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1946-1950
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Suo 317 . Il Governo sovietico non è bene informato sulle cose nostre. Era evidentemente da attendersi che questione grave come quella istituzionale dovesse suscitare profonda emozione nel Paese. Ella sa dai miei precedenti telegrammi quale sia stata la controversia insorta nell’ultima fase. Siamo naturalmente dolenti che essa sia stata posta, anche perché ogni cosa era stata preordinata in termini di reciproca lealtà, rispetto della volontà popolare, aderenza alla legge. Comunque è necessario sottolineare nel modo più energico che elezioni si sono svolte nella calma più perfetta. Susseguenti incidenti non hanno mai superato i limiti dell’episodio. Immediatamente dopo, la calma è rientrata da per tutto. Paese ha dato in sostanza esempio cospicuo di maturità democratica e politica. Ha, nonostante la divisione degli animi, accettato con molta saggezza responso delle urne, ciò che è tanto più notevole quando si pensi entità numerica parte soccombente. Quanto è avvenuto è dunque perfettamente comprensibile anche senza presumere interferenze straniere che, da qualunque parte esse vengano, non possono che suscitare nostro contrasto. Va da sé d’altra parte che se rapido ricupero nostra autonomia e indipendenza e liberazione dalla soggezione di chicchessia è veramente tesi sovietica, questa non può che riscuotere nostro più vivo consenso. Suo 315 . Apprezzo suoi suggerimenti e cercherò influire su stampa da me dipendente su cui mi è possibile esercitare un’influenza effettiva. È bene peraltro ella tenga presente che stampa più propriamente cattolica non dipende dal mio partito e agisce o in polemica con radio Mosca, o preoccupata diffusione ideologie comuniste. Atteggiamento ferocemente antitaliano stampa comunista francese e jugoslava non rende poi certamente agevole imporre ai nostri giornali contegno riservato o favorevole. Pressione esercitata da profughi e martoriati zona B Venezia Giulia e intransigenza su Trieste tiene d’altra parte in continua tensione tutta opinione pubblica italiana. Aggiungasi che utilizzazione, fatta da parte comunista all’interno, delle varie fasi della politica sovietica, le rendono sospette, specie in periodo elettorale, ai partiti avversi. Tutto questo io le dico perché ella possa avere una valutazione esatta delle difficoltà psicologiche da superare, che non sono lievi e che la lontananza non le consente naturalmente di apprezzare appieno. Tenga inoltre presenti i limiti che ci sono pressoché inesorabilmente imposti da dipendenza quotidiana da Stati Uniti per grano, carbone, crediti industriali, ecc., qualunque poi sia la nostra dolorosa consapevolezza, della patente insufficienza delle assicurazioni di benevolenza che ci sono sin qui pervenute da Washington. Io credo in sostanza che vi sia fra noi e la Russia un grosso interesse comune: che l’Italia sia liberata da qualunque soggezione straniera, non sia cioè e non abbia l’aria di essere una pedina nel gioco altrui. Ma è appunto, in gran parte, la politica estremista alla frontiera orientale che ribadisce quella catena. Riconosco e lo ripeto ancora una volta con tutta l’autorità che mi proviene dall’esito delle elezioni, che senza quegli estremismi e le violenze verbali della stampa comunista francese e jugoslava, il terreno fra noi e la Russia sarebbe ben altrimenti sgombro. Ed è ciò che direi a Molotov nel ringraziarlo di molti dei suoi atteggiamenti attuali a Parigi (che la nostra stampa segnala e sottolinea) se avessi, come mi auguro, occasione di rivederlo.
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Da molte ed autorevoli parti mi si fanno forti pressioni perché, in caso di necessità, si proponga o si accetti da parte nostra plebiscito per città costa istriana e specie per Pola. Ella sa per quali ragioni siamo in principio contrari ai plebisciti. Ella sa altresì quale sia la nostra tesi per la frontiera orientale. Se non fosse cioè possibile giungere a una sollecita soluzione ragionevole, preferiremmo alla soluzione Stato libero, cui siamo decisamente avversi per le ragioni che le sono note, un periodo di occupazione alleata prolungata. Ora io credo che la questione di un eventuale plebiscito, limitato s’intende alle popolazioni istriane contese, potrebbe forse essere inserita, come ultima ratio, alla fine di quest’ultimo periodo di occupazione. È da sperare che saranno allora definitivamente conchiuse le questioni relative alle altre frontiere, e cioè definitivamente allontanati gli evidenti pericoli che l’applicazione di quel principio potrebbe colà suscitare. È da sperare altresì che, sopite le passioni, sia allora possibile quella consultazione popolare che oggi sarebbe inficiata alla base dalla violenza e dagli arbitri jugoslavi. Si regoli secondo queste direttive nei suoi contatti costì.
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Come è noto V.S. supplenti esamineranno a Parigi questione frontiera occidentale. Malgrado che rapporti Commissione Esperti su Tenda e Briga possa venire sostanzialmente considerato favorevole nostro punto di vista, Governo francese mantiene atteggiamento estremamente rigido esigendo cessione quella ed altre zone alpine fondament[ale] importanza per sicurezza ed economia Alta Italia, fra cui bacino Moncenisio. È urgente che codesto Governo sia intrattenuto sull’argomento da V.S. mettendo in luce contributo positivo rappresentato da eque proposte compromesso contenute memorandum italiano consegnato alle delegazioni Parigi cinque corrente (cessione Piccolo San Bernardo e terre di caccia; smilitarizzazione zona Chaberton e Valle Roja; accordi per forniture energia elettrica e creazione nuovi impianti; facilitazioni popolazioni frontiera). Sacrifici questi che l’Italia volontariamente si dichiara disposta a fare, concrete proposte per risolvere questioni di comune interesse italo-francese ed infine positivo intendimento eliminare nostra frontiera ogni carattere offensivo, sono altrettanti elementi che devono essere apprezzati giusto valore e contrapposti a quelle pretese francesi che non trovano fondamento equo. Sono state date dall’Italia concrete prove di buona volontà giungendo a ragionevoli concessioni. Potrebbe prendere in esame possibilità accedere a talune richieste francesi ora che esse ci sono state notificate, sempre però che Governo francese rinunci inammissibili pretese Valle Roja e bacino Moncenisio sulla quale ultima non è in alcun modo possibile, dal punto di vista territoriale, trovare una qualsiasi soluzione di compromesso. Nell’esporre considerazioni sopra indicate a codesto Governo, Voglia fare appello suo spirito equità affinché esaminando questioni obbiettivamente, incarichi Supplenti compiere presso Governo francese passo tempestivo per indurlo a recedere dall’atteggiamento intransigenza e comunque affinché non si adatti a sanzionare palesi ingiustizie ai nostri danni. La informo, a titolo confidenziale che ho autorizzati nostri esperti a Parigi prendere contatti con sostituti per invitarli prendere iniziativa proposta di soluzione problema frontiera occidentale su basi indicate per noi come accettabili.
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Notizie che ci giungono da Parigi non sono buone. Sembra giunto il momento che gli Stati dell’America latina riprendano e sviluppino con ogni intensità loro azione per una pace giusta. Tale azione dovrebbe, come le è noto, comprendere due fasi distinte: 1) pressioni collegiali o individuali presso i Quattro Grandi; 2) specifico incarico dato al Brasile, che è solo che participi alla Conferenza dei Ventuno, di sostenere in quella riunione il punto di vista italiano, non soltanto a suo nome, ma anche per incarico e in rappresentanza di tutti gli Stati sud americani. È superfluo ripeta che questa duplice azione sembra giustificata da un vero e proprio interesse latino-americano (razza, religione, civiltà, larghe collettività italiane nei singoli Paesi ecc.). Di quanto precede ho oggi lungamente intrattenuto questo ambasciatore del Brasile che interverrà subito presso il suo Governo per prospettargli necessità ed urgenza di un’azione sulle linee indicate. Occorre dunque in concreto dar rapido corso alla recente iniziativa argentina, che le è nota, e adoperarsi in ogni possibile modo per attuarla nei termini più efficaci. Ho detto ad ambasciatore Barros che parole recenti pronunciate da ministro Fontoura sull’Italia e sugli italiani danno sicuro affidamento della sua buona volontà e comprensione nei nostri riguardi. Gli ripeta che conto molto, e con me tutto il Paese, sulla sua azione personale, di cui gli esprimo sin da ora la mia riconoscenza. Ma è questo indubbiamente un momento per noi cruciale in cui è necessario che gli Stati amici mobilitino ogni loro energia per evitare che sia imposta a noi una pace di punizione e di vendetta e all’Europa un’ulteriore ragione di scontento e di disordine.
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Da fonte britannica, nordamericana e francese ci sono state espresse in questi giorni preoccupazioni e diffidenze circa nostro presunto riavvicinamento, sopratutto in materia commerciale, alla Russia. Tralascio di rilevare che dalle stesse fonti ci fu a varie riprese segnalata in passato la necessità ed anzi l’urgenza di una più attiva politica italiana verso i Soviet, per cercare, appunto, controbatterne ostilità nei nostri confronti. La diffidenza attuale contrasta dunque con quell’incitamento. Come già le ho telegrafato , è comunque necessario porre oggi in chiaro, nettamente ed energicamente, che predette diffidenze anglo-americane, piuttosto che da nostri atti concreti, i quali sono stati sempre leali e sempre aperti, sono invece certamente provocate da quell’amichevole atteggiamento che Molotov ha creduto di dover assumere in molti dei problemi della nostra pace e che ha evidentemente sorpreso americani ed inglesi. Ed è facile, ma falso, trarre da codesti atteggiamenti la illazione di presunte sleali compromissioni da parte italiana. È invece perfettamente evidente che azione sovietica è motivata sia dal proposito di neutralizzare in Italia contrasti anti-russi per questione Trieste, sia dal preordinato disegno di dare concreto avvio a una politica di riavvicinamento e di maggiore comprensione dei nostri bisogni inspirati da una più realistica visione di quel che l’Italia è e sarà, ma sopratutto dal preciso intendimento di sottrarla a quel controllo ed influenza anglo-americana che, nel pensiero di Mosca, dovrebbero essere intesi a trasformare l’Italia, per iniziativa di Londra e Washington, in un’area rivolta contro l’Unione Sovietica. Ed è innegabile che sia questa una politica intelligente che potrebbe dare, sopratutto se allargata alle frontiere orientali, i suoi frutti. Comunque, anglo-americani, per ribattere codesti tentativi e neutralizzare codesti propositi sovietici, hanno, io credo, una sola strada buona: farsi cioè essi stessi effettivi assertori ed interpreti della pace giusta. Togliere cioè dalle mani sovietiche quella stessa arma che essi adoperano oggi contro di loro. Se essi prescegliessero invece – come pare potersi desumere da recente atteggiamento Byrnes in favore rivendicazioni francesi su Tenda, Briga e Moncenisio, che sono evidentemente inique – la strada di stringere ancor più i freni e irrigidire ancor più la loro azione ai nostri danni, è chiaro che una politica siffatta apporterebbe a quella iniziata dai sovietici, non un ostacolo, ma assistenza e incitamento. Dica quanto precede costì, fermamente e lealmente. Sottolinei quanto ieri le telegrafai in materia di accordi commerciali e di riparazioni coi russi. Confermi che, per quanto concerne i primi, non vi è che inizio di ordinari scambi di idee per la riapertura dei traffici tradizionali e niente vi è per quanto riguarda le seconde, se non l’ammissione nordamericana, e non naturalmente nostra, di ammettere la Russia a fruire di riparazioni italiane. È necessario – ripeto – bucare subito questa vescica che rischia di farci del male o per lo meno di funzionare da paravento e da alibi per quei duri colpi che ci sono minacciati, anche per diretta iniziativa di Londra, Washington e Parigi.
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È bene avere sott’occhio in questi giorni i seguenti documenti: 1) Il comunicato diramato il 19 settembre dal Consiglio dei ministri degli Esteri a Londra, in cui si annunziava che gli esperti alleati avrebbero dovuto riferire sulla linea che, costituendo di massima la linea di demarcazione etnica, lasci il minimo delle due nazionalità sotto dominazione straniera; sul regime internazionale del solo porto di Trieste. 2) Accordo Morgan-Tito, a termini del quale sono posti, fra l’altro, sotto il Comando e il controllo alleato, Pola e gli ancoraggi sulla costa occidentale dell’Istria. Il Comando alleato si riserva inoltre il diritto di amministrare, attraverso un governo militare alleato, Pola e quelle altre aree sulla costa occidentale istriana che esso ritenesse necessario. Sono questi testi scritti, pubblici, che dovrebbero far fede. Di fronte alle nuove, inaccettabili proposte di Molotov, quali sono state esposte oggi dalla stampa internazionale, che sono in netto e radicale contrasto con le predette decisioni di Londra, credo ogni possibilità di onesto compromesso sia da considerarsi scartata . Una situazione siffatta mi pare debba imporre il riesame della possibilità di rinviare tutta la questione a tempi migliori e della conseguente occupazione alleata prolungata, ma integrata secondo le disposizioni precise dell’accordo Morgan-Tito. È bene ella sappia che accetteremo sin da ora una soluzione siffatta, a condizione che resti di diritto impregiudicata tutta la questione della Venezia Giulia sino ai confini attuali, affinché la Jugoslavia non consideri sin da ora acquisita la sua sovranità territoriale sulla zona B e metodi e sistemi siano escogitati per impedire abbia ulteriore corso la tragedia che si svolge ai danni degli Italiani nella stessa zona che può oggi considerarsi come un vasto campo di concentramento alla Buchenwald. Quali limiti cronologici debba poi avere codesta occupazione prolungata e quale soluzione definitiva debba seguirla, sarebbe forse inopportuno fissare sin da ora in termini precisi. Ma è certo che, per noi, meglio varrebbe che tale soluzione fosse esplicitamente demandata, a suo tempo, all’ONU. Ogni altra alternativa, nelle condizioni attuali, a meno di un improvviso ritorno alla ragione, che non è certamente né probabile né prevedibile, mi pare destinata a fomentare pericoli di cui è superfluo sottolineare estrema gravità. Aggiungo che da tutte le informazioni in nostro possesso, alcune delle quali di primissima mano, ci risulta che i russi non credono, sulla base dei precedenti avvenimenti, alla vera volontà e decisione degli anglo-americani di resistere; che se invece cotesta resistenza effettivamente ci fosse, atteggiamento sovietico potrebbe, se gli si dà il tempo e il modo di modificarsi senza perdita di prestigio, subire modificazioni oggi imprevedibili. Bisogna in sostanza, resistendo, aiutare i russi a compiere e ad affrettare cotesta evoluzione. Si esprima in questi termini ed agisca in conseguenza.
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Attiro la specialissima attenzione dell’E.V. sulla minaccia che incombe sui beni italiani all’estero, i quali potrebbero dai singoli Stati di residenza, essere utilizzati, secondo le notizie che ci giungono da Parigi, in pagamento di quelle riparazioni che ci fossero imposte. È ben inteso interesse di tutti gli Stati latino-americani, parecchi dei quali hanno creduto peraltro in questi giorni opportuno di adottare misure cautelative in vista di quella evenienza, di prendere una posizione netta contro codesta minaccia. Incameramento, totale o parziale, dei beni degli Italiani è un’offesa diretta a tutti coloro che hanno così validamente lealmente contribuito alla prosperità dell’America latina, ma è anche una misura destinata in modo certo a stroncare ogni ripresa delle nostre correnti migratorie verso quell’emisfero. Ella voglia, dunque, svolgere ogni possibile azione: 1) sia per persuadere codesto Governo dell’iniquità di un siffatto provvedimento e della conseguente opportunità di prendere pubblica posizione contro di esso per quanto riguarda beni italiani costì situati; 2) sia per appoggiare ogni possibile manifestazione di elementi locali e della collettività italiana, contro una misura depredatoria e disonesta, che pregiudicherebbe gravissimamente la nostra situazione presente e avvenire in codesta Repubblica. Converrebbe che l’azione in corso da parte dei Governi sud-americani in favore di una pace giusta, fosse integrata dalla parallela azione di cui le traccio nel presente telegramma soltanto per sommi capi le direttive. E molto gioverebbe se il Brasile, nella sua veste di partecipante alla prossima Conferenza dei Ventuno, fosse in proposito autorizzato da tutte le Repubbliche latino-americane, ad esprimersi in questo senso, oltre che a suo nome, anche in nome e per espresso mandato di ciascuna di esse. Tenga presente, per quanto riguarda la eventuale cessione di transatlantici italiani, che è stata anche dibattuta a Parigi che essa significherebbe in sostanza scomparsa bandiera italiana linee sud-americane con conseguente scoraggiamento correnti emigratorie anche in ragione dei pagamenti in valuta pregiata che il ricorso a naviglio straniero imporrebbe all’Italia, valuta di cui non potremo disporre per parecchio tempo in misura adeguata. Confido nella sua azione persuasiva ed energica.
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Il 19 settembre il Consiglio dei ministri degli Esteri, riunito a Londra, ha approvato alla unanimità una deliberazione ai termini della quale i Delegati supplenti avrebbero dovuto esaminare il problema della frontiera italo-jugoslava e di Trieste sulla base di una linea che, costituendo massima la linea di demarcazione etnica lasci un minimo delle due nazionalità sotto dominazione straniera. I Delegati supplenti avrebbero dovuto inoltre esaminare e riferire sul regime internazionale del porto di Trieste, affinché questi risultasse a parità di condizioni a disposizione del traffico internazionale della Jugoslavia, dell’Italia e degli altri stati dell’Europa Centrale, così come l’uso degli altri porti franchi del mondo. Tali decisioni erano state prese anche tenendo conto delle ragioni da me sostenute con i Delegati jugoslavi dinanzi al Consiglio, in contraddittorio. Del pari, a Parigi il 3 maggio, all’inizio di questa conferenza venni chiamato ad esprimermi sul rapporto della Commissione dell’inchiesta circa la linea etnica. Giunge ora da Parigi notizia che i principi informatori della deliberazione di Londra del 19 settembre sarebbero stati lasciati cadere per sostituirli con soluzioni nuove le quali abbandonano la base riconosciuta a Londra come equa e ragionevole. Dinanzi a questo profondo mutamento, che trasforma radicalmente l’impostazione del problema, il Governo italiano chiede al Consiglio dei Quattro di avere nella presente fase dei lavori, prima di una qualunque decisione che tocca intimamente il destino del suo popolo, la possibilità di far sentire la sua voce. La Repubblica Italiana sente più che mai la solidarietà che la lega a tutte le democrazie nell’aspirazione e nella faticosa ricerca della giusta pace. Essa apprezza i Vostri sforzi e non intende turbarli, ma assecondarli evitando espedienti che potrebbero condurre a nuovi conflitti. L’Italia conferma ancora una volta il suo desiderio di accordarsi col popolo jugoslavo sulla base di un’equa considerazione dei diritti e degli interessi di entrambe le parti. In ore critiche per la mia Nazione Vi chiedo di non trascurare quest’ultimo appello che Vi invio, fidando nella Vostra equità, ed incalzato dall’ansia angosciosa di tutti gli italiani .
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Per quanto riguarda Trieste la Venezia Giulia e l’Istria, non abbiamo mai nascosto […] nelle trattative diplomatiche che questo è un punto nevralgico speciale e che la reazione è spontanea. Non è semplicemente l’interesse dell’Italia che mi muove in questo momento: è proprio come democratico che sento l’impossibilità di tacere e di non reagire contro esperimenti che possono creare i precedenti di un’altra guerra, che sarà magari risparmiata a noi ma non ai nostri figli. Riconosco […] che il compito degli uomini che trattano a Parigi è difficile e che essi cercano di fare il loro meglio. La verità è che noi avevamo il diritto di credere che quella zona da noi rivendicata come italiana ci sarebbe stata riconosciuta. Sono lungi dal muovere rimproveri di carattere personale […] ma da tutte le dichiarazioni che in base ai precisi impegni assunti alla Conferenza di Londra e da tutte le dichiarazioni fatteci, noi eravamo in diritto di credere fino a ieri che il confine sarebbe stato delimitato sulla base della linea etnica, la quale ci avrebbe riconosciuto una grande parte della popolazione italiana e specialmente la città di Trieste. Soprattutto su Trieste non è mai stato sollevato il minimo dubbio anche da coloro che oggi dicono il contrario. Oggi invece ci si dice: «Noi non possiamo più garantire l’applicazione di tale principio». Così per quanto riguarda i confini francesi siamo restati altamente sorpresi della rapidità con la quale si è passati all’ordine del giorno, nonostante le nostre considerazioni fatte pervenire a tempo nei modi che ci erano consentiti e svolte anche singolarmente. Bisogna rilevare che noi eravamo stati invitati a presentare le nostre considerazioni solo sulle zone di Briga e Tenda e non sulla zona del Moncenisio e su tutta la linea di confine. Ma se la nostra opinione pubblica ha reagito all’improvviso cambiamento determinatosi a Parigi nei nostri confronti e che ci allontana di molto da quell’ottimismo che abbiamo goduto e respirato proprio nel momento della prima occupazione, l’Italia vuol essere estremamente equa dinnanzi a quello che ci è stato fatto di bene, ma ferma dinnanzi alle deliberazioni che si volessero prendere nei confronti della nostra unità nazionale e della nostra prosperità. Nulla però abbiamo fatto che possa legittimare le reazioni di una delle parti contro le altre tre, in quanto ci siamo sempre tenuti su una linea di equità e di neutralità non volendo partecipare a nessun blocco, ma per la difesa dei nostri interessi abbiamo fatto appello a tutti perché prendessero un atteggiamento favorevole.
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Ho consegnato oggi a queste Ambasciate di Gran Bretagna, Stati Uniti, Russia e Francia una comunicazione scritta in cui, dopo aver sottolineato amarezza italiana, per accoglimento integrale rivendicazioni francesi, ricordo che il Governo italiano ha avuto occasione di esporre il suo punto di vista soltanto limitatamente alle questioni di Tenda e Briga, sulle quali sembrano essere state trascurate anche le note conclusioni degli esperti. Riaffermo il principio che esame rivendicazioni stesse avrebbe dovuto esserci consentito integralmente e non frammentariamente. Ricordo i sacrifici che eravamo disposti a fare volontariamente e concludo, dichiarando che il Governo italiano considera questione tuttora aperta; riconferma suo atteggiamento conciliante e il suo profondo desiderio di giungere ad una onesta intesa con la Francia; si riserva di esporre su queste basi dinanzi a quelle Assise che gli saranno consentite i termini di quella conclusione che sola può consentire libero e ordinario sviluppo democrazia italiana ed europea.
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Suo 766 . L’autorizzo venire immediatamente Roma per ventiquattro ore per riferire. Approvo sua iniziativa chiedere essere ricevuto dai Quattro ministri degli Esteri. Se possibile, ricordi loro, tra l’altro, che ho chiesto di essere consultato e che una risposta gioverebbe, negativa o positiva che sia. Vorrei ella avesse il destro di ricordare soprattutto a Byrnes che io contavo sulle assicurazioni di Truman, sue e di tutti gli americani, politici e funzionari, di un qualche rilievo, che furono sempre così categoriche e impegnative per quanto concerne la frontiera orientale, e, soprattutto, Trieste. L’improvvisa trasformazione della linea etnica in linea francese e internazionalizzazione mi ha colpito dolorosamente a doppio titolo: perché accoglie una soluzione ingiusta e pericolosa e perché contavo sulle assicurazioni datemi. Dica sia a Byrnes che a Bevin che la accettazione integrale delle rivendicazioni francesi, fra cui quelle ben altrimenti più gravi di quanto sembri (Tenda, Briga e Moncenisio) scava, tra noi e la Francia, una trincea che io non so se il tempo varrà a colmare. Era questo il loro obiettivo o non forse di chi paventa la possibilità di un blocco occidentale? Dica a tutti e due, onestamente e chiaramente, che la mia politica estera è oggi attaccata, e non soltanto dalle estreme, perché non avrebbe tenuto conto o abbastanza del fattore sovietico. È inutile discutere se ciò sia vero o falso. Ma è questa una impressione diffusa. A Bidault vorrei far sapere che il suo nome apposto alle soluzioni meno vantaggiose mi addolora in modo particolare. Dica a Molotov che è bene egli si convinca che l’Italia non vuole essere una pedina in un qualunque blocco antisovietico e che ne tragga le conclusioni conseguenti. Dia in generale la sensazione della estrema difficoltà che un trattato di questo genere – qualora non sostanzialmente alleggerito dai Ventuno – possa sboccare in una accettazione italiana.
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Suo 05733/1553 del 23 giugno. Approvo nota trasmessa segreteria Conferenza nei suoi tre punti. Clausola «surrender of rights» incondizionato da parte Italia su suoi territori africani costituirebbe sanzione punitiva e atto ingiustizia e di spoliazione. Non potremmo perciò in nessun caso accettarla. Rinvio di un anno della soluzione del problema, principio che sembra ormai accettato, dovrebbe quindi sopratutto essere inteso: a) a facilitare il ritorno di condizioni di normalità in quei territori, in cui precaria situazione italiana è stata da noi più volte e anche recentemente illustrata. Ciò è possibile purché si accolga la richiesta di cui al punto 20 della nota consegnata il 23 giugno; b) a esaminare nel frattempo quale soluzione, nel quadro generale dei principi della Carta dell’ONU e del trusteeship, meglio si dimostri appropriata a quei territori tenendo conto della funzione che in essi svolge la popolazione italiana. Una espressa menzione in questo senso, oltre che essere giustificata, meglio inquadrerebbe le soluzioni da esaminarsi in futuro. Insistiamo comunque per essere ammessi far sentire nostro punto di vista sulla questione.
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Con telegramma a parte le riferisco circa recente iniziativa brasiliana sulla nostra pace. Azione latino-americana in nostro favore è certamente inspirata a sentimenti che profondamente apprezziamo, ma è slegata, frammentaria e rischia di esaurirsi in manifestazioni puramente verbali. Ciascuno vuol dare qualche cosa, ma essere sopratutto il primo a farla e senza precise e concrete idee in proposito. Vi sono dunque a tutt’oggi almeno quattro iniziative: argentina, brasiliana, uruguayana, cilena . Tutte restano sul generico della pace giusta, salvo forse quella uruguayana che tocca un argomento concreto: restituzione delle colonie all’amministrazione italiana. Ora io credo che gli sforzi di tutti i capi missione nell’America latina, cui il presente telegramma è diretto, debbono decisamente essere orientati a dare subito, a tutte codeste iniziative, una qualche organicità e concretezza. Non importa se i passi siano singoli o collegati. Quel che importa è che i latino-americani facciano sapere a Washington, Londra, Parigi, Mosca che la pace che si va concretando a Parigi non è quella giusta pace che, a loro avviso, l’Italia merita e che è interesse anche latino-americano evitare. È poi necessario che il Brasile, che è l’unico che parteciperà fra gli Stati del Sud America alla Conferenza dei Ventuno ormai fissata per la fine del mese, sia autorizzato da tutte le ventuno Repubbliche latino-americane a parlare in nome non solo proprio ma di tutte e a parlare secondo determinate direttive concrete. Van bene dunque i passi già in corso che dovrebbero essere estesi a tutti i Grandi e le manifestazioni di solidarietà di giornali, uomini rappresentativi, collettività italiane, ma è necessario che tutto ciò si concreti in una intesa preventiva e precisa. È indubbio che il Brasile sarà alla Conferenza dei Ventuno il solo portavoce dell’America latina. È quindi indubbio che se si vuole veramente giovarci e non soltanto a parole, occorre mettersi d’accordo subito su quali tesi il Brasile dovrà sostenere dinanzi alla Conferenza stessa. Su questo programma concreto le telegrafo a parte. Ma ella dovrebbe subito indirizzare ogni sua azione in questo senso e seguendo queste direttive.
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Tengo a dirle che sono dolente delle manifestazioni avvenute in Italia in questi ultimi giorni contro ufficiali e truppe alleate. So bene, e il popolo italiano sa con me, che queste truppe e questi soldati non hanno niente a che fare con le decisioni, moralmente ingiuste e politicamente sbagliate, che sono in corso di elaborazione a Parigi. Io non dubito ch’ella vorrà inquadrare con la sua abituale comprensione queste manifestazioni, del resto sporadiche, nell’atmosfera generale di ansietà, di turbamento, delusione, che tali decisioni hanno provocato in Italia e valutarle in conseguenza. Tengo comunque a far sapere a lei, ed a pregarla di far sapere al Quartier Generale, che tali manifestazioni sono da me vivamente deplorate e ch’io cercherò nei limiti delle mie possibilità di prevenirle e impedirle, ma che esse sono comunque un indice certo dello stato d’animo del popolo italiano di fronte alle soluzioni adottate dalla Conferenza di Parigi.
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Conferenza Pace si riunirà Parigi 29 corrente. Lineamenti generali progetto preparato dai Quattro, ormai noti, non lasciano dubbio sul loro carattere punitivo. Confermeremo nuovamente a Parigi dinanzi ai Ventuno nostro punto di vista su tutte le questioni sulle quali lo abbiamo già esposto dinanzi ai Quattro e sulle altre, che sono molte e gravi, sulle quali non siamo stati consultati né intesi (colonie, flotta, riparazioni ecc.). Direttive di massima da seguire da tutte le rappresentanze diplomatiche, a complemento delle istruzioni specifiche già ricevute e che riceverà ogni singola rappresentanza, sono in questo periodo le seguenti: 1) affermare nettamente che il progetto di trattato è ingiusto moralmente, politicamente sbagliato e in deciso contrasto con le promesse fatteci e i gravissimi sacrifici da noi sopportati per la causa comune; 2) dare sensazione altrettanto netta della nostra resistenza, che sarà condotta con dignitoso civismo, ma risoluta fermezza; 3) tentare determinare in tutti i modi movimento codesta opinione pubblica contro ingiustizia ed errori progetto trattato; 4) mantenere stretti contatti con codesto Governo per chiarire ed illustrare, sulla scorta elementi già ricevuti, e di quelli che le verranno ulteriormente trasmessi, nostre buone ragioni. Confido nell’energia e nel patriottismo della S.V.
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In via di massima ed in attesa delle istruzioni specifiche ch’ella riceverà in questi giorni, nostra e sua azione presso i Ventuno, di cui codesto Stato fa parte, dovrebbe svolgersi sulle seguenti direttive generali: 1) C’è una questione generale e preliminare, in cui i nostri e gli interessi di codesto Governo coincidono: quali debbano essere in concreto i poteri dei Ventuno. Ella sa che l’argomento è stato lungamente dibattuto dai Quattro, i quali sono giunti a soluzioni in apparenza intermedie e di compromesso, in sostanza tendenzialmente lesive della autonomia di decisione delle Potenze minori partecipanti. È questo un problema che investe tutta la politica internazionale e che ha già avuto ed avrà larghissima eco presso l’ONU. Se, cioè, e sino a che punto i piccoli Stati debbano passivamente sottostare alla volontà di un ristrettissimo direttorio di Potenze maggiori. La questione trascende il caso italiano oggi in discussione, e merita da parte di tutti i partecipanti alla Conferenza la più attenta considerazione. Noi crediamo naturalmente che la Conferenza dei Ventuno possa e debba avere le maggiori facoltà di decisione possibili e non limitarsi a sanzionare il fatto compiuto, che, nella specie, equivarrebbe a sanzionare l’ingiustizia e l’errore. 2) È nostro interesse fondamentale che qualche onesta voce si levasse se non a denunciare, almeno a segnalare gli errori e le ingiustizie del progetto di pace elaborato dai Quattro. Lo faremo noi stessi quando saremo chiamati a consultazione. Ma quell’azione di fiancheggiamento che una qualche delegazione intendesse darci, in nome di una giustizia superiore e dei veri interessi europei, ci sarebbe di utilità estrema. Occorre convincere l’opinione pubblica internazionale dei torti che ci sono fatti e degli errori che sono compiuti. Anche se i poteri dei Ventuno saranno per avventura nulli, questa constatazione fatta nel consesso stesso che delibera sulla nostra pace potrà certamente giovarci, anche se non immediatamente. 3) Vi sono fatti e circostanze di minore portata e significato che possono essere perfettamente esaminati dai Ventuno appunto perché si tratta di questioni minori che lasciano pressoché immutata la linea generale del trattato e non suscitano in conseguenza le diffidenze e il contrasto dei Grandi. Codeste circostanze e fatti minori possono da parte nostra essere segnalati alle delegazioni amiche, che potrebbero provocarne il riesame e la conseguente soluzione più favorevole. Intendo, a titolo indicativo, questioni di aggiustamenti locali di frontiera quali: maggiore respiro attorno a Gorizia; comunicazioni ferroviarie con l’Austria al Predil; migliori garanzie per lo sviluppo delle risorse idroelettriche al confine francese; modalità sul pagamento delle riparazioni ecc. Ella vorrà sin da ora parlare in questi termini ed in questo senso presso codesto Governo. Mi riservo trasmetterle un riassunto sommario a complemento delle notizie già in suo possesso, delle tesi italiane. Mi riservo altresì di farle pervenire le indicazioni specifiche circa i minori problemi di cui al punto 3. È superfluo le dica che la sua azione costì deve essere condotta in termini non di sterile querimonia ma di onesta sincerità e che molto confido nella sua opera intelligente.
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Sosteniamo che la pace è punitiva ed ingiusta perché: 1. Alla frontiera orientale era stato categoricamente deciso di tracciare una linea prevalentemente etnica che lasciasse il minimo di nazionali rispettivi sotto dominazione straniera e di internazionalizzare il porto (dico porto) di Trieste. Gli esperti inviati sul posto hanno tracciato in concreto tali linee. Sulla base di questi principi, che sembravano ormai definitivamente acquisiti, ho esposto io stesso il punto di vista italiano a Londra ed a Parigi. Nella sessione dei Quattro testé conchiusasi, improvvisamente tutto è stato mutato: è stata adottata come frontiera la linea peggiore, quella francese, non solo, ma si è costituito un territorio internazionalizzato entro la parte italiana della linea stessa, a Trieste, da Duino a Cittanova. Tutta l’Istria occidentale e meridionale, italianissima, è stata amputata. Centottanta mila italiani restano sotto una dominazione che non esito a chiamare crudele come la jugoslava; praticamente nessuno slavo resta in Italia. Avevamo da parte nostra proposto che, in mancanza di una soluzione ragionevole, miglior cosa sarebbe stato prolungare l’occupazione alleata per qualche mese. In ogni caso il Territorio Libero di Trieste è un organismo non vitale e a brevissima scadenza fonte di estremo pericolo. La geografia, la storia, la giustizia, tutto avrebbe richiesto che esso fosse almeno completato sino a includere l’Istria fino a Pola. 2. Alla frontiera occidentale eravamo disposti a volontariamente aderire a cinque delle sette richieste presentate dai francesi. Senza nessuna giustificazione, tali richieste sono state invece accettate in blocco, nonostante il parere degli esperti alleati inviati sul posto. A Briga, Tenda, Moncenisio i francesi si impadroniscono della porta della nostra casa e di complessi idroelettrici importantissimi per la nostra economia e frutto esclusivo del nostro lavoro e del nostro risparmio. Quel che è peggio, il riavvicinamento italo-francese, che è una delle strade maestre della ricostruzione europea, è bloccato. Là dunque questa è una decisione, non soltanto antitaliana, ma tipicamente antieuropea. 3. Il problema delle colonie è stato rinviato di un anno. Ma, intanto, l’amministrazione di esse resta affidata agli inglesi che vi distruggono sistematicamente ogni possibilità che possa facilitare il nostro ritorno avvenire. Una clausola preventiva di rinuncia ai nostri diritti sovrani è stata elaborata, che porrebbe qualunque governo, anche il più remissivo e rinunciatario, in stato di accusa da parte della sua opinione pubblica. 4. Ci era stato formalmente assicurato che non avremmo dovuto pagare riparazioni. A Parigi il principio è stato invece ammesso e le modalità di pagamento adottate d’autorità, senza consultarci: cento milioni di dollari alla Russia, somme imprecisate alla Jugoslavia, alla Grecia e probabilmente alla Francia. Quel che è peggio, appena ammesso il principio delle riparazioni, moltissimi Stati si sono naturalmente preparati ad esigerle, bloccando i beni degli italiani sui loro territori, con nostro gravissimo danno. 5. La flotta, che si è battuta per due anni, è stata considerata in parte come bottino di guerra e questa parte divisa fra una serie di Stati. Sono queste, riassuntivamente, le principali ragioni per le quali la pace che ci minaccia è punitiva ed ingiusta. Tralascio le promesse fatteci, le assicurazioni dateci, la cobelligeranza, i sacrifici compiuti per la causa comune, argomenti tutti che ella conosce. Voci europee dovrebbero levarsi alla Conferenza dei Ventuno per soluzioni europee. Per soluzioni che, almeno: 1) rettificassero comunque l’iniqua mutilazione dell’Istria occidentale e meridionale; 2) sbloccassero la strada a un riavvicinamento italo-francese; 3) consentissero alla stremata economia italiana un sostanziale alleggerimento del carico delle riparazioni, le limitassero, permettessero a noi di fissarne le modalità; 4) scartassero la formula della rinuncia ai nostri diritti sulle colonie prefasciste e ci consentissero di partecipare, sino alla soluzione definitiva, alla loro amministrazione; 5) modificassero la decisione disonorevole della distribuzione della nostra flotta, per aderire alle nostre proposte, che, praticamente giungono, in forma accettabile, alle stesse soluzioni attraverso il disarmo, le trattative dirette di cessione coi singoli Stati, ecc. Io non so quali saranno i poteri dei Ventuno. Quali essi siano, sarebbe bene e giusto che voci oneste si levassero dal seno della Conferenza per denunciare ciò che in ogni caso non potrebbe essere che una pace imposta. Ella agisca su questi binari e con codeste direttive presso codesto Governo.
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Ieri sera 15 luglio alle ore 19,30 un nostro funzionario a Parigi è stato convocato al Palazzo Lussemburgo e gli è stato notificato che in relazione risoluzione Consiglio ministri esteri del 3 luglio scorso, rappresentanti italiani erano invitati presentare punto di vista Governo italiano su statuto Territorio Libero Trieste e regime di un porto internazionale. Pensiero Governo italiano circa progettata creazione cosiddetto «Territorio Libero Trieste» è già noto, e cioè che essa, oltre che una stridente ingiustizia storica, un totale abbandono principi linea etnica stabiliti dal Consiglio ministri Esteri a Londra nel settembre 1945 ed una aperta contraddizione con conclusioni Commissione esperti recatasi Venezia Giulia scorso aprile, rappresenta una soluzione che non offre alcuna garanzia vitalità e costituirà, nonostante ogni buona volontà, in un avvenire immediato fonte di contrasti e di attriti particolarmente pericolosi. Questa opinione Governo italiano conferma esplicitamente anche in questa occasione. Particolarmente preoccupanti sono poi modo e termini convocazione, con un margine di tempo che lascia a mala pena fisica possibilità ai rappresentanti italiani di raggiungere Parigi, e che certo non dà affidamento che studio di un problema così difficile venga compiuto con quella ponderazione che è in ragione diretta della sua complessità. Il quesito, che spontaneamente si presenta, è se questa maniera di trattare questione non rappresenti semplicemente tentativo di precostituire argomenti di una pretesa ma in realtà meramente formale consultazione dell’Italia, per giustificare quindi quelle qualsiasi decisioni che verranno prese ai nostri danni. Nel confermare che di fronte al peggio Governo italiano accetta di inviare a Parigi un gruppo di esperti, la prego far costì presenti le riserve di cui sopra nella maniera più chiara, precisando altresì che in queste condizioni esperti stessi hanno ricevuto incarico prendere nota dei progetti concreti che venissero loro sottoposti, tenersi a disposizione per rispondere a quesiti o richieste di chiarimenti di carattere tecnico, fornire elementi e dati di giudizio e di valutazione .
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Il Primo ministro Alcide De Gasperi oggi ha espresso il timore «per la sopravvivenza della Repubblica italiana se Trieste sarà internazionalizzata» e ha detto che affida tutte le sue speranze per una soluzione differente alla conferenza delle 21 nazioni a Parigi questo mese. Le sue dichiarazioni sono state rese in una intervista con la Associated Press. Ha presentato argomenti politici, economici e psicologici contro la soluzione del problema di Trieste formulata recentemente a Parigi dai ministri degli Esteri di Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna e Francia. «Dal punto di vista internazionale è facile capire perché hanno cercato un compromesso» ha detto De Gasperi «ma l’Italia ha perso 600.000 uomini nell’ultima guerra difendendo Trieste. Essa è italiana dal punto di vista della popolazione. Ed è di suprema importanza per una nazione in tali disperate ristrettezze economiche come è ora questo paese». «Quindi temo fortemente che il nuovo governo repubblicano non sopravvivrà, se il compromesso sarà formalizzato alla conferenza di Parigi». De Gasperi ha aggiunto con un sorriso ironico che dubitava che anche la Jugoslavia avrebbe accettato la soluzione. «Infatti, non è una soluzione. È solo un imbarazzo». Il Primo ministro italiano ha detto che una «vera internazionalizzazione» dell’area avrebbe avuto bisogno di controllo internazionale di ferrovie e comunicazioni fino al Danubio. Alla domanda se considera che esista una linea etnica lungo la quale si potrebbe fissare il confine ha risposto affermativamente. Ma ha detto che avrebbe tagliato l’acquedotto, le comunicazioni della città, le linee dell’energia idroelettrica. «Per questo, infatti, un tale confine non è proponibile»: in Italia è maturata una grande delusione per le «promesse americane», ha dichiarato «quando le truppe americane entrarono in Italia, ci avete detto che se avessimo combattuto al vostro fianco una cosa e quell’altra sarebbero state considerate alla fine nei trattati di pace. Invece che cosa? Perdiamo Trieste, una città italiana». De Gasperi ha detto che lui personalmente e i membri del suo governo sono ben consci dell’effetto delle realtà politiche su quelle promesse. Ma, ha detto, l’uomo della strada non lo è, «ricorda solo le promesse»; ha anche descritto i cambiamenti alla frontiera italo-francese come «un’umiliazione». Il Primo ministro ha rivelato, per la prima volta, che recentemente ha proposto alla Francia che l’area del Moncenisio, data in premio alla Francia, sia trasformata in un polo congiunto per l’energia idroelettrica dei due paesi. È una regione montuosa che ha avuto una parte importante nella produzione di elettricità dell’Italia. Il governo francese ha risposto, ha detto, che il suggerimento era arrivato «troppo tardi». Gli italiani capiscono, ha concluso «che essendo stati nemici, ci toccherà qualche punizione. Abbiamo accettato la perdita delle colonie, la flotta e le riparazioni. Ma il minimo cambiamento alla frontiera non è solo una punizione. È piuttosto un’umiliazione».
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Dica a Gruber che molto volentieri mi incontrerò con lui alla prima propizia occasione. Egli immagina certamente quali numerosi ed improrogabili impegni io abbia in questo periodo. Né ancora so esattamente quando avverrà la consultazione italiana a Parigi, né con quale procedura. Conferenza pace avendo inizio 29 corrente, dovrò comunque tenermi pronto a recarmi Parigi, a partire da quella data. Sarei, tutto sommato, portato a ritenere che, fissato in massima reciproco accordo per incontro, iniziativa potrebbe più utilmente essere attuata ad esempio, in settembre, che sono poi poche settimane di attesa. Per porre l’accento con tutto il rilievo che meritano su quegli stabili accordi di collaborazione italo-austriaci che sono nell’animo di tutti e due, mi par doveroso fargli sapere che ritengo necessario stabilire preventivamente che non parleremo di questioni territoriali. Per norma personale della S.V. aggiungo che ho rimesso allo studio i vecchi progetti che già furono oggetto di esame nel 1926 : mi pare che, in massima, il nostro colloquio potrebbe avere orientamenti possibilmente analoghi. Aggiungo che notizia dovrebbe essere mantenuta nel massimo riserbo ed egualmente l’incontro, se e quando avverrà. Su questo punto, che ritengo del resto condiviso da Gruber, insisto particolarmente.
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Non potrei fare dichiarazioni formali sullo schema di trattato. Domani ne discuteremo al Consiglio dei Ministri e non sarebbe buona politica anticipare quelle che saranno le direttive della delegazione italiana. Il trattato è duro al di là di ogni previsione. Condivido con tutti i cittadini il dolore e le speranze di questi gravissimi momenti e non dubito che la delegazione saprà interpretare in pieno i sentimenti e la volontà del popolo italiano.
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Suo 0142 . Ringrazi a nostro nome Dipartimento politico per intenzioni manifestatele. Una pubblica dichiarazione del Consiglio federale, che in qualche modo allineasse la Svizzera con l’America latina in favore di una pace giusta, indubbiamente gioverebbe a dare alla Conferenza di Parigi la sensazione che opinione pubblica internazionale si attende, nell’interesse europeo, opera di giustizia e non di vendetta. Meglio ancora varrebbe se codesto Governo volesse, ma rapidamente, concordare un’azione comune in questo senso coi Paesi neutri europei, quali la Svezia, il Portogallo, l’Irlanda, la Turchia. Per ragioni di opportunità politica converrebbe lasciar fuori la Spagna. In questo senso agisco anche per conto mio presso i Governi indicati.
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Mio fonogramma odierno n. 1584 . Informoti che testo trattato sia Commissione esteri sia Consiglio ministri provoca reazione profonda causa mutilazioni territoriali, trattamento flotta come bottino, smilitarizzazione unilaterale frontiere ma specialmente clausole economiche gravissime circa riparazioni, confisca beni italiani estero, nessuna considerazione nostri investimenti e nostri crediti perfino in confronto Germania. Trattato venne considerato iersera Consiglio ministri come puramente punitivo e tale che se non modificato si ritiene inaccettabile. A fatica ottenni unanimità su comunicato interlocutorio.
