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twg_000000030500 | lume, vedrai te somigliante a quella inferma che non pu trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma. Purgatorio Canto VII Poscia che laccoglienze oneste e liete furo iterate tre e quattro volte, Sordel si trasse, e disse: Voi, chi siete?. Anzi che a questo monte fosser volte lanime degne di salire a Dio, fur | 60 | gutenberg |
twg_000000030501 | lossa mie per Ottavian sepolte. Io son Virgilio; e per null altro rio lo ciel perdei che per non aver f. Cos rispuose allora il duca mio. Qual colui che cosa innanzi s sbita vede ond e si maraviglia, che crede e non, dicendo Ella . . . non . . . , tal parve quelli; e poi chin le | 60 | gutenberg |
twg_000000030502 | ciglia, e umilmente ritorn ver lui, e abbraccil l ve l minor sappiglia. O gloria di Latin, disse, per cui mostr ci che potea la lingua nostra, o pregio etterno del loco ond io fui, qual merito o qual grazia mi ti mostra? Sio son dudir le tue parole degno, dimmi se vien dinferno, e di qual chiostra. Per tutt | 60 | gutenberg |
twg_000000030503 | i cerchi del dolente regno, rispuose lui, son io di qua venuto; virt del ciel mi mosse, e con lei vegno. Non per far, ma per non fare ho perduto a veder lalto Sol che tu disiri e che fu tardi per me conosciuto. Luogo l gi non tristo di martri, ma di tenebre solo, ove i lamenti non suonan | 60 | gutenberg |
twg_000000030504 | come guai, ma son sospiri. Quivi sto io coi pargoli innocenti dai denti morsi de la morte avante che fosser da lumana colpa essenti; quivi sto io con quei che le tre sante virt non si vestiro, e sanza vizio conobber laltre e seguir tutte quante. Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio d noi per che venir possiam | 60 | gutenberg |
twg_000000030505 | pi tosto l dove purgatorio ha dritto inizio. Rispuose: Loco certo non c posto; licito m andar suso e intorno; per quanto ir posso, a guida mi taccosto. Ma vedi gi come dichina il giorno, e andar s di notte non si puote; per buon pensar di bel soggiorno. Anime sono a destra qua remote; se mi consenti, io ti | 60 | gutenberg |
twg_000000030506 | merr ad esse, e non sanza diletto ti fier note. Com ci?, fu risposto. Chi volesse salir di notte, fora elli impedito daltrui, o non sarria ch non potesse?. E l buon Sordello in terra freg l dito, dicendo: Vedi? sola questa riga non varcheresti dopo l sol partito: non per chaltra cosa desse briga, che la notturna tenebra, ad | 60 | gutenberg |
twg_000000030507 | ir suso; quella col nonpoder la voglia intriga. Ben si poria con lei tornare in giuso e passeggiar la costa intorno errando, mentre che lorizzonte il d tien chiuso. Allora il mio segnor, quasi ammirando, Menane, disse, dunque l ve dici chaver si pu diletto dimorando. Poco allungati ceravam di lici, quand io maccorsi che l monte era scemo, a | 60 | gutenberg |
twg_000000030508 | guisa che i vallon li sceman quici. Col, disse quell ombra, nanderemo dove la costa face di s grembo; e l il novo giorno attenderemo. Tra erto e piano era un sentiero schembo, che ne condusse in fianco de la lacca, l dove pi cha mezzo muore il lembo. Oro e argento fine, cocco e biacca, indaco, legno lucido e | 60 | gutenberg |
twg_000000030509 | sereno, fresco smeraldo in lora che si fiacca, da lerba e da li fior, dentr a quel seno posti, ciascun saria di color vinto, come dal suo maggiore vinto il meno. Non avea pur natura ivi dipinto, ma di soavit di mille odori vi facea uno incognito e indistinto. Salve, Regina in sul verde e n su fiori quindi seder | 60 | gutenberg |
twg_000000030510 | cantando anime vidi, che per la valle non parean di fuori. Prima che l poco sole omai sannidi, cominci l Mantoan che ci avea vlti, tra color non vogliate chio vi guidi. Di questo balzo meglio li atti e volti conoscerete voi di tutti quanti, che ne la lama gi tra essi accolti. Colui che pi siede alto e fa | 60 | gutenberg |
twg_000000030511 | sembianti daver negletto ci che far dovea, e che non move bocca a li altrui canti, Rodolfo imperador fu, che potea sanar le piaghe channo Italia morta, s che tardi per altri si ricrea. Laltro che ne la vista lui conforta, resse la terra dove lacqua nasce che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta: Ottacchero ebbe nome, | 60 | gutenberg |
