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I cristiano-sociali?
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Chi sono gli sconfitti?
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Si disse che le questioni religiose andavano messe da parte.
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L' unione di tutti i tirolesi ci voleva;
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i nazionalisti accolsero preti a braccia aperte e i preti, i buoni cattolici vi si gettarono con entusiasmo.
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La lega tirolese era fatta:
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era il tirolismo il cemento più efficace, gli italiani, i Welsche, erano il nemico.
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« Il Tirolo ai tirolesi! »
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, e sotto questa bandiera si diede la mano ai tedeschi nazionali, a cattolici come l' Edgardo e il Rohmeder, si permisero se non si applaudirono le incursioni provocatorie di protestanti germanici nei nostri villaggi, né si battè ciglio quando, dal Tiroler Tagblatt, dalle Innsbrucker Nachrichten, in nome del Tiroler Volksbund si insultarono « die welschen Preti ».
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Edgardo doveva essere l' apostolo della dottrina vera, che poteva cacciare e rimettere preti a suo talento, a seconda che favorivano o meno il suo patriottismo.
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E noi che abbiamo protestato, che ci siamo opposti, venivamo designati come irredentisti, traditori dell' Austria.
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Il nostro clero che chiedeva ai confratelli di Oltresalorno una tregua di Dio, che almeno s' informassero, venivano respinti, lasciati senza risposta.
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O non c' era il Meyer, non c' era la stampa liberale d' Innsbruck che li informava?
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testa.
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« Tirolo ai Tirolesi! »
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e con questo grido ci si ricacciava in gola ogni pro « Tirolo ai Tirolesi! »
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sta bene, o alleati dei Weuin, dei Rohn, degli Sternbach ecc. contro di noi.
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Ma intanto ad Innsbruck regna ed aumenta il suo impero il liberalismo, il teutonismo d' importazione.
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Ma intanto i vostri alleati celebrano nella capitale un' orgia di idee e di sentimenti che sono tutto fuori che « tirolesismo », tutto fuori che un tributo d' omaggio alle tradizioni dei vostri padri.
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O non vedete che mentre v' accingete a riconquistare al Tirolo coll' unione agli anticlericali un villaggio di montanari, come San Sebastiano, il Tirolo, il sacro Tirolo, il vostro Tirolo langue e muore nella capitale?
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Non ravvisate nei beccamorti i vostri alleati?
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Sì, donate un prete, arricchite una chiesa a una frazione di Terragnolo;
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le vostre cattedrali avranno i vetri infranti.
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Eccovi la bufera ... È buono che sia scoppiata, è buona questa imperversante procella, altrimenti l' anno 9 vi avrebbe sorpresi torbidi nel vostro tirolesismo nazionale;
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forse che l' uragano anticlericale vi rammenta di non essere tradizione hoferiana il portare la discordia in cattolici villaggi italiani valendosi di alleati, che nelle vostre città coltivano, propagano i principi della rovina ... Ma ci accorgiamo che la predica diventa un po' lunga, senza aver parlato ancora ai trentini, ai quali anzitutto volevamo rivolgerci.
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Il quaresimale continua domani.
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Discorso alla Pan American Union
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Signor Presidente, Signori Ambasciatori, è per me altissimo privilegio ed onore trovarmi oggi tra Voi e desidero esprimere a Voi, ai vostri Governi ed ai vostri popoli, anche a nome del popolo italiano che nella mia persona avete qui voluto salutare, il più vivo commosso ringraziamento.
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Il Vostro invito costituisce non solo per così dire una riconsacrazione di quei vincoli di sangue, di cultura, di religione e di tradizioni che sono comune patrimonio dei nostri Paesi, e che Voi, Signor Presidente, avete or ora con così elevata parola rievocati, ma mi pare possa assumere nelle attuali circostanze un particolare significato di squisito valore politico.
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Il vostro caloroso atteggiamento mi induce a ritenere che, con l' accogliere tra Voi il rappresentante di un Paese che alcuni formalismi giuridici tengono ancora al di fuori dei grandi consessi internazionali, abbiate inteso riconfermare di aver già nella sostanza superati tali formalismi e di voler tener conto più che di situazioni contingenti dei valori permanenti che formano il sostrato dei rapporti tra i popoli;
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che abbiate cioè voluto dar prova di guardare all' avvenire anziché al recente passato.
