immortale Dei) poteva chiedere: «E non è un fatto consegnato alla storia che tutte le istituzioni […] più atte ad allontanare dal popolo il malgoverno e la tirannia, ad impedire la indebita ingerenza dello Stato nell’azione propria del municipio e della famiglia; le disposizioni meglio valevoli a garantire nei singoli cittadini la dignità, la personalità umana e l’eguaglianza dei diritti o ebbero origine dalla Chiesa o furono da lei benedette o protette?». Nel 1937 i vescovi belgi, affrontando la propaganda di Degrelle per lo Stato totalitario, scrivevano: «Non ci aspettiamo nulla di buono per la Chiesa cattolica nel nostro paese da uno Stato autoritario che sopprimesse i nostri diritti costituzionali, anche se incominciasse col promettere la libertà religiosa». «Noi vogliamo il mantenimento di un sano regime di libertà che assicuri ai cattolici, allo stesso titolo e nella stessa misura che a tutti i cittadini rispettosi delle leggi e dell’ordine pubblico, l’uso delle loro libertà e dei loro diritti essenziali con la possibilità di difenderli e di riconquistarli, con mezzi legali, se essi venissero un giorno ad essere minacciati o violati». Il senso cristiano dello Stato – Così alla vigilia della costruzione del nuovo Stato noi ci volgiamo pieni di fede al popolo italiano, col proposito non di governarlo, ma di servirlo in spirito di giustizia e di carità, nel senso più profondo e più fraterno, inculcatoci, anche recentemente, da un’augusta parola. Inebriato da una propaganda ossessionante di grandezza e di gloria, tradito da una banda di avventurieri senza scrupolo, spogliato da un governo di rapina, lanciato da un orgoglio satanico in una guerra spaventosa, dalla quale uscirà decimato, mutilato, senza focolari e senza templi, disfatto nel corpo e quasi senz’anima, questo gigante giace in uno sfinimento e in una prostrazione, dalla quale può sollevarsi solo o per un impeto disperato di vendetta o per un rinato sentimento di fede e di speranza nel proprio destino. Ridonargli questa fede, confortarlo in questa speranza, sorreggerlo finché riprenda coscienza di sé e impari a governarsi in libertà e in disciplina, questo è il compito urgente della Democrazia cristiana. Non è in verità compito suo esclusivo, perché alla ricostruzione economica e politica ogni italiano, da qualunque parte venga, dovrà dare il suo contributo, e nessuno sforzo, in tanta iattura, potrà apparire superfluo; ma è questo un servizio al quale noi dovremmo sentirci particolarmente idonei, purché la eterna fonte del Vangelo sgorghi nel nostro spirito sempre viva ed abbondante, così da poterla comunicare ai nostri fratelli che arsi da tanta violenza e da tanto odio, hanno sete di giustizia e d’amore. Questo, o giovani, è il comandamento dell’ora, ed è in questa nostra generosità d’animo e in questa nostra prontezza al servizio sociale che si rinsalderà la nostra unione e nascerà la concezione unitaria e integrale della nostra politica avvenire. DEMOFILO
|
f25cbaa2-ad82-43bc-84ff-57e04ba2b42a.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Nel Natale di Roma venne annunziato da Napoli la costituzione di un governo di guerra. Gli ultimi precedenti. Prima di commentare il fatto ricordiamo ad orientamento dei nostri lettori, alcuni precedenti. Il discorso di Churchill aveva rimandato, sembrava ormai definitivamente, la costituzione del nuovo governo alla liberazione di Roma, per cui la questione languiva nell’Italia meridionale e invece riprendeva attualità nei circoli politici antifascisti dell’Italia occupata. A Roma le discussioni provocate dall’ordine del giorno socialista del 9 febbraio non avevano ancora condotto ad una conclusione positiva unitaria cosicché il Comitato centrale, nonostante i ripetuti scambi di idee e di note fra i rappresentanti delle diverse tendenze, pareva oramai non potere mantenere la sua posizione di centro rappresentativo delle forze democratiche antifasciste che a prezzo di accantonare la questione del governo fino al giorno in cui, liberata Roma, essa si sarebbe presentata nei suoi termini concreti. Ma ecco comparire il 29 marzo un sintomatico articolo dell’Isvetia che insisteva per un allargamento del governo Badoglio coll’intervento dei partiti democratici antifascisti, onde potenziare la partecipazione dell’Italia alla guerra. Dalla risposta data a tale articolo nel Times si apprese che la diplomazia russa aveva fatto tale proposta già alcuni giorni prima e che gli inglesi, pur considerando che meglio si sarebbe risolto il problema dopo la liberazione di Roma, non avevano sostanziali obiezioni da fare: «segni del desiderio – concludeva Times – di cooperare con l’attuale governo provvisorio (di Badoglio) sono graditi ora, come sarebbero stati graditi in passato». Contemporaneamente l’azione pratica in Italia veniva avviata dal segretario del partito comunista italiano Palmiro Togliatti, il quale il 1° aprile faceva a Napoli la nota sensazionale dichiarazione che il partito comunista per sbloccare la situazione era disposto a rinunziare anche all’abdicazione di Vittorio Emanuele e in un discorso alla radio affermava che «l’unità di tutti i buoni italiani nella guerra per la liberazione della patria era il nostro primo pensiero» . La reazione di Roma La reazione al di qua del Garigliano fu molteplice e varia. La Direzione della Democrazia cristiana riunitasì il 5 aprile, votò la seguente risoluzione che venne, poi, anche fatta circolare a stampa. «La commissione centrale della Democrazia cristiana si è riunita il 5 aprile 1944. Essa ha rivolto anzitutto il suo pensiero ai compagni di fede e a tutti gli assertori della libertà ed indipendenza della patria che testimoniano nelle prigioni o con la morte la generosa fedeltà ai comuni ideali». Passando, poi, all’esame della situazione politica attuale ha approvato il seguente ordine del giorno: «La Commissione centrale della Democrazia cristiana di fronte al mutato atteggiamento del Partito comunista italiano nell’Italia meridionale, non ha che a richiamare la realistica coerenza della sua linea di condotta nel paese e in seno al Comitato di liberazione nazionale, ed in particolare il suo ordine del giorno del 16 dicembre 1943 che affermava la priorità su ogni altra questione di due esigenze essenziali: 1. rivendicazione del diritto dell’autodecisione del popolo italiano, mediante una libera consultazione a suffragio universale, per decidere sui nuovi ordinamenti costituzionali dello Stato; 2. a salvaguardia di tale diritto ed al fine di potenziare le energie nazionali per la guerra e di avviare la ricostruzione sulla base della democrazia, della libertà e della giustizia sociale, costituzione di un nuovo governo, che sia la schietta espressione delle correnti popolari con esclusione di tutte le forze compromesse con il fascismo. A questa linea direttiva, la Democrazia cristiana continuerà a tenere fede sia nella sua azione nel paese sia nei rapporti con gli altri partiti collaborando con tutte le sue forze ad alimentare la volontà di lotta e di vittoria. A tal fine la Commissione centrale ritiene che tanto più convinta ed efficiente sarà la partecipazione della nazione alla guerra quanto più e meglio venga riconosciuta dalle Nazioni Unite all’Italia una posizione di libera e dignitosa alleanza, e si mostri una adeguata valutazione dell’apporto che essa potrà dare alla ricostruzione dell’Europa e della civiltà cristiana di domani». Essa è così limpida che non ha bisogno di commenti. Un simile ordine del giorno venne votato dalla Democrazia del lavoro. Al contrario l’Avanti del 5 aprile reagiva vivacemente ricordando che il Partito socialista si era proposto di incanalare la lotta per altra via e precisamente «la via che storicamente si illuminava coi precedenti francesi del terrore settembrino e maratiano, quando per poter vincere il nemico di fuori fu gioco forza schiacciare prima quello di dentro e della Comune» . I socialisti, concludeva l’articolo, sono disposti a trattare; ma a patto di eliminare dalla direzione politica della nazione e della guerra le forze, gli uomini e gli interessi del 25 luglio e dell’8 settembre. L’Unità, invece, (6 aprile) si intonava con perfetta disciplina all’iniziativa di Togliatti e nel numero seguente del 14 aprile invitava il Comitato di liberazione nazionale ad approvare l’esigenza della formazione immediata di un governo democratico senza attendere la liberazione di Roma e in tal senso rivolgeva anche uno speciale appello ai socialisti . Il Partito d’azione il 16 aprile dava alle stampe una risoluzione che respingeva la soluzione già adottata in via di massima dalla Giunta di Bari e chiedeva che i poteri della Corona invece che ad un luogotenente venissero trasferiti ad un consiglio di eminenti personalità antifasciste . Il Risorgimento liberale (15 aprile) in un articolo intitolato I partiti della realtà si esprimeva in senso favorevole alla Giunta di Bari . Governo di necessità nazionale Intanto nell’Italia liberata le trattative procedevano e sboccavano nella costituzione di un gabinetto di coalizione sotto la presidenza di Badoglio ma con la partecipazione di tutte le tendenze antifasciste, compresi i socialisti, autorizzati dal proprio Consiglio nazionale per l’Italia del mezzogiorno. Mentre scriviamo non abbiamo ancora notizia dell’atteggiamento preso dalle Direzioni centrali dei partiti dinnanzi al fatto compiuto. Solo dei socialisti ci si riferisce che in un ordine del giorno votato il 24 aprile, constatando che il nuovo governo per la sua presidenza e la forma monarchica dell’investitura non corrisponde alla volontà del popolo, dichiarano di mantenere «nei confronti del nuovo governo una posizione di autonomia che implica peraltro una totale adesione alle misure che sarà per prendere per intensificare la guerra» . In quanto a noi, salvo eventuale e più formale posizione da prendere in sede competente crediamo oggi di poter concludere come segue: «Non essendoci stato possibile durante le crisi di prendere contatto con l’Italia liberata noi non possediamo tutti gli elementi di giudizio, attinenti alla politica interna ed estera che hanno indotto i partiti antifascisti ad assumere la corresponsabilità del governo. Ma la stessa asprezza di decisione con la quale essi avevano precedentemente condotta la lotta, andando più in là delle obiezioni, che oggi potremmo ripetere noi di fronte alla composizione del presente governo, ci è garanzia, da una parte che il compromesso venne accolto solo perché, nell’interesse del paese, si imponeva come doveroso e inevitabile e dall’altra ci dà il diritto di supporre che ogni possibile sicurezza sia stata cercata e raggiunta per riservare e garantire i diritti popolari». Posteriormente, infatti, la radio trasmise una dichiarazione programmatica del nuovo governo la quale contiene l’impegno, già espresso in sostanza ma in forma meno precisa da Vittorio Emanuele III il 31 gennaio, in confronto della commissione consultiva alleata, che liberato il territorio nazionale verrà convocata un’assemblea eletta a suffragio universale per decidere la questione delle istituzioni. Questo governo va, quindi, considerato come un governo di emergenza e necessità nazionale, un governo di guerra il quale non ci chiede consensi che impegnino le nostre particolari idee e finalità politiche, ma si attende la nostra cooperazione ai fini della guerra e del risorgimento del popolo italiano. Siffatta cooperazione è, a nostro parere, doverosa sia dal punto di vista dell’immediato interesse dell’Italia occupata, alle lotte della quale il nuovo governo promette tutto il suo appoggio, sia dal punto di vista più vasto degli interessi, del prestigio, della rinascita dell’intiera nazione. È con commozione e insieme legittimo orgoglio che abbiamo sentito leggere la dichiarazione nella radio di New York di colui che ammiriamo e ricordiamo sempre come maestro, don Luigi Sturzo, il quale dopo avere lungamente taciuto, mentre i partiti italiani erano discordi, ora che si sono riuniti, prende la parola per bene auspicare a questa ripresa e chiedere agli alleati comprensione e aiuti, si che l’Italia rinnovata abbia il suo posto nella famiglia delle libere nazioni. Se questa parola di Sturzo ha potuto superare non solo lo spazio degli oceani e la chiusura delle frontiere, ma anche la distanza di quasi vent’anni di esilio e tuttavia risuonare nei nostri cuori così viva, così attuale, così centrale aspirazione del nostro spirito in questo momento storico, vuol dire che questa parola deve essere sgorgata impetuosa e viva dal fondo della nostra coscienza nazionale e significare, pure in mezzo ai martiri e alle rovine, il diritto e l’indomita speranza di una nuova vita.
