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1941-1945
Assieme Carandini ho avuto breve colloquio Byrnes. Ho insistito rimpatri Venezia Giulia e chiesto informazioni questione coloniale. Byrnes ha assicurato si interesserà rimpatri in modo però che ciò non ritardi opera commissione. Circa colonie italiane ha confermato che il progetto americano è trusteeship collettivo. Gli italiani avrebbero due membri consiglio di amministrazione ossia uno per il governo e uno per la popolazione italiana locale abbinato rappresentante indigeno. Ha promesso che noi potremo presentare controosservazioni scritte sia per Adriatico che per colonie. Infine ha confermato che la mia esposizione al Consiglio è stata fatta nel giusto senso dolendosi che delegato italiano sia stato ammesso soltanto presentare punto di vista mentre gli jugoslavi sono stati ammessi discussioni. Egli spera terminare martedì.
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1941-1945
Accompagnato da Carandini ho avuto stamane colloquio con Molotov che mi ha fatto accoglienza singolarmente cordiale. Riassumo termini colloquio. Avevo il dovere ringraziarlo innanzi tutto per solenne promessa rimpatriare prigionieri ed esprimere la speranza che rimpatrio si iniziasse subito. Molotov: «Si comincerà senz’altro, perché da voi sono più necessari che da noi». Lo ringraziavo della sua dichiarazione alla stampa circa Venezia Giulia , dalla quale risulta che Italia ha diritto reclamare città aventi carattere italiano. MOLOTOV: «Veramente ho detto territorio e non città; ma evidentemente le città fanno parte del territorio». Gli ho espresso speranza ripresa relazioni commerciali con la Russia. Oggi controllo alleato ritarda iniziativa italiana ma domani, cessato armistizio sarà possibile più ampia cooperazione fra due popoli di lavoratori. MOLOTOV: «Anche questo è vivo desiderio russo». Gli ho detto che l’Italia persegue politica di raccoglimento e di lavoro. «Saremo lieti di lavorare anche per voi». MOLOTOV: «Voi avete nell’Alta Italia grande organizzazione industriale e Russia sarà lieta veder risorgere attività vostra industria e vostri cantieri navali». Gli ho accennato importanza che esportazioni russe avevano a questo proposito per nostra ripresa economica e per sanare disoccupazione. Consideravo possibile, al di sopra differenze ideologiche, cooperazione lavoro e inserzione nostra particolare civiltà, forme di progresso economico-sociale che si fossero sviluppate in Russia. Molotov ha risposto con calore che, al di sopra delle ideologie, ogni paese ha un suo apporto da dare. Vi è fra l’Italia e la Russia possibilità di reciproco appoggio sia nel campo industriale che agricolo. A questo proposito si è rivolto a Carandini come ad un rappresentante tipico più moderna agricoltura alludendo ai grandi progressi raggiunti in base alla tecnica americana dall’agricoltura russa. Riferendosi precedente colloquio Carandini-Gusev lo ha invitato visitare organizzazioni agricole russe. Riferisco questo particolare per dare un’idea della cordialità colloquio. Passando ad argomento che evidentemente gli premeva, Molotov mi ha detto che in Russia non è consentito alla stampa fare propaganda contro paesi amici, mentre in Italia stampa ha costante atteggiamento ostile contro Russia, cosa di cui egli è molto spiacente. Rispondo ammettendo che qualche volta ciò avviene. Ho fatto sforzo per orientare stampa ad un tono più moderato ed amichevole ma, dato uso che si fa della libertà di espressione in seguito a quasi morbosa reazione contro regime fascista è difficile impedirlo. Però politica del governo si svolge in senso favorevole alla più obiettiva ed amichevole comprensione, influenzando nei limiti del possibile opinione pubblica, la quale ha considerato con viva soddisfazione accoglienza fatta in Russia alla nostra delegazione operai, ravvisando possibilità sincero accordo che è naturale tra popoli lavoratori e regime di lavoro.
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1941-1945
Il ministro De Gasperi dice innanzi tutto di aver voluto sostare a Parigi per rendere omaggio al capo della Resistenza e per esprimergli la riconoscenza del governo italiano per l’atteggiamento francese a Londra. Egli accenna al contributo di Bidault alla formulazione delle direttive per la soluzione della questione adriatica; per quanto l’applicazione possa prevedersene difficile, l’Italia spera nell’appoggio francese anche nella commissione locale. Il ministro De Gasperi quindi fa presente al generale come invece il problema coloniale si presenti in maniera assai più grave per noi. Sarebbe ingiustizia di privarci attraverso il trusteeship collettivo dei frutti di tanti anni di lavoro. Per noi le colonie non sono un problema imperiale, ma sociale. Una sfavorevole soluzione del problema agirebbe sulla psicologia del popolo italiano conducendo ad una depressione pericolosa per l’esistenza stessa del governo democratico. Tanto più se a ciò si aggiungesse la riduzione della flotta e dell’esercito. Non si è ancora toccata a Londra – ha continuato il ministro De Gasperi – la questione dell’Alto Adige, ma America, Inghilterra e, crediamo, anche la Russia, sono per lo statu quo. Il ministro espone il suo punto di vista sull’Alto Adige (nazisti, centrali elettriche) e sulla vitalità dell’Austria. Il ministro tocca infine la questione della frontiera francese. Ricorda il sacrificio di Tunisi, osservando come allora non si fosse parlato di pretese sulla frontiera metropolitana. Oggi si sono espressi desideri circa tre valli. Per due (Tinea e Vesubia) si potrà trovare un accomodamento. Per quella della Roja le difficoltà sono assai gravi e «da un’inchiesta che ho fatto – conclude testualmente il ministro – presso esperti politici, economici e militari, risulta che non sono superabili». Il generale de Gaulle interrompe: «Insuperabili non si può dire; vedremo se non si potranno superare». Il ministro De Gasperi continua accennando al problema generale della ricostruzione europea, al problema del lavoro. A questo proposito de Gaulle chiede informazioni concrete. Il ministro De Gasperi si riferisce alla maggiore conoscenza dell’ambasciatore Saragat (il quale, dopo aver detto non accettabile la clausola del progetto francese sul reclutamento, ricorda di aver suggerito al Quai d’Orsay una proposta di interessare le due Confederazioni del lavoro e ciò per dare garanzie adeguate sia ai lavoratori italiani che ai lavoratori francesi); l’ambasciatore Saragat aggiunge come condizione indispensabile che i contratti non siano a troppo lunga scadenza e che sia possibile agli operai di recarsi in Italia almeno una volta all’anno. Su richiesta del ministro R. Mayer circa la utilizzazione dei salari, l’ambasciatore Saragat risponde che la disponibilità deve essere libera. Il generale de Gaulle conclude invitando l’ambasciatore a trattare la questione coi ministri della Ricostruzione e del Lavoro esaminando il fabbisogno della Francia e le disponibilità dell’Italia per le diverse categorie. Quindi il generale de Gaulle inizia le sue dichiarazioni sulle questioni trattate a Londra: «Che a Londra non si decida subito, è meglio per l’Italia. Il tempo lavora per voi. Trieste sarà italiana. Per l’Istria, non conosco la regione, ma mi pare che la linea Wilson sia una buona base. Per il Tirolo, noi preferiamo avere l’Italia al Brennero; del resto tutto dipende dalle previsioni che si possono fare sull’Austria, che non sono ancora chiare. Per le colonie: noi preferiamo, nella Tripolitania e in Cirenaica, l’Italia agli arabi, ai russi o agli inglesi. Perché non fate una controproposta concreta che, salvo la forma, assicuri all’Italia il governo delle colonie? Non potreste fare propaganda, per esempio in America?» «Sì, risponde il ministro De Gasperi. Ma in America non credevamo che ce ne fosse bisogno. Perché la proposta di trusteeship collettivo da parte degli americani fu una sorpresa per noi e per il nostro ambasciatore: la decisione fu infatti adottata dalla delegazione americana durante il viaggio». Generale de Gaulle: «Credo che sia una manovra su cui l’America può ritornare. Truman mi aveva detto che la Libia sarebbe stata affidata all’Italia. In quanto all’Eritrea, noi non ci batteremo a fondo ma anche lì preferiremmo gli italiani». Mayer e de Gaulle: «Noi vediamo volentieri il Negus a Assab». Il generale de Gaulle aggiunge nei riguardi della flotta e dell’esercito, di essere favorevole al loro mantenimento. Quindi il generale passa alla questione della frontiera occidentale. Egli dice: «Tenda e Briga: si tratta di francesi, si potrebbe rifare il plebiscito che abbiamo già avuto nel 1860». Il ministro De Gasperi obietta che nel plebiscito la maggioranza era stata per la astensione e che l’impressione che ora si può avere dei sentimenti della popolazione non è corrispondente alla realtà per l’assenza dalla zona dei richiamati alpini. «Voi siete degli uomini di Stato – continua il ministro – l’unico che ha parlato un linguaggio europeo; l’ho sentito specie dopo Londra. Spero che con tale spirito vedrete anche Tenda la cui cessione alla Francia non sarebbe compresa dal pubblico italiano». Generale de Gaulle:«II pubblico francese però ricorda l’aggressione. Noi non vi abbiamo aggrediti; del resto non l’avremmo potuto fare, ma, comunque, non l’avremmo fatto. Donc, n’exagérez pas, nous n’exagérerons pas». Il ministro De Gaspeririafferma che la cosa principale è la collaborazione dei due paesi: «Noi abbiamo fede nella missione della Francia – egli dice – anche perché – aggiunge – ho personalmente fede nella civiltà cristiana. D’altra parte non si può salvare la civiltà cristiana senza il contributo dell’Italia». De Gaulle annuisce fermamente e congeda il ministro e l’ambasciatore con molta affabilità e cortesia. Il generale de Gaulle ha fatto la migliore impressione sul ministro De Gasperi: di energia, intelligenza e abilità.
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1941-1945
Ritorno da Londra convinto che la causa dell’Italia incontra comprensione, pur non essendo stata raggiunta alcuna risoluzione definitiva circa i gravi problemi sul tappeto. A Londra ho avuto simpatiche attestazioni di simpatia, e ritengo che le conversazioni abbiano servito a chiarire la fondatezza delle nostre ragioni. Ho avuto colloqui con i cinque ministri degli Esteri, e due conversazioni molto cordiali con Bidault, che è un vero amico del nostro Paese. Ho incontrato inoltre i funzionari più autorevoli del Foreign Office e altri rappresentanti delle delegazioni permanenti che resteranno a Londra dopo la partenza dei ministri. Non mi è mancata l’occasione di incontrarmi con molte altre personalità del mondo politico ed economico, trovando un vivo interessamento per le cose della nuova Italia. A Londra ho pure avuto importanti conversazioni in occasione di un ricevimento in casa di Ivor Thomas , e altri incontri a Parigi con italiani e francesi. A Parigi de Gaulle mi è parso veramente convinto della convenienza che Italia e Francia collaborino allo sviluppo della democrazia europea. Sia a Londra che a Parigi ho ritrovato vecchi amici e ne ho fatto di nuovi. Confido che questi contatti, benché non abbiano avuto carattere ufficiale, siano stati utili per la nostra causa e siano riusciti giovevoli per rinforzare il risultato dei negoziati ufficiali. Dappertutto ho constatato che la famiglia italiana riprende la sua vita internazionale. I connazionali istintivamente serrano le file intorno alla Patria, consapevoli della gravità dell’ora che essa attraversa, ma pieni di speranza nella rinascita. Le antiche amicizie e l’antica irradiazione italiana, superando pregiudizi e risentimenti della guerra, incominciano a lavorare in favore delle finalità della nuova democrazia italiana. Ho visitato anche un campo di prigionieri italiani presso Londra, traendone una impressione profonda e nuovo conforto per non disperare del nostro avvenire. Domattina riferirò i risultati del mio viaggio al Consiglio dei Ministri e nel pomeriggio probabilmente farò una dichiarazione alla Consulta .
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Mi è difficile parlare sulla Conferenza di Londra prima di averne riferito al Governo. Posso dire tuttavia che la situazione è relativamente favorevole sebbene nulla di definitivo sia stato raggiunto a causa dell’incompletezza e dell’impreparazione della conferenza. Qualche cosa è stata ottenuta e un passo avanti è stato fatto rispetto all’angosciosa situazione in cui ci trovavamo prima, soprattutto per quanto riguarda la Venezia Giulia. Abbiamo la possibilità di combattere per la soluzione migliore di tutti i problemi. Ciò è compito della diplomazia ma è anche compito del senso di disciplina di cui dovrà dar prova il Paese. Io ho detto alla conferenza di Londra che noi facciamo una politica di lavoro e difendiamo la possibilità di sviluppo del lavoro. Anche le colonie le vediamo come possibilità di lavoro. A Londra siamo stati trattati in modo amichevole. Naturalmente c’è ancora qualche risentimento ma bisogna tener conto che c’è stata la guerra. Si sta facendo strada, tuttavia, una crescente comprensione per le nostre difficoltà e per i nostri problemi. […] De Gaulle mi ha fatto l’impressione di un uomo molto capace e abile. Sembra incline a comprendere i problemi e le difficoltà altrui e a favorire la possibilità di collaborazione internazionale. Anche noi perseguiamo la collaborazione con tutti i paesi e specialmente con la Francia. Ho avuto anche molti contatti con gli uomini della resistenza francese e in essi ho trovato simpatia e apprezzamento per gli sforzi che l’Italia ha fatto e sta facendo per diventare un Paese veramente democratico.
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Suo 474. Pare che gli americani non intendano mettere in discussione il Brennero. Se mai, soltanto, rettifiche minori quali Tarvisio, e, presumibilmente Dobbiaco: in altre parole confine geografico. Nessun riferimento è stato fatto alla possibilità di plebisciti. Anche inglesi, ostili come sono, in materia coloniale e tendenzialmente disposti a sfavorevoli compromessi alla frontiera Giulia, sembrano senz’altro orientati accettazione attuale frontiera settentrionale. Confermo atteggiamento apertamente favorevole della Francia, che non sembra disposta a sollevare questione. Questa è la situazione oggi, ma è difficile contarci come su cosa definitiva e acquisita. Non so se le convenga, in queste condizioni, parlarne. Correremmo il rischio di sollevare noi una questione che non è stata posta sostanzialmente da alcuno. Se mai ne accenni come di cosa ormai non controversa e pacifica .
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A nota n. 4/338/10599/7,15/2 del 27 settembre. Si premette che, nonostante ripetuti nostri tentativi, non si è mai da parte nostra riusciti ad avere in Jugoslavia, non si dice una rappresentanza diplomatico-consolare, ma neanche una qualche missione militare o della Croce Rossa, che potesse comunque occuparsi dei moltissimi militari e civili italiani che trovansi colà sbandati o in condizioni non soltanto precarie, ma addirittura pietose. Codesta presidenza sa, d’altra parte, delle gravissime misure adottate da parte jugoslava a danno delle popolazioni italiane nella zona della Venezia Giulia che sta al di là della linea Morgan e della assoluta impossibilità da parte alleata e nostra di inviare colà osservatori che possano in qualche modo seguire e controllare la situazione. Si aggiunge che da parte jugoslava si mantengono invece in Italia tutta una serie di organizzazioni e di uffici non bene qualificati e che svolgono attività varie, non sempre e comunque soltanto molto parzialmente controllabili. Di tali organizzazioni ed uffici si acclude un elenco che potrebbe anche non essere completo. La richiesta jugoslava di inviare in Italia una ulteriore missione per raccogliere prove circa presunti crimini di guerra, va dunque inquadrata nella più ampia cornice delle suesposte considerazioni. Questo ministero sarebbe nella specie d’avviso che nel rispondere alla Commissione alleata , dovrebbe essere prospettata la situazione quale in alto descritta, domandato il disciplinamento e la riduzione delle missioni jugoslave già esistenti in Italia, richiesto che, in corrispettivo, un’analoga missione italiana o alleata sia autorizzata a condurre ed alle stesse condizioni, parallele amichevoli inchieste sia sul territorio italiano di occupazione jugoslava, sia sul territorio jugoslavo vero e proprio. Si aggiunge che un osservatore altamente qualificato ed estremamente imparziale ha recentemente descritto la situazione della Venezia Giulia, nei seguenti termini che sono facilmente riducibili in termini di veri e propri «crimini di guerra»: «L’occupazione di tutta la Venezia Giulia per quaranta giorni e di tanta parte della regione ancor oggi ha avuto un tale carattere di autentica barbarie, ha instaurato un tale regime di violenza, ha privato le popolazioni così brutalmente dei diritti più elementari, ha dato tali esempi di ferocia disumana e tale prova di incapacità di amministrare quelle terre, che nessun uomo di cuore, che stimi la civiltà, può avere animo di costringere delle popolazioni che non ne vogliono sapere, sotto tale insopportabile giogo». Si avverte che per quanto riguarda le atrocità jugoslave, una nuova relazione documentata è gia stata fatta pervenire a Londra, a Washington e alla Commissione Alleata da parte di questo ministero. Tale relazione è, se occorre, a disposizione di codesta presidenza.
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Suo 526 . Approvo sua risposta e sue riserve circa note proposte nordamericane. Opinioni ministro Togliatti sono personali e di partito, non di governo, il quale ha avuto del resto modo di esprimere suo punto di vista sia attraverso dichiarazioni presidente Parri che mie. In esse è chiaramente detto che nessun governo italiano avrebbe sufficiente autorità e prestigio per accettare condizioni di pace che fossero dal popolo italiano ritenute ingiuste. Ciò è stato da me esplicitamente accennato anche dinanzi al Consiglio dei Cinque, in occasione esposizione del punto di vista italiano sulla Venezia Giulia. In vista rinvio pace definitiva questione non è peraltro oggi di urgente attualità. Conviene a noi insistere per ora piuttosto su soluzione provvisoria, e, insieme, sulla migliore possibile definizione questioni che ci riguardano. Anche possibilità non firmare è tuttavia una porta che è prudente lasciare aperta, in via naturalmente di extrema ratio e nella deprecatissima eventualità che equità e giustizia non dovessero in definitiva prevalere . È bene che, nella sua ulteriore azione, ella tenga presente che di quanto precede contiamo fare accenno soltanto al governo nordamericano, che ci è il più vicino in ispirito e meglio e più umanamente ci comprende.
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(Solo per Londra) Mio 457. Ho telegrafato a Washington quanto segue. (Solo per Washington) Mio 471. (Per tutti) A proposito della inclusione di una «dichiarazione dei diritti» nel trattato di pace con Italia, recente editoriale del Times afferma che ciò avrà come conseguenza di porre costituzione italiana sotto «protezione» e cioè sotto controllo internazionale. Ella noterà che nostra richiesta di cui al telegramma citato era appunto destinata a trasformare in dichiarazione di principio italiana (da includersi infatti come tale e soltanto nel preambolo) ciò che avrebbe altrimenti sostanza e forma di condizione imposta da Potenze vincitrici con tutte le conseguenze connesse. Non è né può evidentemente essere intenzione americana quella di mantenere l’Italia, attraverso equivoche formule, in una condizione di aperta o larvata sudditanza verso chicchessia. Nulla sarebbe più umiliante per noi o più contrario alla giustizia. Comunque sono queste le interpretazioni di un organo autorevole quale il Times. È superfluo aggiungere che il nostro contrasto non riguarda affatto spirito dichiarazione che condividiamo perfettamente, ma pericoli impliciti nella suddetta interpretazione che lascerebbe porta aperta a insidiosi interventi negli affari interni italiani. Va altresì da sé che ci troveranno consenzienti tutte le limitazioni generali e non unilaterali ed imposte alla sovranità nazionale che siano necessarie per partecipare alla futura organizzazione della comunità internazionale, consapevoli come siamo che essa sarà tanto più forte quanto maggiori saranno i poteri che gli Stati le delegheranno, spontaneamente spogliandosene. Attiro su quanto precede la sua particolare attenzione. Ne parli subito al Dipartimento di Stato con amichevole chiarezza. (Solo per Londra) Si regoli in conseguenza. Prima di parlarne costì sarà forse opportuno attendere chiarimenti Washington, da cui iniziativa è partita.
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Dubito sia sfuggito alla sua attenzione, anche per la poca pubblicità data ad esso dalla nostra stampa, un recente decreto che dà alle scuole elementari della provincia di Bolzano uno statuto inteso ad assicurare la piena e completa parità di diritto dei due gruppi linguistici della sua popolazione. Mi permetto di segnalarglielo. Si tratta, com’ella vedrà, di un provvedimento importante e particolarmente significativo. Esso assicura agli alunni di lingua tedesca, non meno che a quelli di lingua italiana, il diritto di ricevere l’insegnamento nella lingua materna e da maestri per i quali la lingua stessa sia anche lingua materna e l’obbligo di ricevere un insegnamento complementare, opportunamente graduato nelle varie classi, dell’altra lingua. Anche per la vigilanza delle scuole elementari, è prevista nel decreto la più completa parità di diritti fra i due gruppi linguistici, grazie al carattere rigorosamente bilingue assicurato a tutti i servizi dell’ufficio scolastico provinciale e all’assegnazione di ispettori di lingua tedesca per le ispezioni alle scuole tedesche, di ispettori di lingua italiana per quelle alle scuole italiane. In modo rigorosamente paritario è altresì risolto il delicato problema della distribuzione delle scuole delle due lingue nei vari centri abitati e del diritto dei singoli alunni al riconoscimento della loro appartenenza all’uno o all’altro gruppo ai fini dell’iscrizione. Da questo rapido riassunto, ella vede da quale spirito il provvedimento sia animato e con quale assoluto rispetto delle concezioni più liberali sia regolata una materia di estrema delicatezza e importanza quale quella linguistica. Il governo dell’Italia democratica riafferma con ciò un principio al quale la scuola italiana tenne fede nel periodo prefascista e cui dà ora un’applicazione concreta che pone le premesse essenziali per una collaborazione fiduciosa e una comprensione reciproca tra i due gruppi linguistici di quel territorio. Le sarò molto grato, caro ambasciatore, se ella vorrà cortesemente segnalare al suo governo quanto precede, affinché esso sappia in modo preciso quali siano i nostri reali intendimenti e propositi di liberale pacificazione alle nostre frontiere.
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A seguito della mia lettera di ieri mi permetto accluderle il testo di un nuovo provvedimento approvato il 18 corrente dal Consiglio dei ministri. Si tratta di disposizioni che integrano e completano quelle già ieri da me segnalate relative all’insegnamento della lingua tedesca in tutte le scuole dell’Alto Adige. Esse dispongono che, nell’Alto Adige, sia consentito l’uso della lingua tedesca nei rapporti con le autorità politiche amministrative e giudiziarie. Esse prevedono altresì che in quella zona gli atti pubblici possano essere redatti in lingua tedesca; eccettuate soltanto le sentenze dell’autorità giudiziaria e le decisioni delle giurisdizioni amministrative. Esse dispongono infine che i registri dello stato civile devono essere tenuti in lingua italiana con la traduzione in lingua tedesca. Ella vede dunque che si tratta di tutto un complesso di provvidenze che segnano una nuova tappa sulla strada che il governo è deciso a seguire per distruggere in modo radicale le conseguenze della politica di snazionalizzazione perseguita dal regime fascista. Mi permetto attirare anche su questi nuovi provvedimenti la sua particolare attenzione, molto grato se ella vorrà cortesemente segnalarli al suo governo come ulteriore prova della precisa determinazione italiana di procedere, nei confronti delle sue minoranze, nello spirito della maggiore e migliore liberalità .
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Rispondo alla sua lettera del 19 corrente. Leggo con estremo interesse quanto lei ci comunica. Stia certo che gli elementi e le valutazioni che ella a mano a mano ci fornisce molto concorrono alla formazione del nostro giudizio complessivo. Ci rendiamo perfettamente conto della stasi che ella ci segnala e delle ragioni che la provocano: come è giustamente detto nella sua lettera «i tre Grandi saggiano da posizioni inconciliabili la reciproca capacità di resistenza». Questione del nostro armistizio. Le invio a parte una intervista del ministro De Gasperi pubblicata dal Giornale del Mattino di oggi ove si tocca anche questo argomento ed altri che potranno orientarla. Rinviata a tempo indeterminato la pace definitiva; sbarrata la porta per una pace provvisoria, resta la revisione del regime armistiziale. Lei sa che il governo italiano non solo non fa obiezione alla pubblicazione dell’armistizio ma l’ha, anzi, richiesta e sollecitata. Codesta pubblicazione non può tuttavia che rafforzare l’esigenza e l’urgenza di uscirne. Occorre in conseguenza connettere strettamente le due cose: pubblicazione e revisione, che dovrebbero dunque procedere su strade parallele e contemporanee. Codesta revisione dovrebbe essere sostanziale e investire la natura stessa dell’armistizio. Perché non orientarci verso un documento che potrebbe essere qualificato come «modus vivendi postarmistiziale»? Ciò implicherebbe in certo senso la fine dell’armistizio, ma non ancora la pace, neanche in forma provvisoria. Comunque i giuristi, che sono fecondi di formule, potrebbero, se questo non va, trovare qualche cosa di analogo e di più accettabile senza troppe difficoltà. Resta la questione del modo in cui dovrebbe, a nostro giudizio, essere orientata codesta revisione. Mi sembrerebbero, a questo proposito, essenzialissimi i seguenti punti: 1) Dovrebbero essere finalmente cancellate tutte le clausole che prevedono aggravi economici e finanziari a nostro carico. È possibile che, dopo due anni di cobelligeranza e dopo mesi dalla fine della guerra, ancora il popolo italiano sia gravato da 70 miliardi di amlire, dalle spese di occupazione, dalle requisizioni ecc.? Lei sa in quali stremate condizioni sia la nostra economia. È certo che sino a quando codesti gravami ci saranno imposti, non riusciremo mai a risollevarla e a risanarla. 2) Dovrebbe esserci ridata l’autonomia e la libertà dei nostri traffici coi Paesi esteri. 3) Dovrebbe essere allentato ulteriormente il controllo della Commissione alleata sull’amministrazione dello Stato italiano, sia trasformando la Commissione stessa, sia riducendone i compiti o orientandoli verso forme collaborative e consultive. Non sono, com’ella vede, cose trascendentali, ma pratiche, di cui sono esclusivamente arbitri gli anglo-americani, trattandosi di misure dirette a loro solo vantaggio. Non vedrei cioè come Mosca potrebbe, se volesse, opporvisi. Badi che sono queste soltanto idee e orientamenti generali, che hanno cioè bisogno di essere esaminati da vicino e concretati con precisione. Potrebbero peraltro servirle come generica norma di linguaggio e per tentare di incanalare le discussioni verso binari di questo genere. Comunque, com’ella scrive giustamente, è questo un chiodo su cui bisogna battere.
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Un saluto fiducioso alla rappresentanza giovanile che parte per Londra e l’augurio che vi porti il senso dell’equilibrio latino e della sua dinamica ricostruttiva. Siate gli ambasciatori delle nostre speranze e dei nostri propositi per un mondo di solidarietà e di pace nella giustizia.
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Col telespresso n. 974/c ti è stata trasmessa copia del «memorandum» presentato dal conte Carandini alla segreteria del Consiglio dei ministri degli Affari Esteri a Londra sulla questione coloniale. Esso è stato redatto tenendo presente quanto contenuto nella mia lettera a Byrnes del 22 agosto u.s. . Secondo le più recenti notizie fornite dai nostri esperti coloniali a Londra e che hanno avuto contatti ufficiosi colà, sembra potersi sperare qualche miglioramento nell’atteggiamento inglese, almeno per quanto riguarda la Somalia e la Tripolitania. Sarebbero invece tuttora forti le obbiezioni ad un ritorno dell’amministrazione italiana in Eritrea, sia puresotto forma fiduciaria, e risulterebbe pure intransigente l’atteggiamento inglese per quanto riguarda la Cirenaica. Si tratta, come sai, delle due colonie che offrono le maggiori possibilità per la nostra emigrazione e colonizzazione. Le ragioni dell’opposizione inglese sono facilmente intuibili e sono anche state accennate dalla stampa britannica di cui ti è stato inviato un estratto, in argomento, col telespresso n. 976/c del 24 ottobre. Sono ragioni essenzialmente militari. Esse riflettono preoccupazioni che al tempo della bomba atomica dovrebbero ritenersi superate. Comunque, con un poco di buona volontà, si potrebbero trovare soluzioni che contemperino le esigenze dell’ammiragliato con le nostre necessità di colonizzazione: già abbiamo proposto di separare la Marmarica (col porto di Tobruk e le oasi senussite) dalla Cirenaica. Se tale zona venisse considerata troppo ristretta, ai fini militari cui dovrebbe servire come area strategica, si potrebbe anche studiare una linea di confine che tenga conto di eventuali osservazioni di tale natura. Si potrebbe anche studiare una soluzione che lasci a noi l’uso della terra coltivabile e agli inglesi, o alle Nazioni Unite, l’uso di basi strategiche L’Eritrea è l’unico territorio europeizzato ai confini dell’Etiopia. Se non erro, da parte americana si dimostra un certo interesse allo sviluppo economico dell’Abissinia: l’Eritrea con il porto di Massaua e il centro di Asmara possono divenire una base e un emporio per tale sviluppo e saremmo lieti di poter dare nuovo impulso alla vita di quella nostra antica colonia attraverso una amichevole collaborazione con gli ambienti finanziari ed industriali americani: forse si potrebbero esplorare tali ambienti prospettando loro delle possibilità economiche interessanti per essi e che al tempo stesso ci assicurino contro la perdita di quella colonia cui gli italiani sono uniti da tanti vincoli di sangue e di lavoro. Anche per il Mar Rosso si potrebbero trovare delle soluzioni che tranquillizzino Londra dal punto di vista strategico. Come vedrai dal «memorandum», non ci esprimiamo a priori in senso contrario al principio dell’amministrazione fiduciaria, ma insistiamo perché, se amministrazione fiduciaria deve esserci, essa venga affidata all’Italia che ha sempre bene amministrato i suoi territori coloniali, come ne fa fede il progresso da questi compiuto. Il momento di respiro che ci è consentito dagli avvenimenti può ancora darci qualche possibilità d’azione di cui conviene trarre ogni profitto. Inutile dire che saremmo ben lieti di poter avere conversazioni sull’argomento e chiarire i nostri punti di vista con gli esperti americani, sia costì, sia a Roma o a Londra.
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Come lei sa il ministero degli Affari Esteri si è rivolto più volte alla Commissione alleata e alle ambasciate degli Stati Uniti e di Gran Bretagna per interessarle ai casi di arresti, deportazioni, internamenti e simili verificatisi in Jugoslavia e nei territori occupati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia ai danni di militari e civili italiani. Si tratta di migliaia di cittadini italiani per i quali pervengono continuamente richieste di interessamento da parte di numerosi enti e dalle rispettive famiglie le quali da circa sei mesi attendono invano il ritorno dei loro cari. Come ella avrà notato anche la stampa italiana si è fatta eco di questo grave stato di cose e, non conoscendosi le difficoltà che si frappongono alla soluzione della questione, ne deriva nell’opinione pubblica uno stato di malcontento verso le autorità italiane ritenute responsabili. Ogni possibilità di intervento diretto è in realtà preclusa al governo italiano dalla mancanza di relazioni diplomatiche fra Roma e Belgrado e dall’atteggiamento del governo jugoslavo che ostenta di trovarsi tuttora in stato di guerra con l’Italia. La stessa delegazione jugoslava presso la Commissione di Controllo si è sino ad ora rifiutata di entrare in rapporti, sia pur ufficiosi, col governo italiano. Per quanto si riferisce ai deportati dalla Venezia Giulia sono state già consegnate alla Commissione alleata liste comprendenti circa 2.500 nominativi per le sole zone di Trieste, Gorizia, e Pola. Tale cifra è lungi, come ella sa, dal rappresentare la totalità delle persone deportate dalla zona sottoposta all’amministrazione alleata. A queste devono aggiungersi poi le deportazioni effettuate ad oriente della linea stessa, dalle isole e dalla provincia di Zara, per le quali il governo italiano non è – purtroppo – in grado di dare precise indicazioni, ma il cui numero, sopratutto per le città di Fiume e Zara, è senza dubbio rilevante. Vi sono poi ancora migliaia di militari italiani, in gran numero già internati dai tedeschi, i quali sono stati messi in campi di concentramento e costretti ai più duri lavori e sottoposti a un trattamento inumano. Da una relazione in data 24 settembre u.s. inviata dalla missione della U.N.R.R.A. a Belgrado, si è appreso che le autorità jugoslave hanno deciso di trattenere gli italiani sia deportati che internati in Jugoslavia ad eccezione di un piccolo gruppo in attesa che il governo italiano decida di rimpatriare i cittadini jugoslavi attualmente residenti in Italia. Tale atteggiamento jugoslavo è molto grave anche perché, come è facile comprendere, i cittadini jugoslavi attualmente in Italia, a parte il fatto che non desiderano rientrare in Jugoslavia, non sono sotto il controllo e la responsabilità del governo italiano, ma delle autorità alleate. Ciò che esclude la possibilità di compensazione proposta dal governo jugoslavo. Sono perciò costretto, caro ammiraglio, a ricorrere nuovamente a lei perché venga attirata sui fatti ricordati l’attenzione delle autorità alleate competenti. È necessario che nello svolgersi l’azione accennata nella sua lettera 221/96 del 18 settembre 1945 gli Alleati abbiano presente la gravità di tale questione ed i suoi riflessi nell’opinione pubblica italiana e nei rapporti italo-jugoslavi.
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Riassumo rapidamente per iscritto alcune idee così come mi vengono sulla penna, di cui le sarei molto grato ella si facesse interprete presso il suo governo in occasione del suo imminente viaggio a Washington. La pubblicazione dell’armistizio segna indubbiamente la conclusione di una fase della vita italiana e dei rapporti fra Italia, Stati Uniti e Gran Bretagna. Occorre ora entrare con energia e con sollecitudine in una seconda fase più costruttiva. Le dico subito che ci rendiamo perfettamente conto delle ragioni che hanno allontanato e ritardato non solo la pace definitiva, ma anche la pace provvisoria. Comprendiamo cioè perfettamente quali e quante sono le vostre difficoltà e non intendiamo insistere per ottenere ciò che Stati Uniti e Gran Bretagna non sono, in sostanza, in grado oggi di darci. Ma esiste certamente, per chi voglia e sappia utilizzarlo, un larghissimo campo pratico in cui sopratutto gli Stati Uniti, la cui amicizia ci è essenziale, possono agire senza timori di interferenze o complicazioni altrui: ed è questo il campo di una revisione sostanziale dell’armistizio in tutte quelle parti che riguardano, sopratutto, il settore economico-finanziario. Io mi domando e le domando, ad esempio, se è giusto che, a distanza di quasi due anni e mezzo dalla firma dell’armistizio, restino ancora attive e operanti tutte le condizioni relative alle spese di occupazione, di requisizione, am-lire, prestazione e forniture varie, ecc. E se non sia giusto invece sostituirle con accordi liberamente negoziati, che regolino tutta questa complessa materia in termini non più autoritari ma concordati e in modo che l’economia italiana, che ella sa quanto stremata, ne abbia finalmente sollievo e conseguente possibilità di recupero. Io credo che è questo un punto concreto su cui dovremo, in attesa di soluzioni più ampie, cercare di cristallizzare la nostra attenzione per giungere a soluzioni il più possibile sollecite ed energiche. Ed è bene ella sappia a questo proposito che da parte sovietica ci è stato esplicitamente assicurato che a revisioni di questo genere non sarebbe sollevata obiezione di sorta. Vorrei insistere su un altro punto e precisamente sulla questione della nostra frontiera del Brennero. Che non è stata sollevata da alcuno e che dovremmo per conseguenza ritenere acquisita, ma che da qualche parte ci si assicura sia dibattuta, non so esattamente in quali termini e da chi, a Washington. Ora sarebbe strano che quella sola frontiera sinora non discussa, la settentrionale, lo fosse proprio dagli Stati Uniti e cioè dal governo che ci è più cordialmente amico ed al quale siamo legati da sentimenti di così fervida riconoscenza. Naturalmente, io non credo a questo pericolo, ma desidero segnalarlo a lei ed alla sua sempre vigilante e sempre benevola comprensione. Lei sa che la conservazione dell’attuale frontiera settentrionale è per noi questione assolutamente essenziale, su cui anche i comunisti sono decisamente intransigenti. Le abbiamo trasmesso in questi giorni una nota sulle riparazioni ed una sul pagamento delle civilian supplies che segnalo alla sua attenzione. Ogni appoggio ch’ella potesse darci a Washington in favore della nostra tesi, sarebbe da noi particolarmente apprezzato. La sua partenza e la necessità di farle giungere questa lettera tempestivamente mi impediscono di sviluppare ulteriormente questi ed altri argomenti, come avrei voluto in altre condizioni.
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Avevamo da tempo desiderata la pubblicazione dell’Armistizio. La si è fatta ora con commenti affrettati, non esaurienti e non definitivi. Ma è un punto di partenza, non di arrivo. Da oggi bisogna creare, in sostituzione dell’armistizio perento, uno strumento interinale e costruttivo, un «modus vivendi» fino alla pace. Siamo pronti a dare tutta la nostra collaborazione col senso della più leale amicizia e con piena fiducia nel buon volere degli Alleati.
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Sono informato che l’ordine n. 14, emesso il 10 settembre dal Governo Militare Alleato di Trieste che istituisce speciali «carte d’identità» per le persone che vivono nella «Zona A», è giunto nella fase dell’applicazione pratica. Sono in possesso del testo italiano di detto ordine, soltanto come stampato nei quotidiani di Trieste (vedi allegato). Mi consenta, caro Ammiraglio Stone, di esporle brevemente alcune impressioni e alcune preoccupazioni relative a tale ordine che mi sono giunte da varie fonti da esso toccate. L’ordine n. 14 è senza dubbio una misura importante, per le conseguenze che potrebbero derivarne; infatti impegna per il futuro, essendo il suo vero proposito quello di stabilire chi delle persone ora lì presenti appartiene alla Venezia Giulia e chi no. Quanto al suo carattere, è specificato nell’ordine stesso che è stato emesso in seguito ad un accordo fra le forze armate alleate e jugoslave. Detto ordine però perde il suo carattere di misura di polizia militare per assumere una natura specifica e squisitamente politica, semplicemente per la materia che tratta e in virtù della sua portata. La natura politica dell’ordine è inoltre enfatizzata dal fatto che nell’area soggetta ad occupazione jugoslava, le autorità di Tito si comportano come se la zona occupata fosse un territorio già annesso alla Jugoslavia. Questo accade con metodi, la cui mancanza di scrupoli è stata sperimentata ampiamente e disperatamente da quelle popolazioni tormentate. Quanto alla «Zona A» le Autorità Militari Alleate vi esercitano una vera e completa funzione di governo, senza l’assistenza di alcun organo dello Stato italiano. In vista di tale situazione, capirà, caro Ammiraglio Stone, quanto gli italiani siano profondamente preoccupati dell’applicazione dell’ordine in questione e quanto pressanti siano gli appelli che mi giungono. In particolare, sono ansioso di attirare la sua attenzione sulle seguenti osservazioni: Il primo maggio 1945 è preso come data da cui la discriminazione diventa effettiva. Dopo il primo maggio 1945 decine e decine di migliaia di slavi sono stati spinti a radunarsi nella Venezia Giulia e specialmente a Trieste, e ancora vi stanno affluendo dalle vecchie province jugoslave. Inoltre, ultimamente migliaia di rifugiati politici jugoslavi sono arrivati nella Zona. Ma anche al tempo dell’occupazione di Tito la struttura etnica di Trieste ha subito sostanziali alterazioni a causa della mobilitazione italiana, delle vicissitudini della lotta partigiana e delle politiche portate avanti dal Gauleiter Rainer durante il periodo nazista, politiche che miravano a bilanciare italiani e slavi e ad escludere dal distretto ogni interferenza della cosiddetta repubblica sociale fascista. Con l’occupazione da parte di Tito, migliaia e migliaia di Italiani appartenenti alla Venezia Giulia sono stati deportati, altre migliaia si sono rifugiati oltre il fiume Isonzo. Di conseguenza, sarebbe stato più onesto scegliere una data anteriore. Se questo non fosse più possibile, sarebbe almeno necessario che le domande per le carte d’identità del tipo «domiciliato nella Venezia Giulia» siano accuratamente scrutinate, così da evitare che gli autentici abitanti di Trieste siano sullo stesso piano degli Slavi che vi si sono radunati dai distretti di campagna circostanti o anche dall’interno della Jugoslavia. Parimenti, nemmeno le carte annonarie (mi hanno detto che ammontano ora a 400.000, mentre la normale popolazione di Trieste è di 230.000) possono riflettere la situazione normale della città – oltre al fatto che molti Slavi immigrati solo recentemente stanno retrodatando i dati registrandosi all’anagrafe, grazie al diritto di produrre un «Affidavit». Per ottenere questo Affidavit è sufficiente avere la testimonianza di quattro testimoni: una procedura perfettamente legale ma molto pericolosa nelle circostanze di luogo e data. Infatti non serve sottolineare quanto tale procedura si presti ad essere sfruttata da persone senza scrupoli. È inoltre opportune notare la discrepanza fra il comma (a) e il comma (b) dell’Articolo 3. In fatti il comma (a) tratta della residenza (per la legge italiana questo termine definisce la dimora abituale di una persona) mentre il comma (b) tratta del domicilio (sempre per la legge italiana questo termine significa il centro principale degli interessi e delle attività del soggetto). Inoltre l’ordine in questione tralascia completamente la gente della Venezia Giulia che ha abbandonato la regione per motivi politici o altri motivi. Quali misure sono state contemplate per salvaguardare il loro diritto ad essere considerati veri «cittadini» del territorio e di abitare la regione! Infine le sarei molto grato, caro Ammiraglio Stone, se potesse cortesemente farmi sapere cosa, a questo riguardo, è stato attuato o contemplato in Istria, dagli jugoslavi. Sono stato informato che – oltre alle sostanziali alterazioni etniche causate dall’occupazione jugoslava – anche tutte le liste anagrafiche sono state distrutte in molti posti, come è accaduto ad esempio a Pisino. Accettando un suggerimento che mi giunge da una alta autorità, la prego di far notare quanto sarebbe consigliabile e anche desiderabile che gli Alleati dessero il loro assenso al suggerimento che un ispettore dell’Istituto Centrale Italiano di Statistica sia autorizzato a recarsi a Trieste e assistere gli organi incaricati di emettere i sopra menzionati documenti. Infatti, se la misura in questione – che potrebbe avere tanta importanza per il futuro della regione – fosse applicata senza alcuna partecipazione degli organi dello Stato italiano, il governo italiano sarebbe costretto a formulare la più ampie riserve e a non riconoscere, quando lo status eccezionale della Venezia Giulia avrà cessato di esistere, ogni obbligo derivante dall’emissione dei documenti in base all’ordine n. 14.
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Siamo perfettamente d’accordo su necessità, cui le ha accennato Cadogan, di procedere nei confronti sovietici, da parte nostra, in modo e con mezzi adeguati alla reale influenza che la Russia ha per la soluzione delle questioni che ci interessano. Da qui, appunto, l’importanza che annettiamo, fra l’altro, alla ripresa dei rapporti economici fra l’URSS e noi. Ma se inglesi ed americani continuano ad ostacolare codesta ripresa, ella vede che entriamo in un circolo vizioso da cui difficilmente usciremo. Ci occorre dunque maggiore libertà d’azione soprattutto in questo settore che è la naturale piattaforma per una realistica politica di ricostruzione. Si esprima, esplicitamente, in questi termini.
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A nome del popolo italiano desidero esprimere in questo giorno anniversario della costituzione dell’U.N.R.R.A., i nostri sentimenti cordiali di ringraziamento per questa istituzione e per i suoi dirigenti, così zelanti e volonterosi. Abbiamo imparato a conoscere l’U.N.R.R.A. nelle nostre città e villaggi distrutti, nelle nostre campagne devastate, negli ospedali, negli asili infantili, quale instancabile e provvidenziale dispensatrice di quei doni che ci aiutano a riprendere una vita normale, là dove i nostri bisogni sono più disperati e nel momento più cruciale. Riconosciamo nell’attività svolta dall’U.N.R.R.A. quei tesori di capacità e di buon volere, che hanno permesso alle Nazioni Unite di vincere la guerra, e che ora sono diretti a sanare le inevitabili ferite inferte dalla guerra. Noi vedremmo con vera angoscia cessare l’opera dell’U.N.R.R.A. in Italia, e ci auguriamo che le Nazioni Unite, ed in particolar modo gli Stati Uniti, vogliano concederle i mezzi non solo per proseguire la sua opera ma per intensificarla. È su essa infatti che contiamo per il grano ed i rifornimenti essenziali senza i quali non potremmo certamente passare l’inverno. Posso dire che la vita stessa dell’Italia è legata alla possibilità di lavoro dell’U.N.R.R.A. Noi apprezziamo tanto il valore umanitario di questa opera di assistenza per tutti i popoli bisognosi che siamo ben pronti a parteciparvi anche noi per quel poco che possiamo disporre. Ché nel lavoro compiuto dall’U.N.R.R.A. noi vediamo un pegno e una promessa di rinnovata civiltà, per il quale tutta la nostra gente potrà convincersi che vi sono fondate speranze di nuove forme di solidarietà universale.
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Il ministro Prunas, che ha avuto per mio incarico un colloquio con te, mi ha riferito in proposito. Riassumo rapidamente il mio pensiero. 1. Ci risulta che è attualmente in corso di discussione fra Londra e Washington, per iniziativa britannica, un progetto concreto per la limitazione degli armamenti italiani. Il maresciallo Alexander d’altra parte, che evidentemente sapeva quel che diceva, ha, come è noto, parlato di un esercito piccolo, bene addestrato, e, aggiungerei, politicamente sicuro e possibilmente di mestiere (un esercito a coscrizione potrebbe essere politicamente più dubbio): qualche cosa di simile, insomma, alle Reichswehren della Repubblica di Weimar. Gli americani sembrano, per quel che li concerne, voler dare alla limitazione dei nostri armamenti, il carattere di una necessità finanziaria (che ci converrebbe evidentemente sottolineare anche da parte nostra), piuttosto che carattere punitivo. In tutti i casi, è cosa, credo, certa che dobbiamo prepararci, sia per ragioni esterne che interne, a una limitazione drastica anche dei nostri armamenti terrestri. 2. Ciò premesso, ed è un quesito che pongo a me stesso, io mi domando se convenga a noi attendere passivamente le riduzioni che ci saranno imposte o cercare di inserirci nella discussione per esporre il nostro punto di vista, e le nostre esigenze e cercare di giungere ad una soluzione possibilmente consensuale e concordata. 3. La questione va altresì esaminata da un altro aspetto e sotto una luce diversa. Rientrando noi nella zona di influenza anglo-americana e data la nostra posizione di paese vinto, Londra e Washington hanno il mezzo di servirsi del trattato di pace per dare alle loro possibilità di intervento nella politica interna italiana una base giuridica permanente. Potrebbe in conseguenza essere opportuno arrivare alla conferenza della pace avendo preso noi stessi, preventivamente, alcune misure sostanziali, corrispondenti più o meno, sia a ciò che gli anglo-americani intendono imporci, sia a quelle che riteniamo essere in materia le nostre esigenze, in maniera di limitare al minimo le imposizioni del trattato stesso. Quanto più cioè avremo fatto da noi, di nostra iniziativa, tanto più si potrà sperare di evitare impegni e controlli contrattuali, che, per avere una base giuridica permanente potrebbero avere sviluppi imprevedibilmente pericolosi. Naturalmente io non so se la cosa sia possibile ed effettuabile e mi rendo perfettamente conto delle difficoltà prospettate dal generale Cadorna. Ma credo sia necessario tentarlo, per questo come per tutti gli altri problemi della pace, per i quali noi sosteniamo infatti il principio generale di sostituire alle soluzioni imperative e ai diktat, soluzioni consensuali e concordate, riducendo così al minimo le possibilità di intervento e controllo permanente straniero sulle cose nostre. Concludo: se la linea di azione suggerita è giusta, occorrerebbe esaminare con sollecitudine se sia da parte nostra possibile avviare sin da ora alcune misure sostanziali di riduzione e quasi procedere ad un abbozzo concreto di quello che riteniamo debba e possa essere il nostro esercito futuro e tentare insieme di discuterne le linee fondamentali con gli anglo-americani sia per riaffermare le nostre esigenze, sia per fare in modo che queste ed altre limitazioni della nostra indipendenza assumano il carattere di un obbligo contrattuale e non di impegni permanenti derivanti da uno strumento internazionale. Ti sarò grato, caro Jacini , se vorrai esaminare la questione, che è delicata e complessa e che investe direttive generali di governo, che occorrerebbe forse ad un certo momento sollecitare.
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L’Italia ha dato massima considerazione alla corrispondenza Reuter pubblicata dopo i fatti di Capodistria e alla protesta del governo italiano relative a tali avvenimenti. Tale corrispondenza – il cui testo è allegato, come stampato nei quotidiani romani – riferisce che «noncuranti dell’attitudine Britannica verso i metodi jugoslavi, gli osservatori a Londra sono dell’opinione che qualsiasi interferenza da una o dall’altra parte sia sbarrata dall’accordo del 9 giugno relativo alla zona di occupazione jugoslava». Non posso esimermi dal farle presente, caro Ammiraglio Stone, che tale punto di vista non potrebbe in alcun caso essere accettabile per il governo italiano e l’opinione pubblica italiana. Per le responsabilità verso il mio paese, che gravano direttamente su di me nella mia veste ufficiale, e particolarmente verso i cittadini italiani che, benché attualmente sotto governo straniero, non hanno cessato giuridicamente di essere cittadini italiani, devo ancora una volta sottolineare il punto di vista italiano, già espresso ripetutamente, che riassumo qui di seguito: a) In quanto coperta dall’armistizio (come tutto il territorio italiano), l’occupazione militare jugoslava di quella parte della Venezia Giulia – come delimitata dall’accordo del 9 giugno 1945, fra gli alleati e il Maresciallo Tito – è da considerarsi autorizzata da e sotto la responsabilità delle Nazioni Unite, secondo gli articoli 18 e 38 delle clausole addizionali dell’Armistizio; b)In conseguenza, il governo italiano ha il diritto di portare direttamente di fronte ai governi alleati tutte le rimostranze nelle questioni che riguardano i sistemi usati dalle autorità militari jugoslave nell’esercitare poteri di occupazione nella zona assegnata alla Jugoslavia; c) I doveri delle autorità militari jugoslave nella «Zona B» non possono consistere soltanto negli «obblighi specificamente assunti dal governo jugoslavo secondo l’accordo del 9 giugno» (come affermato dalla Reuter con riguardo agli obblighi spettanti alla Jugoslavia di rimpatriare i deportati e restituire la proprietà confiscata), ma consistono in tutti gli obblighi che la potenza occupante deve osservare, primo fra tutti quello di assicurare l’ordine pubblico e di proteggere vite e proprietà dei cittadini del territorio occupato. Voglio ricordare, caro Ammiraglio Stone, che il colonnello Bowman ha recentemente reso una dichiarazione in virtù della quale Gran Bretagna e Stati Uniti stanno occupando la «Zona A» «as trustees». Tale definizione mi pare essere quella corretta, perché chiaramente esprime le responsabilità che incombono su ognuna delle Nazioni Unite verso gli altri, e congiuntamente sulle Nazioni Unite verso l’Italia. Mi preoccupo di ripetere questi punti di vista oggi, ora che le clausole dell’Armistizio sono divenute di dominio pubblico.
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Un diplomatico jugoslavo (Smodlaka il vecchio ) esprime il proprio desiderio personale di accostamento a Togliatti, il quale dice: «Mi pare condizione preliminare debba essere ritorno profughi nella Venezia Giulia». L’interlocutore: «Che cosa mi date in cambio»? Accenno a dichiarazione generica di ripudio aggressione Lubiana e alcune altre cose (tra cui rilievo che molti cetnici sono in Italia). Togliatti dichiara di non aver precisato nulla in merito. Tutto ciò dovrebbe portare a ripresa relazioni. Poi si dovrebbe cercare soluzione. Togliatti ha l’impressione che si accontenterebbero di una specie di protettorato su uno Staterello cuscinetto della «Marca Giulia» e che slavi sono preoccupati soprattutto dell’integrazione economica e del loro influsso su porto e ferrovie. Perciò non amano internazionalizzazione porto Trieste. Togliatti pensa personalmente che si potrebbe elaborare per Trieste uno statuto valido in tutte e due le eventualità e poi rimettere all’arbitrato dei Tre, a chi tocca. Gli faccio difficoltà sentimentali. I due però non si sono molto addentrati in tale materia. Togliatti attende ch’io ne parli con Parri e poi gli dia una risposta preliminare da fare all’interlocutore. Pensarci e farmi proposta.
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Suoi rapporti 429 e 463 . Ero e sono convinto che mezzo migliore per riprendere contatti è quello di ristabilire il normale rapporto diplomatico, almeno sotto la forma minore della rappresentanza sul tipo in atto con la Gran Bretagna. È questo il mezzo più agevole per avviare un discorso: la presenza fisica, cioè, a Roma e a Belgrado, di un dirimpettaio qualificato. La Russia, che è maestra di realismo, si è messa con noi, e subito, su questa strada. Comunque, ciò che è essenziale – e lo abbiamo detto e ridetto da parte nostra – è chiarire l’atmosfera fra i due Paesi, o, almeno, esplorarne a fondo e con reciproca comprensione la possibilità. Né vogliamo insistere su questioni di forma, purché si sia d’accordo su questo punto e su un qualunque mezzo per attuarlo. Riprendiamo dunque il contatto diretto, se proprio quello diplomatico normale sembri a Belgrado prematuro, qui a Roma, sia attraverso il membro jugoslavo presso il Comitato consultivo, sia per il tramite di persona qualificata inviata allo scopo direttamente da Belgrado. Sono d’avviso che codesto primo contatto debba vertere sulla questione dei deportati ed internati italiani in Jugoslavia e nello stesso tempo su quella dei rifugiati jugoslavi in Italia, benché evidentemente l’aspetto politico morale dei due problemi sia fondamentalmente diverso. Sono entrambe però questioni la cui soluzione verrà certamente a sgombrare una prima zona di ostacoli. Nulla vieta che siano toccate insieme altre questioni minori di interesse reciproco. Credo che la conclusione – naturalmente se favorevole – di codesta prima fase e il conseguente intervenuto chiarimento di atmosfera fra i due Paesi dovrebbe essere sottolineata in modo concreto attraverso una ripresa dei rapporti diplomatici fra Roma e Belgrado. Le questioni maggiori, e, soprattutto, quelle territoriali potranno essere affrontate appunto in questa seconda fase, se l’atmosfera e le circostanze e il risultato dei primi contatti lo consiglieranno. Informi subito di quanto precede anche il commissariato degli Esteri e nei termini suddetti. Ne informo da parte mia Kostylev e gli anglo-americani. Attendo conoscere se e cosa abbia risposto Belgrado.
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Codesta ambasciata è al corrente sia dei tentativi compiuti a varie riprese da parte nostra per migliorare le relazioni fra Italia e Jugoslavia, sia delle dichiarazioni fatte in diverse occasioni dal Consiglio dei ministri, dal presidente del Consiglio e dal ministro degli Esteri nello stesso senso ed allo stesso scopo. Codesta ambasciata è altresì al corrente che il governo italiano ebbe già a richiedere in proposito i buoni uffici prima dell’URSS isolatamente, poi anche della Gran Bretagna e degli Stati Uniti. Per un’esposizione particolareggiata dei fatti e delle circostanze si rimanda al promemoria a tempo debito trasmessi costì da parte di questo ministero (vedi lettera del 19 maggio e telespresso 3/1387 del 22 agosto scorso). Qualche settimana fa, a seguito di una conversazione avvenuta fra il R. ambasciatore Quaroni (che agiva naturalmente dietro mie istruzioni) e l’ambasciatore di Jugoslavia a Mosca, conversazione a parte della quale ha assistito anche il vice commissario agli Esteri Vyshinsky i due rappresentanti italiano e jugoslavo hanno concordato di sottoporre ai rispettivi governi la proposta di stabilire un contatto ufficioso allo scopo di tentare di risolvere direttamente fra i due interessati le questioni minori, in vista di giungere a un chiarimento dell’atmosfera fra i due Paesi, lasciando ad un secondo tempo ed a seconda dei risultati raggiunti, di valutare se e come fosse possibile sondare la possibilità di affrontare direttamente anche le questioni maggiori. Per quanto ci concerne abbiamo fatto sapere al governo di Belgrado che, pur restando convinti che il mezzo migliore per riprendere contatto e dare l’avvio a una discussione restava pur sempre la ripresa dei rapporti diplomatici, non avevamo peraltro difficoltà ad accettare che codesta prima fase delle conversazioni avesse luogo sia per il tramite del membro jugoslavo presso il Comitato consultivo per l’Italia sia di persona convenientemente qualificata, inviata a questo scopo da Belgrado. Per il resto, e cioè per quanto riguarda le materie da discutere in un primo tempo, abbiamo proposto che siano trattate: la questione dei rifugiati jugoslavi in Italia (che sta estremamente a cuore a Belgrado e a Mosca) e la questione (pur essendo questa fondamentalmente diversa sia dal punto di vista politico che morale), dei deportati italiani dalla Venezia Giulia. Così concepito, entro gli anzidetti termini e forma, è questo dunque in sostanza un ulteriore tentativo compiuto da parte italiana per dare attuazione concreta all’onesto e leale proposito di esplorare a fondo anche la possibilità di accordi diretti con la Jugoslavia, nonostante l’atteggiamento accesamente intransigente adottato dal suo governo; il rifiuto da esso opposto a tutti i nostri precedenti approcci e sondaggi; e, quel che più conta, gli eccessi che hanno accompagnato e seguito l’occupazione jugoslava di parte della Venezia Giulia che hanno, come è noto, culminato nella deportazione di migliaia di italiani, di cui a tutto oggi ignoriamo le sorti. Le cose stanno per ora a questo punto. Ho di quanto precede informato gli ambasciatori sovietico, britannico, nord-americano e questo incaricato d’affari di Francia. Prego gli ambasciatori a Londra e a Washington di voler anche dal canto loro, richiamandosi ai precedenti passi già fatti in proposito per richiedere i buoni uffici dei rispettivi governi, di voler informare i governi britannico e nord-americano di quanto precede, nell’intento sia di tenerli al corrente, e nei termini esatti, dello sviluppo degli avvenimenti, sia di documentare ancora una volta presso di essi la nostra paziente ed onesta buona volontà in materia di rapporti con la Jugoslavia. L’ambasciatore a Parigi vorrà informare di quanto precede il Quai d’Orsay, anche in relazione alle preoccupazioni di cui si è fatto interprete con telegramma n. 595 del 15 novembre corrente, relativo alle correnti dell’estrema sinistra francese non favorevoli alla nostra tesi in materia di frontiere orientali. Tuttora ignoro se il governo di Belgrado accetterà la proposta di discutere insieme le due questioni in alto indicate. Non sfuggirà comunque all’E. V. l’importanza nazionale che il problema dei deportati dalla Venezia Giulia presenta per noi e la conseguente necessità ed anzi il conseguente dovere in cui ci troviamo di porlo senza altro come primo argomento in discussione. Non sfuggirà altresì agli ambasciatori a Londra e a Washington la delicatezza della questione relativa ai rifugiati jugoslavi in Italia i quali trovansi sul nostro territorio, come è noto, per circostanze che non ci concernono e vi sono mantenuti non per fatto o motivo italiani.
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Suoi 883-884. Nostra iniziativa è stata motivata: 1) Dal proposito far coincidere restituzione della provincia di Bolzano all’amministrazione italiana con un gesto concreto di amicizia verso l’Austria, quasi a sottolineare che, definitivamente scartata con tale restituzione ogni possibilità di controversia territoriale tra noi e Vienna, la strada poteva ormai considerarsi aperta a una pacificazione fra i due Paesi. 2) Da previa proposta alleata invio delegazione commerciale italiana a Vienna. 3) Naturalmente non è nostra intenzione bruciare le tappe. Se (ciò che non ci risultava avendo anzi stampa internazionale annunziato la nomina a brevissima scadenza di rappresentanti diplomatici anglo-franco-americani a Vienna) Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia intendono per ora limitarsi a riconoscimento de facto,ripresa relazioni potrà anche per quel che ci concerne essere concretata più tardi e noi procedere intanto ad un semplice riconoscimento analogo a quello alleato. Ciò tanto più in quanto recentissima manovra austriaca circa inesistente colloquio Parri-Schuschnigg non è certamente atta ad agevolare attuazione immediata nostra iniziativa, bensì a scoraggiarla. Ponga dunque bene in chiaro codeste motivazioni che saranno poi quelle che esporrò anche a questa ambasciata d’America, insistendo sopratutto su circostanza che una definitiva chiarificazione sulla inesistenza di questioni territoriali tra noi e l’Austria, come quella che può implicitamente dedursi dalla restituzione da parte alleata della provincia di Bolzano, è la sola politica da perseguirsi per giungere ad una effettiva pacificazione in questo settore europeo e consentire una più sollecita stabilizzazione italiana. Ogni altra motivazione è completamente estranea ai nostri propositi.
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A nome del R. Governo Italiano accetto tutti gli obblighi verso gli Alleati assunti dai precedenti Governi Italiani sin dalla conclusione dell’armistizio firmato il 3 settembre 1943. È inteso che i diritti ai termini dell’armistizio e lo strumento di resa con riguardo al controllo del Governo Italiano saranno tenuti da parte nelle questioni di ordinaria amministrazione, a meno di superiori esigenze militari. Dichiaro che ogni membro del Governo ha preso personale conoscenza dei termini d’Armistizio e di tutte le relative obbligazioni, comprese le condizioni dell’Armistizio firmato il 29 settembre 1943. Due membri del Governo, attualmente assenti, ne prenderanno conoscenza al più presto possibile.
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Costituire un governo con sei partiti così avversi e antagonisti può sembrare davvero la quadratura del circolo. Ieri ancora gli ostacoli sembravano insuperabili e per non disperare ho dovuto ricordarmi che San Paolo scriveva ai romani che è la perseveranza quella che salva la speranza; ma alla fine prevalse il senso della responsabilità verso il destino della Patria. I francesi che hanno attraversato di recente, una crisi meno grave, ma più complessa, avranno certo per noi maggiore comprensione di altri popoli, come noi abbiamo più degli altri comprensione e fede nella missione civile della Francia e il cuore aperto ai sensi di fraternità e di universalità che hanno sempre mosso nella sua grande storia il popolo francese.
