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1946-1950
In seguito all’invito rivoltomi l’8 marzo 1946 dalla Confederazione generale del lavoro, di interpormi come arbitro nella vertenza mezzadrile che da lungo tempo in termini quasi immutati agitava gli agricoltori soprattutto nella Toscana e in alcune province dell’Emilia, ho compiuto una larga indagine presso le categorie interessate sia presso tecnici ed esperti della questione . L’indagine stessa ha avuto riguardo a quelle regioni (Toscana, Romagna ed Emilia, escluse le province di Parma e di Piacenza) nelle quali l’alterazione della situazione economica, i disagi e le sofferenze provocate dalla guerra hanno più fortemente inciso sulle condizioni contrattuali della mezzadria. Nell’ultima fase della mia inchiesta ho dovuto constatare che su alcuni punti della vertenza non si poteva arrivare a conciliare le parti in contrasto, ho pertanto chiesto ad esse di rimettere a me la decisione arbitrale. Mentre la Confederazione generale del lavoro per la Federterra ha aderito (e nello stesso senso si è posteriormente espressa anche la Confederazione nazionale coltivatori diretti) affidandomi il mandato di decidere la controversia senza porre limiti alla mia libertà di giudizio, eguale mandato non ho potuto ottenere dalla Confederazione degli agricoltori. Non mi è quindi possibile di emettere una decisione arbitrale che sia giuridicamente vincolativa; tuttavia, nella viva speranza di contribuire alla necessaria e urgente opera di pacificazione, non ho ritenuto di esimermi dal rendere pubblico il giudizio al quale sono pervenuto; è con la coscienza di fare cosa utile al paese e alle categorie interessate che rivolgo un caldo appello agli agricoltori, lavoratori e imprenditori, perché applichino le clausole che seguono espresse in spirito di giustizia e di equità, al fine di fondare la composizione della lunga vertenza sulla buona volontà delle parti, piuttosto che su problemi normativi difficilmente evitabili. Il testo del giudizio sulla vertenza mezzadrile consta di 8 articoli. In essi viene riconfermato il principio che il nuovo patto di mezzadria dovrà essere liberamente concordato dalle parti. Tuttavia la data di inizio delle relative discussioni viene fissata al 1° ottobre 1946. La vertenza della ripartizione dei prodotti è risolta con un invito ai concedenti a dare al mezzadro a titolo di compenso per danni di guerra e disagiata produzione una somma pari al valore del 14% del prodotto di parte padronale ovvero al 7% del titolo dei prodotti aziendali sul raccolto dell’anno agrario 1945 e una somma pari al valore del 10% di parte padronale, ovvero del 7% del totale del 1945. Per quanto si riferisce al bestiame la clausola consiste di tre parti. La prima si riferisce al bestiame razziato, che dovrà essere considerato come venduto ed accreditato nel conto colonico per il valore che aveva al momento della razzia. La seconda obbliga i proprietari a reintegrare il bestiame indispensabile per i lavori del podere entro il 1° ottobre. La terza stabilisce che il bestiame da riacquistare sarà pagato per il 70% dal proprietario e per il 30 % dal mezzadro, mentre viene accreditato a ciascuno per la metà. Quest’ultima clausola vige ove il contratto di mezzadria prevede che il bestiame è proprietà comune dei contraenti. Gli obblighi colonici sono aboliti per gli anni 1945, 1946. Rimane fermo che il giudizio, per il fatto stesso del suo riferirsi ad una situazione in tutto transitoria, non potrà costituire in alcun modo un precedente per il nuovo patto colonico. Con l’accettazione delle clausole del giudizio, dovrà essere ripristinato lo stato di legalità e saranno estinte le azioni giudiziarie in corso. Altra clausola molto importante è quella per la quale i concedenti sono obbligati a impiegare entro l’anno in corso, in opere di ricostruzione e miglioria, il valore corrispondente al 5% del prodotto aziendale del 1946, con utilizzazione di braccianti, alleviando così la grave crisi di disoccupazione in cui versa abitualmente nei mesi invernali questa numerosa categoria di lavoratori.
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1946-1950
Si verificano, con frequenza insistente, occupazioni di terre di proprietà privata da parte di braccianti o reduci o mezzadri o piccoli proprietari, e, talvolta anche non contadini. Tali occupazioni, che avvengono senza legittimo titolo giuridico da parte degli occupanti, costituiscono una violazione del diritto privato. In proposito ricordo che, a termine del decreto 19 ottobre 1944, n. 279, con apposita procedura è consentita la concessione di terre soltanto quando si tratti di terre incolte o insufficientemente coltivate e sempre che i beneficiari della concessione siano associazioni di contadini costituite in cooperative o altri enti. Sussistendo esplicite disposizioni legislative, di cui sono inoltre in corso modifiche dirette ad accelerare le procedure che disciplinano le condizioni e i termini delle occupazioni di terre, e in attesa della riforma agraria da approvarsi dall’Assemblea costituente è necessario che la occupazione stessa sia mantenuta entro i limiti voluti dal legislatore. E poiché le occupazioni arbitrarie si sono a volte verificate traendo pretesto dalla lentezza delle commissioni preposte a decidere sulle domande di concessione presentate, ricordo che la decisione della commissione e l’eventuale successivo decreto di concessione da parte delle signorie loro non devono tardare oltre il ventesimo giorno dalla data di presentazione della domanda. Nei casi in cui l’occupazione di terra non riposi su un legittimo titolo di concessione, si dovrà intervenire a carico degli occupanti arbitrari, a termine di legge. Attendo assicurazione.
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1946-1950
All’inizio della seduta l’onorevole De Gasperi ha riferito sulle mobilitazioni e sui movimenti dei partigiani specialmente nelle province di Novara, Pavia e Verona. Nessun incidente particolare è avvenuto ma l’agitazione si estende. Il presidente ha riferito sul colloquio avuto al mattino con gli onorevoli Parri e Pajetta i quali attribuiscono i disordini a infiltrazioni di elementi provocatori nelle file dei partigiani: essi hanno parlato di influenza di comunisti dissidenti (trotzkisti) e fascisti e di legionari cosiddetti di «Spagna Libera». Non vuole assolutamente che si ripeta il fenomeno del ’19-22. Occorre agire. Non vuole un governo imbelle. Se si lasciano passare questi fatti come potremmo domani fronteggiare qualsiasi movimento reazionario? Fa quindi alcune proposte pratiche per accertare immediatamente la portata dei fatti verificatisi e le loro possibili conseguenze. Secondo quanto De Gasperi ha dichiarato poi ai giornalisti, il ministro Facchinetti si recherà a Milano per compiere indagini . Il presidente ha assicurato che il governo interverrà con provvedimenti immediati ed energici. Preferisce essere pessimista – egli ha detto – ma il Facta non lo faccio.
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Il Consiglio dei ministri si è naturalmente preoccupato della situazione politica e delle notizie riguardanti l’ordine pubblico. L’episodio di Pallanza è apparso particolarmente grave. I due detenuti liberati erano in carcere per un delitto politico a cui si doveva presumere applicabile l’amnistia. Si può ammettere che il ritardo procedurale sia stato eccessivo. Ma quando il locale procuratore della repubblica si era impegnato ad intervenire immediatamente presso la questura di Torino nessun pretesto esisteva per motivare una azione illegale di forza come l’assalto alle carceri. Questo disprezzo dell’autorità colpisce profondamente la dignità dello Stato democratico. La violenza dovrà avere l’ultima parola anche in una repubblica che si fonda sul libero suffragio del popolo italiano? Ogni buon italiano e ogni buon democratico reagisce contro così fatali prospettive. Il governo è consapevole di questa intima e sentita contraddizione che intende di vigilare e di agire con prudenza, con moderazione, ma anche con fermezza. Dalle informazioni giunte finora risulta che l’agitazione per quanto essa poteva trarre alimento da legittimi postulati dei partigiani non ha, dopo le deliberazioni del governo, nessuna ragione di esistere. È ormai chiaro che l’enorme maggioranza della categoria non approva l’atteggiamento di gruppi che non sono diretti da nessuna organizzazione dipendente dai grandi partiti. È inoltre evidente che la popolazione reagisca contro atti di violenza che turbano il nostro paese e lo screditano all’estero. In questo consenso e in questa solidarietà sia la garanzia più forte che gli incidenti, per quanto grandi, saranno tra breve superati.
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1946-1950
Le trattative avevano già condotto a consentire l’aumento degli stipendi base, un aumento della quota della rimunerazione pensionabile e la 13esima mensilità. Ieri sera avevo dichiarato alla Confederazione che su questi risultati già raggiunti sarei stato disposto a, salvo il parere dei ministri tecnici, ad accordare, in attesa della definitiva conclusione delle trattative, anche degli acconti in anticipo. Questo fu il parare anche dei ministri convenuti stamane. Naturalmente le concessioni si possono fare e le trattative continuare solo se gli impiegati, com’è il loro dovere, ritorneranno al loro posto .
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Onorevole presidente, caro amico, ministri membri del governo, numerosi deputati della Costituente sotto la guida dello stesso presidente dell’Assemblea circondano, qui, l’illustre capo della Repubblica, venuto personalmente a celebrare questo vostro gesto di ardimento e di fede nel nostro avvenire. Ricordo che, anche nell’altro torbido e travagliato dopoguerra l’apertura della Fiera di Milano diede al pubblico disorientato dalle agitazioni politiche e sociali argomento di rinnovare un atto di fede nell’avvenire della nostra comunità nazionale e nella ricostruzione della nostra solidarietà di opere e di propositi. Signor presidente, Signori membri della commissione esecutiva, amici di Milano, industre, fattiva e patriottica, noi vi ringraziamo per questo vostro esempio di fierezza nel fronteggiare il disastroso dopoguerra. Voi, prima coi vostri partigiani e lavoratori, salvaste le macchine ed ora le piegate alla produzione della vostra genialità colla vostra fatica. La rinascita del paese è tutta qui; essa dipende dal genio dell’iniziativa e dalla disciplina del lavoro. A voi lavoratori, ai quali ancora non possiamo assicurare una retribuzione sufficiente a campare la famiglia, come, in una società normale è vostro sacrosanto diritto, il nostro tributo di ammirazione, a voi, ingegneri, dirigenti, industriali che operate onestamente per la ripresa economica, la nostra parola di incoraggiamento. Nessuno di voi si lasci tentare dalla avida speculazione che, oltre gli onesti guadagni, diventa spogliazione del popolo. Grazie a tutti voi, lavoratori della mente e del braccio per questa vostra opera intorno all’Ente autonomo per la Fiera di Milano. L’autonomia delle forze economiche, nel suo spirito di intraprendenza e nella sua caratteristica di sforzo e di sviluppo della personalità umana sta alla base: lo Stato è chiamato normalmente ad appoggiare, a integrare, a controllare. Tuttavia, nei casi in cui le libere forze economiche abusassero delle contingenze di crisi o tendessero a sfruttamenti di monopoli, lo Stato ha il dovere di intervenire incisivamente, assumendo a nome del popolo, direzione e rischio. Lo Stato ha fatto e fa il suo dovere verso gli industriali, ma si attende che essi, attraverso le loro organizzazioni collaborino, là ove occorra, per un rinnovamento e sopra tutto per assicurare ai lavoratori più eque condizioni e una loro partecipazione alla vita della impresa. Nel comune travaglio, nel comune sforzo di rinascita deve nascere un nuovo assetto del lavoro, più giusto, più cristiano, più fraterno. Perdonatemi amici, se al cospetto di questo vostro mobilissimo ardimento che mette Milano all’origine del giorno della nazione, io sollevo lo spirito e la speranza a questa futura democrazia economica della nuova Italia. «Nuova Italia», questa parola fu pronunciata come un riconoscimento dalla tribuna presidenziale del Lussemburgo. «Nuova Italia», perché è un’Italia che nelle sue lotte, nelle sue sofferenze per la libertà si è riscattata dalle colpe passate. «Nuova Italia», perché eccola qui la nuova Italia del lavoro, dell’intraprendenza, del genio; povera spogliata di tutto, ricca delle sue braccia e delle sue forze morali. I vincitori hanno una grande responsabilità: non soffochino questo rigoglio di vita nuova, lascerebbero noi miserabili, ma anche più povero il mondo! Non addossateci pesi che ci farebbero cadere estenuati sul duro cammino. Lasciate che alle giuste rifusioni per danni cagionati noi possiamo aggiungere il libero e fecondo nostro contributo all’economia del mondo. Nazioni amiche, che ci avete aiutato per i bisogni più urgenti, non abbandonateci nel momento in cui vi possiamo compensare della vostra solidarietà con la solidarietà del nostro slancio e della nostra rinnovata economia. Venite a Milano, osservate, considerateci senza pregiudizi; vi è nel mondo una contabilità più ampia e complessa di quella della guerra; la contabilità della solidarietà umana e voi vedete: siamo dei debitori che hanno volontà e capacità produttiva. Date respiro e credito alla Nuova Italia.
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Il risultato delle elezioni non è tale da consentirci un governo da soli nella fase attuale e ci porta tuttavia il peso delle massime responsabilità. L’onorevole De Gasperi ha poi illustrato l’operato della segreteria politica e della Direzione in ordine ai contatti con il gruppo parlamentare e nell’esame dei problemi del paese. Il disagio manifestato dai democristiani di fronte a troppo evidenti manifestazioni altrui di lealtà verso il solidarismo che dovrebbe unire i partiti al governo non è sfuggito al segretario politico, il quale, tuttavia, deve richiamare alla considerazione che il tripartitismo è una diretta conseguenza del voto del 2 giugno. È d’altra parte preciso dovere ed anche sana politica subordinare gli interessi di parte a quelli generali del paese .
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A seguito del telegramma circolare n. 39414/3919 del 27 agosto scorso, si richiama la particolare attenzione delle Ss.Ll. sul decreto legislativo n. 89, datato 6 settembre , pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 209 del 16 corrente, relativo alle nuove norme per la concessione delle terre incolte. Con tali norme il governo ha inteso venire ulteriormente incontro alle esigenze dei lavoratori della terra ampliando il campo di concessione ai terreni suscettibili di metodi culturali più attivi e intensivi e accelerando la procedura con la istituzione di commissioni aggiunte. È ovvio, però, che devono cessare i tentativi o le azioni di occupazione arbitraria che, con le precitate norme, non trovano alcuna giustificazione nella urgente necessità economica e di lavoro dei contadini. L’attuale situazione del paese impone che ogni attività sia tesa ad una meta ricostruttrice con disciplina, senza arbitrii e agitazioni, anche per preparare la possibilità di attuazione di riforme sociali tra cui riveste particolare importanza quella agraria. Pertanto si raccomanda di affrettare col massimo impegno i lavori delle commissioni per la concessione delle terre, di facilitare gli accordi bonari tra le parti interessate nello stretto ambito della legalità e di prevenire con ogni opportuna utile azione i possibili tentativi di occupazione arbitraria. Si conferma, inoltre, l’assoluta necessità, ove le cennate occupazioni arbitrarie dovessero verificarsi di procedere con energia a carico dei responsabili a termini di legge, la cui autorità deve essere prontamente ristabilita. Si attende assicurazione.
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L’onorevole De Gasperi, dopo aver ringraziato il Consiglio nazionale per l’ordine del giorno di fiducia ed avere elogiato la coerenza di quel consigliere che aveva votato contro , dichiarava di lasciare senz’altro il posto di segretario politico, le cui funzioni da tempo era impedito di assolvere stante gli impegni di governo. Raccomando, egli dice, di mantenere saldo quello spirito di solidarietà sin qui presente in tutti, che costituisce un elemento essenziale per la buona riuscita delle nostre aspirazioni. Sulla situazione politica non vi ho mai dissimulato le difficoltà esistenti. Va detto chiaramente che il governo oggi è un compito arduo; perché le cose cambino occorrerà o che si muti il sistema elettorale o che riusciamo a raggiungere la maggioranza assoluta. Nella collaborazione imposta dai risultati delle elezioni del 2 giugno, la forza propulsiva del partito è compressa e rischia di logorarsi. Talvolta penso alla mia curiosa sorte. Quando cominciai ad occuparmi di sindacalismo e di politica i miei collaboratori dovevano frenare il mio slancio ed il mio ardore. Oggi mi si rimprovera da alcuni di non avere ardimento; gli è che io odio le parole forti quando non corrispondano a concrete possibilità di azione. Forse l’età e l’esperienza contribuiscono a rendere caute le mie decisioni. I giovani che ardiscono senza pensare troppo alle possibili conseguenze, talvolta vedono premiato il loro ardimento con il successo. Pertini nell’Avanti mi ha anche rimproverato di non avere fede e questo non posso assolutamente ammetterlo ; mi basta ricordare il tenace sforzo per salvare Trieste in cui sono stato sostenuto proprio da una fede vivissima attinta dallo spirito che è alla base della Democrazia cristiana. Oggi tutto si evolve con una inimmaginabile fretta. Cinque mesi fa non credevamo di poter risolvere il problema istituzionale in una concordia piena fra i partiti e con il rispetto assoluto del metodo democratico. È stato merito della Democrazia cristiana di esser il centro decisivo, prima del trapasso istituzionale; se non ci fossimo stati noi al governo le cose sarebbero andate molto diversamente e chissà se il paese non avrebbe dovuto soffrire qualche spargimento di sangue. La strada del partito è chiara: bisogna lavorare per il consolidamento della democrazia per una piena partecipazione di tutto il popolo al governo e all’economia. Si critica molto il governo ma non si pensa che sono soltanto dei mesi che siamo al lavoro e viviamo in un periodo di complicazioni e di difficoltà eccezionali sia in Italia che nelle altre nazioni. Ci si è pure rimproverato di avere assunto di dicastero dell’Interno, ebbene per esperienza diretta oltre che per l’insegnamento della tradizione posso assicurare che è impossibile svolgere le funzioni di presidente del Consiglio senza essere ministro dell’Interno. La opinione pubblica e la stessa Camera non parlano, del resto, di De Gasperi, quando lamentano delle insufficienze o criticano dei provvedimenti di politica generale? Si è rimproverato al governo di non fare una sufficiente propaganda per far conoscere quanto si compie o i motivi di ciò che non può essere realizzato. Ma in un ministero a più partiti non è facile questa propaganda unitaria; e devono essere gli organi dei singoli partiti ad appoggiare lealmente davanti all’opinione pubblica, l’azione di governo. La Democrazia cristiana deve sentirsi impegnata per questo compito come per quello più generale di far rivivere profondamente i valori nazionali con spirito democratico realistico. Auguriamoci di potere fare, un giorno un governo democristiano e dimostreremo allora pienamente quali sono le nostre possibilità .
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La prossima domenica ha inizio il secondo ciclo delle elezioni amministrative che porterà al rinnovamento democratico di numerose amministrazioni comunali d’Italia. È intendimento preciso del governo che tanto la campagna elettorale che le consultazioni popolari abbiamo a svolgersi assicurando l’ordine e la più ampia libertà di propaganda e di espressione del voto. Soprattutto dovrà assicurarsi il regolare svolgimento delle operazioni elettorali, vigilando perché gli uffici comunali adottino una rigorosa imparzialità, intervenendo prontamente ed energicamente per reprimere gli eventuali abusi o atti che comunque risultino ispirati a concetti o illegittimi interessi di parte. Le Ss.Ll. vorranno, inoltre, provvedere a mezzo dei dipendenti organi di polizia che sia garantito l’esercizio della libera propaganda elettorale da parte di ogni partito, contro ogni intolleranza che dovesse manifestarsi e per l’assoluta tutela dell’ordine pubblico. Dovranno, altresì, svolgere quegli interventi che ritenessero necessari presso i locali esponenti dei partiti per promuovere una efficace azione verso gli aderenti al fine di ottenere un ordinato svolgimento dei comizi e delle elezioni. Attendo assicurazione.
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Egregi colleghi, vi ho chiamati perché mi pare di sentire più che mai la necessità di intenderci per una collaborazione. Noi dobbiamo vivere in un tempo molto pacifico e tranquillo, a latte e miele se gli incidenti di questa mattina hanno fatto nascere una tale impressione. Parlate di dieci o quindici morti, ma per fortuna non ne esiste nemmeno uno. È questa la prima cosa lieta che vi posso comunicare, di cui noi tutti quanti possiamo allietarci perché nonostante la gravità degli incidenti nessuna vittima umana esiste oggi. Esprimo una deplorazione per i feriti che vi sono stati da una parte all’altra . La maggior parte dei feriti è da parte della popolazione civile fra i dimostranti ma vi sono anche feriti d’arma da fuoco da parte della forza pubblica, perché l’urto non si è potuto prevedere nella sua gravità. A parte l’esagerazione di molti giornali, essi hanno aggiunto anche molti consigli al governo invitandolo a prevedere e a prevenire (io li ringrazio) e a non lasciarsi sorprendere dai fatti e dagli incidenti. Io vorrei ridurre il mio discorso in due parti; sono poi a disposizione vostra per le domande che mi vorrete fare. Prima vi dirò delle cause e dei precedenti. Non è vero che il governo sia stato sorpreso dalla questione e dal problema. Da parecchio tempo si è dovuto constatare che quelle misure che a un certo momento sono state consigliate dalla voce pubblica (voi ricordate bene quanto era stato detto sui giornali e nelle conversazioni private) ed è stato suggerito al governo: «non date sussidi, toglieteli dall’ozio», non si sono dimostrate producenti. Questo programma è stato suggerito, è stato applicato in un primo momento come una via di uscita e in frangenti particolarmente di difficile superamento, poi, una volta messi su questa strada ci si è trovati dinanzi ad un problema che andava ingrossandosi a mano a mano che la disoccupazione aumentava, non solo, ma si è trovato che questo sistema di occupazione provvisoria nelle città serviva da centro di attrazione per i disoccupati di altre regioni. Noi abbiamo dovuto constatare che c’è della gente che fa dalle 4 alle 5 ore a piedi per venire a lavorare in questi cantieri. Prima di tutto si è notato che il sistema di fare dei lavori a regia, e cioè tanto alla giornata, e non su misura, rendevano poco e lasciavano un margine superiore a quello della giusta rimunerazione richiesta dagli imprenditori. Altrove si è trasformato; però a Roma siamo ancora nel periodo dei lavori a regia. È la prima cosa di cui si è occupato il governo tanto che tre settimane fa, ha fatto un progetto attraverso gli uffici tecnici per sostituire questi lavori improvvisati e improduttivi e trasformarli in lavori produttivi, in lavori di costruzione, quale piano di efficacia permanente per l’economia del paese. Notate bene che le difficoltà sono due: che i lavori produttivi, dove è necessaria una maggiore preparazione tecnica sono lavori che assorbono meno disoccupati degli altri. Se fate un acquedotto o un ponte vi trovate di fronte ad una certa difficoltà tecnica, cioè voi potete assorbire un numero minore preparato tecnicamente. Un esempio che tutti conoscete. La seconda ragione è che ci vogliono per questi lavori operai qualificati; invece che cosa avviene nei lavori provvisori ed improduttivi? Avviene che voi trovate, professori, impiegati senza posto, intellettuali senza possibilità di applicazione e molta gente la quale non ha nessuna preparazione manuale a far questo lavoro per le difficoltà del momento. Noi abbiamo dei professori, degli ex ufficiali che lavorano assieme a gente che proviene veramente dall’arte edilizia. Questo rende il problema complesso e difficile. Il governo si è preoccupato e sta organizzando un programma di lavori produttivi; ne dirò uno dei principali; la continuazione della metropolitana di Roma e molti lavori di riparazione e della nuova costruzione della rete ferreo-tramviaria fra Roma e Fiuggi. Si era fatto un programma per trasferire le forze che erano ingaggiate nei lavori improduttivi ai produttivi; e si era detto di trasferirne entro il 12 un primo scaglione. Ma siccome è facile fare programmi ma è difficile attuarli, mentre queste trattative per questo programma erano in corso, per una falsa interpretazione, ed il governo si è riservato di fare una severa inchiesta, è stata data comunicazione della sospensione dei lavori per sabato prossimo, che ha provocato un grande allarme nelle maestranze e che ha condotto ad una manifestazione la quale si era prima svolta davanti al ministero dei Lavori Pubblici ed in seguito si è diretta verso il ministero dell’Interno e qui l’amico Nenni può fornirvi i dettagli su come si è svolta la manifestazione. Certo è che nessuna ragione oggettiva esisteva per precipitare la situazione, in quanto Nenni aveva ricevuto ieri la Commissione dei rappresentanti dei lavoratori ed aveva dato assicurazione che entro oggi, dopo il mio ritorno, e voi lo sapete che noi disgraziatamente eravamo a Palermo, il governo avrebbe preso decisioni tranquillizzanti. Senza dubbio non c’era quella imminenza di termini che essi temevano; il governo si metteva sulla strada del lavoro produttivo e senza dubbio non riteneva di lasciarli sul lastrico in periodo troppo pericoloso e troppo grave per la loro esistenza. Invece, sono successi gli incidenti di cui avete dato notizia più o meno esagerata e non voglio citare i titoli dei giornali, però vi faccio un vivo appello, egregi colleghi, al senso di responsabilità. Cosa importa se c’è De Gasperi o se ci sia Nenni, se in Italia i problemi sono così difficili. Sono difficoltà che possiamo superare solo con una certa solidarietà e moderazione vicendevoli. Se per risolvere il problema dovessimo mettere a disposizione Nenni e De Gasperi, la cosa sarebbe molto facile a risolversi; ma tali problemi qualunque governo se li troverebbe di fronte. Si tratta di difficoltà oggettive che bisognerà superare ma che qualche volta non vengono superate per errore di organizzazione, cioè di regia. E mi pare evidente, in questo caso, che senza un errore di regia non avrebbe potuto accadere tutto quello che è accaduto, almeno che qualcuno abbia avuto l’interesse di far succedere questo. Questo problema che è così grave si impone alla nostra soluzione. Io devo dirvi qualcosa di quello che il Governo ha ed avrebbe comunque concluso senza che dimostrazione sanguinosa fosse avvenuta, in relazione a quello che ha detto il ministro Nenni e quello che aveva disposto il ministro dei Lavori Pubblici prima della partenza per Palermo, e, come trattato con i loro rappresentanti. I pochi giorni che rimangono ancora, prima dell’inizio in pieno di questo nuovo programma di lavoro costruttivo, cui ho accennato, questi pochi giorni saranno una protrazione dei lavori così come sono perché non possiamo trasferirli da una parte all’altra, né buttarli sul lastrico. Quindi bisogna riconoscere inesistenti i licenziamenti fatti dalle ditte senza autorizzazione del ministro dei Lavori Pubblici. Sembra che questa fretta sia dovuta al fatto che dovendo dare il mercoledì la disdetta per il sabato, le imprese si sono preoccupate di trovarsi giuridicamente a posto con i tre giorni di preannuncio della disdetta. Comunque sia, lasciamo a parte i propositi sui quali il governo vuole indagare, cioè chi doveva dare questa disdetta, non c’era nessuna disposizione da parte del ministero dei Lavori Pubblici di licenziare gli operai, perché era evidente che non si potessero mantenere migliaia di operai sul lastrico senza un graduale assorbimento. Fino a quando non sarà organizzato il secondo programma di lavori produttivi il licenziamento che si era fatto, indebitamente, è stato ufficialmente dichiarato come inesistente. In secondo luogo, è stato istituito un comitato per collaborare con il ministero dei Lavori Pubblici e per superare certe difficoltà è stato stabilito che del comitato facciano parte coloro che rappresentano i dicasteri più interessati nel programma di ricostruzione e di lavori produttivi e cioè: metropolitana, Trasporti e rete urbana che attraversa una zona del ministero dell’Aeronautica; i rappresentanti dell’organizzazione sindacale e dei reduci. Questo comitato potrà riesaminare il metodo e il sistema di pagamento tra regia e misura. È evidente che se lo Stato fa questi lavori, lo fa più per debito sociale che per esigenze urgenti ed è evidente che lo Stato deve avere l’occhio sul metodo sociale. Deve cercare la collaborazione diretta degli operai per la forma di risparmio. Questo programma fondamentale del Governo democratico deve autoeducare le masse degli operai a incominciare a governarsi da sé nelle compagnie e nelle organizzazioni di lavoro, senza improvvisare delle compagnie o delle cooperative che non abbiano i mezzi sufficienti di svolgerlo e svilupparlo in modo che si dica che i disoccupati stessi si facciano una ragione dei lavori che compiono e ne sentano la responsabilità. Quindi noi speriamo che con questa collaborazione più diretta, non avverrà, come avviene, più il distacco. Gli operai non rimarranno isolati. Questo è un governo che guarda soprattutto alle esigenze popolari perché viene dal popolo. Questo è uno degli scopi principali che il comitato si propone di risolvere. Annuncio anche che, in una riunione fatta questa sera in compagnia delle organizzazioni sindacali, comunicate da parte del governo queste decisioni, i sindacati, da parte loro, hanno dichiarato alle commissioni interne che rappresentano i singoli cantieri le decisioni stesse e le commissioni hanno dichiarato la loro soddisfazione. Quindi, se si tratta delle difficoltà di lavoro e se veramente si tratta dell’interesse dei lavoratori e dei disoccupati, il problema si deve dire se non risolto, tranquillamente avviato alla soluzione con la collaborazione delle forze stesse che queste organizzazioni rappresentano. Se, invece, sotto ci fosse una tendenza politica che qualunque governo potrebbe avere, allora il governo è disposto ad affrontarlo in altra forma assumendo la responsabilità delle masse. Dovete tenere presente che si tratta di professori, di gente disoccupata. Vuol dire che noi abbiamo dinanzi un blocco di esigenze. Il governo se ha da essere indulgente e se ha da chiudere un occhio lo deve fare di fronte a queste forze. Questo è il senso della nostra politica sociale. Ma se c’è un senso della politica d’ordine, devo aggiungere che esso è diretto a difendere l’ordine ed a difenderlo con i mezzi con cui si può difendere l’ordine. Se si presentano con delle armi o con dei sassi o con forze notevoli, come è avvenuto questa mattina, allora, con tutte le raccomandazioni che si fanno alle forze armate di non lasciarsi trascinare a nessuna forma di provocazione, e di essere indulgenti verso questa gente, che difende i propri diritti non si può non agire. Disgraziatamente in questa turba di onesti si infiltrano, qualche volta, elementi sobillatori di carattere politico e noi dobbiamo difenderci con qualunque mezzo. Ci siamo trovati in situazioni difficili che non si risolvono assalendo il Viminale, come qualcuno risalendo alle forme del passato, ha detto occupando il Viminale. Così non si risolve il problema in Italia. C’è piuttosto un problema di democrazia, e dobbiamo dire chiaro che se ci sarà qualcuno il quale vuole attentare alla libertà e all’autorità dello Stato, per inserire in una questione così aspra le sue decisioni di carattere fazioso, noi abbiamo il dovere di difendere l’autorità dello Stato democratico e di difendere la sua libertà. Venendo alla relazione degli incidenti devo dire che fino a questo momento i feriti complessivamente accertati negli ospedali o altrove, cioè in luoghi di medicazione, sono 99 fra medicati e ricoveri negli ospedali cittadini. Di questi nessun morto. Per la grande parte si tratta di feriti leggeri e appartengono alla massa dei dimostranti; 29 appartengono alle forze dello Stato e di questi alcuni sono feriti da arma da fuoco. Per fortuna, come ho annunciato prima, nessuna vittima irreparabile. Quindi, la speranza che nessun’ombra venga tra noi e la popolazione in genere e, soprattutto tra noi e i disoccupati; nessun’ombra che ci venga a turbare quello spirito di collaborazione che voglio instaurare e per il quale spirito faccio appello alla stampa. Credete colleghi è più facile dare consigli e fare un articolo, e del resto è la vostra funzione, in quanto io sono ragionevole e devo esservene grato, però non tranciate rapidamente un giudizio prima di essere bene informati. Abbiamo troppo poche volte l’occasione di conferire insieme e di questo riconosco che parte della colpa è mia, parte degli avvenimenti che incalzano. Eravamo a Palermo non per divertimento ma per due grandi avvenimenti: uno dei quali quello della Fiera; e prego anche i colleghi esteri di notiziarlo. Essi si troveranno dinanzi alle difficoltà di dare una spiegazione più moderata al loro pubblico degli incidenti di oggi che sono stati ingranditi talmente da farli apparire battaglie per la presa di una cittadella. Essi si renderanno benemeriti se ridurranno tali incidenti e, dall’altro canto, avviene anche così nei confronti di altri paesi che hanno meno miserie e riparazioni da pagare e che hanno un animo tranquillo e più tempo da dedicare ai loro problemi. Sentiamo da Parigi che ci arrivano parole così dure e immeritate! Sono a disposizione per le domande che mi verranno eventualmente rivolte dai giornalisti: Giornalista: signor presidente desidererei sapere se la polizia aveva ordine di sequestrare le macchine fotografiche ai giornalisti che riprendevano gli avvenimenti di questa mattina. Presidente: questo non è nella procedura; d’altra parte a vedere i giornali la notizia sembrerebbe inesatta. Giornalista: però è certo che ci hanno impedito di fotografare quelli che allora parevano fossero morti. Altro giornalista: come spiega lei, che fino alle ore 12 il governo aveva dato notizia e del resto ce lo ha confermato ancora lei, che non c’era alcun morto, mentre l’ospedale di San Giacomo ha dichiarato che uno dei feriti è morto dandone nome, cognome, paternità e referto medico che dice testualmente: deceduto per ferite riportate da schegge di bomba a mano. Presidente: ma a che ora? Perché questo elenco che io vi ho letto mi è stato dato alle ore 18 dal capo della polizia; potrebbe essere vero. Giornalista: desidererei chiarire se l’attuazione del nuovo programma di lavori comportava, comunque, licenziamenti. Presidente: ma non in termini così immediati: le imprese dovevano premunirsi. Giornalista: e le imprese, infatti, si sono premunite perché sapendo che dovevano cessare i lavori dovevano preavvertire gli operai. Altro giornalista: nella mole di trasformazione da un tipo di lavoro all’altro questi operai che non sono impiegati chi li paga, il genio civile o le imprese? Presidente: il genio civile Giornalista: in un certo senso, le imprese avrebbero percepito degli illeciti guadagni. Altro giornalista: scusi presidente sono stati fatti degli arresti? Presidente: certo! Giornalista: considerato che gli avvenimenti di ieri erano stati sedati, e dato che un rappresentante della Commissione interna nelle parole che aveva riferito ai dimostranti sulla piazza «ci troveremo domani mattina alle 7,30 alla piramide Cestia»: erano stati presi accorgimenti di forza pubblica al Viminale per evitare appunto che macchine isolate come una jeep con 7 o 8 uomini (carabinieri) fossero scavalcate? Era stato previsto dal capo della polizia uno schieramento di forze dopo gli avvenimenti di ieri? Presidente: Io non c’ero. Ma quanto mi hanno riferito erano state prese misure precauzionali. D’altra parte c’è da tener presente che nella conversazione di ieri con il ministro Nenni, i rappresentanti delle commissioni interne avevano assunto l’impegno di attendere fino ad oggi le decisioni del governo. Giornalista: ma al momento dell’accordo e cioè ieri sera c’era l’ordine di sospendere i licenziamenti? Presidente: non c’era. Alcuni licenziamenti sono stati comunicati stamattina. Ci sono state delle ditte che hanno preparato anche a stampa, il manifesto ieri sera, alcune altre che l’hanno affisso su gli albi o specchietti che oggi alle ore 11,00 dovevano avere conferma se il ministero dei Lavori Pubblici aveva preparato il piano per il passaggio ad altri lavori. Così è sorto il malinteso. Questa è l’interpretazione più ottimistica, ma si tratta di un malinteso evidente. Noi abbiamo contestato nella prima parte della inchiesta che il direttore generale dei lavori ingegnere Rossi, aveva ribattuto che prima delle ore 11,00 non era in grado di dare alcuna conferma perché attendeva disposizioni dal provveditore. Altro giornalista: nel suo racconto ha accennato ad eventuali sobillatori, non strettamente di carattere sindacale. Dai rapporti avuti dalla pubblica sicurezza le risulta che gli incidenti siano capitati per combustione interna? Presidente: questa inchiesta si sta approfondendo. Se rispondessi in qualche maniera guasterei la inchiesta stessa. (Entra, a questo punto il capo della polizia, che rivolge alcune parole al presidente e poi si ferma e partecipa al seguito della conferenza). Presidente: disgraziatamente devo dare conferma della morte di un operaio della ditta Casentino, due ore fa. (Si alza in piedi ed invita i presenti ad una minuto di raccoglimento in memoria dell’estinto). Altro giornalista: chiedo di sapere la risposta sulle misure preventive adottata per l’ordine pubblico perché pare che i primi dimostranti fossero appena trecento. Presidente: misure precauzionali sono state prese. Giornalista: io vorrei sapere dal ministro dei Lavori Pubblici se è vero, secondo voci diffuse, che le imprese hanno guadagnato diversi e svariati milioni di lavori di sterro. Se tali voci sono o no esatte. Sembra che molte imprese non hanno pagato la indennità giornaliera di malaria e questo sarebbe stato fatto presente a Corsi. Il ministro dei Lavori Pubblici farà una inchiesta? Altro giornalista: quale è il numero degli arresti? Presidente: arresti: una diecina, così mi dice il capo della polizia Giornalista: ma come lo può accertare? Nel resoconto risulterà che questo è stato già assodato? Presidente: ed è per questi guadagni illeciti che si vuole cambiare sistema, appunto per non dare motivo a speculazioni.