|
06b9889b-1977-44e6-8bc1-b2d13ebac431.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
I cunicoli della storia Come membro del Governo comincio con un ringraziamento agli Alleati perché più rapidamente di quel che si pensasse, concessero il ritorno del Governo nazionale a Roma – e prossimamente il ritorno di Roma al Governo italiano. Questo ringraziamento non vale tanto per i riflessi amministrativi, ché agli intenti ed all’opera riorganizzatrice del colonnello Poletti rivolgo un doveroso omaggio; ma qui mi soccorre il pensiero che il ritorno a Roma vuol dire ritorno alla sorgente della nostra vitalità spirituale, ritorno alla nostra storia, come una immersione, come una reinvestitura nella storia che è nostra. Qui veramente ci sentiamo amici degli Alleati, qui veramente superiamo con lo spirito la lettera delle condizioni dell’armistizio, qui sentiamo che unico in noi e in loro è il pensiero fondamentale di questa guerra, unica la meta cui dobbiamo rivolgere i passi. Non è un caso che autorità romane e alleate si siano trovate riunite dinanzi alle tombe di San Callisto , né è un caso che quelle tombe siano contigue ad altre tombe, alle tombe dei martiri, dei milioni di martiri e dei papi romani, difensori e vittime anch’essi della libertà delle coscienze contro la tirannia dello Stato. Una volta Orazio Marucchi , dopo una delle sue famose conversazioni catacombali, ci diceva che il lungo peregrinare insieme a De Rossi nelle catacombe, gli aveva rivelato il senso arcano della storia. «Sembra – notava – che vi siano tra i secoli dei cunicoli segreti come qui nelle catacombe: questi cunicoli congiungono un secolo all’altro e un’idea all’altra». Questa immagine mi torna alla mente innanzi alla duplice serie catacombale di San Callisto, e questo stesso pensiero mi riallaccia a tutta la concezione della libertà politica, come si è svolta nei paesi anglosassoni e nei paesi italiani, associata all’idea cristiana; perché in fondo è la stessa idea che domina le famose chartae medioevali inglesi, da quella di Enrico III del 1225 che parla delle libertà concesse «intuitu Dei» (ricordate che anche su un noto arco trionfale di Roma c’è scritto: «intuitu divinitatis»: segnacolo anch’esso di nuova era di tolleranza) fino alla «Magna Charta libertatum» che viene conservata nelle cattedrali e lì letta al popolo due volte l’anno; ed è lo stesso spirito delle carte medioevali e dei cristiani statuti dei nostri liberi comuni che ricompare nelle costituzioni americane; la stessa idea che incoraggiava i guelfi nel Risorgimento; e la stessa che ricompare nei discorsi di Wallace sulla democrazia cristiana e di Roosevelt e Churchill, che opponevano la civiltà cristiana al concetto neo-pagano dello Stato hitleriano e mussoliniano. È la stessa idea di libertà che, bene interpretata, ci viene dall’essenza del Cristianesimo che deve essere la sicurezza del nostro domani. Né fu un caso che l’interprete più autorevole, l’interprete più attento e più vigile di questi sentimenti dell’umanità, l’autore dei richiami più autorevoli fosse precisamente il Pontefice di Roma. La vostra dimostrazione mi esonera dall’aggiungere altre parole in argomento. Saluto agli Alleati In questa continuità della storia, nel tessuto di questi legami spirituali, avvenne per tracotanza di un governo tirannico, uno strappo che fu, speriamo, ne siamo certi, solo una brutta parentesi: la rottura con quell’Inghilterra che noi abbiamo sempre ammirata per il suo regime di libertà e di ordine, e che aveva confortato il nostro travaglio del Risorgimento; la rottura con l’America, con la quale abbiamo avuto tanto scambio e commistura di lavoro, di idee, di pensiero, di sangue e cultura. Al saluto alla gloriosa Inghilterra, al saluto alla libera America, io aggiungo un saluto dal cuore per la Francia. Quella Francia che ha combattuto anche per noi, benché l’Italia avesse sulla coscienza, non certo per colpa del popolo italiano, un atto da Maramaldo, che noi dobbiamo assolutamente cancellare. E preghiamo Iddio, che guida la storia, preghiamo la Provvidenza che ci dia occasione di provare coi fatti alla Francia che il popolo italiano rinnega e cancella per sempre dalla sua storia l’ignominiosa aggressione. E poiché il corpo di liberazione italiano è strettamente connesso all’esercito polacco, lasciate che un saluto speciale venga rivolto alla Polonia. Ai polacchi, a questi nobili cavalieri della libertà e del Cristianesimo auguriamo che questa guerra non lasci ferite nello spirito e confidiamo ed esprimiamo la viva speranza che Giuseppe Stalin, grande maresciallo, grande condottiero di popoli, trovi il modo di conciliare gli interessi della difesa delle proprie frontiere con la libertà, con l’unità della Polonia. Quando vediamo nei nostri quartieri popolari i nostri bambini accarezzati con tanta affettuosità dai soldati angloamericani, ci nasce la speranza che questo sia il simbolo della fraternità di domani verso la quale tutti i popoli anelano e alla quale dovremo assolutamente arrivare. L’Armistizio È vero, oggi esiste la realtà dell’armistizio. E qui, in proposito, vorrei dire una parola, che non deve essere interpretata come indiscrezione di Governo. Sembra quasi ch’esista una «quinta colonna» che lavora ad esagerare la gravità dell’armistizio, ed affermare che nelle clausole segrete esistono impegni per la nostra nazione fatali e definitivi. Ora, se l’armistizio è un duro strumento di guerra e nel rileggerlo, a Salerno, abbiamo sentito come una mano ruvida che passa sopra la ferita non ancora rimarginata; niente vi è però che compromette la pace e l’avvenire: né porti, né ferrovie, né altri impegni territoriali. Per nostro conto non ci siamo opposti alla pubblicazione. Ma nell’interesse del mondo avvenire, del mondo nuovo che si deve creare sarebbe forse meglio che (fermo sempre l’impegno di eseguirlo da parte nostra) lo pubblicassero in quel momento in cui, nella fraterna comprensione, nella collaborazione di fatto, nel fraterno combattimento, tanto la lettera fosse superata dallo spirito, che ormai pubblicandolo, sarebbe come archiviare qualche cosa che appartiene al passato. Agli Alleati rivolgo due preghiere: la prima è che ci aiutino a portare il peso della nostra sventura con dignità. Sembra certo che gli Alleati vogliano concederci un notevole aumento del corpo di liberazione. Se questo sarà, si verrà incontro al desiderio che noi abbiamo di alleggerire il già grave tributo di sangue che le madri inglesi, americane e polacche e di tutti i combattenti delle nazioni unite hanno già offerto per la liberazione d’Italia. E non per soddisfare una specie di baratto, simile a quello vergognoso, cui si riferiva Mussolini allorché diceva che attaccava la Francia perché aveva bisogno del sangue di duemila morti da portare sul tavolo della pace. Noi non cerchiamo di questi baratti; non domandiamo di combattere per ottenere patti speciali: i patti saranno quelli che saranno nella coscienza degli uomini e nelle correnti che domineranno nel mondo durante i negoziati di pace. Necessità morali e civili della Nazione Noi vi chiediamo di combattere per la nostra ricostruzione morale e civile. Non c’è esercito che possa resistere senza combattere e facendo solo della manovalanza per quanto utile e necessaria. Non è possibile che la nostra gioventù soffochi il desiderio ardente del combattimento. Le virtù civili di un popolo sono talmente legate alle virtù militari, della disciplina, del coraggio, dell’ardimento e dell’onore che darci questa possibilità è darci il mezzo di salvare il popolo italiano, salvarlo dal caos, salvarlo nella sua dignità, nel suo onore, nella sua forza. Certo il Governo ha il compito di snellire, epurare, migliorare, nella dignità e nel rendimento l’esercito; ha il compito di organizzare d’accordo cogli Alleati i volontari; ma per tutti e per tutto il popolo, esercito e volontari, governo e popolo hanno bisogno della prova del sacrificio. Questo per la nostra ricostruzione morale. La ricostruzione materiale C’è poi la ricostruzione materiale del paese. Anche qui, ed è la seconda preghiera, abbiamo bisogno di una cooperazione stretta, piena di fiducia, piena di generosità da parte degli Alleati. Qui a Roma, non dobbiamo dimenticarlo, perché siamo per nostra somma fortuna nella capitale della Cristianità, a Roma, siamo come in un’isola. Non dobbiamo dimenticare le zone distrutte, le immense zone distrutte. Si tratta di ricostruire la viabilità, si tratta dei trasporti, si tratta delle materie prime, si tratta di aiutare l’iniziativa privata, la quale è scoraggiata ed è vicina alla disperazione. Si tratta di creare i primi ricoveri, di fare i lavori di riadattamento per l’inverno. Governo nazionale e Alleati devono dunque fare opera comune per far rinascere la fede nel popolo accascíato, creare uffici di collegamento, alti commissari per le singole regioni, procurare le materie prime, sistemare il recupero dei materiali, costituire quegli enti e consorzi comunali di costruzione, per i quali l’esperienza dei terremoti e di disastri nazionali ha già creato in Italia una prassi e una tecnica. E qui è necessario parlare del graduale ritorno dei prigionieri. Abbiamo un milione di prigionieri. Abbiamo bisogno degli operai specializzati che sono tra i prigionieri. Abbiamo bisogno di contadini che lavorino la terra. Gli operai specializzati sono quelli che, ricostruendo gli utensili, daranno lavoro a migliaia di altri operai disoccupati. I contadini traggono l’alimento da questa nostra «alma mater», che è la nostra terra d’Italia. La Russia ha cominciato a restituire 2.500 prigionieri alla Francia. Perché l’esempio non verrà seguito anche in confronto dell’Italia? Siamo ancora nel vivo della guerra; immaginiamo le difficoltà, ma crediamo di superarle, se gli Alleati continueranno a darci il loro aiuto. Se parlasse qui il ministro del Lavoro , vi dovrebbe dire delle difficoltà che trova nella ricostruzione delle industrie, e sopratutto ad infondere il coraggio morale di riprendere; e le difficoltà sue sono più o meno le difficoltà di tutti i ministri che sono al Governo. L’amico Gronchi vi pensa colla sua solerzia geniale e colla sua capacità. Ma ogni ministro ha la sua ricostruzione: nell’economia, nell’agricoltura, nelle finanze e tesoro, nelle forze armate, nella giustizia, nell’epurazione fascista e dappertutto. È ora necessaria una concentrazione di sforzi di cui non abbiamo mai avuto tanto bisogno in altri periodi della nostra storia. È un compito immenso, un compito complesso, per il quale lavora il Governo Bonomi. È un compito immenso quello che ci ha costretto noi sei diversi partiti, a dare l’esempio, primo al mondo, che nonostante la diversa provenienza, la mentalità diversa, tutti facciamo lo sforzo comune di collaborazione per la salvezza e per gli interessi della Patria, sotto la presidenza di un uomo di specchiata probità politica e di grande esperienza amministrativa. Momento di unità e di concordia Per questo sforzo abbiamo bisogno di unità, abbiamo bisogno di collaborazione concorde, abbiamo bisogno dell’indulgenza del pubblico, della pazienza del popolo, dell’aiuto di tutti coloro che hanno cuore e mente per la loro patria. Noi abbiamo bisogno che tutte le questioni le quali ci dividono vengano per il momento messe da parte, perché questa unità necessaria non venga turbata. Perciò noi siamo d’accordo, e abbiamo preso l’impegno di demandare ad una consultazione popolare e più precisamente alla Costituente, i problemi che riguardano la futura costituzione dello Stato. È chiaro che se gli uomini responsabili di tutti i partiti bloccassero una data soluzione o affermassero una delle due, creerebbero una situazione diversa da quella che è oggi, che si fonda sull’equilibrio di un compromesso. È logico e responsabile che io questo oggi non faccia e chiedo che tutti nel Partito sentano la responsabilità e la dignità di non domandarmelo. I nuovi ordinamenti costituzionali Abbiamo preso formale impegno due volte di fronte agli Alleati di non pregiudicare in nessun modo la questione istituzionale. Questo impegno intendiamo mantenerlo e chiediamo a chi ci segue e alle nostre organizzazioni il senso di responsabilità di sostenerci in questo compito. Per me, come ministro, aver detto questo dovrebbe bastare. Aggiungerò come capo partito che la formula che ha usato Togliatti a questo tavolo, di «rispettare domani quella che sarà la volontà del popolo italiano» , la accetto senza difficoltà. Aggiungerò che la espressione che egli ha usato nell’intervista col New York Times: «Noi diciamo che la questione monarchica rimanga da parte fino alla fine della guerra e poi deciderà il popolo italiano» è anche la nostra linea. Noi abbiamo anzi in un certo momento lanciato l’idea di una consultazione diretta, di un referendum, senza toccare con ciò minimamente il diritto ultimo decisivo dell’Assemblea costituente. In fondo un referendum può essere anche un’inchiesta. In ogni modo non occorre discuterne ora, ma è certo che il popolo italiano dovrà abituarsi a giudicare di questa questione con più consapevolezza, con moderazione, serenità, oggettività e con la coscienza dell’interesse della Nazione. Responsabilità ventennali Intendiamoci. Questa nostra moderazione e questo nostro riserbo, non deve lasciar sorgere dubbi sul giudizio che abbiamo dato intorno alle responsabilità ventennali del monarca. C’è stato un giornale che ha ardito scrivere che noi siamo mancati nel momento del colpo di stato come eravamo mancati nel 1924. Brevemente rispondo. Io ho due ricordi del Re: uno, quando si è presentato nel mio Trentino come rappresentante delle forze liberatrici nazionali e come rappresentante del popolo italiano che otteneva, finalmente, la sua integrità; e quello è un ricordo simpatico rivolto all’interprete del popolo italiano vittorioso e dell’esercito liberatore. Ma ce ne ho un altro ed è quello aventiniano sulle responsabilità. Allora i partiti costituzionali dell’Aventino, oltre i partiti dell’opposizione alla Camera, decisero di presentarsi al re, cogliendo l’occasione di una commemorazione statutaria, per avvicinarlo e tentare di strapparlo al fascismo, per tentare così di salvare l’Italia dal baratro verso cui si volgeva. Sentivamo già allora il precipizio in cui si andava a finire. Ci siamo rivolti a lui ed io, l’ultimo dei tre capi dell’opposizione, comparvi in udienza, dopo di Cesarò ed Amendola . Ci siamo scambiati poi, noi tre, dopo la triplice udienza, le informazioni e impressioni e siamo arrivati alla stessa conclusione: il tentativo di convincere il re di sciogliere la Camera, fare appello al popolo, cercare con noi una nuova strada era fallito. Due dei tre sono morti e voi sapete Amendola come è morto! Ma io rimango ancora testimonio della moderazione e degli ultimi vani sforzi fatti dai partiti costituzionali per distogliere il sovrano dalla via falsa. E su questo la storia ormai ha dato il suo giudizio e noi lo confermiamo con la nostra testimonianza e col nostro atteggiamento. Nel periodo di cospirazione ci riunivamo nella casa coraggiosamente ospitale dell’amico Spataro , noi, rappresentanti specialmente delle democrazie riunite, ed in quelle sedute donde è partito qualche eccitamento, qualche incoraggiamento perché il colpo di stato si facesse, in quelle sedute abbiamo sempre supposto che il primo e intuitivo dovere del re in quel frangente fosse quello di tirare anche personalmente le sue conseguenze. Aggiungiamo che l’accusa di sfuggire le responsabilità è ridicola, perché è notorio che uomini che stanno oggi al Governo erano disposti anche allora ad assumersi la terribile responsabilità del momento e l’hanno anche espressamente fatto sapere. Del resto, nel colpo di stato riconosciamo l’atto di coraggio di chi lo ha fatto. A ciascuno bisogna tentare di dare la parte che gli viene nella storia. Noi riconosciamo il coraggio che ci volle a cimentare quattro o cinquemila carabinieri nel grosso e pericoloso colpo di mano e sopratutto la risolutezza che ci volle in Badoglio a strappare al re il permesso di fare quel colpo di stato che era nella coscienza del popolo, dei carabinieri e in parte notevole dell’esercito. Queste osservazioni non hanno scopo di recriminare o di polemizzare né di dire qualche cosa che a qualcuno dispiaccia o piaccia. No. Hanno lo scopo di prevenire gli apologisti che contraffanno un manuale sullo stile di quelli che dopo il Principe si pubblicarono nel seicento e settecento per la buona condotta del principe o del delfino. No, in materia qui non c’è nulla da imparare o imitare. Base e struttura dello Stato Però noi ripetiamo che non vogliamo creare «ab irato» il nuovo Stato, che non bisogna fare la Repubblica semplicemente per far dispetto al re come ha fatto Mussolini; che noi vogliamo il «Nuovo Stato» crearlo non sotto la impressione di reazione o di vendetta, ma crearlo per convinzione intrinseca e per alto senso di responsabilità. Voi gridate facilmente oggi «Viva la Repubblica», perché volete dire sostanzialmente «Viva la libertà». Ma io aggiungo: quel che dobbiamo tener alto, e sopra ogni cosa, è il senso della responsabilità. Diceva Victor Hugo : «Avant la république ayons s’il se peut une chose publique». Questa volta noi vogliamo creare il definitivo. Basta con gli esperimenti pseudo democratici. Il «Nuovo Stato» deve essere lo Stato italiano definitivo in cui il popolo possa governarsi da sé. Esso deve fondarsi sulla più larga e più consapevole adesione delle masse popolari e la decisione deve avere carattere non di club o di partito, ma di popolo. Vogliamo che anche gli stranieri vedano che se tu, o Italia, non puoi più dirti «Italia, Italia, antica condottiera di popoli», ti possano dire, secondo il poeta: «… se il mondo a te più non si prostra, che sai regger te stessa almen dimostra». Un certo periodo di preparazione e di riflessione conviene anche agl’italiani, perché non si confonda la forma con la sostanza; perché avete un bel dire: «Viva la Repubblica», ma volete la repubblica sociale, la repubblica socialista, la repubblica comunista, la repubblica democratica? Ecco che noi arriviamo ai «problemi base», ai «problemi sostanziali». Noi abbiamo una piramide. Sulla cima della piramide vi è un capo dello Stato che può essere il presidente o il re, elettivo o ereditario, ma la base fondamentale è il popolo. E anche la struttura deve darla il popolo: è il popolo che deve reggere. Anche per la sostanza bisogna guardare alla base della piramide per la ricostruzione. La formula generica americana di Lincoln «per il popolo, a mezzo del popolo, dal popolo», è facilmente accettata da tutti. Ma quando si viene al concreto saltan fuori certi discorsi sopra i «consigli» e le circoscrizioni territoriali. Nenni dice veramente che io esagero quando esprimo delle diffidenze al riguardo. Però a un certo momento ho letto sull’Avanti! questo postulato formale: «consigli devono avere carattere politico, devono formare la base dell’autogoverno… è l’eterna questione del potere che si ripropone». Tre giorni dopo, parlando dei consigli di fabbrica che dovrebbero essere gli strumenti di ricostruzione egli scriveva: «Pare che la parola consiglio faccia rizzare le orecchie a più asini attardati nella contemplazione del mondo che fu» . Ora io vi dico: appartengo a questa triste categoria. C’è un precedente grossissimo, un precedente che farà storia, ed è appena di ieri. Se voi leggete quel libro che i comunisti hanno diffuso durante il periodo di clandestinità sopra gli elementi del leninismo che contiene le conferenze sintetiche di Giuseppe Stalin fatte sulla teoria di Lenin , Marx ecc. voi troverete che il consiglio, cioè il soviet, è la forma ideale della dittatura del proletariato; che qui si tratta dell’unità di produzione delle fabbriche ed officine in contrasto coll’antica unità territoriale; che la comune di Parigi è stata l’embrione e questa dei soviet o consigli è la forma ideale scoperta per la nuova costituzione dello Stato. Anzi questa forma dei consigli prepara «il deperimento del sistema statale che è uno degli elementi essenziali della futura società comunista». Ora qui siamo proprio a un punto grave su cui richiamo la vostra attenzione e che vale di più dell’alternativa «Repubblica o Monarchia». Vogliamo fondare il nostro Nuovo Stato, la nostra nuova Italia sopra la larga base del popolo italiano, unito, come è nei suoi comuni, costituito dalle sue famiglie, nel suo carattere storico, o vogliamo dissolverlo in rappresentanze di officine? Non è che io non accetti i consigli, perché li accetto come rappresentanze di carattere sindacale, come rappresentanze di interessi che dovranno avere anche la loro funzione politica, per esempio nel costituire il senato. Ma la base fondamentale deve essere il comune, deve essere la regione, deve essere il suffragio universale maschile e femminile. Il comune, organo del nostro autogoverno, Self gouvernment che come parola ci viene dalla storia inglese, ma come esperienza, più