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5.– Devono invece essere dichiarate inammissibili, ma sotto un altro profilo, le questioni sollevate dalla Commissione tributaria provinciale di Roma con l’ordinanza del 2 maggio 2016 (r.o. n. 208 del 2016). |
Con tale ordinanza, infatti, la rimettente ha esplicitamente dichi arato di dover invertire l’ordine di esame delle questioni eccepite dal ricorrente – che in principalità aveva chiesto di disapplicare (rectius: non applicare) le norme impositive del contributo per contrasto con la normativa dell’Unione europea in materia – stimando «più aderente |
al sistema giuridico complessivo» scrutinare prioritariamente la conformità della disciplina ai principi costituzionali interni. |
Invero, la stessa Commissione provinciale tributaria di Roma, nella seconda ordinanza di rimessione ( r.o. n. 51 del 2017) – a differenza e in senso opposto a quanto affermato nella prima (r.o. n. 208 del 2016) – ha ricordato come questa Corte abbia già avuto occasione di affermare che il contrasto con il diritto dell’Unione europea, |
«attenendo alla operat ività della norma oggetto degli incidenti di costituzionalità, investe la rilevanza delle questioni, onde di esso ogni giudice, nel sollevarle, deve farsi carico ai sensi dell’art. 23 della legge 11 marzo 1953 n. 87, pena l’inammissibilità delle questioni medesime (ordd. nn. 269, 79, 8 del 1991, 450, 389, 78 del 1990, 152 del 1987)» |
(ordinanza n. 244 del 1994, poi richiamata, ex multis, dalle ordinanze n. 38 del 1995 e n. 249 del 2001). |
Peraltro, l’affermazione di cui sopra, nella sua generalità, potrebbe p restarsi a equivoci, che impongono una precisazione dei limiti entro i quali la previa delibazione del contrasto con il diritto dell’Unione europea debba ritenersi imposta al giudice a quo a pena di inammissibilità delle questioni sollevate, specie se tale contrasto sia oggetto di |
una specifica richiesta della parte ricorrente. |
La precisazione, in particolare, si impone a fronte di pronunce di questa medesima Corte (ad esempio le sentenze n. 197 del 2014, n. 245 del 2013, n. 127 e n. 120 del 2010) che solo apparentemente sembrano smentire l’assunto di cui sopra e che, invece, |
riguardano casi che devono essere attentamente distinti dal presente. 5.1.– In primo luogo va osservato che il contrasto con il diritto dell’Unione europea condiziona l’applicabilità de lla norma censurata nel giudizio a quo – e di conseguenza la |
rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale che si intendano sollevare sulla medesima (da ultimo, ordinanza n. 2 del 2017) – soltanto quando la norma europea è 33 dotata di effetto diret to. Al riguardo deve richiamarsi l’insegnamento di questa Corte, in base al quale «conformemente ai principi affermati dalla sentenza della Corte di giustizia |
9 marzo 1978, in causa C -106/77 (Simmenthal), e dalla successiva giurisprudenza di questa Corte, segnatamente con la sentenza n. 170 del 1984 (Granital), qualora si tratti di disposizione del diritto dell’Unione europea direttamente efficace, spetta al giudice nazionale comune valutare la compatibilità comunitaria della normativa interna |
censurata, ut ilizzando – se del caso – il rinvio pregiudiziale alla Corte di giustizia, e nell’ipotesi di contrasto provvedere egli stesso all’applicazione della norma comunitaria in luogo della norma nazionale; mentre, in caso di contrasto con una norma comunitaria priva di efficacia diretta – contrasto accertato eventualmente mediante ricorso alla Corte |
di giustizia – e nell’impossibilità di risolvere il contrasto in via interpretativa, il giudice comune deve sollevare la questione di legittimità costituzionale, spett ando poi a questa Corte valutare l’esistenza di un contrasto insanabile in via interpretativa e, eventualmente, annullare la legge incompatibile con il diritto comunitario (nello stesso |
senso sentenze n. 284 del 2007, n. 28 e n. 227 del 2010 e n. 75 del 20 12)» (ordinanza n. 207 del 2013). |
