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sentir piena! Io volsi Ulisse del suo cammin vago al canto mio; e qual meco sausa, rado sen parte; s tutto lappago!. Ancor non era sua bocca richiusa, quand una donna apparve santa e presta lunghesso me per far colei confusa. O Virgilio, Virgilio, chi questa?, fieramente dicea; ed el vena con li occhi fitti pur in quella onesta. Laltra
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prendea, e dinanzi lapria fendendo i drappi, e mostravami l ventre; quel mi svegli col puzzo che nuscia. Io mossi li occhi, e l buon maestro: Almen tre voci tho messe!, dicea, Surgi e vieni; troviam laperta per la qual tu entre. S mi levai, e tutti eran gi pieni de lalto d i giron del sacro monte, e andavam
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col sol novo a le reni. Seguendo lui, portava la mia fronte come colui che lha di pensier carca, che fa di s un mezzo arco di ponte; quand io udi Venite; qui si varca parlare in modo soave e benigno, qual non si sente in questa mortal marca. Con lali aperte, che parean di cigno, volseci in s colui
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che s parlonne tra due pareti del duro macigno. Mosse le penne poi e ventilonne, Qui lugent affermando esser beati, chavran di consolar lanime donne. Che hai che pur inver la terra guati?, la guida mia incominci a dirmi, poco amendue da langel sormontati. E io: Con tanta sospeccion fa irmi novella vison cha s mi piega, s chio non
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posso dal pensar partirmi. Vedesti, disse, quellantica strega che sola sovr a noi omai si piagne; vedesti come luom da lei si slega. Bastiti, e batti a terra le calcagne; li occhi rivolgi al logoro che gira lo rege etterno con le rote magne. Quale l falcon, che prima a pi si mira, indi si volge al grido e si
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protende per lo disio del pasto che l il tira, tal mi fec io; e tal, quanto si fende la roccia per dar via a chi va suso, nandai infin dove l cerchiar si prende. Com io nel quinto giro fui dischiuso, vidi gente per esso che piangea, giacendo a terra tutta volta in giuso. Adhaesit pavimento anima mea sentia
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dir lor con s alti sospiri, che la parola a pena sintendea. O eletti di Dio, li cui soffriri e giustizia e speranza fa men duri, drizzate noi verso li alti saliri. Se voi venite dal giacer sicuri, e volete trovar la via pi tosto, le vostre destre sien sempre di fori. Cos preg l poeta, e s risposto poco
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dinanzi a noi ne fu; per chio nel parlare avvisai laltro nascosto, e volsi li occhi a li occhi al segnor mio: ond elli massent con lieto cenno ci che chiedea la vista del disio. Poi chio potei di me fare a mio senno, trassimi sovra quella creatura le cui parole pria notar mi fenno, dicendo: Spirto in cui pianger
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matura quel sanza l quale a Dio tornar non pssi, sosta un poco per me tua maggior cura. Chi fosti e perch vlti avete i dossi al s, mi d, e se vuo chio timpetri cosa di l ond io vivendo mossi. Ed elli a me: Perch i nostri diretri rivolga il cielo a s, saprai; ma prima scias quod
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ego fui successor Petri. Intra Sestri e Chiaveri sadima una fiumana bella, e del suo nome lo titol del mio sangue fa sua cima. Un mese e poco pi prova io come pesa il gran manto a chi dal fango il guarda, che piuma sembran tutte laltre some. La mia conversone, om!, fu tarda; ma, come fatto fui roman pastore,
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cos scopersi la vita bugiarda. Vidi che l non sacquetava il core, n pi salir potiesi in quella vita; per che di questa in me saccese amore. Fino a quel punto misera e partita da Dio anima fui, del tutto avara; or, come vedi, qui ne son punita. Quel chavarizia fa, qui si dichiara in purgazion de lanime converse; e
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nulla pena il monte ha pi amara. S come locchio nostro non saderse in alto, fisso a le cose terrene, cos giustizia qui a terra il merse. Come avarizia spense a ciascun bene lo nostro amore, onde operar perdsi, cos giustizia qui stretti ne tene, ne piedi e ne le man legati e presi; e quanto fia piacer del giusto