twg_000000030512 | e ne le fasce fu meglio assai che Vincislao suo figlio barbuto, cui lussuria e ozio pasce. E quel nasetto che stretto a consiglio par con colui cha s benigno aspetto, mor fuggendo e disfiorando il giglio: guardate l come si batte il petto! Laltro vedete cha fatto a la guancia de la sua palma, sospirando, letto. Padre e suocero | 60 | gutenberg |
twg_000000030513 | son del mal di Francia: sanno la vita sua viziata e lorda, e quindi viene il duol che s li lancia. Quel che par s membruto e che saccorda, cantando, con colui dal maschio naso, dogne valor port cinta la corda; e se re dopo lui fosse rimaso lo giovanetto che retro a lui siede, ben andava il valor di | 60 | gutenberg |
twg_000000030514 | vaso in vaso, che non si puote dir de laltre rede; Iacomo e Federigo hanno i reami; del retaggio miglior nessun possiede. Rade volte risurge per li rami lumana probitate; e questo vole quei che la d, perch da lui si chiami. Anche al nasuto vanno mie parole non men cha laltro, Pier, che con lui canta, onde Puglia e | 60 | gutenberg |
twg_000000030515 | Proenza gi si dole. Tant del seme suo minor la pianta, quanto, pi che Beatrice e Margherita, Costanza di marito ancor si vanta. Vedete il re de la semplice vita seder l solo, Arrigo dInghilterra: questi ha ne rami suoi migliore uscita. Quel che pi basso tra costor satterra, guardando in suso, Guiglielmo marchese, per cui e Alessandria e la | 60 | gutenberg |
twg_000000030516 | sua guerra fa pianger Monferrato e Canavese. Purgatorio Canto VIII Era gi lora che volge il disio ai navicanti e ntenerisce il core lo d chan detto ai dolci amici addio; e che lo novo peregrin damore punge, se ode squilla di lontano che paia il giorno pianger che si more; quand io incominciai a render vano ludire e a | 60 | gutenberg |
twg_000000030517 | mirare una de lalme surta, che lascoltar chiedea con mano. Ella giunse e lev ambo le palme, ficcando li occhi verso lorente, come dicesse a Dio: Daltro non calme. Te lucis ante s devotamente le usco di bocca e con s dolci note, che fece me a me uscir di mente; e laltre poi dolcemente e devote seguitar lei per | 60 | gutenberg |
twg_000000030518 | tutto linno intero, avendo li occhi a le superne rote. Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero, ch l velo ora ben tanto sottile, certo che l trapassar dentro leggero. Io vidi quello essercito gentile tacito poscia riguardare in se, quasi aspettando, palido e umle; e vidi uscir de lalto e scender gie due angeli con due spade affocate, | 60 | gutenberg |
twg_000000030519 | tronche e private de le punte sue. Verdi come fogliette pur mo nate erano in veste, che da verdi penne percosse traean dietro e ventilate. Lun poco sovra noi a star si venne, e laltro scese in lopposita sponda, s che la gente in mezzo si contenne. Ben discerna in lor la testa bionda; ma ne la faccia locchio si | 60 | gutenberg |
twg_000000030520 | smarria, come virt cha troppo si confonda. Ambo vegnon del grembo di Maria, disse Sordello, a guardia de la valle, per lo serpente che verr vie via. Ond io, che non sapeva per qual calle, mi volsi intorno, e stretto maccostai, tutto gelato, a le fidate spalle. E Sordello anco: Or avvalliamo omai tra le grandi ombre, e parleremo ad | 60 | gutenberg |
twg_000000030521 | esse; grazoso fia lor vedervi assai. Solo tre passi credo chi scendesse, e fui di sotto, e vidi un che mirava pur me, come conoscer mi volesse. Temp era gi che laere sannerava, ma non s che tra li occhi suoi e miei non dichiarisse ci che pria serrava. Ver me si fece, e io ver lui mi fei: giudice | 60 | gutenberg |
twg_000000030522 | Nin gentil, quanto mi piacque quando ti vidi non esser tra rei! Nullo bel salutar tra noi si tacque; poi dimand: Quant che tu venisti a pi del monte per le lontane acque?. Oh!, diss io lui, per entro i luoghi tristi venni stamane, e sono in prima vita, ancor che laltra, s andando, acquisti. E come fu la mia | 60 | gutenberg |
twg_000000030523 | risposta udita, Sordello ed elli in dietro si raccolse come gente di sbito smarrita. Luno a Virgilio e laltro a un si volse che sedea l, gridando: S, Currado! vieni a veder che Dio per grazia volse. Poi, vlto a me: Per quel singular grado che tu dei a colui che s nasconde lo suo primo perch, che non l | 60 | gutenberg |
twg_000000030524 | guado, quando sarai di l da le larghe onde, d a Giovanna mia che per me chiami l dove a li nnocenti si risponde. Non credo che la sua madre pi mami, poscia che trasmut le bianche bende, le quai convien che, misera!, ancor brami. Per lei assai di lieve si comprende quanto in femmina foco damor dura, se locchio | 60 | gutenberg |
