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La mia prima conversazione alla radio mi ha procurato alcune altre centinaia di interlocutori. Molti hanno già avuto risposta scritta. Ora lasciatemi dire ciò che più preme sia detto. Un soffio di panico e di follia passa attraverso certe zone del paese: pochi giorni fa un mezzadro offriva un milione e duecentomila lire per un paio di buoi; dattilografe e fattorini speculano in borsa; chi ha roba non vende; un feroce istinto egoistico e antisociale si impadronisce di spiriti pavidi; uno spirito di avventura e di dissipazione spinge al gioco d’azzardo sotto ogni forma, ai consumi di lusso, ai divertimenti più passionali e più costosi. E in mezzo a codesta folla sciocca di tremolanti la speculazione freddamente speculatrice, gioca al rialzo, nasconde le merci, trafuga all’estero valute e gioielli, attende in agguato la crisi nella criminosa speranza di farsi ricca nella miseria generale e valorizzare i propri beni pagando i debiti e i servizi con carta straccia. Che cosa giustifica questa paura irragionevole di alcune decine di migliaia di irrequieti o di egoisti in mezzo ad un popolo intiero che lavora, di fronte ad una economia che riprende e fa uno sforzo rinnovatore che stupisce gli stranieri? L’azione del governo? Niente affatto. Si potrà dire che essa non è ancora sufficiente, che non è di una efficacia rapida come si vorrebbe; ma nessuno in buona fede può negare che proprio in questi ultimi mesi si sono presi provvedimenti energici, per dare ordine nelle finanze e nelle amministrazioni pubbliche, per frenare le spese, per aumentare le entrate. Abbiamo complessivamente, tra entrate e uscite, un grosso spareggio di 610 miliardi, ma questa differenza è minore di quella che ha la Francia, paese ben più ricco di noi. Sul piano finanziario le nuove imposte deliberate, l’abolizione dei prezzi politici, alcune riduzioni di spesa conterranno il deficit per il 1947-1948 in limiti molto più ridotti di quanto previsto. Si è previsto anche un miglior ordinamento degli organi direttivi del risparmio e del prestito, si sono fissati i punti per un programma economico, iniziandone l’attuazione. Ma tutti i programmi, tutti i provvedimenti, tutte le leggi, restano lettera morta se gli organi chiamati ad eseguirle non trovano il volenteroso concorso del popolo, o se incontrano l’ostinata resistenza delle categorie, alimentata dalla critica morbosa e avvelenata di qualche organo di stampa disfattista. E quel che è più grave ancora, ogni sforzo di sanare il bilancio e contenere la spesa pubblica, è destinato a fallire se la continua ascesa dei prezzi si riflette fatalmente sulle spese delle amministrazioni e delle opere statali o parastatali. In questa situazione poco vale prendersela con il governo. È facile tirare su questo bersaglio, ma si tratti del presente governo o di un altro governo qualsiasi, la verità è che nessuno può far miracoli, e sarebbe poi estremamente ridicolo che un ministro rovesciasse la colpa su di un collega, obbligato dal suo particolare compito a vigilare sulle spese o che un partito di governo menasse vanto dei provvedimenti governativi che portano ad una data categoria dei benefici e respingesse ogni responsabilità per quelle leggi deliberate in solido dallo stesso governo per aumentare tasse o ridurre i consumi. In nessun governo, e molto meno nell’attuale esiste un dicastero per le cose piacevoli e popolari e un altro per le misure severe e impopolari, e la tattica di concentrare tutte le avversioni contro il ministro del Tesoro e contro il presidente del Consiglio presupporrebbe una tale sottovalutazione dell’intelligenza del popolo italiano, che ci rifiuteremo di ammetterla come possibile. Fosse vero che tutti i malanni dipendessero da un uomo, si farebbe presto a cambiarlo! Ma tutti sanno che la verità è un’altra. La verità è che il governo, qualsiasi governo, non può superare la presente crisi economica, che alla base è crisi di fiducia, di fiducia non nei pochi uomini che stanno al governo, ma nella forza del popolo italiano di riaversi dai disastri del dopoguerra; non lo può se gli organi naturali della vita economica, cioè gli istituti economico-finanziari, le categorie degli industriali – datori di lavoro e operai – degli agricoltori – proprietari e compartecipanti o braccianti – dei commercianti, degli artigiani e la stampa, che ne rappresentano gli interessi o le direttive, non si stringono attorno al governo (questo o un altro che sia) per uno sforzo comune e solidale, e non si propongano di mettere ordine in casa nostra, di difendere la moneta e quanto resta del patrimonio nazionale, sopportando, proporzionalmente alle proprie possibilità, i sacrifici necessari. Ho già diretto tale appello alle categorie produttive per quanto riguarda la riduzione dei prezzi; la generalizzo ora, per tutto quanto è più essenziale nella vita economica. Qui bisogna che chi ha idee, denari, possibilità, si faccia avanti per una collaborazione concreta. Spero, anzi credo sinceramente, che la grandissima maggioranza di queste categorie vedano chiaro e sappiano che l’inflazione non salva nessuno. Può essere che qualche singolo industriale, mal consigliato, accarezzi la speranza che in ogni caso il suo impianto si salverà e che quel contadino si illuda che nessuno gli verrà a portar via i buoi dalla stalla. Ma si ingannano entrambi. L’inflazione non è il disastro finale: è appena l’inizio della miseria che porta all’anarchia e alla confisca o alla dittatura. Gli egoisti pagheranno per primi. Non sono abituato a parlare in termini di lotta di classe. So che in Italia il 75 per cento dell’industria è piccola e media industria e che anche nell’alta industria non sono rare le famiglie di alte tradizioni e di senso sociale, che il progresso agricolo medio o piccolo è in prevalenza, che le classi medie e professionali hanno una cultura sociale e turistica, che nell’organizzazione sindacale dei salariati e degli stipendiati gli uomini direttivi che hanno una consapevolezza dei doveri verso la comunità nazionale sono in assoluta maggioranza, e tali sono soprattutto gli operai, i quali comprendono che le agitazioni, gli scioperi, possono talvolta essere un fermento inevitabile e necessario nella pasta sociale; ma che il fermento, il lievito a nulla giova per fare la pasta se non c’è farina, anzi se la farina diventa meno, nel disordine sociale; e perciò sento che il popolo italiano possiede tutte le premesse per salvarsi e si salverà purché la sua attenzione venga concentrata sulle necessità e le urgenze del momento. Già – mi ha già obiettato in anticipo qualcuno dei miei corrispondenti. Ma i partiti? Ma le continue lotte elettorali? La polemica faziosa e scandalistica verbale e scritta? Il popolo si disorienta. Anche in questo settore politico, malgrado certi fenomeni morbosi, non voglio essere pessimista. Certo è una disgrazia che la crisi economica si combini con la crisi politica, cioè con la vertiginosa costruzione del nuovo Stato e con le campagne elettorali a ripetizione. Possibile che a lungo andare i partiti non comprendano che, quando si tratta della fiducia nella moneta e del credito dello Stato all’estero e all’interno, siamo tutti legati fatalmente l’uno all’altro e che quello che ci salvano non sono i programmi futuri di destra o di sinistra, ma solo una sostanziale, manifesta, leale solidarietà di oggi nell’amministrazione dello Stato e nella legislazione sulla cosa pubblica? Se i rappresentanti di tutti gli interessi onesti e di tutte le concezioni economiche fattive fossero dentro il governo e, consapevoli della estrema gravità dell’ora, concorressero alla salvazione del paese, il popolo che lavora riprenderebbe quel senso di sicurezza che vuol dire fiducia, e l’estero riconoscerebbe che la nostra solidarietà merita credito. È questo il pensiero che mi tormenta da quando tornai dall’America: è questo il pensiero che ritorna in molte delle lettere inviatemi da popolani e lavoratori. Nessuno pensi che io intenda sminuire l’importanza dei dibattiti ideologici che si svolgono alla Costituente o voglia disconoscere la funzione chiarificatrice dei partiti in ordine ai problemi fondamentali della vita pubblica, ma ogni cosa al suo posto giusto, nel suo settore e nel momento opportuno. Perché, ad esempio, trattandosi di elezioni amministrative regionali o comunali trasformare la gara indetta per la migliore amministrazione in un fazioso conflitto politico che trascura la considerazione dei problemi finanziari ed economici, di cui si tratta, e nella soluzione dei quali un concorso di parti diverse può essere utile e necessario? E perché le eccezionali condizioni economiche che mettono in causa la vita del paese non dovranno in certi momenti spingere le stesse parti politiche ad una solidale collaborazione nell’opera di governo dando tregua ai contrasti più disgregatori? Di fronte al problema del risanamento finanziario, dell’approvvigionamento dei viveri e delle materie prime e della vita stessa delle classi lavoratrici e di tutto il popolo italiano è necessario opporre a quello che i pavidi considerano fato inesorabile: la concordia fattiva di tutte le parti e di tutte le forze vive; unità che conduca ad una disciplina interna e allo spirito di sacrificio liberamente accettato. E se saremo concordi, non saremo soli! Certo, anche le discussioni, le critiche oggettive possono portare consiglio, ma il rimedio lo può portare solo l’azione della solidarietà e della corresponsabilità che ristabilisce il senso della fiducia e guida la volontà a vincere la prova. Ognuno dovrà rendere conto al popolo non solo del male che fa, ma anche del bene che non ha voluto fare.
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Bisogna creare un congresso attivista che riesca a ottenere il massimo dei consensi sull’essenziale. Essere concreti – preparare tecnicamente il congresso. Ceti medi, piccola industria, artigianato. Commissioni apposite. Esamina la nostra partecipazione al governo. È opportuno che il Consiglio nazionale dica con solennità che è necessario allargare le basi del governo .
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Sono al microfono, naturalmente, non per intrattenervi sulla crisi ministeriale, ma per ripetervi al di sopra e al di fuori delle differenze e delle manovre politiche una parola di fede e di ammonimento . Badate, la situazione finanziaria dello Stato migliora e potrebbe consolidarsi definitivamente se andassimo più d’accordo e alla salvezza comune concorressero tutte le migliori forze del paese. Secondo l’inventario (scusate l’improprietà tecnica del termine) fatto dal ministro del Tesoro agli inizi del nostro governo il nostro bilancio prevedeva un deficit di 610 miliardi e in più 190 miliardi di residui passivi per impegni assunti negli esercizi precedenti. Il prestito della ricostruzione che aveva dato 228 miliardi era in buona parte assorbito dalle spese di essa. Il governo non si perdette di animo e sotto l’impulso di Campilli pose subito mano ai rimedi. Rimedio primo: aumentare le entrate. Vari provvedimenti fiscali ci permisero di prevedere un aumento del gettito di 90 miliardi l’anno. Fra tali provvedimenti segnalo quello che colpisce, in maniera drastica i profitti della speculazione, quello che introduce la sovrimposta sulla negoziazione dei titoli azionari e la nuova tassa sui consumi voluttuari. Il provvedimento più radicale, però, che riversa il peso del risanamento finanziario sulle classi abbienti è l’imposizione straordinaria sul patrimonio. Nel prossimo esercizio non potremo ricavare da essa che 90 miliardi, ma nei tre seguenti si calcola di arrivare a ulteriori 300/400 miliardi. In complesso, tenuto conto di qualche provvedimento minore in preparazione nell’anno 1947/48 verranno a pesare sul contribuente italiano circa 200 miliardi di nuove tasse. E tutto questo, mentre a beneficio dei salariati e stipendiati abbiamo ridotto l’imposta della ricchezza mobile di 15 miliardi. Rimedio secondo: ridurre le spese. Il presente governo, tolti i recenti aumenti degli stipendi per gli impiegati, che si è cercato di coprire in parte con nuovi redditi, non ha assunto nuovi impegni di spesa, abolendo il prezzo politico del pane, sia pure con la indennità di caro pane risparmiando 75 miliardi; inoltre, nel preventivo 47/48 abbiamo compresso le spese per opere pubbliche da 330 a 260 miliardi, aumentando di 12 miliardi i fondi per opere di bonifica e miglioramento agrario considerato particolarmente redditizio. Abbiamo il dovere della ricostruzione e quello di combattere la disoccupazione, ma sappiamo che è illusorio stanziare miliardi di lavori al di là dei limiti fissati dalle entrate fiscali, dalle risorse dei prestiti e dalle disponibilità del cemento, del ferro e di altre materie prime. Si finirebbe con l’aumentare artificialmente i prezzi di queste materie assai scarse. I settori nei quali non siamo riusciti ad abbassare le cifre sono quelli del personale e quelli della difesa. Per effetto della scala mobile, le spese per il personale sono arrivate a 250 miliardi cioè al 45% delle entrate ordinarie. Un impiegato ogni 42 abitanti! Il personale complessivamente costa troppo e individualmente preso, uno per uno, non campa perché è pagato male. Il governo ha voluto fare un primo tentativo: ridurre entro quest’anno il numero del personale almeno del 5%. Bisogna mettersi su questa strada con la collaborazione dell’Assemblea costituente e delle stesse categorie impiegatizie. Le spese militari, nel preventivo 1947/48, sono 154 miliardi dei quali 64 per il personale. Si sono, in verità, ridotti alcuni capitoli, ma qui, come nel bilancio per il personale cozziamo contro l’aumento dei prezzi: l’aumentato costo dei servizi, dei viveri, dei materiali degli equipaggiamenti e il numero eccedente delle maestranze degli stabilimenti militari, tutto questo ha costituito perora una barriera d’arresto per gli sforzi combinati dei ministri Campilli e Gasparotto. Riassumiamo così il bilancio di previsione per l’anno 1947/1948: le entrate si prevedono in 520 miliardi; le spese in 832 miliardi di cui 581 oneri normali di bilancio e 251 miliardi per oneri eccezionali. Il deficit è, quindi, di 312 miliardi. Il ministro del Tesoro pensa di aver previsto con molta cautela, perché con una politica di pressione graduale e costante nel settore delle entrate tributarie normali, il loro reddito aumenterà certamente fino al livello prebellico. Tutta la questione anche qui sta nei prezzi. Riusciremo a stabilizzarli? Ecco il problema centrale che torna sempre. Ricordate che l’attuale governo ha agito anche nel campo organizzativo del credito, ricostituendo il Comitato interministeriale del credito e del risparmio e ha inteso dare una sistemazione autonoma alle aziende di Stato (ferrovie, strade, monopoli; l’emissione dei primi 25 miliardi di obbligazioni ferroviarie rappresenta il primo passo per diminuire il peso di tali aziende sul bilancio statale). Avvertite, infine, che, nonostante quello che si è vociferato, le esigenze di cassa si sono fronteggiate senza aumentare a tutt’oggi le anticipazioni straordinarie della Banca d’Italia al Tesoro. In complesso, l’accurata ed energica azione del ministro del Tesoro porta il deficit a tali limiti da trovare copertura nel mercato creditizio interno; purchè… purchè ci sia quella doverosa fede nel nostro risorgimento economico che gente pavida o speculatori senza scrupoli cercano di minare. Naturalmente, bisogna ripeterlo, bilancio dello Stato, situazione finanziaria e situazione economica sono interdipendenti. Non si esce da questo ciclo serrato se non si arriva a una certa stabilità dei prezzi e ad una intensificazione della produzione. Qui siamo ai 14 punti del programma governativo, deliberato sulla base delle proposte del ministro dell’Industria . Non è vero che i 14 punti siano rimasti lettera morta. Ho dimostrato in un Consiglio dei ministri che almeno 10 dei 14 sono in attuazione o in corso di elaborazione. Per la maggior parte, però, non si tratta di misure cui si provveda con un decreto legge, ma di un’azione sistematica e continuata la cui attuazione è lenta e gli effetti ritardati. Diciamo la verità, invece, che nel nostro primo attacco dei problemi non siamo riusciti a stabilizzare i prezzi, cioè la lira, non siamo riusciti a far ridurre i consumi e ad imporre necessarie discipline. Qui le difficoltà sono organizzative, politiche, psicologiche e non possono venire fronteggiate solo da noi. Tocchiamo, qui, la nostra situazione internazionale. Il ministro Morandi in un’ampia relazione al Consiglio della quale mi valgo, ha sintetizzato così le caratteristiche della nostra economia: 1°) un bisogno di derrate alimentari tale da assorbire buona parte del valore delle nostre esportazioni; 2°) una carenza di materie prime che ostacola la ripresa industriale e agricola e della ricostruzione; 3°) un’insufficienza di fonti di energia (carbone, nafta, elettricità); 4°) deficienza di capitale per finanziamenti; 5°) impossibilità di assorbire la mano d’opera eccedente. Finora l’Unrra e i contributi diretti dall’America a titolo di rifusione di spese di occupazione (120 milioni di dollari) e dal fondo alimentare (100 milioni) ci hanno tenuto sopra acqua. Ma come faremo domani nel passaggio da questa economia assistita all’economia autonoma? Si noti, intanto, per coloro che hanno paura della parola programmazione dell’economia, che l’assistenza dell’Unrra e il controllo internazionale delle materie prime, già queste ci obbligarono al sistema delle assegnazioni e ad un certo controllo interno e che tale vincolismo temperato si manifesta necessario anche qui, innanzi al contributo post Unrra dell’Export Bank di cui si stanno fissando i termini del prestito e della Banca di ricostruzione; i primi prestiti e gli investimenti si potranno avere solo se un piano di finanziamento e di ricostruzione darà affidamento ai prestatori esterni. Già in confronto dell’estero, dunque, una programmazione di emergenza è inevitabile. Ma anche la scarsezza delle nostre attuali risorse interne, ci impone un programma per la loro migliore utilizzazione, comprimendo i consumi non indispensabili, evitando la rapida ascesa dei prezzi che può portarci alla catastrofe monetaria. Questo intervento dello Stato potrà evitare vincoli esagerati e regolamentazioni minuziose solo se le categorie direttive della produzione parteciperanno volenterosamente a questa opera, agendo come organi autonomi e liberi. Mi pare che anche in questo settore non siamo nel campo delle ideologie o delle tendenze politiche sociali, mi pare cioè che esistano certi binari indipendenti dalla nostra volontà e condizionati, invece, dalla nostra fase di dopoguerra. È per questo che ha senso il mio appello alla collaborazione, nel momento della stretta economica finanziaria, su di un terreno e in un periodo in cui prevale nell’azione di governo l’opera di risanamento economico e di difesa della lira. Siamo 42 milioni e l’offerta di lavoro aumenta di 400 mila unità ogni anno, le risorse del paese sono più scarse che mai in seguito alla guerra; l’aumento della produzione richiede per ogni operaio da 2 a 5 milioni di investimento secondo il tipo di industria: bisogna utilizzare tutte le possibilità di emigrazione e riordinare il turismo, e continuare lo sforzo ricostruttivo della marina mercantile, dico riordinare il turismo, perché non sia rapina, tutto questo richiede tempo, tenacia, coordinamento all’interno delle forze, disciplina. Disciplina per vincere la battaglia dei prezzi, disciplina per frenare i consumi e le spese, disciplina per combattere la speculazione e la disoccupazione, disciplina per coordinare i tempi della politica ai tempi dell’economia. Consideriamo questa lotta contro il bisogno e contro le conseguenze della disfatta come una nuova resistenza civile in cui è sacro dovere di operare e di assumere sacrifici; chi più ha più deve affinché il popolo italiano non cada immeritatamente in uno stato di depressione. È norma di dovere chiedere scusa se, col senso più profondo della responsabilità che ci prende alla gola, ho fatto appello a tutti e ho osato sperare in un soffio di energia morale che ci sollevi al di sopra delle nostre querele fino al senso di solidarietà delle grandi ore storiche in cui non siamo responsabili solo di fronte alle esigenze di oggi, ma soprattutto di fronte alle giovani vite dell’Italia di domani. Queste o simili parole avrei forse pronunciato oggi alla Camera se l’avessero concesso le norme di procedura. Ma qui al microfono, innanzi ad ascoltatori ignoti, mi pare che siano più ovviamente, più evidentemente disinteressate e svincolate dalla contingenza che passa.
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L’aiuto americano non dipende tanto dalla sua persona quanto dall’orientamento complessivo del governo italiano: se l’orientamento è decisamente verso il mondo democratico occidentale l’aiuto è più facilmente ottenibile .
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Amici! Qualcuno dirà: che mai è necessario che si ricordino un anno dopo l’altro i grandi documenti della storia, come le encicliche dei papi e soprattutto l’enciclica Rerum novarum? Cose vecchie, è stato scritto anche in occasione di un’altra solenne commemorazione: cose vecchie? Il mondo cammina. Le formule sono ormai usate e superate. Ebbene, no. Voi avete sentito dalle parole dei due precedenti oratori come questa parola antica è la parola che ci vuole anche oggi e che vale nelle miserie e nella situazione presente. Quante cose cambiate! La nostra patria ha passato dopo quel tempo due dure guerre, due distruzioni, devastazioni immense ma i principi fondamentali, il carattere dell’uomo non cambiano e anche oggi vi sono coloro i quali approfittano dei disastri e delle miserie e si buttano come sciacalli per guadagnare l’illecito (applausi); anche oggi vale quella parola che il papa lanciava contro l’usura vorace, termine che si applicava più facilmente alla situazione economica medievale, superata. Ma oggi invece che domandare interessi illeciti sotto il capitale, oggi si ricorre ad altre misure: si ricorre alla borsa, alla speculazione sui prezzi, si ricorre a nascondere i beni per non immetterli sui mercati. Questa è l’usura moderna e contro questa si era lanciato il papa. Contro questa noi dobbiamo agire. (Applausi vivissimi). Il papa invoca l’intervento dello Stato. Dappertutto, negli Stati più liberali, si interviene per cercare di salvare soprattutto le classi meno abbienti in un momento così disastroso. Si deve intervenire contro l’inflazione che annulla la moneta, si deve intervenire perché sul mercato libero non avvenga che scompaiano i pochi beni di cui possiamo usare, e non possano essere a disposizione di chi meno ha, ma di chi ha più bisogno. Però, badate, bisogna ricordare un altro pensiero di Leone XIII che è giusto anche oggi: non bisogna aspettare tutto dallo Stato e dal governo. Lo Stato e il governo oggi hanno una forza limitata ed hanno una forza se i partiti sono d’accordo, sono deboli se i partiti non sono d’accordo. (Applausi). E la ragione della debolezza del governo oggi è che non vi è sincera, concorde collaborazione tra i partiti politici. (Applausi). D’altro canto ricordate una altra verità. Accanto agli organi dello Stato – e meglio degli organi dello Stato – devono agire gli organi della libera iniziativa consorziata, associata: sono le società edilizie, le società di costruzione, le società di miglioramento agrario, le società cooperative di ogni forma; sono le società che devono prendere iniziative e mettersi al servizio della causa popolare per attuare quello che è il programma del governo. Senza di queste, senza questa concordia con la lotta di partito nell’agire, né il paese, né il comune, né la fiducia, né lo Stato si salvano ormai più. (Applausi vivissimi). Che cosa è questo fenomeno curioso, che quando domandate ai forestieri che vengono in Italia – adesso ad esempio agli svizzeri che sono venuti in occasione della recente canonizzazione – domandate che impressione ha fatto l’Italia, vi dicono l’impressione di un paese che per il primo si è messo a lavorare, è quello che si trova in una situazione ben avanzata verso la rinascita di quanto siano gli altri paesi europei? Ed è vero: in Italia si è lavorato, si lavora molto. È vero. Perché mai la nostra economia va riprendendosi sotto lo sforzo collettivo della libera iniziativa, e della iniziativa associata e aiutata dallo Stato? Perché mai le cose vanno così attraverso lo sforzo della popolazione e i sacrifici di tutti; e perché invece non vanno bene nell’amministrazione dello Stato, vanno male nella esposizione e nella attuazione dei programmi governativi? Perché i partiti ci mettono troppo odio, troppo risentimento e non hanno il senso della responsabilità, non hanno il senso del loro sacrosanto dovere verso il popolo italiano. (Applausi vivissimi). Guardate, c’è anche un’altra cosa: quando si parla di documenti pontifici e si commemora il valore della Rerum novarum bisogna non dimenticare che non è una lettera o un documento scritto per l’Italia sola, ma che è un documento rivolto a tutto il mondo e, quello che viene detto e inculcato, è diretto anche a altre nazioni più ricche, altre nazioni che devono sovvenire, aiutare le nazioni! Ed è detto che ci deve essere non soltanto una solidarietà fra gli uomini, ma soprattutto la solidarietà di chi ha con chi non ha, con chi deve avere. Nella patria e nella nazione ci deve essere la solidarietà nel consorzio umano. Non è possibile risolvere il problema sociale, non è possibile arrivare alla salvezza del popolo italiano se il dovere inculcato dalla Rerum novarum e dai papi, maestri a tutte le genti, non viene accolto dalle nazioni che sono più ricche, che sono state risparmiate dalla guerra, che hanno il dovere di solidarietà, di trasformare i concetti e le prediche umanitarie in concorso pratico ed efficace al popolo italiano ed a tutti i popoli che ne hanno bisogno. (Applausi). Amici, saremo in Italia presto 46 milioni. Gli economisti hanno calcolato che l’Italia nei prossimi anni, anche con il massimo sforzo, ne può nutrire 26, forse 28 milioni; bisogna che per gli altri o ci sia apporto di capitali per promuovere e sviluppare le industrie in Italia, o che si spalanchino le porte al nostro lavoro, che, nelle due Americhe e in Francia, costituisce una valvola di salvezza anche per i popoli che non hanno la nostra fecondità. Badate, amici, non vedete questa cosa da un punto di vista piccolo e meschino, non pensate alle forze che se ne vanno come fossero perdute. È il vero impero italiano: non l’impero delle battaglie e delle occupazioni sanguinose. Il vero impero italiano è quello del lavoro, e si forma con la forza dei lavoratori, si forma nelle Americhe, in Francia, dappertutto. È l’impero pacifico dei lavoratori che operano per la patria antica, ma soprattutto rappresentano nel mondo il ceppo vitale della civiltà cristiana ed italiana. (Applausi vivissimi). Ci hanno fatto un’accusa e non dubitate, non cercherò di scivolare nella polemica. Ci hanno fatto l’accusa di essere esitanti, di non saper trovare la strada giusta nei momenti difficili, di non avere l’impeto necessario per l’attuazione dei programmi. E c’è qualche cosa di vero in questo, al nostro movimento è toccato sia nell’unità sindacale, sia fuori in tutte le manifestazioni pubbliche e sociali, sia al governo, di mediare fra contrasti troppo forti, di essere il cemento, la risposta ad una esigenza oggettiva, alla solidarietà necessaria nei momenti gravi. Ci è toccato questo compito molto difficile a fare e bisogna farlo con molta pazienza, molta sopportazione, anche con molta riflessione. E domando: che cosa sarebbe avvenuto nel passato, nell’immediato dopoguerra, in questo periodo turbinoso, se un blocco forte di gente non avesse avuto innanzi questa realtà e questa necessità degli interessi del paese, subordinando ad essi anche il lustro momentaneo e il vantaggio del partito o del movimento politico come tale. Che cosa sarebbe avvenuto in Italia? Provate a pensarlo e a ricostruirlo con la fantasia. Abbiamo quindi svolto un compito di pazienza e di collaborazione, e siamo disposti a farlo ancora. È sempre il nostro compito perché corrisponde al nostro programma, perché nella Rerum novarum è detto che bisogna da una parte tendere alla giustizia sociale, ma dall’altra salvaguardare la libertà: questi sono i due poli per noi! (Applausi vivissimi). Noi dobbiamo volere la giustizia sociale; volere l’elevazione del lavoro; organizzare le masse perché esercitino un influsso maggiore sulla cosa pubblica e sul governo. Tutto questo dobbiamo volere, ma non possiamo dimenticare che c’è un rischio, il rischio che, attraverso un’organizzazione che non abbia uno spirito, un concetto, che sia meramente materialistica, vada perduto il concetto altrettanto necessario della libertà, libertà politica e libertà spirituale, libertà di mantenere e vivificare la nostra tradizione cristiana, senza la quale non c’è nemmeno in economia salute e possibilità di sviluppo. Dunque questo compito di collaborazione lo abbiamo eseguito, esercitato: però lo si può continuare ad una sola condizione: il doppio gioco non va. Lavorare con De Gasperi nel Consiglio dei ministri e poi farlo impiccare in effige durante le assemblee, non va! (Bene, bene, applausi). A lungo andare la più tenace pazienza si esaurisce. (Applausi, bravo, bene). Non è possibile lasciar credere che questa nostra pazienza, questa nostra sopportazione, sia debolezza o mancanza di programma, o di volontà. Non è giusto! Non è possibile che presentino un mazzo di fiori di arancio e poi vantino di aver presentato un mazzo di crisantemi per la sepoltura. Bisogna scegliere: o crisantemi, o fiori d’arancio! Ma non dubitate che io sviluppi questo tema, per quanto possa essere attraente. Non è questa la sede. Sviluppo un altro pensiero: noi come riconosciamo che lo Stato non è tutto, che il governo non è tutto, così riconosciamo che la politica non è tutto. La politica è strumento e mezzo. Sopra la politica c’è la forza del popolo italiano; c’è la salvezza del popolo italiano; c’è il nostro fermissimo proposito di difendere la civiltà cristiana in Italia. Governo, coalizione, partiti, tutto questo viene subordinato consapevolmente a questa meta. E badate, hanno detto che noi siamo affamati di posti, che la Democrazia cristiana vuole dominare, che vuole avere il governo in mano. Abbiamo dimostrato che siamo pronti a lasciare anche in sottordine, se questo fosse utile per lo Stato e per il popolo, se questo fosse la salvezza. Chi ha consigli migliori dei nostri, si faccia avanti! Chi ha volontà più forte che la nostra, ci preceda e noi lo seguiremo. Noi non domandiamo privilegi. Domandiamo una condizione sola: probità, lealtà! Perché non ci si può mettere in camino guardando su tutti i fronti: a sinistra, a destra, davanti, di dietro. Amici, in politica ci sono dei successi e delle flessioni. Qualche giorno va bene, qualche giorno va male. È come la campagna: ora la grandine, ora la pioggia, ora la siccità. Così anche in politica. Ma il contadino e l’agricoltore superano queste difficoltà con la loro fede, la loro tenacia e il loro lavoro, perché sanno che la pioggia viene dal cielo; così dico a voi. Guardate al complesso. Noi siamo qualcosa di più di un movimento politico. Siamo un movimento cristiano che tutto abbraccia e tutto trascina. E noi, qualunque forma abbia il governo, qualunque posizione sia la nostra, sappiamo questo: che dobbiamo essere in cammino per la salvezza e per gli ideali del popolo cristiano.
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Se dovesse andare alla Camera [De Gasperi] parlerà chiaro sulla responsabilità dei s[ocial] c[omunisti] verso il vecchio governo. E poi chi farà il governo quando ci saremo rotti con i sinistri? Alle 11 dovrà andare da Orlando – Se Orlando lo invitasse ad entrare nel ministero? […] È d’avviso di riprendere contatti con Saragat e compagni della «Piccola Intesa». Non lo può fare lui – Lo deve fare la Direzione del partito e il direttorio.
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Il gabinetto in formazione potrebbe definirsi di «difesa della lira». Si tratta di costituire una compagine ministeriale capace, positiva, ostinata, che faccia sopire le polemiche inutili e polarizzi tutte le forze verso gli interessi superiori del paese. Come voi sapete ho avuto l’incarico, nelle forme solite, di costituire il ministero . Mi sono riservato di rispondere appena fatte le consultazioni. È inutile aggiungere parole circa il programma perché il programma è semplice e voi lo conoscete: è l’appello alla collaborazione di tutte le forze che siano disposte ed atte a fiancheggiare i pericoli di carattere economico e a risolvere i problemi di carattere economico che si impongono oggi per la salvezza del paese. [Le dichiarazioni erano seguite dall’apertura delle consultazioni con i leader degli altri partiti. De Gasperi incontrava prima Terracini, presidente dell’Assemblea costituente, poi Tremelloni, in rappresentanza dei socialdemocratici e, infine Nenni. Al termine dei primi incontri riceveva nuovamente i giornalisti ai quali rilasciava le dichiarazioni che seguono in merito alla impossibilità di rinviare le elezioni oltre l’autunno]. Le elezioni debbono avvenire dopo la chiusura della Costituente, che ancora non si può prevedere quando concluderà i suoi lavori. Vi è un impegno che deriva dalla legge istitutiva della Costituente di terminare i lavori per il 24 giugno; bisogna però tenere anche conto delle necessità dell’Assemblea .
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Ritiene che il ministero di larga concentrazione con lui non sia più possibile. Il Psi ha preso posizione contro di lui e contro la Dc. Crede che anche altri sia nell’impossibilità di formare un ministero di larga concentrazione. Ministero di centro-sinistra senza gli estremi? De Gasperi crede di avere più probabilità di altri. Anche l’America ha più fiducia in lui. Saragat e i repubblicani hanno paura dei comunisti. Occorre avere noi il coraggio di trascinarli. [A questo punto del dibattito Fuschini chiedeva se sarebbe stata presa in considerazione l’ipotesi di coinvolgere i nittiani] Crede che non sia male prenderli. Non avrebbe timore di voti contrari alla Camera. […] Un ministero senza i comunisti ci porterà certamente all’urto. Ostacoleranno i comizi. Non si può collaborare con i comunisti. Crede che un altro democratico cristiano è più adatto a collaborare con i comunisti. […] Crede che il voto di fiducia ci sarà. Togliatti e Nenni non potranno fare il governo. La destra voterà. Si spera che Giannini non faccia ancora il buffone. La «Piccola Intesa» non esiste (è la Piccola mal…intesa). Il governo fatto così deve anche fare le elezioni. […] Dovremo fare un governo anti nessuno. Se i comunisti saboteranno il governo diventeremo necessariamente anti-comunisti. Il governo ponte non poteva che essere quello di larga concentrazione. Quel ponte in un certo senso è stato passato.
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Riferisce [De Gasperi] sull’ultimo colloquio avuto con i saragattiani – I piselli hanno posto alcuni punti di carattere economico che De Gasperi non ha creduto d’accettare. Bonomi aveva accettato e poi si è riservato di rispondere stasera. Grassi è disposto. Einaudi tentenna; propone altri. Ha esposto un suo progetto: un v[ice] presidente controllore dei ministeri finanziari. Finirebbe per essere il vero presidente del Consiglio. Risponderà domattina. […] Andrò subito da De Nicola per dirgli di indurre Bonomi ad accettare – Chiamare Orlando e Nitti se vogliono fare il ministero – De Gasperi può entrarci anche lui; ma senza i comunisti. De Nicola ha paura di dare l’incarico per un ministero di soli Dc.
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Il Governo precedente già aveva costituito un apposito comitato di sottosegretari per dirigere tutta l’opera di assistenza cui questi nostri carissimi fratelli hanno diritto. Il Governo non solo accetta la mozione , ma continuerà con la massima energia l’azione che ha iniziata, e rivolgerà tutte le cure che sono possibili ai profughi. Evidentemente un movimento di trasferimento su così larga scala potrà incontrare notevoli difficoltà. Faremo di tutto per superarle. Però, nel contempo, poiché intende fare tutto il suo dovere, il Governo rivolge anche un appello alla collaborazione attiva delle popolazioni. Bisogna che ci sia reso possibile di ospitare questi fratelli non in campi di concentramento, ma presso le famiglie. (Vivi applausi). Già qualche provincia e qualche comune, nonostante le difficoltà hanno generosamente accolto questo appello, seguendo un impulso del cuore. Io spero che l’Assemblea si associ al mio invito perché altri seguano l’esempio e perché possiamo dare ai nostri fratelli non soltanto l’assistenza economica, ma anche la dimostrazione del particolare affetto con il quale li accogliamo. (Vivissimi applausi).
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Giornata laboriosissima e molto faticosa . Dopo il rifiuto di tutti i partiti di destra di entrare a far parte del governo De Gasperi tenta di comporre il gabinetto con i soli democristiani e con due o tre indipendenti. Non è possibile immettere un numero maggiore di indipendenti per timore di far diventare un governo troppo aparlamentare che si pensa non sarebbe gradito al presidente De Nicola. Molte e diverse sono le opinioni degli uomini del partito, sia di quelli della Direzione, sia di quelli del Gruppo. Quasi tutti oscillano fra l’incertezza di entrare o non entrare personalmente a far parte del gabinetto. Campilli vede l’opportunità di restare fuori ma desidera che siano cambiati assieme a lui altri ministri, come ad esempio Gonella. Gonella, invece, non vuole andare via. Tupini vuole assolutamente un ministero dichiarando che ha delle capacità non trascurabili e temendo di non essere abbastanza quotato se resterà fuori. Infine la Direzione decide di presentare Tupini per i Lavori Pubblici. De Gasperi dimostra energia e sicurezza di sé, ma teme di non trovare collaboratori efficaci per un governo che avrà dei giorni molto duri. Finalmente alle 8 una lista, in cui mancano ancora i designati per il Commercio Estero e per l’interim del Tesoro, viene presentata in via non ufficiale al presidente della Repubblica. Si attende ancora una risposta di Merzagora dal Brasile. La comunicazione telefonica tarda a venire.
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Ho presentato poco fa al capo dello Stato la lista del nuovo ministero e presenteremo, come doveroso, nella prossima settimana alla Costituente il comune programma di lavoro; ma per parte mia ritengo opportuno dire già stasera una parola chiara, semplice, onesta. Respingo il titolo di cancelliere ed altre simili designazioni che vorrebbero suscitare allarmi, ma di fronte alla mia persona ed alle idee che rappresento, sono semplicemente ridicole. Un uomo che ha combattuto e sofferto per la libertà, per la democrazia, per l’autorità del Parlamento come espressione della sovranità popolare contro ogni regime tirannico o anche semplicemente autoritario, un uomo che non ha milizie di parte ma come unica arma ha lo scudo della propria coscienza e della propria buona fede non può essere neppure sospettato di spirito e di velleità antipopolari. Credo – e l’ho dimostrato con i fatti nei momenti critici – nel metodo democratico e credo che il regime deliberato dal popolo italiano un anno fa debba essere sostenuto e difeso da tutti i buoni cittadini se si vuole ricostruire il nostro paese su un largo consenso di popolo e assicurare all’Italia un suo avvenire. Ma penso anche che la democrazia si salva e si consolida solo se al popolo in tutte le sue classi, diciamo intera la verità, invitandolo a fare uno sforzo supremo per la difesa della lira e del potere di acquisto dei salari dei lavoratori. È questa l’unica via per generare fiducia all’interno ed ottenere il credito all’estero. Da tutte le regioni giunge una sola voce al governo: aiutateci a diminuire la disoccupazione, a ricostruire le nostre case distrutte, dateci razioni sufficienti di viveri, provvedete a certe categorie particolarmente disagiate. Ad accogliere questo appello, spesso straziante, debbono rivolgersi tutti i nostri sforzi secondo un chiaro e deciso indirizzo ed una concreta azione di governo. Per ottenere attorno a questa meta la concordia e la adesione dei gruppi politici ho agito e faticato anche in questa ultima crisi ministeriale. Non è il tempo di mire personali e di egoismi di partito. Per rendere più agevole la soluzione della crisi la Democrazia cristiana aveva serenamente dichiarato, anche da parte mia, di essere disposta ad abbandonare la presidenza del Consiglio e la preminenza del governo, a sostituire parte dei suoi rappresentanti nel Consiglio dei ministri con uomini competenti e di buona volontà da qualsiasi partito venissero. Uomini più autorevoli e più esperti di me tentarono senza riuscire. Quando tali tentativi furono esauriti il capo dello Stato si rivolse a me, dicendomi che come leader del maggior partito avevo l’obbligo di provare. Al che io ripresi allora le conversazioni, per cercare di convincere i miei interlocutori, dei quali molti erano amici della lunga vigilia antifascista. Ho tentato, ma non sono riuscito a guadagnare, finora almeno, la loro collaborazione. Qualcuno mi diceva: con voi sì, ma con quel partito alla vostra destra no; qualche altro rispondeva: noi veniamo, purché non ci sia questo o quel partito. Ma come si fa a creare un clima di reciproca collaborazione quando fin dall’inizio si pongono veti, pregiudiziali ed esclusive? Ed è stato inutile ripetere che in questo momento non si trattava di partiti o di classi ma che il male era comune e comune doveva essere il rimedio. Sarà stata colpa della mia insufficiente forza persuasiva o sarà l’eterna tragedia delle fazioni che ci accompagna in tutta la nostra storia nazionale: il fatto è che la prova di una coalizione larga dei vari partiti, o almeno di una collaborazione sul terreno delle immediate esigenze finanziarie ed economiche, non è riuscita. Ho dovuto fare un governo il quale trae la maggiore parte dei suoi membri dalla Democrazia cristiana ma ho ottenuto anche l’ausilio prezioso di alcuni uomini di conosciuta capacità i quali, al di sopra di ogni vincolo di parte, sentono fortemente la responsabilità verso il destino del paese. Essi sanno che non fanno parte di un governo di colore, o meglio, che il colore nostro e loro è semplicemente il tricolore, la bandiera. Della rinascita e della salvezza del paese. Sono pochi ma più sarebbero stati se altri avessero accettato l’invito loro rivolto, perché i miei amici politici avrebbero volentieri rinunciato ad ogni prevalenza di parte. Ci presenteremo alla Costituente della quale riconosciamo oggi più che mai la sovranità, e chiederemo un giudizio su quello che siamo e intendiamo fare. Se il giudizio sarà favorevole, se troveremo appoggio e collaborazione, ci metteremo al lavoro; se no, verranno altri uomini in quanto ritengano di poter far meglio. Comunque sia, confido che il paese apprezzerà l’esempio di coraggio che noi diamo, affrontando le gravi responsabilità della situazione, e nella nostra fermissima volontà di superarle ravviserà un atto di fede nella rinascita e nel destino del nostro grande e fecondo popolo lavoratore .
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Amici carissimi, non so se siete tutti amici. Ma mi pare, veramente, che lo siete tutti: ad ogni modo io sono tanto sicuro della causa che rappresento che sono certo che, alla fine del mio dire, tutti saremo diventati amici. La provvidenza ha voluto che la prima grande assemblea, dinanzi alla quale dopo la quindicina della crisi e la ricostituzione del governo, dopo le lotte e le fatiche parlamentari, fosse quella di Bergamo, Bergamo sempre fedele ai principii fondamentali della causa che rappresentiamo. L’assemblea, quindi, più adatta a sentire la mia rinnovata fede e d’altro canto a darmi con il suo entusiasmo e con la sua approvazione e, se occorre, con la sua rettifica, quell’impulso di cui ho assoluto bisogno, in questo periodo burrascoso che andiamo attraversando. Comincerò col dirvi ciò che già sapete. Ma, ho l’impressione che sarà più chiaro quando a dirlo sarò proprio io. Alcune settimane fa, dopo aver sentito i competenti, dopo avere visto i conti, le relazioni del Tesoro, dove si fanno i conti dei prestiti che il pubblico fa attraverso i buoni del Tesoro, e che sono quindi la misura della fiducia dell’opinione pubblica nella stabilità e nel progresso economico, dopo avere esaminato con spassionatezza, con obiettività, cercando di tenermi lontano dalle divisioni di sinistra o di destra, solo una cosa essenziale ho ricercato: che cosa bisogna fare per il popolo italiano perché si salvi? Ho parlato alla radio e attraverso la radio ho detto: ma è possibile che noi continuiamo nella lotta dei partiti, nelle divisioni di destra, di sinistra e di centro, a bloccarci su discussioni di progresso, di azione, ecc… e non vediamo che in questo momento andiamo a fondo, che la barca fa acqua? Davanti al disastro, al grande disastro che cosa ci importerà di avere fatto una discussione più o meno politica? Aver portato argomenti per un partito contro un altro, cosa ci gioverà? E allora ho detto a tutti quegli uomini che sono onesti, che vogliono lavorare per il popolo al di fuori del proprio egoismo, di venire nel governo. Cosa semplice pare a voi: perché è il senso comune che parla in voi, attraverso i principii naturali del ragionamento e dell’istinto; perché quando c’è un pericolo tutti corrono, quando c’è il fuoco tutti corrono a spegnerlo; quando la barca fa acqua tutti si buttano per istinto ad aiutare a stare sopra acqua. Invece, certi uomini politici, presi più o meno dal meccanismo dei partiti, hanno cominciato, sulla nave che sbandava, a consultare i loro strumenti: per vedere se si andava più a sinistra o più a destra; se questo andare avanti significava andare più indietro, se le direzioni della politica corrispondevano ai programmi stabiliti stampati nelle elezioni del 2 giugno. Ma perdendo tempo nelle misurazioni fra destra e sinistra, hanno in realtà cercato di impedire, e vi sono riusciti, di metterci tutti insieme. E per parecchie settimane lì a misurare il centro, la sinistra, la destra; la barca faceva sempre più acqua. Qualcuno poteva dire che lo sbaglio era di chi è al timone. «Cambiamo il capo, dissi io, io rinuncio volentieri; io quello che ho potuto fare l’ho fatto ed ho creduto di fare bene. Se voi credete di fare meglio vi cedo subito il posto». Io ho detto: «se specialmente voi avete un uomo di reputazione che sia al di sopra dei partiti che prenda in mano lui il timone e che guidi la barca, io aiuterò come posso, anche come mozzo, il governo. Ed aiuteranno i partiti. Ci metteremo sotto e vedremo come si può reggere la barca». E allora ho fatto la crisi. Cosa vuol dire fare la crisi? Vuol dire prendere il cappello e dire: «qui c’è il posto libero, uno meglio di me venga avanti e diriga lui». Avete visto! Si sono scelti gli uomini, tutte le persone rispettabilissime; ciascuno offriva una sicurezza. E anche loro hanno cominciato a misurare con i loro strumenti se la barca andava un po’ a destra un po’ a sinistra. A un certo momento uno di sinistra diceva: «no, qui si va troppo a destra». E a destra si diceva: «si va troppo a sinistra». Intanto la barca continuava a fare acqua e non si concretava nulla. Allora il capo dello Stato non vide strumento migliore che il vecchio pilota e gli disse: «prova ancora tu». (Applausi vivissimi). Voi applaudite ed io vi ringrazio per la fiducia che mi dimostrate, ma non so se è proprio una fortuna per me. Comunque, io mi sono messo a trattare per vedere se i partiti, se gli uomini chiamati, condividevano la mia direzione e per prima cosa ho detto a tutti i partiti: «se uno non si esclude da sé, noi non dobbiamo dire: tu proprio, no». E capite perché? Perché avevo in mente due cose: che quando si tratta di prendere rotta in mare procelloso non bisogna avere troppe discordie nella ciurma, ma mettere in pace le cose fino a tempi migliori. Poi, quando saremo giunti in porto, quando avremo bevuto qualche mezzo litro assieme in una bettola ne parleremo. Ma adesso, NO! Ma ho trovato la solita musica di destra e di sinistra, perché non c’è uno strumento esatto più di quello che segna le rotte parlamentari, non c’è solo la destra e la sinistra, come è per tutte le persone che hanno imparato a fare il segno della croce, ma c’è la sinistra, la sinistra e mezza e la sinistra a tre quarti; la destra di un colore e la destra di un altro colore, la destra estrema e quella meno estrema. Tutta una efflorescenza di questa terra: parco di alberi e anche di genii, di combinazioni dottrinali e politiche, ma che dimostra, però, che la terra d’Italia è ancora frazionata dalle fazioni. Come avvenne nel medio evo per le grandi potenze di Firenze, di Pisa e di Venezia, quando le fazioni, i capi di partito discutevano e il popolo stava a guardare come si battevano i capi. Oggi non si combattono più i castelli: ma i partiti, i quali hanno diritto di assistere, hanno una funzione educativa, ma ad un patto: che in certi momenti, quando il fuoco sta distruggendo la casa, si mettano d’accordo. Ecco perché io credo che oggi parlando di questa necessaria alleanza di partiti e di subordinazione alle necessità del popolo, io parlo secondo il sistema democratico e non da dittatore. Io non voglio negare al Parlamento i suoi diritti, perché voglio salvare questa democrazia. Quando, poi, questo momento difficile sarà superato, non sarà difficile trovare un accordo per le nostre questioni. Ma molta gente non la pensa così e si preoccupa già oggi delle posizioni dei partiti e della destra e della sinistra. Io ho messo in atto tutta la mia pazienza; però qualche volta, la sera, quando andavo a letto a mia moglie dicevo: non ne posso più! Però il Signore mi dava alla mattina la forza di riprendere il lavoro e mi diceva: per chi lavori, se non per il popolo italiano? È successo che il ministero che volevo fare, non è andato. Non sono stato capace: ci voleva un santo ed io sono un politico. Ci voleva, anzi, un santo di quelli grossi; io, comunque, non sono riuscito e allora ho fatto un’altra proposta. Io non avevo mai escluso nessuno. Non è vero che io volessi escludere i partiti cosiddetti operai. Dico cosiddetti, non perché escluda che in essi vi siano operai, ma perché non riconosco il loro monopolio della classe operaia. Non ho escluso nessuno e chi legge la cronaca dei giornali avrà visto che io ho cominciato col non escludere nessuno. Si sono esclusi loro, uno con l’altro: «io vengo, ma non con quello». Allora hanno fatto una proposta: nell’Assemblea il partito più grosso è la Democrazia cristiana e ci pensi essa a cavarsela. Io non pensavo vigliaccamente: «io solo non posso». C’era la responsabilità politica e vuol dire portare sulle spalle la responsabilità della disoccupazione, le sassate, le fischiate che ti tirano dietro, la perdita di seggi e di mandati nelle elezioni. Compito duro e difficile dove non si può fare miracoli, dove ci sono gli avversari più calunniatori, e dove non si salva nemmeno l’uomo più innocente. Sapevo il pericolo, ma ho detto: sta bene; come responsabilità politica me la prendo, però dovete aiutare e se le cose vanno bene, condividere anche il merito, se le cose vanno male, però, pensavo diranno che la Democrazia cristiana la barca l’ha guidata male. Avevo detto anche «metteteci un tecnico, un uomo che non impegni un partito. Tu, dissi a Togliatti, perché non mi lasci il ministro dei Trasporti… ha fatto buona prova, sarà nuovamente un bravo ministro, potrà lavorare come tecnico e potrà anche vigilare sopra l’indirizzo politico del Governo». Mi pareva, proprio, una proposta ragionevole: mi hanno risposto: quale novità, mai sentita una proposta simile: questo è un governo di cancelleria! Ed allora cosa avrei dovuto fare? Dopo tre settimane di trattative mi hanno detto che bisogna scegliere un altro uomo. Ho aspettato; ma nessuno è venuto a portarmelo! Ho scelto allora come potevo persone che si erano offerte di aiutarmi, anche se non appartenenti al nostro partito. Alcuni hanno idee diverse; qualcuno non lo avevo mai visto e conosciuto. Essi si sono offerti perché desiderosi di giovare al paese. Chiesi loro solo lealtà, spirito di collaborazione per aiutarmi a trovare il modo di salvare la situazione economica del popolo italiano. Quando ho messo insieme il ministero, apriti cielo! Avete visto l’amico Nenni cominciare a scrivere… (fischi dalla platea) … no; non fischiate perché nonostante tutto io sono amico di Nenni soprattutto ricordando i legami che ci hanno unito durante il periodo clandestino. Ora lui, forse perché ha molta fantasia storica ha cominciato a scrivere che io rifaccio il sistema di Dollfuss, che io rifaccio i tentativi contro la libertà fatti da Gil Robles e dagli spagnoli ecc. ecc. Io sono rimasto perplesso; ma è mai possibile che il popolo italiano sia proprio come lo descrive lui? Io cerco di risolvere un problema ed è mai possibile che bisogna fare alle fucilate per mantenere l’ordine? Io confido nel popolo italiano: il popolo italiano è migliore di quello che lo descrivono molti. Quando ho varato il governo mi hanno detto: questo è il ministero della reazione, che difenderà la Confindustria e tutti gli uomini di affari. Guardate un po’ se sarà modo di ragionare! Credete voi che chi ha da perdere specialmente con l’inflazione, quando la lira va a zero, siano proprio i possessori dei terreni agricoli? Ma a loro non importa niente, perché il cavolo ha sempre il valore del cavolo; forse i grandi industriali? Ma gli impianti industriali valgono tanto più quanto la moneta vale meno. Vi sono gli uomini che guardano solo al loro egoismo, quelli che non hanno bisogno di nessuno e non chiedono niente. È la categoria per la quale peggio va, meglio è. Questa è la categoria che non ha paura della inflazione. C’è poi una categoria che è stata presa dallo spavento, dal panico, e compra tutto. Teme che la lira non valga più niente, essa si divide in due qualità: gli speculatori e quelli che comprano e mettono la roba nelle cantine e nelle soffitte. Gente che ha paura e che dice che al governo si discute soltanto, e intanto che i medici discutono l’ammalato muore. Che cosa è successo al governo? È successo che i ministri fanno, discutono, votano, ma appena fuori i loro amici e i loro giornali fanno una lotta contro i loro colleghi che hanno fatto le stesse leggi, che hanno assunto le stesse responsabilità. Questo è un altro aspetto politico che si inserisce nella tragedia: questo voler profittare del disastro, che è in fondo il risultato di una guerra perduta. Così si sparge il panico e si dice che la lira non vale più niente. Ecco perché ebbi la sensazione che tutti i partiti dovessero mettersi assieme. Qualcuno ci deve essere per dare la sensazione della ripresa, la volontà di risorgere, di risanare questo corpo malato della nostra patria. Adesso farò un discorso a chi possiede e a chi ha. Forse le classi abbienti avevano un giusto pretesto fino adesso. Se tutto finirà nel regime comunista tutto rovinerà in una catastrofe, tutto finirà in un grande rivolgimento. Ma adesso questo pretesto non c’è più, adesso questo governo, che si dipinge come un governo reazionario, ha diritto di chiedere che voi, ricchi, aggiungiate anche i vostri sforzi e i vostri sacrifici per salvare il paese, se si vuol salvare davvero questo nostro paese. Anche nell’industria e negli organismi agricoli in genere, nelle organizzazioni economiche del lavoro vi sarà qualcosa da dare per attuare il nostro programma. Gli industriali e gli agrari dovranno essere uomini ragionevoli e comprendere che industriali e operai, proprietari e lavoratori hanno una necessità solidale di cui bisogna tenere conto. Perciò ci deve essere un progresso per gli uomini del lavoro. Questo governo vuole che il progresso si faccia non con cose improvvisate al momento; non forzare le industrie, non improvvisare riforme agricole, ma agire con una certa gradualità. Quando la produzione sarà assicurata e il reddito industriale rafforzato e veramente la ricostruzione sarà in marcia, noi potremo fare le riforme e le faremo. E qui gli industriali seri che vogliono veramente essere gli ufficiali della ricostruzione e costruzione del paese, hanno il dovere di aiutare il governo che vuole andare verso il popolo. Noi terremo conto di tutte le forze reali e chiediamo il loro concorso per iniziare la marcia della ricostruzione. Abbiamo fiducia che una volta in marcia la ricostruzione possa servire soprattutto per il benessere delle larghe masse popolari e per il lavoro che viene da queste masse. Avete visto fino adesso stampato sui giornali che non facevamo abbastanza, che le leggi votate non erano sufficienti, che le riforme non erano ancora pronte, che bisognava fare di più. Ma bisogna sapere la verità. Abbiamo votato l’abolizione del prezzo politico del pane, ed è stata una cosa dura. Negli anni 1919-1921 questo era già stato fatto ed era bastato a fare rovesciare tre ministeri. Ma era una cosa da farsi perché non era più possibile caricare il bilancio dello Stato al di là del termine estremo. Quella volta avevamo ottenuto in seno al Consiglio dei ministri l’unanimità del consenso per simile misura, ma appena appena che si è sentito parlare di crisi, tutti hanno ritirato il consenso ed è stata iniziata subito una campagna contro l’aumento del prezzo del pane. Era venuta anche l’imposta sulla patrimoniale che avrebbe portato un reddito maggiore di 200 miliardi. Non si può dire che noi non abbiamo presentato il progetto; non si può dire che l’imposta non chiedesse un grosso sacrificio ai possessori di capitali a beneficio del paese. Ma non appena presentata è stata subito svalutata del suo vero scopo. Questa linea politica era ben chiara ed ispirata ai principii economici più netti. Ma anche in questa occasione è tornata l’accusa di De Gasperi, genio del compromesso. Forse qualcuno si era illuso che io non fossi capace di fare altro: io ho però dimostrato che ho anche una volontà e un’idea. Adesso vi dico ancora una parola perché è tardi e voi dovete andare a casa, e anch’io. Quindi una cosa ancora. Siccome tra i ministri ce ne è uno il quale prima del 2 giugno onestamente, da bravo piemontese, e per tradizione familiare si era pronunciato per la monarchia, si è preso il pretesto per dire: voi siete un gruppo antirepubblicano . Ma fino a quando dovrà durare questa discordia sopra il regime istituzionale? Non abbiamo detto prima del 2 giugno: noi votiamo e la minoranza si adatterà alle decisioni della maggioranza? Non occorre tutti i giorni parlarne, altrimenti non arriveremo mai ad un accordo! E allora vi dico che questa è la direttiva per l’ordine dello Stato: quando la maggioranza ha dato un risultato per un regime e, nel caso particolare, per la repubblica, bisogna col proprio contegno, col proprio atteggiamento, colla propria prudenza guadagnare anche la minoranza, tanto più quando la minoranza è stata grande e farla aderire al verdetto della maggioranza non solo formalmente, ma con lo spirito di salvare l’unità del popolo italiano. Ed ecco perché diciamo che quando la barca fa acqua dobbiamo tutti assieme buttarla fuori e a me pare una sciocchezza che a questo salvataggio siano chiamati solo i repubblicani. È l’unità italiana che deve raggiungersi: e mi pare che dovrebbe essere il senso comune a ragionare così. Devo dire ancora un’altra cosa: hanno detto anche che questo è un governo nero. Io ho lottato, ho fatto sforzi per parecchi giorni per farlo meno nero possibile e quando uno dei gruppi repubblicani mi ha detto che c’era un monarchico io gli ho detto: ma vieni anche tu che aumenti il numero dei repubblicani. Ma lui doveva stare fuori per difendere la bandiera della storia. Oppure c’era quello che diceva: ci sono troppi preti. Gli rispondevo: vieni anche tu vedrai che così non ci sarà pericolo che la cupola di san Pietro ti caschi sulla testa. Ma lui non poteva venire. Così io ho formato il governo. Quando i ministri si sono presentati pieni di buona volontà di fare qualcosa io non ho chiesto il certificato del battesimo e della pasqua. Ho solo chiesto: siete uomini onesti, con una reputazione? Quando mi date la mano siete leali? Questo ho chiesto: ed ora ho la fiducia. So bene che ogni cosa ha i suoi rischi: quelli che hanno fatto la guerra sanno benissimo che non c’è generale che possa fare un piano tale che possa dirsi sicuro di riuscita. Con tutta la mia buona volontà può essere, quindi, che sbaglio, ma mi pare che dopo l’esperienza che ho fatto io in questo ministero non mi toccherà più almeno l’esperienza che ho fatto in questi anni e specialmente tra il terzo e quarto ministero. È avvenuto un fenomeno curiosissimo, che il ministero è stato attaccato non per quello che farà ma per quello che ha fatto proprio con gli stessi accusatori di dopo. Questa mi è sembrata una mancanza grave al codice parlamentare, codice politico, di galantomismo. Io non posso imporre a nessuno il codice delle mie convinzioni religiose, il codice della cavalleria, ma il codice della lealtà, il codice umano della lealtà bisogna poterlo imporre. Quando questo ministero finirà, i risultati saranno come Dio vorrà, ma almeno non avrò sorprese. Sono certo che i ministri parleranno prima, durante la durata del ministero, non dopo. Nenni ha detto di avere il compito di pungolare, di spingere avanti. Ora io ho pazienza; sapeste quanta pazienza! Quanta ne ho dovuto portare anche sul piano della politica estera, quando ero a Parigi e a Londra. Quando ero impegnato a difendermi contro colossi come Golia, io piccolo David, e venivo ferito alle spalle. Ed io dovevo insistere ed assicurare che parlavo in nome di tutto il popolo italiano. I miei calunniatori non capivano quanta pazienza fosse necessaria: perché il popolo italiano era debole, era sotto la sorveglianza straniera e non c’era nessuna possibilità di reagire. Questo è; questo fu il mio atteggiamento. Dovevo anche aspettare che l’ordine si ristabilisse e soprattutto si ristabilisse l’ordine nel cervello degli uomini che erano passati attraverso le esigenze di una guerra: 46 milioni di persone tra cui molti profughi, che tutto avevano perduto. Ma dovevo, come governo, avere pazienza, pur tenendo conto che il popolo ha fame e chiede un lavoro che non possiamo dargli. Noi dobbiamo migliorare lentamente giorno per giorno: perché un paese, che è passato attraverso un disastro e che è povero, deve fare la politica della povertà, fino a che avrà le forze per risorgere ancora. E per la politica estera quanta ne abbiamo fatta! Dicono che noi dobbiamo salvare l’indipendenza dagli americani. Il contributo che noi abbiamo dato all’America è grande: tanto è vero che in America gli italiani hanno fatto sempre carriera. Cominciano a fare i negozianti di formaggi, per quattro o cinque anni, e poi diventano vice sindaci e sindaci. Là si vede quello che valgono, quello che vale la razza italiana quando è posta in condizione di lavorare. Io ho parlato con molti di loro a Chicago, a New York, a Cleveland, a Washington, a San Francisco: quasi tutti grandi negozianti che hanno in mano il commercio americano. I figli appena appena sanno parlare l’italiano ma quando sentivano sotto il mio inglese che cercavo di imitare il loro gergo, saltava fuori la voce degli italiani come balzava il sangue al siciliano, all’italiano del Nord come all’italiano del Sud, al solo sentire la voce della loro patria lontana Hanno dimostrato questi italiani che stanno in America quanta influenza hanno, come sono visti bene, e quanto aiuto hanno dato all’America. Sapete che cosa mi ha detto Truman, raccontando degli aneddoti? «Nella campagna di Francia, mi disse, avevo un attendente italiano ed ho visto che cosa era capace di fare. Quando è finita la campagna l’ho portato con me ed ha fatto grandi progressi. Questo è un piccolo esempio ma ne ho visti molti. Io pensando agli Stati Uniti, diceva Truman, sento il dovere di aiutare l’Italia perché ho visto quello che valgono gli italiani, che hanno aiutato noi nella nostra prosperità». Fare un debito, certo, è sempre un male; sarebbe meglio andare sempre in credito. Ma quando bisogna farlo è meglio chiederlo a chi sta lontano, a chi sta bene. Dicono che cadremo in preda agli imperialismi economici. Ma non c’è pericolo che l’America si impadronisca dell’industria italiana quando essa ha tutto il Pacifico e tutto il mondo per espandersi. La leggenda che tentino di prestarci quattrini a buone condizioni per influire su di noi è una menzogna. La verità è che quando mi sono recato in America per stipulare un accantonamento di 100 milioni di dollari per la nostra industria ho dovuto lavorare dieci giorni per persuaderli; ho detto: mi avete invitato per un atto di amicizia per l’Italia, ma dovete darmi la possibilità di dire al popolo italiano che avete fiducia in lui. Se non mi date il vostro aiuto me ne torno via. Ma se voi aiutate il popolo italiano, domani vi daremo i nostri prodotti, se aiutate l’industria italiana nella sua ricostruzione essa vi ripagherà di quello che avete prestato. Quindi: indipendenza, dignità, libertà. Non crediate che io abbia fatto balenare dinanzi ai miei colleghi lo specchietto delle allodole, che io abbia agitato cheques di dollari; mi fu detto questo in America: noi siamo disposti ad aiutarvi nel risorgimento della vostra industria ma intendiamoci bene, vediamo come state in politica. Questi partiti ci sembrano un po’ troppi. Io rappresentavo allora il governo quadripartito. E dei troppi partiti io ho dato in parte la colpa a loro; siete stati voi i primi a riconoscerli in bassa Italia: ci avete dato Togliatti e i suoi amici al tempo di Salerno. Ciò nonostante: troppi partiti, troppe questioni, troppe inquietudini, dicevano. Io ho risposto: ma cari miei, voi durante le elezioni ogni paio di anni ne fate anche voi del chiasso. Ma mi diceva il sindaco di Chicago, per un mese e mezzo noi ce ne diciamo di tutti i colori, poi per un anno e tre quarti siamo amici; poi ricominciamo di nuovo. Questo è il buon sistema. Ora termino amici! Mi si è accusato anche di mettere in pericolo la libertà: mi pare di sentirmi dire che sono anche un bel dittatore. Ma io sono sicuro della mia coscienza democratica e assicuro che il governo vuole compiere per intero il proprio dovere. Si farà il massimo sforzo nel campo economico. Ma il governo è niente se non è aiutato da tutte le forze produttive. Non fermiamoci a dire: è un governo incapace. Certo che se voi non concorrete allo sforzo del governo, se voi tutti, forze produttrici e forze popolari, non farete sacrifici il governo produrrà della carta straccia. Ma oltre alla questione economica c’è anche la questione dell’ordine pubblico. E anche qui ci vuole pazienza. Il governo tenterà di riorganizzare l’amministrazione; un poco alla volta si assesterà, ma ha bisogno del popolo e della sua fiducia. Ci sono delle vie di passaggio dove poco alla volta il traffico diventa intenso ed è necessario mettere un metropolitano. Così è nel governo: dove sorgono le necessità e i bisogni si provvede a mettere un metropolitano. C’è libertà per tutti ma ci vuole l’ordine: bisogna provvedere che una cosa non danneggi un’altra e non ci porti al disastro. E soprattutto, amici miei, poiché Bergamo è un centro cattolico di grande fede, dove sono nati ed insegnarono insigni maestri di cui ricordo i nomi gloriosi, non avete bisogno voi soprattutto che io ricordi quanto è urgente il ritorno ad una sanità morale, a costumi più castigati, per rincamminare nello spirito della nostra civiltà cristiana. L’altro giorno è stato detto alla Camera che si è fatto un governo nero; cosicché l’anticlericalismo crescerà più di prima. Ma di quello ce n’è fin troppo e non si può lasciarlo andare oltre. Ciascuno ha la propria libertà. Ciascuno nel campo politico avrà impegni di carattere e di culto che sono regolati su diversi piani; ma vi è per ciascuno una regola fondamentale, quella dell’onestà, della coscienza di buon padre di famiglia, libero dalla pace delle passioni e capace di sacrifici. Perciò il mio motto è: «Dio e Libertà»!
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Il moltiplicarsi dei provvedimenti in una materia di previdenza sociale dal 1888 fino ad oggi, e il prodursi di gravi ripercussioni d’ordine monetario sul sistema previdenziale, ha fatto sì che più urgente che mai apparisse in questi ultimi mesi la necessità di una riforma. Organizzazioni sindacali e assistenziali hanno promosso appositi convegni per studiare l’oggetto e le finalità della riforma previdenziale. Provati studiosi ed organi di stampa hanno moltiplicato i loro suggerimenti. E infine la stessa Assemblea costituente in apposita disposizione del nuovo testo costituzionale ha determinato i nuovi criteri direttivi di un sistema previdenziale adeguato alle necessità di una verace democrazia sociale. Il governo della Repubblica non ha assistito passivamente all’aggravarsi della situazione in materia previdenziale e al moltiplicarsi di innovazioni perché si addivenisse ad una riforma. Con una serie di provvedimenti, l’ultimo dei quali ha preso precisi lineamenti il 2 di questo mese, il governo ha cercato di adeguare il più che fosse possibile le varie prestazioni previdenziali alla gravità dei bisogni dei lavoratori . Tutti siamo in coscienza di aver fatto ogni sforzo per giungere a moltiplicare le prestazioni dell’anteguerra con coefficienti che variano da circa quindici volte a trenta volte. Con il sistema attuale, con le rovine e lo sconquasso causati dalla guerra, credo fermamente che in linea generale sarebbe stato difficile fare di più. Ci sono dei limiti alle soddisfazioni delle nostre più ardenti aspirazioni in materia di giustizia sociale e questi limiti sono rappresentati dalle disponibilità economiche del nostro paese. Quando non è possibile aumentare l’entità dei beni destinati alla soddisfazione delle esigenze previdenziali, non resta che una operazione da compiere ed è quella di tentare di ridurre al minimo i costi del servizio stesso. Occorre semplificare il più possibile la riscossione dei contributi. In una parola occorre adottare il sistema più adatto a far sì che la massima quantità possibile dei contributi riscossi pervenga direttamente nelle mani di coloro che nel bisogno attendono di essere sollevati. Questa visione ha indotto il governo a predisporre nell’aprile scorso un provvedimento per la nomina di una commissione preparatrice delle grandi linee di una riforma della previdenza sociale in Italia. Con decreto in data di ieri è stata nominata la predetta commissione. Il governo ne ha chiamato a far parte uomini di tutte le correnti, rappresentanti di tutte le categorie. A capo della commissione è stato prescelto l’onorevole Ludovico D’Aragona, ex ministro del Lavoro, esperto sindacalista, pioniere della previdenza sociale italiana. Suo principale collaboratore e vice presidente della commissione è stato designato il prof. Francesco Santoro Passarelli, ordinario di diritto civile all’università di Napoli testé chiamato alla cattedra di diritto del lavoro all’università di Roma. Il governo crede di avere aperto la strada verso una razionale sistemazione del sistema previdenziale. Tocca ora alla commissione il compito di sottoporre al legislatore le conclusioni orientatrici più razionali. Bisogna arrivare nel più breve tempo possibile a sistemare questa importantissima materia. Commissione per la riforma, Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale, governo, Assemblea costituente; ognuno entro i limiti delle proprie competenze, deve far fronte nel più breve tempo possibile alla esigenza di dotare il nostro paese di un sistema previdenziale adeguato alle necessità di vita e di benessere dei lavoratori.
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Osserva che l’attuale governo ha mantenuto il programma di quello precedente – prova ne siano i quattordici punti Morandi già in corso di attuazione – e che la Democrazia cristiana non deflette dal suo indirizzo ideologico sul piano reale, come provano il patto di mezzadria e il lodo De Gasperi che non sono certo provvedimenti a favore delle classi abbienti. Attraverso i progetti in via di elaborazione da parte del ministro Segni, saranno poi compiuti ulteriori passi con l’incremento delle bonifiche e con le migliorie agricole che rappresentano la indispensabile premessa della riforma agraria. Anche per i Consigli di gestione è prevista una azione efficace del governo, affinché, dopo alcuni accordi in sede sindacale, la riforma possa attuarsi su basi durevoli. Altri capisaldi dell’azione governativa consistono nella tutela dell’ordine pubblico e nella difesa della libertà individuale: e questo egli garantisce nel modo più assoluto. De Gasperi si compiace per la dichiarazione unitaria di Tosatti e ribadisce l’inutilità, per un partito investito di una funzione interclassista, della denominazione «destra» o «sinistra» le quali corrispondono solo a vecchi rigidi schemi classisti .
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Sono lieto di vedere riunito il Consiglio economico nazionale, la cui costituzione era già nei voti del precedente governo da me presieduto. Questo Consiglio, oltre ad essere la realizzazione di un punto programmatico del governo, rientra nello sviluppo logico dell’attività da noi svolta fin dalla prima costituzione del Cir e significa invito alla collaborazione di tecnici e rappresentanti di categoria che spesso esaminarono, vicino ai ministri competenti, i più assillanti problemi economici del paese. La necessità, tuttavia, di allargare la cerchia delle categorie chiamata ad esprimere il proprio avviso, nonché l’opportunità di evitare che lo scontro fra le tesi contrarie avvenisse proprio nel seno di un fondamentale organo di governo, consigliarono di scindere l’azione di governo dall’attività di studio, di consulenza e di dibattito. Ciò anche allo scopo di portare all’esame degli organi deliberativi temi già largamente approfonditi. Vi si chiedono pareri, informazioni, anche critiche, sempre bene accette in un regime democratico, quando son tese al perseguimento del bene comune, soprattutto proposte. La vostra opera potrà essere utile sia ai fini del programma economico generale, sia nell’esame di importanti problemi immediati, che più direttamente investono l’economia del paese. Noi abbiamo dei programmi, abbiamo una linea ferma da seguire, che è quella della massima produzione accompagnata da un processo distributivo che porti almeno ad attenuare le disparità più gravi. Abbiamo dei programmi sia pur orientativi che, predisposti fin dal tempo dell’Allied Commission, sviluppati nel periodo dell’Unrra, e nel periodo successivo, nonché nella fase presente di discussione alla Conferenza economica di Parigi, consentono ad esso di formulare un piano economico generale. La formulazione di un programma generale di economia è necessaria, per ragioni di carattere interno e di carattere internazionale. Per quanto riguarda il settore interno, dobbiamo offrire un sicuro punto di riferimento circa la meta che l’azione governativa si propone di raggiungere e coordinare ed integrare i programmi per singoli settori, già elaborati o in corso di elaborazione. In campo internazionale noi dobbiamo essere pronti per inserirci in quegli organismi che dovranno provvedere alla futura sistemazione economica del mondo (Fondo monetario internazionale, Banca internazionale per la ricostruzione e dello sviluppo, ITO, FAO). In questa opera noi desideriamo la collaborazione e l’adesione di tutti i ceti economici attivi del paese ed auspichiamo il maggiore apporto delle competenze tecniche alle quali noi, ed io in specie, teniamo in modo particolare. Mi auguro che l’attività di questo Consiglio economico nazionale possa essere realmente proficua e consentire nei successivi sviluppi la realizzazione di Consigli permanenti, quali stanno organizzandosi in altri paesi democratici. I problemi oggi in discussione sono di carattere generale e permetteranno che la nostra attività si sviluppi nel quadro generale della nostra economia. Su questi problemi e sugli altri, di carattere più particolare, che potrete successivamente affrontare, voi porterete – ne sono certo – un contributo prezioso di esperienza e di preparazione specifica.
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Ho appena letto l’articolo a cui l’interrogante si riferisce . La pubblicazione è deplorevole, e ben più deplorevole sarebbe se davvero un membro dell’attuale o del passato Governo potesse essere indiziato o sospettato di un siffatto delitto. Ho la certezza che ciò non sia, che non possa essere. Dichiaro tuttavia che ho già disposto per un’accurata inchiesta. Aggiungo però che l’autore dell’articolo, al quale ho già fatto chiedere delucidazioni, ha dichiarato che egli, riferendo la voce effettivamente raccolta da un barbiere di Milano, non ha per nulla inteso di incriminare alcuno, ed ha voluto soltanto registrare il mal vezzo di queste voci che egli dice di deplorare. (Commenti). SCOCCIMARRO . In galera quel giornalista! Una voce. Vogliamo sapere chi è quel giornalista. DE GASPERI. L’articolo è firmato Barzini junior. Comunque, il Governo ha il dovere di chiarire dinanzi all’Assemblea ed al pubblico come stanno i fatti e lo farà entro il più breve tempo possibile. […] Devo dire che il ministero che ho avuto l’onore di presiedere ha dato in questo campo alcuni esempi che meritano rilievo. Mi riferisco all’intervento del ministro delle Poste ed alla energica azione che ha portato ad una epurazione notevole e ad un’azione penale in corso; mi riferisco all’intervento del ministro delle Finanze; mi riferisco agli interventi del ministro Campilli di fronte a qualche funzionario. Vi sono dei processi in corso. Quindi, non è che vi sia la minima tendenza a tollerare; la verità è che queste voci sono complesse e per la maggior parte imprecise, e vengono da corruttori ai quali non è riuscita la corruzione. (Commenti). È una concorrenza di corruzione ed è bene che ci aiutiate a cercare di conoscere i nomi, ad individuare i responsabili da parte del Ministero e dell’esecutivo in genere. Aiutateci anche a precisare e ad individuare i corruttori che, semplicemente perché non sono riusciti, lasciano correre queste insinuazioni che poi non possono provare. Quindi il mio impegno è di indagare nella amministrazione, di fare la massima pulizia possibile, e questo impegno lo posso prendere anche a nome di tutti i miei colleghi. L’Assemblea ha diritto che noi rendiamo conto della moralità pubblica e soprattutto di quella dell’amministrazione. I colleghi, ed il pubblico in genere, devono anche aiutarci perché i corruttori, coloro dai quali viene la pressione e la seduzione di fronte agli impiegati mal pagati, siano i primi a venir messi alla gogna e puniti dall’opinione pubblica. (Vivi applausi).
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Signor ambasciatore , signori membri del congresso, compio il grato dovere di esprimere a voi rappresentanti del governo degli Stati Uniti e ai membri qui presenti di quel congresso parlamentare che ha votato i crediti per i soccorsi straordinari all’Italia, i sentimenti di gratitudine del governo e del popolo italiano. Il raccolto in Italia fu quest’anno particolarmente scarso, tanto scarso che per qualche mese non abbiamo potuto distribuire l’intera razione e già ora non saremmo più in grado di somministrare nemmeno la razione ridotta se non ci venisse in soccorso l’Ausa, cioè la vostra organizzazione di assistenza. E badate che anche somministrando l’intera razione siamo a 113 chilogrammi annui di cereali a persona contro i 212 anteguerra. Il governo farà ogni sforzo per aumentare la produzione interna, ma questa è la speranza dell’avvenire. La dura realtà dei prossimi mesi non si supera che con le importazioni. Ora le assegnazioni fatteci dal «Comitato mondiale» per i primi mesi sono assolutamente insufficienti. Noi facciamo viva istanza presso il vostro governo perché influisca nel Comitato onde migliori le assegnazioni. Ma il grano assegnato non è ancora acquistato. Dobbiamo comprarlo con la valuta e, anche per l’ultima disposizione presa di non permettere la convertibilità della sterlina, noi non possiamo arrivare col solo ricavato delle nostre esportazioni a guadagnare i dollari necessari per pagare il grano, il carbone, i minerali liquidi che ci occorrono. Io vi prego di rendere consapevole il vostro governo che è necessario l’aiuto straordinario almeno fino a quando sarà entrato in esecuzione il piano Marshall, aiuto che il popolo italiano compenserà con il suo lavoro, la sua emigrazione, e la sua cooperazione. Con questi sentimenti signor ambasciatore, vi rinnovo il mio ringraziamento che vi prego di trasmettere al presidente Truman, sempre così benevolo verso l’Italia e il suo popolo, e vi esprimo la speranza, la fiducia in un mondo che non conosca né la fame né l’odio, né la guerra.