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DE GASPERI: Riassumendo insiste sulla opportunità che si prepari, per esposizione davanti ai Ventuno, una dichiarazione generale che deve essere soprattutto diretta, pratica, chiara a tutti; che indichi quali siano le nostre disponibilità e quali i danni conseguenti all’applicazione del trattato. A prescindere da questa dichiarazione dobbiamo sperare che saremo ammessi a discutere in sede di commissioni: ed occorre quindi che si sia preparati e documentati anche per questa seconda eventualità. Passando ad altro argomento osserva che le questioni territoriali sono note a tutti e che non sembra quindi sia il caso di dilungarcisi in questa sede. Suggerisce quindi di passare alla questione militare. […] DE GASPERI: Quale è l’importanza della frontiera del Brennero? TREZZANI : Rappresenta una frontiera sicura. DE GASPERI: Ma la Pusteria? TREZZANI: Nel momento attuale una rettifica del confine a favore dell’Austria in Pusteria non ha importanza; ma di fronte ad una nuova futura minaccia tedesca, sì. DE GASPERI: Il sacrificio al Brennero varrebbe qualche rettifica a nostro favore sulle altre due frontiere? TREZZANI: Dipende. C’è poi il pericolo che intaccato il principio geografico si giunga a Salorno. DE GASPERI: La Jugoslavia da sola può rappresentare un pericolo? TREZZANI: No. DE GASPERI: Allora si tratta di un problema russo. Ritiene Trezzani che la cessione di Pola sia stata voluta dai russi? TREZZANI: Sì. La Russia vuole assicurarsi una base navale integrata da cantieri. CORBINO: Se la Francia non vuole una intesa italo-tedesca non dovrebbe essere favorevole al mantenimento della frontiera italiana al Brennero? DE GASPERI: No. Assistiamo qui ad un vecchio progetto francese, favorevole alla creazione di uno Stato tedesco-cattolico come contrappeso alla Russia e come ponte verso oriente. […] DE GASPERI: Dubita che per quanto riguarda la cessione delle nostre unità si possa sostenere il punto di vista esposto da De Courten in linea di diritto, perché vi fu da parte nostra una resa incondizionata. […] DE GASPERI:Conclude ringraziando i presenti. In questo preciso momento è arrivata da Parigi notizia che è stato deciso di invitarci ad esporre il nostro punto di vista. Occorre essere pronti per partire mercoledì. Rispondendo a Facchinetti conferma che l’ambasciatore francese Couve aveva dichiarato che la definizione della questione tunisina era l’ultima questione in sospeso fra Italia e Francia.
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Suo 888 . Le telegrafo a parte dati ed elementi concreti. Ma ella dovrebbe far osservare a McNeil e a chi per lui, in via preliminare che mentre un buon terzo della Camera dei Comuni si mobilita in favore di quegli stessi tedeschi di Alto Adige che si sono battuti sino all’ultimo con la Germania, nessuna voce, dico nessuna, si è levata a difesa degli altrettanti italiani su cui pende la minaccia di trasferimento alla Jugoslavia. Non solo, ma nessuno si preoccupa di assicurare a questi ultimi quelle elementari garanzie di esistenza che sono chieste con tanta insistenza a noi in favore dei tedeschi, garanzie che siamo del resto perfettamente disposti a concedere ed in misura veramente liberale e vasta. Quando il Foreign Office segnala lo slittamento della nostra opinione pubblica, dovrebbe tener conto anche di questi fatti che non possono non essere indicativi e significativi.
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Suo 888. Accuse di «fascistica oppressione» sono destituite di qualsiasi fondamento: basta a provarlo il fatto che nessun ostacolo è mai stato da noi opposto alle pubbliche manifestazioni a carattere separatista indette dalla Volkspartei. Come le è noto sarà prossimamente presentato alla Costituente progetto autonomia Alto Adige cui V.E. ha fatto cenno nell’esposizione ai Quattro a Parigi maggio scorso. Ne invio largo riassunto per corriere. Non esiste in Europa alcun precedente che assicuri garanzie diritti minoranze in modo così esplicito ed ampio quale è progetto indicato. Parimenti sarà presentato prossimo Consiglio ministri progetto legge relativo questione opzioni redatto in base proposte fatte ufficialmente dalla Volkspartei. Siamo perfettamente d’accordo concludere con Austria accordi economici di portata molto ampia secondo linee indicate da Bevin suo ultimo discorso Comuni. Essi potranno essere varati non appena Austria avrà recuperato sua indipendenza; per parte nostra li abbiamo già messi allo studio; nel frattempo sono già intercorse intese fra prefetto Bolzano e autorità Innsbruck per facilitare scambi commerciali. Abbiamo in questi giorni inviato a Vienna per esame schema accordo per facilitazioni traffico ferroviario Pusteria e abbiamo autorizzato prefetto Bolzano trattare agevolazioni per traffico stradale. Ella può valersi come meglio crede informazioni su esposte. Maggiori dettagli le comunico per corriere anche in relazione proposte invio Commissione.
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Non so se parto come imputato. Direi che la mia posizione è per quattro quinti quella di imputato responsabile di una guerra che non ho fatto e che il popolo non ha voluto; per un quinto è quella di cobelligerante. La figura di cobelligerante è riconosciuta nel preambolo del Trattato, come principio, ma nel testo, invece, si tiene conto soltanto dei quattro quinti della guerra perduta e non del quinto costituito dalla nuova guerra che abbiamo combattuto a fianco degli Alleati. Tutto lo sforzo che bisogna fare a Parigi mira a ricordare agli Alleati che li abbiamo chiamati così perché li abbiamo creduti tali. Quale sarà la definizione di questa figura di anfibio è difficile prevedere, ma è certo che l’atteggiamento fermo e ad un tempo sobrio della opinione pubblica italiana e della stampa potranno contribuire a dare al nostro cimento, qualunque ne sia l’esito, un tono di dignità e di fede nell’avvenire.
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[…] De Gasperi spiega quale è l’atteggiamento del governo nei confronti dello schema di trattato di pace; rifacendosi agli scambi di idee intervenuti al riguardo in sede di Consiglio dei Ministri e nella discussione alla Commissione degli Esteri. Siamo dinanzi ad un documento di cui non abbiamo e non dobbiamo assumere alcuna responsabilità. Siamo stati chiamati talvolta, è vero: ma per singoli settori e senza possibilità di discussione. Le conclusioni fissate nello schema di trattato sono state raggiunte dagli Alleati in un ambiente ermetico, senza nostra consultazione e il più delle volte senza neppure darcene informazione. Si tratta di un vero e proprio «diktat» nella forma e nella sostanza. A questa constatazione deve corrispondere il nostro contegno generale. La questione se è il trattato destinato a portare o no la nostra firma diventa allora secondaria. Così pure va chiarito il termine «accettare» o no. Il trattato infatti può anche essere accettato come viene accettata una sconfitta, nel senso che non è possibile sottrarvisi. Noi abbiamo un compito ingrato e difficilissimo. Non si tratta di decidere problemi interessanti i prossimi pochi anni ma una soluzione di carattere permanente. L’Italia torna alle condizioni di prima del Risorgimento: le sue frontiere restano completamente aperte: suoi territori nazionali le vengono strappati; le clausole economiche sono gravissime. Non dobbiamo disperare di ottenere qualche miglioramento particolarmente nel campo economico ed anzi questo deve essere il nostro proposito ed il nostro sforzo. Ma questo dobbiamo anche fare in modo da non implicare una nostra corresponsabilità. Per questo la necessità che noi si fissi chiaramente il nostro atteggiamento; per questo egli si augura che sia data alla nostra Delegazione la possibilità di esprimere chiaramente il nostro avviso su tutto il Trattato nel suo complesso: cosa che sinora non ci è stata consentita. Quella che hanno preparata gli Alleati è in realtà una pace provvisoria, un accomodamento. È un accantonamento di varie questioni e non una pace costruttiva. Basta constatare che essa non contempla neppure la questione fondamentale del problema germanico. Non è il risultato di una soluzione concordata dai Quattro in vista di una soluzione generale; sembrerebbe essere un espediente per evitare un male maggiore. Il Governo è stato accusato di non aver saputo trattare. La critica è ingiusta: anzitutto perché non ce ne è stata data la possibilità; in secondo luogo come sarebbe stato possibile trattare senza compromettere la questione di carattere generale? Forse, ad es., che il governo avrebbe potuto negoziare la rinuncia a Trieste? È lieto di apprendere che la Conferenza dei 21 avrebbe deciso di sentirci sabato sulla questione generale. Ciò faciliterebbe il nostro compito in quanto ci permetterebbe di porre la questione di principio, salvo poi accettare di discutere sui singoli argomenti in sede di comitato onde cercare di ottenere praticamente dei miglioramenti. Occorre dunque prima chiarire quale sia la nostra posizione e poi fare ogni sforzo per migliorarla. Chiede ai presenti di considerare se, una volta esposto il nostro punto di vista generale, è opportuno che si passi a fare delle proposte concrete. In altri termini, dobbiamo far della critica o dobbiamo avanzare delle proposte? Egli ha riletto recentemente il progetto americano di modus vivendi, giungendo alla dolorosa constatazione che esso era meglio del Trattato che oggi ci viene proposto. Lo era certo dal punto di vista economico, come pure da quello della nostra sicurezza. Occorre ricordare San Francisco e l’ONU. Come si armonizza questo trattato con la nostra appartenenza all’ONU? Che valore potrà avere questa appartenenza in siffatte condizioni? Ritiene comunque che dobbiamo anche dare l’impressione che vogliamo portare un contributo positivo alla ricostruzione mondiale, dando al nostro intervento alla discussione un carattere al di sopra del semplice interesse dell’Italia e portandolo nel campo idealista. È opportuno anzi affacciare un programma europeo: dobbiamo dar chiara sensazione che ci mettiamo sui grandi binari della democrazia. Dobbiamo insomma portare una parola nuova ed attraverso di essa giungere anche all’opinione pubblica mondiale. Se anche andiamo a casa con una sconfitta, occorre che questa sia dignitosa. Per quanto riguarda i problemi tecnici raccomanda formule semplici ed uno sforzo di volgarizzazione. […] DE GASPERI – Non si tratta di «firmare o no» il Trattato. La questione è «se accettare o no». La questione della firma è un semplice atto di procedura. Anche i tedeschi hanno firmato ma non hanno accettato il Trattato di Versailles. Basterà ricordare le riserve con le quali la Germania lo ha accolto e delle quali si è fatta forte successivamente. Quando si firma un Trattato imposto la firma significa semplicemente una presa di conoscenza. La firma può essere atto giuridico ma non atto morale. La nostra condotta deve essere organizzata così: inquadrandola in una posizione universale noi prendiamo l’iniziativa di fare delle proposte minime che abbiano uno scopo costruttivo, facciamo capire fin da oggi che arrivare più in là non è per noi assolutamente possibile. […] Il Governo, sotto la sua responsabilità, lo deve e lo può fare, salvo rassegnare il proprio mandato alla Camera qualora questa non approvasse la sua linea d’azione. […] DE GASPERI – riassumendo: mi sembra che tutti siano d’accordo nella formula fondamentale che nel definire il nostro atteggiamento verso il Trattato deve essere quella che in esso noi non abbiamo alcuna responsabilità. Non sa ancora se e quando e come avremo occasione di parlare all’Assemblea. Ad ogni modo sembra opportuno che si divida il lavoro in modo che le dichiarazioni che egli dovrà fare corrispondano ad una collaborazione comune ed a una responsabilità in comune. Prega quindi i presenti di porre la loro particolare competenza nel preparare per il giorno appresso alcune brevi osservazioni che abbiano afferenza alla materia di propria competenza. Si può distinguere in linea generale tra: 1) problema giuliano: prospettarlo dal punto di vista non solo etnico ma da quello etnico-economico parallelamente riconfermando la nostra adesione a questo secondo principio. Non è che ci opponiamo alla internazionalizzazione come tale: riteniamo che non sia soluzione vitale: quello che è importante è la difesa della italianità. Se l’internazionalizzazione può offrire la possibile difesa della italianità della zona (verso questa difesa dobbiamo puntare con tutte le nostre forze) allora l’internazionalizzazione può essere accettabile. A proposito di Pola si pone il quesito se si tratti di un problema russo o jugoslavo. Se è un problema russo è insormontabile ma senza credere che Pola possa avere oggi la importanza che aveva per l’Austria. Se viceversa è solo un problema jugoslavo è forse possibile di far forza sulla Conferenza per un allargamento del territorio libero. Quel che è certo è che nessuno potrà cancellare nel popolo italiano l’onta di aver ceduto quei territori. Pola (e le altre città della costa) è italiana: e lo ha dichiarato formalmente il rapporto dei Quattro. Non tenerne oggi conto vorrebbe dire gettare il seme della «revanche» per domani (nazionalismo e fascismo). Occorre in ogni modo non presentare in forma recisa le possibilità di soluzione ma piuttosto sfumarle. 2) Questioni militari. Dobbiamo mettere in rilievo le conseguenze orribili del Trattato sulle possibilità di difesa dell’Italia: alle frontiere aperte vi è aggiunta la smilitarizzazione ed infine la limitazione degli armamenti. Dobbiamo parlar chiaro anche sulla questione della frontiera italo-francese. Il presidente Bonomi ha ricordato come a Versaglia il disarmo della Germania era collegato al disarmo generale: dovremmo cercare di ottenere anche noi un simile collegamento. Si rende conto tuttavia che siamo sul terreno difficile dato che siamo stati noi gli aggressori. 3) Questione economica. Lumeggiare i punti fondamentali: l’obbligo di rinunciare ai crediti verso la Germania, la carta in bianco lasciata alle Potenze vincitrici per il sequestro e la liquidazione dei beni italiani all’estero senza alcuna garanzia per quanto riguarda la valutazione, le spese militari, ecc. Si potrebbe anche accennare al fatto che il Trattato è un peggioramento nei riguardi del progettato modus vivendi offertoci qualche mese addietro. 4) Forse si potrebbe dichiarare che siamo senz’altro disposti a rinunciare a quelle colonie che vengano dichiarate immediatamente autonome, ma non alle altre per le quali vediamo che la decisione venga devoluta all’ONU. Se la conferenza si dichiara nella impossibilità di affrontare il problema oggi, perché ha bisogno di tempo, che ci si ricordi che vi sono dei principi di diritto internazionale che ci danno il diritto di avere contatti con quei territori e con le nostre popolazioni delle medesime (ho recentemente avuto notizie che in Tripolitania quest’anno il raccolto è stato così buono che vi è sovrabbondanza di grano). 5) Questioni giuridiche. Tener presente che il progetto è per circa 4/5 di carattere punitivo. L’affermazione della cobelligeranza vi si riflette appena. Preparare delle considerazioni generali, insistere sul carattere punitivo delle varie clausole. Citare le promesse di Eisenhower e Churchill (lettera non troppo nota a Badoglio dell’11.9.1941), riferirsi all’ONU, citando alcune dichiarazioni fondamentali. 6) Sviluppare il concetto della difesa della democrazia italiana secondo le linee tracciate dall’On. Saragat. 7) Poiché abbiamo la fortuna di aver presente l’On. Bonomi egli potrebbe lumeggiare due aspetti. Il primo è quello del precedente trattato di Rapallo che fu liberamente concordato e raggiunto tra Italia e Jugoslavia a differenza di quello presente che ci viene imposto. L’On. Bonomi inoltre è un testimone diretto di quella che fu la volontà degli antifascisti italiani prima ancora del 25 luglio. Tra l’altro potrà ricordare il nostro intervento presso Badoglio per una immediata entrata in guerra contro la Germania fin dal 5 agosto 1943. A conclusione l’On. De Gasperi prega che i singoli gli facciano pervenire entro la mattinata appresso i loro appunti per la parte di competenza di ciascuno.
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[…] DE GASPERI. Dice che bisogna cercare di respingere e modificare il preambolo togliendogli tutta la sua impostazione di cattiva volontà verso l’Italia. Se si riesce a questo tutto il Trattato cui il preambolo è la giustificazione cade. La discussione è continuata su tutta l’impostazione generale del discorso. Essendo stato rilevato da varie parti che la cosa migliore sarebbe stata toccare il meno possibile le singole questioni ed impostare tutto il discorso sul tema generale dell’ingiustizia e della minaccia alla pace non solo per noi facendo al di sopra delle Delegazioni un appello alla coscienza dei popoli, De Gasperi ha osservato che di fronte all’opinione pubblica italiana non è possibile passare sotto silenzio la questione di Trieste. Egli ritiene sia necessario che noi ci richiamiamo al principio etnico ed arriviamo fino a chiedere il plebiscito. Egli si rende conto del rischio che questo comporta per l’Alto Adige, ma è pronto a correrlo. […] DE GASPERI sottopone l’opportunità di chiedere che anche la questione di Trieste sia rimandata per un anno come è stato fatto per la questione colonie. Egli si proporrebbe di dimostrare l’impossibilità di funzionamento dello Stato Libero: forse in questa maniera si arriverà a rinviare la soluzione della questione. È stato osservato che potrebbe essere psicologicamente pericoloso dimostrare ai Quattro Grandi che la loro soluzione è assurda. Dopo lunga discussione si è finito col mettersi d’accordo che la nostra difesa deve essere impostata precipuamente sulla linea etnica accennando subordinatamente alla possibilità di un rinvio della questione. […] DE GASPERI osserva che non è possibile dire tutto in meno di mezz’ora. Cercherà in ogni modo di essere più breve possibile.
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Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione. Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa portavoce di egoismi nazionali e di interessi unilaterali? Signori, è vero: ho il dovere innanzi alla coscienza del mio Paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano; ma sento la responsabilità e il diritto di parlare anche come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica che, armonizzando in sé le aspirazioni umanitarie di Giuseppe Mazzini, le concezioni universalistiche del cristianesimo e le speranze internazionalistiche dei lavoratori, è tutta rivolta verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire. Ebbene, permettete che vi dica con la franchezza che un alto senso di responsabilità impone in quest’ora storica a ciascuno di noi, questo trattato è, nei confronti dell’Italia, estremamente duro; ma se esso tuttavia fosse almeno uno strumento ricostruttivo di cooperazione internazionale, il sacrificio nostro avrebbe un compenso: l’Italia che entrasse, sia pure vestita del saio del penitente, nell’ONU, sotto il patrocinio dei Quattro, tutti d’accordo nel proposito di bandire nelle relazioni internazionali l’uso della forza (come proclama l’art. 2 dello Statuto di San Francisco) in base al «principio della sovrana uguaglianza di tutti i Membri», come è detto allo stesso articolo, tutti impegnati a garantirsi vicendevolmente «l’integrità territoriale e l’indipendenza politica», tutto ciò potrebbe essere uno spettacolo non senza speranza e conforto. L’Italia avrebbe subito delle sanzioni per il suo passato fascista, ma, messa una pietra tombale sul passato, tutti si ritroverebbero eguali nello spirito della nuova collaborazione internazionale. Si può credere che sia così? Evidentemente ciò è nelle vostre intenzioni, ma il testo del trattato parla un altro linguaggio. In un Congresso di pace è estremamente antipatico parlar d’armi e di strumenti di guerra. Vi devo accennare, tuttavia, perché nelle precauzioni prese dal trattato contro un presumibile riaffacciarsi di un pericolo italiano si è andati tanto oltre da rendere precaria la nostra capacità difensiva connessa con la nostra indipendenza. Mai, mai nella nostra storia moderna le porte di casa furono così spalancate, mai le nostre possibilità di difesa così limitate. Ciò vale per la frontiera orientale come per certe rettifiche dell’occidentale ispirate non certo ai criteri della sicurezza collettiva. Né questa volta ci si fa balenare la speranza di Versailles, cioè il proposito di un disarmo generale, del quale il disarmo dei vinti sarebbe solo un anticipo. Ma in verità più che il testo del trattato, ci preoccupa lo spirito: esso si rivela subito nel preambolo. Il primo considerando riguarda la guerra di aggressione e voi lo ritroverete tale quale in tutti i trattati coi così detti ex-satelliti; ma nel secondo considerando che riguarda la cobelligeranza voi troverete nel nostro un apprezzamento sfavorevole che cercherete invano nei progetti per gli Stati ex-nemici. Esso suona: «considerando che sotto la pressione degli avvenimenti militari, il regime fascista fu rovesciato…». Ora non v’ha dubbio che il rovesciamento del regime fascista non fu possibile che in seguito agli avvenimenti militari, ma il rivolgimento non sarebbe stato così profondo, se non fosse stato preceduto dalla lunga cospirazione dei patrioti che in Patria e fuori agirono a prezzo di immensi sacrifici, senza l’intervento degli scioperi politici nelle industrie del nord, senza l’abile azione clandestina degli uomini dell’opposizione parlamentare antifascista (ed è qui presente uno dei suoi più fattivi rappresentanti) che spinsero al colpo di stato. Rammentate che il comunicato di Potsdam del 2 agosto 1945 proclamava: «l’Italia fu la prima delle Potenze dell’Asse a rompere con la Germania, alla cui sconfitta essa diede un sostanziale contributo ed ora si è aggiunta agli Alleati nella guerra contro il Giappone. L’Italia ha liberato se stessa dal regime fascista e sta facendo buoni progressi verso il ristabilimento di un Governo e istituzioni democratiche». Tale era il riconoscimento di Potsdam. Che cosa è avvenuto perché nel preambolo del trattato si faccia ora sparire dalla scena storica il popolo italiano che fu protagonista? Forse che un Governo designato liberamente dal popolo, attraverso l’Assemblea Costituente della repubblica, merita meno considerazione sul terreno democratico? La stessa domanda può venir fatta circa la formulazione così stentata ed agra della cobelligeranza: «delle Forze armate italiane hanno preso parte attiva alla guerra contro la Germania». Delle Forze? Ma si tratta di tutta la marina da guerra, di centinaia di migliaia di militari per i servizi di retrovia, del «Corpo Italiano di Liberazione», trasformatosi poi nelle divisioni combattenti e «last but not least» dei partigiani, autori sopratutto dell’insurrezione del nord. Le perdite nella resistenza contro i tedeschi, prima e dopo la dichiarazione di guerra, furono di oltre 100 (120) mila uomini tra morti e dispersi, senza contare i militari e civili vittime dei nazisti nei campi di concentramento ed i 50 mila patrioti caduti nella lotta partigiana. Diciotto mesi durò questa seconda guerra, durante i quali i tedeschi indietreggiarono lentamente verso nord spogliando, devastando, distruggendo quello che gli aerei non avevano abbattuto. Il rapido crollo del fascismo dimostrò esser vero quello che disse Churchill: «un uomo, un uomo solo ha voluto questa guerra» e quanto fosse profetica la parola di Stimson , allora Ministro americano della guerra: «la resa significa un atto di sfida ai tedeschi che avrebbe cagionato al popolo italiano inevitabili sofferenze». Ma è evidente che, come la prefazione di un libro, anche il preambolo è stato scritto dopo il testo del Trattato, e così bisognava ridurre, attenuare il significato della partecipazione del popolo italiano ed in genere della cobelligeranza perché il preambolo potesse in qualche maniera corrispondere agli articoli che seguono. Infatti dei 78 articoli del trattato la più parte corrisponde ai due primi considerando, cioè alla guerra fascista e alla resa: nessuno al considerando della cobelligeranza, la quale si ritiene già compensata con l’appoggio promesso all’Italia per l’entrata nell’ONU; compenso garantito anche a Stati che seguirono o poterono seguire molto più tardi l’esempio dell’Italia antifascista. Il carattere punitivo del trattato risulta anche dalle clausole territoriali. E qui non posso negare che la soluzione del problema di Trieste implicava difficoltà oggettive che non era facile superare. Tuttavia anche questo problema è stato inficiato fin dall’inizio da una persistente psicologia di guerra, da un richiamo tenace ad un presunto diritto del primo occupante e dalla mancata tregua fra le due parti più direttamente interessate. Mi avete chiamato a Londra il 18 settembre 1945. Abbandonando la frontiera naturale delle Alpi e per soddisfare alle aspirazioni etniche Jugoslave, proposi allora la linea che Wilson aveva fatto propria quando, il 28 [23] aprile 1919, nella Conferenza della Pace a Parigi invocava «una decisione giusta ed equa, non già una decisione che eternasse la distinzione tra vincitori e vinti». Proponevamo inoltre che il problema economico della Venezia Giulia venisse risolto internazionalizzando il porto di Trieste e creando una collaborazione col porto di Fiume e col sistema ferroviario Danubio-Sava-Adriatico. Era naturalmente inteso che si dovesse introdurre parità e reciprocità nel trattamento delle minoranze, che Fiume riavesse lo status riconosciuto a Rapallo, che il carattere di Zara fosse salvaguardato. Il giorno dopo, Signori Ministri, avete deciso di cercare la linea etnica in modo che essa lasciasse il minimo di abitanti sotto dominio straniero: a tale scopo disponeste la costituzione di una Commissione d’inchiesta. La commissione lavorò nella Venezia Giulia per 28 giorni. Il risultato dell’inchiesta fu tale che io stesso, chiamato a Parigi a dire il mio avviso il 3 maggio 1946, ne approvai, sia pure con alcune riserve [qualche riserva], le conclusioni di massima. Ma i rappresentanti jugoslavi insistettero, con argomenti di sapore punitivo, sul possesso totale della Venezia Giulia e specie di Trieste. Cominciò allora l’affannosa ricerca del compromesso e, quando lasciai Parigi, correva voce che gli anglo-americani, abbandonando la linea etnica, si ritirassero su quella francese. Questa linea francese era già una linea politica di comodo, non più una linea etnica nel senso delle decisioni di Londra, perché rimanevano nel territorio slavo 180.000 italiani e in quello italiano 59.000 slavi; sopratutto essa escludeva dall’Italia Pola e le città minori della costa istriana occidentale ed implicava quindi per noi una perdita insopportabile. Ma per quanto inaccettabile, essa era almeno una frontiera italo-jugoslava che aggiudicava Trieste all’Italia. Ebbene, che cosa è accaduto sul tavolo del compromesso durante il giugno, perché il 3 luglio il Consiglio dei Quattro rovesciasse le decisioni di Londra e facesse della linea francese non più la frontiera fra Italia e Jugoslavia, ma quella di un cosiddetto «Territorio libero di Trieste» con particolare statuto internazionale? Questo rovesciamento fu per noi una amarissima sorpresa e provocò in Italia la più profonda reazione. Nessun sintomo, nessun cenno poteva autorizzare gli autori del compromesso a ritenere che avremmo assunto la benché minima corresponsabilità di una simile soluzione che incide nelle nostre carni e mutila la nostra integrità nazionale. Appena avuto sentore di tale minaccia, il 30 giugno telegrafavo ai Quattro Ministri degli Esteri la pressante preghiera di ascoltarmi dichiarando di volere assecondare i loro sforzi per la pace, ma mettendoli in guardia contro espedienti che sarebbero causa di nuovi conflitti. La soluzione internazionale, dicevo, com’è progettata, non è accettabile e specialmente l’esclusione dell’Istria occidentale fino a Pola causerà una ferita insopportabile alla coscienza nazionale italiana. La mia preghiera non ebbe risposta e venne messa agli atti. Oggi non posso che rinnovarla, aggiungendo degli argomenti che non interessano solo la nostra nazione, ma voi tutti che siete ansiosi della pace del mondo. Il Territorio libero, come descritto dal progetto, avrebbe una estensione di 783 kmq. con 334.000 abitanti concentrati per 3/4 nella città capitale. La popolazione si comporrebbe, secondo il censimento del 1921, di 266.000 italiani, 49.501 slavi, 18.000 altri. Lo Stato sarebbe tributario della Jugoslavia e dell’Italia in misura eguale per la forza elettrica, comunicherebbe col suo hinterland con tre ferrovie slave e una italiana. Le spese necessarie per il bilancio ordinario sarebbero da 5 a 7 miliardi; il gettito massimo dei tributi potrebbe toccare il miliardo. Trieste e il suo porto dall’Italia hanno avuto dal 1919 al 1938 larghissimi contributi per opere pubbliche e le industrie triestine come i cantieri, le raffinerie, le fabbriche di conserve, non solo sono sorte in seguito a facilitazioni, esenzioni fiscali, sussidii (anche le linee di navigazione), ma sono vincolate tutte ai mercati italiani. Già ora il trattato proietta la sua ombra sull’attività produttiva di Trieste perché non si crede alla vitalità della sistemazione e alla sua efficienza economica. Come sarà possibile, obiettano i triestini, di mantenere l’ordine in uno Stato non accetto né agli uni né agli altri, se oggi ancora gli Alleati, che pur vi mantengono forze notevoli, non riescono a garantire la sicurezza personale? Il problema interno è forse il più grave. Ogni gruppo etnico chiederebbe soccorso ai suoi e le lotte si complicherebbero col sovrapporsi del problema sociale, particolarmente acuto e violento in situazioni come quelle di un emporio commerciale e industriale. Come farà l’ONU ad arbitrare e ad evitare che le lotte politiche interne assumano carattere internazionale? Voi rinserrate nella fragile gabbia d’uno statuto i due contendenti con razioni scarse e copiosi diritti politici e voi pretendete che non vengano alle mani e non chiamino in aiuto gli slavi, schierati tutto all’intorno a 8 chilometri di distanza, e gl’italiani che tendono il braccio attraverso un varco di due chilometri? Ovvero pensate davvero di fare del porto di Trieste un emporio per l’Europa Centrale? Ma allora il problema è economico e non politico. Ci vuole una compagnia, un’amministrazione internazionale, non uno Stato; un’impresa con stabili basi finanziarie, non una combinazione giuridica collocata sulle sabbie mobili della politica! Per correre il rischio di tale non durevole espediente, voi avete dovuto aggiudicare l’81% del territorio della Venezia Giulia agli jugoslavi (ed ancor essi se ne lagnano come di un tradimento degli Alleati, e cercano di accaparrare il resto a mezzo di formule giuridiche costituzionali del nuovo Stato); avete dovuto far torto all’Italia rinnegando la linea etnica, avete abbandonato alla Jugoslavia la zona di Parenzo-Pola, senza ricordare la Carta Atlantica che riconosce alle popolazioni il diritto di consultazione sui cambiamenti territoriali, anzi ne aggravate le condizioni stabilendo che gli italiani della Venezia Giulia passati sotto la sovranità slava che opteranno per conservare la loro cittadinanza, potranno entro un anno essere espulsi e dovranno trasferirsi in Italia abbandonando la loro terra, le loro case, i loro averi, che più? I loro beni potranno venir confiscati e liquidati, come appartenenti a cittadini italiani all’estero, mentre l’italiano che accetterà la cittadinanza slava sarà esente da tale confisca. L’effetto di codesta vostra soluzione è che, fatta astrazione dal Territorio libero, 180.000 italiani rimangono in Jugoslavia e 10 mila slavi in Italia (secondo il censimento del 1921) e che il totale degli italiani esclusi dall’Italia calcolando quelli di Trieste, è di 446.000; né per queste minoranze avete minimamente provveduto, mentre noi in Alto Adige stiamo preparando una generosa revisione delle opzioni ed è già stato raggiunto un accordo su una ampia autonomia regionale da sottoporsi alla Costituente. A qual pro dunque ostinarsi in una soluzione che rischia di creare nuovi guai, a qual pro voi vi chiuderete gli orecchi alle grida di dolore degli italiani dell’Istria – ho presente una sottoscrizione di Pola – che sono pronti a partire, ad abbandonare terre e focolari pur di non sottoporsi al nuovo regime? Lo so, bisogna fare la pace, bisogna superare la stasi, ma se avete rinviato d’un anno la questione coloniale, non avendo trovato una soluzione adeguata, come non potreste fare altrettanto per la questione giuliana? C’è sempre tempo per commettere un errore irreparabile. Il trattato sta in piedi anche se rimangono aperte alcune clausole territoriali. È una pace provvisoria: ma anche da Versailles a Cannes si dovette procedere per gradi . Altre questioni rimangono aperte o sono risolte nel Trattato negativamente. Non posso ritenere, ad es., che i nostri rapporti con la Germania si possano considerare definiti con l’art. 67 di codesto Trattato, il quale impone all’Italia la rinuncia a qualsiasi reclamo, compresi i crediti contro la Germania e i cittadini germanici fino alla data dell’8 maggio 1945, dopo cioè che l’Italia era in guerra con la Germania da diciannove mesi. I nostri tecnici calcolano a circa 700 miliardi di lire, cioè a circa 3 miliardi di dollari, la somma che possiamo reclamare dalla Germania per il periodo della cobelligeranza; e noi ci dovremo semplicemente rinunciare? Non può essere questo un provvedimento definitivo; bisognerà pur riparlarne quando si farà la pace con la Germania: e allora non è questo un altro argomento per provare che il completo assestamento d’Europa non può avvenire che dopo la pace con la Germania? Stabiliamo le basi fondamentali del trattato; l’Italia accetterà di fare i sacrifici che può. Mettiamoci poi a tavolino, noi e gli jugoslavi in prima linea, e cerchiamo un modo di vita, una collaborazione, perché senza questo spirito le formule del trattato rimarranno vuote. Non è a dire con ciò che per tutto il resto il trattato sia senz’altro accettabile. Alcune clausole economiche sono durissime. Così per esempio l’art. 69 che concede ad ogni Potenza Alleata od Associata il diritto di sequestrare, ritenere o liquidare tutti i beni italiani all’estero, salvo restituire la eventuale quota eccedente i reclami delle Nazioni Unite. L’applicazione generale di tale articolo avrebbe conseguenze insopportabili per la nostra economia. Ci attendiamo che tali disposizioni vengano modificate sopratutto se – come non dubito – si darà modo ai miei collaboratori di esprimersi a fondo su questo come su ogni altro argomento, in seno alle competenti Commissioni. Così ancora all’art. 62 ci si impone una rinuncia contraria al buon diritto e alle norme internazionali, la rinuncia cioè a qualsiasi credito derivante dalle Convenzioni sul trattamento dei prigionieri. Logica conseguenza della cobelligeranza è anche che a datare dal 13 ottobre 1943 lo spirito con cui devono essere regolati i rapporti economici tra noi e gli Alleati sia diverso. Non si tratta più di spese di occupazione, previste all’epoca dell’armistizio per un breve periodo, ma di spese di guerra sul fronte italiano. Ad esse il Governo italiano vuole contribuire nei limiti delle sue possibilità economiche, ma nei modi che di tale capacità tengano conto. In quanto alle riparazioni, pur essendo disposti a sopportare sacrifici, dobbiamo escludere che si facciano gravare sull’economia italiana oneri imprecisati e per un tempo indeterminato e nei riguardi dei territori ceduti o liberati si dovrà tener conto degli enormi investimenti da noi fatti per opere pubbliche per lo sviluppo culturale e materiale di tali Paesi. Se le clausole del trattato ci venissero imposte nella loro totalità e crudezza, noi, firmando, commetteremmo un falso perché l’Italia, nel momento attuale, con una diminuzione dei salari reali di oltre il 50% e del reddito nazionale di oltre il 45%, ha già visto ridurre la sua capacità di produzione fino al punto da non poter acquistare all’estero le derrate alimentari e le materie prime. Ulteriori peggioramenti provocherebbero il caos monetario, l’insolvenza e la perdita della nostra indipendenza economica. A che ci gioverebbe allora essere ammessi ai benefici del Consiglio economico e sociale dell’ONU? Prendiamo atto con soddisfazione che nella Conferenza dei Quattro – seduta del 10 maggio – la proposta di affidare all’Italia sotto forma di amministrazione fiduciaria le sue colonie ha incontrato consensi. Confidiamo che tale assenso trovi pratica applicazione nel momento di deliberare. In tale attesa, purché non si chiedano rinunce preventive, non facciamo obbiezioni al rinvio né al prolungamento dell’attuale regime di controllo militare in quei territori. Ma noi ci attendiamo che l’amministrazione di quei territori durante l’anno di proroga sia, in conformità della legge internazionale, affidata almeno per un’equa parte ai funzionari italiani, sia pure sotto il controllo delle autorità occupanti. E facciamo viva istanza perché diecine e diecine di migliaia di profughi dalla Libia, Eritrea e Somalia che vivono in condizioni angosciose in Italia o in campi di concentramento della Rhodesia o nel Kenya possano ritornare alle loro sedi. Circa le questioni militari, le nostre obbiezioni potranno più propriamente essere esposte nella Commissione rispettiva. Basti qui riaffermare che la flotta italiana, dopo essersi data tutta alla cobelligeranza e aver operato in favore della causa comune per tre anni e fino a tutt’oggi sotto propria bandiera agli ordini del Comando Supremo del Mediterraneo, non può oggi, per ovvie ragioni morali e giuridiche, venir trattata come bottino di guerra. Ciò non esclude che nello spirito degli accordi Cunningham -De Courten, essa contribuisca entro giustificati limiti a restituzioni o compensi. Signori Ministri, Signori Delegati, per mesi e mesi ho atteso invano di potervi esprimere in una sintesi generale il pensiero dell’Italia sulle condizioni della sua pace, ed oggi ancora comparendo qui nella veste di ex-nemico, veste che non fu mai quella del popolo italiano, innanzi a Voi, affaticati dal lungo travaglio o anelanti alla conclusione, ho fatto uno sforzo per contenere il sentimento e dominare la parola, onde sia palese che siamo lungi dal voler intralciare ma intendiamo costruttivamente favorire la vostra opera, in quanto contribuisca ad un assetto più giusto del mondo. Chi si fa interprete oggi del popolo italiano è combattuto da doveri apparentemente contrastanti. Da una parte egli deve esprimere l’ansia, il dolore, l’angosciosa preoccupazione per le conseguenze del trattato, dall’altra riaffermare la fede della nuova democrazia italiana nel superamento della crisi della guerra e nel rinnovamento del mondo operato con validi strumenti di pace. Tale fede nutro io pure e tale fede sono venuti qui a proclamare con me i miei due autorevoli colleghi, l’uno già presidente del Consiglio, prima che il fascismo stroncasse l’evoluzione democratica dell’altro dopoguerra, il secondo presidente dell’Assemblea Costituente Repubblicana, vittima ieri dell’esilio e delle prigioni e animatore oggi di democrazia e di giustizia sociale: entrambi interpreti di quell’Assemblea a cui spetterà di decidere se il trattato che uscirà dai vostri lavori sarà tale da autorizzarla ad assumerne la corresponsabilità, senza correre il rischio di compromettere la libertà e lo sviluppo democratico del popolo italiano. Signori Delegati, grava su voi la responsabilità di dare al mondo una pace che corrisponda ai conclamati fini della guerra, cioè all’indipendenza e alla fraterna collaborazione dei popoli liberi. Come italiano non vi chiedo nessuna concessione particolare, vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace che ansiosamente attendono gli uomini e le donne di ogni paese, che nella guerra hanno combattuto e sofferto per una meta ideale. Non sostate sui labili espedienti, non illudetevi con una tregua momentanea o con compromessi instabili: guardate a quella mèta ideale, fate uno sforzo tenace e generoso per raggiungerla. È in questo quadro di una pace generale stabile, Signori Delegati, che vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia: un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano.
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De Gasperi intende spiegare l’atteggiamento che la Delegazione italiana ha assunto e dovrebbe seguire nei rapporti colle altre Delegazioni. L’atteggiamento, confermato dalla dichiarazione che egli ha fatto al Lussemburgo il 10 agosto, ha voluto essere fermo ma conciliativo. Abbiamo messo in chiaro che col trattato che ci è stato proposto noi veniamo a cedere l’85% del territorio della Venezia Giulia; noi abbiamo a priori rifiutato il trattato, non abbiamo rifiutato il criterio di pagare delle riparazioni. Per Trieste bisogna tuttavia cercare nuova soluzione; soprattutto nuove basi di accordo proponendo una collaborazione slava nell’attività del porto. L’interesse slavo è quello di non introdurre altri Paesi (in particolare gli anglo-americani) nella economia triestina. Di qui può prospettarsi una nuova soluzione: per noi non è essenziale l’intervento americano, mentre appare fatale la partecipazione russa. Una soluzione di questo genere potrebbe avvicinarci ai russi. Esamina la questione di Pola e si chiede se essa costituisce un problema russo o jugoslavo, se ha aspetto militare o commerciale. Se avesse carattere militare, si potrebbe eliminare il problema, togliendo qualunque attrezzatura militare alla città e al porto. Ciò faciliterebbe l’accoglimento della richiesta di Pola, sulla quale noi dobbiamo insistere. Rileva il carattere di indivisibilità di questa pace anche in relazione alla possibilità di accoglimento della nostra proposta di rinvio della decisione. Ritiene che da parte americana vi sia una certa fretta perché gli americani hanno la preoccupazione di vedere rapidamente sgomberati dai russi i Paesi balcanici, in quanto l’America ha la sensazione di poter eliminare l’influenza russa sui Balcani, una volta sgomberati. Ritiene che da parte russa vi sia l’atteggiamento opposto, di ritardare cioè, la conclusione per non dover lasciare i Balcani. Crede che la richiesta di rinvio debba essere curata ed appoggiata. […] De Gasperi chiarisce che queste convenzioni non stabiliscono alcuna esclusione a favore dei contraenti . […] De Gasperi riassume il suo pensiero, ha voluto esporre alcune prospettive utili per la linea da seguire. Afferma che se la Delegazione ritornasse in Italia col Trattato tale e quale e con il sacrificio di Pola, l’Assemblea Costituente non voterà favorevolmente all’accettazione del Trattato. Una reazione sentimentale nazionale si determinerà protestando contro l’ammissione di un tale sacrificio. In tale ipotesi gli Alleati hanno detto che provvederanno a occupare militarmente l’Italia. Se vogliono anche il Governo, avranno anche l’esperienza del suo peso. Si deve quindi fare quanto è possibile per migliorare il trattato, se no il popolo italiano non autorizzerà la firma. Bisogna scindere il problema: c’è un problema economico e ce n’è uno politico. L’accordo economico deve essere indipendente, non essere in nesso con la situazione politica quale sarà determinata dallo statuto. Bisogna trovare dei compensi da proporre alla Jugoslavia con un criterio di larghezza di posizione economica verso gli slavi: si tratta quindi anche di fenomeno finanziario. Non vede la possibilità di una diarchia politica che regga lo Stato libero triestino, perché ritiene che si creerebbe una ragione di urto fra Italia e Jugoslavia. C’è anche, contro questa soluzione, una ragione di superiorità italiana sugli slavi: l’Italia inoltre è un paese che si risolleverà e che ha un suo avvenire. Ci vorranno capitali: li dovranno dare l’Italia e gli anglo-americani. Chiedeva quindi uno sforzo inteso ad ottenere che si stacchi lo statuto linguistico della città di Trieste – che dovrà esser sotto controllo internazionale – da quello che sarà il sistema dell’emporio economico. Accetterebbe la proposta di diarchia politica solo come subordinata da subire. La può ammettere come ponte, ma non ritiene di fare egli stesso tale proposta che porterebbe una soluzione fonte di guai fra i due Paesi. Richiama infine il merito degli anglo-americani che, col loro atteggiamento di resistenza, hanno concesso che si arrivasse almeno alla proposta dello Stato libero triestino. Esposti i concetti da servire di base per la linea da seguire anche nei contatti cogli Jugoslavi, propone una divisione del lavoro da svolgere come segue. Prega Bonomi di coordinare il lavoro per Trieste, tanto per la questione territoriale che per la questione economica. Prega Saragat di coordinare l’azione per le frontiere occidentali: anche gli altri, naturalmente potranno sondare il terreno attraverso i loro contatti. […] De Gasperi fa infine noto che Corbino ha preparato tutti gli emendamenti alla parte economica del trattato. Mancando Corbino (che deve recarsi a Roma) prega Tarchiani di sostituirlo con Menichella . Per l’oriente Quaroni e Reale si dividono i contatti. Prega poi Martini di curare le relazioni con l’America Latina.