twg_000000030525 | o l tatto spesso non laccende. Non le far s bella sepultura la vipera che Melanesi accampa, com avria fatto il gallo di Gallura. Cos dicea, segnato de la stampa, nel suo aspetto, di quel dritto zelo che misuratamente in core avvampa. Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo, pur l dove le stelle son pi tarde, s come | 60 | gutenberg |
twg_000000030526 | rota pi presso a lo stelo. E l duca mio: Figliuol, che l s guarde?. E io a lui: A quelle tre facelle di che l polo di qua tutto quanto arde. Ond elli a me: Le quattro chiare stelle che vedevi staman, son di l basse, e queste son salite ov eran quelle. Com ei parlava, e Sordello a | 60 | gutenberg |
twg_000000030527 | s il trasse dicendo: Vedi l l nostro avversaro; e drizz il dito perch n l guardasse. Da quella parte onde non ha riparo la picciola vallea, era una biscia, forse qual diede ad Eva il cibo amaro. Tra lerba e fior vena la mala striscia, volgendo ad ora ad or la testa, e l dosso leccando come bestia che | 60 | gutenberg |
twg_000000030528 | si liscia. Io non vidi, e per dicer non posso, come mosser li astor celestali; ma vidi bene e luno e laltro mosso. Sentendo fender laere a le verdi ali, fugg l serpente, e li angeli dier volta, suso a le poste rivolando iguali. Lombra che sera al giudice raccolta quando chiam, per tutto quello assalto punto non fu da | 60 | gutenberg |
twg_000000030529 | me guardare sciolta. Se la lucerna che ti mena in alto truovi nel tuo arbitrio tanta cera quant mestiere infino al sommo smalto, cominci ella, se novella vera di Val di Magra o di parte vicina sai, dillo a me, che gi grande l era. Fui chiamato Currado Malaspina; non son lantico, ma di lui discesi; a miei portai lamor | 60 | gutenberg |
twg_000000030530 | che qui raffina. Oh!, diss io lui, per li vostri paesi gi mai non fui; ma dove si dimora per tutta Europa chei non sien palesi? La fama che la vostra casa onora, grida i segnori e grida la contrada, s che ne sa chi non vi fu ancora; e io vi giuro, sio di sopra vada, che vostra gente | 60 | gutenberg |
twg_000000030531 | onrata non si sfregia del pregio de la borsa e de la spada. Uso e natura s la privilegia, che, perch il capo reo il mondo torca, sola va dritta e l mal cammin dispregia. Ed elli: Or va; che l sol non si ricorca sette volte nel letto che l Montone con tutti e quattro i pi cuopre e | 60 | gutenberg |
twg_000000030532 | inforca, che cotesta cortese oppinone ti fia chiavata in mezzo de la testa con maggior chiovi che daltrui sermone, se corso di giudicio non sarresta. Purgatorio Canto IX La concubina di Titone antico gi simbiancava al balco dorente, fuor de le braccia del suo dolce amico; di gemme la sua fronte era lucente, poste in figura del freddo animale che | 60 | gutenberg |
twg_000000030533 | con la coda percuote la gente; e la notte, de passi con che sale, fatti avea due nel loco ov eravamo, e l terzo gi chinava in giuso lale; quand io, che meco avea di quel dAdamo, vinto dal sonno, in su lerba inchinai l ve gi tutti e cinque sedavamo. Ne lora che comincia i tristi lai la rondinella | 60 | gutenberg |
twg_000000030534 | presso a la mattina, forse a memoria de suo primi guai, e che la mente nostra, peregrina pi da la carne e men da pensier presa, a le sue vison quasi divina, in sogno mi parea veder sospesa unaguglia nel ciel con penne doro, con lali aperte e a calare intesa; ed esser mi parea l dove fuoro abbandonati i | 60 | gutenberg |
twg_000000030535 | suoi da Ganimede, quando fu ratto al sommo consistoro. Fra me pensava: Forse questa fiede pur qui per uso, e forse daltro loco disdegna di portarne suso in piede. Poi mi parea che, poi rotata un poco, terribil come folgor discendesse, e me rapisse suso infino al foco. Ivi parea che ella e io ardesse; e s lo ncendio imaginato | 60 | gutenberg |
twg_000000030536 | cosse, che convenne che l sonno si rompesse. Non altrimenti Achille si riscosse, li occhi svegliati rivolgendo in giro e non sappiendo l dove si fosse, quando la madre da Chirn a Schiro trafugg lui dormendo in le sue braccia, l onde poi li Greci il dipartiro; che mi scoss io, s come da la faccia mi fugg l sonno, | 60 | gutenberg |
twg_000000030537 | e diventa ismorto, come fa luom che, spaventato, agghiaccia. Dallato mera solo il mio conforto, e l sole er alto gi pi che due ore, e l viso mera a la marina torto. Non aver tema, disse il mio segnore; fatti sicur, ch noi semo a buon punto; non stringer, ma rallarga ogne vigore. Tu se omai al purgatorio giunto: | 60 | gutenberg |