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Come avrete avvertito nel periodo dal 21 agosto al 6 settembre il Consiglio dei ministri ha svolto un’attività intensa e molteplice. Vorrei richiamare la vostra attenzione sui provvedimenti più incisivi che il Consiglio ha deliberato. Prima di tutto, il pane quotidiano. Bisogna che il popolo italiano guardi in faccia la realtà. La media della produzione granaria annuale dell’anteguerra in Italia era di 75 milioni di quintali; l’anno scorso ne abbiamo prodotti 62 milioni, quest’anno solo 46! Sottratta la quantità riservata per legge ai fattori per la loro alimentazione e per il seme, noi potremmo ammassare quest’anno appena 12 milioni di quintali, ossia l’ammasso renderà circa la metà di quello dell’anno scorso. Aggiungete al frumento i 7 milioni di quintali di granoturco e di riso previsti per l’ammasso di quest’anno e avremo complessivamente una disponibilità di 19 milioni di quintali di cereali contro un fabbisogno di 48 milioni. Ammanco quindi di 29 milioni di quintali, che dovremo importare dall’estero. Sapete che esiste un comitato mondiale, il quale ripartisce le assegnazioni di grano alle nazioni che ne hanno bisogno. Tutta l’Europa ha avuto un raccolto magro. E le esigenze di vari paesi sono fortissime. Nell’assegnazione noi siamo stati collocati al terzo posto, dopo la Germania e la Francia. Abbiamo chiesto per il secondo semestre 1947, 1.746 mila tonnellate e l’assegnazione fu solo di tonnellate 775 mila. Il governo quindi fa ora tutti gli sforzi per ottenere un aumento dell’assegnazione. Ma non basta. Sì, il grano è assegnato, ma non vuol dire che sia acquistato e importato; per comprarlo ci vogliono dollari e noi non ne ricaviamo a sufficienza dalla nostra esportazione. Abbiamo anche perduto in seguito alle note misure adottate dall’Inghilterra, e contro le quali invano finora abbiamo fatto le rimostranze vive, la possibilità di far dollari con le sterline che riceviamo dal mercato inglese dalla nostra esportazione ortofrutticola. È noto del resto che la nostra bilancia commerciale è ancora estremamente passiva, che non ricaviamo cioè dalle merci che esportiamo all’estero i dollari necessari per l’acquisto di cereali, carbone, benzina ed altre derrate o materie prime che dobbiamo importare. Il governo è dunque impegnato anche in grosse difficoltà valutarie che si sforza con ogni mezzo ed espediente di superare. Fortunatamente per il più vicino, per l’immediato futuro e per i consumi alimentari più urgenti provvedono gli Stati Uniti con il contributo gratuito di 130 milioni di dollari sul fondo deliberato dal Congresso, contributo che viene in prima linea utilizzato per inviarci grano e carbone; ma tutto questo come dissi a Napoli, non basta . I nostri bisogni vanno al di là. I prestiti della Eximbank e della Interbank sono prestiti dedicati alla ricostruzione industriale; ciò naturalmente promuove l’esportazione dei nostri prodotti industriali e quindi procurerà anche nuovi dollari allo Stato ma ciò avverrà solo a ciclo produttivo compiuto e non può quindi intervenire subito per facilitare i nostri acquisti dei beni di consumo. Ecco perché abbiamo bisogno dei contributi previsti dal piano Marshall e, se questo non si attuasse (come pare si debba temere), a qualche prestito che lo sostituisca o comunque in parte lo anticipi. E questa è la seconda cura grave del governo, cura che affrontiamo con tutta l’energia e con tutto il coraggio di un ottimismo tenace e realizzatore. Ma bisogna che il popolo sappia che la realtà, la dura realtà economica è questa e che il resto sono chiacchiere, illusioni o inganno. C’è chi va raccontando che la salvezza potrebbe venire dal tesseramento differenziale. Il nostro alto commissario per l’alimentazione ha già dimostrato che purtroppo non è così. Come sapete il censimento Cerreti divide gli italiani in tre categorie: A) i meno abbienti; B) i medio abbienti; C) gli agiati. È risultato che se si riducesse la categoria C a una razione di 150 grammi ne risulterebbe per i tesserati non produttori della categoria A, che sono circa 28 milioni, un aumento della tessera per persona di grammi 8,8 al giorno; e se la categoria C fosse ridotta a 100 grammi l’aumento per i meno abbienti sarebbe solo di grammi 7,6. Come vedete una differenziazione nel frazionamento non porterebbe a un aumento sufficiente di razione, mentre ci farebbe correre il rischio di un ulteriore balzo all’insù dei prezzi del pane sul mercato nero. Qualunque provvedimento, su qualunque piano all’interno che noi potessimo attuare, non ci salva dai bisogni immediati. È vero però che all’interno possiamo dobbiamo provvedere per lo sviluppo futuro. A questo piano di provvedimenti appartiene il decreto legislativo che abbiamo deliberato onde sostituire al prossimo raccolto l’ammasso totale con l’ammasso per contingente. Chiederemo cioè agli agricoltori una contributo complessivo di 17 milioni di quintali e lasceremo il resto al mercato libero. Allora sì che potremmo applicare il sistema differenziato; provvederemo cioè col contingente e con le importazioni solo alle categorie bisognose; gli altri si approvvigioneranno sul mercato libero. Ma lo scopo principale del nuovo sistema è quello di accrescere la produzione di cereali, di incitare e invogliare gli agricoltori ad estendere la produzione del grano, che in parte rimarrà a loro disposizione per la libera vendita. Tutto verrà fatto dal governo per raggiungere tale scopo, da cui dipende la nostra salvezza. Io spero che gli agricoltori sentiranno che questo è un loro sacrosanto dovere, perché la proprietà privata si difende solo se essa adempie alla sua funzione sociale; comprenderanno anche che questo esperimento se riuscirà aprirà la via del libero commercio. Non dubito nemmeno che la maggioranza degli agricoltori collaborerà efficacemente e volenterosamente con i tecnici dell’agricoltura. Contro eventuali renitenti il decreto commina severe misure. Chi non seminerà e quindi limiterà artificiosamente le colture cerealicole e non fornirà il contingente fissato con la procedura prevista, andrà soggetto alla requisizione di tutto il prodotto e al pagamento di una grossissima somma (10 volte il valore dei cereali e 20 volte se questi non fossero recuperabili). Nei casi gravi il prefetto affiderà la conduzione del fondo a cooperative e altri enti. Il governo spera di non dover ricorrere a simili misure ma è fermo nella decisione di applicarle quando si incontrasse in un pervicace egoismo antisociale. È vero però che un programma di aumento di produzione agricola esige la pace nelle campagne. Il prolungamento e l’inasprimento dei conflitti sindacali, la sospensione del lavoro, il sabotaggio costituiscono un pericolo per l’interna nazione. Per questo il governo ha il dovere di fare ogni sforzo per comporre i conflitti e difendere la libertà e il lavoro. E questo dovere lo compirà con tutta la prudenza ma anche con tutta l’energia necessaria. Nessuno può negare che il governo non sia tempestivamente intervenuto per regolare con un senso di comprensione per i meno abbienti l’occupazione delle terre, la questione delle affittanze e con un decreto di questi giorni l’imponibile della mano d’opera agricola; ma tutti i provvedimenti sono lettera morta se manca la disciplinata collaborazione degli interessati e se le agitazioni mantengono il paese in uno stato di perpetua convulsione. Ciò vale anche per la questione dei prezzi. L’aumento dei prezzi è un fenomeno non solo italiano ed europeo, ma mondiale. I membri del congresso americano in visita a Roma, ci illustravano come ne soffrisse in qualche misura perfino l’America. Per un paese, come l’Italia, costretto a comprare all’estero una notevole quantità di prodotti necessari all’alimentazione o all’industria, una regolamentazione interna non basta allo scopo. Tuttavia essa si deve tentare e ritentare, anche se è evidente che non può riuscire giovevole se non con una rinnovata disciplina del paese. I decreti legislativi fondamentali del 44 e del 45 in materia di prezzi sono sempre in vigore. Abbiamo voluto con un ulteriore decreto aggiornarli e potenziarli. Anzitutto per dare alle categorie e all’opinione pubblica la possibilità di creare un’atmosfera di collaborazione positiva ed informata, verrà costituito in ogni provincia, accanto all’organo governativo «comitato prezzi», una commissione dei prezzi, nella quale come in una camera di consumo i rappresentanti delle categorie e gli esperti discuteranno e formuleranno proposte e suggerimenti circa i prezzi e il caro vita. In secondo luogo abbiamo deciso la creazione di un corpo di ispettori, che accerteranno il costo delle merci, del prodotto agricolo e industriale, dei servizi e delle prestazioni prendendo visione di registri, libri e corrispondenza. La mancanza di tali obiettivi ha troppe volte impedito al comitato prezzi di prendere decisioni efficaci e applicabili. In terzo luogo abbiamo inserito, tra le sanzioni, dei provvedimenti incisivi. Così, per esempio, abbiamo deciso che, se sarà accertata la esistenza di scorte di prodotti industriali e alimentari in misura eccedente il normale fabbisogno e delle singole imprese, il comitato interministeriale potrà disporre la requisizione delle eccedenze, che verranno messe a disposizione del ministero dell’Industria, di quello dell’Agricoltura o di quello dell’Alimentazione, a seconda della materia. Inasprite sono anche le pene della reclusione e delle multe e il mandato di cattura è reso obbligatorio. Grave ed efficace è anche il provvedimento che ai contravventori commina la esclusione dalle assegnazioni di materie prime per i prodotti industriali ed agricoli e dalle gare previste dal regolamento per la contabilità dello Stato. Così perfezionato, l’organismo regolamentatore dei prezzi potrà agire, almeno nel senso di reprimere le maggiorazioni di pura speculazione, i profitti eccessivi, i tentativi di accaparramento o di accantonamento speculativo delle merci. La misura dell’efficacia di tali interventi dipenderà dalla disciplina del paese, e soprattutto dall’aumento della produzione. Se in Italia ci fosse una vasta e solida organizzazione cooperativa, che potesse esercitare una seria azione calmieratrice, noi avremmo ben altra forza per affrontare il rincaro; ma le cooperative agiscono solo in certe regioni ed entro certi limiti. Abbiamo cercato di favorire la costituzione di enti di consumo, assumendo la garanzia solidale dello Stato fino al 70% delle somme mutuate. È questo un rimarchevole passo in avanti, dalla garanzia sussidiaria, prevista nel precedente decreto, alla garanzia solidale, il che significa che le banche sono al sicuro fino al 70 per cento per impegno immediato dello Stato. Bisogna augurarsi che gli enti trovino uomini idonei e oggettivi realizzatori. Gli enti di consumo potranno anche distribuire, in coerenza con il libero commercio, i generi razionati e contingentati. A questo punto mi accorgo, cari uditori, che questa conversazione esce ormai dei limiti di tempo che di solito mi impongo. Ma l’attività legislativa e organizzativa di questo periodo è così intensa che debbo almeno accennare ancora a qualcuno dei provvedimenti finanziari deliberati. Il più urgente per la nostra vita produttiva è quello circa l’assistenza finanziaria alle industrie naval-meccaniche. L’industria meccanica è la più appropriata all’ingegno italiano, e quella che, servendo i paesi stranieri, dovrebbe più giovare alla nostra ripresa economica. Essa infatti ha già assunto forniture importanti dall’estero, ma il travaglio della conversione alla produzione di pace e il gran numero di operai che occupa – mi si dice 600.000 – rendono estremamente delicata questa sua fase produttiva. Una parte, come sapete, è incorporata nell’Iri, ma dell’Iri converrà occuparsene in particolare quando il commissario straordinario avrà presentato le sue proposte riorganizzative. Qui si parla di meccanica in genere: e si riconosce la necessità di assisterla ma non nella misura e nel modo tenuto nel passato, ma imponendo alle imprese da parte dello Stato un migliore assetto tecnico, una riduzione delle spese e la smobilitazione delle partecipazioni estranee alla loro fondamentale attività. In caso di grave inadempienza agli obblighi assunti si potrà arrivare anche al commissario di gestione e perfino alla liquidazione dell’impresa. Con tali premesse e condizioni viene costituito dallo Stato un fondo speciale che secondo un particolare regolamento potrà concedere delle anticipazioni. Il fondo si inizia con 5 miliardi e viene alimentato con venti annualità di 2.500 milioni ciascuna e varie altre operazioni di credito. Il fondo sarà amministrato da un comitato speciale di sette membri. Le richieste pressanti intervenute in questi giorni confermano l’urgenza del provvedimento che ha larghi effetti sociali e che si inserisce del resto nel piano della nostra ricostruzione industriale. A questo piano appartengono anche lo sviluppo del turismo e dell’emigrazione. Per il turismo abbiamo finalmente licenziata la legge organizzativa, secondo i suggerimenti dell’Assemblea. E devo finire, senza nemmeno citare molti altri provvedimenti minori; del resto questa non è una relazione alla Camera ove sono tenuto a rispondere di tutto, il che farò con coscienza tranquilla e sicura, ma una conversazione amichevole con i cittadini che mi ascoltano, ai quali vorrei, che la esposizione della cruda realtà e dei nostri sforzi per affrontarla, infondesse il convincimento che oltre ogni altra cosa è indispensabile la disciplina e la solidarietà di tutte le forze produttive.
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Scenderà in quest’ora la notte su una delle più tristi giornate della nostra storia . Tutto fu detto ormai sul fatale scorcio di tempo che ci condusse al doloroso epilogo: ma in questo momento non vi esorto ad imprecare contro il passato, bensì a raccoglierci tutti in un senso di fierezza, di dignità e di fiducia nella sicura rinascita del nostro paese. Fratelli, che venite ingiustamente strappati dalla madre antica, abbiate nell’animo e alimentate giorno per giorno la certezza che l’Italia non vi abbandonerà, perché non vi sono frontiere che possano spezzare i vincoli del sangue e della civiltà che vi uniscono alla popolosa e sempre crescente famiglia italiana. Se l’Italia oggi, che era stremata e tutta squassata dai conflitti del dopoguerra, non vi aiuta come può, domani che diventerà sempre più robusta per l’incomparabile forza del suo lavoro e del suo ingegno e per l’espansione del suo spirito pacifico e della democrazia, potrà offrirvi una più sicura tutela morale. Scenda pure la notte sui nuovi segni di separazione, ma il sole di domani già tornerà a splendere sulla sempre antica e indefettibile unità di cuori e della tradizione della storia comune. Fratelli separati, voi non siete soli a soffrire questa sera. Soffrono tutte le terre italiane e soffrono più vivamente coloro che si sono battuti per la libertà e la giustizia e par quasi che si riaprano le cicatrici dei feriti e gemano attorno a noi gli spiriti di coloro che hanno lasciato la vita sul campo di battaglia, sui mari, nell’aria, nelle prigioni o nei campi del martirio. Tutti soffriamo, ma troviamo nell’anima la stessa risolutezza, la stessa fede in un mondo migliore, la stessa certezza che l’Italia avrà una luminosa funzione di pace nel mondo. Tutti sentiamo che il dovere dell’ora non è di ribellarci al destino più forte di noi con gesti che colpirebbero la patria nostra, più che l’ingiustizia altrui, ma di comprimere nella nostra fierezza i sentimenti dell’animo, trasformandoli in energia di opere disciplinate e ricostruttive. Sentono questo supremo dovere anche i nostri valorosi marinai, combattenti di una flotta che meritava compensi e non sanzioni, perché aveva servito con gloria la causa della libertà: ma noi, popolo lavoratore e navigatore, se dimostreremo al mondo l’alto senso di disciplina e di fede nazionale che abbiamo nel cuore e nella volontà, faremo rispettare la bandiera della nuova Italia libera, democratica e pacifica e in tutte le terre e su tutti i mari. Questa mia voce accorata ma ferma, giunga consolatrice anche negli accampamenti dei profughi dell’Africa e fra gli italiani rimasti nelle antiche colonie che furono rinnovate economicamente ed elevate a civiltà dal tenace lavoro e dal duttile ingegno dei nostri colonizzatori. Il trattato ci lascia aperta la via di una amministrazione fatta a nome di tutti, onde preparare i popoli indigeni all’autogoverno. Da oggi in poi dovremo raddoppiare gli sforzi, perché questa via a cui ci designano i meriti e le prove del passato, sia lealmente dischiusa. Si è ammainata oggi anche qualche bandiera delle forze di occupazione. Il compito degli occupanti è sempre ingrato e non è facile che esso raccolga facilmente consensi. Tuttavia sarebbe ingiusto dimenticare che queste forze d’armi, sono state accompagnate da mirabili opere di assistenza e fraternità sociale le quali dopo il crollo e la disfatta ci hanno salvato dalla fame e dalle epidemie, socie fatali nella storia delle altre guerre, e ci hanno permesso di riprendere la nostra vita sociale ed economica. Anche se vi furono quà e là inevitabili errori, sento che il popolo italiano mi autorizza ad esprimere la cordialità dei nostri sentimenti e ad affermare che da parte nostra fu tutto fatto e che i soldati delle Nazioni Unite i quali combatterono in Italia la guerra della libertà e della indipendenza dei popoli e che hanno sperimentato da vicino lo sforzo che le nostre formazioni regolari e volontarie fecero per la nostra liberazione, saranno i primi a sostenere innanzi alla pressione pubblica dei loro paesi e al foro mondiale delle Nazioni Unite che le clausole del trattato, riconosciute inadeguate o eccessive dallo stesso governo americano, cui fa eco stasera un telegramma del ministro Bevin al mio collega degli Esteri, queste clausole, dico, vengano rivedute, corrette e attenuante, affinché l’Italia, questa Italia fremente di energie popolari, possa presto dedicare il suo lavoro e la sua cultura secolare alla costruzione di un mondo senza guerra e senza dittature, governato in libertà e secondo giustizia.
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Colgo subito l’occasione per esprimere il mio ringraziamento a questo invito. Avrei voluto essere presente alla inaugurazione, ma non ho potuto farlo. Ho voluto oggi aprirmi questo congedo nelle cure molto assillanti del governo per compiere un dovere verso Bari. Alla iniziativa di questa città e alla iniziativa vostra, io ho pensato spesso come ad un riaccendersi nel Mezzogiorno di un faro di luce che dia speranza e coraggio alla nostra gente in questa durissima lotta che dobbiamo ancora sostenere. Io so che voi siete uomini di affari e della produzione e che pensate giustamente che la salvezza viene, soprattutto, dall’aumento della produzione. Questo è anche il problema vero del governo, programma di difficile attuazione perché l’aumento della produzione porta per forza ad un aumento di spese e produce, perciò, certi lati negativi. Ma il programma fondamentale rimane questo per l’Italia, per l’Europa, per il mondo. Il piano Marshall, in fondo, non è che un piano per rendere più agevole la produzione. Il governo italiano di qualunque colore sia deve essere il governo della produzione altrimenti non risolverebbe i problemi del paese. Oggi io ho messo al servizio la mia persona, il mio partito di questo programma che è il programma di tutti gli italiani, non un programma di partito, perché esso è dettato dalla necessità della salvezza del paese. A questo dobbiamo guardare nonostante le difficoltà che dobbiamo superare. Le difficoltà sono molteplici. Voi lo vedete nel vostro settore, nel vostro campo; ma avete la giusta impressione. Io ne ho una ancora più profonda, certe volte angosciante. Ci vuole coraggio per combattere contro queste difficoltà oggettive che esistono, indipendentemente dalla buona o cattiva volontà degli uomini. Io credo che non si possono superare che concordemente, con ardore, con il coraggio della iniziativa. Ci sono dei miracoli che vengono fatti solo dalla costanza, dalla concordia, dall’ardimento. Se prendiamo le cifre non ne usciamo più, perché siamo in uno Stato fallimentare, siamo una nazione che dopo la guerra si trova dinanzi ad un compito superiore alle forze sue e siamo un popolo assai più numeroso di quello che potrebbe essere alimentato. Questo è il nostro problema e finché non si organizzerà da una parte l’emigrazione e dall’altra il turismo, non avremo le due basi sulle quali avvicinarsi ad avere un pareggio se non stabile, che possa almeno andare incontro ai più immediati bisogni della nostra industria e della nostra bilancia commerciale. E voi, in modo particolare, rappresentate le esigenze di quest’ultima come porto verso il Levante. Siamo, in questo momento, ancora stretti sui mari, abbiamo ancora poche possibilità, ne abbiamo poche anche per la situazione momentanea. Però noi compiamo un duplice sforzo fatto di grandi speranze e di grande coraggio, creando e ponendo i preliminari necessari per riprendere il commercio e la produzione industriale. Questa è la nostra coscienza, questa la nostra aspirazione. I giornalisti che tante volte portano all’estero notizie esagerate sulla situazione interna, illuminino invece l’opera di questi uomini che, non badando alle contingenze momentanee guardano all’avvenire e sono sicuri di questo avvenire e creano le basi per questo avvenire. Perciò io, invece, invoco la concordia di tutte le forze lavoratrici ed invoco soprattutto questo senso di responsabilità che deve dare al paese forza ricostruttiva lasciando da parte certe convulsioni che possono venire anche da esigenze momentanee ma che non si possono superare entro i limiti delle possibilità attuali e che hanno bisogno, evidentemente, dell’aiuto, del soccorso, del contributo nostro e della gente che ci deve vedere dal di fuori come quelli che vogliono produrre, che vogliono riprendersi, che hanno fede, amici miei, nella propria forza e nella propria organizzazione. Quindi, ancora prima di visitare la fiera, poiché sono informato della sua validità, vi ringrazio di questo atto di coraggio che avete compiuto, in nome del popolo italiano, vi ringrazio a nome del governo perché voi date un contribuito di fede che è assolutamente necessario in questo momento per poter rinascere e potersi rifare; vi ringrazio di questa prova, dello sforzo che avete compiuto, che hanno compiuto tutti gli organizzatori con la coscienza di interpretare un senso nazionale, una necessità nazionale. E ringrazio, a nome del governo, soprattutto il presidente e il vice presidente, tutti coloro che accanto alla presidenza hanno collaborato. Ed aggiungo che il governo dove può aiuterà ma mi piace il proposito, direi autonomistico, del presidente, di fare da sé e non chiedere altro che l’aiuto di mezzi che sono a disposizione della regione. Questa sarà la salvezza perché bisogna dire che qualunque governo non può fare miracoli, nessuno può farli. Quello che può fare il governo dipende dalla solidarietà, dallo spirito costruttivo, dalla disciplina. Noi non abbiamo voluto mai costruire uno Stato democratico solamente sopra le affermazioni verbali. La democrazia vive solo se c’è una vita contemporaneamente sotto la forma politica, una vita vibrante sotto la forma politica, una vita vibrante nel campo della produzione, ma se c’è soprattutto solidarietà e spirito largo verso le classi lavoratrici, il più largo possibile, contemperato da un senso di responsabilità e di disciplina che tutti dobbiamo avere. Questo è il pensiero del governo al di fuori e al di sopra dei partiti perché oggi il compito è più grande di quello di un partito, oggi il compito è quello della solidarietà nazionale. Amici miei, io spero che questa fiera sia non soltanto un incoraggiamento per noi necessario, ma che possa venire apprezzata da coloro i quali sono chiamati dal destino, dalla provvidenza, dalla fatalità delle cose a rimediare in parte insieme a noi alle distruzioni della guerra e a darci una possibilità di rinascita. Spero che la vedano come fenomeno ben più apprezzabile di qualche dimostrazione perché essa esprime la volontà profonda, le caratteristiche profonde del carattere italiano; cioè l’energia, la tenacia, la dritta visione di quello che è il bisogno del nostro paese e di quello che è il dovere pacifico del mondo. Caro presidente, ella ha accennato che spera nel 1948 si possano trovare tutte le forze dell’oriente e dell’occidente. Questo suo auspicio lo faccio mio, come capo del governo, in quanto l’Italia non desidera altro che la democrazia fiorisca in un senso mondiale, con la collaborazione di tutte le forze del lavoro, con la collaborazione di tutte le forze che alla democrazia, sinceramente, vogliono contribuire.
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Vi ringrazio di cuore per il pensiero ed il concetto che avete dimostrato di avere del partito : «frazione di uomini che si mettono al servizio della nazione». Gli è per questo che dobbiamo organizzarci e batterci per l’avvenire dell’Italia con una azione che unisca, che ricostruisca, che salvi il paese in libertà per tutti e in democrazia. Per questa grande opera di ricostruzione accanto all’impeto del combattimento occorre la virtù della pazienza consapevole, l’unità nell’energia e nella tenacia di sapere costruire giorno per giorno. Purtroppo l’eccedenza della nostra popolazione, malgrado le esigenze della ricostruzione, imporrà ad una parte di lavoratori di emigrare: ma non si consideri l’emigrazione un disonore, perché anche fuori d’Italia i nostri fratelli hanno bene operato ed hanno saputo giungere a posti direttivi nella vita politica ed economica di molti paesi. Per quanto riguarda la nostra posizione internazionale non possiamo non sottolineare le affermazioni ottenute dalla nazione grazie alla forza del nostro lavoro e della nostra civiltà. So benissimo quali grandi e inderogabili esigenze premono nel Mezzogiorno ed io vi assicuro tutto l’interessamento del governo. Amici, voi siete congiunti con me da un vincolo di sentimento, dal giuramento cioè di non dimenticare la nostra civiltà cristiana, che è nostra, che è nata qui e che non deve venire né da oriente, né da occidente. Difendiamola in libertà perché la si possa irradiare in tutto il mondo.
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Gli attuali problemi economici dell’Italia sono immensamente complicati e difficili e il governo ha bisogno di tecnici e di collaboratori competenti per poter disporre i punti di partenza e di una guida efficiente nel suo difficile cammino. Il governo democratico chiede ai tecnici che si mettano a disposizione di un programma democratico di riforme sociali. Oggi siamo in un momento di emergenza e non possiamo mettere mano alle riforme necessarie al paese, ma dalla emergenza noi traiamo la conclusione della assoluta necessità che nella questione della terra ci sia una più equa distribuzione e che, accanto alla assoluta e preminente necessità della produzione, ci sia anche il criterio di una maggiore giustizia sociale. Il momento di queste grandi riforme deve ancora venire e sta a voi prepararle, in modo che siano per il nostro paese una benedizione e non un cozzo violento. Il problema più urgente è di aumentare la superficie coltivata a grano e la produzione cerealicola, non per ritornare a forme di autarchia, ma per venire incontro ai bisogni imprescindibili del popolo italiano, il quale deve poter godere di una alimentazione normale che oggi, purtroppo, non ha. Oggi, per quanto riguarda il grano ci troviamo in un periodo di transizione fra vincolismo e libertà. Quest’anno, quasi ad esperimento ultimo, è stato scelto un sistema misto: vincolato per una parte, per le esigenze delle classi meno abbienti, e libero per l’altra. Può essere che l’esperimento condurrà all’assoluta libertà, desiderata da tanti, ma alla sola condizione che riesca a dare quel tanto che è assolutamente necessario per le classi meno abbienti, accanto ad una necessaria importazione, la quale non si può escludere ma solo diminuire. O questa forma riesce, o, altrimenti, dovremmo ricorrere a forme ancor più coattive e ad un vincolismo che porta fatalmente ad una regolamentazione più severa anche in tutti gli altri campi. Mi auguro che si vada per la libertà e l’autonomia, ma se c’è qualcuno che deve speculare quest’anno, e buttarsi ad altre produzioni, deve ricordarsi che questo non solo è un egoismo colpevole contro la collettività, ma anche un tradimento dei suoi stessi interessi, perché se questo caso venisse generalizzato il governo sarebbe costretto a forme di rigore finora sconosciute in Italia .
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Cari amici, ho risposto all’amico Dossetti con un abbraccio; vi sono dei gesti più eloquenti delle parole. Non aggiungo quindi uno speciale ringraziamento rivolto a lui e uno speciale riconoscimento per la sua opera. Questo abbraccio dice con quanta speranza la generazione vecchia rivolge i suoi occhi alla generazione nuova e come noi che stiamo per scomparire dalla scena del combattimento, vediamo con gioia apprestarsi nuove forze educate e formate secondo i vecchi principi adattati alle contingenze e secondo i metodi che il giorno di oggi esige. Amici miei, egli mi ha già scusato dinnanzi a voi, quando ha detto che non vi aspettiate un grande discorso politico da me, che vi aspettiate, piuttosto, un discorso in famiglia, una effusione dei cuori, una espressione del nostro sentimento comune, delle nostre speranze. E così io non ho dinnanzi a me un programma di discorso, né un appunto su questo discorso; parlerò come mi detta dentro l’intelletto e il cuore, parlerò come un padre di famiglia che, nei momenti di scoramento, fa confidenze ai suoi amici e ai suoi figli. In questa dura battaglia ho avuto momenti di dubbio e di incertezza: il dubbio era, e la domanda era, se dovevo resistere nelle posizioni in cui mi trovavo o se, incalzato dall’opposizione, dalle difficoltà oggettive, fosse più opportuno che io mi tirassi da parte. Il dubbio era se l’opera mia e dei miei amici che assumono tanta responsabilità, fosse ancora utile e necessaria, in questa forma di responsabilità diretta, o se fosse meglio che altri svolgesse il suo esperimento. E vedete: tutte le ragioni parlamentari, cioè le ragioni di partito, tutti i calcoli politici, tutte le abilità strategiche, tattiche parlamentari, mi avrebbero persuaso: lasciali un po’ provare. E, in questo modo, ieri, fra una seduta e l’altra ho ricevuto una delegazione di operai e principali, datori di lavoro di Milano che mi venivano a descrivere la critica situazione, l’insufficienza di denaro per dare le paghe; in questo quarto d’ora, ho avuto una visione tragica della situazione italiana. Quando si è prima discusso sull’inflazione, sulla possibilità che la Banca d’Italia concedesse degli anticipi o non li concedesse, ci si era messi d’accordo di non stampare banconote nuove. «Però noi abbiamo bisogno di denaro per fare le paghe, diceva l’ordine del giorno di questi principali e operai: datecelo in qualche altra forma». E questa discussione sulla forma possibile si è svolta con un irrigidimento di tutte le parti, con un serio dibattito, in modo un po’ sconcertante; ma nel momento decisivo, si è alzato un operaio e mi ha detto: «Signor presidente, io capisco poco di queste cose, so però che io ho lavorato 15 giorni e oggi per mantenere mia moglie e i miei figli ho bisogno della quindicina: il padrone o il governo pensino a darmela, perché inflazione o no, io ho bisogno assoluto di poter vivere». Questo esempio, dalla voce diretta di un operaio, mi ha profondamente impressionato: primo perché ho compreso come sia difficile, di fronte alla fame e alla necessità, spiegare il perché delle nostre difficoltà, il perché dell’impossibilità di tenere conto di tutte queste giustissime esigenze. Ecco il problema. Il governo, lo Stato che, nel momento in cui le giuste esigenze, i giusti reclami si fanno sentire si trova con delle disponibilità finanziarie limitatissime e i fondi non sa assolutamente dove trovarli. Di fronte a questo problema che potremo superare soltanto con la nostra coscienza, non politica, ma umana, cristiana, dobbiamo soltanto resistere, resistere! Se davvero, come si è detto ieri alla Camera, io fossi semplicemente un ambizioso, facile sarebbe stato per me ricorrere a sapienti scappatoie in cui si sono esercitati, in passato, molti illustri parlamentari e sotto una formula giuridica tale da lasciare che si costituisse una possibile maggioranza, magari attraverso una crisi lunghissima, ed attendere dai banchi dell’opposizione che cosa potesse fare, in questo momento, un altro governo, che cosa potessero fare all’interno e nei rapporti con l’estero, quell’estero dal quale abbiamo bisogno di chiedere aiuti. Ora io corro il rischio, amici miei, di non essere capito da quell’operaio se gli dico: domani tutto il denaro che il vostro principale dovrebbe avere per distribuire le paghe non ve lo potrà dare; corro il rischio di non essere inteso. Egli non distingue bene l’obbligo del governo dall’obbligo dell’industriale, del datore di lavoro e si lagnerà lasciandosi portare dalla facile propaganda dell’opposizione, per dire «tutta la colpa è del governo». Io accettando questo posto e dovendo agire entro limitati mezzi, mi sottopongo al sacrificio e al rischio grave di non essere inteso dal popolo per il quale lavoro. Ecco il problema: vi dico però che in questo momento io vedo soprattutto la coscienza, il dovere mi dice di battermi contro le difficoltà e mi batto. E se non riuscirò avrò almeno la coscienza tranquilla. Amici miei, ho una certa speranza che, pur nel frastuono della lotta dei partiti, specie trattandosi di problemi economici, nel popolo italiano stia maturando, attraverso gli errori della guerra e le esigenze del dopoguerra, una nuova coscienza. Certo, c’è chi capisce le ragioni e soprattutto apprezza il fratello che nel cammino lungo e difficile non si smarrisce, ma si mette a fare opera samaritana dando come un braccio al lavoratore e al popolo minuto, per giungere poi alla sicurezza cui aspira di una vita più prosperosa. Noi faremo insieme questo sforzo e cioè non vi abbandonerò mai, soffrirò con voi sino al giorno in cui avremo ottenuto il nostro scopo. Questa speranza, amici, questo ottimismo proviene dalla profondità delle nostre convinzioni, dalla nostra fede nella provvidenza. Mi sono trovato molte volte in situazioni critiche di carattere finanziario e politico e devo dire che ho sentito in certi momenti un intervento superiore a tutti gli sforzi del nostro cervello, a tutte le discussioni: ho sentito che la provvidenza non abbandona mai questo paese, ed io ho fede. Probabilmente la crisi che attraversiamo non sarà più molto lunga, siamo nel momento, direi, della conversione, del passaggio dall’assetto di guerra e postguerra verso una normalizzazione, la ripresa della vita normale. In questo momento, come ad una svolta, tutte le ruote cigolano, qualcuna scricchiola, qualcuna durante la via potrà cadere, ma l’importante è che il grosso possa continuare e la voltata venga superata. Durante queste discussioni politiche alla Camera, il governo ha seguito questa tattica: si è parlato di destra, di sinistra, del partito A, del partito B, del governo che deve avere un tale, un tal’altro indirizzo. Io di queste chiacchiere non me ne occupo. Io vi parlo dei problemi chiari e netti che sono da risolvere, provate voi a dire il vostro parere. Dopo tre magniloquenti discussioni degli oppositori io ho taciuto e ho fatto parlare l’alto commissario dell’alimentazione perché con le cifre dicesse la verità: quello che abbiamo, quello che non abbiamo, quello che speriamo di avere, quello che temiamo di non raggiungere. L’alto commissario dell’alimentazione di allora, io mi rivolgo verso sinistra e vedo che quasi tutti se ne sono andati a prendere il caffè, sono rimasto sorpreso. Era il momento di sentire la verità e di controbatterla! L’alto commissario Ronchi ha detto che il raccolto è stato disastroso, che noi abbiamo bisogno di introdurre 27/28 milioni di quintali di grano e che il Comitato internazionale che fa le assegnazioni, perché disgraziatamente noi siamo in compagnia di molti altri Stati molto più bisognosi di noi, non ce ne ha assegnato abbastanza per poter mantenere le razioni attuali. Quando ho portato queste cifre e ho spiegato come di giorno in giorno noi attendiamo che le navi arrivino a Genova, a Napoli, a Venezia per poter distribuire il grano fra le province deficitarie, ho spiegato l’ansia, lo spasimo del governo. Io vi dico che certe notti né io né Ronchi dormivamo, se dubitassimo che arrivi puntuale qualche spedizione dal di là dell’Atlantico. Quando abbiamo spiegato questa ansia ed abbiamo detto che abbiamo una sola speranza o almeno la prevalente nostra speranza non può essere che nelle forniture dell’America, quindi dobbiamo trattare con un certo riguardo l’America, per un debito di riconoscenza e anche per riguardo tattico, quando abbiamo detto questo, voi lanciate le parole: «tesseramento differenziato». Che cosa vorrebbe dire? Dovremmo portare via alle classi più ricche tutte le tessere e quel tanto che si risparmia dividerlo tra le classi meno abbienti? Siccome però queste sono troppe in Italia, 28 e forse si arriverà a 30 milioni, quando divideremo quella parte che spetta a ciascuno potremo dare al massimo 6 o 7 grammi giornalieri in più. Quest’anno, fino a che non si sarà introdotto il nuovo sistema del contingente del grano, non sarà possibile fare sul serio, almeno in generale, un tesseramento differenziato della farina e della pasta. Il giorno 20 ancora, non so se qui a Reggio, ma a Roma nell’ordine del giorno votato, si portava in piazza del Popolo la proclamazione che il rimedio c’era e che il «governo nero» non lo voleva applicare: ho fatto fare i calcoli esatti a un tecnico, ho messo davanti loro Ronchi che non è un uomo politico ma un uomo di competenza. Quando Ronchi faceva queste spiegazioni erano presenti in aula 3 o 4 deputati dell’estrema degli oppositori; nessuna discussione su questo e nessuno poi nelle risposte è venuto a dire che le ragioni sono valide; non se ne è più parlato. La stessa cosa con il tesseramento della carne, data la differenza di consumo e data la differenza di alimentazione che c’è tra nord e sud, tra pianura e montagna non potremo dare che 50 grammi per settimana. Credete che siano venuti a dire qualcosa? No! Solo: bisogna rovesciare il governo! E non volete che mi venga la tentazione di dire: ma lasciamoli provare! Sapete perché? Perché ogni esperimento sbagliato aggrava la situazione; e la Democrazia cristiana dovrebbe poi correre in soccorso quando ormai il disastro sarebbe stato compiuto. E allora preferiamo assumerci la responsabilità oggi anche se siamo a conoscenza delle gravi difficoltà, perché speriamo che il popolo ci comprenda e capisca quello che possiamo fare e che non possiamo fare. Lo stesso, vedete, è per la questione finanziaria e per la voce di quell’operaio che diceva: il governo veda di provvedere. Il governo …: è una parola! Nella questione finanziaria ci sono limiti che non si possono superare: se si da fuori troppa carta moneta si svalutano i prezzi. Il governo non è una banca. Si è fatto un gran clamore in questo momento; si è visto una certa unione sul terreno immediato degli interessi tra i ceti industriali e certi nuclei operai, tutti d’accordo nel dire che è lo Stato che deve dare il denaro: difficoltà notevolissima questa, ma non è vero che sia venuta dall’ultima restrizione del governo in materia finanziaria, perché voi sapete in che consisteva e che il decreto non è ancora applicato e non può avere apportato situazioni critiche; bisogna che ci siano altre cause o delle speculazioni. Ma ci sono altre ragioni morali per cui bisogna resistere, oltre quelle fiscali e politiche; noi non possiamo superere il conflitto fra il passato fascista e il presente e l’avvenire democratico, se noi stessi non ci mettiamo in mezzo, come partito pacificatore; non è possibile evitare uno scontro sul tipo di quello del 1920, se non abbiamo il coraggio di dire quello che è giusto e non giusto e non imponiamo una tregua, se noi stessi non assumiamo la responsabilità di contenere con giusto limite l’opera di giustizia e l’opera di generosità e di amnistia. In Italia se scomparisse il partito democratico cristiano difficilmente ci sarebbe altra via se non quella della dittatura forzata contro certi elementi che rialzerebbero la testa: noi siamo l’elemento che tenendo fede alla democrazia abbiamo però tale sentimento cristiano nell’animo, per cui siamo anche adatti all’opera di pacificazione. Qualcuno ha fatto uno sforzo negli ultimi giorni, per dire che il governo vuole fare l’interesse del partito; non so se gli amici Dossetti, Marconi e Micheli, che conoscono i vostri interessi e che vengono spesso a presentarmeli e ad insistere, non si lagnino di me perché sono troppo facile ad accettare le loro proposte e a venire incontro ai bisogni che si presentano: non credo di commettere mai ingiustizie nelle proporzioni delle concessioni di fronte agli amici miei e di fronte agli altri. Disgraziatamente quante volte devo dire agli amici nostri: so che mancano gli acquedotti, ma in un anno solo non possiamo rifare quello che la guerra ha lasciato da fare; non possiamo, nonostante tutti abbiamo una febbre di lavoro, di ricostruzione, che è l’effetto dinamico della guerra stessa; nonostante questa voglia, non possiamo forzare troppo la macchina perché non abbiamo i mezzi e, badate, ci sono dei paese che hanno introdotto una disciplina rigidissima; in Inghilterra hanno proibito la ricostruzione per risparmiare le materie e le spese, fanno una vita di assoluta economia, stanno al primo piano e lasciano che al secondo piova dentro. Questa è l’orgogliosa Inghilterra che ha stretto la cintola e si sottopone ad un razionamento rigorosissimo per poter dire un giorno che sa risorgere e riprendere il comando del suo impero. In Italia, questo non l’abbiamo fatto perché era impossibile farlo, perché noi ci distinguiamo dall’Inghilterra e dalla Francia per una virtù ma che in certi momenti produce, naturalmente, conseguenze negative. Noi siamo un popolo fecondo: abbiamo una esuberanza di popolazione; noi abbiamo un milione e mezzo se non due, di disoccupati e abbiamo molti che sono occupati, ma non in modo che l’industria possa rendere, occupati per impedire che siano buttati sul lastrico e non abbiano di che mantenere le famiglie. Questa situazione è una delle più gravi in Italia; quando vi dico che nelle sole industrie meccaniche che appartengono all’Iri si spendono 50 milioni al giorno per gli operai che sono in soprannumero, vi accenno appena ad un piccolo settore dove questo problema dell’affollamento al di là della vendibilità delle aziende si presenta e questo è uno dei gravi problemi che il governo cerca di affrontare tutti i giorni, ma per il quale c’è bisogno di ragionevolezza e di coraggio, perché o riusciamo a far rendere queste imprese e vivranno e potranno prendere più operai e potranno donare maggiori possibilità di forze, o saranno soffocate dalle esigenze momentanee e per forza finiranno in rovina. Questo è il problema così duro e difficile che veramente esigerebbe la concordia e la cooperazione di tutti i partiti e di tutti gli uomini saggi, che hanno senso di responsabilità e oggi si accusa il governo di portare la divisione tra il popolo e tra gli uomini che potrebbero provvedere alla grave situazione del paese. Ricordate voi, nell’altra crisi, quando ho tentato di fare un governo di grande coalizione? Mi sono trovato dinnanzi al solito giuoco delle esclusive: veniamo ma non vogliamo quel partito, e non è stato possibile metterci d’accordo sopra una coalizione che lavorasse in buona armonia. Oggi si fa colpa a me di quello che fui colpa altrui. Ci si è accorti troppo tardi delle conseguenze in cui si è arrivati per le esigenze e l’egoismo dei partiti che hanno fatto fallire questi tentativi. E oggi si viene, in tono mellifluo, a dirci perché non ci siamo uniti tutti, perché non ci mettiamo d’accordo. Ma questo ve lo dicono dopo averci insultato per due o tre mesi, dopo aver detto che siamo il governo dei ladri e delle spie. Ora badate, voi applaudite non per quello che ho detto ma perché sapete queste cose: non c’è bisogno di spiegarvele, non faccio che affermare un vostro pensiero, la vostra coscienza diretta: e nonostante che sia chiaro a tutti, in tutti i paesi, in tutte le province, si continua a dire che l’egoismo della Democrazia cristiana impedisce la collaborazione sincera e leale di tutti gli altri partiti. Ora badate: vi assicuro che ho tale coscienza della responsabilità che pesa sul governo in questo momento, e delle estreme difficoltà che dovrà attraversare, che se mi fosse stato possibile, anche attraverso eccessi di illusioni, riguadagnare nella mia speranza una mezza convinzione che si potesse rinnovare il tentativo di metterci assieme al tavolino a delineare progetti, se io avessi avuto la possibilità di sperare tanto, avrei senza dubbio accettato il dovere più sacro, avrei fatto questo tentativo. Ma, quando ormai il rischio si è corso parecchie volte, e si ha la sensazione netta che, soprattutto alla vigilia delle elezioni la campagna si sosterrà violenta, usando mezzi più o meno leciti, e quando si è avuta l’esperienza di questo governo, che appena messo sul suo seggio si è visto circondato dal sospetto della dittatura, del liberalismo antidemocratico e di essere schiavo dei grandi industriali, dei grossi proprietari, a un partito che non rappresenta il popolo, ma si fonda su una maggioranza di piccoli proprietari, di ceti medi, di lavoratori, a un partito di uomini che si sono battuti sempre durante la guerra civile, esponendo la propria vita, a uomini che sono passati nelle prigioni durante la dittatura fascista, a uomini che hanno dimostrato di potersi sacrificare per questo grande ideale che è la libertà; è giusto, quando tutto questo non giova per preservarci, difenderci da simili attacchi e calunnie, quando dappertutto ci dicono affamatori, perché non c’è più il grano o il raccolto è stato mediocre, quando dappertutto si diffonde una atmosfera di sospetto e diffidenza, ditemi voi che cosa giovano gli appelli alla concordia e i discorsi parlamentari? Unità, concordia: chi può creare tale sincerità? Io dico che sono pronto sempre a qualunque collaborazione, purché sia netta la legge della lealtà, onestà e libertà Libertà: e badate bene, amici miei, che non è una parola; certi paesi, ove si è introdotto il sistema dittatoriale, là ci sono i marescialli e non i cancellieri, per certi paesi bisogna avere occasione di discutere con qualche profugo fuggito di là e riparato all’estero per capire che cosa vuol dire libertà. La libertà è qualche cosa di diverso della libertà di fare un discorso, di attaccare i manifesti, libertà che Togliatti vuole difendere. Sono piccole libertà. Va bene, accettiamo anche quelle, ma esse non sono essenziali: libertà significa l’assenza della dittatura morale e sulle persone e sulle singole classi; la prima libertà è l’eguaglianza di diritto tra i partiti, tra le organizzazioni; la libertà significa, soprattutto, che ciascuno può essere padrone in casa sua quando chiude l’uscio. Noi non abbiamo nessuna difficoltà a lavorare con compagni di altri partiti, anche coi comunisti, ma facciamo questioni di ideologie. Sappiamo benissimo che le nostre idee sono molto diverse, ma questo potrebbe non essere di impedimento ad una eventuale collaborazione leale. Non so come si svolgeranno le elezioni future, ma questo deve essere uno degli scopi fondamentali che deve raggiungere la Democrazia cristiana per introdurre nella vita politica due principi irremovibili. Primo: al di sopra dei partiti esiste lo Stato, una unità che mantiene l’ordine e difende la libertà; secondo ci deve essere una regola di probità, di sincerità, di lealtà politica che renda possibile anche a uomini di diverso pensiero di collaborare onestamente, senza insultarsi, in dati campi ben delineati; e se le elezioni prossime porteranno a questo risultato, qualunque sia il risultato numerico, allora la democrazia avrà fatto un passo verso la sua costituzione reale. Se ci saranno i soliti blocchi a carattere anticlericale, per i quali Garibaldi viene chiamato dall’eternità a proteggere certi pasticci, allora la democrazia non si costruirà. Badate bene che, d’altro canto, ci potrebbe essere gente interessata a questo spettacolo di lotta tra noi e i partiti di sinistra, gente che specula e crede che noi siamo un partito che dobbiamo gettarci in mezzo per mantenere le posizioni come sono: la grande proprietà terriera, le industrie, i monopoli. Ora, lo abbiamo detto tante volte, ma è necessario ripeterlo anche oggi: in Italia, come dappertutto dopo i disastri della guerra, bisogna che le spese di guerra e le conseguenze del disastro vengano pagate proporzionalmente ai mezzi di cui si dispone, e chi ha deve dare. Non credano gli egoisti che ci possono essere tra i proprietari, io non dico che tutti si lascino guidare da gretto egoismo, di trovare nelle file democristiane la difesa di interessi così mal sostenuti e forse anche mal acquisiti. L’ordine, sì; la legalità, sì: ma le riforme legali anche sì. Quelli che hanno a disposizione larghi mezzi devono cogliere il destro per dimostrare che riconoscono la funzione sociale della proprietà e che essa non è per il solo padrone ma in funzione dell’interesse del popolo e della collettività. Onde se noi vogliamo salvaguardare la libertà e la legge non intendiamo garantire posizioni che non corrispondano allo sviluppo della personalità umana e alle esigenze sociali della collettività italiana. Ecco perché si dice che il nostro partito è il partito del «ni». Non è vero che si trovi solo il nostro partito in questa situazione. Ogni persona che consideri le principali esigenze, ognuno che pensa quello che convenga fare in questo momento, ognuno che guardi e si ispiri all’interesse pubblico, ha dinnanzi due problemi: la libertà da una parte e la giustizia sociale dall’altra. Bisogna arrivare alla giustizia sociale in regime di libertà. Ecco il problema: fare riforme soprattutto intorno alla proprietà. Non bisogna credere che anche in certi partiti dittatoriali non ci sia una spinta naturale a volere vincolare tutto, a imporre grosse taglie, confische, etc. Per forza di cose bisogna ricorrere ad altri argomenti armati, creare una specie di partito fascista, il quale è arrivato a questo punto appunto costretto dalla logica stessa del suo programma. E non speriamo di potere essere forti da impedire questi slittamenti contro la libertà e contro la giustizia sociale. E in questo sforzo di equilibrio abbiamo una posizione meno semplicistica di quelli che dicono: bisogna portare via a chi ha, occupare le fabbriche. Frasi semplici che possono in un certo momento fare impressione e fanno impressione, ma poi tutto questo esaminato attentamente porta a una vita sociale di coalizione nella quale la nostra libertà va perduta. Voi sapete che sotto la parola libertà noi intendiamo anche la libertà spirituale, la libertà di pensiero, la libertà delle nostre coscienze. I nostri avversari in genere sono pronti a fare delle dichiarazioni tranquillizzanti in proposito, ma mi ha fato una grande impressione che un uomo intelligente, assennato, e temperato nelle sue espressioni, come l’onorevole Togliatti, quando alla Camera ho sentito citare da Saragat il nome di Petkov si è lasciato sfuggire, in un certo momento: mi pare che se ai tempi di Mussolini si fosse fatto lo stesso si sarebbero evitati tutti i disastri venuti fuori. Il che vuol dire che se si fosse applicato il sistema dei tribunali speciali e del patibolo agli avversari dei tempi di lotta, forse si sarebbe evitato anche il fascismo. Forse può essere che si sarebbe andati ad una soluzione ancora peggiore; in ogni caso non si sarebbe avuta una soluzione di libertà rispetto ai partiti e rispetto alle persone contrarie; si sarebbe avuta forse una soluzione altrettanto terribile attraverso molti sacrifici di sangue. Questo pensiero di salvaguardare la nostra libertà, viene soprattutto dalla nostra ispirazione spirituale. Che volete: abbiamo fatto tanta esperienza della vita, studiati tanti progetti, tante costituzioni, tante forme da darsi o non darsi allo Stato, tante leggi per far felici gli uomini, felici i popoli. Abbiamo trovato, infine, diventando vecchi che non valgono niente le leggi, anche le migliori non raggiungono il loro risultato se manca la coscienza individuale nella loro applicazione. Bisogna che ci sia la coscienza morale che domini tutto e questo deve essere messo come programma di partito perché il partito deve avere una coscienza propria, fare il proprio dovere anche di fronte agli amici nostri e simpatizzanti. Dice, nell’epistola di oggi, se ho letto bene, san Paolo: smettetela di rubare, mettetevi, piuttosto, a lavorare per fare del bene al popolo. E questo è detto sia al ladro che entra dalla finestra per portare via i quattrini, sia agli speculatori che rubano sul sangue del popolo; è diretto a coloro i quali badano semplicemente a cercare guadagni e non pensano alle conseguenze che sono la miseria di molti che per il loro guadagno devono precipitare in povertà. Ed anche qui la coscienza morale, e di questo i ricchi devono tenere conto, non ha il rischio di misure coattive, che dalla confisca potranno arrivare a misure più gravi, o rispondere all’appello della loro coscienza e mostrare che un sentimento cristiano può indurre anche questi uomini ad un senso di giustizia verso il popolo e un senso di socialità nel concetto della proprietà dei mezzi pecuniari. Mi pare che io debba finire (voci: no, no). Che cosa volete che vi racconti ancora, amici miei, che possa essere consolante? Sono stanco, il mio occhio è stanco, stanco non soltanto di dibattiti parlamentari, ma è stanco per la visione delle difficoltà in cui ci troviamo. Qualche volta ho un senso di scoramento e mi dico se non ci illudiamo, mi dico se non commettiamo troppi errori, se siamo troppo ottimisti; e allora penso alla nostra storia, penso alla storia recente, quando centinaia, migliaia, milioni di italiani hanno dovuto emigrare dall’Italia in altri Stati, in altre regioni e penso che cosa sono divenuti quegli italiani; sono entrati in prima fila nella vita industriale ed economica dei paesi che li hanno accolti; gente della Calabria, del nord che in patria sembrava fosse incapace di un così grande sviluppo, invece, avendo in mano delle risorse si è visto che questa forza di spirito italiana, questo talento, questa forza muscolare di volontà esiste in ogni nostro uomo che messo su un buon terreno alligna robustamente. Ecco una delle grandi speranze. Io, come ho visto in altre terre divenire grandi gli italiani che sembravano piccoli, così spero che gli italiani andranno attraverso i dolori di questa guerra e le delusioni di questo dopoguerra, misurando la loro volontà. Siamo 45 milioni; non ci sono trattati, con ci sono coercizioni, che ci possano deprimere; se saremo all’interno tutti uniti e se avremo la passione di questa mia grande meta, la libertà della patria, e come regime la democrazia, potremo sviluppare tutte le energie del nostro lavoro, tutte le qualità naturali del popolo italiano. E allora, amici miei, ricordiamo che siamo figli di una grande storia, che i nostri padri non si sono smarriti in difficoltà ancora maggiori. L’impresa è dura e vi dico che è difficilissima, ma noi la vinceremo se avremo il senso della realtà e della coscienza delle nostre qualità morali che abbiamo ereditato dai nostri padri. La coscienza della nostra storia, la speranza viva che la nazione italiana deve risorgere da questa guerra, perché i popoli che hanno grandi imperi e molte terre, ma sono infecondi e non hanno crescenza, devono tener conto di noi, della nostra povertà, della nostra indigenza. La mia parola finale è di ottimismo. Ma soprattutto io rivolgo questa parola di ottimismo al cuore, alla coscienza cristiana, la virtù principale in questo momento, alla energia, alla volontà, alla pazienza, al lavoro e alla speranza che ci illumina perché induca la nostra volontà a resistere alle difficoltà quotidiane; la speranza che porta la nostra volontà a battersi contro gli ostacoli; la speranza nella provvidenza che non abbandonerà un popolo, il quale ha fede assoluta nei propri destini.
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Lei mi chiede quale sia il mio pensiero sulla discussione di ieri e sul conseguente dibattito all’Assemblea . Mi pare di avere fatto dal banco del governo dichiarazioni molto chiare e molto ferme. Il governo vuole la pacificazione e il superamento del vecchio conflitto. Ma a questo fine le dichiarazioni verbali provocatorie e le reazioni intimidatorie non giovano: esse esasperano, gettano l’allarme all’interno ed all’estero e in fondo, volere o no, implicitamente o esplicitamente suppongono il ricorso alla violenza. Su questa strada precipitiamo nel caos dell’altro dopoguerra e in una irrequietudine e instabilità politica che portò al collasso economico sociale. Bisogna resistere con ogni energia alle tentazioni del passato. Tutti gli italiani che hanno senso di responsabilità e nervi a posto debbono far massa contro le nefaste seduzioni della violenza. La democrazia si salva nella disciplina e nella libertà. Ha detto magnificamente l’onorevole Conti: lo Stato repubblicano si consolida con il lavoro e con la giustizia sociale. [Il redattore del «Giornale d’Itali» rivolgeva a De Gasperi una domanda sullo svolgimento delle elezioni amministrative a Roma]. Ritengo che tutte le parole al riguardo delle elezioni siano state ormai dette. Aggiungerei un consiglio agli elettori romani: non lasciatevi guidare dal cieco impulso delle agitazioni e dalle reazioni; ma dalla consapevolezza che Roma ha bisogno di buoni amministratori e l’Italia di uomini energici, pacificatori, ricostruttori . Di uomini che fondandosi sul consenso di larghe masse popolari sappiano imporre la sicurezza interna con la forza della legge e impegnino tutte le energie di buona volontà nell’opera tenace e costruttiva della salvezza.
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Cari amici, purtroppo, vi debbo parlare di un lutto e del sentimento di cordoglio che esso ha suscitato: questa notte Roma è stata rattristata da un gravissimo e tragico fatto: uno dei giovani che faceva la propaganda per la Democrazia cristiana è stato ucciso . Non vi parlo di chi ha ucciso, ma della vittima. Prima di raggiungere l’aeroporto, mi sono recato all’ospedale dove, sotto un lenzuolo macchiato di sangue, il corpo gelido del giovane aspettava l’autopsia: e mi sono venute in mente le parole di santa Caterina , la santa del sangue, la santa che ha proposto per prima ai potenti del tempo le grandi riforme. Essa ebbe a scrivere ai signori Priori di Firenze: «Voi avete desiderio di riformare la vostra città; ma io vi dico che questo desiderio non si adempirà mai se voi non vi ingegnate a gettare a terra l’odio e il rancore del cuore». Caterina da Siena pacificatrice delle fazioni, mediatrice tra signori e popolo minuto, in un tempo in cui il sangue si versava su tutte le piazze di Italia ricordava ai violenti e agli oppositori, «il dolcissimo sangue nel quale si spegne ogni odio e guerra». Così noi democratici moderni nello sforzo di salvaguardare il regime popolare di libertà invochiamo l’ispirazione cristiana come fonte della fraternità e dell’amore e per questo ci chiamiamo democratici cristiani. Noi non cerchiamo il potere, chiediamo solo lo spirito di sacrificio per asservire la nostra opera di governo alla causa del popolo italiano. Ho fiducia nel nuovo spirito innovatore che saprà vincere le forze dell’odio .
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Egregi colleghi, sentiamo tutti, dobbiamo sentire tutti la responsabilità nostra innanzi ad una situazione così tesa. Innegabilmente il trattato ha portato nell’animo italiano una reazione che in altri tempi, senza la disciplina di cui va data lode alle masse popolari, ci avrebbe portato a ben diversi conflitti. (Applausi). Io dico, ripetendo con ciò le dichiarazioni del sottosegretario per l’interno, che è riservata ancora un’ulteriore inchiesta circa la sufficienza o l’insufficienza, la tempestività o non tempestività dei provvedimenti di polizia. Però non posso accettare l’interpretazione generica che, dopo una panoramica rassegna di fatti che hanno o non hanno connessione con quello che formava oggetto dell’interrogazione, conclude con un voto di sfiducia ai direttori della polizia sui propositi, sulle intenzioni, sulla mentalità di mantenere l’ordine a qualunque costo, contro chiunque lo disturbi, da qualunque parte venga. Su questo mi pare che anche nei riguardi dei dirigenti di polizia non si possa dubitare. Circa la sufficienza o l’insufficienza, abbiamo ancora da riesaminare la questione, come ha già detto il sottosegretario di Stato per l’interno. Devo aggiungere però che trovo del tutto inadeguato, fuori di proposito, che si citi il fatto gravissimo di Pola, per il quale abbiamo espresso il nostro profondo rincrescimento . Esso deve essere considerato sotto due aspetti: che la vittima è completamente fuori causa nella questione del trattato; che un’italiana sia ricorsa a simili mezzi per manifestare la propria indignazione. Complicità da parte delle autorità italiane o del pubblico italiano non ve ne possono essere. E c’è una prova, onorevole Spano , che finora non è ancora conosciuta, ma che è di una gravità particolare: le autorità alleate erano state avvertite che la signorina Pasquinelli aveva manifestato tali propositi, o propositi similari, ed erano state messe in guardia. Erano le autorità alleate responsabili dell’ordine pubblico nella città di Pola, non noi! (Applausi al centro e a destra). Devo aggiungere ancora che, contrariamente a quello che è stato pubblicato su un giornale, non è vero che la signorina Pasquinelli sia stata delegata o mandata a Pola da qualsiasi organo statale o parastatale. Anzi, la signorina Pasquinelli, essendo conosciuta come una esaltata, era stata licenziata dal Comitato di liberazione nazionale di Trieste qualche tempo fa, e si era recata a Pola partendo da Milano. E in quella occasione era stato dato il monito, o l’avviso a cui mi sono riferito. A Pola s’era messa a disposizione del comitato esodo, il quale è completamente indipendente, sia da qualsiasi altro centro di assistenza che si trovi in Italia, sia in modo particolare dal comitato interministeriale che cerca di assistere coloro che hanno voluto, nonostante le sollecitazioni da parte del Governo, abbandonare Pola in uno stato d’animo che ci è stato assolutamente impossibile di frenare. Dinanzi a questa volontà energica, tragica, eroica, che cosa resta al Governo italiano, se non di fare di tutto perché essi siano bene accolti? (Applausi al centro e a destra). Quindi non tentiamo di allargare gli amari incidenti che sono avvenuti, collegandoli l’uno all’altro. C’è naturalmente, nello sfondo, la reazione contro il trattato di pace. Ma, lo ripeto, pensate se ciò fosse avvenuto nell’immediato dopoguerra dell’altra guerra, nel 1919 o nel 1918, quale sarebbe stato lo stato d’animo, quale l’effervescenza. Riconosco che ciò è un merito, soprattutto della maggiore disciplina delle masse popolari (approvazioni a sinistra), ma devo dire che anche da parte degli organi dello Stato si è fatto di tutto per calmare una reazione. Lo stesso contegno, lo stesso atteggiamento che ha tenuto il Governo qui, e le istruzioni date alle autorità di pubblica sicurezza, ve ne fanno garanzia. Vi prego di non guastare questo atteggiamento con polemiche e discussioni tra fascismo e antifascismo. Non so se questa signorina sia stata o no fascista; il fatto è che, se non fosse stata fascista il fatto sarebbe purtroppo spiegabile anche da uno stato di eccitamento generale, anche al di fuori e al di sopra del fascismo. Comunque, deploriamo l’accaduto, ed uniamoci con un senso di pace e di responsabilità. (Vivi applausi al centro).
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Mi rivolgo per la seconda volta, ai produttori agricoli italiani di ogni ceto: imprenditori, lavoratori, dirigenti tecnici. Una prima volta rivolsi loro la parola nel congresso per il grano indetto a Roma, dall’associazione nazionale dei laureati in agraria . Affermai allora, a nome del governo, il dovere delle classi agricole di produrre la massima quantità possibile di grano al fine di assicurare l’alimentazione del paese: dissi allora ai tecnici, adunati a convegno, quanto il governo apprezzasse l’opera loro di guida, di assistenza e di persuasione nelle campagne e quanto calorosamente esso la richiese nelle circostanze attuali. Da allora, in un’unica regione italiana si sono tenuti raduni pubblici di propaganda e di organizzazione per la necessaria intensificazione della coltivazione del grano. Ed oggi, quasi a conclusione dell’azione svolta per la campagna di semina, che è in corso, desidero ancora far udire la parola incitatrice del governo. Ricordo in primo luogo che nella recente sessione in Ginevra delle organizzazioni delle Nazioni Unite per l’alimentazione e per l’agricoltura si confermò, sulla base di cifre e di dichiarazioni autorevoli che, per l’annata 1947-1948, il totale dei fabbisogni di cereali (senza aumentare le attuali razioni) previsti per i paesi deficitari, e quindi importatori, supera il totale delle disponibilità dei paesi che producono in eccedenza e che, quindi, sono esportatori. Aggiungo che le condizioni delle bilance dei pagamenti internazionali, rendono estremamente difficile per ogni paese le importazioni degli alimenti e delle materie prime nella misura che normalmente occorre mettere a disposizione di ciascuno paese per la vita del suo popolo e per lo sviluppo delle proprie industrie. Non l’Italia soltanto, ma l’Europa e parecchi paesi importatori fuori di Europa, si muovono penosamente in questa orbita di fondamentale inefficienza e precarietà. È una delle conseguenze dolorose del conflitto mondiale: e gli effetti bellici sulla produzione agricola, come i tecnici agrari ci attestano, non si riparano da un anno all’altro. La realtà è che noi, e come noi tutti i paesi europei, dovremo traversare un periodo di anni, nel quale dovremo spingere, al più alto livello delle nostre possibilità, le produzioni alimentari in genere e quelle dei cereali panificabili in ispecie, pena la carestia e la miseria; in secondo luogo, i dati che dobbiamo tenere presenti riguardo al nostro paese sono questi: che la superficie a frumento era aumentata sino a raggiungere un totale di poco più di 5 milioni di ettari nel 1939; è poi diminuita di circa 800 mila ettari, cioè di poco meno di una settima parte; che la scarsità di mezzi tecnici di produzione durante gli anni di guerra ha continuato a far sentire i suoi effetti: non parlo qui del cattivo andamento stagionale nell’annata 1946-47. Dicono in terzo luogo che il governo concorda con i postulati del congresso nazionale dei laureati in agraria sulla necessità di fare ogni sforzo per una normalizzazione delle condizioni dell’economia agricola; e di intensificare la propria azione affinché le maggiori quantità possibili di mezzi strumentali – dai concimi chimici alle macchine agrarie, al carburante, alle sementi elette e selezionate – possano venir messa a disposizione dell’agricoltura. Il governo ha provveduto, come è ben noto, per il futuro raccolto 1948 ad un sistema di ammasso granario, non più totale, ma per contingente; e fisserà, per le quantità da ammassare, un prezzo che sarà equo e remuneratore, dato lo stato dei costi di coltivazione. Si tratta dunque di aumentare la superficie destinata a grano nelle aziende agrarie e in particolare di curare meglio e di rendere più intensiva la coltura, conferendole maggior copia di mezzi di produzione adatti nelle svariate circostanze. A tale supremo fine, il governo fa appello ai produttori di servire come è il loro alto dovere e responsabilità, il paese, anche specialmente in questa straordinaria contingenza; e, dal canto suo, afferma che farà quanto potrà per agevolare questo massimo sforzo di produzione granaria. Il governo, oltre che agli imprenditori ed ai lavoratori del braccio, fa appello ai dirigenti tecnici dell’agricoltura che per antica tradizione sono stati sempre al servizio del progresso agricolo nazionale. Poche volte, come in questo momento, balza agli occhi di tutti l’altissima funzione sociale della proprietà terriera, funzione sociale che concepiamo nella sua grande essenza cristiana ed umana. Di tale funzione sono responsabili coloro che devono servire la terra, per il bene della comunità e del nostro avvenire. Ma il governo è consapevole anche della responsabilità sua propria, in un momento così grave: e dice a tutti coloro cui compete, di agire con la sicurezza che il governo è deciso a coadiuvare la loro azione concorde nel supremo interesse delle popolazioni che reclamano giustamente una certezza di vita.
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L’estromissione dei comunisti dal governo è stata ed è una condizione di vita per la nazione. L’America dà aiuti ad un governo democratico e libero: non li dà ad un governo con i comunisti e perciò, almeno in parte, infeudato alla Russia .
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Il governo italiano ha seguito con vivo interesse la campagna per il risparmio del grano e di alimenti negli Stati Uniti che il Presidente Truman ha recentemente indetto per venire incontro, in sempre maggior misura, ai bisogni dei popoli europei. Noi apprezziamo sinceramente gli sforzi che il popolo americano compie sottoponendosi volontariamente a molti sacrifici, per non farci mancare quei contributi che sono per noi condizione di vita e ci sono indispensabili per superare la grave crisi in cui noi e l’Europa ci dibattiamo: apprezziamo altresì la comprensione dimostrata dagli Stati Uniti per la estrema urgenza di ricevere questi concorsi. Questo dell’urgenza è il problema essenziale e direi per noi vitale. Da parte nostra ci imporremo, in quanto sarà ancora possibile, maggiori sacrifici e restrizioni e veglieremo affinché gli aiuti vadano effettivamente ai più bisognosi e siano distribuiti con la più scrupolosa equità. Al presidente, al vostro Governo ed al Popolo americano, vada la rinnovata riconoscenza dell’Italia.
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Non ne so nulla, e sono molto sorpreso dei particolari fantastici pubblicati. Anche la storiella delle tre lettere è una invenzione. Chi ha letto il mio discorso di Napoli sa che la Democrazia cristiana non ha ambito finora né ambisce per l’avvenire di rimanere isolata nel suo duro compito. Non si può però ancora sapere con certezza se un allargamento sarà possibile e qualora il tentativo dovesse farsi, se il tentativo stesso possa riuscire o fallire come avvenuto nell’ultima crisi. Nei prossimi giorni dovrà risultare quali e quante siano, come dissi a Napoli, quelle forze sane che con lealtà e coerenza interiore credono di cooperare con la Dc per assolvere ai compiti che nel discorso stesso vennero da me indicati e precisati come il programma dell’azione del governo per il breve periodo che ancora ci separa dalle elezioni; e solo allora si potrà dire se tale collaborazione assumerà la forma di una partecipazione alla responsabilità di governo, allargandone la base ovvero se sarà limitata ad appoggiarne l’opera. In ogni caso il presente governo non verrà meno al suo compito, certo che l’Assemblea nella sua maggioranza non gli negherà, nell’interesse del paese, la fiducia già confermatagli ripetutamente.
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Ha preso quindi la parola De Gasperi, per ringraziare l’Assemblea del voto espresso, nel quale dice di ravvisare una dimostrazione dell’unità del partito. Accennando alla situazione, l’on. De Gasperi ne ha poi rilevato la gravità, ribadendo il pensiero già espresso al congresso di Napoli . Il governo, ha continuato il presidente del Consiglio, farà il suo dovere per salvaguardare la democrazia, ma è assolutamente indispensabile per superare ogni difficoltà che il consenso del popolo lo sorregga. Non bisogna perdersi in questioni secondarie; ma guardare in faccia alla realtà, considerare soltanto l’essenziale. Si tratta di vedere se le diversità e i contrasti d’opinione e di interesse debbono essere risolti con il metodo parlamentare e democratico o con metodi che sono l’antitesi della libertà e della democrazia. Il governo farà il suo dovere; ma per la soluzione dei problemi che angustiano il paese, oltre all’autorità dello Stato e ai suoi mezzi, è indispensabile il senso di correttezza e di responsabilità del popolo, che, è bene ricordarlo, con l’espressione della maggioranza del suo suffragio, il 2 giugno 1946 ha chiesto la creazione e la difesa di una repubblica democratica. Per questo, chi dimentica i risultati del 2 giugno, tradisce la forma e la sostanza della democrazia. De Gasperi, proseguendo, rivolge un particolare appello alle masse operaie e contadine organizzate, per affermare che, in base alle dure esperienze sofferte, esse più che mai oggi debbono convincersi che una politica di piazza e di tumulti insurrezionali ne mette in pericolo le conquiste duramente raggiunte, poiché la base di ogni conquista delle classi lavoratrici è stata e sarà sempre la libertà. Anche da parte di coloro che non si rassegnano ai risultati elettorali del 2 giugno si manifestano minacce e pericoli per la libertà, sicché l’ordine democratico è insidiato da due contrapposti estremismi, dinnanzi ai quali la Democrazia cristiana deve agire e combattere con eguale fermezza. De Gasperi conclude augurandosi che il Consiglio nazionale della Democrazia cristiana sappia svolgere ogni iniziativa per risvegliare nel paese la più consapevole, fattiva e concorde aderenza alle libertà democratiche, che rappresentano la base imprescindibile per difendere anche le conquiste delle classi lavoratrici e perché queste conseguano una più alta giustizia sociale .
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Onorevole sindaco, ho apprezzato assai che ella nel recente colloquio abbia con particolare sforzo riconosciuto il principio che l’autorità dello Stato sarebbe profondamente lesa, se invece di attingere la sua forza da un governo responsabile innanzi al parlamento subisse l’influsso di impulsi o reazioni tumultuarie. E sono stato anche lieto che il gesto di solidarietà che ella ha voluto fare con il prefetto uscente non le abbia impedito di riconoscere le doti che il nuovo prefetto, esperto di problemi amministrativi e sociali di una grande città industriale, porta con sé a Milano. Chiarito definitivamente l’equivoco interpretativo circa l’incarico al prefetto uscente è lecito sperare che anche di qui innanzi continuerà costì a operare quella fervida collaborazione fra gli organi dello Stato, organi autonomi e associazioni che è assolutamente indispensabile perchè si possa uscire senza gravi conseguenze, dalla crisi industriale che attraversiamo. Il governo sa, per immediata quotidiana esperienza, che le forze operaie di certe industrie sono nella fatale irrequietudine di chi teme di settimana in settimana per il pane dei propri figli. Il governo, pure nelle strettezze del bilancio, ha creato un fondo speciale per tali industrie, ha deliberato provvidenze particolari per i loro operai, e le preoccupazioni dei prefetti di Milano, Varese ed altri centri furono e sono le stesse del ministero dell’Interno e dell’intero Consiglio dei ministri. Senza dubbio le difficoltà sono molte ancora e prevediamo giorni duri perchè il periodo di trapasso di queste industrie dallo stato di guerra a quello di pace non è ancora compiuto. Ma riusciremo, se manterremo in casa nostra ordine e disciplina, se non mineremo con le nostre mani le basi dell’autorità dello Stato, la cui tutela deve essere al di sopra delle competizioni dei partiti. Il governo ha il dovere di proteggere la libertà e i diritti dei cittadini; ma esso non ricorre volentieri alla forza, anzi non vorrebbe ricorrervi, se non nella misura impostagli dal divieto ai singoli cittadini di ricorrervi essi stessi. La solidarietà nell’ordine della libertà democratica è la nostra salvezza; e dovrebbe essere la base sicura della nostra convivenza civile. Cordiali saluti
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Circa le affermazioni politiche di questo, per tanti aspetti, inqualificabile discorso , mi riservo di rispondere – se sarà il caso – alla chiusura di questo dibattito. (Vive approvazioni). Per quello che mi riguarda personalmente, il modo con cui il precedente oratore ha osato parlare della mia persona non mi permette di rispondere per fatto personale (vivissimi applausi al centro), ma ho il dovere di deplorare vivamente e protestare indignato contro le infondate insinuazioni dirette contro membri del mio Governo. (Vivissimi applausi).
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Debbo osservare che il Governo nulla obietta circa la discussione in merito dell’argomento. Mi pare però che se io vi dico: «finite prima la discussione generale sui problemi, come il trattato di pace, che si sono agitati nel vari discorsi» non presento un’esigenza straordinaria, in quanto, se il Governo sarà posto in minoranza, esso ne trarrà le conseguenze. Ma non si può inserire questa questione che, per quanto importante, non è così importante come la politica generale del Governo ed il trattato di pace, nella discussione attuale in modo da spezzarla. Osservo, poi, che con la mia proposta si rimanda la possibilità di accogliere la proposta del rinvio delle elezioni; la presentazione delle liste dovrà essere ultimata, se non erro, entro il 5 marzo. Comunque, se la Camera ad un certo momento dirà al Governo – ed il Governo si sottometterà a questa decisione – di rinviare le elezioni, il rinvio sarà possibile, in quanto le elezioni stesse sono fissate per il 20 aprile. Dico subito, senza entrare nel merito, che i precedenti che hanno condotto alla risoluzione del Governo sono perfettamente parlamentari e democratici: sono stati sentiti, a mezzo dell’alto commissario, a suo tempo tutti i rappresentanti dei partiti e dei gruppi siciliani e, quindi, dopo ampia discussione, in presenza dell’alto commissario, il Governo ha adottato le sue decisioni. Non nego che su un argomento molto serio come questo si possa essere di diverso parere; tutto sta a pesarne le conseguenze in senso negativo o positivo. Il Governo voi capite subito per quale soluzione inclina; comunque vi prega soltanto di rinviare questa discussione alla fine della discussione sulle dichiarazioni del Governo. PRESIDENTE. Chiedo all’onorevole Nasi se insiste nella sua richiesta che la discussione sia fissata per domani. NASI. Insisto. Il rinvio significherebbe seppellire la questione, perché in quell’epoca – ripeto – saremo ingranati nella macchina elettorale. (Commenti). FINOCCHIARO APRILE. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. Ne ha facoltà. FINOCCHIARO APRILE. Prego l’Assemblea di non inorridire se dichiaro di essere d’accordo con il Presidente del Consiglio. (Si ride). La richiesta dell’onorevole De Gasperi è perfettamente legittima. L’argomento dell’autonomia siciliana è gravissimo. Io ne ho parlato parecchie volte nell’Assemblea, ho presentato anche un’interrogazione, ma non ho avuto mai il piacere di una risposta da parte del Governo. Non importa. Ma quando il Presidente del Consiglio vi invita a lasciar finire la discussione sulla politica generale per poi fare immediatamente una discussione larga, ampia sulla necessità del rinvio o meno delle elezioni, mi pare che questa sia una richiesta che non possa essere contrastata. Credo che l’onorevole De Gasperi debba essere soddisfatto di questa mia dichiarazione. (Si ride) . DE GASPERI. Continui così! (Si ride).
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Il Governo si dichiara pronto a mettere a disposizione della Presidenza dell’Assemblea Costituente, ad ogni sua richiesta, l’elenco indicato dall’onorevole interrogante, e tutti gli altri elementi che, comunque, possano essere ritenuti utili ai fini cui l’interrogazione è rivolta, rimettendosi, per quanto riguarda la pubblicazione dell’elenco e qualsiasi altro uso che si intenda farne, alla Presidenza stessa, alla quale spetta di tutelare il decoro e il prestigio dell’Assemblea e dei suoi componenti. Per questo stesso doveroso rispetto verso le prerogative dell’Assemblea, il Governo ritiene che la seconda richiesta dell’onorevole interrogante, diretta a sollecitare l’accertamento degli incarichi ricoperti da deputati in enti privati, debba essere rivolta alla Presidenza dell’Assemblea stessa, a disposizione della quale il Governo metterà qualunque dato che possa essere ritenuto utile. Il Governo si attende però che frattanto la Camera non cooperi, nemmeno passivamente, ad una campagna che, al di là delle persone e dell’attuale Governo, ha l’effetto di screditare l’Assemblea e la Repubblica d’Italia. (Vivi applausi) .
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Debbo fare, a nome del Consiglio dei ministri, la seguente dichiarazione votata dal Consiglio stesso ad unanimità: «Il Governo accetta, da parte sua, l’ordine del giorno presentato dalla Commissione nella sua interezza . Per quanto riguarda le accuse mosse dall’onorevole Finocchiaro Aprile ad alcuni suoi componenti, il Governo ha già accertato che nessun addebito può essere ad essi fatto, così come risulta dalle dichiarazioni qui pronunziate dal Presidente del Consiglio, le quali hanno raccolto la fiducia dell’Assemblea Costituente. Tuttavia, il Governo fa espressa e formale richiesta che, anche per gli addebiti mossi a ministri, la Commissione inviti l’onorevole Finocchiaro Aprile a produrre gli elementi, che egli considera come prove delle sue affermazioni (vivi, generati applausi), affinché si possa valutarne l’attendibilità e trarne un giudizio che valga, anche nei confronti di chi ha lanciato l’accusa, come tutela della dignità e del decoro dell’Assemblea». (Vivissimi, generali applausi). Dovrebbe bastare, perché la dichiarazione è molto chiara. Tuttavia, poiché nella stampa, e forse anche in qualche collega può essere nato il dubbio, in modo particolare dal mio atteggiamento, che fosse nel mio proposito di nascondere qualche cosa o di rifugiarmi dietro il voto di fiducia dell’Assemblea, sento il personale bisogno di aggiungere alcune parole di commento ad illustrazione di questo ordine del giorno. PERTINI . Speriamo che il commento non guasti il testo. DE GASPERI. Non lo guasterà. Ricordo che l’onorevole Finocchiaro Aprile il 17 febbraio ha espresso il senso delle sue accuse con queste parole: «Non ci si deve avvalere del mandato parlamentare per andare all’arrembaggio di cariche largamente remunerative». Così egli stesso ha indicato lo scopo, la meta, la finalità, il sapore del suo attacco e delle sue accuse. Egli ha inteso di porre una questione generale di dignità e di moralità pubblica. Di fronte a che io devo osservare che nella preparazione stessa dell’ordine del giorno, nelle conversazioni avvenute in quell’occasione, il Governo non ha mai inteso di porre limitazioni agli accertamenti che vorrà fare la Commissione intorno al problema delle incompatibilità, generiche o personali, parlamentari. Se a tale scopo la Commissione non troverà sufficienti i dati che il Governo ha trasmesso o che, su richiesta della Commissione, trasmetterà, esso è pronto a mettere a disposizione della Commissione tutti i mezzi di cui dispone. La Commissione, per quanto dipende dal Governo, è completamente libera ed efficiente nelle sue indagini e nei suoi apprezzamenti. In quanto alle attività ministeriali, il Governo, di fronte alle accuse dell’onorevole Finocchiaro Aprile, ha assunto solidalmente le sue responsabilità e l’Assemblea, col suo voto di fiducia, ne ha preso atto. Tuttavia la dignità e il decoro dell’Assemblea – finalità dell’ordine del giorno dell’onorevole Natoli , unanimemente accolto – vanno salvaguardati anche nei confronti del deputato che ha mosso le accuse dirette all’attività ministeriale. Il Governo pensa perciò che la Commissione debba chiedere all’accusatore i suoi elementi di prova. Se da questi essa traesse la convinzione che fosse necessaria una inchiesta parlamentare sull’opera dei ministri, la proporrà; in caso contrario, il decoro dell’Assemblea dovrà essere salvaguardato nei confronti dell’accusatore. (Vivissimi, generali applausi). Il Governo, di fronte a una campagna che dilaga nel paese, deve pur dirlo: il Governo ha la coscienza tranquilla. Dopo il ventennio dell’immensa corruzione fascista, durante il quale non funzionò né il controllo parlamentare, né quello della stampa… (Applausi). TOGLIATTI. Barzini esaltava il fascismo allora. (Commenti). DE GASPERI. … il Governo democratico non ha posto altro limite alla critica che la difesa del proprio onore e di quello dei funzionari dell’amministrazione. Il Governo ha accolto ed accoglie, come elemento indispensabile del regime democratico, il controllo, la discussione, la critica dell’Assemblea; e la stampa usa oggi di una libertà che, in qualche caso – io non voglio qui generalizzare, che ho il massimo rispetto per la stampa onesta – non ha sempre corrisposto ad un senso obiettivo di responsabilità. (Vivi applausi). Il Governo ha proceduto, esso stesso, come accennai altra volta portando anche delle cifre, senza riguardo, contro funzionari indiziati di corruzione, avanzo di abitudini di un tempo; e intende ora, con il vostro concorso, di intensificare la sua vigilanza. Ma non è giusto che tutta l’amministrazione venga avvolta come da una nube di sospetti e di accuse che non merita, né è giusto che uomini i quali hanno assunto le più pesanti responsabilità per servire il paese in un’ora difficile, si vedano accusati con avventatezza di colpe che non hanno. Qui vi è un patrimonio comune a tutti i partiti che viene messo in pericolo; qui si tocca, consapevolmente o no, il regime, il sistema di Governo (vivissimi, generali applausi); insinuando nella coscienza spesso ignara del popolo che nulla è mutato, che la corruzione fascista continua, che la morale democratica vale quella dittatoriale. (Vivi applausi). Come ministro, e a nome anche dei miei colleghi, dichiaro all’opinione pubblica che noi non sfuggiremo, che noi non temiamo, ma anzi desideriamo ogni controllo possibile. Come uomo ad uomini, dico che sono umiliato, che anni di povertà o, comunque, di resistenza ad ogni lusinga dei potenti non bastino ad affrancare dalle insidie della calunnia i galantuomini che servono con sacrificio il proprio paese. (Tutta l’Assemblea si leva in piedi – Vivissimi, generali, prolungati applausi). E termino facendo appello alla Camera tutta, in modo particolare alla Commissione, di voler collaborare, cosicché questa campagna di calunnie possa aver fine e non più ripetersi. (Vivissimi applausi). [Al termine della discussione, De Gasperi ribadiva di non ritenere necessario che il voto sull’odg presentato dalla Commissione e accettato dal governo implicasse anche la richiesta della fiducia da parte dell’Assemblea]. Mi pareva di essermi collocato in una posizione superiore a quella del presente Governo. Mi pareva che la mia tesi e le mie conclusioni riguardassero il regime democratico e la difesa che a questo regime noi dobbiamo. (Applausi). Se l’Assemblea desidera onestamente e francamente esprimersi su tale questione, senza che ciò implichi un voto di fiducia generale nel consueto senso parlamentare, accetto tale desiderio. Non richiedo, pertanto, che questo voto di fiducia, dato alla democrazia e all’antifascismo, implichi anche un voto di fiducia parlamentare che, del resto, il Governo ha già ottenuto. (Vivi applausi) .