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Aprendo la seduta il presidente del Consiglio ha fatto sulla scorta degli elementi fin qui raccolti dalla polizia, una relazione sul doloroso episodio. […] Il presidente accennando all’attentato contro l’ambasciata d’Inghilterra, ha rinnovato la espressione del rincrescimento del governo già esternata personalmente all’incaricato d’affari dal ministro degli Esteri onorevole Nenni ed escluso che il gesto potesse esprimere in qualsiasi modo lo stato d’animo del popolo italiano . Il ministro Nenni a sua volta ha manifestato il convincimento che il fatto non derivi assolutamente da reazioni politiche di carattere interno. Sull’episodio biellese del cosiddetto movimento di resistenza partigiana l’onorevole De Gasperi ha fatto presente che il governo col suo intervento ha inteso ed è riuscito a stroncare sul nascere una manifestazione che poteva avere strascichi e ripercussioni dannose all’ordine pubblico, non essendo ammissibile né tollerabile che siano effettuate «marce» ed organizzazioni con carattere squadrista ed illegali . Il governo è ancora in attesa dei risultati definitivi dell’istruttoria condotta dall’autorità di polizia, i quali determineranno l’eventuale inizio della procedura penale contro i responsabili o il rilascio dei «fermati». Essendo stata svolta una interpellanza circa la applicazione dell’amnistia all’ex presidente del Tribunale speciale avvocato Cristini, si è svolta una discussione circa l’applicazione che va in molti casi facendosi del decreto di amnistia, ed è stata nominata una commissione composta dal presidente e dai ministri Gullo , Macrelli e Scelba per esaminare il problema politico e di polizia che ne deriva.
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Il governo della repubblica ha desiderato raccogliere in Roma, con i rappresentanti di tutte le correnti politiche espresse nella Assemblea costituente, gli esponenti dei maggiori organismi del lavoro, della finanza, della economia e della stampa. Vi sono grato di avere accolto l’invito e dare solennità, quasi di rito, all’apertura della campagna di propaganda per la sottoscrizione al grande prestito della ricostruzione e di avere dimostrato così di essere pronti ad un’opera fattiva per la sua riuscita. Signori, chi vi chiede concorso e consiglio non è il rappresentante di una parte politica, ma il portatore di una responsabilità collettiva, che si riflette su ogni cittadino. Il prestito è oggi per lo Stato una necessità inderogabile e quindi per ogni classe del popolo italiano un dovere di solidarietà nazionale. Il ministro del Tesoro – al quale invio l’espressione della nostra condoglianza, per il grave lutto che lo ha colpito – ha già illustrato in riunioni tenute nelle principali città, i caratteri e le modalità del prestito, suscitando vasti consensi. Altri aggiungeranno qui la loro parola di esperti e di economisti. Io non parlerò che il linguaggio comune, rivolgendomi al senso realistico e al civismo degli italiani. […] Nell’interesse di ogni singolo e nell’interesse di tutti bisogna quindi prestare danaro allo Stato. Si è dato al prestito carattere redimibile che assicura al risparmiatore l’integrale restituzione dei capitali prestati all’Erario e verrà per se stesso a sostenere le quotazioni del titolo. Il tasso 3,50 – che corrisponde ad un interesse effettivo al 3,70% – è già favorevolmente noto nel nostro mercato finanziario. Basta ricordare le rendite 3,50 – 1902 e 1906 – che per lunghi periodi sono state quotate intorno alla pari ed anche molto al di sopra della pari. Altro esempio il «redimibile 3,50%» che va sempre più acquistando l’attenzione dei risparmiatori. Ma soprattutto il nuovo prestito è accompagnato da un privilegio fiscale eccezionalissimo: esso è esente cioè dall’istituenda imposta straordinaria sul patrimonio e dalla stessa denuncia che sarà richiesta per ogni altra forma di ricchezza. I titoli del nuovo prestito quindi ben possono reggere al confronto di altri attualmente in circolazione anche se fruttanti un maggiore interesse nominale. Signori, all’osservatorio centrale della presidenza del Consiglio mi sono fatto ormai la convinzione certissima che il paese va riprendendo la sua marcia. Credo che voi, signori, che siete a capo della vita economica potrete avallare questa convinzione dell’uomo di governo. La produzione, fervida nel campo agricolo, va riprendendo ovunque in quello industriale. Si ricostruiscono fabbriche, ponti, strade. Le ferrovie migliorano ogni giorno. L’esportazione è già in qualche settore bene avviata. Presto la bandiera italiana ricomincerà a solcare i mari più vicini e i più lontani. Lo Stato ha importanti entrate da riscuotere vendendo le merci estere che si sta procurando il Tesoro. I paesi esteri, specie d’America, che accompagna con tanta comprensione e simpatia il nostro sforzo, non vorranno non assecondarlo, onde l’Italia possa riprendere il suo posto di produttrice e di consumatrice nella economia internazionale. Il paese lavora. Il paese da risposta. Il paese avrà credito: la lira ha quindi un valore economico molto superiore a certe quotazioni artificiose, tratte dalla paura degli imboscatori che incautamente investono o fanno le viste di investire in titoli industriali o in merci. Questa speculazione, contro la quale il governo potrà, quando occorra, energicamente intervenire, verrà più tardi espiata a caro prezzo dagli stessi imboscatori, come si è sperimentato in altri paesi, in cui furono attuati cambio e patrimoniale. Signori siamo al momento culminante della crisi del dopo fascismo e del dopoguerra, in cui gli italiani debbono concordemente raccogliere tutte le loro forze per dare agli stranieri la certezza della ripresa dell’Italia democratica e del fermo volere di un popolo, fecondo di vita e di attività, che intende risorgere nel lavoro, nella disciplina, nell’ordine e nella giustizia sociale e costituirà domani un elemento necessario al progresso umano e al benessere del mondo .
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Signori prefetti, quando il 4 agosto vi dirigevo, come ministro dell’Interno, la mia prima circolare, cominciavo col riconoscere le difficoltà gravissime che avreste dovuto superare. Oggi, a soli quattro mesi di distanza ho il dovere di affermare che parte di quelle difficoltà avete saputo vincere e che grazie anche all’opera vostra possiamo registrare un progressivo miglioramento dell’amministrazione pubblica. Il meccanismo statale, sconquassato dalla guerra, va riassestandosi; il prestigio dell’autorità rinasce ed è aumentata la forza della legge. Lo sò che molto manca ancora al consolidamento della disciplina nazionale, che il costume non si adegua ancora al senso del diritto, e che l’autorità dello Stato, in mezzo all’agitarsi spasmodico dell’opinione pubblica, non si erge ancora come dovrebbe essere indiscussa e incontaminata, al di sopra delle lotte di parte. Ma anche in questa direttiva si sono fatti senza dubbio dei progressi e sempre più chiaro appare che la stabilità di un regime popolare specie se espresso nella forma repubblicana, consiste nel saper creare il comune e stabile consenso intorno ad alcuni principi essenziali di convivenza civile che devono prevalere su ogni mutamento di governo e in confronto di qualsiasi partito. Questo senso dello Stato democratico che va ora sorgendo dalle famose rovine del disastro nazionale, causato dal fascismo dittatoriale, è affidato in una notevole parte a noi, signori prefetti, in quanto noi, come amministratori centrali o periferici, dobbiamo servire imparzialmente e coscienziosamente il popolo italiano nella sua casa comune che è la Repubblica d’Italia. Dalla Costituente molti organismi potranno uscire trasformati, ma oggidì ancora i prefetti sono gli organi più immediati del governo, i responsabili più diretti dell’amministrazione; e, in ogni caso, i criteri fondamentali che essi devono seguire, frutto dell’esperienza ed emanazione di immutabili norme di diritto ravvivate dallo spirito democratico, potranno essere rifusi in altre forme, ma non essere distorti o rinnegati, a scanso di portare lo Stato alla dissoluzione o all’assorbimento nella dittatura di parte. Vorrei che tutti noi e con noi tutti i funzionari dello Stato fossero convinti di questa permanenza dell’idea statale che deve essere la garanzia immutabile della nostra solidarietà nazionale. In questi due anni di rinascita è sembrato talvolta che dopo l’esempio sciagurato di un regime asservitore dello Stato ai fini di parte, o come si disse della «rivoluzione» incontrassimo ostacoli troppo forti per stabilire anche nell’amministrazione un modello di democrazia imparziale e libera, e che suggestioni di violenza, di faziosità, ci trascinassero ancora a ritroso; ma oggi abbiamo ragione di sperare che il pericolo sia superato e che la vitalità dello Stato cominci ad imporsi. Molte sono ancora le illegalità più o meno tollerate, molti gli abusi, per eccesso o carenza di potere, né l’amministrazione dei prefetti è stata immune di arbitri o senza debolezze, né l’ordine pubblico e le libertà individuali furono sempre preservati. Ma sarebbe fazioso non ammettere che in questi ultimi mesi gli arbitrii, gli atti di illegalismo, le violenze, i disordini sono diminuiti e che è cresciuto invece l’intervento pacificatore e mediatore dello Stato, il quale cerca bensì il risanamento della sua autorità nel consenso e nella cooperazione delle categorie interessate, ma quando ogni altro esperimento sia esaurito, ha saputo difendere la libertà anche con l’uso legittimo della forza. I rapporti riassuntivi delle forze di Pubblica sicurezza elencano numerosissimi atti di prevenzione e repressione; molte armi furono rastrellate, molti arresti di delinquenti eseguiti, molte lesioni del diritto ristabilite, e questa opera indispensabile per costituire quell’atmosfera di sicurezza, di cui ha bisogno la libertà, non è apparsa come una manifestazione di un potere estraneo alla volontà popolare, ma come una condizione perché questa volontà stessa possa liberamente attuarsi a mezzo delle forme elettive o comunque rappresentative. Signori prefetti, è su questa linea che dobbiamo continuare; l’autorità non deve diminuire le libertà, ma solo regolarne lo sviluppo in modo che le libertà del popolo che tende ad organizzare e consolidare il suo regime, possa attuarsi nel rispetto dei diritti e dei doveri personali e sociali dei cittadini che ora la Costituente sta per affermare.
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Nei discorsi che ho pronunciato ai vostri colleghi dell’Italia settentrionale e centrale ho già riassunto le direttive generali della politica del governo. Ho detto male «politica» in senso molto ampio. Io vi parlo soltanto come vostro capo dell’amministrazione al servizio della nazione e del popolo italiano, del popolo italiano nella sua forma repubblicana. Su questo bisogna intendersi. Io parlo a prefetti che si trovano in mezzo a popolazioni che hanno, talvolta, ancora vivo il sentimento monarchico. Nessuno di noi vorrà farne una questione di accusa davanti al tribunale della storia. I sentimenti si radicano facilmente nella tradizione e le tradizioni si impastano di ragioni ideali e di interessi. La storia ha le sue evoluzioni, le sue esigenze. D’altra parte è difficile distinguere tra quello che è sentimento ed ideale e quello che è puro e semplice interesse. È chiaro però che noi siamo oggi organi dello Stato repubblicano. Questa è la forma che è stata scelta in una forma arbitrale dagli elettori chiamati a decidere. Non c’è altra forma; non si è inventata altra forma migliore che quella dell’appello diretto alla consultazione popolare. Non c’è altro in forma democratica e cioè in forma legale, senza violenza. Qualche volta si potrebbe per debolezza, per connivenza, per sentimentalità, metter in dubbio che questa decisione, almeno in questo momento rimanga aperta… Ma per quello che possiamo prevedere è opportuno nell’interesse di tutti che la decisione sia permanente, e permanentemente mantenuta. Questo deve essere il nostro stato d’animo, la prima convinzione dei prefetti i quali possono essere intimamente repubblicani come ci può essere qualcuno che può essere sentimentalmente monarchico, ma questo non importa. Importa la decisione, la volontà popolare, bisogna che questa decisione penetri nel popolo anche in ogni strato, in buona fede e si radichi come convinzione della solidarietà nazionale; bisogna che tutti cerchiamo di cavarne una forma democratica dello Stato in cui accanto alla libertà ci sia l’autorità. Vi ritorneremo sopra a proposito dell’ordine pubblico, dei singoli problemi pratici, dello sviluppo dei partiti, ecc. che possono riguardare queste nostre tendenze generali. Il prefetto deve trovare il modo di evitare urti eccessivi, creare respiro, rafforzare la tendenza che dal popolo è stata decisa. Dobbiamo considerare il nostro amministrato prima di tutto come un grande malato che è stato travagliato dalla guerra. Di fronte al malato non si può provvedere con le regole normali della vita comune, non si possono applicare le norme generali della tradizione se pur rigorose. Bisogna procedere con un certo criterio clinico nella vostra opera di mediazione e di cura. Donde questa necessità di usare più benevolenza di quella che si usa in tempi normali e di essere disposti alla mediazione fra i conflitti di interesse con un senso di comprensione delle esigenze di larghe masse della popolazione. Su questo mi pare che non ci si possa lagnare: i prefetti in tutte le occasioni hanno cercato di essere i mediatori, di superare le difficoltà attraverso queste cure, considerando questi fermenti come fermenti propri del dopoguerra, che non si possono dominare ed inquadrare secondo norme fisse, ma che esigono molta comprensione ed ai quali bisogna attendere con una certa misura. In questo campo non ci si può che lodare dei prefetti. Invece, debbo dire che non sempre, mi pare, si sia sulla giusta linea quando si tratti dell’altro polo dell’autorità. A furia di mediazioni, di compromessi facilmente impallidisce il concetto del prestigio dell’autorità dello Stato; questa è una condizione, una necessità assoluta in momenti torbidi, di esigenze più o meno legittime, contrastanti con l’autorità dello Stato. Sul concetto di mediazione dinanzi alle esigenze pubbliche bisogna che prevalga il concetto dell’autorità. Io non ho rimproverato mai nessuno per gesti di autorità, viceversa mi sono sentito molte volte imbarazzato per un contegno indeciso mirante a minimizzare la realtà. Bisogna ritornare alle più scrupolose norme di vita. L’articolo 19 è un articolo di emergenza cui si deve ricorrere solo in momenti in cui bisogna cogliere l’attimo fuggente, ma mai per disposizioni aventi effetti permanenti ed incisivi nella vita sociale del paese. Sono stati commessi errori in materia, specialmente nell’applicazione del piano annonario. Lo so che ciascun prefetto è preso dalla tentazione di dire: io mi arrangio, come posso, nella mia provincia; ma quando questo arrangiarsi porta delle conseguenze alle altre province deficitarie, in realtà si ledono gli interessi della nazione. Ciò che i prefetti che non sono solo prefetti della zona A o della zona B, che sono prefetti dello Stato, prefetti della repubblica e che oggi possono essere lì e domani altrove, debbono respingere per senso della solidarietà. Così l’articolo 19 deve essere usato solo nei casi estremi sotto la responsabilità diretta del prefetto. Occorre tenere presenti questi concetti fondamentali; concepire la nostra funzione come servizio perché si tratta di servire la nazione ed il popolo italiano; concepirla con carattere di assoluta imparzialità di fronte ai partiti e questo vuol dire anche indipendenza che bisogna far valere di fronte ai deputati ed ai partiti. Se i deputati si richiameranno al governo ed all’Assemblea, supreme autorità deliberative della nazione, saremo noi chiamati a rispondere all’Assemblea e copriremo i prefetti quando essi abbiano agito secondo la norma della imparzialità. Un’altra sensazione mi pare dobbiamo far nascere nel nostro spirito; quella della solidarietà di ciascuna provincia con le altre. In queste discussioni noi scambiamo le nostre idee, esponiamo i nostri bisogni generali e questo serve ad avere un senso maggiore dell’autorità dello Stato ma anche della sua solidarietà. Io vorrei che da queste riunioni, che spero di far diventare periodiche, venga sempre più inculcata la concezione dello Stato democratico la quale ci ponga al di fuori dei partiti, in quanto siamo organi dello Stato. Noi dobbiamo essere al di fuori dei partiti, ripeto, come organi dello Stato; siamo responsabili davanti al popolo e dobbiamo restare imparziali. Questa idea preminente e fondamentale deve dominare la nostra attività. L’onorevole Macrelli vi ha parlato del prestito e, quindi, non ho ulteriori parole da spendere. Ho la convinzione che siamo ad una svolta molto difficile della nostra situazione finanziaria, ad una di quelle svolte in cui un atto di solidarietà popolare può giovare di più che il calcolo del finanziere. Se riusciamo ad infondere questo senso non di allarme ma di assoluta esigenza noi riusciremo a superare ogni difficoltà; altrimenti non le supereremo. I prefetti che hanno un’influenza ed un prestigio dinanzi alla classe possono dare il migliore contributo, dato che il prefetto rappresenta imparzialmente lo Stato e tutte le sue azioni possono essere buone. Il presidente De Gasperi è entrato, poi, nel tema dell’ordine pubblico prospettando ai prefetti la necessità di intervenire rapidamente non appena si manifestino movimenti che minaccino il suo turbamento. Le manifestazioni paramilitari, sia di destra che di sinistra, bisogna che siano inflessibilmente stroncate; che sia impedita la creazione di forze che possano opporsi alle forze dello Stato. Per questo è necessario curare il disarmo. Le leggi che abbiamo per procedere al disarmo, sono sufficienti. Ove occorra, potranno anche essere integrate. Ha accennato, quindi, alle manifestazioni neo fascistiche che poi sono per lo più di vecchi fascisti e particolarmente di amnistiati che hanno interpretato come un elogio l’atto di generosità, di solidarietà dello Stato che è l’amnistia. Anche per combattere queste manifestazioni bastano le leggi vigenti; se ne potranno fare, se occorre, delle altre sebbene l’onorevole De Gasperi, sia contrario a provvedimenti di carattere eccezionale .
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Pensa che si debba avverare, prima delle elezioni, un cambiamento di governo. Il progetto s[ocial] c[omunista] di conquista del potere ha anticipato le lotte elettorali. Fare ogni sforzo per non condividere la responsabilità del P.C. di condurre l’Italia nell’ambito dell’influsso orientale . Il P.C. è un partito di destra – Perché? Non crede alla libertà. Crede che la società deve venir governata in tutti i settori dall’alto. Bisogna a suo tempo introdurre questa terminologia e questi concetti nella vita del paese. Se il Partito crede di prendere un atteggiamento diverso dal suo lo faccia pure senza riguardi. Se si deve considerare il cambiamento di governo come una semplice rinnovazione di uomini, non ne varrebbe la pena. Un cambiamento vale se può procrastinare il tentativo di accaparramento del potere. Se i socialcomuinisti vanno al governo non vanno più via. Esercito e polizia sono in mano ai S.[ocial] C.[omunisti]. Tutto è subordinato al fatto che i S.[ocial] C.[omunisti] non vadano al potere. Questi uomini potrebbero dirigere un governo più che tripartito? La Democrazia cristiana, partito di centro, deve poter muoversi tanto a destra quanto a sinistra. […] Pensa che una soluzione sarebbe il tripartito allargato verso il centro-destra. Perché, però, deve essere un democristiano a fare questo governo? Dovrebbe essere un neutro, o quasi. Per noi, non ostile a noi, c’è solo Bonomi. A noi, però, il ministero dell’Interno. Se non va a Bonomi si presenterà Nenni. Presenterebbe un programma accettabile anche a qualche democristiano che cadrebbe nella trappola.
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Dice che se la Direzione del partito si dimette, egli stesso deve andarsene anche dal governo. Ciascuno quindi prenda le sue responsabilità. Non crede opportuno che si provochi la crisi per un motivo interno al partito. Fatta così una crisi non avremo più forza nella soluzione – La crisi dovrebbe essere fatta dagli altri e mai da noi – Propone di rimandare l’eventuale rinnovazione della Direzione del partito ad una prossima sessione del Consiglio nazionale (ad esempio verso il 15 gennaio). […] Insiste nel rimandare la rinnovazione della Direzione – Sui rapporti tra Direzione e governo bis.