Pertanto, ove la legge interna collida con una norma dell’Unione europea, il giudice – fallita qualsiasi ricomposizione del contrasto su base interpretativa, o, se del caso, attraverso rinvio pregiudiziale – applica dirett amente la disposizione dell’Unione europea dotata di effetti diretti, soddisfacendo, ad un tempo, il |
primato del diritto dell’Unione e lo stesso principio di soggezione del giudice soltanto alla legge (art. 101 Cost.), dovendosi per tale intendere la disci plina del diritto che lo stesso sistema costituzionale gli impone di osservare ed applicare. |
Viceversa, quando una disposizione di diritto interno diverge da norme dell’Unione europea prive di effetti diretti, occorre sollevare una questione di legittimità costituzionale, riservata alla esclusiva competenza di questa Corte, senza delibare preventivamente i profili di incompatibilità con il diritto europeo. |
In tali ipotesi spetta a questa Corte giudicare la legge, sia in riferimento ai parametri europei (con riguardo alle priorità, nei giudizi in via di azione, si veda ad esempio la sentenza n. 197 del 2014, ove si afferma che «la verifica della conformità della norma impugnata alle regole di competenza interna è |
preliminare al controllo del rispetto dei prin cìpi comunitari (sentenze n. 245 del 2013, n. 127 e n. 120 del 2010)». 5.2.– Una precisazione si impone alla luce delle trasformazioni che hanno riguardato il diritto dell’Unione europea e il sistema dei rapporti con gli ordinamenti nazionali dopo |
l’entrat a in vigore del Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull'Unione europea e il Trattato che istituisce la Comunità europea e alcuni atti connessi, fatto a Lisbona il 13 dicembre 2007, ratificato ed eseguito dalla legge 2 agosto 2008, n. 130 (Ratific a ed esecuzione del Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull’Unione europea e il |
Trattato che istituisce la Comunità europea e alcuni atti connessi, con atto finale, protocolli e dichiarazioni, fatto a Lisbona il 13 dicembre 2007), che, tra l’altr o, ha attribuito effetti giuridici vincolanti alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 e adattata a Strasburgo il 12 dicembre 34 |
2007 (da ora: CDFUE), equiparandola ai Trattati (art. 6, paragrafo 1, del Tr attato sull’Unione europea). |
Fermi restando i principi del primato e dell’effetto diretto del diritto dell’Unione europea come sin qui consolidatisi nella giurisprudenza europea e costituzionale, occorre prendere atto che la citata Carta dei diritti costit uisce parte del diritto dell’Unione dotata di caratteri peculiari in ragione del suo contenuto di impronta tipicamente costituzionale. |
I principi e i diritti enunciati nella Carta intersecano in larga misura i principi e i diritti garantiti dalla Costituzi one italiana (e dalle altre Costituzioni nazionali degli Stati membri). Sicché può darsi il caso che la violazione di un diritto della persona infranga, ad un tempo, sia le garanzie presidiate dalla Costituzione |
italiana, sia quelle codificate dalla Carta dei diritti dell’Unione, come è accaduto da ultimo in riferimento al principio di legalità dei reati e delle pene (Corte di giustizia dell’Unione europea, grande sezione, sentenza 5 dicembre 2017, nella causa C -42/17, M.A.S, M.B.). |
Pertanto, le violazioni dei diritti della persona postulano la necessità di un intervento erga omnes di questa Corte, anche in virtù del principio che situa il sindacato accentrato di costituzionalità delle leggi a fondamento dell’architettura costituzionale (art. 134 Cost.). La Corte giudicherà alla luce dei parametri interni |
ed eventualmente di quelli europei (ex artt. 11 e 117 Cost.), secondo l’ordine di volta in volta appropriato, anche al fine di assicurare che i diritti garantiti dalla citata Carta dei diritti siano interpre tati in armonia con le tradizioni costituzionali, pure richiamate dall’art. 6 del Trattato sull’Unione europea e |
dall’art. 52, comma 4, della CDFUE come fonti rilevanti in tale ambito. In senso analogo, del resto, si sono orientate altre Corti costituziona li nazionali di antica tradizione (si veda ad esempio Corte costituzionale austriaca, sentenza 14 marzo 2012, U 466/11 -18; U 1836/11 -13). |
