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buona compagnia che luom francheggia sotto lasbergo del sentirsi pura. Io vidi certo, e ancor par chio l veggia, un busto sanza capo andar s come andavan li altri de la trista greggia; e l capo tronco tenea per le chiome, pesol con mano a guisa di lanterna: e quel mirava noi e dicea: Oh me!. Di s facea a
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s stesso lucerna, ed eran due in uno e uno in due; com esser pu, quei sa che s governa. Quando diritto al pi del ponte fue, lev l braccio alto con tutta la testa per appressarne le parole sue, che fuoro: Or vedi la pena molesta, tu che, spirando, vai veggendo i morti: vedi salcuna grande come questa. E
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perch tu di me novella porti, sappi chi son Bertram dal Bornio, quelli che diedi al re giovane i ma conforti. Io feci il padre e l figlio in s ribelli; Achitofl non f pi dAbsalone e di Davd coi malvagi punzelli. Perch io parti cos giunte persone, partito porto il mio cerebro, lasso!, dal suo principio ch in questo
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troncone. Cos sosserva in me lo contrapasso. Inferno Canto XXIX La molta gente e le diverse piaghe avean le luci mie s inebrate, che de lo stare a piangere eran vaghe. Ma Virgilio mi disse: Che pur guate? perch la vista tua pur si soffolge l gi tra lombre triste smozzicate? Tu non hai fatto s a laltre bolge; pensa,
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se tu annoverar le credi, che miglia ventidue la valle volge. E gi la luna sotto i nostri piedi; lo tempo poco omai che n concesso, e altro da veder che tu non vedi. Se tu avessi, rispuos io appresso, atteso a la cagion per chio guardava, forse mavresti ancor lo star dimesso. Parte sen giva, e io retro li
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andava, lo duca, gi faccendo la risposta, e soggiugnendo: Dentro a quella cava dov io tenea or li occhi s a posta, credo chun spirto del mio sangue pianga la colpa che l gi cotanto costa. Allor disse l maestro: Non si franga lo tuo pensier da qui innanzi sovr ello. Attendi ad altro, ed ei l si rimanga; chio
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vidi lui a pi del ponticello mostrarti e minacciar forte col dito, e udi l nominar Geri del Bello. Tu eri allor s del tutto impedito sovra colui che gi tenne Altaforte, che non guardasti in l, s fu partito. O duca mio, la volenta morte che non li vendicata ancor, diss io, per alcun che de lonta sia consorte,
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fece lui disdegnoso; ond el sen gio sanza parlarmi, s com o estimo: e in ci mha el fatto a s pi pio. Cos parlammo infino al loco primo che de lo scoglio laltra valle mostra, se pi lume vi fosse, tutto ad imo. Quando noi fummo sor lultima chiostra di Malebolge, s che i suoi conversi potean parere a
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la veduta nostra, lamenti saettaron me diversi, che di piet ferrati avean li strali; ond io li orecchi con le man copersi. Qual dolor fora, se de li spedali di Valdichiana tra l luglio e l settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fossero in una fossa tutti nsembre, tal era quivi, e tal puzzo nusciva qual suol
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venir de le marcite membre. Noi discendemmo in su lultima riva del lungo scoglio, pur da man sinistra; e allor fu la mia vista pi viva gi ver lo fondo, la ve la ministra de lalto Sire infallibil giustizia punisce i falsador che qui registra. Non credo cha veder maggior tristizia fosse in Egina il popol tutto infermo, quando fu
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laere s pien di malizia, che li animali, infino al picciol vermo, cascaron tutti, e poi le genti antiche, secondo che i poeti hanno per fermo, si ristorar di seme di formiche; chera a veder per quella oscura valle languir li spirti per diverse biche. Qual sovra l ventre e qual sovra le spalle lun de laltro giacea, e qual
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carpone si trasmutava per lo tristo calle. Passo passo andavam sanza sermone, guardando e ascoltando li ammalati, che non potean levar le lor persone. Io vidi due sedere a s poggiati, com a scaldar si poggia tegghia a tegghia, dal capo al pi di schianze macolati; e non vidi gi mai menare stregghia a ragazzo aspettato dal segnorso, n a
