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twg_000000030600 | non saffisse. Oh!, diss io, padre, che voci son queste?. E com io domandai, ecco la terza dicendo: Amate da cui male aveste. E l buon maestro: Questo cinghio sferza la colpa de la invidia, e per sono tratte damor le corde de la ferza. Lo fren vuol esser del contrario suono; credo che ludirai, per mio avviso, prima che | 60 | gutenberg |
twg_000000030601 | giunghi al passo del perdono. Ma ficca li occhi per laere ben fiso, e vedrai gente innanzi a noi sedersi, e ciascun lungo la grotta assiso. Allora pi che prima li occhi apersi; guardami innanzi, e vidi ombre con manti al color de la pietra non diversi. E poi che fummo un poco pi avanti, udia gridar: Maria, ra per | 60 | gutenberg |
twg_000000030602 | noi: gridar Michele e Pietro e Tutti santi. Non credo che per terra vada ancoi omo s duro, che non fosse punto per compassion di quel chi vidi poi; ch, quando fui s presso di lor giunto, che li atti loro a me venivan certi, per li occhi fui di grave dolor munto. Di vil ciliccio mi parean coperti, e | 60 | gutenberg |
twg_000000030603 | lun sofferia laltro con la spalla, e tutti da la ripa eran sofferti. Cos li ciechi a cui la roba falla, stanno a perdoni a chieder lor bisogna, e luno il capo sopra laltro avvalla, perch n altrui piet tosto si pogna, non pur per lo sonar de le parole, ma per la vista che non meno agogna. E come | 60 | gutenberg |
twg_000000030604 | a li orbi non approda il sole, cos a lombre quivi, ond io parlo ora, luce del ciel di s largir non vole; ch a tutti un fil di ferro i cigli fra e cusce s, come a sparvier selvaggio si fa per che queto non dimora. A me pareva, andando, fare oltraggio, veggendo altrui, non essendo veduto: per chio | 60 | gutenberg |
twg_000000030605 | mi volsi al mio consiglio saggio. Ben sapev ei che volea dir lo muto; e per non attese mia dimanda, ma disse: Parla, e sie breve e arguto. Virgilio mi vena da quella banda de la cornice onde cader si puote, perch da nulla sponda singhirlanda; da laltra parte meran le divote ombre, che per lorribile costura premevan s, che | 60 | gutenberg |
twg_000000030606 | bagnavan le gote. Volsimi a loro e: O gente sicura, incominciai, di veder lalto lume che l disio vostro solo ha in sua cura, se tosto grazia resolva le schiume di vostra coscenza s che chiaro per essa scenda de la mente il fiume, ditemi, ch mi fia grazioso e caro, sanima qui tra voi che sia latina; e forse | 60 | gutenberg |
twg_000000030607 | lei sar buon si lapparo. O frate mio, ciascuna cittadina duna vera citt; ma tu vuo dire che vivesse in Italia peregrina. Questo mi parve per risposta udire pi innanzi alquanto che l dov io stava, ond io mi feci ancor pi l sentire. Tra laltre vidi unombra chaspettava in vista; e se volesse alcun dir Come?, lo mento a | 60 | gutenberg |
twg_000000030608 | guisa dorbo in s levava. Spirto, diss io, che per salir ti dome, se tu se quelli che mi rispondesti, fammiti conto o per luogo o per nome. Io fui sanese, rispuose, e con questi altri rimendo qui la vita ria, lagrimando a colui che s ne presti. Savia non fui, avvegna che Sapa fossi chiamata, e fui de li | 60 | gutenberg |
twg_000000030609 | altrui danni pi lieta assai che di ventura mia. E perch tu non creda chio tinganni, odi si fui, com io ti dico, folle, gi discendendo larco di miei anni. Eran li cittadin miei presso a Colle in campo giunti co loro avversari, e io pregava Iddio di quel che volle. Rotti fuor quivi e vlti ne li amari passi | 60 | gutenberg |
twg_000000030610 | di fuga; e veggendo la caccia, letizia presi a tutte altre dispari, tanto chio volsi in s lardita faccia, gridando a Dio: Omai pi non ti temo!, come f l merlo per poca bonaccia. Pace volli con Dio in su lo stremo de la mia vita; e ancor non sarebbe lo mio dover per penitenza scemo, se ci non fosse, | 60 | gutenberg |
twg_000000030611 | cha memoria mebbe Pier Pettinaio in sue sante orazioni, a cui di me per caritate increbbe. Ma tu chi se, che nostre condizioni vai dimandando, e porti li occhi sciolti, s com io credo, e spirando ragioni?. Li occhi, diss io, mi fieno ancor qui tolti, ma picciol tempo, ch poca loffesa fatta per esser con invidia vlti. Troppa pi | 60 | gutenberg |
twg_000000030612 | la paura ond sospesa lanima mia del tormento di sotto, che gi lo ncarco di l gi mi pesa. Ed ella a me: Chi tha dunque condotto qua s tra noi, se gi ritornar credi?. E io: Costui ch meco e non fa motto. E vivo sono; e per mi richiedi, spirito eletto, se tu vuo chi mova di l | 60 | gutenberg |