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È per questo avvenire, non solo dell' Italia ma della comunità delle Nazioni, che il mio Paese, pur tuttora gravemente sanguinante per le ferite infertegli dalla guerra e dalle sue terribili conseguenze, sta ora duramente lottando.
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In tale suo sforzo, la nuova Italia democratica, quella Italia cioè che ha ripreso il cammino sulla vecchia via da cui solo temporaneamente una fatalità aveva potuto allontanarla, si sente assistita e sostenuta non solo dalla comprensione e dalla simpatia di tutti quei Popoli che, come i Vostri, valutano a pieno il contributo da essa dato alla comune civiltà, ma anche dalla consapevolezza che essa si inspira in tale sua opera di ricostruzione agli stessi ideali che sono alla base della vostra Unione, dei vostri rispettivi Governi – tra cui quello del grande e nobile Paese che tutti qui ci ospita – così come di quei Paesi che in ogni parte del mondo hanno le stesse aspirazioni per una comunità internazionale retta dalla giustizia e dalla libertà.
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È perciò per me motivo di particolare soddisfazione e conforto il poter oggi constatare ancora una volta, attraverso di Voi, che l' Italia può contare sulle nobili Nazioni del continente americano.
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Come nella famiglia degli individui così nella famiglia dei popoli i conti del dare e dell' avere seguono le alterne vicende della vita di ciascuno di essi.
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Voi avete voluto rievocare quello che l' Italia ha dato nel corso della sua storia alla civiltà del Mondo ed in particolare a quella dei Paesi che possono trarre motivo di vanto dalla loro qualifica di latini;
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ed avete rievocato il contributo di sangue e di energie di lavoro dato dall' Italia all' insieme del continente americano.
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Ma io voglio ricordare quello che Voi avete dato e state dando al mondo.
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L' esempio cioè di una comunità di popoli che, nel nome del progresso, ha realizzato all' interno la felice cooperazione dei cittadini nel rispetto della libertà dei singoli e che nei reciproci rapporti ha instaurato un regime di pacifica e proficua convivenza che assicura alle Nazioni grandi come a quelle piccole eguali diritti e doveri.
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Quello che Voi avete realizzato nell' ambito dell' emisfero occidentale addita la meta al cui raggiungimento l' intera umanità deve rivolgere i suoi sforzi.
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Per quanto concerne più direttamente l' Italia, non è senza significato che tra le prime mani amichevolmente tese alla nuova Italia che, in un travaglio forse senza precedenti, ha ritrovato se stessa, vi siano state quelle delle Nazioni sorelle dell' America Latina e che da queste ci siano venuti in un momento tanto difficile della nostra storia, così numerosi incoraggiamenti ed aiuti nel campo morale come in quello materiale.
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Come Voi avete voluto ricordare quanto caro sia alle Nazioni qui rappresentate il loro retaggio di civiltà latina, così consentite che io vi dica che l' Italia guarda con altrettanta fierezza ed orgoglio alle civilissime, libere, prospere Nazioni americane che hanno aperto un nuovo mondo alla nostra comune vecchia civiltà e che in questo tengono accesa la fiaccola di quegli ideali di libertà e dignità umana che sono l' essenza stessa del nostro modo di vivere.
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Signor Presidente, Signori Ambasciatori, desidero, prima di chiudere queste mie brevi parole, esprimervi ancora la mia profonda gratitudine per le accoglienze che avete voluto riservarmi e pregarvi di rendervi interpreti presso i Vostri Governi ed i Vostri popoli dei ringraziamenti del popolo Italiano e dei suoi voti per la prosperità e la grandezza delle Nazioni che Voi così degnamente qui rappresentate.
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Vigilia
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Due ideali affascinano soprattutto i giovani:
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libertà e patria.
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Ma al primo può spingere oltre l' amore del bene anche l' istinto del male, il secondo viene troppo facilmente identificato coll' interesse di fazione o di classe.
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L' ideale di libertà assoluta non basta all' educazione dei giovani, anzi spesso nella pratica viene tradotto in sfrenatezza e licenza.
