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di botto, quando l falcon sappressa, gi sattuffa, ed ei ritorna s crucciato e rotto. Irato Calcabrina de la buffa, volando dietro li tenne, invaghito che quei campasse per aver la zuffa; e come l barattier fu disparito, cos volse li artigli al suo compagno, e fu con lui sopra l fosso ghermito. Ma laltro fu bene sparvier grifagno ad
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artigliar ben lui, e amendue cadder nel mezzo del bogliente stagno. Lo caldo sghermitor sbito fue; ma per di levarsi era neente, s avieno inviscate lali sue. Barbariccia, con li altri suoi dolente, quattro ne f volar da laltra costa con tutt i raffi, e assai prestamente di qua, di l discesero a la posta; porser li uncini verso li
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mpaniati, cheran gi cotti dentro da la crosta. E noi lasciammo lor cos mpacciati. Inferno Canto XXIII Taciti, soli, sanza compagnia nandavam lun dinanzi e laltro dopo, come frati minor vanno per via. Vlt era in su la favola dIsopo lo mio pensier per la presente rissa, dov el parl de la rana e del topo; ch pi non si
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pareggia mo e issa che lun con laltro fa, se ben saccoppia principio e fine con la mente fissa. E come lun pensier de laltro scoppia, cos nacque di quello un altro poi, che la prima paura mi f doppia. Io pensava cos: Questi per noi sono scherniti con danno e con beffa s fatta, chassai credo che lor ni.
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Se lira sovra l mal voler saggueffa, ei ne verranno dietro pi crudeli che l cane a quella lievre chelli acceffa. Gi mi sentia tutti arricciar li peli de la paura e stava in dietro intento, quand io dissi: Maestro, se non celi te e me tostamente, i ho pavento di Malebranche. Noi li avem gi dietro; io li magino
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s, che gi li sento. E quei: Si fossi di piombato vetro, limagine di fuor tua non trarrei pi tosto a me, che quella dentro mpetro. Pur mo venieno i tuo pensier tra miei, con simile atto e con simile faccia, s che dintrambi un sol consiglio fei. Selli che s la destra costa giaccia, che noi possiam ne laltra
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bolgia scendere, noi fuggirem limaginata caccia. Gi non compi di tal consiglio rendere, chio li vidi venir con lali tese non molto lungi, per volerne prendere. Lo duca mio di sbito mi prese, come la madre chal romore desta e vede presso a s le fiamme accese, che prende il figlio e fugge e non sarresta, avendo pi di lui
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che di s cura, tanto che solo una camiscia vesta; e gi dal collo de la ripa dura supin si diede a la pendente roccia, che lun de lati a laltra bolgia tura. Non corse mai s tosto acqua per doccia a volger ruota di molin terragno, quand ella pi verso le pale approccia, come l maestro mio per quel
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vivagno, portandosene me sovra l suo petto, come suo figlio, non come compagno. A pena fuoro i pi suoi giunti al letto del fondo gi, che furon in sul colle sovresso noi; ma non l era sospetto: ch lalta provedenza che lor volle porre ministri de la fossa quinta, poder di partirs indi a tutti tolle. L gi trovammo una
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gente dipinta che giva intorno assai con lenti passi, piangendo e nel sembiante stanca e vinta. Elli avean cappe con cappucci bassi dinanzi a li occhi, fatte de la taglia che in Clugn per li monaci fassi. Di fuor dorate son, s chelli abbaglia; ma dentro tutte piombo, e gravi tanto, che Federigo le mettea di paglia. Oh in etterno
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faticoso manto! Noi ci volgemmo ancor pur a man manca con loro insieme, intenti al tristo pianto; ma per lo peso quella gente stanca vena s pian, che noi eravam nuovi di compagnia ad ogne mover danca. Per chio al duca mio: Fa che tu trovi alcun chal fatto o al nome si conosca, e li occhi, s andando, intorno
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movi. E un che ntese la parola tosca, di retro a noi grid: Tenete i piedi, voi che correte s per laura fosca! Forse chavrai da me quel che tu chiedi. Onde l duca si volse e disse: Aspetta, e poi secondo il suo passo procedi. Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta de lanimo, col viso, desser meco; ma