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Sire, tanto staremo immobili e distesi. Io mera inginocchiato e volea dire; ma com io cominciai ed el saccorse, solo ascoltando, del mio reverire, Qual cagion, disse, in gi cos ti torse?. E io a lui: Per vostra dignitate mia coscenza dritto mi rimorse. Drizza le gambe, lvati s, frate!, rispuose; non errar: conservo sono teco e con li altri
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ad una podestate. Se mai quel santo evangelico suono che dice Neque nubent intendesti, ben puoi veder perch io cos ragiono. Vattene omai: non vo che pi tarresti; ch la tua stanza mio pianger disagia, col qual maturo ci che tu dicesti. Nepote ho io di l cha nome Alagia, buona da s, pur che la nostra casa non faccia
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lei per essempro malvagia; e questa sola di l m rimasa. Purgatorio Canto XX Contra miglior voler voler mal pugna; onde contra l piacer mio, per piacerli, trassi de lacqua non sazia la spugna. Mossimi; e l duca mio si mosse per li luoghi spediti pur lungo la roccia, come si va per muro stretto a merli; ch la gente
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che fonde a goccia a goccia per li occhi il mal che tutto l mondo occupa, da laltra parte in fuor troppo sapproccia. Maladetta sie tu, antica lupa, che pi che tutte laltre bestie hai preda per la tua fame sanza fine cupa! O ciel, nel cui girar par che si creda le condizion di qua gi trasmutarsi, quando verr
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per cui questa disceda? Noi andavam con passi lenti e scarsi, e io attento a lombre, chi sentia pietosamente piangere e lagnarsi; e per ventura udi Dolce Maria! dinanzi a noi chiamar cos nel pianto come fa donna che in parturir sia; e seguitar: Povera fosti tanto, quanto veder si pu per quello ospizio dove sponesti il tuo portato santo.
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Seguentemente intesi: O buon Fabrizio, con povert volesti anzi virtute che gran ricchezza posseder con vizio. Queste parole meran s piaciute, chio mi trassi oltre per aver contezza di quello spirto onde parean venute. Esso parlava ancor de la larghezza che fece Niccol a le pulcelle, per condurre ad onor lor giovinezza. O anima che tanto ben favelle, dimmi chi
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fosti, dissi, e perch sola tu queste degne lode rinovelle. Non fia sanza merc la tua parola, sio ritorno a compir lo cammin corto di quella vita chal termine vola. Ed elli: Io ti dir, non per conforto chio attenda di l, ma perch tanta grazia in te luce prima che sie morto. Io fui radice de la mala pianta
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che la terra cristiana tutta aduggia, s che buon frutto rado se ne schianta. Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia potesser, tosto ne saria vendetta; e io la cheggio a lui che tutto giuggia. Chiamato fui di l Ugo Ciappetta; di me son nati i Filippi e i Luigi per cui novellamente Francia retta. Figliuol fu io dun beccaio
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di Parigi: quando li regi antichi venner meno tutti, fuor chun renduto in panni bigi, trovami stretto ne le mani il freno del governo del regno, e tanta possa di nuovo acquisto, e s damici pieno, cha la corona vedova promossa la testa di mio figlio fu, dal quale cominciar di costor le sacrate ossa. Mentre che la gran dota
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provenzale al sangue mio non tolse la vergogna, poco valea, ma pur non facea male. L cominci con forza e con menzogna la sua rapina; e poscia, per ammenda, Pont e Normandia prese e Guascogna. Carlo venne in Italia e, per ammenda, vittima f di Curradino; e poi ripinse al ciel Tommaso, per ammenda. Tempo vegg io, non molto dopo
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ancoi, che tragge un altro Carlo fuor di Francia, per far conoscer meglio e s e suoi. Sanz arme nesce e solo con la lancia con la qual giostr Giuda, e quella ponta s, cha Fiorenza fa scoppiar la pancia. Quindi non terra, ma peccato e onta guadagner, per s tanto pi grave, quanto pi lieve simil danno conta. Laltro,
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che gi usc preso di nave, veggio vender sua figlia e patteggiarne come fanno i corsar de laltre schiave. O avarizia, che puoi tu pi farne, poscia cha il mio sangue a te s tratto, che non si cura de la propria carne? Perch men paia il mal futuro e l fatto, veggio in Alagna intrar lo fiordaliso, e nel