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colui che mal volontier vegghia, come ciascun menava spesso il morso de lunghie sopra s per la gran rabbia del pizzicor, che non ha pi soccorso; e s traevan gi lunghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie o daltro pesce che pi larghe labbia. O tu che con le dita ti dismaglie, cominci l duca mio a lun
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di loro, e che fai desse talvolta tanaglie, dinne salcun Latino tra costoro che son quinc entro, se lunghia ti basti etternalmente a cotesto lavoro. Latin siam noi, che tu vedi s guasti qui ambedue, rispuose lun piangendo; ma tu chi se che di noi dimandasti?. E l duca disse: I son un che discendo con questo vivo gi di
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balzo in balzo, e di mostrar lo nferno a lui intendo. Allor si ruppe lo comun rincalzo; e tremando ciascuno a me si volse con altri che ludiron di rimbalzo. Lo buon maestro a me tutto saccolse, dicendo: D a lor ci che tu vuoli; e io incominciai, poscia chei volse: Se la vostra memoria non simboli nel primo mondo
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da lumane menti, ma sella viva sotto molti soli, ditemi chi voi siete e di che genti; la vostra sconcia e fastidiosa pena di palesarvi a me non vi spaventi. Io fui dArezzo, e Albero da Siena, rispuose lun, mi f mettere al foco; ma quel per chio mori qui non mi mena. Vero chi dissi lui, parlando a gioco:
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I mi saprei levar per laere a volo; e quei, chavea vaghezza e senno poco, volle chi li mostrassi larte; e solo perch io nol feci Dedalo, mi fece ardere a tal che lavea per figliuolo. Ma ne lultima bolgia de le diece me per lalchmia che nel mondo usai dann Mins, a cui fallar non lece. E io dissi
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al poeta: Or fu gi mai gente s vana come la sanese? Certo non la francesca s dassai!. Onde laltro lebbroso, che mintese, rispuose al detto mio: Tramene Stricca che seppe far le temperate spese, e Niccol che la costuma ricca del garofano prima discoverse ne lorto dove tal seme sappicca; e trane la brigata in che disperse Caccia dAscian
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la vigna e la gran fonda, e lAbbagliato suo senno proferse. Ma perch sappi chi s ti seconda contra i Sanesi, aguzza ver me locchio, s che la faccia mia ben ti risponda: s vedrai chio son lombra di Capocchio, che falsai li metalli con lalchmia; e te dee ricordar, se ben tadocchio, com io fui di natura buona scimia.
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Inferno Canto XXX Nel tempo che Iunone era crucciata per Semel contra l sangue tebano, come mostr una e altra fata, Atamante divenne tanto insano, che veggendo la moglie con due figli andar carcata da ciascuna mano, grid: Tendiam le reti, s chio pigli la leonessa e leoncini al varco; e poi distese i dispietati artigli, prendendo lun chavea nome
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Learco, e rotollo e percosselo ad un sasso; e quella sanneg con laltro carco. E quando la fortuna volse in basso laltezza de Troian che tutto ardiva, s che nsieme col regno il re fu casso, Ecuba trista, misera e cattiva, poscia che vide Polissena morta, e del suo Polidoro in su la riva del mar si fu la dolorosa
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accorta, forsennata latr s come cane; tanto il dolor le f la mente torta. Ma n di Tebe furie n troiane si vider mi in alcun tanto crude, non punger bestie, nonch membra umane, quant io vidi in due ombre smorte e nude, che mordendo correvan di quel modo che l porco quando del porcil si schiude. Luna giunse a
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Capocchio, e in sul nodo del collo lassann, s che, tirando, grattar li fece il ventre al fondo sodo. E lAretin che rimase, tremando mi disse: Quel folletto Gianni Schicchi, e va rabbioso altrui cos conciando. Oh, diss io lui, se laltro non ti ficchi li denti a dosso, non ti sia fatica a dir chi , pria che di
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qui si spicchi. Ed elli a me: Quell lanima antica di Mirra scellerata, che divenne al padre, fuor del dritto amore, amica. Questa a peccar con esso cos venne, falsificando s in altrui forma, come laltro che l sen va, sostenne, per guadagnar la donna de la torma, falsificare in s Buoso Donati, testando e dando al testamento norma. E