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Nel campo del pensiero poi libertà nel senso storico della filosofia del sec. XIX fu negazione, ed anche oggidì nei suoi templi e nelle sue aule domina lo scetticismo.
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E quante delusioni toccano ai giovani nel culto dell' ideale patriottico!
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Prediligono, è naturale, le aspirazioni più radicali ed estreme e s' imbevono di un romanticismo nazionale che trionfa nei brindisi alati, nelle volate liriche, nelle pose che sarebbero eroiche se non ricordassero quei quadri plastici dei varietés che riproducono per gli ammiratori lontani gli dei e i semidei antichi delle gallerie vaticane.
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Sono forme lievi e fugaci di una politica del sentimento, sincera nei brevi istanti della spontaneità tradizionale e vuota come la storia d' un' accademia, nell' altre lunghe giornate in cui tedia la nostra vita pubblica.
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Ma questa politica è soprattutto facile, fa appello più al cuore che alla ragione, richiede più l' entusiasmo del momento che il sacrificio diuturno e la costanza dell' opera.
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Quindi i giovani l' abbracciano subitamente con fervore e vi agiscono con una spensierata baldanza quasi si trattasse di uno sport dello spirito e della parola.
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Essi corrono la Maratona della politica giovanile, fra gli evviva trionfali.
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Ma venuti via, nel primo slancio, per un buon tratto di corsa si fermano e si sentono soli.
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Avvertono che i plaudenti non erano una folla, ma una funzione interessata, che il popolo, il grande popolo cammina su altre vie.
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Ed allora i giovani, colle adulazioni ancora negli orecchi, non sentono il dovere di rivolgersi su sè stessi, di esaminare se la loro strada è sbagliata, se l' impeto non li trascinò troppo lontano o troppo alla deriva, ma imprecano subito contro questo popolo, ingiuriandolo con feroci invettive.
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Reazionari, antipatriottici, pecore matte! ...
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Ma dalla folla si risponde:
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Che volete voi da noi?
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Non vi conosciamo.
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Non vi abbiamo visti né nelle nostre chiese né nelle nostre assemblee.
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Siete colti, studiosi?
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– Che cosa ci avete insegnato?
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– Siete patrioti?
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– Che cosa avete fatto per l' interesse nostro e dei nostri figli?
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– Ci parlate d' ideali nazionali?
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Non vi intendiamo, perché ci ripugnano i vostri metodi, non abbiamo fiducia nei vostri sentimenti, siete divenuti estranei alla nostra coscienza ed alla nostra vita.
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La risposta è vera, è logica, ma non convincerà i giovani.
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I quali, divisi oramai moralmente dal popolo, esaurita l' attività pubblica sportistica, si richiuderanno nell' egoismo della loro carriera e mendicheranno, giudicheranno, abbevereranno il popolo senza comprenderne l' anima, retrivi ad ogni attività per il pubblico benessere, eterni biascicatori d' inutili querele, ricopiatori delle sterili proteste e delle pose antiche.
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Ed eccovi costituita per un processo naturale, la classe dei siori, quella borghesia superficiale che visse e in buona parte vive ancora in un nazionalismo astratto ed impopolare.
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Pochi fra i giovani che abbiamo descritto si sottrarranno a questa sorte, pochi ritroveranno più tardi l' energia di fare il cammino.
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Gli è che anche la vita sociale richiede una seria preparazione come la vita individuale.
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Non è vero che allo studente appena uscito dal ginnasio per quello che riguarda la sua opera avvenire rispetto alla patria, basti inculcare l' amore alla libertà e l' entusiasmo per la propria nazione.
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Egli abbisogna della libertà, ma anzitutto delle garanzie che impediscono che la libertà sia negata dalla passione.
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È quindi necessario che una società di studenti si proponga di riaffermare e coltivare i principi e l' etica del Cristianesimo.
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Questo sarà il vincolo più forte, che stringerà i giovani al popolo e li educherà alla democrazia.
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Ed è poi la democrazia che rinnova il nazionalismo che gli dà il conteI
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I giovani devono avezzarsi per tempo all' analisi della vita popolare, a penetrare coll' occhio della mente nel labirinto delle cause e dei rapporti sociali.