Il tutto, peraltro, in un quadro di costruttiva e leale cooperazione fra i diversi sistemi di garanzia, nel quale le C orti costituzionali sono chiamate a valorizzare il dialogo con la Corte di giustizia (da ultimo, ordinanza n. 24 del 2017), affinché sia assicurata la massima salvaguardia dei diritti a livello sistemico (art. 53 della CDFUE). |
D’altra parte, la sopravvenie nza delle garanzie approntate dalla CDFUE a quelle previste dalla Costituzione italiana può generare un concorso di rimedi giurisdizionali. A tale proposito, di fronte a casi di “doppia pregiudizialità” – vale a dire di controversie che possono dare luogo a questioni di illegittimità costituzionale e, simultaneamente, a |
questioni di compatibilità con il diritto dell’Unione –, la stessa Corte di giustizia ha a sua volta affermato che il diritto dell’Unione «non osta» al carattere prioritario del giudizio di costituzionalità di competenza delle Corti costituzionali nazionali, purché i giudici ordinari restino liberi di sottoporre alla Corte di giustizia, «in qualunque fase del |
procedimento ritengano appropriata e finanche al termine del procedimento incidental e di controllo generale delle leggi, qualsiasi questione pregiudiziale a loro giudizio necessaria»; di «adottare qualsiasi misura necessaria per garantire la tutela giurisdizionale provvisoria dei diritti conferiti dall’ordinamento giuridico dell’Unione»; di disapplicare, al |
termine del giudizio incidentale di legittimità costituzionale, la disposizione legislativa nazionale in questione che abbia superato il vaglio di costituzionalità, ove, per altri 35 profili, la ritengano contraria al diritto dell’Unione ( tra le altre, Corte di Giustizia dell’Unione Europea, quinta sezione, sentenza 11 settembre 2014, nella causa C -112/13 |
A contro B e altri; Corte di Giustizia dell’Unione Europea, grande sezione, sentenza 22 giugno 2010, nelle cause C -188/10, Melki e C -189/ 10, Abdeli). |
In linea con questi orientamenti, questa Corte ritiene che, laddove una legge sia oggetto di dubbi di illegittimità tanto in riferimento ai diritti protetti dalla Costituzione italiana, quanto in relazione a quelli garantiti dalla Carta dei di ritti fondamentali dell’Unione europea in ambito di rilevanza comunitaria, debba |
essere sollevata la questione di legittimità costituzionale, fatto salvo il ricorso, al rinvio pregiudiziale per le questioni di interpretazione o di invalidità del diritto dell’Unione, ai sensi dell’art. 267 del TFUE. |
5.3.– Ciò chiarito, deve rilevarsi che nella specie, la Commissione tributaria rimettente ha precisato che i ricorrenti hanno dedotto una violazione non di diritti fondamentali codificati nella CDFUE, ma della li bertà di stabilimento e della libera prestazione dei servizi all’interno dell’Unione europea, previste dalle disposizioni dei |
Trattati (artt. 49 e 56 del TFUE) delle quali è stata invocata la diretta efficacia (per una fattispecie analoga si veda la senten za n. 111 del 2017). Non si versa, dunque, nei casi sopra indicati in cui la non applicazione trasmoda inevitabilmente in una sorta di inammissibile sindacato diffuso di costituzionalità della legge. Pertanto, il rimettente |
aveva l’onere di delibare la que stione per valutare l’applicabilità della legge interna nel giudizio posto al suo esame. |
L’ordinanza di rimessione, invece, non solo non ha speso alcuna considerazione in merito alla denunciata violazione di diritto dell’Unione europea, ma ha anzi espressa mente affermato di doverla posticipare all’esito della decisione di questa Corte sulle questioni di legittimità costituzionale prospettate con riferimento a parametri |
interni. Così facendo, l’ordinanza non si esprime sull’applicabilità delle disposizioni censurate nel giudizio a quo e, quindi, risulta priva di motivazione sulla rilevanza. Di qui, l’inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale sollevate con l’ordinanza iscritta al r.o. n. 208 del 2016. |