twg_000000030613 | per te ancor li mortai piedi. Oh, questa a udir s cosa nuova, rispuose, che gran segno che Dio tami; per col priego tuo talor mi giova. E cheggioti, per quel che tu pi brami, se mai calchi la terra di Toscana, che a miei propinqui tu ben mi rinfami. Tu li vedrai tra quella gente vana che spera in | 60 | gutenberg |
twg_000000030614 | Talamone, e perderagli pi di speranza cha trovar la Diana; ma pi vi perderanno li ammiragli. Purgatorio Canto XIV Chi costui che l nostro monte cerchia prima che morte li abbia dato il volo, e apre li occhi a sua voglia e coverchia?. Non so chi sia, ma so che non solo; domandal tu che pi li tavvicini, e dolcemente, | 60 | gutenberg |
twg_000000030615 | s che parli, accolo. Cos due spirti, luno a laltro chini, ragionavan di me ivi a man dritta; poi fer li visi, per dirmi, supini; e disse luno: O anima che fitta nel corpo ancora inver lo ciel ten vai, per carit ne consola e ne ditta onde vieni e chi se; ch tu ne fai tanto maravigliar de la | 60 | gutenberg |
twg_000000030616 | tua grazia, quanto vuol cosa che non fu pi mai. E io: Per mezza Toscana si spazia un fiumicel che nasce in Falterona, e cento miglia di corso nol sazia. Di sovr esso rech io questa persona: dirvi chi sia, saria parlare indarno, ch l nome mio ancor molto non suona. Se ben lo ntendimento tuo accarno con lo ntelletto, | 60 | gutenberg |
twg_000000030617 | allora mi rispuose quei che diceva pria, tu parli dArno. E laltro disse lui: Perch nascose questi il vocabol di quella riviera, pur com om fa de lorribili cose?. E lombra che di ci domandata era, si sdebit cos: Non so; ma degno ben che l nome di tal valle pra; ch dal principio suo, ov s pregno lalpestro monte | 60 | gutenberg |
twg_000000030618 | ond tronco Peloro, che n pochi luoghi passa oltra quel segno, infin l ve si rende per ristoro di quel che l ciel de la marina asciuga, ond hanno i fiumi ci che va con loro, vert cos per nimica si fuga da tutti come biscia, o per sventura del luogo, o per mal uso che li fruga: ond hanno | 60 | gutenberg |
twg_000000030619 | s mutata lor natura li abitator de la misera valle, che par che Circe li avesse in pastura. Tra brutti porci, pi degni di galle che daltro cibo fatto in uman uso, dirizza prima il suo povero calle. Botoli trova poi, venendo giuso, ringhiosi pi che non chiede lor possa, e da lor disdegnosa torce il muso. Vassi caggendo; e | 60 | gutenberg |
twg_000000030620 | quant ella pi ngrossa, tanto pi trova di can farsi lupi la maladetta e sventurata fossa. Discesa poi per pi pelaghi cupi, trova le volpi s piene di froda, che non temono ingegno che le occpi. N lascer di dir perch altri moda; e buon sar costui, sancor sammenta di ci che vero spirto mi disnoda. Io veggio tuo nepote | 60 | gutenberg |
twg_000000030621 | che diventa cacciator di quei lupi in su la riva del fiero fiume, e tutti li sgomenta. Vende la carne loro essendo viva; poscia li ancide come antica belva; molti di vita e s di pregio priva. Sanguinoso esce de la trista selva; lasciala tal, che di qui a mille anni ne lo stato primaio non si rinselva. Com a | 60 | gutenberg |
twg_000000030622 | lannunzio di dogliosi danni si turba il viso di colui chascolta, da qual che parte il periglio lassanni, cos vid io laltr anima, che volta stava a udir, turbarsi e farsi trista, poi chebbe la parola a s raccolta. Lo dir de luna e de laltra la vista mi fer voglioso di saper lor nomi, e dimanda ne fei con | 60 | gutenberg |
twg_000000030623 | prieghi mista; per che lo spirto che di pria parlmi ricominci: Tu vuo chio mi deduca nel fare a te ci che tu far non vuomi. Ma da che Dio in te vuol che traluca tanto sua grazia, non ti sar scarso; per sappi chio fui Guido del Duca. Fu il sangue mio dinvidia s rarso, che se veduto avesse | 60 | gutenberg |
twg_000000030624 | uom farsi lieto, visto mavresti di livore sparso. Di mia semente cotal paglia mieto; o gente umana, perch poni l core l v mestier di consorte divieto? Questi Rinier; questi l pregio e lonore de la casa da Calboli, ove nullo fatto s reda poi del suo valore. E non pur lo suo sangue fatto brullo, tra l Po e | 60 | gutenberg |