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poi che i due rabbiosi fuor passati sovra cu io avea locchio tenuto, rivolsilo a guardar li altri mal nati. Io vidi un, fatto a guisa di luto, pur chelli avesse avuta languinaia tronca da laltro che luomo ha forcuto. La grave idropes, che s dispaia le membra con lomor che mal converte, che l viso non risponde a la
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ventraia, faceva lui tener le labbra aperte come letico fa, che per la sete lun verso l mento e laltro in s rinverte. O voi che sanz alcuna pena siete, e non so io perch, nel mondo gramo, diss elli a noi, guardate e attendete a la miseria del maestro Adamo; io ebbi, vivo, assai di quel chi volli, e
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ora, lasso!, un gocciol dacqua bramo. Li ruscelletti che di verdi colli del Casentin discendon giuso in Arno, faccendo i lor canali freddi e molli, sempre mi stanno innanzi, e non indarno, ch limagine lor vie pi masciuga che l male ond io nel volto mi discarno. La rigida giustizia che mi fruga tragge cagion del loco ov io peccai
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a metter pi li miei sospiri in fuga. Ivi Romena, l dov io falsai la lega suggellata del Batista; per chio il corpo s arso lasciai. Ma sio vedessi qui lanima trista di Guido o dAlessandro o di lor frate, per Fonte Branda non darei la vista. Dentro c luna gi, se larrabbiate ombre che vanno intorno dicon vero; ma
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che mi val, cho le membra legate? Sio fossi pur di tanto ancor leggero chi potessi in cent anni andare unoncia, io sarei messo gi per lo sentiero, cercando lui tra questa gente sconcia, con tutto chella volge undici miglia, e men dun mezzo di traverso non ci ha. Io son per lor tra s fatta famiglia; e mindussero a
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batter li fiorini chavevan tre carati di mondiglia. E io a lui: Chi son li due tapini che fumman come man bagnate l verno, giacendo stretti a tuoi destri confini?. Qui li trovaie poi volta non dierno, rispuose, quando piovvi in questo greppo, e non credo che dieno in sempiterno. Luna la falsa chaccus Gioseppo; laltr l falso Sinon greco
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di Troia: per febbre aguta gittan tanto leppo. E lun di lor, che si rec a noia forse desser nomato s oscuro, col pugno li percosse lepa croia. Quella son come fosse un tamburo; e mastro Adamo li percosse il volto col braccio suo, che non parve men duro, dicendo a lui: Ancor che mi sia tolto lo muover per
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le membra che son gravi, ho io il braccio a tal mestiere sciolto. Ond ei rispuose: Quando tu andavi al fuoco, non lavei tu cos presto; ma s e pi lavei quando coniavi. E lidropico: Tu di ver di questo: ma tu non fosti s ver testimonio l ve del ver fosti a Troia richesto. Sio dissi falso, e tu
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falsasti il conio, disse Sinon; e son qui per un fallo, e tu per pi chalcun altro demonio!. Ricorditi, spergiuro, del cavallo, rispuose quel chava infiata lepa; e sieti reo che tutto il mondo sallo!. E te sia rea la sete onde ti crepa, disse l Greco, la lingua, e lacqua marcia che l ventre innanzi a li occhi s
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tassiepa!. Allora il monetier: Cos si squarcia la bocca tua per tuo mal come suole; ch, si ho sete e omor mi rinfarcia, tu hai larsura e l capo che ti duole, e per leccar lo specchio di Narcisso, non vorresti a nvitar molte parole. Ad ascoltarli er io del tutto fisso, quando l maestro mi disse: Or pur mira,
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che per poco che teco non mi risso!. Quand io l senti a me parlar con ira, volsimi verso lui con tal vergogna, chancor per la memoria mi si gira. Qual colui che suo dannaggio sogna, che sognando desidera sognare, s che quel ch, come non fosse, agogna, tal mi fec io, non possendo parlare, che disava scusarmi, e scusava
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me tuttavia, e nol mi credea fare. Maggior difetto men vergogna lava, disse l maestro, che l tuo non stato; per dogne trestizia ti disgrava. E fa ragion chio ti sia sempre allato, se pi avvien che fortuna taccoglia dove sien genti in simigliante piato: ch voler ci udire bassa voglia. Inferno Canto XXXI Una medesma lingua pria mi morse,