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Com’ella sa, attendiamo di giorno in giorno trapasso delle provincie del Nord all’amministrazione italiana, Bolzano compresa. Trasferimento quest’ultima dovrebbe essere accompagnato da esplicita, pubblica riserva alleata che ciò non deve pregiudicarne sistemazione territoriale definitiva. Tale riserva è, a mio avviso, un errore grave. Guasta completamente effetto dell’iniziativa nei confronti dell’opinione pubblica italiana da una parte; rinfocola movimenti separatisti alto-atesini ed incoraggia le assurde pretese austriache dall’altra. Non mi pare d’altro canto né logico né equo insistere presso il Governo italiano sulla necessità di procedere sollecitamente sulla strada dell’autonomia dell’Alto Adige – come è del resto nostro fermo proposito – e, contemporaneamente, galvanizzare con gesti orientati decisamente in senso opposto i movimenti irredentistici dentro e fuori delle nostre frontiere: cioè assegnarci un compito e rendercene in pari tempo estremamente più complessa e difficile la soluzione. Ella conosce la storia dell’inesistente intervista Parri-Schuschnigg . Si tratta di una bene architettata manovra che prelude probabilmente ad un’agitazione irredentistica e ad una vasta campagna annessionistica da parte austriaca. Ella sa, d’altra parte, perfettamente quali sieno le nostre ragioni e quale il nostro buon diritto. Le trasmetto a complemento, con telespresso a parte, alcuni brevi appunti. Dal primo risultano quali e quante sono state le unità austriache che hanno sino all’ultima ora duramente combattuto contro le truppe alleate e nostre. Si tratta di un complesso di unità imponenti che non hanno deposto le armi che quando le hanno deposte i tedeschi. Tali unità si sono comportate in Italia esattamente con la stessa durezza germanica: sicché non si fa, da noi e altrove, discriminazione alcuna fra tedeschi ed austriaci. Un secondo appunto traccia un quadro approssimativo delle forze che le popolazioni tedesche dell’Alto Adige hanno fornito alla polizia e alle SS germaniche. Si tratta di migliaia di individui il cui comportamento in Italia è stato, dall’armistizio alla fine delle ostilità, esattamente eguale a quello tedesco. Un terzo appunto riassume, a titolo di esempio, l’episodio sanguinoso di Cefalonia, ove soldati austriaci hanno gareggiato in ferocia con quelli tedeschi nella distruzione della nobilissima ed eroica divisione Aqui. Un quarto ed ultimo appunto riguarda infine le unità austriache che hanno combattuto contro unità italiane partigiane in Balcania. Ammettere dunque che anche l’Austria, che sino all’ultima ora è stato Paese nemico e come tale si è comportato, possa avere un qualche diritto ad avanzare pretese annessionistiche contro l’Italia, è palese e profonda ingiustizia. Tutti avrebbero così diritto ad accampare diritti sulla nostra terra: anche i nemici. Ora io credo che sarebbe cosa saggia da parte delle Potenze alleate se, in conformità del resto alle assicurazioni ed indicazioni già dateci, piuttosto che formulare riserve, esse volessero invece esaminare l’opportunità di chiarire definitivamente la situazione con un qualche atto e gesto da cui risulti senza possibilità di equivoco che la questione delle frontiere settentrionali italiane non rientra nel novero di quelle che verranno portate alla prossima Conferenza della pace. Il Governo italiano, dal canto suo, potrebbe rispondere a codesto gesto prendendo impegno di risolvere il più equamente possibile il problema delle minoranze alloglotte in Alto Adige, avviandolo in concreto verso una rapida soluzione. Come è del resto, ripeto, nostro proposito. Si esprima subito in questo senso a mio nome e con la maggiore fermezza.
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Tuo 678. Mi rendo perfettamente conto difficoltà che mi segnali. Nostro proposito è quello giungere alla pacificazione coi nostri vicini, e, in primo luogo, naturalmente, non fosse che per ragioni di proporzione, con la Francia. Ma è lungi dal nostro pensiero inserirci comunque in una politica di blocchi anche se questi non fossero, come sono, contrapposti. Puoi dunque onestamente sopire le diffidenze di quelle correnti politiche che nutrono preoccupazioni di questo genere. Farò da parte mia altrettanto presso gli stessi settori. Sono, in massima, d’accordo con te sull’impostazione generale del problema franco-italiano che ha peraltro subito da parte francese un mutamento notevole, dopo tuo recentissimo colloquio con Couve. Ritorno a parte su quest’ultimo argomento. Sulle relazioni franco-italiane in particolare hanno in questi ultimi tempi influito: le rivendicazioni territoriali francesi alla frontiera occidentale ormai note al gran pubblico; le voci (confermate) di continuate mene francesi in Alto Adige a favore dell’Austria; postumi di agitazione in Val d’Aosta; le espulsioni dalla Tunisia che vanno immettendo nel paese automatici fermenti di irritazione. In tutti codesti argomenti ti sei espresso egregiamente con Couve. L’impressione di persistente rifiuto da parte nostra ad accogliere le proposte francesi in materia sopra tutto di lavoro e di emigrazione può forse non essere errata. Ma ne è certamente errata la motivazione. La quale in grandissima parte è costituita infatti dalla complessità stessa del problema; dalla necessità di risolverlo con criteri unitari, e di tener quindi conto di interessi molteplici; dalla onesta constatazione che pur dobbiamo fare della difficoltà, nelle condizioni in cui siamo, di giungere, da parte nostra, a rapide decisioni concordate. Le ultime proposte da noi fatte al riguardo a questa ambasciata di Francia mi sembrano comunque costruttive. Vedrò di spingerle innanzi, se, ripeto, l’impostazione generale del problema fra i nostri due paesi non muti. È bene comunque che ti adoperi, in ogni modo, a dissipare costì impressioni del genere.
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Suo 855. Abbiamo soprasseduto finora al riconoscimento del governo albanese anche in ragione dei nostri rapporti con la Grecia. È stato in conseguenza comunicato qualche giorno fa a questo rappresentante greco presso Comitato Consultivo per l’Italia, col quale manteniamo da tempo contatti ufficiosi, che, nonostante i nostri vasti interessi e la precaria situazione dei nostri cittadini in Albania, abbiamo di proposito ritardato di allinearci subito con gli angloamericani nell’adottare una iniziativa, che non potremmo peraltro ritardare indefinitivamente in ragione appunto dell’interesse nazionale che ne consiglia sollecita attuazione. La nostra comunicazione è stata ovviamente gradita e portata immediatamente a conoscenza del governo di Atene. Il nostro pensiero è dunque che il ritardo dell’iniziativa costituisce in se stesso un gesto amichevole, ma che ci riserviamo di praticamente attuarla dopo averla svuotata del suo presunto significato antigreco per darle, come effettivamente ha, esclusivo significato di salvaguardia di un interesse nazionale italiano. È d’altra parte ovvio che una eccessiva attesa susciterebbe reazioni in Jugoslavia, e, indirettamente, a Mosca, che, nelle circostanze in cui siamo, ci conviene evitare. Si esprima, la prego, presso il Foreign Office in questi termini.
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Suo 862 . Foreign Office non (dico non) si rende conto che moltiplicazione riserve alleate nei confronti tutte le nostre frontiere, comprese quelle con Stati che oggi si sono battuti fino all’ultimo coi tedeschi (Austria) indeboliscono pericolosamente nostra situazione interna, diminuiscono prestigio qualunque governo, galvanizzano arbitrari ed ingiusti irredentismi, moltiplicano difficoltà progettata autonomia Alto Adige. L’ambasciatore Carandini, che parte domenica, ha istruzioni sottolineare in modo particolare nostro pensiero al riguardo. Ma, se può, lo accenni sin da ora al Foreign Office. In quanto al comunicato della Commissione alleata riteniamo che esso debba restare com’è se non si voglia guastare ogni effetto.
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Dipartimento di Stato nordamericano ha sottolineato in conversazione con Tarchiani importanza che Francia mantenga punto di vista già sostenuto a Londra e confermato in diverse occasioni più tardi contro progetto trusteeship per nostre colonie. Qualora cioè Francia dovesse persistere nel non accettare progetto Byrnes, evoluzione americana in senso più favorevole nostra tesi potrà essere evidentemente più agevole. Accenno del Dipartimento dimostra che anche da parte dei suoi patrocinatori nordamericani si nutrono seri dubbi ed incertezze sull’equità della pressoché totale spoliazione e sulla conseguente opportunità di soluzioni migliori. Dubito convenga sottolineare costì importanza che codesto governo perseveri suo atteggiamento anche perché ciò sembra del resto acquisito. Gli si rafforzerebbero le carte in gioco, in un momento per noi delicato. Ma converrebbe certo che il Quai d’Orsay sapesse che gli stessi Stati Uniti si vanno convincendo che la loro tesi non è la migliore e sembrano in conseguenza disposti a recederne.
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Nell’assumere la presidenza del nuovo governo italiano, desidero rivolgere a lei, al governo e al popolo nordamericano i miei voti più amichevoli. Nel momento in cui a Mosca hanno inizio fra i Tre Grandi discussioni destinate ad avere così vasta importanza e peso per l’avvenire del mondo , mi consenta, signor presidente, di esprimere la mia viva speranza nel loro successo e la mia fiducia che, se anche i problemi italiani dovessero esservi discussi, essi lo siano con quello spirito di equità e di giustizia che ha sempre animato gli Stati Uniti nei nostri confronti e in amichevole collaborazione e consultazione coi popoli interessati.
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In occasione colloquio che la S.V. si propone avere con Bevin su questione Alto Adige, ella potrà utilmente richiamare attenzione su intemperanti dichiarazioni con le quali Renner , alla Camera austriaca, ha «rivendicato» annessione di quella regione ed alle quali ho replicato con le mie dichiarazioni di ieri in Consiglio dei ministri . Episodio esemplifica ulteriormente quanto facevo presente nel mio telegramma per corriere del 12 corrente circa inutile e pericoloso prolungamento della situazione di incertezza provocato da riserve alleate, prolungamento che in ultima analisi non può non creare seri imbarazzi agli stessi anglo-americani. Mi è noto argomento sostenuto da questi ultimi nel senso che questione fa parte di quelle che debbono essere decise in sede generale della Conferenza della pace, e che pertanto singoli governi non hanno potere di risolverla unilateralmente. Il governo italiano stenta rendersi conto del perché di questa pregiudiziale che non trova fondamento in alcuna considerazione di fatto e di diritto, il problema della frontiera italo-austriaca presentandosi infatti in termini del tutto diversi da quello delle altre nostre frontiere. Tale punto di vista non esclude comunque la possibilità che il governo americano e britannico trovino la maniera ad esempio in sede di interrogazioni o in dichiarazioni alla stampa, o in via breve presso il governo austriaco, di far conoscere il proprio punto di vista sull’argomento, in modo da scoraggiare definitivamente ulteriori velleità austriache. Si adoperi in questo senso. Agli argomenti sopra accennati ed a quelli indicatile in precedenza, ella potrà aggiungere una considerazione forse ancora non sufficientemente lumeggiata. A seguito annessione, industrializzazione regione, e da ultimo come conseguenza delle note opzioni, stessa composizione etnica Alto Adige si è profondamente mutata. Attualmente, su di una popolazione totale di circa 275 mila abitanti, almeno 115 mila (e cioè oltre il 40%) sono di lingua italiana. A prescindere dal fatto che dei rimanenti 160 mila circa 20 mila sono ladini ed una buona parte sono allogeni che hanno optato a suo tempo per la conservazione della cittadinanza italiana, ne risulta che le pretese annessioniste austriache condurrebbero all’assurdo di creare ex novo un considerevole problema di minoranze italiane, da affidare ad un paese ex nemico. Anche sotto il punto di vista etnico, che è poi l’unico che abbia una parvenza di consistenza, le cosidette rivendicazioni austriache si fondano quindi su di un equivoco profondo. Quanto più presto sarà sgomberato terreno dei riflessi di questo problema che non avrebbe in realtà mai dovuto essere lasciato sorgere, tanto prima sarà realizzabile piena ripresa collaborazione italo-austriaca, così necessaria per pacifico consolidamento di questo delicatissimo settore europeo, nonché risoluzione pratica problemi interessanti la stessa regione atesina ed i suoi abitanti di lingua tedesca. Abbiamo ogni ragione di ritenere che ambedue gli obiettivi interessano vivamente i Governi alleati. Il presente telegramma è diretto anche all’Ambasciata in Washington.
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Ho convocato oggi gli ambasciatori nordamericano e britannico ed ho fatto loro le comunicazioni che riassumo: l. Il governo italiano prende atto con soddisfazione che è stata fissata a Mosca una data per la conclusione della pace. Non può peraltro non esprimere la sua profonda [amarezza] delusione per l’almeno apparente abbandono della posizione fatta solennemente all’Italia a Potsdam e della conseguente motivata gerarchia allora stabilita nella conclusione dei trattati di pace. Non è, evidentemente, il nostro un vano desiderio di priorità inteso a soddisfare ragioni di prestigio o di ostilità verso le Nazioni balcaniche con le quali intendiamo essere collaboratori ed amici, ma coscienza che tale gerarchia risponde appieno a precisi elementi di fatto e a innegabili criteri di giustizia. L’Italia è entrata in guerra contro la Germania quando questa era ben lungi dall’essere stata piegata; ha al suo attivo una cobelligeranza di [pressoché due anni] diciotto mesi; ha affrontato i gravissimi rischi e distruzioni conseguenti; ha dato il primo segnale della rivolta contro Berlino. Ciò che sembrava acquisito e pacifico a Potsdam ha dunque l’aria di essere stato sacrificato a Mosca sull’altare del compromesso. 2. Il governo italiano si rende perfettamente conto delle difficoltà e degli ostacoli che i tre Grandi hanno dovuto e debbono superare per raggiungere un accordo costruttivo, ed è lungi dal voler col suo atteggiamento contribuire in alcun modo ad accrescerli. Esprime peraltro, per le ragioni esposte, la sua ferma attesa [fiducia] che quelle motivazioni che hanno inspirato le decisioni di Potsdam, nell’agosto scorso siano, nonostante ogni mutamento formale di procedura, sostanzialmente mantenute. Che della specifica posizione di cobelligeranza che è particolare all’Italia e a nessun altro, sia tenuto cioè il conto che l’equità e la giustizia richiedono. 3. Il governo italiano ignora tuttora il testo esatto dei comunicati che lo riguardano. Non sa dunque se e in quale fase sia stata prevista una sua attiva consultazione nella soluzione di problemi che toccano direttamente e indirettamente i suoi destini. Il governo italiano tiene comunque a riconfermare nel modo più amichevole e serio l’esigenza nazionale di non essere posto dinanzi a soluzioni autoritarie e a diktat, ma di essere autorizzato, secondo le promesse ufficiali e ufficiose fattegli, ad esporre preventivamente il suo punto di vista sui singoli problemi e a liberamente discutere le soluzioni che saranno per essere raggiunte. Ho intrattenuto quindi i due ambasciatori sulla circostanza che la conclusione dei trattati di pace verrebbe press’a poco a coincidere nel tempo con le elezioni per la Costituente. Sono evidenti le influenze profonde che i due avvenimenti sono destinati a suscitare nel paese e la stretta connessione della pace esterna che ci sarà consentita sull’espressione della volontà popolare. [Tutto ciò inserisce nella vita italiana un ulteriore elemento di perturbamento e di incertezza su cui è nostro dovere richiamare sin da ora l’attenzione dei governi alleati]. Su questo punto [che è grave e serio] mi sono riservato di tornare di proposito, quando avrò conoscenza più precisa dei documenti di Mosca e delle interpretazioni dei singoli governi. Ella può comunque esprimersi sin d’ora in questi termini generali. [Versione successiva] 1° - La notizia che a Mosca è stata fissata una data per la conclusione della pace è stata appresa con soddisfazione dal Governo italiano che peraltro non può non esprimere la sua profonda delusione per l’abbandono almeno apparente della posizione solennemente fatta a Potsdam all’Italia e della conseguente motivata gerarchia stabilita allora nella conclusione dei trattati di pace. Il nostro non è evidentemente un vano desiderio di priorità per soddisfare ragioni di prestigio e di ostilità verso le Nazioni balcaniche con le quali intendiamo essere amici e collaboratori, ma coscienza che innegabili criteri di ingiustizia e precisi elementi di fatto motivano appiano tale gerarchia. L’Italia è entrata in guerra quando la Germania era ben lungi dall’essere piegata; ha al suo attivo 18 mesi di cobelligeranza, ha affrontato rischi gravissimi e conseguenti distruzioni, ha dato per prima il segnale della rivolta contro Berlino. Ciò che a Potsdam sembrava acquisito e pacifico ha ora l’aria di essere stato sacrificato sull’altare del compromesso a Mosca. 2° - Il Governo italiano si rende conto perfettamente degli ostacoli e delle difficoltà che i tre Grandi, per raggiungere un accordo costruttivo, hanno dovuto e debbono superare ed è lungi dal volere contribuire in alcun modo ad accrescerli con il suo atteggiamento. Peraltro per le ragioni esposte esprime la sua ferma attesa che nonostante ogni mutamento formale, siano sostanzialmente mantenute quelle motivazioni che nell’agosto scorso avevano ispirato le decisioni di Potsdam. Che cioè sia tenuto il conto che equità e giustizia richiedono della specifica posizione di cobelligeranza che è particolare all’Italia e a nessun altro. 3° - Il Governo italiano tuttora ignora il testo esatto dei comunicati che lo riguarda. Non sa dunque se e in quale momento una sua attiva consultazione nella soluzione dei problemi che direttamente o indirettamente toccano i suoi destini sia stata prevista. Comunque il Governo italiano tiene a riconfermare nel modo più serio ed amichevole di essere autorizzato, secondo le promesse ufficiali e ufficiose fattegli, ad esporre preventivamente il suo punto di vista sui singoli problemi e a discutere liberamente le soluzioni che saranno per essere raggiunte e ciò per l’esigenza nazionale di non essere posto dinanzi a soluzioni autoritarie. Ho quindi intrattenuto i due Ambasciatori sulla circostanza che la conclusione dei trattati di pace verrebbe a coincidere presso a poco nel tempo con le elezioni per la Costituente. Le influenze profonde che i due avvenimenti sono destinati a suscitare nel Paese e la connessione stretta della pace esterna che ci sarà consentita sull’espressione della volontà popolare sono evidenti. Mi sono riservato di proposito di tornare su questo punto quando avrò più precisa conoscenza dei documenti di Mosca e delle interpretazioni dei singoli Governi.
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Voglio però ritenere […] che gli alleati manterranno «nel fatto» il particolare spirito della dichiarazione di Potsdam sull’Italia; vorranno cioè applicarlo quando si tratterà di decidere sostanzialmente dei destini del nostro popolo proletario e sofferente. Solo se le decisioni alleate saranno ispirate in tal senso l’Italia potrà avere la fiducia e la forza per continuare sulla durissima via della sua redenzione, e realizzare la sua nuova vita, democratica e pacifica, ispirata alle quattro grandi libertà, base della vostra esistenza in America.
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Caro Ammiraglio, nell’atto in cui la massima parte del territorio nazionale viene restituita all’amministrazione italiana, compio il grato dovere di esprimerle il profondo apprezzamento del Governo italiano per l’opera svolta dal Governo militare alleato per oltre due anni, attraverso eventi memorabili, contro ogni difficoltà e con immutato senso di cordiale simpatia verso il nostro Paese. A tali disposizioni corrispose sempre l’animo delle popolazioni che, con lo stesso sentimento con cui accolsero da liberatori i vittoriosi soldati delle Nazioni Unite, guardano agli organi del Governo militare alleato come a sinceri collaboratori della nostra ricostruzione. Mi piace ricordare particolarmente che, mentre maggiormente infuriava la guerra di liberazione, l’AMG si trovò ad affrontare le più difficili contingenze: stornare lo spettro della carestia, soccorrere i sinistrati, frenare la propagazione di malattie epidemiche, avviare la riattivazione dei servizi pubblici e dell’industria privata nelle zone devastate. Il modo con cui tali difficoltà furono superate, con intelligente energia e con profusione di mezzi, rimarrà sempre presente nel riconoscente ricordo degli italiani. La prego, caro Ammiraglio, di volersi rendere cortese interprete del saluto che con grato animo il Governo e il popolo italiano rivolgono in questa occasione al Governo militare alleato con la ferma fiducia di vedere mantenuto e confermato l’amichevole atteggiamento che finora ha ispirato l’azione delle Nazioni Unite.
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II ministro De Gasperi premette che egli esprime il suo pensiero personale, non avendo potuto prendere accordi con gli altri esponenti del suo partito. Dichiara di non potere accettare in pieno il significato di rappresentanza delle masse popolari ai dimostranti nei confronti del Governo. Conosce il sentimento di responsabilità dei dirigenti della Camera del Lavoro, che hanno creduto di dare ieri uno sfogo alle masse ; già il Ministro Togliatti ha ammesso la possibilità che nella dimostrazione siano penetrati elementi irresponsabili. Peraltro, esso De Gasperi non può riconoscere a tale dimostrazione l’espressione della volontà del popolo, che si compone di tanti ceti e di tante categorie. Infatti, è da tener presente chi ieri ha parlato nella dimostrazione e quali erano i partiti rappresentati. Nelle decisioni di oggi occorre considerare quella gran parte del popolo che guarda con fiducia al Governo, da cui attende la risoluzione dei problemi nel campo della ricostruzione, della politica estera, finanziaria, ecc. Si deve considerare che accanto alla parte attivistica del popolo vi è l’altra parte, certo per lo meno i tre quarti, che è con il Governo, per il bene del Paese. Attualmente non si vuole imporre l’apertura della crisi, ma certo sarebbe utile un rimpasto con i partiti socialisti e d’azione . Tuttavia, qualora ciò non si volesse fare, occorrerebbe dare l’esatta sensazione al popolo che il Governo è nettamente antifascista. […] II ministro De Gasperi rileva il sangue freddo di cui ieri ha dato prova il Presidente , la sua serenità ed il suo senso di responsabilità per cui ritiene che sia meritevole di elogio. Aggiunge che il ministro Togliatti ha fatto presente che sarebbe desiderabile la partecipazione degli altri due partiti al Governo; anche egli condividerebbe tale desiderio. Pone in rilievo in proposito l’atteggiamento tenuto dal Governo, sia durante che dopo la crisi nei confronti dei partiti socialista e d’azione, rilevando che non solo furono conservati ai loro posti gli uomini di questi partiti ma che altri uomini del partito d’azione sono stati chiamati a coprire cariche importanti. A tal riguardo ricorda che l’America, in occasione della nomina del nostro rappresentante diplomatico , aveva, invece, desiderato un uomo non dell’opposizione, ma tratto dai partiti al Governo. Gli altri due partiti sono stati, quindi, considerati sempre amici, tuttavia non hanno risposto in modo accettabile all’atteggiamento adottato dal Governo nei loro confronti, eccedendo nelle proprie manifestazioni la misura logica. Pertanto non gli sembra opportuno, in questo momento, chiamarli a ripartecipare al Governo. Passando a parlare della legge sull’epurazione osserva che essa è mal congegnata. Prima v’era un Alto Commissario per le sanzioni contro il fascismo nella persona del Conte Sforza, che sopraintendeva ai quattro rami del Commissariato. Già si era avvertita la necessità di modificare l’anzidetta legge per sua attuazione nel Nord, ora bisogna anticiparne la riforma. […] Il ministro De Gasperi osserva che la proposta di S.E. Scoccimarro potrebbe essere attuata, ma non oggi, giacché avrebbe il significato di una capitolazione con la conseguenza di un maggiore indebolimento del Governo. Fa presente i risultati ottenuti da quest’ultimo in politica estera, finanziaria etc. e si augura che in seguito possa aversi la collaborazione degli altri. [La seduta veniva sospesa alle ore 13.15].
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[De Gasperi] sostenne che la Consulta nazionale così come era stata concepita surrogava a tutte le esigenze del Congresso senza provocare gli inconvenienti di questo; ricordò, poi, gli impegni internazionali.
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Il ministro De Gasperi riferisce, quindi, su numerosi colloqui da lui avuti con gli ambasciatori e membri della Commissione consultiva delle Nazioni Unite, intorno ai problemi che solleverà la liberazione dell’Italia del nord e intorno alle istruzioni date ai nostri rappresentanti esteri, particolarmente agli ambasciatori italiani a Londra, Mosca e Washington . Egli informa poi particolarmente il Consiglio circa il recente incidente provocato dallo scoppio di una bomba nei pressi della Sede romana della Missione Partigiana Jugoslava e le sue ripercussioni oltre frontiera, precisando che essa è scoppiata nel giardino di un Istituto religioso ad una quarantina di metri dalla Sede predetta e non ha provocato vittime ma soltanto trascurabili danni, e che è rimasto di conseguenza incerto l’effettivo bersaglio contro il quale la bomba era in realtà diretta . […] II ministro De Gasperi pone, inoltre, in rilievo come l’incidente – la cui portata è risultata limitata dagli accertamenti sinora effettuati in proposito – ha dato tuttavia luogo a manifestazioni di stampa e di opinione che ritardano e turbano quell’opera di riavvicinamento e di chiarificazione fra l’Italia e la Jugoslavia, che il Governo italiano ritiene necessaria nell’interesse comune ed europeo ed esprime la speranza che da questa realistica constatazione possa nascere, piuttosto che un’ulteriore ragione di contrasto, un reciproco incentivo a porre le relazioni fra i due Paesi su un piano più alto delle polemiche di stampa e di eventuali incidenti casuali e che renda completamente possibile il riavvicinamento e l’intesa. Specificamente il ministro De Gasperi riferisce, quindi, sui passi fatti con la Russia per quanto riguarda i rapporti con la Jugoslavia e la questione di Trieste, informando in proposito che il nostro Ambasciatore a Mosca, provvede a mantenere i necessari contatti. Egli rileva che la questione è delicata e che, anche senza voler escludere eventuali rettifiche, non si deve pensare a spostamenti territoriali importanti. Egli pensa che si potrà cercare di raggiungere un accordo o direttamente fra l’Italia e la Jugoslavia, o pel tramite delle tre grandi Potenze alleate. Riconosce che vi sono colpe da una parte e dall’altra ma, d’altro canto delle colpe fasciste non può ritenersi responsabile il popolo italiano. Ricorda infine, gli incidenti avvenuti in alcuni porti della Sicilia, rilevando che il personale delle dogane non aveva il diritto di visitare le navi. […] Il ministro De Gasperi riferisce particolarmente sull’argomento ponendo in rilievo che il Commissario Regionale Alleato per il Veneto avrà una Sottocommissione per la zona di Trieste.
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Al 28 agosto c’era stata una comunicazione analoga del Ministro Bevin e del Governo Americano . Entrambe propugnavano la ricostruzione democratica del Paese. È stato risposto in modo opportuno e l’America ha replicato. Al riguardo vi sono state espressioni verbali del Presidente Americano e del nostro Ambasciatore Tarchiani. Legge, col consenso del Presidente, la nota verbale del Governo degli Stati Uniti colla quale si invita il Governo Italiano a fare questo primo passo, facendo precedere le elezioni amministrative a quelle politiche. Nella visita che Tarchiani ha fatto a Truman, questi ha dichiarato che l’America avrebbe tenuto molto conto della prova di democrazia che sarà data dall’Italia. Byrnes ha detto altrettanto. Si ritiene che l’America voglia aiutarci per poter dimostrare che in Italia vi è realizzazione di democrazia anche di fronte al possibile appunto relativo ai Balcani. […] Rinuncia a parlare e accetta la decisione del Presidente . […] Desidera fare alcune dichiarazioni in qualità di Ministro degli Esteri. Non crede che si possa dare una risposta evasiva. Non è nel nostro interesse, né nella nostra dignità. Sarebbe meglio dire che vi è una situazione di disaccordo che non consente risposta, ma ciò rappresenterebbe una sconfitta della coalizione. Occorre, quindi, pensarci bene. Ci sono uomini, come Tarchiani, che rappresentano l’Italia senza speciali preoccupazioni di partito e con una preoccupazione soltanto italiana; egli ha consigliato di fare queste dichiarazioni che produrranno favorevoli effetti per l’Italia. Così per la guerra nipponica c’è stato dato il consiglio opportuno: come Ministro degli Esteri valuta assai questo consiglio e quindi insiste per la dichiarazione. Si tratta ora di esaminare se i consigli siano da accettare. Fra il consiglio inglese e quello americano non c’è differenza. È stato già dichiarato che vi è pieno accordo sulla necessità di fare le elezioni: oggi ripetiamo altrettanto, specificando che saremo entro l’anno in grado di fare le elezioni amministrative giacché questo non ci pregiudica. Si può fare ogni sforzo per fare le elezioni politiche e amministrative e non si chiude la porta a nessuna soluzione. Si può poi prospettare agli americani che qui non abbiamo ancora una legge elettorale e che bisognerà discuterla e ciò potrà essere prospettato al fine di prorogare i termini per le elezioni. Comunque, chiede a Nenni di mantener il suo saggio atteggiamento di stamane . La formula di stamane può venire accettata anche da La Malfa.
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Non esiste una pregiudiziale sfavorevole per la persona del Presidente; tuttavia siccome la meta massima è la soluzione a sei è proprio nell’intento di salvarla che crediamo opportuno che si rassegnino le dimissioni di tutto il gabinetto. [Parri chiedeva che il Ministero non si dimettesse e che si procedesse, invece, al suo completamento con l’inclusione di uomini rappresentanti le istanze e le classi sociali liberali, «in sostanza formula a 5 o a 5 e mezzo» ]. Osserva che se questa tesi fosse accettata si spezzerebbe automaticamente la coalizione del Comitato nazionale di liberazione; e perciò che deve fermamente insistere sulle dimissioni dell’intero gabinetto .
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1941-1945
Non tanto come segretario di un partito a larga base nel Paese, quanto come ministro degli Esteri io ho una grave preoccupazione. Il Presidente ha espresso una valutazione delle vicende che hanno condotto alla crisi: era suo diritto. Solo io mi preoccupo, perché qui è presente anche la stampa estera, che i colleghi stranieri non diano ad alcune affermazioni del Presidente un significato letterale che andrebbe al di là delle sue intenzioni. Rispondendo in forma dialettica agli attacchi invero spietati di cui è stato fatto da qualche parte oggetto, Parri ha creduto di poter parlare di un preteso colpo di Stato che la Democrazia cristiana avrebbe tentato con il suo atteggiamento di questi giorni: non vorrei che minimamente all’estero si pensasse che i democratici cristiani abbiano agito contro la democrazia. Noi abbiamo solo il proposito di difendere in Italia il giuoco e il metodo democratico. Abbiamo cooperato a preparare le elezioni ma fino a che queste non saranno fatte riconosciamo di essere retti da un patto provvisorio che è quello della designazione del Governo fatta dal Cln. Tutto questo non ha niente a che fare con i colpi di stato. Nel mio partito vi è solo il proposito fermo di non ritardare in alcun modo l’instaurazione della democrazia e di difendere contro chiunque, sia da destra che da altre parti voglia attentarli, i fondamenti della libertà politica. È assurdo e ridicolo volerci riconnettere sia pure indirettamente a qualsiasi velleità o manovra neofascista.
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1941-1945
De Gasperi iniziava la discussione sulla assegnazione del Ministero degli Interni, tradizionalmente abbinato nella persona del presidente del Consiglio; De Gasperi dichiarava che potrebbe rinunciare agli Interni solo per conservare gli Affari esteri ai fini della continuità della politica estera staliniana particolarmente utile nell’attuale delicata fase . [Nenni nel corso del suo intervento oltre a sostenere l’assegnazione degli Interni alla sinistra e manifestare la speranza della buona riuscita delle consultazioni, leggeva un telegramma di Giuseppe Saragat in cui si affermava: «tenete duro, non accettate spostamento a destra» ]. Non è a destra una garanzia di libertà; personalmente preferirebbe occuparsi solo della politica generale .
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[…] Il liberali condividono la mia tendenza a non fare vice presidenze: però chiedono se c’è un vicepresidente di sinistra, che ci sia un vicepresidente liberale. E per il ministero dell’Interno i liberali hanno chiesto che il ministro sia scelto d’accordo con il Presidente. Circa l’allargamento attendete che vi possa riferire in modo preciso domani. [Negli interventi precedenti i rappresentanti dei partiti formalizzavano le richieste per l’assegnazione dei dicasteri dai quali erano rimasti fuori l’Alimentazione e l’Assistenza postbellica. Per entrambi Togliatti dichiarava la difficoltà di candidare un esponente del Pci determinata dall’inevitabile rapporto con il governo americano. La replica spettava a Ruini che precisava l’opportunità che fosse invece proprio un uomo della sinistra a guidare almeno l’Alimentazione, potendo godere di un rapporto privilegiato con la Cgil]. Ministeri non richiesti e molto importanti, Alimentazione e Assistenza post-bellica; quale partito ha uomini capaci per questi due ministeri; gli attuali titolari hanno fatto bene; io avrei fatto male. Se ci sono gli uomini tecnici, anche fuori dei partiti, si possono prendere. […] Tra i sottosegretari ? […] I posti politici erano: Presidenza e Interno – Esteri – Tesoro – Guerra – Ricostruzione – Giustizia .
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Fa la relazione dei passi fatti presso Orlando – a mezzo Orlando e Nitti – a Bonomi, a Paratore , e dell’esito delle premure svolte. Ha riferito ai liberali il rifiuto degli anziani . Non è andato da Sforza, perché lo ha ritenuto non necessario. Ha fatto invece molte insistenze, sinceramente, presso Parri. Questi personalmente non entrerà nel ministero, al quale però il Partito d’azione darà tutto l’appoggio. I liberali hanno comunicato di ritenere inutile partecipare alla riunione di stasera, e che essi subordinano la loro partecipazione, all’ingresso di Orando e di Bonomi. Ai liberali ha detto che circa il programma, tendenzialmente, si può aderire: salvo a stabilire la forma, il tono ecc.; se darne pubblicazione in un modo o nell’altro. Se credete datemi mandato di attendere fino alle 12 di domani un’ultima definitiva risposta dei liberali. Entro domani, però, dovremo pubblicare la lista dei ministri di un governo a cinque, se non sarà possibile a sei. Da un punto di vista estero, non possiamo rinviare più la formazione del governo. […] Considero grave la situazione, perciò! I liberali non hanno fatto questione di portafogli. Sono, alcuni, sotto l’impressione di una sconfitta, i liberali. Che dai giornali di provincia e dai telegrammi hanno avuto allarmi per il ministero dell’Interno ai socialisti. I liberali sono spaventati anche perché l’Agricoltura è ad un ministro comunista. Il partito comunista vorrà cedere questo ministero a un tecnico più che ad un politico? In questo caso ai liberali si dovrebbe dare l’Alimentazione, che è un ministero che ha un peso .
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Sono quattro giorni di trattative con i liberali , i primi giorni si sono perduti per le trattative per il ministero. [Scoccimarro, Lussu, Pertini, Nenni e lo stesso Togliatti, a fronte degli evidenti ostacoli frapposti dai liberali alla formazione del governo, rinnovavano la propria fiducia nella scelta di De Gasperi alla presidenza]. Ringrazia del voto di fiducia. Come meta ho avuto quella di costituire il governo più rappresentativo possibile, come è stato detto da uomini americani essere necessario per l’Italia . […] L’abbozzo della lettera mandata da me non è sufficiente. Dice che l’odg pubblicato su Italia libera contiene affermazioni gravi, nei confronti del Partito liberale. [Lussu sollecitava il presidente a sciogliere le riserve e preparare la lista del governo]. Volete concedere oppure no ai liberali? […] Invitiamo i rappresentanti liberali a venire qui – a discutere insieme il programma stasera – e d’accordo faremo subito la lista . Tutti approvano.
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Fa la relazione di quanto è successo all’una di questa notte . Si apre la discussione. […] Se non dimostro di tener conto dell’appello rivolto dal Luogotenente, mi può non essere rinnovato il mandato. […] Bisogna invertire la posizione. I liberali devono rivedere le decisioni nei confronti dei loro dirigenti. […] Prepariamo la lista dei ministri: al Cln presenteremo la lista – se in quella sede i liberali faranno delle dichiarazioni nuove. [La seduta veniva sospesa e ripresa alle ore 17.30]. Riferisce circa la comunicazione fatta dai liberali e dice che al Cln riferirebbe circa gli accordi presi per un governo a cinque, dopo l’abbandono dei liberali delle sedute. Domanderò se c’è una situazione nuova da parte dei liberali, in caso di risposta affermativa, riprenderemo le trattative per la costituzione del ministero, e voi già sapete le richieste dei liberali. [Lussu protestava vivacemente per l’atteggiamento attendista assunto dal Pli e, soprattutto, per l’interferenza del Luogotenente nelle trattative per la formazione del governo a favore di una inclusione dei liberali]. È un appello alla concordia il passo del Luogotenente. Si può considerarlo così. Egli ha raccomandato un nuovo tentativo. [Sia Pertini che Togliatti ribadivano la posizione di Lussu e spingevano per la formula a cinque o, addirittura a quattro, contestando l’ingerenza del Luogotenente]. Ricorda la riservatezza della comunicazione. [La Malfa ribadiva che le condizioni imponevano di tentare il governo a cinque. L’ipotesi dell’allargamento poteva essere presa in considerazione in un secondo momento, mentre occorreva pretendere dai liberali un atteggiamento di maggiore collaborazione]. Con un ministero a sei, è un’altra la distribuzione dei posti.
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Comincia commemorando Ruini. L’amicizia personale con Ruini, la sua esperienza amministrativa. Non accettando neppure la vicepresidenza, altre ragioni lo hanno determinato a non accettare di far parte del governo. Vedremo se nella distribuzione dei dicasteri sarà possibile ritornare. […] Ieri molte eccezioni sono state fatte circa l’allargamento. Alcuni partiti facevano molti ostacoli. Se oggi non possiamo risolvere l’inclusione di uomini extra partito, manteniamo la speranza in seguito di poterci avvalere della collaborazione di uomini competenti e capaci. Anche ieri sera ho riconosciuto che la struttura proposta aveva qualche punto debole, e questo nei confronti del Partito d’azione, che certo non può avere oggi la stessa posizione di ieri. Partendo dall’ipotesi che Ruini non receda dal proposito espresso ieri, Dc tiene tre ministeri, invece di quattro. Il Min. aveva il lavoro – e l’ha perduto; si potrebbe ora staccare anche dal ministero il Commercio estero. Questo nuovo ministero si può offrire al Partito d’azione, se questo lo preferisce ai Trasporti. Il Partito d’azione avrebbe ministeri politici: Consulta; quello, d’importanza sempre crescente, il Commercio estero; quello dell’Assistenza post-bellica. Le linee di demarcazione tra il nuovo ministero, e il Tesoro e gli Esteri saranno precisate d’accordo. Bisogna evitare gli inconvenienti del ministero Scambi e Valute del regime fascista. Democrazia del lavoro: un portafoglio d’importanza morale: Pubblica istruzione; Aeronautica; Trasporti, se il Partito d’azione vi rinuncia; o se la Democrazia del lavoro ha l’uomo adatto, l’Alimentazione; Alimentazione per cui ieri mi ero riservato di trovare la persona competente. Rilevo l’importanza del Ministero dell’Assistenza postbellica. Vorrei che i colleghi considerassero che la rinuncia all’allargamento era stata posta come condizione che ora è stata abbandonata. Ormai non mi pare si possa far passare ancora altro tempo per risolvere la crisi. Non voglio passare per crostaceo. [Lussu replicava all’ultima battuta sul riferimento al crostaceo con l’affermazione «Cunctator»]. Non ha lo stesso significato. [Sempre Lussu aveva ribadito la propria opposizione alle scelte operate da De Gasperi, soprattutto per quanto riguardava la concessione di due dicasteri ai liberali. Per questa ragione riteneva di sciogliere la propria riserva, dichiarando il governo inaccettabile nella sua composizione]. Mi pare allora sia da sospendere la seduta . […] Traggo le conclusioni dalle dichiarazioni di Lussu. [La seduta veniva sospesa e riprendeva alle ore 21.00]. Propone le seguenti modifiche alla lista già presentata: Lussu, ministro senza portafoglio, incaricato delle relazioni con la Consulta; La Malfa, ministro per la Ricostruzione. Presidente del Comitato interministeriale per la ricostruzione sarà il presidente del Consiglio. Terzo ministero: Assistenza post-bellica o Trasporti. [La seduta veniva sospesa e riprendeva alle ore 23]. Circa atteggiamento Luogotenente è intervenuto per raccomandare allargamento più largo possibile, non è stato in senso diverso, né contrario ad alcuni gruppi della coalizione, quindi non c’è stato eccesso di potere. Circa dichiarazioni di referendum, a Salerno io dissi che quando fossimo d’accordo, si fosse fatto il referendum. È dubbio se per la legge c’è possibilità o meno di referendum. I giuristi dicono di sì. Richiamo la lettera, durante il gabinetto Parri. Dovremo in buona armonia discutere e decidere. Se cambieremo il disegno di legge, d’accordo, questo avrà importanza. In questo mi dovrò attenere a formule che per ora lascino libertà a chi vuole sostenere tesi diverse. È una questione di eminente carattere politico. Decideremo al più presto possibile. Prendo atto delle dichiarazioni di Lussu, e Lussu prenda atto delle mie dichiarazioni. […] Anche io avevo pensato al ministero dell’Interno !
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Raccolti i voti da atto dell’approvazione della lista . Indi propone lo schema di decreto Luogotenenziale per il conferimento delle funzioni di segretario del Consiglio dei Ministri all’avv. Giustino Arpesani , sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. […] Informa che le sue dichiarazioni verranno trasmesse integralmente alla radio. L’annuncio ufficiale comunicatomi ieri a nome dei governi alleati dall’Ammiraglio Stone, che tutto il territorio italiano da Pantelleria al Brennero verrà riconsegnato entro questo mese all’amministrazione italiana, fatta eccezione della provincia di Udine, trattenuta ancora sotto la diretta responsabilità dell’autorità occupante a motivo delle comunicazioni militari e della Venezia Giulia il cui assetto territoriale dipende da un accordo che la conferenza di Londra ha avviato ma non concluso, è per il nostro governo un auspicio favorevole. Non è casuale che questo governo sia presieduto dal ministro degli Esteri: questo fatto vuol significare che al di sopra delle diverse tendenze, il popolo italiano sente oggi di doversi unire in uno sforzo supremo per riconquistare la sua terra, la sua indipendenza e la sua unità e per riaffermare nel consorzio delle libere nazioni la sua individualità propria, contraria ad ogni tendenza nazionalista, aperta ad ogni scambio di cultura, di lavoro e di credito, ma consapevole del particolare contributo che le braccia dei suoi lavoratori e le menti dei cultori della sua civiltà secolare possono offrire al mondo per il progresso nella libertà, nella democrazia e nella fraternità delle Nazioni. Dalla meta di questa nostra rinascita noi siamo ben lontani ancora, sopratutto se consideriamo il regime armistiziale, in cui ancora viviamo. Ecco perché, nel colloquio avuto ieri con l’Ammiraglio Stone assieme alla soddisfazione espressa ai governi alleati per la buona notizia trasmessaci e a doverose parole di riconoscenza per il buon volere e l’opera amichevole dello stesso Commissario e suoi collaboratori ho riaffermato il nostro postulato che per fare almeno un passo decisivo verso la meta e qualora la pace non sia vicina si crei un modus vivendi che, abolendo le clausole di un armistizio separato, surroghi la lettera morta di uno strumento di guerra con lo spirito vivo di cooperazione e di amicizia con gli alleati e le Nazioni Unite, il quale ridoni al nostro popolo il pieno senso di dignità e di responsabilità, di cui ha bisogno per deliberare consapevolmente sulle forme del suo autogoverno. Ma non si tratta soltanto di questioni politico-morali, si tratta della libertà di negoziare e concludere accordi commerciali e finanziari e di poter disporre per l’esportazione di prodotti agricoli o industriali che il governo italiano giudichi esuberanti; sia pure con le debite riserve delle Nazioni Unite, si tratta di stabilimenti industriali che, cessata ogni esigenza di guerra, possono essere restituiti ai loro proprietari; di ottenere la possibilità per il governo e gli armatori d’Italia di acquistare, vendere e noleggiare navi mercantili; sia pure che le navi mercantili italiane facciano parte del pool alle stesse condizioni delle Nazioni Unite; si tratta di sospendere l’emissione delle am-lire, concordando con il governo italiano la disponibilità delle lire verso un equivalente accreditamento nelle valute alleate. Questi ed altri postulati economici inerenti all’armistizio, se accolti, ci porranno in grado di muoverci col concorso degli alleati e per forza nostra, verso la ripresa. Oggi che i tre maggiori alleati si radunano a Mosca, il nuovo governo democratico d’Italia, che si è costituito ristabilendo faticosamente un ponte fra tutte le maggiori correnti politiche della Nazione, fa voti che il convegno sia preliminare di un nuovo accordo generale fra tutte le Nazioni e che conduca alla pace. Per quanto la riguarda, l’Italia non specula su divergenze e dissensi, chiede solo che si riconosca l’equità, la moderazione, il buon volere con cui, riconoscendo i diritti altrui, si propone di difendere i propri ed è particolarmente grata a quelle Potenze, specie alla Francia, che danno all’opera di civiltà compiuta dall’amministrazione italiana nelle colonie prefasciste e all’esigenza di carattere sociale che gli operai ed i contadini italiani vi possano continuare il loro lavoro sotto l’egida del loro governo nazionale. Noi siamo ben consapevoli che la giusta pace non si conquista richiamandosi solo al notevole contributo da noi dato con la marina, con l’esercito, ai volontari partigiani, colle vittime nelle retrovie, col sacrifìzio delle nostre belle città, ove si annidava e venne distrutta la resistenza tedesca, ma anche col fornire la prova della nostra capacità costruttiva nel creare una nuova Italia democratica. Ed ecco che io veggo anche i problemi di politica interna in funzione della politica estera, benché abbiano naturalmente una loro ragione propria. Noi non dobbiamo lasciar sorgere nessun dubbio che ci sentiamo tutti risolutamente e solidamente impegnati ad affrontare qualunque tentativo e qualsiasi tendenza di riabilitare o far risorgere il fascismo sotto qualsiasi guisa, e a difendere contro ogni pericolo interno la libertà conquistata col concorso sanguinoso e vittorioso delle armi alleate. Frattanto resa giustizia e prese tutte le precauzioni necessarie, il governo comprende che a presidio stesso del libero sviluppo democratico, e mentre si avvicina il tempo in cui il popolo intero sarà chiamato alle urne, è lecito e doveroso avviarsi, dopo tanta guerra e discordia civile, ad una politica di distensione e di rafforzata concordia ed unità nazionale. La prossima unificazione amministrativa e giurisdizionale c’imporrà subito l’applicazione delle direttive che durante la crisi ebbero l’approvazione di tutti i partiti della coalizione. Molti nostri valorosi amici, per l’intervento provvidenziale del C.L.N. che durante la lotta di liberazione e in seguito alla mancata funzionalità dell’apparato statale ebbero delegate le funzioni di governo, si trovano ancora oggi in posti di carattere provvisorio, come reggenti di prefetture o questure; questo carattere proprio del periodo di transizione dovrà naturalmente cessare per far luogo agli organi normali dello Stato, da questo nominati in rappresentanza della volontà statale, superiore ai partiti; il che non toglie naturalmente che lo Stato, a seconda delle opportunità, possa fare appello anche all’opera di uomini di origine politica, ma è ben chiaro che, specie in periodo elettorale, l’imparzialità di tali organi come le prefetture e le questure deve essere in ogni modo e sopra ogni altro riguardo assicurata. È qui pure il luogo di aggiungere che il governo avrà cura di superare anche negli altri enti e nelle varie amministrazioni il periodo commissariale, ristabilendo gli organi statutari e le amministrazioni normali il più presto possibile. Abbiamo constatato nella stessa nostra crisi, come il C.L.N. in un dato momento abbia servito di ponte per ristabilire la coalizione; funzione di mediazione politica che gli è propria, mentre le funzioni amministrative vengono naturalmente assorbite dagli organi propri; il che sarà agevolato e completato coll’indire il più rapidamente possibile le elezioni amministrative. È nel nostro programma anche la cessazione più rapida possibile delle misure e degli organi eccezionali: al quale riguardo corrisponderà l’abolizione dell’Alto Commissariato e la conclusione dell’epurazione prima delle elezioni per la Costituente e comunque non oltre il 31 marzo; in quanto al ritorno all’ordinamento tradizionale delle Corti penali con le giurie popolari e con la competenza estesa anche ai reati politici, l’attuale ministro di Grazia e Giustizia ha già dichiarato che un relativo provvedimento di legge è in studio di avanzata preparazione e noi confidiamo che il Consiglio dei ministri possa occuparsene prossimamente. Inoltre è in preparazione una riforma della legge P.S., che verrà sottoposta entro breve periodo alla discussione della Consulta e alla deliberazione del Consiglio dei ministri: essa mira a contenere le misure di sicurezza entro i limiti della libertà democratica. Un’altra misura di comprensione e pacificazione riguarda i cittadini italiani di lingua diversa dalla nostra. Già nel campo scolastico nostre leggi provvedono alla perfetta equiparazione di tali cittadini; un’altra legge ci viene sottoposta oggi riguardo all’Alto Adige con qualche emendamento suggerito dalla Consulta al fine di ottenere, nello stabilire i particolari dell’esecuzione, il concorso dei cittadini interessati dell’Alto Adige; e la Consulta dovrà occuparsi anche subito di un altro progetto riguardante le opzioni. Appena ottenuto l’accordo delle autorità alleate, noi costituiremo una Commissione che elaborerà nella stessa regione un progetto di autonomia amministrativa valendosi anche dei lavori preliminari già fatti a Bolzano e a Trento. A questa Commissione verranno invitati i rappresentanti delle due nazionalità e io faccio, a nome del Governo, vivo e fraterno appello perché tale cooperazione riesca a fare opera pacificatrice e costruttiva. Nello sfondo di questi problemi politici dominano però tre grossi problemi economico-sociali, anche questi in stretto passo con la politica estera: alimentazione, e connesse ad essa, le agitazioni agrarie che bisognerà superare; la ripresa industriale che esige la cooperazione dei lavoratori e degli imprenditori ed è condizionata al credito ed al commercio estero. In tutte queste zone il Presidente Parri ci lascia notevoli elementi di preparazione e di iniziata soluzione: è dopo averne presa rapida notizia che sento il dovere di esprimergli la nostra riconoscenza per la sua meritoria fatica, come tutti ricordiamo con gratitudine il contributo dato ai nostri passati lavori dai colleghi Ruini, Ricci – succeduto al compianto Soleri – Arangio Ruiz e Jacini . La nomina di nuovi titolari ai dicasteri del Tesoro, della Ricostruzione e dell’Alimentazione mi impedisce di entrare già oggi nei particolari di provvedimenti economicofinanziari che spettano in prima linea alla responsabilità di tali ministri. Ma la direttiva generale della politica finanziaria del Governo credo si possa delineare come segue: Adottare tutti i provvedimenti di politica monetaria e finanziaria necessari per la difesa della lira in maniera da avviarci ad una normalizzazione del sistema dei prezzi e ad una successiva stabilizzazione, che ci consenta di aderire agli accordi monetari internazionali. Un rigoroso freno delle spese dello Stato e degli altri enti pubblici, e il rinvigorimento delle entrate ordinarie dovranno dare la base per una politica di graduale ritorno ad un bilancio in pareggio, mentre alle imposte straordinarie (avocazione dei profitti di regime di guerra, imposte patrimoniali), ai proventi vari ed ai prestiti pubblici si farà ricorso per affrontare l’onere della ricostruzione ed i disavanzi del bilancio ordinario. Presupposto di questa politica finanziaria è la ripresa nel campo produttivo a cui dovranno convergere tutti i nostri sforzi, non solo per combattere la disoccupazione, ma anche per rendere efficiente il massimo potenziale di lavoro. È chiaro che qui converrà al lavoro dare il posto che gli spetta e fare appello a tutte le energie dell’impresa sociale e privata. Anche la formazione di nuovo risparmio è tradizionale elemento della nostra economia: le classi agiate debbono sentire più che mai l’obbligo morale di moderare il proprio tenore di vita per far opera di solidarietà sociale. Frattanto, impegnati ad accelerare le elezioni amministrative, io faccio vivo appello alla Consulta, perché voglia rapidamente licenziare la rispettiva legge elettorale; e rimane fermo il nostro comune impegno di indire entro il termine già previsto dal Governo Parri le elezioni politiche della Costituente. Dopo di che avrà la parola il popolo italiano e l’avrà consapevole, decisiva, solenne, come mai nella sua storia, se obbedirà alle leggi della libertà, bandendo nel proposito e nel fatto ogni ricorso alla violenza, funesta eredità del totalitarismo fascista. È al servizio di questo ideale di una democrazia non solo formale ma sostanziale, che chiederemo ai partiti, alle organizzazioni, agli individui la disciplina più leale e fattiva, il rispetto della legge, la solidarietà nel mantenere o dove occorra ristabilire l’ordine pubblico. Chi viene meno tradisce la causa del popolo italiano, mette in pericolo il necessario concorso degli alleati sul terreno economico e compromette la nostra efficienza nella politica estera. Il Governo, al di sopra dei partiti che lo compongono, è e vuole essere l’interprete fedele di queste supreme comuni esigenze di tutta la Nazione. Chi parla ha fatto ogni sforzo per dare a questo carattere del Governo anche una manifestazione visiva e simbolica nella preziosa cooperazione di uomini che si presentassero come mallevadori di una volontà al di sopra dei partiti: non sono riuscito per difficoltà indipendenti dal mio buon volere, ma alla fine della crisi si fu tutti d’accordo che il tentativo dovesse rinnovarsi in momento più favorevole. Vi è in questo atteggiamento un desiderio vivo e schietto di unità, che sta anche alla base della solidarietà ministeriale fra uomini di diverse origini che costituiscono il nostro governo: solidarietà che ci proponiamo di alimentare perché italiani e stranieri vedano in noi non le ideologie che ci distinguono ma l’unità d’azione e di opere che il destino del popolo italiano, alla vigilia del suo secondo Risorgimento, reclama ed impone. […] È d’accordo sui principi enunciati da Brosio . La direttiva è la libertà in tutti i campi: è difficile rispondere a tutte le esigenze. Ci sono problemi che affronteremo insieme. Il problema più importante è la collaborazione fra capitale e lavoro nelle imprese e questo supera il problema della libertà del lavoro. […] Essendo stata sollevata la questione , non avrebbe nulla in contrario di mettere a verbale che in questa occasione si sono riconfermate le libertà della stampa, della magistratura e del lavoro e l’indipendenza della radio. È una esigenza per cui verrà provveduto. Il Consiglio riafferma questi principi. […] Il Ministro Scelba ha agito ottimamente perché si è richiamato alla legge e noi solidarizziamo. Però se si estende il provvedimento ai giornali si rende difficile anche il collegamento fra Nord e Sud. Pertanto, mentre è solidale con Scelba, chiede se non creda di far nuove proposte che tengano conto di queste esigenze .
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Fa dichiarazione di carattere generale e comunica di aver firmato il documento sul ritorno all’amministrazione italiana dalle ore 12 del 31 dicembre dei Comuni di Colle Salvetti, Livorno, Napoli, Lampedusa, Linosa e Pantelleria (queste ultime da demilitarizzare sotto il controllo Comando del Mediterraneo). Il Comando Supremo ha posto le solite condizioni derivanti dalle condizioni armistiziali. Ma su sua richiesta, Morgan ha dichiarato che si intendono applicabili le condizioni della lettera Mac Millan e rese note nel comunicato ufficiale all’atto della pubblicazione dell’armistizio. II fatto è di grande importanza. Il Governo riprende a collaborare coi fratelli del Nord. L’unità della Patria si ricostituisce. Dobbiamo affrontare con consapevolezza la situazione difficile determinata dal fascismo e dalla guerra. Il permanere di un esercito d’occupazione e la riserva fatta in ogni occasione di poter riprendere l’occupazione è un’ipoteca che giustifica le nostre insistenze per modificare la situazione armistiziale. Tuttavia possiamo contare sulla comprensione degli alleati per ottenere delle modifiche e per aver da essi quanto ci occorre. La situazione è allarmante se non chiariamo che la nostra posizione industriale ha bisogno assoluto dei necessari aiuti. Nella seduta del Consiglio dei Ministri di venerdì occorre prendere le decisioni per la politica finanziaria da seguire: solo così dimostreremo di avere una direttiva di fronte agli avvenimenti gravi e incalzanti. Accenna alla situazione disperata di molte industrie, specialmente l’I.R.I. che ha bisogno complessivamente di 3 miliardi per fronteggiare le paghe. Dobbiamo perciò avere serietà di propositi e prepararci ad affrontare e definire tali gravi problemi. Fa delle dichiarazioni confidenziali: nelle condizioni firmate ieri non esiste cenno alla fascia disarmata alla frontiera italo-francese. Le truppe si ritirano nei loro quartieri. Sono considerate zone di polizia in cui non devono avvenire conflitti. Non crede opportuno sollevare discussioni per ora, ma al momento si dovrà discuterne, il nostro senso di responsabilità deve preoccuparsi di stabilire i migliori rapporti con la Francia. Per quanto riguarda l’Alto Adige, informa che è stata fatta una dichiarazione al Parlamento Austriaco in cui si tenta di sminuire l’effetto della consegna alla giurisdizione italiana. L’unificazione ci mette a contatto diretto coll’Alto Adige e poiché altrove ci sono state delle dichiarazioni in altro senso, dichiara formalmente che non può accettarsi che tale questione sia trattata da una piccola minoranza di fronte all’Italia che ha 45 milioni di abitanti. Noi siamo disposti a fare tutte le concessioni, ma vogliamo lealtà di fronte alla nostra mano tesa, e sappiamo che così pensa la maggioranza della popolazione di Bolzano. Siamo disposti colla nuova Austria a riprendere le trattative, dimenticando quanti reggimenti hanno combattuto al di qua delle Alpi. […] Osserva che furono proprio gli Alto Atesini a combattere le formazioni italiane partigiane. In ogni modo potrà modificare la dichiarazione. […] Fa presente la necessità di una dichiarazione specifica per l’Alto Adige per non perdere il contatto con la popolazione e, d’altra parte, al fine di dare la sensazione che questa è da noi difesa. […] C’è un’aria di sanzione contro il popolo tedesco: ora la sola zona in cui c’è protezione e asilo dei tedeschi è l’Alto Adige. Tuttavia erano proprio austriaci quelli che più infierirono contro i nostri: le truppe che fecero le stragi di Cefalonia furono Austro-Bavaresi. Non possiamo ammettere che una piccola fascia, come l’austriaca, decida della frontiera di un popolo di milioni. […] Si riserva di rivedere tale punto. Ma l’argomento che colpisce gli Alleati è quello che proprio nei nostri confronti ci sia una eccezione per una zona che è anche psicologicamente tedesca ed ha popolazione con gravi responsabilità come tutto il popolo tedesco. Presenta lo schema di decreto legislativo luogotenenziale per la riassunzione da parte del Governo italiano dell’esercizio di tutti i poteri dello Stato nel territorio metropolitano tuttora sottoposto all’amministrazione militare alleata ad eccezione della provincia di Udine e della Venezia Giulia . […] Parla del completamento del Governo. Ricorda che durante la crisi si è molto parlato del Ministero del Commercio Estero ed anche la Consulta si pronunciò in senso favorevole. Si era posta allora l’alternativa fra il Ministero della Ricostruzione e quello del Commercio Estero ed in tali sensi si fece una proposta al partito d’azione. In quei giorni, avendo convocato i ministri per il Comitato Interministeriale della Ricostruzione, si è ripresentata la questione. Non si è posto in discussione se si istituisce un Sottosegretariato od un Ministero indipendente. Una Commissione costituita da Corbino, Gronchi, La Malfa, Einaudi, Nergaville, Storoni ha esaminato la questione ed ha studiato anche i riferimenti e le connessioni con il Ministero della Ricostruzione. Il Comitato il 19 u.s. ha poi deciso all’unanimità di suggerire che vengano riorganizzati i servizi di ricostruzione e quelli del commercio estero. Tale riordinamento doveva dar luogo alla creazione del Ministero del Commercio Estero ed alla soppressione del Ministero della Ricostruzione i cui compiti passerebbero all’industria. Egli propose allora a La Malfa di accettare il Ministero del Comercio Estero: ritiene questa la migliore soluzione che va poi accompagnata dalla contemporanea riorganizzazione del C.I.R. Le sue proposte si limiterebbero, quindi, ad accettare le decisioni del Comitato e cioè: istituzione del Ministero del Commercio estero e soppressione del Ministero della ricostruzione. […] Ritorna sulla sua proposta e vuole che la stampa sappia bene che già durante la crisi, per condizioni obiettive, si era determinata la possibilità di scelta fra questi due ministeri. Vi sono questioni importanti che devono essere spiegate al Paese, più gravi della soppressione di un Ministero. Inoltre il Ministero della Ricostruzione era legato a un uomo che aveva creato i compiti coi suoi stessi contatti personali. Sembra opportuna la costituzione di un Ministero del Commercio Estero, mentre è poi logico pensare che i compiti della ricostruzione siano trasferibili da un dicastero all’altro. Per quanto riguarda la situazione politica dei dicasteri il pubblico ne è già a conoscenza, e quindi non c’è da avere eccessiva preoccupazione. Questa situazione è di passaggio verso la democrazia. La persona proposta al Ministero del Commercio Estero appare idonea. Prega quindi Brosio e altri di non insistere nelle loro obiezioni. Noi creiamo un organo che ha funzioni chiare e che può funzionare. Quello che è salvabile del Ministero della Ricostruzione si salva attraverso il Ministero del Commercio estero, ed attraverso le proposte del Comitato per la Ricostruzione. Inoltre si può chiarire che per l’Alimentazione la Presidenza del Consiglio avrà cura di avere rapporti sempre più stretti con gli Alleati, tanto più che si tratta di compiti di durata limitata. […] È necessario oggi decidere scegliendo la migliore soluzione per ragioni obiettive. Vi sono piccole difficoltà; c’è una proposta da rielaborare: la costituzione del Comitato interministeriale. Occorre rendere questo più spiccio, con azione diretta, quasi un esecutivo economico che discuta a fondo problemi economici e finanziari e proponga ai Ministeri la linea da seguire. Quanto al coordinamento formale, sarà affidato al Presidente del Consiglio. Propone di affidare ad un Comitato composto dei ministri per il Tesoro, Finanze, Industria, Lavori Pubblici e Commercio Estero di elaborare una chiara direttiva della politica economica finanziaria del governo da sottoporre al Consiglio dei ministri di venerdì p.v.