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vicario suo Cristo esser catto. Veggiolo unaltra volta esser deriso; veggio rinovellar laceto e l fiele, e tra vivi ladroni esser anciso. Veggio il novo Pilato s crudele, che ci nol sazia, ma sanza decreto portar nel Tempio le cupide vele. O Segnor mio, quando sar io lieto a veder la vendetta che, nascosa, fa dolce lira tua nel tuo
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secreto? Ci chio dicea di quell unica sposa de lo Spirito Santo e che ti fece verso me volger per alcuna chiosa, tanto risposto a tutte nostre prece quanto l d dura; ma com el sannotta, contrario suon prendemo in quella vece. Noi repetiam Pigmalon allotta, cui traditore e ladro e paricida fece la voglia sua de loro ghiotta; e
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la miseria de lavaro Mida, che segu a la sua dimanda gorda, per la qual sempre convien che si rida. Del folle Acn ciascun poi si ricorda, come fur le spoglie, s che lira di Ios qui par chancor lo morda. Indi accusiam col marito Saffira; lodiam i calci chebbe Elodoro; e in infamia tutto l monte gira Polinestr chancise
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Polidoro; ultimamente ci si grida: Crasso, dilci, che l sai: di che sapore loro?. Talor parla luno alto e laltro basso, secondo laffezion chad ir ci sprona ora a maggiore e ora a minor passo: per al ben che l d ci si ragiona, dianzi non era io sol; ma qui da presso non alzava la voce altra persona. Noi
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eravam partiti gi da esso, e brigavam di soverchiar la strada tanto quanto al poder nera permesso, quand io senti, come cosa che cada, tremar lo monte; onde mi prese un gelo qual prender suol colui cha morte vada. Certo non si scoteo s forte Delo, pria che Latona in lei facesse l nido a parturir li due occhi del
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cielo. Poi cominci da tutte parti un grido tal, che l maestro inverso me si feo, dicendo: Non dubbiar, mentr io ti guido. Glora in excelsis tutti Deo dicean, per quel chio da vicin compresi, onde intender lo grido si poteo. No istavamo immobili e sospesi come i pastor che prima udir quel canto, fin che l tremar cess ed
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el compisi. Poi ripigliammo nostro cammin santo, guardando lombre che giacean per terra, tornate gi in su lusato pianto. Nulla ignoranza mai con tanta guerra mi f desideroso di sapere, se la memoria mia in ci non erra, quanta pareami allor, pensando, avere; n per la fretta dimandare er oso, n per me l potea cosa vedere: cos mandava timido
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e pensoso. Purgatorio Canto XXI La sete natural che mai non sazia se non con lacqua onde la femminetta samaritana domand la grazia, mi travagliava, e pungeami la fretta per la mpacciata via dietro al mio duca, e condoleami a la giusta vendetta. Ed ecco, s come ne scrive Luca che Cristo apparve a due cherano in via, gi surto
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fuor de la sepulcral buca, ci apparve unombra, e dietro a noi vena, dal pi guardando la turba che giace; n ci addemmo di lei, s parl pria, dicendo: O frati miei, Dio vi dea pace. Noi ci volgemmo sbiti, e Virgilio rendli l cenno cha ci si conface. Poi cominci: Nel beato concilio ti ponga in pace la verace
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corte che me rilega ne letterno essilio. Come!, diss elli, e parte andavam forte: se voi siete ombre che Dio s non degni, chi vha per la sua scala tanto scorte?. E l dottor mio: Se tu riguardi a segni che questi porta e che langel profila, ben vedrai che coi buon convien che regni. Ma perch lei che d
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e notte fila non li avea tratta ancora la conocchia che Cloto impone a ciascuno e compila, lanima sua, ch tua e mia serocchia, venendo s, non potea venir sola, per chal nostro modo non adocchia. Ond io fui tratto fuor de lampia gola dinferno per mostrarli, e mosterrolli oltre, quanto l potr menar mia scola. Ma dimmi, se tu
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sai, perch tai crolli di dianzi l monte, e perch tutto ad una parve gridare infino a suoi pi molli. S mi di, dimandando, per la cruna del mio disio, che pur con la speranza si fece la mia sete men digiuna. Quei cominci: Cosa non che sanza ordine senta la religone de la montagna, o che sia fuor dusanza.