twg_000000030625 | l monte e la marina e l Reno, del ben richesto al vero e al trastullo; ch dentro a questi termini ripieno di venenosi sterpi, s che tardi per coltivare omai verrebber meno. Ov l buon Lizio e Arrigo Mainardi? Pier Traversaro e Guido di Carpigna? Oh Romagnuoli tornati in bastardi! Quando in Bologna un Fabbro si ralligna? quando in | 60 | gutenberg |
twg_000000030626 | Faenza un Bernardin di Fosco, verga gentil di picciola gramigna? Non ti maravigliar sio piango, Tosco, quando rimembro, con Guido da Prata, Ugolin dAzzo che vivette nosco, Federigo Tignoso e sua brigata, la casa Traversara e li Anastagi (e luna gente e laltra diretata), le donne e cavalier, li affanni e li agi che ne nvogliava amore e cortesia l | 60 | gutenberg |
twg_000000030627 | dove i cuor son fatti s malvagi. O Bretinoro, ch non fuggi via, poi che gita se n la tua famiglia e molta gente per non esser ria? Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia; e mal fa Castrocaro, e peggio Conio, che di figliar tai conti pi simpiglia. Ben faranno i Pagan, da che l demonio lor sen gir; ma | 60 | gutenberg |
twg_000000030628 | non per che puro gi mai rimagna dessi testimonio. O Ugolin de Fantolin, sicuro l nome tuo, da che pi non saspetta chi far lo possa, tralignando, scuro. Ma va via, Tosco, omai; chor mi diletta troppo di pianger pi che di parlare, s mha nostra ragion la mente stretta. Noi sapavam che quell anime care ci sentivano andar; per, | 60 | gutenberg |
twg_000000030629 | tacendo, facan noi del cammin confidare. Poi fummo fatti soli procedendo, folgore parve quando laere fende, voce che giunse di contra dicendo: Anciderammi qualunque mapprende; e fugg come tuon che si dilegua, se sbito la nuvola scoscende. Come da lei ludir nostro ebbe triegua, ed ecco laltra con s gran fracasso, che somigli tonar che tosto segua: Io sono Aglauro | 60 | gutenberg |
twg_000000030630 | che divenni sasso; e allor, per ristrignermi al poeta, in destro feci, e non innanzi, il passo. Gi era laura dogne parte queta; ed el mi disse: Quel fu l duro camo che dovria luom tener dentro a sua meta. Ma voi prendete lesca, s che lamo de lantico avversaro a s vi tira; e per poco val freno o | 60 | gutenberg |
twg_000000030631 | richiamo. Chiamavi l cielo e ntorno vi si gira, mostrandovi le sue bellezze etterne, e locchio vostro pur a terra mira; onde vi batte chi tutto discerne. Purgatorio Canto XV Quanto tra lultimar de lora terza e l principio del d par de la spera che sempre a guisa di fanciullo scherza, tanto pareva gi inver la sera essere al | 60 | gutenberg |
twg_000000030632 | sol del suo corso rimaso; vespero l, e qui mezza notte era. E i raggi ne ferien per mezzo l naso, perch per noi girato era s l monte, che gi dritti andavamo inver loccaso, quand io senti a me gravar la fronte a lo splendore assai pi che di prima, e stupor meran le cose non conte; ond io | 60 | gutenberg |
twg_000000030633 | levai le mani inver la cima de le mie ciglia, e fecimi l solecchio, che del soverchio visibile lima. Come quando da lacqua o da lo specchio salta lo raggio a lopposita parte, salendo su per lo modo parecchio a quel che scende, e tanto si diparte dal cader de la pietra in igual tratta, s come mostra esperenza e | 60 | gutenberg |
twg_000000030634 | arte; cos mi parve da luce rifratta quivi dinanzi a me esser percosso; per che a fuggir la mia vista fu ratta. Che quel, dolce padre, a che non posso schermar lo viso tanto che mi vaglia, diss io, e pare inver noi esser mosso?. Non ti maravigliar sancor tabbaglia la famiglia del cielo, a me rispuose: messo che viene | 60 | gutenberg |
twg_000000030635 | ad invitar chom saglia. Tosto sar cha veder queste cose non ti fia grave, ma fieti diletto quanto natura a sentir ti dispuose. Poi giunti fummo a langel benedetto, con lieta voce disse: Intrate quinci ad un scaleo vie men che li altri eretto. Noi montavam, gi partiti di linci, e Beati misericordes! fue cantato retro, e Godi tu che | 60 | gutenberg |
twg_000000030636 | vinci!. Lo mio maestro e io soli amendue suso andavamo; e io pensai, andando, prode acquistar ne le parole sue; e dirizzami a lui s dimandando: Che volse dir lo spirto di Romagna, e divieto e consorte menzionando?. Per chelli a me: Di sua maggior magagna conosce il danno; e per non sammiri se ne riprende perch men si piagna. | 60 | gutenberg |
twg_000000030637 | Perch sappuntano i vostri disiri dove per compagnia parte si scema, invidia move il mantaco a sospiri. Ma se lamor de la spera supprema torcesse in suso il disiderio vostro, non vi sarebbe al petto quella tema; ch, per quanti si dice pi l nostro, tanto possiede pi di ben ciascuno, e pi di caritate arde in quel chiostro. Io | 60 | gutenberg |