ancora dai nostri gloriosi comuni italiani. Il comune che raccoglie le famiglie del territorio in cui c’è la torre che ricorda un passato, un campanile che indica il cielo, delle libere istituzioni le quali vengono dai padri e rappresentano il patrimonio della nostra storia italiana; il comune deve rimanere la base della futura democrazia. Questa unità territoriale è tanto più necessaria perché l’esperimento che essa ha fatto è tutt’altro che negativo. Quando il fascismo ha voluto cominciare a distruggere il tessuto delle nostre libertà, ha iniziato il suo attacco ai comuni perché è là nei consigli comunali, anche nei più piccoli, che il popolo impara a reggersi, e anche in molti consigli comunali dell’alta montagna certe volte i rappresentanti rurali hanno dimostrato molta più sapienza politica e amministrativa del gran consiglio del fascismo. Coi consigli invece rischiamo di prendere un’altra strada. A ragione scrive il Bryce a proposito della democrazia: «La parola democrazia è stata sempre usata da Erodoto ai nostri giorni a denotare quella forma di governo nella quale la sovranità dello Stato è legalmente devoluta non ad una o a certe classi particolari, ma ai membri tutti della comunità» . Vero è che il suffragio universale va disciplinato e organizzato. Abbiamo tentato nel 1919 con la proporzionale e ne sono derivati difetti che esigono correzioni. Bisogna organizzare la vigilanza dei partiti da parte di una magistratura superiore, affinché né imbrogli né intrighi possano inquinare quella che deve essere la serena volontà del popolo. Dovremo disciplinare anche le assemblee, e se reclamo il parlamento non è che non riconosca i difetti del sistema parlamentare, gli errori commessi e la necessità di riforme. E dobbiamo aggiungere una suprema corte di garanzia, perché se una volta è avvenuto che per colpa della piazza o del Capo dello Stato o di tutti e due insieme la libertà nostra costituzionale è andata perduta, ciò non deve avvenire mai più. L’esperienza comunista Mi riferirò adesso anche all’esperimento russo. Con ciò non voglio menomamente diminuire il merito immenso, storico, secolare delle armate organizzate dal genio di Giuseppe Stalin. Lo riconosco questo merito e ho fiducia, ho speranza, che dal concorso delle forze operaie russe e delle forze occidentali, nasca un nuovo mondo. Bisogna però che c’intendiamo su parecchie questioni importanti e pregiudiziali. È stato scritto da parte autorevole comunista che «l’Unione delle repubbliche sovietiche è la prefigurazione vivente della futura unione dei popoli stretti in una economia mondiale unica». E sia. C’è qualche cosa di immensamente simpatico, qualche cosa d’immensamente suggestivo in questa tendenza universalistica del comunismo russo. Quando vedo che mentre Hitler e Mussolini perseguitavano degli uomini per la loro razza, e inventavano quella spaventosa legislazione antiebraica che conosciamo e vedo contemporaneamente i russi composti di 160 razze cercare la fusione di queste razze superando le diversità esistenti fra l’Asia e l’Europa, questo tentativo, questo sforzo verso l’unificazione del consorzio umano, lasciatemi dire: questo è cristiano, questo è eminentemente universalistico nel senso del cattolicismo. E cristiano è anche il formidabile tentativo di accorciare le distanze fra le classi sociali, questo sforzo per la elevazione del lavoro manuale. Mi capitò una volta fra mano un documento segreto dello stato maggiore tedesco sulle impressioni che riportavano gli ufficiali in Russia. Conclusione: quel che fa impressione ai soldati tedeschi è trovare un paese ove nessuno vive senza lavorare. Ora questo è un principio a cui tendiamo e che deve applicarsi anche in Italia. A questo scopo tendiamo noi e altre democrazie che si basano sul lavoro. Le varie fasi attraversate dal comunismo negli ultimi 25 anni, le trasformazioni avvenute ci rendono difficile precisare che cosa ora nell’esperimento attuato, sia considerato proprietà privata e fino a qual punto sia giunto l’assorbimento collettivista; onde senza fermarci su tali problemi diremo che se comunismo s’intende nel senso generico che i beni della terra devono essere comunicati a tutti, ut communicentur, direbbe il teologo medioevale, o che a tutti, secondo la formula americana, sia dato eguale accesso alla proprietà, questo comunismo è anche nostro. Lo statalismo oppressore della libertà In quanto alle applicazioni pratiche, ci sarebbe da sperare che la presenza di Togliatti in Italia potrebbe in ogni caso servire a evitare gli esperimenti negativi e gli errori del sistema russo. Accenno qui alle varie trasformazioni subite dal comunismo russo, dal comunismo di guerra raggiunto, fra l’altro, non soltanto con la soppressione della moneta e dell’oro, ma anche con la soppressione fisica dei capitalisti alla Nep che ridà il commercio interno ai privati, e fa fiorire la classe dei contadini medi (kulaki) finché la volontà di industrializzare la Russia per farne il paese ideale del socialismo, e, più ancora poi, la minaccia rivelata dal Mein Kampf spingono i capi sovietici alla grande impresa economica coi tre famosi piani del ’28, del ’33 e dell’ultimo ancora in corso quando scoppiò la guerra. Se nel 1917 si erano colpiti tre o quattro milioni di latifondisti, nel 1929 si porta uno sconquasso in tutta la classe dei piccoli e medi proprietari trasformando in poderi collettivi le proprietà private, incaricando la polizia federale della liquidazione dei renitenti che vennero trasportati a distanza di migliaia di chilometri a fare gli operai nelle miniere, sui canali e nelle fabbriche. Altro fenomeno, la denomadizzazione: milioni di nomadi che vengono costretti ad abbandonare il loro secolare sistema di vita. Ed eccovi ad un tratto il sabotaggio nelle miniere. Vi ricordate che noi credevamo che i processi fossero falsi, che le testimonianze fossero inventate, che le confessioni fossero estorte: e invece no. Eccovi che oggettive informazioni americane assicurano che non si trattava di un falso, e che i sabotatori non erano truffatori volgari, ma vecchi cospiratori idealisti, che mal si adattavano ai concetti più democratici della costituzione del ‘36 e che affrontavano la morte piuttosto che adattarsi a quello che per loro era tradimento del comunismo primitivo. Accenno a tutto questo per due ragioni: l’una per ricordare che il sistema comunista è stato ed è, economicamente parlando, in continua trasformazione, e quindi non può venir giudicato come una forma definitiva; vi sono errori, rifacimenti, demolizioni e ricostruzioni. La seconda perché in tutte queste trasformazioni quello che rimane costante è l’eccessiva coazione e l’eccessivo intervento dello Stato e della sua polizia. Se la dittatura trova resistenza, diventa violenta e sanguinaria: e non lo fa per capriccio e per istinto brutale, ma lo fa perché è costretta dalla logica interna del suo compito innaturale, che è quello di determinare i destini morali, economici e materiali di tutti i cittadini. Per raggiungere l’ideale comunista ci vuole o un’altissima temperatura morale o una immensa coercizione. La temperatura morale si ebbe solo nelle condizioni straordinarie delle comunità cristiane della Chiesa antica attraverso la povertà volontaria, e si ha ancora nelle comunità monastiche. Per le masse, tolto il periodo di estrema accensione, come può essere la guerra di estrema difesa, non rimane che la coercizione. E il fatto dei sabotaggi compiuti dai vecchi idealisti prova che la morale che si può dedurre dal concetto materialistico della storia è insufficiente a dirigere le coscienze. L’idea ricostruttiva della Dc Ma che cos’è dunque che sentiamo come un insuperabile limite sul cammino di queste esperienze sociali? Prima di tutto la libertà, che non è semplicemente la libertà di parola e di riunione; la libertà per il popolo è essenzialmente l’esser padroni in casa propria, dunque proprietario o almeno mezzadro e affittuario, il poter allevare i figli secondo le proprie condizioni e il poter risparmiare per loro: libertà del risparmio trasmissibile. Ma come può esser libero l’uomo se dalla mattina alla sera lo Stato interviene attraverso i suoi commissari a regolare tutta la sua vita? I nostri sforzi devono tendere all’uomo proprietario e libero. Il nemico della libertà è il totalitarismo di Stato. Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero diritti sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato. Collega Togliatti, abbiamo apprezzato, come meritava, la tua dichiarazione di rispetto per la fede cattolica della maggioranza degli italiani, e confidiamo che nella pratica tutto il Partito ne tirerà le conseguenze. La tolleranza mutua nelle forme della civile convivenza che voi proponete e noi volentieri accettiamo, costituisce in confronto al passato un notevole progresso, che potrà farci incontrare più spesso lungo l’aspro cammino che dovremo percorrere per il riscatto del popolo italiano . Ma lassù sull’erta, e mi par di vedere con gli occhi della fede la Sua luminosa figura, cammina un altro Proletario, anch’Egli israelita come Marx; duemila anni fa egli fondò l’Internazionale basata sull’eguaglianza, sulla fraternità universale, sulla paternità di Dio, e suscitò amori ardenti, eroismi senza nome, sacrifici fino all’immolazione. Ma l’uomo, incline al male, resiste; è avido (mammona iniquitatis), superbo (superbia vitae) e sanguinario: alla vigilia della guerra invano risuonò la voce del Papa. Ebbene bisogna riprendere il cammino, bisogna seguire quella Figura divina. Non l’avete, ciascuno di voi già incontrato questo Proletario, Cristo, col suo dolce sguardo nelle giornate tremende che abbiamo passate di dolore e di tragedia nei ricoveri, nelle trincee, nei carceri o nel buio d’una catacomba? Il Salvatore è Lui. Per risorgere dalla sua morte civile e materiale, bisogna che la nuova Italia disposi [sic!] il lavoro alla fede come facevano le nostre repubbliche comunali, e che le forze morali e materiali della carità cristiana soccorrano, come ha già fatto meravigliosamente il clero romano, all’opera di giustizia sociale che vogliamo intraprendere.
|
5de6ab63-a98a-4bc5-ad04-c94425eb13b5.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Il Presidente ideale di questo nostro Congresso non è purtroppo qui, ma è materialmente distante molte miglia, seppur così vicino in spirito al nostro lavoro. (Tutti i presenti in piedi acclamano entusiasticamente ed a lungo Luigi Sturzo, una cui grande fotografia campeggia nella sala). Con l’augurio che presto egli possa tornare in mezzo a noi, intendiamo nominare don Sturzo Presidente Onorario del Compresso ed inviargli il seguente messaggio di saluto: «A Luigi Sturzo, animatore, maestro e guida del movimento democratico cristiano in Italia e pugnace assertore dell’ideale della democrazia cristiana nel mondo, a Luigi Sturzo, campione ed esule di libertà, vittima di tirannide, fiaccola di italianità nei liberi paesi d’Inghilterra e di America, i rappresentanti del Partito Democratico Cristiano dell’Italia Centrale e Meridionale liberata dal fascismo e dal nazismo, riunendosi per la prima volta a Congresso in Napoli, chiamandolo nell’iniziare i loro lavori a Presidente Onorario del Congresso, inviano il loro memore grato affettuoso e deferente saluto, sicuri che dal suo non obliabile esempio la Democrazia Cristiana Italiana saprà trarre, in queste tragiche ore della Patria, forza di abnegazione, di fermezza e di sacrifico» . […] Il primo bisogno dell’Italia è quello della sua ricostruzione morale, in cui risalta, nelle attuali condizioni di fatto, particolari e generali, il compito essenziale della Democrazia Cristiana. Da qui la necessità di un perfetto inquadramento del Partito: compito fondamentale dell’ora è quello di rendere il Partito, sulla base della sua impostazione politica di fondo, un organismo pronto, attrezzato ed efficiente. Soltanto così, dopo le opportune chiarificazioni, avremo il mezzo per tradurre in atto i postulati ideologici che abbiamo preso a fondamento della nostra azione politica. La Democrazia Cristiana è un partito di riforme, meglio di rivoluzione, ma in questo mai dovrà perdere di vista il supremo bene della libertà. Questo bene deve essere gelosamente custodito e strenuamente difeso. Quale che dovrà essere l’avvenire, è necessario che avvenga costituzionalmente e per volontà del popolo, e che non ci sia imposto con dimostrazioni di piazza e con violenze private. Spero che a ciò non si arrivi, e faremo ogni sforzo per evitarlo, oggi come domani; ma se venisse l’ora in cui la libertà dovesse essere difesa, non si conti su una nostra compassionevole mansuetudine. Concludendo, ribadisce la necessità di tenersi pronti a fare del partito, anche con l’approvazione del suo Statuto provvisorio , uno strumento adatto al momento, perché la battaglia è ingaggiata e non c’è tempo da perdere. [Alessi chiedeva di formare una Commissione a rappresentanza regionale, incaricata di studiare gli emendamenti da proporre allo schema stesso]. La Commissione deve essere formata sia dai rappresentanti delle Regioni, sia da quanti hanno studiato il problema, specie in rapporto alle questioni particolari dei giovani, delle donne e dell’azione sindacale. Propone che nel pomeriggio ogni Regione designi al presidente del Congresso il proprio rappresentante per questa Commissione. [Don Luigi Nicoletti interveniva sollevando la questione della difficile situazione della provincia di Cosenza. Denunciando il «mito della collaborazione» esistente nell’Italia di quegli anni, aveva fatto notare come un partito, favorito da «più alta protezione», fosse riuscito a monopolizzare le cariche amministrative e sindacali, nonostante la maggioranza della popolazione del luogo si dichiarasse vicina alla Dc]. Certo la situazione della provincia di Cosenza è molto difficile. D’accordo con i ministri Gullo e Mancini , sarà inviata a Cosenza una Commissione con l’incarico di indagare sui fatti e sugli atteggiamenti ora denunciati .
|
d3bb9494-f06b-49ae-b50a-baba3f8168ad.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Richiamandosi al messaggio di Churchill al popolo italiano egli ha detto: «Noi accogliamo l’appello alla nostra coscienza e responsabilità politica per la difesa della libertà e riconosciamo l’importanza di tale appello che ci viene dal capo di un paese maestro al mondo di libero reggimento e di democrazia parlamentare. La preoccupazione che egli esprime che le conseguenze morali ed economiche della guerra ci portino ad una nuova dittatura è anche la prima preoccupazione nostra. È dovere degli italiani di fare ogni sforzo per superarla ed i democratici cristiani daranno a tale sforzo il massimo contributo della loro maturità politica. Ma il premier inglese ha già compreso che a ciò è anche assolutamente necessario l’aiuto economico e morale degli alleati. Più che di controllo abbiamo bisogno di cooperazione fattiva specie nel combattere la miseria e la disoccupazione, nell’attuare le urgentissime riparazioni edilizie per l’inverno e nel migliorare le condizioni più elementari della vita economica. Gli alleati possono aiutarci moltissimo anche nella questione monetaria, migliorando e rendendo veramente attuabile il cambio fra la moneta d’occupazione e la moneta pregiata». Ma questa è la forma politica, in cui deve versarsi e muoversi la realtà sociale e economica. «Duro lavoro, grande sforzo di volontà – dice Churchill – tensione politica e urto di molti partiti non saranno le semplici gioie e diritti che la massa del popolo tanto desidera». È vero e per ottenere una tregua abbiamo appunto convenuto, aderendo del resto a formale invito venutoci dagli alleati, di non pregiudicare e evidentemente di non accanirci intorno a questioni che non sono d’immediata soluzione. È naturale però che l’accelerato ritmo della guerra susciti la necessità di discussioni, di una preparazione e elaborazione di problemi che dovranno risolversi o prima della consultazione popolare o nella stessa assemblea costituente. Questa preparazione si fa entro i singoli partiti, ma non sarebbe bene che trovassimo il modo di farla più serenamente e concretamente? Non sarebbe opportuno che il governo creasse delle commissioni interpartitali e superpartitali per studiare i problemi essenziali del nuovo Stato, ad esempio una commissione sociale: per vedere in concreto la portata, i limiti, e metodi della socializzazione; la sfera della libertà economica nella piccola o media industria; la struttura e la funzione dei sindacati e delle rappresentanze del lavoro ecc. – una commissione agraria che fissasse le linee concrete e la misura della riforma terriera – una commissione amministrativa per la riforma della burocrazia e dei metodi amministrativi – una commissione sulla scuola e sui rapporti tra Stato e Chiesa – ed infine una commissione costituzionale che studiasse la struttura dello Stato: organizzazione centrale, regionale, provinciale e comunale, leggi fondamentali e sistemi elettorali? Tutto questo si può studiare riservando al momento opportuno di considerare e risolvere il problema della suprema magistratura, cioè del capo dello Stato. Questo sincronismo fra l’opera di emergenza che fa il governo e quella di preparazione in tali commissioni permetterebbe di concentrare ancora gli sforzi del governo di coalizione sulle necessità immediate della ricostruzione e della cooperazione con gli alleati e contemporaneamente di promuovere e saggiare quali siano le probabilità e possibilità di cooperazione nella creazione e nel governo del nuovo Stato, preparandone le linee costruttive, pur senza assoluto impegno dei partiti politici. Facendo viceversa, cioè mettendo come pregiudiziale assoluta quella della forma politica non guadagnando niente, non ricostruiamo. Possiamo arrivare a negare, a escludere una data soluzione, per esempio la monarchia, ma non a sottoporre al popolo, che dobbiamo illuminare, una figura concreta di nuovo Stato, con assolute garanzie di libertà ed un ordinamento sociale ed economico che tale libertà rispetti. Ora chi non sa che questa pregiudiziale delle garanzie e della misura della libertà è questione capitalissima e che il contenuto sociale della forma repubblicana può spostare completamente la questione? È per questo che noi dobbiamo parlare anche in tale nesso di socialismo e di comunismo, esaminando le ultime affermazioni programmatiche dei due movimenti. Si dirà: anche voi pensate se mai a uno Stato democratico-cristiano, certo, ma esso, il democratico cristiano, è «tale» che salvaguardia la libertà politica ed economica e mette in prima linea la persona umana e non lo Stato o la collettività; che garantisce lo sviluppo delle forze religiose; non prevede dittature né formazioni economiche eccessive, non ha nella sua storia né minacce né esperienze totalitarie. E noi oggi cominciamo col dare segni di libertà insistendo sulle libertà locali e regionali contro l’accentramento dello Stato, parallelo delle libertà che devono avere gli enti economici, sindacali, culturali e soprattutto la società religiosa, la Chiesa. Abbiamo apprezzato le dichiarazioni di Togliatti circa la libertà religiosa ; prendiamo atto che nel convegno socialista di Napoli per lo meno nulla in senso contrario; abbiamo visto anche con piacere che il ministro liberale Carandini in un discorso, che merita attenzione per il suo contenuto concreto e per uno sforzo onesto di chiarificazione, ha dichiarato che l’anticlericalismo dei liberali è finito e abbiamo letto con interesse le affermazioni antitotalitarie della Italia libera; ma nessuno di questi partiti, o per il loro programma integrale o per le loro recenti affermazioni o per lontani o vicini esperimenti italiani o esteri, ci esonera dal nostro compito specifico, «pregiudiziale», essenzialissimo, che è quello di alimentare nella democrazia la linfa vitale che viene dalla nostra ispirazione cristiana, di preservarla dalla degenerazione deterministica e materialistica, e misurare tutti i problemi con questa unità di misura assoluta: è questa la direttrice del nostro cammino, e noi crediamo che su questa strada sarà in marcia non solo la Democrazia cristiana, ma anche la maggioranza del nostro popolo. Qui deve puntare il dinamismo di tutte le nostre forze, qui l’intraprendenza e l’ardore della nostra gioventù, qui lo spirito di sacrificio, di disinteresse personale dei nostri aderenti. Non è vero che siamo degli agnostici, dei disorientati, dei pregiudizialisti in questioni relative, come quella della forma dello Stato; siamo dei tempisti che tendiamo alla massima concentrazione di tutte le forze che siano sinceramente democratiche intorno ad un programma assoluto di conquista, di libertà politica e di giustizia sociale. Nell’assoluta fiducia della funzione essenziale che ci è riservata per la elaborazione della coscienza del partito noi crediamo, che possano democraticamente risolversi tutte le differenze che esistono sulle questioni subordinate e contingenti .