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Libero qui da ogne alterazione: di quel che l ciel da s in s riceve esser ci puote, e non daltro, cagione. Per che non pioggia, non grando, non neve, non rugiada, non brina pi s cade che la scaletta di tre gradi breve; nuvole spesse non paion n rade, n coruscar, n figlia di Taumante, che di l cangia
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sovente contrade; secco vapor non surge pi avante chal sommo di tre gradi chio parlai, dov ha l vicario di Pietro le piante. Trema forse pi gi poco o assai; ma per vento che n terra si nasconda, non so come, qua s non trem mai. Tremaci quando alcuna anima monda sentesi, s che surga o che si mova per
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salir s; e tal grido seconda. De la mondizia sol voler fa prova, che, tutto libero a mutar convento, lalma sorprende, e di voler le giova. Prima vuol ben, ma non lascia il talento che divina giustizia, contra voglia, come fu al peccar, pone al tormento. E io, che son giaciuto a questa doglia cinquecent anni e pi, pur mo
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sentii libera volont di miglior soglia: per sentisti il tremoto e li pii spiriti per lo monte render lode a quel Segnor, che tosto s li nvii. Cos ne disse; e per chel si gode tanto del ber quant grande la sete, non saprei dir quant el mi fece prode. E l savio duca: Omai veggio la rete che qui
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vi mpiglia e come si scalappia, perch ci trema e di che congaudete. Ora chi fosti, piacciati chio sappia, e perch tanti secoli giaciuto qui se, ne le parole tue mi cappia. Nel tempo che l buon Tito, con laiuto del sommo rege, vendic le fra ond usc l sangue per Giuda venduto, col nome che pi dura e pi
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onora era io di l, rispuose quello spirto, famoso assai, ma non con fede ancora. Tanto fu dolce mio vocale spirto, che, tolosano, a s mi trasse Roma, dove mertai le tempie ornar di mirto. Stazio la gente ancor di l mi noma: cantai di Tebe, e poi del grande Achille; ma caddi in via con la seconda soma. Al
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mio ardor fuor seme le faville, che mi scaldar, de la divina fiamma onde sono allumati pi di mille; de lEneda dico, la qual mamma fummi, e fummi nutrice, poetando: sanz essa non fermai peso di dramma. E per esser vivuto di l quando visse Virgilio, assentirei un sole pi che non deggio al mio uscir di bando. Volser Virgilio
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a me queste parole con viso che, tacendo, disse Taci; ma non pu tutto la virt che vuole; ch riso e pianto son tanto seguaci a la passion di che ciascun si spicca, che men seguon voler ne pi veraci. Io pur sorrisi come luom chammicca; per che lombra si tacque, e riguardommi ne li occhi ove l sembiante pi
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si ficca; e Se tanto labore in bene assommi, disse, perch la tua faccia testeso un lampeggiar di riso dimostrommi?. Or son io duna parte e daltra preso: luna mi fa tacer, laltra scongiura chio dica; ond io sospiro, e sono inteso dal mio maestro, e Non aver paura, mi dice, di parlar; ma parla e digli quel che dimanda
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con cotanta cura. Ond io: Forse che tu ti maravigli, antico spirto, del rider chio fei; ma pi dammirazion vo che ti pigli. Questi che guida in alto li occhi miei, quel Virgilio dal qual tu togliesti forte a cantar de li uomini e di di. Se cagion altra al mio rider credesti, lasciala per non vera, ed esser credi
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quelle parole che di lui dicesti. Gi sinchinava ad abbracciar li piedi al mio dottor, ma el li disse: Frate, non far, ch tu se ombra e ombra vedi. Ed ei surgendo: Or puoi la quantitate comprender de lamor cha te mi scalda, quand io dismento nostra vanitate, trattando lombre come cosa salda. Purgatorio Canto XXII Gi era langel dietro
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a noi rimaso, langel che navea vlti al sesto giro, avendomi dal viso un colpo raso; e quei channo a giustizia lor disiro detto navea beati, e le sue voci con sitiunt, sanz altro, ci forniro. E io pi lieve che per laltre foci mandava, s che sanz alcun labore seguiva in s li spiriti veloci; quando Virgilio incominci: Amore,