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Il presidente De Gasperi ha iniziato la sua conversazione ringraziando Molotov per quanto aveva detto nel suo discorso circa la funzione storica e di civiltà italiana nel Mediterraneo e per la fiducia da lui espressa nella rinascita della funzione futura dell’Italia. MOLOTOV: Le confermo che noi abbiamo piena fiducia nel futuro dell’Italia. DE GASPERI ha continuato dicendo che desiderava approfittare della conversazione per rispondere ad alcune accuse che gli erano state mosse da Molotov nel suo discorso. Il primo punto è quello che concerne la necessità di riforme. De Gasperi ha ammesso che apparentemente in Italia durante tutti questi anni non è stato fatto niente di analogo a quanto è stato fatto in Francia ed in Inghilterra; ma si tratta soltanto di apparenza. Ha spiegato con molto dettaglio la funzione dell’I.R.I., che permette al Governo italiano un controllo praticamente assoluto di tutto il sistema bancario ed industriale italiano. Ha particolarmente sottolineato, con evidente approvazione di Molotov, che attraverso il controllo che il Governo ha di tutto il sistema bancario, praticamente nazionalizzato, non è possibile nessuna immissione di capitale nelle industrie senza il controllo del Governo. Ha accennato al progetto attualmente allo studio di nazionalizzazione degli stabilimenti di produzione elettrica. Circa la riforma agraria, ha fatto osservare che le condizioni strutturali dell’agricoltura italiana differiscono sostanzialmente da regione a regione. Una riforma agraria in Italia non è quindi concepibile che nel quadro regionale. Per questo si stanno organizzando le commissioni regionali della riforma agraria. Ha accennato allo stanziamento per quest’anno di 10 miliardi per l’appoderamento di 100 mila ettari di terreno. Ha fatto presente che tutta quest’opera di riforma si svolge fra l’altro in difficilissime condizioni finanziarie con un bilancio che ha 500 miliardi di spese e 200 miliardi di entrate. MOLOTOV: Ha ammesso che la situazione italiana era difficile ed ha ammesso pure che quello che è stato fatto in Italia va probabilmente più in là di riforme più reclamizzate fatte in Francia ed in Inghilterra. DE GASPERI: Ha detto poi che non è vero che egli non abbia dato la debita importanza alle questioni economiche. Prega Molotov di voler tener presente che gli è stato insistentemente raccomandato da tutte le parti di essere breve. D’altra parte alcuni punti del trattato, concernenti la parte economica, non sono ancora del tutto precisati; c’è ancora una possibilità di discussione, ed egli ha ritenuto più opportuno assumere un tono più moderato. In particolare, De Gasperi ha messo in rilievo il suo attacco contro gli articoli 67 e 69, ed ha soprattutto messo in rilievo l’ultima frase del suo discorso sulla parte economica in cui ha detto che se le clausole economiche ci fossero applicate come sono, noi assumeremmo un’obbligazione che non saremmo in grado di assolvere e perderemmo la nostra indipendenza economica. MOLOTOV: Ha detto che la Russia stessa ha già riconosciuto che molte delle clausole economiche in alcuni loro aspetti sono troppo gravose per l’Italia ed ha già fatto il suo possibile per ottenerne delle modifiche. Ma la Russia si aspettava di avere in questo campo un appoggio dall’Italia che è mancato. Per cui il Governo sovietico si domanda se effettivamente queste clausole siano così gravose per l’Italia e se valga la pena che esso continui ad interessarsene. DE GASPERI: Ha risposto enfaticamente che desiderava che il Governo sovietico se ne interessi e che egli conta appunto sul suo appoggio. Avendo Molotov richiesto alcuni dati di fatto soprattutto sul valore degli assets italiani all’estero, De Gasperi lo ha pregato di designare un funzionario della sua delegazione a cui un funzionario della delegazione italiana possa esporre in dettaglio il punto di vista italiano e fornirgli tutti i dati che possano essere utili alla delegazione sovietica. Molotov si è dichiarato d’accordo ed ha designato il signor Arutyunyan . De Gasperi da parte sua ha designato il comm. Di Nola . DE GASPERI: Ha poi rilevato che considera ingiusta l’osservazione di Molotov che nel suo discorso non è contenuta una ripudiazione del fascismo e dell’aggressione fascista. Dopo aver accennato ad alcuni passi del suo discorso ha ricordato di essere stato su questo punto particolarmente esplicito a Londra, specificatamente anche per l’aggressione contro la Jugoslavia. Non ha ritenuto quindi che fosse necessario ripeterlo. MOLOTOV: Queste dichiarazioni erano state fatte in Comitato segreto. Questa era la prima volta che l’Italia parlava pubblicamente al mondo, e sarebbe stato opportuno ripeterlo. DE GASPERI: Tutto quanto io ho detto in seduta segreta è stato pubblicato. Comunque su questo punto ammetto che lei possa avere ragione. Venendo a parlare della questione di Trieste, De Gasperi, dopo avere spiegato il valore soprattutto sentimentale della questione di Trieste, ha detto che sarebbe ingiusto accusare l’Italia di imperialismo soprattutto se si tien conto che l’Italia, già povera di materie prime, viene a perdere le miniere dell’Arsa (30% del carbone italiano), insieme a quelle di mercurio di Idria ed a quelle di bauxite che sono le uniche che possiede l’Italia mentre la Jugoslavia ne ha parecchie. Protesta pure contro l’accusa di avere voluto con il proporre il rinvio continuare l’occupazione straniera in Italia. Ha fatto osservare che il trattato di pace per entrare in vigore abbisogna della ratifica delle Quattro Potenze, fra cui quella del Senato americano che si riunisce solo il 10 gennaio. Nella migliore delle ipotesi lo sgombero dell’Italia non potrebbe aver luogo prima dell’aprile 1947. MOLOTOV: Questa non è una ragione per rimandarlo all’aprile del 1948. DE GASPERI: Ha continuato dicendo che con la sua proposta di rinvio non intendeva rifiutare il trattato; chiedeva soltanto che venisse accantonata la questione di Trieste, come era stata accantonata la questione delle colonie. Qui incidentalmente ha ringraziato Molotov per l’atteggiamento assunto nella questione coloniale. MOLOTOV: Ha risposto che effettivamente l’U.R.S.S. era d’avviso che il trusteeship per le colonie dovesse essere affidato all’Italia. Purtroppo la sua proposta non era stata accettata. DE GASPERI: Non è stata accettata nemmeno l’altra proposta (a Molotov che aveva detto di non capire è stato spiegato che con questo De Gasperi voleva dire che la questione è ancora aperta). De Gasperi ha continuato dicendo che egli riteneva che si sarebbe potuto benissimo rinviare la soluzione del problema di Trieste stralciandola dal trattato, mettendosi d’accordo con gli jugoslavi si sarebbe potuto mantenere l’ordine nella zona in maniera da non rendere necessaria la presenza di un forte quantitativo di truppe alleate. Ha specificato che la sua proposta non aveva nulla di antislavo perché ha aggiunto come prima cosa di ritenere necessario che italiani e jugoslavi si sedessero ad un tavolo per discutere. MOLOTOV: Ha detto che un rinvio della questione di Trieste non avrebbe servito alla pacificazione degli animi. DE GASPERI: Ha chiesto a Molotov se egli ritiene possibile l’estensione del Territorio Libero fino ad includere anche Pola. MOLOTOV: Ha risposto di non ritenere la proposta costruttiva. La soluzione del problema di Trieste era stata raggiunta in base ad un accordo faticoso fra le Quattro Potenze e l’U.R.S.S si atteneva strettamente al principio che gli accordi raggiunti devono essere mantenuti. DE GASPERI: È stato raggiunto senza l’accordo dell’Italia. MOLOTOV: È giusto, e per questo l’Italia ha il diritto di esporre il suo punto di vista e di fare le proposte che vuole. DE GASPERI: Ha chiesto a Molotov se l’articolo concernente le ratifiche del trattato di pace che parla soltanto della ratifica da parte delle Quattro Grandi Potenze significa che la ratifica da parte dell’Italia non è necessaria. MOLOTOV: Ha detto di non poter rispondere; non sa se si tratti di una clausola abituale nei trattati di pace o di una clausola ad hoc. DE GASPERI: L’articolo corrispondente dei trattati balcanici fatti sotto l’ispirazione della Russia è redatto in forma differente. MOLOTOV: L’occhio acuto dei giuristi italiani ha immediatamente scoperto un punto che mi era sfuggito. DE GASPERI: L’occhio dei giuristi italiani ha scoperto molte differenze fra i trattati redatti sotto ispirazione russa ed il nostro. MOLOTOV: Ha spiegato che la Russia era in genere favorevole a trattati molto più semplici e brevi ed era d’avviso che si dovesse lasciare una misura molto maggiore di libertà e di credito ai Paesi ex nemici. Ma gli altri hanno voluto altrimenti. DE GASPERI: Ha detto che teneva a chiarire la portata dell’osservazione di Molotov circa i trattati conchiusi con l’America e l’Inghilterra per l’aviazione civile italiana. MOLOTOV: Ha detto che la Russia ritiene sia impossibile separare l’aviazione civile da certi problemi della difesa. Essa ritiene e continua a ritenere che convenzioni concluse fra Stati a potenzialità militare ed economica molto differente possano in certe condizioni costituire un serio pericolo per l’indipendenza di un determinato Paese. DE GASPERI: Ha spiegato la genesi di queste convenzioni. Ha detto che il Governo italiano ha rifiutato agli americani una clausola di monopolio. Per questo non ha potuto esimersi dal concludere un’analoga convenzione con gli inglesi. Ma ha specificamente riservato tutte le comunicazioni orientali dell’Italia. Appena informato di una richiesta dell’ambasciatore Kostylev per una convenzione relativa alle comunicazioni aeree Roma-Mosca ha dato immediate istruzioni al ministro dell’aeronautica di studiare la questione. Tiene a dichiarare a Molotov che se la Russia vuole concludere una convenzione analoga con l’Italia egli è disposto a farlo senz’altro. MOLOTOV: Osserva che la Russia non chiede niente, mantiene soltanto il suo punto di vista sulla necessità di far bene attenzione a non compromettere l’indipendenza italiana. DE GASPERI: Dice che le conversazioni non sono ancora terminate. Egli terrà conto delle osservazioni di Molotov e, tornato a Roma, si riserva di tenersi in stretto contatto con Kostylev su questo argomento, e gli sarà grato di ogni consiglio che il Governo sovietico potrà fargli avere al riguardo. MOLOTOV: Risponde che a suo avviso il Governo italiano è perfettamente in grado di giudicare quello che gli è utile e conveniente e che non ha bisogno dei consigli di nessuno. In ogni modo è grato al presidente De Gasperi di volersi tenere in contatto sull’argomento con Kostylev. Tornando a ringraziare Molotov per le sue affermazioni sulla politica e la funzione italiana nel Mediterraneo, De Gasperi tiene a ripetere che l’Italia non ha l’intenzione di legarsi a nessuno contro nessuno ed in particolare non ha nessuna intenzione di aggiogarsi ad una politica ostile all’U.R.S.S. sia come grande Stato, sia come Stato di lavoratori, sia anche come Stato slavo. Ma prega Molotov di tener conto delle circostanze di fatto che nel periodo attuale legano la vita e la ricostruzione dell’Italia ai rapporti con l’America. Osserva che abbiamo ricevuto dall’America come U.N.R.R.A. e sotto altre forme forniture per quasi un miliardo di dollari. È questo un elemento di cui non si può non tener conto. MOLOTOV: Ha detto che la Russia non ha assolutamente niente in contrario a che l’Italia mantenga e coltivi le buone relazioni con l’America e l’Inghilterra. La Russia stessa ha frequenti contrasti con l’America, ma nel complesso tiene moltissimo ai buoni rapporti con l’America. Non c’è oggi uno Stato che possa non tener conto del grande valore politico ed economico del fattore americano. Se questo vale per la Russia, a più forte ragione vale per l’Italia, le cui risorse sono molto inferiori. Nel popolo russo esiste una viva simpatia per l’Italia, e di questo il suo ambasciatore a Mosca può essere testimonio. Ma qui non si parla di sentimenti; l’interesse statale della Russia richiede che non ci siano monopoli né in Europa, né in Africa, né in Mediterraneo. I tentativi attualmente in corso per stabilire un monopolio di questo genere sono destinati al fallimento. Per questo l’interesse statale della Russia è che paesi come la Francia e come l’Italia siano indipendenti ed in grado di esercitare una funzione indipendente politica economica e di civiltà nelle loro sfere naturali. Questo è un interesse statale della Russia e quindi non ha nulla a che fare con quello che possa essere il regime interno dell’Italia. Nel campo del sentimento le posso aggiungere che la Repubblica democratica italiana desta le più vive simpatie nell’U.R.S.S. DE GASPERI: Ripetendo il suo concetto della volontà dell’indipendenza italiana ha detto che concorda con quanto ha esposto Molotov. Ritornando sulla sua proposta di stralciare la questione di Trieste, ha osservato di averla fra l’altro fatta perché se non ci fosse la questione di Trieste si potrebbe stabilire una completa collaborazione tra Italia e Russia per tutto quanto concerne il resto del trattato. Ha fatto osservare per esempio che si è astenuto dal fare qualsiasi spunto polemico sulla questione delle riparazioni perché questo concerneva anche la Russia, ed egli è fra l’altro convinto che le riparazioni russe saranno un elemento importante di sviluppo nei rapporti economici fra l’Italia e la Russia. MOLOTOV: Dice che anche questo è il suo pensiero. Per l’ultimo De Gasperi dice che adesso come sempre è vivo il suo desiderio di avere dei contatti diretti con gli jugoslavi. Voleva sapere da Molotov se egli riteneva che questi contatti diretti nelle circostanze attuali potessero essere utili, o che fosse invece meglio astenersene. MOLOTOV: Ritengo che possono essere molto utili. Il colloquio è durato fino alle ore 16,05.
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In un’intervista esclusiva con The Observer il signor De Gasperi, Primo ministro italiano, ha ripudiato le accuse lanciate contro il suo governo da Molotov nel suo discorso alla Conferenza della pace. Il signor De Gasperi ha sottolineato il carattere democratico dell’attuale regime italiano ed ha affermato che nella grande controversia sul libero commercio che si è sviluppata alla Conferenza della pace, l’Italia era dalla parte del libero commercio. Secondo il signor De Gasperi, il governo italiano è ben equipaggiato per prevenire il dominio di trust e cartelli stranieri sull’economia italiana. Le affermazioni del signor De Gasperi erano formulate con cura e moderate nel tono. Ho avuto l’impressione che il Primo ministro italiano fosse piuttosto preoccupato di non esprimere il proprio parere in maniera dura o controversa che lo esponesse all’accusa di stare attaccando una delle grandi potenze vincitrici. La sua moderazione può anche essere stata dovuta a considerazioni di politica interna. Il signor De Gasperi è stato attaccato per il suo discorso a Parigi dai comunisti italiani che partecipano alla sua coalizione di governo ed è stato attento a non aggiungere carburante a una controversia interna che possa sfociare nella rottura dell’attuale coalizione. Ma, nonostante abbia assunto un’attitudine puramente difensiva, il signor De Gasperi ha presentato il suo punto di vista in una maniera piuttosto inequivoca. Che non ha lasciato dubbi sul dove stia nell’attuale controversia fra Est e Ovest. Alla domanda sulle sue impressioni generali sul dibattito di questa settimana al palazzo di Lussemburgo, causato dal suo discorso, il Signor De Gasperi ha risposto: «La mia richiesta di fronte al forum delle 21 nazioni ha certamente avuto il merito di sollevare il dibattito al livello dei grandi e generali problemi europei. Solo questo fatto dovrebbe indicare che ho parlato non solo come italiano ma come europeo. Non ho ragione di dispiacermi del fatto che il mio discorso abbia stimolato davvero un grande dibattito fra le grandi potenze. Comunque, l’accusa rivoltami da alcuni giornali comunisti secondo cui avrei lavorato per una sorta di blocco Mediterraneo o per un blocco occidentale sono senza fondamento. Ho lavorato per l’Italia, e certamente per un’Italia democratica». Il signor De Gasperi ha proseguito a replicare alle osservazioni fatte da Molotov. Il ministro degli Esteri sovietico ha messo in dubbio la natura democratica dell’attuale ordinamento politico in Italia. «Credo che le recenti elezioni e i risultati del referendum in Italia – questa la risposta del primo ministro italiano – abbiano provato che l’Italia è non solo una repubblica, ma anche una repubblica avanzata, per usare il termine di Molotov. Siamo avanzati socialmente. È vero che non abbiamo portato avanti nessuna riforma grande o di ampio raggio quali quelle portate avanti nei paesi balcanici, ma questo è dovuto alla nostra difficile situazione finanziaria. Tutti gli sforzi del mio governo sono stati diretti a tagliare l’inflazione e velocizzare la ricostruzione industriale dell’Italia». Il signor De Gasperi ha anche negato l’altra affermazione di Molotov secondo cui l’Italia sarebbe minacciata dalla servitù economica da cartelli e trust americani o britannici: «Ho detto a Molotov che non è così. Il governo italiano è ben equipaggiato per agire contro ogni abuso che capitalisti stranieri dovessero fare dei loro diritti. Nell’I.R.I., l’Istituto per la ricostruzione industriale, possediamo un buono strumento per controllare le attività di tutte le banche e della maggior parete delle imprese industriali. Un altro canale di controllo governativo sulle attività dei gruppi di capitalisti e investitori stranieri, egualmente affidabile, è il nostro ministero per il commercio estero. Siamo in grado di sorvegliare l’importazione di capitale in Italia e di prevenire azioni che colpiscano l’interesse della nazione se tali azioni dovessero presentarsi. Molotov ha menzionato una questione specifica – aviazione civile – per dimostrare che l’Italia è stata minacciata dal dominio di monopoli stranieri. Quali sono i fatti? È vero che in un primo momento vi furono tentativi da parte di una ditta americana di stabilire il suo monopolio nell’aviazione civile in Italia. La ditta in questione ci suggerì di formare una compagnia per l’aviazione civile in cui 60 per cento delle azioni fossero in mano italiana e 40 per cento fossero di proprietà americana. Era previsto che la compagnia non avesse concorrenti. Però noi abbiamo rigettato quel piano e siamo giunti ad un accordo con gli americani senza caratteristiche monopolistiche. Agli americani è concesso di operare fra l’Italia e l’emisfero occidentale. Abbiamo anche un altro accordo con i britannici che riguarda i voli civili fra Italia e Regno Unito e i paesi dell’impero britannico. Inoltre, abbiamo offerto un accordo simile ai russi perché non è nelle nostre intenzioni eliminare la Russia dalle nostre linee aeree. Negoziati con i russi probabilmente cominceranno presto a Roma. Non so fino a che punto i russi saranno davvero interessati. Ma è immaginabile che possano desiderare di partecipare al traffico aereo fra Italia e Russia e anche Est Europa. Questa offerta mostra che le nostre mani non sono legate da nessun impegno con monopoli stranieri». Il signor De Gasperi ha proseguito descrivendo le condizioni delle industrie italiane e la loro dipendenza dalle materie prime che l’Italia importa a credito; ma riteneva questo un normale affare commerciale. Ha proseguito confermando la dichiarazione di Byrnes resa alla conferenza di pace, secondo cui gli Stati Uniti hanno speso circa 900 milioni di dollari in aiuti per l’Italia, o attraverso l’U.N.R.R.A. o attraverso varie organizzazioni di aiuto, inclusi i canali militari. «Lungi dal renderci schiavi, gli Stati Uniti hanno contribuito grandemente alla nostra ricostruzione economica. Non contesto il principio di uguaglianza delle opportunità economiche enunciato da Byrnes. Il libero commercio è infatti vitale per la ricostruzione economica dell’Italia; senza crediti e senza libero accesso alle materie prime le nostre industrie non potrebbero lavorare per pagare, fra l’altro, le riparazioni alla Russia». Il Primo ministro italiano ha concluso questa intervista esprimendo il suo caldo apprezzamento per le parole che Byrnes e Alexander, nei loro discorsi di questa settimana, hanno rivolto all’assistenza data dall’Italia come cobelligerante alla causa alleata: «queste parole di Byrnes e Alexander – ha detto – hanno riparato alla mancanza di ogni riconoscimento della cobelligeranza italiana nel preambolo al trattato di pace, un’omissione che è stata un duro colpo per il popolo italiano».
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Accoglienza e tono particolarmente cordiale da parte di Bevin. Il presidente De Gasperi fa subito presente la difficoltà della sua posizione, costretto come si trova fra necessità strettamente collegate di politica interna e di politica estera. La reazione di Molotov al suo discorso è stata aspra e costituisce una diretta interferenza nella politica interna italiana accompagnata e rafforzata da una diffida alla politica mediterranea ed economica angloamericana nei nostri confronti. Bevin riconosce che l’attacco di Molotov è mosso direttamente a De Gasperi ma indirettamente ed essenzialmente alle democrazie anglosassoni. Si compiace che Byrnes abbia stamane energicamente risposto a questi due attacchi interdipendenti. De Gasperi entra direttamente in concreto argomento affermando che se egli non ottiene qui un qualche sensibile miglioramento alle nostre condizioni di pace, l’Assemblea costituente italiana, cui spetta democraticamente di decidere, non ratificherà il trattato. In questo caso non sa quale sarà la sorte dell’attuale Governo. Occorre che le grandi democrazie diano finalmente alla nascente democrazia italiana, la sensazione e la concreta prova di un fermo appoggio. In realtà, mentre la Russia appoggia energicamente a Parigi i suoi satelliti ex nemici, l’Italia, la quale ha mantenuto un atteggiamento di corretta neutralità fra i due gruppi, si trova completamente isolata e priva di appoggi. Bevin risponde: non siete privi di amici. De Gasperi rincalza: anzi oggi è Molotov che prende l’iniziativa di una specie di protezione del popolo italiano, dei suoi bisogni interni e della sua difesa contro denunciate invadenze imperialistiche anglo-americane. Tutto ciò ha un valore di propaganda di cui bisogna tener conto. Bevin, il quale dimostra, più accentuatamente che in altre precedenti occasioni, un comprensivo interessamento per le argomentazioni di De Gasperi, dice che la situazione è anche per lui estremamente difficile perché tanto lui che Byrnes si sono impegnati a sostenere le soluzioni prese dai Quattro. Ha l’aria di chiedere a De Gasperi che cosa si può fare. De Gasperi gli fa osservare che se egli è tenuto a sostenere le risoluzioni già prese, può sempre appoggiare un emendamento suggerito anche a maggioranza semplice. Uno degli argomenti per noi essenziali, perché di carattere non solo etnico ed economico, ma profondamente sentimentale, è quello della Venezia Giulia. È evidente che allo stato attuale dei fatti e degli impegni l’Italia non può illudersi di avere Trieste in piena sovranità. Ma, accettando il principio del Territorio Libero, sta di fatto che sul terreno pratico la soluzione adottata dai Quattro non può funzionare (esposizione dei motivi economici, ecc.). Bevin risponde che ciò gli è risultato chiaro dal discorso di De Gasperi. A questo punto aggiunge che nei riguardi del problema triestino ed istriano la sua posizione è resa difficile dalla soluzione adottata per Alto Adige, la quale gli ha messo contro l’opinione pubblica inglese, e lo espone a sostenere tesi contraddicenti. De Gasperi lo ringrazia per l’atteggiamento assunto e per la risposta data alla Camera dei Comuni in nostra difesa ma gli fa osservare che il Parlamento inglese si preoccupa della sorte della minoranza di lingua tedesca in Alto Adige, ma non dimostra pari inquietudine per la sorte dei 180 mila italiani che l’attuale divisione dell’Istria lascia sotto la sovranità jugoslava in disperate condizioni. Bevin dice di avere dei dubbi sulle cifre da noi esposte relative all’entità di questa minoranza italiana. De Gasperi si riserva di fargli avere il computo dettagliato in base al quale la cifra di 180 mila si dimostra esatta. Riprendendo l’argomento, De Gasperi afferma che si impone una soluzione la quale almeno includa nel Territorio Libero tutta la costiera istriana Pola inclusa, poiché non è possibile abbandonare senza ombra di protezione le popolazioni interamente italiane che vivono ad ovest della linea inglese. Si conviene dalle due parti che lo scoglio grosso è costituito dallo statuto che dovrà reggere il Territorio Libero. De Gasperi afferma allora che, piuttosto di abbandonare alla Jugoslavia le popolazioni della costiera fino a Pola, preferisce vederle tutelate dalla inclusione nel Territorio Libero anche a costo di accettare uno statuto un po’ meno favorevole. Gli accenna agli sforzi che sta facendo per convincere le parti interessate ad una simile ragionevole soluzione che sarebbe la sola accettabile, se pure con grave sacrificio, per il popolo italiano. Accenna cioè al suo avvenuto incontro con Molotov ed al contatto che si prepara ad avere con Kardelj. Bevin apprezza queste iniziative e conclude che se un emendamento verrà proposto in questo senso gli darà il suo interessamento ed appoggio. Nessuna concreta promessa, ma un evidente interesse e buona disposizione. Questo è il senso delle parole di Bevin. De Gasperi passa poi, come argomento secondario, alla necessità di non metterlo in condizione di firmare una cambiale in bianco cedendo preventivamente i nostri diritti sovrani sulle colonie, rinuncia che non è giuridicamente esigibile e che non è necessaria dato che gli inglesi dispongono della occupazione di fatto. Bevin risponde che non vede come si possa trovare una diversa soluzione. De Gasperi ribatte che l’Italia può sottoporsi alle decisioni che l’O.N.U. prenderà circa le nostre colonie, senza con questo rinunciare di propria volontà ai suoi diritti di sovranità ed alle proprie riserve. Bevin fa comprendere che la decisione sulle colonie spetta, secondo la procedura decisa, ai Quattro e che solo se i Quattro non troveranno un accordo la materia sarà deferita all’O.N.U. Comunque afferma che abbiamo tutto da guadagnare col rimando della questione. Si potrà studiare insieme una conveniente soluzione che tenga conto degli impegni che l’Inghilterra ha assunto riguardo alla Cirenaica ed alle colonie del Mar Rosso. De Gasperi ribatte che gli impegni coi senussi non riguardano in ogni caso la Tripolitania. Senza voler essere ottimisti, il tono di Bevin su questo argomento pareva lasciare intravvedere la possibilità di una non del tutto negativa soluzione. Per quanto riguarda le questioni economiche Bevin ha detto che tanto lui che Byrnes sono decisi ad opporsi a che la Russia li privi dei loro diritti economici riconosciuti dal trattato. In pari tempo si opporranno a che quanto essi hanno rinunziato a favore dell’Italia (riparazioni) vada a finire a favore della Russia. Il colloquio si è così concluso in un’atmosfera che, a me testimonio di altri precedenti colloqui, è parsa improntata ad un nuovo più caldo spirito di comprensione e simpatia.
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De Gasperi prega fare accelerare preparazione memoriali onde possano essere consegnati sabato a coloro che devono presentarli. […] DE GASPERI – Il nostro obiettivo principale deve essere Pola. Il tentativo per ottenerla deve essere fatto a fondo, quindi preparare e presentare proposte ben fondate. Se saremo soccombenti presenteremo la domanda di ottenere garanzie per 180.000 italiani rimasti fuori confine e per Fiume e per Zara. Rileva che l’esodo che si verificherebbe da Pola creerebbe focolari di odio antislavo. […] De Gasperi chiede che cosa si può offrire alla Jugoslavia come contropartita: si potrebbe proporre un turno di presidenza. Ma ritiene che il punto di rottura si determinerebbe sul finanziamento del porto di Trieste e c’è da tener presente che il porto non funziona se non ci sono capitali. […] De Gasperi, riassumendo, fa presente come la complessità delle questioni esiga che gli Italiani vengano direttamente sentiti nelle Commissioni. Comunque chi potrà andare per essere, in ipotesi, sentito su una questione specifica, dovrà cercare di sapere inquadrare la questione specifica nel più vasto quadro, in modo da potere illustrare la situazione generale ed anche le altre questioni connesse. Dobbiamo perciò insistere di poter fare noi una esposizione con carattere anche politico, con uno sguardo generale e illustrando i singoli problemi. Chiede che Soragna, segretario generale, faccia domanda che i delegati italiani vengano sentiti. […]
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Il presidente De Gasperi ringrazia anzitutto i membri della Delegazione per l’attività, lo zelo e l’impegno dimostrati sinora e li invita a continuare nei loro sforzi per appoggiare e far riconoscere le giuste richieste dell’Italia in una situazione che, se pur non offre molte speranze, non è tuttavia priva di qualche prospettiva. Ricorda le difficoltà del lavoro da compiere, dato che si tratta di illuminare il nostro punto di vista a persone che ne sono assai lontane e con le quali, dato il loro enorme lavoro, è difficile potersi intrattenere a lungo. Afferma non essere esatta l’accusa mossa alla Delegazione italiana di non aver presentato sufficiente documentazione per le nostre tesi; d’altra parte, nelle attuali circostanze in cui i delegati non hanno tempo di leggersi lunghi memoriali, una eccessiva quantità di memorandum potrebbe avere effetti nulli o negativi. Raccomanda che nel formulare la nostra documentazione si abbia cura di condensare gli argomenti nella forma più efficace e breve. Rileva che è stato finora ottenuto il primo risultato di provare l’impostazione democratica del nostro paese e di rompere il primo ghiaccio della incomprensione e quasi ostilità della Conferenza nei nostri riguardi. La Delegazione italiana ha preso una posizione che è al di fuori delle polemiche che agitano il mondo, ma è impossibile evitare che l’una o l’altra delle parti trovi nella nostra posizione spunti di polemica. Afferma che per l’Italia il trattato, così come è concepito, non è accettabile, non corrispondendo alle nostre esigenze storiche e di giustizia. Comunque, la Delegazione è a Parigi in qualità di «rappresentante interprete e testimone» dell’Assemblea Costituente che avrà la responsabilità e l’autorità dell’eventuale accettazione dei termini di pace. La partecipazione italiana ai lavori delle commissioni, entro i termini minimi che ci sono stati fissati, avviene sempre con la riserva sulla impostazione generale del Trattato e senza che si possa interpretare come approvazione o accettazione del Trattato stesso. Sarà un lavoro lungo, in quanto le raccomandazioni delle commissioni dovranno essere votate dalla Conferenza in seduta plenaria e passate poi ai Quattro Grandi per la definitiva sanzione: in tale sede o tutto sarà terminato, o tutto sarà sospeso. Pur senza accettare la base del trattato, è compito della Delegazione e degli esperti italiani quello di cercare ogni possibile miglioramento delle varie clausole. Ricorda che entro martedì prossimo dovranno essere presentate le nostre proposte di emendamento, sia direttamente, sia, in alcuni casi, per tramite di altre delegazioni. Termina con un saluto particolare ai rappresentanti delle Confederazioni generali del Lavoro. […]
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La formula da me proposta, è nella mia personale opinione assolutamente il minimo «digeribile» dall’Assemblea Costituente Italiana. Egli ha osservato che l’assemblea si rifiuterebbe semplicemente di ratificare il trattato che lascerebbe l’Italia in un permanente stato di occupazione straniera, a meno che non vengano sottratti alla giurisdizione Jugoslava, almeno i 70 mila italiani che risiedono nell’Istria meridionale e nella città di Pola. Questa formula minima non va, tuttavia, interpretata come una rinuncia pura e semplice della Italia alle obiezioni mosse contro l’ingiustizia per avere trasformato Trieste e larghe zone della Venezia Giulia da territorio italiano in territorio libero. Tal formula costituisce la soluzione realistica su cui De Gasperi si è visto a ripiegare, dopo il suo arrivo a Parigi, quando cioè dopo i colloqui avuti, ha riportato la convinzione che di più non sarebbe stato possibile ottenere. De Gasperi ha anche rivelato che l’ambasciatore a Varsavia Eugenio Reale ha preso oggi contatto con la delegazione Jugoslava, allo scopo di intraprendere dirette negoziazioni che sarebbero intese appunto a raggiungere la suddetta soluzione. Spero di vedere io stesso Kardelj al più presto, ha aggiunto De Gasperi, e realizzare così il nostro desiderio di dare inizio alle conversazioni bilaterali. Ancora più rivelatrici che le sue stesse dichiarazioni, è stata la descrizione che De Gasperi ha fatto al giornalista americano, dei suoi sforzi, dei suoi appelli delle sue lunghe e accurate esposizioni ai vari ministri degli Esteri: descrizione fatta in un non dissimulato tono di scoramento e di tristezza. Ho compiuto in queste due settimane una specie di giro del mondo. Ho visto i ministri degli Esteri di molti Paesi, ho avuto con loro lunghe conferenze. Ma come posso io imprimere nelle menti di rappresentanti di stati sconfinati come l’Unione Sovietica e il Canada l’importanza vitale che hanno nelle coscienze italiane le poche centinaia di chilometri quadrati della Venezia Giulia. Questo minuscolo angolo di mondo è per noi d’importanza cento volte maggiore di quello che possa apparire a questi Paesi. Trieste è il primo esempio in Europa di una terra in cui una somma di incrostazioni di storia e di prestigio fanno del poco spazio una entità che trascende di gran lunga la sua importanza fisica. Qui la pressione opera in modo analogo a quella sotto la cui azione una piccola quantità di vapore si espande in una grande nuvola. È questo che soprattutto dovrebbero tenere presente a proposito di Trieste, coloro che sono chiamati a dare la pace nel mondo. Ma debbo francamente confessare di non nutrire eccessive illusioni sul trionfo di quello che è stato il motivo dominante della mia missione: migliorare le dure condizioni del Trattato di Pace. Ho dovuto, purtroppo, constatare la incrollabilità con cui i Quattro Grandi stanno fermi sulle decisioni prese; mentre mi sono reso conto che, con il voto contrario dei cinque membri del blocco sovietico non vi è possibilità di far prevalere alla Conferenza una maggioranza di due terzi per una decisione favorevole all’Italia; non solo, ma se l’Italia avrà contro anche il voto dell’Etiopia e della Grecia potrà perfino essere pregiudicata la maggioranza semplice. Voglio tuttavia sperare che le tre Grandi Potenze occidentali addivengano a concessioni in favore dell’Italia, con il forte contributo degli altri membri della Conferenza e specialmente della delegazione Brasiliana con il cui capo, De Fontoura, mi sono incontrato due volte e alla quale desidero inviare un caldo tributo di riconoscenza. Purtroppo in questa che deve essere la Conferenza della pace sono sempre più evidenti i contrasti tra il blocco orientale e quello occidentale; mentre confermo la politica di neutralità dell’Italia tra i due blocchi contrapposti. Interrogato, poi, circa la possibilità di una crisi di governo, fomentata dai comunisti per la insoddisfazione dimostrata da questi ultimi in rapporto alla condotta della delegazione italiana a Parigi, De Gasperi si è limitato a dire: Sto facendo il mio dovere, come posso. Se i comunisti desiderano precipitare una crisi essi ne hanno certamente la possibilità. Ritengo, tuttavia, che la politica dei comunisti italiani scaturisca dalle loro concezioni internazionali e che essa non avrà alcuna conseguenza sulla situazione politica italiana. D’altra parte le critiche mossemi dai comunisti per la richiesta di rinvio di una decisione sulla questione giuliana non hanno fondamento; io non ho chiesto che sia rinviata la firma del trattato, ma bensì che nel trattato stesso venga inclusa una clausola provvisoria per Trieste simile a quella che è stata adottata per le Colonie. A quanto mi consta, Togliatti si oppone a qualsiasi rinvio che comporti per l’Italia il pagamento delle spese di occupazione. Sono d’accordo con lui, ma bisogna tenere presente che le truppe straniere di occupazione rimarranno in Italia, nella migliore delle ipotesi almeno fino alla primavera prossima. Il Senato Americano non si riunirà prima del gennaio. Quindi, è impossibile che il Trattato di pace possa essere ratificato prima. Quello che è importante è che nell’accordo provvisorio su Trieste venga posta una clausola, già proposta dagli americani per il nuovo armistizio, che addossi alle Potenze occupanti le spese per il mantenimento delle truppe. Infine interrogato se aveva parlato con i ministri degli Esteri della organizzazione che si intende dare a Trieste, De Gasperi ha dichiarato di non avere discusso i particolari dello Statuto di Trieste con Byrnes, né con Molotov, né con Bevin, ma di avere ricevuto l’impressione che i russi abbiano fatto marcia indietro con le loro pretese di stabilire una unione doganale tra Stato libero di Trieste e la Jugoslavia mostrando anche di sostenere molto blandamente le altre proposte jugoslave sullo Statuto.
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Questo duro lavoro del fabbro […] io e i miei colleghi della delegazione lo stiamo facendo. Esso è lo sforzo di martellare, di mettere in testa a chi dovrà decidere le nostre richieste per quanto esse siano minime. Mentre noi facciamo questo, ci si attacca quasi avessimo compromesso tutto con la nostra impostazione generale. Quale errore, quale crimine abbiamo commesso? Abbiamo fatto la storia della linea etnica, dimostrato la precarietà dello Stato Libero impostoci dai Quattro, dopo le ermetiche discussioni di giugno ed abbiamo ammonito essere meglio ritornare su tale espediente e tentare, in accordo con gli slavi, un’altra più naturale soluzione. Pare che questa proposta abbia sollevato una speciale indignazione. Mi si domanda chi ci ha autorizzato a suggerire la sospensiva. Rispondo: la delegazione. Rispondo: il Consiglio dei Ministri che fu unanime nel reagire alle formule più gravi del Trattato. Rispondo: il senso comune che dice che quando la soluzione è cattiva è meglio ripensarci. Ma se ritenete la soluzione proposta buona allora fatevene patrocinatori con piena assunzione di responsabilità. Badate: si tratta di abbandonare questo particolare problema, ma non il Trattato; del resto il mio suggerimento non mette in pericolo nulla, perché non è in discussione; rimane un voto disperato. Ci si chiede perché non abbiamo accentuato i problemi economici. Si ingannano coloro che credono che parlandone, avremmo potuto parlarne solo con gli occupanti; in tal caso avremmo dovuto parlare anche contro le riparazioni e dire anche dell’azione ausiliatrice dell’America. Ed ora lasciatemi dire che le querele domestiche mi sembrano piccine. Si parla di crisi: che cosa sono gli uomini in confronto dell’Italia? Noi facciamo il nostro dovere cercando di salvare le ragioni vitali di esistenza nel quadro della democrazia mondiale. Che importa se al nostro dovere compiuto seguiranno riconoscimenti o attacchi? Ciò che importa è far sentire la giusta voce dell’Italia e parlare alto, secondo giustizia. La Delegazione italiana si è riunita oggi nella sede dell’Ambasciata di Italia a Parigi per esaminare l’opera svolta fino ad oggi e tracciare le linee dell’azione futura. Al termine della riunione è stato diramato il seguente comunicato: La Delegazione italiana, al termine della prima fase della Conferenza della pace ha constatato che la sua opera diretta ad attestare che la nuova Italia, ripudiando lo spirito di aggressione fascista, intende collaborare sinceramente ad una pace giusta e durevole, ha creato intorno al nostro Paese un’atmosfera di maggiore comprensione. L’efficace intervento del Presidente del Consiglio nella seduta plenaria, le molteplici attività dei membri della Delegazione presso i rappresentanti dei vari Paesi, hanno messo in luce la nostra particolare situazione di cobelligeranza e collocato i problemi italiani sul piano superiore della ricostruzione democratica mondiale. Nelle commissioni i delegati italiani potranno essere sentiti per illustrare i memoriali che saranno presentati senza però che sia loro concesso di partecipare né a discussioni in contraddittorio né a deliberazioni. Nonostante questa limitazione, i delegati hanno deciso di partecipare anche a questi lavori per portare il loro sforzo diretto a far conoscere e introdurre nel Trattato le proprie richieste. Resta ben chiaro che il giudizio sull’insieme del Trattato, quale uscirà dalla Conferenza non potrà essere dato dalla Delegazione se non quando saranno fissate le clausole territoriali, politiche, economiche e militari e quando l’Assemblea Costituente sarà in grado di giudicare la possibilità o meno di assumere la corresponsabilità del Trattato. Con questo riserbo si svolgerà il lavoro della Delegazione nella seconda fase che si prevede si scontrerà con posizioni di difficile superamento.
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Senza entrare nel merito delle varie questioni, fa presente che l’Italia non può essere contraria a tutto ciò che viene presentato sotto l’egida dei principi democratici. Quindi da parte nostra bisogna insistere soprattutto sulle garanzie internazionali che debbono assicurare, non formalmente ma sostanzialmente, il permanere della democrazia che deve essere alla base del nuovo statuto. I concetti informativi della nostra linea di condotta sulla questione dello Stato Libero di Trieste potrebbero pertanto essere così enunciati: 1) riserva dell’approvazione da parte dell’Assemblea Costituente italiana; 2) il territorio rivendicato dall’Italia nella Venezia Giulia è etnicamente italiano; 3) in base ai principi enunciati nella Carta Atlantica dovrebbe essere tenuto conto della volontà delle popolazioni interessate; 4) se, ciò nonostante, si vuole addivenire alla creazione di un Territorio Libero garantito internazionalmente, noi chiediamo che queste garanzie gli siano assicurate solidalmente, addossandone all’ONU la responsabilità. Una volta ottenuta soddisfazione sulle questioni principali, le altre materie potrebbero essere riservate all’Assemblea locale, come per esempio la legge elettorale, se basata sul sistema proporzionale o a maggioranza assoluta, sullo scrutinio di lista o sul collegio uninominale. Scivolare sulla questione della cittadinanza del governatore, che potrebbe essere oggetto di accordi successivi fra noi e gli jugoslavi, chiarire invece la questione di chi può essere cittadino triestino. In ogni caso teniamo presente che gli anglo-americani non mancheranno di assicurarci varie garanzie per la salvaguardia almeno dell’internazionalizzazione del Territorio che, malgrado la sua italianità, ci viene oggi sottratto.
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Mi è grato comunicare che il Consiglio dei ministri, associandosi ai sentimenti espressi qui dall’Assemblea, ha deciso, in riconoscimento dei meriti acquistati da Giulio Rodinò come ministro della guerra, della giustizia, e più tardi come ministro senza portafoglio e vice-presidente del Consiglio, che i funerali vengano fatti a spese dello Stato. (Approvazioni). Non aggiungo altre parole. Uomo di principi fermi, attaccato alle tradizioni ambientali della sua città, voi sapete che egli era anche uomo aperto alle esigenze dei tempi; e questo spirito conciliativo fra le due tendenze è stata la caratteristica della sua personalità, la direttiva della sua attività. Uno di quegli uomini ricostruttivi e sintetici che sono necessari nei momenti in cui l’evoluzione della storia diventa più rapida ed ha bisogno di elementi conciliatori. Ci viene meno in un momento in cui di tali uomini ci sarebbe sommamente bisogno, in un momento in cui, in un’Assemblea Costituente, le direttive, le ideologie, gli interessi stanno per venire in contrasto. Commemoreremo degnamente la sua memoria se il suo spirito, richiamato alla paternità di Dio, sarà invocato affinché ciascuno di noi, difendendo e affermando in libertà i propri princìpi, sia sempre consapevole del dovere di compiere uno sforzo massimo di comprensione per salvare in unità i destini del nostro paese. (Vivi applausi).
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De Gasperi ha voluto chiarire prima di tutto i criteri che hanno guidato la delegazione nel presentare il memoriale sul preambolo del Trattato. La ragione fondamentale della iniziativa è normale; abbiamo voluto stabilire, che altra è la responsabilità del fascismo, altra quella dell’attuale governo italiano. Con ciò non abbiamo voluto negare i nostri obblighi giuridici. È la nostra responsabilità morale e non quella giuridica che noi vogliamo distinguere dal fascismo. Lo scopo del memoriale è stato in parte raggiunto perché alcune delle proposte sono state fatte proprie da qualche delegazione. Circa la distinzione giuridica tra dichiarazione e stato di guerra, si voleva soltanto ricordare che verso i cittadini di alcune nazioni il Governo italiano non aveva preso le misure che si usano prendere verso i cittadini di un paese nemico. Per esempio, i belgi e gli olandesi che erano in Italia non ebbero nessuna noia; la tesi giuridica della Delegazione è esatta e non significa che si neghi la responsabilità per quello che è avvenuto. Del resto il Ministro Olandese, in una spiegazione gentilissima ha chiarito ieri che l’osservazione che egli aveva fatto sul memoriale italiano non aveva alcun senso ostile. Se fossimo stati presenti avremmo potuto chiarire subito, ma questo non ci è permesso perché non possiamo fare altro che lanciare nel Palazzo del Lussemburgo, pezzi di carta. Noi non siamo qui come negoziatori, è bene ripeterlo. Se devo riassumere le mie impressioni di rappresentante dell’Italia democratica, questi sedici giorni di permanenza a Parigi non mi lasciano malcontento: non dico per i risultati, che sfuggono alle nostre possibilità, ma per lo stato d’animo, per la possibilità di contatti, per la maggiore comprensione che, anche per opera dei miei collaboratori, possiamo dire di aver raggiunto. Da questo aspetto una differenza indubbiamente si nota. Ma bisogna che i vostri lettori si induriscano nella pazienza. Non è possibile, nelle nostre condizioni, portare in Italia un chiaro successo; solo la speranza di piccoli miglioramenti nella periferia del Trattato. La discussione sul Trattato è, però, ancora aperta. Le mie impressioni non sono del tutto negative. Possiamo notare, ad esempio, le dichiarazioni modeste dell’Austria e alcune di altre Nazioni che si affissano sulla solidarietà morale. Speriamo che anche quei due o tre Paesi che non lasciano passare occasione senza accanirsi contro di noi, si convincano che è sempre possibile una via di accordo almeno sui provvedimenti secondari. Quanto alle condizioni economiche che sono le più complesse, gli esperti hanno fatto un grosso lavoro per elaborare i nostri postulati. La più grave questione è quella delle riparazioni, ed è ancora aperta. Il Ministro Australiano ha dato prova di buona volontà sostenendo il principio che prima si debbono esaminare le possibilità economiche e finanziarie dell’Italia. Questo esame poteva ritenersi concluso dopo gli accertamenti fatti in Italia dall’U.N.R.R.A. e dei quali la Conferenza dovrebbe essere edotta. L’Italia non può pagare riparazioni specie per cifre oltre quella detta dalla Russia; né pagare riparazioni che non siano di lavoro. Anche di questo la Conferenza dovrebbe prendere atto. Non sappiamo se la Conferenza si metterà sul binario australiano o esaminerà le richieste, sia pure riducendole. Essa dovrebbe constatare prima di tutto se l’Italia è in grado di subire ipoteche. Possiamo dire che dai contatti avuti, sembra che qualche modifica della situazione, in nostro favore, circa la flotta, circa la richiesta di rinunzia alla sovranità sulle colonie, esista. Ma bisogna partire sempre dal nulla, dal ghiaccio sul quale eravamo, coma naufraghi sul pack. Qualcosa c’è, dunque, e lo dobbiamo al lavoro della nostra delegazione. Sono speranze, sono luci modeste, teniamo egualmente conto. Avrei dovuto rientrare in Italia ancora prima; non è dunque che mio ritorno sia in rapporto con minacce di crisi di governo od altro. La delegazione italiana che sta lavorando a Parigi desidera di avere dietro di sé la compattezza e la solidarietà operante della Nazione e ne ha diritto. Questo è il voto che dobbiamo fare nell’interesse del nostro Paese. Il Presidente de Gasperi ha quindi risposto ad alcune domande: un giornalista americano gli ha chiesto il suo pensiero sull’attuale momento e sui rapporti fra jugoslavi e americani. È difficile, ha risposto il Presidente, dire il pensiero di un ex nemico di fronte a due vincitori. Rispondendo ad un’altra domanda, il Presidente ha chiarito che, quanto alle frontiere orientali, le nostre rivendicazioni sono integrali, nel senso che la nostra tesi è sempre quella della linea etnica. È soltanto in via subordinata che noi chiediamo che, nel caso il territorio libero sia confermato, esso si estenda fino a comprendere le popolazioni italiane dell’Istria occidentale fino a Pola. Possiamo essere praticamente certi che qualche delegazione chiederà che Trieste sia lasciata all’Italia, per quanto non possiamo ancora dirlo. Il Presidente ha confermato nell’occasione che, dopo discreti sondaggi, è risultato che il Vice Ministro Kardelj pensa ancora che non sia giunto il momento per conversazioni dirette fra l’Italia e la Jugoslavia. Mentre noi vogliamo estenderlo, la Jugoslavia vorrebbe restringere i limiti del territorio libero. Essa non desidera collaborazioni dirette fino al termine della Conferenza della pace. Al termine della seduta il Presidente ha voluto dire una parola in proposito alle accuse comparse su alcuni giornali italiani contro i funzionari del Ministero degli Affari esteri che sono a Parigi e qualificati «inetti e corrotti». Quanto alla inettitudine, ha detto, sorridendo De Gasperi, occorrerebbe un esame ma quanto alla corruzione è orgoglio della burocrazia italiana di non avere mai meritato nessun rimprovero del genere .