5.4.– Tale ragione di inammissibilità n on sussiste per la successiva ordinanza di rimessione (r.o. n. 51 del 2017), nella quale la Commissione tributaria provinciale di Roma ha viceversa ritenuto necessario delibare preliminarmente la richiesta delle parti di non applicare le disposizioni ogget to di censura per supposto contrasto con la libertà di |
stabilimento (art. 49 TFUE) e con la libertà di prestazione di servizi (art. 56 TFUE). La Commissione tributariaprovinciale ha escluso che le disposizioni censurate fossero in conflitto con le libertà garantite dal diritto dell’Unione in ragione del fatto che, in base |
alla giurisprudenza della Corte di giustizia, la libertà di stabilimento non può essere invocata da una società italiana, con sede in Italia, avverso una normativa italiana, mentre la libe ra prestazione dei servizi non è ostacolata dall’imposizione di contributi volti al finanziamento di enti controllori, purché tali contributi siano destinati esclusivamente |
alla copertura dei costi dell’autorità e siano proporzionati, obiettivi e trasparen ti (si cita la sentenza CGUE 18 luglio 2013, nelle cause da C -228/12 a C -232/12 e da C -254/12 a C - 258/12), come avviene nel caso di specie. 36 |
Tanto basta ai fini del controllo di questa Corte sulla rilevanza, attesa la non implausibilità della motivazione ad dotta dal rimettente circa l’applicabilità delle disposizioni impugnate nel giudizio a quo. |
6.– L’Avvocatura generale dello Stato ha eccepito un ulteriore profilo di inammissibilità in ordine all’asserita violazione della riserva di legge ex art. 23 Cost., dedotta con la sola ordinanza iscritta al r.o. n. 51 del 2017, in relazione alle disposizioni impugnate nella parte in cui attribuiscono all’AGCM la facoltà di apportare variazioni |
alla misura e alle modalità di contribuzione, senza predeterminare i crite ri da seguire. |
Tale motivo di censura difetterebbe del requisito della rilevanza, in quanto l’Autorità si sarebbe sempre avvalsa di tale potestà per diminuire gli oneri contributivi; sicché l’eventuale accoglimento della questione non potrebbe riverberare alcun effetto nel giudizio a quo, nel quale si deve decidere su una domanda di restituzione del contributo |
già versato, contributo che, in assenza di delibera dell’Autorità, sarebbe stato addirittura superiore. |
L’eccezione non è fondata. |
Invero, la Commiss ione tributaria rimettente osserva che la questione di legittimità costituzionale investe la disposizione normativa che offre una base legale al provvedimento impositivo e alla delibera di diniego della restituzione, oggetto della richiesta di annullamento nel giudizio a quo. Pertanto, in caso di ipotetico accoglimento |
di questa questione verrebbe meno tanto la legittimità del provvedimento impositivo quanto il fondamento del diniego di restituzione. In base a questa motivazione il giudice a quo ritiene sus sistere la rilevanza anche della questione ex art. 23 Cost., adducendo argomentazioni non implausibili. |
7.– Occorre dunque esaminare nel merito le questioni sollevate con l’ordinanza di cui al r.o. n. 51 del 2017, in riferimento agli artt. 3, 23 e 53, prim o e secondo comma, Cost., aventi ad oggetto l’articolo 10, commi 7 -ter e 7 -quater, della legge n. 287 del 1990, aggiunti dall’art. 5 -bis, comma 1, del decreto -legge n. 1 del 2012, convertito, con |
modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012. 7.1.– Le norme og getto dei dubbi di legittimità costituzionale hanno significativamente innovato il sistema di finanziamento dell’AGCM che, in precedenza, |
si basava su quattro diverse fonti, costituite da trasferimenti dallo Stato (con oneri per la fiscalità generale e, qu indi, per tutti i cittadini); da un «fondo di solidarietà» alimentato dalle altre autorità indipendenti; da contribuzioni a carico delle imprese tenute all’obbligo di comunicazione delle operazioni di concentrazione; da una quota parte delle sanzioni |
irrogate ai sensi della normativa in materia di tutela del consumatore. |
