haiku
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si ristorar di seme di formiche ch'era a veder per quella oscura valle languir li spirti per diverse biche
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qual sovra 'l ventre e qual sovra le spalle l'un de l'altro giacea e qual carpone si trasmutava per lo tristo calle
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passo passo andavam sanza sermone guardando e ascoltando li ammalati che non potean levar le lor persone
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allor si ruppe lo comun rincalzo e tremando ciascuno a me si volse con altri che l'udiron di rimbalzo
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ditemi chi voi siete e di che genti la vostra sconcia e fastidiosa pena di palesarvi a me non vi spaventi
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volle ch'i' li mostrassi l'arte e solo perch' io nol feci dedalo mi fece ardere a tal che l'avea per figliuolo
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e tra'ne la brigata in che disperse caccia d'ascian la vigna e la gran fonda e l'abbagliato suo senno proferse
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atamante divenne tanto insano che veggendo la moglie con due figli andar carcata da ciascuna mano
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ecuba trista misera e cattiva poscia che vide polissena morta e del suo polidoro in su la riva
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quant' io vidi in due ombre smorte e nude che mordendo correvan di quel modo che 'l porco quando del porcil si schiude
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e poi che i due rabbiosi fuor passati sovra cu' io avea l'occhio tenuto rivolsilo a guardar li altri mal nati
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li ruscelletti che d'i verdi colli del casentin discendon giuso in arno faccendo i lor canali freddi e molli
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ma s'io vedessi qui l'anima trista di guido o d'alessandro o di lor frate per fonte branda non darei la vista
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cercando lui tra questa gente sconcia con tutto ch'ella volge undici miglia e men d'un mezzo di traverso non ci ha
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tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole e per leccar lo specchio di narcisso non vorresti a 'nvitar molte parole
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quand' io 'l senti' a me parlar con ira volsimi verso lui con tal vergogna ch'ancor per la memoria mi si gira
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noi demmo il dosso al misero vallone su per la ripa che 'l cinge dintorno attraversando sanza alcun sermone
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sappi che non son torri ma giganti e son nel pozzo intorno da la ripa da l'umbilico in giuso tutti quanti
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torreggiavan di mezza la persona li orribili giganti cui minaccia giove del cielo ancora quando tuona
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la faccia sua mi parea lunga e grossa come la pina di san pietro a roma e a sua proporzione eran l'altre ossa
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a cigner lui qual che fosse 'l maestro non so io dir ma el tenea soccinto dinanzi l'altro e dietro il braccio destro
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per ch'io mi volsi e vidimi davante e sotto i piedi un lago che per gelo avea di vetro e non d'acqua sembiante
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e come a gracidar si sta la rana col muso fuor de l'acqua quando sogna di spigolar sovente la villana
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li occhi lor ch'eran pria pur dentro molli gocciar su per le labbra e 'l gelo strinse le lagrime tra essi e riserrolli
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se vuoi saper chi son cotesti due la valle onde bisenzo si dichina del padre loro alberto e di lor fue
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non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra con esso un colpo per la man d'artu non focaccia non questi che m'ingombra
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e mentre ch'andavamo inver' lo mezzo al quale ogne gravezza si rauna e io tremava ne l'etterno rezzo
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non ti basta sonar con le mascelle se tu non latri qual diavol ti tocca
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che se tu a ragion di lui ti piangi sappiendo chi voi siete e la sua pecca nel mondo suso ancora io te ne cangi
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ma se le mie parole esser dien seme che frutti infamia al traditor ch'i' rodo parlar e lagrimar vedrai insieme
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breve pertugio dentro da la muda la qual per me ha 'l titol de la fame e che conviene ancor ch'altrui si chiuda
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questi pareva a me maestro e donno cacciando il lupo e ' lupicini al monte per che i pisan veder lucca non ponno
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in picciol corso mi parieno stanchi lo padre e ' figli e con l'agute scane mi parea lor veder fender li fianchi