twg_000000030538 | vedi l il balzo che l chiude dintorno; vedi lentrata l ve par digiunto. Dianzi, ne lalba che procede al giorno, quando lanima tua dentro dormia, sovra li fiori ond l gi addorno venne una donna, e disse: I son Lucia; lasciatemi pigliar costui che dorme; s lagevoler per la sua via. Sordel rimase e laltre genti forme; ella ti | 60 | gutenberg |
twg_000000030539 | tolse, e come l d fu chiaro, sen venne suso; e io per le sue orme. Qui ti pos, ma pria mi dimostraro li occhi suoi belli quella intrata aperta; poi ella e l sonno ad una se nandaro. A guisa duom che n dubbio si raccerta e che muta in conforto sua paura, poi che la verit li discoperta, | 60 | gutenberg |
twg_000000030540 | mi cambia io; e come sanza cura vide me l duca mio, su per lo balzo si mosse, e io di rietro inver laltura. Lettor, tu vedi ben com io innalzo la mia matera, e per con pi arte non ti maravigliar sio la rincalzo. Noi ci appressammo, ed eravamo in parte che l dove pareami prima rotto, pur come | 60 | gutenberg |
twg_000000030541 | un fesso che muro diparte, vidi una porta, e tre gradi di sotto per gire ad essa, di color diversi, e un portier chancor non facea motto. E come locchio pi e pi vapersi, vidil seder sovra l grado sovrano, tal ne la faccia chio non lo soffersi; e una spada nuda ava in mano, che refletta i raggi s | 60 | gutenberg |
twg_000000030542 | ver noi, chio drizzava spesso il viso in vano. Dite costinci: che volete voi?, cominci elli a dire, ov la scorta? Guardate che l venir s non vi ni. Donna del ciel, di queste cose accorta, rispuose l mio maestro a lui, pur dianzi ne disse: Andate l: quivi la porta. Ed ella i passi vostri in bene avanzi, ricominci | 60 | gutenberg |
twg_000000030543 | il cortese portinaio: Venite dunque a nostri gradi innanzi. L ne venimmo; e lo scaglion primaio bianco marmo era s pulito e terso, chio mi specchiai in esso qual io paio. Era il secondo tinto pi che perso, duna petrina ruvida e arsiccia, crepata per lo lungo e per traverso. Lo terzo, che di sopra sammassiccia, porfido mi parea, s | 60 | gutenberg |
twg_000000030544 | fiammeggiante come sangue che fuor di vena spiccia. Sovra questo tena ambo le piante langel di Dio sedendo in su la soglia che mi sembiava pietra di diamante. Per li tre gradi s di buona voglia mi trasse il duca mio, dicendo: Chiedi umilemente che l serrame scioglia. Divoto mi gittai a santi piedi; misericordia chiesi e chel maprisse, ma | 60 | gutenberg |
twg_000000030545 | tre volte nel petto pria mi diedi. Sette P ne la fronte mi descrisse col punton de la spada, e Fa che lavi, quando se dentro, queste piaghe disse. Cenere, o terra che secca si cavi, dun color fora col suo vestimento; e di sotto da quel trasse due chiavi. Luna era doro e laltra era dargento; pria con la | 60 | gutenberg |
twg_000000030546 | bianca e poscia con la gialla fece a la porta s, chi fu contento. Quandunque luna deste chiavi falla, che non si volga dritta per la toppa, diss elli a noi, non sapre questa calla. Pi cara luna; ma laltra vuol troppa darte e dingegno avanti che diserri, perch ella quella che l nodo digroppa. Da Pier le tegno; e | 60 | gutenberg |
twg_000000030547 | dissemi chi erri anzi ad aprir cha tenerla serrata, pur che la gente a piedi mi satterri. Poi pinse luscio a la porta sacrata, dicendo: Intrate; ma facciovi accorti che di fuor torna chi n dietro si guata. E quando fuor ne cardini distorti li spigoli di quella regge sacra, che di metallo son sonanti e forti, non rugghi s | 60 | gutenberg |
twg_000000030548 | n si mostr s acra Tarpa, come tolto le fu il buono Metello, per che poi rimase macra. Io mi rivolsi attento al primo tuono, e Te Deum laudamus mi parea udire in voce mista al dolce suono. Tale imagine a punto mi rendea ci chio udiva, qual prender si suole quando a cantar con organi si stea; chor s | 60 | gutenberg |
twg_000000030549 | or no sintendon le parole. Purgatorio Canto X Poi fummo dentro al soglio de la porta che l mal amor de lanime disusa, perch fa parer dritta la via torta, sonando la senti esser richiusa; e sio avesse li occhi vlti ad essa, qual fora stata al fallo degna scusa? Noi salavam per una pietra fessa, che si moveva e | 60 | gutenberg |