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Il 27 dicembre 1945, presa appena notizia del comunicato di Mosca, chiedevo d’incontrarmi con i tre ambasciatori delle Potenze che avevano partecipato al Convegno, per comunicare loro che il Governo italiano era ben lieto che si fosse deciso di riprendere le trattative per la pace ma che si rammaricava che le nuove precisazioni procedurali dessero l’impressione che fosse andato smarrito quel particolare riconoscimento ch’era stato dato il 3 agosto, a Potsdam, all’Italia definita «prima tra le Potenze dell’Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa ha dato un materiale contributo». Non si trattava naturalmente di questioni formali di precedenza, ché noi siamo sinceramente desiderosi che anche altri Stati abbiano la loro pace il più presto possibile, e siamo anzi convinti che un buon trattamento degli Stati balcanici, quale essi ebbero già dalla Russia in sede d’armistizio, non possa riflettersi che benevolmente anche nei nostri confronti. Aggiungevo inoltre espressamente che avevamo la massima comprensione per le difficoltà che i Tre Grandi avevano dovuto superare per un accordo costruttivo, di cui noi apprezziamo tutta l’importanza, ma sentivamo il dovere di riaffermare: primo, che l’Italia si trova in una specifica posizione di cobelligeranza, a lei propria, e che di ciò è debito di equità tener giusto conto; secondo, che l’Italia deve avere il modo di esprimere preventivamente i suoi desiderata e discutere le proposte altrui senza essere posta innanzi a soluzioni autoritarie. Ho il piacere di comunicare che il 2 gennaio l’ambasciatore degli Stati Uniti d’America ha ricevuto istruzioni di informarmi «che le conclusioni raggiunte a Mosca riguardo al trattato di pace sono basate sugli accordi raggiunti a Potsdam e che il riconoscimento, contenuto nel documento di Potsdam, dello sforzo bellico dell’Italia, quale cobelligerante, non è stato in alcun modo invalidato. L’ambasciatore ha ricevuto inoltre istruzioni di assicurare il Ministero degli esteri d’Italia che il governo degli Stati Uniti continua naturalmente ad aderire alla dichiarazione fatta nel giugno 1945 al Governo italiano, che cioè, stando al proposito del Governo degli Stati Uniti, prima che il trattato di pace con l’Italia sia redatto in forma definitiva, sarà data al Governo italiano piena opportunità di discutere il trattato stesso e di esporre il punto di vista italiano». Posso aggiungere ad integrazione, ad autorevole integrazione, un telegramma di risposta ad un messaggio, arrivatomi mezz’ora fa dal presidente degli Stati Uniti, Truman. Il telegramma dice: «Apprezzo il suo messaggio del 16 dicembre ed esprimo ogni desiderio perché il suo Governo abbia successo nell’urgente compito di rendere il popolo dell’Italia realmente responsabile dell’atteggiamento della propria comunità e nazione. Confido che l’Italia verrà messa in grado di concludere con le Nazioni Unite un trattato di pace che soddisferà i nostri comuni bisogni e desideri. A tale scopo voi potete contare sul buon volere e l’amichevole collaborazione degli Stati Uniti, come io so di poter contare sul vostro. – Harry Truman». (Vivi applausi). Del pari la risposta inglese dice sostanzialmente: l’importante è che a Mosca si sia raggiunto l’accordo per riprendere a Londra, dopo un’interruzione così lunga, i lavori dei sostituti dei ministri degli esteri. Inoltre si afferma che il governo di Sua Maestà userà della «sua influenza per assicurare che i punti di vista degli italiani siano presi in considerazione prima che qualsiasi testo definitivo venga redatto e che lo stesso Governo non ha ragione di pensare che tale non sia l’intenzione degli altri Governi interessati. Il governo di Sua Maestà inoltre non ritiene che la posizione dell’Italia sia peggiore di quel che era a Potsdam, poiché – a suo modo di vedere – la posizione dell’Italia non è in alcun modo stata modificata dalle decisioni di Mosca e, per quanto consta al Governo di Sua Maestà, i sentimenti verso di essa dei Tre Grandi sono immutati». Prendiamo atto con molta soddisfazione di tali dichiarazioni e di tali propositi. L’illustre uomo che dirige la politica estera di quel grande paese, e che ce la fa trasmettere, ci ha dimostrato anche nelle passate trattative una grande comprensione, una perfetta lealtà, della quale non è lecito dubitare, ed un senso di giusta valutazione della posizione dell’Italia. Non è Bevin che nel suo primo grande discorso alla Camera dei Comuni del 20 agosto 1945 ha pronunciato queste parole: «Ma venne il tempo in cui gli italiani stessi si volsero contro il fascismo e la dittatura e si affiancarono agli Alleati nella lotta contro il nazismo, alla cui disfatta essi hanno dato sostanziale contributo»? Noi vi ringraziamo di questa parola, signor Bevin; «sostanziale contributo» significa più ancora del «materiale contributo» di cui parla il comunicato di Potsdam. Ma non sorprendetevi, illustre amico, se gli italiani sono stati male impressionati di una enunciazione che attribuisce ai 21 Stati il diritto di decidere dei trattati e quindi anche del destino d’Italia, perché partecipanti alla guerra «con sostanziali contingenti», e se fra questi sfilano anche paesi che alla vittoria contribuirono certamente in minor grado che l’Italia. Deploro che qualche nostro giornale, in una reazione fondamentalmente legittima, sia andato troppo oltre, in modo che all’estero, contrariamente certo alle intenzioni degli scrittori, si sia avuta la falsa impressione che in Italia non si sappia adeguatamente apprezzare il contributo ben diversamente sostanziale che i maggiori paesi alleati offrirono alla liberazione della penisola e l’incalcolabile e decisivo apporto che gli Alleati – America, Inghilterra e Russia – in massima misura diedero alla vittoria del mondo. Tutti coloro che combatterono in Italia, tutti coloro che vi mantengono contatti e amici, relazioni culturali e sociali, sanno che la gratitudine del popolo italiano è profonda e sincera. È sincera soprattutto perché si tratta di compressione e riconoscimento reciproco. Quando Churchill, nel suo messaggio all’Italia del 4 maggio 1945, ringraziava il Presidente Bonomi «per il contributo dato dalle forze regolari italiane e dai patrioti dietro le linee» e affermava che «la consapevolezza di aver contribuito a questa vittoria… sarà fonte di nuova energia per il popolo italiano», rispondeva ai sentimenti di riconoscenza espressi entusiasticamente agli Alleati dal popolo italiano liberato e pieno di fede nella democrazia e nei nuovi ordinamenti del mondo; e quando egli concludeva augurando la nostra prossima inserzione «fra le Nazioni Unite per l’opera più produttiva della pace», egli tirava la logica conclusione della nostra opera che egli già fin da Yalta aveva così caratterizzato: «Sarebbe men che giusto se io non rendessi omaggio agli impagabili servizi, di cui non si può ancora narrare tutta la storia, che gli italiani, uomini e donne delle forze armate, sul mare, per terra e dietro le linee nemiche, al nord, rendono continuamente alla causa comune». È vero, questa storia non si può narrare tutta nemmeno oggi e parte forse rimarrà per sempre ignorata; ma alcune statistiche si vanno precisando: dall’armistizio al 31 luglio 1945, delle nostre forze di terra, 196.000 uomini ausiliari, 4 gruppi di combattimento, 31.231 fra morti e dispersi; l’intera marina italiana messa a disposizione degli Alleati nel Mediterraneo, nell’Atlantico, nei porti, negli arsenali, oltre 100 piroscafi della marina mercantile; e per sapere che cosa e come fece si leggano le dichiarazioni dell’ammiraglio Cunningham. Dell’aviazione, 23 reparti raggiunsero le basi alleate. Quali le loro prestazioni? Ci richiamiamo agli elogi del generale Eaker e alle statistiche: 4000 azioni belliche nel corso di 11.000 voli per più di 24.000 ore. Ove volano? Ci chiedevamo spesso a Roma quando noi li vedevamo passare sopra le nostre teste. Eccovi una indicazione del 28 dicembre 1944: Telegramma al raggruppamento caccia… dal maresciallo Tito: «Congratulazioni a tutti piloti che ieri hanno colpito il 21° corpo. Grossi fuochi sono stati visti nella notte del 18 dicembre. Attacchi particolarmente efficaci». Ed un altro del 2 maggio 1945. Allied Military Mission, tramite Balcany Air Force – 2 maggio 1945 (per radio messaggio): «Desidero ringraziarvi vostra prontezza d’azione nelle richieste d’intervento aereo inviatevi tramite questa missione durante la battaglia di Serajevo. Gli attacchi sulla zona di Zenica furono perfetti. Appoggio stretto. Incuteste panico agli unni, e i partigiani entrarono nella città appena gli aerei si allontanarono. Gli attacchi sui 400 automezzi furono pure di grande importanza. Sebbene poco si possa dire dell’appoggio aereo nei comunicati ufficiali, i comandanti partigiani sono rimasti impressionati. Il comandante della quarta divisione ha inviato messaggio di ringraziamento alla missione e io lo inoltro a voi». Air Vice Marshall G.B. Mills Balcany Air Force all’Air Vice Marshall Brodie – Roma 8 giugno 1945 «Ora che ho ripreso ufficialmente il controllo dei gruppi italiani che hanno lavorato con la Balcany Air Force sarei felice se potesse ringraziarli da parte mia per l’ottimo lavoro compiuto quando erano con noi. L’audacia e lo spirito dimostrato nelle loro missioni hanno contribuito non poco al successo delle nostre operazioni nei Balcani ed hanno meritato loro l’ammirazione delle unità della R.A.F. a fianco delle quali hanno combattuto». Ah, perché questa solidarietà in guerra (attuata anche fra le forze di terra in tutta la penisola balcanica), non ha fruttato ancora quell’avvicinamento italo-jugoslavo che abbiamo finora cercato? (Commenti). Perché non si ricorda che fu l’Italia democratica a contribuire decisamente sul Carso alla liberazione degli slavi del sud? (Approvazioni). E tornando ad uno sguardo generale, che cosa potremo aggiungere ancora al riconoscimento fatto nella riunione plenaria della Commissione alleata già il 24 agosto 1944 dal generale Browning, capo della Missione alleata per l’esercito? Penso che pochi si rendano pienamente conto di come si sia comportato bene l’esercito italiano. Con il nostro aiuto, è stato organizzato dal caos un esercito, fin dal principio, di oltre 300.000 uomini con personale recuperato, con generali ex prigionieri di guerra portati dall’Inghilterra, ecc. Il Corpo italiano di liberazione ha combattuto bene e ha subìto molte perdite. La parte servizi e reparti ausiliari ha assolto un compito immenso riparando vie di comunicazione, lavorando nei porti, ecc e così permettendo di risparmiare personale alleato. L’esercito italiano ha realmente cooperato quale cobelligerante, praticamente, in silenzio e senza alcun attrito. Vorrei che tutti si rendessero conto di ciò e che l’esercito italiano avesse il suo giusto e meritato riconoscimento sia nella stampa sia nell’animo degli Alleati, per il prezioso contributo dato alla causa alleata». Sì, e potremo aggiungere, che poi vennero i cinque gruppi di combattimento con i loro morti, e nel centro-sud e nel nord la guerra partigiana, concordata e finanziata dal Governo democratico italiano, guerra che è costata attorno a 30 mila vittime fra combattenti e fucilati per rappresaglia. (Commenti). E poi si dia uno sguardo alle nostre città semidistrutte, si calcolino le spese dell’occupazione, prolungatasi per il tardare della pace, e si dica se il nostro apporto fu o no sostanziale. Certo gli italiani hanno molto da espiare, certo non possono fare confronti con i sacrifici imposti dalla guerra al popolo russo, all’americano, all’inglese, ma forse possono sostenere il paragone con qualche Stato minore che siederà fra i suoi giudici. (Vivi applausi). Ed eccovi il nocciolo della questione: noi siamo allarmati non per la procedura, ma per la sostanza. Abbiamo temuto che la procedura contenesse un apprezzamento di merito. Ci siamo sbagliati? Poiché ce l’hanno già detto espressamente americani ed inglesi e poiché possiamo supporre che la Russia, la quale fu la prima a riconoscere il Governo democratico italiano e ci ha sempre dimostrato il più vivo interessamento per il nostro sviluppo socialeeconomico, sarà dello stesso parere, noi non ci inquieteremo più oltre degli accidenti quando sia salva la sostanza. Se nel casellario delle nazioni, i giuristi ci hanno archiviato come se la storia si fosse arrestata l’8 settembre 1943, noi ci appelleremo alla testimonianza vivente dei commilitoni e di quanti guardano all’avvenire. Una di queste testimonianze, recentissima, perché del 20 dicembre 1945, merita di essere citata: è una lettera da Washington del maggior generale Alfredo Grünter, capo di stato maggiore del generale Clark: «Ho avuto il piacere di servire come capo di stato maggiore presso il generale Mark W. Clark per almeno due anni in Italia. Il mio contatto con il popolo italiano mi ha riempito di ammirazione per lui e grande è il mio desiderio di vedere l’Italia emergere successivamente dalle difficoltà presenti. Ho sempre altamente apprezzato l’Italia e l’aiuto effettivo datoci dal popolo italiano dopo il nostro sbarco in Italia». Mancherei alla sincerità trascurando che questo ampio riconoscimento è congiunto a qualche amichevole consiglio. «Cercate – egli aggiunge – di subordinare l’azione dei partiti all’unità necessaria per gl’interessi della nazione. Io sono sicuro che ella non si sentirà offesa da questi consigli gratuiti. D’altra parte mi rendo pienamente conto che è molto facile in questi casi indicare un obbiettivo da raggiungere, ma che è molto difficile raggiungerlo». Sì, generale, è molto difficile, ma facciamo un grande, quotidiano, tenace sforzo per raggiungere tale meta. Nonostante le grandi difficoltà (dopo venti anni di dittatura, non dimenticatelo!) faremo le elezioni amministrative e quelle politiche, vi daremo la prova della nostra sincera fede nella democrazia, e ci sono sempre presenti le condizioni essenziali del risanamento e della vitalità di uno Stato democratico quali: una magistratura indipendente, forze d’ordine ben organizzate e incorruttibili, un costume di libertà e di tolleranza, una morale severa nei rapporti di società e d’affari. Ma le commozioni della guerra, le conseguenze della spolazione e della disfatta fascista non sono superabili che col tempo e a prezzo di sacrifici immensi. Noi ringraziamo gli Alleati, specie l’America, per gli aiuti che ci danno, senza l’arrivo dei quali non sarebbe possibile assicurare al popolo italiano il minimo per non perire di fame. Ma l’avvenire dell’Italia, il destino del suo sviluppo democratico dipende dal nuovo ordinamento che, nei trattati di pace, si darà il mondo. Noi siamo impegnati a sradicare il fascismo affinché più non risorga, e tale è il nostro volere, ma la nostra opera sarebbe vana se il mondo si ricostruisse sui principi della forza, se le nazioni venissero mutilate e ferite negli organi vitali della loro esistenza o nella loro dignità: una nuova ondata di egoismi nazionali (Dio sperda il triste presagio) si rovescerebbe sul mondo e nessun popolo resisterebbe a lungo alla reazione. (Applausi). Noi siamo per la nuova organizzazione delle nazioni, ora convocata a Londra e alla quale abbiamo inviato un fraterno e nostalgico saluto; noi siamo per una collaborazione europea, ma bisogna che questa si fondi su una politica ricostruttiva e di ampio orizzonte. Che cosa contano le frontiere o le formule diplomatiche se non si guadagnano i popoli? A salvare la Francia contribuì nel 1914 non la frontiera, ma il sentimento popolare italiano che rese impossibile non solo l’intervento accanto agl’imperi centrali, ma anche lo schieramento neutrale sui suoi confini. In tale senso noi ci prepariamo ai nuovi cimenti della pace. Farebbero male, all’interno, coloro che trascurando la realtà d’una prima guerra perduta dalla dittatura, non fossero disposti a riconoscere i torti fatti ai popoli vilmente e temerariamente aggrediti. E qui volgo il mio pensiero espiatorio alla Francia, verso la quale venne perpetrato un fratricidio morale (vivi applausi), ai paesi balcanici, vittime di una megalomania folle e in particolare alla Grecia (vivi applausi), paese che era stato sempre fra i nostri amici e speriamo ridivenga tale (vivi applausi); ma errore gravissimo commetterebbe, all’estero, chi dimenticasse che il popolo italiano ha espiato le colpe dei suoi reggitori, ha fatto una seconda guerra per riabilitarsi dalla prima ed offre oggi la piena garanzia di essere maturo per un regime democratico fondato sulle quattro libertà e sulla cooperazione internazionale. (Vivissimi, prolungati, generali applausi).
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Riguardo alla mia prima relazione, mi si è fatto rimprovero di non aver parlato di politica interna e di non aver parlato come Presidente del Consiglio. A me pare che il primo mio dovere, in questo tragico momento della nostra storia, sia quello di tenere viva e alta, sopra i partiti e le contingenze, la preoccupazione del nostro destino come nazione. Non è, questa che facciamo, politica semplicemente di un Governo che passa: è un rendiconto della nazione italiana innanzi al mondo. Bisogna averne la piena, assoluta consapevolezza. Dovevo forse esaminare al microscopio delle nostre miserie e ansie la situazione presente e non piuttosto il passato e l’avvenire del nostro paese visti al telescopio della nostra responsabilità storica? Ecco perché, riservandomi di parlare di politica interna in altra occasione, ho creduto – e sono appena arrivato in tempo alla vigilia di gravi decisioni – di richiamare l’attenzione della Consulta e dell’opinione pubblica sul problema principale di politica internazionale. Qualcuno m’ha detto anche: «Perché non hai esposto il tuo piano, se ne hai? Perché non hai esposto il programma del Governo almeno nella politica estera?». Ora, io avevo un vivo desiderio che qui si facesse davvero una discussione di politica estera, che ci fosse davvero, nella soluzione di tante difficoltà il concorso dell’opinione pubblica. Se il popolo italiano nulla seppe delle decisioni della guerra, deve sapere della pace. Qui non si difendono privilegi, interessi di famiglie regnanti, feudi di signori, né petroli, né tesori minerari, ma in patria, nelle colonie, nella «diaspora», solo il diritto alla vita e al lavoro di un popolo. (Vivi applausi). Mi si è detto: «Perché hai presentato o letto una specie di “Libro bianco”?». Dovevo pure valermi di questa assemblea per tenere un discorso alla finestra; se il mio discorso si fosse giudicato da quel punto di vista, e si fosse compreso che era il naturale epilogo di una mossa istintiva e necessaria contro pericoli di procedura e, più ancora contro minacce di sostanza, forse il giudizio di taluni oppositori sarebbe stato diverso. Qualcuno mi ha detto: «Nel tuo riassunto, nel tuo riepilogo, sei stato troppo ottimista nel prestar fede alle dichiarazioni generiche degli Alleati». Certo, io mi sono ricordato di un detto di un grande storico, il quale, commentando un certo documento di papa Lambertini , pieno di lodi per un re che non le meritava affatto, o che lo deluse poi, dice: «Nel giudicare questo documento o questo linguaggio bisogna tener conto del fatto che coi gran signori il miglior modo di far loro capire quello che debbano fare è di presentarlo come se lo avessero già fatto». (Commenti). Devo ammettere che in un colloquio recente col nostro ambasciatore a Mosca la diplomazia russa si è espressa in modo molto cauto e tale da giustificare il senso di urgenza che mi fece credere necessario di ricordare, quasi in un riassunto ufficiale, i riconoscimenti di cobelligeranza o, come si è detto un po’ ironicamente da qualche giornale, i certificati di lode al popolo e all’esercito italiano. Io comprendo che questo dovevamo e potevamo fare solo in confronto degli Alleati coi quali avevamo combattuto insieme. Dobbiamo tener conto che ai russi – disgraziatamente gli italiani li hanno conosciuti solo come nemici (approvazioni) – non c’è stata occasione di porre direttamente sotto gli occhi uno sforzo di riabilitazione, mentre i popoli balcanici mostrano alla grande madre Russia le ferite delle aggressioni patite. È difficile far comprendere a chi non ci vede da vicino e non ci ha accompagnato durante le fasi della guerra, le fasi contraddittorie di questa guerra, quanto il popolo italiano sia stato incatenato, come abbia subìto le suggestioni e come sia stato vigilato e comandato in ogni momento dai tedeschi, ben più forti e ben più decisi di noi. Piccolo esempio sì, ma evidente, quello dell’armata sul fronte francese, ove era ovvio che lo schieramento fosse difensivo e improvvisamente, con un ordine folle, si volle trasformare in offensivo. Mi si è fatto anche l’appunto che nell’esposizione dei meriti di cobelligeranza non ho dato un riconoscimento proporzionato all’opera dei partigiani. Confesso che dalla relazione ciò poteva apparire, ma solo per chi non sapesse che in altre occasioni io l’avevo solennemente fatto; e poi aggiungo che ne sentivo meno il bisogno perché l’opera insurrezionale, specialmente nell’alta Italia, dei partigiani è nel mondo da tutti apprezzata e riconosciuta, mentre disgraziatamente – sia per i. nostri dissensi interni, sia perché sono stati sparsi su una superficie incontrollata, sia perché si sono svolti in un periodo molto più lungo – i fatti riguardanti l’esercito e la marina sono meno noti e sono stati anche meno apprezzati negli ambienti internazionali. D’altro canto, aggiungo che accetto ben volentieri le integrazioni che hanno fatto diversi oratori, come Argenton , che ci raccontò dell’opera degli italiani nei combattimenti del Friuli entro le formazioni di Tito, come Paladin che ci confermò che i volontari italiani avevano occupato Trieste il 30 aprile, come Fazio il quale ricordò l’opera e la collaborazione fraterna con i francesi del maquis nelle zone di frontiera. Altra accusa è stata quella di non essere entrato nel merito delle trattative. Volevo prima sentire un poco la voce di coloro che rappresentano le varie correnti dell’opinione; e la discussione è stata molto ampia. Non credo che sia equo il giudizio di chi ha detto o ha scritto che fu una discussione inutile e vuota. Per la verità, ci sono stati alcuni discorsi troppo generici e troppo retorici che ricordavano i tristi tempi della degenerazione parlamentare, che, speriamo, nella nuova Costituzione non torni più. (Applausi). Ed a sentire questi discorsi e questa retorica ci si ricordava quello che Mirabeau diceva di Sieyès: «che sembrava, a sentirlo, un metafisico che trotterellava sempre su un mappamondo». (Si ride). Però, accanto a queste disquisizioni generiche, vi sono stati dei contributi positivi, dei quali sono molto grato ai consultori che hanno parlato. Ricordo soprattutto, sulle questioni di confine, i colleghi Bettiol , Cosattini , Pecorari , Fazio, Granello ed altri. Nella discussione generale, due tesi in contrasto hanno fatto capolino: l’una, che vorrebbe spiegare un certo atteggiamento meno equo o meno comprensivo dei nostri postulati con l’affermazione che all’interno i partiti democratici non hanno fatto abbastanza per distruggere il fascismo; ed un’altra che noi non potremo difenderci dall’accusa di fascismo se non accusando gli stessi nostri Alleati di essere stati complici nello sviluppo dello stesso regime fascista. Per dirvi la verità, non intendo entrare a discutere queste due tesi; però è certissimo che influiscono entrambe assai poco sopra il corso delle trattative e sopra le decisioni. Sono argomenti dialettici che, data una volta una certa posizione, preso una volta un certo atteggiamento, per altre ragioni servono di motivazione dialettica. E non è un argomento dialettico quello di Tito, per esempio, che ci fa passare tutti per fascisti? Non è una speciosità polemica anche quella di usare in confronto degli Alleati argomenti come questi: che avendo trattato e discusso e concluso il gentlemen agreement con Mussolini, con ciò stesso hanno una corresponsabilità del regime interno italiano? Può essere questa una giustificazione morale per noi, perché non abbiamo fatto di più per combatterlo; non potevamo avere né il coraggio né la speranza di riuscire nella lotta. Però non possiamo negare che i responsabili primi siamo noi. Non soltanto in quanto questo regime molti italiani lo hanno appoggiato, ma anche perché molti altri lo hanno subìto e tollerato. Vi sono dei peccati di omissione nella storia che fatalmente presto o tardi si pagano. Venendo all’argomento specifico della posizione della Russia riguardo a questa polemica, io penso (e questa può essere una illazione mia personale) che la Russia ritenga di avere la missione nazionale di proteggere gli Stati che hanno speciali vincoli di sangue e speciali rapporti geografici e che questa sia la vera, sostanziale ragione del suo atteggiamento, atteggiamento che noi dobbiamo considerare non capriccioso, e non di per sé ostile alla posizione dell’Italia. La fatalità si rivela nel contrasto, al contatto delle due zone di influenza e al punto di contrasto degli interessi di una nazione in confronto dell’altra. Credo che sia confortevole, soprattutto, in questa nostra discussione, rilevare il pensiero unitario espresso autorevolmente nei discorsi dei presidenti Bonomi, Nitti, Parri e di illustri parlamentari, come Ruini, e di consultori come Mazzotti , Giovannini , Annunziata , Benedetti, Di Vittorio, Mariani ; e in modo speciale le dichiarazioni dei rappresentanti delle organizzazioni sindacali, perché sono e significano non soltanto l’appoggio cospicuo dei lavoratori, ma soprattutto un consolidamento dell’unità nazionale che invano, in altri tempi, gli uomini di Stato hanno desiderato e invocato. (Vivi applausi). Nella discussione generale si è insinuata una piccola polemica circa la Spagna. L’attuale Governo ha trovato all’attivo dell’Italia un credito di 5 miliardi che doveva essere pagato in 25 anni in semestralità che duravano fino al 30 giugno 1967. L’opera del Governo e di chi fece le trattative è consistita in questo: ottenere – con il trattato che abbiamo firmato il 10 gennaio 1946 a Roma – la restituzione anticipata delle quote dovuteci fino al 1954 per 1 miliardo e 370 milioni e la disponibilità di 150 milioni di pesetas, ossia di poter importare, per il 1946, 200 milioni di merci spagnole, 800 tonnellate di olio, 600 tonnellate di cacao, 1 milione di unità internazionali di olio vitaminico e altri generi. Per il sughero, darò informazioni più esatte agli interpellanti. Ora, la politica generale del Governo non ha alcun rapporto con questo trattato, come non aveva alcun rapporto il trattato di commercio franco-spagnolo con la politica estera della Francia. La nostra politica si è allineata, come già riferii al Consiglio dei ministri a suo tempo, dopo Potsdam, con quella della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e della Francia. Il nostro ambasciatore non è intervenuto nella politica interna della Spagna ma si è adoperato soltanto per salvare le vite di coloro che erano stati imprigionati, o per ottenere la riduzione della pena. Non discuto le ragioni di coloro che chiedono una politica più ardita di iniziativa; però non bisogna dimenticare che una politica ardita non quadra con la situazione armistiziale, ond’è che per ora non mi pare che altro possiamo fare se non esprimere il vivissimo desiderio che l’evoluzione della politica spagnola eviti nuovo sangue e suggelli la concordia del popolo spagnolo. Ma torniamo a noi. Mi si è mosso rimprovero, da un collega, di una certa ermeticità nella politica dei rapporti con le grandi potenze. L’onorevole Ruini ha ricordato che Cavour aveva dovuto dichiarare a Nigra di avere solo tre carte in mano per il giuoco. Ora qui non valgono i confronti. Nessuno di noi può paragonarsi al Cavour o a Nigra e molto meno chi parla; però io credo che anche se ci fosse Cavour, quanto a carte non ne avrebbe più di quelle che ho io. (Applausi – Commenti). Quello che dico ora voglio confermarlo leggendo parte della mia lettera a Byrnes, al quale la inviai il 22 agosto 1945 , cioè pochi giorni prima che si radunasse a Londra la conferenza. Nonostante il vivo interessamento dei nostri ambasciatori, e nonostante frequenti contatti con i rappresentanti degli Alleati anche qui in Italia, noi, per la verità, fino alla vigilia, non sapevamo quale sarebbe stata la procedura e se ci avrebbero dato la possibilità non dico di negoziare, ma di esporre il nostro pensiero. Io ho passato insieme con i miei colleghi ore di angoscia per questa incertezza e perché certe dichiarazioni pubbliche, ufficiali e semiufficiali, ci lasciavano temere che si tornasse al vieto metodo di dettarci le condizioni senza averci sentiti. E allora, dopo un viaggio dell’ambasciatore Tarchiani , il quale mi aveva esattamente informato sulla posizione del Governo americano, decisi di scrivere personalmente al ministro degli esteri statunitense, assumendo la responsabilità di rompere il ghiaccio. La lettera è stata pubblicata in America. Comunque, vi dirò che, dopo una prefazione personale in cui esponevo le ragioni del mio intervento, precisavo il punto di vista generale nei seguenti termini: «La più sostanziale riparazione che l’Italia può offrire è il concorso del suo lavoro e della sua cultura alla costruzione del nuovo mondo. Sebbene l’Italia abbia sparso per il globo, nella gara pacifica del progresso, tanti dei suoi figli (e molti ne abbia accolti con spirito fraterno l’America) pure la sua popolazione è ancora concentrata in una piccola penisola, spossata da una lunga tirannia e stremata dalla guerra. Tuttavia le doti naturali di sobrietà e di laboriosità, la secolare tradizione della morale cristiana e del diritto antico possono fare ancora di questo popolo un ponte sicuro di quella civiltà occidentale che fu la preoccupazione prima di grandi uomini di Stato americani, quando, Wilson come Roosevelt, presero la grave decisione della guerra. L’America ci ha dato già, a Potsdam, la prova di aver compreso che ciò sarà possibile solo se la pace restituirà al popolo italiano la dignità di popolo libero e la certezza che nessuna delle condizioni essenziali al suo sviluppo gli venga tolta o menomata. Voi avrete, signor ministro, occasione di informarvi su quelle che la coscienza del popolo italiano ritiene condizioni essenziali, sulle ragioni obiettive e soggettive che le segnalano come tali. Alle principali voglio solo accennare rapidamente ed in ordine di importanza». E qui venivo a parlare del confine orientale con la Jugoslavia. Ecco le mie parole: «Riconosciamo che dal punto di vista etnico ed economico la Jugoslavia ha diritto ad una rettifica delle frontiere, pur liberamente concordate nel 1920 a Rapallo fra i due Stati, e pensiamo che per tale rettifica si possa prendere per base la linea proposta nel 1919 dal Presidente Wilson. Tale linea rappresenta per noi la dolorosa perdita di due città italiane, Fiume e Zara, e di circa ottantamila italiani, mentre ricongiunge alla Jugoslavia più di centomila slavi. Riteniamo però di dover chiedere che sia tenuto debito conto della necessità di salvaguardare l’autonomia delle città di Fiume e Zara mediante la concessione di speciali statuti. Per quanto riguarda il resto dei territori (ed ecco, onorevole Cosattini, che l’ho detto già allora io) pur non essendo possibile tracciare una chiara linea di discriminazione etnica, il Governo italiano è disposto a pattuire con la Jugoslavia, sotto l’egida delle Nazioni Unite, o comunque ad accettare l’impegno reciproco di garanzie linguistiche e di autonomie locali per le minoranze. Lo Stato italiano tiene anche presente l’importanza che il porto di Trieste ha per gli Stati finitimi, ed è pronto a collaborare per raggiungere un accordo che assicuri sia al porto come alle comunicazioni ferroviarie un ordinamento che corrisponda a tali condizioni particolari. Con la Jugoslavia, l’Italia sente il bisogno di collaborare nei rapporti economici e nei pacifici traffici, onde, se richiesta, accetterà di smilitarizzare Pola, purché altrettanto sia fatto per la base navale di Cattaro ed a condizione che la completa indipendenza dell’Albania costituisca nell’Adriatico un ulteriore elemento di sicurezza e di equilibrio». Mi si è detto: siete stati troppo perentori per la linea Wilson. Ma la linea Wilson era la linea americana, la linea che compariva in un abbozzo americano che circolava; e d’altro canto era quella che aveva consigliato Steed, notoriamente grande amico degli jugoslavi. Era quella che corrispondeva alla tendenza italo-jugoslava del patto di Roma al quale furono partecipi molti democratici; e qualcuno dei più autorevoli è qui presente. Era insomma la linea di compromesso ancora possibile, alla quale molti slavi avevano allora aderito; quindi sembrava la più adatta a servire quale base di discussione. E difatti, nelle discussioni di Londra, s’è seguita come base questa indicazione; dico come base perché si è arrivati alla conclusione che si dovesse prevalentemente tener conto della linea etnica. Ho detto prevalentemente. È chiaro che il problema economico con ciò non si risolve; è chiaro che il problema economico richiede delle zone franche, delle convenzioni particolari; richiede soprattutto, sia per la funzione del porto di Trieste, sia anche per la vitalità stessa delle popolazioni alle frontiere, la collaborazione dell’Italia e della Jugoslavia. Ecco perché, non soltanto come direttiva generale, ma per la necessità stessa della soluzione del problema, una collaborazione dei due paesi è assolutamente indispensabile. E noi l’abbiamo vivamente cercata. Qualcuno mi ha rimproverato che a questa constatazione già fatta nel mio discorso non ho aggiunto che la Jugoslavia non ha accettato. C’è sempre tempo per acuire un contrasto. La verità è che da parte nostra non è mancata occasione – e direttamente e attraverso le ambasciate, soprattutto l’ambasciata di Mosca, e intervenendo e facendo intervenire di fatto la Russia, l’Inghilterra, gli Stati Uniti – di esprimere il nostro desiderio, in maniera sincera e precisa, senza mettere condizioni assolute. Soltanto abbiamo detto che, siccome la passione per le vittime delle frontiere, per i deportati, era così viva in Italia, bisognava naturalmente fare qualche cosa per tranquillizzare il cuore angosciato delle madri. Non ci siamo riusciti. E quando penso che in altri tempi io stesso fui tra i