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1941-1945
Il recente Consiglio nazionale del partito, in unione con i segretari dei Comitati provinciali, nella sue relazione conclusiva circa l’impostazione dell’inchiesta sul problema istituzionale, ha tra l’altro rilevato la necessità dell’approfondimento dello studio dei temi fondamentali connessi con la struttura del nuovo Stato democratico, sui quali sarà chiamata a pronunciarsi la Costituente. A tale scopo occorre che da voi nel capoluogo di regione sia promossa senza indugio la costituzione di una Commissione di studio cui partecipino i nostri uomini migliori, residenti anche nelle altre province, i quali, per cultura, preparazione specifica ed esperienza politica, possano portare un valido contributo all’elaborazione dei temi di cui sopra. Tale Commissione potrà utilmente valersi del consiglio anche di esperti in materia non iscritti al partito. Come materia di studio vi saranno, a parte, rimessi perché vengano sottoposti all’esame delle costituende commissioni di questa segreteria politica e quanto altro può esservi utile per il più attento e serio esame delle diverse questioni. Le conclusioni cui le commissioni regionali perverranno dovranno essere rimesse a questa segreteria politica per il necessario coordinamento che sarà fatto a cura della Commissione centrale. Seguiranno ulteriori comunicazioni ed istruzioni circa l’ampliamento e l’effettuazione pratica dell’inchiesta presso le sezioni.
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1941-1945
Sono pervenute e continuano a pervenire in misura crescente alla segreteria del partito manifestazioni di protesta e di preoccupazione da parte dei comitati provinciali e di sezione per l’atteggiamento tenuto dal Consiglio dei ministri in merito alla proposta di una funzione religiosa di ringraziamento per la fine della guerra Il fatto che il governo italiano, solo tra tutti i governi, non abbia avuto la sensibilità dell’ora e abbia voluto ignorare Dio in un momento in cui, dopo tanti sacrifici sostenuti, e di fronte a tante difficoltà incombenti, spontaneamente la coscienza dei popoli e dei governanti si rivolge a Dio, poteva già di per sé sorprendere ogni uomo dotato di intelletto e di cuore che, nella lunga guerra e nelle molte calamità individuali e pubbliche aveva trovato un conforto nelle grandi assemblee religiose espressione di una solidarietà collettiva di sentimenti e di speranze. Ma forse ha addolorato di più ed è divenuta causa di preoccupazioni la giustificazione che si è cercata di addurre per il rifiuto. Ove questo non è stato motivato su meri dati di fatto, quasi come sanzione o saggio di eventuali sanzioni per pretesi atti di intolleranza (di sanfedismo) dei cattolici, si è ricorso a vecchi principi, che in lungo e doloroso passato sono sempre stati lo spunto e il pretesto per l’anticlericalismo più intransigente e per le leggi più ingiuste. Proprio mentre grandi nazioni straniere con pubbliche cerimonie religiose davano la prova di una concordia, cui non era di ostacolo nessuna ideologia e nessuna forma concrea di disciplina di rapporti tra Stato e Chiesa, si è voluto negare che altrettanto possa avvenire in Italia, dove non tanto leggi positive contrastano i vecchi principii dell’assoluto agnosticismo statuale, ma dove ben più quei principii erano già apparsi totalmente estranei alla coscienza collettiva dopo le innumerevoli prove di lealtà della Gerarchia, delle organizzazioni e dei cattolici tutti ed ancor più lo sono apparsi negli ultimi mesi attraverso lo spirito conciliativo ed il senso generoso di solidarietà verso uomini di tutti i partiti e di tutte le fedi. Evidentemente sulla interpretazione onesta ed oggettiva della volontà generale e sullo stesso senso della convenienza politica è prevalso il dottrinarismo laicista e lo spirito di parte. Ed è appunto questa triste ed amara prevalenza (più forse che il fatto in sé) quella che suona come un monito e legittima le più gravi apprensioni, e fa sentire come ancora insoluto il problema religioso. Essa costringe ogni cristiano consapevole a chiedersi se per caso la forza del pregiudizio, oggi a stento contenuta dal calcolo tattico, non possa domani manifestarsi con conseguenze ancora più sostanziali e permanenti in questioni vitalissime, come quella della educazione giovanile e della disciplina della famiglia. La Democrazia cristiana ha scelto a sua divisa la libertà e si propone di difenderla oggi e domani: la libertà politica come la libertà delle coscienze. Non ha nei suoi programmi il proposito di imporre una determinata visione filosofica o teologica, come non pretende che lo Stato imponga qualsiasi atto di culto. Soprattutto sa quale sia il valore di una religiosità solo formale ed esteriore, specialmente se ottenuta a prezzo di costrizione o del pericolo di sfruttamenti politici della religione o di limitazione della responsabilità personale e delle garanzie fondamentali di una sana democrazia. Ma la Democrazia cristiana sa anche quanto i valor morali e spirituali siano indispensabili per una piena ed effettiva ricostruzione del paese e come, in Italia, non sia pensabile dare alle auspicate nuove istituzioni ed ai necessari nuovi ordinamenti economici altro contenuto sostanziale di giustizia, di prestigio e di intima adesione delle coscienze che non sia quello della nostra tradizione cristiana. Perciò la segreteria del partito richiama l’attenzione di tutti i comitati provinciali, di tutte le sezioni e di tutti gli iscritti sul recente episodio per sé accidentale ma indicativo delle prospettive dell’avvenire. Piuttosto che a reazioni esterne ed a manifestazioni di protesta, tale episodio deve offrire argomento di meditazione, alla discussione tra i nostri e soprattutto all’impegno costruttivo per l’approfondimento sempre più consapevole e per il dibattito pubblico sempre più efficace dei grandi problemi che molti segni oggi ammoniscono essere ancora insoluti e che domani la Costituente dovrà affrontare. I democratici cristiani e l’intero popolo italiano debbono sapere che è sulla linea anche di questi problemi che si potrà decidere tra breve il destino d’Italia.
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1941-1945
De Gasperi inizia ricordando l’immensa tragedia che ha colpito negli ultimi giorni della guerra, alla vigilia dell’armistizio, la ridente Frascati. «Ricordando ciò» – ha detto il ministro – «io sentivo che veramente in Italia non si può fare altra politica in questo momento, se non quella della ricostruzione e della concordia». «Avremmo continuato – ha soggiunto De Gasperi – su questo piano perché questa sarebbe stata la politica forte di un popolo sereno capace di superare in unità tutte le difficoltà di una grande guerra e di una grande disfatta. Purtroppo le divisioni dei partiti e i dissensi intellettuali delle dottrine ci hanno separati in diverse correnti, e già si profila una battaglia elettorale che dobbiamo combattere non più per la sola causa della ricostruzione economica, ma anche per la difesa delle nostre idee e dei nostri interessi». Le elezioni e gli alleati A proposito della discussione che si svolge attualmente su questo problema, De Gasperi ha detto che il contrasto fondamentale tra i partiti riguarda la precedenza delle elezioni locali amministrative su quelle dell’Assemblea costituente o viceversa. Egli ha rivelato che su tale argomento non vi è assoluta uniformità di pareri nemmeno tra gli alleati: il ministro Bevin ha infatti parlato dell’opportunità di sollecitare le elezioni politiche, senza menzionare quelle municipali; il governo americano invece, pur augurandosi non lontane le elezioni per la Costituente, accentua l’opportunità di mettere in moto la macchina elettorale, cominciando dal ristabilimento della democrazia nei Comuni. «Amici miei – ha detto a questo punto De Gasperi tra grandi consensi – noi non possiamo dimostrare al mondo di essere capaci di governare uno Stato, se prima, o contemporaneamente, non dimostriamo di essere capaci di costituire rappresentanze elettive per discutere dei problemi fondamentali delle amministrazioni dei comuni e delle province». Il suggerimento americano corrisponde allo stato della nostra preparazione tecnica nelle varie regioni, dovendosi ricordare che la loro liberazione avvenne a grande distanza l’una dall’altra e che l’approntamento delle liste elettorali cominciò per l’Italia meridionale dal 30 gennaio 1945, per alcune province il 20 maggio (Marche), per la Toscana il 28 giugno, per l’Alta Italia solo dal 15 luglio. In fondo – continua il ministro – i due suggerimenti non si contraddicono, ma si completano e un accordo dovrebbe concludersi tra i partiti italiani al governo, nel senso che le elezioni politiche si faranno al più presto possibile e che intanto comincino quelle municipali, le quali non ritardano ma preparano quelle della Costituente, creando un’atmosfera di gara democratica, ridando ai Comuni dei rappresentanti elettivi, cominciando la ricostruzione democratica proprio da quei Comuni che in Italia furono alle origini della libertà politica (come in Inghilterra: House of Commons). «Naturalmente – dice De Gasperi – l’ambiente ha un grandissimo significato per lo svolgimento di queste elezioni: oltre alla legge vale il costume. Quando voi vedete che i partiti di estrema accettano con sincera o finta gioia le elezioni inglesi, osservate il diverso costume che in queste occasioni si manifesta. Là, elezioni completamente libere; là, un costume di rispetto della volontà manifestata nelle urne e attraverso le schede che permette si eserciti anche da lontano il diritto di voto e che da enormi distanze un esercito mandi le proprie schede, senza che avvenga il minimo incidente; là elezioni fatte con estrema serietà da parte di tutte le forze in contrasto». A questo punto il ministro accenna alla presenza necessaria in così decisivo problema per l’avvenire del paese della massa di prigionieri, che sta ancora fuori Italia. I prigionieri devono poter votare «Che cosa dovremo fare per i nostri prigionieri, un milione e duecentomila figli d’Italia, che stanno ancora attendendo e battono alle porte della patria? Ci si dice se, come l’esercito inglese e quello americano hanno potuto votare nelle trincee, anche noi dovremo far votare nei campi di concentramento i prigionieri». Tuttavia, secondo De Gasperi, su un punto c’è concordia assoluta: tutti vogliono l’Assemblea costituente e tutti vogliono le elezioni amministrative, soltanto che «alcuni – dopo che tra i punti dell’attuale governo era stata stabilita la precedenza delle elezioni amministrative – vorrebbero ora differirle a chissà quando». In conclusione, per la Costituente la parola d’ordine è: «Quanto prima, tanto meglio», per le elezioni locali: «Cominciare subito perché i registri (le liste elettorali) sono pronti». L’oratore è quindi entrato nel campo specifico della sua attività governativa, accennando che l’ambiente elettorale, l’atmosfera in cui questo atto politico importantissimo quale quello delle elezioni deve svolgersi dipende non soltanto dalla volontà interna del paese e dai rapporti tra i partiti, ma risente anche della situazione internazionale. Un popolo che fosse condannato ad una pace umiliante e che fosse abbandonato in una situazione economica senza uscita, non potrà avere l’animo sereno per giudicare della propria sorte e costruire uno Stato su basi di libertà e di giustizia e di fede nell’avvenire. A un popolo in queste condizioni sarebbe facile cadere nella suggestione della violenza, specie se possedesse ancora le armi già usate contro il nemico. De Gasperi si domanda poi come potrebbe chiedere a un popolo che ha tanto sofferto per le distruzioni degli aeroplani, per le spoliazioni compiute dai tedeschi, il pagamento di riparazioni e aggiunge che l’Italia ha ancora bisogno del generoso aiuto soprattutto americano, su cui necessariamente contare per l’avvenire. A questo punto l’oratore accenna alle incomprensioni che tuttavia non mancano verso la risorgente Italia, e polemizza contro un attacco del «Borba» riportato da radio Belgrado, ove egli stesso è indicato tra i «vampiri italiani propugnatori dell’imperialismo romano». I democratici cristiani come tutti gli antifascisti hanno condannato l’aggressione fascista contro la Jugoslavia e riconoscono i gravi torti del regime mussoliniano e sono sempre pronti a discutere sulle basi dell’equità e della solidarietà nazionale. «Vi dico subito – ha sottolineato De Gasperi – che noi non immaginiamo di costruire verso la Venezia Giulia e nella Venezia Giulia una frontiera di sbarramento contro la Jugoslavia o in genere contro il mondo orientale slavo, come si va falsamente dicendo purtroppo anche da elementi di partiti interni. Noi vogliamo che tra Jugoslavia e Italia non ci sia uno sbarramento ma un ponte di passaggio, proteso verso l’avvenire della nuova Europa che deve sorgere non su basi nazionaliste, ma su quelle popolari della solidarietà europea e mondiale». Tuttavia l’oratore aggiunge che malgrado queste intenzioni egli, come ministro degli Esteri, invano ha cercato ogni possibile contatto con l’attuale governo di Belgrado, chiedendo anche i buoni uffici della Russia. A questo proposito egli aggiunge che è falso accusare i democristiani di non aver comprensione per la Russia, soltanto perché si fanno delle obiezioni contro il comunismo: sono necessarie delle distinzioni, in quanto altro è essere contro o in favore di una dottrina, una ideologia, un’idea politica o sociale e altro è riconoscere o nascondere la grandezza del sacrificio compiuto dall’esercito rosso sotto la guida di un capo geniale e imparare quello che c’è di buono, in questa nazione. «Noi non accettiamo il marxismo – conclude De Gasperi – ma ciò non vuol dire che ci precludiamo dall’ esaminare e imparare quello che c’è di buono, di sano, di progressivo nel regime russo e nelle sue istituzioni economico-sociali, per poterlo inserire nella nostra civiltà nazionale. Per questo salutiamo la ripresa dei contatti commerciali attraverso la ricostruzione dei consolati russi e favoriamo lo sviluppo dei rapporti scientifico-culturali nell’Istituto italo-russo. La Russia fu un formidabile strumento della guerra di liberazione e potrà divenire in Europa e nel mondo un grande fattore di progresso, anche se rimane sostanziale il contrasto spirituale ed ideologico tra la civiltà italiana e il marxismo che, nella sua dottrina materialistica, rappresenta un pericolo di asfissia contro l’atmosfera vitale della nostra civiltà. Noi abbiamo una civiltà – ha continuato De Gasperi – impastata di vita spirituale e di vita religiosa. Ricordate questi paesi nella loro vita dei secoli passati. Essi furono centri di pellegrinaggi, quando gli antichi romani, che non conoscevano ancora le leggi di Cristo, adoravano però sotto diverse forme un Dio unico. Ricordate che questa pianura che si apre ai nostri piedi e conserva le tombe di Pietro e di Paolo è stata testimone – prima che Cristo si facesse romano – di una grande civiltà che fu ispirata al senso religioso. Ricordate che questo sentimento purificato, elevato dal cristianesimo, dette a Roma ed a noi milioni di martiri che combatterono e morirono per la libertà civile e per la coscienza della libertà. Ricordate la figura di Cristo che dalla storia di Roma alla nostra si libra su tutti gli avvenimenti, ispirando la civiltà antica e la vita libera dei nostri Comuni. Ricordate che questa tradizione così alta, profonda, sincera, è connaturata alle sorti dello spirito umano e tutte le nazioni ce la invidiano. Ricordate che per nessuna ragione al mondo noi possiamo lasciarla menomare o scalfire. L’altro giorno – ha detto De Gasperi nella sua calda e stringata perorazione – alcuni storici dell’arte mi parlarono del pericolo che, in seguito alle rovine causate dalla guerra, minaccia alcune opere d’arte, tra cui il Cenacolo leonardesco . Il Cristo del Cenacolo va impallidendo e minaccia di scomparire per sempre, se non si fa un supremo sforzo per coprirlo e difenderlo. Ma come noi faremo tutto quello che è possibile perché non dilegui l’immagine soave del redentore dalla composizione di Leonardo da Vinci , così abbiamo il dovere di impedire che dilegui dalle coscienze del nostro popolo la stessa dolce figura di Cristo. Questa deve essere la cura suprema di un partito che rappresenta il popolo. Poiché se oggi, come ogni giorno, vediamo il sole d’oro scomparire laggiù nel mare e ce ne rallegriamo, perché pregustiamo la gioia del suo quotidiano ritorno, scomparendo nella coscienza nazionale la divina figura di Cristo sarebbe come se questo sole precipitasse nel mare per non ritornare mai più e l’Italia, giardino del mondo, piombasse in un’algida ed eterna notte polare».
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Sono molto lieto delle conclusioni del congresso di Milano , il quale ha saputo moderare i diversi partiti, inibendosi di fare delle deliberazioni che avrebbero solo potuto incrinare la coalizione governativa: si vede che quando intervengono con senno uomini che hanno alto senso di responsabilità, come il capo del governo e il presidente Morandi , si può essere tranquilli che non avverranno grossi deragliamenti. C’era un impegno precedente circa i Cln e l’impegno sarà mantenuto. Altro impegno riguarda le elezioni comunali. Tutti i partiti erano impegnati a farle: sono passati tre mesi e non era possibile mancare al patto. Non si tratta di un capriccio formale. È dall’anno scorso che nell’Italia centro-sud, liberata da due anni, si stanno preparando le liste per indire le elezioni amministrative. A ragione i nostri amici stranieri ci dicono: come credere alla vostra democrazia, se non cominciate dalla base, che sono i municipi e le libertà locali? In America specialmente si ha una particolare sensibilità per le democrazie basilari, cioè quella dei comuni e degli stati confederali. Del resto l’Inghilterra non è la patria dell’Home Rule e il parlamento non si chiama Camera dei comuni? Non comprendo quindi come si pretenda di farci saltare a pie’ pari le elezioni amministrative. Noi le concepiamo non in antitesi, ma come naturale introduzione al nostro rinnovamento democratico politico. Interrogato circa la soluzione dei problemi internazionali che interessano l’Italia, il ministro ha poi detto: «Non posso veramente fare previsioni. Mi pare però che il concetto della pace punitiva perda terreno e sia in programma l’idea di una pace costruttiva. Chi potrebbe proporsi di ferire mortalmente la nostra vitalità nazionale? Non la Russia, perché siamo un popolo di lavoratori, a cui non rimangono che le braccia e le grandi tradizioni di civiltà; non la Francia, sorella latina a cui l’Italia può offrire il concorso delle sue forze ricostruttive che risiedono nei 45 milioni di italiani; non gli anglo-americani con i quali abbiamo combattuto negli ultimi anni: la flotta dovrebbe essere punita perché si coperse di elogi al servizio degli alleati, le vostre vecchie colonie dovrebbero scomparire perché servono di sfogo alla pienezza della nostra ridondante mano d’opera? Comprendiamo che si prendano precauzioni contro pericoli futuri anche se dopo la lezione avuta non è probabile che gli italiani ritentino avventure: ma la spogliazione sarebbe l’asfissia, non la liberazione. Non credo, dopo il comunicato di Potsdam, che fu ispirato dal popolo americano che mostra per noi tanta comprensione».
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Quando penso ai tributi di affetto e di ammirazione che l’intelligenza francese ha sempre offerto a questa nostra Italia ricordo come esempio il fresco e delizioso scenario su cui si alza in un mattino d’ottobre il sipario sulla «vita di Henri Brulard» , quando lo scrittore, che sta per toccare la cinquantina, contempla Roma stesa ai suoi piedi dall’alto del Gianicolo. È appunto leggendo e studiando la letteratura francese, la migliore, che ci si convince dell’amore profondo e delicato dei francesi per questa terra italiana che, in ogni tempo, li ha accolti e curati. Il Petrarca andò a rimare in Valchiusa, ma quanti sono i poeti di Francia che trovarono presso di noi la fonte della loro ispirazione! Lungo tutto l’ultimo secolo, quell’800 percorso da un capo all’altro da una linfa viva e vigorosa, quanti scrittori francesi passarono le Alpi e vennero a meditare sui paesaggi e le rovine e le glorie della penisola! Da Chateaubiand a Lamartine , a Zola , a Anatole France e più giù fino ai più moderni, le lettere francesi sono intrise di quel «profumo di Roma» che il Veuillot seppe così felicemente scoprire e illustrare nel centro della cattolicità. Sul terreno letterario, così ricco al tempo stesso di poesia e di palpitante realtà, si attua istintivamente e spiritualmente la prima intesa vera, il primo incontro tra i nostri due popoli. E nel periodo più triste della nostra storia recente, di fronte allo sperpero inconsiderato delle nostre forze ed energie migliori, al disprezzo delle nostre più pure tradizioni religiose e morali, al sistematico e testardo rifiuto di riconoscere ed ammettere i legami spirituali che uniscono gli italiani ai francesi, durante quegli anni nei quali una spietata volontà di distruzione è stata lì lì per soffocare i nostri interessi essenziali e le nostre aspirazioni profonde, durante gli anni della umiliazione dello spirito, la speranza e la fede si sono ritemprate nella letteratura. Gli italiani, ai quali si tentava ufficialmente imporre di odiare la Francia, si dettero a ricercare, come non mai prima, gli autori francesi e, in mancanza dei più moderni, a rileggere gli antichi; ma in alcun momento consentirono a privarsi del nutrimento spirituale della cultura francese. A questi italiani sitibondi di letture francesi sarebbe desiderabile che la Francia inviasse oggi le sue nuove pubblicazioni migliori affinché la corrente degli scambi intellettuali riprendesse prima che gli oculati negoziatori e i cultori della formalità giuridica abbiano determinato il volume e la qualità degli scambi materiali. Io so che ogni italiano accoglie nel suo cuore il desiderio di mantenere con la Francia le relazioni più amichevoli, e credo e spero che ogni francese sia animato dagli stessi sentimenti, se così non può mettersi in dubbio che la volontà di intese non trionfi di qualsiasi difficoltà e che gli ostacoli sparsi sul nostro cammino non siano facilmente abbattuti. Ma in fondo vi è così poco da fare per realizzare l’unione tra i nostri due popoli: essi sono così simili, essi hanno gli stessi desideri e gli stessi slanci, sono accesi dalle stesse passioni; aggiungerò che hanno gli stessi difetti. Che cosa manca allora per una comprensione perfetta? Che cosa dobbiamo fare, che cosa dobbiamo augurarci per poter camminare l’uno al fianco dell’altro, tenendoci per mano, in mezzo a questo mondo agitato, in questa Europa tormentata? Occorre conoscerci meglio, sapere ognuno ciò che l’altro pensa su una determinata questione, come giudica un fatto, un’idea, una proposta. Se si potesse far questo, saremmo stupiti nel constatare che abbiamo su molti argomenti le stesse idee e che i nostri pensieri si incontrano più spesso che non pensiamo. I secoli sono passati sui nostri due paesi e vi hanno depositato il loro bagaglio di cose buone e cattive; bisogna oggi coraggiosamente affondare la mano nelle scorie, fare opera di selezione, separare il buon seme dalla zizzania, saper dimenticare certi ricordi sgradevoli per ambedue, sapere a tempo debito chiudere un occhio su una debolezza, perdonare uno sbaglio, e invece mettere in valore un movimento spontaneo del cuore, e soprattutto mirare a ciò che è essenziale, solido, durevole. Ora niente potrà meglio contribuire a quest’opera salutare come lo scambio regolare ed accorto dei prodotti dell’intelligenza. Nel nostro caso conoscerci meglio vuol dire amarci. Accanto alla cultura il vincolo più efficace e prevalente è quello del lavoro. Quasi un milione di italiani risiedono e lavorano nelle terre metropolitane di Francia, altre numerose migliaia nell’Africa del nord. Un’emigrazione ben ordinata, posta sulle basi di assoluta fiducia e fraternità, sarà il cemento più saldo della nostra comune vitalità. Bisogna che ogni sforzo sia fatto per raggiungere questa collaborazione delle due nazioni nel campo del lavoro, del progresso sociale, dell’elevazione delle opere manuali, sia nei campi come nelle officine. Ogni affinità culturale e sentimentale minaccia di restare privilegio di pochi se non è sostenuta dalla solidarietà delle categorie che coltivano la terra, costruiscono le case, servono le macchine, sviluppano i commerci. È in questo flusso di italiani che vanno e vengono dalla Francia, lasciandovi l’impronta della loro fatica, che vedo attuarsi la legge umana delle necessarie integrazioni fra nazioni affini. Bisogna che di quà e di là delle Alpi prendiamo nuova consapevolezza di tali leggi, di questa solidarietà di salvezza che la natura e la storia ci offrono e che sarebbe delitto contro il consorzio umano e a un tempo contro le nazioni sorelle di respingere e contrastare. Voglio concludere ricordando una frase di Louis Veuillot che mi ritorna in mente: «Roma è la città delle anime. Essa parla una lingua che tutte le anime possono comprendere». Voleva il grande cattolico parlare di un’anima astratta solo assorta nella contemplazione delle cose eterne? Non mi sembra di forzare troppo il senso delle parole se attribuisco loro un significato più largo, intendendo per linguaggio dell’anima quello del sentimento spontaneo e sincero, quello cioè che tutti, dal più eccelso al più umile degli uomini, possono parlare e comprendere quando le parole semplici e nude sgorgano loro dal cuore. Questo è il linguaggio che italiani e francesi dovranno usare tra loro e non è certamente a caso se Veuillot lo udì a Roma e a Roma magistralmente lo parlò e lo comprese.
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A nome del governo democratico sono venuto a rendere omaggio alla tomba del santo tutelare d’Italia. Forse non è un caso che interprete del governo sia questa volta il ministro degli Esteri. Ove dovrà egli prendere gli auspici meglio che da questo sacro colle, donde partì l’invocazione e l’opera più intensa per la pace fra le classi e fra le nazioni e nacque, operò e morì l’apostolo più efficace della fraternità umana? Eroe dell’amore universale, dominatore degli odi di parte e di razza, Egli si erge dinnanzi a noi come una colonna luminosa del più puro idealismo umano fecondato dalla grazia di Dio. Nessun progresso all’interno, nessuna speranza di riuscita, senza la luce dei suoi ideali e l’ardore della sua fraternità e della sua carità, e fra le nazioni nessuna speranza di pace duratura. Ai piedi di questo colle i fondatori dell’ordine francescano decisero di dividersi il mondo non in zone di influenza imperiale o di potenza, ma in campi di missione e di irradiazione spirituale. Così sciamarono in tutti i continenti d’anno in anno per sette secoli. Anche in California sorse una piccola cappella dedicata a san Francesco e attorno si sviluppò la grande città di questo nome, ora sede delle Nazioni Unite. Auguriamoci che presto vi possano comparire anche i delegati della nuova Italia, i quali interpreti del suo spirito francescano di pace vi portino l’olivo nato ad Assisi presso la tomba di Francesco e rivolgano alle nazioni il saluto di Lui: pax et bonum.
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Non si tratta di una lezione né di un discorso, perché io sono venuto come cattolico a imparare, a ascoltare e a fare dei propositi. Avvicinarsi a questa assise dell’Azione cattolica italiana è come eseguire una grande ascensione montana. Ci si trova in un’atmosfera ossigenata. Ecco quello che io ho cercato e che cerco, e che deploro per troppe altre occupazioni di non aver potuto trovare anche durante tutta la vostra Settimana sociale . Ma l’ho seguita con molta attenzione e studierò i voti, la buona volontà, l’impegno del partito che rappresento. È ferma e decisa la coscienza che si tratta di un momento storico dell’evoluzione dello Stato italiano e che si tratta di un momento decisivo. Non sempre quando si scende dall’alta montagna è possibile mantenere la stessa atmosfera ossigenata e direi non sempre la stessa prospettiva può essere attuata quando si tratta di dover fissare una pratica di convivenza civile che tiene conto delle occupazioni altrui e che deve cercare una via di mezzo fra quelle che possono essere le aspirazioni di principio e le possibilità di azione; ma, guardando a valle, e camminando tante volte per vie più difficili, più aspre, più tortuose, trovandoci spesso dinnanzi a impensate opposizioni noi abbiamo sempre bisogno del lume dei principii e avremo bisogno soprattutto dell’ispirazione che viene dalla vostra assise, dalla vostra assemblea, soprattutto dalla vostra fede, perché ciò che ci unisce al di sopra di ogni discussione o di punti i vista che possono essere o non essere applicabili in un dato momento, è la fede assoluta, profonda dei nostri ideali, la convinzione che qualunque coalizione, o cooperazione di partiti si faccia, il punto dirimente al momento decisivo della battaglia sarà questo concetto fondamentale di vita e di fede. Per questo al Democrazia cristiana si chiama cristiana e si è affermata cristiana non per attribuirsi un monopolio che non ha e al quale non ha diritto, ma perché prende con ciò un impegno a cui senza dubbio, io ve ne do parola, non verrà meno.
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L’oratore, dopo aver affermato che dedicherà tutte le proprie forze alla causa della Democrazia cristiana, non per un interesse di partito, ma perché sa che, servendo la Democrazia cristiana serve in pieno la patria, ha dichiarato che «non c’è nessuna riforma, nessun cambiamento che possa essere da noi accettato se non è inserito nei concetti principali della civiltà cristiana. Siamo pronti, ha proseguito, a tutto, quando però non si neghino e non si trascurino o non si finga di ignorare le basi della civiltà. Senza una morale, senza una fede cristiana, ha affermato il ministro, l’Italia non si potrà salvare. Che importa se cambiamo tutta la struttura del paese o dell’economia quando non preserviamo la morale del costume e delle azioni? Non è che pretendiamo, ha proseguito, di essere i soli cattolici, i soli cristiani: ci siamo chiamati cristiani perché in un mondo che si dimentica dei valori morali, abbiamo creduto di mettere anzitutto sulla nostra bandiera questa professione di etica sociale cristiana». Parlando della consistenza numerica del partito, l’oratore ha detto: «Non abbiamo avuto ancora occasione di contarci, ma abbiamo sempre cercato di evitarlo, per scomparire in un’opera comune di ricostruzione, ma il momento di contarci verrà e ho la sensazione che allora saremo molto più numerosi di quanto si possa dedurre dagli schedari delle nostre sezioni di partito. Scopriremo che ci sono migliaia e migliaia di uomini che stanno ora in disparte per un’ancora deficiente preparazione politica». Il ministro degli Esteri si è quindi intrattenuto sulla questione di Trieste, definendola prima di tutto una questione pregiudiziale di metodo. «Nel periodo finale noi abbiamo fatto la guerra, l’abbiamo vinta, dalla parte degli alleati per eliminare d’ora in avanti i metodi della violenza e della forza ed assegnare territori secondo principi di equità e di giustizia. L’occupazione delle città italiane da parte degli jugoslavi fu e rimane uno di quei fatti che contraddicono a tutte le affermazioni conclamate in astratto di giustizia». In particolare, ha accuratamente ricordato i molti deportati italiani in Jugoslavia, rilevando che niente è possibile conoscere sulla loro sorte per lenire il dolore delle madri angosciate e ha fatto appello agli slavi perché, liberando i deportati, creino le basi della conciliazione fra i due popoli. Ha poi brevemente accennato alla sua recente missione a Londra, alla conferenza dei ministri degli Esteri, dove si è appellato, oltre che alla partecipazione italiana alla lotta di liberazione, anche ai sani principi di una giustizia cristiana, che sempre lotta per la pace, mai per la guerra, e per una concordia duratura fra i popoli. Concludendo, il ministro De Gasperi ha detto: «Non possiamo essere un partito di classe contro le altre classi; gli uni e gli altri hanno bisogno di lavoro: dobbiamo trovare il modo di rappresentare gli interessi e le aspirazioni del popolo intero, e il popolo non è una sola classe, ma il complesso degli uomini che lavorano e che producono».