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tardavali l carco e la via stretta. Quando fuor giunti, assai con locchio bieco mi rimiraron sanza far parola; poi si volsero in s, e dicean seco: Costui par vivo a latto de la gola; e se son morti, per qual privilegio vanno scoperti de la grave stola?. Poi disser me: O Tosco, chal collegio de lipocriti tristi se venuto,
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dir chi tu se non avere in dispregio. E io a loro: I fui nato e cresciuto sovra l bel fiume dArno a la gran villa, e son col corpo chi ho sempre avuto. Ma voi chi siete, a cui tanto distilla quant i veggio dolor gi per le guance? e che pena in voi che s sfavilla?. E lun
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rispuose a me: Le cappe rance son di piombo s grosse, che li pesi fan cos cigolar le lor bilance. Frati godenti fummo, e bolognesi; io Catalano e questi Loderingo nomati, e da tua terra insieme presi come suole esser tolto un uom solingo, per conservar sua pace; e fummo tali, chancor si pare intorno dal Gardingo. Io cominciai: O
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frati, i vostri mali . . . ; ma pi non dissi, cha locchio mi corse un, crucifisso in terra con tre pali. Quando mi vide, tutto si distorse, soffiando ne la barba con sospiri; e l frate Catalan, cha ci saccorse, mi disse: Quel confitto che tu miri, consigli i Farisei che convenia porre un uom per lo popolo
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a martri. Attraversato , nudo, ne la via, come tu vedi, ed mestier chel senta qualunque passa, come pesa, pria. E a tal modo il socero si stenta in questa fossa, e li altri dal concilio che fu per li Giudei mala sementa. Allor vid io maravigliar Virgilio sovra colui chera disteso in croce tanto vilmente ne letterno essilio. Poscia
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drizz al frate cotal voce: Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci sa la man destra giace alcuna foce onde noi amendue possiamo uscirci, sanza costrigner de li angeli neri che vegnan desto fondo a dipartirci. Rispuose adunque: Pi che tu non speri sappressa un sasso che da la gran cerchia si move e varca tutt i vallon feri, salvo
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che n questo rotto e nol coperchia; montar potrete su per la ruina, che giace in costa e nel fondo soperchia. Lo duca stette un poco a testa china; poi disse: Mal contava la bisogna colui che i peccator di qua uncina. E l frate: Io udi gi dire a Bologna del diavol vizi assai, tra quali udi chelli bugiardo,
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e padre di menzogna. Appresso il duca a gran passi sen g, turbato un poco dira nel sembiante; ond io da li ncarcati mi parti dietro a le poste de le care piante. Inferno Canto XXIV In quella parte del giovanetto anno che l sole i crin sotto lAquario tempra e gi le notti al mezzo d sen vanno, quando
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la brina in su la terra assempra limagine di sua sorella bianca, ma poco dura a la sua penna tempra, lo villanello a cui la roba manca, si leva, e guarda, e vede la campagna biancheggiar tutta; ond ei si batte lanca, ritorna in casa, e qua e l si lagna, come l tapin che non sa che si faccia;
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poi riede, e la speranza ringavagna, veggendo l mondo aver cangiata faccia in poco dora, e prende suo vincastro e fuor le pecorelle a pascer caccia. Cos mi fece sbigottir lo mastro quand io li vidi s turbar la fronte, e cos tosto al mal giunse lo mpiastro; ch, come noi venimmo al guasto ponte, lo duca a me si
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volse con quel piglio dolce chio vidi prima a pi del monte. Le braccia aperse, dopo alcun consiglio eletto seco riguardando prima ben la ruina, e diedemi di piglio. E come quei chadopera ed estima, che sempre par che nnanzi si proveggia, cos, levando me s ver la cima dun ronchione, avvisava unaltra scheggia dicendo: Sovra quella poi taggrappa; ma
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tenta pria s tal chella ti reggia. Non era via da vestito di cappa, ch noi a pena, ei lieve e io sospinto, potavam s montar di chiappa in chiappa. E se non fosse che da quel precinto pi che da laltro era la costa corta, non so di lui, ma io sarei ben vinto. Ma perch Malebolge inver la
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porta del bassissimo pozzo tutta pende, lo sito di ciascuna valle porta che luna costa surge e laltra scende; noi pur venimmo al fine in su la punta onde lultima pietra si scoscende. La lena mera del polmon s munta quand io fui s, chi non potea pi oltre, anzi massisi ne la prima giunta. Omai convien che tu cos