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Mi permetterò di ricordare all’Assemblea che il Governo, allorché l’Assemblea approvò l’ordine del giorno della Commissione, fece le seguenti dichiarazioni: «Per quanto riguarda le accuse mosse dall’onorevole Finocchiaro Aprile ad alcuni suoi componenti, il Governo ha già accertato che nessun addebito può essere ad essi fatto, così come risulta dalle dichiarazioni qui pronunziate dal Presidente del Consiglio, le quali hanno raccolto la fiducia dell’Assemblea Costituente. Tuttavia, il Governo fa espressa e formale richiesta che, anche per gli addebiti mossi a ministri, la Commissione inviti l’onorevole Finocchiaro Aprile a produrre gli elementi che egli considera come prove delle sue affermazioni, affinché si possa valutarne l’attendibilità e trarne un giudizio che valga anche nei confronti di chi ha lanciato l’accusa, come tutela della dignità e del decoro dell’Assemblea». (Approvazioni). Non ho che da ripetere testualmente questa dichiarazione e convalidarne il senso. Dalla relazione, se bene ho compreso, non è risultato che l’onorevole Finocchiaro Aprile abbia portato alcuna prova che possa in qualche modo corroborare le sue generiche o particolari accuse contro ministri. (Commenti). Una voce. Questa è una discussione nel merito. (Commenti – Rumori). PRESIDENTE. Ritengo che il Governo, in qualunque momento, possa dire di fronte all’Assemblea, piacente o non piacente, ciò che ritiene di dover dire. In secondo luogo rilevo che a me pare che sino a questo momento il Governo si attenga alla mozione d’ordine. Onorevole De Gasperi, prosegua. DE GASPERI. Desidero turbare il meno che sia possibile l’Assemblea e non intendo comunque diminuire o intaccare i diritti dell’Assemblea stessa, anzi mi rimetto alla maggioranza di questa Assemblea. Però c’è un diritto anche del Governo, specialmente se membri del Governo sono stati attaccati e su di essi possono restare delle ombre: c’è un diritto e un dovere di difesa e di chiarimento, e questo atteggiamento devo prenderlo subito, poiché credo di avere il diritto di dedurre dalla relazione che nessuna prova è stata portata che aggravi la situazione dei due ministri. (Applausi al centro). Tuttavia aggiungo un particolare, che è necessario, per chiarire l’atteggiamento dell’onorevole Campilli. Nel Consiglio dei ministri tenuto subito dopo quelle che la Commissione classifica come rivelazioni – e per le quali io avrei un altro nome – si discusse sull’opportunità o meno di prendere disposizioni immediate contro il direttore responsabile della spedizione dei telegrammi circa le borse . I pareri furono diversi: vi furono quelli che erano talmente convinti e persuasi che il ministro era fuori questione, che volevano che subito se ne desse la prova licenziando il direttore; ve ne furono altri invece – e furono la maggioranza – che per un debito riguardo di delicatezza verso l’Assemblea, verso la Commissione, verso la discussione che si doveva fare ed eventualmente le indagini che si dovevano provocare, ritennero che il Governo, come tale, amministrativamente, non prendesse nessuna disposizione. Se ciò è biasimevole, ripeto che è stato fatto per un riguardo verso l’Assemblea e per nessun’altra ragione. La Commissione ha fatto una relazione in cui si esprimono, accanto alle conclusioni negative circa la fondatezza delle accuse, anche dei giudizi generici di carattere amministrativo e si fanno in proposito delle raccomandazioni. Ne prendo atto e mi riservo, insieme con i colleghi del Consiglio, di esaminarle più attentamente per vedere ciò che ne possiamo trarre ad integrazione della nostra attività e intensificazione della nostra vigilanza. Aggiungo solo che desidero e mi riservo di sentire al riguardo anche il parere dei miei colleghi che rapidamente si venga ad una conclusione, perché un Governo che deve agire in condizioni difficilissime anche nel settore delle borse, come si è fatto recentemente, non può stare sotto il sospetto di agire in questo settore per interessi che non siano quelli del paese. (Applausi al centro). Prego i colleghi di astrarre completamente dall’interesse politico del Governo che siede oggi su questi banchi. Tutti sanno le difficoltà della nostra situazione finanziaria, l’urgenza di provvedimenti, e tutti sanno che è più facile accusare con vaghe formule e lasciare delle ombre con le insinuazioni, che difendere con un contegno retto e con prove sicure; e si meraviglieranno che alla fine di questa relazione nulla sia stato fatto – e forse la Commissione se lo riserverà alla fine della sua inchiesta – per la tutela del decoro e della dignità dell’Assemblea nei confronti dell’accusatore. (Applausi al centro).
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Credo che abbiamo tutti, egregi colleghi, la consapevolezza della gravità delle nostre decisioni e del nostro voto. Mi sono trovato nella mia lunga vita politica in molte situazioni difficili e in certi momenti ho trovato la via d’uscita nel compromesso. Mi si è accusato di essere troppo esperto di compromessi. Il compromesso l’ho fatto quando, per servire gli interessi del paese, potevo abbandonare per utilità un mio giudizio particolare sopra questi interessi. Il compromesso non lo posso fare quando v’è di mezzo una questione morale. (Approvazioni). La situazione del Governo in Italia è difficilissima perché, disgraziatamente, indipendentemente dalla nostra buona volontà e dai nostri sforzi è gravissima la situazione del paese. Non temete, io non faccio accenno alla gravità della situazione per trarne illazioni di carattere politico e oscurare il carattere morale della decisione che dovete prendere, che dobbiamo prendere insieme. Tutt’altro; è per dire che, nonostante questo, io, in questo momento, giudicherò soltanto secondo la legge dell’onore e della coscienza. Non si farebbe, del resto, nessun servizio al paese mantenendosi al Governo menomati nella questione essenziale, nella questione vitale per il Governo stesso. Non si farebbe servizio all’Assemblea cercando in una questione di carattere morale un compromesso che salvi gli uni e lasci cadere gli altri. Soprattutto io arrossirei se in questo momento non mi ricordassi della legge della solidarietà ministeriale, ripetutamente applicata in questa particolare questione. In verità, se le conclusioni della Commissione mi portassero a cambiare il mio giudizio sopra i miei collaboratori, allora sarei in dovere e in diritto di mutare anche i miei rapporti con essi. Ma le conclusioni non sono in tal senso. E ciò è stato ammesso dalla maggioranza degli oratori, anche da coloro che eventualmente voteranno in senso contrario al mio desiderio. È troppo evidente che si può discutere sopra alcune formule della Commissione: trovarle favorevoli o non favorevoli, sufficienti o insufficienti, abili o meno abili, come tutte le cose di fattura umana; ma non si può escludere che nella conclusione della Commissione, l’onorabilità dei membri del Governo è messa fuori causa. La questione, dunque, è essenzialmente morale. La questione, per un capo di Governo e per i colleghi di Governo è anche una questione di lealtà e di probità politica. Ciò in modo particolare per quel che riguarda le responsabilità ministeriali dell’onorevole Campilli. Qui non siamo nella sfera privatistica; siamo nella sfera di corresponsabilità ministeriale, ed era mio dovere di esaminare profondamente, con tutti i mezzi a mia disposizione, se le accuse portate avessero l’ombra di verità. L’ho fatto. Sono venuto lealmente dinnanzi all’Assemblea e prima di chiedere un voto in generale sulla politica del Governo, sull’atteggiamento del Governo, ho portato una esatta, lunga relazione, munita di dati e di dichiarazioni di persone estranee alla politica ed eminenti nell’economia, che secondo me doveva bastare a chiudere, sulle accuse al Campilli, la discussione. Mi meraviglio che un deputato mi abbia fatto il rimprovero d’aver quasi cercato di forzare, di coartare o mettere in imbarazzo le decisioni della Commissione, facendo qui opera di difesa, di solidarietà con i ministri colpiti. No, signori miei, qui si tratta di responsabilità ministeriale: i primi che sono chiamati a decidere della responsabilità ministeriale, offesa o non offesa, da un loro collega sono i ministri; è il Consiglio dei ministri, che ha il dovere di dire prima la sua parola e di assumere o non assumere la corresponsabilità e la solidarietà del Gabinetto. Perciò la prima cosa che noi abbiamo fatto è stata di discutere in seno al Consiglio dei ministri le accuse mosse; poi, di riferire intorno alle indagini fatte; poi di deliberare intorno alla nostra solidarietà che è stata piena. La questione non riguardava soltanto il ministro Campilli, ma anche altri ministri, che in quel momento erano messi in discussione da una stampa che aveva esagerato, gonfiato alcune apparenze di accuse. Qui mi avete visto venire a difendere ministri che non appartengono al mio partito, con la stessa energia, con lo stesso senso del dovere con cui oggi difendo quelli che al mio partito appartengono. (Approvazioni al centro). Mi fa meraviglia invero che si dica che con ciò io abbia voluto coartare i signori della Commissione. I signori della Commissione, se non sbaglio, nella loro relazione, non accennano nemmeno alle dichiarazioni del Governo dinanzi all’Assemblea e hanno avuto libertà per quaranta giorni di decidere e discutere quello che volessero; e se ho mostrato impazienza, non era perché mi preoccupassi del merito delle cose, ma solo perché l’angosciosa situazione del paese esigeva che uomini che sono accusati – e specialmente Campilli – potessero prendere parte attiva ai lavori dell’Assemblea e assumere responsabilità proprio nel settore nel quale si portavano le accuse. Ecco perché mi sono augurato che queste conclusioni venissero presto; non per volere, come che sia, influire sopra la relazione della Commissione, ma nell’interesse del paese. E credo che non mi vorrete far torto se considero che in, un momento in cui la situazione finanziaria è così grave, il tenere in sospeso la questione sull’onorabilità e la responsabilità o meno di un ministro, proprio per riguardo a ragioni amministrative e finanziarie, è un punto debole del Governo, del paese e dell’Assemblea . Oggi stesso, quindi, per un senso di solidarietà morale, in logica ed armonica aderenza con l’atteggiamento preso nel Consiglio dei ministri da me e dagli altri colleghi, senza eccezione, oggi, con un senso di responsabilità che mi si fa più che mai acuto per la visione panoramica che ho del gravissimo momento che attraversiamo, non posso accettare niente che sospenda o differisca la decisione. Per questo ho domandato, forse contro il mio interesse politico, che alla relazione seguissero subito la discussione e il voto. Non per me: dinanzi ad una questione di fiducia che abbandono totalmente, non chiedo un appoggio dal punto di vista politico del Governo; chiedo che ciascuno assuma la sue responsabilità nella questione morale e nelle conseguenze che la soluzione di questa questione porta naturalmente, perché né io né altri abbiamo via di scelta, quando si tratta di una questione di coscienza. Mi si può chiedere, infatti, che io rimanga al servizio del paese nelle più gravi situazioni, anche quando molti componenti dell’Assemblea sono ben felici di non avere le stesse responsabilità che ho io; mi si può chiedere che porti la croce fino all’ultimo, a costo anche di conseguenze disastrose dal punto di vista elettorale (applausi al centro); tutto mi si può chiedere, ma una cosa sola non mi si può chiedere, ed è che io non agisca secondo la mia profonda coscienza, secondo il mio senso dell’onore e secondo la logica morale della posizione che abbiamo preso finora. (Applausi al centro). Mi scuserete, egregi colleghi, se trovo superfluo entrare ancora nella questione del merito, dopo le ragioni, addotte pro e contro, da varie parti. Dirò soltanto, poiché mi è stata rivolta anche l’accusa di avere la tendenza a sdrammatizzare, che qui si sono pronunziate grandi parole, si sono fatti grandi paragoni, come se in questo momento noi del Governo democratico potessimo essere sottoposti ad un giudizio di paragone con altri valentuomini di altri tempi. Ora, credo che anche noi abbiamo esempi luminosi che dimostrano come lo spirito di sacrificio sia ancora quello che anima la classe dirigente italiana. (Applausi al centro). Io credo che possiamo sopportare il confronto soprattutto dei venti anni di governo che ci hanno preceduto e credo che l’Assemblea abbia argomenti obiettivi per salvare il suo decoro e salvare anche le leggi della coscienza e dell’onorabilità, giudicando i membri del Governo. Certamente, se avessimo avuto la forza di superare la nostra lotta politica e se sentissimo davvero la voce di quei milioni di nostri fratelli che ci chiedono soccorso ed aiuto e sentissimo la gravità della situazione che dipende tutta dall’unione e dalla concordia nostra, sia in confronto dell’interno che dell’estero, avremmo sentito il dovere di assumere la corresponsabilità in questa situazione politica generale e, in ogni caso, di non acuire il conflitto in un momento in cui la decisione può essere grave. Ho compiuto ripetutamente il tentativo di allargare le basi del Governo per dare una base più sicura alla democrazia, alla Repubblica, per salvare soprattutto il popolo italiano nella grande angoscia in cui si trovava e trarlo dalla minaccia del baratro in cui domani potrà precipitare. Ho la coscienza tranquilla. Ho fatto tutto quello che potevo. Ho fatto appello ai partiti. Non ho mai posta una questione pregiudiziale di carattere di partito per questo appello all’unità. Ed oggi lo rinnovo ancora. Ma vi dico che, contro certe ostinazioni e contro certi calcoli elettorali, non è possibile lottare. (Applausi al centro). Alquanto diverso è il caso dell’amico Vanoni , nel senso che, almeno per quelle parti di accusa che ci erano note prima che avvenissero le deposizioni presso la Commissione, non si trattava di responsabilità ministeriale, ma della sua attività privata, in un momento in cui non era né deputato né ministro. Ora, devo dire che ho conosciuto Vanoni durante il periodo clandestino, né prima avevo notizie della sua esistenza che da lontano, avendone sentito parlare come di un grande esperto finanziario e di un perito in materia giuridica ed in materia finanziaria fiscale. Sapevo che era stato per molti anni membro delle Commissioni che dovevano preparare la legislazione, e fui a contatto con lui durante il periodo clandestino, quando era qui ed aveva dovuto distruggere il suo studio e subire gravi perdite (era uno studio che dava lautissimi guadagni, perché egli era consulente di società italiane e straniere che avevano interessi commerciali di grande importanza). Egli si trovava con la famiglia, in condizioni assai precarie, presso un suo cognato. Ho conosciuto Vanoni in quel momento e mi son fatto l’idea di un uomo di rara conoscenza nel campo finanziario. Del resto, i colleghi del Consiglio dei ministri possono darvene conferma perché hanno notato l’acutezza delle sue osservazioni, la profondità dei suoi consigli, e quelli che hanno collaborato con lui, sia alla Banca d’Italia che fuori, sanno che nei momenti difficili, uomini di questa preparazione sono assolutamente preziosi. Ora, quando io gli ho offerto di entrare al Governo, pensavo che fosse l’uomo adatto per darci consigli e notizie che a noi mancavano, perché se tutti fossero come quel tale signore, di cui l’onorevole Giannini l’altro giorno ha detto: «È un uomo intelligente, ma un miserabile, che non è arrivato a farsi una fortuna: fa il fattore, fa il mezzadro» (e si riferiva a me), evidentemente l’esperienza finanziaria può mancare al Governo in certi momenti! Ora, io ho saputo della liquidazione Vanoni quando se ne sono occupati i giornali. Ma devo osservare una cosa. Vanoni è stato nominato prima dagli Alleati dopo la liberazione di Roma, ed è stato confermato da Soleri , il quale si è sempre rifiutato di fissare emolumenti dicendo che doveva fissarli la banca. Ad un certo punto a chiusura della sua relazione generale, senza che fosse stata presa alcuna iniziativa, l’assemblea ha fatto una liquidazione, la quale corrispondeva a certi criteri obiettivi statutari. Ha fatto bene o male? È un’altra questione. Non discuto. Ma, certo, non è in causa né il profittantesimo di Vanoni, deputato o ministro, perché questa è l’accusa che è partita la prima volta dall’onorevole Finocchiaro Aprile, né comunque, una sua attività contro il proprio onore per farsi aumentare o diminuire l’indennità. Ignoravo assolutamente l’importo della sua liquidazione, ma devo stabilire: 1°) che non fu sollecitata; 2°) che fu decisa dalla banca secondo le sue norme statutarie; 3°) che una parte di essa non fu da lui intascata, il che – a parte che si possa discutere sulla destinazione della somma – è certo una della prove che egli non è stato così profittatore come diceva l’accusa. Io lo invitai ad entrare nel Ministero soprattutto come tecnico, nell’interesse del paese. Lo credo anche persona di retta coscienza ed in tutti gli affari di cui ci ha riferito al Consiglio dei ministri, circa le sue nuove responsabilità ministeriali, abbiamo trovato un uomo che agisce con molta coscienza e soprattutto con molta ponderazione, benché sia notorio che il ministero in cui si trova è un campo minato. Tante sono le dicerie sulle decisioni che si devono prendere, che nessun ministro è sfuggito in questi ultimi periodi all’accusa di favorire una parte o l’altra nelle assegnazioni che da quel ministero sono fatte. Egregi colleghi, non fo nessun appello: votate secondo coscienza; io agisco secondo la mia. E poiché avete avuto la bontà di attribuirmi purezza di intenzioni nelle prove che ho dato in tutta la vita, voi sapete che avete dinanzi un uomo non attaccato al potere, il quale sarebbe felice se, senza ledere gli interessi del paese e senza doversene pentire, potesse abbandonare in questo momento questo posto di estremo sacrificio e di estremo rischio. Dico sarebbe felice, ma non lo farà se l’Assemblea vorrà appoggiarlo nei suoi sforzi, e non vorrà imporgli un atteggiamento che manchi alle leggi di probità, di solidarietà e amicizia, che sono sacre. (Vivissimi, prolungati applausi) .
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Onorevoli colleghi, presentandomi dinanzi all’Assemblea con un nuovo Governo e dopo tante accese polemiche che hanno investito anche me personalmente (commenti a sinistra), non pretendo da voi nessun giudizio favorevole alla mia persona che si riferisca al passato, né in nome delle battaglie in questa stessa sede del Parlamento combattute per la libertà politica e per la dignità e sovranità della rappresentanza popolare, né per la lunga resistenza alla dittatura, né per la cordiale collaborazione fra i partiti antifascisti nel periodo cospirativo, e nemmeno per l’opera triennale che da Salerno a Roma abbiamo svolto assieme a tanti uomini e partiti della democrazia rappresentati nei comitati di liberazione, nell’Assemblea consultiva e poi in questa Costituente, uscita dal suffragio popolare del 2 giugno. Questi riferimenti appartengono alla storia e non all’apologetica odierna, e voi avete diritto di giudicare sui propositi e sugli uomini come si presentano oggi. Tuttavia forse tali riferimenti, se non in mio favore personale, possono essere invocati innanzi al paese, in favore della democrazia e in favore di questa Repubblica (applausi al centro) che, dopo, un anno di consolidamento, abbiamo testé celebrata riuniti attorno al suo illustre e benemerito Capo (vivissimi applausi), come il regime permanente e definitivo della nuova democrazia italiana, che non può e non deve essere messo in discussione per mutamenti di Governi e di maggioranze. Colleghi, al di sopra delle nostre differenze momentanee, constatiamo innanzi al mondo che l’unità nazionale va rifacendosi sotto la bandiera repubblicana, che le forze più solide del paese, le tradizioni più nobili, militari e civili, confluiscono e concorrono lealmente al servizio della Repubblica italiana; noi rientriamo nella vita internazionale con un’Italia unita; il nostro stesso spasimo della rinascita e della ricostruzione, pur negli accesi dibattiti, e ci avvicina e ci riunisce, e ne è esempio il congresso sindacale di Firenze, chiusosi dopo immenso travaglio con un’affermazione unitaria. Giudicate come volete la crisi che abbiamo attraversata, ma essa è venuta, per quanto mi riguarda personalmente, da questo sforzo, da questa passione unitaria che anima tutto il paese, alla quale unità (commenti – vivi applausi al centro – interruzioni all’estrema sinistra) e concordia esso chiede la salvezza e attinge la fede nel suo avvenire. Ho collaborato con lealtà con i miei colleghi dei passati Ministeri, ed essi allo sforzo comune dedicarono ingegno e fatica in modo degno di riconoscimento e un accordo era stato possibile su linee programmatiche e d’azione immediata; e pur tuttavia ho avuto la sensazione che esigenze psicologiche e politiche richiedessero una collaborazione più ampia (commenti), che fosse di tregua generale e di raccolta di tutte le forze su di un programma di salvezza. (Interruzioni – Commenti all’estrema sinistra). Un giorno, in seguito ad un accurato esame della situazione economico-finanziaria e a segni concreti di sfiducia, ho creduto di vedere il fondo dell’abisso dell’inflazione, abisso che hanno già toccato nazioni a noi non lontane. Come riacquistare la fiducia all’interno e all’estero? Da questa domanda è nata la crisi, ma non da questa sola; altre cause e occasioni ne hanno determinato lo scoppio ed il corso. Personalmente non ho cercato questa quarta responsabilità, speravo che la concordia venisse raggiunta sotto direzione diversa. Non entriamo per ora in particolari. Affermo solo che questo Ministero serve la stessa causa della solidarietà nazionale, e anche se non può rappresentare visibilmente l’unità ricercata, la vuole rappresentare nella risultante dei suoi sforzi lungo una linea mediana fra le ali opposte. Il Ministero è un atto di fiducia verso l’Assemblea, perché non solo esso si sottopone al suo giudizio (commenti all’estrema sinistra), ma è disposto, in quanto l’Assemblea lo consenta, a facilitare in tutti i modi il compimento dell’alto dovere, comune a tutti noi, di assicurare rapidamente alla Repubblica le sue permanenti istituzioni rappresentative. A tal uopo il Governo, sempre interpretando i propositi dell’Assemblea, presenterà un disegno di legge in base alla richiesta e alle indicazioni della vostra Presidenza, e concorrerà, in quella forma e misura che sarà desiderata, a facilitare la sollecita deliberazione della legge elettorale per le due Camere. A proposito di tenore del progetto elettorale, ora innanzi alla Commissione, va osservato che esso non si può considerare come un progetto impegnativo per il Governo in tutti i suoi elementi. La questione, ad esempio, dell’utilizzazione dei resti o di altri particolari di struttura, non vincola il Governo e i partiti che intendono sostenerlo. Tutto quello che accelera le elezioni e le rende possibili e attuabili in autunno, rientra nelle intenzioni del Governo, il quale farà tutto il possibile perché si affretti la consultazione popolare. Il Governo intende con ciò rimettere al verdetto del popolo tutto quello che ci divide come ideologia e come partito, tutto ciò che appartiene ad un programma d’azione non urgente, ma di lunga lena e che ha bisogno per riuscire a compimento del voto e della collaborazione delle Camere. Il Governo d’oggi rappresenta una sforzo di collaborazione per i problemi d’urgente soluzione e per la preparazione tecnica necessaria alla soluzione dei problemi di domani. Se economisti come Einaudi e Del Vecchio hanno dato il loro consenso a collaborare in questo Ministero, vuol dire che, da uomini di coscienza e di merito, hanno sentito che li invitavo a servire non un partito ma il paese. (Vivi applausi al centro e a destra). Ed ecco a spiegarvi il nostro impegno di Governo che mal si giudicherebbe dal punto di vista della topografia parlamentare o delle ideologie di scuola o di partito. Ho sostenuto anche nei colloqui durante la crisi che in questo momento esiste un programma comune, un binario obbligato, una procedura di emergenza, che s’impone a chiunque voglia salvarci. (Interruzioni all’estrema sinistra). Ve ne do la prova dichiarando che il nuovo Ministero assume senz’altro la responsabilità dei provvedimenti finanziari a voi sottoposti dal cessato Governo o da esso direttamente promulgati (comprese le imposte sugli utili di congiuntura, sui consumi voluttuari e sui titoli azionari) e in modo particolare fa suo il progetto dell’imposta straordinaria patrimoniale, sulla quale è pronto ad accettare le deliberazioni o i suggerimenti della Commissione di finanza e di codesta Assemblea. La patrimoniale costituisce un contributo necessario delle classi abbienti alle spese di guerra. Queste imposte e tasse rappresentano complessivamente per l’anno finanziano un peso ulteriore sui contribuenti di 200 miliardi. Come è noto, il Ministero precedente nella seduta conclusiva di una lunga tornata del 4 aprile accoglieva un programma economico di 14 punti, elaborato in parte sulla base di proposte presentate dall’onorevole Morandi . Alcuni di questi punti sono già trasfusi in decreti o disegni di legge presentati all’Assemblea. Il Governo attuale accetta questi punti già codificati e si propone di attuare gli altri sulla base della stessa direttiva che il Consiglio dei ministri antecedente del 4 aprile così formulava . (Commenti all’estrema sinistra). «Il Governo svolgerà l’azione più strenua per la difesa della lira secondo queste fondamentali direttive: risanamento progressivo del bilancio; contenimento massimo degli aumenti che più direttamente incidono sul costo della vita; compressione dei consumi non essenziali e stroncamento della speculazione; disciplina razionale degli scambi, degli investimenti e del credito; potenziamento della produzione mediante un maggiore rifornimento delle materie prime essenziali ed una rigorosa graduazione delle spese pubbliche, secondo il criterio della massima produttività economica». Non vi è dunque, per quanto riguarda l’azione immediata e di emergenza, né per la direttiva di marcia, una soluzione di continuità; vi è invece una concentrazione degli sforzi su precisi punti d’attacco. Tutto si tiene nel meccanismo economico e non è possibile agire su un punto senza determinare mutamenti vasti e talora profondi in tutti gli altri punti della struttura economica del paese. Ora, è possibile che un Governo nelle condizioni di incipiente riorganizzazione in cui si trova il paese tenti di operare contemporaneamente su tutti i punti, in modo che la manovra agisca, con effetti concentrici? Bisognerebbe possedere, sin d’ora, organi perfetti di rilevazione statistica; organi di deliberazione di enti competenti affiatati fra loro ed organi di attuazione immediata ed elastica che noi non abbiamo mai posseduto e che tanto meno possediamo ora, usciti appena dallo sconquasso della guerra, organi che ora appena si stanno faticosamente, e non sempre con successo, assicurando in paesi meglio organizzati e disciplinabili del nostro. Bisogna prepararli ed organizzarli questi organi che servono ad un’azione coordinata e programmata. Perciò accanto al Comitato interministeriale per la ricostruzione ci proponiamo di attuare il Consiglio economico consultivo , già proposto nelle ultime sedute del cessato Governo, la cui direzione effettiva sarà affidata ad un uomo esperto non assorbito da cure ministeriali; perciò tutto quello che riguarda prestiti esteri verrà preparato e coordinato sotto la cura dell’ex ministro del Tesoro e infine, al medesimo scopo, il Comitato dei prezzi verrà riorganizzato nel suo organo centrale e nei suoi strumenti periferici. Il Consiglio consultivo economico abbraccerà tutte le organizzazioni dell’economia e del lavoro allo scopo di farne un organo di solidarietà nazionale. Così ci prepareremo per il momento in cui potremo affrontare i problemi con una visione ed un’azione integrale. Ma intanto bisogna agire subito, scegliendo immediatamente i punti d’attacco. Il nemico più pericoloso è l’inflazione ed il punto più dolente quello monetario. Il Governo non vuol dire con ciò che la lira sia alla radice di tutto, e che esistano rimedi taumaturgici atti a sanare sicuramente e rapidamente i mali infiniti i quali derivano dalla svalutazione della lira. Si dice solo che: «puntando sulla lira, la soluzione degli altri problemi sarà meno ardua». Se si riuscisse, anche solo nei pochi mesi che ci separano dalle elezioni generali, a raggiungere lo scopo di rendere meno ardua al Governo, il quale sarà designato dalla volontà popolare, la soluzione di tanti problemi i quali angustiano ed angustieranno per lungo tempo ancora il nostro paese, noi riterremo di non essere venuti meno in tutto all’adempimento del nostro dovere. Sinora il fabbisogno della tesoreria è stato fronteggiato con la disponibilità di cassa, che dopo la emissione del prestito di ricostruzione ammontava al 31 gennaio scorso a lire 31 miliardi, con i normali mezzi di tesoreria e con una mobilitazione di vari crediti dello Stato, senza aumentare le anticipazioni straordinarie della Banca d’Italia al tesoro. Sulla via della mobilitazione dei crediti dello Stato si dovrà proseguire alacremente, e giova sperare che per tal modo il conto corrente del tesoro continui a chiudersi con un saldo attivo e non dia luogo, perciò, ad aumenti della circolazione. Ma qui il nostro vicepresidente, con la sua autorità indiscussa, ci ha fatto rilevare che quel che importa non è di fermare la circolazione su una cifra precisa, quanto di ristabilire un equilibrio fra la circolazione e i prezzi, che non sia spinto all’insù da forze estranee. Bisogna agire su tali cause fra le quali la prima si sostanzia nei continui bisogni della cassa dello Stato. Questo è il fatto essenziale il quale ci ha persuasi della necessità propostaci dall’onorevole Einaudi di ricorrere all’espediente tutto affatto temporaneo della creazione del nuovo Ministero del bilancio. Rimanendo invariata l’attribuzione dei due Ministeri delle finanze e del tesoro, riconosciuta la necessità assoluta di non perdere un tempo prezioso col modificare con attriti imprevedibili l’organizzazione ed il funzionamento degli organi ministeriali e l’applicazione delle leggi relative all’amministrazione del patrimonio ed alla contabilità generale dello Stato, il ministro del Bilancio, aiutato da pochi uomini tratti dalle altre amministrazioni statali, eserciterà un controllo generale sulla spesa e sull’entrata pubblica. Senza il suo consenso preventivo non potranno essere presentati i disegni di legge di approvazione dei bilanci preventivi e dei rendiconti consuntivi. Le leggi le quali importino impegno di spese ordinarie di carattere generale a carico di bilanci di più ministeri dovranno essere proposte di concerto con lui, e così pure sarà necessario concertarsi col ministro del Bilancio prima di assumere impegni di spese straordinarie, quando l’importo da autorizzare sia superiore ad un miliardo di lire. Il ministro del Bilancio potrà, inoltre, prendere ogni altra iniziativa diretta a promuovere dai ministri competenti i provvedimenti intesi a controllare e a incrementare, anche mediante l’istituzione di nuove fonti, il gettito delle entrate, nonché a regolare e contenere gli impegni e le erogazioni delle spese. Naturalmente, con la nuova istituzione non ci si propone di conseguire il risultato che da un lato sarebbe assurdo e dall’altro sarebbe contrario al fine della ricostruzione di ricoprire con le imposte tutte indistintamente le spese, anche quelle in conto capitale, anche le spese, per esempio, di ricostruzione delle ferrovie o di lavori pubblici necessari e produttivi, che sono destinate ad incremento del patrimonio dello Stato. Si dovrà continuare a ricorrere al credito, purché si tratti di credito fornito da risparmio, sia nazionale sia estero. Ma questa energica autodisciplina che ci imponiamo, noi, amministrazione dello Stato, sarà un esempio al paese che ha tanto bisogno di disciplina, perché gli interessi particolari non soverchino quelli della comunità e tutti siano coordinati al bene comune. Sarà soprattutto per l’istituzione stessa, e per merito dell’illustre uomo che la dirige, un elemento di fiducia. In base alla relazione Campilli, alla fine di aprile, la situazione del bilancio con 920 miliardi di spese e 310 di entrate aveva un deficit di 610 miliardi. Il bilancio di previsione invece per il 1947-48, in seguito ai nuovi provvedimenti fiscali, alla abolizione dei prezzi politici e alla compressione delle spese in tutti i bilanci, si poteva calcolare in 832 miliardi di spese e 520 di entrate con un deficit di 312 miliardi. In questo preventivo le entrate ordinarie sono state valutate in 384 miliardi, ma se faremo una politica fiscale veramente severa che faccia pagare anzitutto i tributi ordinari a chi guadagna e può pagare, le entrate fiscali ordinarie, che sono già cresciute da 25,6 miliardi in gennaio a 32 miliardi e mezzo nello scorso aprile, speriamo possano toccare durante l’anno prossimo la media di 40 miliardi. In quanto ai tributi straordinari oltre alla patrimoniale, per la quale termine inderogabile della denuncia scade il 13 luglio, termine che sarà mantenuto fermo, il Governo si propone di condurre a fondo, al più presto e con criteri di severa giustizia, l’avocazione dei profitti di regime degli utili di guerra nonché l’imposizione straordinaria dei profitti eccezionali di congiuntura. In relazione al soddisfacente ritmo negli incassi dei tributi ordinari potrà esaminare anche la possibilità di accordare più larghe e sostanziali esenzioni a favore dei redditi di lavoro. Resta la questione altrettanto grave dell’equilibrio della bilancia dei pagamenti con l’estero. Economisti e studiosi, fra cui qualche collega che siede sui banchi dell’Assemblea, calcolano che nei tre o quattro anni prossimi avremo bisogno di un notevole apporto di dollari all’anno per pareggiare la nostra bilancia di pagamento. È ad ottenere un equivalente prestito che dobbiamo tendere, onde poter assicurare la nostra ricostruzione e dare lavoro e pane al nostro popolo. È a tale meta che in tutti i contatti che prendiamo dobbiamo mirare facendo tutti i preparativi di rilevazione tecnica e di programmazione che sono necessari. Ho accennato che tali preparativi dovranno ora venire coordinati e condotti organicamente. Ma intanto si impone d’urgenza il problema del secondo semestre 1947. Per arrivare alla fine del 1947, mantenendo l’attuale andamento della produzione industriale, noi dobbiamo importare per 430 milioni di dollari, in materie prime industriali, ed al minimo per 240 milioni di dollari in generi alimentari, cifra che purtroppo non sembra sufficiente date le ultime notizie sull’andamento del raccolto granario. A fronte, pertanto di un bisogno valutario per coprire le importazioni (compresi i rifornimenti per l’agricoltura e la sanità) di 685 milioni di dollari potremo contare su esportazioni per circa 300 milioni di dollari, cui potranno aggiungersi 35 milioni di dollari per partite invisibili. Resta quindi da fronteggiare lo scoperto nella bilancia commerciale di 350 milioni di dollari per il prossimo semestre. Ora, anche ritenendo di poter attingere largamente al fondo post U.N.R.R.A., testé votato dal Congresso americano, calcolata una rimanenza attiva dei conti di occupazione e tenuti gli importi risultanti dallo scongelamento dei beni italiani all’estero e da altri contributi minori, possiamo ancora considerare incerta la copertura dei fabbisogni per una cifra approssimativa di 200 milioni di dollari. È qui che dobbiamo puntare con tutte le forze, perché l’estero, e specie il popolo americano, al quale dobbiamo la maggior parte di aiuti che ci hanno sostenuto dalla fine della ostilità in qua, non neghi al popolo italiano, sobrio e laborioso, amante della pace e della libertà democratica, un contributo ricostruttivo che metta l’Italia in condizione di ritornare ad essere una nazione libera ed indipendente, e la sua economia trovi nel reddito del lavoro il modo di fare onore ai suoi impegni. Anche qui, dunque, questione di fiducia reciproca. Se sapremo ispirare questa fiducia, i prestiti all’estero gioveranno dal canto loro a raggiungere l’equilibrio nel bilancio dello Stato. Prestito vuol dire acquisto di prodotti, di macchinari a pagamento, differito; ma i prodotti acquistati e venduti sul mercato interno, contro lire esistenti, procacciano frattanto all’erario entrate atte ad integrare quelle da imposte senza premere sulla circolazione. Ma accanto alla moneta cartacea, alle lire uscite dall’istituto di emissione, vi è un’altra specie di moneta, quella creditizia, che può diventare fonte di inflazione e di svalutazione monetaria quanto e forse più della moneta cartacea. Nel mondo moderno, accanto ai depositi provenienti da risparmio propriamente detto, ci sono depositi i quali nascono dalle aperture di credito concesse dalle banche. Operazione normale e feconda entro certi limiti; pericolosa ove quel limite sia oltrepassato. Vi sono indizi i quali fanno ritenere che in Italia, se non è ancora raggiunto quel limite, ci si stia avvicinando. L’incremento appare tuttavia ancora sano, ma potrebbe facilmente degenerare. Sta dinanzi alla Commissione finanze e tesoro dell’Assemblea un disegno di legge sulla ricostruzione dell’ispettorato del credito, al quale non appena gli sia restituito, il Governo intende dare sollecita e rigorosa applicazione. Gli strumenti posti oggi a disposizione del tesoro e della vigilanza sul credito sono divenuti antiquati e si sono perciò arrugginiti. Importa, per far fronte alle imminenti esigenze, che il comitato dei ministri abbia l’autorità di adottare ed applichi con energia provvedimenti atti a frenare, finché sia in tempo, l’inflazione creditizia e a vigilare perché i depositi delle banche non vengano utilizzati dalla speculazione. La difesa della moneta è la premessa di ogni altra politica. Nulla può essere costruito, nessuna società può sussistere sulla sabbia mobile della moneta instabile. Il Governo che uscirà fuori dalla consultazione popolare dovrà accingersi all’opera integrale della costruzione di una migliore Italia. Unica nostra ambizione è quella di rendere ad esso meno aspro il cammino. Rapidamente ancora alcuni accenni sulla particolare azione immediata e preparatoria di alcuni dicasteri. Abbiamo affidato il dicastero annonario al miglior tecnico dell’alimentazione che possieda l’Italia. (Commenti). Il Governo accetta il proposito espresso già nel quarto dei quattordici punti «di estendere il sistema di tesseramento differenziato e preferenziale per il pane, la pasta, i grassi e altri generi alimentari allo scopo di garantire il fabbisogno necessario alla popolazione meno abbiente». In quanto alle possibili immediate applicazioni e alla loro misura, il professore Ronchi si riserva di fare delle comunicazioni quando avrà completa visione del materiale statistico raccolto dall’inchiesta Cerreti . È evidente che una applicazione integrale del sistema ci porterà anche all’ammasso contingentato, invece che all’ammasso totalitario dei cereali. Per il raccolto di quest’anno dato il termine stagionale si è dovuto provvedere d’urgenza all’ammasso totale; ma è certo che bisogna esaminare subito l’eventualità di predisporre per l’anno prossimo il sistema di contingentamento, mirando anche allo scopo di riprendere parte del terreno perduto. Sono circa 800.000 ettari di minori coltivazioni a grano dal 1941 ad oggi che bisogna in parte riguadagnare se si vuole limitare le importazioni ad una media di 10 milioni di quintali annui. Ma è chiaro che per il sistema contingentato converrà predisporre una adatta organizzazione sia per il reperimento che per il controllo della distribuzione. Qui l’azione dei Dicasteri dell’agricoltura, dell’alimentazione e del commercio estero sono in stretta connessione per cui essi dovranno agire di conserva e secondo un piano organico. Se si riuscisse, ad esempio, ad importare un quantitativo sufficiente di carne argentina buttandola massimamente sui principali centri di consumo, si avrebbero senza dubbio una flessione dei prezzi, ora altissimi e fuori di ogni proporzione, del bestiame, e un arresto dell’estendersi dell’erbaio e del prato a detrimento dei cereali. L’agricoltura è affidata alle mani esperte del professore Segni: il quale insiste a ragione per l’esecuzione del programma delle bonifiche, irrigazione e miglioramenti, come preliminare indispensabile alla riforma agraria che dovrà attuare il prossimo Parlamento. Tra i problemi di particolare urgenza, che sono giunti a maturazione attraverso molte discussioni nel C.I.R. e che sarebbe dannoso rinviare, è quello dei nuovi impianti per l’energia elettrica: dovremo deliberare su un progetto già concordato in seno al C.I.R., a scanso di compromettere tutto il nostro avvenire industriale nei prossimi anni. Dobbiamo fare dei passi avanti anche nell’organizzazione del turismo e dell’emigrazione, provvedendo al primo con un organismo snello e semplice che utilizzi parte del personale dell’ex Ministero della cultura popolare, e risolvendo il problema della valuta; costituendo per l’altro un Consiglio superiore, e assicurando il coordinamento dell’opera dei due ministeri che se ne occupano. Il ministro del Lavoro trova tutta una serie di provvedimenti già pronti o in corso di elaborazione riguardanti il collocamento, l’istruzione professionale in rapporto alla disoccupazione e all’emigrazione, la cooperazione, gli Istituti di assistenza ed altri. Egli cercherà di soddisfare questi ed altri postulati rapidamente in base allo spirito della Costituzione ed ai voti del congresso sindacale. Nella recente rinnovata tregua fra Confederazione del lavoro e Confindustria si è raggiunto un accordo sulle funzioni delle commissioni interne; sarà utile che, prima della regolamentazione per legge, si tenti un accordo interconfederale anche circa le funzioni dei «consigli di gestione». Alla marina mercantile si continuerà lo sforzo per promuovere l’aumento del tonnellaggio. Si sta trattando per nuovi acquisti; si mira a favorire l’armamento privato e le cooperative dei marittimi. La nomina di uno dei più valorosi comandanti partigiani della guerra di liberazione al sottosegretariato per reduci e partigiani (commenti) significa che anche il presente governo intende rivolgere tutte le cure possibili alle necessità dei reduci, dei partigiani, dei pensionati di guerra, dei mutilati e degli ex combattenti, verso i quali la patria, pur nelle sue presenti strettezze, è legata da obblighi consacrati nel sangue. È nostro dovere di non dimenticare i danneggiati di guerra. Le erogazioni finora effettuate a favore dei vari settori di attività nazionale per riparare gli enormi danni prodotti dalla guerra e dalla cobelligeranza ammontano a circa 900 miliardi di cui circa 200 rappresentano la spesa per riparazione e ripristino di proprietà private e costruzioni di case per gli sfollati e per i senza-tetto. Si è elaborato un provvedimento legislativo organico che il Governo esaminerà per poter accertare entro quali limiti di tempo e di misura è possibile fare uno sforzo più intenso e più sistematico. Onorevoli colleghi, il permanere dell’onorevole Sforza (commenti a sinistra) alla direzione della politica estera ha già di per se stesso il significato che essa non muta né può mutare. (Applausi). I problemi di politica estera sono essenzialmente gli stessi che ebbi ad illustrare in quest’Assemblea l’8 febbraio scorso. Né sono in nulla mutate quelle direttive che voi stessi, onorevoli colleghi, avete mostrato di approvare nelle varie occasioni in cui esse sono state esposte sia in quest’aula sia alla Commissioni dei trattati. Per quanto riguarda il trattato di pace, il problema della firma è diventato quello della ratifica, o meglio, secondo quanto è previsto dalla nostra legge, dell’approvazione. Le informazioni che ci giungono da Londra, Mosca, Parigi e Washington fanno ritenere come non lontano il momento in cui voi, onorevoli colleghi, sarete chiamati nella vostra libera e sovrana potestà a deliberare su questa materia, di vitale importanza per l’avvenire dell’Italia sul piano dei rapporti internazionali. Altra questione di grande rilievo è quella della nostra ammissione all’O. N.U., ammissione che, come vi è noto, il ministro degli Affari esteri ha chiesto con formale domanda il 19 maggio scorso. L’accoglienza del Consiglio di sicurezza alla nostra richiesta è stata favorevole all’unanimità. Ora la domanda stessa è all’esame della competente commissione. Al problema principale della nostra ammissione si innesta quello della applicabilità ed interpretazione degli articoli 53 e 107 dello statuto delle Nazioni Unite, articoli relativi agli Stati ex nemici. È da tempo in corso un’azione diplomatica di chiarificazione e piena assicurazione a questo proposito. E noi non nutriamo dubbi; l’Italia vivrà ed opererà all’O.N.U., pari tra pari. In questi ultimi tempi sono stati raggiunti soddisfacenti accordi con la Gran Bretagna, l’Uruguay, la Turchia, la Polonia, la Svezia, l’Olanda, il Belgio, la Francia, la Danimarca e la Grecia. Sono prossimi a concludere accordi con l’Argentina e con la Cecoslovacchia, accordi condotti nello spirito della tradizionale amicizia che è sempre esistita tra l’Italia e quelle due nazioni; anche con il Portogallo, la Jugoslavia e le zone di occupazione in Germania sono state iniziate trattative che si spera di concludere quanto prima. Noi confermiamo la nostra speranza che si possano presto riprendere con la Russia quei traffici commerciali che si svolgevano nell’anteguerra a vantaggio dei due paesi. Le trattative condotte a Washington dalla missione diretta dal nostro collega Ivan Matteo Lombardo sembrano ormai giunte ad una fase molto avanzata. Sempre più vigile, sempre più sollecita, esclusivamente ispirata ai desideri e agli interessi delle nostre masse lavoratrici, sarà l’azione del Governo ai fini di una soluzione soddisfacente del problema della nostra emigrazione. A tale scopo perseguiamo la conclusione di appositi accordi con tutti gli Stati interessati ad accogliere i lavoratori italiani, accordi il cui spirito non potrà essere che il rispetto e dignità per i nostri fratelli che emigrano. Questi per sommi capi i principali problemi della nostra politica estera. Il collega Sforza parlerà presto con i più ampi ragguagli circa le più gravi questioni. Egli vi indicherà le direttive che il Governo della Repubblica si propone di seguire per assicurare la dignità ed il benessere del nostro popolo, dignità e benessere che sono indissolubilmente legati al mantenimento ed allo sviluppo della pace tra le nazioni. Come vedete, in questa rassegna di dicasteri, ho accennato quasi soltanto ai problemi economici più urgenti perché tale è la causa più immediata e più incalzante del nuovo Governo. Non intendiamo però venir meno agli impegni e alle direttive che abbiamo assunto per gli altri dicasteri, sui quali i ministri rispettivi potranno prendere la parola durante o alla fine del dibattito. Onorevoli colleghi, in questa esposizione, forse arida ma oggettiva, ho evitato di fare della polemica rilevando le accuse che mi sono state rivolte (interruzioni – commenti a sinistra); questo non vuol dire che io mi senta in fallo o non abbia la tranquilla coscienza di poterle fronteggiare; ma mi è parso doveroso nella gravità della situazione del paese non prendere per mio conto l’iniziativa di una polemica parlamentare che si imperniasse sul corso della crisi. Mi tengo, tuttavia, a disposizione. (Applausi al centro e a destra). Domani noi celebreremo la memoria di Matteotti . Ricordo, che, alla vigilia della minaccia fascista, egli, dopo i lunghi dibattiti del suo Gruppo, venne ad annunziarmi che almeno parte dei suoi colleghi, una settantina circa, aveva deciso di rompere la tradizionale consegna negativa e di partecipare ad un Governo coi popolari e con altri Gruppi. Accolsi con gioia tale annunzio come segno di un’epoca nuova, che, purtroppo, in quel momento non si iniziò. Ma amici ed avversari sanno che quella gioia era sincera perché corrispondeva alla mia sempre professata convinzione che se le masse, alle quali era stato predicato il socialismo, avessero accolto lealmente il metodo dello Stato democratico, si sarebbe compiuto un secolare progresso. (Interruzioni all’estrema sinistra). Tale convinzione si è rafforzata nel dopo-guerra attraverso il cameratismo antifascista nel periodo costruttivo dello Stato democratico; né vi vengo meno oggi presentando un Ministero di emergenza che vuole fare uno sforzo supremo per evitare la rovina economica e finanziaria che colpirebbe in prima linea i lavoratori e i ceti medi (vivissimi applausi al centro e a destra – commenti a sinistra) e per assicurare rapidamente e col vostro concorso l’accesso del popolo alle nuove istituzioni repubblicane. (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra – Commenti all’estrema sinistra – I deputati del centro si levano in piedi gridando: Viva L’Italia!).
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Il Governo acconsente, in seguito all’iniziativa presa dal presidente dell’Assemblea, interprete della volontà dell’Assemblea stessa, a presentare un disegno di legge contenente la proroga dei poteri della Costituente . Ricordo di aver fatto appello alla collaborazione dell’Assemblea per stabilire il nuovo termine, tenendo conto dell’esigenza di indire nel prossimo autunno le elezioni.
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Il sacrificio di Matteotti fu, come ricordiamo, in un primo periodo il segnale di raccolta di tutti gli uomini che in questo atto di violenza videro un pericolo per la libertà. Parve, nel primo periodo, che portasse senz’altro al rovesciamento della dittatura e alla rivendicazione dei diritti parlamentari. Ricordiamo invece con tristezza il secondo periodo, immediatamente seguito, quando si ebbe l’impressione che per inefficienza di uomini o per brutalità di eventi la battaglia fosse perduta e che il sacrificio fosse stato vano. E invece no; quella che poteva apparire una sconfitta parlamentare fu nel paese una grande scossa ed una grande riscossa morale. Rimase nella coscienza popolare il ricordo ed il senso di giustizia, e la reazione morale alimentò, provocò e promosse l’antifascismo. Creò la solidarietà nella 1ibertà, rese possibile l’unione nella democrazia. Ecco dunque l’insegnamento: la violenza – e la dittatura è violenza – incontra sempre nella storia, presto o tardi, una nemesi. Bisogna resistere alla suggestione della violenza, bisogna resistere alle suggestioni dei mezzi rapidi e dittatoriali anche nei momenti più critici, bisogna ricordare che la violenza, oltre che ingiusta, è anche infeconda, e che essa, alla fine, nella storia perde la partita. Ci unisca, onorevoli colleghi tutti dell’Assemblea e del Governo, in questo omaggio a Giacomo Matteotti, il proposito di onorare in lui la libertà, l’indipendenza, la dignità della nostra nazione. (Vivi, generali applausi).
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Ritengo che il disegno di legge sulla proroga della Costituente, in quanto riguardante materia costituzionale, possa essere discusso nella seduta antimeridiana di sabato .
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Onorevoli colleghi, ritengo doveroso dare all’Assemblea comunicazione ufficiale del luttuoso avvenimento di stamane a Porto Santo Stefano , di cui hanno dato notizia sommaria i giornali. Per lo sgombero di Pantelleria imposto dalle clausole del trattato di pace , è in funzione fin dalla metà del 1946 una commissione di esperti per decidere circa il recupero dei materiali bellici. Tale commissione aveva avuto disposizioni di recuperare solo quel munizionamento che desse assoluta garanzia di conservazione e che risultasse veramente utile alle forze armate. La nave Panigaglia era partita da Pantelleria il mattino del 21 giugno ultimo scorso con un carico di 330 tonnellate di munizionamento dell’esercito, destinato ai depositi munizioni di Pozzarello. Essa era giunta a Porto Santo Stefano alle ore 13 del 26, dopo aver toccato Trapani. La prima notizia dell’incidente si è avuta alle ore 11.10 di stamane dal semaforo di monte Argentario, che dava notizia di una forte esplosione verificatasi nella rada di Santa Liberata, dove era alla fonda il Panigaglia. Detta rada, distante circa 4 chilometri da Porto Santo Stefano, era stata appositamente scelta per le operazioni di scarico per tutelare la sicurezza della popolazione di Porto Santo Stefano. Successive notizie confermavano purtroppo che durante le operazioni di scarico, per cause non ancora precisate, si era manifestata una violenta esplosione, che provocava la perdita della nave e la morte di 55 membri dell’equipaggio, di 12 operai civili e del maresciallo della sezione staccata di artiglieria di Grosseto, adibiti allo scarico. Il Panigaglia era una nave trasporto munizioni della marina militare, varata nel 1923, di 643 tonnellate di dislocamento, con 3 ufficiali e 61 marinai. Il Panigaglia aveva completato recentemente i grandi lavori ed aveva in perfetto ordine tutte le attrezzature necessarie al trasporto di munizioni. Si sono immediatamente recati sul posto, per dirigere le operazioni di assistenza, il comandante in capo del dipartimento militare marittimo di La Spezia, ammiraglio Vietina , ed il sottocapo di stato maggiore della marina militare ammiraglio Pecori con due capitani di vascello dipendenti. Sono subito stati inviati da Livorno e da Roma mezzi di soccorso. In particolare da Roma sono partite complessivamente sedici autoambulanze con medici e alcuni camion con materiale sanitario delle tre forze armate. Un aereo di soccorso si è recato sul posto di Vigna di Valle. È stata disposta una inchiesta intesa ad accertare le cause determinanti del gravissimo incidente e le eventuali responsabilità. Il prefetto di Grosseto è sul luogo per recare i primi soccorsi alle famiglie. Un quarto d’ora fa ho ricevuto un telegramma, che lascia un raggio di speranza per qualcuno che in un primo tempo era considerato vittima. Il telegramma dice: «Stamane ore 11 nave Panigaglia saltata in aria rada Santa Liberata per esplosione oltre tonnellate 300 munizioni. Inviati soccorsi terra et mare sotto direzione questo Circomare ricuperati fino at questo momento quattro cadaveri. Su spezzone estrema poppa affiorante in basso fondale avvertito presenza personale vivo: corso operazione perforazione lamiera fiamma ossidrica per estrazione con probabilità di successo. Mezzi idonei per assistenza sono sul posto; altri speciali mezzi di soccorso non ritengonsi necessari. Comunicasi nome personale salvo perché a terra per servizio: tenente di vascello comandante Agostino Armato; sergente radiotelegrafista Tavazzano Bruno; sottocapo furiere Coletta Mario; marinaio Costantino Giovanni; infermiere Burro Aldo. Con Panigaglia saltato barcone società Montecatini addetto discarico; capo barca Loffredo Armando unico a bordo scomparso. Circomare Porto Santo Stefano 141001». Onorevoli colleghi, comunicando all’Assemblea questa luttuosa notizia, mentre assicuro che il Governo farà tutto il possibile per soccorrere le famiglie e assodare le responsabilità, sono certo di interpretare il pensiero del Governo e il sentimento unanime dell’Assemblea, interprete a sua volta del paese, inviando un pensiero commosso ai marinai, al personale dell’esercito e agli operai vittime del loro dovere ed esprimendo le nostre sincere condoglianze alle famiglie, alla marina, all’esercito per tanta iattura. PRESIDENTE. (Si leva in piedi con lui tutta l’Assemblea e il pubblico delle tribune). L’Assemblea esprime, attraverso la mia voce, il suo profondo cordoglio per l’immane disastro, che, gettando nel lutto tante famiglie italiane, ferisce profondamente anche il nostro cuore. Vi sono, dunque, ancora dei morti sulla via dolorosa, che il nostro popolo deve percorrere per riuscire alla sua salvezza. Esprimo l’auspicio, anche in nome vostro, onorevoli colleghi, che il loro martirio valga almeno a cementare sempre più saldamente le nostre forze, di noi che siamo vivi, per lavorare e per costruire. (Segni di generale assenso).
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Il Governo ha presentato il 27 giugno un disegno di legge per la ratifica del trattato . Esso è stato demandato alla Commissione dei trattati, la quale ha discusso e deliberato nei giorni 8 e 9 luglio. Nel frattempo si è svolta la Conferenza di Parigi. Dopo la Conferenza di Parigi, precisamente il 17, si è avuta un’altra seduta della Commissione dei trattati in cui, con riferimento anche ai risultati di Parigi, c’è stata non una decisione ma un nuovo scambio di idee sull’argomento pro e contro la ratifica del trattato stesso. In seguito alle sedute dell’8 e del 9 luglio, l’Assemblea si è trovata dinanzi a due relazioni; una di maggioranza ed una di minoranza. Una di maggioranza per la ratifica immediata , un’altra di minoranza che espone le ragioni del rinvio con riferimento all’articolo 90 del trattato, sostenendo che già queste ragioni dimostrano l’impossibilità di dare subito esecuzione, comunque sia, o rendere, col voto dell’Italia, eseguibile il trattato . Il Governo si è dato premura di tener conto delle ragioni esposte dalla minoranza, ha cercato una soluzione che potesse conciliare le proposte della maggioranza con quelle della minoranza, ha creduto di trovarle in un nuovo testo che ha presentato stamane e che credo sia stato distribuito, o comunque verrà distribuito domattina. Testo che, come vi è noto, accettando il disegno di legge della Commissione, vi aggiunge che questa ratifica si dovrà fare in base alla norma dell’articolo 90, cioè quando il trattato sarà esecutivo in forza delle quattro ratifiche date dalle quattro Potenze . Con ciò il Governo ha tenuto conto non solo delle obiezioni di logica, direi, che provenivano da una parte dei commissari, ma ha tenuto conto anche della situazione internazionale, preoccupato di dare una sensazione di equilibrio e di imparzialità assoluta in confronto alla tensione momentanea che, speriamo, passi rapidamente, preoccupato di prendere una posizione autonoma propria in correlazione oggettiva a quello che è il trattato. È evidente che io non ho il diritto di entrare nel merito della discussione, come non l’hanno fatto che fuggevolmente gli oratori precedenti. Ho il dovere, però, di dire qual’è l’opinione del Governo, qual’è, in particolare, l’opinione dei ministri che si sono occupati in dettaglio, fino all’ultimo momento, di questo problema. È inutile che ci nascondiamo dietro una questione di procedura formale. Non solo è noto a noi, tutto il corso che ormai questo progetto ha fatto, non solo è noto a noi, ma è noto a tutto il mondo. Il nostro atteggiamento risponde senza dubbio ad una attesa che non è semplicemente del paese, ma ad una attesa che è anche al di fuori del paese. L’Assemblea si trova innanzi ad un compito che è di sua responsabilità, poiché le disposizioni del decreto legislativo del 16 marzo 1946 prevedono che i trattati siano riservati all’Assemblea. Io credo che il paese mal capirebbe che in questa Assemblea si sia potuto discutere di tante cose più o meno importanti e si eviti di discutere e deliberare su quello che è un trattato di immensa importanza e che si riferisce direttamente alla responsabilità dell’Assemblea. Siamo stati nominati, egregi colleghi, per assumere la responsabilità più grave, per assumere la responsabilità della liquidazione della guerra e della conclusione della pace. Abbiamo innegabilmente una immensa responsabilità. Se fosse possibile allontanare questo calice e non berlo mai, vorremmo ricorrere ad ogni mezzo. Non è possibile. È nostro dovere, com’è nostro diritto, di affrontare questo problema, e dobbiamo affrontarlo in maniera che quando esso si presenta, la risoluzione riguardi tanto le ragioni pro e contro il trattato stesso, quanto la posizione internazionale. Il Governo, quindi, ha un obbligo particolare, per avere seguito tutte le trattative, per essere in grado di avere informazioni più dirette di quelle che possa avere il pubblico in generale, ha il dovere di dire la sua opinione all’Assemblea, la quale deciderà nella sua sovranità. Il Governo, in base alle sue informazioni, è giunto alla conclusione della assoluta inopportunità di un rinvio, perché lo crede controproducente e nocivo agli sviluppi della nostra vita internazionale autonoma, appena iniziata. Il Governo, consapevole della sua responsabilità, fa istanza perché l’Assemblea discuta e deliberi in una materia, che è esplicitamente riservata alla sua competenza. Il Governo è sicuro che l’Assemblea, nel supremo interesse del paese, anche se, per le particolari circostanze in cui la discussione si svolge, le costi fatica, saprà, in forma degna, coadiuvarlo con i suoi consigli e con le sue decisioni, nello sforzo che esso fa di trarre l’Italia dal suo stato armistiziale, di liquidare definitivamente, per quanto ci riguarda, la guerra, e iniziare, per quanto da noi dipende, e intensificare un periodo di dignità e di collaborazione internazionale. Mi trovo nella situazione umiliante di essere di parere diverso da. quello di un uomo come l’onorevole Orlando, al quale va tutta la mia devozione e la mia alta estimazione. Tuttavia, nei momenti di grave responsabilità anche se per il Governo il rinvio potrebbe rappresentare un sollievo fisico e forse politico, un uomo deve agire secondo le informazioni che ha, secondo la convinzione che si è fatta, secondo la coscienza che ne risulta, secondo le responsabilità che lo muovono. Ed è per questo che prego l’Assemblea di assumere anche essa le responsabilità sue. (Vivi applausi al centro) .