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Della solidarietà fra le classi e per i sofferenti nell’interno del paese – dice De Gasperi – ha parlato l’amico Piccioni . Io vi devo aggiungere l’appello ad altre solidarietà, alla solidarietà con gli italiani sulle frontiere. (Applausi). Solidarietà con: migliaia di deportati, migliaia di sofferenti, migliaia di esuli, tutti in ansia per il destino del domani. Sappiano gli amici di Trieste e della Venezia Giulia (applausi) che il popolo italiano in questo momento di ansia è trepidante, solidale con loro. Nessun accenno, né ombra di risentimento da parte mia in queste parole: al contrario, proprio in questi giorni il governo italiano ha rinnovato con l’intervento degli alleati, le sue insistenze, per prendere contatto e relazioni diplomatiche anche con la Jugoslavia. (Bene!). Noi sappiamo che la questione di Trieste non è questione da imporsi con decisioni di forza, perché non sarebbe vitale. Sappiamo che essa deve essere una soluzione di concordia fra i due popoli, di collaborazione economica, altrimenti una linea etnica qualsiasi sarebbe una barriera di morte invece che di vita. Quindi noi rinnoviamo il più ardente appello, il più schietto appello anche ai fratelli jugoslavi perché trovino la via, facciano dei passi, per accostarsi a noi, come noi abbiamo espresso i più vivi propositi per un riavvicinamento. Però dobbiamo dire che, per creare una zona di possibile conciliazione, e di serene discussioni, bisogna che prima i deportati ritornino nelle loro famiglie. (Applausi). Se è stato possibile che, durante la guerra, negli ultimi mesi, partigiani e soldati italiani divenuti partigiani combattessero insieme per lo stesso scopo sotto il comando supremo di Tito, perché non dovrebbe essere possibile combattere ancora insieme anche la battaglia della pace? L’appello che ho fatto alla solidarietà del popolo italiano per gli italiani alle frontiere vale anche per gli italiani che stanno nell’Alto Adige. Noi non vogliamo opprimere nessuno. Il governo ha emanato una legge scolastica che è andata molto più in là di qualsiasi altra legge per i diritti di minoranza. Siamo disposti a completarla coll’autonomia amministrativa e lo facciamo in tutta sincerità. Ma non possiamo ammettere che nell’Alto Adige si rinnovi, si riformi un nido di nazionalismi che domani sia l’incentivo a una nuova guerra per rivendicazioni tedesche. (Applausi). Un’altra solidarietà va rilevata in questo momento: la solidarietà degli italiani all’estero e la solidarietà nostra con gli italiani all’estero. Lo dobbiamo fare, prima di tutto per la gratitudine, perché forse il popolo italiano non ha tutta la consapevolezza del contributo che gli italiani all’estero hanno portato all’avvicinamento delle potenze anglo-sassoni con noi, sopra tutto in America. (Voci di: Viva gli Italiani d’America). Gli italiani d’America non solo ci hanno inviato buona parte dei soccorsi che sono stati distribuiti dagli uffici di assistenza in Italia; ma ci avevano preparato molto di più e nei porti dell’America Latina sono ancora concentrati i viveri che erano destinati per noi se questa disgraziata e tragica carenza di trasporti non avesse impedito che giungessero al loro destino. Ma noi sentiamo un senso di solidarietà per questi italiani anche per la fiducia che il loro sviluppo, la loro prosperità, la loro opera possa aprire nuove vie alla nuova emigrazione, quando questa si imporrà. Gli italiani all’estero non solo quelli dell’America; pensate ai 900.000 italiani in Francia. Anche questi, durante la guerra, hanno dato esempi di solidarietà con gli ideali di libertà e Sforza, ultimamente, ricordava l’appello accettato nei momenti più tragici della Francia da parte di migliaia e migliaia di volontari iscrittisi per combattere sul fronte contro i tedeschi. Questo sforzo, questa collaborazione vanno valorizzati, perché così sentiamo che non siamo soli, sentiamo che la nostra generazione stremata e oppressa dai danni della guerra non è isolata, perché la famiglia italiana si estende al di là e comprende delle zone non toccate dalla guerra e che sono legate alla madre Patria e che all’appello nostro, quando il commercio sarà libero e i trasporti saranno facili, risponderà senza dubbio e con grande entusiasmo per aiutare la rinascita del popolo italiano. (Applausi). Ma noi abbiamo il dovere di mostrarci in compenso solidali anche da parte nostra. Ora, se l’America, in un suo progetto, non ancora del tutto concreto, per evitare di imporci delle riparazioni globali, è ricorsa all’espediente di proporre ai singoli Stati che ne avessero diritto incameramento dei beni degli italiani all’estero, addossando al governo italiano l’indennizzo in propria moneta, diciamo – per ragioni di solidarietà nazionale, per sentimento sacrosanto di famiglia: «Non insistete in questo progetto, perché non possiamo attuarlo». (Applausi prolungati). Abbiamo notizia e vediamo anche nei giornali che si annunzia l’imminente pubblicazione dell’armistizio. Ne siamo lieti. Ma si pubblichino contemporaneamente anche le dichiarazioni autorevolissime che lo interpretavano, cioè quelle di Roosevelt e Churchill a Quebec e si pubblichi la lettera di Eisenhower, comandante supremo, al capo del governo italiano, perché in esse si trova il senso evolutivo dell’armistizio, cioè la cobelligeranza. Venti mesi di cobelligeranza, che sembrano dimenticati. Venti mesi i quali hanno portato in Italia distruzioni che saranno state fatali, necessità di guerra, ma che rappresentano il passivo, il sacrificio, il pagamento di tributo da parte delle città e del popolo italiano. (Applausi). Si dimentica che la guerra di liberazione in Italia, in seguito all’armistizio, ci ha portato immense e non ancora misurate tragedie in altre zone di Europa, come nei Balcani, donde i nostri soldati furono deportati in Germania; o si dimenticano le vittime gloriose della resistenza partigiana, come i novemila soldati caduti sui dodicimila di Cefalonia. Si dimentica che in seguito alla lotta di cobelligeranza in Italia centinaia di migliaia di deportati sono finiti in campo di concentramento, nei campi di lavoro in Germania e di questi non abbiamo ancora esatta statistica delle vittime; ma, forse quando avremo sommato i morti delle trincee, della resistenza e della deportazione toccheranno i 130, forse i 150 mila uomini perduti. Temo che se si incamerassero i beni degli emigrati e questi tornassero in Italia a far valere i loro diritti in confronto del governo italiano, in questa Italia che già ora ha bisogno di sbocchi che cosa accadrebbe? Domando ai signori medici di applicare il manometro e di misurare la pressione. Ho paura che in tal caso saremmo… vicini. (Vivissimi consensi e una grande manifestazione di applauso si leva dall’assemblea). Vedo nei giornali una polemica intorno alla questione, quale delle potenze abbia chiesto più riparazioni e quali tra esse ne abbia più ottenute. (Ilarità). Credo che la contesa vada così risolta: con tutta la nostra buona volontà – pur riconoscendo in certi casi come doverose le compensazioni a coloro che hanno avuto un diretto danno dalla nostra guerra, e ammettendo equo il principio delle riparazioni – con tutta la buona volontà ripeto, data la nostra tristissima situazione reale, non siamo assolutamente in grado di pagare delle riparazioni. L’Italia oggi è tra le potenze sconfitte, ma ci fu un tempo in cui era tra le potenze vittoriose e allora abbiamo dato un buon esempio: abbiamo rinunziato alle riparazioni in confronto dell’Austria che era la nostra prima nemica. (Applausi). Quando penso ai problemi soprattutto di politica estera che sono i primi, perché si tratta della nostra frontiera e della nostra vita economica, quando penso alle difficoltà quotidiane che pesano sul governo d’oggi, per quanto ancora memori di quelle che ancora potrebbero presentarsi entro l’inverno e verso la primavera, allora sono grato all’America per il suo concorso, e chiedo che la diplomazia non faccia torto al buon cuore degli americani, chiedo che un senso di solidarietà, completi, integri, nelle formule della pace, quest’opera di assistenza che noi riconosciamo grande e meritoria. Ma come risolveremo tutti i problemi accumulatisi sulle nostre spalle, come verremo incontro a questo popolo che spera e controspera? Quale forza morale ci può sostenere? Perché non bastano né i soccorsi delle potenze, né le iniziative e gli impegni di lavoro, né la concordia fra le classi e fra tutte le categorie. Ci vuole anche una forza morale che ci sostenga. Ci vuole una molla interiore che ci spinga. E io dico allora: c’è bisogno anche di un’altra solidarietà: c’è bisogno di solidarietà con la nostra storia; c’è bisogno della solidarietà con la nostra tradizione nazionale. Nei convegni esteri noi saremmo riguardati come un piccolo Stato di carattere semicoloniale, se si considerassero solo le contingenze del momento. Ma abbiamo una storia, e questa storia è impressa nella mente di chi ci vede e di chi ci ascolta. Sanno e non possono dimenticare le persone colte che noi siamo gli eredi di una grande civiltà e che abbiamo dato alle Nazioni che oggi sono più ricche, un secolare contributo di progresso e di cultura. (Applausi). Per questo, come ministro degli Esteri, ho particolarmente profonda la sensazione di questa solidarietà con la nostra storia, con le generazioni che ci hanno preceduto, perché sento che combattendo per gli italiani di oggi, ho bisogno di invocare l’alleanza dei grandi uomini del passato, di quelli che hanno illustrato la letteratura, la filosofia, le scienze, il campo delle scoperte e che vengono, con il loro concorso morale a sostenere il diritto dell’attuale generazione italiana. (Applausi). Quando Truman, recentemente, nel giorno di Colombo , ha ricordato l’Italia con parole di simpatia di cui gli siamo grati e per le quali gli invio un vivo ringraziamento (applausi), quando Truman ricordava Colombo , scopritore dell’America, egli ricordava nello stesso tempo la nazione italiana e metteva sulla bilancia delle decisioni questa nostra sacrosanta storia, di cui dobbiamo essere orgogliosi. (Applausi). Ma proprio oggi – l’Ognissanti – non dobbiamo ricordare soltanto gli eroi della vita scientifica ed economica, ricordiamo gli eroi dello spirito, i santi. Pensiamo a quel che vuol dire la comunione dei santi nei rapporti con l’umanità. Molti di loro partirono dall’Italia per portare in lontani paesi libertà, progresso, redenzione. La loro storia appartiene all’umanità. Studiamola questa storia, sentiamola, perché essa è più viva e più efficace e più vera che il mito dell’impero romano risuscitato nell’epoca fascista. Studiamola, sentiamola e facciamola valere. Oggi è il Vangelo del discorso della montagna. Non accusatemi di fare del clericalismo. Cito il discorso della montagna perché Roosevelt in un momento critico della storia degli Stati Uniti, dovendo fare appello al popolo per esortarlo all’unità e al sacrificio, lesse per intero il discorso pronunziato da Gesù sulla montagna e che oggi la Chiesa ricorda. Noi accettiamo e proclamiamo le quattro libertà: non c’è bisogno che ce le impongano in forma speciale. Sono carne della nostra carne, sono nate nella nostra storia, dalla nostra tradizione. Ma forse in questa tradizione c’è qualcos’altro che va ricordato nei riguardi della solidarietà delle nazioni. Nel mio recente viaggio ad Assisi ho riletto un versetto che vorrei si mettesse sopra il frontone a S. Francisco ove la nuova Società delle Nazioni sorgerà; è il motto di san Francesco: «Omne cosa possedere en spirito de libertate». Questo vuol dire, applicato alla società internazionale «Omne cosa» possedere in spirito di equità e di larghezza verso i popoli che meno possiedono e che sono i popoli che hanno bisogno di importare materie prime e di esportare il proprio lavoro e la propria cultura. Vorrei che questo principio si aggiungesse alle quattro libertà e che questo motto servisse a concentrarle in una impressionante scritta: Omne cosa possedere en spirito de libertate. E domani, giorno dei morti, voi non credete che un’altra solidarietà sia da invocare? Quanta speranza è nel ricordo dei morti, nel ricordo dei nostri Caduti, nelle trincee o sotto le macerie o nei campi di concentramento e molti ancora attendono e ancora ignoriamo tutta la profondità della nostra tragedia. Noi sentiamo di essere solidali con loro e da loro invochiamo che essi siano solidali con noi, affinché insorgano perché ci venga data una pace giusta. «I nostri morti sono tutti risorti». Anche i vostri morti (morti americani, inglesi, francesi, polacchi e brasiliani e quanti dormono nella nostra Italia) i vostri e i nostri morti solidali con loro ed è nel loro nome che vi chiediamo una pace di giustizia nella libertà.
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Dopo 27 anni Ventisette anni fa il 5 novembre De Gasperi, deputato di Trento appena redenta, parlò a Milano alla cittadinanza esultante per la vittoria. Diverso è il clima e mutate le circostanze, ma l’oratore non può non ricordare quei giorni lontani e non rammentare, pensando ai problemi che oggi più premono, che in una delle ultime volte in cui ebbe occasione di vedere Mussolini, gli disse: «Bada che l’Alto Adige e la Venezia Giulia vanno perduti perché la sua politica di violenza e di snazionalizzazione non è né sopportabile né sopportata». Mussolini rispose: «Tu sei della vecchia scuola, della cosiddetta democrazia e tu non conosci i metodi radicali, efficaci, decisivi, del fascismo. Tu non sai che in dieci anni non ci saranno più slavi nella Venezia Giulia, né tedeschi nell’Alto Adige». Questo metodo di violenza è stato la causa delle odierne sciagure che affliggono i fratelli dell’Istria e della Dalmazia. Senza dubbio anche gli alleati, gli alleati di allora e gli alleati di oggi, ebbero sulla evoluzione che ci portò poi alla tirannia le loro responsabilità perché abbandonando quello che si chiamava allora il «wilsonismo» e che era il principio umanitario della eguaglianza tra le nazioni, introdussero nelle paci, dal 1918 fino al 1920, il criterio del «Diktat», delle riparazioni impossibili a pagarsi, della privazione delle colonie per tutti in popoli vinti: e soprattutto mantennero gelosamente il monopolio delle materie prime e alzarono ostacoli insuperabili alla emigrazione per quei paesi che ne avevano assoluta necessità. Oggi i generali alleati stanno pensosi e preoccupati dinanzi alle rovine di Berlino, ove non esiste più una casa intera, ove per chilometri rimangono solo stalagmiti di case; e nonostante la devastazione e l’apparente inabilità, si vede ancora una massa di gente che passa lenta dinanzi alla tomba del milite ignoto, e vi depone dei fiori. Signori, questo vuol dire che con la spada si possono iniziare le soluzioni ma non completarle. È la concordia degli animi, è il senso dello spirito solidale che deve intervenire e portare ad una pace tra i popoli. Ora se c’è un popolo che ha dato prova di un completo e sincero impegno per la democrazia e per la solidarietà nazionale, questo è il popolo italiano. L’armistizio è superato Questo va detto e ripetuto oggi in cui sembra che i «giuristi» alleati, vivano e respirino nell’atmosfera dell’armistizio e della resa senza condizioni. Si parla di annessione di territori strappati alla nostra patria su tutte le frontiere, si parla di imporci riparazioni impossibili; ci si vuole privare delle colonie, come se l’armistizio che è uno strumento di carattere militare, sia pure in forma di resa senza condizioni, non fosse stato firmato dopo che da Quebeq, ove erano radunati i «grandi», Churchill, Roosevelt avevano telegrafato che l’apporto che darebbe il popolo italiano alla nuova guerra, a lato degli alleati, avrebbe cambiato automaticamente queste condizioni. Non è lecito dimenticare che il generale che era capo supremo delle forze alleate scrisse allora, prima della firma, al capo del governo italiano, che già nei primi giorni l’Italia era diventata ormai in effetti una collaboratrice delle Nazioni Unite e che era passata in fase di cobelligeranza. Contro questi giuristi, contro chi vorrebbe dimenticare queste sacrosante promesse, io faccio appello ai combattenti, quanti, degli alleati di qualsiasi nazione, hanno combattuto la guerra in Italia. Lo domando a Cunningham, comandante supremo della flotta alleata, che più volte ha espresso senza riserve il riconoscimento e la lode per l’opera svolta dalla flotta italiana in venti mesi; lo domando a Clark che ha riconosciuto l’opera indiscutibile dei partigiani nella lotta di liberazione; lo domando a voi, generale Brown, che avete assistito, aiutandolo, allo sforzo organizzativo di un nuovo esercito e avete lodato l’intervento e lo slancio dei reparti che furono, per diversi mesi, a fianco degli alleati; domando a voi che avete vissuto questa seconda guerra, se trovate giusto che oggi ci si chiami responsabili semplicemente della «prima» guerra, voluta dalla dittatura e combattuta, suo malgrado, da una parte del popolo italiano. Bisogna che sulla bilancia del trattato di pace vengano messi i sacrifici dell’Italia, fatti in questi venti mesi. Le cifre della seconda guerra Lo riconosciamo: come formula giuridica, come continuità formale dello Stato italiano, dobbiamo disgraziatamente assumere anche la responsabilità di un governo che ci calpestava: ma è doveroso che accanto a queste, vengano fatte valere anche quelle che furono le energie di riabilitazione nella lotta di cobelligeranza. E non parliamo troppo in fretta di riparazioni. C’è un conto aperto, lo riconosciamo, ma il conto ha due facciate. Noi abbiamo da far valere il peso delle am-lire, abbiamo le opere pubbliche, che abbiamo compiute per rendere possibile la guerra; abbiamo tutte le requisizioni pagate, o conteggiate a nostro carico; abbiamo prestato merci e servizi agli alleati; abbiamo un conto notevole anche all’estero rappresentato dal lavoro dei nostri prigionieri i quali in migliaia e migliaia di centurie hanno prestato un’opera preziosa per la ricostruzione o per la continuazione della guerra. Riconosciamo che di fronte a questo c’è lo sforzo dei nostri amici alleati, di inviare viveri e le merci assolutamente indispensabili, specialmente dall’America. I presupposti «interni» della pace La sensazione del ministro è però che l’Italia vada migliorando le sue azioni e di questo va reso merito anche alla comunità di italiani all’estero. La solidarietà e l’unità del paese sono indispensabili perché la ripresa internazionale avvenga. Ma perché l’unità si abbia occorre il consenso fermo ed unanime di tutti su alcuni principi, primo dei quali è la rinuncia alla forza e alla violenza in politica, «tanto se viene da destra che da sinistra». Occorre altresì restituire al loro posto di dignità i valori morali, perché questo è il vero antifascismo e la bonifica da compiersi in una amministrazione corrotta. Occorre reinserirsi nelle grandi tradizioni della civiltà e della cultura cristiana ed italiana. Bisogna preparare nell’amore le nuove vie per la patria che l’odio ha distrutto.
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La Chiesa non c’entra affatto con la crisi e non avrebbe nessuna ragione di provocare mutamenti perché tanto con il governo Bonomi quanto con quello Parri è stato mantenuto «lo status quo» per quanto riguarda i rapporti tra Stato e Chiesa secondo quanto stabilito con i trattati lateranensi.
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Ministro significa «servo» e ministero «servizio». Dobbiamo tutti servire la causa del popolo, sovrattutto quella delle classi che ne hanno più bisogno. «Pane e lavoro» è il problema di emergenza più grave e più incalzante. Per affrontarlo si richiede il concorso di tutti i partiti democratici, concordi nella pregiudiziale che le esigenze economiche non debbano essere sfruttate per ritorni o riabilitazioni impossibili. Per ristabilire questa larga base di coalizione stiamo tentando tutte le vie: presidenza fuori dei partiti con cooperazione di competenze tecniche o, se questo non riesce, presidenza imparziale di chi venga dai partiti con eventuale allargamento tecnico. Le trattative sono faticose, ma piene d’un senso acuto di responsabilità. Ogni partito sente il dovere di non nutrire ambizioni faziose ma anche quello di non disertare dal suo «posto di servizio».
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Postulato importantissimo del nostro programma è la libertà: è necessario in Italia, come del resto in tutta l’Europa e nel mondo, di smobilitare, cioè di avviarci verso le condizioni normali della vita politica. Ma in un paese che ha combattuto la guerra civile, ultimo dramma di una ventennale dittatura, è pericoloso lanciarsi di corsa verso la meta; bisogna procedere cauti e vigili perché nuove reazioni e rinfocolate passioni non creino seri pericoli proprio per quella libertà che vogliamo difendere. Credo che tutti, dai liberali ai comunisti, siamo d’accordo che le misure eccezionali non debbano durare un giorno di più del necessario; ma la libertà va difesa contro tutti e se c’è chi ne abusa o la minaccia, ricorrendo alla forza o preparando sedizioni, lo Stato ha il diritto e il dovere di prendere le sue misure . Non credo che tra i partiti della coalizione vi siano sostanziali differenze di programma: ciò che dovrà apparire dalle dichiarazioni comuni impegnative che saranno fatte in confronto al paese. Intanto sarebbe bene che la stampa non alimentasse polemiche che diano l’impressione dei dissensi che in fondo non esistono né devono esistere; almeno per quanto riguarda il programma d’azione contingente.
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Al segretario generale del Partito liberale italiano – Roma La vostra comunicazione di ieri mi ha sorpreso e addolorato. Venendo ad un compromesso onorevole sulla vexata quaestio del ministero dell’Interno, voi avevate fatto un meritorio sforzo di comprensione del quale vi eravamo grati. Esso supponeva che il governo in formazione si sarebbe basato sulla affermazione dell’autorità dello Stato e della legge e sulla garanzia della piena imparzialità dei suoi organi. E supponeva il mio impegno di vigilare a che il principio della solidarietà ministeriale, tanto in politica interna che estera, venisse rigorosamente rispettato. Nulla, a mio parere, metteva in forse questo risultato positivo raggiunto col vostro concorso. Su nessun punto programmatico, infatti, ho riscontrato tali divergenze da impedirvi una collaborazione feconda per il nostro paese. Premesso che la difesa della libertà e della democrazia (oltre che accordi internazionali) ci impongono di premunirci contro ogni possibile ritorno del fascismo o di applicare le norme della giustizia, è chiaro tuttavia che nei propositi di noi tutti vi è una volontà di pacificazione e di unità nazionale e la direttiva di avviarci ai rapporti normali della vita politica e sociale. In particolare a questo fine il nostro governo deve proporsi: – la sostituzione rapida e progressiva degli organi esecutivi e amministrativi provvisori costituiti per necessità di emergenza sulla base di reggenti le prefetture e le questure e di commissari alle varie amministrazioni od enti con normali organi rappresentativi della esclusiva e superiore volontà ed autorità dello Stato e cogli organi statutari previsti per i singoli enti od amministrazioni; – la riassunzione da parte dei competenti organi od enti pubblici di tutte le funzioni amministrative od esecutive loro proprie, comprese quelle esercitate, spesso anche con molta benemerenza, dal Cln ai fini della lotta di liberazione e in dipendenza della lotta di liberazione e in dipendenza delle condizioni straordinarie dell’occupazione o della mancata funzionalità dell’apparato statale; sino al ristabilimento delle normali amministrazioni comunali e provinciali (ristabilimento che dovrà essere avviato il più rapidamente possibile con le elezioni amministrative) i Cln potranno esercitare utili funzioni consultive e costituire comunque organismi di collegamento e cooperazione fra i partiti; – l’abolizione più rapida possibile delle misure e degli organi eccezionali: al quale riguardo corrisponde l’abolizione dell’Alto commissariato e la già annunziata decisione di concludere l’epurazione prima delle elezioni per la Costituente; in quanto al ritorno all’ordinamento tradizionale delle corti penali con le giurie popolari e con la competenza estesa anche ai reati politici, l’attuale ministro di Grazia e Giustizia ha già dichiarato che un relativo provvedimento di legge è già in stadio di avanzata preparazione e noi confidiamo che il Consiglio dei ministri possa occuparsene prossimamente. Non c’è poi bisogno di dire che tutto il governo si sente impegnato a rispettare l’indipendenza della magistratura. Inoltre è in preparazione una riforma della legge di p[ubblica] s[icurezza] che verrà sottoposta entro breve periodo alla discussione della Consulta e alla deliberazione del Consiglio dei ministri: essa mira a contenere le misure di sicurezza entro i limiti delle libertà democratiche. Siamo anche d’accordo per il principio della libertà del lavoro e vedremo insieme quale sia la migliore maniera per lo Stato di garantire la imparzialità del collocamento della manodopera. Infine non occorre aggiungere che la libertà di stampa e l’imparzialità delle radio trasmissioni costituiscono indispensabili garanzie di vita democratica e che siamo fautori della massima rapidità nel preparare le elezioni amministrative e politiche, accelerando la votazione delle rispettive leggi e risolvendo le questioni riguardanti i modi di soluzione dei problemi politici connessi alla Costituente. Mi sembra pertanto che nulla vi impedisca di collaborare con gli altri partiti per soddisfare alle gravi esigenze che ci incalzano per provvedere al risanamento finanziario e per conquistare un nuovo statuto internazionale, che ci assicuri la indipendenza e la cooperazione con le libere nazioni. È specialmente con la visione di questa meta, a noi sopra ogni altra cara, che faccio appello a voi, come agli altri partiti, perché oramai compiamo assieme il nostro più elementare dovere, che è quello di dare al paese il governo capace di rispondere alla sua attesa.
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Fratelli italiani, trattenuti ancora come prigionieri di guerra o come internati civili in Gran Bretagna e nelle sue colonie, nell’Africa del sud, in Australia, in India, nel Medio Oriente, negli Stati Uniti, nel nord Africa francese, nell’Unione Sovietica, in Jugoslavia, il primo ministro d’Italia, in presenza di una delegazione di madri, di spose, di sorelle, di parenti che hanno l’ansia nel cuore e un lampo di speranza negli occhi, è qui al microfono per dirvi una parola di affetto e di solidarietà, in nome di tutte le famiglie che vi attendono. Forse voi, dopo tanti anni, non potete immaginare l’aspetto di questo nostro paese percorso e devastato da una guerra disastrosa, provocata e decisa dalla dittatura fascista senza alcuna consultazione e senza concorso del popolo: paese seminato di rovine, paralizzato nelle comunicazioni e nelle industrie, insidiato dalle malattie, compagne della guerra e della disfatta, e soprattutto minacciato dalla carestia che già ci avrebbe preso alla gola, se gli alleati, e specialmente l’America non ci mandassero grano e carbone: contributo che dobbiamo al loro senso di responsabilità e di solidarietà verso una nazione cobelligerante; e gliene siamo grati, ma la scarsezza dei mezzi di trasporto, in confronto delle esigenze europee ed extra europee è tale che giorno per giorno dobbiamo chiedere con ansia notizie degli imbarchi e degli arrivi. Vi assicuro però che nonostante questa nostra situazione precaria, mai abbiamo detto una parola che potesse giustificare la falsa notizia, diffusa in qualche vostra zona, che il governo italiano non desideri o ritardi il ritorno dei prigionieri. Abbiamo invece insistito sempre e insistiamo perché il vostro ritorno si acceleri e si completi. Noi vi reclamiamo, prima perché ne avete il diritto e ne hanno il diritto soprattutto le vostre famiglie, le vostre spose, i vostri figliuoli, i vostri genitori: la famiglia è la cellula prima della nazione, e il suo diritto precede il diritto dello Stato. In secondo luogo desideriamo la vostra presenza perché siete giovanili energie di lavoro del braccio e della mente, forze di ricostruzione, invidiateci da altri paesi. In terzo luogo noi siamo certi che la nostalgia di codesti lunghi anni di cattività avrà affinato e purificato il vostro patriottismo, lo avrà elevato ad una concezione più umana e più universalistica, mentre d’altro canto avrà infuso nell’animo vostro e rafforzato il senso della vostra terra natale e l’apprezzamento della sua propria civiltà, e avrà abituato il vostro occhio a vedere le linee sostanziali su cui, al di sopra delle contese di parte, si dovrà muovere il paese per rinascere a vita nuova. Lo so, molti dei vostri compagni, sbarcando in terra italiana, s’infastidiscono e si scandalizzano della nostra vita politica. Avete ragione. I partiti sono troppi, ma non dimenticate che dopo un’unità formale e coatta di venti anni, che ha causato tante vittime e tanti rancori, non è compito facile, né breve quello di costituire un’unità sostanziale, basata sul libero consenso, sulla schietta applicazione del sistema democratico e su ardite riforme politiche, economiche e sociali che portino il popolo e il lavoro al loro posto preminente e s’inseriscano nella tradizione vitale della nostra civiltà italica e cristiana: opera lunga per la quale invochiamo il vostro concorso al più presto possibile. Coraggio, fratelli, la vostra attesa non può essere più delusa. Ogni sforzo verrà ripetuto per abbreviarla. Nel presepe natalizio 1945 l’Italia è rappresentata ancora da una di quelle umili figure di pastore dei classici modelli napoletani le quali stanno rincantucciate in un angolo semibuio, mentre sfilano in piena luce, recando doni i beati «possidentes»; ma noi sappiamo che quel bel pastore si manterrà sulla via della giustizia e della fraternità umana, ricomparrà immancabilmente nel cielo delle sue speranze, la stella del suo destino. È la stella che ricondurrà voi ai vostri focolari e l’Italia nel consorzio delle libere nazioni! Affido alle onde eteree questa parola di fede, mentre l’annuncio che arriva da Mosca di un approssimarsi della pace ci conforta e pur ci fa trepidi e pensosi; ch’essa scenda nei vostri cuori, affinché tutti, ovunque ci troviamo nel mondo ci sentiamo un popolo solo, e poiché altri dispersi e prigionieri ci sono, coi quali invano le madri italiane hanno chiesto di comunicare, per loro se non serve questa onda radiofonica, affido il mio pensiero alla solidarietà spirituale di tutti gli uomini giusti di qualsiasi razza e nazione, e alla paternità onnipresente di Dio.
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Suo 271 . Azione V.E. in questo periodo dovrà essere soprattutto rivolta placare dissidenze, chiarire situazioni, ristabilire concordia fra italiani nel nome della libertà democratica per la quale Italia oggi combatte, con perfetta lealtà, a fianco Nazioni Unite. Sua condotta nei riguardi argentini dovrà essere di assoluta non ingerenza negli affari interni codesto paese, ciò che potrà consentirle, meglio di ogni altro atteggiamento, di tener vivi vincoli di cultura, di lavoro e di sangue che costituiscono un dato concreto ed indistruttibile delle relazioni italo-argentine. Ed entro questi termini e con la premessa fondamentale che nuova Italia intende convivere pacificamente con tutte le Nazioni Unite e neutre, ella potrà ed anzi dovrà collaborare, con lealtà piena ed intera con codeste rappresentanze alleate.