twg_000000030550 | duna e daltra parte, s come londa che fugge e sappressa. Qui si conviene usare un poco darte, cominci l duca mio, in accostarsi or quinci, or quindi al lato che si parte. E questo fece i nostri passi scarsi, tanto che pria lo scemo de la luna rigiunse al letto suo per ricorcarsi, che noi fossimo fuor di quella | 60 | gutenberg |
twg_000000030551 | cruna; ma quando fummo liberi e aperti s dove il monte in dietro si rauna, o stancato e amendue incerti di nostra via, restammo in su un piano solingo pi che strade per diserti. Da la sua sponda, ove confina il vano, al pi de lalta ripa che pur sale, misurrebbe in tre volte un corpo umano; e quanto locchio | 60 | gutenberg |
twg_000000030552 | mio potea trar dale, or dal sinistro e or dal destro fianco, questa cornice mi parea cotale. L s non eran mossi i pi nostri anco, quand io conobbi quella ripa intorno che dritto di salita aveva manco, esser di marmo candido e addorno dintagli s, che non pur Policleto, ma la natura l avrebbe scorno. Langel che venne in | 60 | gutenberg |
twg_000000030553 | terra col decreto de la molt anni lagrimata pace, chaperse il ciel del suo lungo divieto, dinanzi a noi pareva s verace quivi intagliato in un atto soave, che non sembiava imagine che tace. Giurato si saria chel dicesse Ave!; perch iv era imaginata quella chad aprir lalto amor volse la chiave; e avea in atto impressa esta favella Ecce | 60 | gutenberg |
twg_000000030554 | ancilla De, propriamente come figura in cera si suggella. Non tener pur ad un loco la mente, disse l dolce maestro, che mavea da quella parte onde l cuore ha la gente. Per chi mi mossi col viso, e vedea di retro da Maria, da quella costa onde mera colui che mi movea, unaltra storia ne la roccia imposta; per | 60 | gutenberg |
twg_000000030555 | chio varcai Virgilio, e femi presso, acci che fosse a li occhi miei disposta. Era intagliato l nel marmo stesso lo carro e buoi, traendo larca santa, per che si teme officio non commesso. Dinanzi parea gente; e tutta quanta, partita in sette cori, a due mie sensi faceva dir lun No, laltro S, canta. Similemente al fummo de li | 60 | gutenberg |
twg_000000030556 | ncensi che vera imaginato, li occhi e l naso e al s e al no discordi fensi. L precedeva al benedetto vaso, trescando alzato, lumile salmista, e pi e men che re era in quel caso. Di contra, effigata ad una vista dun gran palazzo, Micl ammirava s come donna dispettosa e trista. I mossi i pi del loco dov | 60 | gutenberg |
twg_000000030557 | io stava, per avvisar da presso unaltra istoria, che di dietro a Micl mi biancheggiava. Quiv era storata lalta gloria del roman principato, il cui valore mosse Gregorio a la sua gran vittoria; i dico di Traiano imperadore; e una vedovella li era al freno, di lagrime atteggiata e di dolore. Intorno a lui parea calcato e pieno di cavalieri, | 60 | gutenberg |
twg_000000030558 | e laguglie ne loro sovr essi in vista al vento si movieno. La miserella intra tutti costoro pareva dir: Segnor, fammi vendetta di mio figliuol ch morto, ond io maccoro; ed elli a lei rispondere: Or aspetta tanto chi torni; e quella: Segnor mio, come persona in cui dolor saffretta, se tu non torni?; ed ei: Chi fia dov io, | 60 | gutenberg |
twg_000000030559 | la ti far; ed ella: Laltrui bene a te che fia, se l tuo metti in oblio?; ond elli: Or ti conforta; chei convene chi solva il mio dovere anzi chi mova: giustizia vuole e piet mi ritene. Colui che mai non vide cosa nova produsse esto visibile parlare, novello a noi perch qui non si trova. Mentr io mi | 60 | gutenberg |
twg_000000030560 | dilettava di guardare limagini di tante umilitadi, e per lo fabbro loro a veder care, Ecco di qua, ma fanno i passi radi, mormorava il poeta, molte genti: questi ne nveranno a li alti gradi. Li occhi miei, cha mirare eran contenti per veder novitadi ond e son vaghi, volgendosi ver lui non furon lenti. Non vo per, lettor, che | 60 | gutenberg |
twg_000000030561 | tu ti smaghi di buon proponimento per udire come Dio vuol che l debito si paghi. Non attender la forma del martre: pensa la succession; pensa chal peggio oltre la gran sentenza non pu ire. Io cominciai: Maestro, quel chio veggio muovere a noi, non mi sembian persone, e non so che, s nel veder vaneggio. Ed elli a me: | 60 | gutenberg |
twg_000000030562 | La grave condizione di lor tormento a terra li rannicchia, s che miei occhi pria nebber tencione. Ma guarda fiso l, e disviticchia col viso quel che vien sotto a quei sassi: gi scorger puoi come ciascun si picchia. O superbi cristian, miseri lassi, che, de la vista de la mente infermi, fidanza avete ne retrosi passi, non vaccorgete voi | 60 | gutenberg |