|
86563b53-8b36-455a-8c89-2317935499f9.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Caro Togliatti, Il Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana mi ha incaricato di ricambiarti cordialmente il tuo amichevole saluto e di ripeterti quanto noi, che siamo particolarmente preoccupati della libertà religiosa e delle cattoliche tradizioni del nostro popolo, desideriamo apprezzare le tue dichiarazioni in argomento e di vederle praticamente attuate. Conveniamo con te nella necessità di collaborare in questo momento «con tutte le forze democratiche e antifasciste italiane» e circa le possibili collaborazioni future. Tu leggerai nel nostro ordine del giorno che ti allego, quale dovrebbe essere, secondo noi, il metodo da seguire per accertare le reali confluenze dei partiti intorno alle riforme sostanziali di struttura dell’avvenire, senza turbare ed indebolire l’attuale collaborazione che ci unisce al governo e che crediamo in questo momento indispensabile per ragioni interne ed esterne. Premessa inderogabile però di ogni collaborazione presente o futura è quella di creare e salvaguardare un clima di libertà e di autodisciplina. Proprio ieri mi sono stati segnalati, dopo molti altri, quattro casi di comizi democratici cristiani nel Lazio violentemente interrotti o disciolti da gruppi comunisti. La cosa è assolutamente intollerabile e inescusabile, soprattutto quando si pensi che c’era comunque la possibilità del contraddittorio. Se questo sistema volesse tendere ad impedirci di esprimere il nostro pensiero, anche quando dissente dalla vostra ideologia che è in antitesi con la nostra, come si potrebbe dissimularne la gravità? E se esso divenisse epidemico e si applicasse su larga scala, con quale legittimità morale potremo condannare lo spirito di intolleranza del partito unico fascista che dagli episodi delle famigerate «risse domenicali» arrivò alla marcia su Roma e alla tirannia? Noi democratici cristiani saremo sempre dalla parte della democrazia e della libertà. La nostra coscienza, il nostro passato vi garantiscono che noi non saremo mai dalla parte delle «forze reazionarie che già una volta hanno portato l’Italia alla rovina», ed ogni qual volta si tratterà di respingerne gli attacchi o sventarne le reali minacce, siamo oggi e saremo domani con voi, con tutte le forze progressiste e antifasciste. Ma la bandiera di tutti deve essere quella della libertà, della disciplina nazionale, del governo forte nel diritto comune e nell’eguaglianza dei cittadini, del governo insomma di popolo, con i suoi partiti, e non un partito unico e sopraffattore. So bene, caro Togliatti, che tu dimostri la massima comprensione per queste esigenze; ma dalla periferia giungono spesso notizie che alimentano timori e diffidenze. Tu ti acquisterai una grande benemerenza verso la nazione se riuscirai con i fatti a dissiparle ed a creare un clima che sia pegno di un regime di libertà anche per l’avvenire. In questo sforzo tu potrai contare sulla leale cooperazione della Democrazia Cristiana. Accogli i miei più cordiali saluti Alcide De Gasperi
|
af3df2f2-63ef-4a86-9dae-9f677dff5939.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Per celebrare questa data anniversaria preferisco non volgermi indietro a rifare il corso degli avvenimenti, ma guardare avanti per auspicare il più felice sviluppo . Dopo il colpo di Stato antimussoliniano, avevamo chiesto che si osasse fare alla Germania, subito, un fiero e deciso discorso. Il governo di allora temette che il rischio fosse troppo grave e cercò di guadagnare tempo; ed invece, fu perduto! Non indugiandoci a criticare e ad accusare! La guerra è ancora in corso, la ripartizione delle responsabilità si farà dopo la vittoria. Tredici ottobre; meglio tardi che mai! L’Italia finalmente si metteva dalla parte ove la reclamavano le sue aspirazioni, le sue tradizioni, la volontà del suo popolo! Eccoci sulla strada giusta accanto ai popoli liberi. Gli italiani combattono coi figli della Repubblica stellata; combattono sul fronte, si battono tenacemente nella guerriglia. Nell’anniversario della cobelligeranza essi hanno un desiderio: accrescere il numero di combattenti, armati per la vittoria, contribuire col proprio sforzo a liberare l’Italia; e, se gli alleati lo renderanno possibile, mettendoli in condizione di dignità morale e di potenzialità economica, dare il proprio contributo su tutte le terre e su tutti i mari per la punizione degli aggressori e il trionfo di popoli liberi contro tutti gli imperialismi.
|
11314436-b34d-44cb-a083-7823580f4cfd.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Ho visto con simpatia l’iniziativa principalmente per due motivi: primo che si tratta di uno sforzo cooperativo, che stringe in collaborazione tutte le categorie dell’arte cinematografica dal più alto lavoratore intellettuale, come lo scrittore e il drammaturgo, al collaboratore manuale: esperimento esemplare di superamento delle classi e categorie meritevoli di larga imitazione. È solo dalle forze libere coalizzate che può sorgere la nuova Italia; lo Stato non può essere che l’integratore non il creatore o il monopolizzatore delle imprese. Mi auguro, quindi, che il tentativo trovi l’appoggio di capitalisti intelligenti e lo Stato agevoli questo lavoro altamente produttivo. In secondo luogo, voi rappresentate lo spirito ideale dell’arte che è al disopra dei partiti e aleggia in un’atmosfera più vasta. Noi politici vi ospitiamo qui ed assistiamo al vostro battesimo, ma non intendiamo inquadrarvi in un partito. Il tempo della «tessera di pane» deve essere tramontato per sempre. Noi camminiamo con voi in una corrente più vasta che è quella della nostra civiltà cristiana. La Chiesa, ha scritto un’artista architetto, è la sola che ci considera soprattutto come uomini, come persone, che ci afferra nella mente e nel cuore. Se è vero come scrisse l’Alfieri che «la pianta uomo aleggia in Italia più robusta che altrove» ciò è dovuto alla nostra congiunzione con la Chiesa. E qui è anche il punto di congiunzione con l’arte, perché l’arte fa appello alla personalità non alla massa più o meno organizzata. In questa tradizione sentiamo che sta la salvezza della presente crisi e la speranza di domani. Noi non abbiamo la robustezza della fede medievale, che portava gli artisti e gli artigiani costruttori di chiese ad unirsi in confraternite che facevano accedere all’opera la preghiera o l’atto liturgico in comune, ma basterà almeno che ci leghi in comune la convinzione che l’atmosfera ridiventerebbe asfittica se non ci fosse l’ossigenazione di chi vive in spirito e verità. Noi abbiamo bisogno dei dollari e delle sterline e siamo grati a chi ce li dà; ma sentiamo, contro ogni meccanizzazione e standardizzazione della vita, che la nostra rinascita dipende soprattutto dalla linfa vitale della nostra civiltà, della nostra cultura, della nostra arte. Tante opere, tanti monumenti sono distrutti, ma quello che rimane ancora nelle pietre, sulle tele, nel nostro spirito e nella nostra natura basta per ridiventare «luce del mondo».
|
660a5e87-bb2b-4aea-9e96-371210bdcda1.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Credo che il fine da raggiungere, cioè stabilità ed efficacia di governo, sulla base di un patto di lavoro coi socialisti, meriti ogni sforzo, ma le difficoltà sono molte, ed io credo che il tentativo non può utilmente farsi prima di ulteriori sviluppi. Seguono alcune obiezioni da avvocato del diavolo Mostrare che è superata la pregiudiziale anticattolica. Nella dottrina si è abbandonato il materialismo storico e il determinismo economico? Nei rapporti concreti Stato e Chiesa: scuola, matrimonio? Non conosciamo alcuna manifestazione favorevole, alcune contrarie (Avanti). Possiamo ritenere superata la loro propaganda contro il clero e la chiesa, quando è tanta parte della loro concezione storico-filosofica? Metodo democratico? L’Avanti pubblicò qualche articolo favorevole sulla democrazia e sulla libertà, ma anche qualche altro più autorevole di carattere giacobino. Il metodo preconizzato per risolvere la crisi presente si richiama a Marat e alla Comune. Il progetto di un sistema (pubblicato dall’Avanti) di consigli operai non dimostra fedeltà al sistema rappresentativo sulla base del suffragio universale ed eguale. Leggendo l’Avanti e conversando con i suoi redattori, si arriva alla conclusione che lungi dall’avere raggiunto una sintesi rinnovata, la concezione socialista è più che mai in flusso. In questo momento l’anticlericalismo sarebbe inefficace, specie a Roma; ma bisogna vedere in diverse contingenze ambientali se resistono al vecchio istinto. Il cristianesimo è qualche cosa di essenziale ed integrale. Si sente o non si sente; se non si sente nella coscienza anche i termini politici di libertà e di democrazia assumono diverso significato. Non bisogna dimenticare l’esistenza di un patto formale con i comunisti. E di un altro con il Partito di azione. Può essere che i socialisti più tardi si possano disimpegnare dai comunisti, ma ora non lo tenteranno che molto subdolamente, perché temono che i comunisti abbiano dietro di sé le masse ed hanno paura del loro «terrorismo». Prima che non sia passato questo traguardo nulla saranno che li possa mettere in sostanziale o tattico conflitto con i comunisti. È da augurare il favorire l’evoluzione auspicata ma bisogna prevedere che essa non potrà rivelarsi in termini di utile consistenza prima della Costituente. Sarebbe, quindi, uno sforzo inutile e uno strappo non necessario alle buone tradizioni democratiche quello di negoziare l’affermazione repubblicana in questa prima fase. È vero che il plebiscito mette in crisi la monarchia, e già abbiamo espressamente detto che come partito abbiamo le mani libere; ma nulla mi fa dubitare di una cordiale sincera accettazione del sistema democratico più di codesto impuntarsi in una pregiudiziale di fatto la quale nega ogni serietà all’esercizio del diritto popolare. Questo fuggevole appunto non deve essere mostrato a nessuno perché è di prima impressione né meditato a fondo.
|
26d3b8a7-2e6a-46c5-a723-41dea249dfcb.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Desidero vivamente attirare la sua autorevole e benevola attenzione su alcune gravi notizie che ci sono recentemente giunte, pel tramite dei Comitati di liberazione dell’Italia settentrionale, e che riguardano l’attività antitaliana svolta e in via di svolgimento da parte dei nazisti nelle provincie di Trento e di Bolzano. Tale attività, e gli atti di intimidazione e di ferocia che l’accompagnano, hanno lo scopo non dichiarato, ma evidente, di cercare di snaturare la fisionomia di quelle provincie al fine di incorporarle nel Reich facendole apparire come regioni non italiane, ma tedesche. Le regioni suddette sono state infatti comprese in una «zona di operazione delle Prealpi», creata ufficialmente con carattere e finalità esclusivamente militari e tuttavia diretta ad eliminare tutto ciò che è «italiano» . Né un carabiniere, né un agente della polizia italiana è rimasto nell’Alto Adige; le autorità italiane sono state estromesse da ogni ufficio e da ogni ente, e sostituite da commissari germanici la cui attività si esercita nell’allontanare quanti più italiani è possibile. Arbitri, sopraffazioni e violenze non si contano più; arresti e anche uccisioni vengono compiuti sempre più frequentemente. Le scuole italiane sono state chiuse e i giornali italiani sono stati aboliti. I nomi italiani dei villaggi, delle vie e delle piazze sono stati sostituiti con nomi tedeschi. Decreti appositamente emanati dispongono l’allontanamento degli impiegati italiani, mentre continue chiamate alle armi e deportazioni di italiani delle classi dal 1894 al 1926 pel lavoro obbligatorio provvedono ad allontanare notevoli masse di connazionali. Anche gli elementi appartenenti alle minoranze allogene, che in base agli accordi italo-tedeschi del 1939 avevano optato per l’Italia vengono ora a mezzo di intimidazioni costretti a rinnegare l’opzione allora fatta, e coloro che rifiutano vengono allontanati . Quest’opera di violenza ha provocato già l’allontanamento da quelle regioni di 30-40 mila persone, ma questa cifra è destinata ad aumentare con ritmo crescente quanto più durerà l’occupazione nazista della regione. Ho ritenuto opportuno segnalarle quanto precede, caro ammiraglio, affinché gli organi alleati che saranno in un primo tempo chiamati al governo di quelle regioni, subito dopo la loro liberazione, siano messi tempestivamente al corrente, per loro orientamento, dell’azione antitaliana spiegata colà dal nemico, e mi riservo di inviarle, caro ammiraglio, quelle ulteriori informazioni che al riguardo, mi dovessero pervenire.
|
f1b5e477-7160-4475-b7ec-7db46b96c022.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Il signor Couve de Murville mi ha fatto presente verbalmente e per iscritto , che, a suo avviso, sarebbe nell’interesse stesso delle conversazioni italofrancesi tuttora in corso che fosse evitata su di esse ogni ulteriore pubblicità. Nello stesso tempo ha fatto ogni riserva sulle note dichiarazioni già fatte in proposito dal dr. Rossini . È stato spiegato al signor Couve de Murville che l’esigenza di un riavvicinamento italo-francese è così viva e diffusa nel paese che è parso opportuno dare al riguardo un qualche apaisement all’opinione pubblica. È stato aggiunto che, del resto, le dichiarazioni stesse e le informazioni pubblicate al riguardo dalla stampa non fanno che dare espressione a propositi di buona volontà e di pacificazione che, come tali, dovrebbero non essere pregiudizievoli. Comunque, credo anch’io, che nell’attuale fase della questione, sarebbe stato conveniente evitare questa eccessiva pubblicità, che ha infatti provocato la spiacevole messa a punto francese di cui ti accludo copia , e, soprattutto, lasciare per l’avvenire che le cose procedano per il meglio, come mi auguro e spero, senza ulteriori discussioni e commenti pubblici che rischiano di essere controproducenti. Ed in questo senso sarebbe certamente utile indirizzare ed orientare la stampa.