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I) Le forze attuali del partito della Democrazia cristiana e le previsioni circa quelle che si stanno riunendo al nord, in rapporto alle concentrazioni avversarie. Siamo partito di massa ed è perciò difficile accertare anche approssimativamente quale possa essere il numero senza ricorrere a inesattezze, e ciò in particolare modo perché buona parte del nostro numero è ancora al di là delle linee. Abbiamo comunque ragione di credere che specialmente nel Veneto, nel Trentino, nella campagna lombarda e nel Piemonte siamo assai forti. II) L’atteggiamento dell’Italia di fronte al recente trattato anglo-etiopico concluso mentre è ancora in vigore l’armistizio anglo-italiano. La guerra fascista contro l’Etiopia è stata come tutte le guerre fasciste un errore ed un crimine, appunto perché fu aggressione contro l’indipendenza di un popolo che intende vivere libero. Non conosco il testo completo dell’accordo ultimamente concluso tra la Gran Bretagna e l’Etiopia. Posso dirvi che il governo ed il popolo italiano non possono che vedere con simpatia ogni manifestazione ed iniziativa, atte ad assicurare una leale ed onesta collaborazione fra l’Etiopia e quei paesi che sono più direttamente interessati al benessere ed alla prosperità del continente africano. Cooperazione internazionale entro la quale possono egregiamente inquadrarsi anche lo sforzo e l’opera di progresso e di civiltà compiuta in Africa dal lavoro italiano con pazienza e costanza ammirevoli. III) Le «aspirazioni» del maresciallo Tito su Trieste: Le varie questioni fra l’Italia e Jugoslavia dovranno essere risolte dopo la liberazione dei territori rispettivi dai nazifascisti. In questo momento deve prevalere una sola volontà ed un solo sforzo: raggiungere la vittoria finale. Solo allora tutte le questioni che riguardano i due Paesi potranno discutersi in quell’atmosfera di comprensione e di buona volontà creata dai sacrifici comuni e nell’intento di tutelare lealmente i reciproci interessi dei due Paesi, al di sopra di ogni sterile ed esacerbato spirito aggressivo e nazionalistico e cioè con spirito e visioni europei. I problemi non si eludono risolvendoli male. Essi sarebbero riproposti dalla storia a breve scadenza ed in condizioni e circostanze più difficili. IV) L’atteggiamento della Democrazia cristiana di fronte ad eventuali richieste delle «sinistre» di una radicale riforma tributaria che imponga alla borghesia più ricca, specie a quella non danneggiata dalla guerra, notevoli sacrifici che arrivino anche alla necessità di parziali alienazioni dei beni là dove i redditi non bastino a sopportare il nuovo carico tributario ed un compenso, sia pur soltanto apparente, risulti dall’accresciuto valore dei beni stessi. La Democrazia cristiana ha avuto modo in più occasioni di precisare il suo atteggiamento nei riguardi della riforma tributaria, ed anche recentemente in un ordine del giorno della commissione di studio che è apparsa sul «Popolo» del 3 corrente . In sostanza la politica tributaria del partito si rifà al senso di umana solidarietà per cui alle spese pubbliche deve essere chiamato il cittadino in relazione alle sue possibilità; è favorevole quindi a provvedimenti di carattere eccezionale che facciano ricadere in misura più elevata sui più abbienti e sui meno danneggiati dalla guerra gli oneri per la ripresa della vita nazionale. In una parola noi caldeggiamo una tassazione fortemente progressiva. V) Quale il parere del ministro o del capo della D.M. sulla opportunità di affrontare urgentemente il problema dell’emigrazione, eventualmente abbinato con quello dei prigionieri di guerra e degli internati civili che, attraverso accordi internazionali ed opportune provvidenze potrebbero se meritevoli o se lo desiderano esser lasciati nelle attuali loro sedi ed evitare l’aggravarsi della crisi di disoccupazione e di quella alimentare del paese. Considero il problema dell’emigrazione italiana tra i più importanti dell’immediato dopoguerra. Crollata ormai l’impalcatura della cosidetta «politica demografica» del regime fascista; rimossi, quindi, gli artificiosi ostacoli ai naturali movimenti della popolazione italiana; alla fine del conflitto le correnti emigratorie verso i principali mercati del lavoro all’estero avranno indubbiamente una ripresa. Come ovvio, tale ripresa dovrà essere accompagnata da accordi con gli stati interessati e da una apposita legislazione che tuteli e favorisca l’installazione dei nostri lavoratori nelle nuove sedi, su quelle basi cristiane di equità e di parità economico-sociale, che in definitiva costituiscono un reale vantaggio anche per i paesi che li accolgono. È d’altra parte, naturale legge economica che il lavoro affluisca dove più favorevoli sono le condizioni offerte per quanto riguarda sia la sistemazione e la rimunerazione del prestatore d’opera sia le garanzie di un sicuro domani. Nei nostri lavoratori, recantesi oltre oceano, io vedo anche gli artefici dei nuovi vincoli di amicizia e di collaborazione tra l’Italia e il continente americano, rinnovanti l’antica tradizione che allacciava l’Italia e l’America nel comune ideale di libertà e di lavoro. Per quanto concerne, infine, la possibilità che i prigionieri di guerra internati civili possano installarsi definitivamente colà dove attualmente si trovano, si tratta di una questione complessa che può anche rientrare nel grande problema emigratorio italiano, reso necessario dalle limitate risorse del territorio nazionale. Sulla base quindi dei principi già accennati cui si ispira la politica migratoria dell’Italia democratica, una volta assicurato degnamente l’avvenire di questi nostri fratelli – tanto vicini al nostro cuore – mediante appositi accordi ed opportune provvidenze, l’Italia sarà certo lieta che i nostri prigionieri di guerra, se tale è il loro desiderio, possano continuare a lavorare liberamente là dove abbiano trovato una conveniente sistemazione. VI) Quale il parere del ministro o del capo della D.M. sulla opportunità di dedicare fin d’ora speciale interesse al problema del turismo la cui importanza appare manifesta per l’Italia. Sfortunatamente è intempestivo per ora e anche inopportuno parlare di possibilità turistiche in questo nostro paese devastato dalla strage della guerra: certamente intendiamo dare al turismo tutto lo sviluppo che merita in un paese come il nostro dove ha sempre costituito una delle più importanti risorse. Vogliamo però ridonare a questa attività lo spirito di sincera ospitalità a cui si improntavano le relazioni dell’Italia con i paesi amici nei tempi passati: spirito di ospitalità che fu tristemente fugato dalla vuota e vana propaganda nazionalistica che anziché attirare i nostri amici li teneva lontani. VII) Parere del ministro sulle critiche all’epurazione del suo dicastero apparse sull’«Avanti» del 16 dicembre 1944 (articolo dal titolo «Palazzo Chigi») . Non desidero entrare in merito a critiche apparse sulla stampa in merito all’epurazione del Ministero degli affari esteri, anche per riguardo verso le commissioni di epurazione alle quali è esclusivamente affidato il giudizio di epurazione e la cui attività deve essere diretta solo dall’Alto commissario. Si tratta di un’opera di delicatezza estrema, che deve essere attuata con giustizia e con equità dagli organi ad essa preposti. È quindi preferibile accantonare ogni discussione per lasciare che le commissioni possano svolgere il loro importante compito in un’atmosfera di serenità, libera da ogni interferenza. Desidero, comunque, ripetere la mia grande fiducia, già espressa in un breve discorso ai funzionari del Ministero degli esteri – che l’albero ormai secolare della tradizione diplomatica e consolare italiana, tagliati i rami secchi, possa rimettere nuove e vigorose fronde e così riprendere, con rinnovata efficienza, i suoi importanti compiti nel campo della collaborazione internazionale.
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Suoi 1 e 5. Apprezziamo ragioni da lei esposte nel suo rapporto n. 122 . Ci rendiamo cioè conto di quelle che sono oggi e più saranno domani esigenze sovietiche in regioni dove interessi politici, militari, economici russi dovranno di necessità prevalere. Tenga peraltro presente che non ci è possibile, né sarebbe del resto conveniente, sinché duri nostra condizione armistiziale, prendere atteggiamento eventualmente contrastante con atteggiamenti politici che sono tuttora quelli dei governi le cui truppe occupano, con tutte conseguenze connesse, nostro territorio. Le ricordo d’altra parte che ripresa diplomatica con governo polacco Londra fu decisa e attuata due mesi fa, in blocco, insieme e contemporaneamente a quella con tutte le Nazioni Unite. Le ricordo anche che abbiamo sul nostro fronte un corpo di spedizione polacco che si è battuto e si batte valorosamente. Nostra proposta relativa italiani internati in quelle regioni, oltre che a evidenti e prevalenti scopi umanitari, ubbidiva comunque anche a propositi di contatto, sia pure entro quei limiti che le circostanze ci impongono, almeno per il momento, di non superare. Si regoli dunque in conseguenza con quel tatto e duttilità che la questione esige, richiedendo di volta in volta istruzioni.
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Alcune espressioni del recente discorso pronunziato dal primo ministro ai Comuni il 18 corr. hanno suscitato dolorosa impressione in tutta l’opinione pubblica italiana e rimostranze e proteste di questa stampa. Specialmente la frase «non abbiamo bisogno dell’Italia» viene interpretata come diretta contro lo sforzo militare che il governo sta facendo e influisce sinistramente sullo spirito pubblico alla vigilia della imminente chiamata alle armi. Anche l’accentuazione della fragilità del governo Bonomi per mancanza di consenso elettorale indebolisce l’efficacia degli sforzi che il governo sta facendo per suscitare energie ricostruttive, o comunque, anche interpretata nel senso di combinazioni politiche future, sembra escludere l’appoggio dell’Inghilterra ad ogni nostra speranza di riabilitazione politica. Noi pensiamo che il testo integrale del discorso potrà forse modificare tali impressioni e che certo il primo ministro, finora così largo verso il nostro paese e l’attuale governo di comprensione e di incoraggiamento, era lungi dal prevedere le impressioni italiane di dichiarazioni rivolte a diverso indirizzo. Sento tuttavia il dovere di pregarla di far presente al Foreign Office questa eco dolorosa e involontaria dichiarazioni del primo ministro che almeno nel sunto qui diffuso hanno un tono di scoraggiante inconsueta durezza. Il governo britannico sa – e lo stesso Churchill lo ha del resto sottolineato – quali e quante siano le nostre difficoltà. Sa che il popolo italiano è stanco, logorato dalle distruzioni, minacciato dalla fame, ridotto all’estremo delle sue risorse. Sa anche che, nonostante tutto, noi facciamo in questi giorni un energico sforzo per galvanizzare il paese e ricondurlo, attraverso sopratutto il richiamo alle armi di dieci classi, al rispetto di se stesso e alla fiducia nell’avvenire, che sono la necessaria premessa di ogni rinascita. Le parole pronunciate nei nostri riguardi in questo periodo cruciale hanno dunque per noi una importanza estrema, e, sopratutto, quando provengono, ripeto, da un uomo che ha l’autorità e il prestigio di Churchill, verso cui il popolo italiano guarda – e giustamente – con fiducia vivissima. Ella vorrà segnalare queste nostre preoccupazioni al Foreign Office dando, ripeto, al suo discorso, il tono e la forma che meglio corrispondono alla lealissima amicizia che ci muove ad esprimerle .
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Mie calorose dichiarazioni di amicizia e lealtà verso la Francia. Il Consiglio dei ministri di ieri ha riaffermato la volontà di fare ogni sforzo per migliorare e stabilizzare i nostri rapporti colla Francia ed ha apprezzato in tutto il suo valore le dichiarazioni dell’intervista de Gaulle . Accoglienza riservata e di attesa di Couve. Parlo delle due modificazioni: caducità delle convenzioni in forza della dichiarazione di guerra e termine entro il quale si potrà stabilire la nuova convenzione. Couve obietta alla prima che si tratta di una costante norma del diritto internazionale. Io insisto. Egli replica che l’emendamento a Parigi verrebbe male accolto; anzi che non si sentirebbe di proporlo, a scanso di una rottura. Concludo trattarsi di uno scrupolo giuridico e cautelare per non danneggiarci in confronto a terzi e dimostro l’identità sostanziale della formula nostra. Risponde che la formula francese deve considerarsi definitiva. Replico che il nostro emendamento era una proposta ma non una condizione. Circa la seconda modifica (termine) il dibattito è lungo e serrato. Couve sostiene che la formula francese corrisponde alla situazione giuridica (senza tuttavia riferirsi esplicitamente alla situazione armistiziale). Rispondo: «perché dobbiamo noi legarci a decisioni di terzi? Domandiamo solo che quando avremo fatto l’accordo, possiamo anche praticarlo». Spiego esservi anche una ragione psicologica: lasciare cioè la speranza agl’italiani, rimasti senza protezione, che si possa presto sostituire al vecchio un nuovo status, sia pure in base ai principi generali del diritto internazionale. Insisto replicatamente su tale argomento. Couve resiste, ma a poco a poco, cede (mi richiamo anche al parere del conte Sforza , della cui tendenza i francesi non possono dubitare) e dichiara che la cosa gli pare accettabile, purché si lasci cadere l’ultimo periodo (appello all’equità francese). È vero voi dovete fare un atto di fede, fatelo intiero! Dopo alcune spiegazioni lo lascio cadere, dicendo che lo stesso pensiero è espresso nella lettera di Bonomi. A proposito di questa nuova discussione, Couve ritiene necessario che si ometta l’elencazione delle misure eccezionali contro i tunisini e infine ci accordiamo per sostituirvi una formula generica. Si conviene che l’indomani avrei fissati i risultati della conversazione e glieli avrei comunicati nel senso che siamo disposti ad accettare il testo francese, salvo il termine: su che il Couve si manifestò d’accordo e disposto a comunicare a Parigi. Oggi, 1, Prunas porta a Couve il nostro riassunto. P.S. Couve fu cortese, espresse molte volte comprensione per la nostra situazione difficile, ma nella sostanza freddamente inesorabile. Gli parlai degli espulsi, internati. Rispose trattarsi di fascisti. Comunque, se non si concludesse, la loro sorte sarebbe peggiore.
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Come le dissi ieri, il governo italiano aveva stabilito di proporre al suo governo un progetto di scambio di note che, pur non differendo sostanzialmente da quello francese, conteneva peraltro alcuni mutamenti formali e una breve aggiunta. Come ella ricorda il testo della lettera italiana avrebbe dovuto essere il seguente: «Je vous serais reconnaissant de bien vouloir porter à la connaissance du gouvernement français la communication suivante: “Le gouvernement italien a pris acte de l’ordonnance du gouvernement provisoire de la République française en date du 22 juin 1944, rélative aux trois conventions du 28 septembre 1896 concernant le régime des ressortissants italiens établis en Tunisie. Le gouvernement italien considérant que ces conventions ont cessé d’exister de sorte qu’aucun texte conventionnel ne détermine désormais le régime des italiens dans la Régence, souhaiterait que le gouvernement français se montrât disposé à négocier une nouvelle convention d’établissement basée sur les principes généraux du droit international en vue de définir les conditions de séjour et de travail des ressortissants italiens en Tunisie. Le gouvernement italien ne doute pas que le gouvernement français, dans un esprit de compréhension et d’équité, voudra bien prendre dès maintenant les mesures propres à normaliser la situation des italiens dans la Régence jusqu’à l’entrée en vigueur de la nouvelle convention”». E il testo della risposta francese avrebbe dovuto essere concepito nei seguenti termini: «A la date du … vous avez bien voulu me prier de porter à la connaissance de mon gouvernement la communication suivante: “Le gouvernement italien a pris acte de l’ordonnance du gouvernement provisoire de la République française en date du 22 juin 1944, rélative aux trois Conventions du 28 septembre 1896 concernant le régime des ressortissants italiens établis en Tunisie. Le gouvernement italien considérant que ces conventions ont cessé d’exister, de sorte qu’aucun texte conventionnel ne détermine désormais le régime des italiens dans la Régence, souhaiterait que le gouvernement français se montrât disposé a négocier une nouvelle convention d’établissement basée sur les principes généraux du droit international en vue de définir les conditions de séjour et de travail des ressortissants italiens en Tunisie. Le gouvernement italien ne doute pas que le gouvernement français, dans un esprit de compréhension et d’équité, voudra bien prendre dès maintenant les mesures propres à normaliser la situation des italiens dans la Régence jusqu’à l’entrée en vigueur de la nouvelle convention”. D’ordre de mon gouvernement, j’ai l’honneur d’accuser réception de cette communication. Le gouvernement français a pris note du désir exprimé par le gouvernement italien et est disposé à procéder avec les autorités italiennes qui seront désignées, à des négociations en vue de définir, sur la base des principes généraux du droit international, les conditions de séjour et de travail des ressortissants italiens en Tunisie. La nouvelle convention entrera en vigueur à la date qui sera fixée d’un commun accord entre les deux gouvernements. Le gouvernement français, dans un esprit de compréhension et d’équité, prendra dès maintenant les mesures propres à normaliser la situation des italiens dans la Régence jusqu’à l’entrée in vigueur de ladite convention». Le spiegai ieri le ragioni che ci avevano indotto ad approvare tali modificazioni, ragioni che brevemente riassumo: a) nel progetto francese si afferma che le Convenzioni del 1896 «ont été rendues caduques par la déclaration de guerre de l’Italie à la France du 10 juin 1940». Com’ella sa, è molto controverso in diritto internazionale stabilire esattamente quali siano le conseguenze dello stato di guerra nei riguardi delle convenzioni ed in particolare di quelle aventi per oggetto materie di diritto privato o concernenti comunque interessi privati. Pareva dunque a noi che, approvando quel testo, l’Italia verrebbe ad ammettere ufficialmente che lo stato di guerra annulla tutte le convenzioni, creando così un precedente pericoloso che potrebbe essere invocato ai nostri danni da molti Stati coi quali l’Italia si è trovata in guerra. Avremmo voluto in conseguenza evitare troppo esplicite affermazioni pur accettando espressamente e senza riserve la decadenza delle Convenzioni tunisine. b) Nel progetto francese si afferma che «l’accord qui interviendrait ne saurait être qu’après conclusion des traités mettant fin aux hostilités». Osservavamo da parte nostra che, data la complessità dei problemi da risolvere, è tuttora estremamente incerto se la guerra attuale possa concludersi attraverso trattati di pace veri e propri, o piuttosto, attraverso una serie di atti di forma e sostanza diversi. Il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace potrebbe cioè evolversi attraverso nuove formule, oggi non prevedibili, ma comunque differenti dagli schemi tradizionali. La formula «le nouvel accord entrera en vigueur à la date qui sera fixée d’un commun accord entre les deux gouvernements» su cui noi insistiamo, ha anche il valore psicologico di lasciare la speranza che il nuovo accordo possa concludersi più rapidamente, senza con ciò menomare come che sia la piena libertà di decisione del governo francese. c) Nel progetto italiano si faceva infine menzione delle misure atte a normalizzare la situazione degli italiani della Reggenza fino all’entrata in vigore del nuovo accordo. Dopo la nostra conversazione di ieri e dopo nuova consultazione sia con il presidente del Consiglio sia con i ministri interessati, mi affretto ad informarla che, per dare un’ulteriore prova della nostra buona volontà e della nostra assoluta lealtà, il governo italiano, aderendo alle pressanti richieste da lei fattemi, è disposto ora a procedere senz’altro alla firma dei testi proposti da parte francese e a non insistere cioè ulteriormente sulle modificazioni ed aggiunte da me ieri prospettatele, salvo, come d’intesa, su quella di cui al punto b), relativa alla fissazione di comune accordo della data di entrata in vigore della nuova convenzione. Le sarò comunque molto grato se, nell’informare il suo governo della nostra decisione ella vorrà anche porlo cortesemente al corrente, sia pure soltanto a titolo informativo od indicativo, del carattere e della sostanza delle nostre primitive proposte, quali ebbi ieri occasione di illustrarle, e, soprattutto, di quella relativa alla rapida e progressiva normalizzazione della situazione degli italiani della Reggenza. Tengo a confermarle ancora una volta che tale nostra proposta mirava esclusivamente a facilitare il nostro compito – che non è davvero facile – nei confronti dell’opinione pubblica italiana, e, in pari tempo, a sottolineare in modo specialissimo la necessità di evitare in tutti i modi che fermenti di inquietudine e di malcontento possano per avventura ulteriormente turbare quell’atmosfera fra i nostri due Paesi che la nostra decisione in merito agli italiani di Tunisi ha appunto lo scopo di avviare verso un deciso chiarimento. Il presidente Bonomi si propone nel prossimi giorni di far pervenire in proposito una lettera personale al generale de Gaulle ma è bene – io credo – che il governo francese sappia subito che, accettando senza alcuna riserva la cancellazione delle vecchie convenzioni del 1896, che hanno retto per mezzo secolo il regime degli italiani di Tunisi, il governo italiano ha inteso e voluto, come del resto con le sue precedenti, solenni dichiarazioni nei confronti della Francia, liquidare un recente passato che il popolo italiano vivamente deplora; sgombrare senza esitazione il terreno della sola seria controversia che avrebbe potuto dividerci; creare fra i nostri due Paesi una situazione nuova, preparando la strada a quella feconda collaborazione italo-francese, che è condizione fondamentale nostra rinascita e fondamentale interesse nostro ed europeo .
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Nell’assumere la direzione della politica estera italiana, desidero dirle che l’Italia intera assiste con ammirazione alla rinascita della Francia e al suo rapido ricupero di quel rango di grande potenza che è garanzia di stabilità e di ordine in Europa e nel mondo. Tengo anche in modo particolare ad assicurarle la mia profonda fiducia nell’avvenire dei rapporti italo-francesi. Sono certo che potremo con buona volontà superare ogni possibile ragione di contrasto e di avviare i nostri due paesi verso una collaborazione reciprocamente feconda nell’interesse comune e nella pacificazione europea. E sono particolarmente lieto che questo grande compito di riavvicinamento possa essere facilitato dalla comune concezione di ideali e di vita con chi dirige oggi la politica estera francese. Voglia, Signor Ministro, accogliere i miei cordiali voti augurali.
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La prego far sapere al primo ministro che suo grande discorso ai Comuni e parole da lui rivolte al nostro indirizzo sono state accolte da governo e da tutta opinione pubblica italiana con viva soddisfazione e cordiale compiacimento. Ci ha sopratutto toccato aperto e leale riconoscimento del contributo di sangue e di opere dato dalle nostre formazioni regolari e partigiane alla lotta comune e assicurazione che Italia democratica ritroverà il posto che le compete e che non può esserle tolto senza grave pregiudizio nostro e di tutti. Sottolinei in modo particolare che tutto ciò che può essere concretamente fatto per ridare al popolo italiano il senso della sua dignità nazionale ed internazionale e al governo quel prestigio e quell’autorità che gli sono necessari per affrontare il travagliato periodo presente non potrà in definitiva che giovare a quello stesso ordine europeo di cui Churchill è più autorevole assertore e cui intendiamo collaborare con la più convinta lealtà. E in questo senso – e ne siamo riconoscenti e grati – interpretiamo parole pronunciate dal primo ministro nei nostri confronti .
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Questo incaricato d’affari di Spagna ha oggi vivacemente protestato per telegramma inviato da S.E. Togliatti a Negrin , in seguito recente fucilazione sedici comunisti avvenuta costà. Telegramma è stato pubblicato oggi dal giornale «Unità» . È stato risposto a predetto incaricato d’affari che Palmiro Togliatti è il capo del partito comunista italiano e che il telegramma è stato diretto a questo titolo e in questa veste. Che S.E. Togliatti sia anche vice presidente del Consiglio è, in questa circostanza, irrilevante non avendo egli parlato come tale, né, dunque, a nome del governo. L’atteggiamento dei comunisti nei confronti del regime spagnolo è del resto arcinoto da anni, né può essere modificato. L’incaricato d’affari ha preso atto, aggiungendo essere suo timore che notizia susciti vivaci reazioni in Spagna, ove proprio in questi giorni V.E. è stato invece accolto con ogni deferenza e cortesia e violenza stampa italiana possa condurre eventuali, gravi complicazioni. Quanto precede per conoscenza e norma di linguaggio dell’E.V.
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È apparso giorni fa sui giornali un comunicato diramato a Roma e a Belgrado circa un incontro fra il maresciallo Alexander e il maresciallo Tito, ove, fra l’altro, sarebbero stati presi accordi di carattere amministrativo per l’eventuale incontro fra i due eserciti. Lei sa quanto e come vivo sia il nostro interesse al riguardo. Lei ricorda altresì la comunicazione a suo tempo fattaci dagli Alleati circa l’occupazione delle regioni di frontiera da parte delle truppe anglo-americane. Ogni ulteriore precisione e conferma che ella potesse darci in proposito costituirebbe per il governo italiano un elemento di valutazione di molta importanza, anche perché qualunque misura e provvedimento che riguardi il territorio nazionale non può non incidere profondamente sulla situazione interna di tutto il paese. Molto grato di quanto ella potrà farmi sapere al riguardo…
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Suo 07 . A proposito delle voci cui ella fa cenno e che continuano circolare anche qui, la prego far presente a codesto Dipartimento di Stato che una qualunque forma di occupazione francese in una qualunque zona territorio italiano del nord è decisamente e nettamente da sconsigliare. Nostro fermo proposito è pacificare e normalizzare nostri rapporti con la Francia. Compito che riteniamo essenziale per noi e per l’Europa. Primi decisi passi in questo senso sono stati già compiuti attraverso soluzione questione tunisina che, come ella sa, non è stato lieve sacrificio e ripresa rapporti diplomatico-consolari. Questa nuova atmosfera che va creandosi fra i due paesi minaccerebbe tuttavia di rapidamente intorbidarsi se operazioni militari fossero condotte dai francesi in Italia e fossero da parte loro disposte conseguenti occupazioni di territorio. Questione è stata già da noi fatta presente organi alleati a Roma ma sarà bene che ella vi insista anche costì e con la maggiore decisione. Nostri intendimenti sono ispirati – ripeto – esclusivamente dal proposito di non creare fra noi e i francesi ulteriori ostacoli e contrasti gravi, e non da sterili ragioni di astio o di prestigio, che non esistono.
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Sono grato a V.E. delle informazioni contenute suo telegramma per corriere n. 05 dell’8 corrente . Non abbiamo speciali notizie su incontro Alexander-Tito e su decisioni presevi. Ci sono peraltro giunte voci secondo le quali questione occupazione militare Venezia Giulia verrebbe riesaminata costì presso Combined Chiefs of Staff , per eventuale modificazione del noto impegno comunicatoci da Commissione Alleata secondo il quale occupazione quelle province dovrebbe essere effettuata con truppe anglo-americane come il resto d’Italia. Queste notizie hanno destato vivo allarme, come V.E. si rende agevolmente conto, anche in vista nostro fermo desiderio instaurare con Jugoslavia politica amichevole e fiduciosa collaborazione. Non è meno certo che situazione interna italiana risentirebbe profondamente, in delicato momento liberazione nord, di iniziative del genere. Prego V.E. voler intrattenere subito in questo senso codesto Dipartimento Stato, attirando sua attenzione su importanza che annettiamo alla questione e sui possibili riflessi che potrebbe avere. Confidiamo che il governo statunitense non mancherà di intervenire eventualmente anche presso i Combined Chiefs of Staff per far presente sia gli aspetti politici della questione sia il fatto che in proposito ci sono già state date, e ripetutamente, precise assicurazioni che siamo certi ci verranno anche questa volta confermate. Telegrafi .
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Ti ringrazio per la tua lettera del 7 corrente e per le buone notizie che mi dai circa l’inizio della tua missione. Vedo con piacere che, appena arrivato, hai potuto prendere molti contatti e porre subito le basi del tuo lavoro. Sono pienamente d’accordo con te circa la necessità di frenare le varie manifestazioni e iniziative le quali, se disordinate ed eccessive, possono essere controproducenti. Questo del resto si applica anche alla stampa americana le cui montature non possono che creare illusioni, alle quali si oppone qui un’incredulità sempre crescente. Ho esaminato, con attenzione la relazione Quintieri-Mattioli. Evidentemente c’è stato un involontario sfasamento tra la linea seguita qui dal Comitato interministeriale per la ricostruzione e quella della missione a Washington . Comunque credo che alla fine tutto confluirà per il meglio; ma bisogna ricercare una maggiore unità e convergenza di metodi. Non ho avuto ancora la possibilità di vedere separatamente Quintieri e Mattioli ; appena lo avrò fatto ti scriverò le mie impressioni. Ti mando l’accluso ritaglio de l’Unità. È l’eco di una lettera confidenziale diretta al presidente ed a me da Togliatti il quale trova che le tue manifestazioni nella stampa americana appaiono troppo frequenti e non intonate. Ho risposto che allo stato degli atti non mi è possibile sapere quanto appartenga a te e quanto allo stile della stampa americana; che ad ogni modo ti avrei informato della sua impressione. Mi dispiace che questa mia assicurazione non abbia evitato poi il trafiletto del giornale. P.S. Spero non ti dispiacerai per questo incidente, che rimane confidenziale e non può turbare il tuo lavoro. Oggi ho visto Flynn , al quale ho raccomandato di attirare l’attenzione del presidente su due cose: San Francisco, e, più importante ancora, l’occupazione militare dell’«area» di Trieste. Ogni soluzione diversa da quella finora promessa, potrebbe pregiudicare l’ambita ricerca di una formula equitativa fra noi e la Jugoslavia. Dal complesso delle notizie mi pare di dover dedurre che per San Francisco le speranze sono scarse; ma Trieste può diventare un guaio grosso. Di questo e del tuo interessante colloquio col presidente in una prossima nostra ; accogli frattanto i miei ringraziamenti per le tue solerti premure.
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Scoppio di una bomba – che non ha del resto provocato perdite di vite umane e soltanto trascurabili danni – nei pressi della sede di una missione partigiani jugoslavi a Roma, ha dato luogo a Belgrado a violenta campagna antitaliana. Dall’inchiesta immediatamente effettuata nostre autorità, è risultato che la bomba è scoppiata nel giardino di un istituto cattolico adiacente predetta sede. Ed è dunque persino dubbio quale effettivamente fosse il bersaglio. Avvenimento estremamente deplorevole è ad ogni modo di limitatissima portata e significato è tale da non giustificare violenze verbali e scritte d’oltre frontiera. Comunque, se responsabilità italiane saranno, nel corso dell’inchiesta, accertate, esse verranno severissimamente represse. Ella sa come vivo e profondo sia il nostro desiderio d’intesa con la Jugoslavia. Desiderio che, a nostro avviso, dovrebbe concretarsi in una normalizzazione preventiva dei rapporti diplomatici fra i due paesi, ciò che darebbe alle due parti il mezzo praticamente migliore per stabilire quel diretto contatto che oggi, e non per fatto italiano, manca, con tutte le conseguenze connesse. La prego di parlare in questo senso col suo collega jugoslavo, prendendo occasione dall’incidente odierno che ella vorrà porre nella sua giusta luce e rilievo. V.E. potrà aggiungere che i nostri tentativi per stabilire un qualche contatto con Tito non hanno avuto sinora successo (invio di una missione militare, di una delegazione della Croce rossa italiana ecc.) e che il rappresentante jugoslavo presso il Comitato consultivo per l’Italia qui residente (Smodlaka figlio) pare piuttosto evitare le occasioni di contatto che sollecitarle. Sottolinei in modo molto amichevole che occorre, a nostro avviso, porre le relazioni italo-jugoslave, con un reciproco sforzo di buona volontà, su un piano più alto di quello delle quotidiane polemiche stampa e degli incidenti casuali e agire in conseguenza. Di quanto precede ella vorrà informare anche il governo sovietico, cui saremmo molto e vivamente riconoscenti se volesse svolgere quell’azione che riterrà possibile e opportuna per agevolare i nostri propositi, che sono di pacificazione e d’intesa. In questo senso intrattengo anche da parte mia questo ambasciatore sovietico.