Questo assetto era il risultato di una stratificazione di interventi normativi che si erano succeduti nel tempo, volti ad affiancare ai trasferimenti statali altre risorse. In particolare, a partire dalla legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2006) si è |
aggiunto, al fondo appositamente stanziato nel bilancio dello Stato, un sistema di contribuzione da parte delle imprese tenute all’obbligo di notifica delle concentrazioni (cosiddetto filing fee). Negli anni successivi, con il decreto -legge 30 dicembre 2008, n. |
207 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e disposizioni finanziarie urgen ti), convertito, con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2009, n. 14, si è prevista 37 la possibilità di finanziare le spese di carattere non continuativo e non obbligatorio dell’Autorità con una parte degli introiti derivanti dalle sanzioni irrogate in ma teria di |
pratiche commerciali scorrette. Nello stesso anno, con l’art. 2, comma 241, della legge 23 dicembre 2009, n. 191 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato - legge finanziaria 2010), si è istituito un meccanismo temporaneo di trasferimento di risorse tra autorità indipendenti per il triennio 2010 -2012 in favore, tra |
l’altro, dell’AGCM. 7.2.– Al fine di rafforzare l’indipendenza dell’Autorità da condizionamenti che potevano derivare dal precedente sistema misto di finanziamento – condizionamenti che |
potevano provenire da soggetti di varia natura (politica, economica, finanziaria) – il citato art. 5 -bis del d.l. n. 1 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 27 del 2012, ha introdotto un nuovo sistema di finanziamento, basato su contributi obbligatori dovuti dalle imprese di medio -grandi dimensioni. |
Più precisamente, la disposizione citata ha introdotto il comma 7 -ter all’art. 10 della l. n. 287 del 1990 prevedendo che, all’onere derivante dal funzionam ento dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, si provveda mediante contributi, nella misura |
dello 0,08 per mille del fatturato risultante dall’ultimo bilancio approvato, con la previsione di una soglia massima della contribuzione (non superio re a cento volte il minimo stabilito), dovuti dalle società di capitale che abbiano realizzato ricavi totali superiori a cinquanta milioni di euro. Con l’introduzione di questa nuova forma di |
finanziamento a partire dal 2013 (art. 10, comma 7 -quater) sono state eliminate tutte le fonti precedenti, compresa la filing fee dovuto dalle imprese notificanti una concentrazione. Lo stesso comma 7 -quater stabilisce poi che, a decorrere dall’anno 2014, «il contributo è versato, entro il 31 luglio di ogni anno, diret tamente all’Autorità con le |
modalità determinate dall’Autorità medesima con propria deliberazione». Inoltre, «[e]ventuali variazioni della misura e delle modalità di contribuzione possono essere adottate dall’Autorità medesima con propria deliberazione, ne l limite massimo dello 0,5 per mille del fatturato risultante dal bilancio approvato precedentemente all'adozione |
della delibera, ferma restando la soglia massima di contribuzione di cui al comma 7 -ter». 8.– La Commissione tributaria rimettente ha sollevat o due gruppi di questioni. |
Il primo concerne la violazione degli artt. 3 e 53, primo e secondo comma, Cost.: la delimitazione del novero dei soggetti obbligati a versare il contributo – che risulta posto a carico delle sole società di capitali che abbiano realizzato ricavi superiori a 50 milioni di euro, con la fissazione di una soglia massima della contribuzione – determinerebbe una |
ingiustificata disparità di trattamento, con violazione dei principi di capacità contributiva e di progressività del tributo. |
Il secondo, invece, si risolve nella denuncia di una violazione della riserva di legge, prevista dall’art. 23 Cost. per tutte le prestazioni patrimoniali imposte, in riferimento alla previsione di una possibile variazione della misura della prestazione pa trimoniale imposta a mezzo di delibere dell’AGCM e, quindi, con fonte di rango sub -legislativo. |