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acceso di virt, sempre altro accese, pur che la fiamma sua paresse fore; onde da lora che tra noi discese nel limbo de lo nferno Giovenale, che la tua affezion mi f palese, mia benvoglienza inverso te fu quale pi strinse mai di non vista persona, s chor mi parran corte queste scale. Ma dimmi, e come amico mi perdona
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se troppa sicurt mallarga il freno, e come amico omai meco ragiona: come pot trovar dentro al tuo seno loco avarizia, tra cotanto senno di quanto per tua cura fosti pieno?. Queste parole Stazio mover fenno un poco a riso pria; poscia rispuose: Ogne tuo dir damor m caro cenno. Veramente pi volte appaion cose che danno a dubitar falsa
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matera per le vere ragion che son nascose. La tua dimanda tuo creder mavvera esser chi fossi avaro in laltra vita, forse per quella cerchia dov io era. Or sappi chavarizia fu partita troppo da me, e questa dismisura migliaia di lunari hanno punita. E se non fosse chio drizzai mia cura, quand io intesi l dove tu chiame, crucciato
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quasi a lumana natura: Per che non reggi tu, o sacra fame de loro, lappetito de mortali?, voltando sentirei le giostre grame. Allor maccorsi che troppo aprir lali potean le mani a spendere, e pentemi cos di quel come de li altri mali. Quanti risurgeran coi crini scemi per ignoranza, che di questa pecca toglie l penter vivendo e ne
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li stremi! E sappie che la colpa che rimbecca per dritta opposizione alcun peccato, con esso insieme qui suo verde secca; per, sio son tra quella gente stato che piange lavarizia, per purgarmi, per lo contrario suo m incontrato. Or quando tu cantasti le crude armi de la doppia trestizia di Giocasta, disse l cantor de buccolici carmi, per quello
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che Cl teco l tasta, non par che ti facesse ancor fedele la fede, sanza qual ben far non basta. Se cos , qual sole o quai candele ti stenebraron s, che tu drizzasti poscia di retro al pescator le vele?. Ed elli a lui: Tu prima minvasti verso Parnaso a ber ne le sue grotte, e prima appresso Dio
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malluminasti. Facesti come quei che va di notte, che porta il lume dietro e s non giova, ma dopo s fa le persone dotte, quando dicesti: Secol si rinova; torna giustizia e primo tempo umano, e progene scende da ciel nova. Per te poeta fui, per te cristiano: ma perch veggi mei ci chio disegno, a colorare stender la mano.
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Gi era l mondo tutto quanto pregno de la vera credenza, seminata per li messaggi de letterno regno; e la parola tua sopra toccata si consonava a nuovi predicanti; ond io a visitarli presi usata. Vennermi poi parendo tanto santi, che, quando Domizian li perseguette, sanza mio lagrimar non fur lor pianti; e mentre che di l per me si
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stette, io li sovvenni, e i lor dritti costumi fer dispregiare a me tutte altre sette. E pria chio conducessi i Greci a fiumi di Tebe poetando, ebb io battesmo; ma per paura chiuso cristian fumi, lungamente mostrando paganesmo; e questa tepidezza il quarto cerchio cerchiar mi f pi che l quarto centesmo. Tu dunque, che levato hai il coperchio
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che mascondeva quanto bene io dico, mentre che del salire avem soverchio, dimmi dov Terrenzio nostro antico, Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai: dimmi se son dannati, e in qual vico. Costoro e Persio e io e altri assai, rispuose il duca mio, siam con quel Greco che le Muse lattar pi chaltri mai, nel primo cinghio del
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carcere cieco; spesse fate ragioniam del monte che sempre ha le nutrice nostre seco. Euripide v nosco e Antifonte, Simonide, Agatone e altri pie Greci che gi di lauro ornar la fronte. Quivi si veggion de le genti tue Antigone, Defile e Argia, e Ismene s trista come fue. Vdeisi quella che mostr Langia; vvi la figlia di Tiresia, e
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Teti, e con le suore sue Dedamia. Tacevansi ambedue gi li poeti, di novo attenti a riguardar dintorno, liberi da saliri e da pareti; e gi le quattro ancelle eran del giorno rimase a dietro, e la quinta era al temo, drizzando pur in s lardente corno, quando il mio duca: Io credo cha lo stremo le destre spalle volger