twg_000000030638 | son desser contento pi digiuno, diss io, che se mi fosse pria taciuto, e pi di dubbio ne la mente aduno. Com esser puote chun ben, distributo in pi posseditor, faccia pi ricchi di s che se da pochi posseduto?. Ed elli a me: Per che tu rificchi la mente pur a le cose terrene, di vera luce tenebre dispicchi. | 60 | gutenberg |
twg_000000030639 | Quello infinito e ineffabil bene che l s , cos corre ad amore com a lucido corpo raggio vene. Tanto si d quanto trova dardore; s che, quantunque carit si stende, cresce sovr essa letterno valore. E quanta gente pi l s sintende, pi v da bene amare, e pi vi sama, e come specchio luno a laltro rende. E | 60 | gutenberg |
twg_000000030640 | se la mia ragion non ti disfama, vedrai Beatrice, ed ella pienamente ti torr questa e ciascun altra brama. Procaccia pur che tosto sieno spente, come son gi le due, le cinque piaghe, che si richiudon per esser dolente. Com io voleva dicer Tu mappaghe, vidimi giunto in su laltro girone, s che tacer mi fer le luci vaghe. Ivi | 60 | gutenberg |
twg_000000030641 | mi parve in una visone estatica di sbito esser tratto, e vedere in un tempio pi persone; e una donna, in su lentrar, con atto dolce di madre dicer: Figliuol mio, perch hai tu cos verso noi fatto? Ecco, dolenti, lo tuo padre e io ti cercavamo. E come qui si tacque, ci che pareva prima, dispario. Indi mapparve unaltra | 60 | gutenberg |
twg_000000030642 | con quell acque gi per le gote che l dolor distilla quando di gran dispetto in altrui nacque, e dir: Se tu se sire de la villa del cui nome ne di fu tanta lite, e onde ogne scenza disfavilla, vendica te di quelle braccia ardite chabbracciar nostra figlia, o Pisistrto. E l segnor mi parea, benigno e mite, risponder | 60 | gutenberg |
twg_000000030643 | lei con viso temperato: Che farem noi a chi mal ne disira, se quei che ci ama per noi condannato?, Poi vidi genti accese in foco dira con pietre un giovinetto ancider, forte gridando a s pur: Martira, martira!. E lui vedea chinarsi, per la morte che laggravava gi, inver la terra, ma de li occhi facea sempre al ciel | 60 | gutenberg |
twg_000000030644 | porte, orando a lalto Sire, in tanta guerra, che perdonasse a suoi persecutori, con quello aspetto che piet diserra. Quando lanima mia torn di fori a le cose che son fuor di lei vere, io riconobbi i miei non falsi errori. Lo duca mio, che mi potea vedere far s com om che dal sonno si slega, disse: Che hai | 60 | gutenberg |
twg_000000030645 | che non ti puoi tenere, ma se venuto pi che mezza lega velando li occhi e con le gambe avvolte, a guisa di cui vino o sonno piega?. O dolce padre mio, se tu mascolte, io ti dir, diss io, ci che mapparve quando le gambe mi furon s tolte. Ed ei: Se tu avessi cento larve sovra la faccia, | 60 | gutenberg |
twg_000000030646 | non mi sarian chiuse le tue cogitazion, quantunque parve. Ci che vedesti fu perch non scuse daprir lo core a lacque de la pace che da letterno fonte son diffuse. Non dimandai Che hai? per quel che face chi guarda pur con locchio che non vede, quando disanimato il corpo giace; ma dimandai per darti forza al piede: cos frugar | 60 | gutenberg |
twg_000000030647 | conviensi i pigri, lenti ad usar lor vigilia quando riede. Noi andavam per lo vespero, attenti oltre quanto potean li occhi allungarsi contra i raggi serotini e lucenti. Ed ecco a poco a poco un fummo farsi verso di noi come la notte oscuro; n da quello era loco da cansarsi. Questo ne tolse li occhi e laere puro. Purgatorio | 60 | gutenberg |
twg_000000030648 | Canto XVI Buio dinferno e di notte privata dogne pianeto, sotto pover cielo, quant esser pu di nuvol tenebrata, non fece al viso mio s grosso velo come quel fummo chivi ci coperse, n a sentir di cos aspro pelo, che locchio stare aperto non sofferse; onde la scorta mia saputa e fida mi saccost e lomero mofferse. S come | 60 | gutenberg |
twg_000000030649 | cieco va dietro a sua guida per non smarrirsi e per non dar di cozzo in cosa che l molesti, o forse ancida, mandava io per laere amaro e sozzo, ascoltando il mio duca che diceva pur: Guarda che da me tu non sia mozzo. Io sentia voci, e ciascuna pareva pregar per pace e per misericordia lAgnel di Dio | 60 | gutenberg |