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Ritengo opportuno informarti che in un colloquio avuto stamane con S.E. l’ambasciatore Kirk, questi ha manifestato il suo vivo interessamento per i problemi del nord, accentuando che, a suo parere, quello che sovratutto importava era che Alleati e governo fossero impegnati a mantenere l’ordine e a provvedere ai bisogni più urgenti della popolazione. Le controversie politiche dovrebbero seguire in un secondo tempo. Parlo, egli aggiunse, come amico dell’Italia, perché io so che se in America si avesse l’impressione che si svolgono o si preparano conflitti, che la stabilità dell’ordine sia in pericolo, che aspri dissensi di carattere politico dividano così la nazione, da mettere in dubbio la sua maturità democratica, l’Italia perderebbe nell’opinione pubblica americana tutta quella considerazione che ha guadagnato dall’armistizio in qua e sotto il presente governo. Avendo egli qui accennato alla convenienza di dare un’impressione di forza e di autodisciplina, la quale s’incarna nel nostro popolo in armi e combattente, io ribadii che la disposizione delle forze militari dipende dal Comando alleato e che, se ero bene informato, il ministro della Guerra incontrava difficoltà anche nella stessa Roma. Replicò che egli non s’era mai incontrato in una proposta precisamente formulata dal governo italiano – e che se ne avesse avuto notizia, egli sarebbe andato apposta al Gran Quartier Generale per appoggiarla con tutte le sue forze. Ricordò poi confidenzialmente che anche il defunto Roosevelt s’interessava dell’Italia sopra tutto per la sua forza lavoratrice, di cui negli Stati Uniti aveva sotto gli occhi una magnifica prova e che l’America appunto era a vantaggio del popolo italiano lavoratore, che s’interessava dell’ordinato suo sviluppo.
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Attiro la sua attenzione sulle dichiarazioni da me fatte ieri in Consiglio dei ministri sui rapporti italo-jugoslavi, di cui all’odierno telegramma stampa . Il punto di vista italiano in materia vi è chiaramente e pubblicamente esposto. Il governo italiano ritiene che le relazioni fra i due paesi debbano essere poste su un piano più alto delle quotidiane polemiche e dei casuali incidenti. Ed ella sa dal mio telegramma del 12 corr. (per Londra n. 106, per Washington n. 44, per Mosca n. 113) che una concreta, preliminare iniziativa in proposito è in corso . Il governo italiano è d’avviso che le questioni controverse fra i due paesi non possono essere pregiudicate in nessun caso da elementi o situazioni contingenti, ma dovranno essere invece affrontate quando le passioni di guerra saranno spente e i due governi avranno dietro di sé l’autorità e il peso che soltanto può loro derivare dalla liberazione di tutto il territorio nazionale e dalla volontà liberamente espressa dal popolo, in conformità ai diritti e agli interessi della nazione. Ella vedrà altresì che il nostro desiderio d’intesa con la Jugoslavia è ripetutamente ed esplicitamente sottolineato. Attiri, la prego, l’attenzione di codesto governo su tali dichiarazioni, ch’ella vorrà illustrare, soprattutto insistendo sulla necessità di precludere ogni possibilità di soluzioni affrettate, unilaterali e violente e sulla conseguente convenienza di lasciare che il tempo e gli avvenimenti maturino. È superfluo dica a lei che una delle direttive fondamentali della nostra politica interna ed estera è quella di soffocare e spegnere ogni estremismo nazionalistico che ha condotto noi alla rovina e l’Europa ai margini del collasso. Ed è questa, a nostro avviso, una direttiva che deve, se veramente si vuole evitare il riaccendersi di pericolosi focolai di infezione, generalizzarsi e diventare europea.
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Ho illustrato ieri Consiglio dei ministri l’azione svolta ministero Esteri, in pieno accordo con ministero Guerra e l’Alto Commissariato per i prigionieri di guerra in favore nostri in prigionia. Trasmetterò codesta ambasciata per corriere riassunto mia esposizione. Il Consiglio dei ministri ha, su mia proposta, espresso voto che sia reso possibile governo italiano recare direttamente ed al più presto assistenza nostri deportati ed internati in Germania e facilitarne il ritorno in patria, tenendo presente che loro stato di detenzione e dure privazioni sofferte sono dovute rifiuto da essi opposto, nell’interesse nostro e delle Nazioni Unite, a prestare qualsiasi forma di collaborazione comune nemico. Consiglio dei ministri mi ha dato altresì mandato rendermi nuovamente interprete presso governi alleati richiesta governo italiano che nostri prigionieri di guerra nei Paesi alleati siano liberati status prigionieri e restituiti dignità loro condizione militari italiani, esigenza che è vivamente sentita da tutta nazione e che corrisponde nostra posizione cobelligeranti e benemerenze da essi acquistate con loro attività direttamente ed indirettamente intesa potenziare lo sforzo bellico. Ella voglia portare, la prego, tali voti a conoscenza di codesto governo. È superfluo io dica come e con quali argomenti illustrarli. V.E. sa come viva sia nel popolo italiano ansia per suoi internati, militari e civili, che superano nella sola Germania il milione e come profondo è il nostro desiderio portare loro ogni possibile assistenza. Ella sa d’altra parte come penosa e umiliante sia ormai diventata condizione nostri soldati in mani alleate, tuttora qualificati come prigionieri nonostante l’anno e mezzo di cobelligeranza e di sacrificio, giunti ormai come siamo vigilia del crollo tedesco cessazione ostilità in Europa. Ci rendiamo perfettamente conto enormi difficoltà che problema dei prigionieri in Germania rappresenta per tutti e siamo molto riconoscenti di quanto Alleati già fanno in proposito. Ma spieghi che anche noi vorremmo contribuire più di quel che oggi non ci sia consentito, con misure pratiche, col nostro intervento diretto e nella piena misura delle nostre possibilità a risolvere problema che ci tocca così da vicino e così profondamente. Telegrafato Parigi, Washington, Londra, Mosca.
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Su mia proposta, il Consiglio dei ministri ha oggi approvato all’unanimità la seguente solenne dichiarazione che V.E. vorrà far pervenire d’urgenza alla presidenza della Conferenza con preghiera di cortese consegna a tutte le delegazioni presenti. La prego chiedere alla presidenza stessa che di tale dichiarazione sia possibilmente data lettura durante una riunione plenaria. Ella vorrà curarne consegna anche a codesto governo: «Nel giorno in cui si inizia la riunione di San Francisco, il Consiglio dei ministri sente il dovere di esprimere pubblicamente il profondo senso di delusione del popolo italiano per l’esclusione dell’Italia democratica da una conferenza destinata a porre le basi della pacifica convivenza fra le Nazioni. Il Consiglio dei ministri ricorda con commozione le parole pronunciate nel giugno 1944 dal grande presidente Roosevelt: “Noi vogliamo l’aiuto dell’Italia e contiamo sull’aiuto dell’Italia nell’opera di costruzione di una pace durevole”. Questo aiuto l’Italia ha dato e dà in guerra da diciotto mesi, nella misura che le fu concessa e con tutti i mezzi a sua disposizione, ed è pronta a darlo anche in avvenire, ovunque la causa della democrazia ha ancora da vincere le sue battaglie. La sua flotta, la sua aviazione, le sue formazioni regolari e partigiane hanno contribuito alla vittoria e il suo popolo, nonostante le enormi distruzioni ed il duro armistizio, tuttora vivo ed operante, si va ordinando secondo libertà e democrazia. Questo aiuto l’Italia è pronta a dare anche in pace per quell’opera di ricostruzione cui il presidente Roosevelt la chiamava. In nome di questo aiuto dato ed offerto, in nome della sua civiltà millenaria, in nome dei principi morali che le Nazioni Unite hanno inscritto sulle loro bandiere, l’Italia democratica di fronte a tutte le Nazioni Unite, alle gran di come alle minori, tra le quali tante le sono così prossime di cultura e di sangue, rivendica il diritto e riafferma la sua volontà di partecipare all’operadi ricostruzione del mondo, le cui prime fondamenta si pongono oggi a San Francisco».
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Il Consiglio dei ministri, nella riunione del 20 corrente mi ha dato incarico di esprimere ai governi alleati il voto che sia reso possibile al governo italiano di recare direttamente e al più presto assistenza ai nostri deportati e internati in Germania e facilitarne il ritorno in patria, tenendo presente che il loro stato di detenzione e le dure privazioni sofferte sono dovuti al rifiuto da essi opposto, nell’interesse dell’Italia e delle Nazioni Unite, a prestare qualsiasi forma di collaborazione al comune nemico. Conformemente alla decisione di cui sopra ho già provveduto ad impartire istruzioni agli ambasciatori italiani nelle capitali alleate perché intrattengano in tal senso i governi presso i quali sono accreditati. Il governo italiano considera che una partecipazione italiana all’assistenza e alla organizzazione del rimpatrio dei deportati in Germania potrebbe effettuarsi mediante l’invio nel Reich, presso le commissioni colà organizzate dell’U.N.R.R.A. , di rappresentanti di qualche ente italiano: per esempio di delegati della Croce Rossa italiana. Questi delegati avrebbero il compito di coadiuvare le commissioni dell’U.N.R.R.A. per tutto quanto si riferisce agli italiani. Ciò presuppone naturalmente che l’U.N.R.R.A. sia autorizzata ad interessarsi in Germania dei deportati italiani oltre che di quelli appartenenti alle Nazioni Unite. Come ella sa, una domanda in tal senso le è stata diretta, alcun tempo fa, da S.E. il ministro Soleri , e una domanda analoga è stata diretta da S.E. Zaniboni al sig. Lehman a Washington. La questione è ora in esame presso il comitato centrale dell’U.N.R.R.A. e io le sarei molto grato qualora ella, con la sua cortesia e comprensione per le cose italiane, volesse amichevolmente appoggiarla. Al riguardo la informo che, da una comunicazione direttami in data 1 marzo 1945 dal signor Kirk, e di cui le allego copia, risulta che, da parte degli Alleati, tutti gli italiani, ex militari o civili, deportati in Germania dai tedeschi, verrebbero considerati come displaced persons , il che dovrebbe facilitare una decisione favorevole alla richiesta da noi avanzata in quanto è appunto nella competenza dell’U.N.R.R.A. di occuparsi delle displaced persons. Nella fiducia che ella, caro sig. Keeny , vorrà interessare il Comitato Centrale dell’U.N.R.R.A. nel senso suggeritole dal governo italiano e favorevolmente appoggiarla.
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Generale insurrezione Alta Italia che ha determinato crollo potenza militare tedesca sul nostro fronte, dimostra in modo incontrovertibile quale effettivamente sia animo degli italiani, quale contributo essi effettivamente danno alla vittoria comune, che cosa avrebbero potuto fare anche nell’Italia liberata sol che si fosse voluto e permesso. Determinazione con la quale capi fascisti sono liquidati documenta d’altra parte come profonda sia avversione al regime scomparso e come sincera sia nostra volontà rinnovamento democratico. Poiché codesto governo si è con V.E. in varie occasioni fatto interprete di un qualche scetticismo al riguardo, ella voglia, la prego, insistere in modo particolarissimo su questi punti che dovrebbero, io credo, condurre ad una ben altra e più adeguata valutazione della effettiva situazione italiana.
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Con sua nota n. 4001/EC del 18 aprile ella ha chiesto a S.E. il presidente del Consiglio un sommario di tutti i negoziati conclusi o in pendenza con gli altri governi, in conformità al promemoria Macmillan del 24 febbraio . Riassumo brevemente la situazione. Tutte le discussioni di carattere economico passano attraverso la sottocommissione competente dell’A.C., la quale è per conseguenza perfettamente informata al riguardo. In materia politica il solo negoziato condotto a termine è quello con la Francia, relativo alla ripresa dei rapporti diretti e al regime degli italiani in Tunisia . Comunicati ufficiali in proposito sono stati, a suo tempo, pubblicati da tutta la stampa. Sondaggi sono in corso per la ripresa delle relazioni con la Jugoslavia e conversazioni per l’assistenza degli internati italiani in Polonia e in Albania. Le ricordo, ad ogni buon fine, che gli Alleati posseggono, com’ella sa, i nostri cifrari e che sono in conseguenza perfettamente al corrente di tutte le iniziative predette.
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Approvo quanto ella ha detto a Masaryk (suo rapporto del 12 aprile) . Converrà ella approfondisca l’accenno fattole circa «Trieste in mani italiane e porto libero, è anche un interesse cecoslovacco». Occorre cioè in primo luogo cercare di creare fra noi e la Cecoslovacchia un terreno – e al più presto meglio – di interesse comune a proposito di Trieste in particolare, della frontiera orientale in generale. E, in secondo luogo, cercare che di codesto comune interesse Praga si voglia rendere interprete presso il governo sovietico . Prenda, la prego, visione dei telegrammi recenti trasmessi alla R. ambasciata a Londra, in merito al nostro generale atteggiamento sulla Jugoslavia. Ella vi troverà i dati e gli elementi che le permetteranno di inquadrare la questione così come noi la vediamo. Insista anche su questo tasto: che cioè gli slavi del sud debbono essere un ponte e non costituire una frattura fra la nuova Italia democratica e la grande famiglia slava, con la quale intendiamo vivere in pace e stabilire vincoli e relazioni di feconda collaborazione. Tutto ciò presume naturalmente in primo luogo una visione realistica che appunto è la nostra, del fattore sovietico – militare, politico, economico – e della sua portata e importanza nella nuova Europa in gestazione. Per il resto ella coltivi i rapporti col governo cecoslovacco e cerchi in ogni modo di stabilire con esso rapporti della maggiore cordialità ed amicizia.
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(Solo per Mosca e Parigi) Ho telegrafato alle RR. ambasciate a Londra e Washington quanto segue: (Per tutti) Nello stesso momento in cui tutta l’Italia settentrionale eroicamente assecondando eserciti anglo-americani, insorge vittoriosamente contro i tedeschi, ingresso truppe jugoslave oltre frontiera orientale e a Trieste non è giustificato né da ragioni militari, né politiche, né morali. Prego farsi interprete d’urgenza presso codesto governo nostra vivissima ansia e nostra fiducia che governi alleati sappiano trovar modo portar rimedio a una situazione che potrebbe altrimenti condurre a conseguenze gravissime mediate ed immediate. Nostro punto di vista resta fermo sulla necessità che questioni controverse fra Italia e Jugoslavia siano rimandate a tempi più propizi per le ragioni che le sono note e che, nel frattempo, amministrazione zone frontiera orientale resti esclusivamente affidata ad anglo-americani che solo possono dare affidamento obiettività, ponderazione, giustizia. In questo senso presidente Bonomi ed io abbiamo oggi intrattenuto queste autorità alleate. (Solo per Mosca)Ogni parallela azione sia pure illustrativa e persuasiva che V.E. potrà svolgere presso governo sovietico potrà essere di estrema utilità.
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Hitler non amava gli italiani. A Braunau e a Vienna aveva imparato a disistimarli e a odiarli alla scuola del movimento razzista e anticattolico «los von Rom und Juda» (via da Roma e Israele). Nel periodo del Patto d’Acciaio , innanzi alla flotta italiana che Mussolini gli fece sfilare davanti parve ricredersi; ma il suo istinto diffidava. Nonostante gli inni reciproci all’identità delle due «rivoluzioni», nazista e fascista, egli indovinava e sentiva nella psicologia del popolo italiano due insuperabili resistenze: la tradizione romana del diritto e la concezione cristiana della morale sociale, come viene bandita da Roma. L’antitesi era profonda e al primo affacciarsi d’una occasione propizia doveva rivelarsi anche nel nostro atteggiamento in guerra.
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La notizia della resa ci riempie di gioia. Noi plaudiamo alle truppe alleate e ricordiamo con commozione i loro morti. Siamo orgogliosi che alla vittoria abbiano collaborato le nostre forze di terra, di mare e dell’aria e che alla liberazione del paese abbiano validamente contribuito i nostri volontari della libertà. La resa non riguarda i territori al di là dell’Isonzo; ma anch’essa non potrà tardare. Noi siamo col cuore coi nostri fratelli italiani della Venezia Giulia e speriamo certissimamente che la loro sorte non sarà decisa né pregiudicata, prima che il popolo italiano abbia potuto liberamente trovare colla rinnovata Jugoslavia la via delle pacifiche e democratiche intese.
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Carissimo, ho letto con pieno ed ammirato consenso il tuo colloquio con Harvey . Il tuo energico intervento chiarificatore avrà certo giovato assieme al resto. Il Messaggio di Ch.[urchill] impressiona e soddisfa. Ieri 3.5 è stata una giornata di catarsi dopo il travaglio di quindici giorni, nei quali disperavamo perfino di Trieste. Ieri, in argomento, come vedrai, nel Min, siamo riusciti a superare anche una pericolosa tensione fra com. e noi, con vantaggio del paese. Domani arriva il CLN dell’A.I. Sarà nuovo faticoso lavoro. Ma è così, qui bisogna logorarsi fino all’estremo. Dirò il resto alla contessa, se ne avrò il tempo. Qui fisso il mio ringraziamento cordiale per l’opera tua e il (reciproco) incoraggiamento. Ti abbraccio e insisti ora per la pace provvisoria. Ti manderò altre informaz.[ioni] appena posso. Interessantissimo il colloquio con Gusef . Anche Togl[iatti] deve aver avuto informaz.[ioni] che Tito non è del tutto coperto dalla Russia.
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(Solo per Washington, Londra, Parigi e Mosca) Seguito mio telegramma 2284/C del 1°corrente. (Per tutti) 3 maggio Consiglio dei ministri ha votato unanimità dichiarazione sulla quale attiro specialissima attenzione di tutti R.R. uffici all’estero. Dopo saluto alle truppe alleate vittoriose alle forze italiane agli eroici patrioti, Consiglio dei ministri esprime certezza che colleganza d’armi creerà fra Italia e Nazioni Unite vincolo che assumerà fra breve nome più proprio di quello di cobelligeranza. Prosegue quindi testualmente: «Nell’apprendere con viva soddisfazione che stamane truppe tedesche Trieste si sono arrese generale britannico Freyberg invia particolare saluto alla città indiscutibilmente italiana verso la quale in questi ultimi giorni guerra volgeva animo di tutta la Nazione e manda plauso riconoscente a truppe alleate e formazioni partigiani che hanno contribuito sua liberazione. Riafferma che ogni questione territoriale riguardante frontiera orientale deve rimanere impregiudicata fino alla pace e fino a che supremi organi costituzionali elettivi dei due popoli confinanti potranno decidere nel rispetto reciproco dei propri diritti e nello spirito del rinnovamento democratico dei rapporti internazionali. Chiede che amministrazione provvisoria della Venezia Giulia che si costituisce nel regime armistizio concluso fra Italia e Potenze alleate, sia tale da garantire neutralità e imparzialità e da assicurare libera cooperazione popolazione locale». Ella vedrà che nel riconfermare ancora una volta, per quel che riguarda la frontiera orientale, la nostra tesi di attesa, il Consiglio dei ministri prende netta ed esplicita posizione su Trieste «indiscutibilmente italiana». Ella vedrà altresì che sosteniamo necessità che amministrazione provvisoria militare della Venezia Giulia sia organizzata a termini dell’armistizio come per le altre regioni d’Italia. Agisca, la prego, in questo senso e su queste direttive. Tenga presente che Trieste è stata effettivamente occupata dagli alleati, che la resa dei 7 mila tedeschi che vi combattevano è avvenuta nelle mani del generale neozelandese Freyberg, che gli annunci e i proclami jugoslavi non rispondono in conseguenza alla reale situazione dei fatti .
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Ella ha certamente seguito sulla stampa le notizie ultime sulla Venezia Giulia in generale, su Trieste in particolare. In sostanza, il governo jugoslavo compie, ed estende a tutto il territorio sino all’Isonzo, atti di sovranità, di amministrazione e di occupazione. La popolazione italiana vive da settimane sotto un regime di terrore, che va progressivamente aggravandosi. Arresti, internamenti e sopraffazioni, sono quotidiani. Il presidente Bonomi ed io abbiamo ieri attirato ancora una volta la più seria attenzione degli ambasciatori d’Inghilterra, d’America e della Commissione alleata sulla situazione. Abbiamo protestato nel modo più energico contro il tentativo jugoslavo di risolvere unilateralmente con atti arbitrari e di forza questioni che i governi alleati si sono impegnati a lasciare impregiudicate sino alla conclusione della pace. Abbiamo chiesto che l’amministrazione della Venezia Giulia sia, entro i confini del 39, organizzata in modo conforme alla prassi seguita fin qui, a termini dell’armistizio, per tutto il territorio italiano e alle formali promesse, scritte e verbali, a suo tempo dateci. Abbiamo infine fatto le più ampie riserve su quanto possa eventualmente essere deciso senza la nostra partecipazione o consenso in contrasto di quei principi. Il capo della Commissione alleata si reca oggi a Caserta per esporre al maresciallo Alexander quanto precede ed ottenerne ogni possibile chiarimento ed assicurazione. Ci risulta altresì che il capo di Stato Maggiore del maresciallo è attualmente a Caserta per cercare di giungere ad accordi concreti con Tito. Prego V.E. di recarsi immediatamente al Dipartimento di Stato (Foreign Office), illustrare la situazione nei termini descritti, protestare per la violenza preordinata, arbitraria azione jugoslava, fare le più ampie ed esplicite riserve su eventuali decisioni in materia di assegnazione definitiva di territori sino a quando non intervengano vere e proprie trattative di pace e su eventuali accordi in materia di amministrazione che ledano i principi dell’ordinata convivenza fra le popolazioni. Ella voglia la prego aggiungere che ci rendiamo perfettamente conto della delicatezza della questione che incide sui rapporti stessi fra i grandi alleati, ma che non dubitiamo dell’appoggio e dell’assistenza che essi vorranno darci. Sottolinei che gli avvenimenti della Venezia Giulia incidono profondamente anche sulla situazione interna del paese; fiaccano i propositi di ordinato assestamento della sua vita democratica; deludono tutte le zone dell’opinione sulle effettive possibilità alleate di giungere a concrete soluzioni di equità e di giustizia .
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Con telegramma 146 le trasmetto il testo delle istruzioni che ho dato oggi agli ambasciatori a Londra e a Washington. Ella voglia, la prego, sulla base di quel telegramma, fare costà una esposizione obiettiva e pacata della situazione e del nostro atteggiamento. Avverta che non è nostro proposito sollecitare dal governo sovietico prese di posizione, ma soltanto amichevolmente informarlo affinché esso abbia a disposizione tutti gli elementi che valgano per una esatta valutazione e giudizio. È comunque chiaro che dopo la magnifica insurrezione delle nostre provincie settentrionali contro i tedeschi e la rapida liquidazione dei capi fascisti, la nuova Italia democratica ritiene di aver diritto ad essere almeno meglio compresa, soprattutto per quanto concerne la sua decisa avversione ad ogni politica nazionalistica e il suo parallelo desiderio di stabilire rapporti di amicizia ma veramente durevoli e consistenti e cioè non basati su colpi di mano e di forza, in primo luogo coi suoi vicini.
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Maresciallo Alexander, cui Capo Stato Maggiore è stato, come lei sa, in questi giorni a Belgrado, assicura che conversazioni intercorse in questa occasione con Tito, hanno avuto carattere soltanto e strettamente militare. Ha aggiunto che questione ormai ha superato la sua competenza ed è stata devoluta ai supremi organi politici rispettivamente a Londra e Washington. È dunque più che mai urgente e più che mai necessario che l’E.V. cerchi di condurre ogni possibile azione costì secondo le direttive che le sono ormai note e precisamente: 1 – evitare che si discuta circa l’assegnazione definitiva di zone che fanno parte del territorio nazionale e rinvio di ogni decisione al riguardo al momento delle trattative di pace; 2 – insistere sulla necessità che l’amministrazione provvisoria della Venezia Giulia sia, entro i confini del 1939, affidata a organismi come, a termini dell’armistizio, è avvenuto nelle altre regioni d’Italia, che diano piena ed effettiva garanzia di una ordinata convivenza delle popolazioni. Moltiplichi ogni suo possibile sforzo in questo senso. Aggiungo e la prego di darne notizia costì che la situazione si è localmente aggravata in questi ultimi giorni. Il regime di terrore si appesantisce. Quattromila persone sono scomparse da Gorizia 700 sarebbero state fucilate a Trieste. Partigiani jugoslavi, cui difficilmente si può attribuire il carattere di truppe organizzate, hanno varcato anche la linea dell’Isonzo. Le truppe anglo-americane assistono per ora passivamente. Ripeta che questione Venezia Giulia e avvenimenti in corso incidono profondamente sulla situazione interna italiana, che attraversa oggi una fase particolarmente delicata e la turbano e complicano in modo grave .
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In una intervista concessa al direttore della «United Press» in Italia, Murray, e riprodotta con grande rilievo dalla stampa americana, il Ministro degli Esteri italiano De Gasperi ha dichiarato che se Tito ignorerà gli ammonimenti del sottosegretario americano Grew e persisterà a mantenere l’occupazione di Trieste con la forza delle armi, l’inevitabile risultato sarà la creazione in Italia di un Governo nazionalista e reazionario. Il Ministro ha dichiarato che l’Italia insiste per un’amministrazione neutrale della città, da affidarsi alle stesse potenze con le quali l’Italia ha firmato l’armistizio, «perché firmando lo strumento di resa dell’Italia, Badoglio consegnò agli alleati l’intero territorio italiano, compresa l’Istria». Parlando di quello che egli ha definito come «il terrore jugoslavo a Trieste», De Gasperi ha detto che «gli attuali metodi degli jugoslavi per mantenere il controllo della città, imprigionando gli italiani o facendoli semplicemente sparire», renderanno «una vera farsa» qualsiasi eventuale futuro plebiscito nella città. «Oggi – ha aggiunto il Ministro – se Tito assumesse il controllo di Trieste, l’Italia non può far nulla. Ma domani il mondo sarà in pericolo. Se Tito persiste nella sua azione voi date all’Italia una ragione per fare qualcosa domani». A parte la soluzione plebiscitaria della questione, De Gasperi ha affermato che «l’Italia accetterà un pacifico e giusto compromesso raggiunto nella maniera giusta, e al tempo opportuno». De Gasperi si è astenuto dal precisare in che cosa consisterebbe tale pacifico compromesso.
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Sabato scorso Couve de Murville ha chiesto di vedermi. In forma molto cauta e lievemente perplessa ha accennato, senza precisare, all’eventualità che il governo francese avanzi richieste di rettifiche di frontiera. Ha particolarmente sottolineato che parlava a titolo personale e senza istruzioni. Gli ho risposto: 1 – Che è principio per noi fondamentale che le questioni territoriali debbono eventualmente essere discusse soltanto al momento della pace e non prima. È chiaro che aprire oggi una discussione con la Francia in proposito, significa pregiudicare gravemente quel principio. Egli era troppo al corrente di quel che avviene alla nostra frontiera orientale perché fosse da parte mia necessario sottolineare quale danno e quale pregiudizio una discussione siffatta potrebbe arrecarci; dunque da escludere che possiamo mutare atteggiamento. 2 – È questa la prima volta che ci si parla da parte francese di rivendicazioni territoriali. Salvo una qualche allusione al Fezzan fatta dallo stesso Couve al marchese Visconti Venosta mesi or sono, mai erano stati toccati argomenti siffatti. Avevamo anzi avuto esplicite assicurazioni da parte del generale de Gaulle che la Francia desiderava rispettare l’integrità territoriale italiana e vederla rispettata. 3 – Le conversazioni per Tunisi erano state da parte nostra, e riteniamo anche da parte francese, condotte e concluse in questo spirito e persuasione. E regime degli italiani nella Reggenza fu sempre qualificato come il solo serio ostacolo al riavvicinamento italo-francese, sparito il quale non restava che iniziare, sia pure senza impazienza, la grande opera di chiarimento fra i due Paesi. E sacrificio di posizioni importanti e del resto prefasciste fu da noi fatto onestamente e lealmente soltanto con questo animo. 4 – Non vi è dubbio che l’occupazione delle nostre regioni di frontiera, originata da esclusive ragioni di carattere militare, che avrebbe dunque dovuto esaurirsi con quelle e che invece continua e si complica di azione di propaganda e di amministrazione decisamente inimichevoli, suscita il più vivo e più giustificato allarme nell’opinione pubblica italiana. Ottima e urgente cosa sarebbe dunque se tale occupazione cessasse e le truppe rientrassero nei loro alloggiamenti di partenza. 5 – Eventuali rivendicazioni francesi, sia pure nella forma in cui si presentano di semplici rettifiche di frontiera per ragioni strategiche, susciteranno certamente il più vivo contrasto italiano. Tutti sanno che la frontiera occidentale è già strategicamente ottima da parte francese e che ulteriori eventuali acquisizioni anche modeste aprirebbero addirittura le nostre valli alla facile invasione all’Italia settentrionale. Alcuni aspetti particolari (ad esempio i territori di caccia ed eventuali scambi) potrebbero poi essere oggetto di pacata considerazione in altro momento. Affrontati ora, in piena psicosi di guerra, solleverebbero inquietudini che è necessario, invece, sopire. Scopo della visita di Couve era certamente quello di saggiare le nostre reazioni. Occorre che anche l’E.V. si attenga alla linea di condotta e di linguaggio suesposta. Naturalmente aprire oggi la questione ed in questi termini di occupazione ha anche una sostanza morale che male si inquadra con la necessità di porre le relazioni internazionali su un piano di ragionevole equità, che è poi reciprocamente il più utile. Ed allontana ed ostacola quel progressivo processo di riavvicinamento che riteniamo necessario ed indispensabile tra i nostri due Paesi e che da parte nostra facciamo del nostro meglio per agevolare ed affrettare con piena coscienza della difficoltà del compito, ma con altrettanta buona volontà e buona fede.