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ti spoltre, disse l maestro; ch, seggendo in piuma, in fama non si vien, n sotto coltre; sanza la qual chi sua vita consuma, cotal vestigio in terra di s lascia, qual fummo in aere e in acqua la schiuma. E per leva s; vinci lambascia con lanimo che vince ogne battaglia, se col suo grave corpo non saccascia. Pi
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lunga scala convien che si saglia; non basta da costoro esser partito. Se tu mi ntendi, or fa s che ti vaglia. Levami allor, mostrandomi fornito meglio di lena chi non mi sentia, e dissi: Va, chi son forte e ardito. Su per lo scoglio prendemmo la via, chera ronchioso, stretto e malagevole, ed erto pi assai che quel di
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pria. Parlando andava per non parer fievole; onde una voce usc de laltro fosso, a parole formar disconvenevole. Non so che disse, ancor che sovra l dosso fossi de larco gi che varca quivi; ma chi parlava ad ire parea mosso. Io era vlto in gi, ma li occhi vivi non poteano ire al fondo per lo scuro; per chio:
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Maestro, fa che tu arrivi da laltro cinghio e dismontiam lo muro; ch, com i odo quinci e non intendo, cos gi veggio e neente affiguro. Altra risposta, disse, non ti rendo se non lo far; ch la dimanda onesta si de seguir con lopera tacendo. Noi discendemmo il ponte da la testa dove saggiugne con lottava ripa, e poi
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mi fu la bolgia manifesta: e vidivi entro terribile stipa di serpenti, e di s diversa mena che la memoria il sangue ancor mi scipa. Pi non si vanti Libia con sua rena; ch se chelidri, iaculi e faree produce, e cencri con anfisibena, n tante pestilenzie n s ree mostr gi mai con tutta lEtopia n con ci che
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di sopra al Mar Rosso e. Tra questa cruda e tristissima copia corran genti nude e spaventate, sanza sperar pertugio o elitropia: con serpi le man dietro avean legate; quelle ficcavan per le ren la coda e l capo, ed eran dinanzi aggroppate. Ed ecco a un chera da nostra proda, savvent un serpente che l trafisse l dove l
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collo a le spalle sannoda. N O s tosto mai n I si scrisse, com el saccese e arse, e cener tutto convenne che cascando divenisse; e poi che fu a terra s distrutto, la polver si raccolse per s stessa e n quel medesmo ritorn di butto. Cos per li gran savi si confessa che la fenice more e
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poi rinasce, quando al cinquecentesimo anno appressa; erba n biado in sua vita non pasce, ma sol dincenso lagrime e damomo, e nardo e mirra son lultime fasce. E qual quel che cade, e non sa como, per forza di demon cha terra il tira, o daltra oppilazion che lega lomo, quando si leva, che ntorno si mira tutto smarrito
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de la grande angoscia chelli ha sofferta, e guardando sospira: tal era l peccator levato poscia. Oh potenza di Dio, quant severa, che cotai colpi per vendetta croscia! Lo duca il domand poi chi ello era; per chei rispuose: Io piovvi di Toscana, poco tempo , in questa gola fiera. Vita bestial mi piacque e non umana, s come a
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mul chi fui; son Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana. E o al duca: Dilli che non mucci, e domanda che colpa qua gi l pinse; chio l vidi uomo di sangue e di crucci. E l peccator, che ntese, non sinfinse, ma drizz verso me lanimo e l volto, e di trista vergogna si dipinse; poi
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disse: Pi mi duol che tu mhai colto ne la miseria dove tu mi vedi, che quando fui de laltra vita tolto. Io non posso negar quel che tu chiedi; in gi son messo tanto perch io fui ladro a la sagrestia di belli arredi, e falsamente gi fu apposto altrui. Ma perch di tal vista tu non godi, se
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mai sarai di fuor da luoghi bui, apri li orecchi al mio annunzio, e odi. Pistoia in pria di Neri si dimagra; poi Fiorenza rinova gente e modi. Tragge Marte vapor di Val di Magra ch di torbidi nuvoli involuto; e con tempesta impetosa e agra sovra Campo Picen fia combattuto; ond ei repente spezzer la nebbia, s chogne Bianco