twg_000000030650 | che le peccata leva. Pur Agnus Dei eran le loro essordia; una parola in tutte era e un modo, s che parea tra esse ogne concordia. Quei sono spirti, maestro, chi odo?, diss io. Ed elli a me: Tu vero apprendi, e diracundia van solvendo il nodo. Or tu chi se che l nostro fummo fendi, e di noi parli | 60 | gutenberg |
twg_000000030651 | pur come se tue partissi ancor lo tempo per calendi?. Cos per una voce detto fue; onde l maestro mio disse: Rispondi, e domanda se quinci si va se. E io: O creatura che ti mondi per tornar bella a colui che ti fece, maraviglia udirai, se mi secondi. Io ti seguiter quanto mi lece, rispuose; e se veder fummo | 60 | gutenberg |
twg_000000030652 | non lascia, ludir ci terr giunti in quella vece. Allora incominciai: Con quella fascia che la morte dissolve men vo suso, e venni qui per linfernale ambascia. E se Dio mha in sua grazia rinchiuso, tanto che vuol chi veggia la sua corte per modo tutto fuor del moderno uso, non mi celar chi fosti anzi la morte, ma dilmi, | 60 | gutenberg |
twg_000000030653 | e dimmi si vo bene al varco; e tue parole fier le nostre scorte. Lombardo fui, e fu chiamato Marco; del mondo seppi, e quel valore amai al quale ha or ciascun disteso larco. Per montar s dirittamente vai. Cos rispuose, e soggiunse: I ti prego che per me prieghi quando s sarai. E io a lui: Per fede mi | 60 | gutenberg |
twg_000000030654 | ti lego di far ci che mi chiedi; ma io scoppio dentro ad un dubbio, sio non me ne spiego. Prima era scempio, e ora fatto doppio ne la sentenza tua, che mi fa certo qui, e altrove, quello ov io laccoppio. Lo mondo ben cos tutto diserto dogne virtute, come tu mi sone, e di malizia gravido e coverto; | 60 | gutenberg |
twg_000000030655 | ma priego che maddite la cagione, s chi la veggia e chi la mostri altrui; ch nel cielo uno, e un qua gi la pone. Alto sospir, che duolo strinse in uhi!, mise fuor prima; e poi cominci: Frate, lo mondo cieco, e tu vien ben da lui. Voi che vivete ogne cagion recate pur suso al cielo, pur come | 60 | gutenberg |
twg_000000030656 | se tutto movesse seco di necessitate. Se cos fosse, in voi fora distrutto libero arbitrio, e non fora giustizia per ben letizia, e per male aver lutto. Lo cielo i vostri movimenti inizia; non dico tutti, ma, posto chi l dica, lume v dato a bene e a malizia, e libero voler; che, se fatica ne le prime battaglie col | 60 | gutenberg |
twg_000000030657 | ciel dura, poi vince tutto, se ben si notrica. A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete; e quella cria la mente in voi, che l ciel non ha in sua cura. Per, se l mondo presente disvia, in voi la cagione, in voi si cheggia; e io te ne sar or vera spia. Esce di mano a lui | 60 | gutenberg |
twg_000000030658 | che la vagheggia prima che sia, a guisa di fanciulla che piangendo e ridendo pargoleggia, lanima semplicetta che sa nulla, salvo che, mossa da lieto fattore, volontier torna a ci che la trastulla. Di picciol bene in pria sente sapore; quivi singanna, e dietro ad esso corre, se guida o fren non torce suo amore. Onde convenne legge per fren | 60 | gutenberg |
twg_000000030659 | porre; convenne rege aver, che discernesse de la vera cittade almen la torre. Le leggi son, ma chi pon mano ad esse? Nullo, per che l pastor che procede, rugumar pu, ma non ha lunghie fesse; per che la gente, che sua guida vede pur a quel ben fedire ond ella ghiotta, di quel si pasce, e pi oltre non | 60 | gutenberg |
twg_000000030660 | chiede. Ben puoi veder che la mala condotta la cagion che l mondo ha fatto reo, e non natura che n voi sia corrotta. Soleva Roma, che l buon mondo feo, due soli aver, che luna e laltra strada facean vedere, e del mondo e di Deo. Lun laltro ha spento; ed giunta la spada col pasturale, e lun con | 60 | gutenberg |
twg_000000030661 | laltro insieme per viva forza mal convien che vada; per che, giunti, lun laltro non teme: se non mi credi, pon mente a la spiga, chogn erba si conosce per lo seme. In sul paese chAdice e Po riga, solea valore e cortesia trovarsi, prima che Federigo avesse briga; or pu sicuramente indi passarsi per qualunque lasciasse, per vergogna di | 60 | gutenberg |
twg_000000030662 | ragionar coi buoni o dappressarsi. Ben vn tre vecchi ancora in cui rampogna lantica et la nova, e par lor tardo che Dio a miglior vita li ripogna: Currado da Palazzo e l buon Gherardo e Guido da Castel, che mei si noma, francescamente, il semplice Lombardo. D oggimai che la Chiesa di Roma, per confondere in s due reggimenti, | 60 | gutenberg |