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Gli emedamenti proposti dalla delegazione italiana al Preambolo avevano un triplice scopo: 1) separare la responsabilità morale dell’antifascismo e del popolo italiano da quelle del regime fascista; 2) dar rilievo alla cobelligeranza preparata dall’antifascismo ed attuata dalle forze regolari e della resistenza; 3) sottolineare che gli avvenimenti militari non hanno determinato ma solo reso possibile il crollo del regime fascista. Ora, come l’on. Degasperi disse nel suo discorso all’Assemblea plenaria della Conferenza, lo spirito punitivo del Progetto di trattato trova la sua giustificazione proprio nella formulazione del Preambolo. Era quindi nostro obbligo cercare di fare attenuare le affermazioni in esso espresse o implicite della nostra responsabilità e mettere invece in giusta luce la verità sul nostro atteggiamento. Subordinatamente e di passaggio s’è voluta anche rettificare l’affermazione del preambolo che l’Italia avesse dichiarato una guerra di aggressione a tutte le Potenze alleate e associate, mentre, di fatto, l’Italia non aveva dichiarato guerra a talune di esse (Belgio, Olanda, Portogallo, Polonia, Cecoslovacchia). Questa nostra rettifica ha fatto temere che la correzione mettesse in pericolo la partecipazione delle rispettive nazioni con diritto di voto alla conferenza o eventualmente le loro richieste di riparazioni dall’Italia. La loro posizione è comprensibile, ma ciò non toglie che noi avessimo il dovere di affermare il nostro buon diritto, facendo anche rilevare che noi in Italia non avevamo sottoposto sudditi e beni di tali nazioni a misure derivanti da uno stato di guerra. Non è esatto poi, del resto, che la conferenza sia stata così ostile come alcuni giornali riferiscono: tanto è vero che nella stessa seduta accanto a emendamenti peggiorativi jugoslavi sono state presentate proposte della Cina e del Canada di tener conto degli sforzi compiuti dagli «elementi democratici del popolo italiano contro il fascismo»; dell’Olanda che ammette la partecipazione attiva delle forze italiane governative e della resistenza alla guerra antitedesca; e del Belgio il quale ha proposto che si ometta l’inciso «sotto la pressione degli avvenimenti militari». Ciò basta a mostrare che la tesi italiana è fondata e non è senza sostenitori.
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Signor Presidente, ella ha incontrato in questi giorni i ministri degli esteri di molti paesi. Esiste per loro a latere al problema contingente della pace un problema italiano? Quello che lei chiama il problema italiano, ed è il problema della vita del popolo italiano, io ed i miei collaboratori abbiamo cercato anche in questa occasione di renderlo sensibile agli uomini di Stato che abbiamo incontrato. Le condizioni di pace possono farne un problema assai più grave di quanto lo è già per sua natura. Esso ha bisogno per essere affrontato con successo di un sistema internazionale favorevole. L’interesse politico ed economico fra tutte le nazioni è condizione indispensabile per l’Italia. Lo è per tutte le nazioni ma specialmente per la nostra la quale meno di ogni altra può vivere isolata nel mondo. Questa verità si va facendo strada nelle menti di alcuni dei più lungimiranti uomini di stato stranieri; purtroppo il problema della pace con l’Italia sembra nel momento attuale avere il sopravvento sul problema italiano puro e semplice. Come vede lei, signor presidente la funzione dell’Italia nell’Europa attuale? L’Italia in questo momento difende i suoi interessi sia nei confronti degli stati dell’Europa orientale sia verso l’occidente. Da una parte e dall’altra l’Italia si preoccupa soprattutto di trovare un’equa comprensione delle nostre necessità vitali. Ben lontana dal voler profittare dell’attuale inasprimento della situazione attuale, o peggio dal desiderio, noi siamo invece i primi ad augurarci cordialmente che l’atmosfera politica dell’Europa e del mondo vada sempre più rischiarandosi. Come potremmo desiderare altrimenti se in questa infelice situazione l’Italia è la vittima, perché il progetto del trattato ne è una conseguenza diretta? Io vedo la politica estera italiana su un terreno di cooperazione pacifica con quanti si rendono conto delle nostre condizioni, nessuno escluso e nessuno considerando in senso esclusivo. Questo sia agli effetti internazionali come a quelli interni, rispetto ai quali ho sempre considerato la politica estera dell’Italia come un problema di ordine superiore sul quale possono e devono convergere le forze di tutti i partiti i quali alla difesa degli interessi supremi del nostro paese vogliono interamente collaborare.
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I diciotto giorni passati a Parigi non sono stati vani. I nostri delegati si muovono in una atmosfera gelida e diffidente; hanno poi conquistato lentamente il diritto alla cittadinanza, sia pure di secondo grado. Il fatto più importante è che il Trattato con l’Italia ha dato luogo a discussioni impegnative e di principio nel corso delle quali si sono mostrati chiaramente indirizzi e orientamenti: era significativo che, in questa guisa, l’Italia esercitasse una sua funzione catalizzatrice. L’eco nella stampa francese e in quella estera, in generale, è stata viva e profonda, anche là dove si sentivano soltanto voci a noi contrarie. Progressi certamente sono stati fatti, anche se essi vadano considerati relativamente alle terribili posizioni di partenza. Con la Francia c’è da sperare di poter condurre trattative efficaci per migliorare più di un punto di contrasto. Per la Venezia Giulia si sono avuti moltissimi contatti, si trattava spesso di illustrare agli uomini politici di terre lontane i nostri problemi fino ai loro aspetti più tecnici e particolari, impresa, quindi, tutt’altro che facile, e la nostra azione è tuttora in corso. Si confida di ottenere alcune «raccomandazioni» votate a maggioranza che impegnino i quattro nelle loro decisioni. Nel campo economico si è avuta una importante iniziativa di Ewatt il quale, partendo da finalità molto umanitarie, ha reagito alla durezza delle obbligazioni fissate nello schema del Trattato. Si tratta di stabilire se possiamo pagare ed in che misura ciò che eventualmente sia possibile. Devo, altresì, dare atto delle promesse che ci vengono fatte da quasi tutte le Nazioni, per aiuti per oggi e per l’immediato futuro, anche al di sopra di ciò che farebbe presumere l’atteggiamento tenuto alla Conferenza. Buone speranze di miglioramento si hanno per l’articolo 69 riguardo alla posizione dei beni italiani all’estero. Sembra che sia scongiurata la iniquità della liquidazione coattiva in ogni caso, che era stata prospettata nel Trattato. Quel che conta è, inoltre, lo spirito con il quale il Trattato stesso ci verrà proposto, e su ciò ancora vi sono occasioni per potere chiarire le posizioni di ciascuna nazione. Il lavoro che deve svolgersi a Parigi è assai complesso. Soltanto nel settore economico, vi sono 200 proposte di emendamento al nostro Trattato. Come è noto, alcuni Paesi hanno validamente preso a difendere la nostra causa. Se il Trattato sarà licenziato entro settembre esso probabilmente verrà subito dopo preso in esame nella nuova riunione dei Quattro e ci sarà quindi proposto per la firma. Sarà in quel momento che l’Assemblea Costituente dovrà dare al Governo il mandato sul modo di comportarsi. Circa le polemiche interne e le relative conseguenze desidero leggere con attenzione la stampa dei giorni scorsi, cosa che non ho potuto fare a Parigi. Ero impegnato in una battaglia molto dura e passavo l’intera giornata a difendere gli interessi italiani nei confronti dell’Estero.
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[Prima bozza manoscritta] 1. Ai cittadini di lingua tedesca della Prov. di Bolzano e dei contigui comuni a prevalenza tedesca della prov. di Trento viene garantita una completa parità di diritto coi cittadini di lingua italiana. In conformità a provvedimenti già presi o in corso di attuazione gli stessi godranno in particolare: a) l’insegnamento [l’istruzione] elementare e secondario nella lingua materna (limiti) b) la parificazione linguistica negli uffici ed atti pubblici c) idem il diritto di j) parità di diritto nell’accesso ai pubblici uffici. 2. Alle popolazioni delle sopradette zone verrà accordato l’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo regionale autonomo: sulla struttura e sulla circoscrizione di tale ordinamento autonomo verranno consultati anche gli esponenti locali di lingua tedesca. Entro un anno 4. Allo scopo di stabilire rapporti di buon vicinato fra l’Austria e l’Italia il governo italiano I) previa consultaz. col gov. austr. si impegna a rivedere con spirito di equità e larghezza la questione della cittadinanza nata dagli accordi a esaminare la possibilità di accordi per il reciproco riconoscimento di titoli e di diplomi universitari. II) a concludere una convenz per il libero passaggio… III) a facilitazioni per gli scambi commerciali Memor. sull’Austria. D’accordo coll’art. 10 Trattamento da noi fatto: revisione delle opzioni, lingua nelle scuole e negli uffici (cfr. Memor. O D’accordo con cure per l’Austria, nonostante intervento reggimenti austriaci contro truppe alleate e partigiani durante belligeranza Dichiarazione generale per […] Trasporto viaggiatori e merci con mezzi e personale italiani o austriaci. Esenzione da ogni formalità doganale […] per le cose in transito sulla linea Brennero-Fortezza-San Candido. Roma, 29 agosto 1946 [bozza dattiloscritta] 1° – Il Governo Italiano adotterà a favore della Provincia di Bolzano e dei Comuni mistilingue della Provincia di Trento, norme che tutelino il carattere etnico e garantiscano lo sviluppo culturale ed economico di quelle popolazioni di lingua tedesca. Sarà particolarmente assicurato ai cittadini italiani di lingua tedesca: a) – l’istituzione di scuole elementari e medie di lingua tedesca; b) – la parificazione delle lingue italiana e tedesca negli uffici ed atti pubblici nonché la bilinguità nella toponomastica in quei comuni e località ove si usi in prevalenza la lingua tedesca; c) – il diritto al ripristino nella lingua originaria tedesca dei nomi recentemente italianizzati; d) – equiparazione dei cittadini di lingua italiana e tedesca in tutti i diritti loro spettanti ed in particolare per quanto concerne l’assunzione ai pubblici impieghi e uffici. 2° – Alle popolazioni della Provincia di Bolzano ed a quelle dei Comuni mistilingue della Provincia di Trento verrà assicurata, anche nei limiti di una eventuale più vasta circoscrizione territoriale, l’autonomia nell’esercizio del potere legislativo regionale e di quello esecutivo, in base a norme sulle quali saranno sentiti gli elementi locali di lingua tedesca. 3° – Il Governo Italiano è disposto a procedere nella revisione degli accordi Hitler-Mussolini del 1939, ai fini della restituzione della cittadinanza italiana agli optanti per la Germania, e a tal fine si consulterà col Governo Austriaco dichiarando fin d’ora di voler riesaminare il problema con criterio di larghezza. 4° – Il Governo Italiano si metterà d’accordo col Governo Austriaco per elaborare una convenzione che faciliti il movimento delle persone e delle merci tra la Provincia di Bolzano e l’Austria, nonché il transito di persone e di merci fra il Tirolo settentrionale e quello orientale. 5° – Il Governo Italiano è disposto a prendere in attento esame, per la migliore soluzione, ogni eventuale indicazione che gli pervenisse da parte del Governo Austriaco nelle materie indicate nel presente articolo. [Versione definitiva inglese del 5 settembre 1946] 1 – German-speaking inhabitants of the Bolzano Province and of the neighbouring bilingual townships of the Trento Province will be assured a complete equality of rights with the Italian-speaking inhabitants, within the framework of special provisions to safeguard the ethnical character and the cultural and economic development of the German-speaking element. In accordance with legislation already enacted or awaiting enactment the said German-speaking citizens will be granted in particular: a) elementary and secondary teaching in the mother-tongue; b) parification of the German and Italian languages in public offices and official documents, as well as in bilingual topographic naming; c) the right to re-establish German family names which were italianized in recent years; d) equality of rights as regards the entering upon public offices, with a view to reaching a more appropriate proportion of employment between the two ethnical groups. 2 – The populations of the above mentioned zones will be granted the exercise of an autonomous legislative and executive regional power. The frame within which the said provisions of autonomy will apply, will be drafted in consultation also with local representative German-speaking elements. 3 – The Italian Government, with the aim of establishing good neighbourhood relations between Austria and Italy, pledges itself, in consultation with the Austrian Government and within one year from the signing of the present Treaty: a) to revise in a spirit of equity and broad-mindedness the question of the options for citizenship resulting from the 1939 Hitler-Mussolini agreements; b)to find an agreement for the mutual recognition of the validity of certain degrees and University diplomas; c) to draw up a convention for the free passengers and goods transit between Northern and Eastern Tyrol both by rail and, to the greatest possible extent, by road; d) to reach special agreements aimed at facilitating enlarged frontier traffic and local exchanges of certain quantities of characteristic products and goods between Austria and Italy. [La versione è completata da due garanzie esterne, concesse da De Gasperi in conformità a quanto promesso a Gruber]: Dear Minister, following our verbal understanding, I wish to confirm that the Italian Government will be prepared to give careful attention to any suggestions which the Austrian Government may wish to set forth concerning the best solution to be given the matters covered by Article 10, as in the wording we agreed upon. Please accept, Excellency, the expression of my highest consideration . Dear Minister, with reference to sub-paragraph I (a) of the amended text of Art.10 of the Draft Peace Treaty with Italy, it is to be understood that the right to obtain teaching in the mother-tongue will be subject to special regulations determining the minimum number of pupils necessary for the establishment of local mother-tongue tuition. Please accept, Your Excellency, the expression of my highest consideration.
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[…] De Gasperi informa che la lettera verrà presentata la mattina del 6 settembre. Gli Ambasciatori che la presenteranno personalmente ai Quattro Grandi dovranno aggiungere verbalmente che la pubblicazione del semplice elenco di cifre delle riparazioni che ci vengono richieste ha messo in orgasmo l’opinione pubblica italiana. Occorre che i Quattro Grandi si mettano sulla via di una precisazione delle loro richieste riducendole a cifre tollerabili e occorre che diano precise garanzie su un’equa applicazione dell’art. 69. Il Governo italiano si riserva di mandare una esposizione motivata della situazione. Dispone infine che il presidente della Commissione economica veda l’ambasciatore Quaroni il quale dovrà chiedere che sia data notizia in seduta della Commissione economica della presentazione del documento. […] De Gasperi: Informa che farà una comunicazione di carattere confidenziale. Nel corso delle ultime settimane si sono svolte conversazioni da parte italiana alla presenza del Governo austriaco per definire i problemi connessi con il problema dell’Alto Adige. Le conversazioni hanno avuto un buon risultato e questa sera stessa è stata firmata una convenzione confidenziale che verrà comunicata ai Quattro e che successivamente potrà diventare di ragione pubblica. Le trattative sono state difficili e da parte italiana sono state condotte ispirandosi al principio moderno di una tal quale limitazione della sovranità totale per ammettere la protezione internazionale delle minoranze etniche. Ciò che noi facciamo in favore di una minoranza esistente in Italia saremmo ben felici di vederlo applicare in favore di una minoranza italiana esistente in altri Stati. Si tratta di inserire nell’art. 10 del draft un paragrafo che fissi gli impegni che l’Italia assume nei confronti delle minoranze tedesche in Italia. Questi impegni sono stati formulati riassumendo le precise direttive del Governo in materia e cioè la concessione della parità linguistica nelle insegne e negli uffici e la concessione della autonomia. De Gasperi espone successivamente in dettaglio il contenuto della proposta concordata fra il Governo italiano e il Governo austriaco e il suo carattere giuridico. Invita l’ambasciatore Carandini, il quale si è largamente adoperato nello svolgimento delle trattative, a dare lettura del documento. L’ambasciatore Carandini ne dà lettura. […] De Gasperi: Dichiara che in realtà le concessioni fatte dall’Italia non aggiungono elementi nuovi. Le leggi per la bilinguità e i progetti relativi alla revisione delle opzioni sono già stati approvati dal Governo il quale non ha fatto concessioni particolari. Non vi è dubbio che i tedeschi in Italia ottengono notevoli garanzie dal fatto che la convenzione italo austriaca verrà inserita in un trattato internazionale. Questo è il contributo che l’Italia apporta alla soluzione del problema delle minoranze e pertanto è opportuno valorizzarlo formulando la speranza che il nostro esempio venga seguito. […] Il Presidente De Gasperi, in seguito a richieste di precisazione da parte dell’Ambasciatore Reale , spiega che nel Trattato di Pace potrebbe essere inclusa sia la prima che la seconda parte del testo dell’accordo. Espone lo scopo cui mira l’intesa: occorre far cessare le agitazioni degli alto atesini, ciò è possibile soltanto ottenendo che l’Austria faccia cadere il postulato irredentistico. Egli ritiene che – pur non nascondendosi il pericolo che nel futuro la questione possa ugualmente essere risollevata – tuttavia l’accordo porta un notevole contributo a questo scopo di pacificazione. Parla degli errori e delle colpe commesse dal fascismo: nel vano perseguimento della politica di annientare la minoranza alto-atesina; cita degli esempi. Egli ritiene quindi che le obbiezioni dell’Amb. Reale non siano fondamentali . […] Il Presidente De Gasperi chiarisce il punto delle opzioni dimostrando come esso sia poco impegnativo. Cita l’esempio di 50.000 optanti che erano stati trasferiti nei Sudeti ed ora si trovano in Austria da dove muovono una viva agitazione per rientrare in Alto Adige. Occorre obbiettivamente ammettere che i nazisti d’accordo con i fascisti esercitarono delle pressioni molto forti per obbligare ad optare in favore della Germania. […] Il Presidente De Gasperi osserva in primo luogo che non si può fare paragoni con la questione romana che è di tutt’altra natura; in secondo luogo molti uomini politici italiani non erano contrari a garanzie di carattere internazionale per la soluzione di quel problema; in terzo luogo osserva che il punto centrale del problema è il seguente: se fossimo certi di impedire agitazioni o irredentismi, l’accordo sarebbe superfluo; ma così non è . L’Alto Adige è una regione conosciuta in tutto il mondo; una agitazione avrebbe subito risonanze internazionali. L’opposizione russa può impedire oggi che la questione dell’Alto Adige prenda alla Conferenza una piega cattiva; ma non può impedire né l’irredentismo né un eventuale ripresentarsi del problema nel futuro. Il Presidente De Gasperi osserva che la nostra posizione ne esce rafforzata anche per quanto riguarda le altre nostre minoranze italiane. Nel 1918 egli personalmente si è dichiarato contro l’annessione dell’Alto Adige; conosce per esperienza personale il travaglio delle minoranze; bisogna alleviarlo considerando anche la cosa da un punto di vista morale. Spera che l’accordo possa eliminare in gran parte il pericolo di dover ricorrere a misure di costrizione; spera anzi di riuscire così a seppellire la questione alto-atesina. [… ] Il Presidente De Gasperi legge i punti essenziali del testo concordato, dimostrando come essi siano poco impegnativi anche dove sembra che concediamo qualcosa. Riafferma la sua fiducia che l’accordo contribuirà alla pacificazione e porterà i suoi frutti. Chiarisce come esso sia già stato firmato da Gruber e da lui; vi è inoltre uno scambio di lettere aggiuntive. Il Presidente De Gasperi informa in fine di seduta che, a causa delle dimissioni di Corbino, la situazione economica si è aggravata in Italia e la lira ha subito un tracollo. Ha gravemente influito la conoscenza delle domande di riparazioni presentate dalle varie Nazioni. Occorre subito far conoscere questa situazione alla stampa e alle varie delegazioni. Pensa di tornare a Roma non prima di lunedì; mercoledì vi sarà la riunione dell’Assemblea Costituente ed egli dovrà fare una dichiarazione del Governo che certamente non potrà limitarsi soltanto alle questioni economiche.
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La notizia della […] è inesatta. Si attende per domani una pubblicazione ufficiale in argomento. Si tratta della conclusione a cui sono arrivate le conversazioni fra la delegaz. ital. e quella austriaca. Tali conclusioni contengono in una prima parte la riconferma dell’atteggiamento italiano circa il trattamento della minoranza tedesca dell’Alto Adige in base a leggi già deliberate o in corso di deliberazione e in una seconda parte un impegno reciproco di consultazione e di negoziazione riguardante facilitazioni economiche e commerciali. Tali conclusioni sono state comunicate questa sera anche alla Segreteria della Conferenza. Non è ancora detto se esse verranno semplicemente registrate o in qualche forma inserite nel Trattato. Dopo tale accordo la questione dell’A.A. si può considerare definitivamente superata. [Per quanto riguarda la cittadinanza di coloro che hanno optato per la Germania in base agli accordi Hitler-Mussolini del 1939, il gov. it. è disposto a riconsiderare tali accordi in uno spirito di larghezza ed in consultazione per quanto lo possa riguardare col gov. austriaco]. La questione della cittadinanza degli optanti in base agli accordi…. verrà riesaminata dal gov. ital. in uno spirito di larghezza e dopo aver consultato, per quanto lo possa riguardare, il governo austriaco.
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Ispirandosi al concetto che guida la nuova democrazia italiana di fronte al problema delle minoranze etniche, ed in particolare dell’Alto Adige, la delegazione italiana in conversazioni avute questi giorni coi rappresentanti dell’Austria, ha rinnovato in forma precisa l’assicurazione già data al 30 maggio di fronte ai delegati supplenti, che la minoranza di lingua tedesca nell’Alto Adige avrà garantito – nel quadro di uno statuto autonomo che il governo italiano vi concederà – il suo carattere etnico ed il suo sviluppo culturale ed economico. Il documento allegato, sottoscritto da me e dal min. Gruber in data 5 corr. , elenca al punto 1, lett a-d e al punto 2 le misure legislative o amministrative che a tale scopo il governo italiano ha attuato o ha in corso di attuazione. Inoltre al fine di stabilire fra loro relazioni di buon vicinato, l’Austria e l’Italia hanno convenuto di consultarsi su un complesso di misure, elencate al punto 3 a-d, che riguardano questioni di carattere bilaterale, derivanti dal passato o miranti ad una miglior collaborazione avvenire. Nel fare tale comunicazione il governo italiano sente di apportare un costruttivo contributo alla soluzione dei problemi, inerenti al trattato di pace ed in particolare a quelli che concernono le relazioni fra l’Austria e l’Italia. Intende di apportare non solo un decisivo contributo alla soluzione del problema dell’Alto A. che ha destato l’interesse di tante nazioni, ma di compiere di fronte alla conferenza della pace un atto di fede nella cooperazione internazionale .
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Il Presidente ha abbandonato, in questa occasione, l’ottimismo che ha sempre caratterizzato la sua azione di governo ed in tono nettamente pessimistico ha ammonito che «lo schiacciante ammontare delle domande di riparazioni potrà avere gravi ripercussioni nell’interno dell’Italia, perché il popolo italiano avvertirà benissimo che l’onere è superiore alla sua capacità di pagamento, e non ho bisogno di spiegare agli elaboratori della pace che cosa ciò significhi. Non riesco a rendermi ragione, anzi devo dire che trovo completamente irragionevoli le richieste di riparazioni formulate da undici Paesi; debbo anche rilevare che l’articolo 69 del progetto di trattato, quello riguardante la sorte dei beni italiani nei Paesi Alleati fu originariamente inserito per alternare l’onere dell’articolo 64 e oggi, invece, in conseguenza del nuovo orientamento delle discussioni, esso è diventato un onere supplementare; così che siamo colpiti da ambedue gli articoli. L’articolo 69 significa, praticamente, la fine dell’emigrazione italiana, particolarmente verso quei Paesi che, come la Francia, hanno bisogno della nostra mano d’opera. Oso sfidare chiunque a convincere, in avvenire, gli emigranti italiani a trasferirsi in un altro Paese sapendo a priori che i loro sforzi per migliorare le proprie condizioni sono ipotecati. Mi adopererò in tutti i modi perché l’articolo 69 venga eliminato e proporrò che ciascun Paese che ritiene di avere titolo alle riparazioni italiane, specifichi le sue richieste e le sue basi e che sia creata una Commissione con l’incarico di esaminare le capacità di pagamento dell’Italia e di determinare la misura in cui le varie richieste potranno essere soddisfatte. Ho tante volte ripetuto, e lo confermo ancora oggi che dalla soluzione che sarà data al problema delle riparazioni dipende il consolidamento della giovane repubblica italiana; e a tale scopo, una delle nostre grandi speranze è rappresentata da un prestito degli Stati Uniti. Ora, il Segretario di Stato Byrnes ha detto con somma chiarezza che gli Stati Uniti non sono disposti a concedere prestiti i cui proventi siano impiegati per pagare riparazioni dovute a terzi. Ma se le richieste saranno ragionevoli ed il loro pagamento scaglionato in un congruo numero di anni, allora si potranno avere le garanzie fissate dall’America. Noi abbiamo bisogno del prestito americano; esso è urgente, è l’unico mezzo per consolidare la valuta, per aumentare i salari, per tenere le industrie italiane in attività durante il periodo della rinascita. Ma il mio disappunto non si limita alla questione delle riparazioni: esso è più profondo e più ampio e riguarda i modestissimi successi degli sforzi della Delegazione Italiana di migliorare tutte le condizioni di pace. Quando i Quattro Grandi decisero di dare la precedenza assoluta al trattato italiano fu loro intenzione e nostra certezza di rendere un modestissimo omaggio alla nostra cobelligeranza; ora constatiamo che essere primi ha significato avere l’onore del maggiore onere e biasimo. Potremmo comprendere il linguaggio dei vecchi che rimproverano i giovani, perché esso esprime il sentimento di un padre quando dava uno schiaffo al figlio; perché tutto ciò è foriero di amicizia. Ma nel caso di cui discuto è tutt’altra cosa. Potrò forse essere in grado di convincere gli italiani che il carattere italiano di Trieste è al sicuro in uno Stato Libero, ma come potrò dire altrettanto della sorte di Pola, Rovigno e Parenzo se quelle città non saranno comprese nello Stato libero? Spetta alla Costituente Italiana decidere la ratifica del Trattato. Non inganniamoci. Chiunque conosca la nostra Costituente, sa la potenza delle note sentimentali. Io, per quanto mi riguarda, farò tutto quello che mi sarà possibile per garantire alla repubblica italiana un ordinato sviluppo, ma vi è un limite a quello che ciascuno di noi può fare. Gli uomini di Stato Alleati non debbono porre me e gli altri governanti italiani in una posizione dalla quale sia impossibile controllare la reazione popolare». Invitato ad esporre le sue vedute sulla situazione interna italiana, il Presidente ha dichiarato che la questione dei partigiani sembra definitivamente risolta, ma ha subito riconosciuto che esiste il grave problema degli impiegati che ricevono stipendi del tutto inadeguati a mantenere un tenore di vita sufficiente onde sarà indispensabile adottare provvedimenti al riguardo. Complessivamente il presidente è sembrato per la situazione interna abbastanza ottimista; essa di per sé non provocherà alcuna grave crisi; questa semmai scaturirà dall’applicazione di un Trattato di pace eccessivamente duro.
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Precedenti L’attuale intesa con l’Austria chiude una lunga preparazione volta a trovare una soluzione dei problemi di minoranza etnica che corrisponda ai desideri legittimi della popolazione interessata e tale da soddisfare nel limite del giusto le richieste dei nostri vicini alle esigenze della coscienza internazionale, entro i limiti della attuale frontiera. Quando si giunga alla soluzione di un problema come questo le opinioni pubbliche sono facilmente inclini a criticare le formule risolutive senza tener conto dei pericoli essenziali a cui esse hanno ovviato. È inutile nascondere che le richieste territoriali austriache avevano trovato una sensibile rispondenza presso una parte della opinione pubblica mondiale. Il sospetto sulle reali intenzioni dell’Italia nei confronti delle minoranze di lingua tedesca era stato largamente diffuso portando ad una pericolosa deformazione della realtà. Tutto quanto avevamo già fatto ed avevamo promesso di fare a favore delle popolazioni di lingua tedesca dell’Alto Adige non era valso a smentire l’accusa che le abitudini oppressive fasciste nei riguardi delle minoranze non fossero state lealmente e definitivamente ripudiate. Per mettere il problema in tutta la sua chiarezza, nella dichiarazione che il nostro delegato, Ambasciatore Carandini, fece alla Conferenza di Parigi di fronte ai Delegati Supplenti il 30 maggio u.s. abbiamo dettagliatamente riferito sulle provvidenze sostanziali già prese e sulle garanzie di autogoverno regionale in cui intendevamo inquadrare i particolari provvedimenti già attuati e in corso di attuazione. Abbiamo allora sostenuto energicamente la inaccettabilità di una amputazione territoriale intesa a risolvere problemi di minoranze che potevano trovare la più integrale soddisfazione sul piano di quella effettiva protezione delle minoranze che è uno dei postulati della nuova democrazia italiana. Era necessario, in altra sede, affiancare questa nostra tesi con impegni concreti che permettessero ad alcuni Governi di superare, a ragion veduta, certi pregiudizi a noi sfavorevoli. A questo scopo i nostri impegni in materia di autonomia regionale dell’Alto Adige sono venuti facendosi sempre più precisi nel quadro della nostra dichiarazione del 30 maggio u.s. al sostanziale contenuto della quale corrisponde l’intesa ora firmata. Subito dopo la nostra dichiarazione del 30 maggio il delegato Carandini stabiliva rapporti diretti col Ministro Gruber su un piano di comprensione e di reciproca volontà di intesa che, dobbiamo riconoscere, non poteva essere maggiore. In queste circostanze si verificò il pieno consenso dei Quattro Grandi alla tesi russa per lo statu quo territoriale, e in un secondo tempo il superamento delle cosiddette minori rettifiche, dimostratesi non adeguate e inefficaci. In ultimo il governo austriaco, convinto dei nostri buoni propositi e della serietà dei provvedimenti presi e progettati a protezione della minoranza di lingua tedesca, ha voluto con realistico spirito di cooperazione internazionale aderire ad un’intesa che sposta il problema su un piano di reciproca fiducia e di più ampia collaborazione, che si è concretata nella formula del Ministro Gruber e da me sottoscritta il 5 corrente. Prima di illustrare il contenuto di tale intesa ho l’obbligo di dare atto al Ministro Gruber e ai suoi collaboratori del loro amichevole e intelligente contributo all’avvenuto riavvicinamento, e di esprimere la più viva riconoscenza all’amico Ambasciatore Carandini che più di ogni altro si prodigò nella preparazione di quest’atto ricostruttivo. Contenuto Il documento consta di due parti. La prima è una solenne e specifica dichiarazione del Governo italiano intorno alle direttive e ai propositi della politica interna verso la minoranza tedesca dell’Alto Adige. L’Italia ripete in forma solenne e impegnativa le assicurazioni, da noi date altre volte sia all’interno che all’estero riguardanti l’integrale equiparazione dei due gruppi etnici e specifica i provvedimenti legislativi e amministrativi che lo Stato Italiano ha preso e intende di prendere. Ricordo che i decreti legislativi che garantiscono la parità linguistica nella scuola, negli uffici e negli atti ufficiali furono già emanati l’anno scorso. Per l’applicazione delle leggi linguistiche, specie per quella concernente la lingua d’ufficio esiste una commissione mista rappresentante tutti i dicasteri centrali e la popolazione locale. Una sottocommissione della stessa struttura opera anche presso la Prefettura di Bolzano. La Prefettura di Bolzano è già autorizzata ad abolire tutte le forzate italianizzazioni dei nomi di famiglia. Queste riforme che potranno naturalmente venir completate e migliorate secondo l’esperienza e i legittimi desideri della popolazione porteranno anche ad accrescere gradualmente il numero degli impiegati e funzionari di lingua tedesca; frattanto si fa il massimo sforzo per inviare nell’Alto Adige personale bilingue. Non fu invece possibile finora introdurre per decreto-legge un ordinamento amministrativo autonomo, per il quale esistono vari progetti fra cui uno diligentemente elaborato dal Consigliere di Stato Innocenti prefetto di Bolzano che consultò in ogni particolare i fattori locali italiani e tedeschi. Non fu certo colpa del Governo. Ora dopo l’elezione dell’Assemblea Costituente, questa materia è riservata alla sua legislazione. Il Governo insisterà perché l’Assemblea affronti e risolva il problema rapidamente e secondo la direttiva indicata al n. 2 del presente documento. Il tenore di questo articolo è naturalmente generico. Si parla di un potere autonomo legislativo ed esecutivo; ma non è indicato quali materie saranno riservate al corpo rappresentativo ed esecutivo regionale e quali allo Stato. Il progetto Innocenti è molto largo e attribuisce all’Assemblea regionale poteri normativi in materia di agricoltura, di acque pubbliche, credito agrario e fondiario, assistenza sanitaria, opere pie, ferrovie e strade secondarie, turismo, sport e soprattutto istruzione elementare e professionale, tutela sui comuni, ecc.. Ma la fissazione dei maggiori o minori limiti dei poteri regionali dipenderà dai criteri che seguirà la Costituente nell’istituire l’ente Regione in Italia in genere o dalle particolari esigenze della zona interessata. Gli Austriaci hanno dei precedenti nelle loro Diete (Landtage). Giova notare qui che la questione se la regione debba comprendere il solo Alto Adige o tutta la Venezia Tridentina rimane aperta. Il Governo s’impegna solo a consultare in argomento anche i fiduciari della popolazione tedesca e ad assicurare comunque alle popolazioni un potere legislativo ed esecutivo autonomo. La seconda parte mira a stabilire fra l’Austria e l’Italia rapporti di buon vicinato e quindi ha carattere formalmente internazionale o più esattamente bilaterale. Abbiamo creduto anzitutto equo ed opportuno di consultarci anche con l’Austria circa la revisione delle opzioni, perché si tratta di riformare un accordo internazionale, le cui conseguenze toccano anche l’Austria, la quale ha dovuto accogliere gli optanti espulsi dalla Cecoslovacchia. Noi abbiamo fatto in argomento un primo decreto, ma siamo pronti ad esaminarlo tenendo conto degli elementi oggettivi che ci verranno sottoposti, col debito riguardo naturalmente a doverose considerazioni politiche. Esamineremo anche con buona volontà la possibilità del riconoscimento reciproco di certi titoli di studio e diplomi. Gli altri capoversi non hanno bisogno di spiegazione. Essi tendono a migliorare i nostri rapporti economici colla nuova Austria, anche con riguardo a particolari prodotti locali. Saranno materia di negoziati nei prossimi mesi. Conclusione 1 – L’effetto e il significato dell’accordo è la soluzione definitiva del problema della nostra frontiera settentrionale, soluzione ottenuta con l’accordo delle due parti e colle massime garanzie possibili per la minoranza tedesca. L’Alto Adige dovrà diventare un ponte e non una barriera. I concittadini di lingua tedesca troveranno nella democrazia italiana la massima possibilità di sviluppo. Italiani e tedeschi della zona dovranno collaborare in piena parità per i progressi economici e turistici della bella regione. 2 – Noi abbiamo dato un esempio di buona volontà e di probità politica, serva l’esempio a ravvalorare le nostre sacrosante rivendicazioni di protezione nazionale per i nuclei minoritari italiani che resteranno in Jugoslavia. L’esperimento di una minoranza libera e garantita ci costerà qualche sacrificio, ma esso è fatto per la fraternità dei popoli: ed è un gesto di fede in una nuova vita internazionale. Ringrazio cordialmente il Ministro Gruber e i Delegati Austriaci che hanno assunto con noi questa responsabilità e hanno condiviso questa speranza.
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Sono stati cinque giorni abbastanza fruttuosi, come in parte avrete visto e come in parte vi potrei dire. Penso che in esplorazioni e contatti abbiamo attinto argomenti di speranza perché non ci schiaccino con le riparazioni che sono sempre troppe. Sono trattative e contatti laboriosi, ma bisogna sempre sperare. […] non bisogna lasciarsi abbattere, ma bisogna giorno per giorno tentare di superare le difficoltà, non illudendosi però di vincere quando si è battuti, ma tuttavia bisogna avere il coraggio di ottenere con uno sforzo quanto è possibile. Disgraziatamente l’atmosfera non è ancora cambiata. Abbiamo ancora da fare con una psicosi di guerra. [sul discorso di Vyshinsky] La prima impressione è stata stupefacente sia per noi sia per la stampa parigina. Ma nella vita diplomatica ciò che conta è il testo ufficiale e questo non contiene la frase incriminata. Nella vita parlamentare è usanza di correggere il testo del discorso. Non so se Vyshinsky l’abbia fatto, ad ogni modo il pubblico ha l’obbligo di tenere conto di questo atto di buona volontà che traspare dal testo ufficiale del discorso. [sull’Alto Adige] Sono molto soddisfatto ed ho già espresso pubblicamente la mia soddisfazione per la collaborazione avuta dal ministro Gruber, il quale è un uomo che sente la necessità della collaborazione internazionale, è un realista e fa la politica con il metro del ragionamento. Con una sua lettera mi ha dato atto della mia lealtà. Infatti tra noi due non vi sono state riserve mentali né doppiogioco: abbiamo cercato lealmente di superare ogni difficoltà.
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Ringrazioti tuo rapporto arrivato stamane . Sono altamente colpito dal tono e tenore di un telegramma di Volgger e Guggenberg trasmesso per telefono da Parigi mentre informazioni Soragna erano tranquillanti. Se trattasi veramente di un telegramma autentico non so come si possa conversare con loro. Tu ricordi chiarissimamente che non volli a nessun patto che si precisasse la delimitazione territoriale e che l’ultimo testo fu da me ammesso solo coll’esplicita dichiarazione che esso lasciava indeciso se il potere autonomo venisse garantito in un territorio a maggioranza tedesca o in una sezione di una circoscrizione territoriale più ampia. Harvey mi ha fatto dire che riconosceva la nostra piena buona fede: del resto tu ricordi il tenore dei colloqui e il significato della parola frame che abbiamo tradotto quadro. Puoi in ogni caso rilevare che altoatesini verranno consultati e informati che a Trento è in corso dimostrazione contro eventuale autonomia soltanto tedesca . Inutile dirti che ogni tentativo di forzare il senso della convenzione contro l’esplicito accordo intervenuto, lo metterebbe in pericolo.
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Caro Reale è stata richiamata la mia attenzione sull’articolo da te pubblicato ieri nell’Unità: tu lodi la mia iniziativa e la mia opera per l’accordo coll’Austria ed io te ne sono grato, tanto più che in base alla tua prima impressione manifestata a Parigi ero autorizzato a credere il contrario. Ma trovo strano e stupefacente che tu, ambasciatore in carica e chiamato da me con un atto di fiducia a contribuire in qualità di consigliere tecnico alle trattative per la pace, faccia seguire un attacco generale contro la linea di condotta politica seguita dal tuo Ministero degli Esteri. Tu ripeti qui l’accusa di «attesismo sterile» d’«inerte passività» che ci avrebbero privati «assai spesso di alcune carte importanti del nostro gioco», accusa ch’è diventata di prammatica nella stampa del tuo partito. Porto ad esempio i rapporti coll’Albania. Sarà facile dimostrare coi dati alla mano che hai torto e che i fatti non si svolsero come tu affermi. Tuttavia non voglio qui entrare nel merito: ma è veramente curioso che tu mi nuova tale accusa in connessione colle trattative in corso con la Jugoslavia quando tu sai che fui proprio io a prendere di tali conversazioni l’iniziativa e che essa fu arrestata, in una prima fase, dal rifiuto jugoslavo. Tu sei naturalmente libero, come ogni altro ambasciatore, di dare al tuo ministro i consigli che ritieni utili, ma mi pare incompatibile che essi vengano mescolati con accuse pubbliche (infondate per giunta) e proprio nel momento in cui tutta la Delegazione italiana, secondo le direttive del suo capo, concentra tutti gli sforzi nella difesa del nostro Paese.
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In considerazione gravi difficoltà che deriveranno alla bilancia italiana a causa prossima cessazione rifornimenti U.N.R.R.A. e esaurirsi fondi paga truppe, urgerebbe ottenere sollecita possibilità disporre finanziamenti sui quali si faceva fondato affidamento per 1946. Tali finanziamenti dovrebbero essere costituiti da un prestito dell’Export- Import Bank e dall’accreditamento dei fondi sospesi riconosciuti all’Italia in pagamento di servizi e prestazioni fatte alle forze americane, per un importo di 125 milioni di dollari. Dato che il prestito della Banca appare differito fino a quando risolta la questione delle riparazioni, il Governo italiano deve fondare ogni sua speranza e programma su immediati accreditamenti dei predetti fondi sospesi, sui quali così la Commissione parlamentare americana, che gli organi esecutivi dell’Amministrazione americana, si sono espressi favorevolmente da più mesi. Senza sollecita disponibilità tali fondi verrebbero fra breve mancare in Italia rifornimenti grano e combustibili, con ovvie gravissime conseguenze di ordine politico e sociale. Ciò premesso, prego vossignoria fare gli opportuni sondaggi presso la delegazione americana nei modi che riterrà più opportuni per ottenere che la somma sia messa subito a nostra disposizione.
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1. Come già per la questione delle colonie, la decisione sulla questione di Trieste dovrebbe essere rinviata di un anno; 2. Durante questo anno noi continueremmo le trattative con la Jugoslavia. Nel caso che il disaccordo avesse a persistere, noi chiederemmo un plebiscito su di una linea etnica onde tutti possano conoscere esattamente il volere delle popolazioni nelle zone in discussione; 3. Contemporaneamente verrebbe studiato un piano per la internazionalizzazione del porto e della contigua zona industriale con convenzioni ferroviarie; 4. Se finalmente non si rinvenisse entro un anno una soluzione di comune accordo, la questione verrebbe allora sottoposta alle Nazioni Unite. […] Il rinvio della questione non significherebbe che le cattive relazioni con la Jugoslavia avrebbero a continuare. Io credo che la soluzione allo studio di un territorio internazionale di Trieste non sia stabile e ritorno quindi al punto di vista che già espressi a Londra un anno fa, che il porto dovrebbe essere internazionalizzato, garantendo una giusta partecipazione economica a tutti gli stati interessati, cercando anche una linea etnica che sia garanzia di giustizia alle popolazioni interessate. […] È fatale che lo Statuto di Trieste sia oggetto di discussioni fra le Nazioni Unite da quando nell’abbozzo del trattato si è ammesso da tutti che la garanzia dell’indipendenza venga assicurata dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Io ho detto agli jugoslavi: «Non sarebbe più facile per noi entrare a far parte delle Nazioni Unite dopo la firma del trattato e poi discutere lo Statuto in seno alle Nazioni Unite?» La questione di una garanzia internazionale che lo stesso Consiglio di Sicurezza dovrebbe attuare non può essere decisa che dall’Assemblea delle Nazioni Unite.