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Troverai nel telespresso annesso un’esposizione riassuntiva del nostro punto di vista circa la situazione fra Italia e Francia. Sono considerazioni giuridiche che hanno certamente il loro valore e peso, ma che, a mio avviso, debbono essere integrate sopra tutto sulla base di criteri e di motivazioni politiche, di ben altra portata e significato. Tralascio la circostanza che non vi è, credo, giurista il quale possa ragionevolmente conciliare la presunta esistenza di uno stato di guerra con la conclusione di accordi quali quello per il regime degli italiani di Tunisi e per la ripresa di relazioni dirette che hanno condotto alla tua presenza a Parigi e di Couve a Roma. La questione mi pare un’altra e precisamente questa: si vuole veramente giungere, fra noi e la Francia, ad una distensione e riavvicinamento? Se sì, è evidente che questo insistere su un presunto stato di guerra, non giova a nulla, o, meglio, a riportare il rapporto italo-francese su posizioni di partenza, che da parte nostra riteniamo di aver decisamente superato con l’accordo sulla Tunisia, con due anni di cobelligeranza, con l’insurrezione generale in alta Italia, con la totale distruzione del fascismo, ecc. Noi sappiamo d’altra parte perfettamente come le cose si sono svolte in materia di operazioni militari alla nostra frontiera occidentale. Il maresciallo Alexander ha chiesto al generale Eisenhower di dare ordini affinché azioni dimostrative fossero fatte dalle poche truppe francesi colà scaglionate, allo scopo di fissare sul posto le due divisioni tedesche attestate nella stessa zona. Le operazioni, di scarso o nessun rilievo, sono state effettuate; la resistenza tedesca è crollata per esclusivo effetto della spinta anglo-americana e della vittoriosa insurrezione italiana; ordini sono stati dati dallo stesso Eisenhower perché le truppe francesi rientrino a casa loro al più presto. Ora, a distanza di parecchie settimane, queste truppe non si muovono; provvedimenti di occupazione sono attuati su scala relativamente vasta; un’azione di propaganda è condotta con mezzi e in forma decisamente inimichevoli; revisioni di frontiera sono improvvisamente avanzate da più parti e a diversi titoli. L’opinione pubblica italiana si domanda che cosa tutto questo significhi e a che cosa conduca. E se per avventura non vi sia, da parte francese, il proposito malcelato di approfittare di una situazione per noi difficile e comunque di impotenza e di operazioni militari contingenti ed ormai concluse, per sollevare improvvisamente e inaspettatamente richieste che, comunque si qualifichino, sono territoriali e per sollevarle – quel che è peggio – in termini di occupazione militare, cioè di colpo di mano e di forza. Ora, io credo troppo nella necessità del riavvicinamento e della fiduciosa collaborazione fra Italia e Francia, perché mi sia lecito nascondere che questo atteggiamento francese rischia di ricreare fra i nostri due Paesi quell’atmosfera di sospetto e di diffidenza da cui è invece indispensabile farli uscire. Con telegramma a parte riceverai istruzioni sulla questione specifica dell’occupazione e rivendicazioni connesse. Qui vorrei soltanto insistere perché tu batta con codesto governo, a mio nome e con ogni tua forza di convinzione, soprattutto su questo chiodo: il riavvicinamento fra Italia e Francia è certamente uno dei cardini fondamentali della pacificazione e della ricostruzione europea in generale, della rinascita dei nostri due Paesi in particolare. È altrettanto necessario per noi come per la Francia. È dunque opera di estrema importanza, che va affrontata con larghezza di animo e di visione. Occorre per conseguenza che dalle due parti questo generoso proposito non sia isterilito da meschine beghe artificiosamente create da elementi subalterni. Occorre mantenersi umani ed europei, occorre, insomma, tenere gli occhi all’avvenire, piuttosto che all’increscioso e doloroso passato. So quanto il tuo compito sia complesso e difficile e lo seguo con ogni cordialità, molto contando sulla tua opera.
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L’ambasciatore Couve de Murville ha chiesto ieri di vedermi. Mi ha parlato, sempre in tono lievemente imbarazzato, della situazione creata dai francesi alla frontiera occidentale. Ho approfittato dell’occasione per esporgli ancora una volta, esplicitamente, il nostro pensiero soprattutto insistendo sui seguenti punti: 1) Il principio del rinvio di ogni questione territoriale alla pace, con assoluta esclusione di ogni tentativo di fatto compiuto e di sopraffazione, è fondamentale per noi, e, non vi è dubbio, per gli anglo-americani. Su tale principio si appoggia, tra l’altro, tutta l’azione intrapresa da noi e dagli alleati nella controversia ben altrimenti importante fra Italia e Jugoslavia. Non è dunque concepibile che si possa da parte nostra infirmare comunque tale principio e abbordare oggi una discussione con la Francia che riguardi un qualunque centimetro quadrato del nostro territorio. 2) Le ragioni militari che hanno motivato la iniziativa francese sono ormai evidentemente e completamente esaurite. Perché prolungare una situazione di occupazione che dovrà di necessità – visto il fermo atteggiamento inglese e americano – essere a un certo momento rettificata? È dunque necessario che le truppe francesi si ritirino e più presto meglio. Sarebbe evidentemente un errore far coincidere questa inevitabile ritirata con quella altrettanto inevitabile delle truppe jugoslave alla frontiera orientale. La questione, sin qui esclusivamente militare, rischierebbe di diventare di prestigio, con tutte le conseguenze connesse, tutte evidentemente spiacevoli. Naturalmente sono anche tornato sull’argomento che V.E. conosce: cioè sulla inesistenza ripetutamente constatata dalle due parti di questioni territoriali fra Italia e Francia; sul vivissimo contrasto che il porle susciterebbe in Italia e più che mai con questi mezzi di forza; sul nostro recente sacrificio tunisino; sulla necessità di avviare il necessario riavvicinamento fra i nostri due paesi con reciproca buona volontà e buona fede. Ho avuto l’impressione che Couve si renda perfettamente conto del nostro punto di vista. Mi è parso addirittura ch’egli vada in cerca di una qualche concessione formale da parte nostra che possa consentire alla Francia una ritirata onorevole e in qualche modo calmare la sete di prestigio dei suoi militari. Perché a un certo punto, pur sottolineando che si tratta naturalmente di questione interna italiana, mi ha chiesto con evidente interesse se e che cosa intendessimo fare per l’autonomia regionale valdostana. Al che ho risposto che era certamente nostra intenzione procedere a provvedimenti molto ragionevoli e liberali, soprattutto in materia di lingua, ma che mi pareva difficile stabilire una qualche connessione fra queste misure e gli interventi militari francesi. Non so, ripeto, se la mia impressione sia esatta. Se lo fosse sarebbe significativa ed indicativa. Attendo di conoscere l’esito del suo colloquio con Bidault che ella mi preannuncia.
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Ci risulta che un’eventuale dichiarazione di guerra italiana al Giappone e una conseguente nostra partecipazione al conflitto – con mezzi e modalità tuttora da determinarsi – avrebbe larghe e favorevoli ripercussioni in tutta l’opinione pubblica nordamericana. Senza farne oggetto di passi speciali, ella voglia, la prego, fare costì, ma in forma e a titolo soltanto personali, qualche opportuno sondaggio, al fine di possibilmente accertare se una iniziativa che fosse ad un certo momento adottata da parte nostra in quel senso possa avere costì una qualche, favorevole o sfavorevole, ripercussione.
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Ho letto con interesse sue successive segnalazioni circa una nostra eventuale partecipazione alla guerra contro il Giappone. Premetto che una iniziativa siffatta susciterebbe quasi certamente nell’opinione pubblica italiana reazioni in parte sfavorevoli, in parte di indifferenza, per ragioni generali di stanchezza, di estrema lontananza del teatro di operazioni, di preoccupazione e concentramento di attenzione, interna ed esterna, altrove. Non vi è d’altra parte uno specifico interesse nazionale da difendere che sottolinei in modo sufficientemente chiaro la necessità di quell’intervento, salvo quello, importante certamente ma generico, di rinserirci nelle grandi correnti della politica mondiale e avervi una qualche voce in capitolo. Non credo poi dalle indicazioni in mio possesso, che una nostra iniziativa in quel senso possa suscitare eccessivi consensi in Gran Bretagna e credo anzi probabile qualche contrasto a Mosca. Aggiungerò che, da quanto mi è dato giudicare da qui, non mi pare che una nostra iniziativa di partecipazione che fosse stata annunziata alla vigilia o subito dopo la fine delle ostilità in Europa, sarebbe stata destinata ad avere una forte risonanza appunto perché sommersa dalla ben altra ripercussione degli avvenimenti europei. Ciò premesso, è mia opinione che un nostro gesto in questo senso non possa essere compiuto a titolo soltanto grazioso e gratuito, ma dovrebbe essere non direi negoziato, ma in qualche modo connesso con un effettivo e preventivamente concordato miglioramento della nostra situazione sia internazionale che economica. La questione, che non è sentita come nazionale, potrebbe così diventarlo e come tale essere apprezzata e valutata dall’opinione italiana. Tralascio qui di proposito ogni altra considerazione relativa ai modi con cui tale eventuale partecipazione potrebbe concretarsi, che andrebbero peraltro preordinati con cura e tempo (dovrebbe ad esempio trattarsi di collaborazione militare attiva e non di seconda linea e simili) e alla disponibilità dei mezzi per attuarla. Qui vorrei soltanto pregarla di tenere presenti, nel corso delle sue conversazioni sull’argomento, le considerazioni che precedono le quali mi pare militino tutte in favore della tesi che convenga a noi non bruciare rapidamente una carta che sarebbe invece opportuno tenere in riserva sia per concretamente affrettare il processo di normalizzazione della nostra situazione, sia per provocarne la sistemazione definitiva più favorevole. Ella mi informa nel suo ultimo telegramma (n. 108 del 15 maggio) che contatti sono in corso sull’argomento fra Washington e Londra e sta bene. Il nostro proposito di assecondare sopra tutto gli Stati Uniti nella guerra in Estremo Oriente è dunque noto e allo studio. Conviene ora che ella cerchi di agganciare senza fretta (quel conflitto non è infatti risolubile nel giro di poche settimane) un’eventuale nostra iniziativa con una parallela e contemporanea iniziativa anglo-americana a nostro vantaggio. Io la informerò nel frattempo delle reazioni inglesi e sovietiche quali mi riuscirà di accertare .
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Mi si assicura che le conversazioni in corso tra il maresciallo Alexander e Tito sarebbero orientate verso l’organizzazione di una amministrazione anglo-americana a occidente della linea Wilson e di una amministrazione esclusivamente jugoslava ad oriente della linea stessa. Non so se la notizia sia esatta. Se lo fosse, essa sarebbe per noi ragione di grave ansietà e turbamento. Ella sa quale sia il nostro punto di vista ed è dunque superfluo riesporlo. Vorrei qui soltanto sottolineare in modo particolarissimo che, qualora le conversazioni effettivamente si svolgano in questo senso, la divisione della Venezia Giulia in due zone e l’affidare una di queste all’esclusiva amministrazione jugoslava, significherebbe in sostanza indubbiamente due cose: 1) venir meno al principio che l’amministrazione di tutto il territorio in discussione debba essere affidata agli anglo-americani; 2) avallare il colpo di mano jugoslavo consentendogli di dare i suoi frutti. Che tali frutti siano poi soltanto parziali non mi pare modifichi il fatto che il principio fondamentale di impedire i metodi di sopraffazione per sostituirli con mezzi e metodi più consoni alle nuove esigenze della convivenza internazionale, ne esca gravemente pregiudicato e compromesso. Vorrei aggiungere che da una sistemazione siffatta, gli jugoslavi non potrebbero che sentirsi incoraggiati ad avanzare sempre ulteriori esigenze e a trasformare cioè il già acquisito conteggio in un trampolino di lancio per pretendere sempre più vaste concessioni. Ed è questa, come lei sa, la tecnica invariabile di tutti i colpi di forza. È superfluo io le dica come siano vivamente presenti al mio spirito le gravi difficoltà che la questione presenta anche per i governi britannico e nord-americano e come profondo sia in questi momenti il nostro senso di solidarietà con Washington e Londra. Ma io sono veramente e profondamente convinto che il rinvio delle questioni territoriali alla pace, e la energica soppressione dei metodi di violenza siano veramente principi cardinali che debbono essere salvaguardati con ogni nostro potere. Ed è per questo che mi permetto di pregarla di voler farsi interprete delle nostre preoccupazioni presso il suo governo, che ci ha dato in questa occasione prova così convincente di amichevole assistenza, e di volergli esprimere a nostro nome la speranza che, anche per la zona ad oriente della linea Wilson, qualora non sia assolutamente possibile addivenire, come sarebbe equo, ad una amministrazione anglo-americana, sia escogitata una formula mista che, pur dando una qualche ben definita partecipazione alla Jugoslavia, dia a noi garanzia di giustizia e di equità; e a tutti il senso che i principi fondamentali cui ho fatto cenno siano effettivamente e validamente salvaguardati.
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Ambasciatore a Washington informa aver appreso da fonte britannica che maresciallo Alexander tratterebbe con Tito sulle seguenti basi: fino a definitive disposizioni del trattato di pace, Jugoslavia conserverebbe controllo amministrativo e militare parte Venezia Giulia ad oriente linea corrispondente grosso modo quella di Wilson; parte della Venezia Giulia occidente detta linea sarebbe invece occupata e amministrata esclusivamente da alleati. Tarchiani aggiunge che al Dipartimento di Stato gli è stato detto che USA sarebbero stati per parte loro d’avviso che AMG amministrasse tutta la regione fino alla frontiera del 1939 conformemente alle assicurazioni a suo tempo dateci. Essi dovevano peraltro tener conto dell’atteggiamento dell’Inghilterra con la quale era necessario procedere d’accordo. Trattative con Tito procederebbero – secondo il Dipartimento – fra alti e bassi, mentre situazione locale resterebbe sfortunatamente invariata. Non sfuggirà a V.E. gravità notizie telegrafate da Tarchiani, se confermate. È per noi principio fondamentale che territorio nazionale sia, entro i confini del 1939, temporaneamente e successivamente posto sotto il controllo anglo-americano. Tale principio è, come ella sa, sancito dall’armistizio ed è stato in pratica applicato a tutte le regioni d’Italia. È altresì fondamentale mantenere fermo che controversie territoriali siano risolte alla pace. Infirmare questi principi, significa in sostanza ancora una volta avallare la politica dei colpi di mano e di forza e cioè rinnegare quegli stessi ideali di moralità e di giustizia internazionali per cui la guerra è stata combattuta. Dobbiamo dunque insistere e con tanta maggiore convinzione in quanto si tratta di questione di principio che non riguarda noi soli, ma tutti, perché due fondamentali esigenze siano rispettate e non pregiudicate da soluzioni di compromesso che l’esperienza insegna a che cosa conducano. Non sembra infatti dubbio che affidare oggi una qualunque parte del nostro territorio agli jugoslavi e nella specie le zone ad oriente della linea Wilson significa in sostanza entrare nel vivo della controversia territoriale e sancire senz’altro fin da ora e qualunque riserva si faccia per l’avvenire, una buona parte delle rivendicazioni di Tito, il quale non potrebbe esserne che incoraggiato ad esigere ulteriori concessioni al momento della pace. Come ella sa, noi siamo disposti ad affrontare la questione della nostra frontiera orientale con larghezza di animo e con spirito sgombro da ogni preconcetto nazionalistico, ma alla condizione sine qua non che eventuali nostri sacrifici conducano effettivamente e realmente ad una feconda intesa con la Jugoslavia. La procedura cui Tarchiani accenna non condurrebbe invece a niente di tutto questo, ma anzi a scavare ulteriormente il solco fra i due Paesi piuttosto che a colmarlo. La prego di far presente quanto precede con la maggiore urgenza al Foreign Office, presso il quale vorrà altresì avvalersi della dichiarata adesione degli Stati Uniti alla nostra tesi. Se non fosse assolutamente possibile che anche nella zona ad oriente della linea Wilson sia organizzata una amministrazione militare esclusivamente anglo-americana come sarebbe legittimo attendersi anche in conformità alle promesse fatteci, dovrebbe almeno essere attuato un qualche tipo di amministrazione mista, che desse anche agli jugoslavi una definita partecipazione nell’amministrazione di quella zona; a noi garanzia di obiettività e di giustizia; a tutti il senso che il tentativo di sopraffazione è stato sventato e la moralità internazionale ristabilita. Insista, la prego, su quest’ultimo punto con ogni possibile argomento, anche ponendo innanzi la particolare fragilità della nostra situazione interna attuale e della nostra opinione, sulle quali soluzioni di ingiustizia provocherebbero indubbiamente pericolosi sbandamenti.
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Il governo italiano aveva fatto una questione di principio: i colpi di mano, l’occupazione con la forza non possono dirimere una controversia e creare una base sicura per la pace fra i popoli. Per questo avevamo insistito affinché l’intera Venezia Giulia venisse occupata provvisoriamente da forze alleate non coinvolte nella contesa. L’America e l’Inghilterra avevano accolto fin dall’inizio e fatto proprio questo punto di vista. Non abbiamo informazioni dirette sull’atteggiamento della diplomazia russa, ma è da ritenersi che essa abbia agito in senso conciliativo sulle presenti conclusioni. L’accordo che si annunzia non è l’applicazione integrale del principio e suscita perciò in noi qualche apprensione, per quanto esso contenga esplicitamente la riserva che ogni decisione di carattere territoriale è rimessa alla pace: è un «compromesso di fatto», frutto di lunghe trattative e di uno sforzo tenace dei governi di Londra e di Washington che è giusto riconoscere e del cui valore in Italia si ha piena consapevolezza. Non ancora ci è giunta una comunicazione ufficiale né abbiamo sott’occhio la carta della linea di demarcazione concordata. Sembra però che oltre Trieste e Gorizia siano al di qua della linea, assieme a Pola, le città minori d’indiscutibile carattere italiano sulla costa istriana, e ciò ci procura grande soddisfazione. La popolazione italiana deportata rientrerà nei paesi evacuati e un nuovo sforzo conciliativo dovrà essere fatto per garantire la cessazione degli urti, assicurando la pacifica convivenza, e costruire su liberi accordi con la Jugoslavia e col concorso delle Nazioni alleate la pace definitiva che tutti desideriamo. I fratelli della Venezia Giulia non saranno dimenticati e tutta la Nazione deve essere concorde in una solidarietà che non esclude la giusta considerazione dei diritti degli altri popoli.
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Nell’accordo sull’amministrazione militare temporanea della Venezia Giulia, quale è apparso sulla stampa, concluso fra i governi americano, britannico e jugoslavo, è detto fra l’altro all’art. 1 che saranno sotto il comando ed il controllo del comandante supremo alleato «Pola e gli ancoraggi sulla costa occidentale dell’Istria». All’art. 3 è detto inoltre che lo stesso comandante supremo amministrerà per mezzo del governo militare «Pola e quelle altre zone sulla costa occidentale dell’Istria che egli reputerà necessario». 1. Ora gli ancoraggi sulla costa orientale comprendono, oltre Pola, le seguenti città, che sono tutte italiane: Muggia, Capo d’Istria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Rovigno, Fasana. Vi sono inoltre, nell’immediato retroterra dell’lstria occidentale, borghi italiani, quali Dignano (6 Km dalla costa); Buie (10 Km); Gallesano (3 Km); Valle, e, più in là, Montona e Visignano. Almeno queste città e questi borghi, tutti esclusivamente italiani, dovrebbero essere posti nella zona sotto il controllo alleato. Essi vi rientrerebbero tutti, qualora si prendesse come linea di demarcazione la strada nazionale Trieste-Pola, che passa per il monte Toso. 2. Sarebbe altresì equo se, in sede di discussione dei particolari di esecuzione cui si accenna nell’accordo stesso, fosse possibile introdurre una qualche forma di garanzia per gli italiani al di là della linea di demarcazione e sopra tutto di Fiume. Tali garanzie dovrebbero comprendere: a) libertà di trasferimento al di là della linea per chi lo voglia, coi propri averi; b) organizzazione di una qualche commissione o alleata o italiana locale di osservatori che abbia compiti di vigilanza nella zona orientale, come è parallelamente previsto per quella occidentale. La prego di voler considerare questa mia lettera con quello spirito in cui essa è scritta; cioè di onesta e leale collaborazione con i governi alleati per giungere ad una soluzione che sia conforme, nella misura del possibile, all’equità e alla giustizia. Tengo molto a confermarle ch’io mi rendo perfettamente conto delle gravi e serie difficoltà che la questione ha presentato e tuttora presenta anche per i governi alleati e dello sforzo, altrettanto serio e grave, che è stato necessario per superarle. Ne siamo tutti, governo e popolo italiano, riconoscenti e grati. Ella sa tuttavia che si tratta qui di incidere sul corpo vivo della Nazione italiana già così ferito e sconvolto. Ed ella comprenderà dunque – ne sono certo – il sentimento che mi muove nel pregarla di voler far presenti d’urgenza queste indicazioni, che io credo le più atte ad assicurare un minimo di giustizia, al Comando Supremo alleato, perché ne tenga il maggior conto possibile al momento di fissare sulla carta quel margine di misure e di disposizioni che l’accordo lascia tuttora disponibile. È superfluo dirle quanto io le sarò grato del suo prezioso intervento.
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Suo 300 . Ambasciatore Charles ha espresso analoghi sentimenti disappunto. Prego V.E. confermare subito Foreign Office termini più amichevoli che siamo pienamente consapevoli della gravità e dei pericoli che controversia jugoslava presentava anche per anglo-americani e riconoscenti per solidarietà manifestataci. Ella vedrà che questi argomenti sono stati toccati nella mia lettera Charles di cui trasmetto copia per corriere . Siamo stati peraltro, e tuttora siamo, tenuti perfettamente all’oscuro, non solo dell’andamento delle conversazioni, ma dei suoi risultati. Sicché, a tutt’oggi, ignoriamo che cosa l’accordo effettivamente contenga e quale tracciato effettivamente segua la carta che lo accompagna. In queste condizioni, dinnanzi questione per noi così grave che incide nel vivo nostra carne e in un momento così fragile della nostra vita nazionale, io mi domando se e come sarebbe stato a noi possibile adottare di fronte all’opinione pubblica italiana un atteggiamento diverso. V.E. sa che il problema ha profonde radici nel paese; quale sia stata la ferma cautela nostro atteggiamento; la commozione suscitata dal proclama Alexander alle sue truppe. Ora, se il principio del rinvio alla pace della questione di fondo è salvo, non può dirsi egualmente di quello altrettanto importante di mantenere sulle zone contestate la sola amministrazione anglo-americana. Il colpo forza di Tito ha dato cioè, sia pure parzialmente, i suoi frutti. Sappiamo benissimo, ripeto, quali pericoli e rischi gli alleati abbiano affrontato per giungere soluzione attuale: ne siamo riconoscenti e grati e il nostro senso di solidarietà con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti è profondo e vivo. Ma come ci è possibile assumere atteggiamenti più netti di fronte a soluzioni che tuttora non conosciamo? E come di fronte alla nostra opinione pubblica, senza grave pregiudizio di quelle correnti e partiti che hanno sostenuto soluzioni confortate sino ieri dal consenso alleato? Ella voglia, la prego, particolarmente sottolineare queste ragioni di carattere interno che dovrebbero porre in più giusto rilievo il nostro atteggiamento e che sono per noi essenziali e far sapere al primo ministro che contiamo sulla sua comprensione oggi più che mai.
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La ringrazio della sua cortese lettera CC 1008 del 16 giugno corrente. Noto che la linea di demarcazione fra l’occupazione alleata e quella jugoslava, quale è tracciata sulla carta annessa alla sua lettera, si ferma, al sud, negli immediati dintorni di Muggia. Noto altresì che nell’accordo firmato fra il maresciallo Alexander e Tito (art. 1) si afferma tuttavia che «Pola and anchorages on the west coast of Istria will be under the command and control of the Supreme Allied Command». E che all’art. 3 è ripetuto che «the Supreme Allied Command will govern… Pola and such other areas on the west coast of Istria as he may deem necessary». Presumo in conseguenza che la linea dell’occupazione alleata dovrà comprendere, oltre quella segnata sulla carta che ella mi ha cortesemente trasmesso, anche una linea ulteriore in Istria occidentale. Ho già avuto occasione di farmi a questo proposito interprete presso gli ambasciatori degli Stati Uniti e d’Inghilterra di alcune considerazioni che hanno per noi interesse fondamentale, e precisamente: 1) Gli ancoraggi sulla costa occidentale comprendono, oltre Pola, le seguenti città che sono tutte italiane: Muggia, Capo d’Istria, Isola, Pirano, Umago, Cittanova, Parenzo, Orsera, Rovigno, Fasana. Vi sono inoltre, nell’immediato retroterra dell’Istria occidentale borghi italiani, quali Dignano, Buie, Gallesano, Valle, Montona, Visignano. Almeno queste città e questi luoghi, tutti esclusivamente italiani, dovrebbero essere posti nella zona sotto il controllo alleato. Essi vi rientrerebbero in gran parte, qualora si prendesse come linea di demarcazione la strada nazionale Trieste-Pola, che passa per il monte Toso, o, meglio, la strada ferrata Trieste-Pola. 2) In sede di disamina dei particolari di esecuzione dovrebbe essere introdotta una qualche forma di garanzia per gli italiani al di là della linea di demarcazione e sopratutto di Fiume, quale, almeno, l’organizzazione di una qualche commissione di osservatori, come è previsto per la zona occupata dalla Jugoslavia. Ripeto a lei quanto scrissi a questo proposito agli ambasciatori degli Stati Uniti e di Gran Bretagna: noi siamo cioè pienamente consapevoli dei pericoli e dei rischi che la questione ha presentato e tuttora presenta per gli alleati e dello sforzo serio e grave che è stato ed è necessario per superarli. La piena coscienza di questi pericoli e di questi rischi ha certamente accresciuto e approfondito il senso di gratitudine del popolo italiano per la solidarietà dimostratagli in queste difficili circostanze dai governi di Washington e di Londra. Io la prego dunque di voler inquadrare le considerazioni che le espongo in quest’atmosfera di amichevole fiducia e di stretta collaborazione che esclusivamente ci anima e di volerle valutare in conseguenza, come espressione della nostra profonda persuasione che soltanto attraverso soluzioni di equità e di giustizia potrà l’Europa essere pacificata. Le sarò vivamente riconoscente se ella vorrà trovar modo di prospettare ancora una volta al Comando Supremo Alleato le indicazioni che precedono, affinché ne sia tenuto il maggior conto possibile al momento della concreta esecuzione dei programmi di occupazione già stabiliti e da stabilirsi.
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(Solo per Londra)Ho telegrafato al R. ambasciatore a Washington quanto segue: (Per tutti)Notizie ufficiali odierne circa effettiva linea demarcazione, confermando indicazioni ammiraglio Stone , danno maggior consistenza e peso considerazioni svolte nel mio precedente telegramma (Londra: 214-Washington: 185). Linea cosiddetta Morgan non segue alcun criterio geografico, militare, etnico, economico, storico o amministrativo. Assicura al controllo alleato strada ferrata e rotabile Trieste-Tolmino, e basta. Rappresenta in sostanza consacrazione pei nove decimi del fatto compiuto di Tito. Anche nel nuovo accordo manca ogni riferimento ad una qualche forma di controllo alleato in zona occupazione jugoslava, che valga sopire nostre vive e giustificate preoccupazioni per sorte popolazioni italiane. Si esprima in questo senso. Riprendendo argomenti contenuti nel mio telegramma diretto Londra col n. 204 e comunicato V.E. con n. 166, confermi nostro pieno riconoscimento sforzo compiuto da anglo-americani nei confronti di una situazione che evidentemente supera controversia italo-jugoslava e incide sui rapporti stessi fra grandi alleati con tutte le conseguenze connesse. Ponga in rilievo che governo italiano per parte sua, nonostante vive pressioni fattegli, ha finora evitato pronunciarsi su argomento, esercitando nel contempo azione moderatrice sulla stampa, né intende modificare tale suo atteggiamento, che si fonda sia sulla coscienza della gravità della questione anche per alleati, sia sulla fiducia nel senso di giustizia dei dirigenti anglo-americani. Esso non può tuttavia disinteressarsi della situazione odierna e dell’avvenire di città e zone assolutamente italiane, che, salvo vana questione prestigio, non rappresentano assolutamente niente – né dal punto di vista economico né da quello militare – per popolo jugoslavo, mentre fanno parte integrante della Nazione italiana e della sua tradizione. Sappiamo che definitiva assegnazione territori non è pregiudicata, ma sarebbe di molto conforto per noi avere conferma che queste considerazioni sono presenti a codesto governo e che di esse, assieme a tutte le altre interessanti la regione, si terrà debito conto al momento opportuno. In linea generale e per sua norma confidenziale, tenga presente che, nonostante dichiarazioni ufficiali in contrario, vi sono seri motivi preoccupazione che attuale linea demarcazionerappresenti tendenzialmente esperimento di una sistemazione definitiva. Dovremmo quindi evitare che problema si cristallizzi nei termini in cui è stato oggi posto e che si formi costà impressione che soluzione attuale possa in ultima analisi essere da parte nostra considerata come accettabile ed equa. È necessario ci si renda conto che essa rappresenterebbe al contrario, e sotto tutti gli aspetti – compreso quello della difesa nostra e dell’occidente – una amputazione illogica e dolorosa che non mancherebbe certo di reagire per molto tempo sulla politica interna ed estera italiana. (Solo per Londra) Svolga anche da parte sua ogni possibile opportuna azione nello stesso senso.
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Suo 313 . Discorso fattole da Cadogan preoccupa. Suo accenno a possibile, sia pure temporaneo peggioramento rapporti italo-britannici mi pare, se non esplicito, certo indicativo. Poiché ella deve, prima della partenza, rivederlo, gli dica a mio nome che una pace dura che ci fosse imposta oggi dopo due anni di cobelligeranza e le distruzioni e i sacrifici che tutti sanno sarebbe ingiusta e, insieme, impolitica. È questa poi una fase della vita interna italiana formativa di tendenze e orientamenti destinati a prolungarsi nel tempo e grave errore sarebbe da parte della Gran Bretagna intervenire oggi in questo processo con mano troppo pesante. Nostri sforzi per impedire eventuali slittamenti opinione pubblica sarebbero resi di altrettanto più ardui e rinascente democrazia italiana ne sarebbe scoraggiata e umiliata e dunque diminuite le sue possibilità di progressivo e ordinato sviluppo. Gli dica ancora che una costruttiva collaborazione italo-inglese è dato fondamentale della nostra politica e che tutto quanto può turbarne rinascita, ci allarma e ci preoccupa estremamente. Parliamo per questo con la franchezza che l’alto e comune obbiettivo da raggiungere esige. Se il momento, lo stato dell’opinione ed altre eventuali circostanze non consentissero oggi soluzioni temperate, preferiremmo ad una dura pace immediata e definitiva una prima fase di pace provvisoria che riservi le questioni più controverse e che rinserendoci subito nella comunità delle Nazioni Unite dia al tempo la possibilità e il modo di compiere il suo lavoro di pacificazione e consenta ai germi della rinascente amicizia italo-inglese di mettere più profonde e più salde radici. Insista su questi punti e in modo particolare sull’ultimo.
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Suoi 177 e 178. Cadogan ha autorizzato Carandini informarci che la modifica della cobelligeranza in stato di pace è presentemente in studio avanzato e non è da escludere sia possibile gabinetto giunga ad una decisione di massima anche prima elezioni. Pur auspicando che sollecita firma strumento di pace possa favorire una costruttiva collaborazione italo-inglese, Cadogan non ha nascosto sua viva preoccupazione che questo atto possa risolversi in un temporaneo peggioramento nei rapporti fra Italia e Gran Bretagna. Carandini aggiunge non esser riuscito accertare se apprensioni manifestategli da Cadogan si riferiscano al risentimento che provocherà negli italiani l’accettazione reale di rinunzie a cui sono solo teoricamente preparati, oppure se egli paventi l’effetto di imposizioni più dure di quelle che opinione italiana ha ormai scontate. Indicazioni Cadogan parrebbero dimostrare che quella corrente cui V.E. accenna, favorevole a una ragionevole ed equa sistemazione futura con l’Italia, rischierebbe di non prevalere di fronte altre tendenze più rigide e meno lungimiranti. Con telegramma a parte le trasmetto copia delle istruzioni che ho dato oggi a Carandini. Ella vi troverà argomenti per svolgere ogni possibile azione presso codesto governo per convincerlo della necessità che una dura pace immediata e definitiva sarebbe oggi gravissimo errore e che, se proprio non fosse possibile evitarla, sarebbe a nostro avviso migliore soluzione ripiegare su una prima fase di pace provvisoria, che ci dia la possibilità e il modo di rimontare la corrente. Molto contiamo in questo momento sull’amicizia americana. Soltanto da Washington può giungerci effettivo sostegno e assistenza. Se è vero, come pare probabile, che esistono in Gran Bretagna due correnti divergenti nei nostri confronti, par certo che un deciso appoggio di codesto governo potrebbe far prevalere l’una piuttosto che l’altra. Molto confido sulla sua opera di persuasione.