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Il 27 giugno ultimo scorso moriva il dottor Juan Antonio Rios, Presidente della Repubblica del Cile. I vincoli di sentimento e di interesse che così fortemente legano l’Italia al Cile ci hanno fatto associare con vivo dolore al lutto che ha colpito quella nazione amica per la perdita del suo illustre Presidente. Diplomatico, senatore e ministro di Stato, il dottor Rios è stato eletto Presidente della Repubblica il 25 febbraio 1942. Egli ha dimostrato, anche dalla suprema magistratura del paese, i suoi sentimenti di amicizia verso l’Italia. Risale infatti al 1944 l’iniziativa del Cile, ad opera del suo Presidente, di riallacciare i rapporti diplomatici con l’Italia. E fu così che il rappresentante del Cile poté essere fra i primi a giungere a Roma. Il Governo ed il popolo italiano ricordano con gratitudine questa prima iniziativa, che è stata seguita da quell’azione per una giusta pace che è attualmente in corso da parte di tutta l’America latina a cui il Cile ha dato e dà un così valido e cordiale contributo insieme con il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay e in generale con tutte le repubbliche latino-americane, che ci sono oggi, nel triste periodo che la patria attraversa, così spiritualmente vicine. (Vivi applausi).
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Il Presidente avverte che la riunione ha lo scopo di informare il Consiglio della situazione determinatasi dalle dimissioni del ministro del Tesoro on. Corbino. Nelle consultazioni e conversazioni, che ha limitate al settore finanziario, si è fatta la convinzione che prima della questione della sostituzione personale si imponga la necessità di riesaminare il programma economico-finanziario già posto a base del Ministero, aggiornandolo col rivedere la parte caduca e rendendolo aderente alla situazione finanziaria del momento, la quale gli pare molto seria. Per riguardo a questa situazione finanziaria oltre che a quella internazionale (Parigi) ha ritenuto opportuno non estendere la crisi. È da preferirsi un accordo su provvedimenti concreti da attuarsi dal Governo e col concorso delle varie categorie. Anche senza risolvere la questione personale della sostituzione del dimissionario riusciremmo in tal modo a presentarci al paese dando un senso di nuova fiducia. Sul programma così aggiornato l’accordo politico-finanziario è stato raggiunto anche col concorso della Confederazione del Lavoro attraverso l’opera di vari ministri da lui all’uopo incaricati . […] Replica osservando a Nenni che egli non sarebbe certo andato alla Assemblea unicamente a esporre il programma esposto da Campilli . Sostiene e sosterrà eventualmente anche dai banchi dell’opposizione che non si può parlare del 25% di aumento ai salari ed agli stipendi, come accennato da Nenni, senza affrontare prima altri e fondamentali problemi. Se il Governo non affronta il problema della stabilizzazione del valore della lira andremo fatalmente allo slittamento. Le agitazioni e le continue richieste di aumento di salari hanno creato uno stato di allarme fra i produttori. Noi così andremo al fallimento, se noi non salviamo la moneta, metteremo in pericolo lo stesso regime repubblicano. Questo problema è essenziale. Per questo dichiaro e dichiarerò – prosegue il Presidente – che era necessario arrivare all’accordo economico-finanziario preparato da Campilli e dalla Commissione ministeriale, assieme al Direttore della Banca d’Italia, Menichella. Aveva ragioni di ritenere che, raggiunto l’accordo sui provvedimenti da prendersi, il Menichella avrebbe accettato il portafoglio del Tesoro. Ma Menichella ha rifiutato, probabilmente pel timore che la tregua delle agitazioni sindacali non si possa ottenere. Ci sono state critiche che dal Tesoro si sono estese al ministro delle Finanze. Ci sono preoccupazioni di partiti e di tecnici. Si è affacciata la tesi della unificazione dei due Dicasteri. Ciò avrebbe potuto apparire un’estensione a Scoccimarro della crisi di Corbino. II ministro Scoccimarro gli ha espresso, inoltre, la convinzione che il cumulo della duplice responsabilità di due dicasteri su un uomo solo – egli Scoccimarro – non lo riteneva opportuno. Fra i candidati, il Menichella non ha insistito sulla unificazione dicasteri. Altri invece hanno messo tale pregiudiziale come condizione indispensabile. Quanto ai democratici cristiani non si può far loro colpa se dopo tante responsabilità non ritengano opportuno assumerne altre, mentre, del resto il gruppo democristiano è d’opinione che occorra realizzare la unificazione di due dicasteri. Tutto ciò ha portato a ritardi. Non è sua colpa. Se Nenni ha un candidato da proporre quale ministro, lo dica. Non comprende l’opposizione di Nenni a che la questione sia sottoposta alla decisione della Costituente. Egli – De Gasperi – sente di essere responsabile verso la Costituente e non già nei confronti delle direzioni dei partiti. Intenderebbe, nel caso, portare alla Costituente tutte le questioni urgenti e pendenti, non comprese nell’esposizione Campilli-Scoccimarro. Quanto alle finanze comunali ha interrogato Scoccimarro che si è dichiarato contrario ad una autonomia fiscale comunale. Ha chiesto e disposto il rinvio dei provvedimenti sugli impiegati ex fascisti che Nenni vorrebbe eliminare dalla possibilità del ritorno ai loro posti per studiare e concludere provvedimenti particolari che risparmino la necessità di una nuova legge la quale verrebbe sicuramente criticata. Ciò soprattutto perché i casi non sembrano molti: ed egli non ritiene si tratti di casi gravissimi, alla cui liquidazione, per la partita indennità di licenziamento, potrebbe provvedersi col concorso dello Stato. Per ciò che riguarda la difesa della Repubblica riferisce che lo stesso ministro della Guerra on. Facchinetti gli ha detto che dovendosi eliminare ben quattromila ufficiali riteneva dovere agire con prudenza. Dubita che sia consigliabile agire con precipitazione, perché si potrebbero provocare reazioni pericolose. Per quanto concerne il disarmo fa notare che lo Stato non arriverà ad una pacificazione se non saprà imporlo. Così dicasi per l’occupazione delle terre. Tutto si è fatto per favorire una evoluzione legale con le leggi e le disposizioni del ministro Segni. Ma si è voluto da taluni organizzare la violazione della legge! Fa presente che a Pantano Borghese essendo l’Autorità intervenuta si sono trovati tredici arrestati armati anche di bombe a mano. Insomma, se non si riesce a imporre il rispetto alla legge e allo Stato, noi non potremo imporlo agli avversari del regime. Vi è poi un problema di disciplina fra i ministri. I partiti non osservano nessuna disciplina di stampa. Siamo arrivati al caso di un Sottosegretario di Stato che ha impartito disposizioni contrarie a quelle date dal suo ministro. E di qualche alto funzionario che critica il proprio ministro. Oltre a ciò vi sono questioni che hanno riflessi pure in politica estera. E se anche il Paese non le avesse presenti egli intende richiamare l’attenzione su di esse. Se ha tentato evitare la crisi è soprattutto per questa situazione. Tranne sulla questione del calmiere, che potrà essere esaminata, credeva che ci si potesse trovare tutti d’accordo. Circa il simbolo della Repubblica, fa presente che nella legge stessa è stato disposto che il sigillo resti quello antico fino a che la Costituente abbia provveduto differentemente . Anche la vecchia carta viene tuttora utilizzata per ragioni di economia. Per quanto riguarda i lavori pubblici ricorda che si sta elaborando un apposito piano. Il ministro dei Lavori Pubblici dovrebbe e potrebbe esporlo alla Costituente. Così pure il ministro per l’Agricoltura potrà illustrare la questione agraria. […] Replica che egli, invece, pensa che un dibattito alla Assemblea sia per riuscire utile; potrà svelenire la richiesta dell’unificazione dei due Ministeri. Ritiene opportuno rinviare la ricerca del ministro in quanto essa può dipendere dall’andamento stesso della discussione. Se il Consiglio crede opportuna la nomina di un interim, si potrà, invece, provvedere senz’altro.
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Nega che la Presidenza abbia prese iniziative ufficiali per lo sfollamento. Ma vi è una situazione di fatto di cui bisogna tener conto. Se manca il concerto col Ministero dell’Assistenza post-bellica, è d’accordo per rinviare il provvedimento. […] In che forma è stata fatta la richiesta della delegazione? […] Vorrei che foste convinti che non son soggetto a risentimenti nazionalistici. Incidenti come quello del Gorica basterebbero a raffreddare le iniziative: è una umiliazione per il Governo italiano. Ci saranno fatte interpellanze; dobbiamo minimizzare l’incidente. […] C’è stato un miglioramento a Parigi, accentuato a New York. Non è ancora una trattativa, ma deve essere continuata. Tanto più che, sia pure su richiesta nostra, si è chiesto che il ministro degli Esteri andasse a Belgrado. Non fa difficoltà per la scelta del luogo, che è conseguenza dolorosa della sconfitta. È d’accordo per l’invio della delegazione, ma non ritiene che sia questo il momento adatto. La Jugoslavia è contro il Trattato, perché vuole di più. In minima parte solo ha disarmato dal suo atteggiamento. Dobbiamo giustificare un’umiliazione di fronte all’opinione pubblica. Ritiene che se ci fosse la speranza di un successo in un settore o in un altro, i suoi dubbi potrebbero cadere. Dato che non sembra che ciò si verifichi, non sembra opportuno inviare una missione con mandato, sia pur limitato, di trattare su questioni territoriali. In questo momento la questione territoriale è, obbiettivamente congelata. Non si può dare inizio a trattative impegnative, se non si sa dove si va a finire. Perché non insistere sul ristabilimento di normali relazioni diplomatiche sia pure ufficiose? Siamo d’accordo anche per inviare una delegazione a Belgrado, ma sistemiamo intanto la nostra rappresentanza. Per quanto concerne la questione delle minoranze ritiene che non si potrebbe trattare semplicemente di un generico piano di reciprocità. L’ambasceria dovrebbe avere con sé elementi informatori locali, il che oggi sarebbe difficile. Inoltre, è meglio attendere prima informazioni orali da quelli che hanno già trattato. Riassumendo; un fallimento delle trattative inasprirebbe la situazione. Accetta il suggerimento da parte jugoslava, di continuare le conversazioni: sulle questioni commerciali non avrebbe niente in contrario anche all’invio della missione, ma per quella politica sarebbe meglio attendere, pur rispondendo positivamente. Per assicurare la possibilità per l’avvenire occorrerebbe stabilire, intanto, le relazioni diplomatiche. Non possiamo limitarci solo a creare una atmosfera favorevole. È d’accordo su tutti gli atti che possono crearla, come pure di prendere atto pubblicamente, a proposito del rientro dei prigionieri, della volontà che così si manifesta anche da parte jugoslava di migliorare i rapporti. Ma se, trattiamo dobbiamo ottenere un risultato concreto. […] Da lettura del seguente testo che esprime la sue impressioni sulla situazione: «II Consiglio dei Ministri, sentita la relazione del Ministro degli Esteri intorno ai risultati finora acquisiti nella conferenza dei Quattro a New York, rinnova ancora una volta le sue proteste perché nella definizione del trattato non si è tenuto conto delle giuste richieste della Delegazione italiana, constata in particolare che la soluzione raggiunta circa la frontiera orientale costituisce una inammissibile mutilazione del territorio nazionale ed un espediente precario e irrazionale, del quale l’Italia non intende assumere una corresponsabilità, e pur deplorando che le conversazioni svolte dalla nostra delegazione con quella jugoslava non abbiano avuto finora un risultato positivo, riconferma il suo proposito di fare ogni sforzo per migliorare i rapporti con la Jugoslavia, ravvisando nell’iniziato rimpatrio dei prigionieri un indizio che questo suo proposito è condiviso anche dalla Jugoslavia stessa; e a tal fine ritiene che la via migliore sia quella di stabilire fra le due Nazioni regolari rapporti diplomatici, i quali si pongano come primo compito, per il caso che il Trattato divenisse esecutivo, di attenuarne le conseguenze per quanto riguarda le minoranze italiane e di risolvere nel necessario spirito di cooperazione internazionale i problemi economici adriatici del dopo guerra. Aggiunge tuttavia che non è contrario a preparare un’ambasceria per Belgrado; ma crede che si deva in ogni caso attendere la relazione verbale di Quaroni». […] II mandato deve essere preciso e limitato, specie per le questioni territoriali. […] Non lasciar cadere la trattativa sui primi punti, ma preparare l’atmosfera necessaria. Non si assume la responsabilità di accettare trattative territoriali in condizioni che non hanno precedenti nella storia diplomatica. […] Propone una soluzione conciliativa ed il seguente testo di istruzioni: «Interpretando e supponendo che l’invio di un nostro rappresentante straordinario a Belgrado sia il primo atto della ripresa normale dei reciproci rapporti diplomatici, siamo disposti a inviarlo coll’incarico di sondare le possibilità di accordi per la protezione delle eventuali minoranze e per la ripresa dei rapporti commerciali. Attenderemo per esecuzione integrazioni sua relazione verbale. Istruzioni all’ambasciatore: 1) invio a Belgrado; 2) ripresa dei rapporti con Roma; 3) elaborazione, a mezzo di rappresentanti diplomatici, di accordi commerciali e sulle minoranze, su cui si sia sondato a Belgrado». […] Non è d’accordo per l’aggiunta .
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Contesta a Nenni che il Governo si faccia strappare le concessioni dalle agitazioni popolari . Proprio nei confronti di Napoli, citata da Nenni, osserva che il Governo aveva provveduto per andare incontro ai sogni delle classi popolari. Le Camere del lavoro cercano giustificazioni agli scioperi, anche dei servizi pubblici, che non sussistono. Ciò che gli agitatori affermano di aver ottenuto a Napoli, era già stato concesso dal Governo. La stampa, compresa e specie quella socialista, non ha il coraggio e non sente il dovere di dire la verità. Deplora l’attacco dell’«Avanti!» di ieri contro il Presidente del Consiglio alla vigilia della sua partenza per l’America . Anche per Bari le critiche al Governo, alla sua pretesa inerzia, non hanno ragione di essere . È una forma demagogica, dannosa e deplorevole. Bisogna avere invece il coraggio – prosegue il Presidente – di proclamare la situazione quale è e di non creare alimento a perturbamenti. A Bari è verissimo il fatto del tentativo di assalto alla Prefettura. Il Governo ha fatto tutto il possibile per dare lavoro ai disoccupati e per contenere i prezzi. L’aumento di questi è del resto un fenomeno europeo. Abbiamo aumentato salari e stipendi, e ciò fatalmente ha influito sugli aumenti del costo della vita. Se domani – aggiunge De Gasperi – sarò anziché al Governo alla opposizione, avrei ben facile anche io la critica seppur ingiusta. Eppure voi – dice a Nenni – fate parte di questo Governo che i vostri giornali attaccano. Nessun Governo potrà stare assieme, col disfattismo che c’è qui fra noi. Ne nasce anche, per conseguenza, lo sfasciamento dell’autorità statale. Ma è mai possibile – si domanda – che sia permesso lo sciopero generale anche degli impiegati statali su ordine della Camera del lavoro o del Comitato di agitazione? Qui andiamo oltre a quanto succedeva nel 1919 e nel 1920, a Napoli si è impedita la comunicazione della radio. I militi del fuoco hanno fermato le automobili compresa quella del Prefetto. Pensate forse che uno Stato socialista permetterebbe tutto ciò? Credete che così salverete la democrazia? La Confederazione del lavoro si è pronunciata contro l’arbitrato obbligatorio. L’opinione pubblica reagirà fatalmente contro questa corrente di demagogia. Sindacati operai e industriali si sono trovati e si trovano d’accordo sugli aumenti di salari, che finiscono con l’andare a carico dello Stato. È tempo di finirla col disfattismo contro il governo del quale si fa parte. Non domando che la stampa sostenga il governo, ma che almeno lo aiuti nello spiegare e illustrare la reale situazione del Paese. Fa presente la delicatezza di questo momento anche di fronte all’invito, che è il primo che ci viene dall’estero, dell’America. Prega tutti i colleghi socialisti e comunisti di persuadere la propria stampa della serietà della cosa nell’interesse del nostro Paese.
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Come Presidente del Consiglio e come deputato trentino, testimone della gloriosa attività di Cesare Battisti e della sua tragedia, mi associo alle parole altissime pronunziate dal collega onorevole Greppi , e soprattutto mi associo all’augurio e all’impegno della difesa della italianità e dell’unità della patria che, nel ricordo e nella memoria di Cesare Battisti, oggi sono state invocate. (Vivissimi applausi) .
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Il ministro del Lavoro avrà occasione più tardi di rispondere in dettaglio, riferendosi al complesso della vertenza . Io prendo la parola da un punto di vista dell’ordine pubblico e per quello che riguarda le notizie sparsesi oggi creando un certo allarme. Dopo essere stato in contatto telefonico frequentissimo con Torino, dopo aver trattato coi rappresentanti della Confederazione e i rappresentanti arrivati da Torino ed aver sentito le voci anche dell’altra parte, cioè degli industriali, sono in grado di poter fare delle dichiarazioni rassicuranti. Le informazioni esatte sono queste: nessun impiego, nessun uso e molto meno nessuna ostentazione di armi in queste vertenze. Non si può parlare nemmeno di occupazione delle fabbriche. Lo sciopero bianco di Torino non ha alcun carattere acuto. Nessun disordine è avvenuto nella giornata di ieri o di oggi. Accanto al prefetto, che è in frequente e cordiale contatto con le parti, è presente in Torino un membro del Governo che partecipa alle trattative. Ho avuto in questo momento un’ultima notizia, secondo la quale si è accertato che le trattative hanno ottima speranza di ottenere un risultato positivo. Altri delegati sindacali di Torino, come ho detto prima, sono a Roma e con questi il ministro del Lavoro, in particolare, ed altri colleghi del Governo hanno trattato. Nessuna ragione quindi di allarme in questo momento. L’impegno profondo del Governo e di tutti i membri che partecipano direttamente a queste vertenze è di risolvere le questioni in corso senza ricorrere a mezzi straordinari. Oltre questa vertenza che speriamo sia composta rapidamente e che non abbia conseguenze, direi, contagiose, abbiamo buone speranze anche di comporre, o di evitare, una minaccia che sarebbe grave: quella che riguarda Carbonia, cioè la produzione del carbone. Voi sapete che la produzione del carbone, che con mirabile sforzo è arrivata a 108 mila tonnellate al mese, è per noi questione di vita o di morte. La vertenza sindacale sorta è in tali termini che, sentiti gli interessati delle due parti, si ritiene di poterla comporre, entro domani forse, con soddisfazione. In corso vi è ancora il conflitto dei petrolieri, il quale ha un carattere più acuto, un carattere anche quello di notevole importanza, perché si tratta della benzina, dell’arrivo e del trasporto della benzina. Il Governo era disposto a prendere delle decisioni molto importanti, pari alla gravità del servizio. Voi potete pensare quali sarebbero le conseguenze se ad un certo punto la consegna della benzina ci venisse sospesa dall’U. N.R.R.A. e noi non fossimo in grado di dare benzina necessaria, nemmeno per i servizi pubblici. Le conseguenze nel mondo industriale e nel mondo dei trasporti sarebbero troppo evidenti. Il Governo intende affrontare il problema con tutta l’energia, ma dai contatti che ha avuto attraverso la Confederazione del lavoro con i rappresentanti sindacali dei petrolieri, ha ormai la speranza che non sia necessario, né opportuno, ricorrere a misure straordinarie e spero entro i prossimi giorni, se non domani, che le trattative possano condurre ad una buona soluzione. Devo dire, perché ciò mi serve di scusa dinanzi agli oratori che a ragione, non conoscendo di quali pene era intessuto il mio pomeriggio, si sono lagnati della mia assenza da questo banco, devo dire che in queste trattative ho tenuto a dimostrare che il Governo affronta con la massima pazienza e con la massima comprensione le vertenze sindacali, ben sapendo che le condizioni e le esigenze della classe operaia, dei salariati o degli stipendiati in genere, sono legittime, ma conoscendo anche i limiti entro i quali ci è possibile venire loro incontro. Noi facciamo vivo appello alle due parti perché, memori della situazione grave del paese, prendano le loro decisioni con un senso di grande responsabilità e di solidarietà nazionale. Il Governo farà la parte sua e svolgerà intanto opera immediata per l’applicazione dell’impegno già preso solennemente e proclamato da questo banco per il versamento del premio della Repubblica. (Vivi applausi).
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Mi riservo di rispondere o di prendere in considerazione gli argomenti, per quanto lo meritano, esposti dall’onorevole Finocchiaro Aprile circa la sua tesi indipendentista, autonomista, eccetera, e le critiche al mio ed ai Governi passati. Però fin da ora debbo deplorare amaramente che egli abbia usato contro organi dello Stato espressioni che noi non possiamo assolutamente accettare. Quando, in generale, si qualificano gli organi dello Stato, gli organi del pubblico ordine, i carabinieri, come «sbirraglia italiana», ricordo una sola cosa: che io recentemente a Palermo, entrando nella caserma dei carabinieri, ho visto una lapide dalla quale risultano i numerosi feriti e morti dell’arma dei carabinieri, nella lotta in Sicilia. E devo aggiungere che in quella occasione ho fatto soprattutto la commemorazione di otto carabinieri massacrati da uomini, i quali senza dubbio, avevano affinità politiche con l’oratore precedente (Applausi). Aggiungo di aver sentito con una estrema amarezza – e mi riservo di controbatterle – le erronee affermazioni fatte circa l’atteggiamento del Governo italiano in una certa fase di politica estera nel settembre dell’anno scorso, di cui sarei io responsabile . Aggiungo però – a parte le dichiarazioni cha a tale riguardo mi riservo di fare – aggiungo la mia viva deplorazione, il mio accoramento, nel sentire un oratore italiano qui, nella Costituente italiana, reclamare il diritto, e difenderlo, del ricorso agli alleati e agli occupanti contro il proprio Governo nazionale. (Vivissimi applausi – Grida di Viva l’Italia!).
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Ho fatto appello, nel discorso programmatico governativo, all’unità degli italiani a Trieste, perché dovevo supporre che di fronte a proposte concrete che dividono il territorio della Venezia Giulia in una parte ridata all’Italia, in un’altra parte riservata ad una soluzione internazionale ed in un’altra parte ancora riservata alla Jugoslavia, potessero sorgere discordie fra i rappresentanti di quella regione. Ho fatto appello a questa unità. Si è risposto a questo appello, inviando delle delegazioni a Roma, con le quali ho potuto aver uno scambio di idee che mi ha dimostrato l’unità sostanziale dei rappresentanti, per quanto non eletti, designati dai partiti della Venezia Giulia. La deputazione nominata attorno all’avvocato Puecher è rappresentata direttamente a Parigi nelle trattative. Altre delegazioni potranno far parte, e dovranno far parte, della delegazione definitiva per il trattato di pace. Io credo che il Governo farà ogni sforzo per dare a tutte le correnti diverse una rappresentanza equa. In quanto agli organi che devono democraticamente ricostituire la compattezza degli italiani di Trieste, abbiamo avuto finora il Comitato di liberazione nazionale, il quale fa degli sforzi per conciliare tutte le correnti e avere anche contatti diretti con le forze del lavoro. Io mi auguro che riesca ad avere una tale rappresentanza unitaria che possa veramente, di fronte all’estero e di fronte all’interno, al resto del paese, rappresentare l’unità democratica della città. Sarò, del resto, grato all’interrogante e ad altri suoi amici se vorranno, in proposito, darmi dei suggerimenti, secondo i quali il Governo possa favorire questa compattezza.
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Onorevoli colleghi, ho seguito con molta attenzione ed interessamento il dibattito, sempre utile e spesso elevato, di questa Assemblea, senza fare distinzioni fra maggioranza e minoranza. E chiedo scusa se, in qualche momento, ho dovuto assentarmi per ragioni di servizio. La mia assenza non era certo diretta contro l’opposizione. So l’utilità del controllo dell’opposizione e so che un Governo ha il dovere di ascoltarla, poiché nell’Assemblea vi è parità di doveri e di diritti. Prima di entrare nel merito di alcuni argomenti che hanno formato oggetto del dibattito, ad integrazione, o discussione, o a critica delle dichiarazioni del Governo, permettete che io faccia un’introduzione generica rivolgendo la mia attenzione a taluni discorsi, per qualche rilievo particolare. Ringrazio, in modo speciale l’amico Lussu per aver proclamato qui che nessuno può invidiare il Governo, che viene citato a Parigi come un imputato. Questa affermazione risponde sufficientemente a chi vuol vedere nel compito che mi sono assunto una leggerezza ed un senso di irresponsabilità che credo finora di non aver dimostrato. Il mio assenso più vivo va specialmente al discorso dell’amico Grandi segretario della Confederazione generale del lavoro . L’ho sentito con grande commozione, ricordando i meriti di quest’uomo che tutta la sua vita ha dedicato all’elevazione della classe operaia; e ricordando il coraggio che ha dimostrato in momenti così critici. Coraggio quando ha dichiarato che «lo Stato democratico non deve essere ricattato»; coraggio quando ha detto che «le caratteristiche dell’azione sindacale sono la gradualità e il riformismo»; coraggio quando ha affermato l’universalità della Confederazione generale del lavoro, alla quale desidera che tutte le correnti aderiscano; coraggio quando ha rivendicato la libertà per tutti i servizi ausiliari che non trattino direttamente e sostanzialmente la questione sindacale, naturalmente riservata ai sindacati. Ringrazio anche l’onorevole Lombardo per la sua realistica e profonda esposizione di politica economica estera con riguardo speciale alla ripresa industriale. Gli onorevoli Pellizzari , Bianchi e Gronchi ci hanno richiamato alla importanza della scuola. È vero: non le avevamo dato particolare rilievo, non perché volessimo accantonare la questione ma perché intendevamo riservarla ad un maggiore studio e a una più tranquilla deliberazione di questa Assemblea. L’onorevole Persico ha fatto una critica molto oggettiva del sistema elettorale. Gli sono grato per taluni accenni che vorrebbero introdurre nel sistema proporzionale una maggiore libertà degli elettori, perché questi accenni corrispondono alla mia tendenza personale e, direi, alle conclusioni della mia esperienza di tutta una vita. Gli onorevoli Pecorari e Valiani hanno espresso qui la passione e l’angoscia dei giuliani. Essi hanno riscosso dall’Assemblea un attestato di simpatia ed un applauso che ha manifestato l’unanimità della nostra volontà e l’unanimità della nostra solidarietà con i nostri fratelli giuliani. L’amico Lombardi , uscito testé dal Ministero, ha fatto un’esposizione economica lucida e originale, ripetendo anche argomenti che egli aveva trattati e sostenuti in seno al Consiglio dei ministri. Ma la libertà maggiore e la più facile logica che si possono mantenere da un banco dell’Assemblea anziché dal banco del governo hanno suscitato in me un certo senso d’invidia. Gli onorevoli Angelini e De Martino hanno fatto una proposta originale circa la ricostruzione: l’uno per la ricostruzione edilizia, l’altro – che è un perito industriale che ha presieduto la prima esposizione della ricostruzione a Salerno – circa l’organizzazione di commissioni che dovrebbero essere organi del Comitato centrale della ricostruzione. Io credo che i colleghi dello stesso Comitato siano d’accordo che queste proposte meritino la nostra considerazione. Infine ringrazio in modo particolare l’onorevole Pacciardi per il suo caldo contributo ad una politica estera dignitosa e costruttiva del nostro paese. A molti altri avrò occasione di accennare durante la trattazione degli argomenti che formano l’oggetto delle mie conclusioni. L’onorevole Nitti , un po’ all’acido corrosivo, mi ha fatto una critica per i metodi seguiti e per le risultanze ottenute nella combinazione ministeriale e fra l’altro ha detto che nessun paese in Europa ha tanti ministri e sottosegretari come l’Italia. Non ho avuto tempo di confrontare tutte le statistiche, ma alcune ne ho viste. Il Gabinetto di Sua Maestà britannica è composto di 20 ministri, compreso il Primo Ministro; vi sono poi 15 ministri fuori del Gabinetto; i sottosegretari di Stato sono 42, oltre a 14 posti di rango equiparato. Sono dunque 35 ministri e 56 fra sottosegretari ed equiparati: in totale 91. (Applausi al centro). Devo poi dire che anche i nostri amici francesi, se questo è un peccato, peccano nella stessa misura e anche di più. Essi sono venti al Ministero, oltre i sottosegretari, e dell’attuale Governo, oltre i venti ministri, fanno parte due vicepresidenti senza portafoglio e due ministri di Stato senza portafoglio. Se mai, non è un’invenzione mia né un peccato mio, è una epidemia. (Si ride). Egli mi ha fatto accusa di avere inventato all’ultimo momento dei ministeri, di averne aumentato il numero, introducendo quello della marina mercantile. Devo osservare anzitutto che il numero resta quello di prima, perché altri ministeri sono caduti; ma quello della marina mercantile, come ho accennato nelle dichiarazioni, non è una invenzione dell’ultimo momento. È stato creato per tener conto del desiderio degli armatori e dei marittimi. Vi sono dei documenti, delle domande formali che del resto non è la prima volta che sono state presentate. L’amico Corsi , che si trovava a dirigere prima il sottosegretariato della marina mercantile, mi può essere testimonio che egli stesso alcuni mesi fa, quando non si parlava né di crisi, né di nuovi ministri, né di titolari di ministeri, aveva dimostrato l’opportunità di fare del sottosegretariato o un ministero o, in ogni modo, un alto Commissariato autonomo che corrispondesse all’importanza del momento. Poi v’è stata la critica di aver pregato l’amico Micheli di dirigere la marina da guerra (commenti) – non so se sia stato l’onorevole Nitti od altri – come se si dovesse sempre giudicare dal punto di vista della competenza tecnica l’investitura di un ministero. Credo che l’Assemblea difficilmente potrebbe adattarsi a questa soluzione. In certi momenti non bisogna mettere il tecnico. Noi abbiamo una speciale situazione nel personale della marina, tutto rispettabile, con diverse correnti che corrispondono alla situazione politica che noi abbiamo superato. Mettere un vecchio, autorevole e saggio parlamentare di fronte agli ammiragli è opera politica di opportunità. Quindi non si tratta di una questione di giornali umoristici ma di una questione molto seria (commenti), e il punto di vista nostro è stato quello di sottoporre tutte le forze armate ad uomini politici di sicura fede, di abilità e saggezza e questo devo anche dirlo a proposito della facile dichiarazione che è venuta da tante parti: perché non riducete il numero di ministri? È un postulato di diversi partiti, e anche del mio; un postulato ideale, evidentemente; ma non è che noi siamo arrivati alla necessità di mantenerli o di aumentarli di uno, per la così detta dosatura, perché la dosatura andava benone anche con dodici. No! È che quando voi unite in un periodo, bene o male di avanzato sviluppo, dei ministeri, sotto una sola persona, dovete avere le persone adatte per queste concentrazioni. E non è sempre facile. La mia poca esperienza – che non sarà come quella dell’onorevole Nitti – mi dice però che prima di far cambiamenti bisogna andare adagio. Certo, noi abbiamo trovato razionale che i Ministeri delle forze armate siano riuniti in un solo dicastero. È una meta a cui questo od un altro Governo deve arrivare, perché si tratta di semplificazioni di servizi, si tratta di una contrazione che risulta dalle esigenze della guerra, o meglio della pace. Però bisogna scegliere il momento giusto. E ci siamo posta la questione se in un momento in cui bisogna mandar via moltissima gente, in cui c’è la smobilitazione, c’è una questione di depressione morale anche in qualche parte – accenno alla marina – sia opportuno significare, simboleggiare anche nelle persone, questa smobilitazione, questa concentrazione, al di là di quello che è assolutamente necessario. Sono considerazioni oggettive che ci hanno portato a non poter corrispondere a questo razionale, logico desiderio che molti partiti, che fanno parte anche dell’attuale Governo, avevano espresso. L’onorevole Togliatti , nel suo sereno e ampio discorso, nella prima parte, ha rivolto a me un monito speciale, dicendomi che «il suo Governo – cioè il mio – sarà tanto più vitale e riuscirà a lavorare tanto meglio, quanto più esso si presenterà e funzionerà non come un Governo del partito democratico cristiano, con appendici più o meno considerevoli provenienti da altri gruppi politici, ma come un Governo di coalizione. Questa è una necessità non soltanto parlamentare, ma di politica generale». Ora, mi domando se, specialmente prendendo in considerazione i due partiti di sinistra, si possa parlare di appendici. I dicasteri economicamente più importanti, senza parlare della giustizia e degli esteri, cioè quelli delle finanze, dei trasporti, dell’assistenza postbellica, del lavoro, dell’industria e commercio, dei lavori pubblici, sono controllati da rappresentanti molto degni di questi partiti. Quindi non è che si possa parlare di appendici. Si deve parlare di struttura sostanziale. Niente di riforme economiche, niente di riforme sociali e finanziarie, niente di riforme essenzialmente politiche, niente può venir fatto senza il concorso, la corresponsabilità di questi miei cari colleghi. Quindi, non mi pare che si possa sospettare il Ministero, che qui si presenta, come un Ministero democristiano, o come un Ministero personale. Senza dire che il Ministero dei lavori pubblici è stato affidato alla esperienza e provata abilità dell’amico Romita , il quale vi troverà un campo d’azione importantissimo perché è notorio che, in questo momento, il compilare un programma di lavori pubblici e saperlo attuare è uno dei compiti principali, una delle ambizioni essenziali che può avere un partito riformatore. Riguardo poi al programma economico-finanziario, mi si è detto che noi siamo entrati troppo in dettaglio; ci siamo sforzati di arrivare a chiarire tutti i settori su cui verteva una discussione, in modo da trovare una linea di corrispondenza per tutti i settori e per un periodo che corrispondesse press’a poco all’attività che poteva avere questo Ministero. Evidentemente non diamo fondo all’universo, non tutte le riforme potranno essere compiute, ma avviate sì, iniziate sì, se avremo la concordia fra noi e se avremo una ferma volontà di attuarle. Il programma economico-finanziario è naturalmente, nelle sue linee sostanziali, un programma difficile; cioè l’attuarlo è cosa difficile perché, come ho accennato, non è un programma che possa venire da libri o da premesse ideologiche ma è un programma che è imposto dalle circostanze, è il binario su cui camminare, e corrisponde ad esigenze oggettive al di fuori di noi e al di sopra dei partiti. In quest’opera, io credo preziosa la collaborazione dell’onorevole Corbino . Ho avuto l’impressione di essere davanti ad un uomo non solo di grande preparazione, non solo di somma integrità e rappresentante dei veri lavoratori – è venuto dalla gavetta e per forza propria è arrivato al sommo della cultura universitaria e perciò rappresenta un’esperienza in se stesso, di quello che può essere la vita del ceto medio, dell’uomo colto e del lavoratore – e credo che nella sua preparazione scientifica egli sia temprato da questo senso di esperienza ad una certa duttilità, anche quando si tratta di deviare da certe tesi nei momenti in cui è assolutamente necessario. Egli è nel Comitato di ricostruzione – che deve essere potenziato, che ha già cominciato i suoi lavori e che rappresenta un collegio non soltanto entro il Ministero, ma che funziona col concorso di rappresentanti di altri enti e categorie – uno dei primi collaboratori, e la linea economica e finanziaria che ne uscirà dovrà tener conto di tutta la situazione così come man mano si evolve, purché si sia tutti d’accordo sopra la linea programmatica anti-inflazionistica. Si è fatto cenno alla passata discussione sul cambio della moneta e si è accusato l’onorevole Corbino di averlo impedito. Devo dire la verità che Corbino è stato contrario, si è battuto per questa tesi, per ragioni teoriche e pratiche. Ma, oltre a questo, c’è stato un rapporto della Banca d’Italia che era tecnicamente contrario, ed in quel momento, quando abbiamo presa la decisione, che cioè non lo si poteva fare entro quel termine stabilito – prima delle elezioni eccetera – siamo arrivati a tale conclusione per la impossibilità della tempestiva esecuzione. Quindi non vorrei che si desse all’intervento suo un significato che lo faccia quasi apparire come lo spettro di Banco che domani potesse allungare ancora la mano e strappare un’altra concessione in favore del mondo capitalista contro i desideri dei partiti riformatori. Debbo dire che in questi giorni egli è stato poco assiduo a quest’Assemblea perché sempre occupato nelle questioni salariali e sindacali, onde contenere le agitazioni operaie, ed ha dovuto svolgere un’opera per la quale sembrerebbe in teoria che egli non sia né adatto, né disposto. Ma rispondendo all’onorevole Togliatti, il quale mi dice che il Ministero deve essere di coalizione e non del partito democratico cristiano e non soprattutto, un Ministero personale, io dico: d’accordo; però il pericolo non sta qui. Il pericolo è in quella irrequietudine in cui si trovano i partiti perché le elezioni sono troppo vicine. Se noi avessimo due anni innanzi e potessimo fare davvero un patto nell’interesse del nostro paese, una tregua politica per poter risanare la situazione finanziaria, credo che ci potremmo dire felici. Non l’abbiamo; però la dobbiamo sostituire con una specie di «tregua repubblicana». Ricordatevi come siamo arrivati a superare tutte le difficoltà che si opponevano al referendum ed alla risoluzione della questione istituzionale: ci siamo arrivati con grande impegno, facendo sacrifici da una parte e dall’altra, e ci siamo arrivati – soprattutto – senza conflitti esterni smentendo tutte le dicerie che c’erano in giro e che arrivavano anche sul banco dei ministri. Questa unità, questa calma, questo spirito costruttivo del popolo italiano è senza dubbio merito delle masse, soprattutto; ma io credo che sia anche un merito dei capi di partito. E quando ci siamo l’un l’altro felicitati, in un Consiglio dei ministri, per il risultato pacifico di queste elezioni, ricordo di aver detto: «si vede che quando i capi vogliono, l’unione, la pace e l’ordine sono possibili». (Applausi al centro). lo non voglio negare né sminuire il merito del ministro dell’interno il quale, senza dubbio, con grande zelo ha vigilato perché l’ordine fosse mantenuto e la libertà garantita; devo aggiungere però che il povero ministro dell’interno, e il presidente con lui, se avessero dovuto contare solo sopra le quattro «forze armate miste» che dovevano assistere ciascuna sezione per mantenere l’ordine, evidentemente avrebbero contato su forze assolutamente insufficienti. L’ordine è stato mantenuto dalla volontà dei partiti… Una voce. Dal popolo italiano. DE GASPERI. Senza dubbio il popolo italiano ha in sé il merito di aver mantenuto la calma; però quando questo non avviene, è segno che qualche turbamento è introdotto dal di fuori. Io dico: vogliamo, onorevole Togliatti, vogliamo fare un Ministero che veramente, per i sette od otto mesi, lavori con tutto lo zelo a risolvere i problemi di politica estera e di politica interna italiana?… Una voce. Meno scioperi. DE GASPERI. Bisogna che manteniamo l’ordine e bisogna che diciamo onestamente ai nostri partiti: è il momento del sacrificio… Voci a sinistra. Sacrifici da tutte le parti. Bisogna dare lavoro e pane. DE GASPERI. Quindi, il mio appello è questo. Vi saranno in ottobre o in novembre le elezioni amministrative . Ma, vigendo la proporzionale, non cade il mondo se un voto di più o di meno va a questo o a quel partito. Non giustifica questo un accanimento tale che investa tutto il problema politico e quindi, in realtà, se abbiamo volontà e se il Governo è vigile ed assecondato dai partiti, noi potremo arrivare fino all’ineluttabile termine della campagna elettorale prossima, per la prossima Camera, con una certa tregua repubblicana. E la chiamo «tregua repubblicana» perché si tratta, non di salvare un Ministero qualsiasi, ma di salvare la democrazia, e la Repubblica. (Applausi). Io conto che l’amico Togliatti, il quale mi ha aiutato nel passato Ministero con la sua autorità ad ottenere questa concordia, possa oggi che è più libero… Voci. Questo è il guaio! (Ilarità). DE GASPERI. …e non ha più impacci e incarichi di Ministero, dal suo posto di capo di partito, contribuire ancor di più a consolidare e a tenere compatto dietro i suoi ministri, e attraverso i suoi ministri anche un poco dietro di me, il suo partito che rappresenta forze degne di considerazione. Ed ora vengo al problema che è forse il principale, del quale non si è parlato molto, ma che era sottinteso in quasi tutti i discorsi: il problema dell’ordine pubblico . Per essere preciso, dirò quello che in parte ho detto e che in parte intendo dire ai prefetti, in modo che essi possano a questa dichiarazione pubblica richiamarsi in confronto di tutti. La dirò perché l’Assemblea, sentendola e approvandola, dia maggior forza alle parole del Governo. Ai prefetti dirò: 1°) fedeltà nella forma e nella sostanza al regime che il popolo si è dato, alla Repubblica italiana (vivi generali applausi): ogni debolezza a questo riguardo verrà repressa e punita; 2°) difesa della autorità, del prestigio, del decoro del nuovo Stato. Un prefetto repubblicano (fino a che le nuove leggi autonomistiche non abbiano modificato l’organismo pubblico) deve essere più forte, più dignitoso, più rispettato che mai, perché egli incarna la democrazia. Non deve avvenire, non deve più ripetersi (e aspetto i risultati di inchiesta per provvedere) quello che è avvenuto a Rovigo, dove un prefetto è stato trascinato al balcone e costretto a parlare, dopo essere stato malmenato. Ciò non può corrispondere alla autorità del nuovo Stato, all’autorità repubblicana. (Vivi applausi al centro e a destra). Quanto ho detto vale naturalmente per tutte le autorità dello Stato, ma in particolare per le forze adibite all’ordine. E qui bisogna dire anche a tutti gli organi dell’ordine che Repubblica non vuol dire rilassatezza, mancanza di disciplina, mancanza di stile. Repubblica vuol dire maggiore e più schietta coscienza di servire la causa del popolo e del proprio paese. (Vivi, generali applausi). Dichiaro da questo posto dell’Assemblea Costituente che se a tale coscienza non si corrisponderà, prenderemo tutti i provvedimenti per suscitarla e per ravvivarla. (Approvazioni). Nelle vertenze sindacali e sociali, nei problemi del lavoro, di disoccupazione e della terra, i prefetti – e con essi tutte le autorità – devono avere la massima comprensione delle legittime esigenze e fare il massimo sforzo per andar loro incontro, facendo da mediatori, ricordando che questo è Governo di popolo e per il popolo; ma dovranno nello stesso tempo reagire con la massima risolutezza contro atti di violenza e violazioni della legge. (Applausi al centro e a destra). La violenza, tanto padronale che operaia, chiama la violenza; le armi chiamano le armi; le imposizioni con minaccia di morte reclamano una reazione più profonda e pericolosa. Noi qui in quest’aula – noi vecchi, noi anziani – abbiamo passato dei momenti simili e, poiché non abbiamo avuto il coraggio di affrontare l’impopolarità ed impedire in certi momenti lo sfogo violento, abbiamo dovuto pagare con la perdita della libertà e con la dittatura per venti anni! (Applausi al centro). Il Governo, per celebrare la nascita della Repubblica, ha fatto un grande atto di pacificazione. Esiste però una legge contro la rinascita del fascismo . Bisogna vigilare ed intervenire contro il troppo provocante atteggiamento di qualche amnistiato e stare soprattutto in guardia contro l’abuso di certa stampa che minaccia di indebolirci di fronte allo straniero. (Applausi al centro e a sinistra). Ma, come dissi – per quanto l’onorevole Nitti, risalendo a Nietzsche , abbia parlato di Stato, di volontà di potenza – lo Stato non può da solo riuscire in quest’opera di ordine pubblico: ci vogliono i partiti, i capi dei sindacati, le organizzazioni di categorie. Se noi che siamo responsabili di partiti, oltreché ministri (ed in questa funzione la responsabilità è altrettanto grave ed ampia), faremo il nostro dovere appellandoci al senso innato di disciplina del popolo italiano, lo potremo condurre a salvamento. Due cose contemporaneamente non si possono fare: non è lecito sedere al Consiglio dei ministri, partecipare alla responsabilità della amministrazione, avere i vantaggi dell’apparato statale, e contemporaneamente fare l’opposizione nei giornali e nella propaganda! (Applausi). Questo non è diretto in particolare contro nessuno, ma vale per tutti. Ciò disgrega la democrazia, annulla il metodo democratico e rende fatale la dittatura. Non sarà questo o quel Ministero in crisi; in tal caso, come dissi prima, sarà in crisi la democrazia, sarà in pericolo la Repubblica. Quanto ai prefetti, dirò ed inculcherò l’imparzialità più assoluta, una superiorità dignitosa sopra i partiti: la legge, lo spirito della legge; niente altro. E non mi vengano a dire che io ho desiderato avere il Ministero dell’interno per fare le elezioni! Cosa vecchia! Le elezioni non si fanno più. Le fa il popolo le elezioni. Dopo l’introduzione della scheda di Stato, è impossibile pensare a certi pasticci che si facevano un tempo per guadagnare mandati attraverso il prefetto o il Ministero dell’interno. (Applausi). Comunque, se qualche prefetto o qualche autorità dello Stato si richiamasse a me per fare il contrario, sarà denunciato e sarà severamente punito. Siamo però in situazione molto triste. Io non voglio esagerare ma devo dire: siamo agli inizi di una brutta china. Bisogna opporsi con coraggio, fin da principio. Quando l’altro giorno, a Mantova, si è arrivati, durante uno sciopero, a dover chiedere il permesso alla Camera del lavoro per entrare o uscire dalla città, siamo proprio in quella situazione che voi ricorderete, amico Mazzoni , del tempo passato, che ci ha portato alle squadre fasciste e agli stessi sistemi. (Applausi al centro e a destra – Rumori a sinistra). Un momento, so benissimo… (interruzioni) lasciatemi spiegare, so benissimo che in generale le camere del lavoro intervengono per ordinare, sedare ed arginare i movimenti. (Rumori). Una voce a sinistra. E allora lo dica! DE GASPERI. Però amici comunisti ed amici socialisti, noi dobbiamo essere d’accordo che questo debba avvenire con la forza della legge e dell’ordine. (Rumori a sinistra). Amici miei, vi sono armati in tutti i campi. Non abbiamo avuto il tempo né la possibilità, col vostro concorso, di poter disarmare, né a sinistra né a destra, ed io confesso che in questo momento il pericolo maggiore può venire da reazioni armate, che mi ricordano il fascismo, e quindi sono altamente preoccupato a non dare a questa gente nessun pretesto, nessuna ragione, soprattutto ai proprietari di campagne, di armarsi, perché non si sentono sicuri da eventuali violenze e coazioni. (Applausi al centro e a destra – Rumori a sinistra). Mi pare che sull’ordine pubblico siamo d’accordo. (Commenti). Una voce a sinistra. I fascisti sono armati! DE GASPERI. Non credo che il Governo abbia mai dato l’ordine di sparare sugli scioperanti. (Rumori a sinistra – Commenti). Però devo dire, amici dei sindacati, che noi abbiamo per primi interesse a controllare la piazza perché, disgraziatamente, in certi luoghi dove i prefetti hanno avuto il coraggio di fare degli arresti, quando si sono esaminate le carte degli arrestati, si è visto che talvolta si aveva da fare, non con lavoratori autentici, ma con della vera teppa. (Applausi a destra e al centro – Rumori e interruzioni a sinistra). Passiamo ad altro argomento, sul quale forse saremo più d’accordo, o almeno, non avremo bisogno di esprimere le nostre differenze in modo così deciso. Devo, cioè, occuparmi di certe affermazioni fatte dall’onorevole Finocchiaro Aprile, dal punto di vista della politica estera oltre che interna. Egli ha detto, e non dubito che il testo stenografico possa non essere esatto: «Voi sapete che nei due trattati di pace, l’uno americano e l’altro britannico, era compresa, e non so se sia ancora compresa, la clausola della smilitarizzazione delle due maggiori isole mediterranee. Già erano venuti funzionari in Sicilia. Le due potenze si erano divisi i porti e gli aeroporti, avevano cominciato a comperare terreni e avevano mandato numerosi funzionari, soprattutto siculi-americani, che non avevano taciuto lo scopo della loro venuta in Sicilia. Io seppi che il Governo italiano, nella imminenza del trattato di pace, che avrebbe dovuto essere stipulato alla fine di settembre 1945, aveva dato disposizioni perché i capi degli uffici affrettassero i lavori di preparazione per le consegne. Lessi io il telegramma del Governo italiano». FINOCCHIARO APRILE. Due telegrammi. DE GASPERI. Non c’e nessuna traccia di quello che lei ha affermato. È vero questo: che in uno degli abbozzi del trattato di pace si parlava di smilitarizzazione delle isole. Questo è esatto. Ma non c’è mai stata ombra di accettazione da parte nostra o possibilità da parte nostra, o comunque di adesione alla situazione da lei indicata, cioè che le due isole fossero non soltanto smilitarizzate ma rese indipendenti, eventualmente in confederazione, al di fuori dell’Italia. E mai il Governo, alla fine del settembre 1945 – vedo l’onorevole Parri , che me ne farà fede – mai il Governo ha pensato di fare qualcosa di simile, di dare ordine di preparare le consegne in Sicilia. Le informazioni dell’onorevole Finocchiaro Aprile sono veramente fantastiche. E vorrei ricordare anche questo. Quando il Governo, il 4 ottobre 1945, prese la decisione di confinare Finocchiaro Aprile e i due suoi colleghi… FINOCCHIOARO APRILE. Il primo ottobre. DE GASPERI. … io ho la data del 4 ottobre; sono tre giorni di più… il Governo aveva agito sotto l’impressione di un memoriale, presentato da quei signori ai ministri degli esteri a Londra, il primo settembre del 1945 . Ricordate? Io ero andato allora in quella bruttissima situazione a cercare di salvare il salvabile e ottenere qualcosa di buono per l’Italia; in quel momento mi son visto arrivare un telegramma di quei signori: «Il popolo siciliano agogna a che la grande isola sia eretta a Stato sovrano, salvo la sua eventuale partecipazione ad una confederazione di Stati italiani o di altri Stati mediterranei». (Interruzioni). Poiché, fino a prova contraria, non voglio credere a mala fede, penso che l’onorevole Finocchiaro Aprile ed i suoi amici siano stati vittime di qualche subalterno che credeva di interpretare le disposizioni dei Governi alleati, mentre è notorio che il 9 agosto l’ambasciatore inglese a Roma rendeva nota, attraverso l’Ansa, una lettera diretta il 14 giugno dal signor Malcolm, capo della cancelleria dell’ambasciata. Nella lettera, rispondendo alla richiesta del capo separatista perché Churchill e Eden si pronunziassero a favore del separatismo stesso, il diplomatico inglese richiamava l’attenzione di Finocchiaro Aprile sulla dichiarazione fatta alla Camera dei Comuni il 27 ottobre 1944 dal sottosegretario di Stato per gli esteri in riferimento al movimento per l’indipendenza siciliana. Questa dichiarazione suonava così: «Sono a conoscenza che questo movimento esiste ed è presentemente attivo. È altresì giunto a mia conoscenza che si ritiene tale movimento trovi l’appoggio degli Alleati. Sono pertanto lieto di cogliere l’occasione per affermare che, per quanto riguarda il Governo di Sua Maestà il Re, tutte le voci a questo proposito sono del tutto destituite di fondamento». E va ricordato che a questa dichiarazione, di cui ho il testo, si è associata anche l’America. Credo che da quel momento gli uomini di buona fede potevano ritenere di essere stati vittime di una falsa informazione. Quanto ai maltrattamenti della «sbirraglia italiana», come ha detto con una cattiva parola nell’aula della Costituente l’onorevole Finocchiaro Aprile, devo ricordare che se vi sono fatti che vanno condannati, essi saranno puniti: il Governo è pronto a farlo, e non chiede altro se non che siano denunciati. Ma devo affermare che in questo conflitto vi sono stati in un anno 30 carabinieri morti e 42 feriti, due agenti morti e sette feriti, e non conto i militari di truppa. Inoltre, da rivelazioni fatte in quest’ultimo periodo, è risultato che si intendeva sequestrare ed eventualmente sopprimere molte autorità della Sicilia, e soprattutto l’onorevole Aldisio , segnalato come responsabile delle misure di difesa dell’italianità dell’isola. E colgo l’occasione per ripetere a lui tutta la mia simpatia e la riconoscenza della nazione. (Vivissimi applausi al centro e a destra). L’onorevole Finocchiaro Aprile ha accennato anche ad un argomento scottante, a cui anche qualche altro ha accennato, cioè l’intervento della Chiesa nella campagna elettorale. È un argomento che non è di mia competenza e potrei fare a meno di toccarlo. (Commenti). Però una parola va detta per spiegare, ed eventualmente per conciliare. Prima di tutto, quando si parla di «donnaccole e suore» e si attribuisce a loro il successo del partito che ho ancora l’onore di presiedere (per poco, onorevole Nitti: deporrò questa carica prossimamente), si esagera veramente sul numero. Secondo le statistiche, le suore in Italia – di tutte le specie – raggiungono il numero di centomila. Come si vede, su 8 milioni e più, tale cifra non rappresenta davvero un contributo decisivo al successo della Democrazia cristiana. Devo anche credere che «l’apparato della Chiesa» (come lo designa l’amico Togliatti in un articolo su Rinascita) non sia, almeno organizzativamente, così forte, così compatto, così uniforme, come l’apparato del partito comunista. (Si ride – Applausi al centro e a destra). Ad ogni modo, l’onorevole Togliatti sa, per averlo io spesso ripetuto rispondendo alle sue rimostranze, che il mio partito non ha chiesto mai l’intervento ufficiale dei rappresentanti della Chiesa. (Si ride – Commenti). Dovete distinguere in ogni modo, se vogliamo arrivare ad un chiarimento con forze notevoli che agiscono in Italia, dovete distinguere bene tra due casi. Altro è il diritto che reclama la Chiesa per un insegnamento e per misure disciplinari entro la Chiesa, che riguardano naturalmente i quadri della Chiesa e i suoi aderenti, i quali hanno anche il mezzo di ricorrere a superiori istanze, come chi viene escluso dal partito democratico cristiano o dal partito comunista; altro è se vi è abuso di potere per atto coattivo diretto di intervento nelle elezioni, come è previsto negli articoli 69 e 70 della legge. (Commenti – Interruzioni). Ma non bisogna fare tutto un fascio dei due casi, che sono molto differenti. Nel primo caso, evidentemente, gli articoli sono inoperanti. Vediamo invece di comprendere la preoccupazione della Chiesa. Se sarà infondata, tanto meglio, ma esiste una grossa preoccupazione che la libertà religiosa vada perduta; e sapete perché? Perché disgraziatamente là dove, in alcuni paesi d’Europa, c’è stato un rivolgimento in un certo senso, la gerarchia è stata o soppressa o imprigionata o la sua libertà è molto ridotta, anche nelle sue funzioni più proprie. E allora voi dovete pensare che in Italia, ove è il Capo di questa Chiesa cattolica (vivissimi applausi al centro e a destra), la preoccupazione possa essere viva, tanto più in quanto noi siamo chiamati a fare una Costituzione. Nella Costituzione non si parla soltanto di programma economico e sociale, si parla in prima linea di principi e non soltanto dei diritti della persona umana, ma di libertà, di scuola, di limiti, di rapporti fra Chiesa e Stato. Che in tale vigilia la Chiesa abbia sentito il dovere di dire la sua parola, non ve ne dovete meravigliare. Sapete cosa dobbiamo fare? Dobbiamo fare una buona Costituzione, dobbiamo garantire la libertà e i Patti lateranensi, e la Chiesa sarà felice di limitare il suo intervento al puro necessario. (Applausi al centro e a destra – Interruzioni all’estrema sinistra). Devo poi aggiungere che non si può negare che nel clero vi sono molte vittime e quindi c’è anche un risentimento contro il Governo, che non è in grado di scoprire gli autori di queste uccisioni. Ne abbiamo una serie che io ho fatto annotare ed esaminare e che il collega che mi ha preceduto al Ministero dell’interno ha esaminato. Per nessuna di esse c’è un qualsiasi indizio che il delitto risalga a ragioni non politiche. Si tratta di gente che viene soppressa e poi, data l’omertà e il terrorismo di certe zone, non è possibile ottenere testimonianze di nessun genere; i morti sono morti e non è possibile scoprire i responsabili. Questo stato di cose non riguarda soltanto il clero ma riguarda anche altre categorie di persone; riguarda anche altri membri di tutti i partiti, intendiamoci bene. Non si tratta quindi solo del clero e questo fatto di uccisioni invendicate produce inquietudine e un senso di dissoluzione. E bisogna che noi ci mettiamo d’accordo perché il delitto e l’uccisione scompaiano dalle nostre file e scompaiano dai metodi della vita politica italiana. (Applausi al centro e a destra). Ora parlo di un argomento meno acceso: il grano. «L’amico La Guardia» l’avete sentito; avete sentito il suo serio monito circa la scarsezza del grano nel mondo. Se non bastasse, proprio ieri ho ricevuto una lettera dal Governo inglese che mi ricorda che il Governo italiano era presente alla Conferenza dei cereali di Londra, tenutasi in aprile, e ultimamente anche alla Delegazione dell’alimentazione e dell’agricoltura a Washington, e che ha avuto occasione, attraverso i nostri osservatori – e questo è vero – di constatare che veramente le risorse sono molto limitate. Bisogna dirle queste cose, perché noi abbiamo dovuto assistere ad un certo franamento da parte dei prefetti e da parte degli interessati, quasi che fossimo ormai in carnevale, in tempi di abbondanza, e si potesse esagerare. Vi sono stati dei prefetti che hanno concesso 300 grammi, altri hanno concesso 280 grammi, altri vogliono migliorare l’abburattamento, altri vogliono il pane bianco. Ora signori, bisogna dir questo: noi, per quanti ammassi facciamo, non avremo abbastanza del nostro prodotto e dovremo cercare almeno 20 milioni di quintali all’estero; ma abbiamo difficoltà a comperarlo: difficoltà per la moneta e difficoltà per la ricerca del grano stesso. Quindi, non dobbiamo, prima di tutto, dare la sensazione di leggerezza, e in secondo luogo non possiamo permetterci deviazioni come qulle che ho accennate. Ho richiamato con un telegramma i prefetti in questo senso: che in materia annonaria non possono agire autonomamente, neanche sotto le pressioni tumultuanti; devono dare la responsabilità ai Dicasteri dell’alimentazione e dell’agricoltura, che sono chiamati a decidere in materia. E bisogna poi reagire anche contro una certa propaganda, che purtroppo non è di un solo settore, quella della facilità circa gli ammassi. Si dice: perché non avete aumentato la quota agli agricoltori, come era stato promesso prima? Perché? Perché, data la situazione mondiale, date le statistiche che ci venivano fornite e le pressioni di coloro che devono poi intervenire per aiutarci, siamo dovuti tornare su quella nostra decisione e ripristinare la situazione dell’anno scorso. Bisogna pure che si persuadano anche gli agricoltori che noi non siamo padroni assoluti della nostra situazione economica e che siamo una parte del mondo, tributari di altri paesi che hanno maggiori risorse del nostro. Inoltre non possiamo dimenticare – e questo è stato già detto, mi pare, dall’onorevole Lombardo, o da altri – che in paesi non abituati al tesseramento, paesi della libertà più assoluta, si è introdotto il razionamento, e in modo molto più severo che da noi, mentre il mercato nero non è tollerato come da noi, o come non vorrei che venisse più tollerato. (Commenti). Faccio quindi appello, oltre che agli agricoltori (gli ammassi relativamente non vanno male, perché quest’anno, al 22 del mese corrente, c’erano 13 milioni di quintali; nel 1943, con un raccolto di 66 milioni, anziché di 60, ne avevamo, a questa data, 11; ma vi sono ancora vaste zone in cui si trova resistenza, dovuta in gran parte anche alla campagna di stampa), ai giornalisti, perché sentano che si tratta non di un problema di Governo ma di un problema sociale che si pone ad ogni Governo; si tratta di compiere un atto di solidarietà, altrimenti non solo andiamo alla fame ma è in giuoco l’inflazione. Vi sono agricoltori ingordi che credono di vendere sul mercato nero e di ingrossare il loro portafogli. Pensino che se ci sarà la fame, ci saranno le agitazioni; se ci saranno le agitazioni, ci saranno aumenti salariali e, se ci saranno aumenti continui di salari, si arriverà all’inflazione e le agognate ricchezze degli agricoltori si tradurranno in carta straccia (Commenti). Voi sapete che l’U.N.R.R.A. finisce – l’avrete sentito dal direttore generale – e quindi è necessario di trovare un qualche cosa, un qualche espediente internazionale che sostituisca l’U.N.R.R.A., o che per lo meno in gran parte la supplisca. Quindi non possiamo in partenza consumare più di quello che possiamo calcolare come consumabile. Qui, per esempio, vedo un telegramma in cui si parla che il bracciantato agricolo avventizio ha chiesto l’assegnazione di 150 chilogrammi pro capite in sostituzione della normale razione di pane che è di 80 chilogrammi. Il tentativo di componimento fino ad ora non ha raggiunto alcun risultato; ma bisogna che i prefetti, che i partiti dicano; noi non possiamo incominciare a largheggiare, altrimenti ci troveremo questo inverno di fronte ad una situazione difficilissima. A questo riguardo vorrei proprio fare un appello alla stampa. Credo che se c’è un Governo che ha lasciato libertà di stampa – troppa dicono – è stato il Governo della democrazia. La libertà di stampa impone però dei sacrosanti doveri, che sono soprattutto quelli della solidarietà sociale. Io spero che gli organi di stampa si persuadano che questo è un dovere assoluto; e soprattutto che alla radio nessuno mi venga a fare discorsi contro gli ammassi. Se un altro anno non si potranno fare, ne discuteremo, per cui qualcuno trovi la scusa egoistica di non voler dare quello che deve dare. Un altro argomento che è stato toccato – e che ci è stato fatto rimprovero di avere accennato troppo rapidamente – è quello della lotta contro le epidemie e le malattie. Vorrei osservare che l’alto commissario per l’igiene ha sviluppato una notevolissima attività e che i Ministeri precedenti hanno messo a disposizione molti fondi. Ultimamente