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ne sar feruto. E detto lho perch doler ti debbia!. Inferno Canto XXV Al fine de le sue parole il ladro le mani alz con amendue le fiche, gridando: Togli, Dio, cha te le squadro!. Da indi in qua mi fuor le serpi amiche, perch una li savvolse allora al collo, come dicesse Non vo che pi diche; e unaltra
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a le braccia, e rilegollo, ribadendo s stessa s dinanzi, che non potea con esse dare un crollo. Ahi Pistoia, Pistoia, ch non stanzi dincenerarti s che pi non duri, poi che n mal fare il seme tuo avanzi? Per tutt i cerchi de lo nferno scuri non vidi spirto in Dio tanto superbo, non quel che cadde a Tebe
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gi da muri. El si fugg che non parl pi verbo; e io vidi un centauro pien di rabbia venir chiamando: Ov , ov lacerbo?. Maremma non cred io che tante nabbia, quante bisce elli avea su per la groppa infin ove comincia nostra labbia. Sovra le spalle, dietro da la coppa, con lali aperte li giacea un draco; e
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quello affuoca qualunque sintoppa. Lo mio maestro disse: Questi Caco, che, sotto l sasso di monte Aventino, di sangue fece spesse volte laco. Non va co suoi fratei per un cammino, per lo furto che frodolente fece del grande armento chelli ebbe a vicino; onde cessar le sue opere biece sotto la mazza dErcule, che forse gliene di cento, e
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non sent le diece. Mentre che s parlava, ed el trascorse, e tre spiriti venner sotto noi, de quai n io n l duca mio saccorse, se non quando gridar: Chi siete voi?; per che nostra novella si ristette, e intendemmo pur ad essi poi. Io non li conoscea; ma ei seguette, come suol seguitar per alcun caso, che lun
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nomar un altro convenette, dicendo: Cianfa dove fia rimaso?; per chio, acci che l duca stesse attento, mi puosi l dito su dal mento al naso. Se tu se or, lettore, a creder lento ci chio dir, non sar maraviglia, ch io che l vidi, a pena il mi consento. Com io tenea levate in lor le ciglia, e un
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serpente con sei pi si lancia dinanzi a luno, e tutto a lui sappiglia. Co pi di mezzo li avvinse la pancia e con li anteror le braccia prese; poi li addent e luna e laltra guancia; li diretani a le cosce distese, e miseli la coda tra mbedue e dietro per le ren s la ritese. Ellera abbarbicata mai
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non fue ad alber s, come lorribil fiera per laltrui membra avviticchi le sue. Poi sappiccar, come di calda cera fossero stati, e mischiar lor colore, n lun n laltro gi parea quel chera: come procede innanzi da lardore, per lo papiro suso, un color bruno che non nero ancora e l bianco more. Li altri due l riguardavano, e
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ciascuno gridava: Om, Agnel, come ti muti! Vedi che gi non se n due n uno. Gi eran li due capi un divenuti, quando napparver due figure miste in una faccia, ov eran due perduti. Fersi le braccia due di quattro liste; le cosce con le gambe e l ventre e l casso divenner membra che non fuor mai viste.
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Ogne primaio aspetto ivi era casso: due e nessun limagine perversa parea; e tal sen gio con lento passo. Come l ramarro sotto la gran fersa dei d canicular, cangiando sepe, folgore par se la via attraversa, s pareva, venendo verso lepe de li altri due, un serpentello acceso, livido e nero come gran di pepe; e quella parte onde
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prima preso nostro alimento, a lun di lor trafisse; poi cadde giuso innanzi lui disteso. Lo trafitto l mir, ma nulla disse; anzi, co pi fermati, sbadigliava pur come sonno o febbre lassalisse. Elli l serpente e quei lui riguardava; lun per la piaga e laltro per la bocca fummavan forte, e l fummo si scontrava. Taccia Lucano ormai l
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dov e tocca del misero Sabello e di Nasidio, e attenda a udir quel chor si scocca. Taccia di Cadmo e dAretusa Ovidio, ch se quello in serpente e quella in fonte converte poetando, io non lo nvidio; ch due nature mai a fronte a fronte non trasmut s chamendue le forme a cambiar lor matera fosser pronte. Insieme si
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rispuosero a tai norme, che l serpente la coda in forca fesse, e l feruto ristrinse insieme lorme. Le gambe con le cosce seco stesse sappiccar s, che n poco la giuntura non facea segno alcun che si paresse. Togliea la coda fessa la figura che si perdeva l, e la sua pelle si facea molle, e quella di l