twg_000000030563 | che noi siam vermi nati a formar langelica farfalla, che vola a la giustizia sanza schermi? Di che lanimo vostro in alto galla, poi siete quasi antomata in difetto, s come vermo in cui formazion falla? Come per sostentar solaio o tetto, per mensola talvolta una figura si vede giugner le ginocchia al petto, la qual fa del non ver | 60 | gutenberg |
twg_000000030564 | vera rancura nascere n chi la vede; cos fatti vid io color, quando puosi ben cura. Vero che pi e meno eran contratti secondo chavien pi e meno a dosso; e qual pi pazenza avea ne li atti, piangendo parea dicer: Pi non posso. Purgatorio Canto XI O Padre nostro, che ne cieli stai, non circunscritto, ma per pi amore | 60 | gutenberg |
twg_000000030565 | chai primi effetti di l s tu hai, laudato sia l tuo nome e l tuo valore da ogne creatura, com degno di render grazie al tuo dolce vapore. Vegna ver noi la pace del tuo regno, ch noi ad essa non potem da noi, sella non vien, con tutto nostro ingegno. Come del suo voler li angeli tuoi fan | 60 | gutenberg |
twg_000000030566 | sacrificio a te, cantando osanna, cos facciano li uomini de suoi. D oggi a noi la cotidiana manna, sanza la qual per questo aspro diserto a retro va chi pi di gir saffanna. E come noi lo mal chavem sofferto perdoniamo a ciascuno, e tu perdona benigno, e non guardar lo nostro merto. Nostra virt che di legger sadona, non | 60 | gutenberg |
twg_000000030567 | spermentar con lantico avversaro, ma libera da lui che s la sprona. Quest ultima preghiera, segnor caro, gi non si fa per noi, ch non bisogna, ma per color che dietro a noi restaro. Cos a s e noi buona ramogna quell ombre orando, andavan sotto l pondo, simile a quel che talvolta si sogna, disparmente angosciate tutte a tondo | 60 | gutenberg |
twg_000000030568 | e lasse su per la prima cornice, purgando la caligine del mondo. Se di l sempre ben per noi si dice, di qua che dire e far per lor si puote da quei channo al voler buona radice? Ben si de loro atar lavar le note che portar quinci, s che, mondi e lievi, possano uscire a le stellate ruote. | 60 | gutenberg |
twg_000000030569 | Deh, se giustizia e piet vi disgrievi tosto, s che possiate muover lala, che secondo il disio vostro vi lievi, mostrate da qual mano inver la scala si va pi corto; e se c pi dun varco, quel ne nsegnate che men erto cala; ch questi che vien meco, per lo ncarco de la carne dAdamo onde si veste, al | 60 | gutenberg |
twg_000000030570 | montar s, contra sua voglia, parco. Le lor parole, che rendero a queste che dette avea colui cu io seguiva, non fur da cui venisser manifeste; ma fu detto: A man destra per la riva con noi venite, e troverete il passo possibile a salir persona viva. E sio non fossi impedito dal sasso che la cervice mia superba doma, | 60 | gutenberg |
twg_000000030571 | onde portar convienmi il viso basso, cotesti, chancor vive e non si noma, guardere io, per veder si l conosco, e per farlo pietoso a questa soma. Io fui latino e nato dun gran Tosco: Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre; non so se l nome suo gi mai fu vosco. Lantico sangue e lopere leggiadre di miei maggior mi fer | 60 | gutenberg |
twg_000000030572 | s arrogante, che, non pensando a la comune madre, ogn uomo ebbi in despetto tanto avante, chio ne mori, come i Sanesi sanno, e sallo in Campagnatico ogne fante. Io sono Omberto; e non pur a me danno superbia fa, ch tutti miei consorti ha ella tratti seco nel malanno. E qui convien chio questo peso porti per lei, tanto | 60 | gutenberg |
twg_000000030573 | che a Dio si sodisfaccia, poi chio nol fe tra vivi, qui tra morti. Ascoltando chinai in gi la faccia; e un di lor, non questi che parlava, si torse sotto il peso che li mpaccia, e videmi e conobbemi e chiamava, tenendo li occhi con fatica fisi a me che tutto chin con loro andava. Oh!, diss io lui, | 60 | gutenberg |
twg_000000030574 | non se tu Oderisi, lonor dAgobbio e lonor di quell arte challuminar chiamata in Parisi?. Frate, diss elli, pi ridon le carte che pennelleggia Franco Bolognese; lonore tutto or suo, e mio in parte. Ben non sare io stato s cortese mentre chio vissi, per lo gran disio de leccellenza ove mio core intese. Di tal superbia qui si paga | 60 | gutenberg |