sono stati messi a disposizione 2 miliardi contro la tubercolosi, senza parlare di tutta l’opera che si è dedicata a combattere la malaria. Riguardo alla mortalità infantile, sono lieto di poter dire che i dati pubblicati in una rivista riguardano l’evoluzione fino al 1944; invece possiamo notare che dopo l’intervento dell’azione del Commissariato dell’igiene la mortalità infantile è diminuita sensibilmente, specie nelle città sopra i 100 mila abitanti. A Roma, per esempio, nel 1944 la percentuale era del 123,8 per mille e oggi è dell’85,7 per mille. Riguardo alla tubercolosi, il fondo straordinario è di 2 miliardi. È verissimo che la mortalità è notevole e più che raddoppiata; ma in parte ciò e dovuto al ritorno dei reduci ed in parte alla denutrizione delle classi lavoratrici. Si è trovata una terribile situazione nei consorzi antitubercolari, poiché erano in grande dissesto, non soltanto economico, ma anche per mancanza di attrezzatura. In conseguenza, si è dovuto provvedere a dare una migliore sistemazione ai sanatori. Per la sistemazione di reduci, si è attrezzato un sanatorio a Merano, che funziona tuttora. Si è dovuto, con lo stanziamento di fondi, sovvenzionare soprattutto i consorzi provinciali, i quali hanno avuto già 800 milioni per l’immediato ricovero in sanatori e case di cura di tubercolotici non assicurati. Si è assunta a carico dell’Alto commissariato metà della retta di ricovero per i bambini predisposti, con una spesa di 200 milioni; si sono pagate tutte le rette arretrate per circa 250 milioni; si è avuto un notevole incremento di posti letto per tubercolotici, potenziando l’attrezzatura esistente; è in corso la messa in efficienza di un grandioso villaggio sanatoriale a Sondalo, con un primo fondo assegnato di 250 milioni; è in corso lo sviluppo di un centro sanatoriale ad Arco per la provincia di Milano; un nuovo sanatorio a Pesaro. Si sono impiegati molti aiuti che provengono anche dall’U.N.R.R.A. e dal «Dono Svizzero» e si è bloccato presso l’A.R.A.R. il materiale sanitario per utilizzarlo in questi sanatori. Si sono, quindi, ottenuti notevoli risultati. C’è stata anche una diminuzione dei casi di tubercolosi, ma una diminuzione troppo piccola per essere consolante: il flagello continua, i mezzi devono essere aumentati. Il Governo terrà d’occhio questo problema di assoluta necessità per l’igiene pubblica. Ciò vale anche per la malaria. Avete letto sui giornali che in Sardegna si sta organizzando, con l’aiuto della «Rockefeller» , una lotta concentrata contro la malaria, che dovrebbe servire come esempio per estenderla ad altre province. C’è già una fortissima riduzione di nuovi casi di malaria: da 103 mila nel 1945 sono scesi a 49 mila nel 1946. Ciò è dovuto agli illustri funzionari che sono alla testa di queste imprese e, soprattutto, all’amico Bergami che presiede l’Alto Commissariato. Ora vengo ad una questione politica che riguarda i poteri dell’Assemblea. I poteri dell’Assemblea, come è noto, sono fissati nel decreto legislativo 16 marzo 1946, n. 98. Il 28 febbraio 1946 fu davvero una giornata terribile e troppo piena per il Consiglio dei ministri: la seduta durò dalle 11,30 della mattina fino alle 10 di sera con una breve sospensione. Fu quel famoso Consiglio in cui si presero decisioni fondamentali circa i referendum e circa l’Assemblea. Era, allora, in discussione anche un secondo referendum, cioè se – seguendo l’esempio francese – si dovesse sottoporre a referendum, oltre la questione istituzionale, anche la questione dei poteri dell’Assemblea. Per il senso di un eccesso di complicazione, per la difficoltà tecnica, si finì con l’escludere questo secondo referendum, sostituendolo però con un impegno formale dei partiti rappresentati, degli uomini che rappresentavano i partiti al Governo; impegno che nel comunicato veniva fissato come segue: «Dopo aver approvato le disposizioni concernenti il referendum sulla questione istituzionale e la determinazione dei poteri e della durata della Costituente, tutti i ministri hanno preso impegno solenne di spiegare opera efficace affinché i loro partiti rispettino le disposizioni stesse nello svolgimento dell’azione politica durante la Costituente e nei confronti di questa». La Consulta prese atto di tale impegno a grande maggioranza. Circa le disposizioni che riguardano i poteri dell’Assemblea Costituente, nella relazione alla Consulta si rilevò anzitutto che in base al decreto fondamentale di Salerno (noi ci siamo preoccupati di mantenere l’unità giuridica con quel decreto-legge antecedente), il Governo doveva continuare ad esercitare il potere legislativo ordinario «finché (sono parole del decreto di Salerno) non sarà entrato in funzione il nuovo Parlamento». Però il progetto che sottoponevamo alla Consulta rendeva responsabile il Governo di fronte all’Assemblea e istituiva un ulteriore collegamento tra Assemblea e Governo «facultando quest’ultimo – facoltà che è prevedibile sarà largamente esercitata per i problemi di maggiore importanza, così come diceva la relazione – a sottoporre alla Assemblea qualunque argomento sul quale ne ritenga opportuna la deliberazione». Ora io credo di poter fare, a nome del Governo, questa dichiarazione generale. Noi teniamo a che la continuità giuridica non venga intaccata. Ma, salvo la forma, in sostanza vogliamo tener conto della volontà e anche dei desideri dell’Assemblea. Quindi: 1°) faremo il più largo uso dell’articolo 3 del decreto 16 marzo 1946, sottoponendo prima della deliberazione, e comunque prima della promulgazione, all’Assemblea Costituente i disegni di legge, anche se non riguardino le materie avocate già alla competenza della Costituente; 2°) intendiamo che anche la Costituente possa intervenire di sua iniziativa per l’esame di qualche disegno di legge. (Interruzioni). La parola «qualche» significa questo o quel disegno di legge. È, evidentemente, compito dell’Assemblea deliberare la procedura, esaminando le proposte che l’apposita Giunta riterrà opportuno prospettarle. Si tratterà, a mio avviso, di creare un organismo il quale possa deliberare, avere sott’occhio i disegni di legge e decidere se il Governo debba essere invitato a sottoporli all’Assemblea; oppure, data la poca loro importanza o gli impegni che l’Assemblea possa avere in un determinato momento, se debba il Governo provvedere direttamente. Circa i modi con cui questo diritto dell’Assemblea potrà essere esercitato, invito il presidente dell’Assemblea, e l’Assemblea stessa, a volere, secondo le procedure stabilite, determinarli. Il Governo li accetterà. Si è fatto fare accenno ad una specie di Commissione di controllo. Preferirei che si trattasse di più Commissioni, ciascuna con una propria sfera di competenza tecnica, onde assicurare un esame critico più oggettivo ai disegni di legge, i quali, come si sa, concernono materie molto eterogenee. Comunque, ripeto che il Governo è disposto a tener conto delle deliberazioni dell’Assemblea e degli organi ai quali essa vorrà deferire la funzione di collaborazione legislativa col Governo. Con ciò credo di essere venuto incontro alle proposte fatte e agli ordini del giorno che trattano di questa materia. Ed ora un’ultima parola sulla politica estera. Chi sa perché, dopo che un giornale ha dato il primo esempio, anche qualche membro della Costituente è venuto qui a proclamare che io non ho nessun diritto di riconoscermi come un Talleyrand redivivo. Io non ho mai avuto questa ambizione, non l’ho affatto, perché so che fra le grandi abilità di Talleyrand c’è stata anche quella di tradire il suo paese; io non voglio affatto imitarlo. Ma devo dire di più, che quello era il diplomatico abile dell’800 e che voler rifare il giuoco suo, sarebbe come presentarsi a Parigi o a Londra in parrucca. (Commenti). E qui l’onorevole Nitti mi ha rimproverato di aver curato poco i contatti a Londra, di non aver saputo riprendere l’animo dell’Inghilterra, antica nostra amica, ed ha portato l’esempio di come lui, in altre occasioni, abbia avuto miglior abilità e fortuna. Eh! lo so, onorevole Nitti. Voi avete avuto i vostri contatti con gli inglesi dopo Vittorio Veneto, dopo che gli eserciti italiani avevano contribuito alla vittoria degli Alleati con grandi sacrifici. Voi stesso potevate rappresentare un’Italia che aveva dato un contributo essenziale dalla parte giusta della barricata. A me è toccato, andando a Londra, di trovare che più ancora che negli strati superiori, dirigenti, nella psicologia popolare, gli italiani erano ricordati soprattutto per il pazzo tentativo di strozzare l’impero inglese impossessandosi del canale. E quella vigilia di Alessandria, quando si temeva l’arrivo dei tedeschi e degli italiani non si dimentica così facilmente, e non facilmente si crede alle nostre parole. Onorevole Nitti, non io, ma un mio autorevole collega ebbe recentemente occasione di parlare con uno degli alti rappresentanti del Foreign Office; un autorevole collega che non ha peccati di fascismo sulla sua coscienza e nel suo passato. Quando egli si mostrò stupefatto della durezza con cui quell’illustre signore si opponeva alle insistenze dell’amico per una pace giusta, sapete cosa disse l’autorevole inglese? Disse: «Vede, a lei fa impressione questo mio linguaggio, ma lei deve ricordare che io ero a questo medesimo tavolo quando ho ricevuto la dichiarazione di guerra del vostro governo fascista!». Con questo non voglio scusare le mie eventuali insufficienze. Però molto lavoro è stato fatto, lavoro che è dovuto soprattutto all’ambasciatore Carandini e ai suoi colleghi e collaboratori, nel campo della cultura, nel campo dei contatti, e la situazione in quel riguardo è modificata, notevolmente modificata. Però siamo ben lontani dalla reciproca comprensione. Sapete come inglesi illustri, intelligenti e di buona volontà accolgono la nostra reazione nella questione di Trieste? L’accolgono con irritazione. Sono veramente persuasi di essersi battuti per un anno diplomaticamente per ottenere la soluzione in nostro favore e sono meravigliati che il popolo italiano non sia entusiasta ed abbia ancora tali reazioni. Io non ho davvero sulla coscienza, come neppure i miei colleghi che hanno trattato, di aver dissimulato la situazione. Ho sempre ripetuto a tutti, ai più alti ed ai più subordinati: badate che Trieste è un punto nevralgico; ed è una disgrazia per l’Italia che sia un punto nevralgico, non solo per la coscienza italiana ma anche per le grandi potenze. È una disgrazia, ma è così. Non possiamo farne a meno. La nostra reazione sarà naturale, non potremo superarla! Questo discorso l’ho fatto a tutti con grande franchezza e siccome nel primo periodo mi sono sempre comportato con molta moderazione, tanto che all’estero ne erano contenti, ed invece a casa non erano contenti di me, avevo il diritto di credere che quando, viceversa, anch’io reagissi, facendomi interprete del sentimento del popolo italiano, venissi creduto, e che questa reazione venisse accolta come istantanea e ragionevole. Ma direi che la stessa irritazione c’è anche in America. Ed io comprendo che questa azione diplomatica si è svolta con sforzo e fatica tale da mettere in crisi la pace ripetutamente e dopo lo sforzo delle cancellerie e dei negoziatori; comprendo il senso di liberazione che può averli animati quando finalmente credettero di aver trovato un espediente qualsiasi per uscirne. Ma noi abbiamo la responsabilità, dinanzi alla nazione e, più che alla nazione, dinanzi alla cooperazione internazionale, dinanzi all’Europa e al mondo di dire: quell’espediente non va, quell’espediente non conduce ad una meta, quell’espediente ci metterà in più grossi guai in un tempo prossimo. CORSINI . Perché Trieste è italiana e deve rimanere italiana. Una voce a sinistra. È la guerra! DE GASPERI. Che Dio disperda il presagio. Non pensiamo alla guerra! Noi ne saremmo in ogni caso vittime. Io prego la stampa di tener conto di questo stato d’animo degli inglesi e degli americani, come l’ho pregata altre volte di tener conto dello stato d’animo russo. Inglesi e americani hanno torto, quando denunziano en bloc come fascismo rinato ogni reazione nazionale in questa questione nazionale, come hanno torto i russi quando chiamano neo-fascista ed anticomunista ogni reazione che riguardo alla frontiera è totale e non fascista. Bisogna però che la stampa si padroneggi, che non pubblichi certi articoli che – adoperando un gergo passato, una argomentazione di altri tempi – non sono più consoni con la situazione di una Italia democratica e che deve inquadrarsi ed inserirsi nella nuova democrazia del mondo. (Applausi al centro). Riconosciamo che anche la Russia ha speciali vincoli con la Jugoslavia e che per essa la internazionalizzazione è un passo per venirci incontro; ma è insufficiente, non è durevole ed implica per noi la perdita del centro-sud istriano, che dovremo perdere definitivamente per l’italianità. Aggiunte ad altre perdite di questa guerra, queste condizioni diventano difficilmente sopportabili. Si può dire che a Pola, dove 30 mila tra operai, artigiani e pescatori chiedono di emigrare verso l’Italia, essi siano fascisti? Si può dire che non rispondano veramente ad una situazione di fatto quando rinunziano alla loro vita attuale, ed anche a parte dei loro possessi, e chiedono al Governo di organizzare la loro partenza e di emigrare verso l’interno? Si può forse pensare che siamo noi intellettuali a creare artificiosamente dal punto di vista nazionale, un postulato impossibile, o che si tratti di risucchi di fascismo? Sono operai, artigiani, pescatori, contadini, cittadini, ceti medi, gente che lavora, che abbandona il posto di lavoro, piuttosto che abbandonare il nesso con l’Italia. Quando si fanno critiche alla mia politica estera, o meglio alla politica estera mia e dei governi passati ed ai miei collaboratori, bisogna distinguere i tempi. Se volete avere un giudizio generale su quello che avremmo dovuto e potuto fare, dovete ricordare le date. Noi siamo in armistizio. I rapporti internazionali ci fu lecito riprenderli lentamente: Carandini andò a Londra solo nel novembre del 1944, Tarchiani a Washington nel febbraio del 1945, Saragat a Parigi il 21 aprile del 1945. Appena alcuni mesi dopo avemmo l’autorizzazione ad usare gli indispensabili mezzi diplomatici, come il cifrario e la valigia. Il 19 settembre 1945 siamo già alla decisione di Londra. Ora, a Londra – è questo a cui dobbiamo richiamarci – a Londra (forse un po’ anche per la maniera cauta degli italiani che hanno rappresentato gli interessi d’Italia), si è arrivati a questa decisione chiara: il problema economico di Trieste e di Fiume si deve assommare nella internazionalizzazione dell’amministrazione del porto, con collegamenti ferroviari, eventualmente in raccordo con Fiume; il problema nazionale, invece, nella ripartizione dei territori fra le due nazioni con una linea etnica. Per questa linea etnica si è mandata una commissione; c’è un rapporto dei quattro. E non dimenticherete che c’è un rapporto in cui è detto quali distretti sono italiani e quali città sono slave. Questo rapporto, firmato da tutti e quattro, attribuisce a noi assolutamente la parte sud-ovest dell’Istria, proprio quella che oggi non verrebbe all’Italia, e nemmeno sarebbe internazionalizzata, ma abbandonata alla Jugoslavia. Allora vi ricorderete: venimmo qui alla Consulta con la sensazione di aver fatto dei sacrifici; avevamo tentato di aggrapparci alla linea Wilson ed invece si era parlato di linea etnica e di proporzione. Però, quando si venne a delineare ed a tracciare questa linea, si vide che quella americana era relativamente vicina a quella Wilson e quella inglese era tollerabilmente lontana; le altre non potevano essere materia di discussione. E allora, il 2 maggio, fummo sentiti altra volta e io venni via con la convinzione – non smentita nei colloqui privati – che Trieste era sicura e che purtroppo era in discussione Pola. Questa è l’informazione che io portai al Consiglio dei ministri. Si sospesero allora le trattative. Perché? Forse con riguardo proprio alle elezioni che si stavano facendo in Italia, perché si temeva, ed erano in questo tutti d’accordo, che una decisione potesse influire sfavorevolmente sulle elezioni in senso antidemocratico. Poi si ripresero le trattative, che furono fatte in assoluto segreto. Avreste voluto che il presidente del Consiglio o il ministro degli Esteri fosse andato a Parigi a scodinzolare presso i redattori dei giornali americani od inglesi per scoprire che cosa si discutesse e che cosa si fosse deliberato, a rischio di avere notizie inesatte e cervellotiche? La ragione dell’assoluto segreto è evidente: si era certi che non si sarebbe venuti a nessun risultato se la pubblicità fosse intervenuta ad intorbidire le discussioni. Si facevano tutti gli sforzi per concludere, pur lasciando egualmente malcontente le due parti. La soluzione, dunque, a nostro favore è del 2 luglio. Mi è stato detto che il ministro degli Esteri doveva fare una politica manovrata. Primo: l’armistizio impone che nessun trattato possa venir concluso senza il permesso della Commissione di controllo. Una voce a sinistra. Questo non concerne le Nazioni Unite. DE GASPERI. Secondo: la situazione è tale che se anche qualcuno avesse voluto fare un trattato segreto, prima di concluderlo sarebbe già stato svelato. Terzo: eravamo talmente dipendenti per la benzina, per il carbone e per il grano, che se anche avessimo voluto farlo, non avremmo potuto. Dico di più. Credo che, oltre questi impedimenti estrinseci, ci fosse un impedimento intrinseco. Dovevamo fare un accordo con la Russia? Che cosa potevamo offrire per avere Trieste? Le colonie? Erano occupate dagli inglesi. Il Dodecanneso? Era reclamato dalla Grecia, e la Grecia era sostenuta dagli anglo-americani. Potevamo offrire l’Alto Adige? Questo è qualche cosa che la Russia non vuole, perché non intende ingrossare troppo – credo – un secondo Stato germanico; comunque la sua direttiva è chiara. E allora che cosa si poteva fare? Barattare Trieste? C’è un ministro italiano che potrebbe barattare Trieste? E in ogni caso con che cosa? Si parla sempre di accordi con gli slavi. Ma l’amico Togliatti sa che io ho tentato in cento maniere di avvicinare gli slavi. C’era anche la buona occasione, perché era qui, come rappresentante della Jugoslavia, un mio ex collega della Camera austriaca e, in tempi tristi, filo-italiano contro altri slavi. Impossibile! Sono allora ricorso alla Russia chiedendone formalmente la mediazione. E quando ho capito che la Russia non voleva farlo, forse per correttezza verso gli Alleati, sono ricorso a tutti e tre gli Alleati insieme per vedere se ci fosse la possibilità di riuscire. Gli slavi rispondevano sempre che sono stati imbrogliati una volta dagli italiani – e si riferivano evidentemente ai trattati dell’altro dopo guerra – e che in questo giuoco non entravano più. Questo imbroglio si riferisce a quello che ieri veniva qui detto circa le correnti Bissolati , Sforza , eccetera, eccetera. Ricordate le difficoltà che vi sono state perfino nelle trattative per l’evacuazione dei partigiani e degli appartenenti all’esercito che hanno combattuto con Tito. Ricordatevi quale difficoltà ha dovuto superare la missione Palermi, per quanto essa sia stata l’unica che poté avvicinare i rappresentanti slavi. È poi avvenuto che qualche rappresentanza non ufficiale è stata ben accolta e io ne ho subito fatto tesoro. Ma voi potete credere che se ci fosse stata la possibilità, veramente sul serio, di accordarsi con questi nostri antagonisti, Togliatti, che è un uomo di prim’ordine e che è un amico di Tito non avrebbe avuto, almeno lui, l’occasione per dimostrare alla nazione… (Applausi al centro). L’onorevole Togliatti ha fatto ogni sforzo e si è trovato in questa occasione a dover lasciare dividere la proprie forze a Trieste stessa, ove una parte dei comunisti filoslavi lo accusa di essere troppo italiano o di essere filoitaliano. Dico anche che senza dubbio è una disgrazia che i sentimenti cristiani di Bidault non abbiano potuto servirci di richiamo per averlo più generoso verso di noi. Ma almeno lì non abbiamo una organizzazione, non abbiamo dato nessuna speranza, non siamo ancora riusciti a questa che dovrebbe essere veramente una internazionale di giustizia auspicata tra i partiti di ispirazione cristiana. Ma il Comintern , l’organizzazione internazionale del comunismo, che è succeduta all’organizzazione internazionale del socialismo (interruzioni all’estrema sinistra) era una forza politica. (Interruzioni – Commenti). Non voglio dire niente che possa diminuire la vostra collaborazione. Dico anzi che, nonostante questo, non è stato possibile né a me né a voi di ottenere un risultato diverso. Dico questo perché in ciò vi è naturalmente implicita anche una giustificazione mia. (Interruzioni all’estrema sinistra). In ogni caso io, per la storia e nell’interesse del nostro paese, respingo l’accusa di aver fatto una politica contro la Russia (interruzioni all’estrema sinistra – commenti). Assolutamente no! Una voce. E Il Popolo? (Commenti – Interruzioni). DE GASPERI. Dobbiamo distinguere tra la politica fatta dal Governo e la campagna elettorale… (commenti – interruzioni) tanto è vero che la prova migliore è che la Russia stessa, nell’ultimo periodo, ha fatto una politica di benevolenza per l’Italia. Se il ministro degli Esteri si fosse mostrato indegno di questa benevolenza, certamente essa non l’avrebbe fatta. Una voce a sinistra. L’ha fatta per il popolo! (Interruzioni – Commenti). DE GASPERI. Voi vi appellate alla stampa… Una voce a sinistra. Alla stampa democratica cristiana. DE GASPERI. Va bene. Prima di tutto voi sapete bene, data la situazione della nostra stampa, che un Governo non può assumere la responsabilità di tutto quello che si pubblica. (Interruzioni a sinistra – Commenti). Una voce a destra. Non abbiate riguardo! DE GASPERI. Vi ricorderò che io per ben due volte, alla conferenza della stampa, ho fatto appello nell’interesse del paese e dell’unità… Una voce a sinistra. Lo faccia come capo partito! DE GASPERI. … per sospendere gli attacchi. Vi aggiungo… (interruzioni a sinistra – proteste a destra) che il Governo russo ne ha preso nota; allora prego anche voialtri di prendere nota. (Commenti). Io deploro tutti gli attacchi contro gli Stati, domani chiamati a decidere sopra le nostre sorti, che per lo meno sono attacchi imprudenti. Però, se faccio appello alla responsabilità della stampa e dei partiti, bisogna che faccia appello anche ad un certo senso di comprensione di chi al di fuori interpreta questi nostri atteggiamenti. Talvolta avviene che qualche attacco diretto contro il partito comunista venga interpretato come attacco al comunismo in genere o contro la Russia in particolare. (Interruzione a sinistra). Talvolta avviene che certe esagerazioni in una certa stampa, in senso favorevole, provochino la reazione in senso sfavorevole dall’altra parte. Avviene anche di avere l’impressione che se in Italia il partito comunista non avocasse quasi a sé la rappresentanza, direi ufficiosa, psicologica, ideologica di tutto quello che avviene in Russia, sarebbe più facile avere il consenso per molte cose che in Russia…(Applausi al centro e a destra). Accenno ora alla questione dell’Alto Adige; questione risollevata recentemente alla Camera dei Comuni. C’è un largo settore nell’opinione pubblica inglese che pensa ancora all’Alto Adige di Andrea Hofer , all’Alto Adige pittoresco del concorso forestieri, all’Alto Adige di montanari che non abbiano subìta l’infezione di grandi movimenti in Europa. Questo è un sogno, è un anacronismo. Comunque, non una parola uscirà oggi da me per turbare quello che in Alto Adige si sta compiendo. Posso annunciare che il progetto di autonomia si sta elaborando d’accordo con tutti i partiti, non solo di Trento, ma anche di Bolzano, compreso – le consultazioni sono state molto attive – quel partito che portava finora la bandiera separatista come pregiudiziale assoluta. Completeremo questi accordi, che, naturalmente, per la parte costituzionale devono essere sottoposti a quest’Assemblea; completeremo questi accordi con delle convenzioni di carattere economico e di comunicazioni con l’Austria. Siamo disposti a venire incontro più che sia possibile, sia dal punto di vista delle esportazioni, come pure delle importazioni e delle comunicazioni; mi auguro che i desideri espressi anche pubblicamente, in discorsi fatti da uomini di Stato austriaci, possano venire accolti, che cioè noi possiamo fare del nostro Alto Adige un ponte di vera cooperazione fra i popoli, un ponte di vera internazionalità. Debbo ricordare altresì, non senza commozione, una riunione tenutasi recentemente a San Dalmazzo di Tenda dall’amico Brusasca , che rappresentava l’interessamento del Governo, e dirvi che, comunque le sorti possano cadere, quei nostri valligiani sono italiani, si sentono italiani e tra i primi sono i partigiani, quelli che hanno combattuto col maquis, che sollevano la bandiera dell’italianità. (Applausi al centro e a destra). Signori, se ci confortate del vostro appoggio andremo a Parigi, vi faremo il massimo sforzo, chiameremo a concorso tutte le buone volontà, ci avvarremo di tutte le esperienze tecniche. E qui devo rivolgere un particolare ringraziamento ai diplomatici (sia ai politici sia a quelli di carriera) che finora hanno lavorato su questo duro e angusto terreno, dovendo dichiarare che l’accusa en bloc di essere essi rappresentanti del fascismo non ha fondamento. Ho trovato tanto zelo, tanto impegno patriottico nel difendere la linea del Governo (tesi la cui responsabilità naturalmente risale al Governo) in tutte le forze tecniche del Ministero, che sono convintissimo che anche da qui innanzi potremo utilizzarle nell’interesse della pace internazionale, con quello spirito nuovo della nuova democrazia europea mondiale, con lo spirito che rinnega ogni egoismo nazionalista, con quello spirito soprattutto che vuole aprire un varco all’avvenire della Repubblica italiana. (Prolungati applausi al centro – Grida di Viva l’Italia!). Ora devo dire qualche cosa a proposito degli ordini del giorno. Alcuni sono molto importanti e li vorrei riservare allo studio del Consiglio dei ministri perché contengono elementi che debbono essere tradotti in provvedimenti legislativi; altri sono di direttiva e riguardano soprattutto la difesa di nostri postulati nella politica estera. Così io prego l’onorevole Russo Perez di associarsi all’ordine del giorno presentato dall’onorevole Molè e dall’onorevole Persico, che mi pare sia il più breve e il più significativo . Lo stesso mi pare di dover chiedere all’onorevole Benedetti , almeno per la prima parte, per quello che riguarda il testo . Lo spirito è un po’ diverso, per dire la verità, soprattutto per il lato della fiducia. Anche quello dell’onorevole Bertone mi pare una raccomandazione che il comitato della ricostruzione dovrà studiare e trasformare in provvedimenti. Non mi pare che conti sulla mia approvazione l’onorevole Nobile : il suo ordine del giorno, se è una raccomandazione, merita considerazione come tanti altri; se intendesse avere un carattere di direttiva, non potrei – in questo momento – accettarlo. Riguardo al premio della Repubblica, è questa una questione finanziaria che dobbiamo vedere, a parte le nobilissime intenzioni delle firmatarie, alle quali, naturalmente, mi associo. Dobbiamo, tuttavia, considerare l’effetto finanziario, prima di prendere una decisione… Una voce a sinistra. La prenderà Corbino! (Commenti). DE GASPERI. Io devo dire che questa mania di fare di una persona il bersaglio continuo rende impossibile una collaborazione cordiale ed attiva al Governo. Mi pare che questa sia una tattica sbagliata. Mi pare che per voi, se Corbino non ci fosse, lo vorreste inventare per avere sempre un bersaglio (Commenti). In ogni modo, intendo accettare l’ordine del giorno Molè, naturalmente per tutto il Governo. Prego l’Assemblea di pronunciarsi sopra la direttiva politica con riguardo particolarmente a quella internazionale, esprimendosi sull’ordine del giorno Molè .
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Onorevoli colleghi, la crisi che il paese attraversa ha moltissimi aspetti e cause complesse, ma è chiaro che al suo centro sta il problema della stabilizzazione della lira. Il Governo nel cercare rimedio alla crisi ha quindi puntato su questi obiettivi: realizzare un’azione coordinata – nel campo fiscale, in quello della tesoreria, in quello della produzione e in quello del lavoro – che difenda il potere di acquisto della moneta, contenga i prezzi e superi la disoccupazione. Era questo il nostro programma fin dal costituirsi del Ministero ma le dimissioni del Ministro del tesoro, che per il suo ingegno e per lo zelo della sua fatica ebbe tanta parte nella nostra politica finanziaria, le polemiche precedenti o sopravvenute al suo ritiro, la stessa disputabilità e mutabilità della materia, resero opportuno un esame aggiornato dei provvedimenti concreti che si devono prendere e della loro coordinazione. L’esame fu fatto da un comitato di ministri assistito dal direttore della Banca d’Italia, al quale invio un particolare ringraziamento, e successivamente dal Consiglio dei ministri. Accenno qui solo alle linee principali: nel campo fiscale perseguire e rendere più efficace l’applicazione delle leggi tributarie vigenti, riorganizzando l’amministrazione e il meccanismo di accertamento e di riscossione, in modo da ricondurre la pressione tributaria almeno al livello pre-bellico. In particolare poi si è deliberato di introdurre una nuova imposta, o diverse imposte fra loro collegate, le quali incidano sui maggiori redditi monetari ottenuti dai possessori di beni reali, causa la svalutazione della lira. Si diminuirà così la distanza attuale tra questi redditi e quelli dei possessori di titoli di Stato, di depositi bancari, pensioni, eccetera. Tale imposta colpirà le azioni industriali, le terre e i fabbricati, questi ultimi quando, secondo un progetto di ricostruzione edilizia in esame, sarà possibile un graduale sblocco degli affitti, conguagliandone gli oneri che deriveranno alle classi meno abbienti. È certo che tale complesso di provvedimenti costituirà un elemento deciso per stabilizzare la moneta e facilitare il consolidamento dei valori correnti dei beni. Avviatici a questa stabilità, ecco il momento per applicare, col massimo risultato possibile, l’imposta personale sul patrimonio, nella sicurezza che nel frattempo si saranno superate le difficoltà tecniche e il valore della moneta sarà consolidato anche per accordi internazionali. Noi riteniamo che questo programma concreto e preciso, consigliato dai migliori tecnici e concordato fra tutti i partiti della coalizione, darà al paese la certezza che il Governo ha la volontà e i mezzi di difendere la moneta. Riuscirà quindi facile ristabilire un clima di fiducia e di calma, e lanciare, come primo atto, il prestito già predisposto nella forma di consolidato. Vi si introdurrà tuttavia la clausola che esso sarà rimborsabile dopo nove anni ai possessori che ne facciano richiesta. Altri provvedimenti per mobilitare il credito a mezzo degli istituti specializzati – Consorzio per opere pubbliche, I.R.I e I.M.I. – sono previsti in favore del programma ricostruttivo: ferrovie, elettricità, bonifiche, irrigazioni, e così via. Tutte queste operazioni finanziarie devono però andare di conserva con la ripresa della produzione. E qui richiamo la vostra attenzione sull’opera del Comitato della ricostruzione, in seno al quale si sta completando l’esame dei principali settori di produzione per rimettere su basi sane le industrie e risolvere la questione della mano d’opera e per coordinare i piani dei lavori dei tre Ministeri: lavori pubblici, trasporti, agricoltura. Per l’anno 1946-47 sono già stanziati finora nel bilancio statale: lavori pubblici: 89 miliardi 925 milioni; agricoltura (bonifiche, irrigazioni, ricostruzioni): 29 miliardi 460 milioni; trasporti: 54 miliardi 150 milioni; poste: 11 miliardi 131 milioni; industria e commercio (miniere di zolfo): 100 milioni; monopoli (riparazioni): 4 miliardi. Il Comitato interministeriale di ricostruzione sta ultimando anche il piano di importazione per il 1947 giacché, nonostante un miglioramento nella bilancia dei pagamenti, si prevede un deficit di 900 milioni di dollari. Il Comitato interministeriale di ricostruzione dovrà agire con energia e in profondità per indurre l’iniziativa privata, cui spetta un grande campo d’azione, ad operare secondo le linee richieste dall’interesse collettivo, secondo un piano nazionale. Ma soprattutto è necessario che anche il campo del lavoro riesca a normalizzare e stabilizzare i suoi rapporti. Il Governo ha preso l’iniziativa di trattative tra le organizzazioni dei datori di lavoro e quelle di prestatori d’opera. La normalizzazione nei rapporti del lavoro è assolutamente indispensabile per dare al paese la sensazione che si rompe il cerchio vizioso rappresentato dall’aumento dei prezzi e il conseguente aumento dei salari. Solo con una tregua, che agevoli il consolidamento dell’equilibrio tra prezzi e salari, potranno delinearsi condizioni favorevoli per una ripresa dell’economia, cui non può essere provveduto integralmente col solo piano di lavori pubblici in corso di elaborazione. Ministri di tutti i partiti sono in ciò d’accordo. Bisogna che essi trovino in questa Assemblea e nel paese il massimo appoggio. Contiamo soprattutto sulla comprensione e cooperazione delle organizzazioni sindacali. Lo sciopero deve essere l’ultimo riparo contro una ingiusta e irrimediabile pressione economica; un’arma cui si ricorre soltanto in caso di legittima difesa sociale. Invece, in quest’ultimo periodo, esso divenne quasi l’arma normale quotidiana. Noi attendiamo dalla Costituente un ordinamento del lavoro che, garantendo ai lavoratori la rapida e sicura rappresentanza dei loro interessi, renda superfluo il ricorso allo sciopero. Ma frattanto le libere organizzazioni sindacali sono chiamate a collaborare con lo Stato per regolarlo e limitarlo. Nella necessità assoluta della ripresa economica, il frequente abbandono del lavoro ci preoccupa e non solo dal punto di vista della produzione; esso è dannoso anche da un punto di vista psicologico. Molti non pensano che tutto il mondo è paese, che anche le convulsioni sociali sono sintomi fatali del dopo-guerra e della ventennale compressione, che esigenze legittime, ma esasperate, spingono talvolta a gesti inconsulti. E se ne vuol far colpa al Governo o al regime, e quello che è peggio se ne trae la conseguenza di rinchiudersi in un pavido e sterile egoismo economico, che è il peggior nemico della nostra ripresa. Atteggiamento altamente deplorevole, ma chi ama la democrazia ed il progresso delle classi lavoratrici deve avvertire i rimedi. In qualche città per la prima volta dopo parecchi decenni si ebbe lo sciopero degli statali, non escluse le categorie più rappresentative e perfino i magistrati; il Governo fu unanime nel dichiararlo inammissibile, ma è anche unanime nel ritenere che le condizioni degli impiegati sono gravi e che bisogna fare ogni sforzo, che il bilancio consenta, per venire loro incontro. Lo stesso si dica per il personale degli enti locali. Oltre le infondate preoccupazioni per la sorte della lira, altri elementi psicologici si fecero valere anche sull’andamento dei prezzi. Si esagerò nel preannunciare come imminenti le conseguenze delle riparazioni; è giusto che la conferenza di Parigi tragga da questi allarmi la convinzione che non deve procedere su questa via; ma per noi è troppo presto per abbandonarci ad un pessimismo morboso. Ho ancora negli occhi la meravigliosa mostra di ottimismo che è la fiera di Milano. Ora la parola d’ordine è produrre e lavorare; poi, ci fasceremo la testa. Gli aumenti dei prezzi, dal 5 agosto al 5 settembre, differiscono da città a città ed anche le cause sono varie e non sempre le stesse. L’aumento del prezzo della carne bovina dal 4 al 4,6 per cento a Napoli fino al 17 per cento a Torino è dovuto alla minore offerta perché, in seguito alla diminuzione dei prezzi dei foraggi, si riservarono all’allevamento un maggior numero di capi di bestiame. L’aumento dell’olio di olivo (massimo 27,3 per cento a Firenze) deve attribuirsi, almeno in parte, alla speculazione determinatasi in seguito al decreto 27 maggio, decreto invocato del resto a gran voce, che autorizzava i produttori dell’Italia meridionale a cedere le eccedenze di olio trattenuto per fabbisogno familiare ad un prezzo superiore all’ammasso. Si notano poi anche nel campo sociale ed economico delle curiose antinomie. In certi momenti, sono proprio le misure prese di colpo e senza adeguata preparazione che provocano un ulteriore rialzo. Trovandomi a Milano innanzi al fatto compiuto di un decreto, ho autorizzato i prefetti delle province finitime, che lo credessero opportuno, a seguire l’esempio di Milano per un obbligo di solidarietà verso un così vasto centro di consumo; ma i prefetti troveranno, nell’opera dei comitati provinciali dei prezzi, il quadro legale sufficiente per ovviare agli eccessi maggiori. La politica del Governo centrale è stata la seguente. Tenuto conto del parere di una riunione di ministri e di rappresentanti di categoria (conferenza economica presieduta dall’onorevole Nenni) in cui non si credette di generalizzare l’applicazione del calmiere, per fronteggiare i recenti aumenti si preferì ricorrere ad alcune provvidenze che si concretano nei seguenti punti: l°) una più rigorosa disciplina dei consumi dei generi già sottoposti a tesseramento; 2°) distribuzione straordinaria di generi di prima necessità per i maggiori centri di lavoro. Queste assegnazioni si attuano d’accordo con gli Alleati; 3°) istituzione di enti comunali di consumo con garanzia di finanziamento da parte dello Stato sin al 60 per cento delle somme mutuate; 4°) istituzione di ristoranti popolari con un contributo statale alle spese di impianto del 50 per cento: la garanzia dello Stato, fino al limite del 50 per cento delle somme mutuate, viene concessa anche agli enti che istituiscono i ristoranti popolari. Ecco che questi due ultimi decreti del Governo offrono larghissime possibilità ai fattori locali e alle associazioni di svolgere con spacci di paragone e ristoranti, un’azione calmieratrice pratica ed efficace. Ma non si deve dimenticare che il contributo principale che ha dato e può dare il Governo consiste nell’aumento delle razioni tesserate . Dal l° luglio il pane è a 250 grammi con successivo abburattamento dell’85 per cento; la pasta da 500 grammi è stata portata a 2.000 grammi. Dal l° agosto la razione mensile dello zucchero viene portata da 100 a 300 grammi e notevoli quantitativi di zucchero si assegnano alle industrie alimentari. In quanto all’olio, si è sospeso il decreto che permetteva il reperimento presso i produttori. L’obiettivo poi dell’alto commissario è di poter importare dei semi per poter arrivare forse ad una razione di 4 decilitri mensili. La controprova di questi provvedimenti è già riuscita. Infatti, dai dati dell’Ufficio centrale di statistica, risulta documentata una diminuzione dell’indice di alimentazione nei mesi di luglio e agosto rispetto alla media del trimestre aprile-maggio dell’anno corrente, diminuzione che l’ufficio stesso attribuisce alla aumentata distribuzione dei generi razionati e contingenti. Vi è stato cioè un minor ricorso al mercato nero, e quindi le spese, nonostante gli aumenti dei prezzi, sono diminuite. Per quanto si riferisce al settore dell’abbigliamento, il Governo ha già predisposto, d’accordo con l’U.N.R.R.A. che fornisce la materia prima, un piano di produzione di manufatti di cotone per un quantitativo di circa 15 milioni di metri in articoli di largo consumo. I primi contingenti saranno messi in distribuzione entro la metà del mese di ottobre. Inoltre, circa 25 milioni di chilogrammi di lana australiana e 11 milioni di chilogrammi di stracci di lana, saranno tra breve affidati per la lavorazione all’industria laniera per la produzione di tessuti di pura lana, a prezzi tali da permettere i loro acquisto da parte delle classi meno abbienti. È pure in corso di attuazione un programma di produzione di calzature. Il pubblico non deve però dimenticare che siamo ancor sempre in un periodo di carestia, che le disponibilità mondiali sono ridotte e che dovremo fare sforzi particolari per mantenere le razioni così aumentate. Mi pare così di avere risposto alle interpellanze di carattere finanziario ed economico. Ritengo però doveroso toccare anche un altro argomento che contribuisce al clima agitato di questi giorni: quello della occupazione delle terre incolte. Il 26 agosto di quest’anno abbiamo approvato d’urgenza un provvedimento di legge che migliorava grandemente il decreto 19 ottobre 1944 nel senso che allargava le possibilità della concessione anche a terreni coltivati, ma suscettibili di una più razionale rotazione, e aumentava grandemente il numero delle commissioni aggiudicatrici . Tutto era predisposto per un rapido disbrigo delle richieste, e il ministro dell’agricoltura aveva mandato ispettori nelle varie zone ove urgeva sollecitare il lavoro delle commissioni. Il Ministero dell’interno, in attesa della pubblicazione del decreto, aveva anche autorizzato i prefetti a procedere con misura di urgenza in base all’articolo 19. A parte la questione di diritto, non c’era quindi nessuna necessità di ricorrere alle occupazioni arbitrarie con dimostrazioni di forza. Il Governo favorisce, nell’ambito delle leggi, le aspirazioni dei contadini, né vale la scusa che si faceva tardi per le semine, perché il termine utile arriva a tutto novembre. Il Governo vuole favorire la costituzione di vere cooperative agricole, intende mettere dei tecnici a loro disposizione, stabilire in loro favore centri dotati di macchine, controllati dallo Stato, distribuire concimi e sementi, ma questa opera deve essere fatta legalmente e con tutte le garanzie di una migliore produzione. L’occupazione tumultuaria, cui partecipano spesso accanto ai contadini bisognosi agricoltori agiati e non contadini, può portare a conflitti pericolosi. L’altro giorno, in un paese del Lazio, i carabinieri, avendo perquisito gli occupanti, ne trovarono 14 armati di bombe a mano. Nelle commissioni, del resto, si procede con criteri di larghezza. Da un rapporto del 17 settembre risulta che le tre commissioni di conciliazione di Roma hanno esaminato 127 controversie risolvendone subito 43 e rinviando le altre a nuovo esame. In via di conciliazione vennero assegnati 2.825 ettari su un totale di 7.130. La violazione del diritto privato non trova, quindi, nella urgente necessità la giustificazione sociale che, in altre condizioni, potrebbe avere. Noi, con vostro concorso, intendiamo preparare la grande riforma agraria, con altre leggi preliminari che sta affrontando il ministro dell’agricoltura di concerto con quello dei lavori pubblici. Esse riguardano: la costituzione dell’ente per la trasformazione fondiaria e di irrigazione in Puglia e in Lucania; la costituzione dell’ente di colonizzazione della Sila; l’agevolazione alla costituzione della piccola proprietà coltivatrice e alle cooperative agricole; i provvedimenti per la montagna; il programma generale di irrigazione e trasformazione fondiaria obbligatoria; il provvedimento per le affittanze agrarie; la riforma dei consorzi agrari. Soltanto così, procedendo con metodo e sistema, creeremo qualche cosa di solido e duraturo. Devo rispondere anche alle interpellanze sull’ordine pubblico . Il fatto più grave, più sintomatico, più pericoloso è stato il gesto di un ufficiale della polizia ausiliaria di Asti. La stampa ne ha esagerato le conseguenze, sì che a Parigi i giornali parlavano di «rivolta nel Piemonte». Il Governo si è preoccupato subito di separare questo episodio di insubordinazione dalla «questione partigiana» generale, di carattere politico ed economico; e questa fu anche la linea seguita dagli uomini più fattivi ed autorevoli della Resistenza. Il gesto inconsulto rimase isolato. Il Governo è certo che la decretata equiparazione dei partigiani combattenti con i militari volontari, la concessione del diritto di pensione di guerra, il riconoscimento dei gradi militari, l’immissione dei reduci della guerra nazionale, già in servizio ausiliario della polizia, nei ruoli della stessa, la messa a piede libero dei partigiani imputati di delitti politici soggetti ad amnistia costituiscono provvedimenti che soddisfano le giuste esigenze di questi valorosi combattenti. È anche vero, tuttavia, che questo tentativo – per quanto episodico – di ricorrere alla forza, questa possibilità di armi, anche ridotta a piccole proporzioni, ha destato inquietudine e preoccupazione in molti strati della popolazione e serve, ad altri, di pretesto per coonestare propositi, se non organizzati, di movimenti di carattere sovversivo contro la Repubblica. Noi saremo oltremodo vigili per soffocare qualsiasi tentativo che venisse da questa parte. Ma chiediamo ai partigiani, in nome della democrazia che essi stessi hanno contribuito a costituire, di aiutarci a fare che la legge sia una sola e che uno solo sia l’organo destinato a difenderla. (Applausi). Da parte delle forze d’ordine statali proseguono le operazioni per il disarmo della popolazione civile. Data la quantità enorme di armi abbandonate dalla guerra, le operazioni non sono né agevoli né brevi. Il totale delle armi rastrellate dal l° giugno 1945 risulta dal seguente prospetto: 2.804 armi pesanti; 110.220 armi lunghe da fuoco; 3.909 armi corte da fuoco; 1.363 armi bianche; 44.377 bombe. È noto che il Corpo dei carabinieri è stato aumentato e che quello di polizia si viene riorganizzando. Il potenziamento delle forze d’ordine ha già avuto effetti decisivi nella lotta contro la delinquenza in Sicilia. Particolari provvedimenti si stanno ora prendendo in altre zone, tra le quali l’Emilia, ricordata nell’interpellanza Perrone-Capano . Devo rispondere ad alcuni particolari appunti che ci si fanno, alcuni dei quali compaiono anche nella lettera del partito repubblicano . All’atto della proclamazione della Repubblica, col decreto legislativo presidenziale 19 giugno, si dettarono le norme più urgenti per aggiornare formule di giuramento, di promulgazione, di intestazione degli atti giudiziari; si tolse lo stemma sabaudo dalla bandiera nazionale, si eliminarono in tutte le denominazioni le qualifiche monarchiche. Si credette invece che la creazione del nuovo emblema dello Stato non potesse essere sottratta all’Assemblea Costituente, e ci si limitò a nominare una commissione di studio che presenterà proposte all’Assemblea. Fu frattanto indispensabile consentire l’uso dei sigilli esistenti e, per evidenti ragioni economiche, anche l’uso, fino ad esaurimento, della scorta delle carte-valori, degli stampati e dei moduli. È già pronto, e verrà sottoposto prossimamente al Consiglio dei ministri, un progetto che stabilisce nuove formule di giuramento della Repubblica in sostituzione di quelle provvisorie vigenti. Il commissario del Ministero della real casa non ha altro incarico che di provvedere all’amministrazione dei beni dello Stato che costituivano la dotazione della Corona. È chiaro che egli ha proceduto e procede alla liquidazione di quei servizi che sono superflui, data la costituzione della casa del Capo della Repubblica, e che in genere si dovrà provvedere ad una sistemazione meno transitoria. In quanto al Senato, ricordo che il decreto 24 giugno dispone la cessazione della sua funzione dal giorno dell’insediamento di questa Assemblea, ma riserva a voi stessi, signori deputati, di deliberare sulla situazione giuridica personale dei senatori. Il Governo, di sua competenza, non potrebbe andare più oltre, perché lo stesso decreto del giugno, pur limitato, venne considerato dalla Corte dei conti materia costituzionale riservata all’Assemblea. Anche la legge sulla stampa è materia costituzionale. Il Governo ha nominato una apposita commissione che elaborerà un progetto che vi verrà sottoposto. Intanto, avvalendosi della legge contro il neo-fascismo, ha deferito alla commissione del confino tre direttori di periodici e denunziato all’autorità giudiziaria alcuni dei casi più gravi . Non ho bisogno di dire che sono perfettamente d’accordo con gli altri postulati del documento repubblicano: ad esempio, che i posti direttivi dell’amministrazione civile e militare devono essere affidati a uomini di perfetta lealtà verso il regime repubblicano. Questa è anche la direttiva dell’attuale Governo, il quale però commetterebbe grave errore se volesse iniziare una nuova epurazione con riguardo ai sentimenti monarchici del passato. (Approvazione – Commenti a destra). PATRISSI . Sarebbe un’infamia. Sono migliaia di ottimi cittadini. (Commenti – Rumori). DE GASPERI. Nel referendum, egregi colleghi, chiunque era libero di pronunciarsi per la repubblica o per la monarchia. Dopo il referendum, chi serve lo Stato, deve servire lealmente e senza riserve la Repubblica. (Applausi a sinistra e al centro). Un’altra richiesta del documento repubblicano riguarda le scuole. La richiesta dell’apertura delle scuole rurali e professionali è accolta con fervore dal ministro dell’istruzione pubblica, che ne riferirà prossimamente. Aggiungo, in risposta ad un accenno dello stesso documento, che ogni progresso della autonomia dei comuni, specie sul terreno fiscale, verrà promosso e favorito dal Governo. In proposito, si stanno preparando dei provvedimenti per agevolare i bilanci comunali. In quanto all’Amministrazione della guerra, nessuna garanzia può esservi, per i repubblicani, maggiore che quella di vederla affidata ad un ministro del partito repubblicano, che è anche un valoroso combattente. Egli ha un compito assai grave e delicato perché in ottobre si inizia lo sfollamento degli ufficiali in base ai nuovi organici. Abbandoneranno l’esercito 170 generali su 276; 970 colonnelli su 1.421; 2.500 tenenti colonnelli e maggiori su 5.751. Analoghi provvedimenti si impongono per i sottufficiali e gli impiegati e salariati civili della stessa amministrazione. Bisogna eseguire questa dolorosa ed inevitabile operazione con serenità, con tatto e con fermezza. Certo anche l’amico Facchinetti «ha perduto un poco di tempo» a Parigi, come sogliono dire taluni che inclinano a svalutare l’opera della delegazione italiana alla Conferenza della pace. Permettetemi di non essere di questo parere, quale buon testimonio del lavoro fatto e dei risultati ottenuti, parziali, naturalmente, perché nessuno poteva supporre che la guerra disastrosa fascista si tramutasse, per abilità di uomini, in una vittoria diplomatica repubblicana. Sento l’obbligo di ringraziare tutti i miei collaboratori, specie il primo delegato Bonomi , il nostro illustre Presidente ed i colleghi ministri Corbino e Facchinetti, che impegnarono anche la loro opera personale nella difesa dei nostri interessi economici e militari. L’affermare che il distaccare tali forze per alcuni giorni dalle responsabilità immediate dell’amministrazione interna sia stata dispersione inutile o dannosa, equivale ad ignorare che a Parigi si ottenne non solo qualche miglioramento discreto nella stesura del trattato, ma si pararono minacce più gravi e che alla Conferenza, nei contatti personali, nei negoziati collaterali, si saggiano, si misurano e si preparano le possibilità della ripresa italiana nella vita politica ed economica internazionale. Nessun presidente di governo, anche se non fosse stato ministro degli esteri, avrebbe potuto rimanere totalmente estraneo a tale opera, senza mancare al suo dovere, per quanto duro e ingrato esso sia. È noto, del resto, che questo mio discorso è una risposta a rimproveri che da parecchie parti mi sono stati fatti: per quali ragioni, non egoistiche, io abbia affrontato queste responsabilità. Che la mia opera colà non fosse vana lo sanno forse più i delegati italiani che il pubblico italiano, giacché nelle due volte che lasciai il territorio nazionale, la prima per dieci giorni e la seconda per sei, volle la mala ventura che scoppiassero all’interno incidenti gravi e agitazioni che assorbirono l’attenzione e l’interesse del pubblico e che oltre a preoccupare il vicepresidente Nenni, che dovette provvedere, resero a me più tormentosa l’assenza. Ma non ero io chiamato, prima di ogni altro, ad assumere la responsabilità del negoziato sull’Alto Adige? Fatalità della guerra, che inchiodano gli uomini a responsabilità, che non danno tregua e forse non possono nemmeno pretendere comprensione! Tuttavia, se nella stampa e nelle agitazioni di partiti al Governo si rivelasse una maggiore solidarietà, che pur doverosa, almeno fin tanto che tale solidarietà non venga formalmente denunziata (applausi al centro), il paese non attraverserebbe questi periodi di disorientamento e di scoraggiamento ed all’estero saremmo più ascoltati e più forti. Qui, in verità, non è questione di questo o quel Governo; potete cambiare le persone ma, se i partiti corresponsabili non sentono e non attuano la corresponsabilità, è il sistema democratico che rimane colpito ed è messo in pericolo. (Applausi al centro e a destra). Questa Assemblea ha lo storico compito di creare una Costituzione repubblicana; ma, se la Repubblica deve veramente vivere nell’anima del popolo e mettere profonde e sicure radici nel suolo italiano, bisogna che essa rieduchi alle virtù repubblicane per eccellenza: solidarietà e fraternità nel rispetto della libertà. (Applausi). Bisogna che essa esprima dalle forze popolari governi forti, non perché prepotenti ma perché uniti, e partiti consapevoli della disciplina nazionale. Il costume val più che lo statuto. E noi ci appelliamo al concorso ed all’esempio dell’Assemblea, perché questo spirito animatore e ricostruttivo infonda nel popolo italiano la fede nel suo secondo Risorgimento. (Vivissimi, prolungati e ripetuti applausi).
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Nel momento in cui, all’inizio del nuovo anno, si ristabilisce l’unificazione amministrativa del paese, invio il mio cordiale saluto ai fratelli del Nord e l’augurio che un rinnovato sforzo di solidarietà ci porti rapidamente alla rinascita e all’unità nazionale .
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De Gasperi ha iniziato il suo dire precisando che intendeva la riunione come un incontro con i laureati per parlare con loro semplicemente. Egli, dopo aver reso omaggio alla memoria dell’indimenticabile Igino Righetti , fondatore del movimento laureati, ha ricordato il tempo nel quale dovette appartarsi dalla vita politica italiana ed il suo ritiro nella biblioteca vaticana che egli ha definito «ambiente di solenne rispetto delle coscienze e della verità scientifica e incontro di ogni confessione e di ogni razza sotto lo imparziale governo di uno dei più grandi scienziati del mondo, il cardinale Mercati» . De Gasperi ha aggiunto: «Vissi allora rifugiandomi nello studio di secoli passati. Mai ebbi contatti e relazioni con la politica vaticana, né l’onore di conversare con Pio XII; solo una volta il grande pontefice mi mandò a dire di aver risposto all’ambasciatore di Mussolini che mi voleva cacciare anche di lì, che egli era orgoglioso di dare un tozzo di pane a colui al quale essi l’avevano tolto. Accenno a questo passato perché come allora il fascismo sospettava la politica vaticana, così oggi si sospettano intrighi e contatti e s’ignora che la Chiesa si svolge in altra e più vasta orbita universale che non sia la politica italiana. Ma se si tratta di ferire il vincolo interiore della mia fede, dichiaro che è inutile perché non ne faccio mistero, come non faccio mistero della mia devozione alla Chiesa, della mia devozione e ammirazione come italiano all’attuale pontefice che nei suoi insegnamenti e nelle sue immense opere di carità ebbe una sola politica, quella che non conosce limiti né di razza né di religione. Oggi come ministro mi sento in servizio sociale con le stesse convinzioni, né mi volgo indietro a cancellare le orme del mio passaggio sul sentiero della vita. Se avrò successo sarà l’idea che avrà vinto, se fallisco la colpa sarà della mia insufficienza personale». Il presidente De Gasperi è quindi passato a parlare della sua politica estera dicendo che non è forse a caso che un cattolico sia stato chiamato a mettere al servizio del paese, in un posto così delicato, le sue personali convinzioni religiose: «Anche nella mia missione particolare odierna ho da far valere il senso della giustizia e della fraternità e se i grandi durante la guerra si richiamarono al cristianesimo contro la politica della forza, è giusto che un cattolico si richiami alla tradizione cristiana del suo popolo quando dice loro “Non giudicate un popolo per un quarto dora di follia, ma per i secoli della sua feconda e gloriosa storia. L’Italia non è semplicemente la sua organizzazione politica, né il regime fascista; l’Italia è una civiltà, anzi una corrente di civiltà che si è fusa con il cristianesimo e ha dialogato verso il mondo. Londra non si capisce se non si entra anche nell’ombra maestosa della abbazia di Westminster e non si può capire l’Italia senza leggere sui monumenti e nelle opere dei suoi geni tutto lo sforzo che essa ha offerto all’umanità”. L’Italia è anche lavoro nell’emigrazione. Dieci milioni di italiani lavorano per il progresso nel mondo in tutti i continenti. Questo lavoro ha il suo diritto e noi abbiamo il diritto di proclamarlo. Agli alleati noi diciamo “Lasciateci l’onore perché esso è la lampada rimasta accesa in un tempio devastato. E lasciateci la nostra integrità nazionale che è congiunta con l’onore. Lasciateci le basi della nostra esistenza e le possibilità del nostro sviluppo per il bene del nostro popolo e dell’umanità”». L’oratore ricorda poi l’epistola di san Paolo ai Galati in cui si proclama la paternità di Dio verso tutti gli uomini e tutti i popoli: «Poiché siete figliuoli e non servi, Iddio mandò lo spirito del figlio nei vostri cuori, il quale grida Abbà (cioè padre) sicché non siete più servi ma figli, e se figli, anche eredi per opera di Dio» . «Questo richiamo all’uguaglianza dell’eredità dei beni spirituali e materiali vale anche per il popolo. In confronto a coloro che ci vorrebbero spogliare, la nostra coscienza grida “Abbà”». I grandi, e specialmente Roosvelt, e gliene faccio lode, hanno parlato anche di misericordia, citando il discorso della montagna. È vero. Anche noi abbiamo bisogno di misericordia perché la suggestione della crudelissima e fratricida guerra balcanica può aver portato a rappresaglie che sono deplorevoli. Ma esse non sono gravi di fronte alla crudeltà altrui, e del resto ne abbiamo molto espiato. Morti sui campi di battaglia, morti nei campi di concentramento, centinaia di reduci minati nella salute, focolai spenti, città distrutte. E del resto noi abbiamo avuto carità per i perseguitati. Uno dei più autorevoli rappresentanti del sionismo mi dichiarava recentemente che nessun popolo quanto l’italiano aveva avuto tanta cura e senso di solidarietà con la perseguitata nazione ebraica». L’oratore è quindi passato a parlar dei compiti della sua missione politica: «Il compito mio è gravissimo. Ma è destino delle generazioni pagare per le colpe altrui. Impossibile mietere glorie e soddisfazioni, ma sarei soddisfatto se quando fra poco o molto andassi a riposo, potessi ripetere quello che mons. Seipel , moribondo, esclamò dopo aver avuto la buona notizia della conferenza di Losanna, rivolgendosi alla sua infermiera, suor Clemensia: “il mondo s’avvia alla guarigione”».
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È per me motivo di vivo compiacimento l’insediare, nell’altissima carica di presidente del supremo consesso amministrativo, Meuccio Ruini, l’amico a cui mi legano la colleganza del lavoro compiuto in comune, la solidarietà nel profondo attaccamento alle libertà democratiche e nella constante avversione alla dittatura fascista; l’uomo insigne che nell’amministrazione attiva, nella magistratura del Consiglio di Stato, nell’esercizio delle funzioni di governo, nella meditazione dell’esilio in patria a cui fu condannato, ha affinato al vaglio di una ricca esperienza la sua preparazione e nello stesso tempo, dato la misura della sua competenza, del suo senso di responsabilità, della sua devozione allo Stato. La nomina di Ruini a presidente del Consiglio di Stato costituisce un atto dovutogli, una mera reintegrazione in un posto che gli spettava ed al quale sarebbe stato chiamato assai prima se la fermezza del suo atteggiamento non lo avesse reso incompatibile col regime fascista. Questa circostanza è piena di significato; ché mentre Ruini viene assunto alla carica, la quale già fu onorata dai Saredo, dai Giorgi, dai Bianchi, dai Bonasi e dagli altri illustri presidenti di questo consesso e dei quali egli è il degno continuatore, il Consiglio di Stato riprende la sua attività, in un clima rinnovato, nel quale conviene sperare ch’esso trovi le condizioni per il suo pieno sviluppo. Da pochi giorni è stata ripristinata la funzione consultiva del Consiglio. La parentesi, dovuta alla contingenza della guerra è durata un biennio; ma la ripresa attività riallaccia alla sua vecchia tradizione, dell’epoca prefascista, il Consiglio di Stato la cui funzione non ha potuto non essere compressa e limitata dalla sospettosa dittatura. Uno dei presupposti fondamentali della nostra rinascita è la riorganizzazione su basi democratiche dell’apparato statale ed il suo risanamento. In questo difficile compito l’istituto è chiamato a dare il suo prezioso contributo, sorreggendo con il suo consiglio l’azione amministrativa e garentendone la legittimità. Le due attività fondamentali dell’istituto, la consultiva e la giurisdizionale, integrano una funzione concettualmente unitaria che significa: giustizia nell’amministrazione. Il vostro ordinamento vi conferisce il compito di dare parere, quando ne siate richiesti dal governo, anche sulle proposte di legge e di segnalare le oscurità, i difetti, le lacune della legislazione vigente, da voi rilevati nell’esame degli affari di vostra competenza. In questo momento, in cui all’indispensabile ed auspicato risanamento del costume si accompagna la necessità di rinnovamento degli istituti, al governo riuscirà assai utile la collaborazione di un organismo come il vostro di cui fanno parte uomini che alla profonda preparazione uniscono una larga esperienza amministrativa ed il più sviluppato senso dello Stato. Del tutto particolare è oggi il compito che una recente disposizione ha affidato al Consiglio di Stato in materia di epurazione; compito al quale so che vi siete accinti con grave sacrificio di lavoro per corrispondere alla esigenza imperiosa di concludere al più presto il processo al passato e consentire al paese di protendere tutte le energie ai gravissimi problemi dell’avvenire; compito che esige da voi, soprattutto, una particolare sensibilità nell’apprezzare il criterio della incompatibilità che la nuova legge sostituisce a quello della responsabilità; compito che dovrete assolvere nella consapevolezza che le vostre decisioni serviranno di guida agli altri organismi chiamati ad attuare questa difficile opera. Sulla vostra collaborazione il governo fa pieno affidamento e la misura dell’importanza che annette ad essa è confermata dalla solennità di questa cerimonia alla quale, per la prima volta forse, nella storia del Consiglio di Stato, partecipano tutti i ministri; collaborazione tanto più utile quanto più essa si svolgerà con la imparzialità e la indipendenza che la vostra qualità di magistrati vi conferisce. I miei colleghi di governo ed io abbiamo piena fiducia che sotto la presidenza di un uomo che seppe salvaguardare la sua indipendenza a costo di gravi sacrifici, voi servirete degnamente gli interessi del paese.