9.– Presupposto delle questioni di cui al primo gruppo, sollevate in relazione agli artt. 3 e 53, primo e secondo comma, Cost., è la natura tributaria del contr ibuto disciplinato dalle disposizioni censurate. 38 |
Risulta dunque preliminare delibare la natura della predetta contribuzione, per verificare se essa possa essere considerata tributaria ai fini delle garanzie stabilite dai citati artt. 3 e 53 Cost. |
9.1.– In proposito va rilevato che la giurisprudenza costituzionale è costante nel ritenere che «gli elementi indefettibili della fattispecie tributaria sono tre: la disciplina legale deve essere diretta, in via prevalente, a procurare una (definitiva) decurtazione patrimoniale a carico del soggetto passivo; la decurtazione non deve integrare una |
modifica di un rapporto sinallagmatico; le risorse, connesse ad un presupposto economicamente rilevante e derivanti dalla suddetta decurtazione, devono essere destinate a s ovvenire pubbliche spese» (sentenza n. 70 del 2015). Si deve cioè trattare di un «prelievo coattivo che è finalizzato al concorso alle pubbliche spese ed è posto a |
carico di un soggetto passivo in base ad uno specifico indice di capacità contributiva (sent enza n. 102 del 2008). Tale indice deve esprimere l’idoneità di tale soggetto all'obbligazione tributaria» (ancora sentenza n. 70 del 2015). |
9.2.– Orbene, il contributo dovuto all’AGCM sulla base dell’art. 10, commi 7 -ter e 7 - quater, non è giustificato da alcun rapporto negoziale con l’Autorità indipendente, ma configura una prestazione patrimoniale imposta dalla legge a favore della medesima |
Autorità, che dispone di poteri coercitivi per imporre il pagamento. Esso ha, quindi, carattere coattivo e prescinde completamente da qualsiasi rapporto sinallagmatico con l’Autorità, alla quale è dovuto indipendentemente dal fatto che il contribuente sia stato destinatario dei poteri dell’ente o abbia beneficiato della sua attività. |
Inoltre, la contribuzione è connessa a un presupposto economico, essendo commisurata al volume di fatturato che viene assunto a indice di capacità contributiva. |
Sulla destinazione del contributo ad una pubblica spesa, infine, occorre ricordare che questa Corte ha già ritenuto soddisfatto tal e requisito in un analogo caso relativo all’Autorità di vigilanza sui lavori pubblici, ove si afferma che i «contributi, in quanto costituiscono risorse […] per il funzionamento di un organo quale l’Autorità, chiamata a |
svolgere una funzione di vigilanza s ui lavori pubblici […] sono riconducibili alla categoria delle entrate tributarie statali, di cui soddisfano i principali requisiti» (sentenza n. 256 del 2007). Nella specie, il contributo è destinato a finanziare le spese di funzionamento dell’AGCM in rel azione ai servizi che essa è istituzionalmente chiamata a |
svolgere, nella delicata ed essenziale funzione di salvaguardia delle regole del mercato a tutela della concorrenza, radicata in interessi pubblici di valore costituzionale ai sensi degli artt. 3 e 41 Cost. |
Devono perciò ritenersi integrati tutti i requisiti indefettibili e necessari al riconoscimento costituzionale della natura tributaria del contributo in discussione. 9.3 – Deve rilevarsi che l’imposizione tributaria qui in esame costituisce una fo rma atipica di contribuzione. Essa, infatti, non è riconducibile alla categoria delle “tasse”, in |
quanto si tratta di prestazioni patrimoniali dovute indipendentemente dal fatto che l’attività dell’ente abbia riguardato specificamente il singolo soggetto o bbligato, e dalla circostanza che tale attività si configuri come servizio divisibile, ma è correlata all’attività dell’amministrazione in termini di vantaggio goduto o di costo causato da parte del |
contribuente: di tal che il tributo in esame si differenz ia dalle “imposte” in senso stretto. 39 10.– Chiarita la pertinenza dei parametri costituzionali richiamati – art. 3 e 53 Cost. – in ragione della natura tributaria del contributo, nel merito deve dichiararsi l’infondatezza delle questioni sollevate in riferi mento agli stessi. |