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s che mi tinse luna e laltra guancia, e poi la medicina mi riporse; cos od io che solea far la lancia dAchille e del suo padre esser cagione prima di trista e poi di buona mancia. Noi demmo il dosso al misero vallone su per la ripa che l cinge dintorno, attraversando sanza alcun sermone. Quiv era men che
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notte e men che giorno, s che l viso mandava innanzi poco; ma io senti sonare un alto corno, tanto chavrebbe ogne tuon fatto fioco, che, contra s la sua via seguitando, dirizz li occhi miei tutti ad un loco. Dopo la dolorosa rotta, quando Carlo Magno perd la santa gesta, non son s terribilmente Orlando. Poco porti in l
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volta la testa, che me parve veder molte alte torri; ond io: Maestro, d, che terra questa?. Ed elli a me: Per che tu trascorri per le tenebre troppo da la lungi, avvien che poi nel maginare abborri. Tu vedrai ben, se tu l ti congiungi, quanto l senso singanna di lontano; per alquanto pi te stesso pungi. Poi caramente
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mi prese per mano e disse: Pria che noi siam pi avanti, acci che l fatto men ti paia strano, sappi che non son torri, ma giganti, e son nel pozzo intorno da la ripa da lumbilico in giuso tutti quanti. Come quando la nebbia si dissipa, lo sguardo a poco a poco raffigura ci che cela l vapor che
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laere stipa, cos forando laura grossa e scura, pi e pi appressando ver la sponda, fuggiemi errore e cresciemi paura; per che, come su la cerchia tonda Montereggion di torri si corona, cos la proda che l pozzo circonda torreggiavan di mezza la persona li orribili giganti, cui minaccia Giove del cielo ancora quando tuona. E io scorgeva gi dalcun
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la faccia, le spalle e l petto e del ventre gran parte, e per le coste gi ambo le braccia. Natura certo, quando lasci larte di s fatti animali, assai f bene per trre tali essecutori a Marte. E sella delefanti e di balene non si pente, chi guarda sottilmente, pi giusta e pi discreta la ne tene; ch dove
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largomento de la mente saggiugne al mal volere e a la possa, nessun riparo vi pu far la gente. La faccia sua mi parea lunga e grossa come la pina di San Pietro a Roma, e a sua proporzione eran laltre ossa; s che la ripa, chera perizoma dal mezzo in gi, ne mostrava ben tanto di sovra, che di
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giugnere a la chioma tre Frison saverien dato mal vanto; per chi ne vedea trenta gran palmi dal loco in gi dov omo affibbia l manto. Raphl ma amcche zab almi, cominci a gridar la fiera bocca, cui non si convenia pi dolci salmi. E l duca mio ver lui: Anima sciocca, tienti col corno, e con quel ti disfoga
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quand ira o altra passon ti tocca! Crcati al collo, e troverai la soga che l tien legato, o anima confusa, e vedi lui che l gran petto ti doga. Poi disse a me: Elli stessi saccusa; questi Nembrotto per lo cui mal coto pur un linguaggio nel mondo non susa. Lascinlo stare e non parliamo a vto; ch cos
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a lui ciascun linguaggio come l suo ad altrui, cha nullo noto. Facemmo adunque pi lungo vaggio, vlti a sinistra; e al trar dun balestro trovammo laltro assai pi fero e maggio. A cigner lui qual che fosse l maestro, non so io dir, ma el tenea soccinto dinanzi laltro e dietro il braccio destro duna catena che l tenea
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avvinto dal collo in gi, s che n su lo scoperto si ravvolga infino al giro quinto. Questo superbo volle esser esperto di sua potenza contra l sommo Giove, disse l mio duca, ond elli ha cotal merto. Falte ha nome, e fece le gran prove quando i giganti fer paura a di; le braccia chel men, gi mai non
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move. E io a lui: Sesser puote, io vorrei che de lo smisurato Brareo esperenza avesser li occhi mei. Ond ei rispuose: Tu vedrai Anteo presso di qui che parla ed disciolto, che ne porr nel fondo dogne reo. Quel che tu vuo veder, pi l molto ed legato e fatto come questo, salvo che pi feroce par nel volto.