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In agricoltura, come nella storia, America e Italia hanno reciprocamente aperto da secoli un conto corrente larghissimo. All’America noi siamo debitori di un vero rinnovamento, che l’agricoltura europea segnò con l’introduzione di specie coltivabili prima sconosciute in mezzo a noi, le quali determinarono nuovo benessere per le popolazioni del vecchio continente. La patata, il pomodoro, il grano turco, doni preziosi che ci vennero dal continente nuovo, indussero una vera rivoluzione benefica e misero a disposizione di queste vecchie popolazioni alimenti di pregio incomparabile. Del dono che le nuove terre avevano inviato a quelle vecchie e che sembrò di divina fattura, fu qui compresa la immensa portata ed un grande signore dell’arte Raffaello Sanzio volle subito esternare per mano di uno dei suoi collaboratori, la spiga del granturco, che, aveva solo da qualche lustro presa la cittadinanza europea. Più tardi, quando spagnoli, irlandesi, inglesi, francesi, attraversarono l’oceano anche i nostri emigranti, quasi tutti agricoltori, presero la via dell’America; alla loro, opera ed alla loro abilità si deve se alcune zone del territorio americano abbiano potuto essere trasformate in giardini che gareggiano in bellezza con i vecchi fantastici giardini italiani, e specialmente siciliani e che stanno a ripetere in quelle terre lontane l’incanto della nostra Conca d’Oro. Così i vigneti, frutteti, agrumeti ed ogni cultura di pregio fu dagli italiani trapiantata in alcuni territori americani, che ricordavano, per clima, questa nostra terra di sole; questi agricoltori riportarono in Italia quasi solo fierezza e gioia per essere stati gli artefici. Lo scambio dei doni non era finito: un cittadino americano Davide Lubin , cinquant’anni fa ebbe della solidarietà fra i popoli agricoli del mondo una visione nuova e robusta e suggerì e volle che in questa Italia sorgesse un Istituto internazionale per lo studio comune dei problemi agricoli del mondo; istituto che svolge provvida ed efficace azione con i suoi tecnici e con le sue attrezzature. Una più grande opera di solidarietà attende ora il mondo agricolo sulle basi di intese internazionali, a maggior agio di chi coltiva e di chi consuma. La diversità di clima e di terreno sono da interpretare come attitudini differenti da tesaurizzare con differenti culture e metodi adatti, non come difetti da domare o deficienze da sanare; ai comandi dell’ambiente dobbiamo dare intelligente ascolto e trarre profitto da quanto l’ambiente ci offre di caratteristico, che, quasi sempre, nasconde un pregio. Codesta riforma tecnica inscindibilmente legata a qualunque riforma agraria è oggi reclamata dall’interesse materiale e dai sentimenti di solidarietà che pur in mezzo al disorientamento attuale, vanno nell’animo di ogni popolo germogliando ed affermandosi potentemente.
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Il presidente ha preso la parola dicendo di volere in un certo senso integrare il suo discorso della mattina, particolarmente in quel punto ove aveva accennato al valore che deve darsi all’aggettivo cristiano incluso nella denominazione del partito. Esso deve essere soprattutto un elemento di probità politica. «Noi non abbiamo da nascondere a nessuno le nostre origini e le nostre mete e ci rivolgiamo a tutti gli altri partiti sinceramente democratici, perché seguano la medesima via». Concludendo il presidente del Consiglio ha fatto un accenno alla sua missione di ministro degli Esteri: «La situazione estera non vi nascondo che è veramente difficile. Dico ciò non per fare del pessimismo, ma perché troppo lontana ancora è la giustizia internazionale. Troppi egoismi esistono ancora. Troppo grave è il pericolo che non esca dal travaglio attuale quella pace giusta, per noi e per il mondo nella quale pure ancora speriamo. E troppo grave è il pericolo che una pace simile per l’Italia debba essere legata proprio al mio nome. Se ciò dovrà accadere, anche allora cercherò di comportarmi cristianamente sacrificandomi per il bene del paese. E quando io fossi scomparso dalla scena politica con una sola frase vorrei da voi essere ricordato “non ha disertato”».
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L’attività del Consiglio nazionale delle ricerche in questo primo anno del suo nuovo orientamento ha assunto particolare rilievo; merito, ha detto l’amico Colonnetti , dei comitati provvisori; senza dubbio: ma permettetemi di aggiungere, merito, soprattutto, del presidente, che con tanta passione e sagacia ha posto a servizio dell’istituto la sua alta competenza. Il popolo italiano si trascina, in questo momento, carico di affanni e attraverso stenti e privazioni verso l’erta della sua rinascita. Non possiamo dargli da sfamarsi e da coprirsi. Parrebbe ironia parlargli di cultura e di ricerca scientifica; ma l’uomo non vive di solo pane e sopravvive all’indigenza di oggi per la speranza del domani. Esso ha bisogno di credere nelle forze dello spirito che domineranno la materia. Una di queste forme è la scienza, la ricerca scientifica. Dico perciò all’amico Colonnetti che il suo grido di allarme la sua appassionata difesa degli interessi dell’alta cultura mi trovano pienamente consenziente. Sono convinto come lui dell’importanza vitale del problema che egli ha posto. Il nuovo assetto sociale che si va presso tutti i popoli faticosamente elaborando dipenderà in larga misura dai progressi che scienza e tecnica hanno fatto durante la guerra e da quelli che indubbiamente faranno in un prossimo avvenire. Tenersi al corrente di questi progressi, e portare ad essi il proprio contributo può essere importante per qualunque paese, lo è a maggior ragione per l’Italia che non ignora che alla tenace volontà di lavoro ed alla innata genialità dei suoi figli deve le sue glorie passate e dovrà la sua futura posizione nel mondo. Il governo sa bene che le spese che si fanno per aiutare la ricerca scientifica, sono feconde e non può non auspicare che l’opera iniziata dal Consiglio nazionale delle ricerche sia continuata ed intensificata, per il maggior prestigio nostro all’estero e perché all’interno si acceleri il ritmo della ricostruzione. Per il raggiungimento di questi altissimi compiti il governo non negherà certamente il suo aiuto sicuro, d’altra parte, di poter contare su tutti gli studiosi italiani.
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De Gasperi ha cominciato esprimendo la sua gioia nel trovarsi di fronte a una folta rappresentanza delle forze femminili della Democrazia cristiana e ricordando il suo antico interesse al problema dell’organizzazione delle donne nella vita del partito. Ha quindi voluto porre in rilievo le difficoltà e i pregiudizi che si presentano allorché si parla di tale organizzazione; ed ha accennato a quella reazione contro i partiti in genere che spesso si nota nell’ambiente femminile e che costituisce una eredità del tempo passato in cui le organizzazioni erano soffocatrici della personalità. In un certo senso, quindi, la diffidenza verso i gruppi politici può essere compresa, ma bisogna tenere conto che i partiti non hanno soltanto un aspetto organizzativo, ma soprattutto un valore spirituale: «C’è una parte ideale che nessuno ha il diritto di misconoscere, cioè la parte del sacrificio personale. Ci sono uomini che hanno attraversato le prigioni, il confine, che sono stati dei perseguitati, degli esiliati, che hanno dato veramente nella loro vita qualche cosa per il loro ideale, e quindi rappresentano una parte, un elemento costitutivo dei partiti». D’altra parte, continua De Gasperi, l’assenteismo è sempre una forma di antiparlamentarismo, perché tende a misconoscere l’utilità dei dibattiti e l’interesse delle cose politiche, che poi in definitiva è l’interesse della nazione. A questo punto, il segretario del partito, prendendo occasione da una sua citazione dal Tommaseo , ricorda i rapporti dal risorgimento a oggi tra italiani e salvi, tra cui auspica pace fraterna e collaborazione, pur mettendo in rilievo come nessuna pace possa riposare sulle sopraffazioni e sulle violenze, le quali non hanno alcuna giustificazione e sono ancora causa di tanto dolore per molte madri italiane. «Pur essendo qui come segretario del partito, voglio per un momento parlare come presidente del Consiglio e ministro degli Esteri per dire che non dimentichiamo i paesi ora tormentati, che non dimenticheremo nemmeno quelli che comunque venissero distaccati dalla nazione, che insisteremo sino all’ultimo perché una giustizia internazionale, un controllo internazionale, salvaguardi e difenda l’italianità dovunque essa abbia diritto storico ad essere salvaguardata». De Gasperi fa quindi appello al senso di conciliazione e di carità dell’animo femminile, che tanto può servire a smontare lo spirito di guerra e di odio, che ancora perdura oltre la guerra guerreggiata: «Portate dovunque, e soprattutto nei consessi internazionali, lo spirito di cristiana solidarietà che deve animare le donne italiane e tutto il popolo italiano poiché nessuna parola meglio di quella del cristianesimo può servire di luce e di consiglio in questo momento nei rapporti e nelle vicende dei popoli».
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Da informazioni telefoniche assunte ieri sera e questa mattina risulta che si tratta di 25 greci internati nel campo di Fossoli perché mancanti del permesso di soggiorno. È questo uno dei tanti episodi degli stranieri che soggiornano in Italia. In seguito ad atti di indisciplina da essi commessi ed anche perché alcuni di essi avevano fatto insistenze per rimpatriare, questi greci vennero tradotti a Bari per l’imbarco. Qui 11 si imbarcarono e gli altri rifiutarono. Il console greco non intervenne per il loro rimpatrio; ma dichiarò di non poterli assistere. Non c’e nessuna documentazione ch’egli sia intervenuto in un senso o nell’altro; egli ha detto semplicemente: «Non è affar mio; se vogliono rimanere qui, non sono in grado di dar loro assistenza». Allora, provvisoriamente, sono stati ricoverati in un campo dell’U.N.R.R.A. Di essi due si sono ammalati e sono stati ricoverati all’ospedale; sei sono fuggiti e sono ancora irreperibili, e sei sono stati trattenuti nel campo, in attesa di ordini: così dice il prefetto. Che cosa dobbiamo fare? Se dichiarano di voler rimpatriare, sono liberi di farlo; se dichiarano di non voler rimpatriare, in base ad una direttiva che ci è imposta dall’autorità tutelare di armistizio, non possiamo intervenire con la forza negando l’ospitalità a questi stranieri. Questo vale per tutti in generale. Disgraziatamente ne abbiamo parecchie decine di migliaia in Italia in questa situazione. Dobbiamo attendere la cessazione di questi rapporti di armistizio per poter intervenire liberamente. Riguardo, dunque, a questi sei greci, la questura esaminerà se vi sono le premesse per concedere loro libero soggiorno: se lo potrà concedere lo farà; altrimenti non resta che rinviarli al campo di Fossoli perché questa è l’unica maniera in cui possiamo intervenire assumendoci le spese per il loro mantenimento. Circa il campo di Fossoli non ho alcuna notizia diretta, ma chi l’ha visto mi assicura che fra i campi – tutti i campi sono deplorevoli – questo sia tollerabile. In ogni caso, il fatto è limitato a queste circostanze fondamentali: nessuno sforzo né da parte nostra né da parte del console per farli rimpatriare; ma d’altro canto la necessità di prendere dei provvedimenti: o noi riteniamo che sono degni di soggiorno, il che vuol dire che hanno i mezzi per vivere e che non vanno ad aumentare il numero già grande di quelli che devono ricorrere al mercato nero per poter campare, e allora si dà loro il permesso di soggiorno; altrimenti bisognerà pensare per questo periodo provvisorio – che speriamo non sarà lunghissimo – a provvedere al loro mantenimento; e noi non abbiamo la possibilità di farlo in altra forma se non coi campi, che sono forniti di cucine economiche che possono far fronte a questi bisogni.
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1946-1950
Il presidente del Consiglio ha preso la parola ricordando innanzitutto che egli come Grandi e come tutti i vecchi sindacalisti proviene da un periodo di contrasti al marxismo di fronte al quale difesero la libertà delle organizzazioni cristiane vivendo la tragedia di una accusa di essere sostenitori di privilegi mentre sostenevano soltanto i valori spirituali. Tuttavia, sia nell’unità sindacale come nell’attuale politica del governo, gli uomini educati a questa scuola hanno cercato un accostamento tentando di attenuare i contrasti nell’interesse del paese e delle classi operaie che essi vogliono difendere. Questa opera si è svolta e si svolge ancora con spirito di sacrificio contenendo le agitazioni per i programmi di partito entro questi limiti; ma a lungo andare tale atteggiamento è solo possibile se la nostra lealtà è corrisposta con altrettanta lealtà dagli avversari. Le norme di questa reciproca lealtà necessaria riguardano tanto i rapporti che devono tenere le organizzazioni sindacali al di fuori della politica di parte quanto le convivenze dei singoli partiti politici che per rendere possibile una collaborazione onesta e senza sottintesi, devono rispettare e non dissimulare le ideologie che ci divergono, non falsare cioè ma professare francamente i propri connotati e le proprie origini. Ciò che per la verità non appare avvenuto durante le elezioni amministrative di domenica dove parecchi risultati elettorali che si presentano come socialcomunisti sono stati ottenuti con l’aiuto di simboli diversi da quelli che comunemente esprimono tali partiti. In secondo luogo un altro fenomeno si è fatto qua e là strada, cioè il pregiudizio anticlericale. Nonostante dichiarazioni in contrario, si ebbero manifestazioni istintive che risalgono ad una concezione ideologica che si era proclamata non operante. È per questo che in certi luoghi si sono avuti blocchi contro la Democrazia cristiana i quali fanno molto riflettere su quello che potrà essere il pericolo della situazione avvenire. De Gasperi ha accennato brevemente al caso di Castel Gandolfo dove non si può parlare di distinzione fra repubblica e monarchia, perché nella finitima Albano si era dato prova di una lista comune fra repubblica e democrazia cristiana: né può parlarsi di problema terriero quando si pensa che la villa pontificia ha agito prima e dopo ma specialmente durante la guerra come rifugio del popolo e centro di soccorso e della carità più generosa. Per la verità è deplorabile che tale stato di fatto non abbia impedito la sorda propaganda che nonostante pubbliche dichiarazioni in senso contrario si alimentò di opposizione contro tutto ciò che riguarda direttamente o indirettamente la Chiesa. Nonostante tutto questo De Gasperi ha concluso che la strada che noi battiamo nell’interesse del paese, diverrà certamente feconda. Se però noi avessimo la sensazione che stiano in pericolo le libertà e le tradizioni cristiane del nostro paese, ogni altra questione diverrebbe subordinata alla difesa di questi valori che sono solidali con l’avvenire della nostra nazione.
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1946-1950
Referendum popolare e Costituente È al microfono soltanto il segretario della Democrazia cristiana. Non una delle mie parole impegna il governo, né il presidente del governo: è la espressione libera di un punto di vista che corrisponde alla espressione di una corrente di idee inquadrata nel partito della Democrazia cristiana. E dopo tante cautele e compromessi e tante riserve di ragionamenti, è permesso anche a me, dopo che molti altri colleghi lo hanno fatto, di prendere un po’ di libertà e di parlare come Alcide De Gasperi. Ora a me è stato fatto, durante la seduta dell’Assemblea consultiva un rimprovero ed un appello, quasi una diffida fosca, richiamandomi alla gravità della responsabilità che avevo assunta proponendo che la questione istituzionale venisse sottoposta a referendum popolare; non ho più avuto allora occasione, poiché il dibattito venne improvvisamente chiuso, di prendere parola e di rispondere a questo richiamo. Per la responsabilità storica che io ho assunto voglio dedicare alcune parole a questa risposta. Io avevo proposto che il referendum non fosse preventivo, cioè prima dell’elezione della Costituente, ma che fosse sottoposta la questione al popolo durante la Costituente cioè in un certo momento in cui la popolazione avesse elementi sufficienti di giudizio per dare il suo parere e il suo responso . Avevo fatto allora ai colleghi degli altri partiti e degli altri settori che avevo chiamato a decidere, su per giù questo ragionamento: non si tratta di chiedere soltanto al popolo italiano un progetto architettonico stabilendo i fastigi supremi, il timpano della costruzione; si tratta di tutta la costruzione e per decidere sulla architettura bisogna sopratutto essere in chiaro sulle fondamenta. Stabiliamo, dicevo io, prima le fondamenta dell’edificio, fondamenta che sono le basi politico-morali ed economiche di uno Stato e di una organizzazione politica; stabiliamo quali sono i diritti dei cittadini italiani, quali sono le libertà politiche, sociali e spirituali che la nuova costituzione e il patto fra i partiti garantiscono, e sopratutto, poiché le parole sono parole, e solenni dichiarazioni formali non sono riuscite ad impedire qualche ritorno di fiamma, quali sono le garanzie strutturali di questo nuovo Stato che deve sorgere sulle rovine dell’antico. Che cosa vuol dire sostituire in Italia la repubblica alla monarchia, quando il sistema attuale centralista rimanesse intatto? Sarebbe tutto un lavoro inutile. Bisogna arrivare al decentramento perché solo così si garantisce che lo Stato si irrobustisca con la partecipazione di tutto il popolo alla vita politica. Repubblica e monarchia Non solo, ma che cosa varrebbe dichiararsi per la repubblica o per la monarchia quando non si ponga in chiaro l’ampiezza dei diritti sociali, quando tutto rimanesse all’antico nella distribuzione iniqua della ricchezza o del possesso agrario? Quando non si fosse garantito un ordinamento del lavoro per cui il lavoro abbia la parte che gli spetta nella nuova amministrazione dello Stato e nella nuova amministrazione della società. Cosa varrebbe cambiare il titolo e il fastigio esteriore se queste basi non siano state prima studiate, concretate e concluse? Ecco perché io avevo fatto la proposta che tutto venisse concordato nei primi quattro mesi della Costituente. Guardiamo quello che avviene in Francia, dove ancora, alla Costituente francese, si discutono problemi fondamentali ed essenziali per il paese. Poi vi sono anche altre ragioni. Non basta avere un progetto per costruire una casa o sapere come deve finire in alto e come deve essere fondata in basso senza la conoscenza di tutta la struttura collaterale. Ho accennato al problema della regionalità e delle autonomie locali. Non basta neppure questo; bisogna sapere a quale impresa costruttrice si affida la costruzione. Ci sono delle imprese oneste e ci sono delle imprese truffaldine. E quindi era ovvio che in questi primi quattro mesi si fosse stabilita anche la maggioranza relativa e necessaria per tutte le costituzioni. Questo è il progetto, il mio progetto mai accolto per il quale reclamo la responsabilità storica. Non venne accolto; e fu necessità di compromesso perché altri movimenti ed altri fattori richiesero che il referendum si facesse subito. Io qui non discuto sopra questa opportunità. Si è presentata come una necessità, come una via di uscita; l’ho accettata e in questo senso assumo la mia parte di responsabilità. Ci siamo preoccupati soprattutto della temperatura politica, voi ricordate in un tempo non tanto lontano quando si accennava alla possibilità di generali che cadessero dall’alto, dall’aria, da un aeroplano, di giunte militari e si sentiva il tintinnio degli speroni, si agitava la minaccia di un colpo di Stato, si distendeva questo fantasma con maggiore o minore ragione, si agitava questo fantasma dinanzi alla inquietudine, alla fantasia popolare. D’altro canto l’atmosfera dei partiti era molto accesa. Noi avevamo timore di fare come il vasaio che costruisce un vaso d’argilla e poi vi butta dentro la colata a calorie troppo alte in modo che il vaso rovina, e ci siamo preoccupati di cercare il modo di dare il più possibile garanzie di tranquillità, di stabilità, di libertà, di serenità al popolo italiano quando si presenterà per questo voto; voto secolare, voto di una importanza che supera tutti gli altri voti, voti periodici che si presenteranno nell’avvenire. Ci preoccupiamo sopratutto, amici miei, che l’Italia non diventi né uno Stato balcanico dove le repubbliche hanno il sostegno dei marescialli, né uno Stato dell’America Latina dove ad ogni momento si ritorna ad una nuova Costituente. Il popolo arbitro della futura forma dello Stato C’è altro da fare in Italia. Abbiamo altre fatiche da superare oltre a quella della forma dello Stato. Bisogna far opera oggi per guarire dai nostri mali, per rimettersi in cammino, per lavorare, per creare una nuova possibilità di vita. E ci siamo preoccupati di far sì che quello che si fa debba essere definitivo, debba essere duraturo. E per il referendum abbiamo inteso di derimere la questione con un lodo, con un arbitrato. E questa volta l’arbitro è il popolo stesso. È questa una novità nella vita politica italiana e la novità che si presenta oggi dovrà inserirsi nella nuova Costituzione, perché il referendum è il ricorso diretto alla nazione. È ancora una delle poche garanzie di libertà che ci rimangono perché accanto alla tirannia storica esiste una tirannia moderna che è la tirannia di pochi inquadrati in un solo partito, ossia il totalitarismo, tirannia che soffoca peggio dell’antica tirannia. Amici miei, accettando questa specie di arbitrato tra i partiti e la corona, mi è sembrato questo un nuovo ruolo da attribuire al popolo italiano anzi al cittadino italiano. Prima vi era un dittatore che pensava egli solo per tutti. Prima vi erano dei gerarchi che applicavano il pensiero del dittatore; il Gran consiglio che taceva e annuiva. E poi il cittadino italiano veniva chiamato con la cartolina per approvare semplicemente quello che già era in atto. Il cittadino italiano, per venti anni era diventato una figura, un semplice numero nella grande massa. Era completamente inutile che esso avesse una opinione. Noi, rovesciato il fascismo, abbiamo ridato ad ogni singolo cittadino una personalità umana. Era fatale del nostro movimento antifascista che passassimo, direi, al di là della linea media, andassimo all’altro lato dell’altalena e ci aggrappassimo a questa personalità umana del cittadino italiano risorta e la scuotessimo, la pigliassimo alla gola e dicessimo: tu dì con tue parole, poiché si tratta come si è visto del tuo destino e per lunghi anni non hai potuto dirlo o per lunghi anni ti sei astenuto dal dirlo, per lunghi anni hai subito, hai visto la disfatta, la distruzione e le conseguenze, oggi devi imparare ad avere un’opinione tua, a dirla indipendentemente dai partiti, indipendentemente dalle liste elettorali. Tu cittadino italiano devi dire la tua opinione. I partiti senza dubbio, hanno il compito di informare, di sottoporre ai cittadini tutti gli elementi di orientamento, però hanno anche il dovere di non imporre intimazioni d’imperio, altrimenti il referendum sarebbe nullo e sarebbe una farsa. Qualcuno dirà: ma non avete addossato un peso troppo grave sulle spalle del cittadino italiano? Che cosa potrà fare, sapere, che cosa potrà, come potrà decidere? Amici miei, ha ragione un filosofo dell’individualismo, Ortega , il quale ricorda che nei momenti più gravi della nostra esistenza, quando si tratta di decidere quelli che siamo o dobbiamo divenire, quando si tratta di decidere della nostra sorte, siamo sempre noi personalmente che dobbiamo decidere. E allora, dopo che ciascuno di voi e ciascuno di noi ha vissuto e può raccontare il suo romanzo, il romanzo storico di questo periodo, dopo che milioni di italiani si sono trovati in ogni momento dinanzi all’alternativa di prendere la destra che poteva condurre alla vita o la sinistra che poteva condurre alla morte, come liberarsi dall’incubo immenso che pesava su di loro? E questi italiani hanno avuto questa forza, questa facoltà, questa capacità: e se ci si è decisi in mezzo alla guerra, in mezzo alla battaglia, in mezzo al dolore, alle sofferenze, alle distruzioni, perché non decidersi ad avere un’opinione quando si tratta del regime e della forma dello Stato? Noi con ciò facciamo un atto di politica costruttiva per l’avvenire dando la consapevolezza al cittadino che partecipa direttamente alle decisioni supreme. Qualcuno si scandalizza che vi siano incertezze al riguardo, ma la storia ci insegna che queste incertezze non hanno impedito che i più accesi convenzionali siano diventati conti dell’impero, che i repubblicani abbiano servito la monarchia. Non c’è altro che la coscienza di un uomo, la coscienza retta dell’uomo, che può dare una garanzia sulle sue decisioni. Non le dichiarazioni esteriori, non la dichiarazione fatta dinanzi ad una intimazione perentoria. Nella storia ci sono stati dei furbi, dei profittatori, degli opportunisti, voi avete ragione, ma ci sono state nella storia (e voglio ricordarlo qui, in questa Torino) delle esitazioni e delle preoccupazioni nobilissime, quale quella, per esempio, di cui si fece eco nel Parlamento subalpino il 2 aprile del 1861, Nino Bixio, quando dopo l’attacco di Garibaldi contro Cavour sembrava che la Camera dovesse dividersi in due parti contendenti senza possibilità di conciliazione. Bixio si alzò e disse: «Io sorgo in nome della concordia e dell’Italia. Io sono fra coloro che credono nella santità dei pensieri di Garibaldi, ma sono anche di quelli che hanno fede nel patriottismo del conte di Cavour. Nel nome santo di Dio chiedo che si faccia un’Italia al di sopra dei partiti». Ho accennato prima alla necessità di preoccuparsi sopratutto di creare un ambiente di tolleranza, di serenità e di libertà e dobbiamo dire che il principe ereditario ha contribuito notevolmente con la sua dichiarazione, che i partiti prima di lui avevano dato l’esempio di dichiararsi assolutamente per la libertà, e che il mio collega ministro degli Interni, Romita da bravo repubblicano, si è impegnato a mantener l’ordine perché sa che con ciò serve non solo gli interessi del paese ma gli interessi della sua stessa causa. Elezioni amministrative Ed ora un altro capitolo: elezioni amministrative . Abbiamo cominciato a parlare di elezioni amministrative un anno fa e a fatica siamo arrivati adesso a svolgerle. Sembrava che non fosse possibile votare con la scheda di Stato eppure oggi abbiamo votato come votano gli elettori a New York. La scheda di Stato sembrava una novità e si diceva anche che non si possono far superare simili difficoltà al popolo italiano; che abbiamo fatto sempre diversamente; e sempre questa risposta: in Italia è sempre stato fatto così. Amici, reagite contro questa frase, contro questo andazzo, contro questo ripetere che sempre in Italia è stato fatto così. Signori, non è vero, non è stato sempre così. E, diversamente, bisogna che le cose cambino, cambino l’atteggiamento e l’interessamento del pubblico se vogliamo creare un’Italia nuova. Fare le elezioni vuol dire fare ritorno al metodo democratico, cioè a quello che stabilisce una maggioranza responsabile ed una minoranza libera che liberamente controlla. È un nuovo periodo che si apre. Cln, maggioranza e minoranza Bisogna augurarsi che i Cln, i quali hanno molti meriti e sono stati una necessità in certi momenti, possano continuare in alcune loro funzioni di collaborazione fra i partiti, ma il sistema della responsabilità si sposta: non si può più parlare di cinque o sei partiti che in forma uguale condividono il peso della responsabilità. La democrazia vuole che ci sia una maggioranza composta di uno o più partiti, e una minoranza: così si rende possibile il controllo ed eventualmente l’avvicendamento della maggioranza con la minoranza. Questa è la differenza del periodo in cui siamo entrati. Togliatti e la teoria dell’unità Io mi sono meravigliato che un uomo così acuto, così ragionevole, così responsabile, come il mio amico Togliatti, abbia fatto appello alla solita teoria unitaria . Perché la Democrazia cristiana non ha accettato di mettersi d’accordo con tutti gli altri partiti? Perché allora non occorreva fare le elezioni, non occorreva misurarsi. La teoria unitaria, la quale è di voga nel Partito comunista, dopo lo scioglimento del Comintern va bene quando si tratti di un’azione comune per fare la guerra, per vincere la guerra, o perderla, concentrarsi per la ricostruzione. Ad ogni modo essa può sempre servire quando si tratti di unità d’azione. Può essere che domani nel governo dello Stato, nella costruzione stessa della costituzione nuova, ci sia un elemento di unità necessario per superare difficoltà con altri partiti, ma questo riguarda l’azione di domani, non lo schieramento dei partiti d’oggi. Oggi bisogna che ciascuno prenda la sua bandiera e si batta per questa perché questo è il metodo della democrazia. È possibile d’altro canto pensare alla costituzione, alla nuova costituzione, non affrontando in pubblico dibattito, con la responsabilità dei propri partiti, il problema fondamentale della costituzione? È possibile che noi non abbiamo una tesi e che ogni partito non abbia una propria tesi circa la libertà politica, circa i rapporti tra Stato e Chiesa, circa la scuola e l’insegnamento, circa il diritto patrimoniale e familiare, che non abbia un concetto proprio sulla funzione della proprietà? È possibile che i partiti non abbiano questi concetti, non solo derivati da elementi esperimentali, ma derivati anche dalle dottrine cui si ispirano? È possibile pensare che un partito possa astenersi da tutto ciò, possa limitarsi ad un programma minimo; parlare solo di democrazia progressiva lasciando ritenere e interpretare ciascuno che cosa in quell’aggettivo sia contenuto? Ciò non è possibile. Noi dobbiamo affrontare e non possiamo in coscienza non affrontare questi problemi. Chiediamo agli altri partiti che facciano altrettanto con probità ed onestà. Più che mai ci siamo dedicati al lavoro in questo Governo di emergenza, per fare le cose che era necessario fare; domani ci scambieremo cortesemente le ragioni della nostra polemica. Per la verità anche noi democratici cristiani, che abbiamo trovato tra i comunisti non pochi uomini ragionevoli, ricostruttivi e di miti consigli, non abbiamo fatto campagna di ideologia. Si è accennato più lontano a questo principio fondamentale da cui tutte le idee derivano; come possiamo pretendere noi che non ci sia chi essendo maestro di religione o di spirito non esiga e non abbia il diritto di esigere delle garanzie? Togliatti si è richiamato alla lotta clandestina ed ha detto: abbiamo accolto il clero con noi durante la lotta clandestina, abbiamo accolto i cattolici come fratelli, perché allora questi dissensi? Ma la lotta clandestina non è che da una parte lo siano stati coloro che hanno accolto e gli altri abbiano offerto. La lotta clandestina è stata contro i tedeschi e contro i fascisti ed è stata istintiva di tutto il popolo, di tutti i partiti. Vorrei aggiungere quello che mi ha detto un autorevolissimo uomo politico inglese, osservatore di quello che era avvenuto qui proprio nell’Italia settentrionale; il quale mi disse che non si può pensare nella storia la riuscita della lotta clandestina se non si ammette e non si conosce la parte generosa, fraterna, piena di sacrifici del clero stesso, s’intende del clero cattolico. Blocco socialcomunista e anticlericalismo borghese Quindi non so se le mie osservazioni siano sfuggite all’acume del ministro Togliatti o se non abbia compreso che a una certa svolta la sua argomentazione unitaria aveva perso la sua forza. Ma mi pare che Togliatti abbia commesso un altro errore – è questo un errore di tattica che naturalmente io dal mio punto di vista dico un errore, e lui, forse, dal suo punto di vista, dirà una fortuna – ed è questo: a voler ispirare e a costituire il blocco socialcomunista con un pizzico di anticlericalismo borghese e di voler chiamare questo le sinistre, il blocco delle sinistre. Era fatale che costituendo il blocco socialcomunista sorgesse il sospetto che la base comune comunista avesse attratto le due forze in un blocco unito e che poi ci si fosse aggiunto un piccolo spruzzo di anticlericalismo borghese che ci vuole sempre per dare un pizzico dell’acido antipretino a quel blocco di sinistra. Però, come mai si è fatto rimprovero a noi, viceversa, di essere stati bloccardi? Ieri sera, facendomi fare una piccola rassegna delle posizioni in Piemonte e nell’Alta Italia, mi sono stati descritti dei casi nei quali anzi appare che se mai si potevan fare dei rimproveri, era non per aver fatto dei blocchi ma per essere stati troppo rigidi quando si trattava di accettare dei collaboratori nelle amministrazioni comunali. In verità ai nostri non si può fare questo rimprovero. La Democrazia cristiana si è schierata da sola a costo di sacrifici e di perdite che non avrebbe avuto se avesse adottato un diverso atteggiamento. Un secondo errore – eh, già, quando ci si mette a criticare gli altri, è facile forse incorrere in esagerazioni: perdonatemi in anticipo – un secondo errore mi pare che commettano oggi quei partiti i quali partecipano alla polemica fra i tre grandi, o fra i due blocchi che si contendono ora le vie del mondo, o i petroli del mondo; questo diffondere a milioni di copie una parte della polemica in Italia è un errore. Ma se l’America sta accumulando le sue bombe atomiche e la Russia, nel recente rapporto al Soviet supremo si preoccupa sopratutto di avere una forte marina da guerra e di rifare l’industria pesante, cosa c’entriamo noi, povera nazione spogliata, cui si vuole togliere la marina che ha e si vuole spogliare delle industrie che ha, sopratutto di quella siderurgica, perché cura massima è che noi in tutti i misfatti che si svolgeranno nell’avvenire rimaniamo innocenti come degli agnelli? Come volete che noi partecipiamo a questa polemica quando ancora non abbiamo capito bene fino a che punto ci sosterranno nelle nostre esigenze nazionali essenziali e fino a che punto ci spoglieranno agendo proprio all’inverso di quello che fanno a casa loro? Per rivolgermi a un altro fronte, ecco qua che io vengo attaccato anche dall’Italia Nuova , la quale non lascia passare l’occasione di lanciare i suoi strali contro il governo De Gasperi troppo favorevole ai comunisti, tanto che, viste le accuse da una parte e dall’altra, mi pare quasi di essere riuscito a distribuire egualmente i malcontenti. L’Italia Nuova dice che il governo De Gasperi si è schierato per la posizione atea in confronto dei moniti augusti di S. Santità il papa. L’articolo 66 Si tratta del famoso articolo 66. Ora, badate bene, voi avete seguito la discussione e ora vi dirò qualcosa di nuovo. Quando si fece e si affrontò il progetto di legge per le elezioni amministrative e politiche, cioè per la Costituente, alla commissione apposita designata dal ministro della Costituente si trovò fra gli altri ciarpami del passato un articolo 66 che era stato introdotto nella legge elettorale del 1912 . Sapete, quando si accusava – c’era allora il non expedit – il clero di una opposizione pregiudiziale e si temeva che il clero stesso intervenisse per impedire la presentazione delle liste o che comunque vincolasse le coscienze a non andare a votare. Poi, questa legge, così di soppiatto, senza che nessuno l’avvertisse, è passata nella legge del 1919 con la proporzionale, e di lì è capitata, attraverso la commissione del ministero della Costituente, sul nostro tavolo al Consiglio dei ministri. E allora mi ricordo di aver detto: Questa legge è una legge che non si può applicare. Facciamo più bella figura a tagliare tutto l’articolo. Non si è voluto, ci si è fatta una piccola modificazione e intanto si è mandata alla Consulta dove i nostri si sono battuti più che hanno potuto per modificare la sostanza dell’articolo e hanno puntato contro il fatto che la cosa fosse proprio diretta contro i sacerdoti, riuscendo a metterli fra coloro che commettessero abusi di ufficio. Quando si è fatto il compromesso generale, quando si è arrivati all’accordo, dopo tante fatiche, dopo tante difficoltà superate, sia per il voto obbligatorio, sia per il referendum, sia per la legge elettorale politica, abbiamo trattato anche l’articolo 66 come oggetto di compromesso. E siccome a noi pareva di aver tolto il veleno a questa disposizione, l’abbiamo subita e accettata come si fa in tutti i compromessi. Compromesso vuol dire che uno cede da una parte e uno cede dall’altra. Ma in questo non vedo nulla contro il Concordato, perché è evidente che se ci sarà un’azione penale contro un sacerdote, vige sempre il Concordato circa la previa comunicazione alle superiori ecclesiastiche autorità. Quindi tutta l’accusa che ci fa l’Italia Nuova è assolutamente infondata, ma se vuole farci la concorrenza nel fare cosa gradita al Santo Padre, non me ne voglio lagnare. Se l’aver combattuto tanti anni per la causa cattolica non mi esonerasse da certi sospetti di essere debole nella difesa delle libertà religiose, veramente avrei lavorato tutta la vita invano. Ma io sono tranquillo su questo, e so che il Santo Padre, se ha in nome della Chiesa il diritto di stabilire le sue tesi, e Egli ha questo diritto per ragione che supera i partiti e i momenti, saprà anche comprendere le difficoltà in cui gli uomini cattolici si battono e possono vincere solo fino a un certo punto. È rimasta una piccola pizzicatura per il clero. Ma credo che i sacerdoti non ne abbiano molta paura; invece dovranno forse piuttosto temere in qualcosa d’altro. Ci sono delle vittime fra il clero, prima e durante la campagna elettorale. Ci sono delle vittime. Si parla, il primo giorno, del prete scomparso, ucciso; poi si dice: non si trovano gli autori, non si trovano le ragioni; ma la voce del popolo a questo riguardo e degli ambienti che circondano questi tristi casi, sono chiare abbastanza per comprendere che non siamo riusciti ancora, nonostante lo sforzo doveroso dei capi, a escludere la violenza e la morte dalla vita pubblica. Recentemente – e volevo passare proprio per Novara per far atto di omaggio a quel vescovo – c’è stato anche l’apparecchio intimidatorio, e può essere che di questi fatti ne abbiamo ancora contro, secondo la mia intima convinzione, la volontà dei capi. Sono aberrazioni che prendono certi circoli, direi, che marciano sui fianchi dei movimenti. Ma io, mentre mando un saluto e un pensiero di gratitudine e di devozione a questi sacerdoti, che per la loro coscienza e per la verità, hanno subito il martirio, io dichiaro che il governo farà tutto il possibile perché gli autori vengano scoperti e che il governo tutto, unanime deplora vivissimamente che si ricorra a simili intimidazioni, le quali del resto, non faranno la fortuna di coloro che le commettono, perché, amici miei, oggi non è il tempo delle mezze misure. Avrei, posto che mi sono voltato sul fianco destro, avrei da dire qualcosa anche circa un pericolo neofascista. Non sono incline a disegnare fantasmi nelle nuvole, non credo alla possibilità della ricostruzione del partito fascista, non credo a movimenti di grandi forze che possano mettere in pericolo l’equilibrio raggiunto dal popolo italiano. Però ho paura di una cosa: che certe calunnie, certe contorsioni storiche, se verranno continuamente ripetute, possano anche ottenebrare la chiara visione del popolo e quando ho letto il discorso di quel consultore, non tanto me ne sono doluto, come non se ne sono doluti gli emigrati, per l’attacco contro di loro fatto, ma per la gravità, forse, io spero, inconsapevole, di quel nefasto ragionamento . Se fosse vero che gli emigrati sono venuti come avvoltoi al seguito delle armate vittoriose in Italia, se questo pensiero fosse vero, se fosse sentito, ragionando, più avanti bisognerebbe arrivare a questa conclusione: la causa del popolo italiano sotto il regime fascista era giusta, la guerra di aggressione contro i popoli liberi era giusta; noi abbiamo perduto non perché Dio ci ha colpito nell’ingiustizia della nostra causa, ma abbiamo perduto per i traditori interni del fronte interno. E badate bene: questo ragionamento fatale, è stato quello che ha creato Hitler in Germania. In Germania, voi lo sapete, l’armistizio si è concluso in seguito a un telegramma dei capi del Quartiere Generale, Hindenburg e Lüdendorff , i quali telegrafavano: Impossibile resistere; bisogna fare l’armistizio. Dunque, per un fatto essenzialmente militare e di importanza militare. Nonostante che questo sia documentato, nonostante che una commissione di inchiesta del Parlamento di Berlino si fosse raccolta per unire questi documenti e tanti altri e dimostrare le ragioni della disfatta secondo la storia, Hitler è sorto e, accarezzando lo spirito di rivincita dei tedeschi, ha sparso la calunnia che in realtà la sconfitta non era dovuta alle forze anglo-americane, ma era dovuta al tradimento del fronte interno, era dovuta ai socialisti, ai cattolici del centro, a tutti i partiti, insomma, di libertà che erano radunati in democrazia al Parlamento, e insistendo giorno per giorno con questa menzogna, martellandola entro la testa dei tedeschi orgogliosi, che volevano ammettere tutto, fuorché di essere stati militarmente sconfitti, è riuscito a creare quella degenerazione spaventosa che si chiamò nazismo che fu una febbre che prese tutti e gettò tutti nella fornace. Guardiamoci, che se non oggi, domani, possano sorgere simili pensieri fra noi. E questo è ancora l’antifascismo necessario ricostruttivo per salvare la democrazia. Amici miei, su ciò siate inesorabili perché la verità è: 1) che il fascismo ci ha distrutto, dilapidando tutto quanto avevamo e tutte le possibilità e tutte le prosperità che le generazioni avevano accumulato; 2) che il fascismo, sovratutto, era politica di forza e di violenza e, come Mussolini aveva trovato che con le bastonate e con l’olio di ricino e con le minacce più gravi aveva potuto portare alla resa il popolo italiano, così lo stesso principio egli trasferì alla politica estera. Ma lì si è trovato di fronte non a gente inerme e perse la partita per le stesse ragioni di violenza per le quali era diventato grande nell’interno. Distribuzione della ricchezza Questo bisogna mettere bene nella testa degli italiani affinché non nasca più a nessuno il dubbio che si possa comunque rimpiangere un passato che non può e non deve assolutamente tornare più nemmeno nel silenzio delle coscienze, nemmeno nel silenzio di coloro che, pensando ai momenti di pace prospera, dimentichino che il disastro in cui ci troviamo, e dal quale così a fatica sorgiamo, è disastro voluto, istintivo, naturalmente necessario nella logica del fascismo che ci ha dominato. Del Partito liberale io ho il massimo rispetto per la sua funzione storica, perché non posso non ricordare gli anni di prosperità che sono dovuti ad uomini di governo i quali seppero mantenere la nazione al di fuori della guerra e la seppero portare a un graduale sviluppo e a una migliore situazione economica. Un nuovo periodo però incomincia nella vita del popolo italiano, in cui la ricchezza deve essere diversamente distribuita, in cui al lavoro bisogna concedere a mano a mano maggiore influenza. Non sono qui per fare dichiarazioni demagogiche. So che abbiamo bisogno di industriali intelligenti e moderni e che sulla collaborazione delle maestranze con questi industriali possiamo fondare le nostre speranze per tenere alto il primato dell’Italia nel mondo. Debbo però anche aggiungere che noi non vogliamo in nessuna maniera ripristinare l’antica costellazione plutocratica e impediremo che questo avvenga, non col negare la intraprendenza, ma chiamando al controllo sopratutto i rappresentanti del lavoro – non solo materiale ma anche intellettuale – e del ceto medio che rappresenta l’energia della iniziativa, la libertà dello sviluppo dell’individuo e la connessione naturale tra classe e classe. Il nostro confessionalismo Non ci si obietti che noi siamo partigiani di un confessionalismo che limita la persona umana, come un illustre oratore avrebbe detto recentemente. Il nostro confessionalismo non limita la libertà umana, per lo meno non la limita per quello che riguarda il partito. Noi domandiamo la forza della convinzione in due o tre cose e domandiamo che per questo i nostri seguaci si battano fino al sacrificio. La prima è la libertà, il metodo della libertà. Quello che è necessario per la convivenza umana è il metodo della libertà, ed eccoci qui a combattere per la libertà politica, per la libertà sociale, per la libertà religiosa. Però non ci nascondiamo dietro un agnosticismo per tutto quello che riguarda il resto. Il popolo deve avere anche una morale. Che cosa importerebbe aver riconquistato tutte le libertà, avere rinnovato lo Stato, aver rinnovati gli organismi, quando nel commercio, nell’amministrazione, nella burocrazia non ci fosse la morale? Come fare a vigilare tutti gli organi dello Stato senza la morale? Non c’è quindi possibilità di riforma e di risanamento senza la riforma del costume. E per questo non c’è filosofia più o meno chiara che ci possa venire in soccorso, e c’è solo l’insegnamento tradizionale della nostra civiltà cristiana. In questo senso siamo confessionali ma lo siamo in un senso molto largo, perché non domandiamo altro che riconoscimento dell’esperienza storica fatta in Italia dai nostri padri. Un mondo nuovo viene a nascere dalle rovine. Ma esso sorge sulle antiche fondamenta, fondamenta a creare le quali ha contribuito nei secoli la storia dei nostri padri, la storia dei nostri grandi spiriti, dei nostri grandi genii, dei nostri grandi inventori, dei nostri santi, la storia di tutti coloro che hanno lavorato per il progresso spirituale, per il progresso economico, per il progresso sociale, di tutti coloro che hanno sofferto per la giustizia. Il mondo nuovo non può nascere che sulla civiltà cristiana e per questo abbiamo aggiunto «cristiana» alla parola democrazia, non per arrogarci da soli la qualità di cristiani e negarla ad altri, ma perché volevamo dir chiaro che la democrazia se vuol essere veramente interprete e costruttiva di nuova vita deve suggere il suo alimento all’albero secolare che si chiama Italia e popolo italiano. Dacci tu, Piemonte, paese di progressi industriali e di tradizioni tenaci e dure come le tue montagne, dacci tu, Piemonte, gli uomini dal braccio sicuro, dalla volontà ferrea, dalle convinzioni profonde, coi quali il popolo, non dimentico della sua storia, forgerà con l’aiuto di Dio il suo destino. Civitavecchia, 30 marzo 1946 Discorso politico ASILS, FB, 1946, VII, pp. 603-613; pubblicato anche su «Il Popolo», 31 marzo 1946, con il titolo Comizio con De Gasperi a Civitavecchia. I problemi della ricostruzione, scelte amministrative, riforme sociali e rispetto della libertà di iniziativa e di coscienza, il ruolo storico della Democrazia cristiana, il valore del richiamo religioso, la polemica avversaria, appello alla solidarietà e alla collaborazione. Una vostra delegazione è riuscita pochi giorni fa a strapparmi la promessa di venire a visitare questa città e rivolgervi il mio saluto e la mia parola di incoraggiamento. In verità, non è stato facile che io mi estraniassi dal lavoro immenso che pesa sulle mie spalle e dalla responsabilità che non mi lascia riposare un minuto, non è stato facile che io rifiutassi o dovessi rifiutare gli inviti accorati che mi venivano da molti altri paesi e città, ma l’ho fatto per il cuore con cui questa insistenza mi veniva fatta e perché sapevo che Civitavecchia è il porto storico di Roma e mentre Roma ha dovuto ad una particolare provvidenza di Dio di essere salva da grandi rovine, il porto suo, Civitavecchia, è stata quasi prescelta a vittima e a sacrificio. Sento, quindi, di rappresentare qui il governo e non solo il governo, ma sento anche il dovere della capitale, dello Stato, perché si ricordi in prima linea delle esigenze di Civitavecchia, si ricordi delle sue rovine, si ricordi della necessità di ripararle e della necessità di ricostruire. Ho visto il vostro porto e mai immaginavo che tanta rovina ancora si aprisse ai nostri sguardi. Ma con grande conforto ho visto che nonostante queste rovine e nonostante ancora che molti lavori cioè la maggior parte dei lavori debbono essere fatti, ho visto che il vostro zelo, l’impegno dei vostri tecnici, la forza dei vostri lavoratori è riuscita a mettere in cammino l’organizzazione portuale e di provvedere non solo alla città di Roma, ma di provvedere in generale alle forniture dello Stato che ci vengono da parte dei nostri alleati. È, quindi, un doppio dovere che ha il governo di intervenire con maggiore sollecitudine poiché le vostre case siano ricostruite ed il vostro porto, che non è soltanto il vostro porto, ma il porto di Roma, il porto dello Stato, venga riparato e ricostruito. Ed ecco qui che io prendo impegno solenne che tutto quello che sarà possibile fare verrà fatto e che più rapidamente che sia possibile i lavori che sono preventivati, appena il progetto sarà definitivo, possano anche venire attuati. Una voce dal pubblico: Non bastano. Non bastano, ce ne sono senza dubbio degli altri, ma, intanto, basterà incominciare. Le miserie oggi delle varie città distrutte, le esigenze oggi della popolazione italiana, le ferite inferte dalla guerra a tutta l’Italia sono così numerose, così profonde, così grandi, che nessun governo fosse anche cento volte più potente del presente, sarebbe in grado entro breve tempo, di rimediare al disastro, disastro che non è stato causato dal popolo, ma è stato causato da una guerra spaventosa, la cui responsabilità ricade sul regime passato. Questo disastro non si può superare in breve tempo. Solo una forza continuata in unità potrà portarci a un rimedio radicale e permanente. Ora non s può trattare altro che di provvedimenti d’urgenza, di emergenza; è quello che il governo ha tentato di fare coi pochi mezzi che ha a sua disposizione. Voi siete testimoni, qui nel porto, di quelle che sono le esigenze principali perché la vita della nazione possa continuare. A noi manca il grano, il grano sufficiente per il pane se alcune navi che devono arrivare non arriveranno, o cambiassero destinazione, noi non saremo in grado, con le poche riserve che possediamo, non saremmo in grado di dare il pane quotidiano al popolo. Ecco perché il problema della ricostruzione dell’Italia non è un problema semplicemente italiano, è un problema mondiale a cui debbono concorrere anche gli alleati. È impossibile pensare che solo l’Italia, con le forze proprie possa ricostruire quello che tante nazioni hanno in due guerre distrutto. È naturale, quindi, che noi, se siamo riconoscenti verso gli alleati per quello che fanno, dobbiamo insistere perché facciano ancora di più, perché dimostrino coi fatti la loro solidarietà, specialmente là dove si tratta di rimettere in movimento porti e strade e dove si tratta di far riprendere le industrie. È questo un problema di grandissima importanza ma io non posso approfittare di una riunione, la quale si fa alla vigilia delle elezioni amministrative, per toccare o per trattare per esteso di problemi che non riguardano la vita del comune; cioè la riguardano ma in misura limitata. Se non avremo un comune bene amministrato, capace di iniziative, che dia fiducia non solo agli uomini di governo, ma dia fiducia soprattutto amministrativa per la serie di iniziative che dovranno venire appoggiate dallo Stato, dia fiducia per la seria amministrazione che dovrà venire appoggiata dal consenso popolare, allora avremo l’inizio di una nuova nazione. Ecco l’importanza delle elezioni amministrative. E con ciò avrei finito se dovessi limitarmi a ciò che riguarda il comune, il quale di che cosa ha bisogno? Ha bisogno soprattutto di amministratori bravi, corretti e di coscienza. Ma io ho visto dei manifesti che sono stati affissi per queste vie e che di sfuggita ho potuto leggere che, in questa occasione della campagna elettorale amministrativa non si è parlato solamente di problemi che riguardano il comune; si sono toccate tutte le questioni di carattere politico, amministrativo e sociale che interessano oggi la vita dello Stato e che formeranno domani argomento di ricostruzione dello Stato. Ho visto che si citano alcune mie parole «riconoscimento per tutte le attività dei lavoratori da qualunque Stato vengano». Ed ho, nel discorso al Brancaccio che si cita, ricordato fra l’altro anche la Russia. Ciò che ho detto lo ripeto qui senza smentirmi. Nessuna riforma in senso popolare, nel senso cioè per quello che riguarda la riforma agraria di distribuire diversamente la proprietà in modo da creare una numerosa piccola e media proprietà indipendente, garante della libertà, nessuna riforma che riguarda la gestione dei mezzi di lavoro, troverà da noi ostacolo, impedimento. Noi saremo pronti e siamo pronti a collaborare a tutte le riforme che sono in favore del popolo, ma mettiamo una condizione essenziale che nel metodo di creare questo provvedimento e di creare questa trasformazione siano salve due cose: 1. La libertà di iniziativa dell’individuo; 2. La libertà di coscienza di tutte le persone. Queste sono le parole, questo è il senso delle parole che io dissi al Brancaccio, che viene citato, quasi io avessi voluto con le mie parole utilizzare una interpretazione diversa. No, amici miei! Io sono persuaso, sono convinto anche per la esperienza che ho fatto che tutti i partiti hanno una funzione particolare e possono, a un certo momento essere utili, alcuni per svegliare, quando si resta troppo attaccati al passato, qualche altro per frenare quando si vuole precipitare in soluzioni che non sono ancora preparate. Tutti possono avere un compito di collaborazione però c’è qualcosa che è base fondamentale alla quale noi non possiamo e non vogliamo venire meno e questa cosa è la libertà dell’individuo e la libertà della coscienza. Amici miei, non perché noi vogliamo portare in campo o portare nei comizi la parola religione o non religione; no, abbiamo troppo rispetto; né vogliamo discutere, né vorremmo molto discutere se non fossimo costretti da coloro i quali profittano delle nostre parole per far supporre che tra noi e loro, a questo riguardo, non c’è nessuna differenza. C’è una differenza: c’è nella differenza della convinzione, della tradizione, della volontà di difendere a qualunque costo questa libertà della iniziativa personale e della libertà soprattutto di coscienza. È per questo e non perché vogliamo ammantarci di un titolo che non ci riguarda. È per questo che parliamo di Democrazia cristiana. E se nella nostra bandiera c’è lo scudo crociato non è già per negare ad altri di essere come noi o meglio di noi, ma per dire che noi ci teniamo soprattutto all’acquisto; tutte le riforme, tutti i cambiamenti, tutti gli spostamenti di ricchezza debbono essere garantiti: 1. dalla libertà, 2. dalla morale. Noi non possiamo credere di ricostruire, non possiamo creare un ambiente di riforme se non avremmo garantito nel popolo questa fedeltà alla sua tradizione, alla tradizione della civiltà cristiana; non lo possiamo perché siamo certi che al di fuori di questa tradizione non c’è possibilità di garantire il morale del popolo. Se non si garantisce la proprietà privata, non possiamo pensare che ci siano tanti carabinieri da custodire se stessi e tanti agenti da custodire la polizia. E allora, fin quando si tratta di lavoro, di rapporti di lavoro, è la coscienza dell’individuo quella che garantisce, quella che decide. Ecco perché quando noi parliamo di Costituente e di problemi della nuova costituzione che fa lo Stato noi diciamo che bisogna essere in chiaro su alcuni punti. Si tratta di costruire un edificio, e per costruire un nuovo edificio bisogna fare un nuovo contratto con molta chiarezza ed affidarlo ad una impresa onesta; altrimenti si finisce con l’essere giocati. E noi non possiamo non mettere il nostro problema alla testa dei problemi da risolvere. Ecco perché! Non è per sfruttare la religione, è perché noi vogliamo garantire, vogliamo sapere come sarà la scuola nello Stato di domani, noi vogliamo sapere come sarà nei rapporti giuridici il matrimonio, noi vogliamo sapere come saranno regolati i rapporti tra Stato e Chiesa, come saranno garantite le libertà dell’individuo e la libertà di tutti i culti. Queste garanzie non si possono trovare in provvedimenti di legge; queste garanzie si trovano solo nelle coscienze. Ecco perché noi diciamo: volete in Italia che facciamo uno Stato nuovo, che sia popolare, che ci siano riforme solo per i lavoratori, che i lavoratori abbiano una posizione di preminenza di fronte al capitale, volete che tutto ciò avvenga nell’ordine, che tutto questo rivolgimento avvenga con forza, ma nello stesso tempo con moderazione ed energia nella unità del popolo? Votate per uomini di coscienza, per uomini che alla loro coscienza sono legati dai principi della morale cristiana. E se dobbiamo usare una parola che non ci riguarda direttamente ma che riguarda il momento presente, io dico: se le riforme, se il rinnovamento avverrà con questa coscienza, con questo impegno, noi potremo contare anche sulla collaborazione degli stranieri e degli amici che stanno al di la dei mari fra cui vi sono milioni e milioni di italiani. Noi potremo contare su questo, perché avranno fiducia nella serietà, nella volontà, nella capacità organizzativa del popolo italiano. Ecco perché noi chiediamo che a questo riguardo non venga data una sensazione diversa, né si creino fantasmi e movimenti inconsulti, ma ci si fonda su una parte di collaborazione, di cooperazione, la quale possa portare il nostro popolo a migliore divisione della ricchezza che è necessaria, ma lo possa fare notare a debito tempo con una rivoluzione pacifica, la quale non scuota la base dello Stato; altrimenti noi correremmo il rischio, come in altri stati, di dovere attraversare un periodo di esperienza e di forza. Noi, se non sapremo fare questo in libertà, perderemo la libertà, perché ogni governo che fosse costretto a ricorrere alla forza, comincerebbe a fare le sue riforme imponendo tutti i limiti possibili alla libertà, alla iniziativa privata e alla libertà della persona. Amici miei, ricordatevi: tutto si può fare, la Democrazia cristiana [può] discutere con altri su qualunque riforma e saprà collaborare domani a qualunque riforma; una sola cosa non possiamo e non vogliamo fare, dinanzi agli interessi del popolo, innanzi alla nostra coscienza, innanzi alla storia, innanzi a Dio, una sola cosa: tradire la nostra coscienza .
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Il compagno Togliatti ha concesso una intervista durante la sua permanenza a Milano ad un organo indipendente (fino ad un certo punto) ambrosiano, e il quotidiano comunista di Roma l’ha riprodotta su un titolo a 4 colonne. La Democrazia cristiana deve scegliere, dice il titolo e dice Togliatti: o fautori di progresso sociale e politico o fautori di conservazione e di regresso. Secondo Togliatti il partito della Democrazia cristiana è diviso in due; da una parte, c’è l’ala sindacale aderente al programma di Napoli della Confederazione generale del lavoro, dall’altra l’ala reazionaria alla cui testa si metterebbero candidati del mezzogiorno, aristocratici latifondisti del mezzogiorno e grandi industriali conservatori nel settentrione. Così il leader comunista vuol vederci chiaro, vuole che ci decidiamo a tanto, insomma, di spingere sul nostro fine un cuneo che ne spezzi l’unità. Rispondiamo: caro Togliatti l’esistenza dell’ala sindacale non ha impedito che i comunisti si compiacessero di definirci reazionari e attribuendosi il monopolio delle classi lavoratrici ci eliminassero come partito proletario. L’unità sindacale non ha impedito né la solidarietà marxista contro la concezione cristiana né la tattica di avvolgimento contro il nostro partito. Non abbiamo da scegliere. Il nostro programma è serio, onesto, progressivo ma legato alla civiltà e alla tradizione cristiana. Spetta a voi, invece, la scelta tra marxismo e dottrina bolscevica di cui onorate i maestri, da una parte, e il rispetto alla religione cattolica che professate durante la propaganda, dall’altra. Dovete scegliere fra la libertà che proclamate e lo spirito totalitario e dittatoriale che voi introducete ovunque arriviate, e che del resto, è esaltato e applicato sotto la dittatura proletaria, in tutta la vostra storia. Dovete scegliere fra la tendenza al collettivismo delle industrie e delle terre, e la vostra tattica minima, nonchè opportunistica, della terra ai contadini (nel senso della piccola e media proprietà) con cui vi presentate, quali fautori dei mezzadri infliggendo il gioco dei kurachi. Scegliete, infine, fra il comunismo bolscevico che l’Italia non vuole e la nostra democrazia progressiva che è una formula che dovrebbe essere accettata da tutti. Solo quando avrete scelto potrete o compagni comunisti, lagnarvi della propaganda che si fa contro di voi. Vedete: non si tratta neppure di vera e propria propaganda; si tratta di spiegare, dal momento che non lo fate voi, quale siano le vostre dottrine ed i vostri principi. I nostri tutti li conoscono. Sono eterni e per questo sempre nuovi. Sono la difesa del lavoro e della famiglia; l’evoluzione cristiana per cui il ricco deve donare al povero; aprire la strada della prosperità e del benessere. Sono la collaborazione fra le classi e la solidarietà sociale, l’elevazione dei meno abbienti; il sollievo dei sofferenti, la concordia, l’armonia. Sono: l’unità. Non quella, diciamo la verità, auspicata dal compagno Palmiro Togliatti.