|
bf2bc3b7-b418-4d19-b4cc-58489817cd47.txt
| 1,944
| 3
|
1941-1945
|
Carissimo, ebbi la tua con l’odg soc[ialista] e ancora stamane dell’odg una copia e dell’accompagnatoria un sunto trasmisi al mio secondo coll’incarico di cominciare la consultazione cogli amici di partito . A una seduta che prenderà decisioni formali spero di poter intervenire anch’io – benché ancora non sappia come, non potendo per il momento abbandonare il mio rifugio senza rischio di perderlo. Queste circostanze, assai simili, immagino, alle vostre, spiegheranno come la procedura sarà piuttosto lenta. Plaudo perciò alla tua decisione di non precipitare nulla e non convocare il Comitato, prima che siano consultati i partiti. È chiaro che a una precisazione, dopo il congr[esso] di Bari, bisognava venire; ma era logico che la spiegazione dovesse avvenire appena il nostro comitato e la commissione di Bari potessero prendere contatto. Qual è la vera ragione che spinge i soc[ialisti] a forzare la dislocazione del Comitato, prima dell’occupaz[ione] di Roma? È un’azione risolutiva rivoluzionaria ch’essi stanno preparando? È il tentativo di prevenire i comunisti ed impedire loro una positiva azione di governo? Chi è l’iniziatore del colpo di Bari? È probabile che siano i soc[ialisti], trascinati dagli altri due? Qui il nostro M[euccio] così abile in esplorazioni potrebbe forse scoprire la verità. Anch’io richiamerò l’attenzione dei miei sull’importanza di conoscere gl’ispiratori della mossa. La disinvoltura di N[enni] è veramente fenomenale. L’odg soc[ialista] s’identifica colla proposta giacobina di Bari (permanenza) per l’incriminazione di V[ittorio] E[manuele] e deplora che non sia stata accolta; quasi che tale proposta non sia recisamente contraddittoria coll’odg del Cln il quale – anche concedendo e non ammettendo l’interpretazione più ampia – supponeva almeno che il re investisse il nuovo governo auspicato. O il re si può incriminare e accantonare ad un tempo? Comunque quando mai si parlò di accantonare non il re, ma la monarchia in tutti i suoi possibili detentori? E come possono i soc[ialisti] lamentare le nostre interpretazioni restrittive, quando essi ne sostengono di così amplificative? Da rilevarsi anche che l’odg soc[ialista] assegna alla «lotta in corso» non solo l’indipendenza, meta comune, agli antifasc[isti] del Cln, ma anche la repubblica, meta dei repubblicani pregiudizialisti e ancora, perfino il socialismo, dunque la repubblica socialista, cioè il programma massimo del socialismo rivoluzionario. Come si può imporre un tale programma ad una coalizione democratica? Di fronte a che il nostro richiamo alla libertà, al metodo democratico della consultazione popolare, delle Democrazie unite mi pare trovi risonanza nella coscienza del paese e corrispondenza nei suoi supremi interessi. Condivido la tua speranza che i nostri tre gruppi almeno troveranno e manterranno tale linea. Appena i miei saranno pronti, io ti avvertirò e tu, sentite anche le altre parti, potrai decidere della convocazione. Certo mi parrebbe prima desiderabile una intesa o uno scambio d’idee fra i tre. Mentre scrivo i vetri sono scossi per il lancio delle bombe. Qual pena che in così tragici frangenti non ci si senta tutti fratelli, che l’inguaribile demagogia ci inviluppi in manovre così impari alla grandezza dell’ora! – Nel frattempo avrai ricevuto la risposta del generale ch’io lessi per altra via. Anch’essa prova che vi sono intenzioni torbide e che non c’è la lealtà necessaria per una coalizione così numerosa. Ho anche saputo che le n[o]s[tre] decisioni circa lo sciopero non furono riportate esattamente. Feci sapere che noi avocammo la decisione al C.l.n. n. 1 e n. 2 e, ad ogni modo, istruii il nostro rappresentante nel Com[itato] sind[acale], perché non si modificasse il manifesto nel senso che si intendeva provvedere affinché lo sciopero, proclam[ato] come operaz[ione] di guerra, non risultasse rivolto contro la cittadinanza e le sue esigenze essenziali. Ma se la Provvidenza non ci mette la mano! Io sto giorno per giorno guarendo dalla costipazione e questo è l’unico vantaggio dell’attender lungo. T’auguro salute e prudenza; sono certo che avrai l’energia necessaria per domani Affettuosamente Tuo Porta
|
3a35de65-9ff6-4ee0-9565-646e7666f1e1.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
L’onorevole De Gasperi dichiara la espressione del vicesegretario eccessivamente pessimistica, ed afferma la necessità che la discussione sulla relazione avvenga per branche, preparata e propone che si affronti subito il problema sindacale . [Nel corso del dibattito veniva sollevato da Scelba il problema della distinzione delle competenze tra le strutture associative e organizzative dell’Azione cattolica, orientate alla formazione e alla cura delle anime, e quelle del partito]. L’onorevole De Gasperi e gli altri concordano in quanto che i suddetti compiti spettano alle Acli salvo al partito di integrarne l’opera . L’on. De Gasperi aggiunge che occorre tener presente e preparare il definitivo ordinamento dei sindacati, la necessità di integrare l’opera dell’on. Grandi alla Confederazione e l’opportunità che al Partito ci sia un organo che possa seguire tutta la materia. Egli propone che si insista su Piccioni perché vada alla Confederazione insieme con Grandi o che venga al Partito a dirigere la parte sindacale.
|
d6fdef7e-a30e-4e38-ae09-679a9b05aac0.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
De Gasperi osserva come al di sopra di ogni ordinamento formale occorre che i giovani acquistino coscienza dei doveri dell’ora e dei compiti loro spettanti di difesa organizzativa del Partito e del suo programma . Propone, quindi, che Cingolani sia incaricato di compiere siffatta opera persuasiva.
|
14595c30-7f06-49b9-8f06-d2ba4453cb17.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Lo so: per mettere in piedi una nuova armata nazionale, che sviluppi organicamente e con rinnovati criteri quello che fu il Corpo italiano di liberazione , si dovranno creare delle condizioni che non dipendono dalla nostra volontà. È certissimo però che tali premesse non si raggiungono né si facilitano discutendo appassionatamente nella stampa e nelle pubbliche riunioni i nostri rapporti di fiducia con gli Alleati. Qui giova soprattutto il fatto: la presentazione alle armi, attuata con disciplina, con fede, con consapevolezza. Bisogna uscire dal circolo vizioso delle reciproche diffidenze; e se ne esce solo con un gesto collettivo, il quale dimostri che la nazione italiana, cosciente del suo destino, nonostante tutte le sue sofferenze, risponde alla chiamata di questo storico momento. La gioventù deve guardare in faccia alla sua grande e decisiva missione e rispondere in massa con un atto di suprema dedizione alla patria. Niente recriminazioni di parte che alimentino i sospetti e le diffidenze, niente condizioni che vengano, se pure a torto, interpretate come mancanza di fede. «Res nostra agitur»; al di sopra dei partiti e delle notevoli circostanze politiche sta l’Italia; bisogna raddrizzare, ancora all’ultimo momento, il suo destino avvenire. Cominciate con questo atto di fede e di sacrificio, o giovani, e il resto vi sarà dato. Il vostro atto di energia e di disciplina supererà le difficoltà che incontriamo. Lo spirito piegherà la materia alla vostra fede sicura, alla vostra volontà di combattere a qualunque costo, in qualunque condizione per liberare e riunire entro le frontiere il nostro diletto paese. Alleati e popolo italiano non negheranno certo il concorso delle armi, dell’organizzazione adeguata, del sostentamento delle famiglie. E la vittoria sarà vostra!
|
c4dacbcd-e0d2-4e10-bee6-f1340ffd76ed.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Ha insistito, innanzitutto, sulla necessità di una maggiore partecipazione alla guerra, rilevando che le forze italiane che parteciparono allo sforzo comune degli Alleati, sia al fronte che nei servizi ausiliari e nelle squadre di lavoro dei «cooperatori» formatesi tra i nostri prigionieri all’estero, ammontano già a circa un milione di uomini. Questo nuovo sforzo potrà essere valorizzato e intensificato se si risponderà con slancio allo appello alle armi e gli Alleati creeranno condizioni dignitose ed efficaci per il suo espletamento. Mediante un intensificato contributo alla guerra gli italiani possono ancora influire sul destino della loro patria. Le necessità fondamentali di oggi per l’Italia, proseguiva De Gasperi, sono due: concordia di tutte le forze democratiche e fiducia reciproca nei rapporti con gli Alleati. È appunto per contribuire al piano di ristabilimento di questa fiducia che occorre un generale sforzo di comprensione. D’altra parte, se noi abbiamo il diritto di attendere che gli Alleati comprendano la nostra posizione, dobbiamo sforzarci di comprendere la loro, di renderci conto del peso che portano e dei sacrifici che fanno. Al di sopra delle diffidenze, delle polemiche, dei risentimenti, il governo italiano persisterà nel rendere più forte e più sicuro il ponte che dopo l’armistizio è stato gittato con le Nazioni Unite; ma su questo ponte bisogna ci vengano incontro anche gli Alleati. Il ministro ha reso omaggio allo spirito di sacrificio del popolo inglese, che sopporta da cinque anni le durezze della guerra con una autodisciplina meravigliosa che deve essere d’esempio a tutti. Elemento essenziale per la vittoria e la ricostruzione del paese è l’accordo sul problema del metodo, metodo di libertà e di ordine. Questo perché è una nostra necessità interiore ma anche per convincere gli Alleati che la volontà del popolo italiano è di raggiungere le mete della nuova sistemazione attraverso forme democratiche, evitando ogni urto armato di guerra civile. Questa è appunto la ferma intenzione della Democrazia cristiana, che farà ogni sforzo per salvaguardare il metodo democratico e la libera manifestazione della volontà popolare. Nessun tentativo per imporre il proprio sistema politico con le armi sarà ammesso. Prendiamo tutti questo impegno preciso, vincolato al nostro onore, e avremo creato una delle condizioni psicologiche per la nostra efficace collaborazione alla vittoria. De Gasperi ha chiuso il discorso affermando che la soluzione dei problemi sociali come dei problemi internazionali è legata alla legge morale, che specialmente in Italia deriva dalla linfa vitale della civiltà cristiana.
|
f331b651-940d-4f02-ba2e-88a41a5a9f21.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Dopo aver rilevato la necessità della unione e della concordia per progredire, sia pure lentamente sulla via della ricostruzione, De Gasperi ha affermato che i lavoratori democratici cristiani pur uniti in concorde lavoro con altri partiti, devono tener fede alle proprie idee programmatiche informando la propria azione ad uno stile pugnace e combattivo. A proposito delle difficili condizioni in cui la vita nazionale si svolge, De Gasperi ha rilevato che la disastrosa situazione finanziaria, terribile conseguenza di una folle politica di dissipazione, renderà necessarie molte riforme nella distribuzione della ricchezza e nella organizzazione della produzione, ma tali riforme devono poter contare su una ripresa della iniziativa personale e suscitare il concorso di tutte le energie libere evitando più che è possibile la coazione della collettività.
|
e64b818f-7b38-4773-808f-f468d851be57.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
De Gasperi ha invitato i presenti a riflettere che le difficoltà incontrate da ogni cittadino, da ogni famiglia, da ogni piccolo o grande comune nella loro vita quotidiana, si ripropongono su scala proporzionalmente ingrandita al governo. Per superarle gli italiani dovranno innanzitutto contare sulle proprie risorse e in particolare sulle grandi forze della loro cultura e del lavoro organizzate all’interno e valorizzate all’estero. La prima condizione della rinascita è l’autodisciplina di un popolo educato in libertà alle leggi della solidarietà e del comune progresso. Gli aiuti delle nazioni amiche sono necessari ma più necessaria ancora è la libera organizzazione di vaste attività sociali all’interno, la tregua delle fazioni, la concentrazione degli sforzi verso le mete concrete e prossime. Parlando della politica estera, De Gasperi ha tra l’altro auspicato che presto i rapporti tra noi e gli Alleati si svolgano in modo che noi non soltanto dobbiamo ricevere aiuti, ma possiamo anche prendere parte a un sempre più considerevole processo di scambi di prestazioni e di collaborazioni.
|
3f36be00-3da5-4bcb-9aa3-57fffcc398e5.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Come segretario politico del partito, egli ha salutato i rappresentanti dell’alta cultura dicendo che la Democrazia cristiana non pensa a loro per misere preoccupazioni di numero e di inquadramento; ben più alto vincolo unisce i politici con i lavoratori intellettuali. Se i primi sono della nuova Italia i manovali, gli altri sono gli architetti, rappresentano la luce del pensiero che illumina nel difficile cammino. In ogni età, prima di ogni rivolgimento, gli uomini di cultura furono dei precursori. Ricordiamo come agirono le società scientifiche nel Risorgimento; così anche in questa nostra terribile vigilia spetta agli elementi di pensiero la missione di precorrere le realizzazioni politico-sociali e di illuminare la marcia del popolo verso la nuova Italia. Scienziati ed artisti da un lato e politici della Democrazia cristiana dall’altro, si trovan d’accordo su un’altra conclusione dettataci dall’esperienza contemporanea. Come il politico trae dagli avvenimenti che ci travagliano la convinzione che il dinamismo e l’attivismo moderno conducono a precipizio i popoli e che la morale si impone non soltanto come principio personale ma anche come legge della storia, così gli uomini di cultura sentono che l’agnosticismo e lo scetticismo della società moderna conducono all’anarchia del pensiero e della società, e che è necessario ritornare a quel punto che il Massis chiama «le certezze essenziali», e riattaccarsi al patrimonio morale e spirituale della civiltà cristiana. Ecco che questa confluenza delle sintesi conclusive dei politici e scienziati abilita e chiama gli uni e gli altri ad esercitare presso il popolo e nella vita nazionale – quindi anche nella politica – una missione di salvamento. Ecco perché la Democrazia cristiana si volge alle persone colte, certa che non compiranno per incomprensione o per viltà quella che fu detta la trahison des clercs. L’oratore ha detto di portare il suo saluto anche come ministro degli Esteri; infatti gli uomini di cultura che lavorano in patria ed irradiano delle loro attività gli altri paesi, e quelli che lavorano nelle collettività italiane, sparse in tutto il mondo, sono i veri ambasciatori dell’Italia, che precedono i diplomatici e li sostituiscono ove è vietato mandarli. Così è avvenuto nel passato quando l’Italia esisteva già per questa irradiazione della sua civiltà verso l’estero prima che all’interno costituisse la sua unità politica. Così è avvenuto quando i nostri rappresentanti ufficiali vennero preceduti dagli esploratori, dagli inventori e dagli artisti. Così dovrà essere anche domani. Le classi colte dovranno precedere e accompagnare l’azione dei politici, poiché l’Italia rinascerà soltanto e precipuamente per effetto del lavoro e della cultura. Anche in tal campo i democratici cristiani dovranno essere i precursori e gli antesignani.