collaboratori con gli jugoslavi, ed ancora conservo grata memoria dell’appoggio che l’onorevole Smodlaka – oggi, se non erro (io ufficialmente non lo posso sapere) rappresentante della Jugoslavia a Roma – dava a noi italiani quando ci battevamo per l’università italiana a Trieste; quando penso a questa attività passata, mi pare impossibile che fra uomini di questi precedenti e di buona volontà non si possa trovare la via di discorrere tranquillamente e di vedere se, seppellendo odii e risentimenti, non si possa trovare una via di avvicinamento alla pacificazione. (Applausi). Qui devo fare una dichiarazione specifica riguardante Fiume, perché i fratelli di Fiume me ne hanno pregato. Essi hanno diritto che io confermi quello che durante la discussione di Londra dissi anche ai rappresentanti delle Nazioni Unite; cioè che la rinuncia italiana alla sovranità su Fiume non potrebbe in nessun modo implicare, da parte del Governo italiano, un disconoscimento dell’antico diritto della città all’autogoverno, diritto che ha avuto la sua più ampia espressione nel trattato di Rapallo, col quale veniva sancita la liberta e l’indipendenza in seguito consacrate dal voto plebiscitario dato dal popolo alla Costituente Fiumana. (Vivi applausi). E passiamo ad altri guai. La frontiera settentrionale del Brennero. Nella prima conferenza di Londra di ciò non fu parola. Però nella lettera a Byrnes avevo scritto: «Nelle regioni dell’Alto Adige la situazione dal 1919 ha subìto cambiamenti notevoli. L’Italia vi ha costruito grandi centrali elettriche, che per le province di Bolzano e di Trento, rappresentano il 13,6 per cento di tutta la produzione nazionale. L’energia elettrica potenziale esistente in tali regioni è l’unica riserva che resti all’Italia del nord per sviluppare le industrie nella vallata del Po e per la rete nazionale delle comunicazioni ferroviarie». Aggiungevo poi una dichiarazione riguardante le istituzioni democratiche da rinnovarsi in quella regione: «L’Italia democratica del 1919 e del 1922 aveva assicurato agli abitanti di lingua tedesca parità culturale e rappresentanza nel Parlamento. Ed erano allora in corso trattative per creare autonomie locali in tutta la Venezia Tridentina. La dittatura fascista rovesciò ogni struttura locale. Ma ora il Governo democratico italiano, d’accordo con l’Amministrazione militare alleata, ha già provveduto per le scuole tedesche, ed è in corso di elaborazione un ordinamento di autonomie locali, come quello deliberato per la Val d’Aosta, sicuro presidio d’ogni legittima libertà». Sapete che, nel frattempo, il Governo ha emanato – e voi avete dato parere favorevole – tre leggi riguardanti uno statuto particolare per la minoranza: una, riguardante la lingua d’ufficio; l’altra, la più importante, riguardante le scuole; la terza, riguardante la cittadinanza. Abbiamo, inoltre, dichiarato – e stiamo per attuare questo impegno – che, se vi saranno obiezioni locali alle modalità di queste leggi, siamo disposti a sottoporle ad una nuova elaborazione, a sentire il parere di una commissione locale. Questo è gia, in via di fatto, l’instaurazione di un auto-governo, di una autonomia locale, la quale, naturalmente, non può riguardare soltanto la parte tedesca della provincia di Bolzano ma anche tutta la Venezia Tridentina. Disgraziatamente, in quella regione si è creata una psicologia completamente falsa. Tutta la zona dell’Alto Adige è stata tagliata fuori, preclusa da qualsiasi contatto con l’Italia; prima, durante la guerra, perché ebbe uno statuto particolare, divenne quasi una provincia della Germania, amministrata da Innsbruck; e poi, anche durante il periodo successivo, attraverso l’amministrazione alleata. Ben mi guardo dal fare qualsiasi osservazione alla assai benemerita amministrazione degli Alleati: però devo dire che, accanto agli uomini responsabili, ai quali non possiamo che rivolgere elogi, ci furono altri che diffusero la notizia essere ormai probabile, anzi fatale, che quella parte d’Italia venisse riannessa al Tirolo. E così, per la mancanza di contatti diretti, che noi non potevamo avere, non tanto per la diversa giurisdizione, quanto per la scarsezza dei trasporti, si creò una impressione di abbandono. Gli uomini non solo italiani, non solo ladini, ma anche tedeschi, i quali avevano optato nel 1939 per l’Italia, si credettero abbandonati e credettero di aver sbagliato. Avvenne in certe valli ladine; e prego non soltanto gli italiani di ricordarlo ma anche ai giornalisti esteri, i quali parlano superficialmente di confine a Salorno o di confine napoleonico o sopra la Chiusa, che al di là, verso nord, vi sono delle valli completamente ladine, il che vuol dire italiane. (Vivi applausi). E queste valli desiderano, quando possano esprimere questo desiderio liberamente, di essere congiunte alle altre valli ladine, come la Val di Fassa e quella di Livinallongo, che sono riconosciute italiane. Potete ben pensare, poiché queste valli come la Badia e la Gardena appartenevano al mio collegio elettorale nel 1921, che io abbia in proposito un’esperienza particolare. Ricordo quando nel 1921 persuasi Credaro ad associare quelle vallate al collegio elettorale italiano. Presentatomi per la prima volta a Sant’Ulrico di Val Gardena, ora Ortisei, dove tutto appariva tedesco, come le scritte degli alberghi, i servizi urbani, eccetera, cominciai a parlare tedesco per scrutare l’atteggiamento dei volti; e dopo i primi periodi qualcuno mi interruppe in dialetto ladino: «Ma parli italiano, che ci capiamo meglio». Ci si lagna assai che noi, nella legge sulla cittadinanza, abbiamo distinto fra i cittadini i quali nel 1939 optarono per la Germania e si trasferirono colà, e quelli i quali, pur avendo optato, rimasero al di qua dei confini. Ora io credo di poter dichiarare, a nome del Governo, che saremo estremamente larghi nell’applicazione di questa legge, non creeremo nessuna persecuzione, non allontaneremo nessuno di buona fede che sta al di qua del Brennero, né lo costringeremo ad andare ramingando al di là. Però, innanzi a tanta comprensione o se volete a tanta umanità e a tanta fratellanza, pretendiamo almeno la lealtà di riconoscere che questo è l’unico confine in Europa in cui i tedeschi possono parlare ancora la loro lingua e possono vivere e svilupparsi. (Applausi). Oggi nessuno vorrebbe avere optato volontariamente. Tutti vorrebbero richiamarsi alla coazione; ma io ricordo bene gli ultimi mesi di vita di quel grande patriota che fu l’arcivescovo di Trento monsignor Endrici ; e ricordo come egli scriveva al suo clero e come egli riuscì, facendo semplicemente appello alla ragionevolezza, a ottenere una linea di condotta equa e fiduciosa verso la civiltà italiana. Era possibile avere la libertà di optare anche per l’Italia e lo hanno dimostrato molti tedeschi; ed oggi noi non possiamo abbandonare gli italiani e questi tedeschi, come se in quel momento non avessero avuto del coraggio affermando la civiltà italiana e la fiducia nell’avvenire democratico della nostra nazione. (Vivi applausi). In verità sarebbe una triste sorte se il ministro degli esteri italiano, che dal 1915 fino al 1919 si batté per la liberazione degli italiani, ottenuta poi col concorso degli eserciti alleati, oggi dovesse abbandonare italiani e ladini e tedeschi optanti per l’Italia al prevalere di chi invece optò per Hitler , e se gli Alleati, per una strana aberrazione, giungessero a proporre una soluzione che in coscienza non è assolutamente accettabile. (Vivissimi generali applausi). L’illustre amico Renner , presidente della Repubblica, in una recente manifestazione, si è appellato a ragioni di sicurezza e di difesa. Quando mai l’Italia ha passato il Brennero per offesa contro la nazione germanica? E quante volte il Brennero non fu, invece, la porta delle invasioni germaniche verso l’Italia? (Vivi applausi). Se mai – ed io non lo faccio – taluno avesse diritto di invocare ragioni strategiche, questo sarebbe lo Stato italiano. Ricordo che negli ultimi giorni del 1943, nelle ore di ansia, durante il Governo Badoglio, alla vigilia dell’armistizio, quando trapelavano le notizie che qualche cosa doveva avvenire, ma ancora non si sapeva precisamente né quando né come, io accompagnai dal maresciallo alcuni patrioti alpini repubblicani i quali avevano tutto un piano per sbarrare le linee ai tedeschi nelle montagne dell’Alto Adige, piano che venne preso molto sul serio e che sarebbe stato applicato, forse salvandoci da tanti guai, se poi, per mancanza di uomini, di comprensione reciproca e per altre ragioni che è inutile discutere, disgraziatamente l’armistizio non fosse avvenuto troppo presto il giorno 8, per cui questa operazione, che era di straordinaria importanza, non poté essere tentata. Ma questa è una prova dell’importanza di quelle montagne, e se ragioni di difesa possono esser invocate, queste possono esserlo soltanto dalla nazione italiana. (Vivi applausi). Frontiera occidentale. Scrivevo nell’agosto scorso: «Sulla frontiera occidentale con la Francia, non dovrebbero nascere difficoltà. Per allontanare ogni possibile sospetto da parte della Francia, il 28 febbraio scorso abbiamo concluso un accordo che, con grande nostro sacrificio, abbandona ogni nostra aspirazione sulla Tunisia ed ogni nostra protezione su quei nostri connazionali, lavoratori, artigiani e professionisti che, con la loro attività, tanto hanno contribuito allo sviluppo economico del paese. Allora il Governo francese assicurava che non intendeva avanzare alcuna altra richiesta, tranne quella riguardante il Fezzan. Oggi si presentano richieste di rettifiche sulla frontiera occidentale; anche qui non abbiamo intenzione di mantenere un atteggiamento rigorosamente intransigente». Molte cose sono venute dopo. Permettetemi di limitarmi a fare la dichiarazione che le nostre direttive in confronto della Francia sono queste: 1) fare ogni sforzo per cementare l’amicizia con la Francia, che deve essere un elemento permanente nella politica futura, ma evitare scrupolosamente modificazioni che tale amicizia possano mettere oggi o domani in pericolo; 2) non dimenticare che il corpo d’Italia è malato e che la sua reattività istintiva o morbosa sarà tanto maggiore quanto più numerose saranno le mutilazioni infertele contemporaneamente. Mi associo all’augurio espresso dall’onorevole Fazio che la statua del Redentore, posta su quelle montagne, ed il ricordo della comune resistenza per la libertà possano fra noi e la Francia essere simbolo e presagio di una pace schietta e costruttiva. (Vivi applausi). Isole dell’Egeo. Accennando alle isole dell’Egeo scrivevo: «L’Italia, dal 1912 in qua, ha profuso milioni e milioni per opere pubbliche, per bonifiche agricole, per attività industriali e artigiane, per la coltura e per la valorizzazione artistica delle isole dell’Egeo. Il popolo italiano di buon grado vedrà tali isole affidate alla Grecia quale contributo di riparazione e pegno di amicizia tra le due nazioni mediterranee. Peraltro, agli italiani residenti in Rodi, la cui opera è stata per tanti anni intimamente connessa con la vita economica delle isole, dovrebbe venire data, mediante la concessione di determinate garanzie, la possibilità di continuare la propria attività». Colonie. Questa era la formula del 22 agosto sulle colonie: «Prima dell’impresa di Mussolini contro l’Etiopia l’Italia democratica non ha mai considerato la sue colonie come strumenti di impero, ma come zone di lavoro per l’esuberanza della popolazione italiana. Sotto questo stesso aspetto le considera anche l’Italia democratica di oggi onde, in ipotesi, fra gli interessi del lavoro italiano e il metodo di amministrazione fiduciaria non dovrebbe esistere incompatibilità di principio. In pratica tale metodo collettivo non corrisponde alle particolari esigenze, però, delle colonie italiane, data specialmente la fondamentale differenza fra la concezione e la prassi coloniale italiana a carattere migratorio e quella anglosassone, principalmente basata sulle materie prime e sui mercati. Desidero accennare a due questioni, che, secondo informazioni ricevute, sembrano essere più discusse: il destino della Cirenaica e quello dell’Eritrea. Ci pare di capire che, mentre non vengono sollevate obiezioni circa la sovranità italiana in Tripolitania, quanto alla Cirenaica si desiderano garanzie strategiche, atte a dare completa sicurezza. Noi pensiamo che tale sicurezza possa ottenersi mediante creazione di zone strategiche e basi aeree e navali nonché mediante altre garanzie nella zona di Tobruch e di altre zone, senza privare l’Italia dell’altipiano cirenaico che essa ha già, in pratica, trasformato in territorio atto ad accogliere la sua emigrazione agricola. Del pari, se forse ancora per la Somalia può mettersi in discussione il sistema dell’amministrazione fiduciaria, per la nostra vecchia colonia dell’Eritrea il mantenimento della sovranità italiana sembra essenziale, e ciò è pienamente conciliabile con le esigenze dell’Etiopia per uno sbocco al mare, per il quale l’Italia ha costruito la strada Dessiè-Assab. Tale accesso potrà essere garantito sia entro i confini italiani sia, ove lo si richieda, mediante rettifiche di frontiera». Anche qui lo sviluppo delle trattative ha fatto cammino. Io ringrazio in modo particolare il senatore Einaudi per quanto di interessante ha detto circa il sistema coloniale e, soprattutto, per il rilievo che egli ha fatto circa l’attività italiana in queste colonie. Essenziale mi pare anzitutto lo stabilire: si vuole risolvere la questione coloniale italiana in senso punitivo, come sanzione, perché non saremmo degni di partecipare all’opera di civiltà nel campo coloniale insieme con le altre nazioni del mondo? In tal caso noi chiediamo che l’ONU, cioè l’Organizzazione internazionale, faccia una inchiesta serena sopra l’attività italiana nelle colonie, sopra i progressi fatti da quelle popolazioni, sopra gli investimenti che l’Italia ha fatto per uno scopo di civiltà e di cultura. Invece, se si tratta di imporre garanzie di sicurezza, non avremo difficoltà ad ammetterle. Se, infine, si tratta di controlli o consigli di vigilanza, non facciamo opposizioni. Dirò di più: qualunque sia l’amministrazione che sembra accettabile ad altri in altre colonie, anche noi l’accetteremo. Ma è certo che l’amministrazione delle colonie deve essere legata con vincoli particolari con la metropoli, perché – per noi, in modo particolare – essa è un problema di lavoro. Non è possibile che le colonie vengano affidate ad una amministrazione di sei o sette Stati contemporaneamente, con la stessa forza e con la stessa possibilità di intervento. Non è possibile, a meno che non debbano rimanere colonie completamente avulse da responsabilità e da interventi diretti sostanziali da parte di una potenza amministratrice. Io penso, contrariamente a quello che taluno ha qui espresso, che ci possa essere ancora qualche speranza circa le nostre colonie. Sapete perché? Soprattutto perché sono colonie non ricche. (Commenti). E a meno che non si voglia pensare a soluzioni di carattere militare, nel qual caso non è più in questione la sorte d’Italia, ma quella del mondo, della nuova costruzione del mondo; a meno, dicevo, che non si voglia pensare ad una soluzione militare, io non credo che ci sarà gara per sfruttare petroli che non ci sono, miniere che non esistono. La gara per trasformare il deserto in bonifica non ci sarà e queste terre o torneranno agli italiani o dove era il deserto tornerà il deserto. (Vivissimi generali applausi). Comunque io vorrei ripetere una dichiarazione, in modo particolare dopo quanto ha esposto il senatore Einaudi. Noi siamo per l’autonomia delle genti delle colonie. Più presto questa evoluzione si perfezionerà, più facilmente vi potremo collaborare. Noi siamo per tutte le forme di amministrazione e non creiamo delle pregiudiziali di responsabilità o sovranità assoluta nel senso militare; domandiamo soltanto che ci venga affidata l’amministrazione in base alla esperienza che abbiamo saputo fare e che ci venga affidata in modo che la possiamo veramente compiere. Ancora una questione che è stata toccata in questo largo dibattito: quella delle riparazioni. La formula più concreta che è stata finora presentata, anzi appena accennata nelle discussioni, è stata quella dell’America relativa ai beni italiani all’estero. Ma io spero che, a seguito di maggior riflessione, questa proposta si troverà inutile, come è di fatto inaccettabile. È possibile trasferire da un paese all’altro la proprietà di una grande industria senza, forse, che questa ne soffra nella sua consistenza tecnica; ma è impossibile trasferire la proprietà di un ristorante modesto, di un azienda artigianale, di una piccola colonia agricola senza stroncarla e ridurne l’antico proprietario in una situazione di miseria, dato che di regola il mercato locale non ha bisogno di operai vecchi e senza mezzi, e perché anche la valuta italiana eventualmente fornita dal Governo italiano non avrebbe forse sufficiente capacità di acquisto in paesi stranieri. Ne consegue che l’espropriazione degli italiani all’estero equivarrebbe alla punizione di elementi i quali neppure durante la guerra avevano contravvenuto alle leggi e agli interessi dei paesi ospiti, ove non contavano che amici. Ne conseguirebbe un’enorme distruzione di valori che non gioverebbe né all’economia italiana né all’economia internazionale. Ci sarebbe un secondo effetto disastroso per l’avvenire; direi quasi uno stroncamento di ogni normale movimento migratorio. Se anche lo straniero, chiamato amichevolmente da altro paese per costruirvi una nuova dimora e al quale nessuno aveva imposto di mutare nazionalità, potesse in qualunque momento vedersi spogliato dei frutti della sua fatica che, fiducioso nell’ospitalità di chi l’accolse, aveva posto nelle sue mani, se tutto ciò potesse accadere, non come sanzione di un abuso di ospitalità ma per il fatto esclusivo di un Governo lontano sui cui atti l’emigrato non può minimamente influire, allora verrebbe meno in chi è disposto a lasciare la propria terra il primo incentivo alla speranza di far fortuna, all’ansia di crearsi una prosperità. Tutti gli Stati americani sanno assai meglio di noi europei quanto sia grande la capacità costruttiva di pochi uomini in un paese nuovo. Scoraggiare questi uomini, distruggerne il potere e le speranze, significherebbe impoverire il mondo. In verità, se io vi devo dire il mio stato d’animo alla vigilia di nuove trattative, dovrei dichiarare che la mia trepidazione è grande e profonda. Tutta una politica pazza di aggressioni fasciste è contro di noi. (Approvazioni). Il consultore Zoccoli mi ha ricordato l’espressione di un colonnello inglese che ricordava l’attacco ad Alessandria. Eh, lo so. È uno degli argomenti principali che si muovono contro di noi anche per la nostra opera coloniale. Se l’impero inglese ha potuto temere, ad un certo momento, che gli italiani al comando dei tedeschi, passato il Mediterraneo, cercassero di prendere alla gola l’impero britannico e gli tagliassero le vie per l’India, non si può pretendere che questo pericolo corso non influisca sopra la mentalità e sopra le precauzioni che si intendono prendere. È per questo che nelle proposte che facevamo, riguardanti le colonie, mettevamo innanzi la questione strategica e dicevamo: prendete pure le vostre precauzioni; non possiamo pretendere che ci crediate sulla nostra parola. Vi affermiamo però che in Italia si consoliderà il regime democratico e che mai una simile follia si ripeterà nella nostra storia. Abbiamo contro di noi tutta una propaganda, fatta con molta abilità, di fotografie di orrori, di album color sangue, di mutilazioni, di stragi; ed io, quando sono comparso dinanzi al tavolo verde nella Lancaster House, ho visto che ormai i banchi ne erano pieni. Che cosa dobbiamo fare noi? Opporre fotografia a fotografia – e le abbiamo – album ad album, prove di mutilazioni a prove di mutilazioni? Ma a che cosa serve? Dovremmo proprio accettare come un destino inesorabile dell’umanità il triste presagio dell’Adelchi morente: «la man degli avi insanguinata seminò l’ingiustizia, i padri l’hanno / coltivata col sangue; e ormai la terra altra messe non da» ? Noi ci rifiutiamo di disperare. Rinunciamo a questa polemica, a questa propaganda di orrori per quanto le tristi vicende balcaniche e la guerra che si svolse fra quelle stirpi ci dessero molti documenti. Diciamo invece che bisogna vivere e sperare in un mondo migliore. L’ho detto altre volte, ma è una professione di fede che mi piace ripetere. Credo in due forze essenziali nella vita internazionale per quanto riguarda l’Italia. Credo al cammino del nostro pensiero e della nostra civiltà. Gli americani desiderano – gli americani specialmente – che noi, nel trattato, assumiamo l’impegno di difendere, di mantenere e salvaguardare le quattro liberta. L’ho già dichiarato un’altra volta qui; nessuna difficoltà perché non abbiamo bisogno di copiare formule altrui, basta richiamarsi alla nostra istoria: non è un caso che i morti delle Fosse Ardeatine siano così vicini a centinaia e migliaia di martiri che sono morti per la libertà della fede, perché questi e quelli sono morti per la libertà delle coscienze, per la libertà e la dignità della persona umana. (Vivi applausi). E ho fede, accanto al cammino della civiltà, nelle forze del lavoro. Ho ascoltato con commozione il discorso di Mariani che, rappresentando la camera del lavoro di Milano, è l’interprete di uno dei più grandi centri operai, e soprattutto mi sono rallegrato della notizia che mi ha portato ieri il ministro del lavoro, annunciandomi l’accordo fra industriali ed operai per la smobilitazione dell’industria, con grandi sacrifici delle due parti, ma in particolar modo degli operai. Bisogna prendere atto di questo trionfo della moderazione, della ragionevolezza, della coscienza di solidarietà degli uni e degli altri, specie dei lavoratori. (Approvazioni). Bisogna prendere atto per la cosa in sé, e bisogna prenderne atto anche in una discussione di politica estera, perché purtroppo in qualche giornale anche estero si esagerano talora i movimenti operai quasi che tutta l’Italia fosse in convulsione continua, scambiando inevitabili manifestazioni di malcontento come uno spirito di decomposizione dello Stato. Ora preghiamo i giornalisti di prendere atto che ben più importante è questo accordo di solidarietà, che dovrebbe incitare anche dall’altra parte il credito anche all’estero ad essere meno restio nell’esercitare la sua funzione. (Applausi). Dirò che allo stesso ottimismo sono giunto trattando con i reduci. Ci sono manifestazioni, torbidi; ci sono stati degli episodi dolorosi. Ma pensate alla psicologia di queste centinaia e migliaia di uomini che tornano dai campi di concentramento. Pensate alla disperazione che li prende quando, dopo aver sognato un paese dove la vita sia ricostruita, si trovano dinanzi a rovine; e soprattutto quando si trovano dinanzi a dissensi che non comprendono e quando non possono capire le difficoltà di cui non conoscono la fatalità. Quindi, ci vuole pazienza. Bisogna cercarli e nello scambio delle idee e dei sentimenti ricostruire l’unità nazionale. Ho parlato con parecchi di loro, ed accanto all’aculeo dei loro bisogni ho sentito un profondo inalterato amore per il loro paese, amore che è stato acuito dalla desolazione attraverso la quale sono passati. E direi che mi pare quasi provvidenziale che ieri mi sia arrivato da un paese del Trentino il diario di un marinaio, il cui contenuto è di tale importanza che meriterebbe di venire stampato. Un modesto marinaio, il quale si trovava a Lero l’8 settembre, racconta la storia della sua odissea, veramente straordinaria. La storia dei nostri patimenti non è ancora scritta. Abbiamo sentito dall’illustre generale Oxilia la storia della divisione «Garibaldi» e dei suoi combattimenti nel Montenegro. Abbiamo sentito raccontare gli orrori, i patimenti che hanno sofferto molti di coloro che, datisi alla guerriglia, dovevano attraversare zone inospitali e correre il rischio di essere presi per avversari; coloro che sulle giogaie dell’Olimpo vissero quattro mesi senza vesti, completamente nudi, bruciacchiandosi il corpo dinanzi a grandi fuochi, per non perire di freddo. Ed ogni volta che ne incontro uno, sento un tragico romanzo nuovo, e ripeto veramente la storia dei patimenti degli italiani è immensa; non si è ancora costruita ma ce n’è già abbastanza oggi per chiedere che si riconosca che è una storia di espiazioni per gli errori commessi da altri. Se leggo questo diario, vedo il modesto marinaio che passa in tre anni penosissimi da un’isola all’altra, da un ospedale all’altro, per finire a Bombay e da Bombay ritorna ad Alessandria ove incontra migliaia di altri prigionieri italiani chiusi, come egli scrive, entro reticolati, come gabbie, sotto gli ardori del deserto, e sento che i prigionieri lontani gli hanno dato un solo incarico, quello di baciare il suolo della patria, e ne sono profondamente commosso. «Giurai – continua il diario – dinanzi a loro di fare tutto ciò che le mie forze mi permettono, perché le loro parole mi facevano soffrire e mi strappavano il cuore. Poi, finalmente, il 14 ottobre sbarcai a Taranto, e ho visto tutto in quelle condizioni. Mi misi le mani agli occhi e piangevo pensando a quei poveretti che stanno a soffrire e sperano di trovare una terra migliore». E al Presidente nulla domanda ma conclude: «Le invio questo diario solo con la speranza che non vada cestinato, e perché cerchiate di far passare qualche parola sul cuore di tutti gli italiani, per poter ancora far diventare unita l’Italia; e che sapessero amarla come noi anche da lontano ci siamo sacrificati e l’abbiamo amata anche contro la morte». Il nome non conta. Questo è il reduce ignoto, è il linguaggio di centinaia e migliaia di reduci. (Vivissimi generali applausi). Anch’egli uomo di popolo, uomo di lavoro. Mi pare che tutto questo al di là delle formule giuridiche e dei trattati, mi consoli e mi conforti a sperare. Che se il popolo italiano manterrà queste sue virtù essenziali e non cederà più a seduzioni di mitologie politiche, ma marcerà sulla larga via della libertà e della fratellanza umana, l’Italia riprenderà il suo cammino nel mondo. (Vivissimi, generali prolungati, applausi – Moltissime congratulazioni).
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Con telegramma in chiaro n. 95/C ho trasmesso un brano del discorso pronunciato il 29 dicembre u.s. da Palmiro Togliatti al Congresso del Partito comunista relativo al problema delle nostre frontiere settentrionali . Voglia richiamare al caso l’attenzione di codesti ambienti politici e giornalistici sulle frasi anzidette ponendo in rilievo completa unanimità di vedute che in merito questione Alto Adige esiste fra tutte le correnti politiche italiane .
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Governo britannico ci ha manifestato sua sorpresa per disappunto provocato in Italia da decisioni Convegno Mosca . Abbiamo naturalmente risposto che siamo a nostra volta sorpresi della sorpresa. Comunque, poiché una Reuter ufficiosa ha dato un elenco delle ragioni che avrebbero motivato il nostro scontento o inesatto o falso, abbiamo provveduto a rettificare. Reuter ha affermato che Italia si lagna: per mancanza libertà condurre negoziati commerciali con terzi, libertà di cui invece godrebbe in pieno; per contrarietà alleata a ripresa relazioni dirette italo-jugoslave; per rinvio pace a tempo indeterminato. Lei sa che libertà negoziare è più teorica che reale; che sappiamo perfettamente che ripresa con Jugoslavia è incoraggiata e non ostacolata dagli Alleati; che procedura prevista a Mosca può perfettamente prestarsi a remore e rinvii. Ragioni nostro scontento sono state comunque da me direttamente illustrate a rappresentanti alleati : esse si accentrano sopra tutto su circostanze che cobelligeranza, con tutto quanto essa comporta, è stata almeno apparentemente negletta e Italia accomunata in blocco a Paesi vinti, senza discriminazioni almeno apparenti. Nel frattempo si è insabbiato a Mosca anche quel modus vivendi provvisorio che avrebbe almeno dovuto sgravarci dalle pesanti clausole economicofinanziarie dell’armistizio, le quali rappresentano un inceppo insormontabile alla ricostruzione e una lenta emorragia, che è necessario tamponare, come lo stesso Byrnes ha riconosciuto ieri nelle sue dichiarazioni alla stampa.
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Ho diretto alla Presidenza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite il telegramma che trascrivo: «Nel giorno in cui si iniziano a Londra i lavori dell’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite il Governo italiano tiene a far pervenire a tutte le Nazioni rappresentate il suo saluto e il suo voto augurale. In nome del leale spirito di collaborazione che ha animato l’Italia in guerra e della profonda coscienza democratica che la anima in pace, il Governo italiano rivolge in pari tempo alle Nazioni Unite, a fianco delle quali ha combattuto per venti mesi e di cui tante le sono così prossime di cultura e di sangue, un nuovo caldo, amichevole appello perché il suo popolo sia al più preso possibile rinserito nella comunità internazionale e nello sforzo inteso ad assicurare la pacifica e giusta ricostruzione del mondo e l’ordinata convivenza fra le Nazioni» . Voglia pregare la Presidenza stessa di voler trasmettere copia del nostro telegramma a tutte le delegazioni presenti. Aggiungo, per sua norma, che una iniziativa siffatta fu da parte nostra adottata anche all’inizio della riunione di San Francisco. Benché l’iniziativa non abbia avuto allora nessun seguito, fu comunque ad un certo momento prospettata la possibilità di autorizzare la presenza di un nostro rappresentante, almeno a titolo ed in veste di osservatore. Quantunque non creda alla possibilità, neanche oggi, di un risultato diverso, ritengo peraltro utile e a tutti i fini insistere sullo stesso tasto, anche in vista della riammissione italiana all’Organizzazione Internazionale del Lavoro , avvenuta nel frattempo e che costituisce certamente un primo concreto passo nella direzione giusta.
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Suo 23 e precedenti. Nostre proposte in materia economico-finanziaria sono state trasmesse a Kirk subito con l’avvertenza che codesta ambasciata era stata incaricata di presentarle direttamente al Dipartimento di Stato. Copia delle stesse proposte è stata in pari tempo trasmessa a Carandini, lasciandolo arbitro di giudicare se fosse o no opportuno consegnarle al Foreign Office nel loro testo integrale o servirsene semplicemente come concreta indicazione e preciso orientamento. Tale procedura è stata seguita sia, com’ella ha giustamente osservato, per dare priorità al Dipartimento di Stato, trattandosi di iniziativa americana, sia perché proposte stesse avrebbero potuto, se fatte proprie da Washington, acquistare presso il Governo britannico ben altra autorità e peso. La avverto che, nonostante assicurazioni dateci in passato, Foreign Office, in una nota direttaci ier l’altro, ritiene di dover sottolineare che «circa la questione del modus vivendi, vi è stato sempre scarso incoraggiamento da parte del Governo britannico, al quale non sono mai piaciute proposte di questa natura e che ha preferito lavorare per la rapida conclusione di un trattato di pace». Risultato di questo lavoro è, naturalmente, che non abbiamo né modus vivendi né trattato di pace. Dica costì che apprezziamo ben altrimenti atteggiamento nordamericano ed esprimiamo nostra riconoscenza per rinnovata iniziativa di cui Dunn le ha accennato, assicurando massima segretezza da parte nostra. Non so, ma è questo un problema di altro ordine, se procedura di preventivamente interpellare Mosca, possa, naturalmente per quanto ci concerne, essere stata la più consigliabile. Vi sono certamente soluzioni, soprattutto in materia economico-finanziaria, che anglo-americani avrebbero potuto adottare senza interpellare altri, come ad esempio il memoriale Macmillan dimostra e la concessione americana di accreditarci il soldo delle truppe conferma. Comunque, Quaroni ritiene che Russia, avendo avuto per tutto quello che concerne trattati di pace in generale tutte le soddisfazioni che poteva desiderare, non dovrebbe sollevare obbiezioni di principio che mi sembrano invece più probabili oggi da parte britannica, nonostante che Noel-Baker , in una recente conversazione con Carandini (29 dicembre) si sia espresso fra l’altro in questi termini evidentemente contrastanti con quelli della nota del Foreign Office in alto citata: «Certamente è un peccato che americani abbiano lasciato cadere loro iniziativa rinunziando presentazione promesso piano modifiche armistizio, che era da tempo atteso a Londra e che potrebbe prestarsi a una soluzione transitoria, se tempestivamente discusso». Approvo in ogni caso sua azione che, se coronata da successo, potrebbe, più efficacemente di quanto non si creda, sollevare in questo duro inverno e alla vigilia elle elezioni, lo spirito e l’animo del popolo italiano.
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Mio telegramma odierno . A proposito atteggiamento sovietico in materia revisione armistiziale converrebbe forse ella facesse presente al Dipartimento di Stato, se lo ritiene opportuno, che nuova generica domanda di adesione a un non precisato progetto di revisione, dovrebbe essere seguita a scadenza brevissima da presentazione progetto stesso nella sua forma concreta. Ricordi che sin dallo scorso novembre Dekanozov dichiarò Quaroni ritenere difficile che Governo sovietico possa pronunciarsi su proposte non definite e che gli occorreva sapere in precedenza quali modificazioni concrete Washington intendeva in pratica proporre. Ricordi altresì che lo stesso Dekanozov nella stessa occasione ebbe ad affermare, circa clausole finanziarie, che, siccome prestazioni italiane vanno esclusivamente a profitto anglo-americani, è a questi ultimi che tocca decidere. Ella mi informa (suo 13) che sono costì in elaborazione vari progetti di modus vivendi di respiro più o meno ampio e da definitivamente elaborarsi a seconda della risposta di Mosca. Ma io credo, tutto sommato, che codesta procedura possa prestarsi facilmente a ulteriori remore e resistenze e che più consigliabile sarebbe dunque cercare di cristallizzare il problema, uscendo dal generico, in una formula concreta.