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Amici Viterbesi, sono molto sorpreso che con un tempo così cattivo voi vi siate radunati in numero così cospicuo e vi ringrazio del desiderio che avete di avvicinare i rappresentati della Democrazia cristiana e soprattutto il segretario politico della Democrazia cristiana, perché oggi io qui parlo come tale e mi svesto completamente della mia carica ufficiale di capo del governo. Mi svesto, per modo di dire, perché coscienze e uomini soli, in qualunque posizione si sia, portano con sé principii e direttive che sono il cammino della vita. Avrei desiderato tornare a Viterbo, come in momenti pacifici, per ammirare i vostri monumenti e interessarmi ai disastri che i vostri edifici hanno subito, occuparmi in ogni caso, dei vostri interessi locali cittadini, del progresso, della ricostruzione, della necessità della ripresa, della vostra vita cittadina e regionale. Avrei preferito venire a parlarvi semplicemente di amministrazione, poiché si tratta di elezioni amministrative, cioè fare un discorso tranquillo e pacifico in cui si riflettessero i principii di collaborazione che fino ad ora sono stati quelli dei partiti che stanno al governo, i bisogni urgenti e le necessità della ripresa e di ricostruire e di superare le difficoltà della guerra, non lotta di parte ma congiuntura di sforzi comuni per progredire, per rinascere dopo tanto disastro, invece sono costretto a parlarvi di qualche cosa che divide cioè della politica, non perché io lo avessi desiderato; anzi quando abbiamo iniziato la campagna amministrativa c’era stato una specie di accordo fra i Partiti di evitare di presentare al popolo le questioni politiche grosse che ci dividevano. E ciò non perché non le volessimo affrontare ma perché dicevamo ogni cosa a suo posto. Si doveva parlare delle proprie elezioni amministrative del comune, delle necessità amministrative ed economiche, della necessità dell’unione e della concordia; poi, si sarebbe parlato delle elezioni politiche, cioè dei problemi che naturalmente ci dividono, sia per programma sia per tendenza. Ma, sembra fatale, che, in Italia, ogni volta che ci si raduna, ogni volta che si trattino gli affari politici, le divisioni politiche si manifestano con un accanimento che, da principio, non si sarebbe mai creduto di dovere deplorare. Con ciò io non voglio dire che in queste elezioni amministrative non sia, anzi, da ammirare l’ordine, la tolleranza vicendevole che nella maggior parte dei casi, con qualche dannosa eccezione anche non molto lontana da qui, si è potuta osservare e mantenere. Devo anche dire che è miracolosa questa possibilità che il popolo, da diverse parti organizzato, sulle piazze e quasi senza interruzione da un comizio segue l’altro e l’un oratore segue l’altro, senza ricorrere alla forza e alla violenza. Dobbiamo ricordare che, nell’altro dopo guerra nel 1919, in verità i conflitti furono maggiori e l’accanimento portò più spesso alla violenza ed agli scontri. Dobbiamo oggi ringraziare Iddio della forse maturata educazione politica del popolo italiano, onde le cose siano diversamente andate. Tuttavia, non è detto che, essendo stati maturati i contrasti politici, di qui innanzi la campagna che si svilupperà per la Costituente e per il referendum popolare non possa assumere altri aspetti. Io vi dico, amici democratici cristiani due cose a questo riguardo: 1) non fate violenza mai a nessuno, contro nessuno; 2) non lasciatevi intimidire. Abbiate coraggio!! Questo è il testamento che vi do. E vi parlo di testamento come un uomo che sa di essere esposto ad una fatica immensa, a problemi difficilissimi e ad una situazione di alta compressione fisica che forse non potrà superare. Qualunque cosa accada, ricordatevi di questo: non siate vili, non siate timidi!! Non ricorrete agli esempi di una vecchia classe dirigente, clericale, timida, conservatrice. Bisogna battersi per il progresso e per salvare il nostro popolo. E bisogna battersi con coraggio, costi quel che costi!! Poiché in questa campagna amministrativa già i problemi politici ed economici e sociali sono stati posti, nella campagna che seguirà per le elezioni politiche, vi domando che essi vengano da voi affrontati con maggiore profondità e con maggiore precisione, poiché noi democratici cristiani non abbiamo nessun privilegio da difendere, nessun interesse anti popolare da proteggere. Noi siamo protesi verso il progresso economico e sociale che vuol dire nuova distribuzione della proprietà e della ricchezza fra le classi popolari. Ma noi abbiamo un’altra cosa da difendere, sulla quale saremo inesorabili, sulla quale dobbiamo puntare i piedi e batterci fino all’ultimo e questa altra cosa è la tradizione della civiltà cristiana dalla quale veniamo, che i nostri padri ci hanno lasciato e che noi giuriamo di mantenere e di difendere. Voi direte che io dipingo i fantasmi sulle pareti, che creo un pericolo che non esiste; voi direte che io ricorro a questi spettri per eccitare in voi la vigilanza, per eccitare in voi lo sforzo di resistenza. Ebbene, vi dico, disgraziatamente: no; gli spettri non esistono, poiché se il Partito comunista si fosse presentato come nel 1919, con un programma anticlericale e avesse onestamente, chiaramente esposto il suo pensiero marxista in confronto delle nostre tendenze spirituali, allora sarebbero sorti questi spettri nella fantasia e nella mente degli uditori e degli ascoltatori. Ma questo non è avvenuto, anzi, ci siamo trovati dinanzi ad un partito prudente, a un partito limitato, con un programma ridotto, a un partito il quale non ha presentato i suoi connotati genuini storici, la sua carta di origine, il suo certificato di nascita, ma ha presentato una forma mansueta, una forma adatta al nuovo spirito e alla nuova situazione, direi: adatta soprattutto alle esigenze del senso cristiano del popolo italiano. A questo riguardo il partito segna una linea di condotta inspirata ad una tattica che vale non soltanto per l’Italia, ma vale anche per altri paesi. Voi trovate, oggi, che in Francia i comunisti si presentano come il partito nazionale, il partito che difende le frontiere, insomma assume quello che era il contenuto e quello che è la sostanza della civiltà francese; la gloria, le tradizioni militari di uno Stato che spera sempre di ridivenire quello che era dopo Napoleone. Ora, amici miei, cosa vuol dire tutto questo? Vuol dire che il Partito comunista sa ed è capace di assumere quegli atteggiamenti concreti che si adattano ad una certa situazione. E, poiché, di fronte al sentimento cristiano ciò vuol dire tolleranza, vuol dire rispetto, più di quello che avvenisse nel 1919, noi lo riconosciamo e ne siamo grati; però, non è che con ciò noi dobbiamo affidare loro la rappresentanza di questo popolo, affidarci alla loro corrente, senza chiedere dove vogliono andare; non è che con ciò noi siamo esonerati dal fare una critica necessaria ed una indagine doverosa per chiedere: quando voi arrivaste al governo, da soli o in maggioranza, come agirete in certe direzioni, secondo certe aspirazioni che a noi premono? Ed ecco perché noi diciamo: se il Partito comunista, che come partito marxista è di per se stesso determinista, ha le sue qualità specifiche di collaborazione in questo momento per il progresso italiano, se devo riconoscere che gli uomini che stanno con me al governo lavorano con ogni impegno e con ogni onestà e probità per la collaborazione nello Stato, devo però dire che ciò non basta, perché non possiamo dare una procura generale e affidarci al loro programma, perché lo spirito che lo domina viene da lontano ed è uno spirito del quale ancora abbiamo il diritto di sospettare che non corrisponda al sentimento generale della nazione italiana. Non facciamo, quindi, un torto se onestamente diciamo: l’avvenire del nostro paese, l’avvenire del nuovo Stato è affidato meglio a coloro che si trovano sicuri per onestà di convinzioni sempre manifestate sulle basi delle tradizioni cristiane del nostro paese. Che cosa vuol dire, amici miei? Forse io vengo a parlarvi di questioni di carattere di culto e di religione? No! Ciascuno faccia secondo la sua coscienza. Non è mia missione predicare e insegnare; sono anche io uomo di disciplina come tutti gli altri in confronto ai ministri di culto; non è che io possa insegnare in questa materia; ma è che innegabilmente, quando si tratta dell’avvenire del nostro paese noi dobbiamo dire: sì, riforme le più ardite, sì rinnovamento, rinnovamento il più radicale nel campo sociale, economico, politico. Tutto questo è possibile: la Democrazia cristiana non sbarra il cammino a nessun progresso; è disposta ad esaminare e ad attuare tutto quello che può significare avvento di popolo e di lavoro, ma in una cosa è assolutamente intransigente: in questa che non può affidare ad altri movimenti la cura dell’avvenire della nostra nazione nel campo spirituale e nel campo delle idee. Ecco perché noi onestamente abbiamo da principio richiesto un po’ di probità, un po’ di onestà politica da parte di tutti i partiti. Non basta chiedere a noi se siamo per questa o per quell’altra riforma e quasi in tono di diffida domandarci qual è la nostra visione della ricostruzione dello Stato, ma è necessario anche portare i connotati precisi della propria convinzione e della propria origine. E, Signori miei, se abbiamo da fare in Italia con un partito nuovo, vi domando; perché si chiama comunista? E se abbiamo a che fare con un Partito comunista come si trova, allora abbiamo tutte le ragioni di diffidare, perché temiamo che quei pessimi maestri ci faranno raccogliere gli stessi frutti che sono stati raccolti in altri paesi, dove la religione cattolica non ha trovato posto, dove ci sono state nuove persecuzioni e nuove offese. Signori miei, dico di più: ci sono in questo momento in Europa due movimenti che si possono dire del pari di sinistra, ma che sono due movimenti di tendenza sociale per un certo tratto confluente, ma per un certo altro, per l’origine e la tattica divergenti: un movimento laburista e un movimento comunista. Ora, il movimento laburista, impersonato oggi nel governo inglese, il movimento laburista si fonda e ammette la religione nello Stato, nel popolo, ma non la ammette espressamente perché la presuppone, presuppone l’esistenza di questa base religiosa cristiana e a questa base si richiama. Io ho raccontato altrove che l’attuale presidente del Consiglio inglese Attlee, nel colloquio che ebbi l’anno scorso a Roma mi disse: «Voi vi chiamate cristiani, noi non ci chiamiamo cristiani, però supponiamo che il Cristianesimo esista e inspiri tutta la Nazione». Infatti, voi avete visto che Attlee, come avrebbe fatto anche un altro conservatore qualsiasi, prima di lui, ha seguito il re nella cerimonia religiosa per l’inaugurazione della Camera. C’è gente la quale ha in testa un programma di rinnovamento ed è per un programma di cooperazione, di fratellanza internazionale, è gente però che non rinnega le basi del passato su cui grande è diventata l’Inghilterra, cioè le basi cristiane, cioè il concetto vero della libertà e vero della democrazia. Ora, se noi dobbiamo dire fra questi due movimenti quello al quale siamo più vicini, dobbiamo dire che questo è il laburista; dobbiamo dire che noi apparteniamo a questa corrente riformatrice. È vero ci si fa rimprovero: «ma voi avete anche tanti ricchi nel vostro partito, avete tanti proprietari e tanti industriali». Io dico: magari ne avessimo moltissimi che potessimo convertire, farne oggetto delle premure delle masse lavoratrici, perché imparino a cedere quando bisogna cedere, imparino a creare una nuova organizzazione della terra e una nuova organizzazione industriale. È questo il nostro programma. Sì, lo affermiamo: noi sappiamo che la evoluzione del popolo, che il progresso popolare non sono possibili altro che con la cooperazione di coloro i quali in questo momento rappresentano la proprietà, la ricchezza e di quelli che di questa ricchezza devono avere giustamente parte. Sappiamo che non c’è altro mezzo. Io riconosco, anzi credo che sia una provvidenza che esistano ai nostri fianchi partiti che ci criticano, perché così impediscono che ci addormentiamo in mezzo a coloro che possiedono e non sentiamo la necessità di una rivoluzione la quale porta ad una diversa distribuzione, sia nella produzione come nella divisione dei frutti della ricchezza. Amici miei, questa può essere una parte utile, ma se ci può essere un partito o una corrente di idee che può essere affiancata anche ad altri partiti, la quale governi l’Italia, questa corrente deve: primo: corrispondere al sentimento storico della popolazione ereditato da generazioni e generazioni e tranquillizzare la coscienza, in modo da non lasciare dubbi, in modo da garantire con la propria convinzione sinceramente professata, che questa base rimanga intatta; secondo: questa corrente deve avere la possibilità di agire sopra le classi che oggi possiedono e che devono venire a patti con le masse popolari che chiedono. Voi mi direte: perché non avete agito fino adesso? Io vi dico: non è vero; si è agito, guardate il progresso che si è verificato dopo tanti secoli in questo senso e come l’evoluzione è venuta avanti irrefrenabilmente verso una migliore sistemazione sociale. C’è questo forse: ma se abbiamo mancato nel passato non vogliamo mancare nell’avvenire, la Democrazia cristiana non è un partito in movimento, in marcia di progresso; questo progresso è lo spirito del cristianesimo, che ha servito, che deve spingerci avanti, da una parte per concedere quello che è giusto, dall’altra per muovere alla conquista popolare. La terza caratteristica di questa corrente deve essere di rappresentare in Europa, e direi nel mondo, soprattutto dinanzi all’America, una garanzia di tranquillità e di evoluzione pacifica. Come noi abbiamo tentato con uno sforzo supremo, che in un certo momento sembrava dovesse fallire, e devo confessarvi che ho passato ore di angoscia e insonni, come [abbiamo] organizzato un referendum per chiamare il popolo a decidere sulla forma dello Stato, così abbiamo anche noi i nostri problemi sociali: poterli risolvere, poterli a mano a mano che si presenta la possibilità, risolvere, senza salti nel buio, senza scosse che ci portino alla fame e all’abbandono da parte di coloro che possono aiutarci. Quando mi dicono che si faccia da parte di qualche partito la propaganda con taccuino alla mano dicendo: quanti ettari hai tu? Quanti ne hai in meno? Ne vuol prendere nota? Quando si è ricorsi a queste gherminelle di cui ho notizie precise, vuol dire che non si dice la verità al popolo, perché la verità sarebbe questa: se un movimento rurale, un movimento per la terra si rivelasse in forma violenta oggi le conseguenze sarebbero: diminuzione della produzione e, quindi, fame e carestia e nessun aiuto dall’estero, il quale per darci e aiutarci vuole che la nostra evoluzione proceda nell’ordine e nella tranquillità. Con questo confesso che io sono venuto qui questa sera all’ultima vigilia avanti alle elezioni amministrative, perché da una parte legato al posto di governo e dall’altra, forse ingenuamente, perché credevo che a simili trucchi non si ricorresse. Si è ricorso non solo qua, ma da per tutto, quando si è cominciato a dire: «questo è il movimento della conquista della terra! Se voi eleggete il tale e il tale altro partito senz’altro avrete la conquista della terra!». E in una parte del Lazio già c’è la dimostrazione che le promesse non vengono mantenute. La verità è una sola ed è questa: non si può risolvere la questione agraria senza una legislazione normale e una evoluzione graduale che segua le varie conformazioni regionali. È pazzesco che ci sia una formula [di] alchimia per risolvere che tanti e tanti ettari di terra… Bisogna mettersi d’accordo su questo riguardo per progredire gradatamente in questa riforma, dopo averla resa possibile con istituti adeguati sia per l’agricoltura che per la finanza. Quindi noi siamo per questa riforma, ma non possiamo dare ad intendere che si faccia dall’oggi all’indomani. Amici miei, noi siamo in una situazione difficilissima. Io devo dirvi che dalle discussioni che abbiamo fatto nelle due ultime riunioni del Consiglio dei ministri e nelle riunioni che abbiamo avute col rappresentante dell’Unrra, devo dirvi che la nostra situazione è grave assai, che dobbiamo fare uno sforzo colossale per arrivare alla saldatura, per non diminuire la razione già piccola del pane, per poter dare ancora almeno il mezzo chilo di pasta. Noi siamo in condizioni che dipendiamo tutti i giorni dai vapori che arrivano a Civitavecchia; stiamo sempre a guardare il mare, in attesa e se non arrivano le navi che portano i cereali avremo la fame e se non arriva il carbone avremo oscurità e le industrie che non si muoveranno. In questo rapporto siamo noi entro l’economia mondiale. Allora, amici miei, bisogna farsi un problema di coscienza: si può arrivare a delle riforme, a dei rinnovamenti, ma non dando ad intendere che la cosa sia rapida e che dipenda da un partito, perché io vi dico: anche in politica estera noi dobbiamo essere modesti e neutrali. Non dobbiamo stare né coi grandi a sinistra né coi grandi a destra; noi siamo piccoli, dobbiamo badare ai fatti nostri; dobbiamo tenere buoni rapporti con tutti; non dobbiamo accordarci né per gli uni né per gli altri tanto più che abbiamo avuto dall’America aiuti cospicui, senza i quali non avremmo potuto vivere; però, in quanto al trattamento di pace non sappiamo ancora come ci tratteranno di qua e come ci tratteranno di là. Gli uni ci domandano riparazioni, gli uni ci domandano Trieste, ci domandano una zona che è assolutamente nostra, è assolutamente nostra, che dobbiamo difendere e che difenderemo. La difenderemo e chi vi parla è un inerme che non ha armi e come governo non ha un esercito da potere scagliare sul fronte, quindi il mio parlare non è da nazionalista, non ha il tono mussoliniano della difesa armata; è una difesa della coscienza. Cioè se mai arrivasse il momento in cui una cosa simile ci venisse proposta, noi faremo come coloro che non potendo fare di più incrociano le braccia e dicono: «noi non firmiamo». Noi abbiamo il diritto di difendere anche quelle opere di civiltà che abbiamo compiuto, come abbiamo senza dubbio il dovere di rinnegare le aggressioni fatte dal governo fascista; noi abbiamo il dovere di riparare i danni dove possibile, compiuti da un governo che ha aggredito anche la Jugoslavia; noi lo riconosciamo questo. Da me non uscirà mai una parola che possa essere comunque rappresentata come a difesa degli errori portati dal governo fascista. È in nome di questa sincerità di coscienza poiché sappiamo che quello che difendiamo è veramente nostro ed è patrimonio dei nostri avi, è fatica delle generazioni anteriori. Anche per ciò che riguarda le colonie se noi siamo pronti a concedere tutto però non dovremmo essere i capri espiatori, i soli che paghino, quando altri popoli cercano di avere nuovi possessi e di mantenere quelli antichi che hanno. No! Così, amici miei, io sento che se c’è un pericolo del cosiddetto neofascismo in Italia, e io non ci credo, ma se c’è, se ci potrebbe essere potrebbe esserlo solo ove si credesse che il governo fosse dominato da direttive che favorissero la situazione estera in contrasto con gli interessi nostri. Onde, in verità noi abbiamo la coscienza di avere fatto nella politica passata, anche internazionale, di avere tenuto quella linea che è l’interesse del popolo italiano, ma anche interesse e sprone per la ricostruzione internazionale. Noi non siamo dei nazionalisti che si richiamano a tutto quello che possedevamo come oggetto di conquista della guerra passata, noi siamo dei cooperatori che si presentano come uomini i quali vogliono mettere al servizio la forza, i muscoli, il lavoro del popolo italiano sul mercato internazionale e sul mercato (brutta parola), sul mercato del lavoro, ma soprattutto di collaborare verso una maggiore giustizia dei popoli. Noi la vogliamo questa internazionale bianca che è internazionale di pace, internazionale di ricostruzione, ma diciamo: questa internazionale sarebbe vano cercarla sopra i paradigmi passati. Quanto si è cantata questa internazionale; poi, al momento della guerra, è crollata per la passione dei vari movimenti operai. Amici miei, non c’è che un pensiero solo che può superare questa difficoltà e questo pensiero non può essere altro che quello della fratellanza cristiana sotto un Padre Comune, il quale ci protegge e in mano al quale noi siamo con tutto il nostro destino. Signori miei, poiché si è fatta anche una campagna misera, una campagna spregevole, si è fatta una campagna contro il clero e l’opera del clero specialmente contro l’opera della Commissione pontificia, negli ultimi tempi, perché avviene che i treni che vanno a prendere gli ammalati dall’accampamento di Pescantina e passano per l’Italia, vengono talvolta utilizzati da gente che si butta dentro all’ultimo momento, si è voluto calunniare, per questa carità il sommo pontefice. Io vi dico che sono al governo, se in un certo momento non ci fosse stata la libera iniziativa del papa, le nostre miserie sarebbero state maggiori e io vi dico che questi angeli di pace, hanno lavorato soltanto in nome della carità di Cristo, del sommo pontefice che di questa carità è uno splendido rappresentante in terra. È ora di terminare e di concludere. Io non vi ho parlato ancora dei problemi della Costituente. La cosa mi porterebbe lontano. Poiché domani si tratta soltanto di elezioni amministrative, vi ho accennato solo perché spinto dalla polemica sorta alla questione politica. Brevemente vi dirò questo: quando affronteremo i problemi della Costituente, dovremo affrontarli con questo spirito: la Costituente, se non ci cambiamo noi, non cambia niente. Non crediate che eleggere una assemblea, anche se quella cambia il capo del governo, cambia qualcosa di sostanziale. Dipende dagli uomini che formano la maggioranza del governo. Se dovremo sempre, in ogni modo, venire ad una transazione, diventerà sempre un povero governo come il mio e come quelli che ci sono stati. In secondo luogo la Costituente non cambia niente delle questioni essenziali della vita. Le questioni che deve affrontare la Costituente sono: la forma dello Stato e la Costituente. Questi sono i compiti esclusivi della Costituente. Io vi dico che la questione della futura produzione della campagna dipende più dai fosfati che devono venire, più dalle 60.000 tonnellate di fosfati che devono venire dall’Algeria, che dalla Costituente. E se noi siamo capaci di introdurre miglioramenti nel campo dell’agricoltura eviteremo la fame; altrimenti, avete sentito anche le parole di sua santità Pio XII, che hanno fatto eco. Ma io ho mandato a dire anche al ministro degli Esteri inglese, me lo ha mandato a dire anche dall’America La Guardia, Fiorello La Guardia che tanto ha fatto per noi e che tanto affetto ha per noi e che per fortuna è diventato presidente della Unrra. La situazione mondiale è talmente tragica che noi non ci salveremo che con uno sforzo della nostra collaborazione, sforzo della nostra volontà e di equilibrio; non c’è posto per grosse rivoluzioni, per grossi cambiamenti. Ma oggi bisogna che provvediamo alla produzione, bisogna che provvediamo a rimettere in piedi le industrie. Ho visto con grande orgoglio a Torino la prima mostra della meccanica, dove si nota lo sforzo dello ingegno, della industria e dell’artigianato italiano per la ripresa. Ma questa ripresa deve essere fatta con sforzi di collaborazione di capitali e per questo abbiamo anche bisogno dell’estero. Io vi dico: per la salvezza d’Italia quello che importa soprattutto è che al governo vada una corrente omogenea di idee, di uomini e di volontà, che diano la tranquillità all’interno e le garanzie all’estero. Questo sarà domani spiegato più dettagliatamente quando si tratterà di eleggere la Costituente. Questo è il programma della Democrazia cristiana, programma che ci impegna tutti con ogni sforzo di volontà, perché sappiamo che da questo sforzo e da questa necessità dipendono le sorti del popolo italiano, le sorti del nostro paese.
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Amico La Guardia, il popolo italiano spera nel vostro cuore e nella vostra energia. Non possiamo ridurre la reazione a 150 grammi senza esporre di popolo alla fame. Vi assicuro che il governo italiano farà ogni sforzo per parte sua; procederà con energia contro il mercato nero e gli abusi dei locali di lusso; rastrellerà quanto grano è possibile all’interno. Ma non basta. Bisogna che i paesi che hanno delle riserve e sono aiutati dall’Unrra ci anticipino qualche spedizione che noi restituiremo dopo la saldatura.
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Ricorre oggi un anno dal giorno in cui fulminea si sparse nel mondo la notizia che Franklin Delano Roosvelt era morto al suo tavolo di lavoro. Era il momento in cui tutti gli uomini erano tesi alla vittoria e alla liberazione ormai prossime, e pur la notizia fu così ferale, che per un attimo sovrastò il fragore delle armi e degli eserciti vittoriosi, avanzanti in Italia e nel cuore della Germania nazista. Alla vigilia di coronare la sua gloriosa opera il corpo stanco aveva ceduto alla sua durissima fatica; il suo spirito aveva trovato degnamente riposo in una patria più grande «ove è silenzio e tenebre la gloria che passò». A quell’annuncio un senso di profondo sbigottimento pervase l’anima di noi tutti. Ricordiamo le parole con cui egli ci aveva spronato alla lotta in un memorando discorso: «Italiani, egli aveva detto, è giunto il momento di decidere se volete morire per Mussolini e Hitler oppure vivere per l’Italia e la civiltà. Soltanto dopo distrutto il nazismo e il fascismo, egli aggiungeva, una Italia redenta potrà rioccupare un posto rispettoso nella famiglia delle nazioni». Nel celebrare con animo commosso e devoto l’anniversario vorremo ricordare al grande Amico scomparso che gli italiani hanno fatto quanto egli chiedeva: abbiamo sacrificato migliaia dei nostri figli migliori per quella civiltà e per quelle libertà in cui egli credeva e che sono nostro indistruttibile patrimonio spirituale. Ma come potremo rammentare ciò senza pensare anche che oggi, a quasi tre anni dalle sue parole ammonitrici, l’Italia aspetta invano che le venga dato quel posto rispettato fra le nazioni che allora egli ci promise? Non sembra troppo chiedere che gli ideali i quali guidarono il grande presidente siano anche la guida di coloro che reggono oggi le sorti del mondo. Questi ideali di giustizia e di pace sono il retaggio che Roosvelt ha lasciato, un retaggio in cui noi fermamente crediamo e nel quale si raccolgono tutte le nostre aspirazioni e tutte le nostre speranze. Nel primo anniversario della morte di Roosvelt ricordiamo quanto il presidente scrisse il 6 gennaio 1941 nel suo messaggio al congresso sulle Quattro libertà: «Per questi giorni a venire che cerchiamo di far sicuri, noi aspiriamo alla creazione di un mondo fondato su quattro essenziali libertà umane. La prima è la libertà di parola e di espressione in ogni parte del mondo. La seconda è la libertà, per ogni individuo, di adorare Iddio a suo modo, in ogni parte del mondo. La terza è la libertà dal bisogno che, espressa in termini di politica mondiale, significa una comprensione dei bisogni che assicuri una vita sana e pacifica agli abitanti di ogni paese in ogni parte del mondo. La quarta è la libertà dal bisogno che, espressa in termini di politica mondiale, significa una riduzione mondiale degli armamenti così ampia e completa da rendere impossibile un atto di aggressione fisica da parte di un qualunque paese contro qualsiasi altro in ogni parte del mondo. Questa non è la visione utopistica di un mondo impossibile. È la base precisa di un tipo di mondo che può essere attuato nel nostro tempo e dalla nostra generazione. Questo tipo di mondo è la vera antitesi del così detto “nuovo ordine” della tirannia che i dittatori cercano di creare con lo scoppio di una bomba. A questo “nuovo ordine” noi opponiamo la più grande concezione dell’ordine morale. Libertà significa supremazia dei diritti umani ovunque. Il nostro aiuto va a coloro che combattono per conquistare quei diritti o per conservarli: la nostra forza è la nostra unità di intenti. A coloro che sono guidati da così alte concezioni non può sorridere che la vittoria».
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Caro Togliatti, da qualche giorno ti devo una risposta alla lettera del 9 aprile . Scusami il ritardo: tu sai che i problemi amministrativi di emergenza riempiono la mia giornata in modo che pochissimo tempo mi resta da dedicare alla propaganda e al giornalismo. Il ritardo, del resto, è forse stato utile. Perché nella polemica è intervenuto due giorni dopo anche Alicata con un articolo che conclude: «meglio farebbero certi dirigenti democratici cristiani a comprendere che un grande partito nazionale ha, di fronte al paese, ben altre responsabilità che non quelle di nascondere le proprie vere intenzioni dietro il paravento di diversivi religiosi costruiti ad arte». Così la mia risposta potrà essere più completa. In fondo tu ti lagni che a Viterbo io abbia detto che la tolleranza promessa dai comunisti in confronto dei problemi religiosi è troppo poco e mi rimproveri di non aver aggiunto che voi vi siete dichiarati anche per la libertà di coscienza e di culto, e che tu stesso nel discorso del V congresso, hai anche affermato: «che il concordato con la Chiesa non potrebbe essere riveduto che per intesa bilaterale, salvo violazioni che portino una parte o l’altra a denunciarlo». (Formula, osservo fra parentesi, che non impegna al di là della correttezza diplomatica). Ammetto subito che io a Viterbo non ho trattato a fondo l’argomento «i comunisti e la religione», quale tu indichi nella tua lettera, e che non ho né l’intenzione né annunciato il proposito di farlo. Solo di sfuggita, dopo aver esposto il programma politico-economico della Democrazia cristiana ed aver ammesso che in molti punti era stato possibile finora e sarà possibile domani una collaborazione con altri partiti (e qui, come a Torino, ebbi parole di riconoscimento per i miei collaboratori al governo) rilevai un aspetto fondamentale che ci differenzia dai comunisti. Dissi pressappoco: il Partito comunista si dichiara tollerante in materia religiosa e ciò rappresenta innegabilmente un progresso in confronto della propaganda atea del passato e delle persecuzioni in altri paesi, ma questa ultima posizione dei comunisti non è sufficiente per ottenere che i credenti, per quanto riguarda soprattutto i problemi fondamentali dello spirito, della famiglia e della scuola, che dovranno essere risolti nella Costituzione, si affidino tranquillamente a loro. Anche se fossimo completamente d’accordo su tutto il resto – repubblica, riforma terriera, gestione industriale – noi avremmo sempre il compito specifico di promuovere e difendere i postulati dello spirito e della civiltà cristiana, fondamento e garanzia della morale che sola può preservare lo Stato dalla decadenza e dalla corruzione. Capisco – dissi – i comunisti come collaboratori, anzi, aggiunsi, come «pungolatori», affinché i beati possidentes non si adagino in una conservazione regressiva, ma non so pensare che il popolo italiano, il quale non vuole il comunismo, affidi il proprio destino al governo di un partito che dal comunismo trae il nome, l’origine, il programma e la finalità. Tu forse replicherai: ma c’era proprio bisogno che tu ti distinguessi da noi comunisti proprio sul terreno religioso? Ti rispondo che nei pochi luoghi in cui sono capitato, ovunque, a nord ed a sud, i miei amici si sono lagnati che i comunisti, abusando di simboli, di precessioni, di atti esteriori, tentino di svuotare ogni nostro contenuto programmatico, e di accaparrare, con un camuffamento e un esibizionismo veramente impressionante, la buona fede dei semplici, specie delle donne. Io stesso, del resto, durante la campagna amministrativa, capitai in un piccolo centro semidistrutto nel quale l’oratore socialcomunista, agitando dall’alto di un autocarro la bandiera rossa, gridava: «Ecco la nostra bandiera; essa è rossa come era rosso il manto di nostro Signore Gesù Cristo». È questo genere di propaganda che ha provocato il mio rilievo polemico. Tu ben sai, caro Togliatti, che se, come tu scrivi, fra me e te non ci fu mai nella pratica di governo alcun contrasto su questioni religiose, ciò è vero per quanto riguarda il nostro reciproco rapporto di lavoro, ma tu non mi hai mai illuso, né io ti ho mai fatto supporre che ci potessimo scambiare anche le dottrine, le tendenze e direi anche le parti: cioè che tu facessi il cristiano e io il marxista. Ognuno nasce coi connotati propri e se evoluzioni sono sempre possibili, anzi augurabili, non è lecito confondere le ragioni tattiche colle convinzioni: bisogna che esse siano o l’una o l’altra cosa. «Almeno i dirigenti dei partiti maggiori – tu aggiungi ancora – dovranno contribuire alla chiarezza e lealtà della vita politica, non contraffacendo le posizioni avversarie». Benissimo, ma per quanto mi riguarda mi pare di averlo sempre fatto o almeno di essermi sforzato di farlo con una linea di condotta che mi valse il rimprovero di debolezza; ma quando a Civitavecchia mi sono visto affisso un manifesto in cui si riproducevano le mie prime dichiarazioni al Brancaccio con rilievi favorevoli alla evoluzione russa, senza tener conto delle obiezioni che si facevano nel periodo seguente di quello stesso discorso, mi sono chiesto se nel mio onesto sforzo di comprensione non mi fossi prestato troppo all’abuso di avversari così poco scrupolosi. E ora saremmo noi – secondo l’Alicata – che ricorreremmo a diversivi religiosi costruiti ad arte per nascondere le proprie vere intenzioni? Non la vostra, dunque, ma la nostra sarebbe una tattica, una manovra elettoralistica? No, signori, la nostra è una convinzione, un obbligo di coscienza, una fede. Ve lo abbiamo sempre detto, senza riserve, senza infingimenti, anche quando le elezioni erano ancora remote e tutto ci consigliava ad attenuare i contrasti. Ricordo che nella stampa clandestina a Roma i comunisti si distinguevano per la pubblicazione di articoli ideologici «intorno alla dottrina leninista del partito», all’«unità ideologica del proletariato» e sulle note conferenze di Stalin, uscite poi in volume. Gli articoli erano costellati di citazioni dei grandi maestri del marxismo e del materialismo storico: anzi un quindicinale, ausiliario del comunismo, si era assunto il compito di «liberare la coscienza cattolica dei paraocchi di schematiche ideologiche superate». Ci fu allora chi venne nel nostro ricovero a rimproverarci di non fare anche noi dell’ideologia. Rispondemmo subito con un articolo nel «Popolo» clandestino per spiegare che mentre certi partiti sono complessi totalitari che vogliono impadronirsi dell’uomo intiero e presumono di disciplinarlo sotto tutti gli aspetti: etico, filosofico, politico ed economico, il nostro partito democratico cristiano era semplicemente una organizzazione politica per realizzazioni politiche. In questa zona specifica il partito è indipendente e autoresponsabile, ma in quanto alla «ideologia», cioè alla concezione generale della vita (Weltanschauung) «il nostro partito è una organizzazione di credenti, che sul terreno politicoeconomico vuole realizzare una sincera democrazia politica e una profonda trasformazione sociale secondo giustizia ma entrando nel partito il militante politico non muta credo, non recide il vincolo spirituale che lo unisce alla Chiesa; egli anzi dal patrimonio cristiano continua a trarre il fermento vitale che anche nella vita politica lo deve conservare e alimentare». Così abbiamo scritto allora, così ci presentammo poi alla luce della vita democratica. Noi non abbiamo inventato diversivi, non abbiamo mutato. È vero, invece, che coll’arrivo di Togliatti a Roma, la propaganda «ideologica» dei comunisti si attenuò e disparve. Ma i credenti hanno ben diritto di sapere se questa involuzione è tattica esteriore per conquistare un paese cattolico o mutamento interiore di propositi e di convinzioni; ossia hanno l’obbligo di giudicare alla prova dei fatti. I fatti saranno gli articoli della Costituzione, le leggi fondamentali, le direttive morali della politica di ricostruzione. Appena allora gli italiani potranno misurare se e in quanto il distacco fra la dottrina e la tradizione comunista da una parte e la linea di condotta del Partito comunista italiano dall’altra sia così profondo e così definitivo da liberarlo da ogni solidarietà e corresponsabilità col comunismo internazionale, quale conosciamo e vediamo nella storia di ieri e nella realtà di oggi. Ecco dunque, caro Togliatti: non si tratta né di te né di me, ma di un’antitesi che supera le nostre persone. L’onestà politica esige che tu e io segnaliamo con franchezza tale contrasto a quegli elettori ai quali chiediamo un voto di fiducia; né la sincera professione della nostra fede ci impedirà che ciascuno dia il contributo che gli è proprio alla evoluzione politica del paese.
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Egli ha rilevato anzitutto come i suoi compiti di governo siano dominati presentemente dal grave problema del pane quotidiano. Siamo ad una svolta tragica della nostra alimentazione: non è stato un gesto teatrale quello di rivolgersi direttamente al presidente dell’Unrra in America. Siamo alla vigilia di decisioni che possono portarci a delle privazioni. Oltre alle conseguenze politiche, ai pericoli per l’ordine pubblico vi sono quelli che possono prevedersi con certezza: le conseguenze fisiologiche specialmente sui figli nostri, sui giovani, su coloro che più hanno bisogno di nutrirsi. Per chi è tenuto a provvedervi, questo problema veramente grave supera tutti gli altri. L’oratore ha espresso il timore che sia quasi vano sperare in una soluzione rapida e soddisfacente. Occupandosi del tema particolare del convegno giovanile, De Gasperi ha sottolineato come il problema morale del nostro popolo abbia però importanza anche maggiore del pane quotidiano. Le difficoltà alimentari si potranno superare, eventualmente con privazioni momentanee, ma se si perde il giusto orientamento nella questione morale, e se non si riesce a salvare nei giovani, e in genere nelle coscienze il principio dell’integrità morale, per un popolo tutto è perduto. De Gasperi, rivolgendosi ai giovani, ha insistito su questo problema dell’integrità morale, elemento essenziale e necessario della società italiana. De Gasperi ha ammirato l’opera della campagna sociale che sotto il motto «Salviamo il fanciullo» viene svolta dai giovani dell’Azione cattolica, l’organizzazione di tutto ciò che può essere utile per riguadagnare alla morale tanta gente perduta, salvaguardandola dalle contaminazioni. È dovere e obbligo per il governo riconoscere l’utilità per lo Stato delle libere forze. Lo Stato a nulla può riuscire nelle sue amministrazioni se non ha la cooperazione delle forze libere che agiscono non per una legge codificata, esterna, o per decreto e ordinanza di prefetti, ma per una legge interna che si richiama ad un precetto dello spirito, a una convinzione che supera ogni decreto, perché risale ad un principi morale, alle parole eterne di Cristo. Il momento è assai critico: se i cattolici non sono vincenti e non intervengono con tutta la loro forza per chiarire la situazione e per affrontare la battaglia dal punto di vista dei principii, essi perdono le posizioni basi che hanno da difendere. La politica, quando tocca i problemi fondamentali e morali, è un’estensione dell’apostolato. Non si deve chiedere altro, in questo momento, che libertà: libertà di educazione, di associazione, libertà di azione cattolica. Oggi si deve combattere e vincere per la libertà. Ecco perché è scritto «Libertas» sullo scudo crociato, che non è il semplice rinnovamento di un motto medioevale, ma il richiamo alla libertà, perché sempre fiorirono la religione e il buon costume quando la libertà fu garantita.
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Amici! Molti di voi, parecchi di voi, ricorderanno l’ultimo congresso del Partito popolare nel 1925: quella sala angusta e tetra in cui ci eravamo ricoverati per prendere le ultime risoluzioni di fronte alla dittatura ormai incontrastata . Risoluzioni, se vi ricordate, che furono semplici, ma franche e decisive. Non c’era possibilità di agire e di reagire; c’era una sola possibilità: quella di affermare la propria indipendenza morale e di salvaguardare la libertà della propria coscienza. L’ultima mia parola come segretario del partito fu questa: aspettate l’ora della giustizia, non disperate della libertà. Poi venne la distruzione del partito, degli archivi, di ogni memoria scritta o stampata, perfino dei verbali; insomma di tutta l’attrezzatura del partito ma soprattutto la persecuzione dei capi: persecuzione che portò all’esilio, all’arresto, al confino ed in prigione. L’ultima roccaforte fu l’Aventino. Poi il silenzio ed una triste lotta per l’esistenza personale e della propria famiglia. Quale era il nostro delitto? Avevamo fatto delle congiure? Avevamo forse attaccato l’autorità dello Stato? No! La nostra colpa che ci si rimproverava sempre era quella di avere nel congresso di Torino , senza attaccare la coalizione governativa, proclamato la difesa assoluta della libertà. Nel periodo che seguì, la nostra attività all’interno doveva essere molto limitata: cercare d’influire sugli organi di stampa amici o nei circoli cattolici perché questi nella loro massa almeno non si lasciassero attrarre in equivoci: poi discussioni in piccoli gruppi per aggiornare il nostro vecchio programma, sempre sperando che i conflitti al di fuori venissero a rendere possibile un’azione all’interno. Sperammo nel ’35; la nostra speranza riprese nel 1940 e allora cominciò l’attività più specificamente cospirativa e lo sforzo di aggiornare il nostro programma nel contatto con i giovani. Mi ricordo il distacco, il profondo distacco dai metodi passati. Il nostro programma L’elaborazione programmatica della ripresa del partito continuò nelle commissioni di studio presso la Direzione a Roma ed anche altrove, come a Milano, dove specie per merito del gruppo neoguelfo si studiò e si cercò di concretare programmi. Avemmo dei contatti nei momenti della clandestinità e compilammo finalmente quelle Idee ricostruttive che «dovevano essere idee-forza le quali avrebbero animato la volontà del popolo italiano quando questo popolo avesse la possibilità di attuarle». Quando si dice che non abbiamo un programma o che non abbiamo fatto uno sforzo sufficiente per divulgarlo e chiarirlo, si dimentica che in questo lavoro iniziale noi non ci proponevamo un programma d’azione concreta, perché il campo d’azione non poteva essere definito; dovevamo fare come i seminatori: deporre nei solchi alcune idee fondamentali che agissero poi presso gli amici nel campo concreto per trovare delle formulazioni corrispondenti alla realtà contingente. Se io guardo il sommario di queste Idee ricostruttive, vedo in verità che tutte le questioni fondamentali sono state toccate, tutte le idee-forza sono state accennate. Le premesse indispensabili: la libertà politica, il regime democratico, le due assemblee e dunque il problema bicamerale, l’organizzazione delle professioni e l’organizzazione dell’ente regione, la Corte suprema costituzionale, i valori morali e la libertà delle coscienze, la giustizia sociale, concretata in problemi particolari per quel che riguardava l’industria e per quel che riguardava il proletariato agricolo, la libertà della media e piccola industria e dell’artigianato, l’ordinamento sindacale, che era fondamentale nelle sue strutture essenziali, già indicate, la rappresentanza di interessi, l’ordine internazionale secondo giustizia. Lo sviluppo di questo programma o di queste idee programmatiche venne affidato alle commissioni tecniche organizzate accanto alla Direzione. Voi ne troverete le conclusioni nei diversi Consigli nazionali: è là che si elaborarono le formule e gli ordini del giorno che, dopo approfondita discussione, venivano accettati dagli organi direttivi dei partito . Quindi non è esatta l’accusa che si fa alla Direzione, che non ha curato abbastanza la fissazione di un programma. E se ci sono stati dei difetti, delle mancanze, queste hanno riguardato non le idee, ma gli uomini, perché in verità voi potete discutere come meglio vi piaccia o vi è possibile: in un’assemblea o nelle riunioni del Consiglio nazionale o della Direzione, si trovano sempre delle formule concordate, ma non gli uomini che le attuano. Oggi c’è una povertà generale di uomini direttivi in Italia. E c’è una povertà anche nel nostro partito. Questa è una conseguenza non di debolezza innata o indipendenza delle idee, ma del lungo periodo di astinenza dalla vita politica. Si aggiunga la limitatezza dei mezzi e degli strumenti. Si aggiunga la gravezza dei problemi d’emergenza. Che cosa volete che avessero fatto questi pochi uomini che dovevano occuparsi di elaborare programmi ed insieme pensare all’avvenire, quando erano pressati tutto il giorno, pressati come lo sono tutt’oggi, dai problemi urgenti che bisogna risolvere? Come si fa a costruire per il futuro quando tutto il giorno si è preoccupati del pane quotidiano? Come si fa a pensare allo Stato avvenire e alla forma e al modo della sua costruzione, quando si è talmente compressi che si può a malapena pensare solo alle linee principali di questo lavoro, senza entrare nei dettagli? Ecco perché una qualche manchevolezza di elaborazione programmatica si può riscontrare nel nostro partito. Potrete valutare la gravità dei problemi di emergenza, quando pensate che vi erano 7 milioni di italiani senza tetto, che vi era un terzo della rete stradale con 12 mila ponti da riparare, che vi era l’80 per cento delle linee ferroviarie da rimettere in attività, la marina mercantile distrutta, l’industria elettrica ridotta al 20 per cento; quando questi organismi economici sono a terra, come volete che queste urgenze quotidiane e primarie, queste estreme necessità di ogni vita collettiva, non urgano talmente da assorbire quasi l’attività dei pochi uomini che sono chiamati a prendere risoluzioni e a farle eseguire? Aggiungete l’occupazione degli alleati, lo sconquasso morale che ha portato la guerra civile e che portano tutte le misure di epurazione, le Nazioni che ci premono su tutte le frontiere e vogliono falcidiare il nostro territorio, il problema delle riparazioni che ci mette in angustia, l’ordine pubblico e il disarmo che si dovrebbe fare e non è ancora fatto. Ecco tutto quello che impedisce ed ha impedito fino adesso una chiarezza cristallina e schematica di programmi. L’attività del partito Questa mia è una nuda relazione. Debbo riferire soprattutto su quello che si è fatto e posso affermare che nonostante le deficienze che ho ammesso, si è però lavorato molto per lo sviluppo dei singoli capitoli programmatici. Vedete le pubblicazioni della nostra Seli , le collane delle «Idee e battaglie», dei «Profili», dei «Documenti» ma soprattutto gli opuscoli della segreteria «Spes» opera preziosa diretta da uomini come Dossetti e Fanfani, ai quali non possiamo essere abbastanza riconoscenti. È uscito proprio in questi giorni il Dizionario sociale con 800 voci, 188 pagine e 60 collaboratori, e sono ormai 9 le «Guide del propagandista»; 3 i fascicoli dei «Panorami»; 3 quelli delle «Riforme»; 2 dei «Contradittori», un numero non contato di manifesti, di volantini, di opuscoli di propaganda per le due elezioni: quelle amministrative e quelle politiche. Abbiamo organizzato in questo periodo quattro corsi di propagandisti provinciali; abbiamo avuto, dal 31 gennaio 1946, 600 propagandisti in funzione. Abbiamo organizzato 5.300 comizi. Sopratutto dovrei accennare alla felice iniziativa dell’amico Dossetti e dei suoi collaboratori: la «Giornata di solidarietà». In essa si ebbero 5.000 discorsi ed i fondi raccolti e destinati alle opere di pubblica assistenza raggiunsero la cifra di 300 milioni. Le borse di studio istituite per i figli del popolo ammontano a 578; i corsi per i reduci a 133. Voi attenderete anche le cifre riguardanti il partito. C’è qualcuno che vorrebbe nasconderle perché non sono mai corrispondenti al desiderio. È probabile che oggi la cifra dei tesserati tocchi il milione e mezzo. Quando si fecero però le statistiche, eravamo ad 1.054.000 con 7.171 sezioni. Di questa cifra in 253.000 sono donne. Le percentuali delle organizzazioni non sono naturalmente ancora sufficienti: nell’Italia settentrionale il 2,87 per cento della popolazione, nell’Italia centrale l’1,59 per cento ; quella del meridione in genere il 2,47 per cento. Dobbiamo ammettere che il tesseramento non è ancora sufficiente, dobbiamo rilevare una deficienza di spirito organizzativo. Dobbiamo qui, dalle aumentate cifre del presente, partire per una nuova campagna organizzativa. Noi abbiamo bisogno di scuotere, di dare il senso della responsabilità. Abbiamo anche bisogno, diciamo la verità, di fondi . Non è possibile mantenere e sopperire alle spese di un grande partito senza che questo non senta il dovere di contribuire con un numero grandissimo di tessere. Non è con ciò che io voglia mettere il nostro partito, cioè la sua efficacia reale, alla pari o al disotto di partiti che hanno maggiori iscritti. Noi sappiamo che vi sono organizzazioni parallele alla nostra, che vi sono organizzazioni supplettive le quali possono sopperire alla mancanza di organizzazioni dirette. Tuttavia è nostro dovere di fare uno sforzo ulteriore. Il lavoro compiuto dalle donne è stato notevolissimo . Non accenno a quello durante la guerra civile o durante le ostilità, ma penso al periodo organizzativo dopo la liberazione Abbiamo avuto 83 convegni provinciali, oltre al convegno nazionale in Roma; circa 6.180 visite organizzative; 40 scuole di propaganda; 90 borse di studio e 4 periodici che manifestano le idee del movimento femminile del partito. È impossibile accennare alle numerosissime opere di assistenza che le organizzazioni femminili hanno promosso. Bisogna ora vincere una grande riluttanza che vi è nel mondo femminile, specialmente nel Mezzogiorno, ad iscriversi, a prendere la tessera. Bisogna superare con grande difficoltà questa tendenza negativa che è insita un pò nel costume e nelle tradizioni, del resto rispettabili. Nel movimento giovanile abbiamo avuto: un convegno nazionale, 13 convegni regionali, 152 convegni provinciali, centinaia di visite di propaganda. Una delegazione giovanile democristiana ha partecipato a Londra al congresso mondiale della gioventù ed a Praga a quello internazionale degli universitari. I giovani hanno svolto una intensa attività sportiva, vincendo campionati periferici nelle squadre della «Libertas», il cui centro nazionale è stato egregiamente diretto da Giammei. La nostra stampa Diciamo ora una parola sulla stampa, non perché abbia da rilevarvi molte cose, ma perché vorrei offrire l’occasione che le diciate voi nella discussione: 9 sono i quotidiani e 80 i settimanali. Rivolgo un ringraziamento speciale ai direttori, ai redattori e ai lavoratori di questi giornali, che hanno fatto una buona battaglia. Però devo dire che sono molto inquieto sullo sviluppo della nostra stampa. Credo che non sia possibile che continui la dispersione che si sta instaurando e ripetendo, nonostante la triste esperienza del passato. Credo che, quando sarà passato questo breve periodo transizionale, quando si ritornerà alle quattro pagine, il peso finanziario dei giornali sarà tale che, invece di giovare al movimento, rappresenteranno una palla di piombo ai piedi del partito in marcia. Prego gli amici non soltanto al centro, ma anche alla periferia, di considerare bene questo pericolo. Io riterrei necessario ricostituire una delegazione o un organo collettivo, il quale dia assistenza e coordinamento e, sopratutto, richiami gli amici, alle esperienze fatte, affinché non si incorra negli stessi errori. È meglio che noi abbiamo il coraggio di affrontare questo problema nettamente e chiaramente: o il partito, il che vuol dire con le sue forze, ha la possibilità di fondare un giornale e di mantenerlo, o, altrimenti, non bisogna prendere iniziative che non si possono sostenere o che, per sostenerle, convenga ad un certo momento ricorrere a fonti sospette. Questo deve essere un principio di moralità. L’unità sindacale Avete avuto, voi sindacalisti, recentemente un convegno, cui ho potuto assistere per qualche momento; ho avuto una impressione di forza, di organizzazione, di unità morale e politica, di unità di concezione sociale. Però voi stessi in questo Convegno avete ammesso le debolezze nostre nel campo sindacale. Si dice: bisogna che il partito faccia la parte sua; e questo è vero. Il partito aveva deciso di costituire un «ufficio centrale sindacale» con uffici provinciali o regionali; fino ad ora questa organizzazione non è stata attuata. Anche qui è la scarsità di uomini che l’ha impedito, non che ci mancasse la consapevolezza della necessità e dell’urgenza del problema. Poi, è evidente che manca un coordinamento fra il movimento sindacale entro la Confederazione, le Acli e l’Icas . Si era deciso di costituire un comitato permanente; per diverse circostanze questo comitato non è stato fatto. Ma bisogna farlo, perché non è possibile che queste forze che confluiscono al medesimo scopo, non scambino tra loro le informazioni necessarie. Fedeltà all’unità sindacale, sì. Ma questa fedeltà è possibile solo a condizione che la fusione della Confederazione non sia subordinata a programmi e direttive di partiti. In secondo luogo questa fedeltà si può attuare e mantenere ad un’altra condizione: che i nostri amici assumano figura propria, anche esternamente, in modo che il nostro concorso alla linea mediana sia un’attività manifesta anche al pubblico. Inoltre questa manifestazione, questa rivelazione di una personalità specifica è possibile solo se si manifesta in una collaborazione con gli organi tecnici del partito e con le altre associazioni alle quali ho accennato. Collaborazione che si deve manifestare sopratutto negli organi di stampa. Non è possibile che le cose continuino così nel giornale Il lavoro. Questo che attraversiamo è un periodo di transizione, ma bisogna che fin d’ora si rivendichi come meta il riconoscimento giuridico dei sindacati. Noi non lasciamo cadere la tendenza fondamentale e costitutiva nel nostro movimento democratico cristiano, cioè che ci sia una organizzazione di diritto pubblico (organizzazione che comprenda tutti i lavoratori e aperta a tutti) per quanto è essenziale del sindacato e soprattutto per quanto riguarda i contratti collettivi, e che per il resto ci sia possibilmente una pluralità di cooperazione sia riguardo il collocamento, come per la previdenza sociale e l’assistenza in genere dei lavoratori. Se vogliamo salvare l’unità e renderla efficace dobbiamo limitarla a quello che c’è di comune e non è in discussione fra le varie correnti. Le vittime della lotta politica Sento il dovere di ricordare qui le vittime cadute nella lotta politica. Questa mattina avete commemorato i caduti della lotta partigiana. Settembrino Penna, di anni 18, aveva preso parte alla guerra partigiana contro i tedeschi ed i fascisti. E nella sua cittadina a Roccaforte del Greco, in provincia di Reggio Calabria era tra i più attivi democratici cristiani. Mentre partecipava alla ricerca del colpevole di un delitto, insieme ad altri partigiani e ad alcuni carabinieri, venne ucciso da una sparatoria partita dalla casa dell’ex sindaco comunista del paese, che con i suoi fratelli., ricercato appunto per tale delitto, si era barricato nella sua abitazione. Il giovane si spegneva il 12 marzo 1945. Nello stesso periodo veniva assassinato in una vicina frazione del comune di Caulonia ad opera di squadristi rossi il parroco don Amato, a motivo della sua attività religiosa e sociale. Il parroco Amato era un esemplare sacerdote, stimato da tutti per la sua attività antifascista e per il suo apostolato benefico. Dottor Emilio Zavattaro, segretario della sezione della Democrazia cristiana ad Anzola Emilia, veniva ucciso ai primi di febbraio a tradimento, mentre girava per le campagne per svolgere la sua attività, da due sicari mascherati che riuscivano poi a dileguarsi. Il dottor Zavattaro era un giovane professionista molto stimato e nella zona dove i rossi avevano creato un’atmosfera intollerabile di terrore con violenze e sopraffazioni, si prodigava impavido per l’idea noncurante di minacce di morte che più volte gli erano state fatte. Ad Andria, il 7 marzo veniva consumato un altro orrendo delitto contro due attive militanti dell’Azione cattolica e del movimento femminile della Democrazia cristiana: le sorelle Stefania e Vincenza Porro, di anni 54 e di anni 60. Erano due nobili figure, dedite alle opere benefiche e, fra l’altro, non soltanto avevano dato un milione per l’erezione della nuova Chiesa, ma sussidiato numerose istituzioni assistenziali della città e aiutato con centomila lire la locale cooperativa edilizia diretta da elementi comunisti. Durante episodi rivoltosi accaduti ad Andria mentre l’onorevole Di Vittorio teneva un comizio sulla piazza del municipio, vennero sparati dei colpi di fucile. Dalla folla dei comizianti alcuni gruppi si avventarono contro la casa delle sorelle Porro, che in quel momento stavano recitando il rosario. Le due donne, malmenate a sangue e trascinate per le vie furono sottratte, orrendamente ferite e agonizzanti, agli energumeni imbestialiti e condotte all’ospedale dove si spensero. I due cadaveri delle poverette dai rivoltosi furono trascinati durante la notte sulla piazza e i delinquenti volevano bruciarli e soltanto l’intervento di Di Vittorio riuscì ad impedire lo scempio. Dopo la morte orrenda delle due sorelle Porro venne sparsa sinanche la calunniosa voce che esse detenevano in casa una valigia piena di bombe a mano, ma le indagini accertarono che la valigia conteneva invece ricordi personali delle disgraziate, mentre fu pure accertato che le due vittime innocenti, come le altre due loro sorelle, anch’esse percosse a sangue e gravemente ferite dai rivoltosi, erano completamente estranee alla sparatoria che aveva disturbato… il comizio comunista. A Riesi in provincia di Caltanissetta, ultimo della serie dei caduti della Democrazia cristiana nella lotta politica, è stato l’attivissimo organizzatore operaio Giuseppe Lo Grasso, ucciso a tradimento dal militante comunista Pietro Di Bilio, durante la giornata elettorale amministrativa del 17 marzo ’46 con un colpo di rivoltella sparatogli alla schiena mentre assisteva ad un comizio illegalmente indetto dagli stessi comunisti locali, per esercitare intimidazione onde impadronirsi con la forza del comune. L’omicida tratto in arresto, ha pienamente confessato il suo delitto, confessando pure che insieme ad alcuni altri suoi compagni, anch’essi assicurati alla giustizia, avevano complottato in un’apposita riunione di compiere delle violenze intimidatorie contro i partiti avversari. Non voglio davvero imputar questi fatti – dovuti ad iniziativa della periferia – alla responsabilità ufficiale dei partiti, ma è fuor di dubbio che essi costituiscono un insegnamento e pongono gravi problemi. Amici miei, c’è qualcuno che dice: «È meglio queste cose non pubblicarle… è meglio queste cose non pubblicarle, perché da una parte si intimidiscono i nostri e dall’altra si urtano». Sono d’accordo su questa vostra energica reazione, comunque io lo faccio, lo faccio non per rimproverare i nostri avversari, perché questo è contro il nostro proposito. Nessuna rappresaglia, nessun risentimento, però un monito: che, se noi abbiamo potuto tollerare queste vittime, non intendiamo piegarci ad intimidazioni. Io spero che non vi sia bisogno di nessuna reazione da parte nostra, perché il governo avrà i mezzi necessari per impedire qualsiasi atto di violenza. Ma monito in ogni modo, ché noi non abbiamo nessuna intenzione di tollerare intimidazioni né da sinistra né da destra. Se c’è ancora qualche cosa che turba la nostra speranza di una decisione serena e libera sono proprio queste voci intollerabili di armi e di armati. Prima e dopo il 25 luglio Passiamo all’argomento, che più interessa questo congresso. Non entro nel merito delle relazioni affidate a Gonella e a Piccioni, però è mio compito di farvi un po’ la storia della nostra tendenza e spiegarvi le nostre responsabilità, la parte che abbiamo avuto nella preparazione della Costituente e del referendum . Un giornale di destra ha chiesto ripetutamente che il governo pubblichi i documenti del 25 luglio e i documenti riguardanti i giornali immediatamente prima di questa data. Ora, per quanto riguarda i documenti, devo dire che io non ne possiedo nessuno . Senza dubbio prima del 25 luglio da parte di quel piccolo comitato, che fu il primo nucleo del Comitato di liberazione centrale, composto soprattutto dei membri che erano permanentemente a Roma, si fecero dei passi per influire sopra la decisione del re. Era nostro dovere continuare l’opera che avevamo iniziato al tempo dell’Aventino. Si cercava di persuadere il re che conveniva rovesciare Mussolini, interrompere o rovesciare la guerra. Insistenze vennero fatte direttamente dall’onorevole Bonomi. Io non ebbi nessun contatto, tuttavia autorizzai ripetutamente Bonomi a dichiarare che io e i miei amici avremmo appoggiato un governo che si proponesse la cacciata di Mussolini e la dichiarazione di guerra alla Germania e che saremmo stati pronti ad assumere tutte le responsabilità ed i rischi del colpo di Stato. Queste nostre previsioni che confluivano con pressioni che venivano da altre parti, come sapete ormai dalla storia, ottennero un certo effetto, ma non un effetto completo; ottennero l’effetto del colpo di Stato, ottennero che la corona, fidandosi sulla forza dei carabinieri, licenziasse Mussolini e lo facesse arrestare; ma non si ottenne un governo antifascista, il che sarebbe stato necessario per dichiarare «moralmente» la guerra alla Germania. Tuttavia noi appoggiammo, come era possibile e nei limiti che ci venivano concessi, il ministero Badoglio, perché era un ministero il quale doveva costituire la passerella ad un ministero antifascista. Più tardi, durante il breve periodo del governo Badoglio, arrivarono in Italia gli emigrati e nuovi rappresentanti dei partiti di sinistra. Da allora cominciò nel Comitato di liberazione una serie di discussioni penose, che hanno rappresentato il tormento ed il travaglio di quel periodo clandestino o preclandestino. Una sola volta potemmo agire d’accordo dinanzi al governo Badoglio, quando intervenimmo presso di lui il 5 agosto, alla vigilia del convegno di Tarvisio, affinché si decidesse alla rottura con la Germania. Poi venne la catastrofe. Il Cln dovette far vita sotterranea ed in quei momenti così tragici fu faticosa la vita di un comitato che poteva radunarsi raramente e cambiando continuamente sede e che non trovava facilmente la piattaforma di un’azione comune. Devo ricordarvi alcuni avvenimenti, ed uno in modo particolare che risale all’autunno-inverno 1943-44. L’Avanti! faceva allora propaganda per un governo di salute pubblica che mettesse da parte la monarchia ed avesse tutti i poteri onde decidere sulla situazione e sulla futura conduzione della guerra. Dopo lo sbarco ad Anzio si auspicava una nuova azione esplosiva delle masse. Eravamo al periodo del congresso di Bari e da Roma partì la proposta della incriminazione del re e della proclamazione di permanenza dell’Assemblea. Faccio cenno a queste ormai lontane vicende storiche, perché questa campagna portò alla crisi del Comitato di liberazione ed il presidente Bonomi si dimise. La discussione sopra queste dimissioni, che veniva continuata da una settimana all’altra, in diversi luoghi e con molte cautele, portò ad uno scontro molto animato ed a una divergenza sentita intorno ai metodi di azione. Due tesi si scontrarono: quella della insurrezione e l’altra della Costituente. Dopo il congresso di Bari l’Avanti! annunciò la «bomba Ercoli», cioè l’arrivo di Togliatti, lagnandosi aspramente di questo intervento ed affermando che invece la via proposta dai socialisti era quella dell’insurrezione. Scriveva l’Avanti! queste parole: «Era la via che storicamente si illuminava con i precedenti francesi del terrore settembrino e maratiano, quando per poter vincere il nemico di fuori fu giocoforza schiacciare prima quello di dentro». L’Unità rispondeva allora che la questione istituzionale nei termini in cui era stata posta non faceva che avvelenare la situazione e si richiamava al patto d’azione, sostenendo il rinvio della questione alla Costituente. In una seduta del 18 marzo feci queste dichiarazioni che mi sono appuntate per la storia: «Non temo la parola rivoluzione, ma ne ho piuttosto fastidio dopo venti anni che il fascismo, richiamandosi ai diritti della rivoluzione, ha commesso tante soperchierie e violato i diritti dei cittadini. A ogni modo la vera rivoluzione è la Costituente. Quanto al gesto insurrezionale, al “putsch”, sarà permesso di ricordare ai socialisti la tesi di Lenin: “Non giocare mai alle insurrezioni, ma quando si comincia, andare sino in fondo”. Di tali errori non vogliamo essere corresponsabili. I democratici cristiani sono per la soluzione democratica, perché sanno che il popolo vuole la libertà cioè vuol essere padrone in casa sua, ciò che gli può venir garantito in via pacifica con la Costituente, ove il rinnovamento deve avvenire per la forza interna di autodisciplina e di autogoverno». Questo, o amici miei, per ricordarvi che la parola Costituente non è venuta più tardi, ma è nata nel conflitto d’allora ed è nata soprattutto come tendenza democratica contro velleità di carattere insurrezionale che non so personalmente di chi fossero, ma si presentavano come socialiste. Ecco che quando ci siamo radunati a Salerno, come governo, nella prima riunione abbiamo deliberato la Costituente. Noi avevamo preso un atteggiamento favorevole, e avevamo anzi tentato, ma invano, di lasciare aperta la possibilità di aggiungere eventualmente, ad integrazione un referendum «optativo», come lo chiamavamo. La nostra opera di governo, che seguì fra scogli e difficoltà diverse, ha portato ad assicurare la Costituente nell’accordo stesso delle parti in causa e ad introdurre anche il referendum. Non credo a quel che si andava dicendo un po’ sul serio e un po’ ironicamente, che le conclusioni governative siano dovute a una particolare mia abilità di compromesso. Credo piuttosto, che si è avuto fiducia nella direttiva democratica e nel metodo della libertà, da me sempre professati, e nella coscienza, che al riguardo è intemerata, che non avremmo mai ceduto sul terreno della libertà dell’elettore e del popolo, né mai avremmo approvato ricorsi alla violenza, ma che avremmo fatto ogni sforzo perché il popolo potesse decidere serenamente. Se vi sono partiti che attribuiscono a sé il merito principale della Costituente, non voglio più contestarlo. Dico che il nostro contributo fu senza dubbio meritorio e decisivo. Referendum e Costituente In questa battaglia per la libertà, non dobbiamo però perdere d’occhio i principii essenziali che condizionano la forma, cioè i principii della civiltà italica cristiana, in cui sta l’avvenire e la salute del popolo. Il referendum costituisce il metodo più democratico per risolvere in ultima e definitiva istanza la questione con un atto di democrazia diretta che fa appello alla personalità umana. È un metodo pacificatore, purché fatto in libertà, purché dopo questa decisione arbitrale del popolo non ci potranno essere contestazioni di sorta. Però qui torno ad accennare alla necessità che i partiti e i cittadini di tutte le parti disarmino. Donde sono venute le armi del carcere di Milano ? Donde vengono le armi che approdano di tratto in tratto a Chioggia o a Bari? Noi poi logicamente abbiamo indetto anche un referendum interno del partito. Può darsi che l’attuazione di esso, come molte cose nella vita, non sia stata perfetta, però fu una iniziativa che ha riscosso il maggiore interessamento dei nostri iscritti, tanto nelle sezioni che nei comitati, sì che anche in questo stesso congresso si avrà, sperò, un senso di maggiore responsabilità. Gonella vi farà un magnifico ed enciclopedico discorso sulla Costituzione; Piccioni vi parlerà della forma istituzionale. Le dicerie che ci sia qualcuno che voglia diminuire la vostra libertà, sono fatte correre per dividerci e per toglierci quella serenità che è necessaria nei momenti di gravi decisioni. Parallelamente al referendum andava congiunto anche il lavoro dei comitati composti di uomini competenti nelle regioni per discutere i problemi della Costituzione. Abbiamo avuto da qualche parte ottimo contributo di proposte o di schemi generali, ma in verità credevamo di poter sperare in un contributo maggiore e più assistenziale. L’opera della Commissione centrale diretta dall’amico Tupini ha utilizzato tutti questi elementi di studio che serviranno per i lavori della Costituente. Ma, lasciatemelo dire, vedo con grande preoccupazione le commissioni che usciranno dalla Costituente e che dovranno cercare la via del componimento, la via della transazione sopra le questioni fondamentali che saranno la base della vita pubblica italiana. Le vedo con grande preoccupazione, non soltanto per la scarsa preparazione, che è proprio del ritmo del nostro tempo, ma soprattutto per la differenza dei punti di vista e per la differenza di origine dei nostri partiti. In Francia, dove c’è una esperienza secolare, un accordo non si è raggiunto. Perfino sulla definizione stessa della proprietà si finisce col dire che «tutto il resto verrà precisato dal Parlamento prossimo», il che vuol dire rinvio a sede meno propria. Però noi siamo in cammino ed i democristiani daranno tutto il loro contributo affinché la Costituzione riesca veramente la Costituzione del popolo italiano. Di questo vi parlerà Gonella. Non posso trattare i singoli problemi perché ricompariranno nella sua relazione, ma vorrei accennare a qualche criterio generale, a qualche direttiva di marcia nei confronti con gli altri partiti. Tali dichiarazioni saranno sufficienti per indicare, almeno per la discussione, le nostre direttive nei confronti degli altri. La perequazione sociale Noi non siamo né socialisti né comunisti, ma siamo solidaristi: solidarietà di gruppi e di interessi, contributo di tutte le forze produttive in un sistema in cui il lavoro abbia la preminenza su tutti. Non abbiamo ragione di nascondere che nel nostro partito c’è anche qualche proprietario e qualche industriale, anzi ritengo che è una fortuna che ci siano, soprattutto se capaci, abili ed accorti, perché è il momento che i grandi proprietari comprendano l’ora che passa. Bisogna che facciano dei sacrifici perché non è possibile mantenere i privilegi attuali né nel campo della proprietà agraria né nel campo dell’industria. Bisogna che si arrivi ad un’altra perequazione, ad un altro sistema della proprietà fondiaria, che si basi sulla giustizia sociale. E per questo è utile ed augurabile la collaborazione degli stessi possessori d’oggi, perché o c’è questa via di evoluzione nella collaborazione dei più intelligenti, dei più accorti, dei più cristiani, oppure correremo il rischio di subire soluzioni di forza. La meta deve essere chiara; i contadini devono avere la terra e la devono avere attraverso riforme legali e graduali sulla giustizia, dettate dalla maggioranza, ma con la transazione e con il contributo concordato anche con gli attuali proprietari, tenuto conto dei loro legittimi interessi e delle esigenze di produzione. La democrazia cristiana vuole esercitare una pressione sopra questi soci che sono tra noi o sono simpatizzanti con noi, affinché si mettano alla testa di questo movimento riformatore. Solo così si potranno evitare scosse violente, solo così sarà raggiunta una nuova sistemazione, nella libertà di tutti. Là dove non arriva la saggezza, dovrà sopperire la legge, sia pure con legittimo indennizzo. Non ve ne parlo in concreto perché Gonella nella sua relazione vi ricorderà i relativi ordini del giorno votati dal partito. Ma la questione sta tutta qui: in Italia vi sono 4 milioni circa di coltivatori diretti; 3 milioni di coloni parziari; 2 milioni di lavoratori a salario o partitanza; 1.800.000 braccianti. Senza dubbio, negli ultimi 40-50 anni c’è stato un progresso verso l’estensione della piccola proprietà e l’estensione della partecipazione, ma il progresso è stato troppo lento. Il ritmo della guerra impone ed accelera le attuazioni. Noi dobbiamo prendere dei provvedimenti perché anche in questo campo si faccia un passo decisivo, un passo soprattutto che vuol dare la terra a chi non ha nulla, ai braccianti, e che vuol tener conto anche dei mezzadri. Però, intendiamoci bene: partire da questi ultimi mi pare sbagliato: incominciamo dai braccianti facendoli mezzadri o associati di piccolissime aziende con un quinto del territorio da una parte, e dall’altra alcune diecine di migliaia con un terzo del territorio. È vero che vi sono molte proprietà di enti pubblici e proprietà boschive e a pascolo che non si possono considerare nelle cifre come terreno coltivabile; ma è fuor di dubbio che bisogna arrivare ad una perequazione, anche se legalmente e con tutta la preparazione necessaria e, soprattutto, regionalmente. Questa è una ragione di più per concludere che non è possibile una legislazione agraria centralizzata. Vorrei dire qualche parola anche sulla questione dei mezzadri; ma siccome si è ricorso a me per un lodo non vorrei dire qualcosa che possa essere ostico all’una parte o all’altra. Però mi pare chiaro: da una parte resistenza eccessiva, dall’altra violenze deplorevoli. Noi democratici cristiani non abbiamo avuto la forza di imporci; non abbiamo avuto questa possibilità pur avendo congiunti a noi per antica tradizione buona parte dei contadini e dei mezzadri. Perché non siamo riusciti? È stata deficienza nostra o violenza altrui? Ecco il problema che sottopongo a voi. La riforma industriale Non accenno al congresso la riforma industriale. Anche questo è argomento della relazione Gonella. Però, badate, due cose sono vere: 1) non è possibile pensare che in Italia due o tre milioni di lavoratori organizzati nel famoso quadrato presumano di decidere da sé le sorti delle classi operaie, quando molti ancora sono gli operai non organizzati centralmente e quando soprattutto il contributo dei contadini è necessario; 2) non è possibile supporre che si arrivi ad una riforma graduale attraverso la partecipazione e attraverso i consigli di gestione senza il contributo dei tecnici e senza l’aiuto degli attuali dirigenti più progressisti. Abbiamo visto un esempio pratico alla Fiat, dove la collaborazione dei dirigenti e degli operai con un rimarchevole apporto dei democratici cristiani ha portato ad una soluzione provvisoria che è lodevole e merita di essere imitata anche altrove. Dove altre tendenze si possono contrapporre: totalitarismo e pluralismo. Noi temiamo che il marxismo, come tendenza, trasformi in politica la sfera economica e sia costretto per questo, ad una certo punto, ad intervenire con la coazione la quale ci potrà far perdere perfino la libertà politica. Ecco il nostro timore, ecco la nostra esitazione di fronte a certe proposte. Noi pensiamo ancora che sia da temersi la burocratizzazione dell’economia. La ingerenza statale deve essere per ciò su cui esiste l’accordo dei più, il che è possibile per i problemi di massima importanza, non per questioni di dettaglio nel processo produttivo. Ecco perché crediamo che per la maggior parte (il 75 per cento dell’industria), valga il principio della libertà, sia pure col controllo degli enti sindacali. Stato e Chiesa Non esageriamo sul potere dello Stato. Essendo al governo vi posso parlare anche della limitatezza della possibilità che possono avere 18 uomini che deliberano su leggi e decreti preparati dalla burocrazia. Vedo come è insufficiente la possibilità di trasmissione degli ordini, delle deliberazioni fino alla esecuzione in concreto e in dettaglio. Non auguriamoci il progresso del totalitarismo, ma invochiamo il progresso del pluralismo, cioè della libertà degli enti minori, del contributo di queste forze vitali, indipendenti dallo Stato. Non è tutto, lo Stato. Come ha detto un poeta romantico, lo Stato è invece «l’involucro grossolano intorno al nocciolo della vita». Questo vale soprattutto in confronto della Chiesa. Perché non dire ora una parola su questo argomento? È nell’aria. Anche se non vi sono delle formule o delle discussioni, è nell’aria. Bisogna dunque vederci chiaro. Voltaire attaccava la Chiesa come forza aggressiva, persecutrice, nemica della libertà e rivale pericolosa dello Stato. Rousseau la combatteva perché antisociale, orientatrice di speranze umane verso l’altra vita, portata quindi a trascurare i diritti civici. E questo pensiero si è tramandato giù giù sino a Lenin, che diceva che la religione è l’oppio dei popoli. Non è che questo sia un pensiero particolare del comunismo; è un pensiero tramandato dalla filosofia del secolo XVIII. È un pensiero che avversa la Chiesa e la distrugge non per esigenze di giustizia sociale, come in questo momento possono in qualche paese manifestare i comunisti, ma per avversione morale e spirituale. Di fronte a ciò, sarà bene constatare cosa dice il Bryce nella famosa opera «Democrazie moderne» a proposito della Chiesa: «Se noi studiamo non tanto i fatti della Chiesa quanto le idee-madri che essi contengono e che investirono il corso degli avvenimenti, ci accorgeremo che non si potrebbe contestare la sua influenza soprattutto da due punti di vista: essa, cioè la Chiesa, impiantò nelle coscienze umane il concetto di una libertà spirituale e non esitò a sfidare la costrizione fisica. Essa creò un sentimento di uguaglianza fra gli uomini e mise un freno all’idolatria degradante immaginata dai despoti asiatici. Né Voltaire, né Rousseau seppero vedere che la credenza nella vita e nell’immortalità, rivelata dal Vangelo, può esaltare i più nobili moventi di un uomo e dare un nuovo prezzo, una forza novella, a ogni travaglio. Se mai un tale spirito ispirasse tutta una nazione, questa sarebbe una nazione cristiana come giammai si vide nel mondo» . Amici miei, non è questo un cattolico che scrive. è un uomo che ha esaminato paese per paese la storia della democrazia ed ha investigato su tutte le esperienze della storia moderna. Ora contro questi principii, queste affermazioni ed in derivazione degli spiriti di Voltaire e di Rousseau, abbiamo le dottrine di Marx e di Engels sul materialismo dialettico. Lo spirito è un’emanazione della materia, ecco il principio fondamentale di questa concezione, che ha permeato il marxismo, e che noi oggi non sappiamo ancora in che profondità e in quale misura ispira i partiti. Non certo si ripete quel che scriveva Lenin, che la religione è «una specie di grossolana acquavite spirituale». Non certo si ripete la frase di lui, che la religione dell’umanità è solo «il prodotto ed il riflesso dell’oppressione economica in seno alla società». Però non possiamo nemmeno tranquillizzarci e accontentarci delle dichiarazioni che oggi si fanno in questo o quel partito, di accettare nel loro seno anche i cattolici, anche i credenti. Se questo è un omaggio alla nostra fede, ne siamo grati e orgogliosi, ma a questo corrisponde anche una tattica che Lenin stesso previde quando scriveva: «L’unità di questa lotta veramente rivoluzionaria della classe operaia per crearsi un paradiso sulla terra, ci preme di più dell’unità di opinione dei proletari sul paradiso in cielo. Ecco perché non dobbiamo rifiutare l’accesso al partito di proletari che conservino certe tracce dei vecchi pregiudizi». La battaglia da vincere Perché io risalgo a queste dichiarazioni programmatiche e ideologiche del marxismo? Perché credo che il problema si ponga dinanzi a tutte le coscienze. È errore e sarebbe poco cristiano di non augurarsi che avvenga un’evoluzione tranquilla e serena verso quelli che noi consideriamo verità e che cessino avversioni e pregiudizi che in queste dichiarazioni che ho letto sono così aspramente formulate. Quest’augurio vale in confronto di qualsiasi uomo e di qualsiasi partito all’infuori di noi. Però non basta l’augurio, bisogna trovare una garanzia, ma nessun’altra garanzia esiste altrettanto efficace che quella della forza della Democrazia cristiana in Italia. Se mai l’alito del marxismo raffreddasse questa nostra Italia così pittoresca di monumenti, di fede, così palpitante di una storia in cui si mescolano cielo e terra, il popolo italiano non capirebbe più la sua tradizione e la sua storia e accuserebbe la nostra debolezza come un tradimento. Permettetemi questa immagine per illustrare la mia affermazione: a Pasqua c’è spesso occasione di ammirare la volta della Sistina : quella che fu detta una immensa sinfonia biblica che canta l’attesa universale di Cristo in ogni storia e in ogni figura. Il quadro centrale della volta raffigura i cherubini che seguono stupefatti il gesto creatore del Padre che ha plasmato la figura dell’uomo e ora tende il braccio e il dito fin quasi a toccarlo, per infondere nell’uomo lo spirito. Si direbbe che Michelangelo dipingendo il volto grave del Padre abbia pensato ai noti versi danteschi: «Lo Motor primo a lui si volge lieto sovra tant’arte di natura, e spira spirito novo, di virtù repleto» (Purg., XXV). Se mai avvenisse che in Italia si spegnesse l’idealismo cristiano dovremmo temere che il popolo italiano non comprenderebbe più il suo Dante e il suo Michelangelo e passerebbe dinanzi a questa volta con la stessa freddezza e indifferenza come oggi si passa dinanzi alla storia degli «dei falsi e bugiardi» del Belvedere. Ben comprendo come il Santo Padre nell’ultimo suo discorso abbia avuto questa tetra visione: se mai avvenisse che lo spirito avversario della tradizione cristiana si impadronisse della coscienza italiana difficilmente ci sarebbe più un ritorno. È dunque una battaglia decisiva che si combatte, non dico solo con le schede elettorali, ma nei contatti col popolo, nei contatti coi problemi politici, sociali e culturali, è una battaglia decisiva che noi cattolici siamo chiamati a combattere. Lo accenno non perché voglia farmi maestro di religione e di teologia, ma perché sento nel profondo della mia coscienza che se non credessimo più allo spirito che creò e fecondò la vita e la storia italiana, ma solo al determinismo dei fatti economici positivi, non avremmo perduto una battaglia elettorale, ma avremmo perduto la battaglia della civiltà e della cultura. Vi ho parlato prima di garanzia. La garanzia non può essere una dichiarazione elettorale, né un proclama alla vigilia delle elezioni. Vigilanza e cautela sono necessarie. La garanzia non sta che in questo: che il popolo italiano mandi alla Costituente, la quale deve stabilire i principi fondamentali sui quali si reggerà per secoli, degli uomini che abbiano convinzione e pratica cristiana. Il marxismo si dice necessario per fungere da fermento rivoluzionario nella storia. E sia pure. Io concedo che nella economia provvidenziale ognuno ha il suo posto. Fermento della storia! Ma la storia deve essere nostra, la storia della civiltà italica e cristiana. Amici, noi vi chiediamo di tendere i vostri muscoli, le vostre energie, perché la Democrazia cristiana diventi nell’Assemblea costituente la garanzia invincibile che questa storia non verrà né offuscata, né spezzata.