10.1.– Occorre anzitutto rammentare che «al legislatore spetta un’ampia discrezionalità in relazione alle varie finalità alle quali s’ispira l’attività di imposizione fiscale» (sentenza n. 240 del 2017), con il solo il limite della non a rbitrarietà e della non manifesta irragionevolezza e sproporzione. In questa prospettiva, costantemente ribadita |
dalla giurisprudenza di questa Corte, non può ritenersi costituzionalmente illegittima la scelta del legislatore di imporre la contribuzione in esame esclusivamente a carico delle imprese che si contraddistinguono per una presenza significativa sui mercati, perché dotate di una particolare struttura e perché caratterizzate da una rilevante dimensione |
economica: tali imprese, infatti, in base all’ id quod plerumque accidit, sono le destinatarie prevalenti dell’attività dell’Autorità medesima e, quindi, le maggiori responsabili della relativa spesa. Alla luce di tale ratio la selezione legislativa dei soggetti tenuti alla contribuzione non appare né arbitraria, né irragionevole. Non inficia l’opzione legislativa |
neppure il fatto che l’attività dell’AGCM possa indirizzarsi talvolta anche verso soggetti non tenuti alla contribuzione, come gli imprenditori cosiddetti sotto -soglia, le pubbliche amministra zioni, le imprese senza stabile organizzazione in Italia o gli stessi consumatori. |
Sul piano dell’effettività, l’Autorità antritust è prevalentemente impegnata dalle attività economiche degli imprenditori di medie e grandi dimensione e ciò basta ad esclude re la manifesta irragionevolezza della normativa in esame. |
10.2.– Neppure irragionevole è la scelta di riferirsi ad una determinata dimensione del fatturato (50 milioni di euro) per delimitare la platea degli imprenditori assoggettati al contributo. La rim ettente ritiene che il fatturato non sia un indicatore di ricchezza, potendo il conto economico chiudersi in perdita nonostante l’elevato fatturato. Il |
legislatore avrebbe, dunque, utilizzato un parametro inidoneo ad esprimere la capacità contributiva, sic ché, sotto questo profilo, il contributo in esame sarebbe affetto da illegittimità costituzionale. |
La censura presuppone erroneamente che il contributo in giudizio costituisca una sorta di imposta sui redditi di determinate persone giuridiche. Ma così non è. Il tributo in esame, infatti, non ha come sua causa impositionis un reddito, ma intende ripartire gli oneri economici relativi alla prestazione di un servizio pubblico (la tutela della |
concorrenza e il funzionamento del mercato) fra i soggetti che giust ificano l’esistenza di un’autorità garante della concorrenza e che nei fatti maggiormente impegnano la sua attività. In questo senso il fatturato, quale misura del volume d’affari, non esprime (e non potrebbe esprimere) la misura di un reddito che si vuole colpire e neppure la misura della |
redditività dell’impresa (intesa come capacità di retribuire i fattori di produzione). |
Occorre rammentare che, secondo una costante giurisprudenza di questa Corte, il legislatore gode di un’ampia discrezionalità nell’indi viduare «i singoli fatti espressivi della capacità contributiva che, quale idoneità del soggetto all’obbligazione di imposta, può essere desunta da qualsiasi indice rivelatore di ricchezza e non solamente dal reddito |
individuale» (sentenza n. 156 del 2001) . Nell’esercizio di tale ampia facoltà di scelta, il legislatore ha ritenuto di dover assoggettare alla contribuzione obbligatoria i soli soggetti economici il cui fatturato supera una determinata soglia: non è irragionevole che le spese 40 di funzionamento d ell’autorità preposta al corretto funzionamento del mercato gravino |
sulle imprese caratterizzate da una presenza significativa nei mercati di riferimento e dotate di considerevole capacità di incidenza sui movimenti delle relative attività economiche. |
Non si tratta evidentemente di una soluzione costituzionalmente obbligata; tuttavia il criterio prescelto non può ritenersi né arbitrario né irragionevole e, come tale non risulta violare gli artt. 3 e 53, primo e secondo comma, Cost. |
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