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Ho l’onore di trasmetterle l’accluso memorandum che riassume il nostro pensiero circa la partecipazione italiana agli atti relativi alla resa incondizionata della Germania. Mi permetto attirare la sua particolare attenzione su tale questione che è per noi di molta importanza, sia in considerazione della necessità di definire giuridicamente la situazione dell’Italia come Potenza partecipante alla guerra contro la Germania, sia di provvedere in qualche modo alla tutela degli interessi e dei cittadini italiani in territorio tedesco. È superfluo sottolineare che, dopo pressoché due anni di cooperazione militare italiana nella guerra contro i tedeschi, le nostre richieste hanno un fondamento di equità che sembra evidente e sono d’altra parte intese a regolare una situazione di diritto e di fatto che non potrebbe essere, senza vantaggio per alcuno ma con nostro grave pregiudizio, ulteriormente lasciata nello stato attuale. Le sarò vivamente grato se ella vorrà prospettare la questione al suo governo con cortese sollecitudine.
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Telegramma di codesta ambasciata n. 197 del 19 corrente . Notizia trasmessa da codesta ambasciata con telegramma suindicato, circa intenzione americana sostituire attuale capo Commissione Alleata in Italia, ammiraglio Stone, con personalità politica è stata confermata in conversazioni avute con funzionari americani presso Commissione stessa. È stato anche detto che intenzione americana troverebbe resistenze da parte inglese che non considererebbe opportuna simile sostituzione momento attuale. In tal senso rappresentanti Stato Maggiore Imperiale avrebbero ricevuto istruzioni di esprimersi a Washington. Ciò premesso la prego far presente nella forma più opportuna al Dipartimento di Stato che molto apprezziamo desiderio americano di trasformare in organi politici organi che sono stati sin qui militari. Nella specie peraltro l’ammiraglio Stone è un vecchio amico, che è in Italia sin dall’inizio, che abbiamo imparato a apprezzare e a stimare. Da parte nostra cioè non avremmo obiezione alcuna acché Stone sia possibilmente e temporaneamente confermato nei suoi compiti ed anzi sinché la Missione alleata duri vedremo con piacere l’ulteriore sua permanenza fra noi.
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La autorizzo informare, per ora in via soltanto preliminare e confidenziale, presidente Truman che governo italiano è di massima favorevole dichiarare guerra Giappone. Illustri nostra iniziativa prima di tutto come gesto solidarietà nei confronti Washington; ulteriore prova nostro proposito schierarci contro sopraffazione e militarismo ovunque si trovino; segno evidente nostro desiderio far causa comune con Nazioni Unite, anche dove e quando nostri interessi specifici non siano direttamente in gioco. È peraltro evidente stretta connessione fra nostro gesto e concreta possibilità che esso incida favorevolmente su condizioni pace che ci saranno imposte, attualmente in corso di elaborazione. Dichiarazione fattale al riguardo da Phillips (suo 224) è del resto esplicita e su di essa contiamo. Ed è superfluo le dica e la preghi far sapere quanto e come noi siamo riconoscenti che anche governo nord-americano ritenga che le due questioni possano essere utilmente connesse. Desidero ripeterle che non è questo tentativo di negoziare o mercanteggiare iniziativa che ha e deve conservare motivazioni ideali autonome e indipendenti, ma piuttosto il naturale atteggiamento di chi deve in modo plausibile e chiaro essere in grado a suo tempo di giustificarla anche e soprattutto con motivi nazionali di fronte al paese. Non le nascondo ed è anzi necessario ella sappia che nel corso discussione che ha avuto luogo consiglio di Gabinetto è affiorata evidente divisione di animi e di propositi circa nostra partecipazione alla guerra, che nota direttale da Grew (suo 187) tenderebbe almeno per il momento ad escludere e che alcuni vorrebbero invece effettiva e concreta. È mio avviso che nel fare comunicazione riservata di cui sopra ella faccia esplicito accenno nostra volontà di diretta e attiva partecipazione (flotta, aviazione, corpo volontari) in modo lasciare porta aperta, cioè senza pregiudiziali negative, possibilità che essa possa a più o meno breve scadenza concretarsi. Comunicazione di massima che ella farà deve essere, ripeto, fatta per ora in via soltanto preliminare e confidenziale. Poiché essa è, nel nostro pensiero ed in quello nordamericano, destinata produrre determinati effetti, io vorrei che stesso Dipartimento di Stato ci desse indicazione precisa circa momento più propizio e più tempestivo in cui, a suo giudizio, essa potrà da parte nostra essere ufficialmente confermata, appunto in vista di determinare ed agevolare quei risultati benefici che se ne scontano, di rafforzare cioè azione di Washington per una pace di equità e di giustizia. Mi informi subito esito suoi passi .
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Le trasmetto qui accluso il testo della dichiarazione dell’11 corrente che il Consiglio dei ministri ha approvato nella seduta in merito alle direttive che il governo italiano intende adottare nei confronti dei cittadini del Regno di lingua diversa da quella italiana. Alla dichiarazione segue un impegno circa l’autonomia locale che verrà concessa alla Val d’Aosta. Non occorre ch’io le sottolinei che i principi adottati dal Consiglio dei ministri costituiscono un solenne impegno nei confronti dei cittadini italiani di tutte le stirpi e di tutte le regioni, impegno che troverà la sua concreta espressione giuridica nelle leggi che sanciranno l’ordinamento democratico della nuova Italia. La dichiarazione del governo, come lei constaterà, prevede non solo la tutela dei diritti individuali di libertà, ma anche quella dei diritti pubblici di tutti i cittadini, garantita da opportuni istituti politici e amministrativi. Essa è stata fatta nello stesso spirito di libertà per cui sono scese in campo le Nazioni Unite e sono certo che sarà pertanto accolta con favore dall’opinione pubblica di tutti i Paesi veramente democratici. Ma soprattutto vorrei aggiungere che i principi approvati dal Consiglio dei ministri conformemente alla più alta tradizione giuridica italiana, vogliono costituire – e ritengo costituiscano di fatto – un contributo concreto a quella equa e pacifica soluzione dei problemi relativi alle zone di frontiera del Regno che, sono certo, è desiderata dal governo degli Stati Uniti non meno che dal governo italiano.
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De Gasperi torna sulla questione delle colonie, chiedendo nuovamente che l’Italia sia coinvolta nelle scelte al riguardo, assicurando la massima flessibilità con la finalità di contribuire alla pacificazione europea e mediterranea – evitando il più possibile cessioni territoriali. Il telespresso n. 12872 del 14 luglio illustra il nostro punto di vista in materia coloniale. Com’ella vedrà, è per noi principio fondamentale – e che dovrebbe del resto, a nostro avviso, essere generalizzato per ed a tutte le questioni che ci riguardano – che quella qualunque soluzione cui in concreto si giungerà in materia di colonie italiane, deve non esserci imposta dal di fuori e autoritariamente ma amichevolmente e preventivamente discussa con noi. Ciò corrisponde d’altra parte alle assicurazioni spontaneamente dateci da parte nordamericana, secondo le quali dovrebbe appunto esserci consentita piena opportunità di discutere il trattato di pace prima che esso sia definitivamente redatto e di presentare e illustrare le nostre ragioni e il nostro punto di vista. Ella vedrà altresì che, partendo da un massimo (status quo anteriore alla guerra etiopica) la nostra tesi è tuttavia sufficientemente flessibile per adattarsi ai criteri e alle tendenze che oggi sembrano prevalenti. Essa include, ad esempio, sia un regime internazionalmente concordato per la Marmarica (che risponderebbe sia alle preoccupazioni strategiche britanniche sia ai sedicenti impegni a suo tempo assunti da Londra con l’Egitto e i Senussi), sia un regime di tutela per la Somalia italiana, conglobata con le altre regioni finitime; sia, infine, le più larghe facilitazioni economiche per il porto di Assab, a favore dell’Etiopia. Tutto sommato, si tratta di un complesso di proposte, che andrebbero naturalmente approfondite e specificate, ma che sono indubbiamente ispirate a criteri di equità e di giustizia ed, insieme, a quei principi di pacificazione europea e mediterranea sui quali è soltanto possibile ricostruire qualche cosa di effettivamente durevole. La prego per quanto concerne lo specifico problema coloniale di attenersi a queste direttive di massima.
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Trasmetto accluso un pro-memoria sulle frontiere del Brennero che riassume il punto di vista italiano sull’argomento: cioè il mantenimento del confine settentrionale attuale nella sua integrità, dall’Ortles a Monte Forno. Nel promemoria sono sommariamente illustrate le ragioni di varia indole: tecniche, politiche, economiche, strategiche a conforto del nostro buon diritto. Sarebbe, credo, errore anche tattico da parte nostra aprire ufficialmente o ufficiosamente una questione, quale quella del Brennero, che, almeno sinora, non è stata sollevata da alcuno. Rischieremmo, fra l’altro, di trasformarla in compenso di eventuali amputazioni altrove, che avrebbero dunque l’aria di essere di altrettanto giustificate. Comunque è bene tu l’abbia ad ogni buon fine utile e come precisa indicazione del nostro pensiero in proposito. Vorrei qui semplicemente aggiungere che la frontiera del Brennero, oltre che convalidata da tutta una serie di oneste e serie ragioni, è sopratutto, evidentemente, una frontiera in funzione antigermanica. E sarebbe strano da una parte e pericoloso dall’altra se, in un momento in cui tutti i popoli europei prendono a ragione le loro garanzie e precauzioni contro l’eventuale e sia pure remota possibilità di una ripresa della Germania, fosse al solo popolo italiano precluso il naturale baluardo già in suo pieno e legittimo possesso, atto a salvaguardarlo da quel pericolo. Ciò sarebbe tanto più grave in quanto l’opinione tedesca conserva e conserverà per un pezzo raddoppiato rancore verso l’Italia, che fu infatti il primo paese a scuotere il giogo tedesco e a passare dalla innaturale alleanza cui fu costretta alla guerra dichiarata ed aperta. Si è scavato dunque tra i due popoli un solco profondo che nulla varrà a colmare se non il saldo e non controverso possesso di quei confini, attraverso i quali passa (Brennero e alta valle dell’Adige) la via maestra delle invasioni germaniche.
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DE GASPERI: Si tratta di prendere delle decisioni di massima. Non sappiamo ancora quale sarà la procedura per la prossima Conferenza ma sembra che potremo far presenti le nostre ragioni. Occorre quindi essere preparati sulle varie questioni che ci interessano e che potranno venire in discussione. Esse sono d’altra parte intimamente concatenate tra loro. La principale e più minacciosa è quella della Venezia Giulia; poi Alto Adige; poi Francia: il tutto inquadrato nella questione mediterranea e nel problema delle colonie e del Dodecaneso. Su queste due ultime non dobbiamo farci molte illusioni. Il problema coloniale è compromesso da passate dichiarazioni inglesi nonché dagli interessi dell’Impero britannico. Forse è opportuno iniziare la discussione sulla questione coloniale poiché ad essa è connesso il nostro atteggiamento verso la Francia. […] DE GASPERI: Tornando sulla questione della opportunità o meno di cercare di ottenere l’appoggio francese, osserva che evidentemente ciò dipende dal fatto se la contropartita sia o no troppo onerosa. Se il problema fosse mantenuto sull’ambito dei compensi in Africa non vi può essere dubbio che ci conviene trattare. Ma se si parla di confini occidentali? […] DE GASPERI: Alto Adige. Uno dei nostri principali argomenti è che gli allogeni hannonel 1939, quando l’Italia era ancora neutrale, preferito diventare tedeschi. Ben 80 mila di essi hanno già perfezionato l’acquisto della cittadinanza germanica. Occorre inoltre sottolineare l’enorme sviluppo industriale da noi dato alla regione. Infine molti degli allogeni hanno effettivamente desiderio di rimanere italiani.
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Sarebbe stato in via di massima già deciso a Potsdam di rimandare la questione della pace con l’Italia all’esame e alla decisione di una conferenza dei tre ministri degli Esteri, britannico, nordamericano e sovietico che sarebbe stata fissata per i primi del prossimo settembre. Non si esclude peraltro che possa sin da ora essere deciso a Potsdam un nostro mutamento di status, che, assumerebbe forma e sostanza di modus vivendi. È quel che sapremo nei prossimi giorni. La questione italiana è stata comunque affrontata e accenno sommario sarebbe stato fatto alle principali condizioni che ci saranno imposte od offerte. Esse sarebbero particolarmente dure in materia sopratutto coloniale, nei confronti della quale prevarrebbe il concetto di una generale trusteeship in comune, russi compresi. Ci è stato assicurato da fonti buone che governo sovietico ha sostenuto in sostanza, sia in materia coloniale che di riparazioni, teoria e prassi pace punitiva. Secondo stesse fonti mutamento governo britannico dovrebbe in definitiva giocare in nostro favore. Sono, queste, notizie che ho ragione di ritenere attendibili, ma tuttora approssimative e sommarie. Sta comunque di fatto che abbiamo dinanzi a noi oltre un mese per chiarire ai diversi governi i nostri punti di vista, esporre le nostre tesi, illustrare le nostre esigenze. Ed è quel che faremo. Le ho già spedito un promemoria riassuntivo sulla frontiera del Brennero. A giorni seguirà un secondo promemoria sulla frontiera orientale. In materia coloniale ella conosce già, per sommi capi, la nostra tesi. Continueremo ad attrezzarla e documentarla al meglio. Conto molto ed il paese conta, in questo periodo per noi decisivo, sulla sua opera e sulla sua attività.
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Conviene ella sappia che pressioni interne per revisione nostri rapporti diplomatici con Spagna si sono in questi giorni – anche evidentemente in seguito avvento governo laburista britannico – rafforzate e andranno certamente intensificandosi. È mia persuasione che – nelle circostanze economiche in cui siamo – sia dovere nostro esplorare a fondo effettiva possibilità riprendere quanto ci è dovuto: cioè limitare nella piena misura del possibile danni già gravissimi che intervento in Spagna ha arrecato al popolo italiano. Per ciò fare, cioè per resistere alle pressioni cui le accennavo, ho bisogno che codesto governo dia concreta e rapida prova voler seguirci su questa strada. Ad esempio, se già concordata transazione grano olio potesse effettivamente aver luogo entro prossimi giorni, ciò varrebbe certamente facilitare mio compito e agevolare partenza nostra delegazione per regolamento debiti. Paese avrebbe sensazione che nostro atteggiamento – come in fatto esso è effettivamente – è unicamente dettato da concreto interesse nazionale. Faccia, la prego, l’uso che riterrà migliore di quanto sopra con quel senso di opportunità e di tatto che le è abituale. La ringrazio.
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La ringrazio della sua lettera n. 463/37/45 del 3 agosto con cui ella mi ha cortesemente trasmesso il testo del paragrafo relativo all’Italia del comunicato conclusivo della Conferenza di Potsdam. La prego di voler rendersi interprete presso il suo governo dei nostri sentimenti di apprezzamento sia per la sostanza che per la forma in cui tale paragrafo è stato concepito e redatto. Il riconoscimento della priorità italiana nella rivolta contro la Germania nazista; dell’importanza del nostro contributo alla lotta comune; delle reali motivazioni che ci hanno mosso a partecipare alla guerra contro il Giappone, costituiscono già di per sé un atto di giustizia che tocca profondamente il governo e il popolo italiano, i quali accolgono altresì con particolare compiacimento la constatazione fatta dalla Conferenza di Potsdam che l’Italia, liberatasi dal fascismo, procede con lealtà di spiriti e di intenti verso la sua progressiva democratizzazione. Mi consenta, signor ambasciatore, di esprimerle la mia profonda fede nel senso di equità e di giustizia degli uomini di Stato che elaboreranno in un prossimo avvenire i trattati di pace italiani, di cui la Conferenza di Potsdam ha posto in termini precisi le premesse ideali, e la mia fiducia fermissima che la riammissione dell’Italia fra le Nazioni Unite comporterà tutto ciò che questa qualifica necessariamente implica e da quelle premesse consegue.
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1941-1945
Con la lettera n. 3/1312, datata 8 agosto 1945, la ho informata dell’atteggiamento di alcuni ufficiali del Governo militare alleato in Alto Adige sulla questione generale degli accordi italo-tedeschi del 1939 per il trasferimento della popolazione di lingua tedesca, relativamente alla cittadinanza di coloro che si erano avvalsi della facoltà di opzione . Desidero attirare la sua cortese attenzione su un rapporto che mi è giunto da fonte accreditata e affidabile, cioè sul fatto che le autorità municipali nella regione di Merano hanno ricevuto ordini di prepararsi a ricevere circa 8000 persone originarie di quel distretto che erano emigrate in Germania in conformità con gli accordi del 1939, poiché queste persone sono ora inviate in Italia dalle autorità alleate. Tralasciando ogni considerazione sul se gli accordi del 1939 si devono considerare obsoleti – e desidero far notare che da un punto di vista giuridico il governo italiano ritiene che essi siano pienamente efficaci – sono particolarmente ansioso di sottolineare che tutti coloro che hanno acquisito volontariamente una cittadinanza straniera – che abbiano acquisito la cittadinanza tedesca con le opzioni oppure no –, hanno automaticamente perso la loro cittadinanza Italiana. Questo è esattamente il caso di coloro che hanno esercitato l’opzione dopo essere emigrati in Germania e quale conseguenza al fatto che sono divenuti sudditi tedeschi attraverso la naturalizzazione. Se il rapporto di cui sopra fosse vero, si tratterebbe di un piano per il trasferimento in Italia di ottomila cittadini tedeschi di diritto. Qualora questo fosse ammesso in via di principio, sarebbe abbastanza giustificabile dedurre che si tratta solo dell’inizio di ulteriori trasferimenti dello stesso tipo. Non c’è bisogno che dimostri quanto l’avvenimento, se confermato, sarebbe serio. Soprattutto potrebbe essere interpretato come una contraddizione rispetto a precedenti assicurazioni date al governo italiano che l’occupazione militare di certi territori non è intesa a pregiudicare in alcun modo il loro status ultimo. Le sarò quindi molto grato, caro ammiraglio Stone, se potesse avviare un’inchiesta sulla questione, e apprezzerei molto se mi facesse saper sulla questione a tempo debito. Ritengo opportuno aggiungere, per sua informazione, che il governo italiano intende fermamente adottare una politica ispirata dalle concezioni di libertà e rispetto dei valori umani, una politica che assicurerà armoniosa coesistenza con i popoli non italiani all’interno dei confini della penisola. Tuttavia, il governo italiano non può permettere, come questione di principio, il diritto di revisione delle opzioni ad opera delle parti coinvolte e tanto meno che tale revisione – che comporta una questione tanto delicata quanto la concessione, infine, della cittadinanza – sia effettuata al di fuori da qualsiasi regolare procedura legislativa .
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(Londra e Mosca). Ho telegrafato quanto segue R. ambasciata Washington: (Tutti) Ritengo indispensabile e urgente che venga attirata attenzione di codesto governo su questione partecipazione italiana ad atti di resa e di armistizio che saranno firmati col Giappone. È infatti necessario che in tali atti sia fatta espressa menzione che essi sono stipulati anche a nome e nell’interesse dell’Italia, ad ogni effetto. Italia è in stato di guerra col Giappone e sua cobelligeranza in tale guerra è stata anche ufficialmente e solennemente riconosciuta nella dichiarazione della Conferenza di Potsdam. Ove tale menzione non apparisse, Italia – che non è ancora Nazione Unita e quindi atto stipulato a nome Nazioni Unite non la comprenderebbe – rimarrebbe giuridicamente ancora in stato di guerra con Giappone. Ma oltre ad assurdo giuridico, esclusione Italia rappresenterebbe nuova umiliazione per popolo italiano, che dopo due anni di lotta e di sacrifici si sentirebbe considerato ancora una volta ai margini della comunità delle Nazioni. Sappiamo che questo non è l’intendimento di codesto governo e confidiamo quindi particolarmente sull’azione che Dipartimento di Stato vorrà svolgere per evitarlo. È in questo senso, di buon auspicio odierna notizia stampa da Washington secondo la quale governo italiano verrà tenuto al corrente di […] Nel rivolgere pertanto formale richiesta a codesto governo per partecipazione italiana ad atti di resa o di armistizio col Giappone e nell’illustrarla con argomenti indicatile, aggiunga verbalmente che tale partecipazione potrebbe avere la forma di quella che fosse accordata a qualsiasi altra Potenza diversa dalle quattro principalmente interessate. (Solo Washington). Siamo certi Dipartimento di Stato vorrà anche in questa occasione dimostrarci quell’amichevole comprensione che abbiamo sempre constatato e di cui gli siamo particolarmente grati. Telegrafato anche Londra e Mosca. (Solo Londra e Mosca). Voglia V.S. rivolgere analoga richiesta codesto governo. (Solo Mosca), e, tramite codesto ambasciatore di Cina, governo cinese.
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Suo 422. Alla vigilia del suo incontro con Bevin desidero ella sappia che approvo impostazione da lei data ai precedenti colloqui con Sargent , Harvey, Cadogan (suoi 363, 364, 373, 416). Dica a Bevin delle speranze che l’avvento del laburismo al potere ha suscitato in tutto il popolo italiano. Gli confermi la mia profonda convinzione che l’ordinato sviluppo della rinascente democrazia italiana dipende veramente e quasi automaticamente dall’atteggiamento che la democrazia britannica vorrà e saprà adottare nei nostri confronti e la mia altrettanto profonda persuasione che la generosità ripaga, sopratutto in politica e più che mai nelle dolorosissime e tormentatissime circostanze che l’Italia ha attraversato ed attraversa. Da una pace generosa e soltanto da questa potrà uscire una solida e permanente intesa italo-britannica. Ciò che se oggi può sembrare poca cosa, potrebbe essere assai più domani. E poiché è bene ella esca dalle generalità della «pace con giustizia» per entrare nel vivo delle questioni concrete, gli confermi, parlando ancora a suo nome personale, ma esprimendo la persuasione che quanto ella dice corrisponde al pensiero del governo italiano, il piano sommario già esposto nei suoi precedenti colloqui e cioè Brennero, linea Wilson con qualche rettifica, sistemazione diretta con la Francia, assestamento coloniale quale le è stato indicato nelle mie precedenti comunicazioni. Tocchi il tasto dell’ostilità sovietica nei nostri confronti, che è in sostanza il tentativo di indebolire e scalzare posizioni che si presumono britanniche o di influenza britannica, e del pericolo di larghe infiltrazioni sovietiche in Africa e nel Mediterraneo centrale e occidentale, che la sistemazione coloniale da noi proposta potrebbe, meglio di qualunque altra soluzione, evitare, nell’interesse stesso di quella chiarificazione anglo-russa che è uno degli scopi della politica estera laburista. Dica infine a Bevin, a mio nome personale, che in questo periodo per noi decisivo, molto contiamo sulla umana e generosa saggezza politica sua e della grande democrazia ch’egli rappresenta.
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Grazie della tua lettera n. 3320 del 28 luglio. L’avvento del governo laburista da una parte, la richiesta russa di partecipazione all’amministrazione fiduciaria delle nostre colonie in Africa dall’altra, sono, certamente, elementi atti ad incidere sulla situazione in modo serio e, io spero, in nostro favore. Su questo tasto dovresti dunque insistere: l’accettazione della nostra tesi coloniale significherebbe cioè, in sostanza, non soltanto equità e giustizia nei nostri confronti, ma, anche e sopra tutto, costruzione di argini e dighe nell’interesse di tutti.
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Suo 354 . Governo nordamericano ci ha sinora dato assicurazioni di benevolenza e di appoggio frequenti ed esplicite, ma generiche di cui siamo estremamente riconoscenti e di cui valutiamo appieno portata. Ma sarebbe ora fondamentale importanza riuscire ad indurlo a più definite prese di posizione sulle singole questioni che ci riguardano. Oserei dire che codesto governo non si rende forse conto, o non a sufficienza, della decisiva influenza che un suo fermo atteggiamento al riguardo potrebbe indubbiamente esercitare, ad esempio, su quello sovietico. Tutte le informazioni di un osservatore acuto come Quaroni concordano nel riaffermarlo. La fine del conflitto in Estremo Oriente consente d’altra parte oggi agli Stati Uniti una libertà di azione e autorità di decisione ancora maggiori. Dovremo dunque uscire dalle generalità della «pace equa» per entrare nel vivo delle questioni concrete. Ed è ciò che vorremmo che gli Stati Uniti facessero, anche perché sono i soli che possono veramente farlo con spirito di obiettività e di giustizia. Noi sappiamo del resto che la Cina svolgerà, in seno al Consiglio dei Cinque, un’azione decisamente a noi favorevole e faremo di tutto per giungere con la Francia a una preventiva intesa che possa assicurarcene l’appoggio, o, almeno, neutralizzarne il contrasto. Carandini, pur riaffermandosi convinto che ci troveremo di fronte condizioni dure, informa d’altra parte che atteggiamento britannico risulta meno intransigente, in parte per maturata convinzione, in parte per reazione intenzioni punitive russe, in parte per compiacere americani. Una delle questioni per noi più gravi è evidentemente la salvaguardia del territorio metropolitano in generale e la onesta sistemazione della frontiera giuliana in particolare. Importantissima cosa sarebbe dunque se codesto governo precisasse sin da ora il suo punto di vista al riguardo, almeno dichiarandosi disposto ad appoggiare la nostra tesi, che è, in breve, la seguente : Tralascio di proposito ogni considerazione relativa al nostro leale ripudio della politica di aggressione fascista all’esterno, di aggressione delle minoranze slave all’interno. Tralascio anche di sottolineare ancora una volta la nostra volontà di giungere con la Jugoslavia ad una fiduciosa e ragionevole intesa diretta. Delle prime ella è perfettamente al corrente, della seconda il meno che si possa dire è che è necessario essere in due. Non vi è da parte di Tito né volontà né interesse per una trattativa diretta. È ferma opinione del governo italiano che una volta abbandonato il confine attuale e cioè lo spartiacque alpino, unica base per una onesta soluzione potrebbe essere fornita, con qualche integrazione (carboni dell’Arsa, bauxite Cherso, Lussino) da linea proposta ufficialmente nel 1919 dal presidente Wilson. Ella sa quale valore quasi di simbolo questo nome eserciti da per tutto e particolarmente in America. Ma occorre anche ricordare che la linea Wilson fu il risultato di accuratissimi studi condotti sulla base di proposte elaborate dagli stessi ambienti jugoslavi di Londra nel 1917 e rappresenta certamente l’unico tracciato che, contemperando le varie esigenze, è solidamente fondato sugli elementi geografici, difensivi, storici ed economici della regione. Prendendo ispirazione dalle conclusioni raggiunte in precedenza da vari studiosi, tra cui Salvemini , le proposte Wilson poggiano sostanzialmente sull’unica linea che ad occidente del confine del Nevoso, offre una visibile continuità fisica ed una corrispondenza con le condizioni topografiche e generali della regione: la linea cioè così detta degli altipiani (Panique, Tarnova, Nanos), prolungata a sud-est del monte Aquila lungo la cresta dei monti Vena-Caldiera fino a raggiungere il mare nel golfo del Quarnaro. Dal punto di vista etnico essa offre un’accettabile soluzione in quanto permetterebbe di ridurre di circa 100 mila gli slavi entro il territorio italiano contro un gruppo di circa 70 mila italiani che lascerebbe oltre i nuovi confini. Tale soluzione sarebbe tanto più accettabile se integrata da accordi atti a facilitare il trasferimento di coloro che desiderino riunirsi al proprio ceppo nazionale, nonché da speciali statuti atti ad assicurare alle rispettive minoranze (e le dichiarazioni già fatte in proposito dal governo italiano sono solenni ed impegnative) le più larghe possibilità di vita democratica e di tutela dei particolari interessi di lingua, religione, cultura, costumanze. È superfluo aggiungere che il governo italiano è per parte sua senz’altro disposto a partecipare, insieme agli altri Stati maggiormente interessati, a tutti gli accordi internazionali che potranno essere decisi per assicurare la funzione internazionale del porto di Trieste e la sua migliore utilizzazione. È anche opinione del governo italiano che ogni accordo per delimitazione nuove frontiere dovrebbe essere completato da accordi intesi a garantire una pace adriatica inspirata a senso di giustizia. Tali accordi dovrebbero, in linea di massima, inspirarsi ai seguenti principi: indipendenza dell’Albania con garanzie di ordine internazionale; neutralizzazione e demilitarizzazione di alcuni porti adriatici; regime speciale per Fiume (possibile ristabilimento dello Stato libero o quanto meno corpus separatum) e per Zara. È questo, a grandi linee, il nostro pensiero nei confronti della frontiera Giulia. Ripeto qui che, ancora prima del tentativo jugoslavo di creare quel fatto compiuto che ha purtroppo condotto alla anche provvisoriamente ingiustificabile linea Morgan, il governo italiano ha ripetutamente manifestato il suo desiderio di trattare la questione direttamente con la Jugoslavia, nell’intento di conseguire quel mutuo e libero accordo che, basato su fattori permanenti e su criteri di reale equità, possa condurre alla piena e definitiva riconciliazione tra i due Paesi. Questo suo appello non è stato, almeno sinora, raccolto, e molto dubitiamo che mai lo sia. Ma è questa una ragione di più per riconfermarlo oggi ancora una volta e col maggiore impegno. Perché corrisponde al nostro convincimento più profondo e agli effettivi e permanenti interessi nostri e jugoslavi. Ella vorrà inquadrare quanto precede nelle argomentazioni generali che le sono note: necessità di evitare mutilazioni gravi e ingiustificate; di sostenere la rinascente democrazia italiana; di consentire all’Europa occidentale, di cui l’Italia è l’elemento più attivo e operante, la ripresa della sua naturale funzione di civiltà e di equilibrio ecc. Ella vorrà soprattutto insistere sulla certezza che un deciso atteggiamento nordamericano è destinato ad incidere profondamente sull’atteggiamento di tutte le altre delegazioni e quindi dipende in definitiva da Washington se saranno evitate soluzioni che portino in sé la congenita e permanente debolezza di tutte quelle imposte con la forza e con la forza subite .
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Suo 354 . Con telegramma a parte le ho trasmesso copia delle istruzioni inviate a Washington in materia di frontiera orientale. Tali istruzioni e quelle precedenti relative al Brennero, colonie, Dodecaneso le forniranno un quadro d’insieme abbastanza preciso dei termini in cui concepiamo da parte nostra una pace giusta. Non credo convenga a noi, come le è stato accennato, mettere in questa fase col governo sovietico niente per iscritto. Conviene anzi ella continui a parlare, sempre a titolo personale, pur esprimendo la certezza che quanto ella dice corrisponde al pensiero del governo italiano. La prego fare altrettanto con codesto ambasciatore di Cina (mio telegramma n. 368). Quando poi saremo ufficialmente consultati, come par certo, metteremo allora le carte in tavola. Tenga presente che sono in corso conversazioni dirette fra noi e la Francia per la definitiva sistemazione di quanto concerne i due Paesi, compresa la frontiera occidentale, per la quale ci sono state poste alcune rivendicazioni che cercheremo di contenere nei limiti più ragionevoli possibili. Comunque, per ora, è questa materia di discorso particolare fra noi e i francesi. Il cui scopo finale, qualora un accordo si raggiunga, è quello di concretare un’intesa generale tra i due Paesi sulle basi più solide possibili. Le telegraferò ulteriormente.