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Dirò qualche cosa, ma non potrò rispondere a tutti. Non lo potrò anche se, come sempre accade, molti hanno l’idea che un congresso debba decidere su questo e su quello, e che tutti i complessi e dettagliati problemi che vi sono affacciati debbano venire discussi e deliberati come se si dovesse dar fondo all’universo. Questo in particolare è un congresso che si svolge alla vigilia di una campagna elettorale in cui tutti ci dobbiamo misurare nelle piazze contro le forze avversarie. Non si tratta qui di una assise la quale dovrà stabilire quello che la Costituente dovrà fare in concreto, perché questo sarà il lavoro di elaborazione delle commissioni competenti; si tratta invece di stabilire le direttive generali, e per questo è sufficiente che poniamo l’occhio soprattutto ai principi fondamentali e alle questioni centrali. Ho detto l’altro giorno che la battaglia che i democratici cristiani intendono combattere è soprattutto quella per la civiltà italica e cristiana. Questa mia affermazione, confortata da qualche esempio pratico, ha suscitato la reazione da parte di qualche giornale avversario: uno specialmente mi ha rivolto un monito in tono benevolo, che benevolmente e modestamente io ho accettato e che accetto, ben lieto che anche qualche mia parola eventualmente andata nell’improvvisazione al di là del mio pensiero abbia avuto come effetto un articolo così moderato, così disciplinato, così quieto e tranquillo, così lontano da ogni violenza come quello che è apparso su l’Unità di ieri mattina . Certe volte gli estremi si toccano, ed io sono felice che l’articolo de l’Unità, sotto il titolo «Attento De Gasperi», abbia concluso con la necessità di non usare violenze . E benché, assolutamente a torto, si sia fatta accusa a me di avere fatto appello alla violenza privata, sono d’accordo con la conclusione di quell’articolo e prego l’avversario e gli amici comunisti di essere anch’essi d’accordo con la stessa fermezza e con la stessa sincerità con le quali sono d’accordo su questo punto tutti i democratici cristiani. «Attento De Gasperi» In questo articolo de l’Unità che mi ha «messo sull’attenti» si dice che «le informazioni circa i fatti, lugubri e tristi, che sono descritti in quei necrologi non sono esatte». Posso anche ammettere che qualche particolare non sia esatto: io peraltro non ero presente e devo fidarmi delle mie informazioni, che non sono né della polizia né dei carabinieri ma dei servizi informativi e di stampa del partito. (Una voce: «Ci sono i testimoni»). Sta bene: è un testimone oculare di Andria, che conforta la mia versione di quei fatti e le mie conclusioni. Ma se alcuni particolari – come afferma l’on. Di Vittorio – possono non essere esatti, qualora questi particolari abbiano importanza io non lascerò passare l’occasione per rettificarli. È, del resto, difficile ricostruire esattamente certi episodi di violenza. Comunque noi non facciamo colpa di quanto è accaduto alla Direzione del partito comunista, ma questi deplorevoli episodi di violenza sono compiuti da parte di persone che, sul luogo ove si verificano, sono conosciute per comunisti. Vero è che anche i comunisti hanno le tendenze, pur nella loro grande disciplina, e che ci sono di quelli che forse abusano del nome comunista per compiere atti che non sono ufficialmente né voluti né riconosciuti, ma ciò non vuol dire che non si debbano prendere en bloc gli atti di questa massa di agitatori che arrivano a compiere simili eccessi, e che non si debba dire: Capi dei partiti, voi e noi dirigenti siamo solidali nella ferma determinazione di voler garantita la libertà e nel dover combattere in ogni modo la violenza, perché solo così arriveremo, attraverso le vie della libertà e della democrazia, a creare uno Stato che non sia contestato e contrastato, nel campo interno e di fronte al foro internazionale. Finora la libertà di voto è stata assicurata, come si è visto nelle elezioni amministrative, tolte poche e dolorose eccezioni; questo è riuscito al Governo, per merito anche del ministro dell’Interno e più ancora per una cresciuta maturità del popolo, perché in confronto a quello che è avvenuto nel ’19, adesso si scorge una sana maturità, maggiore nelle grandi masse. Tuttavia non basta: bisogna che difendiamo questa libertà, questa sicurezza di libertà, perché da questo dipende il lavoro per la Costituzione e per la collaborazione futura. Ecco perché io ho invitato gli uomini del partito a «tendere i muscoli e tutte le energie dello spirito» per combattere questa battaglia per la difesa della libertà e del metodo democratico, aggiungendo ad un certo punto che se non c’era altro modo di impedire di essere sopraffatti, occorreva ricordarsi che chi è aggredito dalla violenza ha il diritto di difendersi. Sempre l’articolo de l’Unità già citato «Attento De Gasperi», nella conclusione dice: «il nemico fascista è ancora in agguato; c’è una organizzazione segreta che domani può rivivere e riprendere il comando». Il mio pensiero è questo: ci sarà, c’è una qualche organizzazione, ed è naturale dato che molti ex-fascisti sono serrati nei campi, molti sono nascosti, molti sono rifugiati nelle Alpi. Sono naturali le organizzazioni e i movimenti di reazione – perché un movimento di reazione ne crea un altro: così è sempre avvenuto nella storia – ma se non ha il consenso popolare e se c’è dall’altra parte il rispetto della libertà, il fascismo non ha nessuna prospettiva di vivere e di riuscire nei suoi tentativi e nelle sue manovre. Quello che gli può dare qualche possibilità di vivere e di riuscire è solo che il popolo sia costretto a pensare che non si sia cambiato padrone e che le violenze continuino come metodo prima dei fascisti ed oggi degli altri. Risposta a Togliatti A proposito dello scambio di telegrammi avuto l’altro giorno con Togliatti, io gli ho risposto con poche frasi. Una diceva: «Noi siamo preoccupati soprattutto dell’unità morale del popolo italiano», e questo è chiaro . Questa unità è pregiudiziale in un programma e in una linea di marcia per la battaglia elettorale. E poi aggiungevo: «Ovunque, in ogni momento in cui si tratti di collaborare per la ricostruzione del paese e per il rinnovamento democratico dell’Italia, noi saremo lieti di dare il concorso dell’opera nostra». Quindi non è che io abbia respinto o abbia cercato di attenuare le possibilità di collaborazione che si affacceranno nella Costituente. Ma la prima condizione per una collaborazione tra partiti politici è la franchezza, la probità e la sincerità dei programmi e della condotta: bisogna che tutti dicano integralmente che cosa pensano. E se io ho parlato tanto di cristianesimo e di Chiesa cattolica, correndo anche il rischio grave di essere chiamato clericale e di tirare in ballo lo spettro dell’anticlericalismo, io spero e mi auguro che i comunisti facciano altrettanto e parlino con coraggio del comunismo, di tutto il comunismo. Ciò non toglie che si possa collaborare per il bene comune, senza dire che questa è anzi una condizione pregiudiziale perché la collaborazione su un campo pratico e su un programma esecutivo non faccia nascere sospetti di venire meno ai propri principi da una parte o dall’altra, di mascherare quella chiarezza dei programmi che è invece una condizione perché si faccia la collaborazione. Ecco perché ad un certo momento come segretario del partito avevo diritto di abbandonare quella posizione che come presidente del Consiglio mi è imposta dalle mie convinzioni e dalle regole di governo, e avevo diritto di dire schiettamente a questa assise del partito, alla quale mi sono presentato quale segretario del partito stesso, come penso e come intendo guidare la battaglia elettorale, da parte mia senza far torto all’avversario. E infatti nel telegramma di risposta a Togliatti, quale seconda condizione ho detto che se le elezioni avverranno in libertà, questa stessa libertà domani ci renderà capaci di qualsiasi collaborazione. Io sono un fanatico della democrazia: mi sono dedicato con particolare impegno, nel governo e fuori, alla causa della libertà e penso che non vi è altra strada per salvare la democrazia stessa che quella della libertà e del rispetto delle procedure della libertà. Così siamo giunti ad una conclusione nella difficile questione della scelta istituzionale, che abbiamo superato venerdì. Questo rispetto della libertà e della democrazia, questo metodo di fare appello alla massa della popolazione, ci ha portato a poter marciare su un binario, su due rotaie, una della libertà e l’altra della democrazia, che finiscono e si fermano alla stazione che si chiama unità del partito democratico cristiano. Per questo non sono d’accordo con Ravaioli sul concetto di «tendenza», essendo contrario a qualsiasi differenziazione abituale nel partito, all’infuori di quelle previste dalle strutture statutarie . Le «tendenze» nel nostro campo non giovano che agli avversari, che se ne rendono sovente istigatori. I rapporti con i socialisti Circa i rapporti con i socialisti, mi pare che sia stato accennato dall’on. Grandi nel suo eccellente discorso che la Direzione del partito dette un’ottima prova quando, ad un certo momento durante l’altra crisi di governo, mi incaricò di scrivere una lettera a Nenni proponendo una «mezzadria» che in realtà era un po’ più del 50 per cento. Gli esempi di collaborazione da parte della Democrazia cristiana non sono mancati: noi non abbiamo nessuna obiezione di principio, una volta che siano salvaguardate le nostre linee e le nostre direttive. Che cosa è stata del resto tutta la vita del Partito popolare, se non questo tormento di non poter fare a meno di collaborare nell’interesse dello Stato, anche a costo di corresponsabilità mai comode? E quale potrà essere, sul terreno della proporzionale, l’avvenire del nostro partito? Ma ora, nel momento elettorale, nel momento della battaglia, vi dico soltanto: andate, combattete per vincere nella maggiore misura possibile; poi si faranno i conti… I programmi esecutivi non si devono fare semplicemente per confluenza di tendenze, ma sopra concreti oggetti di legislazione e concreti criteri di governo. Spero che alla Costituente troveremo la strada per formare una maggioranza che dia all’Italia una nuova Costituzione, ma ho molte pregiudiziali da avanzare e direi che, al punto in cui siamo, è tutt’altro che certo. Mi è stato detto: ricordati del congresso socialista di Firenze . Non ho avuto la possibilità di assistervi, ma ho letto nelle relazioni dei giornali e dell’Avanti! che nel programma socialista, nelle linee direttive per la Costituzione e per la struttura del nuovo Stato, ci sono già dei postulati che sono lontani dal nostro programma. Vogliamo fare un governo cominciando a dire che non ci interessa se sarà una o saranno due le Camere, per aspettare – come è toccato disgraziatamente ai nostri amici francesi – di essere […] all’ultimo momento su un punto così essenziale? La questione del sistema bicamerale è veramente essenziale perché contiene un principio di equilibrio; eppure a Firenze si è detto: una sola Camera. In altri campi non ho visto alcunché di assolutamente antitetico alle nostre visioni; però in quel congresso non si è detto niente (evidentemente non si è ancora formato un concreto orientamento), non si è elaborato il programma su numerosi importanti argomenti, tra cui, ad esempio, quello della scuola: non si dice altro che la scuola deve essere affidata allo Stato, non una parola di più. Rispetto per la religione Come potremmo contare noi di trovare alleati sicuri, per esempio, sulla questione del diritto matrimoniale? In Francia esiste il matrimonio civile e il divorzio, siamo fuori ormai da ogni contatto col matrimonio religioso: è un altro punto di partenza. Ma in Italia le cose sono diversamente, e poi non dimenticate che, se anche non lo fossero, l’Italia è qualche cosa di ben diverso: è una nazione cattolica di convinzioni e di sentimenti, e cattolica si è mantenuta anche per un lungo periodo, nonostante l’oscillazione nelle leggi, in quanto si tratta di mantenere il rispetto verso la religione e l’applicazione di questo rispetto pure nella vita quotidiana e nel matrimonio. Non in senso intollerante: Gonella l’ha già detto. Non pensiamo ad uno Stato cristiano che presupponga una unità di pensiero che non esiste: teniamo conto della libertà e anche della libertà religiosa, ma noi dobbiamo preoccuparci di come questa legislazione si svilupperà. Se potessimo fare come ha fatto sinora il governo attuale per esigenze imprescindibili di un governo di coalizione e di emergenza, e potessimo accantonare certe questioni, lo faremmo. Ma bisogna tener conto che alla Costituente questi problemi si affacceranno di nuovo: è una sfinge che interroga tutti i partiti e sarà indispensabile per noi rispondere e precisare le rispettive posizioni, a meno che non vogliamo ricorrere a certe scappatoie come quella adottata in Francia per la proprietà. Il decentramento amministrativo Riguardo poi ad un altro punto programmatico fondamentale della Democrazia cristiana, il decentramento amministrativo, noi abbiamo detto che, più ancora che una Corte suprema costituzionale, il decentramento è una modifica strutturale necessaria per la libertà. Io ho veduto bene dalla presidenza del Consiglio il funzionamento della macchina statale: ho trovato impiegati eccellenti, e quando si condanna tutta la burocrazia si fa torto a questi bravissimi servi dello Stato che si sacrificano per la collettività. Questa sana burocrazia bisogna farla rivivere, bisogna farla rinascere, perché sarà fonte di stabilità per lo Stato. Permettetemi perciò di salutare in questo momento i poveri impiegati dello Stato, che sono così maltrattati e cercano tenacemente di resistere come possono e di mantenere una linea oggettiva che guarda sopratutto, e al di fuori delle tendenze, al cittadino e ai suoi rapporti con lo Stato e l’autorità. Gli impiegati statali, i carabinieri e i pubblici dipendenti ottengono facilmente solo biasimo e rimprovero, ma se non ricordassi le vittime cadute, per esempio, nella lotta al separatismo in Sicilia, io sarei un ingrato ed un cattivo uomo di Stato, e lo stesso vale per tutti coloro che hanno una responsabilità. Se la parola «repubblica» – come ha detto al congresso un colorito oratore napoletano – non deve voler dire tumulto e caos, bisogna che quanto più è largo l’autogoverno del popolo, tanto più si affermi la disciplina degli organi dello Stato sotto un governo che ha tutte le responsabilità. Non è più possibile l’accentramento: è fatale che i movimenti separatisti o annessionistici si pascino e si alimentino di questo fatale andare delle cose, di questo convocare tutti a Roma, di questo decidere tutto attraverso i ministeri. Forse non sarà neanche sufficiente l’entusiasmo del popolo e la forza della Costituente a vincere questa macchina così accentrata e pesante. Un’altra differenza con i socialisti domani potrà sorgere quando si ha in mente che le riforme devono essere fatte dallo Stato, attraverso lo Stato e da organi di Stato o dallo Stato investiti, quando si pensa a riforme rapidamente deliberate, in poche formule ristrette e generalizzate: allora è difficile pensare ad un utile decentramento. È indispensabile, ad esempio, che le riforme agrarie si facciano con il sistema regionale, sia pure entro un quadro generale definito dal Parlamento centrale. Questo è uno, ma si potrebbero fare altri esempi. Si è d’accordo noi democratici cristiani, in questo, con i nostri amici di sinistra? E fino a quando, e fino a quale misura? Le possibilità di collaborazione In ogni momento sorge un’idea mitica, da comitato di salute pubblica o da commissione centrale dei piani, con metodi generalizzatori così rapidi che non danno la possibilità di ottenere la collaborazione di tutti gli interessi. Ecco perché quando parliamo di solidarismo, intendiamo dire che noi desideriamo che nel partito vengano anche gli industriali e i proprietari, purché essi accettino il nostro programma e lo spirito del nostro programma: perché la Dc ha bisogno, e tutti abbiamo bisogno, di collaboratori a questo riguardo, perché altrimenti l’espropriare attraverso i burocrati o attraverso i commissari di Stato costituisce un metodo che ha fatto fallimento altrove e che mette in pericolo l’equità, la giustizia e la stessa libertà del popolo. I socialisti dichiarano di voler contribuire al seppellimento del vecchio anticlericalismo, che potrebbe risorgere soltanto quando si temesse di vedere cadere lo Stato sotto il pericolo del giogo teologico. Evidentemente queste parole sono l’involucro di una buona intenzione, di una buona volontà dei socialisti, di un certo sforzo fatto da chi non vuole inasprire argomenti del passato, argomenti polemici che come tali vanno riconosciuti ed accettati. Però non so quando si potrà vedere la definizione e si proverà a saggiare che cosa si intende per «Stato cristianamente ispirato» e che cosa si intende per «Stato laico», e quando si proverà a trovare un punto di intesa fra i sostenitori di questo e di quello. Intanto io prego gli avversari di non esagerare loro stessi, e sopratutto di non allarmarsi se io in congresso esalto i valori morali della libertà e della tradizione cristiana: 1) perché questa è una manifestazione che non è mai mancata, quando occorreva farla, né da parte mia né dei miei colleghi e quindi non può essere considerata una novità; 2) perché se lo faccio oggi, in questo momento di battaglie elettorali, è perché questi valori non vengano offuscati per renderli inani e vuoti. Ho sentito qui cose molto interessanti dette da alcuni colleghi e da altri oratori sulla collaborazione. Quello della collaborazione è un serio problema di domani, di cui già oggi si sentono e si prevedono le difficoltà, che potranno essere affrontate bene se si uscirà dalla battaglia elettorale in forze; cioè, non in forze che non ci competono per il pensiero fondamentale che rappresentiamo, ma nella giusta rappresentanza e proporzione delle nostre forze, del nostro pensiero e delle tradizioni cristiane. Non si vogliono trucchi, non si domandano apporti di comunisti che sono comunisti, di socialisti che sono socialisti, ma desideriamo che si lasci liberamente scegliere e decidere coloro che condividono con noi le nostre convinzioni. Ora, queste sono le direttive, e non si ha nessun bisogno in un congresso di stabilire quello che sarà l’indomani. Io ho una vecchia fisima a questo riguardo: credo che il discutere al Congresso del Partito la tattica che si deve seguire nel futuro – non la linea direttiva, perché questo è giusto che si discuta e anzi è un compito del congresso – non sia possibile. La tattica viene decisa a responsabilità di coloro che sono eletti ed impegnati, sia pure col controllo della Direzione, del Consiglio nazionale ecc., e così anche la collaborazione con gli altri gruppi. Prima veniva fatta la polemica tra destra e sinistra, e veniva espressa la paura che ci fosse la destra a diminuire e svuotare il nostro programma originale di riforme. Dinanzi a fatti come quelli avvenuti, volete dire che le collaborazioni possono spingerci contro corrente e sopratutto che ci si possa voltare contro gli interessi della massa del popolo e dei lavoratori? No, questo pericolo non c’è. L’azione sindacale Con ciò mi pare di avere toccato a sufficienza la questione delle coalizioni o delle collaborazioni possibili. Una cosa voglio dire a proposito dell’aspetto concreto che è necessario assuma il partito: bisogna fare uno sforzo sopratutto nei problemi sociali ed economici di grande contrasto di interessi, sforzo che non è facile compiere. Noi abbiamo avuto l’elaborazione della nostra commissione tecnica, ma non è semplice nel momento opportuno riuscire a gettare a tempo nella discussione una soluzione concreta su un dato problema: ho accennato alla mezzadria, così come potevo fare con altri problemi consimili. Bisogna perciò che ci sia assolutamente un contatto, una collaborazione fra il partito e i rappresentanti nostri nella Confederazione sindacale, con le Acli e l’Icas. L’unità sindacale è una bella cosa solo a condizione che contemporaneamente il partito si muova e si muovano le altre organizzazioni che possono elaborare dei principi e delle soluzioni di cui i rappresentanti che stanno nell’unità sindacale si alimentino costituendo veramente una corrente, altrimenti avviene quello che ha detto, da buon tattico, Grandi: di sentire ad un certo momento la solidarietà sindacale, lasciando cadere qualsiasi altra proposta esterna. Poiché noi siamo i più scrupolosi, poiché la nostra incertezza proviene dal desiderio di giustizia e di non far torto a nessuno, tutte queste circostanze debbono essere superate. Dove ci sono dei giovani, nel senso di «intraprendenti», occorre metterli vicino ai prudenti, cercando con rapidità una formula risolutiva. Però fatelo presso le vostre sezioni, presso i vostri comitati provinciali, presso la Direzione: si tratta di organizzare tutte le forze che abbiano competenza in agricoltura, in economia, nell’industria, nella finanza, perché il governo non si fa con idee generali le quali si ispirino ad entusiasmo e spirito di sacrificio, né la civiltà cristiana si salva con affermazioni generiche, ma si pone in essere con lo sforzo concreto per trovare soluzioni che corrispondano veramente ai bisogni della popolazione. Stato ed economia Merlin ci ha fatto rilevare che si pecca di eccessivo protezionismo statale. In verità, siamo in un periodo di transizione ed in un regime ancora eccezionale e di guerra. Vi è anche il commercio con l’estero che attraversa un periodo di transizione, ma è anche qui necessità bellica, se pensate che l’America, paese della libera iniziativa, ha dovuto imporsi una bardatura di guerra; e non parliamo poi dell’Inghilterra, la quale è pure il paese della libertà per eccellenza. Perciò noi faremo al contrario dei fascisti, che appena andati al potere parlarono contro le bardature di guerra e infatti le tolsero, ma ne aggiunsero altre peggiori. Bisogna andare adagio per non cadere in un caos, pur affermando il principio della libertà. Noi abbiamo tanta ammirazione per questo principio, che è, in realtà, tutta la nostra speranza per la ripresa dell’Italia. Questa nostra ripresa la poniamo infatti in piccola misura (forse il 10 per cento) nell’intervento dello Stato, e per il 90 per cento nella crescita, nell’energia, nel genio di questa forza libera. È stato fatto osservare con ragione dal ministro dell’Industria come le miniere di Carbonia, messe in mano ad un bravo democratico cristiano come Chieffi e per lo sforzo mirabile degli operai, hanno potuto portare, nonostante le difficoltà, la produzione da 35.000 a 100.000 tonnellate al mese. Io ritengo che in materia di economia e di commercio il segreto della soluzione di questi problemi non stia negli estremi, cioè nel libero monopolio da parte di liberi imprenditori, ma che il segreto stia nella commistione e nella collaborazione dei due fattori, assieme alla vigilanza, al controllo ed all’intervento diretto dei rappresentanti del lavoro. Io credo che questo sia il concetto al quale bisogna ricorrere per evitare da una parte gli eccessi dell’autorità e il pericolo della coazione eccessiva da parte dello Stato e degli enti pubblici, e dall’altra per evitare che le industrie, e anche l’agricoltura, siano fonti di eccessivo arricchimento per un individuo o per una famiglia e portino come conseguenza la povertà in una larga schiera di lavoratori. L’organizzazione del partito Ma devo toccare gli argomenti secondo gli accenni che sono stati fatti dagli oratori. Decentramento del partito e Statuto, ha detto Merlin. Ora, la sua esperienza di organizzatore del Partito in tanti anni è questa: quando un partito – o per volontà di individui, o per struttura interna, o per debolezza di uomini, o per fatalità di circostanze, come per esempio è avvenuto in passato nel periodo di transizione dalla guerra ad un inizio di pace – viene governato da pochi uomini, senza contatto con la periferia, la macchina si arrugginisce, si aggrumano attorno ai suoi rappresentanti diffidenze e reazioni che poi, esaminate le cose attentamente, non hanno ragione di essere. Senza dubbio, gli organi centrali dovrebbero essere i supremi regolatori di una attività, che potrà essere regionale, provinciale o comunale. Sono d’accordo però che il partito si decentri più che è possibile, in particolare per la discussione dello Statuto. Io ho sempre sostenuto il metodo decentrato, data specialmente la possibilità delle assemblee locali di mandare delegati agli organi centrali, perché solo così si otterrà una volontà cosciente e consapevole, rappresentante il pensiero dei molti che trasfonderanno al centro il pensiero della periferia. Rispondendo ad Onesti, delegato di Andria, vorrei dire d’aver appreso con grande soddisfazione che questa città – che secondo i giornali dovrebbe essere il centro e il focolaio di un vasto incendio – ha invece in sé tante riserve di forze democristiane, tanto più meritorie in quanto queste riserve si sviluppano e si rafforzano in un ambiente di intimidazione. A proposito delle Puglie, e precisamente di Cerignola, in alcune lettere mi si descrivono gli orrori avvenuti ultimamente con la uccisione di due persone, una delle quali era democristiana, a colpi di arma da fuoco e di mitra tirati contro nostri amici del partito, tanto che il segretario della sezione ha corso il rischio di essere colpito anche lui. In questa località, dieci minuti dopo, per una certa strada è passato anche l’on. Di Vittorio, al quale è stato pure sparato contro, per fortuna senza conseguenze. I giornali hanno detto subito che quegli sparatori erano «qualunquisti». Saranno stati pseudo-comunisti, falsi comunisti, tutto quello che si vuole, però portavano la «stella rossa»! Ora, queste lettere che mi hanno inviato io le manderò al governo, perché pensarci è obbligo del governo, ed è giusto. Occupazione e Mezzogiorno Devo ora accennare ad un altro punto fondamentale: le Camere del lavoro non devono agire come uffici di collocamento. È una vecchia e dibattuta questione. I più anziani dei congressisti ricorderanno che intorno agli uffici di collocamento c’è sempre stata una lotta, perché è sempre stato un punto dove si può garantire o non garantire la libertà e si può abusarne facilmente. Quindi, sarà uno sforzo della legislazione futura cercare il modo di garantire contatti diretti fra le organizzazioni sindacali, e in genere le organizzazioni rappresentative di interessi, e gli uffici di collocamento. Però si deve poterli realizzare in maniera tale, che si sia sicuri che si giudichi secondo il bisogno dei lavoratori disoccupati. Oggi abbiamo gli uffici del lavoro e le cose vanno come possono, in un periodo sconquassato come il presente, ma vanno senza dubbio in modo non soddisfacente. È un problema che bisognerà risolvere con spirito di solidarietà con le classi lavoratrici. Problemi del Mezzogiorno: sono talmente complessi che, giustamente, ci vorrebbe un congresso di settimane. In realtà, si tratta di problemi particolari, di trasformazione agraria, fondiaria, industriale, di irrigazioni, di bonifiche. Don Sturzo aveva una straordinaria competenza in proposito, sopratutto essendo stato segretario dell’Associazione dei comuni: è qui che s’impara in concreto a governare, in queste associazioni, in queste attività. Lui, che era teologo, scrittore, poeta, musicista e letterato, aveva fatto questo tirocinio, approfondito questi problemi, ed era più preparato alla politica di chiunque altro. Ai suoi tempi, si diceva che, dopo Giolitti, era lui che conosceva meglio l’amministrazione dello Stato. Questo vuol dire che una persona, anche educata ad astrazioni o a principi generali, dedicandosi ad un lavoro concreto può veramente affrontare anche grandi problemi: perché governare vuol dire conoscere, conoscere vuol dire esaminare, ed esaminare vuol dire faticare sul concreto e sui problemi nei loro veri termini, che vengono rappresentati dalle condizioni economiche, dagli interessi e dalle aspirazioni del popolo. La disoccupazione è un problema intorno al quale il governo fatica, per riuscire a risolverlo soltanto in parte. Ma il problema è arduo, così per i lavoratori della terra come per i lavoratori dell’industria. Ora si è sospeso lo sblocco dei licenziamenti nelle industrie, ma questo problema si ripresenterà da capo con maggiore insistenza. Questi problemi sono tali da incutere timore, ma io ho fede: ho fede che veramente si possano risolvere se si troverà la via della concordia, la via dei nervi a posto e dello spirito di sacrificio, lo spirito di essere servitori del popolo e di questa Italia portata alla rovina dalla guerra, ma dalla quale risorge, e risorge per l’energia dei suoi figli, attraverso questo tormento. Risorgerà se si avrà fede nelle forze della democrazia e della libertà, e se non si ricorrerà a capovolgimenti rivoluzionari che non porterebbero ad altro che allo sconquasso della produzione agraria e industriale ed all’abbandono da parte di coloro che ci possono aiutare. Anche il problema della disoccupazione, con un grande sforzo e con la solidarietà dei lavoratori, che sono i protagonisti principali di questa tragedia, potrà essere superato. Ed io sarò orgoglioso di poter dire sorridendo agli altri partiti, che sono perplessi ed esitanti ed hanno la paura del domani per lo sviluppo economico e per la difficoltà di questi problemi da risolvere: vi mettiamo a disposizione anche l’ottimismo di una concezione cristiana della vita! Da dove arrivano certe armi Vorrei ora rispondere ad un’accusa che si è fatta ieri su un giornale. Io nel mio precedente discorso al congresso avevo parlato di certe armi che arrivano in qualche porto italiano, e qualche voce di congressista aveva gridato il nome di uno Stato. Io però al riguardo ho negato più volte e decisamente: «No, no, è troppo lontano!», e quelli delle prime file lo possono attestare e confermare. Ripeto di non aver fatto assolutamente l’insinuazione che mi si è voluta attribuire, non l’ho fatta per il mio posto di responsabilità e perché non ho sull’argomento accuse da fare. Se avessi accuse da fare, le farei francamente e ufficialmente, com’è mio costume. Ma non l’ho fatto perché non ci credo. Non ho nemmeno accennato a responsabilità di politica estera nei confronti dei comunisti, ma ne ha accennato più di un oratore. Io trovo naturale che uno Stato come la Russia, che è uno Stato proletario per eccellenza, incontri la solidarietà di quelli che lo conoscono meglio di noi e di quelli che sono congiunti ai suoi governanti da una comune origine ideologica. Non credo e non so in che misura vi sia anche un legame più diretto, oltre la naturale, logica connessione psicologica. Qualcuno vi ha accennato e vi hanno accennato molti socialisti al congresso di Firenze. Dico che, se mai ci fosse quel legame più diretto, ne sarei lieto, perché i nostri amici comunisti potrebbero ottenere dalla Russia quella protezione che ottengono i comunisti di altri Stati che ci sono vicini e che disgraziatamente sono con noi in contrasto di programmi di azione e di aspirazioni. Un desiderio Si è fatto cenno ad una mia eventuale giubilazione per poi respingerla, e me ne dispiace perché da lungo tempo aspiro a ritornare un po’ sulle mie montagne ed a rifarmi i muscoli, se non proprio sulle rocce delle Dolomiti – ove passati i cinquant’anni non è molto consigliabile cimentarsi – almeno nelle meno faticose salite di montagna, e se mi si giubilasse… (Interruzioni. «No, no!». Si grida: «Viva De Gasperi!»). Ritengo, comunque, che in tempi normali sia giusto evitare la combinazione di un uomo che stia al governo e contemporaneamente abbia il timone di un partito politico: questo tanto per la povera vittima, quanto per una certa distribuzione di funzioni che può essere utile al partito ed utile anche al governo, perché io mi sono trovato nella condizione di non poter mai appellarmi all’appoggio del segretario politico del mio partito. Se voi non prenderete per il momento questa risoluzione, io vi dico subito che verrà il momento, non molto lontano, che mi ritirerò dalla vita pubblica. Avrei un desiderio, una passione sola, che morirà con me, ed è questa: di lavorare nei miei ultimi anni nel partito come gregario, come propagandista, come giornalista, e di tenere sempre alta la bandiera di cui per tutta la vita sono stato e di cui sono così fiero. Domanderò di rientrare nei ranghi perché è il mio solo personale desiderio, e perché preferisco al posto di presidente del Consiglio un posto donde si possa lavorare sulle menti degli uomini più che sulla burocrazia e sull’amministrazione, e preferisco un posto donde si possano lanciare le idee e illuminare le menti. Se non sarà oggi, sarà domani, ma voglio che non ci si dimentichi di questa mia preghiera che vi faccio, di poter servire ancora il mio partito anche quando non potrò servire direttamente il mio paese, per dar prova che non si invecchia mai quando si è giovani nelle idee e si è giovani nel cuore. Un altro desiderio nutro ancora: l’altro giorno, allo stadio, gli sportivi triestini mi hanno offerto il modello della campana di san Giusto . Ebbene, io vi dico che se ho un altro desiderio, è questo: di potermi simbolicamente aggrappare alla fune di questa campana e di suonarla a stormo per l’unità della nostra patria, della nostra Italia, per la civiltà cristiana!
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Sono molto sorpreso di questo gesto di impazienza che si è verificato . Il Governo non ha alcuna intenzione di sottrarsi alla discussione sui problemi politici generali, salvo che l’Assemblea provveda ai suoi compiti, specie in vista del fatto che era stata messa all’ordine del giorno la proroga o meno del termine per la presentazione del progetto di Costituzione. Confesso che personalmente mi aspettavo una discussione che avesse un significato, circa i lavori dell’Assemblea, circa i termini per la presentazione del progetto di Costituzione. Invece, con mia grande meraviglia, non ci si è preoccupati di questo. Ci si è trovati d’accordo per differire il termine proposto e non si è fatta, intorno a questo, alcuna discussione riguardante il programma dei lavori dell’Assemblea. Il Governo ha il dovere di essere a disposizione dell’Assemblea, ma anche l’Assemblea ha un regolamento, in base al quale può chiedere al Governo quando intenda rispondere sopra certi argomenti. In linea generale, poi, avverto che se non ho nessuna ragione, come Governo, di evitare la discussione anche di problemi di carattere politico attuale, come rappresentante gl’interessi del paese invece ne ho qualcuna. Siamo all’inizio del periodo di proroga del prestito e non è in un simile momento che il Governo debba per proprio conto procedere a discussioni accalorate. Io ripeto che il Governo è a disposizione dell’Assemblea per tutte quelle informazioni che vorrà avere, per tutte quelle responsabilità che il Governo deve portare di fronte ad essa. Se c’e una lagnanza generale circa le interpellanze, confesso che il lungo periodo di vacanza ci ha impedito di affrontarle tutte, o le principali. Ho esortato i miei colleghi di Governo a rispondere più rapidamente alle interrogazioni e ad essere pronti a rispondere sulle interpellanze. Riguardo all’urgenza delle trattative sulla Germania, manca in questo momento il ministro degli Esteri. RUSSO PEREZ. Avrei voluto dirlo preliminarmente. DE GASPERI. Non sono in grado di rispondere prima cha abbia sentito a che punto stiano le cose. Non credo che vi sia tale urgenza che il differire a domani o dopodomani l’eventuale discussione possa portare nocumento all’interesse del paese. Quindi direi: in via di massima, nessuna obiezione perché la cosa venga discussa e trattata; riguardo al termine di domani o di dopodomani, l’onorevole collega abbia la compiacenza di farmi consultare il ministro degli Esteri. (Applausi).
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De Gasperi al principio della seduta in un’ampia relazione si è fatto eco delle inquietudini dell’opinione pubblica italiana per le notizie che provengono da Parigi. Egli ha fatto osservare che è più che mai necessario di mantenere i nervi a posto. Alcune manifestazioni, limitate nel tempo e nel luogo, deformate ed amplificate negli echi che hanno avuto nella stampa offrono il pretesto agli avversari di altri paesi per giustificare un atteggiamento ostile e lanciare accuse e sospetti di neo fascismo contro il popolo italiano al quale non si vogliono riconoscere i meriti della cobelligeranza ed i sacrifici affrontati nella guerra di liberazione. Il partito dovrà dimostrare con tutti i suoi organi, il nostro senso di responsabilità rimanendo primissimo nella difesa dei nostri giusti diritti che sono stati ripetutamente rivendicarti dagli ordini del giorno della commissione di politica estera del partito e che hanno pure avuto una eco in seno al congresso nazionale ove sono stati salutati con entusiasmo i rappresentanti della Venezia Giulia.
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Ingiusti e infondati attacchi In questi giorni ho l’onore di essere attaccato violentemente da destra e da sinistra. Il tempo mi manca di leggere tutto e rispondere a tutti; gli affari di governo mi incalzano, amici lontani mi reclamano da tutte le parti; eppure una parola di serena fermezza può essere utile, forse doverosa. L’attacco più violento e più pericoloso mi viene dall’Italia Nuova, dico pericoloso, non per la forza dell’argomento, ma perché segnala e proclama la mia personale responsabilità con accenti così drammatici da designarmi alla reazione di animi esaltati. «Un uomo – scrive il giornale monarchico – un uomo solo sarà responsabile della catastrofe che si va delineando e del sangue che già comincia a scorrere!… Un uomo, un uomo solo sarà responsabile innanzi a Dio e innanzi agli uomini. Quest’uomo è Alcide De Gasperi» . Nello stesso articolo-manifesto, si qualifica il governo da me presieduto come «governo quisling (collaborazionista) del Partito comunista che sotto la direzione di De Gasperi esegue gli ordini delle forze marxiste internazionali». Il governo tenderebbe non solo «a imporre il regime repubblicano ad un popolo stordito», ma «a creare un gigantesco diversivo, per mascherare i vasti preparativi militari del Partito comunista, che si predispongono a stroncare la vita stessa dello Stato italiano e a rompere l’equilibrio internazionale». Ora è vero che in Italia non siamo riusciti – né gli alleati prima né noi dopo – a raccogliere tutte le armi della insurrezione e della guerra civile, è vero anche che è giunta a noi voce di armi entrate di contrabbando d’oltre frontiera – e contro ciò si rivolse il mio monito al congresso –; ma è anche vero che la pressione e la vigilanza delle forze dello Stato, specie dei bravi carabinieri, è andata in questi mesi sempre più aumentando, cosicché il ministro dell’Interno ritiene che, difficilmente evitabili quando vi sia premeditata provocazione da destra o da sinistra, non ci siano da temere, né prima né dopo il voto, fatti gravi che lo Stato non sappia dominare. E fermissimo e unanime il proposito del Consiglio dei ministri di mantenere l’ordine, di difendere la libertà del voto. Credo che tutti i capi partito abbiano, anche nel loro interesse, tale serio intendimento. Ammetto che certi attacchi virulenti di giornali o oratori diano l’impressione del contrario, e sono deplorevoli, ma né governo, né, in modo particolare, il presidente del Consiglio, può rispondere del tono della stampa. Verso elezioni libere e democratiche Ho notizia che anche gli alleati, in base a loro informazioni, hanno ragione di sperare in elezioni libere e regolari. Comprendiamo infine che coloro che desidererebbero un rinvio del referendum siano particolarmente nervosi: la decisione è importante, è umano che si desideri di rinviarla. Ma rinviare oramai non si può né si deve. C’è un impegno solenne, deliberato dopo discussioni molteplici. Certo è doloroso che al voto istituzionale non possano partecipare tutti i prigionieri né gli abitanti della Venezia Giulia, ma ciò è dipeso dal protrarsi contro il nostro volere della situazione armistiziale; né comunque la loro partecipazione potrebbe mutare sostanzialmente le proporzioni delle correnti politiche. In quanto alle mie responsabilità personali, ricordo all’Italia Nuova ch’io fui l’unico uomo politico a proporre, in nome del mio partito, che prima si facessero le elezioni alla costituente, e durante la costituente si sottoponesse poi a referendum la questione istituzionale; la proposta trovò in seno al governo l’avversione assoluta di un partito non di sinistra e, fuori del governo, l’opposizione dei circoli monarchici più autorevoli, i quali preferivano che il referendum si facesse contemporaneamente alle elezioni. Non ho paura delle responsabilità e assumo tutte quelle che mi spettano, ma ho il diritto di distinguere fra quelle che derivano da una mia presa di posizione personale e quelle che mi provengono dal mio posto di capo di una coalizione o dalla funzione conciliatrice di presidente del Consiglio. Ed ora una parola verso sinistra. Si è voluto interpretare il mio discorso alla basilica di Massenzio come un’affermazione contraria alle conclusioni del Congresso democratico cristiano. C’è chi crede sul serio che il segretario del partito che ha presieduto i lavori conclusivi del comitato, designato dal congresso per conciliare i vari ordini del giorno, possa aver parlato in senso contrario alla mozione definitiva, votata poi dalla maggioranza dell’assemblea? Nell’ultima fase le mozioni erano ridotte a tre, la prima per la soluzione repubblicana, tout court; la seconda per lasciare piena libertà agli iscritti, senza direttiva di partito; la terza per la soluzione monarchica. L’accordo riuscì tra la prima e la seconda nel senso che il congresso si pronunciasse per la soluzione repubblicana in corrispondenza ai risultati del voto nelle sezioni, tenuto presente tuttavia che il referendum, come strumento di democrazia diretta, si rivolge alla libera coscienza degli elettori. La conseguenza pratica è che è stato reso possibile ai minoritari monarchici di rimanere nel partito, perché la loro coscienza individuale innanzi al referendum non è vincolata dallo stesso obbligo incondizionato di disciplina che il partito ha proclamato per il contenuto della Costituzione; ma non corrisponde però alla direttiva repubblicana del congresso che i monarchici organizzino una propria propaganda per la loro soluzione e tanto meno come oratori del partito o comunque in nome del partito e del programma di esso. Esecutore della decisione del congresso e vigile custode dell’unità del partito, nel mio discorso alla basilica di Massenzio ho parlato alla maggioranza repubblicana, affinché desse a questa soluzione un contributo di consapevolezza e di convinzione, ammonendo che la repubblica libera e veramente democratica è raggiungibile solo se si fonda su una partecipazione più attiva e più cosciente del popolo e ho detto che non bisogna dichiararsi per la repubblica in virtù di una particolare tendenza (cristiana, socialista, comunista); ma per un senso profondo di corresponsabilità personale, su cui il regime popolare deve fondarsi. Mi sono poi rivolto alla minoranza monarchica e l’ho invitata a non lasciarsi distrarre dai tentativi che, anche a Roma, si fanno da parecchie parti, per allettarla verso altre liste e riaffermai che il punto centrale della lotta è la costituzione, cioè i principi generali che devono presiedere alla vita nazionale, principi su cui non sarà facile accordarsi con altri partiti e per la difesa dei quali è assolutamente necessario che esista un forte partito centrale che assommi in sé gli elementi costitutivi del progresso sociale ed economico e gli elementi spirituali della tradizione cristiana. Ecco l’origine e la finalità del mio discorso. Comprendo che dopo la dimostrazione della mattinata, il mio discorso poteva apparire a taluno non completamente intonato all’attimo fuggente, ma so anche che le dichiarazioni di qualche oratore di sinistra in piazza del Popolo avevano sollevato delle recriminazioni contro la Dc quasi che essa potesse essere chiamata responsabile di certe deviazioni o degenerazioni verbali. Gli attacchi da destra e sinistra per dividere la Dc I democratici cristiani stiano attenti al gioco: da destra e da sinistra si tenta dividerci per batterci e diminuirci. Avete letto gli attacchi della stampa di destra e di sinistra. Un manifesto dei cattolici dell’«Unione per la difesa della società cristiana» ci accusa di «aver perso il contatto coi principi ed interessi cristiani, disertando la nostra funzione»; un giornale filocattolico mette in dubbio la sorte stessa del partito; i comunisti e i socialisti reclamano i voti della massa grigia per il loro repubblicanesimo sicuro; c’è perfino Salvatorelli che ci accusa addirittura di fare una «guerra preventiva» contro i comunisti. Nervi a posto: la dichiarazione repubblicana del nostro congresso permane ed è operante come direttiva di partito; una forte e compatta Dc è la condizione essenziale per guardare con fiducia all’avvenire del nostro paese. Noti fatevi vittime delle manovre avversarie. Continuate per la nostra strada mantenendo distinta la nostra fisionomia e le nostre responsabilità. A chi poi si meraviglia che in mezzo a tanto farneticare ed eccitare ci sia chi fa appello al senso di responsabilità del cittadino italiano e chi guarda in faccia ai problemi della costituzione, sui quali certi partiti scivolano con tremenda disinvoltura, risponderò, se il tempo permette con un altro articolo o, se il tempo mi mancasse, risponderanno i fatti.
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Bisogna tenere i nervi a posto perché da una parte c’era chi tendeva agguati al governo affinché non si facessero più le elezioni e si rimandasse il referendum e dall’altra parte vi erano esagerate preoccupazioni di un colpo di Stato. Tuttavia si è riusciti a superare queste difficoltà che sembravano estreme senza colpi di Stato e senza venir meno all’impegno formale che hanno le due parti, re e nazione, di sottoporsi all’arbitrato del popolo. Non c’è stato che un cambio di titolo. Possiamo tranquillamente riprendere il cammino fino alle decisioni che sono in mano del popolo italiano. Se i tedeschi dell’Alto Adige fossero stati più prudenti e ragionevoli quando io ho fatto loro un appello, dicendo: vedete, noi non saremo come i fascisti; noi rispetteremo il vostro carattere nazionale, vi ridaremo le scuole tedesche, vi daremo la libertà di comunicare nella vostra lingua, la libertà di eleggere i vostri uomini, vi daremo l’autonomia regionale. Se fossero stati con noi a collaborare alla soluzione migliore dei problemi della Venezia tridentina il progetto dell’autonomia avrebbe potuto essere pronto prima della Costituente e oggi sarei venuto qui a dirvi che l’autonomia è stata concessa. Disgraziatamente suggestionati da promesse ed eccitamenti d’oltre Brennero dimenticarono una cosa; che la questione dell’Alto Adige è una questione in cui entriamo anche noi e io, come rappresentante di 45 milioni di italiani, non posso abdicare al diritto di condeterminare quella che è la frontiera della pace. Io penso che ora i tedeschi saranno di miglior partito: io spero che essi si siano convinti. Riconosco che avevano diritto dopo tutto quello che era avvenuto nel periodo fascista di essere diffidenti delle promesse del governo; però fa torto alla loro intelligenza, non aver visto che noi non siamo i continuatori di una tattica e di un metodo come quelli fascisti; ma agiamo su concetti di democrazia la quale non può vivere se non poggia sul consenso del popolo nei comuni, nelle province, nelle regioni. Ecco perché io spero, e faccio un nuovo appello ai cittadini di lingua tedesca perché si accordino con noi che siamo disposti a trattare con la massima giustizia e dimenticare il passato a condizione che accettino la nostra mano lealmente e collaborino con noi sul terreno della equità, giustizia e democrazia, Domenica scorsa mi trovavo ospite a Parigi al «Quai d’Orsay» dal ministro degli Esteri e siccome a Parigi in quei giorni faceva freddo, ci siamo raccolti intono al caminetto. Ogni tanto il ministro degli Esteri scompariva per tornare sempre più allegro, a mano a mano che gli pervenivano notizie intorno al referendum: era lieto perché prevedeva, come di fatto fu, che la Costituzione, attorno alla quale tutti i partiti alla Costituente avevano lavorato per sette mesi veniva respinta dal popolo nel referendum. Ora, questa allegria nell’uomo, il quale fu uno dei capi della resistenza francese, ministro responsabile, dopo tanto lavoro e tante fatiche spese per accordarsi sulla Costituente, questa allegria mi faceva riflettere. Perché dunque questo compiacimento che il popolo francese in maggioranza avesse respinto l’elaborato della costituzione? Perché? Il perché voi l’avete capito: perché la preoccupazione del popolo francese in questo momento è di non correre il rischio di perdere la libertà e di finire con un’unica Camera la quale si trasformi nell’influsso permanente di un unico partito, oppure cada, come altre volte avvenne, in una dittatura. Ed ecco che io, rappresentante di un paese che non ha ancora deciso, ma che per dichiarazioni di partiti e di opinione pubblica, si può supporre preferisca la forma repubblicana, mi sento già al di là del problema monarchico o repubblicano con un’unica questione sostanziale che si affaccia a tutta Europa: potremo creare, alimentare, mantenere un regime liberale o correremo il rischio di cadere sotto la dittatura di un’Assemblea, di un partito o di una persona? Questa questione, o amici, s’è affacciata al popolo francese. La Costituzione voleva la magistratura in una certa dipendenza dal potere politico; non riconosceva nella proprietà un principio e un diritto inerente alla persona umana. Queste non sono questioni che interessano soltanto il popolo francese, ma domineranno domani le decisioni della Costituente italiana. Poiché disgraziatamente noi non abbiamo il referendum post-costituente noi a seconda che deciderà la maggioranza avremo la soluzione che garantisca la libertà o che la metta in pericolo. Ecco il problema principale di cui dovete interessarvi, ecco le ragioni per cui le prossime elezioni dei deputati sono così decisive per le sorti del popolo italiano. Certo è che noi abbiamo l’obbligo, per la pace dei nostri figli, di garantirci contro tale pericolo e non c’è garanzia maggiore che creare un forte blocco di centro democratico cristiano.