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Onorevoli colleghi, tenterò di riassumere il significato di questo dibattito; ma soprattutto richiamerò l’attenzione vostra sul senso vero del voto che l’Assemblea è chiamata a dare. Permettete che vi rilegga la dichiarazione che ho fatta all’Assemblea quando comunicai che il Governo aveva deciso di firmare il trattato: «Potrà la firma avere carattere consensuale? Gli Alleati non ci faranno il torto di credere che la nostra resistenza al trattato sia stata una meschina ed ipocrita manovra. Dalla più profonda intimità del mio spirito ho espresso io stesso nelle solenni conferenze internazionali, in forma pacata ma ferma, la nostra convinzione di uomini liberi e democratici; il modo con cui fu combinato questo trattato e i termini nei quali fu imposto non ne fanno uno strumento atto a realizzare un nuovo assetto internazionale del mondo. A noi non è stata concessa nessuna partecipazione né alla negoziazione né alle deliberazioni; del trattato non abbiamo, quindi davanti alla nostra nazione, innanzi al mondo internazionale, corresponsabilità veruna. La nostra firma non può mutare la realtà, come si è svolta e quale fu denunziata in ogni fase della Conferenza. Essa non può cancellare il fatto che, nonostante la Carta Atlantica e la stessa recente Costituzione francese, il trattato dispone dei popoli senza consultarli, né può eliminare il fatto, purtroppo incontrovertibile, che la nostra economia da sola, nonostante ogni buon volere, non può portare il peso di cui il trattato la grava. Mancheremmo alla lealtà, se intendessimo avallare con la nostra firma l’immeritata umiliazione imposta alla flotta – nonostante la sua efficace e riconosciuta. partecipazione alla guerra accanto agli Alleati – l’insufficiente considerazione del nostro contributo alla lotta per la liberazione, e se lasciassimo credere che ci acquieteremo alla totale eliminazione delle colonie e alla rinuncia a qualsiasi rivendicazione nei confronti della Germania. Non rifiutare la firma richiesta vuol dire, dunque, che il Governo italiano non intende pregiudizialmente fare atto di resistenza contro l’esecuzione del trattato, nell’eventualità che esso, perfezionato dal consesso dei parlamenti, in forza delle prevedute ratifiche entrasse in vigore; significa che l’Italia vuole dare prova di buona volontà e di ogni possibile sforzo ragionevole per liquidare la guerra; vuol dire che l’Italia, nonostante il contenuto del trattato, non dispera, non vuole disperare del suo avvenire e dell’avvenire del mondo». Queste le dichiarazioni, che abbiamo qui pronunciate all’atto della firma. Queste le dichiarazioni, che bisogna premettere ad ogni conclusione del nostro dibattito. Il significato del voto, dunque, per quanto riguarda le clausole, è questo: il voto non può implicare una adesione intrinseca, ma solo un impegno ad eseguire lealmente. È in fondo, considerate bene, anche la formula di Benedetto Croce . Quando Benedetto Croce dice: non possiamo approvare questo documento; quando aggiunge: il Governo italiano non si opporrà all’esecuzione del dettato e se sarà necessario con i suoi decreti e con qualche singolo provvedimento legislativo lo perfezionerà, ma questo non importa approvazione; quando afferma: non si può costringere il popolo italiano a dichiarare che è bella una cosa che esso sente come brutta; che cosa fa se non ripetere con altre parole, forse più indovinate, il senso ed il significato che io stesso qui attribuivo alla nostra firma? Non dimenticate, amici miei – e già l’onorevole Sforza l’ha accennato nel suo discorso – che cosa è il trattato. Il relatore alla Camera francese, Gorse, disse chiaro: «Più che di fare la pace dei vincitori con l’Italia, si trattò di fare la pace fra i vincitori». Ed il relatore al Senato americano Vandenberg, che, come sapete, partecipò a tutti i negoziati e alla compilazione del trattato, dichiarò: «Vi sono molte obiezioni contro le clausole del trattato, ma è quanto di meglio si è potuto negoziare nelle presenti circostanze. E una volta consumato il trattato (mi piace quella parola “consumato”) il Governo italiano potrà lavorare per la revisione delle clausole criticabili». Nella relazione al Senato americano è detto: «Se molte delle clausole del trattato sembrano eccessivamente dure per l’Italia, il trattato stesso costituisce un punto di incontro (il che vuol dire un compromesso) fra quei paesi che in passato hanno sofferto l’aggressione fascista e gli altri, fra cui gli Stati Uniti, i quali ritengono che il contributo dato dalla nuova Italia alla sconfitta della Germania debba avere il suo peso nel controbilanciare le richieste più gravi». Eccovi nei documenti ufficiali fissato il significato vero del compromesso internazionale. Quando il presidente degli Stati Uniti dice: «Alcuni termini del trattato non sono in pieno accordo con i nostri desideri, ma il ristabilimento della pace fornisce le basi per la costruzione di una Italia forte, libera e democratica, e quando l’Italia sarà entrata nell’O.N.U., sarà possibile apportare al trattato quelle modifiche, che potranno essere necessarie in base all’esperienza futura», egli conferma questo concetto di compromesso, dinanzi al quale non si precludono le speranze dell’avvenire. Noi siamo stati durante tutta questa discussione perplessi: abbiamo avuto delle esitazioni ed abbiamo dovuto pesare il pro ed il contro nelle nostre coscienze, ma non noi soli. Uomini imparziali, che hanno assistito alla elaborazione del trattato ed hanno avuto parte nelle negoziazioni del trattato stesso, hanno avuta la medesima impressione. Vi cito Spaak che nell’ottobre del 1946 diceva:. «Confesso che parecchie volte ho votato contro la mia coscienza. Dovetti ogni volta affrontare il dilemma, che mi si sarebbe dovuto risparmiare o respingere una soluzione che avevano accettata i Quattro, e che non erano disposti a modificare colla prospettiva di demolire un edificio di cui i costruttori proclamavano la fragilità, o dar torto ad uomini che, secondo la mia coscienza, avevano ragione». Questa relatività del compromesso internazionale, questa costrizione in cui le coscienze stesse sono state forzate per arrivare ad una conclusione ed evitare il peggio, è la caratteristica fondamentale di questo trattato e questa caratteristica si impone alla nostra considerazione. Il Governo russo, in seguito alla nostra campagna per la revisione, iniziata dal ministro Nenni e proseguita dal ministro Sforza dopo la nota del 10 febbraio, accentuò – e lo ha detto stamattina il ministro stesso – la definitività del trattato, respingendo la valutazione italiana, che esso fosse iniquo. Anche il Governo russo, come l’inglese, ammise che modificazioni sarebbero potute intervenire circa le clausole, che stabilissero diritti particolari a favore di una sola o di più Potenze, ma che – leggo il telegramma di Mosca del 19 febbraio – «le disposizioni del trattato potevano essere modificate solo dietro accordo di tutti gli altri interessati». Ecco di nuovo il carattere di ferreo compromesso. Dunque, ad un anno di distanza – ricordo la Conferenza di Parigi dei Quattro ove parlai il 10 agosto [1946] – la nostra posizione internazionale è ancora quella del Lussemburgo. Ora permettetemi, onorevoli colleghi, di richiamare la vostra attenzione sulla strana relatività dei casi e delle fortune di questa nostra evoluzione. Quando parlai a Parigi, feci fra l’altro la proposta di un modesto rinvio di un anno per la questione adriatica. Non rinvio del trattato, come fu poi falsamente inteso, ma rinvio delle formule che riguardavano la questione adriatica, come si erano rinviate quelle sulla questione delle colonie, dicendo: «Il trattato entra in vigore e l’Italia lo approverà; ma lasciamo libera ancora alla elaborazione ed alla discussione, soprattutto fra italiani e slavi, la questione adriatica». Si alzò allora Molotov per farmi questa accusa: «Evidentemente c’è chi spera che, se non adesso, sarà prima o poi possibile annullare la decisione di compromesso raggiunto dal Consiglio dei ministri degli esteri riguardo a Trieste. Se ne può concludere che taluno, rilevando le divergenze manifestatesi alla Conferenza di Parigi, progetta di sfruttare tali divergenze per scopi egoistici». Alle dichiarazioni di Molotov fecero eco altre dichiarazioni sulla stampa italiana, sulle quali voglio sorvolare, per non accendere troppo la polemica. Ma debbo pur rilevare, che io mai avrei potuto immaginare che da quella parte (indica la sinistra) potesse essere sostenuto un rinvio, che un anno fa veniva interpretato come un tentativo di mettere discordia fra le grandi Potenze. (Applausi al centro – Commenti e interruzioni a sinistra). Mi si rimproverava allora di non insistere abbastanza, perché «tutti i problemi legati alla pace, allo sgombero del nostro territorio ed alla nostra ammissione all’O.N.U., venissero risolti al più resto». De Gasperi – si scriveva – ha chiesto invece che la questione di Trieste venisse rinviata. E l’uomo più autorevole di quel settore, in una intervista del 20 agosto a l’Unità diceva: «Ritengo la proposta di rinvio sbagliata, e non solo per il motivo accennato da De Gasperi stesso, che ogni rinvio significa prolungamento dell’occupazione straniera, del suo schiacciante carico finanziario, e così via. L’essenziale è che se ci stanno a cuore le sorti del nostro paese e vogliamo lavorare sul serio a migliorarne la posizione internazionale, dobbiamo mettere fine al più presto alla situazione in cui l’Italia è diventata lo zimbello dei gruppi reazionari che speculano sui problemi e sulle miserie per gli scopi della loro politica imperialistica e per seminare discordia fra gli italiani, come se si trattasse di popoli coloniali dell’India o dell’Africa. (Commenti a sinistra). Un rinvio prolunga questa situazione in modo pericoloso e la porta verso la putrefazione. (Commenti). A meno che non si voglia speculare noi stessi su una probabilità di guerra. Ma questo sarebbe assurdo e criminale ed in contrasto con ogni sana concezione della funzione dell’Italia nel mondo» . Amici miei, perché cito queste parole? Forse perché non ammetto che nella vita politica, mutando le circostanze, si possano mutare le opinioni? Mi aspettavo però di tutto da quella parte, fuorché si sostenesse il rinvio dopo che nei momenti più solenni dei nostri rapporti internazionali si era preso tale atteggiamento. Ci sono delle manchettes che certe volte bisognerebbe fotografare. Diceva l’Unità del 15 agosto: «Ogni rinvio della conclusione del nostro trattato di pace è una minaccia per la nostra indipendenza. Una politica estera deve difendere innanzi tutto l’Italia da questa minaccia» . Ed è quello che noi stiamo facendo. Allora Pacciardi, in un articolo del 18 agosto, prese un altro atteggiamento corrispondente al nobile e disinteressato discorso che egli ha qui ripetuto e del quale io, come italiano, e non come Presidente del Consiglio (perché nessun impegno c’è fra lui e me, nessun contratto né da una parte né dall’altra, nessuna speculazione politica), onestamente lo ringrazio. Devo dire che anche Nenni (mi si permetta che io ora dica bene di lui, in contrapposto al molto male che dovrò dire poi), anche l’amico Nenni in una intervista allora diceva. «Comunque sia, quanto avviene alla Conferenza di Parigi mi conferma l’impressione che riportai dal mio recente viaggio (vi ricorderete che egli fece un viaggio nei paesi nordici) e cioè che il trattato è il risultato di un compromesso raggiunto in condizioni talmente difficili che nessuno dei Quattro osa rimetterlo in discussione. Questo, naturalmente, nulla toglie al dolore della protesta elevata con tanta dignità dal Presidente del Consiglio, che riceverà dalla storia, anche la più immediata, la sua consacrazione, poiché a Parigi nessuno può illudersi, ritengo, di costruire per l’eternità. Non sarà ancora asciugato l’inchiostro col quale saranno stati redatti i trattati, che già si sarà iniziata la fase della revisione» . Come potevo pensare, amico Nenni, che in questo momento avreste votato per il rinvio? NENNI. E come potevo pensare io che l’Unione Sovietica non avrebbe ancora ratificato? DE GASPERI. E come potevo pensare che anche da parte degli amici di Togliatti si subisca la tentazione di votare per il rinvio, quando non più tardi del 7 giugno, in un articolo di critica all’azione e all’opera dell’ambasciatore Tarchiani in America si concludeva: «Per gli Stati Uniti, così come per l’Inghilterra, che lo ha già ratificato, così come per la Francia e per l’Unione Sovietica che si accingono a farlo, la ratifica del trattato con l’Italia significa un impegno preso e che sarà mantenuto: ma significa anche, per noi, la possibilità dell’ingresso dell’Italia nelle Nazioni Unite, la fine del regime armistiziale e dell’occupazione straniera, la nuova vita del nostro paese su un piede di stabilità e di eguaglianza internazionale. Entro questi limiti la ratifica del trattato (ingiusto ed eccessivo, ma inevitabile) è ormai un fatto scontato, e rappresenta un doloroso capitolo definitivamente chiuso: deve essere posto perciò su un piano superiore alle meschinità» . (Approvazioni al centro). lo vi domando soltanto una cosa: per quanto accorto io possa essere, come prevedere che la campagna contro il trattato sarebbe venuta da quella parte, dopo tutti questi precedenti? Egregi colleghi, parlo con la benevola e amichevole intenzione di dimostrarvi che voi, votando contro il rinvio, non fareste logicamente che attenervi alla linea di condotta precedentemente presa. Ed ora parliamo della formula della ratifica o meglio del trattato. Mi si dice: hai cambiato atteggiamento anche tu. Se fosse vero, non avrei nessuna esitazione a confessarlo. Finché si è in guerra e in battaglia si usano tutti i mezzi, e se a un certo momento può giovare il dire che qui si troverà una resistenza disperata, anche se si sa poi di non poterla fare, lo si dice e lo si fa per vedere se questo giovi a demolire certe obiezioni e certe ragioni. (Approvazioni al centro). Io richiamo l’attenzione dell’Assemblea su questa questione che è molto seria; parlo a nome di un Governo italiano costretto a proporre deliberazioni sul trattato. Siamo in un momento che veramente supera le nostre forze e le questioni di Governo o di settore. È una questione italiana, storica, ed io voglio richiamare la vostra attenzione sulla formula che ho usato a Parigi evitando le parole «accettare o non accettare, firmare o non firmare» perché non c’era soltanto questa alternativa, ma c’è anche l’altra di dover firmare o subire. Ed allora ho scelto la parola, che storicamente vale di più: «corresponsabilità». Rileggo le parole che ho detto a Parigi: «Per mesi e mesi ho inteso la necessità di potervi esprimere, in una sintesi generale, il pensiero d’Italia, ed oggi ancora, comparendo qui nella veste di ex nemico – veste che non fu mai quella del popolo italiano – dinanzi a voi affaticati dal lungo travaglio, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal volere intralciare, mentre intendiamo favorire la vostra opera, in quanto essa contribuisca ad un assetto più giusto del mondo. Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri contrastanti: da una parte abbiamo l’ansia, il dolore angoscioso, la preoccupazione per le conseguenze che derivano dal trattato; dall’altra bisogna riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace. Tale fede è pure la mia ed io sono venuto a proclamarla qui al vostro cospetto; e sono venuti a proclamarla qui con me, due autorevoli colleghi: l’uno, già Presidente del Consiglio prima che il fascismo stroncasse l’evoluzione democratica dell’altro dopoguerra; l’altro, Presidente dell’Assemblea Costituente della Repubblica italiana, entrambi degni interpreti di questa Assemblea, cui spetterà di decidere se sia il trattato tale da autorizzarla ad assumere la corresponsabilità, senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano». Noi oggi dichiariamo – e già da tutte le manifestazioni dei diversi settori del1’Assemblea risulta questa concordia – che non possiamo assumere la corresponsabilità del trattato, in quanto esso contiene soluzioni ingiuste ed inaccettabili dall’Italia. Tuttavia nulla faremo per ostacolare l’attuazione dell’accordo raggiunto tra i vincitori e, qualora tale accordo fosse mantenuto, daremo la nostra ratifica e coopereremo lealmente alla applicazione del trattato con tutte le nostre possibilità. Dunque il trattato non è che un compromesso fra i Quattro che noi applicheremo per amor di pace. Ma esso è anche un edificio composito dal quale nessun contraente può immaginare di ricavare semplicemente quel tanto che può essergli utile e, in particolare riferendomi ad un’obiezione sollevata dall’onorevole Valiani, il Governo dichiara – l’onorevole Sforza lo ha già detto stamattina – di considerare le clausole territoriali del trattato che riguardano la Venezia Giulia un tutto inscindibile, per cui – non è male che lo ripetiamo – mancando, ad esempio, la ratifica jugoslava, tutte le clausole di ordine territoriale sono perente, compresa quella relativa al territorio libero della città di Trieste. Questo è il significato dell’autorizzazione, che noi chiediamo alla Costituente; e noi siamo contrari a rinvii e a sospensioni, perché un simile atteggiamento ci attirerebbe il sospetto di non essere leali e di voler mercanteggiare con uno dei Quattro, o con due dei Quattro e accrescerebbe il turbamento in quest’ora così fluida, che noi speriamo venga fra poco superata. Il nostro voto significa fede nella pace; il nostro voto significa fede nell’opera ricostruttiva della cooperazione internazionale, significa orrore contro ogni voce, ogni possibilità di guerra; l’Italia, una volta rientrata nei consessi internazionali, non parlerà solo per patrocinare la causa sua, ma parlerà anche in pro di tutte le nazioni che si ispirano al diritto, di tutte le nazioni che hanno fede nella libertà e ripudiano il ricorso alla forza per la risoluzione dei problemi di politica internazionale. (Applausi al centro). L’onorevole Togliatti mi ha accusato di politica unilaterale, anzi di politica di partito nelle questioni che riguardano i nostri rapporti con l’estero. Io dubito che mai vi sia stato un Governo, cosiddetto di colore, il quale, nella collaborazione e nei suoi organi di politica estera, sia stato così largo come è stato il nostro; infatti non vi sono oggi, fra tutti gli ambasciatori, e i capi missione, se non due soli che appartengono al gruppo della democrazia cristiana. Tutti gli altri appartengono a partiti di sinistra o di centro (rumori a sinistra), indipendentemente se questi siano dentro o fuori il Governo. (Rumori a sinistra). E reclamo per me questa larghezza di spirito, perché quando si tratta di interessi pubblici non si può guardare semplicemente a provenienze di partito! (Applausi al centro). E non parlo solo degli ambasciatori. Parliamo anche delle missioni particolari: della missione in Jugoslavia, della missione in America, della missione per la Cecoslovacchia e di quella per l’Argentina. In queste missioni le persone direttive non appartengono né al mio indirizzo né al partito liberale. Abbiamo scelto le persone migliori, le abbiamo pregate di collaborare con noi, ci hanno dato la loro collaborazione e ne siamo loro grati e riconoscenti, perché intendiamo così collaborare, all’infuori delle contese di partito, per la grandezza d’Italia e per far uscire il popolo dalle immense difficoltà in cui si dibatte! (Applausi al centro). Voi non avete fiducia in me (commenti), perché dite che io sono l’uomo dell’America, l’uomo della destra, l’uomo del capitale e dei dollari. Per i dollari vi confesso che ho un certo debole! (Si ride). Infatti penso tutti i giorni: potessi avere un po’ di dollari per comprare il pane e per acquistare il carbone per le nostre industrie! (Applausi al centro). Però l’amico Nenni mi ha reso un grande servigio, come spesso egli fa. (Si ride). Quando ha lasciato il Governo ha scritto un articolo in cui ha fissato ben chiaro le ragioni della sua dipartita . Così questa non si può attribuire ad un urto di politica estera fra me e lui, come si è voluto insinuare, ma a ragioni, direi, di carattere interno di gruppo. «Aggiungerò – egli ha scritto sull’Avanti! – che ad attenuare l’inquietudine legittima che ha sollevato la nostra rinuncia ad una delle posizioni chiave del Governo, ha molto influito la personalità dell’uomo chiamato a dirigere la politica estera della Repubblica. Il conte Sforza, per i servigi eminenti che ha resi alla democrazia europea il suo volontario esilio, per le sue vaste relazioni internazionali, per l’esperienza che tutti gli riconoscono, è quant’altri mai in grado di rappresentare e di far valere nel mondo le esigenze di giustizia, di indipendenza, di autonomia della nazione italiana. Non c’è da temere che egli compia l’errore di prendere sul serio i politici da strapazzo e gli strateghi da caffè, per i quali, oltre l’Adriatico ed oltre la linea Trieste-Stettino si stenderebbe un immenso territorio nemico, nei cui confronti la nostra funzione sarebbe di costituirci in avanguardia della cosiddetta civiltà cristiana o, per parlare più chiaramente e realisticamente, costituirci mercenari del capitalismo occidentale». Se non vi fidate di me, fidatevi del conte Sforza, presentatovi con tali credenziali. (Applausi al centro). L’amico Nenni, nominato ministro degli Esteri, forse anche perché poteva scrivere di meno, era divenuto una persona molto saggia. (Si ride). Egli aveva fatto molta esperienza e, alla fine delle sue esperienze, pronunciava nel discorso di Canzo le seguenti parole, che cito perché, quando si ascolta l’onorevole Togliatti sembra che tutte le colpe siano nostre e che quando si tratta di rapporti col mondo slavo tutte le colpe siano dell’Italia; possibile che non ce ne sia qualcuna anche dall’altra parte? Diceva dunque Nenni, forte delle sue esperienze: «È mancato in questo campo come in quello della delimitazione della frontiera la collaborazione italo-jugoslava. Noi non possiamo che deplorarlo ed augurarci che non sia più così nell’avvenire, ma lo deplorerà anche Belgrado che in questo campo si è lasciata guidare da propositi di intransigenza incompatibili cogli interessi dei nostri due popoli» . Ebbene, questo è il punto di vista che, almeno quando si vuol giudicare il proprio Governo o i propri mandatari, bisogna tener presente. Perché si fa quello che si può. Ma attribuire a noi tutte le colpe sarebbe ripetere l’errore di un discorso di ieri, che ha cominciato con l’attribuire il trattato soprattutto alla responsabilità di tre anni di politica estera, quasi il trattato non fosse una conseguenza diretta del ventennio fascista. (Applausi al centro). ORLANDO. Non ho detto questo! DE GASPERI. E allora faccio ammenda. Ma siccome si tratta ora di responsabilità del Governo italiano e in modo particolare dell’onorevole Bonomi, io mi rimetto a quello che egli crederà di dichiarare. Ma l’onorevole Togliatti ha fatto un’altra accusa a prova della mia unilateralità: «Volete scommettere – dice – che l’onorevole De Gasperi non conosce nemmeno il testo esatto dell’intervista tra me e Tito nell’occasione del mio viaggio a Belgrado?». Ed io dico: no, il testo preciso non lo conosco; ma avevo un ministro degli Esteri, che si chiamava Nenni e che era in migliori rapporti di me con Togliatti; egli ha avuto comunicazioni da lui e queste comunicazioni sono state riferite anche in seno al Consiglio dei ministri . Si seppe quindi cosa fu detto nei colloqui e il Consiglio dei ministri prese l’atteggiamento fissato nel noto ordine del giorno in cui è detto: «Il Consiglio dei ministri è stato informato di un colloquio avuto dal ministro degli esteri in mattinata con l’onorevole Togliatti di ritorno da Belgrado, dove a titolo strettamente privato, egli ha esaminato con il maresciallo Tito le questioni della pace tra l’Italia e la Jugoslavia, attualmente all’ordine del giorno davanti alla Conferenza dei Quattro a New York. Il Governo ravvisa nella rinuncia jugoslava alla rivendicazione su Trieste, nell’annuncio dell’imminente rimpatrio dei prigionieri italiani dalla Jugoslavia, nel proposito di negoziare un trattato di commercio tra i due paesi, degli elementi nuovi che facilitano la possibilità di negoziati diretti nel quadro delle trattative generali per la conclusione della pace. Esso però non può prendere in considerazione la cessione alla Jugoslavia di Gorizia, parte integrante del territorio italiano, come tale dai Quattro unanimemente riconosciuta all’Italia, e richiamandosi alla sua ultima nota ai Quattro riafferma il principio che la frontiera debba essere tracciata seguendo la linea etnica e ricorrendo al plebiscito quando la applicazione di essa sollevi contestazioni» . Questa fu la decisione del Consiglio dei ministri, formulata con molta abilità da Nenni e con minore abilità da me. Ora voglio completare quello cui l’onorevole Nenni ha già accennato. Non è vero che la cosa sia stata messa a dormire. Nenni, d’accordo con me, a mezzo degli ambasciatori che stavano a New York per la formulazione definitiva del trattato dinanzi ai Quattro ha cercato di arrivare al sodo di questa intervista, di arrivare a vedere, all’infuori delle confidenze che erano state personali fra il maresciallo Tito e Togliatti, quale posizione ufficiale venisse assunta da parte degli slavi. Ed una lunga serie di telegrammi del ministro e di risposte dei nostri rappresentanti, riferiscono sui colloqui intervenuti con l’ambasciatore Simic e con il delegato Beblere e mettono in risalto quello che si può considerare il succo ufficiale di queste trattative. Nell’ultimo colloquio, senza essere arrivati a nessuna conclusione precisa, si diceva che si sarebbe visto volentieri l’invio a Belgrado di una missione italiana, la quale benché di carattere soprattutto economico, servisse a creare quella atmosfera di avvicinamento, che potesse poi portare a qualche conclusione anche nella questione territoriale. Ed ecco qui che l’attività di Nenni si è rivolta a preparare questa missione, e l’attività del nuovo ministro degli Esteri Sforza ha continuato a svolgersi su questa linea, tanto che ne è venuta fuori la missione Merzagora-Mattioli, e finalmente siamo arrivati alla ripresa ufficiale dei rapporti jugoslavi ed italiani con la nomina di un nostro ministro a Belgrado e del ministro di Belgrado a Roma. Ora, se ci fosse bisogno di una nuova dichiarazione (non ce ne sarebbe perché le prove le abbiamo date), se ci fosse bisogno di ricalcare la dichiarazione fatta oggi dal ministro degli Esteri, sono qui a dirvi che siamo pronti in qualunque momento a riprendere le trattative anche sulla questione territoriale, anche su arrangiamenti che si manifestassero necessari, di carattere economico, di carattere politico, eccetera. All’atto della attuazione, anche se si dovrà applicare il trattato come è, noi riconosciamo che per il territorio libero di Trieste, come per la soluzione di altri problemi, abbiamo bisogno di cooperazione, affinché non soffrano troppo i loro e i nostri conterranei; siamo sempre disposti a trattare, purché non ci si voglia esporre alle accuse di doppio gioco. Tutto quello che si fa deve essere fatto in pubblico, nel quadro delle Nazioni Unite, nel quadro a cui ci obbliga il trattato. Non vogliamo si dica che contemporaneamente trattiamo in un senso e nell’altro. Siamo insomma pronti a qualunque trattativa, che porti il consenso dei Quattro maggiori responsabili del trattato. E faccio appello di nuovo alla Jugoslavia di non credere a quello che si stampa nei giornali, cioè che il presente Governo sarebbe antislavo. Il presente Governo è italiano, agisce nell’interesse dell’Italia, vuole un accordo con la Jugoslavia, vuole una amicizia con la Jugoslavia anche per la difesa delle minoranze. E lì la situazione è così tesa, che abbiamo visto una città intera, nonostante le nostre obiezioni, partire, esiliarsi volontariamente dalla patria antica. Ed io mi domando, quando ho visto questi profughi, e li vedo tutti i giorni, se ci può essere ancora per gli Alleati e per il mondo intero una prova più palmare dell’ingiustizia di un trattato, che porta all’esilio volontario e fa sì che uomini, che avevano una casa, una officina, un campo, tutto abbandonano ed emigrano con vecchi e bambini. (Vivi, prolungati generali applausi – Il Presidente della Assemblea, i deputati ed i membri del Governo si levano in piedi – Interruzione dell’onorevole Scoccimarro). Amico Scoccimarro, siamo d’accordo in questo momento; se in questo momento siamo d’accordo, perché turbare questa concordia e questa manifestazione? L’Italia non può guardare ad una sola frontiera. Voltiamoci dall’altra parte e diciamo nella stessa forma che noi siamo disposti ad ogni trattativa che possa trovare, finalmente, una soluzione umana e moderna del problema coloniale. Nel trattato c’è la rinuncia alla nostra sovranità sotto il titolo antico. Ma noi non abbiamo rinunciato alla cooperazione del nostro lavoro, alla amministrazione fiduciaria di territori, che dovranno essere affidati a qualcuno. E nelle colonie prefasciste a chi meglio potrebbe essere affidata l’amministrazione, sotto il controllo delle Nazioni Unite, se non a chi vi ha profuso tanti uomini, tanti mezzi, tanto lavoro e che ha braccia pronte a riprendere questo lavoro? Parlavo ieri con un colonizzatore della Somalia arrivato in questi giorni e che mi riferiva del lavoro che si sta facendo, e come, nella disgrazia comune, colonizzatori italiani e somali si sono affratellati, e gli uni hanno sentito che dovevano trattare i somali come li trattavano prima del fascismo, e gli altri hanno capito che gli italiani sono diventati un altro popolo, una vera democrazia pronta a ricostruire assieme a loro la prosperità di quelle colonie. (Applausi al centro – Interruzione del deputato Scoccimarro). Ora, amico Nenni, vi voglio portare un’altra prova della mia ingenuità. Non potevo pensare che l’onorevole Nenni sarebbe stato avversario della nostra tesi in questo momento, quando nell’Assemblea Costituente del 18 febbraio, trattandosi della firma, diceva: «Noi mancheremmo al nostro dovere verso il paese, se lasciassimo credere che l’atteggiamento del Governo e del paese poteva essere diverso da quello che è stato e noi commetteremmo una grave colpa non solo nei confronti della generazione attuale, ma delle generazioni future, se lasciassimo sussistere il dubbio che potevamo sottrarci all’obbligo della esecuzione. La verità, signori, è che la situazione creata dalla disfatta è tale che, se anche le condizioni del trattato fossero state per evenienza peggiori di quelle che sono, noi non avremmo potuto che eseguirle» . Onorevole Nenni, allora vedevate la situazione con alto senso di responsabilità. Provatevi a fare un certo sforzo e a vederla così anche al presente. In questo momento lasciamo da parte le piccole differenze, che ci possono dividere. NENNI. Fra qualche settimana, se lei aspetta le condizioni. DE GASPERI. Si creano le condizioni. Ed ora vengo ai quattro punti di Togliatti che mi sono apparsi come quattro condizioni, per prendere una decisione qualunque. Non voglio, naturalmente, speculare su questa decisione. Io non faccio appello qui a nessun sentimento, né antigovernativo né governativo. Dico che la questione è assolutamente superiore a qualsiasi questione di favore o di opposizione al Ministero. Quelle che io dico sono parole sacrosante, come ha accennato Sforza uscite dall’animo mio nella confidenza di un colloquio segreto. Dissi e dico che non m’importa niente né della formazione del Ministero, né della sua costituzione, né se abbiamo un Ministero A o un Ministero B: quello che importa sapere è quello che ho il dovere di fare in questo momento storico per la mia nazione e a servizio del mio popolo. (Applausi al centro). Allora vengo ai quattro punti dell’onorevole Togliatti. Egli ci ha detto anzitutto che dobbiamo aver cura dell’indipendenza del nostro paese. Evidentemente intendeva parlare dell’indipendenza politica, perché poi accenna alla costituzione dei governi. Ed è vero. Nel passato abbiamo avuto una situazione armistiziale avvilente. Dovemmo, ogni volta che entravamo in un Ministero, controfirmare tutti l’armistizio, assumere la responsabilità dell’armistizio, che era stato firmato fuori di noi a conclusione di una tragedia in cui non avevamo avuto che una parte passiva. Dovevamo firmare: potevamo anche non firmare. Ma quando penso all’amico Bonomi, che all’inizio ha dovuto rifarsi un dicastero, una polizia, dei carabinieri, ricorrendo ai minimi mezzi; sviluppando faticosamente ciò che a Salerno era appena iniziato!… Abbiamo avuto un’illusione, autorevole amico Orlando; forse abbiamo avuto una illusione di più. Abbiamo pensato che, se il Governo che ci avrebbe rappresentati alla Conferenza internazionale, fosse stato un Governo che avesse lavorato per l’antifascismo e nel senso della cooperazione cogli Alleati fin dal primo inizio, avrebbe trovato più facile ascolto di un Governo come quello del maresciallo Badoglio, che ci fosse andato con tutte le responsabilità della guerra precedente. Ci siamo sbagliati? Non lo so. Bisognerebbe fare la prova del contrario. Ma so che questo fu il nostro proposito e il significato del nostro sacrificio. Non si può, onorevole Orlando, non si può, in una guerra europea che ha un significato, direi di guerra civile in tutto il mondo, oltre che di guerra tra le singole nazioni, non si può spiegare tutto semplicemente, nel senso antico: patria e straniero. Vi sono degli stranieri, coi quali è lecito, doveroso collaborare; vi sono altri, contro i quali bisogna combattere. Quindi, non è che noi in quel momento potevamo mettere sullo stesso livello lo straniero tedesco, che bisognava ricacciare, e lo straniero, che veniva anche per i suoi interessi, ma anche nell’intima convinzione, credo, di liberare l’Italia da una dittatura pericolosa. Se la guerra fosse finita diversamente, se quell’altro straniero avesse potuto mettere le radici in Italia, cosa sarebbe avvenuto della nostra libertà? Come chiamare indiscriminatamente straniero quello che ci è venuto in aiuto? Si è detto tanto male degli Alleati in questi giorni, ed in parte a ragione, specialmente dei giuristi che hanno compilato il trattato. È doveroso, però, un segno di gratitudine per quelli che sono venuti a battersi e sono morti in terra italiana. (Applausi generali). Se poi l’onorevole Togliatti intendeva alludere alla formazione del presente Governo, qui siamo proprio nel campo della suspicione. A questo riguardo Togliatti assomiglia molto agli slavi, se è vera la caratteristica che ha dato di loro stamattina il ministro Sforza, di essere particolarmente sospettosi (si ride); ciò che sarebbe consono a tutta la tradizione di Bisanzio. (Interruzioni a sinistra). Io dico: l’ultima crisi – torniamo sempre al dente che duole (si ride) – venne fatta per problemi interni, economici e finanziari ed il Capo dello Stato liberamente incaricò prima Nitti, non so se d’accordo con gli slavi o con gli inglesi (ilarità), poi Orlando, non so se d’accordo con lo straniero americano, infine me. Dunque, su basi parlamentari, libere, si è formato il Ministero attuale. Non riconosco altra origine, e respingo come un’accusa infondata quella di favorire in qualunque maniera lo straniero o chicchessia che non rappresenti collaborazione utile o non venga incontro agli interessi dell’Italia. (Applausi al centro). Con ciò, amico Togliatti, credo (per quel che possono valere le mie parole, perché se alle mie parole non si presta fiducia, è inutile parlare) di aver fatto dichiarazioni tali che vi possono liberare dal sospetto che questo possa essere un Governo il quale subisca l’influenza di una delle grandi Potenze. Nel secondo punto Togliatti dice: parliamo di esclusione di un intervento economico straniero. Qui, evidentemente, così come l’ho ricavato da l’Unità, voleva dire intromissione e ingerenza indebita. Togliatti molto bene ha distinto tra aiuti e crediti. Ha detto che bisogna finirla con gli aiuti ed insistere con i crediti. È proprio ciò che stiamo facendo. Credo che gli aiuti, quelli post- U.N.R.R.A., siano gli ultimi che riceviamo. Ma abbiamo bisogno di questi 130 milioni di dollari (possiamo domandarlo al ministro del commercio estero) per comperare il pane per i prossimi mesi, ed il carbone. Non è umiliazione questa, perché chi ce li deve dare se non chi li ha, e chi li deve chiedere se no chi ne ha bisogno? (Applausi prolungati al centro). Per il resto, trattiamo per ottenere i crediti e tutto il camminare che si è fatto nel viaggio in America non è stato certo il viaggio di un mendicante. È uscito in questi giorni, un libro in cui si espone veridicamente il diario di tutto quanto io ho fatto in America . Invito i colleghi a leggerlo, specie quelli che dubitano: dicano se l’atteggiamento di un uomo che si è comportato come me, che ha parlato come ho parlato, che ha detto quello che ho detto, che a Cleveland ha citato, per farla sua, una espressione del presidente Cleveland: «L’indipendenza dei popoli è legata al loro onore, e guai a chi lo dimentica»; dicano se tale uomo abbia mancato di provvedere alla dignità di un delegato del popolo italiano! (Applausi prolungati al centro). Su vari banchi si è espressa la facile ma perniciosa immaginazione che l’America abbia una gran voglia di regalare prestiti e soprattutto all’Italia, anzi che ne abbia urgente bisogno per i suoi stessi interessi; io vi dico invece che il chiedere e l’ottenere è faticoso, che bisogna meritare questi crediti e che vengono richieste tutte le garanzie possibili e la garanzia maggiore (rumori a sinistra) è la potenzialità delle industrie e la forza del nostro popolo lavoratore. A queste garanzie ci siamo richiamati in America, non in ginocchio e non a testa bassa ma in piedi e francamente, come uomini che sanno che domani potranno restituire. Questa è la seconda questione, e mi pare di aver risposto in modo soddisfacente. Mi sono molto affaticato per trovare una risposta soddisfacente a Togliatti perché ci tengo molto, a parte qualsiasi questione di voto, che se dobbiamo essere avversari, in lui ci sia l’opinione che quando dico qualcosa e lo affermo perentoriamente questo corrisponde alla verità, almeno alla verità come la vede la mia coscienza. (Commenti a sinistra). La terza questione riguarda i blocchi. Si è detto: nessun blocco, nessuna partecipazione a blocchi contro la Russia con lo scopo di isolarla. Ora devo dire che anche questo è un discorso vecchio. In tutti i miei discorsi ho rilevato, sia quelli di politica interna sia in quelli di politica internazionale, l’importanza meritoria del contributo alla guerra della Russia. Ho rilevato il contributo della sua esperienza sociale, perché non sono abbastanza cieco da non vedere che vi possono essere dei difetti anche nella democrazia americana, per mancanza di certe leggi sociali, e da non vedere, viceversa, i vantaggi che vi possono essere nel sistema di un paese la cui ricchezza è minore, il tenore di vita dei lavoratori è più basso, ma dove si tenta un grande sforzo verso la giustizia sociale. Mai si distoglie il mio sguardo da questa diversità di contributi, che possono confluire e spingere innanzi il carro del progresso nel mondo, e mai l’ho celato anche a Molotov, ogni volta che mi sono incontrato a Parigi e a Londra con lui. Ho creduto mio dovere di tentare di persuaderlo (peccato che io non conosca bene il russo!) che in me cristiano cattolico tale convinzione sociale e religiosa allargava, anziché restringere il mio sguardo su quello che può essere progresso, su quello che può essere anelito verso la giustizia, sia pure accanto alle obiezioni che si possono avere contro questo o quel sistema. Togliatti: dice: «Ma siete andati in tutte le direzioni; Nenni è andato nei paesi settentrionali, Sforza nell’America del Sud e poi De Gasperi nell’America del Nord». Ma io in America fui invitato da un organismo internazionale, non ufficiale, dal quale si sviluppò un viaggio di carattere ufficioso e poi ufficiale. E potevo io, in un momento in cui mi presentavo per la prima volta ad una nazione che era stata la più generosa verso di noi, non soltanto di aiuti materiali, ma anche di riconoscimenti dal punto di vista politico, della libertà, della democrazia, rinunciare di mettermi a contatto con l’opinione pubblica americana e con migliaia e migliaia di italiani, ai quali dobbiamo tanto per gli aiuti che ci hanno dato durante questo periodo, ed ai quali dovremo ancora tanto se gli americani si manterranno fermi nel loro proposito verso di noi come hanno promesso? E non può essere diversamente, perché gli americani, che sono di origine italiana, se sono leali cittadini della loro nuova patria, non dimenticano e non dimenticheranno mai di essere di sangue e di stirpe italiana. È vero che in questa discussione ed in queste relazioni ho ammesso che credo alla esistenza anche di un livello idealistico nella fermentazione ideale e spirituale tra l’Italia e l’America, appunto perché non è sempre un problema di cifre od un problema economico quello che si considera. Naturalmente il problema economico e finanziario esiste; ma chi credesse che il problema sia esclusivamente economico ripeterebbe l’errore di Mussolini e di Hitler, i quali hanno creduto che ci fosse soltanto un interesse economico da regolare. Ma l’America ha speso in questa guerra 400 miliardi di dollari per aiutare quei paesi che tentavano di crearsi una vita veramente democratica, ha dato 14 miliardi di dollari di merci alla Russia, con molta generosità, pur di vincere contro il nazismo e il fascismo. Volete voi che noi neghiamo questo contributo ideale? Volete che lo addebitiamo alle semplici speculazioni economiche, e volete che crediamo che tutto quello che si fa in America si faccia soltanto per evitare una crisi americana? Non sarebbe spiegabile tutto quanto l’America ha fatto fin qui, tutti i sacrifici sostenuti con la massima generosità, se nel suo dinamismo non ci fosse anche un lievito morale e spirituale. Qui non entro nel dettaglio della esegesi che ha fatto l’onorevole Togliatti alle parole e ai discorsi di Truman che si possono e si debbono interpretare anche un po’ diversamente da quanto egli non abbia fatto; ma è certo che esiste un fattore spirituale di cui dobbiamo tener conto in considerazione anche dei problemi di altra natura. Io a questo riguardo debbo dire di desiderare vivamente che, appena il trattato sarà definito, si riprendano le relazioni più amichevoli anche con la Russia; lo desidero pure per gli altri paesi orientali e lo desidero non soltanto per la pace del mondo, ma anche per gli interessi dell’Italia, per gli interessi della nostra zona economica che costituisce, in parte, un complemento di quella orientale e soprattutto perché sarà grande fortuna per noi, popolo di frontiera, se a noi riuscirà di essere, tra le due civiltà, come un ponte di conciliazione. Certamente siamo nati e sorti nella civiltà occidentale, la quale per dire meglio, non è occidentale né orientale, ma è la civiltà italica ed è civiltà che viene da Roma. (Applausi al centro). Ad ogni modo, non certo io ho preso il partito per un blocco, come ha detto l’onorevole Nenni, e non ho, in questo senso, cambiato fronte. L’anno scorso, il 15 agosto, in un’intervista, rispondendo a Molotov, io dicevo: «Noi non intendiamo partecipare a blocchi; diamo la massima importanza alle relazioni economiche con la Russia, ma è naturale che, nella nostra situazione, i nostri rapporti con l’America, siano più intensi. Si pensi al grano, al carbone, all’U.N.R.R.A., al prestito, alla ripresa industriale dei tessuti e si dica se questo punto di vista non sia comprensibile e ragionevole» . Questo era il mio punto di vista del 15 agosto dello scorso anno, questo è il mio punto di vista di oggi. Ma se vi è bisogno di affermare che noi non prendiamo parte in alcuna forma, in alcuna misura, ad eventuali tentativi – posto che se ne facciano – di isolamento della Russia, o a tentativi che potessero portare a blocchi più tardi, io torno a fare questa dichiarazione, con il senso di responsabilità che mi incombe, con il desiderio e la volontà che ho oggi di rappresentare l’opinione e gli interessi del paese. Le osservazioni dell’onorevole Nenni sul piano Marshall non sono contraddittorie con ciò che si è fatto da noi. Anche noi abbiamo trattato con la Jugoslavia, con la Cecoslovacchia e con la Polonia; noi cerchiamo la ricostruzione della unità produttiva ed economica tedesca; noi abbiamo la coscienza della necessita di alimentare la nostra cerealicoltura ma anche di difendere la nostra industria; noi sappiamo che le esigenze più vitali sono quelle del lavoro che debbono superare quelle della materia e della macchina. Ma ho udito delle dichiarazioni dell’onorevole Nenni secondo cui i socialisti, qualora venisse respinto il rinvio, si asterrebbero; perché, onorevoli socialisti, quando si tratterà di votare un testo che è stato modificato, per tenere conto anche dei vostri desideri, voi vorreste tenere un atteggiamento di questo genere? Il Governo sapeva bene in qual forma avrebbe dovuto dare la ratifica, come era prescritto anche dall’articolo 90; ma, sentite le obiezioni formulate in seno alla Commissione dei trattati ad anche quelle che sono emerse da alcuni colloqui privati con lo stesso onorevole Nenni, noi abbiamo elaborato un’altra formula la quale poi disgraziatamente ha assunto il nome di formula «democristiana», perché essa era nata in una discussione del mio Gruppo con qualche variazione rispetto a quella originaria proposta dall’onorevole Nenni; ma se questa è la condizione perché sia votata e approvata, ebbene riconosciamo i diritti d’autore e diciamola pure formula di Nenni. (Ilarità al centro – Commenti a sinistra). NENNI. Né il ministro degli Esteri né il presidente del Consiglio ci hanno ancora detto che cosa pensano di fronte alla nuova nota sovietica di stamane. DE GASPERI. Neanche lei conosce il testo della nuova nota sovietica. (Ilarità). Verrò subito a questo argomento ma intanto ho bisogno, scusate, di una piccola parentesi, per una questione particolare che mi sta – ed è naturale – specialmente a cuore. L’amico Ruini è un po’ preoccupato per la formula dell’accordo per l’Alto Adige, là dove si parla di un potere autonomo regionale. Badate che già a Parigi, prima ancora che l’accordo che era stato ufficiosamente concluso fosse ufficialmente firmato, già a Parigi io ho dichiarato: «È stato raggiunto – questo il discorso del Lussemburgo – un accordo su un’ampia autonomia regionale da sottoporsi alla Costituente». Quindi, è chiaro che è riservata alla Costituente l’approvazione dell’estensione di questa autonomia, e quindi il contenuto specifico del potere autonomo. Con ciò credo di averlo tranquillizzato, a meno che la Costituente non faccia come con la Sicilia, sì che trascini talmente il coordinamento da mettere il Governo in grave imbarazzo. L’accordo venne firmato a Parigi il 5 settembre, badate, nel solo testo inglese. Mentre il trattato fa legge nei testi francese, inglese e russo, il testo che fa legge per l’accordo è solo inglese, perché così è stato stabilito tra Gruber e me dopo che l’elaborazione dell’abbozzo era stata fatta in inglese dall’ambasciatore Carandini. Di qui l’origine di questo testo ufficiale. È stato, comunque, allegato al trattato con questa formula che è il testo inglese quello che vale . Questo devo dire e constatare perché non sorgano dubbi sulla interpretazione, anche perché alcuni interessati circoli dell’Alto Adige hanno tentato di modificare quello che dell’accordo è il vero significato. Ed ora cerchiamo di riassumere; e se non dovessi dire tutto, prego l’onorevole Nenni di avvertirmi di ciò su cui desidera una più precisa risposta. NENNI. Desidero sapere quello che né il ministro degli affari Esteri né il presidente del Consiglio ci hanno detto: che cosa è – secondo le informazioni diplomatiche che il Governo certamente deve avere e che io da semplice deputato non posso avere – che cosa è e quali conseguenze giuridiche e politiche ha sul trattato l’ultimo atteggiamento dell’Unione Sovietica? DE GASPERI. Noi non abbiamo né conosciamo la nota sovietica perché è un testo confidenziale fra la Russia e l’Inghilterra; potremo sapere solo quello che ci verrà trasmesso dai nostri ambasciatori; sappiamo però che la Russia non dichiara affatto di non ratificare, anzi dice il contrario, ma fa questione di tempo e di procedura. Una voce a sinistra. Allora aspettiamo. DE GASPERI. La vostra conclusione non è logica, perché noi affermiamo che noi dobbiamo decidere in modo autonomo, secondo quelli che riteniamo gli interessi del nostro paese. (Commenti a sinistra). Il Governo non ritiene che l’Assemblea possa e debba assumersi la responsabilità di respingere e di non eseguire il trattato. L’enorme maggioranza della Commissione per i trattati ha condiviso questo punto di vista. E tale è il pensiero espresso dalla maggioranza degli oratori dell’Assemblea. L’annullamento del compromesso dei Quattro porterebbe ad un grave turbamento internazionale e riaprirebbe la questione italiana esponendoci a pericoli di intimazioni perentorie e di azioni coercitive. Data la nostra situazione economica, noi saremmo esposti o ad un unilaterale servilismo aggrappandoci all’uno o all’altro dei Quattro o ad una totale umiliazione, quando questi Quattro facessero tutti fronte contro di noi. (Commenti a sinistra). È facile prevedere che il turbamento si propagherebbe agli altri paesi in posizione analoga. Noi correremmo, inoltre, il rischio di perdere le concessioni assicurate o previste negli accordi recenti circa le navi sequestrate, i beni italiani all’estero, eccetera. Si riaprirebbero le questioni territoriali e quelle delle riparazioni, non forse per parte della Russia, ma per parte di quegli Stati che solo la pressione della Russia ha ridotto a minori richieste, come ricorderete. Si ritarderebbe ogni decisione sulle nostre colonie, e continuando il regime armistiziale, verremmo esclusi da ogni collaborazione internazionale. La pace mondiale, l’interesse del popolo italiano, che al di là di ogni formula giuridica sta riprendendo la sua vita economica col concorso dei popoli amici, esigono questo sacrificio. Noi questo sacrificio compiamo per parte nostra, ed ora tocca a voi decidere. Noi del Governo lo compiamo con coraggio e con fierezza, assolvendo un duro compito del destino, quale è quello di pagare per colpe non nostre e per le conseguenze di una guerra che abbiamo invano deprecato. Il popolo sa che le nostre mani sono pure del sangue versato, e che i nostri propositi sono puri e disinteressati, e che mettiamo sull’altare della patria quale olocausto, la nostra reputazione, il nostro credito politico e ogni calcolo elettorale! Noi non crediamo alle collere del popolo contro di noi (come ci si è minacciato) perché abbiamo fede che esso si è maturato, che esso alberga nel suo animo il senso della realtà e della giustizia. Certo sarebbe stato più facile il nostro compito se avessimo potuto servire il popolo nei tempi della vittoria, ma il coraggio civile più alto e disinteressato è quello di chi serve nel momento della sconfitta! (Applausi al centro). E sa affrontare l’impopolarità per trarlo dall’abisso in cui un nazionalismo orgoglioso e sentimentale, aggiunto ad uno spirito di aggressione, lo ha precipitato. Io sento in questo momento che i combattenti, i veri combattenti, che i morti di queste due guerre non sono contro di me, combattente io pure per la pace, perché essi sono morti per la libertà e l’indipendenza dell’Italia, e questa è la nostra meta comune! Si è parlato dei marinai e delle navi. Ogni sforzo è stato fatto durante le trattative pubbliche e private; in molte ripetute conferenze, ogni sforzo è stato fatto per ottenere mutamenti di formule, mutamenti di esecuzione. Abbiamo ottenuto soltanto degli addolcimenti pratici per cui continuiamo anche oggi a lavorare, affinché non ci sia lo scandalo a cui ha accennato l’onorevole Orlando. Questa è la nostra posizione. I marinai d’Italia sono tornati a navigare liberamente nei nostri mari, e nei porti toccati si è levato verso di essi il plauso riconoscente di tutto il popolo d’Italia. È stata ed è preoccupazione costante del ministro e del Governo di tutelare la dignità di quella marina italiana che nella lotta di liberazione ha sacrificato eletti, eroici equipaggi e centosettantacinquemila tonnellate di navi. (Vivissimi, generali, prolungati applausi – L’Assemblea si leva in piedi – Si grida: Viva la marina!). Oggi ho sentito con sincera commozione l’onorevole Giannini, quando ha ricordato la vittima che gli è vicina, e quanti altri deputati hanno avuto i loro figli o parenti rimasti vittime di questa guerra. Ma oggi sento che noi combattiamo per la stessa meta, per una Italia indipendente e per una Italia prospera che possa risalire ancora alla gloria del servizio per la patria. La comprensione di tanti eroismi, di tante volontà è completa nei compagni d’arme delle Grandi Potenze. Noi oggi operiamo perché questa comprensione sia completa anche in coloro che devono interpretare ed applicare l’articolo 57 del trattato di pace . Avendo avvicinato i profughi di Pola ed i cittadini di Trieste e di Gorizia con i quali ho combattuto tutto questo periodo, trasfondendo il mio sentimento nel loro, posso dire che, pur piangendo sopra questa orrenda ed iniqua mutilazione, essi condividono la speranza che l’avvenire non sia precluso all’Italia ed alla nostra civiltà italica. (Applausi al centro). Vedano gli Alleati, ai quali, in molte conferenze private ho cercato di far comprendere la valutazione che di questo trattato faceva il popolo italiano; vedano gli Alleati dalle dichiarazioni che sono state fatte qui, dallo stesso sdegno del maggiore fra noi, onorevole Orlando, vedano quanto io avessi ragione di insistere; vedano quanto sia difficile poter spiegare al popolo italiano che un trattato così ingiusto debba avere la sua attuazione nell’interesse della pace del mondo; vedano quanto siano stati ingiusti a presentarci un trattato quasi che su questi banchi sedesse un Governo responsabile dell’aggressione e della guerra contro vari paesi. Ebbene noi dimostreremo loro, di essere noi – non loro – all’avanguardia di un mondo che non dispera della fratellanza fra i popoli; e, lasciatemelo dire, quando ho sentito la alata esposizione dell’onorevole Einaudi, che dovrebbe essere il rappresentante tipico di quella che indiscriminatamente si dice reazione, ed ho sentito poi le combinazioni complicate e le cautele esecutive dell’onorevole Togliatti, mi sono chiesto: quale dei due uomini guarda più avanti e quale si attarda all’indietro? Quale di questi due uomini rappresenta l’avvenire dei rapporti internazionali? Può essere che Einaudi si illuda, ma sua è la gioventù e sua è la speranza in un mondo migliore. (Applausi al centro e a destra – Commenti a sinistra). No, dimostreremo ai nostri contraenti che siamo noi, l’Italia, piccolo paese, ma grande paese, non loro, i Grandi, all’avanguardia di un mondo nuovo per la fratellanza dei popoli. L’Italia democratica, onorevole Orlando, non è in ginocchio, non prona; è in piedi. Ratificherà il trattato come è previsto dall’articolo 90; cioè prenderà atto del trattato imposto e lo eseguirà lealmente entro i limiti delle sue possibilità; ma di questo trattato, essa reclama, dinanzi a Dio, moderatore di tutte le cose, e dinanzi agli uomini, che non assume nessuna corresponsabilità, né per gli effetti che avrà in Italia, né per gli effetti che avrà nella ricostruzione del mondo. (Applausi – Commenti a sinistra). Una parola ancora. Ho parlato finora del subire o non subire il trattato. Ora parlo del rinvio. Si sarebbe potuto rinviare. Credete davvero che il Governo non troverebbe comodo di rinviare? Ma voi non pensate che rinviando non rinviate il vostro problema di coscienza? No, non lo potete fare. Non fate che prolungare lo spasimo, riprodurre lo stesso martirio delle vostre indecisioni. Domando a coloro i quali sono per approvare o meglio per subire, per concedere la ratifica: che cosa credete di guadagnare rinviando di quindici giorni, di un mese? Oggi, ormai, dopo quanto è stato detto, il rinvio non potrebbe avere altro significato che di rifiuto, o per lo meno autorizzerebbe un gravissimo dubbio e sospetto sulla nostra volontà di chiudere questo periodo di guerra e di armistizio. Noi non vogliamo aumentare le ragioni di turbamento: non vogliamo lasciarci prendere dall’ingranaggio, caro Nenni, dei contrasti fra i Grandi, che forse non sono originati nemmeno dal caso italiano. Vogliamo dare subito la sensazione che noi automaticamente, per la visione che abbiamo dei nostri interessi, siamo disposti a ratificare, e precisamente a ratificare nel modo previsto dall’articolo 90. Questa non è la tesi inglese, non è la tesi russa; questa è la tesi dei Quattro ed è l’atteggiamento più neutrale, più imparziale che possiamo prendere e anche il più reale, realistico. E da principio abbiamo presentato una proposta semplicemente per ratificare; poi per tener conto delle obiezioni fatte da parecchi membri tra cui molti autorevoli, di un ex ministro come Nenni, abbiamo accettato una formula credendo di raggiungere quella maggioranza che tutti auspicavamo, la diminuzione di un dibattito, che tutti dicevano fosse meglio non affrontare. Ebbene, io vi dico: abbiamo affrontato questo dibattito, abbiamo detto tutto il nostro pensiero e, tolto qualche raro incidente, lo abbiamo detto senza offenderci e, mi pare, avvicinandoci a maggiore e mutua comprensione. Io vi domando se a questo momento con questo spirito ed in tali termini, ciò non significhi scegliere la procedura più comune prevista dai Quattro, e quindi la più oggettiva che noi possiamo pensare. Dirò poi il mio pensiero sopra i singoli ordini del giorno e sopra i testi e gli emendamenti. Mi basta concludere; ed io vorrei che questa conclusione ci ravvicinasse tutti e ci desse la sensazione di quell’unità dell’Assemblea, di quella unità della rappresentanza di cui il paese ha sete, per poter non disperare della triste avventura che ha fatto. In questa ora agitata l’Italia riafferma la sua fede nella pace e nella collaborazione internazionale. Sarebbe ideale se una simile affermazione fosse dell’intera Assemblea ma quello che importa soprattutto è che essa sia un’affermazione chiara, onesta, senza riserve e senza equivoci, e che dimostri in noi una volontà nazionale autonoma che, sulla via del sacrificio, ci incammini verso la nuova dignità e indipendenza della nazione. (Applausi prolungati al centro e a destra). [L’intervento di De Gasperi fu seguito da quello dell’onorevole Gronchi, relatore di maggioranza. Subito dopo la discussione riprese sulla questione degli ordini del giorno]. PRESIDENTE. Prima di invitare il Presidente del Consiglio ad esprimere il suo avviso sugli ordini del giorno che sono stati presentati, do lettura dell’ordine del giorno dell’onorevole Ruini, al quale l’onorevole Nitti ha dato la sua firma. Quest’ordine del giorno ha subito alcune modificazioni. Lo leggo nel suo nuovo testo: «L’Assemblea Costituente esprime il dolore e la protesta dell’Italia perché non è questa la pace che ha meritato. Le condizioni che le sono imposte dal trattato sono in contraddizione non solo con le solenni affermazioni dei vincitori, ma con i principi della giustizia internazionale e durissime per un popolo che ha dato un inestimabile contributo alla civiltà del mondo e dovrà, passata l’ora della sua oppressione, contribuire ancora alla nuova civiltà per la sua vitalità sempre rinascente nei secoli. Né il trattato tiene conto che il popolo italiano è insorto contro il regime fascista, responsabile insieme con le forze che dall’estero lo hanno sostenuto, della guerra funesta, ed ha combattuto a fianco delle Potenze Unite contro la Germania per la vittoria delle democrazie. Riconosce che, nonostante tutto, l’Italia dovrà per lo stato di necessità in cui viene messa, ratificare il trattato; e lo farà quando si verificheranno le condizioni obiettive di fronte alle quali è costretta a tale ratifica. L’Italia rivendica ad un tempo il suo incancellabile diritto alla revisione delle condizioni di pace. Ciò premesso l’Assemblea Costituente passa all’esame dell’articolo unico del disegno di legge». L’onorevole Presidente del Consiglio dei ministri ha facoltà di parlare. DE GASPERI. Accetto senz’altro quest’ordine del giorno. Mi permetto peraltro di suggerire che al posto delle parole «Né il trattato tiene conto che il popolo italiano è insorto contro il regime fascista», eccetera, si dica «Né il trattato tiene adeguato conto» eccetera, al fine di non disconoscere quanto è stato strappato, dopo lunghe trattative, per il preambolo, nel quale in realtà si ricorda l’aiuto degli elementi democratici del popolo italiano . RUINI. Sta bene .
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Naturalmente occorre prendere un atteggiamento conforme all’eventuale maggioranza dell’Assemblea. Dirò però che, dopo le agitazioni dei passati giorni e dopo che sono state presentate le mozioni, data la necessità urgente di risolvere il problema del carovita e di risolvere tutti i problemi economici ad esso connessi, io credo che sia doveroso, per coloro che hanno fatto appello all’Assemblea per ottenere un voto di sfiducia a questo Governo, non ritardare e non trascinare per le lunghe la relativa discussione . Mi pare serio, di fronte al paese, che, se si è formata nell’Assemblea una maggioranza contraria a questo Governo e idonea a creare una nuova situazione, se questa maggioranza effettivamente esiste, essa deve rivelarsi al più presto; e deve rivelarsi con proposte concrete e con suggerimenti che è possibile fare solo nel corso di un pubblico dibattito. Quindi, a nome del Governo, dichiaro che desidero che le mozioni vengano trattate al più presto possibile. Per il resto naturalmente mi rimetto all’Assemblea. (Vivi applausi al centro – Commenti a sinistra) .
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Riservo naturalmente al ministro dell’Interno, assente per ragioni d’ufficio, di rispondere alle singole lagnanze ed alle accuse particolari che l’onorevole Togliatti ha presentato. Mi interessa solo di stabilire che, se ho bene inteso l’elenco dei fatti deplorevoli avvenuti alla frontiera, si tratta di fatti, di incidenti avvenuti il giorno 14 ed il 15 settembre, uno solo il 16. In ogni caso, per la grande maggioranza, per la quasi totalità, sono avvenuti prima che la polizia italiana assumesse la responsabilità dell’ordine pubblico. Ho già dichiarato a una delegazione slava di Gorizia che il Governo italiano intende difendere i diritti dei cittadini a qualunque gruppo etnico essi appartengano e che là dove noi saremo presenti faremo ogni sforzo per mantenere l’ordine. L’esempio si è avuto il giorno 16, quando a Gorizia avvenne un serio incidente causato da una squadra di elementi contro un negozio nel centro della città: intervennero, non la polizia che era ancora lontana, ma i soldati del 114° reggimento fanteria che stroncarono senz’altro il brutto incidente. Vorrei che questa parola venisse accolta con soddisfazione su tutti i banchi e che servisse non soltanto a calmare l’irrequietudine degli elementi slavi al di qua del confine, ma anche come prova di buona volontà da parte nostra affinché i nostri fratelli, rimasti al di là del confine, vengano trattati con lo stesso rispetto. (Vivissimi applausi al centro). Per il resto, come ho già detto, cioè per ogni singolo fatto di ordine pubblico qui denunciato, risponderà il ministro dell’Interno, mentre per la linea politica generale mi riservo di rispondere a conclusione di questo dibattito. Ma di una cosa sono altamente stupefatto: l’onorevole Togliatti si è lagnato di una rigidissima censura, di una politica repressiva contro i manifesti. Sono altamente stupefatto per questo, perché se il ministro dell’Interno ha fatto veramente una tale politica repressiva contro i manifesti antigovernativi, mi domando perché io personalmente fino sulla soglia della mia casa devo essere dileggiato e vilipeso in manifesti anonimi, persino, dico, sulla soglia della mia casa, e mi domando perché su tutte le piazze d’Italia io debba essere impiccato in effige, e messo alla forca. (Vivissimi, prolungati applausi al centro).
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Onorevoli colleghi, sono lieto di poter dare una notizia di pace sociale. Poco fa si è conciliata la vertenza delle terre incolte nel Lazio fissando una procedura di commissioni conciliative e di ricorso eventualmente in ultima istanza al Ministero dell’agricoltura, come del resto è previsto per legge. Così possiamo dire di avere evitato ogni pericolo di sciopero generale. (Applausi al centro). Aggiungo ancora che anche lo sciopero dei bancari è stato superato, cioè la minaccia dello sciopero a Roma e lo sciopero in attuazione a Livorno. Vi sono fortissime speranze, direi quasi la certezza, di concordare anche circa la vertenza dei tessili. Dandovi queste notizie di pacificazione sociale, io colgo il destro per ricordarvi una questione della quale in questo dibattito non si è mai accennato: non c’è stato forse mai Governo che, in così breve periodo, abbia mediato vertenze sindacali in così gran numero e con esito felice per la classe lavoratrice, come dal giugno a questa epoca. Ed io qui compio il dovere di ringraziare in modo particolare coloro che hanno partecipato alle trattative: per le ultime, specialmente il ministro Segni, l’onorevole Marazza , il collega Fanfani ; per le prime (quelle che trattavano il carovita), gli stessi oltre l’alto commissario per l’alimentazione. Io devo ricordare che fin dalla prima settimana di attività del nuovo Governo, prima ancora della presentazione alla Camera, già si erano iniziate conversazioni con la Confederazione del lavoro per la questione degli impiegati statali, e che queste trattative, che erano pure laboriose e che imponevano senza dubbio grossi carichi allo Stato, vennero concluse col concedere una media del 30 per cento di aumento, il che importò 62 miliardi di nuova spesa. Pochi giorni dopo si deliberarono anche miglioramenti ai pensionati, in relazione agli stipendi, e ciò importò nove miliardi e 700 milioni di spesa. Una settimana più tardi si decise l’aumento delle pensioni di previdenza amministrate dalla Cassa depositi e prestiti, per 220 milioni. Il giorno 20 agosto nuove misure per le paghe degli appartenenti alle forze armate, per due miliardi e 200 milioni. Si approvò, poi, nel Consiglio dei ministri del 22 luglio, la deliberazione concernente i miglioramenti economici ai pensionati di guerra: quattro miliardi e 600 milioni. Se si somma il complesso di queste cifre e si unisce all’onere annuale il carovita, nei rispettivi scatti in favore degli statali, si arriva a dover far fronte ad una maggiore spesa di 122 miliardi e 720 milioni. Nello stesso periodo venne anche approvato il contratto della gente di mare. Ciò non è proprio una prova che il Governo trascuri completamente le classi lavoratrici e, soprattutto, come mi è stato detto da qualche oratore, che il Governo eviti di intervenire nei conflitti di lavoro, ed eviti contatti con la Confederazione del lavoro. I contatti con la Confederazione del lavoro vennero tenuti anche molto vivi ed intensi durante il breve periodo di vacanze ministeriali, nelle discussioni sopra i progetti della Confederazione per il carovita, e, in quelle discussioni, i nostri tecnici, in modo particolare l’alto commissario, ebbero occasione di dimostrare l’impossibilità di applicare, come è dimostrato dal censimento, il sistema differenziato per il grano. Ciò non toglie che poi, in tutta la campagna di stampa, fino agli ultimi giorni, fino all’adunanza del 20 settembre, si continuò a dire che la soluzione per il grano è nel sistema differenziato. Ciò non toglie che la prova sia stata ripetuta dall’alto commissario, come chiarito in un discorso molto dettagliato, che però le opposizioni in genere hanno disertato; il che vuol dire che si continua a ripetere certe frasi e certi postulati, di cui si dimostra l’impossibilità di realizzazione. (Interruzione del deputato Di Vittorio). Caro Di Vittorio, lasciami dire che già con te abbiamo avuto occasione di esprimere i nostri pensieri. Si deve osservare che in base a queste discussioni, subito dopo il ferragosto, ci fu una serie intensa di Consigli dei ministri per affrontare il problema del carovita e per vedere cosa si potesse fare. Abbiamo affrontato prima di tutto la questione dei cereali e ci siamo trovati dinanzi ad una dura realtà, che avevamo bisogno di importarne per 48 milioni di quintali. Tuttavia, in questo periodo non è che abbiamo dimostrato una qualche idea pregiudiziale contro il sistema differenziato, infatti abbiamo applicato il trattamento differenziato per l’olio e lo zucchero. Di più per la prossima campagna granaria, avremo la possibilità di applicare il trattamento differenziato anche per il grano, cioè per quel contingente che verrà vincolato dallo Stato, perché una delle categorie, e forse anche due categorie previste, potranno soddisfare le loro esigenze sul mercato libero. C’è quindi una concezione, un programma, un piano – se così volete chiamarlo – molto chiaro, che è risultato da studi, da elaborazioni, da discussioni. E qui io avrei desiderato che la Camera – approvi o condanni questo Governo – avesse affrontato sul serio i problemi economici, perché il paese ed il nuovo eventuale Governo sappiano quali sono le difficoltà che si debbono affrontare e sappiano, soprattutto, che è assolutamente necessario che noi si importi del grano, ed in misura notevole, se non si vuol diminuire la razione. In quelle discussioni, abbiamo anche tracciato un piano – la parola ormai è di moda – per cui occorrono contributi dall’estero. Avete anche sentito parlare di un trattato con l’Argentina ed io vi posso dire che proprio questa mattina è arrivato un telegramma che annuncia che è stato siglato. (Commenti). Avete sentito parlare del prestito con il Canadà, avete sentito parlare delle trattative con la Banca delle esportazioni ed importazioni e delle trattative della Banca internazionale di cui si è occupato il vicepresidente Einaudi a Londra. Già in queste trattative si manifesta un programma di approvvigionamento e di finanziamento, che ha di necessità richiesto il consiglio di tecnici e la deliberazione di tutti i ministri. E il Governo ha preso le sue responsabilità per questa strada. Anche per i prezzi, abbiamo studiato il problema e siamo addivenuti alla conclusione che, con quell’organismo che possediamo, non siamo neppure in grado di diminuirne o di attutirne le punte estreme se prima non si istituisce una specie di camera di consumo, donde nascano convinzioni discusse e meditate e se, in secondo luogo, non avremo in precedenza disposto un corpo di ispettori, accertatori, i quali stabiliscano i costi tanto delle materie prime, quanto della produzione. Questo solo può essere un elemento indispensabile per poter agire sui prezzi. Certo è che noi ci troviamo dinanzi ad una grossa questione. La questione è che le importazioni di grano e di carbone vengono dall’estero e vengono anche dall’estero altre importazioni di materie prime, i cui prezzi all’estero aumentano. Quindi anche se dall’interno non ci fosse quella spinta che c’è all’aumento, noi dovremmo ugualmente subire questo aumento, che ci viene dal di fuori. Oltre a ciò, siamo sotto uno sforzo notevole per inserirci nell’equilibrio mondiale della moneta. In quelle sedute abbiamo anche dato delle garanzie solidali e non più ausiliarie dello Stato fino al 70 per cento, per il finanziamento degli enti di consumo. Questo rende possibile ai comuni di esigere questo fido in quanto che il 50 per cento è garantito nella stessa misura da parte dello Stato. L’onorevole Togliatti prima, l’onorevole Lizzadri poi, hanno detto che il Governo non fa nulla per i lavoratori. Ora, giudichi l’Assemblea: dal 2 giugno al 2 ottobre, per i provvedimenti presi in materia di aumento delle pensioni della previdenza sociale, aumento degli assegni familiari, delle prestazioni per infortunio e malattie e di integrazioni salariali, di aumento delle indennità di disoccupazione et similia, il Governo ha imposto un trasferimento di ricchezza dagli abbienti ai lavoratori, per il periodo dal luglio 1947 al giugno 1948, di oltre 80 miliardi di lire. Ho qui i dati, naturalmente in dettaglio; e la loro somma porta a questo risultato. Se, accanto alle critiche, accanto agli attacchi e alle accuse di insufficienza politica e di insufficienza dei provvedimenti economici, ci fosse stata nella stampa avversaria anche qualche considerazione, qualche notizia di questi provvedimenti, non mi lagnerei. Ma in realtà una certa stampa – è inutile che la nomini – pregiudizialmente esclude qualsiasi notizia positiva, che possa, per caso, sembrar utile, o che possa sembrare in favore della politica del Governo. Ecco perché ci siamo trovati dinanzi ad un’agitazione, dopo la costituzione del nuovo Governo, di cui poche volte abbiamo avuto l’esempio. Io sono stato subito descritto come il «cancelliere», ogni provvedimento del Governo ignorato, tentativi di impedirci la parola, tattica di esasperazione dei conflitti; sospetti sul Governo nero, reazionario, che fosse – come diceva il mio ex collega Morandi – prono al capitale e sordo alle sofferenze dei lavoratori; sospetti su ogni negoziato in America, sospetti sul piano Marshall; accuse di essere affamatori, in tutte le piazze. Qualcuno, mi pare l’onorevole Labriola , ha portato l’esempio di Giolitti, il quale si rideva di quello che stampavano e delle figure che comparivano su un giornale umoristico; ebbene, dei giornali umoristici non mi interesso, ma della propaganda sulle masse, della suggestione sulle masse, su certe masse, alle quali non ci riesce di far arrivare una parola di verità o di conciliazione, questa sì, dico, è una situazione che in Italia dovrebbe cessare. (Applausi al centro – Commenti a sinistra). DUGONI . Create il Ministero della stampa e propaganda! DE GASPERI. Credete, egregi avversari, io non pretendo troppo dalla stampa avversaria: riconosco che l’Avanti! deve scrivere come l’Avanti! e l’Unità come l’Unità; però se davvero c’era in loro il desiderio di ricostituire una coalizione, una maggioranza, una collaborazione come era stata nel passato o simile a quella, in ogni modo una collaborazione con la democrazia cristiana, cogli uomini che la democrazia cristiana ha mandato a questo Governo, si doveva evidentemente seguire un’altra tattica, perché la tattica del ricatto, della pressione pubblica per farci mettere in ginocchio, a terra, e farci accettare una collaborazione a qualunque prezzo, questa tattica non riesce assolutamente quando un partito ha la propria dignità da difendere. (Applausi al centro). Non crediate che tutto questo sia avvenuto semplicemente per esuberanza o esagerazione di masse non organizzate. La circolare del 16 agosto dell’onorevole Togliatti, che dice: «Noi intendiamo per opposizione un seguito – questa è la circolare interna, un’enciclica entro il partito – di agitazioni, di lotte, di natura sia economica che politica, le quali portino a manifestare la loro opposizione al Governo ed a schierarsi contro di esso la parte importante della popolazione. Ciò che si è fatto è stato quasi esclusivamente di natura sindacale. Sono mancati agitazioni e movimenti legati a motivi di altra natura. La nostra opposizione al Governo mantiene, quasi, per ora un carattere più verbale che di lotta». Dico che questo… TOGLIATTI. Questo è democrazia! DE GASPERI. Questo è democrazia, ma non democrazia parlamentare. (Proteste a sinistra). Comunque onorevole Togliatti, se questo è democrazia, è certo che per lo meno non è democrazia di collaborazione o democrazia che possa fondarsi sulla collaborazione. (Interruzioni a sinistra). Una voce a sinistra. È opposizione. DE GASPERI. Anche l’opposizione può contribuire al progresso sociale e politico quando si tenga entro certe linee che evidentemente salvaguardino la verità e la coscienza. Una voce a sinistra. Come diceva Mussolini. DE GASPERI. Dei pareri di Mussolini non sono responsabile. Io non voglio dire che i movimenti siano stati senz’altro politici; senza dubbio gli scioperi e le vertenze sindacali hanno, la maggior parte, un’origine ed un contenuto sindacali; però è un fatto, che dal giugno al settembre gli scioperi sono aumentati: 287 nel giugno, 215 in luglio, 259 in agosto, 400 in settembre, fino al 18 settembre! Una voce a sinistra. Come l’aumento dei prezzi. DE GASPERI. In complesso abbiamo avuto in questo anno 2617 scioperi con 4.851.523 scioperanti. Badate, di scioperi ne ho diretti anche io e non ho nessuna pregiudiziale contro lo sciopero di per sé, come misura di difesa sindacale. Però lo sciopero continuo, intensificato, come arma ordinaria, non solo si spunta per ottenere l’effetto contrario, ma in ogni caso crea una tale irrequietudine che assume un aspetto politico. Ci pensino coloro che devono pur tener conto anche dell’impressione che si produce al di fuori di qui, dell’impressione che possono avere coloro che hanno volontà di lavorare e di far lavorare, e ci pensino soprattutto per la produzione! Ammessa e sancita nella Costituzione la libertà di sciopero, nella stessa Costituzione è però prevista anche la regolamentazione dello sciopero, è necessario che si arrivi a dare carattere di diritto pubblico alle organizzazioni sindacali per poter creare una procedura, che renda lo sciopero non uno strumento ordinario, ma solo eccezionale della lotta sindacale, ed è evidente che quando essi sono troppi e frequenti non hanno più tale carattere. (Interruzioni a sinistra). Si deve arrivare all’arbitrato! Una volta abbiamo proposto in Consiglio dei ministri, al ministro del Lavoro, di presentare un progetto di legge sull’arbitrato, e lo aveva elaborato, ma è venuto il veto dal di fuori. Ora, io credo che, se non saremo più in grado noi, come Assemblea Costituente, di fare una simile legge, dobbiamo metterci d’accordo tutti nei prossimi Parlamenti, nelle prossime Camere, per affrontare questo problema che salvaguardi la libertà dello sciopero, che non conduca ad una coazione sotto una sentenza di giudice, ma che almeno faciliti l’arbitrato e la soluzione arbitrale. Riguardo alla collaborazione della Confederazione del lavoro, ne abbiamo avuta molta. Ne avremmo avuta di più se, dopo le discussioni che si facevano molto amichevolmente fra rappresentanti della Confederazione del lavoro e rappresentanti del Governo, non ci fossero stati dei giornali i quali inquinavano tutte queste discussioni con un veleno politico, rendendo difficile la cordialità che è necessaria, quando le difficoltà sono grandi e si devono superare con un tono di amicizia. Mi auguro che la Confederazione diventi forte, che rimanga unitaria, ma deve assolutamente essere fuori dei partiti, deve essere indipendente da qualunque partito. Allora si potranno citare le Trade Unions qui, come si è fatto in Inghilterra, perché c’è un contributo laburista che è superiore alle divisioni politiche. Allora sì che la Confederazione potrà essere una forza che nessuno toccherà e che i nostri dissensi politici non metteranno in pericolo. (Applausi). Voi troverete, egregi avversari, o avete già trovato per bocca di Nenni, che io esagero quando mi lamento del contegno dei giornali, di qualche manifesto, eccetera. Qualche? Presentatemi la raccolta dell’Avanti! e trovatemi un numero in cui non si attacchi violentemente il Governo, un solo numero! (Commenti a sinistra). Dico questo, egregi colleghi, perché è un’analisi clinica che potrà farci del bene, ma voi dovete persuadervi che questo sistema di agitazioni politiche crea un’atmosfera impossibile alla collaborazione di Governo. Una voce a sinistra. È democratico. DE GASPERI. Ma se è democratico, vuol dire che non è della nostra democrazia. (Applausi al centro). Esempi ne abbiamo avuti nei passati Governi e non è, come ha accennato l’onorevole Nenni, che io mi sia lagnato qualche volta di qualche contraddittorietà. No, mi sono lagnato sempre dopo aver tentato in ripetuti regolamenti, convenzioni, gentlemen’s agreements, eccetera, dopo aver tentato tutto questo, mi sono lagnato in modo definitivo, quando il tripartito si è sciolto. È così vero che questa esasperazione della lotta politica alla periferia crea imbarazzo ai parlamentari che usano una tattica prudente, che Togliatti, in quella circolare che ho accennato continua a dire, lamentandosi verso i comunisti che trattano troppo male i democristiani: «la maggioranza del partito ha praticamente ignorato la direttiva che tendeva ad impedire che si creasse un abisso fra noi e i democristiani ed in particolare fra le nostre masse e i democristiani. Insensibilmente il partito tende a scivolare nel terreno della lotta aperta e violenta contro la democrazia cristiana e le sue masse. Così avviene che la nostra propaganda perde ogni capacità di attirare le masse dalla democrazia cristiana ed anche dalla destra reazionaria, che ha tutto l’interesse che non ci sia alcun contatto di nessun genere, ma solo lotta aperta fra noi e i democristiani». (Commenti a sinistra). Io non voglio ripetervi quello che mi è stato detto, ripetutamente, anche durante l’ultima crisi e quello che è stato detto qui, da questo banco, da questo posto, in risposta alle accuse che mi sono state mosse nell’ultima crisi. È inutile che ripeta le stesse cose e le stesse prove e faccia le stesse affermazioni perché voi le negate ostinatamente o ripetete la stessa versione. Comunque, guardiamo pure l’avvenire. L’esperienza, a me che sono stato per tre anni collaboratore dei socialisti e dei comunisti, e prima ancora dei liberali nei Governi di comitati di liberazione o nei Governi tripartitici, a me l’esperienza ha portato questi risultati: fino a che la meta rimane la conquista del potere, sia pure attraverso le elezioni, ma conquista del potere mediante un patto d’azione tra i due partiti che si trovano in posizione di particolare privilegio in confronto del terzo partito; fintanto che dura questa situazione, è assolutamente impossibile che un partito rischi il suo credito e un Governo non si svaluti in una situazione di contraddizioni che si manifesta soprattutto non nell’interno, – perché nell’interno di un Consiglio ci si trova quasi sempre fra uomini ragionevoli – ma nelle lotte e nei riflessi che le divergenze generano nella stampa e nella pubblica propaganda. Può essere, e mi auguro, egregi colleghi, che quando sarà combattuta la battaglia elettorale e quando saranno decise le maggioranze, la situazione cambi. Può essere. Mi auguro sia cosi. E quando abbiamo fatto questo Governo speravamo che le elezioni avrebbero potuto essere fatte al più presto. (Commenti a sinistra). Questa marcia comune dei socialisti e comunisti, la quale si richiama naturalmente allo stesso movimento psicologico, alle stesse origini marxiste, fino alla dittatura del proletariato, questa marcia rende sospetta e difficile ogni attività. (Interruzioni a sinistra). Una voce a sinistra. Si potrà arrivare alla democrazia. DE GASPERI. Si potrà arrivare a una «democrazia» non occidentale, chiamiamola così; ma questa è un’altra cosa. (Applausi al centro – Commenti a sinistra). Il bloccardismo, che si poggia non su una confluenza d’interessi proletari – perché certo bloccardismo manifesta un campionario di gradazioni sociali molto variopinte – ma su un certo bloccardismo massonico di vecchia maniera, è la seconda caratteristica che ha reso impossibile la continuazione dei Governi tripartiti o simili. Lo so, l’amico onorevole Macrelli propone la ricostruzione di un Governo su larga base, senza nessuna esclusione a sinistra: mettendo però – e lui l’ha sentito per l’esperienza che ha fatto nel passato – delle condizioni che permettano di dire: «a patto che ci si dia una stretta di mano fra galantuomini e si cambino i metodi passati». A queste condizioni, se potessi avere la fiducia, lo farei; ma disgraziatamente ho perso la fiducia prima che voi la togliate a me. (Applausi al centro). Tutti coloro che credono che un simile Governo significherebbe la pacificazione in un periodo elettorale si ingannano. È una illusione; e quindi credo che il rischio non meriti la candela. È assolutamente necessario che si cambi metodo. Una voce a sinistra. È già cambiato. DE GASPERI. Come volete! Io ho sentito il discorso dell’onorevole Nenni che mi ha scombussolato. Mi sono fatto portare subito il testo della mozione per vedere se avesse proposto la fiducia invece che la sfiducia, considerato il tenore, il tono e l’invito che proveniva dalle labbra dell’onorevole Nenni. Ho trovato che il testo è ancora quello. Ma come volete che noi accettiamo questi inviti singoli, che saranno anche sinceri come espressione dello stato psicologico di un determinato momento, quando poco prima un altro collega, l’ex ministro onorevole Morandi, ci ha accusato semplicemente d’esser sordi alle sofferenze del popolo e proni al capitale? E quando un altro ex collega ha avuto la perfidia d’insinuare che la scelta dei ministri fu fatta per far piacere all’industria del nord contro gli interessi del Mezzogiorno? (Proteste a sinistra – Interruzione del deputato Musolino). Io aggiungo un’altra ragione che riguarda la contingenza storica. Ditemi: come avremo potuto fare a decidere subito la partecipazione alla Conferenza di Parigi ed al piano Marshall se fossimo stati nel tripartito ed avessimo avuto dentro i rappresentanti di quell’opinione che si manifesta nei giornali assolutamente contraria al piano Marshall e ad accettare l’invito dell’O.N.U.? Togliatti ha affermato, ed io stesso lo dico, che ci sono nelle linee generali della politica estera delle differenze talmente approfondite che la collaborazione in un momento in cui la politica estera è anche politica interna ed economica, è inefficace, contraddittoria ed è tempo perduto. (Applausi al centro – Commenti a sinistra). TOGLIATTI. L’ambasciatore americano… DE GASPERI. Voi sentite le interruzioni di Togliatti? Potete immaginare che io possa sedere ad uno stesso tavolo con lui che dice: sarà l’ambasciatore americano, eccetera, eccetera?(Applausi al centro e a destra). Riguardo alla politica estera, poiché ci siamo, debbo osservare la facilità con la quale Nenni è passato sopra alla decisione americana che ci è stata ufficiosamente comunicata questa sera, dicendo che era una cosa scontata, perché si sapeva benissimo che l’America e la Gran Bretagna avrebbero, eccetera, eccetera. Io dico: 1) dell’Inghilterra non sappiamo nulla; 2) l’America aveva espresse le sue intenzioni: me l’aveva detto personalmente Truman, come ha ricordato il ministro Sforza, ma altro è dire altro è prendere una decisione. E la decisione, evidentemente, si poteva prendere solo dopo la ratifica del trattato di pace da parte nostra. Dovrei anche aggiungere, ma non voglio inasprire la polemica, una considerazione che si potrebbe fare circa la nostra ammissione all’O.N.U. PERTINI. Mi pare che di asprezza ce ne sia abbastanza. DE GASPERI. Sì, è vero, ce n’é abbastanza, ma noi avevamo il diritto di entrare nell’O.N.U., perché fra l’altro nell’introduzione di quel trattato di pace che noi abbiamo firmato c’è l’impegno di tutti e quattro gli alleati. Noi avevamo questo diritto e nessuno poteva togliercelo senza mancare fede a quell’impegno del trattato. (Vivi applausi al centro e a destra – Commenti a sinistra). Io dico soltanto che se ciò è accaduto, è avvenuto per la combinazione di altre situazioni che non ci riguardano. Io non voglio emettere alcun giudizio su coloro che questa decisione hanno preso. Però permettetemi di meravigliarmi, che quando si parla dell’O.N.U., da quella parte ci si lanci contro il Governo come se quella colpa fosse nostra, e da quella parte non si dica una parola di coloro che hanno impedito il nostro ingresso. (Applausi al centro e a destra – Commenti a sinistra). L’onorevole Togliatti mi ha detto che da un certo mio discorso è cominciata la mia avversione al comunismo e che farò tanta strada: fino a divenire neo-fascista. (Interruzioni a sinistra). Ora io debbo dichiarare molto nettamente: i contrasti tra la dottrina nostra e quella comunista sono profondi; erano sempre stati profondi. Ciò non ci aveva impedito, con un programma di azione ben chiarito, di partecipare al Governo e di collaborare insieme per il bene del popolo italiano, sia per la forma dello Stato, sia per altri progressi sociali. Ciò non ci impedirà nemmeno domani, se questa sarà una necessità parlamentare, di tornare a simile collaborazione, dopo le prossime elezioni (commenti a sinistra); però ad una condizione: bisogna che sia ben chiaro, o che sia chiaro nella prassi, che i partiti, di qualsiasi colore siano, devono sottoporsi alle regole convenzionali della civiltà nazionale, alla quale dobbiamo subordinare tutto. E questi principi convenzionali, queste mete, si chiamano: libertà e democrazia. E questo deve essere non detto, ma provato nel programma, nel contegno, nello schieramento di battaglia, nella propria azione nel paese. (Applausi al centro – Commenti a sinistra). Una voce a sinistra. Siamo noi che abbiamo dato questo esempio. (Proteste al centro). DE GASPERI. L’onorevole Pajetta, in quella parte di discorso che ho ascoltata, ha detto, a proposito dell’onorevole Giannini: «Tante cose si sono cambiate in Giannini, ed un po’ – egli ha aggiunto – forse egli è stato aiutato anche da noi comunisti, cioè dalla sua opposizione». Non so se questo sia vero, ma io applico questa didascalia ai rapporti fra noi e i comunisti. Vedano di cambiare parecchio nei loro sistemi, e se possiamo, con la stessa posizione che ha tenuto il partito comunista contro i qualunquisti, anche noi cercheremo di aiutarli perché mutino questo loro costume. (Commenti a sinistra). TOGLIATTI. Cerchi di mantenere fede ai suoi impegni! DE GASPERI. «La terza via», come sapete. È il titolo di un libro famoso di Röpke , che è un liberale famoso, ed alle sue idee si sono ispirati alcuni discorsi dei liberali, quello di Crispo e quello di Cortese , nel presente dibattito. Vi sono delle idee che sono molto vicine a noi, che vi sono dappertutto in tutti i settori (bisogna augurarselo), negli adattamenti alle necessità della vita, nelle confluenze necessarie, anche là dove le origini sono contraddittorie. Saragat, di questa terza via, ha stabilito la pietra miliare: difesa della pace, libertà, lotta contro la miseria. Crediamo anche noi di essere su questa linea. Ma egli ha dato particolare rilievo alla pianificazione, e stasera ha spiegato un po’ meglio, sicché non ho molte difficoltà a giungere alla interpretazione di questa parola. Io vi faccio soltanto osservare che il congegno di programmazione – perché a questo si riduce la pianificazione nel senso indicato da Saragat – esiste nel Governo: è il C.I.R., è l’organismo dello studio e dell’applicazione dei problemi economici, che segue una certa direttiva e costruisce un certo piano. Abbiamo creato poi il comitato delle meccaniche, anche come strumento di pianificazione in confronto di una industria che alimenta 650 mila operai e quindi rappresenta una delle industrie di maggiore speranza, ma oggi di maggiore imbarazzo dell’Italia. Anche noi cerchiamo nella nuova forma, che abbiamo dato alla legge sui prezzi e soprattutto nella sanzione degli incettatori, di creare degli organismi, degli strumenti per potere veramente programmare la nostra attività di Governo nel campo economico, rispondendo anche alle esigenze di coloro ai quali ci rivolgiamo per prestiti o investimenti in Italia. Non è dunque che si tratti di cosa nuova, si tratta evidentemente di perfezionare, e sono il primo a dire che dal primo Governo ad oggi molte modificazioni sono state fatte, ma non sono ancora sufficienti. Si tratta di coordinare programmi che già esistono e quando si parla di programmazione non bisogna dimenticare che abbiamo un programma di gestione, di finanziamento e di costruzioni ferroviarie che è elaborato fin nei maggiori dettagli. In questo primo periodo le funzioni stimolatrici dei premi di maggiore rendimento, che salgono ad oltre 2 miliardi e 300 milioni, hanno portato a far lavorare gli stessi ferrovieri per un traffico aumentato del 15 per cento di quello anteriore. Gli aumenti dei costi dei trasporti, l’aumento delle tariffe (badate, nonostante tutto quello che si è detto, sono ancora otto volte minori di quelle della Svizzera, quattro volte minori di quelle della Polonia, della Danimarca e della Francia; sei volte minori di quelle della Svezia, del Belgio, eccetera) corrisponde a un certo programma che ha una meta e ormai è in vista il pareggio del bilancio di esercizio delle ferrovie dello Stato nel prossimo anno finanziario 1948-49 e si è in pieno fervore di ricostruzione. Poi c’è il piano di ricostruzione delle ferrovie, per cui abbiamo fissato 175 miliardi da dividersi in 3 esercizi e che nel 1950-51 dovrebbe essere coronato dal successo. Un altro piano è quello delle bonifiche. Si è fatto accenno da qualcuno alla bonifica, alle migliorie. Anche qui noi abbiamo il piano, abbiamo il progetto fin nel dettaglio, ma il ritardo nell’applicazione è dovuto a mancanza finanziaria e non a mancanza di programmazione, o a difetto di studi necessari per l’attuazione delle bonifiche. Ma è certo che abbiamo piena coscienza che, specialmente per il Mezzogiorno, occorre provvedere in quanto è necessario equilibrare una fatale deficienza che avviene quando cerchiamo in qualche misura di sostenere l’industria meccanica del nord e conguagliare le esigenze del Mezzogiorno. Per queste ragioni che d’altra parte non sono essenziali – l’essenziale è che si deve combattere la disoccupazione ed aumentare la produzione – un programma dettagliato è pronto per l’esecuzione; è ormai fatto. Si tratta solo di potere aumentare i fondi messi a disposizione del Ministero dell’agricoltura, perché le bonifiche delle Puglie, della Basilicata e della Sardegna – circa 700.000 ettari – possano sul serio venire condotte avanti. A proposito dell’I.R.I., da quando siamo entrati in questo Governo con questa formazione abbiamo fatto un passo notevole, mi pare, perché abbiamo incaricato un uomo fuori dei partiti, un tecnico, di studiare tutte le possibilità entro l’I.R.I. dirigendole, per portarci delle proposte concrete, proposte che in parte ci ha portato e che in parte completerà entro 15 giorni o 3 settimane; progetti e proposte che verranno studiati dal Comitato di ricostruzione e poi verranno applicati con questo scopo: mantenere tutto quello che è vitale, mantenere tutto quello che è chiave degli interessi collettivi, liberarsi del resto, perché, altrimenti, tutto cade in rovina, e la situazione a questo riguardo è molto seria. Se aveste assistito ad una conferenza che ho avuto qui, subito dopo la prima seduta, con i rappresentanti della camera del lavoro e delle banche e degli industriali di Milano voi avreste avuto la conoscenza e, direi, l’angoscia dell’asprezza di questo problema. Essi venivano a dirci: «Non vogliamo l’inflazione, non vogliamo che lo Stato stampi per dare denaro agli industriali; vogliamo altre riforme, altre forme di credito». E noi su questo ci siamo scambiati delle idee ed abbiamo avviato trattative, ma si vedeva l’angoscia degli stessi operai, che sanno cosa voglia dire l’inflazione (commenti a sinistra) e sanno che, se ci mettiamo su quella strada, anche per esigenze giuste, non faremmo gli interessi della classe operaia. Io sono persuaso che, nonostante tutto quello che scrivete voi, se ci fosse data la possibilità di parlare serenamente agli operai, di dir loro che il loro destino è legato a questa migliore amministrazione dello Stato, a queste riforme, a questa prudenza che abbiamo introdotte, siamo persuasi che essi ci direbbero sì e sarebbero pronti ad accettare questa disciplina. (Applausi al centro e a destra). Certo che nel campo della programmazione, della pianificazione in genere, dell’applicazione dei rimedi economici, la collaborazione non è mai abbastanza. Noi abbiamo dimostrato sia nelle trattative per il piano Marshall sia nelle trattative per la Banca Internazionale, sia nel comitato per le industrie meccaniche, che cerchiamo la competenza anche al di fuori del Governo e anche in partiti che votano contro il Governo, dimostrando con ciò la nostra volontà di chiamare tutte le forze competenti per poter riuscire a superare queste grandi difficoltà che travagliano il nostro paese. Questo è il criterio che abbiamo applicato, anche quando si trattò di concludere accordi commerciali e anche quando si tratta di inviare consoli o rappresentanti diplomatici. Questo criterio va seguito e va allargato in questo senso, che nel momento in cui le difficoltà sono così gravi, bisogna chiamare tutti gli uomini a bordo. Ed ora mi rivolgo in particolare all’amico Giannini. (Commenti). Si è fatto molto rumore intorno al suo discorso, ma mi è parso che Giannini stesso abbia preventivamente dato il giusto significato alle sue conclusioni, quando ha detto qui e poi ha stampato sul suo giornale queste parole: «Si è parlato di trattative fra il mio partito e la democrazia cristiana, o fra il mio partito e il Governo. Non crediamo che il Governo possa fare trattative sotto l’assillo del voto; non sarebbe morale. Noi ci sentiremmo di essere imbarazzati a dire all’onorevole De Gasperi: vogliamo questo in cambio dei nostri 33 voti. Non sappiamo De Gasperi con quali parole ci risponderebbe, ma noi sappiamo le parolacce che diremmo al suo posto». Credo di avere interpretato il significato delle sue dichiarazioni secondo questa sua premessa: le sue dichiarazioni sono postulati programmatici, non condizioni di voto, le quali non mi vennero poste né da questo né da nessun altro partito. Con nessun partito, durante queste trattative, ho voluto avere negoziati, per la ragione semplice che un uomo di cui si mette in dubbio la capacità di governare e contro il quale si muove in triplice assalto un voto di sfiducia, si mostrerebbe veramente ridicolo, se cercasse di superare le difficoltà con misure che riguardano semplicemente l’atteggiamento di un voto o di un Gruppo. (Applausi al centro). Ma quando egli fra i postulati chiede una politica di pacificazione e di disarmo civile io gli rispondo: d’accordo. Abbiamo già, dopo la concessione dell’amnistia del 1947, ritenuto necessario ritornare alla normalità nell’amministrazione della giustizia e abbiamo disposto, con decreto 26 giugno, la chiusura delle corti d’assise speciali, fissando un breve termine per la definizione dei lavori pendenti . La nostra è dunque una identica finalità di pacificazione. Stanno a dimostrarlo il provvedimento già elaborato relativo all’epurazione e al riconoscimento del diritto degli anti-fascisti esonerati, sotto il cessato regime, per ragioni politiche. Con detto provvedimento, che sarà presentato alle Commissioni legislative di questa Assemblea, il Governo, considerando che di fronte al compito immane della ricostruzione è indispensabile l’unione di tutti gli sforzi in una concorde ed operosa volontà di rinascita, ha limitato i casi di procedimento di epurazione agli addebiti di notevole gravità e alla responsabilità di coloro che hanno gradi più elevati nella gerarchia statale e che assunsero posizioni non compatibili con la permanenza del rapporto di impiego. Quando poi egli parla di direttiva liberale democratica in economia, penso che egli voglia dire che la meta deve essere il ritorno alla libertà e che non chieda che da oggi a domani si lascino cadere tutte le discipline, senza una certa graduatoria e senza sostituirle con mezzi efficaci per arrivare alla libertà. GIANNINI. Al più presto possibile. DE GASPERI. Ed ecco che la misura che noi abbiamo preso nel campo del grano corrisponde proprio al vostro postulato; noi andiamo verso la libertà, ma abbiamo bisogno, in un primo esperimento, che gli agricoltori producano e ci consegnino quei tanti milioni di quintali di grano che sono necessari per le classi più povere. Poi verrà la libertà, se gli agricoltori faranno il loro dovere. E ripeto qui quello che ho detto in una assemblea di tecnici agricoli: non è che io non sappia – come è stato stampato più volte – scegliere tra vincolismo e libertà. No; io credo che questo esperimento vada fatto e che sia il migliore che si possa fare. Ma certamente, se non corrisponderà la solidarietà degli agricoltori e se l’egoismo – ed io spero che ciò non sia – di alcuni ci farà naufragare questo progetto, io vi domando: che cosa rimarrà più a un Governo qualsiasi che dovrà legiferare in quel momento se non ricorrere a misure più drastiche? Ma allora saranno proprio coloro che avranno chiesto la libertà, che si saranno tirati addosso questa misura di vincolismo. (Approvazioni al centro – Commenti a sinistra). L’onorevole Nitti ha rilevato l’importanza dei ceti e dei partiti medi. Lo riconosco; riconosco che non basta avere una massa di elettori, riconosco che non basta avere una organizzazione perfezionata e valersi del sistema elettorale per portare nei Parlamenti una numerosa rappresentanza dei partiti di massa. Bisogna augurarsi che nei Parlamenti entrino anche delle personalità che, con il loro ingegno, con le loro qualità, compensino eventualmente le debolezze del numero. Io vedo quindi con speranza, e non con avversione, che accanto ai partiti di massa entrino a far parte della Camera anche i rappresentanti di quei ceti medi, i rappresentanti di quei gruppi che valgano a dire una parola di serenità come ieri l’ha pronunciata qui l’onorevole Nitti. Noi questo Governo lo abbiamo definito l’altra volta; è un Governo di necessità. Lo sappiamo che questa non è una situazione normale; ma che cosa c’è di normale oggi nel paese, onorevoli colleghi? Nelle difficoltà enormi di carattere economico, nei nostri rapporti con l’estero, ditemi voi se non è stata fatalità che in quasi tutti i campi si sia dovuto ricorrere troppo spesso a degli espedienti? Questo è un Governo di necessità perché Governi di grande coalizione allora – e l’onorevole Nitti lo sa – non si sono voluti fare all’infuori della mia persona; e quindi è inutile che poi si sia andati tanto a decantare l’ingiustizia che io avessi tutto organizzato per diventare cancelliere e poi imporre non so che restrizioni della libertà. (Commenti a sinistra). È inutile che si suggestioni la folla perché questa mi impedisca di parlare sulle pubbliche piazze. Questo diritto me lo sono conquistato e me lo difendo: il diritto di parlare a nome del popolo e di parlare alla coscienza del popolo direttamente. (Applausi al centro e a destra – Commenti a sinistra). Sono d’accordo con l’onorevole Nitti quando parla di libertà di elezioni. Senza dubbio, qualsiasi Governo che sarà al potere in quel momento dovrà garantire l’assoluta libertà delle elezioni; cosa relativamente facile col sistema presente, perché gli intrugli che facilmente avvenivano nel collegio uninominale, non avvengono, non possono avvenire nel sistema proporzionale. Ah, mi sono dimenticato, ho saltato una risposta che dovevo all’onorevole Giannini. (Commenti a sinistra). Non importa; lo dirò così; sarò tanto più sincero; non l’ho scritto. Mi sono dimenticato di prendere atto del postulato dell’onorevole Giannini nella politica internazionale, cioè del movimento europeista. Qui, in questo Governo siede l’amico autorevole Einaudi, che già nel 1917 o 1918 ha scritto un volume sopra il sistema federale degli Stati europei. Oltre a ciò questo Governo ha avuto cura, già al suo primo ripresentarsi alla vita internazionale, di lanciare ed alimentare l’idea di una unione degli Stati europei. (E oggi, mentre parliamo, si sta discutendo a Roma l’unione doganale tra la Francia e l’Italia). Movimento interessantissimo, movimento che sarà lento nell’attuazione, ma che è senza dubbio il movimento dell’avvenire. Se il qualunquismo si trasformerà in qualunquismo europeo, nel senso della fratellanza dei popoli, ci troverà pienamente concordi e collaboratori con esso in tutti i sensi. (Applausi al centro – Commenti a sinistra). Aderisco anche all’appello che l’onorevole Nitti ha fatto perché nel nostro agitato periodo, che per forza si svolgerà durante le elezioni, ci sia serenità, rispetto della libertà, rispetto di un partito di fronte all’altro. È questo un desiderio vivissimo nostro, ed è questo il compito del Governo: cercare in tutti i modi di salvaguardare la libertà dei partiti e dei candidati. Una voce al centro. E degli elettori. DE GASPERI. Il Governo di necessità vuole mantenere lo Stato al di sopra dei partiti; vuole liberare la nostra economia dalla stretta, superare i conflitti sociali coi metodi della libertà, garantire il libero sviluppo e il consolidamento delle istituzioni repubblicane, egualmente aperte a tutti i cittadini. Si è fatto un po’ di scandalo per le affermazioni dell’amico Piccioni , quando Piccioni rivendicava al partito democratico cristiano una prevalente direzione politica. Ora, si può ben tradurre il suo pensiero con queste altre parole: che egli rivendicava una prevalente responsabilità, non volendola addossare ad altri partiti, liberi di prendere il loro atteggiamento come credono meglio, dinanzi all’interesse della nazione, anche in un voto come quello di fiducia o sfiducia. Responsabilità prevalenti, ma non esclusive, ed in ogni caso non per finalità egoistiche proprie, ma in servizio dello Stato e per la causa della pacificazione sociale e della pacificazione fra i partiti. L’onorevole Lussu mi ha attribuito dell’ambizione personale. Se fossi ambizioso di rimanere a questo posto, sarei veramente uno sciocco, perché dimostrerei di non avere imparato ancora che a questo posto le spine sono molte e le rose pochissime! Ma vi dico subito che esiste nella coscienza dei popoli anche un altro sentimento; che è quello della forza di assumere responsabilità! Ed ora vi dico: io non voglio dare il cattivo esempio a milioni di uomini che in Italia si battono disperatamente contro le difficoltà e resistono allo scoramento di questo momento. Il loro sacrificio esige, per quanto riguarda la mia volontà, anche il sacrificio mio, e questa è la mia ambizione! (Applausi al centro). Ma voi soli potete liberarmi da quest’obbligo di coscienza in confronto delle mie responsabilità; voi soli, voi rappresentanti del popolo, se mi scioglierete da questa responsabilità, la mia ambizione sola sarà di obbedirvi, in qualità di semplice cittadino, ma sempre in difesa della libertà e delle grandi tradizioni della civiltà italiana! (Vivissimi, prolungati applausi al centro e a destra – Moltissime congratulazioni). [Dopo la presentazione di un ordine del giorno degli onorevoli Magrini, La Malfa, De Mercurio, Azzi, Macrelli, Chiostergi, Paolucci, Pacciardi, De Gasperi interveniva per dare il proprio appoggio alla votazione]. Poiché i colleghi repubblicani hanno fatto, accantonando la questione giuridica, una questione politica e morale, il Governo non fa opposizione perché l’ordine del giorno venga votato. Devo però dirvi che temo assai che il precedente sia cattivo. La forma tradizionale di esprimere la sfiducia è quella di non approvare le dichiarazioni del Governo. Questa è la forma della tradizione parlamentare; e di questo ci ricordammo quando formulammo il decreto 16 marzo 1946. Tuttavia circondammo la manifestazione di sfiducia con diverse cautele, appunto per rendere più stabili i Governi: necessità, questa, che fu avvertita da tutti coloro che parteciparono alla elaborazione della legge. Lo scopo fondamentale era di evitare che un ordine del giorno potesse trovare in qualunque momento una maggioranza casuale. Non vorrei, come uno dei compilatori di quel decreto, che si creasse un cattivo precedente. Si sono presentate tre mozioni di sfiducia e si sono seguite tutte le norme che erano previste; si sono avute anche le votazioni; e durante questa discussione si ripresenta la vecchia formula del non approvare le dichiarazioni del Governo, cercandosi in tal modo di annullare il significato, lo scopo e le finalità della formula nuova, quella cautelare, la cui importanza caratteristica non consiste tanto nella maggioranza qualificata quanto nella particolare procedura stabilita. Temo assai come vecchio parlamentare, guardando quello che sta avvenendo nella nostra Assemblea, che questo precedente annulli completamente quello che si è tentato di fare, nell’interesse della democrazia, per una certa stabilità nel presente regime provvisorio. È avvenuto anche in Francia un simile dibattito e si è risolto in favore della mia tesi. Detto questo, poiché i colleghi repubblicani hanno capito le cose diversamente e credevano di avere in mano l’interpretazione giusta, poiché essi hanno inteso porre su un altro terreno la questione, il Governo non vuole in nessuna maniera contribuire a dare adito a interpretazioni errate sul suo atteggiamento; non vuole che si possa accusarlo di non lealtà o di fuga o di timore di non ottenere una terza dichiarazione di fiducia e prega gli amici di regolarsi come si sono regolati precedentemente. Non ho quindi obiezioni a che venga posto in votazione l’ordine del giorno Magrini . (Applausi al centro).