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ne convegna, girando il monte come far solemo. Cos lusanza fu l nostra insegna, e prendemmo la via con men sospetto per lassentir di quell anima degna. Elli givan dinanzi, e io soletto di retro, e ascoltava i lor sermoni, cha poetar mi davano intelletto. Ma tosto ruppe le dolci ragioni un alber che trovammo in mezza strada, con pomi
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a odorar soavi e buoni; e come abete in alto si digrada di ramo in ramo, cos quello in giuso, cred io, perch persona s non vada. Dal lato onde l cammin nostro era chiuso, cadea de lalta roccia un liquor chiaro e si spandeva per le foglie suso. Li due poeti a lalber sappressaro; e una voce per entro
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le fronde grid: Di questo cibo avrete caro. Poi disse: Pi pensava Maria onde fosser le nozze orrevoli e intere, cha la sua bocca, chor per voi risponde. E le Romane antiche, per lor bere, contente furon dacqua; e Danello dispregi cibo e acquist savere. Lo secol primo, quant oro fu bello, f savorose con fame le ghiande, e nettare
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con sete ogne ruscello. Mele e locuste furon le vivande che nodriro il Batista nel diserto; per chelli gloroso e tanto grande quanto per lo Vangelio v aperto. Purgatorio Canto XXIII Mentre che li occhi per la fronda verde ficcava o s come far suole chi dietro a li uccellin sua vita perde, lo pi che padre mi dicea: Figliuole,
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vienne oramai, ch l tempo che n imposto pi utilmente compartir si vuole. Io volsi l viso, e l passo non men tosto, appresso i savi, che parlavan se, che landar mi facean di nullo costo. Ed ecco piangere e cantar sude Laba ma, Domine per modo tal, che diletto e doglia parture. O dolce padre, che quel chi odo?,
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comincia io; ed elli: Ombre che vanno forse di lor dover solvendo il nodo. S come i peregrin pensosi fanno, giugnendo per cammin gente non nota, che si volgono ad essa e non restanno, cos di retro a noi, pi tosto mota, venendo e trapassando ci ammirava danime turba tacita e devota. Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
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palida ne la faccia, e tanto scema che da lossa la pelle sinformava. Non credo che cos a buccia strema Erisittone fosse fatto secco, per digiunar, quando pi nebbe tema. Io dicea fra me stesso pensando: Ecco la gente che perd Ierusalemme, quando Maria nel figlio di di becco! Parean locchiaie anella sanza gemme: chi nel viso de li uomini
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legge omo ben avria quivi conosciuta lemme. Chi crederebbe che lodor dun pomo s governasse, generando brama, e quel dunacqua, non sappiendo como? Gi era in ammirar che s li affama, per la cagione ancor non manifesta di lor magrezza e di lor trista squama, ed ecco del profondo de la testa volse a me li occhi unombra e guard
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fiso; poi grid forte: Qual grazia m questa?. Mai non lavrei riconosciuto al viso; ma ne la voce sua mi fu palese ci che laspetto in s avea conquiso. Questa favilla tutta mi raccese mia conoscenza a la cangiata labbia, e ravvisai la faccia di Forese. Deh, non contendere a lasciutta scabbia che mi scolora, pregava, la pelle, n a
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difetto di carne chio abbia; ma dimmi il ver di te, d chi son quelle due anime che l ti fanno scorta; non rimaner che tu non mi favelle!. La faccia tua, chio lagrimai gi morta, mi d di pianger mo non minor doglia, rispuos io lui, veggendola s torta. Per mi d, per Dio, che s vi sfoglia; non
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mi far dir mentr io mi maraviglio, ch mal pu dir chi pien daltra voglia. Ed elli a me: De letterno consiglio cade vert ne lacqua e ne la pianta rimasa dietro ond io s massottiglio. Tutta esta gente che piangendo canta per seguitar la gola oltra misura, in fame e n sete qui si rif santa. Di bere e
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di mangiar naccende cura lodor chesce del pomo e de lo sprazzo che si distende su per sua verdura. E non pur una volta, questo spazzo girando, si rinfresca nostra pena: io dico pena, e dovria dir sollazzo, ch quella voglia a li alberi ci mena che men Cristo lieto a dire El, quando ne liber con la sua vena.