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Cari amici, io credo che tutti voi avete conto pieno come le decisioni del Congresso della democrazia cristiana abbiano voluto significare che il spinto non desidera opporsi alle aspirazioni dei lavoratori verso la soluzione repubblicana. La democrazia cristiana ha, invece, inteso mettere a disposizione del nuovo Stato il contributo prezioso delle sue idealità morali e della sua capacità costruttiva. L’Italia è, nelle sue regioni, assai diversa per clima storico, politico, sociale, onde era impossibile supporre che in una questione di importanza secolare come quella istituzionale, potessero essere determinanti soltanto le correnti organizzate nei partiti. Bisognava, quindi, trovare un metodo democratico che decidesse del problema, salvaguardando le supreme ragioni dell’unità della nazione. Questo metodo fu trovato nella consultazione popolare per referendum. Tutti all’interno e all’esterno debbono accettare il suo risultato a condizione che esso sia raggiunto in libertà e non sia accompagnato da atti di violenza e di forza. Se ciò non avvenisse il popolo italiano e chi ci guarda all’estero comprenderebbero che ci saremmo avviati verso un ritorno di forme squadriste e della dittatura totalitaria. Per quanto concerne il contenuto della costituzione, ogni partito ha il dovere di preoccuparsi fin d’ora dei principi della struttura di essa, che debbono essere tali da assicurare una libera concorrenza dei partiti, la libertà dello spirito e la libertà economica. Non è lecito imperniare tutta la dialettica nella forma senza aver riguardo alle garanzie del contenuto della Costituzione. Voi già conoscete quali sono le idee fondamentali del pentito circa la nuova carta statutaria, nella quale non va dimenticata o sottovalutata anche la visione di una politica estera che, nella cooperazione internazionale, salvaguardi l’unità della nazione italiana. Ma debbo insistere sulla necessità assoluta che la consultazione avvenga in un clima di assoluta libertà ed a questo proposito rivolgo ancora una volta un caldo appello a tutte le forze dello Stato, e in specie all’arma dei carabinieri, che in difficili condizioni assolve il suo compito, affinché vigilino con particolare cura. Il governo della Costituente dovrà pure preoccuparsi di andare incontro ai bisogni di queste categorie che sono trattate molto male ed è già fermo proponimento del mio governo di premiare coloro che avranno saputo presidiare la libertà di voto e salvaguardare l’ordine delle giornate seguenti alla consultazione, e di punire, invece, coloro che per debolezza o per complicità, abbandonassero il loro posto o mancassero comunque al loro dovere .
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Il presidente ha iniziato polemizzando argutamente con alcuni gruppetti di socialcomunisti che avevano occupato i primi posti con l’intento di disturbare la manifestazione; ha ricordato che la collaborazione dei vari partiti nell’opera di governo ed ha ammonito i facinorosi ad essere più cauti se non vogliono fare orientare la grande massa ancora indecisa degli elettori verso forme istituzionali diverse da quelle da loro propugnate; l’instaurazione della repubblica dipenderà proprio dal contegno tollerante e sereno dei repubblicani in questo scorcio del mese. Il presidente si è fermato a lungo a parlare dei problemi della ricostruzione economico-finanziaria ed amministrativa dello Stato con particolare riguardo alle concrete necessità della zona.
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Cari amici, comprendo la vostra ansia, il vostro desiderio di ottenere al più presto l’autonomia. Così come è stata fatta dal governo, l’autonomia è un quadro, una cornice. Ma è chiaro che bisogna rettificarla e vivificarla. Le costituzioni di autonomia regionale direi che «diventano», si formano cioè a poco a poco. Il problema comunque verrà affrontato compiutamente della Costituente, che eleggerete il 2 giugno insieme al referendum istituzionale. A proposito di questo, devo ricordarvi che il partito ha lasciato libertà di coscienza agli elettori e lo ha fatto specie in considerazione delle differenze che vi sono in Italia tra regione e regione che determinano diverse psicologie e diversi principii politici. Quello che bisogna evitare è che abbiano ad insorgere moti inconsulti e ciò specie per non determinare interventi alleati, qualora le elezioni apparissero contestabili. Poi verrà la Costituente: pur rivendicando i diritti ed il prestigio del Parlamento in genere, bisogna stare molto attenti alle degenerazioni che talvolta travolgono queste istituzioni, degenerazioni che portano, prima o dopo alla dittatura. Si deve, perciò, creare un sistema che eviti, specialmente proprio attraverso il decentramento regionale degli interessi locali, il centralismo e anche il centralismo parlamentare. Insieme a questi problemi più immediati, altri problemi sono purtroppo ancora sul tappeto: c’è il trattato di pace; ci sono i problemi che esso comporta specialmente nei riguardi dei confini e delle colonie. Per le colonie io ho sempre parlato non da un punto di vista imperialistico, ma esclusivamente dal punto di vista del lavoro. A Parigi si era parlato della riunione della Somalia inglese a quella italiana; ebbene io feci osservare che si trattava di due cose ben distinte e diverse; mentre nella Somalia italiana nostri connazionali hanno persino deviato il corso dei fiumi per irrigare e fecondare la terra, la Somalia inglese è rimasta ancora allo stato di pastorizia, in proprietà di pochi avidi padroni che fanno ricerche per sfruttare le ricchezze del sottosuolo. A Parigi mi fu chiesto come mai insistessi tanto per mantenere le colonie, quando è noto che vi è sempre stata in Italia una larga corrente contraria al colonialismo e alle spese improduttive che esso comporta. Mi fu facile rispondere che ciò era vero settanta anni or sono ma non è più vero oggi, quando il lavoro italiano, che si è incanalato verso quelle terre, le ha fecondate con lo sforzo, il sudore, il sacrificio dei lavoratori italiani. Noi non abbiamo mai avuto sogni colonialisti e avremmo di buon grado concesso l’indipendenza agli indigeni dei nostri scarsi possedimenti coloniali se uguale concessione fosse stata fatta per tutti gli abitanti delle colonie e mandati, in possesso di altri paesi. Per quanto riguarda la questione della Venezia Giulia c’è una sola speranza: che il problema si inquadri nelle attività delle Nazioni Unite in modo da ricostruirsi in un concetto democratico di unità popolare. Cari amici, qualcuno di voi, ricorderà forse che io sono stato l’ultima volta a Palermo nel 1925 quando le opposizioni si univano nell’ultima disperata resistenza; avevo allora parlato al popolo assieme ad Amendola e a Di Cesarò in una piazza che la guerra ha gravemente colpito. Il ricordo mi riporta a quei sentimenti che esprimevamo allora contro il centralismo gretto che purtroppo ha soffocato il mezzogiorno. Ed il ricordo mi riporta a rinnovare ancora una volta il richiamo accorato al dovere di ogni cittadino di salvaguardare la libertà e di non svilire il senso dello Stato; concetti del resto che ho ripetuto in tutti i miei discorsi meridionali. In questo clima dovete inquadrare la visita che stamani ho fatto alla legione dei carabinieri di Porta Nuova, donde partirono per non più tornare le giovani vittime del brigantaggio; ed alla visita dovete dare il significato di un incoraggiamento a continuare questa lotta e questi sacrifici per la civiltà del nostro paese. È come presidente del governo, che sono venuto qui ad esprimervi il cordoglio della nazione per l’orrendo delitto che colpisce nuovamente la nostra benemerita arma. Rendo omaggio alle eroiche vittime del dovere alle quali saranno resi solenni funerali a spese dello Stato. Mi auguro che il loro fulgido esempio confermi il corpo della benemerita arma nello spirito di disciplina e di sacrificio che la distingue. Estendo il plauso e il mio appello a tutte le forze armate di polizia e, in genere, a tutti i funzionari dello Stato. Oggi più che mai è necessario che nessuno manchi al dovere di servire con tenacia e lealtà la nazione, al di sopra di ogni concezione politica e nel dare esempio di lealtà e di spirito di sacrificio nel servire la patria.
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Vorrei osservare, egregi colleghi, che questo progettino, come è evidente, non pregiudica affatto i diritti dell’Assemblea e quindi le tesi generali per cui il giuramento si possa mantenere o non mantenere nel nuovo Stato. Noi ci troviamo dinanzi a delle condizioni di fatto; alcune formule di giuramento devono essere modificate. Noi le abbiamo modificate una prima volta omettendole, e questo nelle prime 36 ore dopo la proclamazione del referendum; ma oggi quelle formule sono diventate vacue: bisogna quindi sostituirle con qualche cosa dopo il fatto compiuto ed è quello che abbiamo disposto, senza voler pregiudicare menomamente una deliberazione definitiva dell’Assemblea circa la formula del giuramento. Io convengo che, in tesi generale, si possa essere contrari a qualsiasi formula di giuramento; ma questo è mantenuto in quanto costituisce per il funzionario direttiva sostanziale che riguarda l’esistenza dello Stato. Bisognava dunque creare, almeno provvisoriamente, una formula che potesse essere consolidata nella Costituzione stessa. Nell’articolo primo, si dice precisamente: «Fino a quando non venga diversamente stabilito in dipendenza della nuova Costituzione dello Stato». E qui è già fissato subito il carattere transitorio del provvedimento. Non si tratta poi di un tentativo d’urgenza di consolidare la Repubblica, perché la Repubblica è già viva ed è già un fatto che è nella coscienza del popolo. Non è quindi che dalla nostra formula possa dipendere il suo consolidamento. Sono favorevole, e sempre lo sono stato fin dall’inizio, a questa affermazione d’una formula per tutto quanto riguarda i militari e i funzionari dello Stato. Perché? Proprio per un senso diverso che pare preoccupi l’onorevole Bencivenga. Ci sono degli uomini i quali lealmente hanno servito la monarchia e conservano ancora in sé un senso di devozione, sia alle persone, sia all’istituto come tale; però sono uomini leali, sono uomini che riconoscono che fondamentalmente si deve obbedire alle leggi; essi accettano la forma democratica; riconoscono che il popolo ha deliberato coscientemente e deliberato definitivamente. L’onorevole Lucifero qui alla Camera ha avuto occasione di chiarire il suo pensiero e nessuno – a cominciare dal relatore – può mettere in dubbio la lealtà che si rivela nelle parole dell’onorevole Lucifero, cioè la lealtà del suo impegno ad obbedire alle leggi dello Stato e a collaborare al consolidamento della sua forma presente. Ma quanti altri nel servizio militare o nel servizio civile dello Stato hanno questa occasione? E come potrebbe serpeggiare il sospetto che siano dei traditori di fronte ai loro compiti nella gerarchia civile e militare? Se si tratta di uomini d’onore che, pur avendo servito la monarchia, alzeranno la mano per giurare il rispetto alla Repubblica italiana, non ci sarà motivo di ritenere e nessuno potrà dubitare che non lo facciano con piena coscienza e lealtà. E allora io dico che questa è una misura di conciliazione, una misura di libertà, che mette dinanzi a tutto il popolo l’impegno dell’onore, l’impegno della coscienza. Perciò non mi pare che si possa rinviare la legge del giuramento, nell’interesse stesso della conciliazione nazionale, guidati da un pensiero unico, il pensiero delle sorti della patria, alle quali l’onorevole Lucifero, con parole così eloquenti, ha inneggiato. Quindi prego la Camera di respingere la proposta di rinvio. (Vivi applausi). [Dopo una serie di interventi, De Gasperi prendeva nuovamente la parola]. Vorrei fare appello alla Commissione, perché accetti l’emendamento Riccio , che mi pare soddisfi ad una situazione anche morale. Per quale ragione noi in questo momento vorremmo estendere il giuramento attraverso il mantenimento di disposizioni fatte, con altro spirito dal regime fascista? Accontentiamoci di continuare la tradizione, quale era nelle nostre leggi fino al 28 ottobre 1922. Mi pare che, con ciò, siamo fuori del pericolo di interpretarle diversamente. Quindi, se con ciò cade il giuramento degli enti locali, questo non mi pare un gran male: siamo nel campo non diretto dell’influenza dello Stato e limitare questa norma del giuramento a quel tanto che è necessario, mi pare cosa ovvia, ragionevole e prudente. Avete visto che vi sono, fra i repubblicani e i monarchici, differenti tesi circa la opportunità di fare o di non fare il giuramento. Ora, se proprio si vuol fare la questione, si potrà farla in sede di Costituzione e non in sede di una disposizione provvisoria. Credo che la Commissione farebbe bene (però m’inchino se mantiene parere contrario) ad accettare l’emendamento proposto dall’onorevole Riccio .
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Non si dimentichi che se per una disgraziata guerra siamo caduti così in basso ed in un baratro disastroso, siamo sempre gli eredi di una grande civiltà fondata sul pensiero antico greco-latino e cristiano. Una civiltà alla quale non possiamo rinunciare. Rispettate gli avversari politici, ma cercate di vincere la nostra battaglia. Cari amici, ricordate bene: non sarà certo la forma istituzionale a salvaguardare la libertà; dovete essere voi a salvaguardarla con le leggi che vi saprete dare e con il vostro costume che deve rifuggire da episodi di violenza e di faziosità quali quelli di cui state dando un esempio non certo incoraggiante.
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Il presidente è salito su un camion e ha parlato col sole in faccia. Ha detto che la patria doveva rinascere, che la sua tradizione di cultura e di lavoro gliene dava diritto; ha aggiunto che non bisognava trincerarsi dietro le frasi fatte, né cercare di imporre dall’alto ed evitare il ritorno di ogni forma di dittatura. Per questo – egli ha aggiunto – noi crediamo che la libertà non possa in Italia realizzarsi senza civiltà cristiana, e se qualche filosofo pensa che ciò possa avvenire, il popolo con il suo secolare costume afferma l’astrattezza di questa filosofia. De Gasperi ha quindi ricordato il dovere di rispettare la volontà del popolo alle elezioni per la Costituente e al referendum e di non fidarsi delle dicerie di coloro che sperano in un sabotaggio delle medesime. Il popolo italiano – ha concluso – deve dimostrare agli alleati e agli stranieri di essere maturo di stare nel loro consesso.
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De Gasperi ha ricordato che il problema fondamentale è di costruire uno Stato in cui sia vivo il senso morale poiché – egli ha detto – a nulla serve la forza se non è sorretta da uno spirito di dovere. Inutile fare le leggi se esse non si fondano sul costume, e questo costume deve essere profondamente cristiano. È per questo, e non perché pretendiamo di rappresentare solo noi il cristianesimo, che ci diciamo Democrazia cristiana. De Gasperi ha quindi accennato al diritto dell’Italia a una pace giusta. Noi – egli ha detto – siamo stati disposti a qualunque sacrificio per una guerra perduta che non abbiamo voluta e che il popolo ha subìto senza essere consultato, abbiamo rinunziato ad ogni pretesa strategica, dando affidamento di volere effettivamente una politica di fraternità con i nostri vicini, ma quando ci si chiede di rinunciare ad una parte del nostro paese, noi ci ribelliamo con tutte le nostre forze. La conclusione con cui De Gasperi ha fatto richiamo all’autocoscienza del popolo e alla necessità che esso fondi un suo avvenire di libertà, è stata salutata da prolungati applausi.
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De Gasperi si è dichiarato commosso di ritrovarsi, dopo tanto tempo, in Firenze, madre di artisti e centro di alta storia e di civiltà; ha iniziato il suo dire asserendo che il suo atteggiamento politico e morale ha dato al popolo la sensazione che la Democrazia cristiana è un partito dalle idee ferme e capaci di ricostruire moralmente e materialmente il paese. Trattando del problema della Costituente ed in particolare di quello istituzionale, De Gasperi ha dichiarato come fosse suo dovere di lealtà dire che come non può garantire il carattere cristiano della repubblica (discorso alla basilica di Massenzio ), così nemmeno può garantire il carattere cristiano della monarchia, essendo il problema questione di forma e non di sostanza. Ha aggiunto poi che grave errore per tutti è quello di essere passati in questo momento dalle questioni di sostanza a quelle di forma, come hanno fatto alcuni partiti che hanno avuto in tale maniera gioco di truccare e di nascondere i loro propositi e le loro intenzioni circa i più essenziali e vitali problemi della Costituente. Dalle basi fondamentali della Costituzione, più che dalla forma istituzionale, dipenderà la formazione e la conservazione d’un Stato libero e democratico. Per questo egli ha rivolto un appello alla nazione e ai partiti affinché, qualunque sia il risultato della volontà del popolo essa venga, nel modo più assoluto, accettata e rispettata da tutti: in modo che il 2 giugno risulti una votazione che renda compatto il popolo italiano non solo per l’interno del paese, ma soprattutto per l’estero. Tra i vivi applausi, l’oratore ha illustrato il programma della Democrazia cristiana affermando che votare per essa significa votare per gli uomini che salvaguardino nella Costituente e nelle leggi il senso della nostra civiltà italica e tutelino nelle riforme agrarie e nel progresso sociale il senso cristiano della responsabilità. L’on. De Gasperi ha concluso sostenendo come nessun antagonismo, all’infuori da quello ispirato dal metodo democratico, debba dividere i partiti, e auspicando che lo spirito di collaborazione dimostrato fino ad ora dalle varie correnti ideologiche al governo continui anche nella prossima formazione governativa che dovrà dare il nuovo volto all’Italia.
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Amici milanesi e lombardi, era giusto che, alla fine di questa campagna elettorale, io venissi qui a rendere conto con riferimento all’opera di governo, innanzi al popolo che ha organizzato e attuato la liberazione nazionale nel momento critico della guerra. Era giusto che venissi a riferire a voi, che nel momento più critico della guerra avete trovato la concordia e la forza della resistenza per vincere. Riguardo alle elezioni il mio piano era di convocare prima il popolo italiano perché si schierasse sotto le proprie bandiere e secondo i programmi propri per l’opera della Costituente, cioè per creare la Costituzione. Ed era proposito mio di promuovere pure, al quarto mese della Costituente, l’appello al popolo perché esso votasse su di un abbozzo concreto di Costituzione. Allora, il popolo avrebbe potuto votare per una concreta forma di repubblica, oppure avrebbe accettato un’altra forma di governo, sapendo quale sarebbe stato il contenuto di questa forma e del regime dello Stato. Disgraziatamente, non fu possibile mettere in accordo tutti i partiti su questo programma; oggi ripensandoci e guardando indietro, credo che tutti troverebbero il nostro piano più ragionevole e corrispondente al senso di responsabilità del popolo. Comunque, siamo ora di fronte ad una combinazione elettorale di cui una riguarda la forma dello Stato e l’altra la sostanza, cioè i principi fondamentali della Costituzione e i criteri fondamentali della struttura dello Stato. Disgraziatamente, per la connessione dei due problemi, per la passione e per la maggiore facilità di discutere sulla forma che sulla sostanza è avvenuto che quasi tutta la campagna si è imperniata sopra il binomio repubblicamonarchia. Questo ha impedito che si guardasse in faccia ai singoli problemi, alle singole soluzioni proposte nei programmi e non si considerassero soprattutto gli elementi essenziali della nuova Costituzione. Orbene, mi si rimprovera o mi si attribuisce (per esempio i monarchici a Firenze, oggi) di avere dichiarato alla basilica di Massenzio che non potevo assumere alcuna garanzia che la repubblica futura sarebbe cristiana. È vero. È obbligo di lealtà dirlo, ma devo aggiungere che non posso nemmeno assumere nessuna garanzia per una monarchia cristiana. Non hanno torto nemmeno i monarchici, i quali hanno fatto affiggere qui a Milano un manifesto dove dicono che il socialismo, come il laburismo inglese, possono svilupparsi anche in un sistema monarchico. È anche vero però che la forma più perfetta, la forma più logica della democrazia e dell’autogoverno è la repubblica. È comprensibile che un popolo, quando sia maturo per il suo destino, cerchi naturalmente questa forma che più esprime, o più dovrebbe esprimere e garantire, la libertà dello sviluppo del regime popolare. È vero, ma è anche vero che quello che decide non è la forma, ma la sostanza e cioè la maggioranza dell’assemblea. La maggioranza è quella che decide sul come si governa. Una maggioranza che è di carattere estremista creerà un regime estremista; una maggioranza di carattere temperato, avrà un regime di centro, una di destra, avrà un regime di destra. E questo è tanto se c’è la repubblica come se c’è la monarchia. Non c’è da illudersi su ciò. E domani (rivolgendosi a qualcuno della folla che fa segno di no) e domani, caro signore che fa segno di no, domani quando avrà votato, quando avremo superato il 2 giugno, si accorgerà come profondi e gravi siano gli altri problemi della ricostruzione politica e democratica italiana. Ad ogni modo, io vi confermo, come segretario del mio partito, che non rinnego nulla delle direttive e delle decisioni prese dal congresso della Democrazia cristiana. Quindi non vengo a fare doppiezze. La nostra decisione si componeva di due parti: da una parte, considerata la situazione politica in modo particolare e per dare prova di pacificazione, di comprensione anche verso i partiti di sinistra, la maggioranza del congresso si pronunciava per la forma repubblicana; dall’altra parte, però, stabiliva che il referendum, cioè il voto, l’appello diretto al popolo suppone che il popolo stesso, nella sua libera coscienza debba e possa decidere sulla forma dello Stato. Ora, cari amici miei, è stata davvero una grande fortuna l’aver trovato una formula arbitrale accettabile da tutti i partiti. Perché ora (e forse prima non conoscevo abbastanza il mio paese), ora, in questa campagna elettorale, durante la quale ho potuto avvicinare elettori di tutte le varie regioni ho visto che sono rinate in queste regioni sensazioni di un tempo; che quasi quasi più che i vivi sono i morti del passato che parlano, e ritornano ragionamenti repubblicani e ragionamenti monarchici come si svolgevano nei tempi del Risorgimento. E la varietà della organizzazione sociale, la struttura diversa dell’economia, la stessa storia diversa del nord, del sud e delle isole porta ad una fatale diversità di valutazione del problema politico formale. Ora noi abbiamo bisogno di uno strumento, di una formula, di un metodo che stabilisca che una volta che la maggioranza abbia parlato, la minoranza debba adattarsi. Una volta che c’è una espressione del popolo italiano, bisogna che l’unità del paese sia con ciò riconsacrata e per sempre. Ecco perché noi insistiamo particolarmente, come rappresentanti di diversi partiti e non come governo, insistiamo sul concetto di libertà delle elezioni, di rispetto delle varie correnti. Noi non vogliamo tornare più ad una situazione in cui tutto, repubblica e monarchia veniva dettato da un palco o dal balcone di palazzo Venezia e il popolo accettava. Noi non vogliamo tornare in nessun modo alla forma del partito unico o come Comitato di liberazione nazionale o comunque sia; noi vogliamo le libera concorrenza dei partiti perché solo questo ci dà la sicurezza della libertà. Ci sono, e non si possono cambiare, le differenze tra i singoli partiti, non si possono cambiare perché anche se abbiamo lavorato assieme durante la clandestinità o nel periodo della recente ricostruzione, anche se con me lavorano e hanno lavorato uomini di diverso pensiero (e io questo lavoro l’ho apprezzato e sempre pubblicamente riconosciuto), anche se questo avviene, ciò non toglie che i nostri connotati sono diversi e che noi veniamo da paesi e da regioni diverse, cioè da ideologie diverse, da impulsi e pensieri diversi che ispirano e istintivamente dirigono la nostra vita sociale e la nostra vita pubblica. Non possiamo ignorare questo ed è fatale e giusto che nel momento delle elezioni questo venga a galla. Perché altrimenti che cosa gioverebbe chiamare il popolo alle elezioni, che cosa gioverebbe eleggere l’Assemblea costituente se tutto dovesse tornare come prima, in una specie di Comitato di liberazione, e tutti i partiti con la stessa dosatura dovessero far sempre gli stessi sforzi per governare? Staremo insieme più che potremo. Ma il principio della democrazia è questo: ci vuole una maggioranza che controlla. Ora io non vi dirò di questa maggioranza; non farò previsioni. Però, siccome oggi ho letto sull’Avanti! di Roma, e credo ci sarà anche sull’Avanti di Milano, un trafiletto che esaltava i risultati elettorali in Cecoslovacchia, dove i comunisti sono in testa con 114 seggi, seguiti dai democristiani con 90 seggi; mentre i socialisti ottennero 40 seggi e altrettanti i socialisti così detti nazionali, cioè del partito democratico, siccome ho letto che si esaltava questo risultato come un fatto caratteristico di tutta Europa e si esprimeva l’augurio che così sia anche in Italia, io dico: la provvidenza ci preservi e preservi anche i socialisti e i comunisti della necessità di fare massa assieme per costituire la maggioranza, perché questo impedirebbe l’autonomia del Partito socialista, che col miraggio della maggioranza sarebbe costretto a ritornare alla antica base marxista . In tali condizioni è fatale che gli eredi del pensiero che fu tanto in lotta col nostro e con quello degli altri partiti riassumano il loro atteggiamento di un tempo. Io spero che ciò non sia. E perché non sia ho eccitato questa battaglia. Io e miei colleghi abbiamo chiamato il popolo a combattere e ad affermarsi. Certo, oggi i socialisti, e specialmente il mio amico Nenni, sono diventati molto più saggi di quello che erano una volta, e a differenza del 1919, collaborano alla costruzione dello Stato. È questo un grande vantaggio che noi non vogliamo abbandonare. L’ho detto nei paesi meridionali, in una grande città, a chi mi accusava di essere presidente di un governo delle guardie rosse. Gli ho risposto: io vi dico che la linea di condotta del governo è quella della libertà e della oggettività, ma che in ogni caso, non mi pare una azione giusta prendere un atteggiamento che impedisca per principio a partiti che vengano dal socialismo e dal comunismo di collaborare col governo. Non si deve tornare alla situazione del 1919 e mi ricordo l’azione di Matteotti con cui condividevo questa ansia di trovare la strada della collaborazione e superare quell’abisso teoretico e dogmatico che era stato creato e che ha fatto turbolenta l’Italia in quel periodo. Non bisogna disconoscere a proposito della collaborazione con i comunisti, che questo partito ci ha dato la possibilità di superare in pace e in relativa tranquillità momenti molto critici e che ancora avremo bisogno soprattutto della collaborazione degli operai. Senza la massa degli operai, la quale abbia coscienza di Stato e senta che si tratta delle sue sorti come di quella di tutti gli altri cittadini e che il suo avvenire è legato alla collaborazione con tutte le energie ricostruttive, senza che questa coscienza ci sia, noi ricadremo in un periodo di anarchia e di spasimi che forse non ci permetterebbe la ricostruzione del paese. Così io penso: e non mi si rimproveri di portare in mezzo a questa visione di collaborazione e di armonia, dei pensieri e delle direttive che dividono. Che cosa debbo fare? Se non mi chiamassi democratico cristiano, dovrei ricordarmelo, come ho fatto stamane (non so se ci sia questo manifesto anche a Milano) in piazza della Signoria a Firenze [davanti a] un manifesto comunista che suggeriva ai cattolici: «cattolici i vostri ideali sono i nostri, noi siamo per gli ideali cristiani, votate per noi e avrete votato anche per la difesa del cristianesimo». Ora io devo riconoscere che questo manifesto è veramente buono e corrisponde alla nostra sensibilità! Figuratevi, trovarci tutti uniti, compresi i comunisti, in difesa delle nostre tradizioni cristiane: che armonia, che felicità nelle famiglie italiane! Io sono pronto e disposto a far credito, ma, scusate, non subito, bisogna ancora fare certe esperienze insieme. Questi nostri fratelli italiani portano lo stesso nome (certe volte la identità del nome confonde), lo stesso nome dei comunisti francesi? Ora costoro hanno fatto una lotta accanita sulla questione della scuola contro i democratici cristiani francesi. Hanno lo stesso nome dei comunisti jugoslavi i quali in certe zone hanno imprigionato e peggio hanno ucciso i preti. Vorremmo, in poche parole, che non ci fossero connotati comuni. Qualcuno fischia; ma nel vostro giornale di oggi si stampa un attacco personale contro di me accusandomi di essere fascista e di aver fatto l’elogio di Mussolini nel 1926. Io credo che ciò sia opera di qualche fascista che si è insinuato nel comunismo; perché non posso ritenere che simili calunnie vengano gettate contro un uomo da chi è stato durante questo periodo il compagno d’armi dell’antifascismo, il compagno d’armi che ha assunto la responsabilità più grave. Vi ricorderò l’episodio. Dice l’Unità che io nel novembre del 1926 ho dichiarato che Mussolini era una assoluta necessità per la nazione italiana e che era l’uomo della provvidenza. Ora sapete a che cosa si riferisce quell’accenno? Si riferisce ad un comunicato fascista pubblicato dal segretario fascista di Vicenza, quando io ero stato arrestato per i fatti di Bologna e trascinato davanti a una specie di tribunale di salute pubblica a Vicenza in una certa notte di quel novembre. In quella riunione io mi difesi con tale franchezza che l’allora deputato Marzotto mi offerse un sicuro rifugio in casa sua dichiarando, lui che allora era fascista che se avesse visto in me della viltà non mi avrebbe protetto: innanzi ad un avversario che ha il coraggio di difendersi (mi disse), faccio tanto di cappello. Dopo compariva il comunicato ufficiale fascista. Io ero scappato. Da Vicenza ero venuto a Milano a nascondermi presso un amico perché sapevo e immaginavo che la polizia era sulle mie piste e da questo rifugio ho potuto mandare, sapete dove?, qui, vicino, in Galleria, nella cassetta delle lettere di Filippo Turati, una risposta. Immaginavo che quei giornali non avrebbero avuto il coraggio di pubblicare una smentita che, invece, apparve qualche settimana dopo in «Giustizia e libertà» a Parigi. Ma ora, dopo tanto tempo e dopo che rifugiatomi da Milano a Roma finivo in carcere e venivo condannato a quattro anni di carcere, ora mi venite a rinfacciare questo presunto elogio del fascismo? Io non ho detto, come si è anche stampato che il Partito comunista non sia un partito nazionale . Io non amo queste discriminazioni che possono intaccare l’onore patriottico di un partito il quale ha innegabilmente molti meriti specie nella lotta di liberazione, sì che non mi viene neanche in mente di negargli questo riconoscimento di carattere nazionale. Ma ho detto che la sua posizione non è tale da dargli una funzione direttiva nella politica nazionale e soprattutto nella politica estera. Mi fanno tra le altre accuse anche quella di essere tracotante. Mi si è detto, e ciò mi si ripete in certi comizi, che ho fallito in politica estera, nella difesa dei nostri confini, perché sarei stato troppo nazionalista, troppo rigido, troppo severo, e soprattutto mi si accusa di non tenere abbastanza conto della Russia. Due accuse false. Riguardo ai confini orientali, noi abbiamo dimostrato agli slavi di essere più internazionalisti, noi i più facili, i proclivi alla cooperazione internazionale e alle speranze di un mondo in cui non decida più la forza ma la giustizia. Noi abbiamo rinunciato per i primi, e mi si è mosso rimprovero, alla linea strategica delle Alpi. Abbiamo riconosciuto che al di quà delle Alpi ci sono troppi nuclei slavi. Abbiamo riconosciuto che sarebbe stato giusto tentare di trovare una linea con cui almeno i nuclei principali vengano recuperati dagli jugoslavi. E noi abbiamo fatto una seconda proposta: abbiamo detto smilitarizziamo l’Adriatico, portiamo via le fortificazioni di Pola e voi portate via naturalmente quelle delle Bocche di Cattaro. Lasciamo in pace questo Adriatico tormentato in cui i nostri pescatori non possono più uscire senza rischiare di essere catturati come preda di guerra. Abbiamo fatto queste proposte. Erano proposte di transazione. Erano proposte di amicizia e io non ho mancato mai di reclamare per il popolo italiano l’onore di aver contribuito nel 1918, nella guerra di allora alla liberazione e alla costituzione dello Stato slavo. Ecco che con ciò io mi richiamavo alla collaborazione internazionale, ma purtroppo dall’altra parte vi era al tavolo della conferenza il vice presidente Kardelj che, malgrado fosse comunista, non per questo è stato meno nazionalista quanto lo sarebbe stato qualsiasi nazionalista jugoslavo. Ci hanno chiesto una linea di confine al di qua dell’.Isonzo, un confine che ci portava ai tempi del generale Radetsky. Io dico che non è possibile che noi andiamo più in là delle proposte fatte. Non lo possiamo. C’è stato offerto un baratto con le colonie, le riparazioni e parte della flotta . Forse la cosa, considerata da un punto di vista affaristico era buona, ma non era affare che si potesse fare perché l’ultima rifugge da simili mercati e i rappresentanti di Trieste, di Pola e dell’Istria mi vengono tutti i giorni a ricordare che la disgrazia maggiore per un uomo di Stato sarebbe quella di mancare a questo senso di solidarietà verso fratelli che sono stati conquistati a prezzo di sangue e che ci appartengono in giustizia, ci appartengono in libertà, per loro volontà. Ed io, che farei politica antirussa, mi sono rivolto proprio al ministro degli Esteri Molotov e l’ho pregato di far valere la sua influenza russa e chissà che adesso che Tito sta al Cremlino, questo non avvenga! L’ho pregato di far valere la sua influenza perché si incominci a parlare fra di noi, popoli vicini e finitimi e si trovi la strada dell’accomodamento. Oggi ancora io rivendico queste integrità nazionale, come ho detto nel mio discorso, innanzi ai ministri degli Esteri, se anche si riuscisse a piegare me, dietro di me ci sarebbe il popolo italiano e la Costituente che direbbero di no. Riguardo alla Russia, non è vero che ho fatto una politica contro di essa. Io ho cercato di stare fuori dai conflitti tra i grandi, perché in mezzo a quelle macine, noi deboli si finirebbe per essere schiacciati. Ho cercato di non far blocco né a sinistra né a destra. Ho detto sinceramente quello che possiamo accettare; il punto di vista italiano è la vitalità della nazione italiana; e questa mi pare sia la giusta via che dovranno seguire tutti i miei successori. E se i Quattro non vorranno accettare ricorreremo ai 21, dove abbiamo degli amici, gli amici della America latina. Ricorreremo alle Nazioni Unite, come ho già fatto con l’appello rivolto ai nostri fratelli che stanno nell’America del Nord e nell’America latina perché questa Onu, questa organizzazione internazionale di San Francisco o è una realtà e allora nel suo statuto sta scritto che bisogna costruire le frontiere secondo giustizia e in modo che sia assicurata la collaborazione dei profughi finitimi, o è una menzogna e allora vi dico che hanno ragione gli jugoslavi i quali sono venuti non con ragioni internazionali di fratellanza, comunista o di lavoratori, sono venuti forti dell’occupazione e hanno detto: voi siete i nemici, noi gli alleati; abbiamo occupato Trieste; ci avete cacciato soltanto dopo d’arrivo dei neozelandesi; noi abbiamo diritto a Trieste. E si sono meravigliati che le grandi nazioni osassero mandare dei delegati a vedere sul luogo se vi sono italiani, sloveni o croati. E hanno detto: questa terra è nostra, non per il sangue di chi vi abita, per la cultura, per interessi nazionali, per ragioni economiche; no; ma perché l’abbiamo occupata. Ma, signori miei, che differenza c’è tra questo mondo nuovo e l’antico, in cui ci si appellava sempre alla forza delle armi e al diritto dell’occupante? Noi abbiamo molti altri problemi che la Costituente dovrà affrontare. Noi potremmo essere d’accordo o no, su certi concetti fondamentali. Potremmo in pratica essere d’accordo su molte riforme che riguardano la politica economica. Noi abbiamo questo principio: prima produzione; bisogna mettere in moto la produzione; e lodo gli operai che hanno capito con il loro sacrificio questa necessità e lodo gli industriali intelligenti che hanno capito che devono mettersi al servizio di questa necessità e spero che con questa collaborazione la produzione venga ripresa ed aumentata. Poi parleremo di partecipazione, attraverso il già esistente controllo; di riforma di struttura, di preminenza del lavoro e del capitale. Ecco la graduazione. Questo è il nostro programma. Graduazione che vale anche per la riforma agraria, dove necessariamente la produzione deve essere spinta al massimo e intanto si deve preparare la perequazione agraria, quella riforma cioè che renda possibile il crearsi di una classe di contadini liberi e indipendenti, che, salvando la propria proprietà, salvino anche la libertà altrui e la libertà e la indipendenza della nazione. Molti di quelli che soffrono di più in questo periodo sono gli impiegati delle amministrazioni dello Stato; sono i ceti medi. E noi comprendiamo come in queste zone ci sia più malcontento. Ma io dico: largo, organizzatevi, fatevi valere, il governo ha l’obbligo di sentirvi e di venire incontro ai vostri bisogni. Però dobbiamo anche graduare qui per non precipitare nel crollo della moneta. Siamo legati tutti alla stessa corda, abbiamo la stessa solidarietà che stringe gli alpinisti quando salgono una roccia pericolosa. Un pensiero anche di pacificazione. Bisogna che venga il momento in cui si dimentichi il passato. Sono necessarie ancora delle sanzioni per i reati più gravi, ma in linea generale, dovrà venire il momento in cui ci si trovi sulla via della pacificazione almeno di fronte a coloro che hanno subito la suggestione fascista, senza avere delle colpe in particolare, senza avere corresponsabilità. Io spero che la Costituente lavori in questo spirito e che tutti siano d’accordo che avremo bisogno per il massimo sforzo ricostruttivo di dimenticare quello che era avvenuto e, comminate una volta per tutte le sanzioni più gravi, arrivare ad una pacificazione generale. Abbiamo parlato di diversi punti programmatici che possono dividerci e ora parliamo di quello che saranno i giorni del 2,3, 4 giugno. Giornate critiche; giornate in cui bisogna mantenere la calma. Avverto però tanto l’estrema destra che l’estrema sinistra, se ce ne fosse bisogno, che sono tutti inutili i tentativi di impiegare la forza, perché se le elezioni venissero da qualunque parte o comunque messe in pericolo dal ricorso alla forza, nessuno né in Italia e, quello che più importa nemmeno fuori riconoscerebbe i risultati elettorali e avremmo faticato per niente. Inutile, quindi, fantasticare di colpi di Stato, di formazioni armate, di guerre civili. Chi primo comincia, paga il fio. Non solo paga il fio per le immediate penalità, ma paga il fio anche nel giudizio popolare, perché amici miei, avviene questo: che difficilmente una gran parte del pubblico, il meno preparato, forse, giudica senza convinzioni oggettive per la repubblica o per la monarchia, o per il tal partito o per il tal altro, facilmente, invece, giudica per reazione, come bastian contrario, che è il tipo più comune nel nostro popolo. Badino coloro che useranno o tenteranno di usare la violenza che faranno sì che tutti si avvicinino per panico dell’altra parte. Questo avviene ed è sempre avvenuto nella storia. È la storia dell’azione e della reazione. Nei primi minuti grande fratellanza; ricordate i tempi della rivoluzione francese, della repubblica cisalpina, quando perfino monaci e frati ballavano intorno all’albero della libertà; allora c’era un ottimismo e all’Assemblea costituente francese abbiamo visto salire alla tribuna nobili e clero e deporre i segni dei loro privilegi e sembrava la fratellanza universale; ma poi, è bastato che si accennasse al giacobinismo, a violenze e a misure di forza, perché questa atmosfera di armonia si disperdesse e si arrivasse attraverso il terrore alla dittatura antinapoleonica. E così è avvenuto ripetutamente in Francia e in tutto il mondo; e così avverrebbe domani, se si ricorresse alla violenza. E oggi, se c’è nelle previsioni uno spostamento di voti è dovuto in parte a questo panico che interviene quando si fanno correre le voci di complotti, di congiure o di formazioni armate e quando si ricorre alle proprie armi, sia pure precauzionalmente. Amici milanesi e lombardi, date prova di libertà, di maturità, di rispetto di tutte le correnti, di tutti i partiti, date prova di votare per vostra convinzione e non sotto la sensazione di paura. Io, poi, dico agli amici miei, in particolare, e ho diritto di rivolgere loro un particolare appello: noi ci chiamiamo Democrazia cristiana non perché vogliamo rivendicare solo per noi questo titolo, questo carattere, ma perché abbiamo al di sopra del problema della forma e della struttura dello Stato, abbiamo la preoccupazione massima che le tradizioni cristiane impietrate nei nostri templi, non vengano mai meno. Perchè, lo so, è facile oggi, alla vigilia delle elezioni, che ogni partito dica che non ha nulla in contrario alla religione; ma a noi non basta il «nulla in contrario», noi vogliamo che ci sia un lavoro positivo, perché vogliamo che la scuola possa preparare la gioventù di domani in modo che sia degna dei nostri padri. Vogliamo che nella organizzazione statale e nel costume venga difeso il principio della moralità pubblica, perché avete visto che cosa ha giovato al fascismo il costruire tanti palazzi, tante sedi, tanti ponti, trasformare le paludi in bonifiche, cose in sé certo buone ma a che ha giovato tutto ciò, se gli è mancato lo spirito di giustizia, se è stato attratto dalla suggestione imperialista? La violenza ha vinto in Italia e il fascismo fu trascinato ad applicarla anche nei rapporti internazionali, alleandosi con Hitler che era a capo di questa organizzazione pagana della violenza. E vi aggiungo un altro pensiero. Noi vogliamo una affermazione della Democrazia cristiana affinché possiamo parlare più forte, più energicamente, più efficacemente, anche dinnanzi ai nostri alleati, i quali, quando la guerra attraversava delle ore critiche e si trattava di trascinare i popoli nella lotta, denunciarono per bocca di Roosvelt e di Churchill e di Ciang Kai Shek nel nazismo un paganesimo risorgente posto sovra le basi della forza e della violenza e acclamarono e invocarono e chiamarono i loro popoli alla difesa del pensiero cristiano. Ora la guerra è passata. Sembra che qualcuno di questi grandi se ne dimentichi, ma noi, antico popolo di civiltà cristiana, noi, in nome di questa civiltà abbiamo il diritto e il compito di ricordare loro che non solo la guerra, ma anche e soprattutto la pace deve essere fondata sui principi del cristianesimo.
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Alla vigilia del plebiscito e del voto per l’Assemblea costituente devo dirvi che pensiamo con particolare dolore a voi, prigionieri di guerra o internati civili, fratelli tutti, di cui attendiamo da tempo, invano, il ritorno. Anche in occasione della conferenza di Parigi i nostri delegati hanno insistito presso gli alleati, affinché possiate rientrare in Patria. Si ripetono, si ribadiscono le promesse e lo stesso progetto del nuovo armistizio contiene un ulteriore solenne impegno degli alleati per il rimpatrio dei prigionieri. Non prestate fede a chi insinua che la patria si dimentica e trascura di ricorrere ad ogni mezzo per farvi ritornare. Il ritmo dei rimpatri a cura degli alleati e per quanto comportano i limitati mezzi della nostra marina da guerra e mercantile a cura dell’Italia sta graduatamente accelerandosi e lascia prevedere non lontano ormai il vostro totale rimpatrio. Quando nel Natale del 1945 vi rivolsi la parola da questo microfono, 900.000 erano già rientrati, 400.000 erano ancora attesi a braccia aperte ; oggi gli esuli sono circa 200.000. Troppi ancora, troppi per l’ansia delle famiglie, troppi per l’angoscia disperata che soffrite. Ma non credete un momento solo alla calunnia che noi non vi vogliamo. Quando abbiamo fissato la data delle elezioni avevamo ragione di sperare che, nel frattempo, i trasporti si sarebbero accelerati; così ci fu detto, così ci fu promesso. E se si fosse mantenuto, voi potreste esercitare tutti il diritto del voto e soprattutto potreste riabbracciare le vostre famiglie che, in questi giorni, in cui abbiamo attraversato l’Italia per la campagna elettorale, ci hanno rivolto le più pressanti invocazioni. Di questo ritardo ci lagnamo amaramente; ma, d’altro canto, considerate che l’elezione di una assemblea popolare, la costituzione di un nuovo governo democratico su basi elettive, darà maggiore forza alla nostra protesta e alle nostre insistenze per il vostro ritorno. Mi si è riferito che a Natale, in qualche campo la mia fraterna parola non vi sia arrivata; spero che questa volta l’organizzazione della radio funzioni meglio, sì che la mia voce, interprete di tutto il paese, giunga alle vostre orecchie, trasmettendo i palpiti di tutti cuori, l’espressione più viva del nostro interessamento fraterno, l’assicurazione che nulla da parte nostra rimarrà intentato per attenuare finalmente il vostro rimpatrio .
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Occorre tenere presente per valutare lo svolgimento delle operazioni elettorali che si tratta di 28 milioni di elettori, ripartiti in 31 collegi con 4.784 candidati e 52 liste di cui 2 nazionali. L’affluenza è stata altissima: si va dal 75 al 90% . Non è avvenuto nessun incidente di qualche gravità e, soprattutto, non si è verificato alcun conflitto tra le parti. È doveroso rilevare con senso di riconoscimento e di gratitudine l’opera del ministro dello Interno, dei suoi collaboratori del servizio elettorale che ha lavorato molto per l’applicazione delle due leggi, nonché dei prefetti e delle forze dell’ordine in generale, compresi l’esercito e la guardia di Finanza che hanno contribuito a presidiare l’ordine e la libertà degli elettori. Ma il ringraziamento maggiore va alla massa popolare degli elettori che ha dimostrato senso di civismo e maturità democratica. È una prova che se noi capi di partito affermiamo energicamente l’ordine, il popolo ci segue. Mi avete chiesto delle previsioni: è difficile farne, è difficile, soprattutto, data la molteplicità delle liste che vanno da un minimo di 5 nella circoscrizione di Trento ad un massimo di 27 in quella di Roma, e la conseguente possibilità di frazionamento del corpo elettorale in taluni collegi. Naturalmente dobbiamo aspettarci che queste liste di disturbo incidano soprattutto sui cosiddetti partiti intermedi, quelli che una volta si chiamavano borghesi, perché i partiti di massa e specialmente quelli di sinistra hanno maggiore omogeneità e quindi maggiore compattezza. Un’altra cosa che mi pare chiara è che i due voti (Assemblea costituente e referendum) non combaceranno perché la mentalità storica e la struttura sociale influiscono sui voti per la forma dello Stato, indipendentemente dai partiti che hanno soltanto una incidenza non definitiva. Ad esempio, per il nord anche i capi partito con i quali ho avuto agio di parlare in questi giorni non hanno saputo dirmi in che forma e in che misura gli ultimi avvenimenti abbiano influito. In merito ai risultati del referendum bisogna tener presente che vi sono 13 milioni di elettori nell’Italia settentrionale, 5 nell’Italia centrale, 6 nell’Italia meridionale e 3 nelle isole ed è noto che in queste diverse zone si ha una differente composizione sociale che rende difficile ogni attendibile previsione. Va inoltre considerato che si tratta di una decisione secolare che si riallaccia ai plebisciti del Risorgimento. All’impiego accettato da tutti i partiti di rispettare le decisioni della maggioranza, nessuno può sottrarsi perché trattasi di salvare con questo impegno l’unità morale oltre che l’unità politica del paese. D’altra parte, il metodo adottato, quello del suffragio universale, è il migliore anche se non l’ottimo. Siamo al primo atto che è il più importante e rimango sereno ed ottimista per i successivi sviluppi della situazione.
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Precisa subito che intendeva fare appello alla buona volontà dei partiti e della stampa, affinché, in base agli accordi intervenuti durante la campagna elettorale, per collaborare al mantenimento dell’ordine pubblico, si proseguisse a facilitare il superamento di questo periodo di evoluzione della situazione politica in conseguenza dell’esito elettorale. Bisogna tener conto di un preciso dato di fatto in rapporto ai dati che sono stati comunicati e che vengono via via resi noti sugli scrutini elettorali: e cioè che sia seguita scrupolosamente la procedura fissata dalla legge che affida alla magistratura l’accertamento della volontà espressa dal popolo. Il governo si è limitato alla semplice raccolta di notizie, mentre le rilevazioni e gli accertamenti sono riservati alla piena indipendenza della magistratura come era del resto naturale ed indispensabile per offrire le massime garanzie. Per quanto riflette la proclamazione dei risultati del referendum come è noto, il compito è affidato alla suprema Corte di Cassazione. Per affrettare il trasporto a Roma dei documenti elettorali che l’alto consesso deve esaminare sono stati adoperati numerosi aerei. Si spera per sabato prossimo che la Corte in pubblica udienza possa compiere l’atto tanto atteso. Nell’ansia del paese per l’epilogo di un travaglio sociale ora e dopo si impone quel senso di moderazione, di disciplina, di reciproca tolleranza, di cui si è data già magnifica prova nella elezione, soprattutto ai fini dei problemi che dovrà affrontare la Costituente e dei problemi della ricostruzione. Ho trovato, nella parte soccombente un buon volere che mi sembra di buon augurio nel leale proposito di contribuire alla pacificazione alle varie correnti politiche. Ne va preso atto. Sono da escludere motivi di preoccupazione per pericoli di ritorno a posizioni superate. D’altra parte bisogna ricordare che ogni debolezza e divisione interna oggi ci menomerebbe di fronte all’estero anche nella difesa dei diritti dell’Italia. Il governo confida, pertanto, sulla cooperazione di tutti i partiti affinché il paese continui a dare prova di calma serena e di coscienza democratica .
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Il mio è un discorso interlocutorio per fissare alcuni punti fermi: 1) tutto l’apparato elettorale che deve accertare i risultati in ogni circoscrizione per poi tirare le somme e proclamare la decisione del referendum è in mano alla Magistratura, rispettivamente dei Tribunali nelle circoscrizioni fino al Supremo ufficio elettorale in Roma costituito da 6 presidenti di sezione e 12 consiglieri della Corte di Cassazione con l’intervento del procuratore generale. Ogni garanzia è, quindi, data alle varie correnti politiche nell’interno e agli osservatori dall’estero, che l’esame e la fissazione dei risultati avvengono senza alcuna influenza del governo e delle parti; 2) questo passaggio corrisponde al metodo democratico e alle forme legali di evoluzione costituzionale, prevista dalle nostre leggi. Nessuna meraviglia, quindi, che vi possano contribuire e partecipare maggioranza e minoranza e che lo stesso sovrano, qualora la proclamazione della Cassazione suoni così, e conformemente agli impegni da lui presi, intenda dare esempio di mettere al di sopra di tutto l’interesse del paese, la pacificazione del popolo e l’accrescimento della sua energia costitutiva. Chiunque volesse agire in senso contrario rifiutando il suo concorso a questa opera di buon volere e di concordia o addirittura contrastandola, non potrebbe certamente richiamarsi né al suo consenso né alla sua approvazione; 3) una numerosa riunione tenutasi poco fa, ove tutti i rappresentanti dei partiti in lizza si sono trovati attorno allo stesso tavolo presidenziale , ci ha dato la sensazione precisa che questa volontà democratica di cooperazione e di distensione già è viva ed operante e ci ha fatto sperare che affronteremo con serenità ed energia i gravissimi problemi costituenti e quelli ancora più gravi del lavoro, della finanza e della economia; 4) vorrei ricordare ancora l’appello che il Consiglio dei ministri, nella sua ultima riunione, ha rivolto alle forze armate e al paese; rispetto più rigoroso della disciplina, rispetto delle bandiere e degli emblemi, quali espressioni di onore e di fedeltà alla continuità della patria. Confido che nessuno che porta la divisa venga meno al suo dovere, come nessuno dei cittadini può avocare a sé mutamenti riservati alla legge. Uno speciale ringraziamento va rivolto dal governo agli agenti dell’ordine; siamo sicuri che in nessuno verrà meno il senso dell’ordine e l’impegno di servire l’Italia. Abbiamo tutti fermissimo il proposito di mantenerci fermi ed uniti nella solidarietà nazionale per difenderci contro le insidie e le cupidigie che vogliono togliere all’Italia la possibilità di cooperare secondo il genio della sua civiltà al rinnovamento della vita internazionale.
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Smentita decisamente la notizia portata da qualche giornale che il Consiglio dei ministri abbia ieri deliberato un provvedimento che determina il funzionamento di un governo provvisorio repubblicano. La notizia è del tutto infondata, ed è deplorevole che si sia data in pasto al pubblico senza controllarla a fonte competente. È addirittura pazzesco che si attribuisca al governo democratico propositi di colpi di Stato. Il governo che ha presidiato efficacemente la libertà delle votazioni, ha fatto ogni sforzo tecnicamente possibile affinché a termini di legge (art. I del d.l. 23 aprile 1946, n. 219 ) i pieghi sigillati contenenti i verbali sul referendum di tutte le sezioni elettorali venissero trasferiti mediante corrieri speciali dalle Corti di appello alla Corte Costituzionale. Fatto ciò, il compito del governo è esaurito ed è cominciato quello della Corte. Se è vero che l’ansia del pubblico fa desiderare che la Corte giunga presto ad una conclusione dei suoi lavori è anche vero che il governo non ha influito né intende influire comunque sul ritmo e la procedura dei lavori. Gli alti magistrati che compongono la Corte sono al di sopra di ogni pressione, da qualunque parte potesse essere tentata e i partiti sono solennemente impegnati a rispettare la proclamazione dei risultati del referendum che essa è chiamata a fare.
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Devo aggiungere a quanto qui è stato comunicato che l’ordine è stato ristabilito a Padova per la concordia delle forze civili organizzate e con la collaborazione della polizia italiana e della polizia militare alleata. Devo dire con soddisfazione che il comandante della polizia, colonnello Galli , valoroso partigiano, è stato in grado, per i suoi ottimi rapporti con gli Alleati, di impedire che le legittime reazioni passassero un certo limite. Tuttavia, quello che è avvenuto nella prima fase con le aggressioni, nella seconda con la reazione, nella terza con la rappresaglia, rappresenta un episodio dolorosissimo di cui noi tutti sentiamo nel nostro animo commiserazione e dolore. Però, è nel nostro animo anche la preoccupazione di non permettere a noi stessi che questo risentimento induca a deduzioni generiche che possano far sorgere dubbi circa le nostre speranze, circa i nostri propositi, circa quello che insieme abbiamo fatto nella guerra passata. La gloriosa e partigiana Padova ed i valorosi soldati della Gran Bretagna in questo momento devono pensare soprattutto alla guerra di liberazione che hanno fatto in comune e, salve le responsabilità individuali e collettive che devono venire accertate e trovate le debite e doverose sanzioni, per comune accordo, fra le autorità di occupazione e le autorità del Governo italiano, devono ricordare la guerra combattuta insieme per la liberta e la democrazia. (Applausi generali).
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Intendo parlare da uomo a uomo e rivolgermi soprattutto agli avversari di buona fede e disorientati. Durante la campagna elettorale folle di gente amica o avversa mi hanno consentito di parlare serenamente su tutte le piazze d’Italia, benché, pur tenendo fede alle direttive del mio partito, le mie argomentazioni cercassero, piuttosto, di superare che di acuire la polemica istituzionale e di concentrare, invece, l’attenzione sul carattere della consultazione popolare: atto di sovranità del popolo italiano, atto definitivo in cui le parti, cittadini e principe, si sottomettevano al metodo democratico della maggioranza, atto indispensabile per ricomporre e conservare l’unità morale della nazione. La procedura era regolata dalla legge, approvata dalla Consulta nazionale, deliberata ad unanimità del Consiglio dei ministri, costituito da repubblicani e monarchici, promulgata dal Luogotenente; e l’ufficio di tirare le somme e di controllare le operazioni elettorali veniva affidato alle magistrature delle Corti di Appello o dei tribunali e, in ultima istanza, alla Corte di Cassazione. Tutte le precauzioni erano prese perché le elezioni si svolgessero nell’ordine e nella libertà. E così fu: il popolo italiano ritrovando il senso più nobile della sua storia, diede spettacolo di autodisciplina e di educazione democratica. Per due giorni si fece, pazientemente, la coda per votare e ciascuno potè votare come voleva, senza pressioni dei poteri pubblici, anzi evitando, perfino, il controllo dei partiti perché con le schede di stato in mano, entro gli stessi partiti si potè liberamente dare il voto alla repubblica o alla monarchia. In ogni circoscrizione del Nord e del Sud ci fu una notevole minoranza, presunzione indiscutibile che le elezioni furono oneste e libere. Questa fu, al primo momento, l’impressione concorde di tutti i partiti all’interno e l’ammirata conclusione dell’estero. Ora, quando la Cassazione fece, secondo quanto prevedeva la legge, la proclamazione dei risultati del referendum con una notevole maggioranza per la repubblica, potevamo noi mettere in dubbio che, in forza della stessa legge, entrava automaticamente in vigore il regime provvisorio previsto? Per quanto riguarda la mia coscienza, devo dire che non ho dubitato un solo momento e fedele al metodo democratico che bisogna assolutamente osservare come l’unico mezzo libero di consolidare l’unità del paese, lo dichiarai, subito, al re e, poi, in Consiglio. Ma, si obietta che la Corte di Cassazione si è riservata di dare giudizio definitivo sulle contestazioni e sui ricorsi; e sta bene; ciò è conforme alla legge la quale prevede appunto queste due operazioni: prima la proclamazione dei risultati, in base ai verbali e poi il giudizio sui ricorsi; ma l’entrata in vigore del regime provvisorio è dalla legge previsto appunto in dipendenza della proclamazione dei risultati perché c’era nei legislatori e c’è obiettivamente la presunzione che la Corte non li avrebbe proclamati, se, allo stato degli atti, potesse prevedere che essi non siano tali da costituire una maggioranza. Io non sono un giurista, ma mi pare di ragionare secondo il buon senso; del resto ha, forse, il governo diminuite o contrastate le prerogative della Corte di Cassazione? La Corte rimane libera e nessuno di noi intende sovrapporsi ad essa, ma il Governo aveva il dovere di prendere quella posizione netta che gli sembrava giusta, prevista dalla legge e atta a mantenere nel popolo la fede nel metodo democratico e nella sua sovranità. Facendo ciò, abbiamo, tuttavia, evitato di venire subito all’esercizio del nostro diritto e per spirito di conciliazione verso il paese e verso la parte soccombente, abbiamo cercato, di mutuo accordo, come si potesse, almeno per pochi giorni ancora, evitare una rottura clamorosa. Perché i consiglieri del re, all’ultimo momento, sono venuti meno a questo sforzo ed hanno consigliato di lanciare al paese una parola così aspra? Mi ripugna di rinnovare la polemica anche perché il re, in molte circostanze del passato, l’ho trovato sempre conciliativo e, ieri stesso, nell’ultimo commiato con i familiari e, in contraddizione col proclama, ebbe parole di disciplina e di concordia. So ben considerare, umanamente, la tragedia di questo uomo che, erede di una disfatta e di funeste e fatali compromissioni con la dittatura, si è sforzato di risalire la corrente, a furia di pazienza e di buon volere; ma questa ultima vicenda di una millenaria dinastia ci appare come una parte della catastrofe nazionale. È una espiazione, come tutti dobbiamo espiare anche coloro che non hanno avuto o ereditato le colpe della dinastia. Vorrei dire ai partiti: non imprechiamo, non accaniamoci da vinti e vincitori. Uno solo è l’artefice del proprio destino: il popolo italiano che, se meriterà la benedizione di Dio creerà nella Costituente una repubblica di tutti, una repubblica che si difenda da sé, ma non perseguiti; una democrazia equilibrata nei suoi poteri; fondata sul lavoro ma giusta verso tutte le classi sociali; riformatrice, ma non sopraffattrice, e soprattutto, rispettosa della libertà della persona, dei comuni, delle regioni. Un immenso lavoro ricostruttivo abbiamo innanzi a noi; la salita è faticosa, diamoci la mano, uomini di buona volontà, comunque sia stato il vostro e il nostro voto, altrimenti, senza questo sforzo comune… Ma riusciremo, sicuramente! Ho fede che il popolo italiano ha già nel cuore questo fermo proposito e che sente già l’aculeo delle immediate esigenze sociali ed economiche. Bisogna mantenere l’ordine, bisogna lavorare, bisogna produrre. Coloro stessi che si sentivano legati da un giuramento, sono stati prosciolti da ogni obbligo verso la persona; e oggi l’impegno solenne vale per la patria e la patria è il popolo. Voglio riconoscere che questo proscioglimento è stato un atto ricostruttivo in mezzo ad altri gesti polemici e irritati dell’ultima ora. Uniamoci, italiani, nel pensiero della patria, dimostriamo la saldezza della nostra unità; lavoratori, forze armate, organi dello Stato, ceti tutti, in confronto di chi insidia le nostre più care frontiere, speculando sui nostri dissensi e confermiamo, in vista delle trattative di pace, che il popolo italiano è risoluto a difendere il proprio sacrosanto diritto al suo avvenire.