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Poiché si è manifestato il desiderio di udire il mio parere in argomento, dirò che il Governo si è formalmente impegnato dinanzi all’Assemblea per il termine massimo del 18 aprile. L’Assemblea, nel votare ieri sera la sua fiducia nel Governo, ne ha preso atto; e per ciò che riguarda la data del 18 aprile anche l’opposizione non ha sollevato alcuna obiezione, dimostrandosi fiduciosa. Mi pare quindi che, a questo proposito, vi sia stata quasi, sotto un certo aspetto, l’unanimità. V’è già una norma costituzionale che fissa un termine; v’è un impegno formale del Governo accettato dall’Assemblea. Non v’è ragione di un’ulteriore votazione in materia. Debbo altresì osservare che le proposte di questa natura hanno sempre un carattere, non semplicemente giuridico, ma anche politico. Si è detto e si è stampato che non basta l’impegno assunto dal Governo dinanzi all’Assemblea e che occorre un impegno solenne dell’Assemblea stessa dinanzi al Paese. Ora, io dico che nessuna forma più solenne vi è di quella costituita da un impegno preso dal Governo dinanzi all’Assemblea, impegno inteso, in certo senso, a tranquillizzare tutti, e che è stato accettato dall’Assemblea nel momento in cui essa ha accordato la sua fiducia al Governo. Come membro dell’Assemblea, vi chiedo di non diminuirvi dubitando del Governo e della maggioranza dell’Assemblea stessa, che hanno preso tale impegno. (Applausi al centro).
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Iniziando questa mia brevissima dichiarazione, sento il dovere di associarmi al ringraziamento espresso dal Presidente dell’Assemblea ed alle parole di ammirazione da lui usate per Enrico De Nicola , per l’opera sua di vigile tutela e di collaborazione che – con la sua saggezza giuridica e l’esperienza parlamentare – ha dato non solo all’elaborazione della Costituzione e, in genere, ai lavori legislativi, ma anche al Governo con i suoi illuminati consigli. Il Governo si associa all’augurio che il primo Presidente della Repubblica italiana possa continuare la sua opera per un lungo periodo ancora, ed a lui – noi tutti del Governo – tributiamo sempre quell’ossequio e quell’obbedienza che sono la base fondamentale dell’autorità repubblicana. Aggiungo il mio ringraziamento all’Assemblea, e in modo particolare alla Presidenza, per la collaborazione, che non era espressamente riservata alla sua attribuzione dalle leggi, ma con la quale pure ha recato un contributo prezioso alle iniziative del Governo, attuandole o modificandole con opportuni emendamenti. Non fu senza un certo senso di invidia che noi vedemmo i nostri colleghi delle Commissioni legislative occuparsi dei grandi problemi della Costituzione, direi, gettando le grandi arcate della Costituzione, mentre noi, dalle esigenze di tutti i giorni, eravamo costretti ad occuparci dei piccoli particolari. Io vi rinnovo l’espressione di ringraziamento profondo per questa vostra collaborazione. Questi nostri ringraziamenti vanno soprattutto ai membri della Commissione per la Costituzione e in modo particolare al suo presidente, onorevole Ruini, che con tanto zelo ha diretto i lavori della Commissione stessa. Il Governo ora, fatta la Costituzione, ha l’obbligo di attuarla e di farla applicare: ne prendiamo solenne impegno. Noi tutti però sappiamo, egregi colleghi, che le leggi non sono applicabili se, accanto alla forza strumentale che è in mano al Governo, non vi è la coscienza morale praticata nel costume. A distanza di cento anni, mi giunge all’orecchio come l’eco del programma mazziniano, che suonava: «La Costituente nazionale, raccolta a Roma, metropoli e città sacra della nazione, dirà all’Italia e all’Europa il pensiero del popolo e Dio benedirà il suo lavoro». Valga tale auspicio anche per questa Assemblea del nuovo risorgimento; il soffio dello spirito animatore della nostra storia e della nostra civiltà cristiana passi su questa nostra faticosa opera, debole perché umana ma grande nelle sue aspirazioni ideali, e consacri nel cuore del popolo questa legge fondamentale di fraternità e di giustizia, sicché l’Europa e il mondo riconoscano nell’Italia nuova, nella nuova Repubblica, assisa sulla libertà e sulla democrazia, la degna erede e continuatrice della sua civiltà millenaria e universale. (Vivissimi, prolungati applausi) .
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Compio questo viaggio come un rito di fraternità e di fede, sicuro che verrò accolto con quegli stessi sentimenti con cui parto e cioè con lo stesso cuore e la stessa speranza. Porgo il saluto alla stampa italiana che sono certo contribuirà a ristabilire e incrementare quella fiducia di cui questo viaggio è la prima dimostrazione che ci viene da una Nazione amica.
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Ho accolto l’invito del governo americano come un onore. Ritengo che esprima il desiderio di continuare a aiutare l’Italia. Questo aiuto può essere enorme: anzitutto nell’aiutarla nel suo sforzo di cavarsela dall’attuale periodo critico di emergenza; in secondo luogo sostenendola nella sua intenzione di diventare un attivo elemento nella politica mondiale di pacificazione e collaborazione. Confido nel popolo americano. La sua guerra è stata una guerra per la libertà e l’indipendenza di tutte le nazioni grandi e piccole. Spero che il mio viaggio negli Stati Uniti servirà a rafforzare la fiducia dell’opinione pubblica americana nell’intenzione e nella capacità dell’Italia di recuperare. Ritengo di grande significato che il primo contatto di questo genere dell’Italia del dopoguerra sia con gli Stati Uniti a cui siamo legati da tanti vincoli di storia e civiltà. Vi prego di indirizzare i più caldi saluti del popolo italiano al popolo degli Stati Uniti.
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Vi ringrazio delle amichevoli espressioni che avete al riguardo della mia persona e del popolo italiano. Considero un grande privilegio l’essere qui come ospite di questo paese e sono profondamente consapevole che questa mia visita ha un grande significato. Come rappresentate di un paese di antica civiltà desidero in questa occasione rendere omaggio agli sforzi fatti durante la guerra dalla valorosa nazione americana per la salvezza del nostro comune retaggio spirituale e per la nostra libertà minacciata dall’odio e dalla tirannia. In nome di questa civiltà comune, che gli italiani desiderano vedere evolversi e trionfare in un mondo nuovo ed al quale desiderano portare il loro pieno contributo, esprimo la speranza che gli Stati Uniti continueranno a essere campioni di libertà e di giustizia nella comunità delle nazioni. È con questo sentimento che alzo il bicchiere alle fortune degli Stati Uniti e a lei, signor segretario di Stato e a tutti gli amici americani dell’Italia.
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1 – Scopo principale del mio viaggio è stato quello di ristabilire l’atmosfera di amicizia, di fiducia e di attiva cooperazione tra gli Stati Uniti e l’Italia. Le manifestazioni di questi giorni dimostrano in modo convincente che questo risultato è stato raggiunto. Tale atmosfera costituisce la base per ulteriori sviluppi della collaborazione tra i nostri due paesi. Ho trovato qui il migliore spirito e la migliore buona volontà in tutti, dal Signor Truman fino all’ultimo impiegato nonché fra le personalità ed il pubblico che l’altro giorno era presente all’Ambasciata. 2 – Io vengo in questo Paese con una agenda già predisposta in cui fin dal primo giorno ho dovuto dividere le mie discussioni per singoli punti. In base alle istruzioni del Presidente e del Segretario di Stato gli uffici dei vari Dipartimenti lavorano attivamente intorno alle questioni tecniche e legali allo scopo di venire incontro alle nostre domande pratiche. 3 – Attualmente, dopo avere esposto le difficoltà della nostra situazione, io ho chiesto soltanto ciò che è indispensabile per assicurare il nutrimento alla popolazione italiana fino al prossimo raccolto, nonché sufficiente carbone ed altre merci necessarie per garantire il lavoro e la normale produzione delle nostre industrie principali. I funzionari degli Stati Uniti fanno del loro meglio in questo senso. Nello stesso tempo si forniscono i dati e si preparano gli strumenti per un più vasto programma di collaborazione commerciale ed economica nel futuro. 4 – L’America è la sola nazione capace di aiutare i popoli che non possono risollevarsi da soli. Noi ci siamo incontrati qui con le migliori intenzioni per esaminare e provvedere fin che è possibile alle più urgenti richieste. 5 – Nessuna condizione politica è stata posta dal Governo americano per il suo aiuto. In ogni caso tutti conoscono quella che è la politica generale italiana: lavoro assiduo per la ricostruzione, cooperazione e pace internazionale. Contrariamente a certe voci, la questione dell’attitudine dell’Italia dinanzi al trattato non è stata discussa. Questa è materia che riguarda l’Assemblea Costituente e dipende inoltre dalla attitudine delle altre nazioni interessate. 6 – Il Presidente è stato estremamente gentile, egli ha espresso il proposito di contribuire alla ricostruzione dell’Italia, facendo eco al sentimento dell’intero popolo americano. 7 – Le dimissioni di Mr. Byrnes sono state una sorpresa . Egli ha fatto in passato e fa ora molti sforzi per aiutare l’Italia. Anche l’altra sera, dopo le sue dimissioni, mi ripeteva con amichevole sincerità che egli si interessava e si sarebbe interessato per aiutarci. Ho ragione di credere che la politica generale degli Stati Uniti verso il nostro Paese resterà una politica di amicizia e di cooperazione per la comune causa che è quella di promuovere nel mondo la pace ed il progresso della civiltà. Sono grato per tutto ciò che gli Stati Uniti hanno fatto per aiutare il mio Paese. La mia corta esperienza in questa nazione mi fa ritenere che l’amicizia italo-americana e la nostra cooperazione sono assicurate e porteranno i loro frutti.
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Signor Presidente, Signori Ambasciatori, è per me altissimo privilegio ed onore trovarmi oggi tra Voi e desidero esprimere a Voi, ai vostri Governi ed ai vostri popoli, anche a nome del popolo italiano che nella mia persona avete qui voluto salutare, il più vivo commosso ringraziamento. Il Vostro invito costituisce non solo per così dire una riconsacrazione di quei vincoli di sangue, di cultura, di religione e di tradizioni che sono comune patrimonio dei nostri Paesi, e che Voi, Signor Presidente , avete or ora con così elevata parola rievocati, ma mi pare possa assumere nelle attuali circostanze un particolare significato di squisito valore politico. Il vostro caloroso atteggiamento mi induce a ritenere che, con l’accogliere tra Voi il rappresentante di un Paese che alcuni formalismi giuridici tengono ancora al di fuori dei grandi consessi internazionali, abbiate inteso riconfermare di aver già nella sostanza superati tali formalismi e di voler tener conto più che di situazioni contingenti dei valori permanenti che formano il sostrato dei rapporti tra i popoli; che abbiate cioè voluto dar prova di guardare all’avvenire anziché al recente passato. È per questo avvenire, non solo dell’Italia ma della comunità delle Nazioni, che il mio Paese, pur tuttora gravemente sanguinante per le ferite infertegli dalla guerra e dalle sue terribili conseguenze, sta ora duramente lottando. In tale suo sforzo, la nuova Italia democratica, quella Italia cioè che ha ripreso il cammino sulla vecchia via da cui solo temporaneamente una fatalità aveva potuto allontanarla, si sente assistita e sostenuta non solo dalla comprensione e dalla simpatia di tutti quei Popoli che, come i Vostri, valutano appieno il contributo da essa dato alla comune civiltà, ma anche dalla consapevolezza che essa si inspira in tale sua opera di ricostruzione agli stessi ideali che sono alla base della vostra Unione, dei vostri rispettivi Governi – tra cui quello del grande e nobile Paese che tutti qui ci ospita – così come di quei Paesi che in ogni parte del mondo hanno le stesse aspirazioni per una comunità internazionale retta dalla giustizia e dalla libertà. È perciò per me motivo di particolare soddisfazione e conforto il poter oggi constatare ancora una volta, attraverso di Voi, che l’Italia può contare sulle nobili Nazioni del continente americano. Come nella famiglia degli individui così nella famiglia dei popoli i conti del dare e dell’avere seguono le alterne vicende della vita di ciascuno di essi. Voi avete voluto rievocare quello che l’Italia ha dato nel corso della sua storia alla civiltà del Mondo ed in particolare a quella dei Paesi che possono trarre motivo di vanto dalla loro qualifica di latini; ed avete rievocato il contributo di sangue e di energie di lavoro dato dall’Italia all’insieme del continente americano. Ma io voglio ricordare quello che Voi avete dato e state dando al mondo. L’esempio cioè di una comunità di popoli che, nel nome del progresso, ha realizzato all’interno la felice cooperazione dei cittadini nel rispetto della libertà dei singoli e che nei reciproci rapporti ha instaurato un regime di pacifica e proficua convivenza che assicura alle Nazioni grandi come a quelle piccole eguali diritti e doveri. Quello che Voi avete realizzato nell’ambito dell’emisfero occidentale addita la meta al cui raggiungimento l’intera umanità deve rivolgere i suoi sforzi. Per quanto concerne più direttamente l’Italia, non è senza significato che tra le prime mani amichevolmente tese alla nuova Italia che, in un travaglio forse senza precedenti, ha ritrovato se stessa, vi siano state quelle delle Nazioni sorelle dell’America Latina e che da queste ci siano venuti in un momento tanto difficile della nostra storia, così numerosi incoraggiamenti ed aiuti nel campo morale come in quello materiale. Come Voi avete voluto ricordare quanto caro sia alle Nazioni qui rappresentate il loro retaggio di civiltà latina, così consentite che io vi dica che l’Italia guarda con altrettanta fierezza ed orgoglio alle civilissime, libere, prospere Nazioni americane che hanno aperto un nuovo mondo alla nostra comune vecchia civiltà e che in questo tengono accesa la fiaccola di quegli ideali di libertà e dignità umana che sono l’essenza stessa del nostro modo di vivere. Signor Presidente, Signori Ambasciatori, desidero, prima di chiudere queste mie brevi parole, esprimervi ancora la mia profonda gratitudine per le accoglienze che avete voluto riservarmi e pregarvi di rendervi interpreti presso i Vostri Governi ed i Vostri popoli dei ringraziamenti del popolo Italiano e dei suoi voti per la prosperità e la grandezza delle Nazioni che Voi così degnamente qui rappresentate.
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Vorrei anzitutto esprimervi la mia gratitudine per l’onore e la soddisfazione che mi procura la vostra presenza, la quale è una prova dei sentimenti di amicizia da voi nutrita verso il mio paese. Sono stato profondamente commosso durante la mia permanenza fra voi, per la benevola accoglienza ricevuta in ogni ambiente, ufficiale e non ufficiale. Le mie conversazioni col Presidente, con le Autorità politiche ed amministrative mi hanno dato una nuova prova di questa fraterna attitudine. In parole brevi: ho sentito di essere fra amici. Desidero inoltre esprimere i miei ringraziamenti agli onorevoli membri dell’Unione Pan Americana che sono con noi questa sera, per la calda accoglienza che mi hanno oggi riservato. Il medesimo ringraziamento rivolgo all’eminente rappresentante dell’Università di Georgetown ove questa mattina sono stato oggetto di così squisita ospitalità e cordiali attenzioni. I sentimenti italiani verso l’America, basati su legami di sangue, cultura e ideali comuni non possono che essere rinsaldati da tali prove di amicizia e cooperazione. Bevo alla salute del Presidente Truman, alla prosperità degli Stati Uniti ed a quella delle nazioni che Voi qui rappresentate.
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Tali colloqui hanno rappresentato un eccellente inizio per quanto riguarda gli aiuti economici americani all’Italia. La mia missione è consistita essenzialmente nel fissare i punti basilari sui quali perfezionare definitivamente gli accordi in successive trattative tra dirigenti responsabili americani ed i rappresentanti del Governo italiano. È stato per me di grandissima importanza constatare il calore delle accoglienze che mi sono state fatte e la grande volontà di aiutare il popolo italiano espressa dai rappresentanti americani di ogni grado: dal Presidente Truman ai ministri Byrnes e Snyder ed agli esperti tecnici, con i quali mi sono incontrato. Sono stato molto confortato dalla promessa precisa del ministro dell’Agricoltura Anderson che gli Stati Uniti ci invieranno tutto il grano di cui avremo bisogno. Nello stesso tempo abbiamo avuto assicurazioni che le navi necessarie per il tempestivo trasporto di siffatti rifornimenti granari saranno messe a nostra disposizione. Tanto cordiali manifestazioni di buona volontà, culminate ieri con la consegna fattami di un assegno bancario di cinquanta milioni di dollari a parziale rimborso delle spese d’occupazione americane sostenute dall’Italia, sono appena un inizio. Questa è la mia ferma convinzione. Ma è un inizio che costituisce un ottimo auspicio per la futura amicizia e collaborazione tra gli Stati Uniti e l’Italia .
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Gentlemen, may I in the first place beg you to convey my warmest greetings and those of the people of Italy to the city of Chicago. Our peoples have much in common and we have many ties of friendship and sympathy. My visit to the US is designed to foster these feelings. But such a visit – short as it is – would be incomplete if it did not include this great hub of American life and prosperity. I am sure I will convey back to my people the instructive example of your industrious spirit and of your confidence in the forces of labour. Scopo principale della mia visita agli SU è quello di rafforzare tra i nostri due paesi i legami di simpatia e di amicizia. Il mio viaggio è rapidissimo e il tempo limitato; ma sono lieto che l’itinerario mi permetta una sosta in questa grande città, celebrata in tutto il mondo come un centro propulsore eccezionalmente attivo della vita economica americana. Porto a voi, autori di questa fervida vita, il saluto di ammirazione del popolo italiano che come voi ha fede profonda nelle forze del lavoro e nel libero spirito dell’intrapresa: e saluto in particolare quei leali cittadini d’America di discendenza italiana che sono legati all’Italia dai vincoli del sangue e della storia e partecipano alla vostra attività e contribuiscono ai vostri progressi . Sono particolarmente lieto di inviare, quale capo del governo della nuova Italia democratica, un saluto a voi tutti oriundi italiani che popolate questa grande città. Il mio saluto è fatto soprattutto di ammirazione e di gratitudine e mi piace inviarlo dopo avere ricevuto il pensiero augurale dei rappresentanti degli oriundi italiani che sono nella lontana e bella California che purtroppo questa volta non posso visitare. Molti, anzi moltissimi connazionali di ieri hanno qui conseguito posizioni sociali influenti per effetto di una lunga vita di lavoro e di fatica, sicché la comunità italiana ha dato il suo vigoroso apporto allo sviluppo del Middle West. Ma tutti gli Americani di discendenza italiana hanno mantenuta viva la oggi dolorante immagine della loro patria di ieri, cui continuano a guardare come a una grande madre bisognosa e malata. La comprensione e i soccorsi che da voi sono andati all’Italia sono state le manifestazioni di questo vostro generoso sentimento figliale. All’Italia occorre pressoché tutto nel campo morale [sic] dal carbone al pane, dagli indumenti alle medicine, e nel campo morale e politico ad essa occorre la maggiore assistenza perché possa recuperare al più presto la sua efficienza di Nazione civile, gelosa custode delle sue più pure tradizioni. Gli Stati Uniti hanno ciò compreso e hanno teso all’Italia una preziosa mano soccorritrice. I milioni di americani di origine italiana hanno sofferto e combattuto perché alla nuova Italia si dessero segni e attestati concreti di stima, di incoraggiamento e di effettivo sostegno. Tutto questo che avete fatto e continuerete a fare, i vostri fratelli d’Italia lo sanno e lo terranno scolpito nel cuore e la vostra opera sarà, oltreché un profondo conforto per voi che la compite e per gli italiani cui è diretta, un nuovo, supremo vincolo di amore che lega e legherà tra loro e all’Italia tutti i suoi figli.
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Signor Sindaco, Signori, Signore La calorosa accoglienza ricevuta al mio arrivo in questa città, mi ha profondamente commosso ed io vi esprimo i miei ringraziamenti cordiali. Il popolo italiano, così strettamente legato a questo paese dove un gran numero di cittadini di origine italiana vive agiatamente e felicemente, desidera che io ridica la sua sincera amicizia per il popolo americano. Sono lieto di avere l’occasione ed il privilegio di interpretare questi sentimenti nei riguardi vostri e di tutti gli americani amici dell’Italia negli Stati Uniti. Brindisi Signor Sindaco, Vi ringrazio per le gentili espressioni che mi avete indirizzato. L’Italia che è legata da tanti legami a questo grande paese, guarda con profonda ammirazione all’opera costruttiva che l’America compie al fine di preservare la nostra comune civiltà e di creare un ordine nuovo basato sulla libertà e sulla giustizia. Nella preparazione di questa grande impresa l’Italia intende riprendere il posto già occupato nella comunità delle nazioni e assumersi la sua parte di lavoro, di sforzi coordinati e di attivo contributo allo sviluppo delle relazioni politiche ed economiche mondiali basate su sentimenti di mutua comprensione. Con questi sentimenti io levo il bicchiere alla fortuna della Nazione Americana, alla città di Chicago, alla felicità personale del Presidente degli Stati Uniti, a Voi Signor Sindaco ed a tutti questi onorevoli ospiti.
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Signor Presidente, Signore, Signori, Incomincerò con lo scusarmi per il mio inglese. Debbo, per questo, affidarmi alla vostra indulgenza. Non è mia intenzione lanciare un appello da questa tribuna avverso decisioni internazionali. Scopo di questo Forum è quello di illuminare l’opinione pubblica americana; e tenendo ciò presente, io parlerò a voi come un uomo libero parla a liberi cittadini. L’Italia democratica è disposta a fare dei sacrifici per la pace. So però che l’opinione pubblica americana era con me quando io dichiarai a Parigi che non ero pronto ad addossarmi la corresponsabilità morale di certe condizioni di pace umilianti e punitive. Permettetemi di ricordarvi che il Presidente Cleveland , in un messaggio al Congresso, nel 1895, dichiarava che una volontaria sottomissione a condizioni ingiuste distrugge quel rispetto di se stessi e quell’onore nazionale che garantiscono la sicurezza e la grandezza di una Nazione. Quando nel preambolo al Trattato di pace, durante la Conferenza di Parigi, non fu riconosciuta la parte presa nella lotta dopo l’armistizio, dalla nostra flotta, dai nostri partigiani, dai nostri soldati ed aviatori, dal nostro popolo nella guerra di resistenza, furono proprio gli eroici comandanti alleati quali Eisenhower, Clark , Cunningham, Morgan, a sorgere in nostra difesa. Siamo riconoscenti a voi americani e a tutti i soldati alleati per questa testimonianza, sigillata col sangue sui campi di battaglia. Non vi dirò cose nuove, ma cose che sono vicine al mio cuore. Vi parlerò francamente poiché so che è appunto questo che voi vi attendete da me. Vi parlo da italiano, da italiano che non è mai stato in America ma che ha sempre creduto fermamente nei principi sui quali si basa la democrazia americana. Le mie parole si ispirano ad una civiltà antica e umanistica che voi tutti conoscete. Vi farò un realistico quadro dell’Italia quale essa è oggi. Immaginate un Paese di 120.000 miglia quadrate, delle quali soltanto il 50 per cento è costituito da terreno coltivabile. Ciò significa che l’Italia ha appena 60.000 miglia quadrate di terreno produttivo, superficie che è quindi più piccola della sola vostra California. In tale zona è ammassata una popolazione di 45 milioni. Inoltre, l’Italia non ha, praticamente, materie prime quali carbone, ferro, petrolio, zinco, stagno, rame ed altri metalli necessari all’industria moderna. Si dice qualche volta che l’Italia manca di organizzazione e che a ciò si debba attribuire la nostra povertà. Questa opinione è falsa. Gli italiani hanno un’industria marittima, meccanica, tessile e di costruzione di motori di prim’ordine e tutta bene organizzata e sistemata. Gli americani che in questi primi anni della nostra restaurata democrazia hanno visto gli italiani al lavoro, sono convinti che l’Italia è povera di mezzi ma ricca di fermi propositi. Ma in ogni modo noi non possiamo operare miracoli. I salari dell’operaio italiano sono necessariamente ridotti ad un minimo livello, perché l’industria italiana deve pagare un prezzo più alto per il carbone e altre materie prime. D’altra parte noi dobbiamo mantenere le nostre industrie perché, come ho già detto, solo il 50 per cento del nostro territorio nazionale, può essere coltivato. Ecco il circolo vizioso nel quale la nostra vita economica è stata compressa sin dal principio della nostra attività industriale. Queste condizioni naturali sono state ulteriormente aggravate dalla catastrofe della guerra: la distruzione di città, di case, di fabbriche, di ferrovie, di campagne. Tali sono le condizioni ed i bisogni del mio Paese. Che cosa ci aspettiamo dunque dagli Stati Uniti d’America? Desidero sottolineare quegli elementi della nostra situazione che io spero siano solo temporanei, se l’aiuto degli Stati Uniti continuerà ad accompagnare il nostro lavoro di ricostruzione nei prossimi anni. La guerra ha portato malattie, disoccupazione e fame alle popolazioni. Per quanto tempo ancora dovrà durare questa tragica eredità? Essa può essere temporanea, se ne riconosceremo la serietà unendoci per eliminarla: ma diverrà invece una piaga cronica ed incurabile in tutto il mondo, se i mezzi adeguati per curarla non saranno adottati al più presto. Le comunità e le Nazioni che ne sono moralmente e fisicamente affette non possono sperare in un risanamento senza uno sforzo comune ed una cooperazione internazionale. Conosco il senso americano di solidarietà. Durante la guerra, gli Stati Uniti compresero immediatamente la gravità del problema, e con i mezzi più varii, compresa la parte preponderante avuta nel finanziamento dell’UNRRA, resero un servizio all’umanità guadagnandosi così la gratitudine eterna di centinaia di milioni di individui e non ultima quella dei miei connazionali. Desidero esprimere il più largo riconoscimento di quello che è stato il meraviglioso lavoro dell’«American Relief for Italy», grazie al quale il mio Paese poté superare la seria crisi alimentare degli scorsi anni. Ma il compito della ricostruzione non è meno serio di quello dell’assistenza: infatti esso non rappresenta che un altro urgente aspetto dello stesso problema. So che qui, negli Stati Uniti, vi è l’intenzione di continuare ad aiutarci anche in questo campo. Questo importante compito è reso più facile, nel caso del mio Paese, dal fatto che la maggior parte dei nostri complessi industriali è in condizioni di riprendere immediatamente la produzione. Ma la situazione materiale in Italia è resa ancora più seria da quella morale. Io credo fermamente, come ho sempre creduto, che il regime democratico interno deve assicurare ad ogni cittadino il libero godimento delle libertà basilari di opinione, di stampa, di critica, di voto e di iniziativa, unitamente ad una giustizia economica ed alla libertà dal bisogno, assicurando così un libero progresso e sviluppo. Ma oltre a ciò, è necessario dare a ciascuna comunità nazionale una posizione morale nel mondo ed un avvenire corrispondente al suo normale sviluppo. Che cosa sarà di una Nazione alla quale sono state negate risorse naturali adeguate alla sua popolazione e che non goda inoltre quelli che sono i diritti elementari di sicurezza e di giustizia territoriale? L’avvertimento che viene dal popolo italiano alla comunità delle Nazioni, non soltanto per sé, ma anche in nome di tutti i Paesi che si trovano nelle sue stesse condizioni, è il seguente: Un sano sistema di democrazia all’interno non può essere effettivamente assicurato quando una Nazione è ridotta alla povertà e alla degradazione. Per assicurare una vera democrazia, il mondo deve organizzarsi in un sistema comune, sia pure opportunamente elaborato, che deve avere quale obiettivo fondamentale l’estensione a tutti i suoi membri dei principi di giustizia, uguaglianza e progresso. In tale organizzazione mondiale ciascuna Nazione interessata deve poter veder compresi e rispettati i suoi diritti fondamentali. Alle Nazioni deficitarie deve essere assicurata la possibilità di ottenere l’aiuto indispensabile per provvedere al loro elementare fabbisogno; la possibilità di raggiungere e godere delle fonti di materie prime deve essere eguale per tutti; le ingiustizie derivanti da servitù strategiche debbono essere eliminate; in tale organizzazione mondiale, infine, la distinzione fra vincitori e vinti non dovrà essere definitiva, ma dovrà sussistere la possibilità di un pacifico riesame e di modifiche dei trattati di pace. Perché guardiamo noi agli Stati Uniti? Perché gli Stati Uniti costituiscono da soli una enorme forza morale, politica ed economica; e per questo il loro contributo alla organizzazione del mondo può essere decisivo. Inoltre, questo Paese si è sviluppato libero da quelle eredità di pregiudizi e di odii che secoli di guerra hanno seminato fra tante Nazioni in Europa. A prescindere però da questi motivi, per convincenti che essi siano, noi guardiamo agli Stati Uniti per un’altra ragione ancora: essi hanno sviluppato un sistema collettivo superiore di democrazia che concilia ed armonizza i diritti e gli interessi individuali di ciascuno degli Stati Federati. Non è certo opera del caso se così numerosi interessi divergenti si siano conciliati, tanti pregiudizi eliminati e differenze livellate. Furono il gran senso di libertà e il profondo spirito religioso che guidarono le prime comunità americane e sono ora negli stessi vostri animi e nel vostro sangue. È in quest’atmosfera che si forgiarono gli spiriti potenti di Franklin , Washington , Jefferson e Hamilton , i cui principi sono divenuti nostro comune retaggio. Nel quadro di questo vostro sistema sono caduti i dazi e le barriere doganali; abolite le restrizioni contro una libera colonizzazione, i confini hanno perduto il loro significato, le forze armate locali sono state unificate. Avete dato un esempio! Il vostro sistema ha sfidato il tempo: più di 150 anni sono trascorsi, e la libertà degli Stati Uniti è più che mai rigogliosa. Poiché è un sistema che si è evoluto e che si evolve, il vostro sviluppo sociale è sempre in ascesa. E con il vostro senso della libertà, anche il vostro spirito religioso non è mai venuto meno. E allora che cosa attendiamo noi, e non noi soltanto dall’America? Prima di tutto, fiducia. Fiducia dell’America nella sua missione internazionale. Fiducia dell’America in noi. Ora che le distanze sono state dominate siamo ormai tutti divenuti vicini di casa. Durante le brevi ore del mio volo atlantico il mio pensiero riandava al viaggio di un altro italiano di Trento, mia città natale, fondata dai romani come baluardo alpino contro le invasioni dal nord. Era egli il missionario trentino, esploratore e cartografo, padre Eusebio Chini , che quasi trecento anni or sono venne in California. Il suo viaggio fu un po’ più lungo del mio. Io ci ho impiegato due giorni; egli ci mise due anni. Fiducia dell’America nell’Italia. La posizione dell’Italia le dà diritto alla vostra fiducia. Ciò non per le sue armi o attrezzature belliche poiché queste dovranno essere limitate; non per le posizioni strategiche, perché le sue frontiere rimangono aperte e indifese. No: la nostra politica estera deve essere una politica di indipendenza nazionale in un mondo unito, al disopra e al di là di ogni sfera di influenza. Noi chiediamo la vostra fiducia, perché la civiltà italiana ha dato in passato il suo contributo al mondo, e perché l’Italia ha oggi la volontà e la possibilità di lavorare e di contribuire alla pace e alla ricostruzione del mondo. In secondo luogo, noi sosteniamo, e vi chiediamo di sostenere, la necessità di assicurare il pacifico adeguarsi delle attuali posizioni internazionali. La comunità delle Nazioni non può assicurare una giustizia permanente se le limitazioni e le restrizioni unilaterali vincolanti soltanto alcune Nazioni non vengano pacificamente modificate. Le Nazioni, come i singoli, debbono essere libere dal timore e dev’essere resa possibile l’eliminazione di quelle posizioni territoriali che non sono conciliabili con la realtà etnica e geografica. In terzo luogo noi ci attendiamo che gli Stati Uniti dimostrino che Nazioni finanziariamente forti debbano tendere la mano per aiutare le più deboli. Attendiamo che gli Stati Uniti si facciano iniziatori di un sistema di riduzioni tariffarie in modo che queste Nazioni più deboli possano essere aiutate da stabili rapporti commerciali. Confidiamo altresì che essi sosterranno il diritto delle Nazioni aventi eccesso di mano d’opera ad avviare i propri lavoratori ai luoghi ove vi è capacità di assorbimento. Confidiamo che le speranze dell’Italia, sia nella questione immediata della sua ricostruzione, sia nel problema a più lunga scadenza dello sviluppo di nuovi rapporti fra i vari Paesi del mondo, non si orientino invano sulla pubblica opinione di questo grande Paese. I bisogni e le aspirazioni che io vi ho francamente prospettati, non sono solo quelli dell’Italia; sono anche quelli di molti altri Paesi e diverranno sempre più impellenti col trascorrere del tempo. Noi non dubitiamo che gli Stati Uniti, lungi dell’essere passivi, eserciteranno tutta la loro influenza per far sì che tali esigenze siano riconosciute da tutti. Una volta in un momento cruciale della vostra storia, lo spirito profetico di Lincoln indicò che soltanto una profonda fede e l’esercizio della libertà potevano salvare l’unità di questo Paese. Oggi, in un momento cruciale della storia del mondo, possa la stessa fede illuminare le Nazioni per guidarle all’unità. Possa l’Onnipotente benedire e guidare queste Nazioni come allora egli benedisse e guidò il vostro Paese.
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Thank for invitation, most appreciated as friendly gesture and encouragement in our crisis. However I have some apprehension. If I have not a success, the communists will severe their effort to bring It[aly] in the R[ussian] sphere. It is therefore that I sought assurances. Wheet. The allocation is not sufficient. We need 150-200000 t. to maintain the ration. You control through Unrra. Coal we need increase of the allocation from 550 [to] 700 mt, we have 2 million idle workers. Transport we want to have other 50 Liberty on the old conditions. We must hold currency stabilisation. You could help with the restitution of our 23 t. (23 mill $) gold wich was captured in Fortezza by the V Army. Assistance post Unrra. Congress about 200mill. Thank. Loan Import & Export B[ank] revolving fund. Thank for payment suspens[ion]. Funds, accounts. Italian assets (68, 69) frozen and rested. One could riserve 10 mill $ & release the others (60 mil $). Establish an economic commission of American and Ital[ian] experts to esamine the possibilities of the reconstruction for the next three years. Treaty. What is to be done if Yug[oslavia] doesn’t sign? I think in this case the campaign for revision of the frontier question will be revived and the majority will be certainly for not signing. Who can defend us against Yu[goslavia]? Uno? Cert[ainly] not. Negotiation with Yugoslav[ia]. How could you intervene in eventual economic Italo-Yugoslav? Colonies self government trusteeship. Governatore di Trieste. Not evacuate Pola before population sure. Fleet; nuove invece le vecchie che demoliremo. Can you make a public statement about? Can we be heard? Participation to the German negot[iate] for the economic questions. Emergency. 1) we need increase for wheet and about all timely shipping otherwise we have riots. Post Unrra appropriation 2) revival of industry; increase of coal, raw materials; revolving funds for industries: Export Bank 2 modest loan of 100000. B[ut] we beg you to support and to urge otherwise. Political situation: insufficiency of alimentation bring to riots, of coal to […]: that brings Italy into the Russ[ian] sphere. […] If you have confidence and help us we will honour our pledges pay our debts, become a real active element of the reconstruction of the world. Otherwise you have won the war but, lost the peace. Question: what can we oppose against the argument that we can not stand the economic consequences (reparations) of the Treaty?
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Nel ritmo accelerato di questo mio viaggio vertiginoso, non trovo ancora il tempo di farvi un rapporto sulle discussioni che io e i miei colleghi abbiamo avuto e sulle favorevoli conclusioni che si stanno preparando. Vi posso dire che le conversazioni particolari e i contatti con le Autorità, con gli uomini politici, con le persone di affari e con le forze del lavoro, i contatti diretti con le masse popolari ci hanno dimostrato che prima ancora delle formalità giuridiche l’Italia celebra ormai la sua rinascita nel nuovo mondo internazionale. Dal cortese invito del Governo americano sono venuto in America con un senso di gratitudine per il passato e un senso di speranza nel nostro domani. Ho trovato qui, come il calore dell’invito faceva prevedere, uomini attivi, di buona volontà nei nostri riguardi e con uno spirito di franca collaborazione. Possiamo veramente affermare che si sono nuovamente formate le antiche correnti di affetto e di rispetto per una Italia tuttora considerata la grande madre di uomini e di ordinamenti che hanno così largamente contribuito alla gloria e al progresso del mondo. In questa particolare atmosfera ho sentito l’onesto orgoglio di rappresentare questa Italia, rinata in libertà democratica, decisa e pronta a riprendere in mano il suo destino dopo una atroce sventura e a riconquistare con consapevole coraggio il posto cui ha diritto tra le Nazioni per una onorevole intraprendenza che tutti le riconoscono e molti ammirano. Quanto qui è avvenuto, quanto qui ho sentito, quanto qui mi è apparso mi conforta a sperare ed io credo con animo fermo e sono sicuro nella completa rinascita del nostro Paese con l’ausilio prezioso dei fratelli e dei popoli amici. Ho rilevato, tra l’altro, le dichiarazioni fatte due giorni fa alla stampa di Cleveland da Byrnes e da Vandenberg. Si sono trovati entrambi d’accordo nell’annunciare e nell’affermare una politica di appoggio ai popoli democratici. Vandenberg, capo del partito repubblicano, prendeva l’impegno di appoggiare al Congresso la proposta per la creazione di un Fondo per continuare l’azione dell’UNRRA. Entrambi si pronunciavano senza esitazione per le operazioni di credito a mezzo dell’Import Export Bank e della Banca Internazionale. Questi due annunci e proclamazioni favoriranno anche le combinazioni private. Ciò avviene nell’interesse della democrazia senza attentare in qualsiasi modo alla libertà e all’indipendenza di alcuno. Vi posso dire che questa schietta politica democratica è stata altamente favorita dalle conversazioni che abbiamo avuto in questo viaggio, conversazioni che si ispirano soprattutto ai bisogni dell’Italia. È questo il risultato più prezioso e più comprensivo del nostro rapido cammino. La via non è certamente facile. Bisogna volere tenacemente e conseguentemente agire. Oggi, ormai, siamo certi che con la sua tradizionale virtù, sobrietà e coscienza di lavoro il popolo italiano saprà meritare l’assistenza dell’America e delle altre nazioni sorelle e potrà raggiungere la prima meta che ci proponiamo: quella di riequilibrare e riattivare le nostre forze nella progressiva collaborazione umana. A questa generosa terra d’America, che un italiano vide per primo, vi sostenga la fede e attraverso l’oceano vi giunga quello che al tempo stesso è un augurio ed una certezza: viva l’Italia.
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Vostro onore, Signore e Signori È per me un segnalato onore essere da voi ricevuto in questa City Hall dove tante eminenti personalità sono state accolte in passato. Ma, oso dire, altrettanto grande è per me il privilegio di essere stato da Vostro Onore e dai cittadini di New York accolto con la cordialità la sincerità e l’entusiasmo di cui sono stato ora testimone. Vi ho parlato ieri dell’amicizia dimostratami dai vostri uomini più eminenti in occasione di questo mio viaggio negli Stati Uniti; le amichevoli manifestazioni di New York sono esse conferma di tale atteggiamento e dimostrano ancora una volta, se mai ve ne fosse bisogno, come in pratica la democrazia funziona qui da voi. Salendo poco fa in automobile per Manhattan mi richiamavo con la memoria alla vostra storia di questi ultimi 200 anni. L’umile prato di Bowling Green non mi parve affatto in contrasto con la sovrastante massa dei grattacieli che la sovrastano intorno. Mi ricordavo come la vostra moderna civiltà – questa cosa potente e talvolta quasi soffocante – si fondi su quei semplici principi naturali senza i quali sarebbe destinata ad avvizzire: sono essi i diritti dell’uomo, di ogni uomo in ogni angolo della terra. Voi avete sempre riconosciuto quei diritti: dare cioè ad ogni uomo la possibilità di sviluppare le sue doti naturali mediante il proprio onesto lavoro. I miei compatrioti sono venuti qui attraverso tutti questi secoli in cerca di questa possibilità. Non lungi da dove oggi eravamo si eleva la statua di uno di quegli italiani: Giovanni da Verrazzano , fiorentino che, primo tra gli europei pose lo sguardo su queste rive. Dopo di lui altri ne vennero e, divenuti vostri compatrioti, stabilirono una corrente di scambio ideale e materiale in virtù del quale il nostro patrimonio spirituale traeva nuovo vigore dal vostro sistema sociale democratico. In Italia per molti il nome di «New York» significa «Stati Uniti»; per molti questo nome è stato per lungo tempo sentimento di speranza. E quando giorni più tristi ci toccarono in sorte, New York non venne meno alle nostre speranze: ne sperimentammo tutta la generosità e la comprensione. Vostro Onore, Signore e Signori, io desidero in questo luogo esprimervi i miei cordiali ringraziamenti per tale vostra generosità e per tale vostra comprensione. Possa essa cementare la nostra reciproca collaborazione nel lavoro e negli ideali nell’ambito di un mondo riconciliato di Nazioni in pace.
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Signor Presidente , Signore e Signori, desidero esprimervi i miei ringraziamenti cordiali per esservi raccolti intorno a me al fine di dar prova del vostro attaccamento all’Italia che tanti fra voi possono considerare come la patria di origine. Il piacere di passare la mia ultima sera fra voi in questa magnifica città, ha per me uno speciale significato, poiché il nome dell’organizzazione la quale ha patrocinato la nostra riunione si ispira agli interessi che legano i nostri paesi e che, dobbiamo augurarci, saranno sempre più sviluppati. Questi interessi comuni, rappresentati da molti di voi, garantiscono la speranza che l’Italia può, attraverso una maggiore collaborazione con gli Stati Uniti, ricostruire il suo sistema economico e divenire un elemento attivo nella economia mondiale. L’Italia segue con grande interesse gli sforzi del Governo degli Stati Uniti per creare, attraverso l’ITO ed altre simili organizzazioni internazionali, quelle condizioni che sono essenziali per la normalizzazione della economia mondiale. L’Italia intende contribuire al successo di questo sforzo col suo lavoro e la sua organizzazione. È con questa speranza e con questa fiducia che io guardo a voi, uomini d’affari, come ad uno degli elementi che aiuteranno l’Italia a guarire le sue ferite e a stabilire le basi di una migliore fortuna . Poiché questa voce può arrivare in questo momento al di là dell’Atlantico e raggiungere un popolo che da voi aspetta comprensione e collaborazione, lasciate che io usi la lingua italiana, ancora veicolo di comunicazioni fra menti e cuori di coloro che appartengono alla stessa famiglia nazionale. Ecco perché l’appartenere ad una nazione o l’aver appartenuto ad una di queste nazioni in un tempo precedente attraverso i propri antenati ci lega con un vincolo speciale ed utilizza anche le funzioni del commercio come funzione associativa del consorzio nazionale o del consorzio umano. Noi abbiamo la fortuna di essere un piccolo popolo che per le sue tradizioni e per i suoi interessi è sulla stessa via su cui interessi e tradizioni muovono la grande nazione americana. L’America è per la libertà di commercio, noi siamo per l’assoluta libertà di commercio, perché da questa sola possiamo trarre la possibilità dei benefici economici o delle esigenze economiche che sono assolutamente al nostro paese indispensabili. Però tutte le libertà sono legate una all’altra. Non si può volere il commercio libero ed impedire le libere comunicazioni o trasmigrazioni delle persone. Non si può impedire l’esportazione delle materie prime ed avere commercio libero per gli altri settori del commercio o delle comunicazioni commerciali. Non si può nemmeno volere la libertà di commercio e negare la libertà di lavoro il che vuol dire negare a quelle nazioni che hanno un eccesso di operai, negare la possibilità di trasferire questi operai là dove degli operai c’è bisogno e dove ad ogni modo è possibile occuparli. Vi dirò di più, non si può nemmeno essere per la libertà di commercio o per la libertà in genere delle comunicazioni economiche ed essere contro la libertà delle comunicazioni del pensiero, delle idee, delle discussioni. Ecco che una libertà è legata all’altra. Noi per nostra grande fortuna oggi possiamo proclamare logicamente nel nostro stesso interesse, ma in fedeltà alle nostre tradizioni, che noi siamo per il commercio libero, noi siamo per la libertà dell’emigrazione, per la libertà del lavoro, noi siamo soprattutto e contemporaneamente per la libertà della cultura, cioè per la diffusione e l’irradiazione del nostro pensiero. Ecco perché io penso che noi, poiché siamo una nazione povera e nulla abbiamo da perdere innanzi ad un rivolgimento del mondo, ecco perché noi siamo i più convinti assertori della libertà delle comunicazioni fra una nazione e l’altra, comunicazioni di carattere spirituale, ecco perché noi siamo tra i primi seguaci, i più convinti seguaci di un ordine internazionale in cui accanto agli Stati Uniti d’America o gli Stati Uniti di altri Stati nell’America del Sud possano sorgere una volta gli Stati Uniti d’Europa. Noi non siamo dei visionari, non siamo dei fantastici, non vogliamo creare delle illusioni nel nostro popolo o negli altri popoli. Sappiamo che i progressi nel mondo sono lenti, che bisogna essere realisti, che bisogna aver tenacia e pazienza, e noi sappiamo soprattutto che l’Italia dopo essere stata per così lungo tempo in servitù, servitù autarchica economica, servitù politica, servitù anche del pensiero, ha bisogno di un certo periodo di tempo per poter riguadagnare il largo della libertà e rimettersi in rapporto con il grande respiro delle nazioni. Quindi non vogliamo illudere il nostro popolo che le cose si possano rapidamente mutare, però questa è la nostra tendenza, questa è la nostra volontà: aprirci una via libera come una volta ebbero libertà i nostri esploratori, i pionieri e i nostri missionari che vennero in America e andarono negli altri continenti a fecondare il mondo, come ebbero libertà i nostri lavoratori di contribuire alla nuova civiltà del nuovo mondo, come ebbe libertà in un certo periodo il commercio, così oggi chiediamo ancora alla Provvidenza, al destino e al buon volere delle nazioni di concedere a questi italiani la stessa libertà, sia pure imponendo agli stessi italiani maggiore disciplina, maggiore senso di responsabilità, rispetto alle leggi dei paesi dove devono trasferirsi e soprattutto, quando accettino la permanenza in un paese, la perfetta lealtà di fronte allo Stato in cui si trovano, così come voi siete, americani, cittadini nel pieno senso, di piena responsabilità di fronte alle leggi d’America pur mantenendo nel vostro cuore il vincolo del sangue che vi ricorda la patria d’origine, l’Italia. Ho ancora tre minuti di tempo per dire a voi che l’Italia ha la sua massima fiducia nella vostra collaborazione, nella vostra comprensione, nella vostra mediazione fra l’Italia, gli interessi d’Italia e gli interessi in genere del mondo americano, per dirvi contemporaneamente e pregarvi voi stessi di aver fiducia in noi. Non crediate che il nostro paese, anche se è soggetto a delle esitazioni o oscillazioni, si perda; il nostro paese ha la comprensione dell’ora grave che attraversiamo, ma sente anche la responsabilità di salvare il popolo, di salvare la democrazia in Italia, non solo ma sente la responsabilità che è più che responsabilità nazionale, è responsabilità di un paese che si sente parte integrante dell’umanità e che sa che domani nulla potrà essere rinnovato nel mondo senza la collaborazione di un popolo come l’italiano e sa di poter contribuire a questo nuovo mondo con tutta la sua forza e con tutte le tradizioni della sua irradiante civiltà.
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Caro signor Byrnes, Non posso lasciare Washington senza esprimerle ancora i miei profondi sentimenti di gratitudine per avermi rivolto in qualità di Primo Ministro del Governo Italiano l’invito a visitare ufficialmente il Suo Paese. Sono stato molto lusingato e commosso per tale gesto il cui significato è stato pienamente compreso e non sarà dimenticato in Italia. Tanto più in quanto esso si è manifestato in un momento in cui la posizione internazionale dell’Italia non è stata ancora completamente ristabilita. Sono certo che la visita si è rivelata particolarmente efficace al fine di creare fra i nostri due Paesi quella sempre più stretta cooperazione che è stata una costante aspirazione della loro politica. Desidero anche ringraziarla cordialmente per tutte le cortesie che Ella mi ha usato durante il mio soggiorno negli Stati Uniti e per il suo decisivo intervento onde assicurare la realizzazione di quei pratici risultati che saranno di grande ausilio nella ricostruzione della economia italiana. È mia ferma speranza che le nostre relazioni personali, basate sulla reciproca amicizia e sui sentimenti della mia gratitudine, saranno ancora più rafforzate nel futuro, e confido che i nostri mutui rapporti stabilitisi in un momento di così decisiva importanza per il mio Paese potranno essere continuati a beneficio delle nostre due nazioni. Mi creda, caro signor Byrnes, con i miei rinnovati ringraziamenti e con i miei più cordiali saluti, sinceramente Suo
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La rinnovata amicizia Le manifestazioni di cordiale considerazione da parte delle Autorità statunitensi, le calorose prove di amicizia e di fede nella nuova Italia da parte dell’opinione pubblica americana , l’entusiasmo e l’orgoglio ridestato negli italo-americani della riaffermata fiducia nella cooperazione italo-americana basterebbero da sole ad inserire questo viaggio tra i pochi fausti eventi del nostro triste e sconsolato dopoguerra. Il tricolore fissato sul Blair House , o intrecciato nelle corone d’alloro deposte innanzi alla tomba di Giorgio Washington, ai monumenti di Jefferson e di Lincoln e al sepolcro del milite «ignoto a tutti fuorché a Dio»; la bandiera italiana affratellata a quella americana nelle solenni cerimonie di Chicago e di Cleveland e portate in trionfo attraverso New York fino alla City Hall, i discorsi che riaffermavano la base comune delle due civiltà, la solenne dichiarazione del Presidente della Repubblica stellata in favore della nuova Repubblica sorella sono simboli [sintomi] o elementi di un’atmosfera ossigenata di speranze in un nostro secondo Risorgimento. Ma il viaggio ci diede anche occasione di manifestare ancora una volta le direttive fondamentali della democrazia italiana sulla ricostruzione internazionale. Il pensiero dell’Italia sui problemi internazionali Vi ho fatto distribuire la traduzione italiana del mio discorso tenuto al Congresso internazionale di Cleveland. Osserverete che io colsi il destro di rispondere cortesemente ad un cenno amichevole fatto da Byrnes al trattato [di pace] in un suo cordiale brindisi a Washington. «Non è qui il luogo – dissi – per presentare ricorso contro decisioni internazionali. Il Congresso non è una conferenza diplomatica ma una discussione per illuminare l’opinione pubblica». Parlando perciò come un uomo libero a liberi cittadini aggiunsi: «L’Italia democratica è pronta a fare dei sacrifici per la pace, ma so che l’opinione pubblica americana fu d’accordo con me quando affermai a Parigi di non essere disposto a condividere la responsabilità morale di certe clausole umilianti e punitive della pace. Lasciatemi ricordare che fu proprio il vostro Presidente Cleveland a scrivere in un suo messaggio al Congresso del 1895 che il sottomettersi di spontanea volontà a condizioni ingiuste distrugge il rispetto dovuto a se stessi e l’onore nazionale, indispensabile presidio della sicurezza e della grandezza di un Paese». Il giorno dopo Byrnes parlando dalla stessa tribuna accennò al nostro trattato con queste parole: «I trattati con l’Italia e gli Stati ex satelliti, quali sono usciti da mesi di prolungata negoziazione e discussione, non sono perfetti, ma essi sono il meglio che si potesse ottenere in base ad un accordo generale entro un ragionevole periodo di tempo». Il viaggio dunque non ha compromesso la piena libertà della Costituente italiana rispetto al trattato né il Governo americano ci ha posto formali condizioni, certo che l’America, come in genere i Quattro, non desidera riaprire il problema e considera invece i cinque trattati come un progresso verso la liquidazione della guerra. Anche noi vogliamo liquidare la guerra. Nessuno in Italia nutre la illusione di poter impedire l’esecuzione del trattato, ma poiché quello che si dice trattato è in realtà una sentenza contro imputati perché non fu discusso con noi né negoziato, non si può pretendere che l’Italia assuma la corresponsabilità morale di accordi estranei alla nostra volontà e lesivi della nostra integrità nazionale. La Jugoslavia afferma di non voler accettare; per noi non vi può essere discussione che circa la forma, la misura e il termine del subire. Ogni nostra decisione va inquadrata in una concezione generale. Così nel discorso di Cleveland troverete affermato: «La politica estera italiana dovrà essere una politica di indipendenza nazionale in un mondo unito al di fuori e al di sopra di sfere di influenza… Noi affermiamo la necessità di un’evoluzione pacifica delle presenti posizioni internazionali. La comunità delle Nazioni non può assicurare permanente giustizia, se talune limitazioni e restrizioni unilaterali, vincolanti solo certe nazioni, non possono venire modificate con mezzi pacifici. Bisogna anche garantire la possibilità che gli assestamenti territoriali che non armonizzano con la realtà etnica e geografica possano venir eliminati». La questione economica Nello stesso discorso dicevo che dal popolo italiano si eleva un monito alle Nazioni Unite, non solo in nome del proprio, ma anche in nome di tutti i Paesi in analoghe condizioni: «non si può rendere sicuro un sano sistema di democrazia, se la Nazione è ridotta a povertà declassata… Le nazioni bisognose devono avere aiuti per soddisfare le loro esigenze economiche e l’opportunità di procurarsi materie prime. La distinzione tra vinti e vincitori non può essere eterna e i trattati di pace devono essere rivedibili…». Facevo poi un appello alla cooperazione economica dell’America, a ciò chiamata dalle sue immense risorse. Bisogna ammettere che i discorsi di Cleveland, pronunciati da Byrnes e da Vandenberg non sfuggirono all’aspetto economico del problema. «Abbandonare la politica dell’isolamento politico – dice Byrnes – vuol dire abbandonare anche l’isolamento economico». Bisogna assistere i Paesi semidistrutti e rinati a democrazia; e qui l’ex Segretario di Stato accenna alla proposta governativa che sarà presentata al congresso di creare un fondo di assistenza in sostituzione dell’UNRRA. Ma aggiunge, tali popoli non vogliono essere inseriti permanentemente nel ruolo dei sussidiati; ma chiedono crediti per riprendere la loro vita industriale. E qui dovranno continuare l’opera la Banca Internazionale, il Fondo Monetario Internazionale e la Export e Import Bank. Vandenberg stesso, Capo dei repubblicani mi aveva preannunziato che avrebbe parlato nello stesso senso, pensando soprattutto all’Italia: «Sono sicuro, egli disse nel suo discorso, che il Congresso approverà lo stanziamento proposto dal Governo per surrogare l’azione dell’UNRRA» Inoltre sarà inevitabile la concessione di crediti, se vogliamo che la democrazia si consolidi. Le concessioni economiche L’amico Campilli vi potrà dire più dettagliatamente, se lo desiderate delle concessioni economiche che abbiamo ottenuto. Mi limito a ricordarvi il comunicato ufficiale del Governo americano che si inizia così: «Il Signor De Gasperi è stato assicurato da questo Governo della sua continua preoccupazione per una sollecita restaurazione dell’economia italiana e del suo desiderio di assistere il Governo del Primo Ministro nella sua opera di ricostruzione». Per intanto il comunicato accenna alle concessioni fatte in occasione del viaggio: 1) 50 milioni di dollari (che saranno seguiti da altri 30 in conto truppe); 2) trasferimento del Conte Grande e Biancamano ; 3) acquisto di altre 50 navi; 4) credito dell’Export Bank di 100 milioni, disposizioni a rinunziare in un accordo finanziario e commerciale generale nel quadro dei regolamenti definitivi di pace di qualsiasi rimborso di forniture alla popolazione italiana, ecc. ecc. Sono concessioni preziose che ci danno un respiro, ma non costituiscono ancora la sicurezza della nostra vita economica al di là del 1947. Altri crediti ci vorranno, altri appoggi. Ma questo sarà il lavoro di domani. Va rilevato però che l’Import Bank aveva per suo conto già chiusi i suoi forzieri e che ci [volle] un’energica pressione per ottenere in nostro favore l’accantonamento di 100 milioni. In fondo all’esitazione ci sta il dubbio: il nostro sistema democratico è stabile o si deve temere una ricaduta in condizioni caotiche o dittatoriali? Ecco perché ci dovemmo occupare soprattutto della questione di fiducia rivolgendoci agli uomini d’affari. A Chicago prima ove ad un banchetto partecipavano numerosi industriali e banchieri e specie a New York nel banchetto presieduto da Taylor, che si confermò grande amico dell’Italia, e a quello della Camera di Commercio italo-americana, parlai della nostra ripresa economica, del nostro programma di sviluppo idroelettrico, di bonifica, della necessità delle nostre esportazioni, della sanabilità sostanziale della nostra economia, qualora non ci venga meno la cooperazione del contributo finanziario straniero e specie di quello americano. Crediamo di aver fatto opera di dissodamento e di preparazione. Il merito va in primo luogo ai nostri tecnici, ai membri dell’Ambasciata diretta con grande zelo dall’Ambasciatore Tarchiani e alla nostra Delegazione economica. Qui siamo appena ai prodromi. L’azione deve essere continuata con tenacia, con abilità, con fede e concordata con quella da svolgersi in Inghilterra che si è dichiarata pronta a fare la sua parte e a quella di altre Nazioni interessate. Noi pensiamo sempre che un accordo con la Jugoslavia è desiderabilissimo, sia dal punto di vista della protezione delle minoranze ma anche da quello commerciale: e volesse il cielo che tali accordi ci portassero anche ad un’intesa politica. Tutto questo quadro di concessioni e di speranze è legato alla stabilità e al consolidamento del nostro regime democratico. Ce lo siamo sentito dire dappertutto, specie in America. Noi abbiamo sempre in ogni occasione dato prova di ottimismo e fiducia. Non è vero che abbiamo in qualsiasi misura contribuito ad una campagna anticomunista. Quando i giornalisti hanno insistito per ottenere qualche dichiarazione, abbiamo risposto distinguendo fra il partito comunista nelle sue diverse fasi di evoluzione, durante le quali può condividere il programma specificato di una coalizione governativa e il comunismo come ideologia e sistema economico. Certo che mi trovavo imbarazzato quando mi si opponevano talune manifestazioni e atteggiamenti in contrasto con la collaborazione governativa. Sorge qui la necessità per tutti i partiti di precisare, di chiarire, di assicurare leali impegni senza di che il Governo non può essere efficiente, non può dare l’impressione di essere compatto e stabile, né assicurare la fiducia dell’interno e dell’estero. La divisione del gruppo socialista, le dichiarazioni del Congresso repubblicano mi confermano nell’opinione che il chiarimento è più che mai indispensabile per il bene del Paese e che è opportuno fare appello alla saggezza del Presidente della Repubblica e ricorrere ad una consultazione generale, onde gettare le basi di un Governo fondato sulla fiducia nei rappresentanti del popolo e capaci di affrontare vigorosamente i problemi di politica interna e di quella internazionale. Signor Presidente le ultime sue parole indicano chiaramente che è già aperta la crisi di governo; come giudica lei la situazione? Le crisi sono come le malattie, ci sono crisi di crescita, crisi di convalescenza, di guarigione. Credo che vi siano gli elementi per definire questa crisi una crisi di crescita. Crede che la crisi possa approfondire, nei vari gruppi della Costituente, la discordia già esistente in merito alla firma o meno del trattato di Pace? Non lo credo. Comunque questo problema va affrontato in una forma o nell’altra, sia come trattativa di governo, sia come trattativa tra i vari partiti. Questa questione si deve affrontare e superare. Io vi dico una cosa, amici miei (vi dico amici perché siete stati collaboratori durante il mio viaggio), che vi è una condizione, se abbiamo coraggio, se abbiamo veramente il proposito di rinascere politicamente e democraticamente, noi troveremo amici non solo in America, ma anche in altre parti del mondo. Ma dobbiamo dare la sicurezza della base democratica. Bisogna che si sappia che la libertà è un impegno per tutti; individui e partiti. Bisogna che si sappia che la Repubblica è fondata soprattutto sul popolo, ma innanzi tutto sul rispetto della libertà. In America ho avuto una visione grandiosa e cioè che la corrente della nostra civiltà si ripresenta sotto altra forma, ma è sempre la stessa. Sono stato impressionato dal Congresso di Cleveland. Pensate che in una sala che contiene 10.000 persone, le quali pagano tre dollari ciascuno ed assistono a cinque o sei discorsi continuativi sino all’una di notte, ascoltando oratori di primo rango (non parlo di me), come Spellman, Byrnes ed altri, si succedono senza contrasti di sorta sia le dichiarazioni del Cardinale come quelle dei protestanti. Quando vedo che in America c’è fede in un Essere Supremo, allora dico: cosa manca in Italia? Ci vuole l’unità fondamentale ed uno dei punti essenziali è la libertà di coscienza e soprattutto la fedeltà al principio della civiltà. Ho visto che in America, sulla tomba del Milite Ignoto c’è scritto: «Al milite ignoto a tutti fuorché a Dio». Toccava ad una Nazione giovane come l’America questa affermazione; e nei testi fondamentali della Costituzione, scritti sulle pareti del Tempio, chiamiamolo Tempio in cui si venera ancora la memoria di Jefferson, è sancito questo principio fondamentale che può veramente dare la sicurezza del culto della libertà. Io vorrei, a mezzo di voi tutti infondere nel pubblico italiano questo punto fondamentale di civiltà. Noi dobbiamo essere noi stessi le fonti del nostro secondo Risorgimento: e lo troveremo. Ho trovato negli amici italo americani una tale comprensione ed una tale gioia quando hanno visto me, modesta persona, ma rappresentante di un Paese che pure semi distrutto afferma la sua volontà ed il suo proposito di risorgere, che ho veduto in loro una tale consolazione che li portava talvolta fino alle lacrime; vedevo uomini umili che dicevano: non temete, siate uniti. Noi non ci perdiamo di animo, abbiamo coraggio e vogliamo essere uniti. Loro hanno detto: abbiate coraggio, vi aiuteremo, ma date l’impressione al mondo di essere uniti in quelle cose essenziali di cui un popolo vive e che tenacemente difende.
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Mio primo pensiero, mio primo dovere è di ringraziare la vostra associazione, di ringraziare gli illustri ospiti che hanno voluto onorarmi e che rappresentano, come ha detto il vostro oratore signor Murray, i pilastri fondamentali su cui viene costruito il ponte di passaggio: l’ambasciatore Dunn e il generale Lee che, con l’Ammiraglio Stone, rappresentano i pilastri del movimento di transizione verso una pace che speriamo sorga da questa guerra, che fu un tormento e un travaglio di morte per tutti i popoli; nasca una pace, nella quale sia sicura la libertà, sia sicura l’amicizia fra la grande Repubblica americana e la piccola, giovane, ma piena di speranza Repubblica Italiana. La prima domanda rivoltami dal signor Murray riguarda la politica del governo attuale. Il Governo attuale, dopo molta fatica, si è reinserito nella situazione di centro con la collaborazione più larga che fosse possibile, ma non con quella che avremmo desiderato. Voi mi chiedete: questo governo è saldo? Riuscirà a portare avanti le sorti di questa Italia? Soprattutto riuscirà a stabilire fra i popoli e in modo particolare verso il vostro, fra l’America e l’Italia, quei legami di solidarietà per la ricostruzione del nuovo mondo? Io rispondo: non dimentichiamo che questo è un governo che farà tutto quello che è possibile fare fino alle prossime elezioni. Io spero, intanto, di riuscire a costruire questo ponte, ponte è la parola che più si compete a questo periodo di transizione, sui pilastri fondamentali che debbono reggere l’opera di uomini che desiderano creare la strada su cui possano avviarsi le nostre speranze, la nostra volontà; ma al di là delle nostre speranze, delle nostre volontà, del nostro impulso c’è il destino, quello che si chiama destino per chi non crede nella Provvidenza, ma che chiamano Provvidenza quelli che credono in una certa ragione superiore trascendentale della Storia. Ma vedere quel che sarà domani dopo questo passato è difficile; difficile anche per i giornalisti americani che pure hanno tanta fantasia; e ancora più difficile per me. Io non saprei dire quale sarà l’avvenire di questo Governo ma posso dire quale è la mia volontà quale è la tendenza, quale è il mio indirizzo; io son ben deciso a consolidare lo Stato presente, la Repubblica Italiana, col concorso di tutte le Nazioni che hanno una intelaiatura più robusta e possono essere utili perché questo nuovo Stato, ancora bambino, cresca forte e si prepari a prendere parte alla costruzione della pace, nella comunità delle nazioni. Per questo piano io vorrei intorno a me riuniti in un pensiero di collaborazione, quanti più italiani è possibile, senza differenze di partiti. Ed ora rispondo ad una insidiosa domanda che si fanno molti: e i comunisti? Se i comunisti si accordano con me nell’attuare questo programma e questa azione, essi sono dei comunisti che si mettono al servizio temporaneo di questa azione senza rinunciare al loro programma generale, alle loro ideologie, alle loro responsabilità future, che si mettono al servizio del consolidamento della Repubblica Italiana e della democrazia con i metodi della libertà. Io non so quello che sarà domani né di me né di loro; non so quello che è stato nel passato, quello che hanno fatto in altri Paesi; di questo io non sono responsabile, né prendo impegni, né ho mai preteso nulla da parte loro. Siamo uomini che ci siamo incontrati in un momento difficile ed essi ci hanno detto: da qualunque parte voi siate diretti, in questo difficile momento, in questo periodo di transitorietà, dobbiamo essere uniti, su questo ponte che cerchiamo di passare insieme per salvare il nostro Paese per dare al nostro popolo la possibilità di salvarsi, questo, rispettando le regole della democrazia e della libertà. Tale è il nostro accordo con i comunisti; la volontà comune che ci unisce. Persone che non possono incontrarsi nelle ideologie, viste su un piano generale e che mantengono liberi i loro impegni, trovano il punto di collaborazione e si stringono la mano nello sforzo presente. Io prego gli amici giornalisti americani di ripetere tutto questo nel loro Paese, perché più volte mi sono sentito fare questa domanda: perché voi insieme ai comunisti? Come se in ogni programma di partito non ci fosse una parte in cui si può lavorare insieme. Questo è il programma; in ogni partito c’è una parte che permette la collaborazione: e c’è un periodo in cui questa collaborazione diventa una necessità inevitabile ed io spero che in questa collaborazione non vada perduta la libertà del popolo italiano. Voi mi avete fatto un’altra domanda, anche essa un poco delicata, ma i giornalisti ci sono proprio per questo ed io lo capisco: e la Monarchia? Ecco: io vedo quello della monarchia non come un problema positivo, perché non penso che un regime si cambi per ragioni positive o per affezione; in genere un regime si cambia per ragioni negative. La Monarchia in Italia è esiliata e scomparsa non perché sia ammessa come cosa evidentissima il regime repubblicano, ma per la ragione negativa che la Monarchia in un momento di capitale importanza, soprattutto durante il periodo della dittatura e nel momento della guerra, non ha esercitato la funzione che doveva esercitare per salvare la libertà e tutelare il destino della Nazione che le si era affidato e per il quale, in altri tempi, la Monarchia aveva anche dato il suo contributo storico che nessuno vuol negare. Ora mi si domanda: sarà sicura la Repubblica? Tornerà la Monarchia? Vi rispondo dallo stesso punto di vista e cioè che non ci sono ragioni positive per un ritorno della monarchia, se non vi saranno ragioni negative per la Repubblica; se questa non facesse il suo dovere, se in un momento decisivo non si manifestasse come regime che rispetta la libertà e gli interessi del Paese. Io vi ho risposto così non per citarvi una formula, ma in tutta sincerità, con convinzione: la questione della Monarchia in Italia non esiste se la repubblica saprà fare il suo dovere, se sarà un regime di libertà ove il diritto e la dignità dell’uomo saranno rispettati; se sarà un regime di ordine come tutore della libertà, se sarà un regime di democrazia come rappresentanza sincera della volontà popolare e se a questa democratica formula politica si aggiungerà una formula democratica che tocchi anche la struttura sociale e dia ragione di giustizia ai tanti milioni di uomini che soffrono la miseria e che non hanno nulla e tutto hanno perduto. Se la Repubblica sarà così, la questione monarchica non esiste e non esisterà. Se, invece, la Repubblica venisse meno al suo compito, tutti i rimpianti sono possibili e può essere allora che in un certo altro periodo, ancora torni negli italiani il pensiero che mutare regime voglia dire mutare realmente, sostanzialmente la condizione delle cose. Come il malato che, nel letto sente male in un fianco e, quando il dolore si fa più forte, si volge sull’altro non perché sia certo che così il male scompaia, ma perché spera, che voltandosi il suo male si attenui. E così può accadere anche nella vita politica italiana. Ma io spero di no e quando si parla di rivolgimenti di destra o di sinistra, io dico dipende tutto dal centro. E non parlo del centro politico, del settore parlamentare ma del centro come forza di uomini che debbono impegnarsi per il bene del Paese, che debbono essere superiori alle piccole cose di partito, che debbono essere i pilastri di un destino, di una civiltà millenaria e che non si lascino impressionare da questioni di regime. Questa in Italia non è una questione fondamentale. Fondamentale è la questione della civiltà italiana che è qualche cosa di superiore allo Stato italiano; che è sopravvissuta anche attraverso la dittatura perché era più forte di essa, perché era la fonte di energia del popolo italiano; come la polla d’acqua sorgente che dalle sommità montane se ne va al piano irresistibilmente e continua a mantenere la sua forza. Parlandovi così e vedendovi così attenti, mi ricordo di altri discorsi, di altri banchetti che abbiamo fatto in quel vorticoso viaggio in America, in cui appena mi sono accorto, quando ne sono uscito, di essere entrato nel vostro grande Stato, nella vostra Repubblica. Però quel viaggio è stato interessantissimo; per la cortesia, per la semplicità, per l’affettuosità della amicizia, evidentemente sentita, direi di una amicizia che passava sopra le formule convenzionali di un Trattato di pace. Mi si diceva: ma tutto questo sta bene; voi non sarete contenti, ma, in fondo, c’è la nostra amicizia che è al di sopra di tutto, c’è una amicizia che viene dal cuore; fra noi tutto il resto si accomoda. E soprattutto ho avuto la ventura di incontrare tutti gli italiani che sono nel cuore, nel sangue italiani, ma hanno preso tutta la vostra attitudine mentale e le virtù degli americani; ed io ho potuto avere l’occasione di esaltare questi sentimenti in molte occasioni. E oggi che sono qui, avrei dovuto veramente invitare io voi, rappresentanti americani, per dirvi tutta la mia riconoscenza per tutto quello che ci hanno fatto e ci faranno gli amici che ci accolsero con tanto entusiasmo, con tanta buona volontà, e dirvi, soprattutto i sentimenti di gratitudine di tutto il popolo italiano; a voi che siete osservatori diligenti. Voi giornalisti avrete visto che, nonostante la crisi sopravvenuta, c’era in tutto il popolo italiano la sensazione che questo viaggio era un viaggio di amicizia, una nuova promessa e vi prego di farvi interpreti di questi nostri sentimenti di riconoscenza. E aggiungo: fate che abbiate voi, come me, come noi, il proposito di far sì che questo viaggio non debba andare perduto ma conduca ad una collaborazione intelligente, che non cerchi di imporre a nessuno la propria mentalità e non impegni comunque il libero corso delle varie nazioni, ma cerchi di creare possibilità di collaborazione che ci permettano di non disperare, nonostante i tempi tristi, nonostante le formule di un trattato, ma di sperare soprattutto in quello che è sostanziale, in una collaborazione di volontà di cuori fraterni, così come voi avete dimostrato. Assumete con me questo impegno, vi prego, ed io da parte mia, vi manterrò fede.