twg_000000030575 | il fio; e ancor non sarei qui, se non fosse che, possendo peccar, mi volsi a Dio. Oh vana gloria de lumane posse! com poco verde in su la cima dura, se non giunta da letati grosse! Credette Cimabue ne la pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, s che la fama di colui scura. Cos ha | 60 | gutenberg |
twg_000000030576 | tolto luno a laltro Guido la gloria de la lingua; e forse nato chi luno e laltro caccer del nido. Non il mondan romore altro chun fiato di vento, chor vien quinci e or vien quindi, e muta nome perch muta lato. Che voce avrai tu pi, se vecchia scindi da te la carne, che se fossi morto anzi che | 60 | gutenberg |
twg_000000030577 | tu lasciassi il pappo e l dindi, pria che passin mill anni? ch pi corto spazio a letterno, chun muover di ciglia al cerchio che pi tardi in cielo torto. Colui che del cammin s poco piglia dinanzi a me, Toscana son tutta; e ora a pena in Siena sen pispiglia, ond era sire quando fu distrutta la rabbia fiorentina, | 60 | gutenberg |
twg_000000030578 | che superba fu a quel tempo s com ora putta. La vostra nominanza color derba, che viene e va, e quei la discolora per cui ella esce de la terra acerba. E io a lui: Tuo vero dir mincora bona umilt, e gran tumor mappiani; ma chi quei di cui tu parlavi ora?. Quelli , rispuose, Provenzan Salvani; ed qui | 60 | gutenberg |
twg_000000030579 | perch fu presuntoso a recar Siena tutta a le sue mani. Ito cos e va, sanza riposo, poi che mor; cotal moneta rende a sodisfar chi di l troppo oso. E io: Se quello spirito chattende, pria che si penta, lorlo de la vita, qua gi dimora e qua s non ascende, se buona orazon lui non aita, prima che | 60 | gutenberg |
twg_000000030580 | passi tempo quanto visse, come fu la venuta lui largita?. Quando vivea pi gloroso, disse, liberamente nel Campo di Siena, ogne vergogna diposta, saffisse; e l, per trar lamico suo di pena, che sostenea ne la prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogne vena. Pi non dir, e scuro so che parlo; ma poco tempo andr, che tuoi | 60 | gutenberg |
twg_000000030581 | vicini faranno s che tu potrai chiosarlo. Quest opera li tolse quei confini. Purgatorio Canto XII Di pari, come buoi che vanno a giogo, mandava io con quell anima carca, fin che l sofferse il dolce pedagogo. Ma quando disse: Lascia lui e varca; ch qui buono con lali e coi remi, quantunque pu, ciascun pinger sua barca; dritto s | 60 | gutenberg |
twg_000000030582 | come andar vuolsi rifemi con la persona, avvegna che i pensieri mi rimanessero e chinati e scemi. Io mera mosso, e seguia volontieri del mio maestro i passi, e amendue gi mostravam com eravam leggeri; ed el mi disse: Volgi li occhi in gie: buon ti sar, per tranquillar la via, veder lo letto de le piante tue. Come, perch | 60 | gutenberg |
twg_000000030583 | di lor memoria sia, sovra i sepolti le tombe terragne portan segnato quel chelli eran pria, onde l molte volte si ripiagne per la puntura de la rimembranza, che solo a pi d de le calcagne; s vid io l, ma di miglior sembianza secondo lartificio, figurato quanto per via di fuor del monte avanza. Vedea colui che fu nobil | 60 | gutenberg |
twg_000000030584 | creato pi chaltra creatura, gi dal cielo folgoreggiando scender, da lun lato. Veda Brareo fitto dal telo celestal giacer, da laltra parte, grave a la terra per lo mortal gelo. Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte, armati ancora, intorno al padre loro, mirar le membra di Giganti sparte. Vedea Nembrt a pi del gran lavoro quasi smarrito, e riguardar le | 60 | gutenberg |
twg_000000030585 | genti che n Sennar con lui superbi fuoro. O Nob, con che occhi dolenti vedea io te segnata in su la strada, tra sette e sette tuoi figliuoli spenti! O Sal, come in su la propria spada quivi parevi morto in Gelbo, che poi non sent pioggia n rugiada! O folle Aragne, s vedea io te gi mezza ragna, trista | 60 | gutenberg |
twg_000000030586 | in su li stracci de lopera che mal per te si f. O Robom, gi non par che minacci quivi l tuo segno; ma pien di spavento nel porta un carro, sanza chaltri il cacci. Mostrava ancor lo duro pavimento come Almeon a sua madre f caro parer lo sventurato addornamento. Mostrava come i figli si gittaro sovra Sennacherb dentro | 60 | gutenberg |
twg_000000030587 | dal tempio, e come, morto lui, quivi il lasciaro. Mostrava la ruina e l crudo scempio che f Tamiri, quando disse a Ciro: Sangue sitisti, e io di sangue tempio. Mostrava come in rotta si fuggiro li Assiri, poi che fu morto Oloferne, e anche le reliquie del martiro. Vedeva Troia in cenere e in caverne; o Iln, come te | 60 | gutenberg |