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dura. Io vidi intrar le braccia per lascelle, e i due pi de la fiera, cheran corti, tanto allungar quanto accorciavan quelle. Poscia li pi di rietro, insieme attorti, diventaron lo membro che luom cela, e l misero del suo navea due porti. Mentre che l fummo luno e laltro vela di color novo, e genera l pel suso per
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luna parte e da laltra il dipela, lun si lev e laltro cadde giuso, non torcendo per le lucerne empie, sotto le quai ciascun cambiava muso. Quel chera dritto, il trasse ver le tempie, e di troppa matera chin l venne uscir li orecchi de le gote scempie; ci che non corse in dietro e si ritenne di quel soverchio,
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f naso a la faccia e le labbra ingross quanto convenne. Quel che giaca, il muso innanzi caccia, e li orecchi ritira per la testa come face le corna la lumaccia; e la lingua, chava unita e presta prima a parlar, si fende, e la forcuta ne laltro si richiude; e l fummo resta. Lanima chera fiera divenuta, suffolando si
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fugge per la valle, e laltro dietro a lui parlando sputa. Poscia li volse le novelle spalle, e disse a laltro: I vo che Buoso corra, com ho fatt io, carpon per questo calle. Cos vid io la settima zavorra mutare e trasmutare; e qui mi scusi la novit se fior la penna abborra. E avvegna che li occhi miei
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confusi fossero alquanto e lanimo smagato, non poter quei fuggirsi tanto chiusi, chi non scorgessi ben Puccio Sciancato; ed era quel che sol, di tre compagni che venner prima, non era mutato; laltr era quel che tu, Gaville, piagni. Inferno Canto XXVI Godi, Fiorenza, poi che se s grande che per mare e per terra batti lali, e per lo
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nferno tuo nome si spande! Tra li ladron trovai cinque cotali tuoi cittadini onde mi ven vergogna, e tu in grande orranza non ne sali. Ma se presso al mattin del ver si sogna, tu sentirai, di qua da picciol tempo, di quel che Prato, non chaltri, tagogna. E se gi fosse, non saria per tempo. Cos foss ei, da
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che pur esser dee! ch pi mi graver, com pi mattempo. Noi ci partimmo, e su per le scalee che navea fatto iborni a scender pria, rimont l duca mio e trasse mee; e proseguendo la solinga via, tra le schegge e tra rocchi de lo scoglio lo pi sanza la man non si spedia. Allor mi dolsi, e ora
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mi ridoglio quando drizzo la mente a ci chio vidi, e pi lo ngegno affreno chi non soglio, perch non corra che virt nol guidi; s che, se stella bona o miglior cosa mha dato l ben, chio stessi nol minvidi. Quante l villan chal poggio si riposa, nel tempo che colui che l mondo schiara la faccia sua a
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noi tien meno ascosa, come la mosca cede a la zanzara, vede lucciole gi per la vallea, forse col dov e vendemmia e ara: di tante fiamme tutta risplendea lottava bolgia, s com io maccorsi tosto che fui l ve l fondo parea. E qual colui che si vengi con li orsi vide l carro dElia al dipartire, quando i
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cavalli al cielo erti levorsi, che nol potea s con li occhi seguire, chel vedesse altro che la fiamma sola, s come nuvoletta, in s salire: tal si move ciascuna per la gola del fosso, ch nessuna mostra l furto, e ogne fiamma un peccatore invola. Io stava sovra l ponte a veder surto, s che sio non avessi un
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ronchion preso, caduto sarei gi sanz esser urto. E l duca che mi vide tanto atteso, disse: Dentro dai fuochi son li spirti; catun si fascia di quel chelli inceso. Maestro mio, rispuos io, per udirti son io pi certo; ma gi mera avviso che cos fosse, e gi voleva dirti: chi n quel foco che vien s diviso di
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sopra, che par surger de la pira dov Etecle col fratel fu miso?. Rispuose a me: L dentro si martira Ulisse e Domede, e cos insieme a la vendetta vanno come a lira; e dentro da la lor fiamma si geme lagguato del caval che f la porta onde usc de Romani il gentil seme. Piangevisi entro larte per che,
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morta, Dedama ancor si duol dAchille, e del Palladio pena vi si porta. Sei posson dentro da quelle faville parlar, diss io, maestro, assai ten priego e ripriego, che l priego vaglia mille, che non mi facci de lattender niego fin che la fiamma cornuta qua vegna; vedi che del disio ver lei mi piego!. Ed elli a me: La