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quando fui desto innanzi la dimane pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli ch'eran con meco e dimandar del pane
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e io senti' chiavar l'uscio di sotto a l'orribile torre ond' io guardai nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto
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come un poco di raggio si fu messo nel doloroso carcere e io scorsi per quattro visi il mio aspetto stesso
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e disser: padre assai ci fia men doglia se tu mangi di noi: tu ne vestisti queste misere carni e tu le spoglia
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che se 'l conte ugolino aveva voce d'aver tradita te de le castella non dovei tu i figliuoi porre a tal croce
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come quando una grossa nebbia spira o quando l'emisperio nostro annotta par di lungi un molin che 'l vento gira
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quando noi fummo fatti tanto avante ch'al mio maestro piacque di mostrarmi la creatura ch'ebbe il bel sembiante
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io non mori' e non rimasi vivo pensa oggimai per te s'hai fior d'ingegno qual io divenni d'uno e d'altro privo
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oh quanto parve a me gran maraviglia quand' io vidi tre facce a la sua testa l'una dinanzi e quella era vermiglia
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sotto ciascuna uscivan due grand' ali quanto si convenia a tanto uccello vele di mar non vid' io mai cotali
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a quel dinanzi il mordere era nulla verso 'l graffiar che talvolta la schiena rimanea de la pelle tutta brulla
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com' a lui piacque il collo li avvinghiai ed el prese di tempo e loco poste e quando l'ali fuoro aperte assai
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d'un ruscelletto che quivi discende per la buca d'un sasso ch'elli ha roso col corso ch'elli avvolge e poco pende
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lo duca e io per quel cammino ascoso intrammo a ritornar nel chiaro mondo e sanza cura aver d'alcun riposo
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seguitando il mio canto con quel suono di cui le piche misere sentiro lo colpo tal che disperar perdono
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i' mi volsi a man destra e puosi mente a l'altro polo e vidi quattro stelle non viste mai fuor ch'a la prima gente
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lunga la barba e di pel bianco mista portava a' suoi capelli simigliante de' quai cadeva al petto doppia lista
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di marzia tua che 'n vista ancor ti priega o santo petto che per tua la tegni per lo suo amore adunque a noi ti piega
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noi andavam per lo solingo piano com' om che torna a la perduta strada che 'nfino ad essa li pare ire in vano
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ambo le mani in su l'erbetta sparte soavemente 'l mio maestro pose ond' io che fui accorto di sua arte
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porsi ver' lui le guance lagrimose ivi mi fece tutto discoverto quel color che l'inferno mi nascose
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venimmo poi in sul lito diserto che mai non vide navicar sue acque omo che di tornar sia poscia esperto
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e la notte che opposita a lui cerchia uscia di gange fuor con le bilance che le caggion di man quando soverchia
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noi eravam lunghesso mare ancora come gente che pensa a suo cammino che va col cuore e col corpo dimora
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lo mio maestro ancor non facea motto mentre che i primi bianchi apparver ali allor che ben conobbe il galeotto
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vedi come l'ha dritte verso 'l cielo trattando l'aere con l'etterne penne che non si mutan come mortal pelo
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ma chinail giuso e quei sen venne a riva con un vasello snelletto e leggero tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva
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da tutte parti saettava il giorno lo sol ch'avea con le saette conte di mezzo 'l ciel cacciato capricorno
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l'anime che si fuor di me accorte per lo spirare ch'i' era ancor vivo maravigliando diventaro smorte
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e come a messagger che porta ulivo tragge la gente per udir novelle e di calcar nessun si mostra schivo
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ohi ombre vane fuor che ne l'aspetto tre volte dietro a lei le mani avvinsi e tante mi tornai con esse al petto
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di maraviglia credo mi dipinsi per che l'ombra sorrise e si ritrasse e io seguendo lei oltre mi pinsi
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soavemente disse ch'io posasse allor conobbi chi era e pregai che per parlarmi un poco s'arrestasse
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come quando cogliendo biado o loglio li colombi adunati a la pastura queti sanza mostrar l'usato orgoglio