twg_000000030588 | basso e vile mostrava il segno che l si discerne! Qual di pennel fu maestro o di stile che ritraesse lombre e tratti chivi mirar farieno uno ingegno sottile? Morti li morti e i vivi parean vivi: non vide mei di me chi vide il vero, quant io calcai, fin che chinato givi. Or superbite, e via col viso altero, | 60 | gutenberg |
twg_000000030589 | figliuoli dEva, e non chinate il volto s che veggiate il vostro mal sentero! Pi era gi per noi del monte vlto e del cammin del sole assai pi speso che non stimava lanimo non sciolto, quando colui che sempre innanzi atteso andava, cominci: Drizza la testa; non pi tempo di gir s sospeso. Vedi col un angel che sappresta | 60 | gutenberg |
twg_000000030590 | per venir verso noi; vedi che torna dal servigio del d lancella sesta. Di reverenza il viso e li atti addorna, s che i diletti lo nvarci in suso; pensa che questo d mai non raggiorna!. Io era ben del suo ammonir uso pur di non perder tempo, s che n quella materia non potea parlarmi chiuso. A noi vena | 60 | gutenberg |
twg_000000030591 | la creatura bella, biancovestito e ne la faccia quale par tremolando mattutina stella. Le braccia aperse, e indi aperse lale; disse: Venite: qui son presso i gradi, e agevolemente omai si sale. A questo invito vegnon molto radi: o gente umana, per volar s nata, perch a poco vento cos cadi?. Menocci ove la roccia era tagliata; quivi mi batt | 60 | gutenberg |
twg_000000030592 | lali per la fronte; poi mi promise sicura landata. Come a man destra, per salire al monte dove siede la chiesa che soggioga la ben guidata sopra Rubaconte, si rompe del montar lardita foga per le scalee che si fero ad etade chera sicuro il quaderno e la doga; cos sallenta la ripa che cade quivi ben ratta da laltro | 60 | gutenberg |
twg_000000030593 | girone; ma quinci e quindi lalta pietra rade. Noi volgendo ivi le nostre persone, Beati pauperes spiritu! voci cantaron s, che nol diria sermone. Ahi quanto son diverse quelle foci da linfernali! ch quivi per canti sentra, e l gi per lamenti feroci. Gi montavam su per li scaglion santi, ed esser mi parea troppo pi lieve che per lo | 60 | gutenberg |
twg_000000030594 | pian non mi parea davanti. Ond io: Maestro, d, qual cosa greve levata s da me, che nulla quasi per me fatica, andando, si riceve?. Rispuose: Quando i P che son rimasi ancor nel volto tuo presso che stinti, saranno, com lun, del tutto rasi, fier li tuoi pi dal buon voler s vinti, che non pur non fatica sentiranno, | 60 | gutenberg |
twg_000000030595 | ma fia diletto loro esser s pinti. Allor fec io come color che vanno con cosa in capo non da lor saputa, se non che cenni altrui sospecciar fanno; per che la mano ad accertar saiuta, e cerca e truova e quello officio adempie che non si pu fornir per la veduta; e con le dita de la destra scempie | 60 | gutenberg |
twg_000000030596 | trovai pur sei le lettere che ncise quel da le chiavi a me sovra le tempie: a che guardando, il mio duca sorrise. Purgatorio Canto XIII Noi eravamo al sommo de la scala, dove secondamente si risega lo monte che salendo altrui dismala. Ivi cos una cornice lega dintorno il poggio, come la primaia; se non che larco suo pi | 60 | gutenberg |
twg_000000030597 | tosto piega. Ombra non l n segno che si paia: parsi la ripa e parsi la via schietta col livido color de la petraia. Se qui per dimandar gente saspetta, ragionava il poeta, io temo forse che troppo avr dindugio nostra eletta. Poi fisamente al sole li occhi porse; fece del destro lato a muover centro, e la sinistra parte | 60 | gutenberg |
twg_000000030598 | di s torse. O dolce lume a cui fidanza i entro per lo novo cammin, tu ne conduci, dicea, come condur si vuol quinc entro. Tu scaldi il mondo, tu sovr esso luci; saltra ragione in contrario non ponta, esser dien sempre li tuoi raggi duci. Quanto di qua per un migliaio si conta, tanto di l eravam noi gi | 60 | gutenberg |
twg_000000030599 | iti, con poco tempo, per la voglia pronta; e verso noi volar furon sentiti, non per visti, spiriti parlando a la mensa damor cortesi inviti. La prima voce che pass volando Vinum non habent altamente disse, e dietro a noi land reterando. E prima che del tutto non si udisse per allungarsi, unaltra I sono Oreste pass gridando, e anco | 60 | gutenberg |
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