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E io a lui: Forese, da quel d nel qual mutasti mondo a miglior vita, cinqu anni non son vlti infino a qui. Se prima fu la possa in te finita di peccar pi, che sovvenisse lora del buon dolor cha Dio ne rimarita, come se tu qua s venuto ancora? Io ti credea trovar l gi di sotto, dove
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tempo per tempo si ristora. Ond elli a me: S tosto mha condotto a ber lo dolce assenzo di martri la Nella mia con suo pianger dirotto. Con suoi prieghi devoti e con sospiri tratto mha de la costa ove saspetta, e liberato mha de li altri giri. Tanto a Dio pi cara e pi diletta la vedovella mia, che
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molto amai, quanto in bene operare pi soletta; ch la Barbagia di Sardigna assai ne le femmine sue pi pudica che la Barbagia dov io la lasciai. O dolce frate, che vuo tu chio dica? Tempo futuro m gi nel cospetto, cui non sar quest ora molto antica, nel qual sar in pergamo interdetto a le sfacciate donne fiorentine landar
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mostrando con le poppe il petto. Quai barbare fuor mai, quai saracine, cui bisognasse, per farle ir coperte, o spiritali o altre discipline? Ma se le svergognate fosser certe di quel che l ciel veloce loro ammanna, gi per urlare avrian le bocche aperte; ch, se lantiveder qui non minganna, prima fien triste che le guance impeli colui che mo
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si consola con nanna. Deh, frate, or fa che pi non mi ti celi! vedi che non pur io, ma questa gente tutta rimira l dove l sol veli. Per chio a lui: Se tu riduci a mente qual fosti meco, e qual io teco fui, ancor fia grave il memorar presente. Di quella vita mi volse costui che mi
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va innanzi, laltr ier, quando tonda vi si mostr la suora di colui, e l sol mostrai; costui per la profonda notte menato mha di veri morti con questa vera carne che l seconda. Indi mhan tratto s li suoi conforti, salendo e rigirando la montagna che drizza voi che l mondo fece torti. Tanto dice di farmi sua compagna
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che io sar l dove fia Beatrice; quivi convien che sanza lui rimagna. Virgilio questi che cos mi dice, e additalo; e quest altro quell ombra per cu scosse dianzi ogne pendice lo vostro regno, che da s lo sgombra. Purgatorio Canto XXIV N l dir landar, n landar lui pi lento facea, ma ragionando andavam forte, s come nave
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pinta da buon vento; e lombre, che parean cose rimorte, per le fosse de li occhi ammirazione traean di me, di mio vivere accorte. E io, continando al mio sermone, dissi: Ella sen va s forse pi tarda che non farebbe, per altrui cagione. Ma dimmi, se tu sai, dov Piccarda; dimmi sio veggio da notar persona tra questa gente
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che s mi riguarda. La mia sorella, che tra bella e buona non so qual fosse pi, trunfa lieta ne lalto Olimpo gi di sua corona. S disse prima; e poi: Qui non si vieta di nominar ciascun, da ch s munta nostra sembianza via per la deta. Questi, e mostr col dito, Bonagiunta, Bonagiunta da Lucca; e quella faccia
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di l da lui pi che laltre trapunta ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno languille di Bolsena e la vernaccia. Molti altri mi nom ad uno ad uno; e del nomar parean tutti contenti, s chio per non vidi un atto bruno. Vidi per fame a vto usar li denti Ubaldin
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da la Pila e Bonifazio che pastur col rocco molte genti. Vidi messer Marchese, chebbe spazio gi di bere a Forl con men secchezza, e s fu tal, che non si sent sazio. Ma come fa chi guarda e poi sapprezza pi dun che daltro, fei a quel da Lucca, che pi parea di me aver contezza. El mormorava; e
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non so che Gentucca sentiv io l, ov el sentia la piaga de la giustizia che s li pilucca. O anima, diss io, che par s vaga di parlar meco, fa s chio tintenda, e te e me col tuo parlare appaga. Femmina nata, e non porta ancor benda, cominci el, che ti far piacere la mia citt, come chom
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la riprenda. Tu te nandrai con questo antivedere: se nel mio mormorar prendesti errore, dichiareranti ancor le cose vere. Ma d si veggio qui colui che fore trasse le nove rime, cominciando Donne chavete intelletto damore. E io a lui: I mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo che ditta dentro vo significando. O
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frate, issa vegg io, diss elli, il nodo che l Notaro e Guittone e me ritenne di qua dal dolce stil novo chi odo! Io veggio ben come le vostre penne di retro al dittator sen vanno strette, che de le nostre certo non avvenne; e qual pi a gradire oltre si mette, non vede pi da luno a laltro