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Il 10 agosto scorso ho riassuntivamente esposto dinanzi alla Conferenza dei 21 il punto di vista italiano nei confronti del progetto di trattato di pace elaborato dai Quattro. A distanza di due mesi da quella data, quando la Conferenza stessa sta per concludere i suoi lavori, constato con amarezza profonda che, salvo particolari relativamente insignificanti, nessuna delle proposte avanzate da parte nostra è stata, sino ad ora, sia pure parzialmente accolta. In alcuni casi, anzi, là dove il progetto di trattato lasciava aperta una qualche possibilità di miglioramento, codeste possibilità sono state senz’altro lasciate cadere e soluzioni più gravi di quelle previste e prevedibili sono state elaborate. Sicché il carattere punitivo del trattato, sia nelle clausole territoriali, che politiche, militari ed economiche, è rimasto integro ed intatto. 1. Alla frontiera orientale, improvvisamente abbandonata quella linea etnica che lasciasse il minimo di abitanti sotto dominio straniero, che pur era stata all’unanimità approvata dai Quattro nel settembre 1945 e elaborata nelle conclusioni della Commissione d’inchiesta, le decisioni sembrarono cristallizzarsi sul compromesso della linea francese, che pur imponendoci l’insopportabile mutilazione di Pola e delle minori città della costa istriana occidentale, stabiliva almeno una linea di frontiera italo-jugoslava che aggiudicava Trieste alla madrepatria. Il 3 luglio successivo tuttavia anche codeste decisioni venivano rovesciate e nasceva improvvisamente il progetto di un territorio dello Stato libero di Trieste, di torbida origine e di oscuro avvenire, che ancora più profondamente incide sulle nostre carni e mutila la nostra integrità nazionale. Invano il Governo italiano ha chiesto l’adozione di quella soluzione plebiscitaria che pur è uno dei postulati fondamentali per cui la guerra è stata combattuta e vinta; invano ha prospettato la possibilità di una soluzione che combinasse insieme il rinvio di un anno della questione, con dirette trattative con la Jugoslavia, plebiscito in caso di disaccordo, ricorso finale all’ONU. Invano ha insistito almeno sull’inclusione nel territorio della italianissima zona Parenzo- Pola. Nessuna delle nostre proposte è stata sinora discussa. La dura realtà è rimasta questa: che 446.000 italiani, compresi quelli di Trieste, rimarrebbero tagliati fuori dalla madre patria, di cui 180.000 sotto il diretto dominio jugoslavo, che l’81% del territorio della Venezia Giulia è stato aggiudicato alla Jugoslavia. Io so e il popolo italiano sa con me quali enormi difficoltà abbia presentato e presenti la conclusione della pace e quali estremi pericoli. So quanti onesti sforzi sono stati necessari per superare le prime ed evitare i secondi. Ma non posso non constatare che una parte viva e nobilissima della patria italiana minaccia di essere mutilata e sacrificata in nome di interessi che non sono né possono essere i veri, i genuini interessi europei che esigono quella pacifica convivenza italo-jugoslava basata sulla giustizia, che ho la coscienza di non aver trascurato alcuna occasione per onestamente raggiungere e che ancora costituisce uno dei fondamentali obbiettivi del mio Governo. Dolorose mutilazioni ci sono state inflitte – secondo le decisioni sin qui approvate – anche alla frontiera occidentale. Tanto più dolorose in quanto non richieste da nessuna fondata ragione geografica, storica, etnica, politica, economica. Tanto più dolorose, in quanto contrastanti con lo spirito che anima tutto il popolo italiano senza distinzioni di parte verso la Francia. Tanto più dolorose in quanto le soluzioni di compromesso presentate da parte nostra offrivano ogni garanzia di equità e di giustizia. L’unica frontiera rimasta integra, quella settentrionale, è stata pacificamente e rapidamente sanzionata da quell’accordo diretto fra noi e l’Austria che avrebbe dovuto e potuto, ad avviso nostro ed altrui, dare orientamento e tono, anche agli accordi da stringersi con tutti gli altri nostri vicini. 2. Sono state d’altra parte fatte all’Esercito italiano, quanto al numero dei suoi effettivi, all’entità del suo armamento e alla smilitarizzazione delle frontiere, condizioni tali, per cui può asserirsi che le nostre forze armate di terra e dell’aria non saranno in grado di assicurare in alcun modo la difesa dei confini i quali, in conseguenza anche delle gravi e ingiuste mutilazioni territoriali, rimangono irrimediabilmente aperti a qualsiasi offesa. L’Italia è messa così nei confronti dei paesi vicini all’ovest e all’est in una situazione di soggezione, che incide profondamente e permanentemente sulla sua stessa indipendenza. Eppure, sia per l’Esercito che per l’Aviazione, non avevamo nei nostri emendamenti richiesto se non la facoltà di limitare la demilitarizzazione delle frontiere alle opere strettamente offensive, e degli aumenti soprattutto nelle aliquote di riserva che ci consentissero di corrispondere almeno alle più elementari esigenze di difesa del territorio nazionale. Anche più insostenibili sono le condizioni che il progetto del Trattato di Pace fa alla Marina italiana, cui viene lasciato circa il 45% delle unità da guerra che attualmente possiede; complessivamente un tonnellaggio di 67.500 tonnellate in parte costituito da unità sorpassate e logorate. Il rimanente 55% viene considerato come bottino di guerra. Nei tre Memorandum presentati alla Conferenza avevamo fornito elementi che mostravano come il diritto e l’equità imponessero che il problema navale fosse risolto in modo diverso, né avevamo mancato di avanzare proposte suggerite dal maggiore spirito di comprensione. Tali argomentazioni furono altresì sostenute e chiarite dal delegato italiano alla Commissione Militare, ma ogni nostro sforzo per una soluzione equa ed accettabile è sinora fallito. Ricordo sopratutto come particolarmente gravi le clausole che considerano come bottino di guerra quelle navi che, quando ancora incerte erano le sorti della rotta, hanno combattuto a fianco delle navi alleate; la decisione che stabilisce uno statuto che non assicuri all’Italia una adeguata possibilità di autodifesa dei suoi 6 mila km. di coste e ciò malgrado che la Carta dell’ONU, della quale le Potenze che siedono a questa assemblea fanno parte, consideri l’autodifesa un diritto innato di ogni Stato; la disposizione che impone, con l’affondamento di oltre 80 sommergibili, l’inutile dispersione di materiali preziosi per la ricostruzione civile del Paese. 3. Né la Conferenza ha ritenuto sin qui di poter accogliere le richieste presentate dal Rappresentante italiano per quanto concerne i territori italiani d’Africa. Eppure il Governo italiano nell’accettare il rinvio di un anno della decisione sulla sorte di quei territori, aveva dato prova di rendersi conto delle circostanze che avevano indotto il Consiglio dei Quattro a rimandare la soluzione del problema ad un più ponderato esame di tutti i suoi elementi, ivi compresa una più effettiva valutazione del contributo italiano alla loro valorizzazione e della funzione che il lavoro italiano ha svolto e dovrà ancora svolgere nel quadro di una generale evoluzione economica del continente africano. Le modifiche richieste non toccavano per nulla il concetto del rinvio, sibbene tendevano a precisarlo dal punto di vista giuridico e pratico. Debbo riaffermare che il popolo italiano non potrà spiegarsi perché si sia voluto insistere nel pretendere una preventiva rinuncia alla sovranità sui territori italiani d’Africa prima che sia definitivamente statuito sulla loro sorte e aprendo così tutta una serie di complicazioni giuridiche e pratiche relative alla situazione transitoria di quei territori e della loro popolazione ivi compresa quella italiana che ne costituisce ormai parte integrante. È dunque anche qui evidente il significato punitivo di questa rinuncia che il Governo e il popolo italiano considerano ingiustificata e ingiusta. 4. Anche in materia economica il Governo italiano non si è limitato ad una sterile critica delle clausole economiche del progetto di trattato di pace, ma si è anzi sforzato di contribuire con ogni lealtà al loro miglioramento, sopratutto cercando di facilitare la ricerca di un’equa e sopportabile soluzione del problema delle riparazioni. Il Comitato economico non ha tuttavia ritenuto di dover tener conto di alcune delle proposte italiane. Accanto ad una cifra complessiva di 325 milioni di dollari a favore della Russia, della Jugoslavia, della Grecia e dell’Etiopia, che supera notevolmente ogni onesta previsione, una emorragia gravissima di ricchezza sta per essere aperta nello stremato corpo dell’economia italiana, attraverso la confisca dei beni degli italiani all’estero, gli indennizzi per i danni subiti dai cittadini delle Nazioni Unite in Italia, il mancato riconoscimento di ogni nostro diritto verso la Germania, ecc. In conseguenza il carico complessivo di tutti codesti gravami sarà di moltissimo superiore alla cifra dichiarata per le riparazioni, e supererà oltre ogni ragionevole limite la effettiva capacità di pagamento dell’Italia, già esaurita dalle distruzioni provocate da una guerra che l’ha inesorabilmente percorsa da un capo all’altro, dalle enormi spese di occupazione, dalle requisizioni di ogni natura, dai servizi prestati in tre anni di durissimo regime armistiziale. Non è dunque onestamente possibile, nel valutare nel loro insieme tutto codesto complesso di mutilazioni limitazioni, gravami di ogni natura che si vorrebbe imporre a un Paese di limitatissime risorse e di 46 milioni di abitanti, negare che è questa una pace punitiva e durissima, che rischia non solo di compromettere ogni possibilità di normale sviluppo democratico del Paese, ma, addirittura, di abbassarne i modi di esistenza a un livello difficilmente sopportabile, di ridurlo per una serie pressoché indefinita di anni a uno stato di soggezione e di dipendenza che non corrisponde né alle promesse fatteci, né agli ideali inscritti sulle bandiere delle Nazioni Unite, quando queste erano spiegate al vento della battaglia ancora da vincere. Voci generose, che io ringrazio a nome di tutto il popolo italiano con cuore commosso, si sono levate in seno alla Conferenza dei 21 per denunziare codesti errori e cercare di correggerne i peggiori effetti, ma a nulla hanno valso sinora neanche questi alti e nobili propositi contro la fatalità del compromesso, contro la fretta di concludere, contro la psicosi di guerre non ancora spente che, tutti […] le sue colpe, di isterilire le sue speranze, di porlo per qualche decennio nei ranghi di una umanità subalterna di abbassarlo infine e di umiliarlo e di abbassare e di umiliare con lui quelle alte e nobili espressioni di vita che esso ha creato e impersonato attraverso duemila anni di storia. Nel denunziare, senza iattanza ma con fermezza, questo pericolo con la franchezza che l’ora impone a chiunque abbia il pesante compito di dirigere le sorti di un popolo, mi sia comunque consentito di esprimere ancora una volta la speranza che possa nonostante tutto prevalere ancora, prima che le deliberazioni ultime sieno state adottate, quell’umana saggezza senza la quale non è possibile costruire che provvisori simulacri di pace e labili edifizi di convivenza internazionale.
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Suo 400 . Pur rendendomi conto delle circostanze in cui discussione si è svolta e delle difficoltà interne di codesto Governo, devo constatare che ordine del giorno approvato, insistente su presunti «inalienabili diritti dello Stato austriaco sul Tirolo meridionale» e reclamante autodecisione, intorbida situazione Alto Adige che si era chiarita. Ringrazi comunque Gruber sia delle spiegazioni, sia delle assicurazioni datele. Gli accenni in questa occasione ad alcune dichiarazioni da lui pubblicamente fatte ad Innsbruck che il giornale Dolomiten ha riportato testualmente il 2 corr. , dichiarazioni che avrebbero dovuto provocare da parte mia una precisazione, che non ho poi fatto appunto per non suscitargli ulteriori imbarazzi durante discussione in seno Commissione parlamentare. Consultazione su opzioni dovrà avvenire a suo tempo fra organi dei due Governi e preferisco ignorare che codeste autorità attingano informazioni da cittadini italiani. Abboccamento a breve scadenza con nostro prefetto potrebbe venir interpretato come se un funzionario fosse chiamato a riferire da autorità estera. Ella cercherà dunque, in termini amichevoli, di lasciar cadere l’iniziativa che potrà essere utilmente ripresa in forma e modi diversi. Avverta poi che manifestazioni austriache rischiano provocare reazioni minoranza italiana Alto Adige.
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Non parmi Gruber agisca prudentemente e lealmente. Avvertilo che a stento trattengo qui reazione italiana. Riferirò Commissione esteri ove Nitti attacca garanzia internazionale. Circa tale carattere conviene riserbo.
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Tuo 1066 e conversazione telefonica susseguente. Mie rimostranze a proposito di Gruber si riferiscono sua intervista Vienna, nella quale, secondo Tiroler Tageszeitung del 3 ottobre, avrebbe detto che frontiera zona autonoma corrisponderebbe alla frontiera del Sud Tirolo tedesco. Situazione in Alto Adige, quale mi viene descritta da Innocenti si è d’altra parte nuovamente intorbidita in seguito a quelle dichiarazioni, all’ordine del giorno del Parlamento austriaco, agli articoli della stampa, alle agitazioni del Volkspartei.
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Suo 188. Nostra iniziativa tende in sostanza ad inserire anche i neutri, sia pure soltanto idealmente, senza risultati pratici immediati, nella faticosa costruzione della nuova Europa. Appunto perché rimasti fuori dalla mischia, essi sembrano i meglio qualificati ad interpretare le generali esigenze europee di effettiva e sollecita pacificazione del mondo, che le soluzioni elaborate a Parigi contrastano pericolosamente. Non dunque azione a favore di determinati Paesi, ma, piuttosto, a favore di soluzioni europee. Ringrazi comunque per comprensione dimostratale.
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Suo 421. Sta bene spiegazioni datele da Gruber . Ma è bene egli ricordi che anche da parte mia ho difficoltà non lievi e che recenti manifestazioni verbali e scritte austriache non solo mi creano imbarazzi alla Camera ma, soprattutto, suscitano in Alto Adige agitazioni artificiose che non giovano a nessuno. Insistenza su inalterabili diritti austriaci sulla regione e cose del genere oltrepassano poi ogni ragionevole limite e minacciano svuotare nostro accordo di quel contenuto di amichevole conciliazione e di cordiale collaborazione che tutta opinione internazionale gli ha dato e che era ed è vivo nel mio spirito come certamente in quello di Gruber. Atmosfera in Alto Adige, se vorremo ad un certo momento passare all’applicazione degli accordi, deve essere dunque chiarita e ciascuno posto onestamente di fronte alla realtà, che è del resto perfettamente amichevole. Spero molto che Governo austriaco vorrà agire in questo senso. Commissione esteri Costituente ha ieri discusso accordo italo-austriaco, che sarà sottoposto fra qualche giorno all’Assemblea plenaria . Ne ho personalmente illustrato i termini e la portata, soprattutto per quanto riguarda il quadro entro il quale dovrà concretarsi l’esercizio dei poteri autonomi, quadro che sarà elaborato a suo tempo anche – ripeto anche – in consultazione con i gruppi etnici, e il reale significato dell’inclusione dell’accordo nel trattato di pace. È bene ella sappia che questi sono soprattutto i punti che hanno formato oggetto di discussione da parte Assemblea e sui quali ella deve mantenere in ogni suo contatto atteggiamento univoco: i limiti territoriali dell’autonomia saranno cioè da concretarsi entro quel quadro che concili esigenze italiane con reale spirito con cui l’accordo è stato stipulato e presa atto contenuta nel trattato deve intendersi come mero riconoscimento che, con l’accordo diretto fra i due Stati, questione può considerarsi internazionalmente conclusa, ciò che evidentemente preclude eventuale intervento nella questione di Potenze diverse dalle contraenti.
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Suo 369 . Impressioni del giornale «Nacion» non corrispondono alla realtà. Il trattato di pace è durissimo. Nessuno dei settanta emendamenti presentati da parte nostra è stato approvato. Spaak, in uno dei migliori discorsi pronunciati alla Conferenza, ne ha sottolineato in modo convincente carattere punitivo. Esso non corrisponde dunque né alle promesse fatteci né ai sacrifici compiuti. Di fronte alle mutilazioni territoriali, alla cancellazione di ogni capacità difensiva, all’incertissimo avvenire delle colonie, ai carichi finanziari enormi, meraviglia che un giornale amico come la Nacion possa esprimere parere diverso. Trovi modo di farlo sapere alla direzione, attirando a titolo indicativo ed esemplificativo sua attenzione su articolo 69 trattato pace che pone alla mercé di chicchessia beni italiani all’estero, minaccia cioè di distruggere integralmente nostra attrezzatura economica e commerciale d’oltre confine.
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Caro Nenni, ho esaminato le informazioni verbali e scritte giunte al Ministero degli Esteri circa le prossime operazioni per il trattato di pace e ho conferito in argomento con gli ambasciatori Carandini e Tarchiani e con Saragat. Risulta che dopo la chiusura della Conferenza di Parigi, fissata per domani martedì, a Parigi rimarrebbe solo ufficio stralcio, e che i Quattro assieme ai supplenti partirebbero subito, cioè fra il 15 e il 20, per New York. La sessione dell’ONU s’inaugurerà colà il 23 e, benché in teoria si possa supporre che i Quattro si occupino contemporaneamente dell’ONU e della stesura dei trattati, si ritiene più probabile che la prima riunione dei Quattro per il trattato coll’Italia abbia luogo appena il 3 o il 4 novembre. Come ricordi, la Conferenza di Parigi ha stabilito che prima di procedere alla deliberazione conclusiva sulla questione di Trieste (Statuto) verranno sentite Jugoslavia e Italia. Secondo le previsioni che si possono fare oggi, il rappresentante italiano sarà chiamato a parlare tra il 10 e il 15 novembre. Così il Trattato sarà definito per la fine di novembre. Come vedi, il nostro calvario non è ancora finito. È difficile sperare che in quest’ultimo stadio si possano ottenere miglioramenti di qualche portata; ma il negoziato va seguito tuttavia con molta attenzione: 1) – perché non è bandita la minaccia di peggioramenti, 2) – perché qualche modificazione nel senso favorevole nel settore economico e territoriale si può ancora tentare, 3) – perché l’Assemblea e l’opinione pubblica italiana devono avere l’impressione che le nostre insistenze hanno operato fino all’ultimo. Particolarmente delicata, come sai, è la questione dello Statuto, sia per ragioni oggettive, sia per gli effetti che esso può produrre nella politica internazionale. L’esser chiamati a prendere un atteggiamento concreto su tale argomento è la delicata novità di codesto stadio finale. Il ciclo che potevamo sperare concluso a Parigi non si può considerare come formalmente definito: di qui la necessità di una politica che anche esteriormente appaia continuazione del ciclo stesso. Ecco perché, meditando sull’ultima conversazione nostra, mi pare consigliabile che, andando tu agli Esteri, non si facciano per ora cambiamenti personali che diano una diversa impressione. Cambiare ora, in limine del trattato, gli ambasciatori di Washington e Londra che vi hanno direttamente collaborato non mi pare suggeribile: di qui forse l’opportunità di non cambiare nemmeno Mosca. Resta Parigi: è una vacanza che bisognerebbe colmare. Se ci dovesse andare almeno provvisoriamente un funzionario, come tu m’indicavi altra volta, per marcare la nostra posizione, il migliore che mi si presenta alla mente è Soragna. Se io fossi nel caso tuo non toccherei in questo primo transito nemmeno il segretario generale: ti servirebbe anche per orientarti meglio su cose e persone e comunque gli potresti dire subito che, concluso il Trattato, conteresti sulla sua collaborazione in un’Ambasciata. Comunque tu coglierai certo l’occasione di parlare coi personaggi in questione, ora presenti, a Roma e di farti un’idea personale circa le opportunità che ti segnalo. Sarà anche ottima cosa che consultiamo i membri della delegazione per stabilire il modus procedendi, sia per Washington che per l’Assemblea; onde sia escluso che nascano fra i responsabili divergenze al momento di parlare e di concludere. Ti scrivo tutto ciò nella quiete di Castel Gandolfo. Ora scendo nella bolgia e c’incontreremo. Cordialmente
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La ringrazio della lettera cordiale con la quale ella mi annuncia la decisione del suo Governo di effettuare immediatamente il versamento di un acconto di 50 milioni di dollari al Governo italiano a rimborso delle somme in lire da noi fornite all’esercito degli Stati Uniti per l’acquisto di rifornimenti in Italia e di predisporre il versamento degli altri residui non appena saranno ultimati i conteggi in corso. Anche la ringrazio delle parole che ella ha voluto rivolgere in questa occasione al popolo italiano e del riconoscimento che ella ha voluto pubblicamente fare della parte che esso ha avuto nella liberazione del Paese dal fascismo e dal nazismo e nel ristabilimento di un governo democratico degno delle sue grandi tradizioni. L’iniziativa nordamericana e le parole che l’accompagnano ci toccano profondamente. Esse sono per noi un concreto segno dello spirito di equità che anima il popolo nordamericano nei confronti italiani e ci confortano, nell’ora grave che il nostro Paese attraversa, a sperare che codesto spirito riesca in definitiva a prevalere in tutti gli atti della politica internazionale. Il contributo dato dagli italiani attraverso la storia alla vita americana, cui ella accenna con così nobili espressioni nella sua lettera, è sicura garanzia che i vincoli antichi e nuovi, che legano le nostre due Repubbliche andranno sempre più rafforzandosi in avvenire, come è nei nostri comuni propositi.
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Predetta rappresentanza ha espresso preoccupazione che Autorità francesi di occupazione del Tirolo facilitino questo disordinato ed incontrollato rimpatrio con la concessione di lasciapassare previsti da accordi a suo tempo intercorsi fra di esse e Prefettura Bolzano. È quindi necessario richiamare urgentemente su tale questione attenzione autorità francesi suddette ricordando loro che lasciapassare debbono essere esclusivamente riservati ad abitanti di frontiera e per interessi chiaramente commerciali. Pregola urgentemente provvedere in tale senso presso codesto Governo;
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Cari amici, è sommamente difficile, dopo molti anni, ricostruire l’ambiente e la situazione psicologica, nella quale hanno agito gli uomini e le loro volontà. Se nelle conferenze internazionali avessimo potuto ricostruire non gli elementi della storia vissuta, ma la situazione morale e psicologica nella quale si addivenne alla guerra, sarebbe risultato inconfutabilmente chiaro ad amici ed avversari che la guerra fu, soprattutto, una azione politica di regime che non aveva nulla a che fare con le tendenze generali e con la mentalità del popolo italiano. Quando Mussolini a Torino, nel 1939, annunciò il patto di acciaio parlò di una azione parallela dei due regimi e delle due rivoluzioni e pochi giorni dopo, il Conte Ciano esaltava l’unione inscindibile della Germania e dell’Italia come un vincolo intimo «saldato dalla affinità delle loro concezioni» e Grandi a Londra definiva il patto italo-tedesco come una «infrangibile unione della volontà e delle forze di due capi e di due rivoluzioni». Era dunque, evidente, allora, che la guerra non era voluta per interessi comuni o per tendenza di popoli ma era sentita come una emanazione fatale della concezione nazista e della concezione fascista. Se questo fosse stato presente ai nostri giudici internazionali, come si sarebbe potuto addossare la responsabilità al popolo italiano? E se in tali conferenze avessimo potuto far risuonare agli orecchi degli Alleati il discorso di Mussolini del 23 settembre 1939, nel quale preannunciando i tragici avvenimenti esclamava: se e quando io apparirò al balcone e convocherò ad ascoltarmi l’intero popolo italiano, non sarà per prospettargli un esame della situazione ma per annunciargli come già il 2 ottobre del 1935 e il 9 maggio del 1946 [1936] «decisioni» dico decisioni di portata storica. Quale prova più evidente avremmo potuto trovare del fatto che il popolo italiano dovette accettare ed attuare decisioni non sue? Ecco infatti che il 10 giugno 1940 Mussolini è al balcone di Palazzo Venezia e proclama: «un’ora segnata dal destino batte sul cielo della nostra Patria: l’ora delle decisioni è irrevocabile»… «un popolo di 45 milioni di abitanti non è veramente libero se non ha libero accesso all’oceano: Questa lotta gigantesca non è che una fase e lo sviluppo logico della nostra rivoluzione». Dopo il primo disastro della Grecia egli tenterà di consolarsi con l’assicurazione che a «primavera verrà il bello in ognuno dei quattro punti cardinali» e con suprema tracotanza profetizzò: «per vincere gli eserciti dell’Asse gli eserciti della Gran Bretagna dovrebbero sbarcare sul continente, invadere la Germania e l’Italia sconfiggendone gli eserciti: e questo nessun inglese, per quanto squilibrato e delirante dall’uso e dall’abuso degli stupefacenti e degli alcoolici, può nemmeno sognarlo». Non è forse vero che noi stessi fatichiamo a ricostruire quell’epoca della quale fummo così immediati osservatori? Ma è bene ricordarlo, alla vigilia del trattato di pace, perché se lo rappresentino i vincitori e non se lo dimentichino anche coloro che addossano agli epigoni la responsabilità che vorrebbe ignorare le spaventose responsabilità della guerra. Nessuna meraviglia che anche oggidì si dimentichi rapidamente quanta fatica abbia costato alla nostra diplomazia lo sforzo di uscire lentamente da quell’ambiente di avversione e di gelida ostilità con cui gli Alleati ci affrontarono nei primi incontri della vita internazionale. Fu una fatica, allora, arrivare a rinnovare i nostri rapporti con la Francia e per arrivarci si dovette passare per la porta delle dichiarazioni di Tunisi. Si riuscì anche ad inviare una missione in Albania ma per poco tempo perché essa fu rimandata indietro con nostra dolorosa umiliazione. Quella che resistette sempre ad ogni approccio fu la Jugoslavia e oggi si capisce meglio il perché. Essa si riteneva sicura della sua conquista per il fatto di occupazione e per i vincoli di alleanza con la Russia onde considerava il Trattato con la Italia non come l’inizio di una nuova era costruttiva ma come un trattato punitivo. Questa intransigenza sbarrò il cammino a qualsiasi nostro tentativo e oggi ancora appare come la difficoltà maggiore della pace. Un raggio di luce portò il memorandum di Mac Millan del febbraio 1945. Esso positivamente non ci accordava molto di nuovo, ma portava un gran sollievo perché si [ci] liberava da quel controllo severo e quotidiano per cui il governo doveva sottoporre alle decisioni degli Alleati la nomina dei funzionari fino al sottoprefetto e qualsiasi decisione di un qualche rilievo. Su questa linea si procedette più oltre quando maturò la proposta americana per un nuovo armistizio da concordarsi bilateralmente e che fu detto anche modus vivendi e che doveva eventualmente surrogare la pace. Faticosamente ottenemmo la parziale rifusione delle am-lire in dollari, il che rappresentò nella nostra miseria, un notevole contributo alla ripresa. Cercammo, poi, nei trattati di commercio che, purtroppo, per ragioni monetarie non poterono essere che trattati di compensazione, uno sfogo per i nostri scambi. Concludemmo così trattati di commercio con la Francia, con la Norvegia, con la Svezia, con la Danimarca, con la Spagna, con l’Austria, con la Svizzera, con il Belgio e recentemente con la Polonia. I più grossi restano ancora da fare con i maggiori stati che speriamo siano attuabili in base alle promesse di Bevin e di Byrnes, Altra meta della nostra politica fu la liberazione degli italiani all’estero dai vincoli della guerra e l’emigrazione in Francia e in Belgio. E accenniamo un momento al trattato. Io penso che, come è vostro diritto, voi discuterete intorno al trattato e all’atteggiamento che dovremo prendere in seno all’Assemblea Costituente. E non intendo, in questo momento interferire con opinioni personali. Voglio solo ricordare le direttive seguite. Dalle sponde adriatiche ci giunge spesso il rimprovero di non avere invocato la consultazione delle popolazioni. Per la esattezza conviene ricordare che la stessa richiesta della linea etnica a partire dalla linea Wilson rappresenta già un passo verso la consultazione; tale fu l’inchiesta «in loco» per stabilire la linea etnica, controllando con diretto contatto la realtà delle statistiche; ma anche qui il blocco slavo ha resistito con tutta la sua intransigenza. Nella conferenza del maggio a Parigi si poteva [ot]tenere ancora ragionevolmente che Trieste fosse garantita all’Italia. Anche Byrnes, rientrato a Washington, dichiarava nel discorso del 20 maggio: «gli esperti incaricati di investigare sulla frontiera italo-jugoslava non dissentivano sui dati di fatto, ma il delegato sovietico da altri membri del Consiglio circa le conclusioni che dovevano essere tirate da tali dati. Il suo punto di vista è che la Venezia Giulia deve essere trattata come un insieme inseparabile e che considerandola in tal modo i titoli della Jugoslavia su tale regione sono superiori a quelli dell’Italia, Gli altri rappresentanti ritengono che una saggia politica, come pure le decisioni prese al riguardo dal Consiglio a Londra richiedono che il confine segua in complesso una linea etnica che lasci un minimo di popolazione sotto il governo straniero». Il ministro americano ricordava, poi, la sua proposta per un plebiscito nella zona contestata e finiva concludendo: «ma noi continueremo a fare appelli al Governo Sovietico e al Governo Jugoslavo affinché non insistano su una linea di confine che porterebbe gravi inconvenienti per il futuro». Anche se non avessimo avuto affidamenti dalle private conversazioni già in base a tale atteggiamento noi avevamo diritto di dedurre che sulla base etnica non si sarebbe ceduto. La Conferenza a metà maggio si interruppe e noi in Italia alla fine di maggio fummo assorbiti da uno sforzo ricostruttivo interno che ci portò al referendum e alla proclamazione della Repubblica. In giugno la Conferenza dei quattro si riprese e fu Conferenza ermetica, dedicata tutta alla ricerca di un compromesso tra i Quattro e qui nacque l’idea fatale dell’internazionalizzazione non solo del porto ma anche della città e dei dintorni. Poi fummo chiamati a dire la nostra opinione. Voi ricorderete il testo delle mie dichiarazioni al Lussemburgo. Era un appello alle Nazioni tutte grandi e piccole. Era un linguaggio ricostruttivo che parlava dell’Italia in termini europei e subordinava le sue sorti a quelle della pace mondiale. Questo appello trovò dei consensi fra numerose delegazioni e soprattutto nell’opinione pubblica inglese ed americana: ne sono una prova i commenti di Doroty Thompson e di Lippman . Persuaso che la soluzione dello Stato libero sia una soluzione precaria e non uno strumento di pace, io, allora, proposi che qualora l’accordo si dimostrasse impossibile, si lasciasse aperta la questione orientale pur concludendo su tutto il resto del trattato di pace. Questa proposta trovò nella stampa comunista una critica aspra quasi che si fosse fatta opera di nazionalismo disgregatorio, mentre essa era inspirata all’internazionalismo più ragionevole e più ricostruttivo. Mi si è anche rimproverato di non aver guardato alla «situazione reale» e questa «situazione reale» contro la quale «è vano sperare modificazioni» voleva dire il compromesso dei Quattro contro il quale non era lecito nemmeno appellarsi a una Assemblea più vasta come quella delle Nazioni Unite. Nel contempo, la notizia diffusa a Parigi che la proposta di rinvio fosse stata fatta a dispetto di una decisione della nostra Commissione degli Affari Esteri dell’Assemblea Costituente, dava adito ad una polemica risoluta da parte dei rappresentanti del blocco slavo. Vuole oggi la nemesi storica che siano proprio, in queste ultime fasi, gli jugoslavi a rifiutare il trattato per la questione orientale. La nostra tesi, in fondo, si poteva riassumere così: 1°) non avere il diritto di imporre un trattato punitivo all’Italia cobelligerante; 2°) questo trattato non elemento ricostruttivo per la pace nel mondo; 3°) sul primo punto, dopo molte insistenze, ottenemmo la soddisfazione morale che ha storicamente un valore significativo, cioè che i meriti della cobelligeranza venissero riconosciuti, mentre sul secondo punto non fu possibile superare la barriera del compromesso, così faticosamente ricostruito. Gli slavi obiettavano che lo Stato libero e la frontiera di Gorizia rappresentavano per loro un sacrificio insopportabile. Gli anglosassoni rispondevano che, in fondo, essi mantenevano la parola perché l’internazionalizzazione si rilevava ormai l’unico mezzo per salvaguardare il carattere italiano di Trieste. Salve le nostre pregiudiziali, le nostre conversazioni puntarono, allora, per includere nello Stato libero anche le piccole città istriane e Pola e ottenere una adeguata protezione per altre minoranze italiane nella Venezia Giulia; specie tra le piccole nazioni non implicate nel gioco dei Quattro, le nostre ragioni fecero breccia come provano gli emendamenti presentati e le votazioni ottenute; ma la fretta, l’incalzare di altri problemi, le preoccupazioni di evitare il peggio, resero, alfine, impossibile agli italiani di ottenere i frutti di una tattica che pure aveva guadagnato molti consensi. Non è detto con ciò che su questa via da noi indicata non ci si debba restare e sia, di fronte allo sviluppo avvenire, la strada da noi scelta per una pacifica convivenza con i popoli adriatici e per una politica di cooperazione mondiale, [si] confermerà come la sola possibile anche di fronte all’O.N.U. e alla Conferenza di New York. D’altra parte non v’ha bisogno che io mi dilunghi ad esaminare le conseguenze della non accettazione del trattato, di cui so benissimo siete pienamente consapevoli; il mio invito dunque non può che riferirsi ad un esame il più dettagliato da parte vostra di tutto il complesso problema e con il più profondo senso di responsabilità. La Democrazia Cristiana ha fatto, fino ad oggi, a mezzo dei suoi rappresentanti, tutto il suo dovere; bisogna continuare a farlo senza lasciarsi influenzare da calcoli opportunistici o da attacchi ingiusti e guardando solo all’avvenire dell’Italia. [Le pagine di appunti che seguono sono conservate accanto a quelle per il discorso alla DC, ma non ne fanno parte]. Definitivo. La nomina di per sé di consiglieri politici presso l’Amm militare può essere una struttura che non compromette il carattere dell’amministrazione del T.L., zona B. Diremo anzi che la sostituzione del comitato circondariale potrebbe essere un miglioramento. Ci riserviamo di esaminare e valutare più esattamente. Pericoloso potrebbe essere l’unione economica, se volesse preparare l’annessione. Ma quello che più importa è la direttiva di governo degli jugoslavi; continueranno i soprusi contro gl’italiani, le vessazioni e le persecuzioni? In tal caso la situazione si aggraverà e l’Italia dovrà intervenire colle sue più efficaci proteste, tanto più che ora le responsabilità sono più facilmente identificabili, né sarà facile nasconderle dietro la cortesia di supposti o reali e illegali squadrismi. Gli Alleati hanno accennato alla necessità che in tutto il TL i diritti umani secondo la Carta dell’ONU debbano venir rispettati, e questa è la pietra di paragone e questa è la premessa indispensabile per discorrere della soluzione definitiva. Pare che Tito abbia voluto dire: faccio altrettanto e prendo misure amministrative analoghe. Ma c’è differenza di garanzie internazionali formale e di fatto. Nella zona A una collaborazione a tre si sviluppa sotto la responsabilità internazionale dell’amministrazione militare angloamericana; c’è un equilibrio giuridico di controllo e di esecuzione di potere di fatto, nella zona B è lo Stato jugoslavo amministratore internazionale e gestore unico. È da prevedersi [assai] che dovremo protestare più recisamente e frequentemente e gli Alleati, corresponsabili della soluzione definitiva prevista anche dagli accordi Londra, dovranno intervenire incisivamente.
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Telefonato ore 11½ dell’11.XI.46, in presenza di Cappa , facendo rilevare mia preoccupazione per contenuto appunto in quanto non contiene riserve per Gorizia e non precisa condizioni delle trattative dirette come invece appare da pubblicazione Messaggero . N[enni] risponde che appunto non è contenuto letterale della sua comunicazione verbale, nella quale sarebbe chiaro che spetta a loro di accertare se interruzione a N.York possa avere il supposto significato; ha aggiunto d’essersi richiamato anche alla risoluzione del Cons. dei Min. circa Gorizia, che aveva comunicato il giorno prima. Non ha a quest’ora ulteriori notizie a NY ed è altamente sorpreso che non telegrafino. Telefono disturbato .
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Suo telegramma 113. Ho già detto a Key in via di massima accetto volentieri l’invito del Forum confidando sua utilità. Conto naturalmente tua preziosa preparazione e cooperazione. Osservo che, pur mantenendo visita in limiti officiosi e privati, stampa susciterà speranze. Se essa non apportasse qualche notevole alleggerimento nostra situazione finanziaria depressa determinazione clausole trattato, meglio sarebbe evitarla. Necessario quindi sondare possibilità. In ogni caso mio viaggio è condizionato situazione qui, ma ritengo sicuro che, se prospettive sono buone, Governo e partiti eviteranno difficoltà che potrebbero impedirlo. Prego frattanto ringraziare invito e comunicare accoglimento di massima. Attendo svolgimento .
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Il Governo saluta nell’assemblea l’espressione della sovranità popolare. Eletto il Capo provvisorio dello Stato, il Governo rimetterà nelle sue mani i poteri di cui era investito durante il periodo di transizione. Si compie così legalmente e pacificamente il più grande rivolgimento della storia politica moderna d’Italia. Con ardimento, con tenacia, con sforzo disciplinato abbiamo gettato un ponte sull’abisso fra due epoche, riuscendo a compir l’opera lunga e difficilissima senza perdite di uomini e di materiali. Quale popolo può richiamarsi a simile esempio di verace democrazia? Altrove furono il terrore, i massacri, la guerra civile. Operano nella Repubblica italiana le tendenze universalistiche del cristianesimo, quelle umanitarie di Giuseppe Mazzini , quelle di solidarietà del lavoro, propugnate dalle organizzazioni operaie. Questa democrazia sarebbe chiamata ad un’utilissima funzione nella ricostruzione internazionale. Come non sentire che colpirci in questo momento nella nostra vitalità nazionale significa anche indebolire la missione internazionale che storia e natura ci hanno affidato? Conosco ed apprezzo gli uomini che negoziano e deliberano, in nostra assenza, a Parigi ; essi sanno, per averglielo io detto e ripetuto occhi negli occhi: la comunità nazionale italiana, con la migliore buona volontà, non può, fisiologicamente, non può sopportare certe mutilazioni e certe perdite di sangue. (Vivi applausi). Se proprio fosse vero che la mano è alzata per colpirci, fermatela; non facendolo offuschereste, anzi rischiereste di spegnere, una luce nuova e antica, in un momento in cui il mondo già minaccia di declinare verso le tenebre del passato. (Vivissimi, generali, prolungati applausi).
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Notizia amara, inattesa, che vorrei supporre ancora non irrevocabile, in quanto non ancora consacrata, almeno nel nostri confronti, in una comunicazione ufficiale. Abbiamo fatto uno sforzo per convincere la diplomazia francese che lo strapparci Briga, Tenda, il Moncenisio più che un’ingiustizia verso l’Italia costituirebbe un errore assai grave verso l’amicizia italo-francese. Da mesi e mesi abbiamo accumulato prove, documentazioni e argomentazioni per dimostrare questa ingiustizia e questo errore. Chi vi parla, a Roma, Saragat a Parigi, gli altri ambasciatori – specie quelli accreditati presso le grandi Potenze, politici o funzionari che siano – tutti ci siamo ingaggiati a fondo: ultimamente l’ambasciatore Soragna , delegato presso la Conferenza, ha aggiunto le sue premure a quelle dell’ambasciata; non ci è mancata, nelle giornate più decisive, l’attività dinamica di Carandini , né sono mancati altri interventi che per ora non specifico. Ma che fare innanzi a questo convegno ermetico in cui si giudica senza concedere il contraddittorio? Secondo la procedura, verremo sentiti in ultima istanza. Ma intanto un formidabile pregiudizio è creato, e lo spirito della nostra democrazia ne rimane ferito. Il colpo è inferto. L’Italia democratica ha dimostrato coi fatti di ripudiare la politica aggressiva mussoliniana e di volere una politica di riparazione e d’amicizia verso la Francia. In concreto, l’Italia: ha rinunciato, in uno spirito conciliativo, alla posizione che le assicuravano le vecchie concessioni del 1896 in Tunisia, con effetti umilianti o disastrosi per molti nostri connazionali; ha negoziato e concluso: un accordo, a termine del quale l’Italia si impegna a ricuperare e rimettere in condizioni di navigabilità una decina di piroscafi francesi affondati in acque italiane, ciò che comporta per noi una spesa di oltre un miliardo di lire; un accordo commerciale elaborato in termini sostanzialmente proficui per i due paesi, ma estremamente rispettoso delle esigenze francesi; un accordo per l’immigrazione di 20.000 minatori italiani in Francia, in cui le abituali garanzie, che circondano per consuetudine accordi siffatti, sono state da parte nostra ridotte al minimo, e che avrebbe potuto e dovuto essere il preludio di una più vasta corrente emigratoria italiana verso la Francia. Circa la frontiera occidentale stessa, sulle sette rettifiche presentate dalla Francia a Londra ci eravamo dichiarati disposti ad aderire a quella delle alte valli della Tinea e della Vesubia («Terre di caccia»), a quella dello Chaberton, a quella di Valle Stretta (Bardonecchia), ed a quella del Piccolo S. Bernardo. Per il Moncenisio avevamo proposto una collaborazione italo-francese per utilizzare in comune quel bacino idraulico. Se le notizie riferite si confermano, pare che tali prove di buon volere non siano bastate ad impedire la iattura che si annunzia da Parigi. Così la Francia ha preferito guardare verso il passato più che rivolgersi all’avvenire. Noi abbiamo sperato di convincerla che la nostra amicizia gioverebbe alla sua missione europea più che qualche nostro estremo baluardo montano difensivo, strappatoci mentre attraversiamo la più grave crisi della nostra storia. Pare quasi che noi si nutra più fede di essa stessa nella sua missione provvidenziale fra le nazioni. Nessuna flessione da parte nostra; nessuna sosta nella nostra resistenza ad una decisione ingiusta, sulla quale non siamo stati consultati e della quale non abbiamo corresponsabilità né innanzi alla nostra famiglia nazionale né innanzi alla più vasta famiglia dei popoli liberi. (Vivissimi applausi).