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Non fu tremoto gi tanto rubesto, che scotesse una torre cos forte, come Falte a scuotersi fu presto. Allor temett io pi che mai la morte, e non vera mestier pi che la dotta, sio non avessi viste le ritorte. Noi procedemmo pi avante allotta, e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle, sanza la testa, uscia fuor de la
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grotta. O tu che ne la fortunata valle che fece Scipon di gloria reda, quand Anibl co suoi diede le spalle, recasti gi mille leon per preda, e che, se fossi stato a lalta guerra de tuoi fratelli, ancor par che si creda chavrebber vinto i figli de la terra: mettine gi, e non ten vegna schifo, dove Cocito la
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freddura serra. Non ci fare ire a Tizio n a Tifo: questi pu dar di quel che qui si brama; per ti china e non torcer lo grifo. Ancor ti pu nel mondo render fama, chel vive, e lunga vita ancor aspetta se nnanzi tempo grazia a s nol chiama. Cos disse l maestro; e quelli in fretta le man
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distese, e prese l duca mio, ond Ercule sent gi grande stretta. Virgilio, quando prender si sentio, disse a me: Fatti qua, s chio ti prenda; poi fece s chun fascio era elli e io. Qual pare a riguardar la Carisenda sotto l chinato, quando un nuvol vada sovr essa s, ched ella incontro penda: tal parve Anto a me
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che stava a bada di vederlo chinare, e fu tal ora chi avrei voluto ir per altra strada. Ma lievemente al fondo che divora Lucifero con Giuda, ci spos; n, s chinato, l fece dimora, e come albero in nave si lev. Inferno Canto XXXII So avessi le rime aspre e chiocce, come si converrebbe al tristo buco sovra l
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qual pontan tutte laltre rocce, io premerei di mio concetto il suco pi pienamente; ma perch io non labbo, non sanza tema a dicer mi conduco; ch non impresa da pigliare a gabbo discriver fondo a tutto luniverso, n da lingua che chiami mamma o babbo. Ma quelle donne aiutino il mio verso chaiutaro Anfone a chiuder Tebe, s che
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dal fatto il dir non sia diverso. Oh sovra tutte mal creata plebe che stai nel loco onde parlare duro, mei foste state qui pecore o zebe! Come noi fummo gi nel pozzo scuro sotto i pi del gigante assai pi bassi, e io mirava ancora a lalto muro, dicere udimi: Guarda come passi: va s, che tu non calchi
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con le piante le teste de fratei miseri lassi. Per chio mi volsi, e vidimi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non dacqua sembiante. Non fece al corso suo s grosso velo di verno la Danoia in Osterlicchi, n Tana l sotto l freddo cielo, com era quivi; che se Tambernicchi vi
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fosse s caduto, o Pietrapana, non avria pur da lorlo fatto cricchi. E come a gracidar si sta la rana col muso fuor de lacqua, quando sogna di spigolar sovente la villana, livide, insin l dove appar vergogna eran lombre dolenti ne la ghiaccia, mettendo i denti in nota di cicogna. Ognuna in gi tenea volta la faccia; da bocca
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il freddo, e da li occhi il cor tristo tra lor testimonianza si procaccia. Quand io mebbi dintorno alquanto visto, volsimi a piedi, e vidi due s stretti, che l pel del capo avieno insieme misto. Ditemi, voi che s strignete i petti, diss io, chi siete?. E quei piegaro i colli; e poi chebber li visi a me eretti,
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li occhi lor, cheran pria pur dentro molli, gocciar su per le labbra, e l gelo strinse le lagrime tra essi e riserrolli. Con legno legno spranga mai non cinse forte cos; ond ei come due becchi cozzaro insieme, tanta ira li vinse. E un chavea perduti ambo li orecchi per la freddura, pur col viso in gie, disse: Perch
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cotanto in noi ti specchi? Se vuoi saper chi son cotesti due, la valle onde Bisenzo si dichina del padre loro Alberto e di lor fue. Dun corpo usciro; e tutta la Caina potrai cercare, e non troverai ombra degna pi desser fitta in gelatina: non quelli a cui fu rotto il petto e lombra con esso un colpo per
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la man dArt; non Focaccia; non questi che mingombra col capo s, chi non veggio oltre pi, e fu nomato Sassol Mascheroni; se tosco se, ben sai omai chi fu. E perch non mi metti in pi sermoni, sappi chi fu il Camiscion de Pazzi; e aspetto Carlin che mi scagioni. Poscia vid io mille visi cagnazzi fatti per freddo;
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onde mi vien riprezzo, e verr sempre, de gelati guazzi. E mentre chandavamo inver lo mezzo al quale ogne gravezza si rauna, e io tremava ne letterno rezzo; se voler fu o destino o fortuna, non so; ma, passeggiando tra le teste, forte percossi l pi nel viso ad una. Piangendo mi sgrid: Perch mi peste? se tu non vieni