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Le sarà certamente noto che, nella seconda metà di novembre scorso, si sono svolte nella cosidetta «Istria croata» (con tale termine gli jugoslavi intendono designare l’Italia a sud del fiume Dragogna) delle elezioni che erano state annunciate come «amministrative». Se queste elezioni non avessero avuto effettivamente altro scopo che quello di provvedere all’amministrazione locale, non giudicherei necessario intrattenerla su tale argomento. Ma, al contrario, esse sono state gradatamente trasformate sì da concludersi in una vera e propria forma di speculazione politica tendente a dimostrare un’unanime volontà da parte degli slavi e degli italiani di tutta la Venezia Giulia di vedere la regione annessa alla Jugoslavia. Le elezioni sono state indette senza che sia possibile identificare chiaramente il provvedimento legislativo in base al quale esse sono state fatte. È mancata qualsiasi seria garanzia per la formazione delle liste elettorali, per il segreto e la libertà del voto. Le operazioni elettorali si sono svolte in un’atmosfera di intimidazione. In innumerevoli località elementi italiani subirono minacce che andavano dall’annuncio che gli astenuti sarebbero stati privati delle carte alimentari, fino alle intimidazioni più gravi concernenti la libertà ed anche la vita stessa degli eventuali astenuti. Scritte murali e discorsi di propagandisti dichiaravano gli astenuti e i contrari come nemici della causa popolare identificata con la causa jugoslava. Prima dell’inizio delle operazioni elettorali, e nel corso delle stesse, vennero compiuti numerosissimi arresti. Quanto ai risultati di tali elezioni, essi vennero senza alcuno scrupolo alterati. Infatti, secondo le cifre pubblicate da parte jugoslava, la partecipazione alle urne sarebbe stata quasi totale, e quasi totalitaria l’adesione alle liste uniche presentate. Ora, da innumerevoli informazioni in mio possesso, risulta che gli astenuti furono moltissimi, e numerosissime le schede bianche o recanti scritte inneggianti all’Italia. Lo scopo effettivo di tali pseudo elezioni si è chiaramente rivelato nella fase finale delle operazioni elettorali, e precisamente con le elezioni svoltesi a Parenzo per la nomina del «Comitato popolare regionale dell’Istria». Dai discorsi tenuti nell’«Assemblea» che doveva nominare dal suo seno i membri del «Comitato», è apparso che tali elezioni «democratiche e segrete» sono state condotte sotto la guida dell’«Unione antifascista italo-slovena», organo notoriamente completamente dominato dagli agenti jugoslavi. Fra i delegati presenti a Parenzo si notavano pure dei pretesi delegati di Pola e Trieste, nonché rappresentanti del «Comitato regionale popolare del litorale sloveno», dell’amministrazione militare jugoslava in Istria ed anche un deputato e membro della Costituente jugoslava. Vari oratori hanno affermato la plebiscitaria volontà delle popolazioni istriane, triestine e polesane di unirsi alla Repubblica federativa jugoslava. I membri (15), nominati dal «Comitato popolare regionale dell’Istria» vennero dichiarati soli autentici rappresentanti della volontà popolare della Venezia Giulia. Tali affermazioni sono state riassunte e ribadite in forma solenne in una mozione finale nella quale anche si dichiara, a nome delle predette popolazioni, «la più ferma volontà di continuare a marciare sotto la guida del maresciallo Tito e la volontà di lottare contro qualunque tentativo di separare l’Istria, o qualsiasi parte della Venezia Giulia, dalla Repubblica jugoslava». In vista di quanto precede non posso esimermi dall’esternare a lei, caro ammiraglio, nella sua qualità di capo della Commissione alleata, i miei sentimenti di viva contrarietà per metodi di lotta politica tanto lontani da ogni genuino spirito democratico, e dal formulare la mia protesta ed ogni riserva per questa nuova manovra tentata dagli jugoslavi per coartare o mistificare la volontà degli italiani dell’Istria .
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Attiri, la prego, l’attenzione del signor Exindaris , membro della delegazione greca all’Assemblea dell’ONU, sulla seguente frase della mia recentissima dichiarazione alla Consulta. «Farebbero male, all’interno, coloro che, trascurando la realtà d’una prima guerra perduta dalla dittatura, non fossero disposti a riconoscere i torti fatti ai popoli vilmente e temerariamente aggrediti e qui volgo il mio pensiero espiatorio alla Francia, ai Paesi balcanici, vittime di una megalomania folle e in particolare alla Grecia, Paese che era stato sempre fra i nostri amici e che vivamente speriamo ridiventi tale» .
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Abbiamo firmato ieri l’altro un accordo commerciale con la Spagna per la sistemazione del noto credito di cinque miliardi di lire. La prego di spiegare a codesto Governo che accordo è unicamente inteso a ritogliere al regime Franco almeno parte dei risparmi del popolo italiano che gli fu a suo tempo prestata dal regime fascista. Nelle condizioni in cui ci troviamo è necessario mobilitare ogni nostro credito per sopperire ai bisogni gravi ed urgenti del Paese. Ma, ripeto, ogni interpretazione che andasse al di là di questa necessità materiale sarebbe arbitraria e falsa. Nostra posizione nei riguardi Spagna resta quella di cui al mio telegramma n. 5019 del 7 agosto scorso anno .
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Governo autorizza presentazione domanda prestito Import Export Bank raccomandando indicare cifra che possa essere giustificata da necessità completare finanziamento importazioni essenziali 1946. Prega far conoscere appena possibile condizioni eventuale concessione prestito onde poter valutare capacità Tesoro far fronte interesse e ammortamento che dovrebbe in ogni caso cominciare dopo congruo periodo tempo.
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Nel mio discorso alla Consulta che le trasmetto per corriere, ho dato pubblica notizia delle assicurazioni dateci da parte anglo-americana circa decisioni Mosca. Prendo atto con soddisfazione della conferma di Harvey. Com’ella giustamente osserva, ciò che è per noi di estrema importanza è il modo ed il tempo della nostra consultazione. La quale dovrebbe essere effettiva e sostanziale, e cioè elemento attivo e formativo delle decisioni che saranno in definitiva adottate. È molto opportuno, ed è anzi necessario, che ella insista su questo punto. Presenza Jugoslavia, Grecia, Etiopia alla conferenza successiva è indubbiamente per noi ragione di preoccupazione, tanto più se, come Harvey assicura, conferenza stessa avrà ampia facoltà discussione e finale capacità approvazione. Vi è poi, fra i Ventuno, uno schieramento di forze press’a poco analogo, aggravato dalla certezza che le Potenze tendenzialmente a noi ostili agiranno presumibilmente compatte. Non so, dopo l’esempio australiano della scorsa Conferenza di Londra, se altrettanto può prevedersi, per l’altro gruppo. Certo è che potrebbero nascerne complicazioni gravi, se mancasse un’azione concorde, ad esempio, dei Dominions britannici. Non so quali attuali possibilità possa avere la revisione dell’armistizio. Ma non vi è dubbio che una modificazione sostanziale, almeno delle sue clausole economico-finanziarie che potesse esserci accordata subito, avrebbe effetti estremamente benefici non solo economici ma anche morali e politici.
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Le sono molto grato per la sua lettera e per il ricordo dei tempi in cui sedemmo insieme a Vienna nella Camera dei deputati del vecchio impero asburgico. Da allora oltre un trentennio è trascorso ed è invero sorprendente che un parallelo destino abbia voluto riservarci – dopo le ultime tempestose vicende internazionali – le responsabilità di governo dei nostri due Paesi confinanti. Anche per me questa coincidenza di circostanze è fonte di sincero compiacimento e mi associo cordialmente alla speranza da lei espressa che la nostra personale conoscenza contribuisca ad agevolare lo sviluppo amichevole dei rapporti tra l’Italia e l’Austria.
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Suo 62 . La prego spiegare subito al Dipartimento di Stato che mancato accoglimento richiesta prestito R. legazione in Atene ha delle ragioni serie, di cui molto speriamo esso vorrà tener conto per modificare illazioni trattene – che sembrano sproporzionate – e che V.E. illustra. Sono dunque in corso da tempo tra questo ministero e rappresentante greco presso Comitato consultivo per l’Italia, Exindaris, conversazioni ufficiose intese concretare ripresa relazioni diplomatiche fra due Paesi. Iniziativa, che sembrava matura qualche settimana or sono, ha subito ultimamente remore varie anche in ragione confusa situazione politica ellenica, ma potrebbe in questi giorni entrare, a quanto sembra, in una fase migliore. È superfluo sottolineare importanza che avrebbe per noi ripresa con la Grecia che fosse concretata prima discussione pace, sia in quanto importerebbe principio di concreta pacificazione con uno degli stati a noi più ostili, sia in quanto potrebbe certamente neutralizzare contrasto in seno Conferenza pace, di cui Grecia fa parte. Ora è chiaro che occupazione nostra legazione da parte alleata, non potrebbe in questo momento e con queste prospettive che avere anche un significato politico, sottolineare cioè da parte nostra la certezza di un fallimento delle faticose conversazioni di cui le ho fatto cenno. Tenga presente che abbiamo in passato rifiutato di aderire ad analoghe richieste britanniche per la R. ambasciata a Londra e la R. legazione al Cairo e svizzere per la R. legazione a Teheran. Tenga altresì presente che tanto Charles che Kirk sono vivamente avversi alla richiesta nord-americana, in quanto apprezzano in pieno le motivazioni generiche e specifiche che ne hanno motivato il mancato accoglimento da parte nostra. La prego di spiegare quanto precede in termini molto amichevoli al Dipartimento di Stato. Sarebbe assolutamente ingiusto continuare a qualificare come assenza di collaborazione un gesto che è dettato da precisi interessi nazionali. È superfluo le dica che nulla ci sarebbe stato più gradito che accogliere immediatamente una richiesta proveniente da un governo verso il quale abbiamo tante e così grandi ragioni di gratitudine. Le sarò grato se vorrà telegrafarmi quanto le sarà detto al riguardo . Se poi dovesse constatare che malumore comunque persiste, dica pure che sono pronto a dare senz’altro autorizzazione richiesta come gesto d’amicizia verso gli Stati Uniti e nonostante pregiudizio che ciò potrebbe, come le ho detto, arrecarci.
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Mentre, dopo presi con Alleati necessari accordi, stavamo per procedere riconoscimento Repubblica albanese, Governo Tirana ha informato Turcato considerare esaurita sua missione e lo ha pregato rimpatriare entro pochi giorni . Ignoriamo motivo provvedimento che ci sorprende. Turcato era stato inviato Tirana in base accordo concluso suo tempo colà da sottosegretario Palermo . Stesso accordo prevedeva invio rappresentante ufficioso albanese a Roma pel quale abbiamo dato nostro benestare sino dall’8 settembre, ma che non ha potuto ancora raggiungere sua sede per lentezza pratiche svolte da Commissione alleata e Comando Caserta nonostante nostri ripetuti solleciti. Tale ritardo non è quindi per nulla imputabile a noi. Pregola voler informare di quanto precede codesto Governo chiedendone appoggio per ottenere che Governo albanese receda possibilmente da decisione suindicata. Come le è noto, abbiamo ancora in Albania qualche migliaio specialisti da tutelare (operai, tecnici e professionisti sopratutto medici) che Governo albanese trattiene obbligatoriamente in servizio e che in base accordi Palermo-Hoxha dovrebbero venire sostituiti con altri assunti liberamente mediante regolare contratto. È inoltre in progetto ripresa scambi commerciali italo-albanesi. È infine nostro intendimento normalizzare sempre più rapporti fra i due Paesi e ristabilire fra essi fiduciose relazioni amicizia. Compito nostra missione non può quindi considerarsi esaurito e suo rimpatrio farebbe penosa impressione in Italia dove risiedono rappresentanti militari Governo albanese, che sono trattati con massima liberalità e dove sorte nostri connazionali tuttora in Albania è seguita con ansioso interesse. Telegrafi.
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Suo 9 . Ringrazi Dekanozov per le assicurazioni datele. Ciò che è per noi essenziale è il tempo e il modo in cui la nostra consultazione potrà in concreto attuarsi. Che esposizione nostro punto di vista possa cioè essere in qualche modo formativa delle decisioni finali che saranno per essere adottate. Noto per il resto che l’esposizione del nostro punto di vista ci è stata consentita a Londra soltanto per quanto riguarda la Venezia Giulia. E che non abbiamo mai richiesto di essere trattati come vincitori, ma soltanto non, dico non, come vinti. Che i sacrifici innumerevoli della cobelligeranza abbiano cioè il peso e importino le conseguenze che equità e giustizia domandano.
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A puro titolo di informazione confidenziale le segnalo che questo ambasciatore d’Inghilterra mi ha chiesto se io non ritenga possibile che generale de Gaulle abbia inoltrato le sue richieste su Tenda e Briga col preordinato proposito di ritirarle a momento opportuno. Egli guadagnerebbe in questo modo ed in quel momento l’unanime popolarità e consenso italiani e assicurerebbe nel modo più efficace il definitivo rinsaldamento delle relazioni francoitaliane. Ho risposto che la manovra sembra troppo machiavellica per essere vera. Tale unanimità di consensi sarebbe d’altra parte già acquisita attraverso una semplice iniziale moderazione. Le segnalo quanto precede anche perché mi par riveli da parte britannica almeno un’ombra di celata preoccupazione nei confronti di un definitivo e solido riavvicinamento italo-francese.
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Mio telegramma n. 49 . Quest’ambasciata degli Stati Uniti mi ha dato ulteriori chiarimenti ed informazioni sulla nota richiesta di prestito della R. legazione ad Atene. Credo di avere spiegato a sufficienza le ragioni di puro carattere nazionale che ci hanno, nostro malgrado, indotto a non aderire subito al desiderio espressoci. Ma indubbiamente prevale oggi, nel mio animo, il proposito di far cosa grata a codesto Governo. La prego dunque di far immediatamente sapere al Dipartimento che il Governo italiano è molto lieto di porre senz’altro a disposizione la sede di Atene. Nel caso che, in questo periodo, dovessero, come tutti ci auguriamo, essere riprese le relazioni con la Grecia, contiamo sull’assistenza americana perché il nostro rappresentante possa avere colà una sistemazione adeguata.
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Ringrazi Nenni per segnalazione di cui suo 71. Offerta Spaak è interessante e va seguita, nonostante io sia d’accordo con lei sulla improbabilità di un ulteriore corso. Invio lavoratori in Belgio incontra difficoltà nella circostanza che non esiste in Italia che una ristretta categoria dei minatori richiesti disposti accettare offerta. Comunque un primo scaglione è partito. Aggiungo per sua norma che mio telegramma era stato elaborato in modo volutamente vago, appunto per lasciare ai destinatari la possibilità di interpretarlo a seconda delle circostanze. Ma se sondaggi Spaak dovessero – ciò che, ripeto, non credo probabile – dare un qualche frutto, ricordasi che una richiesta esplicita fu da noi fatta sin dalla vigilia della Conferenza di San Francisco e che, nel frattempo, siamo stati ammessi, a parità di diritti, in seno all’Ufficio Internazionale del Lavoro.
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Il R. ambasciatore in Londra informa fra l’altro che la questione «dell’Alto Adige è ormai in primo piano, tanto più in quanto il Governo di Vienna, dopo avvenuto riconoscimento, è in grado di avanzare richieste ufficiali e può chiedere di essere ascoltato alla Conferenza». Attiro in proposito l’attenzione di V.E. sulle parole da me pronunziate nel mio discorso del 21 corrente alla Consulta che trasmetto per corriere, a proposito della frontiera del Brennero. Risulta anche a me che sopra tutto negli ambienti britannici, Foreign Office compreso, azioni austriache hanno in questi ultimi tempi guadagnato pericolosamente quota. Pregherò nei prossimi giorni gli ambasciatori delle quattro Potenze interessate di voler consegnare al Comitato dei quattro un ulteriore promemoria italiano ove, in attesa della nostra diretta consultazione, è ancora una volta riesposto ed energicamente riaffermato il nostro punto di vista nei confronti dell’Alto Adige. Trasmetterò, appena possibile, il testo. È intanto più che mai necessario ella continui, anche da parte sua, a svolgere ed intensificare ogni possibile azione per rimontare corrente .
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Suo 20 . Questione truppe generale Anders , piuttosto che frammentariamente trattata seconda circostanze e avvenimenti contingenti (quali provocazioni, incidenti, ecc.), deve essere in primo luogo inquadrata da parte nostra nel problema generale del ritiro di tutte le truppe straniere dal territorio nazionale. La nostra assidua opera contro il regime armistiziale è evidentemente diretta anche a liberarci dalle truppe d’occupazione, comprese le polacche. I nostri punti di vista, italiano e polacco, coincidono dunque a tutti gli effetti pratici, ambedue tendendo, pur per ragioni diverse, verso gli stessi obiettivi. È d’altra parte ovvio che continuata presenza secondo corpo polacco in Italia costituisce elemento di turbamento dei rapporti fra Roma e Varsavia, e, indirettamente, fra Roma e Mosca. Ella può assicurare codesto Governo nel modo più esplicito che ambedue codesti aspetti del problema sono vivamente presenti al nostro spirito e che accoglieremo con viva soddisfazione la soluzione confidenzialmente preannunziatale da codesto vice primo ministro che sarebbe indubbiamente la migliore. Proseguiamo intanto ogni possibile azione nel senso di cui al suo telegramma n. 11 .
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Attiro la tua attenzione sul telegramma di Carandini, relativo ad una sua conversazione con Dunn (che ti è stato trasmesso col telegramma per corriere n. 1421/C), e in particolare sulla parte del telegramma che si riferisce alla questione delle nostre colonie. In sostanza sembra che gli americani restino fermi sul principio del «trusteeship collettivo»; che tuttavia non sarebbero contrari ad un mandato singolo qualora la proposta venisse avanzata e sostenuta con sufficiente energia da altra parte, in particolare da parte francese. È quindi più che mai necessario, come già ebbi a telegrafarti (n. 10497 del 15 dicembre scorso) insistere presso i francesi perché ci sostengano in questa questione che risponde anche ad un loro preciso interesse, sia per le ripercussioni che un’applicazione del mandato plurimo può avere sui loro sistemi di amministrazione coloniale nei territori francesi confinanti coi nostri, sia per le possibilità di collaborazione italo-francese che offre ad entrambi i paesi la permanenza dell’amministrazione italiana nelle nostre colonie. Gli uffici hanno ampiamente documentato l’ambasciata sulla questione. Unisco un pro-memoria riassuntivo sulla questione stessa.
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È da presumere che Commissione esperti Venezia Giulia svolgerà sua attività in tutta la regione, comprese dunque Fiume, Zara e le Isole. Ogni inchiesta che avesse obiettivi geograficamente più limitati sarebbe evidentemente monca e non probante. È bene avere in proposito ogni possibile assicurazione da parte codesto Governo, che la prego sollecitare d’urgenza, cortesemente telegrafando.
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A parte quanto le telegrafo circa situazione italiana in Albania mi pare, in linea più generale, che decisione prendere in esame in questo momento la richiesta albanese possa in qualche modo riproporre la questione dell’ammissione di nuovi membri all’ONU (che sembrava in un primo momento rinviata) e quindi anche dell’Italia. I sondaggi promessi da Spaak potrebbero cioè trovare un terreno più concreto e propizio, che non converrebbe trascurare. Non mi nascondo naturalmente difficoltà di una soluzione favorevole. Ma accoglienza fatta mio telegramma e atmosfera generale in cui discussione in proposito ha avuto luogo, mi pare autorizzino se non speranza, almeno una qualche insistenza da parte nostra. Veda che cosa le riuscirà di accertare al riguardo.
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Albania ha chiesto essere ammessa fra le Nazioni Unite. Secondo notizie stampa, relativa domanda sarebbe discussa lunedì prossimo, appoggiata dalla Russia e dalla Jugoslavia, osteggiata dalla Grecia. Ella dovrebbe a mio nome ricordare d’urgenza al Foreign Office che circa duemila italiani, in gran parte tecnici ed operai specializzati (opera dei quali è considerata indispensabile) sono arbitrariamente costretti a restare in Albania in condizioni di semi-schiavitù e sotto continue minacce. Loro condizione è pietosa. Come le è noto missione Turcato stata d’altra parte altrettanto arbitrariamente allontanata Tirana, anche per ritardo frapposto, nostro malgrado, da Commissione alleata a fornire mezzi necessari al trasporto in Italia della parallela missione albanese. Nessuna protezione efficace è dunque più oltre possibile da parte nostra. Ignoro quale sarà linea di condotta britannica e nordamericana nei confronti predetta richiesta, né d’altra parte è nostro proposito dar inizio a una politica anti-albanese, che è anzi lontana dal nostro spirito. Motivi di umanità impongono comunque che, prima di dar corso domanda ammissione, si chieda ragione, a un Governo che ritiene di avere i titoli per far parte delle comunità delle Nazioni, di provvedimenti gravissimi che minacciano la esistenza di centinaia di persone che anelano, dopo anni di sofferenze, a rientrare in patria. Ne parli, la prego, d’urgenza al Foreign Office, e alla delegazione americana. Un suo contatto con la delegazione greca potrebbe anche giovare. Aggiungo che Foreign Office è certamente al corrente della questione, tramite sua rappresentanza a Tirana.
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Secondo una notizia Reuter odierna negli ambienti della Commissione di controllo delle quattro Potenze a Vienna si prevederebbe un brusco cambiamento della politica sovietica nei confronti dell’Austria. Il nuovo atteggiamento influirebbe specialmente sui preparativi per i trattati di pace con Italia e Ungheria e per la nuova frontiera con la Jugoslavia. La Russia appoggerebbe in conseguenza punto di vista italiano per Alto Adige e rivendicazioni jugoslave in Carinzia. Opinione russa – continua Reuter – sarebbe convinta che Austria non ha appreso dagli avvenimenti nulla e deve essere trattata come un Paese fascista sconfitto, per cui politica sovietica si orienterà in conseguenza. Ignoro se notizia abbia fondamento. Risulta comunque anche a noi che Austria è tuttora impregnata di spirito nazista, ciò che legittima fra l’altro il dubbio essa possa un giorno costituire il focolaio di una futura ripresa offensiva germanica. A tralasciare tutti gli altri argomenti morali, giuridici, economici che militano a favore nostra tesi per conservazione frontiera Brennero, occorre dunque sottolineare la necessità che quelle precauzioni che sono prese da per tutto contro quella ripresa, siano mantenute anche sul Brennero, che è una delle strade tradizionali delle invasioni e della spinta germanica verso il Sud. Ogni indicazione ella potrà fornirmi in proposito mi sarà utile .
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De Gasperi risponde al telegramma di Quaroni che annunciava l’interesse ungherese a riprendere le relazioni diplomatiche, sottolineando l’analogo intendimento italiano. (Per Mosca) Suo 18. Ho telegrafato Londra e Washington quanto segue: (Per tutti) Telespresso di questo ministero n. 15/28711/c del 30 novembre . Governo ungherese per tramite suo incaricato affari a Mosca ci ha fatto conoscere di avere chiesto a Commissione alleata controllo Budapest autorizzazione riprendere relazioni diplomatiche con Italia e ha espresso desiderio che sua richiesta venga da noi appoggiata. In conformità direttiva sinora da noi seguita normalizzare progressivamente rapporti con tutti paesi esteri e tenuto conto opportunità ripresa diretti contatti italo-ungheresi anche per tutela nostri connazionali colà, è naturalmente nostro vivo desiderio che richiesta ungherese venga accolta. Non abbiamo esatta notizia circa posizione attuale rappresentanti alleati a Budapest e non insisteremo per ripresa rapporti diplomatici veri e propri ove vi fossero difficoltà di ordine formale. Ciò che ci preme è poter comunque stabilire rapporti – provvisoriamente se necessario anche solo di fatto – con quel paese. La prego interessare in tal senso codesto Governo per le conseguenti istruzioni da dare a Commissione controllo Budapest . (Solo per Mosca)Ne intrattenga anche lei Governo sovietico informandolo che interessiamo in pari tempo Londra e Washington .
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Suo 28. Confermi codesto ministro degli Affari Esteri che faremo del nostro meglio per impedire pubblicazioni del genere. Ella comunque ha ben fatto a sottolineare speciale carattere stampa da cui attacchi provengono. Gli ripeta che intera opinione pubblica italiana segue con cordiale simpatia rinascita nuova Polonia. Ed è questo ciò che in definitiva importa. Prossimo viaggio nostri giornalisti costì gioverà indubbiamente allo scopo di progressivo riavvicinamento che i due Governi si propongono. Gli dica a mio nome che inclusione Polonia nel Consiglio di Sicurezza è stata accolta da parte nostra con vivo compiacimento e lo ringrazi dei sentimenti manifestati, sui quali contiamo .
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Rapporto di V.S. n. 19/17 del 26 gennaio u.s. Questo ministero, mentre ringrazia la S.V. per le informazioni contenute nel rapporto citato in riferimento, esprime l’avviso che, anche a prescindere da quelli che sono e potranno essere gli sviluppi relativi alla questione dell’Alto Adige, convenga a noi, così come del resto anche all’Austria, normalizzare progressivamente i rapporti diplomatici italo-austriaci, in considerazione delle prospettive di collaborazione che, data la reciproca e rispettiva posizione geografica dei due Paesi, si aprono per essi nel campo sia economico che politico. Questo ministero pertanto concorda nell’opportunità che, pur senza affrettare i tempi per una normale ripresa di rapporti diplomatici, per la quale del resto esistono tuttora difficoltà anche di ordine tecnico in relazione alla speciale situazione giuridica internazionale dell’Austria, siano per intanto stabiliti a Vienna e a Roma uffici «commerciali» rispettivamente italiano e austriaco.
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Numerose segnalazioni mi pervengono in questi giorni dalla Venezia Giulia circa i preparativi, anche nella zona «A», che vengono effettuati da agenti jugoslavi in vista del prossimo arrivo della delegazione di esperti. In particolare c’è la prova che bandiere jugoslave già pronte o il materiale per confezionarle e vernice per scrivere sui muri stanno arrivando in grandi quantità in diversi centri della Venezia Giulia. Squadre speciali sono formate per alterare atmosfera e apparenza dei centri popolati della regione e per radunare e organizzare dimostrazioni popolari a favore dell’annessione alla Jugoslavia. Inoltre in molte città e villaggi si stanno organizzando comitati speciali con l’obiettivo di avvicinare gli esperti e manifestare il preteso voto popolare. Le citate attività provano che vi è un’abbondanza di fondi disponibili. In conseguenza di tale stato di cose che peggiora di giorno in giorno, appelli disperati di italiani della Venezia Giulia raggiungono continuamente il governo italiano e la mia persona e non possono essere ignorati. È quindi per me un imperativo, caro Ammiraglio Stone, attirare la sua attenzione sulle questioni seguenti: 1) il governo italiano attende con fiducia i risultati delle indagini che la delegazione alleata sta per condurre nella Venezia Giulia, ed è certo che mostreranno assoluta imparzialità nel compiere tale ardua missione; 2) il governo italiano non nutre dubbi che precise istruzioni sono state impartite ai delegati di estendere le loro indagini al totale della Venezia Giulia, incluse la città di Fiume e le isole del Carnaro (Cherso e Lussino) oltre alla città di Zara; 3) secondo il governo italiano, al fine di garantire piena libertà di espressione alla popolazione italiana che entrerà in contatto con i delegati, è indispensabile che siano studiati e annunciati provvedimenti adeguati, prima dell’avvio dell’inchiesta, per garantire anche in futuro la sicurezza e la libertà personale degli italiani che verranno intervistati dai delegati nella zona «B»; 4) il governo italiano ritiene proprio dovere richiedere che uno o più rappresentanti italiani affianchino la delegazione. Questi faciliterebbero i contatti della delegazione con la popolazione italiana (specialmente nella zona «B»), le ispezioni degli archivi, la raccolta di dati ed elementi di giudizio, e potrebbero segnalare le significative modifiche avvenute senza dubbio dopo il settembre 1943, alterazioni di cui ovviamente la delegazione dovrebbe essere pienamente a conoscenza. Naturalmente un uguale numero di rappresentanti jugoslavi potrebbe affiancare la delegazione. Nell’imminenza dell’indagine apprezzerei immensamente se lei potesse dare immediatamente cortese considerazione alle proposte di cui sopra, e le sarei davvero grato, caro Ammiraglio Stone, se potesse farmi sapere quali assicurazioni mi potrebbe dare al riguardo .
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Suo 23. Ringrazi Dipartimento di Stato per buone disposizioni manifestate. Situazione è oggi peraltro la seguente. Tanto da parte britannica quanto da parte sovietica la generica richiesta rivolta a Mosca e a Londra dagli Stati Uniti per una revisione dell’armistizio non sembra avere possibilità di essere accolta appunto perché generica e sino a quando resti generica. Tanto Mosca che Londra hanno invece sottolineato opportunità che, uscendo dal vago, il Governo nordamericano specifichi che cosa in concreto intende proporre in materia di revisione armistiziale. Gli Stati Uniti non ritengono tuttavia, per le ragioni ch’ella illustra, opportuno procedere a tale specificazione. Sicché siamo in pieno circolo vizioso, da cui non sembra facile uscire. Frattanto la nostra situazione resta immutata. Ella sa che il Governo italiano cerca di liberarsi da tempo dai gravami politici, o almeno, dagli oneri economici imposti dall’armistizio. Tenta altresì di riscattare le prestazioni già fornite agli Alleati, includendole in un conteggio generale dei rapporti di debito e credito. Poiché la nostra situazione economica è grave e quella politico-morale non diversa, vorremmo, senza attendere la definitiva stipulazione dei trattati di pace che potrebbe essere ancora lontana, giungere intanto ad un modus vivendi che ci abbreviasse l’attesa e che incoraggerebbe l’intero Paese, e, se neppure questo potesse essere raggiunto, ottenere almeno le opportune limitate modifiche armistiziali, soprattutto in materia finanziaria. Il Governo americano può meglio di noi giudicare quale sia la via più adatta per raggiungere lo scopo e in quale misura esso possa essere raggiunto. Ella tenga presente che vedremmo con favore anche una soluzione intermedia. Si potrebbe, ad esempio, stabilire che gli oneri finanziari dell’armistizio vengano a cessare a partire dalla data della liberazione di Roma ovvero della cessazione delle ostilità in Italia, beninteso senza pregiudizio della definitiva regolamentazione dei rapporti di debito e credito precedenti. L’essenziale è dunque che qualche cosa di positivo venga fatto e venga fatto presto. Sarebbe a questo proposito, ed al fine di valutare con una qualche approssimazione le prospettive avvenire, certamente utile cosa se le riuscisse intanto di accertare sino a che punto gli Stati Uniti stessi sarebbero per parte loro disposti ad accogliere le richieste italiane di cui all’ultimo memorandum inviato alla S.V. Comunque, è certo che alla vigilia delle elezioni, nelle angosciose incertezze delle trattative di pace e nelle strettoie di una situazione economica grave, il perdurare di un regime, evidentemente inspirato dalle esigenze di una guerra ormai conclusa da molti mesi, provoca una sfiducia e depressione sempre più vaste e alcune sue disposizioni (assoluto controllo degli Alleati sulle risorse economiche italiane, utilizzazione della flotta e della rete di comunicazioni, mantenimento di un grosso corpo di occupazione e gravami conseguenti, ecc.) sembrano assumere forma oppressiva di riparazioni. Ringrazi, dunque, ripeto, Dipartimento di Stato della sua buona volontà e lo intrattenga su queste linee, a titolo e in forma molto amichevoli. Con riferimento all’ultima parte del telegramma citato questo ministero si riserva di trasmettere tra qualche giorno, non appena il ministero del Tesoro ne avrà completata la rilevazione, i dati sui rapporti di credito e debito con gli Alleati al 31 dicembre u.s. nonché le previsioni sugli oneri per i primi mesi dell’anno corrente . Occorre però tener presente che non è possibile distinguere le prestazioni a favore della Gran Bretagna da quelle a favore degli Stati Uniti, perché le autorità alleate in Italia hanno sempre tenuto a presentare le loro richieste in comune, in modo che tale distinzione fosse impossibile. Pertanto, fino a prova del contrario, dobbiamo ritenere che il nostro credito verso i due Paesi sia ripartito in parti eguali.
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Caro Sig. Keeny, la presente è in riferimento alla Sua in data 29 gennaio 1946 avente per oggetto la presa in consegna delle merci UNRRA, da parte del Governo italiano. Ho preso atto delle proposte dell’UNRRA, di cui alla lettera citata e dei risultati della riunione tenutasi il 5 febbraio, di cui sono stato informato dal Presidente della Delegazione del Governo. Pertanto mentre la discussione ha illustrato che vi è una concordanza di vedute nel senso che la consegna avverrà sotto paranco o sotto bordo a seconda dei carichi, rimane da definire la formazione del titolo di trasferimento e da stabilire come la consegna della merce venga fatta per scaricare la Missione Italiana dell’UNRRA e a caricare le Amministrazioni dello Stato che ne rispondono per la distribuzione e per lo scarico del prezzo ricavato. A questo scopo, dovendosi continuare le trattative con i rappresentanti della Missione, invito oltre il presidente della Delegazione, i rappresentanti del Ministero del Tesoro, del Commercio Estero, dell’Industria e dell’Alto Commissariato dell’Alimentazione, a partecipare alla riunione più ristretta che è stata aggiornata alle 10 di domani giovedì 7.