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Il primo Governo della Repubblica italiana, per corrispondere alle aspirazioni e alle aspettative del popolo che la Repubblica ha voluto, dovrebbe poter presentarsi in un momento di elevata temperatura psicologica, corrispondente a quella palingenesi profonda che deve attuarsi nella volontà e nell’immaginazione creatrice quando una nazione rinnova da cima a fondo il suo regime e stabilisce il suo autogoverno. Ora questo senso di consapevolezza, questa energia di propositi, questa volontà di rinnovamento esiste davvero tra noi e fra voi, membri dell’Assemblea che siete interpreti fedeli dei voti e delle aspirazioni popolari, e ne è prova la stessa struttura del Ministero, il quale, fondandosi sui settori di più larga base in codesta Camera, accoglie in sé anche i rappresentanti di quella storica corrente che fin dai tempi del Risorgimento ha alimentato le idealità e le speranze repubblicane. Ma parte di queste speranze erano e sono rivolte ad un simultaneo rinnovamento della vita internazionale, e si sono fuse nel corso della storia con le tendenze di solidarietà mondiale delle organizzazioni operaie e sindacali e si sostanziano ora anche del carattere e della funzione universalista del cristianesimo, irradiante dall’Italia sul mondo. Ora dobbiamo ammettere che tali speranze di giustizia internazionale sono gravemente minacciate, e la Repubblica italiana ne soffre come di una insufficiente ossigenazione nel momento stesso in cui essa intraprende il suo nuovo viaggio nella storia del mondo. La Repubblica italiana si attendeva e attende ancora, e spera fino all’ultimo che la democrazia internazionale le sia madrina; le sarà invece noverca ? Tuttavia, non verremo meno; il viaggio si farà a qualunque costo, anche se si tentasse di tarparci le ali. Se è in pericolo la nostra speranza nella giustizia internazionale, ferma è la nostra fede nel ritmo possente dei nostri motori (scusate l’immagine) che sono le forze del nostro lavoro e l’energia spirituale della nostra civiltà. La Repubblica non vuol essere regime di parte ma Governo di tutti e il Ministero attuale, se risponde all’impulso di forze sociali di rinnovamento, non è rivolto contro nessuno se non contro chi volesse insidiare i nostri liberi ordinamenti. Esso intende consolidare la Repubblica ma la difende e la consolida con una politica costruttiva, suscitando le libere energie e facendo appello alla solidarietà nazionale. Purtroppo esso è costretto a fronteggiare subito le difficoltà gravissime della pace. Ed eccomi a rendervi conto – riservando alla Commissione dei trattati ulteriori particolari – dei nostri propositi e delle nostre direttive su questo terreno. Le difficoltà della pace. Qui sarò schematico, lasciando al libero dibattito di codesta Assemblea di esprimere l’ansia del paese, ma una sola assicurazione voglio anticipare: noi tenderemo tutte le forze alla difesa dell’italianità sulla frontiera orientale; tutto il popolo italiano è solidale con gli italiani, con tutti gli italiani della Venezia Giulia. (Vivissimi applausi). Noi chiediamo che essi ci aiutino in uno sforzo d’unità e di concordia. Del pari la nostra solidarietà va agli italiani di altre frontiere e di altri territori contestati. Ed ecco quali saranno i criteri della nostra azione: 1) Frontiera orientale: a) rivendicare all’Italia il diritto di una frontiera etnica tracciata sulla base delle deliberazioni dei Quattro a Londra in data del 19 settembre 1945 e del successivo rapporto degli esperti delle 4 Potenze inviati in loco, la quale ci assicuri – come minimo – Gorizia, Trieste e l’Istria occidentale e meridionale; b) riaffermare la nostra volontà di collaborare con la Jugoslavia e di accettare a questo scopo il concorso e la garanzia delle grandi Potenze, sia per quanto riguarda il reciproco equo trattamento delle rispettive minoranze etniche, sia per quanto concerne la gestione del porto di Trieste con eventuale zona franca, sia infine, per l’elaborazione di un sistema di coordinamento dei servizi ferroviari che fanno capo a quel porto, inteso ad assicurarne la migliore, più economica e più liberale utilizzazione a vantaggio dell’Italia, della Jugoslavia e degli altri Stati del bacino danubiano; c) nell’azione tattica aver di mira soprattutto gli indissolubili legami che vincolano razionalmente ed economicamente Trieste con la zona sud-ovest della penisola istriana, senza dimenticare gli altri centri di italianità. 2) Frontiera occidentale: il Governo francese ha presentato una serie di rivendicazioni sulla frontiera occidentale, che sono state integralmente accolte dal Consiglio dei Quattro. Il Governo italiano si è dichiarato disposto ad accettare quelle richieste che fossero soprattutto giustificate dal criterio fondamentale di riportare la frontiera alla linea di cresta, mantenendo invece ferma la sua intransigenza per quanto concerne quelle fra le rivendicazioni francesi che non sono giustificate da alcuna ragione storica, etnica, geografica, economica: Briga, Tenda, Moncenisio. Per venire incontro alle richieste francesi anche in questi ultimi settori, il Governo italiano si è dichiarato disposto ad addivenire ad accordi molto vasti di collaborazione italo-francese per lo sviluppo in comune delle forze idrauliche dei bacini del Moncenisio e dell’Alta Valle della Roja. Dopo la decisione dei Quattro, che contrasta col rapporto degli esperti inviati a suo tempo nelle sole zone di Briga e Tenda, il Governo italiano ha chiesto di essere consultato su tutto intero il problema posto dalle rivendicazioni francesi nel loro complesso e non soltanto su quello di Briga e Tenda, come è invece avvenuto; ha dichiarato di considerare l’intero problema tuttora aperto; ha riconfermato il suo atteggiamento conciliante e il suo profondo desiderio di giungere a una onesta, seria, leale intesa con la Francia. Il Governo italiano dovrà continuare ad insistere con fermezza su questa linea e, soprattutto, persuadere i governi amici e particolarmente quello francese che l’accoglimento di richieste a esclusivo carattere strategico bloccherebbe quel riavvicinamento tra Francia e Italia che è un dato essenziale della pacificazione europea. 3) Colonie: nella riunione di Parigi è stato stabilito di rinviare di un anno ogni decisione sul problema dei territori italiani in Africa, lasciandone nel frattempo l’amministrazione alla Potenza occupante. Tale proposta è stata demandata all’esame di una commissione di esperti appositamente nominata. Al tempo stesso è stata in via di massima approvata l’inserzione nel trattato di pace di una clausola contemplante un surrender of rights da parte dell’Italia, sui suoi territori africani. Noi non possiamo dare al rinvio tale significazione pregiudiziale che implica un evidente carattere punitivo. Il rinvio dovrebbe in ogni caso permetterci, sia pure sotto il controllo della Potenza occupante, la possibilità di una ripresa di contatto colle nostre colonie. L’Italia – che fin dal 1919 aveva promulgato in Tripolitania e in Cirenaica ordinamenti costituzionali ispirati al principio democratico di una forma di governo largamente rappresentativa, appoggiandola in Cirenaica anche ad accordi liberali e di reciproca convenienza con la Confraternita dei Senussi – dichiara oggi nel modo più esplicito di accettare senza riserve i principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite, e di voler a tali principi ispirare la propria azione politica e amministrativa in Libia e nelle altre colonie. Ciò allo scopo di avviare la loro popolazione – cui la uniscono tanti vincoli di sangue e di cultura, e alla cui coesione e socialità le varie decine di migliaia di italiani stabiliti in quelle terre hanno portato e porteranno un valido e fraterno contributo – verso quelle forme di autogoverno che dovranno assicurare loro una prosperità sempre maggiore, guidandola al tempo stesso verso la libera e cosciente determinazione dei suoi destini. Questo – nell’interesse del lavoro italiano e delle popolazioni native – diremo con fermezza alle 21 nazioni se vorranno ascoltare la nostra difesa. 4) Riparazioni: la tesi sostenuta dal Governo italiano in materia di riparazioni è che l’Italia non può e non deve pagarle; non può, in ragione delle distruzioni subite e dei sacrifici compiuti; non deve, in ragione della cobelligeranza e della lotta condotta a fianco degli Alleati. Contro la nostra tesi è stato tuttavia ammesso il principio che l’Italia debba pagare riparazioni alla Russia, in ragione di 100 milioni di dollari, e, in via subordinata, alla Jugoslavia e alla Grecia in misura non ancora fissata. Il Governo italiano, nel riconfermare il suo punto di vista, ha fatto ufficialmente presente ai quattro Governi che almeno: a) sia preventivamente accertata la nostra capacità globale di pagamento; b) siano preventivamente vagliate ed accertate le pretese che parecchie Nazioni Unite hanno iniziato ad avanzare a questo titolo; c) la determinazione delle modalità degli eventuali pagamenti da parte nostra non ci sia imposta autoritariamente, ma sia invece concordata con noi che siamo evidentemente i migliori giudici per procedere in concreto a quella determinazione; d) un rappresentante italiano qualificato sia autorizzato ad esporre in contraddittorio il nostro punto di vista. 5) La flotta: all’inizio della guerra la consistenza della nostra flotta era di 665.581 tonnellate; all’atto dell’armistizio essa era già ridotta a 401.454 tonnellate; in seguito alle perdite subite durante il trasferimento alle basi alleate e nel periodo di cobelligeranza, la consistenza si è ulteriormente ridotta a 266.011 tonnellate . In relazione alla leale applicazione dell’armistizio ed al cospicuo contributo dato durante la cobelligeranza, è stato rivendicato il diritto morale di vedere confermato il possesso della flotta che l’Italia attualmente detiene. Tale diritto trova una giustificazione anche nello spirito e nella lettera del documento di Quebec, e dell’accordo Cunningham-De Courten , i quali, messi in correlazione con gli avvenimenti di due anni di azione comune, escludono qualsiasi tesi che voglia far apparire la flotta italiana bottino di guerra da ripartire fra vincitori veri o presunti. In pratica tuttavia abbiamo fatto sapere che saremo disposti: a) a ridurre la flotta alle 100.000 tonnellate di naviglio difensivo in buone condizioni di efficienza sulle 266.000 residuate dalla guerra, che appaiono già insufficienti ad assicurare la autodifesa delle frontiere marittime e dei traffici marittimi; b) a conservare due navi da battaglia (e possibilmente le due più moderne) con funzione di navi-scuola, accettando eventuali riduzioni del loro potenziale bellico; c) a contribuire, nei limiti del richiesto, alla costituzione delle forze armate a disposizione del Comitato di sicurezza dell’ONU; d) a radiare e demolire tutte le eccedenze; e) a lasciare agli organi competenti dell’ONU la determinazione definitiva delle forze navali difensive dell’Italia, tenendo conto della particolare situazione geografico-economica italiana e delle forze assegnate alle altre nazioni. Abbiamo anche dimostrato di essere disposti a prendere in considerazione eventuali risarcimenti di danni a qualche marina, la quale potesse invocare particolari condizioni, ma con la procedura stabilita dall’accordo Cunningham-De Courten che prevede sull’argomento negoziati diretti tra i governi interessati. Tali più che ragionevoli proposte provano la volontà leale dell’Italia di dare, con proprio sacrificio, un effettivo contributo alla limitazione degli armamenti navali, e di evitare nel contempo di ferire inutilmente e ingiustamente nel suo onore la marina italiana. Onorevoli colleghi, questa è stata la linea seguita dal Governo nella questione della pace e questa, se l’Assemblea vorrà, sarà la nostra difesa di domani. Comunque, il Governo dichiara che non impegnerà la sua parola prima di aver consultato la Costituente, alla quale ad ogni modo rimane per legge il diritto di decidere sull’accettazione o sul rifiuto del trattato di pace. Il Governo considera necessario raggiungere l’unità di tutto il popolo italiano attorno alla difesa del suo avvenire nazionale e democratico e intende che la Repubblica italiana appaia all’Europa e al mondo col suo volto nuovo, pur solcato dai segni profondi delle sofferenze ma illuminato dalla speranza in una effettiva e concreta collaborazione dei popoli. Il Governo è animato dal fermo proposito di non cedere alle suggestioni di un nazionalismo della rivincita, né di un angusto egoismo; deve però ammonire che le aberrazioni del passato, come la storia documenta, riaffiorerebbero pericolosamente se i sacrifici della pace imposta all’Italia oltrepassassero quei limiti che una democrazia sincera, di antica e luminosa civiltà e di 45 milioni di abitanti, può moralmente e materialmente sopportare. (Applausi). L’Italia non intende far parte di blocchi che non siano di leale, aperta, sincera collaborazione internazionale, né alimentare avversioni nei popoli, né essere teatro di guerre, né di contrasti economici, preannunciatori di quelle. Il Governo rinnova all’Austria la dichiarazione impegnativa che intendiamo considerare i duecentomila tedeschi – se tanti sono – che rimarranno al di quà del Brennero, non come una barriera ma come un ponte fra le due nazioni. Ogni facilitazione di comunicazioni, ogni possibilità di scambio verrà accolta e promossa, ogni garanzia di giusto rispetto del carattere e del costume nazionale verrà data. Grande conforto morale ci reca l’azione di solidarietà in corso nell’America latina. Alle sorelle repubbliche latine americane inviamo i sensi della nostra riconoscenza e della nostra speranza. (Vivissimi applausi). Il Governo rivolge il suo pensiero a tutti gli italiani all’estero che hanno assistito da lontano, con angoscia fraterna, alla tragedia della patria (applausi), ai prigionieri e internati civili che tuttora soffrono nel campi di concentramento (applausi), e tiene soprattutto a che essi abbiano nel loro cuore la nostra certezza: la rinascita della patria. (Applausi). Essa non può attuarsi che nella dignità e nell’indipendenza politica ed economica. Da tale punto di vista giudicheremo la pace, il nuovo armistizio, le amicizie e le cooperazioni. Il popolo italiano non è ingrato, ma esso non può fondare il suo avvenire che sull’integrità e indipendenza nazionale perché solo la coscienza del proprio onore e della propria unità gli può dare la forza di forgiare – dopo il disastro della guerra fascista – il suo nuovo destino. Questioni economico-finanziarie. Riforme sociali. Un programma di lunga portata che riguardi tutte le questioni economiche e finanziarie non può essere fissato in questo momento perché troppi sono gli elementi che sfuggono alla nostra valutazione. Si pensi all’incidenza delle eventuali riparazioni (sia nei loro effetti immediati, sia nell’influenza indiretta che esse possono esercitare); alle difficoltà per una ripresa degli scambi internazionali – prestiti esteri, movimento di merci, emigrazione – così connesse al trattato di pace; ai riflessi della situazione valutaria internazionale; al capitolo spese di occupazione e alle possibilità di trasporto, tutti elementi che non dipendono dalla sola nostra volontà né dalla nostra condotta. Il settore in cui può agire il Governo italiano è oggi molto limitato. I programmi possono contribuire a fissare delle direttive e degli obiettivi e solo limitatamente ed in modo relativo a formulare le soluzioni. Gli obiettivi da tenersi presenti ed ai quali devono tendere i nostri sforzi sono: a) sviluppare e razionalizzare la produzione per fronteggiare la disoccupazione; abbassare i costi e consentire la ripresa delle esportazioni; b) assicurare agli impiegati, ai salariati ed ai ceti medi sufficienti mezzi di vita; c) difendere il potere di acquisto della lira avviando il bilancio ordinario dello Stato all’equilibrio e procurando con risorse straordinarie il finanziamento di un vasto programma di lavori pubblici che efficacemente promuova la ricostruzione e assicuri la massima occupazione possibile. Importa soprattutto, lo spirito con il quale si intende raggiungere tali obiettivi. Condizione pregiudiziale di una sana politica è la fiducia delle forze che liberamente operano nel paese. Ma lo Stato ha il compito di animarle, disciplinarle e, ove sia indispensabile, intervenire con la sua partecipazione ed il suo controllo. In particolare nel campo industriale l’indirizzo della nostra azione dovrà tener conto della importanza che, nel complesso della struttura economica, hanno le piccole e le medie aziende. Occorrerà inoltre riorganizzare e semplificare i vasti settori controllati dallo Stato e dare infine ad alcune industrie, particolarmente connesse – come quelle elettriche – con la ricostruzione e la ripresa produttiva, un regime che meglio risponda agli interessi dell’economia nazionale. Potenziamento del Comitato della ricostruzione . La direttiva della politica economica del Governo viene elaborata, formulata e vigilata nella sua applicazione dal C.I.R. il quale è costituito dai ministri che dirigono i dicasteri finanziari ed economici e si vale della cooperazione dell’I.R.l. e di quella di organismi statali e parastatali (Banca d’Italia, Consorzio di credito per le opere pubbliche, I.M.I. , eccetera) e del consiglio delle Confederazioni dei sindacati. Il C.I.R. – nei suoi sottocomitati economico-finanziario, tecnico e dell’alimentazione, ai quali si potrà aggiungere un comitato per la riforma agraria – dovrà essere potenziato al massimo per divenire l’organo di coordinamento della nuova direttiva del Governo democratico, il quale deve tendere a dare agli italiani pane e lavoro ed una più equa distribuzione della ricchezza. Il C.I.R. sottoporrà al Consiglio dei ministri le proposte concrete che si adeguino alle mutevoli esigenze della situazione economico-finanziaria. Dalle discussioni di questi giorni è emerso però che uomini e partiti chiamati a costituire il Governo si trovano concordi nel riconoscere che bisogna: 1) insistere nel perseguire e potenziare i sistemi d’accertamento e d’imposizione per proporzionare il gettito delle imposte ordinarie a quello dell’anteguerra, allo scopo di coprire le esigenze del bilancio ordinario; 2) emettere un prestito interno, facendo appello alla solidarietà fattiva dei cittadini, per fronteggiare in uno sforzo comune la situazione finanziaria dello Stato e quella della pubblica economia. Prestito che consenta di predisporre le misure fiscali necessarie, a coprire le spese del bilancio straordinario; 3) a quest’ultimo scopo applicare una imposta straordinaria sul patrimonio. Tale imposta straordinaria, che risponde ad esigenze di giustizia sociale, dovrà anche fornire i presupposti di una riforma fiscale a base personale; 4) fare appello al credito estero, considerando che, quando cessasse il concorso dell’U.N.R.R.A. e di altri contributi contingenti dall’estero, la ripresa industriale e quindi la nostra capacità di esportazione non potrebbe sostenersi con le sole nostre risorse. Sui risultati di questi provvedimenti sarà commisurata l’ampiezza del piano di lavori pubblici che dovrà fronteggiare la disoccupazione con opere di ricostruzione e di ripresa economica, di bonifica, d’irrigazione e di risanamento di campi minati, attingendo i mezzi dal bilancio straordinario. Circa i lavori pubblici, un migliore decentramento negli organi tecnici statali ed una più stretta loro cooperazione con i comuni e con le regioni appaiono indispensabili. In genere, pur essendo riservata ogni organica riforma costituzionale a codesta Assemblea, il Governo, interpretandone la direttiva, agevolerà nei suoi provvedimenti una maggiore autonomia dei comuni e ogni possibile avviamento alle autonomie regionali. Il risarcimento dei danni di guerra sarà affrontato con particolare riguardo alle categorie più sprovviste di mezzi ed alle esigenze della produzione industriale e agricola, estendendolo anche ai danni della rappresaglia. Il miglioramento delle condizioni dei salariati e degli stipendiati sarà oggetto di particolare cura da parte del Governo. È ovvio che le attuali condizioni del reddito e della ancor precaria ripresa della produzione non permettono di portare salari, rimunerazioni e stipendi alle proporzioni dell’anteguerra ed è anche ormai esperimentato che un aumento dei salari si annulla rapidamente se esso porta, come finora è avvenuto, ad una ascesa dei prezzi con il conseguente pericolo dell’inflazione. La politica del Governo deve quindi agire sulla disponibilità e sui prezzi dei beni di consumo. Per questo il Governo ha aumentato la razione del pane a 250 grammi e aumenterà i generi da minestra da 2 a 3 chilogrammi, mantenendo il pane allo stesso prezzo, cioè ponendo per ora a carico dello Stato la differenza del costo del grano contribuendo così al miglioramento delle condizioni di vita in questo settore con un onere di oltre 3 miliardi mensili. Sarà stabilita una più organica cooperazione del Dicastero dell’alimentazione con quello dell’agricoltura per un miglior rendimento degli ammassi. Lo Stato, inoltre, si propone di importare generi di prima necessità, utilizzando per lo scambio le eccedenze di alcuni prodotti agrari, di facilitare l’approvvigionamento dei grandi agglomerati urbani per i prodotti ortofrutticoli coordinando l’azione dello Stato con quella dei comuni, e di procurare agli impiegati e salariati, anche con misure incisive, generi di abbigliamento a prezzi accessibili. Esso conta che le confederazioni sindacali seguano questa direttiva di politica economica anche nella revisione dei contratti in scadenza e collaborino con il Governo affinché non si faccia una politica di salari di facilità e di illusioni. La scala mobile, opportunamente applicata, può adeguare periodicamente le mercedi ai costi della vita. La vasta zona dell’industria è d’altra parte estremamente eterogenea. Vi sono delle industrie che possono sopportare aumenti di spesa, altre che si alimentano solo del soccorso dello Stato. L’eccedenza complessiva della mano d’opera crea un’altra disparità tra le industrie che ne potrebbero assorbire di più e quelle che vanno alla rovina per non ridurre le maestranze superflue. Il Governo dovrà intervenire nel senso di facilitare il trasferimento degli operai nell’ambito dei vari settori industriali o di assicurare loro occupazione nei pubblici lavori e nel senso di permettere alle industrie di proporzionare il proprio personale alle esigenze della produzione, addossando allo Stato le previdenze di disoccupazione in adeguata misura. In tutta quest’opera di sollecitazione, di coordinamento e di fattivo contributo, lo Stato conta sulla efficace collaborazione degli operai e sulla loro comprensione che la sorte del paese e delle loro stesse famiglie è legata al superamento della crisi economica ed industriale. Lo Stato si propone anche di intensificare con provvedimenti che verranno fra poco formulati le misure di lotta contro la tubercolosi, la malaria e in genere le malattie infettive. Esso disciplinerà pure i consigli di gestione nelle forme già esperimentate alla FIAT : verrà così creato, per la collaborazione della classe operaia, un pratico ed efficace strumento. Mentre seguirà con vigile interessamento l’azione di revisione dei contratti che venisse invocata dagli organi sindacali competenti nei casi di particolare riguardo, il primo Governo della Repubblica, nei limiti delle sue possibilità finanziarie odierne, vuol dare alla classe operaia una prova della sua sollecitudine stabilendo che una volta tanto venga versato un contributo ai suoi dipendenti e chiedendo cha altrettanto facciano i privati datori di lavoro. Il premio della Repubblica verrà corrisposto nella misura di lire 1.500 a tutti i dipendenti dallo Stato i quali abbiano una retribuzione mensile inferiore a 30.000 lire, dagli enti locali e parastatali e dalle aziende private. Esso sarà esteso anche ai reduci ed ai partigiani capi di famiglia che non abbiano titolo di impiego per ottenerlo e che si trovino nelle condizioni previste per avere diritto al sussidio di disoccupazione con assegni per la famiglia. Sarà altresì concesso ai mutilati ed invalidi di guerra non dipendenti da aziende dello Stato, e aventi famiglia a carico. Il premio sarà aumentato a 3.000 lire per tutti gli appartenenti alle stesse categorie, i quali siano capi di famiglia, e sarà pagato in due rate. Ai pensionati civili di ogni genere con decorrenza dall’agosto si verrà incontro con un provvedimento da emanarsi prossimamente circa le nuove condizioni per la liquidazione delle pensioni e per l’aggiornamento relativo di quelle in atto godute. Il Governo si propone inoltre – in attesa che la riforma che sta allo studio di un’apposita commissione presso il Ministero dei lavori pubblici venga formulata e presentata – di rivedere il sistema assicurativo degli operai ed impiegati, unificando i contributi, semplificando conseguentemente il modo di esazione dei contributi e sburocratizzando i rapporti fra gli istituti assicurativi e i contribuenti delle assicurazioni. Ed ora veniamo ad un capitolo molto importante: l’avviamento alla riforma agraria. La riforma fondiaria, che porti ad una più equa ridistribuzione delle proprietà, è uno dei principali obbiettivi del Governo. Essa può essere efficace solo se preceduta dalla attuazione di imponenti opere di trasformazione agraria sui terreni a coltura estensiva e suppone quindi impiego di ingenti mezzi finanziari, creazione di appositi enti regionali per l’attuazione della trasformazione, periodo non breve di tempo. L’espropriazione, anche parziale, delle grandi proprietà a coltura estensiva, non può per se stessa costituire che il primo passo della riforma: ripartire ai contadini la terra non trasformata sarebbe, infatti, condannarli a soccombere. In attesa della fondamentale riforma, i cui principi saranno fissati dalla Costituente, e verranno formulati da un’apposita Commissione, misure di emergenza e di avviamento alla stessa riforma verranno prese dal Governo. Esse potranno essere: 1) ripresa delle espropriazioni delle terre, suscettibili di trasformazione, da parte degli enti esistenti, forniti di mezzi e di organizzazione tecnica, quali l’Opera nazionale combattenti , l’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano , e l’Ente sardo di colonizzazione , con eventuali contributi di finanziamenti da parte dello Stato. Tali enti dovranno rapidamente procedere all’esecuzione delle opere indispensabili per la messa in coltura della terra ed al loro successivo trasferimento ai contadini; 2) formazione di piani di trasformazione obbligatoria, da parte dei proprietari, di terreni a coltura estensiva. La mancata ottemperanza all’obbligo importerebbe il trapasso automatico agli enti espropriatori o a coltivatori diretti in grado di acquistarli con concessioni di credito da parte dello Stato; 3) provvedimenti per favorire l’acquisto di terre da parte di lavoratori agricoli consistenti in: a) facilitazioni fiscali (riduzione delle tasse di registro, di iscrizione e trascrizione, e della imposta fondiaria); b) facilitazioni di credito (per una parte del prezzo di acquisto); c) sollecitazione di offerta di terre, assicurando i venditori che i terreni volontariamente ceduti verranno considerati come espropriati in casi di trasferimenti coattivi della proprietà fondiaria. Tale offerta verrà provocata anche dai provvedimenti di cui ai commi a) e b). Per la trasformazione dei poderi familiari così acquistati lo Stato concederà contributi che per l’anno finanziario 1946-47 potrebbero fissarsi in 10 miliardi (che rappresentano contributi per le trasformazioni di circa 100.000 ettari) da aumentarsi, secondo le necessità, negli esercizi seguenti; 4) per i contadini che non possono acquistare la terra, incoraggiamento dell’affittanza collettiva, con adeguate forme di facilitazioni fiscali e contributi dello Stato per favorirne il finanziamento; 5) organizzazione di centri statali di moto-aratura e di macchine agricole, per favorire le imprese agricole contadine e istituzione dell’agronomo condotto, per dar loro un indirizzo tecnico; 6) modificazioni alle norme vigenti per la concessione temporanea di terra alle cooperative di contadini, estendendo il periodo di occupazione e consentendo l’occupazione di terreni suscettibili di un razionale avvicendamento colturale che le cooperative si propongono di realizzare. Saranno studiati provvedimenti di immediata attuazione per venire incontro alle necessità e alle aspirazioni delle masse agricole del Mezzogiorno. Il Governo è deciso ad affrontare nel suo complesso il problema del Mezzogiorno e delle isole ed a compiere ogni sforzo perché nell’opera di ricostruzione economica del paese i problemi dell’economia meridionale abbiano la giusta ed equa soluzione, sicché le condizioni sociali di queste regioni possano essere portate al livello delle regioni più progredite d’Italia. A tal fine verrà perseguita una politica di lavori pubblici e saranno attuate tutte le provvidenze di carattere fiscale e finanziario per promuovere il sorgere di industrie, specie trasformatrici di prodotti agricoli. Saranno pure studiate provvidenze di immediata attuazione per migliorare le condizioni delle masse agricole del Mezzogiorno. Alla fine di questa esposizione, che non vuol essere un panorama integrale dei propositi del Governo ma piuttosto una messa in rilievo dei punti sui quali si propone di concentrare i suoi sforzi, perché imposti dalle contingenze del momento, vorrei aggiungere due punti cardinali del nostro orientamento economico: 1) noi intendiamo suscitare e incoraggiare, non deprimere, le iniziative e le intraprese private, creando le possibilità del loro sviluppo: ecco perché, soddisfacendo un legittimo desiderio degli armatori e dei marinai, abbiamo creato un Ministero della Marina mercantile che dovrà ricostruire i nostri trasporti marittimi; 2) nello sviluppo del nostro programma economico-ricostruttivo e riformatore, terremo d’occhio particolarmente il Mezzogiorno e le isole di cui riconosciamo le particolari e più urgenti esigenze. Infine un’altra osservazione che dovrebbe parere superflua. Anche questo Governo, come i precedenti, non intende spostare come che sia lo stato giuridico e di fatto esistente nelle zone ove non si ha coincidenza ideologica fra le varie correnti rappresentate nel Gabinetto. Esso si mantiene entro i limiti segnati dalle leggi fondamentali e dai vigenti Patti Lateranensi e l’entrata di un democratico cristiano al Ministero dell’istruzione non sposta tale base, come non l’ha fatto per il passato e non lo può fare la presenza di un comunista al Ministero della giustizia. Poiché oggi più che mai la Repubblica nasce facendo appello alla santità dei trattati, più che mai è doveroso che noi diamo esempio di reciproca lealtà, ispirandoci nella nostra politica interna alle quattro libertà di Roosevelt , che ci proponiamo d’invocare e rivendicare presso nazioni grandi e piccole nei rapporti internazionali e nella nostra giusta pace. (Vivissimi, prolungati applausi).
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Accenna alla lettera del ministro Corbino che lamenta le critiche fatte alla sua opera da parte della stampa avversaria, mentre dovrebbe manifestarsi solidarietà di azione. Richiama la necessità di un concorde giudizio per mantenere una politica comune. Risponde alla interpellanza di Nenni sulla situazione spagnola . Il nostro atteggiamento deriva dalla nota 4 agosto 1945 nella quale il governo faceva noto agli Ambasciatori degli Stati Uniti, Inghilterra e Russia , che aveva preso nota del paragrafo relativo alla Spagna, scritto a Potsdam, e che l’Italia si allineava con l’Inghilterra e gli Stati Uniti e pregava di far conoscere l’atteggiamento degli Alleati. L’Ambasciatore in Inghilterra confermava che Bevin e l’Ambasciatore degli Stati Uniti prendevano atto e avrebbero informato. Il Presidente da notizia di altri informazioni recenti sulle intenzioni dell’Inghilterra e degli Stati Uniti di liquidare pacificamente la situazione di Franco. Gli Stati Uniti non vorrebbero misure drastiche e quindi rottura di rapporti diplomatici. Da Madrid si segnala che, malgrado l’intenzione francese, le Nazioni Inglese e Americana non vorrebbero rompere i rapporti con la Spagna in modo violento. A Parigi si dichiara che il Governo Italiano sarebbe andato fino ai limiti degli accordi con gli anglo-americani. Da Londra si informa che l’Inghilterra non intende accettare il rappresentante di Girail. A Washington si è confermato che la situazione non ha subito mutamento. Si desidera di evitare di portare la questione all’O.N.U. Sulla base di questi argomenti abbiamo seguito un criterio che risponde anche alla necessità di una situazione armistiziale. Non abbiamo in realtà una libertà d’azione. Siamo in coda alla linea di azione delle tre Nazioni Unite, dopo aver aderito in via di principio, alle loro premesse. Aggiunge che il trattato commerciale con la Spagna è in attuazione ed abbiamo già ricevuto delle merci. Certo non basta questo a giustificare un appoggio al Governo di Franco. Noi auguriamo la liquidazione del regime franchista senza guerra civile che da tutte le parti si ricorda con orrore. Si deve ricorrere alle elezioni per uscirne. Ritiene che quanto si poteva dire si è detto per dimostrare che non siamo d’accordo con Franco. Ma non possiamo troppo fortemente mutare il nostro atteggiamento tenuti presenti i pericoli degli interventi. I rapporti diplomatici non sono stati rotti dall’Inghilterra e dall’America e non ritiene opportuno adottare un diverso atteggiamento da parte nostra. Crede che si possano continuare i rapporti, cercando di indirizzarli su criteri democratici. L’Ambasciatore a Madrid è riuscito sovente ad intervenire per salvare dalla pena capitale varie persone: tale intervento non dà certo la sensazione di favorire il regime fondato sulla forza. D’altra parte, non bisogna svalutare le forze spagnole. La cosa più augurabile è che si possa glisser senza urti. Non ritiene che sia utile modificare le situazioni ritirando l’Ambasciatore. Bisogna pensare che si è alla vigilia della pace. La modestia si addice alla nostra situazione. […] Si riserva di vedere quanto si potrà fare. Si è trovato nella situazione analoga coi due governi della Polonia. […] Nenni ha sollevato degli appunti perché ancora è in atto una censura postale. […] Passa all’ordine del giorno. Propone, innanzitutto, lo schema di decreto legislativo Luogotenenziale contenente norme per lo svolgimento del referendum istituzionale e per la proclamazione dei risultati di esso . Accenna alle questioni aperte: simbolo, orario, composizione della Corte di Cassazione. Propone i simboli per la Repubblica: la stella oppure tralci di quercia e di alloro. Passa all’art. 7 che prolunga la votazione modificando l’art. 48, allo scopo di permettere lo scrutinio anticipato, e cioè dopo le 11 dell’indomani . Per quanto riguarda la bollatura ritiene, su conforme parere di Micheli, che si possa fare la sera prima dell’elezione. […] Passa all’esame degli artt. 16, 17 e 18 dove si prevedono i ricorsi. Rileva che la procedura è pesante per essere applicata in un momento di attesa come quello che intercorre tra le elezioni e l’esito di esse. Richiama l’art. 14 dell’altro testo che liquidava in pochi giorni la questione. Dobbiamo stabilire che la Corte, una volta in possesso dei risultati del referendum possa darne l’esito, salvo rilievi di grossa entità. Sarebbe pertanto opportuno che si dicesse per la nomina quanto è previsto dall’art. 17, ritornando però all’art. 14 del vecchio decreto per quanto riguarda la vecchia procedura. […] Fa presente che nel caso sorga una contestazione fortissima, la Corte non proclamerà i risultati.
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Fa una relazione in merito all’invito ricevuto da Parigi per dare il parere del Governo Italiano sulle linee stabilite dalla Commissione per la Venezia Giulia. Al telegramma che egli aveva inviato perché fossero sentiti gli esperti italiani della Marina e per le riparazioni non è stata data risposta. In via di fatto però un rappresentante della Marina e uno economico (Di Nola) hanno preso contatti, ma non basta. È necessario ora che i contatti siano sviluppati con personale tecnico e competente in materia economica e di imprese industriali. Quanto alla sua andata a Parigi, non nasconde di aver avuto qualche esitazione, ma oggi può considerarsi molto lieto di esservi andato: la nostra considerazione è cresciuta e vi è stata una notevole cordialità nei rapporti privati. Compito ufficiale era di prendere atto delle proposte della Commissione d’inchiesta per la Venezia Giulia. Poche ore prima della riunione ha potuto ottenere il rapporto di detta Commissione. Ha approfittato dell’occasione per raccogliere dati, controlli e statistiche che gli esperti avevano portato con sé. Il rapporto è firmato dai quattro delegati delle Nazioni e contiene una descrizione sintetica che in qualche punto da ragione all’una o all’altra parte. II rapporto annette Trieste, Gorizia, la vallata bassa dell’Isonzo, altre gravitazioni economiche verso di noi; per Arsa, conferma il carattere italiano delle città costiere. Esso doveva soprattutto cercare una linea etnica. Sulla base del documento egli poté esporre molte ragioni più che il rappresentante della Jugoslavia il quale protestò contro molti punti del rapporto. Avendo dovuto così far subito la prima obbiezione sul fatto che la Commissione d’inchiesta non si sia recata a Fiume, Lussino, Cherso e Zara e che la sua opera sia stata limitata alla Zona A escludendo la Zona B. A queste obiezioni non è stato risposto. Kardelj ha protestato contro la Commissione dicendo che essa si era recata «in territorio nazionale». Ecco il punto di partenza errato jugoslavo: essi lo considerano già territorio jugoslavo per diritto di conquista e per proclamazione di popolo; noi invece consideriamo queste terre sempre nostre. Ha potuto così riferirsi a punti del rapporto a noi favorevoli. La linea etnica è stata cercata con riguardo economico. Anche gli Slavi hanno concentrato la loro attenzione sullo stesso principio. Noi abbiamo fondato la nostra tesi sul porto di Trieste, insistendo sul carattere internazionale del porto stesso e mettendo in concorso il porto di Fiume e le comunicazioni. Viene staccato così il problema politico di Trieste nostra dal problema economico del porto. Questa tesi si è scontrata con quella slava, la quale ultima è stata sostenuta con fortissimo accanimento e con attacchi agli Alleati pressappoco del seguente tenore: «Voi Alleati volete dar ragione all’aggressore contro noi vostri Alleati». Hanno esagerato anche i danni, i quali, sovente sono stati invece, frutto di lotte fratricide. Quando egli ha preso la parola ha accennato che la questione tiene in ansia il popolo italiano e agiterà la Costituente. Non voleva polemizzare con gli jugoslavi. Ha ammesso la nostra situazione precedente, ma ha detto che gli sono stati mossi rimproveri di aver abbandonato la linea di sicurezza alpina; nello stesso tempo ha assicurato di averlo fatto per secondare le esigenze etniche jugoslave: questo era un primo passo d’amicizia. Poi ha confermato la proposta di smilitarizzare l’Adriatico e ha chiesto che anche gli jugoslavi smilitarizzassero le Bocche di Cattaro. Sono state poi presentate le linee predisposte dalle quattro Potenze. La linea russa attribuisce alla Jugoslavia gran parte della Venezia Giulia. Tatticamente gli jugoslavi hanno fatto presente che lasciano fuori Grado e Gradisca, ma la linea è al di qua del confine del 1866. Egli ha contestato pertanto che non si trattava di linea etnica ma di una linea totalitaria. Le altre linee percorrono il vecchio confine del 1918 lungo la valle dell’Isonzo e girano attorno a Gorizia e Trieste per finire a dividere in 1/3 italiani e 3/4 jugoslavi. La linea americana ci concede il Collio, frutteto di Gorizia ed è per noi la più favorevole. Comunque tutte e tre le proposte lasciano uno spazio assai angusto intorno a Gorizia. Attorno a Trieste, invece, la linea ha respiro. A Capodistria la linea inglese continua fino alla punta della penisola istriana con Dignano e Pola e tutte le città della costa. La linea americana è ancor più favorevole: spostata verso oriente e soprattutto nella punta per comprendere le miniere dell’Arsa (motivazione economica della povertà di carbone). La linea inglese è meno favorevole ma più di quella francese, in quanto quest’ultima, all’altezza di Montona in Istria, si precipita in mare e esclude Parenzo e Pola. Si è chiesto in base a quale criterio i francesi avessero tracciato questa linea: è stato spiegato adducendo il pretesto di lasciare meno slavi di qua. D’altronde non vi è una linea geografica etnica che sia ben distinta. De Gasperi ha fatto presente che la linea americana si avvicina di più alla linea Wilson, che risponde alla tesi da noi sostenuta e che la linea francese ci mette in difficoltà perché impone il sacrificio di terre e città care all’Italia e di molti italiani. Nel Plezzano vi è un grosso nucleo slavo, ma gli slavi non hanno strade per andare al Nord. Gravitano difatti verso Cividale e la zona udinese dove vi è un problema di esigenze del popolo. Perciò sostenne che la linea etnica doveva essere adattata e chiese il riesame della linea affinché venga concesso un maggior respiro intorno a Gorizia per un più vasto contatto coi suoi mercati. Malgrado il nostro desiderio che Arsa venisse compresa nella nostra linea eravamo tuttavia pronti al sistema degli accordi. Egli insistette però per un maggior respiro intorno a Gorizia. Era anche disposto ad addivenire ad un accordo per quanto riguarda l’acqua di Pinguente che, con una piccola correzione, potrà essere compresa. Si è occupato poi delle isole di Lussino dove vi è una maggioranza italiana e di Cherso dove c’è una forte minoranza italiana. Mise in rilievo i grandi sacrifici per Fiume e Zara insistendo che noi manteniamo il criterio di rispetto dell’autonomia. Per il resto ha riconosciuto un miglioramento e lo sforzo di venire incontro alle nostre esigenze. Disse a Molotov che i russi avevano proposto una soluzione che metteva tutti gli slavi nel loro territorio e se tale soluzione gli pareva opportuna. In tutte le linee noi verremmo ad includere più slavi di quanti italiani perderemmo. Ma non possiamo calcolare pari la zona di pastorizia al complesso di civiltà costituito da Fiume o altre città che sono territori economicamente e culturalmente sviluppati. Riferisce quindi i colloqui avuti. Dopo la nostra esposizione è saltata fuori la questione del plebiscito. In linea di principio non siamo contrari a plebisciti, ma non possiamo dare prevalenza a questi, dato che ci sono altri elementi da considerare. Byrnes ha proposto il plebiscito fra la linea russa e quella americana ma gli Jugoslavi si sono opposti. Nel suo incontro con Byrnes, gli chiese se la proposta restava in piedi. Questi rispose che la proposta restava ma limitata a detta zona e che gli slavi non accettavano. Egli allora si oppose al criterio del plebiscito per una zona più vasta. La questione grave è Trieste;la Russia gioca tutto per questa città e si deve dire che essa si è impegnata a fondo. Egli ha confermato che Trieste è per noi essenziale e che deve considerarsi un postulato fisso. Byrnes si è mostrato propenso ad accettare, in caso disperato, la linea francese. Egli fece ancora presente l’insostenibilità di tale linea. Byrnes propose allora l’abbinamento della questione coloniale con quella dei territori nazionali, ma il Presidente fece osservare che non sono situazioni comparabili. È da presumersi che i Russi tengano a Trieste anche per gli impianti navali, dato che non negano l’italianità della città. Per quanto riguarda la flotta ha parlato con cordialità. Byrnes ha dichiarato che De Gasperi ha sostenuto la tesi «very nicely». Ha inoltre avuto un colloquio con Bevin, dal quale ha avuto il convincimento che la questione del plebiscito è caduta. Anche lui insistè sulla linea francese. De Gasperi ha fatto osservare che noi, per quanto riguardava la flotta, non pretendiamo più di quanto avevamo. Ha constatato però che la questione viene trattata come se dovesse procedersi alla spartizione di un bottino. Bevin comprese quanto De Gasperi voleva dire. Il Presidente richiamò anche la possibilità di ricorrere all’O.N.U. per la minaccia che incombe sulle città italiane. Bevin propose una fascia costiera. Per quanto riguarda Trieste dichiarò che «non molleremmo mai Trieste ai Russi». Parlò in seguito delle colonie e dei possibili mandati nonché dell’indipendenza della Libia sotto l’imperio dei Senussi. De Gasperi chiarì la situazione dei Senussi, insistendo sul fatto che essi comprendono una confraternita cirenaica non gradita dai tripolini. Pure di fronte alla minaccia di una eventuale rinuncia alle colonie De Gasperi prospettò il ricorso all’O.N.U. Propose altresì la necessità di un governo affiancato agli italiani in attesa che la questione venisse definita. Bevin fece presente che l’Inghilterra aveva promesso le colonie ai Senussi. Ciò spiega l’atteggiamento inglese. II ministro inglese disse poi che il Negus aveva chiesto di essere sentito. De Gasperi illustrò, che l’Eritrea non avrebbe voluto essere posta sotto il governo del Negus, che Asmara è una città italiana e che gli ascari sono favorevoli all’Italia. Bevin voleva la riunione delle due Somalie. De Gasperi illustrò che l’unione dei due territori è inconciliabile, in quanto, mentre la Somalia inglese possiede materie prime, la Somalia italiana è una zona a carattere prettamente agricolo. Si parlò anche della flotta e pote’ rilevare che non vi è grande differenza fra la forza attuale e quella che si vorrebbe mantenere. Bevin accennò anche alla possibilità della revisione dell’armistizio, nel caso che la Conferenza di Parigi dovesse fallire. Come prima cosa De Gasperi chiese un alleviamento nel pagamento delle spese. Ebbe poi un colloquio con Molotov, il quale gli fece inizialmente cortesi dichiarazioni, nel senso che il popolo russo ha desiderio di aiutare le popolazioni italiane. De Gasperi colse allora l’occasione per prospettargli l’irredentismo italiano che si determinerebbe se 400 mila italiani venissero spostati in territorio jugoslavo. Gli confermò anche come il Governo italiano ci tenga alla revisione dell’armistizio. Molotov gli rivolse una domanda abile e cioè se il Governo italiano considera le colonie come cosa importante oppure come un peso. De Gasperi rispose che forse ex novo oggi la popolazione italiana non sarebbe favorevole a impegnarsi per una conquista. Ha fatto rilevare però che le colonie sono uno sbocco naturale per il popolo italiano, che considera la sua opera in quelle terre come una missione di civiltà, che in quelle terre sono stati fatti molti lavori ad opera del Governo italiano, ed infine, che trovasi tuttora colà molta popolazione italiana. Dalla domanda rivoltagli ha rilevato evidente il tentativo di proporre il cambio con Trieste. Rilevò la necessità di collaborazione coi popoli confinanti e quindi fece appello a Molotov perché cogli jugoslavi potessero essere presi gli opportuni contatti. Molotov rispose che si sarebbe interessato. Lo invitò quindi con insistenza a partecipare al suo ricevimento: fu cosa utile perché Molotov lo venne a prendere, il che gli permise di trovarsi con i più alti personaggi politici, fra cui Bidault, al quale De Gasperi propose la nomina di una persona per il «consolidamento» della frontiera italo-francese. In questa riunione Molotov colse l’occasione per iniziare la sua opera di avvicinamento, versando dello champagne e facendo toccare il suo bicchiere con quello di Kardelj. Fu questo gesto il primo scambio diretto di idee. Dalla Conferenza di Parigi ha riportato l’impressione che vi sia qualche progresso, benché ci troviamo fra due macine di molini. Richiama la preziosa collaborazione di Tarchiani, di Carandini e di Saragat nel periodo passato e più di tutto per i diligenti e continui interventi. Rivolge infine un ringraziamento anche al nostro personale diplomatico, agli esperti e a tutti coloro che hanno una vera consapevolezza di questo grave momento. Parla poi dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III . Riferisce che della cosa se ne parlava da vario tempo, ma non vi era stata mai alcuna richiesta di parere. Appurò se vi erano «pour parler» cogli Alleati perché le conseguenze potevano connettersi con l’azione alleata. Il giorno 8 ricevette una lettera da Stone in cui dice che l’abdicazione del Re non provocherebbe alcuna obbiezione in quanto tale fatto non incide sui poteri costituzionali del Luogotenente. Si è saputo ieri che il Principe aveva trascorsa la mattinata col Re e la Regina ed era stato firmato l’atto di abdicazione. Ritardata la partenza della nave il Successore tornò a Roma nella notte. Stamane il nuovo Re gli ha consegnato l’atto di abdicazione e la lettera del Re Vittorio Emanuele con cui dona la raccolta numismatica allo Stato Italiano. Ieri, fra coloro che si son presi congedo, vi fu l’Ammiraglio Stone che si recò a Napoli in ricordo della collaborazione dei primi mesi. Legge la lettera del nuovo Re diretta al Presidente del Consiglio, in cui riafferma la sua volontà di osservare gli impegni . Questa lettera apporta molti dubbi e ansie: si precisa che i poteri sono quelli che esercitava il Luogotenente anche se chi esercitava tali poteri si chiama oggi Re Umberto II. Viene confermata altresì l’osservanza dei risultati del referendum e delle elezioni. Anche la questione formale del cambio del Governo è superata in quanto da parte del Capo dello Stato viene fatto invito alla collaborazione del Governo. Il Consiglio dei Ministri, però, non può soltanto prendere atto di questo evento ma deve provvedere a un allacciamento fra le due situazioni e questo si concentra in un articolo unico di decreto da approvarsi, che prevede l’emanazione delle leggi nella forma di decreti reali intestati al nome di Umberto II. […] Non si può impedire al Papa di uscire sul balcone per non urtare dei protestanti che siano tra la folla. Qui si ratta di un rinnovamento della Monarchia e non si possono negare eventuali manifestazioni . L’interessante è di evitare urti fra partiti e di stabilire l’ordine pubblico.
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La seduta si apriva con una comunicazione del presidente che avvisava il Consiglio di aver dato lettura al re della proclamazione della Corte di Cassazione: «Verbale relativo alla proclamazione dei risultati del “referendum” sulle forme istituzionali dello Stato . Repubblica 12.672.676 Monarchia 10.688.905 La Corte, a norma dell’articolo 19 del decreto legislativo luogotenenziale 23 aprile 1946 n. 219, emetterà in altra adunanza il giudizio definitivo sulle contestazioni, le proteste e i reclami presentati ai singoli uffici delle singole sezioni o agli uffici centrali circoscrizionali o alla stessa Corte concernenti lo svolgimento delle operazioni relative al “Referendum”: integrerà i risultati coi dati delle sezioni ancora mancanti; ed indicherà il numero complessivo degli elettori votanti e quello dei voti nulli». Ma è appunto sull’interpretazione dell’art. 2 che è sorta una contestazione. Io personalmente credo che la proclamazione sia avvenuta e che sia produttiva degli effetti previsti dalla legge. Potremmo, intanto, emanare il decreto, senza la parte che riguarda il sigillo dello Stato. Di ciò potremmo decidere dopo il 18. […] Propone, se si è d’accordo, di inviare un Ministro dal Re a notificargli che il Consiglio ritiene che la proclamazione oggi avvenuta sia produttiva dell’effetto di decadenza della monarchia. […] Decide di recarsi dal Re e sospende la seduta. [La seduta viene ripresa alle ore 0.45]. Due testimonianze che modificano la situazione sono quelle di Ruini e Stone: Ruini ha espresso il parere che la decisione della Cassazione nulla ha mutato della situazione giuridica del Re. Stone si è presentato al Re per conto suo e gli ha detto anche a nome di Morgan che la questione è aperta e la decisone della Cassazione non è sufficientemente decisiva. Il Re ha riferito di aver dichiarato a Stone di essere disposto ad allontanarsi, ma che, essendo la decisione provvisoria, delegherebbe al Presidente del Consiglio i poteri fino alla decisione definitiva. Con ciò terrebbe conto dello spirito della legge e delle esigenze democratiche. Accenna poi a quanto Stone ha dichiarato sulla eventuale provvisorietà della proclamazione della Corte di Cassazione. Su tale punto si svolse la discussione col Re al quale fece presente che non si poteva prescindere dal risultato del referendum. Inoltre facendo propria la tesi di Bracci prospettò al Re una formula che dà riconoscimento alle funzioni di Capo dello Stato. Il Re insistè sul criterio di delegare i suoi poteri, in modo da ottenere la obbedienza delle forze militari al capo provvisorio. La casa reale sentì i pareri di Ruini, Scialoia e Visconti Venosta . Egli, perciò, fece presente che vi era già un pronunciamento della Cassazione che era invitata a svolgere i suoi lavori con cautela ed accurata elaborazione dei dati. Il Re dichiarò che si sarebbe ritirato ed assicurò che avrebbe mantenuto la sua parola e la sua lealtà. Egli, perciò, si riservò di riferire al Consiglio. […] In sostanza il Re è pronto a dare atto con lettera che non sconfessa il referendum, che cede i poteri e si ritira. Così esercito e marina obbediranno senza difficoltà. Bisogna, quindi, decidere per domattina. Si può sentire il parere del Consiglio di Stato. Chiede se sia accettabile la soluzione che il Presidente del Consiglio eserciti per 4 o 5 giorni i poteri quale rappresentante della Corona, il che non intaccherebbe i risultati del referendum. […] L’intervento alleato non è sostanziale: ritiene che si tratti solo di passi personali di Stone. Sulla proposta di Nenni , rileva che sia più opportuno avere la lettera del Re prima di adottare una decisione del Consiglio. Rileva che il Re ha accennato che la delega dei poteri andrebbe fatta con la formula della Luogotenenza. A suo parlare, questa difficoltà è superabile. […] Propone di redigere un comunicato nel quale si confermi il risultato del referendum e si faccia appello alle masse repubblicane perché consapevoli della loro forza restino ferme senza raccogliere le provocazioni .