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a crescer la vendetta di Montaperti, perch mi moleste?. E io: Maestro mio, or qui maspetta, s chio esca dun dubbio per costui; poi mi farai, quantunque vorrai, fretta. Lo duca stette, e io dissi a colui che bestemmiava duramente ancora: Qual se tu che cos rampogni altrui?. Or tu chi se che vai per lAntenora, percotendo, rispuose, altrui le
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gote, s che, se fossi vivo, troppo fora?. Vivo son io, e caro esser ti puote, fu mia risposta, se dimandi fama, chio metta il nome tuo tra laltre note. Ed elli a me: Del contrario ho io brama. Lvati quinci e non mi dar pi lagna, ch mal sai lusingar per questa lama!. Allor lo presi per la cuticagna
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e dissi: El converr che tu ti nomi, o che capel qui s non ti rimagna. Ond elli a me: Perch tu mi dischiomi, n ti dir chio sia, n mosterrolti, se mille fiate in sul capo mi tomi. Io avea gi i capelli in mano avvolti, e tratti glien avea pi duna ciocca, latrando lui con li occhi in
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gi raccolti, quando un altro grid: Che hai tu, Bocca? non ti basta sonar con le mascelle, se tu non latri? qual diavol ti tocca?. Omai, diss io, non vo che pi favelle, malvagio traditor; cha la tua onta io porter di te vere novelle. Va via, rispuose, e ci che tu vuoi conta; ma non tacer, se tu di
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qua entro eschi, di quel chebbe or cos la lingua pronta. El piange qui largento de Franceschi: Io vidi, potrai dir, quel da Duera l dove i peccatori stanno freschi. Se fossi domandato Altri chi vera?, tu hai dallato quel di Beccheria di cui seg Fiorenza la gorgiera. Gianni de Soldanier credo che sia pi l con Ganellone e Tebaldello,
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chapr Faenza quando si dormia. Noi eravam partiti gi da ello, chio vidi due ghiacciati in una buca, s che lun capo a laltro era cappello; e come l pan per fame si manduca, cos l sovran li denti a laltro pose l ve l cervel saggiugne con la nuca: non altrimenti Tido si rose le tempie a Menalippo per
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disdegno, che quei faceva il teschio e laltre cose. O tu che mostri per s bestial segno odio sovra colui che tu ti mangi, dimmi l perch, diss io, per tal convegno, che se tu a ragion di lui ti piangi, sappiendo chi voi siete e la sua pecca, nel mondo suso ancora io te ne cangi, se quella con
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chio parlo non si secca. Inferno Canto XXXIII La bocca sollev dal fiero pasto quel peccator, forbendola a capelli del capo chelli avea di retro guasto. Poi cominci: Tu vuo chio rinovelli disperato dolor che l cor mi preme gi pur pensando, pria chio ne favelli. Ma se le mie parole esser dien seme che frutti infamia al traditor chi
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rodo, parlar e lagrimar vedrai insieme. Io non so chi tu se n per che modo venuto se qua gi; ma fiorentino mi sembri veramente quand io todo. Tu dei saper chi fui conte Ugolino, e questi larcivescovo Ruggieri: or ti dir perch i son tal vicino. Che per leffetto de suo mai pensieri, fidandomi di lui, io fossi preso
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e poscia morto, dir non mestieri; per quel che non puoi avere inteso, cio come la morte mia fu cruda, udirai, e saprai se mha offeso. Breve pertugio dentro da la Muda, la qual per me ha l titol de la fame, e che conviene ancor chaltrui si chiuda, mavea mostrato per lo suo forame pi lune gi, quand io
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feci l mal sonno che del futuro mi squarci l velame. Questi pareva a me maestro e donno, cacciando il lupo e lupicini al monte per che i Pisan veder Lucca non ponno. Con cagne magre, studose e conte Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi savea messi dinanzi da la fronte. In picciol corso mi parieno stanchi lo padre e
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figli, e con lagute scane mi parea lor veder fender li fianchi. Quando fui desto innanzi la dimane, pianger senti fra l sonno i miei figliuoli cheran con meco, e dimandar del pane. Ben se crudel, se tu gi non ti duoli pensando ci che l mio cor sannunziava; e se non piangi, di che pianger suoli? Gi eran desti,
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e lora sappressava che l cibo ne sola essere addotto, e per suo sogno ciascun dubitava; e io senti chiavar luscio di sotto a lorribile torre; ond io guardai nel viso a mie figliuoi sanza far motto. Io non pianga, s dentro impetrai: piangevan elli; e Anselmuccio mio disse: Tu guardi s, padre! che hai?. Perci non lagrimai n rispuos
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io tutto quel giorno n la notte appresso, infin che laltro sol nel mondo usco. Come un poco di raggio si fu messo nel doloroso carcere, e io scorsi per quattro visi il mio aspetto stesso, ambo le man per lo dolor mi morsi; ed ei, pensando chio l fessi per voglia di manicar, di sbito levorsi e disser: Padre,
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assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni, e tu le spoglia. Quetami allor per non farli pi tristi; lo d e laltro stemmo tutti muti; ahi dura terra, perch non tapristi? Poscia che fummo al quarto d venuti, Gaddo mi si gitt disteso a piedi, dicendo: Padre mio, ch non maiuti?.