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se cosa appare ond' elli abbian paura subitamente lasciano star l'esca perch' assaliti son da maggior cura
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avvegna che la subitana fuga dispergesse color per la campagna rivolti al monte ove ragion ne fruga
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i' mi ristrinsi a la fida compagna e come sare' io sanza lui corso chi m'avria tratto su per la montagna
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quando li piedi suoi lasciar la fretta che l'onestade ad ogn' atto dismaga la mente mia che prima era ristretta
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io mi volsi dallato con paura d'essere abbandonato quand' io vidi solo dinanzi a me la terra oscura
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e mentre ch'e' tenendo 'l viso basso essaminava del cammin la mente e io mirava suso intorno al sasso
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ancora era quel popol di lontano i' dico dopo i nostri mille passi quanto un buon gittator trarria con mano
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quando si strinser tutti ai duri massi de l'alta ripa e stetter fermi e stretti com' a guardar chi va dubbiando stassi
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come le pecorelle escon del chiuso a una a due a tre e l'altre stanno timidette atterrando l'occhio e 'l muso
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io mi volsi ver' lui e guardail fiso biondo era e bello e di gentile aspetto ma l'un de' cigli un colpo avea diviso
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vadi a mia bella figlia genitrice de l'onor di cicilia e d'aragona e dichi 'l vero a lei s'altro si dice
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poscia ch'io ebbi rotta la persona di due punte mortali io mi rendei piangendo a quei che volontier perdona
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se 'l pastor di cosenza che a la caccia di me fu messo per clemente allora avesse in dio ben letta questa faccia
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l'ossa del corpo mio sarieno ancora in co del ponte presso a benevento sotto la guardia de la grave mora
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vedi oggimai se tu mi puoi far lieto revelando a la mia buona costanza come m'hai visto e anco esto divieto
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maggiore aperta molte volte impruna con una forcatella di sue spine l'uom de la villa quando l'uva imbruna
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dico con l'ale snelle e con le piume del gran disio di retro a quel condotto che speranza mi dava e facea lume
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noi salavam per entro 'l sasso rotto e d'ogne lato ne stringea lo stremo e piedi e man volea il suol di sotto
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li occhi prima drizzai ai bassi liti poscia li alzai al sole e ammirava che da sinistra n'eravam feriti
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vedrai come a costui convien che vada da l'un quando a colui da l'altro fianco se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada
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che 'l mezzo cerchio del moto superno che si chiama equatore in alcun' arte e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno
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quiritto se attendi tu iscorta o pur lo modo usato t'ha' ripriso
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prima convien che tanto il ciel m'aggiri di fuor da essa quanto fece in vita per ch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri
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li occhi rivolsi al suon di questo motto e vidile guardar per maraviglia pur me pur me e 'l lume ch'era rotto
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ond' io che solo innanzi a li altri parlo ti priego se mai vedi quel paese che siede tra romagna e quel di carlo
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io fui di montefeltro io son bonconte giovanna o altri non ha di me cura per ch'io vo tra costor con bassa fronte
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quivi perdei la vista e la parola nel nome di maria fini' e quivi caddi e rimase la mia carne sola
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ben sai come ne l'aere si raccoglie quell' umido vapor che in acqua riede tosto che sale dove 'l freddo il coglie
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quando si parte il gioco de la zara colui che perde si riman dolente repetendo le volte e tristo impara
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con l'altro se ne va tutta la gente qual va dinanzi e qual di dietro il prende e qual dallato li si reca a mente
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vidi conte orso e l'anima divisa dal corpo suo per astio e per inveggia com' e' dicea non per colpa commisa
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non so se 'ntendi: io dico di beatrice tu la vedrai di sopra in su la vetta di questo monte ridere e felice
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venimmo a lei: o anima lombarda come ti stavi altera e disdegnosa e nel mover de li occhi onesta e tarda
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