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Riferisce le impressioni manifestategli dall’Ambasciatore Charles, e cioè che questi aveva la sensazione che la Corte di Cassazione non avesse emessa una decisione definitiva. Comunica di aver fornito in merito gli opportuni chiarimenti. Per quanto riguarda Trieste ha fatto presente la delicatezza della situazione. Informa poi il Consiglio sulla visita dell’Ammiraglio Stone: anche questi ha avuto l’impressione che la Corte dei Conti abbia voluto sfuggire ad una decisione precisa. Gli Americani non intendono che il Governo assuma una posizione in contrasto con le decisioni della Corte di Cassazione. Soggiunge che Stone ha riferito ciò anche al Re e ha detto inoltre che bisogna chiarire la situazione della Cassazione chiedendo se la seconda dichiarazione è da ritenersi decisiva. L’Ammiraglio Stone ha anche approvato la proposta del Re di affidare al Presidente del Consiglio i poteri di Capo provvisorio dello Stato. Egli ha chiesto poi cosa accadrebbe se la Corte di Cassazione non decidesse in maniera inequivocabile. Ha risposto che essendo vicini alla Costituente, la questione sarebbe ad essa devoluta. Ruini osserva che non essendo decisivo il responso della Cassazione sarebbe inopportuno proclamare la Repubblica. Ritiene logico invece il passaggio dei poteri di Capo provvisorio dello Stato a De Gasperi. Informa, altresì, che Orlando ha confermato che il Re gli ha espresso il pensiero di ritirarsi delegando De Gasperi, in quanto è suo desiderio trascorrere tranquillamente i 5 giorni che precedono il verdetto della Corte di Cassazione. Egli crede che si possa ancora attendere per la proclamazione fino ad una decisione della Cassazione. Pacciardi ha chiesto se De Gasperi è stato investito dei poteri di Capo dello Stato: riteneva che la dimostrazione di questa sera dovesse eventualmente essere energica. Gli prospettò, pertanto, che l’atteggiamento del Governo si è già dimostrato energico e lineare e che si tratta, sul terreno pratico, di trovare una via di compromesso. Bisogna ora decidere la linea da seguire. […] Comunica di essersi recato dal Re per riferire i risultati. […] Chiede che il Consiglio si pronunci in proposito . Per quanto poi lo riguarda personalmente, come Presidente del Consiglio dei ministri comunica che non si oppone a che egli riceva la delega dal Re. Per il Consiglio dei Ministri è già deciso che l’assunzione dei poteri avvenga in base alla proclamazione dei risultati: inoltre ci sarà la delega. [La seduta viene sospesa alle ore 13.00. Il Consiglio dei ministri viene nuovamente convocato alle ore 18]. Riferisce sul colloquio avuto poco prima col Re. Il sovrano ha avuto altri colloqui, fra i quali quello con Orlando. Il Re ha detto di comunicare che agirà in piena legalità, con senso di pacificazione, e che il Consiglio non ha da temere delle sorprese. Egli chiese poi al Re se aveva esaminato lo schema lasciatogli: il Re rispose che era sostanzialmente d’accordo, ma che avrebbe dovuto interpellare qualche giurista. Egli accennò, poi, alla tensione della situazione e delle voci di crisi originate da tutti questi contatti e che non poteva lasciarsi dubbio sulla validità del referendum. Fece presente al Re che si tratta del mutamento di un regime e che Egli poteva perdere quella popolarità che si è acquistata col suo contegno leale. Per quanto riguarda l’assunzione dei poteri riferisce di aver ottenuto il consenso del Re parallelamente alla decisione del Consiglio dei ministri. Parlò con angoscia anche in vista della situazione internazionale, ma il Re diede assicurazioni che non sarebbe avvenuto nulla di compromettente. Gli lesse poi la sentenza della Cassazione nella sua conclusione. Il Sovrano confermò, in sostanza, le sue buone intenzioni, nel senso che le cose si svolgano in forma pacifica e promise di consegnare il documento al più presto e possibilmente verso le 19. […] Fa presente di aver ricevuto ora i rapporti dei Partiti ai quali ha confermato l’orientamento del Governo, che cerca di raggiungere un accordo anche per rispetto alla forte minoranza. [II Consiglio tornava a riunirsi alle ore 21]. Partecipa che non si ha ancora nessuna comunicazione dal Re. […] Vorrebbe evitare per ora la deliberazione formale . […] Questo è vero in teoria , ma politicamente sarebbe un errore: questa è opinione non soltanto mia. Non mi pare giunto il momento di fare un passo che può determinare la guerra civile. [Il Consiglio viene sospeso e rinviato alle ore 0,30]. Dichiara che aveva in corso una trattativa col Re circa la delega. Il Sovrano ha sentito però, nel frattempo Orlando, Nitti e Bonomi. Orlando ha sostenuto la delega, ma ha anche prospettato la tesi «dell’uovo di Colombo» e cioè di lasciar le cose come stanno fino a definizione del referendum. Da ultimo, dopo le informazioni portate da Arpesani dal Quirinale, dove era stato mandato per parlare col Re, il Presidente ha parlato con Lucifero il quale ha fatto presente che, date le tesi contrastanti e dato il tenore dell’ordine del giorno di ieri sera del Consiglio dei ministri, [occorre] insistere nella tesi di una convivenza, salvo promettere per domattina una formula. Il colloquio telefonico è stato molto lungo e con forte contraddittorio. Alla fine è stato concluso che domattina sarà presentata una formula. Se domani non ci saranno risposte, si esaminerà cosa bisognerà fare. Esclude ogni possibilità di difforme decisione da parte del Re il quale, anzi, crede di fare opera utile restando momentaneamente al suo posto perché così tiene ferme le forze a lui fedeli, viene salvaguardato l’ordine pubblico, e trattenendo in ispecie le sinistre da eventuali eccessi. Lucifero deplora che ci sia stato l’ordine del giorno che ammette quasi l’esistenza della Repubblica. Vediamo cosa si può fare se si determina un urto fra Corona e Governo. Le dimissioni sono oggi difficili perché non c’è ancora un Parlamento. Ma conviene oggi dimettersi, prima della Costituente? […] Chiede se è possibile sapere quando la Corte di Cassazione potrà finire i suoi lavori: il 18 giugno sarebbe un termine felice. Se si va oltre tale data è il fallimento della legge sul referendum, perché la Costituente ha un potere dovuto alla sua sovranità. Bisogna valutare le forze. Se si dice che la Patria è in pericolo le forze vengono da sé. Abbiamo affermato il principio, ma se domani insistiamo nel nominare il Capo dello Stato dobbiamo sapere su che cosa bisognerà appoggiarsi Ritiene che il Consiglio possa essere convocato domani telefonicamente [La seduta è tolta alle ore 1,40].
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Ringrazia il collega Nenni della sua fatica che darà elementi per affrontare la battaglia diplomatica. Le sue conclusioni sono però tutte subordinate alla decisione sulla accettazione o meno del trattato, il che non rientrava nel compito di Nenni Conferma che è diffusa negli ambienti della conferenza l’opinione che si è andato troppo oltre nel gravare sul trattamento all’Italia. Se le attuali esplorazioni non sono state fatte prima, come ha rilevato Nenni, ciò fu dovuto alle altre infinite preoccupazioni. Ma ritiene che comunque la questione di Trieste sarebbe risultata fondamentale – qual è – ed impossibile ad essere superata. Per ottenere altre concessioni di rilievo e trattare, sarebbe occorso mollare al tutto Trieste; il che a noi era – ed è – impossibile fare. De Gasperi ha la sensazione, anche per altri contatti (uno poi, odierno con deputati inglesi) che la reazione italiana al trattato abbia influito l’opinione inglese, in senso favorevole a noi. Circa la pretesa correlazione fra Trieste e Bolzano osserva che gli Alleati sono stati incongruenti non tenendo nella dovuta considerazione il problema economico-commerciale del porto e delle linee interne di Trieste, che stava a nostro favore. Nell’Alto Adige noi ci siamo dichiarati disposti a considerare e 1a questione etnica e quella economica. La Jugoslavia in realtà non vuole accettare nessuna reciprocità per le minoranze. Essa si considera Stato vittorioso nei confronti di noi vinti. L’Italia è disposta ad accettare anche un controllo internazionale in favore delle minoranze tedesche dell’Alto Adige. I 200.000 tedeschi e forse meno dell’Alto Adige sono presi in grande considerazione da Bevin che sembra preccuparsene; ma nessuno si preoccupa degli italiani dell’Istria e di Pola che resteranno sotto la Jugoslavia. Contesta che si possa eventualmente compensare l’inclusione di Pola nello Stato libero di Trieste con l’includervi anche Gorizia perché sia Pola che Gorizia sono del tutto italiane. Proseguendo il presidente De Gasperi osserva che la politica dei «non blocchi» né a destra né a sinistra ha però finito per isolare l’Italia. Ritiene che la procedura per la ratifica sarà assai lunga (intanto il Senato degli Stati Uniti non potrà trattarne che in gennaio). Quindi prima di tutto ritiene opportuno battersi, resistendo e attendendo. Non potremo abbandonare la resistenza su un terreno di giustizia e di sentimento per preoccupazione di ordine interno e cioè di alimentare reazione o propaganda di destra. Oggi dobbiamo per intanto tener fermo in un primo tempo, anche se arriveremo poi a una conclusione razionale e non sentimentale. I sondaggi di Nenni rafforzano il dubbio che non si possano ottenere miglioramenti territoriali. II trattato è un quasi disperato espediente dei «quattro» per non arrivare ad un urto che minacci la pace. Donde la difesa quasi solidale di essi delle posizioni raggiunte. L’atteggiamento definitivo dell’Italia sarà comunque deciso e dal Governo e dalla Costituente. II trattato, osserva ancora il Presidente, in ordine alle condizioni economiche quasi aggrava quelle dell’Armistizio. Quale pace sarebbe questa? Forse definitiva? Non decide ancora delle colonie. Potremmo mai accettare rinuncia ai nostri crediti verso la Germania? Non bisogna gettarci ad un impresa e ad un impegno di carattere compromettente all’interno; ma nemmeno potremmo accettare senz’altro delle condizioni che possano essere migliorate a nostro favore. Le clausole militari poi sono addirittura oltraggiose. Renderebbero l’Italia indifesa e senza alcuna garanzia! A richiesta del ministro Macrelli , Nenni informa che le clausole del trattato saranno discusse dinanzi a due speciali commissioni della Conferenza. Queste riferiranno con rapporto alla Conferenza dei ventuno. Questa procedura – osserva De Gasperi – impedirà di prospettare una soluzione di compromesso fra i vari punti. Ma contro questa tattica egli – De Gasperi – domanderà tosto di essere sentito in seduta pubblica plenaria. […] Prende impegno di mandare relazioni da Parigi ovvero di venire egli stesso a Roma per riferire al Consiglio.
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Ritiene dovere fare una relazione sulle discussioni di Parigi, anche in relazione alle discussioni e alle polemiche che ne sono derivate in Italia delle quali ultime ha potuto prendere esatta conoscenza solo al suo ritorno ieri avvenuto. Richiama l’attenzione sulla questione di rinvio della decisione su Trieste. In realtà nel suo discorso non fu avanzata una proposta di rinvio, ma solo il suggerimento di tale soluzione ove non fosse possibile addivenire ad una soluzione conveniente e risolutiva. Cita le frasi testuali del suo discorso tenuto alla Conferenza. Non si trattò di una proposta di rinvio alla conclusione del Trattato di pace, ma di un suggerimento di differimento della particolare decisione su Trieste. Tale rinvio non avrebbe portato anche al rinvio dello sgombero delle truppe alleate dall’Italia, che, comunque, dovrebbe avvenire tre mesi dopo la conclusione del Trattato di pace. Illustra la bontà dei suggerimenti, il cui accoglimento non avrebbe portato alcun pregiudizio all’Italia, ma anzi un vantaggio evidente. Riferisce sui lavori della Delegazione. Alla prima riunione del 7 agosto si è discusso sul modo di impostare e far conoscere le nostre ragioni, non essendosi quel giorno ancora certi se la Delegazione sarebbe stata sentita nella seduta plenaria della Conferenza. Legge alcune parti del verbale della succitata seduta della Delegazione del 7 agosto . Vi si rileva la constatazione che l’Italia si trova di fronte ad un vero «diktat». Egli [De Gasperi] conferma che il trattato preparato per l’Italia appariva un «espediente» un «provvisorio». Chiese ai presenti se si doveva fare solo della critica o avanzare delle proposte per correggere il Trattato. Espresse il parere che nell’intervento nostro si dovesse dimostrare il desiderio di collaborare alla ricostruzione mondiale. Nella discussione avvenuta in tale occasione in seno alla Delegazione sollevò la questione se si potesse o dovesse firmare il trattato. Egli obiettò che la firma costretta e forzata non implicava l’accettazione del trattato, del quale l’Italia non aveva alcuna responsabilità essendo stato redatto e presentato senza la nostra partecipazione. Circa l’internazionalizzazione di Trieste, sarebbe accettabile ove con essa potesse difendersi la nazionalità italiana di Trieste. Lo stesso per Pola. Circa le vecchie colonie, nessuna rinuncia preventiva. Quaroni, ambasciatore a Mosca, informa che Pola non doveva considerarsi problema russo, ma bensì jugoslavo. Il Presidente on. De Gasperi, prosegue la relazione, riferisce poi sui colloqui da lui avuti a Parigi. Con Molotov . Era stato il delegato russo a mettere in circolazione la versione che noi [De Gasperi] avevamo proposto il rinvio del trattato. De Gasperi volle andare da lui per rettificare la sua impressione. Molotov gli confermò che aveva piena fiducia nella ripresa dell’Italia. Egli [De Gasperi] successivamente cercò di correggere il suo giudizio sul preteso ritardo della nuova Italia nel cammino della evoluzione e delle riforme sociali, spiegandogli che siamo stati impegnati nella ricostruzione politica e trattenuti dalle condizioni economiche difficili dell’Italia nonché della statalizzazione e nazionalizzazione già effettuata di molte grandi industrie (I.R.I. Istituto Ricostruzione Industriale). In agricoltura gli espose che una riforma agraria unitaria e generale possa essere attuata per tutte le regioni della penisola. Ma un primo esperimento è in corso. Infine la condizione del nostro bilancio e la nostra situazione armistiziale non consentono grandi e libere iniziative. Al che Molotov riconobbe che l’Italia era sostanzialmente più in avanti su questo terreno che non i francesi e gli inglesi. Riconobbe pure che le clausole economiche del trattato sono troppe onerose per l’Italia. Molotov richiese i dati delle proprietà italiane all’estero che De Gasperi non poté dargli. De Gasperi gli espose che già egli aveva fatto dichiarazioni contro il fascismo a Londra e non aveva ritenuto necessario ripeterle a Parigi. Difese l’Italia dall’accusa di imperialismo economico per avere sostenuto nel discorso la necessità del patrimonio minerario dell’Arsa e dell’Istria. Spiegò che la sua proposta di rinvio della questione di Trieste non includeva ostilità verso la Jugoslavia, ma il desiderio di aprire possibilità di intese dirette. Sull’inclusione di Pola nel territorio di Trieste Molotov non volle pronunciarsi. Sulla questione della ratifica (se sia necessaria quella dell’Italia) Molotov rispose di non sapere come pronunciarsi. (Delegati americani osservarono a De Gasperi, che l’interpellò, che il senato americano non discuterebbe un trattato non sanzionato). Spiegò poi [De Gasperi a Molotov] come erano corse le convenzioni cogli anglo-americani per le linee aeree, e come si sia trattato e si tratti unicamente di aviazione civile, per la quale l’Italia ammetterà sempre la parità anche per la Russia, senza esclusivismi. Lo assicurò che l’Italia non ha intenzione di legarsi con nessuna altro Stato nel Mediterraneo, ma gli fece presente la necessità di buoni rapporti con l’Inghilterra e con l’America delle quali abbiamo bisogno anche per i più urgenti soccorsi alimentari e di materie prime. Molotov ne prese atto assicurando inoltre che la Repubblica democratica italiana gode le più vive simpatie del popolo Russo. De Gasperi rispose insistendo sulla questione di Trieste – eliminata o rinviata la quale – una concorde intesa con la Russia su molti punti sarebbe di gran lunga facilitata. Molotov, a sua domanda, espresse a De Gasperi il pensiero che incontri diretti con la Jugoslavia egli li riteneva quanto mai opportuni. In proposito il Presidente illustra al Consiglio i suoi ripetuti tentativi di trattative dirette con la Jugoslavia, specie quella a mezzo dell’Ambasciatore a Varsavia on. Reale presso lo stesso Kardely. Legge al riguardo il rapporto dell’Ambasciatore a Varsavia, Reale che riferisce l’assoluta contrarietà di Kardely ad un incontro con De Gasperi prima che la questione dei confini e dello Stato libero fosse stata risolta. In questo colloquio con Reale, Kardely valutò i danni sofferti dalla Jugoslavia da parte italiana a 10 miliardi di dollari. Risulta perciò – dichiara De Gasperi al Consiglio – che le trattative che gli si rimprovera di non avere pensato o voluto fare, gli sono in realtà riuscite impossibili. De Gasperi accenna ancora ad un altro rapporto di Reale su un colloquio da questo avuto col vice Presidente del Consiglio polacco (comunista) [Stanislaus Mikolajczyk] che lo aveva richiesto se il partito comunista italiano era d’accordo con la politica estera di De Gasperi. Il Presidente informa poi il Consiglio dell’attività della Delegazione nei lavori delle Commissioni della Conferenza. Espone le difficoltà di questo lavoro mancando alla nostra Delegazione la possibilità di presentare direttamente delle controproposte o degli emendamenti se non ricorrendo a delegati di qualche paese amico o simpatizzante. Fa presente che la relazione giornalistica sulle proteste olandesi e belghe alla Conferenza relative alla contestazione che l’Italia sia mai stata in stato di guerra con quelle Nazioni è stata artificialmente svisata. Il giorno dopo l’Ambasciatore d’Olanda [Willem L.F. van Bylandt] si affrettò a recarsi da De Gasperi a dirgli che desiderava che il popolo italiano non pensasse all’ostilità dell’Olanda verso di esso. Aveva dovuto contraddire l’affermazione di De Gasperi prima perché in realtà la dichiarazione di guerra vi era stata e poi perché in caso contrario, l’Olanda non avrebbe avuto il diritto di partecipare alla discussione. Informa che gli emendamenti elaborati dalla nostra delegazione – suddivisa in Comitati – sono ben sessanta accompagnati da memorie illustrative. Espone come si trattò la questione delle clausole territoriali fra l’Italia e la Francia. Sei erano le proposte francesi: Briga e Tenda; le terre di caccia: Chaberton; Valle Bardonecchia; Piccolo San Bernardo; Moncenisio, e ancora il paesetto di Olivetta. Noi respingemmo le domande circa Moncenisio, Briga e Tenda e Olivetta. Con Bidault De Gasperi insistette perché fosse levata la spina strategica della domanda del Colle di Tenda. Bidault alla fine promise di riesaminare la cosa; ma egli dubita che lo Stato Maggiore francese acconsenta. Pel Moncenisio una concessione fu già fatta sulla prima domanda. Il confine correrebbe sul Plateau del Moncenisio. La centrale elettrica sarebbe inoltre lasciata all’Italia. Mancherebbe ancora a noi la diga che sta sopra. L’ultima parola non è detta; ma nulla vi è di certo per noi su questo punto. Nell’opinione pubblica francese c’è un certo riavvicinamento verso di noi. Trieste: La nostra Delegazione ha lanciato l’idea subordinata di una consultazione diretta delle popolazioni del territorio o Stato libero di Trieste. Tre sono le questioni: 1) frontiera Alto Isonzo; 2) frontiera di Gorizia; 3) Pola nello Stato libero. 1) Le popolazioni dell’Alto Isonzo anche slave gravitano economicamente verso l’Italia, su Gorizia, fatalmente. Noi non abbiamo però insistito a reclamare attenendoci e basandoci sulla linea etnica, ma abbiamo fatto presente la realtà. 2) Invece la delegazione insiste nel lasciare maggior respiro a Gorizia dichiarando che l’Italia sarebbe all’uopo disposta a costruire alcuni chilometri di ferrovia per lasciare agli slavi una comunicazione autonoma senza incorporare e sacrificare tratti di terreno della stessa città di Gorizia. 3) La linea francese (adottata nel trattato) esclude Pola dal territorio libero mentre quelle inglese e americana vi includono Pola. Egli esporrà la tesi svolta e sostenuta dalla Delegazione. Ma prima accenna – anche per rispondere alle critiche di non averlo trattato – al lavoro della Delegazione in materia economica. Ancora una parentesi sulla flotta. Speriamo di aver ottenuto l’esclusione a considerare la flotta come preda di guerra; ci sarebbe in tal caso tolto il surplus, lasciando all’Italia un numero maggiore di navi di quello considerato nel Trattato. Migliori le condizioni in elaborazione nei riguardi delle nostre colonie. Forse si rinuncerà a chiederci una preventiva rinuncia in blocco. Pare che dietro la rinuncia della Cirenaica in loro favore gli inglesi siano disposti a lasciarci ritornare a Tripoli. L’Etiopia contro il suo appoggio a noi sulla questione di Pola sarebbe forse disposta a trattare per una sistemazione concordata nei riguardi dell’Eritrea. De Gasperi insomma ritiene di poter sperare che tutte le colonie non siano per andare perdute. Sulle clausole economiche si è messo in rilievo ciò che l’Italia ha dato, i danni subiti, ciò che sarebbe tolto. De Gasperi elogia il memoriale redatto sotto la direzione del ministro Corbino. Riparazioni: II Delegato australiano Ivatt ha proposto che prima si stabilisca se l’Italia può pagare; poi quanto può pagare e in qual tempo; infine dare a ciascuno che ne abbia diritto in proporzione. La proposta russa può in sostanza essere ed apparire più equa verso l’Italia. La Repubblica dei Soviett chiede 100 milioni di dollari mentre gli jugoslavi pare vogliano chiedere 1.100 milioni. A noi vale meglio il metro russo. I nostri esperti ritengono ci convenga anziché verso una liquidazione proporzionale seguire il metodo di una liquidazione forfettaria verso ciascun paese che avanzi pretese. Venendo alla polemica politica, il Presidente De Gasperi richiama i Ministri a rileggere il suo discorso di Parigi che è basato sul principio della cooperazione internazionale. Si è trovato dinanzi ad una corrispondenza dell’inviato a Parigi del «l’Unità» che lo ha stupefatto. In realtà noi, alla Conferenza di Parigi, abbiamo elevato il dibattito di tono. Rileva che invece il giornalista Pastore sull’«Unità» ha parlato di speculazione dell’Italia. Ci attribuisce scopi elettoralistici. Critica la proposta di rinvio perché porterebbe a mantenere le truppe alleate in Italia. Rimprovera la mancanza di trattative dirette con la Iugoslavia. Così Pastore . Poi Montagna in altro articolo sull’«Unità» moltiplicò le critiche affermando che su Trieste non era possibilità di battersi e che De Gasperi aveva agito in contrasto col parere e il pensiero della Commissione Esteri della Costituente . Il Presidente prosegue citando corrispondenze e articoli del giornale comunista contro la sua attività a Parigi quale presidente della Delegazione. Cita inoltre le dichiarazioni dell’on. Togliatti di ritorno da Parigi a giustificazione delle critiche dell’«Unità» e ad attacco contro la proposta di rinvio della decisione di Trieste. Ne risulta che i critici sostanzialmente sostengono: 1) le decisioni dei quattro sono irremovibili a meno di provocare la guerra; 2) la proposta di rinvio non era autorizzata; 3) bisogna essere realisti; 4) bisogna trattare con la Jugoslavia. De Gasperi replica: Non c’è realismo politico che può consigliare al portavoce dell’Italia di rinunciare a priori alla affermazione della linea etnica. Nessuno potrebbe assumersi diversamente la responsabilità di questo trattato. Realismo le decisioni dei quattro? domanda De Gasperi. Ma allora perché avete convocata la Conferenza? Comunque la nostra Nazione deve fare il tentativo di ottenere giustizia. Eppoi l’impegno dei quattro esiste per tener fermo il trattato solo se la Conferenza non suggerisca a maggioranza rettifiche e riforme al trattato. Il contrasto di visione e di atteggiamento sta solo nel fatto che il corrispondente dell’« Unità» è partito dal concetto che non ci sia più nulla fare. Ma allora a che cosa fare saremmo andati noi a Parigi? In realtà andandoci e battendoci in nome degli ideali democraticiabbiamo fatto il nostro dovere senza offendere nessuno (non una sola parola nel mio discorso contro la Russia) e richiamando i quattro e gli altri ad un concetto di collaborazione e di giustizia internazionale. E ritengo che sia stato bene ed utile praticamente essere andati a Parigi a sostenere questa tesi. Perché la nuova Italia repubblicana non avrebbe dovuto dire questa parola che ha risollevato il tono stesso della discussione come è quasi generalmente ammesso? II rinvio era un suggerimento, non una proposta, per lasciar tempo di arrivare ad una soluzione possibile. Esso sorge dalla precarietà stessa, dalla precisione della soluzione data nel trattato al problema di Trieste. Bisognerebbe essere per davvero convinti che lo Stato libero di Trieste così come determinato possa in realtà vivere o durare per ammettere conveniente una soluzione errata quale quella improvvisata dai «quattro grandi» nel giugno scorso. Gli sono rimproverate le «lamentele» a Parigi. Lamentele per verità egli non ne espose, osservando un ben diverso «stile». Ma avremmo dovuto lasciare ai nazionalisti la deplorazione del trattamento fatto all’Italia e l’espressione di solidarietà verso i fratelli che dovremo abbandonare? Sulle mancate trattative dirette cogli jugoslavi si richiama alle informazioni date all’inizio di questa relazione. Ma perché certi corrispondenti non suddividono almeno le loro deplorazioni fra noi e l’altra parte? Avremmo proprio dovuto consegnare quali criminali di guerra lunghi e arbitrari elenchi di cittadini italiani senza provvedere ad un qualsiasi accertamento? Ci si suggerisce, dai critici sopra menzionati, di metterci d’accordo prima con la Jugoslavia contro l’imperialismo anglo-sassone su Trieste. Ma come farlo in queste circostanze e di fronte alle proposte del trattato relativo a Trieste? L’on. Togliatti, in una replica giornalistica parla, a propria giustificazione, di «osservazioni», di «diritto alla critica»; ma altro si è il diritto di polemica su questioni interne e all’estero. Ora noi ci trovavamo a Parigi, all’estero, a sostenere una questione d’ordine e d’interesse nazionale. Se critiche si volevano fare dovevano essere fatte alla Commissione degli Esteri della Costituente. Non si può ammettere che anche questo modo – di Togliatti – sia collaborare e servire il nostro Paese. Attacchi così formali che vengono riprodotti diversamente all’estero contro la nostra Delegazione, non costituiscono un servire alla Nazione. Crisi? Se qualcuno vuol cambiare i delegati e se i partiti che partecipano al Governo non sono d’accordo su questioni di sostanza sulla opera mia, allora – prosegue De Gasperi – se ne tirino le conseguenze. Ma in questo momento la crisi non può essere utile all’Italia, forse solo a qualche partito, e sarebbe a vedersi se il vantaggio andrebbe a quelli che attaccano o a quelli che si difendono! Io sono ancora pronto ad esaurire il mio compito. Ma all’uopo occorre che ci sia una tregua! Se si trattasse del corpo elettorale direi subito: accetto, rimettiamo la questione al popolo e lo farei senza preoccupazioni e senza paura. Ma si tratta non di elettori ma di un consesso internazionale. E non si tratta delle fortune di un partito, ma del popolo, della nostra patria. Io perciò sento il dovere di elevarmi sopra la polemica. [La riunione è sospesa alle 19,20. Si riprende alle 19,40]. […] Ripara ad una omissione rilevando le benemerenze del Brasile a Parigi nei nostri confronti. Circa Togliatti ammette che egli era stato preavvisato della di lui andata a Parigi. Si augura che abbia ottenuto qualche successo nei nostri confronti presso i suoi amici comunisti della «Humanité» parigina. Circa le critiche mosse alla sua persona osserva che tutto è relativo a questo mondo. Anche in Francia si ricorre a elementi più o meno epurati e questi si presentano come nostri giudici. Proprio davanti a costoro noi avremmo dovuto andare a batterci il petto ancora di più? Giustifica la composizione delle Delegazione italiana. Circa i giornalisti che si recarono a Parigi, dubita che sarebbe stato opportuno negare il passaporto ai giornalisti che qui a Roma lasciamo lavorare e dirigere i giornali. Sulla responsabilità di gruppi fascisti richiamati da Scoccimarro osserva che anche in Jugoslavia ci sono stati elementi similari e che i tre popoli raccolti in Jugoslavia hanno espresso dal loro seno degli elementi che hanno provocato conflitti gravi e tristi non diversamente dai fascisti in Italia. Osserva che non sarebbe stato possibile nemmeno a Scoccimarro posporre la questione nazionale a quelle economiche. Ringrazia Scoccimarro e Nenni delle dichiarazioni di solidarietà alla sua opera .
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Si riferisce [De Gasperi] alla relazione degli «Undici» letta ieri all’Assemblea dall’on. Rubilli . Ricorda come, nonostante il voto di fiducia della Costituente, la tendenza della Commissione fosse di estendere le sue indagini e la sua attività sui due ministri fatti bersaglio alle accuse dell’on. Finocchiaro Aprile. Si richiama alla sua dichiarazione all’Assemblea che il Governo era disposto ad accettare ulteriori indagini della Commissione per vedere se essa perveniva a decidere in merito sulla consistenza delle prove dell’on. Finocchiaro Aprile o in caso diverso a concludere per una inchiesta parlamentare. La Commissione ha dimostrato uno scarso senso di responsabilità. Ha impiegato un mese per discutere sui soli due casi dei ministri Campilli e Vanoni. Poi si è presa le vacanze pasquali. Ciò faceva supporre essere fondato il dubbio che qualcuno avesse interesse a prorogare la definizione fino a quando fossero esaurite le elezioni in Sicilia. A seguito di sua richiesta l’on. Rubilli fece rispondere che il ministro del Tesoro poteva tranquillamente predisporsi a fare la sua relazione finanziaria. La relazione degli« Undici», finalmente presentata, dà la precisa impressione di un compromesso bilanciato fra il dire e il non dire. Vi risulta indubbiamente la mancanza assoluta di prove da parte dell’accusatore e la infondatezza dell’accusa. Però essa riporta le accuse nella stessa forma, ma attenuata che l’on. Finocchiaro Aprile diede nella sua deposizione. Pur scagionando la responsabilità personale dei ministri, la relazione conforta l’accusa generica all’andamento dell’amministrazione dello Stato, lasciando un’ombra generica di inettitudine e di incompetenza. Le conclusioni definitive su questo punto, che rappresentano un giudizio politico, sono di indubbia gravità. Esaminando i vari punti della relazione l’on. De Gasperi si richiama ancora alle dichiarazioni da lui fatte, concordate ed a nome del Governo, all’Assemblea Costituente quando si acconsentì alla prosecuzione dei lavori della Commissione. Fa presente come, nell’occasione, egli avesse prodotto dati e cifre che completamente scagionavano, in fatto, il ministro Campilli. La relazione appare tendenziosa quando oppone l’atteggiamento del ministro Bertone a quello del ministro Campilli, senza tener conto che l’on. Bertone fu indotto a non prendere l’invocato provvedimento di limitare le contrattazioni azionarie alle Borse perché allora erano in corso le sottoscrizioni per il Prestito e non conveniva disturbare gli ambienti finanziari. La Commissone rimette in circolazione le accuse dell’on. Finocchiaro e non accenna, invece nemmeno di passaggio, ai chiarimenti dati dal Presidente del Consiglio all’Assemblea, che le smentivano. Una insinuazione veramente impensabile e incredibile è nelle ipotesi che avanza di eventuali informazioni che fossero state scorrettamente date all’interessato. Tutta la forma, il tono della relazione, anche nelle parti che in sostanza sono forzatamente favorevoli, appaiono però ispirate alla tendenza a diffondere dubbi e a lasciare sospetti. E infine la relazione arriva, invece, a giustificare generosamente l’attacco dell’on. Finocchiaro! Rileva la impressione delle considerazioni fatte dalla relazione sulle pretese scorrettezze dell’acquisto dello zucchero cubano al Ministero del Commercio estero, autorizzata quando l’on. Campilli aveva lasciato detto Dicastero. […] Prosegue esaminando le tendenziosità della relazione sul caso del ministro Vanoni. Sotto l’impressione di questa relazione – prosegue il Presidente – ieri sera ho insistito alla Costituente che si passasse ad una rapida decisione, come fu stabilito per la seduta di domani mercoledì pomeriggio. […] A noi si possono chiedere sacrifici nell’interesse del Paese e del regime democratico, anche a scapito dei nostri partiti e specie del mio che ne rappresenta la parte maggiore e più responsabile. Ma non si può chiedere, dinanzi a una Assemblea incapace o impotente a lavorare, tanto che da uomini di destra si chiede già la proroga della sua esistenza, di adattarci a tanto scadimento del regime parlamentare. Fu un errore accettare la Commissione come era stata costituita. Il suo mandato, pero, è stato fissato anche dalle mie dichiarazioni. Essa ha debordato dal compito: e chi ha preso le redini sono stati uomini di partiti che non hanno responsabilità né di fronte al Governo né di fronte al Paese. Io non mi sento affatto, a questo punto, di accettare la situazione cui il Goveno è stato posto. La questione è di una importanza politica eccezionale. È inevitabile la discussione. Cita, del resto, il titolo con il quale l’«Avanti» stamane reca la cronaca: «Mancano prove sufficienti per suffragare l’accusa» . Quindi l’on. Campilli sarebbe assolto per insufficienza di prove, secondo l’organo di un partito favorevole al Governo! Ieri non un consenso è stato dato dagli altri gruppi della maggioranza. La situazione va chiusa. Due cose sono necessarie: a) una dichiarazione conclusiva sulle responsabilità dei due ministri; b) una conclusione in ordine alle critiche alla amministrazione. L’ordine del giorno potrebbe essere composto di due parti: la prima prenda atto che nessuna accusa sia stata provata a carico dei due ministri; la seconda che esprima fiducia al Governo. Io non sono in grado di rischiare anche la mia reputazione personale oltre l’interesse elettorale del mio partito. […] Fa presente che se domani all’Assemblea Costituente non si darà esempio di solidarietà col Governo la situazione potrebbe diventare insostenibile. È quindi approvato il seguente comunicato alla stampa: «II Consiglio, esaminata la relazione della Commissione degli Undici si è trovato concorde nel valutarne i risultati, associandosi unanime alle dichiarazioni fatte ieri in proposito all’Assemblea dal Presidente del Consiglio. Di fronte alla gravità dei compiti che nell’attuale situazione del Paese urgono sul Governo, ha convenuto nella necessità di una rapida conclusione del dibattito alla Costituente». […] Un voto di tolleranza o di sopportazione non sarebbe accettabile su questo terreno. Io certo non l’accetterei. Una solidarietà formale e di penombra non sarebbe tollerabile.
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Inizia una relazione sulla situazione politica. Ha avuto contatti con i rappresentanti dei partiti al Governo sulla opportunità di procedere a intese ed accordi nella eventualità di dover prendere provvedimenti e misure di emergenza in materia economica e finanziaria. L’on. Togliatti non ha avanzato eccezioni per un allargamento della base del Governo specie per la partecipazione di elementi tecnici. L’on. Nenni è stato più riservato. Il Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana ha fatto rilevare l’opportunità di estendere la solidarietà attorno al Governo e alla sua azione. Altri partiti agitano il problema. Eppertanto, dichiara De Gasperi, egli si è maggiormente persuaso della opportunità di creare una zona di tregua e di collaborazione attorno al problema economico e finanziario. Ritiene opportuno di coltivare l’idea. Accenna alle critiche di Nitti e dei suoi amici contro l’azione finanziaria del Ministero. Occorre preparare bene la discussione all’Assemblea Costituente. Deve, con rincrescimento, deplorare l’impostazione elettorale, ma non veritiera, fatta dall’organo del partito socialista, dei problemi del momento e dell’attività governativa, di critica e di sfiducia, di attacco polemico contro il Ministero e il suo Presidente. L’Avanti! Ha prospettato i 14 punti del programma governativo come un programma elettorale del Partito socialista. In realtà si va assai meno bene che non col passato sistema dell’esarchia. Stamane, poi, ancora nelle edicole dei giornali era distribuito a Roma, gratuitamente, un foglietto in cui mentre si diceva bene di Scoccimarro e della sua opera di ministro, si criticava il Governo e si facevano insinuazioni contro Campilli. Tutto ciò mentre il Ministero, in tutti i suoi membri, ha fatto uno sforzo di volontà e di lavoro per realizzare qualcosa di concreto al servizio del Paese. In realtà il volto del Governo appare straziato. Perché il blocco dei tre partiti di maggioranza possa, come dire, continuare quale prevalente base del Governo, occorre però un migliore e più fedele spirito di collaborazione. […] Insiste nei suoi rilievi. Egli ha lanciato un grido d’allarme col suo discorso alla radio, che ha creduto doveroso pronunciare. Non intenderebbe accelerare lo sbocco di una crisi, ritenendo conveniente esperimentare ancora una chiarificazione all’Assemblea Costituente. Ma se i colleghi ritengono la situazione insostenibile egli ne trarrà le conseguenze. […] Ammonisce ancora uomini e partiti che non hanno la sensazione della gravissima realtà, quasi tragica del momento e dell’avvenire. È la ragione finanziaria che dà la paralisi al Paese, non già quella politica. Abbiamo ancora due mesi di tempo. In questo tempo tutti gli esperimenti possono essere fatti per una collaborazione fattiva al tentativo della salvezza comune.
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Avverte che dopo la deliberazione presa ieri sera e resa pubblica dall’Esecutivo del Partito socialista , non crede di potersi presentare all’Assemblea a nome del Governo . Potrebbe ivi sentire la necessità di difendersi e quindi attaccare per la tutela della propria dignità e rendere più difficile una combinazione di ampia collaborazione che ritiene sempre necessaria nell’interesse del Paese. Giudica necessario rinunciare a far dichiarazioni alla Assemblea e propone il seguente comunicato nel preannuncio delle dimissioni del Gabinetto. Ritiene, così, che resti aperta la via ad altre combinazioni ed a una ulteriore collaborazione. Prega i colleghi a prendere atto di queste sue dichiarazioni. Ecco il testo proposto: «II Consiglio dei ministri si è oggi riunito alle ore 12,15 a Palazzo Viminale presenti tutti i suoi membri sotto la presidenza dell’on. De Gasperi, segretario l’on. Cappa . II presidente ha dichiarato che, preso atto del comunicato ufficiale emesso ieri sera dall’Esecutivo e dal Gruppo Parlamentare del Partito Socialista Italiano, riteneva di non poter più assolvere al mandato avuto dal Consiglio di parlare oggi a nome del Governo, nel senso ieri dal Presidente stesso indicato, all’Assemblea Costituente. Di conseguenza l’on. De Gasperi ha informato i colleghi di aver deciso di rassegnare al Capo dello Stato le dimissioni del Gabinetto». Dopo alcune dichiarazioni esplicative degli on.li Cacciatore , Romita e Sereni il Consiglio ha preso atto della comunicazione dell’on. De Gasperi. […] II Capo dello Stato riceve sempre le dimissioni di un Gabinetto con riserva di decidere. L’Assemblea Costituente non ha, inoltre, i compiti e le facoltà della Camera legislativa. A parte ciò, non gli appare possibile che un Presidente del Consiglio si presenti alla Assemblea con dei colleghi che hanno espresso sulla sua opera non solo le riserve manifestate in Consiglio, ma l’opposizione che risulta nel comunicato ai giornali del Partito socialista. Infine, osserva che non è conveniente lasciar aprire una discussione che inacerbirebbe la situazione. […] Si richiama ancora al comunicato del Partito socialista e al commento dell’Avanti! […] Replica citando il giornale l’Unità nel quale è scritto che le dichiarazioni dell’on. De Gasperi alla Assemblea sarebbero fatte «a semplice titolo personale».
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Rivolge una parola di ringraziamento a tutti i ministri che hanno accettato di far parte di questo Gabinetto avente compiti di emergenza. Il presidente informa il Consiglio del progetto relativo alla sistemazione dei Ministeri delle Finanze e del Tesoro, per il quale occorrerà eventualmente un decreto legislativo. Ma su questo riferirà il vice presidente Einaudi. Il presidente fa presente che non avendo voluto l’on. Vanoni accettare di far parte del Ministero, egli penserebbe di affidargli la presidenza di fatto del Comitato Consultivo Economico progettato nella penultima riunione del passato Gabinetto. Il Consiglio approva, pertanto, la costituzione di un Comitato Consultivo Economico per dare la Governo pareri sulla soluzione dei problemi economico-sociali di emergenza. Detto Comitato sarà presieduto dal Presidente del Consiglio dei ministri ed i suoi lavori verranno diretti da un vice Presidente nella persona dell’on. Prof. Ezio Vanoni. Con apposito provvedimento saranno stabilite la composizione del Comitato e le norme di coordinamento della sua opera con l’attività del Comitato Interministeriale per la Ricostruzione. […] Conferma di aver fatto molti tentativi per ottenere la collaborazione di tecnici anche di altri partiti, senza successo per il rifiuto di collaborazione. Però nuova prova se ne può dare confermando il socialista dott. Perrotti ad Alto Commissario per l’Igiene e la Sanità Pubblica. Il presidente annunzia le dichiarazioni del Governo alla Costituente per lunedì. Quindi torna a comunicare che l’on. Vanoni ha rifiutato anche per iscritto la nomina a ministro delle Finanze, al qual posto l’on. Einaudi l’avrebbe proposto. Dispiacente di questa decisione, il presidente informa che il ministro Einaudi ha proposto l’on. prof. Giuseppe Pella per il Ministero delle Finanze e per il Ministero del Tesoro ha proposto il prof. Gustavo Del Vecchio , ordinario nell’Università di Bologna, perseguitato per ragioni razziali, esule in Isvizzera dove insegnò nell’Università di Ginevra. Il prof. Del Vecchio si sarebbe detto disposto ad accettare, solo dopo le insistenze del Presidente e del vice Presidente. Il prof. Del Vecchio non è deputato, ma le doti da lui possedute ne consigliano la proposta di nomina. Il Consiglio è d’accordo nel fare le due proposte al capo dello Stato. A questo punto il presidente propone che non vengano nominati i sottosegretari per tutti i Ministeri, ma solo per quelli in cui ragioni tecniche lo impongono. Ciò si deve fare per motivi di economia e di serietà politica, nel rispetto della tecnica. Il presidente propone la riduzione da 24 a 11 dei sottosegretari.
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Riferisce, intanto, sui contatti avuti con l’on. Terracini in ordine alla proroga della Costituente. Punto base è quello di indire le elezioni in autunno. Non reputa, però, opportuno che il Governo presenti ora il disegno di legge per la proroga. Ritornando alla questione della ratifica del Trattato di pace, propone di assumere una posizione di attesa. Se, nel frattempo, la ratifica venisse richiesta dagli Alleati, agiremo senza opporci. […] Il Governo è disposto a presentare il relativo disegno di legge se la Presidenza della Costituente lo richiederà. Richiama l’attenzione sul fatto che se i poteri dell’Assemblea Costituente verranno a cessare il 15 settembre p.v., anche se riducesse da 70 a 60 giorni il termine di rito per indire le nuove elezioni, queste non potrebbero effettuarsi prima del 16 novembre p.v.. Pertanto, sarebbe più opportuno fissare al 9 settembre la data di cessazione dell’Assemblea stessa. […] Parlerà su quest’ultimo argomento anche nella relazione che farà lunedì all’Assemblea Costituente . C’è che insiste per il collegio unico nazionale […] Osserva però che non si devono lasciare dubbi che le elezioni saranno indette a novembre, altrimenti l’Assemblea rischia di tramutarsi in Camera unica dittatoriale. Certo la divisione in atto tra socialisti, rende difficile il muoversi su questa materia. Così resta stabilito. […] Riferisce sul programma del nuovo Governo. Le ultime riunioni del Consiglio dei ministri del precedente Gabinetto ebbero termine con un approfondito esame della situazione economica e finanziaria. Oggi si contesta che la situazione fosse grave. È bene ricordare le deliberazioni del 4 aprile u.s. , specie per quanto riguarda l’abolizione dei prezzi politici. I «14 punti» sono stati quasi del tutto attuati o sono in corso di attuazione. La Costituente ha dato assenso all’abolizione del prezzo politico del pane . Nelle sue dichiarazioni all’Assemblea Costituente non farà accenno, almeno all’inizio, ai rapporti fra i partiti. Si riserva, invece, di polemizzare in sede di risposta alle dichiarazioni di voto. Legge gli appunti dell’on. Einaudi. Sul punto riguardante un eventuale aumento della circolazione da effettuarsi in coincidenza con l’aumento di fiducia, chiede se sia utile che se ne parli. […]Per quanto concerne i prestiti esteri ritiene necessario che l’on. Campilli dedichi ad essi tutta la sua attività. […] Passando ad altro argomento, accenna alla necessità di provvedere al coordinamento dello Statuto siciliano con la nuovo Costituzione. Quale organo dovrà provvedere al coordinamento? Prendiamo una decisione di massima e temporanea. Poi la Costituente deciderà. Bisogna, intanto, accordare, a titolo di solidarietà, una integrazione a carico dello Stato, almeno per un mese. Anche alla Valle d’Aosta daremo un anticipo di 50 milioni.
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Gli Ambasciatori esteri erano stati, però, informati che un eventuale minor riguardo per il ministro Sforza avrebbe avuto conseguenze disastrose per la possibilità di ratificare da parte nostra . Urge creare le premesse per il nostro ingresso nell’O.N.U. Quattro potenze ci hanno imposto un Trattato e fino a pochi giorni or sono tutti facevano forti pressioni nei nostri riguardi: Molotov ebbe a dichiarare a Sforza che il trattato di pace con l’Italia «è il più giusto, di che vi lagnate?». Si verifica ora, invece, una sospensione nella ratifica russa, il che non può essere considerata una manovra momentanea. […] Noi abbiamo già stabilita una linea di condotta e fermarci può essere pericoloso. L’Italia ha lavorato per la pace ed accetterebbe il Trattato nel suo complesso, non in un suo aspetto particolare. Anche l’on. Campilli mi ha comunicato stamani per telefono che sarebbe sommamente dannoso se non ratificassimo. Accrediteremmo la leggenda del machiavellismo italiano, dell’attendismo e del doppio giuoco. Occorre tener presente che l’America non è soltanto un paese commerciale, ma che è anche spinta ad agire da preoccupazioni di ordine spirituale che hanno il loro peso nei momenti decisivi. Hitler e Mussolini non vollero prendere in considerazione tale elemento ed ebbero a scontare i risultati della loro cecità. Gli Usa non vogliono la guerra ma la temono come possibile. La Russia ha creato una cortina di ferro e non si decide ad aprirla. […] Riprende la discussione sull’O.N.U. Il 10 agosto si riunisce la Commissione per l’ammissione dei vari Stati. […] Non pensa che la Russia voglia addossarsi questa responsabilità . Se ci sfuggirà questa occasione dovremo attendere un altro anno perché sia ripresa in esame la nostra ammissione. E ciò sarebbe assurdo. Occorre, quindi, prendere decisioni precise in merito alla nostra ratifica del Trattato di pace. O lo si accetta, oppure no: non è questione di data. Non si può pertanto accettare la proposta di rinvio della ratifica.
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La relazione scritta da Scelba è certo poco … parlamentare . Bisogna tener presente la base regionale e non fare polemiche con il sistema uninominale. Parlare di votanti e non di iscritti: veramente occorrerebbe stabilire il voto obbligatorio. I blocchi possono raggiungere la metà più uno, ed i più facili a realizzarsi sono quelli social-comunisti. Dovendo fare i blocchi, è preferibile il ballottaggio. Il progetto, però, può essere presentato senza impegno per il Governo. […] Da qualche cenno sulle conversazioni in corso per il rimpasto del Governo . Per quanto riguarda la proroga dei poteri dell’Assemblea Costituente il Presidente della stessa, on. Terracini, ha chiesto che il progetto di legge al riguardo sia di iniziativa del Governo. È incaricato il ministro Grassi di esaminare la questione. Il Consiglio ritiene che non possa stabilirsi una nuova proroga delle funzioni dell’Assemblea Costituente e ciò sia in relazione alle disposizioni della legge istitutiva, sia in conformità ai pubblici impegni assunti dai precedenti Governi ed alle intese intervenute fra i partiti. La questione sarà eventualmente presa in esame dalle competenti Commissioni della stessa Assemblea che potranno proporre una soluzione di compromesso da attuarsi con apposito provvedimento di legge.