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stilo; e, quasi contentato, si tacette. Come li augei che vernan lungo l Nilo, alcuna volta in aere fanno schiera, poi volan pi a fretta e vanno in filo, cos tutta la gente che l era, volgendo l viso, raffrett suo passo, e per magrezza e per voler leggera. E come luom che di trottare lasso, lascia andar li compagni,
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e s passeggia fin che si sfoghi laffollar del casso, s lasci trapassar la santa greggia Forese, e dietro meco sen veniva, dicendo: Quando fia chio ti riveggia?. Non so, rispuos io lui, quant io mi viva; ma gi non fa il tornar mio tantosto, chio non sia col voler prima a la riva; per che l loco u fui
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a viver posto, di giorno in giorno pi di ben si spolpa, e a trista ruina par disposto. Or va, diss el; che quei che pi nha colpa, vegg o a coda duna bestia tratto inver la valle ove mai non si scolpa. La bestia ad ogne passo va pi ratto, crescendo sempre, fin chella il percuote, e lascia il
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corpo vilmente disfatto. Non hanno molto a volger quelle ruote, e drizz li occhi al ciel, che ti fia chiaro ci che l mio dir pi dichiarar non puote. Tu ti rimani omai; ch l tempo caro in questo regno, s chio perdo troppo venendo teco s a paro a paro. Qual esce alcuna volta di gualoppo lo cavalier di
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schiera che cavalchi, e va per farsi onor del primo intoppo, tal si part da noi con maggior valchi; e io rimasi in via con esso i due che fuor del mondo s gran marescalchi. E quando innanzi a noi intrato fue, che li occhi miei si fero a lui seguaci, come la mente a le parole sue, parvermi i
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rami gravidi e vivaci dun altro pomo, e non molto lontani per esser pur allora vlto in laci. Vidi gente sott esso alzar le mani e gridar non so che verso le fronde, quasi bramosi fantolini e vani che pregano, e l pregato non risponde, ma, per fare esser ben la voglia acuta, tien alto lor disio e nol nasconde.
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Poi si part s come ricreduta; e noi venimmo al grande arbore adesso, che tanti prieghi e lagrime rifiuta. Trapassate oltre sanza farvi presso: legno pi s che fu morso da Eva, e questa pianta si lev da esso. S tra le frasche non so chi diceva; per che Virgilio e Stazio e io, ristretti, oltre andavam dal lato che
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si leva. Ricordivi, dicea, di maladetti nei nuvoli formati, che, satolli, Teso combatter co doppi petti; e de li Ebrei chal ber si mostrar molli, per che no i volle Gedeon compagni, quando inver Madan discese i colli. S accostati a lun di due vivagni passammo, udendo colpe de la gola seguite gi da miseri guadagni. Poi, rallargati per la
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strada sola, ben mille passi e pi ci portar oltre, contemplando ciascun sanza parola. Che andate pensando s voi sol tre?. sbita voce disse; ond io mi scossi come fan bestie spaventate e poltre. Drizzai la testa per veder chi fossi; e gi mai non si videro in fornace vetri o metalli s lucenti e rossi, com io vidi un
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che dicea: Sa voi piace montare in s, qui si convien dar volta; quinci si va chi vuole andar per pace. Laspetto suo mavea la vista tolta; per chio mi volsi dietro a miei dottori, com om che va secondo chelli ascolta. E quale, annunziatrice de li albori, laura di maggio movesi e olezza, tutta impregnata da lerba e da
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fiori; tal mi senti un vento dar per mezza la fronte, e ben senti mover la piuma, che f sentir dambrosa lorezza. E senti dir: Beati cui alluma tanto di grazia, che lamor del gusto nel petto lor troppo disir non fuma, esurendo sempre quanto giusto!. Purgatorio Canto XXV Ora era onde l salir non volea storpio; ch l sole
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ava il cerchio di merigge lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio: per che, come fa luom che non saffigge ma vassi a la via sua, che che li appaia, se di bisogno stimolo il trafigge, cos intrammo noi per la callaia, uno innanzi altro prendendo la scala che per artezza i salitor dispaia. E quale il cicognin
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che leva lala per voglia di volare, e non sattenta dabbandonar lo nido, e gi la cala; tal era io con voglia accesa e spenta di dimandar, venendo infino a latto che fa colui cha dicer sargomenta. Non lasci, per landar che fosse ratto, lo dolce padre mio, ma disse: Scocca larco del dir, che nfino al ferro hai tratto.
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Allor sicuramente apri la bocca e cominciai: Come si pu far magro l dove luopo di nodrir non tocca?. Se tammentassi come Meleagro si consum al consumar dun stizzo, non fora, disse, a te questo s agro; e se pensassi come, al vostro guizzo, guizza dentro a lo specchio vostra image, ci che par duro ti parrebbe vizzo. Ma perch
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