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In occasione riunione Conferenza che esaminerà termini pace con Italia appare opportuno ed urgente, anche per suggerimento ambasciata Londra, che locali C.L.N. italiani, Comitati profughi, altri enti nonché gruppi connazionali e personalità straniere per noi simpatizzanti, facciano pervenire direttamente ai rappresentanti Potenze riunite a Londra, sotto forma di telegrammi e brevi promemoria, appelli e voti in favore della nostra causa. Appelli, il più possibile calorosi, seri e documentati dovrebbero venir inviati direttamente al «Council of Foreign Ministers, Lancaster House, London SW1» contemporaneamente al «Secretariat of the General Assembly of the United Nations, London». Prego la S.V. volersi adoperare attivamente per incoraggiare manifestazioni del genere fornendo al caso opportuni chiarimenti e documentazione ed interessando in merito dipendenti consolati.
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Il governo italiano ha la massima comprensione per il vostro grido d’allarme e vi ringrazia per il vostro impegno di fare ogni sforzo per correre ai ripari. Dal canto nostro intendiamo stabilire una rigida disciplina alimentare, cercando di utilizzare ogni possibile risorsa nazionale e controllando in modo particolarmente severo il settore dei cereali e dei grassi. È mio dovere tuttavia segnalarvi che le ultime riduzioni hanno portato la razione ad un livello estremamente basso che non raggiunge neppure le 700 calorie giornaliere. Aggiungo che la scarsissima disponibilità di generi non razionati, caratteristica dei mesi invernali, rende impossibile alle popolazioni urbane di completare il proprio vitto e di avvicinarsi alle 1500 calorie, fabbisogno assolutamente indispensabile per evitare gravi conseguenze dal punto di vista sanitario, soprattutto con riguardo al fortissimo aumento della tubercolosi, che si riscontra specialmente nei prigionieri, nei profughi e nei deportati che vanno rientrando in patria e si attendono a buon diritto particolare considerazione. Sono sicuro che, nel quadro generale del fabbisogno dei paesi liberati, l’UNRRA terrà nel dovuto conto questi dati obiettivi e farà ogni sforzo per assicurare al popolo italiano, nei piani di approvvigionamento febbraio-giugno, il fabbisogno minimo calorico necessario alla vita. In tale attesa vi esprimo di nuovo Signor Presidente, i nostri sensi di gratitudine per il largo aiuto che l’UNRRA ci ha dato finora e per le benevole assicurazioni che voi, pur nell’aggravata situazione, ci confermate .
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Caro Ambasciatore, nel Memorandum sul confine settentrionale italiano che Le ho consegnato il giorno 4 febbraio, è fatta menzione a pag. 19 del provvedimento legislativo approvato dal Consiglio dei Ministri del 2 ottobre 1945, relativo al ripristino di scuole elementari tedesche nella provincia di Bolzano. Sono lieto a tale proposito di segnalarle ora qualche dato relativo al funzionamento di tali scuole, trasmessomi da quelle autorità scolastiche. lingua italiana lingua tedesca scuole classi scuole a orario ridotto alunni iscritti 9.375 26.843 alunni di lingua italiana alunni di lingua tedesca Bolzano S. Giacomo Laives Vadena e Piccolongo Merano e Sinigo Bressanone Fortezza Vipiteno Brennero Colle Isarco 37 54 Non potrà sfuggire alla Sua attenzione che tutte queste località si trovano al nord della linea di Salorno, che da parte austriaca si vuole indicare come il confine etnico tra le popolazioni di lingua italiana e tedesca della Venezia Tridentina, e che nei centri di Bolzano, Merano e Bressanone gli alunni iscritti alle scuole italiane rappresentano la fortissima maggioranza. La maggiore percentuale di alunni di lingua tedesca sul numero totale degli iscritti alle scuole dell’Alto Adige è dovuta pertanto alla prevalenza di gruppi di popolazione di lingua tedesca nelle regioni montane e nelle vallate periferiche. D’altra parte il solo fatto che vi siano oggi nell’Alto Adige quasi 10 mila alunni di lingua italiana, nelle sole scuole elementari, conferma una volta di più il carattere schiettamente mistilingue della regione stessa. Le sarei grato, caro Ambasciatore, se volesse portare a conoscenza del Suo Governo, a seguito della recente documentazione, anche questi dati.
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(Solo per Londra) Suo 257. (Per tutti) In occasione conversazioni che probabilmente ella avrà con signor De Los Rios , oltre a ribadire giuste considerazioni svolte da Carandini, potrà fargli presente quanto segue: Non si comprende perché nostro recente accordo con attuale Governo spagnolo dovrebbe venir considerato come un vantaggio diplomatico per esso visto che di recente anche Governo francese ha negoziato un ampio accordo commerciale e Governi britannico e americano continuano seco lui svolgere proficue ed ampie negoziazioni economiche. Ciò tanto più in quanto accordo è di indubbio vantaggio anche per popolazione spagnola visto che noi ci impegniamo ritirare merci spagnole di eccedente produzione mentre la riforniamo, per grossa parte dell’intercambio, di merci nostre per essa essenzialmente utili. Nostro Governo non ha mirato che, al di fuori di ogni valutazione politica, a recuperare parzialmente quanto economia italiana aveva in altri tempi anticipato, compreso ingente quantitativo grano oggi sostituito con olio cui scarsezza è penosamente sentita da nostre stremate popolazioni.
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Il signor Schiff Giorgini mi ha dato immediatamente notizia della conversazione avuta con lei or è qualche giorno. L’iniziativa di un incontro maturava da tempo e con insistenza nel mio spirito. Essa trova, dunque, in me e nel mio Governo un terreno estremamente propizio. Voglio dirle subito che la situazione italiana è entrata oggi in una fase delicatissima e complessa e comunque tale da esigere ancora per una diecina di giorni la mia continuata presenza a Roma. Ella, che è del mestiere, intenderà facilmente quale e quanta somma di lavoro e di tempo richieda la soluzione di problemi quali la preparazione della legge elettorale, questione istituzionale, Costituente e sue prerogative, raggiungimento di soluzioni concordate fra sei partiti ecc. che affiorano appunto tutti, e tutti insieme, in questi giorni. Ella sa altresì in quale atmosfera di profondissimo disagio economico e sociale tali discussioni si svolgano e quale ombra di incertezza e di inquietudine il prolungato regime di armistizio e la pace imminente distendano su tutta la vita italiana di oggi. Così complessa e fragile è la nostra situazione attuale che io non le direi cosa inesatta se le dicessi che ancora non so se potrò personalmente riuscire a condurre in porto questa faticosissima nave o se possa invece trovarmi domani costretto a cederne ad altri il timone. Le prospetto comunque questo sia pur breve rinvio con molta riluttanza, appunto perché considero un accordo diretto tra i nostri due Paesi come uno degli obiettivi fondamentali della mia politica ed ho la convinzione profonda che è certamente possibile, attraverso una franca, aperta, diretta conversazione, raggiungerlo, come le sue parole mi lasciano del resto sperare. Di codesta conversazione non entro oggi – né sarebbero questi la sede ed il momento adatti – nei particolari. Ma io le attribuisco una così estrema importanza che mi parrebbe saggia cosa restringerne, nei limiti di quanto è umanamente possibile, l’eventuale rischio di deprecato insuccesso attraverso una sia pur generica, preventiva, rapida azione preparatoria, che appunto questo breve rinvio ci consente. Come codesta azione preparatoria debba in concreto svolgersi, lascio a lei decidere. Appena definita, io stesso assumerei, attraverso l’ambasciatore Parodi , ufficialmente, l’iniziativa di chiederle un incontro. Affido allo stesso tramite per il quale la sua conversazione mi è stata riferita, questa mia lettera e prego il signor Schiff Giorgini di confermarle a viva voce con quanta fede io guardi verso l’avvenire delle relazioni fra Italia e Francia finalmente pacificate ed anche e come mi appagherebbe, se anche la mia attività di ministro degli esteri non dovesse apportarmi altri frutti, la coscienza di avere collaborato a porre questa che considero una delle più certe e solide fondamenta della rinascita nostra ed europea. Nell’attesa di una sua parola, per quei tramiti ch’ella vorrà ulteriormente prescegliere, mi è particolarmente gradita l’occasione di porgerle i miei voti più caldi per la rinnovata grandezza della Francia e il mio cordiale amichevole saluto.
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La sostituzione di un ambasciatore, in un momento come l’attuale e in una capitale come Parigi, è cosa di per sé difficile. Ancora meno agevole sostituirti, come sarebbe necessario e vorrei, con chi ti equivalga. Comprendo tuttavia ed apprezzo il tuo stato d’animo ed aderisco dunque, nonostante ogni riluttanza, al tuo proposito. Ti autorizzo ad annunziare senz’altro la tua decisione ed è superfluo sottolinei la necessità di porne in chiaro le motivazioni, in modo che non resti costì traccia di dubbio sull’effettivo significato del tuo rimpatrio. Sono d’accordo con te che un incaricato d’affari non basta, e però, se puoi e credi, ritarda sino a metà marzo la tua partenza. Elezioni saranno fine maggio primi giugno. Mi darai maggior tempo e possibilità di scelta. Tengo a confermarti che la tua collaborazione mi è stata e mi sarebbe stata anche per l’avvenire preziosa.
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Suo 89. Trovi modi di far notare alla Nacion, se le riesce possibile, che le ultime dichiarazioni di Bevin meritano un qualche approfondimento. Animate certamente da spirito amichevole, esse nascondono tuttavia insidioso, benché tuttora dubbio, riconoscimento della esistenza di un problema etnico alto-atesino che andrebbe internazionalmente risolto. Sicché se la Jugoslavia preme sulla frontiera orientale, la Francia su quella occidentale, l’Inghilterra sul Brennero, l’America in favore di una amministrazione fiduciaria multipla che sboccherebbe in definitiva nella estromissione dell’Italia da tutte le sue colonie, si arriverebbe certamente a quella pace punitiva che, a parole, si afferma di voler escludere. È necessario che gli ambienti amici si rendano conto degli effettivi pericoli che ci minacciano.
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De Los Rios ha accennato a Carandini la possibilità che se repubblicani tornassero al potere non intenderebbero riconoscere recente accordo commerciale italo-spagnolo. Informazioni fornite da Saragat e notizie stampa confermano tale proposito ed aggiungono che sarebbe addirittura lecito attendersi in quel caso una richiesta spagnola di riparazioni all’Italia per danni causati durante guerra civile. È stato detto ai rappresentanti repubblicani spagnoli e sarà bene ripeter loro, ad ogni propizia occasione, che la situazione economica italiana è, come tutti sanno, gravissima. È questione per noi di assoluta necessità riprendere ad ogni modo e con ogni mezzo traffici con altri Paesi. Da tale programma non si è voluto e potuto escludere popolo spagnolo allo scopo riallacciare con esso quei traffici che sono importanti per ambedue i Paesi in tutti i tempi e sotto qualunque regime, e, comunque, essenziali, in questo momento, per noi. Anche la Francia ha del resto stipulato recente accordo commerciale con Spagna e Stati Uniti e Gran Bretagna intrattengono con essa normali rapporti mercantili. Il Governo nordamericano ad esempio ha recentemente venduto alla Spagna otto apparecchi civili. In quanto all’argomento riparazioni sarà bene che rappresentanti repubblicani riflettano alla circostanza che eguale titolo avrebbe la Spagna democratica, che tutti ci auguriamo di veder rinascere, di essere fatta responsabile dei pregiudizi e danni arrecati dal regime attuale. È questa, insomma, una polemica futile che conviene stroncare sul nascere. Piuttosto che su inesistenti contrasti, bisognerebbe invece sin da ora puntare su quella vasta somma di interessi similari che dovranno certamente regolare i rapporti fra i due Paesi, se e quando la Spagna come è nei nostri voti si porrà su quella strada di liberi ordinamenti democratici che sono ormai i nostri.
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Ho ieri in conferenza stampa, cui hanno partecipato giornalisti italiani e stranieri, rivolto esplicito monito affinché nei confronti della Russia giornali vogliano attenersi a quello stesso amichevole atteggiamento che impronta relazioni ufficiali fra i due Paesi. Ho particolarmente sottolineato necessità di evitare riferimenti che possano urtare legittime suscettibilità e dare sensazione che Italia tenda comunque inquadrarsi in un fronte antisovietico, ciò che è assolutamente estraneo ai propositi del governo e agli interessi del popolo italiano. Spero molto che il mio monito, che è naturalmente rivolto ai giornali di tutte le tendenze e di tutti i partiti, sia raccolto. La prego di portare quanto precede a conoscenza di codesto governo, cui vorrà far sapere che è mio proposito continuare ad adoperarmi affinché stampa rifletta più esattamente intendimenti miei verso la Russia che sono, come ella sa, unicamente ispirati da spirito leale collaborazione e amicizia.
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1. Ricorderà che nel paragrafo 2 della mia lettera n. 5/100, datata 2 febbraio 1946 , di cui lei ha accusato ricevuta con la sua lettera del 16 febbraio (630/11/EC), attirai la sua attenzione sulla necessità che la Commissione di esperti estenda la propria investigazione sull’intera Venezia Giulia, includendo Fiume, le isole di Cherso e Lussino e anche di Zara. Nell’imminenza dell’arrivo della Commissione, apprendiamo da varie fonti che molto probabilmente non ci sarà nessuna indagine in alcuni distretti dei sopra menzionati territori, e in particolare nella città di Zara, nelle isole di Cherso e Lussino e presumibilmente nella stessa città di Fiume. Su questo tema sento che è mio pressante dovere farle presente, caro Ammiraglio Stone, che il governo italiano, in questo caso, non potrà che esprimere le proprie ampie riserve. Infatti nessuna distinzione deve essere fatta fra le sopra menzionate parti della Venezia Giulia (che sono ancora politicamente italiane e dove la popolazione italiana è sempre stata una netta maggioranza) e le altre parti per cui la Commissione di esperti deve pronunciare il suo verdetto. 2. Nella deprecata ipotesi che la Commissione debba davvero rinunciare a svolgere indagini nelle aree in questione, il governo italiano chiede che la Commissione tenga almeno in giusto conto le informazioni e le osservazioni che potranno essere trasmesse di persona dai rappresentanti della popolazione italiana di tutti i centri non visitati dalla Commissione, e in particolare da quelli di Fiume, Zara, Cherso e Lussino, i cui nomi saranno forniti dal «Comitato di Liberazione Nazionale» della Venezia Giulia 3. In questa occasione devo ancora una volta fare notare che la Commissione che sta per visitare la zona «B» troverà una situazione che, dal punto di vista etnico e nella sua apparenza esteriore, è stata sottoposta a un’alterazione radicale e artificiale dovuta a dieci mesi di occupazione jugoslava. Inoltre, nelle presenti circostanze, agli elementi italiani nella zona «B» non è offerta alcuna garanzia di entrare in contatto con i delegati del Consiglio dei Ministri degli Esteri né di esprimere liberamente il loro punto di vista. Tenuto conto di quanto sopra, le sarò immensamente grato, caro Ammiraglio Stone, se lei potesse informare la Commissione della necessità di offrire agli abitanti dei centri principali della zona «B» (oltre ai rappresentanti dei distretti non visitati) l’opportunità di essere ricevuti e sentiti dai delegati, a Trieste e in altre località che possano offrire le necessarie garanzie di libertà e sicurezza, così che questi esponenti possano esprimere e illustrare la situazione dei rispettivi distretti. Inoltre, in ultima istanza, il «Comitato di Liberazione Nazionale» della Venezia Giulia indicherà alla commissione i rappresentanti nominati dai comitati locali.
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(Per tutti salvo Parigi) R. ambasciatore a Parigi telegrafa in data dell’8 corrente [n. 265] quanto segue: «Ho avuto ieri colloquio con Giral e De Los Rios i quali, dopo recente dichiarazione Tre Potenze, erano molto demoralizzati ed hanno dimostrato nei confronti Italia disposizioni molto più concilianti di quelle in precedenza accennate e riferite. Circa poi accordo commerciale italo-spagnolo i predetti hanno ribadito note obiezioni, ma a mia spiegazione circa necessità in cui trovasi Italia addivenire sua conclusione, hanno replicato debolmente suggerendo che Governo italiano cessasse, quasi a compenso, avere regolari rapporti diplomatici con Governo Franco: ho spiegato difficoltà Italia attuale situazione internazionale prendere iniziativa del genere. Al che De Los Rios ha replicato chiedendo quale accoglienza farebbe eventualmente nostro Governo a presenza Roma rappresentante ufficioso governo repubblicano spagnolo. Gli ho risposto che avrei trasmesso sua richiesta e che mi riservavo di fargli avere, appena possibile, una risposta». Ho risposto in data odierna quanto segue: (Per tutti) Immediatamente dopo dichiarazioni Potsdam nei confronti del regime Franco, Governo italiano, nel significare sua adesione ai principi esposti in quella dichiarazione, si è impegnato con Londra e Washington a seguire politica concordata con anglo-americani. Governo italiano è in conseguenza senz’altro disposto a giungere sin dove giungano anglo-americani, ma gli sarebbe impossibile andare più oltre, vietandolo appunto quegli impegni Prego i RR. ambasciatori a Londra e a Washington di voler portare richiesta spagnola inoltrataci per tramite ambasciatore a Parigi a conoscenza Governi britannico e americano, accertandone propositi sopra tutto per quanto concerne eventuale presenza rappresentanti ufficiosi repubblicani a Londra e a Washington.
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Suo 81 . Messaggio Pearson riportato da Pravda e illazioni che se ne ricavano sono in parte inesatte, in parte fantastiche. Come lei sa, somma stanziata dall’U.N.R.R.A. a nostro favore è per la massima parte impiegata in prodotti alimentari di prima necessità. Il programma di utilizzazione del prestito che abbiamo recentemente chiesto (e le trattative al riguardo sono soltanto alla primissima fase) concerne principalmente materie prime e combustibili. Qui non si tratta dunque di sottrarci ad influenze di oriente ed occidente, ma semplicemente di farci vivere e di consentirci una qualche concreta possibilità di ricostruzione, che senza l’aiuto esterno, in un Paese come il nostro privo di materie prime e dei suoi normali cespiti di guadagno, non sarebbe altrimenti possibile. Sottolinei quanto precede costà nella forma che riterrà più opportuna.
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Suo 94 e precedenti . D’accordo. Mie dichiarazioni sono state infatti dirette a rappresentanti stampa italiana e straniera che le ha ampiamente riprodotte. Continuerò ad agire nello stesso senso. Tale compito mi sarebbe peraltro di molto facilitato se stampa e partiti comunisti stranieri adottassero atteggiamento più obiettivo nei nostri confronti. Ad esempio: in Francia comunisti sono in pieno accordo coi gruppi più accesamente militaristi per insistere sulle rivendicazioni massime alla frontiera occidentale e L’Humanité si affanna con estrema violenza verbale a dimostrare la necessità che Trieste sia senz’altro trasferita alla Jugoslavia. Naturalmente è chiaro che tutto ciò riguarda la Francia e non i Soviet. Ma è altresì evidente che è di altrettanto più difficile sopire le reazioni reciproche per quelle connessioni che opinione pubblica crede, a torto o a ragione, di scorgervi. Vi sono d’altra parte posizioni polemiche che, alla vigilia elezioni per la Costituente, saranno certamente riaffermate con estrema vivacità. Converrebbe che a codesta imminente atmosfera italiana codesti ambienti fossero preventivamente preparati per ridurre le proporzioni e la portata di quello che effettivamente sarà contrasto di carattere puramente interno e non internazionale. Comunque, ripeto, continuerò ad agire nel senso anzidetto. È superfluo dirle che anche opinione italiana è estremamente sensibile a tutto quanto riveli un maggiore interesse sovietico alle cose nostre e una coincidenza generica o specifica fra gli interessi dei due Paesi in questioni che ci riguardino.
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Chieda essere ricevuto d’urgenza da Bidault, cui la prego, a mio nome personale, fare la seguente comunicazione confidenziale: Nella seconda quindicina febbraio si è presentato da me Schiff Giorgini, giunto allo scopo da Parigi, per informarmi di avere avuto di sua iniziativa qualche giorno prima conversazione personale con presidente Gouin , nel corso della quale quest’ultimo gli avrebbe esplicitamente dichiarato di essere favorevole ad aderire ad una eventuale richiesta che gli fosse fatta pervenire da parte mia per un incontro fra me e lui, inteso a raggiungere un diretto accordo sulle questioni relative alla nostra frontiera occidentale. Mi aggiunse che Bidault sarebbe stato dello stesso parere. Gouin mi faceva nella stessa occasione e per lo stesso tramite sapere che tale accordo sarebbe stato, a suo avviso, agevolmente raggiungibile, intendendo egli limitare le esigenze francesi entro quei limiti atti a consentire una salda e effettiva intesa fra i due Paesi e non fondato su mutilazioni territoriali e umiliazioni che tale intesa avrebbero fatalmente compromesso. Presidente domandava da me una risposta urgente che egli stesso, Schiff Giorgini, avrebbe avuto incarico di far pervenire a destinazione. Ho replicato che una intesa tra i nostri due Paesi era certamente uno degli obiettivi fondamentali della mia politica e che la proposta di un accordo diretto per raggiungerlo trovava in conseguenza in me terreno estremamente propizio. Insistevo tuttavia su opportunità preventivamente preparare iniziativa possibilmente per tramiti normali, in vista assicurarne al meglio successo . Schiff andò e tornò da Parigi confermando buona volontà francese necessità dar corso iniziativa e chiedendo gli fosse indicato nostro punto di vista in materia questione frontiere. Gli fu rilasciato l’11 marzo corrente un foglio non intestato in cui furono trascritte nostre note tesi e precisamente: cessione alla Francia delle Terre di caccia; retrocessione dell’attuale linea di frontiera nella regione del Piccolo San Bernardo sino alla displuviale alpina; soluzione amichevole delle residue secondarie questioni relative a contestazioni di carattere strettamente locale; facilitazioni di transito attraverso il valico del Moncenisio per le popolazioni dell’Alta Savoia e agevolazioni fiscali; ferma restando sovranità italiana sulla corica del Moncenisio, accordo franco-italiano per l’utilizzazione di quel bacino idraulico; ferma restando parimenti sovranità italiana sulle due zone smilitarizzazione dello Chaberton e dell’Alta Val Roja . Schiff ripartito il 12 corrente per Parigi mi fa ora pervenire il telegramma n. 329 che ella conosce , ed il cui contenuto la prego di comunicare al signor Bidault. Voglia aggiungere che ambasciatore Saragat – nel quale ho sempre avuto la maggiore fiducia e la stima più solida – non fu tenuto al corrente di quanto precede, in quanto iniziativa sembrò fino a ieri troppo fluida ed incerta . Saragat poté in conseguenza smentirla in piena coscienza come infatti egli fece in due successivi colloqui con lo stesso Bidault che gliene fece cenno. Lo avrei certamente posto al corrente perché a sua volta ne parlasse con codesto ministro degli esteri, se la sua partenza non avesse sfortunatamente coinciso coll’entrata dell’iniziativa in una fase, a quanto ora appare, più concreta . Ciò premesso, voglia confidenzialmente dire a mio nome personale al signor Bidault che niente vuol essere da me intrapreso se non in perfetta e amichevole intesa con lui. Suo recente consiglio temporeggiare e tutto quanto di incerto e di dubbio inevitabilmente permane nei tramiti non ufficiali per cui iniziativa si è svolta , mi inducono chiedergli in via amichevole una sua personale, amichevole conferma. Se le cose stanno come mi sono state descritte e sono qui esposte, e che non ho possibilità esattamente controllare, sarei naturalmente estremamente lieto di dare ad esse il più favorevole corso. In caso diverso seguirei il consiglio di temporeggiare da lui datomi tramite Saragat e confermato del resto anche a Saragat dallo stesso presidente Gouin. Mi occorrerebbe una risposta urgentissima, in considerazione circostanza che ammiraglio Moullac dovrebbe, secondo telegramma citato, presentarsi da me domani. Aggiungo per sua stretta informazione personale che, mentre sono naturalmente disposto a fare ogni possibile sforzo per raggiungere una diretta intesa con la Francia basata sulle tesi che ella perfettamente conosce, non vorrei tuttavia far niente che fosse giudicato costì inopportuno e intempestivo, né rischiare porre una questione di fondamentale interesse reciproco su basi che non siano amichevolmente concordate e lealmente chiare.
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In riunione Consiglio ministri 28 u.s., in relazione proposta avanzata in precedenza seduta da vice presidente Nenni (cui si erano associati Togliatti e Cianca ) per ritiro nostro ambasciatore da Madrid, ho dato ampia notizia circa atteggiamento adottato da singole Potenze nei confronti situazione spagnola e circa linea condotta che Italia ha seguito e si propone seguire al riguardo. Ho ricordato che, sin dall’agosto 1945, dopo conferenza Potsdam, Governo italiano aveva comunicato ad Alleati che esso avrebbe uniformato sua azione nei riguardi della Spagna a quella dei Governi inglese e americano, i quali avevano allora apprezzato tale nostra attitudine. Ho aggiunto che allo stato attuale delle cose conviene continuare attenersi a tale linea condotta mantenendosi, come fatto sinora, in stretto contatto coi Governi alleati. Ho inoltre precisato che presenza ambasciatore italiano Madrid non significa di per se stessa riconoscimento di una determinata situazione politica, essendo noto desiderio dell’Italia di vedere Spagna avviarsi verso forme di vita democratica. Consiglio ministri ha preso atto mia dichiarazione . (Solo per Londra, Washington, Parigi)Informi di quanto precede codesto Governo.
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Attraverso l’intermediazione di un amico comune, da qualche tempo erano in corso degli scambi di opinione fra me e il presidente Gouin. Questi scambi avevano il fine di esplorare la possibilità di un accordo diretto fra la Francia e l’Italia sulle questioni relative alla frontiera italo-francese. Qualche giorno fa ho fatto consegnare al presidente Gouin un memorandum che contiene una descrizione del punto di vista italiano sulla questione e soprattutto che precisa i limiti fino ai quali il governo italiano è stato disposto ad andare. In risposta al memorandum in questione il presidente Gouin mi ha fatto giungere il messaggio seguente: «Il presidente mi ha pregato di dirle a viva voce tutta la sua fede nell’avvenire delle relazioni fra la Francia e l’Italia e del riavvicinamento dei due popoli. Poiché Lei ne ha espresso il desiderio, il presidente sarà molto felice di riceverla, in vista di questo riavvicinamento e prendendo come base la nota trasmessa dal sig. Schiff Giorgini». Sono felice che il messaggio del presidente Gouin mi permetta di ritenere che il terreno su cui si potrà arrivare a una intesa leale e sicura con la Francia è stato sgombrato: questa intesa è uno degli obiettivi fondamentali: della mia politica. La prego quindi di portare a conoscenza del presidente Gouin e del ministro Bidault il mio vivo desiderio di incontrarli in data da stabilirsi.
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Aprendo la seduta informa che l’attuale deve considerarsi la prima di una serie di riunioni di carattere preparatorio per lo studio dei problemi che saranno oggetto di probabili discussioni nel corso dei negoziati per la conclusione del trattato di pace tra l’Italia e le Potenze alleate. Sebbene la forma e la misura della partecipazione italiana ai negoziati anzidetti non siano ancora note, occorre familiarizzarsi con tali problemi per essere pronti a discuterli al momento opportuno. Alla futura Conferenza della pace non si andrà impreparati: gli uffici competenti hanno elaborato già in una serie di memoriali ogni singola probabile parte del trattato. Sarà bene ora rivedere questa documentazione affinché i presenti ne siano al corrente e coloro che sinora non hanno potuto farlo forniscano in merito il loro parere. Dopo aver brevemente riassunto le questioni di carattere politico e principalmente quelle che si riferiscono alle nostre frontiere, esprime l’opinione che debbano essere anzitutto esaminati e discussi i problemi economici e quelli militari. Invita pertanto l’ambasciatore di Soragna a dare lettura di un appunto che espone sommariamente il lavoro sinora compiuto dagli uffici per lo studio dei problemi economici connessi con il trattato di pace . […] Propone che si addivenga ad una valutazione dell’attivo italiano nei Paesi balcanici ed affaccia l’ipotesi di tacitare le eventuali richieste russe cedendo una parte di questi beni, sino al contro-valore dei 300 milioni di dollari richiesti. In tal modo il resto delle proprietà sarebbe salvo. […] Ritiene che tale tesi abbia valore più per l’interno che per l’estero. La questione delle riparazioni andrebbe ristudiata nel suo complesso ed agganciata ove possibile al problema generale tedesco, se non altro per guadagnare tempo. Questa linea di condotta potrebbe essere seguita facendo rilevare che l’Italia avanza nei confronti della Germania dei crediti e rivendica il risarcimento di danni subiti. Dato che non appare possibile risolvere subito la questione converrebbe demandarla all’esame di una commissione sottraendola pertanto alle decisioni del trattato di pace. Successivamente quando l’Italia farà parte dell’ONU potrebbe riuscire più facile ottenere una più soddisfacente soluzione dell’intero problema. […] Prega il sen. Einaudi e l’on. Paratore di prendere visione del promemoria sulle questioni economico-finanziarie connesse col trattato di pace redatto dalla Direzione generale affari economici del Ministero degli affari esteri, esaminandolo nelle sue singole parti e presentando a suo tempo le osservazioni che riterranno opportuno fare. Propone quindi che si passi all’esame delle questioni militari ed invita il ministro Zoppi a leggere un appunto, che espone sommariamente gli studi sinora compiuti in materia . […] Conclude affermando che non è possibile per noi stabilire un limite eccessivamente basso per le nostre forze armate e che occorra fare ogni sforzo per ottenere che ci venga lasciato un esercito sufficiente alle necessità. Per avanzare le richieste è tuttavia necessario che i dicasteri militari forniscano qualche dato che serva almeno di base per la discussione futura.
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Suo per corriere 124 . Ci adoperiamo da tempo, con ogni buona volontà, per giungere ad una ripresa dei rapporti italo-greci, soprattutto per tramite questo rappresentante ellenico Exindaris della cui attività in questo senso non abbiamo che da lodarci. Abbiamo dunque pubblicamente e solennemente ripudiato politica fascista nei confronti Atene; adottato provvidenze di favore nei riguardi cittadini e beni greci in Italia; inspirato articoli cordiali sulla stampa; mantenuto atteggiamento amichevole di fronte a recenti, dolorose espulsioni nostri cittadini dal territorio ellenico, ecc. Aggiungo che è qui a Roma in questi giorni una piccola missione commerciale greca per una prima esplorazione delle reciproche possibilità di scambio, missione che cercheremo di agevolare al meglio. Exindaris ci assicura che opinione pubblica ellenica si evolve lentamente, ma che spera ciò nonostante di giungere sollecitamente alla auspicata ripresa. Certo, se iniziativa deve avere un qualche senso, essa dovrebbe essere attuata prima della conclusione della pace, quando cioè diventerebbe automatica e dunque senza rilievo. Ogni ulteriore azione di codesto Governo in questa direzione sarebbe pertanto molto utile e ne saremmo grati. Nuovi dirigenti ellenici dovrebbero non esservi in principio contrari. Ella intende che, per noi, si tratta in sostanza di smussare e ridurre ostilità greca nelle prossime discussioni per la pace, giungendo, prima delle discussioni stesse, a una distensione e a un chiarimento fra i due Paesi. È superfluo infine insistere su nostro atteggiamento per Dodecanneso, di cui ella è al corrente.