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Saluta i nuovi ministri ed elogia gli «uscenti». Dà lettura di un appunto sulla formazione del nuovo Governo, come dal testo che segue, e lo illustra: «È costituito un Comitato interministeriale per la libertà delle elezioni e l’ordine pubblico. Il Comitato sarà presieduto dal vice presidente Pacciardi e sarà inoltre costituito dal ministro dell’Interno, dal ministro della Difesa e dal ministro del Lavoro. Alle sue riunioni possono di volta in volta essere convocati i titolari di altri Ministeri, quando siano interessati a disposizioni riguardanti l’ordine pubblico. Alle riunioni del Comitato possono venire invitati, allo scopo di dare informazioni, anche il Direttore generale di Pubblica Sicurezza, il Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, il Comandante delle Guardie di Finanza e i capi di Stato Maggiore delle Forze Armate, nonché il Capo dei Servizi Elettorali. Il Comitato ha il compito di: 1. esaminare e concordare preventivamente i provvedimenti di legge che in materia di elezioni e di ordine pubblico debbono venire sottoposti al Consiglio dei Ministri; 2. concordare le disposizioni necessarie per assicurare il mantenimento dell’ordine pubblico, salva la competenza delle singole amministrazioni per l’esecuzione e i provvedimenti in caso di assoluta urgenza; 3. i ministri dell’Interno e della Difesa comunicheranno al Presidente del Comitato copia dei rapporti a loro trasmessi dal Direttore Generale di Pubblica Sicurezza, dal Comando Generale dei Carabinieri, dai capi di Stato Maggiore riguardanti le elezioni e l’ordine pubblico; Allo stesso verranno inviate le segnalazioni degli uffici di informazione. Il Comitato risponde naturalmente della sua azione al Presidente del Consiglio e al Consiglio stesso». Accenna all’idea di istituzione di un ministero dell’Assistenza Sociale. L’idea è buona ma occorre maturarla e concretizzarla. Il Vice Presidente può intanto preparare il materiale perché dopo le elezioni si possa razionalmente decidere. Circa il ministro Togni: integrerà il ministero nella sua formazione economica. Fa un accenno alle trattative e rivolge un ringraziamento per aver accettato. Sulla comunicazione alla Camera: manifesta la necessità che essa sia breve e così anche la discussione che seguirà. Non è l’attuale una coalizione ma una intesa governativa per la libertà delle elezioni e l’ordine pubblico. Documenti 1943-1948
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Non intendo interferire in una questione di esclusiva competenza dell’Assemblea; ma poiché il Presidente Saragat ha sempre collaborato con opera fraterna ed efficace con il Governo, è lecito e doveroso che io esprima l’augurio che tale cooperazione possa continuare. (Approvazioni).
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Parla [De Gasperi] della forma seguita per determinare la crisi – Dice che in Consiglio dei ministri non era possibile esaminare la possibilità di fare la crisi – Crede sia stato meglio fare un atto deciso – Ritiene di aver interpretato il pensiero unanime espresso ripetutamente nelle sedute del Consiglio nazionale e della Direzione – Pensa che nel nuovo governo il Psli debba farne parte – Cercare di lavorare Saragat – Propone un comunicato da dare alla stampa che chiarisca le ragioni che lo hanno indotto a rassegnare le dimissioni senza preavvertire .
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Mi auguro che il Partito socialista superi ogni preoccupazione politica e dia la sua collaborazione al nuovo governo. Non ritengo che si debbano porre pregiudiziali per la partecipazione di alcuni gruppi politici. Ai comunisti, come a tutti gli altri partiti noi diciamo: non vogliamo precludervi il diritto di fare la propaganda contro il cristianesimo e contro le idee della Democrazia cristiana, esigiamo però che non vi sia duplicità tra il vostro atteggiamento di governo ed in generale ufficiale, e quello della vostra stampa e dei vostri comizi. Tale libertà di lotta e di polemica ideologica noi naturalmente la pretendiamo anche per noi. Solo in quanto non esista, noi possiamo collaborare sul piano concreto con i comunisti e con qualsiasi altro.
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Imposta [De Gasperi] il problema del metodo da seguire per ottenere dai collaboratori nel ministero la solidarietà. […] Dice che il minimo che si possa ottenere è che i ministri non si pronuncino contro il governo e le sue deliberazioni. Propone che in caso di riserve della maggioranza nel ministero se ne dia notizia nel comunicato dell’adunanza del Consiglio dei ministri .
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Ho ricevuto dal presidente l’incarico di formare il ministero. Comincerò domani le consultazioni, recandomi, come di dovere, in primo luogo dal presidente della Costituente, Saragat; poi riceverò i rappresentanti dei partiti, più precisamente dei gruppi parlamentari nell’ordine in cui sono stati ricevuti dallo stesso presidente della Repubblica . Mi auguro di trovare comprensione per la mia dura fatica in modo che il risultato possa essere positivo nell’interesse del paese e entro un termine relativamente breve, perché i problemi che dobbiamo risolvere incalzano e la convocazione dell’Assembla costituente ci pone già di per sé un termine assolutamente insuperabile. Aiutatemi col dire la verità e col non avere troppa fantasia ricostruttiva precedendomi in quello che dovrei fare e che potrei riuscire a non fare, creando così delle illusioni. Ho il fermo proposito di mirare soprattutto ad un governo efficiente, ad un governo che governi, ad un governo che sia in grado di risolvere i non molti ma gravi problemi che devono essere realizzati prima della convocazione della nuova Camera. Siamo in un periodo di transizione ma alcuni di tali problemi si dovranno risolvere, come quelli che riguardano la nostra sistemazione finanziaria, la nuova Costituzione e un certo avviamento a quelle riforme di struttura che si potranno fare attraverso gli organi normali della repubblica italiana .
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Sono piuttosto sorpreso delle dichiarazioni dell’onorevole Nenni come sono comunicate dall’Ansa . Ci deve essere un equivoco: la crisi era già virtualmente aperta quando arrivò in America il telegramma di Nenni che mi annunciava la necessità e l’urgenza di riesaminare la situazione politica in seguito all’esito del congresso socialista. Giunto a Roma mi si ripetè da ogni parte che il cosiddetto chiarimento invocato a gran voce ancor prima della mia partenza, era divenuto inevitabile anche formalmente in seguito alle dimissioni di Nenni e al voto del congresso repubblicano . L’onorevole Nenni fu personalmente di coloro che a me e ad altri espressero l’avviso che la crisi dovesse essere generale. In quanto ai colloqui con i parlamentari va detto che nei primi incontri di ieri, tanto con Nenni che con Togliatti, nessun elemento antitetico emerse che si potesse considerare antitetico con una rapida soluzione della crisi. Ho posto al centro della discussione i problemi più urgenti del paese: alimentazione, disoccupazione, finanze, credito all’estero, Costituzione dello Stato repubblicano, trattato di pace. Riguardo alla costituzione del ministero, inquadrato naturalmente nel mio programma generale dall’altro mio gabinetto, non feci proposte fisse dovendo tenere conto delle richieste non ancora formulate dai vari gruppi. Ma Nenni ammise che il suo gruppo non poteva avere maggiore rappresentanza di quella che si dovrebbe attribuire al Partito socialista nuovo e Togliatti convenne sull’opportunità di fondere i ministeri del Tesoro e delle Finanze, né assunse atteggiamento del tutto negativo di fronte alla mia proposta di smobilitare il dicastero dell’Assistenza post-bellica. Tutto il resto era ancora fluido. Ma dopo l’atteggiamento negativo assunto oggi dal Psli, Nenni venne questa sera ad annunciare un certo irrigidimento del suo gruppo tanto sul programma che nella richiesta di portafogli. Egli chiese, infatti una legge speciale in difesa della repubblica con particolare riguardo della stampa, un notevole aumento del sussidio di disoccupazione, monopolio statale assoluto degli scambi, un piano organico degli ammassi da estendersi a tutti i generi di necessità e a certi prodotti industriali indispensabili (ad esempio un paio di scarpe all’anno), un programma, insomma, che corrisponda alle «esigenze delle classi lavoratrici». Circa la struttura, oltre certi portafogli, richiese una certa partecipazione alla direzione politica, osservando che se è vero che il suo gruppo è notevolmente indebolito, appunto per questo egli aveva interesse di dimostrare che il peso specifico rimaneva immutato .
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Riassume [De Gasperi] la storia della crisi: non aveva nessuna intenzione di escludere qualche partito – aveva pensato di raccogliere la collaborazione di tutti i partiti. Nel primo contatto con i partiti non ha avuto nessuna pregiudiziale. Con Saragat non si è ottenuto nessun risultato – causa la preponderanza di «iniziativa». Di conseguenza l’atteggiamento negativo dei repubblicani – spinti soprattutto dagli elementi nuovi (ex azionisti). Due proposte sono state fatte: agli Esteri un diplomatico – unificazione dei tre ministeri militari – Per questa unificazione dare anche incarico ad un ministro senza portafoglio – lasciando così ancora al posto i tre ministeri. Questo programma venne approvato dai repubblicani: quando però intesero il nome di Bonomi non accettarono. – Stamane ha avuto luogo il colloquio con Togliatti. L’offerta della presidenza della Camera ad un comunista è stata bene accetta da Palmiro. Vivace discussione per l’abolizione del ministero (o trasformazione) dell’Assistenza postbellica. – Unificazione Tesoro e Finanze – La Dc lascia volentieri ad un tecnico il ministero unificato – Togliatti non ha fatto nessuna eccezione per Carandini e Bonomi. Togliatti non ha fatto obiezioni a Campilli alle Finanze-Tesoro. I comunisti vorrebbero ancora la Giustizia e i Trasporti e un terzo. – Stasera colloquio con Nenni. Nenni è meno disposto di Togliatti a facilitare il compito di formare il ministero. Mentasti insiste da vario tempo di essere liberato dal suo peso – l’alto Commissariato è perciò un altro posto. Nenni dice che i comunisti non potrebbero accettare; che lui potrebbe cercare qualcuno da proporre. Nenni, a capo di 68 deputati, afferma che il socialismo italiano è rappresentato dal suo partito. Vorrebbe anche la vice presidenza del Consiglio (Romita) – Un socialista dei suoi al sottosegretariato agli Interni; non Cacciatore ma Musotto . […] Dice che un ministero Dc troverebbe l’opposizione decisa dei comunisti (così ha detto Togliatti) . Sul terreno parlamentare saremo trascinati a destra. Anche con un governo presieduto da altri non ci si potrebbe sottrarre dal parteciparvi. E allora la nostra responsabilità sarebbe la stessa.
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Di Gigino Battisti è detto tutto, quando si può affermare che egli portò con onore e con notevole vantaggio per la sua e mia città il nobilissimo peso del suo grande nome. Mi associo col più vivo sentimento di personale amicizia al cordoglio della Camera, della sua regione, della sua famiglia. Mi inchino del pari alla cara e degna memoria del vicepresidente del gruppo parlamentare repubblicano Girolamo Grisolia .
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L’onorevole De Gasperi ha riassunto le tappe della crisi partendo dalle reiterate dichiarazioni fatte al Gruppo parlamentare per chiedere una revisione di impegni e di posizioni del governo in cui si constatava la relativa inefficienza, determinata da intrinseci equivoci. Si sarebbe forse potuto provocare una discussione all’interno del gabinetto, ma la strada maestra era il rassegnare le dimissioni per dar modo a tutte le correnti di poter esprimere al capo dello Stato le rispettive vedute sulla situazione. Non è dipeso da me se certa stampa indipendente ha potuto scrivere che io avessi fatto la crisi per sconvolgere le basi del governo strettamente condizionate al risultato elettorale del 2 giugno: i nostri obiettivi erano al contrario non difficilmente determinabili da quanti seguono le manifestazioni e le risoluzioni della Democrazia cristiana. Illustrate le note difficoltà sorte per l’allargamento della base, e messo in luce l’atteggiamento intimidito dei partiti democratici che hanno reso impossibile la formazione di un governo più omogeneo, De Gasperi ha chiarito il significato profondo della collaborazione governativa ed i motivi per cui da un lato il governo di soli democristiani deve essere preso in esame soltanto dopo che siano superate tutte le altre possibilità, e dall’altro sia da scartarsi un passaggio all’opposizione del gruppo democristiano. De Gasperi ha parlato, poi, a lungo dei riflessi di politica interna dei dibattiti sul trattato di pace ed ha infine esposto i punti essenziali del suo programma di governo nonché dell’impegno di solidarietà cui egli condiziona l’adesione degli altri partiti al ministero. Nel corso della sua esposizione De Gasperi ha avuto modo di rassicurare il gruppo che con la prevista nuova disciplina dell’assistenza postbellica non solo egli non intende limitare le cure dello Stato in questo settore, ma, anzi, è proprio per disciplinarlo in favore della categoria che vuol dare normalità, garanzia di apoliticità a tutto il complesso delle previdenze statuite. Non è improbabile che si crei un sottosegretariato il quale, oltre all’assistenza agli ex militari, abbia anche il compito di accelerare le troppo lente pratiche per la concessione delle pensioni di guerra. [Dopo De Gasperi prendevano la parola Piccioni, Gronchi, Avanzini, Rapelli, Fanfani, Bonomi, Codacci Pisanelli, Murgia, Tambroni, Jacini, Clerici, Cappi, Uberti, Dossetti, Pecorari, Caronia, Rivera, Pellizzari, Corsanego. Il presidente del Consiglio riprendeva poi il suo intervento]. Mi rendo conto delle perplessità e delle preoccupazioni di tanti di voi, ma non vorrei che si soffocasse sotto sterili critiche il successo avuto dal nostro partito nel riallacciare la cordialità e l’amicizia tra l’Italia e l’America. È per me di grande conforto il dire che se al governo non ci fossimo stati noi democristiani, si sarebbero spente parecchie luci sul cielo del nostro paese. Al termine dei lavori è stato votato il seguente ordine del giorno: La crisi non è stata impostata sulla esclusione od umiliazione di alcuna corrente politica. Essa ha avuto per finalità una maggiore efficienza di governo ed una maggiore chiarezza di rapporti fra i partiti, da troppo lungo tempo invocate; condizioni indispensabili per creare veramente una stabilità democratica al nuovo regime repubblicano per la quale avrebbe giovato la presenza al governo di tutte le forze democratiche; il Gruppo esprime che tale concorso sia venuto a mancare. A raggiungere questa finalità si affermano come esigenze inderogabili da parte della Democrazia cristiana, nella presente crisi: a) una concreta concordanza su di uno specifico programma di emergenza; b) l’unità di direzione e di responsabilità nella politica interna per la difesa della libertà e del regime democratico repubblicano; c) una partecipazione effettiva alla direzione della politica economica .
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Dice [De Gasperi] di intendere il partito come un’avanguardia che ha il compito di trascinare la massa. Oggi provocare la formazione di altri gruppi politici cattolici è un errore. Il partito non è un’accademia permanente, è uno strumento di battaglia .
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De Gasperi si sofferma sulle più recenti vicende della vita politica italiana e particolarmente sulla crisi, dimostrando come le condizioni politiche attuali, nel supremo interesse del paese, abbiano di necessità richiesto un governo di coalizione. Richiama i convenuti ai doveri e ai compiti di tutti gli iscritti al partito, che al di sopra di ogni naturale diversità di opinioni devono profondamente sentire in ogni caso l’obbligo di essere fedeli alla disciplina e alla unità del partito con coraggio e spirito di solidarietà. Soltanto dalla forza che può derivare da una sentita e operante coscienza unitaria la Democrazia cristiana potrà conseguire nuovi successi per l’affermazione dei suoi ideali nell’interesse del paese. Il presidente del Consiglio ha esposto poi le vicende intercorse dalla formazione del governo ad oggi, mettendo in evidenza come la subdola manovra calunniatrice inventata contro alcuni uomini della Dc – sulla quale la Commissione parlamentare farà la dovuta luce – abbia ritardato l’azione del governo nel delicato settore economico-finanziario.
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A conclusione dei lavori, ha preso la parola il presidente De Gasperi, il quale dopo avere riepilogato i risultati del suo viaggio in America, le vicende della crisi governativa e della formazione dell’attuale ministero si è soffermato a lungo a parlare dei compiti e delle funzioni del partito. Bisogna avere la coscienza della nostra missione di giustizia e di libertà, due nomi indissolubili, e non piegarsi mai agli ondeggiamenti della opinione pubblica spesso agitata da mezzi di influenza non obiettivi ed ostili a tutto ciò che sappia di popolare e di cristiano. La critica ed il controllo all’interno della Democrazia cristiana non sono riprovevoli, anzi hanno un compito costruttivo; guai però alle avversioni astiose e non serene. Si discuta sui programmi e sulla legislazione ma non si dimentichi mai non di apparire, ma di essere uniti. De Gasperi ha dato poi opportuni consigli sulla azione politica per il periodo che si è iniziato. Si tentano, talvolta, conclude De Gasperi, piccole iniziative per ritorni impossibili. Io ho fiducia che l’avvenire del paese sarà della Democrazia cristiana .
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Mi è molto grato porgere a nome del governo e del popolo italiano il saluto a tutti i convenuti. Il popolo italiano è molto grato alla missione alleata del concorso prestato alla ricostruzione del paese e ringrazia per quanto è stato fatto; ma l’Italia non intende solo ricevere ma vuol dare, in futuro, il suo apporto alla pace ed alla ricostruzione delle nazioni. Sono lieto che sia stata scelta Roma, faro di progresso nel mondo, per questa riunione che non deve significare chiusura dei lavori dell’Unrra che ha ancora compiti essenziali da svolgere per la ricostruzione; sono lieto che sia stata scelta Roma perché l’Italia, dopo avere costituito il ponte di passaggio degli alleati per la liberazione dell’Europa, vuole rappresentare per l’avvenire, e mi è gradito sottolineare questa aspirazione come affettuoso augurio, il ponte di transito di ricostruttori e della collaborazione internazionale per il trionfo della civiltà romana.
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Quale presidente del Consiglio reco l’omaggio del governo alla manifestazione celebrativa della liberazione d’Italia di cui la liberazione di Roma ha costituito un atto storico così significativo. L’omaggio è reso soprattutto ai caduti, ai combattenti, alle vittime dell’oppressione e della persecuzione che furono senza numero e, come antico membro del Comitato di liberazione nazionale, la mia riconoscente memoria va a tutte le forze armate della resistenza che contribuirono alla cacciata del nemico e alla ricostruzione della patria. Nei lunghi mesi dell’attesa, nelle peripezie della vita clandestina, passando da rifugio a rifugio ci siamo abituati alle privazioni, abituati alla vita rischiosa, educati alla solidarietà democratica e nazionale. Questa celebrazione non deve essere semplicemente consacrata alla memoria del passato; essa dev’essere anche un atto di fiducia nell’avvenire. La guerra è passata ma le ferite che essa ha inferto nel cuore della patria non sono ancora cicatrizzate. È necessario ancora che ci sottoponiamo a privazioni, e a una disciplina nei consumi e nel nostro tenore di vita come pur avviene in altre nazioni più agiate di noi. Le virtù della resistenza devono essere anche le virtù di oggi: spirito di abnegazione, fermezza di propositi, solidarietà di intenti. Vi è oggi un dovere di resistenza civile che non è meno necessario di quello della resistenza contro l’oppressione. Bisogna resistere contro la demagogia della vita facile e frasaiola, come contro le tentazioni delle speculazioni, dello sperpero e dell’egoismo brutale. Inspirandosi alla resistenza che unì due anni fa tutte le classi e tutti i partiti bisogna oggi resistere contro la sfiducia e lo scoramento, bisogna battersi solidarmente contro le difficoltà economiche, di oggi e di domani, bisogna ripetere al popolo italiano una parola di fede ma anche un richiamo severo, se pur confidente. Le Nazioni Unite che hanno compiuto con grandi perdite di uomini e immenso dispendio di beni la liberazione dell’Italia, sappiano che, come allora abbiamo cooperato alla vittoria, così oggi il popolo italiano intende consolidare la democrazia in solidarietà e libertà non solo in casa propria, ma è anche pronto a dare il suo contributo alla pacifica ricostruzione del mondo. Oggi, celebrando i nostri morti, esaltando l’opera nostra, pensiamo anche ai caduti loro e alle loro vittorie; così rinnoviamo insieme l’impegno di solidarietà per la resistenza anche in pace contro ogni oppressione sociale, per la liberazione dallo sfruttamento, dallo spirito fazioso, eterno malanno d’Italia, e dal bisogno.
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1946-1950
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Onorevoli colleghi, molte e gravi furono le responsabilità che nella mia carriera politica dovetti assumere innanzi al paese ed a voi; forse nessuna è più grave e più crudele di quella che pesa su di me e sui miei colleghi di Governo in questa vigilia. Volontà e circostanze più forti di noi non ci hanno lasciato – di fronte all’invito perentorio di apporre la parafrasi al trattato – che due alternative sole: o firmare sotto la nostra responsabilità di Governo o impegnare per tale atto la responsabilità dell’Assemblea Costituente . Questa seconda via sarebbe stata per noi e sarebbe ancora più agevole, perché avrebbe alleggerita la responsabilità governativa, riversandola sulla responsabilità collettiva dell’Assemblea. Ma con ciò già al primo atto iniziale della procedura avremmo impegnato la Costituente, alla quale invece è riservato un secondo e più definitivo intervento, cioè la ratifica o meglio, come più esattamente prevede la nostra legge, l’approvazione o meno del trattato. Nelle appassionate polemiche di questi giorni si manifesta la tendenza di sopravvalutare la firma e di svalutare la decisione definitiva dell’Assemblea. Opino che questa tendenza non corrisponda né agli interessi del paese né alla realtà oggettiva. Non agli interessi del paese, perché tra la firma e la ratifica, vale a dire tra la firma e l’esecuzione del trattato, trascorrerà un certo periodo di tempo durante il quale l’Italia potrà ancora tentare di ottenere dalle Potenze alleate o da talune di esse affidamenti di revisione, impegni di attenuata applicazione delle clausole del trattato, promesse di appoggio nelle questioni che il trattato non chiude, quale quella delle colonie e delle nostre rivendicazioni verso la Germania. Nessuno può prevedere se veramente in tale periodo ci riuscirà di ottenere qualche concessione; ma sta il fatto che fino ad oggi ogni nostro ripetuto tentativo in tale senso è fallito, perché ognuna delle quattro Potenze dichiarava di essere bensì disposta per quanto la riguardava a fare questa o quella concessione, ma di sentirsi vincolata al compromesso faticosamente raggiunto tra i quattro Grandi, che ci veniva così opposto come un blocco intoccabile. Questa situazione nel periodo tra la firma e la ratifica delle varie Potenze potrà darsi si presenti alquanto alleggerita. Conviene quindi che in tale periodo l’Italia sia in grado di intervenire attivamente per esplorare tutte le possibilità prima che l’Assemblea dica la sua parola decisiva. Si obietta che questa arriverà comunque troppo tardi e riuscirà inefficace. Qui, secondo il mio parere, c’è errore. L’articolo 90 dice che il trattato, oltre che dalle Potenze alleate ed associate, dovrà essere ratificato dall’Italia, ratifica che equivale appunto all’approvazione dell’Assemblea prevista dalle nostre leggi. Lo so che si è arzigogolato intorno alla forse intenzionale mancanza di chiarezza della suddetta formula. Lo so che fra gli Alleati non c’è concordanza nell’interpretazione di essa; ma da una inchiesta fatta dal Ministero degli esteri risulta che almeno due fra i rappresentanti delle quattro maggiori Potenze ritengono che la ratifica dell’Italia sia, di fatto, necessaria. Ma questo, comunque, rimane certo: che in Italia e per l’Italia, un trattato non è valido, cioè non diventa legge, senza l’approvazione dell’Assemblea Costituente. (Applausi). È vero che gli autori del trattato ne prevedono l’entrata in vigore immediatamente dopo il deposito delle ratifiche dei quattro Grandi, ma è altrettanto vero che essi non possono aver prevista la pratica esecuzione in Italia del trattato senza la cooperazione dell’Italia, cooperazione che né questo né alcun altro Governo può volontariamente dare finché manchi la decisione dell’Assemblea. (Applausi). D’altro canto, chi vi dice che i parlamenti delle Nazioni Unite, taluno dei quali è così sensibile all’opinione pubblica, restino permanentemente sordi agli appelli che venissero da questa nostra rappresentanza popolare? Mi pare così dimostrato che è nell’interesse del paese che l’Assemblea non rimanga impegnata fin dal primo momento e pure mi pare dimostrato che ad essa resti ancora riservato un importante ruolo da compiere. Ed anche in confronto del nostro paese stesso non sarebbe degno che una tale decisione venisse presa senza la preparazione e la solennità che l’importanza storica dell’avvenimento richiede, cioè nell’incalzare di un termine che ci ha colto durante una crisi durata troppo a lungo e mescolando un atto storico che supera Governi e problemi quotidiani con gli aspetti contingenti di una situazione ministeriale. Queste ragioni ci hanno indotto ad assumere sulle nostre povere spalle la responsabilità della firma, sia pure ex informata conscientia, cioè dopo aver esposto il nostro punto di vista alla Commissione degli esteri, che ne prese atto riservando i diritti dell’Assemblea, e ai rappresentanti dei Gruppi parlamentari. Resta a precisare quale carattere possa avere per noi tale atto, il quale sarà preceduto da una nostra dichiarazione diretta agli Alleati. Potrà la firma avere carattere consensuale? Gli Alleati non ci faranno il torto di credere che la nostra resistenza al trattato sia stata una meschina ed ipocrita manovra. Dalla più profonda intimità del mio spirito ho espresso io stesso nelle solenni conferenze internazionali, in forma pacata ma ferma, la nostra convinzione di uomini liberi e democratici; il modo con cui fu combinato questo trattato e i termini nei quali fu imposto non ne fanno uno strumento atto a realizzare un nuovo assetto internazionale del mondo. (Vivi applausi). A noi non è stata concessa nessuna partecipazione né alla negoziazione né alle deliberazioni; del trattato non abbiamo quindi, né davanti alla nostra nazione né innanzi al mondo internazionale, corresponsabilità veruna. La nostra firma non può mutare la realtà come si è svolta e quale fu denunziata in ogni fase della Conferenza. Essa non può cancellare il fatto che, nonostante la Carta Atlantica e la stessa recente Costituzione francese (che all’articolo 27 dice: «nessuna cessione, nessuno scambio, nessuna annessione di territorio è valida senza il consenso delle popolazioni interessate»), il trattato dispone dei popoli senza consultarli, né può eliminare il fatto purtroppo incontrovertibile che la nostra economia da sola, nonostante ogni buon volere, non può portare il peso di cui il trattato la grava. Mancheremmo alla lealtà se intendessimo avallare con la nostra firma l’immeritata umiliazione imposta alla flotta, nonostante la sua efficace e riconosciuta partecipazione alla guerra accanto agli Alleati (i deputati si levano in piedi – vivissimi, generali, prolungati applausi – si grida: Viva la marina!), l’insufficiente considerazione del nostro contributo alla lotta per la liberazione (vivissimi applausi), e se lasciassimo credere che ci acquieteremo alla totale eliminazione delle colonie e alla rinunzia a qualsiasi rivendicazione nei confronti della Germania. (Applausi). Non rifiutare la firma richiesta, vuol dire che il Governo italiano non intende pregiudizialmente fare atto di resistenza contro l’esecuzione del trattato, nella eventualità che esso, perfezionato dal consenso dei parlamenti, in forza delle prevedute ratifiche, entrasse in vigore; significa che l’Italia vuol dare prova di buona volontà e di ogni sforzo ragionevole e possibile per liquidare la guerra; vuol dire che l’Italia – nonostante il contenuto del trattato – non dispera, non vuole disperare del suo avvenire. (Vivi applausi). Se un giorno essa potrà onoratamente uscire dallo stato armistiziale, imposto dalla capitolazione e questa imposta dalla disfatta – fatale epilogo d’un disastroso regime – non sarà solamente per fini propri che essa si appellerà alle Nazioni Unite, ma sarà nell’interesse generale di una evoluzione pacifica dei rapporti internazionali che reclamerà una procedura revisionistica di clausole ingiuste o inattuabili. (Applausi). Il quesito non è dunque di consentire o non consentire, perché un trattato imposto non può essere oggetto né di consenso né di dissenso, ma si tratta di giudicare se il rifiuto pregiudiziale ci lascerebbe una via per uscire dalla pericolosa situazione di oggi o dell’immediato domani: se questo non è, resta solo il tentativo di fare una sortita dallo stato di capitolazione e di guerra dando la firma. Ogni sortita ha i suoi rischi. Bisogna passare su campi minati. Noi abbiamo creduto di servire il paese decidendo che il rischio sia affrontato prima dal Governo, e mantenendo in riserva l’Assemblea. (Approvazioni). In questo momento sorge irrefrenabile dal nostro animo come un senso di ribellione contro la sciagura immeritata del popolo italiano, e il pensiero di Trieste e di Pola (i deputati si levano in piedi – vivissimi prolungati applausi – si grida: Viva Pola! Viva Trieste italiana!) e di tante altre terre fedelissime dell’una e dell’altra frontiera che non abbiamo potuto salvare, ci serra alla gola. Eppure la nostra civiltà è una grande civiltà, madre a tante genti, eppure il nostro popolo è un grande popolo illustre e laborioso. (Approvazioni). Nel viaggio recente centinaia di migliaia di italiani mi gridavano nelle città più popolose d’America: «Abbiate coraggio, siate uniti, vi aiuteremo» (applausi) ed erano lavoratori che avevano dovuto abbandonare la patria troppo povera e sì erano rifatta una vita più prospera in spiagge lontane. A Washington fui ricevuto un giorno nel palazzo dell’Unione panamericana da ventuno rappresentanti degli Stati dell’America latina: e furono alte parole di riconoscenza e di conforto per l’alma mater Italia. E, a migliaia, uomini di pensiero e di affari ci sussurravano nei ricevimenti e nelle riunioni auguri e parole di fede e di incoraggiamento per l’avvenire d’Italia. «Questi sono i vostri ambasciatori permanenti presso di noi», mi diceva il direttore della galleria di Washington, indicandomi i capolavori famosi degli artisti italiani! E tutto questo tributo di riconoscimento e di simpatia, questi incoraggiamenti ed appoggi, tutto questo omaggio alla civiltà del nostro popolo dovrebbe essere compresso, soffocato, annullato entro le sbarre giuridiche di un trattato? No! Noi riaffermiamo la nostra volontà di vita e la nostra speranza e al di là del trattato abbiamo fede nell’insopprimibile vitalità della nostra stirpe, che attrae a noi l’omaggio e il concorso dei popoli liberi (I deputati si levano in piedi – Vivissimi, generali, prolungati applausi – Si grida: Viva l’Italia!). Egregi colleghi, il Governo non si affida però a generiche speranze, ma tiene i piedi in terra e sa che il popolo italiano deve salvarsi anzitutto da sé con il suo lavoro e con la sua disciplina. (Applausi). Non intendo diffondermi sul nostro programma economico che, dovendo dominare la stessa situazione, non può essere tendenzialmente diverso da quello del Governo precedente. Nel settore economico l’esigenza fondamentale si riassume, come fu detto altrove, nella formula: produrre in un clima di efficienza tecnica e di perequazione sociale. L’aumento della produzione è indispensabile per il mercato interno, affinché diminuiscano i prezzi, salgano i salari reali, cessi la disoccupazione e si disponga di mezzi per la ricostruzione; è del pari urgentemente necessario per poter pagare con l’esportazione l’introduzione delle derrate alimentari, del carbone e delle materie prime. Il Governo intende incoraggiare e sostenere l’iniziativa privata. Ma la necessità di corrispondere a giuste esigenze di quanti dall’estero sono disposti a sostenere lo sforzo ricostruttivo dell’Italia e l’opportunità di dirigere l’impiego delle limitate risorse disponibili nel senso più utile alla collettività ci impongono di elaborare un piano di ricostruzione e di sviluppo della nostra economia. Simile programma si è già fatto per l’anno in corso e molti elementi sono già elaborati per un piano più esteso per gli anni venturi. Per la formulazione definitiva il Governo intende chiedere il parere di tutte le categorie interessate alla ripresa della produzione, in modo che il piano economico tenga conto delle varie esigenze e possa riuscire di guida e di sostegno agli stessi operatori privati. L’aumento della produzione sarà favorito anche da una collaborazione organica fra capitale e lavoro. Senza il concorso di entrambi, la ripresa della produzione è impossibile: premesse indispensabili sono lo spirito d’intrapresa ed un clima d’interessamento e di cooperazione operaia. Da tale punto di vista sarà affrontato e a voi sottoposto il problema dei consigli di gestione, che nel progetto Morandi abbiamo ereditato dal precedente Governo. Un altro problema s’impone sopra ogni altro alla nostra attenzione: quello di avviare gradualmente la moneta verso la sua stabilizzazione. Presenteremo subito alla Camera il progetto di legge per l’adesione dell’Italia agli accordi di Bretton Woods e vi domanderemo la vostra urgente approvazione, data l’importanza che rappresenta pel nostro paese la sua entrata nei due organismi creati da quegli accordi. È questo il primo atto con cui l’Italia rientra di pieno diritto nella vita economica internazionale e nel novero delle nazioni che dovranno presiedere alla creazione e al mantenimento del nuovo ordine economico e finanziario mondiale. Tale intervento ha un’importanza capitale pel nostro paese, perché ci darà modo di risolvere nel campo internazionale il problema del risanamento e della stabilizzazione della moneta, non attingendo soltanto alle nostre risorse nazionali o a prestiti, come quello ottenuto negli Stati Uniti, ma usufruendo del valido appoggio che ci potranno offrire i due istituti di Bretton Woods. Gli impegni assunti con l’adesione al Fondo internazionale e più ancora la necessità di offrire una base sicura di valutazione agli operatori economici, ci portano a dedicare il massimo sforzo alla difesa della moneta. A quest’opera dura deve concorrere una accorta e tenace azione della finanza per accrescere al massimo le entrate normali. Nel quadro delle imposte ordinarie verrà esaminata anche l’opportunità di rivedere le aliquote per adeguarle al mutato valore della moneta ed in relazione a tali provvedimenti sarà considerato anche lo spostamento dei minimi imponibili dei redditi di lavoro. Nello stesso tempo converrà esercitare un rigoroso controllo delle spese per eliminare quelle superflue e graduare le altre a seconda della loro capacità produttiva. Entro breve termine verrà presentata ed applicata l’imposta straordinaria sul patrimonio nelle forme più atte a cavarne il massimo gettito compatibile con l’assestamento dell’economia. In questa occasione sarà risolta definitivamente la questione del cambio della moneta, tenendo conto dell’esigenza di una rapida applicazione dell’imposta sul patrimonio. Il Governo controllerà attentamente il corso dei prezzi, avvisando nel momento opportuno ai mezzi di contenerli o comprimerli, e si propone di accelerare l’inserimento dell’economia italiana nel mercato internazionale, evitando con opportuni accorgimenti dannose ripercussioni sulle classi meno agiate. È venuto il momento anche di preparare la ripresa di due elementi invisibili di pareggio della nostra bilancia commerciale: turismo ed emigrazione. Per l’industria del forestiero sono premesse indispensabili la derequisizione degli alberghi, il rinnovamento dell’attrezzatura turistica, la facilitazione dei passaporti, la risoluzione del problema della valuta. Come centro di propulsione e coordinamento pensiamo di costituire un organo snello statale che collabori con gli enti e con le associazioni interessate. È col concorso tecnico di queste che è stato abbozzato il relativo progetto. La massima cura dev’essere dedicata alla tutela dell’emigrazione, che entro certa misura ed a certe condizioni va favorita. Non abbiamo ancora preso in considerazione il ritorno al vecchio Commissariato ma frattanto siamo d’accordo nel richiamare in vita, con debiti adattamenti, l’antico Consiglio superiore dell’emigrazione che aveva fatto ottima prova. Ai lavori pubblici necessari alla nostra ricostruzione dedicheremo tutte le risorse possibili. Il ministro del Lavoro mi assicura che il rendimento operaio nei lavori pubblici tende a crescere e va avviandosi alla normalità. Ci proponiamo anche di stimolare al massimo le imprese private e dovremo affrontare, come già in parte è avvenuto in progetti in corso, l’esigenza di leggi speciali per zone quasi totalmente distrutte. La ricostruzione delle comunicazioni dovrebbe essere completa per la fine del 1949, purché non ci vengano meno i mezzi finanziari ed i materiali. L’elettrificazione vi giocherà una grande parte. La marina mercantile avrà notevole impulso dall’acquisto di altre 50 navi, che abbiamo ottenuto in America e idonei provvedimenti sono in corso per stimolare l’iniziativa privata alla ricostruzione delle navi perdute. Nel campo dell’agricoltura, oltre al proseguire attivamente l’attuazione del programma di opere di bonifica e di irrigazione, specie nelle regioni meridionali, si procederà all’emanazione di provvedimenti sulla proroga delle piccole affittanze, che è particolarmente urgente, sui canoni di affitti agrari, sullo sviluppo della piccola proprietà coltivatrice, sulla composizione delle vertenze mezzadrili in base al giudizio De Gasperi, e sul credito alle cooperative agricole. La commissione presso il Ministero dell’agricoltura – che ha testé completato, con una notevole relazione, lo studio della questione mezzadrile – prenderà ora in esame i contratti di compartecipazione, comuni soprattutto nel Mezzogiorno d’Italia. Inutile farvi rilevare un’altra volta che questa legislazione, che in buona parte ha già predisposto o elaborerà il ministro Segni, mira non solo ad aumentare sui campi la produzione ed a garantire la pace sociale, ma costituirà anche un avviamento ed una preparazione alla auspicata riforma fondiaria. Predisponendo il piano alimentare per l’anno venturo dovremo affrontare di nuovo il problema del tesseramento. Siamo tutti tendenzialmente d’accordo, ma la difficoltà è nella esecuzione. Faremo ogni sforzo perché le discipline ritenute necessarie ed attuabili vengano rigorosamente applicate, ma bisogna ammettere che se l’ammasso dei cereali può dirsi riuscito, è invece per ora poco incoraggiante il risultato della disciplina del latte e dei grassi solidi. Intendiamo assolutamente insistere sulla creazione degli enti di consumo, facilitando il loro finanziamento, e sviluppare più oltre le mense aziendali e i ristoranti popolari, usufruibili dai disoccupati con tariffe di favore. Tesseramento di favore è fatto alle gestanti e nutrici e ai giovani nei convitti e negli istituti di assistenza. Sul tesseramento differenziato si è discusso molto in seno al passato Governo. Una relazione riassuntiva presentata dall’alto commissariato, potrà servire di base per ulteriori decisioni. Passando ad altro campo dichiaro che il Governo considera come suo naturale dovere quello di fare opera di consolidamento e, quando occorresse, di difesa del regime repubblicano, deliberato dal popolo nei referendum del 2 giugno. (Applausi). Non riteniamo che a tale scopo sia necessario ricorrere ad una legislazione eccezionale. Basterà applicare contro quei funzionari che venissero meno al giuramento le sanzioni previste dalla legge sullo stato giuridico degli impiegati, applicare ai funzionari che si rifiutassero di prestare il giuramento un trattamento speciale che potrebbe essere analogo a quello della legge sulla smobilitazione delle forze armate. Le istituzioni repubblicane e le libertà democratiche troveranno una adeguata protezione nell’aggiornamento e rispettivamente nella riforma degli articoli 270-274; 276-279 e 290 del codice penale, libro 2°, titolo I; nel richiamo in vigore, entro certi limiti opportunamente aggiornati, del decreto legislativo 26 aprile 1945, n. 195 , e nell’applicazione del decreto legislativo 26 aprile 1945, n. 149 . Da varie parti si sollecita un regolamento della stampa, reso necessario dalla cessata applicazione delle leggi fasciste e dalle manchevolezze dei provvedimenti provvisori circa l’autorizzazione dei giornali ed il sequestro delle stampe pornografiche. Uno schema di disegno di legge è stato nel frattempo preparato da una commissione di studiosi e di giornalisti di ogni tendenza politica, all’uopo nominata dalla Presidenza del Consiglio, e servirà di base a quello definitivo che il Governo sottoporrà alla decisione sovrana di questa Assemblea, in armonia coi principi che la stessa Assemblea vorrà fissare nella nuova Costituzione. Frattanto è già pronto il progetto per stabilire il procedimento per direttissima nei processi per diffamazione. Nel trattamento della ex famiglia regnante ci atterremo alle direttive che fisserà la Costituente; il Governo è fin d’ora d’accordo di stabilire il divieto di residenza per l’ex re, in quanto pretendente, e per i suoi diretti discendenti. Convinti che l’Italia potrà rinascere dalla scuola, le nostre cure, a mano a mano che crescono i mezzi, si rivolgeranno sempre più verso l’educazione del popolo. Per combattere il preoccupante analfabetismo del periodo bellico, si sono istituite, negli ultimi mesi, varie migliaia di nuove scuole elementari dello Stato, sdoppiando le classi numerose, e proprio ora si inizia a Roma un nuovo esperimento di scuola popolare per analfabeti adulti e disoccupati. Disciplinati giuridicamente i patronati scolastici, li renderemo strumenti atti a rendere sempre più intima la collaborazione tra la scuola, la famiglia ed il comune, mentre con i ruoli aperti assicuriamo ai maestri una maggiore dignità economica della loro funzione educativa. Nella scuola secondaria abbiamo istituito nuove sezioni staccate, aumentando così la sfera d’azione della scuola statale, mentre venivano ridotte a poche unità le nuove parificazioni. I prossimi concorsi sia per maestri sia per professori, permetteranno l’immissione di nuove e giovani forze nel campo della scuola, e una ristabilita severità degli esami servirà a rialzare il tono della scuola secondaria che è stato depresso dalle agevolazioni del periodo bellico. (Approvazioni). Mentre la esiguità delle tasse scolastiche permette a tutti i figli del popolo di percorrere ogni grado di studio, una più rigorosa selezione dovrà eliminare gli inconvenienti della sovrappopolazione universitaria. Lo Stato si propone nel contempo di aumentare i suoi sforzi finanziari per venire incontro alle disagiate condizioni dell’alta cultura universitaria. Seguendo queste linee, intendiamo ridare al popolo italiano una scuola statale che, nello spirito della libertà, sia all’altezza delle sue tradizioni educative. Onorevoli colleghi, l’incalzare del problema internazionale, che agita giustamente la coscienza nazionale e avvince l’interessamento dell’Assemblea, giustifica forse che io rinunzi a parlarvi diffusamente delle ragioni della crisi ministeriale e dei suoi sviluppi. Sono ad ogni modo a vostra disposizione per rendervene conto, quando il dibattito lo dimostri necessario od opportuno. Il mio proposito è stato duplice: cercare il massimo numero di consensi e di collaboratori nell’esclusivo interesse del paese; aumentare l’efficienza del Governo, riducendo e semplificando i ministeri e vincolando i ministri a una solidarietà ministeriale più evidente. (Approvazioni), Se non è riuscito di allargare la partecipazione al Gabinetto nella misura desiderata, credo tuttavia che nell’Assemblea sia cresciuto il senso di corresponsabilità che ci lega ai destini del paese. Con questa Assemblea, che ha fatto opera così egregia e così poderosa nell’elaborare il progetto della nuova Costituzione e che si accinge al compito storico di dare alla Repubblica i suoi organi vitali permanenti, il Governo intende collaborare più strettamente anche nel settore della legislazione ordinaria. Uniremo i nostri sforzi per giungere più rapidamente che sia possibile a una nuova consultazione popolare, alla quale rimetteremo la decisione sui programmi massimi che in questo periodo costituente non riusciamo ad attuare. Siamo sicuri di avere fra tutti quei benemeriti colleghi, che hanno partecipato finora alle nostre fatiche ed ai quali invio un particolare ringraziamento, dei cooperatori oggettivi non solo per la loro competenza ma soprattutto perché la loro esperienza li rende più atti a comprendere appieno la nostra fatica e la nostra devozione agli interessi del paese. La smobilitazione del Ministero dell’assistenza post-bellica è una misura rivolta a farci rientrare nella normalità amministrativa, ma non diminuisce per nulla il dovere e l’impegno che abbiamo di dedicare le più attente cure alle categorie finora affidate alla sua tutela. Il decreto relativo, già approvato dal Consiglio dei ministri, contiene anche disposizioni tranquillanti circa gli attuali funzionari o impiegati del disciolto dicastero. Confido che l’unificazione del tesoro e delle finanze contribuisca a dare al paese il senso di una direzione finanziaria unica e che la concentrazione dei ministeri militari, esigenza fatale della nostra situazione, si compia gradualmente con la piena collaborazione dei tre organismi, fondendo assieme le virtù militari dell’esercito, della marina e dell’aviazione . In questo momento di forzata umiliazione, la Repubblica d’Italia risponde alle sanzioni di guerra non con un grido di rivincita, ma della guerra cancellando perfino il nome e sostituendolo con la difesa, difesa che con l’apertura delle nostre frontiere, la demolizione delle nostre fortificazioni, pur di fronte ai potenti eserciti altrui, e con la riduzione dei nostri armamenti tecnici, è affidata ormai soprattutto al genio dei comandanti e al petto valoroso del nostro popolo in armi. (Applausi). La Repubblica dedicherà tutte le cure possibili a quest’ultima difesa che ci rimane, qualora l’organizzazione internazionale non riuscisse ad escludere, come auspichiamo, ogni aggressione, e terrà in onore i combattenti di ieri e i soldati di oggi affinché si sentano circondati dall’amore del popolo, anzi una cosa sola col regime popolare, il quale ambisce di trasfondere in sé tutte le nobili tradizioni del passato, facendole convergere al progresso della democrazia nazionale e di quella pacifica convivenza tra le genti, vicine e lontane, nella quale, nonostante tutto, sempre crediamo. (Vivissimi, prolungati applausi).
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