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Solo con tale studio e con tale osservazione comprenderanno anche il popolo trentino e la sua vita pubblica, le sue debolezze e le sue energie, che sapranno più tardi compatire o, rispettivamente, guidare.
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Ma a tal uopo è indispensabile nei giovani un profondo senso di responsabilità e quell' accortezza d' animo che non respinge con fanciullesca iattanza i consigli dei vecchi, ma questi prepone a guida dell' entusiasmo e del coraggio giovanile.
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È vero, una tale via è più difficile, meno accompagnata forse dal chiasso degli applausi, meno poetica, meno cavalleresca, direbbe Lodovico Ariosto, ma si ricordi:
[ { "entity_text": "Lodovico Ariosto", "type": "PER" } ]
nell' età di mezzo non furono i cavalieri erranti che aprirono la via al progresso civile e sociale, furono delle associazioni religiose che con diuturna fatica dissodarono e coltivarono quei terreni su cui sorsero cattedrali e università.
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E poiché gli amici dell' Associazione cattolica universitaria, pur senza l' austerità dei benedettini medioevali, ma colla allegra vivacità dei loro vent' anni si propongono di fare nel campo intellettuale e sociale un lavoro serio e maturo di preparazione ai loro doveri sociali, quali richiedono i bisogni presenti, noi mandiamo loro da questo foglio ch' è il portavoce della grande maggioranza del popolo trentino, il nostro augurale saluto.
[ { "entity_text": "Associazione cattolica universitaria", "type": "ORG" } ]
Discorso all' inaugurazione dell' VIII Sessione del Consiglio atlantico
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Signor Presidente, signori delegati, dandovi il benvenuto a Roma, città universale per vocazione e per storia, oso dire che nessun' altra sede può eguagliare questa Urbe nello ispirare dai suoi monumenti, dalle rovine e da tutte le vestigia impresse nel suo suolo dalle generazioni umane;
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lo stato di animo di cui oggi hanno bisogno coloro che sono chiamati a reggere i popoli.
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Il primo elemento di questo stato di animo è un senso di limitazione delle nostre forze che diviene più acuto innanzi alla secolare profondità e complessità della storia:
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il nostro tempo è forse un minuto secondo nel quadrante del mondo civile e la nostra azione è condizionata da un così rapido evolversi delle cose che ogni risoluzione deve essere esaminata e presa con la massima responsabilità.
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Ma la storia di Roma ci insegna soprattutto che la forza decisiva e la fede nel proprio ideale è la energia spirituale che muove e dà impulso alla volontà organizzativa, che conquista e unisce gli animi e li munisce poi di mezzi materiali necessari per raggiungere il fine.
[ { "entity_text": "Roma", "type": "LOC" } ]
I popoli non seguono, se non sono afferrati da una idea calda e profonda e non reggono per via, se non sono persuasi che essa porta a maggiore giustizia sociale e internazionale.
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Questa verità che abbiamo formulato ad Ottawa, a Roma trova conferma nella lezione della storia.
[ { "entity_text": "Ottawa", "type": "LOC" }, { "entity_text": "Roma", "type": "LOC" } ]
Lo sappiamo, onorevoli colleghi, questo ideale profondo e penetrante è la pace, ma questa nostra pace deve essere definita e precisata.
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Si tratta di pace costruttiva, non della pace dell' inerzia e dell' abbandono:
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una pace che non difenda privilegi sociali o posizioni comunque acquisite, ma sia una pace operosa e dinamica che porti alla dilatazione del benessere verso i poveri e al soddisfacimento di legittime rivendicazioni delle classi e dei popoli.
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Questa pace ha bisogno per alimentarsi del fermento evangelico e umanitario che commuove tutta la storia della civiltà occidentale;
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ha bisogno del riconoscimento della piena dignità della persona umana, conquistata qui a Roma a prezzo di persecuzioni che portarono alla libertà delle coscienze;
[ { "entity_text": "Roma", "type": "LOC" } ]
e come inquadratura politico-sociale, ha bisogno di una organizzazione democratica:
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fondata sulle libertà essenziali e sulla eguaglianza delle opportunità sociali-economiche.
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