twg_000000030663 | cade nel fango, e s brutta e la soma. O Marco mio, diss io, bene argomenti; e or discerno perch dal retaggio li figli di Lev furono essenti. Ma qual Gherardo quel che tu per saggio di ch rimaso de la gente spenta, in rimprovro del secol selvaggio?. O tuo parlar minganna, o el mi tenta, rispuose a me; ch, | 60 | gutenberg |
twg_000000030664 | parlandomi tosco, par che del buon Gherardo nulla senta. Per altro sopranome io nol conosco, sio nol togliessi da sua figlia Gaia. Dio sia con voi, ch pi non vegno vosco. Vedi lalbor che per lo fummo raia gi biancheggiare, e me convien partirmi (langelo ivi) prima chio li paia. Cos torn, e pi non volle udirmi. Purgatorio Canto XVII | 60 | gutenberg |
twg_000000030665 | Ricorditi, lettor, se mai ne lalpe ti colse nebbia per la qual vedessi non altrimenti che per pelle talpe, come, quando i vapori umidi e spessi a diradar cominciansi, la spera del sol debilemente entra per essi; e fia la tua imagine leggera in giugnere a veder com io rividi lo sole in pria, che gi nel corcar era. S, | 60 | gutenberg |
twg_000000030666 | pareggiando i miei co passi fidi del mio maestro, usci fuor di tal nube ai raggi morti gi ne bassi lidi. O imaginativa che ne rube talvolta s di fuor, chom non saccorge perch dintorno suonin mille tube, chi move te, se l senso non ti porge? Moveti lume che nel ciel sinforma, per s o per voler che gi | 60 | gutenberg |
twg_000000030667 | lo scorge. De lempiezza di lei che mut forma ne luccel cha cantar pi si diletta, ne limagine mia apparve lorma; e qui fu la mia mente s ristretta dentro da s, che di fuor non vena cosa che fosse allor da lei ricetta. Poi piovve dentro a lalta fantasia un crucifisso, dispettoso e fero ne la sua vista, e | 60 | gutenberg |
twg_000000030668 | cotal si moria; intorno ad esso era il grande Assero, Estr sua sposa e l giusto Mardoceo, che fu al dire e al far cos intero. E come questa imagine rompeo s per s stessa, a guisa duna bulla cui manca lacqua sotto qual si feo, surse in mia visone una fanciulla piangendo forte, e dicea: O regina, perch per | 60 | gutenberg |
twg_000000030669 | ira hai voluto esser nulla? Ancisa thai per non perder Lavina; or mhai perduta! Io son essa che lutto, madre, a la tua pria cha laltrui ruina. Come si frange il sonno ove di butto nova luce percuote il viso chiuso, che fratto guizza pria che muoia tutto; cos limaginar mio cadde giuso tosto che lume il volto mi percosse, | 60 | gutenberg |
twg_000000030670 | maggior assai che quel ch in nostro uso. I mi volgea per veder ov io fosse, quando una voce disse Qui si monta, che da ogne altro intento mi rimosse; e fece la mia voglia tanto pronta di riguardar chi era che parlava, che mai non posa, se non si raffronta. Ma come al sol che nostra vista grava e | 60 | gutenberg |
twg_000000030671 | per soverchio sua figura vela, cos la mia virt quivi mancava. Questo divino spirito, che ne la via da ir s ne drizza sanza prego, e col suo lume s medesmo cela. S fa con noi, come luom si fa sego; ch quale aspetta prego e luopo vede, malignamente gi si mette al nego. Or accordiamo a tanto invito il | 60 | gutenberg |
twg_000000030672 | piede; procacciam di salir pria che sabbui, ch poi non si poria, se l d non riede. Cos disse il mio duca, e io con lui volgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto chio al primo grado fui, sentimi presso quasi un muover dala e ventarmi nel viso e dir: Beati pacifici, che son sanz ira mala!. Gi | 60 | gutenberg |
twg_000000030673 | eran sovra noi tanto levati li ultimi raggi che la notte segue, che le stelle apparivan da pi lati. O virt mia, perch s ti dilegue?, fra me stesso dicea, ch mi sentiva la possa de le gambe posta in triegue. Noi eravam dove pi non saliva la scala s, ed eravamo affissi, pur come nave cha la piaggia arriva. | 60 | gutenberg |
twg_000000030674 | E io attesi un poco, sio udissi alcuna cosa nel novo girone; poi mi volsi al maestro mio, e dissi: Dolce mio padre, d, quale offensione si purga qui nel giro dove semo? Se i pi si stanno, non stea tuo sermone. Ed elli a me: Lamor del bene, scemo del suo dover, quiritta si ristora; qui si ribatte il | 60 | gutenberg |