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tua preghiera degna di molta loda, e io per laccetto; ma fa che la tua lingua si sostegna. Lascia parlare a me, chi ho concetto ci che tu vuoi; chei sarebbero schivi, perch e fuor greci, forse del tuo detto. Poi che la fiamma fu venuta quivi dove parve al mio duca tempo e loco, in questa forma lui parlare
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audivi: O voi che siete due dentro ad un foco, sio meritai di voi mentre chio vissi, sio meritai di voi assai o poco quando nel mondo li alti versi scrissi, non vi movete; ma lun di voi dica dove, per lui, perduto a morir gissi. Lo maggior corno de la fiamma antica cominci a crollarsi mormorando, pur come quella
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cui vento affatica; indi la cima qua e l menando, come fosse la lingua che parlasse, gitt voce di fuori e disse: Quando mi diparti da Circe, che sottrasse me pi dun anno l presso a Gaeta, prima che s Ena la nomasse, n dolcezza di figlio, n la pieta del vecchio padre, n l debito amore lo qual dovea
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Penelop far lieta, vincer potero dentro a me lardore chi ebbi a divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore; ma misi me per lalto mare aperto sol con un legno e con quella compagna picciola da la qual non fui diserto. Lun lito e laltro vidi infin la Spagna, fin nel Morrocco, e lisola di
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Sardi, e laltre che quel mare intorno bagna. Io e compagni eravam vecchi e tardi quando venimmo a quella foce stretta dov Ercule segn li suoi riguardi acci che luom pi oltre non si metta; da la man destra mi lasciai Sibilia, da laltra gi mavea lasciata Setta. O frati, dissi che per cento milia perigli siete giunti a loccidente,
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a questa tanto picciola vigilia di nostri sensi ch del rimanente non vogliate negar lesperenza, di retro al sol, del mondo sanza gente. Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. Li miei compagni fec io s aguti, con questa orazion picciola, al cammino, che a pena poscia li avrei ritenuti;
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e volta nostra poppa nel mattino, de remi facemmo ali al folle volo, sempre acquistando dal lato mancino. Tutte le stelle gi de laltro polo vedea la notte, e l nostro tanto basso, che non surga fuor del marin suolo. Cinque volte racceso e tante casso lo lume era di sotto da la luna, poi che ntrati eravam ne lalto
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passo, quando napparve una montagna, bruna per la distanza, e parvemi alta tanto quanto veduta non ava alcuna. Noi ci allegrammo, e tosto torn in pianto; ch de la nova terra un turbo nacque e percosse del legno il primo canto. Tre volte il f girar con tutte lacque; a la quarta levar la poppa in suso e la prora
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ire in gi, com altrui piacque, infin che l mar fu sovra noi richiuso. Inferno Canto XXVII Gi era dritta in s la fiamma e queta per non dir pi, e gi da noi sen gia con la licenza del dolce poeta, quand unaltra, che dietro a lei vena, ne fece volger li occhi a la sua cima per un
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confuso suon che fuor nuscia. Come l bue cicilian che mugghi prima col pianto di colui, e ci fu dritto, che lavea temperato con sua lima, mugghiava con la voce de lafflitto, s che, con tutto che fosse di rame, pur el pareva dal dolor trafitto; cos, per non aver via n forame dal principio nel foco, in suo linguaggio
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si convertan le parole grame. Ma poscia chebber colto lor vaggio su per la punta, dandole quel guizzo che dato avea la lingua in lor passaggio, udimmo dire: O tu a cu io drizzo la voce e che parlavi mo lombardo, dicendo Istra ten va, pi non tadizzo, perch io sia giunto forse alquanto tardo, non tincresca restare a parlar
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meco; vedi che non incresce a me, e ardo! Se tu pur mo in questo mondo cieco caduto se di quella dolce terra latina ond io mia colpa tutta reco, dimmi se Romagnuoli han pace o guerra; chio fui di monti l intra Orbino e l giogo di che Tever si diserra. Io era in giuso ancora attento e chino,