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Suo rapporto n. 362 del 4 aprile. Faccia sapere per iscritto a Masaryk che ho preso atto delle sue formali assicurazioni che patto fra Cecoslovacchia e Jugoslavia non può intendersi né interpretarsi in alcun modo come diretto contro l’Italia. Gli confermi che atteggiamento che suo Governo ha creduto dover adottare nei confronti Venezia Giulia e conseguente campagna stampa cecoslovacca, hanno suscitato in me e nell’opinione pubblica italiana senso tanto più doloroso quanto maggiore era ed è nostro convincimento che non esistano fra nostri due Paesi che ragioni di intesa. Gli dica che vivamente mi auguro che interessi permanenti italiani e cecoslovacchi riescano sollecitamente a prevalere su ragioni contingenti che hanno dettato atteggiamento attuale e che gli sono comunque grato sua opera personale in questo senso.
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Continuano a svolgersi in Austria manifestazioni per annessione Alto Adige con un crescendo che mira evidentemente ad influenzare imminente riunione ministri esteri e che probabilmente riflette preoccupazioni per recenti notizie relative decisione favorevole Italia. Non certo a caso è stato indetto per 25 corrente grande comizio annessionista ad Innsbruck. Poiché da quanto segnalato anche da codesta ambasciata questione nostra frontiera settentrionale può considerarsi ormai virtualmente risolta nel senso mantenimento Alto Adige nella compagine nazionale italiana, appare interesse generale evitare rinnovarsi da parte austriaca simili manifestazioni. Esse provocano inutile tensione animi, non fanno che ritardare normale ripresa relazioni fra Italia ed Austria da noi vivamente auspicata, intralciano applicazione disposizioni progettate dal Governo italiano a favore elemento allogeno alto atesino, renderanno più profonda reazione austriaca contro Alleati, si ritorceranno infine contro stessi partiti austriaci che di essa vanno facendo speculazione politica. Veda se è il caso di intrattenere codesto Governo sull’argomento prospettandogli opportunità amichevole passo a Vienna per scoraggiare manifestazioni di cui si tratta.
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Caro signor Cleveland , nell’imminenza della Sua partenza per Washington desidero esprimerle, fin da adesso, il mio più vivo ringraziamento per l’opera che Ella andrà a svolgere, in favore dell’Italia, nelle prossime riunioni dell’U.N.R.R.A. Le tristi condizioni in cui versa il nostro Paese Le sono già note; sono certo che, grazie al Suo intervento, l’U.N.R.R.A. adotterà gli adeguati provvedimenti per l’assistenza delle nostre popolazioni e per l’avviamento alla ricostruzione della nostra economia nel secondo semestre del 1946. Resta inteso che Le è data facoltà, nell’interesse del nostro Paese, di adottare, per i piani già predisposti, varianti di dettaglio tecnico che risultassero necessarie a seguito delle conversazioni di Washington o di particolari fatti nuovi, qui non conosciuti, oggi nella preparazione del programma.
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Notizie stampa che pervengono da Parigi, particolarmente quelle relative alle riparazioni e alla flotta, suscitano profonda inquietudine in tutta l’opinione pubblica italiana. Privo di notizie dirette sul corso dei lavori della riunione dei quattro ministri degli esteri, il Governo italiano esita a credere a tali informazioni e continua ad aver fede nella pace con giustizia e nella chiaroveggenza degli uomini di stato che la preparano a Parigi. Tuttavia, in seguito alla decisa costituzione di due Comitati, finanziario e navale, chiamati il primo ad esaminare la capacità italiana di pagare riparazioni ed il secondo la situazione attuale della nostra flotta, il Governo italiano domanda che esperti finanziari e navali italiani siano sentiti dai Comitati stessi, in modo che anche la voce della principale interessata, l’Italia, possa essere udita, e le sue ragioni valutate, sia pure in un quadro strettamente tecnico ed a titolo informativo, prima che qualunque deliberazione sia avviata a conclusione. Il Governo italiano si attende inoltre che, dopo la consultazione degli esperti e prima di ogni decisione definitiva, esso possa avere modo di manifestare il suo punto di vista su questioni che sono di fondamentale importanza per tutto il suo popolo. Mi rivolgo perciò a lei perché voglia rendersi interprete di questo nostro profondo desiderio, inspirato a quei metodi democratici di consultazione che soli potranno assicurare la rinascita europea e che corrispondono del resto alle amichevoli e formali assicurazioni dateci nel corso di questi ultimi mesi. Due anni di guerra combattuta, con estrema lealtà, fianco a fianco con le Nazioni Unite, legittimano e giustificano la nostra attesa.
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Il presidente De Gasperi dichiara che lo scopo della riunione è un attento esame della proposta di plebiscito per la Venezia Giulia ventilata ieri alla Conferenza dei quattro ministri degli Esteri e attira subito l’attenzione sulla possibilità che un’accettazione di tale plebiscito ne implichi uno anche per l’Alto Adige con conseguenze a noi presumibilmente sfavorevoli. […] il presidente De Gasperi esprime il parere che al momento del voto essi [i residenti slavi] si deciderebbero in favore della Jugoslavia, perché entrerebbero in gioco, imponderabili, il carattere tradizionale e razziale. Egli pertanto ritiene che sia da escludere la linea di Rapallo, e anche quella Wilson, come limite orientale della zona dove dovrebbe svolgersi il plebiscito. […] Il presidente De Gasperi ritiene che – dopo i pareri espressi e i dati presentati – siano da escludere senz’altro come limiti orientali per la zona del plebiscito le linee di Rapallo, Wilson e francese, che la britannica potrebbe essere accettata in via subordinata e che la migliore sarebbe l’americana con qualche non grossa modifica a nord del Monte Nero (escluso Tolmino), alle spalle di Gorizia e di Trieste e che eventualmente – per ottenere tali modifiche – si potrebbe cedere nell’Arsa. […] Il presidente De Gasperi assicura che l’abbandono di Pola da parte nostra è fuori discussione. […] Il presidente De Gasperi afferma che prima di accettare o meno la proposta di plebiscito è d’uopo rifletterci su ancora tenendo anche conto delle possibili conseguenze per l’Alto Adige e intanto invita gli esperti giuliani a studiare sulla carta due linee basate su quella americana, una indicante le richieste assolutamente indispensabili e l’altra concepita con maggiore larghezza.
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La ringrazio del suo rapporto n. 1326 ed approvo il suo linguaggio. È bene ella sappia che presso a poco negli stessi giorni in cui le si assicurava costì che il Governo polacco intendeva mantenere atteggiamento neutralità nei confronti nostra frontiera orientale, Varsavia comunicava ufficialmente alla Conferenza dei Quattro ministri degli Esteri, con memorandum del 5 ottobre, il suo avviso che Trieste dovesse essere posta sotto la sovranità jugoslava. Vorrei aggiungere, e mi riferisco al suo successivo colloquio di cui al telegramma n. 133, che la solidarietà slava si affermerebbe, io credo, tanto meglio se tentasse di smussare, invece che eccitare, gli irragionevoli estremismi di una delle sue parti. Dica comunque a Modzelewski che anche io mi auguro che rapporti italo-polacchi restino cordiali, che gli interessi permanenti dei nostri due Paesi riescano cioè a prevalere su atteggiamenti politici contingenti che con quegli interessi indubbiamente contrastano.
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I. L’Italia considera con uguale intenso interesse i suoi quattro territori africani (Tripolitania, Cirenaica, Eritrea e Somalia). 2. Tripolitania. Le condizioni di fatto sono: a) i Senussi non sono una tribù od una popolazione araba, ma sono una confraternita religiosa musulmana. Attribuire loro la direzione di uno Stato sarebbe come tornare al sistema della colonizzazione dei gesuiti nel Paraguay nel XVII secolo; b) la confraternita religiosa dei Senussi, comunque, ha i suoi stabilimenti in Cirenaica, ma non è affatto diffusa in Tripolitania. Perciò, in ogni modo, la situazione è del tutto diversa, anche per questa parte, in Tripolitania; c) la Tripolitania ha una popolazione di origini assai diverse. Sul totale di 500 mila abitanti vi sono circa 50 mila italiani (un decimo della popolazione per numero, a parte il loro valore decisivo per l’economia del paese); più di 30 mila ebrei, la cui situazione in uno Stato senusso è facile prevedere; vi sono ancora circa 40 mila berberi e forti gruppi di cologhli (turchi immigrati). Le premesse di fatto perché la Tripolitania sia incorporata in uno Stato senussita, unita alla Cirenaica, mancano quindi del tutto. 3. Somalia. La Somalia italiana non ha nulla di comune col British Somaliland. a) Il British Somaliland è abitato da tribù nomadi di pastori; la Somalia italiana è abitata da agricoltori. b) Il British Somaliland è abitato da tribù di pura origine somala, con qualche immigrazione araba dallo Yemen. La Somalia italiana è abitata da tribù della più varia origine (somali mescolati con negri bantu ecc.). c) Le tribù del British Somaliland differiscono anche linguisticamente da quelle della Somalia italiana, dove, del resto, accanto al somalo meridionale, sono parlate anche lingue bantu (il bravano, il baguini ecc.) e dialetti di altra origine. d) La questione dei diritti di pascolo di alcune tribù di frontiera del British Somaliland, cui è stato alluso, è una questione di dettaglio concernente i normali rapporti di buon vicinato sui confini e fu sistemata già da accordi italo-britannici. La Somalia italiana, dove ancora adesso vivono circa 20 mila italiani, deve tutta la sua vita economica al lavoro dell’Italia, che costruendo le dighe e gli impianti sui fiumi ne ha fatto un Paese di notevole produzione agricola. 4. Una soluzione giusta della questione dei territori africani dovrebbe essere, almeno, nelle circostanze di oggi, basata su questi punti: a) accettazione da parte italiana dei principi dell’autogoverno secondo la Carta di San Francisco come base essenziale della sua amministrazione in Africa; b) restituzione integrale all’Italia della Tripolitania e della Somalia; c) rimandare una decisione sulla sorte della Cirenaica ad un possibile accordo diretto tra l’Italia e gli interessati (Egitto ed, eventualmente, Confraternita senussita) in modo da risolvere insieme la questione dell’autonomia locale e dell’immigrazione italiana; d) ristabilire in Eritrea, anche per un periodo di tempo da determinare e salva ulteriore decisione definitiva, l’amministrazione italiana controllata da una Commissione internazionale.
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Riassumo qui di seguito punti fondamentali dei colloqui avuti oggi lunedì 6 maggio presidente Consiglio De Gasperi rispettivamente con Byrnes, Bevin e Molotov. I. Colloquio DE GASPERI-BYRNES (ore 10). Venezia Giulia. Avendo De Gasperi chiesto se idea plebiscito avrà sviluppi concreti, Byrnes risposto che sua proposta rimarrebbe in piedi essendo inteso che plebiscito sarebbe limitato zona compresa tra due linee americana e russa; confermando d’altronde come sovietici non la accettino in tali termini De Gasperi sviluppato argomentazioni contro estensione territorio plebiscito e d’altra parte, avendo Byrnes chiesto se ritenesse possibile spostamento verso linea francese, De Gasperi affermato essere questo impossibile data esclusione completa con tale linea di città italiane come Pola, Parenzo, Rovigno. Richiesto da Byrnes, De Gasperi fatto presente impossibilità abbinare questione Trieste-colonie e come interesse russo per Trieste sia dovuto particolarmente valore industrie navali e come sotto tale aspetto questione diventi problema interesse americano. Byrnes citato esempio Molotov su analogia problema Leopoli con quello Trieste («Si tratta di effettuare operazione, e poi non ci si pensa più»). De Gasperi ricordato come nessun Governo democratico possa accettare rinuncia Trieste. Colloquio vertito a lungo su Trieste e Byrnes dato impressione che insisterà favore nostra tesi. Modus vivendi. Avendo chiesto Byrnes: «E se non si facesse la pace?», De Gasperi risposto che piuttosto che pace dura sarebbe meglio differire per attendere momento più propizio. Byrnes avuto l’aria di consentire. Tutto colloquio Byrnes dimostrata molta cortesia. II. Colloquio DE GASPERI-BEVIN (ore 15). Venezia Giulia. Bevin affermato che la proposta del plebiscito è da considerarsi morta («dead»). Accennato quindi suo criterio sarebbe ricerca compromesso tra linea francese e americana. Avendo De Gasperi affermato impossibilità rinuncia fascia costiera istriana, Bevin prospettato idea di stretta fascia costiera comprendente città italiane. Bevin escluso che Pola possa divenire base ONU. Per Trieste ha affermato: «we shall never give up Trieste», aggiungendo voler rifiutare nettamente il baratto proposto dai sovietici di Trieste con le colonie. Libia. Bevin ha fatto presente impegni precedenti Churchill Eden coi Senussi. Soluzione migliore, secondo Bevin, sarebbe creare governo locale sotto mandato a cui controllo potrebbe partecipare Italia quando faccia parte dell’ONU. De Gasperi sviluppato circa Senussi note argomentazioni contenute memorandum . Bevin quindi prospettato in via estrema riservatezza possibilità che in un secondo tempo sia costituita zona intorno Tripoli sotto sovranità italiana nella quale possano liberamente svilupparsi 50 mila italiani e 30 mila ebrei della colonia. Escluso che tutta regione possa essere posta sotto sovranità diretta italiani non potendo essere ciò accettato da arabi. Africa orientale italiana. Circa Eritrea Bevin ricordato che Negus sarà sentito nelle relative discussioni. Quindi esposto suo piano unione due Somalie e Ogaden. De Gasperi svolto argomentazioni memorandum, che gli ha consegnato , affermando come sia impossibile a Italia rinunciare amministrazione entrambe colonie che le appartengono da cinquanta anni. Bevin prospettato quindi possibilità rimettere Africa orientale italiana ONU facendo presente che in ogni caso se si effettuasse riunione due Somalie Gran Bretagna ne rivendicherebbe trusteeship, dimostrandosi tuttavia successivamente disposto considerare questione in maniera un po’ «elastica». Flotta. Bevin dichiarato che nonostante recenti meriti devono essere scontati precedenti demeriti. Riconfermato che sarà concessa Italia una flotta sufficiente a sue necessità mentre unità eccedenti sarebbero divise fra diverse Potenze vincitrici. De Gasperi fatto presente come, pur potendosi prospettare riduzione flotta, devonsi evitare errori nel modo presentare cosa. Sviluppi Conferenza e modus vivendi. Bevin, dopo aver detto essere difficile affermare ora quali possono essere le prospettive della Conferenza, dichiarato che, ove Conferenza fallisse, egli sarebbe favorevole modus vivendi. De Gasperi confermato che preferirebbe rinvio firma trattato pace a pace dura. Durata colloquio circa mezz’ora. Tono particolarmente schietto e cordiale. III. Colloquio DE GASPERI-MOLOTOV (ore 16). Colloquio iniziatosi con dichiarazioni reciproche circa volontà sviluppo democratico Italia e desiderio russo aiutare popolazione italiana. Trieste. De Gasperi fatto presente difficoltà che sarebbe costituita da nuova zona irredenta di 400 mila italiani che non potranno essere domati e asserviti. Molotov dimostratosi comprensivo questo argomento e affermato necessità arrivare soluzione che tenga conto esigenze due popoli italiano e jugoslavo. Modus vivendi. Molotov chiesto se sia noto emendamento sovietico proposta americana modus vivendi (restituzione flotta mercantile popolo italiano). Da domanda Molotov risulta vivo interessamento sovietico per modus vivendi. De Gasperi dichiarato avere già diramato comunicato stampa per confermare buone intenzioni russe. Colonie. Molotov chiesto se Governo italiano considera colonie questione grande importanza o peso morto, con evidente intenzione provocare accentuazione De Gasperi in senso positivo o negativo a fine eventuali contrattazioni. De Gasperi risposto che colonie rappresentano ad un tempo problema e peso finanziario, ma d’altra parte sbocco lavoro italiano e reddito di capitali già investiti. Italia considera quindi colonie come esigenza vitale. Relazioni italo-jugoslave. Circa relazioni italo-jugoslave De Gasperi osservato ogni frontiera essere inutile se non integrata volontà cooperazione popoli confinanti. Chiesto quindi intervento Governo sovietico per facilitare amichevoli contatti con Jugoslavia. Molotov assicurato che lo farà. Riparazioni. De Gasperi domandato interessamento di Molotov affinché agli effetti lavori commissione riparazioni possano stabilirsi contatti diretti con essa dei nostri tecnici al fine di fornire informazioni che faciliterebbero lavori commissione stessa. Tono colloquio assai cordiale. Al termine, Molotov insistito perché De Gasperi intervenga ricevimento ambasciata sovietica domani sera.
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DE GASPERI: Chiede se l’idea del plebiscito sarà portata a fondo. BYRNES: Dice che la proposta rimane in piedi per essere però limitata alla zona compresa tra le due linee: americana e russa; ma conferma che i russi non accettano l’idea. DE GASPERI: Sviluppa argomentazioni contro estensione territoriale del plebiscito; essenziale per l’Italia è la regione di Trieste. BYRNES: Interroga sulla possibilità di spostamenti verso la linea francese. DE GASPERI: Questo è impossibile, data l’esclusione di città italiane come Pola, Parenzo, Rovigno. BYRNES: Come considerate l’abbinamento delle questioni di Trieste e delle colonie? DE GASPERI: Non sono due cose comparabili. I russi puntano su Trieste non tanto per motivi etnici quanto per il valore dell’industria navale. Sotto questo aspetto la questione diventa anche problema di interesse americano. Byrnes dà l’impressione che insisterà sulla nostra tesi per Trieste. Colloquio verte a lungo su Trieste con chiarimenti e dettagli. BYRNES: Cita l’esemplificazione di Molotov sulla analogia del problema di Leopoli (nucleo polacco con fascia completamente ucraina) con quello di Trieste: «Una volta superate le difficoltà non ci si pensa più». DE GASPERI: Ricorda che la situazione è ben diversa e afferma che nessun Governo democratico potrà accettare una simile rinuncia; aggiunge considerazioni di politica interna italiana. BYRNES: E se non si facesse la pace? DE GASPERI: Piuttosto che una pace dura, sarebbe meglio rinviare per attendere un momento più propizio. Byrnes ha l’aria di consentire. In tutto il colloquio Byrnes dimostra molta cortesia e conclude affermando che la nostra questione è stata posta e trattata «very nicely». Durato mezz’ora.
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DE GASPERI: Il plebiscito? BEVIN: «Dead». Dichiara che il suo criterio sarebbe la ricerca di un compromesso tra la linea francese e quella americana. DE GASPERI: Porta argomentazioni su città italiane e proposta Pola come base ONU BEVIN: No. DE GASPERI: In ogni caso l’Italia non potrà accettare linea che escluda le città italiane. BEVIN: Propone una stretta fascia che comprenda queste città. DE GASPERI: Sviluppa argomentazioni effetto su opinione pubblica questione Trieste. BEVIN: «We shall never give up Trieste». Continua dichiarando che i russi hanno proposto un baratto di Trieste con le colonie. «Ma io mi rifiuto ad accettare questo baratto». CARANDINI: Argomentazioni su cantieri. BEVIN: A proposito delle colonie, ricorda che Churchill e Eden hanno preso con i Senussi impegni ai quali la Gran Bretagna deve fare onore; la soluzione migliore è quella di instaurare un governo locale sotto mandato A, in modo che l’Italia, non appena entri nell’ONU, acquisterebbe «partnership» nel controllo. DE GASPERI: Fa osservare caratteristiche Senussi (vedi argomentazioni memorandum sulle colonie). BEVIN: Per quanto riguarda minoranze italiana e ebrea, intenderebbe in un secondo tempo riservare alla sovranità italiana zona dove queste forze potrebbero sviluppare loro attività; vi dovrebbe essere quindi nel trattato una dichiarazione italiana di rinuncia alla sovranità. Tale comunicazione, Bevin sottolinea, è da considerarsi estremamente confidenziale. DE GASPERI: Precisa che non vi può essere rinuncia di sovranità da parte dell’Italia, ma dovrebbe trattarsi di una rimessa all’ONU. BEVIN: Questa soluzione (sulla quale Bevin concorda) farebbe sì che la decisione per le colonie, anziché venire presa nell’ambito dei Quattro con esclusione dell’Italia, verrebbe presa nell’ambito dell’ONU dopo la firma della pace. Nel frattempo le colonie rimarrebbero sotto amministrazione provvisoria inglese. DE GASPERI: In vista dei notevoli interessi italiani, sarebbe bene avere un rappresentante italiano. BEVIN: In via di estrema riservatezza prospetta la possibilità di riservare eventualmente una zona intorno a Tripoli sotto la sovranità italiana nella quale i 50mila italiani e i 30mila ebrei potrebbero svolgere loro attività. Se tutta la zona fosse posta sotto la sovranità diretta italiana, gli arabi non accetterebbero. In tal caso gli inglesi sarebbero quindi responsabili della situazione e dovrebbero fare una nuova guerra per ridarci le colonie! Parlando dell’Eritrea, ricorda che il Negus ha domandato di partecipare alle discussioni, e che egli dovrà essere quindi sentito. DE GASPERI: Argomentazioni sull’Eritrea; difficoltà di ottenere sottomissione ascari al Negus. BEVIN: Espone suo piano unione delle due Somalie e dell’Ogaden. DE GASPERI: Argomentazioni memorandum che gli consegna. «In ogni caso, dichiara, è impossibile per l’Italia rinunciare all’amministrazione di entrambe le colonie. L’opinione pubblica italiana non tollererebbe dover rinunciare a terre che appartengono all’Italia da cinquanta anni». BEVIN:Possibilità di rimettere l’Africa italiana all’ONU. In ogni caso, se si effettuasse la riunione delle due Somalie, la Gran Bretagna rivendicherebbe il trusteeship. In ogni caso Bevin si dimostra disposto a considerare la questione in maniera un pò elastica. Parlando della flotta, dichiara che malgrado i meriti da essa acquisiti, bisogna scontare. Riconferma che avremo flotta, mentre le unità superflue verrebbero divise. DE GASPERI: «L’errore sta nel modo di presentare la cosa; noi siamo d’accordo per la riduzione a 100 mila tonnellate, ma le navi, anziché essere ripartite, devono andare nel pool dell’ONU» (richiamo alle due corazzate moderne ed alle tre corazzate vecchie tipo Doria). Ricorda l’esempio della flotta francese che si è auto-affondata, i meriti della marina, ecc. ecc. Chiede quali siano le prospettive della Conferenza. BEVIN: Gli è difficile rispondere prima che siano passati altri due o tre giorni; se però la Conferenza fallisse, egli sarebbe favorevole al modus vivendi. DE GASPERI: Conferma che, ad una pace dura, preferiremmo un rinvio. Espone alcune considerazioni di politica interna alle quali Bevin presta ascolto. Il colloquio si è svolto su un tono particolarmente schietto e cordiale ed è durato mezz’ora.
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DE GASPERI: Ringrazia, ma richiama l’argomento fondamentale di Trieste, la quale – se anche obiettivamente considerato potrebbe valutarsi diversamente – per le note ragioni deve essere attribuita all’Italia. «Se voi creerete una nuova zona irredenta di 400 mila italiani, non la potrete né domare né assorbire». MOLOTOV: Si mostra comprensivo di questo argomento e afferma che bisognerà arrivare ad una soluzione che tenga conto delle esigenze dei due popoli. «Conoscete la proposta americana del modus vivendi e il nostro emendamento (restituzione flotta mercantile al popolo italiano il quale ha il diritto di navigare sui sui mari)?». DE GASPERI: Precisa che se non possiamo avere la pace avremo assoluto bisogno del modus vivendi sopratutto per alleggerirci delle spese di occupazione. Dalla domanda di Molotov risulta il vivo interessamento sovietico per il modus vivendi, e De Gasperi dichiara d’aver fatto dichiarazioni alla stampa in cui conferma le buone intenzioni sovietiche a questo riguardo. MOLOTOV: Domanda se il Governo italiano considera che le colonie costituiscano una questione di molta importanza o siano un peso morto, con evidente intenzione di provocare accentuazione di De Gasperi in senso positivo o negativo ai fini di una eventuale contrattazione con Trieste o di una rinuncia alle colonie stesse. DE GASPERI: Risponde con calcolata misura che effettivamente le colonie rappresentano un problema ed un peso finanziario; ma che rappresentano anche: 1) uno sbocco per il lavoro italiano; 2) una missione di civiltà, di cui oramai il popolo italiano ha coscienza. Relativamente all’Africa orientale De Gasperi accentua la diversità di carattere fra, ad esempio, la Somalia inglese, che è amministrata in vista di ottenerne materie prime, e le nostre colonie che sono sbocchi per il nostro lavoro e per lo sviluppo industriale. L’Italia considera quindi le colonie una esigenza vitale. Venendo a parlare delle relazioni italo-jugoslave, De Gasperi osserva che qualsiasi frontiera è inutile se non è integrata da una volontà di cooperazione dei popoli confinanti. Ha quindi invocato l’aiuto del Governo sovietico per facilitare amichevoli contatti con la Jugoslavia. Molotov risponde affermativamente. DE GASPERI: Chiede, agli effetti dei lavori della commissione per le riparazioni, non un nostro intervento ufficiale, ma la possibilità dei contatti diretti di nostri tecnici a fini puramente informativi e per facilitare il lavoro. MOLOTOV: «Avete interpellato gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia a questo proposito?» DE GASPERI:Si, abbiamo fatto passi; ma si tratta di una questione generale da decidere dai Quattro, e chiediamo il vostro interessamento. MOLOTOV: Conclude insistendo perché De Gasperi intervenga al ricevimento all’ambasciata sovietica per domani sera. DE GASPERI: Risponde che dovrebbe ritornare in Patria; ma che comunicherà con Roma per sapere se gli affari di governo possano permettergli di rimanere per questa occasione. Durata quaranta minuti, interprete russo-francese; colloquio cordiale.
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Prima della mia partenza, ci tengo ad esprimere tutta la nostra riconoscenza per la cordialità con cui ci ha ricevuti e per la fiducia che ci ha testimoniato. Ho avuto da parte mia l’impressione che questa conferenza sarà senza dubbio la penultima; ma riferendomi al nostro ultimo incontro e al memorandum che abbiamo presentato, non sarebbe utile che noi almeno approfittassimo di questo intervallo per studiare a fondo tutti gli elementi concreti che ci possono permettere di giungere al consolidamento della linea di frontiera delle Alpi? A questo fine, non potrebbe, per esempio, designare un esperto che abbia la vostra piena fiducia e che possa, anche a titolo ufficioso, senza impegnare in alcun modo la nostra responsabilità politica, esaminare in collaborazione con un esperto da me nominato tutte le soluzioni concrete che ci sottometteranno entro un certo termine? In caso affermativo, abbia la bontà di informarne confidenzialmente il marchese di Soragna, presso la nostra ambasciata a Parigi, che ho già autorizzato a presentarle uno dei nostri esperti che conosce perfettamente la nostra frontiera occidentale. La prego di presentare i miei omaggi più devoti alla signora Bidault e di riferirle quanto la signora De Gasperi sia stata felice di fare la sua conoscenza.
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Ho la coscienza che la mia andata a Parigi sia stata utile. L’intervento mio e dei miei solerti collaboratori ha servito a orientare, a mantenere posizioni, a impedire franamenti. Alla Conferenza ci si è ascoltati con evidente simpatia. I colloqui miei, in presenza anche di Carandini, con i quattro ministri degli esteri, sono stati particolarmente sostanziali e confidenziali; così i contatti dei miei collaboratori con i sostituti e gli alti funzionari ed esperti. Con il presidente Gouin e specie con Bidault ho avuto franche ed amichevoli spiegazioni sulle questioni ancora aperte con la Francia. Come avete visto ho preso contatto anche con autorevoli organi di stampa. Ce n’era bisogno perché l’Italia è cinta ancora all’interno da una fascia di gelo ed ostilità. Il risultato non è ancora registrabile in formule di trattato ma qui noi poveri italiani siamo presi come fra macine di mulino che girano per conto di interessi altrui. Per uscirne illesi, almeno negli organi vitali, ogni nostra abilità e ogni nostro sforzo non è decisivo ma soltanto un contributo. Eravamo in guerra solo cobelligeranti e rimaniamo in pace soltanto dei condeterminanti. Le previsioni anche dei più iniziati circa le conclusioni della conferenza erano fino a ieri sera molto contrastanti. Finora si sono precisate le posizioni e le possibilità hanno guadagnato un certo contorno, ma la catastrofe non pare imminente. D’altra parte non è nemmeno esaurita la procedura informativa. Sulle colonie si vuole sentire il Negus. Sulla linea etnica si vogliono esaminare attentamente le conseguenze economiche, sulle riparazioni vanno raccolti ancora molti dati. Nemmeno sulla nostra flotta si è arrivati ad una decisione definitiva, ma le nostre prospettive non sono così brutte come è apparso nella stampa italiana. In parte il nostro punto di vista è, nonché conosciuto, accolto. La questione ossessionante rimane sempre Trieste. Gli slavi vi si serrano attorno con tale forza e solidarietà che essa da italiana è divenuta una questione mondiale. Pur sostenendo con inflessibile energia la nostra trincea giuliana, coadiuvato dalla preziosa collaborazione dei nostri amici esperti di Trieste, di Gorizia e dell’Istria, ho sempre accentuato, nella conferenza, e nei colloqui coi personaggi principali, il nostro stato d’animo collaborazionista coi vicini jugoslavi. Per questo ho rinunciato a reagire vivacemente a certe affermazioni di Kardelj, per questo ho insistito anche nel chiedere i buoni uffici di Molotov. Non so se riusciremo, ma ieri sera almeno in una sala dell’ambasciata russa, dove erano raccolti i principali uomini di stato, oltre che con Bevin, Byrnes, Molotov e Bidault, ho toccato il bicchiere con Kardelj che finora non avevamo visto che nel cipiglio ostile e duro della trincea politica. Si brindava alla pace e certo ognuno la sottintendeva a modo suo, ma questa presa di contatto ha una nota umana e un senso di speranza verso l’avvenire. A Parigi gli ultimi sviluppi vengono seguiti, oltre che dall’ambasciatore Soragna, da alcuni funzionari ed esperti. Carandini, su mia preghiera, ha acconsentito di rimanere ancora per qualche tempo in contatto con la conferenza.
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Suoi 522 e 523. Aderendo anche desiderio manifestato da Stato Maggiore giungerà costà al più presto esperto da esso designato per fiancheggiare azione codesta delegazione. Trovi intanto modo di valorizzare presso delegazioni britannica ed americana nostro memorandum su frontiera italo-francese, mettendo soprattutto in luce contributo positivo verso equo compromesso rappresentato da proposte italiane. Sacrifici che Italia si dichiara volontariamente disposta a fare, proposte concrete per risolvere questioni di comune interesse italo-francese (progetti per ulteriore utilizzazione lago Moncenisio e bacino montano Valle Roja, protezione interessi proprietari francesi, facilitazioni per transito frontiera), ed infine positivo intendimento eliminare ogni carattere offensivo nostra frontiera, sono altrettanti elementi che vanno apprezzati in tutto il loro giusto valore. Essi vanno contrapposti a quelle pretese francesi che non trovano equo fondamento . In altre parole Italia ha dato prova concreta sua buona volontà giungendo al massimo delle concessioni ragionevoli. Si fa appello allo spirito equità degli Alleati affinché, esaminando attentamente ed obiettivamente questioni, vogliano usare loro autorità presso francesi onde indurli recedere loro intransigente atteggiamento e comunque affinché non si adattino a sanzionare una palese quanto inutile ingiustizia ai nostri danni.