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Caro Senatore Vandenberg, ricordando il vostro personale amichevole interessamento per l’avvenire d’Italia e le vostre dimostrazioni di simpatia, vi invio in via confidenziale una pressante preghiera. Il mio governo incontrerà molte difficoltà per fare approvare il Trattato all’Assemblea Costituente. Noi contiamo sull’amichevole concorso degli Stati Uniti per dare all’Assemblea, chiamata ad una dura decisione, argomenti di fondata speranza per l’avvenire. L’America senza diminuire il suo impegno verso gli altri contraenti, potrebbero [sic!] darci assicurazione di sbloccare i beni italiani in America e di lasciare all’industria italiana con l’obbligo di demolirle le navi da guerra che furono consegnate a voi. Anche nelle nostre recenti conversazioni di costì tali concessioni mi furono prospettate dalle autorità americane come fattibili. L’amicizia fra i nostri due paesi richiede che tali affidamenti vengano dati ora nell’interesse immediato comune e per addolcire le dure condizioni di pace. Vi ricordo che a Parigi nella riunione del 10 maggio 1946 la delegazione americana si dichiarò favorevole alla proposta Molotov-Bidault di affidare le colonie italiane all’Italia come mandato dell’UNO. Ottima impressione farebbe se l’America rinnovasse in questo momento la sua dichiarazione di buon volere e se la diplomazia statunitense incoraggiasse l’Inghilterra che già forse si avvicina all’idea di un accordo coloniale con l’Italia. Infine molti interessi riguardanti riparazioni e relazioni commerciali legano l’Italia al futuro della Germania. Sarebbe giusto che l’Italia cobelligerante potesse per tali ragioni partecipare alle trattative circa la Germania. L’appoggio dell’America a tale richiesta verrebbe altamente valutato come il primo pratico frutto di cooperazione internazionale. Faccio appello alla vostra efficace amicizia e all’illuminata coscienza del Senato americano che in voi e nel Senatore Connally possiede rappresentanti ottimamente informati e simpatizzanti per l’avvenire della Repubblica italiana e vi esprimo anticipatamente vivi ringraziamenti.
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Nei giorni scorsi si è nuovamente riaccesa nella stampa italiana ed in quella internazionale la discussione sulla sorte delle nostre colonie prefasciste. Nel caso che dette colonie vengano effettivamente affidate all’Italia in Amministrazione fiduciaria, quali progetti ha il Governo italiano al riguardo? Intanto, preferirei che non si usasse la parola Colonie. Essa si riferisce ad un concetto che appartiene al passato. D’altra parte alla nuova Italia democratica ripugna l’idea di dominazione di un popolo sopra un altro, che potrebbe essere implicito nel concetto di «Colonia». Una decisione che ci affidasse quei territori in amministrazione fiduciaria non troverebbe impreparato il Governo italiano che ha fatto e che fa ogni sforzo per ottenerla. Naturalmente noi dovremo, innanzi tutto, seguire ed applicare le situazioni che l’ONU intendesse fissare. Ma a prescindere da ciò, come ho avuto occasione di dire pubblicamente più volte, sia come Ministro degli Affari Esteri che come Presidente del Consiglio il Governo italiano ha ferma intenzione di realizzare in quei territori un regime largamente democratico fondato sulla cooperazione, a parità di diritti, tra italiani e nativi, in cui siano garantiti le libertà di opinione, di religione e di stampa. In tale materia, comunque, noi non intenderemo prendere decisioni precipitate, prima di avere consultato le popolazioni di ciascun territorio affidato alle nostre cure. Naturalmente non pensiamo affatto a molestare individui o gruppi politici per gli atteggiamenti tenuti in passato, durante o dopo la guerra, entro o fuori dei confini dei detti territori. Ha il Governo italiano particolari progetti per quanto riguarda la Libia? La Libia è un grande Paese mediterraneo che ha compiuto, per innegabili meriti dell’Italia, decisivi progressi negli ultimi trenta anni ed è naturale che le popolazioni arabo-berbere che vi abitano, specie nelle classi più istruite, si trovino oggi a condividere le idee e le aspirazioni di tutti gli altri popoli arabi. Bisogna d’altra parte, ricordare che già subito dopo l’altra guerra mondiale l’Italia democratica volle che la Tripolitania e la Cirenaica avessero un loro Parlamento, dando così la prova della volontà di avviare concretamente quelle popolazioni all’autogoverno. A maggior ragione oggi le popolazioni libiche al grado di evoluzione materiale e morale cui sono giunte, hanno pieno diritto di avere un Parlamento eletto a suffragio popolare cui siano attribuiti ampi poteri legislativi. Il modo più efficace, infatti, nel quale una forma di autogoverno può prendere corpo è quella di un organismo rappresentativo locale nel cui seno possano essere discusse e vagliate le questioni che interessano il Paese e la sua popolazione. Non si può temere che si tratti di promesse vane? Se in Italia oggi è così prevalente la tendenza di attribuire alla rappresentanza della regione un potere legislativo, come dubitare che, a maggiore ragione e in maggiore misura tale evoluzione deve avvenire in territori di amministrazione fiduciaria di carattere tutto proprio? E per quanto si riferisce all’Eritrea? Sotto un certo punto di vista il problema appare più complesso data la varietà delle stirpi che abitano quel paese e la divisione religiosa della popolazione, composta in parti quasi equivalenti, da mussulmani e cristiani. Ma invece è semplificato dal fatto che l’Italia ha saputo fare di questo Paese, grazie alla sua azione equilibratrice una unità inscindibile nella quale tutte le religioni e le razze, compreso l’elemento italiano, hanno vissuto per oltre un cinquantennio in imperturbata armonia. È per questo che gli eritrei ci sono sinceramente affezionati. Verso molti di loro abbiamo anche degli obblighi per il servizio compiuto sotto le nostre bandiere. È un dovere che consideriamo sacro, non soltanto verso gli eritrei, ma anche verso i libici e i somali. Gli eritrei ci conoscono come noi li conosciamo e siamo sicuri di trovare, in una consultazione diretta con i loro rappresentanti, la forma di amministrazione fondata sul principio dell’autonomia, più adatta alle necessità del Paese e più gradita alla popolazione. E che mi può dire nei riguardi della Somalia? L’Italia, se le sarà concesso, potrà continuare a valorizzare quei territori dove essa ha trasformato in ricche culture la più arida boscaglia, a portare la civiltà dove esisteva in giorni non lontani la schiavitù, a mantenere l’armonia tra tribù che prima dell’arrivo degli italiani erano divise da secolari faide, divenute, ora, soltanto un ricordo. Sotto l’Amministrazione italiana le popolazioni della Somalia potranno continuare ad evolversi cominciando sin da ora a partecipare in larga misura al Governo del proprio Paese. Questa partecipazione esisteva del resto già nei larghi poteri attribuiti ai capi tribù designati dalla volontà popolare e potrà trovare una più larga applicazione nella costituzione di organi rappresentativi al centro e con l’impiego nell’Amministrazione di quei giovani che le scuole governative e le scuole mussulmane favorite dal Governo italiano hanno iniziato alla cultura. L’Italia ha, per il giorno in cui ritornerà in Somalia, come negli altri territori, un vasto programma scolastico che accelererà la formazione di una classe dirigente. Anche la Somalia, come l’Eritrea e la Libia può essere sicura che l’epoca «del sistema coloniale vecchio stile» è definitivamente chiusa.
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Sono passati appena sei mesi da quando firmammo la convenzione circa gli aiuti degli S.U. all’Italia per il 1947. Per tutto il semestre le forniture gratuite di grano e di carbone affluirono regolarmente ai nostri porti e ancora non sono esauriti gli arrivi, che già dai porti americani sono partiti i primi 5 piroscafi di grano finanziati con nuovo fondo messo a disposizione del Congresso americano: Il nuovo fondo si chiama «Aiuto interinale», perché è come un intermezzo che ci deve permettere di attendere la elaborazione e l’attuazione del piano Marshall . Anche in questo intermezzo si tratta ancora di aiuto cioè di contributo gratuito, non di prestito: Con tale fondo in dollari deliberato dal Congresso l’America del Nord acquista ed invia grano, carbone, petrolio, medicinali, fertilizzanti e numerosi generi alimentari. Ma l’aiuto non si esaurisce con il consumo perché in base alla convenzione cui apponiamo la firma, lo Stato italiano crea con il valore delle vendite al consumo un «Fondo lire» che sarà destinato a rafforzare la moneta, a diminuire il debito pubblico ed a altri scopi di ricostruzione. È questa la novità più importante in confronti degli aiuti UNRRA e AUSA per cui, mentre si provvede alle necessità essenziali dell’alimentazione e dell’industria si trasferiscono i vantaggi dell’operazione anche sulle finanze dello Stato e sul valore della moneta. Tutti gli articoli di questa convenzione si riferiscono alla procedura e alle cautele da osservarsi per ottenere il duplice scopo: dare il pane al popolo, il carbone e altre materie prime alle imprese fonti di lavoro, e migliorare la nostra situazione economico finanziaria e rinsaldare la nostra moneta. Nessun altro impegno di carattere politico o che leda comunque la nostra indipendenza nazionale, nessun obbligo di carattere economico che non corrisponde pienamente alle necessità della nostra rinascita e del risanamento delle nostre finanze. Era già questo un nostro impegno vitale che ci eravamo imposti come programma di governo per le ragioni della nostra vita interna, un impegno morale che abbiamo preso spontaneamente e doverosamente in confronto del nostro popolo e che non abbiamo difficoltà a confermare anche in confronto di chi, aiutandoci, desidera che l’aiuto non venga consumato come una elemosina occasionale, che costituisca un contributo alla nostra ricostruzione. Il mio primo dovere è di inviare un caldo ringraziamento al popolo americano al suo illustre Presidente e al suo Congresso; sappiamo che furono molte difficoltà da superare, e che questo nuovo aiuto ai Paesi Europei pesa sui contribuenti americani, così gravati dalle spese di guerra e di conversione. In particolare il mio ringraziamento va anche a S.E. l’Ambasciatore Dunn, che si è fatto convinto interprete dei nostri bisogni, al nostro Ambasciatore Tarchiani ed al solerte Delegato per il Piano Marshall, l’amico Campilli che, trattando a Washington per lo stesso piano ha anche profittato della sua presenza per amichevoli ed efficaci insistenze circa l’aiuto interinale. Noi confidiamo ormai che se il Paese nostro dimostrerà, come sta facendo, di voler lavorare e di seguire in libertà le regole di democrazia, che esso stesso si è date, avrà la cordiale solidarietà del popolo americano.
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Dibattito Assemblea circa ratifica probabilmente giovedì presentasi molto delicato e rischioso, perché oltre estrema con Nitti saranno contrari Orlando Croce e molti liberali. Prima di lanciarsi converrebbe sondare esattamente opinione costì. Si pensa che ratifica Assemblea sia necessaria subito anche dopo prova lealtà data da Governo e Commissione? Si ritiene immediata ratifica Assemblea premessa indispensabile per collaborazione piena piano Marshall? Desidererei risposta più precisa possibile avvertendo che estrema sinistra insinua possibilità che Russia faccia concessioni frontiera orientale, accusa Bevin di insistere per assicurarsi rinunzia colonie e Bidault per Tenda e Briga. Qualora ratifica non fosse in questo momento raggiungibile o solo con scarsa maggioranza non sarebbe opportuno profittare delle imminenti vacanze Assemblea previste per il 19 corrente? Prego inviare informazioni più sollecite e più ampie possibili. Decisione supervisori per miglioramento frontiere Gorizia in favore Jugoslavia produce profonda impressione.
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Il dott. J. Schwarzenberg , rappresentante politico del Governo federale d’Austria a Roma, mi ha cortesemente rimesso la lettera di V.E. a me diretta il 25 giugno u.s. Mi è gradita l’occasione per confermarle, signor ministro, il vivissimo desiderio del Governo italiano e, in particolare, mio di rendere sempre più saldi fra i due Stati i vincoli di quella duratura amicizia da tutti sinceramente auspicata. Con questo intento il Governo italiano, prima ancora degli accordi da noi stipulati a Parigi nel settembre scorso, attuò com’è noto anche all’E.V. una serie di provvidenze non trascurabili a favore dei cittadini di lingua tedesca. Animato dallo stesso spirito sta cercando adesso di definire, nel modo più liberale possibile, la delicata questione della revisione delle opzioni . Un particolare accenno leggo nella lettera di V.E., al problema del regime autonomistico da concedere a quella regione. Problema anche questo messo da tempo allo studio da parte del Governo italiano il quale, oggi, lo avvia a soluzione tenendo, necessariamente, conto degli accordi surricordati ed al tempo stesso di quelle esigenze riconosciute inderogabili dalla Costituente. Una ristretta Commissione di parlamentari e di esperti, da me nominata, sta ultimando un progetto sul quale saranno nuovamente sentiti anche i dirigenti del Volkspartei prima che sia presentato al Governo per le definitive proposte alla Costituente. L’obbiettività, l’esperienza politica e la riconosciuta competenza dei membri della Commissione ci consentono di sperare in una soddisfacente soluzione del problema e non dubito che Governo e Costituente vorranno riconoscere all’Alto Adige, anche in una eventuale più vasta circoscrizione territoriale, un proprio ed esclusivo potere legislativo ed esecutivo soprattutto in quelle materie di carattere etnico culturale il cui regolamento autonomo offre la più efficace garanzia per salvaguardare quelle caratteristiche dei cittadini di lingua tedesca alle quali, appunto, fa riferimento l’accordo di Parigi .
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1824 Viminale, Bartolotta. Telegrafate o telefonate a Campilli: Ho letto oggi tuo rapporto 1 agosto, ignoro gli altri, farò dire Cir e Esteri di essere informato. Plaudo tua realistica e sostanziale approvazione. Prendo atto osservazione Clayton e tua circa bilancio statale. Pressione statale era irresistibile ma abbiamo bilanciato con nuove entrate tuoi suggerimenti sempre graditi. Sono preoccupato pressioni industriali per aperture credito. Approvo ogni avvicinamento doganale Francia e ogni riguardo restaurazione Germania, felicitomi risultati raggiunti. Desidero sapere se hai parlato con Clayton per nuovo credito Eximbank. Degasperi 1244 Per Bartolotta. Comunichi Campilli possibilmente a mezzo Aggradi contenuto lettera Tarchiani come segue. Crediti Fiat, Montecatini, Pirelli concessi in favore Imi per utilizzo da parte tali industrie. Ulteriori domande vengono ricevute dall’Eximbank la quale però non delibererà prima di avere il parere delle competenti autorità italiane. Martin suggerisce inviare Washington un membro direttivo Imi con suo legale che elaboreranno con Banca ulteriori contratti. Banca pensa anche inviare Roma proprio rappresentante. Tarchiani propone viaggio Siglienti o suo rappresentante Washington che assieme Tarchiani deciderebbe su opportunità stabilire colà un ufficio Imi. Tarchiani non ritiene presentare prima domanda nuovo credito globale, per cui però dovrebbe raccogliere documentazione che potrebbe portare Siglienti. Tarchiani pensa che compito Siglienti sarebbe indipendente da preparazione grosso prestito Interbank per la cui preparazione Campilli dovrebbe far lavorare suoi uffici. Conviene quindi Campilli dia suo parere circa azione Imi eventualmente viaggio Siglienti. Aggradi agisca in conseguenza informandomi. Degasperi.
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Vice presidente Einaudi e Menichella in Londra presentarono a Snyder e Clayton promemoria su situazione finanziaria italiana concludendo che se entro prossime settimane non ci venisse concesso aiuto straordinario in dollari, collasso nostra economia sarebbe inevitabile. Tale aiuto immediato non può derivare da prestiti bancari per lentezze procedurali e loro finalità ricostruttive di singole industrie. Nessuna concessione si poté ottenere Londra per conversione grant in aid recuperabile su altre entrate straordinarie maturande ovvero anticipo quaranta milioni dollari su sterline congelate. Due proposte potrebbero combinarsi. Snyder mostrasi perplesso ma promise esaminare questi ed altri suggerimenti richiamandosi sempre per soluzione definitiva a necessità decisioni Congresso. Ritiensi ministri americani abbiano trasmesso costì risultati colloquio. Segue via aerea documento presentato Londra.
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Il 12 ottobre è una data che ravvicina l’America al vecchio continente d’Europa nel nome di un uomo che appartiene ai Due Mondi. Quando Colombo piegò il ginocchio sulla terra di San Salvatore, egli non era più il Grande Ammiraglio o il geografo in cerca di vie sconosciute; egli era il rappresentante di una civiltà che nel nuovo continente doveva prosperare più giovane e rigogliosa, ma non dissimile da quella di origine. Altri italiani hanno poi traversato l’Atlantico sulle tracce del grande genovese da Amerigo Vespucci, che al nuovo mondo ha dato il suo nome, da Verrazzano sbarcato per primo dove sorge ora la Metropoli di Nuova York, fino ai milioni di connazionali emigrati nell’ultimo secolo; ma basta per stabilire i legami tra l’Italia e le Nazioni Americane, il nome di Cristoforo Colombo che noi oggi commemoriamo. Legami di operante solidarietà che il nostro popolo ha sentito nel momento della sventura attraverso i conforti materiali e morali che continuamente gli giungono dai paesi aperti da Colombo alla Civiltà Cristiana.
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Le esprimo i miei sinceri ringraziamenti per la lettera amichevole che mi ha inviato per tramite del signor Ministro Dr. Pernter . Le sono molto grato per i cordiali auguri che Lei ha avuto la gentilezza di rivolgere alla mia persona e ai collaboratori del mio partito. L’amicizia fra i nostri partiti, entrambi di orientamento cristiano, significa senza dubbio un rafforzamento della democrazia e una collaborazione per una pace giusta. Accettiamo il cortese invito al prossimo congresso del Partito popolare austriaco, dove i nostri rappresentanti avranno l’occasione di sottolineare l’amicizia fra i due movimenti. Per la soluzione della questione sudtirolese, i nostri esperti sottoporranno al più presto anche ai partiti della provincia di Bolzano le nostre proposte e i nostri piani per l’autonomia. Anche alla questione degli optanti diamo la massima attenzione per avviare una soluzione soddisfacente. Il governo e la Croce rossa italiana daranno la migliore protezione, nell’ambito degli aiuti ai fanciulli, ai bambini austriaci presenti in Italia. Signor Cancelliere federale, ricambio i miei migliori e più cordiali auguri per il futuro della sua patria e le assicuro la mia particolare devozione.
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Mentre situazione interna gradualmente migliora come dimostra deciso orientamento ribasso prezzi e miglioramento continuo situazione finanziaria io personalmente e Governo sentitamente preoccupati per situazione valutaria aggravata ritardo auspicati aiuti urgenti. Attualmente impegni inderogabili a brevissima scadenza superano intere disponibilità Cambital. Pregoti prospettare gravità situazione ove aiuti urgenti non giungano tempestivi o adeguati. Confido su tua personale opera stretta collaborazione nostro ambasciatore per prospettare realistiche esigenze nostro Paese. Confido altresì su cordiale spirito comprensione presidente Truman e su simpatia popolo americano.
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Tutto è stato detto per esaltare meritatamente la vostra impresa. Io non vi parlo come presidente di un governo che passa, ma come interprete del popolo italiano che vive nei secoli. Il successo della vostra iniziativa generosa dimostra che in America la forza dell’opinione pubblica è dominante. Non è l’apparato organizzativo e amministrativo che decide, è l’animo, il sentimento del popolo. A Cleveland, nel consesso internazionale, ho appreso che il popolo americano agisce non per impulso sentimentale ma anche per interessamento ragionato. Diecimila persone seguono per ore e ore i rapporti dei delegati di tutte le nazioni sui problemi del mondo e sul modo di salvare la pace. Tale atteggiamento universalistico è proprio anche della nostra civiltà italico-cristiana, ed è per questo che noi vediamo nei nostri fratelli italo-americani la felice confluenza di due concezioni similari del mondo. Hitler e Mussolini, e prima di loro Bethmann-Hollweg e Guglielmo II hanno commesso un grave errore facendo dipendere l’intervento dell’America solo da considerazioni materiali ed economiche. Passando per la Broadway per recarmi in corteo alla City-Hall sono stato colto dal fenomeno che di fronte a Wall-Street, centro finanziario del mondo, si vedesse una piccola e originaria chiesa della vecchia New York. Prima e poi, grattacieli alti come le pareti delle nostre Dolomiti; ma questo spazio angusto è salvato ed ha resistito alla speculazione. Il sole si apre una via tra i grattacieli e scalda anche i tumuli. È questa una contrapposizione simbolica. Esistono anche nella civiltà americana gli elementi idealistici dei fondatori che contrastano e contengono il materialismo della vita economica. Nei momenti critici questi elementi si impongono alle coscienze e diventano decisioni. Accogliendo i vostri doni, ed esprimendovi la nostra gratitudine, noi siamo certi che non educhiamo il nostro popolo al servilismo e al basso animo. Il pericolo ci sarebbe se questa nostra giovane repubblica fosse una creazione artificiale, una nave in balia di passioni, di fazioni temporanee, staccata dalla storia della nazione, ma essa è, e vuole essere, una veste nuova e migliore di una civiltà secolare. Il popolo si sente fiero di questa sua civiltà e riallacciandosi al suo passato e agli antichi rapporti col mondo, quando esso è sciamato in tutte le terre d’America, sente che verrà il giorno in cui potrà compensare la vostra fratellanza in un’ora di bisogno con una fratellanza ricostruiva nel lavoro e nella cultura, per la pace e la democrazia.
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La Costituzione nuova è fatta; ora bisogna rinnovarci noi stessi in uno spirito di fraternità più sentita e più giusta, affinché i principi di solidarietà che essa proclama non rimangano lettera morta e il popolo senta che la repubblica democratica è il regime politico che apre la via ad ogni sociale riforma secondo giustizia. Il governo preparerà le riforme popolari che le nuove Camere democraticamente delibereranno ed intanto farà ogni sforzo per garantire al popolo libertà e consapevolezza nell’atto elettorale che sarà chiamato a compiere. Onde l’augurio che reciprocamente possiamo farci in questo primo anno di normale funzionamento della repubblica è che la consultazione popolare si svolga in un’atmosfera di legalità e di rispetto delle opinioni con un impegno di fedeltà assoluta al metodo democratico al di fuori del quale non vi può essere né ordine, né legge, né libertà. Il secondo augurio è che la repubblica si faccia nei cuori e nel costume, sulla base del dovere morale che impone a chi ha di dare a chi non ha, a chi è più forte di sopportare il peso del più debole. Ecco perché il Consiglio straordinario dei ministri di stamane, dopo aver provveduto a dare maggiore solennità alla presidenza della repubblica, deliberandone la sede definitiva per ogni solenne celebrazione, ha pensato ai più indigenti per suscitare intorno ad essi un fervore di solidarietà profonda ed integrale. Noi chiediamo una celebrazione di giustizia, di generosità, di sacrificio, che oltre a lenire le conseguenze della stagione e della disoccupazione, interpreti nei fatti e nel gesto l’inizio di un periodo di doverosa fratellanza senza la quale statuti e forme di regime sarebbero forme vuote. I vice presidenti e altri membri del governo vi parleranno più particolarmente della nostra iniziativa nei prossimi giorni. Oggi mi limiterò, anche perché il tempo stringe, a leggervi il testo del nostro appello: «Italiani! Il vostro primo pensiero nell’alba di questo anno che si apre con l’entrata in vigore della Costituzione repubblicana, in cui sono sanciti i nuovi diritti e doveri sociali dei cittadini, si deve volgere verso coloro su cui gravano maggiormente le conseguenze di un luttuoso passato di guerra e di rovina. La lenta e faticosa, benché sicura, rinascita economica del paese non ha ancora permesso di sottrarre al flagello della disoccupazione numerosi gruppi di lavoratori, vittime di una situazione alla quale i governi succedutisi dalla liberazione in poi hanno cercato con ogni mezzo di far fronte. Finanziamenti alle industrie, opere di bonifica e di irrigazione, incoraggiamenti alla esportazione, ricostruzione ferroviaria, stradale, edilizia, lavori pubblici straordinari, riapertura di sbocchi all’emigrazione, massima occupazione in ogni settore, hanno permesso a milioni di italiani di essere riavviati o conservati ad una proficua occupazione. Se l’azione governativa ha indubbiamente contenuto e limitato il flagello della disoccupazione non l’ha potuto, però, debellare. La vittoria completa non potrà essere realizzata che a conclusione di quell’opera di ricostruzione a cui sono impegnate tutte le energie nazionali. Urge e si impone, pertanto, provvedere a quanti, privi di qualsiasi risorsa, mancano persino del pane. Fra le iniziative ispirate a questo alto intento va segnalata la proposta della Confederazione generale italiana del lavoro, di raccogliere tra i lavoratori occupati una offerta nella misura di una mezza giornata del loro salario e tra i datori di lavoro in misura corrispondente. Il governo, apprezzando la proposta, ha deciso di allargare l’invito a tutti i cittadini ed ha pertanto deliberato l’istituzione di un Fondo nazionale di soccorso invernale per i disoccupati. Il Fondo sarà costituito dal provento della sottoscrizione nazionale che il governo indice dal 1° al 18 gennaio. Il governo apre la sottoscrizione con lo stanziamento della somma di un miliardo; i ministri e i sottosegretari hanno complessivamente sottoscritto per lire un milione. Un comitato presieduto dal presidente del Consiglio e composto dai vice presidenti e dai ministri dell’Interno, del Tesoro e del Lavoro e dai rappresentanti delle Confederazioni nazionali dei lavoratori e datori di lavoro delibererà della concreta devoluzione della somma raccolta. Italiani! Il governo della repubblica vi chiama a raccolta per un’opera di civismo che darà la misura del sentimento di solidarietà di ciascuno ed è la volontà di tutto il popolo di lottare contro la miseria e le sofferenze dei più diseredati dei suoi figli».
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Non se ne esce se i signori non tirano fuori il denaro. Il denaro raccolto non deve essere ancora sperperato in giornali deficitari. Il partito non ha cespiti internazionali come i partiti di sinistra. La battaglia non dipende però solo dai mezzi, ma da una concezione, giusta e di larga visione. Oggi quel che è importante è il punto negativo dell’avversario. Lo sforzo è straordinariamente serio e deve mirare ad impedire una troppo forte elezione di rappresentanti dell’estrema sinistra. Non si può attingere per scopi elettorali alle forze stremate dello Stato. Gli aiuti debbono essere personali e dati «ad personam». Il partito spende troppo e non ha i mezzi che gli altri trovano per evidenti ragioni di proselitismo ambientale. Si dica pubblicamente ai soci come stanno le cose, perché essi si impegnino a dare. Occorre puntare alla propaganda capillare, la stampa è poco capita e seguita. Il denaro va impiegato meglio. Il necessario va fatto ma non si deve fare il passo troppo oltre la gamba. Nella politica ci sono posizioni obbligate; in campo finanziario c’è invece qualcosa da dire agli amici perché facciano. Il partito non lotta per sé ma per il paese .
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Ho abbandonato per un momento il banco del governo per dirvi ancora una parola sull’assistenza invernale. Ora che la campagna volge a suo termine, desidero rinnovare il mio appello, perché questa opera di bontà intrapresa con tanto amore e purità di intenti venga fervidamente proseguita e vittoriosamente compiuta . Il governo richiamando e integrando un suggerimento della Confederazione generale del lavoro ha esteso l’invito non soltanto ai datori di lavoro e ai lavoratori occupati, ma a tutti i cittadini, perché tutti gli italiani partecipino a questo atto di umana solidarietà verso coloro che più soffrono e più hanno bisogno. Il governo ha posto, e pone quotidianamente ogni impegno per contenere il doloroso problema della disoccupazione, cercando coi suoi mezzi, purtroppo limitati, di avviare a proficuo lavoro l’ingente numero dei disoccupati. E pur sapendo che non può risolverlo con la sottoscrizione intrapresa, ha voluto, con questa breve campagna, porre il problema all’ordine del giorno della nazione perché esso sia sempre presente nella mente e nel cuore di tutti gli italiani, perché tutti sentano che chi più ha più deve dare, specialmente dare a coloro che non hanno la gioia del lavoro. Desidero ora ringraziare tutti quelli che hanno preso provvide iniziative per la riuscita della raccolta dei fondi: giornali, enti, associazioni, singoli cittadini in patria e all’estero, ed anche ospiti e stranieri amici del nostro paese. Associazioni artistiche e sportive, con varie iniziative, hanno contribuito al risultato della campagna. Personalità della politica, della cultura, dell’arte hanno fatto pervenire la loro parola di simpatia e di solidarietà. Abbiamo visto quasi tutti gli artisti italiani, scrittori, pittori, insieme al contributo personale, dare il loro commovente concorso. La Rai ha posto la sua attività a disposizione della propaganda, allestendo anche serate artistiche a Roma, Torino, Milano, Napoli, Palermo. Teatri hanno organizzato appositi spettacoli, mentre gli artisti hanno offerto gratuitamente la loro opera. Gli italiani in Svizzera ed altre nostre comunità all’estero hanno inviato il loro concorso. Vi è stata una famiglia che ha rinunciato al pranzo; alcuni giovani hanno rinunciato al fumo per una giornata per inviare il loro contributo, un pensionato ha offerto la metà di una sua giornata di pensione; vi è stato un modesto operaio che ha inviato un dollaro dall’America; vi sono stati tanti e tanti episodi veramente commoventi che dimostrano tutta la gentilezza e la generosità dell’anima italiana. Ancora non si conosce l’esito della campagna, e quanto potrà venire distribuito ai fratelli disoccupati. Sarà certo un soccorso inadeguato al bisogno, ma avrà un grande valore morale per la spontaneità e l’amore che l’accompagnano. Il comitato che comprende rappresentanti del governo, dei lavoratori e dei datori di lavoro, avrebbe manifestato l’intendimento di fornire ai disoccupati oltre una somma in denaro, un sollievo sicuro mediante la distribuzione di generi alimentari; e ciò sarà fatto, se sarà possibile e se una eventuale distribuzione non importi un ritardo nel soccorso; perché occorre far presto, perché questo è il momento più critico per i disoccupati. Diversamente il soccorso sarà il denaro e verrà corrisposto a tutti coloro che si trovano iscritti al 31 dicembre u.s. nelle liste degli Uffici del lavoro. Si è cercato di adottare il soccorso diretto, escludendo le erogazioni attraverso le mense, per evitare che si crei una situazione di sperequazione con le zone ove le mense non esistono. Un criterio di uniformità ha suggerito di non lasciare «in loco» le somme raccolte in determinate province perché, come si è detto, la sottoscrizione vuole essere un atto di solidarietà verso tutti i nostri operai disoccupati, ovunque essi si trovino. Una parte del fondo Ausa, secondo anche il desiderio dei dirigenti dell’apposita missione americana, verrà destinata all’incremento dei corsi di riqualificazione per operai. Si è ritenuto che per questa via non soltanto si dia all’operaio un soccorso finanziario immediato, ma anche un aiuto morale. Si è inoltre stabilito che, in genere, la distribuzione del soccorso avvenga attraverso gli enti comunali di assistenza, opportunamente integrati da rappresentanti della Camera del lavoro, dell’Ufficio del lavoro e dagli operai disoccupati. Il comitato, infine, ha espresso il voto unanime che tutti, lavoratori e datori di lavoro italiani, non indugino ad attuare il loro fermo proposito di effettuare i versamenti entro il 31 corrente, secondo le modalità stabilite. A tale voto unisco la mia voce, che vuole essere ancora un vivo, appassionato richiamo al compimento di un civico dovere verso i nostri fratelli disoccupati. E sono sicuro che questa mia voce troverà ascolto in ogni cuore italiano che sa trovare sempre un palpito di amore e di comprensione verso chi soffre ed ha bisogno di sentirsi assistito dalla comunità nazionale.
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Le truppe d’urto del «maresciallo» Longo . Abbiamo letto nell’Avanti! che la rivoluzione è stata fatta a metà e che occorre ora portarla a fondo con un’azione di urto. La rivoluzione a metà sarebbe la guerra di liberazione e la trasformazione del regime. Ad entrambi abbiamo partecipato pure noi. Ma ora per l’Avanti! noi siamo diventati reazionari, e la rivoluzione dovrebbe essere condotta a fondo contro di noi. Questo frasario internazionale della demagogia non ingannerà il pubblico italiano. Esso avverte che non di rivoluzione si tratta, ma di involuzione, cioè del ritorno allo Stato-partito e al metodo totalitario, che intacca o annulla la libertà degli altri partiti e con ciò il metodo democratico. Attenzione! Il cosiddetto «Fronte» fa uso del gas. La cortina di gas fumogeni è costituita da quei pochi borghesi di stile moderato che vengono cacciati avanti per nascondere le truppe di urto che seguono, agli ordini del «maresciallo Longo», truppe di choc che si battono per la dittatura balcanica. Ma vi è anche il gas che assopisce e avvelena. È il gas della paura. Bisogna reagire al panico ed al terrore! Bisogna avere consapevolezza che la lotta è aspra e decisiva. Le donne sono più aperte alle ragioni ideali che agli opportunismi, perciò faccio appello a loro, perché convincano gli uomini che ogni calcolo di opportunità o doppio gioco è vano e non rende. Ogni doppio giuoco è vano. La nostra parola d’ordine è: «Aver coraggio ed infondere coraggio». Agire secondo coscienza, costi quello che può costare. Se avremo coraggio noi, che siamo alla direzione della pubblica cosa, il popolo ci seguirà nella lotta per la libertà del suo sviluppo politico e per la sua esistenza economica. Vi prego, voi donne, che coprite cariche e responsabilità, di infondere in tutti la convinzione che questa volta non ci sono vie di mezzo, che non esistono posizioni di riserva, che la lotta va affrontata in pieno, accettandone in pieno anche le conseguenze. Con questo spirito la vittoria non mancherà.
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Italiani! Il governo democratico nazionale ha adempiuto ieri all’impegno preso solennemente innanzi all’Assemblea; le elezioni per la Camera e il Senato sono indette per il 18 aprile. Il nostro secondo impegno è quello di garantire che tali elezioni siano libere. A questo scopo tendono le misure del governo per il disarmo delle parti e quelle per potenziare le forze dello Stato, destinate a mantenere l’ordine pubblico e a proteggere imparzialmente il diritto della propaganda e del voto. Intendiamo procedere su questa via con inflessibile fermezza, perché tutti siamo fermamente convinti che la repubblica democratica si salva solo resistendo alle tentazioni della violenza e deferendo alla volontà popolare, espressa in libertà e nelle forme previste dallo statuto, ogni decisione circa la costituzione e l’esercizio del potere politico. Serviamo con ciò soprattutto la causa della pace e dell’indipendenza nazionale perché la sopraffazione di una parte all’interno, sarebbe il preludio della guerra civile e la guerra civile aprirebbe fatalmente il varco a un conflitto armato fra i popoli. Il consolidamento della pace è anche la meta della nostra leale ed attiva partecipazione al piano Marshall, sulla base della cooperazione europea. Appoggiare questo sforzo è dovere e interesse della nazione italiana: sospettarlo, osteggiarlo e intralciarlo significa compromettere irrimediabilmente le sorti del nostro paese e rendere estremamente difficile il consolidamento di una democrazia europea, fondata sulle forze del lavoro e sulla cooperazione di popoli liberi. Su queste linee direttive si è mossa la politica interna ed estera del presente governo e tutti i gruppi in esso rappresentati sono concordi nel reclamare che su tali linee debba svilupparsi ulteriormente, rafforzandola verso l’estero con l’unione doganale europea – idea feconda lanciata dall’Italia alla conferenza di Parigi – e verso l’interno, saldando e integrando il piano Marshall per l’Europa con un programma nazionale di ripresa economico-industriale che coordini tutte le forze della ricostruzione. Se questo è il fulcro centrale della nostra politica, la rinnovata amicizia con l’Inghilterra con le intese che ne seguirono, il trattato commerciale con la Jugoslavia e la nostra riaffermata disposizione di attivare i rapporti economici con la Russia provano che l’attuale governo tende a sviluppare la nostra autonomia nazionale in tutte le direzioni, senza pregiudizio ostile contro alcuno. Italiani! Benché provenienti da diverse ideologie e da diverso ambiente sociale, voi ci avete visto cooperare lealmente ed efficacemente in tutti i problemi di emergenza per la lotta contro la disoccupazione e la crisi industriale, per lo sviluppo delle piccole industrie, con riguardo speciale al Mezzogiorno; per la salvezza della moneta, la stabilizzazione dei prezzi: nella politica dei lavori pubblici e della bonifica, premessa necessaria questa di ogni riforma agraria; nella preparazione per le Camere degli elementi indispensabili alle riforme sociali, quali quelle dell’assistenza, della previdenza e della partecipazione operaia nelle imprese. Abbiamo così dato l’esempio che una politica realista ed efficace può essere fatta, anche con la collaborazione di gruppi di origine diversa, quando «una» sia la direttiva, quella di volgere ogni cura alla salvezza e al progresso delle classi popolari – lavoratori e ceto medio – e «comune» sia la fedeltà alla democrazia nella sua forma repubblicana, definitivamente stabilita nella Costituzione, senza riserve di natura totalitaria, né sovvertitrici, né reazionarie: purché non sia contrastante la visione dei problemi internazionali e infine purché la collaborazione sia sincera e leale tanto nel governo che nel paese. Noi pensiamo che la prova di questa possibilità rappresenti nella nostra vita pubblica, agitata e sconvolta, un punto fermo raggiunto e una proposta per l’avvenire. Nella campagna elettorale ogni gruppo rappresentato al governo eserciterà il suo diritto di propugnare integralmente innanzi agli elettori il suo programma particolare e nell’applicazione del sistema proporzionale ogni gruppo assumerà la figura che gli è propria. Ma noi confidiamo che il popolo italiano, chiamato a deliberare intorno al Parlamento e quindi al governo futuro, ravviserà nelle linee fondamentali comuni al nostro schieramento le possibilità ricostruttive dell’avvenire e la garanzia per il progresso nella giustizia e per lo sviluppo della democrazia nella pace .
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L’onorevole De Gasperi inizia il suo discorso avvertendo che non si intratterrà su concetti generali, ma che richiamerà su fatti concreti lo spirito e la coscienza degli ascoltatori, i quali dopo averli meditati dovranno prendere le necessarie risoluzioni. Ricorda come egli fu accusato di avere evocato dei fantasmi e degli spettri e di aver esageratamente drammatizzato sui termini della contesa politica, allorché al congresso di Napoli della Dc gettò un grido di allarme ammonendo essere giunto il momento che tutti i partiti, pensosi delle sorti della libertà e della democrazia si levassero a difesa energica di questi principi e del loro costume. Fu in quella occasione che il presidente del Consiglio prese l’impegno, davanti alla coscienza nazionale e davanti a Dio, di fare ogni sforzo per chiamare a raccolta il popolo italiano perché avesse la cognizione esatta della gravità del periodo storico che attraversava il nostro paese. Osservando quello che avviene oggi non solo in Italia, ma anche nel mondo che ci circonda, l’oratore afferma che non solo il suo allarme di settembre era giustificato, ma che egli aveva sentito giustamente il polso della nazione e aveva visto e sentito esattamente i tempi che dovevano decidere dell’avvenire del paese. Vane sono quindi le parole e le accuse di Togliatti. Quando il «leader» del Pci ha accusato De Gasperi di aver turbato la tregua elettorale – dando un senso tragico a conflitti e a contrasti che dovrebbero essere semplici manifestazioni della concorrenza tra partiti – sapeva o non sapeva che in un paese a noi molto caro fin dalla prima guerra mondiale, in Cecoslovacchia, si avrebbe avuto la conferma di quella che De Gasperi indicava come un pericolo per l’Italia? L’oratore ricorda gli incontri che ha avuto con i personaggi della prima tragedia mondiale, che svolsero una grande opera per la fondazione e la ricostruzione di nuovi Stati che già perdettero la loro indipendenza e che uguale sorte e pericolo hanno in questi giorni. Nel 1918, pochi giorni prima dell’armistizio italiano, trovandosi a Roma, aveva abbracciato i capi del popolo cecoslovacco che tornavano in patria pieni di entusiasmo per la liberazione del loro paese e fervidi di certezze per la nuova repubblica che avrebbero fondato. Poco dopo, accompagnando la missione militare italiana, De Gasperi incontrava Masarik , il filosofo presidente della repubblica e lo salutava, augurando che l’esempio di questo nuovo Stato si moltiplicasse e si giungesse ad una confederazione europea di Stati liberi. Alcuni anni dopo, Hitler e il totalitarismo nazista minacciavano e assorbivano la Cecoslovacchia così come avevano assorbito l’Austria. Fu allora che si diffuse la teoria che veniva riassunta in questa parola che sembrava tanto strana: «Gleichschaltung», cioè messa in fase. Bisognava mettere in fase tutti i popoli: cioè assimilarli e assorbirli nel nazismo, nel governo di Hitler. Così avvenne dell’Austria e della Cecoslovacchia, e di nuovo i capi cecoslovacchi dovettero emigrare e di nuovo li abbiamo rivisti all’estero, finché le vicende di questa seconda guerra li riportarono in patria. Ma ecco oggi sorgere il pericolo di un’altra dittatura, della perdita della libertà e del crollo della democrazia. Strano ricorso storico: allo stesso modo che lo Stato-partito venne concepito e realizzato in Italia col fascismo e specialmente nella Germania hitleriana, così oggi ritorna la stessa minaccia e lo stesso metodo da parte dei comunisti, ed ai movimenti politici, alle associazioni e ai cittadini fuori della loro influenza non viene riconosciuta libertà e parità. Il tutto è sottoposto al monopolio della tessera e della cartolina rossa di precetto. Ora, osserva l’oratore, bisogna tenere presente che per le teorie, le dottrine e le epidemie non esistono frontiere. È per questo che l’esempio della Cecoslovacchia costituisce un monito per noi. Anche là si è avuto un patto di nazione tra comunisti e parte dei socialisti; anche là si crearono istituzioni che pretendono di avere il diritto rappresentativo e costituente e che, quando il parlamento non è di loro gradimento, vogliono imporre la loro volontà. Questi comitati sono stati creati anche in Italia o attendono l’ora propizia, in agguato e in riserva. Se un bel giorno la votazione elettorale non sarà sufficientemente favorevole, o sarà dubbiosa, questi comitati si leveranno a parlare in nome del popolo e negheranno quella che è la base legittima del suffragio universale e della democrazia, cioè la forma del Parlamento. Saggia fu la nostra risoluzione – dice De Gasperi – di tenere in mano il ministero dell’Interno. Saggia fu perché il colpo di Stato in Boemia è riuscito, non in quanto le masse si agitavano in piazza, ma perché erano appoggiate, e non ostacolate, dalla polizia, già in mano di un ministro dell’Interno comunista. L’oratore ricorda che anche in Boemia è stato creato il cosiddetto Fronte popolare e come Togliatti si sia lamentato quando De Gasperi a proposito di quello sorto in Italia, parlò di cortine fumogene che nascondono le forze del maresciallo Longo. Questa, invece, è una semplice realtà – continua l’oratore – che potrebbe essere ben fatale per l’Italia se il popolo non si sveglia per difendere la propria libertà. Come mai la falce ed il martello sovietici sono scomparsi, sono stati sostituiti dalla figura di Garibaldi con o senza stella? «Noi, afferma De Gasperi, non neghiamo al Pci il diritto di presentarsi come tale, anzi lo sfidiamo a presentarsi come tale. Non possiamo però non reagire con sdegno di fronte alla perfidia ed alla politica nascosta dietro l’azione di alcuni miserabili borghesi che non peritano di difendere una situazione finta e insidiosa. Questi borghesucci pavidi e ingenui si guardino attorno, e se hanno a cuore l’avvenire del paese, tornino indietro (sono ancora in tempo), lascino che i comunisti agiscano da comunisti; giacché non hanno nessun diritto di coprire questa merce di contrabbando che si nasconde dietro il Fronte e dietro di loro». L’oratore passa ora a smentire l’accusa che il governo da lui presieduto sarebbe nemico dei lavoratori. Risponde non a parole, ma con cifre e con fatti concreti. Considerato in 100 il complesso delle retribuzioni nel 1938, risulta che quelle dal febbraio al maggio del 1947 oscillarono fra 3084 e 3455 e salirono dal maggio del 1947 al gennaio del 1948 da 3635 a 5122. Il governo intervenendo a frenare l’aumento dei prezzi e quindi il costo della vita, ha ottenuto il risultato di aumentare il potere d’acquisto, cioè il salario reale dei lavoratori tradotto in cifre reali, non nelle cifre che possono dare oggi le nostre monete. Infatti il salario reale degli operai fatto uguale a 100 nel 1938 oscillò intorno a 86 fino al maggio del 1947, raggiungendolo nel novembre e superandolo nel gennaio di quest’anno. Se il merito di tutto questo non si può attribuire al governo, perché lo Stato può influire solo in misura limitata sopra l’andamento dei salari e dei prezzi, per lo meno non si potrà dire però che se tutto questo è avvenuto sotto un governo democratico, cristiano-liberale, repubblicano e socialista autonomo, un tale governo possa essere tacciato di ostilità e di inimicizia verso la classe lavoratrice. È vero che per gli impiegati non è stato raggiunto il medesimo livello, ma il miglioramento in questi ultimi tempi è stato anche per loro notevole. Certamente l’azione sindacale esercita una pressione decisiva: il governo è sempre stato presente in tutti i contesti e si è sforzato di collaborare con i rappresentanti dei lavoratori. Ma quali progressi non si sarebbero potuti raggiungere se l’azione sindacale non fosse stata talvolta avvelenata da presupposti e sospetti politici, se le differenze economiche non fossero state inquinate dal concetto della lotta di classe e dalla tendenza di partito, se spesso le agitazioni sindacali non fossero fatte servire per rafforzare l’attacco del Partito comunista contro lo Stato democratico. In ogni occasione l’opera mediatrice del governo e specialmente del nostro ministero del Lavoro ha ottenuto, all’atto della soluzione di un conflitto pieno riconoscimento anche da parte sindacale operaia; ma ciò in sede privata: in pubblico risuonava la solita accusa contro il governo nero e anche dopo un successo ottenuto con la mediazione del governo tale successo veniva proclamato sulla stampa come una vittoria sulla reazione governativa Non comprendono i lavoratori quanto potente, quanto incontrastata sarebbe una Confederazione sindacale che si ponesse sinceramente al di sopra dei partiti e non si facesse strumento di manovre politiche? Così nei riguardi dei consigli di gestione se vi fosse meno sfiducia e meno diffidenza tra le parti, se fossero presentati e realizzati come un elemento di collaborazione leale e fattiva, ben altra efficacia avrebbero avuto, là dove sono costituiti, e ben altra sarebbe stata la loro diffusione. Comunque, a parte la questione dell’aumento salariale, è per diretto intervento del governo che si sono aumentati di 90 miliardi i contribuiti previdenziali, che si è quadruplicato il sussidio ai disoccupati, che si sono istituiti corsi di addestramento per 70 mila reduci e di qualificazione per 45 mila disoccupati. L’oratore parla poi dell’intervento dello Stato per la conversione delle industrie di guerra. E a proposito di manifesti affissi ad Ancona durante la notte precedente dai frontisti in cui si parla del presidente del Consiglio come di colui che smobilita le industrie e in genere i cantieri navali, l’oratore ricorda la notizia riportata al mattino stesso dai giornali la quale annunciava che in seguito agli sforzi del governo si sono potuti assicurare i capitali per garantire la costruzione di 4 navi norvegesi, ciò che darà lavoro per più di un anno ai cantieri di Ancona. Ma vi sono dei limiti nell’intervento dello Stato. Già è intervenuto attraverso le industrie meccaniche e cantieristiche dell’Iri, già si sono portati i fondi a 80 miliardi, già si è intervenuto in parecchie altre imprese attraverso un ente apposito di finanziamento: il Fim. È strano che vi siano degli operai ai quali non si domanda niente e si da molto e pure fanno credito alle calunnie lanciate dai nostri avversari. Noi abbiamo il diritto che si riconosca lo sforzo dello Stato, che è lo sforzo della comunità la quale da il suo contributo per salvare dalla rovina queste industrie che furono prospere per la guerra e che debbono ora convertirsi in opere di pace; e tale contributo viene dato sopra tutto per assicurare il lavoro agli operai. Questa politica di finanziamento è possibile soltanto in conseguenza degli aiuti americani. Dalle nostre risorse non possiamo attingere quello che ci necessita. Occorrono aiuti dal di fuori. Ecco perché abbiamo trattato con l’America, e trattiamo tutt’ora, e speriamo nel suo concorso. Senza di questo non c’è salvezza e i primi che pagherebbero se venissero a mancarci, sarebbero proprio gli operai dell’industria che si lasciano ora guidare all’attacco. Con gli aiuti e con i prestiti americani noi facciamo una politica di pace, una politica di ricostruzione e di ripresa, senza compromettere per nulla la nostra indipendenza. In un primo momento il così detto Fronte popolare, specialmente sotto l’ispirazione comunista, si mise a gridare che gli aiuti dall’America significavano l’asservimento, che noi diventavamo schiavi dell’America; poi visto che questa manovra non aveva presa, i frontisti incominciano ora a discutere sugli aiuti sessi, affermando che anch’essi potrebbero ottenerli se fossero al governo e mescolano sempre, alle considerazioni, gli attacchi contro gli americani. Gli americani sono un popolo industre che aiuta l’Europa per dare tranquillità alla sua economia e per impedire la guerra. Impedire la guerra è anche il nostro postulato, è anche la nostra necessità e quando in questo senso collaboriamo con l’America, collaboriamo per la salvezza della patria. Coloro, prosegue De Gasperi, che, nell’interesse di un altro Stato o di un partito, parlano contro gli aiuti americani, tradiscono – diciamolo con la vera parola – tradiscono gli interessi dell’Italia; e se gli elettori italiani saranno intelligenti chiameranno questi partiti a rendere conto del loro tradimento. E se qualcuno vuole bagattellizzare su questa affermazione, si rivolga all’onorevole Lombardo, che fu capo della missione economico-commerciale a Washington per le trattative con l’America e che concluse il trattato di amicizia e di collaborazione economica. Domandi a lui in quale pericolo siamo corsi in un certo momento; quando cioè le trattative stesse sembravano stagnare perché il signor Togliatti si era preso il lusso di stampare articoli che gli americani hanno a ragione considerato ingiuriosi. Non è vero che gli aiuti dell’America diminuiscono le possibilità di lavoro. Questo aiuto è l’unico che ci da la possibilità dell’avvenire. Bisogna dire ben chiaro che se per disgrazia – che non è prevedibile – il Blocco andasse al potere tutto questo sarebbe in pericolo, lo si può dire con certezza assoluta. Il presidente del Consiglio illustra, quindi, dettagliatamente gli aiuti forniti dall’America. A partire dall’estate del 1943 gli Stati Uniti hanno fornito aiuti all’Italia, in forme varie, per un ammontare totale di circa 1 miliardo e 900 milioni di dollari. La maggior parte di tali aiuti, per un ammontare di circa 1 miliardo e 200 milioni di dollari, è stata completamente gratuita, mentre i restanti 669 milioni di dollari sono stati corrisposti sotto forma di crediti a lunga scadenza o sotto forma di rimborsi per spese sostenute dagli americani in Italia durante il periodo di cobelligeranza. Ecco le cifre in dettaglio: aiuti gratuiti per un importo di 1 miliardo e 186 milioni di dollari, di cui 376 milioni del programma di assistenza militare dell’esercito (quota Stati Uniti) forniti in generi alimentari e medicinali; 134 milioni corrisposti dalla Fea (Federal Economic Administration), per arrivare al programma Unrra e forniti in generi alimentari, medicinali, carbone, petrolio, cotone e metalli; 375 milioni della quota degli Stati Uniti del programma Unrra forniti in generi alimentari, carbone, petrolio, cotone, lana, metalli ed altre materie prime industriali; 120 milioni dell’Ausa forniti in grano, carbone, fertilizzanti, medicinali e altri generi alimentari; 181 milioni del programma interinale (aiuti tampone). Crediti e rimborsi per un totale di 683 milioni di dollari di cui: 312 milioni del rimborso in dollari delle am-lire spese dagli Stati Uniti in Italia per paga truppa e per forniture di servizi e merci; 178 milioni come crediti per acquisti di materiale eccedente (surplus); 62 milioni come credito acquisto di navi (liberty e petroliere); 131 milioni per crediti alle industrie da parte della Export Import Bank. Oltre a questi aiuti valutati in cifre, sono da ricordare quelle altre forme di collaborazione, quali la rinuncia da parte degli Stati Uniti alla loro quotaparte delle nostre navi da guerra, lo sblocco dei beni italiani negli S.U., la restituzione delle navi mercantili. Dopo avere illustrato l’impiego degli aiuti americani ed accennato alla riforma agraria, l’oratore si occupa dell’attuale situazione della Borsa. Accennato al ribasso della Borsa l’oratore dice che bisogna esaminarlo con serenità e oggettività, non chiedere al governo interventi improvvisi e tumultuosi. Quando si costituì nel giugno scorso il governo senza i comunisti, la Borsa si trovava in una ossessionante crisi di rialzo. Tutti i titoli industriali volavano verso quotazioni esagerate. C’era il panico della lira e tutti cedevano i così detti beni-rifugio e compravano azioni delle imprese industriali. Il governo allora si guardò bene dall’intervenire direttamente sul mercato dei titoli. Agì, invece, per il risanamento della lira, riuscendo per la prima volta dal 1934 ad arrestare la caduta della moneta. Oggi non c’è più il panico della lira. Si ha oramai la certezza che anche in grazia del piano Marshall, il valore della moneta, salvo oscillazioni temporanee, è destinato a stabilizzarsi. E oggi i compratori fanno i loro calcoli e comprano buoni del Tesoro al 3 per cento e si liberano delle azioni che al prezzo esagerato che avevano raggiunto danno lo 0,4 o lo 0,70 per cento di dividendo. Ma anche questa volta la spinta va al di là del segno e il panico fa cedere in un eccesso contrario. La verità sta nel mezzo. Al di fuori di ogni valutazione psicologica momentanea, influenzata spesso da elementi politici estranei o da speculazioni interessate, c’è una valutazione che deriva dalla fiducia nella nostra ripresa economica. Di questa ripresa il governo si preoccupa, e giorno per giorno, caso per caso, prende provvedimenti per sollecitarla. I crediti previsti dal piano Marshall sono una contro assicurazione sufficiente. Ma bisogna che anche il paese aiuti il governo. Ci vuole ordine, disciplina, fiducia, lavoro, collaborazione. Lasciarsi prendere dai nervi, chiedere l’impossibile, minacciare ad ogni momento scioperi e voti negativi vuol dire fare il proprio danno. Se stiamo uniti, se saremo pazienti e tenaci, riusciremo, ad un punto, in cui tutti i valori si stabilizzeranno secondo il loro reale rendimento. È questa la nostra politica di equilibrio dei prezzi e delle valutazioni. Avviandosi alla conclusione, De Gasperi dice: «Non basta aumentare i salari, bisogna che ci sia lavoro, bisogna che ci siano soprattutto lavoro e collaborazione, altrimenti siamo perduti. E a coloro che pensano che una classe sola potrà dominare, io dico che essa attraverso il potere politico potrà dominare ma sulle rovine e sul caos di tutta l’Italia. (Applausi). È per questo che io sento il dovere in questo momento di dire tutta la verità, di dirla anche in forma risoluta – perché che volete che mi importi vecchio come sono dei successi elettorali e politici, quali ambizioni volete che io abbia? Ho una ambizione sola, di servire la patria! (Applausi). Per questo, amici marchigiani, che siete venuti qui in una folla così immensa che mi consola, perché penso e vedo profeticamente che questa folla si avvierà anche alle urne elettorali (si grida: sì), per questo io non ho bisogno di ricorrere alla morfina dell’onorevole Togliatti per sopire nell’inganno gli elettori, e neanche di ricorrere alla simpamina per tenervi in piedi, perché so che basta un appello alla vostra intelligenza e alla vostra coscienza. Queste sono le forze morali, per questo noi ci siamo alleati al governo con dei partiti che hanno con noi un eguale impegno democratico: noi non abbiamo domandato loro di rinunziare al loro programma e alla loro azione; noi manteniamo il nostro ed essi il proprio. Non facciamo mascherature. Abbiamo fatto un patto leale che è l’impegno democratico; bisogna che tutti ci riuniamo per salvare il Parlamento, la democrazia, il metodo delle libertà nella vita politica. Ecco quello che ci unisce, e siamo uniti per combattere la minaccia dello Stato-partito, la minaccia che con una tessera onnipotente e con la cartolina rosa tornino ad imporci la dittatura di cui abbiamo goduto i frutti per vent’anni. E a voi, amici giovani specialmente, a voi specialmente un appello dirigo particolare, un appello al sentimento spirituale e religioso che ci unisce. Anche qui noi vogliamo la libertà; non intendiamo imporre a nessuno di credere. Vogliamo difendere la nostra libertà, anche la libertà spirituale che è l’eredità e il patrimonio più prezioso della nostra civiltà italiana. Signori, non è per una semplice adesione conservata al passato che noi vogliamo difendere la civiltà dei nostri padri, la civiltà di cui ci parlano tanti monumenti e tanti templi, non è semplicemente per agganciarci al passato ma perché esso è la nostra speranza nell’avvenire, perché noi sappiamo che tutto lo sforzo economico sarebbe vano se nel popolo italiano non tornasse la moralità delle coscienze, lo spirito di sacrificio, di fraternità, per cui tutti siamo per uno e uno per tutti, se al popolo italiano non tornasse l’anima che ha fatto grande la nazione nella storia e che ci assicurerà ancora nell’indomani. Se noi parliamo così contro il comunismo, non è contro i postulati economici del comunismo che parliamo, perché in ciò potremmo trovare punti di confluenza, ma là dove ci si stringe il cuore è quando si tratta di libertà di coscienza personale, spirituale e politica. Domandatelo ai 50 mila giuliani che sono esuli in Italia quale è l’aspetto di un paese che è vittima di questo regime, domandatelo: sembra che in questi paesi si spenga la grande luce dei secoli, la grande luce nella mente e nel cuore degli uomini. Giovani, io vi dico, ho passato nella storia della mia vita tanti periodi critici, la mia vita è stata complessa; in gioventù mi sono battuto contro gli anarchici nei paesi dell’emigrazione italiana; poi, come studente, sono andato a finire nelle carceri austriache perché difendevo la nostra nazione; poi, riunitici alla nazione italiana, speravo in una evoluzione della libertà ed ho creduto alla libertà, ma ho perso di nuovo questa libertà, fino a soffrire nel carcere. Amici miei, nelle sofferenze e nelle umiliazioni di vent’anni non ho mai perso la speranza. Oggi però sento che non ho mai passato un momento così serio come questo. Ciascuno porti a casa, come testamento quello che vi dico: questa volta bisogna vincere, o non si vota più in Italia; questa volta bisogna scuotere tutto il popolo fino alle più intime fibre, bisogna fargli capire che si tratta della sua salvezza. Amici miei, questa è la vostra ora, è un’ora suprema e non passerete mai ore più decisive di questa. Siate tenaci, accorti, coraggiosi. Bisogna vincere, costi quel che può costare».
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Il governo seguirà con vivo interesse i lavori che oggi si iniziano e ne trarrà norme e ammaestramento. Esso sa che la categoria dei commercianti non ha semplicemente il compito della distribuzione interna, ma anche quello di riconquistare i mercati esteri. A mano a mano che la situazione si normalizzerà, questo compito passerà sempre più dallo Stato a coloro che ne hanno la tecnica, la preparazione e la tradizionale funzione. Il presidente del Consiglio ha dichiarato quindi di essere consapevole dei pesi tributari che gravano sulla categoria dei commercianti. Il carico è arrivato ad un tal punto che l’amministrazione finanziaria deve concentrare la sua opera nello sforzo di una giusta perequazione tra le diverse categorie. La categoria dei commercianti è un elemento essenziale della vitalità economica del paese. Minarne l’esistenza e paralizzarne l’opera affidando le sue funzioni agli organi statali, significa comprimere in modo intollerabile la naturale libertà delle attività individuali.
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Riconosce che il caso di Aldisio rappresenta una linea di continuità nella difesa dello Statuto siciliano; ma ritiene che questo dovrà essere soprattutto difeso al Senato, dove andranno gli esponenti più sfavorevoli allo Statuto. Aldisio è quindi per lui l’uomo più adatto per difendere lo Statuto al Senato; e ciò senza dare l’impressione che il Cn voglia diminuire l’autonomia siciliana. […] L’esperienza insegna di essere chiari con gli elettori e di dire quale è la meta e quale la graduazione delle nostre intenzioni. Bisogna cioè prospettare le nostre soluzioni, tenendo conto della graduazione delle nostre possibilità. Perché la verità è che nessuna riforma si può fare in democrazia, se manca una base finanziaria. Solo le rivoluzioni si muovono senza questa preoccupazione, ma non la Dc che deve invece insistere sul suo metodo democratico. Bisogna dire le ragioni che hanno arrestato la realizzazione immediata di riforme di struttura: ragioni di finanziamento. Raccomanda, con la chiarezza, il senso di responsabilità nel presentarsi agli elettori, per promettere quel che poi non si può mantenere. Sulle obiezioni fatte da Ravaioli e da Rapelli in merito ai collegamenti per il Senato e alla inserzione di indipendenti nelle nostre liste per la Camera, chiede agli obiettori che parlino francamente . Noi siamo stati logici e consequenziali con la nostra concezione «corporativa» permettendo ai rappresentanti dei produttori di entrare al Senato coi nostri voti. I problemi di oggi debbono essere risolti con la collaborazione di tutte le classi. Se no, c’è la violenza; e in questo caso, non siamo in grado di far concorrenza alla estrema sinistra. Il partito esiste solo in quanto rappresenta gli interessi del paese. Bisogna perciò cacciare dal partito chi vuole imporre le proprie pretese e i propri personalismi. Contesta a Ravaioli che il tono polemico da lui usato sia incostruttivo e controproducente . Bisogna dire la verità delle cose per essere seguiti. E con la verità, avere una visione visiva e prospettica della nostra azione tenendo conto di ciò che rappresentiamo nell’opinione pubblica e di quel ce in essa rappresentano i partiti democratici che collaborano con noi al governo .
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Cari amici, vi parlo alla vigilia del centenario della traslazione delle salme dei fratelli Bandiera, eroicamente caduti nella vostra città. Le mie parole non possono perciò che invitarvi ad elevarvi sopra le miserie comuni. Per celebrare gli ideali per i quali caddero questi nostri grandi eroi della libertà e perché guardiate alle grandezze del passato come un pegno per la libertà avvenire. Dovunque vado a parlare, in questa campagna elettorale, non posso non riportarmi al 1848 e sento che mi accompagnano le ombre dei grandi del passato come monito per la difesa della libertà. I miei avversari mi accusano di esagerare, di mancare al mio compito di presidente del Consiglio, di uomo imparziale di governo, e l’accusa mi viene rivolta perché faccio questo continuo appello al cuore degli italiani e perché ricordo le gesta degli avi nostri. Ebbene, gli italiani vorrebbero forse che il presidente del Consiglio tenesse gli occhi bendati e lasciasse che le masse fossero sovvertite? Amereste voi, che io venissi fra voi a pronunciare frasi date di concordia e di comprensione, quando c’è invece bisogno di forza e di energia per salvare il nostro paese? D’altra parte l’atteggiamento così deciso e battagliero del presidente del Consiglio ha le sue buone ragioni. Per anni ho collaborato con tutti i partiti, perché credevo che ciò fosse necessario per consolidare e salvare la democrazia e poter costruire una base sicura per l’avvenire di tutta Italia. Avevo la speranza che tutti i partiti avessero accettato il metodo democratico, il metodo fondamentale della maggioranza che governa e della minoranza che controlla, ossia che si accettasse il principio del gioco della reale democrazia e del suffragio universale. Per questo mi sono trovato in posizioni difficili che non sono state comprese e per questo ho pazientato: per l’amore della democrazia. Ed è proprio l’ amore alla democrazia che mi dice che bisogna parlare chiaro e battersi. Ed è perciò che io penso che, prima del 18 aprile, tutto quello che va detto, deve essere detto. Durante la collaborazione mi ero accorto che alcuni partiti pensavano più alla fazione che all’interesse dello Stato, e soprattutto, mi ero accorto che tenevano in riserva le organizzazioni paramilitari per servirsene al momento opportuno. E poi non c’era lealtà e non c’era franchezza. E che non ci sia franchezza voi lo constatate anche oggi perché vedete che si chiama in ballo Garibaldi e ci si nasconde dietro il cosiddetto Fronte popolare. Non vi è chi non veda le grandi insidie di questo Fronte popolare contro la democrazia e la libertà. Fronte contro il quale bisogna battersi con tutte le energie e non fare come purtroppo fanno quei poveri borghesi che non hanno coraggio e che non pensano ad altro che a salvare i quattrini investendoli in valuta straniera e che si preoccupano solo di rifugiarsi in ville lontane. Questa gente tradisce gli interessi del popolo e merita oggi il più aspro rimprovero. Bisogna battersi perché non prevalgano tesi contrarie agli interessi italiani e anche perché non si creino intralci all’attuazione del piano Marshall che fu definito come una contro assicurazione contro la guerra ed i cui benefici ho in tante altre occasioni documentato e precisato così come ho precisato l’entità degli aiuti americani in genere, senza dei quali la nostra ripresa sarebbe stata impossibile. Questa mattina a Catanzaro ho anche documentato con cifre alla mano il concreto interessamento del governo verso il Mezzogiorno: ora vi leggo le cifre che riguardano la vostra provincia., sono stati assegnati per lavori pubblici lire 297.500.000 di cui 206 milioni per manutenzione ordinaria e straordinaria e per riparazioni di danni da eventi meteorologici; lire 74.000.000 per nuove opere e per la bonifica. Questo non è che l’inizio del nostro programma per il Mezzogiorno per il quale si dovranno adottare grandi riforme in un ordinato regime democratico, contro il quale tramano i comunisti nascosti dietro il Fronte. Questo regime si salva compiendo con coscienza il proprio dovere il 18 aprile. Io non domando a tutti voi di votare la Democrazia cristiana, domando che votiate secondo coscienza per la libertà e per la democrazia e per i partiti al governo che la difendono. Amici di Cosenza, io non posso concludere queste mie parole che facendo appello alle magnifiche doti di equilibrio, di generosità e di tenacia dei calabresi. Occorre energia e perseveranza perché l’entusiasmo di queste belle dimostrazioni di massa può anche disperdersi; ma se l’esito del 18 aprile ci sarà favorevole verranno certamente i giorni assolati.