|
46aa70d1-2a76-4cc6-83b7-13f4d126e5e3.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Quando, sulla via di Yalta, Mr. Hopkins sostò a Roma, lo pregai di dire al presidente che se mai egli in tale occasione avesse potuto toccare l’Italia e l’eterna città, il popolo italiano l’avrebbe accolto non solo come un trionfatore, ma soprattutto come un animatore e un forgiatore dei suoi nuovi destini. Roosevelt, forse anche per ragioni di salute, non potè prolungare la fatica di Yalta, visitando l’Europa Mediterranea, ma l’ambasciatore Kirk, che da Roma si era recato a salutarlo nel suo passaggio in Algeri, ripetè parole di estrema simpatia per il popolo italiano e rinnovò la promessa, vibrante di nostalgia, di voler appena possibile passare qualche tempo in Italia. Questa sua simpatia proveniva da scaturigini più profonde che l’ammirazione estetica della nostra natura. Egli amava l’Italia come madre di antica, umana e cristiana civiltà e sentiva, qui più che altrove, come i monumenti della storia e della molteplice vita d’un popolo che aveva sciamato nel mondo, alimentassero l’idealismo della sua concezione vitale e la sua fede nell’ineluttabile prevalenza delle forze spirituali. È questo il sentimento che fu, più di ogni altro, compreso e condiviso dal popolo italiano. Noi siamo grati a Roosevelt per la liberazione dai tedeschi e per gli aiuti che egli ci ha dato e promesso per liberarci dalla tirannia del bisogno; ma, al di là e al di sopra di questo, noi lo veneriamo e lo esaltiamo come campione dell’idealismo e della fede intrepida che ci libera dal timore. I suoi discorsi di guerra passeranno coll’eco degli avvenimenti guerreschi, ma le sue idee ricostruttive del mondo hanno l’impronta ed il sapore di vita eterna, perché eterna è la fonte interiore da cui zampillano. Quando nel discorso delle quattro libertà egli si rivolge a Dio con la preghiera: «Signore, dacci la fede comune che l’uomo avrà pane e pace; che conoscerà giustizia e diritto, libertà e sicurezza; che avrà uguali possibilità ed uguali occasioni di fare il meglio che sa, non solo nei nostri paesi, ma in tutto il mondo. Concedi sopra tutto fraternità non soltanto in questo giorno, ma per tutti gli anni che verranno: fratellanza non solo di parole, ma di atti e di fatti», noi italiani particolarmente educati dalla nostra tradizione cristiana ed evangelica dei nostri padri, sentiamo di avere l’animo aperto e preparato a quest’insegnamento. E quando Roosevelt commemorando Giorgio Washington ricordava che anche «allora gli scettici e i cinici irridevano all’idealismo del primo presidente e sostenevano essere fatale che l’umanità debba essere eternamente afflitta dalla miseria e dalla guerra e la libertà e l’uguaglianza vani sogni», gli italiani che udirono per le onde eteree questo discorso, pur essendo ancora sotto il giogo o la suggestione delle dottrine fasciste, sentivano che la loro coscienza veniva richiamata alle origine della propria civiltà, a quelle dottrine di libertà e dignità umana che a Roma e da Roma furono per secoli rivendicate colle opere e colle parole. È noto che questa commemorazione di Roosevelt terminò con la lettura del discorso della montagna e il compianto presidente concluse con queste parole che non periranno: «Tali sono le verità che formano l’eterno retaggio della nostra civiltà. […] Queste verità ispirarono Washington […] oggi ancora queste verità sono per noi la guida luminosa attraverso le tenebre che sono scese sul nostro paese e sul mondo». «Noi seguiremo questa luce come fecero i nostri padri, per tradurre in realtà le nostre speranze di vittoria, di libertà e di pace». Eccoci qui. Franklin Delano Roosevelt, noi dalle rive del Tevere, da Roma città onusta di secoli di storia e sempre vigile madre di ideali imperituri, eccoci qui ancora ad ascoltare sempre la tua voce animatrice, e pur circondati dall’orrore delle distruzioni e incalzati dalla guerra, dal bisogno e dal timore di suggestioni che provengono dagli antichi istinti della violenza e del male, ti promettiamo che la tua parola non sarà spesa invano. Onoreremo la tua memoria, seguendo il tuo esempio, combattendo fino alla fine per la libertà negli uomini e negli ordinamenti, per la liberazione dal bisogno e dalla paura, per ricostruire un mondo nuovo secondo la tua definizione del discorso 7 giugno 1943: «Un mondo in cui ogni essere umano abbia la possibilità di vivere in pace; di guadagnare il fabbisogno per sé e per la sua famiglia, di adorare Dio liberamente e di morire tranquillo nella sicurezza che i suoi figli ed i loro figli avranno le stesse possibilità».
|
dde8e8e2-7729-4a1c-93ea-0253dba4f5a3.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Amici dell’Alta Italia, miei compaesani del forte settentrione, noi siamo fieri di potervi chiamare fratelli, siamo orgogliosi della risolutezza con la quale conducete a termine la lotta contro lo straniero e la crudele guerra civile che vi fu imposta. Come ministro degli Esteri ricevo in questi giorni dai rappresentanti delle nazioni amiche parole di ammirazione e felicitazione: esse sono per voi, per il vostro ardimento, per il vostro spirito di disciplina, per il vostro senso ricostruttivo. Ora più che mai le vostre virtù devono essere le virtù di tutta l’Italia. Abbiamo perduto il patrimonio di tre generazioni, siamo una famiglia in rovina su una terra seminata di rovine e aspettiamo con ansia un milione di altri fratelli, sbattuti, perseguitati, dispersi su tutti i continenti. Siamo caduti in una povertà estrema – e lo sa il ministro degli Esteri che deve pagare in valuta straniera – ma non siamo dei miserabili, non vogliamo essere mendichi. Non chiediamo elemosina, domandiamo credito! Credito per un popolo lavoratore che ha fecondato e ha arricchito col suo sudore tanto suolo d’Europa, d’America, d’Australia, credito per un popolo sobrio, risparmiatore, amante della famiglia, credito per il nostro spirito d’iniziativa industriale, credito per le risorse inventive del nostro genio nazionale. Curvi sotto il peso del loro destino, gli italiani levano la fronte in cui risplende la nobiltà antica e chiedono in qualità di eredi di una stirpe che ha dato e prestato al mondo intero. Amici del Nord, da voi attendiamo soprattutto questo soffio animatore, questa energia ricostruttiva, questo slancio di ripresa, quest’ottimismo fatto di iniziativa, di solidità e di disciplina che sarà alla base del nostro credito internazionale. Gli anglo-americani entrano trionfalmente nelle vostre città. Offrite loro il lauro della vittoria, perché in ogni nostra regione d’Italia, da sud a nord, ci hanno lasciato numerosi i loro morti, come olocausto generoso della liberazione. Le madri americane ed inglesi devono sapere che noi democratici della nuova Italia abbiamo una comprensione intima e profonda del loro sacrificio e lo valutiamo come pegno altissimo e prezioso di eterna amicizia. L’occupazione ha le sue esigenze ed anche in tempo di pace talvolta segue le sue leggi e le sue necessità di guerra. Ma voi avvertirete subito che questo è un esercito non solo di vincitori, ma anche di amici e di fratelli. In tutte le regioni d’Italia furono larghi di aiuti e un grande piano sotto questo titolo è in corso di attuazione. Bisogna rinsaldare in loro la fiducia nella nostra maturità, nella nostra solidità, nella nostra capacità di governarci nella libertà e nell’ordine. Questi uomini non fanno il mestiere della guerra come i tedeschi, non desiderano che tornare presto ai loro affari e alle loro famiglie. Domani racconteranno in patria la loro esperienza italica e quest’esperienza sarà decisiva per la nostra ripresa. Che importa se ci hanno sbarrato la via di San Francisco? Abbiamo qui centinaia di migliaia di ambasciatori che ritorneranno dopo averci conosciuti nelle persone e nelle opere. Ecco l’importanza decisiva di questi prossimi mesi! Niente convulsioni faziose o improvvisazioni giacobine, ma libere decisioni di popolo, secondo le leggi della democrazia, che dalle montagne della Svizzera si trapiantarono nelle regioni d’America; niente violenza squadrista e totalitaria, rigurgito d’un vortice che dev’essere superato per sempre. In questo sforzo di rinnovamento la volontà del Sud si rinsalderà con quella del Nord, perché anche il Mezzogiorno e le isole ed il centro d’Italia hanno lavorato forte, appena passata la devastazione. I contadini non hanno ancora un tetto da ricoverarsi eppure le campagne sono mirabilmente lavorate; le industrie mancano di materie prime, eppure le macchine, sopravvissute alla rovina, si sono rimesse in moto. Non si chiede che di lavorare, di produrre! Fratelli, il disastro ci ha colpiti in pieno, ma non atterrati. Faremo un’Italia nuova e forte se la fonderemo sulla libera organizzazione del lavoro, sulla libertà democratica, sulla fraternità sociale, travolgendo e radiando completamente un passato d’odio, di fazione, di plutocrazia, di tirannia. Permettete ancora due brevi particolari saluti. Il primo ai democratici cristiani che condividono con me la concezione ideale e pratica della vita. So che nel nord avete affrontato tutti i rischi della vita clandestina e del combattimento e avete praticato a prezzo di ogni sacrificio la fraternità dei cristiani delle catacombe. La fede dei vostri padri è stata feconda di immensa carità, di solidarietà eroica. Aneliamo di riabbracciarvi per celebrare le vostre gesta ed animarci al vostro esempio. Il secondo è il saluto nostalgico ai miei montanari trentini, che per poco ancora stanno rinchiusi entro la inimica chiostra delle Alpi. Salute, o mia Trento, che quest’anno dovevi celebrare il quarto centenario del grande Concilio ; il tuo Dante s’erge ancora illeso fra le rovine: tu risorgerai per il lavoro dei tuoi figli e il concorso della Nazione. Al richiamo del tuo nome io guardo trepidando alla città tua sorella nel binomio di un’epopea, Trieste, e alle altre «gemme del mare» cantate dal poeta. In te Trieste nostra gli italiani sperano e si affermano sicché nel tuo nome i popoli delle due sponde possano essere liberi ed amici.
|
bf453f65-375d-41af-88be-ffc7bea47130.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Il messaggio di Churchill che il presidente del Consiglio ha portato oggi a conoscenza del Consiglio dei ministri, ha recato molta soddisfazione e suscitato vivo consenso . Il rilievo del contributo delle forze regolari, dei volontari italiani alla guerra è preciso ed esplicito, e il riconoscimento che questo fatto aumenterà negli italiani il loro senso di fiducia nell’affrontare il dopoguerra dimostra in Churchill un alto senso psicologico. Confortevole è soprattutto – ha continuato S. E. De Gasperi – la promessa che tra non molto potremo cooperare con le Nazioni Unite nelle feconde fatiche della pace. Abbiamo nel cuore una spina, che si potrebbe chiamare una stigmate di san Francesco . Gli italiani – ha concluso scherzando il ministro – sono molto devoti di questo santo.
|
f2ea143b-2c79-4fcd-b472-1a606b7dba29.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
De Gasperi ha espresso la sua ammirazione per la partecipazione della Democrazia cristiana alla lotta di liberazione: lotta condotta direttamente dalle forze partigiane e dalle squadre di città e indirettamente da tutti i militanti del partito e da quanti, mossi da un’ideale cristiano, hanno operato nell’assistenza e nell’aiuto ai partigiani. Il concorso del clero in questa opera è stato particolarmente ricordato: «Senza l’ausilio del clero – ha detto che De Gasperi – gran parte dei risultati della resistenza non sarebbero stati raggiunti». De Gasperi ha poi parlato dei Comitati di liberazione. «Quando eravamo agli inizi della vita dei Comitati io personalmente ero propenso per un rinvio a dopo la guerra di ogni marcata differenziazione fra i vari movimenti politici ed ero disposto a sacrificare l’amor proprio dello stesso partito di cui ero segretario per raggiungere una tregua di un paio di anni da cui il paese avrebbe ricavato benefici frutti. Ma un bel giorno ci siamo trovati dinanzi ad altri partiti già costituiti o ricostituiti. Dunque i partiti ci sono e non è il caso di intralciare la loro opera con quella di altri organismi, a meno che questi non si propongano come già il Parlamento, di tirare la risultante della cooperazione politica in vista pure della formazione degli organismi governativi. Su questo tema bisogna essere chiari, e non importa se per la semplice ragione che vogliamo fermamente mantenerci democratici e democratici sinceri, saremo accusati di spirito reazionario. Vi dirò francamente che fin dal principio ho sostenuto che nessuna questione grave può essere decisa da un club di quattro o cinque o sei persone, ma che il popolo tutto deve essere chiamato ad esprimere la sua idea. Lasciatemi ricordare come fin dall’epoca del Partito popolare la nostra massima aspirazione è stata quella di educare il popolo italiano, di portarlo a maturità politica attraverso la vita delle cooperative, del comune, della provincia, dello Stato ed oggi stesso noi abbiamo fiducia in questo popolo, mentre altri partiti che a parole pur si proclamano democratici, ritengono il nostro popolo immaturo per essere avviato sulle strade della democrazia e per esercitare con senso di responsabilità i suoi diritti di cittadino». Dopo aver accennato agli sviluppi della situazione politica interna, inquadrandoli nei nostri impegni con gli Alleati, De Gasperi ha detto: «Non si illuda nessuno, i democratici cristiani di oggi hanno imparato a rischiare la pelle, e se in Italia da qualsiasi parte tornassero velleità per nuove dittature, preferiremmo affrontarle oggi piuttosto che domani». Riguardo al «cristianesimo» del nostro partito De Gasperi ha precisato: «Come voi sapete non intendiamo essere usi a dare alcuna speciale patente di cristianesimo ai nostri aderenti, né chiediamo ad essi attestati particolari, ma da tutti esigiamo che la loro opera venga compiuta secondo lo spirito cristiano. Il soffio che ci anima deve essere cristiano, come cristiana è stata la forza che ci ha sorretti nella resistenza. Noi non siamo dei nazionalisti, ma siamo dei nazionali, in quanto abbiamo la coscienza dei diritti e dei doveri della nazione, abbiamo la coscienza delle tradizioni cristiane del nostro paese che noi difenderemo a qualunque costo poiché queste sono le premesse necessarie di una riforma democratica e cristiana della società». De Gasperi ha parlato in fine dell’opera del governo attuale e dei problemi particolarmente urgenti della sicurezza delle nostre frontiere.
|
812ac8b8-7acd-4917-90b7-68ae105b90db.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
A conclusione di colloqui di eri fissiamo con la presente il nostro punto di vista sulla crisi attuale. Premettiamo che, a nostro avviso, la soluzione più consona alle esigenze del paese fino alla Costituente sarebbe una presidenza la quale possa manifestamente rappresentare una posizione di equilibrio e di imparzialità di fronte a tutti i partiti della coalizione; il che imprimerebbe anche la maggiore stabilità ed efficienza alla struttura nonché all’azione governativa. In mancanza di tale soluzione, la Direzione del partito: 1) riafferma che il partito il quale per la sua posizione nel paese e per la sua linea di condotta offre le maggiori possibilità di rispondere alle esigenze suaccennate, è quello della Democrazia cristiana. Donde la ragione che riteniamo tuttora valida, per la candidatura posta dal partito alla presidenza; 2) ritiene che le particolari esigenze invocate per una presidenza socialista possano essere adeguatamente soddisfatte, e conciliate con le altre esigenze di superiore interesse più volte da noi in questi giorni illustrate, conferendo al capo del Partito socialista la posizione di vice presidente, con funzioni di effettiva collaborazione alla direzione del governo mediante l’attribuzione di specifici compiti di preminente importanza sociale e politica, quali la direzione ed il controllo nei problemi riguardanti: a) la preparazione della Costituente, con la presidenza delle grandi commissioni per le riforme; b) il lavoro e la previdenza sociale; c) l’epurazione; d) l’alimentazione e gli approvvigionamenti; 3) dichiara infine, allo scopo di togliere alla soluzione proposta, ogni sia pur apparente carattere di prevalenza di partito, di non insistere sulla consueta e d’altronde logica attribuzione del portafoglio degli Interni alla presidenza del Consiglio; e ritiene di aver concorde, sulla stessa linea, il Partito socialista nella sua posizione di vice presidenza. La Direzione è persuasa che la soluzione prospettata risponda non soltanto alle esigenze attuali del paese, ma anche a quella volontà di collaborazione con il Partito socialista che la Democrazia cristiana – nel quadro della solidarietà dei partiti antifascisti – considera come uno degli elementi più rilevanti per la realizzazione di una stabile e sana democrazia nel campo politico e sociale. La soluzione medesima è naturalmente condizionata al consenso degli altri partiti della coalizione, le cui posizioni e legittime esigenze dovranno essere equamente salvaguardate.