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quando il mio duca mi tent di costa, dicendo: Parla tu; questi latino. E io, chavea gi pronta la risposta, sanza indugio a parlare incominciai: O anima che se l gi nascosta, Romagna tua non , e non fu mai, sanza guerra ne cuor de suoi tiranni; ma n palese nessuna or vi lasciai. Ravenna sta come stata molt anni:
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laguglia da Polenta la si cova, s che Cervia ricuopre co suoi vanni. La terra che f gi la lunga prova e di Franceschi sanguinoso mucchio, sotto le branche verdi si ritrova. E l mastin vecchio e l nuovo da Verrucchio, che fecer di Montagna il mal governo, l dove soglion fan di denti succhio. Le citt di Lamone e
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di Santerno conduce il loncel dal nido bianco, che muta parte da la state al verno. E quella cu il Savio bagna il fianco, cos com ella sie tra l piano e l monte, tra tirannia si vive e stato franco. Ora chi se, ti priego che ne conte; non esser duro pi chaltri sia stato, se l nome tuo
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nel mondo tegna fronte. Poscia che l foco alquanto ebbe rugghiato al modo suo, laguta punta mosse di qua, di l, e poi di cotal fiato: Si credesse che mia risposta fosse a persona che mai tornasse al mondo, questa fiamma staria sanza pi scosse; ma per che gi mai di questo fondo non torn vivo alcun, si odo il
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vero, sanza tema dinfamia ti rispondo. Io fui uom darme, e poi fui cordigliero, credendomi, s cinto, fare ammenda; e certo il creder mio vena intero, se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!, che mi rimise ne le prime colpe; e come e quare, voglio che mintenda. Mentre chio forma fui dossa e di polpe che la
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madre mi di, lopere mie non furon leonine, ma di volpe. Li accorgimenti e le coperte vie io seppi tutte, e s menai lor arte, chal fine de la terra il suono uscie. Quando mi vidi giunto in quella parte di mia etade ove ciascun dovrebbe calar le vele e raccoglier le sarte, ci che pria mi piaca, allor mincrebbe,
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e pentuto e confesso mi rendei; ahi miser lasso! e giovato sarebbe. Lo principe di novi Farisei, avendo guerra presso a Laterano, e non con Saracin n con Giudei, ch ciascun suo nimico era cristiano, e nessun era stato a vincer Acri n mercatante in terra di Soldano, n sommo officio n ordini sacri guard in s, n in me
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quel capestro che solea fare i suoi cinti pi macri. Ma come Costantin chiese Silvestro dentro Siratti a guerir de la lebbre, cos mi chiese questi per maestro a guerir de la sua superba febbre; domandommi consiglio, e io tacetti perch le sue parole parver ebbre. E poi ridisse: Tuo cuor non sospetti; finor tassolvo, e tu minsegna fare s
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come Penestrino in terra getti. Lo ciel poss io serrare e diserrare, come tu sai; per son due le chiavi che l mio antecessor non ebbe care. Allor mi pinser li argomenti gravi l ve l tacer mi fu avviso l peggio, e dissi: Padre, da che tu mi lavi di quel peccato ov io mo cader deggio, lunga promessa
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con lattender corto ti far trunfar ne lalto seggio. Francesco venne poi, com io fu morto, per me; ma un di neri cherubini li disse: Non portar: non mi far torto. Venir se ne dee gi tra miei meschini perch diede l consiglio frodolente, dal quale in qua stato li sono a crini; chassolver non si pu chi non si
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pente, n pentere e volere insieme puossi per la contradizion che nol consente. Oh me dolente! come mi riscossi quando mi prese dicendomi: Forse tu non pensavi chio lico fossi!. A Mins mi port; e quelli attorse otto volte la coda al dosso duro; e poi che per gran rabbia la si morse, disse: Questi di rei del foco furo;
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per chio l dove vedi son perduto, e s vestito, andando, mi rancuro. Quand elli ebbe l suo dir cos compiuto, la fiamma dolorando si partio, torcendo e dibattendo l corno aguto. Noi passamm oltre, e io e l duca mio, su per lo scoglio infino in su laltr arco che cuopre l fosso in che si paga il fio
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a quei che scommettendo acquistan carco. Inferno Canto XXVIII Chi poria mai pur con parole sciolte dicer del sangue e de le piaghe a pieno chi ora vidi, per narrar pi volte? Ogne lingua per certo verria meno per lo nostro sermone e per la mente channo a tanto comprender poco seno. Sel saunasse ancor tutta la gente che gi,