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Amici, non so se questo strumento funziona. Io spero che vi arrivi la mia voce, per ringraziarvi di essere accorsi in tanta moltitudine, sia che siate amici miei o avversari. Vi prego di seguirmi con pazienza, frenando l’entusiasmo ed eventualmente anche il contrario, se esiste. Io ho un conto aperto con il signor Longo e voi avrete letto sui giornali che mi ha dato una risposta che esige una replica . Scusate, quindi, se cerco di chiudere un conto con lui. (Ad una interruzione De Gasperi risponde: sto parlando chiaro, non avere paura!). L’onorevole Longo, nel suo ultimo discorso, mi ha accusato di essere asservito: 1. al movimento cattolico; 2. al Vaticano, ove sarei stato impiegato e cittadino; 3. all’America. Rispondo a tutti e tre i punti. Servo del movimento cattolico: se questa è una frase per dire servo della Chiesa cattolica, allora ha ragione. È vero. Sono servo della Chiesa cattolica Ma sono in buona compagnia: non soltanto questa immensa folla che mi ascolta, non soltanto la maggioranza del popolo italiano e della presente generazione, ma nella storia, tutta la civiltà, tutti coloro che grandi o piccoli, dalle varie generazioni che hanno succhiato l’alimento spirituale della fede e della tradizione civile, superiore in verità ad ogni contingenza politica ed ai partiti, ma nella sua essenza alimento fondamentale della civiltà e del popolo italiano nella sua storia e nel suo presente. Ho l’orgoglio, la fortuna, e noi credenti diciamo la grazia, di portare nel cuore questa scintilla immortale che, se si spegnesse, sarebbe come se l’Italia scendesse in una caligine terrea, e ritorneremo lupi fra lupi, come erano i popoli prima di Cristo che ci insegnò essere tutti fratelli e figli uguali del Padre. Nessuno spirito, rivoluzionario e pur titanico, sostituirebbe il fermento di fratellanza e di giustizia del cristianesimo. In tutti i tempi questo ideale ci conforta e ci anima. Ha animato lo spirito dei combattenti, così 100 anni fa, nel 1848, così recentemente, nella lotta per l’indipendenza della patria e nella guerra contro lo straniero. Questo spirito che aleggiò anche sul Vaticano, il quale ha svolto durante il periodo della guerra una opera immensa di carità, accompagnando prima i movimenti di liberazione con i suoi soccorsi e con la sua ospitalità generosa, senza distinzione di razza e di partiti, e poi accompagnando il nuovo Stato nel suo nascere, con ogni specie di collaborazione economica, sociale e spirituale, ha acquistato nei confronti del popolo italiano una immensa ragione di gratitudine. Coloro che, per un fatto qualsiasi (per quanto grave e consegnato senz’altro, ormai direttamente e volontariamente, alla procedura penale) gettano discredito su tutta una augusta istituzione come la Chiesa e il papato, inculcano l’odio dei lavoratori contro un istituto che è baluardo di libertà e di dignità umana, contro le dottrine naziste e oggi è baluardo di libertà contro le dottrine leniniste, tradiscono la causa del popolo italiano. No. Non fui, in verità cittadino vaticano; ma fui funzionario della biblioteca, ove mi trovai con professori cristiani, o ebrei perseguitati e cacciati dalle cattedre, e ricoverato e ospitato dal papa nella biblioteca, in questo grande istituto di studi internazionali. E ammirai in esso la grandezza della istituzione, la quale cerca il progresso scientifico, servendo in carità la scienza universale. E converrebbe che la storia registrasse i gesti generosi di Pio XI e del cardinal Mercati , che emiliano, è uno dei grandi onori della erudizione e della scienza non solo in Italia ma nel mondo, quando questi due luminari raccomandavano ebrei, protestanti, uomini di tutti i partiti, perché fossero colti, fossero istruiti alle università libere del mondo. In questo periodo il Vaticano è stato la salvezza di molti uomini di scienza e di molti uomini che non avevano più ricovero negli Stati dominati dalla dittatura. Rimasi tuttavia cittadino italiano. E vi potei rimanere, perché un giorno Pio XI, rispondendo all’ambasciatore di Mussolini, il quale voleva che mi cacciassero anche di là, come ero stato cacciato da tutti i posti e da tutte le possibilità di sussistenza in Italia, rispose: «Ho diritto di dare un tozzo di pane a un cittadino italiano a cui voi negate ogni possibilità di assistenza». In quanto alla vecchia Austria, poiché mi si vuole descrivere come uno il quale abbia resistito ai movimenti di liberazione contro l’ex impero e non li abbia sostenuti, non ho che da richiamarmi ai discorsi che feci al parlamento austriaco. Posso ben ricordare che il 28 settembre 1917, in un momento in cui l’esercito russo, battuto, era in ritirata e si preparava sul fronte italiano il disastro di Caporetto, tenni un discorso contro i governanti delle zone soprattutto abitate dagli italiani in Austria e dissi: «questi tirannelli credono che, perché tutto si tace, qui sia un cimitero. Ma lasciate una volta che lo spirito della libertà soffi sopra questa casa di morti, per costituire nuovamente uomini liberi». Questo giorno, dissi in un momento delicato ed angoscioso, perché le sorti delle armi c’era a vversa, questo giorno dovrà venire e verrà. Esso è già il sicuro risultato di questa guerra e ha preceduto la decisione sui campi di battaglia. Esso è la vittoria del principio nazionale e democratico. E dopo Caporetto, quando l’angoscia di noi italiani in Austria era al colmo, perché vedevamo festeggiare la vittoria da parte tedesca, conclusi il discorso del 26 febbraio [1918] con queste parole: «avvenga quel che vuole, noi sappiamo che con le nostre aspirazioni alla libertà e alla possibilità di sviluppo democratico, noi navighiamo nella grande corrente mondiale che qui, e fuori di qui, va ogni giorno progredendo». Ora io chiamo la testimonianza di queste parole, per dire che c’è una coerenza nella mia vita pubblica ed è l’attaccamento al principio democratico in ogni caso, in ogni Stato, da ogni tribuna. Sempre questo fu il mio principio fondamentale e il criterio della mia direttiva e della mia condotta. Per la democrazia ho combattuto contro il fascismo; per la democrazia mi sono ritirato sull’Aventino; per la democrazia feci fronte, assieme ai nostri colleghi dello stesso partito, dopo il delitto Matteotti, con socialisti, massoni e liberali; per la democrazia ho stentato a campare; sono finito in prigione, ho vissuto ai margini della vita nazionale. Ebbene, per la democrazia ho sofferto e rischiato, durante l’occupazione, organizzando con tutti, compresi i comunisti, la riscossa. Perché tutto questo, che pure dagli avversari era riconosciuto, oggi mi viene negato? Perché oggi mi si vuole fare apparire come un reazionario, come un uomo che della democrazia non si cura? No. Lavoro per la sua salvezza. Direi di più: per la democrazia ho collaborato anche con tutti i partiti al governo, ho collaborato con i socialisti e coi comunisti, e il principio che mi guidò allora, come prima e come mi guida oggi, era questo: necessità di radunare tutte le forze in un momento in cui bisognava consolidare lo Stato libero, riconquistare la pace e superare le difficoltà economiche. Allora e poi abbiamo forse fatto questione di comunismo? No. Io bene avevo studiato gli autori comunisti, sapevo che esistevano delle teorie e delle dottrine che non potevamo accettare, non solo, ma conoscevo anche la tattica nuova che era stata insegnata da Lenin e poi da Stalin, cioè quella strategia di insinuazioni e di tortuosità che doveva condurre al comunismo al potere, attraverso forme nuove e non tradizionali nella sua storia. Ma speravo allora, in una possibilità di assimilazione di tutte le forze sopra certe linee democratiche comuni, cioè speravo l’accettazione completa, intera e sincera del metodo democratico nella vita pubblica. E il metodo democratico voi sapete quale è. Si è convenuto che si accetti il principio di maggioranza: una maggioranza che governi, una minoranza che controlli. Questa è la base della democrazia, questa è la base dell’antica democrazia, ancora nei nostri comuni; questa è la base della democrazia ove essa sia svolta nelle forme più libere ed efficaci; questa è la base della democrazia, perché essa possa vivere nel contrasto e nella discussione, ma sempre nella disciplina, sopra un principio di maggioranza. Se questo principio fosse stato accettato sinceramente e schiettamente da tutte le forze compresi i comunisti, noi oggi in Italia non avremmo un movimento di concentrazione anticomunista perché, in verità, noi questa questione non l’avremmo posta; e quando si tratta di questioni economiche o di procedura economica, anche se noi non condividiamo le dottrine, né il programma generale del comunismo, potevamo sempre trovare confluenza di azione pratica per il progresso e l’elevazione dei lavoratori, per il progresso della vita e del lavoro. Ma oggi, e nel passato recente, ci siamo trovati di fronte ad un’altra situazione. Potevamo sperare che la situazione internazionale, cioè i rapporti tra le potenze occidentali e la Russia, si svolgessero favorevolmente e che da questi rapporti derivasse anche un consolidamento della convivenza democratica dei vari partiti degli stati di Europa. Su questo argomento torno subito. Ma mi premeva ancora rispondere all’onorevole Longo, il quale mi ha detto che io sono servo oltre che del movimento cattolico e del Vaticano, anche dell’America. Io ho da fare appello soltanto alla memoria di questi signori e ricordare loro che, durante il mio viaggio in America ho insistito con dignità e con spirito di fierezza perché gli americani riconoscessero che i doni e i contributi che davano all’Italia fossero come uno scambio di gratitudine e di riconoscenza verso il popolo italiano, per quello che questa razza, questa stirpe italiana, aveva già fatto per l’America, sia nella scoperta, sia nello sviluppo economico, attraverso la nostra copiosa emigrazione. E nel discorso che feci a Cleveland di fronte ad un pubblico internazionale, citai un grande presidente americano, Cleveland, dello stesso nome, il quale aveva scritto che la indipendenza dei popoli è legata al loro onore: e guai a chi lo dimentica. Questo fu il linguaggio del rappresentante dell’Italia in America. Non di uno che chiede l’elemosina, ma di uno che parla da fratello a fratello, da uomo a uomo, da indipendente a uomo indipendente. Naturalmente non bisogna confondere questo atteggiamento di onesta dignità e di nera povertà, con la ingratitudine e la irriconoscenza. Non bisogna arrivare al punto di negare i sacrifici fatti dall’America, dalla popolazione americana; perché non è vero che i quattrini li abbiamo presi fuori di tasca ai cosiddetti plutocrati americani: sono frutto e ricavato delle tasse che pagano tutti e sapete che le tasse sono molto forti in America più che in Italia. Ora badate che l’America ha, in questo periodo, già dato complessivamente all’Italia 1800 milioni di dollari, sia attraverso l’Unrra sia attraverso le altre organizzazioni di assistenza. Non potete sminuire l’importanza di questo fatto, non potete negarlo, non potete nemmeno ingiuriare col titolo di stupidi, cretini, cafoni, come è stato scritto, proprio coloro che ci danno gli aiuti, perché non bisogna pretendere l’impossibile. Bisogna che il popolo americano abbia la sensazione che fa dei doni, o dà dei contributi o dei prestiti, a uomini per lo meno intelligenti che capiscon chi è che fa del bene. Dopo questi aiuti, a cui ho accennato, deve venire finalmente il piano di quattro anni, il piano quadriennale, così detto piano Marshall, che è un sistema di contributi da parte dell’America, non alla Italia sola, non alla Francia sola, non all’Inghilterra separatamente, ma a tutte queste nazioni insieme, a condizione che si mettano insieme, a condizione, cioè, che cerchino di fare una perequazione delle loro esigenze, dei loro bisogni: dove c’è già agricoltura, tenere conto dell’agricoltura; dove c’è più industria, tenere conto dell’industria; insomma, cercare una unificazione doganale, uno scambio di merci e di possibilità finanziarie in Europa stessa perché gli aiuti non vengano perduti, ma servano anzi a mantenere in piedi, a rimettere in fiore l’Europa decaduta per le conseguenze della guerra. Ora, badate, l’America ha speso 400 miliardi di dollari per finanziare e per aiutare la guerra, di cui 14 miliardi di dollari sono andati in merci alla Russia. Noi riconosciamo i sacrifici di sangue che ha fatto la Russia, ammiriamo quei combattenti e li rispettiamo; ci inchiniamo di fronte alle migliaia e migliaia di morti, però dobbiamo anche ammettere che senza i contributi dell’America la guerra non sarebbe stata vinta. Se non che a un certo punto, specialmente quando si iniziò la possibilità di avere trattative internazionali per l’Italia, che fino a quel momento era stata sotto tutela, mi accorsi che tra la nostra politica e quella dei comunisti andava aprendosi una divergenza che divenne poi, che doveva divenire, sempre più grande. Nel settembre del 1945 a Londra, ricordate questo, perché sarà utile nei prossimi giorni che voi lo ricordiate, nel settembre del 1945 a Londra il rappresentante dell’Italia, che era la mia persona, non era uno spavaldo che si richiamasse semplicemente a diritti internazionali o alla difesa egoistica di interessi, per quanto giusti, italiani. No. Si presentò per rinnovare l’amicizia fra due democrazie, quella italiana e quella jugoslava, per chiedere una linea etnica di divisione nella Venezia Giulia, che fosse equa e lasciasse il minor numero di italiani al di là ed il minor numero di slavi al di qua, per avere la pace nell’Adriatico. Già allora, quando presentammo questa tesi e sostenemmo questo indirizzo, già allora Togliatti fece le sue riserve, per quanto ancora il suo partito si trovasse rappresentato al governo. Veniamo, poi, ad un anno dopo, 10 agosto 1946, alla conferenza di Parigi. Ricordate, ed è bene che lo ricordiate voi e anche tutto il pubblico italiano, le parole con le quali io mi presentai dinanzi a questo consesso internazionale; dicevo: «ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo, di parlare come italiano, ma sento anche la responsabilità e il diritto di parlare come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, la concezione universalistica del cristianesimo e le speranze internazionaliste dei lavoratori è tutta rivolta verso la pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso la cooperazione dei popoli che avete in animo». Ora, quando finalmente, dopo un’ istruttoria di una apposita commissione, si stabilì la così detta linea etnica, linea che era una linea di compromesso, linea la quale lasciava sempre 180 mila italiani al di là e solo 59 mila slavi di qua, noi non potevamo accettare perché escludeva Pola. Invece, per una necessità evidentemente dei quattro, all’ultimo momento quei quattro grandi che trattavano insomma per accomodare le cose fra loro senza tenere conto della giustizia, senza tenere conto dei diritti dell’Italia, soprattutto dei diritti degli abitanti delle regioni, si creò su quella linea, a scapito quindi del territorio italiano, il così detto territorio libero di Trieste. Il 30 giugno, avendo avuto sentore che la conferenza dei quattro avrebbe preso questa storica decisione, fece un telegramma pieno di ansia chiedendo che ci pensassero e riflettessero bene, perché si creava una situazione impossibile, che forse sarebbe stata la ragione di un conflitto e non risolveva il problema. E dicevo: voi rinserrate nella fragile gabbia di uno statuto i due contendenti, cioè italiani e slavi, in Trieste e poi pretendete che non vengano alle mani. Qualcuno ricorderà che io feci la proposta di rinviare di un anno la soluzione della questione di Trieste come si era rinviata la soluzione sulle colonie. Quindi guadagnare tempo, per riflettere, per non commettere dei passi forse irreparabili. Ebbene, questo invito, questa pressante preghiera io la feci nel dire: mettiamoci a tavolino noi e gli jugoslavi, cerchiamo una linea di collaborazione, cerchiamo di creare soprattutto lo spirito che è la premessa di questa collaborazione. Innanzi a questo invito la Russia attraverso le parole e l’atteggiamento del ministro degli affari esteri, Molotov, fece la più tenace resistenza. Ora, amici miei, chi non vede come è la situazione, chi non deplora che, dopo tanto tempo, non siamo capaci di trovare un qualsiasi consolidamento della situazione di Trieste, chi non vede che tutto questo faccia nascere nuove tensioni e nuovi sospetti, chi non vede che non siamo riusciti, attraverso questo, ad avere una convivenza pacifica con gli slavi? Eppure è una necessità assoluta. Non si può navigare, commerciare nell’Adriatico senza una pace, senza una convivenza pacifica, senza un accordo con la Jugoslavia, senza un accordo verso l’oriente, senza un accordo con gli jugoslavi. In realtà noi abbiamo fatto sforzi particolari, abbiamo desiderato, concordato, desiderato un trattato commerciale con gli jugoslavi, ma se non c’è uno spirito di fiducia delle due parti, è impossibile che questo si attivi, in modo da soddisfare tutte le esigenze. Ecco perché fui altamente meravigliato quando in tale momento accanto a Molotov, prese un atteggiamento di decisa opposizione al rinvio anche l’Unità, anche l’organo dei comunisti italiani. E più tardi anche Togliatti. Poi abbiamo provato una formula momentanea per rabberciare la situazione, ma in realtà la differenza si è rilevata, ed era una differenza veramente notevole. Perché in tale momento abbiamo preso tale atteggiamento? Incominciai allora a sospettare che la direttiva non fosse la direttiva che promanasse da una visione, da una concezione locale o nazionale, ma fosse una direttiva internazionale che promanasse da quello che una volta si chiamava Comintern, cioè comitato internazionale che organizza i partiti comunisti. Tuttavia, quando si trattò di subire il trattato facendo le formule necessarie per la ratifica, noi ci siamo piegati, l’abbiamo subìto; e questa fu la strada buona, perché, subendolo, abbiamo ottenuto la promessa generica di revisione ed abbiamo quindi la speranza; perché le nostre speranze si sono già affacciate e si affacceranno ancora, all’unione internazionale, all’Onu per ottenere la revisione del trattato nel senso di una maggiore equità e di una maggiore giustizia. Però la condizione per la quale noi avevamo dato, la concezione e la speranza per la quale noi abbiamo dato il nostro consenso era questa: di essere accettati come membri parificati alla organizzazione internazionale. Tutte le altre nazioni annuirono: la Russia si oppose! Ora che cosa volevamo noi, intervenendo a questa cooperazione internazionale, se non collaborare liberamente ad una migliore cooperazione, a una migliore convivenza fra i popoli, soprattutto i popoli vicini per un’opera di pace. Impedirci l’accesso è stato, in realtà, impedire all’Italia di far valere i suoi buoni uffici, in un momento come questo di grande tensione. In tale senso noi intendiamo anche il piano Marshall. Un piano che risparmi e non prepari la guerra! E l’ostilità da parte del partito comunista italiano è un grossissimo errore, sia vedendola dal punto di vista degli interessi nazionali, sia vedendola dal punto di vista della ricostruzione europea. Penso che anche la Russia avrebbe fatto bene e farebbe bene, ancora oggi, a parteciparvi. Ma non pretendo naturalmente di interpretare gli interessi di una grande potenza. Abbiamo però il diritto di dire che questo è un imprescindibile interesse dell’Italia e che, secondo noi, chi lo osteggia, sapendolo e vedendone la chiara concezione, tradisce, volere o no, gli interessi del nostro paese. Già si vede che specialmente le organizzazioni sindacali che sono state recentemente a Parigi hanno la sensazione di avere sbagliato strada. Spano aveva detto: alla famosa conferenza dove c’era il signor Longo, alla conferenza in Polonia, aveva detto, e la locuzione è stata pubblicata, stampata e conosciuta, che il mondo si divideva soltanto in due blocchi: da una parte il blocco dei plutocrati e dall’altra il blocco degli stati proletari. E gli stati proletari erano naturalmente la Russia con i suoi satelliti e i plutocrati l’America con gli stati che stanno dalla sua parte, come l’Inghilterra e la Francia. Ora, quando Di Vittorio si è recato a Londra ed ha trattato con i sindacati americani e coi rappresentanti sindacali delle Trade Unions inglesi, deve essersi accorto che anche dall’altra parte vi sono milioni e milioni di operai organizzati. Non è vero, dunque, e non possiamo accettare questa tesi, che da una parte ci sia il blocco dei proletari, dall’altra il blocco dei plutocrati e dei ricchi; da una parte il blocco degli uomini liberi e dall’altra il blocco degli uomini asserviti. Non è vero. E probabilmente ora, specie i socialisti che sono alleati dei comunisti, sentono di avere commesso un grande errore mettendosi su questa via. Appena si ebbe notizia del piano Marshall, che poi in quel momento era una proposta da sottomettersi a discussione, appena se ne ebbe notizia noi abbiamo accettato. E che dovevamo fare? Noi avevamo già sperimentato il buon volere dell’America e, d’altro canto, vedevamo che non c’era risorsa per ricostruire la nostra situazione economica e per salvare le finanze e l’economia del nostro paese, soprattutto a favore della classe operaia; non c’era insomma altra risorsa che collaborare insieme con l’America e con gli altri stati. Che cosa potevamo fare noi se non aderire subito e affrettarci a dire di sì, per pigliarli in parola? E l’abbiamo fatto. Ma in quel momento, subito, alla camera, da parte della estrema sinistra c’è stato un attacco contro il ministro degli Esteri ed il presidente del Consiglio dei ministri, che avevano preso una simile decisione. Si sono gettati come toreros contro il toro! Quasi che il piano Marshall fosse stato un inganno, un trucco e chissà quale meccanismo terribile e quale ordigno segreto, mentre si trattava di proposte pubbliche, in pubblica discussione considerate, e ad ogni modo oggetto di trattative e negoziati tra coloro che vi avrebbero partecipato. Perché hanno fatto così? Perché si sono lanciati in questa maniera contro gli interessi degli operai, contro gli interessi degli italiani? Perché? Non c’è altra spiegazione: perché avevano l’ordine dal Cominform. Nenni ha seguito, in realtà la parola d’ordine data dal Cominform, data da Zdanov, e senza pensare a tanto, attaccando il piano Marshall come un piano di imperialismo e di macchinazione americana, come rovinoso per i popoli liberi e specialmente per il popolo italiano. L’ordine del Cominform di sabotare il piano Marshall in Francia e in Italia si è rivolto a danno soprattutto degli operai. Ma quello che non si sa in pubblico, o nel gran pubblico, quello che allora ho affermato contro Longo e che torno a confermare è questo: non solo in quella riunione venne istituito e fondato questo ufficio centrale che si chiama Cominform, di tutte le nazioni che vi erano convenute, ma venne fondato un comitato speciale per la Francia e per l’Italia, un comitato segreto che deve dare le direttive per sincronizzare i movimenti e le azioni dei comunisti italiani con quelli francesi. È vero che questo comitato esiste, è vero che la seduta viene tenuta alla vigilia della chiusura della conferenza generale fra un numero limitato di paesi aderenti, con la partecipazione di Zdanov, segretario del partito bolscevico, Gilas per il partito comunista jugoslavo, Duclos per i francesi, Longo per gli italiani e con l’assistenza, in qualità di segretario, della signora Anna Pauker ora ministro degli Esteri in Romania. In questa seduta venne deciso di costituire questo comitato speciale con gli scopi che ho ora detto. Questo è l’essenziale, onorevole Longo! Ed è questo che ci preoccupa, a giusto titolo, perché noi come italiani non soltanto per riguardo all’azione passata come si è svolta, ma per quanto riguarda quello che dobbiamo temere nell’avvenire, dobbiamo preoccuparci dell’esistenza di questo comitato speciale, di questo comitato segreto, soprattutto dopo che abbiamo visto come in altri paesi si va a finire, e dopo il tragico caso della Cecoslovacchia. E un presidente del Consiglio dei ministri mancherebbe al suo sacrosanto dovere se non desse l’allarme e non dicesse agli italiani: guardatevi bene attorno, è da lui che dipende la vostra salvezza; è a voi che si fa appello nel momento decisivo perché difendiate la democrazia e la possibilità di un regime libero. Si va dicendo che il governo De Gasperi è un governo nero, reazionario; che il governo ha fatto male, che bisogna cambiarlo. Ebbene, se non si trattasse che di questo, poco male, finalmente avrei ragione di mettermi un pochino a riposo. Ma non si tratta di un governo, si tratta del regime; si tratta se noi procederemo secondo un criterio democratico o se finiremo nella dittatura che abbiamo già conosciuto per venti anni. Questa che conduciamo non è una battaglia aggressiva contro il comunismo come tale, è una battaglia difensiva per la salvezza del nostro paese e abbiamo non solo il diritto, abbiamo il sacrosanto dovere di batterci con tutte le forze della libertà. Non vorrete negare che noi ci siamo radunati sulle piazze d’Italia e abbiamo parlato chiaro sotto le nostre bandiere, col nostro stemma, con le nostre idee e non ci siamo nascosti; ma voi sì. Voi vi nascondete dietro Garibaldi! E andate cercando di dare ad intendere alla povere donnette che quello lì è san Giuseppe, con la stella di Betlemme dietro. Parlate di difendere la pace come se la si dovesse difendere contro di noi, povero popolo inerme e disarmato dal trattato e dai quattro grandi e soprattutto dalla Russia, come se un popolo armato non fosse, invece, il nostro vicino, la Jugoslavia. Parlate di annessione come se le annessioni le avessimo fatte noi, come se ci potessero importare le annessioni del Pacifico, mentre noi siamo vicini a delle terre che sono state annesse e che sono state male occupate e che vengono male e violentemente e con prepotenza amministrate. I nostri amici di Trieste hanno pubblicato un opuscolo sui modi di governo nell’Istria, cioè in quelle zone italiane fino alla guerra e oggi occupate dagli jugoslavi . Leggete l’opuscolo, ditemi i metodi della libertà. Sapeste, vorrei dire, vorrei dire a coloro i quali sono lontani da noi, e da voi, amici miei, che, a differenza di quella certa zona appartenente fino a poco tempo fa al nostro territorio, dove non si vota con sistemi totalitari, sapete come si vota là? Si vota così: non esiste nessuna lista che quella del partito comunista e gli elettori hanno un solo diritto di scegliere fra i candidati della lista. Ma neanche quello è un diritto che si svolge in segreto, quindi libero. Voi siete chiamati dinnanzi ad un banco: su questo banco stanno tante urne con sopra scritto, stampato, il nome di un candidato; voi pigliate in mano una palla nera e dovete andarla a mettere nell’una o nell’altra urna e così tutti sanno e vedono come votate. Poi, quando si lagnano contro questo governo nero che qualche volta ha cercato, non mai di impedire, ma di conciliare e di abbreviare uno sciopero, quando si lagnano, questi nostri operai, mi sappiano dire: ma in Russia e in Jugoslavia lo sciopero è permesso? No: non è permesso! E non si scandalizzino! Amici nostri, ascoltate, mi riferisco al discorso di Truman, stampato e pubblicato oggi, non si scandalizzano, questi signori, se Truman parla di una minoranza aggressiva che, nonostante sia una minoranza tenta di impadronirsi del potere nel giorno delle elezioni . È vero esiste il fronte, il fronte democratico popolare il quale ha pubblicato un certo statuto con parole molto melliflue, molto generiche, con un certo stile da catechismo di collegio per educande, che potrei accettare anche io. Ma non dico niente, perchè quello che importa non è quello che è stampato davanti ma quello che c’è dietro. Ora, Truman che vede le cose da lontano e non può conoscere tutti i segreti della nostra cucina economica, parla di questa minoranza aggressiva. Perché nonostante la tattica fumogena del fronte, egli vede benissimo, anche da lontano, ciò che sta dietro. Il fronte (scusate la parola, non voglio offendere nessuno) è un minestrone. Ora io non so chi vi fa la parte dei fagioli, delle patate o di altre cose; so che c’è qui e lì qualche pezzettino di lardo borghese; ma quello che so e quello che importa è che il mestolo lo ha in mano Togliatti. Io dico che è un trucco per sfruttare a proprio favore la macchina del sistema proporzionale. Ebbene noi nello schieramento governativo, cioè dei partiti che sono rappresentati al governo, abbiamo diverse tendenze, anzi abbiamo anche delle differenze notevoli, rappresentate nei candidati. E si è ricoverata nel governo perfino una lista che reca la falce e il martello, perché nelle altre parti non c’era rifugio. Tutto aveva preso Garibaldi con la stella dietro! Ognuno ha le sue idee e le sue prospettive per l’avvenire, ma comune è l’impegno democratico, cioè difendere l’attuale regime, mantenere lealmente questo regime, accettare il principio di maggioranza, non fare riserve su forze paramilitari, non creare delle organizzazioni segrete, non preparare eventualmente insurrezioni. La difesa delle istituzioni democratiche è per noi qualche cosa di sacro, che si impone assolutamente alla generazione presente. Non dovete pensare assolutamente agli interessi di oggi, ma agli interessi dei vostri figli, non agli interessi di questa generazione: dovete ricordarvi che è tutto un anello nella catena della storia di Italia. Ricordatevi che i nostri padri hanno combattuto per la libertà e ricordate che i nostri figli devono vivere nella libertà. Ricordatevi: non abbiate paura; non siate vili, non sbagliate! Ho incontrato durante il mio viaggio, il ministro degli Affari esteri che tornava da Parigi. Vi posso dire che per la sua opera a Parigi la questione dell’unione doganale italo francese procede: è il primo passo storico, energico verso gli stati uniti di Europa. Il documento verrà firmato domenica a Torino e si può dubitare se avrà subito così grande sviluppo come noi lo desideriamo; ma non si può dubitare che esso sarà senza dubbio un atto favorevole alle classi lavoratrici e alla possibilità di produzione in Italia. Eppure anche questo è stato messo in sospetto; anche contro questo atto si sollevano delle diffidenze! Inoltre il ministro degli Affari esteri ha avuto occasione di trattare con Bevin la questione del lavoro e della cooperazione italiana in Africa, e si sono poste le premesse per una collaborazione che speriamo, nell’avvenire, sia un grande fatto storico che faccia fecondare i lavori italiani. Poiché non c’è avvenire nemmeno nel continente africano, se fra i paesi che partecipano al lavoro della sua fecondazione, se fra questi paesi non vi è l’Italia, questo numeroso popolo dalle braccia nerborute, popolo intelligente, popolo sobrio, che è fatto apposta per colonizzare e per fecondare terre e creare nuove civiltà. Bolognesi! Il tempo stringe: devo partire. Io voglio lasciarvi una sola parola, voglio lasciarvi un ricordo! Vi dico, vi ripeto quale è il comandamento: non votare è una viltà: votare è un dovere: votare male è un tradimento! Amici bolognesi, si tratta di salvare un regime di libertà che è costato nella nostra storia tante lacrime e tanto sangue. Ogni sacrificio è necessario. Non lasciatevi distogliere, non lasciatevi provocare, andate avanti con fierezza, fate il vostro dovere! Ricordatevi che in questo momento storico, voi dovete assumere la vostra responsabilità e soprattutto non mancate di coraggio, infondete a tutti la persuasione che questa è una battaglia necessaria che si combatte per la libertà e per la patria.
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Amici di Brescia! Vi prego di ascoltarmi. Sarò possibilmente breve, ma devo dire tutto quello che va detto in un momento così serio, in un momento in cui devono essere prese le più grandi decisioni nell’interesse del nostro paese, per l’avvenire della nostra nazione. Mi augurano di finire in Cielo: accetto l’augurio. Però non prima di aver dato battaglia il 18 aprile e non prima di avere ottenuto la vittoria per il popolo italiano. Vengo da Milano dove, in una giornata calda di sole e di entusiasmo, si commemorano le «cinque giornate». Ho visto ammassarsi per lo sfilamento decine e decine di migliaia di partigiani che sono, nella loro grande maggioranza, per lo spirito nazionale, per la difesa della nazione di fronte a qualsiasi tentativo di sfruttare l’opera loro e la battaglia partigiana a scopo di partito. Era doveroso che dopo Milano la mia parola di omaggio, di plauso e di esortazione si rivolgesse ai bresciani, cittadini di quella città che come Milano, combatté, anzi si batté, allora nel ’49, quando Milano non poteva battersi sino all’estremo del coraggio e di ogni possibilità umana . Quell’esempio non è andato perduto. Quando ancora avevo poca familiarità con le piazze italiane perché abitavo al di là dell’iniquo confine, allora sempre mi si ricordava come esempio luminoso per resistere alla dura oppressione straniera, sempre mi si ricordava l’esempio di Brescia, della «leonessa d’Italia», sempre valorosa e patriottica. Giacché questo episodio non è stato un momento della vostra storia, ma è stata l’espressione di una permanente convinzione, una stabile linea di condotta, coerente, logica nei vostri atteggiamenti sociali e politici. Brescia è anzitutto centro vigoroso di patriottismo, ma nello stesso tempo Brescia è centro di lavoro, centro agricolo e industriale. Nello stesso tempo, quindi, durante il volgersi del secolo l’interessamento vostro si diresse oltre che alla questione nazionale, oltre che alla difesa della libertà nazionale, alla difesa degli interessi sociali dell’agricoltura e dei contadini, dell’industria e degli operai industriali. Nell’interesse del popolo che lavora e che produce, così, Brescia è diventata città industriale oltre che grande centro agricolo: esempio meraviglioso del settentrione ove si concentra tanta volontà di lavoro nelle officine e nella campagna e contemporaneamente, si associa una nobile tradizione di coscienza sociale, di solidarietà con i destini della nazione. Qui, so di non parlare solamente a Brescia, ma innanzi a tutti gli italiani. Anche perché io penso che è per me buona ventura potervi parlare in questo momento. Perché ho presente un pensiero profetico di Cavour, il quale nel 1861, diceva al Parlamento: «qualora Roma farà la pace con il governo italiano poiché l’Italia è il paese ove il cattolicesimo ha messo più salde radici di tutto il mondo, allora il cosiddetto partito cattolico dovrà avere la maggioranza e io vedo e prevedo che finirò sui banchi dell’opposizione». Ora questo si avvera a distanza di decenni e decenni dalla sua profezia. E si avvera meglio ancora che egli non pensasse, perché la Democrazia cristiana non è semplicemente un partito della concezione religiosa, ma ha assorbito in sé la rappresentanza di tutti gli interessi del popolo: è un partito che ha il culto della democrazia; è soprattutto il partito della libertà. È un partito che non ha sete di dominio, che non chiede il monopolio del governo: vuole la libertà e, come la difende per sé, la rivendica e la difende per tutti. Difende e vuole un regime democratico e oggi è semmai preoccupata non di farsi valere attraverso la propria rappresentanza ma di far trionfare una rappresentanza veramente nazionale che lotta per difendere gli interessi del popolo secondo i criteri della libertà e della onestà democratica. È inutile che si cerchi di interrompermi con qualche fischio. I fischi sta bene che ci siano nelle nostre riunioni, perché provano che noi permettiamo a tutti di esprimere la propria opinione, purché lascino a noi di esprimere la nostra. Ci sono, amici miei, dei paesi ove non si può fischiare e bisogna sempre applaudire. Ci sono amici miei, dei paesi, ove non si può alzare liberamente la mano senza che il voto venga controllato. Sapete in che modo si vota nell’Istria italiana, divenuta Jugoslavia? Volete sapere come si vota dove i comunisti hanno imposto alla maggioranza il loro regime? Volete saperlo? Fatevi istruire dai profughi giuliani, da tutti coloro che abitano vicino alla frontiera strappata all’Italia. Informatevi come si vive politicamente là. Quando si appressa il giorno delle elezioni, il popolo non ha molto da rompersi la testa su come votare, perché è stabilito che esiste una sola lista, la lista del partito di governo, la lista del Partito comunista. Gli elettori hanno un solo diritto di scegliere fra i singoli candidati della lista. Ma nemmeno quello è un diritto che si svolge in segreto, quindi libero. Voi siete chiamati dinanzi ad un banco: su questo banco stanno tante urne con sopra scritto stampato il nome di un candidato; voi pigliate in mano una palla nera e dovete andarla a mettere nell’urna o nell’altra e tutti vedono come votate. Ora io vi dico, bresciani, voi che nella vostra storia vi siete sempre battuti per la libertà, che il 18 aprile voi dovete battervi con l’arma del voto! Lo so: ci vengono mosse delle accuse. Non lasciatevi provocare. Io non mi spavento della bandiera rossa. Se gli avversari vorranno spiegare la loro bandiera e con la loro bandiera in testa si batteranno per i loro ideali, io li rispetto. Ma domando perché mai si nascondano dietro un comodo paravento. Perché non agitano la bandiera rossa, il ritratto di Stalin e compagni, insieme con la falce e il martello? Perché si nascondono dietro la faccia di Garibaldi? Io dico ai compagni, che in questo momento in un certo canto hanno elevata la bandiera rossa: rispetto la vostra bandiera, ma vi invito ad andare a votare con questa e sotto questa bandiera e non sotto falsi stemmi. A chi la date a intendere che voi siete, come cercate di apparire nel cosiddetto Fronte democratico popolare? Dov’è, al di fuori del comunismo, questo Fronte democratico popolare? Di chi si compone questo «Fronte democratico popolare»? Noi li cerchiamo invano questi pochi borghesi nel minestrone del Fronte popolare. Ma io domando perché non si presentano con la loro faccia? Il popolo italiano il 2 giugno, profittando della proporzionale si è presentato sotto le varie bandiere dei vari partiti e c’era allora il 2 giugno il Partito comunista, il Partito socialista, il Democratico cristiano e così via. E poiché questo sistema elettorale è stato creato apposta per concedere a tutte le correnti la possibilità di essere rappresentate e rappresentate secondo la giusta proporzione delle forze, non c’era nessuna necessità per i comunisti di non presentarsi con il proprio programma, con le proprie promesse, anche con la propria storia e i propri meriti. Ma essi hanno preferito nascondersi sotto il cosiddetto Fronte democratico popolare. Essi hanno creato addirittura un piccolo statuto che distribuiscono fra le masse, uno statuto, si deve dire, talmente scialbo che anche la minestra del minestrone è proprio cattiva: non c’è brodo dentro! Vogliono la ripresa industriale e tutte le belle cose che dicono tutti quanti. Ma questo possono dirlo tutti i partiti, i così detti partiti borghesi. Ma voi comunisti che siete depositari del «sol dell’avvenire», che avete uno speciale sistema per valutare e rivoltare il mondo e sanarlo definitivamente, perché non venite avanti con il vostro programma e gli esempi di quanto avete realizzato in altri paesi? Ecco la domanda che rende equivoca la situazione vostra in Italia! E noi non possiamo passare oltre ma cerchiamo di guardarvi, di fermarvi, di sfidarvi. Chi siete? Donde venite? Che cosa volete fare? E la realtà, e la verità, mi costringe a dire che, nonostante tanti mezzi a disposizione, malgrado tanto inquadramento organizzativo, la ragione principale per cui non si presentano sotto la propria bandiera e con i propri connotati, è che nell’associazione internazionale essi si sono talmente compromessi da essere certi che se riuscissero ad andare al governo l’Italia cadrebbe in un abbandono totale, con la perdita di ogni aiuto americano e la esclusione dal piano Marshall. Perciò cercano di camuffarsi. Ed è per questo che ieri nel suo discorso il presidente americano Truman parla di una minoranza comunista in Italia . Ché tali sono i comunisti in Italia: una minoranza, ma una minoranza aggressiva che tenta per vie tortuose di impadronirsi del potere che spetta alla maggioranza. Seconda questione è che essi si vorrebbero presentare bianchi come si sono presentate bianche quelle signore l’altro giorno all’altare della patria. Come camaleonti vorrebbero presentarsi bianchi o rossi a seconda delle occasioni. Se la prendono con il governo De Gasperi, criticano la parte economica, tutti gli interventi nel settore operaio, industriale, agricolo. Criticano ogni attività di governo, ma soprattutto se la prendono con De Gasperi. Vogliono farvi dimenticare che questo De Gasperi, che oggi viene descritto come un traditore e un reazionario antidemocratico, fu presidente di governi nei quali essi servivano diligentemente quanto poterono e insieme con lui cercarono di amministrare e sollevare le sorti del popolo italiano in momenti di difficoltà. E fra questi collaboratori c’era l’onorevole Scoccimarro, che ora gira tutte le piazze d’Italia protestando contro quelle tasse che sono state applicate dal suo successore, ma furono progettate da lui. È facile dopo di aver lavorato e cooperato in due o tre governi, dopo di avere assunto parte delle responsabilità comuni cercare di lavarsi il viso e presentarsi con la faccia nuova, di gente che non ha tenuto il potere e che ha in serbo ricette miracolose. Come se non le avessimo provate anche noi, quando li avevamo al governo! La terza ragione, forse la più decisiva, è quella che vuole che si segua tutti, in tutti gli Stati, il metodo cosiddetto unitario, cioè di aggiramento. Cercano di avvicinarsi agli altri partiti, di guadagnarne la stima e la collaborazione e poi, man mano che cresce la loro ingerenza nello Stato, finiscono per cacciare tutti gli altri alleati, e così rimane solo un partito, il Partito comunista, che di per sé non ha la maggioranza ma che con questa tattica è riuscito a impadronirsi dei posti principali. Questa è la tattica usata in tutti i paesi e io sarei davvero un traditore degli interessi d’Italia se per viltà o debolezza non avessi gridato l’allarme e non avessi detto: attenti italiani; quello che accade in Bulgaria, in Romania, nei Balcani, quello che è avvenuto in Cecoslovacchia, potrebbe avvenire anche qui. Ci possono essere delle critiche giuste. Purtroppo, non siamo in tempi floridi. Ci sono tasse che pesano e alcune bisogna rettificarle, come quelle in genere, dei contributi unificati. C’è dappertutto l’impressione che i pesi siano troppi. Ma, amici miei, si va dicendo che questo «governo nero» da me presieduto è un governo di reazione che non permette la libertà agli operai. Ma gli operai hanno la libertà di fare gli scioperi e sapete quante centinaia di scioperi si sono fatti. La libertà dunque c’è. Ed io domando: in Jugoslavia, in Russia, lo sciopero è permesso o no? Ed io domando: si dice che non collaboriamo con le rappresentanze operaie. Ma tutti o quasi tutti i movimenti della Cgil se sono finiti bene è dovuto anche all’intervento conciliativo del governo ed in modo particolare del ministro del Lavoro, Fanfani. Qui sono le cifre. I sindacati possono agire liberamente e li abbiamo chiamati tutte le volte che si è trattato di prendere provvedimenti a carattere sociale. Ma ditemi voi, che cosa fanno i sindacati nei paesi balcanici, in Russia: essi sono semplicemente organi governativi che devono vigilare gli operai ed i contadini in modo che adempiano alle norme stabilite dai così detti piani quinquennali. I sindacati sono l’organizzazione della massa operaia e allora riconosco questa loro attività che è utilissima e forza necessaria. Ma non mi si venga a dire che se i comunisti fossero al governo ci sarebbe maggiore libertà e maggiore possibilità di influire attraverso i sindacati e le organizzazioni operaie. Ci dicono che siamo reazionari. Eppure non solo in Brescia si possono affiggere sopra tutte le case degli insulti all’ospite! Non solo in Brescia, ovunque! E io non mi sono lasciato intimorire. Ho dato ordine che si lasci pure che questi manifesti si affiggano, che certe manifestazioni si svolgano, che ciò avvenga in libertà: perché noi della libertà non abbiamo paura. Ma domando (e qui mi riferisco sempre ai rapporti che sono anche stampati sulle condizioni dei nostri fratelli in Istria): sapete che libertà c’è nell’Istria? Ebbene, non vi può arrivare nemmeno la «Settimana enigmistica» o il «Corriere dei piccoli». Non vi è nessuna libertà di stampa: nemmeno per la «Domenica del Corriere». Un partito unico, ferreo, una disciplina assoluta, dei tribunali del popolo che condannano con una rapidità estrema. E chi condannano? Anche i nostri contadini che hanno ragione di lamentarsi che le imposte pesano, che con il diminuire dei prezzi diventano ancora più pesanti di quello che potevano essere in un recente passato. Ma ditemi: questi signori se si presentano con i loro connotati le loro esperienze e i loro metodi politici, possono dire che il contadino in Jugoslavia, specialmente dell’Istria, il contadino che si è trovata confiscata la terra perfino per 5, 7, 12 ettari se era italiano, questo contadino è costretto a lavorare secondo le norme del kolkos e della cooperativa: questo contadino che viene spinto ogni giorno a lavorare di più e che se non raggiunge la cosiddetta norma, cioè il tanto, il minimo stabilito di produzione, perde un terzo del suo salario, poi la metà, per perdere poi tutto e finire anche in prigione. Questi contadini vorrei chiamarli qui a testimoniare e chiedere loro quale è la condizione migliore fra noi, che pure non stiamo bene e loro che stanno malissimo. Una propaganda iniqua di piccoli e grandi foglietti e manifesti si svolge ora nelle contrade d’Italia e diventerà più fitta man mano che ci avviciniamo alle data del 18 aprile. Badate, però! Sono manifesti, come questo, nei quali si dice che noi, De Gasperi e colleghi succhiamo il sangue di milioni di italiani e rappresentiamo la plutocrazia. Ah! Mi viene veramente di fare meditazione sulla mia vita passata a chiedermi che cosa ho goduto della plutocrazia e dove sono i frutti di essa. Che vengano a casa e visitino la mia famiglia, che vedano che sono figlio del popolo che lavora o sono figlio di gente plutocrate! Non importa! In questo foglietto di propaganda ci accusano di avere buttato via miliardi, dando 130 milioni alla Breda, 4 miliardi alla Fiat, un miliardo alla Caproni ecc. Si dimenticano di dire quanto si è potuto dare alla O[fficine] m[eccaniche] e cioè 460 milioni. Ora io dico: coloro che stampano simili menzogne dicono che queste sovvenzioni, o meglio questi mutui, questi prestiti, vengono fatti per amore degli industriali, mentre sanno che commissioni su commissioni sono arrivate a Roma e hanno insistito dicendo che altrimenti le fabbriche sarebbero state chiuse, che altrimenti gli operai sarebbero rimasti senza lavoro. Costoro che propagano simili calunnie, arrossirebbero se personalmente venissero chiamati responsabili di questi fogliacci che si stampano e si diffondono in mezzo al popolo. Bresciani! Voi siete un popolo intelligente e io sono sicuro che simili manifesti sono offese gratuite alla vostra comprensione e alla vostra sensibilità. Senza dubbio quando si voglia cercare tutte le ragioni di malcontento, è facile oggi. Siamo a tre anni dalla guerra, siamo caduti in un disastroso baratro dal quale è un miracolo se ci salveremo. Ed io vi dico che ho passato giornate angosciose in questi anni di governo per non sapere se per il domani o per la prossima settimana, avremo il grano ed il carbone abbastanza per mandare avanti le industrie. E questa angoscia, che è angoscia di chi era responsabile, non hanno questi signori i quali con impudente leggerezza ci mettono contro l’America che pure ci ha mandato questo pane e questo carbone, che pure ci ha reso possibile di tirare avanti. E quando si critica la politica economica del governo, io do ragione specialmente al ceto medio, agli impiegati, ai piccoli risparmiatori che sono oggi le vittime più sensibili di questa situazione critica. Ma mi domando perché gli operai non riconoscano che questo governo è riuscito a fermare il declino della lira, la svalutazione della lira che dal 1934 in qua andava giorno per giorno in giù ed oggi si è arrestata, mentre negli ultimi tempi e specialmente negli ultimi tre mesi le oscillazioni sono appena dell’uno per cento, il che vuol dire un certo ritorno alla fiducia e alla speranza. Amici, questa fiducia, questa speranza non bisogna perderle e bisogna dimostrarle con l’atto elettorale nell’avvenire del paese. Non importa se questo o un altro governo riuscirà in ciò: non vengo in verità a difendere la mia persona o il mio governo. Che importano gli uomini, quando ci sia un programma e delle direttive? Quello che importa è che non bisogna cadere in un regime di non libertà che prepari la dittatura, in un regime di caos interno che avrebbe lo sfavore della situazione internazionale, che metterebbe in pericolo davvero l’esistenza della nostra nazione. È inutile: possiamo essere nel partito A o B, rossi o bianchi; bisogna essere soprattutto uomini di coscienza. Ed io facendo appello alla mia coscienza, ma anche alla vostra, vi dico: è possibile che voi lasciate cadere il governo nelle mani di chi non è capace e non è in grado, data la situazione internazionale, di procurarvi da vivere, di procurarvi il progresso delle industrie? È possibile che in Italia ci sia una intelligenza così limitata? Un mese fa si poteva forse essere incerti, ed io ho avuto giornate di trepidazione prima di mettermi in cammino per questa campagna elettorale, vedendo come mi trovassi di fronte ad una propaganda così spietata. Sentivo bene una certa aria che poteva essere il terrorismo che si avvicinava; ma io mi dissi una cosa: qual è il tuo dovere di galantuomo, costi per te quello che vuol costare? Qual è il tuo dovere di uomo consapevole? Il tuo dovere è quello di parlare chiaro, di allarmare il popolo non per combattimenti interni e cruenti, non in senso bellicoso, allarmarlo solo per una battaglia pacifica, per la battaglia della scheda e del voto: una battaglia della coscienza. E aggiungerò, ancora, amici miei; si parla tanto di pace: già come se noi fossimo armati fino ai denti, organizzati e pronti ad attaccare non so che Stato vicino; come se noi, popolo disarmato dal trattato, fossimo un popolo il quale ha la possibilità di provocare un incendio, una conflagrazione fra i popoli. E si tace di Stati che hanno 800, 900 mila uomini sotto le armi; si tace di Stati che sono armatissimi di tutti gli ordigni più perfetti di guerra e si dipinge, noi povero Stato senz’armi e senza risorse, come uno Stato che leggermente si prepari alla guerra. Ma io so benissimo: la maggiore, la massima, la irreparabile disgrazia nostra sarebbe un’altra guerra: lo so benissimo; a grande fatica noi ci solleviamo dall’abisso in cui siamo precipitati in seguito a vent’anni di dittatura e al fine guerresco, a fatica noi ci arrampichiamo su di questo abisso e non siamo ancora in superficie e abbiamo bisogno di un poco di tempo, un poco di riposo per ricostruire le nostre ossa per la ripresa delle nostre industrie, per aumentare la produzione delle nostre campagne. Lo so: una suprema iattura sarebbe un’altra guerra, ma dico, amici miei, credete che la guerra si eviti o invece si faciliti provocando dissensi interni, provocando o allarmando con preparativi segreti militari, preparando o allarmando con organizzazioni segrete e clandestine?
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Amici di Mantova, attraversando le vie della vostra bella città per giungere in questa stupenda piazza, e vedendo insieme a cartelli di saluto anche manifesti ingiuriosi mi veniva fatto di pensare che in Italia c’è stato sempre un senso di generosità verso gli avversari, un senso di comprensione per tutti gli uomini di buona fede, direi un senso di misericordia e di indulgenza per coloro che non la meritavano. Ieri a Milano commemorando gli episodi delle cinque giornate, ho ricordato la dichiarazione di Cattaneo, il capo della insurrezione, quando gli presentarono un disgraziato milanese che era stato colto in flagrante tradimento della causa popolare . Allora questo uomo, questo magistrato, questo grande uomo politico del risorgimento ebbe quelle magnifiche parole: «se lo ammazzate lo merita e quindi fate una cosa giusta; ma se lo graziate fate una cosa santa». La generosità si è manifestata in tutte le azioni dell’insurrezione del 1848. Larghezza di comprensione e di misericordia anche verso gli avversari; è questa la legge fondamentale che i nostri padri hanno seguito anche in momenti agitati della nostra storia. E oggi che siamo alla vigilia di un movimento di enorme importanza e di una decisione di altissimo significato, oggi sarebbe necessario che tutti fossimo di una opinione, che fossimo di una grande tolleranza gli uni verso gli altri, perché il principio della collaborazione fu quello che ci animò anche nel recente passato. Oggi, invece assistiamo ad una propaganda avvelenata, che non risparmia nessuno ma quel che è peggio non rifugge dalla menzogna e dalla calunnia. Quel De Gasperi contro cui vedete oggi affissi in città, accanto al cordiale saluto, anche parole di critica e parole ingiuriose, che è dipinto dalla stampa avversaria come un reazionario, capo di un governo nero, un servo dell’imperialismo americano e della plutocrazia, quel De Gasperi che per due anni fu presidente in tre governi in cui tutti, anche i rappresentanti comunisti, senza dire dei socialisti riconoscevano l’uomo adatto a dirigere le sorti della democrazia italiana, come mai questo uomo è diventato tutto ad un momento, reazionario e nemico del popolo? Come mai lo si insulta e lo si indica come un traditore della democrazia popolare? Quando il presente ministero rappresenta in realtà non il monopolio di un partito sociale, non il comando di un partito sociale, ma rappresenta un’alleanza tra partiti diversi; quando noi, maggioranza, abbiamo chiamato a partecipare a questo governo, rappresentanti di quel socialismo temperato che ebbe qui a Mantova la sua storia originaria; quando abbiamo chiamato a farne parte i repubblicani, che per tanto tempo sono stati in contrasto prima che la conciliazione venisse a segnare la chiusura di un conflitto disastroso durante la prima parte del secolo trascorso, come mai un governo che in una delle sue ultime deliberazioni trovò consenzienti repubblicani, socialisti, democristiani e liberali in una decisione di riconoscere ai caduti in Spagna e ai familiari dei caduti, sia che avessero combattuto per la repubblica spagnola o per Franco, ha sentito il dovere dello Stato italiano di ricordare una sola cosa: che sono cittadini italiani che hanno combattuto, probabilmente ritenendo ciascuno di avere la sua parte di ragione: hanno versato il loro sangue con sentimento nobile. Come mai questo governo che, in questo atto che di per sé non riguarda moltissime persone, ma è significativo per lo spirito di pacificazione, per lo spirito di risoluzione, di chiudere una volta per sempre questa serie di conflitti, di odii, di urti e di risentimenti; come mai questo governo viene dipinto come il governo della discordia che vuole portare addirittura questa discordia e acuirla fino alla guerra? Ecco perché dinanzi a queste accuse che non possiamo sopportare perché contro la profondità della nostra sincera convinzione, siamo insorti e ci siamo raccolti in tutte le piazze d’Italia perché, avvenga quello che vuole avvenire, le decisioni non si faranno senza che noi ci batteremo pacificamente e non lasceremo nessuna accusa senza risposta in quanto l’accusa abbia una parvenza di fondamento. Perché se in verità ci accusano per monsignor Cippico, perché uno ha commesso una truffa; io governo dico: monsignor Cippico l’ho fatto mettere in prigione e se sarà colpevole verrà condannato dai giudici italiani . Domando però ai partiti avversari che denuncino tutti coloro che fra le loro fila hanno sbagliato. Signori, dunque, perché questo elemento di collaborazione, questo elemento di pacifica cooperazione, non si è potuto continuare? Perché si è dovuto cambiare sistema? Perché io ho dovuto fare un governo senza i comunisti? Perché non si può governare con un sistema democratico se non si è sinceramente devoti al principio democratico, cioè se non si accetta tale e quale il principio di libertà e di democrazia. Questo vuol dire che le direttive di governo, che le decisioni massime, che la volontà del popolo di qualsiasi categoria, devono venire espresse con voto nei momenti in cui la legge chiama a votare tutti i cittadini: questo vuol dire che quando si vota e si è espresso il voto per una data maggioranza, la minoranza deve accettare il suo compito di fare semplicemente il controllo e la maggioranza la responsabilità di governo. Questo è il sistema democratico il quale esige che non ci siano in fondo all’animo riserve a ricorrere ad altri mezzi o violenze, e non altro: quello che ammette altre forze cosiddette popolari di governo. Sappiamo che nel 1921-22 si è cominciato a creare comitati fuori del governo e poi sappiamo come sia stata imposta la dittatura senza che ce ne accorgessimo e quella volta è riuscita perché avevamo fede cieca nella libertà, quasi che la libertà conquistata con tante vittime nel risorgimento fosse qualche cosa di sacro, contro la quale nessun italiano dovesse insorgere. Ed invece abbiamo avuto una dittatura per venti anni. Ora questo non deve ripetersi. Uno deve essere lo Stato libero; tutti i partiti sottomessi alla legge dello Stato. Questo deve essere un principio: questo deve essere il principio che deve valere per tutti, ed io qui parlo a nome di un partito ma anche a nome di un governo democratico; il quale riconosce a tutti i partiti di maggioranza o della minoranza, del governo e dell’opposizione, il diritto di farsi valere e non mi viene nemmeno in testa di considerare i miei cittadini come sono considerati in Russia e in Jugoslavia, dove un partito solo esiste e non si può pronunciare il proprio pensiero, esprimere le proprie convinzioni che in un senso solo, perché guai a voi se manifestate in un senso diverso. Quando io gettai l’allarme contro questo pericolo, taluni hanno creduto che esagerassi per propaganda elettorale, per allarmare la gente e carpire il loro voto. Ma poi è venuto il caso della Cecoslovacchia a confermare il pericolo. Si è visto che attraverso i comitati di azione, attraverso la milizia preparata di nascosto, si può conquistare il potere e mettere il presidente dello Stato ed il popolo stesso dinanzi al fatto compiuto di una trasformazione rivoluzionaria che si è fatta freddamente, senza le barricate di un tempo che avevano almeno la gloria di una bandiera e un sacrificio, ma semplicemente con la congiura ben preparata e soprattutto con l’appoggio di una potenza straniera. E questo è potuto avvenire grazie all’azione del Cominform, quel Comitato internazionale in cui dal 1935 erano rappresentati tutti i partiti comunisti e al quale si attribuiva la direttiva internazionale della politica in tutti gli Stati. In quel Comitato, nel congresso internazionale del 1935, accanto a Gottwald , oggi presidente della Boemia, accanto a Dimitroff oggi capo in Bulgaria, accanto a Manuliscki, accanto alla signora Anna Pauker , oggi ministro degli Affari Esteri in Romania, c’era anche l’onorevole Togliatti e mi spiace dirlo, è l’unico che sia rimasto senza seggio del governo provvisorio dello Stato. Ora questo Cominform in una recente riunione ha dato direttive precise per il sabotaggio del piano Marshall, perché il piano Marshall sarebbe un piano degli imperialisti americani, che tendono ad assoggettare l’Europa, perché da una parte vi sono i proletari e sono tutti al di qua nel fronte orientale e dall’altra parte vi sono i plutocratici, i ricchi, i profittatori e sono tutti al di là nella linea occidentale. Ma quando si vedono organizzazioni sindacali e operaie americane che hanno milioni e milioni di organizzati e quando si vede l’organizzazione delle Trade Unions, cioè l’organizzazione sindacale inglese, che rappresenta una gran parte di operai e quella belga e francese che sono tutte favorevoli all’attuazione del piano Marshall, vuol dire che non è vero che vi siano due blocchi: solo ricchi e profittatori da una parte e operai dall’altra: vuol dire per lo meno che vi sono operai che collaborano a questo piano e sentono che questo piano porta un progresso sociale che bisogna difendere. Ci si domanda qual è il vero interesse che muove l’America a questo piano di aiuti: ebbene l’America fa questo calcolo: è meglio spendere miliardi per la pace nel campo economico che doverli spendere nella guerra, quando sarà troppo tardi e quando questi miliardi saranno insanguinati da migliaia e migliaia di altre vittime. Ecco il calcolo che è ovvio, chiaro, accettevole e meritevole. Noi votando il 18 aprile avremo la necessità di dire e di dimostrare che siamo un popolo intelligente e riconoscente e che non solo siamo grati per il miliardo e 900 milioni di dollari che ha speso l’America attraverso l’Unrra e tutti gli altri lavori di assistenza che ci ha fatto, non solo siamo riconoscenti per questo; ma siamo intelligenti per capire che questo è utile per noi, che è la salvezza per noi il collaborare insieme agli altri Stati europei e soprattutto insieme all’America per ricostruire la nostra libertà e la nostra indipendenza economica. Ma l’opposizione preconcetta dei comunisti contro l’azione del governo non riguarda solo la politica estera ed i nostri rapporti con l’America; essa si rivolge anche a problemi di interesse nazionale e si è manifestata perfino sulla questione di Trieste che dovrebbe stare a cuore a tutti gli italiani. Voi ricorderete certamente la mia perorazione alla conferenza di Parigi del 1946 . Il mio discorso, era quello di un povero uomo debole e inerme rappresentante di un popolo nobilissimo ma disarmato però che aveva in mano argomenti della giustizia e che chiedeva: lasciateci Trieste, lasciateci le terre nostre italiane; noi rinunzieremo a quelle che possono essere in maggioranza, in numero rilevante slave; ma lasciateci i nostri fratelli! Non siamo egoisti, nazionalisti disperati, non fate soluzioni provvisorie che non giovano a niente. Abbiamo ricordato il caso di Danzica che ha portato ad ulteriori conflitti e abbiamo ammonito: non create soluzioni pericolose, non mettete nella gabbia uomini che hanno scarsa ragione e molti diritti politici e che finiranno col pigliarsi per i capelli fra slavi e italiani; non create questo centro di inquietudine e di malessere; di malattia cancerosa nel nostro fianco orientale. E poiché questi argomenti non sembrava avessero la speranza di rompere i pregiudizi e soprattutto di spiegare ai quattro grandi che decidevano sul nostro trattato, allora feci una proposta: poiché avete differito la decisione sulle colonie e non sapete ancora nemmeno come risolvere il problema della Germania, e tutte queste grandi questioni nonostante che la guerra sia da lungo tempo passata sono ancora insolute, fate pure, chiudiamo la partita del trattato, ma lasciamo sospesa, per riflettere, anche la questione del fronte orientale. Non si è accettato e allora si è insorti con gelida opposizione accusandomi di chissà quali manovre. È stato Molotov, rappresentante della Russia al quale mi levo il cappello, come io sono rappresentante degli italiani; ma l’onorevole Togliatti, ma «l’Unità» che si stampa a Roma, perché ci hanno dato addosso? Perché si sono messi dall’altra parte? Ora, la propaganda ha di mira, secondo gli ordini impartiti dal Cominform, il piano Marshall ed io temo assai che l’ambiguo atteggiamento dei comunisti possa indurre l’America a sospendere i suoi aiuti. Io che ho la rappresentanza del governo, che sto a capo dell’amministrazione dello Stato, ho la responsabilità grave di dire a voi, popolo radunato nelle piazze d’Italia: badate a quel che fate: avete una sola arma. Vi hanno disarmato come nazione, ridotto come esercito; hanno distrutto mezza Italia, ma avete un’arma ancora: le braccia per lavorare e le mani per salvare col voto la democrazia e la libertà. Perché i comunisti si nascondono sotto l’effige di Garibaldi? I nostri avversari sostengono i consigli di gestione e la riforma agraria. I consigli di gestione esistono in parecchie aziende ormai: potranno domani diventare una istituzione generale. In linea di principio non siamo contrari alla loro applicazione purché rappresentino veramente una forma di collaborazione fra la direzione dell’impresa e il lavoro. Noi non siamo nemmeno contrari alla riforma agraria la quale dovrà attuarsi con una migliore ripartizione della terra e dovrà attuarsi soprattutto liberando il bracciantato e creando una classe dei piccoli liberi proprietari. Ma queste riforme non si possono improvvisare e introdurre in un momento in cui non abbiamo materie prime. Che cosa volete che contino in questo momento i consigli di gestione se non abbiamo acciaio per far lavorare le nostre industrie meccaniche: se non abbiamo pane da mangiare? Abbiamo dovuto importare 20 milioni di quintali di grano per poter distribuire il pane in tutte le grandi città. E aggiungo: che cosa volete che contino le occupazioni di terre se non si fa la bonifica, se non si fa prima l’irrigazione, se non si costruiscono le case? Sarebbe un ritorno indietro. Noi abbiamo in animo di marciare verso questa riforma ma non possiamo improvvisare, né fare come i comunisti dell’Istria una volta italiani e ora passati alla Jugoslavia. Amici miei, bisogna arrivare alla giustizia sociale attraverso le leggi e la libertà. In questo periodo abbiamo fatto una prima legge che si basa su un certo spirito volontaristico dato che non possiamo mettere a disposizione tutti i mezzi che sarebbero necessari per il riscatto delle terre, per prestiti ai contadini perché comprino le terre che provengono dalle vaste proprietà o dal latifondo. Speriamo che una larga massa di proprietari abbia intelligenza e senso di giustizia nell’applicare questa legge così da dare la sensazione che la riforma agraria si può attuare in collaborazione. Ma per farvi intendere bene come l’opposizione si serve di tutti i mezzi anche i più spregevoli per mettere in cattiva luce l’opera del governo mi basti citare che siamo stati perfino accusati con una perfidia che non ha pari di avere dilapidato i miliardi raccolti per i disoccupati servendo come per la propaganda elettorale. No, signori, basta vedere gli sforzi che abbiamo fatto per raccogliere i denari, per pagare i manifesti, per spese di viaggio ecc. Accuse di questo genere non meritano una risposta, come non merita replica l’accusa secondo cui i fondi della post-bellica sono stati consegnati ad organizzazioni cattoliche per la propaganda elettorale. I fondi della postbellica? Meglio non parlarne. Se dobbiamo parlarne vengo apposta a Mantova o in qualsiasi altra città a sostenere il contraddittorio! Ho parlato in questa piazza presso il palazzo ove furono condannati i martiri di Belfiore . Tra loro erano due sacerdoti come Tazzoli e il Grioli e sacerdote era anche quel don Leoni martire del secondo risorgimento fucilato nel 1943. Bisogna nominarle, queste glorie sacerdotali, per svergognare quegli sciagurati che nell’ex monsignore Cippico vorrebbero diffamare tutti i preti d’Italia. Parlo anche nella piazza che si intitola a Sordello . Ciò mi ricorda il monumento a Dante nella mia città natale in cui il patriottismo venne simboleggiato dallo scultore nell’incontro dantesco con Sordello mantovano. Mi auguro che il padre Dante, che da quel monumento stese la mano protettrice sul Trentino, si trasferisca ora a Trieste e stenda il suo braccio a proteggere la Venezia Giulia. Sul monumento di Trento è scritto: inchiniamoci italiani, inchinatevi stranieri; rialziamoci affratellati nella giustizia. Così sia salva Trieste nella pace e per la reciproca comprensione dei popoli.
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Amici, non sono venuto per tentare di convertirvi perché so di parlare a dei convertiti. Non sono venuto a spiegarvi la lotta politica perché so che voi siete intelligenti. Non sono venuto a indicarvi quali sono le mete, quale debba essere l’organizzazione, quale debba essere l’ardore della lotta che combattiamo perché so che voi siete stati combattenti in periodo di guerra, come lo dimostrano i tanti fazzoletti azzurri che vedo e siete dei combattenti nella organizzazione civile. La lotta nella vita civile in quanto onesta e diretta a difendere la patria è la continuazione della lotta nel tempo di guerra, perché l’una salva la libertà dinanzi allo straniero, l’altra difende la libertà dinanzi ai tortuosi raggiri di partiti che dimenticano che al di sopra di ogni partito, al di sopra di ogni fazione e di ogni ideologia rimane sacro l’amore ed il pensiero della patria. Amici varesini, voi capite che dopo gli avvenimenti di politica estera annunciati ieri sera, io devo parlare prima di tutto di questo. So che voi avete ospitato con tanto amore i profughi giuliani, i profughi di Trieste, i profughi di Pola. Oggi le speranze di ricongiungerci a quelle terre sono aumentate. Non c’è ancora la sicurezza e forse il calvario non è alla sua ultima stazione, ma rinasce la speranza che il calvario finirà e che potrà poi esserci anche la resurrezione. Rinasce la speranza che dalla confusa situazione politica internazionale creata dai trattati di pace possa sorgere una soluzione più naturale e più giusta. Ieri sera parlando dinanzi ad una grandissima folla radunata in piazza Sordello a Mantova, quasi presentendo che la questione dovesse diventare acuta e ancora angosciare i nostri cuori di italiani, facevo l’augurio (poiché parlavo in quella piazza che porta il nome di Sordello, cioè dell’uomo che venne scelto dallo scultore del monumento a Dante in Trento per ricordare l’amor patrio: «O mantovano, io sono Sordello della tua terra»), che come Dante aveva protetto Trento e i trentini, ora che Trento è liberata e assicurata all’Italia, Dante si trasferisse a Trieste per proteggere tutta la Venezia Giulia e preparare i destini dell’avvenire . Non è questo un grido di guerra o un grido di riconquista come si va dicendo o come si vorrebbe sospettare: è un grido di pace. A Mantova io aggiunsi un altro ricordo: sul monumento a Dante sta scritto: «inchiniamoci italiani, inchinatevi stranieri, rialziamoci tutti affratellati nella giustizia». Questo è il nostro programma, il programma pacifico, programma di comprensione, di collaborazione; speranza e sicurezza che si aprirà una via, che il pensiero fondamentale della giustizia e della fratellanza dei popoli porterà ancora a riunire le forze sparse. Oggi leggendo il messale sono rimasto colpito da una frase contenuta nella formula della benedizione dell’ulivo. Si dice: «O Dio, Tu che sai radunare le fronde sparse, le parti disunite, benedici». Ed io ho pensato in quel momento, scusate la distrazione ma forse non è distrazione perché noi le cose pubbliche, le cose della patria, le cose della famiglia italiana le sentiamo come cose nostre, come cose dello spirito nostro, come una missione sociale, un apostolato che noi sentiamo e manifestiamo anche nei rapporti con i nostri fratelli, ho pensato e dicevo: «O Signore, tu che raduni e sai radunare le fronde sparse e ricostituire un albero dalle fronde stesse, Tu potrai radunare anche le fronde sparse del popolo italiano e farle ricostituire in una unica famiglia». Voi sapete la notizia che tre delle quattro potenze firmatarie del trattato di pace hanno dichiarato ieri alla quarta di avere ormai fatto la esperienza che quel compromesso, quell’espediente che si era cercato alla conferenza di Parigi creando il cosiddetto «territorio libero di Trieste», si è dimostrato ormai inoperante. Quando ho sentito che queste tre potenze dichiaravano che da tale esperienza avevano dedotto la convinzione che bisognava ormai tornare indietro e rettificare il malfatto, correggerlo e restituire Trieste all’Italia, capite bene che il mio animo (animo di un uomo che ha preso parte diretta alle trattative e si è logorato nell’angosciosa vigilia prima del trattato per insistere presso amici ed avversari e in riunioni pubbliche e in conferenze e in colloqui privati, che quella era una soluzione non costruttiva, che quella era una soluzione che poteva mettere in pericolo perfino i rapporti internazionali e quindi la pace), voi capite bene come il mio animo abbia tremato di gioia e di speranza constatando come il nostro ragionamento, che pareva sepolto nell’oblio delle formule tombali del trattato, trovi ora comprensione in almeno tre di quegli Stati. Amici miei, so bene che il popolo italiano vuole la immediata attuazione. Una proposta non è una definizione del problema. E noi con somma prudenza ci guardiamo bene dal credere che il fatto sia compiuto, che la restituzione sia avvenuta, che la meta sia raggiunta. Amici miei, il popolo italiano radunato in tutte le piazze deve sapere che il governo si è piegato e ha subito per amore della pace il trattato; ma è sempre vigile e coglierà ogni occasione, ogni mezzo pacifico per potere ricostituire tutte le fronde della patria, ma che sopra ogni cosa vuole la pace. Vi ricorderete quando Togliatti senza incarico alcuno o per incarico del suo partito fece quel certo viaggio a Belgrado e poi comparve a Roma con una certa intervista con il maresciallo Tito, dalla quale doveva apparire che si sarebbe combinato senza altro con la Jugoslavia e che Trieste sarebbe ritornata all’Italia a condizione che avessimo ceduto Gorizia alla Jugoslavia? Ricordate, perché l’episodio va ricordato per fare dei raffronti utili, cosa avvenne? Avvenne questo: che quando noi, che eravamo al governo con Nenni ministro degli Affari Esteri, siamo stati sorpresi dalla notizia pubblicata dall’«Unità», non abbiamo fatto scandalo, ma passando sopra alla evidente speculazione elettorale, abbiamo detto in un ordine del giorno del Consiglio: sta bene: prendiamo atto con soddisfazione che il maresciallo Tito nell’intervista a Togliatti si è dichiarato per il carattere italiano di Trieste e quindi per la restituzione della città all’Italia. Ma non possiamo accettare il cambio: non possiamo rinunciare a Gorizia che è pure italiana. E quindi abbiamo detto; prendiamo il bene che c’è; sul resto negozieremo, tratteremo, discuteremo. Abbiamo incaricato il ministro degli Affari Esteri di avviare conversazioni rivolgendosi ai rappresentanti slavi che stavano allora a New York trattando dei rapporti internazionali. E così per un certo periodo si ebbero trattative, le quali poi fecero scoprire che in realtà i rappresentanti ufficiali del governo jugoslavo nulla sapevano e non volevano ammettere quelle certe conclusioni di speranza per noi, che si potevano derivare dalle dichiarazioni di Togliatti. Ora state attenti all’avvenimento di ieri. Ieri, le tre potenze Francia, Inghilterra e Stati Uniti, hanno presentato alla Russia una dichiarazione in cui è detto: «Ci ricrediamo; il compromesso al quale eravamo arrivati proprio per uscire dalle strettoie della trattativa e per riuscire a concludere una pace che dovrebbe porre fine a questa disastrosa guerra, quel compromesso, abbiamo visto che non regge. Abbiamo sbagliato strada. Gli italiani avevano ragione quando ponevano delle obiezioni e quando proponevano di rivedere ulteriormente, facendo delle aggiunte correttive, il trattato di pace» . Ebbene che cosa ha fatto l’onorevole Togliatti e con lui e dietro a lui il suo scudiero onorevole Nenni? State attenti, e voi che siete persone intelligenti comprenderete subito la differenza della visuale e direi anche la differenza fra i sentimenti che animavano noi dinanzi alla impresa cosiddetta togliattiana di Belgrado e quelli che animano i socialcomunsti innanzi alle proposte di ieri. Togliatti che cosa dovrebbe dire? Togliatti dovrebbe dire come noi abbiamo detto: benissimo, prendiamo atto che almeno tre grandi potenze ci hanno dato ragione; vediamo di intavolare trattative. Togliatti che parla russo potrebbe dire alla quarta potenza: amica Russia, persuadi anche te e cerca di persuadere gli jugoslavi che quella strada che avevamo preso è sbagliata, che quel compromesso non funziona; questo territorio libero non esiste che sulla carta. Questa mattina, aperto il giornale, credevo di trovare dichiarazioni in tal senso di Togliatti ed anzi fra me e me dicevo: quello è talmente furbo che farà meglio di quanto io non immagini in questa circostanza. Invece mi sono sbagliato. L’«Unità» contiene una dichiarazione fatta da Togliatti a Siracusa: la dichiarazione dice che si tratta solo di speculazione elettorale; di un volgare tentativo di speculare sul sentimento degli italiani per trascinare l’Italia in un’atmosfera di guerra . Vedete come qui sia inutile controbattere; quando è avvenuto il viaggio di Togliatti a Belgrado eravamo pure alla vigilia delle elezioni amministrative a Roma. Era evidente, quindi che io dovevo ritenere trattarsi di una speculazione elettorale. Oggi Togliatti dice che si tratta non solo di una speculazione elettorale ma di un volgare tentativo di creare una psicosi, un’atmosfera di guerra in Italia. Questo tentativo, dice Togliatti, deve essere respinto. Ma non c’è bisogno di respingere il tentativo perché non esiste, perché l’Italia, il governo italiano, il popolo italiano che ha subìto i sacrifici di un trattato (e questo l’abbiamo detto ripetutamente alla Camera proprio polemizzando con Togliatti), l’Italia che ha subìto l’umiliazione del trattato perché si presentava come un espediente di pace e di accordo fra le quattro potenze, oggi come ieri, ha la speranza che un giorno si apra la via alla collaborazione pacifica tra popoli liberi. Noi, invece, come per la pace abbiamo subìto il sacrificio del trattato, così oggi interpretiamo questa mossa delle tre potenze con spirito di pace e come un tentativo di impedire ragioni di guerra. Così la interpretiamo e così intendiamo contribuire ad essa con spirito pacifico tanto verso la Jugoslavia come verso la Russia. Non si tratta di un tentativo che deve essere respinto. Si tratta di una mossa che deve essere accolta con gratitudine e con riconoscenza perché io dico che se si tratta di infilare la strada giusta, è meglio tardi che mai. Togliatti è allarmato che forse il pubblico italiano si lasci prendere da ottimismo. Ma gli italiani sono abbastanza intelligenti. Piuttosto Togliatti faccia convocare il Cominform a Belgrado e faccia decidere, nell’interesse dell’Italia, ma anche nell’interesse della Jugoslavia che questa possibilità che viene offerta dalle grandi potenze cosiddette plutocratiche, come lui le chiama, giunga a conclusione definitiva. Dice Togliatti: è mia opinione che risolveremo la questione di Trieste quando l’Italia avrà un governo democratico indipendente, il quale farà una politica di collaborazione e di fraternità con il popolo jugoslavo. Diciamo chiaro: quando, come dice Togliatti, ci sarà un governo cosiddetto democratico popolare progressivo come quello jugoslavo. Ma nulla risolveremo, mai, dice ancora Togliatti fino a che avremo un governo vassallo dell’imperialismo americano. Avete sentito? Tutti i salmi finiscono in gloria! Frattanto io rispondo: noi siamo riusciti a convincere tre su quattro, provi lui con il quarto e poi discorreremo. Anche «l’Avanti» per fare onore al suo nome si mette dietro all’onorevole Togliatti e ripete le stesse argomentazioni e le stesse ragioni. Anche per «l’Avanti» con questo governo non si fa niente; bisogna cambiare governo . Conclusione: votate per il Fronte popolare. Che cosa devo aggiungere a questa esposizione di fatti? Mi pare che non devo aggiungere altro. Noi abbiamo tanto insistito per la revisione e io prendo atto che questa revisione è in corso per una proposta formale di tre sulle quattro potenze. Di ciò devono rallegrarsi tutti gli italiani, a qualunque partito appartengano, siano favorevoli o no a questo governo e non bisogna vincolare la questione all’esistenza di questo o quel governo, non importa se al governo ci sia o no De Gasperi, importa che Trieste venga all’Italia. Questo è l’essenziale. Ma in verità quando Togliatti dice subito che non si può accettare l’offerta delle tre grandi potenze perché ipocrita, io domando che cosa succederebbe se simile gente andasse al governo, se avessimo l’appoggio di uno su quattro e gli altri tre contrari? Ecco la politica sbagliata, la politica di fazione dei comunisti. Non si comprende proprio come si debbano falsare i rapporti che noi intratteniamo con l’America e come si possa speculare sui veri scopi del piano Marshall. Gli Americani con il piano Marshall vogliono liberarsi dal pericolo di una terza guerra, preferendo prestare denaro in tempo di pace che spenderne in un conflitto. D’altra parte queste spese per la pace sono 20, 50 volte inferiori di quelle di una guerra. Di fronte a queste prospettive non si capisce proprio perché i comunisti non solo in Italia ma in Francia, nel Belgio e in Inghilterra vogliono sabotare il piano per renderne impossibile l’attuazione. Si capisce solo se si considera che questo atteggiamento è stato ordinato dalla Russia e dal Cominform. Ecco perché noi abbiamo dovuto chiamare le folle nelle piazze per dire: non siate incerti, non siate pavidi, non lasciatevi spaventare, non lasciatevi sviare dalla strada giusta. Il nostro disegno di pace ha già raggiunto in questi giorni una prima tappa: la firma del trattato di unione doganale fra l’Italia e la Francia e non c’è bisogno che io sottolinei l’importanza storica dell’avvenimento. In questo anno ricorre il centenario del primo Parlamento italiano e in questo secolo il popolo italiano ha dovuto duramente lottare ed ha dovuto fare sacrifici grandissimi per raggiungere l’indipendenza nazionale. Un triste periodo, il periodo della dittatura fascista ci ha fatto ripiombare in una situazione disastrosa onde oggi è necessario ancora che il popolo italiano faccia ogni sforzo pacifico che deve venire effettuato nella collaborazione e con la pazienza per la ricostruzione dell’Italia. Ed è perciò che vi esorto a dare il vostro voto affinché ci diate la certezza che ci si sta incamminando sulla via giusta. La Democrazia cristiana non ha bisogno di nascondere i suoi connotati: le nostre bandiere che così numerose sventolano oggi in questa piazza è una vecchia bandiera che risale non soltanto al Partito popolare del 1919, ma risale più indietro nella storia italiana, risale a tutti i regimi comunali, provinciali e statali che compirono la fusione delle energie della nostra stirpe con la fede della civiltà cristiana. La fusione di questi due elementi fondamentali della nostra nazione è simboleggiata nella bandiera dello scudo crociato. Oggi esso si presenta verso l’avvenire con la sicurezza delle nostre coscienze e della nostra ferma volontà.
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Cari amici, sono in ritardo perché devo essere prima di mezzogiorno a Frosinone e nel pomeriggio devo parlare a Caserta. Mi fa piacere peraltro, anzi ho il dovere di darvi un particolare saluto perché siete la sezione più numerosa di tutta l’Italia, rispetto alla popolazione. Vi ringrazio della dimostrazione di affetto, ma soprattutto vi ringrazio per il vostro senso di ricostruzione. Quel poco che ha fatto il governo, qui è caduto su buon terreno e voi avete prestato il vostro aiuto con le vostre braccia e con la vostra mente per ricostruire parte di quello che la guerra aveva distrutto. Questo è un esempio di quello che si può fare in concordia. Non è vero che noi lavoriamo per la guerra, è vero invece che noi lavoriamo per la pace e per la ricostruzione; non è vero che noi lavoriamo per demolire, ma noi lavoriamo per la concordia e per lavorare per la concordia bisogna seguire la legge cristiana della fraternità. Concludo queste mie brevi parole rinnovando il mio più vivo ringraziamento ed invitandovi a fare compatti il vostro dovere il 18 aprile votando per i partiti al governo impegnati a rafforzare le libere istituzioni democratiche e a far trionfare gli ideali superiori della giustizia sociale.
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Amici, credo che la mia voce, ora, vi giunga: non so se mi capite. Abbassate i cartelloni. Amici, voi avete applaudito prima all’inno del Piave: voi avete applaudito perché avete la sensazione che i giorni che attraversiamo sono giorni solenni ove conviene unirci un’altra volta non contro ordigni di guerra o formazioni belliche, ma contro il tentativo di disgregazione, contro le forze demolitrici, contro il tentativo di aggirare le nostre basi della libertà. Voi sentite che è necessario come allora fare argine non con le armi, ma argine morale, di coscienza, di volontà di difendere la libertà, l’anima interiore storica e l’indipendenza dell’Italia. Voi sentite che io non sono qui a fare l’apologia e la difesa di questo o di quel governo e nemmeno del governo che io presiedo; voi sentite che non sono qui per difendere un partito o per attaccarne un altro, io sono qui per dirvi che bisogna votare per l’Italia. Bisogna votare ricordando la storia, la civiltà, il passato e le esigenze della ricostruzione dell’avvenire. In questo paese, che in un periodo di cinque o sei anni di storia, in parte in guerra e in parte in pace, in questo paese dove i popoli si radunarono in conflitto e duramente si è combattuto e si è versato sangue per la libertà, in questo paese dove c’è stata la cooperazione di tante forze che combattevano per l’indipendenza dal totalitarismo nazista, in questo paese è più che mai nostro diritto di affermare ancora una volta che noi siamo per la pace, per la fine definitiva delle guerre e per la ricostruzione del nostro paese. Siamo ancora sotto l’impressione schiacciante di tanta storia! Non è questo un paese nuovo e che ha bisogno di trasformarsi in un paese industriale o di darsi una storia: qui la storia c’è, qui è passata ed ha lasciato l’impronta su questi monti, in questa città, in questi monasteri, in queste rocce, ed è una storia dei nostri padri che hanno lottato a difesa della libertà e dell’indipendenza e che adesso insorgono davanti a noi per dirci: «ricordatevi del sacrificio nostro e ora battetevi non più con le armi che producono il sangue, ma battetevi per la vostra affermazione politica». Io debbo parlarvi brevemente perché prima che sia stato messo in ordine il veicolo che trasporta la mia voce è passato del tempo, tempo che non posso recuperare perché ancora Caserta mi aspetta. Ho da dirvi però, che vedendo questa città nelle sue impronte di distruzione e vedendola anche nella sua prova di ricostruzione, vedendola in questo passaggio dalla morte alla vita nuova, io esprimo la speranza che un popolo concorde, volenteroso e tenace e disciplinato, così qui come in tutte le altre regioni d’Italia riesca a riguadagnare gli anni perduti per la propria economia e ricostruzione . Amici miei, Qui avrete sentito molti lamentarsi del governo. Io dico sempre che tutti si lamentano del governo, a cominciare da mia moglie quando torna dal mercato. Ma è naturale che in 5 o 6 anni non si può rifare quello che per secoli era stato costruito. In 5 o 6 anni non si può ricostruire quello che la guerra spaventosa ha distrutto con tutte le armi moderne della demolizione, non si può accontentare questa massa di italiani diventati ancora più numerosi in seguito alle nascite ed alla concentrazione sul terreno patrio di quelle categorie che potevano prima emigrare. Non si possono fare miracoli per ricostruire subito, per far rifiorire l’agricoltura e per rimettere in moto tutte le industrie. Sarebbe da falsi profeti il prometterlo! Non lo posso promettere, ma vi posso dire: guardate a tutto quello che si è fatto in questi 4 anni e diciamo se in un prossimo avvenire noi potremo dare ai nostri figli casa e lavoro. Io dico che a questo arriveremo perché il popolo italiano è un popolo di buon senso che non crede alle calunnie, ma crede ai fatti e si affida alla propria coscienza e alla consapevolezza che nella concordia si raggiungerà la meta. Io non so se a voi sia giunta l’accusa che noi tentiamo di mettere il popolo italiano in una certa psicosi di guerra e che noi parliamo di Trieste e di rivendicazione delle frontiere solo per rinfocolare il sentimento nazionalista di conquista. Questa è una calunnia non solo contro il governo, contro un partito, ma contro il popolo intero, il popolo sano che comprende benissimo di che si tratta. Amici miei, noi per la pace, per non ostacolare il consolidamento della pace, abbiamo subìto nel trattato di pace delle formalità che erano ingiuste che ci strappavano delle terre che erano italiane. Sono passati due anni ed oggi, con lo stesso sentimento abbiamo accolto la dichiarazione di tre su quattro potenze firmatarie del trattato, che ormai l’esperimento fatto per la creazione del cosiddetto territorio libero di Trieste è un esperimento che non regge e che si è dimostrato di difficilissima attuazione per cui la malfondatezza avversaria possono metterlo in pericolo. Noi abbiamo accolto questa dichiarazione non con gridi contro il nemico, o contro gli slavi o contro la Russia; abbiamo accolto questa dichiarazione con il grido di «viva Trieste». E questo vuol dire guerra? Noi deprechiamo qualsiasi guerra; questo vuol dire che noi abbiamo fede nella provvidenza e nel buon senso dei popoli che man mano che vedranno l’esperimento fallire riconosceranno l’ingiustizia commessa. Ora l’hanno riconosciuto tre potenze; speriamo che poi lo riconosca anche la Russia e la Jugoslavia che Trieste e Gorizia sono italiane, che le altre zone di territori nostri sono esplicitamente italiane e debbono essere restituite non attraverso la guerra ma in pace, in comprensione. Noi appena la dichiarazione fu fatta abbiamo detto: ringraziamo le potenze che questa proposta hanno espresso, ma contemporaneamente esprimiamo la certezza che questa attuazione, che questa riannessione all’Italia possa e debba essere fatta in mutuo accordo. E noi cerchiamo, come abbiamo sempre cercato, l’accordo anche con la Jugoslavia, perché sappiamo che i popoli debbono essere sempre amici e sappiamo che nell’Adriatico non ci può essere pace costruttiva senza un accordo tra Italia e Jugoslavia. Ecco perché voi dovete portare a casa questo grido di «viva Trieste» con la pace e con il grido di «abbasso la guerra!» «Abbasso tutte le guerre»! Noi, qui, in questi monti che ricordano tanto sangue sparso ed i gloriosi che sono caduti di nostra ed altra parte e polacchi, inglesi, americani, dinanzi a queste vittime di una conflagrazione mondiale noi giuriamo qui, che per nostro conto o per nostra colpa mai più ci sarà una guerra e giuriamo di mantenerci fedeli alla causa della pace e di lavorare per essa. Questo giuramento e questa promessa facciamo anche perché comprendiamo che la ricostruzione che si è a Cassino così largamente cominciata non potrebbe finire e le case non potrebbero risorgere e l’industria e l’agricoltura non potrebbero riprendere se non ci sarà un lungo periodo di pace e di tranquillità. Ecco perché la pace per noi non è soltanto un bisogno dell’animo e una esigenza politica, ma è anche e soprattutto una necessità economica. Noi siamo tutti intenti alla ricostruzione e qui per la ricostruzione si è speso un miliardo e mezzo circa senza contare gli aiuti dell’Unrra. E coloro che criticano la politica finanziaria del governo si ricordino di due o tre cifre sole: noi riceviamo dalla esazione delle imposte circa 800 miliardi e tutti questi sono impegnati per le spese cosiddette correnti, ordinarie, poi spendiamo quasi altrettanto 600/700 miliardi per opere di ricostruzione. È immenso questo sforzo che fa il popolo italiano. E perché lo può fare? Perché la nostra moneta è difesa e si mantiene e la nostra economia dà l’impressione di solidità. Perché tutto questo avviene? Perché si evita il disastro per la ricostruzione? Perché non siamo soli, perché abbiamo gli aiuti dell’America, perché abbiamo fiducia in questi aiuti che ci sono serviti non solo a finanziare le spese per la ricostruzione, ma per l’assistenza agli organi, per i ricoveri negli ospedali, per le esigenze delle Opere pie e ci sono serviti per batterci contro la malaria. Dai prossimi anni ci sarà un altro piano di ricostruzione: il piano Marshall. Eppure a sentire certi partiti, specie il comunista, questo piano dovrebbe essere una diavoleria inventata per la distruzione dell’Italia, un misterioso ordigno di guerra che ci porterebbe alla perdita della nostra indipendenza. Questa è un’accusa che si ripete in tutte le piazze d’Italia. Si tratta di calunniare l’America, la quale è disposta ancora a spendere miliardi in Europa e non solo in Italia ma anche in Francia e in Belgio, perché, secondo qualcuno, non sa dove esportare le sue merci. Sapete qual è l’interesse che persegue l’America inviando gli aiuti in Europa? Parlate con gli americani: quelli che ricordano qui i loro morti. Loro dicono: noi siamo dovuti intervenire già due volte per difendere l’Europa dagli attacchi totalitari di Hitler, ma una terza volta non vogliamo. Allora stanno facendo uno sforzo per rimettere in piedi l’economia dell’Europa, per ricostruire l’esistenza economica e morale dell’Europa. Che cosa è il piano Marshall? È una controassicurazione contro i pericoli di una terza guerra mondiale. Siamo d’accordo anche noi; si o no? La stessa assicurazione vale anche per noi. Questi aiuti che vanno alle industrie, alla nostra agricoltura, che vanno in genere alle opere di ricostruzione. Senza di essi a chi potevamo dare lavoro? E chi ci avrebbe dato il pane? Il carbone e la benzina? Sono tutte cose di cui abbiamo bisogno: acciaio, gomma etc., per poter riprendere il nostro mercato economico-finanziario. Per noi il piano Marshall è un’assicurazione contro la guerra ed in questo senso lo vogliamo. E allora, come va che c’è questa stoltezza da parte di alcuni italiani che dicono male dell’America e degli americani che inviano gli aiuti gratis? Dove e quando si è vista una calunnia simile? Ditemi perché lo fanno: hanno forse, nella loro coscienza la convinzione che questo sia veramente un meccanismo, una congiura per la guerra? Lo sanno che non è vero, ed hanno creduto, come i loro compagni russi insegnano, che tutto il mondo è diviso in due parti: da una parte sono gli americani, ricconi e banchieri e dall’altra i russi che sono poveri e proletari. Insomma si ritorna all’antica lotta di classe. Ma, Di Vittorio a Londra ha potuto constatare che ci sono anche milioni di operai americani, milioni di operai organizzati in Inghilterra nel partito laburista, operai ci sono in Belgio, nell’Olanda e in Francia ed ha dovuto ammettere che non è vero che la battaglia si combatte fra gli operai e i ricchi proprietari. Quindi amici miei, se questo hanno visto ed un pochino hanno attenuato, ma non sufficientemente la campagna contro il piano Marshall, è perché hanno avuto gli ordini dai comunisti russi, costi quel che deve costare all’Italia. Questa è la verità, ed ora ci accusano di non essere pacifici, di non essere sereni, di essere troppo agitati in questa campagna. Ma io vi domando: perché dobbiamo perdere la pazienza ed alzare la nostra voce se non per difendere la libertà di ricostruzione del popolo italiano ed impedire che un partito vada al governo per gettare l’Italia nel caos, dal quale la Russia non ci può salvare? In poche parole vi ho descritto la situazione. Noi, in questo momento, quando sentiamo l’inno del Piave ci ricordiamo che dobbiamo fare argine contro queste forze perché sappiamo che è un momento decisivo per il popolo che lavora, non per il nazionalismo verbale, non per il fanatismo di conquistatori, ma per difendere la libertà di ripresa delle industrie e dell’economia in genere. Amici miei, bisogna che limiti il mio discorso, ma devo dirvi ancora una cosa: quando accanto all’inno di Mameli si canta l’inno del Piave, sapete che cosa si ricorda? Si ricorda che la storia di 100 anni è breve e come nel 1848 i nostri padri furono tutti d’accordo in questa espressione di forza e di progresso in Italia, così oggi non domandiamo altro che la libertà che ci spetta. Vi aggiungo qualche cosa che riguarda specialmente la vostra zona e che può essere un argomento di speranza per la ripresa dei vostri lavori: mentre per l’agricoltura sono stati stanziati nel bilancio del Mezzogiorno 500 milioni, per le bonifiche, di cui voi vedrete presto l’applicazione, vi posso aggiungere che è stata votata una legge speciale, la quale stabilisce che lo Stato darà in rate di trenta anni, 10 miliardi per questa ragione per dare la possibilità a questa zona di una rapida ripresa. Questi miliardi non vengono dati dallo Stato in un colpo solo, però voi potrete avere gli anticipi da banche e da un consorzio che formerete in maniera che la ricostruzione sarà una realtà. Ecco un primo sforzo ed è questa una legge già votata e deliberata. Ecco un primo impegno che vale soprattutto per quelle zone che sono sinistrate e che furono preda e vittima della guerra. Amici miei, io, con ciò debbo concludere, perché ho un altro comizio che mi aspetta. Se vi domanderanno se io vi ho lasciato una parola testamentaria per questa campagna elettorale, allora vi ripeto questa frase che dico ed ho proclamato in tante altre città del nord. E badate, anche quando nelle città del nord che si dicevano rosse fu detta questa frase, la folla applaudì: «Il 18 aprile chi non vota commette una viltà: votare è un dovere e votare male è un tradimento!».