twg_000000030675 | mal tardato remo. Ma perch pi aperto intendi ancora, volgi la mente a me, e prenderai alcun buon frutto di nostra dimora. N creator n creatura mai, cominci el, figliuol, fu sanza amore, o naturale o danimo; e tu l sai. Lo naturale sempre sanza errore, ma laltro puote errar per malo obietto o per troppo o per poco di | 60 | gutenberg |
twg_000000030676 | vigore. Mentre chelli nel primo ben diretto, e ne secondi s stesso misura, esser non pu cagion di mal diletto; ma quando al mal si torce, o con pi cura o con men che non dee corre nel bene, contra l fattore adovra sua fattura. Quinci comprender puoi chesser convene amor sementa in voi dogne virtute e dogne operazion che | 60 | gutenberg |
twg_000000030677 | merta pene. Or, perch mai non pu da la salute amor del suo subietto volger viso, da lodio proprio son le cose tute; e perch intender non si pu diviso, e per s stante, alcuno esser dal primo, da quello odiare ogne effetto deciso. Resta, se dividendo bene stimo, che l mal che sama del prossimo; ed esso amor nasce | 60 | gutenberg |
twg_000000030678 | in tre modi in vostro limo. chi, per esser suo vicin soppresso, spera eccellenza, e sol per questo brama chel sia di sua grandezza in basso messo; chi podere, grazia, onore e fama teme di perder perch altri sormonti, onde sattrista s che l contrario ama; ed chi per ingiuria par chaonti, s che si fa de la vendetta ghiotto, | 60 | gutenberg |
twg_000000030679 | e tal convien che l male altrui impronti. Questo triforme amor qua gi di sotto si piange: or vo che tu de laltro intende, che corre al ben con ordine corrotto. Ciascun confusamente un bene apprende nel qual si queti lanimo, e disira; per che di giugner lui ciascun contende. Se lento amore a lui veder vi tira o a | 60 | gutenberg |
twg_000000030680 | lui acquistar, questa cornice, dopo giusto penter, ve ne martira. Altro ben che non fa luom felice; non felicit, non la buona essenza, dogne ben frutto e radice. Lamor chad esso troppo sabbandona, di sovr a noi si piange per tre cerchi; ma come tripartito si ragiona, tacciolo, acci che tu per te ne cerchi. Purgatorio Canto XVIII Posto avea | 60 | gutenberg |
twg_000000030681 | fine al suo ragionamento lalto dottore, e attento guardava ne la mia vista sio parea contento; e io, cui nova sete ancor frugava, di fuor tacea, e dentro dicea: Forse lo troppo dimandar chio fo li grava. Ma quel padre verace, che saccorse del timido voler che non sapriva, parlando, di parlare ardir mi porse. Ond io: Maestro, il mio | 60 | gutenberg |
twg_000000030682 | veder savviva s nel tuo lume, chio discerno chiaro quanto la tua ragion parta o descriva. Per ti prego, dolce padre caro, che mi dimostri amore, a cui reduci ogne buono operare e l suo contraro. Drizza, disse, ver me lagute luci de lo ntelletto, e fieti manifesto lerror de ciechi che si fanno duci. Lanimo, ch creato ad amar | 60 | gutenberg |
twg_000000030683 | presto, ad ogne cosa mobile che piace, tosto che dal piacere in atto desto. Vostra apprensiva da esser verace tragge intenzione, e dentro a voi la spiega, s che lanimo ad essa volger face; e se, rivolto, inver di lei si piega, quel piegare amor, quell natura che per piacer di novo in voi si lega. Poi, come l foco | 60 | gutenberg |
twg_000000030684 | movesi in altura per la sua forma ch nata a salire l dove pi in sua matera dura, cos lanimo preso entra in disire, ch moto spiritale, e mai non posa fin che la cosa amata il fa gioire. Or ti puote apparer quant nascosa la veritate a la gente chavvera ciascun amore in s laudabil cosa; per che forse | 60 | gutenberg |
twg_000000030685 | appar la sua matera sempre esser buona, ma non ciascun segno buono, ancor che buona sia la cera. Le tue parole e l mio seguace ingegno, rispuos io lui, mhanno amor discoverto, ma ci mha fatto di dubbiar pi pregno; ch, samore di fuori a noi offerto e lanima non va con altro piede, se dritta o torta va, non | 60 | gutenberg |
twg_000000030686 | suo merto. Ed elli a me: Quanto ragion qui vede, dir ti poss io; da indi in l taspetta pur a Beatrice, ch opra di fede. Ogne forma sustanzal, che setta da matera ed con lei unita, specifica vertute ha in s colletta, la qual sanza operar non sentita, n si dimostra mai che per effetto, come per verdi fronde | 60 | gutenberg |
twg_000000030687 | in pianta vita. Per, l onde vegna lo ntelletto de le prime notizie, omo non sape, e de primi appetibili laffetto, che sono in voi s come studio in ape di far lo mele; e questa prima voglia merto di lode o di biasmo non cape. Or perch a questa ogn altra si raccoglia, innata v la virt che consiglia, | 60 | gutenberg |