|
b725f8d3-addb-4344-8f80-563f710dc89a.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Non vi sono uomini straordinari Vi prego di fare un certo sforzo per superare il metodo della mitologia politica. Non ci sono uomini straordinari. Vi dirò di più: non ci sono uomini entro il partito e fuori, pari alla grandezza dei problemi che ci stanno di fronte. Bisogna presentarsi innanzi a questi avvenimenti esteri e interni con l’umiltà di riconoscere che essi superano la nostra misura. Non c’è nessuno che possegga il talismano per poter risolvere un problema, quando questo si presenta in tutta la sua complessità. Per risolvere questi problemi vi sono vari metodi: quello della forza, quello dell’intrigo, quello dell’onestà, quello della fermezza in una fede sicura. Se io sono qualcosa in questa categoria mi reputo di appartenere alla terza. Sono un uomo che ha l’ambizione di essere onesto. (Vivi applausi). Quel poco di intelligenza che ho la metto al servizio della verità, la quale si trova sepolta molte volte sotto strati difficilmente penetrabili, ma esiste. Io mi sento un cercatore, un uomo che va a scovare e cercare i filoni della verità della quale abbiamo bisogno come l’acqua sorgente e viva delle fonti. Non voglio essere altro. Quindi il grido di «viva De Gasperi», lo traduco «viva l’uomo di buona volontà che cerca la verità». Dicevo che non ci sono uomini straordinari. Non bisogna lasciarsi trasportare da parole d’ordine. Gli ideali della coscienza cristiana presupposti del nuovo Stato Soprattutto una cosa è necessaria e cioè che il popolo veramente ricominci ad avere una propria coscienza e decida delle proprie sorti. Quale è la sorgente a cui dobbiamo attingere per soddisfare in noi questa sete? È la civiltà cristiana che in Italia ha i suoi monumenti e ha lasciato le tracce più profonde, e noi che siamo per la libertà e la tolleranza di tutti i movimenti abbiamo però il compito di dimostrare che senza la civiltà cristiana non si risolvono i problemi della civiltà italiana. (Vivi e prolungati applausi). Ecco perché ci chiamiamo cristiani e democratici. È bene tenere chiaro e fermo che i veri, i grandi problemi che ci assillano non si potranno risolvere se non si attinge a questa inesauribile sorgente: la civiltà cristiana. Non rimproveriamo ai comunisti solamente l’origine marxista delle loro dottrine. Rimproveriamo che il massimo sforzo di tolleranza che possono fare nei nostri confronti è quello di accoglierci nelle loro file senza il riconoscimento delle nostre idee, come se queste idee non fossero la necessaria premessa per salvare il nostro paese. C’è invece un profondo presupposto e cioè che noi nella consapevolezza dei rapporti fra individuo e Stato, nella loro coscienza di membri di famiglia, di membri del comune, della nazione ci dirigiamo secondo gli ideali della coscienza cristiana. Questo è presupposto fondamentale, non lo diciamo per imporre delle idee che altri non intendono accettare, comunque senza questo presupposto non è possibile costruire uno Stato democratico. E lo Stato nuovo di domani dipende da questo, non dipende dagli esercizi della forza in un senso o nell’altro. Dipende, ripeto, da questo presupposto se nel momento decisivo in cui sarà fondato il nuovo Stato, le coscienze della maggioranza del popolo italiano saranno portate a seguire l’aspirazione cristiana della libertà. Non voglio fare il predicatore, quello che vale non sono le qualifiche, sono i fatti. Se noi veniamo dalla Democrazia cristiana, vuol dire che dobbiamo agire come cristiani, non possiamo quindi trovarci fra i prepotenti o i truffatori. Per noi c’è una legge comune: la morale, che dobbiamo dimostrare e attuare. La vostra opera organizzativa è necessaria, ma sarete d’accordo con me nel riconoscere che altrettanto necessario sarà il vostro irreprensibile contegno nella vita privata e sociale nei vostri comuni, onde si possa dire: quello è un galantuomo ed è un galantuomo perché è un cristiano.
|
130d39e1-3999-4570-a469-907d26eced1e.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Palmiro Togliatti ha commentato il mio discorso di Milano , come se la nota caratteristica di esso fosse stato il mio malcontento sul corso e lo sbocco della crisi . Niente affatto. Ho dovuto parlare della crisi, per rispondere alle vivaci critiche dei nostri partigiani che mi avevano accusato di troppa remissività in confronto degli altri partiti della coalizione e ho dovuto giustificarmi di non aver saputo strappare a questi partiti quella valorizzazione politica che l’opera partigiana dei d.c. e dei cattolici nell’Alta Italia avrebbe meritato. Ma io non ho fatto della crisi il centro del mio discorso: l’ho detta anzi un ponte, una passerella, e ho invitato i d.c. del nord a passar oltre, a guardare più in là, e a prepararsi alle ben più gravi decisioni dell’avvenire. Che noi si sia malcontenti della soluzione della crisi, può essere una circostanza secondaria nel tempo e circoscritta nei suoi effetti; ma che noi si debba essere preoccupati dell’avvenire, questo può essere un fatto grave, pieno di conseguenze. Ed è appunto di tali preoccupazioni dell’indomani che si fa interprete il discorso, non di risentimenti dovuti a una fase transizionale, superata. A Milano, prima di parlare, avevo ascoltato molto: partigiani, membri del Cln, giovani antifascisti, organizzatori sindacali, reduci, rappresentanti le società femminili, prefetti e viceprefetti d.c., tutta gente che si è battuta contro i fascisti e i tedeschi; e da tali conversazioni avevo attinta la convinzione che il momento è serio e che il pericolo di lasciar creare un’atmosfera politicosociale violenta, soffocatrice di ogni libertà esiste, per cui è in forse anche il libero sviluppo e la libera nascita del nuovo Stato democratico. Certi sintomi manifestatisi o ripetutisi poi confermano l’esistenza del pericolo. In certe zone i conflitti si evitano perché funzionari e carabinieri alle 8 di sera si tappano in casa ossia capitolano e lasciano libero il campo: ho dimostrato in ogni incontro il desiderio di interpretare questi episodi, come postumi d’un male inevitabile, destinato a scomparire, ma spesso non sono riuscito a persuadere i miei interlocutori o me stesso. Ho troppo vivo nella memoria l’altro dopoguerra, ove io, la mia famiglia, i miei colleghi, i miei compagni di lavoro pagammo di persona: anche allora la fase critica s’iniziò quando i carabinieri cominciarono ad aver paura, a scansarsi per lasciar passare i violenti, ad uscire colla cartuccera vuota. Anche allora era il popolo «che agiva in squadre, faceva arresti, sostituiva gli organi pubblici»: il «popolo» che domani chiederà il governo provvisorio e reclamerà la necessità dell’ordine colla dittatura, come allora invocò la marcia su Roma; il popolo, mentre l’immensa maggioranza del popolo italiano è assorbita dalle incalzanti cure della esistenza e della ricostruzione. Il mio pessimismo nordico non ha potuto essere bandito da una più ottimistica visione del mezzogiorno. Il governo si è impegnato a fare il disarmo. Comincerò ad essere più tranquillo, quando vedrò ove e come si comincia. Ammetto però che più che del governo, si tratta dei partiti del governo. I partiti di estrema vogliono e possono veramente imporre il disarmo anche ai loro aderenti? Ecco il problema che deciderà se potremo fare libere elezioni. Qui sta il fulcro della situazione. E questa è la ragione per cui ero e rimango preoccupato. Di fronte a ciò, che cosa sono i dicasteri, i portafogli, i posti direttivi? Dateci, garantiteci la libertà, e i ministeri, i posti direttivi ve li lasceremo tutti. Ma i comunisti sono proprio su questa strada? Ho sperato molto nella chiaroveggenza di Togliatti e dei suoi più intimi collaboratori e oggi ancora accolgo con piacere la sua proposta di prendere – là ove occorra – e di comune accordo «disposizioni per la libertà di tutti». Ma quando nella presente realtà italiana io vedo fantasticare di un pericolo totalitarista d.c. alla Dolfuss e Salazar , come non pensare alla favola del lupo e dell’agnello? Voi, ammiratori e scolari del maggior esperimento totalitario del mondo, osate invocare la memoria del povero Dollfuss che ha pagato col suo sangue e per opera dei totalitari l’errore di essersi lasciato prendere fra due fuochi? Voi, ammiratori dei sistemi balcanici, di cui abbiamo saggiato già effetti sulle nostre frontiere, ci volete atterrire coll’incruento e paternalista autoritarismo che governa sul luogo. Ma, al di là di queste schermaglie dialettiche, forse io indovino quali sono le vere ragioni di malcontento di Togliatti. Egli afferma che i capi della Dc abbiano detto ai socialisti «che una direzione socialista del governo sarebbe possibile solo se rompessero i legami di fraterna amicizia coi comunisti»; ossia noi avremmo tentato durante la crisi di cacciare un cuneo fra socialisti e comunisti. La cosa merita spiegazione. Accadde che la candidatura Nenni alla presidenza venisse presentata nei conversari come una candidatura di sinistra moderata che, corrispondentemente a una certa situazione europea, enucleasse fuori dai partiti cosiddetti proletari un fulcro socialista, in posizione intermedia fra estrema comunista e partiti democratici. Noi contestammo la realtà di questa costruzione, rilevando sempre che il patto socialcomunista e la prassi che legava i due partiti impedisse che si potesse parlare di tale schieramento: trattarsi invece di una candidatura socialcomunista, da valutarsi come tale. In questa schermaglia dialettica potrà essere sembrato a qualcuno che noi tendessimo a dissociare i socialisti dai comunisti favorendo qualche corrente entro il socialismo stesso. Ma fu semplice coincidenza tattica perché noi, conoscitori discreti della realtà, non abbiamo mai un momento ritenuta possibile la rottura fra le due frazioni del marxismo. Una seconda ragione del malcontento di Togliatti è «la crescente tendenza a introdurre nella lotta politica elementi di polemica e persecuzione religiosa». Ma di ciò ad altra occasione.
|
995ac2f3-77f2-4bc2-b456-1fe38804fb5a.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Da martedì scorso in qua, mi è stato impossibile di riprendere la penna in mano per concludere la mia risposta a Togliatti. Tento di farlo oggi. Dicevo dunque che egli si lagna della crescente tendenza a introdurre nella lotta politica elementi di polemica religiosa. Rispondo qui naturalmente in termini politici e nella misura che mi spetta come uomo politico. Tutti sanno e nessuno ha diritto di dimenticare che noi siamo il partito di una democrazia specificatamente e sostanzialmente caratterizzata dall’epiteto cristiana. Fin dalle nostre origini e anche nelle nuove formulazioni durante e dopo la guerra noi abbiamo affermato che il rinnovamento politico e sociale d’Italia è irrealizzabile, senza che il popolo italiano tragga dalla linfa vitale delle sua tradizione cristiana nuova forza per rifare la sua morale corrotta da tante azioni di malcostume, spiritualizzare la sua fraternità, alimentare il suo senso di libertà e di giustizia. Questa non era e non è soltanto una professione di fede, ma una direttiva, un impegno d’azione, limitato naturalmente, per quanto ci riguarda, al campo delle attività politiche e subordinato alle leggi necessarie della libertà e tolleranza civile di uno Stato democratico. La preoccupazione religiosa del nostro partito non si riferisce dunque a un problema privato di coscienza, ma agli effetti sociali e politici del cristianesimo quale fonte di vitalità e moralità pubblica: è quindi parte integrante del nostro programma. Nessuno tuttavia può affermare con fondamento che noi abbiamo comunque intrapresa o condotta una campana d’indole religiosa, sia in genere, sia in particolare, in confronto del comunismo. Al contrario: i nostri oratori propugnano e svolgono il nostro programma di rinnovamento politico, sociale, economico; discutono dei problemi della democrazia, dell’agricoltura e del lavoro; le nostre commissioni di studio hanno pubblicato conclusioni e proposte sulla riforma dello Stato, sulla riforma terriera, sul partecipazionismo operaio, sulla socializzazione, sulla ricostruzione, sulla cooperazioone, sulla previdenza sociale, sull’emigrazione, sulla politica internazionale; e di tali problemi s’intese la nostra attività propagandistica verbale o scritta. Abbiamo così mantenuto per nostro conto il patto più o meno esplicito di tregua fra i partiti, quello cioè che nel periodo di emergenza e di ricostruzione ci si attenesse allo status quo e si accantonassero i problemi a sfondo ideologico che ci potessero dividere. Questa tattica di tregua nazionale ha però due limiti: l’uno è il dovere di probità politica di non camuffare e non dissimulare i propri connotati; l’altro è il dovere della formazione delle coscienze e della loro preparazione per il momento in cui i problemi ideologici arriveranno a decisione. Il primo limite c’impone in talune occasioni di non nascondere le ragioni di pavido opportunismo, la nostra tendenza cristiana. L’abbiamo fatto generalmente in forma positiva, senza polemiche; ma talvolta sarà ben stato necessario definirci anche in confronto degli altri partiti e delle altre ideologie e parlare anche del materialismo dialettico, del materialismo storico, del marxismo, del leninismo, e succedanei. Ora dove volete che si vadano a cercare le formulazioni di tali dottrine se non nei vostri classici da Marx a Stalin, che voi stessi avete volgarizzato in centinaia di opuscoli popolari nell’altro dopoguerra? E, in maniera certo più limitata, anche in questo che attraversiamo. Non ce ne autorizzate voi stessi, quando proclamate con Scoccimarro all’ultimo congresso: «Noi non rinneghiamo nulla della nostra dottrina marxista-leninista?». Voi mi replicherete che esiste anche una dichiarazione di Togliatti che dice: «Noi abbiamo aperte le porte del nostro partito anche ai credenti, il che vuol dire che non facciamo dell’adesione alle ideologie nostre una condizione per l’ingresso nel partito, nel quale vi è in maniera ideologica, oggi, un regime di tolleranza». Ma questa stessa dichiarazione, evidentemente di carattere contingente, («oggi»), riguarda la coscienza privata dell’iscritto al partito il quale come credente vi è tollerato, non i principi e il programma del comunismo stesso, che sono anzi supposti in antitesi con la fede dei credenti, alla quale il comunista oppone le «ideologie nostre». Ma poi accanto alle dottrine esistono i fatti. Il comunismo è stato ed è al governo in parecchi Stati e vi fa e vi ha fatto una sua politica religiosa o antireligiosa, sia nei rapporti della scuola sia in quelli con le società religiose e, quel che più ci riguarda con la Chiesa cattolica alla quale appartiene quasi la totalità della nazione italiana che si onora di ospitare la sede del supremo pontificato. Certamente nel clima della guerra mondiale antifascista molte cose si cambiano e può essere che taluni mutamenti siano duraturi; ma ciò esclude forse che uomini politici i quali hanno delle preoccupazioni religiose nei rapporti sociali si disinteressino della storia al punto da dissimularla o dell’avvenire al punto di affidarsi senza critica alla buona ventura di un’auspicata evoluzione? A Milano ho parlato d’un campanello d’allarme. Chi l’aveva suonato non era un comunista: ma quando Togliatti accenna a risolvere a suo tempo il problema del Concordato, cioè dei rapporti fra Stato e Chiesa, quand’altri accenna alla scuola unica nel senso dell’abolizione della scuola privata, quando, qualunque siano i propositi dei partiti, la Costituente stessa, rifacendo lo statuto fondamentale, costringerà ad affrontare anche i problemi della cultura e della concezione della vita, i democratici cristiani non possono rinunciare a preparare, discutere e formulare il loro atteggiamento di domani. Del resto, seppur lo volessero, sono i comunisti stessi che li costringerebbero a farlo. Caratteristico, fra tanti, è stato l’episodio di San Lucido, dove i comunisti (o quelli che si dicono tali) siccome il parroco non permetteva loro di partecipare alla processione, inquadrati intorno alla bandiera del partito, invasero la chiesa e fecero per loro conto la processione portando in giro la statua del santo. Se i comunisti applicano il loro spirito di intraprendenza sopraffattrice anche alle cerimonie di culto, la libertà religiosa è in pericolo, perché essa vorrà pur significare anche libertà della Chiesa di ordinare come crede le sue manifestazioni religiose! Ma c’è, soprattutto, in fondo a questo o ad altri episodi del genere una imposizione categorica preliminare: Voi, credenti, non avete diritto di fare discriminazioni religiose in nostro confronto, perché le obiezioni dottrinali che opponete al comunismo non hanno nessun fondamento, nessuna ragione d’esistere. È un’invenzione dei preti, una menzogna! Ecco che tale accusa di disonestà politica prende di petto i democratici cristiani e li costringe a precisare il loro atteggiamento su tali argomenti, a scanso di rinunziare alla libertà del loro pensiero, della loro propaganda, della difesa delle loro idee. Ed ecco che in fondo tutto finisce nella questione pregiudiziale del momento: la libertà. Del fascismo la cosa più dura fu quel suo clima soffocante che imponeva ai più l’umiliazione di nascondere, contraffare, tradire la propria personalità, come uomo e come partito. Noi insistiamo e ci battiamo perché tale asfissia della vita pubblica non torni più. Il comunismo, là ove assorbendo certe istintive reazioni delle masse ne ha in parte ereditato anche il costume, ha la grave responsabilità di educarle a tolleranza e libertà. Ovunque i capi faranno tale opera, noi abbiamo il proposito e il dovere di aiutarli. Ma ove ciò non avvenga, ove la violenza si accampi in agguato o si esplichi in sopraffazioni, i democratici cristiani hanno il sacro dovere di difendere a qualunque costo quella «libertas» che onora la loro bandiera.