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Suoi 536 e seguenti. Approvo linguaggio tenuto da V.E. durante riunione preparatoria. Mi sorprende tuttavia che mia proposta a Bidault di designare un esperto «à titre pas mème officieux et sans engager aucunement nôtre responsabilité politique» abbia potuto sfociare nella designazione di un direttore generale al quale comprendo era forse necessario contrapporre incaricato d’affari. Veda tuttavia se non sia più opportuno – ed io sono di questo avviso – rimettere iniziativa sui suoi binari di partenza, lasciandola cioè da ambo le parti esclusivamente in mano agli esperti ed ai tecnici. Impostazione diversa da parte nostra rischierebbe impegnarci troppo e prima del necessario. Se, come pare, il problema della nostra pace è destinato subire nuovo rinvio, non è certo in questa fase che conviene da parte nostra affrettare eccessivamente i tempi. Mi affido a Soragna ed a lei perchè contatti già stabiliti siano mantenuti, ma entro questi limiti di amichevole chiarimento e di esplorazione.
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Evoluzione atteggiamento sovietico in materia coloniale prevista da V.S. si è precisata, anche in relazione chiarimenti da me dati Molotov nel corso Conferenza Parigi (vedi telegramma 7681 del 13) . Ci rendiamo conto che tale atteggiamento risponde in primo luogo a interesse sovietico, tuttavia constatiamo che in tale materia interesse russo di non vedere alterato a vantaggio di terzi attuale equilibrio Mediterraneo e Mar Rosso coincide con interesse nostro, e non possiamo che compiacercene. Lo dica costì ed esprima nostra riconoscenza. Chiediamo poter continuare in tutti territori africani opera civiltà intrapresa sino a condurli noi stessi all’autogoverno secondo i principi dell’ONU ai quali, come ogni altro Paese, anche noi sottoscriviamo.
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Suo 238 e precedenti . Se problema riparazioni avesse potuto essere considerato per sé stante ed avulso da tutto il resto, non è improbabile che, prendendo in considerazione sua proposta, avremmo cercato di metterci direttamente d’accordo con Governo sovietico. Tale atteggiamento avrebbe peraltro avuto inevitabili e sfavorevoli ripercussioni sulle nostre relazioni sia con l’Inghilterra che con gli Stati Uniti, e quindi, in definitiva, su tutte le altre questioni che saranno toccate dal trattato di pace. Ella sa che, oggi anche più di ieri, nostra dipendenza da anglo-americani, specie per quanto concerne alimentazione Paese e materie prime, è strettissima. Ogni nostro scarto avrebbe potuto esporci dunque a pericoli che non esito a qualificare gravissimi. Tenga presente altresì che impotenza da parte nostra a pagare riparazioni non è una tesi più o meno abile, ma una semplice constatazione di fatto. Non una manovra, ma un dato, che gli Stati Uniti hanno senz’altro riconosciuto come perfettamente valido anche se essi non sono in grado di imporre a tutti loro punto di vista. E sarebbe stato certamente strano se proprio da parte nostra avessimo cercato invalidarlo. Accettazione domanda sovietica avrebbe d’altra parte implicato rinunzia nostra argomentazione non dover noi riparazioni, non soltanto per nostra impotenza a pagarle, ma anche in ragione nostra cobelligeranza, con inevitabili conseguenze che altri Paesi, comprese Inghilterra ed America, avrebbero reclamato ed imposto stesso trattamento.
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Suoi 648-650. Per sua conoscenza e norma di linguaggio la informo che, nel corso Conferenza Parigi, e dopo note proposte britanniche circa questione coloniale, ho rimesso a Bevin e fatto pervenire a Molotov, Byrnes e Bidault seguenti nostri suggerimenti: 1) accettazione da parte italiana principi autogoverno secondo la Carta Nazioni Unite come base amministrazione in Africa; 2) restituzione all’Italia della Tripolitania e Somalia; 3) rinvio decisione circa Cirenaica ad un possibile accordo diretto fra Italia ed altri interessati (Egitto, Senussi) in modo da risolvere di comune accordo questione autonomia locale e immigrazione italiana; 4) ristabilimento Eritrea, anche per un periodo di tempo da precisare, amministrazione italiana controllata da Commissione Internazionale. Petizioni ambienti arabi cui accenna V.S. sono conseguenza continuata opera antitaliana attuale amministrazione militare Tripoli. Quivi è anche venuto costituendosi, attorno nostre maggiori imprese commerciali, cui dirigenti viene vietato rientrare colonia, complesso interessi gruppi organizzati da amministratori anglo-maltesi ed ebraici i quali sono in conseguenza contrari nostro ritorno e si agitano per promuovere manifestazioni ostili all’Italia. Maggiori informazioni al riguardo vengono inviate per telespresso.
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L’Italia vede con apprensione nel progetto di trattato, che la sorte dei suoi territori africani non sia ancora stata risolta, quando motivi ideali di giustizia concorrono con gravi motivi pratici perché tale problema abbia infine una soluzione ragionevole. Gli stessi consensi che ha avuto nella Conferenza dei Quattro la proposta di affidare all’Italia sotto forma di trusteeship quei territori ora sottoposti alla sua sovranità, sono una prova dell’apprezzamento che ha avuto ed ha l’opera svolta e le possibilità avvenire di lavoro dell’Italia in quei Paesi. Dichiaro qui ancora una volta senza ambagi che la nuova Italia democratica accoglie in pieno – nella lettera e nello spirito – i principi posti dalla Carta delle Nazioni Unite per l’amministrazione dei territori già coloniali. Essa riconosce perciò il principio che gli interessi degli abitanti di quei territori vengono prima di ogni altra considerazione e che l’obbligo di promuovere al massimo il loro benessere entro i limiti del sistema di pace e sicurezza istituito a San Francisco, costituisce un sacro incarico. Soltanto nell’applicazione di tali principi di civiltà e di umanità l’Italia, da parte sua, vede la soluzione del problema dei suoi territori d’Africa. Tale soluzione va considerata, per quanto ci concerne, non trascurando un essenziale dato di fatto. In quei territori (Libia, Eritrea, Somalia) hanno vissuto da alcune generazioni centinaia di migliaia di italiani, i quali hanno, in fattiva collaborazione con le popolazioni locali, apportato grandi benefici a quei Paesi trasformandone profondamente la struttura economica. Quegli italiani colà emigrati non possono non essere considerati parte della popolazione locale della Libia, Eritrea e Somalia, dove essi hanno tutti i loro interessi e la loro permanente residenza. È questo un fattore decisivo del problema di quei territori. Ma se alla soluzione definitiva non si debba davvero arrivare che con un deferimento, noi ci sentiamo in diritto di chiedere che il differimento non implichi alcuna preventiva rinuncia da parte dell’Italia dei suoi diritti di sovranità su quei territori. Questa modifica dello status giuridico dei territori italiani d’Africa trasformerebbe il differimento in una decisione a noi contraria; e d’altra parte contribuirebbe ad aumentare in quella zona del mondo uno stato di incertezza non favorevole ad alcuno, in definitiva. Non diversamente noi obbiettiamo alla proposta di prolungare per un anno l’attuale regime di amministrazione militare di quei territori. L’attuale regime, già per necessità belliche e poi per gli ultimi anni, ha contribuito a rendere assai difficili e precarie le comunicazioni ed i rapporti di ogni genere tra l’Italia e quei territori ed obbliga le decine e decine di migliaia di profughi dalla Libia, Eritrea e Somalia a vivere in precarie condizioni o di assistenza pubblica in Italia oppure nei campi di concentramento della Rhodesia e del Kenya. L’Italia si aspetta quindi che il prolungamento eventuale dell’amministrazione militare per un altro anno non avvenga senza che una congrua parte dell’amministrazione di quei territori sia affidata ai funzionari italiani, in conformità della legge internazionale nei territori occupati per ragioni di guerra.
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Suo 654 . La autorizzo rimettere presidente Truman mio messaggio personale, che lascio a lei elaborare. Dovrebbe essere succinto e lealmente esplicito. Premetta ch’io mi rendo perfettamente conto ostacoli e difficoltà pace e importanza interessi in contrasto. È peraltro impressione diffusa in tutta opinione pubblica italiana che, sia a Londra prima che a Parigi dopo, Italia sia stata soltanto considerata come semplice posta nel gioco altrui. È mancato cioè chi abbia posto il problema italiano nella sua integrità e come tale abbia cercato risolverlo: cioè in termini europei. La tattica dei mercanteggiamenti ha condotto, alla frontiera orientale, a successivi arretramenti dalla linea Wilson sino alla Morgan; alla frontiera occidentale, alla intransigenza francese per Briga, Tenda e Moncenisio; in materia di riparazioni, all’ammissione del principio che dobbiamo pagarle; in materia coloniale, attraverso formule diverse, al tentativo di escludere dall’Africa il solo popolo che abbia capacità di esercitarvi una concreta attività di lavoro. Tutto ciò significa esattamente quella pace punitiva che ci è stato assicurato di voler escludere. Ribatta dunque sulle nostre tesi. Ribadisca i concetti su cui ho ieri insistito in un’intervista all’«United Press» che credo le sarà nota. In essa ho suggerito fra l’altro il deferimento della questione giuliana, in caso di contrasto insanabile, ad un’assise più vasta e in definitiva all’ONU. Ringrazi per il modus vivendi, di cui peraltro ignoriamo tuttora i testi. Chiuda esprimendo la nostra inalterabile, profonda fiducia negli Stati Uniti e nel suo presidente. Dia al messaggio il tono e la forma più amichevolmente caldi.
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Come ho telegrafato stamane ho affidato a lei la questione della frontiera occidentale, a Carandini quella dell’Alto Adige. Agite d’accordo, dividendovi i compiti e non soltanto per materia, ma anche, se occorre, a seconda delle possibilità che a mano a mano si presenteranno a ciascuno di voi. Riterrei necessaria un’azione preventiva presso inglesi e americani per sventare tentativo francese di far passare Tenda e Briga come la sola questione in controversia. Lei sa che quella del Moncenisio è altrettanto grave. E per informarli dei molti sacrifici già da noi fatti per la Francia, che è la sola che abbia già incassato vantaggi concreti, che è dunque giusto siano posti sulla bilancia. La sua esposizione dovrà essere pacata, obiettiva e non polemica. Insista sulla necessità europea di una pacificazione italo-francese che solo potrà raggiungersi senza umiliare e sopraffare la rinascente democrazia italiana. Conto molto sulla sua opera.
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Come ho telegrafato stamane ho affidato a te la questione dell’Alto Adige, a Soragna quella della frontiera occidentale. Sarei partito io stesso per Parigi, se questa ormai ultima vigilia elettorale me lo avesse consentito. Ho ritenuto mio maggiore dovere restare. So che la nostra difesa è in buone mani e confido in voi. Per l’Alto Adige occorre riportare il problema nei suoi termini esatti, cioè alle rettifiche minori. Vienna ne esorbita in modo evidente chiedendo, e per ragioni speciose, un terzo dell’Alto Adige. Casardi che sarà in tempo utile a Parigi ti fornirà gli elementi di difesa. Per la frontiera occidentale mi pare in corso un tentativo francese per limitare la discussione a Tenda e Briga, dando per pacifico e incontroverso tutto il resto. Tu sai che la rivendicazione sul Moncenisio è altrettanto grave di quella dell’alta Roja. Occorre dunque mettere subito esplicitamente in chiaro come le cose effettivamente stanno. Io credo convenga informare preventivamente inglesi e americani del nostro punto di vista e dei gravi sacrifici già da noi fatti per venire incontro alla Francia, che non sono noti. E cioè Tunisia; occupazione del Fezzan; accordo sulle navi; accordo commerciale; accordo per i minatori. E procedere poi a un’esposizione pacata e non polemica del nostro punto di vista in materia di frontiera. Agite d’accordo con Soragna, dividendovi i compiti, non soltanto per materia, ma, se occorre, anche a seconda delle possibilità di ciascuno di voi. È bene che Soragna insista sulla necessità di una leale intesa italo-francese, non dunque basata su umiliazioni e sopraffazioni e tu su quella di eventuali vasti accordi con l’Austria, una volta chiusa la questione territoriale. Bada che quest’ultimo argomento potrebbe forse infastidire i russi. Occorrerebbe dunque toccarlo con cautela prudente. Confido dunque in voi e seguirò la vostra attività con ansia.
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Come è noto a V. S. lunedì 27 corrente supplenti esamineranno a Parigi questione frontiera occidentale. Malgrado che rapporto Commissione esperti su Briga e Tenda possa considerarsi in sostanza favorevole nostro punto di vista, Governo francese mantiene atteggiamento estrema rigidità esigendo cessione quella ed altre zone alpine di fondamentale importanza vuoi per sicurezza vuoi per economia Alta Italia, fra cui bacino Moncenisio. È urgente che la S.V. intrattenga sull’argomento codesto Governo mettendo in luce positivo contributo rappresentato da proposte equo compromesso contenute memorandum italiano consegnato 5 corrente alle delegazioni Parigi (cessione Piccolo San Bernardo e Terre di caccia; smilitarizzazione zona Chaberton e Valle Roja; accordi per forniture energia elettrica e creazione nuovi impianti; facilitazioni popolazioni frontiera). Sacrifici che Italia si dichiara volontariamente disposta a fare, concrete proposte per risolvere questioni di comune interesse italo-francese, ed infine intendimento positivo eliminare nostra frontiera ogni carattere offensivo, sono altrettanti elementi che vanno apprezzati in tutto il loro giusto valore e contrapposti a quelle pretese francesi che non trovano equo fondamento. L’Italia ha dato concrete prove della sua buona volontà giungendo a ragionevoli concessioni. Potrebbe prendere in esame possibilità accedere ancora a talune richieste francesi, ora che esse ci sono state notificate, sempre che Governo Parigi rinunci però alle inammissibili pretese Valle Roja e bacino Moncenisio sulla quale ultima non è in alcun modo possibile trovare, dal punto di vista territoriale, una qualsiasi soluzione di compromesso. Nell’esporre a codesto Governo considerazioni sopra indicate voglia fare appello suo spirito equità affinché, esaminando obiettivamente le questioni, incarichi supplenti compiere presso Governo francese passo tempestivo per indurlo a recedere dall’atteggiamento d’intransigenza e comunque affinché non si adatti a sanzionare ai nostri danni una palese ingiustizia. A titolo confidenziale la informo che ho autorizzato nostri esperti a Parigi prendere contatto con sostituti per invitarli prendere iniziativa proposta di soluzione problema frontiera occidentale su basi da noi indicate come accettabili.
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Suo 69 . Ringrazi Gruber per opinioni espresse su Trieste. Com’ella ha bene osservato, plebiscito che dovesse svolgersi nella zona B non offrirebbe, nelle condizioni attuali, garanzia alcuna e provocherebbe d’altra parte nuova ondata terrore. Lo preavverta che elezioni imminenti non mi consentono recarmi Parigi per esposizione punto di vista italiano sull’Alto Adige, che ho affidato a Carandini. Consideriamo con calma suo proposito riaprire intera questione Alto Adige che è votato all’insuccesso più certo. Suo compito è di esporre il punto di vista austriaco su rettifiche minori ed a quello egli dovrebbe rigorosamente attenersi. Gli dica comunque che nostro punto di vista che gli è noto sarà, entro questi limiti, espresso in termini obbiettivi e pacati e con particolare insistenza sull’avvenire dei rapporti italo-austriaci che vogliamo stretti e cordiali. Non dall’Alto Adige, ma da un’Italia sicuramente amica, potrà, a nostro avviso, dipendere buona parte delle sorti dell’Austria.
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Accordo diretto italo-francese per questione frontiera occidentale potrebbe forse essere facilitato dall’esito delle imminenti elezioni sia in Italia che in Francia. Sia in Italia che in Francia avremo comunque tra qualche giorno Governi certamente più rappresentativi della volontà popolare e cioè più atti ad affrontare questioni, come queste, di particolare gravità ed assumere gli impegni conseguenti. Quanto precede potrebbe forse consigliare che decisioni relative alla frontiera occidentale siano adottate dopo e non prima consultazione elettorale, ciò che permetterebbe alle due parti di utilizzare quel margine di possibilità di accordo diretto che il loro risultato potrebbe offrire, sollevando quindi gli Alleati dalla responsabilità di adottarle essi stessi. Esamini con cura l’utilità di agire in questo senso presso inglesi, americani e russi, sopratutto nel caso in cui le sembrasse che rivendicazioni francesi rischino, in sede di riunione di supplenti, di prevalere.
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Coloro che insistono sulla intransigenza iniziale di de Gaulle […] sono proprio i comunisti e precisamente Thorez , che recentemente ha ribadito a Nizza un discorso pronunciato un anno fa dallo stesso de Gaulle. Se si trattasse solo della frontiera occidentale avrei facile ragione di lagnarmi dei comunisti francesi, i quali non solo appoggiano Tito sulla questione della frontiera orientale, ma sostengono anche i postulati dello Stato Maggiore francese sulla frontiera occidentale. In quanto all’Alto Adige crediamo che la crisi sia superata perché i «quattro» hanno respinto la proposta austriaca di riconoscere all’Austria il cosiddetto Tirolo meridionale. Ora si tratta soltanto di discutere sulle cosiddette rettifiche minori. Quel che preoccupa ora soprattutto è la questione di Trieste, perché essa è la più importante in quanto se la Russia ha sostenuto la nostra tesi per il Brennero, per la frontiera orientale sostiene una linea di confine che ci strapperebbe tutta la Venezia Giulia e in più una striscia notevole della provincia di Udine. Noi apprezziamo l’atteggiamento russo per quanto riguarda la frontiera settentrionale e ci compiacciamo delle ultime dichiarazioni di Molotov che costituiscono un atteggiamento generale più amichevole verso l’Italia, e speriamo si addivenga anche ad una amichevole soluzione per la Venezia Giulia, soluzione della quale però, con Trieste, non possiamo abbandonare le altre zone italiane del Litorale e delle Isole. Circa le riparazioni noi abbiamo sostenuto il punto di vista che non abbiamo i mezzi per pagarle almeno nelle condizioni in cui oggi ci troviamo. É vero che gli Alleati anglo-americani come potenze occupanti hanno rappresentato per l’Italia un grave peso ma i conti non sono stati ancora fatti e di fronte a questo passivo ci sono molti contributi sotto il titolo di fornitura alla popolazione civile, sotto il titolo di contribuzione dell’UNRRA e dell’ENDSI e sotto il titolo dei prestiti per il più grosso dei quali si stanno ora perfezionando le trattative. Per l’America, poi, dobbiamo ammettere che per una certa parte delle Am–lire si calcola in nostro favore il controvalore in dollari.
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Nella imminenza nuova fase lavori ministri esteri sarebbe necessario V.E. intrattenesse nuovamente State Department circa problema riparazioni. Deliberazione di massima adottata in favore Russia costituisce precedente pericolosissimo che non mancherà essere sfruttato da altre Potenze reclamanti riparazioni e potrebbe persino mutare atteggiamento quei Paesi che finora si erano astenuti dal formulare precise domande. Se ai cento milioni di dollari concessi Russia si aggiungessero somme che dovrebbero essere riconosciute altri Paesi, alcuni dei quali potrebbero in teoria aver ben maggiori titoli per danni effettivamente ricevuti, si giungerebbe a tale ammontare da schiacciare economia italiana e battere in breccia tesi incapacità pagamento finora sostenuta da codesto Governo. Sarebbe indispensabile problema fosse considerato nel suo complesso, evitando dunque comprometterlo con concessioni individuali che inevitabilmente suscitano necessità altre analoghe concessioni. Se Governo americano per necessità negoziato non può resistere domanda russa, occorre almeno insista con fermezza perché navi guerra che verranno eventualmente cedute Russia siano assunte in conto riparazioni. Questa forma pagamento cui vorrebbe subordinata concessione potrebbe permettere resistere meglio domanda altri Paesi cui non saranno attribuite navi guerra italiane. Se riparazioni italiane fossero stabilite mediante prestazioni merci o servizi scaglionate nel tempo, incapacità trasferimento si renderebbe prima o poi evidente, come avvenne per Germania dopo prima guerra mondiale, facendo cessare effetti deleteri riparazioni. Se invece riparazioni si prelevano su beni attualmente esistenti Italia o estero, disastrosi effetti che ne deriverebbero si renderebbero evidenti dopo avvenuto pagamento senza possibilità rimedio. Se saremo privati poche buone navi linea rimasteci, marina mercantile non potrà risollevarsi per lungo periodo. Se saremo privati nostre imprese industriali esistenti estero, sarà per sempre estinta una fonte attività per nostro personale tecnico e dirigenti nonché un apporto bilancia pagamenti. Se dovremo cedere impianti industriali convertibili, diminuiranno possibilità lavoro nostra esuberante mano d’opera. Occorre evitare l’irreparabile valutando preventivamente il danno che ne deriverebbe. Governo italiano, grato codesto Governo per appoggio datogli nel problema riparazioni, invoca efficacia difesa stremata economia italiana nell’interesse ripresa economica mondiale ed in nome giustizia che impone riconoscimento immenso contributo anche economico dato causa alleata. Memorandum italiano potrà essere più o meno accettabile in alcune parti, ad esempio circa contributo economico prigionieri italiani, ma resta una onesta raccolta cifre tutte documentabili e di imponente ammontare. Prego riferire esito suoi passi.
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(Per Buenos Aires) Telegramma codesta ambasciata n. 2372. Alle nostre rappresentanze nell’America latina ho telegrafato quanto segue: (Per tutti)Governo argentino ha interessato rappresentanze Paesi America latina accreditate Buenos Aires al fine di promuovere nuova manifestazione collettiva latino-americana a Londra, Washington e Parigi in favore di una giusta pace con l’Italia. Pregola appoggiare iniziativa Argentina svolgendo presso codesto Governo opportuna azione tenendo presente quanto segue: 1) Presso opinione pubblica italiana è diffusa impressione che finora nostro Paese è stato considerato soltanto come posta nel gioco altrui e che legittime esigenze italiane ricevano ben scarsa considerazione. Tattica di mercanteggiamenti finora praticata ha infatti portato questioni di nostro interesse a soluzioni che, qualora venissero attuate in via definitiva, rappresenterebbero appunto pace punitiva che si era dichiarato voler escludere. 2) Nell’attuale situazione sembra pertanto opportuno precisare che non (dico non) sarebbe «pace giusta» quella che costringesse Italia abbandonare alla frontiera occidentale cresta alpina cedendo Briga e Tenda e alla frontiera settentrionale il confine del Brennero; e che per quanto riguarda la frontiera orientale sacrificasse città senza dubbio italiane come quelle ad occidente della linea Wilson; che per quanto riguarda le colonie intendesse escluderci dall’Africa e per le riparazioni infine ammettesse il principio del pagamento da parte nostra.
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Il governo italiano ha sempre dimostrato la maggiore buona volontà di dirimere i punti controversi con la Francia ed i seguenti fatti lo dimostrano: 1°) i negoziati italo-francesi relativi al nuovo statuto degli italiani in Tunisia, vennero condotti (dal novembre 1944 al febbraio 1945) da parte nostra nello spirito di un implicito riconoscimento francese della integrità territoriale italiana e per rimuovere con un nostro gesto, sia pure gravoso, la decadenza della convenzione del 1896 circa gli italiani in Tunisia, alla ripresa delle relazioni amichevoli italo-francesi; 2°) la stipulazione dell’accordo commerciale tra Francia e Italia nel quale non mancammo di considerare tutte le esigenze rappresentate dal governo di Parigi; 3°) la firma della convenzione italo-francese per l’emigrazione dei nostri minatori (20.000) in Francia nella quale sono stati pure accolti i punti di vista francesi; 4°) la regolamentazione di alcune questioni relative alle navi mercantili francesi in acque italiane avvenuta sabato scorso. A proposito di quest’ultimo accordo devo precisare che della ventina di navi francesi danneggiate che erano nei nostri porti, una decina e più precisamente le più efficienti saranno riparate a spese dello Stato Italiano nei nostri cantieri e verranno quindi restituite alla Francia, le altre rimarranno cedute all’Italia nelle condizioni in cui sono. Le materie prime necessarie per i lavori saranno fornite dagli Alleati. Se la Francia non intende proprio infierire contro l’Italia, è mia opinione che non debba farlo per quel che concerne le rivendicazioni territoriali al nostro confine occidentale le quali contrastano con le precedenti dichiarazioni degli ambienti ufficiali francesi e con lo spirito che ha animato nel febbraio 1945 l’accordo per la decadenza delle convenzioni del 1896 circa gli italiani in Tunisia. Ulteriori rivendicazioni avrebbero riguardato soltanto rettifiche territoriali in Africa nella zona del Fezzan. L’obiettivo da raggiungere è la pacificazione e la collaborazione fra i due Paesi. Il mio governo è certamente legato a questo obiettivo ed ha fatto e continuerà a fare ogni sforzo per realizzarlo.
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Ci risulta che soluzione internazionalizzazione Trieste e creazione Stato libero tipo Danzica con garanzie internazionali è attualmente in corso discussione fra Londra, Washington, Mosca e Parigi. Soluzione sarebbe effimera e sboccherebbe indubbiamente a brevissima scadenza in assorbimento violento o progressivo da parte jugoslava. Né avremo noi la forza di opporci, né gli anglo-americani la decisione necessaria, né l’ONU la volontà. Sarebbe assurdo farsi alcuna illusione al riguardo. Non so che cosa Russia e Jugoslavia pensino di una soluzione siffatta. So perfettamente che il popolo italiano non l’accetterebbe. Questo cedimento progressivo che dalla linea Wilson è giunto ieri sino alla Morgan e oggi all’idea dell’internazionalizzazione, non può d’altra parte che confermare russi e jugoslavi nella saggezza di mantenere immutata la tattica dell’intransigenza che ha portato infatti sin qui con successo all’arretramento progressivo delle tesi avversarie. Tattica che, a mio giudizio, potrebbe essere modificata soltanto dalla decisione energica e costante di resistervi. Io intendo appieno le ragioni che postulano da parte anglo-americana in favore di una pace rapida. Ma rapidità non è sinonimo di pacificazione. Né interna italiana, né esterna europea. Città libera – è chiaro – significa oggi lasciare che gli slavi, attraverso una politica di nazionalizzazioni e socializzazioni o espropriazioni, finiscano in pochi mesi col ridurre gli italiani all’impotenza e all’esodo e basterebbe poi una iniziativa di autodecisione per sanzionare un pacifico trasferimento alla Repubblica federata jugoslava, contro la quale le democrazie sarebbero forse liete di sentirsi disarmate. Ho parlato oggi nettamente con quest’ambasciatore d’Inghilterra in questo senso ed ho chiesto che ne informasse il suo Governo. Si pregano gli ambasciatori a Washington, Londra e Parigi (cui il presente è diretto insieme a Mosca) di far altrettanto negli stessi termini. Meglio varrebbe, se una soluzione territoriale ragionevole non fosse in nessun modo raggiungibile, una occupazione alleata prolungata. Essa varrebbe a scongiurare una gravissima ingiustizia oggi e conseguenze dirette e indirette altrettanto gravi, domani.
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Suo 278 . Ho letto a suo tempo le dichiarazioni di Molotov alla stampa. Ne ho parlato nel mio discorso di Milano e ne ho fatto più ampio cenno in una intervista all’Ansa. I giornali di destra e di sinistra hanno riprodotto discorso e intervista . Ho detto in sostanza che le parole di Molotov rivelano un atteggiamento generale più amichevole verso l’Italia ciò che vivamente apprezziamo. Anche ho sottolineato quali siano i settori di interesse comune che Molotov ha posto in luce: Alto Adige, colonie, fine dei controlli alleati. Ho anche parlato delle riparazioni, che è questione estremamente complessa e della Venezia Giulia, che è il maggiore e molto grave punto di contrasto fra i due Paesi. Io non so quale possa essere esito elezioni che, al momento in cui le telegrafo, sono tuttora in corso, ma che certamente avranno incidenza seria anche sulla nostra situazione internazionale. Ma ella faccia rilevare costì subito che, pur nella asprezza della vigilia elettorale, io non ho esitato a dire pubblicamente il mio pensiero nei confronti dei russi che, com’ella sa, non è affatto di preordinata diffidenza, ma di desiderio di leale intesa e di riconoscimento altrettanto leale delle posizioni acquisite dalla Russia in Europa e nel mondo. Naturalmente se la Russia accedesse in concreto per la Venezia Giulia a quel criterio «prevalentemente etnico» che fu del resto caldeggiato dallo stesso Molotov a Londra, cadrebbe anche la ragione di maggior contrasto fra noi.
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Si ha l’impressione, non so quanto fondata, che, in materia di Alto Adige, la delegazione nord-americana sia tuttora fluttuante ed incerta. Abbiamo da parte nostra dimostrato, credo esaurientemente, che le minori rettifiche richieste dall’Austria non sono tali. La questione ritorna comunque alla discussione dei supplenti il 6 giugno. Sarà in quell’occasione deciso se procedere ad una seconda consultazione nostra ed austriaca. È superfluo io le dica come sarebbe utile arrivare a una decisione rapida entro i termini delle minori rettifiche fissati dai Quattro. Il prolungarsi di una situazione di incertezza su tutte le nostre frontiere provoca irrequietudine grave e crescente in tutta opinione italiana in generale e rende ancora meno agevole quell’onesta pacificazione della regione che ci proponiamo di lealmente raggiungere. Lasciare aperta la questione significa d’altra parte lasciarla aperta anche ai mercanteggiamenti sempre pericolosi. Conviene dunque chiuderla. Che almeno una delle porte di casa nostra sia rimessa sui cardini. Lo dica costì con amichevole ma energica franchezza.
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Suo 757 . In merito a questione generale riparazioni si conferma quanto formava oggetto del telegramma sopracitato e cioè che Governo italiano considera estremamente pericolosa procedura, cui sembra Stati Uniti si siano avviati, consistente nel trattare il problema con l’URSS senza tener presente che qualunque deliberazione di massima adottata in suo favore rischia di costituire un precedente per altri Paesi e di condurre pertanto a deliberazioni indipendenti dall’accertamento della globale capacità italiana di pagamento. Circa i singoli punti trattati nel telegramma medesimo si osserva quanto segue: 1 e 2) In base alle più recenti notizie da Mosca, l’interesse sovietico per nostri impianti bellici non convertibili in industrie di pace è notevolmente scemato e Governo sovietico si orienterà decisamente verso richiesta di pagamento riparazioni sotto forma fornitura merci. Argomenti coi quali finora Stati Uniti si sono opposti a tale forma di pagamenti verrebbero probabilmente a cadere qualora URSS si dichiarasse disposta a fornire materie prime occorrenti. Pertanto è per noi essenziale conoscere se, anche in tal caso, opposizione americana persisterebbe. Infatti se l’appoggio americano su questo punto ci venisse a mancare (come già è venuto a mancarci sulla questione di principio dell’impossibilità italiana di pagare riparazioni) rischieremmo di trovarci di fronte a condizioni più gravi di quelle che forse avremmo potuto ottenere trattando direttamente coi russi. 3) Prendiamo atto decisa opposizione americana ad incameramento a favore URSS di beni italiani trovantisi fuori della sua zona di influenza. 4) Eventuale cessione Saturnia e Vulcania priverebbe marina mercantile italiana delle due solo grandi navi efficienti che non (dico non) richiedono ingenti riparazioni e che sono atte a consentire ripresa traffico passeggeri su basi economiche. D’altra parte non si comprende in qual modo scarsa competenza nautica sovietica potrebbe costituire motivo per assegnare loro dette navi. 5) Si conferma necessità insistere affinché valore navi da guerra eventualmente cedute a URSS sia assunto in conto riparazioni. 6) Per quanto concerne oro Banca Albania si rinvia a separato telegramma .