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Quivi mor; e come tu mi vedi, vid io cascar li tre ad uno ad uno tra l quinto d e l sesto; ond io mi diedi, gi cieco, a brancolar sovra ciascuno, e due d li chiamai, poi che fur morti. Poscia, pi che l dolor, pot l digiuno. Quand ebbe detto ci, con li occhi torti riprese l
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teschio misero co denti, che furo a losso, come dun can, forti. Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese l dove l s suona, poi che i vicini a te punir son lenti, muovasi la Capraia e la Gorgona, e faccian siepe ad Arno in su la foce, s chelli annieghi in te ogne persona! Che se l
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conte Ugolino aveva voce daver tradita te de le castella, non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. Innocenti facea let novella, novella Tebe, Uguiccione e l Brigata e li altri due che l canto suso appella. Noi passammo oltre, l ve la gelata ruvidamente unaltra gente fascia, non volta in gi, ma tutta riversata. Lo pianto stesso l
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pianger non lascia, e l duol che truova in su li occhi rintoppo, si volge in entro a far crescer lambascia; ch le lagrime prime fanno groppo, e s come visiere di cristallo, rempion sotto l ciglio tutto il coppo. E avvegna che, s come dun callo, per la freddura ciascun sentimento cessato avesse del mio viso stallo, gi mi
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parea sentire alquanto vento; per chio: Maestro mio, questo chi move? non qua gi ogne vapore spento?. Ond elli a me: Avaccio sarai dove di ci ti far locchio la risposta, veggendo la cagion che l fiato piove. E un de tristi de la fredda crosta grid a noi: O anime crudeli tanto che data v lultima posta, levatemi dal
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viso i duri veli, s cho sfoghi l duol che l cor mimpregna, un poco, pria che l pianto si raggeli. Per chio a lui: Se vuo chi ti sovvegna, dimmi chi se, e sio non ti disbrigo, al fondo de la ghiaccia ir mi convegna. Rispuose adunque: I son frate Alberigo; i son quel da le frutta del mal
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orto, che qui riprendo dattero per figo. Oh, diss io lui, or se tu ancor morto?. Ed elli a me: Come l mio corpo stea nel mondo s, nulla scenza porto. Cotal vantaggio ha questa Tolomea, che spesse volte lanima ci cade innanzi chAtrops mossa le dea. E perch tu pi volentier mi rade le nvetrate lagrime dal volto, sappie
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che, tosto che lanima trade come fec o, il corpo suo l tolto da un demonio, che poscia il governa mentre che l tempo suo tutto sia vlto. Ella ruina in s fatta cisterna; e forse pare ancor lo corpo suso de lombra che di qua dietro mi verna. Tu l dei saper, se tu vien pur mo giuso: elli
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ser Branca Doria, e son pi anni poscia passati chel fu s racchiuso. Io credo, diss io lui, che tu minganni; ch Branca Doria non mor unquanche, e mangia e bee e dorme e veste panni. Nel fosso s, diss el, de Malebranche, l dove bolle la tenace pece, non era ancora giunto Michel Zanche, che questi lasci il diavolo
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in sua vece nel corpo suo, ed un suo prossimano che l tradimento insieme con lui fece. Ma distendi oggimai in qua la mano; aprimi li occhi. E io non gliel apersi; e cortesia fu lui esser villano. Ahi Genovesi, uomini diversi dogne costume e pien dogne magagna, perch non siete voi del mondo spersi? Ch col peggiore spirto di
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Romagna trovai di voi un tal, che per sua opra in anima in Cocito gi si bagna, e in corpo par vivo ancor di sopra. Inferno Canto XXXIV Vexilla regis prodeunt inferni verso di noi; per dinanzi mira, disse l maestro mio, se tu l discerni. Come quando una grossa nebbia spira, o quando lemisperio nostro annotta, par di lungi
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un molin che l vento gira, veder mi parve un tal dificio allotta; poi per lo vento mi ristrinsi retro al duca mio, ch non l era altra grotta. Gi era, e con paura il metto in metro, l dove lombre tutte eran coperte, e trasparien come festuca in vetro. Altre sono a giacere; altre stanno erte, quella col capo