twg_000000030688 | e de lassenso de tener la soglia. Quest l principio l onde si piglia ragion di meritare in voi, secondo che buoni e rei amori accoglie e viglia. Color che ragionando andaro al fondo, saccorser desta innata libertate; per moralit lasciaro al mondo. Onde, poniam che di necessitate surga ogne amor che dentro a voi saccende, di ritenerlo in voi | 60 | gutenberg |
twg_000000030689 | la podestate. La nobile virt Beatrice intende per lo libero arbitrio, e per guarda che labbi a mente, sa parlar ten prende. La luna, quasi a mezza notte tarda, facea le stelle a noi parer pi rade, fatta com un secchion che tuttor arda; e correa contro l ciel per quelle strade che l sole infiamma allor che quel da | 60 | gutenberg |
twg_000000030690 | Roma tra Sardi e Corsi il vede quando cade. E quell ombra gentil per cui si noma Pietola pi che villa mantoana, del mio carcar diposta avea la soma; per chio, che la ragione aperta e piana sovra le mie quistioni avea ricolta, stava com om che sonnolento vana. Ma questa sonnolenza mi fu tolta subitamente da gente che dopo | 60 | gutenberg |
twg_000000030691 | le nostre spalle a noi era gi volta. E quale Ismeno gi vide e Asopo lungo di s di notte furia e calca, pur che i Teban di Bacco avesser uopo, cotal per quel giron suo passo falca, per quel chio vidi di color, venendo, cui buon volere e giusto amor cavalca. Tosto fur sovr a noi, perch correndo si | 60 | gutenberg |
twg_000000030692 | movea tutta quella turba magna; e due dinanzi gridavan piangendo: Maria corse con fretta a la montagna; e Cesare, per soggiogare Ilerda, punse Marsilia e poi corse in Ispagna. Ratto, ratto, che l tempo non si perda per poco amor, gridavan li altri appresso, che studio di ben far grazia rinverda. O gente in cui fervore aguto adesso ricompie forse | 60 | gutenberg |
twg_000000030693 | negligenza e indugio da voi per tepidezza in ben far messo, questi che vive, e certo i non vi bugio, vuole andar s, pur che l sol ne riluca; per ne dite ond presso il pertugio. Parole furon queste del mio duca; e un di quelli spirti disse: Vieni di retro a noi, e troverai la buca. Noi siam di | 60 | gutenberg |
twg_000000030694 | voglia a muoverci s pieni, che restar non potem; per perdona, se villania nostra giustizia tieni. Io fui abate in San Zeno a Verona sotto lo mperio del buon Barbarossa, di cui dolente ancor Milan ragiona. E tale ha gi lun pi dentro la fossa, che tosto pianger quel monastero, e tristo fia davere avuta possa; perch suo figlio, mal | 60 | gutenberg |
twg_000000030695 | del corpo intero, e de la mente peggio, e che mal nacque, ha posto in loco di suo pastor vero. Io non so se pi disse o sei si tacque, tant era gi di l da noi trascorso; ma questo intesi, e ritener mi piacque. E quei che mera ad ogne uopo soccorso disse: Volgiti qua: vedine due venir dando | 60 | gutenberg |
twg_000000030696 | a laccida di morso. Di retro a tutti dicean: Prima fue morta la gente a cui il mar saperse, che vedesse Iordan le rede sue. E quella che laffanno non sofferse fino a la fine col figlio dAnchise, s stessa a vita sanza gloria offerse. Poi quando fuor da noi tanto divise quell ombre, che veder pi non potiersi, novo | 60 | gutenberg |
twg_000000030697 | pensiero dentro a me si mise, del qual pi altri nacquero e diversi; e tanto duno in altro vaneggiai, che li occhi per vaghezza ricopersi, e l pensamento in sogno trasmutai. Purgatorio Canto XIX Ne lora che non pu l calor durno intepidar pi l freddo de la luna, vinto da terra, e talor da Saturno quando i geomanti lor | 60 | gutenberg |
twg_000000030698 | Maggior Fortuna veggiono in orente, innanzi a lalba, surger per via che poco le sta bruna, mi venne in sogno una femmina balba, ne li occhi guercia, e sovra i pi distorta, con le man monche, e di colore scialba. Io la mirava; e come l sol conforta le fredde membra che la notte aggrava, cos lo sguardo mio le | 60 | gutenberg |
twg_000000030699 | facea scorta la lingua, e poscia tutta la drizzava in poco dora, e lo smarrito volto, com amor vuol, cos le colorava. Poi chell avea l parlar cos disciolto, cominciava a cantar s, che con pena da lei avrei mio intento rivolto. Io son, cantava, io son dolce serena, che marinari in mezzo mar dismago; tanto son di piacere a | 60 | gutenberg |
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