|
fe3f368f-8d74-480a-aa20-4793ebf35e66.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
Ultimo oratore della mattinata è stato il segretario politico De Gasperi, che ha creduto di dover chiarire alcuni punti affiorati nella discussione. In tempi normali – egli ha detto – la distinzione personale fra membri del governo e componenti della Direzione del partito, è misura più che opportuna, non tanto per le possibilità di controllo – che non è possibile prevedere sostanziali divergenze tra gli uni e gli altri senza che si venga a crisi risolutive – ma per un sano principio di divisione di lavoro. Oggi però la situazione è diversa: il governo è insieme esecutore e legislatore e le responsabilità sono concentrate nella direzione delle pubbliche cose da parte di una coalizione di partiti. Domani ci sarà la Consulta e poi il Parlamento e la situazione dovrà gradualmente normalizzarsi. De Gasperi vuole però che si chiarisca bene se esistono differenze programmatiche sulla volontà del partito o sul metodo per attuare questa volontà. Si ripetono talvolta, forse per una avvertita assimilazione dell’altrui propaganda, accuse stantie contro la Democrazia cristiana. A Milano De Gasperi definì la Democrazia cristiana «antirivoluzione» e ne ebbe forti critiche da Pertini. Ma è chiaro che egli non voleva parlare della sostanza di un radicale rivolgimento che può essere operato democraticamente, bensì del metodo, della procedura che non dev’essere quella dell’imposizione, del ricatto, della forza, ma quella della libera consultazione. Poteva la Democrazia cristiana essere nei suoi programmi più «progressista» e come è malvezzo di dire, più a sinistra? Guardando alla vita del partito da quando esso è sorto, si deve riconoscere che riguardo alla proprietà non vi è stata alcuna affermazione conservatrice, salvo la tutela della piccola proprietà che costituisce una delle mete a cui più teniamo. Nel problema in questi giorni dibattuto della mezzadria, noi siamo animati dalla duplice preoccupazione di rivendicare le giuste esigenze dei lavoratori e di impedire che i proprietari siano portati a rompere i patti riducendo i mezzadri di oggi a salariati di domani. Il disegno dei comunisti, a questo riguardo, è assai chiaro: essi vogliono rompere ogni forma di compartecipazione – che noi al contrario vogliamo estendere anche nel campo industriale – per arrivare a forme di proprietà collettive Vogliamo sinceramente le riforme più ardite, ma, come ieri, non possiamo permettere nemmeno oggi che esse vengano imposte con le rivoltelle e coll’anti democrazia. Nella sostanza noi non temiamo alcuna riforma di quelle che si chiamano di sinistra, né abbiamo mai pensato di difendere alcun privilegio all’infuori di quello della libertà per tutti i cittadini. Talvolta i nostri avversari prospettano il pericolo di un nostro slittamento verso forme clerico-moderate: dico senza riserve che la Democrazia cristiana come è contraria alla dittatura di sinistra, così insorgerebbe unanime contro qualsiasi tentativo di dittatura di destra. «Con gli altri partiti noi siamo pronti a firmare patti quando si tratti di garantire la libertà, sia localmente, sia sul piano nazionale. Se una sezione addiverrà a patti per singoli scopi, senza che sia compromessa la libertà e la propaganda, questo avrà pieno riconoscimento del partito; ma non possiamo permettere che attraverso patti sostanziali, si giunga ad una comunità equivoca per il domani. Non possiamo permettere che taluno oscuri per il momento il proprio programma onde riscuotere simpatie e per conquistare posizioni: su questo siamo volutamente rigidi. Il problema istituzionale In quanto al problema istituzionale il partito non ha mai vietato la espressione delle preferenze individuali, monarchiche o repubblicane; si è solo impedito che si arrivasse prematuramente e senza consultazioni dal basso a soluzioni autoritative e impegnative per tutti gli iscritti alla organizzazione. Nessuno può limitare il problema alla semplice forma del vertice dello Stato, perché nessuno vuole una repubblica come che sia, ma accompagna i suoi voti con precise qualificazioni e condizioni. Nell’urto delle esigenze economiche e politiche, la Democrazia cristiana, ha tenuto e mantiene un atteggiamento molto realistico, e mentre pensa ad alleviare le miserie e la fame che tormentano il paese, prepara la restaurazione dello Stato attraverso la Costituente. In questa assemblea gli italiani decideranno dei loro problemi morali e materiali ed è strettamente necessario che ci si prepari ad essa sia nello spirito che nell’attrezzatura teorica. È un momento quello attuale in cui bisogna essere molto realistici e non vantarsi di sfondare porte aperte. Ricorda a questo proposito che in Italia la grande industria e le banche sono in maggioranza controllate dallo Stato a mezzo dell’Iri. Noi ci siamo definiti partito di centro che si muove verso sinistra e sappiamo che in tale posizione possiamo trovarci vicini a molte altre forze politiche, dalle quali ci differenzia una cura connaturata degli interessi spirituali e cristiani. La grande battaglia che dovrà essere ingaggiata impone di mettere da parte ogni ambizione elettoralistica – piccole eredità dei tempi tranquilli del collegio uninominale, con qualche camorra locale – e di sacrificare, ove occorra, ogni interesse ed ogni ambizione personale. De Gasperi dice che egli interpreta quella linea centrale, che unisce nel grande partito della Democrazia cristiana, persone di vari ceti e di indole diversa. La D.C. partito di popolo Il Partito democratico cristiano è partito di popolo, ma appunto per questo è assurdo concepirlo come partito classista. L’oratore accenna infine tra la più viva attenzione, al problema dei prigionieri e deportati, che languiscono ancora lontani dalla patria. Talvolta ci si è accusati di essere nazionalisti, ma, in verità, siamo invece molto moderati se non reagiamo più decisamente all’iniqua situazione imposta ai nostri fratelli di alcune regioni tuttora martoriate. Questo è il quadro della situazione attuale, capace di miglioramenti ma piena di pericoli ancor più gravi. Gli italiani devono rendersi conto della realtà dei problemi che su loro incombono. La Democrazia cristiana è al lavoro in un’unità di vedute, protesa verso quelle mete che, socialmente, si definiscono di sinistra, ma nell’ansia tormentata di salvare al paese la sua libertà: libertà civile, legale, morale.
|
c8aa7f16-d48e-479b-bfa1-e194b7ddda11.txt
| 1,945
| 3
|
1941-1945
|
La politica estera dell’Italia Cari amici, non intendo fare una difesa del passato benché, chi ha prospettato critiche abbia omesso di ricordare importanti circostanze che condizionarono gli sviluppi politici italiani prima ancora della liberazione di Roma. Taluno si lascia impressionare da una possibile critica dei socialcomunisti che ci accusano di temporeggiamento: ma sono proprio i comunisti a poterci rimproverare di transigenza nei confronti della monarchia, essi che ebbero il loro capo nel governo fin dal periodo di Badoglio? Occorre guardarsi dalla zizzania che altri cerca di seminare tra noi. Messo a capo del partito, De Gasperi dice di aver voluto salvare la compattezza di questo «non perché è un partito, ma perché il partito è la salvezza d’Italia». La «questione» Trieste Mai la Democrazia cristiana ha potuto pensare di servirsi e di appoggiare situazioni imperniate su protettorati stranieri, ma la situazione straniera ha avuto un indiscutibile peso per altre ragioni: cioè per il problema dei nostri confini. Non è questa una divagazione, perché i delegati della Venezia Giulia e Tridentina hanno presentato ordini del giorno in argomento. De Gasperi ha richiamato la sua origine di trentino irredentista ed ha detto di avere forse per questo un senso vivissimo dell’unità d’Italia, che lo ha portato a differire la soluzione di tutti i problemi che non era indispensabile decidere subito, nell’attesa che l’Italia si ricongiungesse, spezzate le barriere della dominazione tedesca. Il delegato di Trieste nel dargli il testo dell’ordine del giorno ha soggiunto: «De Gasperi, questo è quello che noi vogliamo dire, esprimilo tu come meglio credi, noi abbiamo fiducia in te». Egli ha ora l’onore di poter dire che come ministro degli Esteri mai è mancato alla fiducia di questi tormentati fratelli. E comincia ora a sperare che il lavoro degli ultimi mesi non sia stato vano e che si sia almeno salvata l’unità d’Italia. Il giornale dei comunisti accusò noi di nazionalismo per l’atteggiamento preso in difesa di Trieste: in quei pochi giorni il nostro partito dette prova di un grande senso di responsabilità e mentre con umiliazione si ascoltavano gli insulti di radio Belgrado, noi mantenemmo la calma nella speranza di raggiungere accordi diretti. Una sera, ricorda De Gasperi, giunte le cose ad uno stato di acutissima tensione politica e militare egli prese su di sé la responsabilità di trasmettere alla stampa e di inviare agli ambasciatori presso le potenze alleate un telegramma di dignitosa protesta a nome del governo italiano: «Non avevo fatto in tempo a consultare i colleghi del governo – che le truppe jugoslave incalzavano e gli alleati erano ostinatamente fermi a Monfalcone – e all’indomani il giornale del vice presidente del consiglio Togliatti non pubblicava questo comunicato, ma portava invece il testo di un telegramma che il capo del partito comunista Togliatti inviava agli operai di Trieste perché accogliessero come liberatrici le truppe di Tito». Ma anche in questi contrasti la Democrazia cristiana e De Gasperi in particolare furono sempre ispirati dal desiderio di mantenente al massimo la concordia in seno al governo. La questione dell’Alto Adige Accanto alla questione giuliana vi è quella dell’Alto Adige. L’oratore fu tra i pochi deputati prima al parlamento austriaco e poi a Roma che mai chiesero l’annessione del Brennero; e quando sia Orlando che i delegati di Versailles lo consultarono in materia, egli rispose: «L’esperienza ci dice che meno tedeschi abbiamo entro i confini, meglio sarà perché avremo meno fomiti di guerra». Ma proprio per la serenità che gli viene da questa posizione, egli oggi può dire con vigore che in Alto Adige noi non possiamo cedere, non possiamo rinunciare agli impianti idraulici che vi abbiamo costruito, né dimenticare che se i torti del regime fascista sono stati grandi, ciò non toglie che gli alto atesini tedeschi non scelsero tra fascismo e libertà, ma tra fascismo e nazismo. Molti di questi oggi cercano di rientrare in Italia e di far dimenticare il passato, ma la giustizia esige che si compensino invece quei tedeschi che optarono per l’Italia e che si salvaguardino i diritti degli italiani del luogo. L’ordine del giorno presentato al riguardo è dalla Direzione accolto e raccomandato. L’oratore si indugia ancora sulla politica estera dicendo che le circostanze lo hanno portato ad essere il «notaio delle sconfitte». Egli antifascista costretto a firmare i documenti conseguenza di quella disfatta voluta e provocata dal fascismo. Quando si sente dire che non si ha bisogno delle colonie, o ci si sente rimproverare per l’augurio che i greci, occupando le isole dell’Egeo constatino il lavoro fatto dagli italiani e lo considerino perno di amicizia dei nuovi rapporti con essi instaurati non possiamo chiederci preoccupati in qual modo coloro che per questo ci chiamano imperialisti potranno collaborare alla ricostruzione dell’Italia. La questione coloniale Domandiamo che si tenga conto di 60 anni di lavoro italiano in Eritrea e dei sudori di 120.000 nostri fratelli in Cirenaica. Se tutte le colonie dovranno essere restituite a libertà in un nuovo ordinamento mondiale, noi salutiamo questo progresso realizzato, ma una pace punitiva che privi soltanto noi delle colonie non potremmo tranquillamente accettarla. Ripete l’oratore di avere la speranza di un’alba di rinascita, ma l’angoscia e la trepidazione anche degli ultimi giorni è stata assai grave. Qual meraviglia che di fronte a problemi così gravi si sia rinviata la discussione dei problemi più strettamente interni dell’Italia? Nessuno può dubitare sulle intenzioni dell’oratore ed è ridicolo che lo si possa accusare di proteggere certe classi elevate con le quali egli non ha alcuna comunanza di interessi, né tanto meno alcun legame tattico. Mai diversa affermazione è stata dall’oratore fatta a chicchessia, ed egli ha anzi informato chiunque avesse interesse a saperlo dell’evoluzione che si manifestava in seno al partito. Il problema istituzionale. Il Referendum Spetta alla Democrazia cristiana di impedire lo scatenarsi di una lotta civile sopra il problema istituzionale. Non bisogna considerare la creazione dello Stato nuovo come un problema punitivo – che riguarda il passato e che va riguardato a parte – ma come un problema essenzialmente costruttivo che riguarda l’avvenire. Si tratta di salvare il popolo italiano, o meglio di chiamarlo a salvarsi da sé. A questo mira l’inchiesta che il partito ha voluto lanciare. Bisogna scuotere il popolo fino alle midolla, dicendogli: «Popolo italiano, butta le grucce, rizzati, cammina da te, questo è il tuo destino!». Se non riusciremo a tanto, se lo convinceremo soltanto, senza portarlo ad agire e a votare, non avremo garantita la instaurazione di un regime stabile di libertà. Dobbiamo evitare ad ogni costo che la insofferenza di una maggioranza porti le minoranze alla esasperazione con tutte le conseguenze di questo. Riguardo al «referendum» di cui si è da qualcuno degli oratori ripresentato il problema, De Gasperi dice che a Salerno egli insistendo avrebbe potuto ottenere la maggioranza di questa forma di consultazione: non lo fece per mantenere l’unità e la concordia di fronte alla diversa volontà di alcuni partiti. È chiaro che se i partiti fossero domani decisi a riprendere in considerazione la cosa noi ne saremmo ben lieti. Oggi la decisione istituzionale verrà presa non dalle piccole conventicole che crearono le repubblichelle del risorgimento, ma da un corpo elettorale di non meno di 20 milioni di persone. Questa massa va conquistata, e nessuno può rimproverare alla direzione del partito di aver contrastato un orientamento che servisse ad illuminare il popolo, si è solo impedito che tutti fossero impegnati prima che tutti avessero potuto essere consultati. La scelta repubblicana Non lasciamoci impressionare da quello che si dice siano gli altri partiti. E se leggiamo quanto ha affermato il relatore Tupini , dobbiamo constatare come vi trovi esatto riscontro quella preferenza repubblicana dei quadri, già del resto rilevata in altre pubbliche dichiarazioni del partito . Ed il fatto stesso che si apra oggi una inchiesta sulla nuova forma di costituzione vuol dire – senza bisogno di particolare accentuazione – che il partito riconosce che un problema repubblicano si è posto nella vita politica italiana. L’inchiesta vuole far sì che si faccia in tutta Italia una elaborazione programmatica dei temi che formeranno oggetto della Costituente. Ad essa bisogna arrivare in maggioranza, per poter orientare la nuova costituzione in modo che siano rispettati i valori più alti del popolo italiano. Aspirazione alla maggioranza non vuol dire isolamento. E siamo sempre pronti a lavorare in concordia con gli altri partiti, sul piano della libertà. La proposta che facemmo a Nenni durante la crisi di una direzione a mezzadria delle pubbliche cose è la prova migliore di questa volontà non monopolizzatrice. Circa la crisi, senza entrare nel merito, l’oratore accenna che la pregiudiziale repubblicana come motivo di opposizione al nostro partito non è stata posta che «post factum» e mai a Milano come le precedenti discussioni sul rinnovamento governativo. De Gasperi accenna poi ai sistemi elettorali (ribadendo quello della proporzionale pura, che – aggiunge – nelle discussioni preparatorie durante il periodo clandestino, tutti accettavano, socialcomunisti compresi) e alla obbligatorietà del voto con sanzioni politiche per gli inadempienti. Passa quindi a discutere dei problemi economico-sociali che formano parte non secondaria delle questioni da porsi sul tappeto in sede di costituente. Il chiaro ordine del giorno di Vanoni, accettato con entusiasmo dalla direzione, ripete quale sia la funzione direttrice che la Democrazia cristiana attribuisce al lavoro . Venendo ad illustrare altri ordini del giorno. De Gasperi dà comunicazione di uno sfavorevole alla forma repubblicana in quanto ritenuta porta di ingresso di esperimenti estremisti, presentato dai delegati partigiani venuti al convegno. «Spero, dice De Gasperi, che questi amici non si lascino, come è facile ad uomini d’arme, vincere dalla suggestione che un colpo di forza possa risolvere problemi di libertà. Essi devono sapere che la Democrazia cristiana è pronta a ricorrere alla forza per difendere la libertà ma mai per difendere un regime». Avviandosi alla conclusione del suo discorso De Gasperi invita a nominare la commissione di redazione dell’ordine del giorno del Consiglio nazionale, nello spirito di quanto detto circa i limiti e l’impostazione dell’inchiesta. Invita i delegati a sentire l’orgoglio di segnare essi la strada che bisogna percorrere, senza influenza o sollecitazioni altrui. Si può stare tranquilli che nulla potrà essere precipitato: senza la Democrazia cristiana nessuno potrà essere in grado di decidere problemi di tanta importanza politica. Egli dice però che qualora le cose si svolgessero in modo che non fosse possibile convocare il congresso prima di prendere le decisioni impegnative del partito, la segreteria politica non dimenticherebbe quella che è stata l’espressione della maggioranza dei delegati provinciali . De Gasperi termina inviando un saluto ai membri dell’esecutivo Alta Italia ai quali va la riconoscenza del partito perché essi insieme ai partigiani hanno lottato in condizioni durissime e con gravi rischi personali per la Democrazia cristiana e per l’Italia.
|
Subsets and Splits
No community queries yet
The top public SQL queries from the community will appear here once available.