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e quella con le piante; altra, com arco, il volto a pi rinverte. Quando noi fummo fatti tanto avante, chal mio maestro piacque di mostrarmi la creatura chebbe il bel sembiante, dinnanzi mi si tolse e f restarmi, Ecco Dite, dicendo, ed ecco il loco ove convien che di fortezza tarmi. Com io divenni allor gelato e fioco, nol dimandar,
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lettor, chi non lo scrivo, per chogne parlar sarebbe poco. Io non mori e non rimasi vivo; pensa oggimai per te, shai fior dingegno, qual io divenni, duno e daltro privo. Lo mperador del doloroso regno da mezzo l petto uscia fuor de la ghiaccia; e pi con un gigante io mi convegno, che i giganti non fan con le
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sue braccia: vedi oggimai quant esser dee quel tutto cha cos fatta parte si confaccia. Sel fu s bel com elli ora brutto, e contra l suo fattore alz le ciglia, ben dee da lui procedere ogne lutto. Oh quanto parve a me gran maraviglia quand io vidi tre facce a la sua testa! Luna dinanzi, e quella era vermiglia;
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laltr eran due, che saggiugnieno a questa sovresso l mezzo di ciascuna spalla, e s giugnieno al loco de la cresta: e la destra parea tra bianca e gialla; la sinistra a vedere era tal, quali vegnon di l onde l Nilo savvalla. Sotto ciascuna uscivan due grand ali, quanto si convenia a tanto uccello: vele di mar non vid
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io mai cotali. Non avean penne, ma di vispistrello era lor modo; e quelle svolazzava, s che tre venti si movean da ello: quindi Cocito tutto saggelava. Con sei occhi pianga, e per tre menti gocciava l pianto e sanguinosa bava. Da ogne bocca dirompea co denti un peccatore, a guisa di maciulla, s che tre ne facea cos dolenti.
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A quel dinanzi il mordere era nulla verso l graffiar, che talvolta la schiena rimanea de la pelle tutta brulla. Quell anima l s cha maggior pena, disse l maestro, Giuda Scarotto, che l capo ha dentro e fuor le gambe mena. De li altri due channo il capo di sotto, quel che pende dal nero ceffo Bruto: vedi come
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si storce, e non fa motto!; e laltro Cassio, che par s membruto. Ma la notte risurge, e oramai da partir, ch tutto avem veduto. Com a lui piacque, il collo li avvinghiai; ed el prese di tempo e loco poste, e quando lali fuoro aperte assai, appigli s a le vellute coste; di vello in vello gi discese poscia
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tra l folto pelo e le gelate croste. Quando noi fummo l dove la coscia si volge, a punto in sul grosso de lanche, lo duca, con fatica e con angoscia, volse la testa ov elli avea le zanche, e aggrappossi al pel com om che sale, s che n inferno i credea tornar anche. Attienti ben, ch per cotali
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scale, disse l maestro, ansando com uom lasso, conviensi dipartir da tanto male. Poi usc fuor per lo fro dun sasso e puose me in su lorlo a sedere; appresso porse a me laccorto passo. Io levai li occhi e credetti vedere Lucifero com io lavea lasciato, e vidili le gambe in s tenere; e sio divenni allora travagliato, la
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gente grossa il pensi, che non vede qual quel punto chio avea passato. Lvati s, disse l maestro, in piede: la via lunga e l cammino malvagio, e gi il sole a mezza terza riede. Non era camminata di palagio l v eravam, ma natural burella chavea mal suolo e di lume disagio. Prima chio de labisso mi divella, maestro
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mio, diss io quando fui dritto, a trarmi derro un poco mi favella: ov la ghiaccia? e questi com fitto s sottosopra? e come, in s poc ora, da sera a mane ha fatto il sol tragitto?. Ed elli a me: Tu imagini ancora desser di l dal centro, ov io mi presi al pel del vermo reo che l
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