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Alla vigilia della conferenza di Londra, benché non abbia ancora l’onore conoscervi personalmente, mi rivolgo a voi con questa lettera. Rappresentante di un Paese come l’Italia, che durante la cobelligeranza ebbe dall’America tante prove di umana solidarietà, leader di un partito politico che venne soppresso dal fascismo perché contro la dittatura aveva fatto appello alla libertà e che, risorto oggi a nuova vita, in virtù della vittoria alleata, fa suoi gli ideali della vita politica americana, cioè dignità della persona umana, tolleranza ed eguaglianza civile, giustizia sociale, governo nell’ordine e nel rispetto della legge, sento, signor Ministro, di potervi parlare, in un’atmosfera di mutua comprensione. La dittatura fascista, complice del nazismo, ha commesso gravi ingiustizie. Il popolo italiano, appena ne ebbe la possibilità, fece tutto il suo possibile per ripararla né ora, nel suo senso di giustizia, esso intende sottrarsi a obblighi imposti dal diritto e dalla morale internazionale. Ma la più sostanziale riparazione che l’Italia può offrire è il concorso del suo lavoro e della sua cultura alla costruzione di un nuovo mondo. Sebbene l’Italia abbia sparso per il globo nella gara pacifica del progresso tanti dei suoi figli – e molti ne ha accolti con spirito fraterno l’America – pure la sua popolazione è ancora concentrata in una piccola penisola, spossata da una lunga tirannia e stremata dalla guerra: tuttavia le doti naturali di sobrietà e di laboriosità, la secolare tradizione della morale cristiana e del diritto antico, possono fare ancora di questo popolo un ponte sicuro di quella civiltà occidentale che fu la preoccupazione prima dei grandi uomini di Stato Americani, quando – Wilson come Roosevelt – presero la grave decisione della guerra. È per la causa di questa civiltà che vi chiediamo di poter continuare a combattere con i mezzi della pace, come col vostro aiuto abbiamo combattuto coi mezzi di guerra. L’America ci ha dato già a Potsdam la prova di aver compreso che ciò sarà possibile, solo se la pace restituirà al popolo italiano la dignità di popolo libero e la certezza che nessuna delle condizioni essenziali al suo sviluppo gli vengano tolte o menomate. Voi avrete, signor ministro, occasione di informarvi su quelle che la coscienza del popolo italiano ritiene condizioni essenziali e sulle ragioni obiettive e soggettive che le segnalano come tali. Alle principali voglio solo accennare rapidamente, e in ordine di importanza. Confine orientale con la Jugoslavia. Riconosciamo che dal punto di vista etnico ed economico la Jugoslavia ha diritto ad una rettifica delle frontiere, pur liberamente concordate nel 1920 (Rapallo) fra i due stati , e pensiamo che per tale rettifica si possa prendere per base la linea proposta nel 1919 dal Presidente Wilson. Tale linea rappresenta per noi la dolorosa perdita di due città Italiane, Fiume e Zara, e di circa 80.000 italiani mentre ricongiunge alla Jugoslavia più di 100.000 slavi. Riteniamo però di dover chiedere che sia tenuto debito conto della necessità di salvaguardare l’autonomia delle città di Fiume e Zara, mediante la concessione di speciali statuti. Per quanto riguarda il resto dei territori, poiché non è possibile tracciare una chiara linea di discriminazione etnica, il governo italiano è disposto a pattuire con la Jugoslavia, sotto l’egida delle Nazioni Unite – o comunque ad accettare – l’impegno reciproco di garanzie linguistiche e di autonomie locali per le minoranze. Lo Stato italiano tiene anche presente l’importanza che ha il porto di Trieste per gli Stati finitimi ed è pronto a collaborare per raggiungere un accordo che assicuri sia al porto come alle comunicazioni ferroviarie un ordinamento che corrisponda a tale funzione particolare. Il popolo italiano sente intimamente di quali estreme sofferenze sia fonte il trasferimento forzoso di popolazioni, tuttavia non si opporrà a considerare tale possibilità, quando venga richiesto dalla Jugoslavia. Con questo paese l’Italia sente il bisogno di collaborare nei rapporti economici e nei pacifici traffici; onde sia richiesta accetterà di smilitarizzare Pola, purché altrettanto sia fatto per la base navale di Cattaro ed a condizione che la completa indipendenza dell’Albania costituisca nell’Adriatico un ulteriore elemento di sicurezza e di equilibrio. Frontiera settentrionale del Brennero. Nella regione dell’Alto Adige la situazione dal 1919 ha subito cambiamenti notevoli. L’Italia vi ha costruito nel distretto grandi centrali elettriche che, [nelle] province di Bolzano e Trento, rappresentano il 13.6% di tutta la produzione nazionale. L’energia elettrica potenziale esistente in tale regione è l’unica riserva che resta all’Italia del Nord per lo sviluppo delle industrie della vallata del Po e per la rete delle comunicazioni ferroviarie nazionali . L’Italia ha sviluppato, specie a Bolzano, industrie chimiche e meccaniche con migliaia di operai italiani. Nella popolazione di lingua tedesca si ebbe prima e durante la Guerra un’infiltrazione di acceso nazionalsocialismo, sì che la regione durante la guerra diede cospicuo contributo volontario alle SS naziste. Non è vero che si trattasse semplicemente di reazione al fascismo; poiché la campagna per le opzioni, svoltasi dopo il 1939, venne fatta da agenti hitleriani in nome dell’adesione al Terzo Reich, e vi aderirono i più accesi nazionalisti, mentre optarono per l’Italia molti contadini e appartenenti alla nobiltà austriaca, quale per citare un illustre esempio, l’ex Ministro a Vienna Toggenburg . L’esito delle opzioni si dovette a un’intensa propaganda nazista. Creare oggi una zona tedesca al di qua del Brennero equivarrebbe a costituire un vivaio del futuro nazionalismo tedesco, del quale sarebbero pionieri quelle bande di SS che vanno ancora errando sulle pendici alpine. L’Italia democratica del 1919-1922 aveva assicurato agli abitanti di lingua tedesca parità culturale e rappresentanza nel Parlamento ed erano allora in corso trattative per creare autonomie locali in tutta la Venezia Tridentina : la dittatura fascista rovesciò ogni struttura locale, ma ora il governo democratico italiano, d’accordo con l’AMG, ha già provveduto per le scuole tedesche ed è in corso di elaborazione un ordinamento di economia locale che sarà, come quello già deliberato per la Valle d’Aosta, sicuro presidio di ogni legittima libertà . Si dice che aggiungendo alla futura Austria circa 200.000 tirolesi del sud vi si rafforzerebbe l’elemento conservatore; ma si permetta di affermare al sottoscritto, il quale fu già deputato al Parlamento Viennese, che o si riesce a costituire uno Stato Danubiano ampio e economicamente saldo, e allora il rincalzo dei pochi altoatesini sarà superfluo, o l’Austria piccola ed anemica non potrà vivere se non come protettorato di una grande nazione che abbia interessi nella zona danubiana. Per questo incerto avvenire si dovrebbero sacrificare le minoranze italiane e ladine della provincia di Bolzano, gli interessi economici dell’Italia intiera e tenere aperte le porte del Brennero al futuro Drang nach Süden germanico? Osiamo credere, signor ministro, che queste ragioni per il mantenimento della frontiera del Brennero non potranno venir considerate né anguste né egoistiche. Sulla frontiera occidentale con la Francia – non dovrebbero nascere difficoltà. Per allontanare ogni possibile sospetto da parte della Francia, il 28 febbraio scorso abbiamo concluso un accordo che, con grande nostro sacrificio, abbandona ogni nostra aspirazione sulla Tunisia e ogni nostra protezione su quei nostri connazionali lavoratori, artigiani e professionisti, che con la loro attività tanto hanno contribuito allo sviluppo economico del paese. Allora il governo francese assicurava che non intendeva avanzare alcuna altra richiesta che quella riguardante il Fezzan, oggi si presentano richieste di rettifiche della frontiera occidentale. Anche qui non abbiamo intenzione di mantenere un atteggiamento intransigente. Siamo disposti, oltre che a eventuali misure di smilitarizzazione, anche a rettifiche nel bacino della Vesubia e della Tinea («terre di caccia») , ma la richiesta di Tenda e Briga Marittima appare, alla coscienza pubblica italiana, del tutto ingiustificata. Amichevoli, diretti negoziati fra i due paesi intesi a raggiungere un’equa e rapida soluzione di tale questione, possono essere preferibili a ogni [altro] metodo. Isole dell’Egeo. L’Italia dal 1912 in qua ha profuso milioni e milioni per opere pubbliche, bonifiche agricole, attività industriali e artigiane, cultura e valorizzazione artistica nelle isole dell’Egeo (Dodecaneso). Il popolo italiano di buon grado vedrà tali isole affidate alla Grecia quale contributo di riparazione e pegno di amicizia tra le due nazioni mediterranee. Peraltro agli italiani residenti a Rodi – la cui opera è stata per tanti anni intimamente connessa alla vita economica dell’isola – dovrebbe essere concessa con le adeguate garanzie la possibilità di continuare la propria attività. Colonie. Prima dell’impresa mussoliniana contro l’Etiopia, l’Italia democratica non aveva mai considerato le sue colonie come strumento di impero, ma come zone di lavoro per l’esuberante popolazione italiana. Sotto questo stesso aspetto le considera anche l’Italia democratica d’oggi; onde in ipotesi fra gli interessi del lavoro italiano e il metodo di amministrazione fiduciaria non esiste incompatibilità di principio. In pratica, però, tale metodo collettivo non corrisponde alle peculiari esigenze delle colonie italiane, data specialmente la fondamentale differenza fra la concezione e la prassi coloniale italiana a carattere migratorio, e quella anglosassone principalmente basata sulle materie prime e sui mercati. Per quanto riguarda le quattro province libiche e le singole colonie, mi riferisco al memoriale che siamo pronti a presentare su ciascun oggetto. Desidero solo accennare a due questioni che, secondo le informazioni che abbiamo ricevute, sembrano essere le più discusse: il destino della Cirenaica e dell’Eritrea. Ci par di capire che mentre non vengono sollevate obiezioni circa la sovranità italiana in Tripolitania, quanto alla Cirenaica si desiderano «garanzie strategiche» atte a dar completa sicurezza ai paesi confinanti ed alle linee marittime internazionali. Noi pensiamo che tale sicurezza possa ottenersi mediante la creazione di «aree strategiche» e di basi aeree e navali nonché mediante altre garanzie nel settore di Tobruk e in Marmarica, senza privare l’Italia della sovranità dell’altopiano cirenaico, che essa ha già in parte trasformato in territorio atto ad accogliere la sua emigrazione agricola. Del pari se forse ancora per la Somalia può mettersi in discussione un sistema di amministrazione fiduciaria, nella nostra vecchia colonia dell’Eritrea il mantenimento della sovranità italiana è essenziale. Esso è d’altronde pienamente conciliabile con l’esigenza dell’Etiopia per uno sbocco al mare, per il quale l’Italia stessa ha costruito la strada Dessié-Assab. Tale accesso potrà essere garantito sia entro confini italiani, sia ove lo si richieda, mediante rettifiche di frontiera. Per di più, al fine di venire incontro ai legittimi desideri delle regioni dell’Abissinia del nord, una zona libera potrebbe essere creata a Massaua. Su altri particolari e su altre questioni di carattere economico, ho pregato l’ambasciatore Tarchiani di fornire tutti gli elementi necessari. Qui, signor ministro, mi sono limitato a tracciare alcune linee di una soluzione che non si può dire una soluzione nazionale italiana, ma piuttosto un contributo alla ricostruzione e cooperazione internazionale sulla base di una pace giusta, vista non quale punizione per il passato, ma quale base di un migliore avvenire per l’Europa. Non ho seguito la tattica tradizionale di creare delle tesi massime, dalle quali poi arretrare su altre tesi possibili, ho preferito ammettere senz’altro francamente i sacrifici che il dovere ci detta di fare e accennare alle condizioni che ci sembrano necessarie per rendere possibile al popolo italiano di divenire un efficace collaboratore del nuovo assetto mondiale secondo giustizia. Questo franco procedimento è un’altra prova ancora della piena fiducia che l’Italia ripone nel senso di equità e di benevolenza dell’America e nell’amicizia del suo illustre rappresentante alla conferenza di Londra. Per il felice esito della quale accogliete, signor ministro, i miei voti. Ed esprimendoli, so di interpretare il sentimento di un popolo di lavoratori, com’è l’italiano, il quale spera successivamente che la grande repubblica stellata porti alla conferenza il largo respiro dei suoi ideali di fraternità umana e di giustizia sociale.
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Ti ringrazio del tuo esauriente rapporto del 3 agosto n. 3422/2637 sulle circostanze che hanno accompagnato e seguito l’avvento del laburismo al potere. Ho sopra tutto presente la tua impressione che, nonostante una maggiore, generica benevolenza, il prezzo residuo che anche il governo laburista si appresta a farci pagare potrà ancora risultare assai duro per noi. Tarchiani ti ha posto al corrente delle nostre idee e del nostro programma. E di ciò potrai farti efficace interprete nel tuo prossimo colloquio con Bevin. Ti segnalo l’accluso rapporto di Quaroni. Il quale, dopo aver sottolineato che la vittoria laburista non era preveduta e tanto meno desiderata dal governo sovietico, rileva acutamente che l’appoggio dato dal precedente governo conservatore in molti Paesi europei alle forze di destra, finiva per irritare contro l’Inghilterra tutte le forze politiche che, altrimenti, per tradizione e per formazione mentale, sarebbero state naturalmente portate ad orientarsi verso le grandi democrazie occidentali. Da ciò l’impossibilità, o almeno, l’improbabilità di un vero consolidamento delle sfere d’influenza anglo-americane. Sicché la politica del governo conservatore finiva con l’essere in definitiva considerata a Mosca come la più favorevole per l’Unione Sovietica. Ora Mosca si attenderebbe invece che il governo laburista muti la politica britannica in Europa e si renderebbe conto che un tale mutamento, orientato verso gli elementi ragionevolmente progressivi dell’Europa occidentale, può avere un successo, sia immediato che di più larga portata, ben differente. Un’Inghilterra laburista avrebbe dunque una forza d’attrazione molto più energica che un’Inghilterra conservatrice e una comunità di idee con l’Europa occidentale molto più solida e profonda che non l’Unione Sovietica. Non solo, ma codesta forza d’attrazione potrebbe estendersi domani anche alla Germania ed ai Paesi della zona d’influenza russa, come la Polonia e la Cecoslovacchia. È questo un tasto che dovresti toccare nel tuo prossimo colloquio con Bevin. E cioè che una politica generosa e liberale da parte laburista può riconvogliare verso l’Inghilterra moltissime di quelle simpatie che il regime di occupazione e il precedente, duro atteggiamento conservatore hanno indubbiamente logorato. Comunque tieni presente che qualora Londra adotti un atteggiamento benevolo, sembra poco probabile e poco verosimile che la Russia prenda lei l’iniziativa della durezza verso l’Italia. Sono questi elementi di valutazione e di giudizio che potranno indubbiamente giovare alla tua azione.
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Com’è noto a V.E. le relazioni fra l’Italia e la Jugoslavia sono tuttora contrassegnate dalla mancanza assoluta fra i due governi di qualsiasi contatto, anche di carattere ufficioso. Le stesse relazioni personali che l’ambasciatore Quaroni intratteneva con il rappresentante jugoslavo a Mosca non sono proseguite con il successore di quest’ultimo, il quale ha fatto conoscere di non essere autorizzato a mantenere con l’ambasciatore d’Italia i contatti già stabiliti dal suo predecessore. I membri della delegazione jugoslava presso la Commissione consultiva per l’Italia hanno d’altra parte sinora declinato qualsiasi contatto, sia pure ufficioso o personale, con questo ministero. Anche a prescindere dalla procedura con la quale sarà definito nei nostri riguardi il trattato di pace, non è da escludere che l’esame di determinate questioni interessanti i due Paesi possa essere rinviato a trattative dirette fra noi e la Jugoslavia, come è da ritenersi che i due Paesi dovranno in ogni caso provvedere a regolare direttamente quell’insieme di questioni che sorgeranno dalla definitiva sistemazione che verrà data alla questione della Venezia Giulia. Gli stessi Alleati hanno del resto in più di una circostanza dichiarato di non essere in grado di sistemare le numerose questioni di convivenza e di vicinato sorte in questi ultimi tempi fra l’Italia e la Jugoslavia e ne hanno rinviato la soluzione alle trattative dirette fra i due Paesi. Il governo italiano ha per parte sua espresso più volte il desiderio di arrivare ad una proficua collaborazione con la Jugoslavia. Le dichiarazioni dei vari Consigli dei ministri succedutisi al governo nel ’44 e ’45 e la recente intervista concessa al «Manchester Guardian» dal presidente del Consiglio, stanno a provare questo nostro desiderio. Purtroppo l’eco di tali dichiarazioni si è in ogni occasione spenta dinanzi all’assoluto silenzio del governo jugoslavo. Riteniamo tuttavia che nulla debba essere lasciato intentato per arrivare ad una sistemazione dei nostri rapporti con la Jugoslavia, rapporti il cui fondamento è da ricercarsi nella diretta e reciproca presa di contatto al fine di aprire la via ad una amichevole collaborazione. La conclusione della pace con l’Italia risolverà quasi certamente in modo automatico tale questione, ma il governo italiano desidererebbe che almeno i primi contatti fra i due Paesi potessero precedere possibilmente ogni definizione di carattere territoriale onde arrivare ad una distensione atta a facilitare ulteriori ed inevitabili trattative sulle varie complesse questioni pendenti. Alcuni mesi or sono erano stati fatti tentativi presso il governo sovietico perché facilitasse una nostra ripresa di rapporti col governo jugoslavo . Ci è stato allora risposto che la questione riguardava soprattutto il governo jugoslavo e che comunque il governo sovietico avrebbe considerato cosa poteva fare: nessuna ulteriore comunicazione ci è tuttavia pervenuta al riguardo. Sembra quindi venuto il momento di interessare anche i governi inglese ed americano a questo preciso fine. Questo ministero prega pertanto V.E. di voler intrattenere codesto governo sull’argomento esponendo come sia desiderio del governo italiano di mostrare la sua sincera intenzione di compiere opera di pace e di collaborazione e di addivenire a quella normalizzazione dei rapporti con la Jugoslavia, che è la premessa indispensabile per l’avviamento di una politica di pacifica convivenza fra i due popoli. Analogo passo sarà fatto nuovamente a Mosca perché il governo sovietico voglia anch’esso influire in tal senso su Belgrado . Sarà anzi utile che V.E. faccia costì presente la opportunità che gli eventuali suggerimenti al governo jugoslavo di disporsi ad una ripresa di relazioni con l’Italia siano preceduti da una preventiva intesa con Mosca per non urtare suscettibilità o suscitare diffidenze che pregiudicherebbero la buona riuscita di questo passo. Se poi il governo jugoslavo si rifiutasse di ristabilire rapporti con noi, rinviando tale ripresa di relazioni a tempo successivo, ciò avrà almeno servito a determinare come le difficoltà che ancora si frappongono alla normalizzazione di rapporti fra i due Paesi non provengano da parte italiana.
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Suo 236. È da escludere, come ella giustamente osserva, possibilità, per quanto concerne Alto Adige, nostra accettazione tesi plebiscitaria. Prego d’urgenza Tarchiani di darne conferma esplicita a Washington. Faccia presente costì che questione frontiera del Brennero non è stata internazionalmente posta da alcun governo e che sarebbe contrario ogni interesse italiano porla in questi od altri termini.
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Suo 380. Secondo informazioni Tarchiani, Stati Uniti concorderebbero sulla linea Wilson. Anche Cadogan, in recentissima conversazione con Carandini, ha affermato sperare soddisfacente ed equa sistemazione. Trasportarci su terreno plebiscito, sia pure con le debite garanzie internazionali, rischierebbe creare pericoloso precedente per Alto Adige, ove potremmo trovarci nella conseguente necessità di dover accettare soluzione parallela. Abbiamo, in tutte le nostre dichiarazioni pubbliche anche recentissime, confermato sempre nostro desiderio intese dirette con Jugoslavia. Preghiamo ancora una volta, ufficialmente, governi inglese e nordamericano voler riconfermare a Tito nostro proposito. Riconoscimento attuale governo albanese susciterebbe grave contrasto angloamericano. Ma tenga presente che abbiamo stipulato un accordo per assistenza e rimpatrio con Tirana che, in certo modo, costituisce riconoscimento de facto e che una nostra missione, guidata dal console generale Turcato , trovasi da qualche giorno Tirana.
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Le trasmetto qui unita copia della nota ufficiosa diramata in seguito alla riunione del Consiglio dei ministri del 23 corrente relativa ai provvedimenti che il R. governo ha adottato per assicurare l’autonomia amministrativa alla Valle d’Aosta, ed alle analoghe disposizioni che si prepara ad adottare in favore di altre regioni allogene della frontiera settentrionale ed orientale. Non le sfuggirà certamente come i provvedimenti annunciati con la dichiarazione generica del 12 luglio scorso abbiano trovato ad appena poco più di un mese di tempo, pratica attuazione mentre è possibile annunciare che analoghe misure stanno per essere adottate sulle medesime basi e nel medesimo spirito per la Venezia Tridentina e per la Venezia Giulia. Con ciò il governo italiano conferma che dimostra praticamente con quanta serietà ed energia intenda giungere ad una pronta ed equa soluzione dei problemi relativi alle zone allogene delle proprie frontiere arrecando nel tempo stesso un efficace contributo alla pacificazione generale. Non dubito che talune diffidenze, rilevate in ambienti dell’Alto Adige verso il governo di Roma, della cui buona volontà nei riguardi degli alto-atesini si mostrava di dubitare, verranno prontamente dissipate dall’annuncio dei provvedimenti che stanno per essere adottati. Non dubito del pari che l’opinione pubblica internazionale, alla vigilia della conferenza dei cinque ministri degli Esteri, potrà essere perfettamente illuminata sullo spirito che anima gli intendimenti del governo italiano. Le sarei comunque grato se ella volesse opportunamente illustrarli al suo governo. La nota ufficiosa annuncia che consultazioni sono attualmente in corso con esponenti locali dell’Alto Adige per concordare i principi dell’autonomia regionale di quei territori. Altre consultazioni avranno tra breve inizio con esponenti locali della Venezia Giulia. Difficoltà di carattere tecnico hanno sino a questo momento impedito l’inizio di queste ultime consultazioni che è tuttavia seria intenzione del governo italiano di vedere svolgersi nel più breve tempo possibile.
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Le accludo un telegramma dell’ambasciatore Carandini relativo a un suo colloquio (22 agosto) con l’ambasciatore sovietico a Londra. Tengo presente quanto ella mi scrive coi suoi rapporti del 31 luglio e del 6 agosto che hanno per oggetto rispettivamente le elezioni inglesi e la pace con l’Italia, che ho letto con molto e vivo interesse e di cui condivido molte delle conclusioni . Credo ora convenga, alla vigilia della Conferenza di Londra, che ella solleciti una franca conversazione con codesto governo. Lo spunto le potrà essere offerto dall’annunzio che la prego di dare ufficialmente, che l’esproprio della villa Abamelek è in corso e che speriamo di portarlo a termine a brevissima scadenza. L’esito non è comunque dubbio. Il dott. Prato le spiegherà a voce quali difficoltà abbiamo dovuto superare e come intricata fosse la questione giuridica e costosa per l’erario italiano l’iniziativa (oltre 200 milioni). È questo dunque un gesto che vuole e deve essere inteso come esclusivamente politico: che deve cioè essere inquadrato in quelle che sono le direttive generali della politica italiana verso la Russia. La autorizzo a dichiarare al riguardo a codesto governo che, una volta risolto onestamente il problema della pace, (e le dico a parte che cosa noi intendiamo per soluzione onesta) l’Italia vuole sopra tutto vivere in pace. È assolutamente estraneo al nostro pensiero il proposito di subordinare in qualche modo a pregiudiziali anticomuniste la nostra politica verso la Russia, del cui enorme peso economico, militare, politico ci rendiamo perfettamente conto. Ciò significa che non solo non le siamo ostili, ma che non intendiamo affatto di essere o di servire da eventuale antemurale offensivo contro il mondo slavo in generale, contro la Russia sovietica in particolare. Ciò significa altresì che non siamo disposti ad entrare entro alcuna coalizione offensiva che sia eventualmente diretta contro Mosca. Aggiunga, la prego, che siamo inoltre pronti a dare il maggiore sviluppo possibile, sia alle relazioni commerciali sia a quelle culturali fra i due Paesi e che qualunque iniziativa in questo senso ci troverà subito e perfettamente consenzienti. Il fatto che chi le scrive, oltre che ministro degli Esteri è anche il capo del partito democristiano, dovrebbe dare alle mie parole carattere e tono anche più impegnativo. Tali concetti ho avuto del resto occasione recentissima di esporre pubblicamente nel discorso di cui le ho trasmesso i punti essenziali con mio telegramma n. 419 . Ora, per attuare una politica siffatta abbiamo tuttavia evidentemente bisogno dell’assistenza e dell’appoggio sovietico. È cosa nota ormai a tutta l’opinione pubblica italiana quale sia stato l’atteggiamento della delegazione sovietica nei nostri confronti e quali le tendenze russe per una pace punitiva. È altresì ormai noto a tutta l’opinione pubblica italiana l’aperto e franco appoggio che ci proviene da Washington e l’evoluzione della politica laburista verso l’Italia. È forse proposito sovietico quello di indebolirci in modo tale da porci, piedi e mani legate, alla mercè di una sola Potenza? Non direi. Ma questo sarebbe indubbiamente, noi volenti o nolenti, il risultato di un siffatto atteggiamento. È comunque certo che tutto ciò che rafforza le nostre possibilità di vita e di esistenza, ci consentirà automaticamente quella onesta e dignitosa politica di pace che intendiamo attuare e, sopra tutto, quella politica di equidistanza e di non partecipazione ad eventuali blocchi che è, ripeto, assolutamente estranea ai nostri propositi. È superfluo aggiungere che quanto io le scrivo oggi non risponde affatto alla necessità in cui ci troviamo di tentare di ottenere all’ultimo momento l’appoggio sovietico, ma a un mio ponderato e meditato giudizio. Dia, la prego, alle presenti comunicazioni il tono e la forma che le sembreranno più opportuni e persuasivi, accompagnandole con quelle argomentazioni che le suggeriranno la più esatta valutazione degli uomini e delle cose che localmente ella possiede.
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La circostanza che avevo avuto occasione di recente di scambiare con te le nostre informazioni e vedute circa le condizioni di pace mi aveva permesso di non ricorrere a nuovi contatti personali che t’avrebbero nuovamente fatto ripassare le Alpi; ma ora sono ben lieto che il passaggio di Carandini mi dia modo di aggiungere tutte le osservazioni e indicazioni supplementari che ti possano giovare nelle conversazioni di costì. Egli ti dirà a mio nome con quanta cura e perplessità io abbia raccolto elementi di giudizio circa le proposte francesi. Se avessi visto la possibilità di accettare la cessione di Briga e Tenda, ti avrei naturalmente telegrafato subito: avendo invece gli assaggi qui fatti condotto a risultati negativi, ho voluto esaurirli fino in fondo. Il Comitato di difesa si è pronunciato assolutamente contrario, sia per ragioni militari che economiche; il presidente e i ministri che personalmente conoscono le frontiere sono del parere recisamente avverso. Anche Nenni mi disse di non credere che i militari francesi insisterebbero e aggiungo, confidenzialmente, che anche qualche diplomatico francese e straniero sconsigliano di considerare tale postulato dello Stato Maggiore francese come definitivo. Ho quindi l’impressione che una tal concessione da parte nostra urterebbe non solo contro ragioni obbiettive, ma ci solleverebbe contro il sentimento del paese. E pure io che ho firmato l’umiliante convenzione di Tunisi, presentatami come liquidazione definitiva, io che sento come te l’amore per la Francia e i necessari vincoli economici e politici che reciprocamente ci stringono sono turbato dalla prospettiva che una rettifica in fondo così piccola, ma troppo significativa, metta in forse l’avvicinamento che dobbiamo volere. Ma è proprio vero che ci si voglia imporre una concessione che l’opinione pubblica italiana non comprenderebbe? Possiamo discorrere delle altre correzioni richieste, compreso il Piccolo S. Bernardo e l’abbattimento di Chaberton, si può parlare perfino della smilitarizzazione (sul che i militari però non vennero sentiti), ma come giustificare quel cuneo nella Valle del Roja? Credilo, che perfino la rettifica nel Fezzan, che pur siamo disposti a considerare, ci metterà in imbarazzo coi tripolini, i quali ci rimproverano – ne ho parlato tre giorni fa col Caramanli – di spezzare con una frontiera le naturali relazioni economiche che legano i fezzanesi cogli abitanti della costa! Carandini ti dirà del nostro animo e della mia fiducia che tu riuscirai a ménager il negoziato, senza mettere in pericolo il nostro comune intento di collaborazione e inquadrandolo nella situazione generale che ti verrà integrata cogli ultimi dati. Accetta pertanto ogni mio augurio e ringraziamento per la tua fatica di cui so in anticipo il merito e la difficoltà. P.S. De Gaulle ci ha invitato a trattare prima e separatamente; noi non possiamo rifiutarci a discorrere, ma siccome non possiamo dare una risposta affermativa circa Briga e Tenda e d’altro canto non crediamo che la Francia possa esercitare preventivamente una influenza decisiva sulle deliberazioni dei cinque, abbiamo interesse a differire la conclusione della trattativa a dopo la Conferenza di Londra.