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Amici, popolo di Cagliari, prima di entrare in argomento permettetemi che dica qui qualcosa che non è diretta a voi ma che deve essere ascoltata da altri che sono curiosi di ottenere la mia risposta. Voi avete letto che Togliatti nelle ultime riunioni insiste sulla domanda: che cosa farà De Gasperi se il 18 aprile il Fronte vincerà? Bisogna che dia una franca risposta e una risposta che dica chiaramente la verità. Non ho avuto l’idea più modesta di pensare a qualche cosa che, ogni giorno che passa mi sembra inverosimile, e quasi un fantasma: intendo alludere alla cosiddetta vittoria del Fronte. Rispondo, quindi, all’onorevole Togliatti: non intendo rompermi la testa per un rebus che non ho da sciogliere poiché ne sento la soluzione ogni volta che mi trovo dinanzi alla folla, come siete voi, a moltitudini entusiaste, come siete voi, a uomini ragionevoli, come lo siete voi, a menti intelligenti e a cuori italiani. Sento cioè che il Fronte non vincerà. Comunque, io sono tranquillo da ogni preoccupazione che turba l’onorevole Togliatti, il quale dovrebbe piuttosto preoccuparsi di quello che accadrà quando vincerà il blocco democratico e non il Fronte popolare. Comunque, il 18 aprile si voterà e si può calcolare che il 19, 20, o il 21 (poi ci vorranno una ventina di giorni per meditarci sopra) si sapranno i risultati. Speriamo che in questo periodo di risultati, l’onorevole Togliatti, avrà il tempo di fare una meditazione e di arrivare al pentimento. Le Camere sono convocate per l’8 maggio, come già sapete, e allora si comincerà a vedere quali sono realmente i risultati delle elezioni; quando i deputati e i senatori saranno eletti si vedrà allora quale sarà lo schieramento delle forze. Una seconda eco la si avrà allorquando le Camere si riuniranno per le elezioni dei due presidenti della Camera e del Senato; e una terza quando avverrà la elezione del presidente della Repubblica. Allora vedremo se vi saranno ancora i comunisti o se soltanto Garibaldi rappresenterà i socialcomunisti. Qui non si tratta di creare delle formule o delle liste complicate da affiggere alle cantonate. Parlando del fronte democratico allora si potrà riuscire a ingannare qualcuno, sono molti, sui connotati dei partiti; ma quando Togliatti seguito dall’onorevole Laconi e compagni, entreranno nel settore, allora vedremo i connotati veri di questi signori del Fronte democratico e vedremo se sono comunisti o non comunisti e se i comunisti avranno avuto la vittoria. Ma in tal caso essi chiederanno il potere per Giuseppe Garibaldi? Noi ci affidiamo alla regola democratica, ma è certo che il presidente della Repubblica si troverà in imbarazzo quando volendo fare le consultazioni e tirare le conclusioni dirà: entri Giuseppe Garibaldi! Ma Garibaldi non entrerà perché questa truffa di Garibaldi non è che espressione di questa reazione che si è voluto semplicemente mascherare. Ed è per questo che noi siamo intervenuti con tutta l’energia. Quando i nemici mi accusano di aver portato una certa animosità, un certo impeto nella mia propaganda, io rispondo loro: se voi vi presentaste con la vostra falce e martello e parlaste di comunismo, ne fissaste i programmi, insomma vi presentaste con i vostri connotati storici e presenti, allora potrei chiaramente e serenamente accettare la vostra discussione e con voi ne discuterei innanzi al popolo. Ma quando voi vi nascondete dietro Giuseppe Garibaldi e fate scomparire in soffitta le vostre bandiere rosse e la vostra falce e martello, allora io ho il dovere dinanzi al popolo italiano di guardarvi bene in faccia e descrivere i vostri connotati. Così credo di aver risposto chiaramente alle preoccupazioni dell’onorevole Togliatti. Un’altra preoccupazione ha l’onorevole Togliatti: egli si preoccupa che l’avvento di un governo come il presente che io presiedo o un governo simile, possa mettere in pericolo l’avvenire di Trieste, poiché si è fatto dire dal maresciallo Tito: è ben vero che è Italiana ma tornerà all’Italia alla sola condizione che anche in Italia come in Jugoslavia ci sia una repubblica democratica popolare sullo stesso tipo. Il che vuol dire che accanto al fronte del maresciallo Tito c’è quello del maresciallo Togliatti e di Longo. Ora io dico che la sorte di Trieste, e in genere quella di tutta la terra italiana, non può dipendere dal colore di un partito che passa e dal fatto che ci sia o non ci sia un maresciallo: la sorte di Trieste dipende dalla giustizia e dal fatto che Trieste è italiana e che questa italianità è riconosciuta e quindi dalla sicurezza che un giorno o l’altro si riavrà la riannessione all’Italia di quelle terre che hanno carattere italiano da tutti riconosciuto, e non c’è partito di destra o partito di sinistra che possa impedire di dare all’Italia terre nostre. Si dice, perché nelle nostre riunioni si leva il grido di viva Trieste, che noi vogliamo gettare ancora il popolo in una psicosi nazionalistica e di guerra, anzi che prepariamo addirittura una nuova guerra. Avant’ieri, a Cassino, di fronte a quei monti dove si è combattuto per la indipendenza e per la libertà io dicevo: chi mai di fronte a questo spettacolo di rovine, di fronte a questo cimitero eretto per italiani, chi mai potrebbe avere il coraggio di augurarsi che si torni a sparare il fucile? Dichiaro quello che dissi ieri e che oggi ripeto: noi abbiamo fede che Trieste e in genere le altre questioni italiane verranno risolte pacificamente; abbiamo fede nella lenta ma sicura comprensione dei popoli liberi e abbiamo la certezza che, se oggi tre delle quattro potenze che ci hanno imposto il trattato già riconoscono che l’espediente del territorio libero è caduto e non può reggere, anche la quarta potenza dovrà piegarsi dinanzi a questa realtà storica e dovrà cedere dinanzi a questa fede assoluta degli italiani. Nemmeno una fucilata, ma tutto il nostro entusiasmo, tutta la nostra fede noi diamo alla risoluzione dei problemi del popolo italiano e degli altri popoli liberi. Ha detto l’onorevole Togliatti che bisogna che noi si venga ad un accordo con la Jugoslavia; rispondiamo che questo è da sempre il nostro proposito, da quando, in occasione della conferenza di Londra del 1945, e poi di quella di Parigi, sempre io ho affermato in pubblico e in privato, nelle conferenze e nelle riunioni pubbliche che non è possibile vivere in pace e sviluppare i commerci e la vita sociale nell’Adriatico senza un accordo che, fra l’altro, c’è sempre stato nella storia e che è naturale ci sia domani. Basterà la buona volontà delle due parti perché tale accordo si sviluppi. Ma questi signori non vogliono. E non vengano a dire che questa Italietta smilitarizzata, con un esercito ridotto, senza grandi ordigni di guerra, noi, potenza umiliata di terzo rango, cerchiamo motivi di guerra. Noi, invece, vogliamo la pace, la cooperazione internazionale, la libertà democratica. E se mai c’è un pericolo è Togliatti che fuori dalla Russia potrebbe conoscerlo meglio. E questo pericolo proviene da altra parte, da altri Stati che sono armati fino ai denti, che oggi si riarmano e dedicano le loro energie a grandi costruzioni e alla elaborazione di nuove macchine per la guerra. È una grande armata che si prepara e che domani ancora si ingrandirà. Ma io spero, perché mi pare che di questa speranza tutti noi siamo nutriti come alimento necessario, io spero che una guerra non si farà. Noi vogliamo collaborare sia con gli slavi che con i russi e con le potenze occidentali per risolvere i problemi della pace. Vero è che la pace non si risolve se anche solo da una parte vi sia il sospetto, la diffidenza, la gelosia, l’odio, alimentati anche entro casa nostra. Io non nego, non posso negare a nessun partito che sia italiano la sua attività e la sua propaganda, ma spesso si sbaglia sulla funzione del partito italiano. Io mi chiedo se la funzione di un partito italiano sia quella di attaccare il proprio governo mentre non si biasimano, né si criticano, da parte di quel partito italiano, quegli Stati comunisti armati fino ai denti. Dichiaro fermamente che nel passato, e lo potrei dimostrare con le date alla mano, in occasione di trattative a Parigi e New York ho rinnovato sempre i miei sforzi per arrivare ad un accordo con la Jugoslavia. Questa strada sarà seguita anche nell’avvenire. Noi siamo disposti a intavolare conversazioni con tutte le potenze. Oggi la situazione è questa: tre delle potenze che hanno creato lo Stato libero, hanno detto e confessato: «Ci siamo sbagliati quando abbiamo creduto di creare una specie di seconda Danzica, uno Stato neutro». Lo abbiamo visto con un’esperienza, lo abbiamo visto nell’animosità fra noi stessi. Ora aspettiamo che le quattro potenze che sono state chiamate a dare il parere in questa materia, rispondano tutte. Aspettiamo anche che i nostri comunisti i quali con buona pace loro hanno avuto la fortuna di andare a cuore ai russi, con cui hanno le loro amicizie, le loro conoscenze ambientali, e si sono inoltre guadagnati dei meriti alla Terza internazionale, portino anch’essi la loro parte di contributo alla soluzione del problema di Trieste provocando l’adesione della quarta potenza: la Russia. Ecco quello che rispondiamo noi, non in forma negativa. Noi diciamo: gli italiani hanno diritto di volere che si tratti con il governo che rappresenta la nazione. Gli amici interni della Jugoslavia non debbono metterlo in condizione di inferiorità perché quando in Europa vi sono governi come quelli dei Balcani, come quello costituito recentemente in Cecoslovacchia, è naturale che sarebbe allora facile mettersi d’accordo tra i partiti comunisti, anzi tra le minoranze dei partiti comunisti i quali dominano l’Europa con sistema di dittatura. Ma allora vedreste di nuovo i campi di concentramento, vedreste perduta per sempre, o per lungo periodo, quella democrazia, quella libertà in cui speriamo, in cui viviamo, e su cui si fonda la nostra esistenza. Per quanto riguarda la politica interna vorrei che voi a qualunque partito apparteniate, esaminaste in coscienza il cammino che noi abbiamo percorso, in questi tre anni. Lo so, tante cose restano ancora da fare, tante esigenze giuste da soddisfare, tante miserie che non siamo in grado di lenire, tanti problemi dei reduci, di mutilati, problemi delle categorie, problemi in genere della ricostruzione, dei lavori pubblici che rimangono ancora insoluti. Però ditemi voi, tre anni fa si credeva forse che rapida sarebbe stata la soluzione? Si credeva forse che si sarebbe giunti in due o tre anni a ricostruire quello che la guerra ha abbattuto, a ricostruire quello che i padri in tanti decenni avevano messo su nella nostra vita passata? Oggi dobbiamo ammettere che il cammino che resta da fare è ancora lungo, ma dovremo anche ammettere che la ricostruzione italiana ha fatto grandi passi. Nel nostro bilancio più di quattrocento miliardi sono stati dedicati alla ricostruzione e ai lavori pubblici. Quando pensate che tutto questo si è potuto fare negli ultimi tre anni e che le spese per i lavori pubblici sono state destinate a combattere la disoccupazione e a potenziare l’assistenza, pubblica e privata, quando pensare a tutte queste opere di risanamento, dovete dire che si è fatto molto pur non essendo, di fatto, abbastanza. Ma dove avreste potuto trovare un governo capace di rifare in due o tre anni l’opera distrutta di oltre 50 anni? Non si improvvisa l’opera di ricostruzione, non si fanno miracoli! Se qui in Italia, io mi domando, venisse un regime del tipo di quello attuale in Jugoslavia o in Russia, forse che le cose andrebbero meglio? Si perderebbe non solo la libertà, ma anche la forza ricostruttiva. Là si fanno piani quinquennali, si costringono gli uomini a lavorare secondo certe norme di lavoro sotto la sorveglianza e la sollecitazione dei commissari dello Stato, ciò che senza dubbio rappresenta un complesso meccanismo, un grande sforzo, ma a prezzo di tante vittime, con tanto logorio, a prezzo soprattutto della libertà della personalità: ogni individuo perde la libertà. Quando pensate a questo governo nero, come viene chiamato, che non vi impedisce di fare scioperi ma solo si sforza di conciliarli, quando pensate che lo sciopero è stabilito dalla nostra Costituzione come un diritto, ma non è conosciuto in Russia perché colà sarebbe considerato come sabotaggio, allora vorrei vedere questi signori agitatori che ci chiamano governo reazionario che cosa direbbero di fronte ad un simile regime. Naturalmente non direbbero niente, perché ci sarebbero i campi di concentramento, il confino e le pene e le minacce di prigionia, come per tanti anni non abbiamo potuto dire niente noi. Confrontate le conseguenze dei due regimi e ditemi se in Russia, ove la svalutazione del rublo ha quasi annullato il valore della moneta, se in Russia con tutta l’organizzazione reggimentale del ministero del Lavoro, si è salvata l’economia, se le possibilità di lavoro sono maggiori, se l’uomo conduce una vita più libera, più dignitosa. Ditemi se i sindacati sono organi dello Stato presso a poco come le corporazioni che erano organi dello Stato fascista e non emanazione dei lavoratori. Lavoratori, i quali non hanno possibilità di farsi valere attraverso gli scioperi e negli altri modi consentiti in Italia. E tutto perché al di sopra delle organizzazioni sindacali operaie esiste il partito bolscevico, il quale è l’organo centrale di una minoranza che domina e dirige la massa degli agricoltori, dei contadini, degli operai: insomma è la ruota fondamentale per cui si dice che questo è il sistema dello Stato-partito. Abbiamo anche qui questo Stato-partito? Io vi domando categoricamente: avete ricevuta una cartolina rossa per sentire il presidente del Consiglio? Avete piena libertà di essere d’accordo o non d’accordo. Questa è la democrazia. La Sardegna ha avuto l’autonomia. Perché questa si affermi come una ottima iniziativa occorre che i rappresentanti dei vostri interessi siano uomini saggi e onesti, non ambiziosi preoccupati di creare nuovi ministeri ma preoccupati di bene amministrare. Sarà un organismo che avvicinerà il popolo all’amministrazione e lo Stato attraverso l’amministrazione al popolo. Per esso sarete in grado di servire gli interessi dell’isola collaborando alla grandezza della nazione. So che ci sono anche dei disoccupati (un po’ meno che in altri centri) e che nonostante gli sforzi fatti e che faremo difficilmente tutti potranno essere assorbiti. Per merito dei vostri deputati e del ministro Segni sono state stanziate somme cospicue contro la disoccupazione. Oltre otto miliardi per la Sardegna, sui quaranta erogati per l’intera nazione. Queste province sono state a lungo reiette e trascurate. Bisogna operare bonifiche, eseguire lavori pubblici, bisogna applicare una formula di giustizia equitativa e proporzionale e i denari sono stati assegnati. I nostri nemici hanno detto che i miliardi sono solo sulla carta. Vi assicuro che i lavori sono tutti in corso di realizzazione. Alcuni sono in fase di appalto, altri sono stati cominciati, altri si inizieranno presto; sta ai vostri rappresentanti ora tenere l’occhio vigile perché le somme non siano distratte ad altri scopi. Ma non lo saranno. Devo ricordare anche la vostra moderazione nel richiedere anche cose legittime. Essa sarebbe di scuola a certe regioni di Italia dove purtroppo la disciplina è mancata. Quando pensate a quello che si è fatto in due o tre anni per la lotta contro le cavallette, quando pensate quello che si è speso per la lotta contro la malaria, voi dovrete dire che il governo certi sforzi li fa, li ha fatti e da affidamento che ne farà. Noi ci troviamo in Sardegna di fronte ad un grosso problema industriale: quello della Carbosarda. Abbiamo avuto ogni mese le pressioni dei vostri rappresentanti, soprattutto dell’onorevole Chieffi e dell’onorevole Corsi , perché fosse lenita la disoccupazione degli operai. Nonostante che oggi il rendimento della miniera sia scarso, nonostante la difficoltà dovuta alla differenza dei prezzi, il governo italiano ha dato anche recentemente un miliardo e 20 milioni, soprattutto perché questi operai non rimanessero sul lastrico. Ebbene io ho sentito in qualche provincia del continente la lagnanza che diamo denaro alla Sardegna e che in realtà ciò che noi facciamo ha un carattere anti-economico perché i prezzi del carbone non arriveranno mai ad eguagliare quelli dello stesso prodotto introdotto dall’America. E noi abbiamo risposto che non si potevano abbandonare alla loro sorte tante famiglie di lavoratori. Ebbene, credereste voi che i nostri avversari, che pur si dicono gli unici rappresentanti della classe operaia, riconoscono questi sforzi? No, essi fanno il doppio gioco: mentre attraverso la Confederazione del lavoro e le delegazioni operaie premono perché si diano finanziamenti nelle riunioni ed anche sui giornali ci accusano di sperperare il denaro per darlo alle industrie di scarso rendimento o a proprietari esosi, come si legge anche in un articolo dell’«Avanti». Amici di Cagliari; siamo tutti legati ad una cordata e se riusciremo a creare uno stato permanente di libertà e di democrazia tutti i partiti potranno svilupparsi e nessuno ci potrà mettere in pericolo. E perciò dobbiamo circondarci di ordine e di disciplina, ed ecco perché il 18 aprile dovete fare il vostro dovere. Non pensate solo ai vostri interessi, pensate che il vostro voto non decide dei singoli, ma decide di tutti voi, del popolo, del paese.
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1946-1950
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Amici di Sassari, gli sforzi del governo per far risorgere il paese sono identici agli sforzi fatti dagli italiani per sopravvivenza: l’Italia, oggi, a distanza di tre anni dalla fine della guerra, non si riconosce più. Molte strade e molte case sono ancora da ricostruire, molto è ancora da fare, ma oggi guardiamo all’avvenire con ottimismo perché siamo certi che se in questi tre anni abbiamo fatto tanto, in seguito faremo molto di più. Faremo molto di più nel campo sociale, sempre nel pieno rispetto della libertà e della democrazia, perché questa è la caratteristica del governo che presiedo. Ed è veramente sorprendente l’atteggiamento assunto da qualche tempo a questa parte dai comunisti nel definire il mio governo, governo nero e della reazione; dimenticando che quando loro collaboravano si trattava, invece di un governo democratico e repubblicano come più volte l’avevano definito. E badate bene questo governo è sorto dopo che mi sono convinto della impossibilità di una collaborazione al vertice con il Partito comunista, sia per il suo doppio gioco sia anche per certe vedute di politica internazionale che non potevamo assolutamente accettare. Al posto dei comunisti ho immesso al governo personalità del campo economico e finanziario la cui opera è stata dedicata ad arrestare l’inflazione e basterebbe solo il fatto di avere fermato la lira nella sua corsa pazza verso l’abisso per far meritare a questo governo più considerazione da parte degli avversari. Per quanto riguarda la nostra azione sociale, l’onorevole Li Causi ci ha rimproverato la mancata attuazione della riforma agraria; ma voi sapete che essa è allo studio e che sarà senz’altro attuata e ne sono conferma le leggi del vostro illustre concittadino ministro Segni al quale rivolgo il mio più vivo ringraziamento per la sua opera tutta rivolta a preparare gradualmente la riforma agraria stessa. Voi dovete tenere conto, quando si trattano i problemi sociali, della nostra attuale situazione economica che non si può ancora reggere da sola e senza gli aiuti americani che sono assolutamente indispensabili per la nostra ricostruzione. E mi riferisco specialmente in questo momento al piano Marshall, che proprio per questo, viene accanitamente avversato dai comunisti su precisi ordini del Cominform rivolti anche agli altri partiti comunisti europei. La scusa è che il piano Marshall sarebbe un piano di guerra, un piano del capitalismo americano laddove esso è proprio volto ad evitare un altro conflitto e a sanare la situazione disastrosa delle economie dei paesi europei occidentali. Per rendere più credibile la loro azione, il Partito comunista è ricorso ad una operazione che io ho avuto modo di stigmatizzare più volte nei miei discorsi e cioè alla mimetizzazione nella attuale campagna elettorale. Si sono camuffati dietro la testa di Garibaldi, il quale non è qui per protestare; ma lo ha fatto sua figlia : Garibaldi, salpando da Caprera, saprebbe oggi da che parte volgersi. Egli saprebbe che il pericolo oggi non viene dall’America ma dall’Oriente. Oggi, al di là dell’effigie di Garibaldi, noi vediamo chi è che mira ad insidiare la libertà in Italia; e noi che siamo per la libertà, difendiamo Garibaldi, ma non coloro che si nascondono dietro di lui.
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Cari amici, ho saputo che l’onorevole Laconi che mi ha preceduto ha rinnovato qui le accuse che ormai si rivolgono in tutte le piazze di Italia da parte dei comunisti contro il governo da me presieduto, accusandolo di avere trascurato l’opera di ricostruzione e di volere instaurare un clima di guerra, aiutato in tutto questo dall’imperialismo americano. Ho documentato in tutti i miei discorsi e anche ieri a Cagliari e questa mattina a Sassari la grandiosa opera di ricostruzione compiuta in questi tre anni e quindi non mi sto a ripetere . Ho anche ripetuto mettendola in rilievo la grande attività svolta dal governo in difesa dell’economia nazionale e i due aspetti della posizione politica del blocco governativo e del Fronte popolare: difesa della Costituzione e della libertà democratica il primo; istituzione di un regime di Stato partito, l’altro. Quindi scopo della nostra lotta è la difesa della democrazia e della libertà. L’onorevole Laconi, mi dicono, ha anche qui rispolverato una polemica vecchia di anni sul mio passato di deputato al Parlamento di Vienna. Questa polemica accusa è stata a suo tempo smascherata in ogni suo particolare ed è stata da tutti riconosciuta la mia attività di italiano in quel consesso ed è stato provato che ho rischiato di tornare in quella prigione di Innsbruck, dove ero già stato da studente per la mia attività irredentistica. Guardiamo piuttosto a quelli che sono i problemi di oggi, a quelli che sono i problemi vostri, della vostra isola alla quale il governo dedica una particolare attenzione. La Sardegna ha avuto l’autonomia e noi siamo ardentemente desiderosi che essa si affermi come lo strumento più efficace per la soluzione dei vostri annosi problemi, nell’unità nazionale da voi sempre fortemente sentita. Ed è per questo vostro sentimento mai smentito che noi contiamo sulla vostra cooperazione, sul vostro coraggio, anche questo di costante tradizione, sulla vostra intelligenza perché la giornata del 18 aprile sia giornata di libertà, di pace e di ricostruzione. Mi rivolgo, quindi a voi, come ho fatto in tutte le piazze d’Italia perché vogliate votare secondo coscienza e per l’affermazione degli ideali sopra indicati.
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Attesa ormai da tempo era ed è la riforma della previdenza sociale. La sospirano oltre un milione di vecchi lavoratori che, nonostante i miglioramenti dati nel luglio e nel dicembre 1947 e nel marzo 1948, ancora debbono contare i bocconi di pane. L’attendono quindici milioni di bisognosi di assistenza medica, non sempre soddisfatti delle indennità – sebbene aumentate nel 1947 – e delle prestazioni. L’attendono almeno mezzo milione di infortunati cui le rendite, benché più che raddoppiate nel mese sorso, sono sempre insufficienti. Attendono la riforma le decine di migliaia di tubercolotici rimasti fuori dei sanatori. Confidano nella riforma le madri lavoratrici, gli orfani, i disoccupati. Aspettano, infine, la riforma, i milioni di italiani che versano contributi e non li vedono sempre fruttificare tanto quanto occorrerebbe. Grazie ai miei amici collaboratori e specie al ministro del Lavoro, onorevole Fanfani, si sono potuti realizzare numerosi interventi diretti a migliorare la situazione economica dei pensionati, dei malati, degli infortunati, dei disoccupati, degli orfani. Il governo da me presieduto ha potuto disporre, per tutte le categorie assistite dagli Istituti di previdenza sociale per l’anno 1947-48, miglioramenti economici che ormai superano complessivamente i 93 miliardi di lire. A due dei quattro grandi istituti abbiamo potuto ridare organi normali di amministrazione. Per gli orfani dei lavoratori, nel marzo scorso, abbiamo riorganizzato e finanziato un ente apposito. Per i pensionati, sempre il mese scorso, abbiamo fondato un’Opera nazionale dalla cui attività tanto ci aspettiamo. Per l’avviamento al lavoro dei dimessi dai sanatori, fra qualche giorno approveremo un decreto già pronto. Per la tutela igienica ed economica delle madri lavoratrici altro provvedimento è imminente. Ma nessun di noi immaginava, o immagina, che simili provvedimenti siano sufficienti. Sono stati una prova della nostra buona volontà, sono stati gli strumenti per far tutto quanto era possibile per i lavoratori vecchi e ammalati, disoccupati, per i loro familiari, per i loro orfani. Mentre attendevamo con detti provvedimenti di rinfocolare una speranza, operavamo a sostenere e stimolare l’opera della Commissione per la riforma della previdenza sociale. Inaugurandone i lavori, il 4 luglio 1947, la denominai «piccola Costituente della previdenza» . E proprio perché piccola Costituente abbiamo fatto di tutto perché terminasse i suoi lavori prima della nascita del nuovo Parlamento. [De Gasperi ringraziava, poi, il presidente della Commissione, l’onorevole D’Aragona e passava ad illustrare i punti della relazione conclusiva]. In primo luogo si è detto che mediante la previdenza sociale si deve mirare a liberare gli italiani dal bisogno. La relazione cita a sostegno una dichiarazione della XXVI sessione della Conferenza internazionale del lavoro tenuta nel 1944 a Philadelphia. Ma noi possiamo citare egualmente un testo a noi più vicino e per noi più obbligante, cioè l’art. 38 della Costituzione della Repubblica. L’uno e l’altro si rifanno, del resto, come unica fonte alla morale di quella parabola del samaritano che tanto bene spiega la portata del comandamento di amare il prossimo come te stesso. Mantenendosi su un terreno concreto la Commissione ha inteso di assicurare a tutti i lavoratori, sia autonomi che subordinati, ed ai loro familiari, un minimo di prestazioni previdenziali garantite. La Commissione ha ammesso il principio della automaticità delle prestazioni svincolandosi dal concetto della proporzionalità rispetto al sacrificio del lavoratore. Ciò deriva dal criterio solidaristico di andare comunque incontro al bisogno. Il problema della pluralità degli ordinamenti ha trovato una soluzione rispettosa del principio della solidarietà e di quello dell’iniziativa, nella prospettiva di un sistema previdenziale unico con trattamenti integrativi per singole categorie e gruppi, in esecuzione di leggi speciali e di contratti. Il reddito scelto dalla Commissione come base delle prestazioni è quello effettivo per i lavoratori dipendenti, ricorrendo a redditi medi convenzionali solo per i lavori discontinui e per quelli dei lavoratori indipendenti e quindi non a retribuzione determinata. Su questo reddito le prestazioni saranno misurate usando apposite percentuali le quali andranno decrescendo col decrescere dei redditi e così, per rispetto a un principio solidaristico e democratico del dovere maggiore dei grandi e degli abbienti rispetto ai piccoli e non abbienti, i percettori di redditi più alti finiranno per aiutare i percettori dei redditi meno alti. Comunque un livello minimo di prestazioni cercherà di evitare la persistenza del bisogno ed un livello massimo cercherà di evitare che il sistema previdenziale serva a garantire il lusso di pochi più che la sicurezza di tutti.
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Dicono amici miei, dicono che nessuno è profeta in casa propria (voci: si sbagliano!): pare anche a me! Quando vedo le vostre liete accoglienze, il vostro entusiasmo devo dire che questo proverbio come tanti altri è sorpassato. Vuol dire che la massa del popolo attraverso dure esperienze, molti disinganni, gravi sconfitte e poche vittorie, ha ormai della vita una concezione più matura e profonda; siete diventati voi popolo, come noi dirigenti, più riflessivi, più distaccati dalla frase e dalla retorica, più conservatori, più attenti alla sostanza delle cose e non preoccupati delle forme. Io credo che questa sia stata in gran parte una virtù ereditaria del Trentino, ma forse anche voi avete compiuto in tale riguardo un progresso. Non sembra, infatti, che tutti siate di questa opinione, a meno che non debba considerare come non trentino colui che distribuisce ed affigge manifesti, facendomi delle obiezioni che non hanno senso. Siccome però questi manifesti mi danno sempre occasione allo spunto polemico, eccone uno. Dice un manifesto affisso evidentemente dal cosiddetto Fronte democratico popolare, o meglio dai comunisti: De Gasperi nel ‘44 disse, se non sbaglio è un discorso fatto da me a Roma, «quando vedo che mentre Hitler e Mussolini perseguitano gli uomini per la razza e inventano quella spaventosa legislazione antiebraica che conosciamo e contemporaneamente i russi, che comprendono 160 razze, creare la fusione di queste razze, in questo tentativo, in questo sforzo verso la unificazione del consorzio umano, lasciatemi dire: questo è cristiano, questo è eminentemente universalistico nel senso del cattolicesimo e anche cristiano nel formidabile tentativo di accorciare le distanze tra le singole classi sociali». Questo io dissi nel 1944 e questo io credo ancora. Ma molte opinioni avevo in quel periodo e che vennero poi espresse nello stesso discorso, molte altre opinioni allora manifestavo e queste opinioni significavano: il distacco, la contraddizione con lo spirito fondamentale del comunismo ed in genere con l’esperienza bolscevica svoltasi in Russia e nei paesi che seguirono l’esperienza russa. Ma, amici miei, prendiamo le cose secondo la evoluzione che hanno compiuta. Nel 1944 eravamo a pochi mesi di distanza dalla guerra di liberazione: ci eravamo trovati insieme o in combattimento o in carcere o nei ricoveri o nei nascondigli: ci eravamo trovati tutti italiani senza differenza di partiti, eravamo stretti in amicizia, avevamo strette delle amicizie che credevamo si potessero consolidare poi in una migliore collaborazione anche politica ed economica; e ricordo che allora la Russia e i paesi orientali da una parte ed i paesi occidentali dall’altra, formavano un’enorme alleanza in nome della libertà e della democrazia contro il totalitarismo e la dittatura nazista. Questo fatto, questa alleanza ed il conseguente agganciamento di una parte all’altra, ci davano la speranza di un rinnovamento, di una più stretta unione, una concordia del consorzio umano; ed ecco come allora nel nostro cuore nutrivamo veramente speranze; credevamo di potere fare questo sforzo. E chi vi parla, come sapete, ha avuto collaboratori nel governo e comunisti e socialisti nenniani nel tentativo di questa collaborazione, cioè di chiamare tutti i rappresentanti di tutte le classi, di tutte le categorie, di tutti i partiti a collaborare per poterci salvare dal disastro del dopoguerra per poter risorgere dall’abisso in cui la guerra ci aveva gettati. Sapete che quando la casa fa fuoco bisogna spengerla e quando c’è incendio si grida «si salvi chi può»: così allora ci si voleva aiutare senza badare a tessere o partiti. Guardando il presente e l’avvenire abbiamo tentato questa cooperazione nella speranza che questa piccola cosa sarebbe diventata una grande cosa: la cooperazione nel mondo tra i diversi Stati, fra occidente e oriente. E ditemi voi se questa speranza non meritava di venire affrontata; se essa non meritava di essere misurata sul metro della buona volontà e delle attitudini di ciascun gruppo; se non meritava di riuscire. E non è riuscita! È fallita per colpa di chi? (voci: dei comunisti) Voi avete risposto per colpa di chi! Io vi dico: per quali ragioni noi oggi siamo in contrasto con i comunisti? Per quale ragione? Per due serie di ragioni: di politica interna e di politica internazionale. Perché abbiamo dovuto ammettere che la collaborazione che ci davano nel Consiglio dei ministri, nell’amministrazione in genere e negli istituti pubblici era sì, per quanto riguarda il singolo rappresentante, o poteva essere onesta, utile e poteva forse essere leale, ma per quanto riguarda il complesso dei partiti, per quanto riguarda l’organismo, il metodo, abbiamo dovuto ammettere con un certo sforzo che mentre si collaborava in tal modo nei pubblici organismi, si creava in essi una organizzazione cellulare, una riserva. Si diceva: questa è democrazia provvisoria, la vera democrazia progressiva è quella comunista che verrà in un certo momento, cacciando via tutti gli altri e lasciando al potere solo i comunisti. Questa è stata la verità e se avessimo avuto una esperienza incompleta poteva manifestarsi anche qualche dubbio; ma abbiamo visto che in tutti i paesi satelliti della Russia ciò avvenne, vale a dire che un partito, attraverso una tattica di aggiramento è riuscito ad impadronirsi del potere cacciando via e negando libertà ad altri. Allora sono nati il sospetto, la diffidenza ed il contrasto fatale. Forse non ce ne saremmo accorti e avremmo continuato nella collaborazione, avremmo tentato ancora un altro sforzo, se non ci fosse stata la questione estera, la questione soprattutto dei rapporti con l’America e la Russia, che è venuta ad aprirci una diversa visuale sulla triste realtà del mondo, dicendoci che non camminiamo verso una collaborazione universale ma purtroppo verso la creazione di due mondi, di due blocchi differenti nell’attività internazionale. Abbiamo le prove di quello che diciamo, le abbiamo; ricordatevi che durante la guerra e nell’immediato dopoguerra il partito comunista in ciascun paese si è presentato con vesti proprie, si è presentato come partito comunista discendente sì da un ceppo unico, che veniva da una tradizione internazionale ma si presentava con una veste adattata alle abitudini, alla vita delle diverse nazioni; quindi assumeva un certo aspetto nazionale che non sembrava e non appariva in nessuna forma che fosse legato al bolscevismo russo e neanche che avesse comuni istruzioni, comuni direttive e soprattutto solidarietà anche nella politica internazionale. Quando fummo in grado di fare una politica estera, o meglio quando si cominciò a trattare per la definizione di quel trattato che ci venne poi imposto, allora io mi accorsi lentamente, attraverso vari episodi, che la voce dell’onorevole Togliatti in certi momenti risuonava non secondo una volontà, un linguaggio, un sentimento proprio, ma secondo un ordine, una direttiva venuta di fuori. Me ne accorsi nella questione di Trieste quando a Parigi feci quella che oggi sembrerebbe una provvidenziale proposta di sospendere per un anno la creazione effimera di uno Stato chiamato territorio libero. Feci allora la proposta di attendere un anno e vi ricordate benissimo come dicevo: badate! Voi costruite un cosiddetto Stato che non regge, che non può riuscire, che non avrà pace interna né avrà capacità economica, non avrà neanche libertà, assediata, come è, da due potenze, specie da una potenza concorrente. Non potrete riuscire in questo, quindi aspettate, prima di commettere questo errore che può essere grave per le conseguenze e che può dare dei futuri conflitti tra diverse potenze. Aspettate, rimettete, rimandate la decisione come l’avete rimandata per le colonie e per tutta la questione germanica che è più grave e ancora insoluta. La mia proposta, come sapete, non venne accolta. Ma, mentre da una parte si diceva: non possiamo accoglierla perché altrimenti rimarremo senza una qualsiasi conclusione, senza qualsiasi trattato e quindi aumenterebbero la tensione e i pericoli di guerra fra i due blocchi; dall’altra parte, dalla Russia, non venne accolta e venni combattuto con impeto ed accusato di intrighi, di preparare dei pericoli per la pace. Chi insorse contro di me? E chi parlò così? Fu, come sapete, il ministro degli Esteri russo, il compagno Molotov. Ora pazienza! Il compagno Molotov è rappresentante della Russia e fa gli interessi del suo paese. Ha il diritto di farlo. Ma che il compagno Togliatti abbia sostenuto in questa occasione il compagno Molotov e che l’«Unità» abbia riportato due o tre attacchi contro di me e contro la delegazione italiana, mettendosi dall’altra parte, questo è stato un fatto storico che non si può dimenticare e che ha rivelato il loro vero animo. Questi fatti ci hanno messo in sospetto. Poi si aggiunse anche la politica interna. La necessità di ricorrere a misure particolari più severe per impedire che la lira continuamente decadesse. Badate, è dal 1934 che la lira andava sempre più giù ogni giorno, bisognava fare qualche cosa per fermarla, altrimenti l’inflazione era fatale, la svalutazione rovinava il ceto medio, ma in fondo veniva a rovinare coloro che ricevono solo stipendio o salario. L’inflazione era inevitabile. Allora dissi ai miei collaboratori che erano socialisti nenniani e comunisti: bisogna che allarghiamo il nostro ministero e cerchiamo dei tecnici, delle persone competenti e persone che valgono come tali, che diano l’impressione a noi e agli altri italiani che sanno qualche cosa: lasciamo stare il tripartito, cerchiamo gli uomini dove sono; quando in quel momento feci il nome di Einaudi, lo spirito di diffidenza assoluta di classe, lo spirito di avversione a qualunque idea liberale fece sì che socialisti e comunisti si opponessero all’allargamento del ministero e fu allora che fu creato il ministero senza di loro. Non vengano a dire che avevo creato il ministero per gli affari dei ricchi e abbiamo cercato il modo che gli speculatori guadagnino di più. In realtà essere riusciti ad arrestare la discesa della lira fu un merito del governo che forse non ha pari in Europa. Perché in questo momento se è vero che non abbiamo sanato tutti i nostri mali, non abbiamo compiuta l’opera, è anche vero che noi l’abbiamo resa possibile: da qui incomincia un nuovo periodo di ricostruzione e la ricostruzione si farà, anzi in parte la ricostruzione si è già fatta. Ma c’è del peggio ancora. Quando i comunisti non fecero più parte del governo, allora lasciarono cadere ogni maschera e improvvisamente si radunarono assieme ad altri otto partiti comunisti, si radunarono in una città della Polonia lo scorso autunno, alla fine di settembre, e tornarono a fondare sotto altro nome quello che in passato era il Comintern, cioè il Comitato internazionale del partito comunista. Il Comintern di allora diventò il Cominform di ora, in cui, in teoria naturalmente, tutti sono pari; ma potete bene immaginare che, quando presidente è il segretario generale del partito bolscevico russo, gli altri sono in confronto, con rispetto parlando, dei cagnolini di fronte ad un cane siberiano. Potete immaginare, quindi, quali scambi di idee che si fanno tra grandissimi e piccolissimi, gli scambi diventano, in realtà istruzioni, direttive, ordini. E allora in questo Cominform che cosa si è lanciato? Si è lanciato il proclama: per impedire che l’America si installi in Europa, impedire una collaborazione americana con l’Europa perché quei denari che sono pronti a dare gli americani sono strumenti di servitù e di corruzione ed i lavoratori se li accettano avranno rinsaldato intorno ai loro polsi le catene della schiavitù. Bisogna respingerli o meglio ricorrere a tutte le armi per non renderli possibili. E badate, Zdanov, segretario del partito bolscevico, diceva queste parole: il piano Marshall in fondo che cosa vuol dire? Vuol dire denaro americano che cerca una destinazione in Europa. Ora il denaro cerca sempre un paese tranquillo per essere investito, per fruttificare, e allora basterà che i paesi non siano tranquilli, che ogni giorno si abbia la sensazione che le industrie vacillino, basterà avere la sensazione che il governo da un momento all’altro può essere sostituito da un governo rivoluzionario, che pratichi la nazionalizzazione, la confisca dei beni e dei mezzi di produzione, delle fabbriche, basterà dare questo senso perché i denari americani non vengano. Perché si vogliono sabotare questi aiuti? Perché non si vuole la cooperazione americana? Sapete il perché? Perché darebbero torno alle teorie di Stalin e di Lenin. Dimenticando quello che si era detto durante la guerra sulla pacificazione universale e sulla collaborazione dell’America e della Russia per la libertà dei popoli della coalizione, per una ricostruzione economica in cui tutti siano eguali, dimenticando questi sforzi, queste affermazioni, queste promesse, queste prospettive si diceva: noi ci siamo sbagliati! Il mondo è sempre quello che vedevano Lenin e Stalin prima della guerra universale diviso in due grandi blocchi: da una parte il blocco degli Stati proletari dei lavoratori, dall’altro il blocco dei signori, dei profittatori, dei ricchi. Quindi due blocchi: uno l’America e i paesi che stanno con l’America; dall’altra la Russia ed i paesi che stanno con la Russia. Ogni paese che sta con l’America è combattuto, ogni paese aiutato dall’America è osteggiato. Il piano di questi aiuti di cooperazione e colleganza deve essere silurato. È tutto qui: quando il segretario Marshall venne dall’America per proporre di convocare tutte le nazioni, dico tutte le nazioni ad una conferenza comune per trovare il modo di collaborare insieme ed economicamente evitare il disastro, anche i russi intervennero, ma due giorni dopo partirono e costrinsero a ritirarsi anche tutti gli altri Stati satelliti compresa la Polonia, la Cecoslovacchia e gli Stati balcanici. E da allora sono contro di noi italiani, perché non volemmo fare altrettanto ed insieme ad altri stati siamo rimasti a Parigi cercando di collaborare al piano Marshall che in effetti era un piano ragionevole. Si tratta di questo: con gli aiuti e i finanziamenti americani rendere possibile una collaborazione più vasta, lasciare cadere o annullare le frontiere, che non fanno altro che demolire la nostra capacità economica, cercare di sollevarci attraverso lo scambio ragionato e libero, in modo che i popoli trovino per questa integrazione vicendevole il mezzo di rifarsi, di compiere la ricostruzione del dopoguerra. Noi diciamo che con ciò si evita la guerra, con ciò si crea una condizione ordinata di pace, si creano dei popoli liberi i quali possono difendere la propria economia, possono trovare in se stessi, nell’integrazione e in collaborazione con altri popoli, le ragioni della propria esistenza. Può rimanere in loro la speranza di guadagnare ancora, di rifarsi un programma di vita, anzi di rifarlo maggiore di quello che era prima della guerra. Quando si alza il sole della speranza sopra queste popolazioni che stanno nelle tenebre della miseria e delle privazioni, si alza la speranza della pace e con il consolidamento della pace aumenta la resistenza, l’orrore contro la guerra. Questo è lo scopo dell’America. Perché lo combattono? Lo combattono perché dicono che con ciò si prepara la guerra. Perché fanno questo gli americani? Gli americani non sono tutti dei francescani che portino l’abito della carità cristiana: questo lo fanno per varie ragioni. Una è fondamentale e vale per tutte. L’America si dice: «per ben due volte mi è toccato di passare l’Oceano per combattere contro gli Stati che volevano imporre dittature in Europa, per due volte ho dovuto fare degli immensi sacrifici nel sangue, nelle persone e nei finanziamenti». L’America ha pagato le spese di guerra anche per la Russia, per la Francia e per l’Inghilterra; ed in genere di tutte le potenze che hanno preso parte alla lotta contro il nazismo; allora dicono, piuttosto che spendere ancora una simile somma in miliardi di dollari che pesano in modo insopportabile sulle spalle sia pure forti dei contribuenti americani, e badate che gli americani pagano molte più imposte di noi, è meglio che paghiamo adesso una specie di controassicurazione contro la guerra, diamo noi ai popoli, finché c’è tempo, di che tenerli su, un contributo in modo che si trovino contenti e si tenga lontano il disordine e il caos e si mantenga la libertà. Ecco quello che non vogliono i signori del Cominform, che vogliono conquistare al comunismo, cioè alla dittatura bolscevica, anche la Francia e l’Italia soprattutto: le vogliono e per poterle conquistare preferiscono la miseria e il caos per poter creare sul disordine e sulla reazione di un popolo affamato un regime dittatoriale come abbiamo negli altri stati. In questo momento voi mi domandate, signori comunisti, e affiggete alle cantonate i manifesti: perché ho cambiato rotta dal 1944? Io sono ancora di quella opinione, siete voi che avete cambiato rotta, vi siete pentiti di avere lasciato credere che avreste cambiato rotta. E poi è subito dimostrato che non è vero che questi due blocchi sono così divisi: operai e proletari da una parte, ricchi e sfruttatori dall’altra. Un giorno i laburisti e le organizzazioni operaie degli Stati Uniti hanno convocato una conferenza a Londra per trattare e discutere del piano Marshall: i lavoratori dei singoli sindacati americani, le Trade Unions inglesi, le quali raccolgono quasi tutti gli operai perché c’è l’unità sindacale tra tutti gli operai inglesi; ed i socialisti e non socialisti della Francia e del Belgio, quelli dell’Olanda, delle organizzazioni cristiane accanto alle organizzazioni socialiste temperate, tutti questi hanno detto: siamo per il piano Marshall. E allora tutta la teoria, tutte le tesi di Zdanov: di qui gli operai e di là i ricchi, si dimostrano false. Non lo volevano credere i nostri comunisti ed allora per averne la esperienza fecero come san Tommaso, che si ricorda oggi nel Vangelo, e chiedo scusa se qui oso ricorrere a questo paragone. Allora Di Vittorio è stato a Londra e gli operai gli hanno detto (laburisti, socialisti e sindacalisti americani): o mangiare di questa minestra o saltare dalla finestra. Accettate il piano Marshall che noi operai organizzati in sindacati di varie tendenze compresi i socialisti appoggiamo, anzi vogliamo appoggiare per controllare, o diteci che siete nemici e se ci siete nemici vi combattiamo e combattiamo tutti quei socialisti in lega con i comunisti che tradiscono con ciò la classe operaia del loro paese. E perciò i nostri rappresentanti a Londra per le correnti sindacali cristiane, socialista democratica e repubblicana hanno rappresentato a Londra i lavoratori italiani in contrasto con Di Vittorio che rappresenta, secondo le cifre odierne, la maggioranza. Ma io spero che dopo questa campagna, dopo avere spiegato non con la retorica o con le frasi, ma con la pura realtà e con la semplicità convincente dei fatti su tutte le piazze d’Italia (e non solo da parte nostra ma anche da altri partiti e altri ministri che sono al governo con me), io spero che gli operai lentamente cominceranno a comprendere che sono stati traditi dai comunisti e che se vogliono anche mantenere un attaccamento alle tradizioni marxiste lo possono fare senza compromessi con i compagni comunisti. Mi ricordo una delle obiezioni che ci fanno sempre: voi dite che gli americani aiutano l’Europa. Ma bisogna che lo facciano, non sanno più che farne dei denari che hanno: i dollari li hanno a sacchi sulle spalle ed in qualche maniera, ci sia De Gasperi o ci sia Togliatti, devono vuotarli questi sacchi che pesano. Badate, la verità è che, come voi sapete, anche l’America sente le conseguenze della guerra che si esplicano in tasse più gravose e che in America c’è un partito che lotta contro questo intervento in Europa, contro questo voler largheggiare con i popoli europei. Lasciamo andare, dicono, che in Europa non c’è niente da fare, torneremo ad essere implicati in una guerra, spenderemo invano e non riusciremo a nulla. I comunisti fanno questa lotta istruiti ed indotti a ciò dai russi che hanno dato ordini al Cominform, nella speranza che questo partito in America dell’opposizione al piano Marshall guadagni terreno e costringa gli americani a tornare alla politica che si chiama dell’isolazionismo, a quella politica che dice: non impicciatevi negli affari europei e pensiamo solo agli affari americani. C’è questo pericolo, ma dire: veramente gli aiuti americani vengono così in tutta facilità e vengono per bisogno istintivo, perché gli americani devono liberarsi di questo peso dei dollari che hanno sulle spalle, è infantilismo e pazzia. Ma è dimostrato anche dalla nostra esperienza che non è così. Durante tre anni saranno circa un miliardo e trecento milioni di dollari in merci che sono state inviate in Italia, le merci per campare, per fare andare le industrie, i veicoli per far rinascere la nostra economia. Tutte queste merci vengono sempre a fiotti continui e con enorme facilità? Tutt’altro! Abbiamo dovuto trattare, pregare, insistere, negoziare, mandare delle delegazioni. Io stesso ne feci esperienza quando sono andato come un pellegrino, badate non come un questuante, chiedendo alimenti, crediti ed ho detto: il lavoro italiano è di tal forza costruttiva, che non ha bisogno di mendicare, ma chiede dei crediti, perché queste braccia e questa intelligenza italiana che fanno tanti miracoli e ne ha fatti anche nei tempi passati per gli americani quando mandavamo tecnici e missionari e lavoratori, questo popolo italiano saprà ripagare tutto quello che chiede e che gli viene dato e prestato. Così ho parlato, e non da questuante. Ed ho visto quanto è difficile riuscire a persuadere coloro che devono dare e come quelli che devono ricevere devono faticare ed insistere. Per i primi cento milioni di dollari ho faticato tanto tempo e sono arrivato al punto di minacciare di venirmene via con grandi parole di protesta, se questi milioni non venivano dati: e vennero dati. Ma questo è niente di fronte alla esperienza che ho dovuto fare con l’alimentazione. Quante volte l’Alto commissario per l’alimentazione mi diceva: presidente non abbiamo pane per la settimana ventura. Questo anno il raccolto è stato troppo scarso: dovremo introdurre tanti e tanti milioni di quintali di grano e non c’è che l’America che può darlo, ma adesso non vuole e non può. Bisogna telefonare ed insistere, fare intervenire il nostro ministro presso il ministro americano. Una volta si è giunti a questo punto: non avevamo pane in Italia, nelle grandi città, che per due giorni. Allora feci la prima telefonata diretta in America chiamando La Guardia . Vi ricordate questo episodio? Altro che dire che gli americani hanno il dorso carico di dollari e hanno abbondanza di grano ed hanno bisogno di poterlo smerciare in Europa e in Italia! Credete voi che se gli americani fossero stati pieni così, io sarei ricorso a questo grido che è passato al di là dell’Atlantico, che veniva da un italiano a uno di spirito italiano, che parlava da uomo ad un altro uomo appellandosi al senso di umanità ed al senso dell’ordine sociale, perché la gente non avesse fame e non cadesse nel disordine e nell’anarchia? Come mai si è dimenticato questo episodio quando allora io ero presidente di un governo che comprendeva tra i suoi ministri anche quelli comunisti? E dite a me che ho cambiato? Io oggi telefono come ho telefonato allora e sono in relazione con gli americani come lo ero allora. Cerco che questa collaborazione si organizzi e si rinsaldi, che ci sia un piano che valga per quattro anni di alimentazione e di costruzione soprattutto per avere maggiore tranquillità e salvare il popolo italiano, salvare le industrie e gli operai che altrimenti il numero dei disoccupati aumenterebbe a milioni e milioni. Io non so se sia stata la coscienza di avere sbagliato strada e di avere assunto impegni di fronte ai loro padroni russi di cui dovrebbero vergognarsi; sta di fatto che un bel giorno tutte le falci ed i martelli sono scomparsi in soffitta ed è saltato fuori Garibaldi. Perché? Ma se il comunismo è quella cosa di cui si vantano, se il comunismo è quel sistema che assicura la pace, l’ordine, il progresso, la fraternità sociale perché si nascondono dietro Garibaldi? Sarebbe un immenso regresso perché Garibaldi è morto da un pezzo. Perché han preso a prestito la faccia di Garibaldi? Perché non vogliono presentarsi con i loro connotati, perché non vogliono mettere il popolo italiano dinanzi all’alternativa: comunisti o non comunisti, come sarebbe loro dovere. Non vogliono assumere le responsabilità per il loro programma e per la storia. Ed eccoli che compaiono nuovi, nuovi, in veste bianca, senza nessun accenno al passato e camminano in processione col coro della concordia e della tregua dietro a Garibaldi. Alle donne del Mezzogiorno dicono: quello lì è san Giuseppe con la stella di Betlemme sulla schiena. Ecco perché siamo insorti contro questa tattica falsa e truffaldina ed abbiamo detto: speriamo, siamo certi, che una volta che il popolo italiano sarà stato richiamato alla realtà delle cose saprà giudicare e si indirizzerà da sé. E difatti molti comunisti oggi e fra i più intelligenti ci sono, i quali dicono; come mai se eravamo tanto entusiasti del nostro programma, per le nostre idee, se tutto abbaiamo messo a rischio e la vita e gli averi, e abbiamo impegnato tutta la nostra personalità nel comunismo, perché quando è il momento decisivo, quando il popolo italiano deve decidere se vuole o non vuole un governo comunista cerchiamo questa porta di servizio con la testa di Garibaldi? Perché ricorrere a questa truffa politica? Questa truffa ha reso aspra la battaglia: per questo parliamo forte su tutte le piazze d’Italia. Se avessimo avuto da fare con comunisti non avrei avuto bisogno di gettare un grido di allarme, di fare appello alla intelligenza, di richiamare particolarmente con voce forte l’attenzione delle popolazioni; e avrei avuto la certezza che in una discussione serena il popolo italiano avrebbe preso da sé la via giusta. Quando ho visto la tattica, questa tattica che io ho descritto nel mio primo discorso, ricordate, delle cortine fumogene, di quella cortina che hanno messo davanti con qualche borghesuccio, con qualche non comunista che avesse la faccia, la faccia almeno della imparzialità, per nascondervisi dietro lasciando che i primi non rivelassero di che constasse; mi sono detto: bisogna smascherare, bisogna smascherarli e questo è un dovere, un sacrosanto dovere, costi quel che costi. Togliatti mi ha chiesto che cosa vuol dire il mio costi quel che costi e ve lo ripeto, amici, costi qualunque sacrificio, qualunque fatica, qualunque rischio; questo è il dovere nostro, un dovere di coscienza, dire la verità al popolo italiano, altrimenti, la storia, la provvidenza, Dio ce ne farebbero responsabili. Ed allora questo signori hanno fatto, hanno creato questa formazione che si chiama Fronte. Si chiama Fronte, meglio sarebbe che si chiamasse faccia! Hanno creato questo Fronte che ha le apparenze, la forma di un nobile congresso che discute con termine molto corretto, ed io sono grato, bisogna riconoscerlo, di potersi radunare così in tanti e voi lo direte domani se rappresentanti di altri partiti parlano da questa o da altra cattedra in pubblico; è un progresso innegabilmente, ma bisognerebbe che anche nei manifesti e nei santini non ci fossero tante falsità, bisognerebbe che in genere fossero un poco più nobili, che non inventassero calunnie come quella che mi sono rallegrato della impiccagione di Battisti, quasi fosse stato un traditore che si mette dalla parte dei tedeschi contro gli italiani mentre, e voi lo sapete, sono stato l’unico dei deputati trentini che ha avuto l’occasione di parlare nella commissione del Bilancio al Parlamento austriaco e subito dopo alla Camera e di imprecare e di condannare l’atto orribile che si era compiuto contro Cesare Battisti. Questa è la realtà! Ed io qui, dinanzi a voi trentini, non ho bisogno di altri elementi: leggano i verbali della Camera e voi che in parte, oltre l’italiano sapete anche il tedesco, leggeteli nella lingua originale, ma sono tradotti anche in italiano; leggano gli avversari le mie parole e dicano poi, e ditelo voi, non per la mia persona ma per il buon nome di Trento e del Trentino, dite che questa è voluta perfidia ed è una accusa che non ha nessunissimo fondamento. Adesso, poi, hanno preso di mira anche il Vaticano. Quando penso all’atmosfera fraterna che esisteva nei primi mesi del dopoguerra, quando insieme ci recavamo in certi rifugi ed in certi momenti correvamo insieme nei nascondigli, appena si sentiva il passo ferreo dei plotoni tedeschi che venivano a cercarci nelle case, ci siamo trovati come fratelli socialisti e democratici cristiani. E quando penso che questi rifugi in buona parte erano conventi, questi rifugi erano per ebrei, socialisti e comunisti e democratici cristiani, per gli uomini, fossero italiani o di altre razze purchè fossero perseguitati, quando penso che questi rifugi, conventi e ricoveri erano della chiesa cattolica, mi domano: chi è che ha cambiato opinione? Chi è che ha cambiato opinione fino al punto di agire proditoriamente contro il Padre, contro i fratelli che li hanno aiutati, chi, se non loro? Ed ecco che loro accusano il Vaticano di essersi fatto centro di affarismo il più losco, e delle congiure le più sporche; e sanno che mai in Italia sarebbe stata possibile la guerra di liberazione senza la Chiesa cattolica, che nelle sue organizzazioni ecclesiastiche e nella croce rossa ha aiutato in tutte le maniere i combattenti, ha cercato di liberare e proteggere i perseguitati, di potere soccorrere coloro che erano feriti, braccati. Ecco il fatto storico. Negatelo se potete! Dite: chi ha cambiato opinione? Voi l’avete cambiata, voi l’avete cambiata; o forse non l’avete cambiata nemmeno voi spontaneamente, ve l’hanno fatto cambiare, avete avuto l’ordine di cambiarla! Da questa falsità dovete dedurre che sarà falso anche il resto. Nessuno mi ha dato mai ordini, figuratevi voi che sapete che il papa ha cose alte da pensare e per tutto il mondo, figuratevi voi se il papa si occuperà di dirigere proprio la politica italiana. Ma se tutto quello che è stato fatto di politica in questi anni è stato fatto in pieno accordo con i comunisti per due anni su tre, è cosa pazza e ridicola il sostenere simili panzane! Coloro che considerano il governo come una marionetta in mano ad un dittatore non possono pensare che vi siano uomini liberi, non credono che i cristiani abbiano dentro di sé anche un vincolo morale di rispetto e devozione verso la Chiesa, il suo capo e pur tuttavia per quello che riguarda l’amministrazione dello Stato agiscono sotto la propria responsabilità. Se da noi c’è questo senso di libertà, non c’è invece in Russia, non c’è di fronte ai marescialli che comandano e non sono solo i capi dell’esercito ma anche della chiesa comunista, delle dottrine, dei fatti e delle idee. Sono, insomma, il capo totalitario che guida le energie, tutte le attività, tutte le idee e tutti i sentimenti. Amici miei, bisogna che mi affretti a concludere. Accuse si lanciano contro gli uomini che sanno di economia e sono gli esponenti di economia entro il governo. Varie di queste accuse non si fanno contro di me perché ho avuto la disgrazia dopo che ho abbandonato la Banca industriale, di non occuparmi di affari (ho dovuto occuparmi di libri, anzi di libri vecchi più che nuovi) e sarebbe ridicolo; siccome noi vogliamo alle Finanze, al Tesoro, al Commercio con l’estero, della gente che sappia fare e trattare gli affari, e visto che gli affari coi libri vecchi non si fanno, gli avversari vogliono impedire che questi tecnici diano il loro contributo alla Democrazia cristiana ed al governo ed attaccano quindi Campilli, Vanoni (tutta gente che ha esperienza commerciale), li attaccano e li insultano. Io di fronte a queste accuse colgo l’occasione di dire che assumo tutta la solidarietà e la responsabilità con questi uomini, perché un capo quando ha fiducia nei propri collaboratori non deve tenersi indietro, per quante accuse a loro vengano fatte e deve difenderli. E poi i comunisti dicono che abbiamo sbagliato anche nell’affare dell’autonomia. Bene. Grieco mi disse, un giorno, in una commissione: «ma tu ora non applichi la convenzione di Parigi, dovresti dare l’autonomia solo a quelli dell’Alto Adige». Ho risposto: «mi rincresce ma io sono trentino, quindi, per forza sono vincolato con gli impegni che ho preso con i trentini». Voi direte che anche il progetto di autonomia che ha creato la regione Trentino-Alto Adige ha i suoi difetti e la sua mancanza: sicuro! Quando mai avete visto nascere un progetto bello e pronto senza difetti? È una esperienza anche questa. Prendete in mano la Costituzione italiana. Quante rettifiche ci saranno da fare nei primi tempi! Così voi considerate l’autonomia del Trentino e Alto Adige. È una grande esperienza, ed è questa la sua importanza che non riconoscono quegli uomini piccoli che sono ristretti in un guscio di noce. L’importanza del progetto è la seguente: primo che si è riusciti a creare nonostante tutte le difficoltà della Camera italiana e l’opposizione di gran parte dei deputati un ente regione che si chiama Trentino-Alto Adige come si è creata una regione Sicilia e una regione Sardegna. Secondo: che si è riusciti a trovare la via di una collaborazione italotedesca, a creare una specie di soluzione svizzera, venendo incontro anche ai desideri della politica internazionale più larga, che guarda al di là, oltre l’orizzonte delle nostre montagne non soltanto per tutta la nazione italiana ma per l’Europa; siamo in cammino e siamo appena ai primi passi, verso gli Stati uniti di Europa! Non guardiamo le cose da un punto di vista piccolo! Certamente io non vedrò il perfezionamento di questa opera; ma molti giovani potranno vederla: guardatevi indietro! Vedete quanti sforzi ci sono voluti per ottenere il progresso democratico, quante fatiche, quanta tenacia, per arrivare alla meta di un popolo che capisce e si governa da sé. La ragione vi dovrà insegnare come governare voi stessi e poi insegnarlo al popolo italiano: e da questa assemblea regionale dovranno sorgere esperti ed economisti; dei buoni amministratori i quali sappiano confermare la tenacia che è delle nostre montagne, l’energia, l’onestà amministrativa, la capacità e la costanza nel lavoro che dovranno portare poi nell’assemblea maggiore. Così, voi amici, con la costruzione della regione colla prima assemblea regionale e provinciale voi avrete un’attività, una possibilità, un campo di manovra, di azione e di esercizio per poter diventare governatori di voi stessi. È una grande esperienza, è un grande atto di democrazia quello che è stato compiuto e lasciate che dica che se non abbiamo potuto ottenere il tutto, se non abbiamo potuto raggiungere il massimo, abbiamo potuto, però, mettere in piedi l’istituzione. A voi il resto! Per fruttificare l’esperienza, perché gli istituti non siano quelli che negli statuti sono scritti, ma quello che gli uomini vogliono e sanno fare. E voi dovrete, soprattutto, cercare di far bene. Quando vedo in certe autonomie ripetersi il gioco parlamentare e tutte le malattie del Parlamento, questi eccessi di crisi, questi cambiamenti di governo, questi voti di fiducia, sento un po’ di angoscia: forse abbiamo sbagliato ad avere fiducia in questo popolo che non ha imparato a governarsi da sé sul serio. E allora permettetemi un poco di orgoglio patriottico per il mio paese natale; permettetemi che io vi dica che spero che nel Trentino e nell’Alto Adige i due popoli diventeranno dei buoni amministratori e faranno dell’amministrazione perché in essa sta la salvezza. Amministrazione non vuol dire, infatti, decidere sopra una singola pratica al giorno, ma vedere di fare la bonifica del suolo che deve essere fatta, la distribuzione della proprietà come deve essere fatta, creare organismi industriali ed agricoli su base giusta, fabbricare le strade dove vanno costruite, il che non si improvvisa in una giornata né si ottiene con le frasi, ma con il lavoro e con lo studio continuo, con volontà tenace, con lealtà di mezzi e con la fede sicura che la democrazia non è una parola soltanto. Ultimamente avete mandato a Roma una delegazione a parlare della Trento-Malè e della strada dell’Avisio. Credo che la delegazione vi avrà riferito che per la Trento-Malè sono stati dati sicuri affidamenti: lo Stato rimedierà a quello che è avvenuto durante la guerra e cercherà di rimediare anche al cattivo impianto. Parecchi di voi tra i più vecchi si ricorderanno come si volesse che il tram arrivasse quasi sulla porta di casa senza preoccuparsi che avesse soprattutto il compito di trasportare anche merci a grande velocità, né si pensava a quello che si vuole adesso, che il tram dovesse andare anche di fretta. Spero, anzi sono sicuro, però non ve lo garantisco se il 18 aprile votate tutti per Togliatti, che la Trento-Malè sarà messa in condizione di potere funzionare bene e che i lavori della Trento Avisio, nell’ultimo tratto di quattro chilometri hanno già avuto uno stanziamento di 135 milioni nel bilancio attuale e che il resto sarà messo nel bilancio futuro. Abbiamo dato a Trento una particolare soddisfazione e non dubitiamo che Trento saprà corrispondere alle nostre speranze. Trento, la città che raccoglie tutte le nostre più gloriose tradizioni; Trento divenuta capitale della regione tridentina ed Alto Adige, saprà esercitare anche nell’avvenire la sua funzione storica. Volete voi essere veramente trentini? Essere veramente autonomisti? Ebbene dimostrate alla nazione italiana, a tutta la nazione, al governo e al Parlamento che voi avete qui una funzione particolare che non riguarda voi soltanto ma tutto il paese, e come qui, nelle riunioni del Concilio si creò la barriera del Mezzogiorno contro l’eresia luterana, si affermò la libertà dell’uomo contro le tendenze calviniste, si affermò la libertà della coscienza nell’individuo. Così la nostra città ebbe una funzione storica nel non lontano passato battendosi per la propria italianità. Se sarete fedeli a queste due tradizioni, nazionale e cattolica, dimostrerete che non c’è qui un popolo ristretto ed angusto che si richiude nel guscio delle proprie montagne e pensa solo a se stesso, sente una certa animosità contro «quelli di laggiù», ma un popolo che sa di avere attitudini ed una funzione particolare da esercitare non solo per sé ma per la nazione intera. Amici, mi trovavo recentemente in una piazza anche più grande di questa, nella piazza Sordello di Mantova . Quel nome mi ha ricordato il nostro monumento a Dante ove lo scultore ha scelto il famoso episodio «O Mantovan, io son Sordello della tua terra», per esprimere il sentimento patriottico e della solidarietà nazionale in contrasto all’oppressione e all’agguato. Ho ricordato allora ai mantovani questo loro Sordello, che è stato simbolo ed ha accarezzato dall’alto le nostre speranze ed ha dato conforto alla nostra fede di italiani. Ho ricordato questo, poi ho aggiunto: Dante ci ha protetti, Dante ci ha portato all’unità nazionale. Oggi vorremmo che Dante si trasferisse a Trieste e che esercitasse la stessa funzione che ha esercitato vittoriosamente a Trento. E non per guerre, non per conflitti tra popoli, non per nazionalismi che provochino conflagrazioni universali e lotte interiori; non per questo chiediamo che il monumento a Dante sia simbolo ed eserciti questa sua funzione anche a Trieste, ma perché sul monumento è stato scritto: «inchiniamoci italiani, inchinatevi stranieri, rialziamoci tutti affratellati nella giustizia!». Vedete queste parole là ancora alla fine dell’altro secolo, sono un programma, un motto per gli italiani anche oggi: noi vogliamo rinascere in una profonda, sostanziale, concreta coscienza e consapevolezza di nazione, non rinascere come forse si è sognato nel ’48 con idee di primato e di conquista. Come si è sognato in altri tempi che ci hanno portato alla guerra. Ma con un’idea universale di fratellanza e di cooperazione fra i popoli. O trentini, siamo fedeli alla nostra storia, orgogliosi di questa nostra civiltà e fieri di combattere, con le armi della libertà, con le armi della democrazia, combattere perché voi popolo trentino, noi popolo trentino ed italiano assieme, possiamo il giorno 18 aprile dimostrare che siamo maturi per il governo e per la democrazia.
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1946-1950
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Cari amici, parlo con particolare commozione in questa cara Bolzano, che è al centro di una delle più grandi arterie di comunicazione, di quelle arterie che si chiamano canali attraverso i quali filtrano le voci di pace e di guerra. Queste montagne, che sovrastano la vostra città sembrano, tuttavia, risuonare ancora degli echi della guerra. Il dilemma che voi mi ponete è questo: pace o guerra? È questo uno dei massimi problemi che tormentano il mio pensiero e per quanto io possa dirvi, credo che la terza guerra mondiale non vi sarà, abbiamo perciò ragione di sperare in un periodo di pace ricostruttiva. I pericoli, tuttavia, di un conflitto sono molti e, nonostante le nostre previsioni ottimistiche, la situazione è tale che può capitarci di trovarci davanti all’eventualità di un conflitto. Ma i segni di distensione non mancano, la volontà di collaborazione internazionale non è sempre debole come, in certi momenti, si sarebbe portati a credere. Uno degli elementi di tale distinzione può essere l’Italia se essa è cosciente di ciò e fiera di essere una nazione. Ma certo, potrà più contribuire a questa pace una Italia ordinata e disciplinata che una Italia discorde e percossa da odio civile. Questa seconda Italia potrebbe effettivamente rappresentare ad un certo momento un pericolo per la pace in quanto elemento di contrasto fra le nazioni. Ecco perché è necessario dire la verità al popolo italiano e dirgli quali sono le condizioni e i motivi che insidiano la pace. Al di sopra dei partiti e direi al di sopra dei governi conviene vedere la gravità del momento attuale. Vogliamo la pace, ma la prima premessa da porre è la necessità dello spirito di pace ed io ho il diritto di dire che ho fatto tutto per la pace, per assicurare la pace al popolo italiano. Già alla conferenza di Parigi, quando eravamo braccati da tutte le nazioni, quando ci si imponeva l’ingiusto trattato. Fu allora che affermai la mia incrollabile volontà di pace e la mia fiducia nel riuscire a risolvere i vari problemi al di fuori di ogni ricorso alle armi. E a proposito della conferenza di Parigi, devo ricordare che anche la situazione dell’Alto Adige trovò una sistemazione in quella circostanza. Infatti un atto di pacificazione fu stipulato a Parigi che riguarda i rapporti tra Austria e Italia e della regione di cui ora dirò. Vi sono state molte critiche al riguardo e molte ve ne saranno per quanto riguarda lo statuto della regione Trentino-Alto Adige. Ma nessuno può negare che in tempi torbidi e di discordia come questi si possano compiere degli atti perfetti. Ciò che decide è l’esperienza. Così sarà anche per lo statuto per il Trentino-Alto Adige. Perché la collaborazione diventi veramente benefica occorre che si faccia e si crei uno strumento di vera lealtà e non un doppio gioco. Bisogna che ciò che si conferma e si accetta venga lealmente mantenuto, specie nei rapporti con lo Stato e dallo Stato. I rapporti tra i gruppi etnici e Stati sono e debbono essere assolutamente chiari; per la coordinazione dello statuto ci vuole veramente la collaborazione nel senso democratico della parità di diritti di ogni gruppo. Bisogna che lo spirito di collaborazione salvaguardi l’individuo e statuisca principi veramente sani della convivenza: non è possibile ricorrere ancora al diritto storico, perché questo appartiene al passato. Non bisogna dimenticare che la vita e la evoluzione sono per la democrazia e questa non è possibile che quando il potere è in mano al popolo. Non vi sono steccati chiusi che creano situazioni privilegiate. Questo è assolutamente necessario precisare se si vogliono la pace interna e conseguentemente la pace esterna. Occorre perciò uno spirito di comprensione tra Occidente e Oriente. Ho detto che nemmeno il nostro tributo ci potrebbe portare a versare una sola vittima umana per la conquista di posizioni. Noi vogliamo che la giustizia si compia nella comprensione dei popoli e non con la forza. Questo spirito di pace e di comprensione si deve compiere nell’interesse di tutti i popoli. Durante le trattative di Londra e di Parigi ci siamo urtati, per il semplice fatto che una potenza che, abusando di un momento del crollo della guerra, abbia avuto occasione di prendere delle posizioni che vorrebbe attribuirsi a titolo di conquista. Non è questo un incitamento alla collaborazione e tanto meno alla cooperazione per un giusto criterio di sistemazione delle frontiere. Noi auspichiamo vivamente che cessi il dualismo pericoloso tra la Russia e l’America, ma non possiamo certo dimenticare che molti nostri connazionali si sono recati nella repubblica stellata dove si sono fatti una posizione che non si sarebbero certamente fatta in paesi retti a regime totalitario. Vi è che nei paesi liberi sono rispettosi per i diritti dell’uomo, quei diritti che ci vengono da Giorgio Washington attraverso la rivoluzione francese, ma che sono diritti di tutti gli uomini liberi non di uomini senza anima: sono i diritti stabiliti fra un popolo che ha un culto profondo della religione e crede in Dio. Per questa mia visione vengo accusato di fare l’apologia dell’America, ma si dimentica che all’indomani della guerra eravamo letteralmente senza mangiare. Senza gli aiuti dell’America non so come avremmo potuto fare. Io mi sono trovato di fronte alla tremenda realtà di sentirmi dire dal commissario della Alimentazione che non poteva spedire la farina a varie città perché i magazzini erano vuoti. Allora dovetti attaccarmi al telefono e chiedere ad un amico, al sindaco di New York di aiutare ancora una volta l’Italia. Si trattava di un episodio, ma il popolo aveva fame ed io avevo il dovere di aiutarlo e la responsabilità di assicurargli il pane. Ora si attacca il piano Marshall che ha un valore essenziale per l’avvenire dei paesi europei. Si potrebbe dire che esso è stato generato dalle invocazioni dei popoli allorchè questi ragionano al di fuori di ogni preoccupazione politica e perciò con il buon senso. Essi sono sorpresi spesso a dirmi: non ci si potrebbe mettere d’accordo, completare le nostre economie in modo da evitare ragioni e motivi di contrasto? Questa Europa è ormai tanto piccola che a pensarci bene è un delitto scannarsi ogni venti anni per cento metri di terreno. Il piano Marshall, vuole che le nazioni si aiutino in questo senso ma occorre l’aiuto americano perché nelle presenti condizioni esse non possono aiutarsi da sole. Eppure la Russia si è posta contro questo piano e sostiene che con tale sistema ci si pone contro gli Stati proletari. Perché il Partito comunista italiano batte su questo chiodo se non per farsi eco di interessi stranieri mentre i socialisti di tutta Europa, da quelli belgi a quelli danesi e a quelli inglesi sono invece favorevoli al piano stesso? La Russia ruppe le trattative e come ricordate impose ai paesi suoi satelliti di non aderire al piano . Ora questo significa che la Russia vede nel piano Marshall un punto vitale della sua politica antiamericana. Tutti i socialisti veramente pensosi degli interessi dei lavoratori hanno applaudito alla iniziativa del segretario di Stato americano: non vi hanno applaudito i comunisti. Ebbene, io vi dico che i comunisti non hanno il diritto di mettersi contro gli interessi del popolo italiano per fare gli interessi di un paese straniero. Su tutte le cantonate di Italia sono affissi i manifesti con i quali si accusa il governo di non avere risolto vari problemi: sono il primo ad ammettere e a riconoscerle, in parte, fondate. Non abbiamo potuto, è vero, eliminare del tutto la disoccupazione, ma per eliminarla ci volevano lavori pubblici giganteschi e questi lavori pubblici richiedono denari e questi denari dove si possono prendere se non dalle tasse? Ora il contribuente italiano è già abbastanza oberato di tasse e non si può spremerlo di più. Da qui la necessità di aiuti dall’estero da parte di quei paesi che ci possono aiutare. Come avrebbero potuto diversamente lavorare molte fabbriche senza carbone, senza le materie prime indispensabili? Si ha voglia di parlare di governo nero, io affermo che nessun governo, nelle nostre condizioni, avrebbe potuto fare di più. Qualcuno ha accennato alla confisca dei beni: questo provvedimento avrebbe portato un sollievo di poche settimane. E poi? A che cosa serve la terra, quando questa terra è priva di case, di irrigazione, di opere che la rendano produttiva? Bisogna lavorare in profondità, ricostruire se si vuole dare una più confacente soluzione al problema sociale! Ma come si ricostruisce se anche in seno, cioè se nemmeno in seno al governo si va d’accordo? Un governo deve essere in grado di scegliere un certo indirizzo specie per i rapporti economici con l’estero e non si può chiedere una collaborazione sul terreno economico e poi su quello politico agire in contraddizione. Ora il popolo italiano ha scelto il suo indirizzo e in regime di democrazia bisogna che sia la maggioranza ad avere la possibilità e la responsabilità del governo pur riconoscendo la utilità del controllo della minoranza, senza ricorrere a vie tortuose e perfide contro la maggioranza, eliminando gli avversari come è avvenuto in Cecoslovacchia, Bulgaria ecc. Anche per quanto riguarda la nostra industria rimangono problemi gravissimi da risolvere: innanzi tutto occorre la trasformazione delle industrie di guerra in industrie di pace: ed in questo campo abbiamo trovato difficoltà. Queste trasformazioni richiedono, infatti, l’elaborazione di programmi che preparino la solidità bancaria e questa solidità non la si può raggiungere se non con moneta solida. Qualcuno ci rimprovera di avere sospeso i crediti, ma bisogna pur frenare l’inflazione e per far ciò adottare una politica economica che faccia capo ad una dottrina equivalente. Il problema è complesso ed è stato lungamente discusso: in fine non si è potuto prescindere dalla necessità di ricorrere ai tecnici e, fra questi, primo l’onorevole Einaudi. La lira, praticamente segue un movimento di ribasso dal 1934 e si deve ad una eccezionale pressione psicologica se sta per arrestarsi questa discesa. È stato uno sforzo addirittura colossale, ma ora siamo giunti ad un punto fermo. Il più basso livello della china è stato raggiunto: ogni ulteriore movimento non può che riportarci a tempi migliori. Amici miei, è tempo che mi avvii alla conclusione ed allora vorrei riassumere qual è il dovere dell’ora: libertà di commercio, libertà di pensiero, vera democrazia, insomma. Questo non è un programma, è un comandamento che vale per tutti indistintamente gli italiani: votate per la libertà!
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