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in su la fortunata terra di Puglia, fu del suo sangue dolente per li Troiani e per la lunga guerra che de lanella f s alte spoglie, come Livo scrive, che non erra, con quella che sentio di colpi doglie per contastare a Ruberto Guiscardo; e laltra il cui ossame ancor saccoglie a Ceperan, l dove fu bugiardo ciascun Pugliese,
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e l da Tagliacozzo, dove sanz arme vinse il vecchio Alardo; e qual forato suo membro e qual mozzo mostrasse, daequar sarebbe nulla il modo de la nona bolgia sozzo. Gi veggia, per mezzul perdere o lulla, com io vidi un, cos non si pertugia, rotto dal mento infin dove si trulla. Tra le gambe pendevan le minugia; la corata
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pareva e l tristo sacco che merda fa di quel che si trangugia. Mentre che tutto in lui veder mattacco, guardommi e con le man saperse il petto, dicendo: Or vedi com io mi dilacco! vedi come storpiato Mometto! Dinanzi a me sen va piangendo Al, fesso nel volto dal mento al ciuffetto. E tutti li altri che tu vedi
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qui, seminator di scandalo e di scisma fuor vivi, e per son fessi cos. Un diavolo qua dietro che naccisma s crudelmente, al taglio de la spada rimettendo ciascun di questa risma, quand avem volta la dolente strada; per che le ferite son richiuse prima chaltri dinanzi li rivada. Ma tu chi se che n su lo scoglio muse, forse
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per indugiar dire a la pena ch giudicata in su le tue accuse?. N morte l giunse ancor, n colpa l mena, rispuose l mio maestro, a tormentarlo; ma per dar lui esperenza piena, a me, che morto son, convien menarlo per lo nferno qua gi di giro in giro; e quest ver cos com io ti parlo. Pi fuor
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di cento che, quando ludiro, sarrestaron nel fosso a riguardarmi per maraviglia, oblando il martiro. Or d a fra Dolcin dunque che sarmi, tu che forse vedra il sole in breve, sello non vuol qui tosto seguitarmi, s di vivanda, che stretta di neve non rechi la vittoria al Noarese, chaltrimenti acquistar non saria leve. Poi che lun pi per
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girsene sospese, Mometto mi disse esta parola; indi a partirsi in terra lo distese. Un altro, che forata avea la gola e tronco l naso infin sotto le ciglia, e non avea mai chuna orecchia sola, ristato a riguardar per maraviglia con li altri, innanzi a li altri apr la canna, chera di fuor dogne parte vermiglia, e disse: O
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tu cui colpa non condanna e cu io vidi su in terra latina, se troppa simiglianza non minganna, rimembriti di Pier da Medicina, se mai torni a veder lo dolce piano che da Vercelli a Marcab dichina. E fa saper a due miglior da Fano, a messer Guido e anco ad Angiolello, che, se lantiveder qui non vano, gittati saran
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fuor di lor vasello e mazzerati presso a la Cattolica per tradimento dun tiranno fello. Tra lisola di Cipri e di Maiolica non vide mai s gran fallo Nettuno, non da pirate, non da gente argolica. Quel traditor che vede pur con luno, e tien la terra che tale qui meco vorrebbe di vedere esser digiuno, far venirli a parlamento
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seco; poi far s, chal vento di Focara non sar lor mestier voto n preco. E io a lui: Dimostrami e dichiara, se vuo chi porti s di te novella, chi colui da la veduta amara. Allor puose la mano a la mascella dun suo compagno e la bocca li aperse, gridando: Questi desso, e non favella. Questi, scacciato, il
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dubitar sommerse in Cesare, affermando che l fornito sempre con danno lattender sofferse. Oh quanto mi pareva sbigottito con la lingua tagliata ne la strozza Curo, cha dir fu cos ardito! E un chavea luna e laltra man mozza, levando i moncherin per laura fosca, s che l sangue facea la faccia sozza, grid: Ricorderati anche del Mosca, che disse,
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lasso!, Capo ha cosa fatta, che fu mal seme per la gente tosca. E io li aggiunsi: E morte di tua schiatta; per chelli, accumulando duol con duolo, sen gio come persona trista e matta. Ma io rimasi a riguardar lo stuolo, e vidi cosa chio avrei paura, sanza pi prova, di contarla solo; se non che coscenza massicura, la
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