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Con telespressi 743/c e 745/C del 3 settembre ti sono stati trasmessi gli ultimi telegrammi di Tarchiani, relativi ai suoi colloqui con Truman e Byrnes , cui sono state giorni or sono consegnate le lettere del presidente Parri e mia che ti sono note. Le comunicazioni di Tarchiani respirano, come vedrai, di evidente ottimismo. Preferisco, per quanto mi concerne, continuare a non nutrire eccessive illusioni. È tuttavia certo che, pur senza assumere impegni specifici su nessuna delle questioni che ci riguardano, sia Truman che Byrnes ci hanno dato e danno assicurazioni sia pur generiche, ma di tono e calore inconsueti e comunque indicativi. Sicché non ho ragione di dubitare che l’appoggio americano ci è alla prossima conferenza acquisito. Ed è superfluo sottolineare l’importanza di codesta assistenza. Particolarmente significativo è a questo proposito il resoconto della riunione di Potsdam quale è stato fatto da Byrnes, che mi par dimostri come un energico atteggiamento americano possa riuscire a superare le ambigue incertezze britanniche e l’intransigenza sovietica. Come tu poi sai, da parte inglese ci era stato esplicitamente assicurato che il testo della dichiarazione di Potsdam che ci riguarda, era stato elaborato da Macmillan e approvato da Eden. Assicurazioni che evidentemente non erano perfettamente esatte. Né Truman, né Byrnes hanno dato – ripeto – assicurazioni su alcuna questione specifica. A proposito di una di queste (Venezia Giulia) Truman ha accennato anzi alle difficoltà che si dovranno superare con la Jugoslavia, pur sottolineando il proposito di raggiungere una soluzione soddisfacente. Comunque par che la linea Morgan possa considerarsi scartata e che le discussioni avranno approssimativamente come base la linea Wilson. Noterai che nessun accenno è stato fatto al Brennero e che per le colonie la situazione sembra tuttora incerta e fluida. Il fatto che possiamo contare con ragionevole certezza sull’appoggio americano mi par consigli di mantenersi con fermezza sulle tesi quali sono state da me esposte a Byrnes, insistendovi ad ogni propizia occasione e cercando di illustrarle e documentarle con la maggiore onestà e chiarezza. Sarebbe particolarmente pericoloso almeno, mostrarsi oggi ondeggianti ed incerti. Tanto più che, come tu sai, è mia convinzione profonda, che le tesi da noi sostenute, rispondono a criteri di equità e di giustizia, e, insieme, al bene inteso interesse europeo. Noto infine l’accenno di Byrnes alla «soppressione dell’armistizio», che egli avrebbe tentato di ottenere sin da Potsdam e sulla quale «ove del caso» egli si propone di insistere anche a Londra. L’accenno si riconnette evidentemente, come lo stesso Tarchiani ricorda a quei progetti di pace provvisoria che non sembrano dunque ancora definitivamente scartati, qualora i lavori della conferenza si rivelassero troppo complessi o troppo lenti. È bene tu sappia che recentemente di una soluzione siffatta è stato fatto cenno anche da parte sovietica a Quaroni. È dunque evidentemente una porta che conviene a tutti, anche a noi, lasciare aperta.
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Ti accludo un telegramma di Tarchiani sulla visita del generale de Gaulle a Washington con particolare riferimento alle questioni italo-francesi. Già precedentemente il Dipartimento di Stato ci aveva fatto sapere che da parte americana la nostra frontiera occidentale era considerata una frontiera «giusta», sulla quale nessuna ragione seria consigliava dunque di tornare. L’accluso telegramma «situa» in modo ancor più esatto la posizione internazionale delle richieste francesi. Ci consente cioè di ragionevolmente presumere che esse non saranno accolte a Londra con troppo consenso ed anzi con molto probabile contrasto. Ciò che, se non erro, rafforza la posizione da noi assunta e di cui alla mia lettera personale del 31 agosto n. 3/1461. E cioè: disposizione di massima ad amichevolmente discutere sui terreni di caccia, minori rettifiche al nord, nostro arretramento nel Fezzan, ma resistenza per quel che concerne il cuneo di Tenda e Briga nella valle del Roja. E ciò nell’interesse stesso di quello stabile riavvicinamento fra i due Paesi che, come tu dici molto giustamente nei tuoi rapporti, non può essere costruito su basi già in partenza malsane e che pur deve, nonostante tutto, restare l’obiettivo maggiore da raggiungere con fermezza e pazienza. Io non so se i francesi si propongano di arrivare a un accordo con noi in questa estrema vigilia della Conferenza di Londra. Non lo direi, non fosse che per la materiale mancanza di tempo. Ma è bene che il governo francese sappia in modo assolutamente esplicito e chiaro sin da ora che restiamo totalmente acquisiti sia alla tesi della funzione dirigente che vorremmo la Francia esercitasse nella ricostruzione dell’Europa occidentale e latina, sia alla conseguente necessità del più stabile e serio riavvicinamento italo-francese, sia, infine, ai nostri propositi di diretta e amichevole discussione su basi ragionevoli. Direi di più: saremmo disposti ad allargare la discussione fra noi e la Francia anche oltre i limiti della definitiva sistemazione delle questioni pendenti, allo scopo di giungere, attraverso quell’appoggio e assistenza che essa vorrà darci alla conferenza dei cinque , a quelle intese sopra tutto economiche, culturali e di sicurezza che porrebbero indubbiamente le fondamenta di quella collaborazione veramente solida e permanente cui sia da parte francese che nostra si è fatto sovente sia pur generico accenno. È superfluo ti ripeta come io confidi, nelle difficili circostanze, nella tua attività e nella tua intelligenza.
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Suo rapporto n. 639 del 18 agosto. Ella ha fatto benissimo ritornare sull’accenno a suo tempo fattole dal Quai d’Orsay sull’Alto Adige e ad esprimersi in termini espliciti e chiari. Qualora si facesse il plebiscito, si verrebbe a ridare ai tedeschi che si manifestarono nelle opzioni fautori del III Reich nazista e che fornirono largo contributo alle S.S. il diritto di decidere sulla frontiera stabilita nel 1919. Confermo che questione frontiera Brennero non è stata, almeno sinora, sollevata né a Londra, né a Washington, né a Mosca. Confido che sua azione – che pienamente approvo – gioverà a bloccare eventuali intenzioni francesi in quel senso.
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Secondo notizie pubblicate dai giornali di Trieste e di cui ho potuto ricevere testé precisa conferma, le autorità jugoslave hanno organizzato fra le popolazioni della Venezia Giulia un cosiddetto «plebiscito» in favore del passaggio di quelle regioni alla Jugoslavia. Nella zona di occupazione delle forze del maresciallo Tito e specie nell’Istria, risulta infatti che propagandisti all’uopo inviati percorrono i villaggi tenendo accesi discorsi di propaganda al termine dei quali passano per le abitazioni per chiedere l’adesione scritta ai singoli membri della popolazione. Secondo notizie molto attendibili in alcuni luoghi, essendosi la popolazione rifiutata di aderire, furono tolti tutti i permessi di circolazione; nel villaggio di Pinguente vennero piazzate mitragliatrici e sparati molti colpi per terrorizzare la popolazione, in altre località si fissò il coprifuoco alle ore 18 affinché nessuno potesse nascondersi fuori di casa. Ai singoli cittadini l’adesione viene estorta in maniera spesso brutale sotto minaccia di espropriazione delle proprietà per coloro che non firmano e talvolta con dirette minacce a mano armata. Dalle informazioni pervenute risulta che il tentativo di compiere questa specie di plebiscito viene eseguito anche a Trieste e in tutta la zona controllata dagli alleati. Naturalmente si ricorre a mezzi molto meno vistosi e violenti ma i cittadini invitati a firmare una scheda in favore di «Trieste autonoma nella Jugoslavia» ove rifiutano sono ugualmente soggetti a gravi minacce. Non dubito che ella vorrà rendersi conto della gravità dei fatti sopra accennati, i quali aggiungendosi ai numerosi altri tentativi jugoslavi (ad es. la immigrazione di forti gruppi sloveni a Trieste; mia lettera 3/1421 del 26 agosto) confermano ancora una volta l’intenzione del governo jugoslavo di provocare artificiosamente una decisione ad essi favorevole circa la Venezia Giulia. Le sarei grato, caro ammiraglio, se volesse portare quanto sopra a conoscenza delle autorità alleate competenti affinché vengano tempestivamente presi i provvedimenti che saranno ritenuti opportuni.
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A seguito di quanto comunicatole con lettera n. 3/1508 del 6 corrente, ho l’onore di informarla che, secondo notizie testé pervenute da Fiume, quelle autorità jugoslave di occupazione starebbero intensificando la campagna diretta ad estorcere a quella popolazione adesioni in favore di una annessione alla Jugoslavia. Risulta infatti che gruppi di partigiani si recherebbero casa per casa, spesso dopo averne bloccato le uscite, e con forme più o meno intimidatorie esigerebbero dai singoli inquilini la sottoscrizione di appositi moduli. Nelle fabbriche e negli uffici le adesioni sarebbero richieste mediante la convocazione degli operai e degli impiegati, previo spiegamento di forze armate. Malgrado le violenze usate, ed il fatto che la maggior parte della popolazione italiana sia attualmente assente da Fiume (come le ho altra volta segnalato oltre 30.000 abitanti hanno lasciato la città) sembra che gli organi jugoslavi preposti a questa singolare forma di plebiscito incontrino una certa resistenza. Ai cantieri navali, una massa di 800 operai si sarebbe nettamente rifiutata di aderire. Analogamente si sarebbero comportati gli operai del silurificio dove in un solo reparto, su 60 uomini ben 58 non hanno voluto sottoscrivere. Alle officine Romnsa, di fronte al rifiuto della quasi totalità dei presenti, gli organi jugoslavi avrebbero presentato una specie di ultimatum di cinque giorni minacciando gravi sanzioni se allo scadere del termine i «nemici del popolo» ancora non intendessero aderire. Le trasmetto qui unito un esemplare delle schede presentate alla popolazione di Fiume per raccogliere le adesioni (scheda che risulta eguale a quelle usate a Trieste ed in altri centri della Venezia Giulia) nonché la traduzione di una lettera testé pervenuta da Fiume che documenta i metodi usati dalle autorità jugoslave per cercar di raggiungere il loro intento.
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(Solo per Londra, Parigi, Mosca) Ambasciata Washington ha segnalato ai primi di settembre che mentre negli ambienti più autorevoli Dipartimento di Stato si era in genere propensi riconoscere diritto dell’Italia a conservare frontiera Brennero, esisteva tuttavia corrente favorevole idea plebiscito, basata fra l’altro su concetto che «non valgono per Austria considerazioni e misure di rigore attuate per la Germania». Non era da escludere pertanto che delegazione americana Londra potesse ricevere istruzioni di accennare, per ragioni di principio, alla desiderabilità di un plebiscito, pur senza insistere su tale concetto. Peraltro questione non era stata ancora decisa da segretario di Stato. È stato pertanto telegrafato a Washington quanto segue: (Per tutti) Punto di vista italiano sulla questione alto-atesina, è ampiamente illustrato dall’appunto che codesta ambasciata ha già inoltrato al Dipartimento di Stato. In relazione contenuto suo recente telegramma ella potrà tuttavia, se lo ritenga opportuno, lumeggiare ulteriormente seguenti considerazioni: 1) dei 229.500 allogeni della provincia di Bolzano, circa 167 mila secondo cifre ufficiali a suo tempo pubblicate, dichiararono «di impegnarsi in forma assolutamente definitiva di voler acquistare la cittadinanza germanica e di trasferirsi nel Reich». Di questi circa 120 mila (di cui 70 mila effettivamente partiti) hanno già perfezionato acquisto cittadinanza tedesca. In base accordi del 1939, che essa considera perfettamente validi, Italia potrebbe inoltre pretendere che non appena circostanze generali lo consentissero, anche i rimanenti optanti perfezionino impegno solenne a suo tempo assunto. Comunque è certo che nessuno degli optanti, naturalizzati o non, potrebbe avanzare diritto di essere ammesso ad un eventuale plebiscito riguardante avvenire di una terra che, come già sottolineato, essi sono «impegnati in forma assolutamente definitiva» di abbandonare. 2) Il governo democratico italiano, ispirandosi concetti superiori di umanità ha già manifestato intenzione di ammettere una revisione delle opzioni effettuate. L’imposizione di un plebiscito significherebbe quindi, oltre tutto, far praticamente ritorcere contro l’Italia il fatto di non avere invece preteso, a simiglianza di quanto hanno fatto o stanno facendo altri paesi, allontanamento forzoso di tutti gli allogeni residenti entro i suoi confini naturali e politici. Ingiustizia tanto più grave in quanto Italia è, tra tutti, l’unico paese che abbia un fondamento giuridico per pretendere simile allontanamento. 3) Non è irrilevante ricordare che opzioni furono effettuate nel dicembre 1939, cioè dopo inizio guerra aggressione germanica e mentre Italia era ancora neutrale. Esse ebbero tutto il carattere di una adesione alla Germania nazista e violenta, impronta nazista ebbe atteggiamento gran parte della popolazione allogena, prima e dopo l’8 settembre 1943, con un apporto di ben 5 mila reclute alle formazioni S.S. 4) Questione nostre frontiere settentrionali si presenta, anche sotto punto di vista morale e giuridico in forma del tutto diversa da quella altri confini. Austria non ha subito aggressioni. Non ha alcun lontanissimo titolo ad eventuali riparazioni da parte Italia. Al contrario essa ha partecipato appieno, e sino alla fine, alla guerra contro le Nazioni Unite senza neppure la traccia di una effettiva resistenza antinazista. Non è ammissibile che essa possa avanzare oggi pretese territoriali, neppur prospettate prima di ora, nei confronti Italia democratica che durante venti mesi di leale cobelligeranza ha combattuto a fianco alleati, offrendo tutta se stessa alle distruzioni della guerra ed alle persecuzioni e vendette nazifasciste. (Solo per Londra, Parigi, Mosca) Ove le sembri opportuno si esprima costà nello stesso senso. (Solo per Londra e Parigi), contemporaneamente comunicando a codesto governo, in via confidenziale, memorandum a suo tempo inoltratole relativo nostra frontiera settentrionale.
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(Solo per Washington, Mosca e Parigi) Ho telegrafato al R. ambasciatore a Londra quanto segue: (Per tutti) Suo 521 e ultima parte 517. Mi rincresce rinvio partenza nostri esperti e ragioni addotte per giustificarlo . Qui si tratta fare pace con l’Italia, non con Jugoslavia, Grecia e Etiopia. Nostro interesse è dunque prevalente ed avrebbe giustificato iniziativa singola. Prendiamo comunque atto che al momento opportuno loro partenza sarà facilitata. La questione tocca quella più ampia e per noi essenziale della consultazione italiana. È evidente che dovremmo da parte nostra assicurarci la possibilità di portare un contributo sostanziale a quelle decisioni finali che così direttamente ci riguardano. La consultazione dovrebbe cioè essere effettiva; darci modo di esporre e di discutere e alla Conferenza di tener conto delle nostre osservazioni e punti di vista, sicché è evidentemente da augurarsi che consultazione possa aver luogo durante permanenza dei ministri degli Esteri a Londra e non a lavori ultimati, quando sarà automaticamente difficile modificare presa di posizione già, almeno in gran parte, cristallizzata. In questo senso intervengo presso questo ambasciatore d’Inghilterra. Faccia altrettanto costì anche da parte sua. Aggiunga che sappiamo perfettamente che decisioni finali ci sfuggiranno, ma avremo la coscienza di essere trattati da uomini liberi. I trattati di pace potranno soltanto in questo modo rivestire almeno un principio di carattere consensuale e cioè un avviamento verso quella collaborazione paritaria fra i popoli che è implicita nella promessa ammissione dell’Italia fra le Nazioni Unite. (Solo per Washington e Parigi) Agisca, la prego, nello stesso senso presso codesto governo. (Solo per Mosca) Faccia presente quanto precede costì, anche con riferimento alle cortesi assicurazioni datele da Dekanozov e di cui al suo rapporto n. 266 del 10 agosto scorso.
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Caro Carandini, il segretario di Stato Byrnes ha risposto in data del 4 corrente, per iscritto alla lettera da me direttagli e che tu conosci. Tarchiani me ne trasmette un sunto telegrafico che, per tua conoscenza, accludo. È, come vedrai, una risposta soprattutto cauta, in cui al punto 3° si fa cenno ad una «realistica comprensione degli interessi legittimi dei nostri vicini» e alla necessità di «essere assicurati che l’Italia aderisca pienamente ai principi e alla prassi di una pacifica collaborazione». Sono due principi pericolosi e quanto mai elastici. In realtà siamo proprio noi che chiediamo una realistica comprensione dei nostri legittimi interessi e la possibilità di una pacifica collaborazione dinnanzi agli esasperati nazionalismi altrui. Per quel che concerne il punto quinto (libertà alle minoranze) tu sai con quanta lealtà e con quanto impegno ci siamo posti su questa strada.
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Caro Carandini, ti accludo un rapporto di Saragat, che riferisce su un suo colloquio con Bidault alla vigilia della partenza di quest’ultimo per Londra (7 settembre). Come vedrai, atteggiamento in generale favorevole, ma fluido e male informato in materia di Venezia Giulia e Alto Adige ed intransigenza su Briga e Tenda. Saragat ha avuto ieri un secondo colloquio col generale de Gaulle su cui non ha peraltro ancora riferito. Credo sia bene tu ti tenga in stretto contatto con la Delegazione francese, di cui come tu sai fa parte Couve de Murville, che sostituirà Bidault quando i ministri degli Esteri lasceranno Londra. Naturalmente dovresti soprattutto battere sui tasti già toccati da Saragat. P.S. – Il telegramma di Saragat, sul suo colloquio con De Gaulle ci perviene in questo momento. Te ne accludo copia. Il generale ha stabilito una qualche connessione fra le rivendicazioni di Tenda e Briga e l’atteggiamento francese per l’Alto Adige. Credo anche io che, non avendo ottenuto, per quanto concerne la frontiera occidentale, alcuna assicurazione e tanto meno impegno da parte nordamericana, egli desidera intendersi al riguardo direttamente con noi, ponendoci in una condizione tatticamente difficile. Tu sai, comunque, che Tenda e Briga significano in sostanza il controllo militare francese sulla Liguria e sul Piemonte.
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Grazie della tua lettera dell’8 settembre . Circa l’argomento «elezioni» ti accludo due telegrammi e una lettera di Tarchiani rispettivamente in data del 31 agosto e del 3 e 7 settembre . Sia il presidente Truman che il Dipartimento di Stato insistono, come vedrai, sull’opportunità che venga dato inizio al più presto alle elezioni comunali in Italia. La questione ha fatto oggetto di un nuovo passo dell’ambasciatore Kirk presso il presidente Parri (11 settembre), in cui da parte americana è stato energicamente ribadito il consiglio di procedere subito alle elezioni amministrative per gradi e di dar loro la priorità sulle elezioni politiche. Kirk ha lasciato al presidente una nota scritta di cui ti accludo il testo . Perché tu abbia una precisa idea della situazione, ti trasmetto inoltre, in via assolutamente personale e segreta, un sunto della discussione avvenuta al riguardo, per mia iniziativa, in Consiglio di gabinetto . Come vedrai la discussione si è conclusa con una risoluzione anodina, che lascia le cose al punto di prima. Non ho visto il testo della risposta diretta da Parri agli americani, ma non può evidentemente essere ciò che essi e gli inglesi si attendevano da noi e che la situazione internazionale avrebbe dovuto imporci. Confid. La situazione era talmente tesa, che se non fosse in pendenza Londra, mi sarei dimesso. Bada comunque che le elezioni amministrative generali sono un trucco, perché equivalgono a elezioni politiche. T’avverto anche che N.[enni] sarebbe rimasto certamente in minoranza, se si fosse votato definitivamente .
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La formula da te prospettata da Cadogan e precisamente «elezioni politiche appena possibile e non oltre la primavera, al minimo elezioni generali amministrative entro l’anno» dà per risolta una questione che, come risulta dal resoconto della discussione in Consiglio di gabinetto, non è risolta affatto. Tu intendi che se aderiamo alle elezioni amministrative generali non vi è nessuna ragione per non fare quelle politiche, che sono infatti basate sugli stessi registri elettorali e richiedono esattamente la stessa preparazione tecnica. La questione verte dunque sulla possibilità di elezioni amministrative per gradi, o regione per regione, o con quel qualunque altro criterio che appunto eviti che esse sieno generali. Ed è questo il punto di vista americano. Comunque la questione è ancora da parte nostra in alto mare ed in questo senso la tua formula non è esatta. Regolati, ti prego, in conseguenza, nei tuoi ulteriori contatti.
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Persona molto bene informata che ha viaggiato con Byrnes conferma che questione Alto Adige verrà pericolosamente agitata, aggiungendo che tendenza americana per plebiscito esiste effettivamente. Stesse notizie mi sono ripetute da molte fonti. Ella voglia, la prego, rendersi d’urgenza interprete presso il Dipartimento di Stato della profonda inquietudine che tali informazioni suscitano in Italia. Sarebbe assurdo se mentre la Francia pone in discussione nostra frontiera occidentale e Tito, fiancheggiato dalla Russia, quella orientale, fosse proprio l’America a porre in discussione anche la terza ed ultima frontiera italiana, quella del Brennero. Una iniziativa siffatta frustrerebbe tutte le buone intenzioni e le prove di amicizia finora dateci da Washington. D’altra parte mentre da per tutto si accetta senza contrasto il doloroso trasferimento di milioni di abitanti da intere regioni, sarebbe discriminatorio ed illogico il ricorso al plebiscito nel solo paese, l’Italia, che ha in corso larghi, liberali provvedimenti per il rispetto delle minoranze. E discriminatorio ed illogico sarebbe altresì consentire, come si fa, a tutti l’adozione delle più serie garanzie contro un’eventuale ripresa tedesca ed aprire invece di proposito la strada classica, il Brennero, delle invasioni germaniche verso il sud. Ella sa perché il plebiscito è per noi inaccettabile. Ella sa quale enorme somma di lavoro e di spese il popolo italiano ha da un quarto di secolo riversato in Alto Adige e come queste opere siano ormai strettamente connesse ed essenziali all’economia italiana. Anche i comunisti per bocca di Togliatti proclamano oggi nettamente e chiaramente che «il fatto che la nostra frontiera resti al Brennero ha un valore quasi di principio quando ancora tutta l’Europa e l’Italia più degli altri, sanguina per i delitti tedeschi ed il problema della Germania è lungi dall’essere risolto. È d’altra parte certo che se vogliamo costruire un’Austria vitale, non è certamente con le vallate altoatesine che codesta vitalità può esserle infusa». La discussione contemporanea di tutte le nostre frontiere e le eventuali mutilazioni che da essa conseguissero, pongono poi molto nettamente il problema della possibilità di resistenza del popolo italiano e del limite al nostro sacrificio.
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Suo 440. Tutti i giornali italiani hanno oggi pubblicato con dovuto rilievo comunicato ufficiale in cui si dà notizia sia del rimpatrio nostri prigionieri in Russia, sia di quelli raccolti nelle zone occupate dalle forze armate sovietiche. Comunicato diramato da questo ministero informa che nel prendere atto delle comunicazioni fattegli ieri al riguardo da questo incaricato d’affari di Russia, il ministro degli Esteri lo ha pregato di farsi interprete presso il governo di Mosca e presso il comando dell’armata rossa dei sentimenti di viva gratitudine del governo italiano per l’opera prestata nel raccogliere e convogliare verso l’Italia un sì elevato numero di prigionieri di guerra italiani, nelle condizioni particolarmente difficili dell’attuale momento. Ella ha perfettamente ragione nel ritenere che mistero che aveva sinora avvolto sorte nostri prigionieri in Russia ha sfavorevolmente reagito su pubblica opinione. Faremo comunque tutto il possibile perché la stampa continui sottolineare adeguatamente iniziativa sovietica, per la quale la prego di voler ancora una volta rendersi interprete della nostra viva e cordiale gratitudine. Sottolinei intanto comunicato odierno.
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V.S. avrà seguito attraverso comunicati ufficiali andamento lavori Consiglio Cinque. Per sua opportuna informazione riassumo principali tendenze finora delineatesi e stato attuale situazione. In seguito richiesta Molotov fare partecipare delegato jugoslavo discussione questione giuliana, Byrnes ha proposto, secondato da Bevin e senza opposizione da parte russa, invito governo italiano esporre suo punto di vista, ciò che ho fatto riunione pomeriggio 18 corr. Due sedute precedenti erano state dedicate esposizione vice presidente Consiglio jugoslavo che, come rappresentante Nazione Unita, partecipa discussione mentre a delegato italiano è stato soltanto consentito esporre punto di vista e presentare documentazione (mio comunicato stampa del 18 corrente). Sembra in complesso che tono moderato nostra esposizione abbia creato impressione favorevole ma è difficile valutarne effetti date ostilità già precedentemente delineatesi. Da comunicato Consiglio dei Cinque del 20 corrente sulla Venezia Giulia, deducesi che tracciato nuovi confini dovrà tener conto dell’italianità di Trieste e delle città minori comprese quelle della costa occidentale istriana e, logicamente, anche delle isole a prevalenza italiana. Regime internazionale del porto Trieste dovrebbe provvedere anche alla soluzione del problema economico evitando interferenze sul carattere italiano della città. Qualora non ci manchi effettivo sostegno maggiori Potenze (che non possiamo considerare acquisito), decisioni di principio dovrebbero aprire la via a compromesso che non potrebbe discostarsi eccessivamente da soluzione intermedia da noi suggerita come base riconciliazione e cooperazione italojugoslava. Da informazioni raccolte appare altresì che avvenire colonie attirava interesse non minore che questioni Italia metropolitana, poiché in definitiva sarebbe in corso grossa manovra fra Tre Grandi che fa passare in seconda linea interessi particolari italiani. Richieste sovietiche ispirate anche a criteri punitivi hanno pregiudicato soluzione coloniale proposta dalla Francia con trusteeship singolo all’Italia come quella proposta dall’America (appoggiata con riserve nei nostri riguardi dall’Inghilterra) per trusteeship collettivo. Successivamente Dipartimento riprese al riguardo contatto con Foreign Office deciso «ad andare quanto lungi gli fosse possibile». Gli USA sarebbero stati pertanto favorevoli ad una pace provvisoria, mentre l’Inghilterra non avrebbe avuto particolare difficoltà essendo anche impegnata da suo progetto di pace in due tempi, anteriormente al progetto di Berlino. Se non che si esclude qui ora tale possibilità per la sicura opposizione della Russia e quella ritenuta altrettanto certa della Francia. Alla sorpresa dimostrata da parte nostra per tale ultima informazione data migliorata atmosfera rapporti tra Parigi e Roma, è stato in risposta accennato a nota mentalità, incommensurabilmente formalistica dei francesi. Si dubitava molto, là, che Francia riprendesse con l’Italia pienamente rapporti diplomatici prima conclusione pace definitiva. Washington e Londra sono quindi ora del parere di procedere alla revisione dell’armistizio. A tal fine è stato già chiesto parere Comando Supremo Mediterraneo per quanto concerne le clausole militari, mentre le altre clausole sono attualmente oggetto di separato esame nelle due capitali. Pertanto questione si trova ancora a tutt’oggi in una fase di studi preliminari. Ci è stato aggiunto che Foreign Office mostra di ritenere che anche per una revisione sostanziale dell’armistizio vi saranno difficoltà ed opposizioni da parte Russia. Al Dipartimento si è d’avviso che vi saranno sì delle difficoltà giacché la Russia chiede sempre contropartite ma vi si è già preparati e si pensa poterle superare. Nel corso della conversazione odierna è stato nuovamente sottolineato da questa ambasciata come una semplice revisione dell’armistizio non mancherebbe di provocare in Italia profonda delusione ed amarezza giacché dopo pubblici espliciti riconoscimenti benemerenze periodo cobelligeranza popolo italiano ritiene aver diritto di attendersi molto più dall’amicizia dimostrata dagli USA. Si è al riguardo vagamente accennato da parte nostra a possibilità di una qualche nuova formula che almeno dal punto di vista morale sia di conforto al nostro popolo nella sua attuale situazione. Il suggerimento sia pure limitato a tale aspetto morale non è stato respinto. Da parte americana è stato anzi detto che annunzio revisione armistizio poteva essere accompagnato da una dichiarazione (statement) del governo americano.
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Ho avuto ieri sera (20 settembre) con Bidault un colloquio molto cordiale durante il quale il ministro degli Affari Esteri francese ha sopratutto insistito perché rinvii la mia partenza – fissata in principio per lunedì – al fine di potermi recare con lui a Parigi. Secondo il suo avviso sarebbe questa una più opportuna occasione che non se andassi a Parigi dopo essere rientrato in Italia. A Parigi, dove, secondo Bidault, mi sarebbe fatta la migliore accoglienza, dovrei incontrarmi con de Gaulle che io in tal caso conterei intrattenere su questioni che più ci interessano, compresa quella di Tenda e Briga, alla quale non ho invece accennato con Bidault. È un fatto che, mentre mia sosta a Parigi sulla via del ritorno apparirebbe quasi ovvia, un apposito viaggio del ministro degli Affari Esteri italiano – che del resto lo stesso Bidault giudica prematuro – passerebbe qui come marcata adesione ai principi enunciati da de Gaulle nella sua ben nota recente intervista al corrispondente parigino del Times e, mentre è certo che tale visita non dispiacerebbe a Londra, che ha sempre favorito distensione rapporti italo-francesi, potrebbe invece destare qualche sospetto a Mosca, che ha già anticipatamente definito antirusso blocco occidentale auspicato dal generale. Non avendo tuttora assunto alcun impegno, gradirei conoscere avviso del presidente del Consiglio, pur intendendo comportarmi a seconda di quanto dovessero suggerire le circostanze. Ho domani appuntamento con Bevin e, entro la settimana, conto vedere anche Molotov e Byrnes.
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1941-1945
Ho avuto oggi colloquio con Bevin presenti Carandini e Charles. Trattai brevemente quattro punti: 1) Ringrazio per atteggiamento equità in questione adriatica. Applicazione delle direttive sarà difficile, anche perché all’inchiesta e alla commissione in loco mancherebbe cooperazione popolazione italiana, qualora non si provvedesse prima rimpatrio deportati e non si ristabilisse senso sicurezza. Bevin rispose che ora i membri sostituti si occuperanno del dettaglio e che in occasione dell’inchiesta in loco si farà certamente ogni sforzo per imposizione condizioni di sicurezza. 2) Perdita totale colonie sarebbe pace punitiva. So che non avete l’intenzione ma l’impressione sarebbe tale. Italia è paese di lavoratori, le nostre colonie erano possibilità di lavoro ed emigrazione. Se voi precludete lo sbocco d’Italia nel mondo italiano mediterraneo tagliate anche i legami che vincolano in questa area l’Italia alla Gran Bretagna e divertite ogni possibilità di lavoro verso la Francia e l’America. È meglio per voi una Italia amica nel Mediterraneo che una Italia senza interessamento nel Nord Africa, proiettata economicamente solo verso altre contrade. Bevin obietta che occasione di lavoro rimarrà in ogni caso agli italiani ma che ad ogni modo non esiste decisione definitiva, bisogna attendere conclusioni sostituti. 3) È difficilissimo che si possano preparare elezioni politiche per la Costituente prima dell’inverno. Bevin: «potete fare quelle amministrative?» «Sì nel sud e nel centro». Mi rispose: «Allora sta bene. In quanto elezioni politiche giudicate voi. Noi, aggiunge sorridendo, abbiamo fatto in fretta e sono riuscite benissimo». Ho risposto che la preparazione tecnica e psicologica era diversa; dipenderà anche dalle condizioni della pace e non possiamo fare elezioni nello stato armistiziale. Bevin: «A me preme per poter portare via truppe». 4) Prigionieri di guerra. Accenno alla questione come era stata posta da Carandini. Lettere a me dirette dai campi confermano impazienza morbosa. Carandini interviene motivando necessità fare dichiarazione impegnativa di massima e impegnarsi per un primo invio avanti Natale. Bevin ricorda aver promesso dichiarazione, ma che la conferenza gli ha finora impedito trattarne in Consiglio dei ministri. Lo farà prossimamente. Colloquio breve ma benevolo. Ho incontrato poi separatamente Cadogan e Attlee, vedrò domani Byrnes e probabilmente Molotov .